Richiami di calcolo differenziale locale

In quel che segue ”spazio vettoriale” significher`a ”spazio vettoriale reale di di-
mensione finita”. In ogni tale spazio verr`a utilizzata una norma scelta comunque
tra quelle esistenti : tutto quanto verr`a discusso non dipender`a dalla particolare
norma utilizzata.
Gran parte dei risultati richiamati in questo paragrafo rimangono validi anche
per per spazi vettoriali reali di dimensione infinita su cui sia stata fissata una
norma rispetto alla quale essi siano completi: tali spazi vengono chiamati spazi
di Banach e sono studiati solitamente nei corsi di Analisi; un esempio `e dato
dallo spazio C
0
(T) delle funzioni continue a valori reali su uno spazio compatto
T, dotato della norma del sup. o da quelli analoghi delle funzioni derivabili
con continuit`a, come ad esempio C
1
([0, 1]). Per tale generalizzazione bisogna
richiedere esplicitamente alcuni fatti che sono automaticamente verificati in di-
mensione finita; precisamente ogni applicazione lineare φ : E → F deve essere
supposta continua e talvolta, come per i teoremi di inversione locale, si deve
supporre che il suo nucleo abbia supplementare chiuso, che la sua immagine sia
chiusa e sia dotata anch’essa di supplementare chiuso. Comunque nel seguito
saremo interessati essenzialmente solo a spazi di dimensione finita.
Siano V, W spazi vettoriali, Ω ⊂ V un aperto, x
0
∈ V e f : Ω → W una
applicazione. Ricordiamo che f `e detta differenziabile in x
0
se esiste L : V → W
lineare tale che posto per h ∈ V con x
0
+h ∈ Ω :
f(x
0
+h) = f(x
0
) +L[h] +R(h)
si abbia
lim
h→0
R(h)
[[h[[
= 0
Si dimostra che di tali L ne esiste al pi` u uno; se esiste esso viene detto il dif-
ferenziale di f in x
0
ed `e indicato con df(x
0
) (Si noti l’uso di parentesi tonde
e quadre: in df(x
0
)[h] , x
0
`e il punto in cui si ”differenzia” ed `e indicato en-
tro parentesi tonde; in parentesi quadre indichiamo invece gli ”incrementi”, in
questo caso h, in cui il differenziale `e calcolato).
Se f `e differenziabile in ogni punto di Ω, si ha una applicazione
df : Ω → /(V, W) = Hom
R
(V, W)
Se tale applicazione `e continua diremo che f `e di classe C
1
su Ω.
Induttivamente, per k intero ≥ 2, diremo che f `e di classe C
k
se `e C
1
e df `e
C
k−1
; diremo che f `e C

se essa `e C
k
per ogni k ∈ N.
D’ora in poi il termine ”differenziabile” significher`a di classe C

.
Teorema 1 (di inversione locale) Siano E, F spazi vettoriali, Ω un aperto
in V , f : Ω → F differenziabile ed x ∈ Ω.
Se df(x) : E → F `e un isomorfismo, allora esiste un aperto U ⊂ E contenente
x , tale che :
a. V = f(U) `e aperto in F
b. f : U → V `e biunivoca con inversa differenziabile.
La dimostrazione sar`a supposta nota (corsi di Analisi).
1
Def. Siano U ⊂ E e V ⊂ F aperti in spazi vettoriali. Una applicazione f :
U → V `e detta un diffeomorfismo se `e biunivoca insieme alla sua inversa. Nelle
notazioni ed ipotesi del teorema pecedente diremo che f `e un diffeomorfismo
locale in x ∈ Ω od anche che essa `e localmente invertibile.
Un diffeomorfismo sar`a talvolta chiamato anche cambiamento di coordinate.
Corollari del teorema di inversione locale
Siano E, F spazi vettoriali, Ω ⊂ E un aperto, f : Ω → F una applicazione
differenziabile e sia 0 ∈ Ω, f(0) = 0.
1. supponiamo che df(0) : E → F sia surgettiva.
Sia p : E → K = ker(df(0)) una proiezione (associata alla scelta di un sup-
plementare di K in E). Allora l’applicazione g : Ω → F ⊕ H definita da
g(x) = (f(x), p(x)), `e localmente invertibile in 0. Essa rappresenta quindi un
cambiamento di coordinate in un intorno di 0; in tali coordinate la f diviene
lineare (precisamente la proiezione sul fattore F).
2. supponiamo che df(x
0
) : E → F sia iniettiva.
Sia H un supplementare in F dell’immagine di df(x
0
). Allora l’applicazione
g : E ⊕ H → F definita da g(x, h) = f(x) + h `e localmente invertibile in 0.
Essa definisce quindi un cambiamento di coordinate nell’origine di F; in tali
coordinate la f diviene lineare (precisamente l’inclusione di E in E ⊕H).
Integrali contenenti un parametro
Siano E uno spazio vettoriale e f : [a, b] → E continua. Esiste un unico I ∈ E
detto integrale di f su [a, b] (e che verr`a indicato con
_
b
a
f(t)dt ) tale che per ogni
> 0 , esista δ > 0 tale che per ogni successione a = x
0
≤ x
1
≤ ≤ x
n
= b
con [ x
i−1
, x
i
[≤ δ per i = 1, . . . n, sia
[
n

1
f(x
i
) (x
i
−x
i−1
) −I [<
Se b < a definiamo
_
b
a
f(t)dt = −
_
a
b
f(t)dt.
Proposizione 2 f →
_
b
a
f(t)dt `e una applicazione lineare continua di C
0
([a, b])
in R la cui norma `e [b −a[ (ossia |
_
b
a
f(t)dt| ≤ [(b −a)[ sup
x∈[a,b]
|f(x)|)
Siano E, F spazi vettoriali, Ω ⊂ E un aperto, T uno spazio topologico. Le
applicazioni f : ΩT → F possono essere pensate come famiglie di applicazioni
da Ω in F parametrizzate da T. Useremo in tal caso la notazione f(x, t) = f
t
(x)
per (x, t) ∈ Ω T. La notazione df
t
(x) indicher`a quindi il differenziale della
funzione f
t
: Ω → F nel punto x ∈ Ω.
Def. C
1
T
(Ω, F) `e l’insieme delle f : Ω T → F che sono continue, tali che per
ogni t ∈ T, f
t
: Ω → F sia differenziabile e tali che df
t
: Ω T → /(E, F) sia
continua. Analogamente si definiscono le C
k
T
(Ω, F) per k ≥ 2 o k = ∞.
Teorema 3 Siano a < b e f ∈ C
1
[a,b]
(Ω, F). Allora la funzione g : Ω → F
definita da g(x) =
_
b
a
f(x, t)dt `e di classe C
1
ed il suo differenziale `e dg =
_
b
a
df
t
(x)dt (l’integrale al secondo membro `e fatto in /(E, F)).
2
Corollario 4 Se nel teorema precedente si suppone f ∈ C
k
[a,b]
(Ω, F), k ≥ 1
allora g ∈ C
k
(Ω, F).
dim. (del teorema: non nel programma di esame)
Continuit`a di g : siano x
0
∈ Ω e > 0. Vogliamo trovare un intorno U di x
0
in
Ω tale che per x ∈ U sia [g(x) −g(x
0
)[ < . Essendo f continua su Ω[a, b],per
ogni t ∈ [a, b] esiste un intorno A
t
di (x
0
, t) in Ω[a, b] tale che per (y, s) ∈ A
t
sia [f(y, s) −f(x
0
, t)[ <

b−a
.
Ora tale intorno pu`o supporsi del tipo U
t
I
t
con U
t
, I
t
aperti negli spazi Ω e
[a, b]. Per compattezza di [a, b], esistono t
1
, , t
r
tali che I
1
∪ ∪ I
r
= [a, b].
Allora per x ∈ U = U
t
1
∩ ∩ U
t
r
e qualsiasi t ∈ [a, b] si ha :
[g(x) −g(x
o
)[ =
_
b
a
[f(x, t) −f(x
0
, t) < (b −a)

b −a
= .
Differenziabilit`a di g : bisogna mostrare che g `e differenziabile nel punto x
0
∈ Ω
e che il suo differenziale `e
_
b
a
df(x
0
, t)dt. Ci`o significa che :
lim
x
0
+h∈Ω
h→0
_
b
a
(f(x
0
+h, t) −f(x
0
, t))dt −(
_
b
a
df
t
(x
0
)dt)[h]
|h|
= 0
Ora si ha :
(
_
b
a
df
t
(x
0
)dt)[h] =
_
b
a
df
t
(x
0
)[h]dt
(si noti che l’integrale nel membro di sinistra `e fatto in /(E, F) mentre quello
a destra `e fatto in F).
Quindi si deve mostrare che va a zero l’integrale
_
b
a
(
f(x
0
+h, t) −f(x
0
, t) −df
t
(x
0
)[h]
|h|
)
Consideriamo la funzione σ : [0, 1] → U definita da σ(t) = x
0
+ th. Allora
(teorema di Torricelli) si ha :
f(x
0
+h) −f(x
0
) = f ◦ σ(1) −f ◦ σ(0) =
_
1
0
d(f ◦ σ) =
=
_
1
0
df
t
(x
0
+sh) σ

(s)ds =
_
1
0
df
t
(x
0
+sh)[h]ds
Sostituendo nell’espressione precedente ci si riduce a mostrare che va a zero
l’espressione:
1
[[h[[
_
b
a
(
_
1
0
(df
t
(x
0
+sh) −df
t
(x
0
))ds)dt[h]
Essendo df
t
(x) continua su Ω [a, b] , lo stesso ragionamento utilizzato per
mostrare la continuit`a di g , mostra che la norma di df
t
(x
0
+ sh) − df
t
(x
0
) `e
maggiorata da una qualsiasi prefissata costante positiva per h in qualche intorno
dell’origine e da ci`o segue facilmente che tutto l’integrale va a zero.
Teorema di divisione elementare
Siano E, F spazi vettoriali ; un aperto Ω in E F `e detto stellato rispetto ad
E se per ogni (x
0
, y
0
) ∈ Ω, tutto il segmento [(x
0
, 0), (x
0
, y
0
)] `e contenuto in Ω.
3
Teorema 5 (divisione elementare) Siano Ω ⊂ E F un aperto stellato
rispetto a E ed f : Ω → G una applicazione differenziabile nulla su Ω∩E¦0¦;
(ossia tale che f(x
0
, 0) = 0 per ogni (x
0
, 0) ∈ Ω). Esiste allora una applicazione
differenziabile g : Ω → /(F, G) tale che per (x, y) ∈ Ω sia f(x, y) = g(x, y)[y]
dim. Sia (x
0
, y
0
) ∈ Ω fissato. Consideriamo la funzione
˜
f : [0, 1] → G definita
da
˜
f(t) = f(x
0
, ty
0
). Per il teorema di Torricelli, si ha:
f(x
0
, y
0
) =
˜
f(1) −
˜
f(0) =
_
1
0
d
˜
f =
_
1
0
(df
x
(x
0
, ty
0
)[y
0
]) =
= (
_
1
0
df
x
(x
0
, ty
0
))[y
0
] = g(x
0
, y
0
)[y
0
]
ove df
x
dipende differenziabilmente da x
o
, y
0
, t; i risultati del paragrafo prece-
dente assicurano quindi che g `e differenziabile.
Applicazioni polinomiali e sviluppi di Taylor
Siano E, F spazi vettoriali. Una applicazione φ : E → F `e detta un polinomio
omogeneo di grado p se esiste una b : E
p
→ F p−lineare tale che per ogni
x ∈ E sia φ(x) = b(x, , x). Diremo che φ `e la contrazione di b. Si verifica
facilmente (facendo una media su permutazioni delle variabili) che se φ `e un tale
polinomio, fra tutte le p−lineari di cui esso `e contrazione, ve ne `e esattamente
una che sia simmetrica : essa verr`a detta la polarizzazione di φ
Ne segue che /
p
(E, F) =¦polinomi omogenei di grado p da E a F ¦ `e uno
spazio vettoriale (`e in corrispondenza biunivoca con le applicazioni p−lineari
simmetriche da E ad F).
Una applicazione φ : E → F `e detta un polinomio di grado ≤ n se φ = φ
0
+
φ
1
+ +φ
p
ove φ
i
: E → F `e un polinimio omogeneo di grado p.
Se Ω `e un aperto in E F e g : Ω → /
p
(F, G) `e differenziabile, allora (x, y) →
g(x, y)[y] (che `e ovviamente differenziabile) sar`a detta un polinomio omogeneo
di grado p in y a coefficienti funzioni (

su Ω.
Siano Ω un aperto in E F stellato rispetto ad E, Ω
0
= Ω ∩ E ¦0¦ e sia
f : Ω → G differenziabile. Allora f(x, y)−f(x, o) : Ω → G `e nulla su Ω
0
; quindi
per il teorema precedente, esiste R
0
: Ω → /
1
(F, G) tale che f(x, y) −f(x, 0) =
R
0
(x, y)[y]. Posto f(x, 0) = φ
0
(x) questa relazione si scrive:
(1) f(x, y) = φ
0
(x) +R
0
(x, y)[y]
che verr`a chiamata sviluppo di Taylor d’ordine 0 di f rispetto a y. Svilup-
pando d’ordine zero R
0
, si ottiene una relazione del tipo R
0
(x, y) = φ
1
(x, y) +
R
0
(x, y)[y] ove φ
1
: Ω
0
→ /
1
(F, G),
˜
R
0
: Ω → /
1
(F, /
1
(F, G)). Quindi
˜
R
0
asso-
cia ad ogni punto (x
0
, y
0
) di Ω, una applicazione bilineare su F a valori in G la
cui contrazione `e un polinomio omogeneo di grado due da F a G che indicheremo
con R
1
(x, y). sostituendo nella (1) si ottiene ;
f(x, y) = φ
0
(x) +φ
1
(x)[y] + (R
1
(x, y)[y]
che `e lo sviluppo di Taylor d’ordine 1: dice che f `e un polinomio di grado uno
in y a coefficienti (

in x pi` u un resto che `e un polinomio omogeneo di grado
due in y a coefficienti funzioni (

in x, y.
Proseguendo cos`ı si ottiene il seguente :
4
Teorema 6 (Sviluppo di Taylor) Se Ω e f sono come sopra, esistono appli-
cazioni differenziabili φ
p
: Ω
0
→ /
p
(F, G) e R
p
: Ω → /
p
(F, G) per p ∈ N tali
che per n ∈ N sia :
(2) f(x, y) =
n

h=0
φ
h
(x)[y] +R
n+1
(x, y)[y].
Nota. Derivando successivamente ambo i membri di (2) e calcolando per y = 0
si ottiene che φ
p
(x) =
1
p!
d
p
f
x
(0) (attenzione alle notazioni che possono trarre
in inganno: si ricordi che f
x
(y) `e per definizione f(x, y)). Ne segue che le φ
h
in
(2) sono univocamente determinate. Per quanto riguarda i resti R
n+1
(x, y)[y],
essi non sono univocamente determinati dalle richieste fatte (lo sarebbero se si
chiedesse una propriet`a supplettiva che qui non esplicitiamo perch`e non avremo
necessit`a di avvalercene). Ci`o accade perch´e un polinomio omogeneo a coeffici-
enti C

non (formalmente) nullo pu`o rappresentare la funzione identicamente
nulla, a differenza di quel che accade per polinomi a coefficienti costanti (ad
esempio h
1
(x
1
, x
2
)x
1
+h
2
(x
1
, x
2
)x
2
ove h
1
(x
1
, x
2
) = x
2
e h
2
(x
1
, x
2
) = −x
1
).
Quel che spesso `e sufficiente sapere dei resti R
n
`e precisato dalla seguente:
Proposizione 7
Se Ω, f sono come sopra, ogni (x
0
, 0) ∈ Ω ha un intorno aperto U = AB ⊂ Ω,
con A, B aperti in E, F, tale che
lim
y→0
R
n+1
(x, y)[y]
|y|
n
= 0 uniformemente per x ∈ A.
Dim. Siano infatti U un aperto in Ω ed M un numero reale tali che |R
n+1
(x, y)| ≤
M per (x, y) ∈ U. Allora, essendo R
n+1
un polinomio omogeneo di grado n+1,
si ha che:
R
n+1
(x, y)[y]
|y|
n
= |y|R
n+1
(x, y)[
y
|y|
]
avr`a norma ≤ |y|M.
Scritture in termini di coordinate
Se x
1
, . . . , x
n
sono le coordinate su E = R
n
, un polinomio omogeneo
φ : E →R di grado d si scrive ordinariamente nel seguente modo:
φ(x) =

|I|=d
a
I
x
I
ove per le usuali convenzioni di multiindici: se x = (x
1
, . . . , x
n
) ∈ R
n
e
I = (i
1
, . . . , i
n
) ∈ N
n
, si pone [I[ = i
1
+ +i
n
e x
I
= x
i
1
1
x
i
n
n
.
Nello sviluppo di Taylor di una funzione differenziabile f : R
n
→ R, si ha una
somma di tali polinomi omogenei pi` u un ultimo termine R
n+1
, il ”resto”, che
`e ancora espresso da una scrittura dello stesso tipo con la sola differenza che i
”coefficienti” a
I
invece che costanti sono funzioni differenziabili:
R
n+1
=

|I|=d
a
I
(x) x
I
Comportamento qualitativo locale: il lemma di Morse
Siano f : U → R e f

: U

→ R due funzioni differenziabili definite su aperti di
5
uno spazio euclideo contenente l’origine. Diremo che (U, f) , (U

, f

) hanno in 0
lo stesso comportamento qualitativo se esistono intorni aperti V ⊂ U , V

⊂ U

di 0 ed un diffeomorfismo h di V su V

tali che f”(x) = f(h(x)) per ogni x ∈ V .
Proposizione 8 Sia f una funzione differenziabile in un intorno U di 0 ∈ R.
Se essa si annulla in 0 assieme a tutte le sue derivate di ordine inferiore ad n ma
la sua derivata d’ordine n `e positiva in 0, allora essa ha lo stesso comportamento
qualitativo della funzione t → t
n
Dim. Per la formula di Taylor, in un intorno di 0 si ha f(t) = t
n
h(t) con h
differenziabile (per ipotesi lo sviluppo di ordine n−1 `e nullo e quindi f coincide
col ”resto”). La condizione f
(n)
(0) > 0 equivale a h(0) > 0; esiste quindi in
un intorno di 0 una funzione differenziabile k tale che h = k
n
. Si ha quindi
f = (t k(t))
n
. resta da dimostrare che t k(t) pu`o essere presa come coordinata
di centro 0 e ci`o `e vero perch´e ha derivata non nulla in 0.
Proposizione 9 (Lemma di Morse) Sia f una funzione differenziabile in un
intorno di 0 ∈ R
n
nulla in 0 assieme a tutte le sue derivate prime e supponiamo
che la matrice H i cui elementi sono le derivate seconde di f calcolate in 0 abbia
determinante non nullo. Allora, se a `e il numero di autovalori positivi di H, la
f ha in 0 lo stesso comportamento qualitativo della funzione
x
2
1
+... +x
2
a
−(x
2
a+1
+... +x
2
n
)
Dim. La dimostrazione `e molto simile a quella del teorema di diagonalizzazione
delle forme quadratiche reali. Si parte dallo sviluppo di Taylor di ordine 1 che
d`a :
f(x) =
n

ij+1
h
ij
(x)
Cambiando eventualmente le coordinate (in modo lineare) si pu`o supporre che
h
11
(0) ,= 0. Sia B la somma degli addendi del tipo h
ij
(x)x
i
x
j
con i, j > 1
ed A la somma degli altri. Aggiungendo ad A dei termini del tipo h
i
(x)x
2
i
, e
sottraendoli contemporaneamente a B si scrive f come somma di un termine
˜
A = h
11
(x)(x
1
+ a
2
x
2
+ ... + a
n
x
n
)
2
ed uno
˜
B =

ij>1
b
ij
(x)x
i
x
j
. A questo
punto si prendono come nuove coordinate le funzioni
_
[h
11
(x), x
2
, ..., x
n
; la
˜
A
diviene ±x
2
1
e si pu`o riapplicare la procedura a
˜
B, che `e espressa come un poli-
nomio omogeneo di grado due nelle x
2
, ..., x
n
a coefficienti funzioni differenziabili
elle x
1
, ..., x
n
. Iterando questa procedura si arriva alla ”diagonalizzazione” di
f. Che il numero di quadrati positivi che si ottengono coincide col numero di
autovalori positivi della matrice H, pu`o essere dedotto dall’analogo fatto per
la diagonalizzazione delle forme quadratiche, osservando che per una f che in
un punto ha nulle tutte le derivate prime, ogni cambiamento di coordinate lo-
cali trasforma la matrice delle derivate seconde come si trasformano le forme
quadratiche. Questo fatto sar`a analizzato meglio nel seguito quando parleremo
dell’Hessiano.
Variet`a immerse
Sia H ⊂ R
N
un sottoinsieme qualsiasi (non necessariamente aperto). Una fun-
zione f : H → R `e detta differenziabile se per ogni x
0
∈ H esistono un suo
6
intorno aperto U ed una F : U →R differenziabile (in senso ordinario) tali che
per ogni x ∈ U ∩ H sia f(x) = F(x).
Se H ⊂ R
N
e K ⊂ R
M
, una f : H → K `e detta differenziabile se tali sono le
sue M componenti in quanto funzioni di H in R.
Diremo che f : H → K `e un diffeomorfismo se f `e biunivoca e differenziabile
assieme alla sua inversa.
Siano H ⊂ R
N
e x
0
∈ H; lo spazio tangente ad H in x
0
`e l’insieme T(H)
x
0
dei
v ∈ R
N
tali che per ogni aperto U in R
N
che contiene x
0
e funzione differenzi-
abile h : U → R che sia nulla su U ∩ H si abbia dh(x
0
)[v] = 0. E’ chiaro che
T(H)
x
0
`e un sottospazio vettoriale di R
N
.
Siano H ⊂ R
N
, K ⊂ R
M
, f : H → K differenziabile e x
0
∈ H.
Per definizione esistono un aperto U in R
N
contenente x
0
ed una F : U →R
M
differenziabile che coincide con f su U ∩H. Si verifichi per esercizio che dF(x
0
)
applica T(H)
x
0
⊂ R
N
in T(K)
f(x
0
)
⊂ R
M
ed induce quindi una applicazione
lineare σ : T(H)
x
0
→ T(K)
f(x
0
)
. Inoltre tale σ non dipende dalla partico-
lare estensione F scelta; ossia se U

`e un altro aperto in R
N
contenente x
0
e
F

: U

→ R
M
`e differenziabile e tale che per x ∈ U

∩ H sia F

(x) = f(x) ,
allora per v ∈ T(H)
x
0
si ha dF(x
0
)[v] = dF

(x
0
)[v].
Si ottiene cos`ı una ben definita applicazione lineare df(x
0
) : T(H)
x
0
→ T(K)
f(x
0
)
che sar`a detta il differenziale di f in x
0
.
Def. Un sottoinsieme H ⊂ R
N
`e detto una variet`a differenziabile di dimen-
sione n se ogni suo punto ha un intorno aperto diffeomorfo ad un aperto di R
n
.
Diremo invece che H `e una variet`a differenziabile a bordo di dimensione n se ogni
suo punto ha un intorno aperto diffeomorfo ad un aperto di [0, +∞[R
n−1
⊂ R
n
.
Una carta su una variet`a differenziabile X ⊂ R
N
di dimensione n `e una coppia
(U, f) ove U ⊂ X `e un aperto ed f : U → V `e un diffeomerfismo tra U ed un
aperto V di R
n
. Se x ∈ U ed `e f(x) = 0 diremo che (U, f) `e una carta di centro
x; in tal caso l’inversa f
−1
: V → U sar`a detta una parametrizzazione di X
all’intorno di x.
Esempi (definizioni,esercizi,complementi)
1. Consideriamo la variet`a a bordo X = [0, = ∞] R
n−1
e poniamo
∂X = ¦0¦ R
n−1
. Si verifichi che ogni diffeomorfismo f : U → V tra aperti di
X applica U ∩ ∂X in V ∩ ∂X. Ci`o permette di definire il bordo ∂X per ogni
variet`a a bordo X di dimensione n e di dimostrare che esso `e una variet`a (senza
bordo) di dimensione n − 1. Ad esempio D
n
= ¦x ∈ R
n
: [[x[[ ≤ 1¦ `e una
variet`a compatta a bordo (detta il disco di dimensione n) il cui bordo `e S
n−1
(la sfera di dimensione n −1).
Un aperto Ω ⊂ R
n
sar`a detto a frontiera differenziabile se ogni x
0
∈ ∂Ω possiede
un intorno aperto U ed una funzione differenziabile f : U → X tali che:
- f(x
0
) = 0 e U ∪ Ω = ¦x ∈ U : f(x) < 0¦
- df(x
0
) `e non nullo
Ci`o equivale a dire che Ω `e la parte interna di una sottovarie`a a bordo di R
n
avente dimensione n. Una tale f verr`a detta una equazione locale per Ω in x
0
.
2. Siano Ω ⊂ R
n
un aperto ed f : Ω → R
p
una applicazione differenziabile.
Allora X = ¦(x, y) ∈ R
n
R
p
: x ∈ Ω , y = f(x)¦ `e una variet`a differenziabile
di dimensione n (infatti x → (x, f(x)) `e un diffeomorfismo tra Ω ed X).
7
3. Siano X ⊂ R
n
, Y ⊂ R
m
variet`a differenziabili di dimensioni p e q; allora
X Y ⊂ R
n+m
`e una variet`a differenziabile di dimensione p + q. Se una delle
due `e a bordo anche il prodotto lo `e. Se entrambi hanno il bordo non vuoto,
X Y non `e una variet`a a bordo.
4. Sia f : X → Y una applicazione differenziabile tra variet`a. Diremo che
x ∈ X `e un punto critico per f se df(x) : T(X)
x
→ T(Y (
f(x)
non `e surgettiva;
altrimenti diremo che x `e un punto regolare.
Diremo che y ∈ Y `e un valore critico per f se `e immagine di qualche punto
critico. Altrimenti esso sar`a detto un valore regolare.
Si dimostri che l’insieme dei punti critici `e un chiuso in X e che l’insieme dei
valori critici pu`o non essere un chiuso in Y.
5. Sia f : X → Y differenziabile tra variet`a di dimensione n +p e p.
Si dimostri che se y ∈ Y `e un valore regolare allora X
0
= f
−1
(y) `e una sottova-
riet`a di X di dimensine n. Se ci`o accade ed `e Y = R
p
e y = 0 , diremo che f `e
una equazione (globale) di definizione per X
0
in X.
Si dimostri che se X
0
`e una sottovariet`a di X , ogni x ∈ X
0
ha un intorno aperto
U sul quale esiste una equazione di definizione h per X
0
∩U.Una coppia del tipo
(U, h) sar`a detta una equazione locale di definizione per X
0
in X.
6. Una applicazione differenziabile f : X → Y tra variet`a `e detta un prodotto
se esistono una variet`a F ed un diffeomorfismo h : X → F Y tale che detta
p : F Y → Y la proiezione canonica si abbia p ◦ h = f. Necessariamente una
tale f `e priva di punti critici.
Viceversa se f : X → Y `e differenziabile ed x ∈ X `e regolare, allora x ha un
intorno aperto U in X tale che f(U) `e aperto in Y e la restrizione di f da U in
f(U) `e un prodotto.
7. Sia 0 un valore regolare per f : X → R; allora M = ¦x ∈ X : f(x) ≥ 0¦
`e una variet`a a bordo con ∂M = f
−1
(0). Si dimostri inoltre che in tal caso
¦(x, y) ∈ X R
n
: [[y[[
2
= f(x)¦ `e una ipersuperficie (ossia una sottovariet`a
di dimensione uno meno di quella dell’ambiente) in X R
n
.
8. Una applicazione differenziabile φ : X → Y tra variet`a `e detta una immersion
se il suo differenziale dφ(x) `e iniettivo per ogni x ∈ X. Diremo invece che `e un
embedding se `e un diffeomorfismo tra X e la sua immagine; ci`o equivale a dire
che `e una immersion ed `e un omeomorfismo con la propria immagine. Diremo
che una variet`a X di dimensione n ha codimensione di embedding p se esiste un
suo embedding in R
n+p
. Ad esempio la sfera S
n
ha codimensione di embedding
uno. Analoga definizione per la nozione di immersion.
E’ facile dimostrare che per S
1
non esiste alcuna immersion in R.
Si dimostri pi` u in generale che una variet`a compatta non vuota di dimensione
n non ha alcuna immersion (e quindi neppure un embedding) in R
n
.
9. Sia φ una applicazione differenziabile di una variet`a a bordo X in una variet`a
(senza bordo) Y . Un punto x
0
∈ X `e detto regolare per φ se o x
0
/ ∈ ∂X ed x
0
`e
un punto regolare per la restrizione di φ a X − ∂X, oppure x
0
∈ ∂X ed allora
x
0
`e regolare per la restrizione di φ a ∂X.
Si dimostri che se x
0
∈ ∂X `e regolare per φ : X → R
n
, allora esiste un intorno
8
aperto U di x
0
in X ed un diffeomorfismo h (un sistema di coordinate locali) tra
U e D
+
= ¦x ∈ R
n+p
: [[x[[ ≤ 1 , x
n+p
≥ 0¦ per cui h(0) = 0 e l’applicazione
φ diviene (x
1
, . . . , x
n+p
) → (x
1
, . . . , x
n
).
Ci`o pu`o essere riformulato come segue: sia X una sottovariet`a a bordo di una
variet`a a bordo Y ; diremo che X `e ben messa in Y se si ha:
∂X = X ∩ ∂Y
e se per ogni x ∈ ∂X si ha:
T
x
(∂X) = T
x
(X) ∩ T
x
(∂Y )
Da quanto sopra detto si ottiene che se φ : M → N `e una applicazione differen-
ziabile di una variet`a a bordo M in una variet`a (senza bordo) N, allora la fibra
X di φ su un valore regolare, `e una sottovariet`a a bordo ben messa in M.
Equazioni locali e globali per sottovariet`a
Sia Y un sottoinsieme di una varie`a differenziabile X. Diremo che una sottova-
riet`a Y di X ha codimensione p se p + dim(Y ) = dim(X); per p = 1 diremo
anche che Y `e una ipersuperficie. Ad esempio se f : X → R `e differenziable e
0 `e un suo valore regolare, allora Y = f
−1
(0) `e una ipersuperficie di X. Pi` u in
generale se f : X → Z `e una applicazione differenziabile tra variet`a e z ∈ Z `e
un suo valore regolare, allora Y = f
−1
(z) `e una sottovariet`a di X avente per
codimensione la dimensione di Z; nel caso sia Z = R
p
e z = 0 diremo che f `e
una equazione globale per Y in X. Una equazione locale per Y in X in un punto
x ∈ X `e il dato di un intorno aperto U di x in X e di una equazione globale
f : U → R
p
per Y ∩ U in U. E’ facile verificare che ogni sottovariet`a Y di X
ha equazioni locali in tutti i punti di Y e che le ha anche in tutti i punti di X
se e solo se `e un sottoinsieme chiuso. La questione dell’esistenza di equazioni
globali `e pi` u complicata. Nel seguito esamineremo questo problema per p = 1
e parzialmente per il caso p = 2. Il tipo di argomenti che utilizzeremo, sono gi`a
indicati nella trattazione del caso abbastanza elementare in cui X = R
N
ed Y
`e compatta.
Proposizione 10
Ogni ipersuperficie compatta in R
N
ha una equazione globale.
Dim. Come gi`a osservato Y ha equazioni locali in ogni punto. Esistono cio`e
un ricoprimento aperto | = (U
i
)
i∈I
di R
N
e equazioni f
i
per X ∩ U
i
in U
i
per ogni i ∈ I. Sia (φ
i
)
i∈I
una partizione dell’unit`a subordinata; la funzione
f =

i∈I
φ
i
f
i
`e differenziabile su tutto X, e si annulla su Y ; comunque pu`o non
essere una equazione per Y perch´e pu`o annullarsi in altri punti oltre quelli di Y
e nei punti di Y non `e detto che abbia differenziale non nullo. Ma supponiamo
che sia soddisfatta la condizione seguente:
- per ogni i, j ∈ I le funzioni f
i
ed f
j
hanno in ogni punto di U
i
∩ U
j
lo stesso
segno.
Allora chiaramente f si annulla solo su X. Inoltre essa ha differenziale non nullo
in ogni x ∈ X; infatti, se x ∈ U
i
, scelto un sistema di coordinate di centro x
in modo che f
i
divenga la prima coordinata x
1
, per ogni altro j con x ∈ U
j
si
ha che ∂f
j
/∂x
1
`e strettamente positiva in 0; quindi ∂f/∂x
1
essendo una com-
binazione baricentrica di quantit`a positive sar`a anch’essa strettamente positiva.
9
Il problema `e quindi di mettere a posto i segni delle f
i
in modo che in ogni
punto siano tutti concordi. Vedremo ora che questo `e essenzialmente un prob-
lema di tipo combinatorio, che pu`o essere risolto essendo R
N
topologicamente
abbastanza ”semplice”.
Asserzione: su U
i
∩ U
j
esiste una funzione differenziabile f
ij
che `e priva di zeri
e tale che f
i
= f
ij
f
j
( ossia: ”f
ij
`e f
j
/f
i
”). Infatti si prenda f
ij
= f
j
/f
i
sul complementare di X in U
i
∩ U
j
; essendo X privo di parte interna, baster`a
mostrare che f
j
/f
i
si estende localmente ad una funzione differenziabile anche
all’intorno di ogn x ∈ X. Ci`o segue dal fatto che cambiando coordinate locali,
si pu`o supporre che f
i
sia la prima coordinata e di conseguenza l’affermazione
fatta non `e altro che il teorema di divisione elementare.
A questo punto abbiamo ancora due problemi da risolvere:
1. sarebbe comodo sapere che ogni U
i
∩U
j
se non vuoto `e connesso: in tal caso
cambiando eventualmente segni ad una tra le f
i
e f
j
si pu`o supporre che esse
concordino in segno su tutto U
i
∩ U
j
2. partendo da un U
i
e lasciando f
i
invariata, passare da un U
j
ad un altro
cambiando segno eventualmente alla equazione sul nuovo aperto se non coincide
in segno con la precedente; affinch´e questo processo abbia termine facendo con-
cordare tutti i segni occorre che in ogni percorso che parte da U
i
e vi torna, il
numero di inversioni di segno che si incontrano sia pari.
Il problema 1. `e facilmente risolubile in R
n
passando eventualmente ad un raf-
finamento di | fatto con aperti convessi: l’intersezione di due convessi essendo
sicuramente o vuota o connessa; servir`a un p`o di lavoro per trovare qualcosa
che funzioni in modo analogo su variet`a qualsiasi.
Il problema due pu`o essere risolto in R
N
considerando ricoprimenti di tipo par-
ticolare: ad esempi quelli fatti ”quadrettando” R
N
parallelamente agli assi ed
allargando poi un poco tali ”quadrati” chiusi a ”quadrati” aperti. Allora `e
chiaro che si possono mettere a posto tra loro tutti quelli che appartengono ad
una stessa fila parallela al primo asse, poi le file allineate nella direzione del
secondo asse e cos`ı via: nel caso che invece che in R
N
la ipersuperficie sia ambi-
entata in una variet`a M qualsiasi (connessa) vedremo che per essere sicuri che
i segni possono essere messi a posto, occorre sapere qualcosa sul gruppo fonda-
mentale π
1
(M): troveremo anzi che ogni ipersuperficie di M ha una equazione
globale se e solo se l’unico omomorfismo di π
1
(M) a valori in Z/2Z `e quello
nullo.
Nota
Si pu`o dimostrare che una variet`a X di codimensione due in R
N
ha una equazione
globale (ossia esiste una f : R
N
→ R
N−2
differenziabile avente 0 come valore
regolare ed il cui luogo di zeri `e X) se e solo se essa `e orientabile. Un esempio
”evidente” di non orientabile in codimensione due si costruisce con la bottiglia
di Klein. In codimensione quattro, oltre alla orientabilit`a, l’esistenza di euazioni
globali equivale al fatto che X verifichi due propriet`a di tipo coomologico. In
codimensione tre la questione sembra pi` u complicata; ad esempio per l’unione
di due sfere ordinarie di dimensione due in R
5
che siano allacciate (od anche una
loro somma connessa fatta in R
5
che `e diffeomorfa ad una 2-sfera) non esiste
una equazione globale.
Spazi paracompatti e partizioni dell’unit`a
Nel seguito ogni spazio topologico `e supposto (se non esplicitamente dichiarato)
10
separato ed a base numerabile.
Definizioni:
- Una famiglia T di sottoinsiemi di uno spazio topologico X `e detta puntualmente
finita se ogni x ∈ X appartiene solo ad un numero finito di elementi di T; `e
detta localmente finita se ogni x ∈ X possiede un intorno che incontra solo un
numero finito di elementi di T.
- Una famiglia T `e pi` u fine di una famiglia ( se ogni elemento di T `e contenuto
in qualche elemento di (.
- Uno spazio topologico X `e detto localmente compatto se ogni punto possiede
almeno un intorno compatto. E’ facile verificare che allora gli intorni compatti
di un punto costituiscono un suo sistema fondamentale di intorni.
- Uno spazio topologico X `e detto paracompatto se per ogni ogni ricoprimento
aperto | di X esiste un ricoprimento aperto 1 di X che sia localmente finito e
pi` u fine di | (in generale 1 non `e costruibile come una sottofamiglia di | ; si
prenda ad esempio per | la famiglia delle palle di centro l’origine in R
n
).
- Uno spazio topologico X `e detto numerabile all’infinito se `e ricopribile con
una successione (numerabile) di compatti ognuno contenuto nella parte interna
del successivo; una tale successione di compatti verr`a detta esaustiva .
Proposizione 11 Ogni spazio localmente compatto `e numerabile all’infinito
Dim. Sia (B
n
)
n∈N
una base numerabile di X; possiamo supporre che ogni B
n
abbia chiusura compatta (infatti gli elementi della base originaria che hanno tale
propriet`a costituiscono ancora una base). Per ogni intero r sia H
r
la chiusura
di B
0
∪ ∪B
r
. Per ogni intero r esiste un intero s > r tale che H
r
`e contenuto
nella parte interna di H
s
e ci`o dimostra che eliminando alcuni degli H
i
resta
una successione esaustiva di compatti per X.
Proposizione 12 Ogni spazio localmente compatto `e paracompatto
Sia (K
n
)
n∈N
una successione esaustiva di compatti per X. Per ogni intero n ≥ 1
sia Ω
n
l’aperto ottenuto togliendo alla parte interna di K
n+1
il compatto K
n
.
La famiglia Ω
n
)
n≥1
`e un ricoprimento aperto di X che `e numerabile, localmente
finito ed i cui elementi sono relativamente compatti.
Sia allora | = (U
i
)
i∈I
un ricoprimento aperto qualsiasi di X; per ogni intero
positivo n esiste I
n
⊂ I finito tale che Ω
n
sia contenuto nell’unione degli U
i
per i ∈ I
n
; ne segue che la famiglia degli Ω
n
∩ U
i
per n intero positivo ed
i ∈ I
n
costituisce un ricoprimento aperto 1 localmente finito pi` u fine di |. Si
noti che tale 1 `e inoltre numerabile ma d’altra parte si noti anche che in ogni
ricoprimento aperto localmente finito di X gli aperti non vuoti sono al pi` u una
infinit`a numerabile.
Diremo che una funzione f a valori reali su uno spazio topologico X `e localmente
nulla in x ∈ X se essa `e identicamente nulla su qualche intorno di x. L’insieme
dei punti x ∈ X nei quali f non `e localmente nulla costituisce un chiuso che
viene detto il supporto di f. Una famiglia (f
i
)
i∈I
di funzioni su X `e detta
localmente finita se tale `e la famiglia dei suoi supporti.
Una partizione dell’unit`a sullo spazio topologico X `e una famiglia localmente
finita (f
i
)
i∈I
di funzioni continue su X tale che

i∈I
f
i
(x) = 1 per ogni x ∈ I.
Tale partizione `e detta pi` u fine di un ricoprimento | = (U
j
)
j∈J
se cos`ı `e la
famiglia dei supporti delle f
i
. Se inoltre accade che I = J e per ogni i ∈ I il
11
supporto di f
i
`e contenuto in U
i
allora diremo che la partizione `e subordinata
ad |.
Lemma 13 Sia | = (U
i
)
i∈I
un ricoprimento aperto di X. Se esiste una par-
tizione (f
j
)
j∈J
su X pi` u fine di | allora ne esiste anche una (F
i
)
i∈I
subordinata
ad |
Dim. Per ipotesi esiste ν : J → I tale che per ogni j ∈ J il supporto di f
j
sia
contenuto U
ν(j)
. Per ogni i ∈ I si definisca F
i
=

j∈ν
−1
(i)
f
j
; si verifica con un
po(co) di lavoro che (F
i
)
i∈I
`e una partizione dell’unit`a subordinata ad |.
Teorema 14 Su uno spazio localmente compatto ogni ricoprimento aperto ha
partizioni dell’unit` a a lui subordinate
Dim.
La dimostrazione si avvale del teorema di esistenza di funzioni continue detto
lemma di Uhrison. Per evitarne l’uso e per trattare allo stesso tempo gli analoghi
risultati nel caso differenziabile, si pu`o supporre che su X sia assegnata una
famiglia T di funzioni continue che abbia la seguente propriet`a:
- dati comunque x ∈ X ed un intorno U di x esiste una f ∈ T non nulla
in x ed avente supporto contenuto in U.
Se X `e una variet`a topologica (o differenziabile) si possono costruire famiglie
siffatte trasportando tramite carte locali su X delle funzioni standard su R
n
;
oppure se X `e metrico si costruiscono facilmente funzioni continue con tale
propriet`a utilizzando la metrica stessa. Passando ai quadrati si pu`o supporre
che gli elementi di T siano funzioni positive.
Veniamo alla dimostrazione. Per quanto visto avanti si pu`o supporre che il rico-
primento dato sia numerabile, localmente finito e costituito da aperti localmente
compatti. Sia esso | = (U
n
)
n∈N
. Vogliamo definire induttivamente funzioni
continue g
n
: X → R ed aperti V
n
⊂ X per n ∈ N soddisfacenti le condizioni:
- il supporto di g
n
contiene V
n
ed `e contenuto in U
n
- V
0
, . . . , V
n
assieme a tutti gli U
i
per i > n ricoprono X
operiamo cos`ı : sia F il complementare di

n>0
U
n
; esso `e un compatto con-
tenuto in U
0
ed utilizzando l’ esistenza di funzioni locali si pu`o costruire una
funzione continua g
0
strettamente positiva su F ed il cui supporto sia contenuto
in U
0
. Si scelga quindi per V
0
un intorno aperto di F contenuto nel supporto
di g
0
. Supposti costruiti g
0
, . . . g
n
e V
0
, . . . V
n
si considera il complementare F
dell’unione di V
0
, . . . V
n
con gli U
r
per r > n+1 e si ripete la costruzione prece-
dente ottenendo una g
n+1
ed un V
n+1
. Evidentemente la funzione g =

n∈N
g
n
`e positiva strettamente e le f
n
= g
n
/g formano una partizione dell’unit`a subor-
dinata al ricoprimento |.
Nota. E’ chiaro che se X `e una variet`a differenziabile tutta la costruzione pu`o
essere fatta utilizzando funzioni differenziabli su X.
Applicazioni proprie
12
In questa appendice ogni spazio topologico `e supposto oltre che separato ed a
base numerabile anche localmente compatto.
Definizioni
- Una applicazione f : X → Y tra spazi topologici `e detta chiusa se trasforma
chiusi di X in chiusi di Y . E’ detta propria se `e continua e se f
−1
trasforma
compatti di Y in compatti di X.
- Diremo che una successione (x
n
)
n∈N
in uno spazio topologico X diverge od
anche che tende all’ ∞ se per ogni compatto K ⊂ X esiste n
0
∈ N tale che
x
n
/ ∈ K per n ≥ n
0
. Per le ipotesi fatte su X ci`o equivale al non possedere
sottosuccessioni convergenti ossia a non avere punti aderenti.
Proposizione 15 Sia f : X → Y continua. Sono equivalenti le condizioni:
(a) f `e propria
(b) f `e chiusa ed f
−1
(y) `e compatto per ogni y ∈ Y
(c) f trasforma successioni divergenti in X in successioni divergenti in Y
Dim.(a)⇒ (b) : Evidentemente le fibre di f sono compatte. Mostriamo che se
C `e chiuso in X allora f(C) `e chiuso in Y . Sia y in Y − f(C) e consideriamo
la famiglia / degli intorni compatti di y. Essendo Y localmente compatto si ha

K∈K
K = ∅. Allora

K∈K
f
−1
(K) ∩C = ∅ ed essendo tali insiemi compatti in
X , l’intersezione di un numero finito di essi `e vuota. Si ottiene quindi l’esistenza
di un K ∈ / per il quale f
−1
(K)∩C = ∅ e ci`o implica che K∩f(C) = ∅; Quindi
f
−1
(C) `e chiuso perch´e ogni punto che non gli appartiene possiede un intorno
che non lo interseca.
(b)⇒(c) : Se (c) non `e verificata esiste una successione (x
n
) divergente in X
e tale che f(x
n
) converge ad un y ∈ Y . Essendo (x
n
) divergente, l’insieme
¦x
n
: n ∈ N¦ `e chiuso in X; per (b) quindi ¦f(x
n
) : n ∈ N¦ `e chiuso in Y . Se
ne deduce che y deve essere uno degli f(x
n
); anzi, siccome ci`o deve rimanere
vero per ogni sottosuccessione deve esistere n
0
∈ N tale che f(x
n
) = y per ogni
n ≥ n
0
. Quindi la successione (x
n
)
n≥n
0
`e contenuta in f
−1
(y) che per ipotesi `e
compatto e non pu`o essere divergente contrariamente all’ipotesi fatta.
(c)⇒ (a) : Sia K un compatto in Y . Se per assurdo f
−1
(K) non fosse com-
patto in X, esso conterrebbe una successione (x
n
) divergente in f
−1
(K) ma
divergente anche in X perch´e esso `e chiuso in X. Ma (f(x
n
)) `e una successione
nel compatto K e non pu`o quindi essere divergente; si `e cos`ı contraddetto la (c)
e la dimostrazione `e conclusa.
Proposizione 16 Sia f : X → Y una applicazione propria. Se y ∈ Y ed U `e
un aperto di X che contiene f
−1
(y) , esiste un intorno V di y in Y tale che
f
−1
(V ) ⊂ U.
In altri termini : le immagini inverse di intorni di y costituiscono un sistema
fondamentale di intorni per la fibra f
−1
(y)
Dim. Sia / la famiglia degli intorni compatti di y in Y ; si ha allora

K∈K
f
−1
(K) − U = ∅. Essendo questa una famiglia di compatti, chiusa per
intersezioni finite, se ne deduce l’esistenza di un K ∈ / tale che f
−1
(K)−U = ∅
ossia f
−1
(K) ⊂ U.
13
Orientazioni
Sia V uno spazio vettoriale reale di dimensione finita. Sull’insieme delle basi di
V poniamo la seguente relazione di equivalenza: due basi sono equivalenti se la
matrice quadrata che esprime gli elementi dell’una come combinazione lineare
di quelli dell’altra ha determinante positivo. Si hanno due classi di equivalenza:
orientare V significa scegliere una di tali classi; le basi della classe scelta saranno
dette orientate positivamente o positive. Orientare una varie`a differenziabile
significa fissare una orientazione per ciascuno dei suoi spazi tangenti, in modo
tale che all’intorno di ogni punto esista un sistema di coordinate locali il cui
differenziale trasformi le basi scelte come positive nelle basi di R
n
che sono
equivalenti (stessa orientazione) della base canonica di R
n
.
Una variet`a sar`a detta orientabile se esistono sue orientazioni; nel caso che
essa sia connessa o non possiede orientazioni (non orientabile) o ne ammette
esattamente due.
Punti e valori critici
Sia f : X → Y una applicazione differenziabile tra variet`a.
Un x
0
∈ X `e detto un punto critico per f se il differenziale df(x
0
) : T
x
0
(X) →
T
f(x
0
))
(Y ) non `e surgettivo. Scrivendo f localmente tramite coordinate locali
in x
0
ed in f(x
0
), la condizione di essere critico equivale all’essere il rango della
matrice jacobiana (∂f
i
/∂x
j
) inferiore alla dimensione di Y (ossia il numero delle
sue righe). Tale condizione equivale poi all’annullarsi dei determinanti di certe
matrici: precisamente dei minori della matrice jacobiana di ordine dim(Y ).
Ne segue che l’insieme ∆ dei punti critici `e chiuso in X. Un punto y
0
∈ Y
`e detto un valore critico per f se proviene da qualche punto critico, ossia se
f
−1
(y
0
) ∩∆ ,= ∅. In generale l’insieme f(∆) dei valori critici non `e un chiuso in
Y ; ci`o sara comunque vero nell’ipotesi che f sia propria.
Sistemi di equazioni di definizione
Siano Ω ⊂ R
n+p
un aperto ed f : Ω → R
p
una applicazione differenziabile. Se
0 ∈ R
p
`e un valore regolare per f, ossia se il differenziale di f `e surgettivo in
ogni punto ove f si annulla, allora X = f
−1
(0) `e una sottovariet`a chiusa in Ω di
dimensione n. In tal caso f o meglio le sue componenti f
1
, ..., f
p
saranno dette
un sistema di equazioni di definizione per X in Ω e si ha:
Proposizione 17 Per ogni g : Ω → R differenziabile e nulla su X esistono
h
1
, ..., h
p
differenziabili su Ω e tali che g = h
1
f
1
+... +h
p
f
p
Dim. L’esistenza locale all’intorno dei punti di X di tali h
i
segue dal teorema
di divisione locale, utilizzando il fatto che localmente f
1
, ..., f
p
possono essere
prese come parte di un sistema di coordinate; nei punti di Ω non in X, almeno
una delle f
i
, diciamo f
1
, `e diversa da zero: preso un intorno U di x ove f
1
,= 0 si
ha che g = (gf
−1
) f
1
+0 f
2
+... +0 f
p
. Quindi l’enunciato `e vero localmente
in ogni punto di Ω. Si globalizza nel modo seguente: esiste un ricoprimento
aperto | di Ω tale che per ogni i ∈ I la g ristretta ad U
i
pu`o essere scritta come
h
(i)
1
f
1
+... +h
(i)
p
f
p
; sia (φ
i
)
i∈I
una partizione dell’unit`a subordinata ad | e per
14
j ∈ ¦1, ..., p¦ si definisca h
j
=

i∈I
φ
i
h
(i)
j
.
Allora su tutto Ω si ha g = h
1
f
1
+... +h
p
f
p
.
Osservazioni
1. La proposizione precedente vale nel caso pi` u generale che Ω sia una qualsiasi
variet`a differenziabile: identica dimostrazione
2. Sia ancora f : Ω → R
p
come sopra e sia data inoltre una funzione differen-
ziabile f
0
: Ω → R tale che in ogni punto x ∈ Ω in cui f
0
(x) = f
1
(x) = ... =
f
p
(x) = 0 il differenziale df
0
(x) sia linearmente indipendente dai differenziali
df
1
(x), ..., df
p
(x); ossia supponiamo che 0 ∈ R
p+1
sia un valore regolare per
l’applicazione Ω ¸ x → (f
0
(x), ..., f
p
(x)) ∈ R
p+1
.
Allora ∆ = ¦x ∈ Ω : f
1
(x) = ... = f
p
(x) = 0 , f
0
(x) ≥ 0¦ `e una variet`a a
bordo di dimensione n chiusa in Ω. Infatti nelle ipotesi fatte all’intorno di ogni
punto di ∆ esiste un sistema di coordinate locali in cui f
0
, ..., f
p
sono le prime
coordinate; in un tale sistema ∆ diventa un aperto della variet`a a bordo definita
in R
p+1
da x
1
= ... = x
p
= 0 e x
0
≥ 0.
Famiglie di spazi vettoriali
Sia X ⊂ R
N
una variet`a differenziabile di dimensione n.
Un sottoinsieme F di X ⊂ R
M
`e detto una famiglia differenziabile di spazi
vettoriali di dimensione p (o anche pi` u tecnicamente un fibrato vettoriale di
dimensione p su X) se per ogni x
0
∈ X esistono un aperto U ⊂ X contenente
x
0
ed una applicazione differenziabile A : U → ¦matrici a M righe e M − p
colonne ¦ ≡ R
(M−p)M
tali che:
1. la matrice A(x) ha rango M −p per ogni x ∈ U
2. F ∩ (U R
M
= ¦(x, v) ∈ R
N
R
M
: x ∈ U , A(x)[v] = 0¦.
L’applicazione π : F → X, restrizione della proiezione X R
M
→ X, `e detta
proiezione del fibrato. Ogni sua fibra φ
−1
(x
0
) sar`a identificata al sottospazio
vettoriale di dimensione p in R
M
dato dalle soluzioni del sistema lineare omo-
geneo A(x
0
)[v] = 0 e sar`a indicata con F
x
0
.
Esercizio. Si controlli che una definizione equivalente di fibrato vettoriale di
dimensione p `e la seguente:
per ogni x
0
∈ X esistono un suo intorno aperto U in X ed una applicazione
differenziabile C : U R
p
→ ¦matrici a p colonne ed M righe¦ tali che:
F ∩ (U R
M
) = ¦(x, C(x)[v] : x ∈ U , v ∈ R
p
¦
Proposizione 18 Una famiglia F come sopra `e una sottovariet`a differenziabile
di R
N
R
M
di dimensione n +p
Dim. Per x
0
∈ X sia U un suo intorno aperto in X sul quale sia definita
A : U → R
(M−p)M
con le propriet`a richieste sopra. A meno di restringere U
si pu`o supporre che sia U = Ω ∩ X ove Ω `e un aperto in R
N
, l’applicazione A
`e estendibile differenziabilmente ad Ω e su Ω esista un sistema di equazioni di
15
definizione f : Ω →R
N−n
per X ∩ Ω. Allora la parte di F che st`a in ΩR
M
`e
il luogo di zeri dell’applicazione:
Φ : Ω R
M
¸ (x, v) → (f(x), A(x)[v]) ∈ R
N−n
R
M−p
Baster`a quindi mostrare che dΦ ha rango massimo in ogni punto ove Φ sia
annulla.
Ed infatti in tali punti la restrizione di Φ a R
N
¦0¦ va surgettivamente su
R
N−n
¦0¦ (`e l’ipotesi che f `e un sistema di equazioni di definizione) e la sua
restrizione a ¦0¦ R
M
va surgettivamente su ¦0¦ R
M−p
(`e l’ipotesi sul rango
di A(x) ); quindi dΦ `e surgettiva.
Proposizione 19 Siano X ⊂ R
N
una variet`a differenziabile di dimensione n
e F ⊂ X R
M
un fibrato differenziabile di dimensione p.
Allora ¦(x, v) ∈ X R
M
: x ∈ X , v ∈ F

x
¦ `e un fibrato differenziabile di
dimensione M −p che sar`a detto fibrato ortogonale ad F e indicato con F

Dim. Utilizziamo la descrizione locale di F data nell’esercizio precedente.
Quindi F ∩ (U R
M
) = ¦(x, C(x)[v]) : x ∈ U , v ∈ R
p
¦.
Con facili considerazioni di algebra lineare si verifica che:
F

∩ (U R
M
) = ¦(−
t
C(x)[w], w) : x ∈ U, w ∈ R
M−p
Esempi di fibrati vettoriali
Siano Y ⊂ X sottovariet`a differenziabili in un R
N
di dimensioni risp. n ed n+p.
Allora:
T(Y ) = ¦(y, v) ∈ R
N
R
N
: y ∈ Y , v ∈ T
x
(Y )¦
`e un fibrato differenziabile su Y di dimensione n che viene detto fibrato tangente
ad Y .
N(Y, X) = ¦(y, v) ∈ R
N
R
N
: y ∈ Y , v ∈ T
y
(X) ∩ T

y
(Y )¦
`e un fibrato differenziable su Y di dimensione p che viene detto fibrato ortogonale
ad Y in X. Se X = R
N
esso sar`a indicato semplicemente con N(Y ).
Intorni tubolari
Sia X ⊂ R
N
una sottovariet`a di dimensione n. Per > 0 poniamo
D

(X) = ¦x ∈ R
N
: d(x, X) ≤ ¦ N

(X) = ¦(x, v) ∈ N(X, R
N
) : [[v[[ ≤ ¦
e consideriamo l’applicazione differenziabile Φ : N(X, R
N
) →R
N
definita dalla
formula Φ(x, v) = x +v.
Teorema 20 Se X `e compatta, esiste
0
> 0 tale che per ogni 0 < <
0
l’applicazione Φ induce un diffeomorfismo tra la variet`a a bordo N

(X) e D

(X);
in particolare anche quest’ultimo `e una variet`a a bordo.
Per ogni x ∈ D

(X) esiste uno ed un solo r(x) ∈ X tale che d(x, r(x)) = d(x, X)
e l’applicazione r : D

(X) → X ha la propriet`a seguente:
16
per ogni x
0
∈ X esistono un suo intorno aperto U in X ed un diffeomorfismo
h : r
−1
(U) → U D (ove D `e il disco unitario in R
n
) che trasforma r nella
proiezione di U D in U. Le identificazioni tra r
−1
(x) ed il disco D in due tali
rappresentazioni locali sono date da trasformazioni lineari ortogonali dipendenti
differenziabilmente da punto x
Dim. Per y ∈ R
N
indichiamo con φ
y
: R
N
→ R la funzione φ
y
(x) =
[[x − y[[
2
. Essendo X compatta, la sua restrizione ad X ha un minimo x
0
e conseguentemente ha differenziale nullo in x
0
. Il differenziale di φ
y
come
funzione su R
N
`e calcolabile con lo sviluppo:
φ
y
(x
0
+h) = [[x
0
+h −y[[
2
= [[x
0
−y[[
2
+ 2 < x
0
−y, h > +[[h[[
2
che d`a : dφ
y
(x
0
)[h] = 2 < x
0
− y, h >. Quindi la restrizione di φ
y
ad X ha un
punto critico in x
0
se e solo se x
0
− y = v `e ortogonale a T
x
0
(X); in tal caso
(x
0
, v) ∈ N(X, R
N
) e Φ(x
0
, v) = y. Se y ∈ D

(X) allora [[v[[ < e quindi si `e
mostrato che Φ : N

(X) → D

(X) `e surgettiva per ogni > 0.
Vediamo ora che per sufficientemente piccolo, Φ ha differenziabile invertibile
in ogni punto di D

e quindi `e una applicazione localmente invertibile. Baster`a
controllare che ci`o `e vero nei punti di X ¦0¦ perch´e allora ci`o sar`a vero in
qualche intorno di X¦0¦ e quindi su qualche N

(X) perch´e questi ne costituis-
cono un sistema fondamentale di intorni. Avendo dominio e codominio la stessa
dimensione baster`a mostrare che per x ∈ X la Φ ha differenziale surgettivo nel
punto (x, 0). Ci`o segue immediatamente osservando che lo spazio tangente ad
X in x `e in tale immagine (perch´e Φ : X ¦0¦ → X `e un diffeomorfismo) ed
anche il suo ortogonale (perch´e Φ applica ¦x¦ T
x
(X)

con un diffeomorfismo
sul sottospazio affine ”ortogonale” ad X in x.
Resta quindi da mostrare che per sufficientemente piccolo, Φ `e iniettiva su
N

(X). Ragioniamo per assurdo: per ogni n intero positivo, esistono quindi
(x
n
, u
n
) ,= (y
n
, v
n
) in N
1/n
(X) sui quali Φ assume gli stessi valori, ossia
x
n
+u
n
= y
n
+v
n
. Per compattezza di X una sottosuccessione degli (x
n
) con-
verger`a ad un x
0
∈ X; siccome u
n
e v
n
vanno a zero, anche gli y
n
tenderanno
ad x
0
; quindi in ogni intorno di (x
0
, 0) vi sono punti distinti (x
n
, u
n
) e (y
n
, v
n
)
sui quali Φ assume gli stessi valori e ci`o contrasta col fatto che in (x
0
, 0) la Φ `e
localmente invertibile.
Per 0 < <
0
, chiameremo D

(X) , l’intorno tubolare di raggio di X e
r : D

(X) → X sar`a detta la proiezione ortogonale su X. Si noti inoltre che per
tali , l’insieme S

(X) = ¦x ∈ R
N
: d(x, X) = ¦ `e una sottovariet`a differenzia-
bile di codimensione uno in R
N
e r : S

(X) → X `e differenziabile e priva di
punti critici (in termini tecnici si direbbe che `e un fibrato differenziabile a fibra
la sfera di dimensione N −n −1 e gruppo strutturale il gruppo ortogonale).
Altra conseguenza: se X ⊂ R
N
`e una sottovariet`a compatta (senza bordo),
allora la funzione distanza da X `e non solo continua su R
N
ma il suo quadrato
`e differenziabile in un intorno di X.
La nozione di intorno tubolare di una sottovariet`a in R
N
pu`o essere esteso al
caso di una sottovariet`a X compatta in una variet`a differenziabile M ⊂ R
N
:
si trova un intorno U di X in M diffeomorfo alla variet`a compatta a bordo N

costituita dalle coppie (x, v) ove x ∈ X , [[v[[ ≤ `e un vettore che `e tangente
ad M in x ed `e ortogonale allo spazio tangente ad Xin x; il diffeomorfismo
17
r : N

→ U ⊂ M `e costruito associando prima ad (x, v) il vettore x +v ∈ R
N
e
proiettando poi questo nel punto di M a lui pi` u vicino.
Il teorema di fibrazione
Sia f : X → Y una applicazione differenziable tra variet`a. Un punto x
0
∈ X `e
detto un punto critico per f se il suo differenziale df(x
0
) : T
x
0
(X) → T
f(x
0
)
(Y )
non `e surgettivo. Scrivendo f in termini di coordinate locali scelte all’intorno
di x
0
e di f(x
0
), i punti critici sono quelli in cui il rango della matrice jacobiana
(∂f
i
/∂x
j
ha rango inferiore alla dimensione di Y (quindi al numero delle righe di
tale matrice). Ne segue che l’insieme deipunti critici, essendo localmente il luogo
di zeri di certi determinati (i minori della matrice jacobiana di ordine dim(Y ))
`e un sottoinsieme chiuso ∆ di X. La sua immagine f(∆), ossia l’insieme degli
y ∈ Y tali che f
−1
(y) contiene qualche punto critico, sono detti valori critici di
f. In generale essi non costituiscono un chiuso di Y
Sia f : X → Y una applicazione differenziabile propria tra variet`a. Se y
0
∈ Y
`e un valore regolare allora la fibra X
y
0
= f
−1
(y
0
) `e una variet`a compatta, anzi
siccome i valori regolari formano un aperto tutte le fibre X
y
per y sufficiente-
mente vicino ad y
0
saranno variet`a compatte. Mostreremo ora che tali variet`a
sono tutte diffeomorfe ad X
y
0
.
Teorema 21 Sia f : X → Y una applicazione differenziabile propria e sia
y
0
∈ Y un suo valore regolare. Esiste un intorno aperto U di y
0
in Y ed un
diffeomorfismo h : f
−1
(U) → U X
y
0
tale che su f
−1
(U) si abbia p ◦ h = f
essendo p : U X
y
0
→ U la proiezione canonica.
In altri termini l’applicazione f : f
−1
(U) → U `e diffeomorfa alla
proiezione p : U X
y
0
→ U
Dim. Si pu`o supporre Y = R
p
e X ⊂ R
N
. Fissiamo un intorno tubolare
r : D

(X
0
) → X
0
di X
0
in R
N
e sia U ⊂ R
p
un intorno aperto dell’origine tale
che f
−1
(U) ⊂ D

(X
0
). Definiamo h : f
−1
(U) → X
0
U come l’applicazione che
applica x in (r(x), f(x)). Per costruzione f = p ◦ h. Resta da mostrare che se
U `e sufficientemente piccolo, h `e un diffeomorfismo. Ci`o segue dalle asserzioni
seguenti:
a. h induce un diffeomorfismo tra X
0
e X
0
¦0¦
b. h `e localmente invertibile nei punti x ∈ X
0
; baster`a dimostrare che in tali
punti il suo differenziale `e surgettivo, perch´e dominio e codominio hanno la
stessa dimensione.
Ed infatti in h(x) = (x, 0), lo spazio tangente ad X
0
¦0¦ `e nell’immagine per
quanto detto in a. Considerando ora la proiezione di X
0
U → U, l’immagine
del differenziale di h contiene il nucleo del differenziale di p e viene applicato
surgettivamente sullo spazio tangente in 0 ad U (infatti p◦h = f e x `e un punto
regolare per f).
Possiamo quindi supporre, rimpicciolendo eventualmente U che h sia local-
mente invertibile su tutto f
−1
(U). Ragionando per assurdo come si `e fatto
per l’iniettivit`a nel teorema dell’intorno tubolare, si ottiene che:
c. si pu`o supporre che h sia iniettiva.
Resta da mostrare che per U opportuno, h `e anche surgettiva. Si noti che h `e
propria; infatti essa `e a valori in un prodotto ed una delle componenti (la f)
`e propria. Ne segue che Im(h) `e un chiuso; ma Im(h) `e anche aperto perch´e
18
h `e localmente invertibile e quindi aperta. Quindi Im(h) `e una unione di com-
ponenti connesse di X
0
U; se U `e connesso, X
0
incontra tutte le componenti
connesse di x
0
U ed essendo X
0
⊂ Im(h), si avr`a IM(h) = X
0
U.
Domini fortemente convessi
Def. Un dominio a frontiera differenziabile in una variet`a differenziabile X `e
un aperto Ω di X che verifica le propriet`a:
1. Ω `e relativamente compatto in X
2. ogni x
0
∈ ∂Ω(=frontiera topologica di Ω) ha un intorno U su cui esiste una
funzione differenziabile f : U → R tale che Ω ∩ U = ¦x ∈ U : f(x) < 0¦ e se
f(x) = 0 , allora df(x) ,= 0. Una tale f sar`a detta una equazione su U per il
bordo di Ω.
Ci`o equivale a dire che Ω `e la parte interna della sua chiusura e che la sua
chiusura `e una variet`a a bordo compatta e connessa.
Siano X un dominio a frontiera differenziabile in R
n
, x
0
∈ ∂Ω , U un intorno
aperto di x
0
in R
n
ed h una equazione locale per ∂Ω su U. Chiameremo hes-
siano di h in X la forma quadratica su T(∂Ω)
x
0
che `e restrizione della forma
quadratica su R
n
associata alla matrice (∂
2
f/∂x
i
∂x
j
(x
0
)) ; essa verr`a indicata
con 1(h)(x
0
).
Lemma 22 Se k `e un’altra equazione locale su U per ∂Ω , allora esiste una
costante positiva ρ tale che 1(k) = ρ1(h).
Def. Per il lemma precedente la segnatura di 1(h) (ossia la terna (a, b, c) data
dai suoi indici di positivit`a , negativit`a e nullit`a ) `e indipendente dalla particolare
equazione utilizzata e sar`a detta la segnatura di Ω in x
0
∈ ∂Ω
Dim. Per il teorema di divisione, si ha che k = rh con r : U →R differenziabile
mai nulla in U anzi strettamente positiva perch`e h, k sono entrambe negative
su Ω ∩ U.
Confrontiamo gli hessiani di h, k ; calcoliamo prima su R
n
:
- ∂k/∂x
i
= ∂r/∂x
i
+r∂h/∂x
i
- ∂
2
k/∂x
i
∂x
j
= (∂
2
r/∂x
i
∂x
j
)h + (∂r/∂x
i
)(∂h/∂x
j
) +
+ (∂r/∂x
j
)(∂h/∂x
i
) +r(∂
2
h/∂x
i
∂x
j
)
Calcolando in x
0
si ha h = 0 , quindi il primo addendo del secondo membro si
annulla. Vediamo poi che calcolando l’hessiano di k su un vettore v ∈ T(∂Ω)
x
0
,
anche il secondo e terzo addendo si annullano , cosicch`e solo il quarto membro
rimane e quindi 1(k)(x
0
) = r(x
0
)1(h)(x
0
) ove r(x
0
) ,= 0.
Infatti la matrice data da secondo e terzo membro si pu`o scrivere:
(∇r)(∇h)

+ (∇h)(∇r)

(M

indica la trasposta della matrice M).
Il suo valore su un vettore v ∈ R
n
`e dato da v

(∇r)(∇h)

v +v

(∇h)(∇r)

v ed
essendo l’equazione di T(∂Ω)
x
0
esattamente v

(∇h) = 0 od anche (∇h)

v = 0 ,
tale espressione si annulla per v ∈ T(∂Ω)
x
0
.
Nota Si pu`o dare la seguente caratterizzazione della segnatura (a, b, c) di un
dominio liscio in un suo punto x
0
del bordo:
Sia H ⊂ R
n
uno spazio affine ; diremo che esso `e tangente a X in x
0
se x
0

H e se la direzione di H (unico sottospazio di R
n
di cui H `e un traslato) `e
contenuto in T(∂Ω)
x
0
. Un tale H `e detto tangente internamente (risp. tangente
esternamente) a X in x
0
se `e tangente nel senso precisato sopra ed esiste > 0
19
tale che H

= ¦v ∈ H : 0 < |v − x
0
| < ¦ ⊂ Ω (risp. contenuto nella parte
esterna di Ω).
Considerando la restrizione della funzione h ad H si vede facilmente che
a ≤ max dim. dei sottospazi affini tangenti esternamente ad Ω in x
0
≤ a + c
e b `e riferito analogamente alle possibili dimensioni degli spazi affini tangenti
internamente. Ne segue che se l’hessiano `e non degenere, ossia c = 0, allora a e
b misurano esattamente tali dimensioni.
Def. Un aperto fortemente convesso in R
n
`e un dominio a frontiera differenzia-
bile connesso ed avente segnatura (n −1, 0, 0) in ogni punto del bordo.
Proposizione 23 Un aperto fortemente convesso in R
n
`e convesso.
Dim. Siano x
0
, x
1
∈ Ω ; dobbiamo mostrare che [x
0
, x
1
] ⊂ Ω. Essendo Ω
connesso , esiste una curva γ : [0, 1] → Ω con γ(0) = x
0
, γ(1) = x
1
. Sia
∆ = ¦t ∈ [0, 1] : [x
0
, γ(t)] ,⊂ Ω¦. Tale ∆ `e chiaramente un chiuso in [0, 1] ,
quindi se non vuoto ha un primo elemento t
0
. E’ facile convincersi che allora
la retta H per x
0
, γ(t
0
) `e tangente internamente a ∂Ω in qualche suo punto ¯ x .
Ma allora la segnatura di ∂Ω in ¯ x , dovrebbe avere b +c > 0 contro l’ipotesi.
Nota : La segnatura di un dominio a frontiera differenziabile Ω ⊂ R
n
non
cambia, cambiando linearmente le coordinate di R
n
; tale nozione `e quindi
trasportabile su uno spazio vettoriale (o affine ) qualsiasi.
Se invece `e fissato su R
n
un prodotto scalare definito positivo, imponendo
all’equazione locale f per la frontiera di ω di avere nel punto x
0
∈ ∂Ω gradiente
di modulo uno, (ossia che (∂f/∂x
1
)
2
+ ... + (∂f/∂x
n
)
2
= 1), allora non solo la
segnatura di 1(f) (sull’iperpiano tangente a ∂Ω) non dipende dalla particolare
f ma saranno invarianti anche gli elementi che appaiono nella diagonalizzazione
di essa su una base ortonormale.
Teoremi tipo Jordan
Un sottoinsieme Γ di R
2
che sia omeomorfo alla 1−sfera unitaria S
1
`e detto un
curva semplice di Jordan. Vi sono vari risultati che vengono detti ”teorema di
Jordan” tutti abbastanza difficili da dimostrare se non si fanno ipotesi sul tipo
di omeomorfismo tra Γ ed S
1
. Noi esamineremo solo situazioni semplificate,
supponendo che tale omeomorfismo sia differenziabile (basterebbe C
1
a tratti)
oppure che Γsia un poligono (vedi la definizione nel seguito).
Il pi` u semplice di tali enuciati `e il seguente:
- R
2
−Γ `e unione di due aperti connessi disgiunti, uno dei quali `e limitato
Il pi` u completo dice invece:
- la coppia (R
2
, Γ) `e ”omeomorfa” alla copia (R
2
, S
1
) : ossia esiste un omeomor-
fismo h di R
2
in se stesso (che pu`o essere scelto coincidere con l’identit`a fuori
di un compatto) tale che h(S
1
) = Γ.
Un corollario di questo secondo enunciato che serve in diverse altre considera-
zioni `e che la componente limitata di R
2
−Γ che `e limitata `e omeomorfa ad una
2−palla aperta, in particolare `e semplicemente connessa.
20
Vedremo anche che alcuni di questi risultati si estendono a situazioni di dimen-
sone superiore e/o pi` u generali, mentre altri no.
Lemma 24 Sia X una ipersuperficie in una variet`a differenziabile M. Ogni
x
0
∈ X ha un intorno aperto U tale che U − X consiste di due componenti
connesse la chiusura di ognuna delle quali contiene X ∩ U
Dim. Esiste un sistema di coordinate locali in x
0
in cui un intorno di x
0
in
M diviene una palla aperta in R
n
e la parte di X contenuta in essa diviene
l’insieme dei punti ove la prima coordinata `e nulla.
Proposizione 25 Siano Ω ⊂ R
n
un aperto connesso ed X ⊂ Ω una sottovariet`a
differenziable non vuota e connessa di dimensione n − 1. Affinch´e X abbia su
Ω una equazione di definizione globale f : Ω → R `e necessario e sufficiente
che Ω − X sia un aperto sconnesso. In tal caso Ω − X ha esattamente due
componenti connesse
Dim. Cha la condizione sia necessaria `e facile: se X ha una equazione f allora X
`e un chiuso (perch´e luogo di zeri di f che `e continua) e quindi Ω−X `e un aperto;
inoltre in tal caso Ω − X `e unione degli aperti f
−1
(−∞, 0[) e f
−1
]0, ∞[), che
sono disgiunti ed entrambi non vuoti (ogni punto di X `e aderente ad entrambi).
Viceversa supponiamo che X sia chiuso e che Ω−X sia sconnesso e mostriamo
per prima cosa che allora ha esattamente due componenti connesse. Ed infatti
consideriamo una componente connessa A di Ω−X. Essa `e un aperto in Ω−X
e quindi anche in Ω: non pu`o essere un chiuso di Ω, altrimenti Ω sarebbe
sconnesso, quindi
¯
A ∩ X `e un chiuso non vuoto di X: per il lemma precedente
esso `e anche un aperto di X ed essendo X connesso deve coincidere con X.
Quindi la chiusura di ogni componente connessa di Ω − X contiene X: per il
precedente lemma tali componenti non possono essere pi` u di due.
Supponiamo quindi che Ω − X sia costituito da due componenti connesse che
indicheremo con A e B. Una equazione per X su Ω−X `e data dalla funzione f
0
che vale 1 su A e −1 su B. Per ogni x ∈ Ω si scelga una palla aperta U
x
di centro
x sulla quale X abbia una equazione di definizione f
x
; possiamo evidentemente
supporre che f
x
sia positiva nei punti di U
x
che stanno in A e negativa su quelli
che stanno in B.
Esistono quindi su un ricoprimento aperto (U
i
)
i∈I
di Ω, che possiamo supporre
localmente finito, equazioni di definizione f
i
: U
i
→ R per X ∩ U
i
che a due a
due concordano in segno; rincollandole con una partizione dell’unit`a (come fatto
per il caso Ω = R
n
) si ottiene una equazione per X su Ω
Osservazione La precedente proposizione vale pi` u in generale se Ω `e una sotto-
variet`a di un R
N
(identica dimostrazione).
Corollario 26 Il complementare di una ipersuperficie connessa X ⊂ R
n
ha
esattamente due componenti connesse.
Dim. Sappiamo che essa ha una equazione su R
n
; la tesi segue allora dalla
precedente proposizione.
Nel corollario precedente, se X `e supposta anche compatta, essa `e contenuta nel
21
complementare di un disco di centro l’origine e raggio sufficientemente alto; ne
segue che una sola delle due componenti connesse di R
n
− X `e limitata: essa
sar`a detta l’interno di X mentre l’altra l’esterno.
Proposizione 27 L’interno di una variet`a differenziable X ⊂ R
2
di dimen-
sione 1 che sia compatta e connessa `e semplicemente connesso
Utilizzeremo il seguente lemma che verr`a dimostrato nel paragrafo seguente:
Lemma 28 Esiste una funzione lineare f : R
2
→R la cui restrizione ad X ha
solo punti critici non degeneri (ossia, utilizzando una coordinata locale t su X,
in ogni punti di X ove df/dt `e nulla la derivata seconda d
2
f/dt
2
`e diversa da
zero)
Dim. (della prop.11) Possiamo prendere f come la seconda coordinata di R
2
.
Per ogni λ ∈ R sia Ω
λ
l’insieme aperto dei punti interni ad X in cui y < λ. Tale

λ
`e vuoto per λ << 1 e coincide con l’interno di X per λ >> 1. Mostreremo
per ogni λ che sia un valore regolare per la restrizione di y ad X, tale Ω
λ
ha
un numero finito di componenti connesse ognuna delle quali `e semplicemente
connessa.
I punti critici di su X sono quelli in cui la tangente ad X `e orizzontale. In
ognuno di essi la X `e rappresentabile come grafico di una funzione y = f(x)
all’intorno di un punto x
0
ove f

(x
0
) = 0 ma f

(x
0
) ,= 0. Distinguiamo quattro
casi possibili, a seconda che x
0
sia di massimo o minimo per f e che l’interno
sia localmente sopra o sotto il suo grafico. Il tipo di omeomorfismo di Ω
λ
non
cambia se λ non attraversa qualche valore critico, ossia i cambiamenti del suo
tipo di omeomorfismo avvengono solo al passaggio dei valori critici che, come i
punti critici, sono in numero finito, perch´e isolati in una X compatta. Passando
per un punto (di massimo o di minimo) in cui l’interno di X st`a localmente
sotto il grafico, il tipo di omeomorfismo di Ω
λ
non cambia. Se localmente
l’interno st`a sopra il gafico si ha l’aggiunta di una nuova componente connessa
contrattile se il punto `e di minimo; se `e di massimo, prima del passaggio si
hanno localmente due componenti connesse di Ω
λ
che vengono congiunte. Per
dimostrare quanto asserito sopra, basta assicurare che tali componenti locali
appartengono a componenti connesse diverse di Ω
λ
; ed infatti in caso contrario,
congiungendo due punti di tali componenti locali con una curva in Ω
λ
ove y `e
inferiore al valore critico e congiungendoli anche con una curva interna ad X
ove y `e maggiore del valore critico, si avrebbe una curva chiusa disgiunta da
X al cui interno starebbe parte di X mentre un’altra parte starebbe fuori e ci`o
contraddirebbe il fatto che X `e connessa.
Mappa di Gauss e suo grado
Sia X una variet`a di dimensione 1 in R
2
, che supporremo orientata. In ogni suo
punto x sono definiti il suo versore tangente T(x) (l’unico vettore tangente di
modulo uno orientato positivamente) ed il versore normale N(x), definito come
l’unico vettore di modulo uno che `e ortogonale a T(x) e tale che (T(x), N(x))
costituisca una base positiva per R
2
. L’applicazione X ¸ x → N(x) ∈ S
1
`e
detta mappa di Gauss di X. Se X `e diffeomorfa ad S
1
scelti punti base x
0
∈ X
e N(x
0
) ∈ S
1
, l’omomorfismo tra gruppi fondamentali associato allapplicazione
N `e un omomorfismo di Z in Z , quindi la moltiplicazione per un intero d: esso
viene detto il grado della mappa di Gauss.
22
Proposizione 29 Il grado della mappa di Gauss per una X ⊂ R
2
diffeomorfa
a S
1
vale ±1. Precisamente essa vale +1 se e solo se l’orientazione scelta su X
`e tale che la normale punti all’interno di X
Dim. Dalla dimostrazione della proposizione 11 si ricava che il numero dei punti
di X in cui si ha la nascita di una componente connessa `e uno di pi` u di quelli
in cui si ha la diminuzione di una componente connessa. Tali punti sono quelli
in cui la mappa di Gauss ha valore (0, −1) e rispettivamente quelli in cui la
mappa di Gauss ”conserva” o ”inverte” le orientazioni di dominio e codominio.
La dimostrazione sar`a conseguenza di quanto discuteremo qui di seguito.
Sia φ : X → Y una applicazione tra variet`a differenziabili della stessa dimen-
sione n che siano orientate e sia x
0
∈ X. Supponiamo che x
0
sia un punto
regolare per φ; diremo che in x
0
si conserva l’orientazione se il differenziale
dφ(x
0
) porta basi positive per T
x
0
(X) in basi positive per T
φ(x
0
)
(Y ), altrimenti
diremo che in x
0
l’orientazione viene invertita.
Se φ `e propria ed y
0
∈ Y `e un suo valore regolare, la cardinalit`a di φ
−1
(0) `e finita
(`e un compatto fatto di punti isolati); possiamo quindi calcolare la differenza
tra il numero dei punti di φ
−1
(y
0
) in cui si conserva l’orientazione e quelli in cui
l’orientazione viene invertita. In questo modo si ottiene una funzione δ a valori
interi sull’aperto Ω di Y costituito dai valori regolari di φ. Si pu`o dimostrare
che:
- Ω `e un aperto denso (lo dimostreremo tra poco)
- δ(y
0
) = δ(y
1
) se y
0
e y
1
sono valori regolari per φ che appartengono alla stessa
componente connessa di Y e tale intero rimane invariato al variare di φ per
omotopia (lo dimostreremo tra poco nel caso di curve (n = 1) e nel caso di
superfici (n = 2), dando indicazioni della dimostrazione per n > 2.
Sia φ : S
1
→ S
1
una applicazione continua. Scelto un punto base s
0
∈ S
1
sia
s
1
= φ(s
0
). Si ha quindi un omomorfismo φ

: π
1
(S
1
, s
0
) → π
1
(S
1
, s
1
). Essendo
tali gruppi fondamentali isomorfi a Z, l’omomorfismo φ

sar`a la moltiplicazione
per un intero d che viene detto grado intero di φ (’omomorfismo φ

rimane
invariato cambiando il punto base s
0
perch´e i gruppi fondamenali in gioco sono
abeliani, quindi il grado non dipende dalla scelta di s
0
).
Proposizione 30 Supponiamo che φ sia differenziabile e che y
0
sia un suo
valore regolare. Allora il grado intero di φ coincide con la differenza tra il
numero dei punti di φ
−1
(y
0
) in cui l’orientazione viene conservata ed il numero
di quelli in cui viene invertita.
Dim. I punti di φ
−1
(y
0
) sconnettono S
1
in un numero finito di archi connessi
e φ `e omotopa al prodotto dei cammini di S
1
su ciascuno di tali intervalli. La
dimostrazione `e conclusa con considerazioni omotopiche elementari.
Resta da dimostrare l’esistenza di valori regolari per applicazioni differenziabili.
Un plurirettangolo R in R
n
`e un prodotto cartesiano di n intervalli limitati in R;
il prodotto delle lunghezze dei fattori `e la misura di R ed `e indicato con µ(R).
Un sottoinsie H di R
n
`e detto avere misura di Lebesgue zero e scriveremo allora
µ(H) = 0, se per ogni > 0 esiste una famiglia numerabile (R
n
)
n∈N
di pluriret-
tangoli in R
n
la cui unione contiene H e tali che

n∈N
µ(R
n
) < .
Supporremo noti i seguenti fatti (la cui dimostrazione `e comunque abbastanza
23
facile e probabilmente nota dai corsi di Analisi).
- se µ(H) = 0 allora H `e privo di parte interna
- l’unione di una famiglia numerabile di insiemi di misura zero ha misura zero
- se f : Ω
1
→ Ω
2
`e una applicazione differenziabile tra aperti di R
n
ed H ⊂ Ω
1
ha misura zero, allora f(H) ha misura zero.
- un insieme compatto `e di misura nulla se e solo se per ogni > 0 esso `e
contenuto in un aperto avente area (di Jordan-Riemann) minore di .
Queste propriet`a permettono di definire insiemi di misura zero in una variet`a
differenziabile: sono quei sottoinsiemi che letti localmente tramite sistemi di
coordinate sono di misura zero in R
n
.
Il seguente teorema, di cui dimostreremo solo dei casi particolari, `e detto ”lemma
di Sard”
Teorema 31 Sia φ : X → Y una applicazione differenziabile tra variet`a. Allora
l’insieme Σ dei suoi valori critici `e un insieme di misura zero in Y
Dim. Verr`a svolta solo nel caso che dim(X) = dim(Y ). Sar`a sufficiente esami-
nare il caso che X ed Y siano aperti di R
n
. Baster`a mostrare che se ∆`e l’insieme
dei punti critici di φ ed R `e un plurirettangolo chiuso in X, allora φ(∆∩ R) ha
misura zero. Ci`o si dimostra esprimendo R come unione di un numero finito
di plurirettangoli ognuno di diametro abbastanza piccolo in modo che nei punti
di quelli che intersecano ∆ il determinante del differenziale di φ (detto il suo
”jacobiano”) sia pi` u piccolo di una costante prefissata δ: in tal modo ognuno
dei plurirettangoli che intersecano ∆ ha una immagine per φ contenuta in un
aperto che ha area al pi` u δ volte la sua area. Ne segue che φ(∆∩R) `e contenuto
in un aperto che ha misura al pi` u δ µ(R).
Corollario 32 (Lemma di Sard nel caso dim(X) < dim(Y ))
Se φ : X → Y `e una applicazione differenziabile tra variet`a X ed Y aventi
dimensioni risp. n ed n +p con p > 0, φ(X) ha misura di Lebesgue zero in Y
Dim. Si consideri l’applicazione XR
p
¸ (x, t) → φ(x) ∈ Y e si osservi che tutti
i punti del’immagine sono valori critici. Oppure, senza ricorrere al precedente
teorema, si noti che X ¦0¦ ha misura zero in X R
p
.
Hessiano di funzioni differenziabili su variet`a
Sia X ⊂ R
N
una variet`a differenziable di dimensione n e siano x
0
∈ X ed
f : X →R differenziabile. Abbiamo definito uno spazio vettoriale T
x
0
(X) detto
spazio tangente ad X in x
0
che ”approssima X ed una applicazione lineare
d(x
0
) : T
x
0
(X) →R che ”approssima ” la f in x
0
(in realt`a approssima f(x) −
f(x
0
)). Se Ω `e un aperto contenente 0 in R
n
e φ : Ω → X `e un diffeomorfismo
tra Ω ed un aperto in X tale che φ(0) = x
0
(ossia se ”φ `e una parametrizzazione
locale di X in x
0
”) allora dφ(x
0
) : R
n
→ R
N
d`a un isomorfismo tra R
n
e
T
x
0
(X) e tramite esso il differenziale df(x
0
) si legge come il differenziale di f ◦φ
in 0 ∈ R
n
. Ci`o non accade in generale per l’hessiano n´e per i termini di ordine
superiore dello sviluppo du Taylor. Quel che voglio dire `e che se si legge la
funzione f tramite la φ e si considera il suo sviluppo di Taylor di un ordine p
su R
n
, trasportando questo su T
x
0
(X) si ottiene qualcosa che in generale non `e
indipendente dalla parametrizzazione φ utilizzata. Ad esempio le funzioni di R
in se nel punto 0 date da t → t +t
2
per ∈ R possono essere considerate tutte
24
letture della stessa funzione reale su una variet`a di dimensione 1, ma l’hessiano
di esse (ossia la derivata seconda) `e negativa, nulla o positiva a seconda del segno
di . In altri termini cambiando sistema di coordinate locali, i polinomi omogenei
che danno lo sviluppo di Taylor di una funzione non cambiano ”linearmente”
(si ricordi che un polinomio omogeneo di grado p `e la contrazione di una forma
p−lineare sullo spazio vettoriale): tale variazione `e per`o lineare (e d`a quindi un
oggetto intrinseco sullo spazio tangente di una variet`a) se tutti i termini di grado
inferiore nello sviluppo di Taylor (salvo al pi` u quello di grado zero) sono nulli.
Cos`ı l’hessiano di una funzione differenziabile su una variet`a `e una ben definita
forma quadratica sullo spazio tangente nei punti che sono critici per la funzione.
Un punto critico verr`a detto non degenere se tale `e il suo hessiano: il lemma
di Morse trattato avanti dice che in tal caso esiste un sistema di coordinate
nel quale la funzione viene trasformata in una costante (il valore che assume nel
punto) pi` u un polinomio omogeneo di grado due (e precisamente il suo hessiano).
Sia X ⊂ R
n+1
una ipersuperficie (sottovariet`a di dimensione n) chiusa.
Proposizione 33 Esiste una funzione lineare su R
n+1
la cui restrizione ad X
ha punti critici tutti non degeneri
Dim. Esiste una equazione di definizione per X su R
n+1
; dividendo tale funzione
per il modulo del suo gradiente sull’aperto U ove questo non si annulla si ottiene
una equazione di definizione f : U → X per X tale che [∇f(x)[ = 1 per x ∈ X.
Quindi ∇f : X → S
n
`e una mappa di Gauss per X. Scegliamo v ∈ S
n
tale
che lui e −v siano valori regolari per ∇f. La funzione lineare L : R
n+1
→ R
definita da L(x) =< v, x > ha le propriet`a richieste nell’enunciato. Infatti i
punti critici di essa sono quelli in cui lo spazio tangente ad X `e l’ortogonale a
v, che coincidono quindi con l’unione delle fibre su v e −v; inoltre una verifica
diretta mostra che in tali punti, l’hessiano di L (ristretta ad X) `e esprimibile
con la stessa matrice che d`a lo jacobiano della mappa di Gauss.
Lunghezza di una curva
Una suddivisione di un intervallo [a, b] ⊂ R `e una successione finita di numeri
reali d = (x
0
, x
1
, ..., x
n
) tale che a = x
0
< x
1
< ... < x
n
= b.
Se φ : [a, b] → X `e una applicazione continua in uno spazio metrico X, per ogni
suddivisione d = (x
0
, ..., x
n
) di [a, b] poniamo L(d) =

n
1
d(x
i−1
, x
i
).
Diremo che il cammino φ ha lunghezza finita se tali L(d) hanno un estremo
superiore L ∈ R; in tal caso tale L `e detto la lunghezza di φ e sar`a indicata con
L(φ).
Osservazione. Si noti che se
˜
d = (y
0
, ..., y
m
) `e una suddivisione di [a, b] pi` u fine
di d = (x
0
, ..., x
n
) (ossia se ¦x
0
, ..., x
n
¦ ⊂ ¦y
0
, ..., y
m
¦) allora L(
˜
d) ≥ L(d).
Proposizione 34 Se φ : [a, b] →R
n
`e un cammino con derivata continua allora
esso ha lunghezza finita ed `e: L(φ) =
_
b
a
[[
˙
φ(t)[[dt
Dim. Esiste ψ continua su Σ = ¦(t, h) ⊂ R
2
: t, t +h ∈ [a, b]¦ per cui:
(∗) φ(t +h) −φ(t) = ψ(t, h) h
(stessa dimostrazione fatta nel caso di applicazioni differenziabili infinite volte:
il primo membro si annulla per h = 0 quindi `e divisibile per h).
25
Se d = (x
0
, ..., x
n
) `e una suddivisione di [a, b] si ha:
L(d) =
n

1
[[φ(x
i
) −φ(x
i−1
[[ =
n

1
[[ψ(x
i−1
, x
i
−x
i−1
)(x
i
−x
i−1
)[[ ≤ M (b −a)
ove M `e il massimo di ψ su Σ (che `e compatto): quindi le L(d) sono superior-
mente limitate.
Si ha poi: ψ(t, h) =
˙
φ(t) + R(t, h) ove R(t, h) va a zero uniformemente per h
che va a zero (uniforme continuit`a sul compatto Σ). Quindi:
L(d) =
n

1
[[
˙
φ(x
i−1
) (x
i
−x
i−1
) +R(x
i−1
, x
i
−x
i−1
)(x
i
−x
i−1
)[[
Ne segue che L(d) dista dalla somma di Riemann

n
1
[[
˙
φ(x
i−1
)[[(x
i
−x
i−1
) che
approssima
_
b
a
[[
˙
φ(t)[[dt di al pi` u

n
1
[[R(x
i−1
, x
i
−x
i−1
)[[(x
i
−x
i−1
) che `e infe-
riore ad un prefissato per ogni suddivisione in cui ogni x
i
−x
i−1
`e abbastanza
piccolo.
Una applicazione differenziabile γ : I → V ove I `e un intervallo aperto in R e
V `e uno spazio vettoriale (reale) sar`a chiamata arco differenziabile in V .
Anche la sua velocit`a ˙ γ(t) =
d
dt
(γ(t)) e la sua accelerazione ¨ γ(t) =
d
2
dt
2
(γ(t))
saranno archi differenziabili definiti su I.
Se per t
0
∈ I si ha ˙ γ(t
0
) ,= 0 , la retta di V avente parametrizzazione
t → t ˙ γ(t
0
)+γ(t
0
) approssimer`a (in un senso ovvio che comunque sar`a precisato
pi` u avanti) la curva γ per t vicino a t
0
. In certi casi (come ad esempio per la
cuspide γ(t) = (t
2
, t
3
)), anche nei punti ove ˙ γ(t
0
) = 0 si pu`o scegliere tra le
rette per γ(t
0
) una che approssima meglio di tutte le altre l’arco γ ed ottenere
in ogni punto dell’arco una retta tangente variante con continuit`a.
Ci`o non `e per`o sempre possibile. Sia ad esempio φ : R → R una funzione dif-
ferenziabile identicamente nulla su ] − ∞, 0] e con derivata positiva su ]0, +∞[
e si consideri l’arco γ : R →R
2
definito da:
γ(t) = (φ(t), 0) per t ≥ 0 e γ(t) = (0, φ(−t)) per t ≤ 0
Tale γ `e differenziabile ma cambia bruscamente direzione nell’origine: nessuna
definizione sensata di retta tangente per t = 0 `e evidentemente possibile.
In modo analogo, se la dimensione di V `e almeno tre, cercheremo di scegliere in
ogni punto dell’arco γ un piano che localmente lo approssima nel modo migliore;
troveremo che in ogni punto t
0
∈ I in cui ˙ γ(t) e ¨ γ(t)
sono linearmente indipendenti tale piano `e quello parametrizzato da:
R
2
¸ (λ, µ) → γ(t
0
) +λ˙ γ(t
0
) +µ¨ γ(t
0
)
Nessuna tale scelta `e in genere possibile nei punti ove velocit`a ed accelera-
zione sono linearmente dipendenti, anche se la velocit`a `e non nulla (circostanza
quest’ultima in cui l’arco viene detto regolare). Ad esempio l’arco:
R ¸ t → (t, φ(t), φ(−t))
ove φ `e come sopra, `e contenuta per t positivo nello spazio delle prime due co-
ordinate e per t negativo nello spazio della prima e terza coordinata e quindi il
26
piano approssimante l’arco cambia bruscamente passando per l’origine.
Si noti inoltre che quest’arco ha in ogni punto la derivata terza linearmente
dipendente dalle prime due: ci si potrebbe attendere che l’arco allora giaccia
tutto su un piano ma ci`o non accade. Evidentemente un tale fenomeno non pu`o
accadere per archi analitici. L’analiticit`a `e comunque una condizione troppo
restrittiva: se da un lato le curve analitiche sono un insieme denso in ogni
topologia ragionevole sullo spazio delle curve differenziabili, esse non possono
per`o mai costituire un insieme aperto.
Introdurremo una classe di archi differenziabili in R
n
che si comportano bene
(ad esempio nel senso che hanno piani approssimanti che variano in modo dif-
ferenziabile) e che per una topologia ragionevole sullo spazio di tutte le curve
differenziabili costituiscono non solo un aperto denso ma addirittura il comple-
mentare di un insieme di codimensione infinita in un senso che non preciseremo
ma che grosso modo dice che ogni famiglia di archi dipendente da un numero
finito di parametri pu`o essere deformata di poco quanto si vuole in modo da
ottenerne una composta solamente di archi di tale tipo.
Ordini di contatto tra sottovariet`a
Diremo che una funzione f : R
n
→ R si annulla d’ordine p in 0 se si ha che
lim
x→0
f(x)/[[x[[
p−1
= 0. E’ chiaro che tale nozione non dipende dal sistema
di coordinate utilizzato in R
n
e pu`o quindi essere trasportata su una variet`a
differenziabile qualsiasi. Se f `e differenziabile essa si annulla d’ordine p se e solo
se il suo sviluppo di Taylor ha nulli tutti i termini di grado minore di p.
Siano Γ , ∆ due sottovariet`a differenziabili di X e siano x
0
∈ Γ ∩ ∆ e p un
intero positivo. Diremo che Γ ha un contatto d’ordine (almeno) p con ∆ in x
0
od anche che Γ contiene ∆ in x
0
all’ordine p se per ogni funzione differenziabile
f definita in un intorno di x
0
in X e la cui restrizione a Γ ha in x
0
uno zero
d’ordine p + 1 , anche la restrizione di f a ∆ ha in x
0
uno zero d’ordine p + 1.
Si dimostrano facilmente le propriet`a suguenti:
1. Se Γ ⊃ ∆ allora Γ contiene ∆ in ogni x
0
per qualsiasi ordine.
2. Γ contiene ∆ d’ordine ≥ 1 in un punto x
0
se e solo se T(Γ)
x
0
⊃ T(∆)
x
0
.
In particolare dim(Γ) ≥ dim(∆) se Γ contiene ∆ di un ordine ≥ 1 in qualche
punto.
3. Se Γ e ∆ sono sottospazi affini in R
n
ed esiste x
0
∈ Γ in cui Γ contiene ∆
d’ordine ≥ 1 , allora Γ ⊃ ∆.
4. E’ evidente la propriet`a transitiva della relazione di contenere all’ordine
p sull’insieme di tutte le sottovariet`a di X che passano per un punto x
0
; tale
relazione `e anche simmetrica (ed `e quindi una relazione di equivalenza) se ci
restringiamo a sottovariet`a della stessa dimensione (lo si verifichi rappresen-
tandole localmente entrambi come grafici di applicazioni rispetto ad una stessa
decomposizione di R
n
).
Se dim Γ = dim ∆ ed una delle due contiene l’altra in x
0
di un ordine p , diremo
allora che esse hanno un contatto d’ordine p in x
0
.
5. Siano Ω ⊂ R
n
un aperto e φ : Ω → R
N
un diffeomorfismo tra Ω e una
sottovariet`a X = φ(Ω) di R
N
. Per t
0
∈ Ω e p ∈ N , lo sviluppo di Taylor di
ordine p di φ `e una eguaglianza φ(t) = φ
(p)
+ R ove φ
(p)
`e una applicazione
polinomiale di grado p ed R verifica la condizione lim
t→t
0
R(t)/([[t −t
0
[[)
p
= 0.
L’applicazione φ
(p)
ha differenziale iniettivo in t = t
0
, quindi la sua restrizione
ad un intorno sufficientemente piccolo U di t
0
, induce un diffeomorfismo tra U
27
ed una sottovariet`a
˜
X = φ(U) di R
N
. Allora X ed
˜
X hanno in x
0
= φ(t
0
) un
contatto d’ordine p.
6. Siano Γ , ∆ sottovariet`a di X passanti per x
0
e sia p ≥ 1 un intero. Allora
Γ contiene ∆ all’ordine p in x
0
se e solo se per ogni σ :] −, [→ ∆ differenziabile
con σ(0) = x
0
ed ogni f : Ω → R differenziabile su un aperto Ω contenente x
0
e tale che f
|Γ∩Ω
≡ 0 , si ha che f ◦ σ :] −, [→R si annulla in zero assieme alle
prime p derivate.
7. Siano ∆ ⊂ X una sottovariet`a ed x
0
∈ ∆. Una funzione differenziabile
su X all’intorno di x
0
`e nulla d’ordine p su ∆ in x
0
se e solo se `e somma di una
funzione identicamente nulla su ∆ e di una che si annulla d’ordine p su X in x
0
(localmente si pu`o supporre che ∆ = R
a
¦0¦ ⊂ R
a
R
b
; ogni funzione f(x, y)
si pu`o scrivere come f(x, 0) +g(x, y) y quindi...)
Ne segue che una sottovariet`a ∆ contiene all’ordine p una sottovariet`a Γ in un
punto x
0
se e solo se ogni funzione differenziabile su X all’intorno di x
0
ed
identicamente nulla su ∆ , si annulla d’ordine p + 1 su Γ in x
0
.
8. In R
n
una sottovariet`a Γ ne contiene un’altra ∆ all’ordine p in un punto
x
0
se e solo se per x ∈ ∆ , la distanza da Γ `e un infinitesimo di ordine superiore
della potenza p−esima della distanza da x
0
; ossia il rapporto d(x, Γ)/d(x, x
0
)
p
va a zero per x che tende ad x
0
in ∆. (Utilizzando un intorno tubolare di Γ
si esprima d(x, Γ) nella forma (g
2
1
+ + g
2
r
)
1/2
ove le g
i
sono differenziabili e
identicamente nulle su Γ e si applichi il punto 7)
9. Una sottovariet`a chiusa in R
n
che abbia in ogni punto un contatto d’ordine
almeno due con il proprio spazio tangente in tale punto `e un sottospazio affine
se `e connessa.
Nota Le nozioni di contatto sopra definite si possono estendere al seguente con-
testo pi` u generale: sia Γ una sottovariet`a differenziabile di X ; una applicazione
differenziabile α : ∆ → X `e detta contenuta all’ordine p in Γ nel punto x
0
∈ ∆
se α(x
0
) = y
0
∈ Γ e se per ogni funzione differenziabile f all’intorno di y
0
in X
che sia nulla d’ordine p su Γ , la funzione f ◦ α `e nulla d’ordine p in x
0
∈ ∆; si
verifica facilmente che se α ha in x
0
differenziale iniettivo e definisce quindi un
diffeomorfismo tra un qualche intorno di x
0
in ∆ ed una sottovariet`a ∆

di X,
ci`o accade se e solo se ∆

`e contenuta all’ordine p in Γ.
Nel seguito saremo particolarmente interessati ad archi regolari, cio`e archi aventi
velocit`a mai nulla e spesso identificheremo due tali archi se ottenibili l’uno
dall’altro per riparametrizzazione del dominio; in tal caso (localmente, o per
applicazioni iniettive anche globalmente) saremo quindi interessati all’immagine
dell’arco e quindi ad una variet`a di dimensione uno (eventualmente orientata)
cui ci riferiremo col termine curva.
3. Archi coerenti e sistemi di Frenet
Siano Ω ⊂ R un intervallo aperto ed α : Ω → V un arco differenziabile in uno
spazio vettoriale reale V .
Per t ∈ Ω ed r intero positivo, consideriamo il sottospazio vettoriale V
r
(t) gen-
erato in V dalle prime r derivate α
(1)
(t), . . . , α
(r)
(t) di α in t. L’unione di tali
(V
r
(t))
r≥1
sar`a indicato con V (t) e detto lo spazio generato da α in t.
Diremo rango di α in t ∈ Ω la dimensione di V (t); il minimo di tali interi sar`a
detto il rango dell’arco. Un arco `e coerente se la dimensione di V (t) `e un intero
non dipendente da t ∈ Ω e quindi coincide col suo rango.
Ogni arco analitico α `e coerente. Infatti sia t
0
∈ Ω e sia W(t
0
) un supplementare
28
di V (t
0
) in V . Si avr`a α(t) = (v(t), w(t)) con v(t) , w(t) archi analitici in V (t
0
)
e W(t
0
) rispettivamente. Dalla definizione di V (t
0
) deriva che w(t) ha tutte le
derivate nulle in t
0
ed essendo analitico `e quindi costante; in altri termini l’arco
α `e contenuto in un translato di V (t
0
). Se ne deduce che per t
1
∈ Ω qualsiasi
si avr`a V (t
1
) = V (t
0
). Quindi non solo un arco analitico `e coerente, ma il suo
rango `e la dimensione del minimo sottospazio affine di V che lo contiene. Ve-
dremo pi` u avanti che gli archi coerenti si comportano nello stesso modo.
L’arco (t, φ(t), φ(−t)) descritto nel paragrafo 1. non `e coerente: la dimensione
di V (t) `e sempre 2 salvo che nell’origine ove `e 1.
La condizione di essere coerente `e fortemente generica nel senso che in ogni
topologia ”ragionevole” su uno spazio di archi, non solo quelle coerenti costitui-
scono un aperto denso ma per di pi` u quelle che non lo sono costituiscono un
sottoinsieme di ”codimensione infinita”; ossia vicino ad ogni famiglia di archi il
cui spazio dei parametri sia un compatto di dimensione finita, ve ne `e una fatta
tutta di archi coerenti.
Siano Ω un intervallo aperto in R e f : Ω → V un arco nello spazio vettoriale V .
Se p `e un intero positivo e t ∈ Ω, chiameremo sistema di Frenet di ordine p per
f in t, ogni successione V
1
(t) ⊂ ⊂ V
p
(t) di sottospazi vettoriali di V tali che
per p ≥ r ≥ 1, il sottospazio V
r
(t) abbia dimensione r e contatto di ordine r con
l’arco nel punto f(t); quest’ultima condizione equivale alla seguente: V
r
contiene
f
(1)
(t), . . . , f
(r)
(t). Quindi se in t le prime r derivate di f sono linearmente
indipendenti, V
r
non pu`o che essere lo spazio generato da esse. Ma se in t
tali derivate sono linearmente dipendenti, si avranno infiniti sistemi di Frenet
possibili. Mostriamo ora che se f ha rango almeno p esiste un modo naturale per
selezionare in ogni caso un sistema di Frenet F
1
(t), . . . , F
p
(t) che chiameremo
osculatore; precisamente indicando come avanti con V
r
(t) il sottospazio di V
generato dalle prime r derivate di f, scegliamo F
1
(t) come il primo dei V
i
che
non sia nullo, con F
2
(t) il primo dei V
i
(t) che sia diverso da F
1
(t) e cos`ı via sino
ad F
p
(t). Equivalentemente per 1 ≤ r ≤ p scegliamo come F
r
(t) il sottospazio
di V di dimensione r che ha massimo contatto possibile con l’arco nel punto
f(t).
Nota. Se su V `e fissato un prodotto scalare definito positivo, per ogni succes-
sione F
1
⊂ F
2
⊂ ... ⊂ F
p
di sottospazi vettoriali con dim(F
i
) = i si possono
determinare p vettori e
1
, . . . , e
p
ortonormali e tali che (e
1
, . . . , e
r
) sia una base
di F
r
per r = 1, . . . , p ; essi saranno univocamente determinati a meno del segno.
Vogliamo ora studiare con quale regolarit`a dipendono da t ∈ Ω i sottospazi
F
r
(t); evidentemente essi appartengono alla grassmaniana dei sottospazi di V
aventi dimensione r che `e una variet`a differenziabile che indicheremo con ((r, V ).
Ricordiamo che una applicazione σ di una variet`a differenziabile T in ((r, V )
`e differenziabile se e solo se per ogni punto t
0
∈ T esistono un suo intorno U
ed r applicazioni differenziabili v
1
, . . . v
r
: U → V i cui valori in ogni t ∈ U
diano una base di σ(t). Lo strumento base per questo studio sar`a il seguente
lemma ispirato alla cosiddetta regola di de l’Hˆopital ma che sembra invece sia
da attribuire a Johann Bernoulli.
Sia W uno spazio vettoriale su R e sia π : W−¦0¦ →P(W) l’applicazione che
29
ad ogni vettore non nullo di W associa il sottospazio da esso generato in W.
Se F : Ω → W `e una applicazione differenziabile da un aperto Ω ⊂ R contenente
l’origine in W , indicheremo con
ˆ
F : Ω−F
−1
(0) →P(W) l’applicazione ottenuta
componendo la F con π.
Lemma 35 (Regola di de l’Hˆopital) Supponiamo che F(0) = F
(1)
(0) =
= F
(p−1)
(0) = 0 e che F
(p)
(0) ,= 0; allora 0 `e isolato in F
−1
(0) e definendo
ˆ
F(0) come il punto di P(W) individuato da F
(p)
(0), si ottiene una estenzione
differenziabile di
ˆ
F ad un intorno di 0
Dim. Lo sviluppo di Taylor di F d`a una eguaglianza F(t) =
t
p
p!
G(t) con
G : Ω → V differenziabile e G(0) = F
(p)
(0) ,= 0.
In un intorno U di 0 ∈ Ω si avr`a G ,= 0 e quindi F non si annulla su U − ¦0¦.
Inoltre essendo F e G proporzionali, esse inducono la stessa applicazione di
U − ¦0¦ in P(V ). L’estenzione di
ˆ
F a tutto U `e cos`ı l’applicazione
ˆ
G la quale
in 0 assume proprio il valore dichiarato nell’enunciato.
Teorema 36 Siano Ω ⊂ R un intervallo aperto ed f : Ω → V differenziabile di
rango almeno p. Allora l’insieme ∆ dei t ∈ Ω tali che (f
(1)
(t), . . . , f
(p)
(t)) non
sono linearmente indipendenti `e costituito da punti isolati. Inoltre l’applicazione
che associa a t ∈ Ω il sottospazio F
p
(t) `e una applicazione differenziabile di Ω
nella grassmaniana ((p, V ).
Dim. Questa dimostrazione utilizza la nozione di algebra esterna di uno spazio
vettoriale che sar`a svolta nel seguito. La si legga per curve in R
3
; la linea di
dimostrazione nel caso generale `e la stessa.
La questione `e di natura locale ed esamineremo quindi cosa succede all’intorno
di 0 ∈ Ω. Intendiamo utilizzare il lemma precedente per l’applicazione F :
Ω →
_
p
V = W definita da F(t) = f
(1)
(t) ∧ ∧ f
(p)
(t). Si devono quindi
calcolare le derivate successive di F in 0. Per 1 ≤ r ≤ p sia ν
r
il primo in-
tero n per il quale i sottospazi V
r
(0) e F
r
(0) coincidono; in altri termini ν
r
`e
definito induttivamente come il minimo intero n tale che f
(n)
(0) sia linearmente
indipendente da f

1
)
(0), . . . , f

r−1
)
(0). La prima derivata non nulla di F `e
allora la q−esima ove q =

p
1

i
−i) ed essa vale un multiplo intero positivo m
di f

1
)
∧ ∧ f

p
)
(0) (tale m rappresenta la cardinalit`a delle ”geodetiche” da
(1, . . . , p) a (ν
1
, . . . , ν
p
) nel grafo indotto su Z
p
dal semiordinamento prodotto
degli ordinamenti sui fattori).
Corollario 37 Siano Ω ⊂ R un intervallo aperto ed f : Ω → V un
arco coerente di rango r. Allora l’immagine di f `e contenuta in un sottospazio
vettoriale W ⊂ V di dimensione r
Dim Sia ∆ ⊂ Ω l’insieme dei punti t in cui qualche F
i
(t) `e diverso da V
i
(t); per
il teorema precedente esso `e discreto in Ω. Essendo le f
(i)
(t) per t ∈ Ω −∆ ed
1 ≤ i ≤ r linearmente indipendenti, esistono a
1
, . . . a
r
: Ω−∆ →R differenziabili
tali che:
f
(r+1)
(t) =
r

1
a
i
(t) f
(i)
(t)
30
Se h : V → R `e un funzionale lineare, la funzione φ = h ◦ f soddisfa quindi
l’equazione differenziale lineare:
φ
(r+1)
(t) =
r

1
a
i
(t) φ
(i)
(t)
Fissato t
0
in Ω −∆ per ogni funzionale h nullo sulle f
(i)
(t
0
) per 1 ≤ i ≤ r,
la funzione h ◦ f coincide in conseguenza del teorema di unicit`a per le soluzioni
di equazioni differenziali lineari, con la funzione costante f(t
0
) su tutta la com-
ponente connessa di Ω − ∆ che contiene t
0
. Si `e cos`ı ottenuto che per ogni
componente connessa J di Ω−∆ l’immagine di f `e contenuta in un sottospazio
vettoriale W
J
di V di dimensione r; essendo W
J
= F
r
(t) per ogni t ∈ J ed
essendo per il precedente teorema F
r
definito e continuo su tutto Ω si ottiene
che tutti i W
J
coincidono con un W contenente tutta l’immagine di f.
4. Formule di Frenet
Sia f : Ω → V un arco differenziabile di rango almeno p in uno spazio V su
cui sia stato fissato un prodotto scalare definito positivo < , >. Come abbiamo
visto sopra un tale arco esso possiede un unico sistema di Frenet d’ordine p ;
sia esso costituito dagli spazi vettoriali V
1
(t) ⊂ ... ⊂ V
p
(t) ⊂ V .
Chiameremo sistema di Frenet di ordine p per f la scelta di p funzioni dif-
ferenziabili e
1
, ..., e
p
: Ω → V tali che per t ∈ Ω ed 1 ≤ h ≤ p il sistema
(e
1
(t), ..., e
h
(t)) sia una base ortonormale di V
h
(t). Utilizzando il processo di
ortonormalizzazione di Gram-Schmidt si dimostra facilmente l’esistenza di un
tale sistema; `e anche ovvio che un tale sistema `e univocamente determinato
a meno di cambiamenti di segno. Sia ∆ l’insieme dei punti di Ω in cui le
derivate f
(1)
(t), ..., f
(p)
sono linearmente dipendenti; abbiamo visto che essendo
f di rango almeno p tale insieme `e discreto in Ω. Per t ∈ Ω − ∆ i vettori
f
(1)
(t), ..., f
(h)
(t) costituiscono una base di V
h
(t). Se ne deduce che per tali t
la derivata ˙ e
h
(t) appartiene allo spazio V
h+1
(t); per continuit`a ci`o sar`a valido
anche per t ∈ ∆. Per ogni 1 ≤ i ≤ p si avr`a quindi:
˙ e
i
(t) = k
i1
(t)e
1
(t) +... +k
ii+1
(t)e
i+1
(t)
ove le k
rs
: Ω →R sono funzioni differenziabili.
Ponendo k
ij
(t) = 0 per j > i + 1 si ottiene una matrice K(t) e la relazione
precedente pu`o essere scritta:
˙ e(t) = K(t) e(t)
ove e(t) indica il vettore colonna di componenti e
1
(t), ..., e
p
(t).
Osservando ora che per ogni i, j il prodotto scalare < e
i
(t), e
j
(t) > `e costante
ed ha quindi derivata nulla si ottiene < ˙ e
i
(t), e
j
(t) > + < e
i
(t), ˙ e
j
(t) >= 0.
Se ne deduce che la matrice K `e antisimmetrica ed essendo anche k
ij
= 0 per
j > i + 1 si ottiene che gli unici elementi non nulli della matrice K sono i
k
i i+1
= −k
i+1 i
= k
i
per i = 1, ..., p − 1 , quantit`a che verrebbe voglia di
chiamare le curvature di f; ma tali quantit`a non dipendono solo dalla curva
orientata, ma dipendono dalla particolare parametrizzazione: quelle che sono
indipendenti dalla parametrizzazione sono i quozienti di essa per il modulo della
derivata prima. Siccome questa si pu`o annullare, sarebbe allora opportuno
31
definire curvatura di f la p−upla (k
0
, k
1
, ..., k
p
) ∈ P
p−1
ove k
0
`e il modulo
della derivata di f meglio ancora se dotata del segno + o − a seconda che la
parametrizzazione rispetti oppure no l’orientazione fissata per l’arco.
La relazione ˙ e(t) = K(t) e(t) equivale quindi alle seguenti relazioni:
˙ e
1
= k
1
e
2
, . . . , ˙ e
i
= −k
i−1
e
i−1
+k
i
e
i+1
, . . . , ˙ e
p
= −k
p−1
e
p−1
che sono dette formule di Frenet.
5. La variet`a delle sfere generalizzate: I sistemi di Frenet sono costituiti
dai sottospazi lineari osculatori all’arco ossia quelli che meglio lo approssimano.
Precisamente abbiamo visto che per un arco coerente (di rango almeno p), il
piano osculatore di dimensione p `e quello (unico) che fra tutti i sottospazi di
dimensione p ha il contatto pi` u alto con esso.
Seguiremo adesso la stessa procedura sostituendo ai p−piani le p−sfere e cer-
cando quella che meglio approssima l’arco. Nell’attuazione di questo programma
non si incontrano problemi se nel punto dell’arco che consideriamo le prime p
derivate sono linearmente indipendenti; ma avvicinandosi ad un punto in cui tali
derivate divengano dipendenti, la p−sfera oculatrice diviene sempre pi` u grande
degenerando quando si arriva nel punto ad un p−piano che poi risulter`a essere
proprio il p−piano osculatore. Ad esempio per un arco piano passando per
un flesso, il cerchio osculatore (che viene detto cerchio di curvatura) diviene la
retta tangente passando da un lato dell’arco all’opposto per rimanere sempre
dalla parte in cui questo presenta la sua convessit`a. Per trattare la dipendenza
differenziabile delle sfere osculatrici anche nei punti in cui esse degenerano in
piani, aggiungeremo alle p−sfere i sottospazi affini di dimensione p chiamandoli
entrambi p−sfere generalizzate; doteremo quindi la famiglia di tutte le p−sfere
generalizzate non solo di una topologia ma anche di una struttura di variet`a
differenziabile dimostrando poi che, per un arco coerente, non solo le sfere os-
culatrici esistono in ogni punto (come sfere generalizzate) ma anche che variano
differenziabilmente al variare del punto sull’arco.
Sia quindi V uno spazio vettoriale su R di dimensione n su cui sia stato fis-
sato un prodotto scalare definito positivo < , > e siano S = ¦(x, t) ∈ V ⊕ R :
[[x[[
2
+t
2
= 1¦ e N = (0, 1) ∈ S.
La proiezione stereografica di S da N `e l’applicazione φ : S −¦N¦ → V definita
da φ((y, t)) = y/(1 − t); essa `e biunivoca anzi `e un diffeomorfismo con inversa
ψ : V → S −¦N¦ definita da:
ψ(x) = (
2x
[[x[[
2
+ 1
,
[[x[[
2
−1
[[x[[
2
+ 1
)
Una sfera T (di codimensione uno) in S `e data dall’intersezione di S con un
iperpiano affine H ⊂ V ⊕R avente distanza inferiore ad uno dall’origine.
Tale H `e univocamente determinato da T ed avr`a una equazione:
H = ¦(x, t) ∈ V ⊕R : λt+ < a, x >= µ¦
ove (λ, a, µ) ∈ P(R ⊕ V ⊕ R) verifica (λ, a) ,= 0. La sua distanza d dall’origine
si calcola determinando l’intersezione di H con la retta che congiunge in V ⊕R
l’origine col punto (a, λ) . Si ottiene:
d
2
=
µ
2
λ
2
+[[a[[
2
32
L’immagine di T − ¦N¦ in V tramite la proiezione stereografica, si determina
utilizzando l’applicazione ψ e si trova :
φ(T −¦N¦) = ¦x ∈ V : 2 < a, x > +λ([[x[[
2
−1) = µ([[x[[
2
+ 1)¦
Si noti che T passa per N se e solo se λ = µ; se ci`o accade l’equazione precedente
diviene < a, x >= λ e si ha quindi un iperpiano affine in V ; altrimenti λ−µ ,= 0
e l’equazione diviene:
¦x ∈ V : [[x[[
2
+ 2 <
a
λ −µ
, x >=
λ +µ
λ −µ
¦
che rappresenta l’equazione della sfera in V di centro C = a/(µ −λ) e raggio:
¸
[[a[[
2

2
−µ
2

2
−µ
2
)
Si identificano in questo modo l’insieme delle sfere (di codimensione uno) di S
con l’insieme delle sfere ed iperpiani in V ed entrambi con l’aperto dei (λ, a, µ) ∈
P(R ⊕V ⊕R) tali che µ
2
< λ
2
+[[a[[
2
.
Consideriamo pi` u in generale le sfere in S di dimensione p con dim(S) ≥ p ≥ 1.
Esse coincidono con le intersezioni di S con sottospazi affini H di dimensione
p + 1 aventi distanza dall’origine minore di uno in V ⊕ R; tali sfere sono cos`ı
identificate ai punti di un aperto della grassmanniana dei p + 1 piani affini in
V ⊕ R. Per capire cosa divengono tali sfere se trasformate in V tramite la
proiezione stereografica, si rappresenti il sottospazio affine H come intersezione
di iperpiani in V ⊕R; allora la trasformata di H ∩ S viene rappresentata come
intersezione di sfere ed iperpiani che sar`a una sfera di dimensione p in V o un
sottospazio affine di dimensione p secondo che N stia o no nella sfera di partenza.
In questo modo dato uno spazio vettoriale V di dimensione n su R su cui sia
fissato un prodotto scalare definito positivo e fissato un intero p tra 1 ed n −1,
l’insieme delle sfere di dimensione p in V unito all’insieme dei sottospazi affini di
dimensione p in V viene identificato ad un aperto connesso della grassmanniana
dei sottospazi affini di dimensione p + 1 in V ⊕ R; in particolare esso `e dotato
in questo modo di una struttura di variet`a differenziabile connessa che sar`a
indicata con o
p
(V ). I suoi elementi sono detti sfere generalizzate di dimensione
p in V .
6. Sfere osculatrici Sia ancora V uno spazio vettoriale reale dotato di un
prodotto scalare definito positivo < , > e sia f : Ω → V un arco differenzia-
bile. Una applicazione σ : Ω → o
p
(V ) viene detta osculatrice all’ arco f se `e
differenziabile e se per ogni t ∈ Ω la p−sfera σ(t) ha nel punto f(t) un contatto
di ordine almeno p + 1 con l’arco f.
33
Curve piane
Teorema 38 Sia J un intervallo aperto in R e sia J ¸ t → α(t) ∈ R
2
un arco
regolare (ossia ˙ α(t) ,= 0 su J). Se per ogni t ∈ [a, b] ⊂ J la curvatura K di α
verifica K(t) ,= 0 e
˙
K(t) ≥ 0, allora il cerchio osculatore in b `e strettamente
contenuto nell’ interno del cerchio osculatore in a
Dim. Sia α(t) = (x(t), y(t)) parametrizzata per arco lunghezza; ossia ˙ x(t)
2
+
˙ y(t)
2
= 1. Le formule di Frenet danno: ¨ x = −K ˙ y e ¨ y = K ˙ x ove K `e la curvatura.
Se essa `e non nulla allora K
−1
`e il raggio di curvatura e C = (x, y)+K
−1
(−˙ y, ˙ x)
`e il centro del cerchio osculatore S.
Si ha:
˙ c(t) = ( ˙ x −
¨ y K − ˙ y
˙
K
K
2
, ˙ y +
¨ x K − ˙ x
˙
K
K
2
)
Utilizzando le formule di Frenet si ottiene:
˙ c(t) = ( ˙ x − ˙ x + ˙ y
˙
K
K
2
, ˙ y − ˙ y − ˙ x
˙
K
K
2
) =
˙
K
K
2
( ˙ y, −˙ x)
Si ha quindi
[ ˙ c(t)[ =
[
˙
K[
K
2
Supponiamo che per a ≤ t ≤ b sia t ∈ Ω e
˙
K(t) ≥ 0.
Si ha allora:
[C(a) −C(b)[ ≤
_
b
a
˙
K
K
2
dt =
1
K(a)

1
K(b)
ove il segno di eguaglianza vale se e solo se ( ˙ y, −˙ x) `e costante, ossia se l’arco `e
una retta. Ci`o significa che la distanza tra i centri dei cerchi osculatori in a e in
b pi` u il raggio di curvatura in b `e strettamente inferiore al raggio di curvatura
in b; ossia che il cerchio osculatore in b `e strettamente contenuto nel cerchio
osculatore in a.
Evolute
Sia R ¸ t → φ(t) = (x(t), y(t)) ∈ R
2
differenziabile di periodo L ed unitaria
ossia tale che ˙ x(t)
2
+ ˙ y(t)
2
= 1 per ogni t ∈ R. Supponiamo che K(t) sia non
nulla nell’intervallo ]a, b[. Come sopra il centro di curvatura `e
˙ c(t) = (x, y) +K
−1
(−˙ y, ˙ x)
e la sua derivata:
˙ c(t) =
˙
K
K
2
( ˙ y, −˙ x)
Quindi la curva c(t) `e regolare per t ∈ [a, b] se
˙
K(t) ,= 0 e la sua tangente
coincide con la normale a φ(t) nel punto t. L’orientazione di ˙ c(t) coincide con
quella della normale positiva a φ se e solo se
˙
K(t) > 0 altimenti `e opposta.
Nei punti in cui
˙
K = 0 la curva c non `e pi` u regolare, almeno con la parametriz-
zazione indotta dalla curva φ che la origina.
34
Supponiamo che φ sia una curva chiusa semplice a curvatura positiva in ogni
punto e parametrizzata per lunghezza d’arco; quindi la sua mappa di Gauss
data da t →
˙
φ(t) non ha punti critici e dovendo avere grado uno sar`a un diffeo-
morfismo tra la curva ed S
1
. Supponiamo che la derivata
˙
K della sua curvatura
abbia solo zeri isolati. La evoluta `e quindi composta da un numero finito di
archi regolari tutti a curvatura positiva, quindi convessi. Nei punti ove
˙
K si
annulla senza cambiare segno, i due archi ivi incidenti si raccordano formando
un arco convesso, di classe almeno C
1
. In quelli in cui cambia segno l’evoluta
ha una cuspide, con tangente eguale alla normale della curva di cui `e l’evoluta
e tale cuspide punta verso la curva se nel punto la curvatura `e massima e verso
l’esterno se la curvatura `e minima. E’ chiaro che i punti ove
˙
K cambia segno
sono in numero pari ed essendo la curva compatta dovranno essere almeno due
(quelli ove la curvatura `e massima e minima). Mostriamo che non possono essere
solo due. Infatti se fossero solo due, consideriamo una retta passante per uno
di essi che non sia ivi tangente e tale che l’altro punto di cuspide sia dalla parte
opposta a quella contenente localmente la prima cuspide. I due archi convessi di
cui la evoluta sarebbe composta, partirebbero dalla prima cuspide e dovrebero
arrivare nella seconda: ne segue che su ognuno di essi esisterebbe una parallela
alla retta scelta tangente in un punto; ci`o contraddirebbe il fatto che la mappa
di Gauss sia biunivoca.
I punti ove la curvatura ha un massimo od un minimo locale sono detti vertici
della curva. Quanto abbiamo mostrato sopra `e quindi che nelle ipotesi fatte la
curva ha almeno quattro vertici (viene detto ”teorema dei quattro vertici”).
Campi di vettori tangenti e derivazioni
Sia X ⊂ R
N
una variet`a differenziabile di dimensione n. Il fibrato suo tangente
T(X) `e la famiglia differenziabile di spazi vettoriali definita da:
T(X) = ¦(x, v) ∈ R
N
R
N
: x ∈ X , v ∈ T(X)
x
¦
Indichiamo con π : T(X) → X la proiezione canonica (ossia π((x, v)) = x).
Un campo di vettori tangenti su un Ω ⊂ X `e una applicazione s : Ω → T(X) tale
che π(s(x)) = x per ogni x ∈ Ω. Tale campo sar`a detto continuo o differenziabile
se tale `e in quanto applicazione tra variet`a.
I campi di vettori tangenti su Ω possono essere sommati tra loro ed anche
moltiplicati per funzioni differenziabili su Ω. Indicheremo con c(Ω) = c l’anello
delle funzioni differenziabili sull’aperto Ω: allora l’insieme T (Ω) = T dei campi
di vettori tangenti (d’ora in poi considereremo solo quelli differenziabili) costitui-
sce un modulo su c.
Daremo ora una interpretazione algebrica dei campi di vettori tangenti ad una
variet`a senza riferimenti al fibrato tangente; anzi questo pu`o poi essere definito
in modo algebrico a partire da questa interpretazione.
Sia A un anello commutativo. Una derivazione di A `e una applicazione V :
A → A che sia un omomorfismo additivo e tale che per f, g ∈ A si abbia
V (fg) = V (f)g +fV (g) (detta regola di Leibnitz ).
Se A contiene un corpo K una derivazione di A su K `e una derivazione V su
A che si annulla su tutti gli elementi di K o, equivalentemente, che sia lineare
per la struttura di spazio vettoriale su K di A. E’ chiaro che le derivazioni di A
35
(o le derivazioni su un sottocorpo K) sono un modulo sull’anello A. In generale
la composizione di due derivazioni non `e una derivazione; con una facile verifica
formale si controlla che se V, W sono derivazioni, allora il loro commutatore
V ◦ W −W ◦ V `e una derivazione che viene indicata con la notazione [V, W].
Saremo interessati essenzialmente al caso in cui A `e l’anello delle funzioni dif-
ferenziabili su un aperto Ω di una variet`a differenziabile X non necessariamente
immersa in un R
N
, ossia una variet`a che potremmo chiamare astrattamete
definita; tali sono ad esempio gli spazi proiettivi o le grassmaniane, variet`a
delle quali non viene data generalmente alcuna realizzazione come sottovariet`a
di un R
N
, anche se sarebbe possibile farlo (un teorema, detto ” immersione di
Whitney” assicura che ogni variet`a differenziabile astrattamente definita `e re-
alizzabile come sottovariet`a di un R
N
); il fatto `e che ogni tale immersione non
aiuta a semplificare la gran parte delle considerazioni solitamente svolte per tali
oggetti geometrici che vengono svolte invece sulle ”carte” di un atlante col quale
le variet`a ”astratte” vengono definite.
Divagazione. Una completa algebrizzazione dell’argomento pu`o essere ottenuta
nel modo seguente: sia R una R− algebra. Sull’insieme M degli omomorfismi
x : R →R di R-algebre introduciamo la topologia seguente:
un sottoinsieme F ⊂ M `e chiuso se e solo se esiste un sottoinsieme ∆ ⊂ R tale
che F = ¦x ∈ M : x(f) = 0 per ogni f ∈ ∆¦. Ogni elemento di R pu`o essere
pensato come una funzione su M, definendo il valore f(x) di una f ∈ R su un
”punto” x ∈ M come x(f); si pu`o verificare che tali funzioni sono continue per
la topologia introdotta sopra su M. Si pu`o anche dimostrare che se R `e l’anello
delle funzioni differenziabili su una variet`a
˜
M, associando ad ogni punto ˜ x ∈
˜
M
l’omomorfismo R ¸ f → f(˜ x) ∈ R si ottiene una applicazione biunivoca tra
˜
M
ed M, che risulta anche essere un omeomorfismo.
Inoltre se R

`e l’algebra delle funzioni differenziabili su una variet`a M

, as-
sociando ad una applicazione differenziabile φ : M → M

l’omomorfismo di
R − algebre φ

: R

→ R ottenuto tramite la composizione di funzioni, si ha
una corrispondenza biunivoca tra ¦applicazioni differenziabili di M in M

¦ e
¦omomorfismi R

→ R di R−algebre¦.
Un modulo proiettivo finito P sulla R−algebra R`e definibile come un R−modulo
che sia fattore diretto di un R−modulo libero finito; ossia tale che esistano un
altro R− modulo Q ed un isomorfismo P ⊕Q · R
n
per qualche n ∈ N. Si pu`o
dimostrare che se R `e l’R− algebra delle funzioni differenziabili sulla variet`a
M, allora il modulo delle derivazioni di M `e un modulo proiettivo e che pi` u
in generale un R−modulo `e proiettivo se e solo se `e isomorfo al modulo delle
sezioni di un fibrato vettoriale (differenziabile) su M.
Le derivazioni di c, nulle sul corpo R identificato alle funzioni costanti su Ω,
saranno dette semplicemente derivazioni su Ω.
Un fatto fondamentale `e che ogni derivazione V su Ω `e un operatore locale nel
senso che se f ∈ c `e nulla in tutti i punti di un aperto U ⊂ Ω anche V (f) `e
nulla nei punti di U; in altri termini si ha il seguente:
Lemma 39 Se V `e una derivazione su un aperto Ω di una variet`a X, per ogni
36
f ∈ c(Ω) il supporto di V (f) `e contenuto nel supporto di f
Dim. Sia U un aperto di Ω sul quale f sia identicamente nulla; si scelga φ ∈ c che
sia identicamente 1 fuori di U e identicamente zero in un intorno di x
0
cosicch´e si
avr`a f = φf. Se V `e una derivazione su Ω, si avr`a quindi V (f) = V (φ)f+φV (f)
ed essendo sia φ che f identicamente nulle in un intorno di x
0
anche V (f) si
annuller`a in tale intorno.
Corollario 40 Siano U ⊂ Ω aperti in una variet`a differenziabile; indichiamo
con r : c(Ω) → c(U) l’operatore di restrizione. Per ogni derivazione W su Ω
esiste una ed una sola derivazione W

su U tale che il seguente diagramma sia
commutativo:
c(Ω)
r
−−−−→ c(U)
W
¸
¸
_
¸
¸
_W

c(Ω)
r
−−−−→ c(U)
Dim. Per ogni punto x
0
∈ U si prenda una funzione φ ∈ c(Ω) che valga 1 in un
intorno di x
0
e che abbia supporto compatto entro U. Per f ∈ c(U) la funzione
φ f pu`o essere considerata differenziabile su Ω (definendola a valori nulli fuori
di U); per il precedente lemma il valore di W(φ f) in un intorno di x
0
sono
indipendenti dalla scelta di φ
Questo risultato dovrebbe chiarire perch´e abbiamo detto che le derivazioni sono
operatori locali: per determinarne uno, basta conoscerlo localmente, ad esempio
come opera sulle carte locali.
Se consideriamo R
n
come variet`a differenziable, il suo spazio tangente coincide
in ogni punto con lo stesso spazio R
n
stesso; quindi un campo di vettori tangenti
V su un aperto Ω ⊂ R
n
`e semplicemente una applicazione differenziabile
Ω ¸ x → (α
1
(x), ..., α
n
(x)) ∈ R
n
Ad un tale campo associamo l’applicazione V : c → c che ad una f ∈ c associa
la funzione
Ω ¸ x → V (f)(x) =
n

1
α
i
(x)
∂f
∂x
i
(x) ∈ R
che ad ogni punto x ∈ Ω associa il limite dei rapporti incrementali
f(x +tL(x)) −f(x)
t
(quantit`a che viene detta derivata nella direzione L(x) della f)
E’ chiaro che l’applicazione σ dall’insieme T (Ω) dei campi di vettori tangenti
di Ω nell’insieme T(Ω) delle derivazioni di c cos`ı definita `e un omomorfismo di
moduli sul’anello c.
Calcolando la derivazione V associata al campo L = (α
1
, ..., α
n
) sulla i−esima
coordinata x
i
si ottiene α
i
. Ci`o mostra che σ `e iniettiva. Mostereremo ora che
`e anche surgettiva, quindi un isomorfismo.
37
Lemma 41 L’unica derivazione su un aperto di R
n
che vale zero sulle funzioni
coordinate `e la derivazione identicamente nulla
Dim. Sia V : c → c una derivazione tale che V (x
i
) = 0 per i = 1, ..., n e siano
f ∈ c ed x
0
∈ Ω. Lo sviluppo di Taylor dice che su un intorno U di x
0
in Ω
(si pu`o prendere un qualsiasi aperto convesso contenente x
0
) esistono funzioni
differenziabili g
ij
tali che per x ∈ U sia
f(x) = f(x
0
) +
n

1
∂f
∂x
i
(x
0
) x
i
+
n

i,j=1
g
ij
(x) x
i
x
j
Ora il termine costante viene annullato dalla derivazione perch´e per definizione
essa vale zero sulle costanti. Per ipotesi essa annulla anche i termini di primo
grado. Il terzo addendo viene poi annullato nel punto x
0
perch´e le coordinate
x
i
sono nulle in tal punto.
Corollario 42 Su un aperto Ω ⊂ R
n
le derivazioni coincidono con i campi di
vettori tangenti
Dim. Sia W una derivazione su Ω e sia T = (α
1
, ..., α
n
) il campo di vettori su Ω
ove α
i
= W(x
i
) per i = 1, ..., n. La derivazione associata a T assume gli stessi
valori di W sulle funzioni coordinate x
1
, ..., x
n
, quindi per il precedente lemma
tali due derivazioni coincidono.
Quanto detto sopra indica che su una variet`a differenziabile X ⊂ R
N
, i campi
di vettori tangenti e le derivazione sono sostanzialmente la stessa cosa. Per
questa ragione su una variet`a astrattamente definita, al posto di campi di vettori
tangenti si introducono le derivazioni. In ogni caso, come abbiamo visto, su
ogni carta locale della variet`a ogni derivazione si legge in modo univoco come
un campo di vettori.
Algebra esterna di uno spazio vettoriale
Siano V uno spazio vettoriale di dimensione finita su R e p un intero non
negativo. Definiamo una relazione di equivalenza su V
p
nel modo seguente:
v = (v
1
, . . . , v
p
) ∼ w = (w
1
, . . . , w
p
) se e solo se `e verificata una (almeno) delle
seguenti due condizioni:
- v e w sono entrambi sistemi linearmente dipendenti in V
- esiste una matrice quadrata M = (m
ij
) d’ordine p e determinante 1 tale
che v
i
=

p
1
m
ij
w
j
Gli elementi del quoziente di V
p
per tale relazione sono dette le p-faccette di V .
Il loro insieme sar`a indicato con F
p
(V ).
Una applicazione σ : F
p
(V ) → W delle p-faccette di V in uno spazio vettoriale
W `e detto un morfismo se la composizione V
p
→ F
p
(V ) → W `e p-lineare
alternante. Un tale morfismo sar`a detto un prodotto esterno di grado p per V
se verifica la seguente condizione:
per ogni altro morfismo σ

: F
p
(V ) → W

esiste una ed una sola
applicazione lineare h : W → W

tale che σ

= h ◦ σ.
Unicit`a. E’ facile verificare che se σ, σ

soddisfano entrambi la condizione prece-
dente, allora esiste uno ed un solo isomorfismo h : W → W

che trasforma σ in
38
σ

, cosicch´e tali spazi sono identificabili in modo ben precisato. Esprimeremo
ci`o dicendo che il prodotto esterno di grado p per V se esiste `e univocamente
determinato a meno di isomorfismi.
Esistenza. Siano dati un morfismo σ : F
p
(V ) → W e una base (e
1
, . . . , e
n
) di V .
E’ facile verificare che σ `e un prodotto esterno di grado p per V se e solo se gli
elementi (σ(e
i
1
, . . . , e
i
p
)
1≤i
1
<···<i
p
≤n
costituiscono una base di W.
Infatti ci`o equivale ad asserire che dare una applicazione p-lineare alternante σ

su V a valori in uno spazio W

, equivale ad assegnare i valori di σ

sugli elementi
(e
i
1
, . . . , e
i
p
) per 1 ≤ i
1
< < i
p
≤ n.
Esibiamo una tale σ: sia V

il duale di V e W =¦applicazioni p-lineari alter-
nanti su V

a valori in R¦. Definiamo σ : V
p
→ W cos`ı :
per v
1
, . . . , v
p
∈ V , σ(v
1
, . . . v
p
)[h
1
, . . . , h
p
] = det(h
i
(v
j
)).
Dette e
1
, . . . , e
n
una base di V e e

1
, . . . , e

n
la duale in V

, per
1 ≤ i
1
< < i
p
≤ n e 1 ≤ j
1
< < j
p
≤ n si ha:
σ(e
i
1
, . . . , e
i
p
)[e

j
1
, . . . , e

j
p
] = δ
i
1
j
1
, δ
i
p
j
p
Utilizzando il fatto sopra ricordato di come si scrivono le forme p-lineari su uno
spazio in cui `e fissata una base, si conclude che σ `e un prodotto esterno di
grado p per V . Tale W verr`a indicato con la notazione
_
p
V e l’applicazione
V
p

_
p
V con (v
1
, . . . , v
p
) → v
1
∧ ∧ v
p
; un elemento in
_
p
V sar`a detto
semplice se `e nell’immagine di F
p
(V ).
Nota. Quanto descritto sopra fornisce una immersione della variet`a (detta di
Grassmann) dei sottospazi vettoriali di dimensione p di V nello spazio proiettivo
P(
_
p
V ) ottenuta considerando per ogni p-faccetta non nulla v = v
1
∧ ∧v
p
il
sottospazio H(v) generato da v
1
, . . . , v
p
che verr`a detto il suo supporto.
Prodotti. Definiamo un prodotto
_
p
V
_
q
V →
_
p+q
V come l’unica appli-
cazione bilineare (v, w) → v ∧ w verificante:
(v
1
∧ ∧ v
p
) ∧ (w
1
∧ ∧ w
q
) = v
1
∧ ∧ v
p
∧ w
1
∧ ∧ w
q
Che tale definizione `e ben posta segue facilmente dalle propriet`a richieste alle
applicazioni F
r
(V ) →
_
r
V cos`ı come la associativit`a di tali prodotti e la anti-
commutativit`a: per v ∈
_
p
V , w ∈
_
q
V si ha v ∧ w = (−1)
p+q
w ∧ v.
Si ottiene co`ı una R−algebra
_
V =

i≥0
_
i
V , che viene chiamata l’algebra
esterna su V .
Per h
1
, . . . , h
p
∈ V

e v
1
, . . . , v
p
∈ V ponendo
(h
1
∧ ∧ h
p
)[v
1
∧ ∧ v
p
] = det(h
i
(v
j
))
si ottiene un isomorfismo di
_
p
V

con (
_
p
)

.
Se b : V V → R `e una forma bilineare, si ottiene una forma bilineare b
p
su
_
p
V ponendo
b
p
(v
1
∧ ∧ v
p
, w
1
∧ ∧ w
p
) = det(b(v
i
, w
j
))
Tale b
p
`e simmetrica e definita positiva se b lo `e.
Siano fissati su V un prodotto scalare <, > definito positivo ed una orientazione
(un tale oggetto viene detto spazio euclideo). Definiamo ora un isomorfismo
39
∗ :
_
p
V →
_
n−p
V associando ad una p-faccetta v = v
1
∧ ∧ v
p
la (n − p)-
faccetta w = w
1
∧ ∧ w
n−p
avente per supporto l’ortogonale del supporto di
v , tale che v e w abbiano la stessa norma e tale che v
1
, . . . , v
p
, w
1
, . . . , w
n−p
dia l’orientazione positiva di V . Si vede facilmente che ∗ `e una isometria e che

2
`e la moltiplicazione per (−1)
p(n−p)
; ci`o pu`o essere controllato ad esempio
osservando che se e
1
, . . . , e
n
costituiscono una base ortonormale di V , allora gli
e
i
1
∧ ∧ e
i
p
per 1 ≤ i
1
< < i
p
≤ n sono una base ortonormale per
_
p
V .
In particolare
_
n
V verr`a identificato canonicamente con R fissando per base la
n-faccetta e
1
∧ ∧ e
n
.
Nel seguito avremo uno spazio vettoriale V che sar`a lo spazio tangente T(X, ¯ x)
in un punto ¯ x ad una variet`a differenziabile X e considereremo l’algebra es-
terna sul suo duale V

. Dalla costruzione descritta avanti segue che
_
p
V

`e
identificato con lo spazio vettoriale delle forme α : V
p
→ R p−lineari simmet-
riche. Se x
1
, . . . , x
n
sono coordinate locali su X vicino ad ¯ x, allora dx
1
, . . . , dx
n
costituiscono una base per V

e quindi una base per
_
p
V `e data dalle forme
dx
i
1
∧ ∧ dx
i
p
per 1 ≤ i
1
< < i
p
≤ n.
Siano α una p-forma e β una q-forma su V . Se esse sono semplici , α =
h
1
∧ ∧ h
p
e β = k
1
∧ ∧ k
q
ove h
1
, . . . , h
p
, k
1
, . . . , k
q
∈ V

, si `e
posto α ∧ β = h
1
∧ ∧ h
p
∧ k
1
∧ ∧ k
q
. Se α e β non sono semplici, essendo
esse somma di semplici, si pu`o calcolare α ∧ β utilizzando la distributivit`a del
prodotto esterno rispetto alla somma. Altrimenti si pu`o utilizzare la seguente
formula per la cui validit`a `e sufficiente controllare il caso in cui α e β sono
semplici: se v
1
, . . . , v
p+q
∈ V si ha
(α∧β)(v
1
, . . . , v
p+q
) =

σ∈S(p,q)
(−1)
|σ|
α(v
σ(1)
, . . . , v
σ(p)
) β(v
σ(p+1)
, . . . , v
σ(p+q)
)
ove S(p, q) `e il gruppo delle permutazioni σ di ¦1, . . . , p +q¦ tali che
σ(1) < < σ(p) e σ(p + 1) < < σ(p + q) e come al solito [σ[ `e la parit`a
della permutazione.
Nota.Le formule ora date, nel caso di forme semplici sono precisamente le for-
mule di Laplace generalizzate per il calcolo dei determinanti.
Forme differenziali su una variet`a
Sia Ω un aperto in una variet`a differenziabile X; una forma differenziale di
grado p o p-forma ω su Ω `e il dato per ogni punto ¯ x in Ω di una p-forma
ω(¯ x) sullo spazio tangente T(X)
¯ x
. Se (x
1
, . . . , x
n
) sono coordinate su un aperto
U ⊂ Ω si ha una scrittura ω(¯ x) =

a
i
1
...i
p
dx
i
1
∧ ∧ dx
i
p
, ove la somma `e
estesa alle p-uple crescenti i
1
< < i
p
in ¦1, . . . , n¦ e le a
i
1
...i
p
sono funzioni
univocamente determinate su U. Diremo che ω `e a coefficienti continui o dif-
ferenziabili se in ogni tale rappresentazione le funzioni a
i
1
...i
p
sono continue o
differenziabili. Indicheremo con A
p
(Ω) lo spazio vettoriale delle p-forme a coef-
ficienti differenziabili sull’aperto Ω della variet`a differenziabile X e con A
p
c
(Ω)
il sottospazio di quelle a supporto compatto.
Se f : X → Y `e una applicazione differenziabile ed x ∈ X, il differenziale di f
in x `e (stato definito come) una applicazione lineare df(x) : T
x
(X) → T
f(x)
(Y );
se ω `e una p-forma su un aperto U di Y , indicheremo con f

ω la p-forma su
f
−1
(U) definita per x ∈ f
−1
(U) e v
1
, . . . , v
p
∈ T
x
(X) dalla eguaglianza:
f

ω(x)[v
1
, . . . , v
p
] = ω(f(x))[df(x)[v
1
], . . . , df(x)[v
p
]]
40
E’ facile verificare, scrivendo la f in termini di coordinate locali, che f

ω `e
differenziabile se ω lo `e e che essa commuta con le operazioni dell’algebra esterna.
Inoltre, se g : Y → Z `e anche differenziabile, si ha (g ◦ f)

= f

◦ g

; con
queste definizioni gli A
p
(X) divengono funtori contravarianti sulla categoria
delle variet`a differenziabili. Diversamente gli A
c
(X) rappresentano dei funtori
(ancora contravarianti) solo sulla categoria i cui oggetti sono ancora le variet`a
differenziabili ma i morfismi sono le sole applicazioni differenziabili proprie.
Definizione intrinseca di forme differenziali
Abbiamo visto che i campi di vettori tangenti possono essere pensati come
derivazioni; queste possono essere considerate su ogni variet`a indipenfdente-
mente da una sua realizzazione come sottovariet`a di uno spazio euclideo. Da
questo punto di vista anche le forme differenziali possono essere introdotte in-
trinsecamente. Indichiamo con T(Ω) = T l’insieme delle drivazioni su un aperto
Ω di una variet`a: esso `e un modulo sull’anello c delle funzioni differenziabili
sull’aperto Ω. Una p−forma differenziale (differenziabile) ω su Ω pu`o essere
identificata ad una applicazione p− lineare alternante si T a valori in c ossia
una applicazione T
p
→ c che sia lineare (sull’anello c) in ogni argomento sep-
aratamente e che cambi segno scambiando tra loro due degli argomenti. Ad
esempio se f ∈ c, associando ad ogni elemento V ∈ T la funzione V (f) (ossia
la ”derivata di f lungo il campo V ”) si ha una 1−forma. Essa `e quella che
solitamente si indica con df detta il ”differenziale della funzione f”. Od ancora
se f
1
, ..., f
p
sono funzioni differenziabili indicheremo con df
1
∧...∧df
p
la p−forma
differenziale che alla p−upla (V
1
, ..., V
p
) di derivazioni associa il determinante
della matrice (di funzioni) data da (df
i
(V
j
)) = (V
j
(f
i
)). Se f
1
, ..., f
n
sono un
sistema di coordinate su un aperto Ω, allora le p−forme (df
i
1
∧... ∧df
i
p
formano
al variare di 1 ≤ i
1
< ... < i
p
≤ n una base delle p−forme su c; ossia le p−
forme su Ω sono tutte esprimibili ed in modo unico come combinazione lineare
a coefficienti in c di tali p−forme.
Integrazione di forme
Sia X una variet`a differenziabile orientata di dimensione n. Definiamo una
applicazione lineare
_
X
: A
n
c
(X) →R cos`ı:
se il supporto di ω ∈ A
n
c
(X) `e contenuto in una carta orientata (U, h) di X, si
legga ω tramite h come forma su R
n
; si otterr`a una n-forma f(x)dx
1
∧ ∧dx
n
con f differenziabile a supporto compatto e si definisce:
_
X
ω =
_
R
n
f(x)dx
1
dx
n
Nel caso generale utilizzando una partizione dell’unit`a ed il fatto che il supporto
di ω `e compatto, si trova una decomposizione ω = ω
1
+ +ω
r
ove ogni ω
i
ha
supporto contenuto in qualche carta orientata su X e si pone :
_
X
ω =
_
X
ω
1
+ +
_
X
ω
r
Che i valori trovati non dipendono dalle scelte arbitrarie fatte si dimostra facil-
mente utilizzando la formula di cambiamento di variabili in un integrale multiplo
41
in R
n
, la additivit`a per tali integrali e la confrontabilit`a tra partizioni dell’unit`a
(se (φ
i
)
i∈I
`e una partizione subordinata al ricoprimento (U
i
)
i∈I
e (ψ
j
)
j∈J
una
subordinata al ricoprimento (V
j
)
j∈J
allora (φ
i
ψ
j
)
(i,j)∈I×J
`e una partizione
dell’unit`a subordinata al ricoprimento fatto con le intersezioni U
i
∩ V
j
).
Nota. E’ chiaro che l’integrazione delle n-forme a supporto compatto risulta
definita anche se la variet`a X ha un bordo non vuoto o per forme a coefficienti
continui. Se il supporto dell’integrando ω non `e compatto l’integrale `e definibile
solo sotto certe condizioni. La condizione generale di integrabilit`a che pu`o essere
richiesta `e la seguente: per ogni > 0 esiste un compatto K tale che per ogni
funzione continua h : X → [0, 1] avente supporto compatto disgiunto da K si
ha [
_
X
hω[ < . Ci`o corrisponde al fatto che comunque si decomponga la forma
in una somma di forme i cui supporti costituiscano una famiglia localmente
finita, l’integrazione degli addendi fornisce una serie convergente incondiziona-
tamente (ossia la somma non solo `e finita per ogni ordinamento seguito nella
sommazione ma anche il risultato `e lo stesso: trattandosi di serie di numeri
reali, ci`o `e equivalente alla assoluta convergenza). Oppure si pu`o fissare una
procedura determinata di integrazioni e richiedere che esista il limite dei valori
cos`ı trovati come ad esempio col porre
_
R
f(t)dt = lim
n→∞
_
n
−n
f(t)dt.
Una coppia (∆, h) ove ∆`e una variet`a differenziabile orientata compatta a bordo
di dimensione p e h : ∆ → X `e una applicazione differenziabile verr`a detta p-
catena differenziabile in X; se ∂∆ = ∅ essa verr`a detta un p-ciclo differenziabile.
Ogni tale p-catena definisce una applicazione lineare
_
(∆,h)
: A
p
(X) → R de-
finendo per una p-forma ω su X :
_
(∆,h)
ω =
_

h

(ω)
Chiameremo opposta di una p-catena γ = (∆, h) su X la p-catena , ¯ γ = (
¯
∆, h)
ove ∆`e ottenuta da ∆ invertendo l’orientazione. Se γ
i
= (∆
i
, h
i
) per i = 1, 2
sono p-catene in X, considerando l’unione disgiunta di ∆
1
e ∆
2
si ottiene una
p-catena che verr`a detta somma di γ
1
e γ
2
. Due p-cicli γ
1
, γ
2
sono bordanti se
γ
2
−γ
1
`e il bordo di qualche (p+1)-catena. Per dimostrare che questa `e una re-
lazione di equivalenza, occorre utilizzare l’esistenza di un collare per il bordo di
variet`a differenziabili; ossia che se X `e una variet`a differenziabile compatta (ma
`e vero anche senza questa ipotesi), esiste un intorno di ∂X in X diffeomorfo a
∂X[0, 1[. Oppure si pu`o per semplicit`a mettere ci`o nella definizione di variet`a
a bordo.
E’ facile verificare che le classi di equivalenza di p-cicli di una variet`a X, for-
mano un gruppo abeliano (l’opposto della classe di γ `e la classe di ¯ γ) che viene
detto p-esimo gruppo di bordismo orientato B
p
(X) di X. Se f : X → Y `e dif-
ferenziabile, si ha un omomorfismo f

: B
p
(X) → B
p
(Y ) che dipende solo dalla
classe di omotopia di f. Per il tipo di considerazioni che svolgeremo nel seguito,
questo invariante `e troppo fine; infatti esso tiene conto non solo della complessit`a
della variet`a X su cui lo si calcola, ma anche del fatto che non tutte le variet`a
orientate sono bordo di qualcosa. Ad esempio si pu`o dimostrare (non in modo
elementare) che la 4-variet`a P
2
(C) non `e il bordo di alcuna 5-variet`a orientata,
cosicch´e ogni applicazione f : P
2
(C) → X anche se costante ed anche se X `e
un punto, d`a un elemento non nullo in B
p
(X). Per ridurre questo invariante in
modo che rappresenti solo la complessit`a topologica di X si devono ammettere
42
cicli con singolarit`a. Un modo, `e quello di sostituire le variet`a ∆ di dimensione
p che abbiamo considerato all’inizio con poliedri orientati P (in qualche R
n
)
ed applicazioni (differenziabili o continue, non cambia molto) h : P → X. Gli
invarianti che ne derivano sono detti gruppi di omologia singolare a coefficienti
in Z. Un altro modo potrebbe essere quello di ammettere solo certi tipi di singo-
larit`a: si fissa una lista di poliedri e si prendono sottoinsiemi ∆ ⊂ R
m
che siano
localmente modellati sugli elementi della lista (con orientazioni coerentemente
definite). Si possono cos`ı ottenere teorie intermedie alle due discusse sopra.
L’operatore di differenzazione Sia X una variet`a differenziabile. Asso-
ciando ad ogni funzione differenziabile il suo differenziale, si ottiene un omo-
morfismo d : A
0
(X) ¸ f → df ∈ A
1
(X). Gli elementi di Im(d) sono detti
differenziali esatti o integrabili su X ; essi costituiscono uno spazio vettoriale
B
1
(X). Per ω ∈ B
1
(X), ogni f ∈ A
0
(X) tale che df = ω `e detta una prim-
itiva di ω; se X `e connessa, due primitive della stessa forma differiscono per
una costante. La 1-forma df misura infatti quanto la f non sia localmente
costante. Precisamente se valutamo la f sullo 0-ciclo x
0
∈ X, ottenendo quindi
f(x
0
) e confrontiamo con il valore f(x
1
) in un punto x
1
vicino a x
0
, la dif-
ferenza f(x
1
) −f(x
0
) pu`o essere calcolata con l’integrale di df su una qualsiasi
1-catena γ che ha per bordo ¦x
1
, −x
0
¦; infatti per la formula di Torricelli, se
γ : [0, 1] → X `e differenziabile, si ha
_
γ
df = f(γ(1)) −f(γ(0))
Costruiremo ora operatori d : A
p
(X) → A
p+1
(X) che svolgono lo stesso ruolo
per le p-forme: si vuole associare ad una p forma ω una (p + 1)-forma dω che
misura quanto
_

ω vari quando ∆ viene sostituito con un ciclo bordante con
lui; precisamente gli operatori d verificheranno una analoga della formula di
Torricelli che viene detta formula di Stokes:
per ω ∈ A
p
(X) e (∆, h) una (p + 1)-catena in X si ha:
_
(∆,h)
dω =
_
∂(∆,h)
ω
Chiameremo esatte o integrabili le p-forme α che siano il differenziale di una
(p−1)-forma ω che verr`a detta una sua primitiva; queste formeranno uno spazio
vettoriale B
p
(X). Una p-forma sar`a detta invece chiusa o localmente integrabile
se ogni x ∈ X ha un intorno aperto U sul quale la forma `e integrabile; queste
formeranno uno spazio vettoriale Z
p
(X) e il quoziente Z
p
(X)/B
p
(X) = H
p
(X)
sar`a chiamato p-esimo spazio di coomologia di de Rham di X.
Nota. Per definire la integrabilit`a delle 0−forme (ossia delle funzioni) dobbiamo
considerare A
−1
che non `e stato definito. Per convenzione definiamo A
−1
come
l’c−modulo nullo, ossia considereremo integrabile la sola funzione identicamente
nulla.
Analoghe definizioni si introducono per le forme a supporto compatto: una
ω ∈ A
p
c
(X) sar`a detta integrabile se esiste α ∈ A
p−1
c
(X) tale che dα = ω e sar`a
detta chiusa se tale `e in quanto p−forma su X, ossia dω = 0; si introducono cos`ı
gli spazi di coomologia a supporti compatti H
p
c
(X) come quozienti di ¦forme (a
43
supporto compatto) chiuse¦ modulo ¦forme esatte¦. Si noti che se f : X → Y
`e differenziabile, non `e definita f

: A
p
c
(Y ) → A
p
c
(X) e quindi neppure una
f

: H
p
c
(Y ) → H
p
c
(X) a meno che f sia propria.
Comunque se f `e una inclusione aperta, ossia X `e un aperto in Y , allora si ha
un omomorfismo naturale di inclusione f

: H
p
c
(X) → H
p
c
(Y )
L’operatore di differenzazione esterna d viene introdotto di solito in questo modo
che seguiremo per uniformarci alla trattazione seguita nei pi` u comuni testi di
geometria differenziale:
Teorema 43 Esiste una ed una sola successione di operatori lineari
d : A
p
(X) → A
p+1
(X) per p ≥ 0 che verifica:
1. d `e l’usuale differenzazione per gli elementi di A
0
(X)
2. d ◦ d : A
p
(X) → A
p+1
(X) `e l’operatore nullo
3. per α ∈ A
p
(X) e β ∈ A
q
(X) si ha d(α ∧ β) = (dα ∧ β + (−1)
p
α ∧ (dβ)
Dim. Si dimostra dapprima che d `e un operatore locale, ossia che per ogni p-
forma α il supporto di dα `e contenuto nel supporto di α (se α ≡ 0 all’intorno
di x
0
, sia f ∈ A
0
(X) tale che f α = 0 su X e f ≡ 1 vicino ad x
0
; allora
0 = d(f α) =. . . etc ). Si pu`o quindi lavorare su R
n
ove se x
1
, . . . , x
n
sono le
coordinate le p-forme si scrivono:
α =

i
1
<···<i
p
a
i
1
...i
p
dx
i
1
∧ ∧ dx
i
p
e per le richieste fatte deve essere:
dα =

i
1
<···<i
p
(da
i
1
...i
p
) ∧ dx
i
1
∧ ∧ dx
i
p
Con un p`o di fatica si scopre che ci`o porta ad una buona definizione degli ope-
ratori di differenzazione esterna (si controllino i dettagli su un qualsiasi testo
di Geometria Differenziale). L’operatore d cos`ı introdotto `e funtoriale nel senso
che se f : X → Y `e una applicazione differenziabile ed ω `e una p-forma differen-
ziabile su Y , allora si ha la formula di commutazione: f

dω = df

ω.
Definizione intrinseca dell’operatore di differenzazione
Un modo di definire la differenzazione delle forme senza utilizzare sistemi di
coordinate (e quindi senza bisogno poi di verificare che essa non dipende dal
particolare sistema di coordinate utilizzato) `e il seguente: siano ω una p−forma
su una variet`a; indichiamo con dω la (p + 1)forma che sulla (p + 1)−pla di
derivazioni (V
0
, ..., V
p
) vale
p

i=0
(−1)
p
V
i
(ω(V
0
, ..,
ˆ
V
i
, .., V
p
)) +

0≤i<j≤p
(−1)
i+j
ω([V
i
, V
j
], ..,
ˆ
V
i
, ..,
ˆ
V
j
, .., V
p
)
ove la notazione ”
ˆ
V ” significa ”eliminare la V nella scrittura”.
Si definiscono anche operazioni (dette prodotti esterni ) ∧ : A
p
A
q
→ A
p+q
definite per α ∈ A
p
, β ∈ A
q
e X
1
, ..., X
p+q
∈ T da:
α ∧ β[X
1
, ..., X
p
] =

σ∈S
p,q
(−1)
|σ|
α[X
σ
1
, ..., X
σ
p
] β[X
σp+1
, ..., X
σ
p+q
]
44
ove S
p,q
`e l’insieme delle permutazioni σ su ¦1, ..., p + q¦ che sono crescenti su
¦1, ..., p¦ e su ¦p+1, ..., p+q¦. Si verifica che tali prodotti esterni sono associativi
(α ∧ (β ∧ γ) = (α ∧ β) ∧ γ) e anticommutativi (α ∧ β = (−1)
p·q
β ∧ α). Per la
differenzazione esterna vale la formula d(α ∧ β) = dα ∧ β + (−1)pα ∧ dβ se p `e
il grado di α. Dalla definizione intrinseca si ricava anche che se α ∈ A
p
allora
d(dα) `e l’elemento nullo di A
p+2
.
E’ facile controllare utilizzando un sistema di coordinate locali (x
1
, ..., x
n
) e
ricordando che le derivazioni ∂/∂x
i
e ∂/∂x
j
commutano, che questa definizione
coincide con quella data in termini di coordinate locali.
Teorema 44 (Formula di Stokes) Sia X una variet`a orientata a bordo di
dimensione p e sia ω una (p −1)-forma a supporto compatto su X. Si ha:
_
X
dω =
_
∂X
ω
Dim. Essendo ambo i membri lineari ed essendo ogni forma a supporto com-
patto esprimibile come somma di forme con supporto contenuto in una carta,
`e sufficiente dimostrare la formula nel caso X = ¦(x
1
, . . . , x
p
) ∈ R
p
: x
1
≥ 0¦.
Baster`a allora considerare il caso ω = a(x) dx
i
1
∧ ∧ dx
i
p
distinguendo in
due casi secondo che 1 sia o no presente tra gli i
1
, . . . , i
p
e questa `e una facile
verifica diretta.
Nota. L’operatore di differenzazione delle forme potrebbe essere introdotto an-
che come l’unico operatore d : A
p
(X) → A
p+1
(X) che rende valida la formula
di Stokes. Questo `e sostanzialmente il metodo in cui esso viene definito in corsi
di Fisica (parlando di divergenza o di rotore); o almeno cos`ı mi fu presentato
nel corso di Fisica 2 che seguii tanti anni quando ero studente.
Alcune determinazioni della coomologia di de Rham
Grado zero:
Su una variet`a X una f ∈ A
0
`e chiusa se df = 0; ci`o equivale all’essere f local-
mente costante. Quindi se X `e connessa, solo le funzioni costanti sono chiuse
per cui H
0
(X) · R identificato allo spazio vettoriale delle funzioni costanti; se
invece X ha r componenti connesse allora H
0
(X) · R
r
identificato allo spazio
delle funzioni costanti su ogni componente connessa.
Se X `e connesso, allora H
0
c
(X) `e isomorfo ad R se X `e compatta, altrimenti `e lo
spazio nullo. Se X ha a componenti connesse compatte e b componenti connesse
non compatte, allora H
0
c
(X) · R
a
.
Grado uno
Premettiamo alcune considerazioni di omotopia.
Lemma 45 Una variet`a connessa `e connessa anche per cammini differenziabili
Dim. Nel caso di uno spazio topologico X si dimostra che se esso `e connesso
e localmente connesso per archi allora `e anche globalmente connesso per archi.
La dimostrazione utilizza il fatto che se un cammino α termina ove inizia un
altro cammino β, allora il loro ”prodotto” β ◦ α `e ancora un cammino continuo.
Nel caso che X sia una variet`a differenziabile ed α e β siano differenziabili,
45
il loro prodotto sar`a in generale non differenziabile (in generale nel punto di
congiunzione la direzione con la quale arriva α, anche se definita sar`a diversa
da quella con la quale parte β. Ma tale congiunzione sar`a differenziabile se α `e
costante in un intorno del punto 1 e β lo `e in un intorno del punto 0. Ci`o pu`o
essere ottenuto componendo α e β con una parametrizzazione σ : [0, 1] → [0, 1]
che sia differenziabile e che sia costante in un intorno di 0 ∈ [0, 1] e in un intorno
di 1 ∈ [0, 1].
La dimostrazione delineata del precedente lemma, pu`o essere precisata in modo
da dimostrare che dato un cammino continuo α : [0, 1] → X ove X `e una variet`a
e fissata una costante positiva , esiste un cammino differenziabile ˜ α : [0, 1] → X
avente gli stessi estremi di α e tale che [[ ˜ α(t) − α(t)[[ < per ogni t ∈ [0, 1].
Ammanaccando in modo analogo, si dimostra anche che data una omotopia a
estremi fissi tra due cammini continui aventi stessi estremi ed una costante posi-
tiva , esiste una omotopia differenziabile con gli stessi estremi fissi e che disti in
ogni punto meno di dalla omotopia tra le due ”approssimazioni” differenziabili
˜ α e
˜
β dei cammini estremi della omotopia.
Questo tipo di questioni, potrebbe essere pi` u facilmente trattato supponendo
che X sia una sottovariet`a chiusa in un R
N
(sempre possibile per il teorema di
immersione di Whitney) ed utilizzado i seguenti due ingredienti:
1. Esistenza di un intorno tubolare, ossia il fatto che esiste un intorno U di X
in R
N
tale che la coppia (U, X) sia diffeomorfa alla coppia (N(X), X) essendo
N(X) il fibrato normale di X in R
N
, in cui X `e identificata a vettori normali
di lunghezza zero.
2. Il teorema di approssimazione di Weierstrass: dati un compatto K ⊂ R
N
,
una funzione continua f : K → R ed una costante positiva esiste una fun-
zione polinomiale P (basterebbe: una funzione differenziabile P) su R
N
tale
che [f(x) −P(x)[ < per ogni x ∈ K.
Ammessi questi due fatti si dimostrano facilmente teoremi del seguente tipo:
Teorema 46 Siano X ⊂ R
N
una sottovariet`a compatta ed ed Y ⊂ R
M
una
sottovariet`a chiusa. Indichiamo con [X, Y ] l’insieme delle classi di omotopia di
applicazioni continue f : X → Y e con [X, Y ]

l’analogo differenziabile (ossia
il quoziente dell’insieme delle applicazioni differenziabili di X in Y ottenuto
identificando qulle che sono estremi di una omotopia differenziabile). Allora
l’applicazione naturale [X, Y ] → [X, Y ]

`e biunivoca
Analoghi del teorema precedente possono essere dimostrati ammettendo che X
sia una variet`a a bordo oppure fissando condizioni tipo ”punto base”:
ad esempio dando sottovariet` a Z
1
, ..., Z
p
di X e considerando solo applicazioni
f : X → Y le cui restrizioni alle Z
i
siano applicazioni differenziabili fissate.
Osservazioni
1. Nella costruzione di un intorno tubolare di una sottovariet`a X di una variet`a
differenziabile M ⊂ R
N
abbiamo supposto che (almeno) X fosse compatta; in
tal caso abbiamo considerato, dato > 0 sufficientemente piccolo, la parte N

del fibrato normale ad X in M costituita dalle coppie (x, v) con [[v[[ < , poi
l’insieme
˜
N

dato dagli x +v per (x, v) ∈ N

ed infine schiacciato questo su M
con la ”proiezione ortogonale” (associata ad un intorno tubolare di M in R
N
).
E’ facile verificare che anche nel caso in cui X non sia compatta (ma che sia
un chiuso in M), per avere un intorno tubolare di X in M basta considerare
46
(in quel che precede) non come una costante, ma cone una opportuna (cio`e
abbastanza piccola) funzione (differenziable) di x ∈ X.
2. Gli intorni tubolari possono essere costruiti utilizzando al posto di una realiz-
zazione di M come sottovarie`a di R
N
, una metrica riemanniana su M e con-
siderando le geodetiche in M (definite pi` u avanti) che partono ortogonalmente
da X.
Sia ora X una variet`a differenziabile connessa e, fissato un suo punto x
0
, indichi-
amo con Π il suo gruppo fondamentale π
1
(X, x
0
). Posto S
1
= ¦z ∈ C : [z[ = 1¦
consideriamo l’insieme M delle applicazioni differenziabili σ : S
1
→ X che
applicano 1 in x
0
. Identifichiamo due tali σ
0
e σ
1
se esiste una applicazione
Σ : S
1
[0, 1] → X differenziabile e tale che Σ(s, i) = σ
i
(s) per i = 0, 1 ed
s ∈ S
1
. Il quoziente coincide con Π. Se ω `e una 1−forma chiusa su X, per ogni
applicazione differenziabile σ : S
1
→ X `e definito
_
σ
ω ∈ R. Utilizzando la for-
mula di Stokes si dimostra che integrando su cammini (differenziabili) che siano
omotopi (differenziabilmente, ossia equivalenti per la relazione sopra definita)
si ottiene lo stesso risultato. Si ha quindi una applicazione:
Π ¸ σ →
_
σ
ω ∈ R
che, come facilmente si verifica, `e un omomorfismo; esso `e nullo se e solo se
ω `e integrabile, ossia `e il differenziale di una f : X → R differenziabile. Si
ottiene cos`ı una applicazione ν : H
1
(X) → Hom(Π, R) che `e iniettiva. Si
pu`o dimostrare che tale ν `e anche surgettiva, ottenendo una identificazione tra
H
1
(X) ed Hom(Π, R) risultato che viene chiamato ”Teorema di de Rham in
dimensione 1”.
Il caso di una superficie
”Calcoleremo” ora H
2
(X) e H
2
c
(X) quando X `e una variet`a connessa di dimen-
sione due. Esaminiamo prima il caso X = R
2
:
sia ω una due forma su R
2
; essa `e quindi rappresentata da una espressione del
tipo f(x)dx ∧ dy ove f `e una funzione differenziabile su R
2
; essa `e automatica-
mente chiusa perch´e su R
2
l’unica forma differenziale di grado 3 `e quella nulla.
Sia g la funzione su R
2
definita da g(x, y) =
_
x
0
f(t, y)dt. Allora la 1−forma
α = g(x, y)dy `e una primitiva di ω e ci`o mostra che H
2
(R
2
) = (0).
Consideriamo ora la 2−coomologia a supporto compatto di R
2
. Un elemento
ω ∈ A
2
c
(R
2
) si scrive ω = f(x, y)dx ∧ dy ove f `e una funzione a supporto
compatto su R
2
. Associando ad ogni tale ω il suo integrale ν(ω) =
_
R
2
ω si ha
una applicazione lineare ν : A
2
→R. Se ω `e il differenziale di una 1−forma α a
supporto compatto, quindi esiste H ∈ R tale che α sia identicamente nulla fuori
di D = ¦(x, y) ∈ R
2
: x
2
+y
2
≥ H¦, per la formula di Stokes si ha:
_
R
2
ω =
_
D
ω =
_
∂D
α = 0
Ci`o mostra che ν induce una applicazione lineare ¯ ν : H
2
c
(R
2
) →R che `e chiara-
mente surgettiva (perch´e esiste qualche 2−forma ω su R
2
che ha integrale non
nullo). Mostriamo ora che tale ¯ ν `e anche iniettiva, quindi un isomorfimo. Infatti
in quanto come abbiamo visto sopra ogni tale ω `e il differenziale di una 1−forma
47
α su R
2
che non `e detto sia a supporto compatto.
Facciamo vedere che se ω ha integrale nullo, allora esiste una funzione h dif-
ferenziabile su R
2
tale che dh = ω nei punti ove x
2
+y
2
`e sufficientemente alto.
Precisamente sia H ∈ R tale che ω sia nullo per [[(x, y)[[ ≥ H e sia Ω l’aperto
ove [[(x, y)[[ > H. Su Ω si ha quindi dα = ω = 0, ossia α `e una 1−forma chiusa
su tale aperto. Il gruppo fondamentale di Ω `e generato dal bordo orientato di
D = R
2
−Ω: per Stokes si ha:
_
∂D
α =
_
D
ω = ν(ω)
Quindi se questo `e nullo, la forma α `e integrabile su Ω, ossia esiste una funzione
g su Ω tale che dg = α. Si scelga una funzione φ equale a 0 per [[(x, y)[[ ≤ H+1
ed 1 per [[(x, y)[[ ≥ H +2 e sia ˜ g la funzione su R
2
che vale φ g su Ω e 0 su D.
Allora ˜ α = α −d˜ g `e una primitiva a supporto compatto di ω.
Corollario 47 Sia ω una 2−forma a supporto compatto su un disco aperto Ω di
R
2
e sia U un aperto non vuoto in Ω. Esiste allora una 1−forma α a supporto
compatto in Ω tale che ω −dα abbia supporto compatto contenuto in U
Calcoliamo adesso H
2
c
(X) quando X `e una superficie connessa. Fissiamo un
ricoprimento aperto localmente finito (U
i
)
i∈I
di X costituito da aperti diffeo-
morfi a dischi aperti di R
2
; moltiplicando ω per gli elementi di una partizione
dell’unit`a associata al ricoprimento si ottiene una decomposizione ω =

i∈I
ω
i
in cui quasi tutti gli addendi (ossia tutti salvo un numero finito) sono nulli
perch´e ω ha supporto finito. Per il corollario precedente, se U
i
∩ U
j
,= ∅ esiste
una 1−forma differenziale α avente supporto in U
i
tale che β = ω
i
+ dα ha
supporto in U
i
∩ U
j
; possiamo quindi sostituire ω
j
con ω
j
+ β e mettere 0 al
posto di ω
i
: la forma somma delle nuove ω
i
dar`a allora in H
2
c
(X) la stessa classe
di ω. Essendo X connessa, iterando questa costruzione, si pu`o trasformare la
ω in una forma ¯ ω avente supporto in un solo U
i
. Se la superficie `e orientabile,
possiamo considerare l’integrale di ω su X: questo non cambia valore nei passagi
che hanno trasformato ω in ¯ ω; se tale integrale era nullo, essendo U
i
diffeomorfo
ad R
2
la forma ¯ ω `e integrabile in una forma a supporto compatto in U
i
, quindi
anche ω d`a la classe nulla in H
2
c
(X) che cos`ı (con ragionamento analogo a quello
fatto per X = R
2
) `e identificato ad R proprio tramite l’integrazione su X.
Se invece X non `e orientabile, allora esiste una successione di aperti del ricopri-
mento in cui ognuno interseca il successivo e che parte da U
i
tornando in U
i
con
l’orientazione cambiata. Prendiamo allora la met`a della forma ¯ ω e spostiamola
lungo la successione di aperti sino a riportarla in U
i
ottenendo una 2−forma θ
che avr`a integrale opposto alla met`a di ¯ ω rimasta in U
i
: quindi (1/2)ω+θ d`a la
classe nulla in coomologia a supporto compatto e lo stesso avverr`a per ω perch´e
d`a la stessa classe.
Grado di una applicazione Sia φ : X → Y una applicazione differenziabile
propria tra variet`a connesse della stessa dimensione n; l’insieme Ω dei valori
regolari di φ `e un aperto in Y , denso per il lemma di Sard. Se y ∈ Ω allora
φ
−1
(y) `e un sottoinsieme discreto e compatto, quindi un insieme di cardinalit`a
finita ν(y).
Lemma 48 La funzione ν : Y →N `e localmente costante
48
Dim. Dato y
0
∈ Ω l’applicazione φ `e un omeomorfismo locale in ogni punto
di φ
−1
(y
0
) (teorema di inversione locale) ed essendo questo finito, esistono un
intorno V di y
0
e intorni U
1
, ..., U
p
dei punti x
1
, ..., x
p
di φ
−1
(y
0
) tali che le
restrizioni di φ danno diffeomorfismi tra gli U
i
e V . Quindi per y ∈ V l’insieme
φ
−1
(y) ha almeno p punti, uno per ogni U
i
. Il complementare H dell’unione
degli U
i
in X `e un chiuso la cui immagine non contiene y
0
; essendo φ propria
l’insieme φ(H) `e chiuso in Y : allora V −φ(H) `e un intorno di y
0
e per ogni suo
punto φ
−1
(y) consiste esattamente di p punti.
In generale il numero dei punti di φ
−1
(y) varia al variare della componente
connessa di Ω contenente y. Supponiamo ora che X ed Y siano orientate. In
ogni punto x ∈ X regolare per φ, il differenziale dφ(x) essendo un isomorfismo
tra spazi vettoriali orientati far`a corrispondere l’orientazione di X con quella
di Y (ossia trasforma basi positive in basi positive) ed allora diremo che x ha
molteplicit`a +1 sopra y = φ(x), altrimenti, se inverte tali orientazioni, diremo
che ha molteplicit`a −1. Per ogni y ∈ Ω, la somma delle molteplicit`a nei punti
di φ
−1
(y) sar`a detta grado di φ sopra y ed indicato con δ(φ; y) = δ(y). Si ha
cos`ı una funzione δ : Ω → Z. E’ evidente che δ `e costante su ogni componente
connessa di Ω. Si pu`o dimostrare che essa `e di fatto costante su tutto Ω; il suo
valore (quindi un intero) viene detto grado di φ ed indicato con δ(φ). Si pu`o
anche dimostrare che tale grado `e lo stesso per applicazioni che sono omotope.
Noi lo dimostreremo ora solo nei casi in cui abbiamo calcolato la coomologia di
de Rham di dimensione massima, cio`e quelli di dimensione 1 e 2.
Sia infatti φ : X → Y come sopra e sia y ∈ Y un suo valore regolare. Scegliamo
un intorno V di y tale che π
−1
(V ) sia fatto di p componenti connesse ognuna
diffeomorfa a V tramite φ. Si scelga una n−forma ω in X avente supporto
compatto entro V e tale che
_
Y
ω =
_
V
ω = 1. Allora
_
X
φ∗(ω) =
_
φ
−1
(V )
φ

(ω)
vale δ(φ; y). Nei casi di dimensione 1 e 2, tale numero `e indipendente dall’y
scelto: infatti in tali casi sappiamo che l’omomorfismo φ

: H
n
c
(Y ) → H
n
c
(X)
`e tra spazi vettoriali di dimensione 1, ove le basi sono indotte da n−forme a
supporto compatto ed integrale 1.
Una volta dimostrato che tale grado `e ben definito, `e facile dimostrare che esso
`e lo stesso per applicazioni omotope: basta osservare che se (φ
t
)
t∈[0,1]
`e una
omotopia (ossia X [0, 1] ¸ (x, t) → φ
t
(x) ∈ Y `e differenziabile) dati t
0
∈ [0, 1]
e y
0
∈ Y valore regolare per φ
t
0
, per tutti i t in un intorno di t
0
il punto y
0
rimane un valore regolare per φ
t
e δ(φ
t
, y
0
) = δ(φ
t
0
(y
0
).
Molteplicit`a di intersezione tra sottovariet`a e caratteristica di Eulero-
Poincar´e
Sia X una variet`a compatta di dimensione n e con fissata orientazione e sia
φ : T(X) → X la proiezione canonica φ(x, v) = x. Un campo di vettori tangenti
`e una applicazione differenziabile s : X → T(X) tale che φ ◦ s(x) = x per ogni
x ∈ X (una ”inversa destra” di φ); in altri termini, se X ⊂ R
N
, una tale s
`e individuata da una applicazione di X in R
N
che ad ogni x ∈ X associa un
vettore v ∈ R
N
che `e tangente ad X nel punto x; i punti x ∈ X ove tale vettore
`e nullo sono detti zeri del campo.
Discuteremo ora del problema di ”contare quanti zeri” debba necessariamente
avere un campo di vettori tangenti. Ad esempio sappiamo che su X = S
2
49
ogni campo di vettori tangenti deve avere qualche zero; invece su S
1
se ne
pu`o costruire uno privo di zeri: ad esempio s(x, y) = (−y, x). Ci`o accade per
ogni sfera S
2n−1
⊂ R
2n
di dimensione dispari: ad esempio s(x
1
, ..., x
2n
) =
(−x
2
, x
1
, ..., −x
2n
, x
2n−1
) `e un tale campo ( si pu`o dimostrare che ci`o accade su
ogni variet`a di dimensione dispari).
Mostreremo ora come si possa dare un senso alla seguente affermazione e poi
dimostrare che essa `e vera: per ogni variet`a compatta (che per semplicit`a sup-
porremo orientata) X esiste un intero χ(X) ∈ Z, detto sua caratteristica di
Eulero-Poincar´e, tale che ogni campo di vettori tangenti su X o ha infiniti zeri
oppure il numero di questi, contati con opportuna molteplicit`a, `e χ(X).
Questo risultato sar`a ottenuto come conseguenza di argomentazioni riguardanti
l’intersezione tra sottovariet`a di una data variet`a.
Siano X una variet`a di dimensione p + q e ∆ , Γ sottovariet`a compatte di di-
mensioni rispettivamente p e q. Diremo che ∆ e Γ sono trasversali nel punto
x ∈ X se o x non appartiene alla loro intersezione oppure se l’intersezione tra
T
x
(∆) con T
x
(Γ) entro T
x
(X) `e il solo vettore nullo, il che equivale, per la for-
mula di Grassmann a richiedere che T
x
(X) sia somma di tali due sottospazi; in
questo secondo caso il punto x sar`a un punto isolato dell’intersezione tra le due
sottovariet`a. Se ∆ e Γ sono trasversali in ogni punto di X, allora ∆ ∩ Γ `e un
insieme finito. Supponiamo che ci`o sia vero e che siano state fissate orientazioni
su tutte e tre le variet`a. Un punto x di intersezione tra ∆ e Γ sar`a detto positivo
se date basi positive (e
1
, .., e
p
) di T
x
(∆) e (f
1
, ..., f
q
) di Γ, `e anche positiva la
base (e
1
, ..., e
p
, f
1
, ..., f
q
) di T
x
(X); altrimenti diremo che tale punto `e negativo.
L’intero I(∆, Γ) ∈ Z differenza tra il numero di punti in cui l’intersezione `e posi-
tiva e quello dei punti in cui `e negativa viene detto molteplicit`a di intersezione
tra ∆ e Γ. Mostreremo che fissata ∆ esiste una q−forma chiusa a supporto com-
patto ω su X tale che
_
Γ
ω = I(∆, Γ) per ogni Γ come sopra che sia trasversale
ovunque a ∆.
Sia quindi ∆ una sottovariet`a compatta orientata di dimensione p di una variet`a
orientata X ⊂ R
M
avente dimensione p + q e sia N il fibrato normale a ∆ in
X (coppie (x, v) di vettori di R
M
ove x ∈ ∆ e v `e tangente ad X e ortogonale
a ∆). L’applicazione φ : N → R
M
definita da φ(x, v) = x + v, induce per
sufficientemente piccolo un diffeomorfismo tra N

= ¦(x, v) ∈ N ; [[v[[ < ¦ ed
una sottovariet`a di R
M
. Proiettando questa su X (mandando ogni punto di essa
nel punto a lui pi` u vicino tra quelli di X) si ottiene un diffeomorfismo tra N

ed
un intorno W di ∆ in X che chiamiamo intorno tubolare di ∆ in X; possiamo
anche sostituire N

con tutto N essendo questi diffeomorfi (vedi appendice sulla
costruzione di alcuni diffeomorfismi).
Costruiremo adesso una q−forma chiusa a supporto compatto in N; essa de-
terminer`a una forma ω a supporto compatto entro W e quindi anche su X e
mostreremo che essa possiede la propriet`a descritta avanti.
Infatti sia α = f(t
1
, ..., t
q
)dt
1
∧ ... ∧ t
q
una q−forma a supporto compatto su
R
q
tale che
_
R
q
α = 1. Ogni punto x
0
∈ ∆ ha un intorno U sul quale esistono
applicazioni v
1
, ..., v
q
di U in R
n
che sono differenziabili e che per x ∈ U costi-
tuiscono una base ortonormale di N
x
; ci`o induce una applicazione della parte
di N sopra U con U R
q
, quindi una proiezione di tale parte su R
q
tramite
la quale rimontiamo la q−forma α. Se utilizziamo delle v
i
diverse, ma in modo
che abbiano le stesse propriet`a richieste sopra, la forma rimontata pu`o essere
50
diversa ma rimarr`a la stessa se la funzione (e quindi anche la q−forma α) `e
invariante per rotazioni di R
q
. Scelta f in tal modo, si ottiene una q−forma ω
a supporto compatto su N che `e chiusa perch´e localmente immagine inversa di
una chiusa in R
q
.
Mostriamo ora che se Γ `e una sottovariet`a orientata chiusa in X di dimensione
q (non necessariamante compatta che sia trasversale a ∆ in ogni punto di X,
allora
_
Γ
ω = I(∆, Γ). Infatti essendo il supporto di ω contenuto nell’intorno
tubolare, basta mostrare che ci`o `e vero quando X = N. In tal caso operando con
una omotetia sulle fibra di N (moltiplicazione su N
x
per una costante positiva
λ(x) che dipende differenziabilmente da x ∈ ∆) si fa in modo che Γ intersechi
il supporto di ω solo in corrispondenza dei punti in cui essa incontra ∆ con
componenti connesse che nella proiezione su R
q
danno un diffeomorfismo con
un aperto contenente il supporto di α, il che mostra che l’integrale su ogni tale
componente d`a 1 o −1 a seconda che l’orientazione viene conservata o invertita.
Proposizione 49 Siano φ : Σ → M una applicazione differenziabile tra variet`a
orientate di dimensioni risp. p +1 e p +q e ∆ ⊂ M una sottovariet`a compatta
orientata di dimensione q. Supponiamo che Σ sia compatta e che φ induca
un diffeomorfismo tra ∂Σ ed una sottovariet`a Γ di M che sia trasversale a ∆.
Allora la molteplicit`a di intersezione tra Γ e ∆ `e zero.
Dim. Sia ω la q−forma costruita sopra nell’intorno tubolare di ∆; essa `e una
forma chiusa e qundi per la formula di Stokes ha integrale nullo su ∂Σ
Corollario 50 Sia ∆ ⊂ M una sottovariet`a compatta orientata di dimensione q
in una variet`a orientata M di dimensione p+q. Se φ
0
, φ
1
: Γ → M sono diffo-
morfismi su sottovariet`a Γ
0
, Γ
1
⊂ M che sono omotopi differenziabilmente (in
quanto applicazioni differenziabili) e trasversali a ∆ essendo Γ orientata com-
patta di dimensione p, allora le molteplicit`a di intersezione I(Γ
0
, ∆) e I(Γ
1
, ∆)
coincidono
Sia s una sezione di un fibrato vettoriale π : E → M; la sua immagine in E
`e una sottovariet`a diffeomorfa ad M che `e detta il grafico di s. Spesso si usa
identificare M con il grafico della sezione nulla. Supponiamo che il rango di
E sia la dimensione n di M e che il suo grafico sia trasversale a quello della
sezione nulla; ci`o significa che in ogni punto x ∈ M ove s si annulla, la scrittura
di s in un intorno U di x sul quale E sia banalizzato (che `e una applicazione
differenziabile di U in R
n
) abbia differenziale non nullo in x. Supponiamo
che M ed E siano orientati (per E significa equivalentemente che: o (1) le
fibre di E sono orientate in modo compatibile con le banalizzazioni locali di
E, oppure (2) E `e una variet` a orientata) e che M sia compatta; ad ogni zero
di s si pu`o allora attribuire un segno: quello di molteplicit`a di intersezione
tra il grafico di s e quello della sezione nulla. Siccome ogni due sezioni sono
omotope differenziabilmente (ts
0
+ (1 −t)s
1
`e una omotopia tra le sezioni s
0
e
s
1
) si pu`o applicare il corollario precedente ed ottenere che nelle ipotesi fatte, il
numero (algebrico) di tali zeri non dipende dalla particolare sezione di E che sia
trasversale alla sezione nulla. Tale numero viene detto numero di Eulero di E;
nel caso particolare che E sia il fibrato tangente alla variet`a compatta orientata
M esso `e detto la caratteristica di Eulero-Poincar´e di M.
51
Commento Con tecniche elementari di topologia differenziale, basate essenzial-
mente sul lemma di Sard, si dimostra che introducendo una qualche topologia
ragionevole sullo spazio vettoriale delle sezioni di un fibrato E (ad esempio quella
di spazio di Banach che tiene conto delle ”derivate” di ordine minore o eguale
ad un k ≥ 1), le sezioni trasversali a quella nulla costituiscono un aperto denso;
in particolare `e un insieme non vuoto e quindi il numero di Eulero `e un intero
ben definito.
Estendiamo ora la nozione di caratteristica di Eulero-Poincar´e al caso di variet`a
compatte a bordo. Se M `e una tale variet`a ed `e orientata, consideriamo campi
di vettori tangenti che ”puntino all’esterno” in ogni punto di bordo di M nel
senso seguente: in ogni punto x del bordo di M, lo spazio tangente T
x
(M)
contiene lo spazio tangente T
x
(∂M) come iperpiano. I vettori v ∈ T
x
(∂M) sono
precisamente quegli elementi di T
x
(M) che annullano i differenziali di funzioni
differenziabili su M e nulle su ∂M. Quelli che ”puntano all’esterno” sono i
v ∈ T
x
(M) per il quali esiste qualche funzione f nulla su ∂M e mai positiva su
M e tale che df[v] > 0.
Definiamo allora χ(M) come il numero (algebrico) degli zeri di un campo di
vettori tangenti che in ogni punto di ∂M punti all’esterno. Che tale numero non
dipende dal particolare campo tangente scelto lo si dimostra cos`ı: consideriamo
la variet`a N compatta orientata senza bordo ottenuta unendo per il bordo M
e una sua copia
˜
M in cui l’orientazione sia stata cambiata ( si ”appoggia” M
con il bordo su uno spechio e si ”vede” N). Che ci`o possa essere fatto in
modo che N sia una variet`a differenziabile, si dimostra osservando che esiste un
intorno (tubolare) di ∂M in M che `e diffeomorfo a ∂M [0, 1[ (nell’appoggiare
M allo specchio si stia attenti ad appoggiarla ”ortogonalmente”: allora non
si formano angoli nei punti dello specchio). I campi di vettori tangenti ad M
che puntino all’esterno sul bordo possono essere scelti (o deformati se non lo
sono) in modo che siano ortogonali al bordo e unitari; allora due qualsiasi di
essi sono estendibili differenziabilmente a tutto N con uno stesso campo su
˜
M
(ad esempio l’opposto del riflesso di uno di essi allo specchio). Dal fatto che per
N il numero (algebrico) degli zeri non cambia, ne segue che lo stesso accade per
gli zeri che sono all’interno di M.
Calcolo della caratteristica tramite una funzione di Morse
Sia f : M → R differenziabile ove M `e una varie`a di dimensione n. Se in un
punto x ∈ M il differenziale df si annulla (x `e un punto critico) allora sullo
spazio tangente T
x
(M) `e ben definita una forma bilineare simmetrica 1(f, x),
detta l’hessiano; in un sistema di coordinate locali x
1
, ..., x
n
tale forma `e espressa
dalla matrice simmetrica delle derivate seconde di f. Se tale forma `e non singo-
lare (ossia il punto x `e critico non degenere) viene detto indice del punto critico
la massima dimensione di sottospazio di T
x
(M) sul quale l’hessiano `e definito
negativo; in pratica l’indice coincide con il numero degli autovalori negativi
(contati con la loro molteplicit`a) della matrice delle derivate seconde. La fun-
zione f `e detta di Morse se `e propria e se ogni suo punto critco `e non degenere.
Supponiamo M compatta; ogni funzione di Morse su X ha quindi un numero
finito di punti critici e per ogni tale punto ctritico x `e definito un intero i(x) tra
0 ed n, il suo indice. Indichiamo con χ(f) la somma dei (−1)
i(x)
estesa a tutti
i punti critici di f.
52
Proposizione 51 Sia f una funzione di Morse su una variet`a compatta orien-
tata M. Allora χ(f) = χ(M)
Dim. Consideriamo su M una qualsiasi struttura di variet`a riemanniana. Allora
il gradiente di f (ossia il differenziale di f interpretato come campo di vettori
tangenti utilizzando l’isomorfismo tra 1−forme differenziali e campi di vettori
tangenti) `e una sezione del fibrato tangente trasversale alla sezione nulla; inoltre,
utilizzando le scritture locali di f date dal lemma di Morse in un punto critico
x, si verifica immediatamente che la molteplicit`a di zero di tale campo in x
coincide con (−1)
i(x)
.
Nota. Quest’ultimo risultato non solo dice che la caratteristica di Eulero-
Poincar´e di una variet`a M non dipende dall’orientazione scelta, ma anche che
probabilmente essa pu`o essere definita anche nel caso che M non sia orientabile;
ci`o pu`o essere fatto al solito con tecniche elementari di topologia differenziale, di-
mostrando che due funzioni di Morse qualsiasi, sono collegabili con una famiglia
ad un parametro di funzioni in cui solo un numero finito sono non di Morse in
ognuno dei quali appaiono o spariscono una coppia di punti critici i cui indici
differiscono per una unit`a.
La mappa di Gauss per superfici in R
3
Sia M una superficie in R
3
(o pi` u in generale sia M una sottovariet`a di dimen-
sione n − 1 in R
n
). In ogni punto x ∈ M l’ortogonale N
x
allo spazio tangente
T
x
(M) ha dimensione 1 e contiene quindi esattamente due vettori unitari. La
scelta di uno di essi equivale ad una orientazionedi T
x
(M): una base u
1
, u
2
posi-
tiva per T
x
(M) ed il versore scelto n sono tali che (u
1
, u
2
, n) costituisce una base
positiva per R
3
. Quindi se M `e orientata, assegnando ad ogni punto x ∈ M il
versore ortogonale positivo si ha una applicazione G : M → S
2
= sfera unitaria
di centro l’origine in R
3
; si noti che tale applicazione ha la particolarit`a che per
ogni x ∈ M lo spazio tangente ad M in x coincide con lo spazio tangente ad
S
2
in G(x). Il determinante del differenziale di G in x ∈ M, considerato come
endomorfismo di T
x
M, `e detto curvatura gaussiana (scalare) K
x
di M in x.
La curvatura gaussiana, pi` u propriamente detta, `e la 2−forma differenziale ω
K
su M ottenuta sollevando tramite la mappa di Gauss la forma di volume dV
S
2
di S
2
, la forma di volume dV
M
di una variet`a riemanniana orientata M di
dimensione p in un punto x essendo cos`ı definita: se v
1
, ..., v
p
sono in T
x
(M)
allora dV
M
(x)[v
1
, ..., v
p
] `e il determinante della matrice < v
i
, e
j
> ove (e
1
, ..., e
p
)
`e una base ortonormale positiva di T
x
(M). La curvatura della superficie ori-
entata M `e quindi cos`ı definita: per u
1
, u
2
∈ T
x
(M) la quantit`a ω
K
[u
1
, u
2
] `e
data dal determinante della matrice (< dG[u
i
], e
j
>) ove (e
1
, e
2
) `e una base
ortonormale positiva di T
G(x)
(S
2
). Se la variet`a M `e orientata, allora la sua
curvatura scalare in un punto x `e ottenuta calcolando la curvatura ω
K
su una
base ortonormale positiva di T
x
(M); equivalentemente: ω
K
= K
x
dV
M
, ossia la
curvatura gaussiana `e il prodotto tra la curvatura scalare e la forma di volume
di M.
Nota. A differenza della curvatura gaussiana scalare, la forma di curvatura
gaussiana dipende dalla orientazione di M, cos`ı come la forma di volume; ma
l’integrale di essa su M `e indipendente dall’orientazione, cos`ı come la forma di
53
volume che in ogni caso d`a l’area della zona su cui si integra. Si noti anche che
il grado della mappa di Gauss `e indipendente dalla orientazione scelta: infatti
se cambiamo orientazione, la mappa di Gauss viene cambiata di segno e quindi
anche lo spazio tangente di S
2
nel punto immagine, essendo cambiato in quello
dell’antipodale del precedente, cambia orientazione.
La proposizione seguente, vista la definizione di grado che abbiamo dato, `e
praticamente una tautologia:
Proposizione 52 Sia M ⊂ R
3
una superficie compatta. Se δ `e il grado della
mappa di Gauss G : M → S
2
si ha:
_
M
ω
K
= 4πδ
Dim. L’integrale di dV
S
2 su S
2
`e l’area di S
2
e quindi 4π. Per ogni due forma
α su S
2
si ha poi
_
M
G

(α) = δ
_
S
2
α
Proposizione 53 Sia M ⊂ R
3
una superficie compatta connessa. Allora il
grado della mappa di Gauss G : M → S
2
`e la met`a della caratteristica di
Eulero-Poincar´e di M
Dim. Per il lemma di Sard esiste v ∈ S
2
che sia un valore regolare per G e per
−G. Consideriamo il campo T di vettori tangenti ad M ottenuto proiettando
ortogonalmente il vettore v sui vari piani tangenti di M; in altri termini T `e
il gradiente della funzione x →< v, x > di M in R. Gli zeri del campo T
sono i punti ove la normale ad M `e v o −v ossia i punti di G
−1
(v) pi` u quelli
di G
−1
(−v). Essendo il grado ben definito, tutti e due questi insiemi di zeri,
contando +1 i massimi e i minimi e −1 i punti di sella, danno il grado di G e
tutti assieme danno la caratteristica di M.
Corollario 54 Se M `e una superficie compatta in R
3
si ha:
_
M
ω
K
= 2πχ(M)
Connessioni
Siano ω una forma differenziabile di grado p e T un campo di vettori tangenti
su una variet`a X ⊂ R
N
. Se p = 0, ossia se ω `e una funzione f, sappiamo
derivarla rispetto a T: per la definizione astratta dei campi di vettori tangenti
(le ”derivazioni”) tale derivata `e il valore T(f) della derivazione sulla funzione.
Per la definizione pi` u ”concreta”, si scelga in un punto x
0
∈ X un cammino
differenziabile α :] − a, a[→ X tale che α(0) = x
0
e ˙ α(0) = T(x
0
); allora la
derivata rispetto a di f rispetto a T(x
0
) `e il limite per h → 0 dei rapporti
incrementali (f(α(h) − f(α(0)))/h. Ma se p > 0, ad esempio `e una 1−forma,
una tale derivata non `e stata definita. In modo analogo si pone la questione di
”fare le derivate” per campi di vettori normali o in generale nel caso di famiglie
differenziabili di spazi vettoriali di cui ora discuteremo.
Sia X una variet`a differenziabile. Ricordiamo che una famiglia differenziabile
di spazi vettoriali di dimensione p su X `e un sottoinsieme E ⊂ R
N
tale che per
ogni x
0
∈ X esistano un suo intorno aperto U ed una applicazione differenziabile
54
f : U → ¦matrici a N −p righe ed N colonne ¦ tali che:
1. f(x) ha rango N −p per ogni x ∈ U
2. E ∩ (U R
N
) = ¦(x, v) ∈ U R
N
: f(x)[v] = 0¦
La restrizione π ad E della proiezione naturale X R
N
→ X ha quindi per
fibre sopra i punti x ∈ U, l’insieme delle soluzioni di un sistema lineare omo-
geneo di N − p equazioni linearmente indipendenti in N variabili che dipende
differenziabilmente da x ∈ U.
Abbiamo visto che un tale E `e una variet`a differenziabile; una sezione su un
aperto U ⊂ X di una tale E `e una applicazione s : U → E tale che π ◦ s(x) = x
per ogni x ∈ U. Tali sezioni possono essere sommate tra loro od anche moltipli-
cate per una funzione differenziabile su U; il loro insieme, indicato con Γ(U, E))
`e cos`ı un modulo sull’anello delle funzioni differenziabli su U.
Esempi di tali famiglie sono il fibrato tangente ad una sottovariet`a di R
N
o il
fibrato normale di una sottovariet`a X di una variet`a M ⊂ R
N
. Ad esempio
se E `e il fibrato tangente di una variet`a differenziabile X, le sue sezioni sono i
campi di vettori tangenti ad X che indichiamo con la notazione T.
Tutte le operazioni naturali di costruzione tra spazi vettoriali (quelle che sono
definibili senza utilizzare una scelta di basi (ad esempi la somma diretta, o lo
spazio degli omomorfismi lineari, o quello delle forme bilineari tra due spazi
vettoriali) possono essere introdotte tra fibrati vettoriali.
Importante `e la nozione di isomorfismo tra fibrati vettoriali. Facciamo un es-
empio: la sfera S
3
ammette campi di vettori tangenti mai nulli; anzi se ne
possono trovare tre T
1
, T
2
, T
3
che siano linearmente indipendenti in ogni punto
x ∈ S
3
. Ne segue un isomorfismo tra S
3
R
3
e T(S
3
), quello che per s ∈ S
3
e

1
, λ
2
, λ
3
) ∈ R
3
associa λ
1
˙
T
1
(s) +λ
2
˙
T
2
(s) +λ
3
˙
T
3
(s); se M : S
3
→ ¦matrici in-
vertibili 33 `e una applicazione differenziabile, i tre campi T

i
(s) = M(s) T
i
(s)
per i = 1, 2, 3 inducono un altro isomorfismo di S
3
R
3
con T(S
3
). La situazione
`e come per uno spazio vettoriale V : fissando una sua base esso si identifica con
un R
p
ma nessuna di tali identificazioni `e privilegiata in qualche senso rispetto
alle altre. Per fibrati vettoriali poi, tali identificazioni sono in genere possibili
solo localmente: ad esempio il fibrato tangente ad S
2
non `e isomorfo (global-
mente) ad S
2
R
2
, altrimenti esisterebbero campi di vettori tangenti ad S
2
mai
nulli.
Un fibrato di rango p pu`o essere visto localmente come una famiglia costante,
ossia la sua restrizione ad aperti U ”abbastanza piccoli” `e isomorfa ad U R
p
.
Fissando un tale isomorfismo (sull’aperto U) le sezioni sono rappresentate come
applicazioni differenziabili di U in R
p
e come tali possono essre differenziate
differenziando le singole componenti. Ma tale differenzazione cambia cambiando
la identificazione locale con la famiglia costante, non `e quindi intrinseca. Una
”connessione” su un fibrato di cui ora discuteremo `e sostanzialmente la fissazione
di un modo univoco di ”differenziare” le sue sezioni.
Come detto sopra indicheremo con T il modulo dei campi di vettori tangenti
ad una variet`a X; il modulo delle sezioni di un un fibrato vettoriale π : E → X
sar`a indicato anche con A
0
(E).
Per p ∈ N indicheremo con A
p
(E) l’insieme delle applicazioni ω : T
p
→ c che
siano alternanti e lineari sull’anello c. Anche esse formano un modulo su c.
Una connessione su E `e una applicazione ∇ : A
0
(E) → A
1
(E) che soddisfi le
condizioni seguenti:
55
1. `e R−lineare, per le strutture di spazi vettorilai reali esistenti su A
0
ed A
1
2. Per s ∈ A
0
(E) ed f ∈ c sia ∇(f s) = df s + f∇s. ove il primo addendo a
destra `e definito ponendo per T ∈ T: (df s)(T) = (df(T)) s.
Esempi:
1. Consideriamo il fibrato costante E = XR
p
sulla variet`a X e per i = 1, ..., p
sia e
i
∈ A
0
(E) la sezione avente la i−esima componente 1 e tutte le altre
nulle. Allora (e
1
, ..., e
p
) costituisce una base di A
0
(E) su c; in altri termini
l’applicazione
c
p
¸ (f
1
, ..., f
p
) →
p

1
f
i
e
i
∈ A
0
(E)
`e un isomorfismo di c−moduli.
Sia ∇ : A
0
(E) → A
1
(E) una connessione e per i = 1, ..., p sia ω
i
= ∇e
1
. Al-
lora ∇

p
1
f
i
e
i
=

p
1
df
i
+

p
1
f
i
ω
i
e quindi la connessione `e univocamente
determinata dai valori che essa assume sugli e
1
, ..., e
p
(che formano una base di
A
0
(E) su c). Viceversa date le ω
i
per i = 1, ..., p, ognuna delle quali `e iden-
tificabile ad una n−upla di 1−forme differenziali su X, la relazione precedente
individua una connessione. Quindi su un fibrato banale (ossia uno in cui tutti
gli spazi vettoriali sono identificati ad uno fissato) le connessioni corrispondono
biunivocamente alle matrici quadrate di 1−forme differenziali.
La differenzazione ordinaria (fatta differenziando ciascuna componente) `e una
connessione e corrisponde alla matrice quadrata in cui tutti gli elementi sono la
1−forma nulla.
Nota. In generale siano ∇
1
, ∇
2
due connessioni su un fibrato vettoriale E. La
differenza H = ∇
2
− ∇
1
: A
0
(E) → A
1
(E) `e lineare su c; quindi per ogni
X ∈ T ed s ∈ A
0
(E) tale differenza fornisce un H(X, s) ∈ A
0
(E) che dipende
linearmente (sull’anello c) sia da X che da s, ossia `e bilineare: essa `e quindi
interpretabile come una applicazione lineare di T nelle applicazioni lineari di
A
0
(E) in se ossia come un elemento H ∈ A
1
(End(E)), ove End(E) `e il fi-
brato vettoriale degli endomorfismi di E. Viceversa date una connessione ∇
su E ed un elemento di A
1
(End(E)), l’applicazione
˜
∇(s) = ∇(s) + H(s) `e una
nuova connessione su E. Possiamo esprimere questo fatto dicendo che lo spazio
delle connessioni su un fibrato vettoriale E `e uno ”spazio affine” sul modulo
A
1
(End(E)) delle 1−forme del fibrato vettoriale degli endomorfismi di E. Ne
segue che dati un fibrato vettoriale E su una variet`a differenziabile M e una
connesione ∇
i
per la restrizione di E ad un aperto U
i
per ogni U
i
di un rico-
primento localmente finito di M avente una partizione dell’unit`a subordinata

i
)
i∈I
, allora la scrittura

i∈I
φ
i
(x)∇
i
(s) se ben interpretata definisce una
connessione su E (nella somma indicata si devono considerare, per ogni x ∈ M
solo gli indici i per cui x ∈ U
i
).
2. Sia E una famiglia di sottospazi vettoriali di R
N
parametrizzati dalla variet`a
X e sia ∇ una connessione sul fibrato banale X R
N
(determinata quindi da
una matrice N N di 1−forme differenziali su X). Ogni sezione s ∈ E `e quindi
in particolare una sezione di X R
N
ed `e quindi definita ∇s ∈ A
1
(X R
N
;
questa associa ad ogni campo di vettori tangenti di X una sezione di X R
N
:
proiettando ortogonalmente quest’ultima per ogni x ∈ X sulla fibra E
x
di E
nel punto x, si ottiene un elemento di A
1
(E); ci`o definisce una connessione su
E che diremo indotta dalla connessione su X R
N
. Ad esempio se X `e una
56
sottovariet`a di R
N
allora i suoi fibrati tangente e normale sono contenuti nel
fibrato banale X R
N
e la connessione banale su questo induce connessioni sui
fibrati tangente e normale che saranno dette connessioni canoniche.
3. Connessione sul duale. Sia ∇ una connessione sul fibrato E; ci chiediamo se
esistano connesioni ∇

sul duale E

di E che verifichino la seguente formula:
se α ∈ A
0
(E

) e s ∈ A
0
(E) allora:
d < α, s >=< ∇

α, s > + < α, ∇s >
ove d `e la differenzazione di funzioni e < , > `e la forma bilineare ottenuta
valutando un funzionale lineare su una sezione (la dualit`a naturale).
In tale relazione il simbolo ∇

compare in un solo termine: portando questo
al primo membro e tutti gli altri al secondo, si ha che i valori di esso sono
univocamente determinati dalla validit`a della relazione richiesta; inoltre tale
espressione pu`o essere usata per definira una applicazione ∇

che, come si veri-
fica con semplici calcoli formali, `e una connessione. Questo `e un tipico modo
di costruire connessioni su fibrati ottenuti con costruzioni ”naturali” da fibrati
dotati di connessioni. Ad esempio sia ∇ una connessione su un fibrato E; esiste
allora una ed una sola connessione
˜
∇ sul fibrato End(E) degli endomorfismi di
E (se le fibre di E sono spazi vettoriali isomorfi ad R
p
allora le fibre di End(E)
sono isomorfe allo spazio delle matrici p p) che verifichi la seguente formula:
se α ∈ A
0
(End(E)) e s ∈ A
0
(E) allora:
∇(α(s)) = (
˜
∇α)(s) +α(∇(s))
Anche in questo caso l’esistenza ed unicit`a di
˜
∇ si dimostra portando nel primo
membro l’unico termine che contiene il simbolo di tale operatore ed al secondo
membro gli altri e verificando che il membro a destra definisce, quindi univoca-
mente, una connessione che ha la propriet`a richiesta.
4. Supponiamo che sul fibrato vettoriale E sia fissato un prodotto scalare non de-
genere: questo pu`o essere definito come una applicazione bilineare su c) simmet-
rica < , >: A
0
(E) A
0
(E) → c tale che associando ad ogni sezione s ∈ A
0
(E)
il funzionale A
0
(E) ¸ t →< s, t >∈ c si ottenga un isomorfismo da A
0
(E) in
A
0
(E

) (in pratica significa avere per ogni fibra E
x
di E una forma bilineare
simmetrica non degenere: se X `e connessa la sua segnatura sar`a indipendente
da x ∈ X).
Cerchiamo connessioni ∇ su E verificanti la seguente condizione: per s, t ∈
A
0
(E) vale la formula:
d < s, t >=< ∇s, t > + < s, ∇t >
Questa volta non si riesce ad isolare un solo termine contenente ∇; e di fatto tali
connessioni (delle quali `e possibile dimostrare comunque l’esistenza) non sono
univocamente determinate da questa condizione. Ma si pu`o ottenere l’unicit`a nel
caso particolarmente importante che il fibrato in questione sia quello tangente,
richiedendo che valga anche un’altra formula, la quale ha senso solo nel caso del
fibrato tangente. Per precisare ci`o useremo una notazione largamente usata: sia
∇ una connessione su un fibrato vettoriale E; se s ∈ A
0
(E) allora ∇s ∈ A
1
(E)
`e un oggetto che pu`o essere valutato su un campo di vettori T, il cui risultato
sarebbe normalmente indicato con (∇s)(T). Usualmente tale valore viene invece
indicato con la notazione: ∇
T
s intendendo che sia la ”derivata di s rispetto alla
57
direzione T”.
Sia ora < , > un prodotto scalare non degenere sul modulo dei campi di vettori
tangenti T di una variet`a differenziabile X; esso identifica quindi T col proprio
duale. Cerchiamo se esistono connessioni ∇ su T per le quali valgano le formule
seguenti: nelle quali R, S sono campi di vettori tangenti:
a) Naturalit`a rispetto al prodotto scalare (o equivalentemente eguaglianza tra
∇ e la sua duale):
d < R, S >=< ∇R, S > + < R, ∇S >
b) Una forma di associativit`a tra i commutatori:

R
S −∇
S
R = ∇
[R,S]
che equivale all’avere per ogni f ∈ c:
R(S(f)) −S(R(f)) = (∇
R
S)(f) −(∇
S
R)(f)
Si dimostra che esiste una ed una sola connessione che abbia tali due propriet`a:
la dimostrazione si fa considerando per ogni terna X, Y, Z di campi di vettori le
relazioni:
1. X < Y, Z >=< ∇
X
Y, Z > + < Y, ∇
X
Z >
2. Y < Z, X >=< ∇
Y
Z, X > +....
3. Z < X, Y > +....
Sommando 1. con 2. e sottraendo 3. si ha una eguaglianza che, utilizzando
la propriet`a b), pu`o essere portata ad avere un solo termine in cui compaia il
simbolo ∇ e che pu`o quindi essere usata per determinare come deve operare
la connessione; bisogna beninteso verificare poi che l’ operatore cos`ı definito `e
effettivamente una connessione e che possiede le propriet`a indicate in a) e b).
Tale connessione `e detta di Levi-Civita; in tutto il calcolo che abbiamo accen-
nato, non si usa mai che il prodotto scalare `e definito positivo, ma solo che `e non
degenere, ossia che identifica lo spazio dei campi di vettori tangenti con il suo
duale, cio`e lo spazio delle 1−forme differenziali. La connessione di Levi-Civita
risulta quindi definita anche nel caso di metriche con segnatura mista.
Su un sistema di coordinate (x
1
, ..., x
n
) i campi ∂
i
= ∂/∂x
i
per i = 1, ..., n
formano una base delle derivazioni. Si ha quindi:


j

k
=
n

i=1
Γ
i
jk

i
ove la tabella di numeri Γ
i
jk
`e detta dei simboli di Christoffel.
Cambiamenti di parametro
Siano M ed N due variet`a differenziabili e siano date una famiglia differenziabile
di spazi vettoriali r−dimensionali π : E → M ed una applicazione differenziabile
φ : N → M. Indicheremo con φ

(E) la famiglia differenziabile di spazi vettoriali
su N definita associando al punto x ∈ N la fibra E
φ(x)
di E sul punto φ(x).
58
Osservazione. Si ricordi che per le definizioni date E `e un sottoinsieme di
un prodotto M R
N
; la definizione precedente indica quindi φ

(E) come un
sottoinsieme di N R
N
. Pi` u precisamente le famiglie di spazi vettoriali sono
state definite come ”soluzioni” di sistemi lineari (a rango costante N −r) i cui
coefficienti dipendono differenziabilmente da un parametro x ∈ M; allora φ

`e ottenuto ”cambiando parametro” tramite φ ossia sostituendo nei coefficienti
del sistema lineare che definisce E la x con φ(y) per y ∈ N. Si noti che ogni
banalizzazione di E su un aperto Ω di M (ossia l’aver fissato su Ω una base
di E, ossia una r−upla di sezioni linermente indipendenti in ogni punto di Ω)
determina una banalizzazione di φ

(E) su φ
−1
(E).
Una sezione di φ

(E) su N si identifica ad una applicazione X : N → E sod-
disfaciente la seguente condizione: per y ∈ N l’elemento X(y) ∈ E appartiene
ad E
φ(y)
ossia π(X(y) = φ(y). Ad esempio siano E il fibrato tangente ad M ed
N = [a, b] un intervallo, cosicch´e φ : N → M `e un cammino differenziabile in
M. Allora una sezione di φ

(E) su [a, b] `e quello che viene chiamato (qui e nella
usuale letteratura sull’argomento) un campo di vettori tangenti ad M lungo il
cammino φ.
Sia ∇ : A
0
(E) → A
1
(E) una connessione; definiamo una connessione φ

(∇)
su φ

(E) nel modo seguente. Sia (s
1
, ..., s
r
) una base delle sezioni di E su un
aperto Ω ⊂ M (ossia una banalizzazione di E su Ω); allora ∇ `e espresso su Ω da
una matrice di 1−forme (ω
ij
) per la quale per i = 1, ..., r si ha ∇s
i
=

r
1
ω
ij
s
j
.
Le forme (φ


ij
)) definiscono allora una connessione
˜
∇ per φ

(E) su φ
−1
(Ω),
quella in cui per i = 1, ..., r ponendo ˜ s
i
= s
i
◦ φ si ha ∇˜ s
i
=

r
1
φ


ij
)˜ s
j
.
Una semplice verifica formale dimostra che tale connessione non dipende dalla
particolare base (s
1
, ..., s
r
) scelta; si ottiene quindi una ben definita connessione
φ

(∇) per φ

(E) su N. Ribadiamo che questa `e univocamente determinata
dalla condizione che la differenzazione del sollevamente tramite φ di una sezione
s di E coincide col sollevamento della differenzazione di s.
In particolare sia φ : [a, b] → M un cammino differenziabile; la connessione
φ

(∇) permette di differenziare ”sezioni di” E lungo φ. Ossia data una appli-
cazione differenziabile s : [a, b] → E tale che per ogni t ∈ [a, b] sia s(t) ∈ E
φ(t)
(equivalentemente: π(s(t) = φ(t)), `e definita un elemento φ

(∇)(s) ∈ A
1


(E)
che essendo una 1−forma a valori in E sull’intervallo [[a, b] ove `e fissata la coor-
dinata t si scriver`a (in modo unico) come prodotto di una sezione s

di E lungo
φ per dt: tale s

viene detta derivata covariante di s lungo φ e viene indicata
con la notazione:
s

=
Ds
dt
Si ottiene cos`ı un operatore D/dt sullo spazio delle sezioni di E lungo il cammino
φ tale che se s
1
, s
2
sono due tali sezioni ed f : [a, b] →R `e differenziabile si ha:
1. D(fs
1
)/dt = (df/dt)s
1
+f(Ds
1
/dt)
2. D(s
1
+s
2
)/dt = (Ds
1
/dt) + (Ds
2
/dt)
Una sezione che abbia derivata identicamente nulla viene detta parallela.
Nel caso che E sia il fibrato tangente ad una variet`a M ⊂ R
N
e che la connessione
su esso sia quella indotta dalla differenzazione in R
N
, la derivata covariante
59
lungo un cammino `e ottenuta proiettando la derivata ordinaria di tali campi
(considerati come aventi valori in R
N
) sugli spazi tangenti ad M.
Banalizazzione di una connessione lungo un cammino
Sia π : E → [a, b] un fibrato vettoriale di rango r su un intervallo compatto
della retta reale. E’ facile dimostrare che esso `e globalmente banalizzabile, ossia
che esistono r sezioni s
1
, ..., s
r
di esso su tutto [a, b] che siano linearmente in-
dipendenti in ogni punto t ∈ [a, b] (basta dimostrare che ogni tale fibrato ha una
sezione mai nulla, concludendo per induzione col considerere il fibrato ortogo-
nale al grafico di tale sezione. Che una sezioni mai nulla esiste si f`a se r ≥ 2 per
connessione di R
2
−¦0¦ componendo cammini differenziabili che siano costanti
all’intorno dei punti di bordo dell’intervalo di definizione; per r = 1 dimostrando
che il fibrato `e orientabile).
Fissata una tale banalizzazione, ogni altra sar`a determinata univocamente da
una applicazione differenziabile G : [a, b] → O(r) ove O(r) `e il gruppo delle
matrici ortogonali di ordine r. Mostreremo adesso come fissata una connessione
∇ di E su [a, b], per ogni banalizzazione della fibra di E sul punto a, ossia la
scelta di una base di E
a
, possa essere estesa in uno ed un solo modo ad una
banalizzazione di E su [a, b] per la quale la connessione diviene la differenzazione
ordinaria, ossia per la quale la matrice di 1−forme che caratterizza la connes-
sione `e identicamente nulla; ci`o equivale al fatto che gli elementi della base siano
campi a derivata covariante nulla, ossia paralleli.
Proposizione 55 Siano ∇ una connessione su un fibrato vettoriale π : E → M
e φ un cammino differenziabile in M che va da un punto x ad un punto y.
Per ogni v ∈ E
x
esiste una ed una sola sezione s di E lungo φ che sia parallela
e tale che s(a) = v: l’applicazione che al vettore v ∈ E
x
associa s(b) ∈ E
y
`e un
isomorfismo di spazi vettoriali
Dim. Si scelga una base (e
1
, ..., e
r
) delle sezioni di E lungo φ (ossia un isomor-
fismo di φ

(E) con [a, b] R
r
) e sia (ω
ij
) la matrice di 1−forme differenziali che
determinano la connessione φ

(E). Ogni ω
ij
si scrive nella forma a
ij
(t) dt ove
a
ij
`e una funzione differenziabile su [a, b]. La generica sezione di E lungo φ si
scrive nella forma s(t) = x
1
(t)e
1
(t) +... +x
r
(t)e
r
(t) con derivata covariante:
Ds/dt = ˙ x
1
(t)e
1
(t) +... + ˙ x
r
(t)e
r
(t) +
r

ij=1
x
i
(t)a
ij
(t)e
j
(t)
Ci`o mostra che il parallelismo per una sezione di E lungo φ equivale al fatto
che i suoi coefficienti rispetto ad una base fissata siano soluzioni di un sistema
differenziale lineare del primo ordine; l’enunciato segue quindi dai risultati di
base nello studio di tali sistemi.
L’isomorfismo di E
x
in E
y
che nella proposizione precedente viene associato al
cammino φ `e detto trasporto parallelo lungo il cammino od anche olonomia. In
generale esso non `e indipendente dal cammino che collega x ad y: una misura
della ”curvatura” della connesione su E `e data proprio da tale dipendenza.
Moltiplicazione tra forme a valori in fibrati
Siano E, F, G tre fibrati vettoriali sulla variet`a M e sia fissata una applicazione
60
bilineare (su c):
◦ : A
0
(E) A
0
(F) → A
0
(G)
Con formule identiche a quelle usate per dedurre dall applicazione bilineare
c c ¸ (f, g) → f g ∈ c la moltiplicazione tra forme differenziali usuali, si
introducono prodotti A
p
(E) A
q
(F) → A
p+q
(G) ponendo per α ∈ A
p
(E) ,
β ∈ A
q
(F) e X
1
, . . . , X
p+q
∈ T:
α ◦ β(X
1
, .., X
p+q
) =

σ∈S
p,q
(−1)
|σ|
α(X
σ
1
, .., X
σ
p
) ◦ β(X
σ
p+1
, .., X
σ
p+q
)
ove S
p,q
`e l’insieme delle permutazioni σ di ¦1, . . . , p + q¦ tali che σ(i) < σ(j)
se 1 ≤ i < j ≤ p o se p + 1 ≤ i < j ≤ p + q. In particolare la somma
diretta della forme ordinarie A = ⊕
p≥0
A
p
`e un anello graduato (anticommu-
tativo ossia con α◦β = (−1)
pq
β◦α) e ogni A(E) = ⊕
p≥0
A
p
(E) `e un A−modulo.
Esempio: sia < , >: A
0
(E) A
0
(E) → c bilineare (sull’anello c) (come un
prodotto scalare definito positivo sulle fibre di E). Allora per α ∈ A
p
(E) e
β ∈ A
q
(E) il prodotto < α, β > `e una (p +q)−forma ordinaria.
Differenzazione delle forme a valori in un fibrato
Sia ∇ : A
0
(E) → A
1
(E) una connessione su un fibrato E della variet`a M.
Definiamo operatori di differenzazione ∇ : A
p
(E) → A
p+1
(E) per p intero
naturale in modo formalmente identico a quello utilizzato per introdurre (in
modo intrinseco) la differenzazione tra forme differenziali ordinarie, ponendo
per ω ∈ A
p
(E) e X
0
, . . . , X
p
∈ T :
d(ω)(X
0
, .., X
p
) =
p

0
(−1)
i
X
i
(ω(X
0
, ..,
ˆ
X
i
, .., X
p
))+
+

i<j
(−1)
i+j
ω([X
i
, X
j
], X
0
, ..,
ˆ
X
i
, ..,
ˆ
X
j
, .., X
p
)
Diversamente da quanto succede per la differenzazione di forme ordinarie, in
generale l’operatore ! = ∇◦ ∇ : A
0
(E) → A
2
(E) `e in generale non nullo: esso
misura la eventuale impossibilit`a di banalizzare (localmente) E in modo che
la la differenzazione ∇ divenga quella standard (ossia la possibilit`a di trovare
localmente una base delle sezioni fatta di sezioni parallele) ed `e detto la curvatura
della connessione. Si pu`o verificare che esso `e lineare (sull’anello c) e quindi che
pu`o essere pensato come un elemento di A
2
(End(E)).
Misura degli angoli
Chiameremo angolo un elemento del gruppo S
1
= ¦z ∈ C : [z[ = 1¦.
Consideriamo il rivestimento R ¸ θ → e

∈ S
1
che identifica il gruppo degli
angoli con il quoziente di R per il sottogruppo 2πZ: un θ ∈ R sar`a detto misura
dell’angolo e

; questa `e determinata solo a meno di costanti additive in 2πZ.
Con notazione un p`o impropria, si indica con dθ la 1−forma su S
1
ottenuta dif-
ferenziando le inverse locali della misura degli angoli; un’altra notazione (nello
stesso modo impropria) per dθ `e dlog(z) mentre una pi` u corretta sarebbe dz/z
(che sono entrambi forme definite su C

e poi ristrette ad S
1
).
61
La forma dθ `e chiusa (anche perch´e in dimensione 1 tutte le forme sono chiuse)
ma, diversamente da quanto indicherebbe la notazione, non `e esatta: essa pu`o
anche essere definita come la forma di volume su S
1
considerata come variet`a
riemanniana orientata e comunque si ha
_
S
1
dθ = 2π.
Per ogni applicazione differenziabile f : P → S
1
ove P `e una variet`a, consi-
dereremo su P la 1−forma chiusa f

(dθ); pensando f come applicazione a valori
complessi, tale forma pu`o anche essere indicata con df/f.
Proposizione 56 Siano f : P → S
1
differenziabile e σ : S
1
→ P un cammino
chiuso. Allora
_
σ
df/f = 2π d ove d ∈ Z `e il grado della applicazione f ◦ σ
Dim. Integrare df/f su σ significa integrare su S
1
la forma σ

(df/f) e siccome
df/f = f

(dθ), significa integrare su S
1
la forma σ

(f

(dθ)) = (f ◦ σ)

(dθ).
Quindi l’enunciato `e essenzialmente la definizione che abbiamo dato del grado.
Sia ora M una superficie riemanniana orientata; quindi per ogni x ∈ M sullo
spazio tangente T
x
(M) `e definita una struttura di spazio vettoriale complesso
(di dimensione 1) ottenuta definendo la moltiplicazione per i =

−1 dei vettori
in T
x
(M) come la rotazione di angolo π/2. Sia P la parte di T(M) costituita
dai vettori aventi modulo 1: essa `e una variet`a di dimensione 3 sulla quale la
restrizione della proiezione φ : T(M) → M `e una applicazione differenziabile
φ : P → M le cui fibre hanno una identificazione con S
1
determinata a meno
di rotazioni. Sia ora T un campo di vettori unitario su M; per ogni (x, v) ∈ P
esiste un unico w ∈ S
1
tale che v = w T(x): si ha cos`ı una applicazione differen-
ziabile w : P → S
1
cui `e associata come descritto avanti una 1−forma chiusa
che indicheremo con ω
T
. Ad ogni cammino differenziabile γ : [a, b] → M che
sia regolare (ossia ˙ γ mai nullo) associamo il cammino ¯ γ : [a, b] → P ottenuto
sollevando γ col normalizzato n(t) di ˙ γ(t): ossia ¯ γ(t) = (γ(t), n(t)). L’integrale
di ω
T
sulla curva ¯ γ sar`a detto variazione dell’angolo tra γ ed il campo T.
Siccome ω
T
`e chiusa, tale integrale dipende solo dalla classe di omotopia (a
estremi fissi) di ¯ γ : [a, b] → P e quindi solo dalla classe di omotopia differen-
ziabile di γ in quanto curva regolare a estremi fissi per lei e le sue derivate
prime: ossia per deformazioni (γ
s
) del cammino γ per cui in ogni γ
s
la derivata
rimane sempre non nulla e rimangono fissi i valori e le derivate prime in a e in
b. Consideriamo adesso un cammino chiuso γ : S
1
→ M (se si preferisce una
γ : R → M che sia L−periodica per un L ∈ R
+
); allora
_
¯ γ
ω
T
`e un multiplo
intero di 2π: precisamente vale 2π d ove d `e il grado della composizione di ¯ γ
con la funzione ”angolo” da P ad S
1
; tale d verr`a detto grdo di γ rispetto al
campo T. Deformando T, tale integrale (o se si preferisce il grado che ”calcola”)
varia con continuit`a e dovendo essere un intero `e costante. Stessa conclusione
se deformiamo la metrica riemanniana con continuit`a (normalizzando via via il
campo T dividendolo per la norma che assume).
Nota. D’ora in poi se T `e un campo di vettori non nulli su M (non necessaria-
mente unitario) parleremo di variazioni di angolo con esso intendendo quelle
relative al suo normalizzato
˜
T = T/[[T[[.
Il grado di una curva chiusa γ regolare rispetto ad un campo non nullo T
non dipende dalla particolare metrica riemanniana utilizzata e quindi deve es-
sere definibile topologicamente; ed infatti esso pu`o essere definito parlando di
62
molteplicit`a di intersezione su M tra γ e la sua deformata di poco nella direzione
del campo T.
Dalla dicussione fatta deduciamo il seguente:
Corollario 57 Siano M una superficie orientata diffeomorfa ad un disco aperto
e Γ una sua sottovariet`a diffeomorfa ad S
1
. Qualunque metrica riemanniana
e qualunque campo di vettori tangenti unitario T si considerino su M, la vari-
azione di angolo tra Γ e T sar`a ±2π. Precisamente sar`a +2π se Γ `e orientata
come bordo della componente relativamente compatta del suo complementare
Dim. Essendo M diffeomorfa ad un disco aperto `e anche diffeomorfa ad R
2
;
sappiamo quindi che il suo complementare ha due componenti connesse, una
delle quali compatta. Orientando Γ come il bordo della componente compatta
e scegliendo su R
2
la metrica euclidea e come campo T uno costante, sappiamo
che γ ha grado 1. Ogni altra metrica riemanniana m `e deformabile in quella
euclidea e con λm+(1−λ)e, quindi la variazione di angolo tra γ e T non dipende
dalla metrica. Non dipende neppure da T perch´e essendo R
2
contrattile, tutti i
campi di vettori tangenti sono deformabili l’uno nell’altro.
Vediamo ora una generalizzazione del precedente corollario. Siano M una su-
perficie riemanniana orientata e ∆ ⊂ M un compatto a frontiera ∂∆ = Γ
differenziabile. Sia anche T un campo di vettori tangenti su M che non abbia
zeri su Γ ed i cui zeri all’interno di ∆ siano tutti semplici.
Proposizione 58 La caratteristica di Eulero-Poincar´e di ∆ `e data `e data dalla
somma algebrica degli zeri di T sommata al grado di Γ rispetto a T
La dimostrazione utilizza l’esistenza di superfici con campi di vettori tangenti
che servono a modificare il campo di vettori tangenti T con uno rispetto al
quale le componenti del bordo di M hanno grado nullo, ci`o al costo di cambiare
il numero degli zeri di T.
Sia C la superficie compatta a bordo S
1
[0, 1] orientata col prodotto delle
orientazioni canoniche sui fattori e siano Γ
0
= S
1
¦0¦ e Γ
1
= S
1
¦1¦ orientate
in quanto bordi di C.
Lemma 59 Per d ∈ Z esiste un campo di vettori tangenti T
d
su C verificante
le seguenti propriet`a:
1. T
d
ha esattamente [d[ zeri, tutti semplici, interni a C e tutti dello stesso
segno di d
2. i gradi di Γ
0
e Γ
1
rispetto a T
d
sono rispettivamente 0 e −d
Dim. Per d = 0 si pu`o prendere per T
0
un campo unitario parallelo alle fibre
¦s¦ [0, 1] di C. Costruiremo ora dei modelli per d = 1 e per d = −1: per
[d[ > 1 baster`a poi passare ai rivestimenti di grado [d[ di essi.
Consideriamo su D = ¦z ∈ C : [z[ ≤ 1¦ i campi V
1
(z) = (z − 1/2)(z + 1/2) e
V
−1
(z) = (z −1/2)(¯ z +1/2). Essi hanno ciascuno due soli zeri, questi sono sem-
plici ed interni a D e sono entrambi positivi per V
1
e uno positivo e l’altro nega-
tivo per V
−1
. Togliendo a D l’interno di un piccolo disco contenuto all’interno di
D, avente centro in uno zero positivo ed avendo l’altro zero all’esterno, si ottiene
una superficie diffeomorfa a C sulla quale i campi V
1
e V
−1
si leggono come due
63
campi T
1
e T
−1
con le propriet`a richieste. Infatti la propriet`a 1. `e verificata per
costruzione. Per la 2. che il grado su Γ
0
sia nullo deriva dal fatto che il piccolo
disco tolto `e uno zero semplice positivo per entrambi i campi considerati su D;
per il grado di Γ
1
basta osservare che i due campi V
1
e V
−1
sono omotopi (in un
intorno di ∂D)) rispettivamente ai campi z → z
2
e z → 1 per i quali il calcolo
diretto `e facile.
Dimostrazione della proposizione precedente
Sia Γ una componente connessa del bordo di M e sia d il suo grado rispetto al
campo T. Utilizzando un diffeomorfismo tra S
1
[0, 1] ed un intorno U chiuso
di Γ in M (tale U essendo un intorno tubolare detto anche collare per Γ) si
pu`o incollare ad M un S
1
[0, 1] ottenendo un’altra superficie
˜
M che rimane
diffeomorfa ad M. Modificando eventualmente con continuit`a il campo T in
un intorno di Γ, si pu`o fare in modo che T possa essere esteso a
˜
M mettendo
sulla nuova porzione di superficie il campo T
d
del precedente lemma, in modo
che sulla nuova componente di bordo il grado sia nullo ed il numero (algebrico)
totale degli zeri di
˜
T su
˜
M si quello di T pi` u d. Facendo questa operazione
su tutte le componenti connesse del bordo di M si ottiene infine una superficie
diffeomorfa ad M sulla quale esiste un campo di vettori tangenti trasversale al
bordo e che ha un numero algebrico di zeri eguale alla somma tra quello che
aveva T su M sommato al grado totale del bordo di M rispetto al campo T;
questo numero `e (per definizione) la caratteristica di Eulero-Poincar`e di
˜
M che
`e la stessa di quella di M che le `e diffeomorfa.
Gauss-Bonnet per superfici non immerse
Siano M una superficie riemanniana orientata e T un campo di vettori aventi
norma 1 definito su un aperto Ω ⊂ M. Sia φ : [a, b] → Ω un cammino ”unitario”
ossia tale che
˙
φ abbia modulo costante 1. Per ogni t ∈ [a, b] esiste quindi un
numero complesso w(t) avente modulo 1 tale che
˙
φ(t) = w(t) T(φ(t)). Siccome
[a, b] `e semplicemente connesso, esiste θ : [a, b] → R differenziabile e tale che
˙
φ(t) = e
iθ(t)
T(φ(t)). La derivata covariante di tale relazione d`a:
D
˙
φ(t)
dt
=
˙
θ ie
iθ(t)
T(φ(t)) +e
iθ(t)

DT(φ(t))
dt
ove il membro a sinistra `e il vettore di curvatura geodetica; esso concide col
prodotto k
g
i
˙
φ(t) essendo k
g
la curvatura geodetica scalare di φ in t; in partico-
lare lo scalare k
g
`e dato dal prodotto scalare tra il vettore di curvatura geodetica
e il vettore normale i
˙
φ(t) al cammino φ e quindi dalla relazione precedente si
ottiene:
k
g
=<
˙
θ(t) ie
iθ(t)
T(φ(t)), ie
iθ(t)
T(φ(t) > +
+ < e
iθ(t)
DT(φ(t)
dt
, ie
iθ(t)
T(φ(t) =
˙
θ+ <
DT
dt
, iT >
Integrando tra a e b si ottiene:
_
b
a
k
g
dt = θ(b) −θ(a) +
_
b
a
< ∇T, iT >
64
Osserviamo che l’integrando nel membro a sinistra `e definito solo lungo il cam-
mino φ; nel membro a destra vi `e la somma tra la variazione di angolo tra il
cammino (o meglio la sua tangente) ed il campo T (anche questo definito solo
lungo il cammino φ) e l’integrale di < ∇T, iT > che `e una 1−forma ordinaria
su tutto Ω (ricordiamo che il prodotto < , >: A
0
(T)
2
→ c si estende a prodotti
A
p
(T) A
q
(T) → A
p+q
(c) = (p +q)− forme ordinarie).
Supponiamo ora che ∆ ⊂ Ω sia un dominio compatto a frontiera differenziabile.
Si ha allora:
_
∂∆
< ∇T, iT >=
_

d < ∇T, iT >
e quindi, parametrizzando ∂∆ per lunghezza d’arco si ottiene:
_
∂∆
k
g
dt =
_
∂∆
dθ +
_

d < ∇T, iT >
Il membro a sinistra `e la curvatura totale geodetica di ∂∆ e non dipende dalla
scelta del campo T. Nel membro a destra, il primo addendo `e la variazione di
angolo di ∂∆ rispetto al campo T: abbiamo visto in precedenza che esso `e 2π
volte la caratteristica χ(∆) di Eulero-Poincar´e di ∆ (perch´e non vi sono zeri
del campo T). Quindi anche il secondo addendo
_

d < ∇T, iT > non deve
dipendere da T; infatti vedremo tra poco che il suo integrando non dipende da
T ed `e quindi una quantit`a intrinseca della superficie riemanniana.
Intanto possiamo dedurre il seguente importante teorema di Gauss.
Diremo poligono geodetico in M una curva chiusa Γ semplice (di Jordan, ossia
omeomorfa ad S
1
) i cui lati siano geodetiche; ossia supponiamo dati cammini
differenziabili (γ
i
: [0, 1] → M ordinati ciclicamente ognuno dei quali sia una
geodetica iniettiva che parte ove arriva la precedente e che per il resto siano
disgiunti. Nel punto di arrivo di ognuno di tali cammini, diremo angolo esterno
quello di cui deve essere ruotata la sua derivata per ottenere quella con cui parte
il successivo mentre il complemento di questo a π sar`a detto angolo interno.
Teorema 60 (Gauss) Sia Γ un poligono geodetico contenuto in un aperto Ω di
M che sia diffeomorfo ad un disco. Orientiamo Γ come bordo della componente
relativamente compatta ∆ del suo complementare in Ω e sia T un campo di
vettori tangenti unitari su Ω. Allora la somma degli angoli esterni di Γ `e data
da 2π −
_

d < ∇T, iT >
Dim. Si modifichi il poligono in una curva differenziabile spianando gli angoli
nei punti in cui una geodetica termina ed inizia la successiva: ci`o pu`o essere fatto
modificando ogni γ
i
solo su [0, ] e 1−, 1]. La curva ottenuta avr`a una variazione
di angolo con T di 2π perch´e coincide con quella ottenuta considerando la curva
in R
2
con la metrica euclidea. Dal calcolo fatto sopra sappiamo che su ogni tale
piccolo arco modificato l’integrale di dθ d`a la differenza tra angolo che ˙ γ
i
(1 −)
forma con T(γ
i
(1 − ) e l’analogo formato da ˙ γ
i+1
() con T(γ
i+1
(); per che
tende a zero, tale differenza tende all’angolo esterno. Siccome per che tende
a zero, l’interno della curva modificata tende all’interno di ∆, l’enunciato segue
dalla formula scritta avanti.
Nota. Nel caso che M sia il piano euclideo, la somma degli angoli esterni di
un poligono vale esattamente 2π; questo fatto `e elementarmente equivalente al
65
fatto che in un triangolo, la somma degli angoli interni `e π. Gauss osserv`o che
sulla sfera la somma degli angoli interni di un triangolo geodetico `e maggiore di
π mentre su una superficie del tipo z = xy, viene minore: dimostr`o anzi che su
superfici in R
3
, la differenza tra tale somma e π `e data dall’integrale sull’interno
del triangolo di quella che noi oggi chiamiamo curvatura gaussiana. Mostreremo
adesso che per superfici in R
3
la curvatura gaussiana, definita tramite la seconda
forma fondamentale o come determinante della mappa di Gauss, coincide con
−d < ∇T, iT >, il ch´e completer`a il risultato come Gauss l’aveva dato. Per
superfici non immerse la curvatura gaussiana sar`a definita tramite la formula
che la d`a nel caso sia contenuta in R
3
(o se si preferisce, come quella che rende
vero il teorema di Gauss).
Sia M una superficie riemanniana orientata e siano dati su un aperto Ω ⊂ M due
campi di vettori unitari S e T; se Ω `e semplicemente connesso (o sufficientemente
piccolo), esiste una funzione θ : Ω →R tale che S(x) = e
iθ(x)
T(x).
Differenziando (con la connessione di Levi-Civita) si ottiene:
∇S = ie

Tdθ +e

∇T
Ricordando che il prodotto scalare `e invariante per rotazioni (ossia moltipli-
cazioni per numeri complessi unitari) si ottiene che:
< ∇S, iS >= dθ+ < ∇T, iT >
in particolare le due 1−forme differiscono per il differenziale di una funzione e
quindi la 2−forma d < ∇T, iT > non dipende dal particolare campo unitario
scelto: tale 2−forma `e intrinsecamente definita su tutta M : essa, cambiata di
segno, verr`a indicata con ω
K
e detta forma di curvatura gaussiana.
Proposizione 61 Sia T un campo di vettori tangenti unitari su un aperto Ω
di una superficie orientata M ⊂ R
3
. Allora d < T, ∇(iT) > coincide sull’aperto
Ω con la curvatura gaussiana di M
Dim. Siano T
1
= T , T
2
= iT e T
3
= T
1
∧ T
2
; abbiamo che T
1
e T
2
sono in ogni
punto x ∈ Ω una base ortonormale di T
x
(M) mentre T
3
”`e” la mappa di Gauss.
Differenziando (differenzazione ordinaria) le relazioni < T
i
, T
j
>=cost si hanno
le seguenti formule:
dT
1
= ω
3
T
2
−ω
2
T
3
dT
2
= −ω
3
T
1

1
T
3
dT
3
= ω
2
T
1
−ω
1
T
2
Da cui, annullando le componenti ortogonali:
∇T
1
= ω
3
T
2
∇T
2
= −ω
3
T
1
e differenziando nuovamente, siccome d ◦ d = 0 si ha:
ω
1
∧ ω
2
= dω
3
ω
3
∧ ω
1
= dω
2
ω
2
∧ ω
3
= dω
1
Si ha quindi < T
1
, ∇T
2
>=< T
1
, −ω
3
T
1
>= −ω
3
da cui
d < T
1
, ∇T
2
>= −dω
3
= −ω
1
∧ ω
2
66
che calcolata su vettori u, v ∈ T
x
(M) per x ∈ Ω da:
(∗) −ω
1
∧ ω
2
[u, v] = −ω
1
[u]ω
2
[v] +ω
1
[v]ω
2
[u]
Dobbiamo verificare che questa coincide con il sollevamento della forma di vol-
ume di S
2
tramite la mappa di Gauss: si deve fare attenzione che la sfera S
2
`e orientata scegliendo la normale interna; ci`o comporta che anche se lo spazio
tangente in un punto x ∈ M coincide con lo spazio tangente in T
3
(x) (la sua
immagine per la mappa di Gauss), l’orientazione `e quella opposta; quindi una
base positiva per lo spazio tangente di S
2
`e (T
2
, T
1
).
Calcolando ancora sui vettori u, v ∈ T
x
(M) si ha:
< dT
3
[u], T
2
>< dT
3
[v], T
1
> − < dT
3
[u], T
1
>< dT
3
[v], T
2
> =
= < ω
2
[u]T
1
−ω
1
[u]T
2
, T
2
>< ω
2
[v]T
1
−ω
1
[v], T
1
> −
− < ω
2
[u]T
1
−ω
1
[u]T
2
, T
1
>< ω
2
[v]T
1
−ω
1
[v]T
2
, T
2
> =
= −ω
1
[u] ω
2
[v] + ω
2
[u] ω
1
[v]
che coincide con quanto dato in (∗).
Proposizione 62 (teorema di Gauss-Bonnett prima formulazione)
Sia ∆ un dominio compatto a frontiera differenziabile in una superficie rieman-
niana orientata M. Allora:
_
∂∆
k
g
dt +
_

ω
K
= 2πχ(D)
Dim. Se su ∆ esiste un campo di vettori privo di zeri, ne esiste anche uno uni-
tario (il suo normalizzato) ed allora questo risultato `e gi`a stato ottenuto all’inizio
di questo paragrafo, mancando solo l’interpretazione data ora della curvatura
gaussiana. Si pu`o dimostrare in modo abbastanza facile (utilizzando collari al
bordo ed il fatto che variet`a connesse sono omogenee per diffeomorfismi) che se
∆ `e connessa ed ha bordo non vuoto, allora esistono campi di vettori tangenti
privi di zeri. Ci`o lascia quindi da dimostrare la proposizione solo per una su-
perficie compatta ∆ senza bordo (e che non sia diffeomorfa ad un toro).
Possiamo comunque dimostrare direttamente il teorema per ogni superficie con
o senza bordo senza utilizzare la sua omogeneit`a per diffeomorfismi ragionando
nel modo seguente.
Sia M una superficie riemanniana compatta orientata (con o senza bordo) e sia
∆ ⊂ M un compatto a frontiera differenziable contenuto nella parte interna di
M. Allora ∆ e la chiusura ∆

del suo complementare in M sono due superfici
compatte sulle quali M induce strutture riemanniane orientate e ∆∩ ∆

`e una
variet`a Γ di dimensione 1 sulla quale le orientazioni indotte da ∆ e da ∆

(come
parte del loro bordo) sono tra loro opposte. Si ha:
Lemma 63 Se il teorema di Gauss-Bonnet vale per ∆ e per ∆

allora vale
anche per M
67
Dim. E’ sufficiente utilizzare le tre seguenti eguaglianze:
1. χ(M) = χ(∆) +χ(∆

) 2.
_
M
ω
K
=
_

ω
K
+
_

ω
K
3.
_
∂M
k
g
dt =
_
∂∆
k
g
+
_
∂∆

k
g
La 1. segue dall’esistenza di un campo di vettori tangenti ad M avente solo zeri
semplici di cui nessuno su Γ. La 2. `e semplicemente l’additivit`a del’integrale.
La 3. segue dal fatto che gli integrali che compaiono a destra ma non a sinistra
sono fatti due volte lungo Γ con orientazioni opposte e quindi si cancellano.
Per dimostrare il teorema di Gauss-Bonnet basta quindi scegliere un campo
di vettori tangenti T su M che abbia solo zeri semplici ed applicare il lemma
precedente prendendo per ∆ l’unione di dischi coordinati interni ad M e disgiunti
tra loro aventi centri negli zeri di T. Per la superficie ∆

vale il teorema di
Gauss-Bonnet perch´e possiede un campo di vettori tangenti privo di zeri e vale
ovviamente anche per ∆ che `e unione disgiunta di dischi.
In una superficie riemanniana orientata M sia ∆ un dominio compatto a fron-
tiera differenziabile a tratti (definizione analoga a quella dei poligoni geodetici,
eliminando l’ipotesi che le curve che compongono il bordo siano delle geodetiche)
e siano α
1
, ..., α
r
gli angoli esterni.
Teorema 64 (teorema di Gauss-Bonnet seconda formulazione)
_
∂∆
k
g
dt +
r

1
α
i
+
_

ω
K
= 2πχ(∆)
Metodi combinatori
Descriviamo ora un esempio di linguaggio di tipo combinatorio, che pu`o es-
sere usato per descrivere oggetti geometrici in alternativa e talvolta in aiuto a
quello topologico-differenziale sin’ora usato; esempi di questo in dimensione 1
(sicuramente conosciuti) sono formalizzati sotto l’appellativo di grafi.
Schemi simpliciali
Sia I un insieme. Diremo simplesso di dimensione p in I ogni suo sottoinsieme
di cardinalit`a p + 1; in particolare il sottoinsieme vuoto `e l’unico simplesso di
dimensione −1. I sottoinsiemi di un simplesso sono detti le sue facce ; due
simplessi sono incidenti se uno `e faccia dell’altro.
Uno schema simpliciale su I `e una famiglia K di simplessi di I verificante le
condizioni seguenti:
- ogni 0−simplesso di I appartiene a K
- ogni faccia di un simplesso di K appartiene a K
Esso sar`a indicato con (I, K) o semplicemente K quando `e chiaro chi sia I. I
suoi simplessi di dimensione 0 , 1 , 2 , 3... saranno detti vertici, spigoli, triangoli
(o facce), tetraedri ....
Ad esempio sia I = Z/nZ e consideriamo lo schema che ha gli elementi di I
come insieme dei vertici e gli insiemi ¦i, i +1¦ per i ∈ I come spigoli: esso sar`a
indicato come il poligono chiuso (standard) di n lati; se si aggiungono ad esso
68
come faccie i simplessi ¦0, i, i + 1¦ per i = 1, ..., n − 2, si ha uno schema che
chiameremo disco poligonale chiuso (standard) di n lati.
La dimensione di uno schema `e l’estremo superiore delle dimensioni dei suoi sim-
plessi. Un morfismo tra schemi (I, K) e (I

, K

) `e una applicazione φ : I → I

tale che φ(s) ∈ K

se s ∈ K. Se φ `e una inclusione, diremo che (I, K) `e un
sottoschema di (I

, K

). Ad esempio sia K uno schema simpliciale; l’insieme
K
n
dei suoi simplessi di dimensione al pi` u n `e un sottoschema che viene detto il
suo n−scheletro. Fissato un simplesso t, l’insieme S(t) costituito dai simplessi
s tali che s ∪t `e ancora un simplesso di K `e un sottoschema detto lo star di t in
K; i simplessi di S(t) che non intersecano t costituiscono pure un sottoschema
L(t) che viene detto il link di t in K. L’esterno di t in K `e il sottoschema E(t)
formato dai simplessi che non hanno vertici comuni con t. Infine l’insieme U(t)
dei simplessi che hanno qualche vertice in comune con t `e detto l’intorno aperto
di t in K; si noti che questo non `e pi` u, in generale un sottoschema di K ma solo
un insieme di simplessi. Se s ∈ K `e un simplesso, esso verr`a spesso identificato
al sottoschema di K formato da tutte le sue facce; il sottoschema ˙ s formato
dalle sue facce proprie verr`a detto il suo bordo.
Uno schema sar`a detto sconnesso se `e possibile ripartire i suoi vertici in due sot-
toinsiemi non vuoti di modo che ogni simplesso dello schema sia sottoinsieme di
uno solo di essi; altrimenti diremo che `e connesso. Evidentemente ogni schema
simpliciale `e decomponibile in un solo modo nell’unione disgiunta di sottoschemi
connessi; essi verranno detti le componenti connesse dello schema dato.
Uno schema simpliciale K `e finito se lo `e in quanto insieme; in tal caso `e
possibile introdurre la sua caratteristica di Eulero-Poincar´e come la somma
χ(K) = 1 + (−v1 +v
0
−v
1
+v
2
+...) = 1 +

p∈Z
(−1)
p
v
p
ove v
i
indica la car-
dinalit`a dell’insieme dei suoi simplessi di dimensione i; in particolare χ(∅) = 0.
Uno schema K `e localmente finito se S(s) `e finito per ogni suo simplesso s;
equivalentemente se il link di ogni suo vertice `e finito.
Spazio topologico associato ad uno schema localmente finito
Dato un insieme I considereremo sullo spazio vettoriale R
(I)
delle applicazioni
x : I →R aventi supporto finito, la norma [[x[[ = (

i∈I
x(i)
2
)
1/2
. Per i ∈ I sia
e
i
: I →R l’applicazione definita da e
i
(j) = δ
ij
(ossia 0 se i ,= j e 1 se i = j).
Gli (e
i
)
i∈I
costituiscono una base di R
(I)
e verranno identificati agli elementi
di I. Se K `e uno schema simpliciale localmente finito su I, il suo supporto ge-
ometrico o poliedro (simpliciale) associato `e il sottoinsieme [K[ di R
(I)
unione
di tutti gli inviluppi convessi di elementi di K. Si verifica facilmente che [K[
`e l’insieme delle x : I → R che non sono negative,

i∈I
x(i) = 1 e tali che
¦i ∈ I : x(i) ,= 0¦ `e un simplesso di K. Doteremo [K[ della topologia indotta
dalla norma definita sopra su R
(I)
. Questa costruzione permette di collegare
considerazioni di carattere puramente combinatorio, ossia ottenute in soli ter-
mini di schemi simpliciali, con altre di carattere topologico.
Infatti non solo ad ogni schema K si pu`o associare lo spazio topologico [K[ ma
anche ad ogni morfismo di schemi simpliciali φ : (I, K) → (I

, K

) si pu`o as-
sociare una applicazione continua [φ[ : [K[ → [K

[ prolungando in modo affine
su ogni simplesso di K l’applicazione φ definita inizialmente sui vertici e otte-
nendo cos`ı un funtore dalla categoria degli schemi simpliciali in quella degli spazi
topologici. In questo modo si pu`o tentare di studiare uno spazio topologico X
sul quale sia dato un omeomorfismo con un poliedro [K[ (si parler`a di triango-
69
lazione di X) mediante considerazioni combinatorie sullo schema K. Quasi tutti
gli spazi ”decenti” di dimensione finita ammettono una triangolazione (finita se
compatti altrimenti si devono usare schemi ”localmente finiti”..); ad esempio
ogni luogo di zeri di funzioni analitiche `e rappresentabile in tal modo.
Schema associato ad un ricoprimento
Sia X un insieme ed | = (U
i
)i ∈ I un suo ricoprimento costituito da sottoinsiemi
non vuoti (saremo interessati al caso in cui X `e uno spazio topologico ed | un suo
ricoprimento aperto). Si costruisce uno schema simpliciale N(|) su I scegliendo
i
0
, ..., i
p
come vertici di un simplesso se e solo se U
i
0
∩ ... ∩ U
i
p
,= ∅; questo `e
detto il nerbo di | ed `e utile in molte situazioni. Esso `e finito se e solo se anche
| lo `e. Se poi | `e un ricoprimento localmente finito di uno spazio topologico X
costituito da aperti relativamente compatti, allora il suo nerbo sar`a localmente
finito. In questo caso, un collegamento tra X ed il suo nerbo si trova cos`ı : sia

i
)
i∈I
una partizione dell’unit`a subordinata ad | ossia una famiglia di funzioni
continue φ
i
: X →R , tali che per ogni i ∈ I, φ
i
sia non negativa con supporto
contenuto in U
i
e si abbia inoltre che per ogni x ∈ X la somma dei φ
i
(x) (tutti
nulli salvo un numero finito) faccia 1. Allora per ogni x ∈ X la succesione

i
(x))
i∈I
`e un elemento di N(|); si ha quindi una applicazione φ : X → N(|)
ed `e facile verificare che essa `e continua. Se φ
0
, φ
1
sono due tali applicazioni,
ottenute a partire da due diverse partizioni dell’unit`a, entrambi per`o subordinate
al ricoprimento |, esse saranno distinte ma sono omotope tra loro: esiste cio`e
una applicazione continua Φ : X[0, 1] → N(|) tale che per x ∈ X ed i ∈ ¦0, 1¦
si abbia Φ(x, i) = φ
i
(x). Sono cio`e ”deformabili con continuit`a” l’una nell’altra.
Basta infatti definire Φ(x, λ) = (1 −λ)φ
0
(x) +λφ
1
(x).
Grafi e superfici
Chiamiamo grafo uno schema simpliciale ogni cui componente connessa abbia
dimensione uno. Un albero `e un grafo connesso che non possiede sottoschemi
del tipo poligono chiuso.
Lemma 65 Un grafo connesso finito `e un albero se e solo se χ(Γ) = 1
Dim. Si parta da uno spigolo, aggiungendo successivamente spigoli che hanno
un solo vertice nel sottoschema precedentemente costruito; ognuno di questi `e un
albero ed ha caratteristica 1. Essendo il grafo connesso, tutti i vertici dovranno
essere inclusi nell’ultimo schema ottenuto. Quindi la caratteristica del grafo vale
1 meno il numero di spigoli lasciati fuori.
Chiamiamo superficie (poliedrale) ogni schema simpliciale di dimensione due
verificante le seguenti condizioni:
1. ogni spigolo appartiene esattamente a due facce
2. il link di ogni vertice `e connesso e non vuoto
E’ facile dimostrare che in tal caso il link di ogni vertice `e un poligono chiuso.
Se invece della 1. supponiamo:
1’. ogni spigolo appartiene ad una o due facce
lo schema sar`a chiamato superficie a bordo. In tal caso l’insieme degli spigoli
70
che appartengono ad una sola faccia, assieme ai loro vertici, costituiscono un
sottoschema che `e un grafo; esso viene detto bordo della superficie ed `e facile
dimostrare che ogni sua componente connessa `e del tipo poligono chiuso.
Orientazioni
Diremo che un simplesso `e orientato se `e fissata una classe di parit`a (i cui
elementi saranno detti positivi ) per gli ordinamenti dell’insieme dei suoi vertici.
Se (i
0
, ..., i
n
) `e un ordinamento positivo per i vertici di un n−simplesso orientato,
allora la faccia ottenuta eliminando i
h
sar`a orientata dall’ordinamento indotto
se h `e pari altrimenti in modo opposto. Due n−simplessi distinti sono contigui
se hanno una faccia di dimensione n-1 in comune; in tal caso orientazioni di
essi saranno dette concordi se inducono orientazioni opposte su tale faccia. Una
superficie `e orientabile se `e possibile orientare i suoi simplessi di dimensione 2 (le
sue facce) in modo che quelli contigui siano concordi. Nel seguito, supporremo,
salvo mensione esplicita, che ogni superficie sia connessa.
Classificazione delle superfici poliedrali
Sia X una superficie poliedrale orientata. Data una curva poligonale semplice
C di n lati in X (brevemente: C un n−poligono in X) si costruisce un nuovo
schema simpliciale chiamato ”X tagliata lungo C” : si raddoppiano tutti i simp-
lessi di C e si ridefiniscono in modo ovvio le relazioni di appartenenza. Si hanno
due possibilit`a: lo schema ottenuto `e connesso ed `e una superficie a bordo col
bordo fatto di due componenti connesse; oppure `e sconnessa ed allora ogni com-
ponente connessa `e una superficie a bordo con bordo connesso. Nel primo caso
diremo che C non divide X. Se ci`o accade, si pu`o costruire una nuova superfi-
cie
˜
X senza bordo attaccando alla superficie tagliata due dischi poligonali di n
lati con una triangolazione standard od altra che si voglia usare. In ogni caso
la caratteristica di Eulero-Poincar´e aumenta di due ossia χ(
˜
X) = χ(X) + 2.
Questa `e detta ottenuta da X per chirurgia lungo la poligonale C.
Costruzione di una caverna massimale. Data una superficie X si scelga una
faccia F
1
di partenza; la seconda faccia che scegliamo `e una qualsiasi faccia F
2
adiacente ad F
1
. In generale la faccia scelta sar`a una non ancora selezionata
e nella quale si possa ”entrare” passando da uno spigolo non ancora ”attraver-
sato”. Incollando tra loro successivamente le facce selezionate si ottiene alla fine
uno schema D isomorfo ad una triangolazione (in generale non standard) del
poligono regolare ed una applicazione σ : D → X surgettiva col bordo di D che
si ”applica due volte” su un grafo Γ in X detto grafo residuo della caverna. Tale
grafo `e necessariamente connesso e quindi ha caratteristica al pi` u 1; ne segue
che X ha caratteristica al pi` u 2. Per quanto visto sopra quindi, dopo un numero
finito di tagli si avr`a una superficie priva di curve che non la dividono. Ripe-
tendo la costruzione precedente per una tale superficie, siccome il grafo residuo
non sconnette X, esso non pu`o contenere poligoni chiusi ed `e quindi un albero.
Ne segue che una tale superficie ha precisamente caratteristica 2.
si `e quindi dimostrata la seguente:
Proposizione 66 Ogni superficie finita orientabile dopo un numero finito di
chirurgie lungo curve poligonali che non la sconnettono, diviene una superficie
di caratteristica 2 che viene sconnessa da ogni sua poligonale chiusa.
In particolare la caratteristica della superficie data `e pari e non superiore a 2
Corollario 67 Ogni superficie con bordo non vuoto che sia finita orientabile,
71
ha caratteristica non superiore ad 1. Se ha caratteristica 1, viene sconnessa da
ogni poligonale aperta che congiunga due suoi punti del bordo.
Dim. Aggiungendo dischi poligonali lungo le componenti del bordo, la caratteri-
stica aumenta esattamente del numero di queste. Per la proposizione precedente
la superficie ottenuta ha caratteristica non superiore a 2 e questo dimostra
la prima parte dell’enunciato. Per la seconda parte si ragiona come per la
proposizione precedente: data una poligonale che unisce due punti del bordo,
si tagli lungo essa; la superficie ottenuta ha caratteristica 2 e quindi, avendo
bordo non vuoto, deve essere sconnessa.
A questo punto si pu`o gi`a capire che una tale superficie `e ”topologicamente” S
2
;
ad esempio perch´e `e unione di un intorno dell’albero residuo (che ”`e” un disco)
e di una piccola contrazione della caverna costruita (anch’essa un disco).
Ma `e pi` u preciso ed anche interessante ottenere tale risultato attraverso il
seguente tipo di argomentazioni. Sia Y una superficie a bordo; un vertice del
bordo `e detto collassabile se appartiene ad una unica faccia di Y . Uno spigolo
del bordo `e detto collassabile se l’altro vertice della faccia cui appartiene non
st`a sul bordo di Y . Due simplessi di uno schema sono detti incidenti se uno di
essi `e faccia dell’altro.
Proposizione 68 Ogni superficie a bordo non vuoto avente caratteristica 1
possiede almeno due elementi collassabili e non incidenti
Dim. Fissiamo uno spigolo di bordo. Se esso `e collassabile, eliminandolo assieme
alla faccia che lo contiene si ha una superficie a bordo ancora di caratteristica
1 e con meno simplessi; per ipotesi di induzione questa ha almeno un elemento
collassabile non incidente col vertice opposto allo spigolo di partenza; esso sar`a
allora anche collassabile nella superficie originaria. Se invece tale spigolo non
`e collassabile ma `e collassabile uno dei suoi estremi, eliminiamolo assieme alla
faccia ed a i due spigoli cui appartiene; lo schema che ne risulta `e una super-
ficie a bordo (a meno che la superficie originaria non fosse un triangolo, ma
allora l’enunciato `e banale); ragionando come sopra su essa si dimostra nuova-
mente l’esistenza di un altro elemento collassabile della superficie di partenza.
Esaminiamo infine il caso che n´e lui n´e i suoi estremi siano collassabili. Si elimini
esso con la faccia cui appartiene e si raddoppi il vertice opposto, costruendo una
nuova superficie analogamente a quanto fatto con le chirurgie; per il precedente
corollario questa `e sconnessa ed il solito tipo di calcolo per le caratteristiche
dice che `e costituita da due componenti connesse ognuna di caratteristica 1.
Per ipotesi di induzione ognuna di esse verifica l’enunciato e fornisce quindi al-
meno un elemento collassabile non incidente con quello di taglio che `e quindi
anche collassabile per la superficie di origine.
Chiamiamo espansione di tipo 0 per una superficie a bordo, l’aggiunzione di
una 2−faccia con base uno spigolo del bordo ed un nuovo vertice; si ha cos`ı
una nuova superficie a bordo con un vertice una faccia e due spigoli in pi` u.
Chiameremo espansione di tipo 1 l’aggiunta di una faccia con due lati sul bordo
ed un nuovo lato: la superficie ottenuta avr`a gli stessi vertici mentre facce e
spigoli saranno uno di pi` u.
Corollario 69 Ogni superficie a bordo non vuoto di caratteristica 1 `e ottenibile
da un triangolo per successive operazioni di espansione di tipo 0 ed 1
72
Siano X una superficie poliedrale e T = ¦a, b, c¦ , S = ¦b, c, d¦ due suoi
simplessi distinti di dimensione due tali che ¦a, d¦ non sia un simplesso di X.
Eliminando da X i simplessi T , S ed il loro lato comune ¦b, c¦ ed introducendo
i simplessi ¦a, b, d¦ , ¦a, c, d¦ e ¦a, d¦ si ottiene una superficie
˜
X che sar`a detta
ottenuta per commutazione elementare da X. Diremo quasi-isomorfe due super-
ficie ottenibili l’una dall’altra con una successione di commutazioni elementari.
Una superficie ottenuta dal triangolo con un numero finito di espanzioni di tipo
0 sar`a chiamata disco elementare. Ad esempio il disco poligonale standard `e
elementare.
Lemma 70 Ogni n-disco elementare `e quasi-isomorfo all’ n-disco standard
Dim. Per induzione: ogni espansione di tipo 0 dell’ n-disco standard o `e gi`a
l’ (n+1)-disco standard o lo diviene dopo una commutazione.
Supponiamo ora che una superficie a bordo Y sia ottenibile da una X con una
espansione di tipo 1 seguita da una di tipo 0. Se la seconda espansione non
ha per base lo spigolo introdotto dalla prima, l’ordine in cui sono eseguite le
espansioni pu`o essere invertito. Altrimenti, con una commutazione elementare
su Y si ha una
˜
Y ottenibile con una espansione di tipo 0 seguita da un’ altra di
tipo 1. Si ha la seguente:
Proposizione 71 Ogni superficie X di caratteristica due avente n vertici `e
quasi-isomorfa ad una superficie ottenuta per identificazione tra i bordi di due
n-dischi elementari
Dim. Si tolga ad X una faccia; la superficie che resta pu`o essere costruita a
partire da un triangolo con n −3 espansioni di tipo 0 e ottenendo cos`ı un disco
elementare con n vertici, seguite da espansioni di tipo 1; quest’ultime possono
essere considerate espansioni di tipo 0 a partire dal triangolo tolto inizialmente
dando luogo cos`ı ad un altro disco elementare con n vertici.
Commento finale alla classificazione
Sia X una superficie finita orientata e sia g definito da χ(X) = 2 − 2g; tale g
`e detto il genere della superficie. Abbiamo visto che la superficie `e costruibile
dallo schema ottenuto incollando per il bordo due n-dischi standard, operando
alcune commutazioni, poi togliendo 2g punti assieme ai loro intorni aperti (che
devono essere disgiunti) ed incollando quindi a coppie i bordi che si sono formati.
E’ chiaro che se per ogni tale punto si toglie solo un triangolo di cui `e faccia e
poi si identificano a coppie i bordi rimasti, si ottiene una superficie che d`a un
poliedro omeomorfo a quello dato da X. Anche si possono spostare i triangoli
in adiacenti ... . Insomma si dimostra ora facilmente che se due tali super-
ficie hanno la stessa caratteristica di Eulero-Poincar´e, allora sono omeomorfe
l’una all’altra. Si possono anche dare, se interessa, enunciati di equivalenza
combinatoria direttamente per gli schemi ma credo che sia stato descritto gi`a
sufficientemente il quadro generale dei problemi e delle tecniche poliedrali in
questo settore e passeremo ad altro.
Teorema di Gauss-Bonnet poliedrale
Sia X una superficie poliedrale con bordo Γ che sia finita. Diremo distanza su
X ogni funzione d : ¦1−simplessi di X¦ →]0, +∞ tale che per ogni 2−simplesso
73
¦i
0
, i
1
, ı
p
¦ di X esista un triangolo di vertici P
0
, P
1
, P
2
in R
2
non degenere (ossia
con vertici non allineati) ogni cui lato P
h
P
k
abbia lunghezza f(¦i
h
, i
k
¦). Tale
triangolo `e univocamente determinato a meno di isometrie di R
2
ed i suoi angoli
ai vertici saranno detti angoli della faccia σ.
Diremo esterni i vertici e gli spigoli di X che stanno in Γ e esterne le facce che
hanno uno spigolo in comune con Γ; tutti gli altri simplessi di X saranno detti
interni. Indichiamo con v
e
, s
e
, f
e
rispettivamente il numero dei vertici, spigoli
e facce esterni ad X e v
i
, s
i
, f
i
quelli interni. Chiamiamo curvatura geodetica
del bordo Γ in un suo vertice esterno P la differenza k
P
tra π e la somma degli
angoli che li hanno i triangoli (interni od esterni) che lo hanno come vertice.
Chiameremo curvatura gaussiana di X in un suo vertice interno p la differenza
K
p
tra 2π e la somma degli angoli che li hanno i triangoli che lo hanno come
vertice. La somma k
X
dei k
P
per P vertice esterno sar`a detta curvatura al bordo
di X; la somma K
X
dei K
P
per P vertice interno sar`a detta curvatura interna
di X. Indichiamo poi con χ(X) la sua caratteristica di Eulero-Poincar´e.
Teorema 72 (Gauss-Bonnet poliedrale) La somma tra la curvatura esterna
e quella interna `e eguale alla caretteristica di Eulero-Poincar´e. Ossia:
k
X
+K
X
= 2πχ(X)
Dim. Consideriamo la somma di tutti gli angoli di tutti i triangoli di X. Siccome
ogni triangolo contribuisce ad essa di π essa vale (f
i
+ f
e
) π. Calcoliamo ora
tale somma raggruppando i contributi per ogni vertice di X: un P esterno
contribuisce per π − k
P
, quindi tutti assieme per v
e
P − k
X
; un P interno
contribuisce per v
i
K
P
, quindi tutti assieme per v
i
2π −K
X
. Si ha quindi:
(f
i
+f
e
) π = v
e
π −k
X
+v
i
2π −K
X
Utilizzando le (evidenti) relezioni: 2s
i
= 2f
e
+ 3f
i
e v
e
= s
e
= f
e
si ottiene
l’enunciato.
Uso di metodi combinatori in geometria differenziale
La definizione lunghezza di un cammino in R
n
`e stata data utilizzando ap-
prossimazioni poligonali del cammino, quindi con metodo combinatori; dopo
ci`o abbiamo dimostrato che tale lunghezza, nel caso di cammini differenziabili
poteva essere calcolata tramite un integrale. Nel caso di superfici abbiamo invece
definito l’area direttamente tramite un integrale; infatti dare una definizione ge-
ometrica di area, e far vedere poi che coincide con quella data tramite la data
formula integrale `e abbastanza laborioso per il motivo che ora indichiamo. Sia
pi` u in generale M una variet`a compatta in un R
N
; chiamiamo approssimazione
poliedrale di M il dato di uno schema simpliciale (finito) (I, K) e di una appli-
cazione f : ¦vertici di K¦ → M tali che l’estenzione (affine sui ogni simplesso)
di f ad una applicazione continua
ˆ
f : [K[ → R
N
sia contenuta in un intorno
tubolare U di M e composta con la proiezione φ : U → M dia un omeomor-
fismo tra [K[ ed M (quindi quella che si chiama una triangolazione di M); in
particolare ache [f[ sar`a un omeomorfismo tra [K[ ed un concreto poliedro K

in R
N
. Chiamiamo norma di una tale approssimazione il massimo diametro dei
simplessi di K

. Se dim(M) = 1 l’area di K

ha limite per la norma che tende
a zero e questo limite coicide con l’area (la lunghezza) di M definita tramite
l’integrale. Ci`o `e falso se dim(M) > 1: si consideri su M = S
1
[0, 1] la
74
approssimazione ottenuta dividendo [0, 1] nei punti x
0
, ..., x
2n
in 2m intervalli
uguali ed ogni S
1
¦x
i
¦ nei punti y
1
, ..., y
m
in m archi eguali se i `e dispari e nei
punti medi tra gli y
h
se i `e pari. Se n >> m l’area del poliedro tende all’infinto
anche la sua norma tende a zero. Ci`o accade perch´e i triangoli del poliedro
che approssima hanno piani tangenti che non tendono a divenire paralleli ad M
(o meglio ai suoi spazi tangenti). Si pu`o evitare ci`o se si utilizzano successioni
di poliedri i cui triangoli (con vertici in M) non solo hanno lati che divengono
sempre pi` u piccoli (la norma tende a zero) ma essi non tendono a degenerare,
nel senso che nessun angolo di essi tende a zero (non divengono ”filiformi”). Si
dovrebbe partire da uno di tali poliedri, scelto comunque, e poi suddividere il
poliedro col punto medio di uno dei suoi lati di massima lughezza proiettato su
M ”ortogonalmente” (ossia con la proiezione dell’intorno tubolare). Iterando
questa procedura si dovrebbe avere l’approssimazione dell’area. Dovrebbe an-
che essere vero che la curvatura al bordo di tali poliedri ”tende” (nel senso delle
distribuzioni) alla curvatura geodetica del bordo di M e lo stesso per la cur-
vatura gaussiana, cos`ı da dedurre il teorema di Gauss-Bonnet su M da quello
poliedrale per i poliedri approssimanti. Non mi sembra che in questo modo si
arrivi a semplificare la dimostrazione del teorema; ma potrebbe servire per con-
vincersi che in molte circostanze pu`o essere preferibile trattare tutto in modo
combinatorio visto che:
1. si ottengono risultati intercambiabili
2. nelle applicazioni quasi sempre gli oggetti concreti con cui si opera, le loro
misure e le prescrizioni operative sono tutti dati attraverso dati discreti, quindi
combinatori.
Metodi combinatori per la diseguaglianza isoperimetrica
Siano γ
0
= (x, y) : R →R
2
un camino differenziabile di periodo L (un cammino
chiuso) con ˙ x
2
+ ˙ y
2
= 1 e α : R →R differenziabile di periodo L. allora:
γ

: (x −α˙ y, y +α˙ x)
`e una (generica) deformazione di γ
0
e
L

=
_
L
0
(( ˙ x −
˙
φ ˙ y −φ¨ u)
2
+ ˙ y + ˙ α˙ x +α¨ x)
2
)
1/2
dt
A

=
_
L
0
(x −α˙ y)( ˙ y + ˙ α˙ x +α¨ x)dt
sono rispettivamente la lunghezza e l’area di essa.
La derivata di L

rispetto ad calcolata in zero vale:
dL

d
[
=0
=
_
L
0
1
2
( ˙ x
2
+ ˙ y
2
)2[ ˙ x(−˙ α˙ y −α¨ y) + ˙ y( ˙ α˙ x +α¨ x)]dt =
=
_
L
0
α(−˙ x¨ y + ˙ y¨ x)dt = −
_
L
0
K αdt
ove K `e la curvatura di γ
0
.
La derivata di A

rispetto ad calcolata in zero vale:
dA

d
[
=0
=
_
L
0
(−α˙ y ˙ y +xα¨ x)dt +
_
L
0
x ˙ α˙ xdt
75
Inoltre :
0 =
_
L
0
d
dt
(x¨ xα)dt =
_
L
0
( ˙ x
2
α +x¨ xα +x ˙ x ˙ α)dt
quindi:
dA

d
[
=0
=
_
L
0
α(−˙ y
2
− ˙ x
2
)dt = −
_
L
0
αdt
Se γ
0
racchiude area massima tra le curve (chiuse) di data lunghezza, allora
si deve accadere che
_
L
0
αKdt = 0 comporta
_
L
0
α = 0 (altrimenti nella de-
formazione data da tale α si troverebbero curve in cui il rapporto tra area e
lunghezza al quadrato sarebbe superiore ed allora operando con una omote-
tia...) e ci`o accade solo se si ha K =cost. e quindi γ
0
`e un cerchio. Si `e cos`ı
dimostrato che se un minimo o un massimo esiste per A vincolato ad L =cost.
esso deve essere un cerchio. Ma nessuno assicura che un tale estremo esista.
Questa normalmente `e la parte pi` u difficile delle disuguaglianze isoperimetriche:
assicurare che l’estremo esista.
Mostreremo adesso che se riformuliamo il problema in termini combinatori, ove
il massimo per l’area a perimetro costante non solo esiste ma lo si lo si pu`o
anche caratterizzare, se ne pu`o dedurre che il cerchio racchiude, nel caso dif-
ferenziabile, area massima per lunghezza costante.
Consideriamo poligonali con N ≥ 4 lati in R
2
tutti di fissate lunghezze.
Lemma 73 I poligoni con area massima sono quelli inscritti in un cerchio
Dim. Basta considerare il caso n = 4.
Siano quindi a, b le lunghezze dei lati uscenti da un vertice in cui l’angolo sia α
e c, d quelle del vertice opposto ove l’angolo sia β. Allora:
a
2
+b
2
−2ab cos α = c
2
+d
2
−2dc cos β
(entrami misure al quadrato di una delle diagonali del quadrilatero) che dif-
ferenziata d`a:
(1) ab sin αdα = cd sin βdβ
Due volte l’area del quadrilatero `e:
ab sin α +cd sin β
se il quadrilatero ha area massima tale espressione deve avere differenziale nullo,
ossia:
(2) ab cos αdα = −cd cos βdβ
Dividendo i membri delle (1) per quelli della (2) si ottiene tg(α) = −tg(β) ossia
α + β = π che equivale all’essere il quadrilatero inscritto in un cerchio (angoli
opposti sullo stesso arco).
Il fatto che il cerchio racchiuda area massima tra curve di dato perimetro si
dimostra ora per assurdo: se ve ne fosse una che racchiude un’area maggiore
approssimando si troverebe una una poligonale non inscrivibile in un cerchio
che ha area maggiore di quella inscritta in un cerchio.
76
Appendice: alcuni diffeomorfismi standard
(A)
R
n
−¦0¦ ¸ x → σ(x) = (
x
[[x[[
, [[x[[) ∈ S
n−1
]0, +∞[
`e differenziabile ed ha inversa τ(s, r) = r s. Quindi `e un diffeomorfismo.
(B)
Per 0 < a
1
fissato sia σ :]0, +∞[→]0, 1[ differenziabile e tale che σ(t) = t per
0 < t < 1 , ˙ σ(t) > 0 per ogni t e lim
t→+∞
σ(t) = 1. Tale σ `e un diffeomorfismo.
Quindi:
R
n
−¦0¦ ≈ S
n−1
]0, +∞[¸ (s, r) → (s, σ(r)) ∈ S
n−1
]0, 1[
`e un diffeomorfismo; esso `e l’identit`a per 0 < r < a e quindi si estende ad un
diffeomorfismo φ tra R
n
e B
n
= ¦x ∈ R
n
: [[x[[ < 1¦.
(C)
Sia E un fibrato vettoriale di rango n su una variet`a differenziabile M e sia
< , > un prodotto scalare (differenziabile) su E.
Allora se il diffeomorfismo φ di R
n
su B
n
indicato nel punto (B) `e invariante per
rotazioni, esso induce un diffeomorfismo tra E e E(1) = ¦(x, v) ∈ E : [[v[[ < 1¦.
77