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LA STORIA DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE DA IERI AD OGGI

La donna nella storia della civiltà è sempre stata subordinata all’uomo. Le differenze tra i due sessi portano il sesso maschile a prevalere su quello femminile occupando un ruolo privilegiato all’interno della società. La donna fino dai tempi antichi è stata posta in una condizione di inferiorità evolvendosi in una società essenzialmente misogina. Molti pregiudizi che vivono ancora oggi nell’immaginario collettivo hanno radici molto lontane e sono stati influenzati dal pensiero di molti filosofi, letterati e politici. Già a partire dagli stessi autori latini troviamo spesso ritratti di donne padrone ed ingannatrici difficili ora da ritenere veritieri . Facendo un salto di un millennio troviamo anche nel Medioevo volti di donne ingannatrici, streghe influenzate e completamente subordinate dalla presenza della Chiesa. Successivamente con il passare dei secoli la figura della donna, nonostante fosse continuamente subordinata a quella dell’uomo, comincia ad acquistare la sua emancipazione, la sua dignità, il suo valore. Solamente a partire dal Novecento la condizione della donna comincia a cambiare radicalmente e si può parlare così di donne in movimento; incominciano a formarsi corporazioni di donne che si uniscono per combattere contro tutte le discriminazioni della società misogina. Con l’inizio della guerra le donne sospendono la loro rivendicazione per compiere il loro dovere di mogli, ma con la fine della guerra esse partono alla ribalta creando quei movimenti che porteranno all’emancipazione femminile di inizio secolo. Questo accade principalmente in America dove la donna viene liberata da molti lavori che è costretta a compiere e, grazie al miglioramento delle tecnologie, potrà divenire autonoma lavorando, ma soprattutto andando a scuola. Nel XX secolo l’emancipazione femminile raggiunge livelli inauditi. Le lotte femministe per la parità dei sessi crescono con un’alta velocità. Nonostante ciò le donne continuano ad essere sottovalutate e sfruttate; si scontrano con i pregiudizi dell’inferiorità sessuale femminile divenendo spesso donna-oggetto, donnacorpo senza morale o sentimento. Proprio da questo deriva la maschilizzazione di tutte le sfere alte della società che vede nell’uomo intelligenza e perspicacia. Sempre la produzione culturale è stata dominata dagli uomini che, a differenza delle donne, potevano liberare la loro forza creatrice. Anche in campo lette-

rario solo il Novecento vedrà la progressiva liberazione della donna dalle catene della sua inferiorità con la conquista di mete quasi inaspettate. Ora come ora la condizione della donna è nell’Europa occidentale di massima emancipazione ed indipendenza; la donna è riuscita ad affermarsi in ogni ambito sociale, conquistando quella dignità che per natura si merita. Solo l’immagine di essa, che forse troppo spessa viene sminuita nel campo giornalistico e televisivo, potrebbe far desiderare di nuovo il predominio maschile, ma la forza di donne che hanno lottato e che lottano tuttora per affermarsi non solo come corpo ma soprattutto come intelletto smentisce completamente certe rivendicazioni di predominio. Paola Veschi

LA CONDIZIONE DELLA DONNA IN ATENE In Atene la donna non gode di diritti politici né giuridici. La città è principalmente un mondo di uomini, e la vita del maschio adulto è suddivisa tra le due attività della guerra e della politica. In questa civiltà maschilista, la donna tuttavia è indispensabile per la procreazione di figli legittimi che assicurino la trasmissione dei beni di famiglia e la continuità della polis. Essa pertanto, seppur in una condizione di minorità trova il suo ambiente ideale all'interno delle pareti domestiche, ove sovrintende da padrona alle faccende svolte dalla servitù, tanto più che il marito passa il suo tempo fuori anche per più giorni dedito ai lavori agricoli o nella partecipazione alla vita politica e giudiziaria. Rare parentesi di vita fuori casa sono per la donna le occasioni connesse con il culto. Per la vita della donna libera ateniese, dunque, il matrimonio è l'evento più importante, quello che ne fissa definitivamente il ruolo civile, a meno che non intervenga una separazione o un ripudio. Nel primo caso la donna fa ritorno alla tutela della propria famiglia, nel secondo, qualora il ripudio sia dovuto all'adulterio, la donna è rovinata perché perde l'unico diritto civile che le è riconosciuto, quello di partecipare alle cerimonie pubbliche a lei riservate, rappresentando la famiglia con dignità matronale. Il matrimonio non ha una precisa istituzionalità giuridica, in quanto condivide gli aspetti di consuetudine che sono propri di tutto il diritto greco. Esso si formalizza all'atto della eggùe, pegno o garanzia, cioè di un impegno verbale privato, assunto da due famiglie in presenza di testimoni, mediante il quale il padre consegna la ragazza allo sposo. La giovane diventa una sposa legittima dal giorno in cui inizia la coabitazione: questa può seguire immediatamente, ma può anche essere rinviata. E' significativo il caso della sorella di Demostene, che il padre aveva legato con una promessa di matrimonio poco prima di morire, quando la figlia aveva solo cinque anni. Si tratta di un caso estremo, ma utile a capire che il matrimonio era un contratto legato alla successione dei beni di famiglia, certo non era il frutto della libera scelta di due giovani. Questa particolare fisionomia patrimoniale ne determinava la forza e, nel frattempo, la debolezza. Il matrimonio, così concepito, doveva prevedere poca intimità e poco vero amore tra i coniugi. Ciò comportava necessariamente un deterioramento dei rapporti uomo-donna, che diede vita anche in campo letterario a una vasta produzione misogina. A cura di Paola Veschi e Alessia Ratti

L'AMORE E IL MATRIMONIO IN GRECIA

Nella antica Grecia la donna vive tutta la vita sottoposta all'autorità di un padrone che normalmente è prima il padre e poi il marito: la donna libera non differisce dagli schiavi per quanto riguarda i diritti politici e giuridici. La sfera di influenza di cui gode è esclusivamente la casa: la donna sposata che gode della fiducia dello sposo governa la casa con autorità e per gli schiavi essa è la padrona. Ma ella è priva di diritti, dipende completamente dal marito, e la fiducia di cui gode può essere rievocata in qualsiasi momento. A Sparta, dove la preoccupazione era di migliorare i geni dei futuri guerrieri, si incoraggiava l'educazione fisica delle ragazze al pari di quella dei ragazzi, per cui si potevano vedere giovani Spartani con vesti corte e cosce nude. Comunque anche se le giovani Spartane erano agili e muscolose, la possibilità di un’educazione intellettuale mancava a loro come alle ragazze di Atene. Venivano loro date solo poche nozioni pratiche sui lavori domestici più qualche elemento di lettura, di calcolo, talvolta di musica e di danza (famosi sono i cori di giovinette a Sparta). Queste gravi lacune nell'educazione delle ragazze spiegava la mancanza di comunione intellettuale tra moglie e marito, che era generalmente ben istruito. A Sparta almeno giovani e ragazze si conoscevano di vista prima del matrimonio ed erano addirittura al corrente della loro autonomia, mentre ad Atene i futuri sposi potevano non essersi mai visti. In questa concezione di matrimonio le considerazioni economiche dominano ancora le idee morali. Nell'Atene classica, infatti, il padre cede la figlia al futuro sposo con un atto legale, confermato e accompagnato dall'assegnazione della dote, che garantisce la legittimità dell'unione e dei figli che ne saranno frutto. Si riteneva che, per contrarre un matrimonio conveniente, l'uomo dovesse sposare una ragazza del suo stesso ambiente, né inferiore né superiore: ciò a cui si dava risalto era la prosperità materiale della famiglia e, ovviamente, la fecondità della donna. Stando così le cose, è difficile immaginare che tra gli sposi ateniesi dell'età classica ci fosse una reale comunanza di spirito e di sentimenti, un affetto coniugale, ed erano scarsi lo scambio intellettuale e il vero amore tra gli sposi: le mogli legittime erano considerate unicamente come madri di famiglia e guardiane del focolare. DONNE A LESBO

Il matrimonio rappresentava l'evento culminante della vita del tìaso; è infatti il principale obiettivo a cui le ragazze si sono preparate grazie all'educazione di Saffo. La cerimonia nuziale aveva luogo di sera, quando apparivano le prime stelle e durante la processione che accompagnava la sposa nella casa del novello sposo veniva cantato un inno nuziale, un imenèo, fino al mattino successivo venivano poi eseguiti altri canti.

L'apparizione della stella della sera rappresenta l'inizio della cerimonia e uno dei temi ricorrenti è proprio l'invocazione a Espero: Espero, tutto riporti quanto disperse la lucente Aurora: riporti la pecora, riporti la capra, ma non riporti la figlia alla madre. Trad. S.Quasimodo A cura di Paola Veschi e Alessia Ratti

LA CONDIZIONE DELLA DONNA IN GRECIA E A ROMA NELL’ETA’ CLASSICA Nell'età antica, in Grecia, la donna era totalmente sottomessa all'uomo. Quando aveva raggiunto l'età per sposarsi una ragazza passava dall'autorità paterna a quella del marito. Un donna ateniese, a differenza di suo marito, trascorreva l'intera giornata in casa, dirigendo i lavori domestici eseguiti dalla servitù e organizzando la vita familiare. Essa infatti usciva solo per partecipare alle feste religiose, le uniche attività che l'avrebbero potuta far uscire dalle mura domestiche venivano svolte dal marito o dalla servitù. La donna ateniese era inoltre esclusa dall'educazione, sia intellettuale che fisica (a differenza della donna spartana che si poteva allenare nelle palestre). In epoca romana la donna cominciava invece ad acquisire molti più diritti e molti più privilegi, soprattutto grazie al progressivo indebolimento dei valori legati alla patria potestas. La donna aveva infatti ottenuto il rispetto da parte dei figli e soprattutto aveva ottenuto la custodia della prole in caso di cattiva condotta del marito. Dopo l'impero di Adriano se una donna aveva più di tre figli acquistava il diritto di successione ad essi se il defunto non aveva eredi. La donna romana, sposandosi, passava direttamente dalla casa del padre a quella del marito. Nell'età repubblicana però la donna viveva in condizione di subalternità al marito. Il ruolo della donna nella nuova famiglia era anche chiarito dalla parola matrimonio, che deriva appunto dal vocabolo madre. Un'unione stabile fra l'uomo e la donna era riconosciuta ufficialmente solo per la ragione di perpetuare la propria stirpe mettendo al mondo dei figli. Le caratteristiche fondamentali che una donna doveva avere nell'età repubblicana erano la prolificità, la remissività, la riservatezza. In età imperiale la donna viveva libera in casa assieme al marito, godendo di grande autonomia e dignità. In questo periodo si siedono sul trono imperiale numerose donne degne del titolo di Augusta, donne che seguivano il loro marito in ogni decisione. Spesso infatti le mogli di uomini politici preferivano morire affianco al marito piuttosto che abbandonarlo. Molti antichi scrittori non esitano infatti ad esaltare il grande eroismo e la grande virtù che erano stati raggiunti dalla donna. Durante il periodo imperiale notiamo che il numero di figli per ogni famiglia si era notevolmente ridotto, infatti in quel periodo la donna aveva iniziato anche ad interessarsi a nuove questioni. La donna infatti stava cominciando a partecipare alla vita politica e stava nutrendo un particolare interesse per i processi

giudiziari. Numerose donne si dedicarono alla letteratura e alla grammatica, riuscendo quasi a superare alcuni fra i più illustri letterati dell'epoca. Molte donne si dedicarono inoltre alla caccia. Purtroppo la donna imitò più i vizi che le virtù dell'uomo. Le donne che non praticavano sport iniziarono invece a mangiare in modo sregolato, ingrassando a dismisura. Si cominciò a diffondere anche l'adulterio da parte delle donne, nonostante una legge promulgata da Augusto che condannava gli adulteri all'esilio. La donna raggiunse un ulteriore grado di emancipazione infatti divenne punibile anche l'adulterio maschile. Il matrimonio, in epoca romana, era molto instabile. All'inizio era solo il marito ad avere il diritto di ripudiare la moglie, successivamente anche la donna acquisì questo diritto, ma poteva esercitarlo solo nel caso in cui essa era rimasta orfana di entrambe i genitori. Con la legislazione di Augusto riguardo il divorzio la donna ottenne il diritto di avere restituita la dote in caso di separazione dal marito. La donna aveva il compito di cerare e di istruire i figli fino all'età di sette anni, poi passavano sotto la tutela del padre. L'istruzione femminile terminava all'età di dodici anni, l'età minima stabilita da Augusto per sposarsi. A dodici anni la donna era ormai in età da marito, quindi l'esperienza della vita domestica avrebbe contribuito al miglioramento di quelle che sarebbero state la qualità fondamentali di una buona moglie. A cura di Acerbi Daniela e Ferrandi Claudia

LA DONNA ROMANA UN SOGGETTO PASSIVO NELL’ETA’ REPUBBLICANA

Nel mondo romano dominava, sul piano teorico, una radicata misoginia, che attingeva le proprie giustificazioni nella medicina e nella filosofia greca. La donna rappresentava una mutazione degenerativa della specie ed era considerata psicologicamente e spiritualmente inferiore all’ uomo. La donna era vista come un" UOMO IMPERFETTO" , paragonabile al fanciullo, che però aveva il vantaggio di crescere e quindi di sottrarsi a tal stato di soggezione, destinato invece per la donna ad essere permanente. A Roma le donne libere non erano mai titolari di diritti politici e non potevano esercitare autonomamente neppure i propri diritti civili, in quanto dovevano passare sempre attraverso il consenso del PATER FAMILIAS. Un simbolo significativo di questo ruolo passivo della donna nella città romana è rappresentato dal fatto che, a differenza degli uomini, le donne non venivano designate con tre nomi, ma solo con il GENTILIZIO e il COGNOMEN; erano perciò prive di PRAENOMEN, o nome individuale, a sottolineare il loro totale assorbimento dalla famiglia, di cui venivano considerate una frazione anonima. L’unica funzione civilmente e politicamente utile rico-

riconosciuta alla donna era quella di sposarsi e di procreare.

IL MATRIMONIO

Il matrimonio poteva essere celebrato in due modi. Il primo era detto CONVENTIO IN MANUM: il marito poneva la sua "mano" sulla donna, che passava così dal potere del padre a quello del marito: con tale atto il marito acquistava il diritto di proprietà sulla donna e la tutela dei suoi beni patrimoniali. Tale matrimonio veniva definito una COEMPTIO, cioè una vera e propria compravendita, nel corso della quale la donna veniva comprata. Esisteva anche un secondo tipo di matrimonio, detto SINE MANU, senza mano. Quando la sposa era ricca si preferiva questo tipo di matrimonio, perché le proprietà della donna rimanevano alla famiglia stessa. LA DONNA COME PROPRIETA’

Nella società romana vigeva il principio dell’ USUS: l’ uso, per un anno di una cosa mobile, e per due anni di una cosa immobile sanciva il diritto alla proprietà della cosa in questione. Anche la donna poteva essere " usata" per un anno, dopo di che diventava proprietà del marito. Il TRINOCTIUM però consentiva alla donna di allontanarsi per tre notti dalla casa coniugale prima che l’ anno scadesse. LA MISOGINIA Con questo frammento, un brano di satira antifemminile che si ricollega ad una lunga tradizione diffamatoria e misogina della poesia giambica, Semonide di Amorfo mira a denigrare ogni tipo di donna paragonandola in tono sprezzante ad un animale o ad un elemento naturale con cui abbia in comune qualche carattere. Questo atteggiamento negativo nei confronti della donna è un elemento caratterizzante del pubblico del simposio, al quale il poeta indirizza questi versi: le femmine rappresentavano la parte debole della comunità e questo genere di componimenti tende a ribadirne la naturale e irrevocabile condizione di inferiorità e comunque manifesta una serie di luoghi comuni riguardanti l’universo femminile, così da ridimensionare almeno in parte la posizione antifemminile del poeta. IL BIASIMO DELLE DONNE L’indole della donna Dio la fece diversa. Una deriva dalla scrofa setosa; la sua casa è una lordura, un caos, la roba rotola per terra. Lei non si lava; veste panni sozzi e stravaccata nel letame ingrassa. Un’altra Dio la fece dalla volpe matricolata: è quella che sa tutto; non c’è male né bene che le sfugga. Dice, sì, bene al bene e male al male, ma s’adegua agli eventi e si trasmuta. Come sua madre è quella che deriva dalla cagna: curiosa di sentire e di sapere, vagola, perlustra; anche se non c’è un’anima, si sgola, e non la calmi né con le minacce, né se t’arrabbi e le fracassi i denti con un sasso, né a furia di blandizie, neppure stando in casa d’altri: insiste

quell’eterno latrato senza scopo. Una gli dèi la fecero di terra e la diedero all’uomo: minorata, non ha idea né di bene né di male. Una cosa la sa: mangiare. E basta. Se Dio manda un dannato inverno, bubbola, ma lo sgabello al fuoco non l’accosta. Viene dal mare un’altra, e ha due nature opposte: un giorno ride, tutta allegra, sì che a vederla in casa uno l’ammira ("non c’è al mondo una donna più simpatica, non c’è donna migliore"). Un altro giorno non la sopporti neppure a vederla o ad andarle vicino: fa la pazza, e che s’accosta, guai! Pare la cagna coi cuccioli, implacabile: scoraggia nemici e amici alla stessa maniera. Come il mare che sta sovente calmo, nell’estate, e sovente in un fragore di cavalloni s’agita e s’infuria. Tale l’umore di una donna simile: anche il mare ha carattere cangiante. Una viene dall’asina, paziente alle botte. Costretta e strapazzata, il lavoro lo tollera. Se no mangia, rincantucciata, accanto al fuoco; avanti notte, avanti giorno, mangia. Così, come si prende per amante chiunque venga per fare l’amore. Genìa funesta quella della gatta: non ha nulla di bello o di piacevole, non ha nessuna grazia, nessun fascino. Ninfomane furiosa, sta con uno e finisce col dargli il voltastomaco. E rubacchia ai vicini, e spesso ingoia le offerte prima di sacrificarle. Nasce dalla cavalla raffinata, tutta criniera, un’altra. Ed ecco, schiva i lavori servili e la fatica, la macina, lo straccio, l’immondizia e la cucina (teme la fuliggine). Anche all’amore si piega per obbligo. Si lava tutto il giorno la sporcizia, due, tre volte, si trucca, si profuma. Sempre pettinatissima la chioma fonda, fluente, ombreggiata di fiori. Una simile donna è uno spettacolo bello per gli altri: per lo sposo un guaio. A meno che non sia principe o re, che di simili cose si compiaccia. La prole della scimmia: è questo il guaio più grave che da Dio fu dato agli uomini.

Bruttezza oscena: va per la città una tal donna e fa ridere tutti. E’ senza collo, si muove a fatica, niente natiche, tutta rinsecchita. povero chi l’abbraccia, un mostro simile. Ma la sa lunga, ha i modi della scimmia. La gente la deride? Se ne infischia. Certo, bene non fa: non mira ad altro né pensa ad altro tutta la giornata che a far del male, e a farne più che può. Una viene dall’ape: fortunato chi se la prende. E’ immune da censure lei sola; è fonte di prosperità; invecchia col marito in un amore mutuo; è madre di figli illustri e belli. E si distingue fra tutte le donne, circonfusa di un fascino divino. Non le piace di stare con le amiche se l’argomento dei discorsi è il sesso. Fra le donne che Dio largisce agli uomini ecco qui le più sagge, le migliori. trad. F. M. Pontani

A cura di Paola Veschi e Alessia Ratti

LA PROSTITUZIONE IN GRECIA

Si può pensare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti ed evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire in Attica il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell'amore a pagamento (Ataneo, 13,569) In greco la parola "prostituta" è pòrne, e deriva del verbo pèrnemi (vendere), ossia colei che è in

vendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure di donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: "Se qualcuno funge da lenone, la pena è un'ammenda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo"(Solone 23). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva comportare anche la pena di morte: "La legge del IV secolo a.c. sancisce che i lenoni, donne o uomini, debbano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte"(Eschine) Le prostitute entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi e dove esercitavano le professione: perciò c'erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all'aperto, sdraiate; le peripatètikes (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici, ed infine c'erano quelle che lavoravano negli oikìskoi( piccole case, bordelli). A Poco a poco il numero dei postriboli aumentò e, a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la "Prostituzione Sacra" La tariffa per una visita a un postribolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo (13, 568-9), ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione. Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere, ma la stragrande maggioranza ritrae l'ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l'atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postribolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno specchio del IV secolo a.C. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l'amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l'atto sessuale, sono i letti.

CAMBIAMENTO DELLE CONDIZIONI DELLA DONNA DALL'ETA' ROMANA AL CRISTIANESIMO Con la nascita del Cristianesimo non muta il modo di fare selettivo dei Romani. Difatti l'infante poteva essere ripudiato dal padre ed essere "esposto" in pubblico. Questo accadeva spesso alle bambine, poichè erano quasi di peso, dato che a Roma l’eredità era divisa tra i figli , e le figlie erano un ulteriore impoverimento delle parti. I bambini venivano esposti in piazza o fuori dall’uscio e chi voleva poteva adottarli, ma con la stessa indifferenza potevano annegarli. Dice infatti Seneca: "Bisogna separare ciò che è valido da quello che non serve a nulla." Per quanto riguarda l'istruzione se superava questo primo esame la ragazzina veniva affidata ad un pedagogo o nutritor ed una nutrice che spesso erano amati più dei genitori. Spesso il nutritor e la nutrice erano agli ordini della nonna paterna che decideva gli svaghi ed i doveri del nipote. Questo succedeva tra i patrizi fino al tardo impero, poi non si vide più la necessità di istruire le donne, queste dovevano solamente saper leggere la Bibbia essendo "la coscienza" del marito, consigliandolo insieme al parroco della famiglia sulle decisioni di tipo etico. Per qunto riguarda la vita matrimoniale sotto la tarda Repubblica le mogli degli uomini pubblici erano state trattate come esseri marginali, che dirigevano la casa, davano ordini ai servi, che poco o nulla contribuivano al carattere pubblico dei mariti. Venivano trattate come "tenere creature", ma in sostanza potevano fare quel che volevano fintanto che questo non venisse ad interferire con la vita pubblica dei mariti. Il divorzio era rapido; l’adulterio, anche se talvolta poteva scatenare una terribile vendetta contro la moglie ed il suo amante, non influiva in alcun modo sulla posizione pubblica del marito. Nell’età degli Antonini crollò questo senso di indifferenza. Un interessante esempio di ciò è che prima sulle monete la concor-

dia era simboleggiata da due uomini che si stringevano la mano destra, poi apparve una donna: la prima ad apparirvi fu Faustina minore, moglie di Marco Aurelio. Questa intromissione nella vita privata trovò il suo culmine nel Cristianesimo, dove qualsiasi infrazione della vita coniugale era fonte di vergogna e di scherno. Difatti l’adulterio divenne un reato punibile con la morte. Nella vita in famiglia la matrona romana spesso era la curatrice suprema della casa e di frequente aveva le chiavi della cassaforte. Dava gli ordini agli schiavi e le direttive alle domestiche, era un disonore non essere degne di saper amministrare la domus. Un giorno la cognata di Cicerone fece una scenata: si sentiva estranea poichè avevano incaricato una domestica di preparare la colazione. Questo d’altronde era l’unico modo per ammazzare il tempo per le matrone. Dobbiamo pensare che la matrona non faceva nulla senza un qualche schiavo, nemmeno allacciarsi le scarpe! Queste persone erano così abituate agli schiavi che non si accorgevano della loro presenza: Orazio dice: " Ho l’abitudine di passeggiare da solo"; cinque versi dopo veniamo a sapere che lo accompagna uno dei suoi tre schiavi. Così le matrone per conservare il decoro venivano sempre accompagnate dalle ancelle o comites e da un custos. Vivevano in una specie di prigione ambulante. Ma non era così terribile la vita delle donne a Roma, loro godevano della parità con gli uomini quanto a diritto successorio. Avevano la propria dote e spesso, essendo più ricche del marito, ne rifiutavano l’autorità. Comunque l’adulterio non era un divieto così netto, non era uno scandalo così grave se la matrona aveva una relazione con il custos o il marito con un’ancella, in quanto, ricordiamocelo, spesso questi erano matrimoni di interesse. Anzi, non si cercava di nascondere al pubblico lo scandalo, lo si proclamava e si prendeva come offesa della moglie al marito. Difatti il matrimonio era un dovere del cives romano e l’adulterio era un’affermazione dell’impossibilità del marito di compiere questo dovere. Gli stoici dicevano: " Sposarsi è un dovere del cittadino" e, "Se si vuole esser un uomo dabbene bisogna fare all’amore solo per procreare dei figli, lo stato matrimoniale non serve ai piaceri venerei". La seconda morale sarà ripresa dal Cristianesimo in quanto la nuova morale vedeva nell’amplesso un peccato carnale. Bibliografia: P. Ariès, G. Duby, La vita privata dall’Impero all’anno mille A cura di Veschi Paola e Ratti Alessia

LE DONNE NELLA SOCIETA’ DEL RINASCIMENTO

L'entrata nel mondo di una bambina, anche nel Rinascimento, non suscitava la gioia che accompagnava la nascita di un maschio. Se la conseguenza della nascita di un erede maschio comportava, a volte, anche il condono di debiti, o la concessione della grazia ai prigionieri, il tutto condito da festeggiamenti sfarzosi, una figlia regalava sempre una certa preoccupazione ai genitori. Una femmina non solo non perpetuava il nome della famiglia, ma doveva essere allevata al riparo dalle tentazioni pericolose, e doveva essere accasata, con tutto il peso economico che questo significava. Educazione femminile L'educazione femminile fu una vera e propria innovazione di questo periodo, anche se la maggioranza la riteneva ancora una cosa non necessaria, o addirittura dannosa! Sin dall'infanzia le bimbe venivano sorvegliate, perché non avessero troppi contatti con i servi o gli schiavi, persone poco raccomandabili. Per evitare questo tipo di inconvenienti, erano mandate in convento, dove potevano studiare e stare al riparo dalle cattive compagnie, fino agli undici-dodici anni. Uscite dal convento, le ragazze erano pronte ad imparare i loro doveri di donne, per divenire delle perfette spose, sotto la guida materna. Innanzi tutto dovevano avere una conformazione fisica adatta alla procreazione di numerosi figli, ed essere sane, in modo da dare al marito eredi forti e robusti. Oltre alle caratteristiche fisiche, dovevano anche possedere delle precise qualità morali. La perfetta sposa era pulita negli abiti e nel corpo, discreta, modesta e, soprattutto, onesta. Doveva rispettare ed ubbidire ai suoi parenti, cosa che lasciava supporre che sarebbe stata fedele nel matrimonio; doveva saper filare, cucire e accudire un'abitazione. Le caratteristiche qui elencate non dovevano essere tipiche solo della futura sposa, ma anche di tutte le donne della sua famiglia, poiché si riteneva che "quale la famiglia, tale la figlia!". I parenti del futuro marito indagavano, quindi, sugli ascendenti delle giovani pretendenti al matrimonio, inoltravano le ragazze allo sposo, e questi sceglieva la sua consorte, non sulle basi di un presunto amore, bensì vagliando i vantaggi di un'alleanza con una famiglia, piuttosto che con un'altra.

Panoramica Panoramica sulle scrittrici italiane Da un paragone con le scrittrici di lingua inglese, il numero e la qualità di quelle italiane risulta decisamente inferiore. Manca in Italia una ricca e solida tradizione di scrittura femminile alla quale rifarsi; mancano le Austen, le Brontë, le Eliot e le altre grandi voci di donna da cui trarre forza. Non è altrettanto comune la presenza di un gran numero di donne che, fin dal secolo scorso e anche prima, hanno fatto della scrittura una professione. Per rintracciare una tradizione di scrittura femminile bisogna, per l'Italia, risalire più indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento le donne che scrivono sono relativamente abbondanti, anche se limitate a certe categorie privilegiate: le religiose, soprattutto nel Medioevo, e poi, nel Rinascimento, le aristocratiche da un lato e le cortigiane da un altro. Le scrittrici del Rinascimento scrivono per lo più poesie e lettere, ma anche opere femministe: ne sono un esempio Il merito delle donne di Moderata Fonte e La nobiltà et eccellenza delle donne et i difetti e mancamenti degli huomini di Lucrezia Marinelli. Dopo il Rinascimento per le donne c'è sempre meno spazio: le ragazze che ricevono un'istruzione, anche nelle classi agiate, sono ancora meno che nei secoli precedenti e, di conseguenza, cala il numero delle opere pubblicate e conservate. Tra i libri di memorie riproposti di recente ci sono, per il 1600, La semplicità ingannata e La tirannia paterna di Arcangela Tarabotti e, per il 1700, le Memorie dal chiostro di Enrichetta Caracciolo. Sempre nel Settecento non mancano poetesse, soprattutto nell'Arcadia; una di esse, Fidalma Partenide (Petronilla

Paolini Massimi), è tra le poche a denunciare nelle sue opere la condizione delle donne. A differenza che in Francia, però, l'Illuminismo sembra aver illuminato poco la strada delle scrittrici italiane. Per tutta la prima metà dell'Ottocento le donne che scrivono continuano ad appartenere ad una ristretta élite che ha la possibilità d'istruirsi solo grazie agli insegnamenti di padri, fratelli o precettori. Solo dopo l'unificazione d' Italia verranno aperte, a partire dal 1870, scuole pubbliche anche per le bambine e le ragazze che, solo verso la fine del secolo e gli inizi del successivo, iniziano a scrivere per professione. Alle poesie, alle lettere e ai diari che, per quasi tutto l'Ottocento, costituiscono la produzione della maggior parte delle scrittrici, si aggiungono i romanzi e gli articoli di giornale. Il romanzo, genere che per la sua novità e flessibilità è stato il più naturale sbocco per le scrittrici, diventa anche in Italia il settore privilegiato dalle donne che vogliono guadagnarsi da vivere scrivendo. Lo diventa più tardi anche in Francia e in Inghilterra, ma non con gli stessi risultati e in maniera così massiccia, non essendoci un altrettanto vasto pubblico di lettrici a cui rivolgersi. Quasi sempre i romanzi scritti a cavallo tra Otto e Novecento sono molto interessanti, anche per come si rapportano al femminismo, che in quegli anni incomincia a organizzarsi in gruppi di tendenza più o meno radicale e a pubblicare numerosi periodici. Più tardi, agli inizi del fascismo, le scrittrici e pittrici appartenenti al movimento futurista rappresentarono un gruppo ancora più contraddittorio di donne che cercarono, in alcuni casi, di conciliare il proprio desiderio di affermazione con l'ideologia misogina del movimento e, in altri, accettarono completamente un ideale di donna vista in funzione dell'uomo. Tra le scrittrici che hanno incominciato a pubblicare i loro romanzi durante o nel primo decennio dopo la guerra è compreso il numero forse più alto in assoluto di narratrici di grande qualità, ciascuna con un suo stile del tutto personale e inconfondibile. Tra queste ricordiamo in particolar modo Ada Negri e Sibille Aleramo. Oltre ad Anna Banti ed Elsa Morante, le altre ottime narratrici di questo gruppo sono Anna Maria Ortese, Fausta Cialente, Gianna Manzini, Natalia Ginzburg, Lalla Romano e Maria Bellonci, ma nessuna di loro può essere comunque definita femminista. Chi invece, in anticipo sui tempi, ha usato nei suoi romanzi tematiche femministe è stata Alba De Céspedes, che però ha scontato questa scelta con un insufficiente riconoscimento, a suo tempo, dalla critica ufficiale e, più tardi, da quella femminista. Le tantissime scrittrici di romanzi e racconti della generazione seguente, aggiungendosi alle precedenti, hanno gradualmente portato la percentuale di donne nella narrativa italiana a valori sempre più alti, fino a costituire, in questi ultimi decenni, una presenza massiccia che, se non sembra per ora annoverare maestre della statura di Morante o Banti, comprende un buon numero di valide scrittrici. In particolare gli anni sessanta-settanta hanno visto una vasta produzione femminista. Dacia Maraini è tra le più eclettiche, scrive romanzi, poesie e saggi. Gli anni ottanta e novanta confermano la tendenza ad un aumento del numero di scrittrici che, con sorpresa e sgomento dei più distratti, ottengono riconoscimenti di critica e di pubblico. Tra le più note ricordiamo Paola Capriolo, Susanna Tamaro, Isabella Bossi Fedrigotti, Marta Morazzoni, Lidia Ravera. Ma ne andrebbero ricordate molte altre, la cui produzione va dalla narrativa, alla saggistica, agli interessanti esempi di contaminazione linguistica. A cura di Mara Borelli e Sacchi Greta

PETRONILLA PAOLINI MASSIMI Petronilla Paolini Massimi, figlia di Silvia Argoli, nacque a Tagliacozzo nel 1663. Costretta dal marito, il marchese Francesco Massimi, più vecchio di lei, a ritirarsi in convento, si dedicò alla poesia. Di erudizione non comune, meritò di essere ascritta nell’Arcadia con il nome di Fidalma Partenide. Scrisse numerose liriche che furono incluse nelle Rime degli arcadi, ma anche drammi per musica. Basta leggere

alcune delle sue rime melanconiche per renderci conto dell’esistenza travagliata della scrittrice; ne fa la prova l’ultima terzina di un suo sonetto, ritenuto come capolavoro, scritto sull’Orologio: "Ah! Di tante che ti escono dal seno, Macchinetta gentile, un’ora sola segna un’ora per me felice almeno". Mori a Roma nel 1726 e la sua salma riposa in Sant’Egidio di Trastevere sotto un’onorifica epigrafe. La ragion di stato monacale nel pensiero di Arcangela Tarabotti Arcangela Tarabotti era la prima figlia di una ricca famiglia veneziana. Nacque lievemente zoppa e il convento le fu destinato fin da piccola. La storia è molto simile a quella di Gertrude, la monaca di Monza di cui parla Manzoni: e il fenomeno delle monacazioni forzate era ben noto anche alle gerarchie ecclesiastiche, che infatti introdussero con il Concilio di Trento delle contromisure, che restarono però in buona parte sulla carta, poiché nei fatti chi conduceva i monasteri era connivente con la famiglia di provenienza, per cui le pressioni morali e materiali esercitate nei confronti delle novizie erano all'ordine del giorno. Il convento ci guadagnava ogni volta una dote che, pur essendo inferiore a quella richiesta per un matrimonio, era sempre comunque consistente; inoltre le novizie si sarebbero mantenute con diversi lavori: ricami, dolci, manufatti vari; insomma per i conventi era un vero affare, al quale difficilmente rinunciava. Mantenere in casa una figlia zitella, se la madre era in vita, sarebbe stato, invece, per la famiglia alquanto indecoroso. Piuttosto che rinunciare ai voti delle novizie, le badesse e i vescovi erano disposti a chiudere un occhio su eventuali scappatelle. Anche Arcangela prese i voti, ma poi la sua insubordinazione si rivelò subito nella passione per la lettura di libri "profani", che le erano procurati da suo cognato. Spesso la sua cella fu perquisita e i libri profani trovativi furono dati alle fiamme. Ma l'escamotage di dichiarare di avere avuto una visione, in cui Dio stesso le aveva detto che doveva scrivere, le permise di dar vita alla sua famosa trilogia sulla vita dei conventi. Nei suoi libri Arcangela descrive con accuratezza di particolari l'orrore della vita in convento, gli scherzi pesanti delle monache anziane nei confronti delle novizie (episodi di nonnismo), le rivalità, la totale mancanza di vocazione di quasi tutte le sue sorelle, fattesi monache per i motivi più disparati. Ma Arcangela va oltre, non si limita alla denuncia delle cose, ma analizza e comprende la ragione politica di quello che succede: l'ordine patriarcale che si esprime nella connivenza fra il padre e il confessore, un ordine di cui la madre è la prima garante. Le madri infatti sapevano che le figlie venivano monacate a forza, ma si guardavano bene dall'intervenire. In teoria esisteva la possibilità di un ripensamento: ma una volta uscite, di cosa avrebbero vissuto? La famiglia non le avrebbe mai riprese, non avrebbero saputo come vivere, e per questo probabilmente Arcangela non provò neppure quella strada. I casi di "ripensamento accettato" erano infatti pochissimi: uno di questi avvenne qui a Milano, nel Seicento, protagonista una certa Teresa Pietra, che però aveva alle spalle un inglese che la sostenne nelle spese del processo e la sposò quando finalmente riuscì a lasciare il monastero. Greta Sacchi e Mara Borelli

MADAME DU DEFFAND MADAME

Marie, marquise du Deffand (1697-1780) Originaire du Lyonnais, elle fut élevée dans un couvent bénédictin à Paris. En 1718, elle épousa le marquis du Deffand, qu'elle n'estimait guère. était une femme de lettres dont le salon était fréquenté par tout ce que l'Europe comptait de gens lettrés, écrivains, artistes, grands seigneurs. Son intelligence et ses dons de conversation exerçaient une véritable fascination même si elle souffrait de cécité. À la mort de son mari, elle s'installa au couvent de Saint-Joseph, rue Saint Dominique, dans les appartements jadis occupés par Mme de Montespan, où, à partir de 1749, elle tint un salon tapissé de moire bouton d'or qui brilla du plus vif éclat : philosophes, artistes, écrivains et aristocrates cultivés s'y réunissaient Parmi ses invités notons le président Hénault (son amant qui l'introduisit chez la duchesse du Maine où elle rencontra de nombreuses personnalités du monde des lettres, des sciences et des arts.); Pont de Veille, Turgot, Montesquieu, le duc de Choiseul, le chevalier de Boufflers, d’Alembert, Edward Gibbon, Fox, Benjamin Franklin, Horace Walpole, Jean François La Harpe, Mademoiselle Clairon, Jean-Jacques Rousseau, Julie de Lespinasse ; si Voltaire et D'Alembert furent ses plus intimes convives, on rencontrait aussi chez elle des écrivains aussi illustres que Fontenelle, Marivaux ou Sedaine, des philosophes comme Helvétius, des sculpteurs comme Falconet, des architectes comme Soufflot ou des peintres comme Van Loos ou Vernet. Devenue aveugle en 1752, elle prit pour lectrice Mlle de Lespinasse, qui la quitta avec éclat en 1763 pour ouvrir son propre salon. La marquise lie ainsi un commerce épistolaire européen avec ceux auxquels elle réserve les honneurs de son hospitalité. Sa correspondance avec M. de Bernstorff, envoyé extraordinaire du roi de Danemark, le baron de Scheffer, envoyé de Suède, le Genevois Saladin, Voltaire ou Horace Walpole nous la montre femme savante, spirituelle et sceptique. De ces échanges dont Mme du Deffand tient habilement les rênes, il ressort une image contrastée de Paris dont ma communication rendra compte : les jugements passionnés d'étrangers, initiés à la vie parisienne, compensent la répulsion qu'éprouvent d'autres. L'image de "la statue de Nabuchodonosor, en partie or, en partie fange" dont use Voltaire dans une lettre adressée le 9 Janvier 1739 au Comte de Caylus, pourrait servir de point de départ à une réflexion sur le double caractère de Paris, lieu du raffinement intellectuel, de la civilité mondaine et theatrum mundi, revers sombre toujours présent dans l'évocation d'un "grand monde", voué à l'ennui et à l'amour-propre, résurgence d'un topos cher aux moralistes et aux prédicateurs du XVIIe siècle.

MADAME DE TENCIN (Grenoble 1682- Paris 1749)

Claudine Alexandrine Guérin, marquise de Tencin, est la fille d'un parlementaire grenoblois. A l'âge de 16 ans, elle est contrainte par sa famille d'entrer en religion ; elle prononce ses vœux au monastère des Dominicaines de Montfleury. Avec l'aide de son frère Pierre, futur archevêque d'Embrun puis de Lyon, elle réussit à s'enfuir sans attendre d'être relevée de ses vœux, et elle part pour Paris où elle ne tarde pas à devenir célèbre. Sa renommée vient d'abord de sa vie amoureuse mouvementée ; parmi ses amants, on compte d'Argenson, l'abbé Dubois et le chevalier Destouches dont elle aura un fils, le futur d'Alembert. Elle gère un important salon, où elle rassemble les plus grands noms des Lettres et des Arts : Fontenelle, Montesquieu, Prévost, Marivaux… Elle publie anonymement des romans qui obtiennent quelque succès : "Mémoires du Comte de Comminges", "le Siège de Calais" ou "les Malheurs de l'amour" reçoivent l'attention pour les thèmes affrontés: le conformisme ambiant et des revendications féminines.
DE MADAME DE LA FAYETTE Marie-Madeleine Pioche de la Vergne est née d'une famille noble. En 1649 elle perde son père et sa mère se remarie avec le chavalier de Sévigne et puis elle va en Anjou. En 1651 elle devient demoiselle d'honneur de la reine mére Anne d' Autriche.Elle se mairie et a deux fils, mais puis elle se separe de son mari e s'installe à Paris; où elle tient un salon fréquenté par Gilles Ménage, Jean Regnault de Regrais, la Duchesse d'Aiguillon, le prince de Condé, Madame de Coulanges, Madame Scarron, Charles-irénée Castel de SaintPierre. Le Cardinal de Retz, Madame de Sablé, la marquise de Sévigné, et le duc de La Rochefoucault, avec lui ella aura une grande relation d'amitié. Elle compose la "Princesse de Montpensier" en collaboration avec Ménage.Puis en 1669 elle écrit "Zaide" avec la Rochefoucault.En 1678 elle publie la "Princesse de Clèves", qui est ècrit à la troisieme personne,elle décrit les progrès d'une passion impossible entre l'heroine éponyme du roman, mariée au prince de Clèves, et le duc de Nemours. La tradition romananesque au XVII siècle est fondée sur l'analyse du sentiment amoureux. Ses personnages principaux se servent de leur faculté d'introspection comme d'une arme puor lutter contre l'appel de la passion.

MADAME DE POMPADOUR

Luigi XV, salì al trono all'età di cinque anni, in un momento molto difficile per il prestigio della sua Casa, ha la sfortuna si succedere al nonno, Luigi XIV, grande sovrano molto amato dal popolo francese.

Costretto a sposare la principessa polacca Maria Leczinski, figlia del re Stanislao, una ragazza fredda, distaccata, senza alcun interesse per la sua nuova patria, perde completamente l'affetto dei propri sudditi. La debolezza d'animo e la sua ingenuità rendono il Sovrano facile strumento della folla dei cortigiani pronti ad assicurarsi titoli e benefici che nulla hanno a che vedere con il bene del paese. Egli si sente ogni giorno più solo, è perciò in condizioni di spirito tali da rendere inevitabili nuovi legami con una donna capace di capirlo, amarlo e sostenerlo nei momenti di sconforto e d'indecisione; sogna una donna che sia per lui una moglie-amante, un’amica vera che gli assicuri oltre all’amore l’affetto di cui aveva bisogno. Il sogno non tarda a realizzarsi: nel 1744, infatti, incontra ad un ballo mascherato in onore delle nozze del Delfino, Jeanne-Antoinette Poisson; questa bellissima donna nata a Parigi nel 1721 ed educata come una principessa riceverà il titolo di Marchesa di Pompadour e diventerà Dama di Onore della regina inoltre sarà chiamata ad occupare l’appartamento sottostante a quello del Re nel corpo centrale del palazzo di Versailles. La donna conquista prepotentemente il suo posto a corte, dove manca la presenza attiva di una vera regina-moglie che completi la debole figura del Re. Luigi XV ha bisogno di sentirsi protetto da una donna con carattere, che sappia esercitare quelle indispensabili funzioni di guida ed equilibrio, doti che mancano a lui stesso. Glorie, favori, privilegi, vengono amministrati dalla Marchesa in contrasto con l’ambizione dei cortigiani incuranti delle sorti del paese. Jeanne-Antoinette è piena di talento, crede nelle arti e ama circondarsi di artisti infatti, raccoglie collezioni di quadri, libri e oggetti preziosi. Svolge un ruolo molto importante anche nell’apparato amministrativo, amministrando le terre e riscuotendone le rendite. Una donna assediata dall’invidia e dalla mediocrità che riesce a dare l’impronta della sua personalità nella moda, nell’arredamento e nell’architettura. Ma la stessa, come donna, chi è, che cosa ha fatto, perché il suo nome resiste nel tempo? Il caso la fa nascere da una famiglia modesta, al limite della borghesia. La natura ne fa un esemplare di bellezza e di grazia femminile, dotandola di un animo sensibile e buono, d'intelligenza superiore, di forte volontà. Conscia delle sue qualità, non si rassegna alla monotona vita senza volto dell'anonimato famigliare, e punta sull'avvenire degno di lei e dei suoi sogni, sorretta dall'ambizione che la spinge verso difficili mete. La Corte è il centro di richiamo di ogni giovane donna; lo splendore delle sue feste , la ricchezza ostentata, le posizioni di potere ed il prestigio riservato agli assidui frequentatori incantano ed attraggono. Gioca tutto sulla possibilità di entrare nel giro: sfondare, mettersi in evidenza, farsi notare e preferire, battere le altre temibili concorrenti e conquistare l'invidiato ruolo di seconda donna del Regno. Così, la Pompadour che è partita per essere protetta da un re, si trova nelle braccia la stessa Francia sola e priva di guida, all'inizio di una deriva che può essere senza rimedio. Nomina generali, riceve ambasciatori, detta la corrispondenza con le corti straniere diventando, l'esempio più sincero e raffinato del trionfo della femminilità. Borghese di estrazione osserva e giudica, criticando e condannando i difetti e la falsità di chi la circonda. In questo modo, acquista una rilevante funzione di controllo e di equilibrio che non può esserle negata, in un periodo di grande decadenza e corruzione.

La mala fede del clero che agisce sempre per difendere posizioni d'interesse, sorprende e mortifica la Marchesa, facendole pronunciare parole di fuoco contro l'apparato ecclesiastico, dimentico della sua missione spirituale. Ma s'inchina alla volontà e alla grandezza di dio, che vede tradito ogni giorno, ed al quale si rivolge per conservare il coraggio e la fede necessari alla sua battaglia. La mancanza di uomini idonei a servire lo stato la rattrista e la impensierisce, nella vana ricerca di uomini degni delle grandi figure del passato. Costretta ad intervenire continuamente per correggere gli errori di scelta del sovrano, la Favorita cerca di eccitare la volontà e l'orgoglio dei chiamati, sperando in risultati ed azioni positive per la nazione. Alle sfortunate campagne di guerra, che provocano sfiducia e miseria, oppone la sua volontà di pace che ritiene fonte di benessere e di ricchezza per lo stato. Non vuole che tra i sudditi e il sovrano si venga a creare il solco dell'incomprensione e della critica, da cui può nascere un qualsiasi moto rivoluzionario. Il punto debole del potenziale bellico è la Marina da guerra, e la Pompadour appoggia ogni piano di rinnovamento e di potenziamento della flotta, sapendo che la pace non si può ottenere affrontando in condizioni d'inferiorità le forze navali inglesi. Usa il suo potere presso il re per alleggerire le punizioni di coloro che mal ricambiano la fiducia del sovrano, ma non vi riesce. Questa impareggiabile donna si trova ogni volta più delusa e abbandonata fino a pensare di abbandonare il campo, ma continua a lottare per la Francia. Soltanto un'altra donna riesce a reggerne il confronto: è Maria Teresa d'Austria che fa sentire il peso della sua figura di imperatrice destinata a prendere il timone dello stato asburgico già gravemente lesionato. La Pompadour a ventotto anni perde le grazie e continua da sola a guidare lo stato. Nel suo ventennio di regno senza corona passa dalla vittoriosa campagna di Fiandra alla pace di Aix-la-Chapelle che segna l'inizio dello sgretolamento dei domini coloniali francesi da parte dell'Inghilterra. La Marchesa raggiunge alò trono di Francia grazie a meriti propri e spazia dall'arte alla diplomazia, alla politica, alla strategia militare, dimostrando le sue qualità di eclettica intellettuale, che la impongono all'ammirazione della mondanità parigina. Riesce a capovolgere la politica estera e ad allearsi con la casa d'Austria, sicchè l'imperatrice Maria Teresa le scrive in termini di aperta amicizia, tenta di salvare la monarchia avvicinandola alle nuove idee filosofiche e riesce a sciogliere la "Compagnia" dei Gesuiti liberando così la Corte dal potere politico che questi "Soldati di Cristo" hanno esercitato sin dall'inizio del secolo. La pace a conclusione della Guerra dei Sette anni, piega la Francia alle umilianti condizioni imposte dagli inglesi. La politica non riesce a raddrizzare le sorti del Paese ormai impoverito e sconfitto. La colpa si fa ricadere in gran parte sulla Pompadour ingiustamente accusata e ritenuta responsabile del disastro. Dopo pochi mesi, con la visione della patria in ginocchio e il presentimento di tragici eventi non lontani, la Marchesa si prepara ad uscire di scena per sempre e con regale discrezione. Rassegnata al corso del suo male incurabile, accetta la morte come liberazione dalle ansie e dalle preoccupazioni; sostenuta dalla fede in Dio non può che perdonare le offese degli uomini del suo tempo sperando in un più onesto ed obbiettivo giudizio dei posteri. La Pompadour si spegne il 15 aprile 1764 a Versailles.

IL SETTECENTO SETTECENTO

"La donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell'uomo. L'esercizio dei diritti naturali della donna non ha altri limiti se non la perpetua tirannide che le oppone l'uomo. Questi limiti devono essere infranti dalle leggi della natura e dalla ragione." (dalla "Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina" di Olympie de Gouges )
La Rivoluzione Francese segnò la nascita del movimento femminista, preparato dalle idee sostenute e divulgate dagli illuministi; le donne iniziarono ad avere più voce in capitolo, anche se ancora non erano loro riconosciuti gli stessi diritti degli uomini, tanto che le popolane restavano praticamente escluse dalla vita sociale. Fu proprio durante la Rivoluzione che le donne, non solo le aristocratiche, ma anche le borghesi e le popolane, cominciarono ad agire concretamente, rivendicando la completa equiparazione all'uomo e, soprattutto, dimostrando di esserne degne. Nel 1789 le donne lottarono a fianco degli uomini durante la presa della Bastiglia; una di loro, Félicité Keralio, de Keralio divulgò un Quaderno delle rivendicazioni della donna, in cui il problema veniva affrontato in modo teorico e cioè: dato che anche le donne erano parte della società, era logico che ad esse, accanto ai numerosi e pesanti doveri, venissero riconosciuti anche alcuni determinati diritti, a cominciare da quelli politici. E così la rivoluzione femminista continuò di pari passo con quella politica e generale: armate come gli uomini, nel 1792 le Parigine assalirono la reggia di Versailles, quando già era apparsa, accanto a quella promulgata dall' Assemblea Legislativa, la Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina. Ben presto sorsero numerosi "club" femminili e femministi; la stessa Olympie de Gouges fu da esempio, fondando il Club delle Tricoteuses (in italiano, magliaie) e presentando la sua " Dichiarazione" ai membri della Convenzione, ma con esito vano, poiché nemmeno questo parlamento "democratico" riconobbe loro i diritti rivendicati. Non solo... venne loro negato anche il diritto di associazione. Instancabile, la de Gouges continuò la sua battaglia chiedendo che alle donne fosse riconosciuto "il diritto di salire sulla tribuna" (cioè la facoltà di intervenire nelle pubbliche assemblee), "se hanno quello di salire al patibolo!!". Nonostante gli insuccessi, il movimento per l' emancipazione femminile non si arrestò di certo; cominciò a dilagare in molti altri paesi, a cominciare dalla "liberale" Inghilterra: qui, nel 1792, la scrittrice Mary Donna", Wollstonecraft compilò una famosa "Rivendicazione dei diritti della Donna che nei paesi di lingua inRivendicazione glese è considerata quasi una "Bibbia" del movimento femminista. Nel periodo Napoleonico, il movimento subì un violento arresto: sarebbe ripreso, con ancor maggiore incisività e determinazione, ma solo nella seconda metà del secolo XIX, quando entrarono in campo le famose "suffragette", che combatterono vivacemente per la conquista del loro diritto di voto.

A cura di Antonella Ruspi e Fatima Hashemzadeh

MATRIMONIO NEL XVIII SECOLO

Nel XVIII secolo, i riti nuziali erano dettati sia dalle convenienze sociali, sia dalle usanze, con predominanza dell'uno o dell'altro a seconda che si trattasse di matrimoni aristocratici o popolari. In genere, le ragazze nobili andavano in sposa all'uscita dal convento, assecondando la scelta, spesso avvenuta da tempo, compiuta dai genitori. A Venezia il giovane, una volta che il matrimonio era stato deciso, passava sempre, ad un'ora convenuta, sotto le finestre della sua promessa, che doveva rispondere con un saluto. Il futuro sposo era inoltre tenuto ad offrirle un diamante, che era chiamato il ricordino. Prima della benedizione nuziale, la madre dello sposo donava alla giovane donna un filo di perle, che la sposa doveva portare sempre, fino alla fine del primo anno di matrimonio. Di solito, le unioni tra due grandi famiglie erano celebrate con una festa in casa, in cui si sfoggiava il più grande lusso di sete, spade, gioielli, nel salone più grande del palazzo. Da un testo dell'epoca sappiamo che la sposa appariva vestita con un abito di broccato d'argento, con il petto ricoperto di pizzi e gioielli, dando la mano al maestro di cerimonia, che era vestito di nero, con le spalle coperte da un mantello dal collo ampio. La sposa si inginocchiava su un cuscinetto di velluto per ricevere la benedizione del padre, della madre e dei parenti più vicini, poi, condotta al centro della sala dal maestro di cerimonia, poggiava la sua mano in quella del suo futuro marito, e il sacerdote dava loro la sua benedizione. Gli sposi si scambiavano un bacio e l'orchestra iniziava a suonare. La sposa apriva le danze, che sarebbero durate fino a tarda notte, ballando da sola. Nel corso del secolo le consuetudini mutarono leggermente. Le dame, invitate alla cerimonia, indossavano un vestito che poi sostituivano per il ricevimento. Il primo era sempre di seta nera ornato di pizzo, il se-

condo invece era colorato. Anche la sposa si cambiava, e rimpiazzava con gioielli gli ornamenti di perle che aveva usato con l'abito bianco. A Venezia gli sposi mettevano a disposizione degli invitati un centinaio di gondole, con i barcaioli vestiti con l'abito da cerimonia; e lo stesso sfarzo dei costumi accompagnava anche i riti funebri, in cui i partecipanti non cessavano di fare sfoggio di eleganza e ricchezza. In Sicilia, terra in cui le tradizioni pagane erano ancora molto radicate, nel Settecento il rituale del fidanzamento e delle nozze contadine ricordava quello dei tempi antichi. Erano solitamente le madri di ragazzi a scegliere le spose tra le giovani del villaggio. La scelta veniva espressa in vari modi, di cui uno era il far cadere una spazzola, all'alba, sulla porta della prescelta. La giovane doveva raccogliere la spazzola ed aspettare, a mezzogiorno, la visita preannunciata. La futura suocera legava quindi i capelli della ragazza con un nastro, simbolo del fidanzamento. Il tutto era accompagnato dalla distribuzione di ceci, mandorle, noci e fave abbrustolite. Il giorno delle nozze, poi, un corteo andava a prendere la fidanzata. Il padre dello sposo entrava quindi da solo, faceva un complimento alla giovane e la portava per mano, vestita in abito cerimoniale, allo sposo che la attendeva sulla porta. Dall'alto sui due venivano sparsi pane e sale, come augurio di fecondità e ricchezza. La suocera della sposa poneva, quindi, un biscotto di pasta fine sull'occhiello dell'abito della ragazza, fissandolo con dei nastrini, in simbolo del nutrimento, che la ragazza avrebbe sempre dovuto ricevere dallo sposo. In chiesa era il prete ad infilare gli anelli agli sposi, d'oro per lui e d'argento per lei, dopo averli scambiati tra loro per tre volte. Anche le corone d'alloro, di olivo, di rosmarino e di fiori, che il sacerdote posizionava sulla testa degli sposi, erano scambiate per tre volte, e poi ricoperte da un velo di garza bianca. Gli sposi si tenevano per il mignolo della stessa mano e reggevano una candela accesa. Il banchetto veniva consumato nella chiesa stessa, ed il sacerdote spezzava il pane, lo inzuppava nel vino e ne dava tre pezzetti agli sposi, poi rompeva il bicchiere, per dimostrare quanto fosse fragile la felicità. Dopodiché gli sposi, gli invitati ed il sacerdote, tenendosi per mano, giravano tre volte intorno al tavolo, danzando e poi, cantando in corteo, tutti si dirigevano a casa dello sposo. Alla fine del banchetto, veniva messo in tavola un piatto in cui gli invitati lasciavano i doni per gli sposi.

L’ ILLUMINISMO
La vita culturale del XVIII secolo fu dominata da un grandioso movimento intellettuale che è stato chiamato "Illuminismo". In questo variegato e complesso fenomeno culturale convergono posizioni e orientamenti molto diversi, ma è possibile individuare alcune caratteristiche comuni. Tra queste, innanzitutto, il modo di considerare la ragione, strumento che appartiene a tutti gli uomini indistintamente, in grado di vagliare criticamente la realtà, con il proposito concreto di assicurare la felicità e il benessere degli uomini. L’Illuminismo fu un fenomeno essenzialmente laico che, in un periodo di discriminazioni religiose, esaltò la tolleranza cioè la possibilità per chiunque di professare liberamente la propria fede. In prima fila in questa battaglia fu il francese Voltaire, la cui idea di tolleranza era un diretto corollario dell’idea illuminista di religione naturale contro l’oscurantismo delle verità rilevate. In politica fu sostenitore dell’assolutismo illuminato, al contrario di Montesquieu il quale sosteneva che il potere del monarca dovesse essere limitato da leggi e organismi costituzionali: di qui la fondamentale teoria della divisione dei poteri, ripresa da Locke.

Quest’ultimo ha esposto la sua famosa teoria sulla legge di natura affermando l’esistenza dei diritti naturali, quali la vita, la libertà e la proprietà, considerando lo stato un’istituzione umana. In tal modo la sovranità dello stato veniva fondata sulla volontà dei cittadini e sul loro consenso, ammettendo come pienamente legittima l’opposizione ad un potere che violasse questi diritti, come anche affermava Jefferson. In una posizione a sé va collocato Rousseau, per la sua critica alla società vista come una sopraffazione del forte sul debole, del ricco sul povero, iniziata con l’istituzione della proprietà privata. Tutti i paesi europei parteciparono al movimento illuminista ed un solo tratto accomunò intellettuali, riformatori e pubblico colto: la convinzione di essere tutti partecipi di una grande opera di rinnovamento che non conosceva confini nazionali.

LA VITA PUBBLICA
Nel Settecento le donne acquisirono una libertà maggiore rispetto alle epoche precedenti. Pur restando fortemente soggette alle leggi paterne, una volta sposate erano libere di esercitare una sorta di dominio in casa. Le occasioni di uscita delle ragazze di buona famiglia erano, inoltre, aumentate rispetto al passato. Se nel Medioevo o nel Rinascimento, le donne potevano essere intraviste quasi esclusivamente durante le funzioni religiose, nel Settecento le dame avevano la possibilità di incontrare il loro futuro marito ai ricevimenti, ai concerti o addirittura, se erano state recluse in convento, durante le commedie messe in scena nei parlatoi dei chiostri. Bisogna sottolineare che non tutte le famiglie erano così libertarie con le giovani donne, e che, comunque, le usanze e i tempi dell'entrata nel mondo delle giovani variavano da regione a regione. A Venezia, ad esempio, raramente le donne nubili partecipavano ad eventi pubblici, mentre in Sicilia le giovani, dopo essere state educate dalle loro madri, entravano abbastanza presto in società. Le ragazze provenienti da famiglie borghesi, comunque, restavano più a lungo in famiglia, sotto stretta sorveglianza, e non lasciavano la casa fino al giorno del matrimonio. La nuova casa diveniva il loro successivo luogo di reclusione. Queste fondamentali differenze tra comportamenti di classe erano dovute, in parte, a quella che viene definita dagli storici come "la corruzione della classe nobiliare"; ossia la decadenza dei costumi che colpì le classi alte, in contrasto con la perdurante severità dei semplici e severi costumi borghesi e popolari. Una figura nuova, specifica di questo periodo, comparve al fianco delle donzelle nobili: il cicisbeo, o cavalier servente. Quest'uomo non era mai un amante della dama, ma poteva assistere alla di lei toletta mattutina, quando le cameriere la pettinavano e la vestivano. Il cicisbeo accompagnava la sua dama a passeggio, a tavola, in società ed a teatro, ma non passava con lei la notte. In origine il cicisbeo era colui che veniva designato dalla famiglia per proteggere la dama sposata dalle insidie dei malintenzionati, e veniva scelto tra parenti ed amici, anche di una certa età. Con la decadenza dei costumi, propria dell'alta società, questa figura mutò, divenendo molto più frivola. Le dame si accompagnavano quindi con i loro cicisbei, andando a far visita alle amiche, o la sera alle eleganti riunioni della nobiltà, in cui la dama poteva trovarsi a giocare con il cicisbeo, ma mai con il marito, occupato a sua volta a corteggiare un'altra dama. Era quindi il cavalier servente a vegliare sulla dama o a gettarle occhiate d'intesa durante la serata. Nel regno di Napoli, invece, le dame erano sempre precedute dai loro lacchè e seguite da una cameriera. Gli scudieri potevano anche servire più dame contemporaneamente, ma in questo modo perdevano il loro ruolo di cicisbei per divenire quasi degli inservienti.

Acerbi Daniela Ferrandi Claudia

LA MODA FEMMINILE DEL SETTECENTO
L'abito femminile subisce notevoli cambiamenti dopo il primo quarto del XVIII secolo, quando raggiunge un'alta espressione di grazia e raffinatezza, fino ad assumere, verso gli anni 60-70, forme sempre più voluminose ed ingombranti, per arrivare poi al declino con la rivoluzione francese. Già nel Rinascimento la moda obbliga la donna a portare sotto gli abiti rigidi corsetti steccati, che nel Settecento raggiungono forme sempre più strette. Confezionati con stoffe più o meno pregiate, hanno sottili stecche di balena cucite all'interno, dando così al busto una rigidità e una forma totalmente lineare, talvolta erano talmente stretti che impedivano la flessione del busto in modo naturale.

Per quanto riguarda l'abito, nella sua parte inferiore si abbandona il modello verticale con drappeggi e lunghi strascichi tipica del Seicento e si passa prima ad una forma ampia e rotonda, quasi a campana, tipica dello stile reggenza, quindi ad una totalmente orizzontale con fianchi ampi e gonfi, tipici dello stile Rococò . Nasce così l'esigenza di ampliare i vestiti lateralmente e fa la sua comparsa una struttura da legare sui fianchi, detta "panier". Fanoni di balena, bambù, cerchi metallici, incernierati per permettere alle dame di sedersi, sono tutti materiali nati come sorta di cuscini imbottiti di crine, che via via si trasformano, diventando delle vere e proprie strutture portanti. Queste strutture, dal 1703, divennero protagoniste della moda di tutto il secolo: e proprio in quell'anno, fece la sua prima comparsa un abito che per circa sessant'anni dettò le regole della moda,:

"l'Andrienne"
Il nome Andrienne nasce da una commedia di Baron in cui la protagonista entrò in scena così abbigliata, che suscitò subito scalpore; in seguito il modello venne adottato da tutta l'aristocrazia femminile. Nonostante le molteplici variazioni, mantenne lo stile iniziale con una scollatura quadrata ed una serie di pieghe cucite sulla sommità delle spalle che scendono piatte sulla schiena fino a terra terminando in un piccolo strascico. La parte anteriore e laterale del busto è invece aderente al corsetto sottostante e si apre sul davanti, dalla vita in giù, come un triangolo rovesciato; i laterali vengono drappeggiati con piccole pieghe o arricciate tramite un nastro interno sui fianchi del panier, posto sotto la gonna.

La gonna era solitamente un telo dritto legato in vita tramite un nastro ed aperto dietro (sottanino). I sarti dell'epoca si sbizzarrirono nelle decorazioni di questi abiti creando, pur con lo stesso modello, dei ca-

pi decisamente esclusivi per bellezza e valore: ruches di nastro, pizzi, bordure, passamanerie, pietre preziose e quant'altro si potesse usare in quel periodo, permisero di realizzare modelli aggraziati e frivoli tipici della femminilità del Settecento. Nella seconda metà del 700 dall'Inghilterra arrivarono nuovi modelli di abiti femminili che verranno chiamati "Robe a l'Anglaise"; questi presero subito spazio nelle toilette delle nobildonne in tutt'Europa. Il nuovo abbigliamento propone una linea ampia ma più lineare, senza mantello e con il dorso più aderente, con pieghe cucite fino in vita che andavano a fondersi con una grande quantità di piegoline in un'ampia gonna che scendeva fino a terra.

L’'utilizzo di materiali sempre più particolari e preziosi fece sì che, pur di seguire la moda, molte persone s'indebitassero sino alla rovina, motivando così la scelta dell'ultimo quarto di secolo dove s'iniziò ad usare stoffe e decori meno cari e ricercati e forme più pratiche e comode, rinunciando perfino agli scomodi paniers , facendo un grosso passo indietro nella moda e tornando così a slanciare la figura femminile del periodo Neoclassico. Con la rivoluzione francese del 1789 la moda cambia radicalmente: niente più sfarzi e ostentazioni, si chiude così un secolo di moda ricca ed eccessiva, che rimarrà esclusiva del Settecento.

L' infanzia e l' adolescenza

CRISTINA di BELGIOIOSO

La Principessa Cristina ricorda così il trascorrere della sua infanzia infelice: "Ero una bambina malinconica, seria, chiusa, quieta... talmente timida che spesso mi capitava di scoppiare in singhiozzi nel salotto di mia madre perchè temevo che qualcuno mi guardasse o cercasse di farmi parlare... Mi credevo decisamente brutta... Dopo la nascita di mio fratello fui data a lui: dovevo farlo giocare e senza lamentarmi passavo le mie ore di svago a spingere la sua carrozzina... Non ho mai avuto la compagnia di altre bambine".

Era nata il 28 giugno 1808 da una famiglia dell'alta aristocrazia milanese. A quattro anni aveva perso il padre, e la madre, "dopo un breve anno di vedovanza" si era sposata con il marchese Alessandro Visconti d'Aragona. Il patrigno venne arrestato e imprigionato in seguito alla cospirazione anti-austriaca del '21, così la piccola Cristina venne subito a conoscenza delle tensioni politiche di quel periodo. Ricevette un'istruzione molto accurata, ma che si rivelò in seguito superficiale; le donne, come avrebbe notato in seguito, erano state allontanate, per volontà dell'uomo, da ogni studio e dalla partecipazione agli affari della società rimanendo così confinate tra le mura delle loro case. separaro Si sposò a sedici anni con il Principe Emilio Barbiano di Belgioioso d'Este, ma si separarono dopo soli quattro anni. Lasciato il marito e decisasi ad abbandonare Milano, soggiornò per qualche tempo a Lugano. Qui inoltrò la richiesta di divenire cittadina svizzera. Per questa ragione e per non essere rientrata a Milano, nonostante l'intimazione del governo austriaco, fu considerata pericolosa per l'impero. La principessa si rifugiò allora a Parigi, dove arrivò in condizioni economiche disastrose; per questo non frequentava quasi mai i teatri, ma si recava regolarmente alle sessioni della camera e alle prediche sansimoniane. Poiché viveva all'estero senza regolare autorizzazione, il governo austriaco le confiscò i beni. Date le difficili condizioni economiche si ingegnò al fine di procurarsi qualche guadagno. La possibilità di lavorare presso un giornale parigino, il "Constitutionel", le permise di risolvere i suoi problemi economici e di scoprire le sue vocazioni: il giornalismo e in particolare la pubblicistica politica. Da allora la Belgiojoso apparve una delle dominatrici della scena mondano - intellettuale parigina e la sua casa costituì il polo di attrazione di duplici correnti: da un lato tutto l'ambiente dell'immigrazione italiana, come il vecchio rivoluzionario Filippo Buonarroti, Niccolò Tommaseo, Vincenzo Gioberti. Dall'altro l'elite della cultura francese del tempo, come Thierry, rimastole amico per tutta la vita, George Sand, sua cara amica, Alfred de Musset, innamorato sempre respinto, Fauriel, Liszt, Chopin, Heine. Accuse e illazioni non mancarono mai alla Belgiojoso a causa della sua condizione di donna sola e del suo comportamento anticonformista, di donna che si dava arie di superiorità e non sottostava alle regole convenzionali. Persino Balzac, che pure l'ammirava, avendo notato che Liszt si tratteneva in casa sua sino alle undici e mezza di sera, concluse sdegnato: "Cristina non merita più riguardi: è una cortigiana". Di lei ci restano più testimonianze della sua bellezza inquietante, ideale per l'età romantica, che non documenti del suo itinerario intellettuale in quegli anni. In seguito alla maternità, e al maturare di orientamenti interiori diversi, la principessa decise di chiudere il suo salotto e si limitò a tener vivi i legami con gli amici più stretti Il 4 settembre del 1840 Cristina Trivulzio, ritorna in Italia, dopo dieci anni di vita agitata e varia e dopo aver provato esperienze di ogni tipo. L'intensa vita politica e intellettuale parigina, l'immobilità e il torpore del Lombardo Veneto le procurano un senso di soffocamento e di sconforto. Perciò, sebbene ancora giovane e nel fiore della sua bellezza, si ritira a vivere nella vasta casa della prediletta Locate di Triulzi, antico feudo dei Trivulzio. La Principessa durante il suo soggiorno a Locate, passa le giornate giocando a tarocchi col Parroco e col fattore, ricevendo gente umile con quella stessa semplicità con cui a Parigi riceveva uomini politici e letterati. Ma ben presto esce dalla sua nicchia ed intraprende a Locate - dal 1840 al 1847 - un'azione che trasformerà il paese nel comune più progredito d'Italia in fatto di istituzioni per il popolo. In questa sua opera sociale la Principessa desidera concretizzare le idee espresse dal socialismo fourierista. Vuole trasformare il suo castello in una sorta di falansterio, attuando una perfetta organizzazione sociale che combini gli interessi, i lavori, le attitudini dei membri della comunità. Convinta della necessità di migliorare le condizioni morali e materiali dei suoi contadini, pochi mesi dopo il suo arrivo a Locate di Triulzi - il 14 dicembre 1840 -Cristina Trivulzio inizia la sua opera riformatrice senza farsi intimorire dalle critiche fondate sul pregiudizio. Cristina di Belgioioso ebbe molteplici interessi culturali. Alla passione per la lettura accompagnò il gusto per la scrittura. La produzione dei suoi scritti è varia e abbraccia diversi generi. Si dedicò alle traduzioni ma anche alla stesura di saggi, alla attività giornalistica e alle analisi di costume. Grazie al suo viaggio in Oriente, Cristina riuscì a definire il senso della condizione femminile tramite gli incontri con altre donne. La principessa scoprì il funzionamento ed i meccanismi interni dell'harem,

poiché ne entrò in contatto diretto chiamata per dare pareri di carattere medico. Attraverso i tre racconti contenuti in "Scènes de la vie turque", l'autrice volle sottolineare le disparità tra uomo e donna in relazione ad un legame affettivo, le diversità del loro destino determinato dalla condizione sociale. Le donne dell'harem sono vittime sia delle leggi della società sia di quelle dettate all'interno dell'harem stesso. In uno dei suoi ultimi saggi, Cristina scrisse di ricordare le sofferenze e le umiliazioni subite dalle donne nel corso della storia, poiché anch'esse hanno contribuito, anche se solo parzialmente a percorrere la via della felicità. De Musset esalta l' enigmatica bellezza della Belgioioso con queste parole: "Aveva gli occhi terrificanti di una sfinge, così grandi, così grandi che dentro di essi mi sono perso e non riesco a trovare la via d'uscita." Il poeta "Henry" invece, annota: "Quel volto mi ossessiona giorno e notte, come un enigma, che mi piacerebbe risolvere." I malevoli ironizzano invece sul suo aspetto "spettrale" e lo stesso De Musset, respinto, pubblica sulla "Revue des deux mondes" una velenosa poesia intitolata "Sur une morte". A conferma di tali giudizi, si riporta l'episodio (citato da Raffaele Barbiera in "Passioni del Risorgimento", ma contestato da Malvezzi), avvenuto durante una perquisizione della polizia austriaca, del presunto ritrovamento del corpo imbalsamato del giovane segretario di Cristina, Gaetano Stelzi, morto di tisi nel 1848, in un armadio della proprietà di Locate. La lettera della Belgiojoso ad Augustin Thierry, suo amico fraterno e confidente, riportata nei suoi passi più significativi qui di seguito, in cui si raccontano le ultime ore di vita dello sfortunato Stelzi e le modalità della sua sepoltura, ci sembra riportare chiarezza su questo presunto mistero. La lettera, semmai, documenta il legame affettivo che legava la Belgiojoso al suo segretario. Riferendosi alle sofferenze patite dal Thierry per le vicende politiche parigine Cristina scrive: " Anch'io ho molto sofferto e in modo tale che lascerà in me più di un segno. Io sono sola; sola con una bambina, che io amo più di me stessa, ma che non comprende nulla di ciò che si agita in me". Si fa poi cenno alle speranze suscitate da un miglioramento delle condizioni di salute di "questo caro malato". Segue un repentino peggioramento."Il 14 giugno egli si sentì male tutto il giorno, lamentava una grande stanchezza e una soffocazione alla quale era soggetto sottoforma di attacchi spasmodici che andavano e venivano" . Durante la notte è il medico a chiamarla a gran voce perché il malato stava morendo "In cinque secondi ero vicina lui; egli moriva infatti senza dolore, senza conoscenza senza contrazioni (…) Non sapevo di amarlo a tal punto; non sapevo che la sua vita fosse così intimamente legata e così necessaria alla mia. Lo sperimento oggi. L'ho portato qui (a Locate) in una tomba che si trova entro la cinta della mia casa. Poiché la putrefazione non ha mai intaccato il corpo il curato di qui non ha preteso che la tomba fosse chiusa di modo che la Signorina Parker ed io abbiamo la triste consolazione di ornarla di fiori e di mantenere questo luogo come una camera piuttosto che come un sepolcro". Le idee politiche di Cristina Belgiojoso vengono riassunte concretamente dal progetto del Falansterio, realizzato a Locate (MI), una sorta di comunità ideale, in cui ogni membro collaborava, adoperandosi nel campo più congeniale ed esprimendo liberamente la propria personalità, nonostante diritti e doveri venissero equamente divisi. Il suo orientamento era quindi diverso da quello liberale italiano, più vicino piuttosto a quello dei socialisti utopisti. Nel 1848 appoggiò il re Carlo Alberto e l'intervento del Piemonte e l'annessione della Lombardia allo Stato Sabaudo. Cristina sosteneva l'inscindibilità di progresso, libertà e giustizia sociale. Era per lei fondamentale l'appoggio del popolo, di cui esaltava l'operato in vari articoli, come, ad esempio, quelli sul 1848 a Milano e a Venezia, nei quali criticava parallelamente l'azione svolta dal governo provvisorio milanese. Dal punto di vista religioso, pur rimanendo sempre una cattolica convinta, mantenne un atteggiamento ironico nei riguardi delle "autorità" e delle "verità di fede", e considerò esperienza e concretezza come importanti scuole di vita. Questi elementi risultano fondamentali per comprendere almeno alcune delle numerose vite che la Belgiojoso visse e che la rendono, ai nostri occhi, una figura controversa quanto affascinante e sfuggente. La sua indipendenza e straordinarietà emergono anche dai velenosi rapporti che si trovò a vivere con Papa Pio IX, che l'accusò di sentimenti irreligiosi, formalmente perché aveva accettato l'aiuto di alcune popolane romane dai costumi forse non irreprensibili, come lei stessa ammise, ma preziose nella cura dei feriti giunti agli ospedali militari da lei diretti nella Repubblica Romana, incarico affidatole da Mazzini che però non ne appoggiava gli atteggiamenti rivoluzionari. Scriveva così a sua madre: "Quella donne m'era un tormento pel continuo litigare che faceva

con i chirurgi, medici e infermieri". Il motivo reale di questa denuncia da parte di Pio IX va probabilmente ricercata nella nobildonna che era stata capace di mostrare apertamente il suo scetticismo circa l'idea di una confederazione di Stati Italiani sotto la guida papale. Questa era Cristina Belgiojoso, una donna capace di trasformarsi da bambola da salotto a temibile rivoluzionaria e figura, per certi versi, ancora incompresa. Nel 1848 appoggiò il re Carlo Alberto e l'intervento del Piemonte e l'annessione della Lombardia allo Stato Sabaudo. Cristina sosteneva l'inscindibilità di progresso, libertà e giustizia sociale. Era per lei fondamentale l'appoggio del popolo, di cui esaltava l'operato in vari articoli, come, ad esempio, quelli sul 1848 a Milano e a Venezia, nei quali criticava parallelamente l'azione svolta dal governo provvisorio milanese. Dal punto di vista religioso, pur rimanendo sempre una cattolica convinta, mantenne un atteggiamento ironico nei riguardi delle "autorità" e delle "verità di fede", e considerò esperienza e concretezza come importanti scuole di vita. Questi elementi risultano fondamentali per comprendere almeno alcune delle numerose vite che la Belgiojoso visse e che la rendono, ai nostri occhi, una figura controversa quanto affascinante e sfuggente. La sua indipendenza e straordinarietà emergono anche dai velenosi rapporti che si trovò a vivere con Papa Pio IX, che l'accusò di sentimenti irreligiosi, formalmente perché aveva accettato l'aiuto di alcune popolane romane dai costumi forse non irreprensibili, come lei stessa ammise, ma preziose nella cura dei feriti giunti agli ospedali militari da lei diretti nella Repubblica Romana, incarico affidatole da Mazzini che però non ne appoggiava gli atteggiamenti rivoluzionari. Scriveva così a sua madre: "Quella donne m'era un tormento pel continuo litigare che faceva con i chirurgi, medici e infermieri". Il motivo reale di questa denuncia da parte di Pio IX va probabilmente ricercata nella nobildonna che era stata capace di mostrare apertamente il suo scetticismo circa l'idea di una confederazione di Stati Italiani sotto la guida papale. Questa era Cristina Belgiojoso, una donna capace di trasformarsi da bambola da salotto a temibile rivoluzionaria e figura, per certi versi, ancora incompresa. All' età di 30 anni partorisce quella che sarà la sua unica figlia, Marie. Dopo una lunga permanenza in Inghilterra, torna in territorio italiano. Prendendo spunto dalle sue idee socialiste utopistiche, trasforma le sue proprietà di Locate in centri di istruzione e servizi adibiti ai contadini. Tra il '42 e il '43 viene pubblicata "Essai sur la formation Catholique", sua prima opera; è un saggio formato da quattro volumi in cui viene narrata la storia della cristianità dalle origini a quei tempi, la formazione delle eresie e dei dogmi cattolici. Nel '44 scrive "La science par Vico" in cui viene affermato che il punto di arrivo della storia è la ricostruzione dell' identità nazionale e l' abolizione dell' ingiustizia sociale. Nel '45 arriva ai vertici della "Gazzetta Italiana" e nel frattempo raccoglie fondi per la causa italiana. Milano insorge contro l'Austria; per questo motivo Cristina Trivulzio organizza un battaglione di volontari con il proposito di aiutare il governo provvisorio. Dopo la firma dell' Armistizio da parte di Carlo Alberto, torna a Parigi per organizzare l' opposizione contro l' Austria. Nel '49 ottiene l' incarico della direzione degli ospedali militari della Repubblica Romana da parte di Mazzini Si reca a Costantinopoli ed, in un secondo tempo, nel distretto di Kastamonov. Nel '52 parte per un pellegrinaggio a Gerusalemmme che la occuperà per ben undici besi. Al ritorno è vittima di un attentato, dal quale si salva nonstante le ferite fisiche e morali. Torna in Italia dopo essere rimasta per un periodo in Francia. Pubblica una serie di racconti di argomento orientale dal titolo "récits turques". Nel '58 esce "scènes del la turque" che raccoglie "emina", "un prince turque" e "les deux femmes d' Ismail-Bey". Scrive le ultime opere dopo l' unità d' Italia in cui viene affrontata la situazione politica e sociale del nuovo stato all' interno di un sistema internazionale. Muore a Milano il 5 luglio 1871. Il viaggio in Turchia Nell'ottobre del 1850, passato il Bosforo, la Belgiojoso sbarcò sulle coste dell'Asia Minore, con Maria e tre compagni di viaggio. Il suo programma di vita era di vivere in grembo alla natura e lontana da ogni forma di civiltà. A Ciaq-Mag-Ogla acquistò una grande estensione di terreno e una casa che, date le di-

mensioni, prendeva il nome di capanna; con il passare del tempo fece aggiungere alla casa nuove costruzioni e Ciaq-Mag-Ogla prese l'aspetto di una grande e laboriosa fattoria con la pretesa di grandi risultati produttivi. Lì scrisse dei racconti di ispirazione orientale e alcuni si soffermavano soprattutto sulla penosa condizione delle donne negli harem. Decise di tornare in Europa perchè era stata pugnalata da un suo servitore a anche a causa del fallimento economico della sua impresa in Turchia, ma soprattutto perché l'Austria le aveva sequestrato tutti i suoi beni e lei aveva il pensiero di assicurare un futuro a Maria. Il ritorno in Italia e il ripensamento in politica Nel febbraio del 1856 ricomparve in Lombardia e, grazie a questo atto di sottomissione, le fu possibile riavere tutti i suoi beni. Tutto, dentro di lei, era tornato al suo posto: la religione come scelta primaria, la storia come percorso precario e difficile al quale, però, si doveva pensare con fiducia, e la politica come problema di forze oggettive in cui non c'era spazio per le ideologie sentimentali, puntualmente schiacciate. Nel 1860, dopo la pubblicazione de "L'histoire de la maison de Savoie", la Belgiojoso, che era diventata una convinta sostenitrice della politica di Cavour, continuò a collaborare alla milanese "Perseveranza". Nelle "Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire", uscite nel 1868, la sua esplicita sconfessione "dei bei discorsi e delle belle imprese del '48", delle "funeste assurdità rivoluzionarie" riceveva una più argomentata motivazione: occorreva guardare ai problemi concreti, pensare a ferrovie, banche popolari, a eliminare le piaghe come l'analfabetismo e l'omertà, a difendere i contadini dagli affittaioli, a combattere "gli intrighi di certi capitalisti" e a tenere a bada tutte le forze che minacciavano l'unità nazionale da poco raggiunta. A tali considerazioni si accompagnavano elogi a Napoleone III ("un amico fedele"), espressioni di postuma gratitudine per Carlo Alberto, critiche alle idee del "contumace Mazzini ,e condanna dell'eversiva indisciplina di Garibaldi negli episodi di Aspromonte e Monterotondo, quasi "indegno di far parte di un consorzio civile". Dall'involuzione delle sue posizioni precedenti si salvò la costante attenzione che la Belgiojoso continuò a riservare ai problemi sociali, sicuramente un lascito del suo passato sansimoniano. In questa ottica va letto il saggio del 1866 "Della presente condizione delle donne e del loro avvenire", peraltro moderato nei toni rispetto all'impegno che la stessa Belgiojoso aveva espresso nella sua vita. Mai antisocialista, rimase sempre sostanzialmente convinta di quel che nel 1853 aveva scritto a Thierry: "per parte mia, vedo le cose in modo del tutto diverso: non temo nulla per la società che è vecchia quanto il mondo e quanto questo durerà; io credo che certi progressi debbano essere compiuti'. Nell'aprile del 1849, la Belgiojoso arriva a Roma, proveniente da Parigi, quando le speranze dei patrioti italiani sono ormai tramontate perché Carlo Alberto, riprese le ostilità contro l'Austria, sospinto dalle manifestazioni di piazza, è stato sconfitto a Novara il 23 marzo. Dopo l'abdicazione a favore del figlio Vittorio Emanuele, il re ha scelto l'esilio volontario in Portogallo.

Gli ultimi anni
La Belgiojoso passò gran parte dei suoi ultimi anni in una villa sul Lago di Como; non aveva più legami che la portassero a Parigi e la sua vita era dedicata alla figlia e alle nipotine. Di sé scriveva in quegli anni: "Vedo le rughe solcarsi a forza sulle mie guance ed imprimere al mio volto un'espressione di severità, o di noia, o di indifferenza, che non ebbero mai il loro corrispettivo né nel mio cuore, né nella mia testa". E fino all'ultimo continuò a studiare, a interessarsi di cose politiche e a scrivere. La morte la raggiunse nel 1871. Collocare la Belgioioso tra i guelfi giobertiani o i repubblicani mazziniani, in cui era divisa politicamente l'Italia, diventa difficile, perché sembra non schierarsi né da una parte né dall'altra. Soprattutto pare che, contrariamente a quanto spesso si è scritto, non abbia dato il minimo sussidio finanziario a Mazzini per organizzare la spedizione in Savoia del 1834. Nel 1848 la Belgioioso dichiarava che mai avrebbe potuto spingere alla rivolta la popolazione lombarda. A suo giudizio soltanto un esercito avrebbe potuto sconfiggere l'Austria, ma quell'esercito mancava: non rimaneva altro che chiedere ed ottenere dall'Austria progressive e caute riforme. Negli anni precedenti il 1848, si fece portavoce di quel movimento di "resistenza legale" che condusse Milano l'adesione di Cattaneo e a Venezia di Tommaseo e Manin. L'idea di fondo di

quella idea politica era che, era possibile far crollare il potere austriaco usando la legalità come arma da ritorcere contro il dispotismo. Acerbi Daniela Ferrandi Claudia

CLAUDINE COLETTE Fille du capitaine Jeul Colette et de sa femme Sidonie connue sous le nom de “Sido”, elle naît à SaintSauveur le 23 Janvier 1873. Elle passe dans sa maison familiale une paisible enfance qui sera décrite plus tard dans ses oeuvres. En 1889 elle reçue son brevet élémentaire qui devient un élément essentiel du son premier livre Claudine à l’école; quelques années plus tard Colette épousera son premier mari Willy. En 1895 elle décide un voyage avec son mari à Saint-Sauveur pour se reprendre de la grave dépression nerveuse qu’elle avait eu l’année précédente; pendant ce voyage Willy découvre l’univers scolaire de Colette et la pousse à écrire Claudine à l’école, qui fera sa parution en 1900 sous la seule signature de son mari, le quel l’incitera à donner une suite à ce livre. En 1906 elle se sépare de son mari pour se remarier en 1912 avec un homme politique: Henry de Jouvenel. Pendant les années suivantes elle écrit beaucoup des articles pour différents journaux comme Le Figaro et Le Matin. Pendant les premières années de la guerre elle arrête sa production, pour la reprendre en 1916 avec la publication de La paix chez les bêtes, livre symbole en ce temps de guerre. Elle consacre de plus en plus de temps au journalisme pour âpres devenir directrice littéraire du Matin. À la fin du 1923 Henry de Jouvenel quitte défensivement à Colette qui va vivre avec un fils de son mari pour entreprendre une relation qui finira en 1924. Sa carrière d’écrivain continue avec beaucoup de succès jusqu’aux dernières années de sa vie. Elle meurt en 1954 à l’âgé de 81 ans. Elle repose au Père Lâchais, Paris. Parmini Francesca, Ferri Diana, Barattini Lucia
(Lyon, 1732 — Paris, 1776). Fille illégitime du comte Gaspard de Vichy, frère de la marquise du Deffand, et de la comtesse d'Albon, Julie de Lespinasse est élevée par sa mère qui, à la vieille de sa mort, la confie au comte et à la comtesse de Vichy. En 1754, elle devient la dame de compagnie de Mme du Deffand, qui l'introduit dans le milieu des mondanités parisiennes en faisant d'elle la lectrice de son salon. La jeune fille ne tarde pas à gagner l'estime du cercle d'amis de Mme du Deffand où sa vivacité d'esprit et son intelligence brillante sont immédiatement remarquées et appréciées. Jalouse du succès de sa protégée, Mme du Deffand la tient loin de ses réunions avant de la congédier définitivement en 1763. Julie de Lespinasse ouvre alors son propre salon qui, bien que plus modeste que le précédent, attire les philosophes les plus brillants et devient un important foyer du mouvement encyclopédiste. Elle fait la connaissance de d ?Alambert, mais leur amour reste platonique. Entre temps Julie rencontre le Marquis de Mora et ils tombent amoureux, mais leur projet de mariage est empêché par la famille du marquis. A cause d’une maladie il doit s’éloigner de Julie qui pour se changer les idées fréquente sa maison de campagne où une violente passion avec le comte Guibert naît ; malgré l’apparente indifférence du compte, cet amour durera jusqu’à sa mort. Certains virent dans son tempérament exalté et dans la violence de ses sentiments les signes avant-coureurs des tendances du romantisme. « Il n’y a qu’une chose qui résiste, écrivait-elle, c’est la passion, et c’est Celle de l’amour, car toutes les autres resteraient sans réplique [...]. Il n’y a que l’ amour-passion et la bienfaisance qui me paraissent valoir la peine de vivre. » Elle meurt le 22 mai 1776, dans sa 44ème année.

JULIE DE LESPINASSE

MADAME DE STAEL

Les origines et les débuts. Mme de Staël est fille des Necker, Romands devenus des figures marquantes de la société parisienne, et grandit dans un milieu exceptionnel. Son père, Jacques Necker, bourgeois de Genève, a construit en quelques années une fortune considérable grâce à son génie des affaires. Fortune faite, il épouse Suzanne Curchod, Vaudoise, fille de pasteur, orpheline et pauvre. Tous deux sont protestants convaincus, d'une haute moralité, larges d'esprit et tolérants. Leur calvinisme n'est ni puritain ni dogmatique. La religion qu'on a enseignée à Germaine Necker est conçue non seulement comme une religion du cœur unie à la vertu, une relation de l'homme à Dieu, mais aussi comme une institution sociale. Elle a été élevée dans un milieu où l'union des Lumières et de la religion est tenue pour nécessaire. Il faut insister sur ces points par lesquels elle appartient vraiment à Genève. Autre part de l'héritage familial, le goût de la vie sociale telle qu'on la conçoit à Paris, et l'intérêt pour la politique. L'ambition de M. Necker dépasse le monde de la finance. C'est le pouvoir qu'il veut et qu'il atteindra. Sa femme a soutenu sa carrière avec une habileté, une activité sans seconde. Elle a su créer et régenter un salon rapidement devenu l'un des plus célèbres de Paris, salon littéraire parce qu'elle a mesuré l'influence des écrivains sur l'opinion. L'énumération des habitués est surprenante. On y rencontre les derniers Encyclopédistes et bien d'autres, Diderot, d'Alembert, Buffon, Grimm et Meister, Mably, Raynal, Bernardin de Saint-Pierre, Mme Geoffrin, Mme Du Deffand, mais aussi les amis suisses moins célèbres auxquels les Necker sont restés attachés. En 1776, malgré la double difficulté de n'être ni français ni catholique, Necker accède à la direction des Finances de la France. Germaine a dix ans. Alors se multiplient chez ses parents les familiers des affaires de l'État, les ministres, les diplomates. Elle les a tous connus, puisqu'elle fut admise encore enfant dans le salon de sa mère. Elle a à peine treize ans, moins peut-être, qu'elle converse avec eux et tient son petit cercle. La célébrité du père dans toute l'Europe a ouvert à la fille le monde de la politique, l'aristocratie et les cours régnantes. Son importance sociale, accrue par ses succès littéraires, est trop souvent inaperçue ou mal comprise. Elle n'a rien d'une intrigante qui forcerait les portes ; celles-ci s'ouvrent tout naturellement devant elle. Sa mère lui a dispensé une éducation très soignée, qui dépasse de loin celle qu'on donnait aux jeunes filles de ces milieux. Germaine apprend l'anglais et le latin, la diction, la musique, la danse ; on l'envoie au théâtre très jeune. Elle lit et écrit beaucoup ; cela fait partie de sa formation. Sa mère n'a jamais pu se livrer à son goût pour l'écriture, son mari l'en ayant empêchée. Sur ce point, il sera complètement débordé par sa fille. La combinaison de tous ces traits caractérise sa vie et ses travaux. Son génie naturel aidant, elle va bien différer du type de femme traditionnellement admis par la société d'alors et déconcerter ainsi ses contemporains, ce qui lui vaudra des joies intellectuelles et des souffrances intimes. En 1814, elle peut écrire : La culture des lettres m'a valu plus de jouissances que de chagrins. [...] Il y a dans le développement et le perfectionnement de son esprit une activité continuelle, un espoir toujours renaissant, que ne saurait of-

frir le cours ordinaire de la vie. Tout marche vers le déclin dans la destinée des femmes, excepté la pensée, dont la nature immortelle est de s'élever toujours. Son mariage malheureux avec le baron de Staël, ambassadeur du roi de Suède à la cour de France, la fait entrer en 1786 dans l'aristocratie. On remarquera qu'elle n'épouse pas un Suisse : c'est que, pour la plupart, ils sont trop loin des milieux que ses parents ambitionnent pour elle. Quant à la noblesse française, elle compte peu de protestants et les Necker ne veulent pas d'un catholique pour gendre. La jeune baronne de Staël ouvre à son tour un salon qui va relayer celui de sa mère. Libérale en politique comme son père, elle y reçoit la nouvelle génération, celle qui a fait la guerre d'Amérique, qui en a rapporté des idées neuves et généreuses qu'elle épouse avec enthousiasme : parmi bien d'autres, La Fayette, Noailles, ClermontTonnerre, Condorcet, et les trois hommes qu'elle aima le plus à cette époque : Louis de Narbonne (17551813), sa première grande passion, Mathieu de Montmorency (1767-1826), l'ami de toute sa vie, Talleyrand, le traître à l'amitié. Elle se livre alors à sa passion d'écrire : des portraits d'amis de ses parents, presque tous perdus, celui, particulièrement remarquable, de son père ; elle compose des tragédies ; Meister glisse dans la célèbre Correspondance de Grimm de petites compositions d'elle. En 1788, un ami de ses parents fait imprimer à son insu une vingtaine d'exemplaires de ses Lettres sur J.-J. Rousseau, presque immédiatement rééditées et répandues dans le public. Au bonheur de l'écriture, à la qualité de l'analyse, on voit bien qu'il ne s'agit pas d'une première tentative. L'ouvrage ne saurait se réduire à l'éloge et ne va pas sans critiques, notamment à propos des idées du philosophe sur les femmes, leur rôle social et leur éducation. L'enthousiasme qui a poussé Germaine a fait naître en elle l'idée d'une critique fondée sur la sympathie. Il ne s'agit plus de juger d'après des principes extérieurs à l'œuvre et qui lui semblent d'ores et déjà dépassés, mais de la comprendre de l'intérieur et de trouver en soi les raisons de l'admiration qu'on éprouve. Il n'y a plus de code imposé du dehors, mais un double mouvement d'identification et de distanciation qui relie le lecteur à sa lecture. Cette prise de conscience naissante s'affirmera dans ses grands livres. L'œuvre de Mme de Staël est étroitement liée aux circonstances politiques et aux circonstances de sa vie. Puisqu'elle ne pouvait jouer un rôle public, il lui fallait compenser ce manque par les rares ressources que la société lui laissait, la recherche d'une influence qui passerait par les hommes – c'est alors le cas de toutes les femmes ambitieuses – et par les livres, ce qui n'est pas donné à tout le monde. On la considérera pour cela comme une intrigante empiétant sur les domaines réservés aux hommes. Pendant l'époque révolutionnaire et jusqu'à son exil de 1803, son salon est la première forme que prend le futur « Groupe de Coppet » ; il deviendra l'une des créations les plus étonnantes de Mme de Staël. Ce groupe d'amis, à la fois très intime et très ouvert sur le monde, appartenant à des pays divers, se retrouve sur les bords du lac dans ce château de Coppet qui lui donnera son nom. La maîtresse des lieux n'est pas qu'une hôtesse, une « salonnière », elle est un écrivain de métier, qui travaille et incite les autres à faire de même. C'est l'originalité de ce groupe qui ne ressemble à aucun autre et dans lequel Mme de Staël compte quelques-uns de ses amis les plus chers, dont des Genevois, comme Sismondi et Mme Necker-de Saussure, et des Alémaniques, Bonstetten et Meister. Aucune étude sur Mme de Staël ne saurait se dispenser d'évoquer au moins cette part capitale de son activité. Peu satisfaite par son mariage, elle cherche ailleurs un bonheur qu'elle n'a pas. Ainsi apparaissent à cette époque dans son entourage des relations amoureuses importantes : le comte de Narbonne et le comte Adolphe de Ribbing (1765-1843). Les lettres qu'elle leur adresse, remarquables sur le double plan psychologique et littéraire, dévoilent un personnage profondément attachant, porté à la souffrance, aspirant au bonheur, difficile parfois, jamais ordinaire, bouillonnant d'idées et d'activités. Aucun de ces hommes ne la vaut, et elle leur devient probablement insupportable par l'intelligence qui la distingue et par l'appel à tout jamais insatisfait qu'elle adresse à ceux qu'elle aime. C'est ce qu'elle revivra avec un homme d'une bien autre qualité intellectuelle, Benjamin Constant. Un Vaudois : l'homme de sa vie fut en définitive des mêmes contrées qu'elle et, comme elle et ses parents, n'aima vivre qu'à Paris. Cette extraordinaire liaison, l'une des plus étonnantes du monde littéraire, durera, puis s'éternisera, dans un grand enrichissement intellectuel, sans que chacun puisse vivre avec ou sans l'autre.

Les écrits nés de la Révolution. Mme de Staël avait d'abord donné dans des genres littéraires non dénués d'ambition ; elle s'était essayée à la tragédie et en avait écrit quatre ou cinq au moins. En 1790-1791, elle avait même publié — en tirages si confidentiels qu'on peut à peine parler de publication — deux pièces de théâtre : Sophie ou les sentiments secrets, intime et grave à la fois, et Jane Gray, tragédie politique comme celles, encore inédites, qui ont subsisté. La Révolution venue elle s'oriente vers la politique, qui n'est jamais absente de ses romans et de ses ouvrages de critique. Réfugiée à Lausanne et à Coppet après la chute de la monarchie et les massacres de septembre 1792, elle publie en 1793 les Réflexions sur le procès de la Reine, où l'on voit une femme prenant la défense d'une autre femme humiliée, accusée de fautes qu'elle n'a pas toutes commises. Cet écrit porte loin la méditation de Mme de Staël sur les misères de la condition féminine, fût-elle royale, et c'est à toutes les femmes qu'elle adresse cet émouvant plaidoyer pour l'une d'entre elles qu'on traîne dans la boue avant de l'assassiner. Elle publie plus volontiers qu'autrefois des œuvres parfois assez anciennes : Zulma en 1794, en 1795 des nouvelles précédées d'un Essai sur les fictions que Goethe appréciera au point de le traduire en 1796. Le grand écrivain suivra désormais les travaux de Mme de Staël avec un intérêt partagé par Schiller et soutenu par Guillaume de Humboldt ; celui-ci deviendra l'un des plus chers amis allemands de Mme de Staël, celui qui pensera dès 1800 qu'elle seule pourrait faire connaître la pensée allemande en France. Elle reviendra sur la théorie du roman dans bien d'autres écrits, De la littérature, les Réflexions sur le but moral de « Delphine », De l’Allemagne. Dès 1795, dans l'Essai sur les fictions, elle rejette le merveilleux et l'allégorique, les romans philosophiques et historiques, et leur préfère ceux qui mettraient en scène la variété des caractères et des conditions sociales. La fiction doit peindre les mouvements du cœur et du caractère de l'homme au point de rencontre de l'imagination et de la philosophie, celle-ci ayant besoin de la parure de celle-là pour « émouvoir et conduire au but sans l'indiquer d'avance ». En 1795, elle croit encore à la réussite esthétique si le contenu obéit à des fines morales. Très préoccupée comme ses contemporains par les rapports de la morale et du roman — qui n'obtient ses lettres de noblesse que s'il est moral, elle abandonnera ce point de vue trop étroit. L'œuvre d'art n'a pas plus de but moral que la vie elle-même, mais son résultat doit être moral. Du moins, dès le temps de l'Essai, elle saisit le paradoxe du roman, symétrique du paradoxe de l'acteur, « où tout est inventé et imité, où rien n'est vrai mais où tout est vraisemblable ». En 1796, Mme de Staël publie un ouvrage très ambitieux, De l'influence des passions sur le bonheur des individus et des nations, auquel elle travaille depuis des années. Dans son introduction, elle résume sa

pensée sur le bonheur des nations lié à la liberté et au bon gouvernement, idée qu'elle développera dans d'autres livres. Son républicanisme s'exprime pour la première fois comme un idéal qu'elle cherchera en vain à réaliser. Elle fait la revue pessimiste des passions bonnes et mauvaises et des malheurs qu'elles engendrent. Dans la mesure où même les plus belles et les plus pures, comme la recherche de la gloire, font dépendre des autres le bonheur individuel, elles sont néfastes. Ni l'amour, ni les affections familiales, ni l'amitié n'apportent le bonheur, puisqu'on doit compter sur les autres qui se dérobent. Pires encore sont le fanatisme, l'orgueil, la vanité, le jeu, et tous les vices de l'humanité. Le sage doit en définitive se contenter de ce qui ne dépend que de lui et rechercher la sérénité qu'apportent la réflexion, l'étude, le progrès de la pensée. Commencé en 1792 quand la Révolution change de sens, ce livre pessimiste et mélancolique est issu d'une expérience singulièrement vaste pour une jeune femme à peine âgée de trente ans, mais qui a déjà beaucoup observé, beaucoup souffert et beaucoup réfléchi. Son intérêt ne réside pas seulement dans le traité de morale dont il prend la forme, mais dans ses résonances politiques et autobiographiques. Les années suivantes, l'écrivain s'intéresse comme toujours à la vie publique, d'où quelques ouvrages qui ne sont pas tous publiés, tant les rapides changements politiques leur sont défavorables. Le plus important, qui aurait pu faire date s'il avait paru en son temps, est un appel à la raison écrit en 1798, Des circonstances actuelles qui peuvent achever la Révolution. Il s'agit de sortir la France de l'anarchie, de fonder la République, d'écarter l'esprit terroriste ou royaliste outré, en un mot de ramener la paix publique dont le pays, épuisé par le malheur, a un intense besoin. On soulignera le fait que Mme de Staël a lar-

gement bénéficié de l'expérience de son père comme ministre, et qu'elle se méfie des théories trop abstraites et inapplicables : tout en estimant Rousseau, elle lui préfère Montesquieu et Necker.

De la littérature.
En 1800, Mme de Staël publie son premier grand livre, De la littérature dans ses rapports avec les institutions, qui est aussi le premier livre important du nouveau siècle. Tributaire de Montesquieu, elle examine l'évolution de la littérature et de la pensée à travers les différents types de sociétés, de gouvernements, de religions. Dans cet hymne à la gloire de la littérature, prise au sens le plus large du mot - ce que nous appelons sciences humaines - elle prononce un plaidoyer imposant en faveur du XVIIIe siècle. Puiser des thèmes nouveaux dans le passé des peuples, réhabiliter le Moyen Age chrétien, prédire le progrès dans la philosophie, l'histoire, le roman au sein d'institutions libres et égalitaires accordées avec les mœurs, affirmer, comme Voltaire, contre Marmontel ou La Harpe, qu'il n'y a pas de goût absolu mais des goûts relatifs, opinion qu'on retrouvera démontrée dans De l’Allemagne : vaste programme... Certes, dans un ouvrage aussi général, il manque à l'auteur bien des connaissances et une pensée philosophique assez solide (elle y remédiera plus tard) ; mais tel qu'il est, le livre foisonne d'idées neuves : le renouveau de la poésie par la rêverie, l'approfondissement des sentiments moraux et religieux, la valorisation des littératures du Nord, plus modernes, qui remplaceront les sources antiques épuisées. La dernière partie du livre est consacrée à la littérature de l'avenir déjà évoquée dans Des circonstances actuelles : les talents littéraires seront unis aux talents politiques, d'où l'importance du théâtre sur lequel elle insiste beaucoup pour l'éducation du peuple, et de l'éloquence politique, le genre républicain par excellence. La théorie de la perfectibilité, qu'elle a adaptée à sa propre pensée, n'a pas que des amis ; le livre est accueilli par certains journaux avec une incroyable violence et avec hostilité par le Premier consul, qui soutient le siècle de Louis XIV, roi absolu, comme facteur de remise en ordre et d'autorité, contre le XVIIIe, accusé des désordres révolutionnaires. Mme de Staël, convaincue que la Terreur et ses conséquences sont un détournement de l'histoire, ne peut accepter cet effacement des Lumières. Ses idées de liberté lui vaudront les persécutions du nouveau pouvoir et lui coûteront très cher jusque dans sa vie intime. Madame de Staël et Napoléon. À partir de là commence en effet une lutte ouverte entre elle et Napoléon, qui va se répercuter sur sa pensée et ses ouvrages. Il n'aime pas les femmes influentes et craint une personne très éloquente tenant un salon fréquenté par des gens brillants, haut placés dans l'entourage du Premier consul, un salon où l'on professe des idées qu'il rejette. Il croit trouver la trace de Mme de Staël, non sans raison, dans des groupes d'opposants, puis dans des conspirations, ce qui est beaucoup moins sûr. Elle cultive trop d'idées ressenties comme subversives par le nouveau régime pour se faire accepter par un homme qui ne veut d'elle que son silence. La lutte est inégale. Longtemps elle croira que sa célébrité lui vaudra l'apaisement. Elle mettra des années à comprendre qu'elle se heurte sans recours à la volonté froide de celui pour qui la toutepuissance est le seul but. Les Dix années d'exil exposent éloquemment cette lutte disproportionnée entre un individu désarmé et un pouvoir tyrannique. Mme de Staël offre un exemple intéressant des combats que se livrent les écrivains et le pouvoir absolu sous toutes les latitudes. Pour elle, l'écrivain ne cherche que le progrès de l'humanité, en donnant forme à ce que les autres portent en eux sans pouvoir l'exprimer. C'est là son utilité, ce qui empêche la littérature de tomber dans le frivole. La condition de son travail est la liberté. Battue d'avance, Mme de Staël est exilée de Paris, puis de la France. Malgré tous ses malheurs, c'est seulement en 1810, quand l'empereur est au faîte de sa puissance que la destruction de son grand livre, De l’Allemagne, lui fera enfin comprendre que sa situation est sans remède et qu'elle ne peut accepter une relégation passive même dans un château, puisqu'elle est empêchée de publier, de recevoir qui elle veut, d'établir ses enfants. C'est alors qu'elle choisira l'évasion et le grand voyage, à travers une Europe déchirée par les guerres, jusqu'en Russie et en Suède, dans le but d'atteindre l'Angleterre et la liberté.

Delphine et Corinne.
Pour tout autre, et depuis le Consulat, ce serait le temps du silence. Constant lui-même ne publie plus rien, il accumule. Chateaubriand est lui aussi très prudent. Mme de Staël croit l'être quand elle publie les

romans qui vont lui valoir une grande célébrité en France et en Europe. Elle y met encore trop de politique, abordant sans crainte dans Delphine (1802), dédiée à « la France silencieuse », les questions politiques et sociales issues de la Révolution : l'émigration, le libéralisme politique, l'anglomanie, la supériorité du protestantisme sur le catholicisme, le divorce. Tel quel, Delphine était fait pour déplaire au pouvoir ; mais il remporta un immense succès. L'auteur mettait en scène, dans un enchaînement diabolique de circonstances, la descente aux enfers d'une jeune femme intelligente, droite et bonne, qui perd toutes ses illusions sur les autres et sur elle-même, et qui voit gâcher par la méchanceté universelle l'amour qu'elle porte à un homme enfermé lui-même dans les préjugés de sa caste. Le point de vue est celui d'une femme qui, connaissant le monde et ses misères, prête une attention particulière aux malheurs des femmes. On peut s'étonner qu'un tel livre n'ait pas retenu davantage l'attention des féministes, à quelques exceptions près. L'analyse de la souffrance des êtres, des femmes en particulier, y est faite avec une acuité et une variété de ton remarquables ; la forme épistolaire y trouva un de ses triomphes. Notons que chez Mme de Staël la préoccupation de la destinée malheureuse des femmes, même dans des pays de haute civilisation et dans les rangs les plus élevés de la société, est constante. La Révolution a fait régresser la condition féminine : voilà la réalité qu'elle constate et proclame, soulignant avec effroi le recul juridique, social, politique des femmes, et les malheurs auxquels les condamne leur position subordonnée dans la famille et dans la société. Bien que les cadres sociaux soient différents, il existe sur ce plan d'indiscutables ressemblances entre Delphine et Corinne (1807). Dans Delphine, Mme de Staël ne se souciait pas de décrire Paris à un public qui le connaissait parfaitement ; elle se concentrait — exotisme d'un nouveau genre — sur la société, les salons, les difficultés provoquées par la Révolution à ses débuts. Corinne, femme de génie, qui incarne l'avenir de l'Italie (question politique dangereuse, parce que tenant une place importante dans la pensée de Napoléon), est elle aussi la victime d'une société répressive, anglaise cette fois. Modèle de la liberté en politique, l'Angleterre n'est pas un modèle de liberté sociale ; comme toujours, les femmes sont les premières victimes. Ce qui valut à ce roman encore plus de succès qu'au précédent, ce fut l'Italie où se déroulent les trois quarts de l'intrigue. Le voyage que Mme de Staël y effectue pour écrire Corinne a lieu après sa première expérience allemande : c'est à Weimar qu'elle aura soudain l'idée d'écrire son nouveau roman et de le situer dans ce pays qu'on lui peint partout comme merveilleux. Elle ne sera pas déçue : elle découvrira la beauté des sites, l'intérêt d'une situation politique misérable qui lui fait annoncer pourtant une renaissance, et des richesses intellectuelles plus grandes qu'on ne le soupçonnait en France. Ainsi mettrat-elle Dante à l'honneur. Le roman contient donc un « De l'Italie », certes plus limité que De l’Allemagne, par les nécessités romanesques, mais issu d'une exploration semblable. Les beautés italiennes frappent l'écrivain plus que celles de tout autre pays. Elle y jouit du passé romain, de l'Antiquité et de la Renaissance confrontés aux temps modernes, de la douceur du climat, de la beauté du ciel, renforçant ainsi cette fameuse opposition nord-midi présente dans De la littérature grâce à son expérience livresque. L'Italie est incarnée par Corinne, mi-Italienne mi-Anglaise, poétesse et artiste, qui guide le lord écossais, Oswald, dont elle s'est éprise, à travers les splendeurs de son pays d'élection. Rome y tient une place symbolique, centrale, comme le lieu d'où sont sorties les grandes civilisations romaine et chrétienne, l'Antiquité et la Renaissance. Le roman se déroule à travers les paysages et les villes de l'Italie, choisies et décrites en fonction des sentiments des héros : naissance de l'amour à Rome, épanouissement en Campanie sous la menace du volcan, mélancolie à Venise, mort de l'héroïne abandonnée dans la rude Florence. Très ambitieux, le livre répond à toutes sortes de questions, non seulement à celles que posent la philosophie, la religion, la politique ou l'histoire, mais aussi les beaux-arts, la poésie, et toute la beauté du monde. Ce deuxième roman ajouta encore à la célébrité littéraire de Mme de Staël. Il fut moins attaqué par les journaux que Delphine, objet d'incroyables critiques alliant la sottise à la grossièreté. On eut plus de respect pour l'auteur de Corinne, même si l'on ne comprit pas toute la richesse du roman. Le public ne s'y trompa point, et il lut passionnément les aventures de Corinne et d'Oswald. L'incompréhension qui avait enveloppé Léonce dans le roman précédent se manifesta de nouveau à l'encontre d'Oswald ; on n'acceptait pas ces hommes irrésolus que l'on taxait de faiblesse, ce qu'on trouvait inadmissible pour un héros de ro-

man. C'était ignorer le nœud des deux intrigues : seul, un homme dominé par la société peut porter malheur à des femmes qui ne se conforment pas au modèle féminin en vigueur. Léonce et Oswald sont tourmentés, moins par une supposée faiblesse que par le conflit que leur fait vivre leur amour pour des créatures insoumises aux lois patriarcales dans lesquelles ils ont été élevés. Ces personnages masculins sont très proches du héros d'Adolphe, écrit dans l'ombre de Mme de Staël quand celle-ci termine son second roman en 1806. Constant se sentit visé par les articles contre Corinne plus que par ceux contre Delphine, auxquels il avait pourtant répliqué avec la colère que lui faisaient éprouver la bêtise et l'incompréhension de la critique.

De l'Allemagne.
Jusqu'en 1803, Mme de Staël avait vu défiler l'Europe dans les salons parisiens. Certes elle avait traversé la France, l'Allemagne ou la Suisse, séjourné dans le Pays de Vaud et quelques mois en Angleterre ; mais la découverte n'était pas alors son but. Bonaparte, en changeant brutalement ses habitudes de vie, la conduisit à enrichir ses connaissances et sa pensée. Paradoxalement, sans lui, ni Corinne ni De l’Allemagne n'auraient existé. Cet exil interminable devait produire ces deux chefs-d'œuvre et, plus tard, un autre livre bien différent, resté inachevé, les Dix années d'exil, où elle voulait faire découvrir la Russie et — si elle avait pu l'achever — les royaumes du nord de l'Europe. En effet, en octobre 1803, l'orgueil blessé de Mme de Staël chassée de France sans recours possible, puisqu'on la tient pour étrangère, lui fit choisir un voyage en Allemagne. Elle avait plusieurs buts ; l'un était de faire reconnaître en France et par le Premier consul qu'elle n'était pas n'importe qui. Sa situation mondaine, la célébrité de son père et la sienne propre lui assuraient l'accueil des cours princières, pour certaines prestigieuses. Son autre but, intellectuel, était né avec sa découverte progressive de la pensée allemande fort peu connue en France, à laquelle l'initiait déjà Guillaume de Humboldt. Celui-ci comprit très tôt qu'elle seule pourrait introduire et populariser des chefs-d'œuvre inconnus dans une France plutôt stérile sur le plan de la littérature et de la philosophie. Elle partit sceptique, elle revint émerveillée, ayant tout découvert à Weimar, un des carrefours allemands de la pensée, Athènes d'un nouveau genre, République des Lettres retrouvée, dont le souverain favorisait les génies littéraires. Le réseau européen de Mme de Staël allait s'enrichir considérablement. Dès son départ, elle avait pensé écrire des « Lettres sur l'Allemagne », projet modeste qui grandira au fur et à mesure de son apprentissage. Au sens aigu de l'observation des peuples, à la perception rapide des mœurs et des coutumes, des âmes aussi, elle ajoute le goût d'apprendre par la lecture et la conversation. Elle étudie l'allemand pour le lire et le traduire elle-même (on ne trouve guère alors que de rares et médiocres traductions). Elle rencontre les plus grands écrivains comme Schiller, Goethe, Wieland et bien d'autres. Elle ramènera, plus pour elle que pour ses fils, le déjà célèbre Auguste Wilhelm Schlegel qui, avec son frère, représente le Sturm und Drang, toute une part de l'Allemagne pensante. Arrivée en 1803, à peine éclairée sur les réalités d'outre-Rhin, elle accomplit un immense effort pour découvrir une nouveauté philosophique et littéraire très originale. Ces connaissances s'enrichiront les années suivantes, par les invitations à Coppet, par son séjour à Vienne et son second voyage en Allemagne. Dans ce nouveau livre, aucune fiction ne vient influencer l'exposé. L'auteur parle sans aucun intermédiaire. Peut-être aussi ne se voit-elle pas situer un roman dans l'Allemagne, si pittoresque soit-elle ; l'objet de ses recherches ne s'y prête pas. Elle ne pense donc qu'à un projet didactique. Non sans crainte, elle s'y attaque au cours de l'été 1808 ; elle le terminera en 1810 après plusieurs rédactions, qui permettent de mesurer l'énormité de l'œuvre entreprise. Il fallait tout apprendre aux Français : l'aspect du pays (d'où une remarquable et pittoresque première partie dans une Allemagne enneigée, noire et blanche), son histoire, ses habitants. Le livre expose et analyse la découverte émerveillée d'une littérature et d'une pensée, et culmine dans la dernière partie avec les admirables chapitres sur l'enthousiasme, prière et appel poétique et inspiré, qui évoque l'éloquence lyrique de Corinne. En voulant présenter un pays ignoré, Mme de Staël prend la suite de De la littérature, qui appelait les Français à renouveler leurs modèles, à sortir des limites trop strictes du classicisme d'où bien peu cher-

chaient à s'évader, et que le pouvoir en place maintenait fermement. Elle reprend avec plus de force encore quelques idées essentielles : le refus des règles étroites d'une critique formelle, la recherche de thèmes nouveaux dans l'histoire des nations, leurs légendes, leurs mythologies, l'ouverture vers les autres peuples et leurs richesses, et celles des mondes inconnus du rêve et de l'imaginaire. Enfin, elle découvre une philosophie idéaliste issue de Kant, qui lui paraît capable de nourrir la philosophie française. Elle refuse désormais la morale de l'intérêt bien entendu, le pragmatisme et le matérialisme, qu'elle remplace par la morale du devoir et la notion d'enthousiasme, pendant que grandit en elle l'idée de la mélancolie enrichissant la poésie et le théâtre, sur lesquels elle écrit des chapitres capitaux pour le romantisme français en formation. Elle, l'héritière des Lumières, ressent avec force qu'il faut évoluer, qu'il faut sortir du classicisme français, et que la réponse se trouve dans cette littérature, même si les Allemands sont déjà en route vers un romantisme dont elle ne saisit que les premiers pas. Son refus des préjugés et des interdits en tout genre est poussé plus loin encore que dans ses précédents ouvrages, car il ne suffit plus de s'inspirer de l'Antiquité, du XVIIe ou même du XVIIIe siècle, il faut apprendre à connaître une poésie et un théâtre novateurs et entièrement libres dans leur conception et dans leur construction. Les Français n'offrent plus rien de tel depuis longtemps ; leur poésie se trouve dans leur prose et, s'ils ont quelques bonnes tragédies, s'ils gardent leur suprématie dans la comédie, ils ne produisent plus rien de nouveau et de grand. Sur ces plans, l'Allemagne est donc proposée comme modèle. Mme de Staël n'invite pas les Français à copier les Allemands, mais à réfléchir sur leur exemple, et à s'évader des règles trop étroites où s'enlise leur littérature. Comme Corinne, De l’Allemagne contenait une critique implicite de la politique napoléonienne. Quand il la lut, en 1814, Goethe pensa qu'on aurait pu attribuer à cette œuvre une influence dans le soulèvement de l'Allemagne en 1813. Napoléon vit le danger, interdit le livre et le fit détruire. Par miracle, les manuscrits et plusieurs jeux d'épreuves échappèrent à la vigilance policière. Mais Mme de Staël reçut là un coup fatal qui aurait pu tuer en elle le goût de vivre et le pouvoir d'écrire. Au milieu de ses peines, elle réussit à survivre et reprit la plume dans le secret, travaillant dans ces temps de désespérance autant qu'elle l'avait toujours fait. Elle rédige alors son drame de Sapho (1811), qui rappelle le sujet de Corinne sur le fond tragique de la femme géniale victime de l'amour et les Réflexions sur le suicide (1813), où elle condamne les idées qu'elle avait longtemps soutenues. Elle commence une épopée sur Richard Cœur de Lion, où elle aurait célébré l'aurore de la liberté et peint l'Orient où elle serait allée en 1817 si la mort n'avait interrompu sa carrière. On peut rêver au « De l'Orient » qu'elle n'aurait pas manqué d'écrire. Les Dix années d'exil et les Considérations sur la Révolution française. Dans la retraite-prison qui lui est imposée après la condamnation de De l’Allemagne, Mme de Staël commence les Dix années d'exil, d'abord conçu comme un violent pamphlet contre l'empereur qui l'écrase de sa toute-puissance. Enfin, espionnée, tourmentée sans relâche, réduite à Coppet et Genève, ne pouvant plus rien publier, elle décide de s'évader de l'Europe napoléonienne. Commence alors l'immense voyage qui la conduira à travers l'Empire autrichien et l'Empire russe, devenu contradictoirement terre de la liberté recouvrée. La Grande Armée est entrée en Russie. Mme de Staël doit passer par Kiev et Moscou pour lui échapper, en pleine guerre, quand tout un peuple se soulève contre l'envahisseur. Elle observe ce pays si éloigné de ses connaissances et de sa culture, qui s'offre à elle comme l'annonce d'une Asie fabuleuse. Le livre que sa mort laissa inachevé devait émerveiller Pouchkine pour ce qu'elle y disait des Russes. Elle avait à son actif un « De l'Italie » et un De l’Allemagne ; ce fut là l'ébauche d'un « De la Russie et des royaumes du Nord ». Délivrée de Napoléon, elle va vivre plusieurs mois en Suède, protégée par Bernadotte devenu prince héritier, puis en Angleterre. C'est l'apogée de sa vie : la femme chassée devient l'inspiratrice d'une politique d'alliance anti-napoléonienne, elle joue un rôle de propagande important, où son éloquence naturelle se donne libre cours, facilitée par la qualité et par le nombre de ses relations politiques. Puis elle rentrera dans une France humiliée mais délivrée d'un tyran à son tour vaincu et exilé. À Stockholm, Mme de Staël avait travaillé à la deuxième partie des Dix années. À Londres, elle reprit une idée déjà ancienne. Depuis la mort de son père, elle souhaitait consacrer un livre à sa vie politique ; elle avait rédigé en 1804 un texte remarquable sur l'homme privé. Elle voulait expliquer l'homme public, mais

elle n'eut pas le cœur de s'arrêter à la fin de sa carrière en 1790, quand s'étaient déroulés de si grands événements dans lesquels elle-même avait joué un rôle attentif et ambitieux d'observateur et d'acteur. Elle continua donc le livre par le Consulat et l'Empire jusqu'au début de la deuxième Restauration, ayant accepté sans joie les Bourbons, non sans inventorier leurs premières erreurs. Au projet initial s'ajoute donc une étude du groupe libéral dans les trois premières années de la Révolution, suivi du désenchantement provoqué par les errements de la Terreur, les vicissitudes du Directoire, la tyrannie napoléonienne et une royauté qui ne lui inspire pas entière confiance. Le livre se termine sur des propositions faites à la France, inspirées du système politique anglais. Les Considérations renferment donc un « De l'Angleterre » politique. Leur style exprime efficacement la tragédie moderne, de française devenue européenne ; il mérite d'être étudié aussi bien que dans les écrits purement littéraires. Un cycle se referme ainsi là où il avait commencé. La mort brutale de Mme de Staël à cinquante et un an, en 1817, arrête une œuvre inachevée sur le plan littéraire. Il ne lui a pas été donné de voir les changements maintenant proches de la littérature française, elle sans qui les choses n'auraient pas été tout à fait ce qu'elles furent. Double et inutile interrogation qui laisse insatisfaits ceux qui l'ont suivie avec toute l'attention qui lui était due, et qui ont pu s'irriter de la méconnaissance dont elle a été la victime de la part des héritiers auxquels elle avait magistralement ouvert les voi

GEORGE SAND
Événements historiques Date Age G. Biographie Sand Naissance d'Aurore Dupin (véritable nom de George Sand), fille de Marice Dupin et Sophie Victoire Delaborde.

Napoléon, sacré empereur des Français

1804

Joseph Bonaparte, roi d'Espagne, fuit Madrid

Voyage en Espagne. A Nohant, la famille vient faire la connaissance de Mme Dupin de 1808 4 ans Francueil, grand-mère d'Aurore. Maurice Dupin meurt des suites d'une chute de cheval. 1809 Sophie-Victoire abandonne la garde d'Aurore au profit de Mme Dupin de Francueil. Deschartres, ancien précepteur de Maurice Dupin est chargé de l'éducation d'Aurore. Il va lui apprendre à s'habiller en garçon pour monter à cheval. 14 ans Aurore est mise en pension dans un couvent. Elle a une crise de mysticisme. Aurore retourne à Nohant. Sa grand-mère souhaite la marier avant de mourir.

Bataille de Wagram

1811

1818 Insurrection à Paris Mort de Napoléon 1er 1820

1821 17 ans Mort de la grand-mère d'Aurore. Aurore part à Paris avec sa mère. Elles ne 1822 18 ans s'entendent pas très bien. Aurore épouse Casimir Dudevant et s'installe à Nohant. 1823 19 ans Naissance du fils d'Aurore, Maurice. Deschartres quitte Nohant.

Mort de Louis XVIII Charles X devient roi

1824 1825 1828 24 ans

De sérieuses divergences de goûts séparent Aurore et Casimir. Dans les Pyrénées, rencontre et amour platonique d'Aurore avec Aurélien de Sèze. Naissance de Solange, le deuxième enfant d'Aurore. Mort de Deschartres. Premiers essais littéraires d'Aurore. Ils ne seront publiés qu'après sa mort. (Voyage en Auvergne, Voyage chez Mr Blaise, Voyage en Espagne et La Marraine) Age G. Biographie Sand

1829

Événements historiques

Date

Première lettre de Flaubert. Naissance du petit-fils de George Sand, Marc-Antoine Dude1863 59 ans vant-Sand. Théophile Gautier séjourne à Nohant. Mort de Delacroix. Maurice et Manceau se disputent. George Sand part vivre avec Manceau à Paris, puis à 1864 60 ans Palaiseau. Mort du petit-fils de George Sand. Elle revoit son mari pour la dernière fois. 1865 Mort de Manceau. Visite de Flaubert. George Sand est la seule femme admise aux dîners Magny, avec les Goncourt, SainteBeuve, Taine et Gautier. Amitié avec Flaubert. Naissance d'Aurore, "Lolo". Visite à Croisset, chez Flaubert. Visite de l'Exposition universelle. 64 ans Nouvelle visite à Croisset. Naissance de Gabrielle Sand "Titite". Morts de Sainte-Beuve et de Calamatta. Face à la guerre, George Sand s'affirme républicaine et amoureuse de la paix. C'est sa répulsion à l'égard de la violence qui la rend adversaire de "La Commune" mais aussi de la répression qui s'en suit.

Fondation de l'Internationale

1866

1867 1868 1869 Déclaration de guerre à la Prusse Déchéance de l'Empire 1870 La République est proclamée Siège de Paris par les troupes prussiennes Armistice franco-prussien La Commune Thiers Président 1871 Traité de Francfort L'Alsace et La Lorraine sont cédées à l'Allemagne 1872

Mort de Casimir Dudevant.

Visite de Pauline Viardot à Nohant. Séjour à

Cabourg pour guérir la famille de la coqueluche. Mort de Napoléon III en Angleterre Démission de Thiers et élection de Mac Mahon à la 1873 présidence de la République Loi du Septennat Victoire des Républicains aux législatives 1876 72 ans Visite, à Nohant, de Flaubert et de Tourgueniev. Solange vient habiter près de Nohant bien qu'elle ne s'entende toujours pas très bien avec sa mère. Mort de George Sand. Elle laisse un roman inachevé Albine.

Événements historiques Charles X Louis Philippe monte sur le trône abdique

Age Date G. Biographie Sand 1830 Chez ses amis Duvernet, Aurore fait la connaissance de Jules Sandeau qui devient son amant. Aurore part à Paris rejoindre Jules Sandeau. Elle commence à écrire pour Le Figaro, dont son compatriote Latouche est le directeur, et pour La Revue de Paris. Elle fait la connaissance de Balzac. Elle écrit Jehan Cauvin. Aurore, devenue George Sand pour la parution d'Indiana, est légèrement atteinte par le choléra. Elle signe un contrat avec François Buloz. Rupture avec Sandeau. Amitié avec Gustave Planche, Sainte Beuve et Marie Dorval, qui lui donne l'amour du théâtre. Expérience malheureuse avec Prosper Mérimée. Rencontre d'Alfred de Musset avec qui elle part pour l'Italie. Ils font une partie du voyage avec Stendhal. A Venise, George Sand tombe malade, Musset également. Celui-ci a des accès de violence contre George Sand qui se réconforte dans les bras du médecin Pietro Pagello. Musset quitte Venise et George Sand. Mais de retour à Paris, les amants se retrouvent. Musset présente Liszt et Heine à George Sand. George Sand rompt définitivement avec Musset en retournant à Nohant. Elle y travaille énormément. A Bourges, elle fait la connaissance d'un brillant avocat, Michel, qui lui inspire une passion dévo-

1831

27 ans

Épidémie de choléra à Paris

1832

1833

1834

30 ans

1835

rante et la fait entrer dans un cercle de républicains. Grâce à une brillante plaidoirie de Michel de Bourges, George Sand obtient séparation d'avec son mari et elle redevient seule maîtresse de Nohant. George Sand garde sa fille. Casimir a la charge de l'éducation de son fils, qu'il met en pension dans un lycée parisien. George Sand séjourne à Genève chez Liszt et Marie d'Agoult, avec ses enfants. De retour à Paris, elle rencontre Chopin. Elle côtoie Lamennais et Pierre Leroux qui militent pour des réformes sociales. Visite de Liszt et de Marie d'Agoult à Nohant. George Sand a une liaison avec un créole, Félicien Mallefille. Mort de la mère de George Sand. 34 ans Visite de Balzac à Nohant. George Sand devient la maîtresse de Chopin. Ils partent en voyage pour Majorque avec les deux enfants, Solange et Maurice. Pendant l'hiver passé à Majorque, Chopin compose Ballades et Préludes. Séjour à Marseille. Maurice devient élève de Delacroix. George Sand rompt avec son éditeur Buloz, qui n'apprécie pas les idées socialistes de l'écrivain. George Sand fonde La Revue indépendante avec Pierre Leroux. Amitié avec Pauline Viardot, qui permet à George Sand d'approfondir son amour de la musique. Rencontre de Lamartine.

Mort de Charles X

1836

1837

1838

1839

1840

1841 38 1842 ans Ouverture de la ligne de chemin de fer Paris1843 Orléans 1844
.Événements historiques

40 George Sand fonde L'Éclaireur de l'Indre. ans Age Date G. Biographie Sand

Attentat contre Louis-Philippe

1846

George Sand a de mauvaises relations avec sa fille Solange. Chopin part seul pour Paris. Il quitte Nohant pour ne plus y revenir. Solange épouse le sculpteur Auguste Clésinger. Elle fomente des querelles au sein de sa famille. Chopin, qui a pris son parti contre George Sand, rompt avec cette dernière. George Sand et Chopin se voient pour la dernière fois. George Sand, ayant participé à l'insurrection avortée du 15 mai, se réfugie à Nohant. Naissance de Jeanne Clésinger, "Nini", fille de Solange. Séjour à Nohant du graveur Alexandre Manceau, un ami de Maurice. Morts de Chopin et de Marie Dorval. George Sand inaugure une nouvelle salle de théâtre à Nohant. Début de la liaison de George Sand avec Alexandre Manceau. Mort de Balzac. Mort de Latouche. Contrat de G. Sand avec l'éditeur Hetzel pour les oeuvres illustrées. George Sand rencontre Napoléon III à Paris. Elle obtient la grâce de plusieurs républicains. Mort de Michel de Bourges. Les Clésinger se séparent et se disputent la garde de "Nini". Les tribunaux confient la garde de "Nini" à sa grand-mère, mais Alexandre Clésinger a mis son enfant dans une pension et ne se presse pas de la rendre à G. Sand. Mort de Nini de la scarlatine. G. Sand en éprouve un immense chagrin et ne parvient plus à écrire. Pour lui changer les idées, Manceau organise un voyage en Italie.

1847

Journées révolutionnaires à Paris. LouisPhilippe abdique. 44 La République est proclamée. Abolition de l'es- 1848 ans clavage. Émeutes à Paris en mai. Louis-Napoléon Bonaparte est élu Président.

Dissolution de l'Assemblée Constituante

1849

1850

Coup d'état de Louis-Napoléon Bonaparte

1851

Louis-Napoléon proclamé empereur des Fran1852 çais

La Nouvelle-Calédonie est annexée par la France 1853

La France et l'Angleterre déclarent la guerre à 50 1854 la Russie ans

1855

1857

53 ans

Mort de Musset. Rencontre de Gustave Flaubert dont le roman Madame Bovary vient de paraître. La Daniella fait scandale dans La Presse dont on interdit la parution. Le journal reparaît pourtant grâce à l'Impératrice Eugénie. Manceau achète pour George Sand une maison de campagne à Gargilesse. George Sand se réconcilie avec Buloz. Polémique autour de Musset avec les publications de Elle et Lui de G. Sand, Lui et Elle de Paul de Musset et Lui de Louise Colet. George Sand est assez sérieusement atteinte du typhus. Séjour à Tamaris. Amitié avec Dumas fils. L'Empereur et l'Impératrice veulent honorer George Sand, mais elle refuse. Mariage de Maurice avec Lina Calamatta à Nohant.

Attentat contre Loi de Sûreté générale Déclaration de Traité de Zurich guerre

Napoléon

III

1858

à

l'Autriche

1859

1860

1861

1862

GEORGE SAND ET ALFRED DE MUSSET Dans les lettres adressées à Alfred de Musset, Georges Sand se révèle une femme caractérisée par l'angoisse e la peur de n'être pas aimée. Elle vit dans le chagrin et elle attend toujours une preuve d'amour de son amant. Elle se souvient du baiser qu'elle a reçu de manière tendre mais aussi mélancolique comme si elle avait déjà eu une déception d'amour. Georges Sand est une femme passionnée mais la peur d'éprouver un sentiment très fort et non partagé transforme sa passion en angoisse. Voici trois lettres de la correspondance entre George Sand et Alfred de Musset. Lettre de George Sand à Alfred de Musset : Je suis très émue de vous dire que j'ai bien compris l'autre soir que vous aviez toujours une envie folle de me faire danser. Je garde le souvenir de votre baiser et je voudrais bien que ce soit là une preuve que je puise être aimée

par vous. Je suis prête à vous montrer mon affection toute désintéressée et sans calcul, et si vous voulez me voir aussi vous dévoiler sans artifice mon âme toute nue, venez me faire une visite. Nous causerons en amis, franchement. Je vous prouverai que je suis la femme sincère, capable de vous offrir l'affection la plus profonde comme la plus étroite en amitié, en un mot la meilleure preuve que vous puissiez rêver, puisque votre âme est libre. Pensez que la solitude où j'habite est bien longue, bien dure et souvent difficile. Ainsi en y songeant j'ai l'âme grosse. Accourrez donc vite et venez me la faire oublier par l'amour où je veux me mettre. George Sand Réponse d'Alfred de Musset : Quand je mets à vos pieds un éternel hommage, Voulez-vous qu'un instant je change de visage ? Vous avez capturé les sentiments d'un coeur Que pour vous adorer forma le créateur. Je vous chéris, amour, et ma plume en délire Couche sur le papier ce que je n'ose dire. Avec soin de mes vers lisez les premiers mots, Vous saurez quel remède apporter à mes maux. Alfred de Musset La réponse de George est une merveille de concision : Cette insigne faveur que votre coeur réclame Nuit à ma renommée et répugne à mon âme. George Sand

Paola Veschi e Alessia Ratti

LA LIBERTA DELLE DONNE E IL ROMANZO NELL’800 Nell’Ottocento un genere letterario relativamente giovane, il romanzo, diventa il luogo in cui la nuova società borghese si rappresenta e si specchia (leggono e scrivono romanzi uomini e donne della borghesia), riflette su se stessa, porta alla luce le sue contraddizioni. Il romanzo è dunque depositario della storia contemporanea, soprattutto per quegli aspetti tradizionalmente trascurati dalla storiografia ufficiale: i costumi (modi di vita, abitudini, norme, mentalità, codici di comportamento), la vita quotidiana, le relazioni interpersonali. I rapporti fra le donne e il romanzo sono molteplici e, sotto tutti i punti di vista, molto stretti. Sono almeno tre gli aspetti in cui il legame tra le donne e il romanzo si manifesta in tutto il XIX secolo. 1. Le donne leggono i romanzi. Le donne, soprattutto quelle delle classi medio-alte, ma anche cameriere e piccolo-borghesi, diventano tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento una fetta sostanziale del pubblico a cui i romanzi si indirizzano. Questo fenomeno, presente soprattutto in paesi come l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti, e nelle aree urbane, è legato a diversi fattori come la crescita dell’alfabetizzazione maschile e femminile, l’avviarsi dei primi movimenti di emancipazione politica e culturale da parte delle donne, l’allontanamento dalle campagne e il progressivo tramonto di un’ economia familiare di sussistenza che si fondava sul lavoro delle donne: filare e tessere, fare il pane, la birra, il sapone, le candele. Le donne, insomma, riescono a sottrarre tempo da dedicare alla lettura e, al contempo, hanno la forza per affermare il loro diritto alla lettura. In un celebre romanzo inglese della metà del Settecento, Pamela di Samuel Richardson, storia di una giovane cameriera, la principale caratteristica del nuovo lavoro che la protagonista cerca dopo aver lasciato un precedente impiego è che le lasci "un certo tempo per la lettura". 2. Le donne scrivono romanzi. L’Ottocento è anche il secolo in cui si afferma incontestabilmente la figura dell’autrice: George Sand, George Eliot, Jane Austen, Emily e Charlotte Bronte, Edith Wharton, Matilde Serao. Molti e complessi sono i motivi che conducono le donne al romanzo, forma espressiva e letteraria congeniale alle donne. Virgina Woolf afferma, in Una stanza tutta per sé, che alcune caratteristiche strutturali della scrittura, il basso costo della carta, la flessibilità (basta ritagliarsi un angolo per sé come faceva Jane Austen nel grande salotto di casa sua, dove, mentre si avvicendavano ospiti, domestici, familiari, lei compilava le sue opere impeccabili…) hanno reso praticabile alle donne l’arte del romanzo. Ma probabilmente altri motivi sono reperibili e si può ipotizzare che un nuovo genere, privo di tradizione, consentisse alle donne, ufficialmente escluse dai commerci culturali, dalle accademie, ecc. di sperimentare con più libertà nuove modalità espressive, di rompere le convenzioni che per secoli avevano presieduto alle rappresentazioni di uomini e donne nelle pagine della letteratura. 3. Le donne abitano i romanzi. Nel XIX secolo le donne fanno la loro entrata trionfale nelle pagine del romanzo, come dimostrano alcuni dei grandi titoli della letteratura ottocentesca, invariabilmente legati a un nome femminile: Emma di Jane Austen, Madame Bovary di Gustave Flaubert, Jane Eyre di Charlotte Bronte, Anna Karenina di Lev Tolstoj, Eva di Giovanni Verga, Tess dei d’Uberville di Thomas Hardy, innumerevoli romanzi di Honoré de Balzac, come Béatrix, La Duchesse de Langeais, Eugénie Gaudet La muse du Département, La femme de trente ans, e il casa Casa di bambola di Henrik Ibsen, che se non portano un nome femminile, alludono però chiaramente a un personaggio femminile, il quale già dal titolo viene annunciato come centrale. La presenza delle donne nel romanzo è indubbiamente legata anche alla centralità che acquista, nelle letteratura e nella società dell’Ottocento, l’istituzione del matrimonio; e gli innumerevoli personaggi femminili della letteratura ottocentesca sono lì a denunciare la violenza, la normatività e l’insufficienza del

matrimonio borghese per i bisogni delle donne. Ma i personaggi femminili non sono solo mogli e madri: sono amanti, prostitute, istitutrici, zitelle, scrittrici, contadine… Lettrici, scrittrici, personaggi, le donne trovano nel romanzo tipi femminili, comportamenti, destini possibili con cui di volta in volta confrontarsi, identificarsi, differenziarsi: quella delle donne dell’Ottocento è una lettura attiva e non passiva, partecipata, appassionata, a volte polemica, perché le donne chiedono di essere rappresentate con libertà, con fedeltà, con rispetto, e, in quanto lettrici, affermano il loro diritto di critica e di giudizio.

ENRICHETTA CARRACIOLO Enrichetta nacque a Napoli nel 1821 da don Fabio Caracciolo di Forino, maresciallo dell’esercito napoletano, e da Teresa Cutelli, gentildonna palermitana. Era la quinta di sette figlie femmine, e questo segnò il suo destino, in una famiglia che, per generazioni, usò monacare tutte le figlie femmine tranne le primogenite. La generazione di Enrichetta, peraltro, fu la prima in cui questa prassi si incrinò (più di una delle sorelle si sposò); ma una serie di circostanze fecero sì che a lei fosse destinata una monacazione forzata. Enrichetta trascorse la sua adolescenza come una ragazza sensibile e romantica. Un primo innamorato la abbandonò "per insufficienza di dote"; un secondo venne allontanato per la sua "insensata gelosia". Alla morte del padre fu affidata, ancora adolescente, alla tutela della madre, che, avendo deciso di risposarsi, a sua insaputa iniziò le pratiche per introdurre Enrichetta nel monastero di San Gregorio Armeno di Napoli, dove già si trovavano due zie paterne della fanciulla. Quindi Teresa partì per Reggio, dove celebrò il suo secondo matrimonio, dopo aver promesso alla figlia che l’avrebbe condotta nella sua nuova dimora. Ma un parente - un magistrato – avvertì la giovane di quanto si stava tramando alle sue spalle. Enrichetta, allora, rifiutò di lasciare la sua temporanea dimora presso una sorella sposata. Ma questo non bastò perché la polizia, dietro la pressione della madre che accusò la figlia di insubordinazione, la costrinse ad una scelta: essere rinchiusa in convento o a Reggio o a Napoli. Enrichetta accettò di entrare nel monastero napoletano di San Gregorio e qui le monache le imposero, come condizione per accoglierla, il noviziato. Era il 1840. L’anno successivo Enrichetta pronunciò i voti solenni. Colta e amante degli studi, nel convento si scontrò con la grettezza e la diffidenza di monache ignoranti, per lo più analfabete. Si innamorò di un giovane medico, senza osare rivelarsi. Nel 1846, incoraggiata dal diffuso clima di speranza nel "papa liberale", presentò a Pio IX la prima di una serie di istanze volte ad ottenere lo scioglimento dai voti, o almeno una dispensa temporanea per motivi di salute. Ma l'arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, le rivolse un’accanita persecuzione personale, negandole il suo nulla osta, perfino contro il parere del pontefice. Si procurò ben presto la fama di rivoluzionaria, aggregata a società segrete. Comprava senza nascondersi i giornali dell’opposizione, che leggeva ad alta voce nel convento, approfittando della concessa libertà di stampa. E di questa nuova libertà progettò di avvalersi, come scrisse in una lettera indirizzata a Pio IX, per denunciare lo stato monastico imposto a tante giovani donne, "residuo di barbarismo orientale" e per "notificare al mondo intero" sulla stampa, in più lingue, l’iniquità della sua condizione. Si trasferì nel conservatorio di Costantinopoli, dove vi era un partito riunito intorno alla badessa total-

mente ligio alla curia e ai Borboni. Enrichetta subì una drastica censura riguardo a quelle che erano diventate, come narra lei stessa, le sue fonti di sopravvivenza psichica: l’esecuzione al piano di brani di Rossini, la possibilità di scrivere lettere e tenere un diario. Le vennero confiscate un saggio di Ozanam su Dante, uno di Tommaseo sull’educazione, gli Inni Sacri di Manzoni e un carme alla libertà di Dionisio Salomos. Alla perquisizione sfuggirono fortunatamente, un fascio di carte rivoluzionarie in cifra, un pugnale ed una pistola affidatele da un cognato cospiratore. Enrichetta ripiegò allora sulle letture consentite dalla badessa: nella Vita delle sante martiri trovò testimonianze del contributo delle donne al rinnovamento dell’umanità. Continuò ad inviare lettere, che sottraeva alla censura del convento nascondendole nel cesto della biancheria sporca, con la complicità di una domestica. Alcuni suoi scritti, sequestrati e pervenuti nelle mani del vescovo di Napoli, vennero da lui inviati a Pio IX affinché non cedesse alle suppliche della madre per la libertà della figlia. Solo nel 1849, grazie ai disturbi nervosi di cui soffriva, Enrichetta ottenne finalmente il permesso di uscire con la madre per curarsi con i bagni. L’anno dopo Riario Sforza tornò a perseguitarla: le negò una nuova licenza, le sequestrò l’assegno costituito dai frutti della sua dote di monaca, costringendola a vivere della carità dei parenti. Enrichetta allora, con la complicità della madre, lasciò il conservatorio e si recò a Capua sotto la protezione del vescovo di Cassano: ma il suo protettore morì pochi giorni dopo. Un altro amico ecclesiastico riuscì a procurarle il permesso di abitare con la madre, seguendo la regola delle Canonichesse di Sant’Anna che prescriveva, fra l’altro, il nubilato. Tuttavia Riario Sforza continuò a perseguitarla, valendosi della sua influenza presso Ferdinando II: il vescovo riuscì nel suo intento e la ragazza venne arrestata. Condotta nel ritiro di Mondragone, Enrichetta rifiutò il cibo e meditò il suicidio. Dopo 11 giorni era quasi in fin di vita. Si colpì al petto con un pugnale, riuscendo solo a ferirsi. Sopravvisse, superando un intero anno di isolamento. Un nunzio pontificio, tornò ad intercedere per lei e le procurò il permesso di ricevere i parenti, ma non di lasciare il ritiro, neppure per visitare la madre morente. Dopo la scomparsa di quest’ultima, Enrichetta progettò una nuova fuga, con la complicità di una zia; pensò di rivolgersi al capitano di una nave inglese ancorata nel porto di Napoli. Poi le preoccupazioni per il suo onore, che sarebbe stato messo a rischio da un lungo viaggio in una nave di soli uomini, la fecero desistere. Tentò ancora la via diplomatica. La zia ottenne dalla Sacra Congregazione dei Vescovi l’invio di un medico che prescrisse ad Enrichetta la cura dei bagni a Castellammare: era uno stratagemma attraverso il quale la Congregazione, fortemente critica verso il comportamento dell’arcivescovo di Napoli, mirava a liberare Enrichetta del suo persecutore. Ormai era entrata a tutti gli effetti nelle reti cospirative: sollecitata dagli amici, tornò clandestinamente a Napoli. Elaborò un sistema di controspionaggio, con persone di sua fiducia incaricate di individuare e depistare i poliziotti in borghese messi alle sue costole. "La mia storia finisce in questo giorno, che per l’Italia è giorno di nuova creazione": il 7 settembre 1860 Enrichetta, dopo essere rimasta quasi schiacciata dalla folla nel tentativo di essere la prima donna di Napoli a stringere la mano a Garibaldi, depose su un altare il suo nero velo di monaca. Recuperata la libertà, dopo pochi mesi sposò con rito evangelico il patriota napoletano di origine tedesca Giovanni Greuther. La sua carriera di scrittrice incominciò nel 1864, anno in cui pubblicò le sue memorie, cui seguirono una dopo l’altra le sue opere: Un episodio dei misteri del chiostro napoletano, Un delitto impunito: fatto storico del 1838, I miracoli e il suo dramma più importante La forza dell’onore. Fu anche corrispondente di giornali politici ed entrò a far parte di numerose associazioni, tra cui ricordiamo la Società Italiana per l’emancipazione della donna. Nel 1866 incominciò la sua campagna femminista pubblicando un Proclama alla Donna Italiana in cui esortava le donne a sostenere la causa nazionale nella terza guerra d’Indipendenza. Con la sorella Giulia fece parte del Comitato femminile napoletano di sostegno al disegno di legge di Salvatore Morelli per i diritti femminili. Nonostante la sua notorietà e la sua infaticabile attività, Enrichetta non ebbe alcun riconoscimento ufficiale dal governo italiano. Garibaldi, partendo per l’assedio di Capua, non fece in tempo a firmare il decreto con cui aveva intenzione di nominarla ispettrice agli educandati di Napoli, mentre De Sanctis, dopo averle promesso un incarico, la dimenticò. Gli oggetti di sua proprietà che Riario Sforza le aveva seque-

strato non furono mai ritrovati. Enrichetta continuò la sua vita ignorata dai suoi concittadini, modesta e solitaria. Solo il clero sembrava non averla dimenticata: l’arcivescovo di Edessa nell’1888 le chiese un incontro, nel quale tentò, ancora una volta, di ricondurre la ribelle Enrichetta nell’alveo del cattolicesimo: " Quando vi ritroverete sul letto di morte, mi manderete a chiamare". Ed ella, sorridendo, rispose: "Monsignore, mi duole dirvelo: per legge naturale, toccherebbe a voi morire prima di me". Greta Mara
MADAME BOVARY: L'INCONCILIABILITA' TRA SOGNO E REALTA'

Secondo i risultati di un recente sondaggio, i giovani italiani tra i 15 e i 25 anni dedicano sempre meno tempo alla lettura, trascinati di continuo dalle innovazioni della moderna tecnologia. Televisione, computer, videogiochi hanno preso il posto degli ormai sorpassati libri nel cuore dei ragazzi che dedicano ad essi la maggior parte del tempo libero, ignorando quell'immenso piacere che si prova nell' "assaporare" un buon vecchio classico della letteratura. Sono proprio i risultati di questo sondaggio che hanno spinto il nostro giornale a proporre un'iniziativa intitolata I tesori della letteratura che offrirà per ogni giovedì, in allegato al quotidiano, un romanzo dei più famosi scrittori italiani e stranieri; si comincia questa settimana con un classico della letteratura francese, Madame Bovary di Gustave Flaubert, un'opera celeberrima che tratta dell'inconciliabilità di realtà e fantasia, della distanza incolmabile tra sogni e vita quotidiana. Emma, figlia di un agiato agricoltore, è una donna romantica e sognatrice che vive di speranze ed ambizioni ed incarna alla perfezione l'animo romantico. Educata in convento, ha nutrito la propria immaginazione con letture che narravano di un mondo di lusso, di passioni, di donne nobili e ricche, e confida di realizzare i propri sogni romanzeschi attraverso il matrimonio. Ben presto però resta delusa dal grigiore e dalla monotonia della vita coniugale, paragonata ad una prigione, ed inizia ad avvertire il forte contrasto tra le sue ambizioni e l'ordinarietà del marito, uomo mediocre, privo di sogni e di fiducia in se stesso. Un ballo dato in un castello a cui Emma partecipa insieme a Charles risveglia in lei il desiderio di avere qualcosa di meglio dalla vita e la porta a credere all'esistenza del mondo romantico che sogna da sempre, senza riuscire a rendersi conto che quello che ammira non è un mondo reale ma costruito intorno a maschere e illusioni. Il trasferimento da Tostes a Yonville, voluto dal marito, convinto che un cambiamento potesse giovare ad Emma, non ha gli effetti sperati: ella resta delusa an-

che dal nuovo ambiente e dalle persone che incontra. Gli unici a suscitare in lei un interesse sono Lèon Depuis, un giovane notaio per cui prova un amore apparentemente sincero ed appassionante, ma destinato presto a finire a causa della sua banalità, e Rodolphe Boulanger, un ricco proprietario terriero di cui diventerà l'amante e che le spezzerà il cuore abbandonandola. Il tema dell'adulterio percorre l'intera opera e viene presentato da Flaubert come un mezzo utilizzato da Emma per evadere dalla vita soffocante e dal matrimonio infelice con Charles. Ma il tema principale dell'opera è il cosiddetto "bovarismo", vale a dire il modo di vedere e di sentire la vita che ha preso il nome da Emma, e che rappresenta la tendenza di tutte le persone a sognare delle felicità inaccessibili e a vivere nell'illusione. Emma è il simbolo delle aspirazioni, dei sogni di un'intera generazione di donne e del malessere da loro provato, conseguenza dell'inconciliabilità tra l'ideale romantico costruito dalla loro educazione e il peso di una realtà nella quale il sogno non trova alcun posto. Borelli Mara

MADAME BOVARY TRA REALTA’ E DESIDERI MADAME
LODI- Un'occasione unica e quanto mai imperdibile quella di vedere la messa in scena teatrale di una grande opera dello scrittore francese Gustave Flaubert: "Madame Bovary". La rappresentazione si svolgerà al teatro alle Vigne e verrà completamente gestita dalle 18 ragazze della classe VG del liceo linguistico Maffeo Vegio. L'idea di questa messa in scena è stata pensata dalle stesse alunne che hanno coinvolto anche i loro professori, sorpresi ma più che mai compiaciuti da questa loro improvvisa decisione. Le ragazze stanno infatti affrontando un progetto che riguarda il ruolo della donna nel corso della storia ed essendosi soffermate sulla figura di Madame Bovary sono rimaste coinvolte dalla sua personalità contraddittoria, ma affascinante in tutti i suoi aspetti, positivi e negativi. Intervistando alcune di queste ragazze è emerso che il personaggio dell'opera, Emma, non è stato particolarmente apprezzato, ma comunque è risultato essere molto vicino alla personalità di giovani studentesse come loro: a distanza di 150 anni le scelte, i vizi, i difetti e le decisioni che le giovani donne devono affrontare sono sempre le stesse ed è proprio questo il punto focale intorno al quale ruota l'intera rappresentazione. Emma è dominata da un senso di insoddisfazione che l'accompagna per tutto il corso della sua vita: si sposa per fuggire alla noia delle sue giornate nella casa di suo padre, ma la sua nuova vita con Charles, il medico del villaggio, non è molto migliore; i due giovani sposi si rendono presto conto di non aver nulla in comune: Emma, donna ambiziosa e determinata che farebbe di tutto per vivere nella realtà i propri sogni romantici, Charles, semplice uomo di campagna senza alcuna aspirazione di ricchezza o notorietà. La vita al fianco di quest'uomo completamente diverso da lei non fa che aumentare il senso di insoddisfazione che la pervade ed evidenzia sempre più il distacco tra lei e il marito. Emma sogna una felicità inaccessibile, vive nell'illusione e accumula frustrazioni che non è più in grado di sostenere. La coppia si trasferisce così in città dove Emma viene a contatto con la società ricca ed elegante, ma falsa e mediocre. La giovane donna, affascinata da questo mondo che aveva abitato le sue fantasie fin dalla prima gioventù, finisce per essere coinvolta in amori adulteri ma passionali, che tuttavia non riescono a darle la felicità sperata e la profonda tristezza che ne deriva la conduce al suicidio, gesto estremo di un'eroina romantica. Le ragazze sono rimaste affascinate proprio dalla contraddittorietà di questa donna: la realtà della vita quotidiana che si è costretti a vivere contrapposta al desiderio di provare emozioni inaccessibili. Durante la lettura del libro più volte è nata una certa antipatia verso questa donna ingrata nei confronti del marito a lei sempre devoto, e insensibile all'affetto della figlia, considerata una distrazione momentanea. Ma le giovani alunne, attraverso la stesura del copione, hanno voluto capire più profondamente le radici di questi atteggiamenti, confrontando le decisioni della protagonista con le proprie esperienze; e secondo il giudizio dei professori, primi spettatori, ci sono riuscite. Le ragazze tuttavia stanno aspettando il verdetto di un pubblico meno personalmente coinvolto, anche se andrebbe apprezzato il solo impegno che le ha coinvolte durante tutti i preparativi che una rappresentazione teatrale comporta.

EMMA BOVARY: UNA SOGNATRICE SENZA SPERANZA

Se vi piacciono quelle storie d’amore difficili e tormentate che mettono in scena emozioni e sentimenti talmente forti da sconvolgere la vita di una persona, Madame Bovary è sicuramente un libro adatto a voi. Il romanzo di Gustave Flaubert (1821-1880), uscito nel 1857 e da martedì in vendita con il nostro giornale, presenta una società molto negativa in cui trionfano l’ipocrisia e la stupidità, mentre i valori come la purezza e l’onestà passano in secondo piano. Flaubert non ha una grande fiducia nell’uomo, perciò i suoi personaggi non possono essere visti come eroi positivi. La stessa Madame Bovary è un personaggio molto complesso e contraddittorio, ha grandi aspirazioni, ma è destinata a scontrarsi con una realtà mediocre che non lascia spazio alla realizzazione dei suoi sogni. Quello che sto per tracciare è, quindi, il ritratto di una donna dall’animo romantico, cresciuta in una piccola cittadina della Normandia e lontana dal lusso e dalle passioni travolgenti che desidera vivere. Madame Bovary vive di sole illusioni e di immaginazione, crede che l’amore sia come un uragano che si abbatte improvvisamente sulla vita, sogna la felicità intensa, ma sarà sempre insoddisfatta. Emma spera in un cambiamento della sua situazione trovando un marito, ma l’unione con Charles, un sen uomo semplice e onesto, è solo un matrimonio di convenienza: un uomo senza grandi ambizioni e molto insicuro non può certamente accontentare una donna che non apprezza le piccole gioie della vita, ma che vuole essere sempre al centro dell’attenzione. Dopo il trasferimento a Yonville Madame Bovary attraversa il periodo più bello della sua vita: la conoscenza di Leon, un giovane dallo sguardo dolce e incline all’amore, la fa sentire particolarmente attraente ed elegante. E’ a questo punto che si sente catapultata in quel mondo di favola che aveva sempre sognato; ma ben presto, di fronte alla partenza di Leon per Parigi, la felicità si trasforma nuovamente in insoddisfazione. Emma non ha una volontà molto forte, si lascia trasportare dagli eventi e diventa facile preda di un ricco proprietario terriero di cui si innamora follemente fino a chiedergli di portarla via con lui. Questo amore platonico, intriso di piaceri e intimi segreti, sfiorisce quando Emma viene abbandonata dall’amante. Sopraffatta dalle continue delusioni della vita e oppressa dai debiti, Madame Bovary non sopporta più il peso di una tale vergogna e vede l’unica via d’uscita nel suicidio. po Queste sono le caratteristiche principali del suo carattere, ma leggendo il romanzo, potrete sicuramente pers erso essescoprire molte altre sfaccettature della personalità di questo personaggio le cui aspirazioni possono essere condivise da molte donne del nostro secolo. Cipolla Jessica Il numero delle donne deluse e insoddisfatte della loro vita coniugale sembra crescere sempre più. Secondo i dati di una statistica svolta dall'Istat nel mese di ottobre, su un campionario di 300 persone appartenenti all'universo femminile, circa 80% delle donne si concede tassativamente una sera a settimana da trascorrere con le amiche. Queste serate per alcune diventano una vera e propria necessità. I luoghi prediletti sono locali dove la socializzazione risulta facile, come discoteche (molto in voga quelle dove si balla latino americano), Internet-Café e discopub. Per le più insoddisfatte anche questi momenti di svago con le amiche diventano monotoni e così inizia la ricerca di qualcosa, fuori dell’ordinario, dalle regole, la trasgressione, che molte riconoscono nell'adulterio. Questa realtà femminile non rappresenta una novità; Flaubert a metà dell'ottocento scrisse Madame Bovary, un romanzo incentrato su una donna che incarna lo stereotipo attuale. Per capire meglio questa corrispondenza tra una personalità complessa come quella di Madame Bovary e il mondo femminile attuale, venerdì 7 novembre presso la biblioteca comunale di Roma, si terrà una conferenza che si propone come tema " la donna tra l'ottocento e i giorni nostri". La vera protagonista del romanzo è Emma; Madame Bovary è inteso come "moglie del signor Bovary", titolo che lei stessa s'impegnerà a distruggere nel corso di tutta la sua vita. Questa giovane donna è una persona delusa dalla sua vita coniugale con Charles, uomo mediocre, che si fa trasportare passivamente dagli eventi della vita, senza alcun tipo di ambizione. Lei stessa all'interno del libro descrive le conversazioni del marito come "des conversations plates comme des trottoirs de rue" cioè piatte come i marciapiedi della strada, senza senso, annoianti. La donna non vuole accettare questo modo di vivere; sogna da sempre una vita nella società borghese ed è convinta di poterla raggiungere con il matrimonio e fuggire da una realtà provinciale che la soffoca. Il matrimonio risulta un fallimento e ad Emma non ri-

L’AMORE: UN SENTIMENTO INACCESSIBILE PER MADAME BOVARY

mane che sperare di raggiungere una certa posizione nella società solo con le sue forze. Questa società tanto sognata si rivela molto diversa da come l'aveva immaginata; apparentemente solida, in realtà fragile, corrotta e ipocrita. Erra di città in città per sfuggire dai propri malesseri e ritrovare stabilità e benessere: anche questo tentativo fallisce. Con il tempo accantona tutte le sue speranze e si conforma alla vita borghese, partecipando a banchetti, balli e feste sfarzosi. In questo ambiente ritrova, per brevi periodi, la felicità, instaurando delle relazioni amorose extraconiugali. In realtà Questi amori non faranno altro che peggiorare la sua situazione, poiché nessuno di essi si conclude con un lieto fine. Infatti Emma è sempre alla ricerca di amori utopici spinti da sentimenti eccessivi, che come tali non vengono mai appagati. Da qui il termine bovarismo per indicare la tendenza a sognare felicità inaccessibili e a vivere in una continua illusione. Le ragioni di questa visione sbagliata dell'amore, che porta a continue insoddisfazioni, vanno ricercate nell'infanzia di Emma. Aveva ricevuto un'educazione tradizionale e severa che svalutava il ruolo femminile e materno della donna all'interno della famiglia a vantaggio del ruolo maschile e paterno dell'uomo. Cresciuta con questa visione femminile, aderisce nel corso della sua vita al dominio dell'uomo in un universo dominato dal mondo maschile, assumendo a sua volta un atteggiamento incurante nei confronti della figlia femmina. Le continue delusioni, la portano a divenire schiava del denaro e di debiti incolmabili. Al culmine della disperazione, travolta da una società dura nei suoi confronti e dai suoi bisogni amorosi illimitati si da alla morte avvelenandosi. Il ritratto di una donna incapace di instaurare dei rapporti stabili, evasiva, incurante con la figlia, irritabile con il marito e disposta a qualsiasi cosa pur di raggiungere i suoi obiettivi. È una donna che incarna il suo tempo, ma rappresenta anche la donna dei giorni nostri: apparentemente forte, irrimediabilmente fragile. Creata da Flaubert Madame Bovary, diventa un esempio di donna adattabile a tutte le epoche. Francesca PaRmini

UN PERSONAGGIO IN CERCA D'AUTORE
Si è tenuta stamane, presso la Sala del Convegno Nazionale di Milano, la tavola rotonda sul tema "La donna…ieri e oggi", che ha visto confrontarsi alcuni tra i più illustri professori europei che, con il loro intervento, hanno fornito interessanti spunti di riflessione. Iniziando da una presentazione generale della figura femminile, il professor Luigi Petrulli dell'università Cattolica di Milano, ha poi opportunamente sottolineato come i comportamenti e le esigenze della donna siano rimasti invariati nel tempo; egli ha proposto l'esempio, forse il più lampante, di Madame Bovary, tipica giovane insoddisfatta della propria vita. La vicenda di questo personaggio, nato dalla penna di Flaubert nel 1857, è estremamente somigliante a quelle dei giorni nostri. Emma Rouault, avendo da sempre sognato una vita mondana e sfarzosa, si sposa molto giovane con un medico, Charles Bovary, sperando di riuscire ad esaudire i propri desideri; ben presto, però, tutte queste aspettative vengono deluse e l'unico modo che la giovane ha per potersi sentire soddisfatta è quello di tradire il marito, dapprima con un avvocato e successivamente con un proprietario terriero. Nonostante queste brevi relazioni, però, Emma rimane una donna frustrata e delusa, sia dal marito, un uomo privo di passionalità e di qualsiasi genere di ambizione che non si accorge dei problemi della moglie, sia dalla società che la circonda. Finisce così per indebitarsi finché, non trovando nessuna via d'uscita, decide di avvelenarsi. Dopo aver esposto a grandi linee la storia di questa giovane, Petrulli si è soffermato a sottolineare quanto, tutt'oggi, le donne siano insoddisfatte di se stesse e del mondo che le circonda. Anche nella realtà odierna, infatti, una gran parte di loro risulta essere inappagata dalla propria vita, nonostante abbia tutto ciò che potrebbe desiderare. Questo avviene perché non si è più in grado di apprezzare le piccole cose,

quelle semplici, ma si è convinti che per essere felici e soddisfatti si debba avere, possedere: secondo la mentalità odierna, più si ha e più ci si può sentire appagati. Insomma, secondo l'opinione di Petrulli, ma probabilmente anche della maggioranza di tutti voi, le esigenze della donna resteranno sempre invariate, nonostante il trascorrere dei secoli. Questo bisogno di sentirsi realizzate e felici esisteva nell'Ottocento, esiste tutt'oggi ed esisterà nei secoli futuri. Alessia Lo Bue

LE VANE SPERANZE DI MADAME BOVARY MADAME
In occasione di recenti sondaggi si è scoperto che è sempre maggiore il numero di persone, in particolare perso de podi donne, insoddisfatte della loro vita matrimoniale. Molte di loro, deluse da una vita che speravano pospe vitesse portare gioie e certezze, si ritrovano così a sperare in qualcosa che hanno sognato per tutta una virea ta, ma che probabilmente non si realizzerà mai. Questo atteggiamento psicologico, tipico di tutte quelle ab inaccessibili, persone che si abbandonano alle illusioni e ai sogni di felicità inaccessibili, viene chiamato "bovarismo" e trae nome proprio dal personaggio di Emma Bovary, protagonista di un famoso romanzo di Flaubert. Emma fin da piccola ha sempre letto libri che narrano di donne importanti, ricche e nobili; queste sono anche le sue aspettative per il futuro. Ella sogna la vita della nobiltà, i balli, i pranzi, le forti passioni, così, quando le si presenta la possibilità di sposare Charles Bovary, vede concretizzarsi tutte le sue speranze in lui. Ma ben presto quella sua convinzione si tramuta nella certezza di aver sbagliato. Il tradimento nei confronti del marito allora non è altro che la conseguenza di questa scoperta, in quanto viene utilizzato da Emma come un mezzo d’evasione da quella vita così soffocante, triste e misera che sta vivendo e dal matrimonio con Charles. Emma cade vittima di molte crisi depressive, che si presentano ogni qualvolta ella viene respinta o lasciata insoddisfatta da un uomo. Con il suo primo amante, Rodolphe, emerge un nuovo lato del suo carattere: la felicità e la spensieratezza; quando però viene a conoscenza del fatto che Rodolphe l’ha solo sfruttata, si sente mancare e si ammala, ritornando alla vita insignificante di prima. Anche con il secondo amante, Leon, viene a galla un nuovo aspetto della personalità di Emma: questo è infatti un amore apparentemente sincero ed appassionante, ma allo stesso tempo esasperante, che ben presto esaurisce la sua carica di passionalità. Madame Bovary è una donna infelice, capricciosa ed irritabile, ma è anche piena di determinazione e coraggio; ella fa di tutto per realizzare il suo sogno, ovvero quello di vivere una vita piena di passioni, è disposta anche all’adulterio pur di essere felice, ma non trova nemmeno in esso quell’amore che aveva sognato sin da piccola. Tutto ciò che Emma ha cercato di “costruire”, le sue aspettative, i suoi sogni, le sue illusioni e il suo mondo irreale finiranno per infrangersi tragicamente contro la dura esasperante realtà, fino a spingerla al suicidio.

ROSA LUXEMBURG

Figura femminile di grande importanza legata a Marx e alle sue ideologie è Rosa Luxemburg. Rosa Luxemburg nacque a Zamosc nella Polonia russa nel 1871. Era l'ultima di cinque figli di una famiglia ebrea poverissima. A 15 anni aderì al movimento rivoluzionario polacco; non ancora diciottenne dovette espatriare clandestinamente per sfuggire all'arresto. A Zurigo intraprese gli studi di scienze naturali e di scienze politiche. Dopo la laurea contrasse un matrimonio fittizio (si separò dopo qualche anno) allo scopo di acquistare la cittadinanza tedesca e poter così lavorare nel Partito socialdemocratico. La giovane diventò presto uno degli agitatori più popolari del movimento operaio tedesco. Nel 1904 subì la prima detenzione, di tre mesi, per lesa maestà; tornò in carcere per qualche mese l'anno successivo, quando si recò a Varsavia in occasione della prima rivoluzione russa. Nel 1914 Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e altri, contrari alla guerra, uscirono dal Partito socialdemocratico tedesco che, come la maggioranza dei partiti operai dell'epoca, non si oppose alla politica di aggressione nazionalista realizzata dalle classi dominanti del proprio paese. Dalla scissione nacque nel 1916 la Lega Spartaco che Spartaco, sarebbe diventata alla fine del 1918 il Partito comunista tedesco Partito tedesco.

Rosa Luxemburg, già incarcerata nel 1915 per propaganda antimilitarista, fu di nuovo arrestata e detenuta per più di due anni senza condanna, come misura di sicurezza. In carcere studiò e scrisse; intanto scoppiò in Russia la rivoluzione del 1917, cui seguì in Germania una grande ondata di scioperi culminati nel novembre 1918 con l'abdicazione dell'imperatore. Uscita dal carcere in precarie condizioni di salute, Rosa Luxemburg fu animatrice dell'organo di propaganda spartachista "Rote Fahne" e ricercata an-

che dalla guardia civica del nuovo governo repubblicano guidato dai socialdemocratici. Nel gennaio 1919, dopo l'insurrezione "di Spartaco", i socialdemocratici posero una taglia di 100.000 marchi su Luxemburg e Liebknecht. Arrestati entrambi il 15 gennaio, furono assassinati durante il trasporto in auto al carcere; Rosa Luxemburg aveva 48 anni. Il suo corpo, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti. La prima opera di Rosa Luxemburg fu “L'accumulazione del capitale”, pubblicata a Berlino nel 1913. L'autrice così ricorda:

“Il periodo in cui scrissi "L'accumulazione" è tra i più felici della mia vita. Vivevo come in uno stato di ebbrezza, giorno e notte non vedevo e non sentivo altro che questo unico problema il quale si sviluppava così bene davanti a me, e non saprei dire cosa mi dava più gioia: il processo del pensiero, quando rigiravo una questione intricata passeggiando lentamente su e giù (...) oppure la stesura, il fatto di dare una forma letteraria con la penna in mano. (...) Ho scritto l'intero libro d'un fiato, in quattro mesi.”
Questo modo di creare, tipico più di un'opera d'arte che di un saggio scientifico, ne fa un lavoro affascinante ma di difficile interpretazione. Rosa Luxemburg non aveva altra intenzione che quella di divulgare il “Capitale” di Karl Marx. Ampliò lo schema marxiano in due sensi: da un lato, considerò i paesi non capitalisti (nuovi mercati di sbocco che rendevano possibile l'espansione capitalista); dall'altro, esaminò l'influsso dello stato sulla produzione (tramite le spese belliche, finanziate con il prelievo fiscale). Fornì così un'analisi teorica dell'imperialismo. Malgrado la sua importanza, “L'accumulazione del capitale” fu accolto con ostilità dai marxisti contemporanei, in quanto i dirigenti socialdemocratici, impegnati a dare un'impronta moderata al movimento operaio, considerarono L'accumulazione un libro dannoso e irresponsabile. La Luxemburg non negava a priori la scelta riformista, purché questa fosse la premessa di un rivolgimento totale del sistema capitalistico. Ella criticava le tesi dei riformisti in quanto essi si rifiutavano di considerare inevitabile il crollo del capitalismo, minato da "contraddizioni" interne che presto o tardi lo avrebbero portato all’autodistruzione. Le "contraddizioni" erano le crisi ricorrenti del sistema capitalistico, la concorrenza e l’anarchia economica.

MARGUERITE DURAS MARGUERITE Avril 1914 à Gia-Dinh,près de Saigon, dans l’Indochine française(aujourd’hui Viêt-Nam du Sud).Sa mère, Marie Legrand, originaire du Pasde-Calais, dans les Flandres françaises, institutrice, avait choisi en 1905 l’enseignement colonial.Nommée en Indochine vers 1910, elle y avait rencontré son père, Henri Donna dieu originaire du Lot-et-Garonne, professeur de mathématiques. Marguerite est la dernière de trois enfants, née après deux frères, Pierre et Paul.
Antonella RuspiMarguerite Donnadieu naît le 4

Après un séjour à Hanoi, la famille suit le père qui est nommé à Phnom Penh, la capitale du Cambodge. Il est atteint de fièvres infectieuses et il est rapatrié où il meurt. En 1921 la famille s’installe en France, dans une propriété que le père avait achetée dans sa région, à Platier, près de la petite ville de Duras. En 1924 la famille retourne en Indochine. Sa mère, enseignante dans une école indigène, est nommée à Sadec, puis à Vinh Long, sur les bords du Mékong. En 1930 Marguerite est envoyée à Saigon pour fréquenter le lycée français et préparer son baccalauréat.Elle habite dans un pensionnat et elle rencontre l’homme chinois qui devient son amant. Après deux ans elle retourne définitivement en France et à Paris elle rejoinde son baccalauréat de philosophie. En outre elle s’intéresse au droit, aux mathématiques, aux sciences politiques. Elle travaille comme employée administrative au Ministère des Colonies et en 1939 elle se marie avec Robert Antelme. C’est probablement à cette époque que Marguerite Duras et Anthelme s’installent dans l’appartement de la rue Saint-Benoît, à Saint- Germain des Prés, où se formera plus tard un petit cénacle d’amis et d’écrivains unis dans une même recherche intellectuelle et politique. En 1943 elle publie Les impudents, ajoutant à son prénom, Marguerite, le pseudonyme Duras. Elle entre dans la Résistance où elle rencontre François Mitterrand. Elle publie La vie tranquille quand Robert Anthelme est arrêté par la Gestapo et déporté. Marguerite Duras s’inscrit au Parti Communiste, dont elle se fera exclure en 1950. Robert Anthelme est miraculeusement retrouvé par Mitterand dans le camp de concentration allemand de Dachau, parmi les mourants. Puis Marguerite Duras et Robert Anthelme fondent une maison d’édition, La Cité Universelle. En 1946 elle passe ses vacances en Italie et après elle divorce. Elle a une liaison avec Dionys Mascolo, rencontré en 1942. L’amitié profonde qui lie Anthelme, Marguerite Duras et Mascolo reste une constante dans leur vie et dans leur travail intellectuel. L’année suivante naît son fils Jean Mascolo. À partir du 1950 elle devient populaire avec Un barrage contre le Pacifique, qui reprend dans la fiction romanesque l’histoire de son adolescence indochinoise. Elle publie des autres oeuvres comme Les petits chevaux de Tarquinia et Madame Dodin. En 1955 le groupe de la rue Saint-Benoît prend position à propos de la guerre d’Algérie. Marguerite Duras écrit beaucoup pour les journaux. Après deux ans il y a la séparation de Dionys Mascolo. En 1958 Moderato cantabile atteint 500000 exemplaires. Marguerite écrit aussi le scénario d’un film Hiroshima mon amour. En 1960 elle participe au Manifeste des 121 en faveur de la cause du peuple algérien et contre la guerre. Après quatre ans l’activité créatrice de Marguerite Duras atteint son apogée avec Le ravissement de Lol V. Stein. Son premier succès au théâtre est Des journées entières dans les arbres. En 1971 dans le prolongement de ses deux textes majeurs M.D.produit d’autres oeuvres littéraires et cinématographiques :India Song, La femme du Gange,Son nom de Venise dans Calcutta désert. L’activité cinématographique est prévalente jusqu’à la fin des années 70. Dix ans après la Normandie mais surtout son appartement qui donne sur la mer,deviennent les nouveaux lieux de la géographie durassienne. Yann Andréa est une présence constante à ses côtés. En 1980 elle fait un voyage au Canada pour une série de conférences à Montréal ; aux États-Unis,en Italie. L’année suivante Marguerite,qui boit depuis longtemps,subit une cure de désintoxication à l’hôpital américain de Neuilly. En 1984 sort L’amant,autobiographie véritable. Sa notoriété devient beaucoup plus large,en effet elle obtient le Prix Goncourt qu’elle avait raté en 1950 avec Un barrage. En 1988 elle reste six mois dans le coma,à l’hôpital de Neuilly. Deux ans après il y a la mort de R.Antelme et Marguerite publie La pluie d’été. En 1992 R.Wilson met en scène La maladie de la mort à la Schaubühne de Berlin. L’année suivante elle publie Écrire et Le monde extérieur. Marguerite Duras meurt le 3.03.1996 à Paris. La musique,son amour La musique revient souvent dans les écrits de Marguerite Duras ; parfois comme quelque chose que les mères désirent pour leurs enfants,quelque chose qui les concerne. La musique est dans le cas de Moderato Cantabile comme une règle très dure d’apprentissage, mais préférable à la discipline de l’école; comme une médiation entre la mère et l’enfant,une séparation vivable,une sorte de compromis entre la « fusionna lité » originaire, « naturelle » des deux corps,et la coupure sociale,culturelle.

Une écriture « plus séduisante que belle » Marguerite Duras écrit surtout par juxtaposition ou parataxe,c’est-à-dire en posant des phrases l’une à côté de l’autre sans aucune liaison syntaxique. Très rarement elle emploie la coordination,presque jamais la subordination. Les phrases sont donc assez courtes,marquées par la répétition de mots. Le rythme des adjectifs est fréquemment binaire. Il y a chez Marguerite Duras la valorisation ,presque la fascination,d’une féminité essentielle,au-delà des discours actuels d’émancipation,qui peuvent cependant intéresser sur un plan social. Son interrogation,sa recherche,concernent les désirs des femmes,leur rapport à la vie et à la mort,au sexe,au langage ; c’est-à-dire leurs relations avec la mère,avec l’autre femme,avec l’enfant,avec l’homme. Les traces de la douleur et de la tristesse,qui marquent si profondément le corps de l’écriture durassienne,témoignent sans doute de la difficulté de l’itinéraire subjectif d’une femme. Acerbi Daniela & Ferrandi Claudia

UN AMANTE CINESE PER MARGUERITE DURAS REALTA’ E FINZIONE NELL’INDOCINA DEGLI ANNI TRENTA

Reduce dal successo dello scorso anno, ovvero la pubblicazione de “I cento capolavori della letteratura italiana”, ”La repubblica” ha deciso di rituffarsi nel campo letterario. Grazie ai complimenti ricevuti per la passata esperienza e alle richieste di dare vita ad una nuova raccolta, ha pensato per quest’anno di volgere lo sguardo verso i capolavori della letteratura europea. Il primo di questi libri, che uscirà domani con il quotidiano, è L’amante di Marguerite Duras. Non è un’opera celeberrima (anche se è la più importante dell’autrice, dopo Moderato Cantabile), ma la nostra scelta è caduta su questo romanzo proprio per dimostrare che la letteratura europea non è fatta solo dai vari Shakespeare o Baudelaire, ma che esistono anche autori meno conosciuti e meno apprezzati, che pure hanno scritto opere davvero meravigliose. Uno di questi libri-capolavoro è proprio L’Amante. Siamo in Indocina (quando ancora si chiamava così, sotto il dominio francese) ed è proprio lì che Marguerite trascorre la sua infanzia e adolescenza, delle quali ci parla in questo romanzo dai tratti autobiografici. Fanno da sfondo a questi momenti della sua vita gli anni Trenta, caratterizzati da personaggi estenuanti, odore di pioggia e di gelsomino, strade brulicanti di cani, mendicanti e note di jazz, che donano a tutta la vicenda un tono quasi surreale. La protagonista è una donna-bambina, piccola e fragile, Marguerite, figlia di un'insegnante francese emigrata in Indocina, che da un giorno all'altro decide di smettere il vestito da educanda e le scarpe bas-

se, per vestire i panni della "femme fatale": abito di seta cinese quasi trasparente, scarpe con il tacco dorate, un feltro rosa e il rossetto rosso che rende ancora più sensuale la sua bocca carnosa. Sta andando semplicemente a scuola, ma sembra pronta per un incontro fatale, che in effetti avviene sulle rive del Menkong. Lui è un giovane cinese, elegante e all'apparenza molto ricco. L'incontro segna l'inizio di una nuova vita per i due giovani, che ben presto diverranno amanti tra l'opposizione di tutti. E' l'immagine di bambina perversa, che si offre con arroganza e ingenuità all'uomo, ad attirarlo verso un mondo dominato da valori oscuri, che solo lei può offrirgli. I due giovani si amano tra riti erotici, giochi, drammi famigliari e senso dell'imminente distacco, che arriva inevitabile appena Marguerite consegue il diploma. La loro storia, d'altra parte, non avrebbe potuto aver futuro: bianca lei, cinese lui e oltretutto appartenenti a due classi sociali differenti. La Duras scrive questo libro all'età di Settant'anni, quando ormai l'Indocina è lontana nello spazio e nel tempo. I ricordi le riaffiorano alla mente, rievoca il passato che le si ripresenta, a volte vivo, a volte sfumato e trasfigurato dallo scorrere inesorabile del tempo. Nell'Amante tutto è in continuo movimento, senza regole e il tempo si dilata o si concentra a seconda delle esigenze, delle esperienze e dei ricordi che oltrepassano i limiti della cronologia e si fondono dando unità all'opera. Il romanzo della Duras non è una rievocazione di eventi o la storia della sua vita, bensì un "semplice" racconto di sé. La dimensione autobiografica fa dell'autrice un personaggio romanzesco che, invece di porsi come garanzia della realtà, entra nell'universo dell'immaginario. La voce del personaggio si intreccia a quella del narratore e pare che l'io narrante si sdoppi e fluttui dalla prima alla terza persona, senza che il coinvolgimento emotivo si smorzi mai. Marguerite Duras preferisce all'ovvietà e alla logica del quotidiano l'osservazione attenta dei particolari, probabilmente insignificanti per le altre persone; perciò la sua scrittura non porta chiarezza e positività, ma diventa piuttosto un labirinto dove tutte le strade si confondono e si intrecciano. L'autrice narra, ma abbiamo l'impressione che ci parli, che scavi a fondo nel suo passato per descrivere i particolari e le sensazioni di una delle esperienze più dolorose e nello stesso tempo più struggenti della sua vita, coinvolgendo il lettore che rimane letteralmente rapito. Alessia Ratti

CHRISTA WOLF

Christa Wolf (1929) ist eine der bekanntesten Autorinnen der Ex-DDR. Sie erhielt die zwei größten Literaturpreis der DDR,den Heinrich-Mann-Preis und den Nationalpreis. Wolf spielte innerhalb des politischen Lebens ihres Staates immer eine aktive Rolle und besonders innerhalb der SED,obwohl ihre Position im Laufe der Jahre immer kritischer wurde. Sie zählt zu jenen Intellektuellen,die den Protesbrief gegen die Ausbürgerung Biermanns unterzeichnet haben. Sie setze sich persönlich ein,um nach dem Fall der Berliner Mauer die Fluchtwelle von Ex-DDR-Bürgern aufzuhalten und sprach im Fernsehen einen Appell an ihre Mitbürger,damit diese nicht ihre Heimat verließen.

„Liebe Mitbürgerinnen,liebe Mitbürger, Wir sind uns der Ohnmacht der Worte gegenüber Massenbewegungen bewusst,aber wir haben kein anderes Mittel als unsere Worte. Die jetzt noch weggehen,mindern unsere Hoffnung. Wir bitten Sie,bleiben Sie doch in Ihrer Heimat,bleiben Sie bei uns. Was können wir Ihnen versprechen? Kein leichtes, aber ein nützliches Leben. Keinen schnellen Wohlstand, aber Mitwirkung an großen Veränderungen. Wir wollen einstehen für Demokratisierung, freie Wahlen, Rechtssicherheit und Freizügigkeit...“

Hauptwerke: 1963: „Der geteilte Himmel“ (Roman) 1968: „Nachdenken über Christa T“ (Roman) 1976: „Kindheitsmuster“ (Roman) 1979: „Kein Ort.Nirgends“ (Erzählung) 1983: „Kassandra“ (Roman) 1996: „Medea“ (Roman) Wiederkehrende Motive Wie Biermann ist auch Wolf eine überzeugte Sozialistin, und als solche stellt sie nicht die marxistische Ideologie, sondern die Art ihrer Verwirklichung in der DDR in Frage. Belibte Themen dieser Autorin sind das Verhältnis Individuum-Gesellschaft, die Entwicklungsmöglichkeiten des Einzelnen in der Gemeinschaft, der Nationalsozialismus mit dessen Ursachen und Folgen, die Notwendigkeit einer neuen Sprache in einer Welt, die gegen den Atomtod protestiert, der Konflikt zwischen Künstler und Macht, die Teilung Deutschland, das Schicksal von Frauen auf der Suche nach Wahrheit, die in einer Männerwelt untergehen müssen.

DER GETEILTE HIMMEL“
In dem 1963 erschienenen Roman „Der geteilte Himmel“ ist noch die Überzeugung lebendig, dass das lebe Gesell Individuum sich allein in der Identifizierung mit der sozialistischen Gesellschaft verwirklichen kann. In den beiden Jahren vor dem Mauerbau hat das einfache Mädchen Rita Seidel eine intensive Liebesgeschichte mit Manfred Herrfurth erlebt. Doch sie verliert Manfred, als dieser sich nach dem 13.August 1961 für ein Leben jenseits der Mauer, in Westberlin, entscheidet. Eines Tages besucht Rita Manfred, aber ihre kurze Begegnung in der ihr so fremden Stadt Westberlin reicht ihr aus, um zu erkennen, dass das Leben im Osten für sie angemessener ist. Acerbi Daniela

SIMONE DE BEAUVOIR

Simone de Beauvoir è conosciuta in tutto il mondo come una delle più grandi scrittrici francesi del ‘900. Dopo essersi laureata in lettere alla Sorbona e aver conseguito l'agrégation di filosofia, si dedicò all'insegnamento. L'incontro con Sartre, avvenuto negli anni dell'università, fu determinante per la sua carriera e per la sua vita. Nel 1943, abbandonato l'insegnamento, pubblicò il primo romanzo, L'Invitée. Ella afferma: “Ebbi una rivelazione: questo mondo era maschile, la mia infanzia era stata nutrita da miti forgiati dagli uomini, e io non avevo reagito come se fossi stata un ragazzo. Mi appassionai tanto da abbandonare il progetto di una confessione personale, per occuparmi della condizione femminile in generale”. Nel 1949 scrive il lungo saggio Le deuxième sexe (Il secondo sesso), dove è trattato il problema della libertà e della condizione della donna sul piano sociale e morale. Dai suoi numerosi viaggi in tutto il mondo Simone ha tratto spunto per varie raccolte di osservazioni e di meditazioni di carattere politico e sociale, tra cui ricordiamo La longue marche (1957; La lunga marcia), scritta al ritorno da un viaggio in Cina. Di grande interesse anche i suoi lavori autobiografici. La questione della differenza sessuale nasce storicamente e teoricamente nella storia del pensiero occidentale in relazione al ruolo delle donne. Nella storia del pensiero politico, essa è strettamente legata alla giustificazione della posizione della donna nella famiglia e, di conseguenza, nella società. La riflessione sul ruolo delle donne si pone col movimento femminista come problema politico e viene letta in termini di differenze sessuali. Ma dove nascono queste disuguaglianze e come vengono giustificate? Il secondo sesso è diviso in quattro parti: nella prima si analizza l’essere-donna dal punto di vista naturalistico, delle scienze. La seconda sezione affronta l’essere-donna dal punto di vista della storia: su base storica, è sempre stata una “presenza-assenza”, una presenza reale assente alla storia che è stata fatta dagli uomini, dal sesso maschile. Tranne alcune importanti eccezioni, la donna è stata ciò che l’uomo ha voluto che fosse. La terza parte è dedicata allo studio della sua immagine proposta dai miti più antichi fino a quella creata dalla letteratura. La quarta parte, infine, è un’analisi del “vissuto” femminile, descritto in forma evolutiva attraverso le varie età della vita, dall’infanzia alla vecchiaia: “i drammi della nascita, dello svezzamento avvengono nello stesso modo per i due sessi; l’uno e l’altro hanno i medesimi interessi, gli stessi piaceri”. Simone de Beauvoir in quest’ opera indica la necessità del superamento di una visione gerarchica che vede la donna come inferiore, in cui il maschile è assunto come “norma” e il femminile come “secondo sesso”. La de Beauvoir cerca la risposta alla nostra questione di partenza in due direzioni, sia sottolineando
♦ IL SECONDO SESSO

l’importanza dell’educazione nella formazione individuale delle donne del suo tempo, sia negando un’inferiorità biologica della donna: “nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna”. La filosofa francese affronta l’argomento della femminilità cercando di capirne il vero significato. L’essere donna, afferma, è “un fondo comune da cui ha origine ogni singola esistenza femminile”. Ogni donna viene identificata con il suo sesso e imprigionata in un corpo governato dalla natura; l’uomo invece pensa al suo corpo come indipendente dalle sue azioni di essere razionale. “Donna non si nasce, lo si diventa”, dopo aver svelato la realtà della propria condizione, deve adesso viverla, ridefinirla. Un momento importante in questa ricerca di identità sarà costituito dai rapporti con l’altro sesso. Ma sul futuro dell’identità femminile e sul rapporto fra i sessi la de Beauvoir non intende azzardare pronostici. COMMENTO A MADAME DE BEAUVOIR L’educazione dell’individuo femminile fin dalla primissima infanzia appare già differenziata sessualmente con un intervento imperiosamente imposto dall’esterno. Io non credo assolutamente nell’inferiorità del sesso femminile, ma nella parità dei sessi, se non addirittura nell’inferiorità dell’uomo. Come la storia mostra, la donna ha raramente avuto ruoli importanti ed è per questo che ancora di più dovremmo essere fiere dell’impegno, dello sviluppo e del coraggio che le donne hanno avuto per acquistare posizioni sempre più importanti. Noi siamo soliti definire un corpo come maschile o come femminile, non ci soffermiamo sulla sua essenza profonda che è l’espressione di una soggettività quale può essere il carattere. Se rifletto bene, posso dire che l’altro sesso inizia a far paura o a provocare dubbi solo quando ci si accorge della differenza fisica, ossia nel periodo della pubertà. Fin da piccoli ai bambini viene imposta la loro sessualità, un esempio lampante sono i colori dei vestitini: azzurri per i bambini e rosa per le bambine; infatti il bambino non coglie alcuna differenza se non viene spiegata dal genitore. Di fatto lo sviluppo dell’individuo avviene negli stessi termini tra due persone di sesso opposto, che con la stessa curiosità cercano la loro identità sessuale. Al momento della nascita non esiste una reale distanza tra i due sessi, ma è la società ad imporla; primi tra tutti i genitori, che, essendo già a conoscenza delle differenze a cui anche loro stessi sono stati abituati, le passano inconsciamente ai propri figli, vestendoli in modi diversi, comprando giochi differenti, instaurando quindi due ideologie, due modi di vivere pressoché opposti. Senza interventi esterni maschi e femmine avrebbero la stessa attitudine verso il mondo esterno, verso la propria famiglia e il proprio corpo, la donna si formerebbe crescendo, non esisterebbe un “sesso forte” e un “sesso debole” , forse le donne non verrebbero sottovalutate e sfruttate, e probabilmente neppure le forti discriminazioni nei confronti degli omosessuali create proprio dalla società. Il sesso maschile era considerato superiore, si riteneva che gli uomini avessero una cultura più ampia e che quindi dovessero avere un ruolo di maggiore importanza nella società. La donna, invece, era identificata come il “secondo sesso” e fu costretta ad adeguarsi ai valori imposti dagli uomini e ad accettare come suo unico ruolo la crescita dei figli. Già quando la bambina raggiunge i dodici anni incominciano a esserle fatte presenti molte distinzioni sessuali così che “la sua vocazione le viene imperiosamente imposta”. In alcune culture la donna non ha diritti , ne di parola, ne di azione, la sua vita è praticamente gestita dal maschio dal quale dipende totalmente.

In altre invece la donna ha assunto un ruolo paritario sia sul piano di diritti che de4i doveri. In queste società è stato fatto molto affinché si arrivasse a ciò. Sono serviti anni di storia e di lotte per far sì che la donna acquistasse la dignità che di sua natura si merita, in quanto essere umano. E' per questo che io come "donna" ritengo paritaria la posizione maschile rispetto a quella femminile non negando però, a entrambe le parti, attitudini diverse. Il cammino da fare per diventare donna é molto lungo e comporta molti cambiamenti difficili, che portano la femmina a differenziarsi sempre più dall’uomo, ponendo le premesse per entrare a far parte definitivamente dell’età adulta come “donna”. Credo che queste differenze portino anche delle complicazioni per quanto riguarda il rapporto e la comunicazione fra i due sessi. La “donna” è il risultato di una trasformazione fisica e psicologica che inizia dall’infanzia ed ha il suo culmine con l’età adulta. Durante l’infanzia i due sessi non sono diversificati, è solo con l’adolescenza che questa differenziazione inizia. I due sessi si vedono con curiosità e timore allo stesso tempo. Nascono quindi molte difficoltà di comunicazione e i rapporti si fanno più complicati. La solita etichetta che da sempre è stata attribuita alla donna è quella del “sesso debole” che va difeso. Riferita a questa definizione l’immagine che ci dovrebbe apparire di conseguenza nella mente è quella che dell’uomo che va al lavoro e della donna che resta in casa per occuparsi dei figli e delle faccende domestiche. La situazione oggi è migliorata: molte donne hanno ottenuto i loro diritti, riuscendo quindi a conquistarsi più spazio e più libertà; forse alcune anche troppa perché cercano di prevalere sull’uomo. Oggi, il ruolo della donna è stato riscattato, in quanto si trova a vivere in situazione di uguaglianza rispetto all’uomo e in alcuni casi i loro ruoli tendono addirittura a sovrapporsi. Nonostante questo, sentiamo parlare spesso di paesi in cui esistono donne che combattono per conquistare una posizione all’interno della società, in quanto vivono in situazioni di schiavitù o di minoranze. Quando la bambina cresce e diventa adulta, si inizia a cogliere una differenziazione sessuale e le viene data la qualificazione di “donna” (o “essere castrato”) e, proprio nell’adolescenza, le viene imperiosamente imposta la sua vocazione, cioè il ruolo di “custode del focolare domestico”, datale dalla cultura sociale del gruppo in cui essa viene ad inserirsi. Infatti, come dice l’autrice, donne non si nasce, si diventa. Le idee progressiste e femministe della scrittrice però non devono essere viste come qualcosa di “anormale” o di “dissonante”, ma sono semplicemente il risultato di una concezione di storia fatta al “maschile”. Se la donna non ha nessun destino psichico ed economico non possiamo negare che abbia un destino biologico. La società e l'ambiente in cui viviamo condizionano la nostra vita dal punto di vista caratteriale e professionale ma non da quello biologico. Favini Marina & Cipolla Jessica SIMONE DE BEAUVOIR: SCRITTRICE EGUALITARIA E INTOLLERANTE Mostra-mercato alla biblioteca Nazionale di Francia "Mitterrand" a Parigi per la commemorazione dei vent'anni della morte della scrittrice, che ancora adesso rispecchia un'inquietudine che nel mondo contemporaneo non si è placata e pone interrogativi rimasti senza soddisfacenti risposte. La mostra su Simone de Beauvoir rimarrà allestita per tutto il mese di novembre di modo che tutti, ma veramente tutti, possano conoscere o approfondire la vita, le sue opere, ma soprattutto il nucleo centrale del suo percorso intellettuale. L'opera e la vita della de Beauvoir si connotano per la loro matrice esistenzialista, l'impegno femminista e progressista in genere; si è dedicata soprattutto alla riflessione sulla libertà e sulla responsabilità dell'individuo.

La mostra è articolata essenzialmente in tre sezioni: la prima riguarda la vita di Simone, la seconda sezione riguarda l'autrice nel suo contesto storico e culturale, la terza riguarda le opere con le loro recensioni e critiche. Simone de Beauvoir nasce a Parigi nel 1908 da una famiglia borghese; nella capitale francese trascorre l'infanzia, la giovinezza e, a parte lunghi viaggi all'estero e i periodi in cui insegna a Marsiglia e a Rouen, tutta la vita. Simone e la sorella Hélène trascorrono un'infanzia felice, anche quando sopraggiungono disagi e ristrettezze economiche causate dalla bancarotta del nonno. A dieci anni Simone incomincia a scrivere quasi per gioco e diventa amica e inseparabile compagna di scuola "Zazà" Elizabeth Mabille, che perde la vita in tragiche circostanze: è un'esperienza molto dolorosa PER Simone dalla quale trae un forte impulso verso l'indipendenza. Iscritta all'Istituto "Désir", rivela un'intensa passione per gli studi, soprattutto per le materie letterarie. In questa fase di cambiamento e maturazione perde la fede e si allontana dalla religione; decide di dedicarsi all'insegnamento. Prosegue gli studi al Liceo di Neully e all'Istituto Cattolico di Parigi, quindi si iscrive all'Università della Sorbona dove, dopo la laurea in lettere nel 1929, ottiene l' "Agrégation" in filosofia. Nel corso di questi anni conosce Jean-Paul Sartre, del quale Simone scrive: "Sartre rispondeva esattamente ai desideri dei miei quindici anni: con lui potevo sempre condividere tutto. Quando lo lasciai per la prima volta, sapevo che non sarebbe mai più uscito dalla mia vita", con il quale nasce immediatamente una forte intesa intellettuale e sentimentale, che mantenne la coppia solidamente unita per tutta la vita, pur senza giungere al matrimonio. Nel 1931 Simone comincia la sua carriera d'insegnante di filosofia, prima a Marsiglia, poi a Rouen, infine a Parigi; con Sartre viaggia in diversi paesi: Spagna, Italia, Marocco e Grecia. Nel 1943, abbandonato l'insegnamento, pubblica il suo primo romanzo "L'Invitata" e un anno dopo "Il sangue degli altri" e la commedia "Le bocche inutili", opere ispirate alla problematica esistenzialista della libertà e della responsabilità. Nello stesso anno la de Beauvoir entra a far parte della redazione della rivista "I tempi moderni" fondata da Sartre, e vi pubblica quasi tutti i suoi saggi di etica. Nel 1946 pubblica il racconto filosofico "Tutti gli uomini sono mortali", un saggio sull'esistenzialismo "Per una morale dell'ambiguità" e il saggio "Pirro e Cinea", opere che le danno grande notorietà e la pongono, con Sartre e Camus, tra i capifila dell'esistenzialismo francese. Nel 1949 pubblica il saggio "Il secondo sesso" in cui dibatte il problema della libertà e della condizione sociale e morale della donna. Nel 1954 Simone de Beauvoir vince il premio Goncourt con il romanzo "I mandarini", che resta il suo libro più noto. Dopo il viaggio in Cina pubblica un libro sul suo soggiorno. Negli anni '60 e '70 pubblica diversi romanzi e saggi, ma la sua opera più significativa è certamente "Memorie di una ragazza perbene"; Simone de Beauvoir ha scritto quattro volumi di Memorie dove lei stessa ci fa conoscere la sua vita. Quest'opera è stata scritta dal 1958 al 1972 ed è composta da: "L'età forte", "A conti fatti" e "Una morte dolcissima". L'ampiezza dell'impresa autobiografica trova la sua giustificazione, il suo senso, in una contraddizione essenziale per la scrittrice: le fu sempre impossibile scegliere tra la felicità di vivere e la necessità di vivere. Fare quindi della propria esistenza l'oggetto del suo scrivere, era in parte sciogliere questo dilemma. "Memorie di una ragazza perbene" possiede tre diversi caratteri: in parte è un saggio, in parte è un'autobiografia, garantiti entrambi dai dati storici e documentati; in parte è un romanzo, per taglio complesso e vario, per il gusto narrativo ed espressivo. Le Memorie racchiudono la storia di un affrancamento intellettuale e sentimentale vissuto da una giovane donna rappresentante cioè di quel "deuxième sexe" che aveva offerto all'autrice l'argomento del saggio che reca quel titolo. La protagonista è la stessa de Beauvoir e prende l'avvio da una critica spietata contro l'educazione tradizionalistica e cattolica ricevuta durante l'infanzia e la prima giovinezza, ma si pone contro la sua stessa classe sociale, la borghesia laica. Il libro è quindi una valida testimonianza della battaglia radicale che sin dagli anni '30 e nel dopoguerra, la nuova generazione degli intellettuali intraprese contro l'eredità culturale del primo anteguerra e contro la generazione del 1914. Compaiono nelle Memorie tutte le varie esperienze di vita sentimentale e di pensiero, di scelta politica e di ricerca, che la scrittrice stessa condivise con Sartre ed altri: esperienze che oggi sembrano lontane e forse superate, ma che effettivamente contribuirono ad un cambiamento profondo nella mentalità, nella moralità, nell'idea stessa di cultura. I primi romanzi di Simone de Beauvoir sono inseriti nel quadro della filosofia esistenzialista: i personaggi cercano di definire la propria "essenza" entro lo sviluppo dell' "esistenza". L'esistenzialismo si basa

principalmente sul concetto di persona intesa come singola e irrepetibile, unica e intera: vera realtà concreta. E' quindi una filosofia della libertà. Estremista e libertaria, egualitaria e intollerante, umanitaria ma intimamente aristocratica, la scrittrice rispecchia un'inquietudine che nel mondo contemporaneo non si è ancora placata e pone interrogativi rimasti senza soddisfacenti risposte. Alessia Lo Bue, Francesca Della Valle, Laura Pelusi SIMONE DE BEAUVOIR: SCRITTRICE EGUALITARIA E INTOLLERANTE Mostra-mercato alla biblioteca Nazionale di Francia "Mitterrand" a Parigi per la commemorazione dei vent'anni della morte della scrittrice, che ancora adesso rispecchia un'inquietudine che nel mondo contemporaneo non si è placata e pone interrogativi rimasti senza soddisfacenti risposte. La mostra su Simone de Beauvoir rimarrà allestita per tutto il mese di novembre di modo che tutti, ma veramente tutti, possano conoscere o approfondire la vita, le sue opere, ma soprattutto il nucleo centrale del suo percorso intellettuale. L'opera e la vita della de Beauvoir si connotano per la loro matrice esistenzialista, l'impegno femminista e progressista in genere; si è dedicata soprattutto alla riflessione sulla libertà e sulla responsabilità dell'individuo. La mostra è articolata essenzialmente in tre sezioni: la prima riguarda la vita di Simone, la seconda sezione riguarda l'autrice nel suo contesto storico e culturale, la terza riguarda le opere con le loro recensioni e critiche. Simone de Beauvoir nasce a Parigi nel 1908 da una famiglia borghese; nella capitale francese trascorre l'infanzia, la giovinezza e, a parte lunghi viaggi all'estero e i periodi in cui insegna a Marsiglia e a Rouen, tutta la vita. Simone e la sorella Hélène trascorrono un'infanzia felice, anche quando sopraggiungono disagi e ristrettezze economiche causate dalla bancarotta del nonno. A dieci anni Simone incomincia a scrivere quasi per gioco e diventa amica e inseparabile compagna di scuola "Zazà" Elizabeth Mabille, che perde la vita in tragiche circostanze: è un'esperienza molto dolorosa per Simone dalla quale trae un forte impulso verso l'indipendenza. Iscritta all'Istituto "Désir", rivela un'intensa passione per gli studi, soprattutto per le materie letterarie. In questa fase di cambiamento e maturazione perde la fede e si allontana dalla religione; decide di dedicarsi all'insegnamento. Prosegue gli studi al Liceo di Neully e all'Istituto Cattolico di Parigi, quindi si iscrive all'Università della Sorbona dove, dopo la laurea in lettere nel 1929, ottiene l' "Agrégation" in filosofia. Nel corso di questi anni conosce Jean-Paul Sartre, del quale Simone scrive: "Sartre rispondeva esattamente ai desideri dei miei quindici anni: con lui potevo sempre condividere tutto. Quando lo lasciai per la prima volta, sapevo che non sarebbe mai più uscito dalla mia vita", con il quale nasce immediatamente una forte intesa intellettuale e sentimentale, che mantenne la coppia solidamente unita per tutta la vita, pur senza giungere al matrimonio. Nel 1931 Simone comincia la sua carriera d'insegnante di filosofia, prima a Marsiglia, poi a Rouen, infine a Parigi; con Sartre viaggia in diversi paesi: Spagna, Italia, Marocco e Grecia. Nel 1943, abbandonato l'insegnamento, pubblica il suo primo romanzo "L'Invitata" e un anno dopo "Il sangue degli altri" e la commedia "Le bocche inutili", opere ispirate alla problematica esistenzialista della libertà e della responsabilità. Nello stesso anno la de Beauvoir entra a far parte della redazione della rivista "I tempi moderni" fondata da Sartre, e vi pubblica quasi tutti i suoi saggi di etica. Nel 1946 pubblica il racconto filosofico "Tutti gli uomini sono mortali", un saggio sull'esistenzialismo "Per una morale dell'ambiguità" e il saggio "Pirro e Cinea", opere che le danno grande notorietà e la pongono, con Sartre e Camus, tra i capifila dell'esistenzialismo francese. Nel 1949 pubblica il saggio "Il secondo sesso" in cui dibatte il problema della libertà e della condizione sociale e morale della donna. Nel 1954 Simone de Beauvoir vince il premio Goncourt con il romanzo "I mandarini", che resta il suo libro più noto. Dopo il viaggio in Cina pubblica un libro sul suo soggiorno. Negli anni '60 e '70 pubblica diversi romanzi e saggi, ma la sua opera più significativa è certamente "Memorie di una ragazza perbene"; Simone de Beauvoir ha scritto quattro volumi di Memorie dove lei stessa ci fa conoscere la sua vita. Quest'opera è stata scritta dal 1958 al 1972 ed è composta da: "L'età forte", "A conti fatti" e "Una morte dolcissima". L'ampiezza del-

l'impresa autobiografica trova la sua giustificazione, il suo senso, in una contraddizione essenziale per la scrittrice: le fu sempre impossibile scegliere tra la felicità di vivere e la necessità di vivere. Fare quindi della propria esistenza l'oggetto del suo scrivere, era in parte sciogliere questo dilemma. "Memorie di una ragazza perbene" possiede tre diversi caratteri: in parte è un saggio, in parte è un'autobiografia, garantiti entrambi dai dati storici e documentati; in parte è un romanzo, per taglio complesso e vario, per il gusto narrativo ed espressivo. Le Memorie racchiudono la storia di un affrancamento intellettuale e sentimentale vissuto da una giovane donna rappresentante cioè di quel "deuxième sexe" che aveva offerto all'autrice l'argomento del saggio che reca quel titolo. La protagonista è la stessa de Beauvoir e prende l'avvio da una critica spietata contro l'educazione tradizionalistica e cattolica ricevuta durante l'infanzia e la prima giovinezza, ma si pone contro la sua stessa classe sociale, la borghesia laica. Il libro è quindi una valida testimonianza della battaglia radicale che sin dagli anni '30 e nel dopoguerra, la nuova generazione degli intellettuali intraprese contro l'eredità culturale del primo anteguerra e contro la generazione del 1914. Compaiono nelle Memorie tutte le varie esperienze di vita sentimentale e di pensiero, di scelta politica e di ricerca, che la scrittrice stessa condivise con Sartre ed altri: esperienze che oggi sembrano lontane e forse superate, ma che effettivamente contribuirono ad un cambiamento profondo nella mentalità, nella moralità, nell'idea stessa di cultura. I primi romanzi di Simone de Beauvoir sono inseriti nel quadro della filosofia esistenzialista: i personaggi cercano di definire la propria "essenza" entro lo sviluppo dell' "esistenza". L'esistenzialismo si basa principalmente sul concetto di persona intesa come singola e irrepetibile, unica e intera: vera realtà concreta. E' quindi una filosofia della libertà. Estremista e libertaria, egualitaria e intollerante, umanitaria ma intimamente aristocratica, la scrittrice rispecchia un'inquietudine che nel mondo contemporaneo non si è ancora placata e pone interrogativi rimasti senza soddisfacenti risposte.

L’ISTRUZIONE DOPO L'UNITA' D'ITALIA La scuola e il modo in cui organizzarla è stata sempre oggetto di scontri culturali e politici e un particolare interesse può avere la ricostruzione del dibattito sull’educazione delle donne. A partire dall’Unità d’Italia si sono scontrati e confrontati modelli femminili di istruzione proposti dalle donne più innovatrici (le donne che incidono maggiormente sono quelle che fanno parte, come Anna Maria Mozzoni o Anna Kuliscioff, dei movimenti emancipazionisti e socialisti, ma vi sono anche donne di esplicita fede cattolica e donne facenti parte delle classi nobili o dell’alta borghesia) e modelli maschili di istruzione proposti dagli uomini più conservatori (intellettuali cattolici e laici convinti che le donne devono essere "educate ma non istruite" e che la vocazione della donna è la famiglia e non lo studio, per cui vedere "una donna con un libro o un giornale" è anacronistico come vedere "un uomo che lavora a maglia"). Per quanto riguarda i modelli di istruzione maschili relativi alla donna, l’immagine complessiva che viene trasmessa riprende molto del ruolo attribuito alla donna nel Settecento da un pedagogista come Rousseau, che voleva la donna non istruita, ma solo educata per un ruolo familiare e subordinata all’uomo in tutte le attività intellettuali; quando parla di Sophie, ne parla solo come futura moglie di Emilio, scrive che "tutta l’educazione delle donne deve essere relativa agli uomini. Piacere a loro, essere gentili, farsi amare e rispettare, educarli da giovani, curarli da grandi, consigliarli, consolarli, rendere la loro vita piacevole e dolce: ecco i doveri della donna in tutti i tempi e ciò che bisogna loro insegnare sin dall’infanzia". Alla luce di questo confronto/scontro tra modelli maschili e femminili di istruzione è possibile rileggere le leggi sulla scuola dello Stato unitario italiano (i modelli di istruzione ufficiali). La prima , la legge Casati, varata in Piemonte nel 1859, presenta, nelle sue linee generali, un modello di istruzione in cui lo Stato è direttamente responsabile solo della formazione di tipo liceale-universitario pensata per la classe dirigente (maschile), mentre sono escluse le donne nel loro complesso e gli uomini

delle classi popolari. L’istruzione di base e quella tecnica non vengono generalizzate ma sono affidate come spesa ai Comuni, facendo sì che i Comuni più poveri, collocati soprattutto nelle regioni del sud, avessero i tassi più elevati di analfabetismo e le più vistose carenze di persone con formazione tecnica. Le donne dei movimenti emancipazionisti devono condurre una lunga battaglia perché, alla fine dell’Ottocento, comincino a cadere le barriere formali alle scuole tecniche, ai licei e all’università. Alcuni intellettuali, come Pasquale Villari, iniziano a promuovere politiche scolastiche più favorevoli alle donne (Villari sposa un' intellettuale inglese, Linda White, che gli permette di conoscere le elaborazioni più innovative sui diritti delle donne in Inghilterra). I segnali di apertura ad un' immagine di donna "con un libro e un giornale in mano" si interrompono bruscamente con la Legge Gentile del 1924, che riteneva che le donne non avessero "quella originalità del pensiero né quella ferrea vigoria spirituale" che sono "i cardini della scuola formativa e dello spirito superiore del paese". La diffusione dell' ideologia fascista chiuderà d’altra parte non solo le possibilità di mobilità sociale attraverso la scuola (così come proponeva Gentile con la sua riforma), ma la libertà stessa dell’insegnamento; e negli ultimi anni del fascismo la Carta della scuola di Giuseppe Bottai erigerà un monumento all’uomo fascista, con accanto l’immagine subalterna della donna sposa e madre. I tentativi di escludere il genere femminile sia dall’accesso alla cultura che, ancor di più, dalla produzione di cultura, è un atteggiamento diffuso dei poteri maschili a tutti i livelli che costantemente si ripropone nella storia. In questa esclusione i saperi scientifici e tecnologici hanno giocato, come afferma Donna Haraway, esponente del femminismo statunitense, la parte del leone, tanto da poter dire che "la scienza è in fin dei conti l’unica cosa di cui valga oggi la pena di occuparsi". Il recente sviluppo della storia delle donne ha fatto emergere tra Ottocento e Novecento una straordinaria ricchezza di posizioni femminili che si oppongono al modello di istruzione più reazionario nei confronti delle donne. Già nel periodo precedente l’unità d’Italia, Eleonora Pimentel Fonseca si trova a dover lottare contro un marito che le impedisce, una volta sposata, di proseguire gli studi, e solo dopo una separazione molto contrastata potrà affermarsi come direttrice del Monitore Napoletano, elaborando un progetto per l’istruzione femminile nel tentativo di aprire le strade all’istruzione alle nuove generazioni di donne. Dopo l’unità d’Italia vi sono donne aristocratiche che diffondono idee a favore delle donne dai loro "salotti": ad esempio Cristina di Belgioioso scrive nel1886 nel saggio Della presente condizione delle donne e del loro avvenire che "i sapienti, gli scienziati, i poeti, gli uomini di stato ecc… godono dell’universale rispetto, mentre l’ignorante e l’ozioso sono derisi e tenuti in nessun conto. Ma della donna si richiede espressamente la più completa ignoranza… A favore della istruzione (e di una diversa istruzione) delle donne e degli uomini incide in Italia il movimento emancipazionista, che ha come punto di riferimento principale Anna Maria Mozzoni (18371920), che fonda società femminili (come la Lega per gli interessi femminili nel 1881), fa inchieste e presenta petizioni in Parlamento all’interno di una rete molto ampia di collegamenti tra donne di diverse città e punti di riferimento politici. Nel 1864 scrive ne La donna e i suoi rapporti sociali che "l’istruzione ed il lavoro, ecco le sole forze che possono e debbono risollevare la donna ed emanciparla: finché la società non l’avrà fatto nessun argine resisterà al torrente della corruzione, niuna diga si opporrà al degradamento morale e materiale della specie"; la sua posizione è per l’accesso delle donne a tutti i tipi di sapere e a tutte le carriere, contro le discriminazioni nei luoghi di studio e di lavoro. In questa battaglia emancipazionista delle donne il punto di riferimento non è solo l’uguaglianza al mondo maschile, ma una ricerca più complessa di identità. Maria Pastore Mucchi (in un articolo sul "La donna" del 5 Aprile 1909) scrive: "Che cosa vuole la donna moderna? Diventare ragione senza perdere il sentimento, diventare diritto senza perdere il dovere, diventare lavoro senza perdere la poesia. Ecco perché la mentalità a cui aspirano le donne contemporanee è uno dei grandi segni precursori dei tempi nuovi e sarà una delle più grandi potenze dell’avvenire". L’equazione percorsi femminili = percorsi deboli oggi non è più così diffusa: se si guardano le ultime statistiche, si può osservare che non solo le ragazze sono in tutti gli indirizzi del sistema scolastico e professionale, ma hanno superato i ragazzi nella frequenza e regolarità degli studi, arrivando in più elevate percentuali al diploma e alla laurea. " Laura Pelusi

VIRGINIA WOOLF WOOLF

LA VITA
Virginia Woolf nacque Adeline Virginia Stephen e crebbe in un ambiente saturo di atmosfera vittoriana, formato per la maggior parte da personaggi illustri, studiosi e romanzieri, che frequentavano lo studio dello scrittore e critico Leslie Stephen e il pomeridiano tavolo da tè di quella famiglia dell'alta borghesia. Secondo il rigido costume vittoriano, la formazione di Virginia Woolf sarà tipicamente femminile, dal momento che solo i figli maschi avevano diritto a un'istruzione pubblica: lei, donna, ad una scuola pubblica non sarebbe mai andata. Visse la sua infanzia in uno stato di crescita ansiosa; quel mondo della cultura che non era possibile "avvicinare" eccitò l'immaginazione di Virginia che sentì più forte il peso della discriminazione maschio/femmina, e il non poter ricevere un'istruzione più accurata assunse ai suoi occhi l'immagine di una grande ingiustizia. A Thoby, il fratello maggiore che studierà all'Università di Cambridge, spetterà il compito di fare da mediatore nei confronti di quella cultura a lei preclusa; ma la futura scrittrice non perdonerà mai ai suoi familiari di averle dato, nei primi anni, un'istruzione di seconda mano. Tuttavia, dato che aveva un padre colto, Virginia godè i vantaggi di una selezionata biblioteca e cercherà di sopperire all'impossibilità di ricevere un'istruzione adeguata, dedicandosi ad un'intensa attività di lettura e scrittura. Tutto questo, nel tempo, si rivelerà una promozione ricca di conseguenze. Gli inizi del Novecento trovano in Virginia Stephen una giovane donna non incline alle regole del conformismo vittoriano, regole di mondanità, di salotti dorati ed esclusivi per i ceti privilegiati: la vi-

sione narcisistica della sua vita futura riguardava la scelta di strade diverse, in un progetto non ancora chiaro nella sua mente. Non potè mai sopportare il concetto che le ragazze erano "solo adatte" all'area domestica, che gli uomini non fossero in grado di accettare in maniera seria questa condizione e che scuotessero il capo: questa condizione doveva essere superata e, per quanto possibile, dovevano essere sconfitte quelle regole imposte da un sistema ingiusto. Ogni aspetto della vita di V.W. è condizionato dal suo destino di scrittrice, una vocazione ineluttabile, vero significato della sua vita; contemporaneamente, possiamo dire che le sue opere rispecchiano gran parte della sua vita, delle sue fantasie, del suo genio creativo, del suo destino di donna. Quello che ci interessa qui sottolineare, è quell'aspetto particolare della vita della scrittrice che fa riferimento al "suo femminismo" e che rileviamo soprattutto in almeno due tra i suoi saggi più noti A Room of One's Own (Una stanza tutta per sé) e Three Guineas (Le tre ghinee). Di essi ammiriamo il contenuto, lo spirito di appartenenza al genere femminile, la solidarietà per la donna emarginata dallo spazio sociale sentimento sottolineato con indignazione e sofferenza perché anche "lei è donna" -, la sua sensibilità di scrittrice che riesce a trasformare il rapporto genere/scrittura dal piano delle idee e dell'astrazione al piano dell'esperienza storica, economica, esistenziale.

TRATTO DA "DONNE E ROMANZO"
Il testo trascrive due conferenze che Virginia Woolf tenne in due college femminili sul tema "Donne e romanzo". Il presupposto indispensabile perchè una donna possa scrivere è, secondo la Woolf, avere del denaro ed una stanza tutta per sé. Del denaro perchè le donne sono sempre state povere sia materialmente che culturalmente, ed una stanza tutta per sé, per avere la giusta concentrazione e non essere distolte dalla scrittura con continue interruzioni.

Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanto non avessero i figli degli schiavi ateniesi. Le donne, pertanto, non hanno avuto la più piccola opportunità di scrivere poesia…[…] mi piace leggere; mi piace leggere un libro dopo l'altro. Negli ultimi tempi questa dieta è per me diventata piuttosto monotona; la storia parla quasi sempre di guerra; la biografia si occupa di uomini illustri; la poesia ha dimostrato, credo, una tendenza alla sterilità; e il romanzo… Perciò vi chiedo di scrivere ogni sorta di libri, su qualunque argomento. Senza dubitare, per quanto triviale o per quanto vasto vi possa sembrare. In un modo o nell'altro spero che un giorno avrete denaro sufficiente per viaggiare e per oziare, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare davanti ai libri e vagare per le strade e lasciare che la lenza del pensiero scenda sempre più in fondo al fiume". E se una donna dei secoli scorsi fosse stata dotata di ingegno letterario eccezionale, come se la poteva casecoli co cavare? Spiritosamente la Woolf risponde:
"Immaginiamo, giacchè ci riesce così difficile conoscere la realtà, che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, diciamo. Molto probabilmente Shakespeare studiò - poiché sua madre era ricca - alla "grammar school"; gli avranno insegnato il latino Ovidio, Virgilio e Orazio - e qualche elemento di grammatica e di logica. Era, come si sa, un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli, e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po' più presto del solito. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l'ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava la sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina. Intanto sua sorella, così dotata, supponiamo, rimaneva in casa. Ella non era meno avventurosa, immaginativa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, e non diciamo leggere Orazio e Virgilio. A volte prende-

va un libro, magari un libro di suo fratello, e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i suoi genitori e le dicevano di rammendare le calze o di fare attenzione all'umido in cucina, e di non perdere tempo tra libri e carte. Questi ammonimenti saranno stati netti, benché affettuosi, poiché si trattava di persone agiate, che sapevano come debbono vivere le donne, e amavano la loro figlia; anzi, è molto probabile che ella fosse la figlia diletta di suo padre. Forse riusciva a riempire di nascosto qualche pagina, su nell'attico; ma poi aveva cura di nasconderle o di bruciarle. A ogni modo, non appena arrivata alla pubertà, ella era stata promessa al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza protestò che il matrimonio era per lei una cosa abominevole; sicché suo padre la picchiò con violenza. Poi, cambiando tono, la pregò di non fargli questo danno, questa vergogna di rifiutare il matrimonio. Le avrebbe regalato una bella collana, oppure una bella gonna, diceva, con le lacrime agli occhi. Poteva forse disubbidirgli? Poteva forse spezzargli il cuore? Eppure la forza del suo talento la spinse al gesto inconsueto. Una sera d'estate Judith fece fagotto con le sue cose, scese dalla finestra e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano sulle siepi non erano più musicali di lei. Ella possedeva, come suo fratello, la più viva fantasia, il più vivo senso della musica delle parole. Come lui, si sentiva attratta da teatro. Bussò alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia. L'amministratore - un uomo grasso, dalle labbra spesse - proruppe in una gran risata. Disse qualcosa sui cani ballerini e sulle donne che volevano recitare; nessuna donna, disse, poteva essere attrice. Egli accennò invece... ve lo potete immaginare. Nessuno le avrebbe insegnato a recitare. D'altronde non poteva mangiare nelle taverne, né girare per le strade a mezzanotte. Eppure il genio di Judith la spingeva verso la letteratura; ella desiderava cibarsi abbondantemente della vita degli uomini e delle donne, studiare i loro costumi. Infine (poiché era molto giovane, e di viso somigliava molto a Shakespeare, con gli stessi occhi grigi e la fronte curva) Nick Greene, l'attore-regista, ebbe pietà di lei; Judith si trovò incinta di questo signore, e pertanto - chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero e intrappolato nel corpo di una donna? - si uccise, una notte d'inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle. " (Una stanza tutta per sé - Virginia Woolf) Giulia Brè e Daniela Pavesi

LA CONDIZIONE DELLA DONNA NELLA SOCIETA’ ISLAMICA

Non è facile definire la posizione della donna nella società islamica perché non tutti i paesi islamici sono conformi alla stessa corrente di pensiero, infatti la condizione della donna varia da paese a paese, dalla posizione sociale e dall'ambiente in cui vive. L'Islam ha influito sulla posizione femminile ma non è stato l'unica causa di una società dominata dagli uomini. Analizziamo le principali forme di sottomissione, le loro cause e le speranze per il futuro: 1. La poligamia 2. La questione del velo 3. Il corano e le sue differenti interpretazioni 4. Il lavoro 5. La riproduzione del modello patriarcale 6. Le mutilazioni sessuali 7. Le pratiche delle mutilazioni 8. Le motivazioni delle mutilazioni 9. Le età della pratica

Nel Corano vi sono molti passi che parlano di poligamia, l'uomo musulmano sente infatti la necessità di avere più mogli per il suo desiderio sessuale che è inevitabile. Una forma di poligamia assai diffusa è l’harem (che in arabo significa sacro). In Occidente quando si parla di harem si intende la situazione in cui un uomo vive con tante donne contemporaneamente. In realtà esistono due tipi di harem: quello domestico in cui vive una famiglia allargata, senza schiavi, spesso con coppie monogamiche, dove sopravvive l'usanza della reclusione femminile e quello imperiale che esisteva al tempo degli Ottomani, era situato in un enorme e sontuoso palazzo e comprendeva molte donne elegantemente vestite e circondate da schiave ed eunuchi. Il matrimonio e il divorzio possono avvenire per volere del marito o di entrambi, tuttavia esistono rari casi in cui è la sola donna che può chiedere il divorzio. Si tratta di casi particolari che variano da paese a paese e da scuola a scuola: per esempio secondo alcune dottrine la donna ha il diritto di chiedere il divorzio se il marito non adempie ai suoi doveri matrimoniali. Per alcuni giuristi la donna può divorziare solo se nel contratto matrimoniale il marito ha dichiarato che la moglie avrebbe potuto farlo in qualunque momento nel caso lui non avesse adempiuto ai patti stipulati, ma in realtà non risulta chiaro ciò che la donna deve fare. Per quanto riguarda il velo, che la donna dovrebbe indossare, una frase del Corano dice: "E di' alle credenti che non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d'un velo e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti, o ai loro padri, o ai loro suoceri, o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle loro donne, o alee loro schiave, o ai loro maschi privi di genitali, o ai fanciulli che non notano le nudità delle donne." I modernisti sostengono che questo ordine vale solo per le mogli del profeta mentre secondo i tradizionalisti è valido per tutte le donne. I modernisti inoltre sostengono che da questa e da altre frasi non si capisce se le donne si debbano coprire anche il viso. E' anche vero però che oggi lo chador per alcune donne è diventato più che altro un simbolo di riconoscimento nei confronti dell'Occidente. Negli anni '50-'70, c'è stata una grossa influenza da parte dei modernisti che hanno fatto in modo che molti hadith fossero cambiati. Alcuni paesi come l'Albania, paesi dell'Asia centrale e la Turchia, hanno cambiato del tutto il diritto islamico. Nei paesi dove è avvenuta questa riforma, alcuni cambiamenti positivi sono stati ottenuti e, per esempio, il tasso di analfabetismo della donna è diminuito parecchio. Secondo le statistiche i paesi in cui c'è il maggior tasso di analfabetismo, sono paesi rurali dove la donna non viene a conoscenza dei suoi diritti e così la cultura rimane chiusa e tradizionalista. In Giordania fu dichiarato lecito il rifiuta alla poligamia (1951). Anche in Siria nel '53 furono poste drastiche limitazioni alla poligamia. La Tunisia riuscì perfino a vietarla. Negli ultimi vent'anni c'è stata invece una grossa ripresa del tradizionalismo islamico. Durante questo periodo i fondamentalisti hanno cercato di ristabilire tutte quelle tradizioni che con fatica erano state superate. Secondo loro l'emancipazione femminile è una sconfitta nei confronti dell'Occidente. Risulta chiaro che la situazione della donna nell'Islam è difficile da definire. Ogni paese ha le sue leggi e ogni gruppo religioso sostiene cose completamente differenti dall'altro. E' molto difficile

riuscire ad arrivare a un accordo perché ognuno interpreta il Corano in maniera diversa ed effettivamente alcune frasi risultano alquanto ambigue. Sta di fatto che pochi hanno il coraggio di sostenere qualcosa che non sia in accordo con le affermazioni del Corano, e chi lo fa corre il rischio di passare come sovversivo e anti-islamico. Spesso, parlando della condizione femminile, le donne musulmane rivendicano i diritti garantiti loro dal Corano; ricercano alle origini della propria religione la possibilità di difendersi come donne, individuano nel libro sacro i passi che suonano a conferma delle loro posizioni e ne scartano altri senza farsi troppi problemi. Così, da sempre, si svolge la lotta per interpretare a proprio piacimento le fonti. L'Islam avrebbe assegnato alle donne il diritto al mantenimento dei figli e a quello dell'eredità e al divorzio, mentre in Occidente tali concessioni risalgono a tempi relativamente recenti. Non sarebbe l'Islam la causa dell'arretratezza femminile, ma tutto é imputato alle tradizioni maschili di origine tribale o culturale, che negano i diritti delle donne. L'Islam, al contrario, avrebbe posto fine a pratiche atroci e sottolineato l'importanza della famiglia, della società e della comunità, inoltre avrebbe conferito alla donna il massimo del rispetto, come moglie, figlia, lavoratrice. Il Corano sembrerebbe non imporre l'uso del velo né affermare l'obbligo di rimanere in casa. In generale, sembra che, risalendo alle origini del mondo musulmano, donne e uomini non avessero vite separate, così c'è chi si scaglia contro quelli che hanno "distorto" l'eredità di Maometto. Alcune di queste cercheranno di resistere, rifiutando il velo e rivendicando il diritto di uscire di casa barza (senza velo): una donna barza é "colei che non nasconde il suo volto e non china la testa, che si mostra alla gente riceve a casa propria". Perciò, se alcuni nell'Islam ufficiale moderno vogliono imporre l'equazione casa-Mecca affermando che essa è rintracciabile nella cultura dei tempi di Maometto, ci sarà subito chi ribatterà sostenendo l'infondatezza delle prove. E' infatti chiaro che, nell'ambito della questione femminile, c'è ampia possibilità di sostenere le proprie idee facendo ricorso alla religione in due modi esattamente antitetici e soggettivamente rivisitati. Coloro che emigrano in un paese straniero si indebitano per poter affrontare il viaggio e hanno bisogno di lavorare per saldare i propri debiti oltre che, naturalmente, per potersi mantenere. Le donne, inoltre, spesso lasciano nel loro paese d'origine la famiglia, di cui sentono la mancanza più acutamente degli uomini. Hanno un diverso modo di valutare il tempo, soprattutto le africane, hanno un ritmo di vita e di lavoro differente, quindi anche un modo diverso di lavorare. Per quel che concerne il lavoro le donne immigrate trovano per lo più impiego come colf presso case private o strutture pubbliche o, in casi più rari, come impiegate in altre attività del settore terziario (come guardarobiere, bariste, addette alle pulizie, commesse, cuoche o cameriere in locali pubblici). L'alternativa possibile a queste mansioni è per lo più un posto in qualche locale notturno, ma c'è anche una quota considerevole di donne immigrate che viene avviata alla prostituzione. L'età media delle donne immigrate è tra i 25 e i 39 anni, con qualche anno in più rispetto agli uomini, in quanto la donna del terzo mondo è impegnata in giovane età nel matrimonio e nella crescita dei figli più piccoli. Le donne immigrate soprattutto dai paesi africani, hanno maggiori difficoltà degli uomini ad integrarsi perché, oltre alla diversità dovuta al fatto di essere straniere, vivono una loro specifica diversità in quanto donne. Inoltre, e ciò è dovuto soprattutto alla mentalità del loro paese di provenienza che è in genere discriminante nei confronti di queste ultime, le donne fanno una maggior fatica ad entrare in contatto con la realtà del paese ospitante: hanno, solitamente, una minore conoscenza della lingua, delle strutture sanitarie, dell'assistenza sociale e delle culture del paese. Un altro elemento che incide negativamente sulle possibilità di inserimento è la presenza di mariti o di parenti maschi che limitano fortemente la capacità d'iniziativa delle emigrate e tendono a riprodurre le condizioni di subalternità delle donne nei paesi d'origine. Nel caso delle immigrate senza lavoro, disoccupate o casalinghe, che dipendono dal permesso di soggiorno del marito e non hanno diritto a esistere come soggetti autonomi, il contatto con la realtà diviene ancora più difficoltoso per la condizione di totale isolamento in cui vivono. Anche la carente scolarità di molte immigrate, specialmente africane e arabe, ostacola l'inserimento in una società che presuppone un certo grado di cultura anche per le mansioni più elementari e viene regolata da una molteplicità di norme che sono complicate e difficili anche per alcune fasce della popolazione italiana. La non conoscen-

za della lingua viene per esempio scontata nel rapporto con le strutture pubbliche. Le donne cercano di non frequentarle o, se costrette, si fanno accompagnare dai figli più grandi, da amici o parenti, in qualità d'interpreti. Ciò ne riduce l'autosufficienza e l'autonomia nella vita di relazione. Le statistiche recenti stabiliscono che circa 100 milioni di donne hanno subito una mutilazione del proprio sesso e la pratica continua a essere diffusa con una media di 2 milioni l'anno, soprattutto in Asia e nell'Africa sub-sahariana, dalla Mauritania alla Zambia fino alla Somalia, all'Eritrea e al Kenya. Non si tratta,quindi, di una zona omogenea dal punto di vista religioso e infatti questo tipo di pratiche non sono proprie di una particolare tradizione religiosa, come spesso erroneamente si pensa, ma si possono incontrare in popolazioni di fede musulmana, cattolica, protestante, copta e animista. La pratica si ritiene d'origine fenicia (ma secondo altri egiziana) e usata anche da romani. Si possono distinguere diversi tipi di mutilazioni genitale: 1) Circoncisione, o sunna (dalla parola islamica che significa "tradizione"), che consiste nel taglio del prepuzio o cappuccio del clitoride. 2) Recisione o escissione, cioè taglio del clitoride e di tutte o parte delle piccole labbra. 3) Infibulazione o circoncisione faraonica, che consiste nella asportazione del clitoride, delle piccole labbra e almeno dei 2/3 anteriore e spesso della intera sezione mediale delle grandi labbra. I due lobi della vulva vengono poi attaccati insieme con filo di sutura in seta o spine, affinché la parte risulti una superficie liscia e impermeabile, occludendo così l'accesso vaginale, eccettuata una piccolissima apertura, garantita dall'inserimento di sottili pezzetti di legno o da una cannuccia di giunco che consente il passaggio di urina e sangue mestruale. I rischi per la salute e le complicazioni a seguito di tali interventi dipendono dalla gravità della mutilazione, dalle condizioni igieniche in cui è avvenuta l'operazione, dall'abilità e dalla capacità dell'operatrice e dalla resistenza opposta dalla bambina. In ogni caso, immediate o a lungo termine, le complicazioni sono serie. Complicazioni a breve termine: a) Emorragia per la recisione dell'arteria vulvare o dell'arteria dorsale del clitoride. b) Shock postoperatorio (la morte può essere evitata solo con trasfusioni di sangue e rianimazione d'urgenza). c) Taglio accidentale di altri organi: per esempio utero, vescica. d) Tetano (spesso letale) e setticemia (dovuti per lo più alla poca igiene degli attrezzi usati). Complicazioni a lungo termine: a) Infezioni croniche dell'utero e della vagina. b) Cicatrici cheloidi sulla ferita vulvare di dimensioni tali da impedire la deambulazione. c) Formazione di fistole e prolassi (dovute all'ostruzione durante il parto) che causano incontinenza d) Dismenorrea, dovuta al fatto che il sangue mestruale non può fuoriuscire liberamente. e) Ascessi vulvari. f) Dispaurenia, ossia forti dolori durante i rapporti sessuali. g) Sterilità dovuta alle infezioni croniche delle vie urogenitali. h) Danni a seguito o durante il parto: eccessive perdite di sangue, rischio di soffocamento e danni neurologici al bambino. i) Trasmissione HIV: i danni provocati sull'organo genitale femminile rendono più elevato il rischi di contagio del virus dell'AIDS Le ragioni fornite sul motivo per cui vengono praticate tali operazioni sono stupefacenti, spesso contraddittorie e comunque contrarie a fattori biologici. Possono definirsi di tipo psicosessuale, psicosociale e psicoreligioso

. Motivazioni psicosessuali A) Ragioni legate a credenze: in alcune zone, specialmente in Etiopia e Somalia, la gente crede che se i genitali femminili non vengono recisi, assumeranno una forma anatomica simile a quella dell'uomo. In altre zone è radicata la convinzione che ambedue i sessi, maschile e femminile, convivano nella stessa persona al momento della nascita. Il clitoride rappresenta l'elemento mascolino di una ragazza e il prepuzio quello femminile di un ragazzo. Ambedue devono essere recisi per definire inequivocabilmente il sesso di una persona. B) Ragioni "etiche": molto spesso la ragione fornita è quella di attenuare il desiderio sessuale. Il clitoride è infatti il punto focale di tale desiderio e la recisione viene ritenuta come protettiva contro l'ipersessualità femminile, salvando la donna dalle tentazioni, dal dubbio e dalla "perdizione", favorendo la castità. Motivazioni psicosociali In tutte le regioni dove tale pratica viene eseguita la verginità femminile è un indispensabile requisito per il matrimonio e le relazioni sessuali extraconiugali sono bandite dalla legge stessa. In tali zone, quindi, una donna non recisa viene ridicolizzata, considerata indegna e spesso cacciata dalla comunità o, se vi rimane, non ha praticamente alcuna possibilità di matrimonio. Motivazioni psicoreligiose Viene spesso citato dai racconti popolari il nome del profeta Maometto come colui che avrebbe ordinato di ridurre il clitoride, ma non di distruggerlo. Un comandamento di questo tipo non può ritenersi autentico in base ad alcuna fonte affidabile e tuttavia, anche se non vi è nessun precetto religioso che imponga l'infibulazione, nella maggioranza dei paesi musulmani si crede che le donne non escisse siano religiosamente "impure" (najasa). L'età in cui si effettuano le mutilazioni può variare dai pochi giorni di vita, fino a circa sette anni o fino all'adolescenza. Le operazioni vengono praticate da donne che si tramandano questa pratica di generazione in generazione. Secondo una ricerca le "maestre" della circoncisione sono in maggioranza semi o del tutto analfabete, non prendono quasi mai precauzioni antisettiche prima di compiere le operazioni e sono consapevoli dello scempio che compiono. Ottengono in cambio di questo genere di servizi un compenso modesto. Godono di un grande prestigio: ricevono in dono cibo, stoffe e sono circondate da grande rispetto. La circoncisione e l'infibulazione sono, nella grande maggioranza dei casi, imposte alla figlia o a qualsiasi membro femminile della famiglia dalle donne stesse (madri, nonne, zie, sorelle) più che dagli uomini, come un dato normale e inevitabile della vita comunitaria. Opporsi a tutto ciò nella società di origine vuol dire perdere l'onore della propria famiglia, essere esclusi dal clan di appartenenza o dal villaggio di residenza o essere derisi e ridicolizzati. Nella vita di una donna, la mutilazione sessuale costituisce un marchio, una ferita psicologica dalla quale molte non riescono a riaversi mai più. Si sentono profondamente umiliate; il rapporto con l'uomo viene percepito esclusivamente attraverso il dolore. Il mi-

nimo che può succedere, se non c'è dolore, è la mancata o ritardata risposta agli stimoli sessuali, insoddisfazione, mancanza di gratificazione, infelicità. Questo produce e solidifica una sorta di reciproco muto antagonismo tra i sessi. Le donne che subiscono una mutilazione sessuale si dividono, comunque, in due categorie: 1) Quelle che accettano le dolorose conseguenze delle mutilazioni come un prezzo da pagare alla conservazione della propria integrità culturale; 2) Quelle che si sono sentite obbligate a qualcosa che non possono proprio accettare. Le prime vanno incontro ad un sacco di conseguenze fisiche: l'83% delle circoncise avrebbe bisogno di continuate cure. Le seconde devono affrontare anche seri problemi mentali. L'inizio della vita sessuale è traumatico: le donne infibulate vengono tagliate, quanto va bene, con un coltello, altrimenti con un coccio o un pezzo di vetro: quello che le aspetta è penetrazione dolorosa e frigidità certa. Oggi questo problema non è limitato ai paesi africani ma si va estendendo anche in alcuni paesi europei. Il consistente flusso migratorio dall'Africa all'Europa ha infatti portato alla creazione nei paesi europei di gruppi etnici africani omogenei che tendono a ricostruire le loro regole sociali. Molte delle donne immigrate e viventi in Europa sono infibulate e alcune, dopo il parto, chiedono di essere reinfibulate. Altre fanno venire appositamente dal loro paese d'origine una donna esperta in pratiche tradizionali, perché infibuli la propria figlia, o addirittura fanno una vacanza nel loro paese con lo scopo di infibularle. L'Occidente di fronte a queste pratiche ha sempre cercato di chiudere un occhio o comunque di non divulgare troppe informazioni. Di fronte ad un riscontro diretto con queste pratiche e invitato a prendere posizione, l'Occidente mostra spesso un'ipocrita tolleranza in nome del rispetto delle diversità culturali.
Greta Sacchi e Mara Borelli

DONNE:LA PARITA’ E’ ANCORA COSI’ LONTANA? 05 -04-2004 04Si fa presto, oggi, a parlare della raggiunta parità di diritti della donna rispetto all’uomo; ma chi conosce, sia pure vagamente, le tappe del travagliato cammino che ha condotto a tale conquista, ovvero conosce la dura storia pregressa della condizione femminile? Come è facilmente immaginabile, dalle antiche civiltà primitive ad oggi la donna ha subito una notevole evoluzione, sia nel campo sociale e nell’espressione della propria personalità, sia in quello giuridico e politico. La sua condizione è apparsa socialmente assai varia attraverso i secoli, in rapporto all’evoluzione politica e giuridica dei popoli e ai diversi fattori geografici e storici. Tuttavia si può asserire che, quasi in ogni epoca e in ogni regione, la donna ha goduto di un trattamento generalmente meno favorevole di quello dell'uomo. Le maggiori difficoltà di riconoscere una parità di trattamento fra i due sessi sono dipese, tra le altre cose, da una presunta inferiorità fisica della donna nonché dalla difficoltà ad ammetterne il diritto di proprietà e dal timore che l’attività femminile potesse mettere in pericolo l’occupazione maschile. Nelle civiltà patriarcali essa ebbe l’unica funzione di assicurare la discendenza alla famiglia, quindi svolse un semplice ruolo riproduttivo. L’uomo, da parte sua, si attribuì sempre il diritto di ripudiare la moglie sterile, di avere una seconda moglie o una concubina; ma la prima moglie doveva restare sempre fedele al marito, sia che avesse sia che non avesse procreato dei figli. Malgrado gli elevati livelli attinti dalla civiltà greca, questa fu caratterizzata da un’accentuata disparità tra i sessi, tant’è che neppure alle donne appartenenti alla classe agiata era consentito lasciare la propria dimora, se non in circostanze del tutto particolari; esse erano sottoposte alla patria potestà e soggette alla tutela del fratello o del marito. A Roma la donna godeva di una maggiore libertà e riceveva anche una buona educazione intellettuale, pur essendo sempre sottoposta al capofamiglia. La Chiesa cristiana non fece altro che ereditare questa concezione, aggiungendo che davanti a Dio “si è tutti uguali”

Solo con il Medioevo, però, ebbe inizio l’evoluzione intellettuale della donna, che toccò il suo punto più alto nel Rinascimento: il rinnovarsi della cultura umanistica e di quella religiosa in Italia fece emergere insigni figure di donne come Caterina da Siena, Vittoria Colonna... E l’ascesa della donna nella società proseguì ulteriormente nei secoli successivi. Questo processo fu particolarmente evidente nella società francese durante l’età illuministica e della Rivoluzione dell’89, popolata di importanti figure femminili: come Charlotte Corday, la rivoluzionaria che assassinò Marat(l’episodio venne rappresentato anche dal pittore Jacques Luis David) Inoltre,fin dai tempi più remoti le donne, forse per una loro presunta incapacità, furono tenute fuori dall’attività politica e giuridica. Nel mondo greco, ad esempio, gli ordinamenti più antichi concedevano alla donna un limitato esercizio dei diritti privati, tanto che questa non poteva disporre liberamente di un patrimonio di sua proprietà. Per il diritto romano, le donne dotate di patrimonio dovettero essere soggette a tutela. Nel Medioevo la Chiesa finalmente riconobbe dei poteri alle donne, sicché esse ottennero di amministrare patrimoni appartenenti a comunità religiose. Il Rinascimento, che pure - come si è accennato prima - favorì l’evoluzione intellettuale e sociale della donna, non le riconobbe altrettanto in campo giuridico: essa infatti non poteva contrarre obbligazioni senza il consenso del marito, né era ammessa una successione in linea femminile. Nel XVIII secolo non riuscirono neppure eventi come l’Illuminismo e la Rivoluzione francese a segnare progressi significativi nel regime giuridico della donna. Ci volle il nuovo Codice napoleonico, emanato il 21 marzo 1804, per garantirle dei diritti civili e tutelarne alcuni interessi patrimoniali. Qualche anno dopo la proclamazione del regno d’Italia, nel 1865, il codice dell’epoca sancì, nell’educazione e nel mantenimento dei figli, obblighi reciproci per i coniugi. Per ottenere, ad ogni modo, una completa emancipazione femminile, bisogna attendere il XIX secolo. Furono gli Stati Uniti d’America ad affrontare per primi il problema dell’educazione femminile non solo sul piano intellettuale ma anche professionale: le donne finalmente potevano accedere a un campo di studi pari a quello dell’uomo, con la creazione di nuove scuole, che furono dapprima esclusivamente femminili e, solo successivamente, miste. Nel XX secolo, le due guerre mondiali contribuirono fortemente al raggiungimento della parità dei sessi, anche grazie al fatto che la diminuzione della manodopera maschile aprì alle donne ogni campo del lavoro; ed il lavoro femminile crebbe progressivamente d’importanza con l’industrializzazione degli stati. Da ricordare è che le donne, ottennero il diritto al voto, per la prima volta, in soli dodici stati della Confederazione americana, alla vigilia della prima guerra mondiale (1914 – 18): l’esempio fu seguito a breve, durante tale guerra appunto, da altri importanti paesi europei. In Italia le donne poterono votare solo nel 1945, a seconda guerra mondiale ultimata, partecipando al referendum per la scelta istituzionale monarchia o repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. E’ solo dal 1956 che esse possono far parte, in qualità di giudici popolari, delle corti d’assise e del tribunale per i minorenni. Dal 1960 alle donne è consentito rivestire tutte le cariche pubbliche, eccezion fatta per quelle diplomatiche o consolari e per la carriera militare, le porte della quale cominceranno tuttavia gradualmente a schiudersi nel corso degli anni 90. Nel 1962 le lavoratrici raggiungono la piena parità dei diritti rispetto ai lavoratori, sicché alla donna italiana vengono riconosciute le medesime capacità dell’uomo nell’ambito del diritto privato. Ma è stato il movimento di liberazione della donna, che negli ultimi decenni del XX secolo ha avuto un particolare vigore, a dar voce al femminismo riformista che ha rivendicato ed ottenuto il rinnovamento del diritto di famiglia, la libertà di aborto, la possibilità di divorziare. Nel 1975, infatti, è andato in vigore il nuovo diritto di famiglia, regolato da un’apposita legge, per cui la posizione della donna giuridicamente e umanamente è diventata più sicura e stabile nell’ambito della famiglia e nei confronti del marito. Con questa nuova legge la patria potestà, cioè il diritto – dovere di educare i figli, spetta in misura uguale ad entrambi i genitori. Si è stabilito, così, il principio della perfetta uguaglianza fra i coniugi, che viene esteso anche all’amministrazione e al possesso dei beni materiali della famiglia. Un’altra legge, nel 1977, ha sancito l’assoluta parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, proclamando che è vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, come è vietata la disparità di retribuzione, la discriminazione nell’attribuzione delle qualifiche, delle mansioni e della progressione di carriera. Tale legge riconosce altresì il diritto di assentarsi dal lavoro nonché il trattamento eco-

nomico per la lavoratrice madre: diritto riconosciuto anche al padre lavoratore, quando i figli siano affidati solo a lui. In realtà questo però non accade sempre:le donne con famiglia riescono difficilmente a far carriera, poiché la loro prima occupazione è rivolta ai figli, al marito, alla cura dei genitori anziani e alla casa. Il datore di lavoro preferirà dunque promuovere un uomo, che garantirà una presenza costante, invece che ad una donna. Quindi, nonostante si sia raggiunta la parità giuridica, nella vita quotidiana questa rimane ancora lontana. Dunque che fare per continuare, o meglio, migliorare il cammino della storia della donna? In futuro i bambini dovranno essere abituati in famiglia e sicuramente nella scuola primaria ad interiorizzare nuovo modelle di comportamento alla vita quotidiana, che favoriscano una cultura di parità nei modelli comportamentali della vita quotidiana, così come già avviene nei paesi del Nord-Europa. L’educazione dei cittadini del futuro, di conseguenza, dovrà portare allo sviluppo del protagonismo di uomini e donne, sia nell’ambito domestico che in quello lavorativo; inoltre dovrà essere spezzata la mentalità che oppone il maschile al femminile ed infine occorrerà potenziare l’autonomia personale e la capacità collaborativi dell’intera famiglia,soprattutto nei compito domestici. Le donne così come sono oberate dalle mille incombenze quotidiane non possono andare avanti. Lo ha gridato anche il Presidente Ciampi: uomini c’è bisogno di un vostro effettivo impegno!!!!

Ferrandi Claudia Saggio breve tratto dal settimanale “Noi donne” IL LUNGO CAMMINO VERSO L’EMANCIPAZIONE
La condizione della donna nel mondo è sempre stata caratterizzata da una certa inferiorità sia sul piano sociale, che su quello giuridico e politico, anche se ai nostri giorni la differenza tra il sesso maschile e quello femminile è sicuramente molto meno evidente. In Occidente la vita delle donne è migliorata nel corso dei secoli grazie a leggi che tutelano i loro bisogni e i loro diritti, ma nei paesi orientali, e soprattutto nei contesti islamici, la mentalità e i costumi, ancora molto legati alla tradizione, rendono la loro esistenza tutt’altro che facile. In Afghanistan, per esempio, le donne non possono né uscire di casa, né andare a scuola; la loro libertà è talmente limitata da essere addirittura minore di quella delle antiche matrone romane. Queste ultime, infatti, anche se erano sempre sottoposte all’autorità del marito, avevano un ruolo fondamentale nella famiglia, non solo come madri e custodi della casa, ma anche come consigliere del marito, e inoltre ricevevano un’istruzione regolare. Molte figure femminili dell’antica Roma, cantate da illustri poeti latini, come Ovidio e Properzio, non erano solo dotate di grande fascino e forza di seduzione, ma erano anche molto raffinate ed istruite soprattutto nel campo dell’arte e della poesia. Ritornando ad epoche più recenti è importante osservare che, fino alla fine del XIX secolo, l’unica funzione della donna è stata quella di occuparsi della casa e della famiglia, ma con la rivoluzione scientifica essa iniziò a conoscere anche il mondo del lavoro. Il lavoro femminile era, però, difficilmente riconosciuto e per questo lo stipendio era nettamente inferiore a quello dei lavoratori maschi. Nello stesso periodo nacquero le prime associazioni femminili che rivendicavano il diritto di voto, ma le loro richieste inizialmente non furono tenute in grande considerazione. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, gli uomini furono costretti ad abbandonare le famiglie e i posti di lavoro per recarsi al fronte. Le donne si dimostrarono perfettamente in grado di sostituirli sia nelle fabbriche sia nei campi. Nonostante questa prova di grande forza d’animo, nel dopoguerra furono rimandate a casa ed accusate di “rubare” il lavoro ai reduci. In Italia il diritto di voto fu loro riconosciuto solo nel 1946 e a partire da questo momento il movimento di emancipazione femminile si fece sempre più agguerrito: con il passare del tempo, infatti, la donna ha conquistato posti di lavoro sempre più autorevoli e che una volta non avrebbe mai sognato di avere.

La donna schiava sottomessa all’uomo non esiste più; essa ha preso sempre più coscienza di sé e delle proprie capacità e quindi rifiuta quella vita che fino a poco tempo fa accettava con naturalezza. Anche la figura della casalinga che dedica tutta la sua vita alla famiglia va scomparendo, e il suo posto viene preso da una nuova donna che condivide la responsabilità familiare con il marito e che ha innumerevoli interessi oltre a quelli domestici. In alcuni casi l’emancipazione femminile ha avuto delle conseguenze non del tutto positive, soprattutto sul rapporto madre-figlio. Molti ragazzi sono cresciuti senza conoscere quella persona che avrebbe dovuto mostrare il comportamento da tenere; senza quella voce che avrebbe dovuto insegnar loro cosa è bene è cosa è male, che avrebbe dovuto consolarli nei momenti di tristezza e dividere con loro le prime gioie. Cipolla Jessica

EMANCIPAZIONE FEMMINILE: UN TRAGUARDO DA RAGGIUNGERE

Rivista culturale scolastica

In ogni parte del mondo per motivi diversi, religiosi, politici, culturali, le donne hanno sempre vissuto in condizioni di inferiorità e di discriminazione e hanno sempre dovuto lottare, molto più degli uomini, per ottenere pari risultati, spesso con gravi umiliazioni e sofferenze. A mano a mano che il ruolo di madre e di moglie, destinata a trascorrere tutta la vita tra le pareti domestiche occupandosi solo dell’educazione dei figli e delle cure della casa le è apparso sempre meno soddisfacente, la donna ha iniziato a studiare e ad entrare nel mondo del lavoro per liberarsi dal ruolo che la tradizione le ha sempre imposto. Le prime donne a ribellarsi agli schemi della società non hanno avuto vita facile, hanno dovuto lottare contro pregiudizi, spesso anche contro ostilità per conquistare quei fondamentali diritti che hanno reso possibile l’attuale uguaglianza dei sessi. Ma il problema della donna neppure oggi è pienamente risolto, basti pensare alle donne afgane, “sepolte” in un burqah, un abito che non lascia intravedere nemmeno gli occhi o alla svaria, la legge islamica, applicata in Algeria, che relega la donna in una condizione di totale inferiorità. Solo con la nascita della società industriale si è presentata, talvolta anche drammaticamente, la

questione della condizione femminile, quando la necessità di una manodopera a buon mercato ha portato la donna a lavorare nelle fabbriche. Il giorno 8 marzo si celebra la giornata della donna, una ricorrenza che ricorda l’origine lontana e tragica di questa manifestazione. L’8 marzo 1908, a New York, 129 operaie della fabbrica tessile Cotton morirono bruciate vive dentro i capannoni dove il padrone le aveva chiuse a chiave perché protestavano contro le inumane condizioni di sfruttamento a cui erano sottoposte. Nel 1910 Clara Zetkin, una donna tedesca che partecipò intensamente alla vita politica del suo paese e fu tra i fondatori del Partito Comunista Tedesco, riprese quella data e la rivendicò come giornata di lotta per la donna. Infine, l’8 marzo 1917, a Pietroburgo, le operai tessili della città davano inizio al primo moto di una rivoluzione che sarebbe diventata entro pochi mesi la Rivoluzione d’ottobre. Le donne hanno sempre trovato la forza di lottare per ottenere quello che non hanno mai avuto: il riconoscimento della loro personalità, dell’autonomia delle loro decisioni, del diritto ad essere libere, diverse da come la tradizione le ha sempre volute. Rivista culturale scolastica Borelli Mara

PROPOSTE E SUPPOSIZIONI PER DEFINIRE LA SOSTANZA D’UNO SPIRITO FEMMINILE
La donna come antagonista dell’uomo e come suo complementare L’uomo non saprebbe d’essere tale se non avesse accanto a sé un’identità- femminile che conferisce, inoltre, alla rudezza maschile n tocco di classe. Quando osserviamo passare un goffo uomo accanto ad una raffinata figura femminile il complesso appare più gradevole ai nostri occhi perché la donna possiede, a mio parere, questa sua naturale predisposizione all’equilibrio delle forme. Non vorrei mai sostenere la necessità di avere un mondo i cui abitanti siano solo individui femminili, qualora fosse possibile per la riproduzione, poiché l’unione di opposti è la forza di questa terra. La donna è portata ad ospitare in grembo una nuova vita ed è forse per questo motivo che possiede caratteristiche di grazia, leggiadria e dolcezza che sono presenti anche nella mascolinità più accentuata. Attraverso il procedimento di maternità la donna crea dentro di sé le condizioni per il sostentamento di una nuova vita ; è un’azione involontaria ma che ci fa capire come la natura possegga un meccanismo complesso e raffinato che assegna ad ogni individuo il suo compito e né fornisce così gli strumenti per adempierlo. Femminile è sempre stata considerata madre terra, femmina lo è pure la luna dalla notte dei tempi, femmine lo sono le stelle, la nostra galassia ed anche il pianeta terra. Chissà come ma sembra essere donna tutto ciò che dia vita o che almeno abbia questa particolare caratteristica di Procreare. Ciò che più mi preoccupa è che in questi ultimi anni di grande omologazione dei sessi, da quando è subentrato nel mondo femminile il “pantalone” ( in effetti possiamo contrassegnare quest’evento come l’inizio del cambiamento ) la donna sta perdendo sempre più la sua vera sostanza divenendo quasi paragonabile all’uomo anche e soprattutto nel modo di pensare, cosa più preoccupante. Guardiamo, per esempio, le innumerevoli donne soldato che hanno scelto questa strada per affermare se stesse e la propria natura di donna o perché hanno sentito dentro di loro un’aggressività crescente che prima le donne celavano o comunque non dichiaravano in maniera così palese. Sembra che l’attributo “femminile” stia assumendo sempre più connotazioni forti. La donna ha grinta, è padrona di tutto ciò che sta sotto la sua giurisdizione e possiede la volontà di vivere… La donna si sta forse riscattando da quegli anni oscuri passati in silenzio ad asservire l’uomo ? Ricordo che i futuristi furono i primi a stravolgere la figura di donna esaltandone taluni attribuiti. “La macchina è donna” sostenne D’Annunzio, forse questo ci dimostra come si apprezzi più l’eleganza e la prestazione che altro. La donna che diventa sempre più aggressiva e violenta in realtà lo fa per piacere a l’uomo, ossia per motivi di sudditanza nei confronti del suo antagonista. Io penso che non sia piacevole per sé ma piuttosto la grinta della donna da sicurezza all’uomo che, a mio parere, sotto la dura corteccia dell’apparenza, cela una de-

bolezza del tutto umana. E così lo spirito femminile, da sempre libero, si piega alle sorti di questo mondo conformandosi e omologandosi ad una società che non lo rispecchia e che non gli rende giustizia. Ha troppo sofferto per essere ancora schiava, nel duemila e quattro, della cupidigia degli uomini. In fondo sembra essere sempre stata l’anello di congiunzione tra questo e il mondo del divino per le sue caratteristiche di grazia e innocenza. Dante ha scelto la compagnia di una donna per arrivare a Dio ed i massimi poeti dell’antichità facevano uscire dal loro inconscio le più belle poesie ispirati da figure femminili. Forse questo “essere” dovrebbe trovare la forza di liberarsi dalle catene che gli pone la società per volare ancora libero nello spazio infinito alla ricerca della propria autenticità e della propria salvezza. Saggio breve tratto dal mensile “Io donna” Brè Giulia Passato e presente: il ruolo della donna nella società Antonella Ruspi 5^G saggio breve Il problema della condizione della donna nella società è sempre stato ampliamente trattato fin dai tempi più antichi. Anche nel passato infatti una della situazioni più controverse era quella delle donne: da un lato il loro contributo era fondamentale per la sopravvivenza della società, e dall’altro si cercavano motivi per sostenere una differenza e un’inferiorità che giustificassero le discriminazioni. Per le donne impegnate nella lotta per la parità dei sessi non era facile controbattere queste affermazioni nonostante da millenni ad esempio il campo dell’agricoltura veniva portato avanti proprio da loro: le contadine infatti erano la prova vivente che la debolezza fisica delle donne era soltanto la caratteristica tipica di una minoranza aristocratica e oziosa. Inoltre c’era da ricordare le molte situazioni in cui esse avevano saputo assumersi grandi responsabilità (ad esempio durante la prima guerra mondiale avevano preso il posto degli uomini nelle fabbriche) dimostrando di essere perfettamente all’altezza degli uomini. Tuttavia il loro diritto ad essere considerate alla pari rispetto all’altro sesso si affermò solo agli inizi del ‘900 dopo numerose lotte. Innanzitutto vi fu il diritto di voto, cioè la possibilità di eleggere coloro che governeranno il paese e quindi di influire sulle scelte politiche che poi determineranno la vita di ciascuno. Molto importante è anche il diritto di ricevere per il proprio lavoro un salario uguale a quello degli uomini; nelle industrie infatti le donne tendevano a venir pagate meno rispetto agli uomini e in alcuni paesi le leggi che vietano questa discriminazione sono solo una conquista recente. La donna inoltre ha dovuto lottare per avere il diritto di svolgere ogni tipo di lavoro, infatti fino a poco tempo fa numerose professioni erano destinate soltanto agli uomini senza una vera motivazione. A partire dal XX secolo si affermarono così le prime donne medico o giudice ma solo oggi le donne hanno accesso ad attività che fino a ieri erano considerate tipicamente maschili come ad esempio quelle di agente di polizia o di pilota d’aereo. Prima di arrivare a questo però hanno dovuto conquistarsi il diritto a ricevere un’istruzione che desse loro le stesse opportunità di scelta che avevano i coetanei maschi e anche questa è stata una conquista lenta e faticosa. Il diritto al lavoro fu una conquista molto importante per le donne perché in questo modo esse erano libere dalla necessità di sposarsi per garantirsi la sopravvivenza ed erano anche indipendenti dal punto di vista economico. Infatti, fino agli inizi del secolo una donna nel prendere una decisione importante su questioni di denaro doveva spesso dipendere dal parere del padre, del marito o di un fratello. Eleggere, ma anche essere elette, entrare nel mondo del lavoro, occuparsi del proprio denaro, decidere il proprio matrimonio: tutti questi diritti hanno reso la donna col passare degli anni sempre più simile all’uomo nel campo delle pari opportunità, soprattutto per quanto riguarda i paesi occidentali. Purtroppo però questa situazione non è uguale in altre parti del mondo dove il diritto all’uguaglianza rimane ancora una meta molto lontana. L’innocenza infranta Milano, 15 Aprile 2004 La donna è sempre stata considerata e ritenuta braccio destro dell’uomo, suo

amico fedele e servizievole. E' stato così per molto tempo, fino ai giorni nostri, quando la situazione si è rovesciata: ora è l’uomo in ombra, oscurato dalla potente figura della donna. Per molti secoli il ruolo del cosiddetto “sesso debole”, non è stato tenuto in gran considerazione, ma ha avuto in ogni caso, anche se a volte non riconosciuto, una grande importanza nella società,. Fin dal Medioevo la donna, considerata “la regina del focolare”, era destinata esclusivamente alla cura della casa e dei figli, quindi le era negata istruzione e svago. Con il passare del tempo la sua posizione sociale migliorò e la donna si fece sempre più spazio, a volte anche sgomitando tra gli uomini. Nel '700 la donna (stiamo parlando di quella nobile naturalmente) deteneva la cultura; per opera sua nacquero numerosi salons dove gli intellettuali del tempo si riunivano per discutere di vari argomenti, dalla cultura alla politica, all’economia e ai fatti di cronaca. Il più importante era quello di Madame de Staël, figura significativa nella cultura romantica. Parigina di nascita fu costretta per il suo liberalismo antinapoleonico all’esilio in Svizzera, dove rimase per quattordici anni, interrotto però da frequenti viaggi in Europa che la misero a contatto con i maggiori intellettuali del tempo. Nota anche come scrittrice (ricordiamo tra i suoi vari scritti “De l’Allemagne”, 1810, studio complessivo sulla Germania e sui tedeschi ndr), ebbe però il merito principale di aver iniziato i suoi contemporanei alle letterature straniere. Solo nel primo ventennio del ’900 però si ebbe la definitiva emancipazione femminile per opera delle suffragette che appartenevano al movimento femminista inglese e rivendicavano il diritto di voto alle donne (il suffragio universale, dal quale appunto prendono il nome). Il movimento delle suffragette si diffuse successivamente in tutta Europa, anche in Italia, dove però le donne ottennero il diritto di voto solo nel ’46, quando si dovette scegliere, tramite referendum, la monarchia o repubblica. Solo grazie a queste vittorie donne-simbolo come Margaret Tatcher e Marilyn Monroe hanno potuto affermarsi. La prima, passata alla storia come Lady di Ferro per il suo carattere forte e per la sua antipatia per la sinistra e per il movimento sindacale, è stata per undici anni Primo Ministro del Regno Unito, dal 1979 al 1990. Le sue decisioni in campo economico e politico (lo smantellamento dello stato sociale, la privatizzazione di centinaia di aziende statali e la vittoria nella guerra lampo con l’Argentina per il possesso delle Isole Falkland) hanno scritto il suo nome a caratteri cubitali nel libro della storia dell’Inghilterra del ventesimo secolo. La seconda invece ha incarnato (e incarna tuttora) l’icona dell’anticonformismo e dell’indipendenza femminile. Di modeste origini e di condizione familiare disagiata (sua madre soffriva di gravi disturbi mentali, mentre suo padre l’aveva abbandonata ancora prima della sua nascita), Norma Jeane Baker Mortenson, in arte Marilyn Monroe, lavorò inizialmente presso un’industria aeronautica alla produzione di paracadute, ma ben presto la sua naturale ambizione e il suo corpo da pin-up le permisero di intraprendere la carriera di modella. Le porte dello show-business erano ormai aperte. La consacrazione definitiva come sex symbol arrivò nel ’53 con il film “Niagara”, al quale seguirono poi clamorosi successi come, “Gli uomini preferiscono le bionde”, “Come sposare un miliardario” e “A qualcuno piace caldo” a fianco di Jack Lemmon. Nonostante la sua tragica e precoce morte, comunque non si può non attribuire a questa donna così fragile ma allo stesso tempo combattiva, il merito di aver saputo trasmettere alle sue coetanee e alla generazione successiva l’impulso ad uscire dagli schemi convenzionali imposti fino allora da una società maschilista. Sebbene quest’”essere” così indifeso abbia perduto ormai quasi del tutto l’innocenza e la purezza di una volta, per molto tempo è stato fonte d’ispirazione per poeti e scrittori. Come non ricordare gli splendidi e melodiosi versi di Dante dedicati alla sua amata Beatrice; o ancora quelli di Petrarca che risuonano tuttora leggeri nelle nostre menti: “Chiare, fresche, dolci acque, ove le belle membra pose colei che solo a me par donna”…(Canzoniere CXXVI). Possiamo quindi affermare che la donna è sempre stata nell’immaginario collettivo fonte d’ispirazione non solo per poeti e scrittori, ma anche per fiabe e leggende. Le streghe che facevano i patti con il Diavolo e tenevano i Sabba sotto la luna piena, ad esempio erano donne; così pure le Sirene che ammaliavano i marinai con le loro suadenti voci. Ai giorni nostri comunque la tenera e materna femminilità che un tempo caratterizzava le donne è andata nella maggior parte dei casi perduta. Predominano ormai donne dal carattere forte, che impongono sempre di più la loro volontà a uomini deboli, che hanno smarrito con il tempo la loro autorità e rispettabilità. Concludo nella speranza che in un futuro la donna possa recuperare quell’innocenza e quel candore che la distingueva e che la rendeva così speciale.

-saggio breve tratto dal mensile “Grazia”di Greta Sacchi

UNA LOTTA PER LA LIBERTÀ
Da secoli l’universo femminile è impegnato, in una lotta che sembra non finire mai: l’emancipazione. Forse oggi questa lotta, è giunta a termine, in quanto le donne hanno ottenuto una propria indipendenza ed un ruolo importante all’interno della società. È fondamentale non generalizzare; possiamo intendere questa lotta compiuta, se osserviamo la realtà femminile occidentale molto diversa da quella di diversi paesi orientali dove la donna vive in pessime condizioni, assoggettata da una figura maschile soffocante, che condanna ogni tentativo di emancipazione. Per capire a fondo su quali principi poggia la pessima situazione di milioni di donne , in occasione dell’8 marzo, festa della donna, presso l’istituto Maffeo Vegio di Lodi, venerdì 6 marzo alle ore 21. 00 si terrà un dibattito organizzato da alcune classi e basato su un’ampia documentazione contenente vere testimonianze. Per noi, donne occidentali, libere ed indipendenti è difficile accettare l’idea che esistano ancora paesi nei quali si svolgono pratiche come l’infibulazione, dove le donne sono costrette ad indossare il burqa, costrette ad essere sempre affiancate da un accompagnatore per ogni minimo spostamento, insomma trattate come veri e propri oggetti. La lista delle regole alle quali queste donne vengono sottoposte quotidianamente potrebbe essere infinita; mi sono limitata ad elencarne alcune in quanto bastano come negazioni del diritto stesso alla vita. In base a queste considerazioni sembra necessario che l’intero universo femminile si mobiliti in aiuto di donne che vivono da secoli in condizioni miserabili, in paesi dove, ogni tentativo d’indipendenza viene stroncato prima che nasca. È un processo molto lungo ed impegnativo che ha come primo nemico l’ignoranza presente in questi paesi. È un cammino che deve coinvolgere il mondo intero ed ambo i sessi, scandito in diverse tappe che permettono di sconfiggere stupide credenze inculcandone di nuove. Il primo passo è quello di riuscire ad aprire gli occhi a donne che a causa di credenze inculcate loro fin dall’infanzia, a causa dell’ignoranza non si rendono conto della loro posizione d’inferiorità; solo dalla consapevolezza del proprio disagio può avere inizio il cammino verso il miglioramento. Un impegno costante in questa lotta, nutre di speranze il futuro di queste povere donne private della libertà, diritto fondamentale di ogni essere umano. Francesca Parmini Il cittadino 12.04.04 Donne mai più spezzate: continua la lotta contro l’infibulazione -LodiIn occasione dell’approvazione in Senegal della legge che proibisce gli interventi di mutilazione degli organi sessuali femminili, la redazione del Cittadino ha deciso di chiarire meglio questo argomento molto toccante soprattutto per le lettrici femminili. Queste pratiche comportano l’esportazione parziale o totale degli organi genitali esterni della donna accompagnata dall’obliterazione quasi completa della vulva. Le donne vittime di queste atroci torture sono le abitanti di oltre 25 Paesi africani tra cui l’Arabia Saudita,il Bahrein,gli Emirati Arabi,l’Oman,lo Yemen del Sud,l’India,l’Indonesia,la Malesia e il Pakistan. La cosa più spaventosa è il fatto che queste pratiche sono tradizionali in quanto simbolo di valori sacri e inviolabili. Fortunatamente però nell’ultimo periodo qualcosa sta cambiando: molte donne e uomini (so-

prattutto in Africa) organizzano cerimonie di iniziazione spiegando che queste pratiche nuocciono gravemente all’integrità fisica della bambina. Grazie ai flussi migratori verso l’Occidente questo problema è stato affrontato anche dai paesi dell’Ovest prendendo posizione ed emanando leggi specifiche. Per esempio nel 1980 l’O.M.S. considera le pratiche mutilatorie un problema di salute pubblica di cui condanna ogni forma mentre nel 1986 la Commissione per i Diritti Umani ha confermato che queste pratiche rappresentano un serio rischio per la salute mentale e fisica della bambina e della donna. In Italia sono presenti molte donne con mutilazioni genitali ovviamente provenienti o appartenenti a culture di Paesi dove sono diffuse. Comunque sia non si ha la possibilità di conoscere il loro numero. Le pratiche più frequenti che vengono effettuate sulle bambine e sulle donne sono l’infibulazione, l’escissione, la circoncisione e l’infibulazione inversa. La circoncisione è la meno dannosa e consiste in una piccola incisione nel cappuccio del clitoride o nell’asportazione di tutto il cappuccio. L’escissione comporta l’esportazione di tutta il clitoride e a volte anche delle piccole labbra. L’infibulazione invece è la forma più aggressiva e mutilante: consiste nell’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e parte intera delle grandi labbra. Le conseguenze di queste pratiche sono devastanti e le complicazioni sul corpo della donna sono tantissime,da quelle immediate a quelle medio e lungo termine dovute anche al fatto che la mutilazione viene eseguita da persone inesperte, senza anestesia, con strumenti inadatti e in scarse condizioni igieniche. Nelle donne infibulate inoltre è molto difficile eseguire una visita ginecologica, di conseguenza non è possibile effettuare la prevenzione per i tumori all’utero e alla vagina. Un’altra conseguenza molto pericolosa è rappresentata dal fatto che queste donne non possono essere assistite adeguatamente nell’evoluzione della gravidanza, soprattutto nel caso in cui ci sia una minaccia d’aborto o di parto prematuro. Inoltre durante il parto è frequente un arresto delle contrazioni uterine oppure un ostacolo al passaggio del bambino. In Italia il ginecologo consiglia alla paziente la de - infibulazione prima o durante la gravidanza ma molte volte la proposta viene rifiutata dalla donna per motivi culturali o per il volere del marito. Spesso quindi si decide per un parto cesareo. Una cosa positiva però (se così la si può considerare) è il fatto che se il parto viene effettuato naturalmente, i dottori italiani sono obbligati a ricostruire i rapporti anatomici naturali e non possono effettuare la re – infibulazione. Il grande ostacolo che si pone, arrivati a questo punto, è la possibile richiesta da parte della donna di essere re – infibulata. Affrontare e combattere questo problema è senz’altro molto difficile ma non impossibile anche grazie all’aiuto di alcune strutture pubbliche italiane e all’esistenza di servizi di mediazione culturale come l’Ospedale Sant’Anna di Torino che accoglie donne e bambine extracomunitarie che hanno subito mutilazioni genitali. Daniela Acerbi L’IMMAGINE DELLA DONNA Il XX secolo è quello che ha segnato maggiormente l’affermazione delle donne nello spazio pubblico e nella conquista dei loro diritti sul piano della vita privata. Nelle società occidentali, gli ultimi decenni hanno visto il modificarsi del loro status giuridico, le condizioni della loro indipendenza, l’accesso a certe forme di potere e alla creazione artistica. Il IX secolo, con la diffusione e l’imposizione di una morale conservatrice, aveva imbavagliato le donne delle classi agiate e sfruttato le più povere al limite della tollerabilità. Le opere di autori come Engels e Zola descrivono quanto siano costati alle donne la modernizzazione del lavoro in fabbrica e l’urbanizzazione. La loro condizione è potuta migliorare solo a prezzo di dure battaglie, quando si sono associate alle lotte operaie cercando di far sentire la voce della specificità femminile. Oltre alla lotta perseverante e coraggiosa si sono prodotti eventi, talvolta tragici, che hanno contribuito ad accelerare l’evoluzione della condizione femminile; innanzitutto le guerre: con la mobilitazione di quasi

tutta la popolazione maschile, le due guerre hanno aperto alle donne l’accesso ad impieghi fino a quel momento ricoperti dagli uomini, non solo nei settori dell’industria legati alla produzione bellica, ma anche in funzioni riservate agli uomini. Le donne hanno così lasciato l’universo familiare per affrontare il mondo del lavoro e ciò ha profondamente trasformato la mentalità, le aspirazioni e ha fatto prendere coscienza delle loro capacità produttive ed intellettuali. Finita la guerra, la situazione si è invertita, con i governi che incoraggiavano le donne a ritornare a casa per lasciare il posto agli uomini di ritorno dal fronte. I progressi della tecnologia hanno favorito l’affrancamento degli obblighi domestici; i nuovi strumenti, le nuove macchine, ma anche i nuovi modi di preparazione dei prodotti a seguito della razionalizzazione della produzione facilitano l’adempimento delle funzioni tradizionali dal cucinare al pulire la casa. Negli anni ’70, il controllo legalizzato della procreazione e l’aborto hanno liberato, seppur spietatamente, le donne dalle gravidanze indesiderate. Gli ostacoli al controllo delle nascite, legati sia alle pressioni di tipo religioso sia alle condizioni dei paesi in via di sviluppo, costituiscono per alcune donne un fardello. Anche nei paesi “ricchi” esistono molti altri freni alla libera affermazione delle donne: per esempio l’avanzare della crisi economica ed il diffondersi delle famiglie con un solo genitore, in cui le donne svolgono le funzioni di capofamiglia e si assumono da sole la responsabilità dell’educazione dei figli e del loro mantenimento, le conducono molto spesso all’emarginazione. E’ incontestabile che le donne abbiano superato una dopo l’altra le barriere imposte dagli uomini. E’ cambiata la loro mentalità: ormai è accettato che una ragazza debba preoccuparsi del proprio futuro professionale allo stesso modo di un ragazzo; il matrimonio non è più l’unico scopo della vita, l’indipendenza economica e la possibilità di disporre liberamente del proprio corpo e della propria anima sono ormai idee insite nella personalità femminile. Il cammino da percorrere per le donne è ancora lungo, persistono ancora discriminazioni nel mondo del lavoro, sia per i salari che per le assunzioni, e non sono scomparsi gli ostacoli che sbarrano l’accesso a certe professioni, anche se alcune coraggiose riescono a superarli. I rapporti umani generati da questi profondi mutamenti pongono nuovi problemi ad entrambi i sessi. Della Valle Francesca

DAL FEMMINISMO ALLA DONNA OGGETTO
Da sempre la donna è stata assoggettata all’uomo perché se le civiltà preistoriche erano per lo più matriarcali, con il passare degli anni questo modello è stato sostituito da società patriarcali che consideravano l’uomo più forte. La teoria di questa inferiorità è stata poi rafforzata da credenze religiose; per esempio nel cristianesimo Eva viene posta da Dio sotto il controllo di Adamo, nell’induismo la moglie che venera il marito è considerata virtuosa, per non parlare della religione mussulmana in cui la donna è priva di diritti. Per contrastare questa concezione nasce così, nel tardo XVIII secolo in Europa, il movimento femminista, che si propone il raggiungimento dell’uguaglianza politico, economica e sociale tra i due sessi. Tra i diritti per cui le donne si mobilitano vi sono: il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il suffragio universale e la libertà sessuale. E’ soprattutto grazie alle suffragette, un gruppo di donne di tutte le classi sociali decise ad ottenere il diritto al voto, che tali richieste sono state ascoltate, infatti dopo lunghe manifestazioni, spesso duramente represse, la Nuova Zelanda è il primo paese che nel 1893 concede il suffragio universale, mentre in altre nazioni è necessario aspettare la prima guerra mondiale. Grazie a questi movimenti, la donna occidentale del XXI secolo, può finalmente concedersi il lusso di fare della propria vita, ciò che vuole. Da sempre destinata ad essere manipolata dall’uomo, senza poter scegliere il proprio futuro e destinata a consacrare la propria vita, in favore della famiglia, oggi la donna ha ormai spezzato la catena che la legava all’universo maschile ed è pronta a conquistare il mondo. Anche se molti campi lavorativi sono ancora di dominio prevalentemente maschile, la donna in carriera, indipendente e sempre in viaggio, è pronta a sfatare il mito del “sesso debole” dimostrando ai colleghi uomini che da sola ce la può fare. Prima costretta a vestire gonne e stretti bustini, ora può portare comodi pantaloni: nascondere il proprio corpo oppure mostrarlo. Purtroppo però negli ultimi anni tale libertà rischia di riportare la donna indietro nel tempo, in quanto rischia di essere apprezzata solo per la propria immagine. La moda dettata dall’audience televisivo, ha dimostrato che la donna oggetto, per la maggior parte svestita, attira molti più spettatori e così i programmi, sono diventati un insieme di gambe e pance scoperte. E’ dunque necessario combattere questa moda distruttiva partendo fin dalle più piccole, che vanno educate ad andare oltre all’immagine. Per esempio non trovo giusto che le bambole del giorno d’oggi assomiglino a delle prostitute, volgarmente truccate e con abiti succinti, perché giocandoci una bambina è spinta, anche se involontariamente, a seguire questo modello. Purtroppo c’è ancora poca consapevolezza riguardo il difficile cammino che ha portato quest’evoluzione, quindi importante è il ruolo degli educatori che dovrebbero insegnare all’ ragazze che, come diceva una canzone “oltre alle gambe c’è di più”, perché l’ignoranza è il nemico più pericoloso. Lapidazione: un'altra donna condannata a morte -Nigeria - Torna in primo piano un altro assurdo caso di condanna a morte per lapidazione. Dopo l'assoluzione di Safyna Hussaini, condannata per adulterio e "salvata" in appello dal tribunale di Sokoto, ora i riflettori sono puntati su un'altra giovane donna nigeriana: Amina Lawal. La sfortunata protagonista di questa vicenda è stata condannata alla lapidazione anch'essa per adulterio: ha avuto infatti un figlio fuori dal matrimonio. Amina è stata data in sposa dal padre all'età di 12 anni, ha avuto tre figli e all'inizio del 2001 ha ottenuto il divorzio dal marito. Negli undici mesi successivi ha frequentato un uomo del suo stesso villaggio, Yahaha Mohammed, che aveva promesso di sposarla, invece, quando lei è rimasta incinta, l'ha abbandonata. E' stata la stessa gente del villaggio ad accusare Amina, così lei e il suo uomo sono stati processati secondo la shaira: Yahaha è stato scagionato, la donna condannata alla lapidazione, avendo lei stessa confessato ed essendo la piccola nata Wasila la prova della "colpa". Amina non sapeva nemmeno che cosa fosse la shaira (legge coranica adottata in 12 dei 36 stati della Nigeria).Ora lo sa, conosce che cosa comporta la violazione di questa "legge" che non deriva da organi leDaniela Pavesi

gislativi, bensì direttamente da Dio; l'adulterio è un reato più grave dell'omicidio e perciò, per una donna, comporta la condanna a morte per lapidazione. Se la sentenza stabilita dal tribunale di Bakoro dovesse essere eseguita Amina verrà sepolta in una fossa scavata nel terreno, braccia comprese, lasciando solo la testa libera al lancio delle pietre. Secondo le "norme" i sassi non devono essere né troppo grandi da causare la morte immediata né troppo piccoli da non avere alcun effetto. Questa barbarie non si applica solo in Nigeria, ma è prevista anche in Somalia, Afghanistan, Arabia Saudita, Yemen, Iran, Sudan, Pakistan ed Emirati Arabi. Ogni anno decine di donne sono protagoniste di queste storie di ordinaria violenza, che purtroppo si consumano in silenzio. La storia di Amina invece è arrivata sino ai mas media dell'Occidente diventando l'icona delle tante Amina sparse nel mondo. Sembrerebbe che i paesi occidentali e le organizzazioni internazionali come Amnesty International non facciano nulla di concreto per risolvere il problema lapidazione, ma non è assolutamente così; il fatto è che il potere decisionale spetta solo ed esclusivamente ai governi locali, e la maggior parte di essi sono influenzati dai principi della religione islamica. E' chiaro che noi non abbiamo né il potere né il diritto di sconvolgere le ideologie che stanno alla base di diversi popoli e nazioni, ma di fronte a casi come quello di Amina non possiamo certo stare a guardare, infatti si parla di violazione del diritto alla vita. La pratica della condanna a morte per lapidazione è una delle peggiori forme di punizione ed è proibita sia dal Patto internazionale sui diritti civili e politici sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura; è persino incompatibile con la costituzione nigeriana, con gli impegni internazionali per la difesa dei diritti umani firmati dalla Nigeria stessa e con la Carta africana dei diritti umani e dei popoli. Sappiamo che la Nigeria è un paese violento, ma la vicenda di Amina è diventata ormai un simbolo. Tutti gli uomini mussulmani che cercano di usare il suo caso per una punizione esemplare si rileggano il Corano: dappertutto Allah difende l'umiliato, il povero, la vittima...Difenderebbe sicuramente anche Amina. La lotta di questa giovane nigeriana è diventata la lotta di tutte le donne: se si riuscirà a salvarla sarà anche la giustizia ad essere salvata e a trionfare sui pregiudizi e soprattutto sulle interpretazioni perverse dell'islam. Ratti Alessia