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L' ELETTRICITA' Corso teorico-pratico Parte 1

Introduzione
Questo corso ha un fine soprattutto pratico: non vi si tratteranno formule e teorie pi o meno astratte, ma si discuter nel modo piu' semplice possibile di fatti concreti, di immediata utilit, nell'intento di consentire a chiunque di impadronirsi di quelle poche nozioni di base, indispensabili per utilizzare l'energia elettrica con consapevolezza e con quindi con maggiori vantaggi, ed anche, diciamo la verit, con la soddisfazione di capirci qualcosa di piu'. Cominciamo quindi a parlare della corrente elettrica. Come dice la parola stessa, corrente e' qualcosa che scorre, che fluisce. La corrente elettrica e' in breve un flusso di cariche elettriche che ha luogo all'interno di alcuni materiali. Tali materiali, proprio perche' permettono alla corrente di attraversarli, vengono definiti conduttori. Altri materiali, attaverso i quali la corrente non riesce a passare, vengono definiti isolanti. I materiali conduttori che piu' ci interessano sono i metalli (ad esempio il rame, l'argento e l'alluminio, che vengono usati per costruire i cavi elettrici) ed i tessuti organici, vale a dire il nostro corpo (purtroppo anche noi siamo dei conduttori!). Tra i materiali isolanti ricordiamo il vetro, il marmo, la plastica, la gomma, il sughero, il legno e la carta (se sono ben asciutti). E' importante osservare che la corrente che scorre all'interno di un corpo, non e' qualcosa che viene dall'esterno: ogni corpo e' fatto di atomi, e sono proprio gli elettroni degli atomi che, per effetto di una forza applicata dall'esterno (chiamata forza elettromotrice o tensione o differenza di potenziale), cominciano a spostarsi da un atomo all'altro, dando origine al flusso di cariche chiamato corrente elettrica. La corrente elettrica puo' essere debolissima, come quella che, all'interno degli organismi viventi, trasmette gli impulsi nervosi; puo' essere abbastanza forte, come quella che accende la lampadina della nostra stanza, e puo' essere fortissima, come quella che fonde i metalli in un altoforno o fa camminare un treno a 150 km all'ora. Sappiamo bene che oggi senza la corrente elettrica si fermerebbe tutto, a cominciare dal computer dove stiamo leggendo queste parole. Dove troviamo la corrente in casa nostra? Naturalmente nelle prese, le comunissime prese di corrente. Occorre pero' fare una precisazione: nelle prese non c'e' la corrente, ma c'e' la tensione, ovvero quella forza che spinge gli elettroni a muoversi, dando origine alla corrente. Questa forza ha un valore ben preciso, che si indica con un numero, abbinato ad una unita' di misura: il volt; come diciamo Elisa e' alta 168 centimetri, possiamo dire che la tensione disponibile nelle prese di casa nostra misura 220 volt. Osservando bene una presa, vedremo che in essa ci sono tre fori: lasciamo perdere per il momento il foro centrale, che ha solo una funzione di sicurezza, e parliamo dei due fori laterali. La forza elettromotrice, o tensione, di 220 volt, e' presente in realta' solo in uno dei fori. Per semplificare, possiamo immaginare che in uno dei fori sia presente la forza che serve a spingere le cariche elettriche e che l'altro serva solo per ricevere le cariche che hanno terminato il loro percorso utile e se ne vanno. La tensione presente sulla presa, non produce alcun effetto finche' niente vi viene inserito; nel momento

in cui vi inseriamo una spina, per esempio la spina di una lampada, non facciamo altro che creare un collegamento tra il foro che spinge e quello che risucchia: nel filo della lampada comincia a scorrere una corrente elettrica, che ha come effetto l'accensione della lampadina. In figura 1 e' stato evidenziato con un tratto continuo tutto il percorso seguito dalla corrente, supponendo che essa si sposti nel verso indicato dalle piccole frecce bianche. Si vede che la corrente esce dal foro della presa contrassegnato col numero 1, percorre il filo di collegamento ed arriva alla lampadina. Il punto di contatto tra il filo e la lampadina e' rappresentato in questo caso dalla parte filettata, o torso, indicata con T; il torso e' a sua volta collegato col filamento e cosi', come si vede in figura, la corrente prosegue il suo percorso, attraversando il filamento della lampada (che si accende) ed uscendo dall'altro punto di contatto, rappresentato dal bottone metallico situato sul fondo della lampadina, indicato con C. Da qui la corrente, percorrendo il filo di ritorno, arriva nuovamente alla presa, dove entra nel foro numero 2 e se ne va. E' bene adesso spendere qualche parola sulla lampadina: come mai alcune lampade fanno tanta luce ed altre ne fanno molto poca, pur essendo tutte ugualmente collegate alla stessa presa dove, abbiamo visto, ci sono 220 volt? La spiegazione risiede nella quantita' di corrente che passa nella lampadina. Quelle che fanno poca luce vengono attraversate da poca corrente; quelle che fanno molta luce vengono attraversate da una corrente piu' forte.

Abbiamo visto che la corrente scorre per effetto di una forza detta forza elettromotrice o tensione; c'e' pero' qualcosa che contrasta di pi o di meno questa forza e tende a frenare lo scorrere degli elettroni: questa forza frenante, che dipende dalla natura del materiale attraversato, viene detta resistenza elettrica.
Maggiore e' questa resistenza e minore e' la corrente che riesce a passare (abbiamo visto che in certi materiali, detti isolanti, la corrente non passa per niente). Le lampadine che fanno piu' luce sono costruite in modo tale che il loro filamento, cioe' quel filo che si scalda e diventa incandescente, abbia una resistenza bassa e possa quindi far passare piu'corrente. Questo risultato si puo' ottenere in vari modi: 1- si puo' usare un materiale che per sua natura abbia una minore resistenza elettrica e quindi presenti una maggior attitudine ad essere attraversato dalla corrente 2- scelto un certo materiale, si puo' usare un filo piu' grosso: piu' e' grosso il filo, maggiore e' la corrente che riesce a passare 3- si puo' fare in modo che la lunghezza del filo sia minore: piu' corto e' il filo, piu' corrente passa. Riepilogando possiamo dire che: Un materiale puo' essere attraversato da corrente se e' conduttore. La corrente che passa in un materiale dipende da due fattori: 1- dalla forza elettromotrice, o tensione, applicata 2- dalla resistenza del materiale Con riferimento ad un conduttore di determinate dimensioni, se indichiamo con V la tensione applicata, con I la corrente che attraversa il conduttore e con R la sua resistenza, possiamo esprimere matematicamente la relazione che esiste fra le tre grandezze:

Aggiungiamo che la tensione si misura in Volt (lo abbiamo gia' visto), la corrente si misura in

Ampere e la resistenza si misura in Ohm. In pratica questo vuol dire che conoscendo il valore di due delle tre grandezze in gioco, e' possibile calcolare la terza. Se io ho un utilizzatore la cui resistenza R e' di 44 ohm e lo collego ad una tensione V di 220 volt, posso dire subito che nel mio utilizzatore passera' una corrente di 5 ampere, perche' 220 : 44 mi da' come risultato 5. Quando una lampada assorbe pi corrente di un'altra e quindi fa piu' luce, si dice che e' di maggiore potenza: cerchiamo allora di definire esattamente che cos' la potenza. E' intuitivo dire che la potenza dipende dalla corrente assorbita, ma non basta, perch se io faccio funzionare la stessa lampada con una tensione pi alta, ottengo una luce ancora pi forte (e magari la lampada mi si brucia). Ci significa che per parlare di potenza devo considerare non solo la corrente assorbita, ma anche la tensione a cui la lampada assorbe una certa corrente: questo porta a concludere che, dal punto di vista numerico, la potenza si calcola moltiplicando la tensione per la corrente. Per chiarire meglio quanto affermato, consideriamo le due lampadine illustrate in figura 2: quella a sinistra una lampadina per fari di automobili, ed progettata per funzionare con la batteria da 12 volt; quella di destra una comune lampada per l'illuminazione casalinga a 220 V. Pur essendo diverse nella forma e nella tensione di funzionamento, le due lampade sono progettate per assorbire la stessa potenza di 40 W; infatti, la prima, collegata alla batteria dell'auto, assorbe una corrente di 3,3 A mentre la seconda, collegata alla presa da 220 V, assorbe una corrente di 0,18 A. Calcoliamo la potenza Figura 2 nei due casi: per la lampada da auto abbiamo P = 12 x 3,3 = 39,6 watt; per la lampada di tipo domestico abbiamo P = 220 x 0,18 = 39,6 watt. Come si vede, a parit di potenza, pi bassa la tensione di funzionamento, pi alta la corrente assorbita. Tutti i dispositivi che funzionano con la corrente elettrica, sono chiamati utilizzatori. La nostra casa e' piena di esempi di utilizzatori: frigorifero, lavatrice, asciugacapelli, televisione, stufette elettriche, tutti i dispositivi di illuminazione (piantane, lampadari, ecc.) e tanti altri. Se avete in casa il contatore, quella scatola nera con un disco che gira e che misura l'energia consumata, divertitevi a vedere come il disco gira con velocita' diverse a seconda degli utilizzatori che accendete; noterete che girera' piano quando attaccate per esempio un frullatore o un ventilatore, ma girera' molto piu' velocemente se attaccate alla corrente una stufetta o il forno elettrico. In pratica la velocita' di rotazione del disco dipende dalla corrente che in quel momento sta passando negli utilizzatori che voi avete collegato alla rete elettrica. Ogni utilizzatore e' caratterizzato da due dati: la tensione di funzionamento e la potenza che assorbe quando funziona a quella tensione. La tensione di funzionamento deve essere assolutamente rispettata, pena la distruzione dell'utilizzatore stesso; attualmente, come abbiamo gia' visto, la tensione nelle nostre case ha il valore unificato di 220 volt, e quindi e' poco probabile che un utilizzatore venga collegato ad una tensione errata. La potenza puo' variare, anche di molto, da un apparecchio all'altro; un televisore da 14 pollici assorbe circa 50 W, un trapano elettrico circa 450 W, un forno puo' assorbire piu' di 1500 W. Non e' possibile in genere far funzionare in casa utilizzatori di potenza superiore a circa 3000 W, altrimenti scatta la protezione di sovraccarico e si resta al buio. Naturalmente il discorso vale anche per piu' utilizzatori di potenza minore, ma fatti funzionare contemporaneamente: una lampada da 250 w, accesa mentre si usa un asciugacapelli da 1500 w, e mentre magari ci si scalda con una stufetta da 750 w, equivale

ad una potenza totale assorbita di 250+1500+750, e cioe' 2500 w. Una volta era comune trovare nelle case piu' di una tensione: non solo 220, ma anche 160 e 110 volt. Qualcuno si divertiva a prendere una lampada del tipo a 160 volt e la collegava a 220. La lampada faceva una bella luce vivida, molto piu' bianca e forte di quella normale, ma dopo poche ore era bella che bruciata! Questo succede perche', a causa della forza elettromotrice (o tensione) troppo elevata, nella lampada passa una corrente superiore a quella che il filamento puo' sopportare senza distruggersi. Se la stessa lampada fosse stata progettata per funzionare a 220 volt, il suo filamento sarebbe stato costruito con filo piu' sottile e sarebbe stato piu' lungo, in modo da opporre una maggiore resistenza alla corrente che cerca di passare sotto la spinta di una tensione piu' elevata. Questo ragionamento trova conferma nelle tre formule che abbiamo visto prima: una di esse ci dice che la corrente e' pari al valore della tensione diviso il valore della resistenza; e' chiaro quindi che se una lampadina deve funzionare ad una tensione piu' alta, deve essere maggiore anche la sua resistenza. Ma e' possibile calcolare quanto vale la resistenza di un filo? Certamente, e' possibile calcolare la resistenza di qualsiasi corpo o materiale, in base alle sue dimensioni ed alla sua composizione chimica e fisica. Tanto per gradire, anche la resistenza elettrica si calcola con una formula: Forse non tutti conoscono quella lettera che sembra un nove allo specchio: si tratta di una lettera greca, e si chiama ro. Con questa strana lettera ro (ma si potrebbe usare qualsiasi altra lettera) si indica la resistivita', cioe' una caratteristica fisica che specifica di ciascun materiale: il rame, per esempio, ha una resistivita' minore del ferro e quindi e' piu' adatto a far passare la corrente. Il nichelcromo ha una resistivita' elevata, pari a circa 60 volte quella del rame, e cosi' risulta adatto per la costruzione di resistenze elettriche, cioe' apparecchiature che sono utili proprio perche' presentano una resistenza elevata. Come esempio, proviamo a calcolare la resistenza di un filo di nichelcromo avente una sezione di 0,2 mm quadrati e una lunghezza di 10 metri. Occorre conoscere quanto vale la resistivita' del nichelcromo; cercando in un apposito manuale si trova resistivita' del nichelcromo = 0,9 ohm mmq/m il che significa 0,9 ohm di resistenza per ogni metro di lunghezza, quando la sezione misura 1 millimetro quadrato. Moltiplico il valore della resistivit (0,9) per la lunghezza del mio filo, che era 10 (metri) e poi divido per la sezione, che era 0,2 (millimetri quadrati) : ottengo come risultato 45; siccome e' il valore di una resistenza, diremo 45 ohm. Tanto per dare soddisfazione a qualche figura 3 matematico di passaggio, possiamo analizzare la formula della resistenza dal punto di vista dimensionale (figura 3): si verifica facilmente che esprimendo la resistivit in ohm mmq/m, la lunghezza in m e la sezione in mmq, si ottiene il L'

ELETTRICIT Corso teorico-pratico Parte 2

Nella parte 1 abbiamo parlato di tensione, corrente e resistenza, facendo sempre riferimento alle prese di corrente che si trovano nelle nostre case: l'elettricit che vi arriva prodotta in apposite

centrali elettriche e viaggia attraverso linee lunghe anche centinaia di chilometri. Esistono comunque altre sorgenti di elettricit, ciascuna con caratteristiche proprie e, come vedremo, molto diverse l'una dall'altra. Tutti noi ci siamo serviti almeno qualche volta delle pile, le comuni pile dette anche, impropriamente, batterie; le abbiamo usate magari per far funzionare la radiolina o il walkman. Quelle cilindriche, per esempio, esistono in vari formati (ministilo, stilo, mezzatorcia, torcia), ma forniscono tutte la stessa tensione: 1,5 volt. Che differenza c' allora tra una pila e l'altra? La risposta pi intuitiva : la quantit di energia che essa contiene. Se ad una di queste pile colleghiamo una piccola lampadina da torcia elettrica, adatta a funzionare a 1,5 volt, la lampadina si accender nello stesso identico modo con ciascuna pila; vedremo, per, che con una pila grande la lampadina rimarr accesa pi a lungo. Tale durata, che tanto maggiore quanto pi grande la pila, determinata da quella che viene definita Quattro tipi di pile, tutte con la stessa "capacit" della pila. La capacit una grandezza che tiene tensione di 1,5V; da sinistra a destra: conto sia della corrente erogata, sia del tempo per cui la ministilo, stilo, mezza torcia, torcia. pila riesce ad erogare tale corrente; per questo motivo, la capacit si calcola moltiplicando la corrente per le ore, e si misura in Ah (cio: amper-ora). Per fare un esempio, con la stessa pila possiamo far accendere per due ore una lampadina che assorbe una corrente di 0,5 A, oppure per quattro ore una lampadina che assorbe 0,25 A (cio met corrente della precedente); se calcoliamo la capacit, abbiamo nel primo caso: 0,5 x 2 = 1 Ah e nel secondo caso: 0,25 x 4 = 1 Ah. La capacit in ogni caso di 1Ah. Occorre comunque precisare che, a parte ci che si detto sulla diversa capacit, le dimensioni della pila determinano anche la massima corrente che questa pu fornire: proprio a causa delle diverse caratteristiche costruttive, una pila piccola non potr mai fornire la corrente che in grado di erogare una pila grande, nemmeno per un istante brevissimo. Quanto si detto fino ad ora, vale per quegli altri generatori di energia elettrica, come gli accumulatori o le batterie che troviamo nelle nostre auto o nei telefonini cellulari. A differenza delle pile, questi sono ricaricabili, sono cio in grado di incamerare nuovamente l'energia che hanno fornito e possono quindi essere usati per parecchio tempo. Una batteria per auto, come molti sapranno, ha una tensione caratteristica di 12 volt, mentre la capacit pu variare da circa 35 Ah a 70 od 80 Ah o pi. Quella raffigurata a lato ha una capacit di 60 Ah: pu fornire, ad esempio, 1 A per 60 ore, oppure 5 A per 12 ore, o Batteria da 12V per auto; questa nella ancora 10 A per 6 ore. foto ha una capacit di 60 Ah Pi alta la capacit della batteria e pi forte la corrente che essa pu fornire: in certi istanti, per esempio all'avviamento del motore, la batteria eroga, sia pure per tempi brevissimi, una corrente detta di spunto che pu arrivare ad alcune centinaia di ampere: chiaro quindi che una batteria di maggiore capacit facilita l'avviamento del motore anche in condizioni sfavorevoli. Ma esiste una grande differenza fra la tensione di una batteria (o pila o accumulatore) e quella che noi troviamo nelle prese di casa nostra. Non parlo del diverso valore, e cio dei 220 volt di casa o dei 12 volt della batteria

dell'auto, ma di una propriet caratteristica che comporta tutta una serie di vantaggi e svantaggi, che cercheremo di analizzare per sommi capi. Tornando alla nostra pila, la comune pila a stilo per esempio, osserviamo che essa viene utilizzata tramite due contatti metallici, che si trovano sulle due estremit opposte. Da un lato troviamo un bottoncino metallico largo pochi millimetri che sporge al centro di una superficie di plastica; in genere in sua corrispondenza disegnato un "+". Dall'altra parte troviamo il fondo della pila, completamente in metallo, che quello che in genere viene a contatto con una molla, quando la pila viene inserita nell'apparecchiatura ove deve funzionare. I due punti di contatto che abbiamo visto vengono chiamati "poli". Per la precisione uno, quello dove c' il bottoncino piccolo contrassegnato col "+", viene detto polo positivo; l'altro, il fondo metallico della pila, il polo negativo. La corrente fornita da una pila (o da una batteria o accumulatore che dir si voglia) esce sempre dal polo positivo, attraversa l'utilizzatore (per esempio la lampadina) e rientra dal polo negativo. Finch la pila carica ed eroga corrente, questa fluisce sempre nella stessa direzione e con un valore praticamente costante: una corrente con tali caratteristiche viene definita "corrente continua". Ben diversa la corrente che usiamo in casa prelevandola dalle prese, e che detta corrente di rete. Tanto per farci un'idea del suo comportamento, possiamo supporre che per un breve tempo la corrente esca da un foro della presa e rientri in quell'altro (vedi figura: istante 1); subito dopo immaginiamo che la stessa corrente cominci ad uscire dal foro in cui prima rientrava, per rientrare in quello da cui prima usciva (istante 2). Supponiamo poi che, dopo un altro breve intervallo di tempo, la situazione si inverta ancora, e cos via all'infinito. Nel caso specifico delle reti elettriche in Italia, la corrente cambia effettivamente direzione (o, meglio, "polarit") 50 volte al secondo; ci vuol dire che nel breve intervallo di un cinquantesimo di secondo, la corrente scorre in un verso per la prima met (e quindi per un centesimo di secondo) e nel verso opposto per l'altra met (l'altro centesimo di secondo). Ma non basta: oltre a cambiare direzione, la corrente fluisce con un valore che non costante, ma varia da zero ad un massimo e poi di nuovo a zero. Una corrente con tali caratteristiche viene definita "corrente

alternata", ed quella che pi usiamo nella vita di tutti i giorni, senza renderci conto di
come essa sia "inquieta". Per chi ama i grafici ed ha un p di confidenza con essi, la corrente alternata si pu rappresentare come nella figura che segue. Proviamo ad analizzare il grafico; in orizzontale rappresentato il tempo, con valori che vanno da 0 a 20 millisecondi, mentre sull'asse verticale, a sinistra, si trovano i valori di tensione. Vediamo che, a partire dal tempo 0, il valore della tensione cresce e, a 5 millisecondi dall'inizio, raggiunge un valore massimo di 310 volt. La tensione comincia poi a scendere, ed arriva a zero quando sono passati 10 millisecondi dall'inizio. Si vede poi che la tensione scende al di sotto del valore 0, per raggiungere nel punto pi basso un valore di -310 volt. Cosa significa il meno davanti al numero? Niente di particolare; una tensione di -310 volt esattamente uguale ad una di 310 volt: l'unica differenza che la corrente scorre in senso contrario. La tensione riprende poi a salire e, a 20 millisecondi dall'inizio, torna a zero. Da questo momento ricomincia un altro ciclo, esattamente uguale a quello appena visto. Come abbiamo detto, questi cicli completi si ripetono 50 volte in un secondo, e con la stessa successione di valori: per tale motivo, si dice che la corrente alternata ha una frequenza di 50 hertz, ed una grandezza periodica; per essere pi precisi, la tensione di rete una grandezza "sinusoidale", poich i valori che assume nell'ambito di un ciclo corrispondono esattamente ai valori della funzione matematica chiamata "seno". Ci sono ancora altre osservazioni da fare, ma credo di avervi annoiato a sufficienza. Non so quanti di voi saranno arrivati a leggere fin qua. Per chi ce l'ha fatta, appuntamento con la Parte 3.valore della resistenza in ohm.

L' ELETTRICIT Corso teorico-pratico Parte 3

Nella parte 2 abbiamo detto che la corrente disponibile nalle prese delle nostre case in realt una corrente alternata, il cui valore varia in continuazione, passando da zero a un massimo e addirittura invertendo il senso di scorrimento. Siamo tutti abituati ad indicare la tensione di rete come "tensione a 220 V", ed in effetti tutti gli apparecchi nati per funzionare con la corrente di rete riportano come tensione di funzionamento il valore 220; perch allora si usa attribuire questo valore ad una tensione che, in realt (come si visto nel grafico della lezione precedente) raggiunge valori massimi anche di 310 volt ? La spiegazione questa: il valore comunemente indicato di 220 V il cosiddetto "valore efficace" (una specie di valore medio), e, come dice il nome, il valore che esprime la reale efficacia di una tensione sinusoidale. Tale valore viene determinato in base all'effetto termico che una certa corrente in grado di produrre: supponiamo per esempio di alimentare con la nostra tensione alternata una stufetta; essa produrr una certa quantit di calore, raggiungendo una certa temperatura, di cui prenderemo nota. Stacchiamo poi la stessa stufetta dalla rete a corrente alternata ed alimentiamola con una tensione continua; misuriamo il calore prodotto dalla stufa mentre, poco alla volta, aumentiamo il valore della tensione continua. Figura 1 - tester o Nel momento in cui ci accorgiamo che il calore prodotto lo stesso che multimetro ottenevamo con la corrente alternata, abbiamo trovato quello che cercavamo: il valore che ha in quell'istante la tensione continua corrisponde esattamente al valore efficace della tensione alternata da cui siamo partiti.

Anche quando si prova a leggere il valore della tensione alternata con un apposito strumento (detto tester o multimetro: figura 1), la lettura che esso ci fornisce sempre 220 volt, ovvero il valore efficace. Ugualmente, se noi accendiamo una lampadina collegandola alla presa di 220 volt, la lampada fa la stessa luce che farebbe se funzionasse con una tensione continua di 220 volt. Questo succede perch il filamento della lampadina, grazie alla sua inerzia termica, non pu seguire le rapide variazioni dei valori di tensione, n quando diventano zero, n quando sono massimi, e quindi emette una luce media costante. Se la Figura 2 - Come tensione di rete avesse una frequenza pi bassa, per esempio inferiore funzionerebbe una ad 1 Hz, le nostre lampade si comporterebbero come quella di figura 2 lampada se la (in effetti non sarebbe troppo confortevole!) corrente alternata di La corrente alternata ha dei pregi e dei difetti. E' facile per esempio da rete avesse una una tensione alternata ottenerne una di valore completamente diverso, frequenza troppo pi alto o pi basso, a seconda delle necessit di utilizzazione: basta bassa fare uso di un trasformatore (figura 3), un dispositivo di costruzione abbastanza semplice e dal rendimento elevato. Cos se voglio servirmi di un motore che funziona a 48 volt, e voglio utilizzare la tensione di rete a 220 volt, mi basta procurarmi un trasformatore 220/48 V, e il problema risolto. D'altra parte, la tensione (e quindi la corrente) alternata non adatta, per esempio, a far funzionare apparecchiature audio. Se una tensione alternata arriva ad un altoparlante, questo comincia immediatamente a produrre un caratteristico rombo, ovvero un suono a bassa frequenza, continuo, che non permette di udire altro. Quindi per alimentare un registratore, uno stereo, o qualunque apparecchiatura musicale, devo prima trasformare la corrente di rete in una corrente continua, che avendo un flusso lineare e costante non produce rumore e permette il regolare funzionamento dei circuiti Figura 3 - piccolo trasformatore per audio, cos come di qualunque apparecchiatura elettronica. elettronica Adesso facciamo un piccolo passo indietro: riguardo le prese di corrente, ad esempio, non abbiamo parlato della funzione del foro centrale. Nell'impianto elettrico, il foro centrale delle prese risulta, come si dice comunemente, collegato "a terra" o "a massa". In realt l'espressione abbastanza vicina al vero; non si sbaglia dicendo che c' un filo (cio un cavo elettrico unico o unipolare) che parte dal foro centrale di ogni presa e va a finire nel terreno, proprio la terra dei giardini, quella dove camminiamo e piantiamo i fiori. Non si tratta di un filo semplicemente infilato nel terreno come una pianta e magari concimato, ma di qualcosa di molto vicino; in realt si allestisce quella che viene chiamata "presa di terra", facendo uno scavo che viene riempito di sostanze in grado di ridurre la resistivit del terreno e quindi di favorire la dispersione dell'elettricit. Abitualmente in questo filo, che parte dal foro centrale della presa, e che quasi sempre di colore giallo e verde, non passa alcuna corrente; infatti si detto che la corrente che alimenta i nostri utilzzatori esce da un foro della presa e rientra in quell'altro. Questo vero quando tutto funziona regolarmente; ma supponete che, per esempio, all'interno di un ferro da stiro, un filo che porta la corrente si spelli o si bruci, perdendo anche in un solo punto lo strato esterno che lo isola. Se il filo di rame viene a contatto con la carrozzeria del ferro da stiro, la tensione di 220 V della presa viene ad essere presente su tutte le parti metalliche del ferro. A questo punto la povera stiratrice che tocca il ferro, magari con le mani bagnate, offre senza saperlo una nuova strada al passaggio della corrente: la corrente, invece di rientrare nel secondo foro della presa dopo aver attraversato le resistenze del ferro da stiro, trova magari pi semplice attraversare il corpo della povera donna per continuare il

suo percorso attraverso il pavimento. Se questo succede, ed in quale misura, dipende da tanti fattori: per esempio dal tipo di scarpe indossate dalla vittima e dal tipo di pavimento; si tratta comunque di un rischio da evitare. Come? Usando un terzo filo che collega l'involucro metallico del ferro da stiro col foro centrale della presa di corrente. In questo modo, se per disgrazia la tensione di rete viene ad essere presente sulle parti metalliche del ferro da stiro, la corrente scieglie per scaricarsi la strada pi facile, ovvero quella di minore resistenza. Se l'impianto di terra a cui abbiamo collegato i fori centrali delle nostre prese ben costruito, la sua resistenza sar abbastanza bassa, per cui in presenza di dispersioni, una eventuale corrente sceglier di scaricarsi attraverso di essa, e non pi attraverso il corpo della povera casalinga che stira. Quindi, se vi capita di sostituire o riparare il cavo di alimentazione di qualche apparecchiatura, specialmente se questa pu essere usata con mani umide, prestate la massima attenzione a collegare correttamente il cavo di terra; anzi collegatelo per primo. Nei cavi di uso comune ci sono tre conduttori: in genere uno blu, uno marrone e uno giallo-verde. E' il filo giallo-verde che dovete collegare alle parti metalliche dell'apparecchio (in genere c' un morsetto da avvitare) e al contatto centrale della spina.

I CAVI CHE PARTONO DAI CONTATTI LATERALI DELLA SPINA NON DEVONO MAI ESSERE COLLEGATI ALLE PARTI METALLICHE DEGLI ELETTRODOMESTICI !
Nella figura viene illustrato il modo di collegare il cavo di alimentazione ad una lampada da tavolo: si utilizza un cavo (nella figura di colore grigio) detto "tripolare", cio che contiene al suo interno tre cavetti di diverso colore; per esempio: blu, marrone e giallo/verde. Quello giallo-verde deve essere collegato da una parte al contatto centrale della spina e, arrivato alla lampada, deve essere stretto sotto una vite, in modo da risultare a diretto contatto con le parti metalliche della lampada stessa (che nella figura sono colorate in viola). Gli altri due cavetti andranno collegati ai contatti laterali della spina, non importa da quale parte il blu e da quale il marrone, ed al portalampada, cio a quel componente della nostra lampada da tavolo, dove avvitiamo la lampadina.

LE NOZIONI FORNITE IN QUES PURAMENTE INFORMATIVO ABBIA LA NECESSARIA ESPER RIPARAZIONI O MODIFICHE S ELETTRICHE DESTINATE A FU RETE !

L' ELETTRICIT Corso teorico-pratico Parte 4

Nella lezione precedente abbiamo visto che i trasformatori consentono di trasformare il valore della tensione, purch si tratti di una tensione alternata; cercheremo adesso di capire pi da vicino, sia pure sommariamente, come fatto e come funziona un trasformatore elettrico. Fondamentalmente (figura 1) esso costituito da un nucleo metallico, chiuso ad anello, la cui grandezza pu variare anche di molto, in funzione della potenza erogata. Intorno a questo nucleo si realizzano due avvolgimenti, con filo di rame smaltato, proprio avvolgendo il filo come si vede in figura: da una parte si realizza l'avvolgimento che sar collegato alla tensione pi alta (quello di sinistra, con tante spire, che collegheremo per esempio a 220 volt); dall'altra parte si realizza l'avvolgimento con meno spire, quello che fornir una tensione pi bassa (per Figura 1 - Un trasformatore esempio 12 V). Naturalmente non avvolgeremo il filo composto da due avvolgimenti di direttamente sul ferro, perch l'isolamento del filo filo conduttore intorno ad un stesso potrebbe deteriorarsi e quindi la tensione di nucleo magnetico rete sarebbe pericolosamemnte presente sul ferro del trasformatore. I due avvolgimenti saranno eseguiti su appositi cartocci isolanti; le estremit di ciascun avvolgimento verranno poi portate all'esterno, facendo capo eventualmente ad appositi terminali, in modo da poter essere facilmente collegati. Se noi, stando ai valori citati come esempio, colleghiamo alla rete i due capi dell'avvolgimento a 220 V, dall'altra parte (ai capi dell'avvolgimento con poche spire) troveremo una tensione di 12 V. Ma come fa la corrente a passare dal primo avvolgimento al secondo, se questi sono completamente isolati? In effetti la corrente non passa, ma succede un'altra cosa, che cercher di spiegare in modo molto semplificato. Noi abbiamo collegato alla rete (le famose prese di corrente di casa) l'avvolgimento con molte spire: in questo avvolgimento quindi passa una corrente, che da un capo entra e dall'altro esce; passando nelle spire, la corrente produce un effetto: crea un campo magnetico, cio il nucleo di ferro del trasformatore diventa una specie di calamita. Infatti, se avvicinate al nucleo una lametta da barba, sentirete che la lametta vibra, per effetto del campo magnetico che vi si induce. Attenzione: a differenza della calamita che attrae a s e basta, il campo magnetico del trasformatore un campo magnetico alternato, cos come alternata la corrente che lo crea, e le vibrazioni che avvertite nella lametta sono esattamente a 50 hertz, ovvero la frequenza della corrente di rete. proprio questo campo magnetico continuamente variabile che, attraversando tutto il nucleo metallico del trasformatore, d origine ad una corrente indotta nell'altro avvolgimento, e ci permette di prelevare da quest'ultimo una tensione, anche se non esiste nessun collegamento elettrico. Occorre infatti sottolineare questo aspetto fondamentale: il trasformatore, oltre a consentire di variare il valore della tensione, permette di ottenere in uscita un circuito completamente isolato da quello principale, e quindi sicuro anche per chi dovesse accidentalmente venire a contatto con i fili ad esso collegati. Attenzione: Talvolta, col nome di TRASFORMATORI, si trovano in commercio apparecchi che sono in realt AUTOTRASFORMATORI. I vari avvolgimenti di un autotrasformatore NON sono isolati fra loro: si tratta di un unico avvolgimento con varie prese, dove tutti i terminali risultano direttamente COLLEGATI ALLA RETE - occorre quindi la massima attenzione nell'uso di tali

apparecchi. Per concludere, aggiungiamo che i due avvolgimenti del trasformatore, quello di entrata e quello di uscita, si chiamano rispettivamente primario e secondario. Ciascuno di essi composto da un numero di spire che naturalmente non casuale: le spire sono esattamente proporzionali alle diverse tensioni, e dipendono inoltre dalla potenza del trasformatore. Il rapporto fra il numero di spire primarie ed il numero di spire secondarie esattamente uguale al rapporto fra le tensioni dei due avvolgimenti e viene definito "rapporto di trasformazione" Ma i trasformatori sono importantissimi anche per un altro motivo: essi rendono possibile il trasporto dell'energia elettrica dai luoghi di produzione a quelli di utilizzazione. La quantit di energia che richiede la nostra societ inimmaginabile; centinaia e centinaia di megawatt (1 megawatt = 1 milione di watt) viaggiano di continuo sulle linee elettriche che, effettivamente poco piacevoli, attraversano le nostre campagne . Come sarebbe possibile far viaggiare tali enormi potenze? La corrente sarebbe cos forte che per consentirne il passaggio occorrerebbero cavi grossi come tronchi d'albero! Per fortuna (vedere parte 1) la potenza uguale al prodotto della corrente per la tensione; ci significa che la potenza in gioco non cambia se la corrente diminuisce ma nel frattempo aumenta proporzionalmente la tensione. Ecco allora che per trasportare l'energia elettrica a distanza, senza usare cavi giganteschi, conviene aumentare notevolmente la tensione in modo da ottenere che la corrente nella linea sia pi bassa e quindi possa viaggiare su cavi di dimensioni accettabili. La tensione che si usa effettivamente alta (varie decine di migliaia di volt) e la si avverte anche a distanza; se siete in campagna e passate sotto uno di questi elettrodotti fermatevi e fate silenzio: sentirete il classico crepitio dell'alta tensione, come aria che frigge, e vi renderete conto di quale campo elettrico si generi intorno a tali linee! Grazie a trasformatori enormi (ben pi sofisticati del semplice esempio visto prima) la tensione viene elevata prima di essere instradata sulle linee per il trasporto. All'arrivo, un altro trasformatore realizza l'operazione opposta: riabbassa la tensione, portandola ai valori adatti alle applicazioni comuni. Tutto questo non sarebbe possibile con la corrente continua, poich essa non in grado di dare origine ad un campo magnetico variabile e quindi non permette di usare i trasformatori.

L' ELETTRICIT Corso teorico-pratico Parte 5

Carichi resistivi e carichi induttivi.


I vari utilizzatori che funzionano con la corrente elettrica possono differenziarsi, oltre che per la tensione e per la potenza richiesta, anche per il loro comportamento nei confronti della corrente stessa. Ci sono infatti utilizzatori, detti appunto carichi resistivi, che sono costituiti unicamente da una resistenza, cio un filo realizzato con materiale di resistivit elevata che, come abbiamo visto,

viene percorso da corrente e si riscalda; utilizzatori di questo tipo sono, ad esempio, il forno di casa, la stufetta e le sempre presenti lampadine: in effetti delle lampadine a noi interesserebbe di pi la luce, ma il calore, purtroppo, sempre presente, e non neppure poco. Ci sono per altri utilizzatori (anche fra i comuni elettrodomestici) che non sono delle resistenze; un ventilatore, per esempio, o un frullatore, fanno uso di un motore che prevalentemente costituito da avvolgimenti (come i trasformatori), ed abbiamo visto che un avvolgimento produce campi magnetici. E' proprio l'effetto di questi campi magnetici che permette al motore di girare e produrre energia meccanica. In questi casi si parla di carichi induttivi. La principale caratteristica di un carico induttivo quella di opporsi alle variazioni rapide della corrente: se si applica tensione a un induttore, la corrente non inizia a passare subito, ma dopo un certo tempo ed aumentando gradualmente. Analogamente, nel momento in cui si toglie tensione, la corrente in un induttore non pu cessare di colpo, ma tende ad estinguersi con ritardo. Questo il motivo per cui, quando si stacca alimentazione ad un'apparecchiatura di tipo induttivo, si vede scoccare una scintilla fra i contatti dell'interruttore: la corrente che stava circolando fino ad un attimo prima e che, non potendo cessare istantaneamente, cerca di continuare a scorrere attraversando anche lo spazio d'aria fra i contatti dell'interruttore aperto. La scintilla si verifica poich l'interruzione improvvisa di un circuito induttivo determina anche la nascita di una sovratensione, cio di una tensione pi elevata di quella di normale funzionamento, che permette alla corrente di vincere anche la resistenza dell'aria. Mentre gli utilizzatori di tipo resistivo possono funzionare indifferentemente sia con una tensione alternata che con una continua, purch dello stesso valore, gli utilizzatori di tipo induttivo devono assolutamente funzionare col tipo di tensione per cui sono stati progettati; e tale tensione deve avere non solo il giusto valore in volt, ma anche la giusta frequenza. Un trasformatore progettato ad esempio per funzionare con una tensione di 220V a 60Hz, pu surriscaldarsi (ed anche andare incontro ad avaria) se viene fatto funzionare con una tensione di 220V ma a 50Hz.

Collegamenti in parallelo e in serie.


Volendo collegare alla rete diverse lampadine, possibile collegarle come si vede nella prima delle figure a lato; in tal modo ognuna delle lampade risulta collegata a 220 volt ed assorbe la corrente che il suo filamento Figura 1 - Collegamento in parallelo: la tensione la stessa per tutti gli utilizzatori; lascia passare. ogni utilizzatore assorbe la sua corrente Un simile collegamento si chiama collegamento in parallelo. Sarebbe poi possibile fare una cosa pi originale: collegare le lampade non una di fianco all'altra, ma una in fila all'altra, in modo che l'uscita di una sia collegata all'entrata di quella che segue, cos come si vede nella seconda figura. Cosa succede in questo caso? La corrente che esce dalla presa attraversa una dopo l'altra tutte le lampadine; si tratta dell'unica corrente che circola, essendo solo uno il circuito possibile.

Quanta corrente passa? La tensione di 220 volt della presa risulta applicata a tutta la fila di lampadine, quindi per far passare corrente deve vincere la resistenza non di una sola, ma di tutte le lampadine, una dopo l'altra; la resistenza che incontra equivalente quindi alla somma di tutte le resistenze. La tensione di 220 volt si suddivider allora tra le Figura 2 - Collegamento in serie: tutti gli utilizzatori sono attraversati varie lampadine, e su dalla stessa corrente; la tensione si ripartisce sui vari utilizzatori ogni lampadina sar presente la tensione che occorre perch la corrente in circuito possa superare la resistenza di quella lampadina. Se supponiamo di collegare in fila 10 lampadine identiche, troveremo che su ogni lampada sar presente una tensione di 22 volt. Un simile collegamento si chiama collegamento in serie. Esempio caratteristico di collegamento in serie sono le lampadine dell'albero di natale. Una serie costituita da 10 o pi lampadine colorate, tutte aventi le stesse caratteristiche elettriche. Se una di esse venisse collegata da sola alla rete a 220 volt, scoppierebbe immediatamente; insieme alle altre invece essa sopporta solo una piccola parte della tensione di rete e pu funzionare senza bruciarsi.

Potenza ed energia.
Vorrei spendere qualche parola su due concetti che spesso sono oggetto di confusione: quelli di potenza e di energia. Per essere pi chiaro, far un esempio pratico: abbiamo un carico di materiali che pesano 400 kg e che noi vogliamo portare su un solaio che si trova all'altezza di 20 metri. Supponiamo di sollevare questo peso con un paranco elettrico, e che il paranco, girando lentamente, impieghi 50 secondi per portare il carico a 20 metri. Se facciamo due conti, vediamo che il paranco ha compiuto un lavoro pari a 8000 kgm (chilogrammetri). Per compiere questo lavoro ho consumato una certa quantit di energia elettrica. Supponiamo ora di rifare lo stesso lavoro, usando un paranco di potenza doppia; questo mi sollever il peso in 25 secondi, ma avr compiuto lo stesso lavoro dell'altro e consumato la stessa quantit di energia: si tratta dell'energia che corrisponde a quel determinato lavoro, e non ha niente a che fare col tempo impiegato a compierlo. Il paranco dotato di motore pi potente in grado di sollevare il peso pi velocemente; rimane attaccato alla corrente per meno tempo ma in quel tempo assorbe una corrente pi alta. Il paranco meno potente solleva il peso lentamente, e assorbe una corrente pi bassa per un tempo pi lungo: la quantit di energia la stessa. E infatti l'energia si misura in kwh (chilowattora), una unit di misura che corrisponde al prodotto di una potenza per un tempo!

L' ELETTRICIT Corso teorico-pratico INSERTO: PRESE E SPINE


Molto spesso si parla indifferentemente di "spine" o di "prese" senza rendersi conto della differenza sostanziale che invece esiste fra le une e le altre; occorre poi considerare che esistono non pochi tipi di prese e relative spine, per cui la confusione diventa anche maggiore. Cerchiamo allora di capire meglio le differenze tra un tipo e l'altro, in modo da usare possibilmente sempre l'accessorio pi adatto alle varie esigenze che possono presentarsi quotidianamente nell'ambito della vita domestica. La prima distinzione da fare la seguente: Le prese sono quelle dotate di soli fori, da dove la corrente esce: parliamo quindi delle prese di corrente che si trovano sulle pareti delle noste case. Le spine sono quelle dotate di perni metallici che possono essere infilati nei fori delle prese; pertanto, ogni apparecchiatura che deve funzionare con la corrente elettrica dotata di un cavo che termina con una spina. A questo punto osserviamo che piuttosto ovvio che, dove la corrente sempre presente, si usi un dispositivo dotato di fori; immaginate cosa succederebbe se la corente fosse presente su dei perni sporgenti come quelli delle spine: sarebbe sufficiente sfiorare per errore uno dei perni per restare folgorati da una scrica elettrica! Naturalmente, sui perni delle spine dei nostri elettrodomestici non c' corrente, quindi non si corre pericolo a toccarli: solo quando essi vengono inseriti in una presa, la corrente vi entra ed attraverso il cavo arriva all'elettrodomestico. A tutti noi capitato pi volte di dover collegare alla corrente un'apparecchiatura e di non poterlo fare perch la sua spina non entrava nella presa di cui disponevamo! Questo succede perch, a seconda di dove l'apparecchiatura costruita, il cavo viene dotato della spina in uso in quel certo paese; vediamo allora alcune di queste spine, perlomeno le pi comuni. Tutti conosciamo le spine di standard italiano (figura 1), con tre perni (o spinotti) allineati: i due laterali presentano il metallo in vista solo nelle estremit, mentre per il resto della lunghezza risultano coperti da un materiale plastico isolante (che nell'immagine di colore rosso); lo spinotto centrale, il cui metallo tutto scoperto, garantisce il collegamento della "terra" e quindi la sicurezza dell'utilizzatore (i due spinotti laterali sono parzialmente ricoperti con isolante per evitare che, mentre si infila la spina nella presa, le dita dell'utente possano venire a contatto di uno spinotto quando su questo gi presente la tensione di rete).

Figura 1 - Spine di standard italiano, da 10A e da 16A

Le spine di destra, dette "a squadra", grazie al minor spessore ed al filo che esce di lato, sono da preferire nei casi in cui alla parete ove inserita la spina debba essere addossato un mobile Queste spine si trovano nelle versioni da 10 ampere e da 16 ampere: fra un tipo e l'altro cambia sia la distanza fra gli spinotti che lo stesso diametro degli spinotti. Una spina del tipo da 10 ampere pu essere usata per utilizzatori la cui potenza non superi 1500 W; anche se viene proposta per potenze maggiori, in pratica bene prevedere un certo margine di sicurezza, per evitare che, nei punti di contatto con la presa, la spina possa surriscaldarsi e fondere. Per potenze superiori ai 1500 W bene quindi usare una spina da 16 A, che ha spinotti pi grossi e quindi pu meglio sopportare il passaggio di correnti pi forti. Un'altra spina utilizzata su molti apprecchi quella di tipo tedesco/francese, detta anche "Shuko" (figura 2). Tale spina ha due spinotti che, pur essendo distanziati fra loro come quelli della spina italiana da 10 A, sono pi grossi e quindi non entrano nelle prese di tipo italiano; il collegamento con la terra avviene tramite due linguette laterali.

Figura 2 Spina "Shuko" (standard franco/tedesco) Per tali motivi queste spine richiedono apposite prese a "pozzetto", dotate di contatti laterali per la terra; in alternativa, le spine tedesche possono essere collegate ad una normale presa italiana da 16 ampere, usando un adattatore come quello di figura 3. Gi che si parla di adattatori, bene considerare che ne esistono tanti, ma che solo alcuni possono essere usati in condizioni di sicurezza. Tanto per fare un esempio, mentre pu essere utile, e tollerabile, usare un adattatore che consente di collegare una spina da 10 A ad una presa pi grossa, da 16 A (figura 3),

Figura 3 - Adattatori: quello a sinistra per collegare una spina tedesca ad una presa italiana da 16 A; quello a destra consente di collegare ad una

presa da 16 A una spina italiana sia da 16 A che da 10 A assolutamente da evitare l'uso di adattatori da piccolo a grande, ovvero di quelli che consentono di collegare una spina grande ad una presa piccola, poich la corrente elevata, passando nei contatti incerti della spina e dell'adattatore, pu facilmente portare alla fusione delle varie parti, con pericolo di incendio. In considerazione delle tante spine che esistono, conviene disporre nelle nostre case di prese di vario tipo; si trovano poi in commercio delle prese multistandard, che si adattano a diversi tipi di spine.

Figura 4 - Prese a parete di vario tipo In figura 4 si vede per esempio un allestimento di prese da parete, formato, a sinistra, da due prese adatte a spine italiane sia da 10 che da 16 ampere, e a destra da una presa a pozzetto per spine shuko franco-tedesche; senz'altro consigliabile attrezzare bene le prese a parete, piuttosto che ricorrere ad una serie di adattatori, magari infilati uno nell'altro. In figura 5 si vede come viene montato un normale cavo elettrico all'interno di una spina (l'immagine solo dimostrativa: si sconsiglia la realizzazione pratica a chi non abbia un minimo di dimestichezza con tali operazioni)

Figura 5 - Montaggio del cavo all'interno di una spina Un cavo elettrico contiene al suo interno tre conduttori: in genere uno di colore azzurro, uno marrone ed uno giallo-verde. Il filo azzurro e quello marrone sono quelli che portano effettivamente la corrente all'apparecchio utilizzatore, sia esso un frigorifero, un frullatore o altro. Il filo gialloverde ha una funzione di sicurezza; della massima importanza che venga collegato allo spinotto centrale della spina: in tal modo, qualunque dispersione di corrente presente sull'elettrodomestico viene inviata alla presa di terra, tramite il contatto centrale della presa ove risulta collegata la spina. Sarebbe pericolosissimo collegare nella spina i tre conduttori in modo errato, poich la tensione di 220V potrebbe risultare presente direttamente sulle parti metalliche del nostro elettrodomestico!

ELETTRONICA DI BASELETTRONICA DI BASEEELETTRONICA DI BASE

ELETTRONICA DI BASE

Un saldatore a stagno di circa 20 watt di potenza; vanno molto bene quelli cosiddetti a stilo, dalla punta sottile, adatta per saldare con precisione particolari molto piccoli. L'importante che sia un saldatore per elettronica ottimamente isolato, considerando che eventuali dispersioni di corrente potrebbero risultare dannose per certi componenti particolarmente delicati.

Una matassina di filo di stagno, di quello che gi contiene al suo interno la pasta disossidante necessaria alla pulizia delle parti da saldare; scegliete un filo sottile, di circa 0,8 mm di diametro

Una dotazione di attrezzi di uso comune, come forbici, cacciaviti, pinze, tronchesine ecc.

Uno strumento molto utile, anzi direi indispensabile, un piccolo tester digitale; oggi si trovano buoni apparecchi a poche decine di migliaia di lire, tanto non serve uno strumento da laboratorio. Non vi consiglio uno strumento analogico (quelli con l'indice che si muove sulla scala graduata, per capirci) poich, a parit di prezzo, quello digitale risulta pi preciso, oltre ad essere di lettura pi immediata.

I primi componenti di cui parleremo sono le resistenze. In elettronica se ne usano tantissimi tipi, ma la loro funzione rimane sempre quella di determinare una caduta di tensione, e quindi di ottenere nei vari rami di un circuito le giuste correnti. Nel paragrafo che segue cercher di illustrare meglio questi concetti. E' bene specificare subito che i valori in ohm delle resistenze non sono quasi mai scritti con dei numeri: esiste un codice basato su fascette colorate, che inizialmente pu risultare un p ostico, ma che col tempo e con la pratica si impara a leggere a colpo d'occhio. Tanto per abituarci, cominciamo subito a vedere il significato dei vari colori:

Se osservate una resistenza, vedrete (da una estremit o dall'altra) una fascetta color oro; questo colore indica che la tolleranza rispetto al valore nominale del 5 %. Se la fascetta color argento significa che la tolleranza del 10 % (valore meno preciso e resistenza di minore qualit). Disponete la resistenza in modo che la fascetta dorata sia alla vostra destra (come in figura). Cominciate poi a leggere le tre fascette, da sinistra verso destra. Il colore della prima indica la prima cifra del valore; il colore della seconda fascetta indica la seconda cifra; il colore della terza vi dice quanti zeri dovete aggiungere. Nel caso della resistenza raffigurata come esempio, abbiamo: rosso, viola, arancio. A tali colori corrispondono i numeri 2, 7 e 3. Il valore quindi 27 seguito da 3 zeri, cio: 27000 ohm TAVOLA DEL CODICE A COLORI DELLE RESISTENZE

RESISTENZE

CADUTE

DI

TENSIONE

Consideriamo il circuito di figura 1: una pila da 4,5 volt alimenta quattro resistenze che risultano collegate in serie; in seguito alla tensione della pila, nel circuito circola una corrente (indicata con i). Le resistenze, indicate come R1, R2, R3, R4, hanno i seguenti valori: R1 = 120 ohm; R2 = 22 ohm ; R3 = 39 ohm; R4 = 56 ohm (intanto approfittate per esercitarvi a leggere i colori). La tensione della pila, nel mantenere in circuito la corrente i, deve vincere una dopo l'altra tutte e quattro le resistenze che incontra, vale a dire una resistenza totale di 120+22+39+56 = 237 ohm. Quanta corrente circola? Basta dividere la tensione della pila per la somma delle resistenze: figura 1

i = 4,5 / 237 = 0,01899 ampere Osserviamo che siccome le correnti in elettronica sono in genere piuttosto deboli, pi conveniente misurarle non in ampere, ma in milliampere; in questo modo il numero che si ottiene 1000 volte pi grande e non contiene pi tanti zeri: 0,01899 ampere sono uguali a 18,99 milliampere (si scrive abbreviato 18,99 mA). Diremo quindi che nel nostro circuito circola una corrente di 18,99 milliampere. E la tensione della pila che fine fa? Essa si ripartisce sulle varie resistenze, in modo proporzionale ai loro valori: in altre parole, ai capi di una resistenza di valore pi alto troveremo una tensione di valore pi alto. Cercando di spiegare con parole semplici quello che succede nel circuito, diremo quanto segue: la corrente che circola una sola, ed la stessa che attraversa uno dopo l'altro tutti i componenti del circuito; non potrebbe essere altrimenti, perch non esistono altre strade alternative. Questa corrente circola a spese di una tensione, che deve esercitare uno sforzo ogni volta che la corrente incontra una resistenza. Pi grande la resistenza, maggiore lo sforzo richiesto per far passare la corrente attraverso quella resistenza: ecco che allora la tensione totale di 4,5 volt si suddivide fra le varie resistenze, assumendo un valore pi alto proprio ai capi di quelle resistenze che, essendo di maggior valore, richiedono pi sforzo. La tensione presente ai capi di ogni resistenza rappresenta la caduta di tensione relativa a quella resistenza. Adesso analizziamo in pratica quello che succede nel nostro circuito, effettuando misure di tensione in due modi diversi. 1) Misura della tensione nei vari punti del circuito. In questo caso il puntale negativo del tester (quello di colore nero) sar sempre collegato al polo negativo della pila (figura 2), perch ogni misura di tensione va riferita al punto del circuito a potenziale zero (che in questo caso il polo "-" della pila). Portiamo il puntale positivo (quello di colore rosso) sul punto t1 (cio tra la R1 e la R2); leggendo la tensione troveremo 2,22 volt. Vuol dire che la tensione presente sulla pila, e cio 4,5 volt, si ridotta a 2,22; questo l'effetto della caduta di tensione sulla prima resistenza (R1). Spostiamo adesso il puntale positivo sul punto t2: leggeremo una tensione di 1,8 volt: la tensione si ancora ridotta, per effetto della seconda caduta di tensione ai capi della resistenza R2. Per finire, spostiamo il puntale sul punto t3: troveremo una tensione di 1,06 volt; questa tensione, che quella residua dopo che la corrente ha attraversato le prime tre resistenze, quella che permette alla corrente di compiere l'ultimo sforzo, ovvero di attraversare R4.

figura 2

2) Misura delle cadute di tensione sulle singole resistenze. Possiamo poi toglierci la curiosit di controllare come la tensione si ripartisce sulle varie resistenze, misurandola ai capi di ognuna di esse. In questo caso collegheremo i puntali del tester ai terminali della resistenza che ci interessa, facendo caso al verso della corrente (come si vede in figura 3): dal lato dove la corrente entra nella resistenza, collegheremo il puntale positivo (in genere di colore rosso); dal lato dove la corrente esce dalla resistenza, collegheremo il puntale negativo (di colore nero). Misuriamo la tensione ai capi della resistenza R1; leggeremo 2,28 volt. Leggiamo poi la tensione ai capi di R2 ( la posizione che si vede nella figura); troveremo 0,4 volt. Ai capi di R3 leggeremo 0,74 volt ed ai capi di R4 leggeremo 1,06 volt. Se sommiamo tutti questi valori, otteniamo un'altra volta 4,5 volt, e cio la tensione della pila. figura 3

Il circuito visto fin'ora pu essere ridisegnato come si vede in figura 4. La linea orizzontale in basso, collegata al polo negativo della pila, rappresenta il potenziale zero, detto anche "massa", del circuito; la linea orizzontale superiore, collegata al polo positivo, rappresenta la tensione di alimentazione. Nel disegno sono riportate le tensioni presenti nei punti di unione fra le varie resistenze, misurate, come abbiamo visto prima, rispetto al potenziale zero. In questo caso appare pi evidente come la tensione vada calando man mano che dal polo positivo ci si avvicina alla massa (o polo negativo). Un simile circuito formato da pi resistenze collegate in cascata (o, come si dice, "in serie"), costituisce quello che viene denominato "partitore di tensione". Ma in genere le tensioni nei vari punti di un circuito vengono indicate semplicemente col valore numerico vicino al punto in questione (figura 5), poich sottinteso che tutte le tensioni sono sempre riferite alla massa del circuito. Quindi anche voi, quando misurerete una tensione in un punto del circuito, dovete sempre collegare uno dei puntali del tester (il puntale negativo) alla massa, intendendosi col termine "massa" tutti i punti del circuito che hanno potenziale zero.

figura 4

figura 5

Se avete gi un saldatore e ve la sentite di trafficare un p, provate a realizzare davvero il circuito della figura (vi occorre anche una pila piatta da 4,5 volt). Divertitevi a misurare le tensioni nei vari punti e nei modi che abbiamo visto; non sar tempo perso e vi renderete conto di tante cose che non si possono apprendere con la sola lettura.

BREVE GUIDA ALL'USO DEL TESTER

Un tester digitale sufficientemente preciso per uso hobbistico si pu acquistare oramai con pochi spiccioli: considerata l'utilit dello strumento, un vero peccato non procurarsene uno. Molti di voi hanno chiesto istruzioni su come si debba usare un tester; credo che suggerimenti importanti circa la misura di tensioni si possano gi ricavare dalla pagina "resistenze e cadute di tensione", che consiglio senz'altro di rivedere; in questa sede aggiunger alcuni consigli pratici su come debba essere utilizzato il tester nei vari tipi di misura. Le parti principali di un tester (figura 1) sono il display, dove appaiono i valori misurati, il selettore, di tipo rotante oppure a tastiera, che permette di scegliere la portata pi adatta alla misura da effettuare, ed un paio di puntali, uno rosso figura 1 - un comune tester digitale (positivo) ed uno nero (negativo), che vanno inseriti nelle apposite boccole. Tutto ci che viene descritto in queste pagine si riferisce al tester che appare nelle illustrazioni ma, a parte piccole differenze, i metodi restano validi anche per altri tipi di tester. Il display

In genere il display del tipo a cristalli liquidi; un display di 3 cifre e mezzo pu essere considerato sufficientemente preciso per i nostri scopi. Occorre scegliere per ogni misura la giusta portata, come vedremo in seguito, allo scopo di sfruttare tutte le cifre disponibili per la lettura del valore misurato. Il selettore della misura

La manopola che si trova al centro del tester (figura 2) permette di scegliere, di volta in volta, sia il tipo di grandezza che si vuol misurare, sia la portata massima, ovvero il massimo valore misurabile. Come si vede, la rotazione suddivisa in vari settori.

Partendo pi o meno dalla posizione che hanno le ore 10 sull'orologio, troviamo le misure di resistenza, indicate dal caratteristico simbolo ""; in funzione della resistenza che pensiamo di misurare, sceglieremo una delle portate indicate: 200 (ohm), 2k (2 kohm), 200k (200 kohm), 2M (2 megaohm), 20M (20 megaohm). La scelta della giusta portata importante per avere una misura precisa; supponiamo di voler misurare una resistenza di 250 ohm: se scegliamo come portata 2K, leggiamo sul display ".251" che significa 0,251 Kohm e, quindi, 251 ohm. Proviamo a scegliere la portata 20k: otteniamo come lettura "0.25", il che significa che abbiamo gi perso la precisione corrispondente all'ultima cifra. Impostando come portata 200k, otteniamo addirittura figura 2 - il selettore della misura sul display il valore "00.2", che non ha quasi pi significato! La prima posizione, contrassegnata dal simbolo della nota musicale, si usa per i controlli di continuit (per esempio per verificare se un cavo interrotto): in caso di conduzione, il tester emette un segnale acustico. Saltando il breve settore verde (hFE), troviamo poi le misure di tensioni continue, con le portate 200m (200 millivolt), 20, 200 e 1000 V. Anche per queste misure vale il principio di scegliere sempre la portata pi vicina, ovvero immediatamente superiore, al valore che si intende misurare.<BR< ? V~?. Successivamente, sempre continuando in senso orario, s'incontrano le misure di corrente alternata (settore rosso), indicate da "A~" e quindi le misure di corrente continua (settore verde), indicate da "A--". Per ogni misura, occorre quindi posizionare la manopola all'interno del settore corrispondente, scegliendo la portata pi vicina, come visto in precedenza.

Boccole per l'inserzione dei puntali Nella parte bassa del tester, si trovano quattro boccole rosse, dove occorre inserire gli spinotti dei puntali; mentre il puntale nero va inserito sempre nella boccola contrassegnata con "COM", che sta per "comune", la posizione del puntale rosso cambia in funzione del tipo di misura. Per le misure di tensione e di resistenza (figura 3), il puntale rosso va inserito nella boccola contrassegnata "V/". Per misure di corrente fino a 2 A, il puntale rosso va inserito nella boccola 2A (figura 4). Notare che la manopola del selettore di misura deve trovarsi sul 2 del settore verde se si tratta di corrente continua, oppure sul 2 del settore rosso se si deve misurare corrente alternata Per misurare correnti fino a 10 A (figura 5), il puntale rosso va nella boccola "10A"; la manopola del selettore va posizionata sul 10 verde della corrente continua o sul 10 rosso della corrente alternata.

figura 3 - collegamento dei puntali per le misure di tensione e resistenza.

figura 4 - collegamento dei puntali per misure di corrente fino a 2 A.

ISTRUZIONI PER L'EFFETTUAZIONE DELLE MISURE Misure


figura 5 - collegamento dei puntali per misure di corrente fino a 10 A.

di

tensione

Ci sono vari modi di misurare una tensione, soprattutto in considerazione del fatto che i valori di tensione non sono mai assoluti, ma hanno significato quando sono riferiti ad un certo potenziale. Il riferimento nelle nostre misure si ottiene portando in contatto il puntale nero (negativo) col punto del circuito rispetto al quale si vuole effettuare la

misura. Volendo per esempio misurare la tensione rispetto a massa in vari punti di un circuito, occorre collegare il puntale nero al negativo dell'alimentazione del circuito, oppure alla carcassa metallica, se anche questa a potenziale zero. Altre volte interessa misurare la tensione che risulta presente ai capi di un componente del circuito, per esempio di una resistenza; in questo caso i puntali del tester vanno collegati uno per lato sui terminali della resistenza: se appare un segno "-" davanti al valore indicato, vuol dire che abbiamo disposto i puntali al contrario, ovvero che la tensione pi alta dove noi abbiamo collegato il puntale nero; invertendo i puntali, il segno meno scomparir e potremo conoscere l'esatto valore e segno della caduta di tensione sulla resistenza. Tenete presente che il terminale a potenziale pi alto sempre quello da cui la corrente entra! Misure di corrente

Per misurare una corrente occorre che questa passi attraverso il tester; nell'esempio delle figure 6 e 7, un alimentatore (A) sta caricando una batteria (B): quanta corrente passa dall'alimentatore alla batteria? Per saperlo occorre staccare uno dei cavi (per esempio il rosso) e ricreare il collegamento usando il tester per unire l'alimentatore alla batteria. E' importante in queste misure fare molta attenzione a selezionare correttamente la portata, e ad inserire i puntali nelle boccole corrette; in caso contrario si rischia di danneggiare lo strumento di misura. Anche effettuando misure di corrente, se il display indica un valore preceduto dal segno "-", vuol dire che la corrente sta entrando nel tester dal puntale nero, invece che dal puntale rosso. Misura di resistenze
figura 7 - occorre interrompere il collegamento esistente e ripristinarlo facendo scorrere la corrente attraverso il tester.

figura 6 - quanta corrente sta passando dall'alimentatore alla batteria?

Quando si vuole

misurare il valore di una resistenza, occorre che non ci siano altri componenti in parallelo alla resistenza stessa; se non se ne pu essere sicuri, necessario scollegare la resistenza almeno da una parte, altrimenti si rischia di misurare qualcosa che con la resistenza non ha niente a che fare. E' molto importante che il circuito non sia alimentato, e che i condensatori eventualmente presenti siano stati scaricati, cortocircuitandoli.

La saldatura in elettronica

La saldatura a stagno il metodo usato in elettronica per collegare fra loro i diversi componenti di un circuito; essa ha due funzioni: 1) quella di realizzare la continuit elettrica; 2) quella di fissare meccanicamente i pezzi. Si tratta di una tecnica molto semplice, ma che va praticata con cura se si vogliono evitare problemi che alla lunga diventano dei veri e propri rompicapo. Una saldatura mal fatta, o, come suol dirsi, "fredda", pu causare malfunzionamenti di cui risulta poi difficile scoprire la causa. Supponiamo di voler saldare una resistenza sulla basetta portacontatti che si vede in figura. Per prima cosa, allo scopo di avere le mani libere, infiliamo negli appositi fori i terminali della resistenza, dopo averli un p piegati, in modo che rimangano da soli nella giusta posizione. Prendiamo poi il filo di stagno, di quello che all'interno contiene la pasta

disossidante: la perfetta pulitura delle parti da saldare fondamentale per una buona riuscita. Tenendo il filo di stagno a contatto con le parti da saldare, accostiamo il saldatore in modo da fondere lo stagno: la pasta liquida coler sulle parti e contemporaneamente lo stagno andr a depositarvisi, ricoprendole. A questo punto, non abbiate fretta di scappare: insistete qualche secondo in pi, fino a quando vedrete lo stagno perfettamente fuso e lucido. Non muovete assolutamente i pezzi mentre lo stagno si sta raffreddando, per non dare origine a crepe che potrebbero in seguito determinare un falso contatto fra i pezzi saldati. Non sempre possibile disporre i pezzi nella giusta posizione e poi saldare; anzi, forse il pi delle volte, la stessa saldatura che tiene a posto i pezzi. Occorre allora imparare a tenere con due mani i pezzi da saldare, lo stagno e il saldatore! Buon divertimento.
IL CODICE A COLORI DELLE RESISTENZE

Il diodo come raddrizzatore

Un componente elettronico dal comportamento molto particolare il diodo. Abbiamo visto che applicando una certa tensione ad una resistenza, la corrente che la attraversa corrisponde al rapporto fra la tensione applicata ed il valore della resistenza stessa; questa legge non vale per il diodo.

Dal punto di vista fisico-strutturale, il diodo (figura 1, in alto) costituito da una giunzione "p-n", ovvero da un semiconduttore contenente, adiacenti l'una all'altra, due regioni, drogate una con impurit di tipo "p" ed una con impurit di tipo "n". La regione P, essendo drogata con atomi in difetto di elettroni, tende a catturare elettroni: come si dice, presenta delle buche o lacune. La regione N, essendo drogata con atomi in eccesso di elettroni, tende a perdere gli elettroni in eccesso. Quando la giunzione PN polarizzata inversamente (figura 1, al centro), ovvero al lato P risulta applicata una tensione negativa Figura 1 ed al lato N una positiva, sia le lacune della zona P che gli elettroni liberi della zona N vengono attirati dal campo elettrico applicato, per cui la zona centrale si svuota; in tale zona, che viene detta "zona di deplezione", si crea una barriera di potenziale che impedisce il passaggio della corrente; circola soltanto una debolissima corrente dovuta a cariche minoritarie, detta "corrente di drift. Tale corrente dell'ordine di qualche A per i diodi al germanio, e di qualche nA per i diodi al silicio. Quando la giunzione PN polarizzata direttamente (figura 1, in basso), le lacune della zona P vengono sospinte verso la zona centrale della giunzione dalla polarit positiva applicata; analogamente, gli elettroni liberi della zona N vengono sospinti verso la zona centrale della giunzione dalla polarit negativa; se la tensione sufficiente a vincere la barriera di potenziale esistente, le buche e gli elettroni si combinano fra loro, dando origine ad una corrente, detta corrente di diffusione, che pu anche diventare molto intensa. La tensione necessaria per innescare il flusso di tale corrente di 0,2 - 0,3 V nel caso di giunzioni al Germanio e di 0,5 V nel caso di giunzioni al Silicio.

Il diodo realizzato con una giunzione PN come appena descritto, viene rappresentato col simbolo che si vede in figura 2 al centro: il lato corrispondente alla zona P viene chiamato "anodo"; il lato corrispondente alla zona N viene chiamato "catodo". Sotto al simbolo riportata l'immagine di un diodo reale: la fascia argentea indica il catodo; nell'uso normale del diodo, la corrente nel diodo fluisce dall'anodo verso il catodo

Figura 2

Nel suo impiego pratico, il comportamento del diodo rappresentato nel grafico della figura 3. La tensione applicata al diodo si legge sull'asse X (quello orizzonate), mentre sull'asse Y (quello verticale) si legge la corrente che lo attraversa. Con polarizzazione diretta, ovvero quando all'anodo applicata una tensione positiva rispetto al catodo, si osserva che non passa corrente fino al valore di tensione VT, detto valore di soglia; se la tensione applicata al diodo viene aumentata oltre tale valore, si Figura 3 verifica il passaggio di una corrente tanto pi alta quanto maggiore la tensione applicata. Se il diodo viene polarizzato inversamente, e cio si applica all'anodo una tensione negativa rispetto al catodo, in pratica non passa corrente, se si esclude una debolissima corrente detta di "drift"; se per si supera un determinato valore di tensione, detto valore di "breakdown", la resistenza del diodo cede improvvisamente, ed ha luogo una conduzione senza limiti, detto "effetto valanga". Poich normalmente un diodo non viene

costruito per funzionare nella regione di break-down, occorre evitare che questo accada, pena la distruzione irreversibile del diodo, dovuta al brusco aumento della potenza dissipata. Grazie alle caratteristiche fin qui descritte, il diodo risulta utilissimo nel funzionamento come "raddrizzatore"; inserendo per esempio un diodo in un circuito percorso da corrente alternata sinusoidale, si verifica che la corrente passa nel circuito solo quando ha la giusta polarit, mentre viene bloccata ogni volta che la polarit si inverte. In pratica, tutte le semionde negative della corrente alternata vengono eliminate, per cui, a valle del diodo, si ottiene una tensione costituita dalle sole semionde positive (tale tensione viene detta "pulsante"). Il passaggio dalla corrente alternata alla corrente continua viene descritto in modo dettagliato in altre pagine di questo sito. I diodi raddrizzatori vengono prodotti per una vasta gamma di applicazioni; variando le tecniche di costruzione, la percentuale di drogaggio del chip e le sue dimensioni, si possono ottenere diodi in grado di sopportare una corrente massima che varia da 1 A a decine e centinaia di ampere, adatti a tensioni di lavoro da qualche decina a varie centinaia di volt. Le principali grandezze ch ecaratterizzano un diodo sono: - Maximum reverse voltage: la massima tensione inversa che il diodo pu sopportare, senza che si verifichi l'effetto valanga - Rated forward current: la massima corrente (valore medio) che pu attraversare il diodo senza distruggerlo; dipende dalla grandezza del chip, e dalla sua capacit di trasmettere all'esterno il calore prodotto - Maximum forward voltage drop: la massima caduta di tensione ai capi del diodo e dipende dalla corrente che lo attraversa (in senso diretto) - Maximum leakage current: la corrente di dispersione che fluisce nel diodo quando viene collegato (polarizzato) in senso inverso (purch la tensione applicata non sia abbastanza elevata da causare l'effetto valanga)

- Maximum reverse recovery time: il tempo che occorre al diodo per passare dallo stato oN allo stato OFF, e cio dalla conduzione alla non conduzione; in pratica la "switching speed", cio la velocit di commutazione, e dipende dalle dimensioni e dalle caratteristiche del chip.

La tensione che cade ai capi del diodo quando questo conduce in senso diretto (maximum forward voltage drop), dipende dal valore della corrente che fluisce nel diodo: come si vede nel grafico a lato, tale caduta di tensione vale circa 0,6V nel momento in cui il diodo comincia a condurre (I=0,01A) e diventa, per esempio, di 0,9V quando la corrente che passa nel diodo I=0,75A Figura 4

Il diodo zener

Nella pagina "Il diodo come raddrizzatore" si parlato del comportamento del diodo polarizzato inversamente; si visto che, applicando al catodo una tensione positiva rispetto all'anodo, scorre soltanto una debolissima corrente, detta "corrente di drift", fino a quando la tensione applicata non raggiunge un valore tale da innescare "l'effetto valanga". Funzionando in tali condizioni, un diodo normale arriva presto alla distruzione per surriscaldamento. E' tuttavia possibile, drogando fortemente il semiconduttore, ottenere un effetto simile all'effetto valanga, ma diverso per due aspetti fondamentali:

1- il fenomeno pu ripetersi indefinitamente senza che il diodo si distrugga 2- il fenomeno si produce anche a tensioni basse, dell'ordine di qualche volt Tale fenomeno, per cui, a tensione praticamente costante, si verifica un brusco aumento della corrente inversa, viene denominato "effetto Zener"; poich il processo dipende dall'intensit del campo elettrico applicato, possibile, modificando lo spessore dello strato a cui viene applicata la tensione, ottenere diodi zener che manifestano l'effetto valanga a tensioni diverse, in un campo che va da circa 4 volt a diverse centinaia di volt. Grazie alle sue caratteristiche, il diodo zener viene ampiamente sfruttato per realizzare circuiti distabilizzazione della tensione. Osserviamo come prima particolarit che, nell'uso normale, mentre un diodo raddrizzatore viene attraversato dalla corrente Figura 1 nel senso anodo-catodo, un diodo zener viene inserito in circuito col catodo rivolto verso il positivo, cos da essere attraversato da una corrente inversa nel senso catodo-anodo. In figura 1 mostrata l'applicazione di entrambi i diodi: - Dr un diodo raddrizzatore, che permette il passaggio della corrente diretta Idir, solo quando la tensione presente sul suo anodo positiva; vengono cos eliminate tutte le semionde negative contenute nella tensione alternata che arriva dal trasformatore - Dz un diodo zener, che ha lo scopo di stabilizzare la tensione Vcc; quando la tensione in arrivo tende a salire, la corrente che passa nel diodo zener aumenta in proporzione: poich la stessa corrente passa anche nella resistenza Rz, ai capi di quest'ultima si determina una maggiore caduta di tensione, che compensa cos l'aumento della tensione in ingresso.

Figura 2

In figura 2 viene evidenziato il funzionamento caratteristico del diodo zener: quando sottoposto a tensione diretta, il suo funzionamento non si discosta da quello del diodo raddrizzatore; nel funzionamento con tensione inversa vediamo, invece, che l'effetto valanga si manifesta ad una tensione VZ molto bassa (nel caso specifico a 5,1 V). Questa tensione viene definita "tensione di zener" ed caratteristica per quel tipo di diodo.

Il circuito di figura 1 costituisce il pi semplice degli alimentatori stabilizzati; il suo impiego limitato a carichi dall'assorbimento modesto, fino a qualche decina di mA. Il valore della resistenza Rz pu essere determinato approssimativamente con la formula: ( Vi Vz ) : ( Ic + Iz ) dove Vi la tensione d'ingresso, Vz la tensione del diodo zener (e quindi la tensione di uscita), Ic la massima corrente che si richiede in uscita. Iz la corrente minima che deve passare nel diodo zener perch questo possa svolgere la sua azione stabilizzatrice: il suo valore cambia da un tipo di diodo all'altro, ma si aggira intorno ai 510 mA. Un diodo zener quindi caratterizzato in primo luogo dalla tensione a cui si verifica l'effetto valanga (tensione di zener); importante poi la massima potenza che il diodo pu dissipare senza distruggersi: i diodi di uso pi comune sono adatti a potenze comprese fra 0,35 e 1 o 2 W.

Vari esempi di applicazione del diodo zener si trovano in altre pagine di questo sito.
ALCUNI DIODI ZENER DI sono indicate nell'ordine: sigla - tensione di zener - potenza massima MMBZ5221B 2.4V, 0.35W MMBZ5223B 2.7V, 0.35W MMBZ5226B 3.3V, 0.35W MMBZ5227B 3.6V, 0.35W MMBZ5228B 3.9V, 0.35W MMBZ5229B 4.3V, 0.35W MMBZ5230B 4.7V, 0.35W MMBZ5231B 5.1V, 0.35W MMBZ5232B 5.6V, 0.35W MMBZ5233B 6.0V, 0.35W MMBZ5234B 6.2V, 0.35W MMBZ5235B 6.8V, 0.35W MMBZ5236B 7.5V, 0.35W MMBZ5237B 8.2V, 0.35W MMBZ5238B 8.7V, 0.35W MMBZ5239B 9.1V, 0.35W MMBZ5240B 10V, 0.35W MMBZ5241B 11V, 0.35W MMBZ5242B 12V, 0.35W MMBZ5243B 13V, 0.35W MMBZ5244B 14V, 0.35W MMBZ5245B 15V, 0.35W MMBZ5246B 16V, 0.35W MMBZ5247B 17V, 0.35W MMBZ5248B 18V, 0.35W MMBZ5249B 19V, 0.35W MMBZ5250B 20V, 0.35W MMBZ5251B 22V, 0.35W MMBZ5252B 24V, 0.35W MMBZ5253B 25V, 0.35W MMBZ5254B 27V, 0.35W MMBZ5255B 28V, 0.35W MMBZ5256B 30V, 0.35W MMBZ5257B 33V, 0.35W MMSZ4684 3.3V, 0.5W MMSZ4686 3.9V, 0.5W MMSZ4688 4.7V, 0.5W MMSZ4689 5.1V, 0.5W MMSZ4692 6.8V, 0.5W MMSZ4697 10V, 0.5W MMSZ4702 15V, 0.5W MMSZ4703 16V, 0.5W MMSZ4706 19V, 0.5W MMSZ5226B 3.3V, 0.5W MMSZ5227B 3.6V, 0.5W MMSZ5228B 3.9V, 0.5W MMSZ5229B 4.3V, 0.5W MMSZ5230B 4.7V, 0.5W MMSZ5231B 5.1V, 0.5W MMSZ5232B 5.6V, 0.5W MMSZ5233B 6.0V, 0.5W MMSZ5234B 6.2V, 0.5W MMSZ5235B 6.8V, 0.5W MMSZ5236B 7.5V, 0.5W MMSZ5237B 8.2V, 0.5W MMSZ5238B 8.7V, 0.5W MMSZ5239B 9.1V, 0.5W MMSZ5240B 10V, 0.5W MMSZ5241B 11V, 0.5W MMSZ5242B 12V, 0.5W MMSZ5243B 13V, 0.5W MMSZ5244B 14V, 0.5W MMSZ5245B 15V, 0.5W MMSZ5246B 16V, 0.5W MMSZ5247B 17V, 0.5W MMSZ5248B 18V, 0.5W MMSZ5249B 19V, 0.5W MMSZ5250B 20V, 0.5W MMSZ5251B 22V, 0.5W MMSZ5252B 24V, 0.5W MMSZ5253B 25V, 0.5W MMSZ5254B 27V, 0.5W MMSZ5255B 28V, 0.5W MMSZ5256B 30V, 0.5W MMSZ5257B 33V, 0.5W PRODUZIONE 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W 1W FAIRCHILD

1N4728A 3.3V, 1N4729A 3.6V, 1N4730A 3.9V, 1N4731A 4.3V, 1N4732A 4.7V, 1N4733A 5.1V, 1N4734A 5.6V, 1N4735A 6.2V, 1N4736A 6.8V, 1N4737A 7.5V, 1N4738A 8.2V, 1N4739A 9.1V, 1N4740A 10V, 1N4741A 11V, 1N4742A 12V, 1N4743A 13V, 1N4744A 15V, 1N4745A 16V, 1N4746A 18V, 1N4747A 20V, 1N4748A 22V, 1N4749A 24V, 1N4750A 27V, 1N4751A 30V, 1N4752A 33V, 1W

BZX85C10 10V, 1.3W BZX85C11 11V, 1.3W BZX85C12 12V, 1.3W BZX85C13 13V, 1.3W BZX85C15 15V, 1.3W BZX85C16 16V, 1.3W BZX85C18 18V, 1.3W BZX85C20 20V, 1.3W BZX85C22 22V, 1.3W BZX85C24 24V, 1.3W BZX85C27 27V, 1.3W BZX85C30 30V, 1.3W BZX85C33 33V, 1.3W BZX85C3V3 3.3V, 1.3W BZX85C3V6 3.6V, 1.3W BZX85C3V9 3.9V, 1.3W BZX85C4V3 4.3V, 1.3W BZX85C4V7 4.7V, 1.3W BZX85C5V1 5.1V, 1.3W BZX85C5V6 5.6V, 1.3W BZX85C6V2 6.2V, 1.3W BZX85C6V8 6.8V, 1.3W BZX85C7V5 7.5V, 1.3W BZX85C8V2 8.2V, 1.3W BZX85C9V1 9.1V, 1.3W

I DIODI LED
Il termine "LED" un acronimo che sta per "Light Emitting Diode", ovvero "diodo che emette luce". I led sono costituiti da una giunzione P-N realizzata con arseniuro di gallio o con fosfuro di gallio, entrambi materiali in grado di emettere radiazioni luminose quando siano attraversati da una corrente elettrica; il valore di tale corrente compreso fra 10 e 30 mA. Il funzionamento del led si basa sul fenomeno detto "elettroluminescenza", dovuto alla emissione di fotoni (nella banda del visibile o dell'infrarosso) prodotti dalla ricombinazione degli elettroni e delle lacune allorch la giunzione polarizzata in senso diretto. I led hanno un terminale positivo ed uno negativo, e per funzionare devono essere inseriti in circuito rispettando tale polarit; in genere il terminale positivo quello pi lungo, ma lo Diodo led si pu individuare con certezza osservando l'interno del led in controluce: come si vede in figura, l'elettrodo positivo sottile, a forma di lancia, mentre il negativo ha l'aspetto di una bandierina. Quando si utilizza un led, necessario disporre sempre una resistenza in serie ad esso, allo scopo di limitare la corrente che passa ed evitare che possa distruggersi; la caduta di tensione ai capi di un led pu variare da 1,1 a 1,6 V, in funzione della lunghezza d'onda della radiazione emessa (a lunghezze d'onda minori corrisponde una caduta di tensione pi alta). Diversamente dalle comuni lampadine, il cui filamento funziona a temperature elevatissime ed caratterizzato da notevole inerzia termica, i led emettono luce fredda, e possono lampeggiare a frequenze molto alte, superiori al Mhz; se si considera anche che la luce emessa direttamente proporzionale alla corrente che li attraversa, i led risultano particolarmente adatti alla trasmissione di segnali tramite modulazione dell'intensit luminosa. Uno dei tanti impieghi del led ad esempio quello di iniettori di segnali nelle reti a fibre ottiche. I led pi comuni emettono luce rossa, arancio, gialla o verde. In tempi relativamente recenti si riusciti a produrre un led caratterizzato dall'emissione di luce blu chiara, utilizzando il Nitruro di Gallio (GaN); la disponibilit di un led a luce blu molto importante poich consente di ricreare, insieme alle radiazioni rossa e verde, una sorgente di luce bianca. UN PO' DI FISICA

Quando, per effetto della tensione di polarizzazione diretta, gli elettroni e le lacune vengono guidati nella regione attiva compresa fra il materiale di tipo N e quello di tipo P, l'energia pu essere convertita in fotoni, infrarossi oppure visibili. Questo implica che le coppie elettrone-lacuna passino a uno stato di maggiore stabilit, rilasciando un'energia dell'ordine di alcuni eV (elettroni volt) tramite emissione di un fotone: il rosso all'estremo dello spettro visibile, corrispondente a 700 nm, richiede, per l'emissione di un fotone, il rilascio di un quanto di energia pari a 1,77 eV; all'estremo opposto il violetto, avente lunghezza d'onda di 400 nm, richiede 3,1 eV. La caduta di tensione ai capi del led e la lunghezza d'onda della radiazione emessa sono correlati all'esistenza di un intero intervallo di livelli energetici proibiti, meglio noto come "Energy gap" e indicato con Eg, nel quale lelettrone o la lacuna non possono stare: i portatori vanno dunque ad occupare solo i livelli di energia permessi, i quali formano le cosiddette "bande energetiche". La "bandgap energy", o Eg, viene definita in base alla relazione: Eg = hc/ = 1240 eV / -15 essendo h la costante di Plank (pari a 4,13 x 10 eVs), c la velocit della luce (2,998 x 108 m/s) e la lunghezza d'onda in nm. Di seguito sono riportate le caratteristiche principali dei materiali comunemente usati come emettitori di luce:
Materiale Fosfuro di Gallio Arseniuro di Alluminio Arseniuro di Gallio Fosfuro di Indio Arseniuro di Alluminio-Gallio Fosfuro-Arseniuro di Indio-Gallio Formula GaP AIAs GaAs InP AIGaAs InGaAsP Energy Gap 2.24 eV 2.09 eV 1.42 eV 1.33 eV 1.42-1.61 eV 0.74-1.13 eV Lunghezza d'onda 550 nm 590 nm 870 nm 930 nm 770-870 nm 1100-1670 nm

Come si calcola la resistenza in serie al led Abbiamo gi detto che in serie al led occorre inserire una resistenza per limitare il passaggio di corrente; il valore di tale resistenza pu essere calcolato con la legge di Ohm: - indichiamo con Vs la tensione di alimentazione cui vogliamo collegare il nostro led - indichiamo con Vl la caduta di tensione presente ai capi del led (per esempio di 1,4 V) - indichiamo con I il valore della corrente che vogliamo far passare nel led Per calcolare il valore della resistenza baster fare la differenza fra Vs e Vl e dividere il risultato per I (il cui valore pu variare, come detto, da 20 a 40 mA)

Esempio (vedere figura): vogliamo far funzionare un led con una tensione di 12 V, limitando la corrente a 20 mA (e cio a 0,02 A) R = (12 - 1,4) : 0,02 = 530 ohm (poich tale valore non esiste in commercio, useremo il valore standard pi vicino, ad esempio 470 oppure 560 ohm) Un semplice circuito per controllare l'isolamento

Con un led e due transistor si pu costruire un semplice circuito utile per verificare l'isolamento di parti elettriche o per controllare il buono stato dei condensatori di piccola capacit (vedere figura in basso). I transistor sono due NPN di piccola potenza (tipo BC547 o equivalenti); si nota che sulla base di TR1 arriva la corrente proveniente dall'emettitore di TR2: questo tipo di collegamento viene definito "configurazione Darlington" e permette di ottenere un elevato guadagno di corrente.

In breve, una debolissima corrente sulla base di TR2 in grado di far accendere il Led che si trova sul collettore di TR1; se per esempio provate a toccare con una mano l'ingresso IN1 e con l'altra l'ingresso IN2, vedrete che il led si accende, e si accende tanto di pi quanto pi stringete i fili fra le dita. In effetti il led si accende grazie alla debolissima corrente proveniente dal polo positivo, che attraversa il vostro corpo (da una mano all'altra) ed arriva alla base di TR2 attraverso la resistenza RB2. Il condensatore C da 4700 pF serve ad inviare a massa eventuali disturbi che potrebbero essere captati dall'ingresso, a causa della sua alta impedenza. Allo stesso modo, se con i due fili di entrata IN1 e IN2 toccate qualunque altro

materiale od oggetto, potrete verificare il grado di isolamento esistente: se il led rimane completamente spento, l'isolamento totale. Analogamente possibile verificare il buon funzionamento dei piccoli condensatori, di capacit fino a qualche migliaio di pF. Collegando il condensatore ai due fili di entrata, il led si accender per un breve istante, quindi si spegner, pi o meno rapidamente a seconda della capacit del condensatore; se il led rimane acceso, anche debolmente, vuol dire che il condensatore in dispersione. Tanto per avere un'idea, con condensatori di qualche migliaio di pF il led far solo un breve lampo; con condensatori da 0,1 F in su il led rimarr acceso alcuni secondi, per spegnersi poi gradualmente. Potete far funzionare il circuito con una pila da 4,5 V; fate attenzione a collegare il led in modo che il terminale positivo corrisponda al positivo dell'alimentazione.
COMPONENTI DEL CIRCUITO E LORO FUNZIONI COMPONENTE TR1 TR2 RL RB1 RB2 C VALORE TRANS. NPN TIPO BC547 TRANS. NPN TIPO BC547 Resistenza 100 Ohm Resistenza 1kOhm Resistenza 1MOhm Condensatore 4700 pF Pilota LED amplificatore di corrente limita la corrente nel LED limita la corrente di base di TR1 limita la corrente di base di TR2 soppressione disturbi FUNZIONE

COME COSTRUIRE UN ALIMENTATORE


Un alimentatore serve a far funzionare con l'energia elettrica di rete tutte quelle apparecchiature che non possono essere collegate direttamente alla presa a 220V, ma necessitano di una tensione diversa, in genere molto pi bassa, simile a quella fornita dalle pile. Per fare in modo che la tensione alternata disponibile nelle prese di casa diventi uguale a quella di una pila, l'alimentatore utilizza diversi componenti, ciascuno con una specifica funzione: vedremo quali sono questi componenti, esaminando la realizzazione del pi semplice degli alimentatori. Chi desidera approfondire l'argomento pu andare alla pagina "Dalla corrente alternata alla corrente continua"

IL TRASFORMATORE
Il trasformatore ha il compito di abbassare la tensione di rete; esso composto in genere da due avvolgimenti distinti: uno, di entrata, detto primario, che viene collegato a 220V; uno di uscita, detto secondario, che fornisce una tensione pi bassa di quella in entrata, adatta alle esigenze dell'utilizzatore, cio dell'apparecchio che si vuole alimentare. A seconda dei tipi, il trasformatore pu avere uno o due avvolgimenti secondari; vedremo come sfruttare nel modo migliore sia un tipo che l'altro.

Figura 1a - Trasformatore a secondario unico: la tensione di rete viene collegata ai fili 1 e 2; la tensione ridotta si ritrova ai capi del secondario (fili 3 e 4)

IL RADDRIZZATORE
La tensione che esce dal trasformatore non pu alimentare un apparecchio fatto per funzionare con delle pile; mentre le pile hanno infatti una tensione continua, la tensione che esce dal trasformatore ancora una tensione alternata, il che vuol dire che cambia di polarit continuamente (per l'esattezza: 50 volte al secondo). Occorre allora "raddrizzare" tale tensione, per ottenere che all'utilizzatore arrivi un flusso di corrente diretto sempre nello stesso verso. Il compito di bloccare la corrente nei momenti in cui il flusso si inverte affidato al diodo; si possono usare uno, due o quattro diodi, secondo vari circuti che presto vedremo.

Figura 1b - Trasformatore a due secondari: la tensione di rete entra sui pin 1 e 2; la tensione ridotta si ritrova ai capi sia di un secondario (pin 3 e 4) che dell'altro (pin 5 e 6) Figura 2 Diodo: l'anello in colore chiaro indica il lato da cui la corrente esce (catodo)

IL CONDENSATORE DI LIVELLAMENTO
La tensione alternata che arriva dal trasformatore, resa monodirezionale tramite i diodi, non ha ancora un valore costante: il suo valore cambia continuamente, passando da zero a un

Figura 3 - Per il livellamento si usa un

capacit con ingombri ridotti

Osserviamo il grafico che segue: in alto vediamo la forma d'onda che ha la tensione di rete a 220V applicata all'entrata del trasformatore Al centro vediamo la tensione che si ottiene in uscita dopo averla raddrizzata con un raddrizzatore a semionda, ovvero ad un solo diodo In basso vediamo la tensione che si ottiene in uscita dopo averla raddrizzata con un raddrizzatore ad onda intera, come quelli che utilizzano 2 o 4 diodi.

Figura 4

TRE CIRCUITI PER UN ALIMENTATORE


Il circuito da usare dipende dal trasformatore di cui si dispone. Se il trasformatore ha un solo avvolgimento secondario (come quello di figura 1a) possibile realizzare lo schema di figura 5, che usa un solo diodo, o quello di figura 6, che ne usa quattro.

Figura 5 - con un solo diodo si raddrizza una sola semionda della corrente alternata

Il circuito di figura 5 pi semplice, ma siccome sfrutta una sola semionda della tensione alternata pi adatto per utilizzatori che assorbono poca corrente (non pi di 50 mA). Quando occorre una corrente pi forte bene utilizzare lo schema con quattro diodi (figura 6), che sfrutta entrambe le semionde e quindi permette un migliore livellamento della tensione in uscita.

Figura 6 - con 4 diodi vengono raddrizzate entrambe le semionde

Se il trasformatore dotato di un avvolgimento secondario doppio, cio con presa centrale (come il trasformatore della figura 1b), possibile raddrizzare entrambe le semionde della corrente alternata usando due soli diodi (circuito di figura 7). Nel caso della figura 1b, i diodi vanno collegati ai pin 3 e 6, mentre la presa centrale si ottiene collegando insieme i pin 4 e 5.

Figura 7 - se il trasformatore ha un doppio secondario

tensione in uscita trasformatore dall'alimentatore da usare bastano due diodi per raddrizzare entrambe le semionde 4,5 220/4,5 220/5,5 220/8 220/10,5 220/12,5 220/15 220/20

L'alimentatore descritto molto semplice, per cui non dispone di un sistema di regolazione della tensione che arriva all'utilizzatore; per ottenere in uscita la tensione desiderata, l'unico modo quello di usare un trasformatore il cui secondario dia una tensione ben precisa. Vediamo allora come va calcolata la tensione secondaria del trasformatore:

6 9 12 15 18 24

chiamiamo VU la tensione che deve arrivare all'utilizzatore aggiungiamo 1 al valore di VU per tenere conto della caduta di tensione nei diodi raddrizzatori dividiamo il valore ottenuto per 1,41 per passare dal valore massimo al valore efficace moltiplichiamo il valore ottenuto per 1,1 per tenere conto della caduta di tensione nel trasformatore durante il funzionamento sotto carico

Con questi calcoli si ottiene VS e cio il valore della tensione che deve avere il secondario del trasformatore; chi non ha voglia di fare conti, nella tabella a destra trova i valori gi calcolati. Occorre tenere presente che i valori indicati sono approssimativi, anche perch, a meno di non farlo avvolgere appositamente, difficilmente si riuscir a trovare un trasformatore con le tensioni esatte. Il trasformatore deve poi essere adatto alla potenza richiesta: occorre moltiplicare la Tensione Corrente Diodo tensione di funzionamento dell'utilizzatore di lavoro massima per la corrente che esso richiede; il valore ottenuto va maggiorato di circa il 20% se 1N4001 50 V 1A l'alimentatore deve funzionare saltuariamente, oppure del 40% nel caso 1N4002 100V 1A di funzionamento prolungato o continuo. Esempio pratico: un apparecchio deve 1N4003 200 V 1A funzionare a 12 V ed assorbe una corrente di 1,5 A; la potenza del trasformatore :
1N5400 50 V 100 V 3A 3A

12 x 1,5 x 1,2 = 21,6 VA (per funzionamento saltuario) 12 x 1,5 x 1,4 = 25,2 VA (per funzionamento prolungato)

1N5401

1N5402

200 V

3A

I diodi vanno scelti in base alla tensione ed alla corrente che li attraversa. Per la tensione non ci sono problemi, considerato che qualunque diodo raddrizzatore pu funzionare

6A4

400 V

6A

tranquillamente fino a tensioni di almeno 50V. La corrente va calcolata in previsione del fatto che, al momento dell'accensione, i diodi sono attraversati dal forte picco di corrente che va a caricare il condensatore elettrolitico completamente scarico; per tale motivo bene utilizzare diodi in grado di sopportare correnti maggiori di quelle richieste dall'utilizzatore, e ci tanto pi quanto maggiore la capacit del condensatore di livellamento. In particolare, nel raddrizzatore a un solo diodo, occorre considerare che la corrente passa nel diodo stesso solo per met del tempo di funzionamento, per cui il suo flusso risulta discontinuo, con picchi di valore doppio. La tabella a lato descrive i diodi raddrizzatori di uso pi comune. Il condensatore deve essere adatto alla tensione di uscita dell'alimentatore; in merito alla sua capacit, questa dipende sia dalla corrente richiesta dall'utilizzatore, sia dal circuito utilizzato: con un raddrizzatore ad una semionda, per esempio, occorre un condensatore di capacit doppia rispetto ad un raddrizzatore a due semionde. Il calcolo del condensatore piuttosto complesso, e tiene anche conto della percentuale di ondulazione residua che si disposti ad accettare in uscita; per tale motivo consiglio allora di procedere per via sperimentale, usando per esempio un valore di capacit iniziale di circa 1000 F. In carti casi ci si accorge che tale valore insufficiente: per esempio, usando l'alimentatore per far funzionare una radiolina, si avverte nell'altoparlante un certo ronzio; in tal caso senz'altro possibile passare gradualmente a valori pi alti, come 2200, 3300 o 4700 F (si noter che man mano il ronzio diminuisce).

Molte volte, gli apparecchi che funzionano a pile hanno una presa prevista appositamente per il collegamento ad un alimentatore da rete; si tratta quasi sempre di una presa coassiale, nelle cui vicinanze, sull'involucro dell'apparecchio, contrassegnata la polarit dei fili da collegare (positivo sul contatto centrale, negativo sul contatto esterno - o viceversa). Per collegarci a tale presa, dobbiamo dotare il nostro alimentatore della spina corrispondente (figura 8), facendo attenzione a collegare nel modo corretto i fili positivo e negativo.
Figura 8 - per collegare i fili in modo corretto, fare sempre riferimento a quanto indicato sull'involucro dell'apparecchio.

DALLA CORRENTE ALTERNATA ALLA CORRENTE CONTINUA

Nella sezione dedicata alla costruzione dell'alimentatore si visto come sia possibile trasformare la corrente alternata di rete in corrente continua adatta ad alimentare apparecchiature a bassa tensione che in genere funzionano a pile. Qualcuno avr notato che, volendo realizzare un alimentatore con 12 V di uscita, si detto di procurarsi un trasformatore con secondario a 9 V; la cosa pu in effetti apparire strana, ma leggendo quanto segue dovrebbe risultare tutto pi chiaro. Il problema fondamentale quello di capire cosa si intende quando si dice che una tensione alternata ha un certo valore. Consideriamo, per esempio, la solita "tensione di rete" a 220 V che arriva nelle nostre case. figura 1 In figura 1 vediamo la raffigurazione grafica di tale tensione: il valore cambia da un istante all'altro; facendo riferimento al tempo, indicato in basso in ms (millisecondi), si rileva che, partendo da un valore zero, la tensione sale e, dopo 5 ms, raggiunge un valore massimo (che figura 2 supera 300 V). Poi la tensione torna a scendere, per ridiventare zero all'istante 10 ms; successivamente assume valori negativi, cio al di sotto dello zero, fino al valore limite inferiore, di poco oltre i - 300 V. Poi torna ancora a salire ed arriva a zero, esattamente dopo che sono passati 20 ms dall'inizio. A questo punto diciamo che la tensione ha compiuto un ciclo completo, assumendo tutti i valori che doveva assumere; da ora in poi si ripeteranno

altri cicli tutti uguali a quello descritto. Come si visto, un ciclo dura 20 ms: poich un secondo fatto di 1000 ms, nello spazio di un secondo si ripeteranno 1000:20 cicli, e cio 50 cicli; per tale motivo si dice che la tensione di rete ha una frequenza di 50 Hz (hertz). Perch una tensione come quella che abbiamo appena descritto viene detta "a 220 V"? Per il semplice motivo che ci che interessa di una tensione alternata non il suo valore massimo, ma la sua capacit di sviluppare energia; si cos convenuto di indicarne quello che viene definito "valore efficace", ovvero il valore che dovrebbe avere una tensione continua per produrre lo stesso effetto termico. Guardando la figura 2 si pu comprendere meglio questo concetto: si tratta della stessa tensione di figura 1, ma che adesso stata raddrizza; le semionde negative sono state ribaltate, e per tale motivo la tensione non scende pi sotto lo zero. Nei punti pi alti essa raggiunge un valore di circa 310 V, ma in altri scende a zero. Se con tale tensione alimentiamo per esempio una stufa, si produrr un certo riscaldamento; con esperimenti pratici si rileva che per ottenere lo stesso riscaldamento utilizzando una tensione continua occorre utilizzare una tensione del valore di 220 V. Tale valore viene detto "valore efficace" della tensione alternata che abbiamo descritto. Tornando adesso al trasformatore usato per l'alimentatore, quando diciamo che il suo secondario genera una tensione di 9 V, in realt la tensione prodotta quella che si vede in figura 3.

Figura 3

Tale tensione, dopo essere stata raddrizzata, assume l'aspetto che si vede in figura 4.

Figura 4

Con l'aggiunta di un condensatore, che si carica in corrispondenza dei valori pi alti, si ottiene una tensione quasi continua, di valore medio prossimo a 12 V, come indica il tracciato evidenziato in azzurro nella figura 5.

Figura 5

Per concludere si pu osservare come, passando dalla forma d'onda della figura 1 a quella della figura 2, non solo siano spariti i valori negativi, ma sia anche variata la frequenza: mentre prima un ciclo intero si svolgeva in 20 ms, nella figura 2 vediamo che le semionde si ripetono uguali a distanza di 10 ms una dall'altra. Questo significa che la frequenza della pulsazione passata da 50 hz a 100 hz, e quindi raddoppiata. I TRANSISTORI

Il transistor alla base dell'elettronica dei nostri tempi. Anche se come componente singolo viene usato molto meno che in passato, sempre opportuno ed utile conoscere le caratteristiche principali ed il funzionamento di questo minuscolo dispositivo a stato solido.

Un transistor pu avere diversi aspetti, a seconda del fabbricante e del tipo di applicazioni per cui previsto; in ogni caso, i terminali o punti di contatto che permettono di inserirlo in un circuito sono tre, e sono sempre gli stessi: collettore, emettitore e base. I transistor di bassa potenza, il cui scopo principalmente l'amplificazione dei segnali, hanno in genere l'aspetto di uno dei primi due a sinistra: da un piccolo corpo pi o meno cilindrico, metallico o di materiale plastico, fuoriescono tre zampe, nella forma di fili o di linguette, che sono i tre elettrodi ci cui si parlava poco fa. La disposizione di questi elettrodi pu variare da un tipo all'altro, e va quindi determinata disponendo delle informazioni tecniche relative (i famosi "data sheet"). Per certi transistori di vecchio tipo, sul corpo cilindrico era marcato un puntino colorato che indicava il collettore; in altri presente sull'involucro metallico una minuscola linguetta, in corrispondenza della quale si trova l'emettitore. Una prima divisione nel mondo dei transistor riguarda la polarit degli elettrodi; senza scendere troppo nei particolari, almeno per il momento, sar sufficiente sapere che esistono transistori NPN e transistori PNP. La differenza principale che il funzionamento in circuito invertito: mentre per un NPN il collettore deve essere collegato al polo positivo e l'emettitore al negativo, nel caso di un PNP le polarit sono di segno opposto. L'esistenza di queste due

famiglie di transistori torna molto utile, perch permette di realizzare circuitazioni particolari, sfruttando le diverse polarit. In base all'impiego, i transistori presentano altre caratteristiche, che possono variare anche molto da un tipo all'altro. Vediamo in breve le principali:
- Caratteristiche limite di funzionamento, superando le quali il transistor si distrugge:

Vce - la massima tensione che pu essere applicata fra il


collettore e l'emettitore Vbe - la massima tensione che pu essere applicata fra la base e l'emettitore Ic - la massima corrente che pu attraversare il circuito di collettore Ib - la massima corrente che pu attraversare il circuito di base
- Frequenza di taglio:

la frequenza oltre la quale la capacit di amplificazione del transistor discende rapidamente. Qualunque transistor pu lavorare con segnali all'interno di una certa banda di frequenze. Se, per esempio, dobbiamo costruire un amplificatore audio, quello della frequenza di taglio non sar certo un problema, visto che qualunque transistor pu funzionare ben al di l dei 20.000 hertz delle frequenze acustiche. Se invece si intende amplificare segnali ad alta frequenza (per esempio onde radio a modulazione di frequenza) occorre prestare molta attenzione a scegliere un transistor che presenti un buon guadagno a frequenze di 100 megahertz ed oltre. Lo stesso dicasi per realizzare ad esempio un generatore di funzioni, in grado di produrre una reale onda quadra: in questo caso opportuno ricorrere a quei tipi definiti "transistori per commutazione", che sono caratterizzati da tempi di salita e discesa molto brevi e quindi si adattano alle tecniche impulsive.
- Guadagno:

definisce la capacit di amplificazione del transistor e viene indicato in db (decibel); per quelli che hanno qualche conoscenza di matematica, si pu aggiungere che il decibel il logaritmo di un rapporto: nel nostro caso, indicando con dIb una qualsiasi variazione della corrente di base e con dIc la corrispondente variazione della corrente di collettore, il guadagno risulta dalla formula: g = 20 log (dIc / dIb) Il guadagno legato alla frequenza del segnale; rimane praticamente costante fino ad un certo valore, oltre il quale comincia a diminuire rapidamente: tale valore viene appunto definito frequenza di taglio. Dopo queste considerazioni noiose, passiamo a qualcosa di pi pratico e interessante: mettiamo in circuito il primo transistor. Dobbiamo naturalmente procurarcene uno, insieme ad un p di altro materiale. Ecco allora una piccola lista della spesa da portare al nostro paziente (speriamo!) negoziante: - Un transistor NPN tipo BC107, BC108, BC208, 2N1711, BC237 o equivalenti Un diodo LED - Due resistenze da 1/2 watt, del valore rispettivamente di 220 ohm e 1,5 Kohm Per alimentare il nostro circuito useremo l'alimentatore che abbiamo costruito seguendo le indicazioni delle lezioni precedenti; in sua mancanza, Usando le pile, risulta comodo servirsi di una coppia di vanno bene anche due spinette maschio/femmina (come quelle di colore rosso in pile piatte collegate in figura) per collegare e scollegare le pile dal circuito, mentre in modo da tutti gli altri fili rimangono permanentemente saldati, una serie, volta per tutte ottenere 9 volt (vedi riquadro a fianco). Cominciamo parlando del diodo LED; oltre ad essere un vero e

proprio diodo, nel senso che si lascia attraversare dalla corrente solo in un verso, presenta la caratteristica di essere luminoso: quando viene collegato alla giusta tensione (di circa 1,5 volt) esso si accende come una minuscola lampadina, ed emette una luce il cui colore dipende dal tipo di diodo (pu essere rossa, gialla, verde, ecc.). Essendo un diodo a tutti gli effetti, il LED va inserito in circuito nel verso giusto; se osservate un LED per trasparenza, noterete al suo interno che i due elettrodi sono diversi (come si vede in figura): il pi piccolo dei due quello che va collegato al polo positivo; l'altro va collegato al negativo. Nel nostro caso, siccome vogliamo alimentare il LED con l'alimentatore a 12 volt, non possiamo collegarlo direttamente, perch si brucerebbe. Come si vede in figura, inseriremo in serie al LED una resistenza, del valore di 220 ohm, per limitare la corrente che passa. Adesso possiamo attaccare il tutto all'alimentatore o alle pile: il diodo led deve accendersi. Raggiunto questo primo risultato, possiamo passare ad inserire il transistor. Dopo aver identificato con sicurezza i tre piedini (eventualmente chiedete al vostro fornitore) collegate l'emettitore al polo negativo o massa. Lasciate scollegata, per il momento, la base del transistor. Al collettore collegate la resistenza da 220 ohm, quella che proviene dal diodo LED, realizzando il circuito della figura qui a sinistra. Quando accendete l'alimentatore, il diodo led non deve accendersi; la corrente, infatti, non pu passare, essendo presente il transistor che la blocca. Colleghiamo adesso in circuito anche la base del transistor, cio il piedino che avevamo lasciato scollegato. Vi salderemo la resistenza da 1,5 kohm che a sua volta sar collegata al polo positivo. Se adesso ridiamo corrente al circuito, vedremo che il

diodo LED si accende. Cosa cambiato nel transistor? Attraverso la resistenza R2, una debole corrente, indicata in figura con ib, circola nel circuito di base; questa corrente innesca il passaggio di una corrente pi forte nel circuito di collettore (indicata con ic) e cos il LED si accende. Osserviamo quindi che con una corrente di pochi milliampere (la corrente che entra in base) possiamo comandare una corrente di alcune centinaia di milliampere nel circuito di collettore: questo il principio del transistor, che risulta essere pertanto un "amplificatore di corrente". Non siate delusi; questa era solo una semplice applicazione dimostrativa, utile anche per prendere confidenza col montaggio dei componenti. Cercate quindi di ottenere il funzionamento descritto; se il LED non si accende, o si accende quando non dovrebbe, controllate bene: qualche componente collegato male; provate e riprovate, prima di procedere con le prossime applicazioni. Comandare con la luce Il circuito che analizzeremo questa volta costituisce un automatismo, sia pure nella sua forma pi semplice, in grado di comandare un evento in funzione della luce ambiente. Tanto per fare qualche esempio, possibile ottenere che una o pi lampade si accendano quando la luce naturale si abbassa al di sotto di un certo livello, oppure azionare un segnale acustico, un motore o qualsiasi altro dispositivo elettrico, funzionante a qualsiasi tensione e qualunque sia la potenza da esso assorbita.
Le fotoresistenze

L'elemento che rileva la luminosit in questo caso una fotoresistenza: si tratta di una resistenza particolare, il cui valore cambia sensibilmente in funzione della luce che la investe. A seconda del tipo, una fotoresistenza pu misurare ad una fotoresistenza esempio circa 1 megaohm al buio e solo poche decine di kilo-ohm in piena luce. Il modo di

impiegare una fotoresistenza semplice: come si vede nello schema a destra, la fotoresistenza, indicata con FTR, fa parte del circuito di base del transistor; finch c' luce sufficiente, il valore di FTR rimane basso, per cui la corrente proveniente dal polo positivo attraverso R1 ed RV passa nella fotoresistenza e ritorna a massa, senza interessare il transistor. Quando la luce diminuisce, il valore della fotoresistenza aumenta, fino al momento in cui la corrente poveniente da RV, trovando una via di minor resistenza, comincia a entrare nella base del transistor. Il transistor passa cos in conduzione, cio, come abbiamo visto nella lezione precedente, lascia passare corrente nel suo circuito di collettore. La bobina del rel viene quindi attraversata dalla corrente di collettore del transistor, ed il rel scatta, cio chiude il contatto C. Quando la luce ambiente aumenta, la corrente di base ricomincia a passare nella FTR, la cui resistenza tornata bassa; il transistor non conduce pi ed il rel si diseccita, riaprendo il contatto C. ANALIZZIAMO IN DETTAGLIO I SINGOLI COMPONENTI DEL CIRCUITO

La resistenza RV che si trova nel circuito di base del transistor, una resistenza variabile, detta anche Cos'e' e come funziona un rel trimmer. Nella pratica pu due tipi di resistenze variabili avere l'aspetto di uno dei tipi che si vedono nella figura a sinistra; si tratta comunque di una resistenza il cui valore pu essere regolato tra Un rel sostanzialmente un interruttore, cio un dispositivo in zero e il massimo (che il valore grado di aprire e chiudere un circuito. indicato sulla resistenza stessa) A differenza dell'interruttore per, il rel non viene azionato a mano, ma da facendo ruotare con un cacciavite un elettromagnete, costituito da una un contatto strisciante che scorre su bobina di filo avvolto intorno ad un una superficie di materiale ad alta nucleo di materiale magnetico. Quando passa corrente nella bobina di filo, si resistivit. La resistenza variabile crea un campo magnetico che attira stata inserita per poter regolare con l'ancoretta secondo la freccia rossa verticale; l'ancoretta ruota e spinge il precisione il punto d'intervento, contatto centrale C verso destra, ovvero determinare con che secondo la freccia orizzontale. In luminosit il rel si chiude e mette questo modo, il collegamento tra il contatto centrale e quello di sinistra in funzione ci che vi collegato. (nc) si apre, mentre si chiude il Supponiamo che il vostro circuito si collegamento tra il contatto centrale e quello di destra (na). Il contatto di ecciti, cio il rel si chiuda ed sinistra viene definito nc, cio accenda le lampade, quando c' normalmente chiuso, perch tale ancora abbastanza luce; se volete quando il rel a riposo. Allo stesso modo l'altro contatto, aperto quando il che il circuito intervenga quando rel non eccitato, viene definito na, pi buio, ruotate la RV cos da cio normalmente aperto. aumentarne il valore: in questo modo, affinch la corrente che entra sulla base del transistor riesca a portarlo in conduzione, occorrer che la FTR abbia un

valore pi alto, e cio che sia pi buio. La resistenza R1 serve per proteggere il transistor nel caso che si regoli la RV su valori troppo bassi: se non ci fosse R1, potrebbe entrare nella base del transistor una corrente troppo alta e distruggerlo. Il vantaggio del rel che i due circuiti, cio quello di comando e quello di utilizzazione, sono completamente separati, e possono quindi funzionare con tensioni diverse. L'importante che il circuito di comando invii alla bobina la giusta corrente, e che il circuito di utilizzazione faccia uso di contatti in grado di sopportare la corrente richiesta dal carico collegato. Questo significa che se col rel voglio accendere e spegnere una lampadina da 100 watt a 220 volt, saranno sufficienti contatti per 1 ampere; se invece voglio comandare, supponiamo, una serie di 10 faretti, ciascuno con lampada da 500 watt, avr bisogno di un rel ben pi robusto, con contatti adeguati ad una corrente di circa 30 ampere. In effetti sarebbe possibile fare a meno di un rel, e comandare altri utilizzatori, come lampade, allarmi, ecc, usando soltanto componenti elettronici; l'uso del rel tuttavia pi semplice e permette la massima libert di utilizzo, senza vincoli di carico o di tensioni. Nell' immagine a fianco evidenziato il modo di utilizzare questo circuito, ovvero come deve essere collegato un utilizzatore esterno perch venga comandato dal rel. Nell'esempio si vede una normale lampadina di quelle che usiamo nelle nostre case collegandole alla rete a 220 V. Partendo dalla spina, un filo arriva direttamente alla lampada, mentre l'altro passa attraverso i contatti del rel, che quindi in grado di accendere e spegnere la lampadina. I due terminali sono indicati con na, perch si tratta di

un contatto normalmente aperto, cio di un contatto che si chiude solo quando il rel si eccita.
La funzione del diodo D

Tutte le volte che ci troviamo ad avere a che fare con avvolgimenti di filo intorno a nuclei metallici, possiamo parlare di carichi induttivi. Senza scendere troppo nei dettagli, diciamo che ci sono importanti differenze tra gli effetti di un carico induttivo e quelli di una normale resistenza inseriti in circuito. Se noi applichiamo tensione ai capi di una resistenza, questa viene subito percorsa da corrente; quando stacchiamo tensione, la corrente cessa. Se invece applichiamo tensione a un carico induttivo, come la bobina di eccitazione del rel (o elettrocalamita), la corrente non circola immediatamente, ma dopo un certo intervallo di tempo. Successivamente, nel momento in cui tentiamo di staccare la tensione, la corrente tende a circolare ancora per qualche istante, per cui si creano extra correnti di apertura e tensioni di segno inverso. I transistori possono essere danneggiati da tensioni troppo elevate o di segno contrario a quello richiesto dalla loro polarit, e quindi occorre proteggerli dagli effetti pericolosi dei carichi induttivi. A questo provvede il diodo D, che risulta collegato in parallelo alla bobina del rel, col polo positivo rivolto verso il positivo della alimentazione. Normalmente nel diodo D non passa alcuna corrente, poich esso collegato in senso contrario rispetto all'alimentazione del circuito; quando per ai capi della bobina del rel tende a formarsi una tensione inversa, il diodo passa subito in conduzione e praticamente annulla la tensione pericolosa.
I componenti per questo circuito:

- Un rel la cui bobina funzioni a 9 volt in corrente continua, e che sia dotato di almeno un contatto normalmente aperto; i contatti dovranno essere adeguati alla potenza dell'utilizzatore che volete collegarvi - FTR: fotoresistenza avente un valore di circa 1 Mohm al buio e di qualche Kohm alla luce

- RV: trimmer (resistenza variabile) da circa 47 Kohm - R1: resistenza da 2,2 Kohm - Un transistor NPN tipo BC108 o equivalenti - D: diodo tipo 1N4001 o equivalenti
Condensatori e multivibratori

Argomento di questa lezione saranno i condensatori, di cui analizzeremo un uso pratico realizzando un circuito particolare, detto "multivibratore". Nelle precedenti lezioni abbiamo gi confrontato il comportamento delle resistenze con quello dei carichi induttivi (gli avvolgimenti), concludendo che il comportamento di questi ultimi piuttosto particolare e richiede appostiti accorgimenti. Allo stesso modo, i condensatori sono componenti elettronici dalle caratteristiche un p speciali: per esempio il loro effetto si manifesta soltanto quando una tensione tende a variare; con una tensione continua, cio di segno e valore costanti, la presenza del condensatore passa completamente inosservata. Guardiamo la figura a fianco: si tratta di un condensatore C collegato ad una sorgente di alimentazione, attraverso una resistenza R. Se chiudiamo l'interruttore I, nel circuito inizia a passare una corrente, che nei primi istanti pu essere anche molto elevata. Misuriamo la tensione ai capi del condensatore: vedremo che essa, dapprima molto bassa, crescer lentamente fino a raggiungere quella dell'alimentatore. Cosa successo in pratica? Il condensatore pu essere paragonato ad un recipiente vuoto: all'inizio, pur passando in circuito una forte corrente, esso risulta scarico (la tensione quasi zero); man mano che si carica, la tensione presente ai suoi capi sale, cos come salirebbe l'acqua in un recipiente, mentre la corrente in circuito diminuisce, fino a quando esso risulta

completamente pieno. A questo punto in circuito non passa pi alcuna corrente. Il tempo impiegato a caricarsi dipende da due fattori: innanzitutto dalla capacit del condensatore, che non altro che la sua attitudine ad immagazzinare corrente (come la capacit di un contenitore: pi grande, pi materiale contiene); in secondo luogo, dal valore della resistenza R: pi grande la resistenza, meno corrente passa e quindi pi tempo impiega il condensatore a caricarsi.
Questo tempo di carica di fondamentale importanza, ed molto sfruttato in elettronica. Senza ricorrere ad astruse dimostrazioni teoriche, osserveremo solo che il prodotto R per C costituisce quella che viene definita "costante di tempo"; moltiplicando il valore in ohm della resistenza per il valore in farad del condensatore si ottiene esattamente un tempo in secondi.

La capacit infatti si misura in farad; questa unit di misura risulta per troppo grande per gli usi dell'elettronica (come se un modellista costruisse modellini misurando i pezzi con una rotella metrica da 25 metri), ed allora si usano dei sottomultipli, molto pi piccoli, che sono il microfarad (si scrive F), ed il picofarad (si scrive pF). Ma adesso passiamo ad una applicazione pratica; avremo occasione di conoscere meglio i condensatori nelle prossime lezioni. Il circuito a fianco utilizza proprio la caratteristica dei condensatori di caricarsi attraverso una resistenza, impiegando un tempo ben determinato. Si tratta di un multivibratore, ovvero di un circuito per sua natura instabile, dove due transistori passano continuamente, alternandosi, dallo stato di conduzione allo stato di interdizione (interdizione significa che il transistor non conduce corrente, cio equivale ad un interruttore aperto). Come vedete il circuito molto semplice, essendo formato solo da due transistori (vanno bene due transistori qualsiasi NPN, tipo BC108 o equivalenti), da quattro resistenze (i

cui valori sono R1=680 ohm; R2=18 kilo-ohm; R3=56 kilo-ohm; R4=470 kilo-ohm) e da due condensatori (C0, cio C zero, da 22 microfarad, e C1 da 1 microfarad).
Il circuito pilota un normale diodo LED che funge quindi da lampeggiatore

Supponiamo che inizialmente sia in conduzione TR1: questo vuol dire che il suo collettore sceso a tensione zero; ma allora anche la base di TR2, collegata al collettore di TR1 tramite il condensatore C0, necessariamente scesa a tensione zero. In effetti TR2 non conduce, ed il LED risulta spento. Un p alla volta, tuttavia, il condensatore C0 si carica con la corrente che fluisce attraverso la resistenza R2, e cos la tensione di base di TR2 comincia a salire: quando raggiunge un valore sufficiente, il transistor passa in conduzione; a questo punto il LED si accende, la tensione di collettore va a zero e, tramite il condensatore C1, porta a zero anche la tensione di base di TR1, che passa in interdizione, cio non conduce pi. Ma anche questa condizione solo momentanea, perch il condensatore C1 inizia a caricarsi attraverso la R4; quando la tensione di base diventa abbastanza alta, il transistor passa in conduzione e torna a bloccare il transistor TR2 (e quindi a spegnere il LED). Il ciclo si ripete all'infinito, e per tale motivo il circuito viene definito multivibratore.
E' possibile intervenire a piacere sui tempi di conduzione dei due transistori; un modo quello di usare condensatori di valore diverso. Ho chiamato C0 (C zero) il condensatore da 22 microfarad, perch quello che determina il tempo in cui il LED spento: se volete che stia spento pi a lungo, usate un condensatore di maggiore capacit, per esempio di 33 o 47 microfarad; in caso contrario, usatene uno di minore capacit (10 o 4,7 microfarad). C1 determina il tempo in cui il LED acceso: con valori pi alti, il LED sta acceso pi a lungo, e viceversa.

Questo circuito fatto per funzionare a 12 volt, quindi pu essere adatto come lampeggiatore in auto, per esempio per simulare un antifurto; comunque possibile farlo funzionare anche a tensioni diverse (addirittura con una pila da soli 1,5 volt), cambiando opportunamente i valori delle resistenze. Buon divertimento. I CONDENSATORI VISTI DA
VICINO

I condensatori sono fra i componenti pi utilizzati nei circuiti elettronici. In funzione della tecnologia costruttiva e degli impieghi specifici, i condensatori si presentano nelle forme pi diverse, dai grossi contenitori cilindrici degli elettrolitici da 10.000 e pi F alle minuscole pastiglie dei condensatori ceramici o alla forma a goccia di quelli al tantalio. Nelle righe che seguono vengono descritte brevemente le caratteristiche elettriche di un condensatore, i tipi di uso pi comune e qualche metodo pratico per verificarne l'efficienza. CHE COS'E' UN CONDENSATORE

Il condensatore un dispositivo in grado di immagazzinare energia elettrica. Possiamo vederlo praticamente con un semplice esperimento, per cui basta procurarsi una pila da 4,5 V, un condensatore elettrolitico da circa 1000 F ed un led cui aggiungeremo in serie una resistenza da 100 ohm (figura 1).

il condensatore carico far accendere il led, che si spegner gradualmente, man carichiamo il condensatore mano che il condensatore si scarica un condensatore, una pila, un led con collegandolo alla pila resistenza in serie Figura 1

1- colleghiamo il condensatore alla pila, facendo attenzione alla polarit (il segno "+" del condensatore deve corrispondere al segno "+" della pila); dopo pochi secondi il condensatore si sar caricato 2- stacchiamo adesso il condensatore carico dalla pila e colleghiamolo al led, facendo attenzione alla giusta polarit dei terminali ed interponendo la resistenza da 100 : per qualche istante il led si illuminer, come se lo avessimo collegato alla pila, spegnendosi gradualmente man mano che il condensatore si scarica. La resistenza serve per far scorrere la corrente pi lentamente durante la scarica, altrimenti il led farebbe solo un rapido lampo di luce, rischiando

anche di bruciarsi. Usando condensatori di maggiore capacit, il led rimarr acceso pi a lungo. La quantit di energia che si accumula in un condensatore dipende dalla sua capacit e dalla tensione di lavoro: se indichiamo con Q la quantit di carica, con C la capacit e con V la tensione, vale la formula Q = C x V Dal punto di vista fisico, un condensatore costituito da due superfici metalliche (ovvero conduttrici), dette armature, separate da un isolante, che prende il nome di dielettrico; l'isolante pu essere anche la semplice aria, il che equivale a dire che le due superfici metalliche si trovano una di fronte all'altra ma senza toccarsi. Quanto pi sono estese le due superfici, tanto maggiore la capacit; analogamente, la capacit maggiore quanto pi le due superfici sono vicine. La capacit dipende poi anche dall'isolante che si trova fra le due superfici: il valore pi basso si ha quando c' solo l'aria; se il dielettrico costituito da altri materiali, la capacit aumenta in funzione del materiale, secondo una grandezza caratteristica di ciascun materiale, che viene detta "costante dielettrica relativa". Tale costante si indica col simbolo r ed stabilito per convenzione che il suo valore per l'aria sia uguale a 1; se un condensatore le cui armature sono separate dall'aria ha una certa capacit, interponendo al posto dell'aria un dielettrico come la mica, la capacit del condensatore aumenta di circa 5 volte: si dice allora che la costante dielettrica relativa della mica ha valore 5. Nella pratica i condensatori si realizzano avvolgendo insieme due sottili lamine metalliche, separate da un film plastico dello spessore di alcuni decimi di micron; quando si richiedono capacit molto elevate, invece del film plastico si usa come dielettrico uno strato di ossido, formato direttamente su una superficie metallica, ed un elettrolita come secondo elettrodo. Di seguito sono descritte brevemente le caratteristiche dei condensatori di uso pi frequente. CONDENSATORI ELETTROLITICI

Sono i pi comuni. Il valore della capacit e della tensione di lavoro sono in genere stampigliati chiaramente sull'involucro; la precisione dei valori approssimativa, essendo ammessa una tolleranza di circa 20%.

Nei condensatori elettrolitici il dielettrico un sottilissimo strato di ossido, fatto formare direttamente sul metallo (l'alluminio) che fa da armatura e costituisce l'anodo; il tutto immerso in un elettrolita che, essendo un sale disciolto, risulta conduttore. Il caratteristico involucro metallico di forma cilindrica che fa da contenitore, diventa, ai fini del collegamento elettrico, il terminale negativo ovvero il catodo. Proprio a causa della loro costituzione, i condensatori elettrolitici sono "polarizzati", il che vuol dire che devono necessariamente essere collegati ad una tensione continua, Figura 2: condensatori elettrolitici rispettando le polarit, positiva e negativa, indicate sull'involucro. Collegando il condensatore al contrario, esso si distrugge rapidamente e rischia di esplodere. Anche l'applicazione di una tensione superiore a quella di lavoro pu causare l'esplosione del condensatore. Come gli altri tipi di condensatori, gli elettrolitici possono essere di tipo radiale (fig.2: E.rad), con entrambi i terminali che escono dallo stesso lato, adatti ad un montaggio in verticale, oppure di tipo assiale (fig.2: E.ax), con un terminale per lato, adatti al montaggio orizzontale. Una banda laterale indica la polarit di almeno uno degli elettrodi. Gli elettrolitici sono condensatori di grande capacit, in grado di accumulare notevoli quantit di energia; per tale motivo trovano impiego principalmente negli alimentatori, per il livellamento della tensione e la riduzione del "ripple" (ovvero delle ondulazioni residue). CONDENSATORI AL TANTALIO

Sono anch'essi dei condensatori polarizzati, ma in essi il dielettrico costituito da pentossido di tantalio (fig.2: Tant.). Sono superiori ai precedenti come stabilit alla temperatura ed alle frequenze elevate; sono tuttavia pi costosi e la loro capacit non raggiunge valori molto elevati. Come i precedenti, devono essere montati in circuito osservando la polarit indicata in prossimit dei terminali. ALTRI TIPI DI CONDENSATORI

Tranne i condensatori elettrolitici e quelli al tantalio, tutti gli altri condensatori non sono polarizzati, per cui possono essere montati indifferentemente in circuito in un verso o nell'altro, e funzionare anche in assenza di una tensione continua di polarizzazione. Esistono tanti tipi di condensatori, realizzati con tecnologie e dielettrici diversi. In figura 3 ne sono illustrati alcuni: a- radiale in poliestere (mylar) bceramico a disco cassiale in polipropilene din poliestere metallizzato
figura 3: altri tipi di condensatori

- I condensatori in poliestere vengono prodotti fino a capacit di qualche F e per tensioni di lavoro fino a 1000 V; sono pi adatti per l'impiego in bassa frequenza. - I condensatori in poliestere metallizzato sono di buona qualit e stabilit rispetto alla temperatura. - I condensatori in polipropilene consentono valori di capacit pi precisi, con tolleranze di circa l' 1%; sono adatti ad un campo di frquenze fino a 100kHz. - I condensatori con dielettrico in policarbonato si trovano con valori di capacit fino a 10 F e per tensioni di circa 400 V; presentano una capacit molto costante, per cui possono essere vantaggiosamente utilizzati nei circuiti oscillanti. - Sempre indicati per l'uso in circuiti oscillanti sono i condensatori in polistirolo, caratterizzati dal valore costante di capacit e reperibili per valori fino ad 1 F - I condensatori ceramici sono utilizzati in genere per le alte frequenze. Possono essere del tipo ad elevata costante dielettrica, cos da consentire di ottenere alte capacit con ingombro limitato, oppure del tipo a bassa costante dielettrica, caratterizzati dalla capacit stabile e da perdite molto basse; per tale motivo vengono impiegati nei circuiti oscillanti di precisione. In merito all'aspetto, possono presentarsi nella classica forma a disco, o nella vecchia forma di un tubetto con i terminali alle due estremit. I ceramici a disco sono molto usati in parallelo agli elettrolitici, per fugare a massa le alte frequenze. - I condensatori a mica argentata sono altamente stabili ed hanno un buon coefficiente di temperatura; sono utilizzati per applicazioni di precisione, nei

circuiti risonanti, nei filtri di frequenze e negli oscillatori ad alta stabilit. COME SI DETERMINA LA CAPACITA' DI UN CONDENSATORE
(Quanto segue si riferisce ai condensatori non polarizzati, di capacit compresa fra pochi picofarad e qualche F; non si applica pertanto ai condensatori elettrolitici classici n a quelli al tantalio)

Capita abbastanza spesso di trovarsi fra le mani un condensatore di cui non si riesce a leggere il valore, o perch i caratteri si sono cancellati (cosa che capita spesso), o perch il valore indicato con un codice che ci lascia piuttosto dubbiosi; se non vogliamo gettare il condensatore nel cestino, possiamo provare a determinarne noi la capacit. Il metodo pi semplice quello per confronto. Poich in corrente continua i condensatori rappresentano solo un contatto aperto, per eseguire la misura che ci interessa ci serviremo di una corrente alternata. Occorre procurarsi un qualsiasi trasformatore, anche di piccola potenza, adatto ad essere collegato alla rete 220 V ca, e che dia in uscita una bassa tensione, compresa pi o meno fra 8 e 24 V ATTENZIONE: TUTTA LA PARTE ALTA TENSIONE, DALLA SPINA AL TRASFORMATORE, MORSETTI DI ENTRATA COMPRESI, DEVE ESSERE PERFETTAMENTE ISOLATA - NESSUN PUNTO A TENSIONE DI RETE DEVE RIMANERE SCOPERTO Il circuito da realizzare quello di figura 4: sull'uscita del trasformatore collegheremo il condensatore di cui non conosciamo la capacit, e che quindi chiameremo Cx, ed in serie ad esso un secondo condensatore, di cui conosciamo il valore, che useremo come riferimento, e che chiameremo Cr.

figura 4 - misura della tensione su Cr

Con un tester predisposto per la misura di tensioni alternate misureremo la tensione ai capi di Cr; successivamente, spostando il puntale rosso dall'altra parte (figura 5), misureremo la tensione ai capi di Cx.

figura 5 - misura della tensione su Cx

Se le due tensioni sono uguali, vuol dire che i condensatori sono uguali; in caso contrario, dovrete divertirvi a sostituire Cr con condensatori di altro valore, finch le due tensioni risulteranno uguali. Dobbiamo ricordare a proposito che i condensatori si comportano con la corrente alternata un p come le resistenze con la corrente continua; una corrente alternata che attraversa un condensatore, incontra maggiore difficolt se la capacit del condensatore piccola, e quindi si determina una maggiore caduta di tensione ai capi del condensatore. Nel fare le vostre misure, tenete presente questo aspetto; se trovate che la tensione ai capi di Cr maggiore di quella su Cx, dovete provare ad usare un Cr di maggiore capacit. Ricordate poi che nel caso dei condensatori non quasi mai necessaria una grande precisione, per cui sufficiente che troviate due tensioni abbastanza vicine per considerare terminata la misura. Tanto per fare l'esempio che si vede nelle figure, se trovate 11,9 su Cr e 12,3 su Cx potete ben dichiarare che i due condensatori sono uguali! DUE PAROLE SUL CONTROLLO DEI CONDENSATORI ELETTROLITICI Gli elettrolitici sono condensatori di elevata capacit e, per la loro tecnologia costruttiva, sono maggormente soggetti ad alterazioni delle caratteristiche elettriche. Quando si vuole utilizzare un elettrolitico che ha gi lavorato in circuito per un certo tempo, o che comunque piuttosto vecchio, sempre bene procedere ad un controllo, sia pure veloce, del suo stato di salute. Prima di procedere a qualsiasi

figura 6 - come va scaricato un condensatore

controllo, ricordate sempre di scaricare il condensatore, specialmente se lo avete smontato da una apparecchiatura utilizzata di recente. Il condensatore va scaricato collegando fra i due terminali una resistenza da 2 o pi watt, del valore di qualche decina di ohm; non opportuno mettere in corto i terminali servendosi di un oggetto metallico, poich, a causa dell'elevato picco di corrente, la scarica istantanea con relativa scintilla potrebbe danneggiare il condensatore. Indicazioni abbastanza significative sullo stato di un condensatore elettrolitico si possono ottenere in modo semplice: basta collegare per pochi secondi il condensatore ad una tensione un p pi bassa di quella di lavoro (che risulta scritta sull'involucro), sempre facendo attenzione alla giusta polarit. Staccato il condensatore, si misura col tester la tensione sui terminali: tranne una breve discesa iniziale di pochi volt, il valore della tensione immagazzinata tende a conservarsi nel tempo. Per fare un esempio, se si applica al condensatore una tensione di 20 V, procedendo ad una misura dopo vari minuti si trova pi o meno una tensione prossima a 18 o 17 V; dopo un'ora, tale tensione sar scesa a circa 13 V. In teoria, nel caso di un condensatore ideale, la tensione dovrebbe mantenersi indefinitamente al valore applicato durante la carica; nel condensatore reale, tuttavia, la resistenza fra i due elettrodi non infinita, per cui esiste sempre una corrente di fuga o di dispersione che lentamente determina la scarica del condensatore: maggiore questa corrente, pi velocemente il condensatore si scarica. In ogni caso, se notiamo che il condensatore in prova si scarica dopo pochi secondi, o addirittura non trattiene alcuna carica, possiamo tranquillamente gettarlo senza alcun rimpianto. CONDENSATORI IN PARALLELO ED IN SERIE Se occorre una capacit pi alta di quella che ci pu offrire un solo condensatore, possibile usare pi condensatori collegati uno di fianco all'altro, e cio in parallelo; in questo modo la capacit totale equivale alla somma figura 7 - condensatori in parallelo delle singole capacit. Come si vede in figura 7, affiancando due condensatori da 1F si ottiene un capacit complessiva di 2F; aggiungendone un altro da 0,47F, la capacit totale arriva a 2,47F.

Maggiormente complicato invece calcolare la capacit di pi condensatori in serie; nel caso pi semplice, quando cio si collegano in serie due condensatori uguali, la capacit risultante uguale alla met di quella di ciascun condensatore (figura 8). Quando i condensatori in serie hanno valori diversi, la capacit risultante (che sempre pi piccola della pi bassa fre le capacit dei vari condensatori collegati) si calcola come l'inverso della somma degli inversi delle singole capacit. Facciamo un esempio pratico: abbiamo tre condensatori con capacit di 100pF, 220pF e 470pF; - l'inverso di 100 1:100 = 0,01 - l'inverso di 220 1:220 = 0,00455 figura 8 - condensatori in serie - l'inverso di 470 1:470 = 0,00213 - la somma degli inversi 0,01+0,0045+0,00213 = 0,01667 - il risultato finale l'inverso di tale somma, ovvero 1:0,01667 = 59,9768 Si vede quindi che collegando in serie tre condensatori da 100, 220 e 470 pF si ottiene un valore risultante di 59 pF, che pi piccolo del pi piccolo fra i tre condensatori collegati (che era 100 pF).

I circuiti integrati
L'avvento dei circuiti integrati ha senz'altro cambiato il modo di pensare, ovvero di progettare un circuito elettronico. Quando si lavora con componenti singoli, detti "discreti", ci si preoccupa di determinare per ognuno di essi le giuste condizioni di funzionamento, in termini di tensioni e correnti, e quindi di collegare un componente all'altro in modo da ottenere un corretto comportamento d'insieme. Con i circuiti integrati, invece, si ragiona a "blocchi", ovvero a funzioni logiche. Un circuito integrato contiene al suo interno un numero elevatissimo di componenti: principalmente transistor, ma anche resistenze, diodi ed altro. Naturalmente non si tratta di transistori confezionati nel loro involucro e dotati di zampe di collegamento, come quelli visti nelle lezioni precedenti; occorre

Un amplificatore operazionale u741

infatti pensare che il cuore di un transistor non altro che una minuscola particella di silicio (o altro materiale semiconduttore) opportunamente trattato, e che realizzando i collegamenti con procedimenti studiati al microscopio possibile ottenere su una piastrina di pochi millimetri quadrati un circuito completo formato da migliaia di transistori. Non pensabile cercare di capire come funziona un circuito integrato al suo interno, anche avendone uno schema dettagliato. La complessit di alcuni di essi infatti notevole, tra l'altro per il motivo che certi componenti, facilmente disponibili nei circuiti tradizionali (ad esempio i condensatori), non possono essere realizzati in spazi cos ridotti ed allora si ricorre a circuitazioni che sostituiscono determinate funzioni a spese di un notevole aumento del numero di componenti di altro tipo, pi facilmente realizzabili con quelle tecnologie. Si faccia tuttavia attenzione a non abusare dei circuiti integrati: a volte molto pi semplice usare tre o quattro transistor, piuttosto che cercare l'integrato che svolga quella particolare funzione; inoltre, mentre lavorando con componenti discreti (cio componenti sfusi, come quelli usati fino ad ora) si consegue una migliore comprensione, il circuito integrato si presenta come una magica scatola nera! Per concludere: usiamoli soltanto quando non se ne pu fare a meno.
Gli amplificatori operazionali

Ma facciamo qualche esempio pratico: un circuito integrato molto diffuso il cosiddetto "amplificatore operazionale". Fondamentalmente si tratta di un circuito caratterizzato da una grande sensibilit, ovvero da un elevato fattore di amplificazione. Uno dei suoi impieghi pi caratteristici consiste nel confrontare due tensioni, applicate ai suoi ingressi, che sono due (uno detto invertente ed uno non invertente): in funzione di tali tensioni, l'uscita dell'amplificatore operazionale assume generalmente un valore limite, vale a dire zero o massimo. Vedremo in seguito questi componenti in maniera pi dettagliata, esaminandone qualche applicazione pratica.

I regolatori di tensione

Atri circuiti integrati sono i regolatori di tensione. Una volta, per costruire un alimentatore stabilizzato, cio in grado di fornire in uscita una tensione ben stabile, indipendentemente dalla corrente assorbita, era necessario mettere insieme diversi componenti, realizzando uno schema pi o meno complesso; adesso, con un apposito circuito integrato che ha solo 3 piedini da collegare, chiunque pu costruirsi con estrema facilit un ottimo alimentatore di elevate caratteristiche. Per cominciare faremo uso proprio di un integrato appartenente alla famiglia dei regolatori di tensione, della serie L7800. Il suo aspetto quello che si vede in figura: ci sono solo 3 piedini di collegamento, ovvero un ingresso, un'uscita ed il collegamento di massa, che in inglese viene chiamato "ground". Il suo impiego piuttosto semplice, e noi lo useremo in abbinamento all'alimentatore descritto nelle parti 2 e 3 di questo corso. In funzione della tensione che vogliamo ottenere in uscita, dovremo comprare un diverso integrato, come si vede nella tabella. Naturalmente, se ci occorre in uscita una tensione superiore a 9 volt, non potremo utilizzare l'alimentatore cos come descritto nelle parti 2 e 3, poich in quel caso si prevedeva una tensione di uscita di circa 12 volt, ma senza stabilizzazione. Questi circuiti integrati sono in grado di regolare perfettamente la tensione, nel senso che la abbassano con precisione al valore richiesto, ma se la tensione che ricevono in ingresso non abbastanza alta, non possono certo funzionare. Occorre quindi utilizzare per il nostro alimentatore un trasformatore che dia sul secondario una tensione pi alta, pari a circa una volta e mezzo quella di uscita. Ad esempio, per un' uscita di 12 volt, useremo l'integrato L 7812 con un trasformatore che fornisce da 15 a 18 volt; per un'uscita di 18 volt useremo l'integrato L 7818 con un trasformatore che fornisce da 24 a 27 volt, e cos via. I circuiti integrati della serie L7800 sono in grado di erogare una corrente di 1 ampere; quindi per sfruttare in pieno le loro caratteristiche occorre che anche il trasformatore usato nell'alimentatore possa dare tale corrente

senza surriscaldarsi. Tutti i dati necessari sono comunque riassunti nella tabella qui sotto.
tensione in uscita 5 volt 7,5 volt 9 volt 12 volt 15 volt 18 volt 24 volt sigla del integrato L 7805 L 7875 L 7809 L 7812 L 7815 L 7818 L 7824 circuito tensione trasformatore circa 7 volt circa 10 volt circa 13 volt circa 15 volt circa 18 volt circa 24 volt circa 30 volt del potenza del trasformatore circa 8 watt circa 12 watt circa 15 watt circa 20 watt circa 25 watt circa 30 watt circa 40 watt

Lo schema illustra il modo di impiegare il circuito integrato, in unione all'alimentatore visto nelle lezioni precedenti. In pratica l'uscita dell'alimentatore arriva all'integrato, sul piedino di sinistra, mentre il piedino centrale collegato alla massa del circuito. Sul piedino di uscita (quello di destra) sar disponibile la tensione di uscita, perfettamente stabile, e di valore corrispondente a quella nominale dell'integrato (in figura stato scelto, come esempio, un regolatore per 12 volt di uscita). Se intendete far funzionare il circuito alla massima potenza e per tempi lunghi consigliabile provvedere al raffreddamento del circuito integrato; esso infatti dotato di un apposito foro che permette di fissarlo, tramite vite con dado, su una piastrina metallica, di alluminio o di rame, atta a dissipare il calore. Fate attenzione che tale piastrina non vada a toccare i piedini dell'integrato stesso n altre parti del circuito, perch potrebbe creare contatti accidentali e causare danni a qualche componente.

I transistor - seconda parte

In questa lezione cercheremo di capire cosa succede quando un transistor si trova a pilotare un carico di potenza non trascurabile.
Il transistor come amplificatore di segnale

Il transistor, impiegato come amplificatore di segnale, genera in uscita una tensione che riproduce, amplificata, quella in ingresso. Lo fa controllando la corrente che scorre nel collettore e nella resistenza ad esso collegata, che in genere almeno di qualche migliaio di ohm. La corrente che passa quindi comunque piccola e non crea problemi per quanto riguarda la potenza che il transistor pu sopportare.
Il transistor nel controllo di potenza

Altra cosa il transistor impiegato per pilotare un carico caratterizzato da una bassa resistenza, come potrebbe essere una lampadina di cui si vuole regolare la luminosit. Analizzeremo adesso alcuni casi e faremo due conti, per meglio capire come vanno le cose. Consideriamo uno stadio come quello in figura, alimentato a 12 volt, dove un transistor comanda sul collettore una lampadina da 12 volt e della potenza di 6 watt. Primo caso: la tensione sulla base del transistor nulla o molto bassa, per cui il transistor non conduce e la tensione di alimentazione si trova quasi tutta ai suoi capi (come indica il tester in figura). La lampada spenta. La potenza dissipata dal transistor, ottenuta moltiplicando la tensione ai suoi capi per la corrente che lo attraversa praticamente nulla, perch in queste condizioni passa una corrente debolissima (milionesimi di ampere).

Secondo caso: la tensione sulla base del transistor tale da portarlo in completa conduzione. La lampada completamente accesa e la tensione di alimentazione presente quasi tutta ai suoi capi. La tensione ai capi del transistor molto bassa, pari a circa 0,6 volt. La corrente che attraversa il transistor quella che attraversa la lampada, e cio 0,5 ampere. La potenza dissipata dal transistor quindi 0,6 x

0,5 = 0,3 watt. Si tratta di una potenza piuttosto bassa, ma che gi al limite di quella che pu essere sopportata da transistori come i BC107, BC108, BC109 e simili (la cui potenza massima proprio di 0,3 w). Terzo caso: la tensione sulla base ha un valore intermedio, per cui la lampada accesa a met. In questo caso la tensione di alimentazione si divider fra la lampada ed il transistor, in percentuali diverse da caso a caso. Supponiamo che dei 12 volt totali, siano presenti 7 volt sulla lampada e 5 volt sul transistor, e che passi una corrente di 0,25 ampere. La potenza dissipata dal transistor diventa 5 x 0,25 = 1,25 watt. Tale potenza richiederebbe gi l'impiego di transistori relativamente robusti e adeguatamente raffreddati, quelli che vengono definiti "transistori di potenza". Bisogna pensare che stiamo parlando di pilotare una lampada di soli 6 W. Se al suo posto ce ne fosse stata una da 60 W, in analoghe condizioni il transistor si sarebbe trovato a dover dissipare una potenza di 12 w e oltre.
La tecnica ad impulsi

Come abbiamo visto analizzando i tre casi precedenti, controllare un carico di potenza regolando gradualmente la corrente che passa nella base e quindi nel collettore del transistor, risulta poco consigliabile: c' infatti un notevole spreco di potenza che porta tra l'altro a surriscaldare il transistor, col rischio di distruggerlo. Una soluzione quella del funzionamento in regime impulsivo. Considerando che i casi in cui il transistor meno sollecitato si verificano quando la lampadina tutta accesa o tutta spenta, noi faremo lavorare il transistor sempre in tali condizioni, senza mai riccorrere a situazioni intermedie. Ma come

si pu allora fare in modo che la lampadina si accenda di pi o di meno? Semplicemente accendendola e spegnendola tantissime volte in sequenza, a intervalli cos vicini che la luce sembri sempre accesa. Se i tempi in cui la lampada spenta saranno pi lunghi di quelli in cui accesa, la luce media sar pi bassa, e cos via. Nella figura vediamo un esempio del tipo di impulsi che devono arrivare sulla base del transistor per ottenere la regolazione della luce: notiamo che gli impulsi si susseguono sempre con la stessa frequenza (cio alla stessa distanza); quello che cambia la lunghezza del periodo di tempo in cui ogni impulso si mantiene a livello alto (cui corrisponde la lampada accesa). Vedremo in una prossima lezione come produrre tali impulsi.

Thyristors: il diodo SCR


I thyristors rappesentano una famiglia di semiconduttori piuttosto particolari, caratterizzati dal funzionamento tipo "switch" (ovvero "interruttore"), e formati dalla sovrapposizione di quattro strati pn-p-n disposti a sandwich. I tiristori sono utilizzati nei circuiti di commutazione e controllo della potenza, sia con tensioni continue che con tensioni alternate. In questa sede parleremo dei componenti pi comuni, ovvero il diodo SCR, il TRIAC, il DIAC ed il transistor unigiunzione (UJT).
IL DIODO SCR

Confrontando la composizione di un SCR col comune diodo visto nelle lezioni precedenti, si osserva che il diodo SCR costituito da tre giunzioni (figura 1, parte sinistra): - una giunzione PN (indicata con g1) - una giunzione NP (g2)
figura 1

una seconda giunzione PN (g3) Sempre in figura 1, a destra, vediamo la rappresentazione simbolica di un SCR, con un anodo, un catodo ed un elettrodo in pi: il gate. Se colleghiamo all'anodo una tensione positiva rispetto al catodo, a differenza del diodo comune, il diodo SCR non lascia passare corrente; succede infatti che, mentre le giunzioni g1 e g3 sono polarizzate nel giusto verso, la giunzione g2 risulta polarizzata inversamente, e quindi blocca il passaggio della corrente. Se tuttavia si applica sull'elettrodo gate, che collegato alla giunzione g2, una tensione positiva rispetto al catodo, tale da causare l'effetto valanga nella giunzione stessa, questa passa in conduzione e la corrente fluisce nel diodo. Il funzionamento del diodo SCR pu essere compreso immaginandolo come composto da due transistor collegati nel modo che si vede in figura 2. Applicando all'anodo una tensione posistiva rispetto al catodo, non passa alcuna corrente, poich sia il transistor PNP che quello NPN, mancando una tensione di base, risultano interdetti. Se tuttavia si applica al gate (e quindi alla base del transistor NPN) una tensione Vi, positiva rispetto al catodo, tale da provocare la conduzione del transistor, si innesca un processo che autorigenerante. Il transistor NPN, infatti, cominciando a condurre, fa passare corrente nella base del PNP; questo a sua volta figura 2 inizia a condurre, e la corrente che lo attraversa entra sulla base del transistor NPN, mandandolo in conduzione ancora pi spinta. A questo punto, non ha alcuna importanza se la tensione Vi sul gate sempre presente o meno:

innescata la conduzione, il diodo SCR continua a condurre in maniera autonoma, finch non si toglie alimentazione al circuito. Osserviamo due importanti differenze fra il transistor, anch'esso dotato di tre terminali, ed il diodo SCR: 1- la corrente che passa nel circuito di collettore di un transistor proporzionale alla corrente di base; la corrente in un diodo SCR non pu assumere valori intermedi: o passa o non passa 2- Se nel transistor rimuoviamo la tensione di base, il transistor non conduce pi; il diodo SCR, una volta portato in conduzione, non pi comandabile dall'elettrodo di controllo: continua a condurre anche rimuovendo la tensione dal GATE.

figura 3

figura 4

La figura 3 mostra la caratteristica del diodo SCR. Nel quadrante destro in alto si vede che il diodo non conduce finch non si raggiunge una tensione detta di "breakover"; superata tale tensione, la curva torna indietro e diventa quella di un normale diodo rettificatore. Lo stesso effetto, ovvero il passaggio alla conduzione, pu essere raggiunto applicando al gate una piccola

tensione positiva (siamo nella regione dello stato "ON", ovvero della conduzione diretta). IL la "latching current" (corrente di scatto), ovvero la corrente necessaria per innescare la conduzione, mentre IH la "holding current" (corrente di mantenimento), ovvero la minima corrente sufficiente a mantenere il diodo in conduzione; il grafico di figura 4 mostra, per un determinato tipo di SCR, il valore di tali correnti in funzione della temperatura. Dal lato opposto tracciata la caratteristica inversa, che risulta uguale a quella di un comune diodo raddrizzatore, con il passaggio di corrente dovuto all'effetto valanga che si produce quando si supera la massima tensione inversa. I principali valori che caratterizzano un diodo SCR sono: 1- Peak forward and reverse breakdown voltages (tensione di picco di breakdown diretta e inversa) 2- Maximum forward current (massima corrente diretta) 3- Gate trigger voltage and current (tensione e corrente di gate) 4- Minimum holding current, Ih (valore minimo della corrente di mantenimento) 5- Power dissipation (potenza dissipabile) 6- Maximum dV/dt (massima velocit di variazione della tensione in funzione del

figura 5

figura 6

tempo) (quest'ultimo valore si riferisce ad un limite caratteristico degli SCR: se la tensione applicata sale troppo rapidamente, il diodo SCR pu andare in conduzione da solo; diventa quindi importante conoscere il massimo valore di dv/dt consentito affinch non avvenga l'innesco spontaneo). In figura 5 rappresentato un SCR di potenza, prodotto dalla IR (International Rectifier): si tratta del diodo 10TTS08; fornito in contenitore TO-220, e pu lavorare con correnti fino a 6,5 A e tensioni fino ad 800 V. Le lettere indicano i tre elettrodi: K(catodo), A(anodo) e G(gate). Come

si vede, l'aspetto non differisce da quello di un qualsiasi transistor di potenza. Un semplice circuito per provare il funzionamento di un SCR riportato in figura 6. Collegato il circuito all'alimentazione, non passa alcuna corrente; basta tuttavia premere anche per un attimo il pulsante P perch il diodo SCR passi in conduzione, facendo accendere il Led. Una volta che il led acceso, l'unico modo per interrompere il passaggio di corrente quello di staccare l'alimentazione al circuito. Nelle lezioni che seguono, dopo aver parlato degli altri tiristori, ne vedremo qualche applicazione pratica. Thyristors: IL TRIAC E

IL DIAC
Il Triac uno dei componenti di maggior interesse della famiglia dei thyristors; potendo controllare il passaggio della corrente in entrambi i sensi, esso rappresenta una delle soluzioni pi efficienti ed economiche per il controllo della potenza assorbita dagli utilizzatori funzionanti con tensioni alternate.
IL TRIAC

Il triac pu essere considerato come due diodi SCR collegati in antiparallelo, ovvero affiancati, ma con direzioni opposte (schema a) della figura 1). Gli anodi dei due SCR diventano i terminali principali del triac, ed assumono il nome di MT2 e MT1 (Main Terminal 1 e Main Terminal 2). I gate dei due SCR vengono collegati insieme, e diventano il gate del triac In b) si vede la costruzione a blocchi di un triac, mentre in c) riportato il suo simbolo schematico.

figura 1

Come si detto, il TRIAC pu essere attraversato dalla corrente in entrambi i sensi; occorre notare, inoltre, che il suo passagio allo stato "on", e cio di conduzione, pu avvenire applicando al gate una tensione sia positiva che negativa. Queste molteplici possibilit di funzionamento possono meglio essere illustrate facendo riferimento ad un grafico come quello di figura 2, detto "a quattro quadranti". Ciascun quadrante rappresenta una diversa condizione di funzionamento del triac; le polarit e quindi le tensioni sono sempre riferite al terminale MT1. 1 quadrante: Il terminale MT2 postivo rispetto al terminale MT1; la corrente che attraversa il triac scorre infatti dall'alto verso il basso. Il gate, a sua volta, positivo rispetto ad MT1, ed infatti la corrente di gate risulta "entrante" 2 quadrante: MT2 sempre positivo rispetto ad MT1, mentre il gate negativo; la corrente di gate una corrente che "esce"
figura 2

3 quadrante: MT2 negativo rispetto ad MT1, ed infatti la corrente attraversa il triac dal basso verso l'alto; la tensione applicata al gate negativa rispetto ad MT1 4 quadrante: MT2 negativo rispetto ad MT1, mentre al gate viene applicata una tensione positiva. La scelta di far lavorare il Triac in un quadrante piuttosto che un altro, ovvero di scegliere una tensione di gating positiva o negativa, modifica in modo pi o meno importante le prestazioni del dispositivo. In seguito alla disposizione fisica degli strati di semiconduttore che compongono il triac, i valori della "latching current" (IL), della "holding current" (IH) e della "gate trigger current" (IGT), variano da un quadrante all'altro. Il funzionamento pi utilizzato quello corrispondente ai quadranti 1 e 3, ovvero quando la tensione applicata al gate ha la stessa polarit di quella applicata al terminale MT2; in tali quadranti si ottiene un'ottima sensibilit di gate. Quando non sia possibile lavorare in detti quadranti, la migliore alternativa quella di utilizzare la coppia di quadranti 2 e 3. E' difficile per un triac lavorare nel 2 quadrante quando la corrente dei terminali principali molto bassa. Il 4 quadrante presenta, fra tutti, la pi bassa sensibilit di gate. Per comodit e chiarezza, segue una tabella che riepiloga le principali grandezze caratteristiche dei thyristors, col nome inglese ed il corrispondente significato in italiano:
BREAKOVER POINT OFF-State punto della caratteristica tensione-corrente resistenza differenziale assume valore zero in cui la

condizione del tiristor caratterizzata da alta resistenza differenziale e passaggio di corrente quasi nullo condizione del tiristor caratterizzata da bassa resistenza differenziale e passaggio della corrente principale fra i "main terminals"

ON-State

Critical Rate-of-Rise of il minimo valore della velocit di salita della tensione Commutation Voltage of a principale, che provoca la commutazione del tiristore dallo Triac (Commutating dv/dt) stato OFF allo stato ON

Critical Rate-of-Rise of On- la massima velocit di crescita della corrente principale che State Current (di/dt) il tiristor pu sopportare senza deteriorarsi IGT VGT GATE TRIGGER CURRENT GATE TRIGGER VOLTAGE la minima corrente richiesta dal gate per far commutare il tiristor dallo stato OFF allo stato ON la tensione da commutazione applicare sul gate per ottenere la

IL

LATCHING CURRENT

il valore minimo di corrente tra anodo e catodo richiesto per mantenere il tiristor in stato di conduzione, immediatamente dopo la commutazione da OFF a ON e la rimozione della tensione di gate il valore minimo di corrente tra anodo e catodo richiesto per mantenere il tiristor nello stato di conduzione

IH

HOLDING CURRENT

La tabella che segue fornisce un esempio dei valori che assumono le correnti caratteristiche nei vari quadranti, per un triac da 4 A. Come si vede, la corrente di gate 1quadrante 2quadrante 3quadrante 4quadrante risulta di soli 10 mA IGT (mA) 10 16 25 27 quando il triac IL (mA) 12 48 15 13 viene fatto lavorare IH (mA) 10 10 11 11 nelle condizioni corrispondenti al 1 quadrante, confermando con tale valore la migliore sensibilit; la stessa corrente passa a 27 mA per il 4 quadrante, quello che presenta la minore sensibilit. Il valore elevato (48 mA) della "latching current" nel 2 quadrante, coincide con una certa difficolt di innesco del triac.
TIPICO TRIAC DA 4 A

IL DIAC

Il DIAC si ottiene diffondendo impurit di tipo N in entrambi i lati di un wafer di tipo P, in modo da ottenere un dispositivo a due

terminali con carateristiche elettriche simmetriche. La struttura di un DIAC simile a quella di un transistor NPN con base aperta. Si tratta di una struttura bidirezionale, che presenta un'alta impedenza (e quindi non lascia passare corrente) fino a quando la tensione applicata ai due terminali non supera un certo valore, detto "breakover voltage". Al di sopra di tale valore, il Diac entra in una zona a resistenza negativa, dove si manifesta l'effetto di conduzione a valanga.

figura 3

figura 4

Essendo un dispositivo bidirezionale, il diac costituisce un valido ed economico sistema di innesco per i triac nei circuiti a controllo di fase come i regolatori di luce, i sistemi di controllo di velocit dei motori, ecc. In effetti, questa l'unica applicazione importante dei diac. Come si accennato, il passaggio in conduzione del diac pu avvenire soltanto superando la tensione di breakover; il diac infatti dotato di due soli terminali, detti anodo 1 e anodo 2, e quindi non possiede un gate. L'innesco ottenuto applicando ai suoi terminali

figura 5

una tensione superiore a quella di breakover utilmente praticabile solo con i diac; anche gli SCR ed i Triac potrebbero essere portati in conduzione in modo analogo, ma per questi ultimi il metodo sconsigliabile, in quanto il ripetuto superamento della tensione di breakover potrebbe causare danni ai dispositivi stessi. I Diac utilizzati nei circuiti a controllo di fase sono sufficientemente protetti contro una eccessiva corrente al breakover, e quindi possono lavorare in sicurezza quando il condensatore che essi scaricano non di capacit eccessiva. In figura 5 si vede la caratteristica statica del Diac, che appare simmetrica rispetto alle due polarit della tensione applicata ai terminali. Sia in un senso che nell'altro, la corrente che attravresa il diac minima fino ad un certo valore di tensione, VB0; superato tale valore, la tensione ai capi del diac scende bruscamente ad un valore pi basso, V0, detto "breakback voltage", mentre la corrente assume il valore massimo consentito dal circuito. La corrente IB0, corrispondente al breakover, viene detta appunto "breakover current". Per un diac come quello che si vede in figura 6 ( il BR100 della Philips), le grandezze caratteristiche hanno i seguenti valori: figura 6 Breakover voltage VB0: da 27 a 36 V Output voltage V0: 7 V - Picco di corrente diretta ripetitivo: 2 AThyristors: Applicazioni

pratiche
Gli SCR ed i triacs sono componenti ideali per il controllo della potenza col sistema "switching" (termine che in italiano si potrebbe tradurre come "accendi-spegni"), particolarmente per circuiti ad alta potenza come quelli che impiegano elementi riscaldanti (forni, stufe, ecc.). La potenza che arriva al carico pu essere facilmente controllata da un segnale di modesta ampiezza, evitando di ricorrere a dispositivi elettromeccanici come ad esempio i rel. Un circuito oramai classico che utilizza i tiristors il "lamp

dimmer", ovvero regolatore di luce per lampade. Un triac particolarmente adatto a questa applicazione il BT138 della Philips: in primo luogo, potendo controllare picchi di corrente fino a 90 A, esso in grado di sopportare il notevole flusso di corrente che si produce all'accensione della lampada, quando questa ancora fredda; il BT130 pu inoltre sostenere transienti di tensione bidirezionali di valore elevato, mentre, grazie alla bassa impedenza termica della sua struttura, non ha particolari necessit di alette di dissipazione del calore. In figura 1 si vede lo schema del circuito nella sua configurazione pi semplice; segue una breve e semplificata descrizione del suo funzionamento.

figura 1

figura 2

Poich il circuito viene collegato alla corrente alternata di rete, ai capi del triac saranno presenti, alternandosi da un istante all'altro, la semionda positiva e quella negativa. Se noi facessimo arrivare sul gate degli impulsi prefettamente sincronizzati con l'inizio di ogni semionda, il triac sarebbe sempre in conduzione, ed in pratica la lampada si accenderebbe alla massima potenza. Questo caso rappresentato nel grafico di figura 2: si vede che gli impulsi sul gate arrivano esattamente all'inizio di ogni semionda; ogni impulso innesca il triac, facendolo condurre per tutta la durata della semionda che segue.

Supponiamo invece di inviare gli impulsi sul gate ritardati rispetto all'inizio delle semionde, ovvero "sfasati"; come si vede in figura 3, poich il triac bloccato, la corrente non potr scorrere in corrispondenza di ogni semionda di tensione, ma solo dopo che l'arrivo di un impulso sul gate avr innescato il triac. Poich, figura 3 come si vede, solo una parte della corrente attraversa il carico, e cio la lampada, succede che il valore medio della corrente stessa risulta minore, e quindi alla lampada arriva meno potenza. Pi gli impulsi sul gate saranno sfasati rispetto alle semionde della tensione applicata al triac, pi sar breve il tempo per cui passer la corrente. Ad ottenere questo sfasamento, provvede il circuito visto in figura 1, ed esattamente le due resistenze R1+R2 insieme al condensatore C1. La resistenza R2 regolabile: aumentando il suo valore, C1 impiega pi tempo a caricarsi, e quindi gli impulsi sul gate giungono pi in ritardo. Ogni impulso infatti prodotto dalla carica accumulata da C1; quando la tensione ai capi del condensatore raggiunge la tensione di breakover del DIAC, questo va in conduzione e scarica sul gate del triac l'energia che si accumulata in C1. Il triac passa a sua volta in conduzione, e vi resta per tutta la durata della semionda, cio fino a che questa torna al valore zero. Il circuito di figura 1 pu essere migliorato con l'aggiunta di altri componenti, come si vede in figura 4. L'aggiunta di un secondo condensatore (C2) e di un'altra resistenza (R3) permette di ridurre sensibilmente l'effetto di isteresi che si manifesta in questi circuiti.

Un

esempio di isteresi il seguente:

figura 4

supponiamo di ruotare la manopola collegata alla resistenza variabile di controllo (R2), fino al punto in cui la lampada comincia ad accendersi; successivamente aumentiamo la potenza, ruotando ancora la manopola. Allorch si torna indietro, per spegnere la lampada, notiamo che questa non si spegne nel punto in cui si era accesa, ma in un punto successivo.

La resistenza R4 utile per mantenere entro limiti sicuri l'ampiezza dell'impulso di trigger, cos come la resistenza VDR (U 350V/1mA) protegge il Triac in caso di sovratensioni. Il condensatore C e l'induttanza L costituiscono una cella di filtro che ha lo scopo di ridurre i disturbi causati dal funzionamento del circuito e trasmessi agli altri utilizzatori collegati alla rete (televisori, impianti Hi-Fi, ecc.). I valori di tali componenti possono essere di 0,15 F per il condensatore e 2,5 H per l'induttanza. Un modo diverso di ottenere l'innesco di un triac quello di far giungere sul gate una tensione alternata di basso valore, in fase con quella applicata ai "main terminals" MT1 ed MT2. In figura 5 si vede un esempio di tale applicazione, che ripropone il circuito gi visto nella lezione 5 sulle fotoresistenze, opportunamente modificato.

figura 5

Il circuito, che serviva a comandare l'accensione di un utilizzatore in funzione della luce ambiente, utilizzava a tale scopo un rel pilotato da un transistor. In questo caso, il rel viene eliminato, ed al suo posto si utilizza un triac, con le stesse funzioni di dispositivo "switching". Come si vede, il circuito del Triac, che comprende la lampada L (utilizzatore), disegnato in viola, e costituisce un circuito a parte, derivato direttamente dalla tensione di rete a 220 V. La tensione alternata che arriva sul gate del triac viene prelevata da un secondo avvolgimento (S2) del trasformatore utilizzato per l'alimentazione di tutto il circuito; si tratta di un avvolgimento anch'esso a bassa tensione, in grado di fornire pochi volt e qualche centinaio di mA di corrente. Questa bassa tensione di controllo arriva al gate attraverso la resistenza RG e la foto-resistenza FTG; quando la FTG illuminata, la sua resistenza diventa molto bassa e consente il passaggio figura 6 - foto-accoppiatore di una corrente in grado di innescare il triac.
realizzato montando in un tubetto un led ed una fotoresistenza, sigillati per essere insensibili alla luce esterna

Ad illuminare la fotoresistenza provvede il led inserito sul circuito di collettore del transistor che, nel vecchio circuito, comandava il rel. L'accoppiamento del led con la fotoresistenza FTG, che permette di abbinare il funzionamento di due circuiti, senza collegarli dal punto di vista elettrico, si definisce "opto-isolato"; in pratica esiste un accoppiamento di tipo ottico, mentre si mantiene l'isolamento elettrico fra il circuito di comando e quello del Triac. Perch l'accoppiamento funzioni, il led e la fotoresistenza, montati uno di fronte all'altro, devono essere racchiusi in un involucro che non consenta il passaggio della luce esterna (figura 6). I valori delle resistenze RG ed FTG cambiano in funzione della tensione del secondario S2 e delle caratteristiche del triac che si usa; orientativamente, per RG pu essere adatto un valore di circa 4,7k, mentre la fotoresistenza FTG deve avere un valore dell'ordine delle centinaia di k al buio e di pochi k alla luce. Per ottenere la giusta fase della tensione di gate rispetto alla tensione principale applicata ai figura 7 - (fotoaccoppiatore SFH615) main terminals del triac, pu essere necessario invertire il collegamento dei fili al secondario S2. In ogni caso, in commercio esistono, gi confezionati, dei fotoaccoppiatori, come il tipo SFH615 (figura 7), costituito da un diodo GaAs quale emettitore di infrarossi e da un transistor planare al silicio, come rivelatore, il tutto incapsulato in un involucro plastico DIP-4, ed in grado di garantire un sicuro isolamento fino a una tensione di lavoro di 400 Vrms.

ATTENZIONE: PERICOLO DI FOLGORAZIONE!

Coloro che intendono realizzare praticamente i circuiti qui descritti, devono porre in atto tutte le misure atte a garantire la personale incolumit; si ricorda infatti che, mentre i circuiti visti nelle lezioni precedenti erano alimentati a pile o a bassa tensione, i componenti come i Triac risultano direttamente collegati alla tensione 220 V di rete, con pericolo di scariche elettriche anche mortali per l'operatore. Si raccomanda quindi di: - lavorare solo su piani di lavoro isolanti, come formica o legno - scollegare l'alimentazione ogni volta che si procede ad una modifica del circuito - lavorare stando seduti su pedane isolanti, facendo attenzione a non essere sudati e ad avere le mani ben asciutte - se possibile, effettuare le sperimentazioni interponendo un trasformatore 1:1 o "separatore di rete", in modo tale da essere in ogni caso elettricamente isolati dalla rete. Thyristors: IL TRANSISTOR UJT
Il transistor unigliunzione, o "UJT", un dispositivo switching piuttosto particolare: ha tre terminali, ma una sola giunzione PN. Esso non pu amplificare i segnali; pu tuttavia essere usato come componente attivo negli oscillatori. Il transistor UJT costituito da una barra di silicio con contatti ad entrambi le estremit, denominati Base 1 (B1) e Base 2 (B2), ed inoltre da un elettrodo in alluminio collegato ad un punto lungo la barra; nel punto di contatto,

l'alluminio crea una regione di tipo P, dando origine ad una giunzione PN. Tale elettrodo viene chiamato "emitter" (E).
Normalmente la corrente fluisce da B2 a B1, determinando un gradiente di potenziale lungo la barra. Finch la giunzione PN polarizzata inversamente, scorre solo una minima corrente di fuga (IE0). Facendo salire la tensione applicata al terminale E, ad un certo punto la giunzione PN viene ad essere polarizzata in senso diretto, ed allora la corrente comincia a scorrere dall'emettitore nella barra di silicio. Si determina in tal modo un processo a valanga, che riduce drasticamente la resistenza fra E e B1; la corrente di emettitore cresce, mentre la sua tensione scende (in altre parole, la resistenza diventata negativa). In figura 1 si vede la caratteristica Tensione/Corrente per l'emettitore.

figura 1

figura 2

Un'applicazione caratteristica del transistor UJT il "relaxation oscillator", ovvero l'oscillatore a rilassamento. Il circuito mostrato in figura 2; funziona ugualmente bene con una tensione di alimentazione di 5 volt, o con tensioni pi alte, purch non si superino i valori limite del transitor impiegato. Il funzionamento semplice: il condensatore C (da 0,1 F) si carica attraverso la resistenza R (da 10k); quando la tensione raggiunge il valore critico, l'emettitore dell'UJT va in conduzione e scarica il condensatore C. A questo punto C ricomincia a caricarsi ed il ciclo si ripete all'infinito. Con i valori indicati, la frequenza di oscillazione dovrebbe essere di circa 1 Khz. Dall'oscillatore possono essere prelevati tre segnali: impulsi negativi su B2, impulsi positivi su B1, ed un dente di sega sull'emettitore. La resistenza R1 ha il solo scopo di determinare una caduta di tensione quando viene attraversata dalla corrente dell'emettitore, generando degli impulsi positivi; se tali impulsi non sono necessari, la resistenza pu essere omessa. La resistenza R2 serve a ridurre la sensibilit dell'oscillatore alla temperatura, ed ha un valore ottimale per ogni tipo di UJT; un valore comunemente usato quello indicato,

di 470 .

Un transistor UJT una volta molto comune era il 2N2646. Adesso non tanto semplice procurarsene qualche esemplare. Nell'immagine a lato viene riportata la sua piedinatura. Altri UJT sono i transistor NTE6401 ed NTE6409; hanno la stessa piedinatura del 2N2646 (e cio i piedini si corrispondono). 2N2646

L'oscillatore di figura 2 pu essere utilizzato, per esempio, per un'applicazione che si ricollega a quanto si detto nella lezione n. 8; si era infatti parlato della possibilit di regolare la potenza assorbita da un carico, con una tecnica particolare, detta "tecnica ad impulsi". Quello che adesso vedremo nella sua realizzazione pratica, un circuito detto "Pulse width modulator", e cio modulatore della larghezza d'impulso. Gli impulsi generati dal circuito si susseguono tutti alla stessa distanza l'uno dall'altro, e cio con una frequenza fissa; varia per la loro larghezza, per cui si passa da impulsi stretti, simili a brevi guizzi, fino ad impulsi di larghezza tale da occupare in pratica tutto l'intervallo disponibile. Il circuito completo illustrato in figura 3; esso pu essere considerato come composto da tre blocchi distinti: - a sinistra l'oscillatore realizzato con un transistor UJT - al centro un amplificatore operazionale che confronta due figura 3 tensioni - a destra il controllo del carico o utilizzatore U, tramite un transistor di potenza TP. Cuore del circuito l'amplificatore operazionale, che in questo corso non ancora stato trattato. Per comprenderne la funzione in questo circuito, basta sapere che esso opera confrontando due tensioni: la prima, applicata sul piedino n. 2, la tensione ricavata dal partitore R4+RV+R5, mentre la seconda la tensione del segnale oscillante, prelevata dall'emettitore del transistor UJT, ed applicata sul piedino n. 3 Utilizzato come si vede in questo circuito, l'amplificatore operazionale ha il seguente comportamento: - se la tensione sul piedino 3 superiore a quella presente sul piedino 2, l'uscita (piedino 6) a livello alto, ovvero ha una tensione quasi uguale a quella di alimentazione - se la tensione sul piedino 3 diventa anche di pochi mV inferiore a quella sul piedino 2, l'uscita passa a livello basso, ovvero la sua tensione va quasi a zero.

Questa funzione dell'amplificatore operazionale permette di modificare la larghezza degli impulsi, regolando, tramite la resistenza variabile RV, la tensione applicata sul piedino 2, che viene detta "tensione di riferimento".

figura 4

Come si vede in figura 4 A), quando la tensione di riferimento (regolata variando RV) alta, solo in tratti molto brevi la tensione dell'oscillatore riesce a superare quella di riferimento, per cui la tensione in uscita dell'amplificatore operazionale andr a livello alto solo per brevi istanti; man mano che la tensione di riferimento viene abbassata (B), si allarga il tratto in cui la tensione dell'oscillatore riesce a superare quella di riferimento, e quindi l'uscita dell'operazionale rimane a livello alto per tempi pi lunghi. Ma poich l'uscita dell'operazionale comanda il transistor TP, tutte le volte che essa a livello alto, TP passa in conduzione, alimentando il carico collegato. Il risultato che, variando l'ampiezza degli impulsi, il carico viene alimentato per tempi pi lunghi e quindi il valore medio della potenza risulta maggiore. Un circuito come quello appena descritto pu utilmente comandare degli utilizzatori in corrente continua, come ad esempio un motore, regolandone la velocit senza dar luogo ad inutile dissipazione di potenza, similmente a quanto avviene usando il Triac nei circuiti a corrente alternata. Per chi volesse realizzare il circuito, aggiungiamo che la tensione di alimentazione +V pu essere di circa 12V. Come amplificatore operazionale va bene un comunissimo LM741 (figura sotto: guardando dal lato piedini, in corrispondenza della linguetta metallica si trova il piedino 8; quello immediatamente dopo, in senso orario, il piedino 1 e quindi seguono gli altri fino al 7).

LM741

LM741 (Piedinatura)

2N3055 (A destra: piedinatura vista dal lato inferiore)

Il transistor di potenza deve essere adeguato alle caratteristiche del carico che si desidera comandare: un 2N3055, ad esempio, in grado di sopportare correnti fino a 15 A e tensioni fra collettore ed emettitore di circa 60 V, per una dissipazione di potenza complessiva superiore a 100 W. Nel caso che l'utilizzatore richieda tensioni diverse da quella di 12V che alimenta il circuito, necessario tenere separate le due alimentazioni, come si vede nell'esempio della figura sotto (dove si ipotizzato un carico funzionante a 50V)

Il circuito di figura 3, con alimentazione separata per l'utilizzatore

IL PUT (Programmable Unijunction Transistor)


Il PUT, ovvero transistor unigiunzione programmabile, in effetti non un transistor unigiunzione, ma un dispositivo a quattro strati PNPN che pu essere fatto funzionare come un UJT (in effetti i PUT hanno sostituito gli UJT, che in pratica sono usciti di produzione). Gli elettrodi del PUT sono l'anodo (A), il catodo (K) ed il gate (G); il suo simbolo quello che appare nel circuito di destra di figura 5.

figura 5

Come si vede nello schema a sinistra di figura 5, alla regione N situata in alto viene applicata una tensione Vs ottenuta tramite il partitore resistivo formato da R1 ed R2. Tale tensione polarizza inversamente la giunzione PN intermedia, per cui non fluisce corrente dall'anodo al catodo. Se la tensione applicata all'anodo sale oltre il valore V s, si determina, similmente a quanto visto per l'SCR, il breakdown della giunzione PNPN ed il passaggio della corrente fra l'anodo ed il catodo. Il PUT viene definito "programmabile" perch consente di scegliere a piacere (tramite il partitore R1- R2) la tensione critica Vs. Nel circuito che si vede in figura 5 a destra, le oscillazioni si determinano quando il condensatore da 0,01 F si carica attraverso la resistenza R (100k) e si scarica attraverso il PUT. La resistenza R deve essere sufficientemente grande da limitare la corrente ad un valore inferiore ad Iv (vedere caratteristica al centro); in caso contrario, per IA> Iv, il transistor si trova a funzionare nella regione di stabilit, e quindi non si generano oscillazioni. ALIMENTATORI SWITCHING: LO STEP-DOWN

Per cominciare, ricordiamo che per alimentatore si intende un'apparecchiatura in grado di fornire ad un determinato circuito elettronico le giuste tensioni (e quindi le correnti) necessarie al suo corretto funzionamento. In genere, il compito di un alimentatore quello di trasformare una tensione di un certo tipo e valore in un'altra avente caratteristiche adeguate alla apparecchiatura da alimentare; il caso pi comune quello in cui si parte da una tensione alternata (quasi sempre i 220 V di rete) per arrivare ad una tensione continua di basso valore (ad figura 1 - schema classico di alimentatore esempio 12 V).
stabilizzato

Un circuito classico quello di figura 1, che risulta composto dai soliti elementi: il trasformatore, il ponte di diodi, il condensatore di filtro e l'elemento di regolazione. In particolare, l'elemento di regolazione, che in genere un circuito integrato di tipo serie, mantiene costante la tensione in uscita comportandosi come una resistenza variabile: se la tensione in ingresso troppo alta, oppure se il carico richiede poca corrente, il regolatore aumenta la sua resistenza; se la tensione in ingresso scende, oppure se il carico richiede pi corrente, la resistenza del regolatore diminuisce. La regolazione della tensione in uscita ottenuta quindi variando la caduta di tensione ai capi dell'elemento serie di regolazione; il sistema funziona perfettamente, ma ci sono casi in cui la dissipazione di potenza notevole. Si pensi ad un alimentatore in grado di fornire 5 A in uscita, con una tensione regolabile da pochi volt fino a 25 V; se per esempio usiamo tale alimentatore per far funzionare un apparecchio che assorbe 5 A a 12 V,

figura 2 - serie di impulsi (onda quadra)

tutta la differenza fra 25 V e 12 V sar dissipata dall'integrato regolatore di tensione: facendo due conti, si trova che la potenza dissipata (e cio sprecata) vale in tal caso 65W ! In altre parole, pi la potenza sprecata che quella utilizzata dal nostro apparecchio a 12 V. A parte l'inutile consumo di corrente, un simile alimentatore richiede un trasformatore notevolmente grosso e costoso, con relativi ingombro e peso. Esiste invece un altro modo di ottenere le tensioni desiderate, usando componenti piccoli e leggeri, di resa elevata, e sprecando pochissima potenza: stiamo parlando dei cosiddetti "Alimentatori switching". Il principio fondamentale su cui si basa il funzionamento di un alimentatore switching detto PWM, dall'Inglese "Pulse Width Modulation", e cio modulazione della larghezza dell'impulso. Molto brevemente, la tensione di alimentazione arriva nella forma di una serie di impulsi (figura 2), a frequenza costante, distanziati uno dall'altro da un tempo T. Chiameremo TON il tempo in cui l'impulso alto, e cio c' tensione,

e TOFF il tempo in cui l'impulso zero e quindi non c' tensione. Poich gli impulsi sono a frequenza costante, anche l'intervallo di tempo T ha valore costante: la modulazione PWM consiste nel far variare il tempo TON; naturalmente, quando TON si allunga, TOFF diventa necessariamente pi breve.

figura 3 - esempio di diversi valori del duty cycle

Il rapporto fra il tempo TON ed il tempo totale T una grandezza caratteristica, che viene denominata "duty cycle" (si pronuncia pi o meno diuti saicol). In figura 3 si vedono tre casi in cui il duty cycle ha valori diversi: - nel caso 1 TON quasi nullo: il duty cycle pertanto prossimo a zero, e la tensione presente solo per brevissimi istanti - nel caso 2 TON uguale a TOFF: il duty cycle pari al 50% e la tensione presente per met del tempo - nel caso 3 TON quasi massimo: il duty cycle molto vicino al 100%; la tensione in pratica sempre presente Facendo pervenire tali impulsi ad una rete LC, si ottiene una tensione di uscita VOUT il cui valore dipende dalla larghezza degli impulsi, ed esattamente uguale al valore di picco moltiplicato per il duty cycle. In figura 4 sono mostrati tre diversi casi di impulsi modulati, caratterizzati rispettivamente da un duty cycle di 0,25 - 0,5 e 0,75. Supponendo che la

tensione di picco Vp degli impulsi sia di 48 V, se si filtrano tali impulsi con una rete come quella a sinistra in figura, costituita da una induttanza L e da una capacit C, si ottiene in uscita una tensione uguale a Vp moltiplicato per il valore del duty cycle; nei casi indicati come esempio, si otterranno quindi tensioni di 12 V, 24 V e 36 V. Si comprende quindi come, modulando la larghezza dell'impulso, sia possibile ottenere qualsiasi tensione in uscita, e senza dissipare inutilmente parte della potenza. Naturalmente, affinch la tensione in uscita sia esente da ondulazioni e disturbi, occorrer dimensionare opportunamente i componenti del filtro, scegliendo inoltre una frequenza di clock il pi elevata possibile.

figura 4 - tensione continua ottenuta da implulsi a larghezza variabile, filtrati da rete LC

Esistono diversi tipi di soluzioni per realizzare un alimentatore switching; il pi comune il buck regulator, detto anche step-down, che viene usato per convertire una tensione continua in un'altra tensione continua di valore pi basso. Lo schema di principio di tale regolatore riportato nella parte sinistra di figura 5: la tensione continua da regolare entra su +Vin e -Vin; un transistor che agisce come switch permette o meno il passaggio della corrente. Attraverso l'induttanza L la corrente arriva al carico (LOAD) ed al condensatore che agisce da filtro.

figura 5 - regolatore di tipo "Buck" e percorso delle correnti nelle fasi di "switch ON" e di "switch OFF"

A destra si vedono le due fasi che corrispondono allo stato oN e allo stato OFF dello switch: - quando lo switch chiuso (ON), la corrente attraversa l'induttanza ed arriva sia al condensatore C, caricandolo, che all'utilizzatore (LOAD); il diodo D risulta collegato in senso inverso, per cui come se non ci fosse

figura 6 - corrente nell'induttanza L

- quando lo switch aperto (OFF), poich la corrente nell'induttanza non pu interrompersi bruscamente, si crea ai capi di quest'ultima una tensione tale da continuare a mantenere la corrente che era in circolo; la corrente fluisce allora nel carico, insieme alla corrente che adesso viene ceduta dal condensatore, e, attraverso il diodo D, ritorna all'induttanza.

Il comando dello switch affidato ad un apposito circuito (control) che verifica la tensione presente sul carico e, di conseguenza, modifica la durata dei tempi TON e TOFF. La corrente nell'induttanza (figura 6) ha quindi un andamento triangolare, con tendenza a salire nelle fasi di switch ON, e tendenza a scendere nelle fasi di switch OFF; dimensionando opportunamente l'induttanza, si cerca di contenere questa ondulazione ( o "ripple") entro il 20% o il 30% della corrente media. Grazie al metodo PWM, si ottiene inoltre il vantaggio di una maggiore elasticit nella scelta della tensione in entrata: ci significa che, per ottenere ad esempio una tensione di uscita di 12 V, posso usare anche un trasformatore con secondario a 50 V; provveder il circuito di controllo ad effettuare la giusta regolazione degli impulsi, senza problemi di potenza perduta e di eccessivo riscaldamento dei vari componenti. In altre pagine di questo sito vedremo la costruzione pratica di un alimentatore del tipo descritto. Esistono naturalmente diverse altre tipologie di alimentatori switching, ma la loro trattazione esula dagli scopi di questo semplice corso, concepito prevalentemente per chi si dedica all'elettronica come principiante, alla ricerca di semplici circuiti dal funzionamento immediato. APPLICAZIONI AUDIO In elettronica si parla di applicazioni audio quando un circuito viene progettato allo scopo di elaborare un segnale caratteristico della banda di frequenze audio. Ma forse opportuno prima specificare che col termine segnale si intende una qualsiasi tensione elettrica che varia nel tempo, riproducendo l'andamento di un determinato fenomeno fisico. Se, ad esempio, cantiamo davanti a un microfono, nella bobina di quest'ultimo nasce una tensione variabile che riproduce fedelmente, istante dopo istante, le variazioni della pressione figura 1 chitarra elettrica determinata dalle onde i pickup magnetici raccolgono le vibrazioni delle corde e le sonore di chi canta; tale trasformano in una tensione elettrica modulata tensione un segnale. Se suoniamo una chitarra elettrica, i pick-up magnetici che si trovano sotto le corde raccolgono

le vibrazioni di queste ultime e le trasformano in una tensione modulata che riproduce le stesse vibrazioni; anche questo un segnale. Esistono molti altri esempi di segnali in elettronica (segnali radio, radar, video, ecc.) ma adesso a noi interessa parlare solo di quelli che sono collegati al suono, ai rumori, alla musica ed insomma a tutto quello che possiamo percepire col nostro udito. L'orecchio umano pu rilevare, quando perfettamente sano, frequenze comprese nella gamma 20 20000 hertz, per cui in tale banda di frequenze che operano i circuiti audio. Uno dei ciruiti elettronici audio pi diffusi l'amplificatore; come dice il nome, si tratta di un circuito il cui compito quello di "amplificare", ovvero rendere pi ampia, una tensione modulata, allo scopo di consentirne successive utilizzazioni. Pensiamo ad un concerto rock:

figura 2

la spaventosa potenza sonora prodotta dalle casse (si parla anche di migliaia di watt) non altro che la riproduzione enormemente amplificata di vari segnali, in origine di piccolissima ampiezza, provenienti da microfoni, chitarre, batterie, tastiere, ecc.; se si pensa che il segnale in uscita da una chitarra elettrica dell'ordine di qualche mV (millivolt, cio millesimi di volt), e che le tensioni che pilotano altoparlanti come quelli da stadio sono dell'ordine di svariate decine di volt, si comprende perch sia necessario ricorrere agli amplificatori audio per far arrivare alle migliaia di persone di un concerto la musica suonata sul palco. L'impiego dell'elettronica nel campo musicale ed audio in genere reso possibile da dispositivi chiamati trasduttori. Un trasduttore qualcosa che trasforma un tipo di energia in un altro: per esempio, il microfono raccoglie le vibrazioni prodotte dalla voce, o meglio la pressione delle corrispondenti

onde sonore, e le trasforma in una tensione elettrica. E' un trasduttore anche l'altoparlante, che, alimentato da un segnale elettrico di potenza adeguata, la trasforma in energia meccanica mettendo in vibrazione il suo cono; questo, a sua volta, trasmette all'aria quelle vibrazioni che il nostro orecchio percepisce come suono. L'elettronica, quindi, interviene tramite un "circuito amplificatore", elevando di migliaia di volte l'ampiezza di quella debolissima corrente prodotta dal microfono e portandola ad una potenza in grado di far muovere anche un grosso altoparlante del peso di decine di chili. Un amplificatore composto da vari stadi in cascata, che cio si susseguono uno dopo l'altro; i primi stadi, detti di preamplificazione, hanno il compito di elevare la tensione

figura 3 - equalizzatore RIAA per testina magnetica

del segnale in ingresso, in genere da pochi millivolt ad alcuni volt; gli stadi finali devono invece produrre potenza, richiamando dall'alimentatore forti correnti che vengono inviate all'uscita, dove sono collegati gli altoparlanti. Un preamplificatore non ha solo il compito di elevare la tensione del segnale in ingresso; spesso, infatti, tale segnale deve essere modificato nella sua composizione spettrale, perch possa essere restituito fedelmente il suono originale. Ci particolarmente vero, ad esempio, quando si amplifica il segnale proveniente dalla testina magnetica di un giradischi (quando ancora si usavano i bei dischi in vinile...): per esigenze tecniche, quando il segnale musicale viene inciso sul disco master, da cui poi si ricaveranno le copie, le varie frequenze sonore non vengono registrate con la loro ampiezza reale; poich alle frequenze basse corrispondono vibrazioni pi ampie, al punto che

un solco potrebbe andare a toccare quello vicino, questa banda viene attenuata, tanto di pi quanto pi le frequenze sono basse. Nel momento in cui il disco viene riprodotto, se si vuole che ci che si sente sia fedele al pezzo originale, occorre mettere in atto il processo inverso: tale operazione proprio compito del preamplificatore, che in tal caso agisce come un "equalizzatore". L'equalizzazione di un segnale, cio l'operazione di ripristinare il giusto livello delle varie frequenze che lo compongono, un procedimento ben definito, che avviene in ogni caso rispettando i valori di quella che viene detta "curva di equalizzazione". La curva di equalizzazione relativa alla testina magnetica che legge un disco in vinile la curva RIAA, cos come, per i segnali registrati su nastro magnetico, esiste la curva di equalizzazione NAB. La correzione dell'ampiezza del segnale alle varie frequenze viene realizzata con apposite reti di resistenze e condensatori, poste in serie al segnale o sul circuito di contro-reazione, come si vede nel circuito di figura 3, dove il preamplificatore realizzato con un circuito integrato LM381 della National. Il segnale proveniente dalla testina entra sull'ingresso non invertente (piedino 1); sull'ingresso invertente risulta invece collegata una rete (i cui componenti sono in colore rosso) che riporta indietro parte del segnale in uscita, realizzando una reazione figura 4 - amplificatore da 25W, realizzato con negativa o "controreazione", componenti discreti (sopra) e con un circuito integrato (sotto) che ha lo scopo di ridurre l'amplificazione di determinate frequenze, a vantaggio di

quelle che in fase di registrazione sono state attenuate. Sarebbe interessante trattare degli stadi di amplificazione a transistori, delle caratteristiche configurazioni in classe A, in classe B, ecc., ma non sarebbe molto utile, poich la presenza in commercio di un'infinit di circuiti integrati belli e pronti, ed a prezzi irrisori, rende priva di senso la costruzione in proprio di un amplificatore utilizzando componenti discreti (e cio singoli transistor, resistenze, condensatori, ecc.). In figura 4 possibile confrontare gli schemi di due amplificatori di prestazioni pi o meno equivalenti: quello in alto realizzato con sette transistor, oltre a varie resistenze e condensatori, mentre quello in basso realizzato con un circuito integrato, i cui piedini sono indicati dai numeri posti vicino al simbolo centrale a triangolo; evidente la notevole differenza di complessit fra i due schemi, senza considerare che il primo, oltre a richiedere pi tempo per il montaggio, risulta anche pi costoso in termini di prezzo dei vari componenti. La costruzione in proprio con componenti discreti (ovvero sfusi) pu quindi essere giustificata solo in casi molto particolari, come ad esempio quando un audiofilo raffinato, dotato anche di notevoli capacit progettuali, voglia sperimentare qualche particolare soluzione circuitale o avvalersi di componenti selezionati che egli ritiene in grado di garantire prestazioni particolarmente valide; quanto, poi, queste presunte differenze siano realmente percepibili durante il normale ascolto, tutto da dimostrare. Vi sono anche accaniti sostenitori degli amplificatori a valvole, il cui suono, dicono, di una purezza non raggiungibile con circuiti a semiconduttori. A parte le considerazioni nostalgiche, mio parere che, chiacchierando amichevolmente tra appassionati, si pu affermare qualunque cosa: qualcuno dir "le valvole hanno un suono pi caldo", altri diranno che il suono delle valvole figura 5 "cristallino". Resta il fatto che le caratteristiche valvola: di un amplificatore si dovrebbero valutare in pentodo base a parametri dal significato indiscutibile, EL34 quali la distorsione armonica, la risposta ai transienti, la banda passante, il rumore di fondo, ecc.; le altre considerazioni sono solo valutazioni emozionali, affidate alla sensibilit ed alle convinzioni personali. Fatte queste premesse, forse anche un p dispersive, vedremo in altre pagine di questo sito come costruire in pratica qualche semplice circuito che possa tornare utile nelle circostanze pi comuni.

Nuovi progetti saranno aggiunti di volta in volta, anche in seguito ad eventuali richieste dei visitatori.

MINI-AMPLIFICATORE MULTIUSO
Coloro che vogliono realizzare un semplice amplificatore, ma assolutamente non intendono servirsi degli innumerevoli circuiti integrati disponibili sul mercato, troveranno in questa pagina la descrizione di un mini-amplificatore, realizzato con soli 3 transistor. In effetti, quelli che non hanno eccessiva simpatia per i circuiti integrati, non hanno poi tutti i torti; l'amplificatore qui descritto, oltre a garantire un buon funzionamento, offre un'occasione unica: pur trattandosi di un circuito elementare, chi si dedicher alla sua costruzione, non perder il suo tempo, ma avr l'occasione di conoscere da vicino e risolvere le problematiche che sono alla base di qualunque stadio per una buona qualit amplificatore di potenza. acustica, occorre montare Il mini amplificatore, il cui schema di principio l'altoparlante in apposita riportato in figura 1, adatto a ricevere in cassetta ingresso un segnale di tipo "line", cio un segnale di medio livello e che non richiede equalizzazione; per esempio, l'uscita di una piastra a cassette audio, di un walkman, di un lettore di CD, o ancora l'uscita della scheda audio del PC. All'uscita occorre collegare un buon altoparlante, montato in opportuna cassetta, della potenza di pochi watt e dell'impedenza di 2 o 4 ohm. Per l'alimentazione va bene una tensione compresa fra 6 e 9 volt; non conviene usare tensioni pi alte, poich, per non complicare lo schema, non sono state previste protezioni in grado di prevenire un eccessivo assorbimento di corrente, e con esso la distruzione dei transistor. Come transistor finali (ovvero TR1 e TR2), si pu usare una qualsiasi coppia di transistor complementari (cio un NPN ed un PNP) di media potenza; come transistor pilota (TR3), va bene qualsiasi transistor NPN per piccoli segnali (BC547 e simili).

figura 1 - schema di principio

Come si vede nello schema di figura 1, i due transistor finali sono montati in serie rispetto alla tensione di alimentazione: la corrente, proveniente dal polo positivo dell'alimentazione, attraversa TR1, entrando dal collettore ed uscendo dall'emettitore, quindi attraversa TR2, entrando dall'emettitore ed uscendo dal collettore; questo possibile perch i due transistor sono di polarit opposta, e quindi lavorano con tensioni invertite uno rispetto all'altro. Teniamo presente che, quando il circuito lavora correttamente, la tensione nel punto centrale fra i due emettitori (punto C), esattamente la met della tensione di alimentazione. Da questo punto viene derivata, tramite R4, la corrente di base che arriva a TR3. La giusta polarizzazione dei due finali, ovvero la loro tensione di base, viene determinata dalla corrente di collettore di TR3, tramite la resistenza R3: se la corrente maggiore, la tensione sul collettore di TR3 scende, e scende quindi la tensione di base dei finali (perch le basi sono collegate al collettore di TR3). Come conseguenza, TR1 conduce di meno, mentre TR2 conduce di pi; il comportamento dei due transistor determina quindi un abbassamento della tensione del punto centrale, dove risulta collegato l'altoparlante. Nel caso opposto, quando in TR3 passa meno corrente, la tensione del suo collettore sale, e con essa sale la tensione di base dei finali. Succede allora che TR1 conduce di pi, mentre TR2 conduce di meno, per cui la tensione del punto centrale tende a salire. Questo modo di funzionare a "tira e molla", come se ciscuno dei due transistor finali tirasse alternativamente verso di se la

tensione del punto centrale, viene detto in inglese "push-pull", ovvero "spingi e tira". Naturalmente le variazioni di corrente in TR3 sono causate dal segnale applicato alla sua base (punto INP); quando la tensione del segnale aumenta, TR3 lascia passare pi corrente; quando la tensione del segnale scende, TR3 lascia passare meno corrente. Come abbiamo visto, queste variazioni della corrente di collettore di TR3 fanno variare la tensione del punto centrale C; se noi colleghiamo al punto C un altoparlante, il suo cono si muover, riproducendo le variazioni della tensione in ingresso. Quanto si detto fino ad ora, valido in linea di principio, ma prima di arrivare ad un amplificatore perfettamente funzionante, ci sono ancora delle caratteristiche da valutare, che vedremo di seguito una ad una. 1 LA TENSIONE SUL PUNTO C Poich, come si detto, la tensione del punto C varia in pi e in meno riproducendo, amplificate, le variazioni del segnale, necessario che, in assenza di segnale, la tensione di tale punto sia esattamente met della tensione di alimentazione. Tale risultato si ottiene regolando la corrente di collettore di TR3; per tale motivo occorrer sostituire la resistenza R4 con una resistenza regolabile, o "trimmer" 2 - LA DISTORSIONE DA CROSS-OVER

figura 2 - distorsione da cross-over

Perch un transistor cominci a entrare nello stato di conduzione, occorre che la tensione fra base ed emettitore superi un determinato valore minimo, di circa 0,6 volt. Poich le basi dei finali TR1 e TR2 sono fra loro collegate, la tensione rispetto ai relativi emettitori, in assenza di segnale, sar uguale a zero; succede allora che, quando il segnale in ingresso comincia a variare, perch tali variazioni siano riprodotte fedelmente occorre che la tensione sulle basi dei finali superi il valore minimo di 0,6 V in pi o in meno. In pratica, parte del segnale viene tagliato (figura 2), dando origine ad una distorsione che si avverte principalmente a bassi livelli sonori. Per eliminare tale problema, si fa in modo di applicare sulla base di ciascuno dei transistor finali una tensione minima, tale da portarlo gi in stato di inizio conduzione. Ci si pu ottenere in vari modi; nel nostro caso, tra le basi sono stati inseriti due diodi, che vengono attraversati direttamente dalla corrente di collettore di TR3: poich quando un diodo percorso da corrente ai suoi capi presente una caduta di tensione di circa 0,6 volt, i due diodi in serie manterranno fra le basi dei finali una differenza di potenziale di circa 1,4 volt, portandoli al giusto punto di conduzione. In tal modo, tuttavia, si determina l'afflusso di una corrente detta "di riposo", che fluisce costantemente nei due finali, indipendentemente dalla presenza del segnale; se tale corrente risulta eccessiva, o se non si sono prese precauzioni opportune, i transistor finali possono andare incontro a quella che viene definita "deriva termica". 3 LA DERIVA TERMICA Il fenomeno della deriva termica ricorda un p il gatto che si morde la coda. La corrente di riposo che fluisce costantemente nei transistor, ne causa un certo riscaldamento; i transistor, a loro volta, pi si riscaldano e pi tendono a far passare corrente. La corrente pi forte provoca un maggior riscaldamento, e cos via, fino alla distruzione dei transistor. Per contrastare questo fenomeno, si inseriscono in circuito componenti che, all'aumentare della temperatura, determinano la riduzione della corrente di base. Nel nostro caso, per non complicare il circuito, sono state inserite sugli emettitori di TR1 e TR2 due resistenze da 1 ohm; la loro presenza produce un moderato effetto di "controreazione": se la corrente aumenta, sale la tensione ai capi di dette resistenze e, di conseguenza, diminuisce la Vbe (differenza ditensione tra base ed emettitore).

Nella figura 3 vediamo lo schema finale, funzionante, dell'amplificatore. Il segnale viene applicato in ingresso, alla base di TR3, tramite il condensatore di accoppiamento C2; non possibile collegare il segnale direttamente alla base, perch il valore resistivo della sorgente del segnale stesso modificherebbe la polarizzazione di TR3. Supponendo di collegare il segnale usando un cavetto schermato, al condensatore va collegato il filo interno, mentre quello esterno (la calza) va collegato alla massa, ovvero al polo "meno" dell'alimentazione. L'altoparlante va collegato al punto centrale, tramite il condensatore C1; figura 3 - lo schema finale l'altro polo dell'altoparlante va collegato alla massa (polo negativo). Nel collegare i due condensatori, essendo questi due condensatori elettrolitici, occorre fare attenzione alla polarit (la posizione del polo positivo indicata nello schema dal segno + ). ELENCO DEI COMPONENTI: TR1/TR2: qualsiasi coppia di transistor complementari di media potenza (NPN/PNP): BC142/BC143 - BC441/BC461 - BCP54/BCP51 - BCX54/BCX51 BD135/BD136 - TIP29/TIP30 - ZTX651/ZTX751 o equivalenti (scegliete quelli che trovate al miglior prezzo) TR3: transistor NPN per piccoli segnali, tipo BC547 o equivalenti R1 ed R2: due resistenze da 1 ohm, 1/2 watt R3: resistenza da 1 Kohm, 1/4 watt R4: resistenza variabile (trimmer) da 100 Kohm R5: resistenza da 22 Kohm, 1/4 watt D1 e D2: due diodi tipo 1N4001 o simili C1: condensatore elettrolitico da circa 1000 F, 25 Volt (*) C2: condensatore elettrolitico da circa 10 F, 25 Volt (*) (*) Il valore dei condensatori C1 e C2 non critico; tuttavia, pi la capacit elevata, meglio passano le frequenze basse del segnale.

MESSA A PUNTO DELL'AMPLIFICATORE: Prima di dare tensione, portare la resistenza R4 su una posizione centrale. Dare alimentazione (non pi di 9 volt); usando un buon tester involucro piedini visti da sotto digitale, leggere la tensione figura 4 - esempio di transistor adatti come finali sul punto centrale C, e complementari: BCX51 (pnp) e BCX54 (npn) regolare R4 fino ad ottenere un valore esattamente met della tensione di alimentazione. Esempio: alimentando l'amplificatore a 6 volt, si regoler R4 fino a leggere sul punto C una tensione di 3 volt. Durante il funzionamento dell'amplificatore, provate a toccare i transistor finali; se sentite che sono troppo caldi, quasi da non poterci tenere il dito, occorre applicare su di essi un apposito dissipatore di calore (basta anche un'aletta di rame o di alluminio). Per ottenere un ascolto soddisfacente, occorre che l'altoparlante sia di buona qualit, e che sia montato in una adatta cassetta acustica.

figura 5 - dissipatori di calore per transistor

figura 6 - transistor con dissipatore di calore

figura 7 - collegamento di un potenziometro in ingresso per la regolazione del volume

potenziometro ad albero rotante

L'amplificatore qui descritto non provvisto di controllo di volume, perch si presume che il segnale venga regolato dall'apparecchio che vi viene collegato; in genere un riproduttore di cassette o di CD, o un PC, sono gi dotati di controllo di volume. In ogni caso, volendo aggiungerne uno, sufficiente collegare in ingresso un potenziometro, che pu essere sia ad albero rotante, sia a slitta (a scorrimento lineare); occorre usare un potenziometro da 47 kohm, di tipo logaritmico, collegato come si vede in figura 7.

figura 8 - amplificatore con alimentazione duale

Pi che altro per completezza di informazione (come mi ha cortesemente suggerito un visitatore del sito da Lyon), notiamo che possibile eliminare il condensatore di uscita C1, ricorrendo ad una alimentazione di tipo "duale"; si tratta, in altre parole, di fornire all'amplificatore due tensioni distinte, ciascuna uguale a met di quella totale. La cosa pu essere realizzata facilmente collegando due pile come si vede nello schema di figura 8, oppure utilizzando un apposito alimentatore dotato di tre uscite: +4,5 V ; zero ; -4,5 V In questo modo, in assenza di segnale, l'altoparlante risulta collegato da entrambi i terminali ad una tensione pari a met di quella di alimentazione, e quindi non viene attraversato da corrente continua anche in assenza del condensatore di uscita. Spero di poter trattare, tra non molto tempo, la costruzione di un amplificatore in grado di fornire prestazioni di pi alto livello, di maggiore potenza e fedelt di riproduzione.

GLI AMPLIFICATORI OPERAZIONALI


L'amplificatore operazionale come circuito integrato uno dei circuiti lineari maggiormente usati. Grazie alla produzione in larghissima scala, il suo prezzo sceso a livelli talmente bassi da renderne conveniente l'uso in quasi tutte le possibili aree applicative. L'amplificatore operazionale un amplificatore in continua: ci significa che esiste una continuit elettrica fra ingresso e uscita; il nome di "operazionale" dovuto all'uso per cui era nato tale amplificatore, e cio il funzionamento all'interno di elaboratori analogici per l'esecuzione di operazioni matematiche. Nella sua forma pi semplice (figura 1), un amplificatore operazionale composto essenzialmente da uno stadio d'ingresso, da un secondo stadio amplificatore differenziale e da uno stadio di uscita in classe AB, del tipo "emitter follower".

figura 1 - schema di base di un amplificatore operazionale

Un amplificatore operazionale ideale dovrebbe avere, in particolare, amplificazione e resistenza d'ingresso elevatissime (praticamente infinite) e resistenza di uscita bassissima (uguale a zero); gli amplificatori operazionali

reali si avvicinano in parte a tali caratteristiche, per cui hanno una resistenza d'ingresso molto grande, una resistenza di uscita molto piccola ed una amplificazione, ovvero un guadagno in tensione, moto alto ma pur sempre limitato. A titolo di esempio, uno dei pi usati, il A741, ha un guadagno di 200000, una resistenza d'ingresso di 2 Mohm ed una resistenza di uscita di 75 ohm. La corrente che un amplificatore operazionale pu fornire in uscita in genere non supera i 25 mA. Senza approfondirne ulteriormente il funzionamento, passiamo adesso a considerare l'aspetto esterno di un amplificatore operazionale, vale a dire la forma in cui esso si presenta pronto all'uso. Uno degli amplificatori operazionali pi conosciuti, come gi detto, il 741, disponibile abitualmente in contenitore metallico tondo oppure in contenitore plastico DIL; la sua sigla cambia a seconda dei costruttori, diventando LM741, oppure A741, o altro ancora.

figura 2 - l'amplificatore LM741 nelle vesioni in contenitore metallico tondo ed in contenitore plastico Dual In Line

Per l'identificazione dei vari piedini si fa riferimento agli schemi della figura 2, dove i piedini sono raffigurati visti da sopra; nel caso del tipo tondo, il numero 8 corrisponde alla tacca presente sull'involucro metallico. Per tener fede all'indirizzo soprattutto pratico di questo corso, non ci dilungheremo sulle equazioni caratteristiche e sulle problematiche progettuali degli amplificatori operazionali, ma li tratteremo come un'unit funzionale, dotata di ingressi e uscite, con determinate caratteristiche.

figura 3 - circuito test

In figura 3 vediamo il nostro amplificatore operazionale, per esempio un LM741, inserito in un circuito che consente di sperimentarne il funzionamento. Osserviamo che l'operazionale ha due ingressi, contrassegnati con un "-" (piedino 2) e con un "+" (piedino 3); ci sono poi un'uscita, indicata con OUT (piedino 6), e due terminali per l'alimentazione dell'integrato (piedini 7 e 4). Perch gli ingressi sono due? Perch l'almplificatore operazionale prima di tutto un amplificatore "differenziale"; ci vuol dire che il segnale presente in uscita non dipende solo da uno o dall'altro degli ingressi, ma da tutti e due, ed esattamente dalla differenza che esiste fra il segnale applicato su un ingresso ed il segnale applicato sull'altro. E' proprio qui che si evidenzia la principale caratteristica di un simile circuito: sufficiente che fra i due ingressi vi sia una differenza di tensione anche di pochi V, perch l'uscita cambi completamente il suo stato, passando per esempio da zero al massimo valore della tensione di alimentazione. Supponiamo di alimentare il circuito con 10 V, e che le due resistenze R1 ed R2 abbiano lo stesso valore: la tensione di alimentazione sar allora presente per met ai capi di R1 e per met ai capi di R2; in altre parole, al centro, e quindi sul piedino 3 dell'integrato, ci saranno esattamente 5 V. Il piedino 2 collegato invece ad RV1, che una resistenza variabile: possiamo quindi far variare a piacere la tensione che risulta applicata sul piedino 2 dell'amplificatore operazionale.

figura 4

figura 5

Spostiamo il cursore di RV1 in modo da portarlo verso il positivo (figura 4), applicando cos al piedino 2 una tensione senz'altro superiore a 5V, e quindi leggiamo, con un tester, la tensione presente in uscita: troveremo un valore molto vicino allo zero. Spostiamo adesso il cursore di RV1 in modo da portarlo in basso (figura 5), verso la tensione zero, applicando cos al piedino 2 una tensione senz'altro inferiore a 5V, e quindi leggiamo la tensione in uscita: troveremo un valore molto vicino alla tensione di alimentazione (che 10 V). Quello che abbiamo appena constatato ci permette di formulare la regola basilare del funzionamento del nostro amplificatore operazionale: quando la tensione sul piedino "-" maggiore della tensione sul piedino "+" l'uscita a livello basso (cio prossimo a zero); quando la tensione sul piedino "-" minore della tensione sul piedino "+" l'uscita a livello alto (cio prossimo alla tensione di alimentazione). Ma, come gi si detto, non occorre che la tensione sul piedino 2 vari di alcuni volt: sono sufficienti pochi milionesimi di volt per provocare la "commutazione" dell'uscita. Se vi divertite ad osservare la tensione indicata dal tester mentre ruotate RV1, vedrete che ad un certo istante, di colpo, la tensione in uscita passa da zero al massimo, o viceversa; potete tornare indietro, spostare il cursore di RV1 quanto volete, ma non riuscirete mai a trovare una posizione tale che permetta di avere in uscita un valore intermedio, vicino alla met della tensione di alimentazione. Poich, come si visto, quando l'ingresso "-" a tensione pi alta, l'uscita a livello basso, si dice che tale ingresso "invertente". Se invece avessimo collegato a tensione fissa il piedino 2, variando la tensione del piedino 3, avremmo riscontrato le stesse variazioni della tensione di uscita, ma con verso corrispondente alla tensione applicata sull'ingresso "+"; per tale motivo, l'ingresso "+" viene chiamato "ingresso

non

invertente".

Usato come amplificatore, l'operazionale presenta la caratteristica di amplificare qualsiasi segnale applicato in ingresso: sia un normale segnale variabile, caratterizzato da determinate frequenze, sia una tensione con fluttuazioni lentissime o, addirittura, di valore costante. Parlando in termini di frequenza, si dice quindi che l'amplificatore operazionale lavora con frequenze da zero (corrente continua) fino ad un valore massimo, determinato dalle caratteristiche specifiche dell'amplificatore stesso. A questo proposito, opportuno accennare brevemente ad un parametro caratteristico degli amplificatori operazionali: si tratta del prodotto guadagno x larghezza di banda, che per ogni amplificatore operazionale ha un preciso valore, fisso ed immutabile. Tale parametro ci dice, in pratica, che se noi utilizziamo l'amplificatore in modo da ottenere una maggior amplificazione, perdiamo proporzionalmente in larghezza di banda, e cio possiamo amplificare segnali in un campo di frequenze pi limitato. Il A741, per esempio, ha una larghezza di banda di 1Mhz quando il guadagno uguale a 1; se viene usato in modo da amplificare 100 volte, la larghezza di banda si riduce di 100 volte, e passa quindi a 10Khz. Il guadagno pi alto utilizzabile quando l'amplificatore lavora con frequenze bassissime o con tensioni continue: in tali casi il guadagno pu essere uguale o superiore a 100.000. Ma come si determina l'amplificazione di un operazionale? L'amplificatore operazionale, come amplificatore in continua, pu essere utilizzato in diverse configurazioni, di cui adesso vedremo le pi comuni. Amplificatore invertente: lo schema quello di figura 6. La tensione Vi viene applicata all'ingresso invertente attraverso la resistenza R1; Vu la tensione amplificata che si ritrova in uscita. La resistenza R2 riporta all'entrata parte del segnale in uscita, realizzando in tal modo quella che viene detta "controreazione"; senza R2, l'operazionale non potrebbe funzionare come amplificatore lineare, poich la sua uscita commuterebbe con estrema rapidit fra un valore minimo (prossimo a zero) ed un valore massimo (prossimo alla tensione di alimentazione). L'amplificazione del circuito di figura 6 dipende dalle due

figura 6 - amplificatore invertente

resistenze R1 ed R2, secondo la formula Av = R2 / R1 (ci significa che se R2 di valore pi basso, si ha pi controreazione e quindi il guadagno minore). Vediamo un esempio pratico: R1 = 100 Kohm (cio 100.000 ohm) R2 = 1 Mohm (cio 1.000.000 di ohm) Vi= 1mV L'amplificazione Vu/Vi sar: Av=1.000.000:100.000=10 Poich l'amplificazione 10, con 1 mV in entrata avremo in uscita 10 mV Osserviamo che il segnale in uscita invertito, ovvero di segno opposto a quello in entrata; se Vi aumenta, Vu diminuisce, e viceversa. Amplificatore non invertente: nello schema di figura 7 vediamo che il segnale d'ingresso viene applicato all'ingresso contrassegnato col "+", ovvero a quello non invertente. In questo caso, infatti, il segnale in uscita ha lo stesso segno di quello in entrata. In questo caso, l'amplificazione data dalla formula: Av = (R1 + R2) / R1 Anche per l'amplificatore non invertente, come si vede dallo schema, la resistenza R2 determina una certa quantit di reazione negativa (o controreazione), che diminuisce il guadagno dell'amplificatore ma gli consente di lavorare linearmente.

figura 7 invertente

amplificatore

non

Buffer a guadagno unitario: il circuito di figura 8 mostra l'utilizzo dell'operazionale come "buffer". Col termine "buffer" si intende un circuito che svolge una funzione di separazione o di adattamento; nel caso specifico, il circuito presenta la pi alta impedenza d'ingresso ottenibile con gli amplificatori operazionali. Per ottenere tale

figura 8 - buffer a guadagno unitario

risultato, si applica il massimo valore possibile di controreazione, collegando direttamente l'uscita con l'ingresso invertente. Per tale motivo, il guadagno di questo circuito uguale a 1, il che vuol dire che il circuito non amplifica (essendo il segnale di uscita uguale a quello di entrata); in altre parole, non si ottiene un guadagno di tensione, ma un guadagno di impedenza.

USO DEGLI AMPLIFICATORI OPERAZIONALI


Come gi si detto nella pagina ad essi dedicata, gli amplificatori operazionali possono essere utilizzati in moltissime circostanze diverse. Quelle che vengono descritte di seguito a titolo di esempio, sono quindi soltanto alcune delle applicazioni possibili, scelte tra quelle di pi semplice realizzazione. Negli esempi che vedremo, faremo uso di un operazionale tipo A741; i piedini, per il tipo in involucro metallico tondo, sono disposti come indicato in figura 1 (in corrispondenza della linguetta metallica si trova il piedino 8, poi, in senso orario, l'1, il 2, il 3 ecc.) Oscillatore a onda quadra: con l'amplificatore operazionale facile realizzare un multivibratore che produce in uscita un'onda quadra perfettamente simmetrica.

figura 1 - amplificatore operazionale A741; piedini visti da sotto

figura 2 - multivibratore

Uno dei vantaggi di tale oscillatore , per esempio, che si possono ottenere basse frequenze di oscillazione senza ricorrere a capacit di valore troppo

elavato: il circuito illustrato in figura 2, con i valori indicati, oscilla a circa 100 hz. Lavorando con gli amplificatori operazionali, come del resto con qualsiasi circuito integrato, occorre ricordare che vanno sempre collegati anche i due piedini di alimentazione; in questo caso, trattandosi del A741, i piedini sono il 7, che va al positivo, e il 4, che va al negativo. Semplice termostato: Con gli operazionali si pu fare di tutto, ma le applicazioni pi interessanti sono forse quelle che sfruttano la loro capacit di amplificare enormemente la differenza di tensione presente sugli ingressi. Diventa in tal modo semplice realizzare un circuito che, sensibile anche alle pi piccole variazioni rilevate da un sensore, piloti di conseguenza un rel o qualsiasi altro utilizzatore.

figura 3 - un semplice termostato

Supponiamo di voler realizzare un termostato, usando come sensore di temperatura una resistenza NTC (NTC deriva dall'inglese Negative Temperature Coefficient, ovvero resistenze a coefficiente di temperatura negativo; tali resistenze sono particolarmente sensibili alle variazioni di temperatura, ma, contrariamente alle resistenze comuni, con l'aumentare della temperatura il loro valore diminuisce). Il circuito potrebbe essere simile a quello di figura 6. La resistenza NTC forma con la resistenza R1 un partitore di tensione, il cui punto centrale collegato al piedino 3 dell'operazionale. Le due resistenze, cio la NTC e la R1, devono avere pi o meno lo stesso valore: per esempio 4,7 kohm. Il piedino 2 dell'operazionale collegato ad una resistenza variabile, RV, del valore di circa 10 kohm, che permette di regolare il punto d'intervento, cio di stabilire a quale temperatura deve scattare il rel. Naturelmente il rel scatta (e chiude i contatti esterni C1-C2) quando il transistor TR1 va in conduzione; perch

TR1 vada in conduzione, l'uscita dell'amplificatore operazionale (piedino 6) deve passare a livello alto, facendo cos giungere, attraverso R2, una tensione adeguata sulla base di TR1. Come funziona il circuito? Prima di tutto occorre regolare RV per portare la tensione sul piedino 2 ad un valore pi alto di quella presente sul piedino 3; in tal modo il rel sar a riposo. Se la temperatura scende, la NTC aumenta il suo valore, per cui sale anche la tensione ai suoi capi; quando tale tensione arriva a superare la tensione sul piedino 2, l'uscita dell'operazionale commuta a livello alto, e fa scattare il rel.

figura 4 - come ottenere una migliore regolazione del punto di intervento

Naturalmente, se con RV regoliamo pi in alto il valore della tensione sul piedino 2, sar necessaria una temperatura pi bassa pech la tensione ai capi della resistenza NTC sia in grado di far commutare l'operazionale; in questo modo otterremo che il termostato intervenga con una temperatura pi bassa. Desiderando il risultato opposto, basta regolare la RV in senso contrario. Il circuito pu essere alimentato a 12 V; di conseguenza, il rel dovr avere una bobina adatta a tale tensione. Il transistor TR1 pu essere un qualsiasi transistor NPN di media potenza (BC142 - BC441 - BCP54 - BCX54 - BD135 ecc.). La resistenza R2 da 27 kohm. Il diodo D1 (tipo 1N4001 o equivalenti) serve a proteggere il circuito dalle sovratensioni causate dalla bobina del rel. Se la regolazione di RV risulta troppo brusca, si pu modificare il circuito come in figura 7: invece della sola resistenza di regolazione, si usa una RV da 4,7 kohm e si montano, ai suoi lati, due resistenza fisse, RA ed RB, sempre dello stesso valore di 4,7 kohm; cos facendo, si otterr una regolazione pi dolce e graduale.

Naturalmente, per un funzionamento efficace, la resistenza NTC deve essere collocata nel posto giusto, usando dei fili di lunghezza opportuna. Supponendo di aver montato il nostro circuito in una scatola, se si desidera regolare la temperatura ambiente, la NTC deve essere montata vicino ad una grigliatura, in modo che possa essere investita dall'aria dell'ambiente. Se invece si vuole regolare la temperatura di una superficie, la NTC deve essere montata a contatto della superficie stessa. I contatti del rel serviranno per comandare il dispositivo che deve generare calore; per esempio, faranno accendere e spegnere una resistenza elettrica da stufa, oppure metteranno in moto l'impianto di riscaldamento domestico. Dopo un p di tentativi, si riuscir a regolare il circuito correttamente; volendo, si potr montare sull'asse della resistenza variabile una scala graduata che indica direttamente la temperatura in gradi. Strumento di misura: sempre sfruttando le caratteristiche differenziali degli amplificatori operazionali, e quindi la loro capacit di confrontare due tensioni in ingresso, possibile realizzare un circuito in grado di misurare tensioni, correnti o resistenze. Nel circuito di figura 5, la tensione che si vuol misurare viene applicata al piedino 2, attraverso il partitore formato dalle resistenze R8, R9, R7; tale tensione viene confrontata con quella che risulta applicata al piedino 3, prelevata tramite il potenziometro R5.

figura 5 - strumento di misura

Per poter usare un simile circuito occorre prima procedere ad una apposita taratura, servendosi per esempio di un altro tester. Sull'albero del potenziometro va applicata una manopola dotata di indice, che ruoter sopra la scala che noi tracceremo. Applichiamo la prima tensione (per esempio 2 V); ruotiamo il potenziometro R5 fino al punto di commutazione, ovvero il punto in cui il led che era acceso si spegne e l'altro si accende.

figura 6 - la scala gaduata tracciata tramite taratura

Trovato tale punto, tracceremo un segno in corrispondenza dell'indice della manopola, e ci scriveremo 2. Procederemo poi con tensioni successive, per esempio 4, 6, 8, 10 e 12 V, ed ogni volta, trovato il punto di commutazione, vi tracceremo un segno con scritto vicino il valore corrispondente. Finita la taratura, il nostro strumento sar in grado di funzionare da solo. Applicgeremo in ingresso la tensione da misurare e ruoteremo il potenziometro: trovato il punto di commutazione, leggeremo il valore corrispondente. I tre diodi D1, D2 e D3, servono a determinare una tensione stabilizzata, che risulta presente ai capi del potenziometro R5; per limitare la deriva termica ed ottenere quindi una tensione pi stabile, occorre usare due diodi al silicio tipo 1N4154 per D1 e D2, e un diodo al germanio, tipo AA143, per D3. Le resistenze in ingresso, R9 ed R7, sono collegate in parallelo per determinare, con il loro valore, la giusta caduta di tensione necessaria per il partitore di ingresso; sarebbe stato possibile utilizzare una resistenza unica da 294 Kohm, ma il suo valore sarebbe risultato di difficile reperibilit.

INTRODUZIONE ALL'ELETTRONICA DIGITALE


Credo si possa affermare che l'elettronica digitale elettronica solo in parte;

in effetti, le tecniche caratteristiche dell'elettronica lineare (tensioni, resistenze, caratteristiche di un transistor, ecc.) passano in secondo piano, per cedere il posto ad un modo di ragionare basato sulla logica. Non si lavora pi con singoli componenti che richiedono di essere correttamente inseriti in un circuito, ma su blocchi gi di per se completi, ognuno in grado di svolgere una determinata funzione. Tutte queste unit funzionali possono essere collegate l'una all'altra in schemi complessi quanto si vuole, unicamente seguendo un ragionamento logico, senza doversi preoccupare degli aspetti elettrici veri e propri.

figura 1 - integrato MM74C08 contenente 4 porte AND

Tanto per parlare di cose concrete, diremo che l'elettronica digitale utilizza, tra le varie unit funzionali, degli elementi chiamati "porte logiche"; esistono porte di vario tipo, tutte caratterizzate dall'avere uno o pi ingressi ed uscite. Queste "porte logiche", che noi troviamo all'interno di circuiti integrati, devono solo essere alimentate con la giusta tensione: per esempio, 5 V. Sul terminale di uscita di una porta, noi potremo trovare solo due valori di tensione: un valore lo zero (che viene anche detto "livello basso" o "low"); l'altro valore la tensione di alimentazione (in tal caso si parla di livello alto o "high"). Tutti i possibili valori intermedi di tensione non esistono in elettronica digitale, o comunque non hanno significato. Il circuito integrato di figura 1 un MM74C08, con 14 piedini "dual in line"; esso contiene al suo interno quattro porte di tipo "AND", ciascuna dotata di due ingressi e di una uscita. Consideriamo una di queste porte, per esempio quella i cui ingressi fanno capo ai piedini 1 e 2; tutto quello che noi possiamo fare, di applicare a ciascuno di questi piedini un livello logico, ovvero una tensione uguale a zero (livello basso o "low") oppure una tensione uguale a quella di alimentazione (livello alto o "high"); in funzione dei livelli che applicheremo in entrata, l'uscita (piedino 3) assumer a sua volta uno stato logico alto o basso. Naturalmente, perch tutto funzioni regolarmente, dovremo alimentare il nostro circuito integrato, collegando il piedino 7 (marcato GND ovvero "ground") a zero ed il piedino 14 alla tensione di alimentazione. Il comportamento di una porta logica, cos come di qualsiasi altro integrato di questo tipo, viene indicato in un'apposita tabella, chiamata "tavola della verit". Per esempio, per una porta AND come quella appena vista, la tavola della verit la seguente:

Tavola della verit di una porta AND

ingresso 1 ingresso 2 uscita 0 significati: 0 = livello basso 1 1 = livello alto 0 1 0 0 1 1 0 0 0 1

La tabella ci dice che se i due ingressi sono a tensione zero, l'uscita a zero; altrettanto succede se applichiamo una tensione "high" su uno degli ingressi. Se invece colleghiamo a livello alto entrambi gli ingressi, l'uscita passa a livello alto (cio alla tensione di alimentazione).

figura 2 - circuito di prova per integrato MM74C08

Vista cos, in effetti, una porta pu non apparire molto utile; bisogna tuttavia considerare che una rete logica si compone di molte porte, di questo tipo o diverse, collegate in cascata oppure affiancate. Vedremo presto come sia possibile utilizzare praticamente dei componenti logici, in applicazioni semplici ma significative. In figura 2 viene fornito un esempio pratico del funzionamento delle porte AND; come si vede, il circuito integrato MM74C08 alimentato a 4 volt (sul piedino 14) mentre il piedino 7 collegato al negativo. All'uscita di ogni porta collegato un led, che serve a mostrarne il livello: se il led acceso, vuol

dire che l'uscita a livello alto. Osserviamo una ad una le singole porte: 1- gli ingressi della porta 1 (piedini 1 e 2) sono collegati a zero, per cui l'uscita a zero 2- un ingresso della porta 2 (piedino 4) collegato al positivo, mentre l'altro (piedino 5) a zero; come si vede, l'uscita a zero 3- un ingresso della porta 3 (piedino 10) collegato al positivo, mentre l'altro (piedino 9) a zero; l'uscita a zero 4- gli ingressi della porta 4 (piedini 12 e 13) sono entrambi collegati al positivo; finalmente il led si accende perch l'uscita a livello alto. Tenete presente che questo circuito costituisce soltanto un esempio di come si utilizza in pratica un integrato logico; in realt non sarebbe possibile accendere un led collegandolo direttamente ad una porta logica, poich l'uscita non ha la potenza sufficiente, ovvero non in grado di erogare la corrente richiesta. In simili casi, necessario interporre un "buffer", ovvero uno stadio intermedio, che agisca come interfaccia; per esempio, un semplice transistor, collegato come si vede in figura 3. Si detto che l'elettronica digitale utilizza solo due livelli logici: - un livello prossimo al valore della tensione di alimentazione, detto livello alto oppure 1 logico; figura 3 - un livello di valore prossimo a zero, detto livello basso, oppure zero logico. I due valori che pu assumere l'uscita di un circuito digitale rappresentano la quantit minima di informazione, detta anche "dato binario" o "bit". Ma come si pu, allora, in elettronica digitale, rappresentare le diverse grandezze, usando come unici valori l'uno e lo zero? La risposta semplice: utilizzando non uno, ma diversi circuiti affiancati. Se chiamiamo D1 l'uscita di un circuito digitale, avremo due possibilit: D1 = 0 oppure D1 = 1. Consideriamo poi un secondo circuito, la cui uscita sar D2; avremo altre due possibilit: D2 = 0 oppure D2 = 1. Scrivendo uno di seguito all'altro il valore delle due uscite D1 e D2 (tabella di figura 4), noteremo che le combinazioni

possibili sono quattro: 00 10 01 11 . Aggiungiamo poi un terzo circuito, la cui uscita rappresenter il dato D3, e scriviamo le combinazioni possibili nella tabella di figura 5. Vediamo che adesso si possono formare fino ad otto diverse sequenze di cifre: al 4o rigo, per esempio, abbiamo la sequenza "110", mentre al penultimo abbiamo "011". Queste sequenze di cifre possono avere in realt un valore di D1 valore di D2 loro preciso valore, nell'ambito di un sistema di calcolo 0 0 adeguato. Senza scendere nei particolari, diremo che si 1 0 tratta di cifre "binarie", formate cio da soli "uno" e "zero". 0 1
1

figura 4

Similmente al sistema decimale, che usiamo nella nostra vita di tutti i giorni, il sistema binario permette di esprimere qualsiasi valore, purch si usi un numero sufficiente di cifre. Tanto per fare qualche esempio, diremo che il numero 10 equivale, in binario, alla sequenza "110"; il numero 20 diventa "10100", il 50 diventa "110010", e cos valore di D1 valore di D2 valore di D3 via. 0 0 Per concludere, osserviamo quindi che: 0 - con due sole cifre o circuiti binari, si possono 1 0 0 esprimere quattro valori, da zero a 3 0 1 0 - con tre cifre (o circuiti binari) si possono 1 0 esprimere otto valori, da zero a 7 1 - con quattro cifre si possono esprimere valori da 0 0 0 1 a 15, ecc.
1 0 1 1 1 Si conclude pertanto che, per ogni cifra che si 0 aggiunge, il massimo valore esprimibile raddoppia; 1 1 1 disponendo in parallelo 8 circuiti, e quindi con 8 cifre, si possono esprimere ad esempio 256 valori diversi, mentre con 16 cifre si arriva ad esprimere figura 5 65536 valori. Nel linguaggio dei calcolatori si usano frequentemente i termini bit e byte: - il termine bit, che abbiamo gi incontrato, esprime la singola cifra, uno o zero, e costituisce l'unit elementare di informazione - il termine byte individua una quantit pi complessa di informazione, composta da un insieme di otto cifre, che a volte viene anche definito come "word" (ovvero "parola").

In altre pagine di prossima pubblicazione approfondiremo il significato di queste affermazioni e parleremo delle tecniche di campionamento e digitalizzazione. LA VISUALIZZAZIONE DEI NUMERI Affinch sia possibile venire a conoscenza dei valori numerici che originano

dalle elaborazioni dei vari circuiti digitali, occorre che tali valori siano fisicamente mostrati, in modo da risultare chiaramente leggibili al nostro occhio. Uno dei dispositivi pi utilizzati a tale scopo il "display a sette segmenti". Il nome deriva dal fatto che le varie cifre, Figura 1: Display a sette dallo zero al nove, segmenti e vengono composte visualizzazione delle cifre "accendendo" dei numeriche segmenti luminosi, che non sono altro che dei normali led aventi una forma allungata. Il display a sette segmenti dotato sul lato posteriore di una serie di piedini che permettono di far arrivare tensione ai vari segmenti, cos da poterli accendere nella combinazione che si desidera. Uno dei piedini comune a tutti i sette segmenti, in quanto risulta collegato ad una delle due loro estremit. Quando vengono messe in comune le estremit che devono essere collegate al polo negativo, si dice che il display del tipo a catodo comune; se invece sono messe in comune le estremit da collegare al polo positivo, si dice che il display ad anodo comune.
Figura 2

Collegamenti in un display a catodo comune: come si vede, ogni segmento identificato tramite una lettera da a a g; con un display di questo tipo, occorre collegare a massa il piedino CC (catodo comune) e far pervenire una tensione positiva ai piedini corrispondenti ai segmenti da accendere.

Vediamo adesso come si possa procedere nella realt per far apparire i numeri sul nostro display. La cosa pi semplice, volendo realizzare un

comando manuale, sarebbe quella di inserire tanti interruttori per accendere e spegnere a piacere i vari segmenti. Certo non sarebbe un sistema comodo da usare: per far apparire la cifra 1, ad esempio, dovremmo chiudere gli interruttori b e c; per la cifra due dovremmo chiudere gli interruttori a - b - g e - d e cos via. Si tratta insomma di operazioni lente e noiose. Si potrebbe allora pensare di usare 10 interruttori, uno per ogni cifra, collegando ad ogni interruttore tutti i segmenti che rappresentano una certa cifra. L'idea realizzabile, ma richiede un elevato numero di diodi, da interporre fra gli interruttori ed i segmenti; se infatti non si usassero i diodi, i segmenti risulterebbero collegati l'uno all'altro, e si accenderebbero tutti insieme. Anche se un simile circuito senz'altro fattibile, ci si rende presto conto della elevata quantit di collegamenti da realizzare: nella figura 3 sono stati rappresentati, come esempio, i collegamenti necessari per le sole cifre 1 - 2 e 3, e gi si fa fatica a seguirli; figurarsi il lavoro occorrente per collegare tutte le 10 cifre!

Figura 3 - Accensione dei segmenti tramite l'uso di un interruttore per ogni cifra (sono raffigurati come esempio i collegamenti per le sole cifre 1, 2 e 3)

Per fortuna vengono in nostro aiuto i soliti circuiti integrati tutto fare; genericamente parlando, tali circuiti vengono detti "display drivers" e cio "circuiti per pilotare display". Tutti questi integrati hanno piedini di uscita che si collegano ai segmenti del display, e ne comandano l'accensione in

funzione del numero da rappresentare. Ci che cambia il modo in cui questi integrati accettano in ingresso il dato da rappresentare: uno dei pi comuni il cosiddetto formato "BCD", che significa "Binary Coded Decimal" (ovvero "valore decimale codificato in binario"). Nel sistema BCD ogni cifra viaggia, per cos dire, su quattro fili, che trasportano ciascuno un valore binario, ovvero un livello di tensione H o L (alto o basso, e cio 1 o zero). Nella tabella che segue vediamo le combinazioni di valori che corrispondono ad ogni cifra:
cifra D1 D2 D3 D4 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 L L L L L L L L L L L L H L

H L L

H H L H L

H L H L

H H L L L L H H

H H H L H L

Sull'integrato sono presenti quattro piedini proprio per ricevere i quattro fili che portano l'informazione BCD; in genere sono indicati come A0, A1, A2, A3 oppure D0, D1, D2, D3 o ancora, semplicemente, A, B, C, D. I circuiti integrati di questo tipo, che ricevono in ingresso un codice BCD e comandano di conseguenza i sette segmenti del display collegati sui piedini di uscita, vengono detti "BCD to 7segment decoder-driver", che come dire che tali integrati decodificano il codice BCD in ingresso e lo trasformano in una combinazione adatta a pilotare i vari segmenti del display. Ci sono circuiti integrati adatti a pilotare display a catodo comune ed altri che possono pilotare display ad anodo comune; il circuito 4511 che vediamo in figura 4 del primo tipo.

Figura

Integrato 4511 (Decodificatore binario pilota di display a sette segmenti)

Per rendersi bene conto del funzionamento di questi circuiti utile costruire lo schema che si vede nella figura 5; per la sua realizzazione sufficiente procurarsi il seguente materiale: un integrato 4511 - un display a sette segmenti del tipo a catodo comune 7 resistenze da 680 ohm, 1/4 di watt 4 commutatori a levetta o a slitta Per l'alimentazione va bene una tensione compresa fra 6 e 10 volt.

Figura 5 - Circuito sperimentale per lo studio del codice BCD: i commutatori da C1 a C4 sono raffigurati nella posizione corrispondente all'accensione della cifra 5

Come si vede dallo schema, le quattro entrate A, B, C, D sono collegate ai commutatori C1, C2, C3, C4: spostando la levetta di ciascun commutatore, ogni entrata pu essere commutata a livello alto H oppure a livello basso L. Le uscite che comandano i sette segmenti, corispondenti alle lettere da a a g, sono collegate ai piedini del display, interponendo sette resistenze (da R1 a R7) da 680 ohm: attraverso tali resistenze arriva la corrente ai segmenti del display che di volta in volta devono accendersi; il ritorno a massa avviene tramite il piedino CC (catodo comune) che infatti collegato al negativo dell'alimentazione. Il valore delle sette resistenze non vincolante: con valori pi alti, per esempio 820 ohm, i segmenti del display saranno meno luminosi, mentre con valori pi bassi (470 ohm) si accenderanno in modo pi brillante; se si eccede usando valori troppo bassi, si rischia di bruciare qualche segmento. Naturalmente, in funzione del tipo di display che si utilizza, occorre conoscerne la piedinatura, e cio l'esatta corrispondenza dei piedini con i vari segmenti. I piedini 3, 4 e 5 dell'integrato 4511 hanno funzioni che in questo caso non ci interessano; per il corretto funzionamento, necessario collegare i piedini 3 e 4 al positivo ed il piedino 5 al negativo dell'alimentazione. Il circuito cos realizzato consente anche di esercitarsi col sistema binario, e pu avere pertanto una funzione "didattica": volendo, per esempio, far accendere sul display il numero "7", occorrer spostare in posizione "H" le levette dei commutatori C1, C2 e C3 (come risulta dalla tabella vista in precedenza). Si pu osservare che ad ogni commutatore corrisponde un certo valore o "peso" che contribuisce alla formazione del valore finale: il commutatore C1 vale 1, il C2 vale 2, il C3 vale 4 ed il C4 vale 8. Come si vede, in accordo col sistema di numerazione binario, ogni valore non altro che una potenza del numero 2 (C1 equivale a 2 elevato a zero, C2 equivale a 2 elevato alla prima potenza, C3 equivale a 2 alla seconda e C4 equivale a 2 alla terza); il valore sette si ottiene pertanto come somma di 1 + 2 + 4.
Figura 6 - Circuito integrato MM74HC393, contenente due contatori binari a 4 bit; ogni contatore ha il suo ingresso di clock (CK1 e CK2), il suo CLEAR (CLR) e le sue uscite (Qa, Qb, Qc, Qd)

Nell'uso reale di tali circuiti, i valori binari (che noi abbiamo simulato muovendo le levette dei quattro commutatori) provengono da altri circuiti come risultato di conteggi ed

elaborazioni diverse.

Un esempio classico rappresentato dai "contatori", che, come dice il nome, sono circuiti in grado di contare (o totalizzare) il numero di impulsi in ingresso, e di fornire il valore di questo totale in forma di codice BCD, presente su quattro piedini di uscita. Per visualizzare il numero corrispondente, sufficiente collegare i quattro piedini di uscita del contatore con i quattro piedini di entrata di un integrato pilota di display come il 4511, che abbiamo visto nell'esempio precedente. In figura 6 si vede l'esempio di uno di questi contatori: si tratta dell'integrato MM74HC393 che contiene due contatori binari indipendenti; ciascun contatore totalizza gli impulsi che arrivano sull'ingreso di "clock" (piedini 1 o 13) e fornisce il totale sulle uscite da Qa a Qd. I piedini 2 e 12 servono per effettuare il "clear", ovvero per azzerare il conteggio e riportare a zero tutte le uscite.

DUE PAROLE SULLA "DIGITALIZZAZIONE"


Gi da tempo, nel nostro parlare di tutti i giorni, entrata con prepotenza la parola "digitale": macchina fotografica digitale, telecamera digitale, TV digitale; ma esattamente, che cos' questa digitalizzazione del mondo che ci circonda? Premettiamo che il concetto di "digitalizzazione" non necessariamente legato all'elettronica o all'informatica, ma pu essere applicato ogni volta che si ha a che fare con la rappresentazione o con la misura di quantit o di grandezze. Le grandezze fisiche che caratterizzano tutti i fenomeni intorno a noi variano nell'ambito di un campo di valori continuo; possono in altre parole assumere qualsiasi valore, anche valori tra loro cos vicini da non poterne misurare la differenza con gli strumenti di cui disponiamo. Un comune termometro a mercurio fornisce il valore della temperatura La persona che sale sulla bilancia provoca la grazie alla posizione raggiunta dal rotazione dell'indice, la mercurio lungo una scala graduata; cui posizione permette man mano che la temperatura di leggere il peso sul aumenta, il mercurio sale quadrante: un caso classico di misura proporzionalmente lungo la scala. "analogica" Una misurazione di questo tipo viene definita "analogica", ed caratterizzata da una serie infinita di valori possibili: sta alla capacit di chi legge riuscire ad apprezzare con precisione la posizione raggiunta dal mercurio lungo la scala. Altre apparecchiature che misurano in modo analogico sono per esempio la bilancia a molla, dove saliamo per conoscere il nostro peso, oppure i vecchi

tester dove lo spostamento della lancetta, al di sopra di una scala graduata, proporzionale alla tensione o alla corrente misurata. Ma esiste un altro modo di rappresentare le grandezze: esso consiste nel confrontare la grandezza che si vuol misurare con una serie di valori campione, per stabilire quali e quanti di tali campioni approssimano pi da vicino il valore della grandezza incognita. Un esempio banale di questa tecnica di misurazione pu essere fornito dalla classica bilancia con pesi: su di un piatto si appoggia la quantit da pesare, sull'altro piatto si dispongono i vari pesi, da quelli grandi a quelli pi piccoli, che occorrono per raggiungere l'equilibrio fra i due piatti; la somma di tali pesi dar il valore del peso cercato. Bilancia con pesi, come esempio di Questo metodo di misura viene detto misurazione digitale "digitale", dalla parola inglese "digit" che significa "dito" o "cifra". Ci che occorre osservare la differenza fondamentale fra questo metodo e quelli analogici visti in precedenza: - se si misura una grandezza in modo analogico, il risultato pu assumere uno qualsiasi degli infiniti valori possibili; anche valori talmente vicini da non essere distinguibili - misurando una grandezza con la tecnica digitale, il risultato rappresentato tramite riferimento ad un numero limitato di simboli di valore prestabilito e pu pertanto essere soltanto uno dei valori ottenibili dalla combinazione dei valori utilizzati. Osserviamo che, nell'esempio della bilancia con pesi, la pesata risulta tanto pi accurata quanto maggiore la disponibilt di pesi di basso valore: disponendo anche di piccoli pesi da 1 grammo o ancora meno, sar infatti possibile equilibrare con maggior precisione la grandezza da misurare. I valori indicati facendo riferimento ad una serie limitata di valori, fra loro liberamenti combinabili, vengono detti "discreti", e sono caratterizzati dal fatto che essi costituiscono un insieme, anche grande, ma comunque finito, di valori. Questi concetti sono importanti perch ricorrono pari pari nella digitalizzazione applicata in campo elettronico. Misurare una tensione con tecnica digitale significa confrontare tale tensione con una serie di tensioni di riferimento, e decidere quali di queste tensioni campione occorre sommare per eguagliare la tensione incognita.

Poich il funzionamento dei circuiti elettronici di conteggio basato sulla tecnica binaria (ovvero utilizza un sistema numerico a base 2) i valori di tensione che si usano come riferimento corrispondono alle potenze di 2; tanto per fare un esempio, i valori di riferimento potrebbero essere rappresentati dalle seguenti tensioni (espresse in millivolt): 16 32 64 128 256 512 1024 2048 Supponiamo che il nostro tester digitale usi questi valori di riferimento e che si voglia misurare una tensione Vx il cui valore sia di 1,433 volt (equivalenti a 1433 millivolt). Il circuito logico del tester proceder al confronto della tensione incognita (Vx) col valore pi alto tra quelli di cui dispone: - il valore pi alto 2048; poich tale valore maggiore di Vx, esso viene scartato - viene poi considerato il valore 1024; esso minore di Vx e quindi vi compreso, per cui viene inserito tra i valori che faranno parte della somma finale - viene quindi analizzato il terzo valore, 512: se si aggiunge questo valore al precedente, si ottiene 1536, e quindi si supera il valore di Vx; per tale motivo, il valore 512 viene scartato - il valore 256 viene invece inserito nella somma, poich con esso si arriva a 1280 (sempre inferiore a Vx) - per lo stesso motivo anche il valore 128 viene inserito nella somma, arrivando a un totale di 1408 - il valore 64 viene scartato, perch sommato ai precedenti darebbe un totale superiore a Vx anche il valore 32 viene scartato l'ultimo valore, 16, viene inserito nella somma Sommando a questo punto tutti i valori che non sono stati scartati, si ottiene 1424 (1,424 V), contro un valore reale della tensione Vx che era di 1433 millivolt. L'errore commesso nel passare dal valore reale a quello digitale viene chiamato errore di quantizzazione, e dipende, come vedremo, dal numero dei valori di riferimento utilizzati.

Schematizzazione del metodo di misura: la grandezza da misurare viene approssimata sommando i valori 1024, 256, 128 e 16

L'esempio appena descritto si basa, come si detto, su 8 valori di riferimento, dal pi piccolo, di 16 mV, al pi grande, di 2048 mV: si pu anche dire che tale misura utilizza 8 bit. A ogni bit associato uno dei valori di riferimento: - il bit associato al valore 2048 viene detto "bit pi significativo" o, in inglese, MSB (most significant bit); - il bit associato al valore 16 viene detto "bit meno significativo" o LSB (least significant bit). Analogamente a quanto avviene per la bilancia, usando uno scarso numero di bit (e quindi di valori di riferimento), vengono a mancare i pesi pi piccoli, per cui la misura risulta meno accurata, ovvero caratterizzata da una minore risoluzione. Risulta quindi evidente che per ottenere una maggiore precisione occorre utilizzare un maggior numero di bit. Per concludere, osserviamo che nella tecnica di misura utilizzata si possono individuare due grandezze: - la prima il valore massimo misurabile, che corrisponde alla somma di tutti i valori di riferimento - la seconda il valore pi piccolo che siamo in grado di distinguere, e che corrisponde al valore del bit di peso minore

Nel caso illustrato: - il valore massimo dato da 16 + 32 + 64 + 128 + 256 + 512 + 1024 +2048; vale quindi 4080 - il valore pi piccolo quello associato al bit meno significativo, e quindi 16
MA COSA SONO QUESTI DECIBEL?
Di pari passo con lo sviluppo della tecnologia, l'uomo ha avvertito la necessit di misurare tutto ci con cui aveva a che fare; per tale scopo, sono state definite nel tempo varie unit di misura, alcune usate solo in campi specialistici, altre conosciute ed usate comunemente. I numeri che si ottengono come risultato delle misure hanno sempre un significato dimensionale: quando parliamo di 5 metri, per esempio, si dice che il numero 5 ha le dimensioni di una lunghezza; se un'auto si muove alla velocit di 50 km/ora, si dice che il numero 50 ha le dimensioni di una lunghezza divisa per un tempo. Ma ci sono casi in cui un numero non esprime alcuna dimensione, n una lunghezza, n un peso, n un tempo: si parla in tal caso di numeri puri, anche detti "adimensionali". I decibel appartengono a questa categoria; il numero di decibel non indica una grandezza, ma solo il rapporto che esiste fra due grandezze omogenee. Facciamo un esempio concreto, riferendoci al circuito di un amplificatore: supponiamo di applicare in entrata un segnale di 25 mV; misuriamo poi il corrispondente segnale in uscita e supponiamo di trovare che esso sia di 12,54 V (ovvero 12540 mV). Per valutare quanto amplifica il circuito in esame, possiamo fare il rapporto fra la tensione in uscita Vout= 12,54 V e quella applicata in entrata Vin= 100 mV. Il numero cos ottenuto non ha dimensioni, ma esprime solo un rapporto fra due tensioni: tale valore si misura in decibel (si scrive dB), e si ottiene con la formula matematica: 20 x log (Vout / Vin) dove log sta per "logaritmo" Nel caso dell'esempio il calcolo il seguente: - calcoliamo il rapporto fra Vout e Vin: 12540/25 = 501,6 il logaritmo di 501,6 2,7 - moltiplichiamo tale valore per 20: 2,7 x 20 = 54 Diremo allora che il nostro circuito ha un'amplificazione di 54 dB

Il rapporto che intercorre tra il valore massimo rappresentabile ed il valore pi piccolo che si riesce a distinguere esprime quella che viene detta "dinamica della conversione" e si misura in dB (decibel); la dinamica dipende unicamente dal numero di bit utilizzati nella conversione, e non dai valori associati ai singoli bit. Usando 8 bit, come nell'esempio visto, si ottiene una dinamica di circa 48 dB. Se consideriamo un'applicazione pratica come, per esempio, la riproduzione musicale, gli audiofili diranno subito, con ragione, che una dinamica di 48 db insufficiente per una riproduzione di qualit: succede infatti che il rumore (e cio la quantit di segnale non sufficientemente differenziata) risulta troppo elevato; per tale motivo che la digitalizzazione della musica registrata sui CD si basa su 16 bit, raggiungendo una dinamica superiore a 96 dB. Quanto stato detto fino ad ora descrive solo un aspetto del passaggio dai

fenomeni naturali alla loro rappresentazione digitale; occorre infatti considerare che molte grandezze variano nel tempo e richiedono quindi una misurazione frequente del loro valore. Se pensiamo ai colori di un'immagine, questi avranno un loro valore che rimane stabile nel tempo; non altrettanto si pu dire per la musica, rappresentata da un continuo susseguirsi di onde sonore sempre variabili. Si conclude allora che la digitalizzazione delle grandezze variabili nel tempo richiede una successione di operazioni di misura, da effettuarsi tanto pi frequentemente quanto pi velocemente varia la grandezza; si arriva cos alla tecnica del "campionamento", un altro argomento piuttosto complesso, che magari potremo analizzare in altre pagine di questo sito.