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Fonetica

Non esistono lingue migliori e peggiori, più belle e più brutte, più primitive e più avanzate. Queste, essendo i mezzi di comunicazione propri delle specie umane sono tutte per definizione equipotenti, hanno tutte la possibilità di parlare allo stesso livello delle stesse cose, solo che non lo fanno tutte nello stesso modo. Per esprimere ciò che una determinata lingua esprime opponendo segni distinti, un’altra lingua che non ha quei segni distinti può definire con mezzi sintagmatici lo stesso contenuto. Anche per il piano dell’espressione c’è una materia che è indipendente da una lingua o dall’altra e che le lingue organizzano in modi diversi. La materia del piano dell’espressione è la totalità dei suoni che sono producibili con il copro umano e percepibili con il corpo umano, quindi la totalità dei foni producibili con l’apparato fonatorio umano e percepibili con l’orecchio umano. Lo studio di questa parte della sostanza dell’espressione è compito della fonetica, che in altre parole tratta lo studio dei suoni che possono essere prodotti dalla voce umana o più tecnicamente lo studio della sostanza dell’espressione. Questi suoni li chiamiamo foni, e sono la realizzazione fisica di quelli che chiamiamo fonemi (forma del piano dell’espressione). L’apparato fonatorio. Il termine apparato nella fisiologia umana è riservato ad una serie di organi che cooperano per svolgere una determinata funzione biologica. È un po’ improprio chiamare quello fonatorio apparato perché prima di tutto non ha una funzione biologica primaria necessaria alla sopravvivenza, seconda cosa perché non ci sono degli organi deputati esclusivamente alla fonazione. Esso è una composizione di organi ciascuno dei quali ha una funzione anche all’interno di altri apparati come quelli respiratorio e digerente.

Appunti di Linguistica Generale. Fonetica e Fonologia. A cura di Enzo Santilli. Info rage_X_love@live.it

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L’APPARATO FONATORIO

La cavità nasale e quella orale non sono sempre completamente separate. L’aria entra dalle narici nella cavità nasale, scende, passa dietro il velo del palato, scende, scende, scende, e arriva alla laringe, per poi arrivare ai polmoni e tornare indietro. Durante il rilascio dell’aria questa viene incanalata nella rete dei bronchi fino ad essere convogliata in un unico canale, la trachea, che collega i polmoni al tratto vocale. C’è un canale di comunicazione aperto fra cavità orale e cavità nasale, che in altri momenti è invece chiuso; è il velo del palato che quando si alza o abbassa fa si che nel processo di ritorno l’aria esca dal naso o dalla bocca. A livello dentale c’è una differenza sostanziale fra i denti che utilizziamo per mangiare e quelli maggiormente utilizzati per parlare, nel primo caso si tratta dei molari, nel secondo degli incisivi. Ma l’oggetto fisico che concretamente dà vita alla voce è l’aria del flusso espiratorio, che prende forma di voce già al livello della glottide. La laringe è la parte più estrema del tratto vocale ed è composta da un certo di numero di cartilagini, una delle sue parti è la glottide, appunto quella compresa fra due piccole estroflessioni della laringe stessa, le pliche (pieghe) vocali, o corde, le quali si possono accostare o separare. La produzione del suono avviene grazie alla vibrazione delle corde vocali, e alle rapide sequenze di apertura e chiusura che queste generano. All’inizio espiriamo, poi se espirando le corde vocali sono chiuse l’aria non
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esce, però l’aria vuole uscire altrimenti ci si soffoca, fa pressione e riesce a far sì che le

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pliche si allarghino po’, ma se il mio cervello vuole che esse stiano chiuse esse si richiudono, e l’aria le riapre, e il mio cervello le fa richiudere. Generiamo così una vibrazione. Quello che noi chiamiamo voce è ciò che si sente quando vengono messe in vibrazione le pliche vocali durante la fase di espirazione, secondo quello che viene chiamato meccanismo laringeo. Fra tutti gli infiniti foni che il nostro apparato fonatorio può produrre ne utilizziamo solo alcuni, con la caratteristica che alcuni sono presenti e peculiari solo in alcune lingue mentre possono essere assenti in altre. Una prima distinzione fra tipi di foni che siamo in grado di produrre sta fra vocali e consonanti. Le lettere dell’alfabeto sono state inventate per rappresentare i foni che produciamo. Quello che noi utilizziamo è l’alfabeto latino con il quale scriviamo sia le lingue romanze, che il tedesco, che il gallese, che quelle nordiche e anche alcune lingue slave ed è quindi vastamente utilizzato, ma è anche vero che non tutte le lingue utilizzano gli stessi foni e che alcuni di questi non erano presenti nella lingua latina. L’alfabeto latino era uno strumento fatto bene per scrivere in latino, perché assecondava il principio secondo il quale con ogni lettera si doveva rappresentare un particolare suono, ma anche esso aveva le sue imperfezioni. Ad esempio ha un solo simbolo per ogni vocale indipendentemente dal fatto che questa sia lunga o breve, differenza non lieve al livello di significato, problema comunque parzialmente risolto grazie ai segni diacritici. Quando si decise di utilizzare l’alfabeto latino per scrivere tutte le lingue che oggi lo usano nacque da subito il problema che non tutte usano lo stesso numero di suoni, mentre bisognava piegarle tutte sotto quell’alfabeto con le sue limitazioni. Per ovviare a problemi di suoni presenti in queste lingue ma non presenti nel latino (tipo i suoni palatali dell’italiano) si sono dovuti creare dei compromessi, l’uso ad esempio dei digrammi dove due lettere mi rappresentano quel suono (es. ci-ao). Il caso del digramma ci è emblematico perché ci dimostra come non si abbia una corrispondenza di uno a uno fra lettera e fono. Rappresentare i foni del nostro apparato fonatorio, avere dei simboli con un carattere di unicità suono-simbolo è pressoché impossibile quindi tutte le lingue si sono dovute adattare a trovare dei compromessi. Quando si creava il problema di rappresentare un fono di cui nell’alfabeto latino non esistesse corrispondenza specifica si è pensato di
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creare digrammi e trigrammi oppure utilizzare dei segni diacritici (la č negli alfabeti slavi). L’alfabeto fonetico internazionale permette di rappresentare tutti i foni in modo non ambiguo e affinché ognuno possa capire di quale suono si tratti, indipendentemente delle pronunce inapprendibili dall’ortografia. E’ stato costituito seguendo per quanto possibile il principio ideale per cui ci dovrebbe essere un simbolo per ogni suono. La fonetica viene divisa in tre sotto branche: la fonetica articolatoria, acustica e uditiva. La fonetica articolatoria è quella che si occupa di quali attività fisiologiche e motorie facciamo con il nostro corpo per produrre questi suoni. La fonetica uditiva ne studia la percezione, la fonetica acustica li studia per le loro proprietà fisiche. Le lingue umane sono prioritariamente sistemi fatti per essere usati parlando, l’uso scritto è secondario sia a livello filogenetico che ontogenetico perché la scrittura è nata in un secondo momento, sulla linea della storia dell’umanità, rispetto al parlato, per non parlare del fatto che arrivi dopo anche nella crescita del singolo uomo rispetto all’apprendimento orale. L’uomo come animale ha imparato prima a parlare che a scrivere così come ogni uomo singolo impara prima a parlare e poi a scrivere. Assodata la differenza fra suono, quindi fono, e silenzio, i foni che noi possiamo produrre vengono fatti utilizzando gli organi dell’apparato fonatorio, muovendoli nei loro limiti e combinandoli in determinati modi. Una prima distinzione fra foni è quella che li vede divisi in suoni vocalici e suoni consonantici. Le vocali sono quei tipi di foni in cui il flusso d’aria espiratorio non incontra ostacoli a livello supralaringeo. Esse sono suoni sempre sonori. “Essere sempre sonori” richiede una piccola parentesi: rispetto a quello che fanno le pliche vocali possiamo classificare i foni in base a due categorie: quelli prodotti con vibrazione delle corde vocali sono detti sonori (o voiced), quelli prodotti senza vibrazione delle corde vocali sono detti sordi (o voiceless). Dunque quando creiamo una vocale il meccanismo laringeo c’è sempre. I parametri responsabili utilizzati per produrre le vocali sono la lingua che può spostarsi lungo l’asse
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verticale (si sente bene pronunciando i – a – i – a) o sull’asse orizzontale (i – u – i – u ) e le labbra che possono essere distese o arrotondate. Quindi i parametri di formazione sono: l’altezza della lingua, il grado di anteriorità della lingua e la posizione di arrotondamento delle labbra che quando sono arrotondate e protratte verso l’avanti vengono dette in posizione di procheilia (quindi avremo vocali arrotondate o procheile e non arrotondate o aprocheile). ANTERIORI CHIUSE / ALTE CENTRALI POSTERIORI

SEMI-CHIUSE MEDIO-ALTE

MEDIO-BASSE APERTE / BASSE Per convenzione i suoni non arrotondati sono posti a sinistra della riga di corrispondenza, quelli arrotondati a destra. Il trapezio ha la sua forma caratteristica perché rispecchia in qualche modo una rappresentazione geometrica dell’interno della cavità orale. Alcune vocali sono nasalizzate perché l’aria passa non solo dalle labbra ma anche dalle narici, un esempio è la o di movete (ɔ in IPA). Durante la pronunciazione di una parola e ancor più all’interno di una frase i foni non sono prodotti singolarmente ma uno di seguito all’altro e può succedere che i nostri organi non facciano in tempo a cambiare posizione completamente nella transizione da un fono al successivo, quindi capita che alcune caratteristiche del fono precedente rimangano anche nel successivo. Ad esempio quando una vocale è preceduta da un suono nasale o addirittura incastrata fra due suoni
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SEMI-APERTE

nasali (es. mamma) il velo non ce la fa ad abbassarsi per favorire il passaggio del suono

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nasale per la m, rialzarsi subito per la a e riabbassarsi di nuovo per la m. Questo accade perché il cervello manda istruzione agli organi con un certo anticipo, evitando il passaggio brusco fra la produzione di due foni, gli organi quindi anticipano le posizioni ancor prima di produrre la parola (in struscio a differenza di strano le labbra partono in posizione arrotondata, non ci arrivano al momento della u). Quando si vuole trascrivere con estrema precisione se una vocale è nasale o non nasale lo dobbiamo indicare, e qui l’IPA presenta una piccola falla perché viola la regola del singolo suono per il singolo simbolo. Per rappresentare vocali nasali si è deciso quindi di aggiungere un diacritico, in questo caso la tilde. [ɔ͂] L’arrotondamento fa capire meglio se un suono è posteriore. La schwa [ə] non è ne alta, ne bassa, ne anteriore ne posteriore e non ha una definizione di arrotondamento. È chiamata pertanto vocale indistinta. Ci sono alcune anteriori arrotondate, ad esempio [y] e suona come una iu.

Le consonanti. L’IPA è l’alfabeto che usiamo per trascrivere i suoni di ogni lingua. Le vocali vengono classificate in base ai gradi di altezza, anteriorità e arrotondamento labiale; in più possono essere eventualmente nasalizzate. Come ogni fono linguistico anche le consonanti vengono prodotte sfruttando il flusso d’aria espiratorio, ma mentre le
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vocali vengono prodotte senza un vero ostacolo al flusso d’aria le consonanti differentemente si creano opponendo una qualche forma di ostacolo al flusso d’aria che può essere di diversa natura, entità e importanza. In alcuni casi ci può essere un ostacolo totale (come nei casi delle lettere p e b, in cui accostando le labbra generiamo un suono solo nel momento in cui vengono rilasciate). Per classificare le consonanti ci basiamo su questi parametri: Modo di articolazione: è la forza dell’opposizione che si crea la flusso dell’aria. Rispetto al modo di articolazione riconosciamo diverse classi di consonanti, le prime in alto a sinistra vengono chiamate occlusive (in virtù dell’occlusione creata dalle labbra) o plosive (chiamate così per causa dell’effetto che da la piccola esplosione che si crea quando pronunciamo la consonante, la parola deriva dall’inglese stops) . Sono anche dette momentanee, perché si sentono solo nel momento specifico successivo all’occlusione. Nella tabella IPA in verticale abbiamo dunque le consonanti classificate per modo di articolazione, partendo dall’alto verso il basso notiamo che si va dalla maggiore occlusione alla minore occlusione. Da sinistra verso destra invece è organizzata in base al luogo d’articolazione. Luogo di articolazione: è il punto in cui avviene la creazione della consonante. Intersecando MODO: plosive, LUOGO: bilabiali, otteniamo infatti [p] e [b]. Da sinistra verso destra la tabella è organizzata non solo in base al luogo d’articolazione, ma vediamo che in qualche modo rispetta anche l’ipotetico tragitto che va dalla parte più esterna a quella più interna della cavità orale. Quando per uno stesso modo e luogo di organizzazione è possibile avere sia un fono sordo che uno sonoro, nello stesso quadratino mettiamo a sinistra il suono sordo e a destra quello sonoro. La casella grigia significa che si ritiene che un fono che si trovi all’intersezione di quelle caratteristiche non è fisicamente possibile, le caselle vuote ma bianche vogliono dire che per ora un fono con quelle caratteristiche non è mai stato trovato in nessuna lingua ma risulta fisicamente possibile da realizzare.
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Le occlusive potrebbero essere anche labiodentali ad esempio, ma non le abbiamo per un semplice fatto storico. Gran parte dell’umanità nella gran parte della propria storia ha vissuto in condizioni igieniche precarie, era molto comune perdere i denti e quindi non è stato possibile lo sviluppo di un’occlusione labiodentale, perché sarebbe stata imperfetta. In riferimento alle occlusive dentali, alveolari e postalveolari possiamo dire che in nessuna lingua finora descritta si è trovato che siano presenti contemporaneamente in tutti e tre i casi; ognuna, se c’è, in ogni una lingua esclude le altre. Per l’italiano le occlusive [t] e [d] sono dentali, inglese sono alveolari essendo un po’ più arretrate quindi ecco perché c’è quella casellona che le racchiude per tutti e tre i modi. Nel caso in cui sia essenziale trascrivere ad empio in un testo se le occlusive sono dentali e alveolari utilizziamo i diacritici: [t ̪]. In questo caso le parentesi quadre indicano che stiamo scrivendo il suono così come si pronuncia e quel diacritico ̪ determina che esso è dentale, quindi è inconfondibile che sia la t pronunciata da un italiano anziché da un inglese. Retroflesse: flesse all’indietro. È la parte anteriore della lingua che quando pronuncia la consonante si retroflette appunto all’indietro. Le palatali sono poco usate nelle lingue romanze e in inglese. Velari: un esempio può essere la [k] che usiamo per pronunciare che. Glottidali: è presente solo quella sorda, e l’occlusione avviene al livello della glottide. Sono le pliche vocali a fare l’occlusione ed è utile notare come facendo il lavoro di occlusione sulle pliche non si può avere allo stesso tempo il meccanismo laringeo, cioè significa che l’occlusiva glottidale sonora è fisicamente impossibile. Un esempio di occlusiva glottidale sorda si trova nella frase Nel 2013 ci sono le lezioni dove, per non far confondere le lezioni con le elezioni interrompiamo per un attimo il meccanismo laringeo e poniamo enfasi sulla ldi lezioni. Nell’articolazione di una consonante possiamo riconoscere tre momenti: un momento di impostazione in cui faccio l’attività motoria che serve per portare gli organi nella posizione di creare quel particolare fono, un momento della tenuta, cioè l’attimo in cui gli organi sono in contatto (nel caso di un’occlusiva il momento della tenuta è quello in cui non si sente niente) e un momento di rilascio o soluzione quando stacco o
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allontano quello che era andato a toccarsi o avvicinarsi.

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Nasali. Tutte le lingue hanno almeno un fono nasale, i cui suoni vengono creati quando il velo è abbassato e l’aria esce dal naso. Le nasali sono parzialmente occlusive, o meglio occlusive in forma non piena. Sicuramente abbiamo un’occlusiva bilabiale, ad esempio nel caso della [m] di mamma il suono di -ma è definitivamente diverso da [p] e [b]. L’occlusiva vera non posso tenerla per molto tempo, cosa che invece posso fare per le nasali. Le nasali a differenza delle occlusive non sono momentanee, sono dunque sì occlusive ma non plosive o stops. Anche per questo motivo per l’italiano si preferisce definire le occlusive come plosive. I punti di articolazione delle nasali sono un po’ gli stessi delle plosive, ma vediamo ad esempio una nasale labiodentale [ɱ]. Da notare come graficamente si tenda ad allungare simboli identici per indicare come il punto di articolazione si sposti verso l’interno. La nasale labiodentale è quella che si sente “bloccando” la pronuncia della parola invece sulla -n, quando il punto di articolazione è fra il labbro inferiore e l’arcata dentale superiore. La nasale palatale [ɲ] ci fa capire benissimo qual è il punto di articolazione palatale, è quella che si pronuncia con la gn- di gnocco o ragno. La nasale velare [ŋ] si sente bene bloccando la pronuncia sulla -n di angolo, si percepisce bene come la lingua sia ulteriormente arretrata rispetto a gnocco. In italiano le nasali si realizzano in base alle vocali o al punto di articolazione delle fricative dalle quali sono seguite, più precisamente. BILABIALE Bilabiali [p], [b] [m]
LABIODENTALE ALVEOLARE PALATALE VELARE

SI VERIFICA FRICATIVE VOCALI
CON

NASALE

Labiodentali [f], [v]

[ɱ]

Dent. Alv. [θ], [s], [z], [ʃ], [ʒ] Post.

[n]

“gn”

[ɲ]

[k], [g]

Velari

[ŋ]

Fricative sono il modo di articolazione più utile di studiare la fonetica perché ce ne sono sia di sorde che sonore in ogni punto di articolazione. Per ottenerle non occorre effettuare un’ostruzione completa all’uscita del flusso d’aria espiratorio, quindi anche questi sono
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suoni continui, l’aria può uscire completamente durante la tenuta dell’articolazione del fono però c’è una forte restrizione del canale, gli organi si avvicinano tantissimo pur non occludendosi completamente. L’aria crea un rumore di frizione, di sfregamento, dovendo passate all’interno di una strettoia. Le bilabiali non sono usate nell’italiano, ma molto nello spagnolo, molto comuni sono invece le labiodentali. Nell’aria dentale, alveolare, postalveolare ci sono tutti i suoni, e l’inglese li conosce tutti. Le fricative (inter)dentali si realizzano ponendo la lingua al disotto dei denti superiori e fra quelli inferiori. Il pasticcio dell’alfabeto inglese sta nel fatto che si usa un digramma (th) sia per le fricative dentali sorde che per quelle sonore. Think è sorda, the è sonora. Le fricative alveolari ce le abbiamo in italiano in molte parole, le postalveolari sono presenti in alcuni casi ovunque (es. la sorda di scemo) o in alcune varietà (pagina che in fiorentino diventa pronunciata con la fricativa postalveolare sonora). La fricativa velare sorda l’abbiamo in tedesco (‘ach’) quella sonora pare che sia presente nel teramano, la fricativa glottidale sorda è la pronuncia della h presa da sola. Avviene con le pliche vocali leggermente avvicinate ma non in occlusione e la frizione avviene proprio in quel punto. C’è un tipo di articolazione consonantica che chiamiamo delle consonanti affricate. Esse non sono presenti nello schema perché una consonante affricata ha l’impostazione e la tenuta come quelle di un’occlusiva ma il rilascio non è istantaneo, bensì ritardato. È un tipo di fono che inizia con un occlusiva ma viene rilasciata come una fricativa. L’esempio è la pronuncia di [ʦ] (Lazio, Pizza). Sono articolazioni complesse perché composte da componenti di articolazione appartenenti a diversi modi, perciò l’IPA decide di rappresentarli con più simboli, quelli dei modi di articolazione. Capiamo che stiamo pronunciando una zeta e non “ts” mettendo un semicerchio sopra il digramma, così: [t͡s] . In italiano per rappresentare le affricate è stato scelto di usare digrammi come <c>  ʧ  <ci>  cielo <g>  ʤ  <gi>  già.

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Altre volte, in presenza delle stesse lettere, non vengono usati digrammi invece [k]  casa, cono <c>  cena, Cina <g>  gelo, Gino Dove nel latino c’erano delle assimilazioni ‘azione’ ACTIONEM che nell’italiano standard hanno creato parole con l’affricata lunga si è verificato che a volte questa <z> si scrivesse doppia, a volte da sola. La <z> infatti può rappresentarmi affricate sia brevi che lunghe, sia sorde che sonore: /tts/ ‘azione’, /ts/ ‘zio’, /dz/ ‘zaino’, /ddz/ ‘azoto’, <zz> ‘mazzo’ quindi l’ortografia decide arbitrariamente come rappresentare quelle parole. Le affricate ci danno quindi un bell’esempio di come le ortografie storiche non soddisfino la realtà fonologica di quello che si ha in una lingua perché sono di solito frutto adattamenti di un’ortografia che proviene da una lingua diversa. Le vibranti. Sono tipi di foni articolati ponendo in vibrazione qualche organo della cavità orale: l’apice della lingua, l’ugola (parte terminale del velo del palato) e labbra. Quella che conosciamo meglio è [r], la vibrante apico-alveolare con l’apice della lingua che vibra all’altezza degli alveoli. Anche se ci sono delle rapidissime occlusioni il flusso d’aria non è veramente ostruito. È molto comune che alcune persone non siano in grado di produrre questa vibrante, è il fenomeno della erre moscia, e accade quando il nostro copro non è in grado di produrre rrrrrrrrrrr. Non tutti quando hanno la erre moscia però producono lo stesso tipo di suono, una possibile realizzazione è la vibrante uvulare [R] (la erre dei francesi). Un'altra vibrante è quella che si ottiene facendo la pernacchia (viene utilizzata infatti per obiettivi paralinguistici), detta vibrante bilabiale. Le monovibranti. Sono vibranti ma hanno una sola vibrazione, ad esempio al <r> di quando pronunciamo ‘arà’. La monovibrante labiodentale è stata una delle ultime ad essere scoperta. Le approssimanti. Sono una specie di anello di congiunzione fra vocali e consonanti nel senso che sono foni in cui l’ostacolo al flusso dell’aria è minimo, quasi inesistente ma c’è una tensione muscolare che si realizza nel momento in cui poniamo gli organi per
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realizzare la consonante che è superiore a quella utilizzata per produrre le vocali. L’approssimante labiodentale (sonora) [ʋ] viene fatta avvicinando un po’ labbro inferiore e denti superiori ed è uno dei foni che può sostituire la <r> per chi ha la erre moscia, es. caro  caVo. L’approssimante palatale [j] è quella che troviamo ad esempio in piano  [ˈpja.no] dove il trattino dritto ci indica dove sta l’accento e il puntino la divisione sillabica. Un'altra approssimante presente in italiano è la [w] che si pronuncia “uw”. Capire qual è il punto di articolazione in questo caso non è facilissimo, perché c’è sia labialità che velarità, infatti è chiamata approssimante labiovelare, è pertanto fuori dallo schema IPA. Le laterali. Sono laterali perché realizzate in modo che ci sia in qualche punto al centro della cavità orale una ostruzione che possa arrivare anche all’occlusione lingua-palato ma i lati della lingua sono abbassati. In italiano che ne sono un paio, la più comune è la elle. In comune con le approssimanti hanno la scarsissima opposizione alla fuoriuscita dell’aria. Poi c’è la laterale palatale [ʎ] che è anche comune, la “gl” di giglio ad esempio. Anch’essa ha il problema che nell’ortografia storica dell’italiano non c’è un unico simbolo per rappresentarla ed è dunque sempre rappresentata da un digramma o da un digramma. Gli  [ʎi] con il simbolo IPA a rappresentare il digramma <gl>, mentre in aglio [aʎːo] il simbolo rappresenta il trigramma <gli> e i due triangolini che si guardano rappresentano il fatto che la pronuncia è lievemente più lunga. A volte al posto dei due puntini si raddoppia il simbolo; in genere con le vocali si rappresenta la lunghezza con i due punti, con le consonanti il raddoppio. Ogni lingua ha foni più lunghi e foni più brevi ˈp aː n e ˈp a n iː n o Possiamo avere una differenza di realizzazione delle parole in termini di lunghezza anche se sul piano del contenuto non c’è differenza. La differenza di durata delle vocali, per l’italiano, non comporta una differenza nel contenuto come capita per le consonanti
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papa  p a p a pappa  p a p ː a. In inglese è esattamente l’opposto: pronunce diverse delle stesse vocali danno luogo a significati diversi.

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Fonologia
Dalla sostanza (foni concretamente prodotti e percepiti) passiamo alla forma (i fonemi) del piano dell’espressione. Il rapporto fra materia e forma non esiste solo sul piano del contenuto (vedi spostarsi in aereo, in macchina e a piedi in italiano e tedesco) ma anche sul piano dell’espressione. La materia del piano dell’espressione è uguale per tutta la specie, tutti possono produrre i foni presenti nella tabella IPA, ma può essere formata in modo diverso in lingue diverse. Di alcune differenze fisicamente sussistenti ci possiamo rendere conto con l’udito. Ci sono dei segni linguistici, detti minimi: quando scomponiamo una parola ad un livello in cui ogni pezzo ha significante e significato, andando a scomporre ancora perderemmo biplanarità, cioè rapporto fra significante e significato. Alcuni esempi [ˈp aː n] + e [ˈp a n] + iː n + o Il segno linguistico minimo si chiama morfema. Vediamo che sia in pane che panino all’inizio della parola ho lo stesso morfema /pan/ (alimento fatto di farina, cotto al forno ecc…), nel secondo caso abbiamo /in/ che è un suffisso che ci da l’idea di diminutivo e poi abbiamo /e/ e /o/ che ci danno l’idea di singolarità della cosa. Sappiamo che il pandi pane e il pan- di panino sono la stessa cosa. il significato è “l’alimento fatto con la farina ecc…” e il significante appare ancora identico. Possiamo però realizzare lo stesso significante in maniera diversa, come nel caso della [a] lunga di pane, molto più lunga della stessa [a] di panino. L’utilizzo delle parentesi: per indicare che stò descrivendo un’entità con caratteristiche concrete, entità fonetiche del livello concreto fisico, utilizzo parentesi quadre mentre per indicare le entità di livello astratto, entità della fonologia del livello mentale, utilizziamo le barre oblique o forward slash /pan/.

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Tutte le entità del livello astratto si realizzano infinite volte nella dimensione concreta, a livello astratto si tratta sempre delle stesse entità, a livello concreto è quasi impossibile che si verifichino in maniera completamente identica. Le entità di livello concreto che studiamo nell’ambito concreto della fonetica sono detti foni, le entità del livello astratto sono invece i fonemi e fanno parte di quella branca della linguistica chiamata fonologia. Nell’area fonologica non si indica la lunghezza delle vocali perché in italiano la lunghezza delle vocali non è pertinentizzata per distinguere i significanti. Trascrizione fonetica e fonologica di ‘pane’ Fonetica: [ˈp aː n e] Fonologica: / ˈpane /

Livello astratto /pan/

Livello concreto / fisico [ˈp a ː n] + e (oppure i)

[pa ˈn] + iː n + o (oppure i) Fonologia Langue – gli elementi sono dotati di significante e significato Parole – tratta unità dotate di significante ma prive di
significato

Fonetica

La durata delle vocali. Elementi omofoni sono elementi uguali nel significante (/pan/ in pane e panna) quindi costituiti degli stessi fonemi, ma non nel significato. Un esempio più lampante è / r a i t / che in inglese indica sia wright che right. Ciononostante nel caso di pane una [a] si allunga mentre in panino no. La realizzazione di vocali lunghe e bervi in italiano è regolata dal fatto che in italiano una vocale si allunga quando è presente in sillabe (δ) accentate, dette anche toniche. La sillaba è l’unità fonetica minima che il nostro organismo è in grado di produrre e di percepire. Nel caso della parola panna notiamo che la [a] non è lunga, questo perché in italiano le vocali si allungano anche quando sono in sillabe aperte, sillabe cioè che terminano per vocale. Le chiuse si
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dividono nei casi in cui dopo la vocale troviamo delle consonanti lunghe (il caso di panna,

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è quando in ortografia si va a capo per dividere le parole: pan -> A CAPO - > na). Le vocali si allungano inoltre quando sono nella non ultima sillaba, ecco perché la sillaba finale di papà, nonostante sia tonica e aperta non ha una a lunga. Studi dimostrano che quando la vocale è in sillaba aperta e accentata in penultima è sempre più lunga di quella che è in terzultima (la [a] di [p a ˈt aː t a] è più lunga della [a] di [ˈp a ː ʤ i n a]) che però a sua volta è sempre più lunga di quella presente nella finale della parola. In italiano l’opposizione di lunghezza vocalica non ha valore distintivo, non si possono distinguere morfemi o parole solo per il fatto che uno abbia la vocale più lunga o più breve. Fonologicamente il discorso è opposto per il latino, una lingua che dà alla lunghezza delle vocali carattere distintivo. [m a . l u + m]  male /malu/ [m a ː . l u + m]  mela /maːlu/ In latino si riconoscono due diverse entità astratte e mettendone una al posto dell’altra potenzialmente mi può cambiare il significato della parola. Qui ci si introduce il concetto di coppia minima, in cui la differenza di un solo suono è sufficiente ad individuare significati diversi. In italiano abbiamo /pane/ e /pone/. Capire se ci troviamo di fronte ad una coppia minima è molto importante per capire se due foni appartengono o meno allo stesso fonema; in quanto se così fosse, due foni costituenti coppia minima ci darebbero l’idea che esistono almeno altrettanti fonemi. ̍ Es. la parola [ p a s. t o] ̍ Decidiamo di commutare l’elemento [p] con [b]. Abbiamo dunque [ _ a s. t o] che può

̍ ̍ essere sia [ p a s. t o] che [ b a s. t o]. I suoni [p] e [b] sono dunque in opposizione fra loro dopo aver eseguito la prova di commutazione perché se sostituiti danno luogo a due parole dal significato diverso. Saranno pertanto foni di almeno altri due fonemi /p/ ̴ /b/, dove “ ̴” indicherà “in opposizione con”. In latino l’opposizione delle parole malum - mela e malum - male non è nell’opposizione
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segmentale di due vocali, ma di quei fattori chiamati soprasegmentali (cioè al di là di foni
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e fonemi, modi e luoghi di articolazione delle vocali e consonanti, anteriorità delle vocali ecc…). In latino la differenza di durata delle vocali ha valore distintivo perché può distinguere i significati. Morale della favola: la stessa realtà fisica (vocale lunga, vocale breve) viene formata in modo diverso in lingue diverse, in italiano questa differenza non è pertinentizzata, in latino dove si oppongono avendo valore distintivo anche vocali aventi differente lunghezza, è invece una differenza pertinentizzata. In italiano ogni fonema vocale ha almeno due allofoni, uno breve e uno lungo. /a/  [a] breve e [aː] lungo [ˈp a ː n e] [ˈp a n. n i] Notiamo che la /a/ può essere sia lunga che breve, ma allo stesso tempo, a seconda della varietà regionale, potrebbe essere pronunciata [ɑ], [a], o [æ]. In ogni caso realizzare un diverso fono non cambia il senso della parola, in quanto ogni diversa realizzazione rimanda alla stessa unità del significante linguistico. Questi suoni non stabiliscono fra loro opposizioni distintive, distinguendo quindi diversi elementi del lessico; pertanto sono allofoni, cioè diverse realizzazioni fonetiche dello stesso fonema. Un fonema è un’unità esclusivamente formale, non è un suono fisico ma una classe di elementi che svolgono tutti la medesima funzione nella distinzione tra le diverse unità del lessico. Sono state fatte delle misurazioni per vedere le lunghezze di questi due casi in sillaba penultima accentata aperta e chiusa (una sillaba è aperta quando è priva di coda, chiusa quando la presenta): nel 1900 con gli strumenti dell’epoca la prima risultava 260 ms, la seconda 170 ms. nel 1976 le misure erano di 207 ms e 107 ms e nel 1999 avevamo 177 ms e 126 ms. Anche se cambia la durata della pronuncia la differenza fra le due rimane pressoché immutata, ciò conferma ancora che questa situazione di differenze materiali, questa differenza fisica, come già detto l’italiano non la pertinentizza. Le due realizzazioni dell’entità /a/ della lingua italiana sono due realizzazioni che chiamiamo allofoni (allofono è ciascuna realizzazione che deriva da un fonema) e sono dette in distribuzione complementare.
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DISTRIBUZIONE COMPLEMENTARE

A

B

Ciò significa che ognuno di due o più foni simili appaiono solo in un determinato contesto, e che in quel contesto possa apparire solo quell’allofono, mai l’altro, dunque la somma di tutti i contesti possibili mi esaurisce quei due allofoni. In altre parole nei contesti in cui appare l’elemento A, l’elemento B è escluso e viceversa. Quando due elementi sono in distribuzione complementare, vanno considerati come due varianti della stessa unità fonologica in quanto non possono costituire due unità separate. Tornando alle misurazioni di sopra, notiamo che questa differenza materiale di lunghezze fisiche magari anche non molto diverse in italiano non è pertinentizzata, dunque allungare o accorciare la pronuncia di una vocale non cambia il senso della frase. In altre lingue (es. latino) veniva invece pertinentizzata nel senso che la differenza della lunghezza della durata di due fonemi diversi indicavano due significati diversi. [a] e [aː] in latino sono dunque in distribuzione coincidente, e formano una coppia minima. DISTRRIBUZIONE COINCIDENTE

A,B Quando due entità sono in distribuzione coincidente possono sia essere che non essere allofoni dello stesso fonema, pertanto sarà indispensabile trovare le coppie minime per stabilirlo. D’altro canto, solo elementi che si trovano in distribuzione coincidente o sovrapposta possono dar vita a coppie minime. Quello della distribuzione è quindi un altro esame per determinare l’inventario fonologico di una determinata lingua. Ecco come lo realizziamo graficamente.

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Utilizziamo il simbolo # come simbolo di inizio e fine della parola. Il fono da studiare lo mettiamo fra parentesi quadre, poi una grossa barra obliqua (più grossa di quella usata per indicare il fonema) che si legge “nel contesto di”. Poi c’è la lineetta bassa (varie appiccicate) che è determina la zona in cui quel fono dovrebbe capitare all’interno della parola. Es. [ ] / # ___ - il fono si trova in inizio di parola / ___ # - il fono si trova in fine di parola / V ___ V – il fono si trova in contesto intervocalico / C ___ C – il fono si trova fra due consonanti In base alla distribuzione di determinati foni possiamo stabilire se essi sono allofoni di uno stesso fonema o di fonemi diversi anche senza incontrare la coppia minima. ITALIANO /a/ [a] [a˙] [aː]   fonema allofoni

fono fono fono /__ # in δ aperta

in δ atona

in δ chiusa

in δ tonica

in δ penultima

LATINO /a/ [a] /a/ [aː]
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Vediamo ora se le affricate [d͡z] e [t͡s] sono allofoni della stesso fonema [d͡z] zaino /# __ [d͡z a. i. n o] [t͡s] zio [ˈd͡z i. o] [ˈt͡ s i. o]

/ __ # / V __ V [ˈr a d.͡ dz o] [ˈp a t.͡ ts o]

Notiamo che in inizio di parole ci sono entrambe, così come in contesto intervocalico. In posizione intervocalica entrambe si realizzano sempre lunghe. Una coppia come pazzo e razzo non è una coppia minima perché nonostante <p> e <r> realizzino due foni diversi anche la doppia zeta è foneticamente indicata da due foni diversi. Potremmo comunque dire che: Ca___ o # valga per entrambi. In conclusione dunque, analizzando la distribuzione delle due affricate notiamo che sono in distribuzione coincidente e sono allofoni di due fonemi distinti. Dunque se la distribuzione coincidente può verificare una coppia minima (vedi le realizzazioni di /a/ per il latino) non è detto che quando sono in distribuzione coincidente due allofoni appartengano allo stesso fonema. Nell’italiano esistono anche casi di distribuzione coincidente in cui non si generano coppie minime, e gli elementi sono in allofonia. Uno di questi casi è quello della vibrante [r] che può essere realizzata anche similmente a quella francese [ʁ] che è un’approssimante uvulare o come la più nota “erre moscia”, o più tecnicamente approssimanete labiodentale [ʋ]. I tre foni sono in distribuzione coincidente perché possono cadere nello stesso punto della parola e in rapporto di allofonia fra di loro perché costituiscono tutte realizzazioni dello stesso fonema, ma non
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danno luogo a coppia minima in quanto preferendo uno piuttosto che un altro non viene alterato il significato della parola. La lunghezza delle consonanti in italiano è pertinentizzata, possiamo avere quasi tutte le consonanti sia lunghe che corte, a parte alcune che sono ad esempio sempre lunghe in posizione intervocalica, o la <z> sempre breve. Abbiamo visto come la distribuzione di foni possa essere complementare e coincidente. Due foni sono in distribuzione coincidente perché possono stare nello stesso insieme di contesti (inizio di parole, intervocalica, fine di parola, lunghi); e se metto uno al posto dell’altro potenzialmente potrei avere una coppia minima. Tata  tapa (spuntino), tatto  tappo. Qui abbiamo commutato, sostituito un’entità di tipo linguistico con un’altra entità. Quando abbiamo una distribuzione coincidente, essa è contrastiva. Un terzo caso possibile è quello della distribuzione sovrapposta. In certi contesti posso trovare solo l’elemento A, in certi contesti solo l’elemento B, è quindi un’occorrenza parzialmente coincidente. Anche in questo caso la distribuzione è contrastiva. Due elementi sono in grado di contrastare se messi nello stesso contesto possono dare vita a due significati diversi.

DISTRIBUZIONE SOVRAPPOSTA

A

B

<m> e <n> sono in posizione sovrapposta ma non coincidente. La distribuzione sovrapposta ha una sottoparte che è distribuzione coincidente, è quindi parzialmente contrastiva. La distribuzione contrastiva è la distribuzione che hanno due foni la cui distribuzione coincide in tutto o in parte.

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m /# __ V / V __ V / __ # / __ / b/, /p/ mano amo rum bambino zampa / __ / d/, /t/ / /

n nano ano amen /

*/nb/, /np/

*/md/, /mt/

antico

andare

Dove l’asterisco indica che non sono sequenze possibili

m

/ __ /p, b/

/ __ #

/ V __ V

/ # __

/ __ / t, d /

n

Dato l’esercizio 34 p. 35 notiamo che la distribuzione di [g] (occlusiva velare sonora) è sempre preceduta dalla nasale velare e seguita da vocale o da un’approssimante (la G maiuscola indica glide, cioè approssimante). [ɣ] (fricativa velare sonora) lo troviamo sicuramente in inizio di parola seguito da vocale, in posizione intervocalica e in inizio di parola seguito da [r] oppure preceduto da [r] e seguita da vocale. I due foni sono i distribuzione complementare perché non hanno elementi che coincidono. Non esistono coppie minime fra le due. Potenzialmente non potranno mai contrastare, quindi [g] e [ɣ] risentono delle restrizioni fonotattiche. Ogni lingua presenta delle cosiddette restrizioni fonotattiche, restrizioni relative alla disposizione dei foni. In italiano ad esempio non
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possiamo fare ‘psicame’ quindi anche se l’italiano contempla i due foni occlusivo [p] e fricativo [ʃ] essi non possono essere messi in sequenza. [g] e [ɣ] sono allofoni dello stesso fonema. Sono due realizzazioni della stessa unità. Sono entrambe sonore ed entrambe velari, una è occlusiva e una è fricativa, ma probabilmente in quella lingua c’è un fonema univoco /ɣ/ che viene realizzato in quei due modi. Sono allofoni di uno stesso fonema in distribuzione complementare. Quasi sempre in casi come questo avviene la distribuzione complementare. C’è poi il raro caso della variazione libera, cioè in caso in cui possono scambiarsi nello stesso contesto senza che succeda niente sul piano del significato. La erre le la erre moscia ne sono un esempio. Fino ad ora si è notato che due foni in distribuzione coincidente possono dare luogo a coppie minime, ma non necessariamente ad allofonia. Al contrario due foni in distribuzione complementare non creano coppie minime ma possono essere allofoni dello stesso fonema. Nel caso di [g] e [ɣ] notiamo come un allofono sia condizionato dal contesto postnasale, l’altro è invece sempre altrove, cioè tutti i contesti tranne il postnasale. I fonemi vengono chiamati con il simbolo dell’allofono che ha la distribuzione più ampia. Questi due allofoni sono in distribuzione complementare e vengono detti anche varianti combinatorie poiché in combinazione con un contesto ne trovo uno, in combinazione con un altro contesto ne trovo un altro. /ɣ/ [ɣ] [g]

altrove

/ŋ __

Questo è il caso più comune, la stragrande maggioranza dei casi di allofonia che sono nelle lingue sono di variazione combinatoria, saranno cioè condizionati dal contesto che li circonda. Non bisogna guardare solo al contesto segmentale (i foni che circondano quello di interesse) ma anche al contesto soprasegmentale, come nel caso in cui due allofoni si distinguano per lunghezza. Si vedono infatti come sono le sillabe e in che posizioni sono,
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non quali fonemi circondano quello che ci interessa. Soprasegmentale: insieme di fattori come la durata, l’accento l’organizzazione in sillabe ecc. Un ulteriore caso combinatorio, seppur meno comune, è quello in cui i due allofoni siano varianti libere, quindi non sono in distribuzione complementare e non sono condizionati dal contesto, sono invece come minimo in distribuzione coincidente o sovrapposta (e contrastiva). La situazione della /s/ fricativa velare sorda da luogo a diversi fenomeni in tre diverse varietà della lingua italiana: varietà settentrionale, toscana e meridionale. Nella varietà romana gli allofoni [s] e [z] di /s/ in posizione intervocalica sono in variazione libera, non sono in variazione libera ad inizio di parola seguiti da vocali. Quando segue una consonante sorda avrò l’allofono sordo, quando segue una consonante sonora avrò l’allofono sonoro, in questo caso sono in distribuzione complementare. In alcuni contesti allora questi allofoni sono in distribuzione complementare, in altri sono in variazione libera. Nelle varietà settentrionali, nel contesto iniziale seguito da vocale e in quello preconsonantico abbiamo la stessa realizzazione, in quello intervocalico invece abbiamo sempre la sonorizzazione. Quindi abbiamo sempre distribuzione complementare. A Firenze in contesto intervocalico abbiamo addirittura delle coppie minime: f u s o – f u z o / k j ɛ se – k j ɛ z e. participio passato di fondere e fuso della bella addormentata, passato remoto di chiedere e plurale degli edifici di culto. Ci sono anche singole parole come ‘rosa’ che non ammettono una realizzazione sorda (* r ɔ s a – r ɔ z a). Viene spontaneo (non solo in fiorentino) sonorizzare in posizione intervocalica perché è proprio l’apparato fonatorio che nel processo di realizzazione dei singoli foni fa vibrare la laringe in [r], [ɔ] e nella [a] finale, pertanto le riesce più facile fare tutto come sonoro che bloccarsi solo per pronunciare una /s/ sorda.

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VARIANTI LIBERE /s/ [s] / # __ / V __ V / __ {p, t, f */ V __ V [z] */ # __ / V __ V / __ {b, v, d / V __ V VARIETA’ ROMANA

VARIETA’ SETTENTRIONALE VARIETA’ FIORENTINA

Il toscano si differisce veramente in contesto intervocalico e ci offre anche esempio di un altro fenomeno, e cioè la neutralizzazione. Vuol dire che in altri contesti l’opposizione viene neutralizzata come prima delle consonanti. La situazione di [s] e [z] in toscano è la stessa di [d͡z] e [t͡s] nelle altre varietà. Anche questi due allofoni danno luogo a pochissime coppie minime, anzi una sola riscontrabile nella differenza fra la [r a t t s a] umana e la [r a d d z a] pesce. SISTEMA VOCALICO TURCO anteriori alte non arrotondate medio-alte i y e ø
[+ROUND]

centrale ɨ
[-ROUND]

posteriori u
o bassa
[+ALTO]

arrotondate [-ALTO]

[-ARRETRATO] [-BACK]

[+ARRETRATO] [+BACK]

ɑ

Quelli nel trapezio sono i fonemi vocalici del turco (in maiuscolo e tra parentesi quadre i tratti fonologici). Il modo in cui tutte le lingue danno forma ai suoni concretamente utilizzati nel loro repertorio è quello organizzarli per tratti distintivi. Questi tratti sono le proprietà che ogni fonema possiede, ciascuno dei quali consente di differenziare ogni fonema dagli altri. Il tratto comunque non è un’unità della lingua, in quanto non può presentarsi singolarmente ma solo combinarsi in fasci simultanei con altri tratti, creando quindi singoli fonemi. Quelle che già conosciamo sono le caratteristiche articolatorie di
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questi suoni linguistici. Su questa realtà materiale che distingue altezza, anteriorità, apertura e opposti dobbiamo vedere come la lingua turca dà questa materia fisica fonetica concreta impone una forma fonologica. Tutte queste otto vocali si oppongono per opposizione di tre tratti distintivi. Un tratto distintivo è la proprietà che un fono può avere (un tratto fonologico non è uguale a un tratto fonetico, seppure tratti fonologici e fonetici sono in rapporto fra loro). Considerando i tratti fonetici, se andiamo a guardare il trapezio notiamo che abbiamo tre varietà di altezza, e nel caso di questa lingua le spacca in due: alte e non alte. [+ALTO] raccoglie fonemi che sono effettivamente alti, [-ALTO] identifica invece un grande range di vocali, le differenze fisiche vengono accorpate, a livello fonologico, in un unico gruppo. Abbiamo anche foneticamente tre gradi di anteriorità, spaccate però dal turco in due fra vocali con tratto [+ARRETRATO] e [ARRETRATO]. Come terza cosa vediamo l’opposizione fonetica fra vocali arrotondate e non arrotondate, in questo caso viene mantenuto anche fonologicamente. Nella zona [+ BACK] si può notare come, a livello di altezza e anteriorità le coppiette (ɨ, u / o, a) siano molto più distanti rispetto a quelle dello spazio [- BACK]. Lo schema ci fa capire come sulla forma fisica si imponga una forma astratta.
[arretrato] - +

[basso]

+

[arrot.] -+ i y

[arrot.] -+ ɨ u

e

ø

ɑ

o

In questo secondo schema, dimostrandoci ancora più sinteticamente quale sia l’opposizione fra i tre stati, possiamo descrivere in maniera più simmetrica come vengono distribuiti gli otto foni vocalici del turco. Ortograficamente le vocali del turco sono rappresentate in questo modo: i <i> y <ü>
ø <ö>

e <e>

ɨ <ı>
a <a>

u <u>
o <o> Pag. 26

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I fonemi possono essere scomposti in tratti. Questi tratti sono organizzati in maniera tale da avere valore binario (ad es. l’arrotondamento o c’è o non c’è); questo è uno degli esempi in cui noi vediamo l’arbitrarietà nel piano dell’espressione. Nel turco è presente la cosiddetta armonia vocalica. È un fenomeno assente nell’italiano standard, infatti quando questa manca una parola può contenere qualunque sequenza di vocali (foneticamente parlando), in turco invece c’è questa legge per cui all’interno di una parola le vocali devono concordare (tecn. armonizzarsi) avendo tutte lo stesso valore del tratto più o meno arretrato. Devono essere insomma o tutte arretrate o tutte non arretrate. Prendiamo le parole ‘adam’ (uomo) e ‘ev’ (casa) che sono al singolare; quando facciamo il plurale aggiungiamo un suffisso, che inizia con una laterale e termina con una vibrante e ha in mezzo una vocale che sarà sempre + bassa e – arrotondata. In questa lingua le vocali che formano i plurali possono essere solo /a/ e /e/ (entrambe basse e non arrotondate) pertanto la vocale precisa che troveremo in ogni plurale dipenderà dal valore di arretratezza dell’ultima vocale della parola da pluralizzare. La vocale del suffisso si armonizza col valore di arretratezza dell’ultima vocale presente nella base. adam + l V r  l a r

+bassa

ev + l V r  l e r

-arrotondata

- arretrata [d i ʃ ] + l e r (dente)

-arrotondata

+bassa

+bassa

+arretrata

-arrotondata

[k ɨ z ] + l a r (ragazzi)

+bassa

-arrotondata
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Le rappresentazioni fonologiche attualmente sono concepite come rappresentazioni multiplanari o multilineari cioè organizzate secondo molteplici piani o linee. C’è un livello verso il quale tutte le informazioni degli altri piani convergono, il livello della semplice successione di elementi nel tempo (ci rappresenta la nozione della durata), detto ossatura o durata o skeleton. È una sequenza di elementi talmente ancora non specificati da essere rappresentati con delle X. Ogni tratto di quelli che vanno a comporre vocali e consonanti sostanzialmente è un autonomo piano di rappresentazione, oltre a quelli di arrotondamento, altezza e arretratezza c’è anche il piano della struttura sillabica, che potremmo collocare al di sopra dello skeleton e separato da quelli dell’arrotondamento, dell’altezza e della profondità. Una sillaba è una sequenza di fonemi, e le sillabe hanno caratteristiche universali per tutte le lingue. La sillaba viene rappresentata con schemini detti diagrammi ad albero, tale rappresentazione ci spiega meglio come si strutturano le sillabe e ci aiutano a capire meglio anche l’universalità di queste. Una di queste parti universali è il nucleo, cioè la parte in cui il picco di sonorità ha luogo. La parte che precede il nucleo è detto attacco sillabico, mentre quella che lo segue è la coda. La sillaba può comunque essere costituita anche di un solo elemento. Un esempio di questa cosa è la prima sillaba della parola adam, costituita dalla sola <a>.

σ
Attacco Rima Coda

Nucleo

I foni possono essere rappresentati anche dal punto di vista della forza che ci vuole per pronunciarli. Questo piano è stato riconosciuto come una scala di forza (pag. 131). Andando verso il nucleo il grado di forza deve diminuire, dopo il nucleo deve decrescere. Un altro parametro è cosa può fare da nucleo ad una sillaba, in italiano sono solo vocali, in altre lingue anche consonanti sonoranti. Il giapponese sembrerebbe permettere sillabe costituite di solo nucleo/vocale (okagede), ma permette anche sillabe costituite da un attacco + nucleo. A differenza dell’italiano
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non troviamo attacchi complessi ha quindi dei metodi di formulazione sillabica più poveri dell’italiano (quasi tutti vocale e consonante). In giapponese anche le code sono rare, fra quelle in esempio l’unica è la <n> in honda. Ciò ci fa notare che in giapponese le sillabe possono avere code solo nel caso in cui si ha una nasale con lo stesso punto di articolazione della consonante seguente (nasali onorganiche alle consonanti successive) o la prima metà di una geminata (es. hattori). Una geminata è una consonante lunga (doppia). Essa è composta da due unità al livello dello skeleton, al livello di tutti i tratti che mi dicono che tipo di consonante è, essa però è un unico elemento. Visto che il giapponese non può articolare come l’italiano né come l’inglese tende ad adattare le parole. Karaoke ad esempio è composta da ‘kara’ (giapponese, vuoto) e l’adattamento di orchestra in ‘oke’. La coda -r non è permessa in giapponese, quindi è stata eliminata come segue: orchestra – oche – oke. La parola inglese per sciopero, strike / s t r a i k / era ancora più difficile da adattare visto che per ogni consonante dobbiamo avere consonante e vocale. Per scegliere quali vocali inserire si è scelta la vocale epentetica (vocali che si inseriscono fra le sillabe arbitrariamente) , sempre la stessa, la [ɰ]. Creando così /s ɰ t ɰ r a i k ɰ/. Nell’italiano anteguerra si aggiungevano vocali (preferibilmente poco caratterizzate fonologicamente) alla fine delle parole tram  tramme. In altri casi, come per l’inglese beef steak, si creava il problema che l’italiano non gradisse molto la sequenza “fst”, che veniva quindi ammazzata e sostituita da una più italianizzante <st>. E’ stata scelta la forma femminile probabilmente per associazione al genere dato che altri tagli di carne come braciola e fettina erano già femminili. Abbiamo così /b i s t ɛ k k a/.

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