Sandro Soleri Note al TRACTATUS LOGICO-PHILOSOPHICUS di Ludwig Wittgenstein con schede di lettura Wittgenstein nello SWIF

INTRODUZIONE 1. Le vicende della composizione e della pubblicazione del libro. Il Tractatus logico-philosophicus, insieme ad un libro di testo per le scuole el ementari austriache (1926) e al breve saggio Some remarks on Logical Form (1929) , è l’unico scritto dato alle stampe in vita da Ludwig Wittgenstein. L’opera ebbe una gestazione piuttosto lunga e travagliata. Il primo progetto di un’opera filosofica risale probabilmente al 1911. In quel periodo Wittgenstein si trovava a Manches ter per proseguire i suoi studi di ingegneria aeronautica. La lettura delle oper e di Gottlob Frege e quella dei Principles of Mathematics di Bertrand Russell av evano dischiuso al giovane Ludwig l’orizzonte degli studi di logica e filosofia, d istogliendolo progressivamente dai suoi interessi originari. Nell’estate del 1911 Wittgenstein si recò a Jena e discusse dei suoi progetti filosofici con Frege, il quale gli suggerì di stabilirsi a Cambridge per studiare sotto la guida di Bertran d Russell. L’incontro di Wittgenstein con l’autore dei Principia Mathematica avvenne il 18 ottobre di quell’anno e fu così descritto da Russell: “Comparve un tedesco affa tto sconosciuto che parlava inglese con difficoltà e che tuttavia si rifiutava di esprimersi in lingua tedesca. Alla fine risultò uno che aveva studiato ingegneria a Charlottenburg, ma che nel corso di tali studi s’era appassionato, in modo del t utto autonomo, alla filosofia della matematica, per cui sarebbe arrivato qui a C ambridge con la ferma intenzione di assistere alle mie lezioni”.[1] Wittgenstein n on si limitò ad assistere alle lezioni: egli iniziò infatti un serrato confronto con Russell discutendone le teorie ed elaborando idee originali che risultavano spe sso in conflitto con quelle del maestro. “Il mio tedesco minaccia di trasformarsi in una pestilenza: al termine delle lezioni mi vien dietro e non la smette di ar gomentare fino all’ora di cena. Ostinato e spietato, non mi sembra però affatto stup ido”.[2] Pur dovendo far fronte agli attacchi continui di Wittgenstein (le cui cri tiche si rivolgevano soprattutto alla Teoria dei tipi logici), Russell mostrava di apprezzare le grandi doti intellettuali del suo allievo e col passare del tem po si rese conto che il prossimo contributo di rilievo nel campo della logica ma tematica sarebbe venuto proprio dal “suo tedesco”. Prima di dedicarsi completamente alle nuove discipline di studio, però, Wittgenstein aveva un disperato bisogno di conferme, come testimonia il seguente episodio: “Alla fine del suo primo trimestre a Cambridge, Wittgenstein venne da me e mi chiese: ‘Può dirmi, per favore, se sono un idiota completo o no?’. Gli risposi: ‘Caro amico, non lo so proprio. Ma perché me l o chiede?’. E lui: ‘Perché se sono un idiota completo farò il pilota d’aereo, se no farò il filosofo’. Gli dissi di scrivermi qualcosa, durante le vacanze, su un qualche argo mento filosofico, e poi gli avrei detto se era un idiota completo o no. Seguì il m io consiglio e all’inizio del trimestre successivo mi portò il suo elaborato. Dopo a verne letto una sola frase gli dissi: ‘No, lei non deve fare il pilota d’aereo’ ”.[3] Wi ttgenstein iniziò a lavorare ai problemi di logica con incredibile energia. “Ha il t emperamento dell’artista – scriveva di lui Russell in quel periodo- è intuitivo e luna tico. Dice che tutte le mattine inizia il lavoro sotto il segno della speranza e tutte le sere lo conclude nella disperazione”.[4] Nel febbraio del 1912 Wittgenst ein fu ammesso al Trinity College ed iniziò a seguire i corsi di logica. Come già ac caduto nei suoi incontri con Russell, egli si dimostrò un allievo piuttosto diffic ile. “Prese a farmi lezione sin dal nostro primo incontro” dichiarò seccato uno dei su oi professori.[5] Durante il suo soggiorno a Cambridge, negli anni 1912-1913, Wi ttgenstein strinse amicizia con il filosofo G. E. Moore e con l’economista J. M. K eynes. Su richiesta di Russell, nel 1913 egli si decise a mettere un po’ di ordine nei suoi appunti e a scrivere un resoconto dei progressi fino ad allora compiut i. Wittgenstein era ossessionato dall’idea di morire prima di essere riuscito a co mpletare il proprio lavoro. Il suo amico David Pinsent annotò nel proprio diario: “[ Wittgenstein] ha un terrore morboso di morire prima di mettere a punto quella te oria [ovvero la revisione della Teoria dei tipi, ndr], e prima di aver messo per iscritto tutti gli altri lavori di modo che risultino comprensibili al mondo e di qualche utilità per la scienza logica. Ha già scritto molto, Russell gli ha perfi no promesso di pubblicare le sue opere caso mai dovesse morire, ma lui è convinto che la loro formulazione non sia abbastanza precisa e non rispecchi con la neces saria chiarezza i suoi metodi di pensiero ecc., che ovviamente sono più preziosi d ei risultati raggiunti. Non fa che dire di essere certo di morire entro quattro

anni: oggi erano diventati addirittura due mesi”.[6] Forse questo irragionevole ti more fu una delle cause che spinsero Wittgenstein a prendere la penna e a fissar e i punti principali delle proprie scoperte. Nacquero così le Note sulla logica, c he rappresentano la prima testimonianza scritta del suo pensiero. Di lì a poco Wit tgenstein decise inaspettatamente di lasciare Cambridge e di trasferirsi in Norv egia per studiare in solitudine. Russell tentò di dissuaderlo, ma fu tutto inutile : “Gli dissi che sarebbe stato buio e mi rispose che detesta la luce del sole. Gli dissi che sarebbe stato completamente solo e mi rispose che si prostituiva l’inte lletto parlando con la gente intelligente. Gli dissi che era pazzo e mi rispose ‘D io mi protegga dalla saggezza’. (E

speriamo proprio che Dio lo protegga)”. [7] Dal 1913 al 1914 Wittgenstein visse a Skjolden, sulla sponda di un fiordo, isolato dal resto del mondo. Il soggiorno n orvegese rappresentò per lui un periodo di grande creatività. “All’epoca il mio cervello era infuocato!” dirà anni più tardi.[8] E scrivendo a Russell: “Mi sembra che stia cres cendo dentro di me ogni specie di pianta logica, ma per il momento non sono anco ra in grado di scriverne”.[9] Nell’aprile del 1914 Wittgenstein invitò a Skjolden Geor ge Edward Moore, al quale dettò i risultati delle proprie indagini. Nelle note tra scritte da Moore, Wittgenstein delineava quella distinzione tra dire e mostrare che diventerà poi uno dei cardini della teoria esposta nel Tractatus consentendo d i sostituire la Teoria dei tipi di Russell con una nuova teoria dei simboli “la qu ale mostri che generi differenti di cose sono simbolizzati da generi differenti di simboli che non possono essere sostituiti l’uno con l’altro” (LR 244). Al suo ritor no a Cambridge, Moore si informò se il manoscritto (intitolato provvisoriamente: L ogica) potesse garantire a Wittgenstein il diploma di Bachelor of Arts al Trinit y College. La risposta fu negativa: il regolamento del college disciplinava rigi damente la struttura cui doveva uniformarsi un elaborato e lo scritto di Wittgen stein non rientrava nei parametri. Wittgenstein andò su tutte le furie e se la pre se col povero Moore: “Caro Moore, la sua lettera mi ha molto contrariato. Quando s crissi Logica non mi curai di consultare i Regolamenti, sicché ritengo che sarebbe più che onesto se mi si desse il mio diploma senza andare tanto a consultarli! (…) Se non son degno che si faccia un’eccezione per me riguardo ad alcuni stupidi dett agli, allora tanto vale mandarmi al diavolo senza tanti ambagi, e se io ne sono degno e lei non lo fa, allora, per Dio!, ci vada lei. L’intera faccenda è troppo idi ota e troppo bestiale per continuare a scriverne”.[10] Questa vivace reazione dipe se probabilmente dallo stato di esaurimento fisico e nervoso in cui venne a trov arsi Wittgenstein dopo lo sforzo produttivo dei mesi precedenti. Dominato da un’es igenza di chiarezza che si traduceva in un’esasperante ricerca della perfezione, W ittgenstein incontrava grandi difficoltà nel mettere in chiaro i propri pensieri e d era costantemente insoddisfatto dei risultati raggiunti. Nei suoi diari annote rà: “La mia difficoltà è solo una – enorme – difficoltà d’espressione” (Q 133). Il fatto che enstein abbia pubblicato così poco materiale durante la sua vita è da ascriversi pro prio a questa ricerca quasi maniacale della forma espressiva perfetta. Ma i prob lemi di Wittgenstein erano anche di natura morale e si collegavano a quell’esigenz a di fare i conti con se stesso cui egli accenna in una lettera a Russell: “Come p otrò mai essere un logico prima di essere un umano?”.[11] Fu probabilmente tale nece ssità interiore di mettersi alla prova per scoprire il proprio autentico io che sp inse Wittgenstein, allo scoppio della Prima guerra mondiale, ad arruolarsi come volontario nell’esercito austro-ungarico. “Wittgenstein riteneva che l’esperienza di a ffrontare la morte lo avrebbe in qualche modo arricchito. Andò in guerra, si potre bbe dire, non per il proprio paese ma per se stesso”.[12] La sua prima destinazion e, nel settembre del 1914, fu il fronte orientale, su un battello che pattugliav a il fiume Vistola. In questo periodo Wittgenstein lesse le Spiegazioni dei vang eli di Tolstoj e si accostò alla fede cristiana. I suoi compagni lo chiamavano ‘l’uomo coi vangeli’. Nonostante le difficoltà connesse al suo nuovo stato, Wittgenstein in iziò la stesura del Tractatus annotando le proprie osservazioni su una serie di ta ccuini che portava sempre con sé nello zaino militare. Nel dicembre del 1914 venne trasferito in un officina di artiglieria, dove godette di una maggiore tranquil lità per proseguire i suoi studi. Lesse i Saggi di R. W. Emerson, l’Anticristo di Ni etzsche e I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Nell’ottobre del 1915 stese una pri ma redazione del Tractatus, andata purtroppo perduta. Dal marzo del 1916 fu tras ferito sulla linea del fuoco, sul fronte russo. Perduti i contatti con Russell e l’ambiente di Cambridge, Wittgenstein attraversò un periodo molto difficile riuscen do tuttavia a portare avanti il proprio lavoro e distinguendosi anche nelle azio ni di guerra per il suo coraggio (acquisito il grado di ufficiale di artiglieria , nel 1917 venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare). Dal marzo 1918, crollato il fronte russo e firmata la pace di Brest-Litovsk, Wittgenstein fu trasferito sul fronte italiano. Nell’agosto dello stesso anno terminò la stesura del suo libro e ne inviò una copia all’editore Jahoda, che però rifiutò di pubblicarlo; fu la prima di una lunga serie di risposte negative, ma Wittgenstein aveva in q uel momento ben altro di cui preoccuparsi: in ottobre cadde infatti prigioniero

 

dagli Italiani e fu trasferito in un campo di prigionia prima a Como e poi a Cas sino (dove rimarrà dal gennaio all’agosto 1919). Riuscito a riprendere il contatto e pistolare con Russell, gli comunicò di aver terminato la sua opera, per la quale a veva scelto il titolo di Logisch-Philosophische Abhandlung. Wittgenstein temeva che il libro fosse troppo innovativo per essere compreso, e le sue paure risulta rono purtroppo fondate. Russell e Frege, cui era stata inviata una copia manoscr itta dell’opera, manifestarono molte riserve sul contenuto del testo e riconobbero francamente di non aver compreso molto di esso. Ciò contribuì ad accentuare lo stat o di sconforto in cui versava Wittgenstein per le difficoltà di pubblicazione dell’o pera: nessuno degli editori contattati sembrava infatti disposto a rischiare su un’opera così singolare, e le lettere di rifiuto si susseguivano inesorabili. Ancora nel 1929, quando il Tractatus fu presentato come tesi di laurea al Trinity Coll ege di Cambridge, Wittgenstein era intimamente persuaso che quasi nessuno avesse compreso la lezione del suo libro: al termine dell’esame, alzatosi dalla sedia, e gli andò a battere sulle spalle di Moore e Russell dicendo: “Non preoccupatevi tropp o, tanto lo so bene che non lo capirete mai”.[13] Liberato dal campo di prigionia, Wittgenstein tornò a Vienna. Era uno degli uomini più ricchi di tutta l’Austria, ma

il suo primo atto una volta rientrato in patria fu di rinunciare all’eredità paterna e di iscriversi ad un corso per diventare maestro elementare. La scelta di abba ndonare gli studi filosofici era in fondo coerente con il giudizio negativo espr esso sulla filosofia nel Tractatus e con la convinzione di aver detto nella sua opera tutto quanto fosse possibile esprimere sensatamente (nella sua Prefazione, Wittgenstein scrive: “La verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e definitiva. Sono dunque dell’avviso d’aver definitivamente risolto nell’essenziale i problemi”). Depresso e in preda alla sindrome del reduce (continuerà per anni a indo ssare una logora divisa dell’esercito), Wittgenstein meditò a più riprese il suicidio (già tre dei suoi fratelli si erano tolti la vita). Era comunque convinto che il s uicidio fosse un errore: “Sinché una persona vive non è del tutto perduta. E invece, c iò che spinge una persona al sucidio è proprio il timore di essere del tutto perduta”. [14] Nonostante le difficoltà a trovare un editore per il Tractatus, Wittgenstein rifiutava l’idea di pubblicare il libro a proprie spese: “Il mio lavoro è di modestiss ima mole, circa sessanta pagine. Ma chi scrive sessanta paginette su questioni f ilosofiche? Gli unici sono quegli scribacchini disperati che non possiedono né lo spirito dei grandi né l’erudizione dei professori, e, tuttavia, desiderano ad ogni c osto pubblicare qualcosa. Perciò tal genere di prodotti viene solitamente pubblica to a spese dell’autore. Ma io non posso mescolare tra questi scritti l’opera della m ia vita: perché di questo appunto si tratta”.[15] Nella speranza di trovare una coll ocazione adeguata per il Tractatus, Wittgenstein decise di contattare Ludwig Von Ficker, editore della rivista letteraria Der Brenner. Wittgenstein scrisse una lettera di presentazione spiegando a Von Ficker il significato dell opera: “Il mio lavoro si compone di due parti: ciò che ho scritto, più tutto ciò che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è importante. Grazie al mio libro, l’etico viene per così dire delimitato dall’interno; e sono convinto che, in senso stretto, l’etico sia da delimitarsi solo in questo modo. In breve, credo che: tutto ciò su cui molti o ggi parlano a vanvera, io, nel mio libro, l’ho definito semplicemente tacendone. P erciò, a meno che non mi sbagli del tutto, questo libro dirà molte cose che anche le i vuol dire, magari senza nemmeno accorgersi che vi vengono dette. Nel frattempo , vorrei raccomandarle la lettura della prefazione e delle conclusioni, perché esp rimono le cose nella maniera più immediata”.[16] Von Ficker si riservò di decidere dop o aver consultato un professore di filosofia, ma Wittgenstein si mostrò tutt’altro c he favorevole all’idea: se nemmeno Frege e Russell avevano compreso la lezione del Tractatus non v’era speranza che qualcun altro riuscisse nell’impresa. “Sottoporre un lavoro di filosofia a un professore di filosofia è come gettare perle ai porci. (…) Del resto non ne capirà una parola”.[17] Anche questo tentativo si risolse così in un fallimento. Le cose cambiarono dopo che Russell, con il quale Wittgenstein avev a discusso il libro parola per parola durante un incontro in Olanda, accettò di sc rivere una introduzione al Tractatus. Il fatto che un autore affermato e conosci uto internazionalmente quale era Russell si facesse garante del valore dell’opera riuscì in effetti a convincere gli editori ad interessarsi al lavoro di Wittgenste in. Il Tractatus (ancora intitolato Logisch-Philosophische Abhandlung) venne così pubblicato nel 1921 su una rivista tedesca, Annalen der Naturphilosophie, dirett a da W. Ostwald. L’edizione era zeppa di errori tipografici e a Wittgenstein non f u data nemmeno la possibilità di correggere le bozze. L’insoddisfazione di Wittgenst ein crebbe ulteriormente per il fatto che l’introduzione scritta da Russell conten eva gravi fraintendimenti della dottrina esposta nell’opera. Finalmente nel 1922 f u pubblicata l’edizione inglese, nella traduzione di Frank Ramsey. Il titolo Logis ch-Philosophische Abhandlung fu cambiato in Tractatus logicophilosophicus su pro posta di G. E. Moore, ispiratosi al famoso Tractatus theologico-politicus di Spi noza. Wittgenstein aveva a quel punto già intrapreso la carriera di maestro elemen tare e continuò a tenersi lontano dagli studi logici e filosofici fino alla fine d egli anni Venti (abbandonato l’insegnamento egli aveva lavorato come giardiniere i n un convento e successivamente come architetto insieme all’amico Paul Engelmann). Egli ritornò a Cambridge solo nel 1929, scoprendo che il Tractatus logico-philoso phicus lo aveva già da tempo consacrato come uno dei massimi pensatori della scena mondiale. 2. La struttura del libro.

 

Il Tractatus logico-philosophicus si compone di sette proposizioni principali e dei corollari a queste proposizioni, ordinati secondo un sistema di numerazione decimale che serve a mettere in rilievo l’importanza di ogni singolo enunciato. Ad esempio, la proposizione 1 è più importante della 1.1 (il cui contenuto presuppone quanto viene affermato nella 1), la quale è a sua volta più importante della 1.11, e tc.. In realtà Wittgenstein non rispetta sempre tale criterio e capita pertanto di trovare in posizione subordinata osservazioni degne di maggiore rilievo. Le set te proposizioni fondamentali costituiscono la struttura portante di tutta l’opera e la loro sequenza descrive sinteticamente l’impianto teorico del Tractatus: 1. Il mondo è tutto ciò che accade. 2. Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.

3. 4. 5. 6. 7. L’immagine logica dei fatti è il pensiero. Il pensiero è la proposizione munita di sen so. La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari. La forma generale della funzione di verità è: [ , , N( ) ]. Su ciò, di cui non si può parlare, s i deve tacere. Il numero di enunciati subordinati a queste proposizioni di base è variabile: la n umero 1 consta ad esempio soltanto di sei corollari, mentre la 5 e la 6 ne conta no diverse decine e la proposizione numero 7 viene presentata senza alcun commen to. L’opera è caratterizzata da un’architettura severa che richiede al lettore un impe gno ed un’adesione costanti: Wittgenstein presenta ogni pensiero nella forma di un’a sserzione che non ammette repliche (Bertrand Russell paragonò le proposizioni del Tractatus agli ordini dello Zar) e non si cura molto di argomentare le proprie c onclusioni. Chi sappia collegare le fredde e laconiche osservazioni di Wittgenst ein nel disegno generale dell’opera, però, non potrà non apprezzare la bellezza essenz iale e priva di fronzoli del Tractatus. La ricerca della chiarezza espressiva se nza alcuna concessione al dettaglio ornamentale e alla decorazione accomunava Wi ttgenstein agli esponenti della nuova architettura viennese come Adolf Loos, sos tenitore di una forma stilistica rigorosa e lineare. Da questo punto di vista, i l Tractatus può essere considerato come il risultato di un faticoso lavoro di dist illazione del materiale preparatorio mirante a concentrare fino alla sua essenza più pura il nucleo delle tesi originarie. Preparando la stesura definitiva del li bro per l’edizione inglese, Wittgenstein aveva scritto una serie di aggiunte che ( a parte una) non furono poi inserite nella redazione finale. L’editore inglese chi ese a Wittgenstein se fosse possibile inserire tali aggiunte per ampliare (e ren dere più comprensibile) l’opera. Ricevette questa risposta: “Le aggiunte sono esattame nte ciò che non deve pubblicarsi. E a parte il fatto che non contengono alcuna del ucidazione di sorta, sono ancor meno chiare delle restanti proposizioni. Per qua nto poi riguarda la brevità del libro ne sono veramente costernato: ma cosa posso farci? Se lei mi spremesse come un limone non ne caverebbe nemmeno una goccia. L asciarle stampare le aggiunte sarebbe una cosa irrimediabile. Sarebbe esattament e come se lei andasse da un falegname a ordinare un tavolo e quello glielo faces se troppo corto e allora volesse venderle i trucioli, la segatura e tutti gli al tri scarti unitamente al tavolo per rimediare al fatto che è corto. (Piuttosto che pubblicare le aggiunte per ingrassare il libro, si lascino una dozzina di fogli bianchi a disposizione del lettore per riempirli di imprecazioni quando dopo av er comprato il libro non ci capisce nulla.)”. Questo episodio e molti altri testim oniano il fatto che Wittgenstein considerava la forma del Tractatus, per quanto ardua per il lettore, impossibile da modificare senza stravolgere il messaggio s tesso dell’opera. Forma e contenuto del Tractatus devono quindi considerarsi un’unità inscindibile: gli insegnamenti che Wittgenstein intendeva comunicare potevano es sere veicolati soltanto nella forma espressiva scelta dall’autore. Al di là dell’ordin e di successione imposto ai singoli enunciati, nella trama del Tractatus si assi ste al costante e regolare riemergere delle idee fondamentali e al loro inquadra mento prospettico secondo una molteplicità di punti di vista differenti. La strutt ura dell’opera è stata in questo senso paragonata felicemente ad una composizione mu sicale “i cui leitmotiv ricompaiono di continuo in sottili modulazioni”.[18] Il lett ore si trova così ripetutamente posto di fronte alle ‘verità’ essenziali del messaggio r endendosi conto che ogni sentiero del percorso suggerito da Wittgenstein, per qu anto in apparenza tortuoso e divergente dalla strada principale, lo riconduce in fine sempre ad uno stesso scenario di fondo. L’idea di un percorso filosofico che conduca il lettore a ‘vedere’ la verità del messaggio, un percorso insomma che si limi ti a ‘mostrare’ e a dischiudere l’orizzonte del visibile, era del resto profondamente coerente con l’idea che Wittgenstein aveva maturato a proposito del sapere filosof ico: “Wittgenstein pensava (ed è un’idea a cui sarebbe rimasto sempre fedele) che esse ndo la filosofia “puramente descrittiva” essa non contenga deduzioni. (...) Conforme mente a questa convinzione, il Tractatus non è organizzato (almeno in superficie) come una successione di argomentazioni, ma come una sequenza di osservazioni. L’or dine delle osservazioni, e il loro ruolo gerarchico, indicato (almeno in teoria)

dal numero scritto a sinistra di ciascuna osservazione, dovrebbe guidare il let tore non lungo un percorso argomentativo, ma piuttosto a “vedere” come stanno le cos e; così come si potrebbe pensare di guidare qualcuno a osservare un paesaggio atti rando la sua attenzione prima sui tratti più salienti, poi sui dettagli (prima su una catena di montagne, poi su ciascuna montagna, poi sui villaggi ai piedi di c iascuna montagna, e così via)”. [19] La metafora più efficace per descrivere il Tracta tus logico-philosophicus è forse quella della scala, cui Wittgenstein

accenna nella proposizione 6.54 del testo. I singoli enunciati del Tractatus son o i come i gradini di una scala che il lettore sale fino a raggiungere un punto di vista che gli consente di vedere quanto prima si celava al suo sguardo. Arriv ati al vertice della struttura (cioè una volta giunti alla proposizione finale del l’opera e assimilata la lezione del libro), ognuno di noi “vede rettamente il mondo” ( 6.54) ed è in grado di agire in esso senza più il rischio di cadere negli equivoci e negli errori prospettici tramandati dalla tradizione filosofica. Questo modo di considerare il testo ci suggerisce anche quale valore debba essere attribuito a l Tractatus una volta che esso abbia svolto la sua funzione. Nel momento stesso in cui abbiamo raggiunto il livello prospettico adeguato, ci dice Wittgenstein, la scala che ci ha reso possibile l’ascesa non serve più a nulla e bisogna perciò disf arsene senza rimpianti. Perché il Tractatus logico-philosophicus è servito a mostrar ci e indicarci la strada da percorrere ed esaurisce il suo compito una volta che noi, i lettori, ci siamo incamminati nella direzione giusta. Continuare a fissa re i nostri sguardi sul libro equivarrebbe ripetere l’errore di quello sciocco cui veniva indicata la luna e che invece di guardare in direzione del cielo concent rava la sua attenzione sul dito teso del suo interlocutore. 3. Note alla presente edizione. · Per il Tractatus logico-philosophicus, i Quaderni 1914-1916 e le Note sulla logi ca e ci siamo rifatti alla traduzione di Amedeo G. Conte (Einaudi editore, 1987, terza ristampa; il testo contiene anche alcuni Estratti da lettere a B. Russell ). Il testo che presentiamo si articola in due sezioni alternate l’una all’altra: le Note al Tractatus (numerate secondo l’ordine progressivo delle proposizioni origi nali di Wittgenstein), indicate da un quadratino blu, e le Schede di commento, i ndicate da un quadratino rosso. Riguardo alle Note al Tractatus, va segnalato ch e la divisione del testo in capitoli e i titoli di questi dipendono da una scelt a arbitraria dell’autore e rispondono unicamente all’esigenza di fornire un percorso di lettura dell’opera di Wittgenstein quanto più schematico e chiaro possibile. Ogn i nota presentata in questa sezione è un commento alla corrispondente proposizione del Tractatus, con rimandi ad altri luoghi dell’opera di Wittgenstein o a interve nti di altri autori. Non vengono commentate tutte le proposizioni originali del Tractatus, ma soltanto quelle che l’autore del presente libro ha ritenuto funziona li allo sviluppo del proprio percorso di lettura, né vengono segnalati i tagli app ortati al testo originale di Wittgenstein (alcune delle proposizioni omesse poss ono tuttavia essere citate in altre Note di commento o nelle Schede di lettura). L’estensione relativa delle varie note dipende unicamente dalle scelte espositive del commentatore e non deve pertanto esser considerata proporzionale all’importan za delle corrispondenti proposizioni del Tractatus. Per semplificare il sistema delle citazioni, i testi vengono indicati con il nome dell’autore seguito dal nume ro della pagina o, nel caso della maggior parte delle opere di Wittgenstein, da una sigla seguita dal numero della pagina (le proposizioni del Tractatus sono in dicate semplicemente dal loro numero). Si rimanda alla nota bibliografica per ma ggiori dettagli. Le Schede di lettura hanno lo scopo di presentare in forma unit aria i temi fondamentali che emergono di volta in volta dal testo del Tractatus. Per consentire uno sviluppo progressivo del percorso di studio sono stati limit ati al massimo, ove possibile, i rimandi ‘in avanti’, ovvero si è cercato di impostare ogni Scheda come un riassunto schematico ed un approfondimento dei problemi già a nalizzati nella sezione delle Note al Tractatus. Il lettore si accorgerà che alcun i temi e problemi tornano a presentarsi in forma più o meno modificata in diversi luoghi delle Schede e delle Note: ciò è inevitabile dato che il testo originale di W ittgenstein, come s’è detto, è caratterizzato dal continuo riaffiorare dei medesimi ar gomenti e dalla loro discussione alla luce dei risultati via via raggiunti. Per facilitare la lettura abbiamo limitato al massimo l’uso dei simboli logici, sostit uendoli ove possibile con espressioni della lingua naturale e fornendo comunque la traduzione di ogni espressione simbolica introdotta nel testo. · · ·

[1] In: Monk 45. [2] In: Monk 46. [3] In: Kenny 14. [4] In: Monk 50. [5] In: Mon k 49. [6] Pinsent, 107. [7] In: Monk 98. [8] In: Monk 101. [9] Ibidem. [10] In: Monk 108-109. [11] In: Monk 103.

[12] Monk 118. [13] Monk 269. [14] In: Monk 190. [15] In: Monk 182. [16] In: Mon k 182-183. [17] In. Monk 183. [18] Black 12. Wittgenstein era dotato di grande s ensibilità per la musica. Nella casa dei Wittgenstein a Vienna erano spesso ospita ti compositori di fama come Mendellshon e Brahms. “C’è persino una somiglianza di fami glia tra le strutture logiche, i motivi e le intenzioni del Tractatus e quelli d ella teoria musicale di Schönberg: perché anche Schönberg è guidato dalla convinzione ch e il “linguaggio” attraverso cui egli si esprime, la musica, deve essere innalzato a d un grado di necessità logica tale che eliminerebbe tutti gli incidenti soggettiv i” (E. Heller in: Bouveresse 21). [19] Marconi 1997, 18 n. 9.

Scheda 1: La Prefazione di Wittgenstein – Le finalità del Tractatus. “Se gli avessero chiesto in qualunque momento, mentre compilava trattati di geomet ria o di logica matematica, oppure di scienze naturali, quale scopo egli si prop onesse, avrebbe risposto che un solo problema valeva veramente la pena di essere meditato, e cioé quello del vivere giusto”. (R. Musil, L’uomo senza qualità, p. 246) Ne lla Prefazione al Tractatus, Wittgenstein espone per sommi capi le finalità dell’ope ra. Innanzitutto, il libro intende chiarire in modo esaustivo (la teoria esposta è infatti definita “intangibile e definitiva”) che i problemi filosofici nascono da u n uso errato del linguaggio: la definizione esatta delle regole logiche che gove rnano gli enunciati della lingua servirà pertanto a stabilire quale sia l’uso sensat o delle nostre proposizioni e, nel contempo, quale sia il limite invalicabile de l linguaggio (al di là di questo limite tutto sarà nonsenso). Wittgenstein, pur dich iarando di non essere interessato al fatto che altri filosofi possano aver già dis cusso tesi comprese nel Tractatus, si riconosce debitore nei confronti di Frege e di Russell per i loro studi innovatori nel campo della logica. Questo non vuol dire che il pensiero di Wittgenstein non sia stato influenzato, come mostreremo di volta in volta, da altri pensatori; è comunque un dato di fatto che Wittgenste in non ebbe una vera e propria formazione filosofica (studiò infatti ingegneria e si accostò relativamente tardi alla filosofia) e che al tempo della stesura del Tr actatus egli considerava la logica come l’unica chiave per risolvere i problemi fi losofici. Il senso generale del Tractatus, secondo l’autore, è sintetizzabile in que sta breve affermazione: “Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Visto che questo pensiero sarà ribadito nella proposizione finale (la numero 7), si può dire che Wittgenstein saldi ad anello l’inizio e la co nclusione del Tractatus per far meglio risaltare l’insegnamento fondamentale dell’op era. Indagata la natura e le condizioni del linguaggio, Wittgenstein mostrerà che l’unico uso sensato delle nostre proposizioni è quello descrittivo: gli enunciati de lla lingua sono raffigurazioni di fatti e finché si userà il linguaggio per comunica re contenuti rappresentativi sarà possibile esprimersi in modo corretto. L’ambito di quel che “si può dir chiaro”, dunque, corrisponde senza riserve all’ambito della descri zione di fatti: ne consegue che solo le proposizioni della scienza naturale rien trano a pieno diritto nella sfera delle proposizioni dotate di senso (cfr. 6.53) . I problemi di cui si occupa la filosofia non possono invece essere formulati i n proposizioni sensate perché tendono a proiettare il soggetto conoscitivo oltre l a sfera dei fatti. Così, quando la metafisica si interroga sui fondamenti del mond o fenomenico chiamando in causa concetti quali “Essere”, “Anima”, “Essenza”, etc., assistiam o alla pretesa di usare il linguaggio in senso non naturale (cioé non descrittivo) con l’unica conseguenza di creare fraintendimenti e nonsensi; e lo stesso accade quando in campo morale si pretende di indagare questioni come il Valore o il sig nificato dell’esistenza. Quest’ordine di problemi, facendo riferimento ad un livello di realtà sganciato dall’ambito dei fatti, non può essere contenuto in parole signifi canti e va perciò consegnato al silenzio (su ciò di cui non si può parlare si deve app unto tacere). Wittgenstein giunge a questa radicale conclusione al termine di un’i ndagine volta a stabilire le condizioni ed i limiti di quanto è pensabile ed espri mibile. Questa impostazione è stata spesso accostata al problema critico affrontat o da Kant nella Critica della ragion pura. Vi sono in effetti molte analogie tra l’indagine di Kant e quella di Wittgenstein (ad esempio, entrambi sottolineano il valore dell’esperienza ed escludono che la metafisica possieda lo status di scien za); tuttavia, nella Prefazione al Tractatus è contenuta una precisazione polemica che colpisce un aspetto essenziale della concezione di kantiana. Kant aveva dis tinto tra l’ambito del fenomeno (inteso come il risultato del mio modo a priori di conoscere) e quello del noumeno (o cosa in sé, esistente fuori di noi ma inconosc ibile). La cosa in sé era considerata da Kant come “un pensiero vuoto” (nel senso che non poteva esserle fatta corrispondere un’intuizione sensibile), ma la sua esisten za doveva tuttavia essere correlata a quella del fenomeno al fine di stabilire i l principio dell’indipendenza della realtà “in sé” dal pensiero ed evitare così il rischio d i scivolare in una posizione compiutamente idealista. Il noumeno, ponendosi al d i fuori del raggio della nostra conoscenza, chiamava così in causa il limite della facoltà conoscitiva. Dato che la conoscenza umana può applicarsi soltanto al campo dei fenomeni, Kant, nella Dialettica trascendentale, sottoponeva ad una critica

serrata ogni tentativo di estendere la nostra conoscenza oltre i suoi limiti nat urali allo scopo di illuminare il livello noumenico della realtà. Wittgenstein acc etta la tesi secondo la quale è impossibile conoscere quanto si trova oltre il lim ite della conoscenza, ma ritiene che la posizione kantiana contenga una contradd izione. Quando Kant si esprime riguardo alla pensabilità del noumeno, infatti, avv iene proprio quello sconfinamento in direzione dell’impensabile che avevamo dichia rato illecito. Il limite è un concetto di natura spaziale ed è inevitabilmente legat o alla distinzione tra un luogo “interno” ed un luogo “esterno”: ogni volta che delimiti amo uno spazio per mezzo di un linea, in altri termini, quel che otteniamo è una s eparazione tra ciò che è all’interno del limite e ciò che si trova fuori di esso. Spinoz a spiegava a questo proposito che “nessuno può concepire i limiti di una qualche est ensione o spazio senza concepire oltre essi altri spazi che lo seguano immediata mente”.[1] Se l’idea di limite chiama in causa automaticamente l’idea di un luogo “ester no”, ne consegue che non è possibile

tracciare un limite al pensiero: infatti, questa pretesa metterebbe subito capo alla situazione assurda di concepire quel che per definizione dovrebbe porsi al di fuori di ogni possibile pensiero (ne è appunto un esempio il noumeno kantiano, come già prima di Wittgenstein avevano rilevato i filosofi idealisti). “Per tracciar e al pensiero un limite – osserva Wittgenstein nella Prefazione al Tractatus- dovr emmo poter pensare ambo i lati di questo limite (dovremmo dunque poter pensare q uel che pensare non si può)”. Per superare questa contraddizione, Wittgenstein si pr opone di tracciare un limite non al pensiero bensì all’espressione dei pensieri, rei mpostando così il problema kantiano da un punto di vista strettamente linguistico (di qui la distinzione tra ciò che può essere espresso in modo sensato e ciò che non p uò trovare posto nel linguaggio). Quel confine che Kant aveva stabilito in rapport o ad un elemento (il noumeno) esterno alla facoltà conoscitiva deve dunque essere cercato procedendo dall’interno del linguaggio, tentando di “delimitare l’impensabile dal di dentro attraverso il pensabile” (4.114). Il limite del linguaggio non può ess ere concretizzato al modo di un confine spaziale perché così facendo evocheremmo imm ediatamente anche ciò che si trova oltre esso (e ci troveremmo, come Kant, a parla re di quanto non è possibile esprimere). Ciò comporta in un certo senso lo “sparire” del limite, cioè la sua trascendenza rispetto al campo prospettico della conoscenza u mana. Il campo visivo dell’occhio risulta di fatto senza limiti perché l’occhio non può coglierne il margine estremo (cfr. 6.4311); allo stesso modo, i limiti del lingu aggio non possono essere descritti all’interno del linguaggio stesso e finiscono p erciò per assomigliare ad un orizzonte irraggiungibile ed invalicabile. Tutto ciò ch e dobbiamo e possiamo fare, al fine di chiarire i limiti dell’espressione sensata, si riduce perciò a rappresentare chiaramente il dicibile (4.115). L’uomo, per così di re, si muove sempre nel linguaggio senza possibilità di trascenderlo in direzione di un impensabile “al di fuori”: quel che non si può dire deve rimanere assolutamente inesprimibile, e non c’è modo di aggirare il divieto (di qui la costante preoccupazi one, da parte di Wittgenstein, di escludere ogni prospettiva che possa generare l’illusione di poter trascendere il linguaggio). Se il tentativo di Wittgenstein p ossa dirsi riuscito e se la delimitazione “dall’interno” sia esente dalle contraddizio ni che si intendeva scansare sono questioni che è prematuro sollevare. Per valutar e la complessità della posizione di Wittgenstein basta pensare che egli sottolineò s pesso l’importanza fondamentale proprio di quanto risulta “indicibile”. Parlando del T ractatus, ad esempio, Wittgenstein scrisse: “Il mio lavoro si compone di due parti : ciò che ho scritto; più tutto ciò che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è importante” (in: Monk, 182). Quel che nel Tractatus è chiamato “il mistico” o “l’etico”, p quanto inesprimibile, è ciò che più stava a cuore al filosofo viennese perché a tale liv ello trascendente è legata la possibilità di comprendere il mistero dell’esistenza. E proprio in ciò risiede la differenza tra Wittgenstein ed i filosofi del Circolo di Vienna, i quali si richiamarono spesso alla lezione del Tractatus. Paul Engelma nn osservò a questo riguardo: “Il Positivismo sostiene, e questa è la sua essenza, che ciò che conta nella vita è ciò di cui possiamo parlare, mentre Wittgenstein crede app assionatamente che ciò che conta veramente nella vita umana è proprio quello di cui, dal suo punto di vista, si deve tacere. Quando, con immensi sforzi, [Wittgenste in] delimita ciò che non è importante (e cioé gli scopi e i limiti del linguaggio ordi nario), non sta misurando le coste dell’isola che esplora con tanta meticolosità, ma i confini dell’oceano” (in: Janik/Toulmin, 193). Il rigore dell’analisi di Wittgenste in, insomma, si accompagna alla continua tensione verso ciò che per natura si sott rae alle capacità definitorie ed espressive del linguaggio. In questa associazione di “volontà di chiarezza e di aspirazione al trascendente”, Wittgenstein rivela una s tretta affinità con le idee dello scrittore viennese Robert Musil, autore de L’uomo senza qualità. Sia Wittgenstein che Musil sono dominati (come notava Cesare Cases) dall’esigenza di servirsi del lavoro analitico della ragione e “di spingerlo fino a l punto in cui appaiono i contorni del paese della trascendenza” (Introduzione a L’u omo senza qualità, XXI). Ulrich, il protagonista del romanzo di Musil, oscilla di continuo tra due differenti impulsi: il primo è rivolto all’esattezza, alla precisio ne, all’analisi rigorosa della realtà secondo schemi logico-matematici ed alla verif ica empirica propria delle scienze fisiche; il secondo impulso mira invece alle verità superiori, non traducibili in parole, determinando una continua tensione a scavalcare il livello empirico dei fatti al fine di cogliere il senso profondo c

he si cela dietro l’apparenza fenomenica. Come per Ulrich, così anche in Wittgenstei n convivono due pulsioni apparentemente incompatibili verso la logica e verso il misticismo; e l’esigenza dell’ordine e dell’esattezza, anziché annullare la tensione mi stica, finisce proprio per evocarla come suo naturale complemento. Certo, il lin guaggio non consente di penetrare nella regione del trascendente, ovvero, ripren dendo l’esempio di Engelmann, il filosofo non può abbandonare l’isola di cui è prigionie ro (leggi: l’ambito delle proposizioni dotate di senso) per intraprendere l’esploraz ione dell’oceano (leggi: l’ambito del valore, inesprimibile). Se si comprende ciò, si sono risolti d’un colpo i problemi filosofici semplicemente annullandoli come prob lemi (cfr. 6.52 e 6.521). Allo stesso tempo, però, nota Wittgenstein nelle ultime righe della sua Prefazione, è manifesto “quanto poco sia fatto dall’esser questi probl emi risolti”, ovvero: quanto rimanga da fare sul piano etico per diventare persone degne una volta riconosciuto che certe risposte fondamentali non possono essere trovate all’interno del linguaggio e per mezzo di esso. Nella proposizione 6.52 l eggiamo: “Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scienti fiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur tocc ati”. Vestendo i panni del logico, Wittgenstein può affermare di aver guadagnato la via d’uscita per sottrarsi a problemi che per loro natura sono insolubili. Ma per l’uomo Wittgenstein, per il filosofo, l’incapacità di impostare una soluzione sensata dei problemi fondamentali dell’esistenza suona come uno scacco e rivela il dramma di un pensatore che continuava a ritenere quei problemi come gli unici ad avere realmente valore.

[1] B. Spinoza, Principi della filosofia cartesiana, Torino, p. 164.

Note al Tractatus IL MONDO (1 – 1.21) 1. Il Mondo (o “realtà”, 2.063) è costituito da tutto ciò che accade. Dato che “ci he accade” sono i fatti (2), il mondo è costituito dalla totalità dei fatti (1.1). 1.1 . Il mondo non si compone di cose ma di fatti. Un fatto, ovvero “ciò che accade”, è “il su ssistere di stati di cose” (2). Lo stato di cose è poi definito come “un nesso di ogge tti (Enti, cose)” (2.01). Il mondo è dunque costituito di oggetti combinati tra loro e non di oggetti isolati. L’oggetto è un’entità semplice, mentre un fatto è un’entità comple sa. E’ opportuno rilevare fin d’ora che mentre i fatti sono indipendenti l’uno dall’altr o (1.21, 2.061, e 5.135), gli oggetti risultano sempre combinati con altri ogget ti (2.011). 1.11. Il mondo come aggregato di fatti è l’orizzonte che racchiude tutto ciò che accade e perciò non è ammesso alcun altro livello di realtà oltre a questo: non vi sono fatti extra-empirici. “Il mondo è costituito da tutti i fatti, ma non c’è un su per-fatto (o fatto di ordine superiore) per cui non ci sono più fatti” (Black 44). 1 .12. L’insieme dei fatti di cui si compone il mondo costituisce la totalità di ciò che esiste (accade) e, allo stesso tempo, determina anche tutto quel che non accade nel mondo. Più avanti Wittgenstein ribadirà che il mondo è la totalità degli stati di c ose sussistenti (2.04) e che questa totalità determina anche quali stati di cose n on sussistono (2.05). Se so ciò che sussiste nel mondo, ad esempio il fatto che il libro è sul tavolo, allora io so anche quel che nel mondo non sussiste (ovvero so che il libro non si trova sul pavimento, oppure sul divano etc.). Tali possibil ità non sussistenti saranno definite da Wittgenstein “fatti negativi” 1.13. Lo spazio logico “contiene” tutti i fatti possibili (così come lo spazio fisico contiene “virtualm ente” tutti gli oggetti spaziali). Affermare che il mondo è costituito dai fatti nel lo spazio logico significa dunque che per “mondo” si può intendere sia l’insieme dei fat ti esistenti in atto, sia l’insieme di tutti i fatti possibili. Nel mondo, conside rato identico allo spazio logico, troviamo dunque sia i fatti esistenti (i fatti positivi) che i fatti non esistenti (i fatti negativi). Sulla duplicità di signif icato del termine “mondo”, v. nota alla 2.06. 1.21. Cfr. 2.062: “Dal sussistere o non sussistere di uno stato di cose non può concludersi al sussistere o non sussistere d’un altro”. Wittgenstein sostiene l’indipendenza reciproca degli stati di cose (o fa tti elementari): “Gli stati di cose sono indipendenti l’uno dall’altro” (2.061). Pertant o, dall’accadere di un certo stato di cose non può inferirsi che un altro stato di c ose si verifichi o meno. Su queste basi, Wittgenstein rifiuterà di attribuire un f ondamento al nesso causale (il quale presuppone appunto un legame necessario tra due accadimenti, cfr. 6.37). I fatti di cui si compone il mondo sono tutti cont ingenti: non sussistono tra essi relazioni necessarie. L’unica necessità ammessa da Wittgenstein è quella logica (6.37), mentre tutto ciò che vediamo e che possiamo des crivere “potrebbe essere altrimenti” (5.634).

Note al Tractatus OGGETTI, STATI DI COSE E FATTI (2 – 2.062) 2. Il mondo si compone di fatti e ogni fatto (in tedesco: Tatsache) si compone di stati cose. “Stato di cose” corrisponde al termine tedesco Sachverhalt, che può essere anche tradotto con l’espressione “fatto atomico” o “fatto elementare”. Lo sta to di cose è l’unità complessa minima di cui si compone il mondo. Gli stati di cose so no prodotti dalla combinazione di oggetti (2.01). Più stati di cose si possono com binare dando origine ad un Tatsache, che potremmo pertanto anche tradurre con l’es pressione “fatto complesso”. Ad esempio, dalla combinazione degli oggetti: “penna”, “tavol o”, si produce lo stato di cose: “La penna è sul tavolo”; dalla combinazione di due stat i di cose si produce poi un fatto (ad esempio: “La penna è sul tavolo e il libro è sul tappeto”). L’ontologia del Tractatus si può riassumere schematicamente così: oggetti = entità semplici; una combinazione di oggetti = uno stato di cose; una combinazione di più stati di cose = un fatto; la totalità dei fatti = la totalità di ciò che accade = il mondo. 2.01. Lo stato di cose è una configurazione o connessione di oggetti. Sappiamo che il mondo è costituito di fatti, e non di cose (1.1). Le cose (oggetti ) non esistono isolatamente le une dalle altre ma si combinano insieme formando gli stati di cose. Nello stato di cose gli oggetti sono in relazione reciproca ( 2.031) come le maglie di una catena (2.03). 2.011. “Un oggetto è, essenzialmente, un possibile costituente di uno stato di cose” (Kenny, 92). Mentre i fatti sono reci procamente indipendenti, gli oggetti, il cui nesso dà origine allo stato di cose, sono sempre inseriti in un contesto (ovvero sono sempre legati l’uno all’altro nella struttura del fatto elementare). La possibilità di occorrere in stati di cose è con tenuta nell’oggetto così come un elemento chimico contiene virtualmente tutte le sue possibili combinazioni con altri elementi, e non possiamo concepire alcun ogget to fuori della sua possibilità di essere collegato ad altri oggetti (2.0121). Ques ta tesi può essere considerata affine a quella di Leibniz secondo cui “la cosa, il s oggetto deve contenere tutti i suoi possibili predicati” (Vanni Rovighi, 541). La proprietà di combinarsi reciprocamente per costituire un complesso è propria anche d ei nomi, i quali hanno la funzione di indicare gli oggetti (3.3). 2.012. La logi ca è l’ambito delle verità necessarie e “fuori della logica tutto è accidente” (6.3). La pos sibilità di entrare in connessione con altri oggetti è una proprietà “logica” (essenziale) dell’oggetto e come tale è necessariamente connessa al suo esistere. 2.0121. Cfr. 2 .013: “Ogni cosa è in un uno spazio di possibili stati di cose”. Dato che un oggetto d eve necessariamente entrare in combinazione con altri (2.011), e dato che ciò dipe nde dalle proprietà logiche dell’oggetto, posso dire che con gli oggetti è dato l’insiem e di tutte le loro possibili relazioni: questa rete di relazioni virtuali la chi amerò “spazio logico”. Così come un oggetto spaziale non può essere concepito fuori dello spazio, e un oggetto temporale fuori del tempo, allo stesso modo nessun oggetto può concepirsi fuori dello spazio logico, vale a dire indipendentemente dalla poss ibilità di un nesso con altri oggetti. Quella che abbiamo appena enunciato è una ver ità logica, e dunque necessaria a priori. Non è invece una questione logica, ma rien tra nel campo delle verità contingenti, indicare quali combinazioni di oggetti sus sistano effettivamente nella realtà (così come è una questione empirica sapere quale p orzione dello spazio fisico un oggetto spaziale occupi effettivamente). Alla log ica compete la descrizione di tutte le possibilità di combinazione, le quali sono determinabili a priori e valgono indipendentemente dalle configurazioni empirich e sussistenti di fatto nel mondo. 2.0122. Solo astrattamente si può considerare un oggetto separato dal suo nesso con gli altri: anche se un oggetto può non trovars i inserito in un particolare nesso empirico (in questo senso si manifesta la sua indipendenza), tuttavia è impensabile che esso sia sganciato da ogni contesto pos sibile (e qui viene in luce il suo essere dipendente). Allo stesso modo, un nome (la cui funzione è indicare un oggetto) dev’essere sempre inserito nel contesto del la proposizione: il nome può occorrere in diverse proposizioni, ma da solo non può s tare. Cfr: 3.3: “Solo la proposizione ha senso; solo nella connessione della propo sizione un nome ha significato”. 2.01231. Le proprietà interne dell’oggetto corrispond ono alle possibilità “logiche” dell’oggetto di combinarsi con

altri per formare uno stato di cose (cfr. 2.011); le proprietà esterne dell’oggetto corrispondono invece alle sue relazioni con altri in un singolo stato di cose es istente. Stabilendo un’analogia con il gioco degli scacchi, che una torre possa mu oversi in orizzontale e verticale dipende dalle proprietà interne di quel pezzo; c he una certa torre si trovi sulla casella a2, e dunque sia in una determinata re lazione con i pezzi circostanti, è invece una proprietà esterna di quel pezzo. Si può dire che in base alle proprietà interne dell’oggetto posso fare affermazioni necessa rie a priori, mentre le proprietà esterne sono contingenti e determinabili solo em piricamente. Conoscere un oggetto significa conoscerne le proprietà interne, ovver o le proprietà essenziali: ad esempio, conoscere una torre significa sapere quali sono le sue possibilità logiche (cioé come essa può muoversi sulla scacchiera, il che ci consente di prevedere in quali combinazioni essa può trovarsi). Viene così confer mato che conoscere un oggetto vuol dire conoscere “tutte le possibilità del suo occo rrere in stati di cose” ( 2.0123). 2.0124. Dato che ogni oggetto contiene in sé tutt e le sue possibili combinazioni con altri oggetti (ovvero, ogni oggetto contiene la possibilità di tutti gli stati di cose in cui può occorrere), allora se sono dat i tutti gli oggetti sono con ciò dati anche tutti i possibili stati di cose. 2.013 . Cfr. 2.0121. Come una macchia non può non avere un colore ed un suono non può non essere caratterizzato da un’altezza (2.0131), così l’oggetto in generale non può non tro varsi in combinazione con altri. Un oggetto è dunque idealmente inserito in uno sp azio di relazioni possibili e se da una parte posso concepire tale spazio come v uoto, dall’altra non posso pensare un oggetto fuori dello spazio. L’argomentazione d i Wittgenstein ricorda un passaggio della Critica della ragion pura kantiana: “Noi non possiamo mai rappresentarci l’assenza dello spazio, benché possiamo benissimo p ensarlo vuoto degli oggetti” (Estetica Trasc., I, § 2). 2.0131. S’è detto che risulta in concepibile che un oggetto spaziale non occupi una porzione di spazio: v’è pertanto una somiglianza tra il luogo spaziale e la “x” che compare in una funzione, la quale rappresenta un “luogo” in cui può trovar posto un argomento. E’ ugualmente inconcepibil e, aggiunge Wittgenstein, che un oggetto cromatico non abbia un colore, o che un suono non possieda un’altezza, etc.. L’oggetto in generale deve perciò essere inserit o in un reticolo di combinazioni possibili con altri oggetti. 2.0141. Riassumend o le indicazioni fin qui fornite da Wittgenstein, si può affermare che la possibil ità dell’oggetto di entrare in relazione con gli altri oggetti rappresenta la sua es senza (2.011) o natura (2.0123), le sue proprietà interne (2.01231) e la sua forma (2.0141). Wittgenstein assume pertanto questi termini come equivalenti: essenza = natura = proprietà interne = forma. “E’ chiaro che egli considera la forma logica d i un oggetto alla stregua della capacità o facoltà di combinarsi con altri oggetti i n fatti atomici: gli oggetti hanno forme logiche diverse quando hanno diverse po ssibilità di associazione” (Black, 62). 2.02. Cfr. 2.021: dato che gli oggetti sono la sostanza del mondo, essi devono essere semplici. La posizione di Wittgenstein può essere confrontata con l’analoga tesi di Leibniz sulla semplicità della monade: “La monade di cui parleremo qui non è altro che una sostanza semplice, che entra nei composti; semplice, cioè senza parti. E bisogna che vi siano sostanze semplici, da to che ci sono composti; poiché il composto non è altro che un ammasso o aggregato d i semplici” (Leibniz, Monadologia, §§ 1, 2 ). Gli oggetti sono le entità semplici la cui aggregazione dà vita agli stati di cose. Cfr. Kant (Critica della ragion pura, Di al. Trasc., Secondo conflitto delle idee t.): “Se si ammettesse che le sostanze co mposte non constino di parti semplici, sopprimendo nel pensiero ogni composizion e, non resterebbe nessuna parte composta, e (non essendoci parti semplici) nessu na parte semplice, quindi assolutamente niente, e per conseguenza nessuna sostan za sarebbe data”. 2.0201. La relazione di isomorfismo sussistente tra struttura de lla realtà e struttura della lingua consente a Wittgenstein di deviare bruscamente il discorso dal piano ontologico a quello linguistico. Ogni complesso può essere scomposto finché non siano raggiunti i suoi elementi costitutivi semplici. Ciò vale, livello ontologico, riguardo agli stati di cose (entità complesse costituite di c ose) e, a livello linguistico, riguardo alle proposizioni elementari (entità compl esse costituite di nomi). Wittgenstein presenta per la prima volta l’idea di “analis i della proposizione” quale strumento per svelare la struttura degli enunciati (cf r. 3.201 e 3.25). Tale idea rivela un’influenza di Bertrand Russell, al quale Witt genstein fa esplicito riferimento nella 4.0031. 2.021. Gli oggetti sono la sosta

nza del mondo: in quanto tali essi devono risultare semplici, cioé non scomponibil i in parti minori, ed immutabili. La nozione classica di “sostanza” presuppone appun to la stabilità e la permanenza (cfr. 2.023 e 2.026: gli oggetti sono la “forma fiss a” del mondo). Ciò che nel mondo muta sono le configurazioni degli oggetti, ovvero l e loro diverse combinazioni, ma gli oggetti sono entità “fisse” e “sussistenti [per sé]” (2. 027,

2.0271). Cfr. 2.024: La sostanza è “ciò che sussiste indipendemente da ciò che accade”. 2. 0211. Cfr. quanto discusso più avanti nella Scheda 2. Se, per assurdo, il mondo no n avesse sostanza, allora ad un nome corrisponderebbe non un oggetto semplice, m a una molteplicità infinita di parti. Il senso della proposizione “L’orologio è nel cass etto” dipenderebbe allora dal fatto che abbiamo stabilito la verità di una serie di altri enunciati che asseriscono l’esistenza di ogni componente dell’orologio. Dato c he la serie dei costituenti di ogni oggetto fisico è verosimilmente infinita, sare bbe evidentemente impossibile progettare un’immagine (vera o falsa) del mondo (2.0 212), cioé sarebbe impossibile asserire alcunché riguardo al mondo. 2.023. Ogni mond o possibile (anche qualora volessimo immaginarlo differente dal mondo della nost ra esperienza) deve avere una sostanza: questa è rappresentata dagli oggetti. Gli oggetti costituiscono la “forma fissa” del mondo, ovvero una caratteristica immutabi le della realtà stessa. In altri termini, gli oggetti come “sostanza o forma” della re altà sono le condizioni di pensabilità del mondo. Cfr. Kenny 93: Gli oggetti “non sono generabili e sono indistruttibili: ogni possibile mondo, infatti, deve contener e gli stessi oggetti di questo”. 2.0231. Per “proprietà materiali” si devono intendere l e caratteristiche empiriche degli stati di cose esistenti. Esse sono contingenti e mutevoli (non necessarie), e pertanto vanno intese in opposizione alle propri età “interne” o “formali” (necessarie a priori). La sostanza del mondo (gli oggetti) deter mina necessariamente soltanto la forma della realtà (ovvero l’insieme delle relazion i possibili, che vale necessariamente a priori e dipende dalle proprietà interne d egli oggetti) ma non determina quali stati di cose sussistono poi effettivamente in atto (il che costituisce una questione empirica). Le proprietà “materiali”, ovvero gli stati di cose esistenti, sono descritti dalle proposizioni del linguaggio. 2.0232. Gli oggetti sono incolori, “cioè: ogni proprietà [materiale, esterna], ogni “col ore” è attribuito agli oggetti dalla proposizione, dal trovarsi gli oggetti in uno s tato di cose” (Vanni Rovighi, 541). 2.024. Wittgenstein accetta la classica defini zione della sostanza come fondamento immutabile della realtà. Quel che muta nella realtà sono le caratteristiche accidentali, mentre l’essenza permane sempre uguale a se stessa. Gli oggetti, quali sostanza del mondo, sussistono indipendentemente da ciò che accade, indipendentemente cioè dalle loro configurazioni empiriche (stati di cose e fatti), le quali costituiscono l’elemento accidentale della realtà. Cfr. 2.0271: l’oggetto è ciò che sussiste come fisso, mentre la configurazione è variabile e incostante. 2.025. Riassumendo quanto viene detto nelle proposizioni precedenti: gli oggetti rappresentano la sostanza (2.021), la forma fissa e immutabile (2.0 23) e il contenuto (2.025) del mondo. “Considerati come i fattori determinanti dei fatti atomici in cui possono presentarsi, gli oggetti hanno ciascuno la sua pro pria forma e tutti insieme costituiscono sotto questo rispetto la forma del mond o. Ma gli oggetti sono anche il materiale che costituisce i fatti” (Black, 70). Pe rciò gli oggetti sono sia forma che contenuto del mondo. 2.0272. Lo stato di cose o fatto atomico (elementare) è un’entità complessa formata da una combinazione di ogge tti. Cfr. 2.01: “Lo stato di cose è un nesso d’oggetti (Enti, cose)”. 2.03. Nello stato di cose gli oggetti sono connessi secondo un ordine logico: in questo senso, uno stato di cose non è un ‘miscuglio’ di oggetti (cfr. 3.141), ma una relazione determin ata da regole. Una catena non può essere costruita senza tener conto dell’ordine che deve sussistere tra i suoi elementi costitutivi. 2.032. La struttura di uno sta to di cose è il modo in cui gli oggetti sono connessi l’uno con l’altro. Cfr. 2.15: la struttura di un’entità complessa (stato di cose o immagine) è il modo della connessio ne dei suoi elementi costitutivi. 2.033. La forma dell’oggetto è la sua “possibilità di occorrere in stati di cose” (2.0141). La forma di un oggetto è pertanto ciò che rende possibile l’esistere di una struttura: è, appunto, “la possibilità della struttura”. 2.034 . Cfr. 2: un fatto (Tatsache) è il sussistere di stati cose (Sachverhalte). Ogni f atto è un’entità complessa costituita di stati di cose (che a loro volta sono entità com plesse costituite di oggetti). La struttura di un fatto è dunque determinata dalle strutture degli stati di cose che lo compongono. 2.04. Wittgenstein riprende or a l’analisi del concetto di “mondo”. Se “Il mondo è tutto ciò che accade” (1) e “ciò

che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose”(2), allora il mondo è l’insieme di tutti gli stati di cose sussistenti. 2.05. Ma l’insieme dei fatti sussistenti d etermina anche l’insieme dei fatti che non sussistono. Cfr. 1.12: “Ché la totalità dei f atti determina ciò che accade, ed anche tutto ciò che non accade”. Sapendo tutto ciò che esiste come “fatto” nel mondo sono in grado di dire anche tutto quanto non esiste n el mondo. I fatti che non sussistono sono definiti “fatti negativi” (2.06). 2.06. Da to che “realtà” equivale a “mondo” (2.063), il mondo si compone sia di fatti positivi (cioé di stati di cose sussistenti) che di fatti negativi (cioé di stati cose non sussis tenti). Questa affermazione di Wittgenstein contrasta con la 2.04, secondo la qu ale il mondo è “la totalità degli stati di cose sussistenti”. Probabilmente Wittgenstein intende qui per “mondo” l’insieme di tutti i fatti possibili, sia quelli esistenti in atto nella realtà empirica (i fatti positivi) sia quelli che non si sono realizza ti (i fatti negativi). Nella 1.13 Wittgenstein aveva appunto identificato il mon do con lo spazio logico. Nello spazio logico è compreso ogni fatto che ha possibil ità di realizzarsi. E’ in questo senso che il mondo si compone di fatti positivi e d i fatti negativi. Il termine “mondo”, dunque, ha due valenze: da un lato, esso è la to talità dei fatti sussistenti (1 + 2 + 2.04), e quando parliamo del mondo in questo senso ci riferiamo quindi all’insieme dei fatti positivi riscontrabili empiricame nte; in un senso più ampio, il “mondo” è anche l’orizzonte di tutte le possibilità (1.13 + 2 .06): quando parliamo del mondo in questa accezione ci riferiamo alla totalità deg li stati di cose possibili, e in esso troviamo sia fatti positivi che fatti nega tivi. 2.061. Gli stati di cose sono caratterizzati dalla reciproca indipendenza. Cfr. 1.21: “Una cosa può accadere o non accadere e tutto l’altro restare eguale”. Dall’ac cadere di un determinato stato di cose non può essere inferito l’accadere o non acca dere di uno stato di cose diverso (2.062). Non sussistendo relazioni necessarie tra gli accadimenti, il livello dei fatti è caratterizzato da un’assoluta contingenz a. 2.062. Non vi sono, tra due stati di cose, relazioni di tipo logico che conse ntano di derivare l’uno dall’altro. Cfr. 5.135: “In nessun modo può concludersi dal suss istere d’una qualsiasi situazione al sussistere d’una situazione affatto diversa da essa”.

Scheda 2: Gli oggetti semplici. “Il limite è la legge del mondo manifestato” Simone Weil, Quaderni, I, p. 322. Dopo aver affermato che il mondo è un aggregato di fatti, che i fatti sono costitu iti dal sussistere di stati di cose e che gli stati di cose sono combinazioni di oggetti, Wittgenstein postula come necessaria la semplicità degli oggetti (2.02). Nella 2.021 egli afferma che gli oggetti sono “la sostanza del mondo” e che per que sto motivo essi non sono concepibili come aggregati di parti. Wittgenstein non e sita dunque a servirsi della nozione metafisica di “sostanza” come fondamento ultimo , limite che non è possibile oltrepassare e che perciò rappresenta il livello di rea ltà cui ogni divisione deve infine metter capo. L’analisi della posizione di Wittgen stein è complicata dal fatto che egli non fornì mai esempi di oggetti semplici, né rit enne che ciò costituisse un limite della sua teoria. Vi sono anzi nell’impianto teor ico del Tractatus precise regole restrittive che impediscono di formulare esempi concreti di oggetti semplici (cfr. 3.221, 4.1272); una proposizione che asseris se: “Questo è un oggetto” dovrebbe essere respinta come del tutto priva di senso perché si esprimerebbe intorno alle proprietà logiche dei simboli, mentre una proprietà log ica non può mai essere oggetto di descrizione. Si potrebbe quindi dire che Wittgen stein non poteva fornire esempi concreti di oggetti semplici. Nei Quaderni (Q. 1 57-158) viene affermato esplicitamente che l’esistenza del semplice è una necessità di tipo logico: l’idea del semplice “[è] già contenuta in quella del complesso e nell’idea d ell’analisi, e in modo tale che noi (prescindendo completamente da qualsiasi esemp io d’oggetti semplici o da proposizioni ove si parli di tali oggetti) perveniamo a questa idea ed intuiamo l’esistenza degli oggetti semplici come una necessità logic a – a priori”. Wittgenstein, insomma, procede nella sua indagine ontologica partendo da presupposti logici, domandandosi quali caratteristiche debbano attribuirsi a lla realtà se devono esistere proposizioni dotate di senso. La mancanza di esempi, nota Kenny, non è dunque casuale. Infatti, “Wittgenstein credeva nell’esistenza di og getti semplici e di stati di cose atomici non perché pensava di poterne fornire de gli esempi, ma perché riteneva che essi dovessero esistere quali correlati, nel mo ndo, dei nomi e delle proposizioni elementari di un linguaggio completamente ana lizzato” (Kenny, 94). Pertanto “l’universo, quale lo concepisce Wittgenstein, è una proi ezione dei caratteri ch’egli rileva nel linguaggio” (Black, 34). Per comprendere il tema della semplicità degli oggetti è dunque necessario anticipare alcuni elementi d ella teoria raffigurativa del linguaggio sostenuta da Wittgenstein. Il Tractatus considera le proposizioni come immagini della realtà (4.01). Ogni enunciato è in gr ado di raffigurare un determinato stato di cose in virtù della sua interna comples sità (4.032): le relazioni che sussistono tra le parti della proposizione (i nomi) corrispondono alle relazioni che sussistono tra gli oggetti che costituiscono l o stato di cose raffigurato. Così, la proposizione: “L’orologio è nel cassetto” mette in r elazione dei nomi (“orologio”, “cassetto”) in modo da raffigurare un determinato nesso d i oggetti (l’orologio e il casetto) esistenti nella realtà. Analizzare una proposizi one significa scomporla nelle sue parti costitutive fino a raggiungere le unità mi nime di cui è costituita: queste ultime sono rappresentate appunto dai nomi, segni semplici che significano gli oggetti (3.202, 3.203). La tesi di Wittgenstein è ch e se i nomi non si riferissero ad entità semplici, allora nessuna proposizione pot rebbe avere un senso compiuto. Poniamo infatti che “orologio” sia un’entità complessa. I n questo caso, un enunciato che parli di tale “entità” risulterebbe incomprensibile a meno di presupporre un elenco completo delle sue parti (cioé una serie di altri en unciati descriventi gli elementi del composto). Così, se con il termine “orologio” int endo un complesso di ingranaggi, viti, rotelle, etc., io non potrei essere sicur o che la proposizione “L’orologio è nel cassetto” si riferisca proprio a quel determinat o oggetto a meno che io non sia preliminarmente informato del fatto che tutti i suoi componenti sono effettivamente presenti in esso (se all’orologio mancasse un ingranaggio, la parola “orologio” non indicherebbe l’oggetto in modo determinato). Ma una volta individuati i costituenti dell’orologio mi troverei di fronte alla medes ima difficoltà perché ogni oggetto fisico è, almento in linea di principio, infinitame nte divisibile: neanche la proposizione “l’ingranaggio x si trova nell’orologio” potrebb e quindi essere compresa se non presupponendo una serie di altri enunciati che a sseriscono che ogni singola parte dell’ingranaggio è effettivamente presente in esso

. E a questo punto non mi sarebbe lecito nominare alcuna cosa con la speranza di essere compreso, né sarebbe possibile costruire alcun enunciato dotato di senso c ompiuto. E’ però un fatto evidente che chiunque è in grado di comprendere la proposizi one “L’orologio è nel cassetto”, e da ciò Wittgenstein deduce che i nomi devono effettivam ente possedere la capacità di indicare unità semplici, cioé entità formalmente compiute. Nei Quaderni leggiamo conseguentemente che “L’esigenza delle cose semplici è l’esigenza della determinatezza del senso” (Q. 162, cfr. 3.23). In altre parole, se ammettia mo che le proposizioni del linguaggio debbano avere un senso determinato, allora dobbiamo anche ammettere l’esistenza di oggetti semplici quali correlato ontologi co dei segni semplici contenuti nelle proposizioni. Nei Quaderni si trovano lung he e complicate riflessioni che mostrano quanta importanza Wittgenstein annettes se al problema degli oggetti semplici e quali difficoltà egli incontrasse nella de finizione di una chiave risolutoria. Wittgenstein ritiene indispensabile l’esisten za del semplice per evitare che venga annullata la possibilità di parlare in modo sensato delle cose. Tuttavia, questa esigenza si scontra con l’indefinita divisibi lità degli enti fisici e non è

facile indicare in che misura la complessità di un oggetto debba essere tenuta in conto per ottenere proposizioni nelle quali un oggetto possa comparire come unità in sé compiuta. Se io dico che l’orologio è nel cassetto, scrive Wittgenstein, sto for se implicitamente affermando che anche una rotella dell’ingranaggio è nel cassetto? Forse io non sapevo affatto che quella rotella si trovava nell’orologio e quindi, con l’espressione “questo orologio” io non intendevo descrivere “un complesso ove la rot ella occorre” (Q. 163). Tuttavia, quando parlo dell’orologio in questione (il quale, almeno in teoria, si compone di infinite parti) vengo facilmente compreso dai m iei interlocutori: l’espressione: “L’orologio è nel cassetto” ha infatti un senso compiuto indipendentemente dalla possibile complessità infinita dell’oggetto e ne è prova il f atto che ciascuno di noi comprende perfettamente tale enunciato. Wittgenstein può allora affermare che “la complessità di un oggetto, se è determinante per il senso del la proposizione, dev’essere raffigurata nella proposizione nella misura in cui det ermina il senso della proposizione. E, nella misura nella quale la composizione non è determinante per questo senso, in questa misura gli oggetti di questa propos izione sono semplici. Essi non possono essere scomposti ulteriormente” (Q. 162). G li oggetti il cui nome compare in un enunciato devono dunque essere considerati, se l’enunciato ha senso, come unità formalmente compiute, cioé semplici. Se di un ogg etto (ad esempio, l’orologio) si intende mettere in rilievo la complessità, la propo sizione illustrerà in modo definito e compiuto le parti di cui esso si compone, ma anche in questo caso le parti compariranno nell’enunciato come “semplici” (così, in una proposizione ove interessa illustrare che l’orologio contiene ingranaggi, la sing ola rotella sarà considerata un oggetto semplice non ulteriormente decomponibile). Il fatto che ogni oggetto fisico sia scomponibile, insomma, non pregiudica seco ndo Wittgenstein la possibilità di costruire enunciati dal senso perfettamente def inito perché ogni volta che un oggetto viene nominato nella proposizione costituis ce un’unità esistente in atto e la sua potenziale infinità può venir trascurata come non essenziale per il senso della proposizione. “Se una proposizione ci dice qualcosa essa dev’essere, così com’è, un’immagine – e completa- della realtà.” (Q.159). Le indicazion el Tractatus, insomma, non valgono ad individuare entità fisiche ultime (sul model lo degli atomi della tradizione democritea) ed è quindi inutile cercare nella real tà fisica un corrispettivo dei “semplici logici”. Da alcune affermazioni di Wittgenste in risulta poi evidente che tutta la questione può essere trattata senza essere co stretti a determinare preliminarmente se la realtà fisica sia o non sia infinitame nte scomponibile in parti: “Anche se il mondo è infinitamente complesso” recita la pro posizione 4.211 del Tractatus, “così che ogni fatto consta d’infiniti stati di cose ed ogni stato di cose è composto d’infiniti oggetti, anche allora vi devono essere ogg etti e stati di cose”. Paolo Zellini, nel libro Breve storia dell’infinito, inserisc e queste tesi del Tractatus nel quadro della classica contrapposizione tra princ ipio dell’infinito e principio del limite. Già Aristotele (Phys. III, 204 a 21) avev a negato che potesse esistere un oggetto infinito in atto perché tutto quel che es iste è definito dal principio limitante della forma: ogni entità corporea deve dunqu e essere intesa come “una forma compiuta, un tutto irripetibile eretto dal princip io formale, limitante, sul substrato dell’infinita potenzialità, racchiusa negli inf initesimi che lo compongono” (Zellini, 17). Secondo questa linea di pensiero, si p uò comprendere e definire soltanto ciò che è limitato: la radice del termine “definire” è ap punto finis, cioè “confine”, “limite”, mentre non v’è logos riguardo all’infinito (in greco à n, letteralmente: ciò che è privo di limite). La stessa esistenza delle cose sembra inconcepibile se prescindiamo dal principio del limite: “Dopo tutto” scrive Musil ne L’uomo senza qualità, “un oggetto esiste solo mercé i suoi limiti”. Il pitagorico Filolao , in questo senso, affermava che per concepire la realtà è necessario postulare un p rincipio formale limitante perché “soltanto cose illimitate non potrebbero esistere” ( fr. 2). Dal punto di vista gnoseologico, osserva Zellini, “l’attualità e il limite for nirono in ogni tempo il presupposto irrinunciabile di ogni teoria della conoscen za, la stessa essenza discriminante del pensiero, l’irrinunciabile criterio di ogn i ordinamento concettuale e attività d’astrazione (...). Gli “oggetti semplici” di Wittg enstein rispondono anch’essi alla esigenza della priorità dell’attuale: essi sono dell e entità primarie non scomponibili se non al prezzo di una “insensata” frantumazione d el “senso” della proposizione in cui compaiono” (Zellini, 48, 52).

Scheda 3: L’esempio della scacchiera. “In un indovinello sulla scacchiera, qual è l’unica parola proibita?” J.L.Borges, Finzio ni Anthony J. P. Kenny, uno studioso di Wittgenstein, ha illustrato le prime pro posizioni del Tractatus (quelle che si occupano della struttura della realtà) serv endosi di un’efficace metafora: il gioco degli scacchi. Molte delle tesi fin qui c onsiderate possono essere esemplificate in modo chiaro se immaginiamo che il mon do sia rappresentato dai pezzi degli scacchi e dai quadrati della scacchiera. Un oggetto sarà rappresentato da un singolo pezzo (pedone, torre, alfiere, etc.); da to che Wittgenstein ritiene che gli oggetti costituiscano la sostanza inalterabi le del mondo, sarà necessario modificare le regole del gioco in modo che non sia p ossibile “mangiare”, ovvero eliminare pezzi dal nostro mondo (la scacchiera). Uno st ato di cose corrisponderà ad una determinata posizione dei pezzi sui quadrati bian chi e neri della scacchiera (ad es., il re si trova in a4). Un fatto, ovvero il sussistere di stati di cose, consisterà nella congiunzione di differenti combinazi oni di pezzi (ad es., il re si trova in a4 e l’alfiere si trova in d5). La realtà o mondo, ovvero tutto ciò che accade, corrisponderà alla posizione della totalità dei pe zzi sulla scacchiera in un dato momento. Partendo di qui, consideriamo le principali tesi del Tractatus. “Il mondo sarà la to talità dei fatti, non delle cose (non soltanto la scacchiera più i pezzi, bensì la pos izione di questi su quella). Lo spazio logico sarà l’insieme delle possibilità ammesse dalle regole degli scacchi, cioé quello che potremmo chiamare lo spazio scacchist ico (1.13). Caratteristica essenziale dei pezzi è che possano occupare posizioni s ulla scacchiera, e dei quadrati che siano delle possibili posizioni per i pezzi. Solo in questo consiste la loro essenza [2.011, 2.013]. Nelle regole non c’è niente di accidentale: se un pezzo può occorrere in uno stato di cose (per esempio, se u n alfiere può occupare una casella nera) è perché questo è già contenuto nelle regole per il suo uso (2.012). Le regole per la disposizione dei pezzi costituiscono la lor o forma logica; i pezzi possono differire per la forma logica (come un cavallo d a una torre) o per il semplice fatto di essere numericamente diversi (come due p edoni fra loro). Le proprietà interne dei pezzi (ad esempio, che l’alfiere possa muo versi in diagonale) possono essere confrontate con quelle esterne (ad esempio, c on il fatto che un certo alfiere sia ora in h4). Separato dalla scacchiera e dag li altri pezzi un re è inconcepibile: non si possono pensare i pezzi degli scacchi separatamente dalle regole e dal gioco (2.0121). I pezzi, inoltre, sono oggetti semplici [2.02]; ovviamente, quelli con cui effettivamente si gioca sono fatti di legno o di avorio e hanno forme e parti, ma per quanto stabiliscono le regole la loro composizione è del tutto trascurabile, e degli atomi solidi andrebbero ug ualmente bene” (Kenny, 95). L’analogia con il gioco degli scacchi può essere utilizzat a anche per comprendere un tema di fondamentale importanza nella teoria del Trac tatus: l’impossibilità di immaginare un punto esterno al mondo ed al linguaggio. Nel la Prefazione, Wittgenstein ha rifiutato l’idea di un luogo “esterno” al pensiero e, d i conseguenza, ha impostato la ricerca dei limiti del linguaggio procedendo “dall’in terno” di esso. Il Tractatus definisce insensata la pretesa di esprimere ciò che si trova oltre il linguaggio, il pensiero ed il mondo (linguaggio, pensiero e mondo si identificano nel senso che ciò che pensiamo coincide con quanto è esprimibile da l linguaggio, e ciò che viene espresso dal linguaggio sono i fatti, ovvero il mond o). La 1.11 ha del resto già suggerito l’idea che non esistono fatti che trascendono il mondo. Queste affermazioni risultano più chiare se proviamo ad assumere il pun to di vista dei pezzi che si trovano sulla scacchiera. Per un pedone, il mondo c oincide con la scacchiera e non v’è modo di fare esperienza di ciò che trascende le ca selle bianche e nere (con i relativi pezzi che le occupano). Parlare di quanto s i trova oltre il mondo sarebbe un puro nonsenso perché l’orizzonte dei pezzi è solo e semplicemente la scacchiera. Considerando l’esempio proposto da Kenny siamo portat i naturalmente ad immaginare la scacchiera inserita in un contesto (essa poggia su un tavolo, il tavolo si trova al centro di una stanza, etc.). Siamo pertanto soggetti a fraintendere le possibilità conoscitive del nostro pedone perché il nostr o punto di vista ci consente di considerare, a un tempo, quel che si trova sulla

scacchiera e quel che è esterno ad essa (l’ambito spaziale che la circonda). Condizi onati dalla nostra percezione del contesto, potremmo chiedere ad un pezzo di pro seguire il suo movimento oltre l’ultima casella della scacchiera fino a cadere sul pavimento: in tal modo non avremmo forse provato che è possibile esperire ciò che è e sterno al mondo-scacchiera? Ma questo modo di procedere non corrisponde alle rea li possibilità di un pezzo situato sulla scacchiera. Se ci sforziamo (con un po’ di immaginazione) di collocarci a nostra volta su una delle caselle prendendo il po sto del pedone citato, ci accorgeremo che la nostra prospettiva muterà considerevo lmente. Nel nostro nuovo mondo esisteremo soltanto noi, gli altri 31 pezzi e le 64 caselle bianche nere. Ogni pezzo si muove in un certo modo: l’alfiere in diagon ale, la torre in verticale o in orizzontale, e via di seguito. Le regole che det erminano il movimento dei pezzi sono le uniche regole esistenti in quel mondo e la posizione dei pezzi in qualsiasi momento avviene conformemente alle regole de l gioco. Immaginiamo adesso che ci venga impartito l’ordine che avevamo in mente d i rivolgere ad un pezzo quando ci trovavamo fuori del mondo-scacchiera (prosegui re oltre l’ultima casella fino a cadere sul pavimento). Evidentemente, tale ordine non potrebbe essere compreso da noi né da alcun altro pezzo. “Pavimento”, infatti, no n significa nulla perché con tale parola non si descrive alcun elemento del mondos cacchiera; e l’intero enunciato è un perfetto nonsenso perché il movimento in question e non corrisponde ad alcuna regola ammessa dal gioco degli scacchi. L’espressione da noi usata per tentare di guidare l’esperienza del pedone in direzione di ciò che trascende il suo mondo era dunque formata in modo scorretto. Se smettiamo di con siderare il problema dall’esterno, ci renderemo facilmente conto del fatto che ciò c he viola le regole logiche è inesprimibile ed impensabile (è questo uno degli insegn amenti fondamentali del Tractatus). “Al di là della scacchiera” è, dal punto di vista di chi appartiene al mondo-scacchiera, un’espressione vuota, un gioco di parole inco mprensibile (in generale, ci si può chiedere cosa si trovi al di là di un oggetto co llocato nel mondo, ma non cosa si trovi al di là del mondo). Uno degli obiettivi d el Tractatus consiste proprio nel mostrare che è impossibile raggiungere un punto di vista che autorizzi la visione del mondo “dall’esterno”. Tale tentativo, secondo Wi ttgenstein, caratterizza intimamente tutta la tradizione filosofica: l’essenza del la metafisica consiste appunto nel proiettare il soggetto conoscitivo oltre la s fera dell’esperienza fino a considerare il mondo come un “tutto” (6.45). E’ da questa er rata prospettiva che sorgono, secondo Wittgenstein, tutti gli pseudo-problemi ti pici della tradizione filosofica (ad esempio potrebbe sorgere il problema dell’art efice di questa totalità, ovvero il problema di un Dio creatore). Di qui la condan na espressa da Wittgenstein nei confronti delle teorie metafisiche, considerate come insiemi di enunciati privi di senso (ovvero, insiemi di proposizioni simili all’ordine che poco fa tentammo di impartire al pedone). Tutte le volte che usiam o la parola “mondo”, a ben vedere, rischiamo di scivolare inconsapevolmente in una p osizione di tipo metafisico. Per rendercene conto, proviamo a rispondere al ques ito che il lettore ha trovato in epigrafe alla presente scheda. Stephen Albert, il protagonista del racconto di J. L. Borges intitolato Il giardino dei sentieri che si biforcano, pone il seguente quesito: “In un indovinello sulla scacchiera, qual è l’unica parola proibita?”. L’interlocutore di Albert risponde immediatamente che la parola proibita è “scacchiera”, ed Albert acconsente. Questa risposta può forse appar ire banale, ma contiene un’indicazione importante. Un indovinello sulla scacchiera (ovvero un problema scacchistico del genere di quelli che si trovano sulle rivi ste di enigmistica) ha per oggetto una certa configurazione di pezzi sulla scacc hiera. E’ facile notare che in nessun caso, in problemi di questo tipo, si fa menz ione della scacchiera o delle regole del gioco: questi sono semmai i presupposti dell’indovinello (se non vi fossero la scacchiera e le regole non sarebbe nemmeno concepibile un problema scacchistico). Ma perché dovremmo considerare ‘scacchiera’ un a parola proibita? Si potrebbe ad esempio dire: “Il gioco degli scacchi presuppone una scacchiera, dei pezzi chiamati ‘pedoni’, ‘torri’, etc.”. Per quale motivo dovremmo co nsiderare scorretto un enunciato di questo tipo? La ragione è che menzionando la s cacchiera noi ci troviamo a parlare del gioco degli scacchi e quindi ci stiamo e sprimendo da un punto di vista “metascacchistico”: ovvero noi non ci troviamo più all’in terno del gioco, ma ci poniamo esternamente ad esso. Dall’interno del gioco, che v i siano una scacchiera e dei pezzi non è un evento problematizzabile: gli unici ev

enti descrivibili sono i singoli fatti che si svolgono nel mondo-scacchiera, e d unque la successione delle mosse è tutto ciò di cui si può parlare (non si parla dunqu e della scacchiera né si dice che essa esiste, o che è fatta in un certo modo, o che il gioco si svolge secondo certe regole, etc.). Come si diceva in precedenza, p er ogni elemento appartenente al mondo-scacchiera vale questa condizione restrit tiva: “Non si può assumere un punto di vista esterno alla scacchiera”. Il punto di vis ta metascacchistico (che ammette la possibilità di parlare della scacchiera e dell e regole del gioco) è quindi irraggiungibile dai pezzi. Il termine “scacchiera” divent a a questo punto una parola sempre proibita (dato che non indica alcun oggetto) e non potrà mai occorrere in enunciati dotati di senso. La stessa considerazione v ale per l’insieme delle regole che governano il gioco: per enunciarle, infatti, do bbiamo presupporre la possibilità di parlare di qualcosa che nulla ha a che fare c on le posizioni assunte dai pezzi, ovvero di qualcosa che non costituisce un fat to situabile all’interno del mondoscacchiera. Il compito che Wittgenstein si assum e nel Tractatus è precisamente quello di riportare il nostro punto di vista all’inte rno del mondo in modo da evitare pericolose tendenze a sconfinare oltre esso. La teoria raffigurativa del linguaggio, come vedremo, ci obbliga a parlare esclusi vamente dei fatti che accadono nel mondo sbarrando la strada ad ogni tentativo d i formulare asserzioni sul mondo come un “tutto” e sulla logica che lo governa. Per comprendere appieno il senso di questa operazione sarà però necessario progredire ul teriormente in quella “delimitazione dall’interno” cui Wittgenstein faceva cenno nella Prefazione.

Note al Tractatus IMMAGINE E RAFFIGURAZIONE. (2.1 – 2.17) 2.1. Definita la struttura del mondo, l’indagine si sposta adesso sulle modalità della sua rappresentazione da parte del soggetto. Wittgenstein assume co me punto di partenza il fatto che noi raffiguriamo gli eventi per mezzo di immag ini. Successivamente, passa a chiarire in che modo “funziona” un’immagine, ovvero qual i rapporti sussistono tra una raffigurazione e l’evento da essa rappresentato. Dat o che per Wittgenstein le proposizioni sono nient’altro che raffigurazioni di fatt i, le analisi riguardanti la natura delle immagini preparano i successivi approf ondimenti sulla natura della proposizione. Comprendere l’essenza dell’immagine e del rapporto raffigurativo significa compiere un passo decisivo per chiarire le mod alità di funzionamento del nostro linguaggio. 2.11. Un’immagine raffigura sempre una situazione possibile (lo spazio logico “contiene” infatti tutte le possibilità). Vi s ono dunque immagini raffiguranti fatti positivi (il sussistere di stati di cose) e altre raffiguranti fatti negativi (il non sussistere di stati di cose). In al tri termini, posso costruire immagini sia di ciò che esiste sia di ciò che non esist e nel mondo empirico: ad esempio, posso raffigurare una combinazione di pezzi ch e di fatto non si realizza sulla scacchiera. L’immagine non deve dunque essere int esa come una semplice “copia visiva” di quanto esiste, ma come un modello (2.12) che deve essere messo a confronto con la realtà. 2.12. Cfr. 4.01: “La proposizione è un’imm agine della realtà. La proposizione è un modello della realtà quale noi la pensiamo”. La nozione di “modello” è derivata dalla fisica. Un modello non è una semplice copia di qu anto viene rappresentato, ma consiste in una costruzione (operata dal soggetto s econdo regole logiche) il cui scopo è la spiegazione di una certa classe di fenome ni e la cui validità dipende sempre dal confronto con la realtà (un modello può dunque rivelarsi inadeguato, così come un’immagine può risultare falsa una volta accertato c he le cose non stanno così come essa le raffigura). Quando si studia un fenomeno f isico per mezzo di un modello si isolano alcune caratteristiche essenziali del f enomeno in modo da ottenere una rappresentazione “semplificata” di esso (tra il mode llo e ciò che esso raffigura sussiste pertanto solo una somiglianza di struttura, e non una corrispondenza assoluta). Tali osservazioni valgono anche per l’immagine quale è intesa da Wittgenstein. Un’immagine ha in comune con il raffigurato solo qu ella conformità strutturale che nella 2.18 è definita “forma logica”. Sulla nozione di “mo dello”, v. nota alla 4.01 e Scheda 4. 2.13, 2.131. La raffigurazione è fondata e res a possibile dalla corrispondenza tra gli elementi dell’immagine e quelli del fatto raffigurato in essa. In uno spartito musicale deve sussistere una relazione tra i segni sul pentagramma ed i suoni, altrimenti non vi sarebbe alcun nesso tra s partito e melodia. In generale, qualsiasi linguaggio segnico è caratterizzato da u na corrispondenza di “uno ad uno” tra elementi simbolici ed elementi della realtà. 2.1 4. Ad ogni elemento dell’immagine deve corrispondere un elemento del fatto raffigu rato (2.13), ma ciò non è sufficiente a realizzare il rapporto raffigurativo: infatt i una raffigurazione è riuscita solo se il nesso che lega gli elementi dell’immagine corrisponde al nesso che lega gli elementi del fatto cui l’immagine si riferisce. Per raffigurare su uno spartito la Quinta sinfonia di Beethoven non basta che v i sia una corrispondenza tra il numero delle note ed il numero dei segni sul pen tagramma: bisogna soprattutto che sia rispettato l’ordine di successione tra i suo ni (cioé la struttura, la forma della melodia). Un’immagine è sempre caratterizzata da l fatto di possedere una forma. In questo senso, essa non è un semplice miscuglio di elementi (cfr. 2.03, 2.031, 3.14, 3.141). 2.141. Ogni immagine, riproducendo nella propria struttura la complessità del fatto rappresentato, è essa stessa un fat to. Cfr. 3.14 e relativa nota. 2.15. Cfr. 2.032 e 2.033. La struttura dell’immagin e consiste nella connessione esistente tra i suoi elementi. Tale connessione mos tra come stanno le cose nella realtà (cioé quale relazione sussista tra gli elementi del fatto raffigurato). Ogni immagine deve dunque essere articolata, cioé deve po ssedere la medesima “molteplicità logica” della situazione che rappresenta (cfr. 4.032 , 4.04). Perché ciò si realizzi bisogna che immagine e fatto abbiano qualcosa in com une (2.16): immagine e fatto devono essere isomorfi, cioé devono condividere una s tessa forma. Ad esempio, in un ritratto noi constatiamo che gli elementi dell’imma gine sono disposti in modo conforme alle relazioni sussistenti tra le diverse pa rti del volto raffigurato: immagine e raffigurato devono dunque possedere

qualcosa di comune. Se immagine e fatto fossero del tutto eterogenei, ovviamente , non vi sarebbe relazione raffigurativa; tuttavia immagine e fatto sono due ent ità “materialmente” distinte, e quindi l’elemento comune deve avere una natura puramente formale. Wittgenstein chiama forma di raffigurazione l’elemento comune a immagine e realtà dal quale dipende la possibilità del loro reciproco corrispondersi (cfr. 2 .151). Solo se sussiste la forma di raffigurazione è possibile una somiglianza di struttura tra immagine e fatto: la forma di raffigurazione può essere pertanto def inita “la possibilità della struttura”. 2.1515. La coordinazione tra gli elementi dell’i mmagine e gli elementi del fatto è paragonata da Wittgenstein al rapporto sussiste nte tra una figura geometrica e la sua proiezione. Così come, in una proiezione or togonale, si ottiene un’immagine conforme di una data figura proiettando su un pia no le sue perpendicolari, così ogni immagine può intendersi come il risultato di un collegamento “uno a uno” dei suoi elementi costitutivi con quelli del fatto raffigur ato. Immagine e fatto sono idealmente collegati per mezzo di linee di proiezione (le “antenne”). Cfr. 3.1. 2.161. L’immagine e ciò che da essa viene raffigurato devono ovviamente avere qualcosa in comune, altrimenti non sussisterebbe nemmeno la rel azione raffigurativa. Quel che è “identico” è la forma di raffigurazione. Se vogliamo ra ppresentare su una tela un determinato soggetto (ad es., una tavola su cui si tr ovano piatti e bicchieri), dovremo fare in modo che tra le immagini dipinte suss istano le medesime relazioni sussistenti tra gli oggetti reali (se i bicchieri s ono a destra dei piatti, ciò dovrà valere anche per le immagini dipinte sulla tela, etc.). La relazione di raffigurazione consiste appunto nella coordinazione degli elementi dell’immagine e gli elementi del fatto (2.1514). Ma questa coordinazione è concepibile solo se immagine e realtà sono omogenee dal punto di vista formale. 2 .17. Dato che un’immagine può raffigurare sia situazioni esistenti che situazioni no n esistenti (2.11), essa può risultare vera o falsa una volta confrontata con la r ealtà. Se ad esempio raffiguro in un’immagine un gatto su un tappeto e poi mi accert o del fatto che il gatto non si trova sul tappeto, la raffigurazione in question e risulterà scorretta. Tuttavia, anche tale immagine (così come le immagini vere) de ve essere dotata della forma di raffigurazione: se così non fosse, l’immagine non es primerebbe un senso e quindi non saprei neppure come impostare un confronto tra essa e la realtà (non avrei dunque modo di riconoscerla come falsa). Ne consegue c he ogni immagine, sia essa corretta o scorretta, deve essere dotata della forma di raffigurazione. LA FORMA DI RAFFIGURAZIONE NON E’ RAFFIGURABILE (2.171 – 2.174) 2.171. Cfr. 2.16, 2.161 (tra immagine e fatto deve esservi un elem ento comune) e 2.17 (ciò che l’immagine ha in comune con la realtà è la forma di raffigu razione). Il rapporto di raffigurazione presuppone necessariamente l’identità di for ma tra immagine e raffigurato. Un’immagine spaziale, ad esempio l’immagine dipinta r affigurante un libro su un tavolo, condivide con la situazione raffigurata la fo rma spaziale (“traduce” per mezzo di una relazione spaziale tra i propri elementi la relazione spaziale tra gli oggetti). Due macchie di colore su un foglio potrann o invece raffigurare una relazione cromatica utilizzando un mezzo espressivo del tutto diverso. In ogni caso, immagine e raffigurato sono caratterizzate da un’ide ntica forma. 2.172. La condizione restrittiva fissata da Wittgenstein in questa proposizione costituisce uno dei capisaldi del Tractatus. Cfr. 4.12: “La proposizi one può rappresentare la realtà tutta ma non può rappresentare ciò che, con la realtà, ess a deve avere comune per poterla rappresentare – la forma logica”. Secondo Wittgenste in, le condizioni formali che rendono possibile la conoscenza (cioé la rappresenta zione del mondo per mezzo del linguaggio) non sono a loro volta rappresentabili nel linguaggio, se non si vuole cadere in un evidente circolo vizioso. In questo senso, la teoria del Tractatus dichiara inconoscibile (irrapresentabile) l’ambito a-priori che invece era oggetto della Critica della ragion pura kantiana. La co ndizione che rende un’immagine significativa, ovvero la forma di raffigurazione, è s emplicemente esibita dall’immagine (l’immagine mostra di possedere tale forma per il semplice fatto che è capace di raffigurare una situazione); ma nessuna immagine p uò raffigurare le condizioni che le permettono di essere significativa. La forma d i raffigurazione, quindi, non è un elemento dell’immagine. Analogamente, sulla super ficie di uno specchio troviamo immagini di oggetti ma in nessun caso sono compre

se in quelle immagini le condizioni della sedere la capacità di riflettere immagini iò che può essere mostrato non può essere ti che essa raffigura (in questo senso si

riflessione (lo specchio mostra di pos semplicemente esibendole). Cfr. 4.1212: “C detto”. 2.173. L’immagine è un’entità distinta dai può dire che l’immagine

rappresenta il suo oggetto “dal di fuori”). Se non vi fosse questa ‘distanza’ tra immagi ne e raffigurato (se cioé immagine e fatto fossero coincidenti) non sarebbe neppur e concepibile l’esistenza di immagini false. La verità e falsità dell’immagine si stabil isce per mezzo di un confronto con la realtà (2.223), e ciò presuppone appunto che i mmagine e realtà raffigurata siano distinte. 2.174. Dall’esteriorità reciproca di imma gine e raffigurato (2.173) segue che la forma di raffigurazione non è raffigurabil e a sua volta. La relazione raffigurativa è possibile solo se interviene la forma di raffigurazione quale elemento mediatore tra immagine e raffigurato. Ciò signifi ca che per raffigurare la forma di raffigurazione avremmo bisogno di un ulterior e elemento mediatore distinto dalla forma di raffigurazione comune ad immagine e realtà. Da ciò segue immediatamente che nessuna immagine della realtà può raffigurare l a propria forma di raffigurazione: per fare ciò, infatti, dovrebbe essere concesso all’immagine di assumere un punto di vista esterno a se stessa (il che, naturalme nte, è quanto nessuna immagine è in grado di fare).

LA FORMA LOGICA (2.18 – 2.225) 2.18. Ogni immagine, per poter rappresentare la realtà, deve aver com une con essa una forma (2.171). Ma prima di essere un’immagine spaziale, o cromati ca o temporale, etc., ogni immagine è un’immagine logica (2.182), ovvero deve essere strutturata in modo conforme alle leggi logiche (un’immagine illogica non potrebb e esistere, cfr. 3.03). La forma logica è ciò che ogni immagine deve condividere con la realtà (di qui la presa di posizione di natura ontologica: la forma logica è “la f orma della realtà”). Ogni immagine ha la proprietà di comunicare un contenuto rapprese ntativo in forza della strutturazione operata a priori dalla forma logica. La fo rma logica è quindi l’elemento a priori che conferisce all’immagine in generale la fac oltà di rappresentare il reale. Wittgenstein non può illustrare in modo compiuto l’ess enza della forma logica perchè essa non è raffigurabile (4.12; cfr. 2.172, 2.174). L e condizioni della raffigurazione rimangono infatti ai limiti del processo conos citivo e non possono essere comprese in esso. Parlare della forma logica è dunque impossibile: essa si mostra, ma non può esser detta . 2.182. La raffigurazione di una certa tonalità di blu non è un’immagine di tipo spaziale (dunque, vi sono immagini che non possiedono una forma di raffigurazione spaziale). Tuttavia nessun tipo di immagine può “fare a meno” della forma logica perché ogni immagine presenta determina te relazioni (cromatiche, spaziali, etc.) e la forma logica è la condizione della raffigurazione di quelle relazioni in senso più generale ed astratto. In altri ter mini, tutte le relazioni possibili si riducono nella loro essenza a relazioni di tipo logico. Ogni immagine è perciò un’immagine logica. 2.201. L’immagine raffigura sem pre situazioni possibili. In modo analogo, la proposizione (la quale è un’immagine, cioé una raffigurazione logica, della realtà) raffigura la possibilità del sussistere e non sussistere di stati di cose (4.2). Se un’immagine non raffigurasse delle sem plici possibilità non riusciremmo a giustificare l’esistenza di immagini false (cui non corrisponde alcuno stato di cose nella realtà empirica). Una raffigurazione lo gica è dotata di un senso compiuto indipendentemente dalla propria verità o falsità, o vvero indipendentemente dal fatto che la situazione da essa rappresentata sia es istente o meno. Cfr. 212: l’immagine è un “modello della realtà”. 2.202. Cfr. 2.11: “L’immagi e presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose”. Ad ogni situazione possibile raffigurata dalle immagini corrispond ono idealmente “luoghi” dello spazio logico. Lo spazio logico è l’insieme di tutte le po ssibilità determinate a priori dalla logica. In quanto dotata di forma logica, ogn i immagine fissa un punto in quel reticolo di possibilità che è lo spazio logico. Cf r. 3.4. 2.203. Si noti il ricorrere del termine “possibilità” nelle 2.201, 2.202, 2.20 3. L’immagine raffigura realtà possibili, e non realtà attuali. In questo modo si rend e ragione dell’esistenza di immagini false (dotate di un senso compiuto, e perciò co mprensibili, anche se l’evento raffigurato non sussiste). 2.22. Cfr. 2.17: la form a di raffigurazione è ciò che ogni immagine deve possedere per poter raffigurare, co rrettamente o falsamente, la realtà. Ne segue che la presenza di tale elemento for male basta a garantire la capacità dell’immagine di stabilire un rapporto proiettivo con la realtà, indipendentemente dalla verità o falsità dell’immagine stessa.

2.221. Il senso dell’immagine è il suo contenuto rappresentativo, cioé nient’altro che l a situazione (possibile) che essa raffigura. Comprendendo il senso di un’immagine noi sappiamo cosa deve sussistere nella realtà nel caso che l’immagine sia vera e co sa non deve sussistere nella realtà nel caso l’immagine sia falsa. Il senso di un’imma gine (e di una proposizione) corrisponde dunque alla possibilità del sussistere e non sussistere di stati di cose (cfr. 4.2). Affermando che “l’immagine rappresenta i l proprio senso”, Wittgenstein intende dire che essa lo esibisce, lo mostra. Allo stesso modo, “La proposizione mostra il suo senso” (4.022). 2.222. La verità o falsità d i un’immagine può esser stabilita solo accertando se ciò che essa rappresenta (ovvero il suo senso, 2.221) si accorda o meno con la realtà empirica. Mentre il senso di un’immagine è stabilito a priori, la sua verità o falsità è una questione di esperienza; p er questo le tre proposizioni successive alla 2.221 affermano che la semplice an alisi dell’immagine non contiene nulla che consenta di stabilire se essa sia vera o falsa (per usare una terminologia kantiana, accertare se un fatto sussiste o m eno è una questione sintetica e non analitica). 2.223. Cfr. 4.05. Non possiamo sap ere se un’immagine è vera o falsa se non dopo il confronto con la realtà. Scrive B. Ru ssell: “Per ciascun fatto ci sono due proposizioni, una vera e una falsa, e non c’è nu lla della natura del simbolo che ci possa mostrare quale sia quella vera e quale quella falsa. Se ci fosse, si potrebbe accertare la verità sul mondo limitandosi ad esaminare le proposizioni, senza bisogno di guardarsi intorno” (vedi la citazio ne completa in scheda 5). 2.225. La 3.04 specifica come è da intendersi un’immagine (pensiero) vera a priori: “Un pensiero corretto a priori sarebbe quello, la cui po ssibilità ne condizionasse la verità.” L’argomento ontologico di S. Anselmo esemplifica perfettamente quel che Wittgenstein intende per pensiero corretto “a priori”. Questa condizione non è però realizzabile (e l’argomento di S. Anselmo fallisce dunque il su o scopo) dato che il valore di verità di un’immagine può stabilirsi solo per mezzo del confronto con la realtà effettiva.

Scheda 4: L’immagine. “Io ho ereditato questo concetto di immagine da due lati: in primo luogo dall’immagi ne come disegno e in secondo luogo dall’immagine del matematico, che è già un concetto più generale. Infatti il matematico parla di raffigurazione anche nei casi in cui il pittore non userebbe questa espressione” Ludwig Wittgenstein Le osservazioni riguardanti la nozione di “immagine” sono di fondamentale importanza nell’economia del Tractatus perché gettano le basi per la comprensione della natura del linguaggio nel suo rapporto di proiezione con la realtà. “Noi ci facciamo immag ini dei fatti” dice Wittgenstein nella 2.1. Più avanti, egli preciserà che immagini de i fatti sono i pensieri e le proposizioni. L’immagine è un modello della realtà (2.12) , ovvero ha la proprietà di rappresentare un fatto riproducendo nella propria stru ttura il nesso che lega gli oggetti nello stato di cose da essa raffigurato (2.1 4, 2.15). In una fotografia, ad esempio, constatiamo che la disposizione degli e lementi nell’immagine corrisponde al nesso che sussiste di fatto tra gli oggetti p osti davanti all’obiettivo della macchina fotografica: tale corripondenza struttur ale è l’essenza del rapporto di raffigurazione. In generale, ogni immagine rimanda a ciò che raffigura in virtù della relazione di isomorfismo sussistente tra essa e la situazione reale. L’immagine: rappresenta lo stato di cose corrispondente perchè condivide con esso una forma (2 .16, 2.161, 2.17, 2.171). Dalla forma di raffigurazione dipende la possibilità di connettere gli elementi dell’immagine in modo da rispecchiare la struttura del fat to (ovvero, nel nostro esempio, la disposizione dei pezzi reali sulla scacchiera ). L’identità di forma tra immagine e realtà è il presupposto irrinunciabile del rapport o di raffigurazione. Ma per raffigurare la situazione del nostro esempio ci potr emmo servire anche di un’immagine non spaziale. “Db1 ; Tc2” (leggi: Donna nella casell a b1 e Torre nella casella c2) è un enunciato che illustra in modo equivalente lo stato di cose descritto sopra. Questa particolare forma di notazione è solitamente usata dagli scacchisti per descrivere la sucessione delle mosse in una partita. Ad esempio: Frese – Schroeder (Marburg, 1951) 1. d4 d5 2. c4 d:c4 3. Cc3 e5 4. d5 Ad6 5. e4 f5 6. A:c4 Cf6 7. Ad3 f:e4 8. C:e4 0-0 9. Ag5 C:e4 10. A:d8 Ab4+ 11. Re2 T:f2+ 12. Re3 Ac5+ 13. R:e4 Af5+ 14. R:e5 Cd7(matto). è la descrizione della p artita (svoltasi a Marburgo nel 1951) tra i giocatori Frese e Schroeder e conclu sasi alla 14^ mossa con la vittoria del Nero. Per quanto ciò possa non risultare i ntuitivo al pari del primo esempio, anche la serie di simboli che abbiamo appena citato è un’immagine. Scrive Wittgenstein: “A prima vista la proposizione – quale, ad e sempio, è stampata sulla carta - non sembra sia una immagine della realtà della qual e tratta. Ma neppure la notazione musicale, a prima vista, sembra essere un’immagi ne della musica, né la nostra grafia fonetica (l’alfabeto) sembra un’immagine dei fone mi del nostro linguaggio” (4.011). Una volta accettate alcune convenzioni (d4 sign ifica la mossa iniziale di un pedone bianco che muove in avanti di due caselle, il segno “:” significa “mangiare un pezzo”, etc.), chiunque è perfettamente in grado di ri costruire lo svolgimento della partita: la sequenza dei simboli è dunque da intend ersi a pieno titolo come una immagine del fatto e l’esistenza del rapporto di raff igurazione presuppone che sussista anche in questo caso una relazione di isomorf ismo tra enunciato e realtà. I due diversi modi di rappresentare una configurazion e di pezzi sulla scacchiera (immagini spaziali o simboli scacchistici) “funzionano” altrettanto efficacemente perché viene in ogni caso stabilita una relazione proiet tiva tra elementi dell’immagine ed elementi della realtà. Se il medesimo evento (una partita di scacchi) può essere raffigurato secondo due diverse forme di raffigura zione (spaziale e non spaziale) si pone il seguente problema: che cosa consente ad entrambi i tipi di immagine di essere raffigurazioni della realtà? Wittgenstein risponde che ogni immagine, sia essa spaziale, temporale, cromatica, etc., deve avere in comune con la realtà la forma logica (2.18). Ogni immagine possiede un s uo modo particolare di riferirsi a ciò che raffigura; tuttavia, ogni immagine è anch e un’immagine logica (2.182). La forma logica è dunque

l’elemento mediatore principale, il vero a priori che determina la capacità dell’immag ine (a prescindere dalla sua particolare forma di raffigurazione) di riferirsi a i fatti del mondo. Nulla può essere pensato e raffigurato prescindendo dalle leggi logiche (cfr. 3.03). Dato che senza l’intervento della forma logica il mondo non sarebbe neppure pensabile, Wittgenstein può definire la forma logica come “la forma della realtà” (2.18). La caratteristica peculiare di ogni immagine è che essa viene co mpresa senza bisogno di spiegazioni di alcun tipo: l’immagine presenta una situazi one direttamente, ovvero in modo autosufficiente (suonerebbe molto strano se, da vanti alla raffigurazione di un’albero, io avessi bisogno, per comprendere il sens o dell’immagine, che qualcuno mi dicesse “Questo è un albero”: ciò si vede dall’immagine ste ssa). E’ vero che bisogna stabilire alcune convenzioni per far sì che l’immagine sia c ompresa da tutti: ma una volta accettato che una certa figura bidimensionale den ota un pezzo “reale” (tridimensionale), o che il simbolo “T” significa “torre”, ogni immagin e “parla da sé” senza bisogno di ulteriori interventi esplicativi. Trasferendo tale os servazione al linguaggio ricaviamo che le proposizioni, in quanto immagini, illu strano la realtà senza bisogno di ulteriori mediazioni: “La proposizione è un’ immagine della realtà: Infatti io conosco la situazione da essa rappresentata se comprendo la proposizione. E la proposizione la comprendo senza che me ne si sia spiegato il senso”(4.021). Se per comprendere una proposizione-immagine fosse richiesta una spiegazione aggiuntiva (e dunque fosse richesto l’intervento esplicativo di un’ulte riore proposizione-immagine) vorrebbe dire che le mie proposizioni non sono dota te di un senso autonomo: ma allora si aprirebbe un infinito processo di fondazio ne del senso, giacché anche le proposizioni chiamate in causa per chiarire il sens o del primo enunciato avrebbero a loro volta bisogno di altre proposizioni espli cative. Se da una parte nessuna immagine può esprimersi intorno al senso di un’altra , è anche vero che nessuna immagine può esprimersi intorno al proprio senso, dicendo ad esempio di se stessa che sta raffigurando un albero o una torre. Per far ciò, l’immagine dovrebbe infatti esprimersi sulla relazione raffigurativa che intrattie ne con la situazione raffigurata, ovvero dovrebbe poter raffigurare la propria f orma logica. Non sussiste però alcuna possibilità che le immagini possano riuscire i n questo compito. Ciò che l’immagine può raffigurare è soltanto una determinata situazio ne, ed essa può far questo in virtù dell’intervento a priori della forma logica. Ma la forma logica determina soltanto la capacità dell’immagine di raffigurare “alberi” e “pedo ni”, cioé fatti del mondo, mentre essa stessa non è un fatto bensì la condizione della r apresentabilità dei fatti. Nessuna immagine può perciò parlare del modo in cui rappres enta l’evento raffigurato perché dovrebbe cessare di essere immagine dell’evento in qu estione e diventare raffigurazione di se medesima, cioé dovrebbe trascendere se st essa ‘uscendo’ dalla propria forma di raffigurazione (2.174). Avendo definito le imm agini come raffigurazioni dei fatti, si pone adesso il problema di giustificare l’esistenza delle immagini false. Se una proposizione è falsa, lo stato di cose che essa descrive non sussiste affatto e sembra perciò illegittimo considerare l’enuncia to in questione come un’immagine. Asserire che una proposizione falsa è un’immagine no n equivarrebbe forse a sostenere che su uno specchio si possono formare immagini riflesse di cose che non vi sono? Per rispondere, immaginiamo che la raffiguraz ione della scacchiera che abbiamo presentato sopra sia falsa, ovvero che sulla s cacchiera reale la Donna e la Torre non si trovino in b1 e in c2. Osservando l’imm agine, ovviamente, noi non possiamo dire se essa sia vera o falsa: per stabilire ciò è necessario un confronto con la realtà (2.224, 2.223). Ma per operare tale confr onto bisogna che noi abbiamo compreso preliminarmente quel che l’immagine ci dice, ovvero che Donna e Torre si trovano in una certa posizione. Ogni immagine, sia essa vera o falsa, deve avere un senso compiuto prima di ogni operazione finaliz zata ad accertarne il valore di verità (ogni immagine, dicevamo, si fa comprendere da sè in quanto immagine). Il senso dell’immagine dipende esclusivamente dal fatto che essa è dotata di forma logica e non dal fatto che l’immagine corrisponda o meno alla realtà. Se l’immagine del nostro esempio non “dipingesse” alcunché, noi non saremmo n eanche in grado di impostare un confronto tra essa e il mondo. Anche le immagini false, dunque, devono essere a tutti gli effetti immagini, cioé raffigurazioni di qualcosa. Questo “qualcosa” è una situazione possibile, ovvero uno stato di cose che si accorda con le possibilità stabilite dalla logica. “Affinché dunque una proposizion e rappresenti uno stato di cose, è necessario solo che le sue parti costitutive ra

ppresentino quelle dello stato di cose e che quelle stiano in un nesso possibile per queste. Il segno proposizionale garantisce la possibilità (non l’attualità) del f atto che esso rappresenta” (Q. 115. Cfr. 2.201, 2.202, 2.203). Ciò che viene raffigu rato nell’immagine del nostro esempio è dunque una semplice possibilità contemplata da lle regole degli scacchi. Dipende da noi, a questo punto, andare a verificare se il nostro schema di raffigurazione corrisponde o meno alla realtà “attuale” (il che s ignifica appunto stabilire la verità o falsità dell’immagine in riferimento alla scacc hiera). Ma l’immagine non cessa di essere tale se constatiamo che i pezzi sono col locati in modo diverso da quanto veniva raffigurato. In tal caso, l’immagine raffi gura semplicemente una possibilità che non sussiste in atto nella realtà empirica. U n’immagine, sia essa vera o falsa, intrattiene sempre un rapporto proiettivo con i l mondo. Descrivere la natura dell’immagine servendosi di analogie quali una fotog rafia o l’immagine riflessa da uno specchio risulta allora fuorviante. Questi esem pi, infatti, richiamano l’idea dell’immagine come semplice riproduzione e copia dell a realtà (secondo un modulo che intende il procedimento conoscitivo quale passiva riproduzione di ciò che impressiona i sensi). Ma le immagini di cui parla Wittgens tein sono piuttosto da intendersi come “schemi di conoscenza costruiti coscienteme nte” o “rappresentazioni verbali deliberatamente costruite”: “Una Bild o immagine, per Wittgenstein, è qualcosa che noi facciamo o produciamo com e un manufatto e, proprio come

un pittore produce una “rappresentazione artistica” di una scena o di una persona, n oi ci costruiamo nel linguaggio delle proposizioni che hanno la stessa forma dei fatti che raffigurano; le proposizioni-immagini, dunque, sono delle costruzioni logiche del tutto diverse dalla riproduzione dell’esperienza sensibile” (Janik-Toul min, 141, 185). Il termine “modello”, usato da Wittgenstein nella 2.12 e 4.01 per caratterizzare l’imm agine e la proposizione, è usato dai fisici per indicare uno strumento esplicativo dei fenomeni “costruito” intenzionalmente dallo scienziato al fine di ricondurre un certo numero di eventi ad uno schema comune. In questo senso, il modello funzio na come una struttura rappresentativa che determina a priori sequenze di eventi possibili. Hertz (di cui Wittgenstein apprezzò l’opera) aveva scritto: “Noi ci facciam o immagini o simboli degli oggetti esterni, in modo tale che quelle che sono nel pensiero le conseguenze necessarie delle immagini siano sempre le immagini di q uelle che sono in natura le conseguenze necessarie degli oggetti raffigurati” (in Marconi, 1997, 19). Un modello può assolvere alla propria funzione soltanto se dot ato di una struttura logica conforme a quella del fenomeno descritto: in altri t ermini, il modello (come l’immagine di Wittgenstein) dev’essere caratterizzato da un rapporto di isomorfismo con la realtà. Modello e realtà devono “possedere la medesima molteplicità logica” (4.04). Un modello fisico che fosse in conflitto con le leggi logiche sarebbe in questo senso un’assurdità: “Osserveremo subito –scrive Hertz- che son o inamissibili quei modelli che contraddicono implicitamente le leggi del nostro pensiero” (in Janik-Toulmin 141). Allo stesso modo, secondo Wittgenstein, non è pos sibile formare alcuna immagine della realtà prescindendo dalle leggi della logica: “Non possiamo pensare nulla d’illogico, ché altrimenti dovremmo pensare illogicamente” (3.03). Ma un modello, condividendo con i fenomeni solo la forma logica, costitu isce anche una rappresentazione ‘semplificata’ della realtà empirica. La stessa consid erazione può ripetersi a proposito delle immagini in generale: esse hanno sempre q ualcosa in meno rispetto alla realtà che raffigurano. Già Platone, nel Cratilo (432 b-d), sottolineava il fatto che l’esattezza dell’immagine non può consistere nella per fetta riproduzione del raffigurato: se un’immagine, infatti, fosse una replica esa tta in ogni particolare dell’oggetto, avremmo due oggetti identici e non un oggett o e la sua copia; ma in tal modo verrebbe snaturata l’essenza del rapporto raffigu rativo, che si fonda sull’analogia di struttura tra immagine e situazione senza pr etendere di giungere alla conformità “assoluta” tra i termini della relazione. J. P. K enny ha proposto, a riguardo, la distinzione tra “forma di raffigurazione” e “forma di rappresentazione”: “L’idea di Wittgenstein sembra essere che affinché A sia un’immagine d i B, A non deve essere del tutto simile a B (altrimenti sarebbe B e non un’immagin e di B) né completamente diversa da B (altrimenti non potrebbe assolutamente raffi gurare B). Ciò per cui A è simile a B, ciò che A ha in comune con B, Wittgenstein lo c hiama, come abbiamo visto, “forma di raffigurazione” di A. Ciò per cui A si differenzi a da B, e che fa sì che essa sia un’immagine e non una seconda realtà, lo possiamo chi amare “la forma di rappresentazione” di A” (Kenny, 76). Ad esempio, nel dipinto che il lustra un paesaggio la forma di raffigurazione è la spazialità dell’immagine (ciò che il dipinto ha in comune con il paesaggio); mentre la forma di rappresentazione è la bidimensionalità dell’immagine (ciò che non è comune con la realtà tridimensionale del pae saggio). Per costruire un’immagine, un modello, non è necessario duplicare la realtà c he si intende raffigurare: perché un’immagine “funzioni” è semplicemente richiesto che vi sia un’identità di struttura logica tra essa e il raffigurato.

Note al Tractatus IL PENSIERO (3 – 3.05) 3. Dopo aver illustrato la natura dell’immagine, Wittgenstein afferma che il pensiero altro non è che una raffigurazione logica della realtà. Pensare qualcos a significa raffigurarlo per mezzo di un’immagine (3.001). Come sappiamo (2.182), ogni immagine è anche un’immagine logica. “Ma ci sono immagini che sono, per così dire, soltanto immagini logiche: non hanno in comune con ciò che raffigurano relazioni c romatiche, o geometriche, o sonore, ma soltanto relazioni in quanto tali; e ques te immagini sono i pensieri” (Marconi, 1997, 23). Cfr. Kenny, 78: “Ogni immagine, è ov vio, è un’immagine logica; i pensieri, però, sono le immagini logiche per eccellenza d al momento che la struttura logica esaurisce l’intera loro forma di raffigurazione”. La quarta proposizione fondamentale del Tractatus identificherà i pensieri con le proposizioni munite di senso. 3.02. Cfr. 2.201, 2.202, 2.203. Un pensiero, in q uanto immagine, si riferisce alla realtà rappresentando la possibilità di una situaz ione (il sussistere o non sussistere di uno stato di cose). Tutto ciò che possiamo pensare (cioé raffigurare) è anche possibile. Ne segue che quanto è in disaccordo con le leggi del pensiero (ovvero, con le leggi logiche), è impensabile (quindi irrap presentabile) ed impossibile. In nessun modo, ad esempio, è possibile raffigurare due oggetti ognuno dei quali è più grande dell’altro. Cfr. 3.032: tentare di rappresen tare qualcosa che violi le leggi logiche equivale al tentativo di rappresentare, in geometria, una figura che contraddica le leggi dello spazio. 3.03. Cfr. 5.47 31: “Che la logica sia a priori consiste in questo, che non si può pensare illogicam ente”. Se la condizione di ogni rappresentazione è la forma logica (2.18), nessuna i mmagine (e dunque nessun pensiero, dato che il pensiero è immagine logica dei fatt i) può sussistere prescindendo dalle regole logiche. “Pensare illogicamente” è un’espressi one priva di significato ed è indice di un’operazione impossibile perché v’è pensiero solt anto ove siano operanti le leggi della logica. Spiega Wittgenstein: “Per descriver e una realtà in cui la grammatica fosse diversa dovrei usare proprio le combinazio ni che la grammatica proibisce. Le regole della grammatica distinguono senso e n onsenso, e se uso le combinazioni proibite proferisco un nonsenso” (in: Perissinot to, 99). 3.031. Mentre tutto quel che riguarda la nostra esperienza potrebbe anc he avvenire altrimenti (5.634), l’ambito della logica è considerato da Wittgenstein necessario e immodificabile fino al punto da dichiarare che nemmeno Dio potrebbe operare contro le leggi logiche (cfr. 5.123). 3.0321. Se da un lato è impossibile rappresentare un oggetto spaziale in contraddizione con le leggi dello spazio, dall’altro è perfettamente possibile fornire la rappresentazione di un evento in con trasto con le leggi fisiche. Le leggi della geometria, al contrario di quelle fi siche, hanno dunque una validità a priori. Wittgenstein anticipa qui il tema della convenzionalità delle teorie scientifiche (cfr. 6.3 e seguenti). “V’è solo una necessità logica” (6.37). Data l’indipendenza reciproca degli stati di cose (1.21), il mondo e mpirico è contrassegnato dalla contingenza: non v’è tra i fatti empirici alcun nesso n ecessario. 3.05. Un pensiero vero a priori non avrebbe bisogno di alcun confront o con l’esterno per essere giudicato tale. Ma ciò è impossibile. Cfr. 2.25: “Un’immagine v era a priori non v’è”. Per accertare la verità o falsità di un’immagine bisogna confrontarla con i fatti (2.223). IL NOME E LA PROPOSIZIONE (3.1 – 3.318). 3.1. Nella proposizione il pensiero trova espressione sensibile, ov vero si concretizza in suoni o segni grafici percepibili per mezzo dei sensi. Da to che i pensieri sono immagini logiche dei fatti (3), le proposizioni sono anch’e sse nient’altro che raffigurazioni di stati di cose. 3.11. La funzione dei segni s ensibili (fonemi o grafemi) è la raffigurazione di situazioni possibili. Ma perché c iò si

realizzi è necessario che i singoli segni siano correlati ad oggetti. Questa corre lazione “non è qualcosa che è effettuata dalla raffigurazione: è qualcosa che effettuiam o noi” (Anscombe 62). Di per sé, una combinazione di segni come: “x è più alto di y” non dic e ancora nulla sulla realtà. Ciò che rende la struttura segnica “x è più alto di y” immagine di una situazione è l’operazione con cui ad x ed y colleghiamo un significato preci so (ad es. “Mario è più alto di Carlo”, oppure “L’Everest è più alto del Monte Bianco”, etc.) bilendo una connessione tra i segni e gli oggetti noi conferiamo alla proposizio ne un senso determinato (cioé ne facciamo la raffigurazione di una situazione poss ibile). Ecco perché stabilire un metodo di proiezione equivale a determinare il se nso della proposizione. 3.12. “Un segno proposizionale è una configurazione fisica, per esempio di inchiostro su carta; la proposizione è il segno proposizionale nell a sua relazione con il mondo, cioé il segno proposizionale pensato come immagine d i una certa situazione” (Marconi, 1997, 23). Se è valida questa distinzione, si dovr ebbe forse correggere la 3.1 dicendo: “Nel segno proposizionale il pensiero s’esprim e sensibilmente”. Comunque, il punto fondamentale della tesi di Wittgenstein è che l a proposizione deve trovare espressione sensibile nel segno proposizionale: “Una p roposizione disincarnata sarebbe un assurdo” (Black 103). 3.13. La proposizione, g razie alla forma logica, possiede la capacità di proiettare in direzione degli eve nti. Ma il proiettato (cioé il senso della proposizione, la situazione che essa ra ppresenta) non è contenuto in essa se non come possibilità. Il senso della proposizi one viene determinato solo nel momento in cui stabiliamo una correlazione tra es sa e la realtà (cfr. 3.11). Dunque nella proposizione è contenuta solo la possibilità di esprimere un senso. Nella proposizione non troviamo il contenuto del suo sens o, ma solo la forma di esso (appunto le condizioni della sua possibilità). “Prendiam o ad es. ‘Mario ama Carla’: possiamo dire che la tesi di W. è che quest’enunciato non ‘con tiene’ niente di più di aRb [‘a’ è relazionato a ‘b’], alla stregua di una funzione proposizi nale”. Solo nel momento in cui “a” e “b” vengono coordinati ad oggetti (cioé a Mario e Carla ) “si aggiunge ad essi, dal di fuori, un senso determinato” (Black 105). 3.14. Cfr. le medesime osservazioni, riferite all’immagine, nella 2.14 e 2.141. La proposizio ne può raffigurare la realtà solo al patto di condividerne la forma; ma l’identità di fo rma tra proposizione e fatto implica che anche la proposizione, al pari del fatt o, sia complessa: come un fatto è un nesso di oggetti, così la proposizione è un nesso di nomi (4.22). Se tutto ciò che sussiste come complesso nel mondo è un fatto, allo ra la proposizione stessa è da considerarsi un fatto. 3.141. Ogni proposizione è un complesso ordinato perché articolato secondo una struttura logica. Nella proposizi one, le parole non si trovano mescolate alla rinfusa (così come una melodia non è pu ra mescolanza di suoni); la proposizione è articolata perché i suoi elementi sono di sposti in modo da corrispondere alla sequenza degli oggetti nello stato di cose cui la proposizione si riferisce. Tale conformità di struttura tra immagine e fatt o raffigurato è l’essenza stessa del rapporto raffigurativo (2.14). Cfr. 4.22: la pr oposizione “è una connessione, una concatenazione di nomi”. 3.142. Solo un fatto (e le proposizioni sono appunto fatti, 3.14) può raffigurare un fatto (cioé esprimere un senso). Ciò dipende dalla natura del rapporto raffigurativo, il quale presuppone c he immagine e raffigurato siano dotati di una medesima complessità (il fatto-propo sizione e il fatto raffigurato sono appunto due entità complesse). La proposizione non può essere intesa come una serie (una classe) di nomi perché è necessario che i n omi stiano l’uno all’altro nella medesima relazione che caratterizza gli oggetti del fatto. La proposizione è qualcosa di più di una semplice collezione di nomi: essa è c aratterizzata da una forma. 3.143. In quanto segni grafici (inchiostro su carta) , proposizione e nome possono apparire identici. Se cadiamo in questo errore fin iamo per trascurare che una proposizione, al contrario di nome, è un fatto (ovvero : è caratterizzata da un’interna complessità che soltanto i fatti possono avere). Il n ome, al contrario di una proposizione, non è un fatto perché è un segno semplice che i ndica un oggetto (3.202, 3.22). Di ciò non si rese adeguatamente conto Frege, il q uale considerò la proposizione nient’altro che un nome composto (finendo così per sovr apporre le due distinte funzioni della proposizione e del nome). Per la critica di Wittgenstein alla posizione di Frege, v. Scheda 5. 3.1431. Immaginiamo di dov erci servire, per raffigurare una situazione (ad esempio, la disposizione dei mo bili in una stanza), non di parole, bensì di una serie di oggetti (copie conformi degli oggetti presenti nella suddetta stanza). La raffigurazione del fatto, in q

uesto caso, consisterebbe nel disporre gli oggetti-copia nella stessa relazione reciproca in cui si trovano gli oggetti della stanza. Wittgenstein sottolinea co sì che l’essenziale, nella proposizione,

è la forma-struttura: in ciò risiede il senso della proposizione. Cfr. 4.0311. 3.143 2. Il segno “aRb” (“a” e “b” sono nomi di oggetti, “R” sta per “relazione”) raffigura uno sta ose composto di due oggetti (ad esempio, “Il libro è sul tavolo”). Il segno “R” non indica però un oggetto al pari dei segni “a” e “b”: in tal caso, infatti, la proposizione sarebb e solo un “nome composto” (3.143) “R” è un semplice espediente grafico per indicare che i nomi “a” e “b” (gli elementi della raffigurazione) si trovano in una certa relazione all’i nterno della proposizione. E’ proprio il fatto che tra “a” e “b” vi sia una relazione (così come tra i tavoli, le sedie e i libri nella raffigurazione di una stanza, 3.1431 ) a rendere possibile all’immagine la raffigurazione dello stato di cose corrispon dente. Ovviamente, sarebbe vano cercare l’oggetto “relazione” tra gli elementi della r affigurazione (questi comprendono solo tavoli, sedie e libri): che vi sia una re lazione noi lo vediamo nell’immagine stessa, cioé dal modo in cui sono combinati i s uoi elementi. Del segno “R” possiamo quindi fare del tutto a meno: nella teoria raff igurativa di Wittgenstein, “una relazione verrà [sempre] presentata da una relazione e non da un segno di relazione” (Piana 21). E’ perciò è sbagliato dire che “aRb” raffigura la relazione “R” sussistente tra “a” e “b” (“dice che a sta nella relazione R a b”). E’ invec fatto che “a” stia in una certa relazione a “b” a dirci che “aRb” (ovvero a raffigurare il f atto). La relazione tra “a” e “b” corrisponde alla struttura formale della proposizioneimmagine, e nessuna immagine può raffigurare la propria forma, bensì solo mostrarla (2.172, 4.12). Questo tema è da collegarsi alla natura non denotante dei simboli l ogici (cfr. 4.0312). “I simboli delle costanti logiche non designano oggetti o str utture precostituite; così, nel caso succitato, il segno ‘R’ non indica la struttura p recostituita agli oggetti designati dai simboli ‘a’ e ‘b’, ma una relazione che è generata dalle proprietà formali dei simboli ‘a’ e ‘b’ “ (Gargani 20). 3.144. Una situazione (cioé un stato di cose o un fatto) è qualcosa di complesso, e pertanto può essere raffigurat a (descritta) solo per mezzo di un segno complesso (una proposizione); un oggett o è invece un’entità semplice e pertanto può soltanto essere indicato (denominato) per m ezzo di un segno semplice (un nome). Un segno semplice è ovviamente incapace di ri produrre l’interna complessità di un fatto: perciò le situazioni non si possono denomi nare, ma solo descrivere. “Il punto essenziale del paragone [i nomi somigliano a p unti, le proposizioni a frecce] è che una freccia è diretta verso qualcosa: potremmo dire che una proposizione ha anch’essa un bersaglio, il fatto ch’essa rappresenta, e potremmo immaginare che la proposizione raggiunga questo bersaglio se è vera, lo manchi invece se è falsa” (Black, 110). Un nome, al contrario di una proposizione, non è né vero né falso, pertanto non può essere paragonato ad una freccia. 3.2. Il pensi ero si esprime nella proposizione traducendo la propria complessità in quella dell’e nunciato. Gli elementi del segno proposizionale, ovvero i segni semplici di cui esso è composto, sono i nomi (3.202). Wittgenstein lascia aperto il problema della natura degli elementi semplici che costituiscono un pensiero. Interrogato su qu esto punto da Russell, Wittgenstein mostrò di ritenere la questione superflua: “Io n on so che siano i costituenti di un pensiero, ma so che esso deve avere costitue nti corrispondenti alle parole del linguaggio. Quanto poi al genere di relazione intercorrente tra tra i costituenti del pensiero e i costituenti del fatto raff igurato, esso è irrilevante. Scoprirlo sarebbe una questione di psicologia” (LR. 253 ). 3.201. Gli elementi della proposizione, i segni semplici, sono i nomi (3.202) . I nomi significano gli oggetti (3.203). La proposizione può essere analizzata fi no alle sue parti costitutive semplici (cfr. 2.0201). Alla possibilità di scomporr e la proposizione nelle sue componenti minime (i nomi) corrisponde la possibilità di scomporre la realtà (come insieme di fatti) fino al livello degli oggetti sempl ici. 3.21. Il rapporto sussistente tra i nomi nella proposizione corrisponde al rapporto sussistente tra gli oggetti nello stato di cose. Cfr. 2.15: “Che gli elem enti dell’immagine siano in una determinata relazione l’uno all’altro mostra che le co se sono in questa relazione l’una all’altra”. 3.221. “Non possiamo parlare degli oggetti in modo diverso, e in modo più diretto, se non descrivendone le configurazioni co ntingenti e mutevoli in cui gli oggetti entrano” (Bouveresse, 33). Che un dato seg no (nome) significhi un oggetto viene mostrato dal segno. Posso dunque parlare d i un oggetto nel contesto della proposizione (“dirne”) ma non dire che cosa esso sia . Una proposizione dice come stanno le cose, ma non può affermare nulla riguardo a lla natura delle cose di cui parla (che gli oggetti di cui si parla siano oggett i viene mostrato e non detto). La mancanza, nel Tractatus, di esempi che chiaris

cano la natura degli oggetti semplici va ascritta a questo principio basilare. S e Wittgenstein tentasse di definire o indicare con un esempio un oggetto semplic e verrebbe violata la norma che vieta di parlare del modo in cui il linguaggio i nteragisce con la realtà. Cfr. 4.1272.

3.23. Cfr. Q. 162: “L’esigenza delle cose semplici è l’esigenza della determinatezza del senso”. Se non vi fossero segni semplici, nessuna proposizione potrebbe avere un senso determinato (l’analisi potrebbe proseguire all’infinito). Che esistano, a live llo ontologico, oggetti semplici come correlato dei segni semplici (i nomi) del linguaggio è una esigenza logica (cfr. Scheda 2). Se non esistessero oggetti sempl ici e segni semplici non si potrebbe progettare un’immagine (vera o falsa) della r ealtà (2.0212). 3.24. Si può raffigurare un complesso (un fatto) solo descrivendone la struttura per mezzo di un enunciato dotato della medesima complessità struttura le (cfr. 3.144: “Le situazioni si possono descrivere, non denominare”). La proposizi one può raffigurare in modo vero o falso, tuttavia anche una descrizione falsa è per fettamente sensata (cfr. 2.22: l’immagine raffigura indipendentemente dalla propri a verità o falsità). Ad esempio, la proposizione: “Il gatto è sul tappeto” è comprensibile ( e perciò è dotata di senso compiuto) anche se il gatto non si trova sul tappeto. 3.2 5. “Solo se una proposizione è suscettibile di un’analisi completa ed unica, il suo se nso può essere definito” (Black, 115). E il fatto che le proposizioni sono dotate di un senso definito costituisce un presupposto indiscutibile della teoria raffigu rativa del linguaggio. 3.26. Come l’oggetto è semplice, così il nome, rappresentante d ell’oggetto nella proposizione (3.22) è un segno semplice non ulteriormente decompon ibile, cioé non definibile. “Il senso di una proposizione è effettivamente determinato solo se esso consta di segni che designano senza alcun tramite linguistico” (Pian a, 22). Tali segni sono appunto i nomi. Il nome non è l’immagine di un oggetto: un’imm agine può infatti essere compresa senza spiegazioni aggiuntive, mentre non si può in tendere un nome se non ci è stato spiegato il suo significato (cfr. 4.026). 3.261. Ogni segno complesso (proposizione) designa per mezzo di segni semplici (nomi). Dato che i nomi sono segni primitivi, cioé semplici e non scomponibili, essi non si possono “disgregare mediante definizioni”. Non possiamo sostituire ad un nome un enunciato definitorio: ciò vorrebbe dire che non abbiamo a che fare con un segno s emplice. Ogni enunciato (anche quello definitorio, il quale si compone di nomi) presuppone che vi siano segni semplici in relazione diretta con gli oggetti. 3.3 . Un nome si trova sempre collegato, nel contesto della proposizione, ad altri s egni semplici. Questa affermazione corrisponde a quanto già sappiamo riguardo agli oggetti: essi non sussistono di per sé ma sono sempre parte costitutiva di uno st ato di cose (2.011); non è concepibile alcun oggetto fuori della possibilità di un c ontesto (2.0121); ogni oggetto è inserito in uno spazio di possibili stati di cose (2.013). Allo stesso modo, è essenziale al nome essere parte costitutiva di una p roposizione: il suo significato dipende dalla combinazione con altri segni nel c ontesto dell’enunciato cui appartiene. Cfr. 4.23: “Il nome occorre nella proposizion e solo nella connessione della proposizione elementare”. Soltanto la proposizione ha un senso (solo ad essa, cioè, compete la raffigurazione). Dato che la relazione raffigurativa presuppone una corrispondenza tra complessi, un segno semplice no n può ‘funzionare’ come immagine. Su questo tema v. Scheda 5. 3.318. Primo accenno all a teoria della proposizione come funzione di verità. Cfr. 5: “La proposizione è una fu nzione di verità delle proposizioni elementari”.

Scheda 5: Senso e significato. Per comprendere la distinzione che Wittgenstein opera tra la proposizione ed il nome, e la conseguente critica alla tesi secondo la quale la proposizione è un “nome composto” (3.143), è necessario richiamare brevemente alcune teorie di Frege. Gottl ob Frege (1848-1925) fu un logico e matematico tedesco le cui opere rivoluzionar ono il campo degli studi logici, gettando le basi di quell’ambito di ricerca che v a sotto il nome di “logica matematica”. Wittgenstein conobbe personalmente Frege (fu quest’ultimo a consigliargli di proseguire gli studi di logica a Cambridge, dove insegnava Bertrand Russell) e fu fortemente influenzato dalle sue teorie. Come a bbiamo visto, Wittgenstein, nella Prefazione, riconosce che le “grandiose opere” di Frege costituiscono una delle principali fonti di ispirazione del Tractatus logi co-philosophicus. Nonostante ciò, il Tractatus contiene diversi spunti critici nei confronti del maestro: ad esempio, nella 3.325 ci viene detto che l’ideografia di Frege non consente di escludere dal campo dell’espressione tutti i possibili erro ri. La posizione di Wittgenstein e Frege, in particolare, divergeva nettamente r iguardo al modo di considerare i nomi e le proposizioni. Un nome , secondo Frege, è un’espressione linguistica che designa uno e un solo ogge tto (ad es. “Musil”, “Venere”, ma anche: “L’autore de L’uomo senza qualità” o “La stella dell Riguardo ai nomi, dobbiamo distinguere tra il loro senso (Sinn) e la loro denot azione (Bedeutung). La denotazione di un nome è l’oggetto cui esso si riferisce (nei nostri esempi, lo scrittore Robert Musil e il pianeta Venere). Il senso di un n ome corrisponde invece al particolare modo in cui viene “offerto” alla nostra compre nsione l’oggetto denotato. “Musil” e “L’autore de L’uomo senza qualità” sono due nomi aventi stessa denotazione ma differente senso: uguale è infatti l’oggetto cui essi si rifer iscono, ma diverso è il modo di caratterizzarlo (ovvero, diverso è il percorso logic o-linguistico che conduce all’oggetto). La distinzione senso/denotazione permettev a a Frege di separare, nell’ambito dei giudizi di identità, gli enunciati dotati di valore conoscitivo dalle semplici tautologie. Prendiamo ad esempio l’enunciato: “La stella della sera è la stella del mattino”. Le due espressioni (nomi) che compaiono nell’enunciato denotano uno stesso oggetto, ovvero il pianeta Venere, ma possiedon o un senso differente. Tale giudizio di identità non può essere considerato equivale nte a: “Venere è Venere”, che asserisce una verità puramente analitica: esso, infatti, c omporta un progresso conoscitivo perché esprime una scoperta astronomica (ovvero l a scoperta che Venere è il corpo celeste che appare, in una certa posizione, all’alb a e al tramonto). Si può allora dire che un giudizio di identità è accrescitivo della conoscenza quando esprime l’identità di oggetti che sono individuati da sensi differ enti. Allo stesso modo, “Musil è Musil” è una banale tautologia; “Musil è l’autore de L’uomo za qualità” è invece un giudizio che estende la nostra conoscenza. Anche le proposizio ni possiedono un senso e una denotazione. Secondo Frege, il senso di una proposi zione è il pensiero che in essa si esprime (comprendere il senso di un enunciato v uol dire “afferrare” il pensiero corrispondente). Per quanto riguarda il significato (denotazione) di un enunciato, Frege riteneva che ogni proposizione denotasse u n valore di verità, ovvero si riferisse ad “oggetti” (simili a idee platoniche) chiama ti “il Vero” e “il Falso”. Le proposizioni sono quindi considerate da Frege come “nomi” che denotano oggetti di natura non empirica. La conseguenza, a prima vista paradossa le, di questa teoria è che tutte le proposizioni vere e tutte le proposizioni fals e hanno la stessa denotazione. Ogni asserzione vera, infatti, può distinguersi dal le altre per il senso ma ha in comune con tutte le altre proposizioni vere l’ogget to denotato (cioé l’oggetto “il Vero”), e lo stesso può dirsi delle asserzioni false (ognu na di esse denota l’oggetto “il Falso”). “Parigi è la capitale della Francia” e “2+ 2 = 4” so dunque due diversi modi di indicare (denotare) il valore di verità “il Vero”. “Roma è la c apitale dell’Irlanda” e “2 + 2 = 5” sono invece due diversi modi per denotare il valore di verità “il Falso”. Wittgenstein, nella 3.143, si riferisce a tale teoria parlando d ella proposizione come “nome composto”: per Frege, infatti, gli enunciati dichiarati vi sono designazioni (nomi) di valori di verità risultanti dalla connessione di più nomi denotanti oggetti individuali. Pur continuando ad avvalersi della distinzione tra senso e significato (denotazi one), Wittgenstein modificò sensibilmente l’originaria posizione di Frege rimodellan dola sulla base delle teorie ontologiche esposte nelle prime sezioni del Tractat

us. Wittgenstein non accetta i presupposti platonici della logica di Frege respi ngendo perciò l’idea che esista un piano di essenze soprasensibili (gli “oggetti: “il Ve ro” e “il Falso”) cui dovrebbero fare riferimento le proposizioni del linguaggio. L’unic a funzione del linguaggio è la rappresentazione della realtà, e nella realtà troviamo soltanto oggetti e stati di cose. Un oggetto, nella teoria del Tractatus, è un’entità semplice (2.02), il costituente di un possibile stato di cose (2.011). Uno stato di cose è un “nesso di oggetti” (2.01), cioé un’entità complessa costituita di elementi sem plici che “ineriscono l’uno nell’altro, come le maglie d’una catena” (2.03). Più stati di co se costituiscono un fatto, e il mondo è la totalità dei fatti (1.1): nessuna entità di tipo platonico può dunque essere inscritta nell’orizzonte di ciò che esiste nel mondo . Le differenze che nel Tractatus intercorrono, sul piano ontologico, tra oggett i e fatti valgono sul piano logicolinguistico a distinguere la funzione del nome da quella della proposizione. Come l’oggetto, in quanto costituente del fatto, è un elemento semplice, così il nome, all’interno della proposizione, è un segno semplice non ulteriormente decomponibile. La proposizione è invece un segno complesso, una struttura i cui elementi costitutivi (i nomi) stanno in una determinata relazion e l’uno all’altro (3.14). Su queste basi, Wittgenstein obietta a Frege che una propo sizione non può essere considerata alla stregua di un nome: la proposizione non è il nome di un fatto perché “le situazioni si possono descrivere, non denominare” (3.144) . Il nome, in quanto segno semplice, rimanda ad un oggetto, ovvero denota un’entità semplice (3.203). La proposizione, invece, ha il compito di raffigurare (o descr ivere) un fatto, che è un’entità complessa. La proposizione non può essere considerata c ome il nome di un fatto perché essa è caratterizzata da una forma, da una struttura logica che un nome, in quanto segno semplice, non può contenere. E’ proprio la compl essità della proposizione ad essere determinante per la raffigurazione della realtà: un’immagine è infatti tale solo se riproduce

le relazioni che sussistono nel fatto raffigurato; ogni descrizione presuppone d unque un rapporto di reciproca inerenza tra due entità complesse (l’immagine e il fa tto devono possedere la medesima “molteplicità logica”, 4.04). Ciò significa che solo un segno complesso può “funzionare” come immagine, non un segno semplice: per Wittgenste in sono le proposizioni, e non i nomi, a raffigurare la realtà. La proposizione-im magine consiste appunto in una concatenazione di nomi, e alla configurazione dei nomi nella proposizione corrisponde la configurazione degli oggetti nella situa zione (3.21). Wittgenstein corregge allora le tesi di Frege in questo modo: ai n omi è connesso un significato (ma non un senso), mentre alle proposizioni è connesso sia un senso che un significato, ma la possibilità di comprendere una proposizion e dipende solo dal suo senso. Il significato di un nome è l’oggetto cui esso si rife risce (3.203). Il significato del nome “Musil”, si diceva, è lo scrittore Robert Musil , il significato di “Venere” è il pianeta Venere, etc.. Perché non si può attribuire a que sti nomi anche un senso? La ragione è che con il termine “senso” Wittgenstein intende una caratteristica peculiare delle immagini: senso di un’immagine è ciò che essa rappr esenta (2.221), ovvero la possibilità di una situazione (2.203). Dato che solo un segno complesso è in grado di raffigurare una situazione, solo le proposizioni son o dotate di senso, non i nomi. Un nome non raffigura alcunché perché non possiede un a molteplicità logica che gli consenta di duplicare nella propria struttura la com plessità della situazione: esso ha solo un significato, ma non un senso. Queste os servazioni ci permettono di distinguere con maggiore precisione il rapporto che i nomi e le proposizioni intrattengono con la realtà. Noi comprendiamo un nome sol o se ne conosciamo il significato: il nome “Sarchiapone”, ad esempio, è incomprensibil e perchè non è possibile collegare ad esso alcun oggetto (in tal caso dico che quest o nome è privo di significato). Se la proposizione ‘funzionasse’ come un nome, allora noi potremmo comprenderla solo se ne conoscessimo il significato: dato che il si gnificato di una proposizione è “il fatto che attualmente le corrisponde” (NL. 202), n oi potremmo comprendere la proposizione solo dopo aver stabilito che la situazio ne che essa descrive sussiste nella realtà. Ma le cose non stanno affatto così. Noi, infatti, comprendiamo l’enunciato “Il cane è sull’uscio” senza sapere come stanno le cose nella realtà empirica. Se tale enunciato fosse falso (ovvero se il cane, di fatto , non si trovasse sull’uscio ma in mezzo al cortile) noi non avremmo alcun problem a ad intendere la situazione che esso raffigura. Un nome senza significato è incom prensibile, ovvero non è un nome; una proposizione senza significato, invece, è perf ettamente comprensibile e non cessa perciò di essere una proposizione (cioé una raff igurazione). Scrive a questo proposito Wittgenstein: “I significati dei segni semp lici (le parole) devono esserci spiegati affinché li comprendiamo. Con le proposiz ioni, tuttavia, ci intendiamo” (4.026). Ciò accade perché quel che noi intendiamo di u na proposizione è appunto il suo senso e non il suo significato. “E’ chiaro che noi co mprendiamo le proposizioni senza sapere se son vere o false. Ma il significato d i una proposizione possiamo conoscerlo solo quando sappiamo se essa è vera o falsa . Ciò che noi comprendiamo è il senso della proposizione” (NL, 202). Comprendere una p roposizione consiste allora semplicemente nel cogliere il suo contenuto rapprese ntativo, cioé il suo senso, il quale è definito indipendentemente dalla corrisponden za o meno di ciò che è raffigurato con la realtà empirica. Per stabilire se una propos izione è vera o falsa, dobbiamo confrontare il suo senso con la realtà (2.223): ma c iò presuppone appunto che il senso della proposizione sia compiuto prima di ogni c onfronto (altrimenti non avremmo proprio nulla da confrontare con i fatti). Noi possiamo dunque intendere ciò che la proposizione raffigura senza sapere nulla rig uardo al suo significato e al suo valore di verità. Possiamo riassumere le differe nze tra il nome e la proposizione servendoci del seguente schema: Perché la relazione tra proposizione e fatto viene indicata, al contrario di quant o avviene per il nome, mediante due frecce? Questa particolarità si riferisce al f atto che una proposizione ha sempre una duplice relazione con la realtà: “Ogni propo sizione –scrive Wittgenstein- è essenzialmente vera-falsa. Pertanto una proposizione ha due poli (corrispondenti al caso della sua verità ed al caso della sua falsità). Chiamiamo questo il senso d’una proposizione” (NL, 202).

Come sappiamo, un’immagine, in quanto modello della realtà (2.12), descrive sempre u na situazione possibile, cioé uno stato di cose che può verificarsi o meno nella rea ltà. Possedere un senso, per la proposizione, equivale dunque ad avere la possibil ità di essere vera o falsa. Questa duplicità caratterizza necessariamente ogni propo sizione dotata di senso. Un nome, invece, ha una sola relazione con l’oggetto che denota: se al nome non corrisponde un oggetto, allora esso è un segno privo di sig nificato. Si può allora concludere che soltanto la proposizione può essere vera o fa lsa, mentre è assurdo chiedersi se un nome sia vero o falso. La verità o la falsità so no attribuibili solo ad un’immagine, e quindi solo ad una proposizione, non ad un nome. Bertrand Russell, nel 1918, aveva riconosciuto che la spiegazione di Wittg enstein era l’unica che consentisse di distinguere in modo appropriato le differen ti funzioni del nome e della proposizione: “Le proposizioni non sono i nomi dei fatti. Non appena ve lo fanno notare, ciò appar e assolutamente ovvio, ma in effetti io non me n’ero mai reso conto, finché un mio e x-allievo, Wittgenstein, non me lo fece rilevare. E’ perfettamente evidente, non a ppena ci pensate, che una proposizione non è il nome di un fatto, per la semplicis sima ragione che ci sono due proposizioni che corrispondono a ciascun fatto. Pre ndiamo in considerazione, per esempio, il fatto che Socrate è morto. Avrete, allor a, due proposizioni: “Socrate è morto” e “Socrate non è morto”. E poiché queste due proposizi ni corrispondono ad un medesimo fatto, ci sarà un solo fatto nel mondo che rende u na proposizione vera e l’altra falsa. Ciò non è accidentale e dimostra come la relazio ne tra proposizione e fatto sia totalmente differente dalla relazione tra nome e cosa denominata. Per ciascun fatto ci sono due proposizioni, una vera e una fal sa, e non c’è nulla della natura del simbolo che ci possa mostrare quale sia quella vera e quale quella falsa. Se ci fosse, si potrebbe accertare la verità sul mondo limitandosi ad esaminare le proposizioni, senza bisogno di guardarsi intorno (.. .) mentre un nome può avere un solo tipo di relazione con ciò che esso nomina: un no me può soltanto denominare un particolare, oppure, se non lo fa, non è affatto un no me...” .[1] Il problema della verità o falsità dei nomi aveva impegnato a lungo i filosofi. Nel Cratilo platonico, ad esempio, viene discussa una teoria che considera il nome c ome una raffigurazione dell’oggetto eseguita per mezzo di elementi primi (i suoni corrispondenti alle vocali ed alle consonanti di cui si compone il nome) esprime nti l’essenza dell’oggetto raffigurato. Posto, ad esempio, che il suono della letter a “r” evoca l’immagine del movimento (perché, spiega Platone, “la lingua, nel pronunciare questa lettera, non sta ferma minimamente e moltissimo vibra”, Cratilo 426e), ne c onsegue che ogni parola che intenda descrivere lo “scorrere” dovrà essere formata in m odo da contenere uno o più suoni di questo tipo. Un nome sarà dunque tanto più “vero” quan to più sarà rispettato questo criterio compositivo che collega i suoni all’essenza del designato. Le parti del nome (consonanti e vocali), secondo questa impostazione , vengono dunque trattati come simboli dotati di significato. Dal punto di vista del Tractatus, queste discussioni appaiono insensate perché il nome è un segno prim itivo, ovvero un’entità semplice, e non può essere disgregato ulteriormente (3.26): og ni tentativo di “far parlare” le componenti del nome è perciò del tutto vano. Secondo Wi ttgenstein, “nessuna sorta di composizione è essenziale per il nome” (3.3411) e quindi le parti costitutive di esso, le lettere, non possono essere considerate come s imboli dotati di significato. Se l’essenza della raffigurazione consiste nella rel azione di isomorfismo sussistente tra elementi del fatto ed elementi della propo sizione, allora, al contrario di quanto affermato nel Cratilo, solo la proposizi one e non il nome può essere considerata una raffigurazione. Ne consegue che verità e falsità possono essere attribuite solo alle proposizioni, mentre i nomi non sono né veri né falsi, ma costituiscono solo delle “etichette” convenzionali con le quali co ntrassegnamo gli oggetti. [1] B. Russell, La filosofia dell’atomismo logico, in: Neoempirismo logico, semiot ica e filosofia analitica, Brescia, 1976, pp. 18-19.

Note al Tractatus EQUIVOCI LINGUISTICI, CONFUSIONI FILOSOFICHE (3.32 – 3.328) 3.32. Wittgenstein opera un’importante distinzione tra segno e simbol o. Le parole nella loro “fisicità” (segni grafici o fonemi, 3.321), sono definibili co me “segni”. Considerate quali veicoli di senso, le parole sono invece “simboli”. Il simb olo è riconoscibile nel segno considerando il suo uso munito di senso (3.326) ovve ro il suo impiego logicosintattico (3.327). Il segno è arbitrario (i linguaggi si differenziano appunto per la diversità dei segni impiegati), mentre la funzione si mbolica costituisce un aspetto essenziale del linguaggio (cfr. 3.322, 3.34). Nel le lingue naturali può accadere che due diversi simboli siano espressi dallo stess o segno, o che uno stesso simbolo possa esprimersi per mezzo di due diversi segn i. Per evitare fraintendimenti, noi dobbiamo guardare alla parola non come sempl ice segno, ma alla parola come simbolo. E’ nel simbolo che riconosciamo operante q uella forma logica che determina la capacità espressiva del linguaggio. In un ling uaggio adeguato (che cioé sia esente dalle ambiguità del linguaggio naturale), ad og ni simbolo dovrebbe corrispondere uno e un solo segno. E’ dunque necessario adegua re il sistema dei segni in modo da rispettare le differenti funzioni simboliche dei segni stessi (3.325). Se il linguaggio obbedisse alla sintassi logica si evi terebbero tutte le confusioni tipiche del discorso filosofico (3.324). 3.321. Du e simboli diversi designano in modo diverso, al di là delle somiglianze dei loro s egni. “Diceva infatti, per esempio, che segni con significati diversi devono esser e simboli diversi” (Moore, 287). I segni “bótte” (inteso come recipiente) e “bòtte” (colpi, p rcosse), identici in quanto segni, sono simboli differenti; al di là della loro so miglianza superficiale (identità del segno come elemento “sensibile”), questi segni po ssiedono un’essenza differente e non designano affatto allo stesso modo. 3.322. Co me si può indicare che due oggetti hanno una proprietà comune? Non si può fare affidam ento sul segno inteso come elemento sensibile (grafema o fonema, 3.321) perché ess o è mutevole. In un certo linguaggio, oggetti che abbiano un carattere comune potr ebbero essere indicati dallo stesso nome, ma in un altro linguaggio i nomi che i ndicano quegli oggetti potrebbero essere differenti ed allora dell’elemento comune non rimarrebbe traccia. Al di là della uguaglianza o diversità dei segni, due ogget ti diversi saranno indicati da simboli diversi (cioé da segni che designano in mod o diverso); e il carattere comune ai due oggetti sarà asserito per mezzo di una pr oposizione in cui compaiono i simboli che denotano quegli oggetti. 3.323. Nel li nguaggio ordinario accade di frequente che uno stesso segno sia utilizzato per t radurre in forma sensibile due simboli differenti: ad esempio, “liber”, in latino, s ignifica sia “libro” che “libero”; “porta”, in italiano, può valere come nome che come verbo; ranco” può valere come nome proprio o come aggettivo; il verbo “essere” può esprimere un l egame tra soggetto e predicato (“Mario è alto”) ma può anche significare identità (“La somma degli angoli interni di un triangolo è 180° ”) o esprimere l’esistenza di qualcosa (nel senso in cui si afferma che “Dio è”). Può anche accadere che due parole che svolgono fu nzioni logiche distinte (dunque: due simboli diversi) siano impiegate allo stess o modo: ad esempio, il verbo “esistere” (al pari di verbi come “andare”) potrebbe essere usato per significare un’azione del soggetto; “identico” potrebbe essere usato come u n qualsiasi altro aggettivo (“rosso”, “alto”, etc.). E’ facilmente comprensibile come ciò co mporti il rischio di gravi fraintendimenti. La sovrapposizione delle differenti funzioni del verbo “essere”, ad esempio, potrebbe portare il filosofo ad interrogars i sull’essenza dell’Essere. Considerando il verbo “esistere” come espressione di un’azione ci si potrebbe interrogare sulla natura dell’esistere dell’uomo e delle cose. Tratt ando “identico” come un aggettivo si potrebbero coniare nonsensi del tipo: “Il bene è più identico del bello” (cfr. 4.003). Tali equivoci sono possibili perché nella lingua n aturale non sussiste una relazione univoca tra segno e simbolo: segni uguali pos sono avere funzioni simboliche differenti e segni diversi possono esprimere la m edesima funzione simbolica. Wittgenstein indica la soluzione di tali difficoltà ne lla 3.325. 3.324. La filosofia è caratterizzata da una serie di problemi apparenti che sono stati generati da un uso equivoco ed ambiguo del linguaggio: per la ma ggior parte, dunque, le questioni filosofiche risultano prive di senso e possono essere superate per mezzo di una corretta analisi logica delle espressioni (cfr . 4.003). Questa tesi avrà un’influenza decisiva sui pensatori che si richiameranno alla lezione del Tractatus, in particolare sugli esponenti del Circolo di Vienna

. La posizione di Wittgenstein vanta comunque numerosi precedenti nella storia d ella filosofia. Già Francesco Bacone, ad esempio, denunciò con vigore gli equivoci c onnessi al cattivo uso del linguaggio (Idola fori)

come serio ostacolo alla corretta conoscenza dei fenomeni. Leibniz scriveva che “i linguaggi ordinari, sebbene generalmente utili per le inferenze del pensiero, s ono tuttavia soggetti a innumerevoli ambiguità” (in Bochenski, II, 357). Idee simili si ritrovano in altri pensatori quali Hobbes, Locke e nei progettisti di lingue perfette del XVII secolo. Gli studi logici di Frege, che rappresentano un punto di riferimento costante per Wittgenstein, sono caratterizzati da continui rifer imenti polemici alla imperfezione del linguaggio naturale (di qui il progetto di sostituire ad esso una forma di espressione simbolica che rispecchi fedelmente l’ordine logico del pensiero). Anche in Russell troviamo l’indicazione che la forma logica essenziale degli enunciati risulta sovente occultata da una forma grammat icale apparente (cfr. 4.0031). Wittgenstein continuerà per tutta la vita a ritener e necessaria una terapia del linguaggio per sfuggire agli pseudo-problemi filoso fici: “Finché ci sarà un verbo “essere” che sembra funzionare come “mangiare” e “bere”, finch ranno aggettivi come “identico”, ”vero”, ”falso”, ”possibile”, finché si parlerà dello scorre tempo e dell’estensione dello spazio, e così via, fino ad allora gli uomini incapper anno sempre nelle stesse misteriose difficoltà, e si fisseranno su ciò che nessuna s piegazione sembra poter rimuovere” (Filosofia, 57). 3.325. In un linguaggio che “obb edisca alla grammatica logica” i segni non dovrebbero essere di numero superiore o inferiore ai simboli. Infatti, se i simboli eccedono i segni vi saranno parole con più funzioni simboliche (omonimia: la stessa parola ha più significati); e se i segni eccedono i simboli, vi saranno più parole per esprimere la stessa funzione s imbolica (sinonimia: più parole esprimono lo stesso significato). Ponendo come esi genza la nonequivocità delle espressioni e la semplicità logica del linguaggio, è rich iesto che “i segni siano esattamente tanti quanti sono i simboli del linguaggio; e ciò è la stessa cosa che esigere che a segno diverso corrisponda un significato div erso, allo stesso segno lo stesso significato” (Piana 35). L’analisi logica serve a “c ostruire un simbolismo in cui uno stesso segno non venga usato per simboli diver si, un simbolismo che obbedisca alle regole della grammatica logica – a differenza dell’italiano dove, ad esempio, “è” designa in tre modi diversi, e dove “identico” rientra nella sintassi linguistica, ma non in quella logica, di un aggettivo” (Kenny 67). 3.326. Noi riconosciamo il simbolo quando consideriamo l’impiego logico-sintattico del segno (3.327), cioé la sua funzione nell’economia della proposizione. In altri termini, il segno rivela la sua funzione simbolica nel momento in cui se ne cons idera il ruolo all’interno dell’enunciato come elemento determinante per la produzio ne di un senso. 3.327. “Un segno determina una forma logica solo nel caso che si t enga conto dei modi in cui può combinarsi con altri segni, in base alle regole del la sintassi logica” (Black, 137). 3.328. Cfr. 5.47321. Guglielmo di Ockham (1280-1 349), filosofo inglese il cui pensiero era ispirato ad un radicale empirismo e n ominalismo, sostenne la necessità di un “principio di economia” che consentisse di sne llire le procedure di spiegazione ed argomentazione eliminando principii e cause superflue dalle teorie scientifiche (tale principio fu poi definito efficacemen te “Rasoio di Ockham”). Il criterio metodologico usato da Ockham può essere sintetizza to dicendo che non si devono moltiplicare le cause e gli enti quando non è necessa rio. Wittgenstein applica tale principio ai segni dichiarando che segni privi di significato sono inutili. Ciò va collegato all’esigenza di un linguaggio “che obbedis ca alla grammatica logica” in cui segni e simboli siano di numero eguale (3.325). “I segni non vanno moltiplicati senza necessità –ed è chiaro che moltiplichiamo i segni senza necessità se ci serviamo di due segni per esprimere un unico simbolo” (Piana 3 9).

Scheda 6: Equivoci linguistici e perplessità filosofiche. “Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica sco lastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofistich erie ed inganni”. D. Hume, Ricerca sull’intelletto umano, § XII. “Diffidare della gramma tica è il primo requisito per filosofare” L. Wittgenstein, Note sulla logica, Q. 201

“La filosofia è una battaglia contro l’incantamento del nostro intelletto, per mezzo d el nostro linguaggio” (§ 109); “I risultati della filosofia sono la scoperta di un qua lche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio” (§ 119); “Un problema filosofico ha la forma: ‘Non mi ci raccap ezzo’” (§123); “La chiarezza cui aspiriamo è certo una chiarezza completa. Ma questo vuol dire soltanto che i problemi filosofici devono svanire completamente” (§ 133). Quest e affermazioni sono tratte dalle Ricerche filosofiche, l’opera cui Wittgenstein la vorò instancabilmente a partire dal 1941 e che fu poi pubblicata postuma nel 1953. Le Ricerche filosofiche contengono severe critiche alle tesi contenute nel Trac tatus (si usa perciò parlare di un “primo” e di un “secondo” Wittgenstein per distinguere le due fasi del suo pensiero), ma conservano rispetto alla prima opera alcuni tr atti comuni, tra cui appunto la convinzione che tutti i problemi filosofici si o riginano da un fraintendimento del modo di in cui “funziona” il nostro linguaggio. L e principali questioni filosofiche sorgono nel momento in cui ci si lascia ingan nare dalla forma apparente delle proposizioni e si trascura la loro forma logica essenziale: si può quindi affermare che “il più delle questioni e proposizioni dei fi losofi si fonda sul fatto che noi non comprendiamo la nostra logica del linguagg io” (4.003). In che modo i problemi filosofici si generano dal “cattivo uso” della lin gua e dalla mancata conoscenza del suo funzionamento? La risposta può essere impos tata partendo da una curiosa osservazione di Wittgenstein: “I filosofi sono spesso come bambini piccoli, che prima scarabocchiano con la loro matita dei segni qua lsiasi su di un foglio di carta, e poi chiedono agli adulti “che cos’è?”. –La cosa era and ata così: varie volte l’adulto aveva disegnato qualcosa al bambino e aveva detto: “que sto è un uomo”, “questa è una casa”, ecc.. E adesso anche il bambino traccia delle linee e domanda: e questo che cos’è?” (Filosofia, 73). Wittgenstein intende dire che i filoso fi, come i bambini, tendono spesso ad assegnare un contenuto rappresentativo a c ombinazioni di parole formate in modo arbitrario o a parti dell’enunciato che, da sole, non significano alcunché. L’equivoco nasce dal fatto che il bambino ha imparat o il significato di alcune parole per mezzo di un procedimento ostensivo: l’adulto dapprima mostrava un oggetto e quindi collegava ad esso il nome corrispondente (“Questa è una casa”, etc.); di fronte ad un segno qualsiasi, adesso, il bambino reagi sce chiedendosi quale oggetto corrisponda ad esso nella realtà. Ma un verbo o una congiunzione, tanto per fare un esempio, non servono a denotare oggetti, ed è perc iò illecito supporre che ad essi debbano per forza corrispondere “cose”. L’errore è sempre in agguato perché il linguaggio ordinario “nasconde la struttura della proposizione ; in esso, relazioni paiono predicati; predicati paiono nomi, ecc.” (NL. 205). Il filosofo deve quindi essere consapevole del fatto che è necessario mantenere una c ostante vigilanza sulle nostre forme espressive. “Le parole –ha scritto J. P. Austin - sono i nostri strumenti e, come minimo, dovremmo usare strumenti puliti: dovre mmo sapere che cosa significano e che cosa non significano, e dovremmo premunirc i contro le trappole che il linguaggio ci prepara”. L’errore più tipico in cui incorro no i filosofi quando “giocano” con il linguaggio consiste nella trasformazione di al cune parti del discorso in termini denotanti oggetti reali. Un esempio classico è rappresentato dal tema dell’Essere in Parmenide di Elea. Il fatto che ogni predica zione (“La mela è rossa”, “Zenone è alto”, etc.) sia caratterizzata dalla presenza del verbo “essere” assumeva agli occhi di Parmenide il valore di una precisa indicazione onto logica: se tutto ciò che esiste “è”, allora tutto ciò che esiste è “essere” e l’Essere deve p onsiderarsi l’unica realtà esistente (ecco dunque trasformato un verbo in una cosa). I problemi che sorgevano da una tale impostazione (ed in particolare dal princi pio per cui il “Non-essere” doveva essere considerato assolutamente inesistente ed i nesprimibile) dovevano angosciare i filosofi per lunghissimo tempo. “Ancora per Pl

atone –si veda il Teeteto- dire ciò che non è equivale a non dire nulla, cioè a tacere. Diventava perciò impossibile dare ragione del falso, dal momento che per discorso falso si intendeva quello che dice ciò che non è: se ciò che non è risulta inconcepibile e impronunciabile, o si parla e si dice il vero, oppure si tace. (...) Tutto ciò può apparire quanto mai strano a distanza di ventiquattro secoli; ma basta leggere l’Eutidemo di Platone o le Confutazioni sofistiche di Aristotele per constatare c ome questi fossero problemi autentici ancora per i Greci del secolo IV, e come p ermettessero, nel caso di Eutidemo, famosissimo per la sua imbattibilità, di passa re con disinvoltura dalla proposizione ‘Teeteto non è sapiente’ alla proposizione ‘Teete to non è, quindi è morto’. I Sofisti, abili manipolatori

di parole, costruivano infatti fama e ricchezza su giochi linguistici del genere , fondati sull’ambiguità del verbo essere” (Celluprica 15). Secondo Wittgenstein, gli sforzi per chiarire tali problemi sono del tutto inutili se si rimane all’interno della prospettiva che li ha generati. Risolvere le questioni filosofiche è un’operaz ione assai semplice che consiste nel dissolvere ogni problema riportando il ling uaggio al suo uso naturale; lo strumento per realizzare tale compito è l’analisi log ica, grazie alla quale diviene possibile smascherare errori come quello che ha c ondotto a credere nell’esistenza di presunte entità come l’Essere di Parmenide. In que sto senso, l’inquietudine del filosofo non ha ragioni per sussistere più a lungo: es sa assomiglia “[al] supplizio dell’asceta che stesse lì a sollevare, tra i lamenti, un a pesante palla e che qualcuno liberasse dicendogli: ‘Lasciala cadere’.” (Filosofia, 3 3). Il filosofo è come la mosca che batte contro il vetro senza accorgersi dello s piraglio che si apre pochi centimetri più in là: lo scopo della filosofia consiste a llora nell’indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola (Ricerche, § 209). Probl emi e le domande tipici della tradizione metafisica possono sorgere solo nel mom ento in cui “il linguaggio fa vacanza” (Ricerche, § 38); ne consegue che i cosiddetti “p rolemi filosofici” sono solo pseudo-problemi originati dal fatto che i filosofi co struiscono non proposizioni dotate di senso, ma proposizioni apparenti o pseudop roposizioni.[1] . Wittgenstein riteneva che tutte le proposizioni della metafisi ca fossero da considerarsi come pseudoproposizioni. I termini di cui hanno fatto uso i metafisici si rivelano infatti come del tutto privi di riferimenti empiri ci e pertanto sono da considerarsi come gusci vuoti cui non è possibile collegare alcun significato preciso. Enunciati in cui compaiano parole come “Idea”, “Assoluto”, “Inc ondizionato”, “Essere dell’ente”, “Nonente”, “Cosa in sé”, “Spirito assoluto”, “Spirito ogget “Io”, “Non-io”, etc., sono pertanto da considerarsi espressioni prive di senso. Sappiam o che secondo Wittgenstein una proposizione è dotata di senso quando descrive una situazione possibile, cioé quando può essere vera o falsa (cfr. Scheda 5). Mentre la proposizione sensata intrattiene con la realtà una duplice relazione (corrisponde nte al caso della sua verità e della sua falsità), una proposizione insensata, invec e, non ha alcun rapporto con la realtà: essa consiste in una illecita combinazione di segni cui nulla può corrispondere nel mondo. Quando un filosofo ci chiede di a ccettare una certa asserzione, noi dobbiamo allora in primo luogo cercare di sta bilire quali fatti empirici potrebbero verificare o falsificare il suo enunciato . Qualora ciò non sia possibile, ovvero se non esistono fatti che possono conferma re o smentire l’asserto, dobbiamo senz’altro rigettare quell’enunciato come privo di s enso. Carnap illustra la questione in modo efficace: “Supponiamo che, per esempio, qualcuno formi la nuova parola “babico” e sostenga che v i sono cose babiche e non babiche. Per venire a sapere il significato di questa parola gli chiederemo chiarimenti circa il criterio di applicazione: come si può c onstatare, nel caso concreto, se una determinata cosa è babica o no? Vogliamo ora, in primo luogo, ammettere che quel tale non ci dia alcuna risposta; a suo dire, non vi sono qualità empiriche caratterizzanti la babicità. In questo caso, noi non considereremmo lecito l’uso di tale parola. E se chi l’usa continuasse nonostante tu tto a sostenere che esistono cose babiche e cose non babiche, e che solo per il misero, finito, intelletto dell’uomo rimarrà per sempre un mistero sapere quali cose sono babiche e quali no, anche in questo caso noi reputeremmo ciò un discorso vuo to. Ma, forse, egli ci assicurerà di voler comunque significare qualcosa con la pa rola “babico”. Da tutto questo, però, noi non apprenderemmo altro che il fatto psicolo gico del suo associare alla parola certi non precisabili idee e sentimenti. E co n ciò, la parola non acquisirebbe un significato. Se non è stabilito nessun criterio di applicazione per la nuova parola, allora le proposizioni in cui essa compare non vogliono dire nulla e sono mere pseudo-proposizioni”[2]. Questa posizione sottintende che tutta la storia della filosofia ci ha costretto a discutere intorno a parole che hanno le stesse caratteristiche del termine “bab ico” (e che pertanto devono essere rifiutate come combinazioni di segni privi di s ignificato). Il metodo corretto della filosofia, secondo quanto Wittgenstein aff erma nella 6.53, consiste allora nel mostrare al filosofo (qualora voglia afferm are una verità di tipo metafisico) che “a certi segni nelle sue proposizioni egli no

n ha dato significato alcuno”. Le uniche proposizioni dotate di senso, a questo pu nto, sono quelle di cui si servono le scienze empiriche: solo gli asserti descri ttivi della scienza, infatti, si prestano ad essere verificati o falsificati per mezzo dell’esperienza. Stabilito che la filosofia nasce da fraintendimenti di nat ura linguistica, e posto che tali fraintendimenti sono facilitati dalla lingua s tessa (nel senso che il linguaggio ordinario e la sua grammatica superficiale co ntengono una buona dose di ambiguità), qual’è il compito che si prefiggono i logici? P ossono essi fidarsi ancora del linguaggio ordinario o non debbono piuttosto sost ituirlo integralmente con uno strumento espressivo più chiaro ed efficace (ovvero privo di ambiguità)? Frege scelse la soluzione di mettere del tutto da parte il li nguaggio comune e di concentrarsi sulla creazione di una lingua artificiale “perfe tta” (tale è appunto la sua Ideografia) che potesse essere utilizzata per scopi scie ntifici -cioé per le esigenze della logica. Questa indicazione sembra essere accol ta da Wittgenstein nella 3.325, ove si legge che per sfuggire agli errori della filosofia “dobbiamo impiegare un linguaggio segnico il quale li escluda non impieg ando, in simboli diversi, lo stesso segno, e non impiegando, apparentemente nell o stesso modo, segni che designano in modo diverso. Un linguaggio segnico, dunqu e, che obbedisca alla grammatica logica –alla sintassi logica-”. Tuttavia, nella 5.5 563 leggiamo che “tutte le proposizioni

del nostro linguaggio comune sono di fatto, così come esse sono, del tutto ordinat e logicamente”, e da ciò deduciamo che Wittgenstein non pensava affatto di ricorrere ad un linguaggio artificiale che sostituisse quello ordinario. Il linguaggio co mune è in ordine così com’è perché è inconcepibile un linguaggio privo di senso, e “dove c’è , là dev’esserci ordine perfetto. L’ordine perfetto deve dunque essere presente anche nella proposizione più vaga” (Ricerche, § 98). Di fatto, però, il linguaggio comune “trave ste i pensieri”, è complicato al pari dell’organismo umano e rende perciò “umanamente impo ssibile desumerne immediatamente la logica” (4.002). L’analisi logica serve appunto a chiarire le regole di funzionamento delle espressioni allo scopo di fornire un a solida struttura teorica che sia in grado di arginare ogni tentativo di deviar e il linguaggio dal suo alveo naturale. Non v’è dunque alcun bisogno di seguire Freg e nel tentativo di costruire un linguaggio artificiale: noi possiamo tranquillam ente continuare ad usare la lingua naturale affiancandole però un continuo lavoro di chiarificazione della sua struttura logica. Una metafora di Patzig esemplific a efficacemente come debba intendersi il lavoro del logico e quali rapporti le t eorie logiche intrattengano con il linguaggio ordinario: “Possiamo riflettere su quali siano, nel linguaggio, i punti più importanti di manov ra del pensiero e in quali punti si possa cadere facilmente in errore; procedime nto paragonabile a quello della polizia stradale che segna con piccole bandierin e su una pianta della città i punti della rete stradale nei quali sono avvenuti in cidenti. Allora in base alla frequenza e gravità degli incidenti vengono apportate urgenti migliorie al sistema del traffico mediante la revisione del codice stra dale, l’installazione di segnali, ecc.. Allo stesso modo, chi sia interessato allo studio della logica cercherà di scoprire e di correggere gli aspetti patologici d el linguaggio quotidiano (...). Attraverso lo studio della logica si acquista un a perspicacia, per tali punti pericolosi, pari a quella che un vigile esperto sv iluppa per i punti pericolosi del traffico stradale”. [3] Grazie alla sorveglianza continua delle nostre modalità espressive sarà possibile li mitare e correggere la tendenza dei filosofi a giocare con il linguaggio evitand o il sorgere di quelle formulazioni prive di senso (le teorie metafisiche) intor no alle quali il pensiero filosofico si esercita senza scopo. Liberato il campo dell’espressione dalle ‘incrostazioni’ filosofiche, il linguaggio potrà allora tornare a svolgere il proprio compito essenziale di raffigurazione della realtà. [1] Carnap classificò le pseudo-proposizioni in due specie: “O vi compare una parola che erroneamente abbia un significato, o tutte le parole ivi presenti hanno, sì, un significato, ma sono combinate in un modo così contrario alla sintassi, che non ne risulta senso alcuno” (Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio). [2] Carnap, op. cit., p. 189. [3] Patzig pp. 48-49.

Note al Tractatus LA CRITICA DELLA TEORIA DEI TIPI (3.33 – 3.334) 3.33. La sintassi logica, ovvero le regole che governano la combina zione dei segni, deve essere stabilita senza mai chiamare in causa ciò che un segn o significa. Infatti, la connessione dei segni nella proposizione sensata dipend e esclusivamente dalle possibilità combinatorie di quei segni, cioé dalle loro propr ietà formali, e non dal significato che essi esprimono (il loro ‘contenuto’). La regol a sintattica che mi permette di combinare i segni “a” e “b” in: “aRb”, dunque, è indipendente dal significato che posso di volta in volta attribuire ad “a” e “b” (la logica opera sol o sulla forma dei segni, disinteressandosi dei contenuti). Le norme della sintas si logica “devono comprendersi da sé, sol che si sappia come ogni singolo segno desi gna” (3.334), ovvero guardando semplicemente al modo in cui un segno si combina co n gli altri nel contesto dell enunciato cui appartiene: per questo Wittgenstein dice che la sintassi logica presuppone solo la descrizione delle espressioni. Cf r. 6.122: le proprietà formali delle proposizioni si possono ricavare “per mera ispe zione delle proposizioni stesse”. 3.331. La Teoria dei tipi di Russell rappresenta un tentativo di stabilire le regole sintattiche che governano le relazioni tra i segni sulla base del significato dei segni stessi ed è dunque in conflitto con i l principio enunciato da Wittgenstein nella 3.33. Sulle ragioni che spingono Wit tgenstein a dichiarare illecita l’operazione condotta da Russell, v. scheda 7. 3.3 32. Tutta la Teoria dei tipi può essere sostituita dalla regola che vieta di costr uire funzioni proposizionali che contengano se stesse, ovvero che siano argoment o di se stesse (in questo modo si mettono al bando l’autoreferenza e l’autoappartene nza, da cui hanno origine le antinomie). Wittgenstein fornisce una prescrizione di carattere puramente sintattico: una corretta combinazione dei segni esclude c he il segno proposizionale possa comparire in se stesso. Ogni riferimento al cam po di significato della funzione proposizionale (che caratterizzava invece la te oria di Russell) viene messo da parte per concentrarsi esclusivamente sul piano delle regole combinatorie dei segni. 3.333. Frege diceva che una funzione è sempre “bisognosa di completamento”: in una funzione matematica (del tipo: “x + 1 = 5”), “la let tera ‘x’ serve soltanto a tenere liberi i posti in cui si può sostituire un segno nume rico che completi l’espressione” (in Bochenski, 416). Wittgenstein, analogamente, af ferma che una qualsiasi funzione proposizionale (ad es. “La capitale di x”) contiene un archetipo del suo argomento, ovvero contiene una variabile ‘x’ che deve essere s ostituita da un nome (“Gran Bretagna”, “Francia”, etc.). Chiamiamo “argomenti” della funzion e proposizionale i nomi che ‘completano’ la funzione, ovvero che vanno ad occupare i l ‘luogo’ lasciato libero dalla ‘x’. Tra i possibili argomenti della funzione proposizio nale non è però inclusa la funzione stessa, o, in altri termini, una funzione non può essere suo proprio argomento. Alla ‘x’, dunque, non può essere sostituito il segno fun zionale che contiene la ‘x’: qualora si volesse procedere in questo modo si creerebb ero dei nonsensi. Ciò accade ad es. in quelle espressioni che pretendono di esprim ersi sul proprio valore di verità: “Questo enunciato è falso” è appunto una funzione che è a rgomento di se stessa. La regola sintattica che vieta di sovrapporre funzione ed argomento consente a Wittgenstein di evitare la costruzione di enunciati autore ferenziali (ciò che costituiva l’obiettivo anche della Teoria dei tipi di Russell). 3.334. Cfr. 3.33: “la sintassi logica deve stabilirsi senza parlare del significat o d’un segno”. Per comprendere le regole della sintassi noi non osserviamo che cosa il singolo segno designi, “ad esempio non [l’oggetto] semplice ch’esso, se è un nome, ra ppresenta, ma piuttosto il modo in cui esso si combina con altri segni per produ rre fattienunciati” (Black 152).

 

Scheda 7: La critica della Teoria dei tipi. “Tutte le teorie dei tipi devono essere eliminate da una teoria del simbolismo la quale mostri che generi differenti di cose sono simbolizzati da generi different i di simboli che non possono essere sostituiti l’uno con l’altro” (Lettera a Bertrand Russell, 16/1/1913). Le critiche che Wittgenstein rivolge alla Teoria dei tipi e laborata da Bertrand Russell sembrano costituire, a prima vista, una parentesi d i natura molto specialistica e di importanza secondaria. In realtà, l’argomento rapp resenta uno dei passaggi-chiave del Tractatus: collegandosi al tema della indici bilità della forma logica (cfr. 2.172, 4.12), infatti, Wittgenstein stabilisce il principio per cui le proprietà formali (logiche) del linguaggio non possono essere oggetto di indagine e getta con ciò le basi per un’interpretazione originale della natura delle proposizioni logiche. La Teoria dei tipi fu concepita da Russell co me uno strumento indispensabile alla riuscita del programma logicista di Frege. Quest’ultimo, proponendosi di derivare la matematica da fondamenti esclusivamente logici, aveva costruito una definizione di numero in termini di relazioni tra cl assi. Il numero 2, ad esempio, è la classe di tutte le coppie (ovvero la classe di tutte le classi con due elementi); il numero 3 è la classe di tutti i terzetti (o vvero la classe di tutte le classi con tre elementi), e così via. Ogni numero, da questo punto di vista, è una classe contenente classi i cui elementi sono in relaz ione biunivoca (ovvero, una classe contenente classi con lo stesso numero di ele menti); e il concetto generale di numero corrisponderà dunque alla classe di tutte le classi che sono numero di qualche classe (la classe, cioè, di tutte le coppie, i terzetti, i quartetti etc.). Su questi presupposti, Frege ricostruiva la seri e dei numeri naturali facendo riferimento soltanto a nozioni di natura logica co me “classe”, “appartenenza”, “equivalenza”, “identità”, etc. Bertrand Russell, pur accettando rocedimento fregeano di definizione del numero naturale, si era reso conto che e sso consentiva il sorgere di una pericolosa antinomia. Tale antinomia può essere f ormulata così: “La classe di tutte le classi che non appartengono a se stesse appart iene o non appartiene a se stessa?”. Se rispondiamo che tale classe appartiene a s e stessa violiamo l’assunto di partenza secondo il quale a tale classe appartengon o solo classi che non appartengono a se stesse. Se invece rispondiamo che la cla sse in questione non appartiene a se stessa, allora violiamo l’assunto per il qual e a tale classe devono appartenere tutte le classi che non appartengono a se ste sse. Ognuna delle due possibilità finisce insomma per rovesciarsi nel suo opposto: tale classe non può né includere né escludere se stessa dal numero dei propri element i. L’esistenza dell’antinomia fu un brutto colpo per il programma logicista perché la costruzione di classi contenenti altre classi (operazione che aveva consentito a Frege di derivare il numero da operazioni logiche) doveva evidentemente essere soggetta ad alcune restrizioni non previste nel sistema di Frege (pena il sorger e di contraddizioni insolubili). “A uno scrittore di scienza” scrisse Frege nel 1903 , “ben poco può giungere più sgradito del fatto che –dopo aver completato un lavoro- ven ga scosso uno dei fondamenti della sua costruzione. Sono stato messo in questa s ituazione da una lettera del signor Bertrand Russell (...)”.[1] Russell si mise al lavoro per trovare una soluzione e individuò nel concetto di autoappartenza la ra dice del problema. La pretesa di includere una classe in se stessa, secondo Russ ell, rappresentava una violazione del naturale rapporto gerarchico esistente tra un insieme e i suoi elementi. La Teoria dei tipi si preoccupò dunque innanzitutto di stabilire una “scala logica” i cui livelli fungessero da guida per la corretta f ormazione delle classi. Russell procedette così. Stabilì che gli oggetti (ovvero gli elementi delle classi più “semplici”) dovessero essere situati al livello più basso del la scala (il livello o “tipo” 0). Al livello immediatamente superiore della scala (c ioé al livello o “tipo” 1) troviamo le classi che raggruppano oggetti. Ma le classi di livello 1 possono a loro volta diventare elementi di classi di livello superior e, cioé di classi di tipo 2. Si può quindi procedere formando classi di livello 3 (c he contengono come elementi le classi di livello 2), poi si possono formare clas si di livello 4 (che raggruppano classi di livello 3), e così via. La procedura co rretta per formare le classi consiste nell’attribuire ad ognuna di esse soltanto e lementi appartenenti al livello o “tipo” immediatamente inferiore nella scala logica . Chiedersi se una classe appartenga a se stessa, da questo punto di vista, è altr ettanto insensato che chiedersi se la classe di tutti gli uomini sia o meno un u

omo. Rispettando l’ordine gerarchico si mettono fuori gioco tentativi di costruire classi che contengono se stesse (operazione che permette il sorgere delle antin omie) e si può tornare ad utilizzare il concetto di “classe” come base per la realizza zione del programma logicista di Frege, ripreso da Russell e Whitehead nei Princ ipia mathematica. La scala logica che abbiamo appena descritto definisce anche i criteri per la corretta formazione dei nostri enunciati: l’ordine gerarchico tra i diversi livelli della scala, infatti, ci dice come è possibile assegnare gli arg omenti ad una determinata funzione proposizionale. Data una qualsiasi funzione p roposizionale, l’insieme degli argomenti che possono essere utilizzati per saturar e la funzione (ovvero che possono essere sostituiti alla variabile ‘x’) deve necessa riamente essere situato ad un livello gerarchicamente inferiore rispetto alla fu nzione stessa. In altri termini, il rapporto tra una funzione ed i suoi argoment i è di natura gerarchica così come il rapporto tra una classe ed i suoi elementi.

Ad esempio, la funzione proposizionale: “X è bianco” deve essere saturata con nomi di oggetti (cioé con argomenti di tipo 0: “latte”, “foglio”, “gesso”, etc.). Completando questa unzione con un argomento di tipo 0 otteniamo una proposizione che “parla” di un ogge tto (ad esempio, “Il latte è bianco”), e che perciò si situa al livello 1 della scala ge rarchica dei tipi. Posso quindi procedere costruendo una funzione in cui si pred ica qualcosa di un enunciato di livello 1, ad esempio: “x è un enunciato della lingu a italiana”. In questo caso, dato che ci stiamo esprimendo intorno alle proprietà di un enunciato, situeremo tale funzione al secondo livello della scala dei tipi. Essa potrà essere saturata solo con argomenti di livello gerarchico inferiore, ad esempio con l’enunciato di livello 1: “Il latte è bianco” (otterrò quindi l’enunciato di liv ello 2: “Il latte è bianco è un enunciato della lingua italiana”). Possiamo procedere ul teriormente formando funzioni di tipo 3 (cui riferiremo argomenti di tipo 2), e poi funzioni di tipo 4 (cui riferiremo argomenti di tipo 3), e così via. Se voglia mo costruire enunciati dotati di senso è sufficiente rispettare l’ordine gerarchico dei livelli di predicazione. Qualora non si rispettasse il rapporto di subordina zione tra funzione ed argomento si formerebbero enunciati privi di senso (esatta mente come nel caso in cui non si rispetti il rapporto di subordinazione tra una classe e i suoi elementi). Ad esempio, l’enunciato: “Questa proposizione è falsa” è forma to in modo scorretto perché non rispetta la distinzione tra funzione ed argomento. [2] Per rendercene conto, basta considerare la funzione proposizionale: “X è falsa” Se la ‘x’ che compare nella funzione fosse sostituita da un argomento appropriato (ad es. dall’enunciato di livello 1: “Napoleone era tedesco”), si ricaverebbe un’asserzione perfettamente sensata (cioé l’enunciato di livello 2: “La proposizione: Napoleone era tedesco è falsa”). Ma nella proposizione “Questa proposizione è falsa” si è utilizzato come argomento della funzione la funzione stessa. La funzione proposizionale viene ci oé saturata in modo anomalo: anziché sostituire alla x un argomento di livello logic o inferiore, si procede costringendo la funzione a diventare argomento di se ste ssa. In questo modo si ottiene una sorta di “cortocircuito linguistico” la cui conse guenza è un enunciato autoreferenziale del quale è impossibile stabilire il valore d i verità. Ma così facendo noi abbiamo violato le regole della Teoria dei tipi: l’enunc iato in questione è perciò da giudicare un perfetto nonsenso. Considerato che la Teo ria dei tipi appare uno strumento così efficace per stroncare sul nascere le antin omie e per porre ordine nel linguaggio, rimangono da chiarire le ragioni del dec iso attacco che Wittgenstein rivolge contro di essa nel Tractatus. Il principale motivo di dissenso tra Russell e Wittgenstein era costituito dal tema della rap presentabilità delle proprietà logiche dei simboli linguistici. Russell dava per sco ntato che fosse possibile acquisire una conoscenza diretta della forma logica ch e caratterizza un simbolo. Wittgenstein, invece, assunse come punto fermo di tut to il Tractatus che fosse impossibile raffigurare la forma logica. La tesi di Wi ttgenstein è che il rapporto di proiezione sussistente tra i simboli e la realtà non sia rappresentabile: per riuscire in questo compito si dovrebbe guadagnare un p unto di osservazione esterno al linguaggio (così da riuscire a vedere, a un tempo, il simbolo e ciò a cui esso rimanda), ma questa è un’operazione di cui il linguaggio è ovviamente incapace (2.174, 4.12). Ne consegue che il linguaggio mostra la propr ia forma logica ma non può dire nulla su di essa: la sua funzione è infatti esprimer e (“dire”) cosa accade nel mondo, e non esprimersi sul proprio modus operandi. Dal p unto di vista di Russell, era perfettamente lecito cercare di “far ordine” nel lingu aggio chiamando in causa il significato dei segni linguistici, cioé parlando della relazione sussistente tra essi e la realtà. Ad esempio, noi possiamo chiarire qua li siano le regole per il corretto impiego di un dato simbolo M una volta indica to che esso ha la funzione logica di significare un oggetto, e che dunque appart iene ad un determinato tipo logico e può comparire come argomento soltanto in funz ioni proposizionali di tipo superiore, etc. Dal punto di vista di Wittgenstein, invece, qualsiasi asserzione riguardante la forma logica di un simbolo doveva es sere considerata illecita. Non si può dire ciò che un simbolo può solo mostrare. Quind i non è nemmeno possibile asserire sensatamente che un certo simbolo dev’essere asse gnato ad un determinato tipo logico perché ha certe proprietà logiche. La teoria dei tipi è insensata proprio perché presuppone la possibilità di parlare delle caratteris tiche formali dei simboli linguistici e di rendere esplicito il rapporto tra un simbolo e ciò che esso significa. Perciò: “L’errore di Russell si mostra nell’aver egli do

vuto parlare, stabilendo le regole dei segni, del significato dei segni”(3.31). Te ntare di esprimere mediante una proposizione la forma logica dei simboli, oltre che insensato, è anche perfettamente inutile perché ogni simbolo mostra da sé le sue p roprietà qualora se ne consideri l’impiego logicosintattico (cfr. 3.326, 3.327). Per ciò: “Anche se vi fossero proposizioni della forma “M è una cosa”, esse sarebbero superflu e (tautologiche), poiché ciò che tali proposizioni cercano di dire è qualcosa che è già ve duto quando vedi “M” ” (Q. 225). “Che M è una cosa non può essere detto; è nonsenso: ma qualc sa è mostrato dal simbolo ‘M’.” (Q. 225). Wittgenstein opera così un ribaltamento della po sizione di Russell: non si può dire che un simbolo dev’essere impiegato in un certo modo perché ha un certo significato (e dunque certe proprietà logiche), ma che un si mbolo sia

impiegato in un certo modo all’interno di un enunciato mostra quali siano le sue p roprietà logiche e dunque quali siano le modalità del suo corretto impiego. Per dire quali siano le proprietà logiche dei simboli, s’è detto, noi dovremmo assumere un pun to di vista che ci consenta di considerare dall’esterno quelle proprietà: dovemmo qu indi uscire dalla logica per esprimerci su di essa. Restando fedele al programma di indagare il linguaggio dal suo interno (cfr. Prefazione), Wittgenstein stabi lisce invece che le proprietà logiche del linguaggio possano essere rivelate solta nto per mezzo di un atto di “visione immediata”. Si potrebbe dire che l’unico modo per apprendere quali siano le proprietà logiche dei simboli è vederle, cioé riconoscerle in atto in ogni proposizione del linguaggio. Ad esempio, che i simboli “a” e “b” rappres entino oggetti non può essere detto da alcuna proposizione, ma si mostra ed è visibi le per il fatto che essi risultano combinati in un certo modo all’interno del segn o complesso “aRb” (cfr. 3.1432). Analogamente, che una proposizione segua da un’altra o che due proposizioni si contraddicano è qualcosa che noi “ravvisiamo dalla struttu ra delle proposizioni” (4.1211, 5.13) e che non può essere asserito in modo sensato; e nemmeno può essere detto, ma va ravvisato dalla struttura della funzione propos izionale che essa “non può essere suo proprio argomento” (3.333). In una notazione ade guata, è possibile “riconoscere le proprietà formali delle proposizioni per mera ispez ione delle proposizioni stesse” (6.122). Ecco perché la sintassi logica “deve stabilir si senza parlare del significato d’un segno”, ma può solo presupporre “la descrizione de lle espressioni” (3.33). Ispezionando le proposizioni, cioé prendendo atto del modo in cui i simboli si combinano nel segno proposizionale, noi siamo in grado di ri cavare (appunto vedendole) tutte le regole che disciplinano l’uso dei segni. Una c orretta teoria del simbolismo rende inutile ogni teoria dei tipi perché mostra con chiarezza (senza pretendere di dirlo) che “generi differenti di cose sono simboli zzati da generi differenti di simboli che non possono essere sostituiti l’uno con l’altro” (LR 244). Descrivere le proposizioni, cioé lasciare che esse ci mostrino le l oro proprietà logiche, ci consente di comprendere quelle leggi senza cadere nell’err ore di adottare un punto di vista esterno al linguaggio e alla sua logica. Il di vieto di raffigurare la forma logica doveva condurre Wittgenstein ad una caratte rizzazione delle proposizioni logiche del tutto inedita rispetto ai suoi predece ssori. In primo luogo, dobbiamo rinunciare all’idea che le proposizioni logiche fo rniscano immagini (cioé siano raffigurazioni) delle proprietà logiche del linguaggio . La logica si distingue da tutte le altre scienze appunto perché la natura peculi are del suo “oggetto”(la forma logica) impedisce ogni tentativo di raffigurazione: l a logica è una scienza senza contenuti. Le proposizioni logiche, non raffigurando fatti, devono dunque avere una natura del tutto differente dalle normali proposi zioni dotate di senso. Ma le proposizioni logiche non possono nemmeno essere int ese come prescrizioni sull’uso dei simboli, perché ogni tentativo di dire in che mod o un simbolo dev’essere impiegato (come accade nella Teoria dei tipi) presuppone a ppunto la possibilità di parlare della forma logica di quel simbolo. Se assegnassi mo un contenuto normativo alle proposizioni della logica, insomma, daremmo per s contato che le proprietà logiche del simbolismo possano essere oggetto di raffigur azione. Ne consegue che: “E’ impossibile prescrivere a un simbolo che cosa gli sia l ecito esprimere. Ad un simbolo è lecito esprimere tutto ciò che gli è possibile esprim ere” (Q. 253). In accordo con la tesi secondo cui le proprietà logiche possono solo essere mostrate, le proposizioni logiche dovranno semplicemente esibire la strut tura formale del linguaggio senza pretendere di dire alcunché riguardo ad essa. Pe r chiarire la natura delle proposizioni logiche, Wittgenstein dovrà dunque spiegar e come sia possibile combinare i segni linguistici in modo da ottenere proposizi oni che non siano raffigurazioni e che allo stesso tempo siano dotate della capa cità di rivelare in modo immediato le proprietà essenziali del simbolismo. Le indica zioni suggerite dalla critica alla Teoria dei tipi guideranno l’indagine di Wittge nstein fino all’identificazione delle proposizioni logiche con le tautologie (6.1) . [1] In Mondadori-D’agostino 104. [2] Tale enunciato “autoreferenziale” corrisponde al celebre argomento del Mentitore formulato da Eubulide di Mileto nel IV secolo a. C.: “Se dici che menti, e in ciò dici il vero, menti o dici la verità?”. Il problema con nesso ad enunciati di questo tipo è che risulta impossibile stabilire il loro valo

re di verità: se infatti affermiamo che l’enunciato è vero (e dunque se accettiamo com e vero che il suo contenuto sia una menzogna), allora esso deve per forza essere falso (poiché una menzogna è l’asserzione di una falsità); d’altro lato, se affermiamo ch e l’enunciato è falso allora esso deve giocoforza essere considerato vero (perché se d ice il falso asserendo di essere una menzogna, allora deve essere per forza esse re vero). Insomma, se l’enunciato è vero, allora esso è falso; e se è falso, allora deve risultare vero. La verità o falsità dell’enunciato risulta indecidibile al pari della proprietà “appartenere a se stesso” nel paradosso di Russell.

Note al Tractatus TRATTI ESSENZIALI ED ACCIDENTALI DELLA PROPOSIZIONE (3.34 – 3.3441) 3.34. Cfr. la distinzione tra segno e simbolo nella 3.32 e seguenti. I tratti es senziali di una proposizione sono quelli che le permettono di esprimere un senso e non possono ovviamente essere eliminati: essi corrispondono alla struttura lo gica della proposizione. I tratti accidentali corrispondono invece alle convenzi oni arbitrarie che differenziano un particolare sistema di segni (linguaggio) da un altro, e possono invece venir trascurati come inessenziali. Tentiamo di spie garci con un esempio. Il linguaggio assolve alla medesima funzione di uno specch io, deve cioé fornire immagini della realtà. Ci sono diversi modi per realizzare una superficie riflettente: levigare un piano metallico, coprire con un panno scuro la parte posteriore di un vetro o dipingerla con vernice argentata, etc. Tutto ciò rientra nelle caratteristiche accidentali degli specchi che abbiamo realizzato : l’elemento essenziale, invece, è costituito dal fatto che ogni specchio restituisc e immagini conformi della realtà. Il modo particolare di produrre lo specchio è arbi trario, ma una volta che la superficie riflettente è realizzata non dipende più da u na convenzione il fatto che essa produca immagini: ciò dipende invece dalla sua es senza (3.342). Per comprendere l’essenza del linguaggio, ci sta dicendo Wittgenste in, noi dobbiamo considerarne gli aspetti essenziali, mettendone da parte le car atteristiche arbitrarie (cioé il modo particolare di realizzare la funzione raffig urativa). 3.341. Il fatto che proposizioni differenti possano esprimere il medes imo senso prova che in esse v’è un’essenza comune. Ad es. gli enunciati: “Il gatto è sul t appeto” e “The cat is on the carpet”, pur appartenendo a due differenti lingue, esprim ono lo stesso senso, ovvero raffigurano la medesima situazione: in ognuna di ess e è dunque presente una stessa struttura essenziale. Generalizzando, i tratti esse nziali di un simbolo sono quelli che sono presenti in tutti i simboli che eserci tano la medesima funzione (cfr. 3.343). Ciò si può esprimere dicendo che al di sotto di una apparenza mutevole (il livello dei segni, varianti da lingua a lingua) p ermane immutabile la funzione simbolica propria del linguaggio nella sua essenza . “Infatti, sebbene i caratteri siano arbitrari, nondimeno il loro uso e la loro c onnessione hanno alcunché di non arbitrario, vale a dire una qualche proporzione t ra caratteri e cose, e le relazioni che hanno tra loro caratteri diversi che esp rimono le medesime cose” (Leibniz, Scritti di Logica, 176). 3.342. Possiamo arbitr ariamente scegliere una certa forma di notazione (cioé un particolare insieme di s egni e regole convenzionali) per esprimere senso e significato, ma ciò serve solo a “tradurre” un ordine logico che non è a sua volta arbitrario. Una volta stabilito co nvenzionalmente il modo di produrre il segno proposizionale, “qualcos’altro deve acc adere”, cioé le norme della sintassi logica del linguaggio dovranno necessariamente regolare quel determinato sistema di segni in modo identico a qualsiasi altro si stema. “Ciò che non è arbitrario nei nostri simboli non sono né i simboli né le regole che diamo, ma il fatto che, date certe regole, altre sono fissate = seguono logicam ente” (NM, 230). 3.3421. “Un particolare modo di designazione”, ovvero i tratti accide ntali che distinguono un sistema di segni dall’altro sono indubbiamente irrilevant i (non a questi dobbiamo guardare per chiarire l’essenza della raffigurazione); e tuttavia è importante il fatto che le convenzioni operanti nei vari linguaggi cost ituiscano modi leciti per rendere operante la funzione raffigurativa dei segni ( ognuna di quelle convenzioni è pur sempre “un possibile modo di designazione”). I trat ti “accidentali” delle nostre notazioni rivelano così di non essere puramente arbitrar i: le nostre scelte convenzionali in campo linguistico devono comunque regolarsi su un’impalcatura logica invariante rispetto ai sistemi segnici particolari. Ogni particolare modo di raffigurazione finisce così per manifestare l’essenza unitaria del linguaggio: allo stesso modo, in filosofia, comprendere le condizioni di pos sibilità del particolare può servire ad intendere l’essenza del tutto (il mondo). 3.34 3. Il fatto che un linguaggio sia traducibile in un altro prova l’esistenza di tra tti essenziali nei segni (ciò che appunto viene conservato nel passaggio da una li ngua ad un’altra). Che uno stesso senso possa essere espresso da differenti sistem i di segni dimostra che le differenze tra segni equivalenti sono puramente accid entali. 3.344. Cfr. NM, 234: “Ciò che in un simbolo simbolizza è ciò che è comune a tutti

i simboli che, secondo le regole della logica = regole sintattiche per manipolar e simboli, possano essere sostituiti a quel simbolo”. 3.3441. Ciò che è comune a tutte le funzioni di verità è che ognuna di esse può essere “tradotta” utilizzando

soltanto i connettivi “~” (“non”) e “v” (“o”). Ad esempio, “p É q” (“se p allora q”) si può s orma: “~p v q” (“non-p o q”). Il fatto che le funzioni di verità siano tutte reciprocament e traducibili rivela la loro essenza comune. La riducibilità delle funzioni ad un’un ico schema sarà utilizzata da Wittgenstein per determinare la forma generale della proposizione (v. 6, 6.001). Viene con ciò confermato che la possibilità di una part icolare notazione può schiuderci prospettive di carattere generale (3.3421). In se guito, Wittgenstein semplificherà ulteriormente la notazione servendosi del solo c onnettivo “ / ” (“né...né”) per costruire tutte le funzioni di verità (5.5). PROPOSIZIONE E SPAZIO LOGICO (3.4 – 3.42) 3.4. Cfr. 2.202: l’immagine presenta una situazione possibile nello spa zio logico. Una proposizione dotata di senso, in quanto raffigurazione di uno st ato di cose possibile, rimanda ad un “luogo” dello spazio logico: quest’ultimo è la somm a di tutte le possibilità che si accordano con le leggi della logica, e la proposi zione sensata ne individua una tra tutte. 3.41. Una proposizione è in grado di raf figurare un possibile stato di cose in virtù della coordinazione dei suoi elementi con la realtà (cfr. 2.1514). Perché tale coordinazione sia possibile è necessario l’int ervento della forma logica (2.18), dalla quale dipende il senso di una proposizi one (appunto, la sua possibilità di coordinarsi con la realtà, cfr. 4.2). Per defini re un luogo nello spazio logico si deve allora considerare la proposizione unita mente alle sue coordinate logiche, ovvero la proposizione in quanto dotata di se nso. Solo la proposizione sensata si può inserire in quel “reticolo di possibilità” che è lo spazio logico. 3.411. Così come, in geometria, un determinato punto fissato in base a coordinate di riferimento rappresenta la possibile posizione di un oggett o, così un luogo dello spazio logico rappresenta, in riferimento alla serie delle combinazioni determinate a priori dalla logica, la possibilità di esistenza di uno stato di cose. Cfr. 2.013. 3.42. “Se riprendiamo l’analogia con il gioco degli scac chi, potremmo dire che per Wittgenstein ogni proposizione elementare intorno all a posizione di un pezzo su un quadrato presuppone l’intera scacchiera e tutti i pe zzi. Non dice, ovviamente, nulla sugli altri pezzi o quadrati (non dice, ad esem pio, dove sono gli altri pezzi), ma poiché ha senso solo all’interno del gioco degli scacchi, presuppone l’intero “spazio scacchistico”, la scacchiera, i pezzi e le regol e” (Kenny 115). Una proposizione elementare del tipo “Il Re è in a1”, potrebbe allora es sere immaginata come una lunga catena di disgiunzioni che ci informano sulle res tanti combinazioni che potrebbero aver luogo sulla scacchiera: “Il Re è in a1 e: o l a Donna è in a2, oppure la Donna è in a3, o l’Alfiere è in c4, etc.”. “Essendo il numero dei pezzi e dei quadrati finito, in questo caso sarebbe perfettamente possibile cos truire una proposizione che abbia lo stesso significato della semplice “Re1” e menzi oni, tuttavia, ogni pezzo, ogni quadrato e ogni possibile posizione. Risulterebb e così in maniera evidentissima come la proposizione, pur determinando un singolo luogo dello spazio logico, fornisca tuttavia l’intero spazio logico” (Ibidem).

L’IDENTITA’ DI PENSIERO E LINGUAGGIO. LA FILOSOFIA COME CRITICA DEL LINGUAGGIO. (4 – 4.0031) 4. La quarta proposizione fondamentale del Tractatus stabilisce la pe rfetta identità di pensiero e linguaggio. Il pensiero è l’immagine logica dei fatti (3 ) e si esprime sensibilmente nella proposizione (3.1). Wittgenstein perciò asseris ce l’equazione: “raffigurazione logica dei fatti” = “pensiero” = “proposizione sensata” (cfr. Black 161). Nei Quaderni (Q. 184) Wittgenstein annota: “Adesso diviene chiaro perc hé io pensassi che pensare e parlare fossero lo stesso. Il pensare è infatti una spe cie di linguaggio. Ché il pensiero è naturalmente anche un’immagine logica della propo sizione e pertanto una specie di proposizione”. L’ambito di ciò che è pensabile coincide così senza resti con l’ambito di ciò che può essere espresso per mezzo delle proposizio ni dotate di senso. L’impensabile è inesprimibile. 4.001. Cfr. 1.1: “Il mondo è la total ità dei fatti”. Alla totalità dei fatti, che noi chiamiamo “mondo”, corrisponde la totalità delle proposizioni (raffiguranti i fatti) di cui si compone il linguaggio. Nel l inguaggio trova raffigurazione ogni possibile accadimento del mondo. In questo s enso, si può affermare che “i limiti del mio linguaggio

significano i limiti del mio mondo” (5.6). 4.002. La facilità con cui ogni individuo si serve del linguaggio per esprimere significati può essere sviante: il linguagg io è infatti complicato al pari dell’organismo umano ed è necessario comprenderne il f unzionamento se vogliamo usarlo nella maniera giusta. Le difficoltà che si incontr ano nel tentativo di svelare la logica del linguaggio dipendono dal fatto che il linguaggio “traveste i pensieri”: la forma logica reale risulta infatti spesso occu ltata da una forma apparente (cfr. 4.0031) e non è facile rendere esplicita la str uttura essenziale di un enunciato così come non è facile rendersi conto della forma di un corpo osservando soltanto l’abito che lo ricopre. Queste osservazioni prepar ano e giustificano quanto Wittgenstein asserisce nella 4.003: dato che risulta d ifficile svelare la struttura logica dei nostri enunciati, accade sovente che so rgano fraintendimenti e che si faccia un cattivo uso della lingua (tentando ad e sempio di formulare domande cui è impossibile rispondere). E’ questo un errore tipic o della filosofia, i cui temi fondamentali derivano appunto dalla mancata compre nsione delle regole linguistiche (cfr. 3.323, 3.324). 4.003. Cfr. Prefazione: “ Il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio”. Le pro posizioni filosofiche non sono false, bensì prive di senso: se fossero semplicemen te false, rientrerebbero di diritto nell’ambito delle proposizioni sensate (una pr oposizione sensata, infatti, può essere sia vera che falsa). In quanto insensate, le domande della filosofia non possono avere risposta (cfr. 6.51: ci può essere ri sposta solo se la domanda ha un senso); e i problemi più profondi della filosofia non sono affatto problemi (per risolverli, suggerisce Wittgenstein nelle 6.52 e 6.521, bisogna semplicemente farli sparire). La questione che Wittgenstein cita per esemplificare l’insensatezza dei problemi filosofici (se il bene sia più o meno identico del bello) ha un’eco nella 5.473 (cfr. 3.323). 4.0031. L’unica funzione “posi tiva” che si possa assegnare alla filosofia è la sorveglianza critica dell’espressione linguistica, allo scopo di evitare errori e nonsensi. Fritz Mauthner (1849-1923 ), filosofo di origine boema, sosteneva che i problemi della tradizione filosofi ca sorgessero da fraintendimenti di natura linguistica (di qui la necessità di por tare avanti una critica del linguaggio). Al di là di alcuni tratti comuni, le teor ie di Wittgenstein e Mauthner divergevano apertamente dal momento che quest’ultimo riteneva impossibile la conoscenza del mondo per mezzo del linguaggio. Per ques to motivo Wittgenstein precisa che la sua concezione della “critica del linguaggio” ha presupposti differenti da quelli di Mauthner. Nella seconda parte della propo sizione, Wittgenstein attribuisce a B. Russell il merito di aver dimostrato che la forma logica reale degli enunciati è celata al di sotto di una forma grammatica le superficiale (il riferimento è alla “Teoria delle descrizioni” di Russell). L’analisi logica degli enunciati, svelando la loro struttura essenziale, consente di chia rire il corretto funzionamento del linguaggio. LA PROPOSIZIONE COME IMMAGINE DELLA REALTA’ (4.01 – 4.041) 4.01. Wittgenstein enuncia il principio fondamentale della Picture theory of the language: la proposizione è un’immagine della realtà, ovvero è la raffigur azione di una situazione possibile. Ecco perché Wittgenstein chiama la proposizion e un modello della realtà (cfr. 2.12): ad un modello fisico corrispondono sempre s equenze possibili di eventi (cfr. Scheda 4). Il modello presuppone un’identità di fo rma con ciò che raffigura. “Anche nella fisica contemporanea (...) incontriamo l’espre ssione “modello”, per esempio quando si parla di modello atomico. E anche nella fisi ca si è scelta quest’espresssione per mettere in chiaro che la descrizione dell’atomo non ha nulla a che fare con l’atomo in sé, per chiarire che, come direbbe Wittgenste in, soltanto la forma logica corrisponde [ovvero, é comune] alla rappresentazione e alla realtà non afferrabile dalla rappresentazione” (Bachmann, 54-55). 4.011. Cfr. l’esempio discusso nella Scheda 4: a prima vista, il resoconto di una partita di scacchi effettuato mediante i simboli della notazione scacchistica non sembra un’i mmagine dello sviluppo dei pezzi che si è verificato nel corso del gioco. Ma il fa tto che sia possibile ricostruire lo svolgimento della partita per mezzo di quei simboli dimostra che essi sono effettivamente immagini. Se le proposizioni non fossero raffigurazioni non potrebbero in alcun modo dire qualcosa: “La proposizion e enuncia qualcosa solo nella misura in cui è un’immagine” (4.03). 4.012. Cfr. 3.1432.

Nel segno “aRb”, i simboli “a” e “b” (nomi di oggetti) sono combinati in modo da raffigurar e il nesso che lega gli oggetti nello stato di cose corrispondente. “aRb” è dunque un’im magine (una “similitudine”) dello stato di cose raffigurato.

4.014, 4.0141. Il disco fonografico, il pensiero musicale, la partitura e le ond e sonore sono caratterizzati dall’aver una struttura logica comune che consente la traduzione reciproca. Potremmo anche dire che ognuna di queste strutture comple sse può essere proiettata sull’altra: così, la successione dei segni scritti sul penta gramma è in un rapporto di proiezione con la successione dei suoni, e viceversa (p artendo indifferentemente da uno dei due è infatti possibile ricavare l’altro). L’iden tità di struttura logica comporta la possibilità di stabilire una corrispondenza (un rapporto di proiezione) tra gli elementi costitutivi di due complessi. Wittgens tein sottolinea così che la possibilità di raffigurare un complesso di cose (un fatt o) per mezzo di un complesso di nomi (una proposizione) presuppone che tra essi sussista un’identità di forma. Solo in questo modo è concepibile la “traducibilità” dei fatt i nel linguaggio (ciò che chiamiamo “relazione raffigurativa”). 4.015. La possibilità di costruire immagini della realtà è vincolata alle regole logiche della raffigurazion e. Cfr. 2.182: “Ogni immagine è anche un’immagine logica”. La “logica” della raffigurazione (cioé la sua condizione di possibilità) consiste nella relazione di isomorfismo che deve sussistere tra immagine e raffigurato (quel che nella 4.014 è indicato come “le gge della proiezione” e “regola della traduzione”). 4.016. L’essenza della proposizione consiste nel suo essere una raffigurazione dei fatti. Questo carattere è perfettam ente esemplificato dalla scrittura geroglifica, che si compone di immagini invec e che di segni alfabetici. Dalla grafia geroglifica si è passati a quella alfabeti ca senza mutare la sostanza raffigurativa del linguaggio. 4.02, 4.021. A riprova del fatto che le proposizioni sono immagini basta considerare (come abbiamo det to nella scheda 5) che ognuno comprende il senso di una proposizione senza bisog no di alcuna spiegazione. Una proposizione che asserisce: “Il giardino è fiorito” è altr ettanto perspicua di una raffigurazione pittorica di quel giardino e non richied e alcuna precisazione per essere intesa (così come, di fronte ad una raffigurazion e pittorica, è superfluo che ci venga detto: “Questa immagine di un giardino fiorito raffigura un giardino fiorito”). Nessuna proposizione potrebbe del resto incarica rsi di spiegare il senso di un’altra proposizione: se ciò avvenisse, dovremmo ammett ere la possibilità di raffigurare le proprietà formali del linguaggio (ciò che Wittgen stein nega risolutamente). Dunque il senso di una proposizione deve essere espre sso dal segno proposizionale in modo compiuto ed autosufficiente. Inoltre, tale senso deve essere definito (e comprensibile) indipendentemente dal fatto che la situazione raffigurata sussista o meno nella realtà: infatti noi comprendiamo una proposizione senza sapere se essa è vera o falsa (4.024). 4.022. Wittgenstein intr oduce l’importante distinzione tra “dire” e “mostrare” che sarà discussa più estesamente a pa tire dalla 4.12. Un’immagine può raffigurare un certo fatto assumendone un’analoga com plessità strutturale (rapporto di isomorfismo tra proposizione e fatto). Così, utili zzando modelli di tavoli, sedie, libri, etc., noi possiamo raffigurare la dispos izione dei mobili in una stanza ordinando i modelli in modo conforme all’originale (3.1431, cfr. 4.0311). Questa relazione tra gli elementi della raffigurazione c onsente all’immagine di dire che le cose stanno in un certo modo, ma può essere solo mostrata dall’immagine e non può esser detta a sua volta. Ad esempio, è il fatto che “a” stia in una certa relazione a “b” a dire che “aRb”, ma la relazione R è mostrata e non det ta (3.1432). Perciò una proposizione può dire come stanno le cose, ma può solo mostrar e gli aspetti formali che le consentono di raffigurare una situazione (cioé può solo “esibire” come raffigura). Cfr. 4.461: “La proposizione mostra ciò che dice”. 4.023. La p roposizione dotata di senso può essere vera o falsa, ovvero ogni proposizione sens ata “fissa” la realtà (rimanda ad essa) “al sì o no” (concordando o discordando con essa). L a proposizione descrive la realtà secondo le proprietà interne di essa e solo a ques ta condizione possono formularsi proposizioni sensate. Ad esempio, proprietà inter na dell’alfiere è muoversi solo sulle diagonali di ugual colore (bianche o nere). Og ni descrizione in cui si faccia menzione dell’alfiere (ovvero ogni enunciato che d escrive una proprietà esterna del tipo: “L’alfiere si trova in f2”) dovrà raffigurare una situazione compatibile con le proprietà interne di questo pezzo. Se non tenesse co nto delle proprietà interne del pezzo, infatti, una descrizione non potrebbe esser e vera o falsa: una proposizione che ipotizzasse uno stato di cose illogico (com e il ‘salto’ su una casella nera dell’alfiere che si muove sulle diagonali bianche) sa rebbe infatti né vera né falsa, bensì priva di senso. Perciò, dicendo che la proposizion e descrive la realtà secondo le sue proprietà interne, Wittgenstein ribadisce che og

ni immagine può raffigurare una situazione solo a patto di condividere con essa la forma logica (cfr. 2.17, 2.18). Dato che ogni proposizione presuppone il sussis tere della forma logica (la proposizione “costruisce un mondo con l’aiuto d’una armatu ra logica”), ispezionando le proposizioni (siano esse vera o false) si possono ric avare tutte le proprietà logiche del linguaggio.

4.024. “Ciò che conosciamo quando comprendiamo una proposizione è questo: noi conoscia mo che accade se essa è vera, e che accade se essa è falsa” (NL 201-202); “Ciò che intendo dire è che noi comprendiamo una proposizione solo se sappiamo e che cosa accadreb be se essa fosse falsa, e che cosa accadrebbe se essa fosse vera” (LR 246). Ad ese mpio, comprendere l’enunciato “Il gatto è sul tappeto” vuol dire sapere che se esso è vero il gatto si trova effettivamente sul tappeto, mentre se esso è falso il gatto non si trova sul tappeto. Dato che il senso di una proposizione sussiste indipenden temente dal fatto che la proposizione sia vera o falsa, si può comprendere la prop osizione senza sapere come stiano le cose nella realtà. Per comprendere il senso d i una proposizione se ne devono però comprendere le parti costitutive, cioé bisogna che io sappia a quali oggetti rimandano i nomi che compaiono nella proposizione. Solo se vi sono elementi primi del linguaggio (i nomi) in diretta connessione c on gli elementi primi della realtà (gli oggetti) la proposizione può essere immagine di uno stato di cose: “La possibilità della proposizione si fonda sul principio del la rappresentanza d’oggetti da parte di segni” (4.0312). 4.026. Per comprendere un n ome bisogna che qualcuno ci spieghi il suo significato (se ancora non lo conosci amo); ciò non accade invece con le proposizioni: noi le comprendiamo senza sapere se la situazione da esse raffigurata sussista o meno. Cfr. 4.02 e 4.021. Sulla d ifferenza tra nomi (segni semplici) e proposizioni (segni complessi), v. Scheda 5. 4.03. “Solo concependo una proposizione come un’immagine riusciamo a rendere ragi one del fatto che essa può comunicarci un’informazione nuova. Essa ci dice, sulla re altà, qualcosa che non sapevamo prima; e ce lo dice usando soltanto le sue parti c ostitutive –le parole- e la loro disposizione” (Marconi, 1995, 387). Questa proprietà dipende dal fatto che l’immagine “inerisce essenzialmente” alla situazione raffigurata , ovvero condivide con essa la forma logica (2.18) e la raffigura secondo le sue proprietà interne (4.023). In ciò consiste appunto la raffigurazione logica dei fat ti. 4.031. Dato che una proposizione dotata di senso asserisce il sussistere o n on sussistere di una certa situazione, invece di dire: “Questo è il senso della prop osizione”, possiamo dire: “Questa è la situazione raffigurata dalla proposizione”. L’affer mazione iniziale di Wittgenstein concorda con la definizione della proposizione come “modello” (4.01): se la situazione “è composta sperimentalmente” nella proposizione, allora non si deve concepire l’enunciato come una semplice “copia” o “calco” della realtà (a ltrimenti diverrebbe inconcepibile l’esistenza di proposizioni false). 4.0311. La proposizione è come un “quadro plastico” i cui elementi sono connessi tra loro in modo conforme alla disposizione degli oggetti nello stato di cose. Cfr. 3.1431. 4.03 12. La proposizione può rappresentare la realtà solo se i nomi di cui si compone “rinv iano” ad oggetti. Ma una proposizione comprende anche segni ai quali, nella realtà e mpirica, non corrisponde alcun oggetto. Tali sono le cosiddette “costanti logiche”, ovvero i connettivi “e”, “se...allora”, “o”, etc.: essi non sono nomi e dunque non “stanno pe cose, non rinviano ad alcunché di reale. Wittgenstein definisce “fondamentale” questa osservazione (è dunque abbastanza strano che essa compaia nel testo con una numera zione che la relega apparentemente in secondo piano). “Per capire perché [Wittgenste in] annettesse tanta importanza [a questo problema], bisogna ricordare che, negl i anni della formazione delle idee del Tractatus, Russell elaborava una teoria i n base alla quale la comprensione di una proposizione richiedeva (tra l’altro) la conoscenza diretta (acquaintance) della forma della proposizione e degli oggetti logici designati da parole come ‘o’, ‘non’, ‘tutti’, ‘qualche’ (le “costanti logiche”)” (Mar 7, 28). Secondo Wittgentein, invece, non esistono “oggetti logici” (5.4) e “la logica non può trattare un insieme speciale di cose” (NL 209). Se le proposizioni logiche d enotassero oggetti logici, allora sarebbe possibile parlare della forma logica d el linguaggio esattamente come si può parlare delle situazioni empiriche. Ma per W ittgenstein è impossibile raffigurare la forma logica (2.172, 4.12): la “logica dei fatti” non può dunque “aver rappresentanti” (cfr. Scheda 7). 4.032. La proposizione può ra ppresentare una situazione solo in quanto “è articolata logicamente”, ovvero è dotata di una complessità strutturale conforme alla complessità strutturale del fatto che rap presenta (cfr. 3.251: la proposizione è articolata). Wittgenstein ribadisce che l’es senza della raffigurazione consiste nel rapporto di isomorfismo tra immagine e s ituazione, che è un rapporto tra due complessi. Perciò un nome, in quanto segno semp lice, non può raffigurare (descrivere) una situazione (3.144). 4.04. Nella proposi zione si possono distinguere tanti elementi costitutivi quanti ne sono presenti

nella situazione

che essa raffigura. Inoltre, il nesso tra gli elementi costitutivi della proposi zione corrisponde al nesso tra gli elementi costitutivi dello stato di cose: pro posizione e fatto sono dunque isomorfi (possiedono la stessa forma – o “molteplicità”- l ogica). Su Hertz e sulla nozione fisica di “modello”, v. Scheda 4. 4.041. Wittgenste in riprende il tema dell’impossibilità di rappresentare le condizioni della rapprese ntazione. La “molteplicità logica” che accomuna modello e realtà non è a sua volta raffigu rabile: ovvero, la proposizione non può uscire da se stessa per raffigurare la sua relazione di proiezione con ciò che raffigura. L’argomento, presentato per la prima volta nella 2.172, verrà affrontato più estesamente nella 4.12 (v. Scheda 10).

Scheda 8: La proposizione come immagine La tesi secondo la quale la proposizione “è un’immagine della realtà” (4.01) costituisce u no dei temi centrali del Tractatus ed è il fondamento della cosiddetta ‘Teoria raffi gurativa del linguaggio’ (Picture Theory of the Language). Wittgenstein asserisce che le proposizioni hanno l’esclusiva funzione di raffigurare la realtà fornendo imm agini di ogni possibile accadere e non accadere di stati di cose. Le proprietà car atteristiche dell’immagine in generale sono state già illustrate nella sezione che v a dalla 2.1 alla 2.225: si tratta ora di estendere quelle proprietà anche alla pro posizione come immagine logica dei fatti. L’idea che che le proposizioni siano raf figurazioni di fatti si affacciò alla mente di Wittgenstein intorno al 1914, nel p eriodo in cui il filosofo vestiva la divisa dell’esercito austro-ungarico. Nei Qua derni, in data 29 settembre 1914, troviamo questa annotazione: “Nella proposizione un mondo è composto sperimentalmente. (Come quando al tribunale di Parigi un inci dente d’automobile è rappresentato con pupazzi, etc.)”. A cosa si riferiva Wittgenstei n? Norman Malcom, amico e biografo di Wittgenstein, ci racconta il seguente epis odio: “Era l’autunno del 1914, sul fronte orientale. Wittgenstein leggeva, in una ri vista, di un processo a Parigi per un incidente automobilistico. Al dibattimento era stato presentato alla corte un modello in miniatura dell’incidente. Il modell o in quel caso equivaleva alla proposizione; vale a dire alla descrizione di un possibile stato di cose. Aveva tale funzione grazie a una corrispondenza tra le parti del modello (case, automobili, persone in miniatura) e le cose (case, auto mobili, persone) reali. A questo punto a Wittgenstein venne fatto di pensare che si sarebbe potuto capovolgere l’analogia e dire che una proposizione serve da mod ello o raffigurazione, in virtù di una analoga corrispondenza tra le sue parti e i l mondo. Il modo con il quale si combinano le parti della proposizione – la strutt ura della proposizione- descrive una possibile combinazione di elementi della re altà, un possibile stato di cose” (Malcom, 1516).[1] Wittgenstein illustra la tesi d ella natura raffigurativa delle proposizioni servendosi di un disegno: “Se, in quest’immagine, la sagoma di destra rappresenta l’uomo A, e quella di sinistra designa l’uomo B, il tutto potrebbe dire ad esempio: -A tira di scherma con B-” (Q. 92). La proposizione che descrive questo stato di cose, dunque, funziona esatta mente come un’immagine spaziale: essa raffigura una situazione connettendo i nomi “A” e “B” in modo conforme al nesso che lega, nella realtà, gli oggetti denotati da quei n omi (immagine e realtà sono così caratterizzati da una medesima struttura – o moltepli cità- logica). A prima vista, una proposizione non sembra affatto un’immagine: “ma nep pure la notazione musicale –dice Wittgenstein- sembra essere un’immagine della music a” (4.011). Ciò accade perché ogni raffigurazione, contenendo sempre ‘qualcosa di meno’ ri spetto a ciò che raffigura, richiede che si stabiliscano convenzioni per garantire il suo collegamento con la realtà. Nella raffigurazione spaziale degli schermitor i, ad esempio, si stabilisce che una figura bidimensionale ‘stia per’ un oggetto tri dimensionale. Non tutti gli stati di cose sono raffigurabili per mezzo di immagi ni spaziali: si pensi, ad esempio, a come si potrebbe rappresentare spazialmente la differenza tra due diverse sfumature di un colore. Il segno proposizionale, invece, può raffigurare ogni possibilità perché il suo rapporto di proiezione con i fa tti dipende solo dalla sua forma logica, cioé da quell’elemento a priori che è presupp osto da ogni immagine (sia essa spaziale o meno, cfr. 2.182). Perciò Wittgenstein osserva: “Noi non abbiamo, è vero, la certezza di poter mettere sulla carta tutti gl i stati di cose in immagini; ma certo abbiamo la certezza di poter raffigurare i n una scrittura a due dimensioni tutte le proprietà logiche degli stati di cose” (Q. 92). Ciò non significa naturalmente che le proprietà logiche possano essere oggetto di raffigurazione al pari delle situazioni empiriche, ma solo che ogni relazion e logica può essere “tradotta” connettendo tra loro i segni linguistici. “Un nome sta pe r una cosa, un altro per un’altra cosa e sono connessi tra loro: così il tutto prese nta –come un quadro plastico- lo stato di cose” (4.0311). L’aspetto fondamentale della teoria di Wittgenstein è proprio il fatto che le relazioni sussistenti tra gli el ementi di uno stato di cose sono raffigurate dalle relazioni sussistenti tra gli elementi della proposizione, e non da segni particolari che possano occorrere n el segno proposizionale. Un pittore non raffigura una situazione dipingendo sull

a

tela le immagini degli oggetti e, accanto ad esse, anche l’immagine della relazion e che le connette. Il nesso tra gli elementi dell’immagine non è qualcosa il pittore aggiunge alle immagini dipinte, ma è ciò che il pittore realizza nel momento stesso in cui raffigura per mezzo di immagini. L’immagine, in altri termini, raffigura s olo in virtù della combinazione dei propri elementi e mostra in modo autonomo che a quella combinazione corrisponde nella realtà la possibilità di una relazione tra o ggetti. Così, nel segno complesso “aRb” ciò che consente la raffigurazione è il nesso che sussiste tra i nomi “a” e “b” (3.1432). Ma qui, a differenza che in un dipinto, compare un segno (“R”) che apparentemente denota la relazione tra gli elementi della raffigu razione (i nomi “a” e “b”). In realtà le cose non stanno affatto così. “R” non è un segno den e, né esso dice che tra i nomi “a” e “b” sussiste un nesso (che tra i nomi “a” e “b” sussista relazione è mostrato dal segno “aRb”). Non esiste una cosa chiamata “la relazione tra a e b”, ma esiste invece una struttura complessa nella quale “a” e “b” sono messi in relazio ne. Scrivendo il segno “R”, quindi, noi rimandiamo semplicemente a quell’elemento form ale che può solo mostrarsi e mai essere detto. Le proprietà formali della proposizio ne, così come quelle di un dipinto, possono soltanto essere esibite (non: raffigur ate). In virtù del nesso sussistente tra i suoi elementi, la proposizione “mostra co me stan le cose, se essa è vera”, ovvero “mostra il suo senso” (4.022). Pur combinando s emplici segni alfabetici (i quali non assomigliano affatto ad immagini di cose), essa presuppone lo stesso principio che sta alla base della grafia geroglifica, “che raffigura i fatti che descrive”. Dal linguaggio figurativo dei geroglifici l’uom o è passato alla grafia alfabetica “senza perdere l’essenziale della raffigurazione” (4. 016). In sintesi, possiamo riassumere così le caratteristiche della proposizione c ome ‘immagine logica dei fatti’: · Ogni proposizione è caratterizzata da una struttura, ovvero contiene elementi costitutivi (nomi) in una determinata relazione l’uno all’a ltro (3.14) ed è articolata logicamente (4.032). Cfr. 2.14. · In quanto complesso di elementi, la proposizione è un fatto (3.14). Cfr. 2.141. · Ogni proposizione è caratt erizzata dalla corrispondenza tra i propri elementi, i nomi, e quelli della situ azione raffigurata, gli oggetti, o cose (3.21, 4.0312). Cfr. 2.13, 2.131, 2.1514 . · La proposizione è caratterizzata da un rapporto di proiezione con la realtà che ra ffigura (3.11, 4.031, 4.0311). Cfr. 2.15, 2.151. Il rapporto di proiezione è reso possibile dalla forma logica (cfr. 2.18) e grazie ad essa sussiste una relazione di isomorfismo tra immagine e situazione. · Ogni proposizione viene compresa senz a spiegazioni aggiuntive, ma mostra da sé, in modo autonomo, ciò che raffigura. Come l’immagine rappresenta il proprio senso (2.221), così la proposizione mostra il suo senso (4.022): la proposizione, come ogni immagine, “evoca” la situazione che descr ive senza altro ausilio che la propria capacità di proiettarci in direzione della realtà. E’ vero che la formazione degli enunciati dipende anche da regole convenzion ali, le quali valgono a definire i cosiddetti “tratti accidentali” delle proposizion i (v. 3.34 e seguenti). Una volta stabilite queste convenzioni, però, il linguaggi o diventa “operativo” e funziona in modo autonomo senza bisogno di ulteriori interve nti: “La proposizione –scrive Wittgenstein- rappresenta lo stato di cose, direi quas i, di sua testa” (Q. 115). Una volta data la proposizione, non c’è bisogno di un enunc iato aggiuntivo che ci spieghi quel che essa asserisce (ciò equivarrebbe a dire ch e la proposizione in questione non è un’immagine). · La proposizione non può raffigurare il modo della propria raffigurazione, ovvero non può raffigurare la forma logica (4.12, cfr. 4.041). Per far ciò, la proposizione dovrebbe proiettare su se stessa invece che in direzione della realtà: ma ciò è impossibile perché compito delle proposiz ioni è soltanto la raffigurazione di fatti (cfr. 2.172, 2.174). Per lo stesso moti vo, nessuna proposizione può enunciare qualcosa sopra se stessa (3.332). Compito e sclusivo delle proposizioni è raffigurare il mondo. · La proposizione rappresenta il sussistere e non sussistere di stati di cose (4.1) e determina in questo modo u n luogo nello spazio logico (3.4). Cfr. 2.11. · Ogni proposizione rappresenta una situazione possibile, ovvero la possibilità del sussistere e non sussistere di sta ti di cose (4.2, 3.11). Cfr. 2.201, 2.202, 2.203. Ne consegue che possono anche esistere proposizioni false, cioé raffigurazioni di situazioni che di fatto non su ssistono nella realtà empirica. · Una proposizione può essere compresa senza sapere se essa è vera o falsa (4.024). Si comprende una proposizione quando se ne intende i l senso, ed il senso ‘contiene’ solo la possibilità della situazione raffigurata (4.2) : dunque la proposizione ha un senso indipendentemente dal fatto che sia vera o

falsa (allo stesso modo, un’immagine raffigura indipendentemente dalla propria ver ità o falsità, 2.22). Una proposizione è vera o falsa quando, rispettivamente, concord a o non concorda con il fatto che descrive. Per conoscere il valore di verità di u na proposizione bisogna confrontarla con la realtà; per intenderne il senso, invec e, basta che se ne comprendano le parti costitutive (4.024). (Per un approfondimento del rapporto di isomorfismo tra proposizioni e fatti si rimanda alla Scheda 11). [1] Secondo questa versione dei fatti, fu dunque il resoconto del processo parig ino che ispirò a Wittgenstein la Teoria raffigurativa del

linguaggio. All’identificazione della proposizione con l’immagine, però, diede certame nte un contributo decisivo anche la lettura dei Principi della Meccanica di Hert z, ed in particolare la nozione di modello quale struttura “ideale” che consente la rappresentazione dei fenomeni (sul modello in Hertz, v. Scheda 4).

Note al Tractatus LA NEGAZIONE (4.05 – 4.0641) 4.05. Cfr. 2.223: il riconoscimento della verità o falsità di una prop osizione dipende dal confronto con la realtà. Ma per operare tale confronto è necess ario che la proposizione sia un’immagine della realtà, cioé che raffiguri una situazio ne ed esprima un senso (4.06). 4.06. La proposizione può raffigurare in modo vero o falso solo a patto di essere effettivamente un’immagine, cioè solo a patto di trov arsi in relazione raffigurativa con la realtà. Il senso della proposizione è comunqu e determinato indipendentemente dalla sua verità o falsità, cioè indipendentemente da come stanno le cose nella realtà: noi comprendiamo infatti una proposizione senza sapere se essa è vera o falsa (4.024). Questi presupposti costituiscono i principi basilari della teoria raffigurativa del linguaggio. 4.061. Una proposizione ha un senso indipendente dai fatti: essa è infatti dotata di senso sia che il fatto d a essa raffigurato sussista sia che non sussista. Come abbiamo visto nella Sched a 5, ciò equivale a dire che una proposizione ha sempre una duplice relazione con i fatti: ogni proposizione è essenzialmente vera-falsa. Chi trascuri questa propri età essenziale degli enunciati, può cadere nell’errore di credere che una proposizione (al pari di un nome) abbia una sola relazione con la realtà. Ad esempio, si potre bbe credere che la proposizione “p” e la sua negazione “~p” (non-p) designino uno stesso fatto, rispettivamente, in modo vero e in modo falso. In altri termini, il segn o di negazione sarebbe un ‘indicatore di falsità’, mentre l’assenza di questo segno sare bbe un ‘indicatore di verità’. Ciò è manifestamente sbagliato perché sia “p” che “~p”, in qua posizioni dotate di senso, possono essere vere o false a seconda che concordino o meno con la realtà. Se ad esempio il gatto non si trova sul tappeto, l’enunciato “~p” (‘Il gatto non è sul tappeto’) risulterà vero –smentendo la tesi che ad una proposizione n egativa corrisponda sempre una falsità. 4.062. Chi identifica “p” con la designazione vera e “~p” con la designazione falsa ritiene che il mondo può essere descritto con pr oposizioni dotate di un’unica relazione con la realtà. Da questo punto di vista, la descrizione potrebbe indifferentemente utilizzare proposizioni false: basterebbe tener presente che in questo caso noi stiamo raffigurando “alla rovescia”. Ma Wittg enstein nota che in ogni caso noi siamo sempre condotti ad ammettere che le prop osizioni hanno una duplice relazione con i fatti. Se con la proposizione: “Il libr o è sul tavolo” (“p”) intendiamo “Il libro non è sul tavolo” (“~p”), ed il libro effettivamen n si trova sul tavolo, allora l’enunciato “~p” risulta vero, e non falso. La verità di u n enunciato consiste nel suo accordo con la realtà, e “~p” si accorda con la realtà quan do lo stato di cose di cui nega il sussistere non sussiste effettivamente. 4.062 1. La proposizione “p” e la sua negativa “~p” hanno senso opposto (il segno di negazione ha infatti la funzione di invertire il senso della proposizione, 5.2341). Perciò, quando “p” è vera, “~p” è falsa, e quando “p” è falsa, “~p” è vera. Tuttavia esse non descri ioni diverse. Ciò potrebbe verificarsi solo se il segno “~” denotasse, al pari di un n ome, un oggetto. In questo caso, “~p” dovrebbe riferirsi ad una situazione diversa d a “p” (lo stato di cose descritto da “~p” consterebbe infatti di un oggetto che non si t rova nello stato di cose descritto da “p”). Ma al segno di negazione non corrisponde nulla nella realtà: a conferma di ciò, si può considerare che il “non” può anche scomparire dall’enunciato (basta scriverlo due volte: due negazioni si annullano, cfr. 5.254 ). L’enunciato “p” e la sua negazione “~p”, pur avendo senso opposto, non sono dunque imma gini di fatti diversi, bensì immagini diverse dello stesso fatto (ad esse “corrispon de un’unica e stessa realtà”). Sul tema delle ‘costanti logiche’ come segni non denotanti, cfr. 4.0312, 5.4. 4.063. Prendiamo un foglio di carta bianca e disegnamo una ma cchia nera. Ogni punto nero del foglio costituirà un fatto positivo (il sussistere della macchia), ogni punto bianco costituirà invece un fatto negativo (il non sus sistere della macchia). Un fatto positivo sarà descritto da una asserzione del tip o: “Il punto x è nero”, mentre un fatto negativo sarà descritto da un enunciato del tipo : “Il punto x è bianco” (“non nero”). Per sapere se un enunciato è vero o falso dovrò andare controllare il foglio: se ho assegnato un significato ai nomi “bianco” e “nero”,

comprendendo il senso dell’enunciato io saprò cosa devo andare a cercare sul foglio (cioé saprò come impostare il confronto tra proposizione e realtà), e a seconda di que llo che troverò (un punto nero o bianco) io saprò se la raffigurazione è corretta o sc orretta. L’analogia della macchia sul foglio ha un limite: infatti io posso indica re col dito un punto sul foglio senza conoscere la distinzione tra bianco e nero . Ma nessuna proposizione può “puntare il dito” sulla realtà a meno che non abbia un sen so. E questo senso dev’essere compiuto prima di ogni confronto con la realtà: ciò avvi ene solo se ammettiamo che la proposizione, al contrario del nome, abbia una dup lice relazione con il fatto raffigurato (Wittgenstein critica la tesi di Frege s econdo cui le proposizioni hanno la stessa funzione denotante dei nomi). 4.064. Wittgenstein ribadisce che ciò che caratterizza intimamente ogni proposizione è il f atto di possedere un senso. Negare o affermare una proposizione vuol dire afferm arne o negarne il senso. Dunque ogni proposizione dev’essere dotata di senso indip endentemente dal fatto che la si affermi o la si neghi. 4.0641. La proposizione negativa “~p” determina un proprio luogo logico riferendosi a quello determinato dal la proposizione “p”: ma il luogo individuato da “~p” è “un altro”, e più precisamente risulta terno a quello individuato da “p”. Cfr. Q. 139: “Due proposizioni sono opposte l’una all’a ltra se giaccion tutte l’una fuori dell’altra”; Q. 153: “Ogni proposizione ha solo una n egativa; v’è solo una proposizione che giace tutta fuori di p”. Per l’interpretazione di questo passo v. Scheda 9.

Scheda 9: Senso e negazione. Un ‘test’ per riconoscere le proposizioni sensate. "Quell’ombra che l’immagine, direi, getta sul mondo: Come afferrarla esattamente? Ec co un mistero profondo. E’ il mistero della negazione: Le cose non stan così, eppure possiamo dire come le cose non stanno.” (Quaderni, 14 novembre 1914)

Le osservazioni contenute nella sezione 4.05 - 4.0641 ci consentono di svolgere alcune importanti considerazioni sul modo in cui l’operazione logica della negazio ne modifica il senso di una proposizione. Wittgenstein inizia col dichiarare che è sbagliato considerare il segno “p” equivalente alla designazione vera e il segno “~p” e quivalente alla designazione falsa. Se così fosse, le proposizioni avrebbero, al p ari dei nomi, una sola relazione con la realtà. Da questo punto di vista, la descr izione dei fatti del mondo consisterebbe semplicemente nel “nominarli” per mezzo del le proposizioni positive, mentre alle proposizioni negative (che designano in mo do falso) non corrisponderebbe alcunché di reale; si potrebbero però utilizzare per la descrizione anche le proposizioni negative (cioé le asserzioni false) tenendo c onto del fatto che nella realtà si verifica il contrario di quanto esse dicono (4. 062). Ma per Wittgenstein anche una proposizione negativa può descrivere la realtà e d essere perciò vera (in tal caso, ad essa corrisponde un fatto negativo). Ad esem pio, se il gatto non è sul tappeto, la proposizione negativa “~p” (che dice: “Il gatto n on è sul tappeto”) fornisce una descrizione vera. Dobbiamo quindi ammettere che sia l’enunciato “p” che la sua negazione “~p” intrattengono una duplice relazione con la realtà (cfr. Scheda 5): entrambe possono infatti risultare vere o false una volta confr ontate con i fatti. Le proposizioni non possono dunque essere parificate a nomi. Naturalmente non è possibile che “p” e “~p” siano entrambe vere o entrambe false: la veri tà di “p” implica la falsità di “~p”, e la falsità di “p” implica la verità di “~p”. Ad esemp atto si trova sul tappeto, la proposizione “p” (“Il gatto è sul tappeto”) sarà vera e la pro posizione “~p” (“Il gatto non è sul tappeto”) diverrà automaticamente falsa. Viceversa, se i l gatto non si trova sul tappeto, la proposizione “p” sarà falsa mentre la proposizion e “~p” diventerà vera. La verità di “~p” pone però il problema di chiarire cosa raffigura una proposizione negativa. Se la proposizione “Il gatto non è sul tappeto” è vera, il fatto da essa negato non sussiste nella realtà, ovvero non c’è niente nel mondo che le corri sponda. Di che cosa è immagine, dunque, una proposizione negativa? E quale rapport o proiettivo intrattiene con i fatti? Secondo Wittgenstein, la proposizione nega tiva fornisce una raffigurazione dello stesso fatto descritto dalla proposizione positiva e perciò “~p” rimanda esattamente alla stessa realtà descritta da “p”. La spiegazi one di ciò si può articolare nei seguenti tre punti: 1. Il segno di negazione, come tutti i connettivi logici, non serve ad introdurre nuovi oggetti (4.0621). Se il segno “~” denotasse un oggetto, allora le proposizioni “p” e “~~p” (“non-non-p”) dovrebbero figurare situazioni differenti: nello stato di cose descritto da “~~p”, infatti, dov rebbero trovarsi due oggetti che non si trovano invece nella situazione descritt a da “p”. Ma così non è, perché “p” e “~~p” hanno esattamente lo stesso senso (le due negazio nfatti, si annullano). Ciò che nella realtà corriponde a “p” e a “~~p” è quindi esattamente l stesso stato di cose. Ovviamente, il segno di negazione “~” non introduce alcun ogg etto nemmeno quando lo aggiungiamo a “p” per ottenere “~p”. Applicando il segno di negaz ione a “p” non si ottiene quindi una proposizione che parla di un fatto nuovo: a “p” e “~p” “ orrisponde un’unica e stessa realtà” (4.0621). 2. Ritenendo che la proposizione negati va “~p” si riferisca ad una situazione differente da quella cui si riferisce “p”, noi co nfondiamo il fatto negato da “~p” con il fatto che sussiste al suo posto. Se “~p” è vera, allora il gatto non si trova sul tappeto. Ma la proposizione “~p” non dice che il ga tto si trova sul davanzale, o sotto il tavolo, etc.: in questo caso, essa raffig urerebbe effettivamente una situazione diversa da “p”. Lo scopo di “~p” è soltanto la nega zione del caso affermato da “p”, e non l’affermazione di fatti diversi da “p”. Ne consegue appunto che quanto viene raffigurato da “~p” è la stessa situazione raffigurata da “p”, e di essa “~p” dice: “Tale situazione non sussiste”. 3. La proposizione negativa “~p” può dire che una certa situazione non sussiste solo a condizione di esibire l’immagine del fatto che essa nega. Nessuna immagine può raffigurare la non-esistenza di qualcosa perché non si può rappresentare un’assenza. La proposizione che nega che il gatto si trovi sul tappeto deve dunque presentare l’immagine di un gatto su un tappeto. “E’ chi aro che si dovrà presentare quale situazione si dice che non esiste, e codesta sit

uazione la si presenterà proprio mediante la raffigurazione che la raffigura. Non si potrebbe prendere nessun’altra raffigurazione: non si potrebbe, ad esempio, far e una raffigurazione del non esistere della situazione” (Anscombe 63). Ancora una volta siamo costretti ad ammettere che “~p” ci presenta la stessa situazione present ata dalla proposizione positiva “p” . Il segno “~” (o meglio, come si vedrà in seguito, l’op erazione che tale segno introduce) modifica però il rapporto

di proiezione che lega la proposizione “p” alla realtà. La negazione, osserva Wittgens tein, inverte il senso della proposizione (5.2341). Ciò significa che la proposizi one negativa, pur raffigurando la stessa situazione raffigurata dalla positiva, riceverà risposte diametralmente opposte dal confronto con la realtà: come si diceva sopra, essa sarà vera quando la positiva è falsa, e sarà falsa quando la positiva è ver a. Il caso è simile a quello di una fotografia e del suo negativo. Entrambi, infat ti, raffigurano il medesimo soggetto, e tuttavia risultano capovolte le condizio ni della loro corrispondenza con la realtà: una fotografia raffigura fedelmente un a situazione quando ad una sua porzione di colore chiaro corrisponde nella realtà un oggetto di colore chiaro e ad una sua porzione di colore scuro corrisponde un oggetto di colore scuro; mentre il negativo della fotografia è fedele se ad una s ua porzione di colore scuro corrisponde un oggetto di colore chiaro e ad una sua porzione di colore chiaro corrisponde nella realtà un oggetto di colore scuro. La proposizione “p” e la sua negativa “~p” assomigliano appunto ad una fotografia ed al su o negativo: “p” “~p”

La situazione cui le due proposizioni rimandano, come si vede, è identica; quel ch e muta sono le condizioni di verità delle due proposizioni, cioé il loro modo di int eragire con il medesimo fatto: se i due personaggi reali stanno effettivamente t irando si scherma, allora la positiva è vera mentre la negativa è falsa; e se se i d ue personaggi reali non stanno tirando di scherma, allora la positiva è falsa ment re la negativa risulta vera. Pur determinando possibilità differenti (il loro sens o è infatti opposto), “p” e “~p” si presuppongono dunque vicendevolmente. “La proposizione p ositiva – scrive Wittgenstein- deve presupporre l’esistenza della proposizione negat iva, e viceversa” (5.5151). La proposizione negativa, come abbiamo visto, è infatti costruita applicando l’operazione della negazione alla proposizione positiva: essa non potrebbe esistere se non esistesse la proposizione “p”. Bisogna dunque tener se mpre presente che “la negazione si riferisce al luogo logico che la proposizione n egata [cioé “p”] determina”: pur determinando un luogo logico diverso da “p”, “la proposizion negante [cioé “~p”] determina un luogo logico con l’aiuto della proposizione negata [ci oé di “p”], descrivendo quello come sito fuori di questo” (4.0641). Ma anche la proposiz ione positiva “p” richiede necessariamente l’esistenza della sua negativa “~p”. Se infatti “p” è una proposizione dotata di senso, allora essa può essere vera o falsa. Asserire l a verità di “p” equivale però automaticamente ad asserire la falsità della sua negativa “~p”; e, simmetricamente, asserire la falsità di “p” equivale automaticamente ad asserire la verità di “~p”. Scrive pertanto Wittgenstein: “Noi possiamo vedere che ~ p non ha un se nso se p non ne ha uno, così possiamo anche dire che p non ne ha uno se ~ p non ne ha uno” (NM 236).Riducendo questa osservazione in forma sintetica otteniamo il pr incipio secondo cui se un enunciato ha senso allora anche la sua negazione ha se nso. Tale regola può essere utilizzata come vero e proprio ‘test’ per riconoscere le p roposizioni dotate di senso. “Il principio per cui il senso di una proposizione va insieme a quello della sua negazione sarà costantemente usato da Wittgenstein, an che dopo il Tractatus, come test di sensatezza: ogni volta che abbiamo la sensaz ione di ‘non poter immaginare il contrario’ di ciò che una proposizione dice o sembra dire, siamo sicuri di avere a che fare con un nonsenso” (Marconi, 1997, 27). Provi amo a utilizzare questo strumento operativo per stabilire se l’enunciato “Domani pio verà” sia dotato di senso o meno. Se “Domani pioverà” è sensata, allora la sua negazione “Dom ni non pioverà” deve poter essere vera (dobbiamo dunque poter immaginare che si veri fichi il contrario della situazione descritta). Ciò è manifestamente possibile. Se d omani effettivamente pioverà, “p” diventerà vero e “~p” falso; se domani non pioverà, “p” div falso e “~p” vero. L’enunciato in questione può essere falsificato dall’esperienza (il che rende automaticamente vera la sua negazione) e quindi è un enunciato dotato di se nso. Proviamo adesso a considerare l’enunciato: “Il mondo è tale e quale io lo conosco”. Il caso è diverso da quello precedente perché di questa proposizione non è possibile immaginare il contrario (ovvero non è possibile la verità della sua negazione). L’enun ciato “Il mondo non è tale e quale io lo conosco”, infatti, non può essere verificato o

falsificato in alcun modo. Quale esperienza potrebbe provare che la realtà è diversa da come si presenta al soggetto conoscitivo? Dato che ogni esperienza presuppon e l’intervento attivo del soggetto e dei suoi strumenti conoscitivi, ogni tentativ o di costruire un esperimento significativo al riguardo non farebbe altro che ri proporre il mondo quale

è conosciuto dal soggetto, e mai il mondo come entità “in sé” sganciata dal suo rapporto c on il soggetto. “Il mondo è tale e quale io lo conosco”, non ammettendo la possibilità c he la sua negativa sia vera, è da considerarsi un enunciato privo di senso (esso n on può essere falso e dunque non può nemmeno esser vero: e una proposizione che non può essere vera o falsa è appunto insensata) . Il test ha dunque rivelato l’esistenza di un nonsenso. In generale, tutte le asserzioni della scienza naturale (cfr. 41 1, 6.53) sono caratterizzate dalla possibilità di essere vere o false, e perciò sono dotate di senso: di ogni enunciato descrittivo della forma “p” o “~p” è dunque possibile “i mmaginare il contrario”. Le proposizioni (o meglio: le “pseudo-proposizioni”) filosofi che, invece, sono insensate perché non è possibile concepire la possibilità della loro falsità e dunque, neanche la possibilità della loro verità: esse sono semplicemente p rive di senso, ovvero non hanno valore di verità (sono né vere né false). Il principio secondo il quale di una proposizione sensata si deve poter concepire la negazio ne ha come riflesso immediato, nel Tractatus, la conferma dell’irrappresentabilità d ella forma logica e della contingenza di ogni stato di cose. Infatti: · La forma l ogica è la condizione a priori del rapporto raffigurativo che sussiste tra linguag gio e realtà. Se si intendesse descrivere (rappresentare per mezzo del linguaggio) la forma logica, essa dovrebbe venire considerata alla stregua di un fatto come gli altri e si dovrebbe poter asserire che questo fatto sussiste. Ma si può asser ire in modo sensato che un fatto sussiste soltanto se ha senso dire che esso non sussiste. Ciò è proprio quanto non si può fare riguardo alla forma logica: è infatti in immaginabile che essa non sussista, poiché dobbiamo sempre presupporla come condiz ione della rappresentazione. Dunque, non ha senso considerare la forma logica al la stregua di un fatto e tentare di rappresentarla nel linguaggio: una proposizi one che intendesse descrivere la forma logica sarebbe priva di senso (non ammett endo la possibilità della propria negazione). La forma logica è pertanto indicibile. Se di ogni fatto asserito da una proposizione dotata di senso si può immaginare i l contrario (la sua negazione), allora nessun fatto è necessario, ma tutti i fatti sono contingenti (possono essere come non essere). Secondo Wittgenstein v’è solo un a necessità logica (6.37), mentre “ogni avvenire ed essere-così è accidentale”. Ogni fatto può accadere come non accadere: “Tutto ciò che vediamo potrebbe anche essere altrimen ti. Tutto ciò che possiamo comunque descrivere potrebbe essere altrimenti. Non v’è un ordine a priori delle cose” (5.634). Su queste basi, Wittgenstein negherà che tra gl i stati di cose sussistano relazioni di causa-effetto. Dato che gli stati di cos e sono indipendenti l’uno dall’altro (2.061), dal sussistere o non sussistere d’uno st ato di cose non può concludersi al sussistere o non sussistere d’un altro (2.062) e quindi non v’è alcun modo per inferire con necessità uno stato di cose da un altro. ·

Note al Tractatus LA FILOSOFIA E LA SCIENZA (4.11 – 4.115) 4.11. Se la totalità delle proposizioni vere “è la scienza naturale tutta”, allora l’ambito di quanto può essere detto sensatamente coincide senza resti con l’am bito delle proposizioni scientifiche. Cfr. 6.53: “Il metodo corretto in filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, proposizio ni della scienza naturale –dunque, qualcosa che con la filosofia nulla ha da fare”. 4.111. Le proposizioni della scienza sono dotate di senso e in quanto tali posso no essere vere o false (tutte le proposizioni vere rientrano quindi nel campo de lla scienza); le pseudo-proposizioni filosofiche non hanno un contenuto rapprese ntativo (non parlano della realtà) e quindi sono né vere né false, bensì insensate. “La fi losofia non dà immagini della realtà, e non può né confermare né infirmare le indagini sci entifiche” (NL 201). La filosofia tenta di porsi ad un livello di descrizione che non coincide con quello delle scienze (essa sta “sopra o sotto, non già presso le sc ienze naturali”). Ma con ciò si condanna ad essere sterile e improduttiva. 4.112. La filosofia serve a chiarire la struttura logica degli enunciati, ovvero ad illus trare il corretto funzionamento del linguaggio. Non esistono “contenuti filosofici” da comunicare: ciò che può “essere detto” rientra in toto nell’ambito di quanto viene espr esso dalle proposizioni della scienza naturale (4.11). La filosofia non è quindi u na dottrina ma una attività: ad essa compete soltanto la chiarificazione delle nos tre modalità espressive. Cfr. 4.0031: “Tutta la filosofia è ‘critica del linguaggio’ ”. 4.11 21. La psicologia non è una branca della filosofia, ma una disciplina scientifica da essa distinta. Quando si affronta il problema della conoscenza (gnoseologia) non si è più nel campo della psicologia, ma in quello della filosofia applicata ai r isultati della psicologia (si è dunque abbandonato l’ambito scientifico, nel quale v engono formulate proposizioni dotate di senso). “In questo passo Wittgenstein cerc a di infrangere il controllo dittatoriale che era stato a lungo esercitato sul r esto della filosofia da quella che si chiama teoria della conoscenza – e cioè dalla filosofia della sensazione, percezione, immaginazione e, in generale, dell’esperie nza” (Anscombe 140). Il Tractatus non presenta una teoria della conoscenza ma si o ccupa soltanto delle condizioni a priori della raffigurazione del mondo da parte del linguaggio. La diffidenza nei confronti delle “inessenziali ricerche psicolog iche” era stata comunicata a Wittgenstein da Frege, il quale aveva combattuto con forza quelle filosofie le quali riducono ogni contenuto conoscitivo ai meccanism i psicologici e ai fenomeni soggettivi della coscienza. 4.113. La filosofia (int esa nell’accezione di sorveglianza critica dell’espressione) indica alla scienza che il linguaggio può parlare solo dei fatti. In questo modo, la filosofia limita all a realtà empirica il campo d’azione su cui può esercitarsi fruttuosamente la scienza. 4.114. L’attività chiarificatrice della filosofia restringe l’uso del linguaggio nei l imiti della raffigurazione dei fatti: le proposizioni servono esclusivamente a p arlare della realtà, e qualsiasi altro uso del linguaggio (ad es. la descrizione d i ‘verità’ metafisiche o la descrizione della forma logica) conduce alla produzione di nonsensi. In questo modo si realizza quella delimitazione dall’interno di cui Wit tgenstein parlava nella Prefazione. Descrivendo l’ambito entro il quale è possibile organizzare proposizioni sensate (l’ambito dei fatti), implicitamente stabilisco a nche un confine oltre il quale il linguaggio non può spingersi. E la cosa più import ante è che questo risultato si ottiene rimanendo sempre all’interno del campo delle proposizioni sensate, senza esser costretti a descrivere quello che si trova olt re il limite (altrimenti cadremmo nella contraddizione di dover pensare quel che pensare non si può). 4.115. Significare l’indicibile rendendo chiaro il dicibile è l’ob iettivo forse più importante che Wittgenstein si proponeva di realizzare scrivendo il Tractatus. “Significare” non vuol dire qui “esprimere per mezzo di proposizioni”: l’in dicibile, ovviamente, non può essere comunicato per mezzo del linguaggio. La filos ofia, rappresentando chiaramente quanto può essere detto, mostrerà nel contempo che v’è una serie di questioni (la natura del Bene e del Male, il senso della vita, etc. ) che il linguaggio non può contenere e che per questo sono indicibili. Tuttavia, suggerirà Wittgenstein al termine del Tractatus, noi avvertiamo (quasi come una pr esenza) il vuoto che tali questioni lasciano dietro di sé una volta scomparse dall’o rizzonte del dicibile. Cfr. 6.522: “V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistic o”.

LA FORMA LOGICA NON E’ RAPPRESENTABILE (4.12 – 4.1212) 4.12. La proposizione può raffigurare la realtà grazie alla forma logi ca (l’elemento formale comune a linguaggio e realtà, 2.18). Se la forma logica è la co ndizione del rapporto raffigurativo, essa non può mai diventare oggetto di raffigu razione: la proposizione, quindi, “non può rappresentare ciò che, con la realtà, essa de ve aver comune per poterla rappresentare – la forma logica”. E dato che i limiti del la logica sono anche i limiti del mondo (5.61), tentare di esprimersi sulla form a logica (ovvero considerarla come un oggetto di conoscenza) equivarrebbe al ten tativo di proiettarsi oltre il mondo. Per analoghe considerazioni riferite all’imm agine, v. 2.172, 2.174 (cfr. 4.0312: la logica dei fatti non può “aver rappresentant i”). 4.121. La proposizione non può dir nulla sulla forma logica perchè essa si mostra nella proposizione (si “specchia” in essa) ma non può mai essere oggetto di raffigura zione. Le proposizioni del linguaggio possono raffigurare in immagini solo le si tuazioni empiriche. La forma logica, però, non è un fatto del mondo ma la condizione della corrispondenza tra linguaggio e realtà. Per raffigurare le proprie condizio ni, il linguaggio dovrebbe uscire da se stesso (4.12): dato che questo è impossibi le, ciò che nel linguaggio “si specchia” ed “esprime sé” (la forma logica) noi non possiamo esprimere per mezzo di proposizioni. Quel che dobbiamo fare per chiarire le prop rietà logiche del linguaggio consiste semplicemente nel vedere quel che la proposi zione “mostra” ed “esibisce”. Perciò Wittgenstein diceva che la sintassi logica deve stabi lirsi ricorrendo solo alla “descrizione delle espressioni” (3.33) senza chiamare in causa le proprietà logiche dei simboli. Gli aspetti formali del linguaggio si most rano, ma non possono esser detti (4.1212). 4.1211. La proposizione mostra la pro pria forma logica, ma non può rappresentarla in alcun modo: essa, dunque, non può ma i dire quali proprietà logiche la contraddistinguono. Così, la proposizione “fa” (un’asser zione qualsiasi) mostra di parlare dell’oggetto a, ma ovviamente non dice di se st essa che possiede la proprietà logica di riferirsi ad a. Allo stesso modo, le prop osizioni “fa” e “ga” mostrano, ma non dicono, che in esse si parla dello stesso oggetto a. Queste osservazioni possono collegarsi alla critica rivolta da Wittgenstein a lla Teoria dei tipi di Russell (3.33 e seguenti). Se gli aspetti formali delle p roposizioni sono solo mostrati, è insensato pretendere, come fa Russell, di stabil ire le regole della sintassi logica parlando delle proprietà logiche dei simboli. Noi possiamo riconoscere tali regole semplicemente descrivendo il modo di combin arsi dei simboli nella proposizione: infatti, dato che un linguaggio illogico è im possibile (5.4731), la forma logica dev’essere visibile in ogni enunciato della li ngua. Da questo punto di vista, anche il fatto che due proposizioni si contraddi cano o che siano deducibili l’una dall’altra è mostrato dalla loro forma senza bisogno di dire ciò (cfr. 5.13, 5.132). 4.1212. Ciò che si mostra e si specchia nel linguag gio (la forma logica) non può essere a sua volta rappresentato per mezzo del lingu aggio, cioé non può essere detto. Per Wittgenstein, si può “dire” che qualcosa sussiste so lo se è anche possibile dire che esso non sussiste (cfr. Scheda 9). Ma ciò è irrealizz abile riguardo alla forma logica: è infatti inconcepibile che essa non sussista. N essuna proposizione, quindi, può asserirne l’esistenza. La distinzione tra ciò che può e ssere detto (i fatti) e quanto può essere solo mostrato (la forma logica) consente a Wittgenstein di vincolare il linguaggio alla esclusiva funzione di rappresent are la realtà, negando ad esso la possibilità di applicarsi sensatamente al problema delle proprie condizioni.

Scheda 10: La forma logica è indicibile. Spiegando le finalità del Tractatus, Wittgenstein scrisse: “Il punto centrale è la teo ria di che cosa può essere detto mediante una proposizione –cioé mediante il linguaggi o- (e, il che finisce per essere lo stesso, che cosa può essere pensato) e che cos a non può essere detto mediante una proposizione, ma solo mostrato; il che, io cre do, è poi il problema basilare della filosofia”.[1] Ciò che le proposizioni possono “dir e” (cioé raffigurare) sono i fatti di cui si compone il mondo. Ciò che invece può solo e ssere mostrato dalle proposizioni sono le proprietà logiche del linguaggio. Questa distinzione è la diretta conseguenza della natura raffigurativa delle proposizion i: secondo Wittgenstein, ogni proposizione dotata di senso raffigura una (possib ile) situazione empirica e la raffigurazione della realtà è la sola funzione che com pete agli enunciati del linguaggio. Posto ciò, è chiaro che noi potremmo raffigurare per mezzo di proposizioni la forma logica del linguaggio solo se essa fosse rid ucibile ad un fatto interno al mondo. Ma la forma logica non è un fatto perché i fat ti hanno una natura contingente (possono accadere come non accadere, 1.21) mentr e è impensabile che la forma logica non sussista: essa è qualcosa che ogni proposizi one sensata deve necessariamente possedere. Come abbiamo anticipato nella Scheda 9, ciò comporta automaticamente l’esclusione della forma logica dall’ambito del dicib ile. Wittgenstein chiama “formale”, o “interna”, una proprietà se risulta “impensabile che i l suo oggetto non la possieda” (4.123), ovvero se è impossibile che essa non sussist a. Ma se è necessario a priori che tali proprietà sussistano, allora “sarebbe altretta nto insensato riconoscere una proprietà formale alla proposizione quanto disconosc erla” (4.124). Una proposizione non può comunicare come un’informazione sensata il fat to di essere dotata di forma logica: può solo mostrarlo, non dirlo (4.1212). Dire che qualcosa sussiste ha un senso solo se ha senso anche il negare che esso suss ista. “Quindi, la ragione per cui una proposizione non può descrivere una condizione del proprio senso – un tratto essenziale del linguaggio e del mondo- è che nessuna configurazione proposizionale può corrispondere all’eventualità che tale condizione no n sia realizzata (che non sia realizzata è impensabile); ma se ci fosse una propos izione sensata che descrive quella condizione, sarebbe sensata anche la sua nega zione, e dunque sarebbe pensabile che la condizione non sia realizzata” (Marconi, 1997, 48). Nelle 2.172 e 2.174, Wittgenstein aveva negato che un’immagine possa fa re qualcosa di più che esibire la propria forma di raffigurazione, dato che per ra ffigurarla essa dovrebbe “uscire” da se stessa. Per lo stesso motivo, nessuna propos izione del linguaggio può parlare della forma logica (l’elemento che ogni immagine c ondivide con la realtà, 2.18): per far ciò, infatti, “dovremmo poter situare noi stess i con la proposizione fuori della logica, vale a dire, fuori del mondo” (4.12). Il tentativo di raffigurare le proprietà formali del linguaggio implica di fatto l’usc ita dalla logica perché la forma logica è la condizione a priori della relazione raf figurativa e perciò potrebbe essere a sua volta rappresentata solo a patto di fare intervenire una condizione esterna ad essa. A meno di non voler incorrere in un palese circolo vizioso, infatti, dobbiamo ammettere che nessuna condizione può di ventare oggetto delle procedure operative che essa stessa autorizza e fonda. Nel le Ricerche filosofiche, Wittgenstein chiarirà la questione utilizzando il seguent e argomento: “Di una cosa non si può affermare e nemmeno negare che sia lunga un met ro: del metro campione di Parigi... [esso] non è il rappresentato, ma il mezzo di rappresentazione” (Ricerche § 50). Affermare o negare che il metro campione sia lung o un metro è insensato perché esso è la condizione di ogni misurazione effettuata seco ndo il sistema metrico-decimale: questo tipo di misurazione non può dunque essere applicata circolarmente sulla condizione che la rende possibile. Per la stessa r agione, il “mezzo della rappresentazione” più generale, cioè la forma logica, non può dive nire un “rappresentato”. Le condizioni del processo conoscitivo assumono allora l’aspe tto di limiti: esse sono operanti all’interno del cerchio della conoscenza, ma non possono essere ricomprese in esso. Si potrebbe però tentare di raffigurare la con dizione della raffigurazione (cioé la forma logica) appunto chiamando in causa, pe r sfuggire al circolo vizioso, una condizione di livello superiore. Dato che un’im magine può raffigurare un fatto solo a patto di condividere con esso una forma (2. 161, 2.171), se intendessimo descrivere la forma logica come un fatto dovremmo n ecessariamente postulare l’esistenza di una nuova forma condivisa sia dalla forma logica (la quale in questo caso diverrebbe il raffigurato) che dalla proposizion

e incaricata di raffigurarla. Ci troveremmo così nella situazione schematizzata ne l quadro di destra della seguente figura:

Postuliamo dunque l’esistenza di una “forma logica 2”: mentre la forma logica è l’elemento comune alla proposizione ed al fatto raffigurato (quadro di sinistra), la “forma logica 2” è l’elemento comune alla proposizione descrivente la forma logica ed alla fo rma logica intesa come fatto raffigurato. E’ facile notare che chiamando in causa una forma logica di livello superiore si realizza ciò che Wittgenstein aveva previ sto: la raffigurazione delle proprietà formali del linguaggio implica necessariame nte la proiezione in una regione esterna alla logica di cui disponiamo. Questa o perazione, però, non risolverebbe il nostro problema iniziale (raffigurare le cond izioni della raffigurazione) ma lo sposterebbe soltanto: i presupposti della raf figurazione continuerebbero infatti a rimanere nascosti dato che la nuova forma logica risulta a sua volta irrapresentabile. Potremmo allora cercare di raffigur are la “forma logica 2” chiamando in causa una forma di livello gerarchico superiore (di livello 3). A questo punto, però, si genererebbe una catena infinita di riman di: la rappresentabilità della “forma logica 3” richiede il sussistere di una “forma log ica 4”, la rappresentabilità di quest’ultima richiede una “forma logica 5”, e così via. Da c iò risulterebbe chiaro che le condizioni della raffigurazione non sono mai raffigu rabili. Se infatti stabiliamo la possibilità di trascendere una volta il nostro pu nto prospettico, nel tentativo di obbligare il linguaggio ad esprimersi su se st esso, allora non v’è modo di limitare la moltiplicazione dei “punti di vista” e con ciò no n si sarebbe guadagnato nulla: la condizione prima della raffigurazione continue rebbe a rimanere irraggiungibile. Ma credere che esista una forma logica di live llo superiore a quella che si mostra nelle proposizioni sensate (ovvero credere che esista una gerarchia di forme logiche) è per Wittgenstein del tutto insensato. Il linguaggio è un orizzonte intrascendibile: non esiste un punto di vista estern o al linguaggio, e come v’è solo un linguaggio, così vi sono solo una logica ed un mon do. Per evitare la tentazione di individuare livelli prospettici superiori alla forma logica, Wittgenstein nega che vi sia più di una forma logica, ovvero che esi sta una logica di secondo grado: “E’ chiaro: le leggi logiche non possono sottostare esse stesse, a loro volta, a leggi logiche”(6.123). Dobbiamo semplicemente accett are il fatto che dal linguaggio non si può “evadere”, ovvero che non possiamo sottrarc i al linguaggio per esprimerci su di esso: non si può “avere simultaneamente un pied e fuori e un piede dentro il linguaggio” (Bouveresse 48). Fuori del linguaggio e d ella logica v’è solo nonsenso. Scrive a questo proposito Wittgenstein: “E’ impossibile d ire quali siano [le proprietà logiche del linguaggio]; per dirlo dovresti infatti avere un linguaggio che non avesse le proprietà in questione, ed è impossibile che e sso sia un vero e proprio linguaggio. Impossibile costruire [un] linguaggio illo gico. Affinché tu abbia un linguaggio che può esprimere o dire tutto ciò che può essere detto, questo linguaggio deve avere certe proprietà; e se le ha, che esso le ha no n può più essere detto in quel linguaggio o in un qualche linguaggio” (NM 223). Un lin guaggio ed una logica alternativi a quelli dati sono inconcepibili: ammetterne l’e sistenza equivarebbe a poter pensare ciò che pensare non si può, come Wittgenstein h a scritto nella Prefazione. Tali alternative sarebbero, dal punto di vista dell’un ico linguaggio di cui disponiamo, del tutto illogiche: ma “non possiamo pensare nu lla d’illogico, ché altrimenti dovremmo pensare illogicamente” (3.03); “d’un mondo “illogico” non potremmo infatti dire come parrebbe” (3.031). La forma logica deve dunque esse re considerata irrappresentabile. [2] [1] Lettera a B. Russell, in Monk 167. [2] Le tesi di Wittgenstein possono esser fatte valere come un attacco contro la prospettiva trascendentale assunta da Ka nt nella Critica della ragion pura (cfr. Scheda 1). Kant aveva scritto: “Chiamo tr ascendentale ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti, in quanto questa dev’essere possibile a priori” (Critica della ragion pura, Introduzione, § 7). Tale punto di vista metaconoscitivo è precisa mente quanto Wittgenstein riteneva impossibile da realizzare. L’unica conoscenza v alida, cioé sensata, è la conoscenza che si occupa di oggetti, mentre il tentativo d i “conoscere la conoscenza” non può approdare a nulla.

Note al Tractatus PROPRIETA’ E RELAZIONI INTERNE (4.122 – 4.124) 4.122. Tutte le proprietà “logiche” del mondo e del linguaggio sono defi nite da Wittgenstein “formali” o “interne”. Ad esempio, la capacità di un oggetto di combi narsi con altri (2.011) è una sua proprietà formale. Le relazioni sussistenti tra gl i oggetti in uno stato di cose costituiscono a loro volta le proprietà formali (in terne) di quello stato di cose. Una proprietà è interna quando è impensabile che il su o oggetto non la possieda (4.123): è impensabile che un oggetto non possa combinar si con altri (non sarebbe un oggetto) così come è impensabile che uno stato di cose non abbia una struttura (non sarebbe uno stato di cose). Dato che queste caratte ristiche essenziali (interne) sono nient’altro che “aspetti della forma logica” (Black 197), vale riguardo ad esse la condizione restrittiva che nella sezione precede nte abbiamo visto valere per la forma logica: le proprietà interne non sono rappre sentabili, ovvero non possono essere asserite da alcuna proposizione. Il sussist ere di tali proprietà si mostra nelle proposizioni che parlano di oggetti e di sta ti di cose, ma non possono essere dette. Una proposizione che tentasse di dire “Qu esto è un oggetto, ed un oggetto ha la proprietà interna di combinarsi con altri” sare bbe insensata. Lo stesso vale per le relazioni logiche tra proposizioni. Ad esem pio, se la proposizione: “Socrate è mortale”(C) deriva dalle premesse: “Tutti gli uomini sono mortali” (A) e “Socrate è un uomo” (B), tra queste proposizioni deve sussistere un a relazione interna; la derivabilità della conclusione dalle premesse non può però ess ere asserita, ma si mostra nella struttura di quelle proposizioni. 4.1221. Come riconosciamo i tratti di un volto semplicemente osservandolo, così possiamo ricono scere le proprietà formali di un fatto o di una proposizione “per mera ispezione” (6.1 22). 4.123. Date due diverse sfumature di azzurro, è necessario che una di esse si a più chiara o più scura dell’altra: ciò dipende da quella che potremmo definire “la strut tura logica” del colore. Allo stesso modo, data una qualsiasi proprietà interna è impe nsabile che il suo oggetto prescinda da essa, cioé non la possieda. Se un alfiere ha la proprietà interna di muovere solo in diagonale, è impensabile che esso possa m uoversi in orizzontale e verticale. Tutte le proprietà logiche risultano caratteri zzate da questa peculiarità. 4.124. Dato che è necessario che le proprietà logiche (“for mali” o “interne”) appartengano ai loro oggetti, allora nessuna proposizione sensata p uò affermare che esse sussistono. Di ogni proposizione sensata, infatti, può immagin arsi il contrario (cfr. Scheda 9), ma il contrario del sussistere delle proprietà logiche (ovvero il loro nonsussistere) è impensabile (4.123). Dunque non si può affe rmare né negare che vi siano proprietà logiche: sarebbe insensato sia il riconoscerl e quanto il disconoscerle. Che una proposizione possieda una proprietà interna si mostra (“esprime sé”, cfr. 4.121, 4.125) ma non può esser detto da alcuna proposizione s ensata.

CONCETTI FORMALI (4.126 – 4.1274) 4.126. Se dico: “Socrate è un uomo”, l’oggetto “Socrate” appare come un caso del concetto “uomo”. Analogamente, “gatto” ricade sotto il concetto di “animale” come suo og getto. I concetti di “uomo” e di “animale” fan parte di quelli che Wittgenstein definisc e “concetti veri e propri”. Se invece affermo: “Il libro è un oggetto”, io sto tentando di esprimere una proprietà logica della realtà. Ma questo non è mai consentito: le propr ietà formali, infatti, si mostrano e non possono essere dette (4.1212). Pertanto W ittgenstein nega che si possano formulare proposizioni che asseriscono che qualc osa è un oggetto (o che qualcosa è un complesso, un fatto, una funzione, etc.; cfr. 4.1272). In tutti questi casi io sto trattando di “concetti formali”, cioé delle propr ietà interne del linguaggio, e “che qualcosa ricade sotto un concetto formale, quale suo oggetto, non può essere espresso da alcuna proposizione”, cioé non può essere ridot to nella forma di una asserzione (“le proprietà formali non sono espresse da funzion i”). “Il libro è un oggetto” è quindi una pseudoproposizione. Che il libro sia un oggetto, ovvero che quel

nome “stia per un oggetto”, si mostra in ogni proposizione (autenticamente dotata di senso) in cui si parla di libri, ad esempio: “Il libro è sul tavolo”. Ogni tentativo di dire ciò che quella proposizione mostra deve condurre al nonsenso. 4.1272. Non si può in alcun modo operare la sussunzione di elementi sotto un concetto formale, al modo in cui riportiamo elementi sotto il concetto di ‘uomo’, ‘animale’, etc. Infatti , questa operazione presuppone la formulabilità delle proprietà che gli elementi dev ono soddisfare: mentre questo è possibile con i concetti veri e propri, per quanto riguarda i concetti formali (i quali si riferiscono a proprietà logiche) ciò è del tu tto illecito. Qualora perciò costruissimo gli enunciati: “Vi sono due oggetti”, “Vi sono oggetti”, etc., otterremmo solo combinazioni di segni privi di senso (proposizion i “apparenti”). Lo stesso dicasi per enunciati in cui compaiano parole come “complesso”, “fatto”, “funzione”, “numero”, etc.. Tutte queste parole “designano concetti formali” e sono rciò da considerarsi “proibite”: con esse non si può costruire alcuna proposizione sensa ta. Ma una proposizione del tipo: “Vi sono un x e un y tali che...” (in simboli: “($ x , y)...”), mostra che stiamo trattando di due oggetti. Possiamo allora dire che le variabili “x” ed “y” sono “il segno vero e proprio” del concetto formale “oggetto” e, in gen le, che “ogni variabile è il segno di un concetto formale” (4.1271). I nostri simboli linguistici, in altri termini, “fanno segno” e mostrano quelle proprietà che risulta i mpossibile formulare e descrivere per mezzo del linguaggio. 4.1274. Cfr. 4.1272: è insensato domandarsi se esistano oggetti, o fatti, etc.. Si potrebbe formulare una domanda di questo tipo solo se vi fosse la possibilità di formulare una rispos ta (cfr. 6.5); e dato che è illecita ogni combinazione di segni del tipo: “Vi sono o ggetti”, così è illecito anche chiedersi se gli oggetti esistano (o chiedersi quanti o ggetti vi siano, etc.). Il sussistere (o non sussistere) di un concetto formale non può dunque essere problematizzato in alcun modo. IL SENSO DELLA PROPOSIZIONE. LE PROPOSIZIONI ELEMENTARI. (4.2 – 4.26) 4.2. Il senso di una proposizione corrisponde alla situazione che ess a, in quanto immagine, raffigura (2.221: “Ciò che l’immagine rappresenta è il proprio se nso”; 4.031: “Invece di: questa proposizione ha questo e quest’altro senso, si può sempl icemente dire: questa proposizione rappresenta questa e quest’altra situazione”). La proposizione-immagine raffigura sempre una situazione possibile (cfr. 2.201), e dunque può risultare vera o falsa a seconda che concordi o meno con la realtà. Il s enso della proposizione è perciò definibile come la sua possibilità di accordarsi o no n accordarsi con il sussistere e non sussistere degli stati di cose. 4.21. La pr oposizione “più semplice” è quella non ulteriormente analizzabile, ovvero la proposizion e che non è suscettibile di essere ‘scomposta’ in altre proposizioni ma che consiste i n una connessione di nomi (4.22). La proposizione elementare raffigura uno stato di cose, il quale è una combinazione, un “nesso di oggetti” (2.01). Prima di affronta re il tema della proposizione complessa come “funzione di verità” di proposizioni elem entari, Wittgenstein ribadisce la necessità di postulare l’esistenza di “proposizioni elementari che constano di nomi in nesso immediato” (4.221). Ovviamente, solo se e sistono proposizioni-atomo (elementari) è concepibile l’esistenza delle proposizioni -molecola (complesse). 4.211. Caratteristica principale della proposizione eleme ntare è che essa risulta indipendente da ogni altra proposizione elementare. Essen do gli stati di cose reciprocamente indipendenti (2.061), l’accadere o non accader e di uno stato di cose non può mai determinare l’accadere o non accadere di un altro (2.062); allo stesso modo, una proposizione elementare non può essere contraddett a da alcun’altra proposizione elementare (cfr. 5.134: per lo stesso motivo non si può inferire una proposizione elementare da un’altra). Una proposizione elementare p uò essere contraddetta “solo dalla sua negazione, che è una proposizione logicamente c omplessa” (Marconi, 1997, 34). 4.22. I nomi, nella proposizione elementare, risult ano connessi e concatenati secondo un determinato ordine. Cfr. 2.03: “Nello stato di cose gli oggetti ineriscono l’uno all’altro come le maglie di una catena”. In quest o senso la proposizione non è un miscuglio di parole, ma è articolata logicamente (3 .141). 4.221. L’esistenza di proposizioni elementari, così come l’esistenza degli ogge tti semplici (2.02), è la condizione

ineliminabile del rapporto raffigurativo sussistente tra linguaggio e realtà. Se i l linguaggio è in connessione raffigurativa con il mondo, allora deve essere possi bile analizzare le proposizioni fino a raggiungere proposizioni elementari che s i riferiscono direttamente a stati di cose; e queste ultime dovranno esser forma te da nomi che rimandano ad oggetti. Sorge a questo punto la questione: come è pos sibile che i nomi si combinino insieme in modo che la proposizione elementare ab bia una struttura conforme allo stato di cose? Domande di questo tipo tentano di illuminare la forma logica dei nostri enunciati e quindi sono insensate: ad ess e non si può dare risposta perché la forma logica non è rappresentabile (4.12). 4.2211 . Indipendentemente dall’ipotesi che il mondo sia finito o infinito, e che la divi sione di ciò che esiste possa essere reiterata indefinitamente, devono comunque es istere oggetti semplici e stati di cose elementari se vogliamo attribuire al lin guaggio la capacità di raffigurare la realtà (su questo tema cfr. quanto discusso ne lla Scheda 2). 4.23. Cfr. 3.3: “Solo nella connessione della proposizione un nome ha significato”. 4.25. La proposizione elementare rappresenta l’unità proposizionale m inima la cui caratteristica principale è di essere in immediato rapporto proiettiv o con la realtà. La proposizione elementare vera raffigura uno stato di cose sussi stente, la proposizione elementare falsa raffigura uno stato di cose che non sus siste. Wittgenstein “comincia a preparare il terreno all’analisi della proposizione come funzione di verità delle proposizioni elementari” (Black 211). Dato che le prop osizioni complesse sono costruite combinando insieme proposizioni elementari, la verità o falsità della proposizione complessa dipenderà funzionalmente dalla verità o f alsità delle proposizioni elementari che la costituiscono. 4.26. Se per “mondo” intend iamo la totalità degli stati di cose sussistenti (2.04), allora esso sarà descritto dall’insieme di tutte le proposizioni elementari vere (le quali raffigurano appunt o tutti gli stati di cose sussistenti). Date tutte le proposizioni elementari, u na volta scartate quelle false quel che rimarrà sarà appunto la descrizione completa della realtà “in atto”.

Scheda 11: Proposizione elementare e rapporto di isomorfismo tra linguaggio e re altà. “Il concetto generale della proposizione comporta anche un concetto generalissimo della coordinazione di proposizione e stato di cose”. Quaderni, 29 –9- 1914. La proposizione elementare “è una connessione, una concatenazio ne di nomi” (4.22). In virtù della propria struttura logica, essa raffigura uno stat o di cose (o fatto atomico). Perché si ‘inneschi’ il rapporto di proiezione tra propos izione elementare e realtà devono essere rispettate due condizioni: innanzitutto a d ogni segno semplice (ad ogni nome che compare nell’enunciato) deve corrisponde n ella realtà un oggetto: la possibilità della raffigurazione riposa dunque “sul princip io della rappresentanza di oggetti da parte di segni” (4.0312); in secondo luogo, le relazioni che sussistono nella proposizione tra i segni semplici devono rispe cchiare le relazioni sussistenti tra gli oggetti che compongono lo stato di cose raffigurato: la proposizione elementare deve essere dotata di una struttura con forme a quella dello stato di cose, cioé proposizione e realtà devono esser caratter izzate da un rapporto di isomorfismo. Più proposizioni elementari si possono combi nare insieme (per mezzo dei connettivi logici) dando origine ad una proposizione complessa. La proposizione complessa è la raffigurazione di un fatto complesso, c ioé di una situazione composta da due o più stati di cose. Ad esempio, la proposizio ne complessa: “Il vaso è sul tavolo e il piatto è sul pavimento” connette per mezzo dell a congiunzione ‘e’ due proposizioni elementari: essa è immagine di un fatto complesso composto di due stati di cose. Per mezzo delle operazioni logiche, insomma, le c omponenti ‘atomiche’ del linguaggio (le proposizioni elementari) vengono aggregate l e une alle altre per formare ‘molecole’ di diversa complessità. Si comprende così la rag ione per la quale la teoria raffigurativa esposta nel Tractatus è stata indicata c on l’espressione “atomismo logico”: come la teoria atomica, nella scienza fisica, cons ente di spiegare la struttura e le proprietà dei corpi riducendole alla combinazio ne di entità minime (gli atomi, appunto), così la teoria del Tractatus spiega il fun zionamento del linguaggio riducendo ogni enunciato dotato di senso alla combinaz ione di entità linguistiche minime, cioé le proposizioni elementari o atomiche. Le t esi di Wittgenstein si fondano in effetti sui medesimi presupposti che caratteri zzarono la teoria atomista fin dai suoi esordi. Il concetto di “atomo” come entità ult ima e indivisibile, nella filosofia di Democrito, rispondeva all’esigenza di garan tire l’esistenza stessa del mondo fisico e della sua conoscibilità. Se la divisione della realtà procedesse senza incontrare alcun limite, ragionava Democrito, ogni e nte si dissolverebbe nella serie infinita dei suoi costituenti e ne risulterebbe irrimediabilmente compromessa la sua compiutezza formale. Secondo Wittgenstein, analogamente, una proposizione elementare non potrebbe essere a sua volta scomp onibile in altre proposizioni se non a prezzo della rinuncia alla determinatezza del senso (su questo tema, cfr. Scheda 2). Ovviamente, anche la proposizione el ementare è un’entità complessa, dato che è costituita di nomi. Essa costituisce però l’unità affigurativa minima del linguaggio. I nomi, come sappiamo, non sono affatto raff igurazioni (essi indicano o “denotano” oggetti): la funzione raffigurativa compete s empre e soltanto alle proposizioni, cioé ai “complessi” di nomi. Se Wittgenstein non p onesse un limite alla scomponibilità degli enunciati, allora non esisterebbero pro posizioni in diretta relazione raffigurativa con i fatti e il linguaggio non sar ebbe mai in grado di raffigurare qualcosa perché verrebbe a mancare il ‘punto di sca mbio’ con la realtà. Da una proposizione se ne potrebbero allora ricavare infinite a ltre (come in un gioco di scatole cinesi) ma di nessuna di esse si potrebbe dire che è immagine di alcunché. Le proposizioni complesse possono essere paragonate a s pecchi costruiti mettendo insieme specchi più piccoli (le proposizioni elementari) . Ma perché questi specchi ‘composti’ possano raffigurare devono appunto esistere gli specchi di cui essi sono costitutiti, e questi devono necessariamente “contenere” im magini della realtà. L’esistenza delle proposizioni elementari come unità raffigurativ e minime è allora un’esigenza di tipo logico: “E’ manifesto che, nell’analisi delle propos izioni, dobbiamo pervenire a proposizioni elementari che constano di nomi in nes so immediato” (4.221). Se il linguaggio deve poter raffigurare la realtà, argomenta Wittgenstein, allora devono esistere proposizioni elementari. Questo modo di pro cedere, come abbiamo già avuto modo di notare, caratterizza l’intero sviluppo dell’ind

agine del Tractatus logico-philosophicus. Wittgenstein assume come punto di part enza il fatto evidente che il linguaggio possiede la proprietà di raffigurare i fa tti, e deduce da ciò tutte le proprietà che devono necessariamente essere attribuite al linguaggio e al mondo perchè sia pensabile il sussistere tra di essi di una re lazione raffigurativa. In altri termini, l’articolarsi del linguaggio nel triplice livello dei nomi, delle proposizioni elementari e delle proposizioni complesse, ed il corrispondente articolarsi della realtà nel triplice livello delle cose, de gli stati di cose e dei fatti complessi, risponde ad una medesima necessità logica . Postulando quale condizione prima della raffigurazione il sussistere di una fo rma comune a linguaggio e realtà, cioé il sussistere della “forma logica”, Wittgenstein poteva dunque trasferire al piano ontologico tutte le indicazioni

riguardanti la struttura del linguaggio. “Sì, il mio lavoro s’è esteso dai fondamenti de lla logica all’essenza del mondo”, annota Wittgenstein nei Quaderni (181), e potremm o aggiungere che non poteva che avvenire così dato che il rapporto di isomorfismo tra linguaggio e realtà è il punto di partenza ed il cardine di tutta la costruzione teorica del Tractatus. Le frecce che collegano gli elementi appartenenti ad uno stesso livello (linguag gio, mondo) indicano il sussistere di una relazione compositiva: i nomi sono i c ostituenti delle proposizioni elementari, e le proposizioni elementari sono a lo ro volta gli elementi costitutivi delle proposizioni complesse; parallelamente, gli oggetti si combinano insieme dando origine agli stati di cose e questi ultim i sono gli elementi costitutivi dei fatti complessi. Procedendo in senso inverso , linguaggio e realtà possono essere analizzati fino ai loro costituenti elementar i: le proposizioni complesse sono scomponibili in proposizioni elementari (le un ità minime cui compete la raffigurazione), e queste ultime possono essere scompost e in nomi (gli elementi linguistici semplici in rapporto di ‘uno ad uno’ con gli ogg etti); in modo simmetrico, i fatti complessi si scompongono in stati di cose e g li stati di cose in oggetti. Le linee verticali che uniscono gli elementi dei du e livelli indicano invece il sussistere di una relazione simbolica: i nomi simbo leggiano cose, le proposizioni elementari simboleggiano stati di cose e le propo sizioni complesse simboleggiano fatti complessi. La funzione simbolica è denotante per i nomi (una linea verticale), mentre è raffigurativa per le proposizioni elem entari e complesse (due linee verticali). I nomi, denotando oggetti, hanno infat ti soltanto una sola relazione con ciò che descrivono; le proposizioni, raffiguran do situazioni, intrattengono invece con la realtà una duplice relazione: esse hann o un senso, cioé possono essere sia vere che false (cfr. lo schema riportato nella Scheda 5). Sapendo che una proposizione elementare è vera o falsa a seconda che l o stato di cose da essa descritto sussista o meno nella realtà, e sapendo altresì ch e una proposizione complessa è costruita combinando insieme proposizioni elementar i, Wittgenstein deve ora spiegare quale relazione sussista tra le possibilità di v erità delle proposizioni elementari e le possibilità di verità della proposizione comp lessa, ovvero in quale rapporto stiano gli specchi elementari e quelli composti. A questo scopo, come vedremo tra breve, Wittgenstein illustrerà la sua teoria del la proposizione come “funzione di verità di proposizioni elementari”.

Note al Tractatus LE CONDIZIONI DI VERITA’ DELLA PROPOSIZIONE. LE TAVOLE DI VERITA’. (4.3 – 4.42) 4.3. Wittgenstein getta le basi per definire la proposizione compless a una “funzione di verità di proposizioni elementari” (4.4, 5). Una proposizione eleme ntare può essere vera o falsa: queste sono le sue “possibilità di verità”. Alla prima even tualità corrisponde il sussistere di un fatto, alla seconda il non sussistere di q uel fatto. Dato che una proposizione complessa è costituita di proposizioni elemen tari, le sue possibilità di verità dipenderanno dalle possibilità di verità delle propos izioni elementari. La proposizione complessa, in altri termini, è connessa alla re altà per il tramite delle proposizioni di cui è composta: essa sarà vera o falsa a sec onda della verità o falsità delle proposizioni elementari. 4.31. Wittgenstein consid era le tre proposizioni elementari “p”, “q”, “r” (su tale notazione v. 4.24) e ne descrive l e possibilità di verità servendosi di uno schema chiamato “tavola di verità”: p V F V V F F V F q V V F V F V F F r V V V F V F F F p q V F V F V V F F p V F

La tavola di destra illustra le possibilità di verità della proposizione “p”: tale propo sizione può assumere solo due valori, ovvero il vero (V) o il falso (F). La tavola di centro considera invece le possibilità di verità delle proposizioni “p” e “q”. Esse sono quattro: “p” e “q” possono essere entrambe vere, oppure (alternativamente) una vera e l’a ltra falsa, oppure entrambe false. Le possibilità di verità crescono ancora (sono in tutto otto) considerando insieme le proposizioni “p”, “q” ed “r” (tavola di sinistra): si p uò infatti dare il caso che “p”, “q” ed “r” siano tutte vere, o che la prima sia falsa e le r stanti due vere, etc.. Wittgenstein illustra in questo modo tutte le eventualità c onfigurabili per mezzo del calcolo combinatorio applicato alle possibilità di veri tà delle proposizioni elementari. Partendo dalla combinazione dei valori di verità d elle proposizioni elementari sarà possibile calcolare il valore di verità delle prop osizioni complesse. 4.4. La proposizione alla quale Wittgenstein fa qui riferime nto è la proposizione complessa. Wittgenstein enuncia per la prima volta al cosidd etto ‘principio di estensionalità’: le proposizioni sono funzioni di verità di proposizi oni elementari (cfr. 5). Essendo le proposizioni complesse il risultato della co mbinazione di proposizioni elementari, il senso di una proposizione complessa (c iò che essa esprime e raffigura) dipende dal senso delle proposizioni elementari c he la costituiscono. Le proposizioni elementari possono essere vere o false, con cordare o discordare con gli stati di cose da esse raffigurati. Le possibilità di verità delle proposizioni elementari determineranno automaticamente le possibilità d i verità della proposizione complessa. La verità o falsità della proposizione compless a, in altri termini, dipenderà dalla verità o falsità delle proposizioni che la costit uiscono (il valore di verità di una proposizione complessa è appunto una funzione de l valore di verità delle proposizioni elementari). Ordinando in una tavola di veri tà le possibilità di verità delle proposizioni elementari (secondo gli schemi proposti nella 4.31) avremo un quadro completo delle possibilità di verità della proposizion e complessa. Le tavole di verità saranno dunque utilizzate per rendere esplicito i l rapporto funzionale sussistente tra le possibilità di verità delle

proposizioni-atomo (elementari) e quelle delle proposizioni-molecola (complesse) . Dato che “il senso della proposizione è la sua concordanza o discordanza con le po ssibilità del sussistere e non sussistere degli stati di cose” (4.2), si può affermare che “la tavola di verità è allora la chiara formulazione del senso di una proposizion e complessa” (Black 217). Sul principio di estensionalità cfr. 5, 5.54. 4.41. Se il senso della proposizione complessa (la sua possibilità di essere vera o falsa) dip ende dalle possibilità di verità delle proposizioni elementari, allora queste ultime sono le condizioni di verità della proposizione complessa. 4.43. Cfr. la tavola d i verità presentata nella 4.442. Definite le combinazioni delle possibilità di verità delle proposizioni elementari (la sequenza di “V” e “F” che compaiono sotto “p” e “q”), la co rdanza della proposizione complessa con esse sarà indicata dal segno “V” (Vero), mentr e la discordanza da esse sarà indicata da uno spazio vuoto, ovvero dal segno “F” (Fals o). 4.431. Affermando che “la proposizione è l’espressione delle sue condizioni di ver ità”, Wittgenstein ribadisce quanto già affermato nelle 4.4 e 4.41. Il concetto genera le di proposizione implica “che ogni proposizione manifesti quali stati di cose la renderebbero vera e quali falsa” (Marconi, 1997, 35). Elencare per mezzo di una t avola di verità le possibilità di verità delle proposizioni elementari significa appun to indicare a quali condizioni la proposizione complessa che da esse deriva è vera o falsa. 4.44. La sequenza di “V” e di “F” è a tutti gli effetti un segno proposizionale. Ad es., la tavola di verità che compare nella 4.442 è esattamente la stessa proposi zione che scriviamo nella forma “p É q” (“Se p allora q”): essa è appunto un segno proposizi onale. Scrivendo la proposizione “p É q” nella forma: “V-V-F-V” noi illustriamo più chiarame nte il suo senso: infatti noi mostriamo per mezzo della sequenza di “V” e di “F” a quali condizioni la proposizione risulta vera o falsa, cioé in quali casi essa concorda o non concorda con la realtà. Il senso della proposizione contiene appunto le con dizioni del suo accordo o disaccordo con l’ambito dei fatti. 4.441. I segni “V” e “F” non hanno la funzione di denotare oggetti, così come, ovviamente, nessun oggetto corri sponde agli espedienti grafici (righe orizzontali o verticali, parentesi) utiliz zati per ordinare in sequenza la serie delle “V” e delle “F”. “Vero” e “Falso” non sono nomi denotino oggetti (Wittgenstein si pone così in antitesi con la posizione di Frege ), bensì “sono solo un mezzo per mostrare che tra le possibilità di verità elementari su ssiste una partizione” (Black 221). Wittgenstein ribadisce qui il suo “pensiero fond amentale” secondo cui le costanti logiche non sono “rappresentanti” (4.0312, cfr. 5.4) , ovvero che il simbolismo logico non serve a rappresentare “oggetti logici”. 4.442. Wittgenstein considera la tavola di verità corrispondente al segno proposizionale “p É q” (“se p allora q”, implicazione): p V F V F q V V F F V V V

Per ogni combinazione delle proposizioni elementari “p” e “q” operata utilizzando i conn ettivi proposizionali è possibile fornire una tavola di verità che mostri come il va lore di verità della proposizione complessa dipenda dai valori di verità delle propo sizioni elementari (cfr. lo schema della 5.101). Stabilita la sequenza “standard” de lle combinazioni dei valori di verità di “p” e di “q” (cioé la serie -uguale in tutte le tav ole- di combinazioni che compaiono nelle colonne della “p” e della “q”: VV-FV-VF-FF), la colonna di destra rappresenta da sola l’espressione delle possibilità di verità della proposizione complessa. La proposizione “p É q” possiede allora i seguenti valori di verità: “VV-V”, ovvero (inserendo la F nello spazio vuoto) “VVFV”. Questa sequenza esprime il senso del segno proposizionale “p É q”, o anche: è il segno proposizionale “p É q” (4.44) Nel segno proposizionale “(VVFV) (p,q)”, il numero dei valori di verità che compaiono nella parentesi di sinistra (in questo

caso 4) dipende dal numero di proposizioni elementari che compaiono nella parent esi di destra (in questo caso 2). La combinazione di 3 proposizioni elementari g enererebbe un numero di posti pari a 8 nella parentesi di sinistra (v. l’esempio n ella 4.31).

Scheda 12: Le tavole di verità. Come sappiamo, Wittgenstein distingue tra due tipi di proposizioni: da una parte le proposizioni elementari, dall’altra quelle complesse. Le proposizioni elementa ri sono connessioni, concatenazioni di nomi (4.22) la cui funzione è raffigurare g li stati di cose (4.21). Esse sono vere o false a seconda che lo stato di cose c he descrivono sussista o non sussista nella realtà empirica (4.25). Indicando con il segno “V” (Vero) il caso in cui una proposizione “p” concorda con la realtà, e con il s egno “F” (Falso) il caso in cui tale proposizione discorda dalla realtà, si possono or dinare le possibilità di verità di una proposizione elementare “p” e della sua negativa “~ p” (“non-p”) in uno schema di questo tipo:

p ~p V F F V Sia la proposizione elementare “p” che la sua negativa “~p” possiedono due possibilità di verità (ognuna di esse può infatti risultare vera o falsa una volta confrontata con la realtà). Nella colonna di “p” troviamo appunto una V e una F; ovviamente, dato che il segno di negazione inverte il senso di una proposizione, “~p” avrà una tavola di ve rità in cui le possibilità di verità risulteranno “rovesciate” rispetto a “p”. Considerando c ngiuntamente due proposizioni elementari “p” e “q”, avremo invece quattro possibili comb inazioni di valori di verità: “p” e “q” potranno infatti essere entrambe vere, o (alternat ivamente) una vera e l’altra falsa, oppure entrambe false: p V F V F q V V F F

Oltre alle proposizioni elementari esistono anche le proposizioni complesse, le quali risultano dalla combinazione di due (o più) proposizioni elementari. Le prop osizioni complesse, afferma Wittgenstein, sono funzioni di verità delle proposizio ni elementari (5). Ciò significa che la verità e la falsità di una proposizione comple ssa dipende sempre dalla verità o falsità delle proposizioni elementari che la costi tuiscono. Le possibilità di verità della proposizione elementare sono dunque “le condi zioni di verità e falsità delle proposizioni [complesse]” (4.41). Le tavole di verità se rvono proprio ad illustrare il rapporto di dipendenza funzionale esistente tra i l valore di verità della proposizione complessa ed i valori di verità delle proposiz ioni elementari. Date due proposizioni elementari “p” e “q”, noi possiamo calcolare il v alore di verità della proposizione complessa che da queste deriva sulla base delle quattro possibili combinazioni di valori di verità di “p” e di “q” (rispettivamente: V-V, F-V, V-F, F-F). Il risultato di questo “calcolo logico” condotto sulle sequenze dei valori di verità di “p” e di “q” dipende però dal tipo di connettivo utilizzato per “legare” sieme le proposizioni elementari: a seconda del connettivo logico impiegato si o ttengono infatti differenti valori di verità della proposizione complessa. Prender emo adesso in considerazione alcune delle principali operazioni logiche mediante le quali è possibile generare una funzione di verità (cioé una proposizione complessa ) a partire da due proposizioni elementari “p” e “q” [1]. La proposizione complessa: “Il g atto è sul tappeto e il libro è sul tavolo” risulta dalla congiunzione di due proposiz ioni elementari. In forma simbolica, questa proposizione si scrive: “p . q”, ove il segno “.” (“e”) costituisce il segno logico della congiunzione. Riportando nelle colonne di sinistra e di centro la sequenza “standard” dei valori di verità delle proposizion i elementari “p” e “q”, scriveremo nella colonna di destra i valori di verità assunti dall a proposizione complessa “p . q”: p V F V q p.q V V V F F F

F F F La sequenza delle V e delle F nella colonna di destra mostra che la proposizione “p . q” è vera nel caso che le proposizioni elementari di cui è composta siano entrambe vere; essa risulta invece falsa in tutti gli altri casi. “Il gatto è sul tappeto e il libro è sul tavolo” è vera se è vero che il gatto si trova sul tappeto e se è vero che il libro si trova sul tavolo. Ma tale proposizione è falsa se il gatto non si trov a sul tappeto, o se il libro non si trova sul tavolo, oppure se né il gatto si tro va sul tappeto né il libro si trova sul tavolo. Costruiamo adesso la tavola di ver ità della proposizione complessa “p v q”, ove il segno “v” vale come simbolo logico della disgiunzione inclusiva (corrispondente al vel latino: “o questo, o quello, o entra mbi”): p V F V F q pvq V V V V F V F F La tavola mostra che una proposizione complessa del tipo “Il gatto è sul tappeto o i l libro è sul tavolo ” è sempre vera a meno che la proposizione elementare “p” e la propos izione elementare “q” siano entrambe false. Se il gatto si trova sul tappeto e il li bro si trova sul tavolo, allora la proposizione “p v q” risulta vera, così come nel ca so che almeno una delle situazioni descritte dalle proposizioni elementari sussi sta nella realtà. Se invece né il gatto si trova sul tappeto, né il libro si trova sul tavolo, allora la disgiunzione risulterà falsa. Consideriamo adesso la tavola di verità dell’implicazione (in simboli: “p É q”; in parole: “Se p, allora q”): p V F V F q p Éq V V V V F F F V

Una proposizione della forma “p É q” è sempre vera tranne quando l’antecedente “p” è vero e i onseguente “q” è falso. Questa forma di implicazione, studiata nell’antichità da Filone me garico, è detta implicazione materiale. Filone di Megara asseriva appunto che “un co ndizionale vero è un condizionale che non comincia con una verità e finisce con una falsità”. I valori di verità di “p É q” sono quindi: V-V-F-V. La proposizione “Se il gatto è tappeto allora il libro è sul tavolo” risulta falsa solo se il gatto si trova sul t appeto mentre il libro non si trova sul tavolo, ed è invece vera in tutti gli altr i casi (compreso quello in cui né il gatto si trovi sul tappeto né libro si trovi su l tavolo). La tavola di verità della proposizione “p / q” (negazione congiunta, in par ole: “né p né q”) sarà invece così costituita: p V F V F q V V F F p/q F F F V

Un enunciato della forma “p / q” (ad es. “Né il gatto è sul tappeto né il libro è sul tavolo” isulterà vero solo se non si dà il caso che il gatto si trovi sul tappeto e il libro sul tavolo (cioé solo nel caso in cui sia “p” che “q” siano false). In tutte le altre eve ntualità (dunque nel caso in cui una sola o entrambe le proposizioni elementari si ano vere), l’enunciato risulterà falso. Definiti i criteri di costruzione di una tav ola di verità dobbiamo ora chiederci: cosa viene illustrato in essa? Cosa ci perme ttono di fare le sequenze di valori che abbiamo appena descritto? Una tavola di verità, secondo Wittgenstein, costituisce la compiuta espressione del senso di un enunciato. In quanto immagine, una proposizione deve mostrare

“come stan le cose se essa è vera” (4.022). Una proposizione deve insomma “contenere” tutt e le indicazioni necessarie a stabilire un confronto tra quanto essa raffigura e la realtà: comprendendone il senso, noi dobbiamo essere in grado di dire quali st ati di cose sussistono nella realtà quando l’enunciato è vero, e quali stati di cose n on sussistono nella realtà quando l’enunciato è falso. “Comprendere una proposizione”, spi ega Wittgenstein, “vuol dire sapere che accada se essa è vera” (4.024). Ciò è appunto quan to una tavola di verità ci consente di capire immediatamente: leggendo la tavola d a destra verso sinistra, noi vediamo cosa dobbiamo aspettarci dal fatto che una proposizione complessa sia vera o falsa, ovvero sappiamo quali stati di cose dov rebbero sussistere nella realtà in corrispondenza della verità o falsità di tale propo sizione. Ad esempio, nel caso che la proposizione “p . q” sia vera noi dobbiamo aspe ttarci che nella realtà sussistano sia lo stato di cose asserito da “p” che lo stato d i cose asserito da “q” (cioé che “p” e “q” siano entrambe vere). Una tavola di verità è a tut i effetti un segno proposizionale (4.442). Dal punto di vista di Wittgenstein, a nzi, questa forma di notazione risulta lo strumento più efficace per “mettere in chi aro” il senso di una proposizione. Nella sequenza di valori: “V-V-F-V”, potremmo dire, è contenuto in modo diretto e senza ambiguità tutto il senso della proposizione “se p allora q”. Comprendendo il senso di una proposizione noi non sappiamo però ancora n ulla su ciò che effettivamente sussiste o non sussiste nella realtà: guardando una t avola di verità, dunque, non possiamo sapere se le proposizioni elementari di cui essa tratta sono vere o false (ciò dipende dall’esperienza). Una tavola di verità è un p uro calcolo a priori che esibisce quali relazioni sussistono tra le possibilità di verità delle proposizioni elementari e le possibilità di verità della proposizione co mplessa: essa non produce conoscenze a priori. “Per riconoscere se l’immagine è vera o falsa dobbiamo confrontarla con la realtà” (2.223), e ciò è appunto quel che dobbiamo f are per stabilire la verità o falsità delle proposizioni elementari che compaiono ne lla tavola. Una volta accertato ciò, la tavola ci consente di stabilire meccanicam ente il valore di verità dell’enunciato complesso. La tesi di “estensionalità”, cioé il prin cipio secondo cui la proposizione è una funzione di verità, viene in questo modo a c onfermare il presupposto empiristico che sta alla base della teoria raffigurativ a del linguaggio: “Con la tesi di estensionalità noi sosteniamo che ogni conoscenza è attinta dall’esperienza, che il confronto con la realtà decide, in ultima analisi, i l valore di verità delle proposizioni” (Piana 63). Ma se la proposizione complessa è u na funzione di verità di proposizioni elementari viene anche confermata la tesi ch e il linguaggio non può mai descrivere le proprietà logiche dei simboli. Una proposi zione, infatti, può essere “contenuta” in un’altra solo come suo “argomento di verità” (5.01 fr. 5.54), cioé solo se la sua verità o falsità determina la verità o falsità della propos izione “contenente” (così come avviene nei casi illustrati sopra). Qualora invece tent assimo di costruire una proposizione che parla di un’altra proposizione (per asser irne le proprietà logiche), ciò che otterremmo non sarebbe una funzione di verità, ovv ero non sarebbe una proposizione che rispetta le regole della sintassi logica. C onsideriamo ad esempio la proposizione: “Il gatto è sul tappeto dice che il gatto è su l tappeto”. Apparentemente siamo di fronte ad una proposizione complessa, ma in re altà quello che abbiamo appena scritto è un nonsenso. Se tale proposizione fosse for mata correttamente dovrebbe possedere un valore di verità dipendente dal valore di verità dei suoi costituenti. E qui incontriamo un problema insormontabile: la pro posizione Il gatto è sul tappeto, così come compare nello pseudoenunciato, non possi ede affatto un valore di verità perché non assolve alla funzione di proiettare in di rezione di uno stato di cose possibile, bensì è una semplice combinazione di segni c onsiderata nella sua materialità. Il gatto è sul tappeto, in altri termini, non è un s imbolo che raffigura una possibile situazione empirica, ma solo un insieme di gr afemi o fonemi cui pretendiamo di attribuire una certa proprietà formale (la propr ietà, cioé, di raffigurare una certa situazione). Non essendo una raffigurazione, ta le enunciato non può avere un valore di verità e quindi non può in alcun modo determin are il valore di verità dell’enunciato che lo contiene. Ne consegue che nemmeno la p roposizione: “Il gatto è sul tappeto dice che il gatto è sul tappeto” è dotata di un valor e di verità, ovvero di un senso. “Che una proposizione possa solo mostrare il suo se nso e mai dire il senso di alcuna proposizione – commenta Bouveresse - è una consegu enza inevitabile sia della tesi di estensionalità che della teoria della raffigura zione logica. Una proposizione, infatti, potrebbe parlare realmente di un’altra pr

oposizione solo violando la tesi di estensionalità, in quanto la seconda dovrebbe figurare nella prima altrimenti che come argomento di verità” (Bouveresse 51). L’anali si della proposizione come funzione di verità, in ultima analisi, conferma la tesi che il linguaggio può solo parlare del mondo; ogni tentativo di usare diversament e il linguaggio ottiene l’unico risultato di provocare un inceppamento dei meccani smi della raffigurazione. [1] Date due proposizioni elementari, si possono generare in tutto sedici propos izioni complesse (funzioni di verità delle proposizioni elementari), ovvero sedici differenti sequenze di “V” e di “F”. L’elenco completo di queste combinazioni verrà fornito da Wittgenstein nella proposizione 5.101 del Tractatus.

Note al Tractatus TAUTOLOGIE E CONTRADDIZIONI (4.46 – 4.4661) 4.46. Tra le funzioni di verità vi sono due casi limite: la tautolog ia e la contraddizione. Nello schema della 5.101, esse corrispondono, rispettiva mente, alla prima ed all’ultima sequenza di valori di verità. Una tautologia (ad es. “Piove o non piove”) è sempre vera: la tautologia concorderà pertanto con tutte le poss ibilità di verità delle proposizioni elementari e la sua tavola di verità sarà caratteri zzata dalla presenza di sole “V”. Una contraddizione (ad es. “Piove e non piove”), invec e, è sempre falsa: essa discorderà pertanto da tutte le possibilità di verità delle prop osizioni elementari e ciò sarà mostrato, nella sua tavola di verità, dalla presenza es clusiva di “F”. Per tali caratteristiche anomale rispetto alle altre funzioni di ver ità, tautologia e contraddizione rappresentano “casi limite” del nesso segnico (4.466) , “non dicono nulla” e sono “prive di senso” (4.461), “non sono immagini della realtà” (4.462 . “Nelle lezioni tenute nel 1939, Wittgenstein paragonò la tautologia ad una ruota c he gira a vuoto in un ingranaggio, e la contraddizione ad una ruota che si incep pa ed è incapace di girare” (Black, 227). Tautologie e contraddizioni non possono “ing ranare” con la realtà, ovvero non stabiliscono alcun rapporto proiettivo con il mond o. 4.461. Ogni proposizione mostra il proprio senso, mostra come stan le cose se essa è vera e dice che le cose stanno così (4.022). La tautologia mostra che quanto è da essa asserito non ha possibilità di venir falsificato (non c’è un fatto che possa rendere falsa la tautologia “Piove o non piove”); la contraddizione mostra invece ch e quanto è da essa asserito non ha possibilità di venir verificato (non c’è un fatto che possa rendere vera la contraddizione “Piove e non piove”). Per questa loro incapaci tà di “ingranare” con la realtà, tautologia e contraddizione mostrano di non dire effett ivamente nulla, ovvero mostrano di essere prive di senso (“sinnlos”, che è cosa divers a dall’essere “unsinning”, cioé insensate; v. nota successiva). 4.4611. Tautologie e con traddizioni sono “prive di senso” (“sinnlos”) perché non raffigurano alcuna situazione pos sibile, cioé non stabiliscono alcuna relazione proiettiva con il mondo. Ma esse no n sono “insensate” (“unsinning”), al modo di uno pseudoenunciato come “Socrate è identico” (c r. 5.4733). Sia la tautologia che la contraddizione, infatti, obbediscono alle r egole della sintassi logica, cioé sono comprese nelle possibilità di combinazione de i segni ammesse dalla logica. Anche tautologie e contraddizioni svolgono dunque una funzione. Più avanti, Wittgenstein dirà che tutte le proposizioni della logica s ono tautologie (6.1) e che, per quanto prive di contenuto descrittivo, le propos izioni logiche (le tautologie) rivelano tuttavia qualcosa riguardo all’essenza del mondo (6.12, 6.124). 4.462. Se tautologia e contraddizione fossero immagini del la realtà allora esse dovrebbero ammettere la possibilità di essere vere o false una volta confrontate con i fatti. Ma una tautologia è sempre vera, mentre una contra ddizione è sempre falsa. Dunque esse non sono immagini, il che equivale a dire che né la tautologia né la contraddizione sono autentiche proposizioni (cfr. 4.03: “la pr oposizione enuncia qualcosa solo nella misura in cui è un’immagine”). 4.463. Ogni prop osizione sensata raffigura una situazione possibile e in questo modo “fissa” un punt o nello spazio logico (3.4). Comprendendo il senso di una proposizione, noi sapp iamo quali fatti sono compatibili e quali sono incompatibili con la sua verità o f alsità, e questo è “il margine che è lasciato ai fatti dalla proposizione”. Ma una tautolo gia (ad es. “Il re nero si trova in a4 o non si trova in a4”) è compatibile con tutti gli stati di cose possibili e quindi non occupa effettivamente alcuna porzione d ello spazio logico: essa lascia sussistere senza alterarlo tutto lo spazio delle possibilità. La contraddizione (ad es. “Il re si trova in a4 e non si trova in a4”), essendo incompatibile con tutti gli stati di cose possibili, “solidifica” invece l’int ero spazio logico senza lasciare sussistere alcuna possibilità. Il margine delle p ossibilità determinato dalla tautologia è infinito, quello determinato dalla contrad dizione è nullo. Nessuna delle due può quindi dire alcunché riguardo al mondo. 4.465. A conferma del fatto che una tautologia non dice nulla, Wittgenstein osserva che la congiunzione (prodotto logico) di una proposizione con una tautologia non pr oduce alcun mutamento nella tavola di verità di quella proposizione. Ad es., “p” dice lo stesso di “p e (q o non-q)”: per entrambe, infatti, la sequenza dei valori di ver ità è V-F-V-F. In parole, “Il libro è blu” dice lo stesso di “Il libro è blu e (il quaderno è rde o il quaderno non è

verde)”. Paragonando una tautologia allo zero (4.4611), come per ogni numero n val e che n + 0 = n, così per ogni proposizione p vale che p + tautologia = p. 4.466. In una proposizione sensata, al nesso sussistente tra i segni corrisponde un pos sibile nesso di oggetti nel fatto raffigurato realtà (e non tutti i nessi o nessun nesso, come nel caso della tautologia e della contraddizione). La raffigurazion e consiste appunto nell’esprimere determinate relazioni tra oggetti per mezzo di d eterminate relazioni tra segni. Ma una tautologia è compatibile con ogni nesso di oggetti, mentre una contraddizione è incompatibile con ogni nesso di oggetti. Witt genstein conclude che nella tautologia e nella contraddizione non sussiste un’aute ntica relazione tra i segni (esse sono “casi-limite”, cioé la “dissoluzione” del nesso seg nico). Ciò può apparire paradossale, ma come risulta dalla 4.4661, Wittgenstein riti ene che un autentico nesso tra segni deve necessariamente valere come raffiguraz ione di una situazione possibile. “Ciò che in essa [ovvero nella tautologia] avviene è questo: tutte le sue parti semplici hanno significato, ma essa è tale che le conn essioni tra queste si paralizzano o distruggono l’una l’altra, così da esser tutte con nesse solo in una maniera irrilevante” (NM 236). 4.4661. La connessione dei segni, nella tautologia e nella contraddizione, non assolve alla funzione di rendere o perativo un rapporto di proiezione con la realtà (ciò che trasformerebbe quei segni in simboli). Le relazioni tra i segni nella tautologia e nella contraddizione de vono dunque essere considerate inessenziali.

LA FORMA GENERALE DELLA PROPOSIZIONE ( I ). LA PROPOSIZIONE COME FUNZIONE DI VER ITA’ (4.5 – 5.101) 4.5. Chiarito cos’è una funzione di verità si può ora tentare di definire la “forma proposizionale più generale”, ovvero l’essenza della proposizione (5.471). La fo rma generale della funzione di verità sarà definita nella proposizione 6 del Tractat us. Wittgenstein fornisce qui una prima indicazione dicendo che la forma general e della proposizione è: “E’ così e così”. “Indicare l’espressione ‘Le cose stanno così e così orma generale della proposizione, è in fondo la stessa cosa che definire la propos izione come tutto ciò che può essere vero o falso. Infatti, invece di dire ‘Le cose st anno così...’ avrei anche potuto dire: ‘La tal cosa è vera’. (Ma anche: ‘La tal cosa è falsa’ (...) E dire che una proposizione è tutto ciò che può essere vero o falso val quanto d ire: Chiamiamo proposizione ciò a cui, nel nostro linguaggio, applichiamo il calco lo delle funzioni di verità”. (Ricerche, § 136). Ciò che dev’essere comune ad ogni proposi zione, ne deduciamo, è la capacità di asserire qualcosa riguardo al mondo. 4.51. Se tutte le proposizioni sono funzioni di verità delle proposizioni elementari, allor a “supposto che mi fossero date tutte le proposizioni elementari, posso sempliceme nte domandare quali proposizioni posso formare da esse, e avrò allora tutte le pro posizioni possibili”(Kenny, 107). Ciò rivela quale strada dobbiamo percorrere per in dividuare la forma proposizionale generale. Ogni proposizione complessa nasce da operazioni logiche applicate alle proposizioni elementari (cfr. gli esempi di t avole di verità nella Scheda 12). Se perciò noi riuscissimo ad individuare una proce dura comune per la costruzione delle funzioni di verità avremmo appunto trovato l’es senza di ogni proposizione. Cfr. 4.5: “Che vi sia una forma proposizionale general e è dimostrato dal non potervi essere alcuna proposizione, la cui forma non si sar ebbe potuto prevedere (vale a dire, costruire)”. 5. Nella quinta proposizione fond amentale del Tractatus Wittgenstein formula il “principio di estensionalità” (anticipa to nella 4.4): ogni proposizione complessa ha un valore di verità dipendente dalla verità o falsità delle proposizioni elementari di cui è composta (un enunciato comple sso è appunto “una funzione di verità delle proposizioni elementari”). Wittgenstein defi nisce la proposizione elementare “una funzione di verità di se stessa” perché la sua ver ità e falsità dipende direttamente dalla sua corrispondenza o non corrispondenza con lo stato di cose raffigurato (il valore di verità di una proposizione elementare non può dipendere dal valore di verità dei suoi costituenti: i nomi, come sappiamo, non sono né veri né falsi). La teoria raffigurativa presuppone che l’analisi degli enu nciati debba metter capo a proposizioni-atomo che stanno in immediato rapporto d i raffigurazione con la realtà. Se ciò non accadesse, sarebbe impossibile stabilire il senso delle proposizioni: il senso di ogni enunciato dipenderebbe infatti dal la verità o falsità di una serie infinita di altri enunciati (cfr. Scheda 11). L’esist enza di proposizioni che sono funzioni di verità di se stesse è quindi la condizione

della raffigurazione della realtà ad opera del linguaggio. 5.01. Le proposizioni elementari compaiono nella proposizione complessa come condizioni della sua veri tà o falsità

(4.41), cioé come basi delle operazioni di verità (5.54). 5.101. Witttgenstein illus tra tutte le funzioni di verità generabili a partire da due proposizioni elementar i “p” e “q”: (V V V V) (p, q) Tautologia (Se p allora p, e se q allora q) [p É p . q É q] (F V V V) (p, q) in parole: Non e p e q. [~ (p . q)] Se q allora p. [q É p] (V F V V ) (p, q) (V V F V) (p, q) Se p allora q. [p É q] (V V V F) (p, q) p o q. [p v q] (F F V V ) (p, q) Non q. [~ q] (F V F V) (p, q) Non p. [~ p] (F V V F) (p, q) p o q, ma non ambedue. [p . ~ q :v: q . ~ p] (V F F V) (p, q) Se p, allora q; e se q, allora p. [p q] (V F V F) (p, q) p (V V F F) (p, q) q (F F F V) (p, q) Né p né q. [~ p . ~ q, o p | q ] (F F V F) (p, q) p e non q. [p . ~ q] (F V F F) (p, q) q e non p. [q . ~ p] (V F F F) (p, q) p e q. [p . q] (F F F F) (p, q) Contraddizione (p e non p; e q e non q.) [p . ~ p . q . ~ q] Dalla combinazione di due proposizioni elementari nascono in tutto sedici propos izioni complesse, e Wittgenstein ordina le loro sequenze di valori di verità nella colonna di sinistra dello schema. Nella colonna di destra sono invece riportate le espressioni simboliche di ognuna delle sedici funzioni. Ogni sequenza di val ori di verità potrebbe naturalmente essere espressa per mezzo delle tavole di veri tà, secondo gli esempi che abbiamo fornito nella Scheda 12, e in tal modo metterem mo in evidenza la dipendenza funzionale del valore di verità della proposizione co mplessa dai valori di verità delle proposizioni elementari. Le combinazioni dei va lori di verità di “p” e “q” in corrispondenza dei quali la proposizione complessa risulta vera sono chiamati da Wittgenstein “fondamenti di verità” della proposizione complessa . Ad es., la proposizione complessa “se p allora q” ha come fondamenti di verità: p = V, q = V; p = F, q = V; p = F, q = F. La proposizione complessa “p . q” ha invece co me unici fondamenti di verità: p = V, q = V.

LA RELAZIONE DI INFERENZA. IL NESSO CAUSALE. (5.11 – 5.1362) 5.11. Lo scopo di Wittgenstein, nella presente sezione, è dimostrare che la possibilità di inferire una proposizione da un’altra dipende soltanto dalla struttura logica degli enunciati, e che pertanto è inutile e insensato ricorrere a “leggi di inferenza” per giustificare il nesso tra antecedente e conseguente (5.132 ). I fondamenti di verità di una proposizione costitutita da due proposizioni elem entari “p” e “q” sono quei valori di “p” e di “q” in corrispondenza dei quali la proposizione mplessa risulta vera (5.101). Una proposizione segue da un’altra proposizione se t utti i fondamenti di verità dell’antecedente sono anche fondamenti di verità della pro posizione conseguente, cioé se i valori delle proposizioni elementari in corrispon denza dei quali l’antecedente è vera sono anche i valori in corrispondenza dei quali è vera la conseguente. La possibilità di inferire una proposizione da un’altra (o da altre) dipende quindi soltanto dalla struttura logica degli enunciati coinvolti (5.13). Da notare che il rapporto di inferenza deduttiva non può sussistere tra pr oposizioni elementari (5.134). Ne consegue che “se interpretiamo la causalità come r elazione tra stati di cose raffigurati da proposizioni elementari, l’asserzione di una relazione causale non è mai giustificata” (Marconi, 1997, 40). L’analisi dell’infer enza prelude così alla negazione del nesso di causa-effetto (5.134-5.1361). 5.12. La scelta di utilizzare i segni “p” e “q” è infelice perché essi indicano proposizioni eleme ntari, mentre tra due proposizioni elementari non vi può essere nesso inferenziale . Ad ogni modo, Wittgenstein ribadisce (applicandolo al caso di due sole proposi zioni) il principio affermato nella 5.12. “In base alla definizione di Wittgenstei n, una

       

     

     

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proposizione B segue da A se B è vera in tutti i casi in cui A è vera, cioé se tutte l e combinazioni di valori di verità dei costituenti che rendono vera A rendono vera anche B” (Marconi, 1997, 39). Ad esempio, dalla proposizione “p . q” si può inferire la proposizione “p v q” perché i fondamenti di verità della prima (p = V, q = V) sono anch e fondamenti di verità della seconda. Il semplice esame delle tavole di verità di ta li proposizioni basta a rivelare il sussistere di una relazione di inferenza; e dato che per mezzo della tavola di verità esprimiamo il senso di una proposizione, risulterebbe con ciò chiaro che il senso della proposizione conseguente è “contenuto” i n quello della proposizione antecedente (5.122). 5.123. Cfr. 3.031. La necessità l ogica è considerata da Wittgenstein talmente forte da vincolare addirittura l’agire divino. Neppure Dio potrebbe impedire che da A segua B, perché ciò dipende dalla str uttura logica delle due proposizioni. 5.124. La proposizione A “afferma” ogni propos izione (B, C, etc.) che da lei può essere inferita logicamente. Ovvero, con ogni p roposizione sono date necessariamente tutte le proposizioni che da essa derivano . 5.13. Il sussistere del rapporto di inferenza è qualcosa che noi “ravvisiamo dalla struttura delle proposizioni”. Cfr. 4.1211: “Se due proposizioni si contraddicono, lo mostra la loro struttura; e così pure se l’una segue dall’altra”. Si noti che la rela zione di inferenza tra due proposizioni, così come tutte le caratteristiche formal i del linguaggio (le proprietà che dipendono dalla struttura logica delle proposiz ioni), possono solo essere “viste” e mai essere asserite (cioé “dette”) sensatamente. Dato che l’esistenza dell’antecedente determina necessariamente quella della proposizion e che ne consegue (5.124), allora non è nemmeno possibile giustificare per mezzo d i “leggi di inferenza” le modalità del passaggio dall’uno all’altra (5.132). In questo cas o tenteremmo di “dire” ciò che invece può solo essere “mostrato”. 5.131. Non dobbiamo farci ingannare dal fatto che la deduzione di conseguenze a partire da certe premesse è frutto di un’operazione compiuta dalla nostra mente: ciò, infatti, è accidentale perché la relazione di inferenza sussisterebbe tra quegli enunciati anche senza interve nto del soggetto, in virtù di una caratteristica essenziale delle proposizioni ste sse (una proprietà è “interna” se è impensabile che il suo oggetto non la possieda, 4.123) . Wittgenstein segue la lezione di Frege, il quale aveva distinto nettamente l’amb ito “oggettivo” e necessario delle leggi logiche dal livello delle rappresentazioni soggettive, mutevoli e accidentali. Cfr. 5.123: se la necessità logica risulta ind ipendente perfino dal volere divino, a maggior ragione si può dichiarare la sua au tonomia dall’agire del soggetto individuale. 5.132. Una teoria che tentasse di cod ificare le regole dell’inferenza sarebbe superflua ed insensata. Superflua perché è la stessa struttura delle proposizioni a determinare il sussistere della relazione logica per la quale “B” è deducibile da “A”: questa relazione è “interna” (5.131) nel senso è impensabile che essa non sussista dato il sussistere delle due proposizioni. In sensata, perché una teoria dell’inferenza tenta di rendere esplicito (enunciando reg ole) ciò che soltanto può essere mostrato, ovvero il nesso logico che lega “A” e “B”. Le rag ioni per le quali Wittgenstein rifiuta una teoria dell’inferenza sono dunque le st esse che lo avevano condotto a rifiutare la Teoria dei tipi di Russell: in entra mbi i casi si pretende di descrivere le proprietà logiche del linguaggio e perciò vi ene violata la distinzione tra ciò che il linguaggio dice e ciò che esso può solo most rare. 5.133. La possibilità di inferire B da A dipende dalla struttura logica di B e di A, e dunque non è legata ad una questione di esperienza né dipende dall’interven to umano (5.131): l’inferenza ha perciò una validità a priori. 5.134. Come gli stati d i cose sono indipendenti l’uno dall’altro (1.21, 2.061), così anche le proposizioni el ementari (che raffigurano stati di cose) risultano reciprocamente indipendenti. Ne consegue che tra due proposizioni elementari non può esserci né contraddizione (4 .211) né nesso di inferenza (tutte le proposizioni elementari sono compatibili e n essuna può essere dedotta da altre). Se gli stati di cose risultano reciprocamente indipendenti, allora il nesso causale non ha alcuna giustificazione. 5.135. Il sussistere di uno stato di cose è compatibile con il sussistere di qualsiasi altro perché tra due stati di cose non può esservi contraddizione né relazione inferenziale . Perciò dal verificarsi di una certa situazione non può dedursi il verificarsi o no n verificarsi di un’altra. 5.136. La validità del nesso causale è insostenibile. Cfr. Q. 187: “Ma è chiaro che il nesso causale non è affatto un nesso”. Wittgenstein distingu e tra l’ambito della logica, all’interno del quale valgono rapporti necessari a prio ri, e

l’ambito dei fatti, dominato dalla contingenza: “Una costrizione, secondo la quale u na cosa debbe avvenire poiché ne è avvenuta un’altra, non v’è. V’è solo una necessità logica” 7). La posizione di Wittgenstein è in questo senso assimilabile a quella di D. Hum e, il quale distingueva tra “relazioni tra idee” e “materie di fatto”. Le prime, oggetto delle scienze logico-matematiche, sono caratterizzate da una certezza assoluta. “Le materie di fatto, che sono la seconda specie di oggetti dell’umana ragione, non si possono accertare nella stessa maniera, né l’evidenza della loro verità, per quant o grande, è della stessa natura della precedente. Il contrario di ogni materia di fatto è sempre possibile, perché non può mai implicare contraddizione e viene concepit o dalla mente con la stessa facilità e distinzione che se fosse del pari conforme a realtà. Che il sole sorgerà domani è una proposizione non meno intelligibile e che n on implica più contraddizione dell’affermazione che esso sorgerà” (D. Hume, Ricerche fil osofiche, § IV, I). Un’eco dell’argomento di Hume è contenuto nella 6.36311. 5.1362. Dal la contingenza di ciò che accade Wittgenstein passa a considerare l’idea di libertà. S e fosse possibile dedurre logicamente ogni accadimento futuro da quelli presenti , allora non si potrebbe giustificare il libero arbitrio (la libertà dell’uomo sareb be vanificata dalla necessità del tutto). Ma l’unica necessità è di tipo logico (cfr. 6. 37). Dato che ogni fatto può accadere come non accadere, per ogni evento p è concepi bile sia il suo sussistere in atto nella realtà che il suo non sussistere (vale ci oè sempre la formula: “p o non-p”). L’espressione: “A sa che accadrà il fatto p” deve perciò ursi nella forma: “A sa che accadrà il fatto p o non accadrà il fatto p”. Ma non ha sens o presentare la tautologia “p o non-p” come un’informazione sul mondo: “A sa che p”, scriv e Wittgenstein, è priva di senso, se p è una tautologia. Poiché i fatti sono tutti con tingenti (e come tali imprevedibili) l’idea di libertà risulta compatibile con la vi sione del mondo espressa dal Tractatus.

Scheda 13: La relazione di inferenza e il paradosso di Carroll . Nella 5.132 Wittgenstein spiega che se una proposizione p segue dalla proposizio ne q allora noi possiamo concludere da q a p, cioé possiamo inferire p da q. Ma “il modo della conclusione è da ricavarsi solo dalle due proposizioni. Esse ed esse so ltanto possono giustificare la conclusione. ‘Leggi di inferenza’ che –come in Frege e in Russell- giustifichino le conclusioni, sono prive di senso, e sarebbero super flue”. Wittgenstein intende dire che il passaggio dalle premesse alla conclusione si produce automaticamente nel momento stesso in cui sono date due proposizioni la cui forma logica autorizza ad inferire l’una dall’altra; e se noi non siamo in gr ado di vedere la necessità di tale passaggio, allora nessuna regola (cioé nessuna pr oposizione della logica) è in grado di giustificare ciò. Nel corso delle lezioni ten ute a Cambridge all’inizio degli anni Trenta, Wittgenstein tornò ad occuparsi del te ma dell’inferenza fornendo alcuni importanti chiarimenti sul senso delle affermazi oni contenute nel Tractatus. Wittgenstein affermò che “ciò che giustifica l’inferenza è un a relazione interna” (Moore 322), intendendo con questa espressione “una relazione c he sussiste tra due termini se i termini sono quelli che sono, e che non si può du nque immaginare che non sussista” (Moore 322). Una proprietà è interna, dice la propos izione 4.123 del Tractatus, appunto se “è impensabile che il suo oggetto non la poss ieda”. Il fatto che una proposizione derivi da un’altra dipende quindi esclusivament e dalle proprietà interne delle proposizioni in questione, cioé dalla loro forma log ica. “Se la verità d’una proposizione segue dalla verità di altre, ciò s’esprime mediante re lazioni nelle quali le forme di quelle proposizioni stanno l’una all’altra; che siam o noi a porle in quelle relazioni, connettendole l’una all’altra in una proposizione , non occorre: quelle relazioni sono interne e sussistono immediatamente quando e in quanto sussistono quelle proposizioni” (5.131). “Quando, per esempio, si dice c he una proposizione della forma “pvq” deriva dalla corrispondente proposizione della forma “p.q”, la cosiddetta ‘relazione’ è interamente determinata dalle due proposizioni i n questione” (Moore, 322). Se è impensabile che tali proprietà e relazioni interne non sussistano (esse sono infatti necessarie a priori), allora nessuna proposizione può asserirne il sussistere (cfr. 4.122). Una proposizione dotata di senso può infa tti essere sia vera che falsa, mentre una proposizione che esprimesse una caratt eristica formale della proposizione non potrebbe ammettere il caso della propria falsità. Pur non potendo essere raffigurate da alcun enunciato, le proprietà intern e si mostrano tuttavia nella forma degli enunciati, ed è appunto per questo che Wi ttgenstein ritiene che il sussistere del nesso inferenziale possa solo essere co nstatato mediante l’ispezione dei simboli in questione. “In una notazione rispondent e” afferma Wittgenstein nella 6.122, “possiamo riconoscere le proprietà formali delle proposizioni per mera ispezione delle proposizioni stesse”; nel caso dell’inferenza, “noi percepiamo la relazione con la semplice osservazione delle due proposizioni interessate” (Moore 323), cioé noi la vediamo semplicemente nella forma dei simboli. Non v’è dunque alcun bisogno di giustificare il passaggio dalla proposizione antece dente a quella conseguente chiamando in causa una “regola di inferenza”. Ad esempio, se p v q deriva da p . q, “la proposizione generale “pvq deriva da p.q” non è necessari a per spiegare l’inferenza particolare: nel senso che, se non siete in grado di ve dere, considerando le due proposizioni di queste forme, che una deriva dall’altra, la proposizione generale non vi sarà di nessun aiuto”; “una regola di inferenza (inte ndo per ‘inferenza’ una ‘inferenza deduttiva’) non giustifica mai un’inferenza” (Moore, 323) . Se noi avessimo realmente bisogno di formulare una regola di inferenza (cioé una proposizione logica) per giustificare il passaggio dall’antecendente al conseguen te, allora si verificherebbe secondo Wittgenstein una situazione paradossale: un a volta aperto il problema della fondazione dell’inferenza, noi avremmo infatti bi sogno di una serie infinita di regole, cioé di un numero illimitato di pre-condizi oni che autorizzano a concludere dall’enunciato p all’enunciato q. “Se ci fosse bisogn o di una regola r per giustificare un’inferenza da p a q, allora q deriverebbe dal la congiunzione di p ed r, di modo che avremmo bisogno di una nuova regola per g iustificare l’inferenza da questa congiunzione a q, e così via ad infinitum. (...) U n’inferenza si può giustificare solo in base a ciò che vediamo” (Moore 324). L’argomento d i Wittgenstein è esemplificato perfettamente dall’imbarazzante situazione in cui si viene a trovare Achille in un racconto di Lewis Carroll (l’autore di Alice nel pae se delle meraviglie).[1] Achille e la tartaruga, terminata la gara descritta nel

famoso paradosso di Zenone di Elea, discutono di problemi logici seduti tranqui llamente l’uno di fronte all’altro. Viene proposto il seguente sillogismo: (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro. (B) I due lati di questo triangolo sono cose che sono uguali alla stessa cosa. (Z) I due lati di questo t riangolo sono uguali tra loro. “I lettori di Euclide concederanno, suppongo, che Z segue logicamente da A e B, cosicché chi accetta A e B come vere deve accettare Z come vera”. Ma la tartaruga non si dichiara affatto convinta del fatto che la con clusione Z sia logicamente inferibile dalle premesse A e B, e chiede pertanto ad Achille di esplicitare in una formula la regola del passaggio da A e B a Z. La situazione è identica al caso, prospettato da Wittgenstein, in cui una persona –non essendo in grado di vedere nelle proposizioni stesse “il modo della conclusione”- ch ieda di giustificare l’inferenza da p a q chiamando in causa una regola di inferen za.

Achille formula dunque la proposizione C: “Se A e B sono vere, Z deve essere vera”. La tartaruga modifica allora il sillogismo inserendo la nuova proposizione: (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro. (B) I due lati di qu esto triangolo sono cose che sono uguali alla stessa cosa. (C) Se A e B sono ver e, Z deve essere vera. (Z) I due lati di questo triangolo sono uguali tra loro. Proprio come aveva previsto Wittgenstein, il problema del passaggio dalle premes se alla conclusione è però ancora irrisolto perché la regola espressa nella proposizio ne C diventa a sua volta una premessa del ragionamento e avremo perciò bisogno di un’ulteriore regola per giustificare il passaggio alla conclusione Z. Achille inse risce perciò la proposizione (D): (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono u guali tra loro. (B) I due lati di questo triangolo sono cose che sono uguali all a stessa cosa. (C) Se A e B sono vere, Z deve essere vera. (D) Se A e B e C sono vere, Z è vera. (Z) I due lati di questo triangolo sono uguali tra loro. E quindi , alla prevedibile richiesta della tartaruga (la quale non riesce ancora a giust ificare il passaggio dalle premesse a Z, Achille inserisce la proposizione (E): (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro. (B) I due lati d i questo triangolo sono cose che sono uguali alla stessa cosa. (C) Se A e B sono vere, Z deve essere vera. (D) Se A, B e C sono vere, Z è vera. (E) Se A, B, C e D sono vere, Z è vera. (Z) I due lati di questo triangolo sono uguali tra loro. E c osì via all’infinito, in un continuo regresso che rende del tutto impossibile ammett ere la liceità della conclusione Z a partire dalle premesse del ragionamento. Per evitare le insormontabili difficoltà incontrate da Achille, Wittgenstein dichiara che è illegittimo (e a ben vedere anche inutile) enunciare regole per autorizzare ciò che la struttura logica delle proposizioni è già di per sé sufficiente a giustificar e. La logica, abbiamo detto nella Scheda 7, non può contenere prescrizioni perché pe r stabilire una qualsiasi prescrizione riguardante le proprietà dei simboli dovrem mo esprimerci sulla loro forma logica, il che non è mai consentito. Una regola com e: “Se A e B sono vere, Z deve essere vera” non può dunque mai essere formulata sensat amente. Nel tentare di rendere esplicito il nesso logico che lega le premesse A e B alla conclusione Z compiamo lo stesso genere di errore che Wittgenstein rimp roverava alla Teoria dei tipi di Russell: con ciò noi pretendiamo infatti di dire ciò che può essere solo mostrato. L’errore di Achille consiste proprio nell’aver egli es presso in parole una proprietà formale, cioé nell’aver parlato della forma logica dell a proposizione. Per raffigurare la forma logica, come abbiamo mostrato nella Sch eda 10, dovremmo poter adottare una forma di livello gerarchico superiore, apren do così la strada ad una moltiplicazione infinita delle condizioni della raffigura zione: ed è appunto in un tale gioco di infiniti rimandi prospettici che cade anch e l’Achille di Lewis Carroll. Achille potrebbe tentare di difendersi spiegando che era necessario dare una risposta al dubbio della tartaruga. Ma la relazione di inferenza, così come ogni altra proprietà logica, è qualcosa che non ha bisogno di una legittimazione da parte dell’uomo: essa sussiste immediatamente non appena sono s tate poste proposizioni dotate di certe relazioni strutturali. Quella relazione non è prodotta da noi: essa esiste in quanto esistono A, B e Z, e lo stato mentale di dubbio espresso dalla tartaruga è in questo senso del tutto irrilevante e non può essere espresso sensatamente. Infatti si può dubitare di qualcosa solo quando le cose potrebbero stare altrimenti da come descritto; ma è inconcepibile che nel si llogismo proposto la proposizione Z non segua da A e B, perché tale relazione è nece ssaria: quindi non è nemmeno lecito dubitare di ciò. La relazione di inferenza è una p roprietà formale e “sarebbe tanto insensato riconoscere una proprietà formale alla pro posizione quanto disconoscerla” (4.124). Sia l’espressione di dubbio della tartaruga che la risposta di Achille dovevano quindi condurre necessariamente al nonsenso . La lezione che dobbiamo trarre da questa vicenda è che la forma logica è incorpora ta nel linguaggio ed è vano tentare di trarla fuori esplicitandola in proposizioni che la raffigurino come un fatto. Per la loro natura di condizioni a priori, le proprietà interne del linguaggio non si lasciano oggettivare ma sfuggono all’indiet ro, si nascondono sempre alle spalle delle nostre proposizioni. L’unico modo per a rrestare questo insensato inseguimento è riconoscere che ciò che può solo mostrarsi no n può essere detto. [1] Il dialogo Quello che la tartaruga disse ad Achille fu pubblicato sulla rivi

sta Mind nel 1895 (n.s., 4, pp. 278-280). Una traduzione italiana è contenuta in D . R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach, Adelphi, Milano, 1990, pp. 47-49.

Note al Tractatus LE OPERAZIONI (5.2 – 5.32) 5.2. Le relazioni che sussistono tra una proposizione complessa e le proposizion i elementari di cui è costituita sono relazioni interne. Se noi chiarissimo la pro cedura in base alla quale dalle proposizioni elementari si genera una proposizio ne complessa, allora potremmo rendere evidenti i nessi strutturali, cioé le relazi oni interne, che caratterizzano ogni funzione di verità (5.21). A questo scopo bis ogna introdurre il concetto di "operazione", ovvero "ciò che deve farsi con l’una pr oposizione per far da essa l’altra (5.23). 5.21. Dalla proposizione "p" possiamo d erivare la proposizione "~ p" applicando l’operazione della negazione. Chiamiamo " p" la base dell’operazione e "~ p" il suo risultato. Allo stesso modo, dalle basi "p" e "q" posso costruire la proposizione "p É q" applicando l’operazione "É " (implic azione). Come sappiamo, una proposizione complessa ha un valore di verità dipenden te da quello dei suoi costituenti. Tra "p É q" ed i suoi costituenti "p" e "q" sus siste quindi una relazione interna dipendente dalla struttura delle proposizioni in questione. Dare rilievo all’operazione che mi permette di costruire "~ p" part endo da "p", o "p É q" partendo da "p" e da "q", significa mettere in chiaro che t ra il risultato dell’operazione e le sue basi sussiste una relazione di struttura. L’operazione può allora definirsi l’espressione di questa relazione (5.22). 5.23. Le operazioni logiche possono essere applicate alle proposizioni per generare nuove proposizioni. Si può quindi affermare che "il concetto dell’operazione è, parlando in termini generalissimi, quello secondo il quale possono costruirsi segni secondo una regola" (Q. 193). L’operazione rivela il modo in cui vengono generate le prop osizioni e quindi indagare la natura delle operazioni equivale ad illuminare l’ess enza della proposizione. 5.231. Ogni relazione tra i simboli è generata e dipende soltanto dalle proprietà logiche ("formali" o "interne") dei simboli stessi. Ad es empio, nel segno "aRb" la relazione tra i simboli "a" e "b" dipende solo dalla f orma logica di "a" e "b" (cfr. 3.1432), cioé dalla proprietà di ogni nome di combina rsi con altri. In altri termini, non è l’occorrere del segno logico "R" a determinar e il sussistere di una relazione tra "a" e "b", ma al contrario è il fatto che tra "a" e "b" sussiste una relazione formale a generare "R". Allo stesso modo, non si deve dire che tra due proposizioni sussiste una relazione perché esse sono lega te da un connettivo (o segno d’operazione), ma, al contrario, la presenza del conn ettivo esprime una relazione che sussiste tra due proposizioni solo in virtù delle loro proprietà interne. 5.234. Ogni proposizione (complessa) è una funzione di veri tà delle proposizioni elementari (5), ed ogni funzione di verità si genera applicand o un’operazione (negazione, disgiunzione, congiunzione, implicazione, etc.) alle p roposizioni elementari, che sono le basi dell’operazione. L’operazione mediante la q uale la funzione di verità (la proposizione complessa) si genera dalle sue basi è de tta "operazione di verità". Tutte le proposizioni (funzioni di verità) sono dunque r isultati di operazioni di verità (5.3). 5.2341. La negazione logica (che produce l’i nversione del senso di un enunciato), l’addizione o somma logica (cioé la disgiunzio ne, "p o q"), la moltiplicazione logica (cioé la congiunzione, "p e q"), e tutte l e restanti operazioni introdotte dai connettivi (vedi lo schema riportato nella 5.101) sono modi per produrre funzioni di verità a partire dalle proposizioni elem entari. Il senso di ogni funzione di verità che ha "p" per base dipende dal senso di "p": infatti la verità o falsità della proposizione complessa dipende funzionalme nte dalla verità o falsità dei suoi costituenti. 5.25. Il senso della proposizione n on viene determinato dall’occorrere dell’operazione perché l’operazione non enuncia alcu nché. Cfr. 4.0621: "Che in una proposizione occorra la negazione non è ancora un car attere del suo senso (~ ~ p = p)". L’affermazione di Wittgenstein si chiarisce ten endo presente il "pensiero fondamentale" secondo cui i connettivi logici non den otano alcunché (4.0312). A riprova di ciò Wittgenstein ricorda che i connettivi sono tutti interdefinibili (5.42) e che le operazioni da essi introdotte possono "el idersi l’una l’altra"

(5.253: è il caso appunto della negazione, che se raddoppiata si annulla). Quel ch e in una proposizione complessa raffigura ("enuncia") sono in ogni caso le propo sizioni elementari (le basi dell’operazione) e non gli operatori logici. L’operazion e logica è solo l’espressione di una relazione tra la funzione di verità e le sue basi (5.22) ma con ciò non viene introdotto alcun nuovo elemento di rappresentazione. 5.251. La funzione di verità è il risultato dell’operazione: funzione e operazione van no perciò tenute distinte (v. 5.25). La loro differenza si fa tangibile consideran do che mentre una funzione non può essere suo proprio argomento (3.333), il risult ato di un’operazione può invece diventare la base per reiterare l’operazione stessa. " Ad esempio, non possiamo porre ‘x è un uomo’ nel posto di argomento dello stesso ‘x è un u omo’ –otterremmo il nonsenso ‘x è un uomo è un uomo’; ma possiamo scrivere ‘~ p’ al posto di la stessa ‘~ p’, e il risultato ‘~ ~ p’ ha perfettamente senso. Analogamente, qualsiasi operazione può essere ripetuta, e per qualsiasi numero di volte" (Anscombe, 110). Cfr. 5.44. 5.3. Ogni funzione di verità nasce come prodotto di un’operazione che ha per basi le proposizioni elementari. Ma l’operazione può applicarsi al prodotto dell’o perazione (5.251) facendo nascere una nuova funzione di verità. Applicando ripetut amente le operazioni logiche si può generare ogni possibile funzione di verità. Ciò co nsente di avviare a soluzione il problema della forma generale della proposizion e (cfr. 4.5). Se si riuscisse a ridurre i segni di operazione ad uno solo, si po trebbe condensare in una formula la regola generale che consente di generare ogn i proposizione. Risulterebbe allora chiaro che le proposizioni sono il risultato dell’applicazione successiva di una medesima operazione di verità alle proposizioni elementari ed ai prodotti così ottenuti. Wittgenstein indicherà la natura di tale o perazione nella 5.5 e presenterà la forma generale della funzione di verità nella 6. 5.31. Dato che le operazioni possono essere applicate alle funzioni di verità (ci oè alle proposizioni complesse), negli schemi della 4.31 potrebbero comparire anch e proposizioni complesse. La tavola di verità dell’implicazione, che nella 4.442 rig uardava due proposizioni elementari "p" e "q", potrebbe dunque ‘ospitare’ due propos izioni complesse connesse per mezzo del segno di implicazione. In questo caso, i l segno proposizionale che ne risulterebbe sarebbe ancora una funzione di verità d elle proposizioni elementari "p" e "q". 5.32. Cfr. 5.234. Wittgenstein precisa c he il numero delle operazioni necessarie a generare una funzione di verità è finito. Interviene qui la stessa esigenza del limite che rende necessario postulare l’esi stenza di oggetti semplici e di proposizioni elementari. Se il numero di operazi oni di verità fosse infinito, allora l’analisi delle proposizioni non metterebbe mai capo a proposizioni elementari in diretta connessione con il mondo, e la teoria raffigurativa del linguaggio sarebbe destituita di fondamento. NON VI SONO COSTANTI LOGICHE (5.4 – 5.46) 5.4. I connettivi proposizionali non possono essere considerati, come facevano F rege e Russell, come segni primitivi o "costanti logiche" perché sono tutti interd efinibili (5.42) e possono annullarsi a vicenda (5.253, 5.254). Tali segni non d enotano alcunché (in questo senso non esistono "oggetti logici") perché non hanno fu nzione rappresentativa: i connettivi, infatti, servono esclusivamente ad introdu rre operazioni. Cfr. 4.0312 (le "costanti logiche" non denotano), 4.0621 (al seg no di negazione non corrisponde nulla di reale), 4.441 (non vi sono oggetti logi ci), 5.25 (l’operazione non enuncia nulla). 5.41. Su questo tema, v. Scheda 14. Co nsideriamo le proposizioni: "p . q" e "~ (~ p v ~ q)" (le quali sono il risultat o di operazioni di verità applicate alle proposizioni elementari "p" e "q"). La ta vola di verità di queste due funzioni di verità è identica: V-F-F-F. Ciò significa che " p . q" e "~ (~ p v ~ q)" sono in effetti la stessa proposizione (esse, possedend o le medesime condizioni di verità, cioé essendo verificate o falsificate dagli stes si fatti, hanno il medesimo senso). Se le cose stanno così, è evidentemente assurdo pensare che i connettivi "e", "non" e "o", utilizzati per produrre queste propos izioni, introducano ‘oggetti logici’ differenti: se così fosse, la funzione in cui com pare la "e" non potrebbe esprimere lo stesso senso di quella in cui compaiono "n on" e "o". L’esempio dimostra anche che i connettivi sono interdefinibili, come Wi ttgenstein asserisce nella 5.42. Il connettivo "e", infatti, può essere sostituito

da "non" e "o". Se i connettivi sono interdefinibili, allora è sbagliato consider arli come "costanti

logiche". 5.42. I connettivi non descrivono relazioni reali, ovvero rapporti sus sistenti tra stati di cose, perché gli stati di cose sono indipendenti l’uno dall’altr o. La connessione instaurata dal connettivo nella funzione "p É q" riguarda solo i simboli e non indica che gli stati di cose descritti da "p" e "q" dipendono l’uno dall’altro (se tra i fatti sussistessero relazioni corrispondenti ai nessi logici allora da una situazione potremmo derivarne un’altra e si giustificherebbe l’esiste nza del nesso di causa-effetto, cfr. 5.133 e seguenti). Che i connettivi non des crivano relazioni sussistenti di fatto tra gli stati di cose è provabile anche oss ervando che i connettivi sono tutti interdefinibili ("p É q" equivale a "~ p v q", "p v q" equivale a "~ p É q", ecc.), il che non accade con relazioni come "a dest ra di" e "a sinistra di". 5.43. Il segno "p" è equivalente al segno "non-non-p" (d ue negazioni si elidono) ed al segno "non-non-non-non-p", etc.. Risultando equiv alenti, è sbagliato pensare che a queste proposizioni corrispondano situazioni div erse. Ma questa conclusione sarebbe inevitabile qualora si sostenesse che un con nettivo sia un segno denotante al pari di un nome (il segno di negazione introdu rrebbe allora un nuovo oggetto e la proposizione che contiene due segni di negaz ione, così come quella che ne contiene quattro, etc., descriverebbero fatti differ enti). Bisogna dunque concludere che i connettivi non denotano alcunché. In genera le, nessuna proposizione logica raffigura. Le proposizioni della logica sono inf atti tautologie (6.1) e una tautologia non raffigura la realtà (4.462). 5.44. Witt genstein ha già sottolineato la differenza tra funzione proposizionale e operazion e di verità nella 5.251. "L’espressione ‘funzione materiale’ compare solo in questo pass o del testo: indica quello che Wittgenstein chiama di norma funzione" (Black 259 ). Una funzione proposizionale del tipo "x è sul tavolo" va saturata con il nome d i un oggetto (ad es. "Il libro"): si ottiene così un enunciato che parla di un ogg etto ("Il libro è sul tavolo"). Ma quando costruiamo "non-non-p" applicando l’operaz ione di negazione a "non-p" stiamo facendo qualcosa di diverso. Il "non" che com pare in "non-p", infatti, non sta per un oggetto e quindi la funzione di verità ch e abbiamo costruito "non tratta della negazione come di un oggetto". Quel che fa cciamo applicando l’operazione di negazione consiste semplicemente nel derivare un a proposizione da un’altra secondo le possibilità che ci offre il calcolo logico (in questo senso "la possibilità della negazione è già pregiudicata nell’affermazione"). Ciò vale naturalmente per ogni operazione logica. Cfr. Q. 128: i segni che compaiono nella funzione di verità non stanno per oggetti, "altrimenti non potrebbero scomp arire". 5.441. Quelle che Russell indicava come costanti logiche (i connettivi) possono "scomparire" rivelando di non essere affatto delle costanti. Wittgenstei n pone due esempi di segni equivalenti. Nel primo esempio assistiamo allo scompa rire dei segni "$ " e "~ " nel passaggio dalla prima alla seconda forma (" ~ ($ x) . ~ fx " dice la stessa cosa di " (x) . fx "). Nel secondo esempio, la sempli ficazione appare ancora più netta. L’asserzione "Esiste almeno un x tale che x è un uo mo e x = Socrate" (in simboli: " ($ x) . fx . x = a ") equivale infatti all’enunci ato "Socrate è un uomo" ("fa"). Cfr. 5.47. 5.442. Nella proposizione elementare, s econdo Wittgenstein, sono già contenute tutte le operazioni logiche (cfr. 5.47). S i può dunque affermare che la proposizione presuppone tutte le proposizioni che da lei si possono ricavare applicando le operazioni logiche, ovvero che con la pro posizione sono dati anche tutti i risultati delle operazioni di verità che la hann o come base. Cfr. 5.124: la proposizione afferma ogni proposizione che da essa s egue logicamente. 5.46. Introdurre correttamente i segni logici significa "conse ntire una precisa interpretazione di tutti i contesti in cui figurano" (Black 26 3). Dato che i segni logici (i connettivi) non sono "costanti logiche" o "segni primitivi" (essi sono infatti tutti interdefinibi), per questa via si comprender ebbe che l’unico segno generale vero e proprio, ovvero l’unico segno primitivo della logica, sarebbe "la forma più generale" delle combinazioni dei segni e che in ciò d eve consistere l’essenza della proposizione (cioé la forma proposizionale generale).

Scheda 14: I connettivi logici e le operazioni logiche. "Qualunque cosa nella realtà corrisponda alle proposizioni complesse non deve esse re più di ciò che corrisponde alle loro singole proposizioni atomiche. Le proposizio ni molecolari non contengono nulla che non sia già contenuto nei loro atomi; esse non aggiungono un’informazione materiale che non sia già contenuta nei loro atomi. T utto ciò che è essenziale nelle funzioni molecolari è il loro V-F (vero-falso) (cioé l’ass erzione dei casi in cui esse son vere e dei casi in cui esse sono false" (Note s ulla logica, 210). Come abbiamo visto nella Scheda 12, le proposizioni complesse, oltre ai simboli delle proposizioni elementari ("p", "q", "r", etc.), contengono segni logici com e "v" ("o"), "." ("e"), "É " ("se...allora") che vengono chiamati "connettivi prop osizionali". La funzione di questi segni, apparentemente, è di stabilire relazioni tra le proposizioni. La disgiunzione "p v q", in questo senso, deriverebbe dal fatto che abbiamo "creato" una connessione tra "p" e "q" per mezzo del segno "v" . Wittgenstein, però, respinge questa interpretazione perché comporta l’ammissione che un segno logico di connessione aggiunga qualcosa di nuovo alle proposizioni su cui opera. In realtà, il fatto che tra due proposizioni vi sia una relazione non d ipende dalla presenza di segni di connessione, ma esclusivamente dalle proprietà l ogiche delle proposizioni in questione. Dobbiamo conseguentemente respingere l’ide a che un segno logico abbia la funzione di "creare" una connessione tra simboli. Non ci sono relazioni tra i simboli perché ci sono i connettivi logici, ma al con trario noi possiamo utilizzare un segno di connessione perché tra i simboli sussis tono relazioni che dipendono esclusivamente dalla loro forma logica. Se sono le proprietà interne delle proposizioni a generare ogni relazione possibile, si può all ora affermare che con la proposizione sono già date tutte le sue possibili relazio ni con altre proposizioni. "Se ci è data una proposizione", scrive Wittgenstein, " ci sono già dati con essa anche i risultati di tutte le operazioni di verità che la hanno a base" (5.442), e quindi nella proposizione sono già "contenute" tutte le c ostanti logiche (5.47). Che i segni logici di connessione non aggiungano nulla a lle proposizioni su cui operano può essere provato osservando che essi sono tutti interdefinibili, cioé possono essere sostituiti gli uni con gli altri senza altera re il senso degli enunciati in cui compaiono (cfr. 5.41). Prendiamo ad esempio l e proposizioni: "p É q" e "~ p v q" e costruiamo le loro tavole di verità: p q V F V F V V F F pÉq V V F V p q ~ p vq F V V V V V F F F V F V Pur contenendo connettivi diversi, queste due proposizioni possiedono gli stessi valori di verità (V-V-F-V), cioé dicono esattamente la stessa cosa e perciò hanno lo stesso senso. Da ciò deduciamo che i connettivi logici non sono elementi costituti vi del senso delle proposizioni: se infatti essi determinassero in qualche modo il senso della proposizione, allora la presenza di connettivi diversi dovrebbe g enerare proposizioni di senso diverso, ciò che invece abbiamo provato esser falso. Ciò dimostra anche che i connettivi logici non possono essere considerati come el ementi denotanti, ovvero non possono essere equiparati a nomi che indicano ogget ti. Anche in questo caso, infatti, le loro diverse occorrenze dovrebbero determi nare una variazione di senso della proposizione, esattamente come accade con pro posizioni che contengono nomi diversi (proposizioni che contengono nomi diversi descrivono situazioni diverse). L’equivalenza di senso di "p É q" e "~ p v q" smenti sce però tale ipotesi: a questi segni corriponde una stessa e medesima situazione. Alla stessa conclusione si può giungere osservando che "p" ha un senso equivalent e a "~ ~ p" (5.43): se il segno di negazione denotasse un oggetto, allora la sit uazione descritta da "~ ~ p" dovrebbe essere diversa da

quella descritta da "p", perché conterrebbe due oggetti in più rispetto al fatto p. Ma il senso di "~ ~ p" è esattamente identico al senso di "p" (due negazioni si an nullano). Che i segni di connessione non abbiano la funzione denotante propria d ei nomi rimanda direttamente al tema dell’irrappresentabilità della forma logica. Se un segno logico denotasse un "oggetto logico", allora potremmo considerare una combinazione di questi segni (cioé una proposizione logica) alla stregua di una ra ffigurazione. La forma logica delle proposizioni, in questo modo, sarebbe consid erata come un fatto e perciò esisterebbe una classe particolare di proposizioni in grado di raffigurare le proprietà formali del linguaggio. Ma secondo Wittgenstein i segni logici non denotano affatto "oggetti logici", né le proposizioni logiche hanno la funzione di raffigurare presunti "fatti logici" (4.41, 5.4). La logica, abbiamo detto nella Scheda 7, è una scienza senza oggetto: essa non tratta di una classe "speciale" di cose o di fatti perché "oggetti logici" e "fatti logici" non esistono. La forma logica può solo mostrarsi, nessuna proposizione può tentare di r affigurarla. Ne consegue che "tutte le proposizioni della logica dicon lo stesso . Ossia, nulla" (5.43). Il mio pensiero fondamentale" dichiarava Wittgenstein ne lla 4.0312, "è che le ‘costanti logiche’ [i connettivi proposizionali] non siano rappr esentanti. Che la logica dei fatti non possa aver rappresentanti" (4.0312). In c onseguenza del fatto che le "costanti logiche" non sono costituenti del senso, W ittgenstein ritiene che esse debbano essere considerate come "tratti accidentali " del simbolismo (e come tali, per il principio di economia di Ockham, eliminabi li da esso, cfr. 3.328). I segni di connessione non sono dunque i "segni primiti vi" della logica (5.42), ma anzi qualcosa di superfluo. In una notazione adeguat a, noi possiamo esprimere in modo compiuto il senso delle proposizioni per mezzo delle tavole di verità mettendo completamente da parte i connettivi. Quel che Wit tgenstein intende dire è che un segno come: p V F V F q V V F F V V F V che in forma più sintetica può essere scritto: "V-V-F-V (p, q)", è sufficiente ad espr imere il senso della proposizione "p É q" e di tutte le proposizioni ad essa equiv alenti. Il vantaggio di questo tipo di notazione risiede nel fatto che risulta i mmediatamente visibile che proposizioni apparentemente diverse per la presenza d i differenti connettivi (come appunto "p É q" e "~ p v q") sono in realtà lo stesso segno. La notazione scelta da Wittgenstein, insomma, ha il vantaggio di esibire con chiarezza la forma reale della proposizione (cioé i suoi tratti essenziali), l a quale risulta invece celata al di sotto di una forma apparente nella notazione in cui vengono utilizzati i segni di connessione (cfr. 4.0031). Al di là delle lo ro caratteristiche superficiali e accidentali, "p É q" e "~ p v q" sono la stessa funzione di verità, cioé quella proposizione che è vera se "p" e "q" sono entrambe ver e, o se "p" è falsa e "q" è vera, o se sia "p" che "q" sono false; e che è falsa se "p " è vera" e "q" è falsa. Ciò che la presenza dei connettivi rendeva difficile da veder e, è invece esibito con assoluta evidenza dalla tavola di verità. Anche se i segni d i connessione sono elementi accidentali del simbolismo, possiamo tuttavia scegli ere di servirci di essi per "dar rilievo" (5.21) alle relazioni interne tra le p roposizioni. Un connettivo logico, in questo senso, è da considerarsi semplicement e come un segno di operazione, cioé come uno strumento per rivelare l’esistenza di u n nesso formale tra i simboli. Le relazioni, sottolinea Wittgenstein nella 5.231 , dipendono soltanto dalle proprietà formali dei simboli. Che siamo noi a stabilir e relazioni tra proposizioni (per mezzo delle operazioni logiche) è del tutto tras curabile: "quelle relazioni sono interne e occorrono immediatamente quando e in quanto sussistono quelle proposizioni" (5.131). L’operazione logica è quindi semplic emente "l’espressione d’una relazione tra le strutture del suo risultato e delle sue basi" (5.22, corsivo mio): come si diceva, essa non vale a "creare" un nesso lo gico tra proposizioni, ma lo rivela soltanto. L’operazione è "ciò che deve farsi con l’u na proposizione per far da essa l’altra" (5.23). La negazione, la disgiunzione, la

congiunzione, etc., sono operazioni logiche (5.2341). Le proposizioni cui appli chiamo un’operazione sono dette basi dell’operazione (5.21), mentre la proposizione che otteniamo è il risultato o prodotto dell’operazione. Prendiamo ad esempio la tav ola di verità della proposizione "p v q":

p V F V F q V V F F p vq V V V F Per quanto il segno "V-V-V-F (p, q)" esprima in modo compiuto il senso di questa proposizione, noi possiamo mettere in risalto la relazione interna sussistente tra i simboli rappresentando "p v q" come il risultato dell’operazione di disgiunz ione applicata alle proposizioni "p" e "q" (le basi dell’operazione). La differenz a tra un’operazione logica ed un’operazione matematica è che un’operazione matematica si applica a numeri, mentre un’operazione logica si applica alle "V" ed alle "F" che compaiono nelle sequenze dei valori di verità delle proposizioni assunte come bas i e genera come risultato ancora delle "V" e delle "F". Il calcolo logico consis te insomma nel produrre una "V" o una "F" da ogni coppia di valori che compare n elle prime due colonne della tavola. Nel nostro caso, l’operazione di disgiunzione applicata alla coppia "V-V" produce come risultato una V, e produce ancora una V se applicata alle coppie di valori "F-V" e "V-F"; mentre applicando questa ope razione alla coppia "F-F" si ottiene come risultato una F. Si è così ricavata la nuo va sequenza di valori di verità: "V-V-V-F", cioé si è generata una nuova proposizione intervenendo sulle sequenze di valori di due proposizioni elementari. Lo stesso può naturalmente ripetersi per tutte le altre operazioni logiche di cui abbiamo pa rlato nella Scheda 11: ognuna di esse esprime una regola differente per produrre nuove combinazioni di V e di F partendo da una sequenza di valori di verità assun ti come basi dell’operazione. Ad esempio, applicando l’operazione della congiunzione alle proposizioni "p" e "q" produciamo una V in corrispondenza della coppia "VV", mentre produciamo una F in tutti gli altri casi. Per mezzo del calcolo logic o, ovvero mostrando in che modo ogni proposizione può generarsi da proposizioni el ementari per mezzo delle operazioni logiche, noi rendiamo visibile il rapporto f unzionale di dipendenza del senso della proposizione complessa (il prodotto dell’o perazione) dal senso delle proposizioni elementari di cui essa è composta (cioé dall e basi da cui essa deriva per mezzo dell’operazione). Ogni proposizione, pertanto, si conferma come "l’espressione delle sue condizioni di verità" (4.431), cioé come fu nzione di verità di proposizioni elementari (5). C’è un’ultima osservazione da fare. Fin ora abbiamo dato per scontato che le operazioni siano molteplici, cioé che il loro numero corrisponda al numero dei connettivi che troviamo nello schema della 5.1 01. Immaginiamo adesso di ridurre la molteplicità delle operazioni ad un’unica opera zione fondamentale. Il compito è tutt’altro che irrealizzabile dato che i connettivi , come s’è detto, sono tutti interdefinibili. "Il numero delle operazioni fondamenta li necessarie", scrive Wittgenstein, "dipende solo dalla nostra notazione" (5.47 4). Quali risultati conseguirebbero da questa semplificazione? Risolvendo la mol teplicità delle operazioni, noi avremmo a disposizione un procedimento unitario pe r produrre tutte le funzioni di verità. Ma il tratto essenziale che accomuna ogni proposizione è appunto il fatto di risultare da operazioni di verità. Se perciò noi tr ovassimo un’unica operazione di verità alla quale tutte le altre sono riducibili, no i avremmo individuato l’essenza ultima della proposizione, ciò che Wittgenstein chia ma la "forma proposizionale generale". La forma proposizionale generale costitui sce l’unico segno primitivo (5.472) e l’unica costante della logica (5.472). Si comp rende a questo punto meglio la ragione per la quale Wittgenstein nega ai connett ivi l’attributo di "costanti logiche": l’elemento costante che caratterizza gli enun ciati non coincide con alcuno dei segni che in essi possono occorrere, bensì si id entifica con la forma generale della combinazione dei segni (cfr. 5.46). Ovvero, l’unica costante logica è l’operazione fondamentale che consente di derivare ogni pro posizione dalle proposizioni elementari. Trovare tale operazione logica fondamen tale e dimostrare come ogni proposizione risulti dall’applicazione successiva di q uesta alle proposizioni elementari diventa a questo punto l’obiettivo principale d i Wittgenstein. Una volta fatto ciò, il Tractatus potrà finalmente approdare alla de finizione della forma proposizionale generale, il che avverrà nella proposizione 6 dell’opera.

Note al Tractatus LA FORMA GENERALE DELLA PROPOSIZIONE (II). L’AUTONOMIA DELLA LOGICA E LA GENESI DE L NONSENSO. (5.47 – 5.4733) 5.47. Cfr. 4.5: "Che vi sia una forma proposizionale generale è dimostrato dal non potervi essere alcuna proposizione, la cui forma non si sarebbe potuto preveder e (vale a dire, costruire)". Perciò tale forma può essere indicata a priori una volt a per tutte (cfr. 6.1251: nella logica non vi sono mai sorprese). I segni di ope razione non aggiungono nulla che non sia già contenuto nella proposizione. Ad esem pio, la proposizione "Socrate è un uomo" (in simboli: "fa") dice lo stesso che "Es iste almeno un x tale che x è un uomo e x = Socrate" (in simboli: "($ x) . fx . x = a"), espressione che contiene tre operatori logici (quantificatore esistenzial e, segno di congiunzione e segno di uguaglianza). L’unica costante logica è la forma generale della combinazione dei segni (5.46), ovvero la forma proposizionale ge nerale, ciò che tutte le proposizioni hanno in comune. 5.4711. Poiché linguaggio e r ealtà condividono una stessa forma (cfr. 2.18), chiarire l’essenza della proposizion e equivale a chiarire l’essenza del mondo. Nei Quaderni troviamo scritto: "Sì, il mi o lavoro s’è esteso dai fondamenti della logica all’essenza del mondo" (Q. 181). L’ident ità di forma tra linguaggio e realtà consente dunque a Wittgenstein di sviluppare la sua indagine sia sul piano logico-linguistico che su quello ontologico. 5.473. "La logica si cura di se stessa; noi dobbiamo soltanto stare a guardare come ess a fa ciò" (Q. 96). Le leggi della logica non derivano la loro legittimità da altre l eggi (cfr. 6.123), ma valgono incondizionatamente, cioé a priori. Se non c’è modo di g iustificare i principi logici, allora in logica dobbiamo semplicemente prendere atto di quei principi (ecco perché la logica "si cura di se stessa" o "basta a se stessa"). In questo senso, quanto è possibile compiere in logica è anche lecito. Ad esempio, se è possibile legare mediante la copula i simboli "x" ed "y" per formare l’enunciato "x è y", ciò deve anche essere lecito. In questa prospettiva si può afferma re che non si può sbagliare in logica: non vi sono infatti combinazioni illecite d i simboli perché noi non possiamo pensare illogicamente (3.03, 5.4731). Come può sor gere, allora, l’errore? Per il fatto che spetta a noi assegnare un significato ad "x" e ad "y" (cfr. 3.11, 3.13). Interpretando "x" come "Socrate" e "y" come "ate niese" otteniamo una proposizione perfettamente sensata ("Socrate è ateniese"). Ma se ad "y" assegnamo il significato "identico" otteniamo un nonsenso ("Socrate è i dentico"). L’errore sorge non perché "x è y" sia un simbolo illecito, ma perchè "noi non abbiamo operato una qualche determinazione arbitraria". "Se accade che una data combinazione di segni non abbia senso, questo non dipenderà da qualcosa di illegi ttimo nel segno stesso, ma dal fatto che non siamo riusciti a stabilire una conn essione fra esso e la realtà, non abbiamo fatto di esso un simbolo" (Kenny 85). 5. 4731. La natura a priori dei principi della logica non dipende dal fatto che ess i siano evidenti, bensì dal fatto che non si può pensare illogicamente (3.03). Pensa re in modo illogico significa assumere un punto di vista alternativo, esterno al la logica. Ma v’è solo una logica (cfr. 6.123) e non è possibile metterla fuori gioco sottraendosi alle sue leggi. 5.4732. Non possiamo assegnare un senso sbagliato a d un segno proposizionale semplicemente perché non dipende da noi (ma dalle propri età logiche di quel segno, cioé da qualcosa che nulla ha a che fare con le nostre sc elte) che una certa proposizione abbia un determinato senso. Possiamo però far sì ch e una certa combinazione di segni non esprima alcun senso: ciò accade, come rivela l’esempio della 5.473, quando non diamo alcun significato ad una parte dell’enuncia to. 5.47321. Segni inutili non hanno alcuna funzione e possono essere eliminati dal simbolismo. Wittgenstein applica il principio di economia di Ockham, v. 3.32 8. 5.4733. Ogni possibile proposizione è formata legittimamente perché si può parlare di ‘proposizione’ solo nel caso in cui una combinazione di segni obbedisca alle rego le logiche. In quanto strutturata logicamente, una proposizione esprime un senso , ovvero raffigura una situazione possibile. Se ciò non accade è solo perché noi non a bbiamo stabilito un rapporto tra i segni che compaiono nella proposizione e la r ealtà (anche se crediamo di averlo fatto). In "Socrate è identico", ad esempio, null a corrisponde nella realtà al termine ‘identico’. Nel nostro linguaggio non esiste alc una convenzione che permetta di attribuire un significato a ‘identico’ come aggettiv

o, mentre esiste una

convenzione per la quale ‘identico’ può intervenire come segno di uguaglianza. Questo termine può pertanto occorrere in enunciati del tipo "X è identico ad y", ma non in enunciati del tipo "X è identico". In questi due enunciati il segno utilizzato è lo stesso, ma la funzione simbolica è differente (cfr. la distinzione tra segno e sim bolo, 3.32 e seguenti). LA NEGAZIONE CONGIUNTA (5.474 – 5.511) 5.474. Dato che i connettivi sono tutti interdefinibili, il loro numero è question e di scelta arbitraria. Si tratta semplicemente di decidere quale forma intendia mo attribuire al sistema di segni (5.475). Potremmo ad esempio costruire il nost ro sistema di logica utilizzando, al posto della molteplicità di connettivi che co mpaiono nello schema della 5.101, soltanto il segno della negazione congiunta (5 .5). Ciò che non è arbitrario nella logica è il fatto che "se abbiamo determinato arbi trariamente qualcosa, qualcos’altro deve accadere" (3.342). Pur potendo scegliere a nostro arbitrio la forma di notazione con cui esprimere le relazioni logiche, infatti, queste ultime rimangono nella loro essenza inalterabili e costanti. 5.4 76. Quando stabiliamo il numero delle operazioni necessarie a costruire il siste ma della logica, noi non troviamo i "concetti primitivi" della logica, né indichia mo "principi primi" dotati di una superiore evidenza (cfr. 5.4731). Wittgenstein ribadisce che la logica non tratta di cose, né ha il compito di rivelare struttur e precostituite appartenenti ad un livello di essenze platoniche. Determinando l e ‘dimensioni’ del nostro sistema di segni (5.475), noi non facciamo altro che espri mere le regole che devono guidare la corretta combinazione dei segni. Ad esempio , decidendo di esprimere le relazioni tra i simboli per mezzo dell’unico connettiv o della negazione congiunta, noi forniamo semplicemente una regola di sintassi c he ci consente di costruire ogni possibile relazione tra i segni. 5.5. Wittgenst ein sceglie di servirsi della negazione congiunta ("né p né q", in simboli: "p / q") quale operazione fondamentale che consente di generare ogni proposizione. Wittg enstein presenta la seguente formula: (-----V) (x ,....) Essa va interpretata così: la prima coppia di parentesi contiene una sequenza di v alori di verità (gli spazi vuoti stanno al posto delle "F", cfr. 4.442); la second a coppia di parentesi contiene un numero indeterminato di proposizioni (la "x " è una variabile proposizionale). La lunghezza della sequenza di "V" e di "F" nella prima coppia di parentesi dipende dal numero di proposizioni contenute nella se conda coppia (nel caso si tratti di due proposizioni "p" e "q", tale sequenza sa rebbe: "F-F-F-V", corrispondente appunto alla negazione congiunta di "p" e di "q "). La formula esprime dunque la negazione di tutte le proposizioni contenute ne lla parentesi di destra. Ogni funzione di verità, come mostreremo nella scheda 15, risulta dall’applicazione successiva di questa operazione a proposizioni elementa ri. 5.502. Possiamo esprimere sinteticamente la formula presentata nella 5.5 in questo modo: al posto di "(-----V)" scriviamo semplicemente "N", vale a dire il segno della negazione congiunta; al posto di "(x ,....)" scriviamo invece " ". I l segno " x " è una variabile i cui valori sono proposizioni; aggiungendo la barre tta (" "), Wittgenstein indica che tutti i valori di x "vanno considerati congiu ntamente" (Black 270). La formula: "N( )" indica allora l’operazione della negazione applicata congiuntamente a tutti i valo ri di x , o più semplicemente: l’operazione della negazione congiunta applicata ad u na classe qualsiasi di proposizioni. 5.51. Se la variabile "x " ha un solo valor e (cioé se ad essa corrisponde solo una proposizione "p"), allora la formula "N( ) " indica la negazione congiunta di "p", cioé "p / p" ("né p né p", equivalente a "nonp"). Se la

variabile "x " ha due valori (se ad essa corrispondono due proposizioni "p" e "q "), allora la formula "N( )" indica la negazione congiunta di "p" e "q", ovvero "p / q" ("né p né q", equivalente a "non-p e non-q"). 5.511. La logica è il grande spe cchio del mondo. Le operazioni logiche fan parte degli strumenti formali ("uncin i" e "manipolazioni") per mezzo dei quali la logica conferisce al linguaggio la proprietà di descrivere la realtà. A rigore, la metafora dello specchio dovrebbe val ere solo per il linguaggio e non per la logica: solo alle proposizioni del lingu aggio, infatti, compete la funzione raffigurativa, mentre la logica non dice alc unché sulla realtà. Ma se Wittgenstein, da un lato, ritiene che le proposizioni dell a logica, in quanto tautologie, "dicono nulla" (6.11), dall’altro crede che le pro posizioni logiche mostrino le proprietà interne del linguaggio e del mondo (6.12). Nel primo senso, la logica non è uno specchio, ma la condizione che consente al l inguaggio di funzionare come specchio; nel secondo senso, la logica diventa inve ce lo specchio di ciò che v’è di più essenziale (la forma logica), e le proposizioni log iche possono perciò considerarsi "un’immagine speculare del mondo" (6.13).

Scheda 15: La negazione congiunta come operazione logica fondamentale. "Il numero delle operazioni fondamentali necessarie dipende solo dalla nostra no tazione", scrive Wittgenstein nella 5.474. Spetta dunque a noi stabilire di quan ti segni di operazione dovremo servirci per costruire la rete di rapporti che ca ratterizzano il sistema della logica formale (si ricordi a tal proposito che lo "spazio logico" può essere appunto definito un reticolo di connessioni formali). S eguendo la lezione dei Principia Mathematica, Wittgenstein aveva affermato nella 3.441 che tutte le funzioni di verità possono essere sostituite dalla notazione " ~ p" ("non p") e "p v q" ("p o q"). Nella scheda 13 abbiamo dato un esempio di t ale procedura sostituendo il segno di implicazione "É " con i connettivi "~ " e "v " e mostrando che la proposizione: "p É q" ha un senso equivalente a "~ p v q" (VV -F-V). Come dimostrò il logico Henry M. Sheffer (di cui Wittgenstein conosceva il lavoro), è però possibile effettuare un’ulteriore riduzione dei segni di operazione de finendo anche il segno di negazione e quello di disgiunzione mediante un unico c onnettivo. Tutte le funzioni di verità possono dunque essere costruite utilizzando soltanto l’operazione della negazione congiunta, o "funzione tratto" (il nome der iva dal simbolo " / ", che come sappiamo significa "né...né"). Ad esempio, la negazi one "~ p" può essere scritta nella forma: "p / p" ("né p né p"). Come mostra la seguen te tavola, infatti, i valori di verità di "p / p" sono identici a quelli di "~ p" (cioé F-V-F-V): p V F V F p p/p V F F V V F F V La stessa cosa può ripetersi per la proposizione elementare "~ q", i cui valori (F -F-V-V) sono gli stessi della proposizione "q / q" ("né q né q"): q V V F F q V V F F q/q F F V V La disgiunzione "p v q" (V-V-V-F) può essere invece scritta nella forma "(p / q) / (p / q)" (in parole: "né (né p né q) né (né p né q)"). Come mostra la seguente tavola, infa tti, i valori di verità di queste espressioni coincidono: p/q p/q (p / q) / (p / q)

F F F V F F F V V V V F La congiunzione "p . q" (i cui valori di verità sono: V-F-F-F) può a sua volta esser scritta nella forma: "(p / p) / ( q / q)", cioé "né (né p né p) né (né q né q)": p/p F V F V q/q F F V V (p / p) / (q / q) V F F F L’implicazione "p É q" (V-V-F-V), tradotta in una notazione che fa uso del solo oper atore della negazione congiunta, corrisponde invece a: "[(p / p) / q] / [(p / p) / q]: p/p F V F V q V V F F (p / p) / q F F V F [(p / p) / q] / [(p / p) / q] V V F V Effettuando questa riduzione dei connettivi, Wittgenstein non ottiene soltanto u na semplificazione del simbolismo eliminando da esso gli elementi accidentali e superflui (le pseudo-costanti logiche di Russell). Riducendo la varietà dei segni di connessione ad uno solo, egli mostra che l’essenza dell’operazione è unica. Per mez zo di un’operazione, vale a dire, noi facciamo sempre una stessa e identica cosa: produciamo delle V e delle F dalla combinazione di altre V e altre F appartenent i alle sequenze delle proposizioni che fan da base all’operazione. L’operazione cons iste proprio in un’azione compiuta su un segno proposizionale per ricavare da esso un altro segno proposizionale (5.23). La funzione tratto, dice Wittgenstein, de v’essere quindi considerata come un "mero strumento meccanico per costruire tutti i simboli possibili [di funzioni di verità]" (NL 213). Scoprendo che tutte le prop osizioni possono essere generate facendo intervenire un unico schema di modifica dei valori di verità di proposizioni elementari noi abbiamo anche compiuto un pas so decisivo in direzione della "forma generale" della proposizione. Come abbiamo anticipato nella Scheda 14, infatti, l’unico elemento costante della proposizione è la forma generale della combinazione dei segni. Ovvero: l’essenza della proposizi one consiste

semplicemente nella regola fondamentale che consente di costruire ogni segno pro posizionale, ovvero ogni funzione di verità, a partire dalle proposizioni assunte come basi. Questa regola, come s’è visto, è appunto espressa dall’operazione della negaz ione congiunta. Potremmo esemplificare ciò che intende Wittgenstein sostituendo i valori di verità di "p" e "q" con palline bianche (Verità) e nere (Falsità): Come sappiamo, date due proposizioni elementari "p" e "q" esistono in tutto sedi ci possibili funzioni di verità (cfr. lo schema della 5.101). Devono quindi esiste re sedici possibili combinazioni di palline bianche e nere, inclusi i ‘casi-limite’ della tautologia e della contraddizione (rappresentati dalle sequenze in cui le palline risultano tutte bianche o tutte nere). Il nostro compito consiste adesso nel trovare una regola per produrre tutte queste combinazioni ‘agendo’ sui colori d ello schema di partenza (facendo delle due sequenze illustrate le basi di un’opera zione). Adotteremo a questo scopo la seguente regola: da una singola sequenza di colori può esserne ricavata una nuova disegnando un pallino bianco ove sia un pal lino nero, e disegnandone uno nero ove sia un pallino bianco; da due sequenze di colori combinate insieme può esserne ricavata una nuova disegnando un pallino bia nco quando ve ne sono due neri, ed uno nero in tutti gli altri casi. La regola che abbiamo enunciato corrisponde ione congiunta: essa, applicata ad una sola le ‘V’ con le ‘F’ e viceversa; ed applicata oni elementari) produce una verità nel caso sità in esattamente all’operazione della negaz sequenza di valori di verità, inverte a due sequenze di valori (cioé a due proposizi nella tavola compaiano due ‘F’, ed una fal

tutti gli altri casi. In questo modo abbiamo appena costruito (procedendo da sin istra verso destra) "~ p" (nerobianco-nero-bianco, cioé: F-V-F-V), "~ q" (nero-ner o-bianco-bianco, cioé: F-F-V-V) e "p / q" (nero-nero-nerobianco, cioé: F-F-F-V). App licando questo schema di calcolo è possibile generare tutte le possibili combinazi oni di palline bianche e nere. Prendiamo ad esempio la sequenza: "nero-nero-nero -bianco" (cioé F-F-F-V, corrispondente a "p / q"), ottenuta applicando la nostra o perazione alle due combinazioni di colori iniziali (tavola di destra). Scrivendo due volte tale sequenza (cioé trasformando queste combinazioni in basi per una su ccessiva operazione) ed applicando la nostra regola di trasformazione otterremo una nuova combinazione di palline bianche e nere, ovvero: La nuova sequenza "bianco-bianco-bianco-nero" corrisponde ai valori di verità dell a disgiunzione "p v q" (appunto: V-V-V-F). Come abbiamo mostrato poc’anzi, infatti , i valori di verità della disgiunzione "p v q" possono essere ricavati applicando l’operazione " / " alla negazione congiunta di p e q (cioé per mezzo dell’operazione "(p / q) / (p / q)"). A questo punto si potrebbe ricavare una nuova combinazione di palline bianche e nere prendendo la sequenza di "~ p" (nero-bianco-nero-bian co), quella di "~ q" (nero-nero-bianco-bianco), ed applicando congiuntamente ad esse la nostra "regola di calcolo dei colori". Ne verrebbe fuori la combinazione : "bianco-nero-nero-nero", corrispondente ai valori di verità di "p . q" (V-F-F-F) . E via di seguito, fino a coprire ognuna delle sedici possibilità previste dal calc olo combinatorio. Da questi esempi risulta chiaro che ogni possibile sequenza è il risultato di un’unico schema di modifica applicato alle combinazioni iniziali. Ed è appunto questo il fondamento comune a tutte le sequenze di palline: ognuna di e sse viene generata per mezzo di una stessa regola di combinazione dei colori. Se perciò dovessimo dire in che consiste l’essenza di ogni combinazione, dovremmo semp licemente guardare a tale regola. La "forma generale" della sequenza di palline potrebbe allora essere espressa così: "Date due combinazioni iniziali di palline, applicando a queste l’operazione fondamentale si ottengono come risultato altre se quenze, ed applicando nuovamente l’operazione fondamentale ai prodotti così ottenuti si ricavano tutte le altre sequenze possibili".

Conveniamo di indicare con il simbolo "N" l’operazione fondamentale di combinazion e dei colori. La forma generale della sequenza di palline, allora, dice semplice mente che ogni sequenza è il risultato dell’applicazione successiva dell’operazione N alle sequenze elementari (cfr. 6.001). Come vedremo tra breve, la formula che es prime la forma generale della proposizione, ovvero: , , N( ) dice esattamente la stessa cosa.

Note al Tractatus LA FORMA GENERALE DELLA PROPOSIZIONE (III) (6 – 6.001) 6. Per l’interpretazione della formula [ , , N( ) ] v. Scheda 17. 6.001. Cfr. 5.5, 5.502. Ogni funzione di verità è prodotta applicando ripetutamente l’operazione della negazione congiunta alle proposizioni elementari

Note al Tractatus ESPRESSIONI DI CREDENZA (5.54 – 5.5421) 5.54. Per il principio di estensionalità, una proposizione può comparire in un’altra s olo come base per un’operazione di verità, cioé come argomento di verità (5.01). Questo è l’unico modo in cui una proposizione può "essere contenuta" in un’altra. Se tentassimo di costruire proposizioni del tipo "L’enunciato ‘Il gatto è sul tappeto’ dice che il ga tto è sul tappeto" produrremmo solo un nonsenso: in essa, infatti, ‘Il gatto è sul tap peto’ non figura quale argomento di verità (la proposizione citata non è dunque una fu nzione di verità, cfr. l’esempio discusso nella Scheda 12). Il principio di estensio nalità, insomma, vieta al linguaggio di parlare di se stesso (sull’impossibilità di co struire una funzione che sia suo proprio argomento v. 3.32 e 3.33). 5.541. In en unciati che esprimono credenza, giudizio, etc., sembra tuttavia che una proposiz ione possa comparire in un’altra altrimenti che come argomento di verità. L’enunciato "A crede che p" non è una funzione di verità di p, in quanto la sua verità non dipende dal valore di verità di p. Può sembrare che l’enunciato in questione asserisca che la proposizione p stia in una qualche relazione con A, ma per Wittgenstein le cose non stanno così. Dev’essere allora possibile analizzare l’enunciato "A crede che p" i n modo da non violare il principio di estensionalità: ciò che Wittgenstein compie ne lla 5.542. Da ciò risulterà che non è affatto in questione una relazione tra la propos izione p ed il soggetto A che la asserisce, come superficialmente potrebbe appar ire (riferimento polemico alle teorie gnoseologiche di Moore e Russell). 5.542. Analizzando correttamente enunciati come "A crede che p" si ottiene il risultato di eliminare ogni riferimento al soggetto A. Infatti, la forma reale di questo enunciato è: "p dice che p". Poniamo che "p" significhi: "L’erba è verde"; pensare (gi udicare, credere, etc.) che l’erba sia verde significa che "l’evento mentale che cor risponde a quel particolare pensiero deve essere altrettanto articolato della pr oposizione [che esprime quel pensiero]" (Kenny, 123). In altri termini, data l’ide ntità pensiero-proposizione (4), pensare una situazione (ovvero, credere o giudica re che essa sussista) equivale a formarsene un’immagine articolata, il che equival e a sua volta ad esprimere quel fatto per mezzo di un enunciato dotato della med esima complessità del fatto raffigurato. "A crede che l’erba è verde" va dunque letto come "L’erba è verde dice che l’erba è verde". Questo risolve il problema posto nella 5. 541: l’enunciato "A crede che p" pareva infatti implicare che una proposizione p p uò comparire in un’altra proposizione non come argomento di verità (il che violerebbe il principio di estensionalità) bensì nel senso di una relazione (non verofunzionale ) di p ad A. Ma l’analisi ci mostra che in "A crede che p" non è affatto asserita la relazione di p con A, bensì la nota coordinazione tra gli elementi della proposiz ione e gli elementi del fatto. In realtà, "p dice che p deve essere una pseudoprop osizione, poiché una proposizione mostra il suo senso e non può dire di possederlo ( 4.022). Così anche le proposizioni che esprimono credenze devono essere pseudoprop osizioni" (Kenny 123). 5.5421. Secondo l’analisi condotta nella 5.542, dal momento che la proposizione "A crede che p" significa "p dice che p", il soggetto della prima proposizione scompare e viene sostituito dalla proposizione p. Se intendi amo il soggetto A come l’io o anima, ne risulta che esso dovrebbe essere un’entità com plessa al pari dell’enunciato p. Ma un’anima composta, nota Wittgenstein, è un’assurdità. Il solo e unico risultato dell’analisi è allora la scomparsa del soggetto A. Questa osservazione prelude all’approfondimento della questione del soggetto contenuta ne lla 5.631 e seguenti. Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite di esso (5.632); il soggetto che pensa ed immagina, dunque, non v’è (5.631). In questo senso l’analisi delle espressioni di credenza, mostrando che il riferimento al soggetto caratterizza solo la forma apparente della proposizione, introduce per la prima volta nel Tractatus il tema dell’eclissarsi del soggetto dall’orizzonte della filos ofia. LA FORMA DELLA PROPOSIZIONE ELEMENTARE LOGICA E APPLICAZIONE DELLA LOGICA

(5.55 – 5.557) 5.55. Quante e quali forme possono assumere le proposizioni elementari? Wittgens tein ritiene che questa domanda non possa avere risposta. Nella presente sezione , Wittgenstein "cerca di distinguere ciò che la logica determina a priori (per ese mpio, che dev’esserci un mondo di cui facciamo esperienza, 5.552, e che devono ess erci proposizioni elementari, 5.5562) da ciò che può essere determinato soltanto con l’istituzione del linguaggio: quali proposizioni elementari vi siano (5.557), qua li siano i nomi che vi compaiono (5.55), che cosa sia empiricamente reale (5.556 1)" (Marconi, 1997, 55). Come non è possibile indicare a priori il numero dei nomi , così non è nemmeno possibile indicare le forme possibili delle proposizioni elemen tari (che appunto di nomi si compongono). E’ l’applicazione della logica, cioé la conc reta prassi linguistica, a dirci quali proposizioni elementari vi siano (5.557). 5.551. Ogni problema logico deve poter essere risolto a priori, cioè indipendente mente dall’osservazione empirica dei fatti. Da ciò risulta che il problema delle for me della proposizione elementare non è un problema logico: la sua soluzione implic a infatti la considerazione dell’impiego delle leggi logiche, ovvero richiede prop rio quel confronto con i fatti che i problemi di natura logica escludono. 5.552. Cfr. 6.1222: le proposizioni della logica non possono essere confermate né infirm ate dall’esperienza. La logica precede ogni esperienza che ha per oggetto l’ordine c ontingente dei fatti. L’ambito del contingente è indicato da Wittgenstein con le esp ressioni "essere così" e "Come [le cose stanno]": dunque la logica è prima di "ogni esperienza che qualcosa è così" ed è prima del "come". Ma con la logica deve necessari amente essere "dato" un mondo. Le proposizioni logiche, infatti, "descrivono l’arm atura del mondo, o, piuttosto, la rappresentano" (6.124). L’unica esperienza conne ssa alla logica è dunque quella del "Che cosa", espressione che in Wittgenstein si gnifica "l’esserci", l’esistere delle cose, ovvero del mondo. Per quanto essenziale per la comprensione della logica, tuttavia l’esperienza dell’esistenza del mondo non è un’esperienza perché non potrebbe essere comunicata da alcuna proposizione sensata. Ogni proposizione dotata di senso può infatti essere vera o falsa, ma la negativa dell’enunciato: "Il mondo esiste" è inconcepibile (cfr. Scheda 9: se di una proposi zione non può essere "immaginato il contrario", allora abbiamo a che fare con un n onsenso). La distinzione tra "come il mondo è" e "che esso è" tornerà nella 6.44 in re lazione al problema del "Mistico". 5.5521. Se la logica non determinasse a prior i le condizioni di possibilità dei fatti e della loro raffigurazione da parte del linguaggio, non sarebbe nemmeno concepibile l’applicazione della logica. Non vi può essere un mondo senza logica, né una logica senza un mondo ad essa correlato. Se d ichiarassimo che logica e mondo sono indipendenti, rimarrebbe comunque aperto il problema di rintracciare le leggi logiche che governano questo mondo, che di fa tto esiste. 5.555. Noi sappiamo, anche se non possiamo stabilire a priori la lor o forma, che devono esservi proposizioni elementari e che esse sono concatenazio ni di nomi. Questa è un’esigenza logica (5.5562): se la proposizione è un’immagine, allo ra deve essere possibile analizzarla fino ai suoi elementi costitutivi semplici (appunto le proposizioni elementari, le quali stanno in diretto rapporto raffigu rativo con gli stati di cose, ed i nomi di cui essa è composta). Ma la logica non si occupa delle forme che si possono inventare o costruire: essa riguarda solo l e condizioni a priori che consentono la costruzione delle forme. 5.556. Non può st abilirsi una tipologia (gerarchia) delle proposizioni elementari. Mentre è possibi le stabilire a priori la forma generale della proposizione, ciò non può essere reali zzato con le proposizioni elementari: il loro numero dipende dall’applicazione del la logica. Se dunque è impossibile fornire a priori un elenco delle proposizioni e lementari, "volerle indicare non può non condurre a un evidente nonsenso" (5.571). 5.5561. Dato che gli oggetti sono la sostanza del mondo (2.021), essi delimitan o la totalità di ciò che esiste (la realtà empirica consiste nelle combinazioni degli oggetti in stati di cose e nulla di più). La limitazione della realtà empirica (cioé i suoi contorni) si mostra nuovamente nelle proposizioni elementari, che descrivo no le combinazioni degli oggetti: l’indicazione di tutte le proposizioni elementar i vere descrive il mondo completamente (4.26). 5.5562. Per spiegare il fatto che noi comprendiamo le proposizioni del linguaggio dobbiamo postulare come una nec essità logica che l’analisi delle proposizioni debba arrestarsi a proposizioni non u

lteriormente scomponibili (cioé a proposizioni elementari). Cfr. 4.411 e 4.221.

5.5563. Su questa asserzione e sul contrasto con la 3.325, v. Scheda 6. "Wittgen stein non tentava, come suggerì erroneamente Russell nella sua introduzione [al Tr actatus], di tracciare i lineamenti di un linguaggio ideale, ma sosteneva di son dare le radici del linguaggio che noi usiamo di fatto" (Ayer 32). Tutte le propo sizioni del nostro linguaggio hanno un senso determinato (sono "ordinate logicam ente"). Un linguaggio "illogico" è infatti inconcepibile (3.03). Nei Quaderni trov iamo: "Ma questo è pur chiaro: le proposizioni che l’umanità usa esclusivamente avrann o un senso così come sono e non aspettano una analisi futura per acquistare un sen so" (Q. 160). Il compito che si prefigge Wittgenstein sembra dunque essere non l a sostituzione del linguaggio comune con un linguaggio artificiale, bensì solo la chiarificazione di quelle "tacite" ed "enormemente complicate" intese che caratt erizzano il linguaggio comune (4.002). 5.557. La logica non può descrivere a prior i quanto dipende dalla pratica linguistica. Ovvero: il numero e le forme delle p roposizioni elementari possono essere descritte solo "scendendo" al livello del concreto impiego del linguaggio. Bisogna dunque tener separati l’ambito della logi ca e quello delle sua applicazione. Ma nemmeno si può dire che i due livelli possa no collidere o sovrapporsi: la costruzione di forme proposizionali da parte di c hi si serve del linguaggio dovrà pur sempre risultare conforme alle leggi a priori della logica. La logica è semplicemente "in contatto" con la propria applicazione . I LIMITI DEL LINGUAGGIO, IL SOLIPSISMO, IL SOGGETTO (5.6 – 5.641) 5.6. Il linguaggio ha la funzione di rappresentare il mondo come totalità dei fatt i (1.1) e tutti i fatti di cui si compone il mondo sono suscettibili di raffigur azione per mezzo del linguaggio. Nient’altro può trovare posto nel linguaggio, ovver o può essere espresso per mezzo di esso. Mondo e linguaggio sono dunque coestesi: i limiti del linguaggio sono anche i limiti del mondo. Nella Prefazione, Wittgen stein si proponeva di trovare i limiti del linguaggio (e dunque anche del mondo) procedendo dall’interno di esso, cioé senza pretendere di descrivere ciò che a quei l imiti si sottrae. Il risultato più notevole di questa indagine è stata la scoperta c he le condizioni di senso del linguaggio (la sua forma logica) devono trovarsi f uori della sfera del dicibile. Wittgenstein si appresta adesso a mettere fuorigi oco anche il soggetto trascendentale, che costituisce la condizione del processo raffigurativo. Esso infatti non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo (5. 632). 5.61. I confini della logica sono anche i confini di tutto ciò che è possibile nel mondo. In questo senso, la logica "riempie il mondo": i suoi confini coinci dono con quelli della realtà. Quanto non è compreso nelle leggi logiche non può in alc un modo essere descritto: per farlo, la logica dovrebbe trascendere se stessa (m a un ordine alternativo a quello stabilito dalle leggi logiche è semplicemente imp ensabile, cfr. 3.03, 5.4731). Dunque non si può dire che cosa non è compreso nella l ogica e nel mondo (ciò implicherebbe appunto la possibilità di gettare uno sguardo a l di là del limite). Ciò che è impensabile deve rimanere impensabile; e dato che l’impen sabile è inesprimibile, è vano ogni tentativo di dire quanto trascende le possibilità d’espressione. 5.62. Il solipsismo considera l’io, cui il mondo "appartiene" come pe nsato, quale unica realtà: il mondo coincide dunque sempre con il mio mondo (cfr. 5.63: "Io sono il mio mondo"). La verità del solipsismo è per Wittgenstein indubitab ile e provata dal fatto che i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mondo. Si manifesta qui chiaramente l’influsso di Schopenhauer, di cui Wittgenstein fu l ettore appassionato. Tuttavia, quanto il solipsismo intende è indicibile e può solo mostrarsi. Infatti, per poterci esprimere riguardo al rapporto tra io e mondo do vremmo assumere un punto di vista esterno ad essi, il che è vietato dalla teoria r affigurativa del linguaggio. 5.631. Nell’ipotetico libro intitolato "Il mondo, com e io lo trovai" di cui parla Wittgenstein potrebbero essere contenute soltanto d escrizioni di stati di cose, ovvero fatti ed eventi riscontrabili empiricamente nel mondo. Fanno parte del livello dei fatti anche le caratteristiche del nostro corpo e tutte le manifestazioni dell’io empirico (volizioni, sentimenti, etc.) di cui potrebbero darci notizia scienze quali la fisiologia o la psicologia; ma ne l resoconto generale di quanto si trova nel mondo non potrebbe mai comparire il

soggetto metafisico-trascendentale, che è condizione della conoscibilità del mondo s tesso. In questo senso si può affermare che il soggetto "non v’è". Esso non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo (5.632).

5.632. Il soggetto non rientra nell’ambito degli oggetti, non appartiene dunque al mondo (non si trova all’interno di esso) bensì è idealmente situato al limite del mon do. La figura riportata nella 5.6331 esemplifica la condizione di limite del sog getto: esso si pone ai margini del conoscibile così come l’occhio è situato ai margini del proprio campo prospettico. 5.6331. Wittgenstein rileva che la figura propos ta è ingannevole perché frutto di un punto di vista esterno all’occhio raffigurato. In fatti, soltanto ponendosi esternamente alla figura (dal punto di vista del letto re) è possibile considerare, a un tempo, l’occhio ed il suo campo visivo: Ma il soggetto cui il campo prospettico appartiene (l’occhio raffigurato nell’immagi ne) non è mai in grado di comprendere se stesso nel campo visivo: il soggetto, dun que, "non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo" (5.632) e il soggetto che pensa e immagina non v’è (5.631). Ecco perché il solipsismo coincide con il realismo (5.64): ponendosi il soggetto "ai margini del mondo", l’unica cosa che rimane è appu nto il mondo. La figura proposta risulta ingannevole anche per il fatto che il l ettore è portato a considerare i limiti del campo visivo (ovvero, ciò che si trova a ll’interno e all’esterno dell’ambito della conoscenza). In realtà, "il nostro campo visi vo è senza limiti" (6.4311). Già nella Prefazione Wittgenstein aveva avvertito che b isogna evitare l’equivoco di considerare il limite della conoscenza come un’entità con creta (al modo di un confine spaziale) perché in questo modo si evocherebbe automa ticamente ciò che si trova fuori dell’ambito della conoscenza. Il punto di vista del lettore (che considera nella sua interezza il campo visivo) esemplifica pertant o quel "punto di vista esterno" che, secondo la teoria del Tractatus, è sempre pre cluso al soggetto conoscitivo. Tale prospettiva è però tipica dell’atteggiamento metaf isico: la metafisica aspira infatti a considerare il mondo come una totalità compi uta. Ecco perché Wittgenstein scrive: "Intuire il mondo sub specie aeterni è intuirl o quale tutto –limitato-. Sentire il mondo come tutto limitato è il mistico" (6.45). 5.634. Se anche vi fossero elementi a priori della mia conoscenza, essi non pot rebbero comunque esser compresi all’interno del campo dell’esperienza e risulterebbe ro perciò inconoscibili. Wittgenstein (cfr. la Prefazione al Tractatus) si discost a così dalla pretesa kantiana di rendere l’apriori oggetto della conoscenza. Come l’oc chio non può far parte del campo visivo, allo stesso modo le condizioni della cono scenza non possono esser ricomprese nella conoscenza stessa diventando a loro vo lta oggetti di conoscenza. Se "nessuna parte della nostra esperienza è a priori", allora non vi è un ordine necessario dei fatti e "tutto quel che vediamo potrebbe essere altrimenti". L’ordine dei fatti ("come" il mondo è, cfr. 5.552) è contingente p erché gli stati di cose di cui si compone il mondo sono reciprocamente indipendent i (1.21, 2.061, 5.135). 5.64. Nei Quaderni (188) troviamo: "La strada che ho per corso è questa: l’idealismo separa dal mondo, come unici, gli uomini, il solipsismo separa me solo, e alla fine io vedo che anch’io appartengo al resto del mondo; da una parte resta dunque nulla; dall’altra, unico, il mondo. Così l’idealismo, pensato c on rigore sino in fondo, porta al realismo". L’assentarsi del soggetto ("limite de l mondo" che non può essere compreso nell’orizzonte dell’esperibile) lascia sussistere –quale unica realtà- il mondo. Ecco perché la verità del solipsismo (il mondo è sempre co ordinato al soggetto) coincide con quella del realismo puro. Su questo punto, Wi ttgenstein potrebbe essere stato influenzato dalle teorie di Ernst Mach (1838-19 16), il quale aveva conciliato idealismo e realismo sul fondamento di una teoria radicalmente fenomenista che considerava le sensazioni (il fondamento della con oscenza) quali elementi neutri suscettibili di essere trattati indifferentemente dal punto di vista psichico-soggettivo e fisicooggettivo. 5.641. Per quanto inc onoscibile, il soggetto metafisico-trascendentale resta comunque coordinato alla realtà nel senso che ad esso devo necessariamente far riferimento quando affermo che il mondo è il mio mondo. Mentre la psicologia parla dell’io soltanto nella sua d imensione fenomenica ed empirica, la filosofia si occupa del soggetto

quale fondamento di tutto ciò che esiste ed esperiamo. Il Tractatus insegna che so lo le proposizioni della scienza naturale sono in grado di comunicare un senso ( 6.53); la filosofia, che non è una scienza naturale (4.111), non contiene altro ch e nonsensi e fraintendimenti (4.003). Sembra allora che dell’io possa parlarsi sol tanto nel senso indicato dalla psicologia (che è una scienza naturale distinta dal la filosofia, 4.1121). Tuttavia, Wittgenstein asserisce che la filosofia è in qual che modo autorizzata a parlare dell’io in senso non psicologico: il soggetto metaf isico-trascendentale è infatti il presupposto ineliminabile della conoscenza, così c ome l’occhio rispetto al suo campo visivo. Questo tema conduce direttamente alla d imensione del "Mistico": se ciò che trascende le possibilità di esperienza mostra la sua presenza come correlato ineliminabile dell’esperienza stessa, allora "v’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico" (6.522). La "delimitazione dall’interno" del linguaggio (indicata nella Prefazione come scopo dell’opera) finisce così per p rodurre una singolare tensione tra il pensabile e l’impensabile, e tra l’esprimibile e l’inesprimibile, di cui sono testimonianza le riflessioni finali del Tractatus.

Scheda 16: Il soggetto che non c’è. "L’io perde il senso che ha avuto finora, di un sovrano che compie atti di governo ; noi impariamo a comprendere il suo divenire conforme alle leggi, l’influsso del suo ambiente, la varietà della sua costituzione, il suo sparire nei momenti di mas sima attività, in una parola le norme che regolano la sua formazione e la sua cond otta. Pensi: le leggi della personalità, cara cugina! Sarebbe come un’unione corpora tiva dei serpenti velenosi o una camera di commercio per i ladri! Infatti, poiché le leggi sono la cosa più impersonale che esista al mondo, la personalità non sarà più b en presto che un immaginario punto d’incontro dell’impersonale..." (Robert Musil, L’uo mo senza qualità, p. 460) Le critiche di Wittgenstein alla nozione di "soggetto" vantano numerosi preceden ti nella filosofia tra Ottocento e Novecento. Il primo influsso riconoscibile su lla posizione di Wittgenstein è quello di Schopenhauer. Questi, recuperando le oss ervazioni di Kant riguardanti l’inapplicabilità delle categorie all’io penso (che è cond izione della conoscenza e dunque non può mai divenire oggetto di essa), aveva nega to la possibilità di includere nell’orizzonte del conoscibile il soggetto metafisico -trascendentale. Il soggetto, scriveva Schopenhauer, "è quello che tutto conosce e che da nessuno è conosciuto" (La libertà del volere umano, p. 50). La coscienza rap presentativa, secondo Schopenhauer, è "diretta con tutte le sue forze verso l’estern o, ed è il teatro (anzi, da un punto più profondo della ricerca, la condizione) del reale mondo esterno" (op. cit., p. 46). Se il compito della conoscenza consiste nello stabilire un rapporto di proiezione con la realtà esterna, ne consegue che o gni tentativo di forzare la conoscenza ad occuparsi di se stessa deve condurre a l fallimento. "Là fuori, dunque, davanti ai suoi sguardi c’è grande luce e chiarezza. Dentro invece è buio come in un cannocchiale ben annerito; nessuna enunciazione a priori rischiara la notte del suo proprio interno; questi fari mandano i loro ra ggi soltanto verso l’esterno" (op. cit. p.64). Questa affermazione colpiva alla ra dice quella linea di pensiero, inaugurata dal cogito di Cartesio e approdante al razionalismo assoluto di Hegel, che individuava nella coscienza e nelle sue leg gi costitutive il punto d’origine di tutte le certezze. Partendo da presupposti an aloghi a quelli di Schopenhauer, Nietzsche scriveva: "Vi sono ancora dei bravi o sservatori di sé che credono che ci siano delle ‘certezze dirette’, per es. ‘Io penso’ (.. .). Il filosofo deve dirsi: Se io scompongo il procedimento, che è espresso nella proposizione ‘io penso’ ne ricavo una serie di affermazioni temerarie la cui fondate zza è difficile e forse impossibile – per esempio che sono io che penso, che in gene rale dev’esserci un qualche cosa che pensa, che pensare è un’attività e un effetto da pa rte di un essere che vien pensato come causa, che c’è un ‘io’, infine che è già fisso quel c he cosa va determinato col pensare, -che io so che cosa è pensare. (...). Si pensa : ma che questo ‘si’ sia proprio il vecchio famoso ‘io’ è, a dir poco, solo una supposizio ne, una affermazione, ma più di tutto non una certezza diretta" (in: "La distruzio ne delle certezze", pp. 59-60). Le critiche di Schopenhauer e di Nietzsche alla nozione di soggetto ebbero una vasta eco nel dibattito culturale viennese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La singolare natura dell’impero asburgi co, un "mosaico di nazionalità" che vivevano un’unità precaria sotto le insegne della Duplice monarchia, rendeva gli intellettuali austraci particolarmente sensibili al tema della crisi dell’io quale centro unificatore dell’esperienza. Ha scritto Cla udio Magris: "La composita varietà dell’impero, minato da spinte centrifughe arginat e da una cauta saggezza e da una scettica nostalgia dell’unità, aveva acuito la cons apevolezza che ogni realtà apparentemente unitaria è una pluralità di componenti etero genee e di contraddizioni inconciliabili. Non a caso è nella vecchia Austria che s i sono sviluppate con particolare vivacità le scienze le quali, come la matematica , hanno svelato la mancanza dei loro fondamenti, o hanno esplorato, come la psic oanalisi, la molteplice struttura della personalità individuale. Nessun uomo ha do vuto accorgersi di essere molti uomini come quell’ "uomo senza qualità" che era il s uddito di Francesco Giuseppe: un insieme di qualità senza l’uomo –diceva Musil- ovvero prive di un centro unificatore e dunque il più moderno degli uomini, sospeso tra la fedeltà al passato e la disponibilità alle trasformazioni del futuro" (Itaca e ol tre, 40-41). L’inafferrabilità del soggetto, la sua frammentazione in una pluralità ir riducibile di componenti, è analizzata lucidamente da Robert Musil ne L’uomo senza q

ualità. Ulrich, il protagonista del romanzo, collabora ad un comitato per i festeg giamenti del settantesimo anniversario di regno di Francesco Giuseppe. I ripetut i tentativi di individuare un’idea della "vera Austria" su cui imperniare le celeb razioni, però, si risolvono in un totale fallimento. Indagare l’essenza della Duplic e monarchia, nota ironicamente Musil, era difficile tanto quanto comprendere il mistero della Trinità. Nel composito agglomerato di nazionalità che costituivano l’imp ero, gli Austriaci finivano così per pensare se stessi come il risultato di una so ttrazione: un austriaco, scherzava Musil, poteva essere definito solo come un au stro-ungherese meno questo ungherese.

Trasferendo i conflitti irrisolti della Duplice monarchia all’interno della stessa psiche soggettiva, la teoria psicoanalitica di Sigmund Freud giungeva alle stes se destabilizzanti conclusioni di Musil. Freud presentava l’immagine dell’Io coscien te quale labile punto di raccordo tra le forze pulsionali provenienti dall’Inconsc io e l’attività censoria esercitata dal Super-io. "L’ io – scrisse Freud - non è più padrone in casa propria". Il soggetto veniva in tal modo ridotto ad una maschera che co pre il mutevole gioco delle pulsioni sotterranee, destituendo così di fondamento l a tradizionale visione del soggetto razionale quale punto di riferimento stabile di tutte le attività psichiche. Nell’ambiente viennese aveva avuto vasta risonanza anche l’attacco alla centralità dell’io condotto da Ernst Mach, il quale assumeva come punto di partenza un’analisi della conoscenza di stampo rigorosamente empiristico . Mach riteneva che la conoscenza derivasse esclusivamente da sensazioni. Queste ultime, definite anche "elementi", di per sé non sono di natura psichica né fisica, ma sono suscettibili di essere interpretate in entrambi i modi. I corpi, ad ese mpio, sono nient’altro che insiemi di elementi percettivi dotati di una relativa s tabilità. Allo stesso modo, l’io non è affatto un’entità esistente di per sé, ma soltanto "u n complesso di ricordi, disposizioni, sentimenti, legato a un determinato corpo" . L’idea di "io" (così come quella di "oggetto") non è dunque un dato originario, bensì una costruzione derivante dal collegamento delle sensazioni. David Hume, partend o da analoghe considerazioni, aveva affermato che il soggetto è nient’altro che un " fascio di percezioni", ovvero una collezione di operazioni psichiche che siamo s oliti riunire arbitrariamente insieme in un’entità fittizia cui diamo il nome di "Io ". Le riflessioni di Wittgenstein si inseriscono dunque in una tradizione di pen siero molto ricca, e in un certo senso possono considerarsi espressione del diba ttito avviato dal mondo intellettuale viennese. "Il soggetto che pensa non è, alla fine, mera superstizione?" domanda Wittgenstein nei Quaderni (181). E nel Tract atus egli afferma in tono perentorio: "Il soggetto che pensa, immagina, non v’è" (5. 631). L’esclusione del soggetto dalla sfera della conoscenza si accorda con il pre supposto empirista del Tractatus logico-philosophicus: la nostra conoscenza rigu arda soltanto stati di cose, cioé eventi riscontrabili per mezzo dell’esperienza, ma né l’io sostanziale dei metafisici né l’io trascendentale di Kant sono oggetti di cui s ia possibile fare esperienza nel mondo. Credere alla loro esistenza empirica è dun que una mera superstizione. Dato che le proposizioni della scienza sono le unich e proposizioni sensate, per descrivere il soggetto non resterebbe che affidarsi alla psicologia. Ma questa scienza ci restituisce l’immagine di un ‘io’ frazionato nel la serie dei suoi atti riscontrabili empiricamente (volizioni, sentimenti, etc.) , cioé in quella "somma di elementi" o "collezione di percezioni" di cui avevano p arlato Mach e Hume. Wittgenstein concorda con Mach e Hume nel negare che tale mo lteplicità di aspetti sia identificabile con il soggetto quale è inteso dalla tradiz ione filosofica. Un ‘io’ molteplice è per Wittgenstein un nonsenso: "L’anima –il soggetto, etc.- come è concepita nella superficiale psicologia odierna, è un assurdo. Un’anima composta, infatti, non sarebbe più un’anima" (5.5421). Tuttavia, Wittgenstein si dis costa da Mach e Hume nel momento in cui dichiara che non è possibile rinunciare al l’idea del soggetto come entità sostanziale semplice e come condizione a priori del mondo. Il soggetto metafisico-trascendentale "entra nella filosofia perché il mond o è il mio mondo"; quindi v’è "realmente un senso, nel quale in filosofia si può parlare non psicologicamente dell’io" (5.641). Il celebre esempio dell’occhio e del campo v isivo (5.6331) suggerisce appunto che il soggetto trascendentale, per quanto inc oncoscibile, non può essere eliminato dall’orizzonte della filosofia perché costituisc e la condizione d’esistenza del campo prospettico: senza il soggetto conoscitivo, non esisterebbe nemmeno il mondo. Wittgenstein adotta pertanto un approccio al p roblema dell’io che ricalca da vicino il dualismo schopenhaueriano tra il livello fenomenico della rappresentazione ed il livello noumenico della cosa in sé. L’imposs ibilità di conoscere l’io metafisico-trascendentale dimostra soltanto che non possed iamo strumenti conoscitivi ed espressivi adeguati allo scopo. Tuttavia, l’esigenza insopprimibile della sua esistenza ci costringe a situarlo nella regione estern a al campo fenomenico o, come Wittgenstein asserisce nella 5.632, ai limiti di e sso. Se Wittgenstein adottasse un punto di vista rigorosamente empirista, i risu ltati della psicologia fornirebbero tutte le risposte relative al problema del s oggetto e non rimarrebbe più nulla da aggiungere. Ma la condizione di "limite" del

soggetto viene assunta da Wittgenstein come la prova evidente "che v’è davvero dell’i neffabile" (6.522), ovvero che v’è un livello noumenico che rimane celato agli sguar di della facoltà rappresentativa. Questo dualismo caratterizza anche il modo in cu i nel Tractatus viene affrontato il problema dell’etica: una volta esclusa la poss ibilità di rintracciare i Valori all’interno dell’ambito dei fatti, una scelta corente mente empirista dovrebbe portare ad un’etica fondata su principi relativi ed imman enti quali l’utile, la "massima felicità del maggior numero", o altri simili. Wittge nstein, invece, rifiuta di effettuare una scelta di questo tipo e continua a pro pugnare l’ideale di un’etica fondata su valori assoluti: e visto che essi non appart engono al livello dei fatti, egli li proietta semplicemente in una sfera superio re a quella empirica. Con le riflessioni dedicate alla questione del soggetto, d unque, sembra che Wittgenstein imponga alla sua opera un brusco cambio di marcia in direzione di quella che è stata definita la "svolta mistica" del Tractatus. A ben vedere, però, i presupposti di tale "svolta" sono già presenti nella distinzione tra "dire" e mostrare" e nel tema della

indicibilità della forma logica. Le condizioni di rappresentabilità del mondo per me zzo del linguaggio (la forma logica) devono per loro natura rimanere ai margini del procedimento raffigurativo; tuttavia esse mostrano di continuo la propria pr esenza negli enunciati del linguaggio. Anche riguardo alla forma logica Wittgens tein ha quindi assunto una posizione "mistica". Se pure non possiamo indicare do ve stiano le prime maglie che sorreggono la rete della nostra conoscenza (per us are la metafora di Musil), tuttavia esse devono pur esistere, e questo prova che c’è qualcosa di essenziale che si sottrae al nostro sguardo. Il soggetto trascenden tale si trova insomma in quel rapporto dialettico di esclusione/inclusione che è t ipico di tutti gli aspetti formali della conoscenza: l’io non può essere svelato nel la sua essenza profonda ma proprio il suo essere un limite del processo conoscit ivo ne fa un elemento costitutivo di essa e ci obbliga ad includerlo nella nostr a spiegazione. Il limite, diceva Simone Weil, "è la presenza, in un ordine, sotto forma dell’infinitamente piccolo, dell’ordine trascendente. Il limite è trascendente i n rapporto a ciò che esso delimita". E trascendenti rispetto all’ordine che essi ste ssi contribuiscono a fondare sono per Wittgenstein il soggetto trascendentale e la forma logica. Questi elementi formali devono sfuggire per principio ad ogni t entativo di chiarificazione per mezzo del linguaggio, e allo stesso tempo fanno avvertire la loro presenza in ogni atto linguistico dotato di senso. Il soggetto metafisico-trascendentale quale "portatore dell’etico" rientra sicuramente tra le cose "realmente importanti" che la filosofia deve confinare nell’ambito dell’inespr imibile. Il cerchio della nostra esistenza si trova così a ruotare intorno ad un’ass enza che non possiamo fare a meno di pensare come l’unica cosa che varrebbe verame nte la pena di conoscere. Così ragiona Clarisse, uno dei personaggi del romanzo di Musil: "Mentre ascoltavo ho avuto l’impressione che se si potesse sezionarci, for se tutta la nostra vita avrebbe l’aspetto di un anello, così, che gira intorno a qua lcosa. –S’era tolta la fede dal dito e guardava attraverso il cerchietto la parete i lluminata.Voglio dire che l’anello nel centro non ha nulla, eppure sembra che per lui sia proprio il centro che conta!" (L’uomo senza qualita, p. 357). Il sentiment o provato da Clarisse traduce esattamente lo stato d’animo di Wittgenstein nel mom ento in cui deve riconoscere che le nostre domande sul valore e sul senso dell’esi stenza fanno perno sul vuoto. Questa consapevolezza tragica costituirà il filo con duttore delle riflessioni finali del Tractatus (6.4 - 7), le quali tenteranno di mettere a fuoco la condizione di scacco in cui fatalmente si trova l’uomo quando tenta di giustificare una visione "etico-mistica" del mondo.

Scheda 17: La forma proposizionale generale. "Tutto il mio compito consiste nello spiegare l’essenza della proposizione" (Quade rni, 131) La forma proposizionale generale è "ciò che tutte le proposizioni, secondo la loro n atura, hanno in comune l’una con l’altra" e costituisce perciò l’unica costante logica ( 5.47). Essa esprime l’essenza della proposizione (5.471), cioè l’essenza di ogni descr izione ed allo stesso tempo, dato che il linguaggio e la realtà devono essere acco munate da un’identica forma (2.18), l’essenza stessa del mondo (5.4711). Nella 4.5, Wittgenstein afferma che dev’essere senz’altro possibile indicare la forma proposizi onale generale perché si può prevedere (cioé costruire a priori) la forma di ogni prop osizione. Ciò richiede un chiarimento. Noi non possiamo indicare a priori la forma delle proposizioni elementari (5.55), ma sappiamo solo ("per motivi puramente l ogici") che esse devono esistere (5.5562). Quel che conosciamo a priori è invece i l fatto che tutte le proposizioni complesse, in quanto funzioni di verità, derivan o da operazioni di verità che hanno per basi le proposizioni elementari. La forma proposizionale generale descriverà dunque le modalità di costruzione di ogni proposi zione complessa a partire dalle proposizioni elementari, cioè il modo in cui ogni funzione di verità può essere generata dalle sue basi per mezzo delle operazioni log iche. Come abbiamo anticipato, tutte le operazioni possono essere definite per m ezzo dell’unico operatore della negazione congiunta "né...né", indicato da Wittgenstei n con il segno "N" (5.502). Ogni funzione di verità è il risultato dell’applicazione s uccessiva di questa operazione a proposizioni elementari. L’operazione della negaz ione congiunta ci permette dunque di definire in modo compiuto la forma del pass aggio da una forma proposizionale ad un’altra ed in ciò consisterà appunto la forma pr oposizionale generale: ciò che tutte le proposizioni hanno in comune è proprio il fa tto di essere il prodotto di un unico schema di modifica applicato alle proposiz ioni elementari. La proposizione 6 del Tractatus indica la forma proposizionale generale con la formula: [ , , N( ) ] Per prima cosa, interpretiamo i singoli segni che compaiono in questa espression e: Il segno " " indica l’insieme di tutte le proposizioni elementari. Il segno " " indica l’insieme delle proposizioni che si ottengono applicando l’operazione di neg azione congiunta alle proposizioni elementari. Il segno "N", come sappiamo, indi ca l’operazione della negazione congiunta ("né...né"). Il segno "N( )" indica l’insieme delle proposizioni che si ricavano applicando l’operazione della negazione congiun ta a Il significato di questa formula è: dato l’insieme delle proposizioni elementar i, ogni proposizione può essere ricavata applicando a queste l’operazione N ed appli cando successivamente tale operazione ai prodotti così ottenuti. Nella Scheda 15 a bbiamo fornito alcuni esempi di riduzione delle diverse operazioni logiche all’uni ca operazione fondamentale della negazione congiunta, e inoltre abbiamo detto ch e per mezzo dell’operazione N (da noi "tradotta" in una regola per il calcolo dei colori) si possono generare tutte le combinazioni possibili di palline bianche e nere a partire da due sequenze assunte come basi. Si tratterà adesso di applicare il medesimo procedimento a sequenze di valori di verità. Scegliamo di assumere le due proposizioni elementari "p" e "q" come basi dell’operazione. Le funzioni di v erità che si possono costruire in questo modo, come sappiamo, sono in tutto sedici , come mostra la seguente tabella (cfr. 5.101): p q 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 VV VFVVVFFFV V V F F F V F

FV VVFVVFVV F F V F F V F F V F VVVFVVFV F V F F V F F F F F VVVVFVVFV F F V F F F F Nello schema, le sequenze dei valori di verità di "p" e di "q" compaiono, rispetti vamente, nelle colonne 10 (V-FV-F) e 11 (V-V-F-F). Se la formula di Wittgenstein rappresenta veramente lo schema generale in base al quale si possono costruire tutte le proposizioni, allora ogni funzione di verità compresa nella tabella (cioé o gni sequenza di V e di F) è il risultato della negazione della 10 e della 11 e del la negazione dei prodotti ottenuti negando la 10 e la 11. Sappiamo che l’applicazi one del segno di negazione N ad una proposizione determina l’inversione del suo se nso, cioé determina la sostituzione di tutte le V con delle F e viceversa nella ta vola di verità di quella proposizione. Se facciamo ciò prima con "p" e poi con "q" o tteniamo due nuove funzioni di verità le quali corrispondono alla colonna 7 ("nonp", F-V-F-V) ed alla 6 ("non-q", F-F-V-V). Negando congiuntamente "p" e "q" otte niamo poi la tavola di verità 12 ("né p né q", F-F-F-V). La negazione congiunta di due proposizioni, ricordiamo, risulta infatti vera solo nel caso che siano false en trambe le basi dell’operazione, mentre risulta falsa in tutti gli altri casi. Facc iamo il punto della situazione: finora abbiamo ricavato dalla negazione congiunt a di "p" e di "q" tre nuove proposizioni corrispondenti alle colonne 7, 6 e 12. E’ proprio all’insieme di tali proposizioni, dunque, che si riferisce il segno " " d ella formula di Wittgenstein. Per ricavare le altre proposizioni dobbiamo adesso applicare l’operazione N ai prodotti finora ottenuti e ripetere questo procedimen to fino a generare l’intera serie delle sequenze che compaiono nella tavola. Le se quenze che ci accingiamo a derivare corrispondono quindi all’insieme di proposizio ni che nella formula sono indicate dal segno "N( )" ). Partiamo dalla colonna 12 ("né p né q" F-F-F-V) : applicando ad essa l’operazione N otterremo la colonna 5 ("p o q", V-V-V-F). Negando congiuntamente la colonna 6 (F-F-V-V) e la 7 (F-V-F-V) s i ricava la sequenza della congiunzione, ovvero la colonna 15 ("p e q", V-F-F-F) . Applicando l’operazione N alla 15 ("p e q") ricaviamo la colonna 2 (F-V-V-V, "no n e p e q"). Negando la colonna 2 (F-V-V-V) e la 15 (V-F-F-F) si ricava la 16 (c ontraddizione, F-F-F-F). Negando la colonna della contraddizione si ricaverà quell a della tautologia, cioé la 1 (V-V-V-V). Applicando l’operazione N alla 12 (F-F-F-V) ed alla 15 (V-F-F-F) si ottiene la colonna 8 (F-V-V-F, "p o q ma non entrambi") . Negando la 8 si ricava poi la 9 (V-F-F-V, "se p allora q e se q allora p"). Pe r ottenere la 13 ("p e non-q", F-F-V-F) applicheremo l’operazione N alla 9 (V-F-FV), alla 11 (V-V-F-F) e alla 12 (F-F-F-V). La negazione congiunta di tre proposi zioni è vera solo nel caso che in tutte le combinazioni dei valori di verità delle b asi compaia il segno "F": scriveremo dunque "V" ove compaiano tre F, altrimenti scriveremo "F". Ricavata la colonna 13 applicheremo a questa l’operazione N ottene ndo la 4 ("se p, allora q", V-V-F-V). Rimangono a questo punto la 14 e la 3. La tavola 14 ("q e non-p", F-V-F-F) si può ricavare negando congiuntamente la 9 (V-FF-V) e la 10 (V-F-V-F). Negando la 14 (F-V-F-F) otteniamo infine la 3 ("se q, al lora p", V-F-V-V). Riassumendo: dato l’insieme di proposizioni elementari " " (col onne 10 e 11), applichiamo ad esse l’operazione N ricavando l’insieme di proposizion i " " (colonne 7, 6, 12), e successivamente neghiamo congiuntamente questi prodo tti e quelli di volta in volta ottenuti per ricavare l’insieme di proposizioni "N( )" (colonne 1, 2, 3, 4, 5, 8, 9, 13, 14, 15, 16). "Con ciò abbiamo ottenuto quant o ci eravamo proposti, e abbiamo mostrato che ognuna delle sedici proposizioni p uò essere vista come il risultato di successive applicazioni di N alle proposizion i elementari 10 e 11 o ai risultati di precedenti applicazioni di N a esse" (Ken ny, 110). Per quanto appaia a prima vista astrusa e complicata, la formula che W ittgenstein presenta nella proposizione 6 del Tractatus si limita a quindi a ria ssumere in forma simbolica una verità molto semplice: "[ , , N( )]" dice soltanto che "ogni proposizione è un risultato dell’applicazione successiva dell’operazione N( ) alle proposizioni elementari" (6.001).

Note al Tractatus LE PROPOSIZIONI LOGICHE SONO TAUTOLOGIE. (6.1 – 6.13) 6.1. Le proposizioni logiche hanno una posizione speciale rispetto alle altre pr oposizioni (6.112): esse sono infatti tautologie, cioé risultano vere comunque sti ano le cose nella realtà. In ciò si differenziano dalle normali proposizioni dotate di senso, le quali possono essere vere o false. Non potendo risultare falsa, una tautologia non è un’immagine della realtà (4.462): le proposizioni logiche non raffig urano alcunché e "dicon dunque nulla" (6.11). Ciò si accorda con il "pensiero fondam entale" secondo cui i segni logici non denotano "oggetti logici" (4.0312, cfr. 5 .4). La logica non tratta di una classe particolare di oggetti, non ha un conten uto rappresentativo, e tuttavia le proposizioni logiche mostrano "le proprietà for mali –logiche- del linguaggio, del mondo" (6.12). Dall’insieme delle proposizioni de lla logica, infatti, noi possiamo desumere le proprietà essenziali del simbolismo: e dato che la forma logica è anche "la forma della realtà" (2.18), ciò equivale a get tare luce sull’intima essenza del mondo. 6.11. In quanto tautologie, le proposizio ni logiche non dicono nulla riguardo al mondo (4.461). Esse possono essere ricon osciute come vere semplicemente analizzandone la forma (6.113). 6.112. Una spieg azione corretta assegna alle proposizioni della logica quella posizione "special e" che hanno le tautologie rispetto a tutte le altre funzioni di verità (cfr. 4.46 , 4.466: le tautologie sono "casi estremi" o "casi-limite" delle funzioni di ver ità). 6.113. "E’ il carattere peculiare (e sommamente importante) delle proposizioni non-logiche l’impossibilità di riconoscerle vere dal segno proposizionale stesso. S e, ad esempio, dico ‘Rossi è stupido’, di questa proposizione non può dirsi per ispezion e se sia vera o falsa. Ma le proposizioni della logica –ed esse solo- hanno la pro prietà che la loro verità (...) s’esprime già nel loro stesso segno" (LR 251). Mentre no i riconosciamo la verità di una proposizione logica solo osservandone la forma, ov vero i simboli che compaiono in esse, questo invece non può accadere con le propos izioni empiriche: mentre le prime sono proposizioni analitiche (6.11), riguardo alle seconde vale il principio secondo cui "dall’immagine soltanto non può riconosce rsi se essa è vera o falsa" (2.224). 6.12. Cfr. 6.124: "Le proposizioni della logi ca descrivono l’armatura del mondo, o, piuttosto, la rappresentano". Le proposizio ni logiche esibiscono le proprietà essenziali del linguaggio (la sua forma logica) e dunque, per l’identità di forma tra linguaggio e realtà (2.18), anche le proprietà es senziali del mondo. Una tautologia non dice nulla. Ma il fatto decisivo è che il n esso tra le sue parti costitutive produce una struttura segnica caratterizzata d al fatto di essere sempre vera: questo dimostra che nella tautologia si rende vi sibile una proprietà necessaria del simbolismo. 6.121. Nella tautologia, caratteri zzata da una tavola di verità di sole "V", le proposizioni connesse risultano in u na sorta di "stato di equilibrio" (tutte le combinazioni dei valori di tali prop osizioni danno uno stesso risultato, cioé una "V", e perciò è come se l’ago della bilanc ia non si spostasse mai dallo zero). Questo è il segno rivelatore di una proposizi one logica, cioé di una combinazione di segni la cui funzione non è di proiettare ve rso la realtà, bensì di rispecchiare direttamente un aspetto della forma logica. 6.1 22. Le proprietà logiche del linguaggio si specchiano in esso (4.121), vale a dire sono esibite da ogni combinazione di simboli che rispetti le norme della sintas si logica. E’ dunque possibile riconoscere le proprietà formali delle proposizioni " per mera ispezione" delle normali proposizioni dotate di senso, e a questo punto le proposizioni logiche diverrebbero superflue. Il metodo delle tavole di verità ci fornisce comunque una regola di calcolo "per riconoscere più facilmente la taut ologia ove questa è complicata" (6.1262). 6.1221. Come già rilevato a proposito dell a 5.12, la scelta dei simboli "p" e "q" è scorretta perché connettendo due proposizi oni elementari con il segno di implicazione non si produce una tautologia (i val ori di verità di "p É q" sono infatti: V-V-F-V). L’espressione del secondo esempio è inv ece una tautologia. Che la conclusione "p" derivi necessariamente dalle premesse "(p É q) . p" si vede nella forma stessa dei simboli. Ma lo si può anche dimostrare

"meccanicamente" connettendo quei simboli nell’espressione "[(p É q) . p] É q") e most rando (per mezzo del calcolo logico) che questa è una tautologia. In questo modo, noi abbiamo soltanto reso meglio visibile il nesso di inferenza tra i simboli. E’ di fondamentale importanza capire che la tautologia non dice che tra i simboli s ussiste quella certa relazione, né ha il compito di giustificare il passaggio alla conclusione "p". Se così fosse, la tautologia descriverebbe la forma logica degli enunciati e renderebbe esplicita la regola che ci consente di inferire "p" dall e premesse, aprendo la strada a quel regresso infinito descritto nel paradosso d i Carroll (Scheda 13). 6.1222. Cfr. 5.551. Dato che la logica determina l’ordine a priori del mondo, nessuna esperienza può essere in contrasto con le leggi logiche (ogni accadimento, infatti, deve necessariamente conformarsi a quell’ordine). Un pensiero illogico o un evento in contrasto con i principi a priori della logica sono semplicemente impensabili. Se l’ordine dei fatti è il prodotto delle leggi logi che, è insensato tanto il cercare nei fatti una smentita di tali leggi quanto il c ercare nei fatti una loro conferma. Solo le proposizioni empiriche ammettono la possibilità di risultare vere o false una volta confrontate con la realtà; le propos izioni logiche, invece, sono vere a priori. 6.1223. L’esistenza delle verità logiche è richiesta dall’esistenza stessa di ogni sistema di segni in grado di raffigurare la realtà. Nella misura in cui postuliamo una notazione in grado di esprimere sens o e significato, noi postuliamo l’esistenza delle leggi logiche. 6.1224. La logica si occupa delle proprietà formali del linguaggio e dei nessi di inferenza tra le proposizioni. Non è compito delle proposizioni logiche comunicare informazioni sul la realtà empirica. 6.123. Le leggi logiche non possono sottostare, a loro volta, ad altre leggi logiche perché v’è solo una logica, le cui leggi costituiscono l’orizzont e ultimo (non ulteriormente giustificabile) della razionalità. Non esiste una gera rchia di forme logiche: fuori della logica v’è solo nonsenso (cfr. quanto discusso n elle Schede 7, 10 e 13). 6.124. In quanto tautologie, le proposizioni logiche "t rattano di nulla" (cfr. 4.461, 6.11): esse non descrivono alcuna situazione empi rica. Il loro nesso col mondo consiste nel presupporre che i simboli di cui trat tano stiano in relazione raffigurativa con la realtà. Tuttavia, il fatto che certe connessioni tra simboli siano tautologie (ovvero che tali nessi di simboli abbi ano la proprietà di esser sempre veri) "deve indicare qualcosa sul mondo": le prop osizioni logiche mostrano appunto "l’armatura del mondo", cioé la sua struttura esse nziale. Nelle proposizioni logiche si rivela l’insieme delle leggi a priori (incon dizionatamente vere) che costituiscono l’impalcatura della realtà. Perciò in logica ab biamo a che fare solo con l’aspetto essenziale del simbolismo, e non con i suoi tr atti accidentali. Dato che i tratti accidentali dipendono da scelte soggettive, la logica costituisce un corpo di leggi assolutamente oggettivo e autonomo rispe tto all’intervento umano: in questo senso, non siamo noi ad esprimere la logica, m a è la logica ad esprimere se stessa (cfr. 5.473). Noi non possiamo interferire co n tale meccanismo, ma solo riconoscerne la necessità. Conoscendo le regole che gov ernano le relazioni tra i segni (la sintassi logica) ci sarebbero già date tutte l e leggi logiche (cfr. 6.1223: postulare una notazione soddisfacente equivale a p ostulare tutte le "verità logiche"). 6.1251. In logica non ci si può sorprendere di nulla: "per poter essere sorpresi, dovremmo poter formulare proposizioni suscett ibili di essere false. Il linguaggio della ‘sorpresa’ e della ‘scoperta’ è adatto alle sci enze naturali, dove, talora, falsificazioni contingenti vengono in conflitto con le aspettative razionali: nella logica non c’è niente da aspettare, niente che poss a causare disappunto o produrre soddisfazione" (Black 320). Cfr. 6.1261. 6.126. Noi possiamo dimostrare che una certa connessione di simboli è una proposizione lo gica (cioé è una tautologia) calcolandone il valore di verità per mezzo delle tavole. Da una proposizione logica può ricavarsene un’altra applicando operazioni (e da una tautologia seguono solo altre tautologie). Wittgenstein fa notare che le regole in base alle quali da una proposizione logica ne nasce da un’altra sono puramente sintattiche (noi non chiamiamo in causa senso e significato dei simboli che trat tiamo, cfr. 3.33). Ad ogni modo, questa procedura di calcolo che consente il ric onoscimento delle proposizioni logiche (cioé delle tautologie) è qualcosa di "inesse nziale alla logica". Infatti le tautologie mostrano da sé di essere tali (6.127). La natura tautologica delle proposizioni logiche si mostra nella forma stessa de l loro simbolo senza bisogno di alcuna dimostrazione. 6.1261. "Derivando una tau

tologia da un’altra, non facciamo alcuna scoperta (come faremmo invece se estraess imo una nuova sostanza chimica da un frammento di roccia). Ogni tautologia è conne ssa con ogni altra tautologia per via di certe loro interne proprietà, in un modo che appare evidente derivando l’una dall’altra. Quindi (6.1262) la ‘prova’ in logica ric hiama semplicemente la nostra attenzione, ci aiuta a vedere quello che, presumib ilmente, potevamo vedere anche senza di essa" (Black 328).

6.1262. Cfr. 6.126: dimostrare una proposizione logica significa mostrare che è un a tautologia generata da altre tautologie per applicazione successiva di certe o perazioni. Si può avere a che fare con una proposizione logica "così complicata da n on poter vedere, per ispezione, che è una tautologia; ma tu hai mostrato che essa può esser derivata mediante certe operazioni da certe altre proposizioni secondo l a nostra regola per costruire tautologie; e così sei messo in grado di vedere che una cosa segue da un’altra, il che non ti sarebbe stato possibile altrimenti" (NM 228). 6.127. In un sistema formale come quello dei Principia Mathematica vengono scelte alcune proposizioni fondamentali (dette "assiomi") e da esse vengono der ivate tutte le altre proposizioni logiche. Ne consegue una distinzione gerarchic a tra le proposizioni logiche "originarie" e le altre. La scoperta che tutte le proposizioni logiche sono tautologie consente a Wittgenstein di respingere l’idea di una gerarchia tra le proposizioni logiche: nella logica, tutte le proposizion i devono essere "d’egual ordine". Non vi sono pertanto proposizioni auto-evidenti che esprimono "leggi fondamentali", ma tutte le leggi logiche sono sullo stesso piano. 6.13. La logica non asserisce verità empiriche (non è dunque una dottrina), m a esibisce la forma a priori che ogni enunciato dotato di senso deve possedere p er poter raffigurare il mondo. In questo senso la logica è trascendentale (cfr. 5. 4731, la logica è a priori). Wittgenstein assegna una portata ontologica ai princi pi a priori della logica: in quanto rappresentano "l’armatura del mondo" (6.124), le proposizioni logiche forniscono un’immagine speculare del mondo. Su questo tema v. nota alla 5.511.

Scheda 18: Le proposizioni della logica sono tautologie. "La logica deve risultare di tutt’altro genere che ogni altra scienza". (Lettera a Russell, 22 giugno 1922) "Possiamo e dobbiamo ammettere che [le proposizioni logiche] costituiscono una c lasse di proposizioni totalmente diverse da quelle che giungiamo a conoscere emp iricamente. Esse hanno tutte la caratteristica che, un momento fa, abbiamo conve nuto di chiamare "tautologia" (...). Per il momento non so come definire le taut ologie (l’importanza di questa nozione di "tautologia" per la definizione della ma tematica mi è stata segnalata dal mio ex-allievo Ludwig Wittgenstein, che stava la vorando sul problema. Non so se lo abbia risolto. Non so neppure se sia vivo o m orto)" (B. Russell, Introduzione alla filosofia matematica, 238). La proposizione 6.1 del Tractatus asserisce che gli enunciati che appartengono a lla logica sono tautologie. Questa osservazione può essere considerata per molti a spetti come il punto di arrivo delle indagini svolte da Wittgenstein nel Tractat us. Quali sono le ragioni che spingono Wittgenstein a stabilire l’identità tra le pr oposizioni logiche e le tautologie? Per rispondere a questa domanda dobbiamo inn anzitutto chiarire quali siano le caratteristiche peculiari della logica e perché sia necessario assegnare a tale scienza una posizione distinta rispetto ad ogni altra (6.112). La logica, secondo Wittgenstein, è l’unica scienza dotata di una vali dità a priori (essa è "trascendentale", 6.13). In questo senso, le proposizioni logi che non possono essere smentite né confermata da alcuna esperienza (6.1222) perché n essuna esperienza può risultare in conflitto con le leggi della logica (ovvero, ne ssun fatto può violare l’ordine logico, essendone il prodotto); le proposizioni logi che risultano compatibili con qualsiasi stato del mondo, cioé sono vere qualsiasi cosa accada, e perciò non ammettono la possibilità di essere negate: la negazione di una verità necessaria deve infatti portare ad una contraddizione. Mentre la fisic a, la chimica e tutte le altre scienze empiriche formulano asserzioni che posson o risultare vere o false, la logica consta dunque di proposizioni dotate della p roprietà di essere sempre vere. Da ciò consegue immediatamente che le proposizioni l ogiche non raffigurano alcunché. Una raffigurazione è infatti compatibile solo con c erte possibilità (e dunque può essere vera o falsa a seconda che l’evento da essa affe rmato o negato sussista o non sussista), mentre le proposizioni della logica son o vere qualsiasi cosa accada, cioé sono compatibili con ogni possibilità. Non essend o raffigurazioni, le proposizioni logiche non hanno contenuto descrittivo (6.111 ) e perciò dicono nulla (6.11) e non esprimono alcun senso. Non v’è bisogno, per accer tarne la verità, di confrontarle con i fatti (così come accade con le proposizioni e mpiriche): è infatti carattere peculiare delle proposizioni logiche "la possibilità di riconoscerle vere dal simbolo soltanto" (6.113), cioé semplicemente dalla loro forma. Una tautologia, come sappiamo, possiede tutte queste caratteristiche. Ess a è incondizionatamente vera, non dice nulla riguardo al mondo ed è priva di senso: ad esempio, noi non sappiamo nulla sul tempo se sappiamo che piove o non piove ( 4.461). Una tautologia non è un’immagine della realtà ed è anzi compatibile con ogni pos sibile situazione (4.462): essa non determina in alcun modo l’assetto empirico del mondo e pertanto "lascia alla realtà tutto –infinito- lo spazio logico" (4.463). In oltre, "ogni tautologia mostra da sé che è una tautologia" (6.127), senza bisogno di confrontarla con la realtà, e la negazione di una tautologia produce una contradd izione. Ma il fatto che una tautologia abbia tutte le proprietà richieste ad una p roposizione logica non ci autorizza ancora a stabilire la loro identità. V’è una ragio ne decisiva per compiere questo passo: le proposizioni della logica sono effetti vamente tautologie! Wittgenstein ne aveva avuto conferma studiando le teorie log iche elaborate da Russell: egli scoprì che gli assiomi (o "proposizioni primitive" ) utilizzati nei Principia Mathematica, così come tutte le proposizioni che da ess i possono essere derivate, sono caratterizzati da una tavola di verità in cui comp aiono solo delle "V". "Proposizioni come "p v ~ p", "p É (q v p)", "(p É (q É r)) É ((p É q) É (p É r))" sono vere quali che siano i valori di verità di p, q ed r. In questo se nso, è un fatto che le proposizioni della logica sono tautologie" (Marconi, 1997, 43). La stessa cosa vale per i principi logici formulati dalla logica classica, come il principio di identità, di non-contraddizione e del terzo escluso, o per lo

schema inferenziale chiamato "modus ponens" (in simboli: "((p É q) . p) É q)"). Si possono dunque identificare senza riserve le proposizioni logiche con le tautolo gie: ogniqualvolta incontriamo una combinazione di simboli la cui tavola di veri tà è caratterizzata dalla sequenza di valori "V-V-V-V" noi siamo in presenza di una proposizione della logica.

Nel corso di alcune lezioni tenute nel 1939, Wittgenstein spiegherà: "Che signific a dire che una proposizione è una tautologia, non dà alcuna spiegazione, non dice nu lla? Quando, molti anni fa, pensavo a questo, pensavo al simbolismo VF [Vero-Fal so] come ad un mezzo per trasformare le proposizioni di Russell in modo tale che esse divenissero tutte simili. Mostrai che tutte le proposizioni di Russell dan no una colonna di V, e dissi poi che le proposizioni di Russell sono compatibili con qualunque fatto atomico, sicché non possono essere usate per comunicare infor mazione. Io non feci altro che tradurre le sue proposizioni in un simbolismo div erso" (Lezioni sui fondamenti della matematica, in Black 314-5). Cerchiamo di va lutare quali siano i risultati di questa caratterizzazione delle proposizioni lo giche: 1. Innazitutto, la logica assume la dignità di una scienza autonoma e capac e di conseguire risultati assolutamente certi e necessari indipendentemente da o gni contributo da parte dell’esperienza. Wittgenstein ripropone con ciò la classica distinzione razionalista tra "verità di ragione" (cioé le verità logicomatematiche, ca ratterizzate da una certezza assoluta) e "verità di fatto" (dotate di un valore co ntingente perché di ognuna di esse è concepibile il contrario). Tale distinzione non entra in conflitto con l’impostazione empirista del Tractatus perché le proposizion i logiche non producono conoscenze a priori, ma anzi sono del tutto prive di con tenuto rappresentativo. Negando alla logica la possibilità di raffigurare alcunché, Wittgenstein rende così perfettamente compatibile il carattere necessario delle pr oposizioni logiche (le quali sono sempre vere proprio perchè non dicono nulla) con l’idea che la verità di ogni proposizione dotata di senso dipende sempre da un conf ronto con i fatti. 2. In secondo luogo, Wittgenstein può liberare la prospettiva d a quei residui di platonismo che ancora caratterizzavano le teorie logiche di Fr ege e di Russell. Bertrand Russell, negli anni in cui Wittgenstein elaborava il Tractatus, sosteneva che la comprensione della logica implicasse una conoscenza diretta (acquaintance) degli "oggetti logici" e delle "forme pure" degli enuncia ti. La logica, secondo Russell, tenta "di comprendere, e di far comprendere chia ramente anche agli altri, le entità prese in esame [cioé le verità logiche] affinché la mente abbia di esse lo stesso tipo di conoscenza che ha con il colore rosso o co n il sapore dell’ananas" (La mia filosofia, 73). Wittgenstein ribatteva che nessun a esperienza è necessaria alla comprensione della logica (5.552). Alle proposizion i della logica non corrispondono "fatti logici", né alcuno dei segni logici ha la funzione di denotare "oggetti logici" (4.0312, 5.4). La logica, abbiamo detto, è u na scienza "senza oggetto": essa non ha il compito di raffigurare "essenza etern e" di tipo platonico. Le proposizioni logiche non proiettano quindi né in direzion e della realtà empirica né in direzione di un livello di realtà extra-empirico: una ta utologia è semplicemente senza contenuti. Wittgenstein rimane dunque fedele al div ieto di raffigurare la forma logica: quest’ultima non è "super-fatto" di cui possiam o fornire un’immagine, quindi può solo essere mostrata e non può mai essere detta. 3. In terzo luogo, Wittgenstein non tratta le proposizioni logiche come una classe di proposizioni distinta gerarchicamente dagli enunciati descrittivi, ma le pone allo stesso livello di ogni altra combinazione di segni ammessa dalle regole de lla sintassi logica. Non vi sono proposizioni che parlano del mondo e proposizio ni (cioé le proposizioni logiche) che parlano delle condizioni della raffigurazion e: se così fosse, come si diceva nella Scheda 10, le proposizioni della logica dov rebbero obbedire a regole differenti da quelle cui sono subordinate le normali p roposizioni descrittive, e quindi dovremmo postulare l’esistenza di una forma logi ca di secondo livello. Una tautologia, invece, obbedisce esattamente alle stesse regole cui è subordinata una proposizione descrittiva. Ma quelle stesse regole in base alle quali formiamo proposizioni che parlano del mondo, autorizzano la nas cita di combinazioni particolari di segni prive di valore raffigurativo e la cui tavola di verità contiene solo delle "V". E’ dunque vero che le proposizioni logich e sono diverse da tutte le altre proposizioni, ma la loro natura "speciale" è gius tificata pur sempre all’interno del quadro dell’unico linguaggio e dell’unica logica d i cui disponiamo. La procedura di caratterizzazione e di riconoscimento delle pr oposizioni logiche proposta da Wittgenstein rispetta pertanto pienamente il prop osito, cui egli accennava nella Prefazione, di rimanere sempre all’interno del lin guaggio evitando di proiettare il punto di vista in una impensabile regione "est erna". Le proposizioni della logica, esibiscono ("mostrano") le proprietà logiche

del linguaggio e del mondo (6.12). Per quanto "priva di senso" (sinnlos), una ta utologia non è insensata (unsinnig), distinguendosi in ciò da quelle combinazioni di segni che non rispettano le regole della sintassi logica (cfr. 4.4611). Enuncia re una proposizione logica come "~ (p . ~ p)" non equivale quindi ad enunciare u n nonsenso del tipo "Questo tavolo orologia il libro" (NL 204). La ragione di ciò consiste appunto nel fatto che le tautologie "rispettano le regole della sintass i logica (quindi non sono mere accozzaglie di segni), ma le portano, per così dire , al limite (4.466): fanno vedere che,

combinando i simboli in certi modi peraltro leciti, si ottengono combinazioni pr ive di senso, che per il loro stesso essere tali mostrano come funzionano quei s imboli" (Marconi, 1997, 43). Scrive Wittgenstein: "E’ chiaro che deve indicare qua lcosa sul mondo il fatto che certi nessi di simboli –che per essenza hanno un dete rminato carattere- siano tautologie" (6.124). Ciò che quei nessi rivelano, per il fatto di essere sempre veri, sono appunto le leggi a priori che devono necessari amente caratterizzare ogni possibilità empirica. Ad esempio, in virtù della tautolog icità del principio di non contraddizione (cioé per il fatto che: "non: p e non-p" è s empre vera) deve risultare impossibile che nel mondo sussista e allo stesso temp o non sussista il fatto p. Una tautologia, però, non enuncia ciò in modo esplicito ( come abbiamo appena fatto noi), bensì si limita a rendere visibile nella propria s truttura una proprietà essenziale del simbolismo. Wittgenstein paragonò la tautologi a ad una ruota che gira a vuoto in un ingranaggio (v. nota alla 4.46). Questo ti po di movimento, potremmo dire, manifesta "la logica" delle parti costitutive de l meccanismo cui la ruota appartiene. Pur non "ingranando" con la realtà empirica ed anzi "girando a vuoto" come gli ingranaggi di un motore in folle, la tautolog ia rivela il funzionamento del meccanismo logico. Nella forma di una proposizion e logica noi vediamo manifestarsi la natura essenziale del linguaggio, cioè qualco sa che non dipende affatto da noi ma che in un certo senso è in sé compiuto ed autos ufficiente indipendentemente da ogni intervento soggettivo: le regole logiche no n sono creazioni arbitrarie della mente umana, ma sono espressione di un ordine superiore che il soggetto non può far altro che apprendere. Nemmeno Dio potrebbe v iolare l’ordine necessario delle leggi logiche (3.031, 5.123). In questo senso, "n ella logica non siamo noi ad esprimere, con l’aiuto dei segni, ciò che vogliamo; nel la logica è la natura stessa dei segni necessari ad esprimere" (6.124). Ma la part icolare natura delle proposizioni logiche contiene in sé le ragioni del loro super amento in un sistema simbolico adeguato. Noi possiamo infatti "riconoscere le pr oprietà formali delle proposizioni per mera ispezione delle proposizioni stesse" ( 6.122). Da un lato, si può dimostrare che nell’enunciato "[(p É q) . p] É q" la proposiz ione "q" segue logicamente dall’antecedente "(p É q) . p" calcolando il valore di ve rità dei simboli e vedendo che questa è una tautologia. Ma in fondo non v’è alcun bisogn o di far ciò dal momento che il nesso logico che lega "q" all’antecedente è appunto vi sibile nella struttura del segno proposizionale. "Che la verità d’una proposizione s egua dalla verità d’altre proposizioni, noi ravvisiamo dalla struttura delle proposi zioni" (5.13). Dimostrare per mezzo del metodo delle tavole di verità che una data combinazione di simboli è una proposizione logica sembra pertanto solo un espedie nte di calcolo per riconoscere più facilmente la tautologia ove questa è complicata" (6.1262). Il ricorso a questo "mezzo meccanico" è però in linea di principio dispen sabile dato che ogni tautologia mostra da sé di esser tale. "A questo modo, il Tra ctatus rende del tutto superflua la logica come dottrina separata, perché il suo c ontenuto è completamente assorbito nella teoria del simbolismo: una corretta teori a della forma delle proposizioni del linguaggio ci consente non solo di discrimi nare tra proposizioni ben formate e successioni mal formate di segni, ma anche d i cogliere le relazioni inferenziali tra proposizioni. Tutto ciò che la logica ten ta di dire, si vede dalla forma delle proposizioni" (Marconi, 1997, 459).

Note al Tractatus LA SCIENZA (6.3 – 6.372) 6.3. Cfr. 6.37: "V’è solo una necessità logica". Nel mondo tutto è contingente e quindi non vi sono leggi necessarie, dotate di una validità a priori. Questa osservazione introduce le riflessioni critiche di Wittgenstein sul sapere scientifico. Cfr. E. Mach: "Esiste soltanto la necessità logica: se al fatto A competono certe propr ietà, io non posso al tempo stesso prescinderne. Ma che esse gli competano è semplic emente un fatto dell’esperienza. Una necessità fisica non esiste" (in: Musil, Sulle teorie di Mach, p. 68). 6.31. L’induzione, o inferenza induttiva, consiste nell’elab orazione di una legge generale partendo da una serie di casi particolari. J. S. Mill (1806-1873) considerava il procedimento della generalizzazione induttiva qu ale fondamento di tutto il sapere scientifico. Per Wittgenstein, la "legge di in duzione" non è affatto una legge (le uniche leggi degne di questo nome, in quanto universali e necessarie, sono quelle logiche). Il principio dell’induzione può formu larsi così: "La constatazione della presenza di certi caratteri nei casi osservati è un segno del loro presentarsi anche nei casi che esperirò in futuro". Tale asserz ione è empirica, ovvero può essere smentita dall’esperienza. Non si tratta dunque di u na verità a priori. Da ciò si può dedurre lo statuto contingente di tutte le asserzion i formulate dalla scienza sulla base del principio della generalizzazione indutt iva. Sull’induzione cfr. 6.363. 6.32. Nemmeno il principio di causa-effetto è una le gge a priori: la credenza nella sua validità necessaria è una superstizione (5.1361) . Tuttavia esso fa parte di quelle assunzioni fondamentali che consentono alla s cienza di collegare i fenomeni naturali secondo un ordine sistematico. Ogni legg e naturale presuppone un collegamento costante tra i fenomeni. La legge di causa lità, esprimendo appunto l’idea della connessione necessaria dei fenomeni, può dunque essere definita come la forma che ogni legge naturale presuppone e condivide con le altre leggi. Perciò Wittgenstein asserisce nella 6.36: "Se vi fosse una legge di causalità, essa potrebbe sonare: -Vi sono leggi naturali-". Il principio di cau sa-effetto non enuncia nulla riguardo ai fatti del mondo, ma rivela piuttosto la forma delle asserzioni scientifiche (6.34) ovvero la struttura dei nostri siste mi interpretativi della natura (6.35). 6.34. Per "intuizioni a priori" (termine di derivazione kantiana) si deve intendere l’insieme dei presupposti che la scienz a utilizza per descrivere i fenomeni. La legge di causalità (principio di ragion s ufficiente), il principio della continuità dei fenomeni naturali, la legge del min imo sforzo, la legge di conservazione dell’energia (6.33), in questo senso, son tu tte intuizioni a priori, ovvero costituscono le "prime maglie" che sorreggono la rete delle proposizioni scientifiche: lo scienziato le presuppone costantemente nel tentativo di ricondurre l’insieme dei fenomeni a leggi e rapporti costanti. I n quanto determinano la possibilità delle proposizioni della scienza, tutti questi presupposti valgono a definire la forma delle proposizioni scientifiche (6.33); essi "esprimono opzioni circa la sintassi dei possibili linguaggi scientifici" (Black 333). 6.341. Una teoria scientifica può essere paragonata ad un reticolo so vrapposto ad una macchia nera su un foglio bianco. Come la scelta di un reticolo adeguatamente "fine" consente di individuare con precisione le porzioni bianche e nere del foglio, così l’insieme delle proposizioni di una teoria scientifica cons ente di inquadrare i fenomeni naturali "in forma unitaria". Per la spiegazione d i questa analogia v. Scheda 18. 6.342. Il fatto che la macchia (v. 6.341) possa essere descritta per mezzo di una certa rete ad essa sovrapposta, o che il mondo possa essere descritto per mezzo di una certa teoria (ad es. quella newtoniana) non fornisce ancora alcuna informazione su ciò che si intende descrivere (la macc hia, la natura fenomenica). Sarebbe infatti possibile procedere nella descrizion e utilizzando criteri differenti da quelli assunti, e quando concentriamo la nos tra attenzione sulle modalità della rappresentazione (le diverse griglie per quant o riguarda la macchia, le diverse teorie scientifiche riguardo alla natura) ci o ccupiamo della rete e non di ciò che la rete descrive (6.35). Ma per mezzo della r ete diventa possibile formulare asserzioni riguardanti i fenomeni (dicendo ad es . che un certo quadrato è bianco o nero) e ovviamente in questo caso ci riferiamo al mondo e diciamo qualcosa su di esso. E allo stesso modo stabiliremo un nesso

con la realtà scoprendo che una certa rete è in grado di descrivere "più semplicemente " il mondo rispetto ad un’altra (l’efficacia descrittiva di una rete dipende infatti dalla struttura del mondo, non è una

proprietà a priori del reticolo). 6.35. Noi possiamo indicare a priori le proprietà geometriche del reticolo per mezzo del quale descriviamo le macchie nere sul fog lio; ma la geometria non può ovviamente dir nulla a priori sulla forma e posizione delle macchie, perché l’accertamento di ciò è questione di esperienza. Analogamente, so no indicabili a priori tutti i principi utilizzati dalla scienza per descrivere i fenomeni, ma non è possibile dedurre da questi l’ordine contingente dei fenomeni e mpirici. In entrambi i casi, parlando dei principi costitutivi delle nostre grig lie interpretative noi fissiamo lo sguardo sulla rete e non su ciò che per mezzo d ella rete intendiamo descrivere. I principi primi della scienza non hanno un con tenuto raffigurativo: essi non servono a descrivere fatti, ma hanno l’esclusiva fu nzione di guidare le nostre esperienze. 6.36. Cfr. 6.32: la legge di causalità non è una legge ma la forma di una legge. Dato che ogni legge naturale presuppone l’ord ine causale dei fenomeni, asserire che esiste la legge di causalità equivarrebbe a d affermare: "Vi sono leggi naturali". Ma che vi sia una legge di causalità non può essere asserito ("detto") come se si trattasse di un fatto perché tale principio n on ha alcun fondamento empirico. Semplicemente, tutte le asserzioni della scienz a naturale mostrano di presupporre costantemente la validità della legge causale. Con ciò non si dice che il nesso di causa-effetto è una verità a priori, ma lo si rico nosce come il principio costitutivo più importante di ogni rete interpretativa. 6. 361. Solo presupponendo il principio di causalità è possibile pensare ad una conform ità dei fenomeni a leggi comuni. Ricordiamo ancora una volta che parlando del prin cipio di causalità non asseriamo che esistono connessioni necessarie tra i fatti, o che la natura è nella sua essenza caratterizzata da un comportamento uniforme. T ale principio costituisce soltanto il presupposto della conoscibilità delle cose s econdo leggi e dunque riguarda la struttura della rete, e non ciò che la rete desc rive (6.35). 6.362. Cfr. 6.32 (la legge di causalità è la forma di una legge) e 6.36 (assumere il principio di causalità equivale ad asserire che vi sono leggi natura li). "Qui ‘descrivere’ deve significare descrivere in conformità a certe leggi, in qua nto certamente Wittgenstein non intendeva escludere la descrizione di un evento casuale (poniamo, per mezzo di una proposizione elementare)" (Black 351). L’afferm azione di Wittgenstein va dunque letta così: non è possibile inquadrare alcun accadi mento naturale sotto una legge prescindendo dal principio di causalità (l’elemento f ormale che è condiviso da ogni legge, 6.32 e 6.36). 6.363. Sull’induzione, cfr. 6.31 . Il procedimento induttivo segue un principio di economia (tema derivato da Mac h) consistente nell’assumere, per la spiegazione dei fenomeni naturali, le leggi p iù semplici escludendo le ipotesi superflue. "La mia esperienza conforta la tesi c he questa ipotesi sarà capace di rappresentare semplicemente la mia esperienza pas sata e futura. Se si appura che il materiale dell’esperienza è rappresentata in form a più semplice da un’altra ipotesi, sceglierò il metodo più semplice" (OF 130, 9). 6.363 1. Ancora una volta Wittgenstein rifiuta di far valere i principi costitutivi de lla rete interpretativa come indicazioni sull’essenza della realtà. Noi elaboriamo l eggi esplicative dei fenomeni seguendo un principio di economia (6.363), ma ciò no n vuol dire affatto che la natura si regoli sempre in modo che avvenga il caso p iù semplice. La mia credenza al riguardo, come già rilevato da Hume, ha solo un fond amento psicologico, vale a dire, non ha alcun fondamento. 6.36311. "Che il sole sorgerà domani è una proposizione non meno intelligibile e che non implica più contrad dizione dell’affermazione che esso sorgerà" (D. Hume, Ricerche filosofiche, § IV, I). Cfr. nota alla 5.136. 6.37. "Gli stati di cose sono indipendenti l’uno dall’altro" ( 2.061) e quindi "dal sussistere o non sussistere d’uno stato di cose non può conclud ersi al sussistere o non sussistere d’un altro" (2.062). Non v’è alcun fondamento (se non psicologico, cfr. 6.3631) alla credenza della connessione necessaria dei fen omeni. L’unica necessità è quella stabilita dalle leggi logiche; essa però non vale per quelle che Hume chiamava "materie di fatto", cioé per le questioni empiriche. Una necessità "empirica" non esiste. Cfr. Nietzsche: "La ‘necessità meccanica’ non è un fatto; noi l’abbiamo introdotta nell’avvenimento per interpretarlo" (in: La distruzione de lle certezze, 43). 6.371. L’odierna fiducia nella scienza (il bersaglio polemico d i Wittgenstein è il Positivismo) è basata su un equivoco: le leggi elaborate dalla s cienza, infatti, non svelano affatto il mondo com’è nella sua essenza (e dunque non spiegano i fenomeni naturali) ma sono soltanto una descrizione dei fenomeni oper ata sulla base dei principi teorici assunti per ridurre il molteplice in forma u

nitaria. "La scienza non ci fornisce mai nulla di più che una

maniera appropriata di descrivere i fenomeni, e nessuno strumento per spiegarli nel senso forte (...). Wittgenstein aveva una tendenza nettissima a giudicare ch e se tutto quel che possiamo sapere è quanto può dirci la scienza, allora sappiamo b en poche cose; e se le sole questioni che possono essere risolte nel senso propr io sono le questioni scientifiche, allora tanto vale dire che nulla può essere ris olto" (Bouveresse, 15-16). 6.372. Considerate come verità intangibili, le spiegazi oni scientifiche sono al giorno d’oggi oggetto di venerazione proprio come Dio e i l Fato presso gli antichi. C’è tuttavia una differenza tra la concezione antica e qu ella moderna: riconoscendo Dio quale istitutore dell’ordine naturale si riconosce che non tutto può essere spiegato (le ragioni per cui la divinità stabilisce questo determinato ordine non possono infatti essere comprese); chi si affida alla scie nza quale clavis universalis per spiegare il mondo, invece, è certo della spiegabi lità di ogni cosa. Wittgenstein ritiene più adeguata la concezione degli antichi per ché anche nell’ambito del sapere scientifico sussiste un livello che non è rischiarabi le per mezzo di alcun procedimento dimostrativo. La scienza non è infatti in grado di spiegare la ragione ultima per la quale nel mondo le cose accadono in un cer to modo piuttosto che altrimenti, ma deve limitarsi a registrare e descrivere qu anto nel mondo avviene; inoltre, data la convenzionalità dei principi di spiegazio ne adottati per ordinare i fenomeni, le teorie scientifiche devono rinunciare al la pretesa di fornire una spiegazione "totale" del mondo ed accontentarsi di sta bilire "punti di vista" (sempre superabili) per l’interpretazione della natura.

Scheda 19: La scienza “Questa gente adulta e tanto intelligente s’è chiusa dentro una rete, una maglia tiene su l’altra, sicché l’insieme appare naturalissimo. Ma nessuno sa dove stia la prima m aglia che regge tutto quanto“. R. Musil, I turbamenti del giovane Törless. Le riflessioni di Wittgenstein sul sapere scientifico e sul valore dei modelli i ntepretativi utilizzati dalle teorie fisiche risentono del profondo mutamento av venuto nella scienza tra Ottocento e Novecento. Nel corso del XIX secolo, le sci enze fisiche subirono un progressivo allontanamento dal paradigma della meccanic a classica e dal quadro teorico della teoria newtoniana (sostenuti dalla scuola di Laplace). Le tappe più significative di questo processo furono: la nascita dell a Termodinamica come scienza autonoma retta da principi distinti da quelli della Meccanica (il secondo principio della Termodinamica, introducendo la nozione di irreversibilità dei fenomeni naturali, si poneva in esplicita contraddizione con l’interpretazione meccanicista, per la quale le trasformazioni dei fenomeni sono t utte idealmente reversibili); lo studio dei fenomeni elettromagnetici (Faraday, Maxwell) e la nascita della Teoria della Relatività (Einstein); lo sviluppo della teoria atomica (Bohr). Gli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del Tractatus avrebbero poi visto l’affermazione della fisica quantistica, i cui risu ltati segnarono il definitivo divorzio della nuova scienza dalla fisica classica . In particolare, il principio di indeterminazione di Heisenberg sembrava colpir e alla radice il più importante presupposto del sapere scientifico, ovvero il prin cipio secondo cui l’ordine dei fenomeni è regolato invariabilmente dal nesso di caus a-effetto. Le scoperte della fisica quantistica, intaccando il dogma dell’esatta p revedibilità degli stati successivi della natura, sembravano in questo senso una c onferma di quelle posizioni critiche nei confronti della visione determinista ch e avevano caratterizzato ampi settori della filosofia alla fine dell’Ottocento. L’af fermarsi delle nuove teorie fisiche rendeva ormai evidente che è possibile e lecit o costruire molteplici sistemi interpretativi per la spiegazione dei fenomeni na turali, sottolineando con ciò il margine di libertà concesso allo scienziato nella d efinizione dei punti di partenza della propria indagine (la scelta della “rete” di c ui parla Wittgenstein nella 6.341).[1] In contrasto con l’idea di scienza elaborat a dal Positivismo ottocentesco, pensatori come Henri Poincaré (18541913) e Pierre Duhem (1861-1916) posero l’accento sulla natura convenzionale dei principi adottat i dai fisici al fine di ordinare i fenomeni naturali. Tali principi non devono e ssere considerati giudizi sintetici a priori (in senso kantiano) né verità empiriche , ma ipotesi la cui scelta è determinata dal criterio dell’efficacia con la quale es si riescono a riunire i fenomeni sotto leggi comuni. La funzione “economica” della s cienza fu sostenuta con particolare vigore da Ernst Mach (1838-1916): il sapere scientifico seleziona i propri strumenti operativi (principi, leggi, teorie) con l’unico scopo di realizzare “il massimo risparmio di operazioni mentali” nella spiega zione dei fatti. Sostenitore di un empirismo radicale, Mach era un deciso avvers ario della metafisica e sosteneva la necessità considerare i concetti utilizzati d alla fisica quali semplici criteri (desunti da singole esperienze) per orientare la ricerca. Quando i fisici parlano di “forza”, “atomo”, “massa”, etc. non si riferiscono a entità effettivamente esistenti, ma solo al modo per ricondurre i fenomeni empiri ci ad un ordine sistematico. A voler essere esatti, non esistono leggi naturali ma solo una molteplicità di reti di classificazione. Le teorie elaborate dalla sci enza hanno lo scopo esclusivo di “anticipare esperienze” costruendo modelli interpre tativi dei fenomeni. La nozione di “modello” era stata oggetto delle riflessioni di Hertz ne I principi della meccanica, opera che Wittgenstein conosceva molto bene (la definizione della proposizione come “modello della realtà” (4.01) rivela chiarame nte l’influsso di Hertz). Ad un modello è richiesta soltanto una conformità di struttu ra con la situazione che raffigura (cfr. 4.04), e in questo senso la costruzione di un modello fisico deve rispondere innanzitutto a criteri logici (un modello che violasse le norme della logica non potrebbe raffigurare alcunché). Soddisfatto questo requisito, un modello sarà poi più o meno adeguato a seconda della sua capac ità di rispecchiare le relazioni sussistenti tra i fenomeni. Non bisogna però cedere alla tentazione di assegnare al modello un valore assoluto o un significato ont ologico: esso è soltanto uno strumento interpretativo, ed il suo valore dipende un

icamente dalla sua capacità di interagire con la realtà. Essendo possibile descriver e la natura per mezzo di modelli differenti l’uno dall’altro, l’unico criterio che ci guiderà nella scelta di uno particolare di essi sarà, come aveva già sostenuto Mach, q uello della sua economicità: ovvero sarà privilegiato il sistema di raffigurazione c he ci consente di spiegare il maggior numero di fatti utilizzando il minor numer o di principi di spiegazione. Spiegava Hertz: “Dati due modelli dello stesso ogget to è più appropriato quello che include in sé il numero maggiore di relazioni essenzia li dell’oggetto, e che noi chiameremo il più distinto. Dati due modelli di eguale di stinzione, il più appropriato è quello che contiene, oltre alle caratteristiche esse nziali, il numero più piccolo di relazioni superflue o vuote, e sarà il più semplice d ei due” (in Janik-Toulmin 141). Paragonando le teorie scientifiche a “reti” per la des crizione del mondo “in forma unitaria” (6.341), Wittgenstein mostra una chiara consa pevolezza dei temi su cui si concentra il dibattito innescato dalle nuove teorie scientifiche.

Consideriamo una superficie bianca su cui compare una macchia nera dai margini i rregolari. Potremmo impostare una descrizione di tale superficie sovrapponendo a d essa una rete a maglie quadrate: se il reticolato è sufficientemente fitto, ogni porzione dell’immagine risulterà bianca o nera e saremo perciò in grado di identifica re con precisione il nostro oggetto. La scelta della rete (la forma della descrizione) è arbitraria: avrei infatti potu to utilizzare con uguale successo una rete formata di maglie triangolari o esago nali, e una griglia di triangoli più grandi potrebbe rivelarsi in certi casi più fun zionale di una griglia di quadrati più piccoli, etc.. Alla molteplicità delle reti d i cui posso servirmi per la descrizione di un’immagine corrispondono, nella scienz a, “diversi sistemi di descrizione del mondo”. Wittgenstein sottolinea in tal modo c he l’adozione di un certo punto prospettico, ad esempio quello della meccanica new toniana o quello della meccanica quantistica, dipende da una libera decisione de llo scienziato. Si potrebbe pensare che la scienza debba limitarsi a “prendere ord ini” dalla realtà e che in questo senso una teoria scientifica si costituisca soltan to in seguito ad esperienze empiriche. Ma questa visione è semplicistica: perché vi siano esperienze significative, infatti, è indispensabile che esista una struttura teorica di riferimento precedente ad esse, e quindi ciò di cui lo scienziato deve innazitutto preoccuparsi è la definizione dei principi che serviranno a connetter e i dati empirici. La meccanica, ad esempio, fornisce un certo numero di assiomi dicendo: “Qualunque edificio tu voglia innalzare, lo devi comunque costruire con queste pietre, e con queste soltanto”. Ogni teoria è dunque “un tentativo di costruire tutte le proposizioni vere, che ci servono per la descrizione del mondo, second o un unico piano” (6.343). Definiti i principi generali, lo scienziato procederà inq uadrando i fenomeni naturali secondo un ordine definito a priori, ed ogni enunci ato elaborato all’interno di quella data prospettiva dovrà necessariamente accordars i con i principi generali di essa. Accade così che quando parliamo degli assiomi e dei principi primi di una determinata teoria scientifica non stiamo affatto par lando della realtà, bensì delle assunzioni, delle convenzioni che permettono di stab ilire un campo prospettico all’interno del quale diventa possibile fissare l’ordine dei fenomeni. Ad esempio, dalla possibilità di descrivere il mondo secondo gli ass iomi della meccanica newtoniana non possiamo derivare alcuna indicazione riguard o al mondo (6.342). E trattando del principio di causalità, della continuità dei fen omeni naturali, del minimo sforzo nella natura, etc., noi parliamo della rete e non di ciò che la rete descrive (6.34, 6.35). L’equivoco che Wittgenstein intende ev itare è dunque quello di attribuire al mondo proprietà che sono proprie soltanto dei nostri schemi rappresentativi di essa. Non essendo condizionati dall’esperienza, ma essendo anzi definiti prima di ogni esperienza, i principi primi utilizzati d a una teoria scientifica assumono così una validità a priori. Ciò non significa però che essi siano incondizionatamente veri, ma solo che di tali principi non si può fare a meno restando all’interno della determinata prospettiva che essi contribuiscono a fondare. Allo scopo di inquadrare i fenomeni secondo un ordine unitario si po ssono ovviamente adottare principi differenti, ma una volta definito l’insieme deg li assiomi di una teoria questi assumeranno il valore di “verità” a priori per quel de terminato ordine prospettico.[2] Da un lato, noi possiamo descrivere a priori tu tte le proprietà geometriche del reticolato sovrapposto alla macchia (6.35), ma qu esto non dice ancora nulla sul mondo. Non è invece indicabile a priori se un quadr ato della rete risulterà bianco oppure nero: ciò dipenderà appunto dall’esperienza. Ovve ro, non saranno date a priori, ma dipenderanno dall’esperienza, quelle informazion i sulla realtà che i principi di una teoria scientifica si incaricano di inquadrar e in forma sistematica. “Pur attraverso tutto l’apparato logico – scrive Wittgensteinle leggi fisiche parlano tuttavia degli oggetti del mondo” (6.3431). Al di là della convenzionalità del sistema interpretativo scelto per rappresentare i fenomeni, n on sarà più arbitrario (ma dipenderà da come è la realtà) che una determinata rete fornisc a una rappresentazione più o meno adeguata della macchia ovvero che una certa teor ia scientifica costituisca una spiegazione più semplice del mondo rispetto ad un’alt ra (6.342). “Il nesso tra la teoria ed il mondo si mostra nel grado di elaborazion e (la finezza delle maglie nell’analogia di Wittgenstein) richiesto per raggiunger e, in un dato modo di rappresentazione, un grado di esattezza assegnato. Come il

taglio di un abito, per quanto imperfetto possa essere, rivela sempre qualcosa

della sagoma di colui che lo indossa, così la scelta del sistema di coordinate più a ttendibile rivela qualcosa del carattere del mondo reale” (Black 336). Da un punto di vista generale, le asserzioni formulate dalla scienza naturale riguardo alla realtà empirica costituiscono le uniche proposizioni dotate autenticamente di sen so e perciò la scienza esaurisce il campo del dicibile (6.53, cfr. 411: “La totalità d elle proposizioni vere è la scienza naturale tutta”). Tuttavia, se attribuissimo all a scienza la virtù di svelare l’essenza ultima del mondo cadremmo in un illusione di tipo metafisico. Le leggi naturali, infatti, non sono le spiegazioni dei fenome ni naturali (6.371), ma soltanto uno schema interpretativo degli stessi: dato ch e v’è solo una necessità logica (6.37), nessuna legge della scienza naturale può present arsi come necessaria ed incontrovertibile. La “moderna concezione del mondo”, idolat rando i risultati della scienza quali verità supreme e intangibili, finisce allora per assomigliare alla posizione assunta dagli antichi quando parlavano del Fato e dell’ordine stabilito dalla divinità. Secondo Wittgenstein, la concezione degli a ntichi è in fondo più onesta di quella attuale perché chi chiama in causa la divinità ri conosce che non tutto, nella natura, è spiegabile: le nostre teorie, infatti, lasc iano sempre sussistere un residuo incalcolabile, un livello che si sottrae ostin atamente ai nostri sforzi di comprensione e razionalizzazione. Nell’ottica positiv ista, invece, “dovrebbe sembrare che tutto sia spiegato” (6.372). Si potrebbe dire c he una spiegazione “forte” della realtà (quella cui aspira il Positivismo) non dovrebb e lasciare aperta la questione dei fondamenti dei nostri principi intepretativi. La scienza non riesce però in nessun caso a chiudere il cerchio delle spiegazioni dato che nella determinazione delle “prime maglie” della rete sussiste un margine i neliminabile di arbitrarietà. La spiegazione “ultima” della realtà potrebbe darsi soltan to assumendo un punto di vista che consenta di comprendere nel campo prospettico la totalità dei fatti, cié il mondo come un “tutto”. Ma ciò esula dagli obiettivi e dalle possibilità della scienza. L’adozione di questo punto di vista sulla realtà sembra pi uttosto implicare una considerazione del mondo tipicamente metafisica. La possib ilità di vedere il mondo “sub specie aeterni”, nella dimensione di un “tutto” concepito co me unità realizzata, sarà oggetto delle analisi di Wittgenstein nelle proposizioni f inali dell’opera. [1] Ad analoghi risultati aveva condotto, nel corso dell’Ottocento, la nascita del le geometrie non-euclidee (Bolyai, Lobacevskij, Riemann). Il sistema di Euclide, per il suo rigore deduttivo e l’assoluta certezza delle sue co nclusioni, aveva rappresentato nel corso dei secoli un modello di riferimento si a per i filosofi che per gli scienziati. Ma la possibilità di costruire geometrie alternative rendeva impossibile giudicare ancora i teoremi euclidei quali descri zioni delle proprietà dello spazio “in sé”. L’esistenza di sistemi diversi da quello class ico suggeriva invece che i concetti geometrici dovevano essere considerati come costruzioni della mente operate a partire da una scelta arbitraria di assiomi: l a validità di una teoria non riposava più sull’evidenza intuitiva dei suoi principi, m a sulla coerenza interna del sistema. Nessun sistema poteva in questo senso pres entarsi come “più vero” degli altri. [2] Ogni teoria scientifica, fondandosi sull’assunz ione di alcuni principi-guida immutabili, assume perciò l’aspetto di un “ordine chiuso”. Una nuova teoria scientifica, in questo senso, non si riduce semplicemente ad u n differente corpo di asserzioni riguardanti la realtà fenomenica, ma consiste nel l’adozione di una nuova serie di principi-guida che tenderanno inevitabilmente a f ondare un nuovo “ordine chiuso”. La scienza non si sviluppa perciò secondo un processo di incremento successivo di conoscenze all’interno di un quadro di riferimento co stante, ma procede anzi per bruschi cambiamenti di orizzonte: ciò che viene modifi cato nel corso di una rivoluzione scientifica sono sempre le reti nel loro compl esso.

Note al Tractatus MONDO E VOLONTÀ (6.373 – 6.375) 6.373. Sulla volontà cfr. 6.423, 6.43. Ciò che accade, cioé il mondo com e insieme di fatti, sussiste indipendentemente dal mio volere: non v’è, tra la mia v olontà ed il mondo, alcuna connessione necessaria (6.374). Ne consegue che il mio volere non può modificare in nessun modo i fatti del mondo. Dal punto di vista eti co, questa osservazione suggerisce l’impossibilità del soggetto di influenzare l’ordin e contingente dei fatti per mezzo delle proprie intenzioni morali (6.43). Nel mo ndo tutto "avviene come avviene" (6.41) e non v’è alcun nesso tra le mie aspettative di natura morale ed il livello degli accadimenti. 6.374. Dato che non v’è alcuna co nnessione tra la volontà ed il mondo, se tutto quel che vogliamo o desideriamo si realizzasse veramente ciò avverrebbe per puro accidente (sarebbe "una grazia del f ato"). Cfr. Q. 173: "Io non posso guidare gli eventi del mondo secondo la mia vo lontà; al contrario, sono affatto impotente"; Q. 175: "Il mondo mi è dato, vale a di re la mia volontà si volge al mondo completamente dal di fuori, come a un fatto co mpiuto". 6.375. Come non esiste una necessità fisica così non esiste una impossibili tà fisica: necessità e impossibilità non sussistono fuori della logica. Cfr. 6.3 (fuor i della logica tutto è accidente), 6.37 (v’è solo una necessità logica). L’ETICA, IL VALORE, IL SENSO DELLA VITA. (6.4 – 6.522) 6.4. Gli eventi di cui è costituito il mondo (data l’indipendenza recipr oca degli stati di cose, 2.061) sono tutti "accidentali" e dunque non è possibile distinguerli stabilendo tra essi differenze di valore (nessun fatto è più ‘importante’ o ‘migliore’ di un altro). Anche le proposizioni sono tutte "neutrali" rispetto alla prospettiva del valore: esse sono tutte "d’egual valore", ovvero non v’è alcuna differ enza di valore tra esse. Le proposizioni del linguaggio hanno l’esclusiva funzione di raffigurare i fatti, e nessuna descrizione può contenere una valutazione: l’imma gine è semplicemente estranea alla distinzione tra bene e male (le immagini posson o rappresentare eventi che dal punto di vista morale sono giudicabili riprovevol i o giusti, ma in quanto immagini esse non giudicano affatto). La natura raffigu rativa del linguaggio rende dunque impossibile tradurre in parole un giudizio mo rale sugli eventi: l’etica, afferma Wittgenstein nella 6.421, non può formularsi. 6. 41. I fatti sono tutti equivalenti, ogni evento "avviene come avviene" e nessun accadimento differisce da un altro riguardo al valore. Non esistono perciò fatti b uoni o cattivi, azioni raccomandabili o riprovevoli: il mondo è come è, e il linguag gio si limita a registrare ciò che accade. Se per "Valore" intendiamo un principio assoluto, necessario e immodificabile, è chiaro che esso può essere concepito solo come trascendente l’ordine contingente dei fatti. L’ambito dei valori deve dunque es sere proiettato al di fuori della sfera degli accadimenti, vale a dire fuori del mondo. L’Etica, cui è essenziale il riferimento ai Valori, non ha nulla a che fare con il livello di ciò che accade nel mondo. 6.42. Che le proposizioni non possano esprimere nulla "ch’è più alto" e che non vi possano essere proposizioni etiche è dirett a conseguenza di quanto affermato nella 6.4. La teoria raffigurativa determina l’i mpossibilità di piegare il linguaggio alle esigenze dell’etica. Gli enunciati si lim itano a descrivere la realtà, il che è ben diverso dalla valutazione cui aspiriamo i n campo morale. L’Etica rimanda ad un dover-essere, mentre la funzione naturale de l linguaggio è riflettere l’esistente (cioè la semplice presenza dei fatti, il loro ac cadere). Di fronte ad un omicidio, ci si può porre dal punto di vista morale e giu dicare riprovevole l’azione pronunciando un giudizio di condanna (un evento di que sto genere non dovrebbe accadere perché viola una valore morale); d’altra parte, dal punto di vista scientifico si tenderà a descrivere l’evento come un qualsiasi altro accadimento fisico, tentando magari di inserirlo in un contesto statistico o il lustrandone le modalità di attuazione etc.. Chi adotta quest’ultima prospettiva assu me un

atteggiamento neutrale di fronte al valore morale degli eventi e si interessa so ltanto della descrizione di essi. Se l’unico uso sensato degli enunciati, seguendo la teoria del Tractatus, è la raffigurazione (cioé la descrizione), ne consegue che la nostra esperienza dei fatti si svolge esclusivamente secondo le modalità a-val utative proprie della razionalità scientifica, escludendo così l’atteggiamento etico d a ogni possibilità di espressione sensata. 6.421. Cfr. Quaderni, 178: "L’etica dev’ess ere una condizione del mondo, come la logica". Wittgenstein individua un tratto comune alla logica ed all’etica: né l’una né l’altra trattano del mondo (v. 6.124: le prop osizioni della logica "trattano di nulla"). La logica, descrivendo "l’armatura del mondo", può essere a ragione considerata condizione del mondo ed essere definita come "trascendentale". Più complesso è spiegare le ragioni che spingono Wittgenstein ad affermare che l’etica è trascendentale, dato che solo la logica dà forma alle prop osizioni ed è escluso che l’etica possa rappresentare un’alternativa alla logica o man ifestarsi indipendentemente da essa (non esiste una "forma etica" che possa sost ituire la forma logica o aggiungersi ad essa: le proposizioni del linguaggio son o strutturate secondo la forma logica e nessuna delle proposizioni dotate di sen so può contenere un senso "etico"). Nei Quaderni (180), Wittgenstein aveva scelto di qualificare l’etica come trascendente: questa definizione si accorda meglio con l’estraneità dell’etica rispetto al mondo e con la sua impossibilità a "far presa" su e sso. Probabilmente la scelta dell’aggettivo "trascendentale" si giustifica in rela zione alla capacità dell’etica di valere come condizione di quella trasfigurazione t otale della realtà di cui Wittgenstein parla nella 6.43. Sull’identità etica – estetica, cfr. Q. 185: "L’opera d’arte è l’oggetto visto sub specie aeternitatis; e la vita buona è il mondo visto sub specie aeternitatis. Questa è la connessione tra arte ed etica ". Il nesso etica-estetica fu probabilmente suggerito a Wittgenstein dalla lettu ra di Schopenhauer. Quest’ultimo, ne Il mondo come volontà e rappresentazione, aveva descritto l’esperienza estetica come uno stato di contemplazione dei valori sganc iato dalle modalità conoscitive ordinarie legate alla rappresentazione del mondo f enomenico. Per Schopenhauer, "l’arte concepisce con la pura contemplazione, e ripr oduce poi, le idee eterne, cioè tutto quello che vi è di essenziale e di permanente in tutti i fenomeni del mondo (...). L’arte si attiene dunque all’oggetto singolo, c onsiderato a sé stante; ferma la ruota dei tempi; svanite le relazioni, l’essenziale , l’idea, formano il suo unico oggetto" (Il mondo come volontà e rappresentazione, I II, § 6). Anche secondo Schopenhauer, dunque, l’opera d’arte è l’oggetto visto sub specie aeternitatis. 6.422. Wittgenstein esclude che un imperativo morale equivalga ad una semplice subordinazione di mezzi a fini. Kant parlava a questo proposito di imperativo ipotetico, che è un precetto di natura strumentale (se tu vuoi x allora devi agire in un certo modo); questo tipo di precetto lascia del tutto inesplor ata la questione del valore dell’obiettivo che si intende conseguire interessandos i soltanto dell’efficacia del nostro agire (l’obiettivo "x" potrebbe corrispondere a d una qualsiasi azione malvagia riguardo alla quale ci vengono proposti i mezzi adeguati per porla in atto). Il vero imperativo morale, quello che Kant definisc e ‘categorico’, chiama invece in causa la volontà buona, cioé l’intenzione con la quale il soggetto si adegua al comando della ragion pratica. Affermando che il problema delle conseguenze di un’azione è irrilevante, Wittgenstein collega la dimensione eti ca ad un principio che –al pari della volontà buona di Kant- è del tutto indipendente dall’ordine dei fatti. Nella 6.423 Wittgenstein precisa che il "portatore dell’etico " è proprio la volontà. L’azione morale scaturisce dalla volontà buona indipendentemente da ogni circostanza fattuale e da ogni calcolo delle conseguenze. Kant aveva sc ritto: "Anche se l’avversità della sorte o i doni avari di una natura matrigna priva ssero interamente questa volontà del potere di realizzare i propri progetti; anche se il suo maggior sforzo non approdasse a nulla ed essa restasse una pura e sem plice buona volontà (...) essa brillerebbe di luce propria come un gioiello, come qualcosa che ha in sé il suo pieno valore" (Fondazione della metafisica dei Costum i, §1). In questo senso si comprende meglio l’affermazione di Wittgenstein secondo c ui il premio e la pena devono essere nell’azione stessa. 6.423. Il volere quale "p ortatore dell’etico", ovvero quale condizione del riferimento ai Valori, non appar tiene al mondo perché non è un fatto. Si può parlare sensatamente soltanto dei fatti; dunque è possibile parlare solo del volere in quanto fenomeno (ogni atto manifesto del soggetto che vuole), e ciò è di pertinenza della scienza psicologica. Ma non v’è al

cuna possibilità di esprimere il livello più profondo della volontà morale. Wittgenste in aveva già affermato che "il soggetto che pensa, immagina, non v’è" (5.631). Con la "scomparsa" del soggetto quale fondamento dell’attività rappresentativa viene proiet tato fuori della sfera dei fatti anche il cardine dell’esperienza morale, ovvero l’i o quale "portatore dell’etico" (su questo tema cfr. Scheda 16). 6.43. Dato che il mondo è indipendente dalla mia volontà (6.373), in cosa consiste il mutamento di cui è responsabile il volere buono o cattivo? Le immagini proposte da Wittgenstein (u n’alterazione dei limiti del linguaggio, un cambiamento che non può essere espresso in parole e che produce una modificazione ‘totale’ del mondo) paiono identificare la prospettiva etica con uno stato mistico di trasfigurazione della realtà. Nei Quad erni (174) Wittgenstein specifica che il crescere o decrescere in toto del mondo avviene "come per aggiunta o caduta

d’un senso". Questo ribaltamento della prospettiva ordinaria è del tutto indescrivib ile perché produce un cambiamento del campo prospettico nella sua interezza: esso riguarda i limiti del linguaggio, e non fatti descrivibili per mezzo del linguag gio. Musil scrive a questo proposito: "Tutti i precetti della morale indicano un o stato di trasognamento che è già sfuggito alle regole in cui lo si chiude" (L’uomo s enza qualita, II, 738); "Nel momento in cui si evade dalla vita inessenziale si stabiliscono nuove correlazioni. Anzi, direi quasi che le cose non stanno più in a lcun rapporto fra loro, perché si tratta di un rapporto sconosciuto, del quale non abbiamo nessuna esperienza, e tutte le altre correlazioni sono smarrite; ma que sta nonostante la sua oscurità è così chiara che non la si può negare. E’ forte, ma è inconc epibilmente forte. Si potrebbe anche dire: di solito noi guardiamo qualcosa e lo sguardo è come una bacchettina o un filo teso al quale l’occhio e l’oggetto guardato si appoggiano reciprocamente, e ogni secondo che passa sorregge una trama di que sto genere; mentre in questa particolare disposizione d’animo c’è piuttosto qualcosa d i dolorosamente dolce che disgiunge i raggi visuali" (op. cit., II, 739). Musil, al pari di Wittgenstein, descrive tale mutamento come un "evento" confinato nel la dimensione privata del soggetto e nega perciò che esso abbia un’incidenza sul mon do. Si è soliti pensare che "una persona buona rende buono tutto ciò che tocca, anch e se gli altri le fanno guerra: appena entrano nel suo campo, essa li trasforma interamente"; ma in realtà "questo sarebbe uno dei malintesi più antichi! Perché una p ersona buona non migliora affatto il mondo né influisce in alcun modo su di esso; se ne allontana soltanto!" (Ibidem). Rispetto al mondo dell’infelice –osserva Wittge nstein- quello in cui vive la persona felice è semplicemente un altro mondo. 6.431 1. L’osservazione di Wittgenstein richiama il celebre argomento di Epicuro secondo cui non si può fare esperienza della morte perché vita e morte si escludono a vicen da ("quando noi siamo, la morte non è presente, e quando è presente la morte, allora noi non siamo", Diog. Laert., X, 125). La morte delimita l’orizzonte della tempor alità poiché con essa ha termine il tempo della nostra esistenza. Ci sono però due mod i di intendere tale limitazione. Nel senso etico-religioso, si è soliti considerar e la morte come confine tra due durate (la nostra esistenza e la vita eterna), e di qui si è condotti a porsi il problema della destinazione ultraterrena dell’anima . Ma in questo modo ci si rappresenta il limite da un punto di vista esterno – esa ttamente come quando si raffigura il campo visivo chiuso da una linea e si consi dera ciò che è situato fuori di esso (cfr. 5.6331). Il modo corretto di considerare la morte quale limite, allora, consiste nel riconoscerne la trascendenza rispett o alla vita ("la morte non è un evento della vita. Non è un fatto del mondo", Q. 175 ). Scomparso il limite, diviene privo di senso anche concepire un tempo che si e stende oltre la vita. L’unica scelta coerente diviene perciò l’accettazione dell’immanen za, ciò che Wittgenstein chiama "vivere nel presente". Nei Quaderni (175) Wittgens tein scrive: "Solo chi vive non nel tempo, ma nel presente, è felice"; "Per la vit a nel presente non v’è morte". Escludendo il pensiero della morte come linea separat rice tra il tempo e l’eterno, l’esistenza viene concepita come priva di limiti: in q uesto modo si guadagna l’unica forma di "eternità" che è concessa all’uomo, la quale coi ncide con l’intemporalità. J. L. Borges notava a questo riguardo: "Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte" (L’A leph, 18). 6.4312. Nulla, nel mondo, può provare l’immortalità dell’anima umana (la ques tione non riguarda la scienza naturale, cioé non vi sono fatti che possano provare o smentire questa tesi). Del resto, l’ipotesi di una vita eterna non costituisce affatto la chiave risolutoria del mistero dell’esistenza: qualora la accettassimo, non faremmo altro che duplicare il problema iniziale dato che la vita eterna ri sulta enigmatica al pari della vita presente. Se ciò che può dirsi coincide con le p roposizioni della scienza naturale, l’ordine di problemi che qui chiamiamo in caus a deve essere rigettato come privo di senso. Le risposte che stiamo cercando son o sganciate dal livello dei fatti (sono "fuori dello spazio e tempo"). 6.432. Wi ttgenstein insiste sulla trascendenza di Dio e dell’ambito dei valori. Questa posi zione lo porta ad escludere che l’ordine dei fatti sia manifestazione di Dio. La p rima parte della proposizione sembra negare la Provvidenza divina nei confronti del mondo (come il mondo è, ovvero l’ordine contingente dei fatti, è indifferente per Dio). L’esclusione di Dio dal campo fenomenico accomuna Wittgenstein al Kant della Critica della ragion pura. Ma Kant può compensare l’insufficienza dell’intelletto teo

retico (incapace di comprendere Dio tra i propri oggetti) con la dimensione prat ica della ragione: Dio è introdotto nel sistema kantiano come postulato della ragi on pratica, ovvero come esigenza morale di ogni uomo. Non così per Wittgenstein: n on c’è modo di aggirare il linguaggio, non esistono modalità alternative di espression e che possano contenere il sentimento della dipendenza del mondo da Dio come cre atore o garante dell’ordine morale. 6.4321. Cfr. 5.552. "Al regno del mistico appa rtiene tutto ciò che per Wittgenstein ha autentico valore: l’estetica, l’etica, la rel igione, tutto ciò che è ‘trascendentale’" (Black 360). Permanendo a livello dei fatti em pirici (occupandosi cioé di "come il mondo è") non è possibile alcun aggancio con l’ambi to dei valori. L’intuizione del mistico avviene nel momento in cui assumiamo come problema l’esistenza del mondo ("che il mondo è"). Quando

ciò accade, il nostro punto di vista non è più interno al mondo ma viene proiettato es ternamente ad esso: allora si tenta di vedere la realtà come un "tutto" e si ricer ca la causa della sua esistenza. Nella Conferenza sull’etica, l’atteggiamento etico è paragonato al meravigliarsi per l’esistere delle cose (stupor mundi). Questo parti colare sentimento rivela la tensione a raffigurarsi Dio come causa dell’esistenza del mondo. Stupirsi per l’esistenza del mondo, scrive Wittgenstein, è "l’esperienza cu i si fa riferimento quando si dice che Dio ha creato il mondo" (LC 15). Cfr. Q. 173: "Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. E coll egare a ciò la similitudine di Dio quale padre". 6.45. La terminologia di Wittgens tein richiama il terzo genere di conoscenza di cui parla Spinoza. La metafisica pretende di considerare il mondo come totalità data, ovvero come un oggetto che la ragione può contemplare nella sua interezza. B. Russell definisce appunto la meta fisica "il tentativo di concepire il mondo come un tutto per mezzo del pensiero" (Misticismo e logica, 3). Per far ciò, bisogna idealmente proiettarsi al di fuori del mondo assumendo una prospettiva per la quale l’insieme degli eventi può essere circoscritto e considerato come un’unità limitata. Un simile punto di vista coincide rebbe con quello di Dio quale creatore del mondo (il mondo come "tutto limitato" può valere come metafora del mondo in quanto creato da Dio). Cfr. Q 185: "Il cons ueto modo di vedere vede gli oggetti quasi dal di dentro; il vederli sub specie aeternitatis, dal di fuori. Così che per sfondo hanno il mondo intero. E’ forse che essa vede l’oggetto con, invece che in, lo spazio e il tempo? Ogni cosa condiziona tutto il mondo logico, per così dire, tutto lo spazio logico. (S’impone il pensiero ): La cosa vista sub specie aeternitatis è la cosa vista con tutto lo spazio logic o". Wittgenstein suggerisce che solo in forza di un’intuizione soprarazionale si p otrebbe giudicare il mondo nella prospettiva del Valore. Ma pretendere che la co noscenza oltrepassi i propri limiti naturali è insensato: l’etica è dunque destinata a muoversi nel campo dell’inesprimibile. 6.5. Le domande etico-religiose sul senso del mondo (ovvero, sul senso della vita) non possono avere risposta perché non son o formulabili come domande (non possono essere espresse sensatamente dal linguag gio). In questo senso, non esistono enigmi e l’unico modo per avviare a soluzione il problema del significato dell’esistenza è annullarlo come problema (v. 6.521). Wi ttgenstein prepara con queste affermazioni l’enunciato finale del Tractatus, nel q uale raccomanda il silenzio come unico atteggiamento autentico riguardo al probl ema morale. 6.51. L’antica scuola scettica negava che fosse possibile raggiungere una conoscenza certa e infallibile del mondo. La pretesa di sottoporre a giudizi o la facoltà conoscitiva, secondo Wittgenstein, è però un’impresa disperata che condanna lo Scetticismo al nonsenso. Gli argomenti scettici, pertanto, non sono confutab ili perché privi di senso (soltanto gli enunciati dotati di senso possono essere v eri o falsi, ovvero confermabili o refutabili per mezzo dell’esperienza). 6.52. Le proposizioni della scienza esauriscono il campo del dicibile e tuttavia esse no n contengono alcuna indicazione che consenta di risolvere gli enigmi che più stann o a cuore all’uomo (in primo luogo, il problema del senso della nostra esistenza). Nella Prefazione, Wittgenstein aveva anticipato tale argomento asserendo che il Tractatus mostra "quanto poco sia fatto dall’essere questi problemi risolti": una volta scoperto che le domande essenziali non possono essere formulate, e che du nque "non resta più domanda alcuna", l’uomo sente in modo ancora più angoscioso la pro pria impotenza di fronte al mistero della vita. Cfr. Q 146: "L’impulso al mistico viene dalla mancata soddisfazione dei nostri desideri da parte della scienza". 6 .521. Il problema della vita (le domande riguardanti il mistero della nostra esi stenza e in generale le domande di natura etica) si risolve solo nel momento in cui comprendiamo che non stiamo trattando di fatti, e che perciò non v’è alcuna rispos ta possibile (cfr. 6.51). Quando comprendiamo ciò, tale problema sparisce semplice mente, liberando la nostra prospettiva. E’ importante tuttavia notare che Wittgens tein non nega che la soluzione degli enigmi possa essere raggiunta (anche se in forma assolutamente privata e incomunicabile): vi sono infatti individui cui il senso della vita divenne improvvisamente chiaro. Nessuno di costoro, però, fu in g rado di spiegare in che consistesse questo senso perché il linguaggio non permette va loro di esprimerlo come un ‘evento’. Le domande e le risposte, in campo etico-rel igioso, trascendono i limiti del linguaggio. 6.522. Cfr. 5.641. L’ineffabile, ciò ch e non può essere espresso sensatamente dal linguaggio (ovvero il mistico, l’ambito d

ei valori), mostra la propria presenza pur non potendo essere reso esplicito in alcun modo. Per usare un’espressione di Sartre, il mistico potrebbe essere inteso come "la presenza di un’assenza". L’ambito dei valori non va annullato, bensì consegna to al silenzio. "La soluzione negativa in Wittgenstein ha un contenuto nettament e positivo: l’universo delle risposte possibili, quello del dicibile, ‘fa segno’ verso qualche cosa, al di fuori dei suoi limiti, che non può integrare e nemmeno negare " (Bouveresse 14).

Scheda 20: Il mistico, l’etica. “Cara Agathe, c’è un cerchio di domande che ha una grande circonferenza e nessun centr o: e quelle domande significano tutte come devo vivere? ”. R. Musil, L’uomo senza qu alità, II, 868. “Tutto ciò che è visibile è attaccato all’invisibile, l’udibile al nonudibile il sensibile al non-sensibile. Forse il pensabile all’impensabile”. Novalis

Nella primavera del 1916, Wittgenstein fu trasferito in prima linea sulla parte meridionale del fronte russo. E’ in questo periodo che le sue riflessioni si spost ano dalle tematiche logiche a quelle etiche e religiose. “Se Wittgenstein avesse t rascorso l’intera guerra nelle retrovie, il Tractatus logico-philosophicus sarebbe rimasto quello che con ogni probabilità era nella prima concezione del 1915: un t rattato sulla logica” (Monk, 144). Il quotidiano confronto con la morte indusse in vece Wittgenstein ad interrogarsi sempre più spesso sul tema di Dio e dei valori, sul significato dell’esistenza e sui problemi di natura etica.[1] Questa svolta è se gnalata nei Quaderni da una annotazione in data 11 giugno 1916: “Che so di Dio e d el fine della vita? Io so che questo mondo è. Che io sto in esso, come il mio occh io nel suo campo visivo. Che in esso è problematico qualcosa, che chiamiamo il suo senso. Che questo senso non risiede in esso ma fuori di esso”. Da questo punto de i Quaderni in poi, le osservazioni di natura etica prendono il sopravvento su qu elle riguardanti le tematiche logico-linguistiche. Va sottolineato che gli esiti “mistici” del Tractatus, più che un elemento di rottura con i temi finora considerati , possono essere considerati come un naturale sviluppo e complemento delle conce zioni logiche di Wittgenstein. Ciò che caratterizza ogni forma di misticismo è l’idea che l’ambito delle verità supreme, pur manifestandosi in vari modi al soggetto, non può essere espresso per mezzo del normale linguaggio significante. Quando Wittgens tein distingue tra ciò che il linguaggio dice e ciò che esso può soltanto mostrare riv ela appunto di credere nell’esistenza di un livello di verità ultime di cui il lingu aggio è incapace di render conto. Le proposizioni dotate di senso parlano del mond o empirico, ma possono solo mostrare (e non dire) la forma logica che consente l oro di raffigurare la realtà. Da un lato, per mezzo del linguaggio tutto diviene c hiaro, manifesto e il mondo stesso si illumina e diventa visibile; allo stesso t empo, però, il linguaggio evoca, con la sua stessa presenza, scenari che si sottra ggono alla luminosità. Il linguaggio è in questo senso il mezzo attraverso il quale l’indicibile manifesta la propria presenza. A questo livello trascendente della re altà Wittgenstein non assegna soltanto l’insieme dei presupposti della conoscenza, b ensì anche tutti quei contenuti che costituiscono il fondamento dell’etica e della r eligione. E se è pur vero che “l’enigma non v’è” (6.5), nel senso che non si dà alcuna possib lità di tradurre in linguaggio significante le domande su ciò che si trova oltre i c onfini del conoscibile, risulta tuttavia evidente che “V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico” (6.522). L’indicibilità del mistico non va pertanto interpretata come la prova della sua nullità, ma al contrario è per Wittgenstein un segno manife sto dell’esistenza di qualcosa che supera le nostre capacità espressive. La tensione tra ciò che è dentro il linguaggio e ciò che si proietta fuori di esso percorre ogni affermazione di Wittgenstein riguardante i temi dell’etica. Dato che l’ambito dei va lori trascende il livello degli accadimenti empirici, Wittgenstein sancisce l’asso luta estraneità dell’etica rispetto ai fatti. Ciò che chiamiamo “il senso del mondo” (o “il senso dell’esistenza”) deve perciò trovarsi fuori del mondo (6.41). Concepire un codic e morale equivale per Wittgenstein a postulare l’esistenza di valori assoluti. Nel mondo, però, “tutto è come è, e tutto avviene come avviene” (6.41): i fatti, cioé, accadono semplicemente e non possono essere distinti l’uno dall’altro sulla base di una diff erenza di valore. Nulla, nel mondo, si presenta come un “valore”: l’accadere dei fatti si impone come una presenza irriducibilmente neutra riguardo al bene ed al male e non è possibile trarre dagli eventi alcuna indicazione di natura morale. In que sto senso, anche le proposizioni che descrivono i fatti sono tutte “d’egual valore” (6 .4): appunto in quanto descrizioni, esse non possono esprimere alcuna valutazion e dei loro oggetti. L’etica comporta sempre un riferimento al dover-essere, ma nes suna descrizione di fatti contiene qualcosa di più della semplice raffigurazione d i ciò che è: nessuna proposizione dotata di senso può dunque essere utilizzata per dar e una risposta ai nostri problemi morali. Gli enunciati del linguaggio

significante non contengono “nulla ch’è più alto” (6.42) e dunque “l’etica non può formularsi 421). Pur non essendo possibile riferire i concetti di bene e di male ai fatti d el mondo, tuttavia essi risultano in qualche modo connessi alla sfera della sogg ettività. “Bene e male e male –scrive Wittgenstein- non interviene che attraverso il s oggetto” (Q 180); essi sono “predicati del soggetto, non proprietà del mondo” (Q 181). N e consegue che “buono e cattivo è essenzialmente solo l’io, non il mondo” (Q 181). Kant esprimeva la stessa idea quando affermava che “in ogni parte del mondo e, in gener ale, anche fuori di esso non è concepibile nulla di incondizionatamente buono all’in fuori di una volontà buona” (Fondazione della metafisica dei costumi, 11). Il sogget to di cui parlano sia Kant che Wittgenstein non è però l’io fenomenico-empirico, bensì l’i o noumenicotrascendentale. Il primo è nient’altro che un fatto del mondo, e di esso si interessa la scienza psicologica; il secondo è essenzialmente “il portatore dell’et ico” e nessun discorso sensato può avviarsi intorno alla sua essenza: “del volere qual e portatore dell’etico non può parlarsi. E la volontà quale fenomeno interessa solo la psicologia” (6.423). Il dualismo tra ambito dei fatti e volontà del soggetto richia ma l’analoga contrapposizione che Schopenhauer (seguendo l’impostazione kantiana) av eva instaurato tra il mondo della rappresentazione e il livello della Volontà. Per tanto “si potrebbe dire (alla Schopenhauer): Il mondo della rappresentazione è né buon o né cattivo; buono e cattivo è il soggetto che vuole” (Q 180). Dato che l’ambito del va lore risulta connesso esclusivamente all’ambito dell’io, ciò che può derivare dall’atteggi amento etico è soltanto una modificazione del modo in cui il soggetto individuale si rapporta ai fatti. Ad un conoscente che asseriva che l’etica può cambiare il mond o, Wittgenstein rispose: “Si limiti a migliorare se stesso, è l’unica cosa che possa f are per cambiare il mondo” (Monk 215). L’etico non si può insegnare perché non è un fatto descrivibile e quindi non v’è possibilità di comunicare ad altri l’essenza dell’esperienza morale: “Non si può guidare gli uomini al bene, si può solo condurli in qualche luogo . Il bene è al di fuori dell’ambito dei fatti” (LC, 24). Ne consegue, come notava Musi l, che “una persona buona non migliora affatto il mondo né influisce su di esso: se ne allontana soltanto” (L’uomo senza qualità, 739). La morale non modifica l’ordine natu rale degli eventi né può in alcun modo produrre effetti sulla mentalità e gli atteggia menti che caratterizzano una determinata società: se essa ha un effetto, lo ha esc lusivamente sul soggetto e perciò la salvezza è sempre una salvezza individuale. La nostra volontà risulta in effetti del tutto incapace di influire sugli eventi: “Il m ondo è indipendente dalla mia volontà” (6.373), perché esso “mi è dato, vale a dire la mia v olontà si volge al mondo completamente dal di fuori, come a un fatto compiuto” (Q 17 5). E’ però vero che “il mondo del felice è altro da quello dell’infelice” (6.43). Pur non p otendo alterare l’ordine contingente degli accadimenti, la volontà buona o cattiva p uò infatti far sì che il mondo acquisti una qualità, un senso differente. E’ impossibile spiegare in che consista tale ribaltamento prospettico: coloro i quali lo hanno vissuto non hanno poi saputo tradurre in parole il senso della loro esperienza (6.521). Wittgenstein tenta tuttavia di chiarirne i presupposti: ciò che viene alt erato sono i limiti del mondo, e pertanto il mondo deve “crescere o decrescere in toto” (6.43). Nei Quaderni aggiunge: “Come per aggiunta o caduta d’un senso” (Q. 174). C oncepire il mondo secondo categorie morali, per Wittgenstein, significa intuirlo come un “tutto limitato” (6.45), e sentire il mondo come una totalità equivale ad abb andonare l’ordinario punto di vista interno alla realtà per abbracciare con lo sguar do tutta la sfera dell’essere. Chi adotta una simile prospettiva tenderà inevitabilm ente a domandarsi quale sia la causa dell’esistere del mondo come totalità. Lo stupo re per l’esistenza del mondo è il fondamento dell’esperienza religiosa: meravigliarsi perché le cose esistono, scrive Wittgenstein nella Conferenza sull’etica, è esattament e “l’esperienza cui si fa riferimento quando si dice che Dio ha creato il mondo”. Si p uò allora dire che la trasfigurazione del mondo operata dall’etica dipende dal fatto che la prospettiva del valore contiene in sé il sentimento della dipendenza del m ondo da Dio. Da questo punto di vista, la vita felice cui conduce l’etica signific a “essere in armonia” con la volontà di Dio (Q 175). Il mondo e la nostra esistenza ac quistano allora un senso e il soggetto morale vede che il suo mondo è diventato se mplicemente un altro mondo: “Credere in un Dio vuol dir comprendere la questione d el senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo no n sono poi tutto. Credere in Dio vuol dire vedere che la vita ha un senso” (Q 175) . L’etica di Wittgenstein richiama perciò come suo naturale complemento l’atteggiament

o mistico-religioso: la possibilità del giudizio morale sul mondo può infatti giusti ficarsi solo nella prospettiva dell’esistenza di Dio. In questo senso, tutte le do mande dell’etica possono formularsi secondo le categorie proprie della sfera relig iosa. Scrive ad esempio Wittgenstein: “Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. E collegare a ciò la similitudine di Dio quale padre. Pre gare è pensare al senso della vita” (Q 173). Rispondendo a Waismann, che aveva doman dato se l’esistenza del mondo è connessa con l’etico, Wittgenstein rispose: “Che si dia, qui, una connessione, gli uomini l’hanno sentito e l’hanno espresso così: -Il Padre h a creato il mondo, il Figlio (o la Parola, che da Dio procede) è l’Etico-” (LC 25). Ma è bene rammentare che ogniqualvolta tentiamo di esprimerci riguardo ai temi dell’et ica e della religione noi facciamo un cattivo uso del linguaggio. Nessuna delle espressioni da noi utilizzate per parlare del Valore, del bene e del male, etc., può essere dotata di senso: queste proposizioni, infatti, non descrivono eventi m a qualcosa che, se esiste, deve trovarsi oltre il perimetro del dicibile. Tutto il discorso di Wittgenstein può dunque essere inteso come un tentativo di esprimer e l’inesprimibile (e dunque esso va giudicato come insensato). Ne consegue che la risoluzione del problema della vita si può effettivamente scorgere soltanto “allo sp arire di esso” (6.521), cioé comprendendo che la risposta che cerchiamo non può essere formulata per mezzo del linguaggio. “Certo allora non resta più domanda alcuna; e a ppunto questa è la risposta” (6.52).

[1] Wittgenstein si era arruolato nell’esercito austro-ungarico proprio allo scopo di mettersi alla prova, nel tentativo di trasformarsi in una persona diversa: “Or a avrei la possibilità di essere una persona decente, perché mi trovo faccia a facci a con la morte (...) Forse la vicinanza della morte mi porterà la luce della vita. Dio mi illumini!” (in: Monk 118).

Note al Tractatus CIÒ CHE PUÒ DIRSI. IL TRACTATUS E’ UNA SCALA. (6.53 – 6.54) 6.53. Compito della filosofia è "chiarire e delimitare nettamente i pensieri", e q uindi essa "non è una dottrina, ma un’attività" (4.112). Non vi sono contenuti filosof ici, né proposizioni filosofiche: ciò di cui si può parlare sono soltanto i fatti del mondo, ragion per cui le proposizioni della scienza naturale sono le uniche in g rado di esprimere un senso. "Fare filosofia" significa esercitare un compito di sorveglianza critica del linguaggio, ovvero significa impedire che le proposizio ni siano utilizzate in modo contrario al loro uso naturale (uso che consiste nel la raffigurazione di fatti). 6.54. Anche le proposizioni del Tractatus logico-ph ilosophicus devono essere riconosciute come un’illecito sconfinamento in quell’ambit o che Wittgenstein aveva considerato al di là di ogni possibile discorso sensato. Il Tractatus, infatti, vieta che si parli del linguaggio e della conoscenza: ma di cosa ha discusso il libro? Di conoscenza, appunto, e delle condizioni in base alle quali è possibile enunciare proposizioni dotate di senso. Anche Wittgenstein , insomma, adotta una prospettiva di tipo "trascendentale", pur negando che ques ta operazione sia lecita. I limiti del linguaggio venivano cercati "dall’interno" della conoscenza stessa, ma lo svolgimento dell’indagine ha richiesto la proiezion e del punto prospettico in quelle regioni "esterne" che il Tractatus stesso si s forzava via via di negare. Ci si potrebbe chiedere: "da dove" ci parla il Tracta tus? Non dal punto di vista della conoscenza naturale, poiché il libro si esprime su di essa e dunque deve porsi ad un livello superiore: ed ecco risorgere la met aconoscenza, il metalinguaggio, la gerarchia dei livelli (come nella Teoria dei tipi di Russell). Wittgenstein riconosce questa grave difficoltà e suggerisce una soluzione, ma l’enunciato 6.54 minaccia di rappresentare il punto in cui il Tracta tus annulla se stesso. "Gettar via la scala dopo esservi saliti" significa ricon oscere che la lezione del Tractatus va utilizzata senza più badare al testo che l’ha espressa, dato che questo testo ha dovuto violare –per rendere comprensibile il p roprio messaggio- gli stessi insegnamenti in esso contenuti. Sembra davvero impo ssibile sfuggire al paradosso: se infatti accetto di considerare insensate le pr oposizioni del Tractatus, allora quelle stesse proposizioni devono avere un sens o giacché è sulla base di quanto esse stabiliscono che io distinguo ciò che ha senso d a ciò che ne è privo; del resto, se io accetto che quelle proposizioni abbiano un se nso, il loro insegnamento deve condurmi a riconoscerle come insensate. La ‘soluzio ne’ suggerita da Wittgenstein ha un illustre precedente. La tesi scettica secondo cui "tutto è falso" rappresenta un enunciato che finisce per falsificare se stesso (allo stesso modo, le tesi del Tractatus implicano il non-senso del Tractatus s tesso). Sesto Empirico rispondeva a questa difficoltà affermando che "le proposizi oni scettiche si possono annullare da se medesime, circoscrivendo se stesse con le cose di cui si dicono; così le medicine purganti, non solo cacciano dal corpo g li umori, ma anche se stesse espellono insieme con gli umori" (Schizzi Pirronian i, I, 206). La metafora di Sesto Empirico è sicuramente meno elegante di quella di Wittgenstein, ma la sostanza è la stessa. Anche nelle dottrine buddiste ricorre u n’immagine che ricorda l’esempio della scala da gettare via: Budda infatti "paragonò i l suo insegnamento ad una zattera con cui si attraversa il fiume, e che bisogna lasciarsi dietro quando si sia giunti all’altra riva" (Watts, Lo zen, 58). Il perc orso tracciato da Wittgenstein è così giunto al suo termine naturale. Una volta sali ti sulla scala del Tractatus noi dobbiamo dimenticare il cammino percorso e rivo lgere il nostro sguardo al mondo. Da questo momento noi useremo il linguaggio es clusivamente per raffigurare i fatti, esprimendo con chiarezza il dicibile e res pingendo come insensato ogni tentativo di parlare dell’indicibile. "Le nostre paro le, usate come noi le usiamo nella scienza, sono strumenti capaci solo di conten ere e di trasmettere significato e senso, senso e significato naturali. L’etica, s e è qualcosa, è soprannaturale, mentre le nostre parole potranno esprimere solamente fatti; così come una tazza contiene solo la quantità d’acqua che la riempie fino all’or lo, e io ne facessi versare un ettolitro" (LC 11). Non ci resta che consegnare a l silenzio, come recita la proposizione finale dell’opera, tutte le questioni che non possono essere ‘contenute’ nelle proposizioni del linguaggio.

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Note al Tractatus LA PROPOSIZIONE FINALE (7) 7. Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

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