Giuseppe Russo

Sicilia terra di emigrazione

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Giuseppe Russo

Sicilia terra di emigrazione
introduzione di Francesco Pillitteri

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A mio nonno Pietro con riconoscenza

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Al Lettore
Questa breve storia sull’emigrazione siciliana è stata pubblicata nel settimanale diocesano “L’Amico del popolo”. Non è esauriente, ma può dare a molti un contributo per conoscere le sofferenze, i sacrifici e le conquiste, che i nostri nonni o i nostri bisnonni hanno sostenuto, per collocarci in un gradino superore e avere dignità. Questa piccola fatica l’ho voluta dedicare al mio nonno materno, Pietro, che ha saputo sacrificare gli anni più belli per dare dignità ai figli e ai nipoti. Era un bell’uomo, slanciato, fisicamente perfetto. Nei giorni di festa era elegante, mostrando nella sua modestia una grande stima della sua dignità di uomo. Lo ricordo affettuoso verso di me. Qualche volte veniva a prendermi dalle Suore a fine lezione in via Collegio, io ero felice. Mi poneva sulle sue spalle e mi sentivo grande, pieno di gioia. Ricordo un suo atteggiamento di una domenica di sole. Stavamo in fondo alla chiesa madre di Licata, il previsto celebrava la messa di mezzogiorno. Lui alto ed io piccolino, accanto, che non gli superavo le gambe, quando in un bel punto si inchinò e si batté il petto con forza e convinzione per tre volte. Questa immagine mi restò impressa, anche se allora non capii il gesto.

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I miei nonni non venivano dalla miseria, anzi nel quartiere marina erano guardati come gente quasi benestante. Mio nonno, da giovane, lavorava al porto ed era un ottimo manovratore del vinci, la piccola gru, che allora stava sui vapori e si manovrava a mano: le navi venivano a caricare lo zolfo. Per questa attività e per la fiducia che ispirava ai comandanti delle navi, fece diverse volte gratis la traversata Licata New York e viceversa. Nel grande porto americano subito trovava lavoro per le amicizie, che si era creato, e, dopo aver racimolato un buon gruzzoletto, tornava. Cosi fece per diverse volte questa rotta. Comprò case, sposò dignitosamente le figlie e i figli dopo di avergli dato un certo benessere. In questo clima quasi tutti i nipoti furono avviati agli studi, divenendo uno sacerdote missionario, uno procuratore capo della Repubblica, uno preside di liceo, più di uno scrittore apprezzato, diversi laureati e diplomati, che hanno occupato e occupano posti di responsabilità. Di nonni Pietro tante ve ne sono stati in Sicilia, che per il grande amore verso la famiglia hanno sacrificato la loro vita. Grazie nonno Pietro. Agrigento 8 dicembre 2006. Giuseppe Russo.

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Prefazione
Numerosissimi sono gli scritti sull’emigrazione, ma, nonostante ciò, non si può dire che l’interesse sull’argomento si sia ridotto, giacché la storia dell’emigrazione è un pozzo senza fondo: più la si indaga e più mostra aspetti nuovi ed interessanti. Inoltre parlarne è sempre utile per non perdere la memoria storica, infatti, poco ci si ricorda che, quasi sempre, l’emigrante è una persona disperata, che non riuscendo a vivere nel paese natio, decide di partire, anche rischiando la vita, per raggiungere una terra e trovare lavoro e con esso quel poco di benessere, che permetterà di vivere dignitosamente lui e la sua famiglia. Quello dell’emigrante non è un viaggio di piacere, ma “una via crucis“ che si affronta per necessità, con la consapevolezza di dover quanto meno, sopportare incertezze e sacrifici. I tanti studi, sulla materia hanno permesso la nascita di un’ampia e valida letteratura su tanta gente, che, oggi come ieri come anche nei secoli passati, parte, costretta dalla povertà, dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni politiche e religiose. I movimenti migratori, moltiplicati e facilitati oggi dalla forte riduzione delle distanze geografiche e della grande influenza esercitata dalla trasmissione di messaggi comunicativi, sono stati e sono sempre una costante risorsa e talora un’ineluttabile necessità

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sull’assetto economico, sociale e politico di tutto il mondo. La storia economica ha ampiamente trattato il ruolo, che le emigrazioni hanno giocato dal punto di vista socio-economico nei vari paesi che l’hanno subite in entrata e in uscita. Ciò che maggiormente non si è ancora radicato sulla opinione comune è che l’emigrante è un essere umano, uno come noi, giacché tutti potremmo essere costretti ad indossare le vesti di emigranti. Per questo motivo non saranno mai troppe le pubblicazioni che ne parlino sia dal punto di vista storico, che come fenomeno sociale. In questo senso è da plaudire la iniziativa di Giuseppe Russo, che ha voluto racchiudere nel presente volume una serie di articoli pubblicati sulla stampa diocesana agrigentina. Studiare l’emigrazione siciliana costituisce una straordinaria occasione per ripensare la nostra storia, moderna e contemporanea e le vicende di una società tuttora travagliata da sogni e delusioni. Questo studio diventa ancora più interessante nella considerazione che la Sicilia è una delle poche regioni, che, pur essendo largamente diventata terra di immigrazione, continua ad essere terra di forte emigrazione. Per buona parte della società attuale, infatti, i movimenti migratori verso la nostra terra costituiscono una sfida e una provocazione, dimenticando che anche i nostri padri e i nostri nonni, quando sbarcarono in altre terre, suscitarono le stesse reazioni e che anche i

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nostri figli e i nostri fratelli che, dopo compiuti gli studi, partono per trovare lavoro, sono anch’essi emigranti. Spesso abbiamo quasi dimenticato quanto la nostra emigrazione all’estero nel passato abbia profondamente inciso nella nostra storia sia sotto l’aspetto economico, che sociale e demografico. La rivisitazione del fenomeno è quindi molto utile, perché vale a ricordare a quanti dimostrano disprezzo verso “i clandestini“, verso quei coraggiosi stranieri, che approdano nella nostra terra, che un tempo eravamo noi a presentarci, con gli abiti laceri e un fagotto sulle spalle, nelle banchine portuali di mezzo mondo e eravamo tanto malvisti e disprezzati. L’intolleranza e l’odio, con cui i nostri erano accolti, sono gli stessi sentimenti, che abbiamo oggi nei confronti degli emigrati, ed ora come allora sono frutto della sensazione di estraneità, che essi suscitavano, perché considerati diversi e inferiori. Non dobbiamo mai dimenticare la triste fama della quale erano circondati i nostri emigranti, non solo alla fine dell’Ottocento, ma anche in tempi relativamente recenti. Sino alla soglia degli anni Settanta del secolo appena trascorso ricordo di aver visto personalmente in alcuni locali svizzeri e di altri paesi europei i cartelli con la scritta: “E’ vietato l’ingresso agli italiani“. Ciò avveniva, perché i nostri emigranti portavano con loro all’estero una triste nomea generalizzata, come oggi avviene per gli immigrati albanesi, considerati tutti

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criminali, dimenticando che fra essi esistono anche degli onesti lavoratori. L’emigrazione è una storia carica di verità e di bugia, in cui non sempre puoi dire chi abbia ragione e chi torto. Non è possibile esprimere giudizi positivi o negativi sul fenomeno dell’emigrazione, ma bisogna limitarsi a conoscere le vicende e conoscendole si constaterà che alla base c’è sempre una responsabilità politica, giacché poco hanno fatto e fanno i Governi per alleviarne le condizioni, per intervenire, quanto meno, contro le tante speculazioni e i numerosi speculatori. Solo chi è stato costretto ad emigrare, non importa se un secolo fa ovvero ieri, conosce quanto è triste lasciare la propria terra, i propri ricordi, l’ambiente in cui si è vissuto, ma la fame non conosce legge ed è con dolore, che si è costretti a partire. Ed emigrare non è soltanto varcare i confini, ma, per noi, è uscire dall’Isola: anche nel contesto nazionale del passato i siciliani hanno stentato ad acclimatarsi, dovendo resistere a tanti pregiudizi, al malanimo con cui spesso sono stati visti, alla generalizzata nomea di “mafiosi“, che si portavano dietro. Oggi le posizioni si sono, per noi, invertite e tutti gli emigranti da qualunque latitudine provengano sono diventati anche per noi oggetto di polemiche, oppure oggetto di strumentalizzazioni politiche di corto respiro.

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Anche se tutti parlano di fraternità e di “convivenza civile“, nei fatti, poi, come oggi negli Stati Uniti si costruiscono centinaia e centinaia di chilometri di alti muri per impedire il passaggio ai poveri lavoratori che pressano dal Sud. La causa di tutto ciò va ricercata in un istintivo pregiudizio sul diverso, sullo straniero e dire che l’immigrazione e l’emigrazione potrebbero rappresentare una straordinaria occasione per ripensare che ogni uomo è straniero in questa terra. È l’innato egoismo umano, che non ci rende disponibili a pensare al dovere della convivenza, che non ci porta a studiare nuovi e veri modi di convivere in una società aperta e bene organizzata. Certo è dovere dei nuovi arrivati sottostare al rispetto delle leggi, degli usi e delle tradizioni del paese, in cui si arriva, ma è anche doveroso da parte del residente di vedere gli immigrati come persone, che soffrono, quanto meno di nostalgia, e che comunque sono nostri simili che il bisogno ha fatto allontanare dal loro paese. Intanto, come evidenzia padre Russo, non si parla del fatto che la Sicilia soffre di un nuovo tipo di emigrazione, fatto di giovani qualificati, laureati e diplomati, che non trovando una sistemazione nel loro paese natio sono costretti ad emigrare al nord. Il nuovo emigrato, come dice l’Autore “ parte inosservato ed ha la facilità di adattamento, perché non è un diverso… ma è uno stillicidio, che dissangua i nostri paesi delle migliore forze “.

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Di loro non si occupano i mass media, né le tante istituzioni sorte a difesa degli immigrati, ma anche questa è emigrazione che, oltre a creare danni irreparabili alla società e all’economia siciliana, porta dolore, lacera affetti, divide famiglie, distrugge tradizioni. Francesco Pillitteri

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Spesso si celebra, si parla e non si opera.
Il 21 dicembre 2004 la Sicilia balzò alla ribalta dell’opinione pubblica italiana per l’inaugurazione dell’ultimo tratto di quarantuno chilometri dell’autostrada, da Castelbuono a Furiano, senso Palermo-Messina. Infatti i mezzi di comunicazioni nazionali di qualunque tipo ne parlarono, mettendo in risalto che la “A20” finalmente dopo trentacinque anni è stata completata. Grande furono i preparativi, come furono numerosi gli invitati, duemilacinquecento, e poi Berlusconi, circondato da Cuffaro, dal cardinale De Giorgi, da Micciché, e poi… da ministri, deputati, senatori con gli impresari e i vari funzionari addetti ai lavori. L’onorevole Berlusconi nel suo discorso esaltò la tenuta e la continuità del suo governo e non fu povero a spargere le lodi alla bellezza della Sicilia. Infatti disse: “Voi siciliani avete davvero tutto: avete la storia, il sole, un ambiente straordinario, delle opere d’arte pregevolissime, testimonianze di un passato glorioso e poi… Qui in Sicilia ci sono delle ragazze così belle!”. Peccato che l’onorevole Berlusconi, forse non aveva avuto tempo di rendicontarsi sull’Istat, che il giorno prima i giornali nazionali avevano relazionato

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specialmente su l’occupazione in Italia nel terzo trimestre 2004. I risultati dell’Istat per il Sud non erano confortevoli, anzi erano allarmanti, poiché l’occupazione aveva toccato il livello più basso degli ultimi dodici anni con la soglia minima del 7,4%. Oggi in Sicilia sono molti, coloro che dopo diversi anni di una lunga attesa per una chiamata, che mai è arrivata, si sono cancellati dalle liste di collocamento per incrementare l’emigrazione interna ed estera. Secondo l’Istat è proprio l’emigrazione che si incrementa al Sud giorno per giorno, che lacera le famiglie e spesse volte distrugge psicologicamente degli individui, sradicandoli dal loro ambiente. Se l’onorevole Berlusconi conoscesse questa triste situazione, che tante famiglie siciliane sperimentano, credo, che non avrebbe lodato la natura e l’arte, che è in Sicilia, e nonché le “ragazze così belle”, perché tutto ciò è gratuito. Anzi avrebbe detto che quello che è stato realizzato è solo una piccola parte e che bisogna muoversi nel giusto senso per creare occupazione. Chi non si lascia prendere dalle parole complimentose comprende bene che certi politici partorendo un topolino fanno apparire una grande montagna. Questa nostra Sicilia così ricca di bellezze e di risorse, abbandonata dai suoi stessi figli “eccellenti”, produce solo per molti lacrime e sofferenze. Eppure festeggiamo, lodiamo…..

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Ma poi l’onorevole Berlusconi ha avuto un ripensamento e ha detto: “Delle bellezze della vostra terra è necessario far godere anche chi non ha avuto la fortuna di nascervi. Per questo dobbiamo aumentare la sua capacità di attrazione turistica, incrementare la mobilità al suo interno e da e verso di essa”. Mi auguro che questa aspirazione già non sia andata nel dimenticatoio e che per realizzare tutto questo l’onorevole Micciché continui con tenacia a stare attaccato come un cane ai polpacci di Berlusconi. Ma nel frattempo che questo desiderio dell’onorevole Berlusconi venga portato nella realtà, parlerò per diverse settimane della storia dell’emigrazione dei siciliani nel mondo. È una pagina triste per le sofferenze subite di tanti nostri corregionali, ma è anche per un certo senso una pagina gloriosa, perché l’emigrazione ha portato dignità a tanti individui, benessere alle famiglie e valuta pregiata all’Italia. Mi auguro che questa ricerca possa illuminare le menti di chi ha le sorti della nostra popolazione, continuando a percorrere questa via, appena tracciata, dando strade veloci e sicure per incrementare il commercio, il turismo e l’industria e fare uscire la Sicilia dal dissanguamento giovanile. Se partono i giovani, chi sogna, chi realizza, chi modernizza? Con l’emigrazione la situazione siciliana è di suicidio: si fanno i figli, si fa la scelta dello studio, si consegue la laurea o il diploma e si parte, portando con

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sé amarezza e disprezzo, che difficilmente viene cancellato.

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Per gli “stranieri d’Italia” vi è stata e vi è solo amnesia.
Non fa più notizia il continuo arrivo dei clandestini asiatici ed africani, che approdano nelle nostre coste con imbarcazioni fatiscenti, vere carrette umane, per poi continuare la loro avventura verso il nord Italia o in altri paesi d’Europa. Sono giovani uomini e donne, spesso con bambini, che, non riuscendo a vivere dignitosamente nei paesi natii o per la fame o per le guerre fratricide, lasciano la propria terra in cerca di fortuna in paesi lontani. Vi è chi parte col solo progetto di sacrificarsi per qualche tempo per racimolare un po’ di denaro, poi tornare e fare un salto di qualità. Vi è chi parte, avventurandosi con la famiglia, deciso di tagliare i rapporti con la propria terra, sradicandosi per non tornare più. Per tutti costoro l’emigrazione lacera gli affetti, divide le famiglie, distrugge le tradizioni. Si lascia un presente miserevole, ma ricco di un contesto, che dà una certa sicurezza, e si va verso una speranza, armati solo di nulla, per bussare alla porta ed al cuore di una società ricca, che non sempre dà accoglienza. Questa gente viene nelle nostre città e svolge i lavori più umili, senza rossore, con dignità, sapendo sopportare il nostro disprezzo, la nostra insofferenza e,

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perché no, la nostra xenofobia. Questa triste storia dei migranti di oggi l’hanno vissuta tanti dei nostri. Nell’incontrare questa povera gente in me si ravviva spesse volte il ricordo di quei nostri migranti, che, ritornando a seconda guerra mondiale conclusa per una visita alla loro terra e ai loro parenti, raccontavano le loro disavventure. Il forte del loro racconto era la prima traversata, la quarantena, il disprezzo d’essere italiani, i lavori più umili e poi per alcuni il salto di qualità. A noi, che li guardavamo come persone di un gradino più alto, perché eleganti, ricche e riuscite, pensavamo: “hanno denaro!”. Essi capivano il nostro pensiero e allora mostravano il pugno chiuso ben serrato e dicevano: ”Se si potessero spremere questi dollari, gronderebbe sangue”. Volevano indicare la tanta fatica impiegata, le tante mortificazioni subite, quei lavori umili svolti, l’emarginazione vissuta per anni ed anni. Il flusso migratorio verso le Americhe in Italia iniziò nella prima metà dell’ottocento con l’industrializzazione. In Sicilia, invece, iniziò molto più tardi quando il governo di Francesco Crispi non diede una risposta adeguata ai contadini e agli zolfatari, aggregati nei Fasci Siciliani. Anzi disciolse le loro associazioni e li fece aggredire dall’esercito, causando dei morti. L’Italia ha sperimentato due guerre mondiali, è stata governata dai liberali, dai fascisti, dai democristiani, ma il fenomeno migratorio non è stato

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mai studiato per dare una soluzione, anzi si è lasciato alla sua sorte tanto che oggi con un ritmo costante continua inesorabilmente non per arricchire le famiglie, ma forse per impoverirle. Ne fanno testimonianza i vari pulmans, che ogni settimana partono dai nostri paesi carichi di poveri e no verso ogni latitudine, percorrendo il continente europeo in cerca di un luogo tranquillo, ove trovare lavoro e vivere sicuri. Essi sanno che il futuro del mondo appartiene a loro, infatti gli spostamenti di popolazione sono nati con l’uomo e costituiscono il filo conduttore di tutta la storia umana. La forza, però, che spinge la nostra gente a questo andare, è l’esigenza della sopravvivenza, il desiderio di migliorare il proprio status sociale per riappropriarsi della dignità perduta o strappata indegnamente. Infatti lo stomaco vuoto fa pensare: o partire o aggredire. Molti scelgono il partire con l’amarezza nel cuore, convinti di essere stati traditi e con la voglia di dimostrare di essere ricchi di dignità. Mentre in cento anni di emigrazione non è stato studiato scientificamente questo fenomeno per non creare ancora altri disagi, si accoglie, come se gli appartenesse, la valuta rimessa dagli emigranti. Non si è grati del beneficio ricavato dall’economia italiana. Infatti coloro che sono rimasti ne hanno tratto un grande vantaggio per la valuta fresca che arrivava. Da un certo calcolo risulta che negli ultimi cento anni ben ventisette milioni d’italiani hanno raggiunto altri lidi e fra essi diversi milioni di siciliani. Nessuno

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si è preoccupato di questo problema. Solo il governo fascista per motivi particolari politici ha cercato di limitare questo fenomeno. È del 1988 la legge, che stabilisce che “la politica dell’emigrazione è una questione nazionale”. Speriamo che non resti solo inchiostro messo sulla carta, come sembra. È indubbio che i movimenti migratori costituiscono una sfida e una provocazione per la società di oggi, come lo erano anche prima, solo che vi è stata una grave amnesia, che è opportuno rimuovere, verso quelli che sono stati opportunamente chiamati “stranieri d’Italia”.

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Si è scelta l’emigrazione per un lavoro che fosse vita.
Per la sua insularità e il suo sviluppo economico specifico la Sicilia è stata una delle ultime regioni d’Italia a sperimentare il turbinoso movimento migratorio. Ma, se fu una delle ultime a sperimentare questo fenomeno, resta, però, oggi una delle regioni, che vive ancora questo fenomeno in larga scala, anche se sotto altri aspetti. Il ritardo dell’ondata emigratoria in Sicilia ha le radici nell’essere stata per molti secoli terra di immigrazione per la sua fertilità e la sua ricchezza. Infatti sino al XVIII secolo ha sperimentato diverse ondate. Prima i saraceni, che per diversi secoli ne fecero la loro terra e, poi, a partire del XII secolo i lombardi, i veniti, i calabresi e greco-albanesi, che fondarono interi paesi. A questi bisogna aggiungere gli artigiani e i commercianti genovesi, veneziani, toscani, amalfitani, che arrivavano inizialmente per esplicare la loro attività stagionale, ma, poi, ammaliati dal clima e dall’ambiente rimanevano tra noi. Ne fanno testimonianza le tante chiese o vie, che fanno riferimento a queste comunità. La grande emigrazione italiana va dal 1870 al 1895, che interessò inizialmente le regioni

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settentrionali, fornendo un maggior numero di emigranti, quasi tre su quattro. Questo movimento fu causato dalla grave crisi economica, che dopo l’unità d’Italia colpì le nostre contrade, facendo crollare i prezzi delle derrate alimentari, portando masse di gente della campagna a sperimentare l’emigrazione transoceanica a partire dalla Liguria e dal Piemonte. Successivamente si accodò la povera gente del Veneto e della Lombardia, e poi via via quella delle altre regioni d’Italia. La fuga dalle campagne e dalle città per terre lontane fu tanto intensa che si parlò di diaspora. Fra tutte le regioni d’Italia la Sicilia, benché fosse una delle regioni più povere della penisola, fu l’ultima a sperimentare la via della emigrazione di massa. Le cause erano l’isolamento interno ed esterno, in cui viveva, l’assenza di una tradizione migratoria e la febbre dello zolfo, che nell’ottocento investì le nostre popolazioni. Allora la Sicilia aveva il monopolio mondiale dello zolfo, fornendo in particolare le industrie tessili della Gran Bretagna e della Francia, cosa che influenzò l’intera economia isolana. Da tutti si parlava di zolfo e della sua richiesta nei vari mercati mondiali. Infatti l’esportazione dello zolfo nell’arco di pochi anni passò da poche migliaia a milioni di tonnellate, cosa che spinse molti privati a investire il loro denaro in questo settore, sperando in una ventata di benessere. Anche i contadini abbandonarono il lavoro dei campi per diventare zolfatai, affrontando grandi sofferenze, compresa la

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realtà triste dei carusi, con la speranza di giorni migliori. All’inizio chi scendeva nel ventre della terra era sordo a qualunque denunzia di sfruttamento di tipo feudale sino ad accettare fatalisticamente le più immane disgrazie, come le decine e decine di morti, causate o per il crollo di una volta o per lo scoppio dell’antimonio. La miniera era il luogo ove si viveva la comunanza e ove si scambiavano le opinioni, facendo acquisire a quei lavoratori una coscienza sociale. Infatti tra gli zolfatai fiorirono le prime associazioni politiche, anche di tipo anarchico. Alla fine dell’Ottocento il progresso sociale giunse anche in Sicilia e fu piuttosto sostenuto, giacché, sia le classi operaie sia quelle contadine, ebbero maggiore coscienza sociale e incominciarono a chiedere i propri diritti. Quando, però, il sognato benessere, collegato al boom zolfifero, si trasformò in delusione, per la concorrenza dello zolfo statunitense, prodotto a minor costo, la gente constatò che la speranza era morta e che la Sicilia non era redimibile. La disperazione invase gli animi delle masse deluse e, non trovando una soluzione alla propria miseria dalle vuote parole della classe politica, che non sapeva fare altro se non deprecare l’antiquato sistema dell’estrazione e della lavorazione dello zolfo, stigmatizzare il barbaro sfruttamento dei carusi, condannare l’esosità degli affitti imposti dai proprietari ai gestori delle miniere, molti si posero il

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dilemma o continuare a patire la miseria e i soprusi dei datori di lavoro, dei proprietari, dei gabelloti e dei campieri, o emigrare. L’acquisita coscienza sociale e l’amore per i figli non permettevano più alle classi lavoratrici di continuare a subire lo strozzinaggio con sfruttamenti inumani e salari di fame, che non permettevano la sopravvivenza delle famiglie. Allora, constatato la fine dell’eldorado, per non subire angherie di ogni sorta, anche se collegate a reali crisi economiche, si scelse la strada obbligatoria dell’emigrazione per avere un lavoro che fosse vita.

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Preparativi, partenze, loschi agenti.
Sul finire dell’ottocento, l’emigrazione siciliana entrò nel vorticoso flusso della grande emigrazione, infatti passò dalle poche unità degli inizi degli anni ‘80, alle18.000 nel 1897 e, poi seguendo una linea iperbolica alle 54.886 unità del 1902, alle 127.603 del 1905 sino alle 146.061, del 1913, divenendo così la Sicilia la regione con più alta percentuale di emigrazione in Italia. Bisogna, però, constatare che mentre in questi anni il Piemonte, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia per lo sviluppo industriale quasi videro estinguere questo fenomeno, la Sicilia, impotente, lo vide aumentare. Il flusso migratorio di milioni di siciliani, in meno di un ventennio, mise in discussione tutto l’assetto socio - economico dell’isola, portando l’arcaica società rurale, in una crisi senza ritorno, creando una vera e propria inedita, improvvisa e silenziosa rivoluzione sociale. La mancata volontà dei latifondisti di effettuare le dovute trasformazioni agrarie e la mancata volontà dei governi, spesse volte diretti da siciliani, di industrializzare la Sicilia, non fece risolvere i gravi problemi isolani dell’economia e del lavoro. Ecco perché l’esodo dei contadini e degli zolfatai siciliani verso le lontane Americhe fu così numeroso e si

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presentò come la più spettacolare manifestazione del profondo risentimento che la classe lavoratrice aveva accumulato contro le spoliazioni, contro l’insaziabile ingordigia della borghesia locale e contro l’insipiente classe dirigente italiana. La ricca letteratura meridionalista trattò ampiamente questo fenomeno con interventi di politici e studiosi, divisi in emigrazionisti, che sostenevano gli aspetti positivi delle rimesse di valuta e il conseguente movimento negli affari, e gli antiemigrazionisti, che sottolineavano i danni subiti dal paese per la perdita di manodopera, stigmatizzando la speculazione nel reclutamento e trasporto degli emigrati, che mieteva tante vittime umane oltre ad arrecare danno economico. In questo periodo nacque la figura dell’agente senza scrupoli, che reclutava gli emigranti. Era una razza di impresari sul tipo dei negrieri del seicento e del settecento, che era sorta d’incanto, servendosi della disgrazia della nostra terra, poiché sempre alcuni hanno avuto la capacità di sfruttare a proprio vantaggio qualunque momento difficile, quale terremoti, pestilenze, fame per arricchirsi, utilizzando anche la pietà cristiana. Infatti si arricchivano introducendo il bestiame umano nelle stive delle compagnie di navigazione, ansiose di riempirle, per impiegarlo nelle compagnie ferroviarie, nelle miniere, nelle ferriere e in ogni dove vi era esigenza di manodopera. Queste agenzie si qualificavano, senza alcun ritegno, come Agenzia per spedizioni di merci e

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di persone per l’interno e per l’estero. Questo fenomeno durò sino alla prima guerra mondiale, quando venne soppiantato dal parente, dal paesano, dal conoscente, che aprivano la strada dell’emigrazione al bracciante, assicurandogli un posto di lavoro ed ospitandolo per qualche tempo. Questo fece evitare il rischio di cadere nelle mani degli avidi speculatori, creando così una catena di solidarietà. Per realizzare la partenza vendevano parte della loro terra o ipotecavano la casa. Spesso tutta la famiglia metteva a disposizione i propri risparmi per consentire, almeno ad uno dei membri, di tentare la fortuna. A partire certamente erano sempre i migliori, le forze giovanili. Nel 1901 con il dilatarsi del fenomeno emigratorio e coi benefici prodotti dalle notevoli rimesse di valuta, il Governo italiano istituì il Commissariato Generale per l’Emigrazione con compiti più statistici che di reale assistenza ai partenti. Anche la Chiesa intervenne, però, creando istituzioni assistenziali in favore degli emigranti. Basta ricordare la Cabrini e monsignor Scalabrini. Gli emigranti con tutto ciò, rimanevano in balia di loro stessi, esposti a tutti i rischi, compreso quello di cadere nelle mani di un truffatore che, raggirandolo, s’impossessava del biglietto di viaggio o delle somme tanto faticosamente accumulate e spariva, costringendo il povero bracciante a ritornare al paese. Sembra che a qualcuno capitasse di peggio: si dice di gente che, partita dal proprio paese per il porto

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d’imbarcazione, non raggiunse mai le Americhe, perché perdette la vita per mano di organizzazioni criminali. Poveri disperati! Con i guasti delle privazioni e delle fatiche subite e con il dolore profondo, che la maschera di un forzato sorriso mal nascondeva, partiva con il dolore di abbandonare la famiglia e la terra natale, dolore che non può essere mitigato dalla speranza di un avvenire migliore. Li sorreggeva solo la certezza che la loro vita non sarebbe stata peggiore. Con la speranza nel cuore partivano con la voglia di tornare presto ricchi o magari di chiamare le loro famiglie nelle lontane Americhe, terra che non sarebbe stata più ingrata di quella che avevano abbandonato.

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La spartenza e il calvario prima di imbarcarsi.
È difficile poter descrivere il trauma della spartenza! È lo sradicarsi, è il girare le spalle agli affetti più cari, anche se nella mente e nel cuore resteranno impressi per qualche tempo, è il farsi coraggio nel lasciare qualcosa, che è certo per andare incontro all’ignoto, è l’uscire da una struttura, che in certo qual modo dà certezza, è l’abbandonare i volti, i suoni, i colori, che formano una collocazione, con la speranza di avere molto di più. Vi è una ricca produzione letteraria sulla partenza dell’emigrante e da tutti gli autori è vista come evento luttuoso, disgrazia, perché consuma un distacco traumatico dalla famiglia e dal paese. È un viaggio verso l’ignoto, perché si corre il rischio di perdersi in una terra senza confini, crocevia di lacerazioni profonde. Tanti hanno scritto su questa lacerazione interiore di chi partiva e di chi restava, ma forse quello che ha saputo meglio rappresentare questa disgrazia, è stato Luigi Pirandello nella sua novella L'altro figlio, ove ha saputo centrare il dolore continuo di mamma Mariagrazia, che da un quindicennio non ha più notizie dai due figli emigrati nelle Americhe e che contrae una fissazione maniacale di portare lettere senza indirizzo a tutti coloro che stanno per migrare.

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Per far capire che cosa comportava la spartenza basta rileggere la pagina toccante, che scrisse un cronista nel 1905, ove descrive la partenza di un gruppo di emigranti dalla stazione ferroviaria di Castrofilippo in quella di Agrigento: “Affacciatomi allo sportello, vidi una fiumana nera di contadini con dei sacchi di tela sulle spalle, che correvano verso là dove erano i vagoni di terza classe: donne e fanciulli li seguivano gridando. Nel parapiglia non si capiva bene chi fossero gli emigranti. Vi erano molti che entravano nelle vetture coi sacchi, ma poi ne uscivano piangendo. Tutti si abbracciavano e si baciavano in una confusione indescrivibile. I conduttori del treno, il capo stazione, avevano un gran lavoro per tenere dietro quella gente, che non doveva partire, per farla uscire dai vagoni e per tenerla lontana dal binario. Finalmente si sentirono sbattere gli sportelli della vettura e suonò la cornetta, che dava il segno della partenza. Allora le donne dalle facce brune, abbrustolite dal sole, e dai denti biancheggianti nelle grandi bocche, rivolte dalla parte della macchina, piangevano e gridavano a squarciagola. Dagli sportelli si slanciavano fuori dei giovani vigorosi, che abbracciavano le persone sottostanti. Come un’onda, la moltitudine si infrangeva contro i vagoni, salendo sui predellini, aggrappandosi alle maniglie. La locomotiva fischiava, ma il macchinista non osava mettere in moto il treno tanto era lo scompiglio. La folla stava sempre aggrappata al treno, abbracciata nelle ultime strette dell’addio. Il capostazione mi disse

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che erano trenta emigranti, che partivano, con sette donne, per l’America. Quella povera gente aspettava da circa due mesi senza trovare posto nel piroscafo e finalmente era giunto l’ordine di imbarcarsi a Palermo. Quando il treno si mosse fu un grido straziante, uno scroscio di pianto, che prorompeva da una moltitudine nel momento di una grande sventura. Tutti avevano le braccia levate ed agitavano i fazzoletti. Una donna si staccò dalla folla e correva gridando. Eravamo già fuori dalla stazione ed essa correva sempre dicendo con voce forte: ‘salutatelo, ricordategli che aspetto; fate che mi mandi i denari; per il viaggio; ditegli che attendo, che, se non parto, muoio!’. Il pianto e l’affanno del respiro le troncarono la voce e si fermò, afferrandosi ad un palo del telegrafo. Ma i pianti della partenza e l’accorrere dei contadini intorno a Castofilippo non sono ancora finiti. Lontano, sui crocicchi delle strade stanno i cavalli in fila e sui carri la gente saluta con grida di dolore e di festa. Quando il treno, prima che arrivasse a Racalmuto, rallentò la corsa, tutto il popolo, che stava davanti e intorno alla stazione, mandò un grido lungo e confuso, che ingrossava come un rombo, fino a che la macchina non si arrestò. Erano sei o sette emigranti. Si ripeterono le medesime scene commoventi dell’addio. Il treno si mosse e gli emigranti riuscivano a stento a svincolarsi dalle mani, che facevano siepe intorno ad ogni sportello. Il popolo mandò il grido di un saluto doloroso e tutto svanì col rumore del treno, che correva veloce, lasciandosi

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dietro una nube di polvere. Poi tutto si quietò. Il treno correva solitario e quasi silenzioso”. Così incominciava il faticoso e triste viaggio, che sarebbe durato settimane ed anche mesi a secondo delle diverse destinazioni, che si dovevano raggiungere. Spesse volte si incappava in incidenti, che avvenivano dentro gli stessi porti. Infatti le strutture portuali non sempre erano adeguate. Bastava una mareggiata che il piroscafo si arenasse o una nave di grande tonnellaggio nell’eseguire la manovra di avvicinamento ai pontili si danneggiasse. Questi episodi ritardavano anche mesi la partenza, senza che le compagnie si curassero dei disagi degli emigranti. Le uniche strutture predisposte nei porti di Palermo, Napoli e Genova, erano dei capannoni per i controlli igienico - sanitari e per la polizia di frontiera. La folla, che si accalcava sulle banchine di questi porti, essendo gente mal vestita e male odorante, era guardata più con paura che con pietà. Dovendo aspettare diversi giorni o anche settimane, la maggior parte passavano le notti all’aria aperta, accucciati come cani per le strade. Solo alcuni andavano in locande o presso famiglie, sborsando costi rilevanti. Mentre coloro, che erano stati ingaggiati dell’agente della Compagnia dove dovevano andare a lavorare, non avevano la possibilità di chiedere, ma solo di accettare quello che gli offrivano. Infatti questi emigranti venivano alloggiati in attesa della partenza spesse volte in ambienti privi di aria, sporchi, umidi e puzzolenti, ove la maggior

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parte dormiva per terra tra materiali fecali e urina. Poveri uomini, di cui nessuno si prendeva cura!

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Il viaggio, odissea dell’Ulisse collettivo.
Dopo snervanti attese di diverse settimane, si arrivava, finalmente, alle operazioni d’imbarco. Gli emigranti, prima di salire a bordo, erano sottoposti da un delegato di polizia, che mostrava alcuna fretta, al controllo dei passaporti. Arrivava così il momento di salire sulla sospirata nave e incominciare il viaggio, che spesso avveniva con vecchi piroscafi privi dei requisiti essenziali di sicurezza e di igiene, veri carrette del mare. Si legge sul giornale di bordo del piroscafo ‘Città di Torino’, che partì da Genova per New York nel novembre 1905: “Fino ad oggi su 600 imbarcati, vi sono stati 45 decessi dei quali: 20 per febbre tifoidea, 10 per malattie broncopolmonari, 7 per morbillo, 5 per influenza, 3 per incidenti di coperta”. Infatti in questi viaggi transoceanici oltre ai naufragi si contraevano malattie per il sovraffollamento e la sporcizia, che, all’arrivo, gli emigranti, passando dal controllo sanitario, venivano rigettati e costretti a ritornare nei loro paesi. Toccante è il racconto di Edmondo De Amicis, che scrisse nel 1890, quando si imbarcò sulla ‘Galileo’ verso l'America del Sud, ove viaggiavano moltissimi emigranti. È un racconto toccante sulle esperienze degli emigranti a bordo di una nave in

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viaggio. “Passavano operai, contadini, donne con bambini alla mammella e ragazzetti per mano, portando sacche e valige d’ogni forma a mano o sul capo, materassi e coperte e il biglietto col numero della cuccetta fra le labbra. Questa processione umana ad un tratto veniva interrotta, perché imbarcavano gli animali. Poi la sfilata degli emigranti ricominciava e il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme succhiava ancora sangue italiano. Man mano che salivano gli emigranti passavano davanti a un tavolino, ove era seduto l’ufficiale commissario, che raggruppava gli emigranti a mezza dozzina, consegnando al più anziano l’elenco, perchè andasse a prendere il mangiare in cucina all’ora dei pasti. Poi le famiglie venivano separate, gli uomini da una parte e le donne e i ragazzi dall’altra, e condotte ai dormitori. Era una pietà vedere le donne scendere stentatamente per le scalette ripide. Quasi tutti si trovavano per la prima volta sopra un grande piroscafo, che sarebbe stato per loro come un nuovo mondo, pieno di meraviglie e di misteri. Dei giovanotti sghignazzavano, ma, in alcuni, si capiva che l’allegria era forzata. La maggioranza mostrava stanchezza ed apatia. Sulla panchina vi era un centinaio di persone, pochissimi i parenti degli emigranti, i più i curiosi e molti gli amici e i parenti della gente d’equipaggio, assuefatti a queste separazioni. Completate le operazioni, in un gran silenzio si sentì gridare i marinai a poppa e a prua: “Chi non è passeggero, a terra!”. In pochi minuti tutti gli estranei discesero, le

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gomene tolte, le scale alzate, s’udì un fischio e il piroscafo cominciò a muoversi. Allora le donne scoppiarono in pianto, i giovani che ridevano si fecero seri e si vide qualche uomo barbuto, fino allora impassibile, passarsi una mano sugli occhi. Il piroscafo scivolava piano piano, quasi furtivamente, come portasse via un carico di carne umana rubata. Pochi parlavano a bassa voce. Quando si fu fuori del porto, era notte”. Rattristato da questo spettacolo, il De Amicis tornò in poppa e discese nel dormitorio di prima classe, a cercare il suo camerino, dicendo tra sé: “Che matta idea ti è venuta d’andare in America per dormire ventiquattro notti in quel cubicolo soffocante”. Se il De Amicis mostra un quasi pentimento per un viaggio lungo, ma in prima classe, bisogna pensare ai patimenti che i poveri emigranti avrebbero dovuto sopportare in quelle stive buie e maleodoranti, accampati nelle orribili cuccette, senza neppure potere consumare i pasti in una qualunque sala da pranzo. Quasi un mese di viaggio per arrivare nell’America del Sud, un mese da trascorrere nelle viscere di una nave o sulla fredda tolda, sferzati dal vento e dall’umidità. Era un tempo infinito per quei poveri contadini, ancora scossi dalla tristezza della partenza, condannati a quella forzata inattività, quasi in balia di loro stessi, senza nessun conforto e condannati a passare le giornate in un ozio senza riposo. Qualcuno se ne stava fermo per ore a

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guardare l’oceano, come se volesse vedere il fondo di esso, ma in realtà senza fissare nulla. Abbandonati in quella inqualificabile terza classe, gli emigranti contadini sentivano delle musiche e qualche acuto tenorile, che provenivano dai saloni di prima classe, dove signore e signori, elegantemente vestiti, ingannavano il tempo e si divertivano con balli e spettacoli. Ogni giorno guardavano l’orizzonte per intravedere la terra di arrivo, la terra dove andare a lavorare. Quelli, però, che dovevano raggiungere gli Stati Uniti ed erano diretti a New York, non sapevano che prima di mettere piede negli Stati avrebbero dovuto scontare il purgatorio della quarantena ad Ellis Island. Infatti venivano trattati come tante bestie, rimanendo tanti giorni prima di essere osservati e visitati, onde accertare se fossero fisicamente sani e privi di malattie infettive. Solo quando tutte le formalità erano esaurite, gli emigranti venivano finalmente posti sulla banchina, come tanti ‘pacchi postali’, con un cartello attaccato al risvolto della giacca, che indicava il loro nome e cognome e il luogo di destinazione. Così finiva la prima parte della lunga odissea di quella sorta di Ulisse collettivo, come è stato definito il grande fiume dei nostri emigranti. Mettere piede a terra, dopo la lunga navigazione, significava, però, iniziare una nuova vita.

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“Argentina”: America povera.
L’arrivo nel nuovo paese comportava di superare l’impatto di un mondo sconosciuto e poco comprensibile, era quasi iniziare una nuova esistenza da solo. Nel primo decennio del novecento l’emigrazione per l’81% era prevalentemente maschile, perché il programma era di andare a raggranellare il gruzzoletto per migliorare la posizione economica familiare e tornare. Però, quelli che sono restati, hanno messo profonde radici, dando vita, da principio, a collettività e, poi, a generazioni sempre più remote dalle origini italiane. All’inizio l’emigrazione transoceanica ebbe come destinazione il Brasile e l’Argentina. In Brasile si diressero i veniti con i friulani e i trentini, e poi i piemontesi. Il flusso migratorio in Argentina iniziò negli anni trenta dell’ottocento per un accordo stipulato tra il Regno Sardo-Piemontese e il governo argentino, portando a Buenos Aires migliaia e migliaia di italiani dalle regioni settentrionali ed in particolare dal Piemonte, dalla Lombardia e dalla Liguria, solo all’inizio del Novecento dalla Calabria e dalla Sicilia. L’emigrazione in Argentina fu incoraggiata dal governo locale. Le epidemie dei decenni precedenti avevano decimato la popolazione, tanto che in questa vasta nazione i bianchi si erano ridotti all’inizio

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dell’ottocento a circa un milione. Qui gli italiani trovarono grandi spazi, tanto che prima dell’unità d’Italia, i liguri avevano assunto il controllo della navigazione fluviale e già nel 1850 il 10 % della popolazione di Buenos Aieres, città che allora contava 100 mila abitanti, era composto da italiani, numero che si incrementò col passare degli anni. Fu questa la causa che invogliò nel 1875 don Giovanni Bosco a mandare i salesiani. Il richiamo verso l’Argentina fu causato dal successo della marineria ligure, dalla vasta rete di propaganda e di intermediazione, dalla prestigiosa Società Geografica Italiana e dalle Compagnie di navigazione genovesi, nonché dall’offerta dell’abitazione in uso, degli animali da lavoro, degli utensili e delle sementi sino al primo raccolto e per dieci anni l’esonero da ogni imposta. Una tale politica fece sì che in meno di un quarto di secolo gli italiani in Argentina passarono dal 4 % al 12,5 % della popolazione, inserendosi così bene nella società da divenire apprezzati professionisti ed alti dirigenti della pubblica amministrazione. È dei primi del Novecento che in questo flusso emigratorio si inserirono i siciliani, che a differenza degli emigranti delle regioni centro-settentrionali, che preferivano dedicarsi alla coltivazione della terra, preferirono inurbarsi e dedicarsi a lavori di manovalanza o di salariati per non americanizzarsi, contando di poter un giorno tornare ai loro paesi. Ciò nonostante, gli italiani si inserirono bene nella società

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argentina e fu la massa degli emigrati italiani ad influire sulla trasformazione etnica e culturale di questa nazione, sino a farle meritare il carattere di nazione bianca. Questo buono inserimento degli italiani, però, provocò risentimenti e conflitti di classe, ideologici e religiosi, per aver acquisito un peso nella vita sociale. La comunità dei nostri connazionali, benché le tante carenze esistenti al suo interno, costituì una comunità privilegiata. Infatti riuscì ad affermarsi economicamente e ad acquisire posti di prestigio nel paese, creando scuole proprie, fondando banche proprie ed editare giornali a vasta diffusione. Questo, però, non deve far credere che tutti gli italiani si fossero arricchiti, anzi bisogna precisare che tanti furono coloro che non ce l’hanno fatta, che rimasero poveri, continuando ad abitare nelle catapecchie della periferia delle città. Da questo contesto sociale nacquero gruppi di criminali, che fecero denigrare tutti gli italiani da accreditati organi di stampa. Ma bisogna dare merito ai più ambienti di aver favorito aggregazioni di contenuto solidaristico, venendo incontro ai molteplici bisogni degli emigrati, specie nell’assistenza legale e nel collocamento dei disoccupati. A turbare la fattiva operosità degli italiani fu la grave crisi, a carattere generale, che dopo il 1910 colpì l’economia argentina. Tale crisi ebbe infauste conseguenze per gli ultimi arrivati, perché privi di mezzi, non ambientati e alla mercè di speculatori. In queste condizioni tanti furono gli italiani che

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intrapresero la via del ritorno. Ormai l’Argentina era diventata un paese poco vivibile, dove era estremamente difficile trovare lavoro, tanto che l’Argentina dai nostri in seguito fu chiamata l’America povera. Nel censimento del 1914 la comunità italiana contava 930.000 unità e costituiva il 12 % della popolazione. Ma bisogna far notare che il merito dell’ottimo inserimento italiano nella società di questo paese fu che i nostri emigrati mantennero l’identità italiana, non assimilandosi totalmente con la società argentina. Nonostante l’avvenuto consolidamento economico delle nostre comunità, l’emigrazione italiana in Argentina dal 1912 al 1920, ebbe un saldo negativo, preferendo gli Stati Uniti. Ma bisogna dire che di Sicilia in questo grande paese molto è rimasto, tanto che il quartiere più elegante di Buenos Aires oggi è chiamato “Palermo”.

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Sull’umile opera dei contadini siciliani e no si è costruita la società industriale statunitense.
L’emigrazione siciliana negli Stati Uniti iniziò nello stesso periodo in cui era cominciata quella in Argentina, ma per le molte difficoltà stentò a decollare. Gli Stati Uniti affondano le loro radici demografiche nell’immigrazione, tanto da dirsi: nazione di immigrati, poiché a formare questa nazione sono stati cittadini provenienti da varie parti del mondo. Nel Settecento pochi furono gli italiani, che si portarono in queste terre, ma lasciarono delle tracce indelebili nella nascente cultura americana, come il filosofo Filippo Mazzei e il librettista Lorenzo Da Ponte. Nella metà del XIX secolo vi si recarono qualche centinaio di fuorusciti, coinvolti nei moti risorgimentali italiani, tra questi Giuseppe Garibaldi, seguiti poi da un crescente numero di artigiani e mercanti. Questo scarso afflusso d’italiani negli Stati Uniti fu causato dalla popolazione anglofona, che scoraggiava l’arrivo di gente di altre etnie. Solo dopo la Guerra Civile cominciò il grande afflusso dell’emigrazione da ogni parte d’Europa, e dunque anche dall’Italia. Benché questa massiccia

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immigrazione avesse portato dei grandi benefici all’economia statunitense, gli anglofoni guardavano i nuovi arrivati, specialmente i siciliani, con arroganza e disprezzo, poiché li ritenevano non educabili per il minor grado di intelligenza, trattandosi in buona parte di analfabeti, provenienti da ambienti del proletariato rurale o urbano, che parlavano strani dialetti. A renderli invisi come diversi stava il fatto che essi vivevano in vecchie e decrepite abitazioni e facevano i più sporchi lavori disponibili. La situazione dei nuovi arrivati venne aggravata da una campagna antimmigrazione, specie verso quella italiana, lamentando gli effetti negativi che essa stava avendo sulla società americana. Le critiche contro il permissivismo furono numerose ed aspre sino a toccare vette di vero razzismo. L’eco di un tale modo di pensare e di agire nei confronti degli immigrati italiani da parte della opinione pubblica americana, provocò le reazioni della stampa italiana e il giornale di Palermo, L'Ora, quotidiano siciliano fondato dai Florio nel 1900, aprì un vivace dibattito sulla sorte dei nostri emigrati in America. L’avvocato e giornalista Pietro Paternostro scriveva: “L’emigrante italiano è in America la merce di qualità inferiore, quella che si compra a minor prezzo e della quale l’industriale americano si serve sia perché da questa possa ricavare profitto, sia perché essa è atta, per la sua grande quantità sul mercato, a dare maggiore profitto. I più umili servigi, le imprese nelle quali l’uomo sostituisce

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la bestia, le più faticose corvee’s son compiute in America dagli italiani”. Ma queste polemiche non fermarono l’emigrazione dei meridionali, che continuarono a sbarcare numerosi negli Stati Uniti, vivendo in condizioni poco piacevoli e subendo l’ostracismo dei residenti. Gli americani, però, non percepivano che era la povertà a renderli supini e disponibili ad eseguire i lavori più sporchi e più modesti da essere chiamati pala e piccone. La maggioranza degli immigrati, specie i siciliani, erano uomini soli, partiti in gruppi dai loro paesi con l’unico scopo di accumulare quanti più dollari per tornare e comprare terre o aprire un’attività commerciale. Questa solitudine li rendeva chiusi nella loro tristezza e tenaci ad accumulare, vivendo fra privazioni e disagi, dimostrando scarso interesse a imparare l’inglese e resistendo a ogni tipo di assimilazione per non cadere nelle mani di sfruttatori. Questo è il motivo per cui si crearono quelle tipiche comunità di immigrati, legati alla lingua, agli usi e ai costumi, nonché alle tradizioni, anche religiose, che venivano elevate a segno di identità del gruppo, creando mondi sociali, che erano una sorta di prolungamento di quelli lasciati nel paese, perché popolati da parenti e compaesani. Nasceva, così, una solidarietà strana, un associazionismo di fatto che, oltre ad elargire aiuti finanziari in caso di malattia o di morte,

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sponsorizzava feste, conviviali e altre occasioni di riunione, che mitigavano la nostalgia degli immigrati. Per questo nacquero tante Little Italies, riproducendo stradine simili ai vicoli di Napoli o di Palermo, ove vi erano un ammasso di immondizie, un’aria greve di fuliggine e di sporcizia, cattivi odori, nessun albero, non un parco degno di questo nome, non uno spazio per giochi dei bambini. Anche i mestieri caratterizzavano la provenienza degli emigrati e la dignità dell’individuo: il sarto era napoletano o palermitano, il tessitore lombardo, il cappellaio piemontese e così tutti gli altri mestieri indicavano la provenienza. Il contadino indicava il siciliano, che era buono a scavare il terreno, a sterrare la terra per costruire le ferrovie, a perforare le montagne, a prosciugare paludi, ma non aveva posto nella società americana. Oltre che nell’habitat anche nell’ambiente di lavoro, negli Stati Uniti, il nostro contadino non modificò molto il suo stato. La durata della giornata, da suli a suli, fu sostituita con una giornata lavorativa di dodici ore. Per certi aspetti il contadino si trovò svantaggiato, giacché all’aria salubre dovette sostituire gli ambienti malsani, anche se inconsapevolmente si americanizzava. Nonostante le difficili condizioni di vita e di lavoro, centinaia e centinaia di migliaia di immigrati italiani, lottando e lavorando indefessamente, riuscirono a migliorare la loro posizione economica ed alcuni raggiunsero le soglie del benessere.

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Bisogna dire se non fosse stato per i nostri contadini sarebbero mancati i presupposti logistici per la nascita di nuovi settori industriali. Non sarebbero nate delle nuove industrie, se non fosse stato per il bassissimo costo della manodopera siciliana.

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New Orleans e la xenofobia.
Nella seconda metà dell’ottocento Palermo aveva frequenti collegamenti navali con New Orleans nella Luisiana con il commercio degli agrumi. Molti contadini siciliani, provenienti in gran numero specialmente da Contessa Entellina, comune in provincia di Palermo, attratti da vantaggiosi contratti di lavoro per la coltivazione della canna da zucchero, emigrarono e vi fondarono una delle più antiche colonie italiane. Qui si scontrarono subito i due profondi Sud, uno, quello siciliano, arcaico ed arroccato in una tradizione atavica, l’altro, quello cosiddetto americano, schiavista e razzista. Da questo scontro nel 1891 si consumò il più grave fatto di sangue: il linciaggio di undici siciliani. I siciliani raggiunsero la Louisiana all’indomani dell’abolizione della schiavitù. Uno dei pionieri fu un certo Stefano Vaccaro da Contessa Entellina, che nel 1860 emigrò a New Orleans, riuscendo dopo un paio di anni ad avviare una importante azienda per la produzione e il commercio della frutta. Avendo bisogno di manodopera la reclutò nel suo paese natio, chiamando un centinaio di compaesani. Le lettere, che arrivavano in Sicilia dai nuovi arrivati, cantavano le meraviglie di quella terra e le buone possibilità di

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lavoro, e così altri partirono per New Orleans, formando nel 1870 una comunità di quasi duemila siciliani, provenienti da Contessa Entellina, Piana degli Albanesi, Termini Imerese, Poggioreale, Corleone, Cefalù, Chiusa Sclafani, Palazzo Adriano, Trabia, Salaparuta, Caccamo, Roccamena, Sambuca di Sicilia, Sciacca, nonché da Palermo. Vari furono i motivi di questo grande richiamo, che nemmeno la febbre gialla fermò: la soddisfazione dei piantatori di canna da zucchero per il lavoro dei siciliani, il ritorno in patria di alcuni, partiti poveri e nullatenenti, che sfoggiavano una vita da gran signori ed infine chi, tornando definitivamente con ricchi guadagni, acquistò dei beni immobili. Tutto questo benessere proveniva dal tenore di una vita frugale e parsimoniosa, dalla capacità di produrre autarchicamente i beni alimentari, il vestiario e le attrezzature di lavoro. Vivendo così, alla fine dell’ottocento, riuscirono a conquistare il monopolio del commercio della frutta tropicale dell’America Centrale e del mercato ortofrutticolo locale, suscitando la gelosia degli altri gruppi etnici e attirandosi l’accusa di essere mafiosi. Era una colonia, antropologicamente forte, la cui vita comunitaria faceva riferimento alla terra di origine, poiché continuarono a vivere, mantenendo le usanze della loro terra: le celebrazioni delle loro feste, l’organizzazione sociale delle società di mutuo soccorso e le Congregazioni laicali. Da questo derivò che i primi arrivati accoglievano amorevolmente nelle

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loro case i nuovi venuti, aiutandoli e avviandoli al lavoro. Col tempo l’accresciuto prestigio della comunità siciliana dall’elite dominante di New Orleans non fu vista di buon occhio per il potere economico raggiunto, diffondendo pregiudizi nei loro confronti. Col passare del tempo i risentimenti diventarono sempre più forti e quando l’opinione pubblica fu completamente avvelenata contro i siciliani, quasi fu naturale che si compisse a loro danno il più terribile misfatto. La xenofobia contro i siciliani scoppiò nel 1891, quando fu ucciso un poliziotto americano. La polizia locale attribuì il delitto alla famiglia Matranga, siciliana, e accusò come mandanti undici siciliani, originari di Caccamo, Contessa Entellina e Monreale. L’opinione pubblica, già avvelenata contro i siciliani, seguì con tanta curiosità le varie fasi del processo, che, pur non avendo ancora le prove contro gli arrestati, subito operò un crudele linciaggio. Varie centinaia di persone armate, capeggiate da un avvocato, con l’avallo del sindaco e della polizia locale, assalirono il carcere e barbaramente trucidarono gli undici siciliani. A rendere più atroce l’inqualificato delitto fu il fatto che gli uccisi erano in attesa di essere rilasciati, poiché non era stata provata la loro colpevolezza, mentre le autorità municipali favorirono e permisero il delitto. L’eccidio di New Orleans non solo segnò profondamente la locale comunità siculo - americana,

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prostrandola economicamente ed anche moralmente. Ma l’aspetto più grave fu che questi atti di ostilità e di violenza nei confronti dei nostri emigrati ebbero più volte a ripetersi, come nel 1899 a Tallulah, sempre nella Louisiana, contro cinque italiani. L’accusa assurda contro questi era stata di aver trattato i negri alla pari dei bianchi nei loro negozi. Gli stessi uomini addetti alla vigilanza trascinarono fuori dalle celle gli arrestati, che erano provenienti di Cefalù, e li fecero linciare dalla folla. Questi inumani eccidi ebbero un’eco di sdegno a livello mondiale e provocarono anche l’intervento ufficiale del Governo italiano nei confronti degli Stati Uniti. Si vociferò che vi sarebbe stata una rappresaglia militare da parte italiana contro la città di New Orleans, ma non si fece nulla. L’unico atto che fece il Governo italiano fu di rompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Seguì un estenuante contenzioso internazionale sulle responsabilità statali o federali. Poi, tutto si esaurì con la magra consolazione di lauti indennizzi ai parenti delle vittime. Il linciaggio del 1891 fu il segno più evidente della radicata e diffusa animosità, esasperatamente razzista, che si era voluta creare nei confronti dei siciliani. Ma quello che fu più grave, è stato il risentimento contro gli italiani del Sud, che si diffuse in molti States, presentandoli scarsi di intelligenza, rozzi, criminali e mafiosi.

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La ricca California.
Gli emigrati italiani, benché isolati e ghettizzati, lavoravano sodo con sacrifici e rinunce, per raggiungere un minimo di benessere. La presenza lavorativa italiana influì positivamente non solo nell’economia, ma anche nel trasmettere frammenti di cultura italiana nel settore dell’agricoltura, della cucina, dell’arte, della musica e del teatro. Le comunità italiane sparse in tutti gli Stati, crearono delle piccole prospere imprese commerciali e soprattutto seppero dare all’America figli colti, capaci e volenterosi. Uno degli Stati, in cui primeggiò la capacità dei nostri emigrati, fu la California, ove gli italiani furono fra i primi colonizzatori, essendo arrivati subito dopo il periodo della corsa all’oro, riuscendo ad affermarsi e a primeggiare anche economicamente, tanto che il loro benessere superò quello dei coloni anglosassoni. I primi ad arrivare in California furono gli agricoltori veneti e lombardi, che nella metà dell’Ottocento, si insediarono nel Nord dello Stato. Qui i pionieri scelsero le terre migliori e si misero a coltivarle senza alcun ostacolo, riportando dei buoni frutti. La differenza tra i siciliani, sbarcati a New Orleans, e i lombardi e i veneti arrivati in California

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sta che questi non furono assoggettati dai proprietari terrieri, ma furono liberi di organizzarsi e di appropriarsi di quanta terra volevano, mentre quelli a New Orleans dovettero lavorare alle dipendenze dei piantatori della canna da zucchero, sostituendo i lavoratori neri e per liberarsi dalla soggezione dovettero lottare tra tanti sacrifici. La prosperità dell’italiano in California derivò dall’aver trovato terre sterminate quasi disabitate e vergini, che, trasformate in frutteti e vigneti, produssero ricchezza. Infatti dopo meno di un secolo oltre ottocento aziende agricole commerciali erano nelle mani di italiani. Ma il merito del successo italiano in California non si può attribuire solo ai lombardi e ai veneti, ma a tutti gli emigrati provenienti dalle altre regioni d’Italia, compresi i siciliani. Infatti, se i pionieri in California furono gli italiani del Nord, alla fine dell’Ottocento la comunità siciliana diventò molto numerosa, poiché San Francisco si arricchì di tanti pescatori e uomini di mare, venuti da Palermo, da Porticello, da Sant’Elia, da Isola delle Femmine e da Santa Flavia. Non solo i pescatori infoltirono la colonia siciliana di San Francisco, ma tanti altri, che esplicarono varie attività. Basta fare un giro nel porto o nelle adiacenze per poter rilevare, attraverso le insegne commerciali, quanto commercio, quanta attività piccolo industriale, quanta marineria sono nelle mani dei figli o dei nipoti di siciliani. Anche la diffusione della cultura italiana ha dato alla California un cospicuo contributo. A San

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Francisco nel 1880 Giorgio Cavalli fondò una libreria di lingua italiana nel quartiere di North Beach, libreria che divenne un valido centro culturale per la comunità italo – americana, che ancora oggi continua la sua attività nello stesso posto dopo oltre cento anni. Un ruolo rilevante ebbe la Chiesa cattolica nel radicamento della vasta comunità italiana in San Francisco. I salesiani italiani, venuti nel 1896, svolsero un ruolo preminente sia nell’evangelizzazione che nel sociale, conquistandosi le simpatie di tutti i cattolici e non solo per il loro attivismo ed altruismo. Non trascorse un decennio dal loro arrivo, che vi fu il terribile terremoto del 1906, che distrusse buona parte della città di San Francisco, facendo molti morti. In questa occasione i salesiani si prodigarono, nell’assistere più di trentamila famiglie, conquistandosi le simpatie di tutti gli abitanti. I salesiani, nelle due sedi, affidatagli dall’autorità religiosa, quella dei Santi Pietro e Paolo e quella del Corpus Domini non furono solo luoghi di fede, ma furono luoghi ove si faceva comunità con le scuole sia per i giovani e per gli adulti, insegnando la lingua inglese per americanizzarli, con le attività sportive e con i frequentatissimi circoli giovanili. Anche dei volontari laici si inserirono in questo filone. È da ricordare Nina Monaco, figlia di un fotografo italiano, che per diversi anni, a partire dal 1900, si prodigò ad insegnare gratuitamente l’inglese, insieme ad altri volontari. Tutte queste circostanze fecero degli italo -

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americani degli abili e fiorenti agricoltori, e particolarmente degli stimati viticoltori, degli avveduti uomini d’affari, dei pescatori provetti ed attrezzati, nonché dei professionisti distinti. La tradizione di lealtà, di rettitudine e di laboriosità di tutti i nostri emigrati ha permesso che calzaturifici come la Cataldi, ristoranti come il Fior d’Italia Restaurant, industrie come la fabbrica di pompe agricole Jacuzzi, nonché altre numerose aziende abbiano, per lunghi periodi di tempo, qualcuna anche per oltre un secolo, primeggiassero non solo in California, ma in tutti gli Stati Uniti. Nomi come i Molinari, i Giannini, i Capra hanno onorato l’Italia in tutti i campi e hanno svolto ruoli, anche a livello internazionale, nell’attività bancaria, come in quella cinematografica e nell’arte. Questo successo non fu solo frutto dell’intraprendenza e dell’intelligenza degli italiani, ma dalle diverse circostanze favorevoli, che l’emigrato incontrò in California, mentre l’emigrato italiano approdato negli Stati dell’Est, bagnati dall’Atlantico, pur avendo la stessa cultura, provenendo dagli stessi paesi ed essendo della stessa razza non ebbe lo stesso successo, perché gli Stati dell’Est, quando giunsero gli italiani, già erano organizzati e i nuovi arrivati dovettero superare tante difficoltà per inserirsi e produrre.

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L’americanizzazione.
La prima guerra mondiale rallentò notevolmente il flusso migratorio nostrano verso gli Stati Uniti, ma subito fu ripreso al termine della conflittualità. Nel frattempo gli emigrati dell’Italia meridionale, tranne alcune eccezioni, avevano fatto un salto di qualità, migliorando la loro situazione economica e culturale, creata dall’operosità, facendo affievolire e sbiadire quelle fosche tinte, con le quali la maldicenza li aveva dipinto e che l’opinione pubblica aveva generalizzato. A conflitto concluso incominciò ad affiorare un cambiamento di rapporti verso gli italiani specialmente dai datori di lavoro, che si erano resi conto delle loro capacità e dell’alto rendimento. Anche il contadino meridionale incominciò ad uscire dal suo guscio e a tentare di conoscere i luoghi, che lo circondavano, e gli americani stessi. Però dovette attendere ancora molti anni per vedersi riconosciuti i suoi meriti senza alcuna riserva. Questo apprezzamento da parte dell’opinione pubblica americana era stato ritardato da una certa criminalità, nata e cresciuta tra alcuni gruppi italiani, che l’opinione pubblica aveva generalizzato, attribuendo il giudizio di mafiosità a tutti gli italiani. La diffusa avversione verso i nostri emigrati non teneva conto dell’enorme costo, che pagava l’Italia

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con la partenza di quasi sempre dei più giovani, che si erano formati a spese del paese natale e che poi andavano a produrre per il paese, che li ospitava. Si può dire che il meridione donava all’America un capitale di uomini di alto valore economico e che all’Italia non veniva ricambiato proporzionatamente. Se la prima guerra mondiale rallentò il flusso migratorio attraverso l’Atlantico, incrementò, invece, la stabilizzazione degli italiani in terra d’America. Pochi furono, infatti, gli italiani rientrati nel decennio 1818-1928, anche se, a tempo della depressione economica degli anni trenta, vi fu una forte impennata di ritorni. Bisogna sottolineare cha a questa svolta contribuì il fatto che gli emigrati italiani da manovali generici passarono a svolgere lavori qualificati o semi-qualificati. E poi bisogna constatare che i figli nati in America assorbirono dalla scuola, dalla strada e dai mass media anche le idee e i sogni americani, passando dal lavoro dei campi e delle miniere alla produzione dell’acciaio e degli automobili, dei tessili e della ristorazione, nonché inserendosi negli altri settori produttivi. Non tutti, però, riuscirono a svestirsi della cultura secolare contadina, che contiene certi aspetti non positivi, come la propensione alla illegalità, alla diffidenza nei confronti della giustizia, vedendo le leggi come realtà astratte e manifestando una convinta convinzione che il forte domina sempre il debole e che stare dalla parte del debole non ci si guadagna nulla.

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Queste convinzioni aiutarono a percorrere la strada del crimine, sicché la proibizione di produrre e vendere bevande alcoliche al tempo del proibizionismo, stabilite dal diciottesimo emendamento della Costituzione americana, costituì una fortuna inaspettata per alcuni italiani. Senza rimorsi morali impiantarono distillerie nelle loro case e non poche ricche famiglie cominciarono la loro ascesa economica producendo liquore di contrabbando. A favorire le vie del crimine nei giovani di seconda generazione è stata la stessa smania di americanizzazione. Infatti ad abbracciare il crimine contribuì il cinismo di una società volta al profitto, che in fondo era anche il principio ispiratore della sopraffazione di tipo mafioso. Mafia, che in America si chiamò onorata società, o meglio ancora cosa nostra. Questa fetta di italiani, che si diede al crimine colorò la copiosa letteratura americana, con le tante Little Italy, che si formarono negli Stati Uniti, coi rumorosi, sporchi e movimentati mercati rionali, colle topaie e i buchi in cui vivevano negli oscuri vicoli di New York o di altre città. Questo lo si fece più per denigrare o per amore di folklore che per dare atto agli immensi sacrifici che, in silenzio, i nostri emigranti hanno dovuto affrontare, perché i loro figli diventassero veri americani.

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Nonostante l’origine italiana di tante celebrità statunitensi, gli italiani d’America non si sono mai potuti srollare di dosso l’accusa di essere stati lenti nel processo di assimilazione nella società americana e di essersi con ritardo elevati nella scala socio-economica. Quante famiglie d’italiani lottarono per uscire dalla Little Italy e svestirsi da quei pregiudizi, lottando il timore del nuovo. A spingere gli italiani ad americanizzarsi contribuì anche la fine dei grandi flussi immigratori. Infatti nel 1921 entrò in vigore la legge Dillingham, che stabiliva la quota dell’immigrazione europea al 3 %, portando gli Stati Uniti all’isolazionismo. Questa fu la più importante svolta nella politica immigratoria americana, che favorì anche l’accelerazione del processo di americanizzazione degli italiani, poiché veniva a mancare, fra l’altro, la linfa di collegamento coi paesi di origine. Gli italo-americani, accettando il modo di vita americano, incominciarono a sentirsi solo americani, mentre i loro figli, frequentando i colleges e non avendo radici con il passato dei loro genitori, si considerarono americani genuini a tutti gli effetti.

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L’emigrazione dagli anni 1920 agli anni1960.
La svolta isolazionista degli Stati Uniti, voluta dalla legge Dillingham, che riduceva l’emigrazione europea al 3 %, estinse quasi l’afflusso verso questa nazione. A questa riduzione dell’afflusso emigratorio si aggiunse dopo la prima guerra mondiale il ritorno di molti italiani nella madrepatria per impiegare i guadagni in terre e case. Con i ritorni in patria non bisogna pensare che si chiuse questa valvola, atta a soddisfare i bisogni di quanti non trovavano lavoro in patria. La politica liberale nazionalista dell’inizio del novecento prima e poi quella fascista contrastarono l’emigrazione con una legislazione di tipo assistenziale per migliorare le condizioni di vita della povera gente con le opere di colonizzazione e di bonifica, che furono, almeno per la Sicilia, palliativi, che non riuscirono a debellare la grande miseria. Con questa legislazione, però, l’esigenza di lasciare la terra natia in cerca di un lavoro dignitoso per la sopravivenza non si fermò. Infatti si aprirono altre frontiere prima con l’invasione dell’Eritrea e della Somalia alla fine dell’ottocento, poi con la conquista della Libia nel primo decennio del novecento, ed infine con la conquista dell’Abissinia

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nell’era fascista. Qui si diresse l’afflusso migratorio italiano senza ripetere la grande emigrazione dei decenni precedenti, benché i governi praticassero una politica colonialista. Questo afflusso verso i paesi d’oltremare non fu così preponderante come quello dei francesi verso l’Algeria, dove nel 1926 vi si trasferirono in circa 700.000. Gli italiani, che andarono in Africa, costituirono un’entità trascurabile rispetto ai grandi flussi migratori precedenti, che si erano diretti nell’oltreoceano. Basti pensare che gli italiani in Libia nel 1940 erano appena 120.000 e in Africa orientale 200.000 circa. Questa emigrazione, che abbracciò il periodo dagli anni venti sino alla fine della seconda guerra mondiale, fatta specialmente da siciliani, fu dettata fra luci ed ombre dalla politica fascista, che non dava possibilità ad altre alternative. Con grande forza la questione migratoria di nuovo si presentò in Sicilia nell’immediato dopoguerra a causa del pessimo stato dell’economia isolana. Infatti sull’isola gravava il divario fra ricchezza di pochi e l’accumulo della manodopera sotto utilizzata, che per la mancata emigrazione nel ventennio fascista, affliggeva gli abitanti dell’isola. A questo grave problema alla fine della guerra bisogna aggiungere la disoccupazione degli zolfatai causata dalla scarsa richiesta dello zolfo delle nostre sgangherate miniere, che era stato utilizzato

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abbondantemente dalle industrie belliche durante la guerra, e il ritorno di chi aveva prestato il lungo servizio militare. Lo sbarco degli Alleati e l’occupazione della Sicilia diedero un certa ventata di benessere illusorio, ma con la loro partenza le popolazioni caddero in preda della fame. Nelle città e in tutti i grossi centri dominava lo squallore e la desolazione. Turbe di affamati migravano da un paese all’altro in cerca di lavoro o di alimento per alleggerire le condizioni di vita estremamente disagiate. I tanti problemi dell’Isola e di tutto il Mezzogiorno venivano evidenziati con forza, ma non si trovava una positiva soluzione. Solamente attraverso l’assistenzialismo degli Alleati, i lavori di ricostruzione postbellica, il mercato nero e tutto il fiorire di microindustrie, sopperirono alla mancanza dei prodotti, permettendo alla meglio di sopravvivere. Tra il 1945 e il 1960, al di là dei tentativi legislativi a realizzare una politica sociale, la questione migratoria si pose con molta chiarezza. Infatti i primi governi della Repubblica la videro come necessità vitale del paese ed Alcide De Gasperi sollecitava gli italiani a riprendere le vie del mondo. Si riaprì così di nuovo il grande flusso emigratorio verso il Nord Europa, il Canada, l’Argentina, il Venezuela e il Sud Africa. Molti all’inizio furono i siciliani, che emigrarono in Francia. La traversata veniva fatta clandestinamente e nei peggiori dei modi,

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attraversando anche a piedi le Alpi innevate fra tanti disagi e sofferenze. Tali patimenti vennero evidenziati dai mezzi di comunicazione, che spinsero i governanti ad intervenire per dare una certa sicurezza. Famoso divenne il film di Pietro Germi, Il cammino della speranza, che denunziò la piaga dell’emigrazione clandestina. All’emigrazione verso la Francia seguì subito dopo quella verso la Svizzera, il Belgio e la Gran Bretagna. Non pochi furono, però, coloro che si diressero dal 1946 al 1950 verso l’Africa, l’Asia, l’America e l’Australia. L’afflusso verso le nazione estere fu subito seguito da quello verso il nord Italia che fu più vasto tanto che spopolò i nostri paesi, rendendoli quasi degli ospedali geriatrici. Ad emigrare erano gli zolfatai disoccupati, i braccianti disposti a trasformarsi in manovali, con la prospettiva di trovare un lavoro meglio retribuito, i mezzadri, gli affittuari, i piccoli proprietari, che si erano indebitati, gli artigiani senza bottega e coloro che furono diseredati dalle conseguenze della guerra. Ogni emigrante, con la sua storia intrecciata a un dramma irrepetibile, fu uno sconfitto. Non avendo fiducia di vincere la sua battaglia nel paese natio per una sopravivenza dignitosa e, non arrendendosi, si diresse con tutte le sue energie verso altri lidi, disposto di affrontare qualunque sacrificio pur di ritrovare la dignità e sentirsi un uomo libero.

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L’emigrazione da noi non si è estinta.
Qualche anno fa trovandomi nella ridente cittadina di San Giovanni in Fiore sull’alta Sila, per la predicazione della novena di S. Giovanni Battista, notai che un pittore locale abbellì molte pareti esterne delle case con dei murales. Uno di questi raffigura un giovane robusto, seduto su un masso con accanto una valigia di cartone pronto a partire per un paese lontano. Volendo alzarsi per mettersi in cammino, non riesce a farlo, perché dai suoi piedi partano delle radici, che si sono assestate profondamente nella sua terra. Mi commossi e dai miei occhi sgorgarono delle grosse lacrime. L’autore ha saputo esprimere così bene la solitudine di un uomo, che, trovandosi nella impossibilità di risolvere il problema primario della sopravvivenza nella terra natia, è spinto a partire fra tante amarezze. Solo chi è stato costretto a lasciare la propria terra sa quanto è triste l’emigrazione. Oggi l’emigrazione non viene neppure più esaltata come un fatto benefico e provvidenziale, ma viene vista come un dramma individuale o collettivo.

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Questo partire verso i più disparati angoli del mondo ha sempre posto l’emigrante nella situazione di subire abitudini, antipatie, disprezzo. Non è sempre vero che l’emigrazione è una normale attitudine dell’uomo, che, per realizzare i propri progetti, sente la necessità di andare altrove. Se è così per alcuni popoli, non lo è per il siciliano. La scelta di emigrare per i siciliani è recente e non è mai stata una attitudine caratteriale. Se si è avverata, è stata determinata da fattori economici, che, dopo avere acquisito dei riferimenti precisi, hanno creato delle “catene migratorie”. Questa decisione di partire per migliorare la qualità della vita ha richiesto coraggio, spirito di iniziativa, ampia apertura mentale, insieme alla negazione di ogni atteggiamento di fatalismo e di rassegnazione, nella consapevolezza che tale scelta , forse, sarebbe stata per sempre. Da oltre un trentennio con il balzo in avanti dell’economia italiana, sembrava che sarebbe cessata l’emigrazione. Questa convinzione nell’opinione pubblica fu causata dall’arrivo dal terzo mondo di fiumi di disperati, che vedono anche nell’Italia il nuovo Eldorado. Ma non è così. Se nelle regioni settentrionali e centrali d’Italia si è estinta l’emigrazione, anzi fanno richiesta di manodopera fresca, per il mezzogiorno d’Italia ed insulare ancora oggi è l’unica valvola di sfogo per fare abbassare la disoccupazione e le sacche di miseria. Infatti i siciliani continuarono e continuano ad emigrare. Non sono i senza terra o i piccoli proprietari,

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come negli anni 50 e 60, ma sono i giovani qualificati, laureati e diplomati, che non trovano una degna sistemazione nel luogo natio. Questo nuova emigrazione non procura scalpore, non fa notizia, non è di massa, ma è uno stillicidio, che dissangua i nostri paesi delle migliori forze. Questa emigrazione non è neppure notata dai nostri governanti, perché non produce rigetti o fenomeni di xenofobia, come fu per i loro nonni. Il nuovo emigrato parte inosservato ed ha una facilità di adattamento, perché non è diverso. Questa emigrazione è una malattia tremenda per i nostri paesi. Infatti impoverisce il nostro tessuto sociale delle forze più vive e più qualificate. È una malattia, che porta alla morte le nostre comunità. Molti paesi della nostra Provincia vanno verso l’estinzione. In alcuni paesi la nascita di un bambino è diventata un avvenimento eccezionale. Vedere un gruppetto di bambini trasmetta gioia, ma quanti di essi resteranno nella loro terrà? Non nascendo bambini non si formano le classi elementari. Cinque anni fa in un paese durante la missione popolare visitai la scuola elementare e trovai diciotto bambini in quinta e solo sette in prima. Ho saputo che da qualche anno in quel paese non si è formata la prima e poi la seconda. Nessuno grida allo scandalo, nessuno studia il problema per risolverlo. Ormai si vive in un fatalismo, che non produce speranza. Siamo su una china che ci fa scendere velocemente verso l’estinzione.

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Alcuni nostri paesi sono degli ospedali geriatrici. Danno l’impressioni di stare in un paese fantasma: strade vuote, case cadenti, non si sentano grida gioiose di bambini. Si bussa e si trovano solo vecchi sonnolenti, quando non sono dementi. È una tristezza! La desolazione, oltre che nell’ambiente, regna nei loro cuori. Sono papà e mamme, che si sentono doppiamente traditi. Una vita di sacrifici per far fare un salto di qualità ai figli, ora soli con i figli sparsi per il mondo o per l’Italia a guardarsi, pensando solo alla morte. È gente che non interessa a nessuna istituzione. È gente abbandonata alla loro sorte. È gente che non si sa gestire o perché mancano le forze fisiche o la testa per governarsi.

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I figli degli emigranti pieni di dignità ritornano da turisti.
Eleganti, con tratto gentile, con un parlare nordico e distaccato, ritornano per una visita fugace i figli di quei emigranti, che non avevano dignità nella loro terra natia e facevano la fame. Questi figli non si sentono più di appartenere a una casta inferiore, ma mostrano dignità, indipendenza di idee e uguaglianza. Un giorno ero appena ritornato a piedi a S. Alfonso, in Via Duomo, dopo essermi intrattenuto con un gruppo di suore per l’amministrazione del Sacramento della Penitenza e dopo di aver comprato dei libri, che sento suonare alla porta. Rispondo al citofono, gentilmente una voce giovanile mi chiedeva se poteva visitare la chiesa. Scendo un po’ annoiato, quando mi trovo dinanzi al cancello due giovani felici, spigliati e gentilmente decisi. Li faccio accomodare. Guardano, osservano, ammirano si compiacciono della bellezza degli stucchi e delle belle pale degli altari e poi il giovane mi dice: “I miei genitori quaranta anni fa si sono sposati in questa chiesa. Conserviamo ancora delle fotografie”. Poi incominciò a raccontare. “Mio padre è originario di Chiusa Sclafani e mia madre di

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Sant’Anna. Le loro famiglie si erano trasferite qui ad Agrigento e qui si sono conosciuti. Abitavano qui vicino in vicolo Patricolo. Quando mio padre stava a Chiusa lavorava presso una famiglia, che lo ricompensava non con il denaro, ma con scarpe e vestiti dimessi dai padroni, con formaggio e qualche altra cosa”. È un racconto tutto distaccato, come se i fatti appartenessero a una altra realtà di tempi molto lontani. “I miei, qui ad Agrigento, negli anni sessanta non riuscivano ad avere il minimo per sopravvivere. Già era nata mia sorella e mia madre era gravida di me, strinsero i denti ed aspettarono che io nascessi. Dopo qualche mese i miei emigrarono in Germania e lasciarono me e mia sorella dalla nonna con il cuore amareggiato. Erano poveri, non avevano un lavoro continuo, ma sentivano dentro una gran voglia di cambiare la loro sorte, ma specialmente quella dei loro figli. Io crescevo e mi attaccai alla nonna, come se fosse mia madre, e a una mia zia. Io non avevo problemi, per me quella era mia madre. Quando dopo un anno mia madre tornò, mi portò una automobile di plastica rossa con pedali. Io non potevo riconoscerla, perché non avevo avuto la possibilità di imprimermi la sua immagine, né il suo calore. Mi prendeva in braccio, mi baciava, mi stringeva forte forte, facendomi tante carezze, ma per me era una estranea. Allora io mi voltavo verso mia nonna e le tendevo le braccia”.

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Al giovane qui gli venne un nodo in gola, gli occhi gli arrossarono e la voce, benché controllata, era spezzata. “Mia madre al vedere che mi rapportavo con la nonna, si sentì distrutta di dentro. Eppure, stando lontano, io ero il suo pensiero, il suo desiderio, il suo amore. Infatti contava i giorni per vedermi, toccarmi e riabbracciarmi. Questa scena si ripeté per diversi giorni tanto da riempirla di amarezza. Imprecò contro la mala sorte e decise, affidandosi alla Provvidenza, di non partire pur di stare con me e vedermi crescere giorno per giorno. Mio padre tornò in Germania e trovò un lavoro diverso. Una famiglia più che benestante lo assunse al suo servizio, trattandolo con molta dignità. Apprese la lingua tedesca a perfezione. A vederlo non era più quello di Chiusa Sclafani o di Agrigento, era un uomo libero, che decideva della sua sorte”. “Mio padre tornava ogni anno a stare con noi per le ferie ed era una grande festa. Io ormai ero cresciuto e avevo già frequentato alcune classi della scuola elementare. Per ricongiungere la famiglia i miei decisero di lasciare la Germania e di trasferirsi a Milano. Così io e mia sorella con la mamma partimmo. Ora da circa trenta anni viviamo a Milano. Abbiamo trovato una degna sistemazione. Qui in Sicilia ritorniamo di tanto in tanto nei luoghi delle nostre radici, ove rinverdiscono tanti ricordi. Ma i nostri figli ripeteranno questa liturgia?”. Questa è la storia di tanti dei nostri, che sono

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partiti con le mani vuote, ma con la speranza della riuscita. È una storia di sacrifici, di solitudine, ma anche di conquiste, di balzi in avanti. La volontà e l’intelligenza messa all’opera hanno portato una trasformazione sia culturale che sociale. È gente che è contenta di se per quello che ha saputo realizzare. Non ha rancore, ma ha nei loro occhi la luce, i colori e nelle loro orecchie i suoni della loro terra.

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Indice
Al Lettore Prefazione Spesso si celebra, si parla e non si opera Per gli “stranieri d’Italia” vi è stata e vi è solo amnesia Si è scelta l’emigrazione per un lavoro che fosse vita Preparativi, partenze, loschi agenti La partenza e il calvario prima d’imbarcarsi Il viaggio, odissea dell’Ulisse collettivo Argentina: “America povera” Sull’umile opera dei contadini siciliani e no si è costruitala società industriale statunitense New Orleans e la xenofobia L’americanizzazione L’emigrazione dagli anni 1920 agli anni 1960 L’emigrazione da noi non si è estinta I figli degli emigranti pieni di dignità ritornano da turisti.

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Questa emigrazione è una malattia tremenda per i nostri paesi. Infatti impoverisce il nostro tessuto sociale delle forze più vive e più qualificate. È una malattia, che porta alla morte le nostre comunità. Molti paesi della nostra Provincia vanno verso l’estinzione. In alcuni paesi la nascita di un bambino è diventata un avvenimento eccezionale. Vedere un gruppetto di bambini trasmetta gioia, ma quanti di essi resteranno nella loro terrà?

Giuseppe Russo, Redentorista Altre sue opere: “L’Uditore e i Redentoristi” (1997); “Isidoro Fiorini, missionario redentorista” (1999); Alla sequela del Redentore con sant’Alfonso (2003); “Stacci di tonache al vento” 2004); “I Redentoristi ad Agrigento” (2005); “La fede vissuta dai primi cristiani ha diffuso il Cristianesimo” (2006).

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Questa è la trista storia dei nostri bisnonni, nonni, genitori e fratelli. È una catena che parte da molto lontano e che nessuno a messo mai mano all’ascia per spezzarla. Anzi continua oggi inosservata, quasi dà fastidio a pensarla in chi amministra la cosa pubblica. Continua con i figli patentati di laurea e di diploma, che sparsi ovunque per l’Italia e l’estero occupando posti preminenti negli uffici, negli ospedali, nelle università. Sono diventati il sale per far crescere altre comunità, mentre le nostre muoiono. Da noi non vengono amministrate come si deve nemmeno le istituzioni che già esistono. Se si ha bisogno di un intervento chirurgico, si va altrove, se si deve iscrive un figlio all’università, benché esista in città la stessa facoltà, si manda altrove. Non è una scelta per snobbare le istituzioni locali, ma è una necessità la scelta forestiera, sia perché abbiamo una libertà finta e sia perché si è perduta la fiducia nelle nostre professionalità. Poiché non sempre i migliori occupano i posti di responsabilità.

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