V rapporto di indagine (2012) su CSR Prof.

Luca Possieri […] Il V rapporto di indagine è stato redatto attraverso un sondaggio effettuato su un campione di 823 interviste ad aziende con più di 100 dipendenti, secondo una distribuzione territoriale e settoriale che risponde ai parametri dell’ISTAT. L’indagine voluta dall’Osservatorio Socialis mette in evidenza che le imprese continuano a orientarsi verso la “dimensione esterna”, in particolare verso attività di carattere umanitario. Ma cresce l'attenzione verso i dipendenti. Se infatti al primo posto (57%) si collocano le iniziative di solidarietà, al secondo (4 aziende su 10) ci sono quelle dedicate al miglioramento delle condizioni lavorative. Circa l’80% delle imprese dichiara di aver sviluppato azioni a favore dei propri dipendenti, promuovendo la formazione e iniziative di comunicazione e ascolto. È soprattutto la sicurezza sul luogo di lavoro a beneficiarne, anche a fronte di controlli più serrati e di una normativa più stringente. Prevale, comunque, un approccio di tipo passivo: più di un terzo del campione si limita a erogazioni economiche o materiali. Così si spiega anche il calo di propensione ad aprire una fondazione e/o una onlus (rispettivamente 20% e 14% contro il 26,6% e il 20,2% del 2009). Per gestire le attività di responsabilità sociale, sempre più aziende decidono comunque di avvalersi di un responsabile interno (48% contro il 42,9% del 2009). Tra gli strumenti adottati è positiva la diffusione del codice etico: l’80% delle imprese lo conosce e più della metà ne ha adottato uno. Tra chi lo conosce, il 22% prospetta di adottarne uno nel prossimo futuro. Inoltre il 37% redige il bilancio sociale e il 28% stila un rapporto di sostenibilità. Secondo le aziende coinvolte, un’iniziativa di responsabilità sociale d’impresa deve soprattutto avere rilevanza sociale e una ricaduta sul territorio (66%), mentre al secondo posto (56%) si conferma il tema del welfare. Segue la richiesta di trasparenza nella gestione economica dell’attività non a fini di lucro (53%). Chi investe in responsabilità sociale lo vuole anche comunicare all’interno dell’azienda (73%), soprattutto attraverso l’intranet. Il web invece è lo strumento preferito per comunicare all’esterno: il 30% usa il sito aziendale, il 13% si appoggia a Facebook, Twitter e gli atri social network, un altro 26% sfrutta altri canali internet. Il dato positivo dell’ aumento degli investimenti in CSR, nonostante il calo delnumero delle imprese seguito alla crisi drammatica del 2011 e del 2012, è compensato da una percezione comunque negativa in merito all’incidenza della crisi stessa sulle politiche di CSR. Le imprese ritengono infatti, in maggioranza, che la crisi possa deprimere questo genere di investimenti, riducendone l’attenzione in funzione di un panorama fortemente incerto anche per il futuro. Rimane comunque il dato confortante del 2011, con un record di un miliardo e 74 milioni di euro a sostegno di ambiente, cultura e welfare aziendale. Si tratta di 100 milioni in più investiti rispetto al 2009. Questo dato appare ancora più confortante se, come abbiamo detto, lo si parametra al calo significativo delle aziende che hanno potuto investire: se nel 2009 erano 7 su 10, nel 2011 il dato è calato a 6,4 La cifra media pro capite è salita a 210 mila euro, contro i 161 mila del 2009. La spinta verso questi investimenti appare ancora essere quella dettata dalla corporate reputation (60%), seguita da un miglioramento delle performances dei collaboratori e dipendenti ( 49%) nonché dalle spinte verso l’innovazione di prodotto e di processo (33%). Importante è anche l’incidenza, ma avevamo già segnalato questo fenomeno, dell’azione dei consumatori “responsabili” (33%) , capaci di influire sui comportamenti di produzione attraverso i i loro atti di acquisto. Ma quello che in assoluto è da considerare come illuminante ai fini del nostro studio e della trattazione della CSR all’interno di questo modulo di Conflittualità d’Impresa, è proprio la percezione che le imprese hanno in merito alla possibilità di diminuire la conflittualità stessa , utilizzando politiche legate alla responsabilità sociale. Lo studio avviene in direzione di diversi 1

stakeholder, ed il campione rileva come si stimi che la CSR possa ridurre conflitti e contenziosi con i vari pubblici di riferimento. In particolare al primo posto viene considerato la collettività nel suo complesso, per la quale nel 34% dei casi si ritiene molto utile una politica di CSR ed abbastanza utile per il 43%. Seguono poi le risorse interne ed i clienti, con percentuali che ritengono molto utile la CSR nell’ordine di 26% e 22% e abbastanza utile nell’ordine del 50%. Via via meno utile,ma pur sempre importante, viene ritenuta la gestione improntata alla responsabilità sociale, quando si parla di conflitti con management e enti pubblici. Ancora più indietro nei valori di importanza percepita in materia di prevenzione dei conflitti aziendali, è la responsabilità sociale applicata ai rapporti con gli azionisti e con i fornitori. La gestione e la prevenzione della conflittualità rappresentano, come ampiamente trattato nel presente lavoro, un’occasione di abbattimento di costi diretti e impliciti, nonché un volano di sviluppo , soprattutto in tempo di crisi. I dati mostrano come anche l imprese inizino lentamente ( forse troppo) a rendersi conto di come una azione gestionale dalle “fondamenta” , sia lo strumento necessario a rimuovere i motivi di conflittualità , senza doverli gestire in un secondo momento attraverso strumenti che , oggi, non sempre appaiono adatti alle reali esigenze del mercato. Da qui passa, a parere di chi scrive, la vera rivoluzione silenziosa in termini di abbattimento del contenzioso ed il motore primo della ripresa economica. Purtroppo le imprese rilevano ancora freni allo sviluppo delle politiche di CSR, dati soprattutto dalla solita mancanza ( o presunta tale) di ritorni immediati ( 37% del campione), oppure dalla mancanza di incentivi di mercato e cultura manageriale (25%). È sintomatico che per un 10% del campione si rilevi la mancanza di specifiche direttive che rendano obbligatoria la responsabilità sociale all’interno delle aziende. “Sul fronte dello sviluppo della diffusione delle iniziative a carattere sociale, al primo posto si colloca un’incentivazione istituzionale: norme istituzionali premianti (sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni). Questa potrebbe essere una chiave vincente che va nella direzione di ridurre le resistenze delle imprese che chiedono un ritorno immediato. Al secondo posto le imprese collocano invece una scelta autonoma: la messa a sistema di una propria modalità di responsabilità sociale; questa risposta implica un livello di cultura aziendale piuttosto elevato e soprattutto la presenza di una managerialità evoluta in questa direzione. Al terzo posto individua nell’università e nella formazione, quindi nel riconoscimento ufficiale di un campo di competenze specifico, uno strumento di diffusione di queste pratiche. Al quarto posto si colloca un’idea marketing oriented, ovvero un marchio distintivo per le aziende più virtuose, che rappresenti un punto di forza da giocare nella relazione con il cliente.” (L’impegno sociale delle aziende in Italia, V rapporto di indagine 2012, progetto osservatorio Socialis di ERREPI comunicazione, Coordinamento scientifico a cura di Roberto Orsi, indagine realizzata da SWG , 2012, pag. 27). Abbiamo già detto dei buoni dati che invece emergono in merito all’adozione del codice etico, trend crescente rispetto ai numeri commentati sul IV rapporto, con un buon 41% che ha già adottato un codice etico, ed un restante 39% che comunque lo conosce e che,per un terzo dei suoi componenti, dichiara di volerlo adottare. Interessante anche l’analisi in merito alla presenza o meno di un vero e proprio responsabile della CSR in azienda. Nelle lezioni seguenti avremo modo di dedicare ampio spazio a quella che riteniamo essere sempre di più una professione del futuro: il CSR Manager. I dati del V rapporto ci confortano in questa analisi in quanto il 48% del campione ha già previsto un responsabile interno per le politiche di responsabilità sociale, mentre il 10% della restante parte prevede comunque di inserirlo in un prossimo futuro. Tra coloro che lo hanno inserito, in via maggioritaria esiste anche una struttura dedicata o multidisciplinare. Il 54% del campione ritiene inoltre che vi sia un vero e proprio riconoscimento professionale per i manager che se ne occupano,anche se per più di un terzo del campione questa figura ha comunque un ruolo trasversale a diverse funzioni aziendali. Un terzo circa del campione redige poi regolarmente il bilancio sociale e il documento di sostenibilità, ma manca fondamentalmente una forte condivisione interna delle iniziative di CSR. Si investe cioè per l’esterno, ma si diffonde poco la cultura della responsabilità all’interno delle organizzazioni (meno di 2 aziende su 10 infatti hanno avviato un sistema interno di misurazione della condivisione 2

culturale della responsabilità sociale). Più buoni sono i dati in termini di diffusione ( che non significa necessariamente condivisione) con lo strumento internet tra i più utilizzati ( o l’intranet aziendale), seguito da bilancio sociale e newsletter. La maggior parte delle aziende intervistate la menta poi una scarsa visibilità data dai media alle iniziative di responsabilità sociale, soprattutto la poca copertura garantita da stampa e TV, con un peggioramento rispetto ai dati del 2009 ed una focalizzazione quasi esclusiva sulla rete. Lo strumento di internet, anche a parere di chi scrive, appare oggi del tutto insufficiente a dare quella giusta copertura mediatica alle iniziative in questione, copertura che garantirebbe alle imprese una maggiore voglia di investire risorse nella speranza di un legittimo immediato ritorno in termini di immagine e pubblicità positiva. Questo anche alla luce del fatto che le stesse imprese, allorché intraprendono iniziative in tema di responsabilità sociale, utilizzano soprattutto home page, internet e ufficio stampa, per dare la opportuna visibilità. Sarebbe quindi auspicabile che i media e le istituzioni si adoperassero per contribuire a potenziare la visibilità di tutte le iniziative che, direttamente o indirettamente, sono riconducibili a comportamenti socialmente responsabili. “L'adozione di politiche di Responsabilità sociale e di attenzione allo sviluppo sostenibile è un ''antidoto'' per superare la crisi e rilanciare la competitività delle imprese: lo pensa il 79% dei top manager intervistati nell’ambito del sondaggio “Il sostenibile peso della Rsi”, presentata nel corso del “Csr Italian Summit 2012”, organizzato da Business International e Amref Italia. I manager, sottolinea il rapporto, “percepiscono la gravità dell’attualecontesto economico-finanziario anche come una nuova opportunità per ripensare le priorità e le modalità dello sviluppo economico e sociale” La risposta incentrata sull’adozione di politiche di Csr come principale fattore di innovazione è seguita, con un ampio margine, dall’innovazione di prodotto (49%) e dagli investimenti in tecnologie (44%).” (http://informa.comune.bologna.it/iperbole/sportellosociale/notizie/2731/51513 ) […]

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