Giorgio Ruffolo Stefano Sylos Labini Il film della crisi

La mutazione del capitalismo

Indice

Il film della crisi
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Introduzione
I.

La controffensiva capitalistica
Le tre mosse della controffensiva L'esplosione dell'indebitamenco privato

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La mutazione generica dd sistema bancario La grande sbornia Il Titanic della crisi

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u.

La finanziarizzazione
La leggenda dell 'autoregolazione dei mercati La finanziarizzazione nel ciclo di crescita La fine del ciclo di crescita neoliberista La finanziarizzazione nel ciclo di crisi

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m. La dittatura dei mercati
Il alvaragg.io delle banche e delle istituzioni finanziarie La punizione degli rari, dei lavoratori e delle imprese industriali La Germania punto di forza e di debolezza dell'Unione europea L'Unione europea promuove un proce so di uicidio L'a alto del mondo capitali tico anglo a sone all'Europa Il ristagno della domanda e la ripre a della finanziarizzazione
IV.

'4 ' 6o 6z
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Una strategia alternativa Il nuovo ruolo della Banca centrale europea
I tedeschi smemorati: le obbligazioni Mefo di chachr I Bot e la moneta complementare

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VI

Indice La coesistenza tra Stato e mercato: l'economia mista Il capitalismo di Stato di Hobsbawm

p. 88 93

Il film della crisi

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v.

I rapporti tra capitalismo e ambiente
I cambiamenti climatici negli ultimi 400 ooo anni La riconversione ecologica dell'economia La domanda pubblica nel processo di riconversione ecologica Le difficoltà di un processo di riconversione dell'economia Andare oltre il Pii

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Conclusioni

Introduzione

Questo libro non è una storia della crisi che stiamo attraversando poiché è difficile valutarne oggi, nel pieno del suo corso, la portata e l'esito. Tuttavia, è possibile spiegarne le cause e le origini ed evidenziare i problemi che la crisi ha suscitato, con la convinzione che dopo di essa le cose non torneranno piu come prima. Non è neppure propriamente un libro di economia, nel senso che aspira a costituire un contributo critico a quella che un giorno potrà essere la nuova etica del capitalismo contemporaneo. Un contributo che quindi intende riportare al centro della riflessione gli ideali politici e morali per costruire una società con maggiore eguaglianza. Lo abbiamo scritto per diverse ragioni. Innanzitutto, è un omaggio al benessere e alla giustizia sociale e porta con sé la speranza di sollecitare nuovamente quelle tendenze democratiche che sono state alla base dell'Età dell'Oro, il piu lungo periodo di crescita e di emancipazione sociale della storia contemporanea. In quella fase, che durò circa trent'anni, dalla fine della Seconda guerra mondiale all'inizio degli anni Settanta, il sistema capitalistico riusd a realizzare una cooperazione costruttiva con la democrazia e con le ragioni e gli ideali dei lavoratori. L'Età dell'Oro rappresenta un periodo particolare nella storia dell'Occidente, in quanto le due grandi forze progressive costituite dal capitalismo e dalla democra-

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Introduzione

I ntroduzione

zia avevano trovato dei punti di convergenza su obiettivi condivisi. Intendiamoci, non che tutto ciò avvenisse senza conflitti, che furono talvolta molto aspri; però in quel periodo le due grandi forze in campo riuscirono a misurarsi in modo positivo. E la sintesi che ne scaturi portò con sé prosperità, maggiore eguaglianza e benessere sociale. Si affermò cosi un capitalismo manageriale contrassegnato non solo dall'obiettivo del profitto, ma anche dall'attenzione verso le relazioni sociali, l'innovazione, gli aspetti culturali. Tutto ciò rese la competizione capitalistica piu efficace e fece esprimere le passioni umane piu costruttive. La democrazia e il capitalismo rappresentano le due grandi forze che agiscono nell'età moderna per assicurare all'Occidente una netta superiorità su tutte le altre economie del mondo. La democrazia dà la possibilità di una selezione e di un ricambio tra le classi dirigenti favorendo la partecipazione e la solidarietà sociale. Il capitalismo attraverso la mobilitazione dei fattori di produzione permette di conseguire una crescita formidabile della produttività. Non è detto tuttavia che le due forze cooperino sempre tra di loro, anzi, spesso entrano in contrapposizione perché le classi dirigenti capitalistiche cercano di appropriarsi del plusvalore per aumentare la propria ricchezza a scapito della società in generale. Questo rapporto dialettico determina periodi di compatibilità e periodi di fortissimo conflitto tra capitalisti e lavoratori e tra capitalismo e democrazia, come è accaduto nella prima parte del secolo xx, quando l'Europa è stata teatro di due guerre mondiali che hanno provocato cento milioni di morti. Cercheremo di ripercorrere le fasi storiche del Film della crisi che sono intimamente legate alla trasformazione del sistema capitalistico. L'affermazione «Il capitalismo ha i secoli contati» coniata da uno di noi due (Giorgio Ruffolo, Einaudi 2008)

significa che certamente il capitalismo non è eterno. Ma è altrettanto indubbio che non è un grande viale alberato. Quella del capitalismo infatti è una storia folgorante, disseminata di crisi, alcune delle quali violente tanto da precipitarlo verso il collasso. Per tracciare non una storia, ma una sintesi degli eventi dobbiamo risalire, in questo racconto, almeno fino a quel fatale 1929 in cui esplose una depressione dell'economia che fu superata solo dalla Seconda guerra mondiale. Fu una grande Età dei Torbidi, che generò miseria e devastazione. Poi dalla fine del conflitto, che rappresenta l'epilogo del periodo piu turbolento della storia recente, l'Europa cessò di esercitare la propria egemonia cedendo la leadership agli Stati Uniti d'America. Da quel momento sembrò che la politica fosse capace di una svolta storica, nel senso della ricostruzione di un ordine mondiale volta a ristabilire una condizione duratura di pace e di sicurezza. Sotto la guida degli Stati Uniti si realizzò quel grande compromesso tra capitalismo e democrazia che assicurò crescita e benessere nei successivi trent'anni. Due furono gli ambiti in cui si realizzò il compromesso: quello propriamente internazionale riguardante l' atlante delle relazioni politiche tra gli Stati e quello propriamente sociale delle relazioni tra le classi. Il primo fu caratterizzato dal tentativo di stabilire un ordine nel segno dell'egemonia americana (la proposta alternativa avanzata daJohn M. Keynes basata su un'equiparazione dei diritti e dei doveri dei Paesi creditori e dei Paesi debitori fu respinta}. La moneta centrale del sistema divenne il dollaro, legato a sua volta all'oro da una parità fissa. L'egemonia americana venne esercitata con indubbio senso di responsabilità attraverso l'esperienza del piano Marshall e con la progressiva apertura degli scambi commerciali che sostennero e alimentarono la crescita delle economie europee.

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Introduzione

Introduzione

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Erano questi i due pilastri di quello che potremmo definire il grande compromesso socialdemocratico europeo e liberaldemocratico americano che dura circa tre nt'anni, dalla fine della guerra alla prima metà degli anni Settanta. Questo «compromesso» segnò quella che un grande storico non certamente sospettabile di simpatie capitalistiche, Eric Hobsbawm, ha definito l' «Età dell'Oro»: un periodo durante il quale si coniugarono una forte crescita economica e un aumento dell'eguaglianza sociale. In questa fase il tasso di disoccupazione si stabilizzò sui livelli piu bassi mai raggiunti nella storia del capitalismo contemporaneo, i salari reali registrarono incrementi continui e la classe media si estese sempre di piu. La fase «felice» non fu priva di alterazioni, incidenti e aspri conflitti. Non si trattava di quelli che avrebbero potuto essere rappresentati dalla grande alternativa politica al capitalismo: il regime comunista sovietico. Sin dalla fine della guerra apparve, infatti, manifesta l'inferiorità economica di quest' ultimo sia in termini di efficacia sia di gradimento sociale, sebbene anche nell'Unione Sovietica venissero raggiunti risultati di rilievo in termini di infrastrutture, espansione della produzione industriale e innovazione tecnologica (i sovietici furono i primi « a mandare l'uomo nello spazio»). La contrapposizione tra il blocco capitalistico e quello comunista ebbe effetti sostanzialmente positivi, poiché contribui a stabilizzare il sistema delle relazioni internazionali assicurando una relativa solidarietà all'interno di ciascuno schieramento e stimolando una competizione di natura virtuosa (questo aspetto fu particolarmente rilevante nell'ambito delle relazioni sociali e dei processi d 'innovazione tecnologica nei Paesi capitalistici). Furono piuttosto i problemi dei Paesi sottosviluppati, rimasti molto indietro rispetto all'avanzata capitalistica occidentale, a turbare l'ordine economico internazio-

nale attraverso un'improvvisa fiammata costituita dalla crisi petrolifera, che innescò una fase di contemporanea inflazione dei prezzi al consumo e deflazione della domanda (la «stagflazione»). Gli shock petroliferi determinarono un'enorme redistribuzione della ricchezza tra i Paesi ricchi dell'Occidente e i Paesi del Medioriente, che possedevano le riserve di petrolio da cui dipendeva il funzionamento dell'economia mondiale. Cosi i Paesi del petrolio ebbero a disposizione enormi masse di capitali, i petrodollari, che reinvestirono in larga misura nei mercati finanziari internazionali. Fu questo un fenomeno che anticipò l'esplosione della «finanziarizzazione» degli anni Ottanta. Il terzo elemento di disturbo fu costituito dal cambiamento dei rapporti economici tra Europa e Stati Uniti che alimentò un conflitto, pacifico ma rilevante, tra i Paesi europei, che erano stati preservati dalla rovina grazie a una generosa e lungimirante politica di aiuti americani, e gli stessi Stati Uniti. All'inizio degli anni Settanta i Paesi del vecchio continente sono ormai diventati rivali degli Stati Uniti, determinando un fattore di intensa frizione competitiva. In questo quadro, gli interessi «imperialistici» americani diventano piu aggressivi e cominciano a far valere la propria superiorità economica e politica attraverso una sempre piu invadente presenza del dollaro. Viene sfruttata la forza del dollaro imponendo ai Paesi europei condizioni di competizione svantaggiose. Il contrasto diventa molto aspro quando alcuni Paesi europei, come la Francia di De Gaulle, chiedono agli Stati Uniti di svalutare la loro moneta rispetto all'oro. A quel punto gli americani aboliscono la convertibilità del dollaro in oro. Fu questa la prima delle tre mosse della controffensiva capitalistica che pose fine al periodo dell'egemonia responsabile, rappresentata simbolicamente dall'espressione «burro e cannoni», e che die-

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Introduzione

de inizio all'epoca del dominio americano fondato sui rapporti di forza. Un dominio che sarà contrassegnato dal progressivo ridimensionamento del capitalismo industriale e dall'ascesa prodigiosa del nuovo sistema di capitalismo finanziario. Nella critica alla nuova fase che ha segnato l'evoluzione dei rapporti fra capitalismo e democrazia consiste un'altra ragione che ci ha portati a scrivere questo libro: l'intenzione di smascherare quella che non è una teoria ma un'ideologia, che ispira e giustifica tutto quello che oggi sta accadendo. Un'ideologia che considera l'intervento pubblico nell'economia come una sciagura e che si fonda sulla leggenda dell'autoregolazione dei mercati. L'autoregolazione è un'invenzione. Agli effetti compensativi nel mercato dei beni reali si affiancano gli effetti cumulativi dei mercati finanziari internazionali che possono esasperare gli eventi trasformando una situazione di difficoltà in una profonda depressione. Ma vediamo come si realizzò la controffensiva capitalistica che permise agli Stati Uniti di riaffermare la propria egemonia su scala planetaria, di portare a termine con successo la «Guerra fredda» contro il comunismo sovietico e di modificare alla radice i rapporti fra capitalismo e democrazia influenzando lo sviluppo dell'economia mondiale fino ai nostri giorni.

Capitolo primo La controffensiva capitalistica

Il declino dell'economia americana, che aveva iniziato a manifestarsi in tutta la sua evidenza dall'inizio dei gli anni Settanta, scatena la reazione degli Stati quali mettono all'opera le tre mosse fondamentali della controffensiva capitalistica. Queste mosse interrompono l'Età dell'Oro e aprono la strada all'espansione del capitalismo finanziario, che perdura fino ai n?stri ni e ci sta portando verso una nuova Età de1 Torb1di. r. Le tre mosse della controffensiva. Nel 1971 il presidente americano Richard Nixon, per reagire alle richieste di svalutazione del dollaro rispetto all'oro si decise a una mossa drammatica. Come Napo' leone a Monza, il dollaro si mise in testa la sua corona e si sganciò da ogni parità fissa con l'oro, che venne gato cosi tra i fantasmi della storia. mo.ssa il dollaro divenne una moneta puramente f1duc1ar1a, s1 passò a un regime di cambi flessibili e l'Età dell'Oro subf la prima importante battuta d'arresto. La seconda mossa fondamentale fu attuata dagli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta con lo scopo di riprendere in mano la leadership dell'economia mondiale e di sferrare l'attacco finale al comunismo sovietico. Questa mossa fu rappresentata dalla decisione del ministro del Tesoro americano Paul Volcker di reagire

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Capitolo primo

La controffensiva capitalistica

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all'inflazione causata dall'aumento dei prezzi petroliferi con un forte rialzo dei tassi d'interesse, che inevitabilmente trascinò con sé i tassi d'interesse mondiali determinando una tendenza dei capitali a orientarsi verso la sponda americana. La terza mossa è quella decisiva e riguarda la liberazione del movimento dei capitali. Come sappiamo, a Bretton Woods si era stabilito un sistema che prevedeva una forte limitazione dei trasferimenti di capitale da un Paese all'altro. Questo sistema lasciava ai governi nazionali un ampio spazio di autonomia nella gestione della politica economica e gli Stati potevano perseguire i loro obiettivi senza essere contraddetti dai movimenti di capitale. Lo strappo effettuato dai due leader conservatori, Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher in Inghilterra, determina un completo rovesciamento dei rapporti di forza sia tra capitale e lavoro, sia tra capitalismo e democrazia, poiché crea una condizione di fortissimo vantaggio per le grandi imprese private nei confronti degli Stati nazionali. Da quel momento la capacità d'intervento dello Stato nell'economia va incontro a un drastico ridimensionamento, mentre i lavoratori cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive. La liberazione dei capitali rappresenta dunque la mossa decisiva che influenza l'evoluzione dell'economia mondiale e inaugura un nuovo tipo di capitalismo che chiameremo «capitalismo finanziario>>. A dir la verità, anche nell'opinione degli economisti classici la libertà dei movimenti di capitale non era stata sempre vista di buon occhio. Un grande pensatore come David Ricardo aveva ammonito sui pericoli inerenti alle loro libere scorribande. I capitali, aveva sostanzialmente osservato, non sono valigie trasportabili indifferentemente da un punto all'altro del mondo: sono elementi essenziali del contesto sociale il cui spostamento non può non determinare conseguenze rilevanti

nella sorte della stessa coesione sociale. Per questi motivi sradicare e trasferire i capitali in qualsiasi parte del mondo senza il consenso della comunità non può essere considerato un comportamento virtuoso. Ma ci sono anche altre ripercussioni molto importanti, poiché si crea un mercato finanziario integrato che consente al capitale di tutto il mondo di entrare in collegamento e di dar luogo all' «Internazionale dei capitalisti», un'élite globale che concentra in sé un potere immenso. L'appello di Karl Marx, «Proletari di tutto il mondo unitevi», si realizza, ma al contrario. I mercati finanziari diventano un'istituzione strutturata e iniziano a esprimersi come i governi. È ben noto, infatti, che a Wall Street si tengono riunioni periodiche dei capi delle grandi banche e delle società finanziarie che stabiliscono i tassi d'interesse e, attraverso le proprie scelte d 'investimento o di disinvestimento, possono sfiduciare i governi che attuino politiche economiche non gradite e sono quindi in grado di condizionare il destino di intere popolazioni. Il mutamento del rapporto di forza tra il capitale e gli altri fattori di produzione da una parte e tra il capitalismo e il governo democratico dall'altra rappresentano i due fattori fondamentali alla radice del processo di finanziarizzazione. Ma c'è anche un altro motivo, l'enorme concorrenza che si stabilisce dopo la liberazione dei movimenti di capitale tra i capitalismi nazionali e il mercato finanziario internazionale. Questa concorrenza acuisce e aumenta il peso del profitto nell'ambito della struttura economica. Il profitto aveva subito una certa riduzione nella sua importanza relativa nell'economia, mentre aumentavano gli altri fattori economici e sociali che qualificano la vita dell'azienda: l'incremento della produzione e del prodotto, i miglioramenti tecnologici, gli stessi aspetti sociali e politici dell'impresa. Nel capitalismo manageriale aveva assunto un'importanza

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Capitolo primo

La comroffensiva capitalistica

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crescente il peso dei fattori sociali, politici, anche culturali. Con la liberazione del movimento dei capitali e l' inondazione che segui, il profitto di breve periodo riconquista un'importanza centrale nell'economia dell'impresa e tutte le attività finanziarie legate all'aumento della profittabilità segnano una ripresa continua e molto rilevante. Nell'impresa i fattori legati al profitto riprendono una posizione dominante e con essi la distribuzione di dividendi agli azionisti e la ricerca costante dell'incremento delle quotazioni azionarie, indice supremo di efficienza e di forza. I finanzieri conquistano cosf un ruolo centrale nella gestione delle grandi unità produttive imponendo la loro visione del mondo, rapdal guadagno immediato da ottenere con ogru mezzo. Viene cosi spazzata via la politica dei redditi e si apre la strada a una divaricazione sempre piu marcata fra salari e profitti: nella nuova fase la tendenza all'eguaglianza implicita nell'Età dell'Oro diventa un ricordo. Il cambiamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro ebbe, infatti, due conseguenze fondamentali: i salari non crebbero piu in modo proporzionale alla produttività e le politiche fiscali furono contrassegnate da riduzioni continue delle imposte a vantaggio dei ricchi e delle imprese. In tal modo si determinò una tendenza verso una formidabile divaricazione dei redditi da lavoro e dei redditi da capitale: tra salari e profitti. Nei quindici Paesi piu ricchi dell'Ocse tra il 1976 e il 2oo6la quota salari, cioè l'incidenza sul Pii dei redditi da lavoro (che comprendono anche il reddito da lavoro autonomo) si è abbassata di dieci punti, passando dal 68 al 58% del Pil. Negli Stati Uniti all'inizio degli anni Ottanta il reddito del ro% piu ricco della popolazione era pari a circa un terzo del Pil, mostrando una notevole stabilità nel corso degli ultimi quarant'anni. Dopo il 1980 questa quota ha raggiunto il 50%: un deci-

mo della popolazione percepisce la metà del reddito nazionale 1 • L'insieme di questi fenomeni interrompe l'evoluzione del capitalismo verso la democrazia e apre una fase nettamente regressiva che ci riporta ai tempi della Rivoluzione industriale, quando i rapporti sociali erano basati sulla sopraffazione e sulla prevaricazione.

2.

L'esplosione dell'indebitamento privato.

Questa formidabile redistribuzione del reddito, soprattutto in America, avrebbe comportato certamente serie conseguenze negative sul livello della domanda a causa del ristagno dei salari reali, se non fosse intervenuta una «contromossa» decisiva: un aumento forte e generalizzato dell'indebitamente privato. Tale aumento diventò parte di una grande strategia finanziaria promossa dalle banche e da nuovi aggressivi intermediari finanziari, favorita e sostenuta da una politica monetaria americana largamente permissiva. L 'indebitamente è un'anticipazione delle ricchezze fut ure: si prenotano ricchezze virtuali spese tuttavia nel presente. Un fenomeno analogo ma piu ampio è quello che si realizza nella vera e propria finanziarizzazione, e cioè nel raddoppio delle ricchezze presenti. Ricchezze concrete costituite da beni, servizi e case vengono rappresentate da titoli, che finiscono per distaccarsi da quelle assumendo il valore di veri e prppri beni: non solo indici di beni, ma beni essi stessi. E come se la ricchezza si ripiegasse su di sé generando un rispecchiamento, un fenomeno di duplicazione. Questo fenomeno sotteso alla finanziarizzazione si realizza tramite l'emissione di titoli, di azioni e obbligazioni, di una specie di moneta
1

L. Gallino, Fùumuapttalumo. La etnltJ

rUr.JJro m crisi, Einaudi, Torino 2011 .

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Capitolo primo

La controffensiva capitalistica

di credito: il credito che la società fa a se stessa. È evidente la mistificazione implicita in questa rappresentazione: i titoli non sono beni, ma diventano tali e arricchiscono chi li detiene. Alimentano quindi una corrente di ricchezza fittizia che caratterizza sempre piu l'economia capitalistica. Si vennero, cosi, a determinare le condizioni di una vera e propria «sbornia». Un'inflazione finanziaria causata da un forte aumento dell'esposizione creditizia da parte delle banche e da una netta deregolazione delle norme riguardanti le garanzie di copertura dei debiti da parte della clientela. L'insieme di queste tendenze si spiegava politicamente con il desiderio delle classi dirigenti americane di mantenere una solida base di consenso popolare attraverso la continua espansione dei consumi privati. Sul piano delle relazioni economiche internazionali tutto ciò veniva consentito dalla disponibilità di grandi creditori, rappresentati dai Paesi ad alto tasso di sviluppo come la Cina, ad aprire l'accesso ai loro crediti da parte americana. Si creavano le condizioni di quella sistematica distorsione dei flussi di risparmio che è tanta parte delle cause scatenanti l'attuale crisi. Fu cosi che il sistema iniziò a incamminarsi lungo una strada dalla quale era arduo prevedere il ritorno.
3. La mutazione genetica del sistema bancario.

Negli anni Ottanta gli Stati e le Banche centrali perdono la posizione monopolistica nella creazione di moneta che viene, come alle origini, riconsegnata al mercato. La moneta pubblica cede il passo alla moneta privata, ossia alla moneta endogena dalle banche private e dagli intermediari finanziari. E pur vero che le Banche centrali continuano a influenzare le variazioni del

credito e della massa monetaria attraverso le decisioni sul tasso di sconto, ma in realtà i tassi ufficiali seguono il ciclo economico, poiché tendono a diminuire durante le fasi di rallentamento e a risalire nei periodi di espansione. D'altra parte anche l'offerta di prestiti e la creazione di moneta bancaria sono strettamente dipendenti dal ciclo economico, in quanto durante una fase di crescita aumentano le opportunità d'investimento e c'è fiducia nella capacità di ripagare i debiti. Però gli intermediari finanziari e le banche, grazie alla deregolazione, iniziano a emettere quantità sempre maggiori di titoli, che circolano sul mercato sostituendo la moneta ufficiale negli scambi e negli investimenti. La creazione di moneta endogena dunque è un fenomeno strettamente connesso all'espansione dell'indebitamente privato e si regge sulle aspettative di crescita del valore delle attività finanziarie e degli immobili. Quest'interazione virtuosa funzionerà, seppure con qualche interruzione, nell'intero ciclo di crescita del r983-2007 e sarà discussa nel capitolo successivo. Negli Stati Uniti l'abolizione del Glass-Steagall Act, una legge del periodo rooseveltiano che vietava alle banche commerciali di operare allo stesso modo delle banche d'investimento, apre la strada a un grande mescolamento tra le funzioni prettamente bancarie (erogazione di prestiti alle famiglie e alle imprese) e quelle finanziarie e assicurative, tra le attività di breve periodo tipicamente speculative e quelle di medio-lungo termine volte al finanziamento dell'economia reale. La restaurazione del potere bancario si estende al resto del mondo: ciò che era un semplice servizio pubblico, il credito ordinario, diventa un'attività finanziaria, che utilizza il risparmio della collettività come riserva per moltiplicare gli impieghi fino a 20-30 volte rispetto ai mezzi propri e per emettere titoli di qualsiasi natura. In particolare prende piede il fenomeno della cartolariz-

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La controffensiva capitalistica

zazione, che permette di trasformare i crediti concessi alle famiglie e alle imprese in titoli commerciabili che circolano e vengono scambiati sul mercato assumendo la funzione di strumenti di pagamento. Cosi le banche iniziano a incamminarsi lungo un sentiero ad alto rischio di natura speculativa e diventano uno tra i motori del processo d'indebitamente e di finanziarizzazione, distaccandosi sempre di piu da quelle attività tradizionali che hanno il compito di far confluire il risparmio privato verso l'economia reale. Negli Stati Uniti gli attivi costituiti da prestiti industriali e commerciali delle maggiori diciotto banche scendono dal 20,6 al 10,9% del totale degli impieghi nel periodo compreso tra il 1992 e il2oo8. Nel contempo, il reddito da attività fuori bilancio sale dal 7% del 1980 al 44% del 2007. Sotto questo aspetto bisogna riconoscere che le banche italiane sono tra le piu virtuose, in quanto gli impieghi verso la clientela continuano a rappresentare il 5o-6o% del totale. In sintesi, la visione liberistica spazza via le regole che separavano la banca commerciale da quella d'affari, consentendo la creazione di conglomerati infettati da un permanente conflitto d'interesse alloro interno: la scelta di erogare prestiti a medio-lungo termine per sostenere l'economia reale si scontra con la possibilità di effettuare investimenti speculativi di brevissimo periodo. In questo quadro gli interventi di deregolazione non rappresentarono una pura e semplice eliminazione di regole, bensi la sostituzione di quelle esistenti con nuove regole, che permisero di legalizzare ciò che prima era illegale2 •

4· La grande sbornia.

Come abbiamo detto, la tendenza progressiva al peggioramento delle condizioni dei lavoratori, se da un lato favoriva la competitività delle imprese e l'espansione dei profitti, dall'altro lato minacciava di ordinato e continuo aumento della domanda pregiUdicando lo svolgimento corrente dell'economia. E cosi fu provvidenziale il colpo di genio del capitalismo contemporaneo che fu messo all'opera favorendo l'espansione dell'indebitamente privato: i redditi da lavoro furono accresciuti con i crediti bancari (credito al consumo e mutui immobiliari)). Il «consenso sociale» fu cosi assicurato nonostante il ristagno dei salari reali, che rimasero praticamente fermi nel lungo ciclo di neoli?erista (198.3-2007). Era iniziata l'Età del Deb1to, anz1 per meglio dire l'Età del Capitalismo Finanziario. Paolo Sylos Labini fu uno dei primi ad la situazione di rischio che si stava creando negli Statl un pubUniti per effetto di queste_ politiche. blicato su <<Moneta e Credito» nel2003 , ben pnma che la situazione fosse precipitata, egli scriveva:
Il problema fondamentale dell'economia americana sta proprio nei debiti, che oggi hanno assunto ampie dimensioni. In America i privati e il debito estero hanno raggiunto debito pubblico solo da poco suscita preoccupaz10ru ... La sostembilttà dei debiti non va giudicata isolatamente, ma considerando insieme i debiti delle famiglie e delle imprese private con quelli pubblici.

Alla vigilia della crisi - fine del 2007 - la situazione dei debiti negli Stati Uniti era la seguente:
' R Bellofiore, La criJi globak, I'T:uropa, l Trieste 201.2. • P Sylos Libini, prOJfXtltvc to•, l VI z• 3), n. 223, pp

la Sznutra,

Editore,

' L. GaUino, Fimmxcapztalmno cit.

mondiak, in • Moneta e Credi-

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La controffensiva capitalistica

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Tabella

1.

Debito

Miliardi$

% PIL

Governo Federale Famiglie Imprese Finanza
TOTALE

PIL

7.200 14.000 10.800 q.ooo 49.000 14.000

51,4 100,0 77,2 121,4 350,0

Fonte: ].G. Palma, The revenge o/ the market on the rentiers: why neo-liberai reports of the end o/history tumed out to be premature, in «Cambridge Journal of Economics», XXXIII (2009), n. 4, pp. 829-69.

Ma ciò che colpisce è la consapevolezza di Paolo Sylos Labini sulle analogie tra il periodo precedente alla Grande Depressione e il periodo che poi è sfociato nella crisi piu grave del capitalismo contemporaneo:
Da almeno due anni avevo notato alcune rassonùglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella piu grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America. Le principali rassomiglianze consistevano nella rilevanza di certe innovazioni (elettricità e automobili negli anni Venti, elettronica, informatica e telecomunicazioni nel nostro tempo); nella formazione e nella diffusione di profitti alti c crescenti, dapprima nelle industrie nuove e poi via via nelle altre; nella speculazione di borsa, alimentata non solo dai profitti realizzati, ma anche dalle aspettative di profitti crescenti; nell'indebitamento a breve e a lungo termine legato alle occasioni, per le imprese, di investire in impianti e di acquisire nuove imprese e, per le famiglie, in beni durevoli di consumo e negli immobili.

Le sirnilitudini tra il periodo che precedette la G rande Crisi del 1929 e quello della «grande sbornia » neoliberista sfociato nella crisi attuale sono particolarmente chiare quando si met tono a confronto gli andamenti della distribuzione del reddito e del debito privato nell'ultimo secolo: sia il divario tra ricchi e poveri sia l'espansione del debito privato (delle famiglie, delle imprese e del settore finanziario) crebbero in modo continuo e sostenuto

nei due periodi, toccando il valore massimo proprio in concomitanza dello scoppio delle crisi piu drammatiche del capitalismo contemporaneo. Nella lunga fase che precedette la crisi delzoo7-8 dunque si sviluppò quella che potremmo definire un'«Età della sbornia». Il governatore americano della Federai Reserve Bank Alan Greenspan osò a un certo momento parlare di «euforia irrazionale dei mercati», criticando le impennate della borsa americana. Apriti cielo! Wall Street crollò, costringendo il governatore a un brusco dietrofront. In un suo articolo scrisse che l'idea gli era venuta in testa mentre era in bagno: qualcuno gli suggeri di andarci d 'ora in poi il meno possibile. Fatto sta che la borsa continuò per molti anni ancora a salire all'impazzata nella convinzione seriamente condivisa da importanti economisti, come quelli della scuola di Chicago, che fosse ormai finita l' era storica non delle crisi, ma persino delle fluttuazioni, che avrebbe dato luogo a una marcia trionfale in un lungo viale alberato. Anziché conoscere fluttuazioni cicliche e brevi crisi, l'economia americana e le altre che la seguivano d'appresso si sarebbero incamminate su un percorso di prosperità senza fine e di rinnovi continui dei debiti, tanto che lo storico Mare Bloch finf per osservare che il capitalismo stava diventando l'unico sistema al mondo nel quale i debiti non si pagano mai ma si rinnovano costantemente . Il nostro Totò la diceva in un altro modo. Al cameriere che gli ricordava: «Avete promesso di pagarmi domani», rispondeva: «E te lo confermo. Ti pagherò domani». «Ma domani è oggi». «Non scherziamo, giovanotto: oggi è oggi e domani è domani». Il ricorso massiccio all' indebitamente, che permette di eliminare i rischi della recessione causati da una contrazione della domanda, gode del consenso sociale dei

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cittadini americani particolarmente in merito all'aspetto piu caratteristico, costituito dall'accesso alla casa. Si apre un periodo in cui le banche sono generosamente disposte a concedere crediti anche in condizioni di garanzia modeste e questo alimenta una forq1idabile espansione creditizia nel settore immobiliare. E qui la vera e propria sbornia, promossa in America attraverso l'espansione indifferenziata del credito e la deregolazione delle sue garanzie. Le onde del debito si accavallavano continuamente le une alle altre senza interruzione. Nel mercato immobiliare americano le case furono cedute alle famiglie dalle banche sulla base di debiti a bassissimo tasso d'interesse (i cosiddetti subprime) senza troppo indagare sulle possibilità effettive di sopportare gli interessi, ma contando soprattutto sul continuo aumento dei prezzi degli immobili, che avrebbe garantito i crediti concessi e l' elardi nuovi prestiti. E tuttavia evidente che questo meccanismo non può andare avanti all'infinito: viene il momento in cui anche le onde del mare s'infrangono sulla riva. È il momento della crisi. Allora tutta l'immensa liquidità creata dalle banche e dagli altri intermediari finanziari si essicca di colpo. La liquidità sparisce. Le banche cessano all'improvviso di farsi credito fra di loro. Ma i debiti restano e devono essere pagati.
5. Il Titanic della crisi.

La sbornia finisce, cosf, nel Titanic della crisi, che parte dagli Stati Uniti per estendersi all'Europa e al resto del mondo. Come si affronta questo fenomeno, questa nuova formidabile crisi? Con una strategia audacissima. Contrariamente alla crisi del 1929 quando gran parte del

sistema bancario fu nazionalizzato, quella degli anni Duemila è affrontata con un decisivo salvataggio delle banche da parte degli Stati e delle Banche centrali, che mobilitano circa 14 ooo miliardi di dollari trasformando il debito privato in debito pubblico. Le banche private vengono ricapitalizzate senza alcuna garanzia e non viene varata nessuna nuova regolamentazione per contrastarne gli abusi. Lo Stato, definito dai !iberisti come il problema, diventa il cavaliere bianco che offre la soluzione del problema. Il salvataggio raggiunge i suoi effetti nel senso di evitare il collasso del capitalismo e tuttavia ha implicazioni formidabili per quanto riguarda la successiva evoluzione dell'economia. L'espansione del debito pubblico provoca ovviamente un drastico peggioramento delle finanze statali, soprattutto nei Paesi europei piu deboli dal punto di vista finanziario. E questo peggioramento viene punito proprio dalle banche e dalle agenzie di rating che sono state «salvate» dalla rovina, con un declassamento dei conti pubblici che comporta per i governi misure severissime di restrizione della spesa e di aumento della pressione fiscale. La soluzione del problema implica dunque costi giganteschi, che vengono scaricati sulle spalle dei cittadini. In piu, i costi si ripercuotono anche sul welfare state, la grande conquista dell'Età dell'Oro, che viene attaccato per far quadrare i conti pubblici messi a dura prova dal salvataggio delle istituzioni finanziarie private e dalla recessione. Tali misure non fanno che accelerare la crisi in atto, provocando un peggioramento delle tendenze recessive ed esercitando una spinta ulteriore verso la polarizzazione dei redditi. Ecco un'altra differenza con il periodo successivo alla crisi del 1929, quando si ebbe un'inversione di tendenza e il divario, seppure in modo discontinuo, iniziò a ridursi. In seguito, fu la Seconda guerra

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Capitolo primo

La controffensiva capitalistica

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mondiale ad abbattere drasticamente le differenze tra ricchi e poveri: il conflitto ebbe una funzione di «riequilibratore sociale». In questa fase di crisi si verifica un altro fenomeno importante. Il debito assume i connotati di una forma di dominio che non riguarda piu i rapporti interpersonali come accadeva nell'antichità, ma interessa le istituzioni stesse, che perdono la loro libertà. Fra di esse si crea un nexum che diventa un fattore ideologico, come dimostra l'atteggiamento della Germania nei confronti dei Paesi con elevato debito pubblico che vengono considerati come viziosi, mentre i Paesi creditori sarebbero virtuosi. La verità è che la responsabilità del debito deve essere ripartita in modo paritario tra debitori e creditori, poiché il debito non è stato imposto ai creditori; anzi, questi hanno spesso incentivato l'indebitamento per lucrare sui prestiti. Pertanto vi deve essere un impegno comune per risolvere il problema del debito e per ridurre gli squilibri finanziari che paralizzano l'economia europea. Abbiamo, invece, la sensazione che oggi sia in corso una regressione verso un contesto precapitalistico: il debito sta tornando a essere uno strumento oppressivo e sta riconducendo ampie fasce della popolazione in una condizione di schiavitu. Intendiamoci, non una schiavitu manifesta come poteva essere quella sulla persona nell'antichità, bensf uno stato di alterazione dei rapporti fra capitalismo e democrazia che limita la capacità dello Stato di offrire servizi e assistenza agli strati piu deboli della popolazione e che quindi determina una riduzione della libertà di scelta per molte persone, sia sul piano materiale sia su quello morale. A questo punto della storia è evidente che il ritorno sulla scena dello Stato come protagonista principale ha vita breve e soprattutto motivi strumentali: serve solo al settore finanziario per bloccare la caduta e per ripar-

tire con maggiore avidità e ferocia. Perché oggi, a cinque anni dallo scoppio della crisi, nulla è cambiato: non è stata varata una nuova regolamentazione finanziaria per impedire speculazioni di brevissimo periodo, non sono stati drasticamente ridotti i compensi dei grandi manager, non è stata attuata alcuna misura per redistribuire il reddito dai ricchi verso i poveri e per riportare la finanza al servizio dell'economia reale. In un tale scenario desolante, l'unico evento positivo di grande rilievo consiste nella recente approvazione della riforma sanitaria voluta da Barack Obama. Obama è riuscito laddove tutti gli altri presidenti democratici avevano fallito. Sulla base della riforma, trentatre milioni di americani che attualmente ne sono privi avranno nel corso dei prossimi anni un'assicurazione sani t aria. D i questi, diciassette milioni saranno associati a Medicaid, l'assistenza pubblica per i poveri; mentre altri sedici fruiranno di una sovvenzione pubblica tramite un credito d 'imposta correlato allivello di reddito. È un primo passo importante verso l'offerta di un servizio sanitario per i ceti piu poveri negli Stati Uniti. Detto in poche parole, questo è il breve e drammatico film della crisi americana che si è poi propagata al resto del mondo. Ed è questa l'origine della crisi della finanza pubblica che stiamo vivendo in molti Paesi europei. Ma prima di rivolgerei all'Europa e ai nostri giorni, cerchiamo di capire in che modo un ragionamento cosf folle come quello che si appoggiava sull'indefinito rinnovo dei debiti potesse essere giustificato da tanti illustri economisti. Per questo dobbiamo chiederci quale sia il fondamento di un assioma economico liberale: l'autoregolazione.

Capitolo primo Il debito nell'antichità Ripercorrendo nel tempo le sanzioni previste per i debitori insolventi, appare evidente che nell'antichità, fatta eccezione per brevi periodi, l'insolvenza era considerata un delitto molto grave e sanzioni si ripercuotevano con molta durezza sulla persona del debitore. Nell'antica Grecia era previsto per il debitore insolvente un tratche si riassumeva nella massima «Chi non ha tamento denaro, paghi con il corpo». In caso d'inadempienza, il debitore era costretto al pagamento con le sevizie, con la schiavitu o persino con la morte. La severità indiscriminata nei confronti dei debitori si attutf solo per un breve periodo, grazie al giurista e legislatOre ateniese Salone (638-:;:;8 a.C.), considerato dagli amichi uno dei sette Savi. Salone fu arconte eponimo dal594 al593 a.C. ed elaborò una riforma che prevedeva l'abolizione della schiavi per debiti, compresi quelli contratti in periodi antecedenti alla riforma. Sino a quel momento, infatti, le leggi ateniesi permettevano a un cittadino che aveva prestato dei soldi a un altro cittadino di rendere quest'ultimo proprio schiavo, nel caso non avesse restituito tutto il denaro. Questa legge voleva fermare o limitare l'accumulo di ricchezze nelle mani di pochi, i cittadini piu ricchi, e offrire piu possibilità a tutti i cittadini di migliorare le proprie condizioni di vita. Disponendo l'annullamento dei debiti dei poveri verso gli abbienti ed eliminando le ipoteche su moltissimi terreni riusd a liberare dall'incubo dell'indigenza c della schiavitu gran parte della popolazione estinguendo, nello stesso tempo, un pericolosissimo focolaio di rivolta. Riscattandoli a spese dello Stato, riusciva inoltre a far rimpatriare molti cittadini che, dopo la rovina finanziaria, erano stati venduti all'estero come schiavi. La legislazione romana non segui la riforma di Salone, che pertanto rimase un caso isolato nell'antichità. La tradizionale definizione dell'obligatio in diritto romano è contenuta nelle Istituzioni di Giustiniano: «Obligatio est iuris vinculum, quo necessitare adstringimur alicuius solvendae rei secundum nostrae civitatis iura». Stando alla definizione, ob/igatio est iuris vincu/um: l'obbligazione è vincolo giuridico, e in ciò si distingue da altri rapporti da cui derivano obblighi non giuridici (morali, o di convenienza). Nell'antico ordinamento romano l'obbligazione si sostanziava nel vincolo gravante sul debitore per l'adempimento di una prestazione che, se non adempiuta, determinava l'asservimento del debitore al credi tore mediante manus iniectio. L'obligatio, pertanto, non consisteva nel dovere di eseguire, bensf nel vincolo che legava le parti, in quanto era il debitore come persona fisica, c non il suo patrimonio, a essere vincolato; il vincuJum, quindi, era originariamente inteso come vinculu"! partire secolo a.C. che al vincolo corporale vtene sosutmta la responsabilità patrimoniale (appunto il vincu/um iuris). La controffensiva capitalistica Infatti, le leggi delle XII tavole emanate a Roma s! caratterizzarono per un'estrema durezza nei confronti de1 debaon insolventi, attribuendo ai creditori la piena proprietà di essi senza distinzione tra quelli in malafede e quelli privi di colpa. Il creditore aveva il diritto di tradurre il debitore nella propria casa con una catena al collo, di percuoterlo con un nerbo di bue, di porlo in ceppi. L'unico obbligo di. procurru:gli un pane di farro. Trascorso il termme d1 trenta g10rru senza che il debito fosse saldato, il creditore doveva condurre il debitore per tre volte consecutive al mercato affinché chi era interessato potesse riscattarlo. Se nessuno si presentava egli era posto in schiavitu dal creditore che poteva eseguirne la vendita, oppure e smembrare il suo corpo per spartirne le membra con gli eventualt altri creditori, in proporzione al credito vantato. Lo storico Tito Livio ci ricorda la commozione del popolo e del Senato alla vista dei maltrattamenti inflitti al giovane Caio Publilio, ridotto allo stato di nexus per un debito contratto da suo padre. Soltanto nel 326 a.C. una sommossa popolare provocata da ripetute sevizie sui debitori insolventi porrò. ?ella Lex Poetelia Papiria de Nexis. Questa legge ndtmens1onò l del nexum- secondo cui molti cittadini divenivano propnetà de1 creditori in seguito alle leggi ferree che nell'età repubblicana tutelavano questi ultimi - e stabili che il creditore non rivalersi sulla persona fisica del debitore, ma solo sw suo1 beru. Si può dire che questa legge apra la strada a quello che sarà il capitalismo moderno un sistema fondato sul debito e sulle banche. Al riguardo, una delle teorie piu .imJ?Ortanti sviluppo co, la teoria di Schumpeter, Cl sp1ega che l1mprend1torc SI avvale dei mezzi di pagamento creati dal banchiere produrre un nu?vo bene. Egli può pagare un interesse sul capitale che h.a preso m prestito in quanto la nuova combinazione produttiva gh consente di lucrare un profitto. Nella società moderna il debito ha assunto un peso e un'estensione di proporzioni inimmaginabili, poiché maggior parte rapporti economici è fondata proprio sul debao, sul nexum. C1ò che differenzia la situazione attuale dall'antichità è il fatto che ma.inoggi il debito non riguarda solo i rapporti teressa anche le istituzioni e sta intaccando 1 rapporti fra capitalismo e democrazia. Ma quando il debito assume proporzioni enormi il destino delle sarà due parti in causa diventa lo stesso: il male una sciagura per il creditore. Per questo è d1 ultimo che il debitore sia «in buona salute» c s1a m grado d1 onorare i propri debiti. Non sembra che ciò stia accadendo al giorno d'oggi, specialmente per quanto riguarda i debiti degli Stati europei in difficoltà.

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La finam:iarizzazione

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Capitolo secondo La finanziarizzazione

celerando la deregolazione del settore finanziario e i movimenti di capitale.

I.

La leggenda dell'autoregolazione dei mercati.

Il comportamento degli economisti durante la lunga fase di crescita precedente alla crisi scoppiata nel 20072oo8 appare veramente assurdo, specialmente per quanto riguarda il rinnovo sistematico dell'indebitamente. Si può spiegare con il pregiudizio dell'autoregolazione inserito nel contesto dell'opinione economica dalla teoria !iberista. Questa considera il mercato «libero», cioè in pratica lasciato a se stesso, come perfettamente razionale e privo di ogni elemento di potere. In tempi relativamente recenti, l'influenza della teoria neoclassica, che è alla base dell'ideologia !iberista, ha ricevuto un fortissimo impulso dapprima con la crisi della teoria keynesiana degli anni Settanta e poi con il crollo del comunismo all'inizio degli anni Novanta. Negli anni Settanta i due shock petroliferi fecero precipitare le economie dei Paesi occidentali nella «stagflazione», ossia in una recessione con inflazione che pose fine al lungo periodo di crescita dell' «Età dell'Oro», in cui si era verificata un'interazione virtuosa tra aumento dei salari reali, espansione del welfare state, finanziamento monetario dei disavanzi pubblici. Poi il crollo del comunismo, che nei Paesi occidentali aveva agito come un «vincolo esterno» funzionale al miglioramento del tenore di vita dei lavoratori, ha messo ancora di piu in difficoltà i sostenitori dell'intervento pubblico nell'economia e ha spalancato le porte a imponenti processi di privatizzazione e di flessibilizzazione del mercato del lavoro, ac-

Ma vediamo quali sono i punti essenziali della teoria neoclassica•, la quale sfruttò a proprio vantaggio il mutamento decisivo che si ebbe nel fondamento della teoria delle relazioni sociali con il passaggio dall'autorità alla libertà, dall'autoritarismo al liberismo. La teoria neoclassica propaganda un mondo virtuale in cui vi sarebbe una miriade di produttori che non hanno alcun potere di mercato e che quindi agiscono in concorrenza perfetta e dove i consumatori, attraverso le loro scelte, le loro preferenze e la loro utilità, influenzano l'andamento dei prezzi e orientano l'evoluzione del mercato. Il consumatore rappresenta il centro del sistema e per questo la teoria neoclassica non è solo una teoria economica, ma costituisce anche un'ideologia politica, in quanto il sistema vagheggiato dai neoclassici e dai !iberisti sarebbe il piu democratico che possa essere raggiunto dalle comunità sociali. Un sistema dove il singolo individuo avrebbe un potere enorme. In piu, la teoria neoclassica si fonda sul dogma che il mercato sia in grado di assicurare una condizione paradossale, quella secondo cui i vizi privati possano generare pubbliche virtu. Un comportamento egoistico, dal punto di vista economico naturalmente, lungi dall'essere valutato come un danno per l'equilibrio e per lo sviluppo dell'economia, viene considerato un incentivo alla crescita e allo sviluppo. Vizi privati alimentano pubbliche virtu.
' L'elaborazione della teoria nc:odassica risale alla fine dell'Ottocento, per meF.dgeu·orth, \.'ìlfrcdo Pareto, Alfrcd rito di personaggi come Uon Walra., Marshall, Arth ur Pigou.

Capitolo secondo

La finanziarizzazione

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Del resto la stessa cosa è avvenuta sul fronte opposto, quello marxista. I marxisti hanno rifiutato il fondamento del socialismo basato sulla norma morale ed etica della giustizia. La loro convinzione era che la logica della storia avrebbe prodotto il socialismo. Nell'ideologia del «Dio lo vuole» c'è sempre un principio convincente: il fatto che gli eventi si svolgano secondo una logica naturale, anziché derivare da una volontà politica. Allo stesso modo il principio dell'autoregolazione si è imposto nella teoria economica liberale. Intendiamoci: all'inizio questa non era certo una teoria, come la parola stessa dice, autoritaria. Era l'effetto del pensiero liberale e quindi della convinzione che soltanto una società libera da oppressioni e da condizionamenti violenti potesse svolgere una funzione progressista. In seguito tuttavia il conflitto sociale, le posizioni socialiste, la contestazione del capitalismo, fecero sf che l'autoregolazione venisse considerata come una garanzia del mantenimento di rapporti economici e sociali diseguali, cioè come uno strumento di conservazione. L'autoregolazione, poi, era fondata sull'idea che un libero mercato sia per sua natura razionale e allo stesso tempo immune da condizionamenti di potere. Se tutto ciò che è stato idealizzato dai teorici dell'economia neoclassica fosse stato vero, avremmo avuto strumenti efficaci per migliorare le condizioni di vita delle persone. Peccato che questo modello di mercato libero semplicemente non esista. Il mercato reale, in ogni momento, è il risultato delle relazioni sociali tra gli uomini, con tutte le loro diseguaglianze nelle condizioni di partenza, ed è dominato da enormi concentrazioni di potere che alterano la concorrenza perfetta immaginata dagli economisti neoclassici (questo punto verrà sviluppato nel capitolo quarto). Inoltre, quelle relazioni si modificano continuamente nel corso dell'evoluzione economica, dando luogo a squilibri nella distribuzione del po-

tere. E questi squilibri attivano conflitti che fanno del mercato non un campo di esercitazioni, ma un campo di battaglia. Pertanto, se è vero che il mercato presenta tendenze implicite «compensative», nel senso del bilanciamento della domanda e dell'offerta in base alla variazione dei prezzi relativi, è altrettanto vero che gli elementi di potere e d 'irrazionalità insiti nel suo funzionamento alterano queste tendenze distogliendole dall'equilibrio e determinando effetti opposti di carattere cumulativo ed esplosivo. Piu precisamente, esistono fenomeni molto diversi nei mercati dei beni reali e nei mercati finanziari. Nell'economia reale, le aspettative di crescita del prezzo di un determinato bene tendono a deprimerne la domanda, poiché i consumatori cercheranno di sostituirlo con un altro bene piu economico oppure ne ridurranno l'utilizzo. Inoltre si possono avere effetti sulla struttura dell' offerta, poiché i produttori saranno stimolati a introdurre innovazioni tecnologiche per aumentare la produttività e ridurre i costi o per produrre nuovi beni sostitutivi e piu convenienti. In sintesi, nell'economia reale l' interazione tra prezzi, domanda e offerta può avere effetti virtuosi stabilizzando il sistema e incentivando lo sviluppo e la diffusione d'importanti innovazioni tecnologiche. In tal modo, il mercato genera spontaneamente dei meccanismi di tipo compensativo che contrastano la tendenza verso l'aumento dei prezzi. Al contrario, nei mercati finanziari gli incrementi dei prezzi dei titoli, anziché frenare la domanda, la alimentano, poiché aspettative di prezzi crescenti attirano una nuova domanda la quale, a sua volta, sospinge l'inflazione finanziaria innescando un meccanismo cumulativo. Per fare un esempio, se la domanda di caffè supera l'offerta, il prezzo del caffè sale e la domanda si riduce

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Capitolo secondo

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(e/o l'offerta aumenta). Invece, se le azioni rappresentative delle imprese produttrici di caffè aumentano dì valore, anche la loro domanda aumenta. La ragione è semplice: i titoli azionari riflettono non la scarsità oggettiva delle merci, ma le valutazioni soggettive del mercato. Se queste sono positive i titoli salgono indipendentemente dalle condizioni esistenti nella speranza dì aumenti ulteriori, e spesso innescano circuiti imitativi e cumulativi. In tal caso non vi è affatto autoregolazione, ma anzi accumulazione successiva di squilibri: le famose «bolle», che possono svilupparsi prodigiosamente e caratterizzano le crisi economiche dalla modernità in poi (a partire dalla famosa crisi seicentesca olandese dei tulipani) 2 • Prima o poi l'equilibrio si ristabilisce. Ma tra il prima e il poi si sono prodotte ricchezze fittizie per loro natura ma del tutto reali nella distribuzione del reddito, con le relative diseguaglianze. Non è aumentata la produzione, ma è cambiata la distribuzione. I mercati finanziari dunque sono meccanismi autoreferenziali che amplificano le fisiologiche fluttuazioni cicliche: essi non tendono all'equilibrio ma generano instabilità, poiché alimentano fenomeni di accumulazione «esplosiva». Con la crisi scoppiata nel 2007-8 è crollato uno dei pilastri su cui si reggono la teoria neoclassica e l'ideologia !iberista: il principio secondo il quale i mercati sono razionali e si autoregolano. Il mantra dell'economia, l'autoregolazione del mercato, si è dissolto improvvisamente e per molti (ma non per tutti) inaspettatamente. Eppure la finanza, pubblica e privata, è un elemento essenziale nella storia dell'economia, poiché ha sempre svolto due funzioni fondamentali. La prima, storicamente piu importante e significativa, di procurare e prestare le risorse agli Stati e alla Chiesa per le proprie
1

G. Ruifolo, Testa

Una

stona delia

Einaudi, Torino 2011 .

attività economiche, politiche e ideologiche. La seconda, di accumulare il risparmio per convogliarlo verso gli investimenti. Pertanto la finanza è un fattore funzionale e «dipendente» dell'economia: è un suo mezzo essenziale, non un suo scopo. Tuttavia, accade in certi periodi della storia che le attività finanziarie assumano un'importanza maggiore e talvolta dominante rispetto alle attività reali costituite da processi di produzione e di trasformazione dell'economia. Q uesto fenomeno si verifica in periodi nei quali il rendimento delle attività economiche declina e i profitti che si possono ricavare dalla finanza divengono piu elevati. Allora diventa conveniente per gli operatori economici rivolgersi alle pure e semplici operazioni finanziarie attraverso quello che era considerato il massimo peccato da parte della teologia cattolica e anche di quella araba e musulmana, e cioè il «fare soldi con i soldi ». Questa fu la caratteristica di alcune fasi della storia economica egemonizzate dai genovesi, dagli olandesi e, al suo inizio, dagli stessi inglesi. Si tratta, però, di fasi transitorie dopo le quali, sospinto dalle innovazioni, riprende il ciclo degli investimenti reali (per esempio carbone, petrolio, ecc.). Fernand Braudel aveva ravvisato nella finanziarizzazione, nel ritiro dei capitali dagli impieghi produttivi, uno stadio temporaneo di ogni ciclo economico, il suo «autunno»; dopodiché la finanza usciva di scena e i capita).i si rivolgevano a nuovi impieghi produttivi. E proprio questa la condizione venuta a mancare nel nostro tempo quando, all'inizio degli anni Ottanta, sono stati rotti gli argini dei movimenti di capitali e si è creato un mercato integrato a livello mondiale. Da quel momento l'egemonia finanziaria è diventata un tratto permanente dello stato della nostra economia: la finanza non è piu uscita di scena e si è incamminata verso un percorso di autoespansione senza limiti.

Capitolo secondo

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Come per l'indebitamento abbiamo spiegato che esso consiste nell'anticipare risorse provenienti dal futuro, quindi incerte, cosi le risorse destinate alle attività finanziarie vengono aumentate attraverso, per cosi dire, un loro sdoppiamento. Queste sono infatti rappresentate da «titoli» che ne costituiscono un «rispecchiamento» analogo a quello di Alice nel paese delle meraviglie, dove l'immagine tende a prendere il posto della realtà e viceversa. La realtà si confonde con la sua proiezione in un magico gioco di specchi. Diversamente dalla produzione reale in cui vi è, appunto, un'attività produttiva e lavorativa di trasformazione, la finanza mette in moto una dinamica di comparazione, d'imitazione e di duplicazione di se stessa. Lo «sdoppiamento» comporta dunque una distorsione della realtà e la «finanziarizzazione» che ne risulta cessa di svolgere un ruolo subalterno all'economia per assumerne uno di orientamento e di guida. In sintesi, la finanza si rivolge a rappresentazioni di oggetti trasformati in «titoli», non ricchezze ma indici di ricchezze, e come tale ha un contenuto specificamente declinabile nel futuro: da un lato è uno specchio (speculum, speculazione) e dall'altra un'anticipazione, una promessa, una ricchezza che verrà'. La finanza dunque è un azzardo, una scommessa sul futuro, che, però, ha via via accresciuto la sua influenza sulla vita di miliardi di persone. Derivati, cartolarizzazioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari sono stati creati con velocità e in quan' Il mercato del petrolio rappresenta un caso emblematico degli effetti della fi· nanziarizzazione. Da circa venticinque anni a questa parte il prezzo del greggio vie· ne determinato principalmente dalle scommesse sul prezzo futuro attraverso stru· menti finanziari chiamati «futures» e in misura molto minore dallo scambio effetti· vo delle quantità fisiche offerte e domandate. Q uesta finanziarizzazione ha dunque sottratto influenza sul prezzo di breve periodo sia ai Paesi proprietari dei giacimen· ti sia alle grandi compagnie che estraggono e/o comprano il petrolio, poiché que· sti due attori sono condizionati dal comportamento della componente finanziaria.

tità sempre maggiori grazie alle politiche di deregolazione attuate dall'inizio degli anni Ottanta. Questi titoli possono avere la funzione di strumenti di pagamento, cioè sono una forma di moneta fiduciaria creata dal mercato, la quale sfugge in larga misura al controllo delle autorità pubbliche e si regge sulla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento. La fiducia, a sua volta, dipende dalle aspettative di crescita dell'economia e permette di garantire un valore monetario a questi «pezzi di carta» che circolano e vengono scambiati sul mercato. La creazione di nuovi strumenti finanziari ha prodotto un'eclatante espansione della liquidità aggregata a livello globale che, alla vigilia della crisi del 2007, aveva toccato un picco pari a circa dodici volte il Pil mondiale4 • Nel periodo compreso tra il 1983 e il 2007l'enorme creazione di strumenti finanziari da parte del settore privato ha contribuito a trainare la crescita dell'economia e ha determinato l'incremento delle quotazioni azionarie e dei prezzi degli immobili, permettendo in tal modo di rendere sostenibile un indebitamento privato in continua espansione. Ma la conseguenza fondamentale di questo stato di cose era una condizione al tempo stesso d'instabilità e d'iniquità che portava con sé dei rischi enormi per la sopravvivenza del sistema capitalistico, come si è visto nel momento in cui è scoppiata la crisi.

2.

La finanziarizzazione nel ciclo di crescita.

È innegabile che la liberalizzazione dei movimenti di
capi tali e il processo di finanziarizzazione dell'economia abbiano svolto un ruolo propulsivo nel ciclo di crescita partito dalla prima metà degli anni Ottanta e protrat' G Ruffolo c S. Sylos Labini, lA cnst degli Statz Uniti e l'erplosione della mo· neta pnvata, in •Argomenti Umani,., XIII (201 z), n. 1, pp. }I•42.

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Come per l' indebitamento abbiamo spiegato che esso consiste nell'anticipare risorse provenienti dal futuro, quindi incerte, cosi le risorse destinate alle attività finanziarie vengono aumentate attraverso, per cosi dire, un loro sdoppiamento. Queste sono infatti rappresentate da «titoli» che ne costituiscono un «rispecchiamento» analogo a quello di Alice nel paese delle meraviglie, dove l'immagine tende a prendere il posto della realtà e viceversa. La realtà si confonde con la sua proiezione in un magico gioco di specchi. Diversamente dalla produzione reale in cui vi è, appunto, un'attività produttiva e lavorativa di trasformazione, la finanza mette in moto una dinamica di comparazione, d'imitazione e di duplicazione di se stessa. Lo «sdoppiamento» comporta dunque una distorsione della realtà e la «finanziarizzazione» che ne risulta cessa di svolgere un ruolo subalterno all'economia per assumerne uno di orientamento e di guida. In sintesi, la finanza si rivolge a rappresentazioni di oggetti trasformati in «titoli», non ricchezze ma indici di ricchezze, e come tale ha un contenuto specificamente declinabile nel futuro: da un lato è uno specchio (speculum, speculazione) e dall'altra un'anticipazione, una promessa, una ricchezza che verrà). La finanza dunque è un azzardo, una scommessa sul futuro, che, però, ha via via accresciuto la sua influenza sulla vita di miliardi di persone. Derivati, cartolarizzazioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari sono stati creati con velocità e in quan' Il mercato del petrolio rappresenta un caso emblematico degli effetti della finanziarizzazione. Da circa venticinque anni a questa parte il prezzo del greggio viene determinato principalmente dalle scommesse sul preuo futuro attraverso strumenti finanziari chiamati «fu tures,. e in misura molto minore dallo scambio effeuivo delle quantità fisiche offerte e domandate. Questa finanziarizzazione ha dunque somano influenza sul prezzo di breve periodo sia ai Paesi proprietari dei giacimenti sia alle grandi compagnie che estraggono e/o comprano il petrolio, poiché questi due attori sono condizionati dal comportamento della componente finanziaria.

tità sempre maggiori grazie alle politiche di deregolazione attuate dall'inizio degli anni Ottanta. Questi titoli possono avere la funzione di strumenti di pagamento, cioè sono una forma di moneta fiduciaria creata dal mercato, la quale sfugge in larga misura al controllo delle autorità pubbliche e si regge sulla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento. La fiducia, a sua volta, dipende dalle aspettative di crescita dell'economia e permette di garantire un valore monetario a questi «pezzi di carta» che circolano e vengono scambiati sul mercato. La creazione di nuovi strumenti finanziari ha prodotto un'eclatante espansione della liquidità aggregata a livello globale che, alla vigilia della crisi del 2007, aveva toccato un picco pari a circa dodici volte il Pil mondiale4 . Nel periodo compreso tra il r983 e il 2007 l'enorme creazione di strumenti finanziari da parte del settore privato ha contribuito a trainare la crescita dell'economia e ha determinato l'incremento delle quotazioni azionarie e dei prezzi degli immobili, permettendo in tal modo di rendere sostenibile un indebitamento privato in continua espansione. Ma la conseguenza fondamentale di questo stato di cose era una condizione al tempo stesso d'instabilità e d'iniquità che portava con sé dei rischi enormi per la sopravvivenza del sistema capitalistico, come si è visto nel momento in cui è scoppiata la crisi.
La finanziarizzazione nel ciclo di crescita.

2.

È innegabile che la liberalizzazione dei movimenti di capitali e il processo di finanziarizzazione dell'economia abbiano svolto un ruolo propulsivo nel ciclo di crescita partito dalla prima metà degli anni Ottanta e protrat' G. Ruffolo eS Sylos Labini, La crisi degli Stati Uniti e l'esplosione della moneta przvata, in •Argomenti Umani•, X III (2012), n. 1, pp. 31-42.

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tosi fino al 2007-8 con due recessioni di entità limitata nel 1991-92 e nel 2001-3. In questo ciclo si è verificata un'interazione virtuosa tra espansione del debito privato inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e di moneta endogena, che ha permesso di alimentare la crescita della domanda aggregata nei Paesi avanzati e di trainare lo sviluppo dei Paesi emergenti (Cina, India, Brasile). Questo sviluppo è scandito dall'ingresso massiccio nel mercato mondiale di milioni, anzi miliardi di uomini e donne di Paesi poveri: certamente in forme tumultuose delle quali non si possono ignorare gli aspetti drammatici, umani ed ecologici, ma che segnano inequivocabilmente una tappa storica nell'evoluzione dell'umanità. L'ascesa di nuove aree produttive in cui vi era amconpia disponibilità di forza lavoro a basso cos:o trastato la spinta sui prezzi al consumo che s1 ongmava dall'espansione della domanda. In piu, i grandi fenomeni migratori hanno contribuito a indebolire i lavoratori dei Paesi ricchi, che, specialmente nei settori a bassa qualificazione professionale, hanno subito la pressione concorrenziale dei lavoratori provenienti dai Paesi in via di sviluppo. Sotto questo punto di vista si può dire che la globalizzazione ha favorito i consumatori, che hanno potuto usufruire di un'ampia offerta di prodotti a prezzi contenuti, ma si è ritorta contro i lavoratori che sono diventati sempre piu precari e hanno ottenuto incrementi salariali pressoché irrilevanti. Se a tutto questo si aggiunge che il prezzo del petrolio è rimasto abbastanza stabile per un lungo lasso di tempo, perlomeno fino a quando G. W. Bush non ha scatenato la sciagurata guerra in Iraq nel 2003, possiamo comprendere perché non ci sia stata inflazione dei prezzi al consumo durante il periodo di crescita del 1983-2007. Tuttavia, il modello di crescita neoliberista non era sano (si potrebbe dire tossico, se pensiamo agli assets

tossici che si sono generati in seguito alla crisi), poiché produceva distorsioni molto pericolose, prima fra tutte la spinta verso un divario sempre maggiore nella distribuzione del reddito e la tendenza verso un'espansione abnorme dell'indebitamento privato. Però questo modello ha funzionato per un lungo periodo di tempo dando luogo a quello che è stato definito il «pensiero unico» che ha egemonizzato la politica, l'economia e gli ambienti accademici piu importanti del pianeta. A conti fatti, si può affermare che per venticinque anni la scommessa della deregolazione e della liberalizzazione dei movimenti di capitali si sia rivelata una mossa vincente. Ma questa strategia portava con sé dei rischi enormi, che a un certo punto hanno messo a repentaglio la stessa sopravvivenza del sistema capitalistico. Nel periodo di crescita neoliberista la finanza, l'industria e gli Stati avevano raggiunto una coesistenza funzionale grazie alla continua espansione del debito privato, che da un lato alimentava la finanziarizzazione dell'economia e dall'altro consentiva di sostenere i conimmosumi, la produzione industriale e l' bili. Nel contempo, questo meccarusmo garantiva una crescita dell'economia reale che aveva effetti positivi sulle finanze pubbliche. Semplificando, i consumi tiravano, la produzione trovava degli sbocchi e le finanze pubbliche erano in ordine. Come ha spiegato molto bene Vladimiro Giacché', la crescente finanziarizzazione ha contrastato la tendenza alla stagnazione dell'economia reale che si era manifestata in seguito ai due shock petroliferi, riuscendo ad alimentare una crescita duratura con un tasso di occupazione soddisfacente. L'espansione dell' economia finanziaria ha permesso di sostenere i consumi pur in presenza di salari
'V. Giacché, Tiwmc Europa. LA emi cht non cz hanno raccontato, Aliberri, Reggio Emilia 2012.

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reali decrescenti, di puntellare i settori industriali afflitti da sovraccapacità produttiva e da saggi di profitto in diminuzione' e di fornire ai capitali alternative piu redditizie rispetto a quelle offerte dal settore manifatturiero. 3. La fine del ciclo di crescita neo/iberista. L'esaurimento di questo ciclo di espansione materiale non è stato determinato tanto da un problema di sovraccumulazione e di spostamento dei capitali dal settore reale a quello finanziario, quanto dall'insostenibilità del debito privato, che ha fatto crollare la domanda aggregata, la produzione e l'occupazione. Qui risiede una differenza importante rispetto a quanto si era normalmente verificato nei cicli storici del passato. Fernand Braudel e in tempi recenti Giovanni Arrighi e Beverly J. ilver' hanno sottolineato che i grandi cicli di accumulazione e di espansione materiale tendono a esaurirsi quando i rendimenti dei capitali investiti iniziano a decrescere, le pressioni competitive s'intensificano e si pongono le basi per un cambiamento di fase, dall'espansione materiale a quella finanziaria. Si apre cosi la strada alle transizioni egemoniche. Questo schema evolutivo s'ispira alla formula generale del capitale (D -M- D') di Karl Marx, in cui le fasi di espansione materiale (D- M) si alternano con quelle di espansione finanziaria (M- D'). Durante l'espansione materiale il capitale monetario «mette in movimento » una crescente massa di merci; nell'espansione finanziaria invece una crescente massa di capitale monetario si
• G.P. Patta, d'lwlia. Il buon uso d1 per capire la cnH mond111· k ikl nostro l'am-, Edizioni Puntoros:;o, Milano 2012 .
' G . Arrighi, Pianta, Roma
2010

mondiak, a cura di G. (cfr. il cap. rv, con B J Silvc:r).

c: M

«libera» dalla sua forma-merce e l'accumulazione procede attraverso transazioni finanziarie. Nel loro insieme le due fasi costituiscono un intero «ciclo sistemico di accumulazione», che è strettamente associato al blocco di agenzie governative e imprenditoriali che in quel periodo guidano il sistema-mondo capitalistico. Cosi si spiegano i quattro cicli sistemici di accumulazione genovese-iberico (dal xv secolo agli inizi del xvn), olandese (dalla fine del XVI secolo a buona parte del xvm), britannico (dalla seconda metà del xvm secolo agli inizi del xx) e statunitense (xx secolo), come scrive Giorgio Ruffolo nel suo Testa e croce, già citato in precedenza. Il ciclo statunitense si è pienamente affermato dalla fine della Seconda guerra mondiale ed è tuttora dominante, sebbene stia mostrando segni di declino crescenti. Lo schema appena delineato può aiutare a chiarire molto bene anche la transizione degli anni Settanta, quando l'economia americana iniziò a perdere colpi e la fase di accumulazione e di espansione materiale degli anni Cinquanta e Sessanta cedette il passo alla finanziarizzazione dell'economia. Però da quel momento ci sembra che le cose si siano distaccate dallo schema interpretativo di Arrighi e Silver, in quanto l'espansione finanziaria ha consentito di alimentare un nuovo ciclo di crescita rilanciando la leadership degli Stati Uniti. Ciò significa che per circa venticinque anni ha retto una coesistenza funzionale tra l'espansione finanziaria e quella reale, diversamente da quanto accaduto in precedenza, quando c'era stata un'alternanza tra le due fasi. Il fenomeno che invece si può inquadrare meglio nello schema di Arrighi e Silver riguarda l'ascesa produttiva di Paesi come la Cina e l'India: in questi Paesi l'espansione materiale sta procedendo a un ritmo impressionante e potrebbe dare luogo a una nuova transizione egemonica dai Paesi occidentali verso l'Asia. Ma i tempi non sono maturi, poiché la Cina e l'India non hanno ancora

Capitolo secondo

La finanziarizzazione

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avviato una crescita fondata pienamente sull'espansione della domanda interna, dipendono in larga misura dai consumatori indebitati dei Paesi occidentali e la loro moneta non ha assunto finora un ruolo primario negli scambi internazionali. Per spiegare la fase di espansione reale associata con la finanziarizzazione e la successiva interruzione del ciclo di crescita del 1983-2007, può essere di grande aiuto la teoria dell'instabilità finanziaria sviluppata da Hyman Minsky, un economista statunitense postkeynesiano. Egli sostiene che in periodi di espansione economica, quando il flusso di cassa delle imprese supera la quota necessaria per pagare i debiti, si sviluppa un'euforia speculativa. Ne consegue un'espansione creditizia che amplifica la crescita dell'economia, spinge in alto i prezzi delle attività finanziarie, alimenta ulteriormente l'ottimismo e induce gli operatori economici ad assumere rischi crescenti. Ci s'incammina in tal modo verso la fase ultraspeculativa, in cui le entrate nette monetarie di cassa non consentono piu di pagare gli interessi e i debiti iniziano a reggersi sulla speranza di guadagni in conto capitale sempre maggiori. Ma i rialzi dei valori delle attività non possono andare avanti all'infinito. E cosi, quando ci si rende conto che l'espansione dei prezzi è terminata, inizia la corsa alla vendita, che può portare il panico sui mercati innescando la deflazione da debiti (i nuovi debiti vengono contratti non per finanziare consumi e investimenti, ma per ripagare quelli che giungono a scadenza). Questo fenomeno produce un avvitamento dell'economia reale e la spinge verso la depressione. Nel ciclo di crescita del r983-2007 in realtà sono state le famiglie e non le imprese l'anello debole del sistema. Come ha spiegato Paolo Leon8 , la crisi finanziaria è
1 P. Leon, Relll:uone rntrodutttt>a per il Confronto organizzato dall'Associazio· ne per il Rinnovamento della sinistra e dalla Fondazione Di Vittorio, Cnel, r 2 lu·

glio

2012.

stata innescata dal fatto che le famiglie a un certo punto non sono piu state in grado di far fronte al pagamento dei mutui con il proprio reddito. Da qui si è avviata la crisi dei mutui subprime, che ha fatto cadere tutti i valori finanziari collegati con il patrimonio delle famiglie propagandosi al resto del settore finanziario e all'economia reale. Le prospettive del reddito atteso iniziarono a cambiare radicalmente dalla seconda metà del 2007, quando il ciclo di crescita neoliberista diede segni di rallentamento sempre piu evidenti per l'aumento congiunto dei tassi d'interesse e del prezzo del petrolio (quest'ultimo subf una vera e propria impennata speculativa nell'estate del 2oo8 quando arrivò a toccare i 140 dollari al barile). Nel momento in cui le aspettative di crescita sono diventate fosche e si è delineato uno scenario recessivo, è crollata la fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e si è rotta 1equivalenza tra debito e ' moneta: i titoli finanziari hanno iniziato a perdere drasticamente il proprio controvalore monetario, il debito è rimasto mentre la moneta si è dissolta, e si sono creati cosi gli «assets tossici». Questo è quanto avvenuto a partire dal settembre del 2008: da quel momento abbiamo assistito a una violentissima restrizione monetaria attuata dal settore privato che ha portato al fallimento della banca Lehman Brothers, al crollo dei mercati azionari, al prosciugamento del credito interbancario, alla restrizione del credito alle famiglie e alle imprese e quindi alla caduta della domanda aggregata, della produzione e dell'occupazione nei Paesi piu avanzati del pianeta. Dal settembre 2008, quei «pezzi di carta» che circolavano e venivano scambiati sul mercato hanno perso la loro funzione monetaria. Si è verificata un'imponente distruzione di moneta endogena e si è interrotta la circola-

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Capitolo secondo

La finanziarizzazione

·P

zione della moneta nell'economia. Come il corpo umano deperisce se si arresta la circolazione del sangue, cosf il sistema capitalistico ha rischiato di collassare in seguito alla paralisi della circolazione monetaria.

4· La finanziarizzazione nel ciclo di crisi.
Alla distruzione di moneta privata si è fatto fronte con la creazione di moneta pubblica (espansione della base monetaria e del debito pubblico), sia per impedire i fallimenti di banche e imprese sia per riattivare il credito e far ripartire la domanda aggregata. Ma l'espansione della moneta pubblica, se da un lato si è dimostrata efficace nel contrastare la caduta dell'economia ed evitare il fallimento a catena di banche e imprese, dall'altro lato non è riuscita a determinare una ripresa robusta e duratura della domanda aggregata e quindi a ripristinare le condizioni di fiducia precedenti alla crisi del settembre 2008. In particolare, non si è riattivata la creazione di quella componente della moneta endogena costituita dal credito bancario alle imprese e alle famiglie che è fondamentale per alimentare le due componenti principali della domanda aggregata: i consumi e gli investimenti. In conseguenza del ristagno della domanda- che non sta determinando convenienti opportunità d'investimento dei capitali nel settore reale - e dei generosi interventi delle Banche centrali a favore delle banche private, il processo di finanziarizzazione ha ripreso vigore. E poiché i mercati hanno constatato che gli Stati e le Banche centrali, specialmente qui in Europa, non hanno la volontà di agire fino in fondo per ravvivare la domanda e per determinare un'inversione ciclica, ora puntano al ribasso e affondano le economie piu in difficoltà. La finanza sta operando in modo diverso rispetto al periodo di crescita precedente, poiché sta esasperando

le difficoltà e sta trasformando una situazione di crisi in una depressione. Sotto questo aspetto possiamo dire che si assiste a uno scontro non solo tra il capitalismo finanziario e gli Stati, ma anche tra la finanza e l'industria. Come abbiamo detto, tutto questo accade perché i mercati finanziari rappresentano un potentissimo amplificatore delle fisiologiche fluttuazioni cicliche in quanto innescano meccanismi cumulativi che si autoalimentano. Quando c'è crescita i mercati gettano benzina sul fuoco e amplificano l'espansione, ma quando c'è crisi i mercati spingono l'economia verso la depressione entrando in rotta di collisione con gli Stati, con i lavoratori e con le imprese industriali, specialmente con quelle piccole e medie che dipendono in modo preminente dal credito bancario e non hanno né il potere di mercato né la capacità di finanziarizzarsi delle grandi imprese. Insomma, dobbiamo essere consapevoli che in una fase di crisi i mercati finanziari esasperano le difficoltà poiché fanno soldi puntando al ribasso e possono trasformare una recessione in una depressione. Durante un ciclo recessivo la finanza smette di svolgere quel ruolo di sostegno nei confronti dell'economia reale e diventa essa stessa un fattore di crisi. Per questi motivi la finanza deve essere riportata al servizio dell'economia attraverso una nuova regolazione che ne restringa il grado di libertà. Paradossalmente, i fondi pensione che raccolgono il capitale dei lavoratori hanno contribuito all'esplosione della finanziarizzazione, che oggi si sta ripercuotendo contro gli stessi lavoratori. Le strategie d'investimento dei fondi pensione sono state decise da manager che avevano l'obiettivo di conseguire i massimi rendimenti dai capitali gestiti piuttosto che far crescere i salari, tutelare l'occupazione e consolidare le imprese industriali. Inoltre questi manager operavano nella piu totale discrezionalità, spesso assumendosi rischi sproporzionati. E cosf sono emerse profonde contraddizioni tra gli effetti di

R C...lll ...

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t

)

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Capitolo secondo

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tali strategie e gli interessi dei lavoratori, tra la gestione e la proprietà ultima dei fondi pensione'. In sostanza il dilemma rimane quello già formulato daJeremy e Randy Barber negli anni Settanta e cioè «se i lavoratori continueranno a permettere che il loro capitale continui a essere usato contro di loro oppure se vorranno affermare un controllo allo scopo di salvare i posti di lavoro e le loro comunità»10 • In quando vi è una crisi profonda, la libera cucolaz10ne dei capitali genera rischi troppo grandi, che vanno contrastati. Al riguardo, l'esperienza piu illuminante per sottrarsi alla dittatura dei mercati finanziari è quella del Terzo Reich, di cui si parlerà ampiamente nel capitolo quarto. Attraverso una politica di sovranità monetaria indipendente che impediva la convertibilità della moneta nazionale sui mercati valutari e un programma di lavori pubblici che garantiva la piena occupazione, in soli quattro anni il Terzo Reich riusd a trasformare un'economia in bancarotta, gravata da rovinosi di risarcimento postbellico e da zero prospettive per il credito e gli investimenti stranieri nell'economia piu forte d 'Europa. In Billions /or the Bdnkers, Debts/or the People, Sheldon Emry commenta:
La Germania iniztò a stampare una moneta libera dal debito e dagli interessi ed è questo che spiega la sua travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza mondiale in soli cinque anni. La Germania finanziò il proprio governo e tutte le operazioni belliche senza aver bisogno di oro né debito e fu necessaria l'unione di tutto il mondo cJpitalistico e comunista per distruggere il potere della Ger· mania sull'Europa.

prezzi inalterati. Purtroppo, la ripresa economica consenti alla Germania nazista di lanciarsi a capofitto nelle spese per armamenti e di scatenare la Seconda guerra mondiale. Ovviamente noi non ci auguriamo affatto che la dittatura dei mercati finanziari possa essere superata attraverso un altro tipo di dittatura, come fu per esempio quella del regime nazista, ma speriamo che ciò possa accadere per via democratica attraverso una politica di riforme. Però dobbiamo essere consapevoli che il tempo a disposizione per attuare le riforme è limitato e che molti dei personaggi che non avevano avuto alcun sentore della pericolosità e del livello di rischio in cui si trovava l' economia mondiale prima della crisi, oggi sono ancora nelle posizioni di comando. Ma se questi personaggi non avevano capito nulla di ciò che stava accadendo, come potrebbero essere in grado oggi di prendere le decisioni giuste per rilanciare la crescita delle economie occidentali? Ecco un' altra differenza con la crisi del 1929: i responsabili della crisi sono ancora alloro posto, il che non accadde con Roosevelt. Come ha sottolineato Marcello De Cecco,
negli anni Trenta, la squadra di governo cambiò e i colpevoli del disastro furono puniti. Oggi, al contrario, essi restano imperturbabili a perché non esistono piu poteri alternativi, come quello sinfar dacale e quello della grande industria fordista, sui quali Rooseve!t po· té contare. La lobby, con l'eccezione dei fabbricanti d 'armi e di pro· dotti farmaceutici e sanitari, è una sola e for aggia tutta la classe politica, a prescindere dall'affiliazione partitica".

La moneta stampata dal governo non produsse affatto l'inflazione prevista dalla teoria classica, poiché offerta e domanda crebbero di pari passo lasciando i
' L. Gallino. Finam::capr/4/imto ci t .

J. Rifkin e R. Barbc:r, Th ,'\orth u.·r/J m tbe rf}Sos, lkacon Press, Bo,ton r978.

10

Agam. Pmsions. Poliha and Pou·er

11

C. Orsi, Gli «onomisti di 30 dicembre 1009.

intervista a M . De Cecco, in «il manife·

La dittatura dei mercati

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Capitolo terzo La dittatura dei mercati

L'insieme dei due fenomeni che abbiamo passato in rassegna nei due precedenti capitoli, l'indebitamento e la finanziarizzazione, provocano a nostro parere un mutamento strutturale nella natura del capitalismo occidentale. Un mutamento che definiremo con il termine di «capitalismo finanziario» e che consiste anzitutto nell'ampliamento geopolitico dello spazio, praticamente esteso a tutto il mondo, e nel cambiamento sostanziale della sua natura. Il capitalismo industriale, che aveva contrassegnato la fase precedente, coinvolgeva praticamente tutti gli aspetti dell'economia e investiva anche tratti importanti della struttura sociale. La grande impresa capitalistica descritta nei testi del capitalismo manageriale (come quelli di Robert Morris) espletava una serie di funzioni che vanno dal profitto alla crescita, dall'innovazione alle relazioni sociali toccando anche aspetti culturali ed etici. L'impresa manageriale stava avviandosi a diventare una realtà politica. Tutto ciò è profondamente mutato con la finanziarizzazione. La funzione fondamentale del capitalismo si è ridotta nuovamente all' aspetto essenziale del profitto inteso nei termini piu stretti di superamento relativo dei rendimenti di capitale nel breve e brevissimo termine. Inoltre, ciò che era praticamente una metafora il mercato mondiale dei capitali, è diventato una realtà istituzionale che comporta un proprio governo mondiale. Quello che il proletariato non è riuscito a realizzare

(«Proletari di tutto il mondo unitevi»), il capitalismo lo ha compiuto: esso si pone ormai una P?tenza globale strutturata rispetto a quella de1 goverru. Neppure Marx avrebbe potuto immaginare quanto fosse stato vicino alla realtà quando aveva definito i governi come agenzie di affari del capitalismo. In tali condizioni è quasi impossibile formulare previsioni sull'esito di questa crisi. La sola asserzione plausibile, in modo ovvio, è che dopo di essa nulla resterà potenze che affermancome prima. Le do reclameranno obtettlvamente un nordmamento mondiale e sociale, che potrebbe riassumere forme del grande compromesso storico ?eli dell'Oro oppure sfociare in una fase stonca d1 disordme violento e incontrollato.
I.

Il salvataggio delle banche e delle istituzioni finanziarie.

Nella fase iniziale della crisi sono state rovesciate tutte le convinzioni dominanti, e in particolare quella secondo cui lo Stato sarebbe il problema e non la soluzione. Lo Stato è diventato la soluzione dei problemi, però, aver come vedremo, questa nuova visione non avuto un duraturo splendore, anzi è stata strumentale, perché non appena il settore SI è ripreso, si è scatenata una nuova controffensiva contro l'intervento pubblico e il we/fare state. Q_uesto. attacco, se dovesse proseguire, ci potrebbe far del tutto il capitalismo sociale e temperato che abbtarno conosciuto dopo la Grande Crisi del , . Per evitare una profonda depressione dell economia, in.tervento,dello dunque, si è ricorsi a un to sotto forma di espansiOne del debito e dell offerta di base monetaria. Cosi nella fase iniziale della crisi non solo l'economia reale ma anche i mercati finanziari si so-

Capitolo terzo

La dittatura dci mercati

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no ritrovati completamente dipendenti dall'intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l'innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Gli interventi di salvataggio hanno avuto una portata enorme, pari a circa 14 ooo miliardi di dollari, la metà del Pii dei Paesi «salvatori», e sono sintetizzabili in tre grandi categorie: r. salvataggi bancari; 2. co_nversione di debiti privati in debiti pubblici; 3· m1sure per contrastare le bolle immobiliari. Nell'insieme i provvedimenti non si sono concentrati a valle del sistema, e cioè per sostenere gli investimenti pubblici, l'occupazione, i redditi bassi e i consumi; bensf a monte, iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e sì è sottovalutato il fatto che se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell'economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico. Ciò significa che la ricapìtalizzazione non produce effetti positivi se non si ravviva la domanda aggregata e quindi se non ripartono la produzione, l' occupazione e gli investimenti delle imprese. Accanto agli interventi di salvataggio, vi sono state altre conseguenze molto negative sui bilanci pubblici, poiché la recessione ha provocato una caduta del reddito, dell'occupazione e del gettito fiscale e una crescita considerevole delle spese sociali (sussidi di disoccupazione e cassa integrazione). L'espansione del debito dunque è stata accompagnata da una drastica caduta del Pii: la combinazione di questi due fenomeni ha fatto si che il rapporto fra debito pubblico e Pii registrasse una fortis-

sima accelerazione nel periodo successivo alla crisi del 2007-8 in rutti i Paesi avanzati (Tab. 2).
Tabella 2.
Confronto fra i rapporti debito pubblico · Pii in di,·ersi Paesi avanzati negli anni 2007 c 2011. Debito/Pii 'lfl Eurozona Grecia Irlanda Portogallo Spagna Olanda Francia Germania Italia Regno Unito Stati Uniti Giappone
2007
2011

66 !05 25 6} 36 45 64 65 104 44 51

8} t6o
Il}

112

70 70 90 85 120 83
100

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2}5

Fonte: Fmi, \Yiorld Economie Outlook, 2011.

in diverso sulle due sponde dell Atlantico. Gli Statl Umti hanno reagito con una colossale espansione di base monetaria da parte della Federai Reserve, che, oltre a salvare le banche è intervenuta in misura massiccia sul ' . mercato dei titoli di Stato evitando che l' econom1a americana venisse colpita dalla speculazione finanzia:i_a. Da parte sua l'amministrazione Obama, ac.canto mterventi di salvataggio, ha varato uno stimolo f1scale 8oo miliardi di dollari per contrastare la profonda cns1 economica ha stanziato So miliardi per salvare i colossi Chrysler e Generai Motors (oggi entrambe le società hanno ricominciato a fare utili) ed è riuscita a mandare in porto la riforma sanitaria, che garantirà la copertura assicurativa a trentatre milioni di americani che prima ne erano sprovvisti. Al contrario l'Europa in una prima fase ha salvato l_e banche sostituendo il debito privato con quello pubbli-

È pur vero che la crisi è

Capitolo terzo

La dittatura dei mercati

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co, ma poi, anche a causa dell'impossibilità della Banca centrale europea a operare come prestatore di ultima istanza e del fatto che il sistema cooperativo interstatale non sta funzionando, è stata colpita nei suoi punti piu deboli dalla speculazione al ribasso sul mercato dei titoli di Stato. Specialmente per volontà della Germania, si è data priorità assoluta all'esigenza di risanare i bilanci pubblici trascurando le misure per promuovere la crescita dell'economia e dell'occupazione: invece di sostenere la domanda aggregata l'Europa è intervenuta addirittura in senso opposto, frenandola ancora di piu. La Banca centrale europea ha messo in campo due operazioni di rifinanziamento del sistema bancario a tre anni con un tasso dell'I %, per un ammontare di mille miliardi di euro. In totale le banche europee hanno ricevuto circa 4500 miliardi di euro dagli Stati e dalla Banca centrale, un terzo del Pil del vecchio continente. Ma queste misure, se da un lato hanno fornito ossigeno al sistema bancario, dall'altro lato non sembrano aver prodotto effetti significativi sulla stabilità del sistema finanziario europeo e sulla ripresa della domanda aggregata. Per questi motivi oggi i mercati finanziari considerano l'Europa molto piu a rischio degli Stati Uniti. Eppure se mettiamo a confronto il vecchio e il nuovo continente, possiamo osservare che l'Europa è dotata di una forza economica superiore. Nel 20I I i ventisette Paesi europei hanno generato un prodotto interno lordo ed esportazioni piu elevate di quelle statunitensi (rispettivamente I5 56I e I9I5 miliardi di dollari contro I3 3I5 e I473 miliardi di dollari) e sono stati gravati da un indebitamente pubblico ben piu basso (il debito in valori assoluti è di I 2 838 miliardi di dollari per i ventisette Paesi dell'euro contro I5 223 miliardi per gli Stati Uniti). Evidentemente la mancanza di coesione politica tra i Paesi dell'euro si ripercuote negativamente sul piano economico e sulla stabilità finanziaria europea.

Ma vediamo piu da vicino come si 7voluta la in seguito ai colossali per salvare il settore privato dal collasso fmanztano.

2.

La punizione degli Stati, dei lavoratori e delle imprese industriali.

Superata la fase di emergenza! si è pres?, coscienza che il debito pubblico aveva regtstrato un sia in Europa sia negli Stati Uniti, senza s1 fosse messo in moto un ciclo di crescita in grado d1 autosostenersi e senza che fosse comparso un nuovo cons_umatore in grado di sostituire il consumatore amencano iperindebitato. Cosi il livello insufficiente della agpegara iniziato a ripercuotersi sul settore pnvato dell. econom1a reale che è stato costretto a ridurre la produziOne e no? ha a investire i capitali nell'industria, lizia e nei servizi. Per questo sono delle politiche pubbliche espansive. Ma t.ali nchiederebbero tempi relativamente lunghi per i propri effetti e quindi non merl Pae: cati finanziari, che tendono mvece a l si che adottano pesanti misure di austenta per conti. Ogni prospettiva di rilancio della domanda vtene sdegnosamente respinta in nome eppure tutti sanno che se durante una recessiOne Sl attuano manovre restrittive si manda a picco l'economia. In questo quadro, gli Stati che non sotto controllo le proprie finanze sono da1 mercati mentre le stesse istituzioni internaztonali sono semp;e pronte a redarguire i governi che non rispettino le
• Cfr E BrancJccio e M. Passarella, L'austmtà è di destra. E s/4 distruggendo

l'Europa, il Saggtatore, Milano

2012.

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Capitolo ter zo

La dittatura dei mercati

direttive da loro imposte. Si è passati cosi dall' emergenza del settore privato a quella del settore pubblico e chi ne fa le spese sono i lavoratori, poiché si utilizza la crisi come arma per ridurne salari, diritti, tutele e servizi sociali. La crisi finanziaria è diventata crisi economica che a sua volta si è trasformata in crisi sociale, nella perdita del lavoro e nella contrazione del potere d'acquisto. In Europa le grandi banche e i fondi finanziari stanno attuando gigantesche operazioni di disinvestimento dalla. periferia meridionale verso la Germania e gli altri Paesi del Nordeuropa: i capitali abbandonano gli Stati in difficoltà destabilizzandone i sistemi finanziari . Due le piu rilevanti: la progressiva nazionalizzaziOne dei debiti pubblici e il continuo aumento dei tassi d'interesse. . primo trimestre 20r2la quota di debito pubblico Italiano e spagnolo detenuto dai non residenti ha prola sua discesa. A registrarlo è l'agenzia di rating F1tch secondo cui, grazie ai fondi presi a prestito dalla Banca centrale europea, gli istituti di credito hanno rimpiazzato la fuga degli investitori istituzionali. Questa fuga è stata particolarmente marcata nel caso della Spagna, dove, secondo l'agenzia, la quota di debito pubblico detenuta dai non residenti è passata da oltre il 6o% del 2oo8 al34% del primo trimestre 2012, mentre in Italia la medesima quota si è ridotta dal 5o al32 % . Le rilevazioni piu aggiornate indicano che negli ultimi due anni oltre mille miliardi di euro di capitali esteri, circa la metà del Pil, sono scappati dal nostro Paese. I grandi investi6?o milioni di euro di Btp tori. al grorno, 1 grandr fondi staturutensi non finanziano piu le nostre banche e i depositi dei clienti di oltrefrontiera sono crollati del r8% . Negli ultimi mesi l'attenzione si è improvvisamente concentrata sul ritiro dei depositi bancari che viene ali-

mentato dal rischio dell'uscita della Grecia dall'unione monetaria europea. Una situazione di panico che potrebbe assumere dimensioni imprevedibili e incontrollabili. In tal modo, gli Stati in difficoltà subiscono una penalizzazione ulteriore che si assomma a quella provocata dalla recessione. Recessione, misure di risanamento e fughe di capitali producono un circolo vizioso che desertifica le economie. E anche se vengono colpiti singoli Paesi come la Grecia, il Portogallo e poi l' Italia e la Spagna, il risultato è quello di amplificare una spinta depressiva, con effetti negativi sulla domanda aggregata che vanno ben al di là dei Paesi appena menzionati. Cosi la maggior parte degli Stati occidentali è diventata ostaggio dei mercati finanziari, che si aspettano un peggioramento sempre piu grave dello scenario economico. Ma lo scontro non coinvolge solo gli Stati poiché riguarda anche il settore privato, che ha una fortissima necessità di accrescere la domanda attraverso minori tasse e maggiori spese (checché ne dica la Banca centrale europea, anche la spesa pubblica sotto forma di stipendi e di servizi sostiene i consumi e traina le attività imprenditoriali). L'impatto della recessione produce gli effetti piu negativi sulle piccole e medie imprese, in quanto quelle grandi possono sfruttare il loro potere di mercato, sono meno dipendenti dai prestiti bancari e hanno la capacità di finanziarizzarsi. La particolare situazione europea può essere ricondotta all'azione di una miscela esplosiva composta da ideologia liberista e nazionalismo tedesco, che sta producendo esiti economici e sociali devastanti e sta alimentando un allargamento del divario tra i Paesi europei. La moneta unica è diventata una causa di squilibrio e inasprisce le tensioni interne all'Europa, tra Paesi del Nord e Paesi del Sud. L' ossessione tedesca per il controllo delle finanze pubbliche viene sostenuta dai mercati finanziari, che

Capitolo terzo

La dittatura dei mercati

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continuano a operare indisturbati nonostante la crisi che essi stessi hanno provocato. Siamo arrivati al paradosso che questi mercati, che poi non sono entità metafisiche ma sono dominati da poche grandi concentrazioni di potere2 , dopo essere stati salvati dall'intervento pubblico si sono ritorti contro gli Stati che costituivano gli anelli piu deboli della catena. Però nel ciclo di crescita precedente gli stessi mercati non avevano esitato a incoraggiare l'espansione di un indebitamente privato assolutamente irragionevole e insostenibile (vedi i mutui subprime). Evidentemente ora i mercati non ripongono piu fiducia nelle aspettative di crescita dell'economia, ma vedono solo stagnazione e recessione e stanno esasperando una situazione certamente difficile, ma che non sarebbe cosi disperata se la finanza non giocasse contro. Con la complicità dell'Unione europea che ha agito sempre in ritardo e sempre in modo insufficiente, imercati hanno potuto scatenare l'attacco alla Grecia. Tutti sapevano che nel momento in cui l'economia mondiale è entrata in recessione la Grecia era un Paese ad alto rischio, sia perché aveva già un elevato rapporto fra debito pubblico e Pii sia perché non possiede un settore privato competitivo. Aver costruito un'area valutaria comune mettendo insieme Paesi con settori industriali non confrontabili come quota sul Pil e come livello di produttività, senza disporre di strumenti d'intervento anticiclici, si è rivelato un errore enorme. I Paesi con un settore privato molto debole, come appunto la Grecia, il Portogallo o in Italia il nostro Mezzogiorno, hanno una produttività - e quindi una competitività - molto piu bassa, che
' Se nel 2009 le cinque maggiori banche americane detenevano l'So% di tut· ti i derivati emessi negli Usa, oggi quattro banche CJ. P. Morgan Chasc, Citigroup, Bank of America e Goldman Sachs) ne detengono i194% del totale.

si riflette su una bilancia commerciale cronicamente in deficit. Se guardiamo al periodo compreso tra il 2ooo e il 2007, il disavanzo medio annuo delle partite correnti della Grecia è stato pari all'8,4% del Pile quello del Portogallo maggiore di un punto percentuale. Secondo Vladimiro Giacché ed Emiliano Brancaccio, lo squilibrio commerciale è una tra le cause fondamentali dell'aumento del debito pubblico greco, che si è fatto carico di un debito estero crescente, alimentato dal divario di competitività con le nazioni europee piu forti e dall'impossibilità di svalutare il cambio. Certamente, altre cause importanti dell'alto debito pubblico greco sono rappresentate dalla tendenza diffusa a evadere le tasse e da una corruzione molto estesa, fenomeni ben conosciuti anche qui in Italia. L'insieme di questi elementi ha fatto si che la situazione diventasse insostenibile quando è esplosa la crisi mondiale del 2007-8, la quale ha fatto crollare il prodotto interno lordo e ha via via prosciugato gli afflussi di capitali esteri, alimentando la fuga di capitali dalla Grecia. A quel punto la risalita dei tassi d'interesse e le ricette imposte dall'Europa hanno fatto affondare il Paese ellenico. Alla recessione prodotta dal mercato si è aggiunta una recessione pianificata dall'Europa. Le misure di austerità incentrate principalmente sui tagli alla spesa pubblica non sono state accompagnate da un grande piano d'investimenti per controbilanciare la contrazione della domanda e per favorire l'espansione del settore privato, e cosi l'economia greca è andata a picco. La caduta dei redditi (-20%) e l'aumento della disoccupazione (oggi è a un quarto della forza lavoro) stanno determinando un tracollo dell'attività economica che può propagarsi in tutta Europa.

54

Capitolo terzo

La dittatura dei mercati

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3. La Germania punto di forza e di debolezza dell'Unio-

ne europea.

Gli interventi di risanamento aggravano la crisi e fanno cadere il Pil in misura ancora superiore, determinando un peggioramento del rapporto fra debito e Pil senza che vi siano effetti positivi sui tassi d'interesse, come si è visto in Italia e in Spagna. Inoltre, la crisi alimenta una fuga di capitali dai Paesi in recessione verso gli Stati del Nordeuropa, che quindi beneficiano di tassi d'interesse in continua diminuzione. Il basso costo del denaro dell'economia piu forte d'Europa sta determinando un vantaggio competitivo per le imprese tedesche e una desertificazione industriale nelle aree meno competitive. Ma non è tutto, perché la finanza pubblica della Germania viene favorita rispetto a quella dei Paesi deboli: ecco uno dei motivi dell' avversione di Berlino agli eurobond, che implicherebbero tassi di mercato piu alti di quelli pagati attualmente dalla Germania (il rendimento del Bund decennale viaggia attorno all'1,4%, mentre i tassi dei finanziamenti a medio termine sono ormai trascurabili). Anche per questi motivi la crisi dell'Eurozona, per ora, non riguarda la Germania. I cittadini tedeschi sono ricchi oggi come non lo sono stati mai prima: nell'anno di crisi 201 I, il patrimonio finanziario privato in Germania ha raggiunto la cifra record di 4715 miliardi di euro. Rispetto all'anno precedente sono 149 miliardi in piu, una crescita molto sopra la media. Tutto questo farebbe pensare che la Germania stia operando per la disintegrazione dell'Unione europea, poiché le misure di risanamento delle finanze pubbliche attuate dai Paesi in recessione accentuano il divario con le aree in crescita. E l'ampliamento dei divari alimenta meccanismi cumulativi che acuiscono sempre di piu gli squilibri.

Eppure esistono alcuni studi tecnici del ministero delle Finanze tedesco che prospettano come un vero incubo il futuro economico della Germania, e con essa di tutta l'Eurozona, se la moneta unica dovesse crollare' . Il rapporto è stato rivelato nei suoi punti fondamentali dal settimanale «Der Spiegel», che ha citato un funzionario del ministero secondo il quale «di fronte a queste prospettive, anche un salvataggio dell'euro a caro prezzo appare come il minore dei mali». L'articolo dello «Spiegel», intitolato Uno sguardo sull'abisso, è arricchito da una serie di dati che confermano indicazioni «molto tetre» per tutti i Paesi dell'Eurozona. Ma anche la locomotiva tedesca, e questo è il vero punto critico nello studio degli uomini di Schauble, verrebbe pesantemente danneggiata, in primo luogo perché la Germania esporta il 6o% dei suoi prodotti nei Paesi europei. Il Pil subirebbe una caduta del9,2%, mentre il numero dei disoccupati salirebbe al9.3% . I senza lavoro supererebbero i cinque milioni, una cifra quasi doppia rispetto a quella attuale. Il ministero delle Finanze tedesco non ha smentito né confermato le rivelazioni dello<<Spiegel», secondo cui il documento è stato tenuto fino a oggi riservato nel timore che i costi delle iniziative per salvare l'euro uscissero fuori da ogni controllo. Ma a fianco dell'articolo del settimanale di Amburgo, in una lunga intervista è lo stesso Schauble ad avvertire che una disintegrazione «sarebbe assurda» e che l'unione monetaria non solo non è stata assolutamente un errore, come gli era stato chiesto, ma è stata la «logica conseguenza» dell'integrazione comunitaria. Il ministro, esponente di punta del Partito cristiano democratico che fu di Helmut Kohl, ammonisce inoltre che una rottura della zona euro rimettereb' P. Lepri, Schiiubk e il dossier d1 Berlino· «Se crolla l'euro /'economUI tedesca in «Il Corriere della Sera.., 25 giugno 2012.

cadrà

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be in questione conquiste ormai entrate nel patrimonio acquisito di tutti i cittadini, come il mercato unico e la libera circolazione. Ma le preoccupazioni non sono solo di carattere puramente economico. Sul piano politico uno dei gridi d ' allarme piu autorevoli è stato lanciato da Joschka Fischer, ex braccio destro del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroder nei primi anni Duemila•. Ha detto Fischer:
Per d ue volte, nel xx secolo, la G ermania con mezzi militari ha distrullo se stessa e l'ordine europeo. Poi ha convinto l'O ccidente di averne tratto le giuste lezioni : solo abbracciando pienamente l'integrazione d ' Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riuni ficazionc. Sareb be una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici c le migliori intenzioni, causasse la dist ruzione dell'ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo.

L'ex vicecancelliere del governo rosso-verde invita a non farsi alcuna illusione: l' Europa è oggi sull'orlo di un abisso.
O l'euro cade, rorna la re-nazionalizzazione e l'Unione europea si disintegra, il che porterebbe a una drammatica crisi economica globa· le, qualcosa che la nostra generazione non ha mai vissuto. Oppure gli europei vanno avanti verso l'Unione fiscale e l'Unione politica nell'Eurogruppo. Tgoverni e i popoli degli Stati membri non possono piu sop· portare il peso dell'austerità senza crescita. E non abbiamo piu molto tempo, parlo di settimane, forse di pochi mesi.

Secondo Fischer non è possibile limitare le conseguenze di un'uscita controllata della Grecia dall'Eurozona perché
l'Euro è un progetto politico. Non è che avessimo bisogno d ella moneta unica agli inizi degli anni \lovanta Doveva essere il vettore dell'inte· grazione politica. questa era l'idea di fondo. Nessuno oggi può garantire che se la Grecia abbandona l'euro, non si verifichino un crollo della fi. dueia, una corsa alle banche in pagna, in Italia, probabilmente anche in Francia, cioè una valanga finan:.:iaria che seppellirebbe l'Europa. Se· condo, cosa pensa che farebbero i greci una volta fuori? Cercherebbero altri partner, come la Russia per esempio, che è già pronta e nessuno ne parla. Diremmo addio all'ampliamento verso Sudest, l'integrazione europea dei Balcani sarebbe finita. È una follia: si possono avere opi· nioni diverse sulla vocazione europea della Turchia, ma non c'è dubbio che i Balcani, regione intrinsecamente instabile, siano parte dell'Euro· pa. Senza contare che la Grecia fuori dall'euro precipiterebbe nel caos.

L'ex ministro degli Esteri tedesco è «preoccupato» da una situazione che definisce «molto seria» per l'Europa. Ed è anche scettico, perché non vede in giro «forze e leader, disposti a fare i passi necessari», senza i quali «rischia di essere spazzato via il miracolo di due generazioni di europei: l'investimento massiccio in una costruzione istituzionale, che ha garantito il piu lungo periodo di pace e prosperità nella storia del continente». Spiega ancora Fischer:
Mi preoccupa che l'attuale strategia chiaramente non funz iona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di H erbert I loover in America e del cancelliere lleinrich Bri.ining nella Germania di \XIeimar, che l'austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tede,chi. Cerro l'economia della Germania è in crescita, ma ciò può cambiare rapidamente, anzi sta già cambiando.
' P. Valentino, L4 Gm1Wnill nuuffondzfEuro[XJ. Slln:bbe la tm:a vo/14 m unt'an· m, intervi>ta aJ. Fischer, in cii Corriere della Sera., 26 maggio 2012 ,

Anche gli eurobond rappresentano per Fischer un tema importante, perché implicano unione politica e fiscale dell'Eurogruppo, crescita e riforme strutturali. Ed è inequivocabile la critica verso la politica dell' austerità di Angela Merkel.
La cancelliera pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e fa un grosso errore. Perché sul piano interno è già molto indebolita. Merkel è forre finché l'economia tedesca è forte In Germania non c'è crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale. di guidare l'Europa insieme fuori Se non ci assumiamo la dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti, sia sul piano economico che su quello politico[. l A..l momento decisivi sono i Paesi dell'Eurozona. I capi di governo agiscono già di fatto da

Capitolo terzo esecutivo europeo, i Parlamenti nazionali hanno la sovranità sul bilancio. Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel r781 c'era una situazione simile in America. Cosa fece Alexander H arnilton? Federalizzò il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili.

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4· L'Unione europea promuove un processo di suicidio.

La crisi economica dunque sta generando una fortissima pressione sulle finanze pubbliche poiché, mentre si riducono la ricchezza prodotta e l'occupazione, crescono le spese sociali per sostenere chi perde il lavoro e cade il gettito fiscale. In piu i rischi di dissesto finanziario delle banche, i cui attivi diventano sempre piu illiquidi, inevitabilmente si vanno a scaricare sul bilancio degli Stati. In questo quadro, le politiche restrittive basate su tagli di spesa e aumenti di tasse aggravano ulteriormente la situazione, in quanto drenano altre risorse dall'economia reale ostacolando la ripresa. Si cerca di ridurre il debito aumentando anche le imposte indirette e le tariffe, che però sospingono l'inflazione e deprimono ancora di piu i consumi colpendo indistintamente tutte le fasce sociali. I tagli alla spesa sono invece piu difficili da attuare, richiedono tempi piu lunghi e incontrano forti resistenze politiche e sociali. Ma anche su questo fronte i governi dei Paesi europei in difficoltà, come quello spagnolo e quello italiano, stanno procedendo in maniera decisa. Viene aumentata l'età pensionabile e poi si cerca di mandare in pensione anticipata i lavoratori piu anziani, che costano di piu dei giovani precari: un comportamento che richiederebbe delle sedute di psicanalisi. Le prestazioni sociali sono ridotte sempre di piu: l' attacco al sistema del welfare prosegue senza sosta. Ma questo non basta, ed ecco allora le misure per au-

mentare la flessibilità del mercato del lavoro, ossia per rendere piu facili i licenziamenti. Si pensa che la liberalizzazione del mercato del lavoro possa permettere di aumentare la competitività e di rilanciare la crescita dell'economia. Però se durante una recessione si attuano questi interventi, i lavoratori saranno ancora piu terrorizzati di perdere il lavoro. Di conseguenza cercheranno, per quanto possibile, di risparmiare di piu in modo da garantirsi delle riserve se la situazione dovesse peggiorare: un'altra spinta verso la contrazione dei consumi, che strozza l' attività economica e la stessa sopravvivenza delle imprese. Ma queste contraddizioni rappresentano solo una piccola parte dei gravi conflitti che sono scoppiati durante la crisi e che, con il passare del tempo, si stanno accumulando e stanno rendendo la situazione sempre piu esplosiva. In particolare, si sono acuiti i conflitti tra: r. i lavoratori immigrati e i lavoratori autoctoni, come dimostra l'affermazione della destra francese; 2. i lavoratori stessi, come si è visto in occasione del referendum indetto dalla Fiat in cui maggiori investimenti venivano concessi in cambio di piu flessibilità; 3· il lavoro che difende i propri diritti e le imprese che cercano di abbassare i salari per essere competitive; 4· il settore privato che chiede minori tasse e il settore pubblico che si oppone a una politica di tagli; 5. le aree forti come la Germania che si avvantaggiano con la riduzione dei tassi d ' interesse e le aree deboli come la Grecia e gli altri Paesi del Sudeuropa penalizzati dai deflussi di capitali; 6. la finanza, che in questo momento non crede alla possibilità di una ripresa duratura dell'economia reale, le imprese industriali che non trovano sbocchi produttivi e i lavoratori che perdono il posto;

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7. la finanza che specula al ribasso sui titoli pubblici e gli Stati, puniti se non riescono a contrastare l'espansione del debito pubblico che la crisi sta provocando e il settore finanziario sta amplificando.

Quando la recessione si protrae per un lungo periodo, i conflitti tendono dunque a moltiplicarsi e a diventare patologici. Per questo una ripresa dell'economia avrebbe ricadute positive anche sul piano politico e sociale e sulla tenuta democratica delle istituzioni europee. Inoltre, il perdurare della crisi sta alimentando un sentimento fortemente antieuropeo in vasti strati della popolazione, che percepiscono la politica di austerità imposta dall'Europa come la causa del loro impoverimento. Purtroppo, tutta l'attenzione viene riposta sul rischio del contagio finanziario e si sottovaluta il contagio reale. Anche questo comportamento dimostra quanto il settore finanziario sia diventato dominante e quanto gli aspet ti reali - in primis l'enorme disoccupazione - siano messi in secondo piano nei processi decisionali.
5. L 'assalto del mondo capitalistico anglosassone

all'Europa.
Oltre alle profonde divergenze tra la Germania e gli altri Paesi nordici con i Paesi del Sudeuropa, uno scontro di grandi proporzioni si sta verificando tra il vecchio continente e il mondo capitalistico anglosassone. Questo mondo, infatti, non aveva per nulla gradito la nascita dell'euro, che è entrato in concorrenza con il dollaro mettendone a rischio il predominio sui mercati mondiali e ha dato luogo a una vasta area alternativa nell' attrazione degli investimenti finanziari. Il braccio armato dei grandi fondi finanziari anglosassoni è costituito dalle tre sorelle del rating: Standard &

Poor's, Moody's e Fitch. Si tratta di un oligopolio che ha un potere di mercato enorme, poiché stabilisce le valutazioni di rischio sui titoli di debito e quindi può mettere in ginocchio non solo le imprese, ma anche gli Stati. Il rating deve essere commissionato da chi emette il debito, in quanto le obbligazioni non possono essere acquistate dai fondi pensione o da altri investitori istituzionali se la valutazione del rischio supera certi parametri. Ma i colossi del rating hanno pesantissimi conflitti d'interesse poiché S&P, Moody's e Fitch hanno come azionisti i fondi che usano i rating per investire, oppure le banche che alle stesse agenzie chiedono un voto quando devono emettere obbligazioni. Questa situazione solleva da sempre sospetti di ogni genere: in tanti sono convinti che le agenzie di rating abbiano assegnato alle cartolarizzazioni di mutui americani voti troppo benevoli proprio per «coltivare» i loro clienti. E ora queste società non perdono occasione per declassare quei governi europei che non riescono a contenere l'espansione dei debiti pubblici. Tuttavia all'interno del capitalismo anglosassone le posizioni non sono cosi lineari, perché se da un lato c'è chi mira ad affossare l'euro, come la finanza di Wall Street e i repubblicani piu aggressivi, dall'altro lato c'è l'amministrazione Obama, ben consapevole che la disintegrazione dell'euro può determinare una caduta della domanda europea la quale si ripercuoterebbe sulla crescita dell'economia americana, e quindi sulla possibilità che lo stesso Obama venga rieletto presidente degli Stati Uniti. In questo quadro si possono comprendere le pesanti critiche del governo americano verso la politica di austerità sostenuta dai tedeschi: il male dell' Europa sarà anche il male degli Stati Uniti, se il vecchio continente non cambia rotta. D'altra parte l'inerzia dell'Europa sta facendo il gioco dei settori che puntano sulla sparizione dell'euro. Al riguardo, è sorprendente la tenuta della moneta europea

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nei confronti del dollaro, se consideriamo che l' economia americana ha mostrato segni di vitalità superiori. Probabilmente questa tenuta è in stretto rapporto con la forza economica della Germania, che fino a ora ha marciato molto bene. Ma negli ultimi tempi la nazione tedesca ha iniziato a rallentare la sua corsa e l'euro ha mostrato un indebolimento che potrebbe proseguire, se l'Europa non adotterà misure consistenti per promuovere la crescita dell'economia e dell'occupazione. Altrimenti, si rischia di fare il gioco di tutte quelle forze come la destra reazionaria degli Stati Uniti, la Bundesban.k, i grandi fondi speculativi anglosassoni, che da sempre sono state contrarie alla nascita dell'euro e che sarebbero quindi ben contente se il progetto europeo colasse
a plCCO.

6. Il ristagno della domanda e la ripresa della finanzianzzazzone.
In conseguenza del ristagno della domanda aggregata e dei generosi interventi delle Banche centrali a favore delle banche private, ha ripreso vigore il processo di finanziarizzazione, che si rivolge verso impieghi speculativi di breve e brevissimo periodo. I derivati finanziari Over-the-Counter (Otc), cioè quelli negoziati fuori dai mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, nel primo semestre del 2ou sono aumentati in modo stratosferico. Il valore nazionale totale ha raggiunto 708 trilioni di dollari, con un incremento del 18% rispetto ai livelli calcolati a fine dicembre 2010 (6or trilioni di dollari). Alla vigilia della Grande Crisi (giugno 2008), il totale Otc aveva raggiunto la vetta di 673 trilioni di dollari, circa nove volte il Pil mondiale. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali l'esplosione dei contratti Otc è determinata quasi total-

mente dalla crescita dei derivati accesi sul rischio dei tassi d'interesse: da soli, essi coprono 554 trilioni di dollari. Un aspetto preoccupante è che la maggior parte dei contratti ha una scadenza sempre piu breve. Quelli con scadenza oltre i cinque anni si sono ridotti del 6% assestandosi intorno a 130 trilioni di dollari, mentre quelli a meno di un anno sono aumentati del3o%, raggiungendo i 247 trilioni di dollari. A cinque anni di distanza dallo scandalo dei mutui subprime, la promessa di nuove regole e di maggiore vigilanza nel settore finanziario è stata in larga parte disattesa: i problemi dei mercati, dall'assenza di una vigilanza globale sugli intermediari alla mancata costruzione di un nuovo quadro di rapporti finanziari e valutari mondiali, restano ancora gli stessi della rovente estate del 2008 culminata nel crack di Lehman Brothers. Un chiaro esempio di questa situazione proviene dagli investimenti di un trader diJ. P. Morgan, la piu grande banca del mondo, che ha bruciato nove miliardi di dollari in scommesse sballate sui derivati senza che nessuna delle due grandi agenzie di vigilanza sui mercati, la Sec americana e Ja Fsa inglese, si sia accorta di nulla. E continua indisturbato il trasferimento di enormi ricchezze nei paradisi fiscali: alla fine del 2010 il patrimonio nascosto dai super ricchi ammontava a oltre 21 ooo miliardi di dollari. Questa è la stima di un ex capo economista di McKinsey, James Ilenry, che ha realizzato uno studio dal titolo Il prezzo dell'of/shore rivisto'. Si tratta di una cifra equivalente a quella delle economie di Stati Uniti e Giappone messe assieme. Secondo l'autore la vera cifra potrebbe arrivare a 32 ooo miliardi di dollari, poiché il suo monitoraggio ha preso in considerazione solo i depositi bancari e gli investimenti fi' J. llenrv, Tht' PnCt' of 0/fihore Rn:isitd, in «Tax Justice Network>o, 19 luglio 2012, consultabile al siro v•ww.taxjustice.nct/cms/upload/pdf/Price of Offshore Revisired 120722pdi.

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nanziari, tralasciando beni concreti come proprietà o yacht. Il rapporto è stato commissionato da TaxJustice Network, un gruppo che milita contro l'evasione fiscale. Ha dichiarato Henry:
Le mancate entrate fiscali che risultano dalle nostre stime sono enormi. Abbastanza da cambiare sensibilmente le finanze di molti Paesi [ ... ]Il tutto costituisce un enorme buco nero nell'economia mondiale.

I mercati finanziari hanno constatato che gli Stati e le Banche centrali non hanno la volontà di mettere in campo le azioni necessarie per ravvivare la domanda e per determinare un'inversione ciclica. E cosf attaccano i Paesi che nel breve periodo tendono a far aumentare il rapporto fra debito e Pil (la crescita del Pil richiede tempi piu lunghi) e spingono al rialzo i tassi d'interesse stroncando qualsiasi possibilità di far ripartire l' economia. Ma quando il saggio dell'interesse sui titoli pubblici supera per molti anni il saggio di aumento del reddito, il rischio di default diventa inevitabile. D'altra parte, la pressione verso il risa n amento dei bilanci statali non consente di sostenere l'espansione della domanda, sia pubblica sia privata: di conseguenza la produzione si contrae, gli investimenti delle imprese vengono disincentivati, l'afflusso dei capitali nel settore reale non è favorito. Inoltre, nella congiuntura negativa vengono contratti nuovi debiti non per finanziare consumi e investimenti, ma piuttosto per ripagare i vecchi debiti che giungono a scadenza. Si tratta di un fenomeno che comporta una riduzione della domanda effettiva e alimenta un circolo vizioso che spinge l'economia verso la depressione. Anche da qui trae origine la spinta deflazionistica, che si traduce in una contrazione della domanda piu che in un calo dei prezzi. In piu, come abbiamo sottolineato in precedenza, la Banca centrale europea ha elargito soldi a monte del sistema, e cioè alle banche private, e non a valle per fi-

nanziare gli Stati in recessione. Questa sareb?e stata_ strada per promuovere investimenti e lavon pubblic1 e per sostenere redditi bassi e consurn!, che fatto ripartire la domanda e la produz10n_e delle se. La mancata ripresa della domanda ha mvece fatto s1 che la maggiore offerta di moneta contribuisse ad alimentare gli investimenti finanziari. Ma non è tutto, perché
lo shock della crisi ha spinto gli organismi di controllo sulle istituzio· ni bancarie (Eba, Basilea) a rendere piu severi i parametri che misurano la protezione dal rischio delle banche. Questa nuova regolamen· razione ha fatto contrarre ancora di piu gli impieghi bancari. Si è creata una «tempesta perfenu con crisi di domanda e crisi del credito (di offerta) che operano ciascuna rinforzando l'altra. Il circolo vizioso della speculazione si è ulteriormente allargato. La Bee interviene fornendo liquidità alle banche, che si ricapitalizzano, ma continuano a operare sul proprio stato patrimoniale, e la fuga dagli impieghi continua'.

Per questi motivi il tasso di sconto fissato dalla Banca centrale europea non si sta riflettendo sull'economia e l'interesse sui prestiti bancari dipende dal teresse sui titoli pubblici, cioè dal costo del fmanzlamento degli Stati, su cui la Banca centrale finora non è riuscita minimamente a influire. Ciò significa che i meccanismi di trasmissione della politica monetaria non stanno funzionando: la Bee non dirige la politica monetaria dell'Eurozona, ma sono i mercati che stabiliscono i tassi d'interesse. Tutto ciò aggrava ancora c:U piu la finanza pubblica e alimenta 1 defluss1 Paesi in recessione spingendo le econom1e pm deboli sempre piu a fondo. Questa spirale depressiva ha già manifestato i suoi effetti distruttivi in Grecia e si sta propagando agli altri Paesi europei in difficoltà quali Spagna e Italia.
' P. Leon, Rela:czone introduttwa per il Confronto cit .

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La dittatura dei mercati I programmi di aiuto a Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna Tra i due programmi di assistenza alla Grecia e quelli a favore di Irlanda c Portogallo finora stati mobilitati in tutto 393,7 mi liardi di euro, inclusi i 96,:5 dcll'Fmi. In tutto I'Eurozona ha im· pegnato direttamente meno di 300 miliardi di euro. Tra il 2oo8 c il 2011 per salvare le banche l'Eurozona ha autorizzato con l'im· primatur di Bruxelles aiuti fino a 3000 miliardi di euro, a cui si aggiungono i finanziamenti da 1000 miliardi di euro concessi dalla Banca centrale europea a un tasso dell't(Jf per una du· rata di tre anni. Insomma, la solidarietà europea è scattata molto di piu per le banche che per gli Stati in difficoltà. Se guardiamo alla pietra dello scandalo, la Grecia, dei 110 miliardi del primo piano, non di aiuti ma di prestiti bilaterali molto ben remunerati (inizialmente con tassi d'interesse oltre il ;>%), in realtà ne ha ricevuti solo 7:5,6 (1:5,1 dalla Germania, 11,7 dalla Francia e 9,8 dall'Italia) Nel marzo scorso è infatti subentrato il piano (2o12·t :>l da 172,6 miliardi (di cui 28 provenienti dal Fmi e 3:5,:5 destinaci alla ristrutturazionc del debito sovrano in mano alle banche), questa volta finanziato però non con esborsi materiali ma con semplici garanzie fornite al Fondo europeo di stabilità finan· ziaria (FesO per un massimo di 7:50 miliardi dai Paesi dell'Eurozona, ciascuno sempre secondo la rispettiva quota nel capitale Bee. Cifra ragguardevole. Che però «scompare» vicino ai 620 miliardi che Berlino ha investito per sostenere le sue banche. Per inciso, quasi il triplo dei 2 I I miliardi di garanzie che a fatica la Germania alla fine ha accettato di fornire al Fesf. La Francia di miliardi ne ha dati t 58, l'Italia quasi 140, la Spagna 92. In ogni caso quelli al fesf sono tutti stanziamenti virtuali diventerebbero reali solo in caso di bancarotta dei Paesi assistiti. Nel febbraio 2012 c'è stata la ristrutturazione del debito greco, che ha ridotto il valore nominale dei titoli del governo ellenico del 53,5% c il loro valore di mercato dei tre quarti. Il 20 aprile il go· verno greco ha chiuso l'offerta di scambio con i creditori privati: secondo un comunicato diffuso dal ministero delle Finanze ellenico circa 199 miliardi di euro di debito nazionale sono stati ristruttu· rati. La cifra rappresenta il 97% dei 2o6 miliardi di euro detenu· ti dai creditori privati coinvolti nella ristrutturazione: si è trattato del piu grave fallimento statale nella storia recente dell'Europa. Ma il ritardo nel far pagare ai creditori i loro errori ha avuto co· operato lo stesso ti· sti molto elevati per i greci. Se Atene podi ristrutrurazione due anni fa, oggi il rapporto fra debito e Pii sarebbe dell'Bo% e le prospettive di ripresa sarebbero maggiori. Aspettando due anni, l'ammontare di capitale privato su cui è sta· to fatto default si è ridotto di piu della metà. Con il risultato che anche dopo il default il rapporto fra debito e Pil è del 120%, ed è destinato ad aumentare nei prossimi anni a causa di una caduta

Insomma, le politiche economiche e monetarie non stanno mettendo in campo gli interventi piu efficaci per promuovere un nuovo ciclo di crescita, mentre l'economia finanziaria ha ripreso vigore e sta giocando contro l'economia reale. I mercati ora scommettono su una depressione prolungata dei Paesi occidentali, con conseguenze che potrebbero essere rovinose per lo stesso capitalismo finanziario. In questo quadro, la libera circolazione dei capitali in un'economia dominata dalla finanza genera rischi troppo grandi, che vanno contrastati. L'attuale condizione drammatica in cui si trova l'Unione europea, ormai molto vicina alla disintegrazione, sottolinea il piu grave disastro provocato dalla crisi economica dei mercati: la fine 4i un'Europa politicamente e democraticamente unita. E significativo che alla fine di questo ciclo vi sia - nonostante l'esito delle elezioni il rischio dell' uscita dall'euro della Grecia, il Paese che è stato ali' origine della storia e della gloria del vecchio continente. Siamo convinti che questa crisi possa essere superata solo se ci sarà un forte impegno dei Paesi europei per la solidarietà e per l 'integrazione e se verrà adottata una strategia radicalmente diversa rispetto a quella finqra seguita. E questo il tema che verrà sviluppato nel prossimo capitolo.

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Capitolo terzo verticale del Pii (le stime del2or I indicano un -i1E>) e di un perdurante deficit primario. In piu,le perdite causate dalla svalutazione del debito pubblico richiedono degli interventi di ricapitalizzazione per il sistema bancario ellenico. Le quactro principali banche greche hanno annunciato il 20 aprile 2012 perdite combinate pari a 28 miliardi di euro nel 201 I, senza considerare che la ristrutturazione del debito è avvenuta a condizioni peggiori di quelle inizialmente previste, per cui nel 2012 andranno probabilmente contabilizzate ulteriori perdite. La carenza di capitale delle banche greche è nora da tempo: nel secondo pacchetto di aiuti alla Grecia (I 30 miliardi di euro) stabilito nell'ottobre 2011 sono stati stanziati 48,8 miliardi per la loro ricapitalizzazione. La drammatica situazione della Grecia ha riportato al centro del dibattito la questione delle riparazioni tedesche del secondo conflitto mondiale'. L'1 1 settembre del 2012, dopo mesi di petizioni e richieste da parte di intellettuali, storici e varia stampa internazionale, è apparsa la notizia sul «financial Times Deutschland» che il viceministro dell'Economia greco avrebbe istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. I risultati tecnici, attesi per la fine dell'anno, serviranno a proporre ai rappresentanti di Bee, Fmi e Ue una sorta d'integrazione al pacchetto di salvataggio contenuto nel memorandum. Che i denari «riparatori,. dei danni post secondo conflitto mondiale non fossero mai arrivati nelle casse di Atene era cosa risaputa. Ma adesso, alla vigilia dell'ultimo report della Troika che potrebbe anche mettere fine alle speranze di salvataggio del Paese, il ministero delle Finanze greco vuole fare sul serio per ottenere quel risarcimento. I fatti: Hitler invase la Grecia nell'aprile 194 I, saccheggiandola e devastandola in lungo e in largo. Ha scritto la Croce rossa internazionale nel suo rapporto ufficiale sulla questione che tra il 194 I e ilr943 almeno JOO.ooo cittadini greci morirono letteralmente di fame a causa di quelle razzie da parte dei tedeschi. Inoltre sia la Germania sia l'Italia, oltre a pretendere cifre elevatissime per le spese militari, ottennero forzatamente dalla Grecia anche quello che venne definito un prestito d'occupazione, consistente in 3,.5 miliardi di dollari. Lo stesso Fi.ihrer riconobbe m quella circostanza il valore legale del prestito e avallò il risarcimento. Ma alla Conferenza di Parigi del 1946 qualcosa andò storto e alla Grecia furono riconosciuti 7,1 miliardi di dollari come risarcimento, invece dei 14 richiesti. E mentre l'Italia ripagò regolarmente la propria parte del prestito, la Germania si rifiutò costantemente di farlo. Ma a quanto ammonta oggi quella cifra? Prendendo come metro di valutazione l'interesse medio dci buoni del tesoro americani dal 1944 (il6%), ballerebbero somme enormi: 163,8 miliardi di dollari

La dittatura dei mercati
per l'occupazione e 332 miliardi di dollari per i danni. E secondo un rapporto redatto nel luglio del 201 I dall_'economista Jacques Delpla, la Germania dovrebbe cornspondere alla .575 miliardi, molm di piu dei 355 miliardi di euro circa che oggt costituiscono il macigno di debiti sul futuro di Atene. arri":at? il della Dopo la Grecia, l'Irlanda e il Spagna, dove il sistema bancario SI trova m grav1sstma difftcoltà e lo Stato non ha piu un soldo in cassa. Il contratto firmato dal governo spagnolo con il Fondo di stabilità europeo Fesf - che erogherà i capitali all'autorità pubblica, la quale poi li trasmetterà singole banche in crisi finanziaria - introd.uce di flessibilità: prevede che il denaro messo a dtspos!Zione dru partner europei possa essere utilizzato anche per altri scopi, previo stare di tutti i Paesi della zona euro c un nuovo protocollo d'mtesa. L'obiettivo dei governi dell'Eurozona è di mettere mano sistema finanziario spagnolo e non solo ad alcune banche m dtfft. coltà. È interessante notare che il denaro, fino a cento miliardi di euro, può essere usato per vari scopi e non solo per la ricapitalizzazione degli istituti di credilo. cose- st. nel contratto - i soldi potranno essere utilizza n per « acqwm di timli obbligazionari sul mercaco primario», per «acquisti di tito· li obbligazionari sul mercaco secondario», per prestiti al governo spagnolo. Si tratta di una novhà i capitali possono essere impiegati non solo dalle banche ma anche dallo Stato, per spezzare il legame tra bilanci bancari e debito pubblico.

F De Palo, Crisi greca, Atene ag/1 sgocc:oli tenta la carta MI danm (tedeschi) di gut"rra, in «il Fatto Quotidiano•, r r \Cttembre 2012 .

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Una strategia alternativa

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Capitolo quarto Una strategia alternativa

3· Come va risolto il problema dei rapporti fra Stati debitori e Stati creditori che paralizza l' economia europea?

Siamo arrivati al punto cruciale del nostro racconto e ora ci troviamo di fronte a un bivio: la strada che verrà intrapresa dipende dagli eventi che si verificheranno nel prossimo futuro. Per rompere la spirale che ci sta trascinando a fondo è vitale far ripartire la domanda aggregata: questa è la strada per trainare l'espansione della produzione e dell'occupazione e per creare nuove occasioni d'investimento nell'economia reale. La crescita dell'economia rappresenta l'unico modo per rendere sostenibile il debito pubblico, come è accaduto negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. Alla fine del conflitto il rapporto fra debito e Pil aveva raggiunto un valore del no%, dopodiché la crescita del prodotto interno, dell'occupazione e dei redditi soggetti a tassazione, hanno fatto si che il peso del debito sul Pil diventasse progressivamente irrilevante. Ma per far ripartire un nuovo ciclo di crescita bisogna prendere posizione in merito ad alcune grandi questioni, che possono essere sintetizzate nei punti seguenti: r. A chi deve essere affidato il compito di finanziare l'economia in questa fase di crisi? 2. Come si può contrastare il potere dei mercati finanziari, che con i loro obiettivi di brevissimo periodo penalizzano le finanze pubbliche, disincentivano gli investimenti delle imprese e mettono a rischio la coesione sociale?

Con la controffensiva capitalistica avviata all'inizio degli anni Ottanta dai governi di Reagan e della Thatcher, il finanziamento dell'economia è stato messo quasi interamente nelle mani del mercato e delle istituzioni private. Ma ora questo sistema non sta piu funzionando ed è quanto mai necessario un intervento di natura politica per garantire finanziamenti adeguati all'economia reale, per ridurre l'incertezza e l'iniquità associate al ziamento privato e per contrastare le tendenze distruttive dei mercati finanziari, che stanno aggravando la situazione dei Paesi in difficoltà. Per questi motivi è indispensabile definire una regolazione del settore finanziario che impedisca a un numero limitato di grandi banche e fondi d'investimento di esercitare una vera e propria dittatura sui mercati e un'influenza decisiva sulla politica dei governi. Per essere concreti, fra gli obiettivi prioritari di una nuova regolazione mondiale della finanza vi dovrebbero essere: una vera «guerra» ai paradisi fiscali e il divieto di costituire società offshore in tali Paesi, la separazione delle banche commerciali dalle banche d'affari, il divieto di detenere attivi bancari fuori bilancio e l'imposizione di una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie. della Inoltre, è urgente ridimensionare il tolarizzazione dei crediti, che ha permesso d1 costrwre montagne di prodotti derivati, ed è necessario sottoporre a vigilanza i mercati non regolamentari dove no gli scambi di strumenti finanziari poc? :raspru:entl. Accanto alle misure di carattere restnttlvo sw movimenti di capitale, devono essere concepiti anche terventi di ordine positivo e cooperativo per perseguue obiettivi economici e sociali a livello globale, a partire

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dall'istituzione di agenzie pubbliche internazionali per la valutazione del merito creditizio (rating) e di sistemi di vigilanza su scala planetaria. Per quanto riguarda il debito pubblico, l'Europa ha deciso di procedere lungo una strada che può avere esiti disastrosi. Gli obiettivi strategici concordati sotto l'impulso della Germania consistono nell'obbligo del pareggio di bilancio e nelfiscal compact, cioè una drastica riduzione dello stock del debito pubblico da qui ai prossimi vent'anni. Questi obiettivi faranno perdere agli Stati europei qualunque autonomia sulle politiche di bilancio, compromettendo la possibilità di attuare politiche eco?omiche espansive. La soluzione piu efficace sarebbe, mvece, quella di federare il debito dei Paesi dell'unione monetaria, come avvenne alla fine del Settecento negli Stati Uniti dopo la guerra con l'Inghilterra. In tal modo gli Stati piu deboli verrebbero sottratti alla morsa della speculazione finanziaria, poiché sarebbero parte di un'entità sovranazionale molto piu forte sul piano economico e su quello politico. Inoltre, verrebbe meno la concorrenza distruttiva all'interno dell'Europa, che avvantaggia le economie piu forti a danno di quelle deboli. L'attuale strategia europea si fonda sul pregiudizio secondo cui i debitori sarebbero dei viziosi e i creditori dei virtuosi. La verità è che la responsabilità del debito deve essere ripartita in modo paritario tra debitori e creditori, poiché il debito non è stato imposto ai creditori; anzi, questi ultimi hanno spesso alimentato l'indebitamento per lucrare sui prestiti. John M. Keynes a Bretton Woods aveva proposto che vi fosse appunto pari responsabilità fra debitori e creditori per contrastare gli squilibri finanziari con un impegno comune e con soluzioni solidali. Occorre perciò rovesciare una mentalità che ci sta facendo regredire verso una situazione precapitalistica, in cui il debitore insolvente subiva torture e vessazioni oppure diventava schiavo del creditore. Nell'antichità il

modo autoritario e violento di regolare i rapporti interpersonali tra debitori e creditori comportava la paralisi dell'attività economica, non diversamente da quanto sta accadendo oggi tra gli Stati europei. Ormai è ben chiaro che la punizione dei Paesi debitori si è rivelata una strategia fallimentare che sta pregiudicando la ripresa dell'economia del vecchio continente. Per rilanciare la domanda senza creare nuovo debito del bisognerebbe attuare una reddito dai ricchi verso le fasce soc1ali med1o-basse, un gioco a «somma zero», come direbbe Ma come fare, se in una fase di elevata d1soccupaz10ne i lavoratori sono molto deboli e non hanno un adeguato riv_en: peso politico in grado di portare avanti le dicazioni sul piano fiscale e su quello de1 contratti d1 lavoro? Forse solo un ulteriore peggioramento della situazione potrà creare le condizioni per dal lo neoliberista, che ha tra i suoi fondamenu d1vano ncchezza e sempre piu marcato nella distribuzione la supremazia della finanza sull'econom1a reale: .. Altrimenti in Europa bisognerebbe mod1flcare lo statuto della Banca centrale affidandole anche il compito di comprare i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà e si dovrebbero finalmente emettere gli eurobond, associandoli a una tassa sulle transazioni finanziarie per pagarne le spese sugli interessP. Eurobond e nuovo ruolo della Bee sono le proposte rilanciate dal presidente della Repubblica francese François Hollande, a dovrebbero aderire la Spagna e l'Italia per superare le resistenze della Germania. Secondo Emiliano Brancaccio e Marco Passarella anche l'opzione «neoprotezionista» rappresenta
1 Secondo alcune valuta7ioni la tassa tran$azioni fiMnziarie _potrebbe raccogliere fino a miliardi di euro •Il Sole 24 Ore•. 23 maggto 2012 .

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una carta importante che i Paesi periferici potrebbero giocare in sede europea, per costringere la Germania a sostenere una politica economica espansiva.

1.

Il nuovo ruolo della Banca centrale europea.

pazione nell'Unione Europea 2•

Franco Modigliani era perfettamente consapevole dell'importanza di costruire una Banca centrale europea sull'esempio della Federai Reserve americana e non sul modello Bundesbank: per questo nell' autunno del 1998, insieme a un gruppo di economisti di fama internazionale che comprendeva Jean-Pau! Fitoussi, Beniamino Moro, Dennis Snower, Robert Solow, Alfred Steinherr e Paolo Sylos Labini, presentò il Manifesto contro la disoccu-

Modigliani e gli altri economisti sostenevano che la Banca centrale europea avrebbe potuto assumere un ruolo fondamentale per rilanciare la crescita della domanda aggregata. Uno dei pilastri di questa strategia era rappresentato da un programma di espansione degli investimenti pubblici che avrebbe potuto esercitare una funzione trainante anche sulla ripresa degli investimenti privati. Scrivevano profeticamente i promotori del Manifesto:
Se l'Europa intende davvero giungere a una rapida riduzione della disoccupazione, è necessario dare alla normativa che definisce il ruolo della Banca centrale un'interpretazione piu ampia e costruttiva di quella oggi largamente condivisa. Secondo tale interpretazione, la Banca ha un solo obiettivo (combatte su un unico fronte), ovvero la lotta all'inflazione. Noi sollecitiamo un ampliamento radicale di questa interpretazione, che, al pari della normativa relativa alla Federai Reserve statunitense, comprenda almeno un altro obieuivo al quale attribuire lo stesso rilievo: tenere la disoccupazione sotto controllo. Siamo convinti che la Banca possa svolgere tale compito senza rinunciare al proprio impegno sul fronte dell'inflazione.
F. Mocligliani ti al., Mani/nto contro la disoccupaziont ntii'Umont Ellro{Xa, in •Moneta c Credito•, LXI (1998), n. 203, pp. 375-412.
1

Questo è il punto: l'obiettivo di tenere so tto controllo la disoccupazione implica che la Banca centrale debba operare anche per promuovere la crescita dell'economia. E, specialmente in Europa, ciò significa poter .in.tervenire per comprare titoli di Stato con lo scopo di ndurre i tassi d 'interesse dei Paesi in difficoltà, poiché questi tassi non hanno nulla a che vedere con il saggio di sconto fissato dalla Bee. In tal modo può diminuire la spesa per interessi e si aprono spiragli per politiche economiche piu espansive. Inoltre, anche le famiglie e le imprese potranno avere credito a condizioni piu favorevoli. Tutto ciò può permettere di contrastare l 'espansione del debito pubblico e di stimolare la crescita dell'economia riducendo il rischio di default dei Paesi europei in recessione. Altrimenti, in assenza d 'interventi significativi della Banca centrale, il settore finanziario continuerà a esprimere una propria sovranità monetaria e la speculazione detterà la politica economica dei Paesi con elevato debito pubblico. Le peculiari caratteristiche della Bee rispetto a una vera Banca centrale nazionale di non essere per statuto abilitata a finanziare i deficit degli Stati membri e di non poter espletare le funzioni di prestatore di ultima istanza, sono state spiegate in modo molto chiaro da Marcello De Cecco sulle colonne di «Affari & Finanza»' . Scrive De Cecco:
L'unione monetaria europea fu costituita da Stati legati da un'unione economica ma non politica, e nemmeno facenti parte di una fede· razione. Visto che l'unione monetaria era stata una creatura politica imposta dai francesi ai tedeschi per tenerli aggregati all'Occidente dopo la fine dell'Urss, bisognava inventare per lei una banca centrale con regole diverse da quelle delle banche centrali degli Stati nazionali e delle federazioni Regole che creassero una moneta unica al posto di quelle degli Stati dell'unione, ma che non abolissero le banche cen' De Cccco, Trattato Ut; rl Mostro Gruridico, in c Affari & Finanza., sup· plemcnto di .. Ja Repubblica•, 6 febbr11o 2011

Capitolo quarto trali nazionali (restate a esercitare la supervisione sulle proprie banche commerciali) e che non dessero alla Banca europea la sovranità monetaria. Ne venne fuori un esemplare unico nella storia monetaria. una Banca centrale priva di sovranità monetaria che quindi abdicava a due delle funzioni caratterizzanti una banca centrale, la possibilità di creare moneta per finanziare i bilanci pubblici degli Stati membri e di fungere da prestatore di ultima istanza per le banche dell'area della moneta unica. In tal modo si distruggeva anche la sovranità monetaria dei singoli Stati membri. D'altronde, senza una vera unione politica o almeno fiscale, sarebbe stato veramente peculiare fare altrimenti[ ... ) Q ueste acrobazie furono architettate ed eseguite perché la Germania, centro del sistema monetario europeo, aveva acconsentito alla creazione della moneta unica solo sotto la spinta della politica estera e dei propri industriali, che vedevano con grande interesse un' unificazione dei mercati europei delle merci e dei servizi e la fine della politica dei cambi fluttua nti in Europa. La Bundesbank e i partiti conservatori non vedevano con fiducia la fine del marco e cercarono di attutirne le conseguenze.

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Nei primi mesi del2oi2 si è visto chiaramente che il tentativo di evitare l'intervento diretto della Banca centrale europea nell'acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario non ha funzionato. La Bee ha erogato finanziamenti per mille miliardi di euro a tre anni al sistema bancario con la speranza che le banche private comprassero ingenti quantità di titoli pubblici. Ma i mercati non hanno dato credito a questa strategia, perché le banche private non avranno mai le risorse sufficienti per svolgere un tale compito e cosi i tassi d'interesse, dopo aver registrato una significativa riduzione, hanno ripreso nuovamente ad aumentare tornando su valori di allarme. In piu, si sono indebolite le stesse banche che hanno acquistato titoli pubblici considerati ad alto rischio e sono state sottratte risorse che potevano fluire verso l'economia reale. D 'altra parte, è urgente contrastare gli attacchi della speculazione finanziaria, che hanno l'effetto di far impennare i tassi d 'interesse sui titoli di Stato rendendo inutili le pesantissime manovre di risanamento dei bilanci

pubblici. Nel caso di Grecia, Irlanda e Portogallo, quando gli interessi sui titoli a dieci anni hanno superato la soglia del 7%, è crollata una barriera e i tassi hanno raggiunto valori insostenibili. A quel punto i Paesi sotto attacco hanno dovuto chiedere l' aiuto dell'Europa. Ora c'è la Spagna che, per effetto della bolla immobiliare, della crisi del sistema bancario e dell'elevato debito estero, si trova in questa situazione: il tasso sui bonos a dieci anni ha oltrepassato la soglia del7% . Ma la Spagna è ben piu grande di Grecia, Irlanda e Portogallo e avrebbe quindi bisogno di aiuti assai piu consistenti. Poi sarà il turno dell'Italia. Se questo dovesse accadere, la disintegrazione dell'euro sarebbe inevitabile. All'inizio di settembre 2012, nonostante le resistenze della Germania, unico Paese a essere contrario, la Bee ha deciso d'intervenire sul mercato secondario per acquistare quantità illimitate di titoli pubblici a breve scadenza (fino a tre anni). L'obiettivo è quello di contrastare l'aumento del differenziale tra gli interessi dei Paesi in difficoltà e quelli tedeschi. Finalmente, si è presa coscienza che una parte significativa della crescita dello spread riflette soprattutto i timori di una dissoluzione dell'euro e che i divari eccessivi fra i tassi d 'interesse dei vari Paesi rappresentano un ostacolo alla trasmissione della politica monetaria. Però, in un momento decisivo per la sopravvivenza dell'euro, non sembra opportuno che l'intervento della Banca centrale possa avvenire solo dopo che i Paesi in difficoltà ne abbiano fatto richiesta al Fondo salvastati e che la Bee abbia facoltà d 'interrompere le proprie azioni di acquisto titoli in caso di mancato rispetto degli accordi da parte dei suddetti Paesi. Il I 2 settembre 20 I 2 è arrivata la decisione della Corte costituzionale tedesca sulla ratifica del nuovo Fondo salvastati permanente (Esm) da 700 miliardi di euro, che può comprare anche titoli di nuova emissione dei Paesi in

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difficoltà (si tratta di interventi sul mercato primario che in un contesto normale sono di competenza delle Banche centrali). Il Parlamento tedesco dovrà essere informato di tutte le decisioni dell'Esm e il coinvolgimento di Berlino nel Fondo non potrà superare i 190 miliardi di euro senza un apposito pronunciamento del Bundestag. Si tratta di un passo fondamentale verso l'integrazione europea e la difesa dell'euro, però è chiaro che le risorse non saranno sufficienti per difendere i Paesi sotto attacco, a meno che il Fondo non sia dotato di una licenza bancaria per accedere ai finanziamenti della Banca centrale europea oppure non abbia la possibilità di rivendere le proprie obbligazioni alla stessa Bee, evitando in tal modo di rimanere a corto di capitale. Nel breve periodo l'intervento della Bee rappresenta dunque l'unica strada per interrompere la spirale depressiva e per evitare la disintegrazione dell'euro. Insomma, come avevano intuito Franco Modìgliani e gli altri promotori del Manifesto, in un periodo di recessione economica, di instabilità finanziaria e di crisi del debito pubblico e privato, una Banca centrale europea improntata sul fanatismo monetarista della Bundesbank non ha senso e può provocare danni enormi all'economia e alle democrazie europee.

2.

I tedeschi smemorati: le obbligazioni Me/o di Schacht.

La Germania si sta opponendo in tutti i modi all'emissione delle obbligazioni europee che avrebbero non solo la funzione di finanziare la crescita dell'economia, ma che renderebbero anche le nazioni del vecchio continente piu vincolate fra loro dal punto di vista fiscale. Però i tedeschi dimenticano che fra il 1933 e il 1936 si realizzò uno dei piu grandi miracoli economici della storia moderna, persino piu significativo del tanto celebrato

«New Deal» di Franklin D. Roosevelt, e che questo miracolo fu promosso da Hjalmar Schacht, il quale escogitò un meccanismo monetario non inflazionistico in grado di fornire i capitali all'industria tedesca. Schacht lanciò le obbligazioni Mefo, che venivano emesse da una compagnia statale inesistente nella realtà, la Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H. (« Società per la ricerca in campo metallurgico»), creata dal Terzo Reich per finanziare la ripresa economica tedesca e, nel contempo, il riarmo, aggirando i limiti e le imposizioni del Trattato di Versailles. «Mefo» era dunque l'acronimo riferito a una scatola vuota di cui la Banca centrale del Reich era l'unico azionista, in nome della quale si emisero siffatte obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico. Al riguardo, c'è chi ha sottolineato che non si trattò né di un diretto finanziamento monetario del Tesoro, né di un immediato aumento del debito pubblico; però lo Stato e la Reichsbank ebbero un ruolo determinante, perché autorizzarono le emissioni e diedero la garanzia. Ma ripercorriamo le vicende piu importanti degli anni successivi alla fine della Prima guerra mondiale. Nel 192 I, in seguito al Trattato dì Versailles, la cifra per le riparazioni della Prima guerra mondiale che doveva essere pagata dalla Germania fu quantificata in 33 miliardi di dollari. John M. Keynes criticò duramente il Trattato: non prevedeva alcun piano di ripresa economica e l' atteggiamento punitivo e le sanzioni contro la Germania avrebbero provocato nuovi conflitti e instabilità, invece di garantire una pace duratura. Keynes espresse questa visione nel saggio The Economie Consequences of the Peace. Queste misure punitive furono all'origine di tutte le sciagure che seguirono successivamente - dall'iperinflazione di Weimar (1921-23), alla deflazione del governo Brlining (1930-32) -le quali generarono un profondo sentimento di rivalsa nel popolo

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tedesco, che si manifestò pienamente con il sostegno al nazionalsocialismo di Adolf Hitler•. Quando Hitler andò al potere nel gennaio del 1933 oltre sei milioni di persone (un quinto della forza lavoro) erano disoccupate e al limite della malnutrizione, mentre la Germania era gravata da debiti esteri schiaccianti con riserve monetarie ridotte quasi a zero. Ma fra il 1933 e il 1936 si verificò una spettacolare ripresa dell'economia e dell'occupazione. E non furono le industrie d'armamento ad assorbire la quota maggiore di manodopera: i settori trainanti furono quelli dell'edilizia, dell'automobile e della metallurgia. L'edilizia, grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici e alla costruzione della rete autostradale, creò la maggiore occupazione(+ 209%), seguita dall'industria automobilistica (+ II7%) e dalla metallurgia (+ 83%). Sorprendentemente, l'artefice del miracolo economico della Germania nazista fu un uomo di origini ebraiche, Hjalmar Schacht, ministro dell'Economia e presidente della Banca centrale del Reich. Scrisse ].M. Keynes:
Il dottor chacht è inciampato per disperazione in qualcosa di nuovo che aveva in sé i germi di un buon accorgimento tecrùco. L'accorgimento consisteva nel risolvere il problema eliminando l'uso di una moneta con valore internazionale c sostiruendola con qualcosa che risultava un baratro, non però fra individui, bensf fra diverse urùtà economiche. In tal modo riusd a tornare al carattere essenziale e allo scopo originario del commercio, sopprimendo l'apparato che avrebbe dovuto facilitarlo, ma che di fatto lo stava strangolando. Tale innovazione funzionò bene, straordinariamente bene, per coloro che l'avevano introdotta, e permise a una Germarùa impoverita di accumulare le riserve senza le quali non avrebbe potuto imbarcarsi nella guerra. Tuttavia, come osserva Henderson, il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male non deve impedirci di vedere il vantaggio tecrùco che offrirebbe al servizio di una buona causa'.
• In realtà durante la Repubblica di Weimar la Germania aveva pagato solo una minima parte delle riparazioni imposte dai Paesi vincitori del primo conflitto mondiale. ').M. Keynes, Il problema degli squilibri finanziari globali. La politica valutaria del dopogue"a (8 settembre 1941), in Id., Eutopia, a cura di L. Fantacci, et. al. Edizioni, Milano 2011, pp. 43·.5.5·

Per il commercio estero, Schacht ideò un ingegnoso sistema per trasformare gli acquisti di materie prime da altri Paesi in commesse per l'industria tedesca: i fornitori erano pagati in moneta che poteva essere spesa soltanto per comprare merci fatte in Germania. Il meccanismo, di stimolo al settore manifatturiero, funzionava come un baratto: le materie prime importate venivano pagate con prodotti finiti dell'industria nazionale, evitando cosi il peso dell'intermediazione finanziaria e fuoriuscite di capitali. Del resto, in una situazione di carenza di domanda come quella successiva alla Grande Crisi del 1929, i produttori non potevano permettersi il lusso d'imporre le proprie condizioni per vendere le materie prime, il petrolio e le derrate alimentari. Il controllo nazista sui cambi e sui commerci esteri diede alla politica economica tedesca una nuova libertà. Anzitutto, perché il valore interno del marco (il suo potere d'acquisto per i lavoratori) fu svincolato dal suo prezzo esterno, quello che si determinava sui mercati valutari angloamericani. In tal modo, la Germania riusci a sottrarsi alla morsa dei mercati finanziari evitando che la popolazione fosse colpita da quel segnale di sfiducia che sarebbe scaturito dalla svalutazione della sua moneta nazionale. Questa fu la mossa determinante che fece ritornare sotto il controllo politico la sovranità monetaria della Germania. Si realizzò cosi un mutamento fondamentale della strategia economica, che permise allo Stato di riprendere in mano le leve del finanziamento dello sviluppo, sostituendo la propria autorità a quella del mercato. In questo quadro, lo Stato tedesco fu in grado di creare la moneta di cui aveva bisogno evitando d'indebitarsi sui mercati finanziari internazionali e senza essere punito dai mercati valutari. In realtà non venne praticata la stampa diretta di moneta, poiché, come detto, il principale provvedimento di Schacht fu l'emissione degli

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effetti Mefo, obbligazioni destinate al mercato interno per finanziare nuove attività economiche. In questo sistema è direttamente la Banca centrale del Reich a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi, ma autorizzando gli imprenditori a emettere delle cambiali che vengono accettate dalla Compagnia statale «fantasma». Con queste promesse di pagamento spendibili come il denaro ma unicamente entro i confini nazionali, gli imprenditori pagano i fornitori. In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank in ogni momento, e qui sta il rischio, perché se gli effetti Mefo venissero presentati all'incasso massicciamente e rapidamente, l'esito finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell'inflazione. Ma questo non avviene nel Terzo Reich: gli industriali tedeschi si servono degli effetti Mefo come mezzo di pagamento fra loro senza mai portarli all'incasso. Insomma, queste obbligazioni diventano una vera moneta esclusivamente per uso delle imprese a circolazione fiduciaria. Schacht si ispirò al precedente storico statunitense dettato dalla guerra di Secessione, quando sul finire del r862 il governo nordista si trovò ad aver necessità della cifra colossale di 449 milioni di dollari (equivalenti a circa 39 miliardi del 201 r). Le banche americane chiesero un interesse del 30% su quella cifra, in quanto il decorso bellico rendeva elevato il rischio d'insolvenza dello Stato. Allora il presidente Abraham Lincoln ricorse al potere conferitogli dall'articolo primo della Costituzione americana, ovvero stampare cambiali di prestito - «Greenback» - che il popolo sovrano può concedere al proprio governo (vale a dire a se stesso) senza pagare interessi di sorta e coperto non da riserva aurea, ma unicamente dalla forza lavoro del popolo medesimo. Le banconote stampate dallo Stato permisero di finanziare le spese militari dell'esercito nordista, che nell'ar-

co di un paio d 'anni riusd a prevalere sulla Confederazione sudista. Gli economisti si sono chiesti come sia potuto avvenire il miracolo economico della Germania nazista, e alla fine la risposta è stata che il sistema funzionava grazie alla fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini e le sue classi dirigenti: una fiducia ottenuta non solo con la propaganda nazionalista, ma anche attraverso un progressivo miglioramento delle condizioni economiche per la popolazione. Hjalmar Schacht fu l'inventore del sistema rendendo invisibile l'inflazione: gli effetti Mefo erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui forse nemmeno era a conoscenza, dunque privo di effetti psicologici. In seguito Schacht spiegò d'aver pensato che, se la recessione manteneva inutilizzati lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese: i suoi effetti Mefo non avrebbero fatto altro che mobilitare quei fondi dormienti rimettendo in moto l'attività economica. In realtà erano proprio i fondi a mancare nelle casse delle imprese e Schacht sapeva che la prosperità della finanza internazionale dipende dall'emissione di prestiti con elevato interesse a nazioni in difficoltà economica. Un economista britannico, Claude W. Guillebaud, ha espresso con altre parole lo stesso concetto:
Nel Terzo Reich, all'origine, gli ordmauvi dello Stato forniscono la domanda di lavoro nel momento in cui la domanda effettiva è quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti (con gli effetti Mefo che sono pseudo capitale); l'investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro crea redditi e risparmi grazie ai quali aumentano le entrate nelle casse dello Stato e si possono pagare gli interessi sul debito.

Cosi Hitler raggiunse il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione e la crescita dei salari del popolo tedesco senza alimentare l'inflazione. I risultati

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sono spettacolari per ampiezza e rapidità: nel gennaio 19.3.3, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono oltre 6 milioni; a gennaio 19.34, si sono quasi dimezzati e a giugno sono ormai 2 milioni e mezzo; nel 19.36 calano ancora, a 1,6 milioni e nel 19.38 non sono piu di 400000. Fu questa ripresa economica ad accrescere il consenso di Adolf Hitler e a permettere, purtroppo, alla Germania di lanciare negli anni successivi una massiccia politica di riarmo che portò allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Insomma, la formula ideale per favorire la ripresa dell'economia europea potrebbe essere quella di combinare gli interventi di Schacht con il New Dea! di Roosevelt, un complesso programma d'investimenti e di lavori pubblici che stimolò la ripresa dell'economia americana dopo la Grande Crisi del 1929 e che fu poi enormemente amplificato dallo scoppio della Seconda guerra mondiale'. Però dobbiamo essere consapevoli che la strategia di Schacht e quella di Roosevelt contrastano le tendenze attuali dei mercati finanziari. L'emissione di una moneta speciale limita l'assoluto controllo della moneta da parte delle banche private e l'espansione della domanda pubblica incontra un'accanita resistenza, poiché lo Stato entra in competizione con i privati nell'accesso al risparmio. Inoltre, entrambe le strategie richiedono una forte dose di fiducia da parte della popolazione nei governi che intendono rilanciare l'intervento pubblico nell' economia. Oggi quel che manca in Europa è proprio la fiducia verso le istituzioni comunitarie e il progetto d'integrazione. Per questo è urgente dare vita a una Federazione europea, per far crescere il senso di appartenenza delle popolazioni e per far aumentare la credibilità e l'autorevolezza delle istituzioni sovranazionali. Serve quindi una forte volontà politica per far ripartire l'economia europea.
' Sul tema della socializzazione degli investimenti si veda R. Bellofiore, LA emi g/cbak ci t

.3. I Bot e la moneta complementare.

In una situazione di crisi, con forza lavoro inutilizzata e scarsità di moneta nell'economia reale, possono essere di grande interesse le esperienze basate sulle monete complementari. Inoltre, se consideriamo il sistema delle obbligazioni Mefo, la debolezza che deriva dall'enorme debito pubblico italiano potrebbe diventare un punto di forza. Piu precisamente, i titoli del debito pubblico potrebbero costituire una massa monetaria gigantesca in grado di finanziare lo sviluppo dell'economia nazionale. La possibilità che i titoli pubblici possano essere utilizzati negli scambi e negli investimenti sostituendo la moneta non sembra che sia stata compresa appieno sul piano teorico; sul piano pratico invece si era capito molto bene, visto che con i titoli pubblici si pagavano anche le tangenti! Nel gennaio 2012, era apparsa la notizia che il corposo debito della pubblica amministrazione - circa 70 miliardi di euro - potesse essere corrisposto in titoli di Stato per dare fiato alle imprese strozzate dalla stretta creditizia. Un'ipotesi caldeggiata dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e che non dispiaceva a Confindustria, artigiani e commercianti. Poi questa possibilità è stata abbandonata anche in seguito alle perplessità della Ragioneria e degli uffici del ministero del Tesoro, che avevano riscontrato alcune difficoltà di carattere operativo a procedere su questa strada. Per attuare una strategia di questo tipo, infatti, sarebbe essenziale la trasformazione del debito estero in debito interno7 per avere un maggior controllo sul valore dei titoli pubblici. In questo modo si ridurrebbero i tassi d'interesse e si potrebbe stabilizzare il valore dei
' G . Guarino, La trappola di Maastrìcht. Awiso ai govemantz, in •cii manifesto,., 4 dicembre 2011.

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Una strategia alternativa

titoli pubblici sfuggendo alla «dittatura dei mercati finanziari», come accade in Giappone- un Paese che ha un debito pubblico doppio rispetto all'Italia ma senza il problema dello spread- in cui è prevista l'emissione di particolari certificati del Tesoro che sfuggono alle micidiali aste, da riservare al risparmio delle famiglie8 • Se i titoli pubblici sono detenuti da soggetti esteri, costoro, nel momento in cui il rischio Italia dovesse peggiorare, potrebbero essere indotti a venderne grandi quantità in tempi brevi. In tal caso, i titoli si svaluterebbero, intaccando l'opportunità di utilizzarli come strumenti di pagamento sul mercato interno. Inoltre, poiché i titoli sono accumulati all'estero, sono sottratti alla circolazione e di conseguenza perdono la loro funzione monetaria. Allora, si potrebbe pensare di nazionalizzare una parte consistente dei Bot. «Consistente» significa di entità tale da evitare operazioni speculative da parte delle banche d'affari detentrici dei Bot italiani, che guadagnano non solo sulle pressioni al rialzo sui tassi d'interesse sui titoli di nuova emissione, ma, soprattutto, sul valore dei derivati che assicurano i titoli di Stato (Credit Default Swaps)'. Quindi bisognerebbe costruire un sistema di compensazione tra imprese per far funzionare i Bot non come riserva di valore, ma come moneta complementare•0. Cosi i titoli pubblici potrebbero circolare ed essere usati nel mercato interno come strumenti di pagamento per finanziare l'attività produttiva. Ma non è da scartare neppure la possibilità che i titoli del debito possano rap• Si traua di titoli che danno rendimenti sicuri e. ono ancorati all'innazione. Per l' Italia è da la di Claudio Gnesutta sull'emissione di" Buoni eccezionali del Tesoro•, in • Sbilanciamoci», 3 gennaio 2012, alsito wu·w. sbilanciamoci. info/Sezioni/capitali/Buoni-eccezionali-del-tc:soro-1209 3. ' Su ques_to punto si veda A Fumagalli, dt dtttalura fir.anm • Unmomade ... 23 novembre 2011, consultabile al sitl) uninomade.org/ prove-conclamate-di-dittatura-finanziaria " Queste considerazioni sono basate sui preziosi commenti di Stefano LucaStudi di Bergamo. relli, professore presso l'Università

presentare una garanzia <<diretta>> per un fido, per uno scoperto di conto oppure per una fidejussione bancaria. I titoli pubblici dunque sono un tipo di moneta che può essere utilizzata per eseguire pagamenti di una certa entità dove non serve il contante. Il loro controvalore monetario si regge sulla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e uno Stato ricco come l'Italia, che ha un bilancio pubblico sotto controllo, è in grado di assicurare questa fiducia. Oltre alla possibilità di usare i Bot, vi sono anche altre esperienze di moneta complementare in contesti territoriali, che si svolgono attraverso un sistema di compensazione per via elettronica mediante una moneta nella forma astratta di unità di conto. Uno degli esperimenti in via di definizione è quello di Nantes, dove sono stati coinvolti due economisti italiani: Massimo Amato e Luca Fantacciu. Jean-Marc Ayrault, attuale primo ministro francese del governo socialista di François Hollande ed ex sindaco della città, ha affidato ai due professori della Bocconi il compito di implementare una nuova moneta. Potrebbe chiamarsi «bonus» e diventare una divisa complementare all'euro, sul modello di quanto esiste già a Basilea con il «wir», una moneta nata nel 1934 per superare la Grande Depressione. In un momento in cui la crisi finanziaria e la stretta creditizia rischiano di soffocare le economie, il« bonus» dovrebbe realizzare un sistema di credito cooperativo tra aziende allo scopo di rafforzare l'economia locale e avviare un circuito virtuoso che consenta di avere a disposizione piu risorse per acquistare prodotti delle imprese che fanno parte del sistema.
M . Amato e L Fantacc1. sak·a" il mrn:alo dal capitalismo. ltke pn Donzelli, Roma 2• 12 i veda in particolare il cap. IV). Di Luca Fantacci cfr. anche Rtlaneto· una nuova Brrllon WoodJ a parli" dalla proposta di Keynes, inJ.M. Keync:s, F.utop111 cit
11

un 'altra

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Capitolo quarto

Una strategia alternativa

A Nantes è stato individuato il Credit Municipal, di proprietà del Comune, che terrà i conti degli scambi fra le imprese e fra queste e i privati. Ogni impresa sarà dotata di un conto corrente che le consentirà di acquistare beni o servizi da qualunque altra impresa del circuito, indebitandosi in «bonus», per poi ripagare il proprio debito cedendo, a sua volta, i propri beni e servizi a una terza impresa aderente. In conclusione, in un periodo in cui c'è carenza di moneta nell'economia reale, la possibilità di usare una moneta complementare andrebbe considerata con grande attenzione sia a livello locale sia a livello nazionale, sia con monete virtuali sia con monete materiali come i titoli pubblici. L'obiettivo è quello di mettere a disposizione delle famiglie e delle imprese uno strumento di pagamento per far ripartire gli scambi e gli investimenti.
4· La coesistenza tra Stato e mercato: l'economia mista.

so di concentrazione, stanno aumentando il loro potere

di mercato, possono controllare i prezzi, sono poco propense a finanziare l'espansione degli investimenti nella ricerca e sviluppo e tendono a impiegare quote crescenti dei loro profitti nel settore finanziario. La tendenza verso la concentrazione delle imprese, che si riducono di numero e in questo modo accrescono il loro potere di mercato, era stata studiata da Paolo Sylos Labini, che nel 1956 aveva pubblicato la teoria dell' oligopolio 12 • In regime di oligopolio vi sono imprese dominanti price leader e market leader che stabiliscono i prezzi applicando un margine sui costi e possono controllare l'offerta secondo le loro convenienze. Queste grandi imprese influenzano i comportamenti delle altre imprese, che tenderanno a seguirne le decisioni secondo un meccanismo imitativo. In piu, esistono intrecci azionari che portano le grandi imprese dell'energia, del credito e del settore assicurativo a essere legate a filo doppio le une alle altre. In questo quadro, i principi fondamentali della concorrenza, come la rivalità e la segretezza delle strategie, vengono clamorosamente a mancare. Nel settore finanziario i valori delle attività vengono determinati dalle decisioni d'investimento (o disinvestimento) delle grandi società d'affari e delle grandi banche, che in tal modo influenzano l'andamento di interi mercati. In questo ambito sono all'opera dei veri e propri meccanismi collusivi: proprio nel luglio 2012 si è scoperto
" O/igopo/10 e progreno tecmco fu scritto avendo come settore di riferimento l'industria manifatturiera. Oggi il modello dell'oligopolio si potrebbe applicare al settore energetico, ai settori del credito e delle assicurazioni e persino al settore del rating, che è dominato dalle tre sorelle Standard & Poor's, Moody's e Fitch. In par· ticolare, quelle che comunemente sono definite «public utilities .. in realtà sono im· estraggono e in generale comprano, trasformano e vendono prese che in alcuni sul mercato un prodotto omogeneo- elettricità, olio combustibile, benzina, gas per usi industriali e civili. Per questi motivi le imprese energetiche possono essere considerate analogamente a quelle della trasformazione industriale, che operano in un regime di oligopolio concentrato.

La strategia del deficit-spending, una politica fiscale volta a redistribuire il reddito dai ricchi verso i poveri, gli eurobond e il nuovo ruolo della Bee, insieme a una regolazione finanziaria piu stringente e all'introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, sono passi fondamentali ma probabilmente non sufficienti per determinare la ripresa della domanda aggregata e l'inversione del ciclo economico. Nel futuro sarà necessario anche un maggiore intervento dello Stato attraverso le imprese e le banche pubbliche, per disporre di strumenti atti a contrastare in modo efficace le spinte recessive e a promuovere politiche di sviluppo di lungo periodo. Se osserviamo la situazione attuale, vediamo che le grandi imprese private che operano nell'energia, nel credito e nelle assicurazioni, grazie a un incessante proces-

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Capitolo quarto

Una strategia alternativa

che per ben quattro anni le piu grandi banche mondiali hanno fissato arbitrariamente e illegalmente il costo del denaro per lucrare sui mutui alle famiglie o sui prestiti alle imprese. Manipolare il tasso di riferimento sui mercati finanziari, il Libor, significa alterare un mercato da 8oo ooo miliardi di dollari fra titoli e prestiti. La tendenza verso la concentrazione delle imprese è in atto sia in Italia e in Europa, sia nei mercati bancari e azionari internazionali. In Italia, dopo la concentrazione bancaria degli ultimi anni, si è realizzata la fusione tra Unipol e Fondiaria-Sai e sta procedendo l'accorpamento delle aziende municipalizzate, mentre a livello internazionale l'End nel2007 aveva acquisito la società spagnola Endesa e recentemente il colosso energetico francese Edf ha inglobato l'Edison. Nel mercato bancario internazionale, dal I98o al2005 si sono verificate circa I I 500 fusioni, una media di 440 all'anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7500 e determinando una situazione in cui i primi 25 istituti al mondo hanno bilanci cumulati pari a tre quarti dell'economia globale. Al primo trimestre 201 I, cinque società d'affari (J. P. Morgan, Bank of America, Citibank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citigroup- Merrill Lynch, Bnp-Paribas) avevano il controllo di oltre il9o% del totale dei titoli derivati. Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in misura consistente il numero delle società quotate. A oggi, le prime dieci società con maggiore capitalizzazione di borsa- pari allo 0,12% delle 78oo società registrate - detengono il4I % del valore totale e il 47% dei ricavi. I mercati finanziari dunque non sono affatto concorrenziali, ma sono strutture di tipo piramidale con al vertice pochi operatori in grado di controllare oltre il65% dei flussi globali. Alla base del-

la piramide vi è una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione passivau. Per questi motivi, nei settori molto concentrati di carattere strategico come il credito, le assicurazioni e l' energia, accanto alle imprese private dovrebbero coesistere imprese pubbliche, le quali dovrebbero perseguire obiettivi diversi da quelli delle imprese private. Come sappiamo, l'obiettivo primario di queste ultime è di massimizzare i profitti di breve periodo e distribuire dividendi agli azionisti. Al contrario le imprese pubbliche, nel rispetto del pareggio di bilancio, dovrebbero avere come obiettivi prioritari quelli di spingere verso il basso i prezzi dell'energia e del denaro, di accrescere le spese in ricerca e gli investimenti nell'innovazione e di garantire il credito alle famiglie e alle aziende. Siamo ben coscienti del problema dell'indipendenza delle imprese pubbliche dai partiti politici che generano corruzione. Per future banche pubbliche si potrebbe pensare di farne nominare i vertici dalla Banca d'Italia, che rappresenta un'istituzione autorevole e indipendente, sulla falsariga di quanto accade nella magistratura che è indipendente dal potere politico. Le grandi imprese pubbliche potrebbero dunque condizionare gli equilibri tra le grandi imprese private oligopolistiche, i quali spesso si basano su patti di pacifica coesistenza e di spartizione del mercato, e potrebbero influenzarne le strategie d'investimento e le politiche dei prezzi14 •
" A. Fumagalli, Ii diritto al default come conlropotere finanziario, in «il manifesto•, 3 r agosto 201 L 14 In Italia lo Stato nomina gli amministratori delegati e la maggioranza relativa del consiglio di amministrazione deU'Eni e dell'Enel e potrebbe avere un ruo· lo piu attivo in merito agli indirizzi sulle politiche dei prezzi, sulle spese nella ricerca e sulle decisioni d'investimento di queste grandi imprese energetiche. Per quanto riguarda il settore bancario, recentemente è stata costituita la Banca del Mezzogiorno, di pubblica, che ha il compito di finanziare gli investimenti delle imprese del Sud. Poi c'è la Cassa depositi c prestiti, un'istituzione pubblica che sta aumentando i propri margini d'intervento nelle infrastrutture e nel fi.

C apitolo quarto

Una strategia alternativa

93

Se per esempio consideriamo il vediamo che la possibilità di consegUlfe enorm1 profitti grazie al potere di mercato in un sistema altamente concentrato con una domanda piuttosto rigida, tende a disincentivare gli investimenti delle grandi imprese private verso l'innovazione e la diversificazione energetiinca. Le compagnie petrolifere e le imprese fatti registrano una quota di spese in ricerca e sviluppo non arriva a toccare l'I % del che rato mentre esistono grandi imprese ad alta tecnolog1a che a investirvi il 15% del fatturatou. Oggi tra gli obiettivi principali delle imprese. energetiche vi sono quelli di acquisire ulteriori quote d1 mercato operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azlOnisti e di incrementare le stock options per il management. Si tratta di una situazione in cui i profitti prendono la strada della finanza e non quella dell'economia reale. In sintesi, il rilancio della domanda aggregata attraverso il deficit-spending è una condizione necessaria ma non sufficiente per determinare l'inversione del economico. Nel futuro sarà necessario anche un magglOre intervento dello Stato attraverso le imprese e le banoperanti che pubbliche, perché le grandi nell'energia, nel credito e nelle ass1curaz10ru stanno aumentando il loro potere di mercato, possono controllare i prezzi, sono poco propense a finanziare l'incremento degli investimenti nella ricerca e tendono ad aumentare gli impieghi nel settore finanziario. La coesistenza tra grandi imprese pubbliche e grandi imprese private in settori strategici come l'energia, il credito e le assicurazioni può costituire anche una strada per garantire maggiore concorrenza e per permettere
nanziamemo delle imprese, oltre ad avere partecipazioni in numerose società in cui lo Stato (o aL.ionista. 11 Si veda 2009 Eu lt:dullnlll R&D lr.tt!llmenl Scoreboard, consultabile al sito hupl/iri jrc ec europa .eu/research/scoreboard 2009.htm.

alle imprese e alle famiglie una maggiore libertà di scelta fra operatori di diversa natura.
5· Il capitalismo di Stato di Hobsbawm.

La strada appena delineata è in sintonia con le idee

di Eric Hobsbawm, il quale è convinto che il capitalismo di Stato sia destinato a sostituire il capitalismo del libero mercato, determinando la fine dell'economia liberale cosi come l'abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Secondo Hobsbawm il declino dell'economia liberale è la conseguenza della sconfitta storica della« teologia del libero mercato», la credenza religiosa per cui il mercato si regola da solo senza bisogno di alcun intervento esterno. Hobsbawm ritiene probabile che si arrivi a un'economia mista, in cui coesistono pubblico e privato, e in una recente intervista con «l'Espresso» 16 ha affermato: «Guardi la storia. L'Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall' lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito ». Dice ancora Ilobsbawm:
In Oriente masse di contadini entmno nell'universo del lavoro salar iato lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È naro un fenomeno inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminilta, creativa, anche se rapace - come la descriveva Marx nel Manifesto comunista- sono subentrate istituzioni pubbliche.

L' Italia è stata fra i pionieri del capitalismo di Stato, realizzando un sistema di economia mista in cui coesistevano il settore pubblico e quello privato che ha garantito una spettacolare crescita economica, un miglioramento delle condizioni sociali e la riduzione del divario
" \Y/. Goldkorn, Colloquto con l:ric flombawm, in •i'E>presso», L\'11 (maggio 2012l, n. 19, pp. 90·94·

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Capitolo quarto

tra Nord e Sud. Dopo il 1992 il sistema delle partecipazioni statali è stato smantellato sia per i gravi fenomeni di corruzione che si erano diffusi all'interno delle imprese e delle banche pubbliche per l'ingerenza dei partiti, sia per il dissesto del bilancio statale che ha dato un forte impulso al processo di privatizzazione, sia per una pressione fortissima delle imprese private italiane e di quelle estere, che si sono impossessate del patrimonio pubblico a prezzi stracciati. A conti fatti- entrate nelle casse dello Stato e benefici in termini di sviluppo industriale - possiamo affermare che le privatizzazioni non abbiano esercitato un ruolo trainante nello sviluppo dell'economia italiana. Anche questo può essere uno dei motivi alla base del debole tasso di crescita nel periodo 1992-2012, pari all'1,5% annuo rispetto al4,5% del quarantennio 1951-91. Insomma, siamo all'avanguardia e non ce ne siamo neanche accorti! E ora di tornare agli splendori di quel miracolo economico che ci permise di diventare uno dei grandi Paesi industrializzati del pianeta.

Capitolo quinto I rapporti fra capitalismo e ambiente

Accanto ali' esigenza di riportare la finanza al servizio dell'economia e l'economia sotto la programmazione della politica, la possibilità di promuovere una crescita di lungo periodo a livello globale è strettamente vincolata alla disponibilità di acqua potabile, energia, suolo coltivabile. Inoltre, la crescita potrà essere sostenibile soltanto se riusciremo a ridurre l'impatto dell'attività umana sull'atmosfera. Si tratta di un fenomeno che, in Paesi emergenti come la Cina, sta determinando un continuo inquinamento dell'aria, specialmente nelle aree industriali e nelle zone urbane, mettendo a rischio la salute della popolazione. L'inquinamento atmosferico su vasta scala potrebbe avere invece conseguenze molto pesanti sugli equilibri climatici del pianeta nel prossimo futuro. In generale, vi è un certo consenso sul fatto che l'uomo stia provocando alterazioni degli equilibri climatici, però esistono previsioni diverse sull'evoluzione del clima. Tali scenari dipenderanno anche dalle politiche che verranno messe in atto nei prossimi anni a livello globale.
I cambiamenti climatici negli ultimi 400 ooo anni.

1.

Per avere un'idea di ciò che potrebbe verificarsi in tempi non lontani, è utile ripercorrere i grandi cambiamenti climatici che si sono verificati nel periodo piu recente della storia della Terra (ultimi 400ooo anni). Questa evoluzione si basa sulle variazioni della temperatura

Capitolo quinto

I rapporti fra capitalismo e ambiente

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e dell'anidride carbonica ottenute dalle analisi sulla calotta glaciale della stazione russa di Vostok in Antartide. I picchi caldi (periodi interglaciali) e i picchi freddi (periodi glaciali) si sono alternati con una certa regolarità - circa centomila anni - e le variazioni della temperatura e della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera sono state simili: gli innalzamenti sono stati rapidissimi, mentre le diminuzioni sono state piu lente e discontinue. Ciò è accaduto anche per il livello del mare: alle brusche risalite si sono succeduti lenti abbassamenti. Durante i massimi glaciali la temperatura media terrestre era di 6-8 gradi inferiore all'attuale, ma nelle zone polari si giunse fino a IO-I4 gradi in meno. Com'è noto, le oscillazioni climatiche di lungo periodo sono in massima parte riconducibili ai movimenti della Terra intorno al Sole e alle conseguenti variazioni dell'energia solare in arrivo. Nel penultimo periodo caldo databile a circa I25ooo anni fa (l'ultimo periodo è quello che stiamo vivendo oggi), la temperatura media del pianeta aveva raggiunto un valore di un paio di gradi piu alto rispetto a quello attuale; nel mar Mediterraneo si era ampiamente diffusa una fauna marina di provenienza senegalese e il livello del mare era addirittura sette metri piu alto di quello attuale. Però la quantità di anidride carbonica nell'atmosfera che si registrava I 25 ooo anni fa era nettamente piu bassa di quanto lo sia oggi (nei periodi caldi precedenti a quello attuale la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera non aveva mai superato le 280 parti per milione, oggi è arrivata a 390 ppm). Dopo il picco caldo di I 25 ooo anni è iniziata una lunga e lenta fase di raffreddamento che ha raggiunto il culmine circa 20 ooo anni fa, momento in cui il livello del mare si è venuto a trovare circa I 20 metri al di sotto del livello attuale e la glaciazione ha conosciuto la sua massima estensione.

Poi, nel periodo compreso tra 20 ooo e I4 ooo anni fa, si è verificato un riscaldamento rapidissimo, a cui è seguito un crollo della temperatura che ha toccato un minimo circa I 2 700 anni fa. Si tratta dello Younger Dryas, un episodio freddo che è considerato «un cambiamento climatico improvviso» per la rapidità e l'intensità con cui ebbe luogo (la durata è di circa I200 anni). La violenta caduta di temperatura fu determinata proprio dal rapido processo di riscaldamento che aveva innescato lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia. In tal modo grandi quantità di acqua fredda e dolce si riversarono nell'oceano, riducendone la salinità e bloccando la risalita verso nord della corrente calda del Golfo. L'effetto fu una glaciazione di tutta la fascia costiera dell'Europa occidentale. Dopo questo evento freddo la temperatura ha ripreso a salire e intorno a diecimila anni fa si è assestata sui valori attuali, consentendo alla specie umana di sfruttare l'ambiente con l'agricoltura e l'allevamento. Si entra cosi nell'Olocene e inizia a svilupparsi la civiltà moderna, che costruisce una nuova economia in sostituzione dell'economia di caccia e raccolta tipica del nomadismo. Dunque, la stabilizzazione del clima che si verifica circa diecimila anni fa cambia la natura dell'uomo, il quale da nomade diventa sedentario: la prima città vera e propria, Gerico, nacque in Palestina nel IX millennio a.C. con cinta muraria, strade interne e case di mattoni. È interessante notare che anche nel penultimo picco caldo di I 2 5 ooo anni fa la temperatura si stabilizzò sui valori massimi per circa diecimila anni. Poi, per effetto dei movimenti della Terra intorno al Sole, iniziò un lungo periodo di raffreddamento. Se questo fenomeno dovesse ripetersi, il periodo caldo attuale potrebbe terminare in tempi non lontani e il clima della Terra potrebbe evolversi verso una nuova fase di raffreddamento.

Capitolo quinto

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Negli ultimi diecimila anni si sono verificate delle oscillazioni minori: alcuni picchi caldi, come l'Optimum Romano e il picco medioevale, si sono alternati con fasi fredde, la piu importante delle quali è conosciuta come compresa tra il 1450 e il 1850. «la Durante 1 penodi caldi le temperature raggiunsero valori piu elevati rispetto a quelli attuali: nel 218 a.C., alterdell.'Optimu_m Romano, Annibale valicava le Alpi con 1 sum elefanti ed entrava in Italia attraverso il colle del_Clapier, dove oggi si trova l'omonimo ghiacciaio; alla fme del 1 millennio i Vichinghi coltivavano il grano in Groenlandia (in danese Gron!and significa« Terra verde»). Ma dal 1850 la temperatura media del pianeta e la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera hanno ripreso ad aumentare sempre piu rapidamente. Questo fenomeno è associato con la «Rivoluzione industriale» cioè con il passaggio da un'economia prettamente cola e artigianale a un'economia fondata sulla produzione industriale intensiva. Il nuovo modello produttivo che diede inizio all'epoca del capitalismo industriale sospinto in primo luogo dallo sviluppo della a vapore e dal crescente utilizzo del carbone in sostituzione del legno e dell'energia idraulica. L'aumento della temperatura e dell'anidride carbonica ha poi subito una fortissima accelerazione dal 1980 quando la popolazione, l'economia mondiale e i consumi di energia hanno intrapreso un sentiero di crescita sempre piu rapido e sostenuto. Un andamento analogo ha caratterizzato anche il livello del mare, che è risalito in modo continuo dal 1900. Quello che colpisce è la velocità con cui oggi si stanno manifestando l'aumento della temperatura e della concentrazione di anidride carbonica e lo stesso innalzamento del livello del mare. Nel periodo compreso tra il 1900 e il2005la temperatura media della Terra è aumentata di circa un grado, mentre nell'ultimo decennio il livello di anidride carbonica nell'aria è

cresciuto di 2 ppm all'anno ed è in costante accelerazione. Per il livello del mare si è passati da un tasso medio di pari a 1,8 mm/anno nel periodo 1900-93 a un tasso di 3,1 mm/anno nella fase successiva. Queste osservazioni hanno portato gli scienziati del Comitato intergovernativo sul mutamento climatico (Ipcc) a ritenere che l'accelerazione del cambiamento climatico verso un maggiore riscaldamento sia in stretta relazione con le crescenti emissioni di anidride carbonica. Tali emissioni vengono prodotte in larga misura dall'uso dei combustibili fossili (il petrolio, il gas e il carbone soddisfano circa l'Bo% dei consumi mondiali di energia) e risentono degli estesi processi di deforestazione che hanno luogo in vaste aree del pianeta. Ciò significa che l'attività umana è diventata una nuova variabile che sta interagendo con le variabili «naturali» e concorre cosi a determinare il clima della Terra. A sua volta, l'innalzamento della temperatura sta provocando lo scioglimento del permafrost 1 in vaste aree della Russia e del Canada e quindi il rilascio nell'atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica e di metano precedentemente intrappolate nel ghiaccio. Cosi i fenomeni naturali e quelli di origine antropica generano effetti che si rinforzano a vicenda. D 'altra parte, il riscaldamento terrestre sta determinando un rapido scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, del mare Artico e dell'Antartide. Al riguardo, gli scienziati hanno già raccolto le prime prove di un rallentamento della risalita verso nord della corrente calda del Golfo, a causa dell' afflusso di grandi quantità d'acqua
1 • Il permafro>t terreno dove il perennemente ghiacciato: conven· z1onalmente con questo termine si indica un terreno ghiacciato da almeno due an· ni ..Il è presente primariamente nelle regioni artiche, in prossimità dei poli, e m alta montag(la (nelle Alpi a partire da quote di circa 26oo metri in funzione dell'esposizione}. E valutato che le superfici con permafrost riguardino un qui n· ro delle terre emer>e. Il permafro>t può la profondità di metri nel nord della Siberia e di alcune centinaia di metri in Alaska e Canada.

1 00

Capitolo quinto

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dolce e fredda proveniente dalla fusione dei ghiacciai nell'emisfero settentrionale. La corrente del Golfo fa sf che oggi Norvegia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Francia occidentale abbiano un clima ben piu mite rispetto a quello del Canada e della Groenlandia, due aree che si trovano alla stessa latitudine. L'interruzione della corrente del Golfo potrebbe determinare un forte calo della temperatura in tutta l'Europa centrosettentrionale, cosf come accadde 12 700 anni fa (il picco freddo dello Younger Dryas). Nel contempo, i processi di combustione che generano i gas serra producono anche una particolare tipologia di polveri sottili, le «nuvole marroni», che si accumulano a .3000 metri d'altezza e che possono spostarsi rapidamente, riuscendo ad attraversare l'oceano Atlantico in meno di una settimana. Queste nubi agiscono come uno schermo che riflette verso l'esterno una parte della radiazione solare in arrivo sul pianeta. Cosf l'inquinamento prodotto dall'attività umana innesca anche degli effetti opposti a quelli appena illustrati: le polveri sottili emesse da ciminiere di centrali elettriche, industrie, scarichi di automobili, combustioni varie, a cui si aggiungono le ceneri delle eruzioni vulcaniche, stanno riducendo di circa la metà il riscaldamento del pianeta. In sintesi, l'inquinamento generato dall'attività umana sta influenzando l'evoluzione del clima terrestre. In questa fase l'effetto predominante è rappresentato dal riscaldamento dell'atmosfera per l'effetto serra causato dalle emissioni di anidride carbonica, ma sono all'opera anche fenomeni che vanno in direzione opposta, come il rallentamento della corrente del Golfo e la formazione delle «nuvole marroni» riflettenti. Effetto serra, rallentamento della corrente del Golfo e nuvole marroni si sovrappongono ai movimenti della Terra intorno al Sole e ai cicli solari. Tale complessità non rende agevole prevedere con precisione l'evoluzione del clima terrestre,

ma quel che è certo è che la temperatura sta aumentando, la concentrazione di anidride carbonica ha raggiunto livelli mai registrati in passato e gli effetti dell'attività umana sono nettamente piu rapidi dei fenomeni naturali. Ed è fuori di dubbio che la situazione attuale sia in stretta relazione con i consumi di combustibili fossili, che nel futuro sono destinati a esaurirsi, e già oggi sono fonte di gravissimi conflitti militari.

2.

La riconversione ecologica dell'economia.

L'esaurimento delle risorse energetiche e l'inquinamento prodotto dall'uomo dunque costituiscono dei vincoli allo sviluppo dell'economia planetaria. Per questi motivi sarà inevitabile promuovere un ampio processo di riconversione ecologica del sistema energetico, della produzione e dei consumi, cioè sarà necessario modificare il modello di sviluppo basato sui combustibili fossili, sull'automobile a benzina e sulle materie plastiche. Nonostante le grandiose innovazioni che sono state realizzate nell'ultimo secolo - elettricità, elettronica, telecomunicazioni e informatica - il petrolio, il gas e il carbone continuano a rappresentare le fonti energetiche dominanti attraverso le quali il capitalismo contemporaneo ha potuto dispiegare tutta la sua forza produttiva, realizzando un'espansione quantitativa mai vista nella storia dell'umanità. Ma la crescita quantitativa non può procedere all'infinito, specialmente nei Paesi avanzati dove molti mercati sono saturi e gli spazi sempre piu ristretti. Per questo è necessario superare il modello dell'espansione quantitativa per andare verso uno «Stato stazionario di natura dinamica», cioè verso un'economia della conoscenza, della sostituzione e dell'efficienza. Ciò significa puntare sulla qualità, un obiettivo che richiede enormi investimenti

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Capitolo quinto

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sia pubblici sia privati. Questa è la strada per promuovere la crescita del reddito e dell'occupazione nel lungo periodo. La costruzione di un'economia meno dipendente dai combustibili fossili e a piu basso impatto ambientale richiederà un massiccio intervento dello Stato, poiché le grandi imprese energetiche, chimiche e automobilistiche hanno uno scarsissimo incentivo a investire in questa direzione. Infatti, se non si verificherà un mutamento ancora piu netto dei prezzi relativi delle fonti di energia, delle tecnologie e dei prodotti, difficilmente avranno luogo cambiamenti significativi del sistema di produzione e in quanto il mercato non anticipa gli eventi, dì ma h segue adattandosi alle nuove situazioni. Il Protocollo dì Kyoto per ridurre le emissioni di C02 ha rappresentato un esempio di intervento pubblico attraverso la regolamentazione. Successivamente, l'Europa ha v.arato la direttiva 20-20-2o2 sulle energie rinnovabili, il nsparmio energetico e le emissioni di anidride carbonica. Accanto all'azione normativa, i governi dei piu grandi Paesi hanno iniziato a utilizzare anche la leva fiscale e la domanda pubblica innovativa. Negli Stati Uniti l' amministrazione Obama ha stanziato I I 2 miliardi di dollari nei settori delle energie alternative, dell'efficienza energetica e della modernizzazione della rete di trasmissione dell'elettricità, con l'obiettivo dì ridurre la dipendenza del Paese dalle importazioni di petrolio, di abbattere le emissioni di anidride carbonica e di creare sviluppo e occupazione. La Cina ha deciso di puntare sulla green economy per contenere i gravissimi fenomeni d'inquinamento che la affliggono, investendo 22I miliardi di dollari tra il 2009 e il 20 I o e dimostrando che l'eco' Il 17 dicembre 2oo8 il Parlamento europeo ha approvato il pacchetto clima· energia volto a conseguire gli obiettivi che l'l:e si è prefissata per il 2020: ridurre quinto le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20Clf> il risparmio ener· di geuco e aumentare nella misura l'energia da fonti rinnovabili. Il pacchetto comprende anche provvedimenti sul di scambio di quote e sui limiti alle emissioni delle automobili

nomia verde è al tempo stesso un'opportunità e una necess_ìtà per un Paese ad alto tasso di crescita. E pur vero che gli investimenti, sia pubblici sia privati, nelle fonti rinnovabili stanno registrando una crescita continua in tutto il mondo e nel2oi I hanno toccato un valore pari a 280 miliardi di dollari: il I7% in piu del 20IO, il doppio del 2007 e cinque volte la cifra del 2004. Nel settore elettrico, la metà della capacità installata nel2oi I (208 GW) è attribuibile a impianti alimentati con le energie rinnovabili, in particolare fotovoltaica {4o%), eolica (3o%) e idroelettrica (25%). Dopo il solare e l'eolico, il settore che ha attratto piu investimenti è stato quello della «smart technology», che comprende le reti intelligenti, le tecnologie per l'efficienza e i sistemi di stoccaggio dell'elettricità. Si tratta di tendenze incoraggianti che, però, devono essere potenziate e accelerate se vogliamo ottenere risultati consistenti in tempi rapidi. La dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili rappresenta un problema molto serio per l' Europa, perché oggi oltre la metà del fabbisogno energetico viene coperta con il gas, il petrolio e il carbone e le previsioni indicano che la dipendenza sia destinata a crescere da qui al 2030. Una strategia che punti sulle energie rinnova bili e sull'efficienza energetica può consentire di ridurre le importazioni di combustibili fossili con vantaggi non solo sulla bilancia commerciale ma anche sulla sicurezza energetica, poiché in tal modo si ridurrebbero i rischi degli approvvigionamenti dall'estero.
3. La domanda pubblica nel processo di riconversione

ecologica.
Come abbiamo detto nel quarto capitolo, uno dei passi fondamentali per avere strumenti d'intervento diret-

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to nell'economia passa attraverso le imprese e le banche pubbliche. Ma anche la domanda pubblica innovativa può svolgere un ruolo fondamentale nella promozione di un'economia sostenibile. Su questo punto è utile richiamare l'esperienza americana del dopoguerra. Diversi economisti americani, tra cui Lester Thurow, hanno sottolineato che la spesa realizzata dal settore militare negli anni Cinquanta e Sessanta sui grandi progetti spaziali e sui sistemi di difesa missilistica ha contribuito a trainare la crescita dell'economia statunitense nel periodo successivo. La spesa federale è stata la principale fonte di finanziamento della ricerca e sviluppo e la principale fonte di domanda di nuove tecnologie - tra cui semiconduttori, microeletrronica, macchine a controllo numerico, intelligenza artificiale, nuovi materiali e laser - fornendo un forte impulso alla rivoluzione dell'informatica e delle telecomunicazioni, che si è pienamente realizzata durante gli anni Novanta quando è entrato in voga il termine di «new economy». Cosi negli Stati Uniti - il Paese preso come riferimento dai fautori del liberismo - l'intervento pubblico ha avuto la funzione di promuovere la ricerca e di creare una nuova domanda, cioè nuovi mercati, favorendo la crescita di settori e di imprese innovative; una crescita che in assenza di una tale domanda sarebbe stata molto piu lenta e difficoltosa. Se non vi è una domanda consistente, infatti, le imprese private trovano scarso interesse a progettare, finanziare e realizzare gli investimenti innovativi, dal momento che i rendimenti di tali investimenti non sono abbastanza elevati e i ritorni richiedono tempi troppo lunghi. Dunque, l'esperienza americana smentisce le tesi di coloro i quali sostengono l'inutilità dell'intervento pubblico nello sviluppo dell'economia, intervento che porterebbe a uno spreco di risorse e ostacolerebbe gli investimenti privati. Non è cosi, quando le spese sono fun-

zionali al conseguimento di precisi obiettivi - nel caso degli Stati Uniti obiettivi di predominio militare, politico e tecnologico- e avvengono in un'economia di cioè in un'economia capace di sfruttare da un punto di vista commerciale le opportunità generate dal progresso scientifico e tecnologico. Anche nell'Unione Sovietica durante la Guerra fredda la spesa militare aveva raggiunto valori molto elevati ed erano state realizzate grandiose innovazioni che avevano consentito di mandare gli uomini nello spazio e di far crescere una potente industria nucleare. Ma nel blocco comunista l'assenza di un meccanismo di mercato non ha permesso che venissero innescati quei processi di diffusione delle innovazioni nel settore industriale e in quello civile, cosi come è accaduto negli Stati Uniti. Se allora in un'economia di mercato viene riconosciut; strategica della domanda pubblica, si potrebbe pensare di promuovere: 1. il potenziamento dell'istruzione, per offrire ai giovani corsi di formazione e di educazione ambientale; 2. la costruzione di impianti per la selezione, il trattamento e il riciclo dei rifiuti e di impianti per la depurazione delle acque; . . . 3· la sostituzione dei mezzi dt trasporto pubblici a ed e.lettrici'; gasolio e a benzina con 4· la sostituzione delle marene plastiche e det prodotti chimici con i prodotti biologici e biodegradabili; 5· la diffusione di impianti che permettano di ottenere energia «pulita»;
' Anche i veicoli ad aria compre)sa hanno delle notevoli poten7.ialità, men· tre sono crc)Ciute le perpic.sità sui veicoli alimentati con i l'utilizzo di prodotti agricoli come la canna da zucchero. t! la. e l'olio di colza per fini energetici ha provocato l'aumento prezzt det prodom per l'alimentazione Sui biocombust!bili molta. ncerca .. per sviluppare vegetali che possano m and1 sen7.a btsogno dt molta acqua e che abbiano un elevato rendimento energetico.

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6. l'agricoltura biologica, la difesa del suolo e un vasto programma di riforestazione. Il potenziamento della spesa pubblica per la riconversione ecologica dell'economia andrebbe associato a incentivi fiscali e creditizi e a una nuova legislazione ambientale volta a riformulare standard, vincoli e divieti. In particolare, gli incentivi possono dare un forte impulso alla ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio, che consentirebbe non solo di conseguire importanti risultati in termini di risparmio energetico ma anche di aumentare il valore degli immobili. Per cambiare il modello di sviluppo serve dunque una forte volontà politica e devono essere attivati enormi investimenti pubblici, i quali a loro volta possono mettere in moto anche gli investimenti delle imprese private generando un meccanismo in grado di autoalimentarsi, come è accaduto in America nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. 4· Le difficoltà di un processo di riconversione del-

l'economia.
Dobbiamo essere coscienti che il processo di riconversione ecologica dell'economia non sarà un processo indolore e privo di ostacoli. Nel settore energetico, la transizione da un sistema basato su grandi impianti a combustibili fossili e a combustibili nucleari verso un sistema decentrato costituito da piccoli impianti in grado di sfruttare le fonti rinnovabili, rappresenterà un cambiamento epocale per il sistema capitalistico. Un cambiamento che sconvolgerà il panorama energetico attualmente dominato dai grandi oligopoli che controllano i prezzi e regolano l'offerta di energia.

Se oggi guardiamo al settore elettrico dei Paesi avanzati vediamo che esiste un eccesso di capacità di generazioelettrica, che si è determinata in seguito alla recessione e alla conseguente caduta dei consumi (in Italia si che la capacità produttiva ecceda del3o% la domanda di elettricità). In un tale contesto l'espansione della generazione da fonti rinnovabili che sta avendo luogo grazie alla spinta degli incentivi determina uno degli impianti piu vecchi, inefficienti e ti dai combustibili fossili. Per questo mouvo non SI puo puntare sulla semplice espansione dell'elettricità da f?nti rinnovabili, ma bisogna elaborare una programmazione energetica che preveda un piano degli pianti piu vecchi e un processo di quelli nuovi. Si tratta di un problema molto delicato m quanto i costi di dismissione dei vecchi impianti sono consistenti e oltretutto si viene a determinare un problema di occu. pazione, che deve essere Ciò significa che la transizione da un sui combustibili fossili verso un sistema alimentato m misura maggiore da fonti rinnovabili non può essere lasciato solo al gioco degli e all' «forz_e di mercato» ma deve essere gwdato dru goverru per evitare che si c;eino situazioni insostenibili. Allora bisogna bloccare la costruzione di nuove centrali a combustibili fossili e occorre ragionare sull'età, sul grado d' efficienza e sulla vita media degli impianti tradizionali di generazione elettrica. Ciò perché quando gli impianti piu vecchi giungeranno al termine del loro ciclo vitale piu dovranno essere dismessi, sarà importante essere pronti con nuove soluzioni tecnologiche per avere un'offerta sicura, poco inquinante, inesauribile, a basso costo e con contenuti tempi di ritorno degli investimenti. C'è un altro problema che non deve essere sottovalutato e riguarda le politiche degli investimenti delle grandi imprese energetiche private.

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Come abbiamo detto nel capitolo precedente, le grandi imprese oligopolistiche price leader sanno di poter variare i prezzi quando variano i costi diretti, nella piena consapevolezza che i loro concorrenti faranno altrettanto. Cosi, quando varia il costo dell'energia grezza nei mercati di estrazione, le imprese energetiche tendono a variare i prezzi di vendita ai consumatori finali in modo proporzionale per ampliare, o almeno per conservare, i propri margini di profitto. Di conseguenza, nelle fasi di crescita del costo dell'energia, queste imprese vengono a trovarsi in un conflitto d'interessi con gli Stati, perché l'incremento dei prezzi finali di benzina, olio combustibile, elettricità, gas per usi civili e industriali, da un lato spinge in alto il fatturato, i profitti e le quotazioni azionarie delle imprese energetiche; ma dall'altro alimenta l'inflazione e penalizza i consumi interni, la competitività delle imprese, la bilancia commerciale e la crescita economica del Paese importatore di energia. I fenomeni appena descritti si sono manifestati nella fase di crescita del2003-7, quando si è verificato un continuo aumento della domanda e dei prezzi del petrolio e del gas che ha consentito alle imprese energetiche di realizzare eccezionali incrementi del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie, mentre i Paesi importatori subivano un peggioramento della bilancia commerciale e un aumento dei prezzi finali dell'energia. Ma gli «extraprofitti» delle imprese oligopolistiche non sono stati impiegati per finanziare gli investimenti nell'innovazione e nella diversificazione energetica, cioè per contrastare l'incremento dei prezzi del petrolio e del gas . Tutto ciò fa pensare che le grandi imprese energetiche non abbiano alcun interesse a modificare il sistema per superare l'era dei combustibili fossili. In piu le grandi imprese energetiche, grazie ai cospicui mezzi finanziari di cui dispongono, possono esercitare una notevole influenza sugli assetti politici e sulle

decisioni dei governi sia nei Paesi piu arretrati, sia nei Paesi sviluppati e democratici. Al riguardo l' piu eclatante è quello degli Stati Uniti, dove le grandi compagnie petrolifere hanno sostenuto l'ascesa di G.W. Bush. Appena eletto Bush II si è subito schierato contro l'accordo di Kyoto, che avrebbe penalizzato il settore getico e quello dell'automobile. gli attentati dell'Undici Settembre 2001 hanno spianato la strada verso un intervento militare dapprima in Afghanistan e poi in Iraq, la regione che dopo l'Arabia Saudi. ta possiede le piu ampie riserve di petrolio. Queste furono le mosse del nuovo programma Imperiale- il progetto neoconservatore per un «Nuovo secolo americano>> -lanciato dall'amministrazione Bush con l'obiettivo di restaurare la supremazia globale statunitense attraverso l'uso della forza militare. Secondo Arrighi e Silver4 il piano prevedeva l'insediamento di «governi p:esenza amici» in Iraq e in Iran, il consolidamento strategica in Asia centrale e il controllo de1 fluss1 petroliferi globali dai quali i pr_incipa? concorrenti degli Stati Uniti: Europa, Cma, India e Giappone. Dunque, la storia recente ci ha fatto come alcune componenti del settore aJ:>btano_ mfluenzato le decisioni del governo amencano m mento alla J?Olitica estera alle spese militari, alla politica energetica e Per assecondare gli interessi delle grandi compagnie petrolifere e del l'amministrazione Bush ha esercitato un fortissimo condizionamento dell'opinione pubblica attraverso i mezzi d'informazione. Le campagne mediatiche sono state martellanti: in sostituzione del comunismo ormai tramontato, la lotta al terrorismo è diventata il mezzo per creare consenso interno e internazionale. Non c'è alcun dubbio sul fatto che la politica imperialistica volta a riaffermare il dominio globale degli Sta• G. Arrighi, Capitalìsmo e (dis)ordine monditJ/e cit.

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II l

ti Uniti attraverso il controllo delle risorse petrolifere si sia rivelata una scelta disastrosa.
5. Andare oltre il Pii.

d'indicatori attraverso cui si dovrebbe misurare la ricchezza di una nazione. Negli ultimi tempi il dibattito su questi temi ha ricevuto un impulso grazie a iniziative prestigiose come

Un processo di riconversione ecologica dell'economia che possa permettere di cambiare il modello di sviluppo oggi dominante richiede nuovi indicatori e nuovi strumenti di misura delle performance economiche, sociali e ambientali. Occorre superare il Pii, che rappresenta il valore monetario dei beni e servizi scambiati sul mercato. Il prodotto interno lordo si è rivelato molto utile nel misurare la crescita quantitativa, ma ha via via perso di efficacia nelle economie postindustriali dove è cresciuto il peso dei servizi immateriali e delle attività di carattere sociale, dove la qualità del prodotto e la produzione di nuovi beni hanno assunto maggiore importanza e dove le tematiche relative all'ambiente sono diventate sempre piu centrali nelle scelte di vita di un gran numero di persone. Inoltre, il Pii ignora completamente il fatto che la crescita dell'economia è strettamente associata al consumo delle risorse, che quindi tendono a esaurirsi. Non solo i combustibili fossili, ma anche le foreste, il suolo coltivabile, i metalli e altre materie prime. Inoltre, il Pii non conteggia la produzione di rifiuti, l'inquinamento, le emissioni di anidride carbonica, la disponibilità di acqua potabile, il livello d'istruzione e le aspettative di vita. Se tutto ciò venisse incluso nella stima del Pil probabilmente potremmo osservare che le nostre società non si stanno piu arricchendo, ma si sono incamminate lungo un percorso d'impoverimento sociale, economico e ambientale. Sul fatto che la crescita del Pii non costituisca piu un sinonimo di maggiore ricchezza e benessere vi è ormai un'ampia letteratura ed esistono analisi approfondite e proposte concrete di azione destinate ad ampliare il set

il Global Project «Measuring the Progress o/ Societies» dell'Ocse, la conferenza Beyond Gdp tenutasi nel 2007
al Parlamento europeo, la commissione Stiglitz-SenFitoussi Measurement of Economie Performance and Social Progress e la comunicazione dell'agosto 2009 in la Commissione europea ha illustrato cinque interventi chiave per integrare gli indicatori di progresso nei sistemi ufficiali di statistiche usati dalla politica. Il versante teorico è certamente quello piu controverso. Rimane sempre aperto il dibattito sulla necessità o meno di cercare una misura sintetica di benessere che privilegi la semplicità alla complessità e che il compito di comunicare e informare. Inoltre, è di cruciale importanza un nuovo ,:he stituisca quello tuttora doffilnante, che associa l1dea di benessere alla ricchezza materiale e monetaria e l' evoluzione di una società alla crescita economica quantitativa. Sul versante dell'attuazione, l'United Nations Development Programme sta rivedendo il famoso Indicatore di Sviluppo umano per tenere conto delle raccomandazioni del rapporto Stiglitz, raccomandazioni che interessano anche l' Eurostat che costituirà un leadership group per identificare cosa si possa fare per renderle_operative. La Commissione statistica dell'Onu sta dedicando un'ampia discussione a questi In ha iniziato un percorso di rielaboraz10ne di revlSlone delle conoscenze relative a queste tematlche, che sono già in larga parte presenti ma sparpagliate nel vasto bagaglio delle attività di ricerca dell' Istituto' .
' E Segre, Dal Ptl al in 1.5 aprile 2010, consultabile sul sito www.sbilancl81nOCI.Info/Sez10ni/globi/Dai·Pil-albenessere-Cambiare-bussola-421 1.

Conclusioni

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Siamo giunti alla fine del nostro racconto ed è il momento di soffermarci sulla mutazione del capitalismo da cui trae origine Il film della crisi. La tesi centrale di questo libro è che la crisi in cui sono immersi i Paesi occidentali nasce dalla rottura di un compromesso storico tra capitalismo e democrazia. La fase successiva a questa rottura può essere definita come l'Età del Capitalismo Finanziario e costituisce la terza mutazione che il capitalismo ha attraversato dall'inizio del secolo precedente. La prima fase è un'Età dei Torbidi, che si è verificata fra l'inizio del secolo e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. La seconda fase è costituita dalla cosiddetta Età dell'Oro: un'intesa tra capitalismo e democrazia fondata su due accordi fondamentali. Il primo riguardava la libera circolazione delle merci a cui faceva da contrappeso il controllo dei movimenti dei capitali, che assicurava un ampio spazio all'autonomia della politica economica dei governi e alle rivendicazioni dei lavoratori. Il secondo traeva ispirazione da una nuova teoria dell'impresa manageriale, che la rappresentava come una complessa realtà sociale focalizzata non solo sul profitto ma anche sull'impegno verso una serie di obiectivi sociali, rendendo la grande impresa privata una vera e propria comunità. La terza fase segna appunto una rottura dell'Età dell'Oro e si realizza attraverso la liberazione dei movi-

menti di capitale, che permette di scatenare una vera e propria controffensiva capitalistica. Questa mossa, attuata all'inizio degli anni Ottanta dai leader degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, determina un mutamento fondamentale nei rapporti di forza tra capitalismo e democrazia e tra capitale e lavoro e apre la strada alla formidabile espansione del capitalismo finanziario nei Paesi occidentali. La controffensiva capitalistica maturò in seguito a una serie di eventi che influenzarono l'evoluzione dell'economia mondiale negli anni Settanta. Anzitutto le crisi petrolifere che si risolsero in una «stagflazione», cioè in una combinazione di inflazione dei prezzi al consumo e di deflazione della domanda, e alimentarono massicci investimenti dei petrodollari nei mercati finanziari mondiali. Accanto ai due shock petroliferi, ebbero un peso rilevante la pressione esercitata dai sindacati dei lavoratori; la competizione sempre piu intensa tra l'economia americana in declino e le economie europee in ascesa; nonché una serie di movimenti di opinione che cambiarono sostanzialmente le caratteristiche fondamentali del pensiero economico e che si concretizzarono dapprima nella rinascita di un nuovo liberismo economico e poi nel mutamento dell'ideologia politica. In tale ambito ebbe un peso significativo l'influenza esercitata dalle nuove tesi neoautoritarie della cosiddetta «Trilaterale» 1 • L'insieme di questi elementi creò le condizioni per scatenare una vera e propria controffensiva che spinse il capitalismo a rompere il compromesso storico con la democrazia, determinando un'involuzione del sistema economico verso le forme piu rozze rappresentate dalla massimizzazione del profitto nel breve periodo, dalla
1 La Commissione Trilaterale è un gruppo di studio non governativo e non partitico fondato il 23 giugno 1973 per iniziativa di Oavid Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di altri dirigenti e notabili, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski.

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possibilità di tenere i lavoratori sotto il ricatto delle delocalizzazioni produttive e dalla capacità di sfiduciare i governi che perseguivano politiche economiche non gradite. Ecco la mutazione fondamentale di natura essenzialmente finanziaria che dà origine alla crisi attuale. Essa attribuisce alla grande impresa privata e al capitale un potere assolutamente sproporzionato rispetto agli altri fattori della produzione, soprattutto al lavoro. Di qui il manifestarsi di una gigantesca diseguaglianza tra la remunerazione dei capitali e quella dei lavoratori. Una diseguaglianza che avrebbe provocato fatalmente una depressione della domanda e quindi una crisi economica di vasta portata, se non fosse intervenuta la mossa vincente del capitalismo finanziario: il ricorso massiccio e generalizzato al credito promosso dalle banche private e favorito dalle politiche economiche dei governi neoliberisti. L'indebitamente delle famiglie e delle imprese che ne risultò venne sistematicamente rinnovato cosi da rendere il nuovo capitalismo finanziario un sistema nel quale i debiti non si rimborsano mai. Una scommessa chiaramente insostenibile, eppure incentivata dai governi contro ogni logica. Le onde del debito che si accavallano l'una sull'altra tuttavia s'infrangono fatalmente prima o poi sulla riva e la crisi, per lungo tempo evitata, investe il sistema economico tanto piu violentemente quanto piu è stata ritardata. Quello che veniva presentato dalla retorica neocapitalistica come il miracolo della nuova economia finanziaria che prometteva una crescita senza fine esente da fluttuazioni economiche, si muta in una crisi caratterizzata da un alto grado d'indeterminatezza e d'iniquità. L'altissimo livello raggiunto dall'indebitamente privato, il predominio della finanza sull'economia reale e la debolezza delle democrazie e degli Stati nei confronti del capitalismo finanziario hanno esasperato gli eventi,

trasformando una situazione di difficoltà nella piu grave recessione dalla Grande Crisi del 1929. Successivamente, l'intervento pubblico non è stato capace di determinare l'inversione ciclica e di rilanciare una crescita in grado di autosostenersi. La strategia che ha guidato l'intervento dello Stato ha mirato mente a trasformare il debito privato in debito pubblico con la speranza che l'economia ripartisse, evitando di toccare i meccanismi che per tre n t'anni hanno alimentato l'espansione del capitalismo finanziario e il divario crescente nella distribuzione del reddito. Il ricorso allo Stato considerato non piu come un disturbatore ma come salvatore del mercato, ha permesso di evitare il collasso finanziario delle banche e delle grandi imprese private. Ma la sostituzione dell'indebitamento pubblico a quello privato ha messo in grandissima difficoltà le finanze di tutti i Paesi avanzati e, in special modo, dei Paesi europei piu deboli, scaricando i costi della crisi le categorie «innocenti»: i contribuenti e i lavoraton. Nel vecchio continente la situazione si è ulteriormente aggravata poiché i governi, nel mezzo della crisi, hanno deciso di dare la massima priorità al risanamento delle finanze pubbliche. Al contrario, tutti gli sforzi avrebbero dovuto essere focalizzati sulle politiche economiche per rilanciare la domanda e l'occupazione. Insomma la fase del capitalismo finanziario, che se' , condo la propaganda avrebbe dovuto garantire un eJ:?Oca di sviluppo illimitato, non ha portato con sé maggtore efficacia ed efficienza economica, bensi un rallentamento della crescita, un continuo aumento del divario tra ricchi e poveri e un'accentuata fragilità finanziaria, che ha messo a rischio la stessa sopravvivenza del sistema capitalistico. A questo punto, se i conflitti generati dalla crisi dovessero peggiorare, la recessione potrebbe tramutarsi in una depressione prolungata, se non addirittura in una «nuova Età dei Torbidi».

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Una reazione significativa per contrastare le tendenze involutive del capitalismo durante una crisi fu quella sperimentata in Germania agli inizi degli anni Trenta sotto l'impulso del ministro dell'Economia di Adolf Hitler, Hjalmar Schacht. Per sottrarre la Germania alla dittatura dei mercati finanziari che la stava trascinando a fondo, il regime nazista attuò delle misure eccezionali per riportare la sovranità monetaria del Paese sotto il controllo politico. Si realizzò cosi un mutamento fondamentale della strategia economica, che permise allo Stato di riprendere in mano le leve del finanziamento dello sviluppo sostituendo la propria autorità a quella del mercato. Naturalmente non c'è bisogno di Hitler: sarebbe sufficiente un rilancio dell'intervento pubblico attraverso l'emissione di una moneta speciale per le imprese. Altri circuiti di tipo speciale potrebbero essere attuati attraverso una nazionalizzazione del debito, ma questo intervento non riuscirebbe a eliminare l'influenza esercitata dalle transazioni finanziarie private. Anche le politiche di rilancio della domanda pubblica praticate in senso democratico negli Stati Uniti ai tempi di Franklin D. Roosevelt difficilmente riuscirebbero ad arginare l'impatto decisivo delle transazioni capitalistiche private. La potenza delle transazioni finanziarie non consiste solo nelle operazioni effettivamente realizzate, ma anche in quelle annunciate o minacciate: i capitali continuano a esercitare un ricatto sui territori e sulle comunità poiché possono spostarsi come delle valigie, provocando miseria e disperazione sociale. Non intendiamo presentare una strategia alternativa nella sua complessità; però, non possiamo chiudere questo libro senza accennare alle tre direttrici verso le quali dovrebbe essere rivolta una strategia di uscita dalla crisi, di ripresa economica, di riconsolidamento sociale. Si tratta di mutamenti di natura altrettanto incisiva e decisiva di quelli che hanno scatenato la crisi.

Il primo è senz' altro la restituzione alla politica del controllo sui movimenti internazionali dei capitali, quale esisteva prima della loro «liberazione». Il secondo è la riproposizione di un modello d'impresa capitalistica simile a quello profilatosi con la teoria dell'impresa manageriale: un'impresa non piu prigioniera della massimizzazione del profitto nel breve periodo, ma dispiegata verso una serie di azioni rivolte al suo sviluppo economico, sociale e culturale. Il terzo è il ritorno non al disegno di Bretton Woods, ma al suo progetto rivale, quello proposto nella stessa sede daJohn M. Keynes, non basato sull'egemonia americana e che preveda una pari responsabilità dei Paesi creditori e dei Paesi debitori. Occorre dunque un'azione politica di livello internazionale per contrastare la mutazione finanziaria del capitalismo. Serve esattamente il ritorno a una condizione dell'Età dell'Oro, quando si era realizzata la libera circolazione delle merci ma non quella dei capitali. Il nuovo approccio di politica economica è particolarmente urgente in Europa, dove gli obiettivi di sviluppo civile devono tornare ad avere la priorità sui risultati finanziari speculativi di breve e di brevissimo periodo. In sintesi, è necessaria un'inversione della politica economica per ridimensionare il potere del capitalismo finanziario e per restituire allo Stato e alla democrazia le leve del finanziamento dello sviluppo, specialmente durante una fase di crisi. Cosi sarà possibile promuovere una crescita sostenibile e un piu alto grado di eguaglianza e di consenso sociale. In questo libro abbiamo affrontato due questioni distinte che riguardano i rapporti fra la finanza, l' economia e la politica e le interazioni fra il capitalismo e l' ambiente. In realtà le due questioni sono strettamente collegate, perché l'involuzione del capitalismo industriale provocata dall'espansione della finanza, oltre a mettere

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in secondo piano le istanze sociali, ha fatto si che l'impegno delle grandi imprese verso la riconversione ecologica dell'economia risultas e assolutamente inadeguato. In omma, non miriamo al paradi o e non immaginiamo una societa perfetta: piu semplicemente nutriamo la speranza di progredire verso una società piu prospera e piu giusta.

Stampato P" conto dt/14 Casa tditrict Einaudi presso Mondadori Pnnting S.p. a , Stabilimtnto N S. M , Cks (frento) nt! mtst dr nQVt'mbrt zo r z
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2012

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101) 1014

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