Fondato nel 1948

Sped. in abb. postale comma 20, lett. C, Art. 2 - Legge 662/96 Taxe perçue -Tariffa riscossa To C.M.P.

Benedici Signore
Signore, ancora per un anno dammi la tua benedizione e abbi pazienza con me. Benedici le mie mani che sappiano accarezzare. Benedici i miei occhi perché guardino per vedere. Benedici le mie orecchie perché siano sempre aperte per chi ha bisogno. Signore benedici la mia bocca perché parli sempre a difesa dei poveri. Signore benedici il mio cuore che sia generoso nel perdonare. Benedicimi o Signore perché tu possa disporre di me con tutto quello che ho e con tutto quello che da te ho ricevuto.

Anno 65° n. 2

marzo 2013

Le campane
della Pasqua, che suonano a festa, portino gioia e speranza

NOSTALGIA DI PRIMAVERA FATEMI VEDERE I CAVALLI LETTERA DI UNA MADRE INDIA: 55-1-13

Sommario
Il punto
Don Roberto Provera

il punto
di Don Roberto Provera

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12-13 14-17 18-19 20-23 24-25 26-27

Via crucis
Redazione

Una pazza idea a Manta, Ecuador!
Alberto e Marco

Nostalgia di Primavera
Periodico della Famiglia Cottolenghina e degli ex Allievi e Amici della Piccola Casa n. 2 marzo 2013
Periodico quadrimestrale Sped. in abb. postale Comma 20 lett. C art. 2 Legge 662/96 Reg. Trib. Torino n. 2202 del 19/11/71 Indirizzo: Via Cottolengo 14 10152 Torino - Tel. 011 52.25.111 C.C. post. N. 19331107 Direzione Incontri Cottolengo Torino Direttore Onorario Don Carlo Carlevaris Direttore responsabile Don Roberto Provera Amministrazione Avv. Dante Notaristefano Segreteria di redazione nuovo indirizzo mail redazione.incontri@cottolengo.org Redazione Salvatore Acquas Mario Carissoni Collaboratori Mauro Carosso Fr. Beppe Gaido Nadia Monari Progetto grafico Salvatore Acquas Stampa Tipografia Gravinese Corso Vigevano 46 - Torino Tel. 011 28.07.88 La Redazione ringrazia gli autori degli articoli, particolarmente quelli che non è riuscita a contattare.

Mario Carissoni

Insieme... è bello... è possibile

Fatemi vedere i cavalli
Dario Maurizio

L’amore di Cristo ci sprona
Luca e Matteo

C

Come un avvoltoio sulla preda
Fr. Beppe Gaido

Notizie dai fratelli
Padre Lino Piano - Fr. Maurizio - I fratelli di Tachina

India: 55-1-13
Don Roberto Provera

Le tre case
P. Bartolomeo Milone

Lettera di un madre al figlio disabile
Redazione

Una mensa sfama trenta poveri che vivono in città
Mauro Torselli

28-29 30 31 32

La visita del Ministro alla scuola Cottolengo
Redazione

La festa della famiglia
Avv. Dante Notaristefano

Benedici Signore
Redazione

Incontri è consultabile su: www.cottolengo.org entrate a cuore aperto http://chaariahospital.blogspot.com/ Questa rivista è ad uso interno della Piccola Casa Cottolengo

ari Amici, permettetemi una confidenza personale: a me la matematica piace, benché i miei meccanismi intellettuali, data l’età, siano un po’ logori; ma non temo di ammettere, e lo faccio con assoluta sicurezza, che odio un’operazione: la divisione. Ovviamente qui non è in gioco l’aritmetica, ma il Diavolo, parola greca che significa il Divisore, colui che separa ciò che è unito e poi getta i brandelli di qua e di là. Sì, la divisione è diabolica, non divina. Qualunque divisione. Politica (tanti partiti quante teste), economica (innumerevoli teorie, proposte, misure), internazionale, ecclesiale, intracomunitaria (anche nelle comunità religiose). Qual è la radice della divisione? L’egoismo, l’egocentrismo e tutti gli altri ego. Dove conduce la divisione? Alla rovina. “Nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi” (Mt 12,25). Esistono rimedi? Umani no, divini sì. Lui, Gesù, il Signore, ha abbattuto il muro di separazione che divideva, ha fatto di tanti una cosa sola, un solo corpo. Ciò significa che superare la divisione è possibile. Grazie a Lui e con Lui siamo resi capaci di passare dall’io al noi, da un piccolo noi a un grande noi. La salvezza degli individui e delle istituzioni a qualunque livello non sta nella divisione, ma nell’unità, nella comunione. Crediamoci. E impegniamoci con tutte le nostre forze per essere artefici di pace, di unità, di comunione. Buona Pasqua a tutti voi, care Amiche e cari Amici.
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Crucis
Sei scomodo perché il Tuo messaggio è scomodo, perché guardarti in croce ci riporta al nostro modo di vivere.
o fatto la Via Crucis ma il mio animo è inquieto; è lo stesso verbo che ho usato “fare” la Via Crucis ad apparirmi in tutta la sua improprietà. Fare la Via Crucis? No, non è possibile… c’è qualcun altro che ha fatto e fa ogni giorno per noi la Via Crucis. Allora, quale verbo usare? Forse il verbo “partecipare”, oppure “seguire” la Via Crucis? Vengo scosso dalla grande ipocrisia con cui viviamo le nostre pratiche religiose, dall’indifferenza, dalla partecipazione puramente emotiva. Davanti a noi la più grande tragedia della storia dell’umanità… è il Dio Uomo che è processato, condannato, ucciso… e il mesto corteo che porta al Calvario non va seguito stando affacciati alla finestra; è necessario essere lì sulla strada, confondendosi tra i personaggi presenti. Personaggi di un dramma cui non possiamo restare indifferenti perché l’Uomo portato a morire sulla Croce sarà il Risorto che ci donerà la salvezza. Confonderci tra la folla rendendoci conto di quanto in ognuno dei protagonisti di quel dramma si ritrovino i nostri comportamenti, il nostro modo di vedere le cose, il nostro essere. È in noi Pilato, e noi, con i nostri continui dubbi, è in Pilato che continua a chiedere a Gesù: “Tu sei Re?”. E nella sua e nostra incapacità di scelte coraggiose si lavò e si lava le mani… Sono anche tra la folla che, di fronte al bivio, urla un “Barabba libero!”, scegliendo la logica del mondo e non quella dell’Amore. Quanti soldati ieri ed oggi continuano a flagellare Gesù, a mettergli la corona di spine, a deriderlo… Massacri, infamie, stupri sono sotto i nostri occhi. Eppure anche allora vi era una folla silenziosa che non interveniva. Quel giorno, maledetto e benedetto, qualcuno caricò della Croce la vittima innocente… quel Gesù che non disdegnò di cadere ben tre volte per dimostrare agli uomini che anche un Dio, nella Sua umanità, può cadere sotto il peso della sofferenza.

Via

spiritualità
Mi rivedo, rabbrividendo, nel gesto di appoggiare la croce sulle spalle di qualcuno più debole, una croce che oggi può assumere molte forme… ma, perché tremiamo al pensiero di appoggiare la croce sulle spalle di Gesù e contemporaneamente la scarichiamo sulle spalle del fratello? La Mamma, silenziosa anche nella sofferenza più grande, si avvicina ad accarezzare il volto del Figlio… la stessa Santa carezza della povera infelice verso il figlio moribondo per fame, freddo o violenza. Un uomo, il Cireneo, si carica sulle spalle la Croce per alleggerirne il peso a Gesù… e vedo le folle di profughi terrorizzati, affannati che bussano alle nostre porte. E tu, Simone di Cirene, dove sei? Immagino di prendere la Tua Croce e sento tutto il suo peso; eppure è la “Tua” Croce, non la mia. Io la porto solo per un breve tratto di strada eppure anche solo per questo breve tratto sento il tanfo di morte che è compagna di tanti diseredati; forse questo breve aiuto giustificherà il ben più mio durevole benessere, la mia agiatezza, la mia salute? Simone tu sei tra i tanti volontari che sono là a dare una mano… Tra la folla avanza una donna, la Veronica, che offre un sollievo senza speranza asciugando il volto di Gesù… sudore, lacrime e sangue lasceranno un’impronta indelebile del Volto Santo, dono immenso, ricompensa di un atto di amore. E le mani della Veronica possono essere le nostre mani , il suo telo il nostro cuore, quando ci accostiamo agli ammalati senza speranza cui possiamo offrire solo il calore di una mano o il conforto di una preghiera sussurrata insieme. Nel nostro cuore rimarrà l’impronta del volto di Gesù. Vedo Gesù che è spogliato delle vesti e rifiuto di immedesimarmi nell’atto di farlo ma riaffiorano alla mente le immagini di folle di uomini e donne derubati di tutto, anche della dignità… Gesù inchiodato sulla Croce… commercio di organi, fosse comuni… Ormai Gesù hai scelto di morire, noi abbiamo fatto la nostra parte, tutto quanto hai detto stando lì in alto sulla Croce sono parole e atti di un Dio. Tu muori in croce e questo non voglio accettarlo perché so bene chi ti ha condannato, chi ti ha frustato, chi ti ha inchiodato sul legno. Allora furono in pochi ma oggi sono in molti a volerti seppellire, in molti cerchiamo di rotolare la grossa pietra sul sepolcro. Sei scomodo perché il Tuo messaggio è scomodo, perché guardarti in croce ci riporta al nostro modo di vivere. Eppure ho visto come oggi possiamo svolgere il nostro ruolo avendo come riferimento sempre e solo Te. Ho capito che il messaggio che proviene dalla Via della Croce non è un messaggio di condanna per i nostri errori ma bensì un’incitazione verso quell’Amore di cui la Tua Croce è la bandiera. Tu, morendo come Uomo, ci hai donato come mamma la Tua Mamma, hai perdonato i ladroni ed i tuoi carnefici e dall’alto della Croce proietti su di noi la luce della Resurrezione. Ci guida a guardare verso l’Alto e noi , come il centurione, possiamo solo dire: “Quest’Uomo è veramente il Figlio di Dio!”

H

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testimonianze

Una “pazza” idea

a Manta, Ecuador

di Alberto e Marco (volontari del Cottolengo di Manta, Ecuador)

U

n’idea quella di Suor Mary in Manta. Un’idea martellante, che con un grande “salto” di fede e l’aiuto della Provvidenza è diventata realtà: una Fondazione sanitaria in uno dei barrios più poveri di Manta, “Los Geranios”. Guardate le case: poco più che baracche, qualcuna con un muro, tutte con un tetto di lamiera, la maggior parte delle famiglie che vive in condizioni di estrema povertà. Proprio pensando a queste famiglie, ai loro anziani e ai malati che non hanno possibilità di curarsi, gli ultimi tra gli ultimi, Suor Mary, con l’aiuto delle altre Suore della missione (Suor Venus e Suor Donata) hanno creato questo “miracolo” di Provvidenza. Suor Mary è un’infermiera, l’unica infermiera della Fondazione, che si è improvvisata “tuttofare” in una struttura complessa e completa, che ospita circa 50 tra malati terminali e anziani indigenti. Un solo medico: il dottor Cristhian, giovane e molto brillante, che presta anch’egli servizio nella Fondazione come medico tuttofare, gestendo anche situazioni di emergenza: è proprio questo lo scenario che noi, Marco e Alberto, volontari

cottolenghini in missione, abbiamo trovato arrivando qui a Manta in quel 19 Novembre. Entriamo in quella che sembra un’oasi nel deserto (è questa l’impressione che si ha arrivando a “Los Geranios”) e siamo immediatamente catapultati in mezzo a un’emergenza medica: Marco, assistente sanitario, si mette subito a disposizione del dottore per aiutarlo a curare una signora con un grave edema polmonare, preparandola per un elettrocardiogramma ... eh sì, anche questa è un’emergenza qui, perché la maggior parte del personale è composto di figure equiparabili alle nostre OSS, senza una competenza infermieristica specifica, e Suor Mary fa quello che può, incastrando le sue molteplici attività ... Qui la Provvidenza dà sempre una mano, e utilizzando i suoi semi si ottengono sempre buoni frutti: tanti aiuti da benefattori di ogni dove, molti dall’Italia, altri dalla popolazione locale che comunque è molto sensibile a queste opere. Ad esempio, ci racconta Suor Mary, il capannone delle attività ricreative per i pazienti, interamente finanziato da una famiglia del posto con un lascito, è stato costruito in tempi brevissimi

(circa tre mesi) anche grazie all’intervento volontario di architetti e ingegneri che hanno permesso di contenere i costi di realizzazione, altrimenti proibitivi. Ancora una volta, le persone giuste al momento giusto! Quante volte la parola “provvidenza” è stata pronunciata e quante volte qui, in quest’angolo di terra dimenticato, essa si realizza nelle sue opere: assistenza ai malati, certo, ma anche lavoro per la gente del luogo, la possibilità per loro di crescere anche come persone, maturare un rapporto con i malati che inevitabilmente “condiziona”, in senso positivo, la vita quotidiana nelle loro famiglie. Un’opera missionaria a 360 gradi, che coinvolge gli aspetti sanitari, umani e cristiani: camminando per i padiglioni della Fondazione (dove non manca una cappella per pregare e per la messa del giovedì) s’incontra la serenità sul volto di persone che ora non si sentono più sole, uomini e donne (finalmente! Senza alcun’altra etichetta) che si illuminano quando ricevono il tuo buenos dias!, regalandoti sorrisi disarmanti. Certo, c’è anche tanta sofferenza nelle camere dei malati terminali, le lacrime non si riescono a

trattenere, ma ancora una volta traspare la consapevolezza che essi, almeno, hanno riconquistato la dignità di esseri umani. Aveva ragione, Suor Mary, in quella sua “pazza” idea, che giorno per giorno, anche tra mille difficoltà, prende forma, vive e cresce! Aveva ragione, e noi volontari ne siamo testimoni oculari: una testimonianza che non possiamo tenere per noi, una testimonianza, speriamo “contagiosa”, di coraggio, di amore per il Signore declinato nella cura della vita e della persona umana, perché “il Signore non dimentica nulla di ciò che è fatto nella persona dei poveri” (San G.B. Cottolengo).

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spiritualità

Nostalgia di

Primavera
Torniamo felici, il mondo rinasce ed è sempre più bello, si rinnova e tutto quello che contiene, trova sempre nuova vita!

di Mario Carissoni

U

na pioggerellina, fine e delicata, pian piano ha sciolto le poche tracce rimaste dell’ultima neve che l’inverno ci ha donato; gennaio è passato, poi febbraio scorre via rapido, ecco marzo e nell’aria i primi segni di primavera. Giornate con più ore di luce, aria tiepida, azzurro e festa in cielo, risveglio nella natura e in tutti, il desiderio di scuotersi, respirare a pieni polmoni l’aria fresca e stimolante di giornate inebrianti. Voglia di andare, di cercare una ventata di libertà, di mettersi quasi in competizione con uccelli che volano felici. Giorni in cui desideri fuggire dalla città, perché qui vedi la natura mortificata, ben che ti vada trovi erbe del tipo coraggioso, che si accontentano di un seme portato dal vento, di qualche granello di terra, che va a posarsi tra intonaci scrostati o negli interstizi dei muri e rivendicando il loro diritto alla vita, germinano piccoli poveri fiori, che

nessuno mai degnerà di uno sguardo generoso. Allora via, verso le belle colline di cui tanto ricco è il Piemonte; ma non nei luoghi osannati ormai un po’ in tutto il mondo dai cultori del buon vino e della buona tavola, ma là dove la vita agreste sta spegnendosi pian piano, inghiottita dalla voracità dei nemici di una natura semplice e rispettata. Ci arrampichiamo per sentieri sassosi, calpestando tracce lasciate dal passaggio di carri agricoli e da vecchi scassati trattori; felici, pieni di ansiosa curiosità, sussultando a ogni piccolo fruscio, provocato da piccole innocenti lucertole, che sbucano tra le erbette appena spuntate, per andarsi a crogiolare nel tepore dei primi raggi di sole, che filtra tra un ramo e l’altro di alberi, che si stanno vestendo del primo verde: pruni, cespugli di more, robinie, ciliegi selvatici; un tesoro di ricchezza naturale! Parallelamente al sentiero, scorre un piccolo rio,

che sta smaltendo l’acqua dell’ultima neve esposta al sole; lungo i suoi margini, la dove il manto verde ha coperto la terra, ecco che d’improvviso appaiono macchie gialle di sorridenti primule; più nascoste e meno esposte ecco le violette, delicate, profumo accattivante e malizioso; difficilmente sfuggiranno alle seppur delicate manine di vezzose fanciulle, che ne faranno mazzetti, da serbare con cura, per le mamme, o per posarli nelle mani dell’amato per dare vita ad un primo piccolo anello, di una catena che li unirà per tutta la vita. Proseguiamo pian piano e arriviamo dinanzi vecchie mura che circondano e proteggono una vecchia tenuta. Dietro un cancello arrugginito, s’intravedono una vetusta villa e poco più lontani dei cascinali, apparentemente abbandonati, protetti da sgangherati in parte imponenti portoni di legno che portano i segni del tempo. Osiamo entrare e improvvisamente ci appaiono dei tesori: giardini luminosi, orti, fazzoletti di terra, protetti da steccati e muriccioli per separarne le proprietà, che nascondono sotto la terra ben curata, essenze rigogliose in attesa di esplodere in tutta la loro ricchezza, così da soddisfare le necessità alimentari degli abitanti e sempre più sovente, anche quelle di chi ha lasciato la casa paterna, attratto dalla città. In questi recinti antichi, ci sono ben protetti dei gerani, i fiori dei poveri, in vasi di terracotta e in vecchie scatole di conserva, allineati lungo muri dove il glicine è in attesa di fioritura. Proseguendo oltre la tenuta, c’è quanto rimane di un vecchio glorioso bosco; il suolo è ormai invaso dalle graminacee, cespugli di biancospino che hanno appena accennato alla fioritura, qualche lauro ceraso, caprifoglio e tanta edera, che cerca sopravvivenza arrampicandosi lungo i tronchi di alberi già in parte rinsecchiti, per decretarne la fine. Non c’è solitudine o tristezza, tutto è pieno di vita, senti animali che si rincorrono tra i cespugli, uccelli che passano cinguettando da un

ramo all’altro, il soffio di un venticello che gode della sua libertà, tutto il respiro della creazione antica. Proseguendo, arriviamo di fronte ad una piccola edicola, sberciata ma con la sua cornice muraria ben dipinta, bianca e azzurra e dentro, una piccola statuetta della Vergine di Fatima. Ci fermiamo e a bassa voce, in questa pace meravigliosa, diamo inizio alla recita del Rosario; scorrono le Ave Maria e raggiungono il piccolo rio lasciato a valle, che se ne fa tesoro e le porterà verso spazi dell’infinito. Intanto arrivano due giovani, con loro le violette appena raccolte, nelle mani del giovane che le aveva ricevute. Si fermano e si guardano negli occhi con incantevole purezza; si erano appena donati il loro primo anello e fatta una prima silenziosa promessa; ma non hanno dubbi, stendono le loro giovani mani verso l’edicola e le violette si posano ai piedi della Madonnina che li guarda sorridente. Donerà loro anelli ben più profumati e preziosi, li serberà nel suo cuore!

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Fatemi vedere i cavalli

testimonianze
si sappia dove si trovano gli animali)… A questo punto capisco che il gioco, non voluto ma provocato dall’incredibile ignoranza che impedisce alle leggende metropolitane di morire dignitosamente, è stato sufficiente per far capire l’assurdità di tale mentalità che rimane poveramente attaccata ai pregiudizi, e ai “si dice” e quasi alle paure che nel tempo passato (?) hanno caratterizzato ”il Cottolengo”, come “luogo dove ci vuole coraggio a entrare”, dove basta dire “cottolengo” per divulgare tutto il peggiore possibile della condizione umana. Recuperato il dialogo corretto e più caritatevole, cerco di far capire che è proprio vero, che per entrare come si deve, al Cottolengo, ci vuole coraggio, sì ma “dell’Amore”. Le porte sono aperte, chi ha il coraggio venga, ma senza “sella” sulla testa: condivideremo la biada della fraternità e l’erba della speranza…!

Il coraggio dell’Amore
di Dario Maurizio

D

opo più di vent’anni di servizio in diversi ambiti della Piccola Casa mi capita, nei miei momenti di riflessione “consuntiva”, di sentirmi anche un po’ orgoglioso di appartenere in qualche modo, alla meravigliosa realtà Cottolenghina. In questa piccola città nella città, dove il verbo “amare” viene coniugato in ogni manifestazione possibile che esprima dedizione, servizio, sacrificio, fatica, e tanta, tanta dolcezza verso tutti i Figli di un Santo che ha saputo precorrere in maniera originale e carismatica, la strada della carità e della promozione umana. Tuttavia, sembra impossibile ancora nei giorni nostri, non mancano a volte ragioni di stupore quando dialogando con occasionali interlocutori ai quali riferisco, con malcelata fierezza, del mio servizio di volontariato “nel Cottolengo”, di suscitare meraviglia condita da curiosi atteggiamenti di ritrosia. “Come, al Cottolengo?” e poi di seguito: “Che

bravo, io non me la sentirei, sei coraggioso!” e via di queste affermazioni insolite. Quando chiedo ragioni di tale stupore, ottengo per risposta una sorta di pantomima con la quale cercano di fare “la domanda”; la voce si abbassa per il falso pudore e dopo un leggero balbettio: “Ma è vero che al Cottolengo ci sono ancora quelli… ma sì, quelli… brutti… sa, quelli un poco… come dire… anormali… un po’ persone e un po’… come dire… animali… magari con teste piccole o enormi… magari un po’ “da cavallo”… ecco che l’hanno detta, “la domanda”. Ho provato a valutare con sufficiente carità le persone da cui provengono i “drammatici” interrogativi: spesso rappresentanti di un ceto medio che dovrebbe esprimere un sufficiente livello di cultura e di informazione. Dopo un primo istante durante il quale devo reprimere sentimenti non del tutto pacifici verso l’interlocutore, mi controllo e rispondo che sì,

certo che ci sono e che anzi, il mio servizio è proprio quello di preoccuparmi che non manchino mai biada, fieno e paglia per l’alimentazione e per la pulizia delle “stalle” . Mi accorgo dal cambiamento di faccia, di aver provocato controversi stati d’animo: prima lo stupore verso la quasi conferma dell’esistenza degli “innominabili”, poi si fa’ strada la convinzione che li sto prendendo, un po’ tanto, in giro, malgrado abbia cercato di rispondere loro il più seriamente possibile. Anzi, per rincarare la dose, con un po’ di cinismo calato sul disagio della poveretta (sì, perché il più delle volte sono donne) la informo che da qualche tempo si discute di mettere “fuori” dalla Piccola Casa, una più esauriente cartella tipo “piccola fattoria del Cottolengo” (fuori, ho detto, pensando tra me e me, perché

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L’amore di Cristo ci sprona
Il mettersi al servizio dell’ultimo, del malato, di chi da solo non può nulla, come ha fatto Gesù, mi ha aperto gli occhi e mi ha dato nuova forza ed entusiasmo per continuare il mio personale cammino di conversione e di abbandono nelle sue mani paterne.

testimonianze
grande gioia e un forte entusiasmo ad impegnarmi sempre di più, a mettere nelle mani del Signore la giornata successiva, a donare tutto il mio tempo a quelle persone alle quali mi ero affezionato e nel volto delle quali vedevo il volto di Cristo sofferente. L’esperienza presso la Piccola casa della Divina Provvidenza vissuta quest’estate mi ha scosso dall’interno, la sua intensità ha suscitato in me molte domande sulla vita e sul mio modo di vivere questo grande dono che Dio ci ha fatto, inoltre ha rafforzato in me la fede e lo spirito di dedizione. Il mettersi al servizio dell’ultimo, del malato, di chi da solo non può nulla, come ha fatto Gesù, mi ha aperto gli occhi e mi ha dato nuova forza ed entusiasmo per continuare il mio personale cammino di conversione e di abbandono nelle sue mani paterne.

di Luca e Matteo
cercato di farmi il più possibile strumento nelle mani del Signore, affinché potessi diventare testimone vivo del suo grande amore; più io cercavo di essere testimone vivo, più il Signore parlava al mio cuore attraverso le persone affidatemi. Mi è difficile (quasi impossibile) esprimere quanto lo sguardo di persone che non parlano e spesso non vedono mi ha dato e trasmesso. Il servizio richiestoci non comportava una formazione infermieristica, piuttosto una grande umanità, c’era chiesto di far compagnia ai malati, aiutarli a mangiare e animare un po’ le loro giornate rendendole più allegre. Stare con loro, un piccolo servizio che vissuto con fede e amore suscita grande gioia in tutti, sia chi riceve queste attenzioni, sia chi le offre. Si arrivava a sera distrutti, ma io provavo una

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haritas Crhisti urget nos (L’amore di Cristo ci sprona), 2 Cor. 5,14. Questa è la frase che ha accompagnato noi, seminaristi di prima e seconda teologia, nella nostra esperienza alla Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, conosciuta dai più con il nome di Cottolengo. Per dieci intensi giorni, dal 4 al 14 settembre, con il nostro vicedirettore don Gianbattista, abbiamo condiviso preghiera e servizio con i volontari (tra cui un altro gruppo di seminaristi) e le suore presenti nella struttura. Una delle cose che più colpiscono coloro che arrivano al Cottolengo è la campana, che scandisce con i suoi rintocchi ogni quarto d’ora della giornata (iniziando dalle cinque del mattino) e ogni ora intona il Te Deum per ricordare che ogni momento del giorno è dono del Signore e guidato dalla Sua Provvidenza. E anche noi elevavamo come le

note delle campane, la nostra lode a Cristo, affidandogli la nostra giornata di mattino e riponendo nella Sue mani il nostro vissuto nella preghiera serale. Proprio nella preghiera, io, Luca (seminarista in teologia) ho vissuto in modo profondo e autentico un aspetto della vita del cristiano: la Carità, il servizio caritatevole non mi ha distratto dalla preghiera, anzi è stata proprio la preghiera a darmi ogni giorno la forza di vivere appieno il servizio senza risparmiarmi, ma donando tutte me stesso. La preghiera è stata un elemento fondamentale di questa esperienza che mi ha accompagnato dall’inizio alla fine. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. (Mt.25,40) Sono state queste parole che mi hanno accompagnato durante tutto il periodo di servizio vissuto presso la Piccola Casa, e proprio con questa consapevolezza ho

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Come un avvoltoio sulla preda
Io non sono mai in grado di giudicare gli altri, e tutte le volte che tento di farlo, sbaglio rovinosamente. Il compito del missionario poi è quello di mettersi a servizio della gente, senza insegnare niente, senza giudicare, senza umiliare.

testimonianze
accompagnatrice. Al piccolo non posso dire niente, perché non è in grado neppure di capire dove si trova. Penso tra me e me: non è che non lo vogliamo ricoverare dai Buoni figli, ma ci vuole anche un po’ di protocollo. Se ora basta abbandonare un handicappato in ospedale perché automaticamente passi poi nel gruppo dei nostri deboli mentali, sono davvero fregati: non bisogna assolutamente creare dei precedenti, altrimenti in un mese ci riempiamo fin sopra i tetti. M’inerpico su per il sentiero facendo una fatica immane. Mi tornano alla mente momenti della mia gioventù, quando, zaino in spalla, scalavo il Monviso o il Chaberton... allora mi pesava di meno; ora ho il fiatone e le gambe mi tremano. Alla mia destra la collina continua a salire, tra macchie di boscaglia, campi coltivati e modeste abitazioni di legno con il tetto in lamiera. Alla mia sinistra c’è un dirupo appena creato dalle recenti precipitazioni. In fondo ad un piccolo canyon un torrente stagionale scorre impetuoso con le sue acque di color marrone scuro. La vista è bellissima e si perde verso l’orizzonte in colline che s’inseguono all’infinito. Ora è tutto verdissimo e la vita è rigogliosa. Rigagnoli d’acqua scorrono giù per i campi in discesa, quasi come arterie e vene che portano nuova vita alle zolle appena rivoltate e ormai popolate dai virgulti dei nuovi raccolti. Arriviamo in vista di una casa in condizioni discrete. “Dovrebbe essere qui”, dico a Gatwiri. “Vedi che poi non stavano così male; non erano così poveri!”. Invece, una vecchietta ci dice che dobbiamo continuare un po’, accerchiare l’appezzamento della magione che si trova di fronte ai nostri occhi, e poi scendere a mezza costa sulla collina. “Ancora un piccolo sforzo”, mi dico ansimando. Ciò che veramente mi toglie il respiro non è l’ultima discesa, anche se ripida; è invece quello che mi trovo davanti: una capanna di fango con il tetto di paglia. Nessun pavimento, se non la nuda terra. Ad accoglierci una donna giovane ma emaciata, dagli abiti logori e stracciati. Appena mi vede, accenna un sorriso imbarazzato. Non ci aspettava. È tutta sporca e non ha nulla da offrirci. È, infatti, appena tornata dalla shamba (il campo). Mi dice di lasciare il bambino sotto una pianta di mango carica di frutti grossi e rubicondi, e poi inizia a inzaffirarsi per prepararci qualcosa. “Gatwiri, dille di non preoccuparsi perché non prendiamo nulla! Chiedile solo se posso vedere l’interno della capanna”. Passano alcuni minuti che a me sembrano eterni. Guardo la collina in silenzio; vedo un falchetto che volteggia leggero senza muovere le ali di un millimetro... probabilmente aspetta una preda ignara, per poi piombarsi su di lei in picchiata. M’identifico un po’ con quel rapace e provo una morsa allo stomaco. Gatwiri mi chiama dopo un attimo: “Ha detto che siamo i benvenuti”. Entro abbassando leggermente la testa per non picchiare sullo stipite della porta. Ce’ una sola stanza, con pavimento in terra battuta e tetto di paglia. La camera è divisa in due parti da una tenda, che comunque lascia intravvedere un povero giaciglio dietro di essa. Al centro un

di Fr. Beppe Gaido

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a più di tre mesi abbiamo un piccolo paziente di dieci anni circa, abbandonato nel reparto pediatrico. È handicappato mentale grave. Non cammina, ed è totalmente incontinente. Ci era stato portato dai parenti per un ciclo di fisioterapia. Avevano promesso che sarebbero venuti a vederlo regolarmente, ma poi, subito dopo il ricovero, sono scomparsi tutti quanti. Qualche volta vedevamo dei bambini piccoli che passavano fugacemente durante l’orario di visita; se provavamo a chiedere loro notizie dei genitori, ci ripetevano sempre la stessa cantilena: “Atakuja kesho” (cioè: verrà domani). Ora però il vaso è colmo. Dopo tre mesi mi sento in cuore il diritto di richiamare loro il dovere dell’onestà, e, senza neppure rendermi conto appieno, mi rivesto di stucchevole paternalismo. Decido di portare a casa il paziente, che, in effetti, non sta assumendo alcuna terapia: semplicemente ogni giorno fa la fisioterapia.

Mi faccio accompagnare da Gatwiri, durante la pausa pranzo, sperando di fare molto in fretta: infatti, casa sua non è distante più di due chilometri. Prendiamo l’ambulanza e ci incamminiamo. La strada è asciutta, nonostante ci siano grandi pozzanghere, in seguito all’acquazzone della notte scorsa. Raggiungiamo in fretta il torrente Mariara, al di là di Chaaria market. Attraversiamo il ponte senza problema, ma subito dopo ci rendiamo conto che parte della strada è crollata a causa di uno smottamento: non ci rimane che proseguire a piedi. “ Quanto mancherà?”, chiedo a Gatwiri. “Circa un chilometro, ma la strada è in salita”. Decido di parcheggiare l’ambulanza, e di prendere il piccolo sulle spalle. Il sole è ora caldissimo, e immediatamente goccioloni di sudore cominciano a sbocciare dalla mia fronte e a calarmi inesorabili sugli occhi. “Il dado è tratto. Si continua”, ripeto a me stesso prima ancora che alla mia

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testimonianze
creduto quasi morto nella sua urina e nelle bave che ancora uscivano dalle sue labbra. Te l’ho portato e poi sono sparita perché non ho soldi per pagare l’ospedale: come avrei fatto a chiederti di ricoverarlo dai Buoni Figli, quando non riuscivo neppure a coprire le spese delle medicine che già gli avevate somministrato. Non ho veramente trovato la forza di venire a parlarti. Però mandavo le bambine, e sapevo che Njiru era accudito e stava bene. Ora, se me lo lasci a casa, non so davvero che cosa farò. Noi riusciamo a mangiare solo perché mi prendono nei campi a giornata. Mi pagano 100 scellini il giorno. Se lui è a casa, non potrò certo fare la bracciante nella shamba di qualche padrone... ” Poi un silenzio imbarazzante cala tra di noi. Solo le due bimbe continuano a essere contente e divertite dal fatto di vedere un bianco nella loro capanna. Corrono avanti e indietro a piedi nudi, e si ripetono l’un l’altra: “Mzungu, Mzungu”. Gatwiri non parla. Io guardo il soffitto di paglia, e, attraverso la porta aperta, riesco a scorgere il bimbo handicappato sotto l’albero di mango. In un brevissimo flash back mi torna in mente l’avvoltoio che plana nel cielo pronto a colpire.

testimonianze
gente, senza insegnare niente, senza giudicare, senza umiliare. Ho fatto un altro errore madornale, ma so che è sbagliando che s’impara e si cresce. Mi sono preso un pugno nello stomaco che mi fa ancora male, ma voglio accettare gli insegnamenti che Dio mi ha dato oggi attraverso questa donna minuta e illetterata che ancora mi cammina a fianco e accarezza ripetutamente il suo Njiru. Mi guardo attorno: la natura selvaggia, il solleone, il caldo tremendo mi riportano a pensare a quanto dura è la vita dei poveri. Noi che abbiamo la corrente elettrica, l’automobile e il telefonino, non possiamo neppure immaginare cosa significhi essere vedova, con tre bambini piccoli, in una capanna di fango e paglia, a cercare tutti i giorni qualcosa da mettere sul tavolo dei tuoi pargoletti. Che il Signore perdoni la mia superficialità e mi aiuti a calarmi profondamente nella vita dei poveri, per imparare a capirli, a giustificarli e ad amarli ogni giorno di più.

tavolo e due sedie. Sulla mensa un pentolone con un po’ di ugnali (polenta) ancora fumante. “ Dove dormirebbe il bambino?”. La mamma indica alcuni cartoni in un angolo del pavimento, e sussurra con voce tremante: “È là che dormiva prima che lo portassimo in ospedale. Non ho alternative!” “Dove è tuo marito?” “È morto in un incidente alla cava delle pietre ormai 4 anni fa. Era pagato a giornata, per cui non portava a casa molti soldi. Non siamo mai riusciti a costruire una nuova abitazione di legno. Lui, Njiru, è il nostro primogenito. È nato così per un travaglio prolungato a domicilio. Non avevamo soldi per andare in ospedale a partorire. Anche le altre due bambine più piccole sono nate qui in questa capanna. Nor malmente sono le donne del villaggio che vengono ad aiutarmi, quando iniziano le contrazioni: sono molto buone, ma non sono dei medici e a volte le cose possono anche non andare per il meglio. Quando mio marito è mancato, ero incinta della più piccola. Ti ho portato Njiru in ospedale perché non ce la faccio più a seguirlo. Sta diventando pesante, e non riesco più a caricarmelo sulla schiena mentre vado nei campi a lavorare, o quando mi reco al mercato a vendere il mango. Lasciarlo a casa da solo è anche un problema: una volta ha avuto le convulsioni, e la sera l’ho

Mi viene da piangere. Mi sento uno stupido, e poi dico a Gatwiri: “Torniamo in ospedale”. “E lui lo lasciamo qua?” “Certo che no! Aiutami a rimettermelo sulle spalle. Lo teniamo in ospedale finché si farà un posto dai Buoni Figli. Dì alla madre che non si preoccupi, e che venga a trovarlo tranquillamente, perché un buon samaritano lo troveremo senz’altro”. A questo punto la mamma rimane paralizzata per un momento; non fiata e guarda a terra perché non sostiene il mio sguardo. È chiaramente commossa ma non sa cosa dire. Mi aiuta a caricarmi il piccolo sulle spalle e poi mi accompagna mentre, ansimando, riprendo la salita verso l’ambulanza. Sono stato veramente stupido. Ho voluto dare una lezione, e invece ancora una volta ne ho ricevuta una dura come una frustata. Io non sono mai in grado di giudicare gli altri, e tutte le volte che tento di farlo, sbaglio rovinosamente. Il compito del missionario poi è quello di mettersi a servizio della

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notizie
Lettera da Tachina

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Notizie dai
Un grazie ai fratelli
ogliamo ringraziare di cuore i confratelli che in questi ultimi mesi sono venuti qui a Tachina. Anzitutto fr. Albert che è stato con noi tre mesi. Ci ha aiutato molto, soprattutto ad assistere e medicare i più gravi. Tutte le mattine lavava e medicava Julio Cesar con pazienza e amore encomiabili.  Grazie carissimo fratello per questa bella testimonianza. Stai sicuro che dal Paradiso Julio Cesar non mancherà d’intercedere per te. Dal 16 al 23 Luglio abbiamo accolto fra noi il nostro Superiore Generale, fratel Giuseppe Meneghini. Con lui abbiamo condiviso dei bei momenti di dialogo e fraternità: abbiamo parlato delle nostre gioie e dei nostri problemi, del difficile momento economico che stiamo passando e della nostra intenzione di continuare a servire i più poveri, quelli che le altre Istutuzioni rifiutano perchè troppo poveri o ammalati. Anche a te carissimo fratel Giuseppe il nostro grazie per il tuo ascolto,  la tua comprensione e il tuo amore di padre. In questi mesi abbiamo qui fra noi fr. Simon, un altro fratello in formazione che è arrivato con fr. Giuseppe e si fermerà fino a metà Ottobre. Anche fr. Simon sta vivendo una “full immersion” in questa realtà ecuatoriana.Per noi  che viviamo qui è sempre una gioia poter accogliere questi nostri fratelli più giovani. Ci portano un’ondata di sano entusiasmo e ci spronano ad essere sempre più autentici servi dei poveri. Fr. Maurizio

fratelli
Redazione

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on riconoscenza vogliamo ringraziare Pierluigi e Dina per il loro servizio svolto qui a Tachina dal 20 Settembre al 10 Ottobre. Davvero sono stati preziosi e dei grandi amici. Umili e lavoratori. Pierluigi e Dina sono dei “vecchi” volontari del nostro Cottolengo di Cuneo e per questo... siamo andati al sicuro. I nostri ospiti hanno goduto della loro presenza e del loro servizio e tutti i giorni ci chiedono di loro. Inutile dire che li aspettiamo ancora qui fra noi. Un grazie particolare a Fratel Simon che è stato con noi tre mesi e che ha svolto un ottimo servizio, inserendosi bene nella nostra piccola Comunità e nei nostri ritmi di vita e lavoro, non sempre facili per un giovane in formazione. Davvero ha passato la prova.... ottimamente! Per tutti e tre è assicurata la nostra preghiera e quella dei nostri ospiti. I fratelli di Tachina

Padre Lino Piano

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ingraziamo riconoscenti P. Lino Piano per essere stato con noi il giorno 10 Settembre durante la sua visita in Ecuador. Si è familiarmente intrattenuto con noi, ascoltando i nostri problemi, le nostre aspirazioni, le nostre paure e le nostre speranze. Dopo una visita all’Asilo e un saluto agli ospiti si è fermato a pranzo con noi. Grazie caro Padre Lino per la tua paterna attenzione e per le tue parole. Un grazie va anche all’amico e volontario Luigi che accompagnava il Padre e un augurio speciale al “nuovo missionario” Don Emilio che inizia la sua avventura missionaria in terra ecuatoriana. Domenica scorsa ha già celebrato la Santa Messa all’Asilo per gli anziani.

Ti siamo vicini, carissimo don Emilio perchè sappiamo che gli inizi non sono mai facili e sappi che quando vuoi riposarti un po’ qui a Tachina c’è sempre un posto per te, perchè sappiamo che la Parrocchia di Santa Marianita è una grande Parrocchia cittadina e  non è una realtà facile, con tanto lavoro da svolgere. I Fratelli di Tachina

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voci dall’India
l’adorazione al Per ipsum. Il papà e specialmente la mamma di don Fribin, in prima fila, erano visibilmente commossi. Conclusasi la celebrazione sono state scattate molto foto ricordo, dapprima con l’Arcivescovo e poi con i tanti presenti, fra cui la tante Suore cottolenghine, provenienti da tutte comunità presenti in India, e i Fratelli cottolenghini. A questo punto la commozione ha lasciato il posto alla gioia, che è continuata durante il pranzo offerto a tutti. Domenica 20 gennaio don Fribin ha celebrato la Messa di ringraziamento in lingua malayalam nella medesima chiesa. Don Jobin lo assisteva, don Shony, don Taj, don Giampiero, un altro sacerdote indiano ed io abbiamo concelebrato con cuore colmo di gioia riconoscente. Deo gratias.

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Altro evento straordinario per la Piccola Casa. Giovedì 17 gennaio, 185° anniversario della fondazione della Piccola Casa della Divina Provvidenza, alle ore 15,30 ha avuto inizio la cerimonia di inaugurazione del COTTOLENGO SOCIAL SERVICE CENTRE a North Paravoor. Questa iniziativa è espressione della Cottolengo Educational & Charitable Society (C.E.C.S.), il cui presidente è don Taj, il superiore della comunità “Madonna del Rosario”, e il cui economo è don Shony, rettore del Cottolengo Seminary. Le attività già in atto del CECS sono: un laboratorio informatico per ragazzi e ragazze diversamente abili – e poveri – e la preparazione, il doposcuola gratuito (tuition) per bambini e bambine – poveri – delle famiglie

Non si tratta di una combinazione fortunata da giocare al Lotto, ma sicuramente di una serie vincente nel mondo cottolenghino.

di don Roberto Provera

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VAYALIPARAMBIL FRIBIN da sabato 19 gennaio 2013 è il cinquantacinquesimo sacerdote cottolenghino vivente. Insieme a don Giampiero ho avuto la gioia di prendere parte di persona alla Messa di ordinazione nella chiesa parrocchiale di Santa Filomena a Koonammavu (poco distante da North Paravoor, dove ha sede la comunità dei sacerdoti cottolenghini intitolata alla Madonna del Rosario e il Cottolengo Seminary). Alle ore 10 è iniziata la Messa presieduta dall’Arcivescovo di Verapoly, Sua Grazia Francis Kallarackal, che abbiamo accolto in un punto poco distante dalla chiesa, dove l’abbiamo accompagnato preceduti da un corteo di motociclette con la bandiera del Vaticano. Sull’auto con noi era salito don Fribin, che ci aveva atte-

so a casa sua per una breve preghiera. Bellissima e spaziosa la chiesa con gli addobbi floreali allestiti da alcune Suore cottolenghine venute apposta da Cochin, e ampio il presbiterio. Una ventina i sacerdoti concelebranti, fra cui don Rexon e don Lijen, sacerdoti cottolenghini residenti presso la chiesa succursale di Thannikuzhi (Paliyode). La liturgia, molto sentita dall’Arcivescovo e partecipata dai fedeli, era spesso accompagnata da canto e da musica. A quanto don Shony mi ha riferito, l’Arcivescovo nell’omelia in lingua malayalam, fra l’altro, ha definito i cottolenghini come la mano paterna e amorosa di Dio verso i poveri. I riti propri dell’ordinazione si sono succeduti regolarmente, compresa l’imposizione delle mani da parte di tutti i concelebranti. Particolarmente graziose le otto bambine, che hanno espresso con delicati gesti delle mani, recanti lampade, fiori e incensi,

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voci dall’India

voci dall’India
zi. Don Shony aveva programmato per venerdì 25 gennaio la visita alla St. Mary’s Syro-Malabar Catholic Church, a Bharananganamuna (distretto di Kottayam), dove è sepolta la prima Santa Indiana, una Suora Clarissa Francescana, Sant’Alfonsa dell’Immacolata Concezione (19101946), beatificata nel 1986 e canonizzata nel 2008. Il luogo, pur molto frequentato dai fedeli, è silenzioso e favorisce la preghiera (altre informazioni si possono trovare al sito alphonsa.net). Molto gentilmente la mamma di don Shony ci ha ospitato per il pranzo a casa sua. La seconda gradita occasione di stare con i seminaristi l’abbiamo avuta sabato 26. Don Fribin presiede la sua prima Messa – in lingua inglese – nel Cottolengo Seminary; lo assiste don Jobin, concelebriamo don Taj, don Shony, don Giampiero ed io; la Messa è animata da canti in lingua inglese con accompagnamento musicale. Segue una speciale cena offerta a tutti i partecipanti (circa una sessantina, compresi alcuni “Buoni Figli” dei Cottolengo Brothers di Paravoor). Best wishes to all of you, dear Seminarians and especially to my bodyguards… Per concludere una massima di Sant’Alfonsa abbastanza cottolenghina: To holiness through lowliness.

vicine, la distribuzione gratuita di cibo per il pranzo della domenica ai malati dell’ospedale civile di N. Paravoor. Si prevedono nuove attività occupazionali per ragazzi e ragazze differentemente abili nel locale oggi inaugurato. Dopo il taglio del nastro e la benedizione del locale, impartita dal Vicario generale della diocesi di Kottapuram, mons. Domenic Pinheiro, si sono alternati vari oratori. Don Shony ha rivolto a tutti un cordiale benvenuto; io ho illustrato l’importanza del 17 gennaio per la Piccola Casa; don Chacko Puthenpurackal, biblista, ha presentato il primo libro di don Shony dal titolo “A living Exegesis: The charism of the Founders and the inculturation of the consecrated life”: è la prima pubblicazione della nuovissima Casa editrice “Cottolengo Publications”. Si sono poi succeduti altri oratori, uomini e donne della politica, un dottore hindu, che a quanto mi dicono ha elogiato l’opera caritativa del Cottolengo. Don Giampiero ha inaugurato l’“Education Fund” a favore di ragazzi e ragazze in situazione di bisogno. Un senatore del Kerala, membro della Camera alta, ha avviato il nuovo sito “www.cottolengoindia.org”, dove si possono vedere anche tutte le fotografie e i filmati relativi all’evento e molto altro. Don Xavier, il parro-

co della chiesa di s. G. B. Cottolengo a N. Paravoor, ha concluso questa parte culturale del meeting, ringraziando tutti gli intervenuti. Dopo un’opportuna distribuzione di cibo ai presenti, è iniziata la parte ricreativa dell’evento con danze, recite, scenette, eseguite da ragazzi, ragazze e personale del CECS. Meravigliosa la grazia delle danze, assordante la musica, scatenati i balli moderni… Termine ore 20,30. Un doveroso ringraziamento a don Taj, che si è prodigato infaticabilmente per questo evento, e ai ragazzi del Seminario, che guidati da don Jobin, Vice-rettore, hanno prestato con generosità la loro opera per la preparazione dell’evento (e poi anche per spreparare il tutto). Deo gratias.

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Numero fortunato? Speriamo. Intanto ringraziamo la Divina Provvidenza che ha chiamato tredici simpatici – tutti – giovani a far parte del Cottolengo Seminary. 7 stanno per il terminare il primo anno (o initiation), 2 la I classe di studi superiori (corrispondente alla nostra I liceo), 3 la II classe e 1 il II anno di filosofia. Sono tutti ragazzi vivaci, allegri, ma anche disciplinati e gentili. Il clima del Seminario è sereno, gioioso. Alla domenica partecipano alla Messa in parrocchia alle 6,30 e due a turno collaborano a distribuire il cibo all’ospedale a mezzogiorno. Congratulazioni vivissime al Rettore don Shony, e al Vice-Rettore don Jobin. Abbiamo avuto due bellissime occasioni di stare un po’ più a lungo con questi cari ragaz-

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Le tre case
Storia vera; storia mia e storia tua. Storia di tutti gli uomini che camminano su questa terra e di tanto in tanto guardano il cielo.
di P. Bartolomeo Milone
si coricava e al mattino si alzava. La casa era bella e tiepida, ma aveva un grosso difetto; era tutta buia come un sacco chiuso. Là dentro non potevi vedere proprio niente; né formiche, né cavalli, né automobili. “Basta, disse, finalmente un giorno l’uomo, dopo nove mesi passati nel sacco, basta, voglio uscire, voglio uscire…”. Si mise a spingere, spingere… ed eccolo fuori dal sacco! “Oh, finalmente posso correre, giocare, fare il bagno, nuotare… Altro che la casa di prima! Questa si che è stupenda; qui c’è il sole, ci sono le piante, i fiori, la neve… ”. Per ottant’anni l’uomo, tutte le mattina, allargava le braccia e diceva sempre: “Che bella questa terra!”. Era felice e contento. Però un giorno cominciò a diventar triste. Vedeva che il sole tramontava e veniva la notte; le piante perdevano le foglie e diventavano come scheletri; i fiori diventavano fieno e la neve, fango. Allora si mise a sognare un’altra casa dove vi fossero sempre gli alberi verdi, i fiori rossi, la neve bianca e il sole splendente. Mentre stava pensando, morì. Tutti si misero a piangere.

una storia vera
Lui invece, pensa un po’, rideva. Vien voglia di non credere, eppure lui rideva, rideva… Sfido io! Appena morto, gli si spalancarono le porte di una casa dove c’erano cose che non ti puoi immaginare. Un Papà buono che più buono non si può, lo abbracciò, una mamma bella che più bella non si può, una vera meraviglia, lo baciò. Lo baciò e lo prese per mano: “Vieni a giocare con noi! Vedi, qui tutto è nuovo; la terra è nuova, le stelle sono nuove. Vieni!”. L’uomo non capiva più niente. “Ma non sono morto, io?” “No, no, gli gridarono milioni di bocche; sei vivo, vivo per sempre!”. Pazzo di gioia, l’uomo si mise a correre, a far capriole nei prati che non finivano mai, sotto il sole che non tramontava mai, in mezzo ai fiori che non appassivano mai. “Qui son proprio a casa mia, gridava; a casa mia!”. Cosi finisce la storia delle tre case. Storia vera; storia mia e storia tua. Storia di tutti gli uomini che camminano su questa terra e di tanto in tanto guardano il cielo. (trovato in una chiesa di montagna)

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’era una volta un uomo piccolo come la punta di un ago. Anzi, più piccolo ancora. Era piccolo, ma aveva una voglia matta di crescere. Pensa, dopo 15 giorni da quando aveva cominciato a vivere era già 125mila volte più grande. Incredibile. Eppure era vero! L’uomo abitava in una casa fatta apposta per lui. Una casa strana che girava per la città, correva, si piegava anche fino a terra; di notte, poi,

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testimonianze
E quando venne la zia ad abitare accanto a noi, inasprita dalle sue disgrazie, con un carattere impossibile e insopportabile, sola per il vuoto che tutti i parenti le avevano creato intorno e incapace di star sola, ancora una volta la tua vita si mostrò non utile ma necessaria: per ventidue anni le facesti compagnia, giorno dopo giorno, sopportando il suo dispotismo, a volte la sua prepotenza, volendole bene, addolcendo i suoi momenti tristi, facendola sorridere per le tue uscite paradossali. Per ventidue anni desti uno scopo alla sua vita, un ritmo alle sue giornate, un perché ai suoi gesti. Inutile la tua vita? Quando lei morì, ti riavemmo tutto per noi. Tuo padre ed io, con la maturità, avevamo conosciuto una tenerezza nuova, un’intesa mai raggiunta prima, e tutti e tre passammo l’ultima vacanza felice all’isola d’Elba, la più bella di tutta la nostra vita. Poi la malattia, la morte di tuo padre. Quando tornai disperata dal camposanto, trovai di nuovo te, a casa, tu che non sapevi niente, che capivi poco, ma che “sentivi” per quella misteriosa sensibilità che hai, che qualcosa di terribile era successo. E per te ho ricominciato prima a sopravvivere, poi, sia pure in tono minore, a vivere: per te ho ricominciato a lavorare, a lottare. Tu sei la mia compagnia: se ho ancora una carezza, se qualcuno ancora mi abbraccia, se qualcuno ancora mi ricorda che il bisogno di tenerezza non ha età, lo devo a te. Se riesco ancora a dare felicità a qualcuno, questo sei tu, cui basta tanto, poco per essere felice. Inutile la tua vita?.

Lettera di

una madre al figlio disabile
Sei nato a mezzogiorno di un venerdì. Senza grandi clamori, alla svelta,
senza farmi soffrire troppo. Avevi gli occhi chiusi, la lingua penzoloni, ti guardai e pensai: “Com’è brutto!”, ma non ebbi il coraggio di dirlo e dissi: Com’è piccino! Le cose, col tempo non miglioravano. Tutti sapevano, intorno a noi, meno tuo padre ed io. Ci mandarono da un medico famoso. Quando tomai a casa, ti rimisi nella culla, ti guardai e pregai: “Signore, Dio da, Dio toglie: riprenditelo ora: “ che serve la sua vita inutile?”. Perdonami figlio mio. A Ti chiesi perdono allora, e ti chiedo perdono ora, è inutile la tua vita? Imparai che eri un figlio come gli altri, solo con problemi diversi. Quando dicesti “mamma”, piansi di gioia, anche se avevi tre anni. Quando, malfermo sulle gambe, mi corresti incontro, spalancai le braccia e fui felice, anche se avevi più di quattro anni. E m’insegnasti la pazienza. Quando in quell’epoca, nessuno ti voleva, né la scuola né la società, imparò a essere umile, sorridente, gentile perché qualcuno ti facesse una carezza. E m’insegnasti l’umiltà. Quando la gente cominciò ad accorgersi di te e di quelli come te, cominciai a combattere, e lotto ancora, perché tu fossi accettato. E m’insegnasti a lottare. Quando infine le altre madri sognavano per i loro figli il primo posto nella scuola, nella carriera, nella società, io mi accontentavo dei tuoi primi progressi. E m’insegnasti a desiderare per i miei figli la felicità, non la ricchezza, né il successo. 26

La tua mamma.

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Una mensa che “sfama” trenta poveri che vivono in città

notizie dal Cottolengo di Pisa
anche nell’ambito del servizio come la mensa dei poveri, ci si confronta con la diversità delle fedi e della cultura. Diversità che comportano di porre attenzione al tipo di cibo distribuito, per rispettare pienamente, dice suor Elena, le tradizioni delle persone cui è offerto. Fra queste persone vedi volti che non ti aspetti: volti di donne e uomini giovani, non gli anziani poveri o i “barboni” che si potrebbe immaginare come utenti unici di questa mensa. Suor Elena è una responsabile della Caritas, ogni giorno anch’essa impegnata a controllare i buoni di accesso alla mensa, tracciano il profilo di questi “utenti”: persone senza fissa dimora; che hanno perso momentaneamente il lavoro; in maggioranza stranieri, comunitari e no; gli italiani in numero via via crescenti: donne dell’Est europeo che hanno perso il lavoro come badanti o che sono appena arrivate e lo stanno cercando; alcuni alle spalle crisi famigliari ed economiche capaci di sconvolgere la vita; tutte persone cui è offerto un punto di ancoraggio dalla Caritas diocesana e un’accoglienza fraterna e un pasto caldo in un ambiente ordinato nella mensa della Piccola Casa. Nel cuore di Pisa, nel quartiere Sant’Antonio, continua, dunque e si attualizza una storia iniziata nel 1832 a Torino, che si riversa per le contrade d’Italia e nel mondo secondo i carismi di San Giuseppe Cottolengo che, anche oggi, ci parlerebbe della Piccola Casa e della sua sempre viva presenza di servizio e accoglienza in dipendenza del motto che egli stesso aveva scelto “Caritas Christi Urget Nos” (2 Cor. 5,14). È la Carità di Cristo che ci spinge incontro all’uomo di ogni tempo e di ogni terra.

di Mauro Torselli

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ella Piccola Casa di Pisa nessuno dimentica le parole del Fondatore che scriveva della sua opera come una cosa “nata per dare gloria a Dio” attraverso azioni autenticamente umane, quali sono l’essere casa e luogo di accoglienza e riferimento delle persone in stato di bisogno. Ecco allora l’altro servizio del Cottolengo per la comunità: la mensa dei poveri; vi si accede dalla porta più piccola, ma non meno importante e funziona ogni giorno in collaborazione con la Caritas diocesana, che si occupa gestire la buona mensa attraverso il proprio Centro di Ascolto. La mensa distribuisce solo il pranzo ed è per un numero massimo di trenta persone. I pasti sono preparati dalla cucina interna della Piccola Casa, distribuiti in vassoi personalizzati da volontari che si alternano, in numero di quattro al giorno, la

settimana comprese le domeniche e le altre festività. La mensa del Cottolengo provvede a preparare anche una decina di cestini per chi, e ve ne sono sempre, non si è rivolto al Centro di Ascolto Caritas per le più diverse motivazioni, ma bussa ugualmente alla porta in cerca di un pasto, che probabilmente, sarà l’unico della giornata. È suor Elena Catte la coordinatrice della mensa dei poveri del Cottolengo. Si presenta con la sua persona minuta, dice di essere anziana ma ti sorprende per l’energia con cui dirige il servizio: assegna i compiti ai volontari per lo sporzionamento, accoglie le persone nei locali, e invita con ogni delicatezza alla preghiera del “Padre Nostro” prima di iniziare il pranzo ma precisa che si può semplicemente stare in silenzio, rispettando chi è di altra fede o di nessuna fede, perché ormai,

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notizie

La Festa della Famiglia

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La visita del Ministro alla Scuola Cottolengo
a cura della Redazione

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ccoci pronti a parlarvi della straordinaria mattinata del 17 dicembre, durante la quale si è svolta la visita del Ministro della Pubblica Istruzione Francesco Profumo. Tutta la scuola lo attendeva in teatro: bambini, insegnanti, segretarie, assistenti… tutti. Ovviamente noi della redazione eravamo in prima fila, pronti ad annotarci tutto. Il Ministro è stato accolto dagli applausi di tutti. Subito abbiamo cantanto l’Inno Nazionale e quello della Scuola “The world in union”, e mentre lo cantavamo scorrevano le immagini di un video che raccontava proprio la nostra scuola. Poi alcuni degli alunni delle elementari e medie hanno improvvisato un Consiglio dei Ministri ‘straordinario’, al quale è stato invitato a partecipare anche il Ministro. I compagni della scenetta sono stati bravissimi, si vede che frequentano il laboratorio di tea-

tro! Stefano che interpretava il Presidente Monti era perfetto! Il Ministro è stato molto disponibile e ha riposto con interesse e molta ironia alle domande che alcuni ragazzi gli hanno posto, più o meno serie. Purtroppo la visita è stata meno lunga del previsto, ma nonostante fosse in ritardo Profumo ha impiegato almeno 15 minuti per abbandonare il teatro perché ha voluto salutare tutti, proprio tutti! Era davvero disponibile. Per la prima volta nella storia un Ministro ha visitato una scuola paritaria, e ha scelto proprio noi la scuola del Cottolengo!

omenica 9 dicembre 2012, come nei programmi ormai consolidati della nostra Associazione, si è svolta alla Piccola Casa la tradizionale Festa della Famiglia. Nel salone sotto la Chiesa Madre la partecipazione è stata abbastanza soddisfacente: c’era il gruppetto dei fedelissimi, e tra loro ovviamente anche la Vice Presidente Anna Teresa e, come sempre, la “diversamente giovane” Olga Lugnani con Cesira Magni. Il clima però non era dei migliori e sicuramente meno gioioso del solito per le notizie piuttosto allarmanti sulle condizioni di salute del nostro insostituibile Tesoriere Beppe Mattiotto, costretto a letto nella casa di Luino dopo un delicato ricovero ospedaliero. Per ragioni di salute mancava anche il presenzialista Tarcisio Di Gleria, indispensabile collaboratore per tutte le più svariate esigenze. L’organizzazione era stata quindi completamente curata – con puntuali risultati, bisogna riconoscere – dalla “cubia d’ fer” Franco Rosso e Tommaso Stringa. A risollevare l’animo dei presenti giungeva Padre Francesco Gemello, le cui condizioni di salute – residuo della permanenza in Kenia – sembravano in effetti migliorate e veniva accolto da tutti con il solito caloroso ed affettuoso applauso, memori della ripetutamente dimostrata vicinanza alla Associazione prima come Padre della Piccola Casa e poi come Assistente Ecclesiastico. Non riusciva invece ad essere tra noi Don Carlo Carlevaris, Direttore onorario di “Incontri”, il periodico di cui si finiva per discutere registrando con piacere l’unanime apprezzamento non solo per la gradevole veste tipografica, ma soprattutto per i contenuti in linea con i tempi, tanto che ci scappava anche un giudi-

zio ampiamente positivo per il Direttore responsabile Don Roberto Provera e, ovviamente, per gli infaticabili componenti della Redazione Salvatore Acquas e Mario Carissoni. Allo scambio degli auguri gli animi sembravano abbastanza rasserenarsi e la tradizionale fetta di panettone, i cioccolatini e il bicchiere di spumante non risultavano indifferenti, anche se continuava abbastanza accesa la discussione sulla data del prossimo convegno annuale che, tenuto conto anche delle varie feste liturgiche dei mesi di maggio e giugno, a fronte di varie proposte, veniva poi fissata per domenica 9 giugno 2013, come in altra parte del giornale è ricordato. Il Presidente manifestava poi il suo rincrescimento perché nel convegno del 10 giugno 2012 non si era potuto provvedere – come ipotizzato fin dal dicembre 2011 – al rinnovo degli organi statutari dell’Associazione, da tempo scaduti, per assoluta e preoccupante mancanza di candidati. Il coro dei presenti proponeva comunque insistentemente di proseguire con l’attuale dirigenza, confidando che la Divina Provvidenza avrebbe poi finito per ritrovare e suggerire la soluzione idonea ad assicurare un futuro alla nostra Associazione. Resta in ogni caso la speranza che il prossimo convegno del 9 giugno registri una crescente partecipazione nella consapevolezza che l’importanza di quel momento nella vita dell’Associazione ci sproni ad essere presenti per quella benefica pausa di riflessione necessaria a ricaricarci dello speciale Spirito Cottolenghino che deve costantemente caratterizzare la nostra vita quotidiana. In tal senso rivolgo a tutti un caloroso appello! Dante Notaristefano

CONVEGNO ANNUALE DELL’ASSOCIAZIONE EX ALLIEVI E AMICI DEL COTTOLENGO - 9 giungo 2013
Programma: ore 10: ritrovo, ricevimento e saluti (cortile davanti alla Chiesetta “Casa di Dio”, via S. Pietro in Voncoli 9). Ore 11: Santa Messa celebrata da Padre Lino Piano. Ore 11,45: Assemblea, relazione del Presidente e conseguente discussione. Ore 13: Pranzo sociale. Attenzione: è indispensabile che gli ex allievi ed amici intenzionati a partecipare al pranzo facciano pervenire la loro prenotazione entro il 6 giugno alternativamente a: Dante Notaristefano, via Crimea 6, 10133 Torino, tel. 011/6608499 Anna Teresa Costamagna, via Garibaldi 48/A 12068 Narzole, tel. 0173/77092 - Franco Rosso, via Castelgomberto 40, 10136 Torino, tel. 011/3115581. La conoscenza anticipata del numero dei partecipanti consentirà una migliore organizzazione e un risparmio di spesa. La quota pranzo è stabilita in € 20,00.

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