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La Stampa 22 febbraio 2007

Cattocomunisti di tutto il mondo uniamoci
Anticipazione. Al centro di “Ecce comu”, il nuovo libro di Vattimo, una categoria politico-culturale che credevamo superata
Un celebre titolo di Nietzsche, pubblicato postumo, suonava così: Ecce homo. E il sottotitolo: Come si diventa ciò che si è. È con un riferimento parodistico a quello che resta probabilmente il più amato fra i suoi auctores che Gianni Vattimo ha scelto di intitolare il suo nuovo nuovo libro, che uscirà domani da Fazi (pp. 128, euro 12,50) Ecce comu, ossia Come si ri-diventa ciò che si era (qui sotto ne diamo un’anticipazione). Un testo uscito in prima mondiale a Cuba presso l’editore Ciencias sociales e presentato nei giorni scorsi alla Fiera del libro dell’Avana - che intrecciando polemica politica, riflessione teorica e vicenda biografica dell’autore (già deputato al Parlamento europeo, eletto nelle file dei Ds) individua nuovi compiti per la sinistra e addita la via della palingenesi dopo le delusioni di questi anni (di questi giorni, ore). Il risultato è il recupero di una categoria politica-culturale che credevamo sepolta nella naftalina, soltanto a volte evocata con degnazione. Superati i settant’anni, il filosofo prova a rimettere insieme i due grandi principi animatori del suo impegno e della sua riflessione in campo politico. E si propone come tema «la ritrovata (o ritrovanda) speranza comunista. Che non solo in Italia potrebbe e dovrebbe accompagnarsi con una rinnovata adesione al messaggio evangelico e, più in generale, alla predicazione di fratellanza che si incontra in tutte le grandi religioni». L’eterno ritorno del cattocomunismo. [M. AS.] E’ davvero possibile fondare – solo inteso come ispirare, motivare – una posizione politica di sinistra nello spirito di una

negativo. più chiaramente. deve fare tutto quello che è richiesto per la salvezza e l’incremento dello Stato.... almeno nella lettura classica: il principe non può pensare alla propria anima. loro forse sono più contenti. . al massimo. e anzi l’unico modo. per migliorare il qui è credere nell’oltre. ma anzi vuole essere qualcosa come il nichilismo attivo di Nietzsche (sì. che potrebbe risolversi nella scelta deliberata di una posizione marginale. ma se un nuovo piccolo fratello di Gesù (la congregazione di Charles de Foucauld) si stabilisce in una favela di Rio i poveri del luogo saranno solo uno di più. sottratta all’alternativa del «far torto o patirlo».. alla fin fine avrei preferito di molto fare il professore a Basilea piuttosto che essere Dio. forse. quello dell’oltre-uomo. la creazione del mondo».. Il nichilismo filosofico che professo – che non ha necessariamente un senso disperato. in termini molto diversi. per causa di esso. che da Torino nel gennaio 1889 scriveva a Burkhardt: «Caro professore. È la posizione che spesso ho. Già. se invece il mio amico senatoringegner-capitalista-liberal apre una piccola azienda nella medesima favela e dà un lavoro a qualche decina di disperati. come si dice. dedicarsi a iniziative politiche di quartiere. Non tutta la salvezza si risolve qui.. ma non ho osato seguire il mio egoismo privato fino al punto di trascurare. tutti i discorsi dei politici e dei media. prendere con le molle. bollato come la scelta monastica: il solo modo di non provare rimorsi di fronte ai poveri è farsi poveri come loro. È l’alternativa che ho trovato. banche etiche..) – comporta una tale presa di distanza dalla retorica politica dello sviluppo e anche della democrazia.. La scelta monastica richiede ovviamente una profonda fede nell’altro mondo. O anche Machiavelli. pessimista. in una lettera del Nietzsche (già?) pazzo. nichilista? Che per esempio rinuncia una volta per tutte alla concezione metafisica della verità? Ho pensato spesso che il mio itinerario (religioso-filosoficopolitico) dovesse finire per riassumersi in un motto come: «Dalla San Vincenzo alla San Vincenzo». piccole cooperative di reciproca assistenza. Non partecipare (più) alle elezioni se non votando come un cittadino qualunque (quando non ho di meglio da fare). tra me e me..filosofia debolista o..

che proprio se voglio essere povero con i poveri non posso permettermi.. è la storia stessa dell’umanità in ciò che ha di «riuscito»..Se non abbraccio la scelta monastica sarà proprio perché voglio fare «davvero» qualcosa per gli altri (favela brasiliana o università che sia). (Anche in ciò. se c’è un Dio ci penserà lui. forme artistiche. come ha detto Gesù. ha una vita che lo porta fuori di sé. L’insistenza che molti attribuiscono a una sorta di misticismo di . Anche questa scelta – «fanno quel che si trova». come lo capisce la migliore Chiesa. è fra noi (solo?) quando siamo riuniti nella carità (è il senso dell’essere riuniti nel Suo Nome). o ancora. né di povertà e obbedienza.. dopo l’avvento del cristianesimo – coloro che hanno sperato e perso. e sta con il Bloch del Principio speranza . e solo chi accetta di «perdersi» si salva. E se poi il Dio che «c’è» non se ne sta nel mondo iperuranio nella sua totale autosufficienza. lo Heidegger di Essere e tempo ha qualcosa da insegnare a Benjamin. Non solo gli altri che hanno vinto e hanno lasciato tracce profonde. anche – forse soprattutto. si dice in piemontese delle donne di strada – richiede fede nella provvidenza. Lo storicismo che anche come «debolista» professo è tutto qui: non «siamo su un piano dove c’è soltanto l’uomo». Ma l’essere non è niente di trascendente. o solo perché in fondo la politica e la vita del mondo mi piacciono. la mia anima non è affidata principalmente a me. memoria. danno sapore (senso?) alla mia esistenza? Più o meno come non fare il voto di castità. una sorta di snobismo ed eccessiva attenzione alla propria interiorità. in ciò che si è consolidato come tradizione. Sono gli «altri» nel senso più comprensivo del termine. istituzione. e che proprio perché non sono «riusciti» meritano di sopravvivere come passato ancora aperto e affidatoci come compito. ma è uno e trino – cioè. Chi bada a salvare la propria anima la perde. forse. ossia è negli altri che mi si rivolgono – allora fare quel che si trova è appunto una via di salvarsi corrispondendo alla «vocazione».. Ma sono problemi sottili. siamo su un piano dove c’è principalmente l’essere – ha ragione Heidegger nella Lettera sull’umanismo (1946) con la quale gli risponde. e anzi manda il Figlio perché ci aiuti a realizzare lo Spirito (quello di Hegel e di Gioacchino). come scriveva Sartre nel saggio sull’esistenzialismo come umanismo.

Gianni Vattimo . nella stessa direzione di Benjamin?). non sarà un altro modo di richiamarci al dovere di ricordare i perdenti del gioco della storia. sul compito di pensare il non-ancora-pensato della storia dell’essere.Heidegger.

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