Gruppo di lavoro 1 L'influenza della crisi globale sulla finanza pubblica e privata Resoconto dei lavori

La discussione nel primo gruppo di lavoro si è incentrata prevalentemente sul tema del segreto bancario e sulle trasformazioni del sistema finanziario svizzero in conseguenza delle dinamiche, più o meno recenti, che stanno ridisegnando la finanza internazionale. Considerazioni introduttive A titolo introduttivo, è stato notato che secondo alcuni la Svizzera non rappresenta più il tradizionale “porto sicuro” per i risparmi altrui. Secondo questa visione, in parte contestata in sede di discussione, il modello svizzero di “forziere dei capitali mondiali” funzionerebbe bene in presenza di ricchezza materiale (oro e altri beni tangibili), ma la progressiva smaterializzazione e finanziarizzazione della ricchezza ha comportato la crescente necessità di investire i capitali che affluiscono negli istituti di credito svizzeri in attività estere. Ne deriverebbero due conseguenze: un aumento del rischio d’investimento e la parallela incapacità del sistema di difesa svizzero, fondato sulla neutralità, di proteggere gli investimenti globali dei suoi correntisti. Si aprirebbe dunque un problema identitario, oltre che economico-finanziario, per la Svizzera. A questa dinamica fanno riscontro le problematiche italiane. Fino a maggio 2011, i conti pubblici italiani sono parsi in ordine, perché il bilancio pubblico pre-interessi sul debito risultava in attivo. Poi è subentrata la crisi, a causa di tre circostanze: (1) il fatto che, in termini assoluti, il debito pubblico italiano sia cresciuto meno di altri ha fatto sì che i grandi investitori istituzionali abbiano ridimensionato il peso dell’Italia nei loro portafogli, orientandosi su titoli più appetibili (come quelli tedeschi o francesi); (2) parallelamente, le banche hanno incrementato gli acquisti di titoli premium, per bilanciare la svalutazione dei subprime, con conseguente svalutazione dei bond italiani e aumento del differenziale di rendimento; (3) infine, l'accumulo eccessivo di debito da parte italiana negli anni Settanta e Ottanta ha determinato una prolungata stasi economica che, nel difficile contesto attuale, ha manifestato tutta la sua gravità. A queste considerazioni preliminari ne sono seguite altre relative all'iter delle trattative sugli accordi in tema di segreto bancario. In questa sede, sono state ricordate le tappe fondamentali del processo:

l'accettazione, da parte del governo svizzero, di uniformarsi agli standard fiscali Osce (13 marzo 2009), sulla scorta del precedente impegno (2 aprile 2009) del G20 nella lotta all’evasione fiscale; il conseguente abbandono da parte svizzera del principio tradizionale di certezza della normativa fiscale, stante la necessità di conformarsi a standard (Osce) mutevoli e stabiliti peraltro da un’organizzazione in cui la Svizzera, singolarmente presa, ha scarso peso elettorale; il parallelo abbandono del principio giuridico – seguito per decenni dagli operatori finanziari svizzeri – del rispetto esclusivo della legge elvetica e il conseguente bisogno, per le banche della Confederazione, di divenire più selettive nella scelta dei clienti, stante la necessità di tenere in conto anche le normative fiscali degli altri paesi. Ora, di fronte all'“assedio” degli organismi multilaterali (G20, Osce, Ue) e dei singoli governi per l'attenuazione della riservatezza bancaria, la Svizzera vede complicati i suoi rapporti istituzionali con svariati paesi – Italia inclusa – ed è arrivata a temere che una sua esclusione dalle borse, in qualità di “paradiso fiscale”, possa arrecare danno al suo sistema bancario ed economico. Spunti emersi in sede di discussione Sulla scorta delle suggestioni iniziali e in virtù dell'ampio e articolato dibattito che ne è seguito, sono emersi numerosi elementi che forniscono materia per ulteriori riflessioni. Un aspetto particolarmente dibattuto è stato quello relativo ai margini di miglioramento delle relazioni tra Italia e Svizzera, sulla scorta delle buone pratiche che ciascun paese può offrire come esempio all'altro. Dal lato svizzero, in particolare, sono state evidenziate la morigeratezza fiscale e la consapevolezza che rigore nei conti pubblici e crescita non sono antitetici, in quanto se un eccesso di rigore pregiudica la crescita, lo stesso può dirsi di un eccessivo indebitamento. Parallelamente, si è convenuto sul fatto che il modello svizzero di democrazia diretta è probabilmente irreplicabile altrove; pur tuttavia, esso può fornire spunti utili ad altri paesi per coinvolgere maggiormente i cittadini nell'amministrazione, arginando il disincanto verso la politica e la democrazia e prevenendo fenomeni di estremismo Dove invece l’Italia può costituire un valido esempio per la Svizzera è, in particolare, nella vitalità del suo tessuto economico di piccole e medie imprese orientate all’export, vera forza dell'economia italiana e oggetto d'interesse per la Confederazione, il cui settore industriale è caratterizzato sia dalla presenza di grandi multinazionali, che di Pmi. Con specifico riferimento al tema del segreto bancario, svariate riflessioni sono state dedicate alla differenza tra la cultura della riservatezza svizzera – che permea non solo il sistema finanziario, ma anche il mondo delle professioni e la sfera privata dei cittadini – e il segreto come inteso, di norma negativamente, in Italia. A fronte di ciò, il cosiddetto schema Rubik ha un suo appeal, purché si separino fisco e riservatezza. In pratica, ciò può essere realizzato applicando ai capitali già in Svizzera un’aliquota forfetaria allineata a quelle dei paesi di provenienza dei capitali, ma senza pretendere di demolire la cultura della riservatezza svizzera con lo scambio automatico di informazioni. Su questi punti il dibattito è stato particolarmente vivace. Alcuni partecipanti si sono infatti espressi per il pieno superamento del segreto bancario e per lo scambio automatico di informazioni, sottolineando altresì che la riservatezza non ha più, nella cultura svizzera, l'importanza che rivestiva un tempo. La Svizzera dovrebbe dunque fare autocritica, prendendo atto che il segreto bancario risulta in

contraddizione con il carattere aperto della sua economia e che per anni il mondo bancario elvetico ha dato alla politica segnali sbagliati, indicando la necessità di aggrapparsi alla rendita di posizione garantita dal segreto bancario, quando questo veniva messo in discussione già dagli anni Ottanta. Altri si sono però chiesti fino a che punto l’elettorato e il sistema politico svizzeri siano pronti ad abbandonare il caposaldo culturale della riservatezza. Se infatti la banca rappresenta appena l’8% degli impieghi e circa l’11% del pil svizzero, è altresì vero che per difendere settori economici di gran lunga inferiori altri paesi fanno quadrato, arroccandosi su posizioni di intransigenza. Dunque, resta da vedere se la Svizzera sarà disposta ad aprire il suo settore bancario al fisco di altri paesi. Resta comunque il fatto che, di fronte a una crisi sistemica della finanza globale, sta emergendo la necessità di rivedere a fondo il sistema di regolazione del settore e questo processo appare irreversibile. La Svizzera deve tenerne conto e i segnali da Berna sembrano andare in tal senso. Ciò detto, è però emersa la necessità di una profonda autocritica anche da parte italiana. La certezza del diritto in Svizzera è resa possibile, non da ultimo, dalla certezza degli introiti fiscali, a sua volta base della coesione sociale. Quest'ultima risulta pregiudicata sia da un prelievo fiscale eccessivo, che da un'evasione generalizzata. Fenomeni che, del resto, si alimentano a vicenda. Al riguardo, c'è piena consapevolezza circa l'entità dei capitali italiani illegalmente portati nelle banche svizzere, il cui ammontare è stimato in 160 miliardi. Tuttavia, imbrigliare il debito, rendendo più efficiente la spesa pubblica e contrastando sistematicamente l'evasione fiscale, risulta alla lunga più importante del pur doveroso recupero dei capitali illegalmente esportati, perché il recupero dell’evasione apporta un beneficio temporaneo. La dinamica del debito si frena con l'equilibrio di bilancio, la crescita economica e un fisco più leggero, ma efficiente ed equo. La riprova starebbe nel fatto che, sinora, gli “scudi fiscali” non hanno pregiudicato le banche elvetiche, perché malgrado le pratiche di condono, i risparmiatori tendono a lasciare i capitali in Svizzera. Anche per questo, si è evidenziata da parte svizzera una generale avversione alla retroattività delle misure di rientro dei capitali. Si è inoltre sottolineato che insistere nell'additare le banche quali corresponsabili dell'evasione rischia di essere controproducente, in quanto nel sistema bancario svizzero (ma lo stesso vale per quello italiano) cresce l'insofferenza per la pretesa dei governi di “arruolare” gli istituti di credito quali surrogati delle Agenzie delle entrate. Per quanto concerne nello specifico lo schema Rubik, è stato sottolineato che se esso funziona nel contesto di common law britannico, è invece inadatto alla Germania e, verosimilmente, all'Italia, perché garantisce l’anonimato al contribuente “scudato”: principio rifiutato da Berlino e altrettanto sgradito al fisco italiano. Si profilerebbe pertanto la necessità di stipulare accordi bilaterali “tarati” sulle caratteristiche del paese di provenienza dei capitali, in un'ottica di maggiore flessibilità rispetto alla postura attuale.