ANNALI

DELLA FONDAZIONE PER IL MUSEO «CLAUDIO FAINA»

VOLUME XV

estratto

ORVIETO NELLA SEDE DELLA FONDAZIONE EDIZIONI QUASAR 2008

Il volume è stato pubblicato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto

ISBN 978-88-7140-389-2 © Roma 2008 - Edizioni Quasar di Severino Tognon srl via Ajaccio 41-43 - 00198 Roma tel. 0685358444, fax 0685833591 www.edizioniquasar.it
Finito di stampare nel mese di dicembre 2008 presso Arti graiche La Moderna - Roma

LA COLONIZZAZIONE ETRUSCA IN ITALIA Atti del XV Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria a cura di Giuseppe M. Della Fina

ARMANDO CHERICI

ARMATI E TOMBE CON ARMI NELLA SOCIETÀ dELL’EtRuRIA PAdAnA: ANALISI DI ALCUNI MONUMENTI

In assenza di fonti storiograiche antiche, anche indirette, quelle archeologiche sono le uniche che possano aiutarci a ricostruire per l’Etruria Padana un aspetto essenziale di tutte le società antiche: il modo di far guerra e - possibilmente - le valenze politiche che, in una comunità politicamente organizzata, assumeva l’abilità e/o l’abilitazione alle armi. Le evidenze archeologiche offerte dalla deposizione di armi sono state escusse nella prima parte di questo intervento. Affrontiamo adesso l’analisi di alcune fonti iconograiche che, per cura e impegno narrativo, per numero di evidenze, per signiicato e valore dei contesti e degli oggetti in cui le riscontriamo, possiamo supporre che travalichino senz’altro un ruolo meramente decorativo e intendano piuttosto - con le igure e le scene rappresentate - identiicare, esaltare, trasmettere precisi signiicati, documentando insieme i modi dello scontro e il loro evolversi.

La Situla della Certosa e la Situla Arnoaldi: un’articolata organizzazione militare La Situla della Certosa1, è un monumento di eccezionale interesse e per il pregio esecutivo e per l’articolato coerente ed esteso fregio a fasce che la decora: uno dei cicli narrativi più completi e complessi nell’Italia preromana, con ben 50 igure umane e 11 igure anima1 DUCATI 1923; MALNATI 1993, p. 148 s.; BARTOLONI - MORIGI GOVI 1995; C. MORIGI GOVI, in Principi etruschi 2000, nr. 570; tutti con bibl.

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li, tutte ben descritte nel proprio ruolo2 in attività tutte qualiicanti uno status, siano esse corali (la parata, la processione) o individuali (l’aratura3, la caccia4, la tenzone atletica, l’abilità musicale e il consumo di bevanda miscelata in un holmos, quindi probabilmente alcolica). Il fregio, sia che lo si voglia leggere nelle sue singole fasce5, sia che - come proposto6 - lo si debba invece intendere come narrazione unitaria di un unico evento, verte sulla celebrazione di ruoli e attività di rango di pretta pertinenza maschile, e questo dato accresce la particolarità del vaso stesso, essendo stato utilizzato come cinerario in una tomba probabilmente femminile. Nel pozzetto Certosa 68 la situla costituiva l’elemento di spicco di un corredo altrimenti piuttosto modesto comprendente due ibule bronzee tipo Certosa - probabilmente per il drappo delle ceneri - nonché una lekythos attica databile al secondo quarto del V sec. Il dato cronologico issato dalla lekythos aggiunge un ulteriore elemento di eccezionalità al vaso bronzeo, che l’analisi stilistica colloca piuttosto nel VI sec., probabilmente nella prima metà7; all’atto della deposizione la situla aveva dunque ormai acquisito anche un valore “antiquariale”: nel mondo dei vivi era stato un oggetto di pregio destinato a esser riposto e a lungo conservato, letteralmente un keimelion, come tale - forse - in relazione proprio al ruolo della donna in molte società antiche: quello di custode del thalamos e dei keimelia ivi conservati8. Sia che le diverse fasce siano da leggere insieme come scena omogenea, sia che evochino momenti e aspetti autonomi, indiscutibile è l’unitarietà di quanto proposto sul registro superiore della situla, quello di maggior estensione e di maggior evidenza (Fig. 1): una parata di armati che sembra esser aperta da due cavalieri (A) con
2 Sono decorative solo le 8 igure di iere reali e fantastiche del fregio inferiore; nel secondo fregio dall’alto la igura ferina che chiude la processione può essere un riempitivo, come può esser anche un cane pertinente alla stessa; anche gli uccelli della seconda e terza fascia sono stati visti come relativi alla scena, o latori comunque di una valenza simbolica (DUCATI 1923, p. 14; KOCH 1999, p. 85 ss., con bibl.) 3 Sul valore dell’aratura come attività di rango: CHERICI 2005, p. 129 ss. 4 Sulla caccia in Etruria: CAMPOREALE 1984. 5 Che scandirebbero così la milizia, poi il sacriicio e - nella terza fascia - l’oikos, l’atletismo e la caccia, quali attività che si svolgono in tempi, luoghi e secondo riti diversi, ma qualiicanti tutti uno stesso rango sociale elevato, in una partizione analoga a quanto proposto - seppur in forma non così completa - dalle situle Benvenuti e Arnoaldi, di Va e e di Providence. 6 BARTOLONI - MORIGI GOVI 1995. 7 BARTOLONI - MORIGI GOVI 1995, p. 159 s.; C. MORIGI GOVI, in Principi etruschi 2000, nr. 570. FREY 1969, p. 88, propende invece per una datazione all’inizio del V sec., basandosi su quella della lekythos. 8 Vedi HOM. Od. XXI, 9. Per la deposizione di oggetti bronzei pregiati - più antichi del corredo - si veda il caso della tomba Valle trebba 128 nella vicina Spina, in cui il sesso archeologico del defunto non è purtroppo ipotizzabile: A. PARRINI, in Spina 1993, p. 287 ss.

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elmo a bassa calotta e tesa non distinta, scure bilanciata sulla spalla sinistra, ampio e pesante chitone ino al ginocchio, tessuto a fasce orizzontali: cavalcano a pelo cavalli governati con morsi a montante lunato; seguono 5 picchieri (B) con lancia lunga e pesante a munizione metallica e forte codolo bulboso, scudo ellissoidale alto e stretto (scutum) con umbone a pelta e forte bordatura, elmo polimaterico a falere, tre di loro hanno le gambe nude (B1), due - alternati ai primirecano come i cavalieri un pesante chitone al ginocchio (B2); seguono 4 fanti (C) con lancia a munizione metallica, basso scudo subrettangolare con umbone rettangolare incavato, elmo a calotta profonda, tesa distinta da gola e lophos; quindi 4 “opliti”9 (D) con lancia a munizione metallica, scudo tondo (clipeus) tripedale con orlo distinto, elmo analogo al gruppo C; 4 fanti (E) con pesante chitone al ginocchio, a fasce orizzontali, elmo conico, scure impugnata e poggiata sulla spalla sinistra. Lo schieramento procede con regolarità di parata: un ordine che può esser effetto della paratassi compositiva, come del momento solenne cui il gruppo di armati è partecipe, ma può anche essere - come sembrano confermare poi le situle Arnoaldi (Fig. 2) e Providence (Fig. 3) - il reale procedere di una marcia in armi o di uno schieramento a battaglia nell’Etruria padana di VI e V sec. I singoli armati e soprattutto le singole armi trovano riscontri in ambito peninsulare, padano e transalpino: i confronti sono resi possibili - pur nelle ridotte dimensioni delle igure - dall’accurata, consapevole e minuziosa descrizione dei particolari. Possiamo così riconoscere negli elmi dei cavalieri A una forma riconducibile al tipo a calotta bassa e aperta con tesa ampia, svasata e indistinta, di cui gli elmi lisci a boccole, a lamina intera o compositi, sono gli esiti più diffusi10: attestati dapprima in Etruria (Vetulonia), quindi nel Piceno11 - un esemplare forse da Bologna12 - sono diffusi tra la metà del VII e l’incipiente VI sec., in accordo con la datazione alta della Situla. Notevole confronto per l’intera panoplia è offerto dal cavaliere su di un cinturone da Va e (Fig. 4)13: identici l’elmo e la scure, analogo il chitone; morso lunato e chitone pesante al ginocchio presentano cavallo e cavaliere sulla situla dalla stessa località14, ove un fante reca
9 Pongo e porrò tra virgolette i termini “oplita” e “oplitico” per signiicare che non intendo con essi istituire uno stretto nesso con la realtà politico-militare sottesa al fenomeno dell’oplitismo in Grecia: intendo riferirmi a una fanteria pesante che combatte in linea serrata, schieramento tassativo per chi opera con uno scudo tondo del diametro di cerca tre piedi con porpax centrale di tipo, appunto, oplitico. 10 EGG 1988b. 11 EGG 1988b, ig. 9:1-2. 12 EGG 1988b, ig. 5:18. 13 databile nell’ambito del V sec.: TERZAN 1997, ig. 7. 14 databile al VI sec.: LUCKE - FREY 1962, nr. 33, tav. 73.

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la scure bilanciata sulla spalla come i nostri cavalieri (Fig. 5), così come pure un fante sulla situla di Welzelach15 (Fig. 6) e una igura maschile su di un cinturone dalla Krajina16. Per il caratteristico morso lunato si possono segnalare confronti nella situla Benvenuti di Este17, in quelle di Kuffarn18, Va e19, Novo Mesto20, nella cista di San Maurizio21, nello specchio di Castelvetro22, in una lamina dal letto del Bacchiglione23. L’elmo dei picchieri B è senz’altro identiicabile con un tipo polimaterico in vimini, fettucce di pelle o cuoio, ribattini e falere metalliche24. Probabilmente il modello è ricordato già da Omero, poi da Erodoto e Senofonte25 per l’Asia Minore e il Vicino Oriente, ma è attestato archeologicamente nell’area hallstattiana orientale tra la ine dell’VIII e tutto il VII sec. a.C., ed è presente a Verucchio nella tomba 85 Sotto la Rocca26 come probabilmente a Bologna, nelle tombe Benacci Caprara 36, 65, 255 e San Vitale 776, dove ne rimarrebbero solo le borchie bronzee27. Sembra perdurare ino al V sec., datazione probabile di un bronzetto di guerriero da Va e28 (Fig. 7).
LIPPERT 1972, tav. 27. LUCKE - FREY 1962, nr. 20; GEUPEL 1972, ig. 1. FOGOLARI - PROSDOCIMI 1988, p. 86. LUCKE - FREY 1962, nr. 40; NEBEHAY 1993. ZEMMER PLANCK 1976, ig. 46. KNEZ 1978, ig. 2. LUCKE - FREY 1962, tav. 66. FREY 1992, ig. 4. CHIECO BIANCHI 1988, ig. 60; GUZZO - MOSCATI - SUSINI 1994, nr. 470. DUCATI 1923, p. 28; EGG 1988a, ig. 8:2; BERGONZI 1992, p. 76. Omero ricorda elmi realizzati in materiale organico con due (Il. V, 743, XI, 41; EUSTATH. ad loc.), quattro (Il. V, 743, XI, 41, recato da Atena) o più falere (Il. XVI, 105, recato da Aiace); che la presenza di tali elementi metallici a irrobustire e impreziosire la protezione della testa fosse normale ci è detto anche dalla sua citazione di un elmo “senza falere e senza lophos” (Il. X, 358). MARTINELLI 2004, p. 23, propone che il poeta (Il. V, 182) utilizzi il termine “aulopis” per identiicare gli elmi realizzati con intrecci di vimini o canne, lo scolio riferisce però il termine alla presenza di cannule per il lophos (LIDDEL - SCOTT, s.v.). Erodoto (VII, 63; 72, 1; 79; 89, 3) e Senofonte (Anab V, 4, 13) ricordano gli elmi intrecciati (kranea peplegmena) come caratteristici della panoplia di alcune popolazioni del Vicino Oriente, tra queste i Palagoni: vale forse ricordare per inciso che un gruppo di Palagoni, gli Eneti, seguirono Antenore in intimum maris Hadriatici sinum (LIV. I, 1), non lontano da dove risultano diffusi gli elmi intrecciati qui analizzati. 26 EGG 1988a, p. 216 s. 27 BERGONZI 1992, p. 76; MARTINELLI 2004, p. 28. 28 Gli Etruschi 1992, nr. 273; EGG 1988a, p. 218, ig. 8:1. Lo studioso tedesco istituisce un opportuno confronto tra l’elmo del guerriero di Va e e quelli della Situla della Certosa, di cui accetta la datazione alla prima metà del V sec. sottolineando il netto divario cronologico delle due attestazioni iconograiche con i corredi funerari che - in Austria e in Slovenia - hanno restituito elmi a falere, propone quindi di giustiicare l’attardamento del tipo con una sorta di eroizzazione di chi - nel V sec. - era rappresentato con esso; se la Situla è invece, come crediamo, della prima metà del VI, non avremmo discontinuità cronologica tra il momento di maggior diffusione del tipo
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nello speciico, gli elmi della situla sembrano avere le sei borchie e l’alto apex di un esemplare da St. Margarethen (Stiria)29, sempre con sei borchie ma con apex più piccolo è un elmo al museo di Lubiana (Fig. 8)30. Lo scudo ellissoidale dei nostri picchieri trova un possibile precedente in quello di un guerriero su una lastrina di avorio dal tumulo di Montefortini a Comeana31 (Fig. 9), databile al terzo quarto

e le sue più tarde attestazioni iconograiche. Occorre tener poi presente, nel delineare la distribuzione e la longevità di un siffatto elmo polimaterico, che la deperibilità del supporto avrà spesso scomposto e dissolto la coerenza dell’insieme, o l’avrà comunque resa non percepibile a uno scavo non particolarmente attento; così anche una sola borchia (vedi EGG 1988a, ig. 2:1) potrebbe esser quanto rimane dell’elmo, ponendo il problema dell’identiicazione delle borchie isolate presenti in molti contesti dell’età del ferro, in ambito hallstattiano (BARTH 1980; EGG 1988a, p. 215) come nell’Etruria propria: a Bisenzio per esempio, nella tomba Olmo Bello X, furono rinvenute 2 falere in ferro con appiccagnolo e “parte di fondo” di un manufatto a intreccio vegetale interpretato allora come “cesta” (PARIBENI 1928, p. 454 ss), non si può escludere che le falere, e forse anche la “cesta”, fossero parte dell’elmo altrimenti non attestato nella deposizione, che aveva lancia, scure e scudo, quest’ultimo a chiudere il cinerario come in tombe coeve della stessa Bisenzio (Olmo Bello XVI; PARIBENI 1928, p. 459 ss., igg. 40-41), di Casal Marittimo (Casa Nocera G; ESPOSITO 1999) e di Verucchio (Lippi 89; MANFREDI - MALNATI 2003, p. 105 s.), e come sotteso a Vetulonia dalle chiusure litiche di pozzetti foggiate a scudo (MINTO 1951, p. 28, ig. 3). Ricordiamo che protezioni della testa realizzate con materiali deperibili sono testimoniate per Roma dalla cervelliera a calotta di cuoio e apex di olivo con rinforzo metallico dei Salii. Sottolineiamo inine come sia inesatto considerare gli elmi polimaterici come elmi “da parata”: essi assicuravano invece, grazie alla loro elasticità, una reale protezione per i colpi all’epoca più pericolosi, quelli fratturanti, essendo meno eficaci quelli trancianti per l’inadeguatezza delle lame. Così anche gli elmi villanoviani sono talora giudicati da parata, o comunque non funzionali, per l’esiguità della lamina bronzea: in realtà questa assolveva soprattutto a un ruolo di ostentazione e insieme di contenimento di cercini interni di vimini, lana, crini, pelle o tela intrecciata, cui era afidato il compito di attutire il colpo, come evidente negli elmi con fodera vegetale conservata da Tarquinia-Monterozzi (HENCKEN 1971, p. 85, ig. 58) e da novilara-Servici (BRIZIO 1895, cc. 208 ss., 214 ss., igg. 48-49; cfr. NASO 2000, p. 157 s., ig. 39; CHERICI 2003, p. 523); la guarnizione interna - la cui presenza è spesso tradita dai fori dei ribattini che la assicuravano alla calotta metallica - aveva anche lo scopo di attenuare l’irraggiamento del calore solare. talvolta l’elmo era calzato su una cufietta autonoma (vedi il guerriero con elmo corinzio portato sulla nuca in un cratere del Pittore del Sileno Villoso in PFUHL 1923, ig. 506); nel caso dell’armeria della tomba dei Rilievi, a Cerveteri, tale cufia sembra esser appesa a parte (BLANCK - PROIETTI 1986, p. 48, ig. 33). Per l’eficacia di elmi esclusivamente organici vedi inine HOM., Il. X, 261-265. 29 MUCH 1889, tav. LVII:1a. 30 Lubiana, Narodni Muzej; cfr. EGG 1988a, ig. 2:3, tipo C. 31 Ringrazio per le informazioni offertemi M.C. Bettini, che pubblica il frg. in Principi etruschi 2000, nr. 300. Il fante reca un chitone lungo e pesante: una probabile difesa tessile come quella dei guerrieri sopra citati, in particolare quelli recanti la scure nelle situle di Va e e di Welzelach, o i fanti delle situle di Magdalenska Gora, Matrei, Kuffarn, Caporetto; l’elmo con lophos a bassa calotta e breve bordo ingrossato, attestato in altre lastrine d’avorio del tumulo (nrr. 301-302), è riconducibile all’elmo a calotta tipo Vetulonia (che ha l’innesto per il pennacchio), elmo che troviamo nella Situla Benvenuti di Este, cronologicamente vicina ai reperti di Montefortini; nella stessa situla sono pure attestati i copricapi a larghe falde di un altro frammento di Comeana (nr. 304), copricapi che ritroviamo in igure maschili delle situle della Certosa, di

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del VII sec.: è leggermente più basso e diversa è la sua “decorazione”, cioè il suo aspetto esterno e quindi forse la sua struttura, ma simili sono forma e funzionalità; proporzioni, imbracciatura e caratteristiche difensive analoghe hanno nel V sec. a.C. gli scudi dei fanti della Situla di Providence (Fig. 3), scudi che a loro volta trovano buoni confronti, anteriori alla Situla della Certosa, nello scudo con piccolo umbone emisferico del bronzetto di Lozzo Atestino32 e nei cavalieri sul carrello di Strettweg (Fig. 10)33. Il motivo a pelta dell’umbone - o meglio, il motivo circolare intaccato da un incavo semicircolare con punto centrale - propone la decorazione tipica degli scudi tipo Herzsprung U34 (Fig. 11): tali scudi, solitamente rotondi e di diametro bipedale, diffusi nel continente e in area egea tra VIII e VII sec.35, sono attestati anche in tipi ellissoidali36 che ben potrebbero esser messi in relazione con i nostri, contribuendo ancora ad avallare una datazione alta della Situla; le condizioni di giacitura di alcuni scudi tipo Herzsprung hanno consentito di appurarne l’esistenza di esemplari in cuoio: nel caso della Situla, stante l’ampio uso di materiali organici per la difesa passiva37, stante la particolarità della forte bordatura e dell’umbone costolato negli scudi ellissoidali e di quello incassato negli scudi dei fanti C, stante inine l’argomentum ex silentio del mancato rinvenimento di scudi di tali forme, potremmo inferire l’ipotesi che gli scudi dei picchieri B e dei fanti C non siano in legno e/o metallo, ma in lastra di cuoio cotto, lastra cui il bordo, le costolature e l’incasso dell’umbone contribuivano a dar maggiore stabilità38.
Welzelach, di Kuffarn, a probabile conferma - anche con le evidenze di cui sopra - dei contatti di tale centro dell’Etruria propria con il mondo transappenninico. 32 FOGOLARI 1975, tav. 80:3-4; VON HASE 1988, p. 206, ig. 7:1; STARY 1981, tav. 67:1. 33 Sia il bronzetto di Lozzo che quelli di Strettweg recano l’elmo screstato, come i sopracitati guerrieri di Comeana. 34 HENCKEN 1950, ig. 1; GRÄSLUND 1967, p. 61, ig. 1. 35 HENCKEN 1950; CANCIANI 1970, pp. 15 s., 27. 36 GRÄSLUND 1967, p. 61, igg. 1dx, 2. 37 Vedi l’elmo polimaterico dei picchieri B, la corazza tessile degli stessi (B2), come dei cavalieri A e dei portatori di scure E. 38 L’umbone incavato e le costolature più o meno ampie che accompagnano il proilo sono elementi tipici degli scudi in cuoio, in quanto essenziali per dar loro rigidità: lo possiamo apprezzare nel piccolo scudo tondo tipo popanum della cavalleria romana di età medio-tardorepubblicana, che Polibio ci dice simile appunto a una torta (VI, 25, 7): hanno il caratteristico avvallamento anulare del popanum uno scudo miniaturistico ittile di Veio-Campetti (Fig. 74; COMELLA - STEFANI 1990, tav. 20), quelli nel rilievo repubblicano di Marcus Curtius (conservatoci nella copia di età imperiale al Palazzo dei Conservatori) e in una stele di cavaliere di età augustea a Tessalonica (InscrGraec X, 2, 1, 378), nonché nella monetazione romana della prima età imperiale (Fig. 75; denario di Claudio del 50-54, BMC Claudius 93; CBN Claudius 96; COHEN 97; RIC 79, parma); il tipo era conosciuto anche in ambito celtiberico, come attestano i denarii di II sec. a.C. di Ikalkusken (Fig. 73; VILLARONGA 1988; ALMAGRO GORBEA 2005, p. 168, ig. 9). Per l’eficacia degli scudi in cuoio cotto, addirittura migliori

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Gli elmi con lophos dei fanti C e d sono resi con una calotta più profonda rispetto a quella degli elmi dei cavalieri A, la tesa sembra poi più marcata, e distinta da una gola: si possono identiicare con elmi a gola e tesa distinta - in lamina unica o compositi - diffusi soprattutto nel Piceno nel corso del VI sec.39, ancora in accordo con la datazione alta della Situla. Elmi simili continuano a esser attestati però anche nel V sec., nel repertorio igurativo di area hallstattiana, paleoveneta e illirica: nel cinturone di Va e (Fig. 4), nelle situle di Matrei40, Kuffarn41, Caporetto42, nella cista di Sanzeno43, in lamine di Este44; modelli con gola forse meno marcata - ma può esser un’impressione indotta dalla corsività dell’incisione - costituiscono il premio prestigioso di agoni pugilistici nel cinturone di Magdalenska Gora45, nella Situla Arnoaldi, in quelle di Va e46, Matrei, Kuffarn, Caporetto, in una lamina di Este47; il tipo è recato da fanti musicanti, con il lungo e pesante chitone che abbiamo visto sopra, nelle situle di Welzelach e di Magdalenska Gora48; l’identiicazione dell’elmo con il tipo a tesa distinta da gola sembra esser confermata dalla presenza di igure di guerrieri recanti elmi di analogo disegno, incise proprio su di un frammento di elmo di tale tipo, ancora da Magdalenska Gora49. Lo scudo subrettangolare dei fanti C trova un buon confronto nella più recente Situla Arnoaldi, alla cui analisi rimando. Il clipeo dei fanti d può esser considerato per forma e dimensioni di tipo “oplitico”, utilizzato cioè da una fanteria pesante che, se non opera in un vero e proprio schieramento falangitico - di qui le virgolette - tende comunque a disporsi in linea serrata: non è visibile il sistema d’imbracciatura dello scudo: porpax centrale e antilabé al bordo ne sancirebbero un uso pressoché esclusivo in formazione oplitica, ma la forma tonda e bombata, nonché le dimensioni stimabili intorno ai tre piedi, rendono
di quelli in lamina bronzea: COLES 1973, p. 140 ss. Possiamo ipotizzare che anche lo scudo ellissoidale del guerriero di Montefortini (Fig. 9) possa esser stato in materiale organico: forse in vimini intrecciati, in base alle nervature che - pur svolgendo anche un ruolo decorativo - dovrebbero descrivere la struttura dello scudo stesso (per la funzionalità degli scudi in vimini, ampiamente attestata dalle fonti classiche: MARTINELLI 2004, p. 48). 39 EGG 1988b, p. 227 ss., ig. 9:3-4. 40 GIOVANELLI 1845, tav. 1. 41 LUCKE - FREY 1962, nr. 40; NEBEHAY 1993; databile tra V e IV sec. 42 LUCKE - FREY 1962, tav. 33. 43 LUCKE - FREY 1962, tav. 67. 44 RUTA SERAFINI 2002, ig. 125:4. 45 LUCKE - FREY 1962, nr. 27; databile al V sec. a.C. 46 LUCKE - FREY 1962, tav. 73. 47 RUTA SERAFINI 2002, ig. 125:13. 48 LUCKE - FREY 1962, tav. 69. 49 TORBRÜGGE 1992, ig. 93.

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comunque un clipeo siffatto particolarmente adatto a una fanteria pesante di linea che operi principalmente con gli scudi “embricati”, cioè con la parte sinistra - inutile alla difesa del fante che lo reca - destinata a coprire il compagno a ianco, formando così il “muro di bronzo” della falange50. Iconograicamente ben attestato in ambito greco e nell’Etruria tardo-orientalizzante e arcaica, lo scudo tondo a orlo distinto, dal diametro almeno tripedale, è presente - seppur in maniera disomogenea - a nord dell’Appennino: appare nell’isolato pettorale (?) dalla riva del Rio Carpena presso Forlì51, lo troviamo ben rappresentato a Este, prima nella situla Benvenuti poi, nel corso del V secolo, in molte lamine votive52; nello stesso secolo scudi “oplitici” sono attestati archeologicamente a Bologna: un clipeo rivestito in bronzo faceva parte, con elmo e punta di lancia in ferro, dell’unica panoplia restituitaci dalla Felsina postarcaica, nel corredo della tomba Certosa 18053; scudi “oplitici” troviamo nelle stelai Ducati 34, 35, 44, 62, 73, 83, 84, 90, 104, 107, 110, 156, 160 (Figg. 12-16, 18-20) di V sec.54, nonché in quella di via Righi, di VI sec. torneremo più sotto su queste evidenze. I quattro fanti E recano il pesante chitone che abbiamo visto caratteristico dei cavalieri e dei fanti sopra citati, l’elmo è del tipo Oppeano55: l’esemplare eponimo è databile - sulla base della decorazione - alla prima metà del VI sec., il tipo perdura ancora nel V sec., come attestano i fanti della situla di Providence56 (Fig. 3).
Per uno schema del serrarsi della falange oplitica: WARRY 1980, p. 34. GUZZO - MOSCATI - SUSINI 1994, nr. 722; MANFREDI - MALNATI 2003, pp. 108, 162. FOGOLARI 1975, tav. 114; RUTA SERAFINI 2002, igg. 53; 54:1-5,7,8; 55; 62; 92; 100:1, 108:1, 2 (cavaliere), 5a; 109:5b; 125:1-3, 5-7, 9-11; tutte di V sec. 53 VITALI 1987, p. 369; SASSATELLI 1990, p. 83 ss.; MALNATI 1993, p. 151; MANFREDI - MALNATI 2003, p. 182. 54 Per la datazione delle stelai: SASSATELLI 1989. 55 tipologia che dal VII-VI sec. dell’esemplare eponimo (FREY 1986) sembra scendere al V sec. con un es. dal letto dell’Adda presso Cremona (Antike Helme 1988, p. 498 s.) e con quelli dei guerrieri sulla Situla di Providence. DE MARINIS 1998 ipotizza una produzione di tali elmi nell’area alpina centrale. Il lungo lasso temporale tra così poche evidenze può esser colmato anche supponendo che elmi di tale foggia fossero anche in pelle o cuoio imbottiti, come forse - stante l’attività non bellica - quello dell’aratore sulla situla di Nesazio (MIHOVILIC 1992, ig. 2; per un reperto conservato si veda il copricapo in pelle dell’Uomo di Tollund, del IV sec. a.C.). In mancanza di contesti, l’analisi della decorazione sembra confermare una datazione alta dell’esemplare eponimo: gli stilemi orientalizzanti vi sono ancora vitali e consapevoli, come la divisione coloristica a zone del corpo degli animali; il centauro - del tipo più antico, a corpo umano intero - ha l’ala preziosamente condotta con ricco piumaggio che s’irraggia da una nervatura sinuosa desinente in un ricciolo calligraico, come quella degli animali fantastici e del fogliame nella Situla Benvenuti, datata tra VII e VI sec. (FREY 1969), troviamo un’ala già più rigida nella Situla della Certosa e ormai atroizzata nella cista di Appiano (opera forse di un artigiano di minore abilità; LUCKE - FREY 1962, tav. 62); anche il dorso particolarmente sinuoso dei cavalli dell’elmo di Oppeano non ha raggiunto la maggior coerenza anatomica propria dei prodotti del V sec. 56 LUCKE - FREY 1962.
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Non importa qui sapere se, nella fascia superiore della Situla della Certosa, si sia inteso rappresentare un unico e composito contingente militare, espressione di un’unica realtà politica, o il riunirsi di contingenti omogenei di diversa origine nell’occasione solenne della celebrazione dell’ovetaurilia57 della fascia sottostante. Certo è che la lunga teoria di guerrieri documenta un ambiente sociale, economico, politico, che ha saputo creare e/o riunire gruppi armati diversiicati, con panoplie omogenee e complementari: 5 diverse “specialità” riunite in una sola scena, come non troviamo e non troveremo mai nell’Etruria propria. Che tale complessità di schieramento sia un dato reale e duraturo in ambito felsineo, non dettato quindi da un’esigenza di variatio compositiva del toreuta della Situla della Certosa, sembra confermato da un’altra monumento bolognese, la Situla Arnoaldi (Fig. 2), dell’inizio del V sec.: un fante (A) con elmo a calotta a bordo rinforzato e pomello apicale, scudo subrettangolare con umbone a spina, ha impiccato a terra le sue due lance e suona il corno; lo segue un cavaliere (B) apparentemente inerme, con zuccotto o cervelliera; quindi abbiamo un’insegna astile con falera e crescenti impiccata a terra (h); un fante (C) con chitone, doppia lancia, scudo come quello di A, elmo con lophos, a bassa calotta e tesa non distinta; un fante (D) come il precedente ma con elmo senza lophos; 4 fanti (E) come i precedenti, ma con l’elmo a calotta apicata del fante A; quindi un fante (F) come i precedenti ma con elmo a calotta con lophos e scudo tondo a bordo distinto, probabilmente oplitico; poi un fante come C, inine un cavaliere (G) con due lance, elmo a calotta, scudo rotondo a bordo distinto probabilmente oplitico. Un totale di almeno sei diverse panoplie. Come per la Situla della Certosa, anche qui possiamo istituire buoni confronti per le singole armi, non però per l’insieme degli armati. L’elmo a calotta con bordo rinforzato e pomello apicale dei fanti A, D, E si colloca nella tradizione degli elmi aperti, a bordo dritto, privi di tesa e paranuca e di semplice struttura che - senza un necessario rapporto evolutivo, se non quello funzionale - dai tipi apicati continentali della tarda età del bronzo e della prima età del ferro58 scende ino al tipo “Montefortino”, ben diffuso nella penisola ma di matrice celtica59. Reca forse un elmo del nostro tipo un bronzetto da Landeck, coevo alla Situla60.

57 Mi si passi il neologismo, mancando tra le vittime il maiale per avere un suovetaurilia. 58 SCHAUER 1988; VON HASE 1988. 59 CHERICI 2006, p. 392 ss. 60 EGG 1980, ig. 2; forse simili - ma potrebbero esser anche del tipo Montefortino - gli elmi di fante e cavaliere in una placca di argento dalla tomba 119 di Gostilj (Montenegro), della ine del III sec. a.C.: KRUTA 2000, ig. 94.

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Abbiamo visto come scudi subrettangolari fossero presenti nella Situla della Certosa; in quella Arnoaldi presentano tutti il caratteristico umbone a spina rinforzato da una placca centrale che - nel V sec. - ritroviamo in analoghi scudi subrettangolari o ellissoidali di area padana, hallstattiana, illirica e celtica: in ciste e lamine da Vicenza61 (Fig. 24), Este62 (Fig. 25), Va e (Fig. 4), Hallstatt63 (Fig. 26); al IV sec. si data un complesso di decine di scudi in legno da Hjortspring64 (dK) (Fig. 27), complesso che evidenzia da un lato come molti scudi di tal foggia fossero completamente realizzati in materiali organici, dall’altro dimostra la sostanziale contiguità e contemporaneità dei tipi subrettangolari ed ellissoidali. L’accurata descrizione delle caratteristiche interne sia degli scudi Arnoaldi, sia di quelli citati a confronto ci consente di riconoscere in essi il tipo che, almeno dal IV sec., diverrà “arma nazionale” celtica, caratterizzando tali popolazioni nella ceramograia etrusca65 (Fig. 28) come nei trofei di armi a ricordo della vittoria di Attalo sui Galati66. Le entità statali che si trovarono coinvolte negli scontri imposti dall’espansione celtica, o in quelli in cui i Celti operavano come mercenari, ebbero modo di apprezzare la funzionalità di tale scudo in formazioni che consentivano di svincolarsi dalla scarsissima malleabilità tattica dello schieramento in linea imposto dallo scudo tondo oplitico: ne conseguì un’immediata introduzione di scudi “celtici” - con adeguamento di formazioni e tattiche - negli eserciti tracoillirici67 (Fig. 29), dell’area greco-macedone, ino all’Egitto ellenistico68 (Fig. 30); Roma (Fig. 36), e l’Etruria (Figg. 32-33) sostituirono
ROTH 1978, ig. 1. FOGOLARI 1975, tav. 71:1; RUTA SERAFINI 2002, ig. 100:8. Fodero di spada, in bronzo, dalla tomba 994: GREEN 1995, ig. 20.6 (con datazione troppo bassa); I Celti 1991, pp. 131, 166. 64 KAUL 1988. 65 Vedi, nel IV sec., lo stamnos e il cratere a calice falisci Bonn, Akademisches Kunstmuseum (I Celti 1991, p. 62), e Louvre 9830001 (Fig. 28; CVA Louvre 22, p. 20, tav. 1), con i guerrieri altrimenti nudi che recano elmi di tipo Montefortino, uno con menisco a tridente come nell’es. dalla necropoli di Filottrano. 66 Vedi la balaustra del tempio di Athena nikephoros a Pergamo o lo stesso “Grande donario” dove, se le repliche sono fededegne, le igure dei Galati giacevano su scudi di questo tipo: I Celti 1991, rispettivamente pp. 335 e 231 ss. 67 Vedi la scena di battaglia nel dromos della tomba di Kazanluk in tracia (SHIVKOVA 1973, tav. 15 e passim; MORITZ 2006, p. 108 ss., tavv. 12, 14-17); un esemplare è stato rinvenuto a dolna Koznitza (Museo di Kyustendil, Bulgaria). All’opposto, nella penisola iberica il tipo sarà d’uso corrente solo nel celtiberico tardo (I sec. a.C. per ALMAGRO GORBEA - LORRIO 2005), anche se sembrerebbe esser presente già nel III sec. unitamente all’elmo tipo Montefortino, come tradisce la Fibula Braganza, realizzata da un artigiano greco ma di provenienza celtiberica, al British Museum (Fig. 31). 68 Qui anche con l’inserimento di effettivi galati: vedi la stele di metà III sec. di Bitios iglio di Lostoiex il Galata, dalla necropoli di Ibrahimieh ad Alessandria (Fig. 30; new York, Metropolitan Museum).
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il clipeus rotondo con lo scutum oblungo69, e questo sarà talmente simile al modello celtico che un esemplare ligneo rinvenuto pressoché intatto a Kasr el Harit (El Fayum) è stato a lungo ritenuto di un mercenario galata, mentre è quasi sicuramente appartenuto a un legionario romano70. Abbiamo visto come per gli armati delle Situle della Certosa e Arnoaldi si possano trovare singoli confronti in area etrusca, picena o padana come in ambito celtico, hallstattiano, illirico, ma nessun monumento, nessuna classe monumentale, nessuna area culturale presentano nel VI-V sec. a.C. una tale varietà di armati, tanto meno organizzata in un sistema coerente. Tale evidenza rende plausibile pensare che le Situle della Certosa e Arnoaldi siano state realizzate espressamente per una committenza felsinea; per tali ragioni potremmo forse azzardare la proposta di una provenienza bolognese anche per la Situla di Providence (Fig. 3), che pure presenta uno schieramento di armati coerente, esteso e omogeneo che ben si collocherebbe nell’ambiente che ha prodotto, o per il quale sono state prodotte, le due situle di gran lunga più rappresentative, nel VI-V sec., di un apparato militare evoluto, testimoniato non dalla corsiva citazione di singoli armati, ma dall’attenta presentazione di articolati schieramenti. torniamo alla Situla della Certosa: abbiamo detto che le diverse specialità militari rappresentate potrebbero tradire diverse provenienze dei gruppi in armi, avremmo perciò in essa la documentazione di un territorio che ha saputo sviluppare, nelle sue singole comunità, una tipizzazione delle armi e delle panoplie, con tenute militari omogenee e tipiche, tribali o etniche: realtà tribali o etniche particolarmente evolute quindi, in grado di imporre una panoplia, quasi una “divisa” militare, di produrre un’armeria omogenea per tutti gli abilitati alle armi della propria comunità. una lettura, questa, che non possiamo aprioristicamente escludere, salvo far notare che nessuna realtà politica autonoma - da quella meno evoluta a quella più evoluta - affronta la guerra con un’unica panoplia, e le “specialità” militari che le fonti antiche attribuiscono a certi popoli - frombolieri baleari, arcieri scitici - sono dovute alle selezioni, alla scelte, operate dal mercato mercenario, cioè alle esigenze di realtà politico-economiche più evolute che da tali regioni attingevano determinate specializzazioni militari: quelle non presenti - per minor perizia o per inopportunità politica71 - nelle schiere dei propri abilitati alle armi.
CHERICI 2006, p. 391 ss. Sull’evoluzione storica dell’arma: EICHBERG 1987. JONES - MATTINGLY 1980. Attribuire un ruolo tattico importante a specializzazioni militari “umili” quali frombola o arco - che non richiedevano investimenti economici per l’acquisto
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Più probabile, a mio parere, identiicare nel complesso schieramento descritto dalle Situle della Certosa e Arnoaldi l’espressione di un’unica, matura, realtà politica. Sappiamo come, nel mondo antico, i processi di formazione delle società urbane prevedano che, nell’organizzarsi e nel deinirsi in esse dello sforzo militare, questo venga a far leva non più su chi è abile alle armi, ma su chi vi è abilitato per nascita o per censo, visto che l’abilitazione medesima viene a esser intimamente connessa alla rappresentatività politica in seno alla nuova entità urbana: questo fa sì che il modo di armarsi e di combattere a ianco dei compagni, che prima dipendeva dalla capienza economica, dalle abilità, dall’animosità e dalla prestanza isica del singolo - basti pensare alla varietà di panoplie e di tecniche belliche dell’Iliade - assuma le caratteristiche di una dichiarazione di rango in seno a un’omogenizzazione e organizzazione delle schiere che da un lato risponde a esigenze tattiche, dall’altro rappresenta l’immagine della città, del populus, dell’insieme dei liberi atti alle armi72. È l’immagine politica della città che la storiograia antica ha legato alle riforme di Solone in Attica, di Servio Tullio a Roma. date tali premesse, il crearsi di uno schieramento articolato in gruppi di diverso armamento - cioè di diverso peso militare, e quindi di diverso peso politico - è proprio di una realtà urbana ormai matura, ed è reso possibile in modi che possiamo riassumere come segue: 1) con il ricorso a mercenari: truppe allotrie pagate per combattere, che non reclamano quindi capienza politica nelle realtà in cui servono in armi; 2) con il ricorso a corvée imposte a gruppi sottomessi (gli Iloti a Sparta); 3) con il ricorso a clientes o sodales da parte di una gens o di un individuo egemone (i Fabi al Cremera; il Poplios Valesios del Lapis Satricanus); 4) con il ricorso straordinario ai liberi altrimenti esclusi per nascita e/o censo dal servizio in armi, ricorso disciplinato da un istituto giuridico che ne neutralizza la valenza politica (come il tumultus a Roma, probabilmente documentatoci anche a Volsinii in risposta all’incursione di Fabio Rulliano)73; 5) con
dell’arma, né allenamenti speciici per il suo uso (con la frombola e con l’arco si pratica una caccia individuale e non “eroica” che ha come primo scopo l’acquisizione del cibo), signiicava riconoscere un ruolo a quei ceti inferiori che le classi egemoni non volevano abilitare alle armi per non dover poi riconoscer loro un ruolo politico (CHERICI 1999, p. 204 ss.). 72 Su tale deinizione vedi COLONNA 1985, p. 242. 73 CHERICI 1999, p. 205 s. La pratica degli arruolamenti per tumultus è spesso fraintesa nell’escussione delle fonti storiograiche antiche: con termini quali “militia tumultuaria” e simili, l’autore antico non intendeva tanto indicare l’aspetto e l’essenza improvvisata e raccogliticcia degli armati - come spesso si legge nelle traduzioni - quanto il ricorso a una ben precisa procedura che sospendeva quella della leva censuaria: una sorta di moderno “stato di assedio”. La pratica della chiamata

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l’allargamento della possibilità di accesso alla milizia, di solito con l’identiicazione di soglie censuarie corrispondenti a diverse modalità di armamento, conferenti quindi diversi “pesi” politici (a Roma, il sistema c.d. serviano). La modalità 1) è senz’altro plausibile per spiegare la rappresentazione delle diverse tipologie di armati sulla Situla della Certosa: in ambito veneto, illirico e hallstattiano possiamo infatti identiicare precisi richiami alle panoplie delle nostre diverse schiere. Abbiamo visto però come a Bologna troviamo uno schieramento di complessità analoga anche nella recenziore Situla Arnoaldi: anche per essa dovremmo quindi pensare a una formazione militare sostanziata e resa composita da mercenari, ma in entrambi i casi avremmo l’anomalia di un oggetto di particolare pregio e di particolare cura formale in cui la parte principale della scena è tenuta appunto da elementi allotri, e questo in un ruolo-chiave quale appunto la milizia, né appare evidenziata negli armati una gerarchia in cui tali schiere contribuiscano ad accrescere la gloria di una singola igura o di un gruppo egemone: gli armati delle Situle Certosa e Arnoaldi sembrano invece concorrere tutti a una medesima dignità anche quando, come nella Arnoaldi, uno di essi abbia un corno per dare ordini, e accanto a un altro armato appaia un’insegna74. Tale constatazione porta a considerare come poco verosimile l’ipotesi 2); per la 3) potremmo trovare qualche appiglio nell’accennata igura di fante con corno o nella presenza dell’insegna, ma entrambi gli elementi sono materialmente utili nella battaglia, sono strumenti tattici il cui uso non implica necessariamente una diversità di rango, come invece nel caso delle scene sull’uovo di struzzo dalla tomba d’Iside a Vulci75, in alcuni cilindretti orvietani76, probabilmente sull’omphalos di Murlo77, in cui le schiere di fanti in armatura pesante, “oplitica”, quindi di buona capienza economica, sono guidate da un “oplita” che si muove su carro. Senz’altro da escludere è l’ipotesi 4), un esercito formato per tumultus: possiamo immaginare come lo schieramento che ne derivava fosse coerente limitatamente alla classis degli abilitati alle armi:

alle armi della “milizia tumultuaria” continua ino ai primi secoli dell’età moderna (si veda BOTERO 1600, lib. I, Degli eccellenti nella sodezza) in quando cioè il deinitivo avvento delle armi da fuoco determinerà modi di dar battaglia e quindi di strutturare l’esercito radicalmente diversi rispetto al medioevo e all’età antica. 74 È pur vero che omogenee schiere di mercenari sono rappresentate in monumenti di particolare pregio, quali - nel VII sec. a.C. - gli opliti greci della Patera di Amatunte (BOARDMAN 1986, p. 52 s., ig. 19), ma quelle immagini ci riportano alla realtà politico-economica del Vicino Oriente, assai più evoluta e articolata. 75 RATHJE 1986, ig. 5. 76 CAMPOREALE 1972, fregio XXII, tav. XXIV:b. 77 STOPPONI 1985, nr. 3.689.

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organizzata con speciiche dotazioni d’arma e allenata alla disciplina di una formazione in linea; per il resto si trattava di milizie che, ammesse alle armi “extra ordinem”, non potevano formare uno schieramento omogeneo né per armi né per disciplina né per aspetto esteriore; dificile poi immaginare che, a distanza di quasi un secolo, due monumenti di grande pregio quali le nostre due situle abbiano voluto rappresentare uno schieramento che doveva invece essere eccezionale, quale appunto quello offerto dalla militia tumultuaria. La modalità 5) è l’unica che offra senz’altro schiere coerenti come quelle proposte dalle due situle; vasi che, se sono condotti e decorati secondo lo stile della c.d. “Arte delle Situle”, sono isolati in quella produzione per la complessità dello schieramento militare proposto e ben si attagliano dunque, come accennato, a esser state realizzate a - o per - Felsina, cioè per la realtà politica ed economica più matura dell’area culturale più evoluta in territorio transappenninico, quella in grado di evolvere e coagulare uno schieramento che non solo costituisce una parziale adozione e insieme un superamento della tattica afidata alla sola fanteria pesante - ben poco eficace in una terra di frontiera quale l’Etruria padana - ma testimonia anche, nella varietà dei gruppi di armati, la probabile avvenuta elaborazione politica di un articolato sistema di accesso alle armi. non è un caso quindi che Pallottino, nella VI edizione di Etruscologia, avesse intravisto nella Situla della Certosa un commento per immagini al complesso e polifunzionale ordinamento politico-militare attribuito per Roma a Servio Tullio78. Lo stesso autore espunse poi il richiamo all’ordinamento serviano: la moderna analisi storica aveva nel frattempo proposto che l’esercito della Roma monarchica e protorepubblicana fosse in realtà ben più semplice di quanto ricostruito da Livio (I, 43)79: all’epoca Roma abilita alla milizia una classis omogenea, “oplitica”, o - più precisamente - una fanteria pesante di linea dotata di scudo tondo, il clipeus, adatto a uno scontro frontale in schieramento serrato, kalkaspides kai phalangêdon, mediato dall’Etruria80. L’Urbe innerva il proprio impegno bellico intorno a una fanteria di uguali che combattono ianco a ianco, uguali “abilitati” alle armi per nascita e/o per censo, dotati per questo di pienezza politica. tale classis è supportata da schiere “infra classem” che svolgono ruoli di supporto e iancheggiamento che sfuggono alle possibilità della fanteria pesante, si muovono cioè fuori dalle logiche di uno schieramento di linea, per il quale schieramento non sono
78 PALLOTTINO 1980, p. 333 s.; analoga rilessione in MANFREDI - MALNATI 2003, p. 161 s. 79 AMPOLO 1988, p. 219 ss. 80 ATHEN. VI, 273f; DIOD. XXIII, 2; Ined. Vat. III.

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armate né - particolare che di solito sfugge - allenate, perché è sì importante aver la capienza economica per dotarsi di un’armatura pesante, ma è vitale poi avere il tempo per allenarsi alle armi non con attività anche produttive (quali la caccia con spiedo, arco o frombola), ma con la dimestichezza ad armi e tecniche che solo nella battaglia vengono utilizzate: l’asta da mano e la spada sono armi solo belliche, e il combattimento in linea non riproduce nessun’altra attività: il movimento rapido e attento, anche in gruppi “aperti”, l’uso di armi da getto s’imparano invece con la caccia, l’arma da botta per eccellenza, la scure, è strumento d’uso quotidiano, ma frombole, arco, scuri e formazioni aperte non trovano spazio nel combattimento schierato, “oplitico”. Le schiere di supporto si attivano solo in caso di effettivo bisogno, non sono strutturate militarmente e non godono di rappresentatività politica, per questo hanno lasciato labili tracce di sé nei reperti, nelle immagini, nelle fonti storiche, salvo che nella traccia dell’opposizione funzionale - e politica - tra clipeus e scutum (aspis e thureos), traditaci da Livio (I, 43) e dionigi di Alicarnasso (IV, 16-17): il clipeus è arma da schieramento in linea, dal prezioso rivestimento bronzeo, lo scutum è arma di protezione individuale e non ha mai le caratteristiche di un’arma costosa anzi, la sua denominazione greca (thureos) richiama, oltre alla forma, il materiale in cui è realizzato: assi di legno, vimini intrecciati, come quella latina: scutum da skutos, il cuoio, la pelle con cui era rivestito o anche costruito81. La tendenza a rappresentare la città, la comunità in armi, il populus, solo attraverso coloro che avevano piena personalità politica, quindi con i fanti che combattono in linea dotati di scudo “oplitico” tondo, si mantiene a lungo nelle fonti iconograiche dell’Etruria coeva e posteriore alla data tradizionale della c.d. riforma serviana: l’oinochoe della tragliatella, la prima Pisside dalla Pania, l’uovo di struzzo dalla tomba d’Iside a Vulci, l’omphalos di Murlo, la grande base discoidale di Chiusi82, alcuni buccheri a cilindretto, l’anfora del Pittore di Aniarao a Basilea83 o l’oinochoe dello stesso a Londra84, l’anforetta del Pittore di Micali da Tarquinia85 - per citare i monumenti di maggior evidenza86 - esibiscono schiere di fanti con identico
81 di qui anche la forma, che permette di ottimizzare senza sprechi l’uso di una pelle conciata: non a caso esistevano, come vedremo, scuta foggiati “a pelle di animale”, realizzati cioè irrobustendo un’intera pelle che manteneva la sua forma di concia. 82 Palermo 8446: JANNOT 1984, ig. 65, vedi anche ig. 70. 83 MARTELLI 1987, nr. 106. 84 MARTELLI 1987, nr. 111. 85 Tarquinia RC1042; SPIVEY 1987, nr. 35, ig. 6:b; Un artista etrusco 1988, p. 68 s., nr. 14, ig. 97. 86 Per un elenco BRUNI 2004, p. 26 ss.

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clipeo tripedale, verosimilmente oplitico, spesso con identico episema, schiere talvolta gerarchizzate al seguito della igura di un carrista87. nessun altro gruppo in armi diversamente organizzato ha dignità di esser rappresentato88. Prima della codiicazione politica che identiica in chi combatte in linea il nerbo politico della comunità, gli scudi in Etruria e nel Lazio erano di forma e dimensioni adatte allo scontro individuale, alle monomachie a ranghi aperti; il tipo più diffuso era quello tondo bipedale89: avava un’unica maniglia centrale, s’impugnava quindi con la sinistra e non s’imbracciava, era quindi mobilissimo e non potendo far forza sull’intero avambraccio - adatto a parare solo i colpi diretti di uno scontro individuale, “eroico”, come esaltato a metà VII sec. nella nota ibula aurea a disco da Vulci, a Monaco90; questi scudi sono archeologicamente ben attestati grazie alla loro lamina bronzea esterna. ne esistevano anche di ellissoidali a sviluppo verticale con umbone a spina fusiforme, esattamente come quelli - più recenti - che abbiamo visto sopra; anche allora dovevano esser soprattutto in materiale organico, sono infatti attestati solo iconograicamente o da modellini: nelle lastre di chiusura di alcuni pozzetti vetuloniesi91 (Fig. 39), in un cinerario di Città della Pieve92 (Fig. 38), in esemplari miniaturistici da Bisenzio e da Veio93. Erano strutturalmente analoghi a quello che sarà poi lo scudo celtico, cioè lo scutum che etruschi e romani sostituiranno al clipeus quando le esigenze tattiche dello scontro con le stesse popolazioni celtiche e l’evoluzione politica interna alle città determineranno la crisi dello schieramento in linea per privilegiare quello manipolare94: lo scudo celtico diverrà allora lo scudo nazionale romano, tanto da apparire - all’inizio del III sec. - nei quadrilateri (Fig. 34) dell’Urbe95, o nella personiicazione della stessa Roma in armi96 (Fig. 35), forse

87 In ambito veneto troviamo la scena nella Situla Benvenuti e, probabilmente, nella sopracitata lamina dal letto del Bacchiglione. 88 Fatta eccezione per una oinochoe del Pittore di tityos a Stoccolma (JANNOT 1991, ig. 5) - che però esibisce una scena mitologica - e un cippo chiusino ove compaiono però singoli armati (London d15: JANNOT 1984, igg. 502-506). 89 Alcuni potevano esser ancor più piccoli, come quelli attestatici dai duellanti del carrello dalla tomba Olmo Bello II di Bisenzio (CHERICI 2005, p. 143) o, a Bologna, dagli scudi delle tombe Benacci 70 e 340 (MORIGI GOVI - TOVOLI 1993). 90 CRISTOFANI - MARTELLI 1983, nr. 100. 91 GALLI 1924, p. 168, ig. 10. 92 MILANI 1898, tav. LVIII 2; MINTO 1951, p. 28, ig. 3. 93 CHERICI 2005, igg. 33-34. 94 CHERICI 2006, p. 389 ss. 95 RRC 13. 96 Vedi il nomos di Locri del 275-270 con Roma incoronata da Pistis (Fig. 35): POZZI PAOLINI 1979, tav. 1:12; LING 1984, tav. 95:b; Historia Nummorum, Italy 2347.

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anche nella consapevolezza di aver riesumato un antico modello di scudo visto che nell’89 a.C. L. titurius Sabinus utilizza tale forma per ricordare in un denario gli scudi - sabini - della prima Roma, quelli della leggenda di Tarpeia97. di fronte a una tale evoluzione delle schiere in Etruria e a Roma, la Situla della Certosa documenta per immagini come in ambito etrusco-padano si sia formata già nel VI sec. - quando in Etruria si rappresentano solo fanti clipeati - una composita milizia basata su specializzazioni d’arma che, come verrà poi confermato dalla Situla Arnoaldi - e, forse, da quella di Providence - concorrono a creare uno schieramento polifunzionale complesso e coerente, fatto di schiere con clipea e di schiere con scuta, schieramento che l’Etruria propria forse non ha ancora o comunque rinuncia a documentare, mentre Roma lo porterà a compimento - istituzionalizzandolo - oltre un secolo dopo, nello scontro con i Galli e con Veio.

Signa militaria di V sec. nell’Etruria Padana e nel mondo celtico Quanto inferibile dalle due situle sembra confermato coerentemente da altre evidenze di ambito felsineo, tracce ulteriori del precoce sviluppo di una struttura militare complessa, e quindi di un evoluto sistema politico che regolasse le forme di accesso ai ranghi della milizia. Nella Situla Arnoaldi abbiamo probabilmente la prima attestazione iconograica in ambito italico di un signum militare (Fig. 2:h), in tutto analogo a quelle che saranno poi le insegne manipolari delle legioni romane: dalle fonti sappiamo che loro elemento base era una lancia, che poteva restar nuda98 o poteva essere fregiata99 con una o più phialai o

97 Vedi il denario dell’89 a.C. di L. titurius Sabinus (Fig. 37): RRC 344/1a; FARNEY 2007, p. 86, ig. 7:c. È invero probabile che scuta ellissoidali continuassero a esser in uso in età arcaica e postarcaica: a Roma e in Etruria imbracciati dalle truppe di rincalzo, altrimenti presso le popolazioni dell’Appennino che non avevano mai sviluppato una vera fanteria pesante di linea: per il IV sec. sappiamo da Livio (IX, 40, 2) che i Sanniti avevano scuta trapezoidali “summum latius … fastigio aequali; ab imum cuneatior mobilitatis causa”; lo scudo ellissoidale che presenta un fante verosimilmente sannita (ha il solo schiniere sinistro, cfr. LIV. IX, 40, 3), sul coperchio di situla prenestina a Berlino (Fig. 40; BORDENACHE BATTAGLIA 1979, p. 3 ss., tavv. I-III) può anche esser stato mediato dai Galli, stante la datazione della situla stessa, così come - un secolo dopo - quello ancora di un probabile sannita nelle pitture della tomba di Q. Fabio sull’Esquilino (Roma 1973, nr. 283). 98 “Inhonora signa” (TAC., Hist. IV, 62), innexa signa o incompta signa sono propri, insieme ai fasci rovesciati, di occasioni luttuose (TAC. Ann. III, 2). Per il valore simbolico della lancia: CHERICI 2007, p. 244 s. 99 “Ornare signa” in SVET., Claud. 13.

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phalarae (Figg. 43, 59)100; sotto tali inserti discoidali c’era sempre un crescente, forse con valore apotropaico101, solitamente con le punte in alto: elementi che compaiono tutti nell’insegna Arnoaldi. Credo che tale identiicazione possa esser indirettamente avallata dal fatto che l’evidenza offerta dalla Situla non è affatto isolata in ambito etrusco-padano. Le stelai Ducati 2 e 10 (Figg. 41-42), di V sec., mostrano due personaggi stanti che tengono con la destra un’insegna astile poggiata a terra, desinante in alto con un elemento igurato fortemente eroso che un esame a luce radente consente però ancora di leggere102. L’insegna della stele 2 (Fig. 41) presenta - come già riconosceva Ducati - un grosso volatile volto a destra, riconoscibile nel suo contorno: la testa con il becco verso destra, il collo brevissimo, il corpo robusto e tondeggiante, l’ala alzata indietro, la coda trapezoidale leggermente obliqua; la silhouette non consente di leggere altri particolari, ma l’insieme richiama senz’altro per forma e proporzioni lo scettro astile di Tinia, come ci verrà presentato su specchi etruschi recenziori (Fig. 67)103: lo stesso ostentato da un personaggio coronato sacriicante su una cista prenestina (Fig. 66)104, sulla quale torneremo. L’insegna della stele 10105 (Fig. 42) termina con una tabella rettangolare dal bordo inferiore decorato a denti di lupo, sormontata da un cinghiale gradiente a sin. di cui è appena percepibile il muso e l’orecchio obliquo, mentre più chiaramente leggibili sono il dorso arcuato con criniera continua, le brevi zampe, il sesso: il proilo compatto e atticciato sembrerebbe quello con cui l’animale viene rappresentato nella ceramograia attica di V sec.106; la tabella rettangolare sarà un elemento ricorrente nelle insegne romane (Fig. 43), per identiicare con un numero il manipolo e per far da base all’animale totemico; nello speciico un cinghiale, animale che vedremo proprio, nei secoli successivi, delle insegne celtiche107.
100 Sappiamo da Polibio (VI, 39, 3) che, quale riconoscimento di atti di valore, si conferivano phialai ai fanti, falere ai cavalieri. troviamo una sola phiale nella stele del signifer Pintaius a Bonn (vedi n. 141). 101 Cfr. PLAUT., Epid. 640; HESYCH. s.v. “selenis”. 102 Ringrazio C. Morigi Govi, A. dore e L. Minarini, del Museo Civico Archeologico di Bologna per la gentile, pronta e fattiva collaborazione nell’analisi a luce radente delle stelai. 103 GERHARD, tav. LXXXII. 104 BORDENACHE BATTAGLIA 1979, tavv. LXVIII-LXX. 105 Sulla quale: MALNATI 1993, p. 151 s., con bibl. 106 Specie nella seconda metà del secolo: vedi il coperchio di pisside del Marlay Group Würzburg H5342 (BAdRn 6382, CVA Würzburg 2, p. 46 s., tav. 32:2-5), la pelike Wien 781 (BAdRn 12066; LABORDE 1813, tav. 92; CVA Wien 2, p. 21 s., tav. 78:1-2; BERNHARD WALCHER 1991, p. 111, nr. 69), la kylix attr. al Pittore di Curtius, northampton, Castle Ashby 59 (BAdRn 399; BERARD 1987, p. 128, ig. 12; CVA Northampton, p. 23, tav. 37:1-4). 107 I signiferi, ambedue recanti un copricapo a bassa calotta e breve tesa forse pertinente al ruolo, compaiono in un’identica scena, tra suonatori di tromba seduti

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Alle insegne astili felsinee possiamo forse afiancare la cimasa bronzea a doppia protome equina rinvenuta nella tomba Valle Trebba 306 (Fig. 44), uno dei rari corredi con armi (una spada) nelle necropoli di Spina: l’interpretazione come insegna, proposta da Malnati108, appare più che plausibile tenuto conto della foggia, delle proporzioni e del peso dell’oggetto, del suo immanicarsi verticalmente sull’alto di un’asta in ferro, dell’assenza di elementi o tracce (anelli, fori, tacche etc.) che ne facciano sospettare un uso diverso da quello della semplice ostensione; nel II sec. a.C. abbiamo un signum analogo per forma e dimensioni in ambito celtiberico, in una ricca tomba con armi di Numanzia (Fig. 45)109; ambedue i reperti sono antesignani di signa analoghi - per foggia, proporzioni, modo d’innesto - attestatici nei manipoli di Roma imperiale (Fig. 48)110. Vedremo come ci sia probabilmente una ben precisa ragione nel precoce apparire di signa militaria in ambiti così lontani da Roma, solo apparentemente “marginali”. Un’insegna analoga e contemporanea a quelle di Felsina e Spina appare anche in ambito golasecchiano, nella notevole quanto isolata Stele di Bormio111 (Fig. 49). L’unicità del manufatto, la qualità del rilievo e il suo rigore compositivo hanno indotto taluni studiosi a proporne una datazione alle
e una coppia di pugilatori/lottatori: non è un contesto propriamente militare, ma la lotta è attività contigua e propedeutica alla guerra; la luce radente (Figg. 41-42) con sente poi di osservare la particolare foggia delle trombe, a canna lunga, sottile e di diametro costante desinente in un piccolo padiglione emisferico: non si tratta dunque della tuba tirrenica a lituo, né di quella romana con canna di diametro progressivamente allargantesi in un padiglione svasato, la foggia trova puntuale riscontro nelle salpinges militari della ceramograia attica a f.r. (vedi l’hydria irmata Hypsis da Vulci, München 2423: BAdRn 200170; PAQUETTE 1984, p. 83, T13; SCHEFOLD 1978, ig. 137; LIMC I, tav. 519, Amazones 740; BOARDMAN 1975, ig. 43; CVA München 5, p. 18 ss., tavv. 222:2, 224:1-2, 225:3, 226:6; la kylix attr. a Oltos, Malibu 80.AE.154: BAdRn 16776: WESCOAT 1986, pp. 59, 61, 71; LIMC VII, tav. 680, Kassandra 106; VIII, tav. 400, Ilioupersis 4; HARNECKER 1992, tavv. 11 s.). Strumenti di foggia e tecnica musicale diversa rispetto a quelli etruschi e romani (cfr. LIV. XXV, 10, 4), saranno probabilmente giunti a Felsina grazie agli intensi commerci greco-adriatici e avranno forse mantenuto anche l’originario impiego bellico (THUK. V, 10; VI, 60, 2; XEN. Hell. V, 19; Anab. IV, 4, 22; DIOD. XVI, 27). 108 Che richiama anche l’insegna nella Situla Arnoaldi e quella della stele ducati 10: MALNATI 1993, p. 156, ig. 126. 109 databile al II sec. a.C.: LORRIO - RUIZ ZAPATERO 2005, p. 209, ig. 22; ALMAGRO GORBEA 2005a, p. 170 ss., ig. 12. 110 Un analogo signum bronzeo con leone da Nijmegen (NL) è conservato presso il locale Museum Het Valkhof. 111 Rinvenuta nel 1944 nella demolizione di un ediicio, dove era impiegata come materiale edilizio: RITTATORE VONWILLER 1971; RITTATORE VONWILLER 1972; RITTATORE VONWILLER 1975, tav. 168; PAULI 1973; DE MARINIS 1976; CONNOLLY 1978, pp. 48 s., 56 s.; L. PAULI, in Die Kelten 1980, p. 208, nr. 21; STARY 1981, tav. 73:2; I Celti 1991, p. 94, nr. 264; KRUTA - MANFREDI 2000, p. 35, ig. 16; DUCEPPE LAMARE 2002, p. 288.

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soglie della romanizzazione, ma l’impressione di aver a che fare con un rilievo realizzato con tecnica rafinata viene soprattutto dalla buona qualità della pietra utilizzata, il serpentino. Rinvenuta nel 1944 nella demolizione di una casa nei cui muri era impiegata come materiale edilizio, consta di un frammento di lastra in origine probabilmente rettangolare112, con decorazione igurata scolpita su almeno due registri orizzontali sovrapposti, separati da una cornice a nastro decorato con tratti a zigzag o incrociati: rimane parte del registro superiore, con tre igure di armati (due intere), e traccia di uno inferiore, in cui era almeno un guerriero a giudicare dalle tracce di un probabile lophos. La composizione su più registri è quella delle stele felsinee, l’impianto rettangolare quello delle stele patavine, in cui troviamo anche le cornici a zigzag113, ma queste produzioni sono forse troppo isolate e distanti per essere il modello del nostro rilievo: possiamo pensare allora alle fasce dell’Arte delle situle, i cui prodotti sono ben diffusi in ambito alpino orientale; una probabile stele a registri igurati sovrapposti è attestata del resto anche a pochi chilometri da Bormio, a Cividate Camuno nella vicina Val Camonica (Fig. 54)114. Se il sistema decorativo non osta a una datazione alta del monumento, conferme per riferirlo al V-IV sec. possono venire da un’analisi oplologica: la igura di destra, realizzata di prospetto su una basetta aggettante rispetto al listello inferiore, reca un elmo cornuto senz’altro riconducibile al tipo Negau, ben attestato nella zona alpina intorno a Bormio115: l’uso celtico di aggiungere corna ad elmi di tipi altrimenti ben diffusi verrà confermato in area cisalpina da tre esemplari di - più recenti - elmi tipo Montefortino116. Lo scudo sagomato a pelle di bue, a sezione concava e spina verticale fusiforme, trova un ottimo confronto per dimensioni, umbone, forma della pelle tirata alle zampe e con i lati lunghi concavi - come uscita dalla concia - nello scudo in cuoio da una tomba di IV sec. del dürrnberg (Hallein) (Fig. 51)117, ma il modello - anche se archeologicamente non
Dimensioni conservate cm 34 x 31 x 6. Nella stele di Camin (FOGOLARI 1975, tav. 73). Si tratta di un frammento di lastra incisa con due fregi animalistici separati da un listello orizzontale iscritto. Per l’iscrizione: MANCINI 1980; TIBILETTI BRUNO 1990; listelli iscritti troviamo nelle stelai patavine. Vedi anche il frg. di stele da Spina in MALNATI 1993, ig. 120. 115 EGG 1988b, p. 261, ig. 36. 116 Vedi Pulica di Fosdinovo, tomba 1, PARIBENI 2001 pp. 41 ss., 57 s. (Fig. 55); Casino Pallavicino di Ca’ Selvatica, DE MARINIS - SPADEA 2004, pp. 360, 403 s., nr. VI.3.1; Monterenzio, t. 132, I Celti 1991, nr. 281; un guerriero con elmo tipo Montefortino cornuto identico ai precedenti è riprodotto nella tomba dipinta di via Crociisso, a nola, databile alla ine del IV sec. (Fig. 56). un elmo tipo negau con corna - ma piccole e frontali - è recato anche dal guerriero con animale-totem da Serra niedda di Sorso: CHERICI 2007, ig. 6, p. 223. 117 RAPIN 1983, tav. II:13.
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attestato per la deperibilità del materiale - doveva esser diffuso e sopravvivere a lungo tra le tribù di area alpina e transalpina, come dimostra lo scudo di un signifer batavo di Brocolitia (attuale Carrawburgh, GB) (Fig. 50)118, di piena età imperiale; scudi a pelle di bue - ma con i lati lunghi dritti - troviamo ancora in Valcamonica119 in incisioni di VI-V sec. (Fig. 53), alcune esibiscono anche scudi a sezione concava con lunga spina fusiforme120 (Fig. 52), come pure doveva essere quello del fante - probabilmente un celta - che nella nota stele felsinea Ducati 168 affronta un cavaliere etrusco121. Il motivo a spirale contrapposta unita da un tratto orizzontale, presente sulle due metà dello scudo di Bormio, lo ritroviamo nel grande afibbiaglio della corazza di un guerriero assiso di Entremont122, databile al V-IV sec. a.C. I legacci paralleli dei calzari, alla caviglia, li riscontriamo già nella citata ibula aurea da Vulci e, nel V sec., nel pure citato fodero di Hallstatt: fanti e cavalieri vi recano una sorta di stivaletti probabilmente analoghi a quelli dei nostri personaggi (Fig. 26). Il suonatore di corno, calzato come il personaggio con scudo, reca un’armilla al braccio sinistro, ha una spada corta tenuta alta alla cintura al ianco destro, come normale in ambito celtico123 e come anche nelle statue-stele della Lunigiana124, nelle incisioni della Valcamonica (Fig. 53), o nel cacciatore della succitata situla di Welzelach; il lungo corno ricurvo lo troviamo a Bologna nelle stelai di via Righi e Ducati 2125 nonché nello specchio Arnoaldi126, a Este nella Situla Benvenuti e in molte lamine127, ancora in una lamina ad Altino128.

118 Conservato a Chester, Grosvenor Museum (DAREMBERG - SAGLIO, p. 1320b, ig. 6433); Brocolitia aveva una guarnigione batava: HAYNES 1993. 119 Vedi i grandi guerrieri incisi sulla Roccia 4 di Paspardo in Valle (Fig. 53) e sulla Roccia 4 di Sottolajolo. 120 Non possiamo dire se si tratti dello stesso tipo di scudi, come sembrerebbe probabile: vedi in particolare quelli - rappresentati in sezione - dei tre guerrieri sulla roccia del dos Cuì presso nadro: DE MARINIS 1988, tav. VI (Fig. 52); possibili confronti anche nella Roccia 4 di Sottolajolo, nella Roccia Grande di Paspardo, in quelle di Vite - deria e Seradina, nella roccia 8 di Zurla, nonché nella Castione 2 in Valtellina. 121 DUCATI 1911, tav. IV; SASSATELLI 1983. 122 COUTAGNE 1993, p. 180; CHERICI 2006, tav. VIII:a; il motivo lobato presente nel disco-corazza dell’arciere della vicina Lattes si ricollega del resto a motivi camuni e hallstattiani: CHERICI 2006, ig. 11, tav. IX:d. 123 Vedi le statue di V sec. da Entremont (COUTAGNE 1993, ig. 262) o il contemporaneo bronzetto di guerriero dal santuario di Reitia a Este (COUTAGNE 1993, ig. 257; CHERICI 2006, ig. 8), ino a evidenze iberiche di III sec., quali la Fibula Braganza (Fig. 31). 124 Vedi le stelai Filetto I, II, Sorano V, e Lerici in DE MARINIS - SPADEA 2004, p. 208, ig. 18. 125 SASSATELLI 1993, p. 58 s., ig. 5. 126 CAMPOREALE 1967. 127 RUTA SERAFINI 2002, igg. 54:8; 55:9-12;14; 92; 100:2; 108:2. 128 RUTA SERAFINI 2002, ig. 138:8.

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Nello spazio libero sopra il corno è leggibile, pur se gravemente abrasa, la probabile traccia di una lama ricurva (una machaira?), brandita verso sinistra da un probabile terzo guerriero che doveva essere alle spalle del suonatore stesso e del quale sembra rimanere traccia della mano chiusa a impugnare l’arma129. Tra i due guerrieri sono due lance impiccate a terra; da quella di sinistra, con lunga munizione assicurata all’asta da una legatura, pende uno scudo tondo probabilmente bipedale con spina fusiforme orizzontale. La punta della lancia, robusta e allungata, distinta alla base da un angolo ottuso e fermata da legature al cannone, trova un buon confronto - anche nelle legature, o comunque nelle incisioni al cannone - in una lamina con guerriero clipeato da Este130. Seppur meno attestati, scudi tondi di diametro contenuto - da impugnare, non da imbracciare - si afiancano talvolta in area alpina e nel continente al ben più diffuso tipo ellissoidale: abbiamo visto come il tipo Herzsprung prevedesse entrambe le forme; scudi tondi piccoli e scudi ellissoidali hanno i fanti della cista Kleinklein VII131, databile tra VII e VI sec. a.C., così quelli del citato fodero della tomba 944 di Hallstatt e, alle soglie della romanizzazione, i trofei gallici della monetazione romana di età cesariana132; i confronti per il nostro scudo spinato sono recenziori rispetto alla datazione proposta per la stele: occorre però ricordare che anche questo scudo può esser stato in cuoio cotto, quindi di dificile conservazione. Simile è un modellino in bronzo dal ripostiglio del Genio Militare a Talamone133 (Fig. 60); uno scudo d’identico aspetto e struttura, ma più grande, era in uso ai cavalieri macedoni in età ellenistica, come documentano il rilievo commemorativo di L. Emilio Paolo a deli134 (Fig. 61) e il denario del 127 a.C. di C. Servilius Vatia135 (Fig. 62).

129 Il rilievo doveva dunque proseguire a sinistra con un probabile scontro in armi. Se la traccia arcuata appartiene veramente a una machaira avremmo da un lato un ulteriore dato a conferma della datazione alta della stele, dall’altro un’interessante attestazione della penetrazione a nord di tale arma, sulla cui diffusione: QUESADA SANZ 1991; QUESADA SANZ 1994. 130 FOGOLARI 1975, tav. 114; RUTA SERAFINI 2002, ig. 125:1; il tipo sembra tornare in altre lamine atestine, anche se la corsività con cui il particolare è descritto impedisce di proporne tipologie. 131 PRÜSSING 1991, nr. 336. 132 Vedi il denario di C Coelius Caldus del 53 a.C.: RRC 437-432a; SYDENHAM 894; COELIA 7. 133 MONTELIUS, tav. B 205:17; I Galli, p. 214, nr. 571, il contesto viene riferito al II sec. a.C. 134 BUDDE 1973, p. 801 s., tavv. 150-152. 135 RRC 264/1; SYDENHAM 483; KESTNER 2380-2381; BMCRR Rome 1166-1167. Nel denario di A. Albinus del 96 a.C. lo scudo, sempre in dotazione a cavalieri, presenta la spina verticale.

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In un quinario degli Arverni136, di poco posteriore alla conquista, troviamo insieme uno scudo tondo appeso a una lancia e un’insegna (Fig. 59), come pure nella nostra stele: a destra di quella con scudo abbiamo infatti un’altra lancia dal puntale assai elaborato e dalla punta traforata, inadatta a un ruolo offensivo e senz’altro da parata, come la punta di lancia traforata dalla tomba 180 di Mannersdorf Reinthal-Süd (Bassa Austria), di ine IV-III sec. a.C. (Fig. 57)137; possono aver rivestito ruoli analoghi anche altre punte a lama larga e decorazione incisa particolarmente preziosa diffuse in ambito celtico, come quella dalla tomba 57 di Saint-Sulpice (Vaud)138, della prima metà del IV sec., un’altra adespota di provenienza ungherese139, o quella in ferro dal letto del tamigi, con rafinati inserti in bronzo140. Le capacità offensive della nostra “lancia” vengono negate anche dall’elemento a lira impostato sull’asta all’innesto della punta stessa, in corrispondenza di un traversino orizzontale angolato desinente in due anelli, caratteristico quest’ultimo dei signa militaria romani141: avanzerei l’ipotesi di identiicare nell’elemento arcuato un torquis, l’ornamento etnico dei Celti di cui è nota la valenza di donum militare, come tale adottato anche a Roma: fonti epigraiche ricordano infatti alae e cohortes torquatae142, che potrebbero far identiicare in quello della nostra stele un signum torquatum143. La punta traforata termina con una igura di pesce: la posizione è quella dell’animale totemico nei signa esaminati più sopra, come tale possiamo forse interpretare anche questa evidenza, tenuto conto che il mondo celtico vedeva nei diversi aspetti della natura una manifestazione della divinità e negli animali simboli di doti e virtù umane: così il cinghiale, per il suo ardore guerriero, viene diffusamente adottato nelle insegne militari144 (Figg. 46-47) e sappiamo che, almeno tra i Celti irlanEPAD BMC Celtic 498; BLANCHET ig. 458; DE LA TOUR 3900. I Celti 1991, p. 298 s., vedi anche p. 705, nr. 19 per un’altra punta traforata dalla t. 117, sempre di IV sec. 138 I Celti 1991, p. 254. 139 KRUTA 2000, ig. 106. 140 I Celti 1991, p. 565. 141 Vedi l’insegna con singola phiale, traversa orizzontale e corona - là dove la stele di Bormio ha il torquis - sulla stele del signifer Pintaius a Bonn, Rheinisches Landesmuseum: BAUCHHENSS 1978, 5; CIL XIII 8098; cfr. quella in un cistoforo di Domiziano (Fig. 43) o in un aureo di Aureliano: RIC 11; BALBI DE CARO 1993, ig. 186; vedi anche l’insegna a punta di lancia e traversa a Worms, Museum der Stadt (Fig. 58). 142 CIL III 5775 e 5776; VI 3538; AE 1930, 92; 1939,81; DAREMBERG - SAGLIO, p. 1313a, con bibl. 143 Non attestato dalle fonti ma inferibile dalla evidenza delle succitate ali e coorti insignite di torques, nonché dalla probabile presenza di un torquis a fregiare aquilae in alcune monete romane imperiali: DARMBERG - SAGLIO ig. 6416 (denario di Settimio Severo). 144 MOREAU ET ALII 1995.
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desi precristiani, il “Fionn Salmon”, un salmonide, un grosso pesce che risale i iumi, era simbolo elargitore di forza e intelligenza145. Il pesce (di iume) è comunque presente come animale-guida anche nella mitologia classica, ad es. nel mito della fondazione di Efeso146, e bronzetti votivi rappresentanti pesci, con iscrizioni retiche, erano presenti in Anaunia, nella stipe di Casalini a Sanzeno147: databile tra V e III sec. a.C. e non lontana da Bormio, subito oltre il Passo di Gavia. L’evidenza offerta dalla stele è particolarmente preziosa perché conferma l’impressione, per l’area transappenninica, di una gestione tattica delle schiere particolarmente evoluta: il monumento esibisce infatti insieme i due strumenti utilizzati nell’antichità per un corretto, ordinato e coordinato movimento in battaglia, strumenti che abbiamo già rilevato insieme nella Situla Arnoaldi e nelle stelai Ducati 2 e 10: i segnali acustici (il corno, le salpinges) e i punti di riferimento visivo (l’insegna). In ambito celtico svolgeva ambedue le funzioni, almeno dal IV sec., la carnix148: una tromba bronzea con canna verticale particolarmente lunga e dal padiglione molto appariscente, ben udibile e ben visibile intorno. Almeno dal III sec. le si afiancano insegne astili con animale totemico esattamente nella forma dei modelli già presenti a Felsina e Spina: sono attestate tra l’altro dai trofei celtici dell’arco di Orange149 (Fig. 46) o dalla monetazione150 (Fig. 47); tali insegne saranno poi utilizzate in identica forma dalle unità tattiche delle legioni romane.

Sull’origine dei signa militaria Il precoce apparire di insegne nel mondo padano, la sostanziale identità tra l’insegna della stele Ducati 2 (Fig. 41) e quella di un sa145 MACCULLOCH - MÁCHAL - GRAY 1918, pp. 64, 111. Il richiamo al mito irlandese può sembrare ardito, né vuol esser tassativo; mi sento di avanzarlo, con tutta la prudenza del caso, essenzialmente per due motivi: 1) il carattere unitario e conservatore della tradizione culturale celtica; 2) il fatto che il pesce della nostra stele sembrerebbe inilzato dalla punta, al contrario di altri animali che, nei signa sopra esaminati, poggiano su una propria basetta (Figg. 42-43, 46-48) o direttamente sull’immanicatura (Fig. 44-45): nel mito succitato infatti il pesce viene catturato dall’eroe. La plausibilità della proposta rientra nella ben più ampia problematica di quanto la mitologia superstite della “frangia celtica” possa rappresentare quella del celtismo continentale. 146 Creoilo in PS. CALLIST., Alex. 24, cfr. DONÀ 2003, p. 38 s. 147 MANCINI 1975, nrr. 14, 17, 28; FOGOLARI 1975, tav. 102; GUZZO - MOSCATI SUSINI 1994, nr. 776. 148 Attestata almeno dal IV sec. a.C.: PIGGOTT 1959; PIGGOTT 1960; WALSER 1972. 149 KRUTA 2000, ig. 78 (Fig. 46). 150 Vedi il quinario degli Edui con iscrizione dubnocorex (Fig. 47): BMC Celtic 483, DESSEWFFY 958, DE LA TOUR 5026.

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criicante coronato in una cista prenestina recenziore (Fig. 66), tra l’insegna della stele ducati 10 (Fig. 42) quelle celtiche (Figg. 46-47) e quelle romane (Figg. 43, 48), tra quella etrusca di Spina (Fig. 44), quella celtiberica di Numanzia (Fig. 45) e, ancora, quelle delle legioni di Roma, pone il problema delle origini dei signa militaria. Sappiamo dalle fonti storiograiche che Roma era consapevole di aver preso dall’Etruria talune insegne magistratuali151, e in effetti l’archeologia ha documentato sia con reperti che con fonti iconograiche il ruolo che nel mondo etrusco avevano due elementi che ritroveremo uniti proprio nell’insegna romana più importante, il fascio littorio: la bipenne - nel fascio: la scure - segno dell’imperium militare, e il fascio di verghe derivante da quelle dei giudici nelle palestre152, a rappresentare quindi l’autorità civile. Almeno a Roma, però, i fasci con la scure sono senz’altro simboli del più alto potere politico e militare, ma non sono signa militaria, non sono cioè elementi tattici, operativi, funzionali alla conduzione effettiva delle schiere in battaglia. Così, nel mondo etrusco, la bipenne dalla tomba del Littore montata in un fascio di verghe153 - ha senz’altro un alto valore simbolico, non ha capacità offensive, può esser solo ostentata ma non come punto di riferimento visivo in una schiera: dà prestigio a chi la reca, ma nella compostezza d’una situazione cerimoniale, esattamente come la bipenne dal manico lungo ed esile esibita da un maggiorente assiso in una lastra di Murlo (Fig. 63), reperto iconograico quest’ultimo che trova il miglior confronto archeologico in una reale bipenne proprio dall’area padana-veneta: nella tomba Colombara 2/1980 di Gazzo Veronese154, della prima metà VI sec., giaceva spezzata a ianco dell’urna cineraria una bipenne in bronzo (Fig. 64) d’identica forma, stesse dimensioni155, stesse proporzioni tra munizione e manico esilissimo, stesso probabile ruolo. La bipenne esibita a Vetulonia da Aule Feluske può esser stata una vera arma, e può senz’altro indicare il rango di chi la ostenta ma, come le altre, non è fatta per esser levata in alto a condurre una schiera, può esser un segno di potere militare, ma non è un’insegna tattica, in altre parole: vede che la hai

Sulle insegne etrusche: JANNOT 1993. CHERICI 2000, p. 188 ss. La tomba Valle Pega 128 di Spina, una delle più ricche della necropoli, databile alla ine del V sec., aveva nel corredo 6 verghe cave in ferro che si è proposto d’interpretare come “parte di un fascio da littore” (MALNATI 1993, p. 155), come nota lo stesso editore però, la deposizione a pacchetto con le aste unite e parallele e gli occhielli allineati per accogliere la coppiglia, farebbe propendere per vedervi un fascio di spiedi. 154 L. MALNATI, in MALNATI - GAMBA 2003, p. 64 s., ig. 9; alta circa 40 cm. 155 Almeno a giudicare dal rapporto tra l’altezza della bipenne e quella del busto del personaggio che la reca nella lastra ittile.
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in mano chi ti è a ianco o immediatamente di fronte, ma non ti serve a impartire un ordine o indicare una direzione al gruppo di armati che, nella concitazione della battaglia, debba seguire i tuoi ordini. Anche l’aquila, l’alta insegna che simboleggerà la legione romana - e che troviamo probabilmente anticipata nella stele ducati 2 - non doveva originariamente aver funzione tattica: era piuttosto, ancora, un segno di assoluto prestigio, derivando dallo scettro astile di Zeus che il capo militare poteva esibire quando una vittoria signiicativa lo rendeva partecipe di una condizione divina, immagine vivente del dio, come nel trionfo romano, come nella cista prenestina sopra citata (Figg. 66-67)156. Le fonti storiche sembrano attestare la presenza di signa nello schieramento etrusco che si scontra nel 311 a.C. con Quinto Emilio Barbula, ma leggendo bene il passo di Livio - clamor ab Etruscis oritur concinuntque tubae et signa inferuntur (IX 32,6) - osserviamo che il termine “signum” è parte della locuzione “signa inferre”: ammesso e non concesso che Livio attingesse a una cronaca precisa delle fasi dello scontro, lo storico potrebbe non descrivere delle vere e proprie insegne che vengono mosse, ma utilizzare il termine per esprimere il concetto dell’avanzare, dell’attaccare. Sembrerebbero esser insegne vere e proprie i signa militaria conquistati da L. Lucrezio Tricipitino nello scontro con i Volsci del 462 a.C. ma Livio, ricordando l’episodio, inferisce qualche dubbio sui dati riportati dagli Annali: ibi Volscum nomen prope deletum est. Tredecim milia quadringentos septuaginta cecidisse in acie ac fuga, mille septingentos quinquaginta vivos captos, signa viginti septem militaria relata in quibusdam annalibus invenio, ubi etsi adiectum aliquid numero sit, magna certe caedes fuit (III, 8, 10). Non attesta con certezza la presenza di reali insegne un brano riferito all’esercito sannita a Suessula, nel 343: Livio (VII, 37, 7) utilizza ancora la locuzione “signa inferre”, non necessariamente legata alla materiale presenza di signa. Nelle pitture pestane si è talora voluto vedere delle insegne, degli stendardi recati a spalla da fanti o cavalieri157; sono in realtà trofei: cinturoni e paludamenta conquistati al nemico vinto ed esibiti inilati sulla lancia158.
156 Analogamente non è un’insegna militare ma un attributo divino lo scettro che appare nella lastra Boccanera Roncalli 18 (Fig. 65). 157 DAREMBERG - SAGLIO, s.v. “signum”, ig. 6431. 158 Per una rappresentazione etrusca di tale uso vedi l’anforetta a f.n. da Chianciano, necropoli della Pedata, Museo Gregoriano Etrusco 14961 (n. Lubtchansky in BollMusGallPont 16, 1996, p. 7 ss., igg. 2, 3, 10, 12; BRUNI 2004, p. 28, nr. 58); che il paludamentum fosse parte integrante dell’armatura, e quindi ambita preda bellica, è evidenziato dall’armeria dipinta nella Tomba Giglioli di Tarquinia.

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Nessuna insegna ci è attestata dalle fonti per il mondo greco159. In ambito sardo doveva aver funzione d’insegna militare il pennoncello recato dall’arciere di Abini160 (Fig. 69): si tratta di un’asta che, assicurata verticalmente alle spalle con la faretra - per mantener libere le mani - presenta legato in alto un pennacchio minutamente descritto nel bronzo con una serie di striature parallele; l’immagine richiama quanto Servio ci dice per le semplici insegne più antiche, quelle che la tradizione romana faceva risalire all’esercito romuleo: sub Romulo pauper adhuc romanus exercitus hastis faeni manipulos inligabant, et hos pro signis gerebant (ad Aen. XI 870); l’evidenza sarda si attaglia pienamente a tale descrizione: un pennacchio di ieno ben visibile in alto sull’asta; può trattarsi di una coincidenza, di un’autonoma evoluzione o forse di un portato dei contatti tra Sardegna e costa tirrenica della Penisola161. un’ultima evidenza, e torniamo vicino a Bormio, può forse venire anche da alcune igure di armati con alte picche desinenti a tridente, incise in una roccia di Vite - deria in Valcamonica: la presenza, - nella stessa roccia - di segni a croce, può ricondurre il tutto al medioevo o alla prima età moderna, ma non è accertabile la contemporaneità dei segni e sembra peraltro che, nel vasto repertorio camuno, le incisioni cruciformi possano riferirsi anche a orizzonti precristiani162.

Uno schieramento “manipolare” preromano? Riassumendo, è il mondo celtico e quello etrusco-padano che tradiscono un precoce e combinato utilizzo di due elementi essenziali per la corretta gestione degli armati in una battaglia condotta in schieramento non di linea: segnali acustici (carnices, corni, salpinges) e riferimenti visivi (insegne astili). Mentre il segnale sonoro è però proprio di ogni esercito organizzato che abbia l’esigenza di operare in sincronia, l’insegna distingue un particolare modo di condurre la battaglia. Il segnale acustico serve a indicare simultaneamente a un’intera schiera i momenti e le azioni in cui è necessario il coordinamento su tutta la linea, o in tutti i gruppi: l’avanzata, l’attacco, il

159 un probabile vessillo è recato da un guerriero persiano in una kylix irmata douris al Louvre (Fig. 68): BAdRn 205108, BUITRON OLIVER 1995, tav. 67; STAHLER 1992, ig. 12. 160 LILLIU 1966, nr. 16. 161 Per i quali: BERNARDINI 2001, con bibl. 162 Anche in presenza di igure di oranti, vedi SANSONI - GAVALDO - GASTALDI 1999, p. 194, igg. 88-89, naquane Roccia 50, Luine Roccia 49B.

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fermarsi o il retrocedere163; viene percepito anche se non c’è un contatto visivo tra chi combatte e chi suona, penetra anche negli elmi fascianti della fanteria pesante, quali quelli corinzi, si adatta a qualunque tipo di schieramento: dal muoversi quasi ritualizzato della falange oplitica al combattimento apparentemente caotico delle catervae celtiche, dei loro scontri ouketi phalangêdon, alla kat’andra kai kata speiras164. non così invece le insegne che, al di là del valore simbolico, hanno un concreto ruolo tattico limitatamente a un settore del campo di battaglia: per quanto possano esser levate in alto non sono visibili - nella concitazione di uno scontro - per un raggio tale da renderle utili a tutta la schiera; servono invece a tener unito un gruppo di combattenti che - guidati da esse - si possono muovere utilmente in uno schieramento più ampio e, soprattutto, non in linea, perché nello schieramento in linea è la contiguità spalla a spalla con il compagno che dà omogeneità all’insieme e ne governa i movimenti. E infatti il signum è equiparato dalla storiograia romana all’unità tattica base dello schieramento più evoluto nella storia militare dell’urbe: il manipolo; e il manipolo trarrebbe il nome proprio dal concentrarsi dei combattenti intorno alla primordiale insegna che abbiamo forse riconosciuto nel bronzetto sardo di Abini (Fig. 69): un mannello di ieno legato in vetta a un’asta, adottato già - sostengono le fonti - in età romulea: “desolatique manipli” deserti signiferi: quod est nimii discriminis; namque hoc ubique dux praecipit, ut frequentes circa se sint milites, sicut in Sallustio legimus. Manipli autem dicti sunt signiferi, quia sub Romulo pauper adhuc Romanus exercitus hastis faeni manipulos inligabant, et hos pro signis gerebant; unde hoc nomen remansi (SERV., ad Aen. XI, 870). E ancora: Manipuli autem dicti sunt milites, sive quia bellum primo manu incipiebant, sive quod antequam signa essent, manipulos sibi, id est fasciculos stipulae vel herbae alicuius pro signis faciebant, a quo signo manipulares milites cognominati sunt. De quibus Lucanus [1, 296]: Convocat armatos extemplo ad signa maniplos (ISID., Or. IX, 3, 50). Sub Romulo autem fasciculos feni pro vexillis milites habuerunt: hinc et manipuli appellantur; manipulos enim dicimus fasces feni quod manum inpleant. Cetera signa diversis praelata imaginibus secundum militarem consuetudinem existunt, per quas exercitus permixtionem proeliorum agnoscitur (ISID., Or. XVIII, 3, 5).
163 Sono i casi in cui viene utilizzata la tromba greca nei brani citati sopra, alla n. 107. 164 Come sottolinea Polibio (III, 115, 12) per Libi e Celti, nel momento risolutore della battaglia di Cannae.

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Non illi caelo labentia signa tenebant,/ sed sua, quae magnum perdere crimen erat,/ illa quidem <e> feno, sed erat reverentia feno/ quantam nunc aquilas cernis habere tuas./ Pertica suspensos portabat longa maniplos,/ unde maniplaris nomina miles habet (OVID., Fast. III, 113-118). Vegezio - che per “manipolo” propone un diverso etimo - ci spiega dettagliatamente la ragione del frazionamento della legione, ino all’unità tattica base che si muove attorno a un vessillo marcato con un grande numero di riferimento, per evitare lo sbandamento di ogni singolo milite: Primum signum totius legionis est aquila, quam aquilifer portat. Dracones etiam per singulas cohortes a draconariis feruntur ad proelium. Sed antiqui, quia sciebant in acie commisso bello celeriter ordines aciesque turbari atque confundi, ne hoc posset accidere, cohortes in centurias diviserunt et singulis centuriis singula vexilla constituerunt, ita ut, ex qua cohorte uel quota esset centuria, in illo vexillo litteris esset adscriptum, quod intuentes vel legentes milites in quantovis tumultu a contubernalibus suis aberrare non possent (II, 13). La tattica manipolare romana, che fraziona e diversiica lo schieramento in linea falangitico per ottenere una maggiore duttilità operativa, si basa dunque sulla presenza essenziale di insegne, che sono gli strumenti con i quali viene governata una schiera che prima si manteneva compatta grazie al procedere con un fronte unico in ila serrata, spalla contro spalla, clipeo su clipeo con la caratteristica embricazione resa possibile dal fatto che la metà sinistra dello scudo tondo tripedale sporgeva oltre il proilo del guerriero con l’unico scopo di appoggiarsi allo scudo del compagno serrato accanto. La tattica manipolare rende inutile l’ingombrante - e costoso - clipeo bronzeo, proprio della fanteria pesante e utilizzabile solo in linea, e adotta lo scutum in legno (e/o vimini, pelle, cuoio), coprente il solo armato, più leggero ed economico, anche perché dota un esercito allargato in cui entrano stabilmente elementi di minor censo, grazie alla concomitante introduzione dello stipendium: Clipeis antea Romani usi sunt, dein, postquam stipendiarii facti sunt, scuta pro clipeis fecere; et quod antea phalanges similes Macedonicis, hoc postea manipulatim structa acies coepit esse: postremi in plures ordines instruebantur […]. Prima acies hastati erant, manipuli quindecim, distantes inter se modicum spatium; manipulus leves vicenos milites, aliam turbam scutatorum habebat; leves autem, qui hastam tantum gaesaque gererent, vocabantur. Haec prima frons in acie lorem iuvenum pubescentium ad militiam habebat. Robustior inde aetas totidem manipulorum, quibus principibus est nomen, hos sequebantur, scutati omnes, insignibus maxime armis (LIV. VIII, 8, 3-6).

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In altre parole, la storiograia romana sapeva bene come le insegne, lo scutum, l’ordinamento manipolare fossero elementi distinguenti di un unico fenomeno che - con l’introduzione dello stipendium - aveva cambiato l’esercito, il modo di dar battaglia, e l’estrazione sociale di chi si schierava in armi: il clipeus è lo scudo tondo della fanteria pesante di linea, costituita da chi può armarsi e allenarsi alla milizia a proprie spese, ed è per questo che a lungo, nell’evolversi delle società urbane, è solo la fanteria di linea ad aver piena rappresentatività politica. Ma il clipeus prevede di basare la battaglia sul cozzo frontale della fanteria pesante contro formazioni analogamente schierate; le esigenze imposte dallo scontro con realtà etniche politicamente, socialmente, economicamente diverse, costringeranno Roma a gestire un progressivo allargamento della base militare, accettando nei ranghi del servizio “regolare” individui liberi economicamente meno capienti, individui che si saranno, o saranno stati, dotati di panoplie diverse da quelle dei clipeati; questo per ovvie ragioni economiche, per l’impossibilità di un allenamento militare che potevano permettersi solo le classi elevate, ma anche per offrire allo schieramento una maggiore duttilità tattica, basata appunto su diversi armamenti e quindi su diverse funzioni e versatilità nella battaglia. Nell’emergenza imposta dallo scontro con i Celti - in possesso di una tecnica militare affatto nuova - Roma adotta deinitivamente lo scutum, dal proilo assai meno ingombrante del clipeus e per questo adatto alla difesa individuale in schieramento non necessariamente serrato; insieme si prevedono armi da getto, quali il pilum, gestibili solo dove intorno al guerriero esista un adeguato spazio di manovra; si rompe inine lo schieramento in linea per adottare il manipolo per il cui governo si introducono - o si reintroducono165 - le insegne. È signiicativo che nei quadrilateri bronzei della prima monetazione romana compaia proprio lo scutum (Fig. 34), arma la cui adozione abbiamo visto coincidere con l’introduzione dello stipendium, stipendium che prevedeva quella pesatura del bronzo (militis stipendia ideo, quod eam stipem pendebant, VARRO, l.l. V, 182) che emissioni quali quella dei quadrilateri tende a superare. Lo scutum, nei quadrilateri, sembra assurgere insieme a simbolo dell’autorità emittente e dello scopo stesso dell’emissione. Se lo scutum s’identiica allora con lo stipendium, con le milizie stipendiate, assume un signiicato ideologico ancora più pregnante la decorazione delle grandi tombe gentilizie tardoetrusche, con alle pareti panoplie con clipei166:

Se teniamo conto della tradizione tramandataci da Servio, vedi sopra. Vedi a Tarquinia la Tomba dei Festoni, Giglioli e degli Scudi, a Cerveteri la Tomba delle Iscrizioni, del Triclinio e dei Rilievi (dove i clipei sono relativamente

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gli scudi tondi dell’antica fanteria di linea che, in Etruria come a Roma, veniva soppiantata dalla “turba scutatorum”. Abbiamo visto come armi, panoplie, schieramenti e tecniche essenziali per tale evoluzione troviamo - prima che a Roma - in ambito celtico, hallstattiano, veneto, ma soprattutto e tutte insieme nel mondo etrusco-padano, dove nel VI e V coesistono e - particolare non secondario - trovano uguale dignità di rappresentazione, schiere omogenee e diversiicate, che utilizzano insegne tattiche e sono dotate di clipeus167 e di scutum, proprio come propostoci dall’analisi della ricostruzione liviana dell’esercito serviano. Abbiamo visto sopra come a Felsina siano archeologicamente e iconograicamente attestati scudi “oplitici”, scudi cioè che, per forma, dimensioni, ingombro, per il particolare modo d’imbracciatura con porpax centrale bloccato al gomito del fante, trovavano un uso eficace, ma quasi esclusivo, nella fanteria serrata in linea168. Le immagini proposte dalle stelai felsinee, come dalle cimase di candelabri di Spina, mostrano una dipendenza dal repertorio della ceramograia attica contemporanea, soprattutto nel modo d’impostare e condurre l’immagine169, ritengo però che ambedue le classi monumentali ci
piccoli, forse nella tradizione dei piccoli scudi tondi di cui alla nota successiva); a Chiusi la tomba della tassinaia. A Perugia la tomba dei Volumni, oltre al clipeo scolpito sul timpano d’ingresso al tablino, aveva una vera panoplia - più antica rispetto alle deposizioni - appesa alla parete (CHERICI 1995; CHERICI 2002). 167 In ambito etrusco-padano, come nell’Etruria propria, esistono forse le tracce - solo iconograiche - dell’esistenza di uno scudo tondo di piccole dimensioni più contenute con il porpax spostato verso il polso, probabilmente per poter parare avanti lo scudo con una tenuta più ferma di quella della sola mano: uno scudo di tal genere sembrerebbe rappresentato nelle stelai felsinee di via Righi, ducati 91 e 130; la scarsa qualità di quest’ultima sembrerebbe consegnare la riduzione dello scudo all’imperizia dell’artigiano, ma troviamo le stesse dimensioni, la stessa foggia, soprattutto l’attenta descrizione dello stesso sistema di tenuta sia a Bologna (Fig. 76; stele ducati 91) che a Chiusi (Fig. 77; cippo Palermo 160; JANNOT 1984, ig. 358) e questo fa supporre che ci troviamo di fronte a un particolare tipo di scudo, forse non conservatoci in quanto realizzato in cuoio - date le dimensioni - come nel caso del tipo popanum (vedi sopra, n. 38). uno scudo tondo di dimensioni ridotte è esibito da un fante anche nel cippo chiusino Palermo 8385 (JANNOT 1984, ig. 171), scudi tondi di tal fatta appaiono anche nell’armeria alle pareti della tomba dei Rilievi di Cerveteri, ma qui potremmo trovarci di fronte a una riduzione imposta dalle dimensioni del tratto di parete su cui è riprodotto in stucco lo scudo stesso (benché per la rappresentazione di tutti gli altri arredi sia stato sempre rispettato il rapporto dimensionale prossimo al vero, 1:1). 168 nella ceramograia attica vediamo duellare in tenuta oplitica dèi ed eroi della guerra di troia, anche se tale panoplia - peraltro sconosciuta in età omerica - è del tutto inadatta al duello: gli acquirenti dei ceramograi di VI-V sec. combattevano però essenzialmente come opliti, e come tali vedevano armati i protagonisti della loro mitologia, così come - ino a tutto il ’400 - san Giorgio o san Michele vestono armature medioevali fedelmente riprodotte. 169 Talune stelai, non necessariamente le più antiche, propongono il fante visto di proilo, coperto dallo scudo tondo su cui è un episema a sei petali, nello schema e nella rigidezza della stele di Aule Feluske (ducati 62); questo seppur con

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rappresentino un dato oplologico reale, e per la presenza di reali scudi “oplitici” tra i pur rari corredi con armi delle necropoli bolognesi, e per il fatto che, nella stessa epoca, a Felsina, si rappresentino con uguale cura - e in tombe di analogo tenore economico - non solo fanti con clipei, ma anche fanti con scuta, come nelle stelai Ducati 80170 (Fig. 22), 108171, 109 (Fig. 23), a confermare quello schieramento diversiicato attestato dalle situle, a confermare l’avvenuta evoluzione di uno schieramento non esclusivamente in linea, come tradito dalla presenza di insegne nelle situle, nelle stelai, nei corredi.
maggiore coerenza anatomica, ad esempio nella collocazione della mano destra esibente un’arma, come nella stele ducati 44 che presenta tra l’altro il riempitivo a foglia d’edera frequente nel Pittore di Micali; agli stilemi della tarda ceramograia etrusca a f.n. appare legata anche la stele ducati 160 (Fig. 20): il proilo del volto, il disegno sempliicato dei pettorali, la vita sottile, la rotondità dei glutei, l’impianto atticciato della igura in movimento ancora nello Knielaufskema avvicinano il disegno del fante alle opere del Pittore di Chiusi 577 (Fig. 21; SPIVEY 1987, p. 50 s.; Un artista etrusco 1988, p. 99 s., ig. 192); della pittura etrusca è proprio anche il rovesciamento speculare dell’immagine: il fante ha inverosimilmente lo scudo imbracciato a dx, e corre con questo controvento (e sappiamo invece che la concavità dello scudo oplitico lo rendeva soggetto a “far vela”, cfr. XEN. Hell. V, 4, 18): è probabile si tratti del rovesciamento di un probabile “cartone” preso da un vaso attico sul busto di un guerriero in attacco con scudo obliquo ma tenuto davanti e con la sinistra, vaso che l’artigiano può aver visto nella stessa Felsina, come il cratere a volute di Polignoto Bologna 275 (BADRN 213400; CVA Bologna 4, tavv. 59:34, 67:3-7, 68:8-10); il modello dello scudo obliquo, invero malcondotto, può venire ancora da vasi attici quali il cratere a calice Bologna 286 del Blenheim P. (BAdRn 206925; CVA, Bologna 4, tavv. 75:1-2, 76:3-4), o il cratere a volute Bologna 268 del Pittore dei Niobidi (BADRN 206929; CVA Bologna 5 tavv. 97:1-2, 98:1-5, 99:1-3, 100:1-3). nella stele ducati 90 (Fig. 18) - una delle più accurate per cura compositiva e disegno - il gruppo del fante in attacco, con la minuziosa descrizione dell’interno dello scudo chiaramente oplitico, deriva da modelli pure frequenti nella ceramograia attica a f.r.: particolarmente vicino è un cratere a calice da Vulci dello tyszkiewicz P. a Boston, con lancia sottomano come nella nostra stele (Fig. 17; BADRN 202631; MARGREITER 1988, p. 79, ig. 109) ma - anche in questo caso - vasi con tale schema erano presenti nella stessa Bologna: vedi il cratere a calice del Pittore di Altamura, Bologna 285 (BADRN 206831; PRANGE 1989, tav. 27), o quello a volute del Pittore dei Niobidi, sopra citato. Sul rapporto stelai-ceramograia attica: SASSATELLI 2004. Le due cimase di candelabro della tomba Valle Pega 185A di Spina propongono ancora nel IV sec. l’esatta postura dell’oplita in attacco, esattamente come già nell’Olpe Chigi (Figg. 71-72). Le cimase dalle tombe 127, 140A, 344B, con fante che veste il corsaletto, dipendono chiaramente dalla ceramograia attica e presentano un tema assente nella bronzistica dell’Etruria propria, con un’unica evidenza in Casentino, in probabile relazione con i passi appenninici (Fig. 70; CHERICI 1996). 170 Nel corredo della tomba relativa alla stele (la Arnoaldi 110, cui sono riferibili anche le stelai ducati 79 e 81) erano due anfore panatenaiche del Pittore di Achille che collocano il constesto nella prima metà del V sec. (BAdRn 303099 e 303100; CVA Bologna 2, tavv. 2:1-3, 3:1-3, 4:1; ROBERTSON 1992, p. 200, ig. 209; OAKLEY 1997, ig. 27:a; tavv. 153:a,b, 154:a,b, 159:a; Mediterranean Archaeology 13, 2000, tav. 13:1,2; BCH 114, 1990, p. 339, ig. 16; KEPHALIDOU 1996, tav. 51:G68; BENTZ 1998, tavv. 74:5162, 75:5163). nelle stelai Ducati 49 e 168 lo scudo ovale è recato da un fante contro cavaliere, è possibile quindi attribuirlo a un celta. 171 La presenza dello scutum è probabile ma non certa, visto che l’arma è vista di proilo.

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“Ne cum fratre contenderet”: innovazioni militari e innovazioni politiche, il laboratorio possibile di un mondo di frontiera Quanto sopra esposto sembra tradire che l’ambiente urbano dell’Etruria Padana aveva saputo precocemente reagire agli stimoli imposti dal confronto militare con realtà etniche coninanti strutturate politicamente, economicamente, socialmente e quindi militarmente, in maniera affatto diversa: gruppi che combattevano in orda, in caterva, kata speiras, kat’andra, e non kalkaspides kai phalanghêdon, in formazione serrata. Nelle città dell’Etruria propria, come a Roma, il nesso tassativo tra servizio in armi e rappresentatività politica formatosi alle soglie dell’età arcaica aveva portato a una sclerosi dello sforzo militare della singola compagine urbana, sforzo che si era cristallizzato sulla fanteria pesante, quella che infatti ci viene quasi esclusivamente rappresentata nei monumenti di età arcaica, dove anche i cavalieri iniscono per aver l’aspetto di “berittene Hopliten”, secondo una felice espressione di Helbig. Finché lo scontro militare di queste compagini urbane, tutte analogamente evolutesi, avviene tra di loro o con realtà meno strutturate, quali le popolazioni appenniniche, lo schieramento in linea premia, è paritetico o superiore, e i problemi maggiori sono soprattutto quelli, di politica interna, posti dalle classi subalterne che tentano d’istituzionalizzare il riconoscimento di una loro eficacia militare per acquisire così una piena capienza politica (è uno dei nodi dello scontro, a Roma e non solo172, tra patrizi e plebei). Il sistema entra in una crisi drammatica quando, in uno scenario che aveva trovato un proprio equilibrio nella gestione della guerra, si affacciano schieramenti ben organizzati che ingaggiano battaglia in maniera apparentemente disordinata, non conforme alle ritualità di uno scontro - quale quello “oplitico” - realizzabile solo in campi di battaglia aperti, senza ostacoli, scelti quasi in accordo con l’avversario: una necessità per ambedue le schiere, che non potevano altrimenti dispiegarsi in linea. Per Roma è il trauma del dies Alliensis che innesca i repentini cambiamenti che portano dal combattere kalkaspides kai phalanghêdon, che le fonti tranquillamente ci dicono acquisito dagli Etruschi - cui si riconosceva un’antica supremazia culturale -, al ben più duttile e articolato schieramento manipolare mediato - sosteniamo noi, ma ovviamente taciuto dalle fonti - proprio dal nemico, dai barbari Galli173 che scendono d’oltrappennino: una formazione pluriarma, non più in linea, di adeguata profondità, con
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Si veda il caso di Volsinii: CHERICI 1999, p. 204 ss. CHERICI 2006, p. 389 ss.

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unità tattiche - manipoli, speirai - che si muovono intorno a un’insegna e in cui il singolo è in grado di difendersi e di offendere autonomamente, kat’andra, grazie anche al coprente ma poco ingombrante scutum, ellissoidale o subrettangolare. Se tale evoluzione viene catalizzata a sud dell’Appennino dalla discesa celtica, è verosimile che essa sia stata anticipata, come sembrerebbero mostrarci le evidenze sopra esaminate, in una terra “di frontiera” - quindi meno vincolata da situazioni pregresse - quale l’Etruria padana: una evoluzione necessaria quasi, se le nascenti realtà urbane volevano regger l’inevitabile attrito con le popolazioni limitrofe in confronti che - in una realtà isica priva di barriere naturali - possiamo considerare probabili e frequenti; un’analisi, questa che propongo, che si basa sulla “frontier History” di Finley che, riferendosi alla Magna Grecia174, invitava a tener conto per le colonie greche di quell’area delle peculiari e diverse modalità di evoluzione sociale, politica ed economica sempre imposte dal confronto con le realtà epicorie, ove culture tra loro molto diverse s’incontrino. un’evoluzione che possiamo immaginare possibile anche per la minor rigidità istituzionale e politica, per la diversa storia e per la diversa base sociale che le città etruscopadane avranno avuto. nel presente Convegno abbiamo potuto ascoltare momenti d’interessante confronto sul concetto di “colonizzazione” padana: non entro in merito ad essi anche perché gli Atti non prevedono uno spazio per la discussione; accodandomi però a essi mi permetto di notare che, comunque si voglia intendere il rapporto tra Etruria propria ed Etruria padana, è innegabile che Servio attesti esplicitamente come in essa siano giunti e abbiano agito con le loro genti personaggi di spicco nelle società di origine, personaggi però che nella realtà politico-economica di provenienza non avevano trovato - o non trovavano più - spazio: hunc Ocnum alii Aulestis ilium, alii fratrem, qui Perusiam condidit, referunt: et ne cum fratre contenderet, in agro gallico Felsinam, quae nunc Bononia dicitur, condidisse: permisisse etiam exercitui suo ut castella munirent, in quorum numero Mantua fuit (ad Aen. X 198). Sono sempre dei contrasti interni alle classi egemoni, del resto, che portano oltrappennino il chiusino Arrunte. Forse tali tradizioni propongono la realtà dei fatti, forse ricalcano semplicemente un aition, uno schema, quale quello che Platone riporta nelle Leggi (V, 735e-6a): “tutti quelli che, nulla possedendo, si mostrino pronti per mancanza di mezzi a seguire capi che cerchino di metter le mani sui beni dei possidenti, il legislatore li allontani come piaga dello stato, con le buone maniere, dando per eufemismo alla loro
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FINLEY 1967; cfr. LOMBARDO 1998, p. 84.

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espulsione il nome di colonia (apoikia)”; forse celano un Ver Sacrum, forse non è corretto voler classiicare il fenomeno con le categorie di apoikia o colonia, che hanno singole storie diverse, e sono esse stesse molto diverse tra loro175. Comunque, la presenza di una bipenne “tipo Murlo” in una tomba di VI sec. di Gazzo Veronese (Fig. 64) - sia stata essa un dono o una preda bellica - può confermare gli scenari della storia di Ocno, può attestare cioè archeologicamente l’arrivo di personaggi che ostentano i simboli del potere dell’Etruria propria, e hanno quindi intorno delle persone che quel simbolo riconoscono come tale, e non piuttosto quello che è nella realtà: uno strumento di non grande valore intrinseco e pressoché inutilizzabile, di massa troppo esigua e di manico troppo esile; è come se uno dei maggiorenti schierati nell’epifania di potere delle lastre di Murlo avesse lasciato quel consesso per andare a nord, accompagnato da una schiera di servi e di accoliti; vorrei sottolineare quest’ultimo punto: il simbolo ha un valore se c’è un “pubblico” che lo riconosce come tale. un forte richiamo alle istituzioni dell’Etruria propria ci era del resto già stato anticipato - alla ine del VII sec. a.C. - da uno dei cippi di Rubiera176, che attesta epigraicamente per la prima volta - e ben prima che nell’Etruria propria - la igura dello zilath, quella che sarà la massima carica nelle città etrusche che abbiano maturato una forma di governo “repubblicana”. Com’è noto, il cippo risale però a un’età che nell’Etruria propria è da considerarsi ancora “senz’altro regia”177: si è tentato di superare l’incongruenza cronologica attribuendo a quella carica così precocemente attestata un primo signiicato di capo militare; proposta più che palusibile tenuto conto che gli stessi magistrati della Roma repubblicana potrebbero esser stati in origine nient’altro che gli aiutanti del re178. E l’evoluzione di una delega che inisce per acquisire autonomia e dignità proprie può essersi sviluppata nel mondo nuovo della frontiera padana prima che in madrepatria. un traccia è forse ancora nella tradizione raccolta da Servio: Ocno infatti “permisisse etiam exercitui suo ut castella munirent”, in altre parole un personaggio di stirpe reale quale appunto Ocno, della schiatta di chi si dichiarava “fondatore” di Perugia - delega (permisisse) la propria autorità, la propria forza (execitui sui) per poter riempire quei vuoti se non antropici, politici, che gli Etruschi andavano organizzando in nuove compagini urbane
175 Per una “tipologia” delle colonie: FINLEY 2000; per la distinzione tra colonia e apoikia: LEPORE 2000. 176 MALNATI 1993, p. 147, con bibl. 177 Uso le parole di M. Torelli in EDER 1990, p. 83. 178 BERNARDI 1952.

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nell’area padana; non sappiamo quanti Ocno, quanti Arrunte, si siano spinti a Nord, e sicuramente il processo di formazione delle città dell’Etruria padana è stato ben più lungo e complesso della storia propostaci da Servio, certo è però che quanto riferitoci era ancor vivo ai tempi di Servio, e che la storia di Ocno ci è stata tramandata: è un reperto su cui confrontarsi, e questo reperto non collide né con la precoce evidenza dello zilath del cippo di Rubiera, né con la successiva bipenne di Gazzo Veronese, né con una società che sembra evidenziare un dinamismo nell’ordinamento militare - e quindi politico - maggiore che nell’Etruria propria: Ocno discende dai fondatori della città di origine, ma di quel potere non è pienamente partecipe, forse perché cadetto, forse per scelte diverse: ne cum fratre contenderet parte con genti che in lui riconoscono un capo, e da Ocno gemma un potere delegato che - in realtà urbane nuove, senza stratiicazioni di potere, senza i retaggi politici di una lunga formazione, impostate sul dinamismo degli scambi e dei contatti - può aver conquistato autonomia prima che nell’Etruria propria, con una “precoce evoluzione verso forme politiche di tipo repubblicano”179: la Situla della Certosa prima, la Situla Arnoaldi e le stelai felsinee poi ci documentano del resto uno schieramento diversiicato, come a Roma e in Etruria si formerà solo secoli dopo, appunto in piena età repubblicana: il fante con scutum della stele Ducati 80 (Fig. 22) è quello delle stelai di Castiglioncello180 (Figg. 32-33), ma tra le due evidenze ci sono due secoli, e la più antica non è quella del territorio - quello volterrano inizialmente propulsivo181, bensì quella dell’Etruria di frontiera. Per concludere, una rilessione: l’archeologia dipende forse ancora troppo dal retaggio delle proprie origini nella storia dell’arte antica: un po’ per necessità, un po’ per tradizione, molto è valutato da un punto di vista formale ed è allora inevitabile che gli ambienti economicamente più ricchi e di maggiore tradizione culturale appaiano sempre e comunque propulsivi rispetto ad altri, e l’impressione che tale ruolo sia incontrastato, globale e sempre vero è rafforzato dal fatto che è per tali realtà più evolute che abbiamo fonti storiograiche dirette. Ma su fenomeni quali la rappresentatività politica o l’organizzazione di uno scontro militare non è impossibile pensare che esperienze nuove possono essersi sviluppate perifericamente al mondo culturalmente egemone, magari là dove schegge di quel mondo più evoluto hanno avuto modo di svilupparsi libere dal peso di

Cfr. MALNATI 1993, p. 147 s. GALLI 1924, p. 166 ss., igg. 8-9 (errata l’indicazione “marmo greco”: le stelai sono in calcare locale); M. MICHELUCCI, in I Galli 1978, nr. 592. 181 Si veda qui la relazione di S. Bruni.

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tradizioni, di meccanismi di potere, prassi e ritualità di un mondo da cui ci si separa un po’ per necessità, un po’ per esplorare - è il caso di dirlo - nuove frontiere. Così, a nord dell’Appennino, la gestione tattica e politica della milizia sembra aver avuto uno sviluppo diverso e precoce rispetto al sud dell’Appennino stesso, come forse ci indica del resto la penuria di deposizioni di armi nei contesti dell’Etruria padana182: forse l’oploforia - in quella società - aveva cessato per tempo di essere un discrimine sociopolitico, come tale le armi non erano più oggetto di esibizione funeraria, e le frequenti - e paritetiche - immagini di un fante con clipeus o scutum sulle stelai funerarie costituivano il richiamo non a un rango ma a una dimensione civica183, come ad Atene - agli estremi della parabola democratica - le stelai di Aristion e di Dexileos.

182 Con la signiicativa eccezione del peculiare e isolato incipit di Verucchio (SASSATELLI 2001, p. 182). 183 Nella stele Ducati 156 le due facce (Figg. 14-15) mostrano un fante clipeato e un personaggio ammantato, come a offrire due aspetti equivalenti del civis rappresentatovi.

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Fig. 1 - Bologna, Situla della Certosa, prima fascia.

Fig. 2 - Bologna, Situla Arnoaldi, fascia centrale.

Fig. 3 - Situla di Providence, fascia centrale.

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Fig. 4 - Va e, cinturone.

Fig. 5 - Va e, situla, particolare.

Fig. 6 - Welzelach, situla, particolare.

Fig. 7 - Va e, bronzetto di guerriero con elmo polimaterico a falere.

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Fig. 8 - Elmo polimaterico a falere (Lubiana, Narodni Muzej).

Fig. 9 - Comeana, tumulo di Montefortini, lastrina di avorio con guerriero. Fig. 10 - Strettweg, carrello: un cavaliere.

Fig. 11 - Boemia, scudo tipo Herzsprung, variante a U.

Fig. 12 - Bologna, stele Ducati 62.

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Fig. 14 - Bologna, stele Ducati 156, lato A.

Fig. 13 - Bologna, stele Ducati 73.

Fig. 16 - Bologna, stele Ducati 90.

Fig. 15 - Bologna, stele Ducati 156, lato B.

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Fig. 18 - Bologna, stele Ducati 104.

Fig. 17 - Vulci, cratere a calice dello tyszkiewicz P., particolare.

Fig. 20 - Bologna, stele Ducati 160.

Fig. 19 - Bologna, stele Ducati 110.

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Fig. 21 - Chiusi, anfora del Pittore Chiusi 577, particolare.

Fig. 22 - Bologna, stele Ducati 80.

Fig. 23 - Bologna, stele Ducati 109.

Fig. 24 - Vicenza, igure di guerriero da lamine votive.

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Fig. 26 - Hallstatt, tomba 994, fodero bronzeo, particolare.

Fig. 25 - Este, fondo Baratela, modellino di scudo in lamina bronzea.

Fig. 27 - Hjortspring (dK), scudi lignei.

Fig. 28 - Cratere falisco a calice con celtomachia, particolari (Paris, Louvre).

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Fig. 29 - Kazanluk, dromos della tomba, particolare del fregio dipinto.

Fig. 30 - Alessandria, necropoli di Ibrahimieh, stele di Bitios iglio di Lostoiex, il Galata.

Fig. 31 - Fibula Braganza, particolare (London, British Museum).

Fig. 32 - Castiglioncello, stele.

Fig. 33 - Castiglioncello, stelai.

Fig. 35 - Nomos di Locri (Mercato antiquario). Fig. 34 - Ariccia, stipe, quadrilatero con il tipo dello scutum.

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Fig. 37 - Denario di L. Titurius Sabinus (Mercato antiquario).

Fig. 36 - Roma, Ara Domizio Enobarbo, particolare.

Fig. 38 - Città della Pieve, coperchio di cinerario. Fig. 39 - Vetulonia, coperchio di tomba a pozzetto.

Fig. 40 - Coperchio di cista prenestina, particolare (Berlin, Charlottenburg).

Fig. 41 - Bologna, stele Ducati 2, particolare.

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Fig. 43 - Cistoforo di Domiziano (Mercato antiquario).

Fig. 42 - Bologna, stele Ducati 10, di Vel Kaikna o “del navarca”, particolare.

Fig. 44 - Spina, tomba Valle Trebba 306, insegna bronzea.

Fig. 45 - Numanzia, insegna bronzea.

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Fig. 47 - Quinario degli Edui con iscrizione dubnocorex (Mercato antiquario).

Fig. 46 - Orange, arco, insegne celtiche (da Kruta). Fig. 48 - Insegna bronzea con cinghiale (London, British Museum).

Fig. 49 - Bormio, stele frammentaria.

Fig. 50 - Brocolitia (Carrawburgh), stele di signifer.

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Fig. 51 - Mannersdorf, tomba 180, scudo in pelle e cuoio “a pelle di animale”.

Fig. 52 - nadro, roccia del dos Cuì, guerrieri incisi.

Fig. 53 - Paspardo in Valle, Roccia 4, guerriero inciso. Fig. 54 - Cividate Camuno, stele (?) incisa (dis. E. Marchi).

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Fig. 55 - Pulica di Fosdinovo, tomba 1, elmo tipo Montefortino con corna.

Fig. 56 - Nola, tomba dipinta di via del Crociisso, particolare.

Fig. 57 - Mannersdorf Reinthal-Süd, tomba 180, insegna. Fig. 58 - Insegna bronzea a punta di lancia e traversino (Worms, Museum der Stadt).

Fig. 59 - Denario di C. Servilius Vatia (Mercato antiquario).

Fig. 60 - Talamone, ripostiglio del Genio Militare, modellino bronzeo di scudo.

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Fig. 61 - deli, monumento di L. Emilio Paolo, particolare.

Fig. 63 - Murlo, lastra ittile.

Fig. 62 - Denario di C. Servilius Vatia (Mercato antiquario).

Fig. 64 - Gazzo Veronese, tomba Colombara 2, bipenne bronzea. Fig. 65 - Cerveteri, Lastra Boccanera, particolare (da Daremberg-Saglio).

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Fig. 66 - Cista prenestina, particolare (Berlin, Charlottenburg).

Fig. 67 - Specchio con tinia, thalna e il piccolo Fuluns (da GERHARD).

Fig. 68 - tondo di kylix attica irmata douris, particolare (Paris, Louvre; da Daremberg-Saglio). Fig. 69 - Hastis faeni manipulos inligabant, et hos pro signis gerebant (SERV., ad Aen. XI 870). Abini (Teti), bronzetto di arciere con insegna, particolare.

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Fig. 71 - Spina, tomba Valle Pega 185A, cimasa di candelabro bronzeo (ricostruzione).

Fig. 72 - Veio, Olpe Chigi, particolare.

Fig. 70 - Sala (Casentino), bronzetto di guerriero. Fig. 73 - Iberia, denario di Ikalkusken (Mercato antiquario). Fig. 74 - Veio, Campetti, modellino ittile di scudo. Fig. 75 - Denario di Claudio (Mercato antiquario).

Fig. 76 - Bologna, stele Ducati 91, particolare. Fig. 77 - Cippo chiusino frammentario, particolare (ex Palermo 160).