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Coltivare le connessioni

Come “stare online”

Andreas Robert Formiconi

http://iamarf.wordpress.com

andreas.formiconi@gmail.com

Firenze, febbraio 2009

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USA.
Prologo
Questo scritto è una sorta di pamphlet che deriva da una serie di post scritti
nel mio blog 1 per gli studenti. In particolare si riferisce ad una trilogia di post sul
tema “come stare online” che sono apparsi con i titoli “Coltivare le connessioni I,
II e III” 2.

La struttura del pamphlet riproduce la sequenza, per cui il primo capitolo


corrisponde al primo post e così via. Il testo è modificato in misura molto limitata
con alcune integrazioni minori oltre a qualche adattamento per dare maggiore
unità allo scritto e per adattarlo alla versione stampabile.

Poiché i post dai quali ho tratto questo testo hanno generato una notevole
discussione, ho aggiunto una quarta parte nella quale sono riportati gli interventi
più interessanti. Il criterio con il quale ho selezionato i dialoghi è duplice: da un
lato arricchire il testo con gli spunti emersi dalla discussione e dall’altro dare una
testimonianza della vitalità delle blogoclassi.

Ho riportato gli interventi nella discussione così come sono apparsi nel blog,
compresa l’intestazione. Accade così che alcuni sono firmati col vero nome
mentre altri con un nickname perché dipende da come gli autori si sono registrati
nei rispettivi servizi di blogging. Ho deciso di lasciarli così perché i nickname che
le persone si attribuiscono concorrono a formare la loro identità. Il mio per
esempio, iamarf è composto dall’acronimo di quello che è finito per diventare
una sorta di logo, Insegnare Apprendere Mutare, più le iniziali del mio nome.
Talvolta, il nickname rappresenta un momento di riflessione, un
approfondimento, una sensazione, uno stato d’animo, a volte giusto uno scherzo,
insomma può dire qualcosa e questo non è male.

Spesso per un lungo periodo conosco i miei studenti esclusivamente


attraverso la rete e quando successivamente li incontro di persona mi viene
spontaneo utilizzare il nick che si sono scelti anziché il loro vero nome, che non
si sono scelti. E devo dire che questo non dispiace loro affatto e non dispiace
nemmeno a me.

I dialoghi sono poi suddivisi in tre parti per mantenere i riferimenti ai post
che li avevano generati.

Infine una precisazione: nel gergo delle discussioni sui blog si usa spesso il
carattere @ per rivolgersi a qualcuno che ha scritto un commento precedente. Per
1 http://iamarf.wordpress.com
2 http://iamarf.wordpress.com/category/coltivare-le-connessioni/
esempio @pincopallino significa che indirizziamo il testo susseguente a
pincopallino.
Introduzione

È difficile affrontare il nuovo. È difficile comunicare il nuovo. È difficile scrivere


per comunicare il nuovo. Chi legge cerca immediatamente di trovare punti di
riferimento e questi si trovano nel territorio del vecchio, del preesistente, del
familiare. Per affrontare il nuovo tutti devono compiere uno sforzo addizionale:
colui che scrive deve ingegnarsi per trovare strumenti espressivi adeguati, colui
che legge deve essere predisposto al nuovo, deve essere predisposto
all’avventura. Uno strumento fondamentale per comunicare il nuovo è la
metafora ma perché essa funzioni deve poggiare nel territorio familiare del
lettore.

Internet è una cosa nuova, è ormai ubiquitaria, se ne parla moltissimo ma si


ignora quasi completamente la sua portata rivoluzionaria. Internet è l’ultimo
risultato dell’evoluzione ed è destinata a modificare profondamente il nostro
modo di vivere, di lavorare e di conoscere. La consapevolezza della portata di
questo fenomeno è molto ridotta. Talvolta sembra che la capacità di coglierne
l’importanza sia inversamente proporzionale al grado di istruzione, certamente è
inversamente proporzionale al ruolo occupato nelle organizzazioni. Come dire:
se sei un dirigente sarà difficile che tu possa capire cosa ci sia di importante in
Internet.

Attribuisco alla scolarizzazione della società l’incapacità di cogliere il valore del


nuovo e quindi anche di Internet. Sia a causa della formazione dei cittadini che è
strutturata in modo rigido, quella che si chiama appunto istruzione, sia a causa
della scolarizzazione della società nel suo insieme. Una visione nata con la
rivoluzione industriale che sta perdurando ma che è destinata a cambiare
radicalmente perché profondamente estranea ai modi che la Natura segue
nell’evoluzione, della quale noi facciamo parte.

Una delle conseguenze concrete dell’incapacità di cogliere il valore di internet è


la confusione quasi completa su cosa voglia dire “stare online” oggi. Sembra un
tema marginale e superficiale e invece è estremamente importante perché
coinvolge la vita e il comportamento di tutti. L’impatto sociale della formazione si
gioca sugli atteggiamenti e i comportamenti della collettività nel suo insieme e
non sulle nicchie e sulle “eccellenze”. Sulla confusione che permea l’idea di
“stare online” si innestano luoghi comuni e opinioni estremamente superficiali.

Ciò che vorrei spiegare sullo “stare online” è in realtà molto semplice ma al
tempo stesso molto difficile da comunicare. Credo che il motivo stia nella
difficoltà di reperire metafore adeguate, principalmente perché a causa della
eccessiva scolarizzazione ci siamo persi una fetta consistente di vita e con questo
ci siamo persi la capacità di vedere valore in ciò che ha vita. In questo articolo
proverò quindi ad usare tutte quelle che mi vengono in mente nella speranza che
laddove non funzioni una possa funzionare l’altra. Tuttavia, caro lettore, prima di
ricorrere a questo stratagemma, vorrei rassicurarti sul fatto che lo sforzo che ti
richiedo non è gratuito, non è un mero esercizio scolastico. È uno sforzo che tutti
dobbiamo fare perché è imposto dalle grandi mutazioni del mondo nel quale
viviamo.

Nel prossimo capitolo propongo una riflessione su due elementi fondamentali che
è necessario focalizzare prima di qualsiasi altra considerazione: la crescita
esponenziale dell’evoluzione e il ruolo delle reti. Nel secondo proveremo a
giocare un po’ con alcune metafore nella speranza che ci possano essere utili per
imparare ad avere cura delle proprie connessioni. Infine, nel terzo proveremo a
fare qualche considerazione pratica su come stare online e in particolare sull’idea
di Personal Learning Environment.

Non ho difficoltà ad anticipare la conclusione che riassume l’obiettivo di questo


scritto: è necessario rendersi conto che per utilizzare al meglio le nuove
tecnologie di comunicazione dobbiamo imparare ad ignorarle.
Recuperiamo la "big picture"
Evoluzione e crescita esponenziale
È indubbio che viviamo in un epoca di grandi mutazioni ma sarebbe un errore
ritenere queste una novità senza precedenti che turbano e sconvolgono una
condizione di equilibrio, e che forse avremmo potuto evitare o cambiare se
avessimo agito in un modo diverso. Il mondo non è mai stato fermo, anzi esso
esiste e noi, a questo punto della sua storia, lo percepiamo grazie al fatto che esso
è fatto di solo divenire. Noi siamo il frutto dell’evoluzione che ha luogo su questo
pianeta ed è un fatto universalmente accettato che l’evoluzione abbia un
andamento esponenziale 3 {Kurzweil Ray, 2001, The law of accelerating returns}.

È opportuno chiarire che non mi riferisco all’evoluzione dell’uomo o di una


singola specie ma dell’evoluzione in senso generale, come fenomeno che in un
punto dell’universo dà luogo ad un processo di creazione di forme organizzate
sempre più complesse intrecciate fra loro e stratificate le une sulle altre. Il
chiarimento è opportuno perché se ci si limita ad un qualsiasi sottosistema allora
si osserva l’avvicendarsi di fasi di crescita esplosiva, di relativo equilibrio, di
saturazione, di estinzione. Ma se si considera l’evoluzione sulla terra nella sua
globalità allora ci troviamo di fronte ad un incremento continuo di
organizzazione e complessità che, per quanto ci è dato conoscere, culmina nella
cultura della famiglia umana.

Ci sono parole inflazionate. Esponenziale è una di queste: andamento


esponenziale, crescita esponenziale, esplosione esponenziale. Credo che tutti
associno alla parola esponenziale l’idea di qualcosa che cresce in un modo
esplosivo, giustamente. Ma non c’è solo questo. L’esponenziale è una funzione
matematica, diamole un’occhiata 4

3 http://www.kurzweilai.net/articles/art0134.html?printable=1
4 Per inciso, per fare questo grafico ho utilizzato un tool disponibile in internet
che ho trovato dando a Google la seguente stringa di ricerca: “web tool plot
function”. Ho trovato questo:
http://www.univie.ac.at/future.media/moe/onlinewekzeuge.html. È occorso meno
di un minuto fra il desiderio di raffigurare l’esponenziale e la produzione della
figura. Per il mio lavoro di ricerca in passato ho usato innumerevoli software per
la creazione di grafici scientifici ma se mi fossi messo a riesumare uno qualsiasi di
questi ci avrei messo sicurmente più tempo.
È vero che l’esponenziale esplode ma non sempre! Esplode a destra, per x -> ∞
come dicono i matematici. A sinistra invece l’esponenziale è del tutto tranquillo,
sembra che non succeda niente. Ora, se l’esponenziale rappresenta l’evoluzione
e sulle ascisse (asse delle x, quello orizzontale) mettiamo il tempo mentre sulle
ordinate (asse y, quello verticale) mettiamo qualche indicatore della complessità,
vediamo che nella parte iniziale la crescita è molto lenta e solo da un certo punto
in poi ci si rende conto di trovarsi in una situazione esplosiva. È così che nasce
l’illusione che le cose si siano messe a correre all’improvviso ma non è
un’impressione superficiale. Nella fase iniziale delle crescite esponenziali
nessuno si accorge di niente e le approssimazioni lineari o addirittura le ipotesi di
equilibrio stabile trovano facilmente credito. Invece il mondo è sempre cambiato,
l’evoluzione ha avuto inizio sulla terra non appena le condizioni lo hanno
consentito, acqua, atmosfera, sufficiente quantità di specie atomiche disponibili e
adeguatamente diffuse, e da allora non si è più fermata.
Ora, all’inizio del terzo millenio, la fase esplosiva è diventata manifesta e
all’umanità si pone la sfida di imparare ad affrontare una successione sempre più
serrata di mutamenti. Non c’è scampo e non c’è attività umana che possa
prescindere da questo. Il nuovo sarà il nostro elemento naturale.

Reti e strutture
Negli ultimi 400 anni, nel corso dei quali tecnologia ed economia hanno preso a
crescere con impeto alimentandosi dei progressi della scienza a partire da Galileo
Galilei in poi, le organizzazioni di ogni tipo si sono strutturate secondo il modello
gerarchico mutuato dalle organizzazioni di tipo militare, forse il primo modello
organizzativo della storia.

All’albore del terzo millenio è comparso un nuovo elemento che è sempre esistito
ma di cui solo ora si inizia ad intravedere il ruolo fondamentale: la rete {Capra
Fritjof, 2004, Network Logic, 23-34}.
La vita emerge malgrado l’inesorabile aumento dell’entropia stabilito dal secondo
principio della termodinamica con due gambe: organizzazioni e reti.

Le reti sono insiemi di nodi e connessioni. Si chiamano reti a prescindere dalla


natura e dal numero dei nodi, dalla natura, dal numero e dalla struttura delle
connessioni. Le reti non hanno ordine né gerarchia. I nodi, ai fini della
funzionalità della rete, sono tutti equivalenti. Non esistono ruoli diversi per i nodi,
non ci sono nodi di un tipo e nodi di un altro. Le reti crescono spontaneamente in
modo caotico.
Con il termine organizzazioni qui mi riferisco a qualsiasi struttura che riveli
qualche tipo di gerarchia. Le organizzazioni hanno una struttura ordinata e le
parti che la compongono hanno ruoli ben definiti.

Il nodo di una rete, in quanto tale, è un’entità puntiforme che si limita ad


interagire con gli altri nodi secondo delle regole uguali per tutti i nodi e peculiari
del tipo di rete. Tuttavia, se andiamo a vedere un singolo nodo con il
“microscopio” scopriamo che esso ha una struttura interna, a sua volta composta
di organizzazioni e reti.

In natura, organizzazioni e reti sono sinergiche. Ogni cosa è costituita da


complessi insiemi di entità nei quali talvolta prevale la natura della rete e talvolta
quella dell’organizzazione. Sistemi sempre più complessi sono costruiti mediante
inestricabili coacervi di reti e organizzazioni di livello inferiore in una sorta di
illimitato e complicatissimo sistema di scatole cinesi.

Questo paradigma si applica a tutti gli aspetti del mondo, dalla descrizione dei
sistemi biologici a quella dei sistemi macroeconomici.

Come si costruisce una macchina oggi? Qualche tempo fa ho letto di una nuova
macchina cinese che è cinese perché la concezione e il management del
processo industriale hanno avuto luogo in Cina. Tuttavia, i vari sistemi che
compongono la macchina vengono fabbricati negli Stati Uniti, in Germania,
Austria, Cina e qualche altro paese. La macchina viene assemblata in una
fabbrica dell’Italia meridionale. Questa è una tendenza che caratterizza l’intera
economia mondiale. È normale oggi acquistare un auto di una certa marca nella
quale più del 50% dei sistemi che la compongono sono stati progettati, costruiti e
assemblati da una rete internazionale di produttori indipendenti dalla marca del
prodotto finale. Avete bisogno di freni per la macchina che state progettando?
Bene, dovrete considerare tutti i produttori di freni disponibili sul mercato e
scegliere quello in grado di fornire i freni con i dati requisiti e al minor costo.
I nodi di una rete industriale sono le aziende le quali sono delle organizzazioni
caratterizzate da una gerarchia ben precisa, amministratore delegato (Cheaf
Executive Officier), membri del consiglio di amministrazione, manager e via
dicendo. Tuttavia per funzionare, ogni singola azienda si deve comportare come
un nodo di una rete di aziende. L’ insieme di regole che caratterizzano le
connessioni fra le aziende è piuttosto ben definito ma la rete di aziende cresce in
modo caotico. Nessuno può controllare realmente il modo in cui una rete cresce.

La nostra società è composta da insediamenti che vanno dal più minuscolo dei
villaggi alla più grande metropoli. Ogni insediamento umano è composto da reti
e organizzazioni. Per esempio, ogni città ha un sindaco, un consiglio comunale,
una serie di uffici tecnici dove lavorano persone con precise competenze e
responsabilità e via dicendo. Tuttavia in ogni paese l’insieme degli insediamenti
rappresenta una rete che si è sviluppata nel corso della storia in modo spontaneo
e caotico sotto l’influenza di un coacervo di fattori estremamente complesso.
Nessuno ha mai pianificato l’intera distribuzione di insediamenti in un paese.
Tentativi del genere in passato sono forse riferibili a qualche regime dittatoriale
ma si tratta di episodi che il corso naturale delle cose riassorbe in fretta.

Il mondo del software open source, il sistema operativo Linux tanto per fare un
esempio, è una rete di sviluppatori di software, ognuno dei quali si comporta
come un nodo di una rete. A livello “microscopico” possiamo riconoscere che i
singoli nodi possono essere molto diversi. Si può andare dallo studente di
informatica a chi lo fa semplicemente per hobby, dall’azienda di Information
Technology che sviluppa un software Open Source come una variante di una
propria linea di prodotti alla multinazionale che investe miliardi di Euro
nell’integrazione dei prodotti Open Source disponibili con quelli della casa.
Malgrado la tipologia estremamente varia dei contributori, tutti interagiscono con
il mondo Open Source adeguandosi alle stesse regole e agendo quindi come nodi
di una rete.

In un articolo apparso sull’Economist del 25 ottobre del 2005, Il signor Kelly,


responsabile della divisione Proprietà Intellettuale della IBM, alla domanda su
come mai l’IBM, maggior produttore di brevetti industriali nel mondo, si sia
messa a regalarne per un valore cospicuo (40 milioni di dollari nel 2003) al
mondo Open Source, risponde: “It isn’t because we are nice guys” spiegando in
sostanza che ormai è chiaro che la vitalità dell’ecosistema costituito dalla rete di
sviluppatori Open Source è troppo importante per la salute del business di IBM.

I singoli nodi che costituiscono la rete di sviluppatori Open Source, si


comportano in modo del tutto simile ma possono avere strutture interne molto
diverse, da quella di una grande multinazionale a quella di una singola persona,
quest’ultima per esempio composta da un complicatissimo sistema di cellule
organizzate in varie strutture. Forse la più complessa di queste strutture è il
cervello che è composto da una rete di cellule, ogni neurone un nodo. A sua
volta, la singola cellula è un sistema complesso di macromolecole analizzando il
quale troviamo altre strutture e reti. E così via.

C’è probabilmente ancora tantissimo da capire sulle proprietà delle reti e delle
loro relazioni con le organizzazioni ma non vi è dubbio che in tutti i campi si
guardi con estremo interesse al ruolo che le reti sembrano giocare in tutti gli
aspetti del mondo che ci circonda. Un fatto ormai certo sul quale i più
concordano è che quando, in qualsiasi contesto, appare “il nuovo”, questo
accade sempre come prodotto di una rete: la rete, quando gode di buona salute,
produce qualcosa che è superiore alla mera somma delle sue parti. Un insieme di
sviluppatori software caoticamente affacciati sulla stessa rete non hanno prodotto
solo una certa quantità di software somma dei singoli prodotti, bensì hanno dato
vita a quello che si è rivelato un prodotto industriale in grado di competere e in
alcuni settori vincere la competizione con i prodotti industriali convenzionali. In
altre parole, hanno dato vita ad un nuovo modello di produzione,
successivamente replicato in vari altri contesti. Hanno dato vita al nuovo. Il
nuovo nasce come cosa superiore alla somma delle sue parti nelle reti che
godono di buona salute: vita da una rete di macromeloecole, mente da una rete
di neuroni, cultura da una rete di menti. Non è un caso che vi siano rilevanti
osservatori del mondo politico i quali stanno considerando con molta attenzione
il ruolo delle reti nelle vicende economiche e politiche della società {Mulgan
Geoff, 2004, Network Logic, 49-62}.
La nostra posizione nella storia dell’evoluzione sulla terra ed il ruolo delle reti,
che sono sempre esistite ma delle quali solo ora si inizia a percepire il ruolo, sono
elementi essenziali che devono essere tenuti i considerazione per tentare di
affrontare i grandi mutamenti che nessuno può ignorare. È solo alla luce di
considerazioni del genere che possiamo affrontare anche quello che chiamiamo il
mondo online.
Recuperiamo il passato
Nel capitolo precedente ho cercato di mettere in evidenza il ruolo fondamentale
delle reti in un’evoluzione che non ha mai visto soluzioni di continuità.

Le reti sono apparse nella scienza occidentale quando negli anni 20 del secolo
scorso gli studiosi di ecologia hanno descritto gli ecosistemi come comunità di
organismi connessi fra loro in una rete definita dalle relazioni alimentari fra le
specie .

Successivamente le caratteristiche delle reti sono state riconosciute in molti altri


contesti: per esempio gli organismi possono essere pensati come reti di cellule, le
cellule come reti di molecole e via dicendo.

Le generalizzazioni si susseguono e le terminologie contaminano ambiti molto


diversi. Per esempio Google trova più di quattro milioni di siti cercando
“economic ecosystem”. Infatti oggi il termine ecosistema è molto comune nella
descrizione dei sistemi economici.

Dire che mediante le reti si possono spiegare i misteri della vita è certamente
esagerato tuttavia dove c’è vita ci sono reti. Fritjof Capra {Capra Fritjof, 1997, The
Web of Life} chiama “living networks” le reti che formano organismi viventi. Non
tutte le reti sono “viventi”. Le reti viventi sono quelle in grado di autogenerarsi,
cioè di impiegare i propri componenti per trasformare o costruire nuovi
componenti.

Il panorama scientifico si è molto complicato. Gli strumenti della scienza del IXX
e del XX secolo si stanno rivelando insufficienti per tentare di comprendere e
descrivere il mondo in cui viviamo. Forse, il risultato dell’indagine scientifica più
significativo nel XX secolo è stato proprio quello di riconoscere i propri limiti in
una grande varietà di campi. Un fatto che ha indotto la comunità scientifica a
revisionare l’insieme dei concetti, dei valori e dei metodi condivisi per definire i
problemi e ricercare la loro soluzione, il processo che Thomas Kuhn {Kuhn
Thomas Samuel, 1999, La struttura delle rivoluzioni scientifiche} ha descritto
come slittamento del paradigma del metodo scientifico.

Ci troviamo così di fronte a vari nuovi campi di ricerca che condividono il


tentativo di affrontare in qualche modo la complessità: teoria dei sistemi, sistemi
complessi, caos, frattali, dinamica non lineare, sistemi cognitivi, pensiero
sistemico per menzionarne solo alcuni.

In misura variabile, in tutti questi ambiti si rinuncia all’approccio riduzionistico,


che ha dominato il metodo scientifico prima del XX secolo e mediante il quale si
scompone un sistema nelle sue parti confidando di poter dedurre il
comportamento dell’insieme a partire da quello delle singole parti.
Questo modo di guardare all’insieme senza recidere le relazioni di ogni sua parte
con il contesto rappresenta l’approccio olistico all’indagine scientifica. Come
sempre succede quando si presenta una dicotomia bisogna stare attenti a non
restarci intrappolati e il rischio è notevole perché oggi le diatribe fra “riduzionisti”
e “olisti” abbondano.

Deve essere chiaro che non voglio condurre il lettore né da una parte né dall’altra
di questa ennesima dicotomia ma solo sottolineare come nel corso del XX secolo
l’uomo sia stato costretto ad accettare un netto cambio di paradigma nella
metodologia dell’indagine scientifica e in generale nella visione del mondo.

Si tratta di un cambio di paradigma che è tutt’altro che indolore e che è anche


ben lungi dall’essere accettato dalla comunità scientifica e interiorizzato dalla
comunità in generale. La via della conoscenza non è lineare. I semi delle novità
germogliano quando il terreno che li accoglie è pronto. Una nuova visione che
può folgorare alcuni può risultare inaccettabile per altri. Quello che ancora
facciamo fatica ad accettare oggi, nel 2009, può essere stato l’oggetto
dell’intuizione di un poeta due secoli prima. Ecco per esempio cosa ha scritto
Giacomo Leopardi il 4 ottobre del 1821 a pagina 1837 del suo Zibaldone dei
Pensieri {Leopardi Giacomo, 2004, Zibaldone dei pensieri, 664-665}:

Scomponete una macchina complicatissima, toglietele una gran parte delle sue
ruote, e ponetele da parte senza pensarvi più; quindi, ricomponete la macchina,
e mettetevi a ragionare sopra le sue proprietà, i suoi mezzi, i suoi effetti: tutti i
vostri ragionamenti saranno falsi, la macchina non è più quella, gli effetti non
sono quelli che dovrebbero, i mezzi sono indeboliti, cambiati, o fatti inutili; voi
andate arzigogolando sopra questo composto, vi sforzate di spiegare gli effetti
della macchina dimezzata, come s'ella fosse intera; speculate minutamente tutte
le ruote che ancora lo compongono, ed attribuite a questa o quella un effetto
che la macchina non produce più, e che le avevate veduto produrre in virtù
delle ruote che le avete tolte ecc. ecc. Così accade nel sistema della natura,
quando l'è stato tolto e staccato di netto il meccanismo del bello, ch'era
congegnato e immedesimato con tutte le altre parti del sistema, e con ciascuna
di esse.

Con l’intuizione che solo i poeti possono avere, Leopardi anticipa il cambio di
paradigma nella visione del mondo che ancora oggi, nel XX secolo, facciamo
fatica ad accettare.

Le reti rappresentano un elemento centrale nella nuova visione del mondo, quasi
una risposta all’obiezione fatta da Giacomo Leopardi due secoli fa.

Torniamo dunque a considerare Internet, la rete che ormai rappresenta la


principale infrastruttura per la comunicazione, alla quale tutti possono accedere
con una varietà di strumenti di uso comune, non solo col computer Il computer è
ormai già sulla la via dell’obsolescenza. 5.

Ebbene, internet è una “living network” perché ha capacità autogenerative. Le


tecnologie che stanno alla base della gran parte delle funzionalità di internet si
sono sviluppate proprio grazie alle caratteristiche della rete stessa. Solo per fare
un esempio, il più importante software di gestione delle pagine web che viene
utilizzato nei web server è Apache, un prodotto open source e quindi un prodotto
di un componente peculiare di internet.

Internet è una cosa viva come vive sono le innumerevoli comunità che ospita. Ve
ne sono di buone e di meno buone, ve ne sono di tutti i tipi. Sono vive perché
nascono e muoiono, perché hanno tutte una certa tendenza alla sopravvivenza,
perché si possono trasformare, scindere e riunire. Sono vive perché sono
comunità umane. Se volete, potete stabilire connessioni con una qualsiasi di esse
e con quante volete.

La quantità di opportunità offerte da internet è sconvolgente e non era


immaginabile fino a 10 anni fa. Eppure sembra prevalere nell’opinione delle
persone, e forse con ragione, l’idea di una cosa effimera, dove la quantità prevale
sulla qualità, la stupidità sulla profondità.

È veramente così? Laddove c’è massa è inevitabile che la qualità scompaia e


prevalga il peggio? Internet, con la sua straordinaria capacità di fluidificare
l’informazione, è la chiara dimostrazione di questa triste tesi?

Devo dire che, considerata la nostra situazione su questo pianeta, l’idea che tutto
ciò che concerne la massa debba essere negativo mi mette alquanto a disagio. E
poi, dobbiamo dimenticare alcuni fenomeni straordinari come il software open
source, il sistema operativo Linux, IBM che fa affari con mondo open source,
come tutte le altre grandi aziende IT, le multinazionali che fanno ricerca
collaborando con la massa, la possibilità per gli autori di decidere quanto e come
rendere libero delle proprie opere con le licenze Creative Commons?

Tante persone, dopo avere udito qualche mia descrizione di questi fenomeni,
dicono: “Ma queste belle cose riguardano altri, quelli che sanno, quelli che

5 Secondo numerose fonti, il telefono cellulare è la tecnologia che sta invadendo


il mondo (http://www.voanews.com/english/archive/2008-05/2008-05-19-
voa22.cfm). In molte parti del mondo nella quali sino ad ora si è rivelato
impossibile costruire le infrastrutture tecnologiche tradizionali dispongono già di
reti di telefonia cellulare che offrono ampia copertura e velocità di trasmissione
dati elevate (”The art of the possible”, Economist, 13 novembre 2008). Per
esempio, il 72% della popolazione Afgana è coperta dalla rete e nel 2006 il 68%
delle nuove richieste di sottoscrizione ad un nuovo numero di cellulare sono
provenute dai paesi in via di sviluppo.
possono … io non ho questi strumenti, non ho le competenze”.

No. Non sono d’accordo. Non è un problema di competenze. Non è un


problema di strumenti. Non è perché a potere sono sempre gli altri.

L’esplosione di internet dal 2000 in poi è proprio dovuta al fatto che per
esprimersi ed agire in rete bastano competenze elementari e strumenti di
bassissimo costo, ubiquitari e che le nuove generazioni usano quasi senza
accorgersene.

Quello delle carenza di competenze e di strumenti idonei per partecipare è un


alibi che nasconde un disagio più profondo che credo derivi dalla scolasticità
dell’istruzione (ahimè, non formazione) e dalla scolarizzazione della nostra
società con almeno due gravi conseguenze:
a) malgrado il continuo sfoggio di attivismo abbiamo in realtà un
atteggiamento molto passivo, conformista e scarsamente creativo
b) non siamo ormai più abituati ad avere a che fare con le cose vive, o
quasi.

Il primo punto è quello che ho sviluppato sul mio blog in un post dedicato a
Facebook 6 dove mi riferivo al cambio di paradigma suggerito da Patch Adams
con il quali si sostituisce il “so that …” al “because of …”: “ ora faccio questo
perché ho l’obiettivo di …” anziché “non posso fare questo per colpa di …”.
Concludevo dicendo che la questione non è su dove “stare”, nel mondo reale o
in quello virtuale o da qualche altra parte, ma su quali strumenti impiegare per
tentare di realizzare i propri progetti, magari il proprio progetto di vita.

Qui vorrei invece soffermarmi sul secondo punto: abbiamo perso la sensibilità
necessaria per comunicare con le entità vive, non le sappiamo più ascoltare, non
sappiamo più parlare loro, abbiamo perso la capacità di empatizzare al punto che
talvolta non le “vediamo” nemmeno.

Forse qualcuno si sta domandando cosa intenda per cosa viva. Ecco degli esempi:
la pianta che tenete in un vaso ma anche la terra che la ospita, il lievito (di birra)
che mettete nell’impasto per fare un dolce, tutte le cose per fare le quali
chiediamo aiuto a popolazioni di batteri come il pane, il vino, il formaggio, e poi
la terra dalla quale proviene tutta la nostra alimentazione, anche un bambino è
una cosa viva e anche una classe di studenti, la nostra blogoclasse, una comunità
di persone che si riuniscono periodicamente per discutere su un argomento di
comune interesse, magari in internet, una comunità di pratica, l’insieme dei feed
dei siti che mi interessano.

Alcune delle cose che ho elencato sembrano ovvie ma a giudicare per esempio

6 http://iamarf.wordpress.com/2008/12/21/ancora-sui-social-netrworks/
da come in generale mangiamo, da come parliamo ai giovani, da come
insegniamo nelle classi scolastiche, nutro seri dubbi che si sappia ancora parlare
alle cose vive.

Carlo Petrini 7 scrive nella presentazione del bellissimo dvd “Storie di terra e di
rezdore” {Cherchi Antonio, Storie di Terra e di Rezdore}):

Il “savoir faire” dei bravi artigiani e contadini di tutto il mondo ci racconta di


come l’uomo un tempo abbia stretto un’alleanza con la natura , prima di
iniziare a distruggerla sistematicamente, credendo di poterla dominare.

Una cosa vive si distrugge allorché non la si capisce più e non si è più in grado di
parlarle. Si può distruggere un figlio senza toccarlo. Si possono distruggere parti
di mondo (le famigerate materie scolastiche) nella mente dei propri studenti.
Accade di norma, salvo splendide eccezioni. Si può distruggere la propria terra.

Perché è accaduto questo? È accaduto per il processo di atomizzazione della


società che ha condotto alla disgregazione delle piccole comunità umane,
famiglie, paesi, borghi. È accaduto per la conseguente scolarizzazione della
società. La famiglia non educa più, appalta l’educazione ad altri e gestisce la
giornata dei figli. I genitori sono diventati i manager dei propri figli. In parte
perché non hanno tempo ma in parte perché non hanno molto da tramandare.

Si sono interrotti i fili lungo i quali si trasmetteva il sapere, di generazione in


generazione. Ora si va a scuola ma questa dà solo un surrogato finalizzato
all’inserimento nel mondo del lavoro, peraltro spesso in modo non soddisfacente.
La scuola non può dare quella conoscenza che prima fluiva dai vecchi ai giovani
per osmosi, per atti osservati e condivisi, che è difficile codificare in forme
proposizionali e certamente non in quelle dei manuali scolastici.

In tutta quella parte di sapere che si è estinto nel giro di un paio di generazioni, vi
è anche la conoscenza delle cose vive. E mi riferisco solo in minima misura alla
conoscenza scolastica eminentemente nozionistica, pur carente, come per
esempio non sapere che per produrre il latte le mucche devono partorire un
vitello all’anno.

Mi riferisco all’insieme di sensibilità e percezioni che consentono di parlare con


la cosa viva. Tutte le cose vive parlano, anche quelle che non conoscono un
linguaggio simbolico. Me lo insegnò il mio nonno contadino quando avevo dieci
anni:

7 http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Petrini
“Vedi Andrea, le piante parlano”

“Come sarebbe a dire?”

“Le devi osservare per capire quello che ti dicono, devi imparare i loro segni.Per
esempio se le foglie pendono e avvizziscono vuol dire che hanno sete. Tutte le
cose vive parlano. Bisogna aspettare e osservare, loro ti daranno dei segni. Si può
parlare con le piante ma ci vuole tempo”.

Mio padre, laureato, uomo colto e di valore non avrebbe saputo dirmi la stessa
cosa. Io ora ho 54 anni, quindi siamo di fronte ad un fenomeno di estinzione.

Nel panorama della generazione dei miei figli non c’è più niente di tutto questo
e, ripeto, ciò che non conosciamo, lo uccidiamo senza accorgercene. A onor del
vero stanno riemergendo dei segni di attenzione grazie alle iniziative e all’opera
di personaggi come Carlo Petrini, ideatore di Slow Food. Dobbiamo esser
contenti di questi segni ma sono gocce nell’oceano rispetto a quella che era la
cultura di un popolo.

La mia tesi è che non riusciamo a trarre vantaggio dalla ricchezza del mondo
online perché abbiamo perso una cultura sviluppata e tramandata da millenni e
che, nel processo di scolarizzazione della società iniziato nel IXX secolo, è ormai
estinta perché la scuola non è stata in grado di raccoglierla e tenerla viva.

La cultura che abbiamo perso contemplava l’alleanza con la natura citata da


Petrini, come tutte le alleanze fondata sul dialogo e sulla comprensione. Si
possono fare tanti esempi che possono fungere da metafore utili nella vita online.
Il problema è che le metafore funzionano quando portano in un contesto
familiare e invece molte di queste portano in un contesto purtroppo già remoto.
Per questo ne propongo alcune nella speranza che per ciascuno ve ne sia almeno
una congegnale.

Il mezzadro

Inizio con quella che è più congegnale a me e che potrei chiamare del mezzadro.
Perché proprio mezzadro e non semplicemente contadino? La mezzadria
{Casanova Paolo, 2007, La vita e le Cacce dei Contadini fra Ottocento e…} era
un contratto di lavoro fra padrone e contadino che prevedeva che il contadino
abitasse con la famiglia sul podere facendosi completamente carico della sua
conduzione e cedendo il 50% dei prodotti al padrone.

Per diversi secoli, circa fino agli sessanta del novecento, è stata la principale
forma di conduzione del territorio agricolo nelle zone collinari e montane in
Toscana, Umbria, Marche ed Emilia Romagna. In realtà, salvo lodevoli eccezioni,
si è trattato di una forma di sfruttamento che ha raggiunto livelli odiosi,
soprattutto nei poderi di montagna che sono meno prodighi di frutti.

Un vero peccato perché il mezzadro, un po’ per necessità e ristrettezze, un po’


per la grande varietà di attività che la conduzione di un podere richiedeva era un
uomo di grande competenza e versatilità. La competenza del mezzadro, valutata
in un mercato del lavoro equo sarebbe come il vin santo fatto per bene: senza
prezzo. Peccato che lo sviluppo economico se ne sia andato da un’altra parte.
È lunga la lista di tutto ciò che un mezzadro aveva da controllare, curare,
intraprendere, correggere, mantenere, costruire sul suo podere e per i suoi
animali. Tutte le cose dalle quali dipendeva la sopravvivenza della sua famiglia
erano vive, piante, colture, orti, animali, cacciagione. Doveva per forza saper
parlare con esse. Non doveva mai perdere di vista l’insieme ed essere sempre
pronto ad intervenire.

È una mentalità molto diversa da quella dominante nel lavoro secondario e


terziario, dove prevale la manipolazione, la costruzione, la gestione di entità viste
come inanimate, oggetti da assemblare, pratiche da evadere, personale con
requisiti predefiniti da reclutare, risorse da allocare, obiettivi da conseguire.

Nel lavoro del mezzadro vi erano momenti di pianificazione e costruzione ma


prevaleva la pratica dell’ascolto. Per esempio l’orto - che fa l’uomo morto -
richiedeva una visita quotidiana e le cose da fare dipendevano da condizioni
sempre variabili e solo in parte predicibili - oggi l’insalata ha bisogno di più
acqua perché stanotte c’è stata poca guazza, ai pomodori le erbacce sono
cresciute troppo, quei fagiolini vanno colti sennò induriscono … ah le lumache
mi mangiano le fragole …

I feed che voi scegliete di seguire sono come gli ortaggi che decidete di seminare
e di piantare, lo dovete sapere voi di cosa avete bisogno.

Feed è un termine tecnico ma rappresenta una connessione con un essere umano


e tale connessione deve essere seguita come una pianta nell’orto affinché dia i
frutti sperati, va coltivata: leggere quando interessa, riflettere,
commentare,rispondere, proporre.

L’insieme delle vostre connessioni è il vostro orto.

Non spendo altre parole perché so che più di tanto le parole non possono
comunicare. Se avete nella vostra vita reale una connessione di questo tipo, una
persona o un ricordo collegati al mondo della terra, ebbene cercate di recuperarla
e approfondirla, otterrete di più che dalle mie parole.

La madre

Tracciare le fila di questa metafora dovrebbe essere facile dopo quello che ho
detto nella precedente. Inoltre dovrebbe funzionare bene per la metà degli esseri
umani, in teoria.

In realtà non ne sono tanto sicuro. Ricordo la conversazione con un’ostetrica che
lamentava l’assurdità delle domande fatte da un numero crescente di genitori.
Domande che un tempo non sarebbero venute in mente a nessuno e che rivelano
l’imbarazzo per non saper che pesci prendere di fronte ad una cosa viva:
“Chiediamo al dottore!”, “Iscriviamoci ad un corso!”

Luigi Pirandello, in “Donna Mimma” {Pirandello Luigi, 1994, Novelle per un


anno: Donna Mimma, Il vecchio Dio, La…} descrive il sofferto passaggio
dall’esperienza della mammana alla professionalità dell’ostetrica e quando donna
Mimma è costretta ad andare all’università per ottenere il diploma necessario per
continuare la professione che di fatto aveva esercitato da 35 anni,

… mano a mano che quella famosa conoscenza implicita, di cui il professor


Torresi ha parlato, le diviene esplicita, donna Mimma - veder più chiaro? altro
che veder più chiaro! - Non riesce a veder più nulla.

Ora anche mamme e babbi stanno perdendo la conoscenza implicita!

Ecco un bell’esempio di ciò che intendo per società scolarizzata. Cercare in


forme proposizionali, somministrate da una cattedra e pagate un certo prezzo
conoscenze che prima erano respirate nella comunità.

Come confrontare l’acquisto e la consumazione di una barretta con la


preparazione di una piatto e la sua degustazione con un amico. La differenza è la
vita.

Credo che la scolarizzazione contribuisca tragicamente al rapporto con le


generazioni successive, sempre che si possa ancora parlare di rapporto … ma
chissà …

Il maestro

Trovo che questa sarebbe la metafora più bella. La cura, il rispetto e l’umiltà in un
anziano che segue il percorso di un giovane. Il vero maestro parla poco,
interviene poco, il minimo. Il vero maestro si disinteressa della quantità ma solo
della qualità, perché la quantità sarà affare del giovane ma è sulla ricerca della
qualità che il maestro può essere utile.

Raro. Rarissimo a scuola. La rarità rende ancor più fulgide le eccezioni che
fortunatamente esistono. Se avete avuto la fortuna di trovare un maestro sul vostro
cammino, ebbene ripensate a quell’esperienza.
Se vi pare di non avere avuto questa fortuna, potreste utilmente ripensare alla
storia di Josef Knecht, asceso precocemente alla carica di Magister Ludi della
Castalia, che decide di spogliarsi di tutti i privilegi che gli derivano da tale ruolo
per vivere la propria missione di educatore, libero nel mondo, semplicemente
con un flauto dolce in tasca {Hesse Hermann, 1981, Il giuoco delle perle di
vetro}.

Se dedicate alle vostre attenzioni l’attenzione e la cura che il maestro dedica ai


suoi giovani allora avrete delle piacevoli sorprese.

La passeggiata nel bosco

Sia andando in cerca di connessioni che coltivando quelle selezionate, può


venire molto facilmente l’ansia di non poter affrontare una quantità così grande e
soprattutto di perdere qualcosa nella vastità della quale non si scorgono i limiti.
Un altro effetto della scolarizzazione: voler vedere i limiti del territorio, avere
bisogno del manuale, voler sapere tutto ciò che serve. Questa è una mal-
formazione di origine scolastica. La vita non è così. Mai.

Queste ansie sono emerse con evidenza nel corso online sul “connettivismo e la
conoscenza connettivistica” tenuto da George Siemens e Stephen Downes nel
semestre autunnale di quest’anno.

Durante la seconda settimana del corso proposi la metafora che traduco qui di
seguito 8.

Pare , forse non sorprendentemente, che molti di noi si trovino disorientati e


talvolta infastiditi dalla struttura caotica del corso.

Ebbene, facciamo una passeggiata in un bosco e rilassiamoci …

cosa vuol dire conoscere un bosco?

• conoscerne il nome?
• conoscere tutti i sentieri del bosco così da poter tornare indietro con
sicurezza in qualsiasi condizione?
• conoscere tutti i tipi di alberi, piante e animali che lo popolano?
• conoscerlo così da poterci cacciare animali selvatici?
• sapere se in qualche sua parte scorre dell’acqua sotto il suolo?
• sapere dove e quando ci si possono trovare dei buoni funghi?
• sapere che vi ebbe luogo un importante fatto storico?
• sapere che vi trovò ispirazione un poeta famoso?

8 http://iamarf.wordpress.com/2008/09/11/cck08-letso-go-for-a-walk-in-a-wood-
and-relax/
• essersi innamorati di qualcuno in quel luogo?

Oh, quanti modi diversi ci sono di conoscere quel bosco, alcuni richiedono una
vita intera, altri pochi istanti.

Tuttavia, nessuno può credere che per conoscere quel bosco sia necessario
conoscerne esattamente tutti gli alberi, uno per uno, le loro forme, età e
posizione. Tutte le piante. Tutte le foglie di ciascuna pianta. Tutti gli animali e
dove si trova e cosa fa ciascun animale in ogni istante. Tutte le pietre. Tutte le
particelle.

Certo che no! È semplicemente troppo e del resto, potrebbe essere desiderabile
un simile tipo di conoscenza? No, questo tipo di conoscenza completa e
dissennata è certamente meno desiderabile di una qualsiasi delle precedenti.

No, quello di cui abbiamo bisogno è di trovare ciascuno il proprio percorso per
conoscere quel bosco. I modi di conoscerlo sono illimitati e ciascuno può
impiegare un sistema di concetti diversi per conoscerlo. Un sistema diverso di
connessioni. Una rete diversa di connessioni. Persino la stessa persona in
momenti diversi può ricorrere ad un diverso sistema di concetti per conoscere
quel bosco.

In ogni caso, qual è il modo migliore per raggiungerne quella vostra particolare
conoscenza? Semplicemente godendosi una passeggiata, una, due, molte volte
e andando dove vedete qualcosa che vi piace. Col passare del tempo
conoscerete quel bosco nel vostro particolare modo.

Prima di passare alla terza parte, se siete ancora qui ma le metafore che vi ho
suggerito non vi convincono e non trovate riferimenti significativi a qualche
esperienza del vostro passato, potrei suggerirvi di procurarvi il dvd “Storie di terra
e di rezdore” {Cherchi Antonio, Storie di Terra e di Rezdore} e guardarlo con
attenzione. Ci sono sequenze che meritano visioni ripetute.

Se anche dopo questo, non vedete il nesso … beh, allora forse è meglio che in
Internet ci stiate il meno possibile, effettivamente.
Cosa dobbiamo fare?
Con questo terzo articolo sul tema “Coltivare le connessioni” cerco di chiudere il
cerchio tornando alla domanda iniziale: “come stare online”?

Nelle aspettative del lettore paziente, ma forse anche nelle mie, c’è
probabilmente la conclusione tecnica del discorso: di quali strumenti ci
dobbiamo servire e come dobbiamo usarli.

Confesso di averci provato e di avere riscritto vari pezzi per poi buttarli via, uno
dietro l’altro. Più che ho tentato di avvicinarmi agli aspetti tecnici e più che me
ne sono allontanato.

Abdico quindi, e assumo che questa mia incapacità rappresenti un segnale


preciso: il problema non è tecnico. Il problema tecnico non c’è. Sembra che ci sia
perché la quantità di tecnologia che ci circonda è tale da creare ansia e togliere
lucidità. Un vero e proprio blocco mentale che, unitamente alla scolarizzazione
che spaccia l’istruzione per conoscenza, impedisce alla maggioranza delle
persone di rendersi conto che oggi per usare internet non c’è da imparare quasi
niente.

Dobbiamo solo rendercene conto ed è giusto una questione di testa. Il problema


è che l’istruzione non aiuta a liberare la testa. Faccio un esempio banale. Quando
mi capita di trovarmi in una riunione dove si ragiona di soluzioni informatiche
per l’insegnamento o per l’organizzazione universitaria mi trovo spesso a
proporre l’impiego di strumenti privi di costo e disponibili in modo pervasivo
come blog, wiki, documenti condivisi o altri strumenti del genere.

L’obiezione tipica che mi viene sollevata è: “Ma noi dovremmo acquisire le


competenze e non abbiamo tempo, non si può mica pretendere che ci si metta a
fare un corso apposito!”. No di certo, ci mancherebbe, ma quelli che sto
proponendo sono strumenti che centinaia di milioni di persone stanno già usando
in tutto il mondo.

Ora, se consideriamo che meno di dieci anni fa tali strumenti non esistevano
nemmeno, che i neonati, almeno per ora, ad internet non accedono, che molti
purtroppo hanno altre gatte da pelare quali malattie, indigenza, fame ed altre
piaghe, in pratica, chi rimane? Semplicemente tutti! E quindi, considerato che in
tali riunioni incontro prevalentemente persone confortate da alti livelli di
istruzione, cosa devo concludere? Forse che studiare e fare carriera nuoce
gravemente alla capacità di adattamento? Se questo fosse vero, considerati i
mutamenti che ci attendono, allora siamo messi decisamente male!

È una questione di testa e non più di tecnologia perché la “macchina” si è


avvicinata, “noi siamo la macchina”. E se è una questione di testa allora recupero
dal cestino i vari pezzi che non arrivavano mai alle “istruzioni per l’uso” e li
rimetto insieme.

Per coltivare bene le nostre connessioni bisogna pensare all’I care scritto da Don
Milani 9 su una porta della scuola di Barbiana. Quella scritta rappresenta una
geniale proiezione nel futuro. Non esiste cosa al mondo che non ci concerna
perché realtà fisica, ecosistema terrestre, comunità umana, conoscenza, la nostra
psiche sono tessuti sterminati di connessioni {Capra Fritjof, 1997, The Web of
Life}.

Le “cose”, i “contenuti” si materializzano grazie agli intrecci di queste tessiture e


l’esistenza di ogni “cosa”, ivi compreso ciascuno di noi e soprattutto la mente di
ciascuno di noi, esiste e si arricchisce in virtù delle sue connessioni con il resto
del mondo. L’I care di Don Milani ci ricorda che il nostro potenziale di esistenza
si alimenta unicamente attraverso l’attenzione verso il mondo esterno e la
compartecipazione.

Nella “scuola” di Don Milani infatti scuola e vita coincidevano: la scuola iniziava
svegliandosi e finiva addormentandosi educando così i giovani ad un
atteggiamento che oggi chiameremmo lifelong learning. Era scuola trasversale
dove in ogni discorso ed in qualsiasi momento poteva materializzarsi una
connessione, un “hyperlink”, verso un’altra “materia”. Era scuola fatta dagli
studenti, dove colui che si trovava avanti non partiva in fuga bensì utilizzava la
propria posizione di vantaggio per dare una mano a chi stava più indietro
aiutando anche se stesso perché lo studente che cerca di spiegare ad un altro non
perde tempo ma migliora la propria conoscenza 10.

Oggi parliamo di “sharing”. Era scuola aperta e permeabile al mondo esterno


(openness) dove si poteva invitare a parlare chiunque, anche personaggi di rilievo
appartenenti al mondo della cultura o della politica. Tuttavia qualunque fossero il
rango e il prestigio della persona invitata, questa doveva rispettare il lavoro in
corso calandosi nella classe a livello di pari (peering). Era scuola che inviava i

9 http://it.wikipedia.org/wiki/Lorenzo_Milani
10 Vale la pena a questo proposito citare il caso della Finlandia che ha
surclassato tutti gli altri paesi nei ranking PISA
(http://www.pisa.oecd.org/)(leggetevi un po’ il sommario
(http://www.pisa.oecd.org/dataoecd/15/13/39725224.pdf) dei risultati) di qualità
dell’insegnamento nella scuola secondaria. Commentano
(http://finland.fi/netcomm/news/showarticle.asp?intNWSAID=41557) i finlandesi:
According to the survey, the strength of the Finnish school system is that it
guarantees equal learning opportunities regardless of social background. Instead
of comparison between pupils, the focus is on supporting and guiding pupils
with special needs. Very few children need to repeat grades. In Italia, dove ci
classifichiamo agli ultimi posti del ranking PISA, abbiamo paura che i bambini
degli immigrati riducano le “performances” dei nostri figli.
propri ragazzi a fare esperienze di lavoro all’estero, in un contesto di
apprendimento reale di lingue e culture diverse (acting globally).

La vita online può rivelarsi un’esperienza straordinaria se viene vissuta come i


bambini di Don Milani vivevano la sua scuola. Stare online per crescere, per
apprendere, in un processo dove colui che apprende è il protagonista che dà
forma al proprio ambiente di apprendimento in funzione del progetto che si è
prefisso.

Colui che apprende è un uomo che coltiva con amore e pazienza il proprio
giardino delle connessioni. Un’immagine che da qualche tempo ha anche una
controfigura nel novero delle tecnologie didattiche, sì proprio una controfigura
perché l’immagine è tanto ricca quanto fragile mentre l’arena della “mainstream
information”, nella quale le tecnologie competono per guadagnarsi l’attenzione
dei potenziali mercati, è un luogo rude e sommario. Questa controfigura è il
Personal Learning Environment (PLE).

Il PLE è una delle ultime di una lunga serie di invenzioni, ognuna rigorosamente
con il proprio acronimo. Probabilmente molti pensano che il PLE sia
un’applicazione software, forse un servizio web o comunque una “cosa” che si
usa e che magari si compra ma non è così.

Il PLE è l’ambiente nel quale si vive un’esperienza di apprendimento. Non è un


sito, non una piattaforma, non un Content management System (CMS), non un
Learning Management System (LMS).

Non è nemmeno una cosa che si trova a scuola, quasi mai, salvo rare e preziose
eccezioni. Questa affermazione può sembrare un controsenso perché la scuola
dovrebbe essere il luogo dove si va ad imparare ciò che serve per inserirsi nella
società. In realtà la scuola istruisce ma non favorisce l’apprendimento. Scrive
John Medina 11 {Medina John, 2008, Brain Rules}, un noto ricercatore nel campo
della biologia molecolare dello sviluppo:

If you wanted to create an education environment that was directly opposed to


what the brain was good at doing, you probably would design something like a
classroom.

La vita scolastica si svolge quasi tutta in classe. Il rimanente si svolge a casa ma


non cambia niente, ci si siede nuovamente per eseguire una sequenza di compiti
preordinati. La rigidità regna sovrana.

Questo modello ha una conseguenza importante per quanto concerne il PLE: è lo


stesso per tutti. La scuola propone, anzi impone, un ambiente di apprendimento

11 http://www.brainrules.net/
del tutto non personale, un “Classroom Learning Environment” che si cerca di
approssimare ad uno standard comune, uno “School Learning Environment”.

La personalizzazione nei confronti del singolo studente sta quasi tutta nei voti
ricevuti che esprimono la sua attitudine ad adattarsi allo School Learning
Environment, un’attitudine che prima o poi si rivelerà largamente scorrelata dalle
attitudini necessarie nella vita reale. Il PLE rappresenta invece l’ambiente di
apprendimento personale, necessariamente diverso per ciascuno.

Coloro che si occupano seriamente di innovazione didattica stanno pensando che


è l’ora che i professori “escano” dalle loro classi, ormai luoghi di
rappresentazione di una realtà molto parziale e sempre più distorta 12, {Abbott
John, In press, Overschooled but Undereducated: Society's Failure to Understand
Adolescence}. Luoghi dove gli studenti siedono in ottemperanza ai regolamenti
scolastici mentre con la mente sono altrove, perennemente connessi con il
mondo esterno, con il proprio ambiente personale, il proprio “personal
environment”, che è cosa diversa dal “personal learning environment”.

Si può dire tutto il male che si vuole di questo fenomeno, e probabilmente spesso
con ottime ragioni, ma limitarsi a condannarlo vale poco. I fenomeni di massa
quando si verificano ci sono e basta e questo è di dimensione planetaria. Tanto
vale rimboccarsi le maniche affrontando la novità in modo positivo.

Per iniziare proviamo a ragionare in modo non negativo. I giovani non stanno
così tanto online perché sono scapestrati o degenerati ma perché così fanno i
cittadini della società della conoscenza e la nostra società si sta trasformando
rapidamente nella società della conoscenza.

È necessario intendersi su questo termine. Società della conoscenza non significa


che i suoi cittadini siano sapienti bensì che la conoscenza sia distribuita in modo
pervasivo e facilmente accessibile a chiunque in contrasto col passato quando la
conoscenza era scarsamente accessibile e confinata in luoghi circoscritti. Non
solo la conoscenza è disponibile a chiunque ma chiunque può contribuire a
produrla. L’autorità che deriva dalla produzione di conoscenza è negoziata
continuamente mediante la discussione e la partecipazione; prima l’autorità era
garantita esclusivamente dal ruolo in un’organizzazione accreditata e
caratterizzata da una struttura gerarchica.

12 Michael Wesch ha scritto recentemente un bell’articolo a riguardo


(http://mediatedcultures.net/ksudigg/?p=188). Michael Wesch è noto in tutto il
mondo per gli esperimenti didattici di grande interese che sta realizzando con i
suoi studenti. È professore di antropologia culturale pressa la Kansas University.
Nel 2008 è stato insignito (http://www.youtube.com/watch?v=hBmDgMFAZTI)
del National Professor of the Year Award dalla Carnegie Foundation.
Sicuramente molti storceranno il naso di fronte ad una simile visione. Non stiamo
tuttavia dicendo che il nuovo tipo di autorità sostituirà quello tradizionale ma
solo che il concetto di autorità si sta diversificando. I manager dell’IBM hanno
mostrato di averlo capito perfettamente quando nel 2001 hanno finanziato
l’introduzione di Linux nei loro sistemi per poi reintrodurre due anni dopo
nell’arena del software open source brevetti per un valore di 40 milioni di dollari.
Operazioni simili sono state condotte da altre grande aziende in settori molto
diversi, mutatis mutandis, ottenendo dei clamorosi successi, assolutamente
imprevedibili, secondo i canoni di giudizio convenzionali.

Alla base di operazioni del genere c’è il riconoscimento implicito dell’esistenza di


una sorta di “autorità distribuita” nella rete e, in secondo luogo, la liberazione di
una certa quota della proprietà intellettuale dell’azienda a fronte di un maggior
ritorno dalla rete, identificata come il substrato necessario per un ecosistema
economico vitale.

Oggi la conoscenza è disponibile ovunque e non si tratta solo di mera


informazione. Se si trattasse solo di questo sarebbe giusto una questione di
quantità come probabilmente si ritiene nell’opinione pubblica dove internet viene
assimilata ad un immenso repositorio di informazioni, privo di qualsiasi ordine,
nel quale non ci può essere nessuna speranza di estrarre il buono da un oceano
di mediocrità.

La grande novità invece è di natura qualitativa: mentre prima le masse potevano


fruire dell’informazione solo attraverso i media oggi le masse possono esprimersi.

Come sempre di fronte al nuovo il mondo si spacca fra scettici e entusiasti. Gli
scettici sono certamente indignati di fronte alla libera diffusione di opinioni che
non sono sottoposte a nessun tipo di vaglio e non possono che considerare
internet come un luogo dove sciatteria e moltitudine si uniscono in un connubio
devastante.

Tuttavia dovremmo ormai aver capito che mai una novità presenta una faccia
sola e certamente devono esistere degli aspetti positivi, si tratta solo di coglierli e
lavorarci. Siamo unicamente noi con le nostre azioni che possiamo dar valore
agli strumenti, di per sé ne buoni ne cattivi.

Le masse possono esprimersi perché chiunque può scrivere i propri pensieri,


proporre le proprie immagini, i propri suoni, commentare i contenuti degli altri,
classificarli, chiedere aiuto per risolvere un problema, trovare la soluzione al
problema di un altro e via dicendo. Inoltre oramai non sono solo gli individui a
cooperare attivamente alla produzione di conoscenza in internet ma anche le
aziende e perfino alcune aziende di grandissime dimensioni, quali per esempio
IBM, Procter & Gamble, Goldcorp.
Il fatto che internet stia diventando molto rapidamente il luogo naturale della
conoscenza rappresenta una straordinaria opportunità per fare un’operazione
che avremmo dovuto compiere già da tempo: trasformare il “personal
environment” in un PLE.

La missione della scuola in questa fase di turbolenta transizione verso la società


della conoscenza dovrebbe proprio essere questa: educare i cittadini a
considerare il proprio “personal environment” come un PLE.

Qui, per evitare il potere d’attrazione dei luoghi comuni, in particolare che
l’attenzione si focalizzi tutta sulla tecnologia vorrei però fare un altro passo
indietro, di quasi due secoli.

Giacomo Leopardi aveva un PLE?

Sembra una domanda folle con una risposta banale: certo che no, come avrebbe
potuto senza computer, reti, feed …

E invece sì, Giacomo Leopardi aveva un PLE, cioè, aveva il proprio giardino di
connessioni e lo sapeva coltivare anche molto bene!

Giacomo Leopardi disponeva della biblioteca realizzata dal padre Monaldo, una
circostanza straordinaria che consentì a Giacomo ed ai suoi fratelli di poter
stabilire innumerevoli “connessioni” con autori di tutto il mondo e di tutte le
epoche.

Non si tratta ovviamente di connessioni elettroniche ma questo è un fatto


marginale perché il valore di una connessione sta nella parte di mondo che essa
può svelare né devono parere limitate le connessioni con vite del passato.
Ricordo come nel corso online Connectivism & Connective Knowledge 13, abbia
avuto luogo una divertente discussione scaturita dalla domanda: si possono avere
connessioni con i morti?

La connessione con un autore del passato sembra avere il limite di essere a senso
unico perché l’autore non può rispondere ma non è proprio così. Frugare a più
riprese nell’opera e nella biografia di un autore amato è qualcosa che assomiglia
molto ad un dialogo.

Come possiamo quindi negare che Giacomo Leopardi avesse un suo PLE, anche
se sotto forma di una biblioteca e di un padre tutto dedito a tenerla viva per i figli,
una sorta di internet ante litteram. Come avrebbe potuto scrivere a 15 anni la
Storia della Astronomia {Leopardi Giacomo, 2002, Storia dell'astronomia} se il
padre Monaldo non avesse scritto al cognato che si trovava a Roma:

13 http://ltc.umanitoba.ca/connectivism/
È smanioso di leggere la storia dell’astronomia di Giovanni Federico Weidler. La
ha cercata inutilmente in provincia. Vi prego di ricercarla costì e di ottenerla a
qualunque prezzo, e, se non può comprarsi, ottenetela almeno in prestito per
poco tempo.

Tuttavia, anche la biblioteca e l’attenzione paterna, per quanto costituissero una


circostanza straordinaria, sarebbero state insufficienti per costituire un PLE in
grado di giustificare l’opera di Leopardi. La piazza davanti a casa e la vita che vi
si svolgeva sono stati elementi fondamentali del suo PLE. La casa antistante dalla
quale udiva cantare Teresa Fattorini, le strade di Recanati, le immagini e i suoni
del popolo operoso, la vita nei campi circostanti la via per la dimora estiva
formarono una trama di connessioni senza le quali non avremmo potuto
conoscere le sue poesie più belle.

Tutto questo era il PLE di Leopardi. Certo, un PLE eccezionale, straordinario,


coltivato con passione e tenacia per tutta la vita. Ma tutti gli uomini hanno avuto
il loro PLE. Tutti gli uomini, sempre, anche Lucy 14, vissuta più di 3 milioni di anni
fa, aveva il suo PLE ed era anche molto importante che lo coltivasse per bene per
ridurre le probabilità di essere mangiata dalla prima fiera di passaggio.

In cosa si differenzia quindi il PLE che tutti gli esseri viventi si formano durante la
loro vita da quello dell’era di internet? In poco e niente nella sostanza ma in
molto nelle potenzialità.

Leopardi fu fortunato (a questo riguardo) rispetto ai suoi contemporanei per la


disponibilità eccezionale di connessioni di cui godette. Ecco, noi siamo
egualmente fortunati. Avere internet a disposizione è come avere la biblioteca di
Monaldo, anzi, forse è molto di più.

Le connessioni fornite dalla sua biblioteca erano quasi tutte con i morti, quelle
vive doveva cercarsele primariamente nella vita agreste che lo circondava. Noi in
internet possiamo stabilire connessioni di tutti i tipi, con personaggi del passato
ma anche con persone vive. Anche con quelle persone con le quali potremmo
avere grande comunanza di idee, passioni e intenti e che non avremmo mai
potuto raggiungere altrimenti.

Chissà cosa non avrebbe pagato Leopardi per raggiungere altri spiriti affini,
allorché quelle stanze che prima avevano rappresentato una fantastica fonte di
connessioni, col passare degli anni si rivelarono una prigione dorata.

Spero a questo punto di avere descritto con sufficiente chiarezza il PLE,


ingrassando il freddo acronimo con l’adeguata ricchezza e profondità del

14 http://it.wikipedia.org/wiki/Lucy_(ominide)
concetto che rappresenta. Se il lettore mi assicura di non dimenticare tale
ricchezza possiamo azzardarci a dire che dal punto di vista tecnico, per quanto
concerne internet, il PLE non è altro che un mazzetto di feed mantenuti in un
aggregatore, vale a dire un apposito servizio web che chiunque può imparare ad
usare in pochi minuti. I feed non sono altro che degli indirizzi internet che ogni
sito web offre e che, una volta introdotti nel proprio aggregatore, consentono di
appurare in qualsiasi momento in quali siti fra quelli messi nel mazzo ci sia
qualcosa di nuovo. Un meccanismo estremamente semplice che consente di
tenere agevolmente traccia di un gran numero di fonti.

Ecco, questo è il topolino che ho partorito, mi pare che di tecnico non ci sia
molto altro a dire.

Semmai, il meccanismo è talmente semplice che si corre il rischio di superare


facilmente la soglia di ciò che si può seguire ragionevolmente. Forse che questo
non succede abitualmente per tutte le altre nostre connessioni? È interessante
quanto scrive 15 in proposito Carlo Columba nel suo blog :

Ho scoperto poi che il proprio PLE non è tracciabile una volta per tutte! Se si
volesse tracciare per l’intero corso della propria esistenza attiva verrebbe fuori
qualcosa di gigantesco e richiederebbe una quantità di tempo sproporzionata.
Di qui la decisione di concentrare l’attenzione sul PLE “attuale”, quello
dell’ultimo anno ad esempio. Magari l’anno prossimo ne farò un altro,
certamente diverso dal presente.

Proprio così, l’anno prossimo sarà diverso ma già fra un mese sarà un po’
cambiato. Il modo con cui Carlo ha schematizzato il proprio PLE 16 è interessante
ma sarebbe un errore assumere che sia il modo “giusto”. Non esiste il modo
giusto. La rappresentazione grafica del PLE di Carlo è interessante ma è il suo
modo giusto.

Ognuno ha il proprio PLE ed il suo modo di immaginarlo in ogni dato momento,


l’importante è che si abbia la percezione della sua importanza e si impari ad
averne cura. Per esempio io lo immagino 17 suddiviso in categorie che sono
distinte in base alla natura emotiva delle connessioni. Provo a farne una fotografia
limitandomi alle connessioni che concernono ciò che sto scrivendo.

Ci sono le connessioni con coloro che potrei chiamare fratelli maggiori o maestri
che aumentano con il tempo ma non si dimenticano mai. Queste danno la luce
che serve ad illuminare le altre. Poi ci sono quelle con i compagni di viaggio o di

15 http://www.columba.it/2009/01/26/il-mio-personal-learning-environment/
16 http://www.mindomo.com/view.htm?m=75b88d11aac94b27b49a7bcb2720be
44
17 http://www.mindomo.com/view.htm?m=5c7931e7bce3447291e3ff5800cf32f9
scuola, quelle con i fratelli minori, gli studenti per esempio, come foglie che ad
ogni stagione si rinnovano, e infine le connessioni con il proprio ambiente, le
proprie radici.

Fra i fratelli maggiori, i punti cardinali online sono personaggi ai quali mi sento
molto vicino e che spesso esprimono o stanno realizzando ciò che io intuisco o
accenno solamente. Sono coloro che si tende a seguire perché si immagina che
siano sulle tracce giuste. Hanno tutti in comune il fatto di essere "poco
accademici", certamente nel senso che intendiamo nel nostro paese. Sono
esempi di folli come quelli descritti nel video Think different 18, cioè di persone
che non sono prigioniere dei propri ruoli e del proprio status quando si tratta di
cogliere l’occasione di cambiare qualcosa in bene.

Stephen Downes, è un ricercatore canadese che si occupa di "online learning",


nuovi media, pedagogia e relativi aspetti di natura filosofica. Clay Burrel è
un'insegnante americano che insegna inglese da otto anni in scuole internazionali
asiatiche. Michael Wesch, un professore di antropologia culturale presso la
Kansas University. Sia Burrel che Wesch sono molto noti per l’interesse dei loro
esperimenti didattici. David Wiley, professore di Instructional Psychology and
Technology alla Brigham Young University, si occupa di Open Educational
Resources.

I punti cardinali offline sono autori contemporanei. Per esempio Fritjof Capra
[Capra, 1997] , che ho riscoperto grazie al corso online sul connettivismo e dal
cui lavoro sto attingendo a piene mani. Oppure il regista Mike Figgis, il quale in
“Digital Film-Making” scrive: {Figgis Mike, 2007, Digital Film-Making}

Unless you create an environment where people enjoy the working experience,
the chances of making a good film are minimal … In making my films, I’ve
made it my business to make the actors to feel engaged with the camera.

Credo che il valore di questa affermazione sia universale, mutatis mutandis. Potrei
dire, parafrasando, che “unless you create an environment where students enjoy
the learning experience, the chances of achieving significant learning are minimal
… In making my courses, I’ve made it my business to make the students to feel
engaged with their learning.”

Con i punti cardinali del passato la faccenda si fa complicata perché sono troppi!
Mi limito a quelli che sono emersi spontaneamente in questo articolo e che
quindi non hanno bisogno di essere esplicitati ulteriormente: Leopardi,
Pirandello, Don Milani.

I compagni di viaggio sono persone che ho incontrato condividendo esperienze

18 http://www.youtube.com/watch?v=gLqqJDSWvyU
di apprendimento e che navigano, magari in maniere diverse, puntando verso
direzioni molto simili. Sono tutte persone che ho conosciuto in rete ma con
alcune di queste ci siamo poi conosciuti personalmente, dalla stretta di mano e
due chiacchere alle orecchiette cucinate insieme, all’incontro in un ristorante,
alla collaborazione in esperimenti didattici e nella pubblicazione di articoli.

Spesso splendide e profonde relazioni umane, connessioni vivissime nate e per lo


più sviluppate in rete. Fondamentali per non sentirsi soli.

Anche gli studenti concorrono a formare il mio PLE, anzi una parte importante di
esso. Come dire che io dai miei studenti imparo moltissimo. Le migliaia di blog
che attraverso rappresentano uno straordinario crogiuolo di umanità e
serendipità.

Fra gli studenti vi sono tutti quelli che popolano le blogoclassi di questo semestre
ma anche le blogoclassi dei semestri precedenti, seppur più sullo sfondo e
attenuandosi col passare del tempo. Tuttavia alcuni di questi studenti finiscono
poi per entrare nel novero dei compagni di viaggio, dei miei amici.

C’è poi un ramo di connessioni recenti o latenti, potrei dire in incubazione, le


uniche che puntano a siti anziché a persone. Sono in incubazione perché
sospetto che prima o poi possano schiudersi rivelando la presenza di un amico e
magari poi di un compagno di viaggio.

Infine ci sono le connessioni con il proprio ambiente, con le persone con le quali
vivo, con i miei animali o con le mie piante. Prendersi cura di un animale insegna
tantissimo. Osservandoli e cercando di capirne i comportamenti si impara
moltissimo riguardo agli umani ed al loro rapporto con l'inesorabile mutare delle
cose.

Ho voluto descrivere il mio PLE, uno come tanti, limitatamente al tema di questo
discorso ma includendo ogni tipo di connessioni quali libri, conoscenze personali
o magari ricordi affiorati improvvisamente e percepiti in una nuova luce. Solo
così ha senso parlare di PLE e solo così si può capire l’enorme potenziale positivo
delle connessioni online.

Per questo ho espanso un poco la connessione con Don Milani nella


rappresentazione grafica 19 del PLE. Venni a conoscenza della sua opera grazie ad
un amico, circa trent’anni fa. Mi misi a leggere i suoi scritti e quando arrivai a
“Lettera a una professoressa” rimasi folgorato. Quel libro mi fece riaffiorare alla
memoria un brano della mia adolescenza con una chiarezza abbagliante, come
se all’improvviso potessi vedere nitidamente attraverso uno squarcio praticato
nella tela che offusca i ricordi.

19 http://www.mindomo.com/view.htm?m=5c7931e7bce3447291e3ff5800cf32f9
Io ero esattamente uno dei 30000 Pierini dell’anno! Precisamente uno di quelli
della classe del ‘55. Figlio del dottore. Proprio uno di quelli mandati a scuola un
anno in anticipo saltando la prima e entrando direttamente nella seconda a sei
anni. Improvvisamente mi fu chiaro tutto il fastidio che ho provato sin dalle
elementari per la scuola.

Ero un tipo orgoglioso. Se c’era una cosa che mi faceva uscire dai gangheri era
quella di scoprire che i miei risultati erano viziati invece era proprio così! C’era
un trucco, non stavo giocando ad armi pari con i miei compagni di scuola.
Questo faceva di me un diverso.

Recitava il libretto scolastico alla fine delle elementari (1965): “… in particolare


lo attraggono le discipline scientifiche riguardo alle quali ha modo di soddisfare
le sue curiosità anche ricorrendo alla biblioteca dei genitori che lo seguono con
attenzione e amore nello studio …”.

Avevano addirittura messo per iscritto ciò che io ritenevo un vantaggio indebito!

Ricordo perfettamente i nomi di molti dei miei compagni di scuola e di giochi per
i quali non c’era verso di superare i filtri scolastici, uguali per tutti, laddove le
condizioni al contorno erano smaccatamente diseguali.

Il mio bisogno primario era quello di essere integrato nel gruppo mentre quello di
andare bene a scuola era secondario. Fu così che un anno dopo, in seconda
media, ero diventato uno degli alunni più turbolenti della scuola e fui spedito a
casa e sospeso tre volte in un anno. Il capo chino, accompagnato dal custode a
casa, la madre incredula, tutti increduli … ma che succede a questo ragazzo, così
educato, di buona famiglia … Semplice, avevo bisogno di sentirmi come gli altri
che palesemente avevano meno fortuna di me. Stavo cercando di guadagnarmi
un po’ di giusta sfortuna.

Leggendo “Lettera ad una professoressa” {Scuola di Barbiana, 2007, Lettera una


professoressa} circa vent’anni dopo riconobbi il valore di quella bruciante
denuncia, che prima non avrei saputo descrivere ma della quale avevo assaporato
direttamente la verità, dalla parte di Pierino. Tutt’oggi detesto le diatribe
intellettuali sul rapporto fra Don Milani e il 68 o disquisizioni simili. Quella che
lui aveva criticato era una scuola fatta per pochi e come tale disattendeva in
modo clamoroso la propria missione sociale.

Un paio d’anni fa, ho scoperto per caso le pagine Web di Schikshantar 20, un
istituto di ricerca che si propone di ripensare radicalmente la formazione in India:

20 http://www.swaraj.org/shikshantar/
After fifty years of so-called development efforts, and despite great scientific
advancements, India (and the rest of the world) finds itself mired in a paralyzing
socio-cultural, environmental and spiritual crisis - overwhelming in its scale,
intensity and rate of growth.

While education has been framed as the cure to this crisis, in reality, the factory
model of schooling is part of the problem. Around the world, education systems
have become commercialized 'businesses' which serve to stratify society, glorify
militarism, devalue local knowledge systems and languages, manufacture
unsustainable wants, breed discontent and frustration, stifle creativity,
motivation and expression, and dehumanize communities. The 19th-century
model of factory-schooling today stands in the way of building organic learning
societies for the 21st century.

Fra queste pagine ho scoperto anche che si può scaricare liberamente una
traduzione in inglese di “Lettera ad una professoressa” con una bellissima
postfazione di Lord Boyle of Handsworth 21, già membro della British House of
Commons e già Minister of Education del Regno Unito, una postfazione scritta nel
1970 in forma di lettera da un ex ministro di una delle più vecchie democrazie
alla “Dear School of Barbiana”, una scuola non istituzionale, fatta ad una ventina
di figli di contadini da un prete emarginato in odore di simpatie comuniste.

C’è molto da imparare qui per un paese che vent’anni dopo esprime un ”dibattito
culturale” nel quale appare un articolo intitolato “Don Milani, che mascalzone”
(Sebastiano Vassalli, La Repubblica, 30 giugno 1992) {Scuola di Barbiana, 2007,
Lettera una professoressa}.

Poco dopo, partecipando al corso online 22 sulle Open Educational Resources 23


tenuto da David Wiley nell’autunno 2007, mi capitò di suggerire una riflessione 24
sulla vicenda di Barbiana nel contesto di una serie di considerazioni sul diritto
allo studio nei paesi del terzo mondo e sulle relazioni di questo con il godimento
dei diritti umani. David Wiley apprezzò 25 molto questo suggerimento ed è una
cosa bellissima che con poco sia stato possibile far risuonare la storia di Barbiana
così lontano e in un contesto così rilevante e pertinente.

In ultimo, vorrei ricordare come quattro concetti, menzionati poco più su in


questo scritto a proposito della scuola di Barbiana, openness, sharing, peering e
acting globally, siano i quattro elementi fondamentali sui cui si incardina la

21 http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Boyle,_Baron_Boyle_of_Handsworth
22 http://www.opencontent.org/wiki/index.php?title=Intro_Open_Ed_Syllabus
23 http://en.wikipedia.org/wiki/Open_educational_resources
24 http://iamarf.wordpress.com/2007/08/31/opened-week-1/
25 http://opencontent.org/blog/archives/369#more-369
Wikinomics 26 {Tapscott Don, 2006, Wikinomics}, l’economia che sfrutta la
collaborazione di massa. Quattro concetti emersi naturalmente nelle attività di
Barbiana che ritroviamo nei piani strategici delle divisioni Research &
Development delle più grandi multinazionali del mondo!

Connessioni online e offline, connessioni con il passato e con il presente tutte si


intrecciano in continuazione a formare un intricato tessuto nel quale le nostre
menti stanno sospese a ricarmarlo e a nutrirsene al tempo stesso. Uno dei tanti
strati di tessuto mobile che la Natura impiega per creare forme sempre più
complesse.

La facilità di stabilire connessioni online è un’opportunità straordinaria ma che è


possibile cogliere solo trasformando il proprio atteggiamento verso il mondo
esterno, fisico e online, in un atteggiamento di continuo apprendimento. Di
converso, il vero apprendimento deriva proprio dalla capacità di cogliere
connessioni, come ha osservato il Presidente Václav Havel nel discorso di
apertura al Forum 2000 di Praga:
Education is the ability to perceive the hidden connections between
phenomena.

26 http://wikinomics.com/book/
Dialoghi
Dialoghi sul primo capitolo

Gennaio 6, 2009 a 8:34 pm illimitatamente, immensamente, interminabilmente,


inesauribilmente, sconfinatamente, smisuratamente senza fine «
Viaggioalterminedellanotte Blog

…qualsiasi quantità ci mettiate, se l’andamento è esponenziale, nella parte


iniziale la crescita è molto lenta e solo da un certo punto in poi ci si rende conto
di trovarsi in una situazione esplosiva. È così che nasce l’illusione che le cose si
siano messe a correre all’improvviso ma non è così. Nella fase iniziale delle
crescite esponenziali nessuno si accorge di niente e le approssimazioni lineari o
addirittura le ipotesi di equilibrio stabile trovano facilmente credito.

Le predizioni mi hanno sempre inquietata. c’ è stato un inizio? e ci sarà una fine?


e una fine illimitata? il punto di partenza e quello di arrivo sono poi così
importanti? big bang/big crunch, nascita/morte, inizio/ fine, partenza/arrivo. e
tutto ciò che c’è in mezzo? non ha una dignità anche quello? quello che c’è in
mezzo dà il senso e talvolta ha un ritmo così lento che, per forza di cose, finisce
per entrare in conflitto con la nostra capacità di osservazione. è quando
cerchiamo l’omogeneità nelle dissonanze, l’ordine nel disordine che perdiamo
tutto. vediamo il tumore ma non la singola cellula che diventa cancerosa,
vediamo le persone andarsene senza sapere quando si sono ammalate.

Gennaio 8, 2009 a 4:31 pm Chiara

Il nuovo nasce come cosa superiore alla somma delle sue parti nelle reti che
godono di buona salute: vita da una rete di macromeloecole, mente da una rete
di neuroni, cultura da una rete di menti

Sono d’accordo ma quello che mi stupisce e che questo mondo online spesso
nasce da singole menti più che da aziende… e così penso che anche nelle menti
pigre a volte come la mia ci possono essere reti connetive non solo mentali ma
che si possono trasformare virtualmente???

Oppure c’è qualche grande occhio connesso ai nostri cervelli che ascolta la
nostra necessità di nuovo?

Mah!
Gennaio 11, 2009 a 2:26 am Maria Grazia 27

Aggiungo carne al fuoco, proponendo la riflessione sul concetto di “nicchia


ecologica”… Dovrebbe esserci un documento di Brusa in cui se ne parla in giro
per il web…

Gennaio 8, 2009 a 8:09 pm iamarf

Chiara, la tua mente non è pigra. Credo che, patologie particolari a parte, non
esistano menti pigre. La mente esiste in quanto infaticabile creatrice di idee, in
sostanza di connessioni. La miriade di input sensoriali rinforzano ancor di più
questa moltitudine di connessioni.

Le idee sgorgano fuori dalla mente come le bolle in tumultuosa competizione


nell’acqua in ebollizione. E come le bolle d’aria si vedono solo quando sboccano
dalla superficie dell’acqua così la nostra attenzione s’avvede di quelle che
emergono con maggior prorompenza dal magma della nostra mente.

Quando un suono brusco ci fa sobbalzare allora è una precisa idea di allarme che
vince su tutto ma quando per esempio ce ne stiamo quieti ed oziosi e lasciamo
che la mente vaghi allora le composizioni più delicate, ricche e sofisticate
affiorano e quello è ciò che percepiamo come il flusso dei nostri pensieri.

Tutte le menti producono idee in gran copia, anche nelle persone che ritengono
di averne poche. Perché poi le idee prodotte dalla mente sono selezionate da un
sistema di filtri sviluppato con l’educazione, la formazione e in generale col
vissuto della persona.

Avere idee è semplicemente una questione di libertà interiore. Si tratta di


accettare e prendere sul serio le proprie idee. Non temere di avere idee cattive.
Non temere di avere idee sbagliate. Non temere l’errore. Ci sono semplicemente
idee che risultano attagliarsi alla realtà in un dato contesto e altre che non
s’attagliano. Quest’ultime, banalmente definite idee sbagliate, sono le più
preziose perché danno un sacco di informazione utili. Non vanno trattate male e
non bisogna vergognarsene.

Chiara, credo che tu abbia centrato quello che penso. Il nuovo non nasce dalle
aziende, che pur vivono in rete e ne hanno bisogno e vi contribuiscono, ma
nasce sempre da singole menti, alcune delle quali possono benissimo appartenere
a persone che si trovano in un’azienda e comunicano tramite essa. Ma son
sempre singole menti quelle che producono il nuovo. Menti che si connettono
con miriadi di altre menti. Penso che il concetto di connessione sia cruciale.

27 http://speculummaius.wordpress.com/
La ricchezza di una mente dipende direttamente dal numero, dalla qualità, dalla
diversità delle connessioni che ha stabilito con altre menti, off line e on line. È
uno dei punti fondamentali del connettivismo quello secondo il quale la
conoscenza sia in sostanza costituita dall’insieme delle connessioni con il mondo
esterno.

In realtà, per la nostra mente la distinzione fra fisico e virtuale non esiste. Lo stato
della mia mente in questo momento è influenzato e arricchito da ciò che tu hai
scritto, anche se in questo momento io non ricordo quale dei 250 volti che ho
conosciuto in questo semestre corrisponda alla mente che mi sta influenzando.

In questi giorni sto leggendo avidamente un libro di Fritjof Capra {Capra Fritjof,
1997, The Web of Life}, noto per avere scritto il Tao della Fisica {Capra Fritjof,
2007, Il Tao della Fisica}, ed uno di John Medina {Medina John, 2008, Brain
Rules}, un neuroscienziato molto noto. Li ho trovati grazie a connessioni stabilite
online ma ora li ho in mano e li sto leggendo. La mia mente si sta trasformando
grazie a ciò che Capra e Medina mi stanno dicendo attraverso le loro pagine
anche se non li ho mai conosciuti personalmente.

Si possono condividere enormi quantità di pensiero con le menti degli altri, che
possono essere autori che non conosci, amici, la persona che ami o altri. La
nostra conoscenza e la ricchezza della nostra mente sono alimentate da queste
connessioni.

Il mondo online non ha portato niente di nuovo ma ha semplicemente potenziato


enormemente la nostra possibilità di connettersi ad altre menti.

Gennaio 12, 2009 a 11:01 pm Carlo Columba 28

Molto interessante e foriero di profonde riflessioni. Intanto me ne vengono due.

Non è detto che gli esponenziali debbano avere asintoto verticale! Questo tipo di
esponenziali sono caratteristici delle esplosioni, per l’appunto, ma tengono
conto solamente degli istanti iniziali del fenomeno, durante i quali è
possibile ritenere “infinita” la quantità di energia o comunque di risorse a
disposizione. Tutta un’altra famiglia di esponenziali hano asintoto
orizzontale: prevedono cioè una crescita inizialmente rapida che
gradatamente si adagia ad un valore di equilibrio del sistema. Sono, questi
esponenziali, quelli caratteristici degli ambienti naturali, che, per
definizione, sono limitati nello spazio, nel tempo e per l’energia a
disposizione. Allora, ad esempio, la popolazione di una certa specie tende
al valore di equilibrio per ogni ecosistema ove è inserita: equilibrio che si
raggiunge per l’effetto concomitante della disponibilità alimentare e delle
28 http://www.columba.it/
note dinamiche predatore-preda. Quanto appena detto costituisce il fumo
negli occhi degli economisti classici, capaci solo di concepire sistemi in
espansione ( produzione crescente, consumo crescente, reddito crescente:
già la diminuizione del tasso di crescita ci viene proposta come una quasi
catastrofe . . .)

b) È solo parzialmente vero che le forme di organizzazione siano tutte


derivate da quelle militari. Infatti se osserviamo il modello organizzativo
delle società meno sviluppate, osserviamo chiaramente la presenza di una
dinamica ancora perfettamente “leggibile” anche nelle nostre sviluppate
società, solo se ci si concentri sulle relazioni per via femminile. Mi riferisco
qui a quell’insieme di relazioni, per l’appunto di rete, rimaste quasi sempre
estranee alle componenti maschili delle società, pur costituendone il vero
tessuto connettivo: le relazioni madre - figlie - sorelle, ad esempio, attorno
alle quali ruotano spesso ancora oggi complessi cerimoniali sociali ( le
nostre occupazioni durante le vacanze di natale ne sono un piccolo
esempio). Ho proprio la sensazione di poter quasi toccare con mano
questo intrecciarsi di relazioni, questo fare legami familiari e amicali. Ecco,
sono, queste interazioni, caratteristiche delle reti di tipo “peer”. Non sarà
un caso, probabilmente, che nelle società nordiche occidentali più
sviluppate (svezia, norvegia, ma anche islanda) il ruolo e la consistenza
economica della componente maschile della popolazione si stia
rapidamente riducendo a livello preoccupanti. Probabilmente, quelle
società, più sviluppate in quanto per prime hanno valorizzato le dinamiche
di rete a scapito di quelle tipiche di organigrammi e gerarchie, trovano
nella componente femminile le forze più valide.

Gennaio 13, 2009 a 12:41 am iamarf

Ottime osservazioni!

Certamente, in un sistema a risorse limitate qualsiasi cosa che cresca, anche se


all’inizio esponenzialmente come i coniglietti di Fibonacci, finisce per
andare in saturazione. Sono completamente d’accordo con il richiamo alle
ossessioni sulla crescita dei parametri dell’economia. Codesta osservazione
mette in luce ancora meglio la natura della “crescita evolutiva” che in
realtà è una sorta di esponenziale composito. L’evoluzione si è servita di
una serie di strati, ognuno dei quali ha le caratteristiche di una rete e può
andare in saturazione. Il processo evolutivo è poi capace di scappare da
questa apparente situazione di stallo perché sulla rete che si è formata
nasce un nuovo strato, il quale a sua volta ripete il processo. In questo
modo pare che, sino ad ora, l’evoluzione sia sempre riuscita a scappare dai
vicoli cechi imposti dalle risorse limitate verso uno strato successivo che
poggia materialmente sul precedente ma ne è indipendente. Per esempio
una volta trasformato l’oceano antico in un brodo pieno di tutte le
molecole possibili immaginabili, ecco che compaiono aggregati molecolari
autoreplicanti e quindi uno strato di organismi che competono per le
risorse e si selezionano. Riempito il mondo di tutti gli organismi
immaginabili, ecco che compare lo strato delle idee e delle loro
istanzazioni tecnologiche che competono e si selezionano per dar forma a
culture. Fatto pieno il mondo anche di queste ecco comparire uno strato di
idee collettive, ossia facilmente condivisibili e rapidissimamente
scambiabili … Ho semplificato moltissimo saltando un mare di passaggi
ma dove ci portterà questa stupefacente forza evolutiva che sembra voler
sfidare il II principio della termodinamica? Tornando comunque con i piedi
per terra, sta di fatto che noi oggi bisogna imparare ad affrontare questo
tumulto, non si può far finta di nulla. Istituzioni e organizzazioni in
generale sono palesemente fuori tempo, ivi comprese quelle impegnate su
tutti fronti della formazione.

Questa riflessione è veramente interessante. Avevo appena fatto un’osservazione


in sintonia con queste considerazioni rispondendo ai commenti di Ilariabu
e Valle al post successivo.

Gennaio 15, 2009 a 8:06 pm Shannie

I nodi, ai fini della funzionalità della rete, sono tutti equivalenti. Non esistono
ruoli diversi per i nodi, non ci sono nodi di un tipo e nodi di un altro. Le reti
crescono spontaneamente in modo caotico.

Questa frase mi è piaciuta molto. Troppo spesso dimentichiamo quanto ciascuno


di noi possa essere importante per gli altri in quanto parte del tutto.

L’intero post è molto interessante e ha stimolato in me una riflessione che


riguarda la nostra blogoclasse.

Molti miei colleghi hanno parlato del fatto che nessuno si ferma a leggere o a
commentare i post che vengono scritti nei nostri blog. E questo è vero, basta dare
un’occhiata alla maggior parte dei blog che abbiamo creato, compreso il mio.

Perchè questa situazione di stallo? Credo che una ragione possa essere legata a
quello che ho detto sopra, ovvero che spesso si pensa che il nostro punto di vista
non valga poi molto per chi legge o che non sia di aiuto per stimolare la
discussione su un argomento. A volte subentra anche una sorta di paura
nell’esprimere le proprie opinioni, idee, convinzioni pur potendo contare sulla
“protezione” che lo schermo del pc ci offre. Così, preferiamo mantenere le
distanze rispetto a ciò che leggiamo. Bisognerebbe iniziare a pensarsi come
potenzialmente fondamentali per la buona riuscita della blogoclasse che abbiamo
creato. Proprio come i nodi che, nel loro piccolo, contribuiscono a tenere salda e
sana la rete.

Una seconda ragione è che molto probabilmente non riusciamo ad essere


davvero reattivi come ci suggerisce Stephen Downes nel suo articolo di cui
riporto una parte molto significativa che dice:

( ) i tuoi tentativi di creazione di contenuti dovrebbero essere reazioni ai punti


di vista altrui. Questo garantirà, per prima cosa, che gli altri leggano i tuoi
commenti e, in secondo luogo, che i tuoi post siano attinenti alla discussione in
corso.

Postare, dopo tutto, non concerne la mera diffusione dei tuoi punti di vista bensì
la connessione con il resto del mondo e il modo migliore per connettersi è
quello di tracciare chiaramente il legame tra il contenuto degli altri ed il tuo.

Io per prima non sono ancora in grado di essere reattiva, forse perchè è ancora
tutto nuovo per me. Per questa ragione, anche se è vero che rappresento un nodo
della nostra blogoclasse, sono un nodo debole…

Beh, non mi scoraggio, anche perchè lo stesso Stephen Downes parla di abitudini
(ad essere reattivi, connessi, a seguire il flusso…), cioè di comportamenti che, con
il tempo e la costanza, vengono interiorizzati e fatti propri in maniera indolore e
naturale. Basterà solo un po’ di esercizio e buona volontà. ^_^

Gennaio 18, 2009 a 3:00 pm egocentricamente

@ Shannie: mi permetto di rispondere alla tua riflessione sulla base della mia
esperienza. Io considero il mio blog, in questo momento, come un quaderno
degli esercizi, cioè una cosa che ha valore solo per l’esame. Ho specificato in
questo momento perchè lo stesso blog mi è servito per mille altre cose in
momenti diversi e magari mi servirà ancora per altre cose in futuro, forse proprio
per mantenere le connessioni. Una cosa è assolutamente necessaria: un luogo
comune di confronto! Questo blog del prof funziona tipo messaggio “uno a
molti”, ma poichè non ha spazio o tempo è potenzialmente infinito e permette
l’intervento di tutti. Secondo me è questo lo “spazio di confronto” ora, non il
nostro blog; Il blog è un mezzo, poi può anche diventare un luogo di scambio e
confronto, ma col tempo.

@ prof: questo post mi ha smosso un sacco di riflessioni e di ricordi, prima di tutto


mi è piaciuto il collegamento con la politica visto che la storia ha decretato il
fallimento sia del comunismo, sia dei regimi di destra… chissà che non si arrivi
davvero ad un “reticalismo” (me lo sono inventato, non so neppure come si
potrebbe chiamare un modello politico basato sulla rete, o meglio dovrei andare
a leggermi la nota 4) o comunque un tipo di società che abbia a cuore il bene
comune e non la sopravvivenza di pochi. Poi mi è tornata in mente la società
delle api o delle formiche o delle termiti, in cui gli individui effettivamente sono
in rete, ma andrebbe guardato bene quali sono i rapporti tra gli individui e la
“regina” che non è proprio un nodo come gli altri, ha delle funzioni diverse,
infine sul nuovo e sulla crescita esponenziale ho trovato degli spunti per l’esame
di antropologia culturale, soprattutto legandoli al discorso dello straniero (non il
turista, ma l’immigrato) e mi piacerebbe poter usare questo post, ed i successivi,
se necesario, per l’argomento a piacere dello stesso esame. Resta inteso che cito
la fonte: posso Prof?

Gennaio 18, 2009 a 3:28 pm iamarf

@Egocentricamente: ma come potrei dire di no? Mi troverei in una


contraddizione pazzesca al solo pensiero della quale mi si accappona la pelle …

Sono realmente contento se usi questo materiale …

Gennaio 18, 2009 a 3:58 pm Shannie

@ egocentricamente: Si, si, hai perfettamente ragione. Sono fermamente convinta


che i nostri blog, quello che ci scriviamo dentro sia solo l’inizio…nel senso che
se non ci sono persone che commentano, che danno il via ad una discussione, il
blog in se per se non ha molto senso, non riesce a ricoprire la sua funzione
fondamentale che definirei di tipo propositivo, cioè non permette la costituzione
dello “spazio di confronto”.

Dialoghi sul secondo capitolo

Gennaio 12, 2009 a 12:38 am ilariabu

ecco… io credo che lei prof sia stato fortunato…

lei è riuscito a conoscere (e per questo cerca di diffondere) le connessioni


“calde”. Quelle fatte di vera comunicazione e comprensione. Se oggi dilagano
realtà come facebook è solo perché noi ragazzi siamo abituati alle connessioni
“fredde”.

Vedo ovunque questo atteggiamento. Giovani che si impegnano in politica,


ragazzi che si danno un sacco da fare con progetti, eventi, attività per la propria
comunità. Gente davvero in gamba, ma unita solo dalle connessioni fredde.
Nessuno di loro si ferma a guardarti dentro, per capire quanto dolore c’è dentro
di te. E allora, questi stessi ragazzi sulla rete non possono che trasmettere la loro
freddezza, la superficialità a cui le loro famiglie li hanno abituati.

Prof, i ragazzi non sanno più amare. Molti non amano neanche se stessi.

Io ho paura, perché da piccola speravo che i ventanni fossero il periodo più bello
della mia vita. Ora invece vedo che come non amavano i miei genitori, non sono
in grado di amara manco i miei coetanei.

Che connessioni ne possono venir fuori?

Gennaio 12, 2009 a 1:34 pm Valle

Prof., sono perfettamente d’accordo con la sua profonda riflessione.. Però al


momento penso sia difficile trovare una soluzione; siamo tutti totalmente immersi
in questa superficialità costante che penso sia impossibile uscirne. Porto un
esempio: durante le vacanze natalizie ero a pranzo dalla mia ragazza e c’erano
anche i suoi nonni, originari di un paesino del Molise. Sono stato quasi tutto il
pomeriggio ad ascoltare le “novelle del nonno”, è stato bello tornare indietro con
la mente, rivivere le sue emozioni, il suo vero contatto con la terra (è un
contadino che a 80 anni continua ad andare in giro col trattore)… Probabilmente
mancano realmente persone così buone e vere ma non ce ne rendiamo conto;
meglio una persona “vera” ma priva di qualunque riferimento tecnologico o una
persona che è perfettamente integrata in questo mondo ipertecnologico ma che
non riesce a rapportarsi agli altri o “vive” con gli altri in maniera più che
superficiale? Purtroppo sono convinto che molti si identifichino nel secondo tipo
di persona ma la loro non è una vera e propria colpa, secondo me è colpa solo ed
esclusivamente di questa società e di questo mondo che hanno fatto perdere alle
persone il reale valore della vita.

Gennaio 12, 2009 a 9:21 pm iamarf

In sostanza sia Ilariabu che Valle hanno accettato il fatto che il problema delle
connessioni online sia in realtà un problema di connessioni tout court, che sono
cioè di scarsa qualità in generale e non solo online. E questo va bene, è proprio la
direzione che ho cercato di indicare.

Mi spiace invece constatare la piega decisamente pessimistica delle vostre


considerazioni. Mi spiace perché siete più giovani di me e nei giovani si vorrebbe
vedere prevalere l’ottimismo :-)
Devo però differenziare la risposta.

@ilariabu

Mi piace la tua idea di descrivere le connessioni mediante la loro “temperatura”,


per inciso. Dici che io ho avuto la fortuna di conoscere delle connessioni calde.
Può essere che tu abbia ragione, anche se potrei dire che, me le sono dovute
cercare e, ti assicuro, ho fatto una fatica micidiale a trovarne giusto una manciata.
Posso dire di averci messo anni. Forse ho avuto fortuna ma se non me le cercavo,
pervicacemente, non avrei avuto nemmeno quella …

Tuttavia, tu poi “saturi” la temperatura delle connessioni, identificando le


connessioni calde con quelle ove si ama il prossimo. È indubbio quello che dici
ma forse esistono sfumature intermedie. Fra le mie connessioni calde, come
spiegherò nella III parte, ci sono alcuni personaggi che ho conosciuto in rete e
che per quello che sto cercando di fare sono importantissimi. Non so però se
proprio li amo … diciamo che tendenzialmente, quando leggo i loro scritti mi
rallegro e a volte mi entusiasmo.

Comunque, quello che dici secondo me è vero ma nelle cose biologiche, e


quindi anche quelle umane, la totalità non esiste. Ci sono di sicuro al mondo
persone con le quali tu puoi stabilire connessioni calde, perché il mondo è
veramente molto grande. Internet, usata bene, aiuta moltissimo perché ti mette il
mondo a disposizione. Approfondiremo comunque.

@Valle

Secondo me il tuo pessimismo deriva dal volersi congelare nella dicotomia


“persona vera” “persona tecnologica”.

Una delle cose che vorrei comunicarvi è proprio l’idea che si possa essere anche
persone vere e tecnologiche, recuperando la nostra percezione delle cose vive
per usare davvero bene Internet che è massimamente viva.

Per inciso, in questo, le donne, che hanno percezioni superiori a noi, credo,
potrebbero tracciare la via, sempre che resistano alla tentazione di assomigliare
agli uomini … questo sarebbe proprio un disastro …

Gennaio 12, 2009 a 9:25 pm Valle

Penso che la persona vera e tecnologica sia l’ideale ma purtroppo non sempre è
così!
Gennaio 12, 2009 a 9:44 pm lostincinemas

ciò che non conosciamo, lo uccidiamo senza accorgercene : lo scorso luglio


sono stato in Australia, e, visitando l’ammasso roccioso delle Blue Mountains di
Sydney, ho assistito ad un documentario cinematografico in cui si narrava la
devastante colonizzazione del territorio da parte dell’impero coloniale
britannico…e questo, sotto altre forme, perdura anche adesso.

Certo, non parlo di semplice diboscamento e distruzione di risorse (ma è davvero


cosa semplice?): mi riferisco alle connessioni sociali tra la popolazione aborigena
e gli attuali discendenti dei coloni, o magari dei più recenti immigrati.

Da un lato ho visto una tradizione atavica, immersa nelle radici di un mondo


ancestrale; dall’altro altro ho conosciuto di persona un mondo di fredda e
tecnologica indifferenza; nel mezzo, la difficile prova del convivere senza voler
minimamente conoscere il prossimo - che, per inciso, è la scelta peggiore.

Eppure non serve andare dall’altra parte del mondo per trovare tutto ciò: ogni
giorno intravedo questi filamenti volutamente deboli ed apparentemente connessi
con questa realtà sempre più sferica, sempre più mediata, sempre più complessa,
sempre più articolata…insomma, sempre più.

C’è un film che voglio consigliarvi, e che a suo tempo, nel buio della sala, mi
lasciò esterrefatto: si intitola BABEL (regia di A. G. Inarritu), ed è la constatazione,
nemmeno troppo velata, di quanto possa essere distruttivo il pandemonio
comunicativo attuale.

Cosa ci resta, allora? Certo, per fortuna io ho l’eredità culturale della mia bella
famiglia patriarcale (vi basti sapere che il mio nucleo è forse uno degli ultimi che
contempla tre generazioni sotto lo stesso tetto), ma ci vuole di più: bisognerebbe
assimilare quel sapere, renderlo parte di sé, tradurne i ritmi, sentirne persino il
respiro (come del resto fa mio nonno nel suo orticello campagnolo).

Hanno sempre tentato di convincermi che non c’è più tempo per questo, non c’è
più spazio per questo, non esiste più nessun modo per fare questo.

Ma tutto questo non può essere vero.

Insomma, il mondo è andato avanti per miliardi di anni fondandosi su un


retroterra di connessioni vivide e piene di senso: possibile che, quasi d’un tratto,
non ci si renda nemmeno conto del motivo per cui l’essere umano abbia soltanto
una bocca e ben due orecchie?
Eppure oggi conta molto il fare, l’operare, l’architettare…E ci si dimentica del
profumo del pan di spagna e della nebbia delle montagne, come disse Bilbo
Baggins al mago Gandalf.

Gennaio 14, 2009 a 5:58 pm Raffaele

La perdita del fine per cui si crea e si usa un mezzo credo che dilani tutte le
connessioni perchè toglie il minimo comune denominatore della connessione
ovvero il fine condiviso.

Se non si lavora (mezzo) più per essere felici (fine) ma per comperare un auto
(mezzo) che servirà per andare al lavoro e che dovrà essere riparata (con
conseguenze disastrose: lavoro oberante e infruttuoso, non gratificante,
alienante), come si può creare una rete “felice” di persone che insieme lavorano
per essere felici?La stessa relazione vale nella scuola, nell’uso di internet e delle
nuove tecnologie.

P.S.:Questi pensieri nascono grazie alla lettura di “Psiche e Techne” del filosofo
Umberto Galimberti.

Bellissimo post professore!!

Gennaio 14, 2009 a 10:34 pm martavara

salve prof,

la sua metafora della passeggiata nel bosco mi ha colpito parecchio.

In effetti penso di essere vittima dell’effetto della scolarizzazione da lei esposto,


non solo nell’ambito scolastico appunto, posto che, giusto giusto 2 giorni, fa mi
son trovata a dire a qualcuno (giovanni mi pare…) che certi corsi mi
sconvolgono, in quanto sono vaghi, sperimentali, pratici se vogliamo, che
presentano un metodo diverso da quello classico a cui son sempre stata abituata
nel mio percorso scolastico: lezione, l’insegnante parla parla, tu scrivi scrivi, poi
vai a casa, ti prendi i tuoi testi, li studi e poi vai all’esame a ripete a pappardella.

Solitamente non ci metto molto, non ho nessun problema a prender in mano un


libro, ripeterlo, fare schemi e riassunti, andare all’esame e tornare a casa con un
bel voto sul libretto.

Mi sono accorta, invece, che di fronte a questo nuovo sforzo che mi viene
richiesto, mi trovo totalmente smarrita, posto che sento che mi mancano i miei
strumenti di base, fissi e prestabiliti (in questo caso i libri di testo, le dispense,…) i
quali riescono a darmi sicurezza perchè sono quelli che mi permettono di sapere
già come dovrò organizzare il mio lavoro e quindi il mio fare.

Sicuramente sono abituata male: troppo comodo prendere la strada già battuta e
quindi già nota, forse dovrei avere più spesso il coraggio di sterzare e cambiare
strada giusto per il gusto di esplorare e scoprire cose nuove. E non solo in ambito
scolastico.

Paura dei miei stessi limiti? di scoprire di non essere adeguata una volta che mi si
tolgono i miei punti di riferimento? o semplice pigrizia?

La risposta me la tengo per me, anche perchè sennò tra un pò rischio che mi
consigliate tutti di andare dallo psicoanalista!!

Gennaio 14, 2009 a 11:37 pm ilariabu

io gliel’ho detto prof che dovrebbe aprire uno studio da psicoterapeuta!

scaccerebbe la crisi economica con le nostre di crisi!!!!

Gennaio 15, 2009 a 3:43 pm iamarf

E insomma già in questi pochi commenti abbiamo due persone, Valle e


Lostincinemas, con nonni viventi propri o acquistati! È una fortuna! Sono degli
informatori straordinari! Bazzicateli e fate loro un mucchio di domande.
Renderete più gradevoli questi loro anni e ne riceverete molto in cambio.

Però che pessimismo … anche Raffaele (grazie per il riferimento, lo leggerò) ce ne


mette un po’ … e come sarà la risposta di Martavara? Pessimista anche quella?

Non lo sappiamo ma la sua introspezione è interessante.

Giustamente, Martavara, dici

mi mancano i miei strumenti di base, fissi e prestabiliti (in questo caso i libri di
testo, le dispense,…) i quali riescono a darmi sicurezza perchè sono quelli che
mi permettono di sapere già come dovrò organizzare il mio lavoro e quindi il
mio fare.

Già ma il fatto è proprio che il tuo futuro lavoro non sarà quello dello studente,
dello studente in un’università italiana oggi, intendo, dove 9 volte su dieci si
fanno le cose che descrivi bene te.
Il tuo futuro lavoro, con buone probabilità ti richiederà sì di essere uno studente
tutta la vita, ma uno studente all’aperto, dove la realtà è lontanissima da quella
scolastica, strutturata, codificata, dicotomica, fredda ma rassicurante per voi
studenti, comoda per noi docenti.

La paura dei propri limiti, della propria presunta inadeguatezza, dell’assenza di


punti di riferimento e la pigrizia sono fantasmi che perseguitano tutti noi, più o
meno, e ognuno, con il tempo, reagisce e provvede in modo diverso.

Io per esempio uso il dialogo con gli studenti come psicoterapia, capito Ilariabu?
È un baratto …

Gennaio 15, 2009 a 4:45 pm martavara

Però che pessimismo…. così prof lei ha commentato le nostre risposte.

Si, in effetti, il pessimismo è la cosa che mi ha colpito di più da quando mi ritrovo


a girellare sulla blogosfera.

Oddio è pur vero che ci son approdata da pochissimo e che ho letto


relativamente pochissimi post tra tutti quelli pubblicati da lei, dai miei compagni
e altri utenti, ma sinceramente tutto questo pessimismo cosmico non me
l’aspettavo proprio!

Cioè, forse superficialmente, mi immaginavo questo mondo come qualcosa di


puramente divertente…diciamo più o meno alla facebook per capirsi, in cui
ognuno scrive le sue battutine, mette le foto delle vacanze, scrive commenti
ironici, ecc. Bhè certo non mi aspettavo tutta questa “frivolezza”, ma sicuramente
della positività e del divertimento, spazi in cui condividere cose “gradevoli”.

Invece no…il mondo così com’è proprio non ci va giù… e sa qual è la cosa che
mi rammarica di più? che lei fa una critica positiva, costruttiva, mentre noi, baldi
giovani di belle speranze, generazione del futuro, la vediamo molto più grigia di
lei, siamo molto più drastici.

Ora spero sia un caso essere incapata in questi post intrisi di scarso ottimismo,
forse perchè legati a argomenti di un certo spessore, indi per cui, adesso vado in
cerca della smentita, in cerca di un pò di sano ottimismo!!!

Ps: se lo trovo ve lo faccio sapere!

Gennaio 16, 2009 a 9:37 pm Shannie


Che belle le sue metafore! In particolare quella del mezzadro e quella del bosco
sono vere e mi ci rispecchio. La prima mi ha ricordato la cura e la costanza che
metto nel coltivare le mie piantine grasse! Ha proprio ragione, dovremmo
impostare le nostre relazioni, almeno quelle che contano, come relazioni di cura
e questo può avvenire nella vita reale così come in quella on line (ormai siamo
abituati a questa dicotomia, ma mi vado convincendo che non esiste…è uno
degli effetti positivi del corso!). La seconda mi ha dato ancora qualche dritta su
come gestire la grande quantità di informazioni che circola nella nostra
blogoclasse.

Per quanto riguarda quella del maestro…beh posso dirle di averne trovati
pochissimi di maestri lungo il mio percorso di studi, ma non posso lamentarmi
viste le pessime condizioni in cui versa il nostro sistema scolastico. Tuttavia ho
incontrato molti maestri nella vita extrascolastica. Quale preziosissimo tesoro
sono stati e sono tuttora! Non sarei diventata quel che sono senza di loro. Alcuni
mi accompagnano ancora nelle mie vicissitudini, altri hanno transitato per un
brevissimo momento nella mia vita eppure hanno lasciato un segno. Tante volte
non ci rendiamo conto di quanto una persona ci trasformi in breve tempo,
insegnandoci a vivere, ma sono sicura che siamo circondati giornalmente da
persone che hanno questa potenzialità. L’importante è essere aperti…

Ho letto i commenti a questo suo post, che angoscia! Dai, ma ragazzi, qui il
problema non sta nel fatto di trovarsi a che fare con connessioni calde o fredde, il
punto è come noi ci poniamo nei confronti degli altri. Se le persone non perdono
il loro tempo ad ascoltare le nostre anime, forse è perchè per primi non siamo
capaci di farlo. Quello che voglio dire è che molto probabilmente siamo noi ad
essere diventati freddi, non le connessioni che creiamo con gli altri.

Gennaio 17, 2009 a 12:11 am martavara

ecco l’ottimismo! l’ho trovato!

Gennaio 17, 2009 a 2:50 pm Raffaele

Devo ammettere di essere andato fuori tema nel commento al post. Ho stampato i
due posts sulle connessioni e li ho riletti sdraiato sul letto e mentre leggevo il
secondo mi tornava in mente mio nonno, le sue mani, il colore della terra, il
vento e quelle giornate in campagna quando finito il lavoro mi arrivava una
sensazione di fame diversa dalle altre cosicchè mangiavo diversamente e con più
gusto.

Quello che mi frega è restare concentrato mentre leggo sullo schermo di un


computer: dalla lettura sullo schermo giungo a conclusioni diverse e affrettate
rispetto a quella dal foglio.

In ogni caso mi è venuta voglia di leggere Donna Mimma di Pirandello, ho


immaginato a come sarebbe il mondo se i parti avvenissero in casa e a come
diventerebbe se la conoscenza medica si vivesse come una passeggiata e da essa
si autorigenerasse una medicina popolare piuttosto che universitaria.

Mi è tornata in mente la mia lettera sulla didattica in medicina 29, che lei ha
generosamente pubblicato, e i punti in comune della stessa con i suoi posts.

Mi sono sentito partecipe di qualcosa, di una rete vivente più grande di me e


credo di aver contribuito (si spera) alla sua autorigenerazione.

Gennaio 18, 2009 a 4:45 pm egocentricamente

Questo post mi è piaciuto ancora di più dell’altro perchè le immagini che mi ha


rinnovato sono proprio quelle che mi occorrono adesso. Per fortuna ho avuto una
nonna che ha lavorato come mezzadra finchè i fascisti non le hanno fucilato
mezza famiglia e lei ha avuto la pazienza di insegnarmi le cose belle e le cose
brutte della vita. Esiste il calore ed esiste la freddezza e siamo noi a fare in modo
che l’uno si trasformi nell’altro e viceversa (c’è anche un principio della
termodinamica no? che dice che l’energia si trasforma…) ecco, io sento
profondamente il bisogno delle connessioni e mi ritengo nella fase della vita in
cui sto selezionando. Tanto per dire, la citazione di Raffaele sulla perdita del
“fine” per me è stata molto significativa oggi e tanto per consolare martavara, dirò
che prima di approdare qui e DOVER NECESSARIAMENTE cambiare il mio modo
di studiare, ho fatto un altro percorso che poi ho interrotto. Nel precedente corso
di laurea (vecchissimo ordinamento) non esistevano i crediti e l’unico sistema per
dare gli esami era studiare su kg di appunti. Dico chili perchè oggi mentre
riordinavo mi è ricapitato tra le mani il malloppo di “anatomia comparata” cioè
tutti gli organi e apparati dai cordati ai mammiferi. Presi 27. Sono 5 kg di appunti
e libro, fotocopie fronte retro. Inoltre ho un altro paio di kg di esame di anatomia
umana. L’altro giorno la responsabile del mio nuovo corso di laurea, mi ha detto
che non sono sicuri di convalidarmi l’esame di anatomia. Ora, va bene che
l’esame l’ho dato 10 anni fa, ma avrò capito l’architettura di un essere umano? io
dico di sì, ma secondo loro non è detto. Dunque io guardo i miei kg di appunti,
mi fisso bene in testa quale è il mio fine ultimo e se occorre ridarò l’esame di
anatomia, ripassando un pò, qua e là cose che ho già studiato ed acquisito.
Riguardo al fine: come tutti anche io spero di trovare un buon lavoro alla fine del
mio percorso di studi, ma lo scopo è quello di prendermi cura delle persone con
cui lavorerò (principalmente bambini con sindromi varie o con danni tali da
29 Lettera aperta alla Facoltà di Medicina,
http://iamarf.wordpress.com/2008/11/15/lettera-aperta-alla-facolta-di-medicina/
comprometterne la vita come noi comunemente la intendiamo) questo non
perchè non ho trovato di meglio da fare, ma perchè la mia necessità di essere
connessa mi porta a cercare nelle connessioni “difficili” una strada per crearle e
mantenerle e questo solo perchè molto immodestamente mi ritengo portata nel
farlo, assecondo il mio modo di essere. Già leggere questo post e i relativi
commenti lo ritengo una gran fortuna, e non ho idea se, tornando alla metafora
del bosco, mi perderò nella marea di connessioni che ho intessuto e sto ancora
creando, ma penso che se anche mi perdo non sarà un caso! :) ottimisticamente
parlando.

Gennaio 29, 2009 a 2:53 pm Francesca Schiaroli

Anch’io sono una convintissima del fatto che come diceva una mia amica “si
stave meglio quando si stava peggio”,ma ragazzi avete un pessimismo addosso
esagerato! Amavo ascoltare i racconti della mia nonna di quando lei era bambina
e di come il mondo fosse completamente diverso,niente computer,niente
PSP,niente di tutto ciò che ora ci appare come necessario e che in realtà è solo
superfluo. Invidio profondamente la signora che vive nella casa sotto a me a
Firenze e che mi racconta di quando lei era una giovane sanfredianina,che bello
che doveva essere quel mondo,molto più semplice e meno pretenzioso,niente
apparenza ma solo sostanza!come vedete sono una nostalgica di un mondo che
non ho mai visto e vissuto ma del quale ho tanto sentito parlare e che spesso mi
trovo ad immaginare. Vi immaginate che meraviglia doveva essere Firenze negli
anni ‘20,niente macchine ne negozietti dei cinesi,niente supermercati,ma solo
cavalli e botteghine a conduzione familiare,è si…l’avrei voltua proprio vedere!
Nonostante tutto questo sono contenta di vivere in questo mondo,anche se troppo
spesso non gira come vorrei,è complicato e fatto di apparenze,è vero,ma è
estremamente bello e ricco di cose e di idee che una volta non sognavano
neanche.Non credo che come lei ha scritto prima “abbiamo perso la sensibilità
necessaria per comunicare con le entità vive,non le sappiamo più ascoltare,non
sappiamo più parlar loro”. Piuttosto è cambiata la nostra sensibilità e il modo in
cui ascoltiamo o parliamo,non perché parliamo attraverso FB o MSN siamo meno
bravi a parlare dei nostri nonni.Abbiamo perso il gusto di guardare una persona
negli occhi mantre ci parliamo,ma la sostanza delle nostre parole è sempre la
solita,soltanto che abbiamo imparato ad adattarla al mondo in cui viviamo. Sono
d’accordo con il Valle quando dice che “Siamo inseriti in una superficialità
costante” ma è perché noi per primi ci fermiamo ad osservare le cose e le persone
con superficialità,non credo che esista veramente una persona che si possa
definire superficiale,sarà sicuramente superficiale in alcune cose ma non in
tutto,siamo noi che bisogna cercare un pò più in profondità. Diciamo piuttosto
che siamo diventati un pò menefreghisti ed egoisto per cui fondamentalmente ci
interessa di noi e di una cerchia ristretta di persone,e per quelle che non vi sono
comprese non facciamo neanche lo sforzo di cercare qualcosa oltre l’apparenza.
Concludo questo discorso,che inizialmente voleva esssere breve,ma che poi m’ha
preso la mano,dicendo che non credo che come dice Ilaria esistono connessioni
calde e fredde,a mio avviso tutte le connessioni sono calde,sono piuttosto i mezzi
ad essere diventati freddi (come il computer),ma che ci possimiamo fare….questa
è la modernità!

Dialoghi sul terzo capitolo

Febbraio 16, 2009 a 5:38 pm egocentricamente

Cavolo se serve questo post, forse non all’esame, forse l’effetto non si vede
neppure nell’immediato, ma serve eccome.

Grazie Prof.

(Comunque penso che me lo dovò rileggere qualche altra volta perchè tutto
insieme arriva anche troppo in profondità e rischia di fare male)

Febbraio 16, 2009 a 7:06 pm Michele Ravenni

PLE…ad oggi i politici italiani paiono aver sfruttato il proprio processo di


apprendimento per trarre guadagni, e in un modo o nell’altro (leggi ad hoc,
censura, mala informazione…) cercano di bloccare i PLE altrui, impedendo in
ogni modo l’ascesa di pensieri contrari ai loro interessi… ;) …troppo facile
bloccare i giovani nei loro PLE, basta mandargli il Grande Fratello e bellè che
rimbambiti…più difficile è mettere a tacere una rete fatta di milioni di cervelli
autonomi, ognuno in grado di dire la propria opinione…eppure c’ è chi
comunque ci prova…(ricordate il video di Tommaso, autore del “Giardino di
Anacleto Mitraglia” 30, nel quale viene intervistato un politico che dichiara di
voler censurare siti pubblici?)…ecco…speriamo che non ci riesca mai, perchè la
censura esiste nei regimi, non nelle democrazie…

Febbraio 18, 2009 a 8:56 pm ilariabu

ora ho un po’ di casini in corso, prof, ma appena ho tempo traduco! ammazza


quanto ha scritto!!!

30 Il Giardino di Anacleto Mitraglia,


http://ilgiardinodianacletomitraglia.blogspot.com/2009/02/free-blogger.html
Febbraio 19, 2009 a 10:28 am iamarf

Marta, una studentessa di Teorie della Comunicazione, ha scritto 31 una


riflessione molto interessante prendendo spunto da questo post.

Fra le altre cose, narra di come non abbia messo a frutto adeguatamente, secondo
lei, un’esperienza di liceo “di punta”, sia sotto il profilo della tipologia di scuola
che sotto l profilo dei risultati personali.

Non mi stupisce. Io trovo che le scuole cosiddette sperimentali siano inutili


perché sperimentano nella direzione sbagliata: quella della quantità. Il concetto
di eccellenza oggi è uno dei più distorti.

Molto spesso queste scuole, dai licei scientifici sperimentali alla Normale di Pisa
producono delle mostruosità. Ho conosciuto diversi ragazzi brillanti che poi sono
scoppiati.

Il rapporto (beneficio sociale)/(costi) di questo tipo di scuole è molto basso. Del


resto riflette la tipica mentalità italiana: facciamo le cose appariscenti e
dimentichiamo di fare quelle che luccicano meno ma che andrebbero a
rinforzare la spina dorsale del popolo, del paese. Infatti, si vedono i risultati.
Abbiamo le eccellenze ma non decolliamo da nessuna parte.

La scuola secondaria deve stimolare e non iper-istruire. I giovani che escono dalle
scuole italiane hanno fatto una mare di esercizi defatiganti e *non* hanno una
visione d’insieme, non hanno vissuto cosa sia la scienza, non sanno *cosa* sia in
realtà, non hanno idea di quanto le discipline siano embricate fra loro. Non
hanno maturità culturale anche se hanno fatto un esame di maturità che è la
manifestazione di immaturità di chi l’ha concepito. Io penso questo anche
dell’esame di maturità che hanno fatto i nostri padri.

Nel periodo della scuola secondaria bisogna aiutare i giovani a sognare, perché è
con i sogni che poi si è in grado di apprendere e creare. Invece li stiamo facendo
a pezzi.

Nei ranking internazionali prodotti dall’OECD siamo agli ultimi posti malgrado
tutte le nostre eccellenze. Nei paesi che sono al top di questi rankings, l’enfasi è
sulla profondità e sulle relazioni umane e non sulla quantità.

Febbraio 19, 2009 a 1:20 pm shanniesfancy

Prof, si tutto giusto…concordo in pieno con quello che ha scritto, qualche


domandina però…
31 PLE, http://martavara.wordpress.com/2009/02/18/ple/
Ma è davvero possibile un cambiamento come lo auspica lei, di queste
proporzioni, in tempi ragionevoli? Non parlo solo del nostro distorto sistema
scolastico, parlo più che altro del cambiamento nella nostra testa…

Per quanto l’esperimento blog sia riuscito (vedi tutti i nostri commenti positivi)
molti di noi, pur potendo privilegiare di un alto livello di formazione (almeno in
teoria perchè poi nella pratica è proprio come dice lei…la scuola offre tutto
tranne che VERA formazione), hanno trovato non poche difficoltà a rapportarsi
con questo metodo di insegnamento e apprendimento. Ciò vuol dire che già la
nostra generazione necessita di tempo per poter entrare in sintonia con questo
nuovo modo di intendere l’istruzione. Inoltre credo anche che serva maturità…
cioè solo oggi, a 20 anni, avverto la necessità del cambiamento, solo adesso ho
preso coscienza di aver sprecato il mio potenziale, ma fino a qualche tempo fa
vivevo inglobata in quel meccanismo distruttivo della corretta prestazione a tutti i
costi e, personalmente, è talmente radicato in me che non riesco a liberarmi di
questo fardello neanche adesso che sto tentando con tutta me stessa di cambiare
le mie priorità, puntando alla qualità piuttosto che alla quantità e alla media.

E comunque, anche se tutti noi fossimo in grado di superare queste difficoltà,


dovremmo sempre avere a che fare con una realtà cristallizzata dove il nostro
valore non verrebbe capito…dove e come potremmo spendere le nostre
competenze?

Ho sempre creduto fermamente che imparare è prima di tutto imparare per se


stessi, è pur vero che non si campa di aria, bisogna pur lavorare, anche perchè
solo così possiamo pensare di mettere davvero in pratica i principi della bildung,
ovvero della formazione continua a tutte le età, solo così potremmo essere anche
di aiuto allo sviluppo e alla crescita degli altri.

Quello che voglio dire è che credo che non vivrò abbastanza per vedere i
principi della PLE applicati nella vita reale. Ciò ovviamente non vuol dire
abbattersi, però in qualche modo, almeno per il momento, si rimane sempre
incatenati a quel vecchio sistema che ci imprigiona, che ostacola lo sviluppo
delle nostre personali attitudini. Dobbiamo sempre dar conto delle forze maggiori
che ci sovrastano…

Forse ho scritto troppo di getto e tutto questo non c’entra nulla con il suo post… è
uno sfogo caotico e confuso di una che si ritrova a 25 con il desiderio di voler
tornare indietro per dare spazio e tempo alle cose che contano davvero…vorrei
aver studiato leopardi avendo letto le sue opere, vorrei poter avere delle
conoscenze degne di 20 anni di duro studio, ma non le ho…che tristess…

Febbraio 19, 2009 a 2:25 pm iamarf


Cara Shanniesfancy,

il tuo commento c’entra perfettamente.

Tranquilla. In primo luogo io sono un notevole ignorante, molto appassionato e


idealista, questo sì, ma piuttosto ignorante. Mi arrabatto. Tuttavia, quando sono
uscito dal liceo, ero totalmente ignorante e maturo … mah, che vorrà dire
misurare la maturità con un esame … Certo è che, passato a giugno sempre,
qualche caduta ma anche qualche encomio da quella scuola che tutt’ora è per
me così incomprensibile, fatta la maturità io ero perfettamente cosciente di non
sapere *niente*. In questo senso ero maturo, sì.

La storia: ripetuta tre volte, era rimasta un’accozzaglia di fatti legati al più da un
ordine cronologico. Nessuna struttura, nessun quadro, nessuna “big picture”, che
per uno con la testa come la mia equivale a dire: niente. Io, in quella scuola,
mezza pre-68 e mezza post-68 (infatti non è per nulla quello il punto) avevo
imparato solo quello che m’era piaciuto, in minor parte fatto a scuola, in molta
parte per conto mio.

Leopardi: uno dei tanti relegati se non fra i nemici della tranquillità di studente
per lo meno fra i noiosi. E così per gli altri e così per il resto.

Leopardi l’ho letto dopo e lo leggo ora e così altri. A me ci sono voluti
mediamente 20 anni di disintossicazione per recuperare questi riferimenti. Quelli
che avevo trovato fuori dalla scuola , che so Tolstoi, Thomas Mann, Hermann
Hesse per fare degli esempi, mi piacquero subito e mi fecero grandissima scuola.

Quindi tranquilla, la cosa bella della nostra mente è che non ha limiti di crescita.

Tu dici

Ma è davvero possibile un cambiamento come lo auspica lei, di queste


proporzioni, in tempi ragionevoli?

Me la pongo mille volte anch’io codesta domanda e mille volte vacillo ma è


proprio per questo che ho chiamato “punti cardinali” quelle connessioni speciali
nel mio PLE: loro ci hanno creduto, loro ci credono.

È per questro che do loro il rango di maestri, non tanto perché abbiano saputo di
più o sappiano di più e siano più capaci di quanto sia io, cosa di per se
abbastanza ovvia, ma do loro il rango di maestri perché ci hanno creduto e ci
credono, malgrado tutto. Pensa a Don Milani e a tutto quello che gli hanno fatto:
un gigante.
Ma ci pensi se non ci fossero loro? Che sarebbe questo mondo?

E allora, anche noi microbi dobbiamo andare nella stessa direzione, faremo un
pezzetto piccino, proporzionato alle nostre forze, ma non dobbiamo mollare.

Febbraio 19, 2009 a 8:24 pm shanniesfancy

:)

Noi uomini abbiamo molti difetti, ma un grande dono…il senso del domani, di
un domani migliore…credo sia questo quello che ci spinge a “sbatterci” per
cambiare in meglio…L’ottimismo è il profumo della vita, diceva qualcuno…
aveva proprio ragione…

Grazie prof!

Febbraio 20, 2009 a 7:52 pm egocentricamente

Allora prof, io qui mi sono un pò scoraggiata da una parte e rincuorata dall’altra.


La zona dello scoramento sta nel “cosa fare e come farlo” cioè io ho capito le
potenzialità di una rete, ho capito che noi dobbiamo condividere, ma si parte
dall’assunto che i nodi siano tutti uguali e questo non è vero. Onde evitare di
incorrere in fraintendimenti di varia natura spiego il perchè della mia
affermazione.

Studiando per l’esame di psicologia dello sviluppo mi sono imbattuta nello


sviluppo della morale (un riassunto generale l’ho trovato anche in questo sito:
http://www.benessere.com/psicologia/arg00/sviluppo_moralita.htm ) e sul libro
(Berti e Bombi: “corso di psicologia dello sviluppo” edizioni il mulino), col quale
concordo, c’è scritto che non tutti gli adulti arrivano allo stadio 6 della morale
cioè al punto di farsi un idea del sè e dell’altro legati non da regole imposte
dall’alto, ma interne alla coscienza umana, i principi di giustizia universale, cioè
quelle regole che ci differenziano dalle altre bestiole. Come si fa a parlare di
scuola, di organizzazione, di scopi da raggiungere, quando la base del discorso
non poggia su piani equivalenti? forse vado troppo sul filosofico, ma puntare al
completo sviluppo dell’essere umano tanto da permettergli di conoscere e
contenere dentro di se il mondo esterno, viverci, evolversi modificandolo, non
può essere scisso dal determinare cosa è bene e cosa è male. Questo mi sembra
necessario per attribuire un valore ai nostri sforzi e alla coltivazione delle
connessioni, quindi come posso aspettarmi dal Ministero della Pubblica
(d)Istruzione che sia consapevole che la scuola è la prima interfaccia tra i
bambini e lo stato? sono due lingue diverse, una parla il linguaggio della voglia di
conoscere, l’altra parla il linguaggio dei regolamenti. Mi ricordo ancora quando a
17 anni mi presi con la prof di filosofia perchè io sostenevo che nel bambino ci
fosse una specie di “morale allo stato larvale”, così mi espressi, sicuramente in
modo inadeguato, ma non tale da giustificare la risata di tutta la classe… e poi
invece non ero andata neanche troppo lontano da quello che dice pure Piaget.
Insomma oggi la scuola non punta a capire se al suo interno c’è chi vale o chi si
arrabatta, punta solo a selezionare studenti in grado di mandare a memoria la
lezione. Anche gli esami come sono concepiti adesso all’università, prevedono
l’attribuzione di crediti sulla base della formula E=mc2 (esame=memoria per c_lo
al quadrato, geniale gruppo di facebook!!), si devono dare tutti gli esami a
distanza di una settimana l’uno dall’altro nella sessione apposita, se si resta
indietro sono cavoli acidi, e alla fine dell’esame non rimane nulla perchè bisogna
fare il reset e inserire i nuovi dati dell’esame successivo. Ora, per non sembrare
troppo pessimista, dirò che son contenta di aver trovato delle connessioni da
seguire e coltivare, ma se gli obblighi temporali mi impediscono di farlo… è un
cane che si morde la coda no? Comunque io per non sapere ne leggere ne
scrivere mi sono inventata una specie di palestra virtuale dove mettermi alla
prova, personalmente e senza rete di sicurezza, mi sono inventata un topic su un
forum, in cui ho deciso di sperimentare gli strumenti che mi forniscono gli esami
via via che li supero: relazione, comunicazione, psicologia, sociologia…
insomma per farmi rimanere qualcosa appiccicato che mi dia più soddisfazione
del voto. Chi vuole andare a curiosare, sul mio blog ho inserito tutti i links :)
scusate per la lunga serie di “rimuginazioni” personali, ma spero che i miei dubbi
siano condivisibili.

Febbraio 21, 2009 a 12:02 am iamarf

Innanzitutto grazie per i riferimenti.

Le immagini che noi costruiamo nella nostra mente per tentare di descrivere il
mondo e che cerchiamo con difficoltà di comunicarci a vicenda, sono e saranno
sempre delle approssimazioni di quello che vediamo come mondo esterno.

Quando si descrive una rete si dice che è fatta di nodi uguali ma questo serve per
descrivere la natura della rete e non significa che tutte le reti del mondo per esser
tali debbano avere tutti i nodi per davvero uguali. Tutti i modelli, matematici e
non, sono delle astrazioni che possiamo attagliare al mondo sempre in modo
imperfetto e limitatamente a contesti ben definiti. La complessità del mondo va
sempre ben oltre alle nostre possibilità di descriverlo.

La cosa importante da riconoscere è che ci sono aspetti e fenomeni della natura


che hanno le caratteristiche delle reti. È solo da pochi decenni che ci siamo resi
conto di questa importantissima modalità organizzativa sulla quale la natura
costruisce l’evoluzione. Ma è proprio nell’evoluzione stessa che componenti di
una rete finiscono per trasformarsi e differenziarsi, mutando in minore o maggiore
parte la natura di quella rete e lasciandone emergere magari di nuove.

Non c’è niente di statico in natura. O meglio, in mancanza di introduzione di


energia dall’esterno un sistema obbedisce al II principio della termodinamica
tendendo al massimo disordine per starci. Ma in presenza di una fonte di energia
esterna, come quella del nostro sole, allora la natura tira fuori una voglia
pazzesca di organizzarsi in forme sempre più complesse, come sta accadendo su
questo pianeta. Ciò che chiamiamo cultura di un popolo è una delle forme ultime
di tali organizzazioni, per quanto ne sappiamo. Internet è diventata il substrato
elettivo dove questa forma di organizzazione si evolve ulteriormente.

Internet è essa stessa una istanziazione fisica di questa cultura. Infatti una delle
caratteristiche proprie degli organismi viventi è quella autopoietica, cioè di
generare essi stessi i loro propri componenti.

Noi in Internet siamo molto assimilabili a dei nodi, molto più di prima.
Intendiamoci, le reti ci sono sempre state, ma molto “meno reti”, molto più
limitate da una prevalenza di struttura e gerarchia. In una vera rete le connessioni
sono “facili” e “poco vincolate” laddove con le vecchie infrastrutture le
connessioni erano scarse, difficili, vincolate, costose, a senso unico (media
convenzionali).

Ovviamente il nostro ora è un mondo misto, parte online e parte offline, e tale
rimarrà. Vi sono aspetti nei quali prevale una componente e altri dove prevale
l’altra secondo equilibri che sono certamente in evoluzione.

È chiaro che dell’insieme delle connessioni che ciascuno di noi ha con il mondo
esterno ve n’è una parte diciamo convenzionale verso “nodi” molto differenti.

Lo dico chiaramente: la stragrande maggioranza dei colleghi che posso pensare di


incontrare nella vita offline rappresentano “nodi” con i quali mi “connetto” con
grande difficoltà, a parte pochissime eccezioni. Ma proprio grazie ad Internet ho
trovato invece un bel numero di persone con le quali condivido percorso e ideali.
È proprio quando trovi un sufficiente numero di “nodi simili” a te che iniziano ad
emergere le magie della rete.

Tu dici anche che il tempo è poco. In certi momenti questo è vero ma nei giorni,
nei mesi, negli anni del tempo c’è, via, ci deve essere, sennò a che vale vivere?
Coltivare le connessioni con i “nodi simili” è fondamentale come lo è sempre
stato coltivare le proprie amicizie vere, che è poi la stessa cosa. Ci deve essere
qualcos’altro da sacrificare in nome di questo.

Febbraio 21, 2009 a 8:51 pm egocentricamente


Ok prof io ci provo! Grazie per l’attenzione ed il sostegno.
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