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L’Umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento
di Eugenio Garin

Storia d’Italia Einaudi

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Edizione di riferimento: L’Umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento, Laterza, Roma-Bari 1986

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Sommario
Introduzione 1. Umanesimo e filosofia 2. Esigenze filologiche nuove 3. Umanesimo e storia 4. Umanesimo e platonismo 5. Le origini dell’umanesimo 6. Umanesimo e antichità classica Le origini dell’umanesimo 1. Lettere umane e vita civile 2. L’analisi della vita interiore 3. La polemica contro le scienze della natura 4. Coluccio Salutati 5. Il primato della volontà in Coluccio Salutati 6. Le leggi e la medicina La vita civile 1. La scuola del Salutati e Bernardino da Siena 2. Leonardo Bruni 3. Poggio Bracciolini e il valore dei beni terreni 4. Il mondo delle passioni e il valore del piacere 5. Il Valla e le scienze morali 1 1 6 9 12 13 17 21 21 25 28 32 35 40 46 46 51 54 59 63

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6. Giannozzo Manetti e la prima impostazione del problema della dignità dell’uomo 7. Leon Battista Alberti 8. Matteo Palmieri e il trapasso al platonismo 9. La filologia e la retorica nel Poliziano e nel Barbaro 10. Il Galateo e il Pontano 11. Spunti pedagogici Il platonismo e la dignità dell’uomo 1. La crisi della libertà e i dialoghi «De libertate» del Rinuccini 2. L’influenza dei dotti bizantini e le traduzioni di Platone 3. Il problema dei rapporti fra vita attiva e contemplativa in Cristoforo Landino 4. Marsilio Ficino e la concezione di una «docta religio» 5. La teologia platonica 6. Pico della Mirandola e la polemica antiretorica 7. L’uomo 8. La pace filosofica 9. La polemica antiastrologica 10. Spunti di un’apologetica platonica Platonismo e filosofia dell’amore 1. Francesco Cattani da Diacceto e l’ortodossia ficiniana 2. La grazia 3. La metafisica d’amore

71 77 83 87 92 94 99 99 103 106 112 120 126 131 133 135 138 142 142 145 152

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4. La moda delle discussioni d’amore 5. La conciliazione fra Platone e Aristotele 6. Lo scetticismo di Gian Francesco Pico L’aristotelismo e il problema dell’anima 1. Pietro Pomponazzi 2. La polemica sull’immortalità 3. Jacopo Zabarella 4. Il problema religioso nell’aristotelismo Logica, retorica e poetica 1. Problemi logici e metodologici 2. Zabarella e le polemiche padovane 3. Logica e retorica. Mario Nizolio 4. La retorica e la «civile conversazione» 5. La questione della lingua 6. La poetica 7. Il «Naugerius» di Girolamo Fracastoro Ricerche morali 1. Moralità e «modi civili» 2. La «institution» dell’uomo 3. Influenze aristoteliche e commenti alla «Nicomachea» 4. Vita attiva e contemplativa 5. Storia e vita politica Indagini sulla natura 1. Leonardo da Vinci 2. Girolamo Cardano 3. Girolamo Fracastoro e G. B. Della Porta

156 159 164 168 168 174 178 181 184 184 187 190 194 198 200 204 208 208 211 215 219 224 229 229 231 233

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V

Andrea Cesalpino 5. Religione e filosofia in Bruno 3. Rinascimento e Riforma 2. Bernardino Telesio 6. Problemi nuovi in Tommaso Campanella 8. La «contemplazione» 5. La riforma morale 6. L’eroico furore 7.4. La metafisica della luce Da Giordano Bruno a Tommaso Campanella 1. «L’imparare e il conoscere sono pur qualche morte» Epilogo 235 237 242 245 245 247 252 258 260 263 266 270 273 Storia d’Italia Einaudi VI . La concezione bruniana dell’universo 4.

e le sue fonti inaridite. Umanesimo e filosofia Quasi un secolo fa Renan. Firenze 1867. la città di Ficino e del Poliziano. che il suo sottile raziocinare muoveva a vuoto. sempre presente anche se non chiara. La contrapposizione del Renan si attenuava nel suo autore attraverso la consapevolezza. dell’incancellabile valore che una spregiudicata posizione critica aveva nei riguardi di una nuova formazione culturale. pensatori e poeti. Storia d’Italia Einaudi 1 . nel suo Averroè. dall’altro lato Firenze. POLIZIANO. p. a parer suo. e apparteneva al passato. Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite e inedite. contrastante con l’umanesimo e con quanto esso implicava d’amore alle lettere.INTRODUZIONE 1. ma le forze e la prospettiva necessaria per la nuova sintesi gli verranno da una diversa atmosfera culturale. raccolte e illustrate da I. rigorosamente scientifica e logica. a un certo momento trasformò Padova e Firenze nei simboli di una antinomia capace di ben caratterizzare. roccaforte della tradizione aristotelico-averroistica. 80. trovavano «strani e fantastichi» i maestri padovani. del significato profondo dell’umanesimo. alle arti e agli studia humanitatis. secondo la curiosa espressione che incontriamo in una lettera a Lorenzo del 14911 . che i perfezionati strumenti di cui si serviva erano logori. 1 A. Domani Galileo conoscerà bene ogni sviluppo della fisica d’Aristotele. Del Lungo. e di quanti altri. D’altra parte Renan si rendeva anche conto che la «filosofia» padovana era nel ’400 ormai stanca. l’orientamento così complesso della cultura del Rinascimento: da un lato Padova.

Itatiana». dell’empietà averroistica contro la pietas umanistico-platonica2 . Uno storico della scienza. quella «retorica» e quella «grammatica» sono state presentate ora come una pausa nel progresso dello «spirito». il Sarton. 1933. e. più ancora che per obbedire a una giusta esigenza di continuità per una dichiarata o larvata polemica contro i valori affermati dalla filosofia moderna. quali si sono venuti precisando da Burckhardt in poi. Lettera a E. «La Rinascita». o i segni di un’insufficienza radicale e di un declino senza rimedio. Troilo. 4).Eugenio Garin . in una postuma polemica contro quei «presuntuosi dilettanti» che furo2 Cfr. Storia d’Italia Einaudi 2 . XV. confondendo una negazione con una determinazione positiva. 1939. così quella «scienza» e quella «filosofia» sono divenute volta a volta i titoli della superiorità e modernità medievali. Finché una gran parte della storiografia contemporanea. KIESZKOWSKI. 5. 1939 (e G. TOFFANIN. della retorica mistica contro la dialettica eretica. si è venuta mirabilmente accordando nel rifiutare ogni significato profondo alle posizioni speculative rinascimentali. TROILO. Ed in questa contrapposizione sono poi venuti a convergere tutti i temi della polemica intorno al Rinascimento. «Giornale Critico della Filos. della poesia contro la filosofia. delle leggi contro la medicina.L’Umanesimo italiano Purtroppo la seduzione di trasformare un’antitesi in una spiegazione. B. viceversa. Averroismo e Aristotelismo padovano. e ora come l’espressione di una cultura veramente «moderna». Averroismo e Platonismo in Italia negli ultimi decenni del sec. ha operato su troppi storici della cultura rinascimentale: e la lotta di Padova contro Firenze è diventata uno dei luoghi comuni volti a caratterizzare un atteggiamento inteso come rivolta delle lettere contro le scienze. dichiarate prive di originalità rispetto al Medioevo nelle loro istanze filosofiche. Per l’Averroismo padovano. E. Padova. e per niente nuove o rinnovatrici anche nei loro aspetti letterari.

p. che la scienza di Leonardo e Galileo si maturò proprio in quel secolo che converrebbe saltare a pie’ pari.. «Journal of the History of Ideas». uno storico della filosofia come Bruno Nardi ha affermato che. che in esso è pur venuto su Niccolò Machiavelli.Eugenio Garin . THOMPSON. 1951. non ha esitato a concludere per «un indiscutibile regresso così dal punto di vista filosofico che da quello scientifico. «se vogliamo risalire davvero alle origini della filosofia moderna. n. Roma. nella seconda ed. London. 1929. SCHEVILL and G. Cambridge Mass. Il problema della verità. ossia il neoplatonismo fiorentino. il Billanovich. FERGUSON. che da quegli ambienti sterili e vuoti uscirono Niccolò Cusano e Paolo Toscanelli.L’Umanesimo italiano no gli umanisti. ottuso ma onesto. 1962. e una valutazione non dissimile da quella sostenuta in queste pagine. NARDI.. ha parlato di un secolo di «silenzio. del 1952. e tutto quel fermento di critiche che si è espresso. THORNDIKE. The Civilization of Renaissance. solo rotto dalle declinazioni sommesse dei grammatici». BILLANOVICH. Soggetto e oggetto del conoscere nella filosofia antica e medievale. Roma. F. degradata a prove. poi. 415 e sgg. G. SARTON. 1948. in mezzo a «un disperso disordine intellettuale»3 . 384. p. di acutezza filosofica e retorica». Renaissance or Prenaissance?. I. IV (1943)... bisogna saltare a pie’ pari il periodo umanistico». mentre «la professione di studi filosofici è. B. pp. Verrebbe voglia di rispondere che quei grammatici e quei retori si chiamarono Lorenzo Valla e Leon Battista Alberti. 65-74). Più radicale ancora. la filosofia caratteristica di questa età. può invece trovarsi nel volume di MARIE BOAS. in J. The Renaissance in Historical Thought. p. pp. Petrarca letterato. Lo scrittoio del Petrarca. 79 (cfr. The Scientific Renaissance. G. 105. Five Centuries of Interpretation. 3 G. pp. W. 61. fu un miscuglio superficiale di idee troppo vaghe per avere un valore reale». SARTON. ROWLEY. L. W. Science in the Renaissance. 58-59 (e. la ulteriore precisazione polemica). Di fronte allo scolasticismo medievale. Una visione in tutto diversa. Chicago.. Storia d’Italia Einaudi 3 . 1947. ed uno storico della letteratura. F. 1450-1630.

a dire il vero. «Quaderni della Critica». politica. e cioè la costruzione delle grandi «cattedrali di idee». retorica) e delle scienze della natura che. Se infatti l’umanesimo quattrocentesco fu diverso nei vari centri culturali. Perché ciò di cui si lamenta da tante parti la perdita è proprio quello che gli umanisti vollero distrutto. al di fuori di ogni vincolo e di ogni auctoritas. tutta l’inconsistenza. sarebbe anche troppo facile mostrarne. ebbe pur tuttavia tratti comuni con cui penetrò dovunque. con i dati di fatto alla mano. si sostituiscono indagini concrete.Eugenio Garin . hanno in ogni piano quel rigoglio che l’«onesto». agendo dovunque in senso profondamente e radicalmente rinnovatore. 13 marzo 1949. e del resto risulta ben chiara da quel continuo richiamarsi per contrasto alle sintesi metafisico-teologiche della «ottusa ma onesta scolastica»: si tratta cioè del sopravvivente amore per una immagine della filosofia che il pensiero del ’400 costantemente avversò. coltivate iuxta propria principia. B. che organizza e chiude ogni possibilità nella trama di un ordine logico prestabilito4 . 4 Cfr. pp. definite. nelle due direzioni delle scienze morali (etica. Ma. a proposito dell’antitesi Padova-Firenze. nelle persone e nelle concezioni. 84-85. la intima ragione di quella condanna del significato filosofico dell’umanesimo è un’altra. espressione di un atteggiamento umano del tutto mutato. A quella Filosofia. Così. che un Erasmo da Rotterdam o un Montaigne sarebbero difficilmente concepibili senza la cultura quattrocentesca. precise. ma «ottuso» scolasticismo ignorò. che viene ignorata nell’età dell’umanesimo come vana ed inutile. CROCE. economica. logica.L’Umanesimo italiano in un Telesio o in un Bacone. Lo storicismo e l’idea tradizionale della filosofia. Storia d’Italia Einaudi 4 . estetica. delle grandi sistemazioni logico-teologiche: della Filosofia che sussume ogni problema. ogni ricerca al problema teologico.

di cui quelle particolari indagini nella loro singolare modestia non dovevano preoccuparsi. volevano precisare la natura delle malattie o la struttura dei viventi con «grammaticale» pedanteria.Eugenio Garin . molto spesso. e dei costumi e dei riti degli uomini. «Giornale critico d. potrà sembrare poco ai vagheggiatori di ben architettate costruzioni teologiche.L’Umanesimo italiano Aver permesso questo. costituisce appunto la nuova «filosofia». 5 Una prospettiva. Che è precisamente quell’atteggiamento «filologico» che. « Byzantion». «classificatoria». proprio perché – come insegna il grande Antonio Benivieni – alle scuole dei «grammatici» avevano imparato un metodo e un modo di affrontare la realtà. che rinunciando a quei gravi discorsi di Dio e dell’intelletto ricercavano invece le guise delle umane città. pp 275-88. non fu per nulla empia ed eretica. O. e discussione di concetti.». ma proprio effettivo filosofare5 . da integrarsi con Humanism and Scholasticism in the Italian Renaissance. Modeste ricerche – s’è detto – «filologiche» e storiche. rispettosissima della fede religiosa come forma di innegabile esperienza. accanto alla filosofia tradizionale. ma anzi. sul terreno delle scienze. come un aspetto secondario della cultura rinascimentale. it. ossia il nuovo metodo di prospettarsi i problemi. 1950. La quale. KRISTELLER. Filos. sembrerà impagabile conquista. ma a chi intenda la filosofia come consapevole indagine di guise umane. appunto. muovendosi esse in tutt’altra direzione. ma un prodotto storico. avere. abituato le nuove generazioni a cosiffatto modo di vedere e di pensare. in P. come aveva ben visto una storiografia oggi troppo facilmente disprezzata. va aggiunto. avere «umanamente» educato. come taluno crede. o. aver visto che la logica delle umane ricerche non è necessariamente quella d’Aristotele: che la logica d’Aristotele non è parola di Dio. soprattutto. Storia d’Italia Einaudi 5 . Movimenti filosofici del Rinascimento. aver dato vita a indagini concrete. che non va considerato quindi.

già del convento fiorentino di San Marco che contiene la versione latina del commento d’Eustrazio alla Nicomachea? Il manoscritto appartenne a Coluccio Salutati. all’edizione di Aristotele con i commenti di Averroè. Il codice d’Eustrazio è alla Naz. rileggere l’elogio che Niccoletto Vernia. prima che riuscisse a far venire allo studio Manuele Crisolora. 1956. V. «Rinascimento». la lettera-prefazione. vi sono annotazioni sull’esattezza dei termini. Studies in Renaissance Thought and Letters.L’Umanesimo italiano 2. Perché Sa- XVII. ove il Kristeller precisa e conferma il suo punto di vista. del Vernia uscì a Venezia nel 1483 (cfr. 988-1015). a questo proposito. presso i bizantini che. V. e raffronti con le espressioni originali greche. Storia d’Italia Einaudi 6 . riuniti nel vol. e sui margini. fece di Ermolao Barbaro per la traduzione di Temistio. o.Eugenio Garin . 1944-45 pp. pp. ora gli studi. sul suo andare interrogando i greci di sua conoscenza per ottenere chiarimenti di vocaboli tecnici e lumi per comprendere le versioni – perché senza la sicurezza del testo è inutile andar discutendo a vuoto. meglio ancora. Leggendo quell’epistola introduttiva – così notevole dal punto di vista metodico – come astenersi dal confrontare idealmente l’edizione aristotelica del professore padovano con un codice. Roma. 57-66). sempre del Vernia. per ragioni di commercio e per necessità politiche. l’insospettabile Niccoletto. 1951. di cui si andava accertando. In quella lettera il meno «umanista» degli scrittori del ’400 insiste a lungo proprio sulle cure da lui poste nell’emendare il testo. 6 L’ed. Conventi I. 346-74 (e in italiano in «Humanitas». di Firenze. Esigenze filologiche nuove Può essere utile. ricchi di preziosi contributi. 1950. magari di questioni inconsistenti. venivano a Firenze6 . pp. II. E cfr. 21. di pugno del grande Cancelliere.

Di qui l’esigenza di raccolte di tutti gli esemplari di un’opera. Si era così reso conto della trascuratezza dei copisti. 6. 2928. placeant multis et aliqui delectentur in ipsis» (cfr. buon scolaro di Petrarca. proprio a proposito dell’interpretazione di Seneca morale. Vernia tenterà per Aristotele. II.. con le lunghe discussioni impiantate a vuoto e senza preoccuparsi di cominciare con l’intenderli nel loro valore originario esatto. tum addentes). 5 r. Nifo per la Destructio destructionis di Averroè. non modernis solum. affidate quindi a «peritissimi» della lingua e della storia. come nel caso dei testi sacri e delle opere dei Padri. vel etiam poetarum non corruptissimum reliquerunt. batteva sempre su questo: sulla necessità di smetterla.. lat. Ma l’incontro ideale di Coluccio e Niccoletto ha un senso tutto suo. Per non dir poi – soggiunge – di quello che accade quando entrano in giuoco interessi.. fosse andato raccogliendo multos codices. fol. sed antiquis scriptos litteris.. licet illa commendentur ab omnibus. fol. Vat. Quello che Salutati cerca di fare per Seneca o per Agostino.) Storia d’Italia Einaudi 7 . egli ricorda come. in cui preoccupazioni di vario genere hanno determinato volute alterazioni: così i vari barbari nullum omnino textum philosophorum moralium. 53. fortuna et casu. De fato. qui studiis humanitatis indulgeant. di fronte alle difficoltà nate in lui per la corruzione dei manoscritti. 11 v-12r. e alla sua tesi della su7 SALUTATI.L’Umanesimo italiano lutati. delle glosse marginali e di quelle interlineari andate a finire nel testo.Eugenio Garin . della presuntuosa ignoranza dei lettori pronti a correggere dove non capivano (praesumptuosas manus iniciunt. 18. ove lamenta anche che «usque adeo pauci sunt. perché uno dei pochi scritti che ci sono rimasti del Vernia è proprio un postumo attacco al Salutati. ium detrahentes aliquid. historicorum. per restituire ad ognuna il suo volto7 . In una pagina del De fato. Laur. innanzi ai testi dei filosofi.

presso i quali si fa sempre più vivo il bisogno di fonti originali. definito in un suo proprio tempo. sì. ma con intendimento 8 Cfr. fatto tesoro della maggior conquista dell’umanesimo: la preoccupazione storico-critica di cogliere gli autori nelle loro dimensioni. mentre Aristotele cessa di essere un’auctoritas per diventare un pensatore come tutti gli altri. senza sdegno.L’Umanesimo italiano premazia delle leggi: attacco di un tono singolarmente antiumanistico. è possibile. ma tutto. non è l’eroe che ne ha violato il divieto. Storia d’Italia Einaudi 8 . Chi ha abbattuto le colonne d’Ercole. l’edizione della Destructio di Averroè pubblicata dal Nifo a Venezia nel 1497. di testi corretti. Firenze. e il suo eroismo è tale proprio perché esse vi sono.Eugenio Garin . e quindi suo effettivo superamento e superamento di quante altre posizioni considerino l’aristotelismo una verità acquisita per sempre. oscuro. a un certo momento. secondo l’espressione del buon Vespasiano da Bisticci. BARBARO le Epistole a cura di V. per questo. 1943. I. ancora. quasi senz’accorgersene. La spregiudicatezza del commento aristotelico non si esaurisce più nell’insinuare un’interpretazione più o meno eretica in un testo più o meno ripugnante: già s’avvia ad essere collocazione di Aristotele nella storia. sentiamo il distacco da un antico modo di pensare: non c’è più un testo – dato per sempre – da chiosare. perché non ha visto certi problemi. Branca. di E. Le abbatte davvero chi le spiega nel loro nascimento. 45 sgg. e così le comprende. eppur vi crede. la lezione dei «filologi» si fa decisiva per i «filosofi». senza ridere né piangere. di precisione storica. elegante e curiosa «anticaglia». Quando troviamo l’aperta confessione che Aristotele non basta più. Per questo anche Ermolao Barbaro consentiva con certi temi del Vernia8 . aveva. e poi le lascia dov’erano. Eppure anche quell’avversario della supremazia degli studia humanitatis. non c’è più – lì innanzi – la Verità da illustrare: c’è il rischio di un’avventura dove tutto è. p.

45-61 (cfr. BARON. «Hist. L. ULLMAN. Nelle dimensioni della storia si attua la civiltà e si definisce la politica: «tolle de Sacris Litteris quod hystoricum est: erunt profecto reliquie res sanctissime. Storia d’Italia Einaudi 9 . fonte di conoscenze concrete più alte di ogni sottigliezza teologica e filosofica. 1933). Tesse. di Firenze. per lui. Leonardo Bruni. pur rispettosissimi di forme tradizionali. così come si presenta.L’Umanesimo italiano pieno. 67. sed. le doti della storia. perché umanità è memoria di umane azioni nel mondo. affrontano ogni documento.. res mirande. e come tale soggetta a esame e a discussione critica. quod non longe poterunt te iuvare». Zeitschrift». Umanesimo e storia Il primo febbraio 1392 Coluccio Salutati scriveva a don Juan Fernandez de Heredia un’epistola che è un insigne monumento di pensiero. H. Non stupisce che il primo storico in senso moderno sia stato il più grande allievo ed amico di Coluccio. I. Su humanitas. pp.Eugenio Garin . ogni libro.. ossia incontro e colloquio con gli uomini tutti. educatrice dell’umanità. essa sola formatrice dell’uomo. e gli averroisti più empi e gli aristotelici più arditi. il pio Cancelliere. dagli uomini comprensibili9 . una traccia e una risonanza umana. 1946. studia humanitatis e φ´λανθρωπ´α cfr. ed è «filantropia». esso è un fatto umano. innanzi a quei filologi che. Leonardo Bruni and the Humanistic Historiography. II. taliter insuaves. cui la larga esperienza politica acquistata nelle cancellerie insegnò a veder bene addentro nelle cause dei fatti che sono sempre. Das Erwachen des historischen Denkens im Humanismus des Quattrocento. 3. del ι ι Guarino il commento alla Retorica (Naz. considerando che. 9 B. ogni carta. libere decisioni di uomini buoni o malvagi. «Medievalia et Humanistica». Onde sono davvero poveri untorelli tutti gli eretici.

ma ruppe in blocco contro di esso. E quello che certi critici non afferrano è che senza la cosiddetta «retorica» dei Guarino. 48. Aulus Gellius in the Renaissance and a Manuscript from the School of Guarino. 1951. Proprio nella premessa alla Dialettica il Valla definisce la sua posizione: la logica aristotelica non è l’unica logica. né la logica d’Aristotele sarebbe stata vista per quello che è: un mirabile strumento del pensiero umano. astorico oggetto di contemplazione. Perché è vero che fisici e logici di Oxford e di Parigi aveva- fol. la logica. che Aristotele nei fondamenti non può mai sbagliare. e ci si liberò d’un tratto della loro opprimente chiusura. dei Valla. concludendo del resto una lunga crisi. 113v. le «autorità» non sarebbero mai state rovesciate dai loro piedestalli. ché anzi egli desidera proprio di spiantare Aristotele e l’aristotelismo fin nelle radici. mentre l’uomo e la sua vita e la sua attività si perdono in una radicale insignificanza. BARON. che la logica platonico-aristotelica aveva presupposto. Fu allora. inserito e valido entro certe dimensioni culturali. logica. Come insegnò con tutta chiarezza Lorenzo Valla il giorno in cui non pretese più di discutere dentro l’aristotelismo. pp. Storia d’Italia Einaudi 10 .L’Umanesimo italiano Per questa via. cioè.). che si conquistò un uguale distacco dalla fisica d’Aristotele e dal cosmo di Tolomeo. collocò nei suoi quadri storici e oltrepassò per sempre quell’antica visione del reale statico. proprio e solo l’umanesimo. per opera di quei pedantissimi ricercatori di antiche storie. appunto. Ond’egli non accetterà più l’obbligo della scuola: di giurare.Eugenio Garin . dei Poliziano. assolutamente. e magari di Euclide e di altri non pochi sottili indagatori – ma non. Cfr. e dove un moto ritornante in eterno su posizioni identiche si dissolve in una parvenza di moto. 107-25. e di altri cosiffatti «pedanti». di Aristotele di Stagira. «Studies in Philology». anche H. a strutture rigide.

Ma solo la conquista del senso dell’antico come senso della storia – propria dell’umanesimo filologico – permise di valutare quelle teorie per ciò che esse erano davvero: pensamenti d’uomini. Metapysische Hintergründe der spätscholastischen Naturphilosophie. 1955. O che si sottolineasse l’infinito cercare in quello che ha di perennemente insoddisfatto. Jahrhundert. 11 Nell’Examen vanitatis doctrinae gentium. 19522 . o che si appuntasse lo sguardo sulla positività di una continua conquista. che scricchiolavano parecchio dopo il terribile crollo dato da Occam10 . Roma. Conviene rileggere il libro dodicesimo delle discussioni astrologiche del Pico. 1949: Zwei Grundprobleme der scholastichen Naturphilosophie. e quel suo preciso determinare la genesi storico-psicologica del nascere e del diffondersi dell’astrologia. rivelati da Aristotele o Averroè. fino a convertire un’esigenza in una certezza. ma immagini ed escogitazioni umane. prodotti di una certa cultura. resultati di parziali e particolari esperienze: non oracoli della natura o di Dio. riuscì per opposta via e con opposte intenzioni a ribadire la concezione dello zio11 . Roma. Roma. Storia d’Italia Einaudi 11 . Roma. Studien sur Naturphilosophie der Spätscholastik. in proposito gli studi di A. 19512 . e quasi senz’accorgersene. si veniva comunque acquistando il senso della storia umana. suo nipote Gian Francesco nella spietata demolizione che venne facendo di tutte le teorie filosofiche dell’antichità. An der Grenze von Scholastik und Naturwissenschaft.L’Umanesimo italiano no da tempo cominciato a rodere dentro quelle strutture.Eugenio Garin . mostrandone i limiti e i rapporti. Zwischen Philosophie und Mechanik. 10 Cfr. Storicizzando a quel modo l’errore egli veniva in pari tempo. Roma. Die Vorläufer Galileis im 14. e con non minore acume. storicizzando il sapere umano. 1958. MAIER. E senza volerlo.

Proprio perché filosofia di tutte le aperture e di tutte le convergenze.Eugenio Garin . anche se comprensiva delle sistemazioni. spesso. che si trovava in una crisi storica ove le venerande unità andavano in frantumi. Umanesimo e platonismo Al qual proposito conviene osservare che la stessa preferenza per Platone. che rifiuta le articolazioni rigide di una logica statica inette a cogliere la plastica mobilità dell’essere. per tutto questo la filosofia di Platone fu al centro di una cultura che rifiutava le antiche sicurezze. certo. così mondani e sociali. che respingeva un mondo chiuso ordinato fisso. piuttosto umano dialogo che non trattato. Le parventi contraddizioni dei dialoghi svelavano quanto l’occhio acuto di Platone «divino» avesse afferrato le contraddizioni della realtà. e fu. per sottolineare la pigrizia di ogni stasi. eppur guardinga sui confini del mito. del suo così sottile cercare. che non ha paura delle incoerenze apparenti. a cui ci si deve avvicinare in una ricerca perenne. pacificatore con la sua possibilità di interpretazioni divergenti. un’insegna di partito. Storia d’Italia Einaudi 12 . esasperazione problematica erosiva di ogni sistema. meditazione morale di una vita percorsa dalla speranza. significò. Platone conciliante. così costante nelle posizioni umanistiche. ov’è ugualmente presente la certezza più salda e l’urgere del problema. ma che è mobile sottile e varia fino a poter rispecchiare l’infinita varietà delle cose. I dialoghi pieni dell’enigmatica figura di Socrate. quando convenga. anche un moto polemico di rivolta. eppur le fa sue.L’Umanesimo italiano 4. il mondo e i rapporti umani cambiavano. dai volti innumerevoli e cangianti. discontinuo e contraddittorio. non indicò una debolezza speculativa. ribelle ad ogni sistemazione. Ma in profondità indicò una direzione verso un mondo aperto. i dialoghi così umani. eppur divinissimi. ma la consapevolezza che i termini di ogni alternativa si escludono nella misura stessa in cui si invocano.

e conquistare contro tutte le sistemazioni uno spirito nuovo di ricerca. La quale. gerarchico. a un certo momento.L’Umanesimo italiano ove la speranza si alterna al rimpianto di ciò che dovrebbe essere e forse non sarà mai. finito. che Aristotele molto spesso non aveva fatto che cristallizzare ed esasperare con rigorosa coerenza temi platonici. per citare solo un esempio. di Lucrezio e di Seneca. e discussione dei molti sistemi logici possibili: tutti questi furono i chiari motivi per cui temperamenti diversissimi come un Valla e un Ficino. ove la filosofia è innamoramento e passione e vista acuta di mirabili forme disegnate oltre gli aspetti sensibili. e lo dichiararono con estrema chiarezza. dire Platone significò soprattutto spazzare l’oppressivo mondo aristotelico. un Poliziano e un Pico. la lettura di Cicerone. spregiudicato e veramente libero. 5. di Platone e di Plotino avrebbe rinnovato la cultura. Così. ibi libertas. si incontrava con il nuovo programma iuvat vivere. chiuso.Eugenio Garin . e cioè l’idea che l’umanesimo sia stato determinato e caratterizzato dalla conoscenza di nuovi testi classici prima ignorati. mentre il tema ubi spiritus. Ma la loro lotta era proprio contro questa cristallizzazione. Le origini dell’umanesimo Il tema del «ritorno a Platone» richiama qui un vecchio e sempre nuovo equivoco. nell’astronomia aveva trasformato una elegantissima costruzione geometrica nella teoria fisica delle sfere celesti. un aumento quantitativo di letture classiche si sarebbe trasformato in un salto qualitativo. ma insieme logica sottilissima. un Bruno e un Patrizi venerarono il «divino» Platone e lo contrapposero a quella «bestia» di Aristotele. Essi sapevano benissimo. Che è appunto il presupposto di quei dotti storici che Storia d’Italia Einaudi 13 . ove non sai se la «terra lontana» si perda nel ricordo del bene tradito o s’annunci nell’aspettazione di una salvezza.

1950. p.L’Umanesimo italiano vanno spulciando testi e traduzioni medievali.. WEISS. e proprio per intendere la peculiarità del Rinascimento. i dotti e accurati studi di R. e l’età di Alcuino e la corte carolingia12 . London.. W. e centoni e florilegi e citazioni. for which antiquity was a kind of picture book: illustrating the types of twelfth-century life seems. non per questo era legittimo dimenticare che la questione non riguardava i contenuti. né da un consapevole desiderio di una renovatio studiorum o da una speranza di un’età d’oro». 887-927.. non fosse in sostanza niente affatto parente dell’umanesimo rinascimentale. Sul XII sec.. il secolo XII. XXIII. His humanistic outlook. The so called Twelfth Century Renaissance. SIMONE. non già fra il ’300 e il ’400 in Italia. dissipare il mito dei secoli barbari. Storia d’Italia Einaudi 14 . «Speculum». anzi.Eugenio Garin . 1949. The Dawn of Humanism in Italy. Roma. was determined on the whole by traditional forms of ecclesiastical literature. e via via scoprono che il primo secolo dell’umanesimo è. Roma. 1947 e Il primo secolo dell’umamesimo.. mentre era necessario. to have been intimately connected with the archaic stage of European systematic thougth». 464-71. NITZE. L’onesta conclusione del Weiss. ma le forme di una cultura. non resultante né da una reazione a una forma di speculazione filosofica. ricolloca nella sua giusta luce lo stacco netto della nuova forma di cultura. 1949. «Convivium». che mostrano con assoluta evidenza come «quel primitivo umanesimo. che non toglie nulla all’utilità di cosiffatte preziose ricerche. Ma cfr. Ugualmente negativi sono. e mostrare le radici polemiche del tema della barbarie medievale. che è davvero una nuova visione della vita. pp.. A. 1948 pp. 12 È inutile ripetere qui quanto espone lungamente il Ferguson nell’opera sopra citata. cfr. Mediaeval Humanism in the Life and writings of John of Salisbury. anche di F. e sono da leggersi le conclusioni di HANSLIEBESCHÜTZ. 94: «his thought. Ora. in fondo. ma il ’200. La coscienza della Rinascita negli umanisti francesi. 1949 e La «reductio artium ad Sacram Scripturam» quale espressione dell’umanesimo medievale fino al secolo XII. ma «spontaneo e naturale sviluppo degli studi classici così come erano coltivati durante il tardo Medioevo». o. London.

Proprio perché il testo scritto da chi ha autorità si pone esso stesso come oggetto unico di conoscenza. e cioé nella determinazione positiva di modi e toni e forme diverse di vita e di cultura. fissati in moduli scolastici. non nelle dottrine di Platone o di Aristotele o di Lucrezio. e troppo alte e solenni.L’Umanesimo italiano Bisognava senza dubbio ricordare che il Medioevo leggeva i classici. e sono questi i libri innanzi a cui un reverente atteggiamento limita l’opera del maestro alla chiosa. Si insinuerà magari una glossa nel testo. sì. dispensando dalla ricerca diretta. ormai così lontane. ma pieno di luci di luci di civiltà e di grandezza di pensiero. sapeva il greco. Solo che il problema più grave è altrove. Così i vecchi libri di scuola trasmettono le cristallizzazioni estreme della cultura antica all’insegnamento medievale. Non i dialoghi platonici.Eugenio Garin . Se il mondo classico ha esaurito la sua linfa vitale. o la metafisica aristotelica. consegnata a modesti compendi. all’ossessivo e torturante commento. ma Porfirio o compilazioni da Porfirio. vedute e dottrine sopravvivono variamente. il Medioevo. Bisognava rendersi conto che. Modi d’insegnamento. niente affatto tenebroso e barbaro. ogni sforzo di approfondimento si appunta a scavare la verità nello Storia d’Italia Einaudi 15 . e così via. aveva interessi naturalistici. almeno in certi tempi e luoghi. il quale deve solo svelare la verità chiusa nella pagina investita dal carattere sacro proprio della parola scritta. ma l’unica Verità in qualche modo esistente alla radice dello scritto. si correggerà ad arbitrio il testo. Meglio si conosce il Medioevo. e più si vede quanto nella sua cultura si prolungasse la cultura antica. Il cristianesimo non sostituì affatto – come voleva Tertulliano – il Portico di Atene con i templi di Gerusalemme. ma nelle espressioni di una sapienza stanca. Atene e Roma vivono nelle scuole. si cibò dell’antichità e la fece propria. rimangono i suoi echi consegnati a compilazioni e a manuali. li traduceva. quel che importa non è sapere ciò che storicamente è vero.

ricordava come retorica e dialettica fossero scienze mondane. e gli anonimi. Né diversamente Guarino. all’inizio del suo corso di retorica. si leggono i commenti di Galeno. Latouche. La stessa teoria della «doppia verità» si ricollega in parte a un atteggiamento mentale del genere: il libro d’Aristotele è la rivelazione della verità naturale. ma umana. Ov’è la grandezza e il limite di tutta una cultura: ma dov’è un carattere che va tenuto ben presente per capire la vibrazione con cui Valla dinanzi alla parola. sul più umile terreno dei rapporti mondani. cosa certo grandissima. Paris. Mentre. che teneva in Padova al sorger del sole. che importa pochissimo il veicolo terreno attraverso il quale si è manifestata. va ricondotta dai cieli della teologia ai piani della retorica e della grammatica. quell’uomo: importa un pensiero.L’Umanesimo italiano scritto. e se non bastano. il filosofare prescinde dal riferimento diretto al reale. II. richiama al fatto che ci troviamo innanzi a un puro mezzo di comunicazione. che non è più un documento umano. scomparendo il singolo nell’opera sua o nel frutto di una collettività. 1930-37. Non importa l’uomo. R. e così via via i commenti dei commenti13 . Di qui le strane attribuzioni. la dialettica. al verbum. e si limita a intendere la pagina dell’Autore. Histoire de France (888-995). 224-31. sentiva il bisogno di dire esser suo scopo far entrare Aristotele come viva persona in un colloquio 13 RICHER. ma un oracolo a cui va strappato il senso segreto. a sua volta. Storia d’Italia Einaudi 16 . pp. a cui il mutar nome è meramente accidentale. éd. Ed Ermolao Barbaro nella prolusione al suo corso su Aristotele. la verità è così staccata dalla personalità storica di un filosofo. e poi i commenti di Sorano.Eugenio Garin . Onde la logica. Un autore del secolo X ci spiega come si risolve una difficoltà diagnostica: si va a Chartres e si leggono gli Aforismi di Ippocrate.

nell’umanesimo. al passato. perché scoprir l’antico come tale fu commisurare sé ad esso. Onde non può né deve distinguersi.Eugenio Garin . e senso della creazione umana e dell’opera terrena e della responsabilità. I «barbari» non furono tali per avere ignorato i classici. e ha cercato di spiegare Aristotele nell’ambito dei problemi e delle conoscenze dell’Atene del quarto secolo avanti Cristo. permise di stabilire una nostra distanza rispetto a quel passato: quei settecento anni di tenebre – tanti ne contava Leonardo Bruni – in cui ottenebrato era Storia d’Italia Einaudi 17 . e staccarsene. Umanesimo e antichità classica Proprio l’atteggiamento assunto di fronte alla cultura del passato. la scoperta del mondo antico e la scoperta dell’uomo. 6.L’Umanesimo italiano umano: ut cum ipso vivo et praesente loqui videamur. né in una conoscenza più larga. e porsi in rapporto con esso. ma per non averli compresi nella verità della loro situazione storica. Significò tempo e memoria. ma in una ben definita coscienza storica. Un uomo vivo e presente. E la peculiarità di tale atteggiamento non va collocata in un singolare moto d’ammirazione o d’affetto. Ma il punto in cui si concretò quella presa di coscienza fu l’accendersi di una discussione critica innanzi ai documenti del passato che. tentando di definirli senza confondere col proprio il loro latino. indipendentemente da ogni resultato specifico. Gli umanisti scoprono i classici perché li distaccano da sé. amato nei suoi limiti. usi al libero operare nella vita pubblica del tempo loro. uomini attivi. Ché non a caso i maggiori umanisti furono in gran numero uomini di Stato. Perciò l’umanesimo ha veramente scoperto gli antichi. perché furon tutt’uno. definisce chiaramente l’essenza dell’umanesimo. siano essi Virgilio o Aristotele pur notissimi nel Medioevo: perché ha restituito Virgilio al suo tempo e al suo mondo.

il loro rapporto storico: noi afferriamo il senso di un momento della storia della filosofia. e visione mondana della realtà e umana spiegazione della storia degli uomini.L’Umanesimo italiano lo spirito di critica. ridotta persona a qualità. ci viene innanzi «Endelechia». Quel punto di crisi si concretò e prese dimensioni precise appunto nella «filologia» umanistica. Noi vediamo il generarsi di due teorie. La questione è di vocaboli: entelecheia o endelecheia? movimento perenne o atto perfetto? Poliziano con estrema lucidezza. Platone in rapporto ad Aristotele. e in una discussione grammaticale. Apriamo. il pensiero che si è definito in quei vocaboli. si taglia con rasoio occamistico una grave questione teologica. in cui sembrava affievolita la consapevolezza della storia come farsi umano. il quale parlò in ebraico e non scrisse nulla». subito. nel primo capitolo. illustra due concezioni dell’anima. ciò che importano le diverse premesse. Né a caso il Valla rimanda alla sua «dialettica». o variamente entificata nei commentarî dei platonici. E riferendosi all’osservazione di san Girolamo sulla corruzione dei codici biblici: «se dopo soli quattrocento anni il fiume si era così intorbidato. l’anima: ma non si tratta della Dea cantata nel secolo XII da Bernardo Silvestre. che è riduzione rigorosa della filosofia da teologia ad analisi delle strutture del pensiero quali si rivelano nel discorso. che è consapevolezza del passato come tale. Quando apriamo le «miscellanee» del Poliziano.Eugenio Garin . quanti ne cor- Storia d’Italia Einaudi 18 . che meraviglia se dopo mille anni. di Valla. Apriamo le Annotazioni a Nuovo Testamento e leggiamo: «non esistono parole di Cristo. e neppure si discute dell’unità dell’intelletto possibile. il famoso capitolo trentottesimo del sesto libro delle Eleganze: si discute del termine persona. con le testimonianze classiche alla mano. e dei suoi rapporti con l’individuo.

mai purgato. trascina fango e detriti?». di Toscanelli e di Galileo. anche se sottilissimi dibattiti dei fisici e dei logici medievali si fecero fecondissimi solo dopo la nuova lezione. Poliziano sorride perfino del codice delle Pandette mostrato in cappella a Palazzo Vecchio a lume di candela: quelle pergamene sono per lui un problema storico: sono sacre solo nella misura in cui è sacra ogni opera umana valida. destinata non a chiudere per sempre. sensibili come erano alla fecondità di un metodo. in questo poieîn infaticabile. ma ad aprire le vie degli uomini. Mentre i testi più venerabili sono affrontati nella loro realtà storica. Poiché la verità aperta agli uomini è tutta in quest’opera. Storia d’Italia Einaudi 19 . Innanzi alle sue «miscellanee» Poliziano ha scritto pagine che non costituiscono solo una grande lezione di umanità: esse definiscono un metodo valido in ogni campo di indagine.Eugenio Garin . ma anche di scienziati.L’Umanesimo italiano rono da san Girolamo a noi. Perché v’è tanto commovente amore in quel desiderio esasperato di recuperare quanti più ricordi è possibile dell’umana fatica. questo fiume. che pur sembrava così lonta14 Cfr. si capisce perché gli sterili. in questo nostro mondo: ed afferrarne il senso è conquistare il senso di noi. leggendole. 46 (Teocrito). VII. Magliab. 973 (commento a Stazio). Si capisce. delle concezioni del cosmo che sembravano ugualmente intangibili si vanno rintracciando le basi in vecchie superstizioni e in lontani errori. dei nostri limiti. come delle nostre possibilità. Questo è il senso della «filologia» umanistica: e ben si capisce che questi uomini fossero pedantissimi. perché il Rinascimento non fu solo tempo d’artisti. XXXII. Poliziano innanzi a un verso di Teocrito o di Stazio vuol ritrovare ogni sapore. mentre le carte degli antichi privilegi sono sottoposte al vaglio di una critica demolitrice. Laur. ogni allusione14 .

La Renaissance des Sciences de la vie au XVI. Una messa a punto di alcuni aspetti della discussione si trova nei due scritti di W. 10 marzo 1948. 16 Cfr. IV. 1956. e l’Italia potesse sembrare terra feracissima di innumerevoli ingegni filosofici16 . Philadelphia.me siècle. 1955. di Scienze Storiche. questa funzione positiva dell’umanesimo. 307-334. ULLMAN. Firenze. usciti nel «Journal of the History of Ideas». e va ricercata in una «educazione» e nella conquista di un metodo. BARON. DIONISOTTI.Eugenio Garin . di una logica. senza capirne la ragione. pp. si capisce il dubbio di Cartesio. 14 sgg. 116-17. il curioso e importante testo del Naudé pubblicato dal Croce nei «Quaderni della Critica». p. (A proposito delle questioni generali sopra discusse sono ora da vedere: B. E si capisce anche perché. Relazioni. CALLOT.L’Umanesimo italiano na nel suo significato15 . la cultura italiana dominasse l’intera Europa. The Appreciaton of Ancient and Medieval Science during the Renaissance. Verona. 1955. Il Callot deve constatare. e vorrei dir spietata istanza critica. Italian Humanism: Hans Baron’s Contribution. La periodizzazione dell’età del Rinascimento nella storia d’Italia e in quella d’Europa. per circa due secoli. 19. 1951. ma la ragione è chiara a chi abbia mente a comprendere. Discorso sull’umanesimo italiano. Paris. pp. Si capiscono i medici nuovi usciti dalle scuole di filologia. Moot Problems: Answer to Ferguson. X Congresso Int. SARTON. 15 Cfr. Roma. 1955. e innanzi a quella rigorosissima. Sul problema della periodizzazione fondamentale è la relazione di D. FERGUSON. E. CANTIMORI. e di H. Storia d’Italia Einaudi 20 . L. 1958. G. 14-34). vol. C. Studies in the Italian Renaissance. 1450-1600. K. 1955. pp.

53. p. Filippo Villani riporta a Dante il merito di aver tratto le lette- Storia d’Italia Einaudi 21 . sul S. pp.. I (Apud Petrum Santandreanum. Lugd. S. Per una monografia su D. pp. Naz. ivi. 79 v) «cum Florentia tribus seculis latuisset». J. Domenico Silvestri. G. VI. Naz. IV. II. cura et studio G. ap. p. Lettere e Arti». 1651. fino alla venuta di Carlo Magno. Science. 1953-54. «Atti d. S. 198-201). Il che non esclude. vol. 765): «de integro rediviva novam sub Petrarcha pueritiam inchoasse. Firenze. 13-24. Pisa». e cioè solo tre secoli. Non diversamente Donato Acciaiuoli nella vita di Carlo Magno (ms. Firenze. Lettere umane e vita civile «Francesco Petrarca fu il primo il quale ebbe tanta grazia d’ingegno. Pecoraro.. Acc. amico del Salutati. cfr. Coluccio Salutati menzionerà spesso anche Albertino Mussato. II. Note per una monografia su D. RICCI. 1847. WEISS. l’idea che le «tenebre» fossero durate meno. «Annali Scuola Normale Sup. 109. G.Eugenio Garin . Così Leonardo Bruni nella sua vita del Petrarca. 524. VOSSII De historicis latinis. Vita di Messer Francesco Petrarca. P. diffuso giudizio: essere stata l’opera di Messer Francesco l’aurora del nuovo giorno spuntato dalla barbarie e dalla tenebra medievale17 . C. 1950. s.. 10). Galletti. che riconobbe e rivocò in luce l’antica leggiadria dello stilo perduto e spento». C. PHILIPPI VILLANI Liber de civitatis Florentinae famosis civibus. IV. in molti. f. Florentiae.. 1594. in un’epistola a Giuliano Zonarini (ms. cui fu caro il pensiero classico. e che 17 LEONARDO BRUNI. 14. R.. II. Batav. tra gli umanisti.. autore di un De insulis et earum proprietatibus (ed. che è del 1436. JULII CAESARIS SCALIGERI Poetices libri VII. consacrando quello che fu.L’Umanesimo italiano LE ORIGINI DELL’UMANESIMO DA FRANCESCO PETRARCA A COLUCCIO SALUTATI 1. visa est». p. Palermo. 1955.

Eugenio Garin . Per l’edizione del «de lite inter naturam et fortunam» e del «contra casus fortuitos» di A. esprimendosi. A. e filosofia.L’Umanesimo italiano discusse sul tema diffuso della fortuna18 . 1927. SIMONE. M. pp. 91-97). B. pp. 1949. «Non re ex abysso tenebrarum. WEISS. G. Storia d’Italia Einaudi 22 . 5. su questi «preumanisti» cfr. divenuta nel ’400 italiano un luogo comune retorico. «Boll. Firenze. Essi soli. 567-90. Museo Civico di Padova». I. Il quale si avvicinò alle lettere. 2531 della Bibl. In una delle sue lettere familiari Petrarca viene mostrando in che modo eloquenza. «Miscellanea di studi critici. 1949. 1947.. ossia disciplina letteraria. London.. nella Bibl. MOSCHETTI. M. The Dawn of Humanism in Italy. agli studia humanitatis. infatti. 5. 18 Sul De lite naturae et fortunae (ms. si congiungano strettamente.. e le osservazioni di chi scrive in «Rinascimento». Roma. Il risorgimento dell’antichità classica. TRAVIGLIA. La coscienza della Rinascita negli umanisti francesi. in onore di V. il sermo.. con la consapevolezza del loro significato. Al Mussato il Salutati univa Geri d’Arezzo. Roma. È il discorso. che. 1888-1897. In realtà si viene presto distinguendo fra rinascita politica e della cultura teologica. e risveglio degli studia humanitatis. La «coscienza della rinascita». XLIII. Il «de lite inter naturam et fortunam» e il «contra casus fortuitos» di A. F. Ma il padre verace della nuova devozione per la humanitas classica fu. ossia cura dell’anima. dà la misura propria e dell’animo da cui deriva. e Il primo secolo dell’umanesimo. XXXI. le Giunte e correzioni dello ZIPPEL alla versione italiana del VOIGT. Crescini». 1950. hanno inteso a pieno che cosa significhi la cultura dell’anima raggiunta attraverso lo studio dei prodotti più alti dello spirito umano. il Petrarca. passò poi in Francia (cfr. del valore che per l’umanità intera aveva una educazione dello spirito condotta nel colloquio assiduo con i grandi maestri del mondo antico. 1942-54. BILLANOVICH-G. Cividale del Friuli. P. Civica di Padova) cfr. Colombina di Siviglia. R. come fisserà ormai nettamente Raffaele da Volterra nei Commentarii urbani dedicati a Giulio II. agli occhi di tutti. ms.

esprime parole magnifiche e chiare. mai si loderà la virtù a sufficienza. I. consone a sé». se l’animo non la possiede». E non tanto per il contenuto moralistico di un sermone. per Petrarca.. è necessario che contrastino anche costume interiore e parole. mente e discorso. «Né il discorso può aver dignità. Mai l’acume della mente troverà preclusa la strada a nuove indagini. Il quale ci conglunge oltre il tempo e lo spazio. Né faticheranno invano coloro che. «Se. o si combatterà il vizio. Noi dobbiamo. che. la carità del prossimo – ecco. accetta una disciplina e rivela un atteggiamento. 1933. o del fatale trascorrere di tutte le cose. Ma un’anima ben disposta. l’uscire con la parola tra gli uomini dà all’interiorità misura e senso concreto. si connettono indissolubilmente. venendo alla luce. si apriranno alla vita nel crepuscolo del mondo». E se anche non è esperta nei lenocinî dell’arte oratoria. lo stimolo 19 PETRARCA. o della vanità sua. rimane sempre calma e tranquilla. e nessuno può dubitare che alle anime loro possiamo sommamente giovare con le nostre parole». «Scorrano gli anni a mille a mille. Familiar. vol. si aggiungano i secoli ai secoli. la nostra fatica non sarà vana. d’altra parte. ROSSI-BOSCO.. I. Interno ed esterno. sottoponendosi al controllo altrui. comunicare con gli uomini. 9 (ed. p. quanto per la potenza elevatrice del colloquio umano. Storia d’Italia Einaudi 23 . e plasma e placa le nostre menti19 .Eugenio Garin . fra lungo volgere d’anni. rer. 45 sgg. oltre i deserti e i millenni. Né vale esaltare un intimo solitario parlare dell’uomo con sé. «Noi dobbiamo adoprarci per giovare a coloro con cui viviamo.. Né ci turbi il pensiero dell’oblio in cui cadrà l’opera nostra. Ceterorum ominum charitas.L’Umanesimo italiano piccolo indice dell’animo è il discorso». o si esalterà abbastanza l’amore di Dio. Stiamo perciò di buon animo. le nostre passioni prima non si armonizzino. quasi fosse su un’altura serena. infatti.). mentre. se vogliamo essere uomini. Firenze.

E lo vediamo citare uno dei testi ciceroniani che saranno più cari alla letteratura moralistica del ’400: «niente v’è in terra di più gradito a quel Dio che governa tutto questo mondo. a svegliare l’animo dormiente (voces familiares ac nolae. degli uomini riuniti nel vincolo sociale. In nome del quale egli vibrò d’entusiasmo patriottico all’appello lanciato in Roma da Cola di Rienzo. Familiar. III. Perciò il viaggio. 128-131). anzi si connettono strettamente. pp. fu insieme la conquista di un più solido legame con gli altri uomini. alla scoperta dell’anima propria. accresciuto. riscoprire in sé la propria umanità per ritrovarsi insieme uomini tra uomini. Né questo. quando le parole più solenni degli antichi saggi suonano familiari e amiche. è pronto in cielo il luogo ove beati godranno in eterno». Storia d’Italia Einaudi 24 . La carità di patria e l’amor del prossimo non contrastano. 20 PETRARCA. ma sulle labbra.. rer. Altrove. sed etiam ore prolatae. È necessario. idealmente. aiutato la patria.. non solo nel cuore. Per tutti coloro che abbiano conservato. che è la premessa di ogni feconda attività terrena. Differenza. Anche se egli era alienissimo dai sogni gioachimiti e dalle mistiche speranze nel prossimo avvento della terza età di cui invece andava inebbriandosi il tribuno.. con questa educazione interiore. Due dei più caratteristici motivi dell’umanesimo sono qui evidenti: il valore delle lettere umane e il carattere sociale di una verace umanità. I. 12 (vol. innanzitutto. scrivendo a un amico che aveva manifestato il proposito di darsi alla vita monastica.Eugenio Garin . ritrovare se stessi. è in contrasto con le lodi della solitudine. non modo corde conceptae. quibus dormitantem animum excitare soleo). anche nel ritiro della nostra solitudine. ed il prossimo è con noi. per una renovatio della «sacra Italia». che in Petrarca durò tutta una vita.L’Umanesimo italiano e il fine degli studia humanitatis. noi vediamo Petrarca svolgere largamente il tema del valore della vita attiva20 . come potrebbe sembrare.

45-107). anche G. è la presentazione vivissima di questa conversione dalla natura allo spirito. dopo tale lettura. ritrovare il contatto con Dio. Racines sociales de l’insurrection de Cola di Rienzo. del mondo dei valori e dell’azione. Storia d’Italia Einaudi 25 . pp. così io in queste brevi frasi silenziosamente riflettendo compresi tutta la stoltezza dell’uomo che. Firenze. essenziale. Berlin. trascurato ciò che possiede di più nobile. oltre ogni limite. p. necessaria premessa per una nuova valutazione del regno dello spirito. non più i sogni profetici dell’Evangelo eterno. BURDACH. vagheggiante. del linguaggio e della società che congiunge oltre il tempo e lo spazio. 1947. DE MATTEI. di Pisa». 1963. Rienzo und die geistige Wandlung seiner Zeit. Sulla composizione dello scritto cfr. Petrarca e Cesare. 2. ma l’umanità completa degli Scipioni e dei Cesari21 . La solitudine non era monastico ritiro in barbaro isolamento. Il sentimento politico del Petrarca. «E come Antonio. L’appello all’interiorità che Petrarca rinnova in termini agostiniani non suona isolamento. come Agostino. La celebre epistola a frate Dionigi da Borgo San Sepolcro. ma esaltazione del mondo umano. si 21 I testi in K. pp. VI. udite queste parole. 103 e sgg. a una charitas effettiva. «Annali Scuola Normale Sup. ove descrive l’ascesa sul monte Ventoso. 1913-28. Praha. non andò più oltre. «Historica». JOSEF MACEK. di cui va tenuto conto nel paragonare l’opera di Cola con la posizione di Petrarca. aprirsi la strada a un valido contatto col prossimo. MARTELLOTTI.Eugenio Garin . L’analisi della vita interiore Ritirarsi in solitudine significava per Petrarca ritrovare tutta la ricchezza della propria interiorità. più non cercò. ma iniziazione a una società più vera.L’Umanesimo italiano questa. 149-158 (su alcuni aspetti dell’opera di Cola v. Per la Vita Caesaris e l’ideale dell’uomo completo è da vedere R. 1944.

esortando gli uomini a riconoscere se stessi nella seria meditazione della propria morte. e quasi svanisce nelle parvenze del mondo esteriore. la sua filosofia. e guarda che non passi alcun dì. 4 (vol.). VIII. p. «Nessuno crede alla propria morte» – esclama in una lettera. a cura di Angelo Solerti.. Il Petrarca e gli agostiniani.. e altrove descrive il suo andar raffigurando l’agonia. p. nell’insistenza su queste esperienze fondamentali con cui l’uomo. 41 (Dionigi aveva anche commentato Valerio Massimo) 23 PETRARCA. I (vol. rer. Su Dionigi e la celebre lettera (del 26 aprile 1336) v. stracciato il velo dell’interiore illusione che lo chiude a se stesso. quanto restituzione di sé a se stesso. «ne guardai la cima – esclama il poeta – e più non raggiungeva un cubito confrontata all’abissale profondità della contemplazione umana»22 . I. profondamente avversa alle vuote dispute delle 22 PETRARCA. e lo sfacelo del corpo. il Secreto e Dell’ignoranza sua e d’altrui. La ricchezza di Petrarca è forse tutta qui. MARIANI. e dischiuse le tenebre ficca in quella gli occhi.. p. rer. 1904. cercando fuori quello che dentro di sé già possedeva». Firenze. «Te a te medesimo restituisci.. Familiar. Ed eccolo indugiare particolarmente sul pensiero della morte. straccia i veli. Solo che l’uomo. 164): «nemo est qui se moriturus credat». 1946. II. 170. Poco prima Petrarca aveva esaltato la gloria. L’Autobiografia. Il monte che prima s’innalzava altissimo sembra ben misera cosa. IV. per vivere in sincera umanità. 153 e sgg.L’Umanesimo italiano disperde nelle molte cose esterne...Eugenio Garin . Che è. e lo spengersi atroce di ogni vigore. la quale non ti porga la memoria dell’estremo tempo». né alcuna notte. deve cogliere se medesimo nella sua verità. Roma. ricordandosi sempre della sua condizione23 . U. Comunque il problema di Petrarca è questo. e il dolore. non tanto ascetica rinuncia. 31 sgg. p. Storia d’Italia Einaudi 26 . si ritrova nella propria miseria e nella propria nobiltà. Familiar. p.

pp. 101-45].. Cose.. O.come la fenice. 14. Non sappiamo se nei «lunghi colloqui». .. abbruciata da fuoco aromatico. 1952. B. perché siam nati. «Costui molte cose sa delle belve. XI. ma quand’anche fossero vere. significava richiamo alle scienze dello spirito. false.. e ben conosce quanti crini il leone abbia sul capo. e quante penne nella coda lo sparviero. comunicasse all’amico i resultati della propria ricerca24 . della scienza averroistica. in gran parte. PETRARCA. cfr. Letteratura e cultura veneziana del Quattrocento. La civiltà veneziana nel Quattrocento. all’indagine intorno all’anima ed alla vita umana. 1957. ma tratto dall’acqua perda ogni potere.Eugenio Garin . Dell’ignoranza sua e d’altrui. 1956. aveva riconosciuto il fallimento cui andava incontro lo sforzo di un millennio. Firenze. KRISTELLER. IV. Humanisme et Renaissance». e il riccio fermi una nave spinta a qualsiasi velocità. La sua crudele condanna dell’indagine naturalistica. di Bologna e di Parigi. nel vol. nel vol.L’Umanesimo italiano scuole. della medicina. ed ignorare o non curar di sapere la natura dell’uomo. Padua and Bononia. è indagine sulla vita degli uomini. NARDI. [Sulla polemica del Petrarca. a nulla servirebbero per la vita beata. Il Petrarca. dove andiamo»25 . quindi rinasca. sui suoi «amici». degli uccelli e dei pesci. Petrarca’s «Averroists». «Bibl. 272-73.. pp. sull’«averroismo». Io infatti mi domando a che giovi il conoscere la natura delle belve e degli uccelli e dei pesci e dei serpenti. Certo è che il Petrarca si mostrò sempre fieramente avverso alla filosofia ufficiale di Padova. e con quante spire il polipo avvolga il naufrago. L’amico suo Bonsembiante Badoer. tutta impegnata nei problemi logici e fisici che il tardo nominalismo andava esasperando. Firenze.. PETRARCA. La civiltà veneziana del Trecento. cui accenna il poeta.. Seniles. 59-65. donde veniamo. P. pp. l’Umanesimo e la Scolastica a Venezia. A Note on the History of Aristotelians in Venice. muovendosi per entro gli schemi dell’ultima scolastica. ID. 24 25 Storia d’Italia Einaudi 27 . tutte. pp. 147-8. «Mélanges Augustin Renaudet».

Petrarca esclama vivacemente: «Fai il tuo mestiere. quella che alimentò la insistente polemica petrarchesca contro le scienze della natura. in quanto la medicina significava conoscenza e cura dei corpi. così bene espressa dalle parole dell’Apostolo ai Romani: Chi conosce gli arcani di Dio? Chi fu a parte de’ suoi consigli?»26 . 289. morale. Nell’Invectiva contra medicum quendam. gli stolti credono di stringere nel loro pugno il cielo. una umile filosofia degli uomini e della città terrena da loro edificata.Eugenio Garin . che avrà un’eco non piccola nella disputa quattrocentesca intorno al rapporto fra scienze della natura e scienze dello spirito. loc.. 3. Ma come potresti osare con inaudito sacrilegio di subordinare la retorica alla medicina. Il mondo di Dio è chiuso con sette sigilli alla mente finita. meccanico. né da tanta pazzia vale a ritrarli l’assurdità dell’impresa. felici nell’errore.. costoro con superba iattanza si sforzano di comprendere. La polemica contro le scienze della natura Fu appunto questa esigenza di una indagine umana.L’Umanesimo italiano Alla vana ricerca intorno alla natura delle cose Petrarca oppone recisamente l’indagine umana. né ad essi neppur si avvicinano. che si precisò nell’implacabile avversione contro i medici. la padrona alla serva. cit.. i ben difficili misteri di Dio. p. che noi accettiamo con umile fede. un’ar26 PETRARCA. «I segreti della natura. cura i corpi se puoi. contenti della loro falsa opinione par loro realmente di stringerlo. ed è empio e fuori luogo volerlo penetrare. Storia d’Italia Einaudi 28 . ma non li raggiungono. e altrimenti uccidi e fatti pagare la mercede del tuo delitto. ti prego. se ci riesci.

Agostino.. suscettibili di ampi sviluppi. In Cicerone e in Platone. Senil. 1960) che vi ha opportunamente aggiunto il volgarizzamento di Domenico Silvestri. Opera.Eugenio Garin . tuttavia. Il primo secolo cit. o l’appello a Platone. 386-87). p. Storia d’Italia Einaudi 29 .. All’occhio esperto dello storico potranno svelarsi analogie sottili fra l’estremo nominalismo ed i nuovi interessi filologici e retorici. attraverso la tradizione patristica e S. della scolastica parigina e padovana. lasciate ai veri filosofi e agli oratori la cura e la educazione delle anime»28 . 1087 sgg.. il Bernardo di cui parla il WEISS. 203-4. 778. instaurazione di una nuova forma di vita. pp. tum velim de poetica cogites». o quello che scrive il Salutati al logico nominalista Pietro Alboino da Mantova. 389-90): «enuda sophismatum apparentiam. d. Opera. E suona commento a questa invettiva l’altra affermazione delle Senili: «compito vostro è la cura dei corpi. rinnovamento spirituale dell’uomo e della città terrena. redde nobis rerum noticiam. I dialoghi di Platone che conobbe Petrarca furon quelli stessi che il Medioevo aveva studia27 PETRARCA. infatti. quanto ho scritto sul «Giornale critico». pp. III. conosciuto piuttosto per fama che non direttamente.L’Umanesimo italiano te liberale a un’arte meccanica?»27 . 190). p. così come già si sono manifestati intimi legami fra la fisica parigina e la nuova scienza rinascimentale29 . p. Petrarca cercava appunto una direzione diversa da quella rigidamente logica e fisica dell’occamismo. Invectiva in medicum quendam. 7.». 1948. convertitosi alla poesia (sul quale v. Perché è difficile trascurare l’amicizia di Geri d’Arezzo con l’occamista arditissimo fra’ Bernardo.. In Petrarca. it. 28 PETRARCA. che fu in relazione con Nicola di Autrecourt (è questo. Basilea. 1581. 29 Alcuni temi fondamentali. 1948. filos. il tema ciceroniano. l’elenco in«Giornale crit. Una buona edizione critica delle Invective ha dato Pier Giorgio Ricci (Roma. significano affermazione di un filosofare che sia riforma morale. si trovano nei saggi del Michalski. a proposito del dissolversi della Scolastica. dell’averroismo. pubblicati fra il 1924 o il 1938 (v.

è aperto il regno dei cieli. il Menone30 . della connessione di tutte le discipline liberali appunto con la vita attiva. egli accenna al motivo. un primato della virtù attiva. II. Degli altri egli possedeva i codici. come del resto nella retorica. Plato Latinus. dunque. della società umana. Di più. insiste sulla necessità di riconoscerle tutto il suo valore accanto alla virtù contemplativa. 107-113. Acc. Nel platonismo. 4 (1949. ritrovare il senso concreto della città terrena. con l’aristotelismo. pp. con empi latrati. aveva anzi posto mano a «un trattato contro quel rabbioso cane ch’è Averroè. si cercava un ritorno ai problemi della comunicazione umana. XII. «Rendic. e quindi di Plotino. ricondurre a un’influenza platonica un atteggiamento di pensiero che invocò Platone solo come arma polemica contro il prevalere. il quale agitato da infernale furore. Storia d’Italia Einaudi 30 .Eugenio Garin . La nuova filosofia nasce sul terreno della morale. come Petrarca ricorda sulle orme di Macrobio. È vano. L.L’Umanesimo italiano to: il Timeo.. se si vuole. Phaedo. rivalutando quelle virtù politiche alle quali. 1950. che doveva venire largamente svolto. oltraggia e lacera il santo nome di Cristo e la cattolica fede». fra fato. p. In realtà mentre la pura contemplazione viene relegata nell’altra vita. E se il poeta non rivendica ancora. fortuna e virtù. la vita terrena viene ponendosi come campo fecondo delle attività umane. Si voleva. MINIO-PALUELLO. in una polemica sempre più aspra fra natura e umanità. Il«Fedone» latino con note autografe del Petrarca. Così scriveva 30 Cfr. in questo mondo. il Fedone. Cl. ma erano pagine mute a lui ignaro di greco. e con bestemmie da ogni parte raccolte. della preoccupazione teoretica e dell’indagine naturalistica. Londini. in una parola. o anche. mentre con fiero disdegno viene investendo le scienze della natura. della moralità umana. sc. Lincei». mor. IV. Petrarca stesso sognava di comporre. con la vita civile.

1759. cit. Singolare interesse. studia humanitatis e studia divinitatis. il maggiore erede e il più fedele continuatore della tradizione del Petrarca. Dialogi ad Petrum Histrum. C. «Rinascimento». MEHUS. CCLXXXIII. e ne riferiva non solo le opinioni e le sentenze. ap.L’Umanesimo italiano all’agostiniano Luigi Marsili. pp. Ritrovi e Ragionamenti del 1389: romanzo di Giovanni da Prato. intransigente fustigatore della corruzione pontificia in Avignone. e che Leonardo Bruni ritrasse nei suoi Dialogi ad Petrum Histrum32 . son da vedere i testi pubblicati da A. fra i documenti editi dal Wesselofsky. U. 1867. Proprio del Marsili. 66 sgg. 6-7. p. a quel fervido focolaio di cultura umanistica che fu in Firenze il Convento di Santo Spirito. II (1951). III. p. Roberto de’ Rossi. Florentiae. Seneca e gli altri antichi. «Rinascimento». E sempre aveva sulle labbra Cicerone. ALESSANDRO WESSELOFSKY. Bologna. Virgilio. MARIANI. 33 LEONARDO BRUNI. Senil. ma anche le parole. Maestro incomparabile di tutti i fiorentini – lo chiamerà il Salutati. op. MANETTI. tesserà Leonardo un magnifico elogio: «riteneva nella mente non solo le cose che hanno riguardo alla fede. nobile figura di sacerdote piissimo. Historia litteraria florentina (AMBROSII TRAVERSARII Latinae Epistolae. ha il poemetto in lode di Occam composto dal Cieco degli Organi [su cui cfr.Eugenio Garin . 1952. sulle orme di Lattanzio e di Agostino. e non come detti d’altri. IV. e a cui commetteva insieme il compito di continuare l’opera sua nella costruzione di una pia philosophia31 . Polemiche occamiste. Il Paradiso degli Alberti. ma come cose sue»33 . I). 119-41] Per la polemica retorica-dialettica. ma anche quelle che chiamano gentili. oltre i «dialoghi» del Bruni. VASOLI. pp. Il nome del Marsili ci riporta ai colloqui del «Paradiso degli Alberti».. a cui raccomandava di congiungere. 33-55. Sul Marsili cfr. Del cui pensiero sottolineava appunPETRARCA. a quel circolo di dotti fra cui primeggiò Coluccio Salutati. 31 32 Storia d’Italia Einaudi 31 .

. erano più temibili di un esercito in campo. esaltano nelle scuole. la verità»34 ... l’interesse umano. la scuola di vita.Eugenio Garin . e sciocca e impudente leggerezza. l’elevazione a Dio. e di tutte le scienze signora e maestra. Epistolario. I. che forma le virtù. Educato alla scuola di Pietro da Muglio negli studi di logica e di grammatica (plurima veterum grammaticorum et dialecticorucm assidua lectione perlegit). Francesco Novati. 178-79. egli viene proponendoci la sua fine riflessione su una ricchissima esperienza interiore. che illustra. dotto di diritto. ma più ancora nelle pagine mirabili del suo vastissimo epistolario. «E per non parlare delle arti liberali. vol. Storia d’Italia Einaudi 32 . 4. pp.. fu sommo in quella filosofia che è dono divino. Non a caso Pio II lodava la saggezza dei reggitori di Firenze che sceglievano come can34 COLUCCIO SALUTATI.. Roma. ma ad una sapienza che plasma le anime. unica degna erede della romana libertas. oppone alla vuota dialettica delle scuole la sottile ricerca dei moti dell’animo. Nei trattati morali. secondo il celebre detto del Visconti.L’Umanesimo italiano to il valore etico. Coluccio Salutati Proprio in questa indagine nuova sulla vita dell’uomo fu grande Coluccio Salutati. 1891. Né mi riferisco a quella che i moderni sofisti con vuota vanagloria. Fiero difensore della florentina libertas. come cancelliere della Signoria di Firenze pesò con la sua attività nella vita politica italiana. e regolatrice di tutte le virtù. ed. al di fuori delle sottigliezze dialettiche. che lava le macchie dei vizi. In una celebre lettera. quali motivi centrali della filosofia petrarchesca.. e purificatrice dei vizi. scritta al conte Roberto Guidi di Battifolle in morte del poeta. le sue lettere ufficiali.

ut pleraeque civitates. non iuris scientiam. 21-22. Basilea. In Antonium Luschum Vicentinum. o le altre. 1571.. luctandum pro iusticia. Vita politica e vita di pensiero ci appaiono infatti nel Salutati. Invectiva LINI COLUCII SALUTATI. il saggio.L’Umanesimo italiano cellieri della loro repubblica i più grandi umanisti35 ... nella società. potrebbero essere le parole di esortazione alla lotta rivolte nel De saeculo et religione a Niccolò di Lapo da Uzzano. che fuggire la folla. siano la via della perfezione. chiudersi in un chiostro o segregarsi in un eremo. cuius ea dicendi vis fuit. fermissime. AENEAE SYLVII In Europam sui temporis.. non tam sibi mille Florentinorum equites quam Colucii scripta nocere. che serve il suo Signore celeste fra i tumulti della vita terrena. il dotto. op. pro veritate. De illustribus longaevis. Cod. Credi tu 35 G. 454): «commendanda est multis in rebus Florentinorum prudentia. NOVATI. felicemente congiunte. IV. a Pellegrino Zambeccari che voleva farsi monaco. LIV (Opera. qui patrum nostrorum memoria gravissimum Florentinis bellum intulit. conserendae manus.. lat. In un’altra lettera.. ma un uomo che risponde alla sua vocazione. sed oratoriam spectant et quae vocant humanitatis studia.. Il motto di Salutati. Coluccius. SALUTATI. I. evitare la vista delle cose belle. MANETTI.Eugenio Garin . Storia d’Italia Einaudi 33 . come poi nel Bruni.. 54. non Bartholum aut Innocentium. indirizzate sul tramonto della vita a frate Raffaello Bonciani: standum est in acie. «Non credere. Terrestre è la vocazione umana. 387 (in F. Norunt enim recte scribendi dicendique artem. p. crebro auditus est dicere. Florentiae.» 36 C.. Urb. 1825. 2). L’impegno nostro è nella costruzione della città terrena. Cfr. I. pp. cit. tum maxime quod in legendis cancellariis. pro honestate36 . o Pellegrino. non è un solitario staccato dalle vicende degli uomini. «Le due cose in terra più dolci sono la patria e gli amici». De saeculo et religione. suona aperta la lode della vita attiva. ut Galeacius Mediolanensium princeps.. sed Tullium Quintilianumque tradere. e l’epigrafe più degna della sua attività.

la travagliosa via della lotta verso il porto della pace. preoccupandoti della famiglia. Coluccio Salutati presenta tutta la vita religiosa come operosità. p. E fatica concorde: a chi nel pericolo di una epidemia gli suggerisce la fuga. sarebbe oggi il più grande dei martiri – princeps nostro37 C.Eugenio Garin . dei figli. SALUTATI. ma sempre contrasto. 303-307. E Socrate è. prova. il santo della filosofia. servendo.. Nel più rigorosamente ascetico dei suoi trattati. Meditazione su questa umana operosità. non puoi non elevare il tuo cuore al cielo e non piacere a Dio»37 . rimanendo tra le cose terrene. l’aspro cammino che fra gli scogli del mondo conduce ai dolci riposi del cielo». coscienza più viva di questo comune lavoro. dei due Macari. di Ilarione? Fuggendo dal mondo tu puoi precipitare dal cielo in terra. ma solo se in questa vita avremo combattuto la nostra battaglia. così. di Teofilo. degli amici. assolto la nostra opera. potrò alzare il mio cuore dalla terra al cielo. Non mai ritiro. Nell’altra vita noi assurgeremo alla gloria della contemplazione. fatica: summus hic profecto labor. presa più viva di contatto con tutta la drammaticità dell’esperienza vissuta: ecco la filosofia. il De saeculo et religione. se fosse morto nella fede verace. dei parenti. sulle forme della sua vita... sulla sua condotta..L’Umanesimo italiano veramente che a Dio sia stato più caro Paolo solitario e inattivo di Abramo operoso? Non pensi tu che al Signore sia stato ben più diletto Giacobbe con dodici figli. riflessione sulla condizione umana e sulla sorte dell’uomo. con due mogli. colui che. fedelmente compiuto la nostra giornata. lavoro. lotta. della patria che tutto riabbraccia. II. il filosofo per eccellenza. mentre io. il Salutati risponde sdegnoso che l’uomo non può venir meno mai al vincolo comune che lo congiunge ai fratelli. «La religione è la dura via della virtù. Epistolario... Provvedendo. Storia d’Italia Einaudi 34 . con tante greggi.

atta piuttosto a separare che non ad avvicinare alla realtà. ritorni il corpo alla terra da cui è venuto. 2928. svanito il rumore delle parole. Nessuna dottrina consolatrice consolerà mai l’uomo dal dolore della perdita di una persona amata. 38 39 De fato. la filosofia di Coluccio Salutati non poteva non sentirsi lontanissima da tutto il bagaglio tradizionale di sillogismi e di ragionamenti.? Sopravviva pur l’anima. che era ancora un ragazzo. non è più. Ogni pagina del Salutati è traversata da questa esigenza di un filosofare che sia scuola di vita. ohimè. Ma. 416-20. Epist. ai termini più semplici del filosofare. Vat. torna nel Salutati come esperienza fondamentale che. nei maestri cioè che avevano posto la propria vita come un messaggio di verità. III. già invocato dal Petrarca. 16r. non lasciano eco alcuna solida e ragionevole»39 . riconduce la mente alle sorgenti originarie della meditazione. pp. lat.L’Umanesimo italiano rum martyrum38 . l’uomo... o dal terrore della propria fine: «sono tutte sottigliezze sofistiche.. Era un orientamento e un indirizzo nuovo che cercava le proprie testimonianze così in Socrate come in Cristo o in san Francesco. una volta che sia rotta l’armonia dell’unità umana». Storia d’Italia Einaudi 35 . mi viene strappato nel fiore degli anni. II. Cod. astratta costruzione. meditazione seria e profonda di problemi di vita. Il primato della volontà in Coluccio Salutati Nata su questo piano. Solo dalla più accorta consapevolezza di noi stessi potrà nascere una filosofia che non sia mera esercitazione di scuola. 5. le molteplici finzioni con cui gli uomini cercano di distrarre se stessi dalla gravità dei loro problemi. «Perché il mio Pietro.Eugenio Garin . più vicini di costoro. che è immortale. 8. fol. mentre fa cadere le vecchie teorie consolatorie. Quello stesso drammatico pensiero della morte.

tutt’altro che chiuso ai problemi che tormentavano il suo tempo. penetrando l’espressione nel suo significato intimo come direzione spirituale. La polemica fra il Salutati e il Dominici si impernia proprio sulla questione del primato della volontà. presa di contatto reale.Eugenio Garin . Lo studio del messaggio divino è integrale riconqui- Storia d’Italia Einaudi 36 . della vita attiva. nel corpo l’anima indisgiungibile. ma insisteva sul valore della educazione nuova. della connessione fra studia humanitatis e vita civile. Il Salutati era pronto a riconoscere il pericolo degli eccessi. insiste il Salutati. «Ipsa grammatica sine noticia rerum. Nei suoi scritti non manca un riconoscimento pieno per il significato della vocazione terrena dell’uomo.L’Umanesimo italiano aveva a sostegno i teorici del primato della volontà. sciri non potest». smarrito nella consuetudo. et quibus modis rerum essentia varietur. Senza la capacità di intendere fino in fondo i termini. Proprio per questo la disciplina grammaticale è il vestibolo d’ogni penetrazione spirituale. In tal modo gli studia humanitatis come mezzo per ritrovare nella lettera l’inseparabile spirito. In realtà essa insegnava a ritrovare sub corticem il valore intenzionale dei termini. mentre la degenerazione retorica dell’umanesimo lo faceva guardingo di fronte ai troppo facili entusiasmi per l’antichità. della parola di Dio. Ma la premessa tomistica lo rendeva sospettosamente avverso a ogni critica del procedimento intellettivo. Ogni conoscenza seria è comunicazione. che nell’aristotelismo tomistico avevano visto il pericoloso naufragio di tutte le conquiste più preziose del cristianesimo. Il Dominici fu senza dubbio uomo di non comune statura. Parola e cosa. non si dà conoscenza della scrittura. la parola è nata a un medesimo parto con la cosa (velut cum ipsis rebus nata). la lingua. i filosofi della scuola francescana. insieme. non possono disgiungersi. sono strettamente connessi con gli studia divinitatis. che non sia. serio insegnamento grammaticale non si dà. La quale solo apparentemente poteva sembrare grammaticale.

sollevata dal Petrarca e poi continuata fino alla fine del secolo XV. 23v-31v. E. De fato. Il Salutati.Eugenio Garin . ed. fol. In realtà già tutto lo scritto del Salutati De fato. 1940. È il libero atto di volontà che fa libero l’uomo. cui prepara l’adeguata riconquista di quella società spirituale che si esprime e si conserva attraverso i monumenti letterari40 . indicavano ai suoi occhi la regolata attività della famiglia umana nello sforzo concorde per raggiungere il bene comune. opuscolo che. Hant.L’Umanesimo italiano sta di una direzione spirituale. o in molti pollai la gallina canta e il gallo sta zitto». contro la ragione e l’autorità dei santi. a quel modo che in non poche case la moglie comanda e il marito obbedisce. se si inserisce nella disputa contro i medici. 10-11. 205-40. Card. Ma la giustificazione piena della sua posizione il Salutati dà nel De nobilitate legum et medicinae. intendeva esaminare il significato di un sapere umano nei confronti dell’indagine naturalistica. il Salutati rispondeva nel 1406 a una parte delle critiche del Dominici. il cui oggetto è Epist. Sancti Sixti. mentre la ragione gli vien dimostrando l’impossibilità della libertà41 . Così. anteporre la volontà e i suoi atti all’intelletto e alle sue operazioni. IV.. «Non so come e di dove alcuni abbiano osato. Indiana. Lucula Noctis. pp. II. Ma costoro forse discutono per discutere. la supera di grandissimo tratto per acume speculativo. Notre Dame. Le leggi. o si riferiscono a constatazioni di fatto. fortuna et casu aveva risolto sul piano di una certezza pratica le difficoltà e i contrasti insolubili che il problema del destino presenta all’umana ragione. infatti. Così acremente il Dominici nella Lucula noctis.. Alle altre tutto il suo pensiero era una risposta. affrontando la discussione circa il valore delle leggi di fronte alla medicina. JOHANNIS DOMINICI. 40 41 Storia d’Italia Einaudi 37 . «Fine della speculazione – egli osserva – è il sapere. all’incirca.

Marucell. con tale certezza che non possono sfuggirci. con una certezza che non si troverà mai nelle scienze della natura. Quella lode che meritiamo. Storia d’Italia Einaudi 38 . il bene comune ricercato dalle leggi. o può ritrovare meditando e discutendo. se vien meno l’esperienza. esse hanno un’altra superiorità. e contengono insita la ragione naturale che ogni uomo di mente sana vede. dirà altrove43 .L’Umanesimo italiano il vero. sono incer42 43 De nobilitate legum et medicinae. Il primo è bene di natura. fine delle leggi è la direzione delle azioni umane. 5. quando Dio ci fa degni di operare e bene meritare con lui»42 . sono veramente un sigillo divino. e che si conquista con sforzo. rispetto alle leggi naturali: possono essere conosciute nella loro pienezza integrale. ma di un bene voluto. Regi Navarrae (1376). di qualcosa che vale.. poiché. ma quel divinissimo bene che è il bene comune». ricevuto come un dono. 48r. ma in noi. come non riconoscere la superiorità del bene sul vero. Le leggi. (Firenze). «Hanno principi che non sono nelle cose esteriori. come vedi. quibus inter cunctos equabilitas statueretur. quel bene per cui noi siamo un bene. Ep. ma quel bene che ci fa buoni. ms.. inscritte nell’anima umana. con cui dopo il primo peccato Dio ha offerto alle comunità degli uomini la via per riconquistare il bene (leges. e per esso non siamo degni di lode. naturalmente inspirati nelle menti nostre. al contrario. «Le leggi – insiste Coluccio – hanno l’infallibilità dell’umana promulgazione. e non un bene qualunque. 89. di un bene che ci fa in qualche modo collaboratori con Dio? «Non è.. senza che sia necessario cercarli fuori. Ispirate da Dio agli uomini..Eugenio Garin . sono nell’intimo di noi». Ora. invece. hominum mentibus inspiravit). C. soprattutto quando si ponga mente al fatto che non si tratta qui di un bene naturale. L’oggetto loro è dunque il bene. I princìpi della medicina. per il bene che facciamo.

per le differenze del tempo e dello spazio?. le leggi dalla sapienza di Dio. poneva la vita degli uomini al centro delle sue preoccupazioni... sempre da Coluccio. anzi ingannano. Io sono generata dalla terra. regni ed imperi.L’Umanesimo italiano ti e possono ingannare. che hanno vinto le mostruose fatiche della terra». ma ben conosciute.. la salute verace delle umane società non dipende dalla medicina. lex vero de mente divina: in questa conclusione del Salutati era implicita la posizione di Vico. Me invece come potrete mai conoscere. e non solo certissime. osservando come le leggi tutto ordinino. e degni perciò delle stelle. Ego de terra. ho visto che.. La critica che al sapere avevano mosso gli occamisti non era passata invano per il Salutati. Le leggi sono validissime nei rapporti delle menti umane... Povera me! perché mai esaltate la mia certezza?. regioni.. ma essa era il motto e il programma dell’umanesimo. la legge è fondata sull’eterna universale giustizia». «fortissimi uomini. Quando l’intera esperienza varia. Dio ha dettato le leggi con la sua parola. Ed erano uomini che la terra avevano domato per ritrovare se stessi. contingente. Alla superiore dignità della moralità corrisponde la diversa validità della giurisprudenza rispetto al sapere naturalistico. derivo da cose contingenti.Eugenio Garin . nazioni.. quando a stento riuscite ad afferrare una parte minima delle cose che sono?. né ci mostrano quella comune ragione.. né danno gli effetti desiderati». nel De Hercule eiusque laboribus. reggano e conservino. e me ha scritto negli eventi dell’esperienza.. vista in genere come umana creazione («figmenta et res factae dicta Storia d’Italia Einaudi 39 . quali vengono celebrati. che la sottintende nella sua piena validità quando vien costruendo quella bellissima orazione in lode delle leggi che mette in bocca appunto alla medicina medesima: «riflettendo meco stessa al mistico corpo che viene costituito dalle umane moltitudini riunite in famiglie. che volgendo le spalle alla natura.. Io. ma dall’accordo spirituale.. città. ov’è pur l’indagine intorno alla poesia.

.. e. Huic non incongruenter rhetoricam deputamus. è da vedere.Eugenio Garin .. cuius est proprium animos accendere et novos estus in auditorum mentibus generare. BRANCA. et ipsa Venus.. a cura di M. noto per il suo impegno nelle dispute classiche dell’aristotelismo. 1-76. la sua vita e la sua biblioteca.me siècles. Le leggi e la medicina La discussione. Firenze. ancorché non ricordi Coluccio. FRANCESCO DA FIANO.. neos novum. I. 166v: «Uraniam autem cum Venere collocamus. pp. pp. VIII. è uscito a cura dell’Ullman. Firenze. Magliabech. tanto vigorosamente condotta dal Salutati circa il primato delle scienze dello spirito. 6. fol. Storia d’Italia Einaudi 40 . 1961. 1957). Nardi. Motivi preumanistici nell’opera del Boccaccio. BILLANOVICH. 1955. Plaisant. 1950. ora. in Pensée humaniste et tradition chrétienne au XV. The Humanism of Coluccio Salutati. N. amoris ut inquiunt dea. 1963. nam grece uros latine ignis est. 119-162. sempre a cura dell’Ullman.L’Umanesimo italiano sunt a poyo.me et XVI... Pietro Piccolo da Monteforte tra il Petrarca e il Boccaccio. dea dell’amore. anche il De saeculo et religione. ULLMAN. in Medioevo e Rinascimento. le risonanze di essa ritroviamo dovunque per tutto il ’400. 2 voll. S.»). probabilmente del 1451. Studi in onore di B. non a caso attribuiamo la retorica. L. novos ignes admovet. cl.. attinge certamente a lui l’esaltazio44 Cod. in una sua prolusione fiorentina. Paris. 1951. nonché sul complesso dell’opera sua. B. Un opuscolo inedito in difesa della poesia. G. Sul Salutati. 69-85 (Il De Hercule del S..» Su mitologia e poesia in Boccaccio cfr.»44 . pp. Zürich. cfr. A proposito della polemica sulla poesia cfr. Padova. ed alla retorica che ha la stessa potenza ispiratrice e generatrice propria dell’amore: «a Venere. «Rinascimento». Per lo sviluppo Mussato-Petrarca-Boccaccio. V. L. non rimase davvero senza eco... 1445. Perfino uno studioso come Andrea figlio di Ugo Benzi da Siena. il cui compito è quello di accendere gli animi ed infiammarne novellamente i cuori.

adatte ai deboli. 1741. come quello che riguarda i malvagi e non i buoni. VI. Non immerito nobilissimus ille iuris consultus Ulpianus civilem sapientiam veram philosophiam appellat. Huius disciplinae tanta est vis. il Bruni46 . sup. Non così. ai miserabili. lo veniva anzi opponendo alle lettere.. quae domus. ma giunge ad affermare che le grandi azioni si hanno soltanto quando la volontà del singolo uomo spezza la legge dei più. Reden und Briefe italienischer Humanisten. pensava il discepolo più grande del Salutati. qual mai città. non hanno bisogno di leggi. Florentiae. Mehus. 27. «se si togliessero le leggi. ed è variabile secondo i luoghi e i tempi. quale famiglia non verrebbe meno? che anzi la natura umana intera andrebbe annientata»45 . 45 Storia d’Italia Einaudi 41 . ai pigri... MÜLLNER.. E Poggio Bracciolini. modesti.. solo per costoro esistono i vincoli del diritto. 1899. 125a. fol. il quale.Eugenio Garin . ai vili. Wien. qual comunità. cfr. tanta potestas. quae familia non illico deficiat? quin immo natura ipsa humana ad nihilum redigetur. prudenti. gadd. invece. quale casa. ai mercenarî. cod. 113): «atqui tollantur leges. «sì che spesso è legittimo a Firenze quello che è condannato a Ferrara».. 50. K. Infatti tutte le imprese egregie e deOratio HUGONIS DE SENIS (Laur. p. ed. p. a coloro che non hanno mezzi. Benedetto Accolti e Niccolò da Foligno.. II. Essi stessi si son fissata una legge di vita. ut vix possit aliquo eloquentiae studio enarrari. non solo disdegna il diritto.. Gli uomini gravi. «Solo la plebaglia e il popolaccio sono legati dalle vostre leggi. quae civitas. 46 LEONARDO BRUNI.». nei dialoghi composti nel 1450.L’Umanesimo italiano ne delle leggi e del viver civile. Epist. riferendosi all’aspetto meramente coercitivo del diritto. quae universitas. 89. Gli uomini forti poi respingono e spezzano le leggi. formati dall’indole e dall’educazione alla virtù e ai buoni costumi. dove sono introdotti come interlocutori Carlo Marsuppini.

insomma. difendono i deboli dai forti. o i comuni cittadini. infatti. Argentorati. le leggi.». la patria. tanto il Bruni quanto il Bracciolini rimanevano al di fuori del problema del Salutati. fol. Opera.. e tuttavia con ciò non toccano le sante antichissime leggi.. 1513. dedicato a Lorenzo de’ Medici poco dopo la morte di Pietro. Le leggi che Coluccio aveva esaltato sono i princìpi stessi della vita morale. 19 r v. signoreggiano i signori. il fo47 POGGIO BRACCIOLINI. e. le leggi. impostato su altro piano. ma solo illudono e ingannano se stessi». proprio a difesa di quell’umanità che anch’essi volevano celebrare. esse. a mio parere. Né contro le leggi valga l’obbiezione della loro mutevolezza..L’Umanesimo italiano gne di ricordo sono nate dall’ingiustizia e dalla violenza. La norma della giustizia sta eterna. ma limitano e trattengono i pretori e i magistrati. costituiscono la base della umana comunicazione in tutta la sua ricchezza. Tuttavia. «Santissimo e dolcissimo nome. «sono i popoli che variano d’opinione e di parere col variare dei tempi. tra gli eguali mantengono l’armonia. l’anima della vita comune. Grande cosa è l’appartenere alla stessa città.. della società degli uomini.. reggono i re. e nel quale sono introdotti a discorrere de medicinae et legum praestantia il Marsuppini. Storia d’Italia Einaudi 42 . sugli imperatori esercitano il loro imperio.Eugenio Garin . o i ricchi.. il Niccoli e il Bruni. In un dialogo molto interessante del medico Giovanni d’Arezzo. dalla violazione delle leggi»47 . regola e signora di tutte le leggi. non regolano solamente i villani. a parte quest’ultima interessante esaltazione della forza. proprio in bocca del Bruni è messa la confutazione del Poggio: «non si loderanno mai abbastanza. Molte cose comuni hanno i cittadini: il diritto. Le quali costituiscono veramente la base concreta ed il legame profondo delle umane società. soprattutto se è libera città..

che in una sua Oratio de laudibus philosophiae presenterà edificatrice di città e domatrice della natura49 . 22: «numquam satis. fol. F. il senato. Leges ipsae canones suos vel regulas servari iubent. reges regit. Nuovi testi per la ‘disputa delle arti’ nel Quattrocento: la «quaestio» di Bernardo da Firenze e la «disputatio» di Domenico Bianchelli.. Questo e i vari altri testi qui citati sono stati raccolti da me nel vol. ivi. nec tamen antiquas sanctasque leges.. e 48 JOHANNIS ARETINI physici de medicinae et legum praestantia. quasi dominae sint». 1959. 1948. «E sembra di sì – cominciava il frate – se è vero che è più nobile la scienza che rende l’uomo più degno d’onori». ch’è Nicoletto Vernia. vel cives. LXXII. 1962. «Italia Medievale e Umanistica». MÜLLNER. D’altra parte i filosofi di Padova scenderanno in campo in difesa della medicina con quel sottile. aut optimates. imperatoribus imperat. 139 sgg. mea opinione. Laur. Ottobon. Firenze.. plut. 218v)..Eugenio Garin ... pure non tenero per le pretese dei giuristi. Cfr. II. dominis dominatur. 467-481 (e su una replica al Vernia di Pietro Donato Avogaro cfr. «Italia Medievale e Umanistica». haec enim non rusticos solum. Sul mutar delle leggi: «id populi faciunt. 249 sgg. PEEBLES.. 28-9).: Oratio de laudibus philosophiae. sed seipsos decipiunt aut deludunt. Reden und Briefe. le magistrature»48 . Roberto Strozzae (Cod. Storia d’Italia Einaudi 43 . PAGALLO. A Nicoletto pareva il contrario. pp. pp. 1677. 49 LAPUS CASTELIUNCULUS. lat. eppur sfuggente pensatore. BERNARD M. lat. V. Così Lapo da Castiglionchio. Ma anch’egli era ben consapevole del valore sociale della humanitas.. da integrarsi con l’importante studio di G. p. Studies in Pietro Donato Avogaro of Verona. sed praetores et magistratos compescit et limitat. legalis disciplina laudari potest. La disputa delle arti nel Quattrocento. e tra i suoi manoscritti conservava una quaestio del teologo agostiniano Giovanni da Imola utrum scientia civilis vel canonica sit nobilior medicinali. p. haec minores a maioribus tuetur paribusque aequitatem servat». Epist.L’Umanesimo italiano ro. Il quale si era molto interessato alla polemica. qui diverso quidem tempore varias habent opiniones et iudicia.

13.. III). riposta da lui.Eugenio Garin . Erano veramente qui in contrasto due concezioni opposte della vita e della filosofia: l’una umana. antepone addirittura.. 79-82. Marcianus lat. 1868 (Collana di scrittori di Terra d’Otranto. «Fine della legislazione è una certa felicità circa la convivenza e la comunicazione delle civili adunanze. dal punto di vista della socialità. Ed è più nobile la scienza della natura anche perché. Quantum contemplativa activae praeest. nel suo scritto della dignità delle discipline. Quaestio an medicina nobilior atque praestantior sit iure civili (nella edizione curata dal Vernia del commento del Burley alla Fisica. cl. tantum medicinae ista pars [speculativa] civili disciplinae»51 . 51 Vari opuscoli di ANTONIO DE FERRARIS detto il GALATEO. Lecce. il quale. il Galateo. conserva l’uomo in pace. GUALTERII BURLAEI de physica auscultatione. per cui ciò 50 MAGISTRI JOANNIS DE IMOLA quaestio utrum scientia civilis vel canonica sit nobilior medicinali.. 1589). In molti animali giustizia e pietà sono assai più sviluppate che in molti uomini». «Civilis disciplina omnis in actione est. invece di appoggiarsi all’umana autorità. ma nella pura speculazione.. si fonda su processi logici. omnium rerum notitiam sibi vindicat. 10. ma la medicina lo conserva in quell’esistenza senza cui non si dà attività alcuna. Antonio de Ferrariis. N.. Storia d’Italia Einaudi 44 . fol. Venetiis. Ma non è questa la felicità vera. Ma il culmine della quaestio del Vernia è nel concetto di felicità. X. non già nell’attività sociale. È invece mediante la speculazione che ci avviciniamo a Dio. pp. mentre non risparmia ingiurie al Salutati («cum nihil sciat. api e formiche all’uomo: «chi non sa di quanta civile prudenza dan prova api e formiche e simili animaletti. La nobiltà dell’uomo è tutta nel sapere. Né dal Vernia si allontana. 218.L’Umanesimo italiano lo sostenne con dovizia d’argomenti. cfr. VERNIA.»). è vero.. la cui beatitudine consiste nella contemplazione della propria essenza»50 . 25-26. non nel fare. La politica.

l’operosità. rappresentano qualcosa di secondario e inferiore. continuava ed esauriva la concezione dell’essere propria della teologia medievale. L’altra. legata all’ideale aristotelico del sapere. Storia d’Italia Einaudi 45 . per cui l’azione. del vedere. ed era visione cristiana.Eugenio Garin .L’Umanesimo italiano che conta per l’uomo è il suo farsi e il suo fare.

ma nell’anima è altrettanto chiaro il primato del volere. Bernardino aveva visto l’immenso pregio dell’anima. Se in patria. la voluntà è reina della mente nostra. come insiste a dire. sopra l’aria. sopra ogni cosa che s’appartiene a detti elemen- Storia d’Italia Einaudi 46 . La scuola del Salutati e Bernardino da Siena Chi cercasse a fondo l’origine ideale della concezione del Salutati intorno al primato della volontà e al valore dell’opera terrena dovrebbe rifarsi. nei cieli.. 1936. forse. «più conosce chi ama che chi non ama»52 . come già s’è accennato a proposito della polemica con il Dominici. S.: «L’altro reame è lo spirituale. superiore. i quali entrambi «nobilissime cose feciono e da commendargli grandissimamente». tomista. 56 sgg. Bargellini (sono le prediche senesi del 1427).. p. Una conferma può. e gran lodatore di «messer Francesco Petrarca» e di «messer Coluccio Salutati».L’Umanesimo italiano LA VITA CIVILE 1. con ogni probabilità. alla tradizione francescana e a motivi scotistici. predica II..Eugenio Garin . il quale è l’anima. nel mondo è chiamato a operare e ad amare. Milano.. BERNARDINO DA SIENA. sopra il fuoco. 52 Per la polemica antiastrologica e il pregio infinito dell’anima cfr. sopra l’acqua. «La voluntà è imperadrice di tutte e tre le. Le prediche volgari a cura di P. e più gentile che niuna altra cosa corporale. discepolo d’un discepolo di Coluccio. ad ogni cosa creata. potenzie [dell’anima] e di tutti i nostri sentimenti. ritrovarsi in san Bernardino da Siena. Questa anima è in altezza e virtù sopra tutta la terra. l’uomo andrà a contemplare. la quale anima è sopra tutte le cose corporali. La buona voluntà è imperadrice di tutto l’universo». polemizzando contro gli astrologi. le chiavi della sapienza medesima sono possedute dalla carità.

p.. L’anima è sopra il cielo della Luna e di Mercurio e di Venus. 1949. Lugduni. l’uno dice a uno modo. fol. 53 Le parole del Bruni sul ritorno della cultura in L. vol III. ma veramente rinnovata vita dello spirito. atque tamen doctrinas omnes ab illis esse confitemur). XXXIX. non già degli eruditi. di Marte. ed. Che non erano per lui. di Saturno. Panciat. di Giove. 206. ARETINI Rerum suo tempore gestarum commentarius. Platone discorda da Aristotile. Cannarozzi. p. è il saluto a un’età in cui lo spirito umano potrà affermarsi in più feconda ricchezza ritrovando i propri tesori perduti. Per la critica alla filosofia astratta cfr. plut. in MURATO- Storia d’Italia Einaudi 47 . 1930. 97: «piglia e’ filosofi. del Sole. «E si chiamano studia humanitatis perché formano l’uomo completo»53 .L’Umanesimo italiano La calda lode rivolta da Leonardo Bruni al dolce santo di Siena non era ossequio di maniera. dell’erede di Duns Scoto e del fervido restauratore degli studi classici. Cannarozzi. 112r).». 1934 (Quaresimale del 1424). Sullo studio v. di tutti e’ segni che so’ in essi: ella è sopra alle 72 costellazioni». l’altro dice a uno altro. ma degli uomini completi. SCARAMUZZI. I. è tratta dal Laur.. La dottrina del B. 90. specialmente dalle opere latine (Opera omnia.Eugenio Garin . Firenze. «Erano settecento anni che l’Italia ignorava il greco. C. eppure è quella la sorgente di ogni dottrina» (septingentis iam annis nemo per Italiam graecas litteras tenuit. Duns Scoto nella predicazione di San Bernardino da Siena. p. Bari. 39 sgg. Sulla nobiltà frutto dell’opera. era l’incontro sincero. p. tutta la predica XVII del 1425. II. G. sempre del B. p. Ma più notevole quella ufficiale. ivi. 207 sgg. 213. Per i rapporti con lo scotismo utili i testi. Pistoia.). vol. nell’atmosfera ideale della scuola di Coluccio. esercitazioni letterarie pedantesche. 34. ti. La lettera del Bruni riferita dal Cannarozzi. Le prediche volgari edite dal P. 148. (L’educazione umanistica in Italia. Il grido d’entusiasmo con cui il Bruni accoglie l’insegnamento del greco iniziato dal Crisolora non è retorica. 1650). come non erano stati per il maestro suo dilettissimo.. del 1439 (ms. indicati da D. Le litterae tornavano in tutta la loro fecondità a formare.

si affretterà a chiarire che egli adopera il termine politia. di Pierro. È il Bruni che nella vita di Dante scrive: «doppo questa battaglia [di Campaldino] tornò Dante a casa. 1926. in cui affonda le radici onde trarne sapore tutta la nostra vita spirituale. fa entrare gli spiriti in una ideale società. Florentiae. XIX. p. in cui gli spiriti «urbanamente conversano» fuori dei limiti del tempo e dello spazio. E la conversazione civile e politica stessa è preparata e illuminata e sorretta proprio da quella cultura54 . Script. non barbaramente violentato. Sugli studia humanitatis cfr.. cui ci abituano gli studia litterarum. p. sviluppo delle basi ideali d’ogni verace città.. ma in quello latino di cultura ( «a polio verbi nostri significatione. 403 sgg. A. dove nella voce degli uomini si traduce solenne la parola di Dio. non nel senso greco di città o repubblica delle lettere. insieme. 3. 1562. CAROLI SIGONII de laudibus studiorum humanitatis. umilmente ascoltato nella sua pienezza. p. II. agli studi più che prima si diede. Senonché questo mondo della cultura umana. 54 ANGELI DECEMBRII Mediolanensis Ad summum pontificem Pium II de Politia literaria. ed Mehus. p. 97). Ecco perché la conversazione con gli spiriti maggiori d’ogni tempo. e niente di manco niente tra- RI. Basileae. 1590.Eugenio Garin . in M. ital. la honesta disciplina del Crinito e la elegantia del Valla.. vel urbana conversatione. Epist. non è affatto «volgare erudizione» ma scoperta del vincolo umano a tutti comune. Lugduni. ed. quam et ipsam elegantiam elegantiaeque culturam intelligi volumus»). Storia d’Italia Einaudi 48 ..L’Umanesimo italiano La conoscenza dell’altrui pensiero. 49: «quae propterea humanitatis studia nuncupantur. è appunto una ideale repubblica. C. Rer. Quando Angelo Decembrio nella sua Politia literaria presenterà la scuola del Guarino. Politia titeraria significa qui. ma religiosamente restituito nella sua integrità. 6. quod hominem perficiant atque exornent» (v. MURETI Orationes.

. anche A. né cosa può esser perfetta dove questa non sia»55 . Milano. Vita di Dante in PHILIPPI VILLANI Liber. che non si può dire più là di sapienza e di dottrina. 55 LEONARDO BRUNI.. SOLERTI. latini sommi filosofi.. Nella qual cosa mi giova riprendere l’errore di molti ignoranti. secondo piace a tutti i filosofi. se non quelli che si nascondono in solitudine e in ozio. il più sommo Filosofo che mai fosse. ebbe due mogli in diversi tempi. e Seneca. affrontando un argomento che sarà particolarmente caro alla letteratura moralistica del ’400.. Storia d’Italia Einaudi 49 . e Catone. tutti ebbero moglie. e non si ricorda che Socrate. p. La stretta connessione posta qui dal Bruni fra cultura e vita sociale risponde in pieno alla tesi del Salutati. E Marco Tullio. ed ebbe figliuoli e ricchezze assai. è marito e moglie. e ne tesse le lodi... la prima congiunzione. ma ancora tolse moglie.. Petrarca e Boccaccio scritte fino al sec. Né solamente conversò civilmente con gli uomini Dante. ed Aristotile. delle attività mondane. L’uomo è animal civile. Le vite di Dante.L’Umanesimo italiano lasciò delle conversazioni urbane e civili. lodatore anch’esso delle famiglie operose.Eugenio Garin . e che servirà quasi da pietra di paragone per definire i singoli atteggiamenti. degli stati prosperi. figliuoli. e dice le mogli esser contrarie alli studi.. Ecco i trattati De re uxoria di Francesco Barbaro. della quale multiplicata nasce la città. che sapesse tre lettere. cittadino e padre di famiglia. ed io non vidi mai niuno di questi camuffati e rimossi dalla conversazione degli uomini. e Varrone.. Qui il Boccaccio non ha pazienza. XVI. della quale ebbe più figliuoli. ed offizi. 46 (cfr. i quali credono niuno essere studiante. 1904). e governi nella repubblica. Così vediamo il Manetti convenir col Bruni nell’esaltare Socrate filosofo. ebbe moglie e figliuoli ed offizi nella repubblica della sua città. Anche Salutati insiste fortemente sul valore positivo del matrimonio.

formate voi stessi. Il De dignitate matrimonii del Campano in Opera. un quadro tipico di un atteggiamento caratteristico del primo Quattrocento fiorentino. di Padova». alla natura rende quel che prestato gli aveva. Venezia. ecco il più vivace scritto di Guiniforte Barzizza56 .. 1915. il De ingenuis moribus del Vergerio e il De re uxoria di F. nel governo della quale tutte le forze della prudenza e della virtù pone. Urbana Ill. divenite esperti e ono56 FR. Per gli uni cultura è umana conversazione: vita civile integra. come divino. Barbaro costituiscono. Oltre ciò ha una domestica repubblica. Gnesotto in «Atti e Memorie d. E. accrescete legittimamente gli uomini. e legittimi figli di Dio. R. come grato.Eugenio Garin . presi insieme. o ci è dolce consolazione ed alleggerimento di fatiche. dunque. con tutto il suo ascetismo platonico. Utile per la bibliografia è il volume di R. nutrite. La tendenza a risolvere l’humanitas in un mero fatto culturale. che è vita comune. ovvero un certo profondo esercizio alla morale filosofia». ed. E ricordatevi infine che governando con somma diligenza la famiglia. A. Doctrine for the Lady of the Renaissance.. BARBARI De re uxoria liber in partes duas. Storia d’Italia Einaudi 50 . 1956.. 8-103: composto nello stesso clima. i Dialogi del Bruni. lodando il matrimonio: «così l’uomo. con una certa successione l’umana specie perpetua conserva. figliuoli a voi simili create. vol. XXXII. e le litterae in retorica. reggete e governate. colui che dispregia il matrimonio.. come felice e vero scultore. pp. Agli occhi del sacerdote Marsilio Ficino non può non spogliarsi dell’umanità stessa.L’Umanesimo italiano De dignitate matrimonii del Campano. esclama. 1595.. e a Dio somigliando. si svela proprio nella diversa posizione presa di fronte a questo fondamentale atto di partecipazione al consorzio umano. così come Dio. Finalmente la moglie e la famiglia.. contro cui mettono in guardia già il Salutati e il Bruni.. KELSO. «Per ciò se volete esser uomini. Accad. la sua viva immagine scolpisce ne’ figli. Ancora il Ficino.

et ingenuitas quaedam liberis hominibus digna». Storia d’Italia Einaudi 51 . capace d’armonizzare in profonda unità cultura e vita morale. Qui è isolamento. ma il letterato. e quindi società.Eugenio Garin . 2. Leonardo Bruni Il Bruni era fisso a tutt’altro ideale: le humanae litterae. 1565. 1943. Presentando la sua traduzione della Po57 M. e il suo ideale dell’uomo completo. 924). II Ficino ritrovava il tono e la nobiltà del vecchio Coluccio. condanna in pieno il matrimonio. p. gli studia humanitatis sono formazione dell’uomo integrale: «inest auctoritas magna propter elegantiam. Di contro. Il contrasto fra l’humanitas del Bruni e la retorica del Barbaro si rivela qui crudamente. 1543. letteratura. I. le stelle e la natura. p. Questo è lo scopo della formazione umanistica: essere una compiuta educazione umana. Basileae. e vi fate degni della celeste città». I. colui che contempla Dio. Basileae. Branca. Firenze.L’Umanesimo italiano rati nella terrena repubblica. ove troviamo la forte e significativa espressione duos agnosco dominos. Là la cultura umanistica è pienezza di umanità. il quale in una lettera del 1486 a Arnoldo di Bost. la retorica celebrava il suo tripudio con Ermolao Barbaro. FICINI Opera. Epistolae. V. Per questo egli tiene gli occhi fissi alla virtù civile. «Non v’è nulla di così pernicioso alla cultura quanto il matrimonio e la cura dei figli. ed. 778-779. Non condanno in senso assoluto – senza matrimoni neppur le lettere ci sarebbero. Christum et litteras. contemplazione. deve essere libero e sciolto da tale catena»57 . ERMOLAO BARBARO. 96. Nel Valla l’esaltazione della carne va ben più in là: «melius merentur scorta et postribula de genere humano quam sanctimoniales virgines et continentes» (Opera. Orationes et Carmina.

»58 . Con Socrate egli ripete che ciò che è oltre le mura del58 H. 1928.. BARON. insieme. l’altra filosofia invece è. sempre. questa società concretata dall’uomo. tengono in certo modo il posto più alto quelli che concernono gli stati e il loro governo. E se è ottima cosa dare la felicità ad un solo. in cui le virtù si conservano e si esaltano. tutto rivolto alle cose del mondo. p. pp. ma nessun valore di vita. VIII). la mia Giovinezza di Donato Acciaiuoli. dove si scherniscono la fisica e la logica degli occamisti.. I. per dir così. «Cumque homo imbecillum sit animal et. che anche in Firenze avevano trovato un difensore in Francesco Landini. Un discorso a sé meriterebbero i commenti quattrocenteschi fiorentini all’etica e alla politica aristoteliche (per qualche tema e indicazione di fonti cfr. quid sit civitas et quid respublica. L’interesse del Bruni è. Firenze. «hanno sì un pregio teorico non comune. che raggiunge la propria compiutezza solo nell’umana comunicazione. è. 73. 43-70). ex civili societate reportet. Humanistischphilosophische Schriften mit einer Chronologie seiner Werke und Briefe. 59 In questo senso sono orientate anche le battute filosofiche dei Dialogi ad Petrum Histrum del 1401. 1951 (Accademia di scienze morali «La Colombaria». quanto sarà più bello conquistarla a tutto uno stato? Il bene. quanto di notizie sono venuto raccogliendo nel saggio Le traduzioni umanistiche di Aristotele nel secolo XV. intelligere. egli afferma appunto: «fra gli insegnamenti morali con i quali si forma e si educa la vita umana. «Rinascimento». Leipzig-Berlin. nulla profecto convenientior disciplina homini esse potest. infatti. Leonardo Bruni Aretino.. perfezione dell’individuo. ove sono contenuti i testi qui indicati. della sua città. tanto più divino deve considerarsi. quam. quam per se ipsum non habet sufficientiam perfectionemque.Eugenio Garin . tutta nostra»59 . Le indagini naturali non lo attirano. poiché tale disciplina tende a procacciare la felicità a tutti gli uomini. La vita civile.». 1951. Sulle traduzioni aristoteliche cfr.L’Umanesimo italiano litica aristotelica. quanto più ampiamente si diffonde. il Cieco degli Storia d’Italia Einaudi 52 ..

per l’etica romana preoccupata di risolvere il pensiero in termini concreti. Storia d’Italia Einaudi 53 . sicché straniarsi e levarsi dalla conversazione è al tutto di quelli che niente sono atti con loro basso ingegno ad imprendere». ideale dell’uomo completo opposto al letterato solitario. noi godiamo donandoci. per Dante. e certissima. s’è visto. difesi anzi con molto calore dal vecchio Coluccio. Presentando a Cosimo il Vecchio la traduzione delle epistole platoniche. ma un socratico dono di sé agli altri. I dialoghi. Se l’impostazione dei problemi del Bruni è. non implica una monastica chiusura. Di qui anche l’ammirazione per Cicerone. Gli uomini sono chiamati a operare sul piano della carità. Ciò che vale non è la contemplazione statica e chiusa.Eugenio Garin . i quali credono niuno essere studiante se non quelli che si nascondono in solitudine ed in ozio. puntano sull’esaltazione dell’antico e sul valore dell’aurea eloquenza ciceroniana. anzi è vera conclusione. Il bene solitario.. un cristiano amore del prossimo. tuttavia. Il che.L’Umanesimo italiano la sua città non l’interessa. dell’Aristotele etico.. è tristissima cosa. di sapore aristotelico. Nella bella introduzione alla versione della Politica d’Aristotele noi leggiamo una elegante dimostrazione della tesi che il bene operare è tan- Organi (1325-1397). il β´oς θ ωρητικ óς aristotelico. idealmente connessi col De ingenuis moribus del Vergerio. eccolo sciogliere un inno al senso platonico della vita politica. stoicamente isolato dal mondo ed inutile nel mondo. Di un cristianesimo che all’ideale greco dello contemplazione coscientemente oppone quello di una volontà operante per il bene comune. che quello che non appara tosto non appara mai. «Mi giova riprendere l’errore di molti ignoranti. Lo ’ngegno alto e grande non ha bisogno di tali tormenti. lo spirito animatore è tutto cristiano. ma sono ben lontani da un’idolatria che dimentichi i moderni. l’ascesi stoica o ι la vita conventuale. generalmente.

e ora. In questa generale rivalutazione del mondo umano in ogni suo aspetto. che a parere del Bruni costituiva il fulcro del pensiero di Platone. War and Society in Renaissance Florence. E v’è.. assai notevole. «Questa parte della filosofia – scriverà a Eugenio IV – che tratta dei costumi. 60 Sul significato della partecipazione piena alla «vita civile» cfr. Strozziane. 1961.. di quel danaro che... usati dal Bayley va aggiunto quello. III. criticamente. noi vediamo che anche l’attività economica viene considerata ed apprezzata. BAYLEY.Antonio da Pratovecchio. 1-8). Storia d’Italia Einaudi 54 . «debole animale. del governo degli stati. C. Toronto. 46. cosa la città. 3. dell’Arch. è quasi uguale nei filosofi pagani e nei nostri».L’Umanesimo italiano to più fecondo quanto più grande è il numero di coloro che dalle nostre azioni traggono vantaggio. Questa classica preoccupazione del bene comune.. del Bruni. 1764. per sé insufficiente. Poggio Bracciolini e il valore dei beni terreni Nell’introduzione alla sua traduzione degli Economici d’Aristotele Leonardo Bruni aveva sottolineato il valore della ricchezza.Eugenio Garin . in che modo si conservino e periscano». onde «non v’è per l’uomo disciplina più conveniente del conoscere che sia lo Stato. p. 361-97 (ai mss. concernenti. Livorno. in appendice al volume di C. d’Aristotele e di Cicerone. secondo la bella immagine del Davanzati. secondo lui s’incontrava poi pienamente col motivo centrale dell’etica cristiana. insistente l’asserzione che l’uomo. del miglior modo di vivere. Per questo lo studio degli antichi era per lui quasi fondamento unico per il raggiungimento di una coscienza piena della propria umanità60 . raggiunge la sua perfezione solo nella civile società». De militia liber singularis. al centro. 81 e sgg. pubblicato in appendice alle Osservazioni e dissertazioni varie. di Stato di Firenze. . cc. pp. è per la città quello che è il sangue per il singolo.

non monumenti. e gli avari ne devono esser considerati base e fondamento»62 . che vanno in giro dando la caccia al vitto. di condizione o di razza. bramano il danaro. sia pure polemicamente. «Scomparirebbe dalle città ogni splendore. l’intera vita nostra e dello Stato sarebbe sovvertita se ciascuno si procurasse solo il necessario. non più templi. senza lavorare e faticare. Ma alla polemica antifratesca. che scoppierà così crudele nel Contra hypocritas. Allo Stato il danaro è nerbo necessario..L’Umanesimo italiano Tra il 1428 e il 1429 Poggio Bracciolini compone il dialogo De avaritia dove Antonio Loschi. illustra la naturalità della brama del danaro. che nell’ozio più completo si mantengono col nostro lavoro». fermi a considerare le preoccupazioni sociali di s. Noi non costruiremo le nostre città con codeste larve d’uomini. Ciascuno sarebbe impegnato e tutto assorbito dalle necessità della vita vegetativa. Se tutti gli uomini. Opera. anzi la sua utilità nel consorzio civile61 . traversa queste pagine. in proposito l’atteggiamento attribuito. e vorremmo dire del capitale.. col pretesto della religione. 61 POGGIO BRACCIOLINI. che sfuggirono così a Max Weber come ai suoi critici. «E non obbiettarmi qualcuno di quei rozzi. dal Filelfo al Poggio nel terzo dialogo delle Commentationes florentinae de exilio (dal ms. predicando agli altri la povertà e il disprezzo dei beni. au- Storia d’Italia Einaudi 55 . ipocriti parassiti.. d’età. Antonino o le tesi dell’Alberti. nessuno potrà negare esser naturale l’avidità dell’oro. 7 r. Poggio ci presenta con efficacia polemica il sovvertirsi della società intera che seguirebbe al chiudersi di ciascuno in un’economia preoccupata di soddisfare soltanto i bisogni del singolo in ogni momento singolo. 62 Un grande interesse ha.. sottentra subito l’aspetto costruttivo: una strana. ogni ornamento.Eugenio Garin .. non arti. ogni bellezza. Historia disceptativa de avaricia. senza distinzione di sesso. moderna valorizzazione del denaro. mentre si scaglia contro l’ipocrisia fratesca. fol.

exaudit numquam. Storia d’Italia Einaudi 56 . che sono quasi la tangibile espressione dell’attività umana. 92 r). dove il Bracciolini tesse l’elogio di Cosimo e della concretezza delle res. Sed in eos se liberalem praestat. E criticando gli atteggiamenti ascetici: «obscura ista et iniucunda vivendi victitandique institutio. E se può sembrar legata a un antico motivo retorico l’esclamazione dell’Alberti. Rivolgendosi al Bruni. E la ricchezza è quasi tangibile segno della approvazione divina. 1949). Leonarde. II. o quelle di Niccolò Luna al Palmieri. minimum omnium valeat. di Firenze. che in Giordano Bruno susciterà un inno appassionato. ma benedizione. ms. 93 r). 98 r). qui vel sibi possint vel reipublicae esse usui» (fol. non urbanorum hominum» (fol. Acciaiuoli. quos facile semper audit. i testi da me editi del Filelfo e del Landino (Testi inediti e rari. Già in Salutati Dio guarda benigno i pingui greggi e la copiosa roba di Giacobbe. qui adeo sis locuples ut ad trecenta millia aureum aut etiam amplius aedes tui fundique ascendant (foll. esser la povertà invisa agli dèi come agli tografo della Naz. è l’espandersi umano con cui l’uomo fa a sé umano e familiare il mondo. Altrove insiste: «vir gravis et callidus rem longe malit quam verba considerare» (fol. II. Huius divitiae sunt amplissimae. ms. VIII. è non condanna. Ma particolarmente significativo tutto il libro III (de paupertate). ma documenti caratteristici si trovano un po’ dappertutto (cfr. Magliab. a Cratete confirmatam video. egli rileva l’inutilità della vuota retorica: «at apud Cosmum Medicem.Eugenio Garin . nec eas tamen consumit in umbris. 1390. Cfr. 83-84)».L’Umanesimo italiano Il lavoro. Nam in iis nullam nec publicam videt nec privatam utilitatem esse repositam praeter impudentiam singularem. ove il trionfo dei Medici è attribuito alla potenza del denaro e dove anche il Bruni difende le ricchezze attirandosi la risposta: «et ipse dives est ad sexaginta millia aureum et apud te loquitur [Palla Strozzi] cui gratificari putat. qui rem malit quam verba expendere.. Manetti e D. 70). est ferarum. et earum quidem immanium. p. quam ab Anthistene profectam. Firenze. es. Riccardiano 1166). le lettere scambiate fra G. Nec enim te fugit quam saepe multi istiusmodi Diogenes et Cratetes eius aedes frequentant ut aliquid implorent. a Diogene auctam. aliquid petant.

15-17. le litterae hanno giovato ad vitam et mores. della ricchezza. È la gloria quasi l’aspet63 L. «Se la vita umana fosse privata della salute. bramoso di una rustica virtù. la nostra virtù rimarrebbe senza dubbio agghiacciata. Ma già Poggio disdegna il dotto chiuso tra i codici. Storia d’Italia Einaudi 57 . salvezza». 3 voll. Voluttà63 . dio attivo. della patria. quella approvo. Ma per tornare al Bracciolini. Valentia. ha invece significato incancellabile il mito narrato dall’infelice giurista pesarese Pandolfo Collenuccio. non può rimaner celibe. Agenoria. E sette figlie nacquero dal felice connubio: Vita. Ubertà. 1890. Ed innanzitutto v’è l’insistente polemica contro ogni sterile ascesi. Dori. ALBERTI. 1832-61. obbedienti e coordinate nei loro sforzi da Politia. Firenze. Bari. Pale. che l’umana consuetudine conferma». che «sempre procuravano messi. Aracne. B. non uscirebbe tra gli uomini. Virtù. pp. sterile. quasi manifesto dell’età moderna. Opi. non v’è accento caratteristico dell’umanesimo che in lui non si ritrovi. difesa.. Veramente. 64 Dell’epistolario del Bracciolini si è usata l’edizione del Tonelli. in Operette morali. Verità. contro ogni monastica solitudine64 . merci. case. Opera inedita et pauca separatim impressa. Larunda. Standum in acie. Quella vera virtus. PANDOLFO COLLENUCCIO. 1929. e sposa la solerte Agenoria. e gode del mondo. nella loro vita reale. Il Lavoro. figlia dell’Uso. che si misura nel mondo. Si suol ricordare.L’Umanesimo italiano uomini. p. vesti. che esca dalle biblioteche nell’ansia operosa del mondo. E da essa nascerebbe una rustica nobiltà priva veramente d’ogni nobiltà». Bellona e Panacea. cui Pallade aveva scelto otto nobilissime ancelle: Politia. e Poggio affronta coraggiosamente i due temi della gloria e della fortuna. «Io invece quella bramo. solitaria. esclamava Coluccio. 169. come scrive al Niccoli.Eugenio Garin . celebrazione dell’uomo completo. Firenze. Vittoria. bestiame. l’invito di Campanella a Pico della Mirandola.

il corpo della virtù. la trama stessa degli eventi in un suo incontrollabile processo. sul valore della nobiltà come espressione di una virtù feconda e riconosciuta come tale. nella considerazione della vita e della virtù umana.L’Umanesimo italiano to tangibile. 31 v-32 r. è sociale. la vita desti uomini nelle varie arti»65 . il risultato degli atti in quanto viene inserendosi nel corso della realtà. 65 POGGIO BRACCIOLINI Ad insignem omnique laude praestantissimum virum Gerardum Cumanum de nobilitate liber. la riuscita degli atti. e la gloria è quasi il segno tangibile del suo irraggiarsi sociale. la fortuna. benché separati. e trasforma il mondo degli uomini. espressione concreta di una collaborazione di anime che non conosce limiti di tempo o di spazio. sterile e vana. l’eco sua diffusa nella società umana. «che con i loro studi e le loro veglie educano.Eugenio Garin . Sul concetto della gloria e dei letterati che danno la gloria cfr. La virtù. ma insieme. se è seria virtù. anche quando si manifesta nelle meditazioni dei filosofi. indisgiungibile da una verace virtù civile. E connesse alla gloria sono le lettere. fol. Disdegnare la gloria per amore della virtù è vagheggiare un ideale di virtù monastica e solitaria. È. il problema della fortuna. Opera. il De infelicitate principum e il De veritate Storia d’Italia Einaudi 58 . è incremento dell’umana città. Ora l’uomo non può essere ad essa indifferente nell’illusorio rifugio di una sua pretesa roccaforte di solitaria virtù. Nel Liber de nobilitate Poggio insiste sul motivo della virtù che nobilita. che nell’unica città dello spirito umano fanno vivere e vibrare la memoria dei grandi fatti. Né può trascurarsi. Una virtù integra e piena non può essere disgiunta da questo suo ripercuotersi come paradigma e come meta nei cuori degli altri uomini. di una virtù che si impone vittoriosa sulla fortuna. cui non può essere indifferente o estranea la fecondità. il mareggiare delle cose.

che credono di succedere ai loro antenati. IX. sul declinare del secolo. Storia d’Italia Einaudi 59 . Firenze. che accentua il significato della nobiltà come riconoscimento della virtù. 1718). Le sue celebri descrizioni di spettacoli della natura. L’uomo non è anima. sono da stimarsi tanto meno degli altri quanto più sono lontani dal somigliare a coloro da cui discendono». I pigri. i perversi. Il mondo delle passioni e il valore del piacere Tutta la prosa. e non da diritto ereditario.L’Umanesimo italiano D’altra parte. II. 119 r-127 r. magliab. o della grazia perfetta di un corpo umano. il Bracciolini sottolineava i due temi fondamentali nella discussione umanistica sulla nobiltà. proprio nel De nobilitate. 66 Il De nobilitate di Buonaccorso da Montemagno (Prose e rime. non è che un’esercitazione retorica dove le due tesi. del Bracciolini è percorsa da una valutazione positiva di ogni manifestazione della vita nella sua integrale schiettezza. l’opera del Landino: il motivo antiascetico. gl’ignavi. 14. volgarizzato da Giovanni Aurispa. è uomo. La Oratio in laudem matrimonii si trova anche nel ms. talora mirabile. «La virtù è a disposizione di tutti. nobiltà del sangue e delle azioni sono messe vivacemente a confronto. C’è in lui sempre desta la coscienza. c. dell’incarnazione dello spirito. i malvagi. dal lavoro di ognuno. del resto profondamente cristiana. da cui uscirono e gli scritti di Buonaccorso da Montemagno66 e. rientrano in questa fresca sensibilità di fronte a tutti gli aspetti della vita. ma insieme l’esaltazione di una nobiltà tutta nata da virtù.Eugenio Garin . e cioè un corpo oltre che uno spirito. Con molta precisione scrive il Filelfo in una epistola del 1450: «io non capisco come ci si possa dimenticare del corpo dal momento che l’uomo non è solo anima» (quomodo corporis fortunae. 4. essa diventa propria di chi l’abbraccia.

capace di soddisfare le varie esigenze dell’uomo in una tranquilla condotta morale. in ms. In una sua lettera a Bartolomeo Fracanzani. Quando antepone a Socrate. fol. Troppo preso da una retorica superficiale. 1552. 68 Cfr. dell’accordo sostanziale fra i due maggiori filosofi dell’antichità. sed tertium quiddam. oltre le Epistulae. Milano. ad Aristotele Cicerone per la sua eleganza oratoria. 1502. DE ROSMINI. del Filelfo. 81 r. 1808. del corpo68 . non corpus. 3 voll. se può incontrarsi con certi atteggiamenti del Poliziano o di 67 Filelfo. La pace. 308-9. il De morali disciplina. Numerosi testi in C. quod et animo constet et corpore. a Platone. in cui si placa ogni turbamento ed ogni tumulto. Storia d’Italia Einaudi 60 . magliab. Nelle Commentationes. Venetiis. VIII. meglio che nel prolisso trattato De morali disciplina. e cioè di una tranquillità calma e sicura dell’animo. 1445.L’Umanesimo italiano oblivisci queat non intelligo. che sarà cara alla scuola del Ficino.. dunque. Del resto tutta l’opera sua è improntata a una tendenza conciliatrice fra le varie posizioni contrastanti. nequaquam ambigere nos oportet. nelle sue prolusioni il Filelfo viene degradando ad artificio grammaticale un’intuizione della vita.». c. oltre che dello spirito. consiste il maggior significato dell’indagine di Francesco Filelfo.Eugenio Garin . e in particolare tra Aristotele e Platone. Solo che la sua conciliazione è priva d’ogni profondità. Filelfo già sostiene la tesi. Vita di Francesco Filelfo. svuotando gli studia humanitatis di ogni vera umanità. scrive: «si hominem scimus non animum. siquidem neque solus animus homo est)67 . ma una pace soddisfatta per il temperato soddisfacimento.. immortali mortalique natura. Venetiis. Al socratismo e all’aristotelismo del primo umanesimo si veniva ormai chiaramente opponendo Platone. è delineato chiaramente in termini aristotelici il suo ideale della alipia. Proprio in questa ricerca di un equilibrio. assai più fecondo che non profondo scrittore.

senza essere affetti da alcun male dell’animo o del corpo»69 . La polemica del Raimondi. 1942. per esempio nei dialoghi delle Commentationes florentinae de exilio. il merito di Epicuro. appunto. come quella del Valla. l’unico suo scritto filosofico. fu pubblicata dal SANTINI. 1899. attraverso l’esaltazione della ricchezza messa in bocca al Bracciolini nel terzo libro De paupertate.L’Umanesimo italiano Ermolao Barbaro. Firenze. 153-66. avendo compreso che siamo nati e siamo stati formati dalla natura in modo che nulla ci fosse più appropriato del mantenere sane ed integre tutte le membra del nostro corpo. L’avere inteso questo è. è indirizzata contro gli stoici. «Si condanna Epicuro perché si ritiene che abbia avuto del sommo bene una concezione troppo rilassata. e dalla sua stampa fu da me riprodotta e tradotta nei Filosofi italiani di ’400. ponendolo nel piacere ed asserendo che tutto va ad esso riferito. Cosma Raimondi umanista ed epicureo. morti ad ogni allettamento della gioia». quasiché fosse norma e principio non di un uomo. ogni giorno sempre di più sono solito approvarne questa opinione. pp. di su un codice del libraio Martini. avendo visto più a fondo la forza della natura. conservandole nel loro stato. 133-49. ma essere veramente divino. assai dotto latinista. «Studi storici». 69 La lettera del Raimondi. Io invece.Eugenio Garin . finito suicida nel 1435. anima e corpo. nella loro armonia perennemente riconquistata. di cui solo qualche riflesso si può talora rintracciare. non uomo. ma di uno spirito superiore. Errore fondamentale d’ogni ascetismo è di non considerare che la virtù umana è virtù di tutto l’uomo. pp. si pone tuttavia già fuori della grande tradizione umanistica. con i sensi sopiti e chiusi. Successiva- Storia d’Italia Einaudi 61 . se più accuratamente lo considero. Tutt’altro tono hanno invece le lodi dell’epicureismo che troviamo nell’epistola di Cosimo Raimondi da Cremona. Egli pose il bene supremo nel piacere. «filosofi aspri e inumani.

Varsavia. 55. Achademicos et Peripateticos («Rinascimento». con la trad. Ove. B. Filippo Buonaccorsi detto Callimaco e le correnti filosofiche del Rinascimento. 281-94. Roma. offriva una base felice per questa caratteristica riconsacrazione della natura nella sua integrità. p. tr. qualcosa pur si rifletteva dell’atteggiamento di certi letterati del gruppo romano. sulla gioia di vivere che si traduce e si valuta. «Costoro tenevano opinione che non fusse altro mondo che questo. Storia d’Italia Einaudi 62 . in piacere. 1925. in «Arch. 16-21. pp. 70 Il testo integrale nel PASTOR. 267 del sec. di F. 12. 100-101). 1957. 71 Sulla posizione di Callimaco Esperiente e suoi scritti cfr. La propria ortodossia sostenne invece sempre il Platina. che anche altrove vediamo avverso alla platonica separazione dell’anima dal corpo71 . II. quale appariva da Diogene Laerzio e dal poema lucreziano scoperto nel 1418 dal Bracciolini. sectatori del Epicuro et de Aristippo. 1950. a parte ogni probabile esagerazione polemica dell’inviato di Galeazzo Maria Sforza.Eugenio Garin . et demum che ogni cosa fusse nulla se non attendere a detti piaceri e vuluptà. vol. di Colonia del 1540.L’Umanesimo italiano Il Raimondi insiste con efficacia sulla bellezza cui ci affacciamo con i sensi. Storia dei Papi. Notevole la quaestio de peccato indirizzata in forma d’epistola al Pico (segnalata dallo Zeissberg. Il De optimo cive. e subito comunicato al Niccoli. come specialmente Filippo Bonaccorsi (Callimaco Esperiente). Gli scritti del Platina nell’ed. Esaltazione che si vestiva di toni irreligiosi fino a sboccare nella più schietta empietà anticristiana.. pp. La Rhetorica è stata pubblicata dal Kumaniecki. 1877 e pubblicata parzialmente da me. «Giornale critico della filosofia italiana». Ashb. 1950). come avvenne in Roma nel circolo di Pomponio Leto. appunto. L’epicureismo. 1934.»70 . 742. col titolo Defensio Epicuri contra Stoicos. «Rivista critica di storia della filosofia». pp. et morto il corpo morisse la anima. XV. für österr. KIESZKOWSY.». Gesch. Mercati. vol. di cui suonano tuttavia vivacissi- mente ne identificavo una copia nell’anonimo Laur..

Le lettere. è esigenza di integrità di vita. II (ed. un linguaggio che supera tempi. in una purezza che Battaglia. di Bologna. Storia d’Italia Einaudi 63 . è presentata nel De falso et vero bono come un mezzo di comunicazione umana. La sua polemica antistoica. ecco che si rianimano scorgendo sulla sabbia tracce di figure geometriche.L’Umanesimo italiano me le sferzate contro i monaci. contro ogni negazione ascetica. in tutti i suoi aspetti. rappresentano il più solido e vasto vincolo umano. «Molti. Ma io lodo ed ammiro sopra tutti i Romani che.. li saluterà con l’insegnamento: «dite ai miei concittadini che i genitori non possono dare ai figli viatico migliore di una educazione nelle discipline liberali»72 . si sono dilettati della contemplazione. provvidero sempre alla comune utilità degli uomini». totale. dimenticando i vantaggi dei singoli e i godimenti dello spirito. 72 Dal De falso et vero bono. sia Greci che Egizi.. ci accompagna. dovunque ci rechiamo. la sua satira antimonastica. ci guida. della vita mondana. e molto hanno scritto circa i misteri e le meraviglie del creato. ci riconduce in porto». scrivendo intorno alle leggi e alla morale. nell’ed. I naufraghi sbattuti dalle onde su una spiaggia ignota. 1944 (insieme a MATTEO PALMIERI. Il Valla e le scienze morali Lorenzo Valla fu veramente colui che si impegnò in ogni campo per la valorizzazione piena. Della vita civile). 5. La scienza stessa. come studia humanitatis. intese come honesta disciplina. Colonia). gli asceti e i contemplanti di tutte le fedi. luoghi. differenze di nazione e di razza.. «Unico fra tutti l’uomo dotto non è straniero in terra straniera. La cultura.Eugenio Garin . E il filosofo che è tra essi. la cultura.

riconoscendo il valore del piacere come compenso e scopo dell’azione.L’Umanesimo italiano vuol riconoscere anche nella natura. e questo suo accento riveste di colori particolari. e quasi scandalosi. sotto cui va ritrovata la schiettezza di un’innocenza tradita. nel pensiero del Valla a questo proposito. contro cui pecca chi la soffochi o la venga mutilando. Il Valla è sempre crudelmente polemico. Ma il senso più intimo è in quel richiamo alla natura che freme e vive in noi. nella carne. il segno di una saggezza verace. Ecco così gli accorgimenti letterari con cui viene esaltata la voluptas. e neppure il piacevole per l’onesto. va invertito. Goderla in questo mondo. anima e corpo. secondo Valla. in cui appun´ to consiste la ηδoν η. di un linguaggio che abbia ritrovato le direzioni originarie. Non a caso s’è detto purezza . né dalla esigenza di una logica più aderente ai movimenti del pensiero. Il tradizionale rapporto di mezzo a fine. contro ogni ascesi stoica e cristiana. per cui Storia d’Italia Einaudi 64 . ma il piacere per sé (voluptatem propter se ipsam expetendam): l’agire vale in se medesimo. le antitesi di cui si compiace nei confronti del passato. o meglio va eliminato. divina e ministra di Dio. Non l’onesto per il piacevole. come un intrinsecarsi di gioia e di moralità che corrisponde all’incarnarsi umano. alla voluptas del De vero bono (de voluptate). quella soave giocondità del corpo. V’è. goderla nell’altro mondo come sanzione divina al nostro operare: ecco. il moto dall’onestà al piacere. non mutilare se stesso. nel Valla c’è un bisogno quasi casto di liberarsi da soprastrutture che sono troppo spesso degenerati pervertimenti. Scopo dell’uomo è. né v’è parte dovuta al demonio. l’opera di Dio.Eugenio Garin . Dalle mani di Dio è uscito tutto l’uomo. di un diritto libero da ogni cristallizzazione. foschi lembi di barbarie. non può idealmente disgiungersi né dal tono fideistico del De libero arbitrio. ma svolgere le sue attività e godere quella lieta commozione dell’animo. L’appello alla natura. non per altro. oltre che immoralmente gretto anche falso.

Se l’ascetismo riuscisse a imporre la verginità. mentre alla fecondità del piacere si attribuisce un senso del tutto corpulento: il mantenimento del genere umano. Prende così sapore quello strettissimo legame. altero passionem. a sostituire la natura a Dio. La difesa della natura nella sua integrità.Eugenio Garin . e cioè in questa inserzione precisa dell’atto nella realtà. ut exhortatio. si viene esaltando l’amore fisico. onde gli avvocati stessi se ne valgono nei tribunali per penetrare nelle anime e vincerle. La voluptas. che costituisce il centro di tutto il primo libro del De voluptate. in un compiacimento sensuale. il paradiso («delectatio» atque «deliciae». o per lo meno un bonum reale. concreto. sive a «delectat». E nel godimento. o meglio opposizione. E proprio in questo naturale agire. separazione netta. come pur si è detto. di questo saggio e provvidenziale ordine di cose. Nam altero modo actionem significat. e non quel nome vano che è il bonum stoico. cui l’atto deve adeguarsi. appunto. nella gioia. quantum naufragium de genere humano! Ove si ritrovano e la polemi- Storia d’Italia Einaudi 65 . Nel piacere si esprime in tutta la sua forza la natura. né può esservi. è il bonum. la cui esaltata fruizione è. Voluptate nihil amabilius nihilque praestantius). fra carne e spirito. fecondo. non mira. come quella che si impone e signoreggia gli animi. legato alla bellezza. e manifesta la positività del suo espandersi. non a «delecto». fra bellezza e voluptas. duramente contrapposto all’ordine naturale. Finché. ut exultatio). e scende sull’azione come benedizione di Dio (Nomen ipsum honesti cassum quiddam et nugatorium planeque pernitiosum. la divina voluptas è il segno di questa fecondità. noi proviamo questo irrompere in noi del torrente di delizia. sed a «delector».L’Umanesimo italiano non v’è. ma a rivendicare la santità e la perfezione della ministra prima di Dio. sostenuto dal Panormita nel primo dialogo.

parigina del 1512. Non è qui il luogo di riprendere la questione delle varie redazioni del De voluptate. d. e. mentre nell’opposizione fra ragione e senso. e di tutta l’esperienza cristiana. 1-22. edito nel 1869 dal Vahlen (L. Radetti. nell’Ottoboniano lat. di Basilea delle opere conserverebbe un’arbitraria contaminazione delle prime due redazioni (cfr. dinanzi allo stoicismo. È comunque probabile che una prima redazione del 1431 ci sia conservata dall’ed. VI. integrando e correggendo. nel saggio su Le tre versioni del «De vero bono» del Valla. 7-67. di ogni ascetismo. 2075 della Vaticana. Tutto il De voluptate si muove tra questa puntuale critica dello stoicismo. 73 Ma più specialmente per la polemica antimonastica cfr. fra anima e corpo. 62. vol. philos. Bd. Klasse». pp. gl’impone poi di rinunciare a tutto quello che la vita ha di positivo. L’ed. La De Panizza è tornata poi sulla questione. e delle eventuali modificazioni e attenuazioni recate dal Valla. 61. histor. una seconda del 1433 nelle stampe di Lovanio (1483) e di Colonia (1509).L’Umanesimo italiano ca antimonastica e l’esaltazione del matrimonio: entrambi luoghi comuni della trattatistica quattrocentesca73 . 357-444. 349-64 (e de vero bono.. VALLAE opuscula tria. 121. 1953). «Rinascimento». attraverso lo stoicismo. Il cristianesimo. Valla ha buon gioco. non solo nel mostrare l’antitesi fra ascesi stoica e realtà della vita.». Le tre redazioni del De voluptate del Valla «Giornale stor. Firenze. M. ma nello svelare l’assurdo di una dottrina che. la terza. Storia d’Italia Einaudi 66 . letteratura ital. pp. il De professione religiosorum. e la conquista di un raffinatissimo significato della voluptas. d. pp. 1943. Lo stoicismo ha peccato per un estremo dualismo. 93-149). definitiva. non de voluptate. Wiener Akad. che costituisce l’ultimo libro dell’opera. mentre chiude l’esistenza di un uomo nel limite di questa esistenza terrestre. sarebbe il titolo genuino dell’opera). Bd. «Sitzungsber. DE PANIZZA. Una bella traduzione degli Scritti filosofici e religiosi del Valla ha dato G. 1955. culminante in quell’esaltazione del gaudio divino. si celava un sottinteso di tipo manicheo.Eugenio Garin .

qui sunt evangelio propinquiores».. La proclamata santità della voluptas. 342). essa rispecchia veramente il pensiero del Valla per cui la natura è opera di Dio. non stona affatto nell’indagine del Valla. Come ogni troppo viva posizione antimanichea. conviene anzi abbandonarsi con ingenua fiducia: totum ad voluntatem Dei esse referendum. Lettere. hominumque divumque Voluptas74 .Eugenio Garin . Storia d’Italia Einaudi 67 . e tutto ciò che è naturale è divino. e. Il De libero arbitrio con i suoi accenti paolini. pp. con la sua aspra condanna di una teologia aristotelizzante. I. L’orazione finale del De voluptate. attraverso la natura. ove all’esaltazione della natura fatta dal Panormita Niccolò Niccoli oppone le lodi di Dio. Opera. («Stoicos pre ceteris imitari studebimus. 906 sgg. il piacere. Alla divina legge. né della giustezza di quel richiamo all’esperienza cristiana. del resto sentita molto lucrezianamente. 909 sgg. rischiando di deificare la natura. sacro linguaggio. con la sua esaltata affermazione di una fede che è offerta totale dell’anima a Dio. non è una cauta maschera indossata alla fine per opportunismo. mentre si congiunge in piena armonia con i motivi volontaristici del De fato di Coluccio. e soprattutto lotta contro ogni postulato manicheo. p. è una difesa della divinità della natura.. scrive nel 1444 Enea Silvio. E quivi appunto troveremo la gioia. manifestazione mirabile dell’ordinata e provvidenziale bontà di Dio. ed. anche quella esposta in certe pagine del Valla sembra scivolare verso il pelagianismo. 926 ecc. di tutto l’uomo. signora di noi e delle cose. contro ogni pessimistico ascetismo e ogni evidente o larvato manicheismo.L’Umanesimo italiano diventa rivendicazione dell’unità e integrità dell’uomo. Il quale è preoccupato di rompere le armature sillogistiche della dia74 VALLA. intesa come redenzione non dell’anima. Tuttavia nulla vien perso della sua validità. Wolkan. ma dell’uomo. carne e anima. I.

vel specie vel utilitate perfectum. quod supra nos volvitur. di un divino sigillo proprio della prima schietta incarnazione del pen75 VALLA. flumina. Se rileggiamo così la Dialettica come le Eleganze noi troviamo costantemente lo stesso tema. rivestiti di significati insussistenti. pulchritudine utilitate compositum.L’Umanesimo italiano lettica scolastica. solo ritrovando la schiettezza della nostra natura. instructum. Cuius rei una corporis nostri compago potest esse documento. pisces. plana. ornatum. quid terras. Si tratta di ripresentarli nella loro funzione originale. Est hoc caelum.Eugenio Garin . 10: «quod natura finxit atque formavit.. De voluptate. Ove è da sottolineare il riferimento al luogo ermetico di Lattanzio.. Si tratta di riprendere i termini. fra noi e Dio. quid aërem. grammaticale. quasi di un carattere sacro. sedimenti di teorie infondate. quemadmodum Lactantius. Quid commemorem maria. ratione. arbores. di Boezio. ipsas etiam nubes ac pluvias? Quid pecudes. Oltre le discussioni logiche tradizionali il Valla vuole afferrare il senso preciso primitivo delle espressioni. Solo abbandonandoci alla realtà. quid montes. tantaque ratione. Non a caso egli parla di un sacramento del latino classico. lacus. ripenetrando alle sorgenti del pensiero pensante che vi si incarna. segetes? Nihil invenies non summa. diurnis nocturnisque luminibus distinctum. Di qui la sua violenta critica d’Aristotele. Storia d’Italia Einaudi 68 .. I. fontes. ridiscendendo alla valutazione originaria della parola egli intende determinarne la portata. manifestissime ostendit in eo libro quem de opificio Dei inscripsit». liberandosi una volta per sempre da ogni discussione vana e artificiosa. di qui la sua indagine linguistica. id nisi sanctum laudabileque esse non posse. da cui attingerà Giannozzo Manetti. l’intenzionalità. aves. noi ci rifaremo degni di Dio75 .. di abbattere il diaframma che la ragione aristotelica ha innalzato fra noi e la natura. e l’ingenua innocenza di tutta la natura. di tutta la barbarie medievale. Ma utili paralleli potrebbero stabilirsi fra non pochi luoghi del De voluptate e l’opera del Manetti sull’uomo. cicures. solo aprendoci al divino.

L’Umanesimo italiano siero degli uomini76 . insieme. Cfr. digestorum libros. l’umanista aretino cui sono dedicate le Elegantiae. La lingua. ma di ascoltare con devota umiltà il messaggio dello spirito vivo negli spiriti in cui viene parlando. et relegi cum libenter. 76 Elegant. p. Solo così la parola riacquisterà il suo valore di comunicazione. Primum quod nescias utrum scientia rerum an orationis dignitas praestet. di non far violenza al linguaggio. 156: «perlegi. sacramentum est. si ritrova la storia di una istituzione. Opera.: «magnum ergo Latini sermonis. Nella storia di una parola. si ritrova la storia di un rapporto umano essenziale. di una forma di vita. la filologia acquista un particolarissimo valore. In Valla. 1543. è la via a intendere il pensiero. 77 Elegantiae. incarnazione dello Spirito. nel suo riconquistato valore. nell’introduzione al libro terzo delle Elegantiae.». Se rileggiamo.Eugenio Garin .. Lugduni. e comprendiamo insieme il substrato filologico e la portata morale e politica dell’opuscolo sulla donazione costantiniana dove la questione linguistica è già atto di vita sociale e religiosa77 . praef.».. In una lettera a Giovanni Tortelli. vediamo che cosa potesse significare la lettura del Digesto. di un costume. p. 643 sgg. solo così parola e pensiero cesseranno di essere termini contrastanti. «atque eodem.. come poi in Poliziano. torna ad essere considerata come tangibile manifestazione dell’unità degli spiriti umani. un contemporaneo scrive che nell’eloquenza sono rinate e si sono incontrate tutte le forme della vita spirituale degli uomini. magnum profecto numen. quasi unum in corpus. anche Dialectica. convenerunt scientiae omnes».. di un concetto. di contatto fra uomini.. Storia d’Italia Einaudi 69 . tessuto connettivo della società e. tum vero quadam cum admiratione. s’è detto... la sottile presentazione del nesso tra diritto e filologia. Di qui l’imperativo di rispettare la parola.

G. Cfr. mostrano maggior gravità. Lugduni. PLATINA.. che poi altri ridussero a sistema. 1955. vichianamente si converte nella storia. anche gli Evangelisti. 392. 399. Historiarum Ferdinandi Regis Aragoniae libri tres. VALLA. Opera. pp. che i filosofi con le loro massime. 1904. Accademia Petrarca di Arezzo a F. RADETTI. a dire il vero... se è lodata da un Platina come maestra d’eloquenza. BARZIZII. La quale. dai maggiori maestri del Quattrocento: tutta la vita spirituale degli uomini ha la sua radice e il suo fondamento negli studia humanitatis. 1528 vol. p. come studio e coscienza e educazione dell’uomo integrale entro il mondo dell’umanità verace. 1509. anche. II. sulle orme di Cicerone. Cfr. POLIZIANO. maestra 78 Tortellio Aretino viro sapientissimo CASSIUS [Iunius Cassius o Giovanni Cassi] in «La R. L. Lat. G. non possono considerarsi che storici»79 . dalla storia deriva una grande conoscenza delle cose naturali. Napoli. Pontif. p.. E poiché abbiamo svelato la superiorità degli storici rispetto ai filosofi. CICER. E già in Valla la «filologia» così ampiamente intesa. oltre il bel libro di F. 2. 3908). non solo sarebbe monca e deserta. Filologia e storia nell’umanesimo italiano. in principium quoddam artium oratio (MÜLLNER. anche Mosè.L’Umanesimo italiano Che è il tema consapevolmente svolto. Neapoli. op. Praefatio in Svetonium. E. dunque. 79 L. 87 (dal Vat. è intesa da Valla come sintesi di tutte le umane discipline. Opera. a r. cit. Petrarca». Colonia. 57). Proemium in vit. p. ma più bassa e più vile anche di quella di molti animali?»78 .Eugenio Garin . Valla. Arezzo. maggior prudenza. Storia. cfr. quando di esse fosse priva. maggior sapienza civile gli storici nelle loro orazioni. ed una grande dottrina dei costumi e d’ogni altra sapienza. La religio- Storia d’Italia Einaudi 70 . 1529. GAETA. se vogliamo riferirci ora alla religione. «Chi non sa – diceva Gasparino Barzizza – che tutte le arti che riguardano la humanitas hanno tra loro un vincolo comune e sono quasi congiunte da un solo legame di parentela? Chi non sente che la vita degli uomini. «Per quello che io posso comprendere. Arch.

1957. 731. pio e incorrutibile». non già in una universale giustificazione. «Giudice di tutto il mondo è chi fa la storia. che del Bruni appun- ne di L. non con i discorsi. e ci educa. V. Italiano per il Medio Evo». ZIPPEL. L. il suo dilatarsi in tutta l’ampiezza delle sue ideali dimensioni. 6. Le «dialecticae disputationes» del Valla e la critica umanistica della logica aristotelica. ma anche storia che è. BRUTI De historiae laudibus. VII. e le origini della storiografia umanistica a Venezia. C. 703-4. VASOLI. La «Detensio quaestionum in philosophia di Lorenzo Valla.. 59. contemporanea. G. Brandeb. non il filosofo che langue inattivo. 319-47. ADORNO Di alcune orazioni e prefazioni di L. e un noto processo dell’Inquisizione napoletana. 743-4. pp. A mezzo il ’500 il veneziano Gianmichele Bruto. uscirà nelle potenti espressioni: «ci educa. senza appello.Eugenio Garin . E la moralità della storia è. ivi. «Bullettino dell’Ist. nella cit. Giannozzo Manetti e la prima impostazione del problema della dignità dell’uomo Nella linea medesima del pensiero di Leonardo Bruni si muove ancora Giannozzo Manetti. V. giudice unico. XII. nel suo De Laudibus historiae80 .. ma Scipione armato. riconquista che l’uomo compie di se stesso mentre allarga al massimo il proprio orizzonte. Colon. soprattutto. chi non può vivervi. 1954. pp. e non nelle scuole d’Atene. 1698. ombre e luci. «Rivista critica di storia della filosofia». 80 JOH. 1957. n. 93-133. il concreto vivere dello spirito in tutta la sua ricchezza. ma con gli atti e con gli esempi». Storia viva. nello scagliar fuori. pp. 412-33. ma in un crudo proiettare. Valla. F. ZIPPEL. miscellanea Nardi. V. senza limiti e senza rispetti. MICH. Storia d’Italia Einaudi 71 . dall’eterna vita dell’umanità. G.L’Umanesimo italiano della vita. pp. ma negli accampamenti di Spagna. «Rinascimento». 1956. Stor.

il dotto camaldolense traduttore di Diogene Laerzio. egli esclama. fu magistrato. Storia d’Italia Einaudi 72 . ispirato ai motivi del Petrarca. trae il suo nome da virilità». nell’antichità. LXIII 30. «usava dire avere tre libri a mente. contrasse matrimonio.Eugenio Garin . Scolaro di Ambrogio Traversari. De civitate Dei. aveva frequentato i convegni di Santo Spirito ove s’era imbevuto delle idee del primo umanesimo. Ora trasformare con gli Stoici gli uomi81 Vita Socratis. celebratore di virtù civile. il cittadino integro che aveva combattuto sui campi di battaglia. se crediamo a Cicerone. del greco e del latino. del Salutati e del Marsili. e de’ Gentili l’Etica d’Aristotele». per lungo abito. ma certezza». E quando gli veniva prospettato il monastico e disumano ideale stoico. Dell’aristotelismo. congiungendolo con una salda fede cristiana. era stato padre e marito esemplare. significa esaltazione dell’umanità. egli fu seguace. Laur.L’Umanesimo italiano to lesse un caldo elogio funebre. umanità integrale. «Usava dire che la fede nostra non si debbe chiamare fede. egli vivacemente reagiva. Virtù. visse in Atene la vita civile. l’uno era l’Epistole di Santo Pagolo. Con gli Ateniesi conversava. come ogni altro cittadino. Profondo conoscitore dell’ebraico. «Abraccia quella virtù con tutte le forze dell’anima e del corpo. Ma anche il cristianesimo era per lui soprattutto carità umana. incarnazione di dignità è per lui Dante e. «Benché sommo filosofo. nulla trascurò infine di quello che riteneva proprio della vita sociale»81 . che pubblicamente lesse e commentò. amore del prossimo. E questo senso austero della serietà della vita egli venne costantemente manifestando in una intransigenza politica che lo obbligò a gustare i frutti amari dell’esilio. ché essa. Socrate. Nel Dialogus consolatorius de morte filii di continuo polemizza con coloro che vogliono strappare dall’uomo le passioni. l’altro era Agostino. Come per Bruni. aveva affrontato senza paura i rischi della lotta politica. Cod.

attribuire». essere uomini significa innanzitutto consentire con gli uomini. fu stampata a Torino dai Fanfani (Collezione di opere inedite o rare. di Firenze. 691 della Naz.L’Umanesimo italiano ni in pietre. L’Acciaiuoli è stoico intransigente. secondo il mio parere. Cfr. di Firenze). affatto disumano. ma la guida. non celebrare la loro umanità82 . il Manetti. le notevoli orazioni di G. è annullare. 51 e 598 della Naz. 1862. si debbe. Sì che tutto il dolore ch’è in me piuttosto all’umanità mia che a leggerezza. la misura degli affetti. Per questo.. assai più umani.. tengono che tutte le passioni dell’animo principalmente abbino origine dalla natura.. Una delle orazioni del M. Ed avendogli Agnolo Acciaiuoli ricordata la massima di Terenzio. avea posseduto lo ’mperio. p. questo altro memorabile del medesimo poeta mi stava fermo nella mente: tutti noi quando siamo sani diamo di buoni consigli agl’infermi. secondo il Manetti. soffrire e godere. e perciò. perché essendo filosofo e imperadore piangesse la morte d’uno che l’aveva allevato. aristotelico. nei Palat. umanamente. Manetti sulla «giustizia» (per es. quello che da prima diede opera alla filosofia e di poi. si legge che in tal maniera rispose: deh! 82 Dialogus consolatorius de morte filii. E quell’altro mirabile ancora d’esso poeta non dimenticavo: io sono uomo e niuna cosa umana riputo aliena da me. «Onde sempre mi piacque quella notabile ed aurea sentencia del savio imperadore Antonino Pio il quale a chi riprendea Marco Antonio. dover gli uomini sopportare senza turbamento le vicende dolorose della fortuna. L’orazione del Palmieri vide la luce a Prato nel 1850. e io seguito l’opinione de’ Peripatetici. vol.. amare i figli e la famiglia e la patria. che contiene anche la versione italiana dello stesso Manetti. II. conseguitato il governo della repubblica. difende apertamente la vita del sentimento: «i Peripatetici.Eugenio Garin . nella ragione cercare non la nemica. Storia d’Italia Einaudi 73 . come più conveniente all’umana natura». nondimeno. Palat. egli ribatte: «Benché io mi ricordassi di quel tuo [detto] terenziano. 195-201).

ed R. Sabbadini. di più ferino. Epistolario. Parole che. «io non dico tra una pecora e uno uomo. E d’altra parte cognoscono che delle loro proprie carni gl’ingenerarono et ch’erono d’una medesima natura durante la vita con loro». che non è sanza lagrime. umanissima cosa è soffrire e piangere. Veneta di Storia Patria». monastica e solitaria. Serie III. niente di meno ne’ prudenti e savi spesse volte insieme si convengono». non vani e frivoli dilecti. vol. la pietà. che debbono fare i padri per la perdita de’ propri figliuoli. non vi sarebbe differenza alcuna. e di questo nulla v’è di più atroce. «Le quali cose. I. e quasi ferrea e adamantina. di più avverso all’umana società»83 .. Deput. che in una simile condanna della durezza stoica. E se noi veggiamo che la morte de’ catellini e degli sparvieri e degli altri leggiadri e vaghi animaletti alcuna volta è si molesta a chi gli alieva. 1915 («Miscellanea di Storia veneta edita per cura della R. però che la filosofia e lo ’mperio non toglie in alcuno modo l’affecto dell’animo». Di qui la conclusione antistoica: «né però si debbono udire coloro che dicono che la virtù è una cosa dura. tolta la vita del sentimento. la carità.Eugenio Garin . l’amicizia. E il Manetti.. o qualunque altra cosa insensata». con Cicerone ripete che. Storia d’Italia Einaudi 74 . vol. a proprio appoggio. ma tra uno uomo e un tronco. ben rispecchiano la larghezza di spirito propria dell’umanesimo. ispirerà al Guarino l’aspra invettiva: «essi strappano dall’uomo la mutua benevolenza. perché si veggono privati per l’avenire di quelle blandizie e adulazioni. E se è proprio dell’uomo accogliere con umile rassegnazione la sventura inviata da Dio.L’Umanesimo italiano lasciatelo essere uomo. 83 GUARINO VERONESE. nella loro ricchezza di comprensione. i quali si sentono in sempiterno privati di più certe o più expresse piacevolezze puerili. o veramente un sasso. bench’elle paino ne’ temerarii e leggieri uomini in qualche modo contrarie e ripugnanti. Venezia.

steso in polemica col Valla. Come narra Vespasiano da Bisticci. perché componessero una dissertazione sull’uomo.. qui omnem e nobis affectionem ita penitus nituntur avellere. scolaro del Guarino. si viene di preferenza fondando sul valore delle attività mondane. convinto com’era che «il re non letterato è un asino coronato». tollit enim mutuam inter se hominum benivolentiam caritatem amicitiam misericordiam. poi il Manetti. aveva apprezzato molto un dialogo intorno alla felicità (De vitae felicitate). Quod cum nullo fieri modo possit. e non a torto. nihil immanius. se si pensa alla piatta banalità dell’argomentazione. com’è noto. hominum societati prorsus inutile. ancorché ricondotta talora attraverso Lattanzio all’esaltazione ermetica del Dio Anthropos. socratiche ed aristoteliche. non admirari et maximis prosequi laudibus non possum cum tantam in eis animi magnitudinem.L’Umanesimo italiano Su queste basi. Del ligure Bartolomeo Fazio.. di cui nulla si può immaginare più luminoso. più adorno e più vario». simul et rerum tum publicarum tum familiarium negotia capesserent. è basata la celebrazione notissima che il Manetti fece della dignità dell’uomo.».. ponendosi con ciò del tutto fuori della tradizione umanistica.. fuisse intuear ut litterarum ac doctrinae studia.. amava particolarmente le dispute letterarie e «il confabulare de le lettere». Alfonso. tornava ad esaltare la pura contemplazione. Storia d’Italia Einaudi 75 . e come ricorda con tanta efficacia Pandolfo Collenuccio. ma molto povero di forza speculativa. a quanto sembra. anche l’epistola al Corbinelli: «maiores nostros. e a un tempo profondamente cristiane.. qua re nihil atrocius. nihil hominum convictui excogitari possit hostilius. la quale. deluso. Ma del De excellentia et praestantia hominis il sovrano rimase. fu Alfonso d’Aragona a spingere prima il Fazio. ut nullam humanitatis curam ad nos pertinere velint. Cfr.Eugenio Garin .». la quale ci farà conoscere i segreti della natura – «conosceremo bene tutte le stelle.. Il Fazio.. tutta volta a esalVIII): «nec vero duris ego quibusdam et agrestibus unquam sum assensus.

ed anche il conoscere gli si venne svelando come produzione di scienze atte a governar la natura. stampato insieme al De excellentia et praestantia hominis con l’Epitomae de regibus Siciliac et Apuliae di F. Senonché egli non indugia. in esso quasi accolta e sublimata e sollevata alle soglie del regno dello spirito.») indichi nell’atto della creazione umana l’intervento di tutte le persone della Trinità. Antverpiae. 106 sgg. FAZIO. il racconto della Genesi e l’immagine e la simiglianza divina dell’uomo. e «dopo più disputazioni.. guida e maestra del ben vivere. pp. è vero. e attraverso Lattanzio l’esaltazione dell’uomo che fu caratteristica dell’ermetismo. e celebrazione di arti. che fu il pontefice Innocenzo III. in particolare «la filosofia. Sandeo (Hanoviae. De vitae felicitate.. Lo vediamo così rievocare il viaggio di Giasone e l’ardimento dei navigatori. Tuttavia il motivo dominante dell’inno sciolto all’uomo dal Manetti è costituito dall’eccellenza delle opere umane. ed edificazione sulla natura di uno splendido mondo armonioso di monumenti umani. dalla tradizione patristica riprende anzi il tema.L’Umanesimo italiano tare i doni concessi da Dio all’anima e. che c’induce al culto di Dio.. che il plurale usato nel sacro testo («facciamo l’uomo. come più tardi il Ficino e il Pico. Ma nei quattro libri dell’opera sua il Manetti venne insistendo sull’attività umana.. Il Manetti ricorda. re Alfonso si rivolse a Messer Giannozzo. il Manetti viene contrapponendo Cicerone e Lattanzio. domandollo quale fusse il suo proprio uficio dell’uomo rispose: Agere et intelligere». le costruzioni mi84 B. 1556. sul significato metafisico della centralità umana. Alla prosa retoricamente pessimistica del De contemptu mundi di Lotario diacono.Eugenio Garin . 1611).. Storia d’Italia Einaudi 76 . 149 sgg. Insoddisfatto delle pagine stese dal Fazio. e ad ogni opera di virtù»84 . in un approfondimento della conoscenza umana come incentrarsi nell’umano pensiero di tutta la natura.

L’Umanesimo italiano rabili. multo pulchriora multoque ornatiora ac longe politiora effecta»). quello intitolato al Fato e alla Fortuna. «Desisti. Ficino e Pico batteranno sul significato cosmico dell’uomo. scintille del fuoco divino. rimane anche Leon Battista Alberti. La limitatezza della condizione umana è da lui solennemente affermata in uno dei più significativi dialoghi latini. pur con la ricca complessità dei suoi temi e la vastità dei suoi orizzonti. di preoccupazioni essenzialmente mondane. nella costruzione quotidiana della città terrena. Le ombre che vanno errando lungo le acque turbinose del fiume in attesa dell’incarnazione. sul suo esser nodo del tutto. con cui viene rendendo sempre più belli e più perfetti i prodotti del Signore («ab omnipotenti Deo ad usus hominum primo inventa institutaque. et ab ipsis postea hominibus gratanter accepta. ove si racconta il sogno singolare del filosofo cui si viene svelando in mirabile visione il contrasto delle anime sulle rive del fiume della vita. non solo degli antichi artisti. avvertono il troppo curioso indagatore dell’inutilità di ogni soverchio ardimento speculativo. che è dono insieme e conquista. la letteratura.Eugenio Garin . desi- Storia d’Italia Einaudi 77 . il diritto. ma del suo Filippo Brunelleschi. tutto «il regno dell’uomo». uomo. E al centro la libertà umana. le opere d’ogni arte. di cui l’uomo si rifà perennemente degno col suo lavoro. questo dono così grande e così grave. architectorum omnium nostri temporis facile princeps. come sfondo. la particolare dignità conferita dal Creatore. tutto il mondo dello spirito. e in pagine eloquenti verranno trasfigurando quasi l’uomo in un dio. nella serietà della vita civile. ma si celebra nell’opera terrena. Leon Battista Alberti In un cerchio non diverso di terrena esperienza. Nell’umile prosa del Manetti l’umano valore ha sì. 7.

Bonucci.L’Umanesimo italiano sti dall’investigare più del conveniente i segreti del Dio. A te e ad ogni altra anima imprigionata nei corpi sappi che i celesti han consentito solo di non ignorare quello che cade sotto gli occhi». 86 De iciarchia. per cupidità d’imparare quello che non sa. abbandonasse il padre e gli altri suoi impotenti e destituti. 1890. a Tivoli. va riletto il mirabile e celebre proemio ai libri della Famiglia. Firenze. Firenze. nam res divinae carcere mortali nusquam detinentur»85 . 184349. E sommamente utile all’uomo è colui che col prossimo collabora volgendo ogni suo sforzo «alla patria. ed. al ben pubblico. 92. Altrove. con questo intendimento. inumano. «chi. L’Alberti si chiede pensoso la ragione di quel rapido tramonto di gloria cui ci fa assistere la vicenda alterna 85 Opera inedita et pauca separatim impressa. Storia d’Italia Einaudi 78 . entro l’esaltazione del lavoro umano. ove ogni pessimismo ed ogni ascetismo sono al tutto sbanditi nella certezza del valore dell’opera umana. Il tipico motivo rinascimentale virtù vince fortuna si inserisce. p. sospira in pagine squisite sulle dimore delle antiche regine divenute squallidi nidi di serpi. III. Poggio Bracciolini tra le rovine di a Roma inveiva contro la fortuna. nell’Alberti. p. 137. Pio II. L’uomo nacque per esser utile all’uomo». allo emolumento ed utilità di tutti i cittadini»86 . ed G. Mancini. che s’era divertita a trasformare in stalle di porci le sedi solenni dei magistrati romani. come nel De iciarchia. l’assentarsi dalla società umana per la pura ricerca è denunciato come un tradimento. sarebbe empio. Chi vuole penetrare entro i divini misteri è come il fanciullo che vuole afferrare i raggi del sole: «desine. la maligna fortuna.Eugenio Garin . glorificato quasi dalla prosperità delle famiglie e delle città. vol. in Opere volgari. ove il fiorire delle ricchezze e il prosperare dei beni terreni è simbolo ed insieme espressione tangibile del favore di Dio. inepte. Così.

e agli altri nobilissimi appo gli antichi. Drusii. Sempre la virtù vince la fortuna. «la buona e santa disciplina del vivere». a conservare la auctorità e dignità della patria. ogni ricordo. biasimarsi della fortuna. nelle quali stolti se stessi precipitarono». Decii. la fede. operosità terrena. mentre che noi fummo studiosi porgere noi simili a’ nostri maggiori e Storia d’Italia Einaudi 79 . o senza fortuna guadagnare et aprender fama.L’Umanesimo italiano dei tempi. in pace e in guerra modestissime. fortissime. quasi in tutto si truova casso e annullato. per lo ben publico a mantenere la libertà. così nella nostra terra famiglie assai state.Eugenio Garin . «Le giuste leggi. o se a lei sia questa superchia licentia concesso. né saria da annumerare o raccontare quali e quante siano simili a Fabii. o colla fortuna molto extendersi et propagarsi a gloria». L’uomo è esso stesso cagione dei suoi mali e dei suoi beni. Delle quali tutte famiglie non solo la magnificentia e amplitudine. la memoria di loro. «Mentre che da noi furono le optime e sanctissime nostre vetustissime discipline observate. con sua instabilitate e inconstantia porre in ruina le grandissime e prestantissime famiglie». Gracchi e Marcelli.. laddove alla virtù.. E virtù significa qui umana virtù. e dolersi d’essere agitati da quelle fluctuosissime sue onde. né solo gli uomini sono scemati e disminuiti. non può mancare nella storia un sicuro trionfo. Onde non sanza cagione a me sempre parse da voler conoscere se mai tanto nelle cose umane possa la fortuna. le gastigatissime et lodatissime observantie de’ cittadini sempre poterono. e virtuosi princìpi. l’amore verso la patria. prudentissime. e forti et constanti fatti. e prudenti consigli. intesa nel senso più pieno di virtù civile. ma gli uomini. La risposta a questa grave e angosciosa domanda è chiara: «scorgo molti per loro stultitia scorsi ne’ casi sinistri. «Ah! quante si veggono famiglie molte cadute e ruinate. la diligenzia. Ove la fortuna propizia ben poco differisce nei suoi effetti da quella avversa. ma più il nome stesso.

opera umana saggia e prudente. Tiene giogo la fortuna solo a chi se gli sottomette». al ben publico. virtuosa e forte. et mentre ch’e nostri estimorono ogni loro opera industria et arte et al tutto ogni sua cosa essere debita et obligata alla patria. come alcuni sciocchi credono. vince sempre. né mentre che indicarono l’opere virtuose insieme colle buone patrie discipline essere or- Storia d’Italia Einaudi 80 . la quale non temesse e ubbidisse nostri editti et leggie?». anche se sfortunata. il sangue. con fortissime e strenuissime opere a sé prescrivono? E come diremo noi. la vita per mantenere l’auctorità maiestate et gloria del nome latino. non è. umanità. Ove non si insisterà mai abbastanza sul ricchissimo significato della virtù. da solo.Eugenio Garin . «Ci fu la loro [dei latini] immensa gloria spesso dalla invidiosa fortuna interrupta. inserita con abilità e finezza nel giuoco delle forze mondane. Virtù significa qui. fu egli natione alcuna barbara ferocissima. non però fu denegata alla virtù. allo emolumento et utilità di tutti i cittadini. così facile vincere chi non voglia essere vinto. avere balìa con sue ambiguità e incostantie la fortuna a disperdere et discipare quel che nui vorremo sia più sotto nostra cura e ragione che sotto altrui temerità? Come confesseremo noi non essere più nostro che della fortuna quel che noi con sollecitudine e diligentia deliberaremo mantenere e conservare? Non è potere della fortuna. laddove fortuna è il limite dell’accadere fisico. impotente. s’è detto. che quand’è virtuosa. meditata con calcolo sottile. riscattandosi nei confini di quella città umana dove il valore infelice è non solo santificato. mentre che si exponea l’avere. che è l’agire dell’uomo colto in tutta la sua pienezza di valore etico e politico.L’Umanesimo italiano con virtù demmo opera di vincer le lodi de’ passati. trovoss’egli alcun populo. ma resta fecondo nella sua funzione educatrice. «Stimeremo noi suggetto alla volubilità e alla volontà della fortuna quel che gli uomini con maturissimo consiglio. a vincolare completamente l’azione umana.

ma pur sempre bontà. è per l’uomo mezzo «con lo quale e’ senta e discerna che essa sia onestà». valgono solo «l’industria. Ma subito che la libidine del tiranneggiare. quella fede intensissima verso la patria fioriva. Umana ragione. e singulari commodi. giustizia costruttrice di un mondo umano ove non può non trovare rispondenza ed effetto. le iuste volontà. più la volontà della patria che le proprie cupiditati.. all’ultimo mai con loro seguì la fortuna se non facile e seconda. «Nelle cose civili e nel viver degli omini». e cioè nella nostra terrestre città. que’ consigli gravi e maturissimi.L’Umanesimo italiano namento et eterna fermezza dello imperio. nell’Alberti. sanza assiduissima opera. sanza molto sudare in cose virilissime e faticosissime?». le buone arti.. contatti e rapporti civili. che ci distingue dalle bestie. «Chi mai stimerà potere asseguire pregio alcuno o dignità. Per l’Alberti virtù è bontà.Eugenio Garin . le constanti opere a maturi consigli. nati per cagione degli uomini». «questa prestanzia d’animo. a un tempo. L’antitesi virtù-fortuna nel Machiavelli suonerà ben diversa. E quanto tempo in loro quegli animi elevati e divini. bontà feconda e operosa. Nel quale civile Storia d’Italia Einaudi 81 . le oneste exercitazioni. e quanto tempo ancora in loro più valse l’amore delle publice cose che delle private. sanza ardentissimo studio di perfectissime arti.. le iniuste voglie. essendo «gli uomini. è forza naturale inserita abilmente fra forze. le ragionevoli expectazioni». questo lume d’ingegno». Virtù è forza ed astuzia. gloria e anche fortuna. E queste opere sono. Perciò l’umana dignità per l’Alberti risiede nel lavoro. tanto sempre con loro fu imperio. più poterono che le buone leggi e santissime consuete discipline. subito incominciò lo imperio latino a debilitarsi e inanire». ma possono anzi coesistere e collaborare come già in quell’imperatore romano che fu. e solo nel lavoro.. Per Machiavelli virtù e scelleratezza non sono termini antitetici. virtuosissimo (e cioè fortissimo) e scelleratissimo.

certo non per marcire giacendo. pur nella sventura. se si vuole. ove la fortuna si presenta necessario elemento della felicità (nam si felicitas in actione et usu est posita. onde sul piano politico si apre insanabile la divergenza fra la cecità di un impeto di natura (fortuna. 275 sgg. ma di cui la virtù riuscirà sempre trionfatrice. la gloria e la fecondità perenne di un’efficacia educatrice87 .. e si fanno quasi sublime preghiera a Dio. 87 Della Famiglia dell’Alberti seguo l’ed. et per avere in se stesso come uso di perfecta virtù. manca erit omnino exuta fortunae bonis. Sia dunque persuaso che l’uomo nacque non per atristarsi in ozio. né il perenne dissidio cui pensa Guicciardini.Eugenio Garin . ostacoli alla virtù.. limiti.. ove la natura si piega all’intenzione dell’arte come la obbediente pietra serena dei colli fiorentini.L’Umanesimo italiano consorzio convergono virtù e felicità. Per l’Alberti l’uomo è fattore unico della città terrena. Storia d’Italia Einaudi 82 . «Pertanto così mi pare da credere sia l’uomo nato.). ove non le potrà mai esser negata. naturalis quidam impetus) e la civile prudenza (civilis felicitas. e la natura.. 1908.. p. così fructo di felicità». del Mancini. colle quali e’ possa piacere e onorare Iddio in prima.. per l’assoluto imperio che essa ha nel mondo spirituale dell’uomo. ed insieme del tutto al di fuori dell’umana libertà (cum humani minime sit arbitrii). Il De fortuna del Pontano in Opera omnia. ma per stare facendo. che li inserirà nel suo calcolo. e neppure l’aristotelica concezione della «buona fortuna» propria del Puntano.. 1518. indiget)... e quindi la fortuna. sono strumenti e occasioni. Venetiis... ma non ciechi e irriducibili per l’uomo prudente. ma per adoperarsi in cose magnifiche et ampie. Firenze. bonae. Non v’è l’aperto conflitto di Machiavelli. L’occhio dell’Alberti vagheggia una città terrena armoniosa come uno dei suoi palazzi.. fortunae praesidiis.

Lanciano. 95. che «dalle radici entro dalla natura fa sorgiere questa leggiadra e nobilissima arte»88 . ove la realtà naturale. 45. talora. ed. Il trattato della pittura. In realtà egli ne era al di fuori. vol. prolusione al corso sul Petrarca. volgarizzate dalla scuola ficiniana. Quando gli avviene di dissertare della pittura. Basilea. FICINI Opera. «fiore d’ogni arte». Matteo Palmieri e il trapasso al platonismo Cristoforo Landino a più riprese tenterà di prospettare la figura dell’Alberti nella luce delle discussioni e delle sintesi platonizzanti. ma valgono anch’esse. Corsin. piuttosto che ad inserire nel mondo l’ombra oscura di forze cieche. I. 8. Storia d’Italia Einaudi 83 . e vuol cercare la radice di quella sua «forza divina». che fa «i morti dopo molti secoli essere quasi vivi». p. ed. oltre le Disputationes camaldulenses il De vera nobilitate (ms. Papini. 49. 13.). ad accrescerne la perfetta regolarità. 43. 118 sgg. p. e realmente le credenze astrologiche si affacciano di continuo nel De architectura. anche se. l’Alberti parlerà in termini stoico-ciceroniani delle faville che natura pose nell’anima dell’uomo perché ne illuminino la mente con i raggi di ragione. III. proprio per non svelar fratture di sorta.Eugenio Garin . 936. L’anima 88 ALBERTI. pp. nonché la cit. 433). lui musico» – dice dell’Alberti il Landino. per il connettersi dell’universo in una rete di rapporti. lui astrologo. in null’altro la trova se non nella matematica. non gli è estraneo qualche spunto di quelle concezioni platonico-pitagoriche della natura che.L’Umanesimo italiano «Lui geometra. già per l’Alberti. Nel De iciarchia (Opere. Bonucci. dovevano riverberarsi più tardi anche sull’intuizione di Leonardo89 . si presenta come la base sicura per l’opera umana. 1913. 89 Per la rappresentazione che il Landino fa dell’Alberti cfr. Cfr. La matematica infatti. è la cifra segreta del tutto. 1561. vol.

A definire l’ideale della vita civile dedicava il Palmieri il dialogo appunto ad essa intitolato. duplicem vivendi conditionem ostendat. Ma particolarmente vicino all’Alberti per certe esigenze. Cfr. A. a philosophis propositum. pur rifacendosi all’Aquinate. economiche. Paris. coloriva delle nuove esigenze le antiche intuizioni90 . La mente nostra sarà sana quando la vorremo esser sana». Palmerii. nella «masserizia». e perfino per taluni atteggiamenti letterari. e pur già influenzato da nuovi motivi. abbiam visto. ALAMANNI RINUCCINI Oratio in funere M. «Non si spregino le ricchezze.. 1791 «cum enim duplex felicitatis genus. ma non voglio in questo t’abbandoni e dieti a intendere non potere in te di te quello che puoi. in quel tradursi. Rinuccini vitam. liberi da quella miseria che attraverso i bisogni del corpo avvilisce anche l’anima. e nel mezzo della copia e abundanzia delle cose così viveremo liberi e lieti. ma signoregginsi le cupidità. che Alamanno Rinuccini celebrerà tipico e mirabile esempio di perfetto equilibrio fra virtù attiva e contemplativa91 .L’Umanesimo italiano dell’Alberti era ancor tutta presa da questo mondo terreno. MASSERON. mentre questo successo veniva finalmente prendendo corpo fin nella «roba». nel denaro.Eugenio Garin . in successo.. E la virtù terrena facevasi in lui concreta pur nelle risonanze pratiche. «Voglio ne’ tuoi mali invochi aiuto da Dio. altera ab omni actione remota. Florentiae. altissimarum rerum adipiscende cognitioni 90 91 Storia d’Italia Einaudi 84 . ci appare Matteo Palmieri. 1926. quando che sia. Eccita in te la tua virtù: sat sit mens sana in corpore sano. Monumenta ad A. che. S. et earum una in communibus vitae civilis actionibus versetur. Resta. in FOSSI. La qual rivalutazione dell’economia e dei beni terreni andava in quegli anni pienamente affermandosi anche nelle pagine della quarta parte della Summa del santo vescovo di Firenze Antonino. Antonin. e ben lungi dall’anelare con ascetici voli a una fuga in Dio.». sollecitare gl’Iddii con tanti tuoi voti e chieste.

sbandita ogni vana contemplazione. è società. ma certo si conosce negli animi nostri essere un desiderio quasi pronosticativo de’ futuri secoli.». Coloro che perdono il tempo in arti oscurissime. Il bene è carità. In questo corpo civile noi ci sentiamo non solo immersi. il quale ci strigne a desiderare la nostra perpetua gloria. sono degni d’universale vituperazione.». L’etica ciceroniana si congiungeva nel Palmieri con Platone ed Aristotele. «Niuna altra carità maggiormente ci strigne che l’amor della patria e de’ propri figliuoli».L’Umanesimo italiano che è tutto una condanna dell’indagine sterile. onde un desiderio profondo ci porta ad infuturarci in esso. Perciò appunto l’azione veramente umana. inter utramque viam. che quella se exercita per acrescimento e salute della patria et optimo stato d’alcuna bene ordinata republica.. Storia d’Italia Einaudi 85 . ma per esso soltanto ci sembra poter sopravvivere. perocché non reca seco alcuno frutto». è vite nel consorzio umano. «Chi pone ogni diligenzia e cura nelle cose oneste e degne di cognizione. veramente virtuosa è l’azione rivolta al bene comune: «per questo s’afferma di tutte l’opere umane niuna essere più prestante.. si celebra una virtù monastica e solitaria. meritamente è degno di loda. difficili e sanza doctrina di bene vivere. delle quali seguiti alcuna comodità privata o publica. di un sapere puro e astratto. tagliato completamente fuori della vita. Nulla opera fra gli uomini può essere più optima che provedere alla salute della patria.Eugenio Garin . prudentissimus vir medium quendam. maggiore. e continua salute di quegli che nasceranno di noi. è vincolo d’amore. «Onde e’ si venga a sufficienza ridire non puossi. felicissimo stato della nostra patria. ma tendeva ormai soprattutto a ve- dumtaxat intenta sit.. Né d’altra parte.. conservare le città e mantenere l’unione e concordia delle bene ragunate moltitudini. né più degna... modum sequitur».

. 75-76. La vera lode di ciascuna virtù è posta nell’operare. quella che separa l’onesto dall’utile. Una prosa inedita di M. tuttavia. pp. Storia d’Italia Einaudi 86 . Lo sprezzare l’utile. acciocché possino ben vivere. era ancora uno strano platonismo ove curiosamente si fondevano l’esaltazione per Dante letterato sovrano e cittadino compiuto. ossia il Protesto del 1437. Eppure nel Palmieri. Importante la raccolta di orazioni del Riccardiano 2204.L’Umanesimo italiano stirsi di colori platonici: «di cielo venire. Per questo né liberale. questa ispirazione mondana verrà più tardi collocandosi in una cornice pitagorica. 1850.. dell’opera umana.. della sua fecondità.. Le parole del Palmieri in proposito sono quanto mai significative e degne tutte d’essere sottolineate. che sia scissa dall’utilità.. trovavano qui il loro coronamento compiuto. non nocendo a persona. 42-43. Per lui infatti è «consuetudine trascorsa dalla vera via. Prato. con buone arti accresce suo patrimonio. iusto né forte non sarà mai chi in solitudine viverà. che anche il Ficino loderà come poeta teologo. e all’operazione non si viene sanza le facultà atte a quella. L’antica polemica del Salutati contro una virtù solitaria. la sua appassionata esaltazione del bene comune. Il 92 MATTEO PALMIERI.Eugenio Garin . e in cielo ritornare tutti i giusti governatori delle repubbliche per tutti i secoli del mondo è stato da’ sommi ingegni certissimamente approvato». Il libro della vita civile. Palmieri fiorentino. Da questo procede che a’ virtuosi s’appartiene cercare utile. 120-125. è sterile e vana. origeniana. né magnifico può essere colui che non ha da spendere. platonica.. Chi. né esercitato in cose che importino e in governi e facti appartenenti ai più. merita biasimo né in alcun modo si confà a chi è virtuoso. al centro resta l’esaltazione della città umana. il quale giustamente si può conseguire. del suo successo. 62. Comunque. E. Virtù che non sia utile. Firenze 1529. Cfr.. il mito di Er e il Somnium Scipionis. non experimentato. merita loda»92 ..

anche se una decisiva parentesi. in tal modo. semplice episodio nella storia dello spirito. incarnati. Ad essi è offerta l’ultima prova. Le anime umane non sono altro che gli angeli che «per sé foro». 1-2) Northampton Mass. se veniva da un lato inserita in un processo cosmico. VIII.L’Umanesimo italiano grande poema filosofico La città di vita. così. d’altro canto l’appello agli antichi. 1927-28. tendeva a perdersi in pure discussioni grammaticali. nella vita in terra.Eugenio Garin .. una sottile tendenza a volger lo sguardo verso altri mondi. e non cambatterono né per Dio né per Lucifero. E nel vasto teatro della città degli uomini la fecondità dell’opera è il sigillo della vittoria sul male per l’eternità. PALMIERI. La filologia e la retorica nel Poliziano e nel Barbaro Se da una parte la speculazione andava volgendo i propri interessi verso la metafisica platonica. a cura di M. veniva d’altra parte caricata di un significato e di un valore immensi. combatteranno in sembianza umana la loro battaglia sulla scena del mondo. Ed accanto all’esaltazione dell’opera d’amore si veniva riaffermando il pregio della contemplazione pura. e il preludio in cielo della lotta terrena. lo studio degli antichi. a considerare la terra una parentesi. nella Città di vita. L’opera terrena. si decide della sorte di un’immortale sillaba di Dio. La compattezza 93 M. dello slancio mistico dell’anima che s’impenna per volare a Dio93 . Nella decisione umana. Eppure non mancava ormai. 9. La città di vita. Rooke (Smith College Studies in Modern Language. Storia d’Italia Einaudi 87 . rimasto inedito perché sospetto d’eresia. Questo mondo è l’arena che Dio offre agli spiriti perché liberamente decidano della loro sorte. diviene il teatro dell’ultimo atto del dramma divino. La quale.

animum meum a philosophia. rebus agatur. quod in his. 11): «haec autem studia maxime inter se differre non ignoras. forma e contenuto. ha chiuso in troppo brevi confini la grammatica. ut caducum). 1581. che presso gli antichi. di filosofia: «nec aliud inde mihi nomen postulo – soggiunge – quam grammatici»95 . con i suoi schemi e con le sue tradizioni. con le loro traduzioni e con i loro commenti si erano affacciati nei chiusi orti accademici pretendendo di sconvolgere la dialettica. nipote del Sadoleto (Epistolarum Pauli Sacrati libri sex. quae hominem sapientem reddit. sempre del Poliziano. p. 302. di medicina. che solo i grammatici erano giudici e censori di tutti gli scritti». se accettava con qualche diffidenza alcuni temi del nuovo movimento di pensiero.Eugenio Garin . II. prima fra tutte la cultura ufficiale. di morale. mentre disdegnosamente rifiuta il nome di filosofo (non scilicet philosophi nomen occupo. avocatum iri. in illis vero.L’Umanesimo italiano chiara del primo umanesimo veniva scindendosi ed oscurandosi sotto la pressione di forze molteplici. ricorda che come grammatico ha scritto libri di diritto. contro cui già il Bruni si era scagliato94 . ammessi quali insegnanti di grammatica e di retorica. e cioè lo studioso del linguaggio e del discorso. Opera. E parlando di sé. quod eodem tempore utraque in re operam ponere nequeam». insistendo su quella opposizione fra res e litterae. poco esperta dell’antichità. invece. 95 POLITIANI Lamia. si stylo operam dedero. che. vediamo come egli ci avverta subito che vi sono due specie 94 In pieno Cinquecento così scrive al padre da Padova Paolo Sacrato. la teologia e la morale. ripone nella scienza del discorso tutta la sapienza umana. Lugduni. quibus nunc versor assidue. Se noi scorriamo. in quibus tu potissimum a me requiris ut operam consumam. la metafisica. ebbe tanta autorità. Ma proprio perché il grammatico. a sua volta voleva imporre le proprie esigenze. la medicina e il diritto. nec te latet. de verbis tantum quaeratur. la Dialectica. «L’età nostra – scrive il Poliziano nella Lamia –. Storia d’Italia Einaudi 88 . Gli umanisti.

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diverse di dialettica. L’una, «arte somma fra tutte, parte purissima della filosofia, si pone al di sopra di tutte le discipline, e ne costituisce il coronamento». Non è di quella che il Poliziano vuole occuparsi; troppo lontana, troppo difficile, situata com’è sulle vette dei misteri platonici – Platonica ista remota nimis, nimisque etiam fortassis ardua. La dialettica che egli espone è arte del discorrere e dell’argomentare, affine alla grammatica, grammatica del pensiero, colto nelle sue articolazioni quali si esprimono nella concretezza del linguaggio, nell’espressione verbale carica di tutta l’intenzione spirituale. Le sue indagini, così affini a quelle del Valla, sui termini; i suoi interessi per i documenti del pensiero giuridico, scientifico, morale, religioso, filosofico; tutto indica quel suo volere afferrare la genuinità degli atteggiamenti umani attraverso i documenti in cui si sono consegnati alla storia96 . Perciò egli voleva esser detto grammatico e non filosofo, pur sentendosi vero filosofo proprio perché grammatico. Com’egli scrive nella Lamia, la grammatica, secondo il suo intendimento, è ben lungi dall’essere povera cosa; è tentativo di scoprire nell’espressione umana tutta l’anima che vi si traduce. Leggere, in tutto il loro significato originario, intenzionale, i libri dei giuristi: questo è esser giuristi. Leggere veramente il libro di Dio: questo è esser teologi. Leggere, fino in fondo, i libri dei filosofi sommi: ecco la filosofia. A chi gli contesta la qualifica di filosofo, Poliziano risponde citando i suoi grandi maestri classici, che egli ha compreso e commentato. Ma, soprattutto, a chi gli parla di una filosofia di scuola, arida e sterile, egli oppone una filosofia come umana comunicazione, ritrovata con consapevolezza in tutta la sua efficacia. Le sue lodi della retorica, di sapore lievemente gorgiano, hanno in comune con la posizione sofistica la salda fiducia nel valore di un incontro umano, le cui risonanze si colgono
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POLITIANI Opera, II, 459.

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particolarmente sul terreno morale e politico. «Che cosa vi può essere di più utile e fruttuoso del persuadere mediante la parola i tuoi concittadini a che compiano le cose convenienti allo Stato, allontanandosi invece da ciò che è pernicioso?»97 . Arte del governare e medicina dell’animo, regolatrice sottile delle passioni, la retorica si presenta come la forma più elevata del contatto fra uomini, come l’espressione più felice della scienza dell’umanità.
97 ANGELI POLITIANI Oratio super Fabio Quintiliano et Statii Sylvis (Opera, II, 384-5): «Nam ut quod caput est, ipsam tantummodo, qua de hic in primis agitur Rhetoricen inspiciamus. Quid est, quaeso, praestabilius quam in eo te unum vel maxime praestare hominibus in quo homines ipsi caeteris animalibus antecellant? Quid admirabilius, quam te in maxima hominum multitudine dicentem, ita in haminum pectora mentesque irrumpere, ut et voluntates impellas quo velis atque unde velis retrahas et affectus omnes, vel hos mitiores vel concitatiores illos emodereris, et in hominum denique animis volentibus cupientibusque domineris? Quid vero praeclarius quam praestantes virtute viros eorumque egregie res gestas exornare atque extollere dicendo? Contraque improbos pernitiososque homines orandi viribus fondere ac profligare, ipsorumque turpia facta vituperando prosternere atque proculcare? Quid autem tam utile tamque fructuosum est quam quae tuae Reipublicae carissimisque tibi hominibus utilia conducibiliaque inveneris posse illa dicendo persuadere, eosque ipsos a malis inutilibusque rationibus absterrere?... Haec igitur una res et dispersos primum homines in una moenia congregavit, et dissidentes inter se conciliavit, et legibus moribusque omnique denique humano culto civilique convinxit... Quid autem tam munificum, tamque bene instituitis animis consentaneum, quam calamitosos consolari, sublevare afflictos, auxiliari suplicibus, amicitias clientelasque beneficiis sibi adiungere atque retinere... Nulla unquam profecto vitae pars, nullum tempus est, nulla fortuna, nullae aetates, nullae denique nationes, in quibus non maximas dignitates... facultas oratoria consecuta sit...».

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E tuttavia v’era anche il pericolo che, dimentica della sua funzione prima, essa si trasformasse in un mero atteggiamento letterario, non più preoccupata di organizzare il mondo degli uomini, ma tutta presa da un ideale estetizzante di eleganze linguistiche. È appunto ciò che vediamo se, dal Poliziano, ci volgiamo a un suo grande amico, Ermolao Barbaro, bramoso soprattutto di un discorso raffinato, ansioso non di rendere fedelmente il significato profondo delle anime con cui entrava in contatto, ma di adornare l’altrui espressione di una concinnitas che rischiava di tradire l’intimo contenuto. Laddove il Poliziano è preoccupato di ritrovare il valore preciso del vocabolo, scoprendone insieme ogni più segreta risonanza, il Barbaro ama l’armonia dei suoni, la raffinatezza delle frasi, l’eliminazione di ogni asprezza. Egli era partito dalla giusta esigenza, proclamata in una lettera a Giorgio Merula, di evitare il divorzio fra forma e contenuto, operato dai filosofi e dai giuristi ai danni della forma. A Girolamo Donato, traduttore di Alessandro di Afrodisia, egli, il traduttore di Temistio, esponeva nel 1480 il suo programma: combattere senza quartiere «i filosofastri plebei e legnosi che separano la filosofia dall’eloquenza», fare in modo che «la filosofia della natura si riconcilii con gli studia humanitatis» (ut naturalis philosophia cum studiis humanitatis in gratiam redeat). Senonché gli avvenne poi di operare la medesima separazione ai danni del contenuto, quando l’orrore della barbarie e il culto della concinnitas lo fecero fanatico ricercatore di raffinatezze linguistiche. Lo vediamo così trasformare il tradurre in un exornare (omnes aristotelis libros converto et quanta possum luce, proprietate, cultu exorno); lo vediamo condannare la vita civile in nome delle lettere, lo vediamo sostenere il celibato per i dotti, lo vediamo concludere con quella sua frase famosa che

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è il motto e l’epigrafe della sua posizione: duos agnosco dominos, Christum et litteras98 . 10. Il Galateo e il Pontano La traduzione del commento di Temistio alla Fisica fu dal Barbaro dedicata al Galateo con la calda esortazione di collaborare insieme al Pontano per una vasta opera di propaganda a favore di una riconciliazione totale fra studi filosofici e letterari. In realtà il Galateo, se pur scrisse qualche pagina efficace, se amò criticare la corruzione ecclesiastica dei tempi suoi, fu ben poco consistente nelle sue posizioni teoretiche. Critico del Salutati nel De dignitate disciplinarum ad Pancratium, esalta contro l’azione la pura contemplazione che è propria dei pochi sapienti opposti alla moltitudine volgare: contemplatio perfectorum opus est, actio vero plurimorum. Altrove insiste con ugual vivacità sull’oziosa beatitudine del saggio (otium apud sapientes beatum habetur), o sulla necessità di evitare perfino il vincolo dell’amicizia, pronto d’altra parte, in una lettera del 1513 a inveire contro le lettere (dispereant inanes litterae!) e a scrivere la bella affermazione: «in malevolam et improbam animam non intrabit sapientia»99 . Ben altra la statura del Pontano! Il quale, se ebbe quasi il culto degli studi astrologici, ispiratori di prose e di versi; se amò diffondersi nei suoi trattati morali in variazioni aristotelico-stoiche, del resto non del tutto inefficaci; se in gravi questioni filosofiche si abbandonò trop98 BARBARI Epistolae et orationes, ed. Branca, Firenze, 1943, II. 90-93. 99 Le opere del Galateo, a cui ci si riferisce, sono uscite nella Collana degli scrittori della Terra d’Otranto, Lecce, 1867, voll. II-IV, XVIII, XXII.

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po spesso a generiche affermazioni; mostrò tuttavia di sentire l’importanza di talune questioni che diventeranno centrali nel ’500. Così, nell’Actius noi lo vediamo affannarsi a determinare la natura della poesia mettendola a confronto con la storia. Ed eccolo accettare la definizione che fa della storia una poetica soluta; eccolo sostenere, nelle due, un’identità di contenuto, e far consistere la differenza solo nella disposizione del discorso, più casta nella storia, più molle nella poesia (historia tamen est castior, illa vero lascivior). L’incontinenza poi dello stile poetico si concreta nel dare il linguaggio alle cose mute, o agli dèi. «Entrambe, storia e poesia, hanno ritmi e figure, ma diversi. E diverso è l’ordine tenuto nella narrazione, poiché la storia segue la serie e il processo degli eventi, mentre la poesia molto spesso comincia dal mezzo o addirittura dalla fine,... e dà voce e parola agli esseri muti (vocem quoque dat et orationem rebus mutis)». Frase vichiana, che richiama l’altra, sempre dell’Actius, essere il linguaggio nato come espressione di uomini agresti, i cui usi e abitudini si rispecchiarono nelle parole che li tramandarono fino a noi: «sermonem autem quo utimur ab agrestibus ac rudibus coepisse hominibus, illud declarat potissimum, quod pleraeque e primis illis impositionibus sunt rusticis incomptisque a rebus sumptae». Ma in realtà, ricondotta la poesia a imitazione della natura (cum... ipsa vero poetica naturam potissimum imitetur...), la storia viene presentata soprattutto come retorica, e come tale educatrice e formatrice delle costumanze civili. L’oratoria, e cioè i discorsi dei sommi personaggi, costituiscono quasi l’anima della storia; «cosiffatte allocuzioni non solo adornan le storie, ma quasi le animano». D’altra parte là dove l’oratoria si fa veramente alata, e commuove, e penetra l’animo, e lo plasma, sembra tornare alla potenza originaria della poesia, che attinge le proprie forze dalla natura stessa.

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101 De educatione («Collana degli scrittori della Terra d’Otranto». ed erano venute perdendo gran parte dell’efficacia di cui erano state piene. Infatti coloro che. I poeti infatti furono i primi sapienti. madre fecondissima d’ogni dottrina! Salve ancora! Tu infatti sei venuta in soccorso dell’umanità condannata a morire con l’immortalità dei tuoi scrittori. in seguito perorarono le cause nei tribunali. C. 20-33). imitandoli. o Poesia. recarono a perfezione quella primitiva libera eloquenza. ed.. 221. Per te conosciamo. mirabilmente. per te comprendiamo Dio. Perciò ogni forma del dire è derivata dalla poesia. «Quando i poeti fingono le loro immagini e dolcemente. pp. Si era ormai 100 PONTANO Dialoghi. 1937. quando avevano costituito la base degli studia humanitatis. la lettera a B. Galateo. che pur trattò di problemi educativi101 . 1867). Spunti pedagogici In verità nel Barbaro. CROCE.Eugenio Garin . al principio dell’umanesimo. «Archivio storico per le provincie napoletane». le litterae si erano venute impoverendo nel senso di una retorica staccata da ogni valore concreto. Salve dunque. o tramandarono le storie. Previtera. 143. 194. Contributo a un’edizione delle opere di A. Storia d’Italia Einaudi 94 . è tra le cose veramente più felici del Pontano. magnificamente le esprimono. e tutto dissero in carmi e ritmi. o discussero le leggi nel senato. per te abbiamo dinanzi agli occhi le cose passate.. 238-39. ma senza soverchia originalità. Firenze.»100 .L’Umanesimo italiano La conclusione dell’Actius. come nel Galateo. con l’eloquente elogio della poesia. per te abbiamo la religione e il culto. 11.. Acquaviva in A. essi insegnano anche agli altri a parlare. pp. 207. (Ma cfr.. Tu hai tratto gli uomini fuori dalle caverne e dalle selve. 1944. Lecce.

ac velut sui ipsius oblivio. il nipote del Sadoleto Paolo Sacrato. Ciò che Leonardo Bruni. a metà del ’500. a cui tu mi spingi. aveva affermato essere quella humanitas formazione spirituale (humanitatis studia nuncupantur. contro coloro che criticavano in nome della religione tale atteggiamento. nella sua obbiettiva validità (divina quaedam alienatio. ma cose. di parole (verbis)». Ed aveva. nella sua divina grandezza. transfusio). et in id. la filosofia che coltivo assiduamente.L’Umanesimo italiano chiaramente iniziato quel divorzio per cui come s’è visto. anzi l’unica verace educazione. s’è visto. non vedeva ormai nella humanitas che eleganza letteraria. ecco che ora sommamente divergeva – haec studia maxime inter se differre. quod hominem perficiant). Il letterato monastico e solitario. Il Bruni. e prima ancora il Salutati. L’educazione umanistica. tratta di realtà (rebus). Qui non parole s’insegnano. aveva tradotto nel 1403 la difesa che Basilio il Grande aveva fatto degli studi letterari nella celebre Oµιλ´α π ρ òς τoùς ν ´oυς ι óπ ως αν ξ Eλλ νικω˜ν ωφ λoι˜ντo λóγων 102 . come formazione dell’uomo completo attraverso la rivissuta cultura classica. seguendo da presso il Salutati. le lettere. poteva scrivere al padre che l’esortava ad esercitarsi in latino: «tu non ignori che queste due discipline divergono tra loro massimamente. avevano fatto convergere. sostituitosi all’uomo ricco di una umanità integra. Storia d’Italia Einaudi 95 .Eugenio Garin . cuius pulchritudinem admiramur. e perciò sociale. veniva perdendosi in una educazione puramente letteraria contrapposta a una cultura concreta. studente di filosofia in Padova. mostrato come l’educazione alla poesia sia un rinnovare e riplasmar se stessi nella bellezza. E. ed anzi si introduce l’anima alla realtà nella sua totale compiu102 Il Bruni dedicava la traduzione al Salutati affermando che col nome di Basilio il Grande voleva reprimere l’ignavia e la perversità dei vituperatori degli studia humanitatis.

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tezza. Le lettere mettono l’anima di fronte a un assoluto valore e in esso quasi la sublimano; velut extra nos positi, totis affectibus in illum corripimur. E come si chiamano litterae humanae perché recano a compiutezza l’umanità nostra, così si dicono arti liberali perché liberano l’uomo e lo collocano, signore di sé, in un libero mondo di spiriti liberi (idcirco est liberalis, quod liberos homines facit). Tutto il De ingenuis moribus di Pier Paolo Vergerio è rivolto a mostrare come le lettere, alimentando questo dialogo fra spiriti, al di là d’ogni vincolo di spazio e di tempo, aprano l’anima a una più larga e più ricca umanità. «Che mai vi può essere di più bello dello scrivere e del leggere? e conoscer le cose del mondo antico, e parlare con coloro che nasceranno un giorno, e far nostro ogni tempo, e passato e futuro?» Lo spirito attraverso le lettere si dilata, si distende; e mentre si arricchisce di infiniti tesori, impara a rispettare l’altrui valore; nel suo sempre rinnovato colloquio educa nella maniera più nobile a vivere nella società degli uomini. La sapienza, lungi dall’essere isolata in una torre d’avorio, «abita nelle città, fugge la solitudine, brama di giovare alle moltitudini» (in urbibus habitat et solitudinem fugit... et prodesse quam plurimis cupit)103 . Né diverso è il tono del De educatione liberorum di Maffeo Vegio, ove le lettere non solo fondano sul rapido trascorrere del tempo la sicura saldezza di una comunità spirituale (non modo iacturam temporis evitabunt), ma avvivano la carità, la comunicazione, ed ogni vincolo
103 Lo scritto del Vergerio nella cit. ed. della Gnesotto e nel vol. L’educazione umanistica in Italia. (Mi sia lecito, per questa parte, rinviare al vol. su L’educazione in Europa, Bari, 1957, e alla raccolta di testi, illustrati e tradotti, L’umanesimo, Firenze, 1958).

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umano (modeste, graviter sancteque vivere, patriam et parentes colere, Deum venerari)104 . Gli stessi accenti risuonano in Gasparino Barzizza, il maestro di Francesco Barbaro, ma soprattutto in Guarino Guarini, discepolo di Giovanni da Ravenna e di Emanuele Crisolora, dalla cui scuola ferrarese uscirono il Pannonio, Ermolao Barbaro, il Lamola, Alberto da Sarteano, per non dir degli altri moltissimi, celebri e oscuri, accorsi a lui, non solo dalle più remote regioni d’Italia, ma da Creta e da Cipro, dalla Polonia come dall’Inghilterra. Anche per Guarino le lettere arricchiscono l’umanità, e scrivendo al Corbinelli dichiara che egli ammira soprattutto coloro che armonizzano dottrina e vita attiva, mentre rivolgendosi al podestà di Bologna svolge largamente il concetto che proprio solo le Muse preparano alla vita politica. «Non piccola gratitudine tu devi alle Muse – esclama – che ti hanno educato fin dall’infanzia, insegnandoti a governar te, i tuoi, e lo Stato... Di qui lo splendido detto di Scipione che, abbandonandosi un giorno, in una pausa dei pubblici affari, agli ozi letterari, esclamò: – Inoperoso, compio ora le cose più grandi». Le litterae erano a questa scuola la causa del risveglio di ogni energia spirituale; son esse che battono alla porta dell’anima perché essa risponda: fores, ut sic dicam, pulsatis, quo vel rogatus ad intelligendum pateat aditus. Bisogna leggere e rileggere gli autori, e impararli a memoria, e vivere continuamente con loro, summa cum voluntate, finché al di là delle parole l’anima si incontri con l’anima. Quel pesar la parola, quel sottile discutere sul suo significato, per ridarle alla fine il suono originario, sono mezzi per trovare nella carne lo spirito, per rianimare nei mondi sepolti, nei monumenti che il tempo sembra avere privato d’ogni splendore, la luce originaria. Solo con
104 Per l’opera del Vegio cfr. l’ed. a cura di M. Walburg Fanning e A. Stanislaus Sullivan, 2 voll., Washington, 1933-36.

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questo avvicinamento filologico noi trarremo dalla lettera muta un significato vitale; nec verbum ex verbo, sed sensa tantisper exprimes. E tutti noi riusciremo fortificati da quel colloquio, e fatti saggi ed antichi per antica sapienza (ut mortales natu quidem iuvenes, prudentia et rerum innumerabilium scientia longaevos efficiat)105 . Eran uomini per cui l’antico non rappresentava un campo di ricerche erudite e curiose, ma un paradigma. L’umanità classica non solo aveva raggiunto una rara pienezza ed armonia di vita, ma l’aveva mirabilmente espressa e consegnata in opere d’arte e di pensiero, perfette come quella vita. Entrare in contatto con esse, e per esse con gli spiriti che vi si erano trasfusi, significava avviare un ideale colloquio con uomini completi, apprendere da loro il significato di una vita completa. Aprirsi umilmente a quelle opere mirabili, e per amore quasi trasformarsi in esse, significava rinnovare se stessi attraverso una larga ricchezza umana, riconquistando a sé tutti i tesori dello spirito. L’ingresso in quel mondo, si impronta così di un tono quasi religioso. «La casa sua era sacrario di costumi, di fatti e di parole» – scrive di Vittorino da Feltre Vespasiano da Bisticci. Alla sua scuola il rispetto dell’uomo, nella sua compiutezza, anima e corpo, aveva qualcosa del rito; e la formazione umana era consapevolezza religiosa di quanto nell’uomo ha valore, e che le arti liberali risvegliano e fortificano106 .
105 Le opere del Barzizza nella ed. romana del 1728. I testi del Guarino nell’edizione del Sabbadini. 106 Oltre la vita di Vespasiano da Bisticci cfr. FR. PRENDILACQUA, De vita Victorini Feltrensis dialogus, Padova, 1774. (Tutti i documenti su Vittorino ho ora raccolti nel cit. volume su L’Umanesimo pedagogico).

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IL PLATONISMO E LA DIGNITÀ DELL’UOMO

1. La crisi della libertà e i dialoghi «De libertate» del Rinuccini Se il primo umanesimo fu tutto un’esaltazione della vita civile, della libera costruzione umana di una città terrena, la fine del ’400 è caratterizzata da un chiaro orientamento verso un’evasione dal mondo, verso la contemplazione. Il platonismo col suo tono ascetico, la filosofia concepita come appressamento alla morte, si sostituiscono a quella serena esaltazione della vita che era stata la nota dominante di un Salutati, di un Bruni, di un Valla. A questo orientamento mutato non fu certo estraneo il complesso delle vicende politiche italiane, l’affermarsi sempre più chiaro dei principi, i cui meriti possono oggi apparire anche eminenti; allora anche i più geniali tiranni sembrarono i nemici d’ogni libertà. Quando nel ’78 la folla inferocita fece a pezzi per le vie di Firenze i Pazzi e i loro seguaci che avevano tentato di rovesciare i Medici, al grido di libertà dei congiurati il popolo oppose, in modo molto significativo, il motto: «viva Lorenzo che ci dà il pane!»107 . E se è vero che spesso quei signori trionfanti protessero i letterati, è ancor vero che ne fecero dei cortigiani, in cui un pensiero tutto permeato di politicità non è più concepibile. Ai nostri occhi l’avvento della signoria potrà rivelarsi come l’eliminazione dei gruppi privilegiati di ricchi mercanti e di nobili. Allora esso distrusse il fervore di lotte
107 A. FABRONI, Laurentii Medicis Magnifici Vita, Pisis, 1784, II, p. 137 e sgg.

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politiche, il palpito intenso di vita dello stato-città. All’ideale della respublica come collaborazione, come vera società, anche se in effetti ristretta società, sostituisce il Cesare che allontana i cittadini dalla vera vita politica, trasformando la cultura, da espressione, strumento e programma di una classe giunta alla ricchezza e al potere, in un elegante ornamento di corte, o in una malinconica fuga dal mondo. La consapevolezza della crisi è viva negli umanisti. Noi la sentiamo nella fiera polemica aperta già nel 1435 da Poggio Bracciolini quando, in un’epistola al ferrarese Scipione Mainenti, si scaglia contro Cesare, degenerato uccisore della romana libertas, ed esalta invece il repubblicano Scipione. Il Guarino rispose difendendo Cesare, e nella discussione entrarono Francesco Barbaro, Ciriaco d’Ancona, Pietro dal Monte. Non si trattava, nonostante l’apparenza, di un esercizio d’ingegno108 . Era l’antitesi fra l’esaltazione dell’eroe, glorificato nel mito di Cesare, e la difesa dell’uomo, che è tale solo se può liberamente esplicare la propria attività in una vita completa. Quale fosse l’animo dei vagheggiatori della «libertà» noi troviamo nella fierissima invettiva di Machiavelli contro Cesare e il cesarismo, che illumina tutti i Discorsi. Chi guardi superficialmente al fondatore dell’impero, egli osserva, loderà, forse, la potenza magnifica del principe; ma chi considererà attentamente le conseguenze della instaurata tirannide, «vedrà l’Italia afflitta, e piena di nuovi infortuni; rovinate e saccheggiate le cittadi di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da’ suoi cittadini disfatto, desolati gli antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà il mare pieno di esilii, gli scogli pieni di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi e la nobiltà, le ricchezze, i passati onori, e sopra tutto la virtù, essere imputate a peccato capitale. Ve108

GUARINO, Epistolario, II, pp. 226-29.

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era un’armonica fusione di vita attiva e contemplativa. I dialoghi De libertate di Alamanno Rinuccini. ed. del De libertate. esule in patria. Ravenna. rivelano troppo scopertamente gl’interessi dell’autore. 332 (Cfr. 216. e il mondo. e in forma di rimprovero un amico le ripete al Rinuccini.L’Umanesimo italiano drà premiare gli calunniatori. per Filelfo. essere oppressi dagli amici. dipingono con efficacia senza pari il mutamento d’interessi della cultura quattrocentesca e le cagioni profonde di un radicale trasformarsi degli orientamenti di pensiero110 . 10. La 109 MACHIAVELLI. E conoscerà allora benissimo quanti obblighi Roma. 267-303. 110 ALAMANNO RINUCCINI. class. abbia con Cesare»109 . Accademia Toscana di Scienze e Lettere «La Colombaria». ma per la famiglia e per la patria (patriae cui post Deum immortalem maxima quaeque debemus). pp. Giustiniani. R. Firenze 1953). ed egli lo delineò nell’orazione funebre pronunciata per la morte di Matteo Palmieri. Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. l’Italia. in cui si prolungava il programma ciceroniano che era stato il tema dell’opera. ritirato in una sua villa campestre in solitarie meditazioni. Lettere ed Orazioni. aspra e dolorosa condanna del novello Falaride Lorenzo de’ Medici. Laur. Le Commentationes. essere corrotti i servi contro al signore. Storia d’Italia Einaudi 101 . 1957. i liberti contro al padrone. appunto. queste. corruttore di tutta Firenze. Il Cesare distruttore di essa è. L’ideale del Rinuccini. requisitoria feroce contro l’instaurata signoria dei Medici. I. V. XXII. e quelli a chi fussero mancati i nimici.Eugenio Garin . del Palmieri: non siamo nati per noi. ed F. Il vecchio Salutati nell’Invettiva contro il Loschi aveva proclamato la florentina libertas erede legittima della romana libertas. ms. l’infame pernicioso velenoso scellerato Cosimo de’ Medici. pericolo incombente su tutta l’Italia. «Acquisti e Doni». Adorno. Sono parole. De libertate.

Eugenio Garin . che con gli scrittori del primo umanesimo continua a condannare sul piano etico l’ascesi stoica in nome dell’equilibrio aristotelico. il nostro posto è nel mondo. si trasfigura alla luce di una sempre più viva tradizione plotiniana. Da un filosofare socratico. come meditazione di morte e appressamento alla morte. Amarissima la risposta del Rinuccini: per quell’attività è necessaria condizione la libertà. si passa sul piano platonico. vagheggia poi. Tolta la libertà sul piano politico. fin qui opposta allo stoicismo per il suo senso concreto della vita terrena. Questo amatore della vita civile amaramente si riduce a celebrar la cultura come ritiro. A Firenze. il «divino» Marsilio cerca nell’iperuranio una riva serena dove fuggire le tempeste del mondo. mentre la stessa religione cristiana. una virtù tutta «monastica e solitaria». li costringe o a corrompersi o a ritirarsi. qualunque essa sia. mentre Savonarola lancia l’ultima rovente invettiva contro la tirannide che tutto corrompe e inaridisce. deve concretarsi sempre in un rapporto umano. chiude i cittadini nella rete delle menzogne. come contemplazione. Non più a Firenze. Solo in una società libera l’uomo può esplicare se stesso. Là un tiranno. l’uomo evade in un terreno diverso. cerca la libertà del saggio. ma solo ad offrire un rifugio e un’evasione a coloro che potrebbero esercitare una funzione politica unicamente a patto di tradire la propria coscienza e la verità. Lorenzo. fra gli uomini.L’Umanesimo italiano cultura non deve isolarci. sul terreno concreto e per motivi politici. La nostra attività. si ripiega su se stesso. Il Rinuccini. tutto problema umano. La cultura non giova più a rendere forte l’umanità. Storia d’Italia Einaudi 102 .

Firenze. magari religiosi. ora F. L’influenza dei dotti bizantini e le traduzioni di Platone È qui che si inserisce. 289 sgg. giova ripeterlo.L’Umanesimo italiano 2. 78. ma per questi gli autori antichi erano vivi. p. 155-219. quali un Ficino. un Pico. nei cieli della metafisica platonica si cercarono ancora risposte agli antichi problemi. estetici. Scarsa. MASAI. 1956. IRMSCHER. pp. che fedeltà allo spirito. G. La tarda cultura greca era ormai giuoco arido di formule teologiche. Theodores Gazes als griechischer Patriot. e i miei Studi sul platonismo medievale. ma sempre umani. molto spesso. 161 sgg. Paris. 1961. un Diacceto. in «Civiltà moderna». l’influenza dei dotti bizantini.Eugenio Garin . ove quasi mancava ogni linfa vitale111 . «La parola del passato». anche se in ultima analisi molto scarsa. I greci disprezzeranno i latini per la loro insufficiente erudizione. (Per una profonda revisione di questo giudizio cfr. 1958. 1941. D’altra parte uomini non volgari di animo e di mente come il Crisolora o l’Argiropulo. furono dei materiali preziosi che arricchirono il patrimonio culturale dell’Occidente.). Senonché. erano voci che destavano fremiti e alimentavano la meditazione. per questo non del tutto appropriati sembrano certi rilievi di J. Quello che ai fedeli della lettera pareva scarsa informazione non era. Medioevo bizantino. p. morali. Pléthon et le platonisme de Mistra. anche qui. PASQUALI. furono delle formule felici che si offrirono a un pensiero già pervenuto a maturazione in via del tutto autonoma. Anche nei maggiori. ma soprattutto come il Pletone e il Bessarione. Storia d’Italia Einaudi 103 . invano cercheremmo un ben architetta111 Cfr. offrirono in un momento opportuno a delle coscienze in crisi le vie dell’evasione platonica. L’apporto effettivo di Bisanzio all’umanesimo ebbe un carattere soprattutto strumentale.

Paris. Discussione per sé non molto costruttiva. E fu l’Argiropulo a dare l’avvio al commento e allo studio rinnovato della Nicomachea. aveva avuto qualche parte nella disputa iniziatasi tra Giorgio Gemisto Pletone e Giorgio di Trebisonda sulla superiorità del platonismo rispetto all’aristotelismo. com’è noto. e soprattutto di maestro ed ispiratore del Guarino. 1941. innanzitutto. DELLA TORRE. I (Crisolora). che la trasferì sul piano dei massimi problemi teorici e dette l’avvio a tanta parte della più alta meditazione rinascimentale112 . che diventerà centrale nel gruppo ficiniano. un’ordinata sistemazione del mondo. Alexandre. N óµoι. Storia dell’Accademia platonica di Firenze. noi lo troviamo proprio chiaramente impostato nel commento alla Nicomachea ove l’Acciaiuoli esporrà fedelmente l’insegnamento dell’Argiropulo. CAMMELLI. e continuerà per tutto il ’500. Storia d’Italia Einaudi 104 . degno in tutto di quei Greci antichi». Il quale.L’Umanesimo italiano to sistema. una meditazione umana. come lo celebrava la fama. ma con gli occhi fissi a quella finale esaltazione dell’intelletto contemplante e separato ove si riversava tutto il più puro platonismo. 1902. l’Acciaiuoli.Eugenio Garin . PLETONE. soprattutto finché rimase sul terreno del pettegolezzo. A. così come Giovanni Argiropulo continua ad apparirci quale ce lo dipinge lo scolaro suo più fedele. Il tema della conciliazione fra Platone ed Aristotele. Firenze. del libello e dell’ingiuria. 112 Cfr. G. non più entro l’ambito di una stretta fedeltà allo spirito civile e politico del bene comune e dell’uomo considerato nella sua socialità. 1858. II (Argiropulo). Il nome di Emanuele Crisolora va qui ricordato per l’opera sua di grammatico e di traduttore. ma sapiente. Firenze. ma che pure si colorì di motivi fecondi nell’anima grande del cardinal Bessarione. «non erudito soltanto. I dotti bizantini e le origini dell’umanesimo. ancora e sempre ciò che ritroviamo è. ed. venerando.

Firenze. E il Pletone. gli studi riuniti nel vol. o almeno di quel bizzarro suo modo di vedere Platone. anche se non felice. Studi sul Platonismo del Rinascimento in Italia. la mitologia e i sogni dei poeti. Storia d’Italia Einaudi 105 . ebraica. MOHLER. Giovinezza di D. sotto l’urgenza di motivi contingenti.. Kardinal Bessarion als Theologe. non abbiamo che pochi frammenti. 1936.L’Umanesimo italiano Il Pletone. Firenze. B. tutti infatuati d’Aristotele. che Giorgio Scolario fece dare alle fiamme. Acciaiuoli (e. Per ulteriori indicazioni. L. cfr. 3 voll. Bari. cristiana e maomettana. nel Pletone. Medioevo e Rinascimento. volle dare ai suoi amici latini. la cit. 1923 e sgg. religiosa e politica dell’umanità che sarà così caro ai pensatori del tardo ’400. che di Platone era stato traduttore. rispose malmenando l’antico filosofo e il suo nuovo profeta. e l’avvento della città platonica.Eugenio Garin . a dire il vero. E Giorgio di Trebisonda. KIESZOWSKI. un’idea della grandezza di Platone. ciò che più interessa nel Pletone è proprio quel suo imponente atteggiamento profetico. 1943. Ché. già scorgeva i segni che annunciavano il nuovo regno. scriverà Vico nella Scienza Nuova.. come fra’ Tommaso. di costruire insomma quella teologia poetica che Giovanni Pico promise e che.. ora. Ma v’era. costruita secondo i princìpi di una concezione dell’universo ove il neoplatonismo si precisa in un rito e in una legge di vita. Humanist und Staatsmann ecc. venuto a Firenze per il Concilio che doveva pacificare. quello per il quale dovevano variamente combattere e soffrire un Pico e un Bruno. chiesa greca e latina. anche la preoccupazione di interpretare le favole antiche. che era poi una complessa mescolanza di elementi neoplatonici in un’atmosfera di profetismo riformatore. eppur notevoli per quel sogno di una riforma morale. in ben altro senso. quel suo annunziare imminente la fine delle tre grandi religioni. Delle Leggi. Paderborn. 19612 ). e poi del ’500 fino a Campanella. specialmente suIl’Argiropulo.

nel suo In calumniatorem Platonis andò sottilmente dimostrando come tra i due sommi pensatori antichi non fosse poi troppo difficile scoprire un intimo accordo in molti punti fondamentali. Al neoplatonismo ormai era giunto ad aderire pienamente. E se nella pro- Storia d’Italia Einaudi 106 . Il problema dei rapporti fra vita attiva e contemplativa in Cristoforo Landino Ma il mutato atteggiamento di pensiero. 3.Eugenio Garin . quello della supremazia di Platone. E forse. a tradurre e illustrare Platone. noi vediamo in una delle più caratteristiche opere del secondo Quattrocento: le Quaestiones camaldulenses di Cristoforo Landino. che lo annovererà tra i suoi platonici. nuovo Platone sul novello Dionigi. ma profondissimo studioso di Platone. mosse primo Ficino per le vie della sua docta religio. dotto traduttore della Metafisica. Il Landino. il Bessarione. giovinetto.L’Umanesimo italiano Certo è che il Pletone fece impressione sul vecchio Cosimo de’ Medici. Quanto poi all’altro spinoso argomento. il promettente Ficino. anzi. con i suoi spunti. sarà poi consigliere e guida al Ficino. ed in cui il platonismo come tendenza al puro contemplare si faceva sempre più vivo. composte intorno al 1475. E il tiranno dell’italica Atene ne sarà indotto a favorire alla sua corte una rinascente scuola di platonismo spingendo il figlio del suo medico. si era fatto ammirare nel 1441 al «certame coronario» come fine recitatore delle terzine di Francesco Alberti. e nelle Quaestiones loderà quell’inesprimibile accento che è proprio della ispirazione platonizzante (habet nescio quid quod exprimere nequeam). e come. una rinnovata apologetica cristiana potesse fondarsi utilmente su una conciliazione di platonismo ed aristotelismo. che. che corrispondeva a un diverso orientamento di vita.

e l’esaltazione del volgare. Prendendo in esame proprio quel Cicerone a cui già si erano tanto ispirati uomini come il Bruni. tutto rivolto ai massimi problemi. Il Salutati. nei commenti allegorici a Virgilio e a Dante tutto ci trasporta sul piano di quella «teologia poetica» che fu sì cara al Ficino e al Pico. problema decisivo.. pur riconoscendo con la tradizione medievale che il contemplare è. la visione beatifica. Anche le Quaestiones camaldulenses113 negli ultimi due libri ritrovano nell’Eneide la storia ideale dell’anima umana e l’esaltazione della vita contemplativa. Teologia poetica già insegnata dagli ultimi rappresentanti greci della scuola di Platone. proietta nell’al di là. Insomma. per dignità. ma giustificandola come la base più profonda dello stesso operare. LANDINI Quaestiones camaldulenses ad Federicum Urbinatum principem (Florentiae.L’Umanesimo italiano lusione italiana a un corso sul Petrarca si trovano. abbracciando l’universa realtà afferrò il fine dell’uomo». Ché proprio questo è il problema al centro di tutta l’opera.. nel cielo. Storia d’Italia Einaudi 107 . della vita contemplativa. Non solo.Eugenio Garin . 1480?). Landino torna nettamente a una supremazia del sapere. ma quando. «lungi dalla politica. e la lode piena del primo umanesimo. nella cui soluzione si manifestava chiarissimo l’orientamento di una civiltà e di una cultura. e accenti tratti da Leonardo Bruni. come il Landino sentì. e che intendeva ricercare nei poeti. non quando egli combatté Catilina o Antonio. ma alla vita comune egli giovò più largamente quando nei suoi 113 C. e particolarmente negli antichissimi. contribuendo alla libertà e al benessere dei soli suoi concittadini e in un tempo determinato. da anteporsi all’operare. il Landino sostiene che il maggior giovamento il genere umano lo ebbe. quella sapienza riposta contro cui dirigerà tutte le sue critiche il Vico. e in terra dà all’uomo la missione di operare. una divina rivelazione nascosta dietro il rigoglio delle immagini.

E v’è. i pensieri vincono i secoli.. docili e gentili (dociles humanosque). quando invece è da proporsi come ideale modello e reggitore di tutti. risponderà d’essere uno che si propone di non occuparsi di alcuna precisa attività pratica. non solo ai contemporanei. secondo natura. Ma non perciò dovremo allontanarlo come dannoso o infecondo nella vita associata. Proprio per questo. infine. «Con le sue sagge azioni Cicerone vinse i gravi pericoli incalzanti nel momento. tutto assorto nell’indagine delle cose supreme. Onde si può concludere che coloro che sono immersi nell’azione giovano certamente. valida per ogni uomo in ogni tempo. s’innalzano all’eterno». l’influenza della Repubblica platonica e del sapiente reggitore. della formazione culturale. chiara. vivono immortali. giusta. quando invece nessuno potrà bene assolvere il suo compito senza ricorrere a lui per consiglio?» Alla radice dell’inversione landiniana v’è. astenendosi da ogni affare pubblico o privato. quando in una ideale città esamineremo qual posto dare ai singoli membri. L’uomo è tale. da stolti e barbari. sempre gioveranno. Le opere di chi non operò nella vita attiva hanno reso gli uomini.L’Umanesimo italiano trattati politici disse una parola non destinata a morire. utile. E v’è. e provvedono a lasciare precetti di vita onesta e felice. onesto». anche una conquistata coscienza del valore umano. Coloro invece che illuminano la natura misteriosa delle cose. ricercando e affidando agli scritti quello che è. la considerazione. propria della stessa Nicomachea. «Oserà forse affermare qualcuno che tal uomo non reca utilità alla città. ma le cose che nella ricerca consegnò ai libri riguardano ogni tempo. ma nel presente o per breve tempo. attività suprema dell’uomo. e quindi sociale.Eugenio Garin . della profonda praticità della teorèsi.. e quindi è otti- Storia d’Italia Einaudi 108 . ma anche a quanti son vissuti e vivranno di poi. Le azioni muoiono con gli uomini. «il nostro sapiente interrogato in che possa giovare alla vita comune.

Eugenio Garin . Landino afferma esplicitamente di andare oltre i vecchi scrittori della generazione precedente alla sua. ove chi ridiscenda – e ridiscendere deve. insistendo anzi sul motivo aristotelico della celebrazione umana suprema attraverso il conoscere. non già d’essere venerato qual Dio. di cui si postula. e i cittadini della Gerusalemme celeste pugnavano Storia d’Italia Einaudi 109 . e cioè come rinuncia e abdicazione dolorosa alla propria umanità completa. che contemplando il cielo (ασ τρoνoµoυ˜ντα) si fa modello agli altri. e che è più bello essere governati che non governare (suavius regi quam regere). Le litterae educatrici del Guarino erano scese dalla Repubblica di Platone nella feccia di Romolo. e perciò maestro d’Atene. Senonché lo sforzo di intimamente connettere quel sapere e quest’operare. L’evasione consapevolmente accolta come tale dal Rinuccini. sì che a tali reggitori non manchino mezzi e potenza per educare gli altri. per volontà degli dèi. somiglia piuttosto al monaco studioso. che a Socrate soldato a Potidea. il saggio si chiuderà in se stesso e gioverà agli uomini in altro modo». anche «ammesso che ai più non piaccia d’esser resi migliori. o i re filosofi. ma non si dimostra la fecondità educativa. Il mero contemplante che si pone vivente appello e tipo ideale.L’Umanesimo italiano mo cittadino. anche secondo Platone – rischia. E non si accorge che quel suo vagheggiato «Dio terreno». Ma come situarlo in quella tal caverna. che era poi stata la preoccupazione del primo umanesimo. anche Platone aveva collocato in un miracoloso stato ove. viene vanificandosi in un rinnovato divorzio tra fare e contemplare. bensì messo a morte da coloro che non intendono? Al Landino pareva cosa pacifica che lo stolto ami esser guidato. appunto attraverso una piena cultura. i filosofi siano re. si fa qui giustificazione di una vita monastica e solitaria. e che in ogni modo. ma non scende nella caverna a soffrire. quando esclude che l’inattività dell’ottimo lasci lo stato in balia dei pessimi.

non città ideale dei sapienti. nacque dalla crisi che si operò nella cultura e nella vita del Rinascimento quando le sue conquiste. e. Il Landino. si poneva già sul piano del Ficino maestro al mondo intero di quella pia philosophia che nella «filosofica pace» congiunge ogni spirito in una unità superessenziale che ormai ci porta per entro gli abissi della tenebra mistica. in ogni uomo. è sempre impegnata in una lotta terrena. aveva trovato qualche accento non banale. formazione completa di ogni uomo. destinato a fiorire nel Seicento. ove si ritrae un banchetto avvenuto dopo la morte di Cosimo. Lo slittamento verso il concetto.Eugenio Garin . persero insieme la loro pienezza. ma ben calata nella condizione terrestre. da ogni mondana storia. e l’idea. così come l’anima è sempre incarnata. in modo che il loro sapere fosse sì contemplazione di Dio. Politia litterarum. caro alla retorica umanistica. e disancorandosi dalla città in cui erano nate. non si spostano sensibilmente dal punto di vista ficiniano. di tutto l’uomo. soprattutto nella contrapposizione fra nobiltà veneta. nel De vera nobilitate. Eppure non sempre il Landino si muove nell’ambito dell’accademia risorgente in Careggi. guadagnando apparentemente in universalità umana. E se i suoi dialoghi De nobilitate animae. e nobiltà napoletana dove l’ultimo raggio di una inve- Storia d’Italia Einaudi 110 . dedicati intorno al 1472 a Ercole d’Este. ma humana disciplina. della «Repubblica delle lettere». della città terrena e della città celeste. Il Landino battendo invece sul concetto di una sapienza disancorata da ogni legame di spazio e di tempo. il vecchio motivo. della nobiltà che deriva dall’opera e non dal sangue. Parafrasando Agostino il Salutati insisteva sul congiungimento pieno. che sia seria idea. in terra. che pur sottolineava con finezza una più profonda politicità della cultura. e non a caso. nata e consolidata nell’opera e nell’attività. significò nel primo Quattrocento. la annullava poi quando la segregava nella repubblica delle lettere.L’Umanesimo italiano nella terrena Babilonia.

possunt huiuscemodi virtutes nobilitatem facile parere» Storia d’Italia Einaudi 111 . rende molti più ricchi. LANDINI De vera nobilitate. a quibus omnis dolus. 5) fol. e largamente assiste il popolo che vuol migliorare con l’opera propria le sue condizioni. ac denique.. e nell’orgoglio più vano (delicatum. per contrasto. tamen summo studio simulant... liberalitas autem ac beneficientia adsit.. eos in nullo hominum numero apud philosophos unquam fuisse videmus.. multosque locupletiores reddit. ac propterea ad urbem suam publicis sacrisque aedificiis ornandam convertuntur. industriae nos mercatoriae plurimum debere. nondum satis intelligo.. et populi qui ex illa ditescunt. Sintne autem omnino inter nobiles reponendi. 114 C. vanam ambitionem). huiuscemodi hominum genus. E. propteraque ab ignavia ad laborem convertitur abunde alit.. Corsini (36. «Una liberale mercatura. questi benemeriti del genere umano son degni d’essere considerati quasi divini benefattori (tamquam dii mortalibus omnibus salutares esse videntur)114 . tamquam dii mortalibus omnibus salutares esse videntur. ocium et in divitiis. 433 Bibl. 36-7: «mercatura enim liberalis et nulla fraude in adulterandis mercibus commissa. reca pubblico e privato splendore. ms. e il danaro così accumulato. Il Landino. elogiato non senza efficacia il trafficare. id tamen efficiant mercatores. pur insistendo nella consueta polemica contro l’usura. quam etiam si non habeant. qui ex plurimarum rerum inopia copiam inducant. aveva. ut sua opera atque industria nusquam locorum quicquid desit.L’Umanesimo italiano stitura andava disperdendosi senza dignità nell’ossequio supino al re.. publice privatimque splendorem affert. anzi. Quorsum ergo haec? nempe ut illud concludam. cuius quidem studiosi sunt.Eugenio Garin . e vincere la fame e il freddo. plebem autem quae se aliquo artificio opificiove tueri et famem frigusque a se arcere studet. omnis fraus absit. cum nulla in terris regio extet. veluti bene de hominum genere meritos laudandos censeo. ubi omnia sint. Anzi. Materia in qua plurimum versantur pecunia est. e perciò abbandona l’inerzia per il lavoro». infatti. eosque homines. Sed si liberalitas in his sit atque beneficentia. plurima magnificentia illustriores evadunt.

K RISTELLER. nel proemio a Lorenzo de’ Medici premesso al Plotino latino.. 274-316. forse.. 488 della Naz. MARCEL. pp. I. (Le ricerche del Kristeller sono ora da vedere nella raccolta di saggi sopra citati. p. di Firenze. Cosimo. per il suo far convergere ogni interesse umano verso temi metafisici e religiosi. che siamo venuti seguendo fin qui. pubblicati di recente da P. di tradurre tutto Platone e i platonici. e non aveva suscitato in lui neppure un impegno polemico. 1958). Paris. per la sua docta religio. opera del Caponsacchi). «Traditio». e in particolare gli scritti ermetici. moreniano della Riccardiana (Palagi. 1944. Qualche precisazione sulla formazione del Ficino nell’anonima vita (ma. avrebbe vagheggiato di far risorgere a Firenze l’antica Accademia. il giovane Marsilio. ha dato il Kristeller in «Rinascimento». è pubblicata da un ms. O. ignota al Della Torre. Marsile Ficin. Terminata la versione platonica. II. per un . 257 sgg. contenuta nel Palat. documentano la preparazione tradizionalmente scolastica del Ficino. 35-42. meglio si direbbe di giovanili appunti ficiniani. spinto dal Pletone. Più tardi. proprio nel De vera nobilitate. vol. ove. Le biografie del F. 4. O.L’Umanesimo italiano Con tutto ciò. 199) una giovanile Summa philosophie. pp. gli era estraneo.Eugenio Garin . Un’altra notevole lettera-trattato del F. 1950. 115 P. Quell’umanesimo «morale». Marsilio Ficino e la concezione di una «docta religio» Un gruppo di scritti. Storia d’Italia Einaudi 112 . infatti. The Scholastic Background of Marsilio Ficino. incaricando alcuni anni dopo il figlio del suo medico. Kristeller. suona alto l’elogio per Ficino. sono state pubblicate da R. che tra il 1454 e il 1455 si muoveva nell’ambito del più tecnico aristotelismo di scuola115 . riconduce la propria conversione al platonismo all’influenza combinata di Gemisto e di Cosimo de’ Medici.

peripatetico ortodosso ed estraneo alle combinazioni platoniche dell’Argiropulo.. egli era impegnato anche in taluni commenti a Lucrezio (commentariola Lucretiana). I 929 (KRISTELLER. 117 Sul Tignosi cfr. ROTONDÒ. 161 sgg. mutando anche le prospettive rispetto al Ficino. Opera. Science and Thought in the Fifteenth Century. 986. 933 (Supplementum. C. Ex illo natus sum. soprattutto A. CLXIII.. I. Conv.)116 . i rapporti con Cosimo. Cfr. Opera. 308 sgg. Niccolò Tignosi da Foligno. v. S UPPLEMENTUM F ICINIANUM Florentiae. Sui Commentariola. anche il mio studio su Testi minori sull’anima nella cultura del Quattrocento in Toscana.L’Umanesimo italiano misterioso influsso (nescio quomodo). orientarono ben presto il suo interesse verso Platone118 . «Arch. Del Tignosi in particolare cfr. tuttavia. II. 1800). 1958. 118 Sulle perdute Institutiones. l’influenza del Landino. l’anima del morto Cosimo ispirò il giovane principe della Mirandola a spingere Ficino a tradurre le Enneadi e i neo-platonici (heroicus ille Cosmi animus heroicam Joannis Pici Mirandulae mentem instigavit. CLXIII-IV). tum medico tum platonico commendavit. Basileae. L. pp. l’opuscolo in difesa dei propri commenti (Naz. 8. pp. Ma forse la posizione del Tignosi e in genere dell’aristotelismo fiorentino è da vedere sotto una luce diversa. e. 81). sgg. di Firenze. 1937. II. I. I.. ex isto renatus. Storia d’Italia Einaudi 113 . che lo spinse a comporre nel ’56 quattro libri di Institutiones platonicae attinte a fonti latine. THORNDIKE. Cosimum Medicem. 1576. fu con ogni probabilità decisivo del suo iniziale aristotelismo117 .. ora. 1929. Ille quidem me Galeno. cfr. I. p. i cui brevi frammenti rimastici (ma gli stessi commenti eran brevissimi: perbreve quoddam ar116 FICINI Opera. 1-36. 21755.Eugenio Garin . di filosofia». Il De voluptate ad Antonium Canisianum in Opera. «Rinascimento». Fra il ’56 e il ’57. IX. Hic autem divino consecravit me Platoni». anche il prologo al De vita: «ego sacerdos minimus patres habui duos: Ficinum medicum. 1951. In realtà se l’insegnamento di Niccolò Tignosi da Foligno. 1537-38. New York.

di R. II. Eppure non è scritto senza significato. 1956. diventa il segno della pace raggiunta in una piena comunione col divino. 1320 sgg. Ma la prima chiara presa di posizione del Ficino nel problema che più lo impegnerà. Per questa via Ficino ritrova un tono religioso di Lucrezio. accolta da Pitagora 119 Cfr. il commento in Convivium Platonis de amore.L’Umanesimo italiano gumentum) ben poco ci dicono.Eugenio Garin . invece. e la voluptas. Paris. Opera. è da collocarsi in questo intrinsecarsi della mente al suo oggetto. quel nobile godere che è un bene verace è un servir dell’anima rispetto a un oggetto assoutamente valido. cioè. anche l’ed. Della sua simpatia per Lucrezio e per l’epicureismo più ampia traccia è. di una pia philosophia tramandata dai poeti antichissimi e dalla Bibbia. Storia d’Italia Einaudi 114 . con ampia introduzione). non passione. Ed è un servire che significa libertà piena. un assenso perfetto (perfecta grataque assensio) della mente al suo ideale oggetto. compiuto alla fine di dicembre del ’57. alla verità. e presentato dal Ficino piuttosto come una raccolta dossografica. Marcel. Il più alto piacere. che non come una personale elaborazione. dunque. e cioè nel problema religioso. quod mens considerat. nel giovanile De voluptate. utpote familiari ac sibi proprio penitus conquiescit). che le è propria e familiare (assensio qua voluntas in eo. Qui è formulata con tutta chiarezza quella tesi che verrà poi ritornando senza posa in tutti i suoi scritti: la tesi di una perenne rivelazione del Verbo. (cfr. compiuta nel 1463 e pubblicata nel 1471. in quel suo gravitare verso l’esaltazione di una voluptas che è un aderire della volontà (adhaesio voluntatis). ma perfezione dell’atto (perfectio quaedam operationis)119 . del Logos. noi troviamo nella lettera di dedica a Cosimo premessa alla versione di Ermete Trismegisto. spogliata di ogni carnale sensualità. e se – come leggiamo nei commenti platonici – la voluptas è servitù.

L. Comprendere la verità con i nostri mezzi. II. nella conversione di ogni nostro desiderio dall’esterno all’interno. Come spiegherà Ludovico Lazzarelli. 1836. in «Archivio di Filosofia». 1955. Parisiis. è tutta nella conoscenza di sé come conoscenza di Dio. Brini. Che è appunto il processo illustrato dal Ficino. M. la felicita suprema. il senso profondo della verità. paradisiaca. non possiamo. per ottenere la quiete nella intima vita del Verbo vivente in noi. convincendo insieme d’errore i filosofi peripatetici che. di cui sono rivestite le rivelazioni religiose. 120 121 Storia d’Italia Einaudi 115 . Né la conversione è possibile finché l’anima non si sarà liberata dagli inganni dei sensi e dalle nebbie della fantasia121 . Testi umanistici su l’ermetismo. la rifiutano come una favola da vecchierelle (de religione tamquam de anilibus fabulis Opera. poeta e filosofo tutto ficiniano ed ermetico. Ma la solare luce divina (il Logos) non si manifesta finché la mente non si volga ad essa. viceversa. 1505 (su cui cfr. di una conoscenza di Dio attraverso la conoscenza di sé120 . così come il sole illumina soltanto quella parte della luna che ad esso è rivolta. intesa come tipo esemplare di una docta religio.L’Umanesimo italiano e da Platone. Crater Hermetis.Eugenio Garin . o meglio del Logos ritrovato in noi stessi. è realizzata appunto dalla teologia platonica che scopre sotto le nebbie dell’immaginazione poetica. approfondita da Plotino e dagli scritti attribuiti a Dionigi l’Areopagita. la mente umana è un occhio che per vedere ha bisogno di una luce. e. ut solis luce solem ipsum intueamur). pp. 23-77). che è lo scopo della nostra vita. È questa appunto la teologia platonica. secondo Ficino. Questa liberazione come processo di conversione a Dio. LAZZARELLI. e per vedere il sole della luce del sole (divino itaque opus est lumine. di una conoscenza di sé attraverso la conoscenza di Dio. guardando nella religione solo all’aspetto estrinseco.

. et poetae desinant gesta mysteriaque pietatis impie fabulis suis annumerare. praesertim quia divinam circa homines providentiam negare videntur. praeter sublimem Picum. hi vero unicum esse contendunt. Filosofia in senso tecnico – egli dice – significa ormai peripatetismo. id est philosophi pene omnes amoveantur. non esse de religione saltem communi tamquam de anilibus fabulis sentiendum. sopravanzando l’ascesa «amorosa» ogni processo razionale puro122 . 1537: «Nos. Avicenna. non comprendono la dottrina nascosta dagli antichi sotto il velame dei versi. in cui convergono filosofia e poesia. Storia d’Italia Einaudi 116 . «Era costume degli antichi teologi nascondere i divini misteri con simboli matematici e figurazioni poetiche. et utrobique a suo etiam Aristotele defecisse. in duas plurimum sectas divisus est. et Peripatetici quamplurimi. o. Nella prefazione a Plotino il Ficino chiarisce con molta precisione i termini della sua doppia polemica.Eugenio Garin . complatonicum nostrum. ma in ogni caso la religione viene distrutta. Contro il naturalismo degli aristotelici e l’interpretazione estetica dei poeti. non si ferma122 FICINI Opera. Illi quidem intellectum nostrum esse mortalem existimant. II. dei seguaci d’Alessandro d’Afrodisia e degli averroisti. Totus ferme terrarum orbis. e gli uomini di lettere in complesso. Ficino inserisce la propria docta religio. distinto nelle due scuole contrastanti.. perché non venissero temerariamente divulgati a tutti (ne temere cuilibet communia forent)». hac theologia in luce prodeunte.L’Umanesimo italiano sentiendum) e i poeti. cuius mentem hodie pauci. che non è che una pia philosophia. utrique religionem omnem funditus aeque tollunt. qua Theophrastus olim et Themistius. I nostri tempi – egli osserva – non si contentano più dei miracoli come fondamento della fede. D’altra parte i poeti. contro la filosofia dei filosofi e la poesia dei poeti. a Peripateticis occupatus. tutti volti a ridurre entro i limiti d’un’immagine una verità metafisica. quasi si direbbe. et nuper Plethon interpretantur». Symplicius. elaboravimus ut. ea pietate. Porphyrius. Alexandrinam et Averroicam.

La manifestazione esterna. un significato. ecco l’errore più pernicioso. Tuttavia Ficino. perché di tutto è la radice. vivente nell’eterno. intuita. staccare e chiudere in sé la superficie. comincia con l’accettare. la distinzione. Quale è. così come limitarsi a una considerazione puramente fisica della natura. cara agli gnostici. che non ha tagliato il simbolo Storia d’Italia Einaudi 117 . E questa sorgente è la luce e la sapienza di Dio. in quella luminosità di cui parla Platone. raggiunto il Verbo.. di due tipi d’umanità: i semplici. considera i monumenti religiosi in genere. domandandosi di che cosa sia imitazione l’arte. la Bibbia come la poesia teologica antica. celano un’anima. insomma.. vogliono una conferma razionale e filosofica (placet. ritrovarne la sorgente. da ogni distinzione. aniles fabellae. non meno della critica meramente letteraria. il rapporto fra una concezione della realtà. e coloro che colgono sotto la lettera lo spirito. i filosofi. ché unico vero artista è il Logos). sotto la spinta di una forte preoccupazione religiosa. non cercavano. e non scendere alla più profonda direzione spirituale. come del resto la natura stessa. in termini che rimarranno in sostanza gli stessi fino a Vico. e che è oltre e fuori da ogni discorso. all’intenzione dell’artista (umano o divino non conta. è quindi necessario. quasi senza accorgersene. fermarsi all’immagine fantastica. noi diremmo estetica. è solidale con il moto intimo da cui si genera. e affermata da Averroè. Ora il peripatetismo. gli ignoranti. e cioè posizione puramente fantastica dinanzi alla realtà. A modo suo Ficino si ripropone così il problema del significato della poesia.L’Umanesimo italiano no ai meravigliosi racconti. favola. D’altra parte. A questa luce attingono i seguaci di quella pia philosophia. per intenderne il valore. e la rappresentazione del poeta? I peripatetici del Cinquecento. i non iniziati ai sacri misteri. auctoritate rationeque philosophica confirmare).Eugenio Garin . cosa diversa. in sostanza. una visione totale della vita. Le immagini. noi ci immergiamo in una Verità senza tempo.

gettando le basi di una verace teologia (Plotinus tandem his velaminibus theologiam enudavit). e questi è il pio filosofo. nel tutto infinito. a cui Ficino viene così assegnando un posto paragonabile solo a quello che per i fisici dell’ultima scolastica aveva avuto Aristotele. Compito del nuovo teologo. con la vera religione del Logos. parola. «factum est ut pia quaedam philosophia quondam et apud Persas sub Zoroastre. Eppure v’era. ormai. Chi vada a fondo.Eugenio Garin . insieme. simboli matematici. in tutti i canti dei poeti. e tradurre i divini misteri (divina mysteria). tandem vero a divo Platone consummaretur Athenis». misura o natura dalla fonte vitale. e in tutte le rivelazioni religiose. sentiamo nelle altre anime. è quello di tradurre e commentare Plotino. Ma in linguaggi diversi (realtà naturale dei fisici.L’Umanesimo italiano esterno. La poesia non fu dunque un velo (velamen). figure poetiche) si manifesta un’unica Verità ed un’unica Vita. et apud Aegyptios sub Mercurio nasceretur. nelle cose. Il merito di Plotino è tutto nell’aver chiarito il legame profondo che lega quella radice unica con queste manifestazioni. e che. Oltre le molteplici manifestazioni sensibili l’Unità non può rivelarsi che in una sola Verità. simile nel suo ufficio espressivo ai numeri e alle figure (mathematicis numeris et figuris). in Ficino. che è la unica vera Storia d’Italia Einaudi 118 . in tutte le armonie matematiche. utrobique sibimet consona. quel Logos che parla anche in noi. coglie l’unico vero oltre gl’infiniti aspetti. nutriretur deinde apud Traces sub Orpheo atque Aglaophemo. come platonicamente canterà con accenti esaltati il Lazzarelli. ma che nella sua eterna presenzialità non può essere che una. afferra l’unica anima. in tutte le bellezze della natura. poiché tutto è rivelazione di Dio. adolesceret quoque mox sub Pythagora apud Graecos et Italos. che furono i mezzi per celare. Pia philosophia che si identifica con la docta religio. che avrà più aspetti. una più sottile affermazione.

Storia d’Italia Einaudi 119 . ma addirittura v’è una perfetta identità. Rompere «la copula di Pallade e di Themis» significò far nascere superstizione e eresia... II. e che significa la consapevolezza di questa solidarietà del tutto con Dio. ma l’occhio pieno di lume vede el lume. indicherebbe i filosofi... Proemium II. e acceso del divino calore di quel medesimo ha sete. Ma se Ficino dovesse indicare a chi spetta una ideale priorità. intra la Sapienza e la Religione». «le vili cure degl’ignoranti. le pietre preziose della Religione».Eugenio Garin . ma l’animo pieno di Dio tanto inverso di Dio si lieva quanto dal lume divino illustrato riconosce Iddio. Perché non s’eleva a Colui che è sopra lui e infinito. che è un diffondersi e un riflettersi di luce. infatti «è ragionevole che quelli che prima le cose divine per la intelligenzia da sé trovarono. e l’orecchio pieno d’aria ode l’aria risonante. Della Christiana Religione. e come l’aria sanza l’aria non s’ode. ancora prima esse cose divine per la voluntà venerassino rectamente e la recta venerazione di queste agli altri insegnassino»124 . in un circolo amoroso. mentre i filosofi cadono nell’empietà. o vero da Dio attinsono. è convergenza piena dell’intelletto (Sapienza) e della volontà (Sacerdozio). Ma posta la questione in tali termini. così Iddio sanza Iddio non si conosce.L’Umanesimo italiano religione del Cristo ( ν αρχη˜ ην o Λóγoς ). Di qui l’anima si fa tempio di Dio»123 . se non per la virtù di chi è superiore e infinito. La dotta religione è. poiché gl’ignoranti straziano «come porci. superstizione più tosto che religione chiamare si conviene». dunque. «Sì come il sole sanza il sole non si vede. non solo «è grande propinquità. Se infatti un distacco del mondo naturale dalle sue radici divine è eresia. verace filosofia. 123 124 Della Christiana Religione.

L’Umanesimo italiano E a chi giunga alla Verità. Storia d’Italia Einaudi 120 . slegata dal tempo. il Dio vivente. che solo chi ben ne legga la faccia in Dio può dire di conoscerla. In entrambi i casi il procedimento va dall’immagine del senso alla luce interiore. la poesia si perde. La teologia platonica Dalle premesse esaminate sopra risulta chiaro che l’immutabile eterna verità. rivestite le ali d’amore. dall’espressione. un velame sensibile dell’Uno. conviene restaurare la verità della convergenza del tutto nell’Unità. si impernia sull’unità del mondo. in quella Verità che vive nell’eterno. d’altra parte. sulla inscindibilità delle manifestazioni rispetto al Manifestante.Eugenio Garin . ancora. 5. per altro. Ora la via del Ficino procede per due tappe: la prima è la dimostrazione della ideale convergenza di ogni rivelazione di Dio. si fa uno con l’eterna vita. non è un concetto. all’intimo. filosoficamente chiarita da Platone e Plotino. ma la pura coincidenza. dell’autonomia del mondo. la quale. E se è innegabile che. non rappresenta in alcun modo uno svolgimento storico. tosto si svela la veracità del Cristianesimo che riassume in sé e compie. La cui verità. La seconda è costituita dalla visione di una realtà tutta così strettamente connessa nelle sue strutture. e l’umano spirito che. tutta l’umana conoscenza. in un ritorno ascensivo dal simbolo. a chi ben l’intenda. del resto. che è unica. ma. rivelata da Cristo. nell’interpretazione teologica del Ficino. la sua poesia. simboleggiata nelle primitive teologie poetiche. intendendosi per essa soltanto un incorporarsi del Vero. all’anima che si è manifestata. è ancor certo che. tutta la la realtà universa si presenta come il poema di Dio. la sua sensibile espressione. in una ininterrotta tradizione (la pia philosophia). il suo linguaggio. Contro le eresie della divisione.

Eugenio Garin .). l’Unità fontale che si esprime in un complesso di aspetti direttamente intuiti. e conoscere se stessi per conoscere Dio. Ut magnes calybem trahit. p. ma ogni grado. se non perché nel conoscerci. cit. lib.L’Umanesimo italiano Ut sole attrahitur vapor. ancora. cioè. ottenuta attraverso il ripensamento della tradizione platonica in cui il divino si è venuto articolando e spiegando. I. Sic flammis rapiar tuis. pp. 127 FICINI Ep. 125 126 Storia d’Italia Einaudi 121 . ci si dimostra imperfetto e ci rimanda ad altro: le cose a noi stessi. Conoscere. di un’unica verità al fondo delle molte rivelazioni. VI (Opera. corrisponde la teologia platonica. secondo l’antica immagine. Crater Hermetis. Ma il nucleo dottrinale dell’opera maggiore del Ficino è. grado. Alla teologia poetica. e quindi ascendere a Dio. I. è vedere ogni aspetto della realtà come momento.. «non altrimenti che innumerabili numeri i quali. noi stessi a Dio. FICINI Orphica comparatio Solis ad Deum (Opera. e innumerabili linee in un centro individuo sono una cosa sola e individua»126 . Pater. «Si debbono infatti conoscer le cose per conoscere se stessi. tutto ciò che abbiamo di buono. o tappa. 812-13). Mox ad te penitus trahar Unumque efficiar simul125 . alla scoperta. nella unità origine di quelli. 825 sgg. conosciamo averlo completamente da lui?»127 . loc.. dell’unitaria serie del tutto. Poiché ogni grado dell’essere è «specchio» di Dio. sono una cosa sola. Te coniunge michi. cogliere nelle cose l’insufficienza loro per giungere così alla divina sufficienza. risalire dal raggio al centro. e cioè l’esposizione sistematica della verità delle cose. se ci si affisi. Perché Dio ci ha comandato di conoscer noi stessi.

e ugualmente lega e connette l’universo. D’altra parte i singoli gradi della serie delle cose (series. che. Nella considerazione del reale.Eugenio Garin . e che i corpi vivifica e guida mediante spiriti a sé soggetti»128 . osserva una volta il Ficino. E come tutti i corpi si posson ricondurre a un solo sommo corpo che tutti li muove. partendo dalla corporeità. è ugualmente presente dovunque a tutti gli spiriti e a tutti i corpi. «siccome l’unità numerica è dovunque presente in tutti i numeri. un’importanza particolare viene assunta dal concetto. nella concezione ficiniana. l’angelo. articolato in un ritmo musicale pulsante attraverso il recessum e l’accessum. Storia d’Italia Einaudi 122 . ove tutto sarebbe pari al resto (et sic utique idem ad idem comparatum esset). se non apparente. essendo guidate da un solo principio. di µ ταξ υ. Il secondo errore è quello di intro128 FICINI Argumentum in Platonicam theologiam. l’anima. rimanendo in sé indivisibile. così anche quella divina Unità. comune a tutte le teorie impiantate su una visione dell’unità dinamica del mondo. ha sempre rappresentato il modo onde spiegare il ritorno dalla molteplicità all’unità. sono da escludere tre errori: e. attraverso la qualità. e il punto in tutte le linee. di concepire una ciclicità ritornante perennemente in se stessa. verso l’Unità. né alcuna distinzione si avrebbe. aspetti o specchi della divinità. Convergenza. così tutti gli spiriti a un solo supremo spirito che tutto abbraccia. fino a Dio. E perciò stesso tutte le cose in una mutua convenienza convergono a un unico fine. di intermediario. come quantità pura per procedere. caratteristicamente ´ platonico del resto.L’Umanesimo italiano Unità e gradualità del tutto sono temi in Ficino strettamente congiunti. che sola spiega la struttura del mondo. ordo rerum) si dispongono secondo una convergenza verso l’Unità piena. Ora. s’è detto. e formano la base di quella visione dei vari momenti come simboli. innanzitutto.

al contrario. è al di sopra del processo che da essa ha inizio e in essa ritorna. chi insomma partecipi degli estremi. l’Angelo nella eternità è tutto. per l’ambigua sua costituzione. a ciò che più ne è lontano. anche se è il senso di quell’ordine.L’Umanesimo italiano durre più princìpi della realtà. dei termini estremi della realtà. perché la sustanzia sua è sempre quella medesima senza alcuna mutazione di crescere o di scemare. può rannodarli e costituire il simbolo di quella trascendente Unità in una unificazione sempre operosa anche se non completa. è l’anima. l’amore e l’anima. perché la essenzia e operazione sua è stabile.Eugenio Garin . Lanciano. ma non unità raggiunta. anche se nelle varie opere l’accento talora sembri mutare. perché la sustanzia sua si muta. dalla invisibile luce di Dio (Deus lux summa luminum) alla 129 FICINO. l’anima sola può esser partecipe. Come si vede. fra i quali non v’è esclusione. connettendo ciò che più è simile a Dio. e ogni sua operazione richiede spazio temporale»129 . come la materia elementare. Esprimendosi in riferimento al tempo il Ficino dichiara: «Dio è sopra la eternità. la quale.. 121. Il corpo in tutto è sottoposto al tempo. ed. Sopra lo Amore. solo chi sia e non sia perfezione. ma l’operazione sua. ma implicanza reciproca. giuoco di luci. di restituire. p. Ficino si muove a questo proposito sempre fra quattro temi: la luce. come l’angelico spirito puro. «Simile a Dio». Poiché Dio è fuori dell’ordine delle cose. per intervalli di tempo discorre. Ontologicamente parlando la realtà è luce. nel primo errore si vuol colpire l’interpretazione della circolarità come capace di esaurire in sé l’Unità somma. Storia d’Italia Einaudi 123 .. L’anima è parte nell’eternità e parte nel tempo. la bellezza. 1914. la quale ha veramente questa funzione: di collegare. Rensi. unificante cioè. il terzo di ammettere un processo infinito senza base e senza meta. e lo stato dell’eternità è proprio. Posto Dio al di là.

abyssus luminum. per amare poi le cose in lui: e noi onoriamo le cose in Dio. tanto la volontà è più certa».. Storia d’Italia Einaudi 124 . come quella che vuol conquistare e far propria. e quasi imprigionare nei propri ristretti confini. e nulla è più alto sopra di noi di Dio. Quanto più lucente è la sua luce. ma richiamati in noi stessi. in visibilità del tutto e universale bellezza («io ti risponderò te essere ignorante. I.L’Umanesimo italiano tenebra della materia.Eugenio Garin . traduce in termini d’amore e di calore la sua sostanza profonda. Ma quando. tanto più in noi s’interna (se nobis inurit) con l’ardore della volontà. e amando Dio. praticamente si esprime in termini di calore e di amore. «apparirà che noi abbiamo prima amato Dio nelle cose. una realtà infinitamente più grande. l’amore quanto più è alto tanto più vince. se la Bellezza altro che luce essere credessi»). il tentativo di chiudere «Dio nelle cose» fallisce. che è stoffa di tutto. L’ascesa conoscitiva non coglie. risolvendo in totale apertura la nostra chiusura.. v’è ancora un immenso ardore. abbiamo amato noi medesimi». per ricomperare noi soprattutto. in quanto tale. E mentre la luce. In tal modo l’anima. Ora ciò che visivamente e intellettualmente si traduce in simboli di luce. tanto più è ignota all’intelletto. ove la luce sembra estenuarsi fino a morire. e nulla di lui più profondo in noi. «Poiché Dio quanto più ci trascende con la luce del suo intelletto. allora. come la realtà tutta. non più perduti nell’esteriorità del mondo. 706-16. quanto più veemente è l’ardore. quanto più è luce. De sole et lumine. «Poiché il caldo si origina dalla luce (a lumine calor). traducendosi la luce. attraverso l’amore ritroveremo le cose e noi in Dio. 130 FICINI Opera. 965 sgg. è anche. tanto più è inaccessibile.. che noi proviamo piuttosto con l’ardore della volontà che con la luce dell’intelletto»130 . fons formarum. mentre traduce il suo conoscere e la sua conoscibilità in termini di luce. Ma il Deux lux. I.

Storia d’Italia Einaudi 125 . e dall’amante. divenuti suoi devoti. dalla esteriorità visiva. appunto. se è buono. come quella che trae fuori (e ducit) la sua divina sostanza. Perché l’oggetto amato. La passione. conoscitiva. «Mal d’occhi» è inizio d’amore. che è suprema bellezza. ci si immerge nel fiume divino e si conquista la nostra verità facendoci conquistare. Funzione della bellezza è. trae al bene l’amante. L’anima infatti.L’Umanesimo italiano Si tratta di una radicale conversione (circuitus. la conversione. impigliata nel limite delle cose. O. Ché questo produce amore: ci riduce da attivi. è veramente educazione dell’uomo.. non può in alcun modo essere intesa dalla naturale intelligenza dell’uomo. quanto più arde. e per la comune natura degli esseri risponde alla nostra azione con la sua azione. che è «un certo tiramento dell’una cosa all’altra per similitudine di natura». e lo status diviene circuitus. in passivi. in umili e devoti servi. oltrepassando i confini dell’intelletto. e. determinar la crisi per cui la chiarità visiva accende il caldo d’amore. ma piuttosto si ama. e il cacciatore diventa preda. tanto più chiaro risplende e più a fondo discerne e con più dolcezza gode.Eugenio Garin . come quando l’occhio dell’amante fisso in quello dell’amata ne è vinto. oltre il limite. e così amata par che graziosamente (gratis) sia in noi infusa. restitutio) per cui. se si patisca l’azione del bene. La nostra salute consiste. nel lasciarci vincere da Colui che è vera bellezza. il processo dinamico del tutto e si sale alla sorgente. dice Ficino. quando l’oggetto cui noi ci volgiamo si fa di passivo attivo. così. trae a sé. accesa dal suo amore. «La luce di Dio.. si ritrova. «Il Sole volge inverso sé fiori e foglie: la Luna muove l’acqua. o almeno apparentemente attivi. e Marte i venti. Così ciascuno è tirato dal suo piacere». ma si accoglie con la chiara serenità di un’esistenza devota». Per questo Platone ha detto che la luce divina non si indica con il dito della ragione. meglio. ritrovarci attraverso il dono totale di noi.

e ci si fa presente. Pico della Mirandola e la polemica antiretorica La formazione filosofica del Ficino ci è apparsa molto lineare. e ci conquista. Ostetrico egli era perché educava. La via feconda è la via socratica. come Platone dice. amore sono i termini in cui si risolve tutta la teologia ficiniana. Pochissimi alle leggi date obbediscono». e. ma il suscitatore dell’amore loro. A pochi si dà l’autorità di fare leggi. non l’amatore dei giovani. condizionata da un peripatetismo scolastico giovanile non troppo impegnativo. 153 (cap. orientata dapprima in senso umanistico con toni lucreziani. Storia d’Italia Einaudi 126 . fu. amatore di Dio. servi di Dio nella giocondità d’amore. facendosi amare. trae fuori quello che v’è di bene. in un’immutata fedeltà 131 FICINO. «fu da’ giovani assai più amato. per educarli insomma. saggio e buono. E non si migliorano con le leggi. facendoli anch’essi. secondo Ficino. Socrate. per trarne il bene. si fece servo devoto di Dio.L’Umanesimo italiano che patisce la sua azione. alato perché dà le ali e fa volare131 . se ben si guardi oltre la tenue superficie di una fragile impalcatura concettuale.Eugenio Garin . A simiglianza di quel vero Amore che noi crediamo cercare e afferrare. Poesia. per tramite suo. laddove è lui che ci cerca. quando Socrate. e «giocondamente». bellezza. Sopra lo Amore. «La città non è fatta di pietre. XVI: Quanto è utile il vero amatore). gli uomini si debbono cultivare. ma sboccata ben presto. e molto pacificamente. per trarli al bene. «commosso da carità di Patria». ma di uomini. p. la funzione educatrice dell’amore socratico. Ed ecco. 6. «tutti non possiamo essere Licurgi o Soloni. e cioè traeva fuori. come gli alberi quando son teneri: e dirizzare a produrre i frutti». che egli alcuno ne amasse».

es.Eugenio Garin .. nell’incontro contemplativo fra umano e divino. Firenze. estese ben presto i suoi contatti col peripatetismo arabo ed ebraico frequentando Elia del Medigo. fol. al fascino dell’umanesimo letterario. o con l’accentuazione di alcuni toni mistici che dal neoplatonismo erano filtrati nell’averroismo: la felicità posta nella congiunzione. ed. De hominis dignitate ecc. I. de genere 132 Gli opuscoli latini del Del Medigo v. ma rimaneva troppo fine conoscitore della scolastica e del peripatetismo. B. si erano estenuate in una formalità vuota. 1942. La lunga epistola al Pico (Parigi. ma poteva anche soddisfare l’esigenza religiosa del Pico132 . anche la quasi ignota lettera del Pico del 1489 (Parigi. Il quale non era insensibile. nelle Epistulae del B. lat. Elia poteva così accordarsi col Vernia.. Naz.L’Umanesimo italiano a Platone ripensato attraverso la rivelazione ermetica e Plotino. n. 71-72) in G.. Le lettere. ebreo dottissimo. venete della Fisica di Jean de Jandun (p. Sulle letture dei cabbalisti («Li libri di Mitridate») v. certo. per lasciarsi sedurre dalle facili evasioni di una retorica che aveva ormai fatto divorzio da ogni concretezza umana. alla scuola del Vernia. La più aperta denuncia di questo distacco è costituita appunto dalla lettera indirizzata nel 1485 a Ermolao Barbaro. cit. 6508. pp. Educatosi nell’ambiente culturale dell’aristotelismo padovano. Autogr. cui era estraneo ogni interesse di verità e di vita. Rotschild. studioso e traduttore di Averroè. in app.. e dal conflitto credeva di uscire. Elia sentiva ugualmente forte l’esigenza della sua fede e l’amore per Aristotele e il suo Commentatore. ed attestano un travaglio costante. M. che avevano cercato di essere espressione di una umanità integrale. 67-72. 252).. Venetiis 1546). I temi della meditazione del Pico furono senza dubbio più complessi. N. L’epistola del Barbaro a Elia. o con la più grossolana applicazione della formula della «doppia verità». alla edd. PICO D. Storia d’Italia Einaudi 127 . e il desiderio di soddisfare una curiosità oscillante fra i problemi della natura e i rapporti dell’uomo con Dio. 87-90.

Barbaro e i logici ha fatto C. Per le calculationes suiseticae. nel culto di una formalità vuota che non poteva non condurre a uno scetticismo larvato. e cioè come coscienza critica della ricerca di una concretezza umana. (Un’importante messa a punto del rapporto fra E. DIONISOTTI. sed libere et traslationibus et figuris et tropis usi sumus ad morem romanum. fol. Il Barbaro. ma gara e contrasto (non tam reddere. che è del resto sommamente istruttiva. nel 1480. 219-53). ci distinguono dalle bestie. Un interessante documento. La sua versione vuol essere una manifestazione di latinità liberamente rivissuta (lusimus arbitratu nostro). Miscellanea Nardi. quam certare cum eo volgui.L’Umanesimo italiano dicendi philosophorum. e già si concretava in una crisi morale133 . Allo spirito dell’autore si oppone un preteso spirito della lingua latina. Il tradurre non è più fedeltà all’opera.Eugenio Garin . 84. quam certare). che costituisce un vero e proprio «manifesto» contro la degenerazione della retorica in cui riaffiorava perfino il deteriore nominalismo dei calculatores di Oxford. ivi. quelle del Barbaro nella cit. Nella dedica a Sisto IV di una sua versione di Temistio. sole. 100. dopo la consueta esaltazione delle litterae che. il Barbaro. ed. 22 sgg. 930. Branca. una gara con Temistio: in plenum. il proprio pensiero e le proprie esigenze. si era estenuata in una scienza nominum opposta a una scienza rerum. non tam latinum reddere Themistium. Ricc. Storia d’Italia Einaudi 128 . professore in Pisa fra il 1476 e il 1496. II. Una lettura precisa del Barbaro. La nuova filologia nata come nuova filosofia. dei rapporti del Pico con gli scienziati contemporanei si trova fra gli scritti del fisico e medico Bernardo Torni (ms. 26 r-31 r). al suo pensiero e alle sue esigenze. Ermolao Barbaro e la fortuna di Suiseth. ci illustra in che modo intendesse egli congiungere filosofia ed eloquenza. I. pp. 428-45. dopo aver denunciato aspramente i suoi predecessori per ave133 L’epistola del Pico nei citati Filosofi italiani del ’400 pp. 101 sgg. dichiara di non avere per nulla reso alla lettera. fin qui sfuggito.

ma sui principi delle cose umane e divine». La bella lettera del Pico è una difesa eloquente del puro pensiero.. «essendo ufficio del filosofo la sincera manifestazione della verità nel suo semplicissimo aspetto.. quanta possum luce. non fa diversamente da loro. o meglio ad ammettere che tale distacco possa avvenire. verborum pompa nihil indigere). Proprio di qui si mosse Giovanni Pico. rifacendosi al Pico. per questo. ma mette Aristotele al servizio del proprio ciceronianismo (Aristotelis libros. insistendo sul rapporto troppo spesso svisato di res e verba (philosophiam rebus constare. ma utilizzando le osservazioni che sulla maniera di scriver la storia avevano fatto Famiano Strada e Agostino Mascardi. e mai pacificato. Epistol.L’Umanesimo italiano re barbaramente subordinato i testi alle proprie esigenze. Ed è insieme un atto d’accusa contro il letterato che degenera in vuoto grammatico. ma nelle accademie dei filosofi e nelle adunanze dei sapienti. 14. e perciò mai adagiato nella formula retorica. La risposta che alla questione darà lo Sforza Pallavicino nel Trattato dello stile. Ma se siamo incondizionatamente col Pico quando ci dipinge il pensatore anxius. non nelle scuole dei grammatici. I. 8 sgg. Perché dalla polemica contro l’ornamento egli è quasi indotto a staccare la parola dalla sua radice. e che. sui figli di Niobe e su simili fatuità. dove non si discute sulla madre di Andromaca. subito sentiamo che la polemica lo porta oltre la premessa. non conviene a lui al134 BARBARO. o Ermolao. p. non là dove si insegna ai bambini. quando non si serve di Cicerone per rendere Aristotele.Eugenio Garin . 96. della dignità della ricerca: «siamo vissuti celebri. quando separa anch’egli sapienza ed eloquenza. decade dalla sua dignità di uomo.. cultu exorno)134 . è che. che dimentica il significato umano della comunicazione.. proprietate. e tali vivremo in futuro. 12. ed accendendo così una discussione che doveva prolungarsi nei medesimi termini fin in pieno ’600. Storia d’Italia Einaudi 129 .

Sono interessanti in proposito. e Mevio di Virgilio. Storia d’Italia Einaudi 130 .Eugenio Garin . le orazioni pronunciate a mezzo il ’500 dal Mureto. poiché una cosa è 135 SFORZA PALLAVICINO. non già la parola nella sua appropriatezza. italiano per cultura. e del filosofo faceva un sognatore. Milano. 586. Ma la retorica. pp. la retorica ormai degenerata. e dal dottissimo Carlo Sigonio. che se Cherilo avesse cantato lo stesso soggetto di Omero. 1590. apriva un fatale divorzio fra mondo delle idee e mondo delle litterae. La sapienza meno eloquente può giovare. La filosofia come filologia era stata un richiamo alla radice spirituale. che è misura a se stessa in una sua astratta formalità. fra le molte. «Tu mi ribatterai – egli osserva – che secondo me dovremmo lodare le statue non dalla forma. Il che significa distinguere dal pensiero. in quanto non esiste una dottrina della pura forma espressiva nella quale indifferentemente si cali la meditazione del filosofo o il canto del poeta. Oscuramente il Pico combatteva la retorica come pseudo-logica e pseudo-poesia. e del letterato un giullare cortigiano. ma dalla materia. Del resto Pico vedeva il più profondo significato morale della questione: «non è uomo raffinato chi non si preoccupa della forma letteraria. Opere. vol. ma chi è privo di filosofia non è uomo.L’Umanesimo italiano terare. della parola. de studiis humanitatis (Lugduni. separata dal mondo degli umani affetti. intima. alla parola non distaccata dalla sua direzione significante. ma un’eloquenza stolta è come la spada nelle mani d’un pazzo: non può non nuocere sommamente». p. e trasformata in puro giuoco formale. o col movimento la pupilla di chi la mira»135 . Ma non vedi l’assurdità del paragone? Anch’io affermo che il valore dipende dalla forma espressiva e non dal soggetto. che dà piacere e potenza. ma l’ornato. del quale è da vedere particolarmente la settima. anch’essi sarebbero stati grandi poeti. o con l’ingrandimento la sembianza di lei. II. 97-115). 1834.

pubblicando nel 1497 un suo profetico Oraculum de novo saeculo. perché era anch’esso un appello morale: richiamo alla serietà e sincerità della filosofia. forse. che doveva introdurre a una pubblica discussione filosofica in Roma nel 1487. che non del discorso inaugurale. della parola «separata». 7. riprendeva tesi e termini del Pico per sottolineare un’eloquenza che non era un ornamento retorico sovrapposto.. condanna del letterato e del grammatico puro. anche quel carmen de pace aveva piuttosto del manifesto e dell’appello. fra lo studio e il commento ai testi della gnosi ebraica e del misticismo cabbalistico. Storia d’Italia Einaudi 131 .Eugenio Garin . solo che è diversa la forma della poesia da quella della filosofia». Il tema più celebre 136 Vedi l’intera orazione nell’ed. ed esaltando l’eloquenza del Socrate ferrarese. ma il prolungarsi scarno ed efficace dell’animo. e la intima profonda concordia di tutte le sincere affermazioni di pensiero136 . Composta in un momento d’esaltazione religiosa. e la stesura di un trattato sull’amore e la bellezza a gara col Ficino. Ed è proprio per questo che è assurdo vestire Aristotele di panni ciceroniani. cit. Il piagnone e ficiniano Giovanni Nesi. (Ma nel frattempo m’è venuta tra mano quella che fu. la redazione originaria del celebre discorso. «Hinc Alcibiadem nuda illa Socratis quam Periclis luculenta oratio magis movit atque afficit». contenuta anonima nel Palat. l’Oratio è dominata da due temi: la centralità dell’uomo nella realtà. a una specie di convegno internazionale di filosofi indetto dal ricchissimo Signore della Mirandola.L’Umanesimo italiano quello che è per la forma. L’uomo Anche l’Oratio. pp. E non a caso il richiamo del filosofo si collegava col potente appello morale del domenicano di San Marco. 102-45.

pietra. L’uomo si fa agendo. che per il Pico ebbe quasi un culto.Eugenio Garin . e leoninamente il leone. che trova l’unica condizione nella propria libera scelta. scriveva: «tu se’ imagine e similitudine dell’eterno Dio. «Riv. più gli piace chi l’ama che chi lo conosce. azione. P. invece.L’Umanesimo italiano è rimasto il primo. non un quid: una causa.. l’uomo è padre a se stesso. E la immagine e somiglianza di Dio è qui: nell’essere causa. Il Manetti aveva parlato di un uomo creatore del mondo dell’arte. di Firenze: cfr. Storia d’Italia Einaudi 132 . ma anche angelo e «figlio di Dio». Più in te riluce la sua effige amando che speculando. e che quindi non può non concludere a una posizione dell’uomo-persona fra persone e di fronte alla Persona. Più lo rappresenti per amore che per dottrina. a costruirsi con le sue mani l’altare di gloria o le catene della condanna. E l’uomo è tutto. 3). La sua costrizione è la costrizione a essere libero. non ha un’essenza che lo condizioni. pianta. di esere veramente un quis. Questo lucido puntare su un’esistenza che contrae e risolve in sé l’essenza. animale.. non ha una natura che lo costringa. 1949. Notizie intorno a G. di storia della filosofia». che non può non sboccare a una superiorità del volere e dell’amore sull’astratto sapere: ecco l’originalità del Pico.. Il Nesi. a scegliere la propria sorte. nell’essere resultato del proprio atto. libertà. la libertà. L’uomo. tanto più perfetta quanto più efficacemente il tuo exemplare rappresenti. Per Pico la condizione umana è di non aver condizione. Come il 885 della Naz. da cui l’orazione ha preso poi il titolo De hominis dignitate. un atto libero. ma perché l’ama da lui è redamato». fasc. Ficino di un orizzonte dei mondi. La tesi pichiana è veramente notevole: ogni realtà esistente ha una sua natura che condiziona la sua attività per cui il cane vivrà caninamente. perché può essere tutto. L’uomo non ha che una condizione: l’assenza di condizioni.

fra natura e spirito. si presentano come corrispondenti. scritti con caratteri diversi. la scienza naturale è uno strumento consimile atto a farci afferrare l’intima essenza delle cose. ma la cui radice è la stessa. amando. si compone nella meditazione pichiana attraverso l’unità del pensiero umano. E come la cabbala non è che una perfezionata filologia per riafferrare il senso genuino della Bibbia. La grande antitesi fra Platone e Aristotele. meglio considerati si implicano e vicendevolmente si chiamano. perché cercare invano con l’intelletto quello che gioiosamente si può raggiungere d’un balzo con l’amore? Perché. cristiano riscatto d’ogni manifestazione del logos. e cioè i vari piani della realtà. la continuità della speculazione. restringere in noi Dio e non. La quale viene da lui puntualmente ritrovata in una specie di storia critica della filosofia impegnata a illustrare la magia dell’unità attraverso la varietà degli atteggiamenti. postulano per Pico la concordia. Nell’Heptaplus i mondi. l’unicità del Maestro. fra Tommaso e Scoto. nell’universa realtà. i quali. Il Pico non esita a far suo l’antico parallelo fra natura e Scrittura. anzi Storia d’Italia Einaudi 133 . Ma l’unità che si svela nel pensiero filosofico non è che un aspetto dell’unità che si rivela nella tradizione religiosa. il secondo tema dell’orazione pichiana fu la pace. in cui sembra proporsi in forma esemplare il cozzo fra «separazione» e unità. fra Avicenna e Averroè. che accentua via via alcuni aspetti o momenti o problemi. fra trascendenza e immanenza. ripeterà in versi Lorenzo de’ Medici. L’unità della verità. «dilatarsi» in lui? 8.L’Umanesimo italiano Pico stesso dichiarerà in una lettera al Manuzio. La pace filosofica Come s’è detto. entrambi libri di Dio. l’identità della luce divina. se paiono escludersi. pitagorica concordia del pensiero.Eugenio Garin .

e cioè creatore. poiché Dio si rivela ugualmente nelle acque e nelle arene del mare. dovunque.Eugenio Garin . di tutte partecipe. la portata della filologia. La pace filosofica corrisponde a una pacificazione mondana. sul terreno pratico: appello a tradurre l’unità del vero e dello spirito che lo pensa in una organizzazione unitaria. come quella naturale. come concentrarsi nella conoscenza umana di tutti gli aspetti e piani della realtà. capace di accogliere l’umanità intera. in una ecclesìa unica. Pico vuole estendere al massimo. Come si vede. dell’uomo nodo del tutto. è inteso. simile a Dio. quella divina e sacra. è notevole osservare come anche la posizione del Pico sboccasse. e quasi prospettive molteplici della realtà. ma perché. come quella di Campanella. Il concetto ficiniano. e noi dobbiamo. e si incontra qui con Campanella che pur polemizzerà con lui. intimamente sacra e divina anch’essa. pastorem Storia d’Italia Einaudi 134 . attraverso l’opera umana. i molteplici aspetti della realtà si connettono e si compenetrano. ma complicate e compenetrate nell’uomo. Dio è poeta. o. dandole il compito. è un puro esistere capace di farsi nodo partecipe di tutte le essenze. in sé distinte. e nelle stelle del cielo. meglio. universale. Ovile tandem omnium unum. nell’opera leggere l’autore. largamente sfruttato dal Ficino.L’Umanesimo italiano intrinsecati l’uno all’altro. E poiché spontaneo è venuto il ravvicinamento a Campanella. e armonizzandoci con lui divenire in qualche modo partecipi dell’opera sua. in quanto sul terreno umano. caeli enarrant gloriam Dei. Ecco la sua profezia come la troviamo nel Nesi: «Mahumethanos ad Christianam fidem vobis adhuc viventibus adsciscendos. di comprendere e leggere tutte le Scritture. alla luce della tesi della libertà dell’atto che si fa tutto. se vuol essere vera filosofia. L’uomo è un Dio terreno non perché empiamente usurpi il trono del vero Dio. umilmente comprenderne lo spirito.

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unum»137 . Siamo nel ’97, nell’epoca del profetismo savonaroliano; ma sappiamo che il giovane principe aveva disegnato, prima che lo rapisse una morte precoce, di tradurre sul piano pratico di predicazione e di riforma il suo sogno di una pace universale. Ed il cristianesimo era per lui l’autentica e compiuta affermazione di quella fede verace, che unica traluce nella coscienza degli uomini ed è impressa con cifra evidente nell’universo intero. Prima di Campanella, in pieno Cinquecento, Francesco Sansovino ci presenta nell’isola Utopia gli adoratori dell’unica «occulta ed eterna divinità» che «mirabilmente» si convertono subito tutti alla fede cristiana, come al necessario complemento della loro posizione138 . 9. La polemica antiastrologica Se, da un lato, l’amore entusiastico del Pico per taluni spunti occultistici e mistici può essere ricondotto nell’ambito di una generica quanto giovanile simpatia verso il misterioso, l’indefinito, il primitivo, in verità, quando si guardi a fondo, cabala e magia ci riportano sul terreno della «filologia» umanistica caricata di tutti i suoi sensi profondi. Il più profondo dei quali era poi un ricercato contatto con la «natura», intesa nel suo ricorrente significato polemico, in opposizione cioè al cristallizzarsi della tradizione. Ciò che al Pico preme veramente,
137 Oraculum de novo saeculo. Ma del Nesi s’è visto lo zibaldone Magliab. VI, 176 e le orazioni nei mss. Magliab. XXXV, 211 e Ricc. 2204. Per altri spunti mi sia concesso rimandare al saggio Desideri di riforma nell’oratoria del Quattrocento, nel I quaderno di a «Belfagor», 1948, pp. 1-11. 138 FRANCESCO SANSOVINO, Del governo et amministratione di diversi regni et republiche così antiche come moderne, Venetia, 1578, c. 197 r e sgg.

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è di ritrovare in ogni piano del reale, in ogni prospettiva, quelle stesse linee direttrici che ha scorto nell’uomo, in modo che i ritmi accolti in termini umani si svelino davvero irraggiati dovunque. Che le cose stiano veramente così dimostra quella sua finale polemica contro l’astrologia giudiziaria, che non solo lo pose contro tutti gli atteggiamenti di più o meno dichiarato occultismo, ma che lo indusse a proporre in formule più chiare il problema del rapporto fra uomo e natura, troppo facilmente confuso e sommerso nella meditazione sull’amore. L’unità del tutto, il nodo e il circolo amoroso delle cose, sembravano travolgere anche l’uomo, anima e corpo, nelle vicende universali, necessarie o capricciose che fossero. Centro, sì, ed orizzonte, l’uomo, ma in quanto passivo ricettacolo, formula abbreviata, microcosmo. Ficino, sfruttando questo tema, si era trovato dinanzi alla quasi inevitabile conseguenza di trasformare il primato umano in una totale subordinazione alle cose. L’uomo, specchio di tutte le cose, si dissolve nelle vicende di tutte le cose; e mentre il suo fegato segue e riproduce il moto di Marte, e ne contrae malanni, il temperamento che discende dagli astri orienta secondo gli astri il carattere, e solo altri astri, o mirabili virtù di animali, di pietre e d’erbe potranno combattere le prime influenze. Microcosmo, certo, l’uomo, e specchio di tutto, ma, perciò stesso, nulla; non più che pietra, ma meno che pietra; non libero, ma necessitato. La celebrazione pichiana dell’uomo è tutta una sottintesa polemica contro il tema del microcosmo, tritum in scholis; per giungere, capovolgendo la tesi dell’universo che si incentra nell’uomo, all’altra, dell’uomo che si prolunga nell’universo. Ma nella polemica antiastrologica v’era di più; v’era, cioè, la precisazione di un regolare e ragionato e ordinato processo di natura, escludente, per il suo stesso ordine intrinseco, qualunque disordinato influsso del me-

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no degno sul più degno, del più opaco sul più chiaro. Nell’emergere delle forme verso Dio, i cieli, come in genere il mondo degli elementi, trovano il loro posto al di qua della coscienza umana. La natura è ordine, è unita molteplice armonicamente regolata; e di questa armonia e di questa unità è espressione la causa, intesa come legame razionale e logicamente traducibile di tutte le cose. Il determinismo implicito nell’astrologia giudiziaria, pretendendo di far dipendere la vita interiore, non solo da modificazioni corporee, ma, attraverso il corpo, da configurazioni celesti, finte a immagine delle divinità pagane, sostituisce alla bella e divina armonia delle cause un complesso di corrispondenze accidentali e fittizie. Il Pico non esclude, né lo potrebbe, il collegamento fisico del tutto, ma nega che gli astri abbiano una posizione determinante diretta e, insieme, privilegiata, quasi che, essi soli, immediatamente, orientino tutte le vicende della nostra vita, e in genere della vita sublunare, caratteri umani, mutare di regni, sorgere e tramontare di fedi religiose (oroscopo delle religioni). Molto acutamente egli trova in tutto questo una reviviscenza, più o meno travisata, dei culti astrali139 . A Marte o a Giove sono attribuiti certi influssi, non perché veramente li dimostri operanti lo studio dei loro raggi, ma perché le divinità corrispondenti nell’Olimpo pagano avevano certe attribuzioni. La virtù non è dell’astro, ma del nome, o meglio del Dio da cui il nome deriva. Il Savonarola, tanto sensibile sul piano morale e religioso, vide bene come la polemica antiastrologica avesse essenzialmente una funzione apologetica, e in questo
139 I testi qui usati del Pico, del Savonarola, del Pontano vedili citati nell’ed. da me curata in due voll. delle Disputationes del Pico, Firenze, 1946-51. E, ivi, p. 16, il facsimile di una carta della redazione originaria del De rebus caelestibus del Pontano dal Vat. lat. 2839.

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senso svolse la sua opera parallelamente al Pico, anche se poi lasciava in ombra l’aspetto filosofico e scientifico della questione. Ché il Pico, nonostante la critica del Pontano, o di professionisti come il Bellanti, o di uno spirito fine come il Pomponazzi, non intendeva affatto indebolire le premesse della scienza della natura. Anzi egli ci si presenta come il difensore di una concezione ordinata, rigorosamente causale del tutto, denunciando nell’astrologia giudiziaria, non solo continui errori scientifici, ma l’abuso dell’analogia, l’inserzione arbitraria di influssi religiosi nel corso degli eventi naturali, e, finalmente, il disordine introdotto dall’applicare al mondo umano della coscienza la causalità fisica, valida fino a determinare l’orizzonte dell’anima, ma incapace di spiegarne i liberi atti. Alle soglie dell’anima la legge di natura sistit pedem et receptui canit140 . 10. Spunti di un’apologetica platonica Come s’è notato, Giovanni Pico esorbita, con le sue indagini, dal piano in cui si era posto il platonismo ficiniano. La stessa sua dimestichezza con la Scolastica, apertamente confessata, arricchiva il suo pensiero dei motivi più vari. In un punto, tuttavia, il gruppo savonaroliano, con cui il Pico si venne legando sempre più, s’incontrava con i ficiniani fino a confondersi con essi: in una profonda esigenza religiosa. Se percorriamo gli scritti filosofici del domenicano di San Marco, non vi troviamo che i motivi tradizionali del tomismo. Ma ai fiorentini egli apparve profeta, in quell’ansia di rinnovamento e di
140 Sulla tragica figura dell’astrologo Lucio Bellanti e sulla sua attività politica cfr. N. MENGOZZI, Un processo politico in Siena sul finire del secolo XV, «Bollettino Senese di Storia patria», 1920.

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riforma, che aveva accompagnato l’umanesimo nascente. E soprattutto quando parve fallire l’azione umana e terrestre, e un desiderio di miracoli, e di mistici annunzi, e di totali palingenesi si diffuse largamente. Lo stesso Pico dette a tutte le sue opere, e alla sua vita medesima, il tono di un appello. L’amico suo, il ficiniano Nesi, vide nel Savonarola un novello Socrate («philosophiam, quae de moribus agit, diutius exulantem revocavit in urbem, civitatique restituit»), che dell’antico aveva la divina ispirazione, il demone guida, e la missione riformatrice. Il secolo nuovo sta per spuntare; il mondo muterà politicamente, ma soprattutto spiritualmente: «Mahumethanos ad Christianam fidem, vobis adhuc viventibus, adsciscendos. Ovile tandem omnium unum, pastorem unum»». Cosi nel ’97. Circa un decennio prima, con frondosità barocca, aveva tratto dalla letteratura ermetica e platonica, messa in circolo dal Ficino, una orazione de charitate culminante nell’invito commosso all’unione mistica con Dio. «Io finalmente l’amante ne l’amato, e l’amato ne l’amante converto. Il primo perché, morendo l’amante in sé, vive ne l’amato. Il secondo perché, ricognoscendosi l’amato ne l’amante, ne l’amante ama se medesimo, dove amando sé ama l’amante già in amato converso»141 .
141 Tono diverso ha il De moribus, ms. Laur. plut. 78, 24, ove la ricerca morale viene esaltata rispetto all’indagine fisica: «quid enim animo male affecto proderit, sive reciprocas elementorum vicissitudines ac nostrorum corporum compaginem intellexerit, sive ad viscera usque terrae descenderit?». Ben altra la funzione di una civile disciplina: «in agris quondam dispersos homines et victu ferino propagantes compulit in una moenia et in communem societatem convocavit. Haec illos primo inter se domiciliis coniunxit, deinde coniugiis quasi vinculis quibusdam devinxit; tum sermonum litterarumque communione formavit. Haec leges sanxit; haec eos ad deorum cultum erexit, ad ius hominum erudivit, ad fortitudinem excitavit, ad

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Firenze. ad meliorem denique vivendi frugem convertit» (fol. 221 sgg. 237-62 (Studies. 1765. anche di quelli magico-astrologici. Saturnia regna. dal 1517 cardinale della Chiesa di Roma. Commento sopra a più sue canzone ecc. mi Marsili. BENIVIENI. vedeva nel trionfo della teologia platonica il ritorno dell’età dell’oro («hec sunt. e nel commento alle sue liriche riduceva in termini di entusiasmo cristiano la prosa giovanile del Pico. p. (Il testo Storia d’Italia Einaudi 140 .. Nel 1488 Ermete Trismegirto era effigiato a mosaico nel Duomo di Siena. un singolare interesse ha il trattatello sulla divisione delle scienze e sulla poesia (Apologeticus de ratione poetica artis) dedicato a Ugolino Verino. P. KRISTELLER. il Bombix. qui ormai si obbedisce all’invito pichiano: evolemus ad Patrem. 1500. poeta filosofo. continentiam modestiamque composuit. hec toties a Sybilla et vatibus etas aurea decantata»). 1938. celebrò come opera di mirabile e nuovo profeta. del L AZZARELLI cfr. L’11 aprile 1484 Giovanni Mercurio da Correggio aveva predicato per le vie di Roma una renovatio ermetica. Egidio da Viterbo. per l’Epistola de admiranda ac portendenti apparitione novi atque divini prophetae ad omne humanum genus cfr. Là. Tuttavia la lettura del testo induce a pensare a influenze oltre che degli scritti ermetici «teologici». 3 v).Eugenio Garin . sarà valido il tema proposto dal Poliziano: Tibi silentium laus! Girolamo Benivieni trasferiva sul piano religioso le sue effusioni d’amore. pp.L’Umanesimo italiano Se nel dialogo de moribus si prolunga ancora un’eco della civile speculazione del primo umanesimo. O. Quanto agli scritti del Savonarola e alla sua posizione. e. Aesii. che Ludovico Lazzarelli. in «Annali Scuola Normale Superiore Pisa». 142 G. nella pax unifica.). e su basi neoplatoniche e cabbalistiche costruiva un’apologetica platonica («propono platonicas questiones contra Peripateticos») destinata a prolungarsi fino nel concilio di Trento attraverso l’opera del cardinal Seripando142 .

Secret. 34-50).L’Umanesimo italiano Se dalla scuola del Valla agli studi ebraici del Pico la filologia umanistica.Eugenio Garin . impegnato a creare in terra una città umana degna dell’uomo. 185-239. Savonarola. «Arch. 1954. pp. preparava una grande offensiva critica. e giustificando le varie religioni annunciava l’ideale della tolleranza. operando sul terreno scritturale. saggio. Torino. 1959. «Pensée humaniste» cit. Di Egidio da Viterbo è venuto occupandosi Eugenio Massa. pp. Particolarmente notevoli Scechina e Libellus de Litteris hebraicis. 37-138. se la «teologia platonica» sboccando nella mistica unione con Dio nel segreto dell’anima costituiva il prologo di tanta parte della più fervida religiosità cinquecentesca. Storia d’Italia Einaudi 141 . a cura di F. pp. di Filosofia». L’anima e l’uomo in Egidio da Viterbo. Brini nel cit. segnava col suo rogo del ’98 il fallimento sul terreno pratico anche di non piccola parte del programma umanistico. specialmente nei saggi Egidio da Viterbo e la metodologia del sapere nel Cinquecento. 1951. 2 volumi. I fondamenti metafisici della «dignitas hominis» e testi inediti di Egidio da Viterbo. dell’Epistola è stato ora ristampato da M.. Roma.

Al centro di queste ricerche troviamo l’amore. ove in discussioni di maniera venne estenuandosi l’opposizione platonica all’aristotelismo accademico143 . nelle quali i letterati potevano far bella mostra di rari virtuosismi stilistici. leggiamo: «dall’amore solo. Francesco Cattani da Diacceto e l’ortodossia ficiniana Se apriamo i Discorsi del conte Annibale Romei. di toni variamente sentimentali. le ricchezze. ora l’elegante ricerca di L. la nobiltà. Perciocché che il cielo si mova.. che in tutti i luoghi. Nella prima lezione «fatta da messer Benedetto Varchi pubblicamente nella virtuosissima accademia fiorentina». vediamo che gli argomenti trattati sono la bellezza. l’amore. s’ebbero. Verona. s’hanno o s’avranno mai. o da tutte le cose. Milano-Napoli. 1957). n’è prima e principale cagione amore. alla presenza di Francesco Patrizi. Lasciate ai professionisti le questioni più impegnative sul piano metafisico.. rimaneva agli uomini colti il vasto campo delle osservazioni morali ed estetiche. la cui importanza come tema filosofico veniva caricandosi poi. L’opera del Romei è lo specchio fedele di quelli che furono gli effettivi temi del comune dissertare cinquecentesco non «scolastico». nelle ricercate prose degli scrittori. il duello. per tutti i tempi. cfr. gentiluomo ferrarese. ed il mo143 ANNIBALE ROMEI. Baldacci. o d’anima o di corpo o di fortuna. Il petrarchismo italiano nel Cinquecento. l’onore. le lettere. «dame e cavaglieri». Discorsi divisi in sette giornate.Eugenio Garin . e non da niuna altra cosa. procedettero procedono e procederanno sempre tutti i beni. Storia d’Italia Einaudi 142 . 1586. (Per i nessi fra «filosofia dell’amore» e petrarchismo. per sette giornate.L’Umanesimo italiano PLATONISMO E FILOSOFIA DELL’AMORE 1. nei quali sono introdotti a dissertar di filosofia.

p. quanto le mancanti di vita. che anche dopo morte «nostro ore loquetur». e dalla quiete della terra come madre. dal movimento del cielo come padre. altrove. tutto quello che siamo. colui che più lo mosse a meditare. I tre libri d’amore. 1566.). pp. Ma è il Diacceto. Lezione una). Magliab. quasi «specchio non solamente della vita civile.. E Ficino è per lui «quasi familiaris. – scriverà – se siamo cosa alcuna. «noi. (Dell’amore. BENEDETTO VARCHI. 287 sgg. daemon». oltre Platone. KRISTELLER. ivi. di cui stese un elogio eloquente. 531 sgg. Come scrive nella prolusione a un 144 BENEDETTO VARCHI. Storia d’Italia Einaudi 143 . vol. p. 260-304 = Studies. Francesco da Diacceto and Florentine Platonism in the Sixteenth Century. prepara l’uomo ai voli della contemplazione145 . come son le piante e gli animali. le sue fonti: Ficino. p. cfr. 816 sgg. Basileae. Trieste. gli scritti vari del ms. nel suo sforzo di accordare Platone ed Aristotele nell’ambito del cristianesimo («utrorumque cum Christiana religione convenientiam in plerisque dogmatibus»). siamo da Marsilio Ficino». 1859.. si fanno solo mediante l’amore. Aristotele. XII. che animali e piante non sono. 1946. II. il «dialogo di Filone Ebreo». il Bembo. con un panegirico d’Amore. Pico. (Vita di Francesco Cattani da Diacceto). in Vinegia. «ultimamente». Città del Vaticano. ossia l’opera in tre libri di Leone Ebreo. p. et con la vita del detto Autore fatta da M. ma eziandio della specolativa». il Diacceto. È il Varchi stesso che. 1563. «Miscellanea Mercati». 496 e sgg. ci dichiara. Opere. e. Anzi non pur tutte le cose che da Dio e dalla natura si fanno.L’Umanesimo italiano versi il cielo fa che la terra stia ferma. maestro di virtù civili. O.. Nel Diacceto si prolungava la tradizione ficiniana ortodossa. come son tutte l’altre cose sotto il cielo. Ma con Ficino egli sente proprio ispiratore il Pico. IV. Opera omnia. tanto le viventi.Eugenio Garin . nascono crescono e si mantengono tutte le cose. 47 (e P. 145 Del Diacceto cfr. ma ancora tutte quelle che parlano e che operano tutti gli uomini»144 .

e però (come dice Dionisio Areopagita) in questo modo Iddio è splendore agli illuminati. fastigio della vita intera. Il quale. insieme. o vuoi angelica. «nostra guida valente è Aristotele che nei libri morali a Nicomaco con squisita ricchezza ci prepara la via onde possiamo raggiungere la somma virtù. per la sete profonda di sufficienza. ai semplici semplicità. principio e causa. per il Diacceto. infatti. «Noi diciamo Dio esser principio.Eugenio Garin . essenzia di quelle cose che sono. per il fine esser da lui donate all’ultima sua perfezione: la quale consiste nella vera unione seco. E se gli è lecito comparare le cose grandi alle piccole il mondo è simile all’uomo». per questo moto perenne attraverso il quale tutto procede da sé e a sé. Poiché le virtù liberatrici e dell’animo ormai purificato. o vuoi eterna. o vuoi razionale. la bellezza nasce nella realtà mondana per l’intrinseco nesso di unità e molteplicità. Questo significò ancora Orfeo quando disse Giove esser principio. di tutta la vita. Questo significarono gli antichi pitagorici quando dissono la Trinità esser misura di tutte le cose. seguiranno dopo». mezzo e fine. In questo circolare convergere del tutto. mezzo e fine. di tutta l’essenzia. fatte sé amiche. o vuoi mortale. Solo che. già in questa vita noi possiamo avvicinarci alla divinità partecipando con piena adesione all’amoroso circolo del tutto. trova subito nel vestibolo le virtù civili. po- Storia d’Italia Einaudi 144 . vita de’ viventi. può esclamare insieme col Profeta: Signore. perfezione ai perfetti. per il mezzo a lui convertirsi. di cui tratta questo libro. «Mirabile bellezza nasce nel corpo mondano dalla unione per la quale cose tanto diverse e sì contrarie come sono nel mondo. e tutto è erotico per il senso di insufficienza e. Imperocché per il principio intendiamo le cose da lui procedere. E però ogni cosa creata. ai deificati divinità. unità a quelli che partecipano dell’uno. entra nel tempio della felicità verace. lo splendore della faccia tua è segnato sopra noi».L’Umanesimo italiano corso sulla Nicomachea. Chi. costituiscono un grande animale.

. così. Come non si concepirebbero in una molteplicità pura.. velarsi e svelarsi del mistero del bene agire («bellezza. così non sussisterebbero nell’assoluta unità. quasi il colore alla superficie. visibile espressione dell’armonia uno-molti. molto platonicamente del resto. vivono al limite. che è insieme mancanza e possesso. e ne sottolinea insieme l’estrinsecità («per modo d’accidente»). che su la prima giunta apparisce all’aspetto.. ugualmente. Bellezza. portinaria alla abitazione secretissima della divina bontà»). ma risplende. il Diacceto stesso ci impone di soffermarci su un motivo particolarmente caro alla discussione del tempo: quello della grazia e della leggiadria. l’anima è vivente «nodo dell’universo». al punto centrale della universale conversione rispecchia in modo eminente la natura ancipite d’amore. «La bellezza è una grazia.Eugenio Garin . Nel ritmo universale che si esteriorizza in bellezza. È sigillo di vita vivente. La grazia Ricondotto il problema dell’amore a quello della bellezza. 2.. bellezza è apparire. fiorire («fiore della bontà»). così l’amore è perenne tensione verso una meta. come luce di Dio. uno splendore della bontà. l’uomo e l’amore sono un nodo vivente di termini. manifestarsi estrinseco dell’universa deificazione. Come l’uomo ha il suo essere nel suo farsi. del movimento di tutte le cose verso Dio.L’Umanesimo italiano sto nel mezzo del tutto. sul carattere visivo della bellezza («obietto visivo»). per modo d’accidente». semi di tutte le cose»). e nella natura. ma ponendosi come confine rendono possibile la vita delle due realtà confinanti. nell’ordine angelico. bellezza è avvio e. Il Diacceto insiste. Interiorità è vita («gran seminario. non è in Dio. Bellezza è. gravido de’ semi. visibilità del bene. A mezzo il Cinquecento Storia d’Italia Einaudi 145 . insieme. obietto della potenza visuale.

che par natura per la sua perfezione stessa147 . senza la qual misura eziandio il bene non è bello. e tutte insieme. intendendo per grazia alcunché di sopraggiunto. che sono ben composte. 1894). E questa misura è «una cotale dolcezza» che si manifesta in tutto il comportamento. «Non si dee. L’arte. (ed. Storia d’Italia Einaudi 146 . e non è altro leggiadria. p. Anche qui grazia e leggiadria sono ricondotte nell’ambito del voluto. che tutto fa. e la bellezza non è piacevole». E quel che il bello e il caro accresce all’opre.Eugenio Garin . 1707. che non appare esser arte. nulla si scopre 146 BALDASSAR CASTIGLIONE. Firenze. insomma. 147 GIOVANNI DELLA CASA. che ora sembra confondersi.. Anche il Della Casa si preoccupa di precisar che sia questa grazia. del sorvegliato. che nel nasconderla»)146 . I. Il Cortegiano. introduce il motivo della sprezzatura («quella esser vera arte. il Castiglione e il Della Casa. ma dee studiare di farle anco leggiadre. ora distinguersi dalla bellezza. contentare l’uomo di fare le cose buone. che è un’arte così perfetta da risolvere in sé ogni artificio. Cian. che risplende dalla convenevolezza delle cose. Galateo ovvero de’ costumi. e quasi di abilmente quanto artificialmente ottenuto. né più in altro si ha da poner studio.L’Umanesimo italiano il dotto Tomitano scriveva «una bellezza senza grazia essere un amo senza l’esca».. e ben divisate l’una coll’altra.. nell’antitesi grazia-affettazione. 26.. aggiungendosi ad essa come una nota che la rende gradevole. Il Castiglione. Firenze. dell’arte. Concetto che ci rinvia a due grandi teorici della grazia. 75. una produzione umana che giunge a sembrare tutt’uno con la divina opera creatrice. che ne discussero appunto sul piano di una perfetta formazione umana. che una cotale quasi luce.

13-14. pp. e quanto a me direi che la Grazia non fusse altro che una certa facilità o agilità che ha il corpo ad ubidir all’anima»148 ... e nell’appello all’artificioso si richiamava il valore dell’arte umana. e. si ribadiva il concetto ficiniano della spiritualità della bellezza. ella non è apparente. è cosa umana ed è il trasfondersi «nel corpo materiale» o dell’intelletto. anco per la cognizione delle cause e delle scienze»149 . Discorsi. per la castità. In tal modo.L’Umanesimo italiano come canterà il Tasso. nei suoi dialoghi. per la gravità. La più tarda trattatistica. «Risplende la grazia per la vivacità dello ingegno. dantescamente. si spande sopra tutte le cose create. vaghezza. di spirituale. che in un suo Discorso della bellezza. anche se oscuramente sentì l’esigenza di tenerle separate.. gentile aspetto». farà appello al moto. tuttavia. sviluppando lo stesso motivo. fior di bellezza e. per la tranquillità degli affetti. 1586. sotto il segno della grazia. Discorsi. e la grazia cercherà in una bellezza in movimento. dunque. afferma che «grazia. Non deve. ossia verace e compiuta bellezza. 148 149 Storia d’Italia Einaudi 147 . credersi che la trattatistica restasse rigidamente fedele alla distinzione fra grazia e bellezza. pp. mette in bocca al Patrizi questa interessante conclusione: «la grazia principalmente si scorge ne’ soavi e leggiadri movimenti del corpo. ALESSANDRO SARDO. che non è che «fior di bellezza». il quale. come il lume del sole». 13-14. perciocché stando il corpo immobile. è il sensibilizzarsi.Eugenio Garin .. Il Castiglione nella celebre chiusa del Cortegiano. Grazia. e manifestarsi nel moto corporeo di un moto spirituale. afferma che la grazia nasce quando tale ROMEI. per l’affabilità. Il Romei. assomigliata la bellezza a «un flusso della bontà divina. di quel che v’è nell’uomo di razionale. Venezia. per la modestia. Con chiarezza anche maggiore si esprime un oscuro scrittore di questioni di morale e d’estetica. Alessandro Sardo.

Ma se costante tendenza di quanti abbiamo esaminato è il considerar la grazia fiore della bellezza. e la bruttezza per lo contrario è Molti»)151 . le cui virtù fanno tra sé armonia. le cui membra tengono proporzione fra loro. sussume la bellezza alla graCASTIGLIONE.L’Umanesimo italiano divino raggio ritrova nel ricettacolo materiale «una certa gioconda concordia di colori distinti. non manca neppure chi. 1560. che nel terzo libro degli Asolani tenta di definire la bellezza attraverso il concetto stesso di grazia: «ella non è altro che una grazia. siccome è bello quel corpo. formula che ritorna poi fermissima nel Della Casa («la bellezza Uno quanto si può il più. e più vaghi: ed è accidente negli uomini non meno dell’animo che del corpo. la quale quanto è più perfetta ne’ suoi suggetti. p. a guisa di raggio di sole che percota in un bel vaso d’oro terso e variato di gemme preziose».Eugenio Garin . in fondo. il Bembo. al contrario. Allora «quel subietto ove riluce adorna ed illumina d’una grazia e splendor mirabile. Strani sviluppi del tema dell’unità nelle Opere di GIULIO CAMMILLO. e tanto più sono di bellezza partecipi l’uno e l’altro. Più confuso. che di proporzione e di convenienza nasce. predisposti secondo proporzioni geometriche («ordinata distanzia e termini di linee»). che io dico. tanto più amabili essere ce gli fa. e d’armonia nelle cose. Perciocché. 150 151 Storia d’Italia Einaudi 148 . ed aiutati dai lumi e dall’ombre e da un’ordinata distanzia e termini di linee». Ove questo insistere sul concetto di armonia e convenienza di parti sembra riecheggiare appunto la formula del Diacceto della bellezza unità di un molteplice. e il motivo formale («flusso della bontà divina»)150 . delle loro parti e della loro convenienza più compiuta e più piena». quanto è in loro quella grazia. Venezia. 409. Il Cortegiano. 2 voll. così è bello quell’animo. ov’è degna di nota questa perfezione fondata sopra l’incontro fra gli elementi materiali.

Storia d’Italia Einaudi 149 . Lettere di XIII uomini illustri. spesso molto fini. come l’Erizzo. 1848. quanto più «trasparente» e spiritualizzato o. 239-80. 281-305). pp. e vedrai che quella che è nella più trasparente renderà più chiaro lume che quell’altra. non ci sa dire. e in nessuna cosa sia dall’una all’altra differenza: ponile in due lanterne. 153 Del FIRENZUOLA cfr. noi troviamo nella vasta produzione intorno alla bellezza della donna. Venezia. i Ragionamenti e i Discorsi (Opere. «Piglia due candele d’ugual bontà. vol. Ove il Firenzuola. anche se destinati a confondersi in una estrema ricerca di sottigliezza. un non so che». Erizzo cfr. Del resto tutta una messe di rilievi. Firenze. Nella quale emerge senza dubbio l’opera del Firenzuola.Eugenio Garin . Quale è la cagione? la disposizione dello instrumento». pp. volendo precisare le condizioni obbiettive della grazia. Anch’egli tenta di sfruttare il motivo del corpo strumento. la quale l’animo dilettando ferisce e col suo conoscimento muove ad amare»)152 . la lettera a pp. tanto più bello quanto più adatto a servire l’anima. come si dice delle cose che noi non sappiamo esprimere. senza dubbio. una più trasparente. I. l’altra meno trasparente. e considerata un astuto ritrovamento di natura per indurre alla riproduzione. Né più ci illumina quando. 627-35 della raccolta del Ruscelli. 81-131. anzi non pure immaginiamo. aveva ragione 152 Di S. Ma quale debba intendersi il rapporto fra la divina luce interiore e l’instrumento. almeno. passiamo a scaltrite discussioni platoniche153 . II. d’ugual grandezza. ci dice che questa nasce «da un’occulta proporzione. 1560. la quale non conosciamo.L’Umanesimo italiano zia definendo. la bellezza stessa una specie («la bellezza non è che una certa grazia. ed è. e da una misura che non è nei nostri libri. che da pagine ove la bellezza femminile è posta esclusivamente in rapporto alla funzione sessuale. preparato allo spirituale.

nella generale atmosfera platonica. il manifestarsi e l’apparire di un intimo valore. 22 (cfr.. e a maggiore aderenza sembra voler giungere insistendo ancora su motivi di pura quantità («metro. Venezia. lat.L’Umanesimo italiano di polemizzare con i «raggi» e «altre quintessenzie». proporzione. e sotto il segno della grazia i nodi vengono al pettine. nel modo e nelle forme. Dialogo della bellezza detto Antos secondo la mente di Platone. Quando un tardo scrittore qual è Niccolò Vito di Gozze. che poi tornerà in infinite variazioni. Storia d’Italia Einaudi 150 . «debita quantità». si era necessariamente portati a isolarne la condizione obbiettiva. sembra affrontare ormai una precisione estrema. in alcune cose sì. p. In verità.. e cioè della risonanza nell’uomo della bellezza. 105 v. di un processo interno di significato morale. dalla platonica preparazione matematica della materia. per la quale esse cose son grate all’anima»154 . In fondo. di parti». 1581. ma non riusciva ad una posizione molto più chiara. o specie». si precisi quella «certa grazia che muove l’anima. come l’affiorare (il «fiorire») ai sensi. c. resta fermo il tema esser la bellezza «un certo atto. il «volto d’Iddio» stampato nelle cose. dissertando d’amore. qui. anche se la sua fonte è dichiarata. «lineamenti convenevoli»)155 . È il bene che si rivela come 154 ANTONIO BRUCIOLI. e in altre no. la linea più precisa. già l’aveva data il Diacceto. 1544. «secondo la mente di Platone». nel suo Dialogo d’Amore detto Antos. Dialogi della naturale philosophia e humana. misura. i suoi scritti teologici negli Urb. Se.. 155 NICCOLO VITO DI GOZZE. a una ricerca più scaltrita non sfugge la domanda più urgente: come.. per usar sempre i termini del Brucioli. Venezia. o. il sensibilizzarsi. Senonché non ci si spostava. ci dice che «la preparazione della bellezza alla grazia consiste in tre cause: cioè nell’ordine. o razzo d’Iddio penetrante in tutte le cose».Eugenio Garin . 499-500). considerando la bellezza in genere come alcunché di spirituale.

perciò che l’una non è dall’altra se non nel nome diversa. la qual. Faenza. del Varchi. pp. e quindi la sua bontà. Bari. 156 Sugli occhi e il vedere cfr. pp. «costoro non s’accorgono. I. avendo il simulacro manifesto. e insieme espressione esemplare. ecco la condizione oggettiva per la traduzione sensibile. 74-78.Eugenio Garin . diafani e spirituali. ha avuto questa sorte. 1525: «per il vedere riconosce (la mente) la vera bellezza della nostra anima. in luogo di ostacolo. non di quella grossa carnalità composti»156 . FIRENZUOLA. la bruttura dell’animo non può non tradursi fedelissimamente nel volto. La partecipazione intima dell’essere al divino. 1913). trasparenza di un’intima luce. Ma è ancora da vedere. il discorso Della bellezza e della grazia (Opere. II. in bellezza. di poter esser veduta.. Di Natura d’Amore. 158 FEDERIGO LUIGINI. Venezia. E su altro piano troviamo Federigo Luigini che dedica tutto un libro del suo trattato Della bella donna a «quanto spetta alla parte di dentro». perché. Storia d’Italia Einaudi 151 . vengono similmente la filosofia a disprezzare. assalendo la cultura ufficiale ostile all’arte. Il libro della bella donna (in Trattati del ’500 sulla donna. MARIO EQUICOLA. come con tanta finezza scriveva il Firenzuola. «per essere gli occhi corpi lucidi.. si fa adeguato mezzo o istrumento..». Opuscoli volgari editi e inediti. quando il limite corporeo.L’Umanesimo italiano bellezza. 157 GIULIO CASTELLANI. visibile. filosofo molto noto.. ove la bellezza è «un certo buon segno manifestante la sanità dell’animo e la chiarezza della coscienza»158 . insegnandoci questa e quella il vivere virtuoso e onesto»157 . 1847. Delle bellezze delle donne. che l’arte poetica riprendendo. 733-35) «nel quale si disputa se la grazia può stare senza bellezza». adatta particolarmente all’occhio (bellezza come visibilità). Come in una lettera del 1557 scriveva Giulio Castellani.

in leggi fisiche. al finire del secolo. nel suo manifestarsi. ermetica.Eugenio Garin . traducendosi in ritmi vocali. II. biografo del Ficino. Alessandro de’ Pazzi traduttore della Poetica aristotelica. Giovanni Corsi. Ecco Francesco de’ Vieri. metafisici e morali. Governato da leggi numeriche. come scriverà con accenti ispirati il minorita Francesco Giorgio (Zorzi) Veneto.L’Umanesimo italiano 3. Donato Giannotti il politico. appunto. che è vivente immagine di Dio. seguace della Riforma. delle Bellezze e d’Amore159 . alle quali attingerà poi non peregrina ispirazione il Verino secondo ancora impegnato. Ma il numero può presentarsi diversamente. a discuter di politica. prolisso compilatore di dialoghi fisici. La sua vasta quanto curiosa opera De harmonia mundi totius cantica tria. Anzi. una visione estetica della realtà. qui bene scit numerare»). appunto. fu anche Niccolò Machiavelli. bellezza. o il Verino primo. La metafisica d’amore Alla scuola del Diacceto si formarono i gruppi disputanti agli Orti Oricellari fra cui. p. uscita in Venezia nel 1525. il tutto. le discussioni fiorentine. traduttore della Politica. è. schietta. in «ragionamenti» e «discorsi» delle Idee. la quale. Ma. 818. Storia d’Italia Einaudi 152 . Antonio Brucioli. vuol presentare l’architettura dell’universo come musica. che nell’insegnamento pisano nutrirà di dottrina matematica e di sapere filologico le esposizioni di Platone e d’Aristotele. in tutta questa tradizione accademica. platonica e cabalistica. musica. traspare. Ed ecco Palla e Giovanni Rucellai. in ordinate azioni morali («alius 159 L’elenco degli scolari del Diacceto in VARCHI. Opere. cui terrà dietro il Lapini da San Giovanni. può essere interpretato solo attraverso il numero («ille omnia rite novit. continuatore ufficiale della tradizione ficiniana. ove senza originalità pretese ritrarre.

un trattato De caeli harmonia. purtroppo perduto. a stendere. ma pubblicati solo nel ’35.. Storia d’Italia Einaudi 153 .. e se tu conoscessi il numero degli orbi celesti. Intern.. Romae. vedresti 160 ALESSANDRO FARRA. la correspondenzia e la concordanzia de li moti dei corpi celesti. imitando e compilando il Pico. per li quali son necessari li diversi moti. anche Leone Ebreo scioglie un inno all’armonia universale. Ma la sua visione dell’universo sotto il segno della bellezza e dell’amore ci è conservata nei Dialoghi d’amore. In pratica la sua trattazione si riduce a una serie di combinazioni numeriche care a quel pitagorismo cabalistico che. 1951. «scholastico stilo». Sul valore del Giorgio v. la musicale bellezza del ‘cosmo’ («pulchrum mundum totum»). iniziato dal Pico. non però manca fra loro il perfetto e reciproco amore. oltre le compilazioni di un Alessandro Farra.. Nel dialogo secondo. Le «preghiere del divino Mirandolano» avevano indotto anche Jehudah Abarbanel. fin in pieno Seicento. 1564 (nel primo si discorre «dei miracoli d’amore». Schol. che l’universo intero sia scritto in lettere matematiche160 .»).. ora un acuto rilievo del Nardi. «Se ben fra li celesti manca la reciproca e mutua generazione. Pavia.. appunto. alimento sotterraneo della stessa fiducia. Leone Ebreo. 1929.». la perfetta misura. l’armonica proporzionalità. nel terzo de «l’ufcio del Capitano»).Eugenio Garin . alius in anima et ratione. pp.. composti nei primi anni del ’500.L’Umanesimo italiano in voce. 625-26. Tre discorsi. Bari.. alius in rerum proportione. Il compito che il Giorgio si propone è di ridurre ogni aspetto in termini musicali («musicis continuo rationibus»). «Acta Congr. 161 Dell’opera di Leone Ebreo si è usata l’edizione di S. così forte nella grande scienza secentesca. senza alcun dubbio il capolavoro di questa letteratura161 .. nel secondo della divinità dell’uomo. Caramella. con una patina di fascinoso mistero si può ritrovare. facendo risaltare. Se tu contemplassi..

come li metalli. Storia d’Italia Einaudi 154 . una simpatia e amicizia del cosmo. che tu resteresti stupefatto dell’advenimento e de l’ordenatore».. Un Dio che è fonte inesauribile d’amore. qui. mentre cielo e terra. rivestono di figurazioni mitologiche questa poetica filosofia della natura. Leone Ebreo va rintracciando un pulsare eterno di vita in tutte le cose. è l’opera d’arte di Dio. ciascuno verso il suo porto. e specie di pietre». fatti esseri vivi.Eugenio Garin . se sia l’uomo a confondersi nel tutto... l’intelligenzia si felicita più nel muovere l’orbe celeste. solamente vincolo umano.. «Il fine del tutto è l’unita perfezione di tutto l’universo. intanto. essa è qualcosa di più del campanelliano tempio vivente del Dio. e s’adorna e sostiene il mondo. Le favole astrologiche. in cui Dio stesso vive. E la terra o materia ha amore al cielo come a dilettissimo marito. infatti. La natura assume volto.L’Umanesimo italiano una sì mirabil corrispondenzia e concordia. senza distinzione. che è il proprio atto». non aristotelica chiusura in sé. animatore ed artefice. e benefattore. Ed anche gli esseri elementari «insensibili. e si muovono nel grande mare dell’essere. «come a proprio luogo conosciuto e desiato». è legame universale che avvince e vivifica tutto l’universo. che ne la intrinseca intelligenzia sua essenziale. o il tutto a umanizzarsi.. «Con questo reciproco amore s’unisce l’universo corporeo. «hanno conoscimento naturale del suo fine e inclinazione naturale a quello». ma traboccante effusione di vita.. E fra uomo e natura v’è così perfetta compenetrazione che non sai dire. Essendo dunque questa legge osservata ne l’universo. la quale a sua volta serve a spiegare le riposte significazioni dei miti classici alla cui radice nient’altro si contiene se non una visione del giuoco mutevole delle forze naturali. L’amore. che egli trasfigura immaginosamente. o amante. e le cose generate amano il cielo come patre pio ed ottimo curatore». non è. si van disposando a soddisfazione del loro perfetto amore.

contemplando con sommo desiderio la bellezza divina. chi... che dilettando l’animo col suo conoscimento. di confondersi con l’amato amatore nel fattivo processo universale. non è desiderio che cerca l’appagamento. come fanno gli altri amanti con le persone amate. «bellezza è grazia. il muove ad amare». ma di donarsi. «L’altro amore è quello che di esso è generato il desiderio. è anche supremo amatore. vi sono due sorta d’amore. chi vive una «ragione ordenaria» è come un albero frondoso. vive d’amore si fa collaboratore del flusso fecondo che anima l’universo «da la prima causa che ogni cosa produce fino Storia d’Italia Einaudi 155 .. ma rapimento estatico e «bacio» divino e morte umana per rinascere in Dio. perfetto e vero amore. bellezza è affiorare (fiorire) di bontà. Solo che il suo amore. invece. ma desidera l’unione delle creature con sua divinità. Poiché. Secondo la tesi dei ficiniani. esaurito in sé. E nell’universale circolo amoroso Dio non è solo l’amato. ma di una «ragione estraordinaria» che non comanda più all’uomo di conservar se stesso. Colui cui tutto tende. e nasce da mancanza. Egli che «con amore produce e governa il mondo e collegalo in una unione». ed è cieco e incomposto. e si traduce in violenza e brama smodata di possesso. osserva Leone Ebreo.. e immaculata l’operazione di esso creatore relata alle sue creature». di offrirsi tutto all’amato. ma è dono di se. acciò pur la loro perfezione con tale unione sia sempre perfetta. abbandonano il corpo».Eugenio Garin . che. è espressione di un intimo processo capace di suscitare un moto analogo nel contemplante che si apra a patirne l’effetto. quello che è figlio del desiderio. «Tale è stata la morte dei nostri beati. Se l’essenza del mondo è amore. è padre del desiderio e figlio della ragione». convertendo tutta l’anima in quella. «Dio non desidera sua unione con le creature. Come splendidamente dice Leone Ebreo. ma sterile. e suo aspetto è bellezza..L’Umanesimo italiano Somma sapienza non è un sillogizzare sottile.

. e altre sessantanove consimili questioni. l’ultimo dell’anno 1588. alla fine. né minacce di padre. come lui vissuto a contatto con la cultura platonica fiorentina. Ma accanto a questi più elevati misteri d’amore troviamo tutto un fiorire di discorsi accademici e. consentendo con l’infinito amore di Dio. l’accademia ferrarese indiceva con programmi a stampa una disputa sull’amore di Dio per le creature. e usciti in Venezia nel 1505. A questo sterile ed astratto accademismo si era arrivati lentamente.L’Umanesimo italiano all’ultima cosa creata». né lusinghe o guiderdoni. «siccome Storia d’Italia Einaudi 156 .»). come si distribuisca. se Dio ami più l’angelo o l’uomo. né arte o fatica o ingegno o ammaestramento alcuno può fare. E v’influirono molteplici spunti. 4. un suo libro oggi perduto. Ancora negli Asolani del Bembo. fallo Amore. attingendo a quelle fonti a cui si era abbeverato nel suo commento al Cantico dei Cantici anche il suo correligionario Jochanan Alemanno. Amore. Amore è presentato con efficacia come il propulsore e lo stimolo di ogni umano progresso e di ogni civile società ( «quello. come le chiama il Castiglione. quale sia. come possa insieme amare e odiare. come il Calandra. per una serie di sviluppi che sarebbe troppo lungo seguire nei particolari. magari. un innocente o un penitente. ovvero amando dissimular non amare». di «dubbi» in cui eran maestri i trattatisti come l’Equicola. andava esaminando «qual sia maggior difficultà fingere amore.. che né battitura di maestro.Eugenio Garin . una vergine o una cortigiana. Questo al principio del secolo. La moda delle discussioni d’amore Leone Ebreo alimentava la filosofia d’amore della più alta ispirazione religiosa. e vari interessi letterari. che nell’Aura. di «belle questioni» di società. composti fra la fine del ’400 e il principio del ’500.

rivolgendo le menti dei mortali al suo principio. dello Speroni. alla fine del Cortegiano: «tu dolcissimo vinculo del mondo. di canti. e così via. ma è raccolta inadeguata a dare un’idea del banalizzarsi di questa produzione. sulla nobiltà. non solo per quel che riguarda lettere e scritti minori. E il Castiglione. somministrava ancora una volta gli sfruttatissimi spunti ficiniani162 . dopo avere nel Raverta (1544) divagato su Dio bello bellificante. tutto vivifica. del Gottifredi. Storia d’Italia Einaudi 157 .L’Umanesimo italiano il sole». insegna tacere. insegna cortesia». con benigno temperamento inclini le virtù superne al governo delle cose inferiori. uscito in Lucca nel 1567. ZONTA (Bari. e. ingentilisce. d’odori. incline a curiose sintesi peripatetico-platoniche. Scuola Normale Superiore». ride il cielo. di lumi. ride l’aria. sull’onore. LORENZETTI. con quello le congiungi». del Doni. del Franco. 162 Una raccolta di Trattati d’amore del Cinquecento curò G. Giuseppe Betussi. o del Nifo e del Patrizi. chiese ispirazione al Trattato dell’amore di Flaminio Nobili. ne La Leonora dissertava ancora della bellezza come esteriorizzazione dell’intima armonia. ma senza uscire dal chiuso delle questioni tradizionali. di dolcezze. De pulchro e De amore. come quando il Tasso.Eugenio Garin . «insegna parlare. Un buon elenco in P. di tiepidezze. e aver mostrata l’identità fra la Trinità divina e la bellezza. ride il mare. ogni cosa è piena»). 1912). per consiglio di Antonio Montecatini. Tullia d’Aragona discuteva della infinità d’amore (1547). ma anche per la maggior trattatistica (è omesso il Nifo. essendo il Padre fonte del bello. 165-75 («Annali della R. e lo Spirito il bello bellificato. Forza universale. Pisa. anima e addolcisce l’universo («ride la terra. 1920. ove quel fecondo ripetitore dei motivi più banali della produzione moralistica del tempo. del Sansovino. XXVIII). per non dire dell’Equicola. pp. La bellezza e l’amore nei trattati del ’500. ma vi sono lacune. il Figlio di bellezza. I poeti collaboravano con i filosofi. mezzo tra le cose celesti e le terrene. del Varchi. ogni parte. Lugduni.

Del Trattato dell’amor humano del Nobili è da vedere l’ed. per l’addentellato evidente con le discussioni estetiche dell’età del Barocco. Ethico.Eugenio Garin . è naturale communemente a tutti. Piromante. 1933). Astrologo. che riproduce anche le postille del Tasso. Pittore. Grammatico... il trattato di Guido Casoni. Una figura del secentismo veneto. Lanifico. 1591 (cfr.. Politico.. Dialetico. Historiografo. meo iudicio fertilissime de amore scripsit. Uomo di non grande intelletto. fa gran lodi dell’Equicola: «amicissimus noster. Poeta. Mago naturale. Onde da questo esser così naturale e così commune il dimostrar per segni. Architetto. Capitano. Economico. Fisico. Un più lungo discorso. E. è individuata. più adeguato della parola all’intenzione. le ricerche intorno «ai motti e disegni d’amore. Fisionomo. Chiromante. Iurisconsulto. Fabro.L’Umanesimo italiano Più interessanti. che comunemente chiamano imprese». Della Magia d’Amore. Pasolini. p. Augure. collegò subito il problema delle imprese con quello del linguaggio in genere. Nocchiero. Hidromante. infatti. 1895... Girolamo Ruscelli affrontava il problema stesso del loro valore e significato espressivo. Geometra. Guido Casoni.. Salitore e Genetliaco. Aeremante.»).. La parola. Rettore. 91. invece. 1549. Scultore. invece. Auruspice. Agricoltore. ma di larga cultura e di larghissimi interessi. Cacciatore. Geomante. ZANETTE. Al qual proposito mentre il Giovio o il Domenichi si andavan «trastullando» nella descrizione delle invenzioni con cui si adornano i cavalieri «per significare parte de’ lor generosi pensieri».. Ariolo. meriterebbe. che.. Aritmetico. presentando il segno visivo come universale modo di comunicare. Venezia. il Ruscelli. Medico. per i suoi vasti temi.. Vitreario. cui tanto irrise il Tasso nel suo Minturno. Musico. Storia d’Italia Einaudi 158 . Negromante. Roma. e quindi mutevole. Nella quale si dimostra come Amore sia Metafisico. Bologna.. «là ove col rappresentare e dimostrar la forma delle cose. e poi per le analoghe osservazioni del Vico.

nel pubblicare il suo vasto commento alla Politica. dichiarava impossibile intender Aristotele senza Platone164 . traduttore del Fedro e poi chiosatore dell’etica d’Aristotele. 164 CHRYSOSTOMI JAVELLI CANAPICII. o nella cognizione della verità. PAOLO GIOVIO. 1559. anzi il congiunge a Dio medesimo. La conciliazione fra Platone e Aristotele Questa ondata di ispirazione platonica che traversa tutto il ’500. Lugduni. FELICE FIGLIUCCI. Cfr. Non diversa era stata la via dell’averroizzante Nifo. il fa collega degl’intelletti divini». e.. 54 sgg. Ragionamento nel quale si parla d’imprese d’armi. p. 1580.Eugenio Garin . o del ficiniano e platonico Felice Figliucci.. amico del Patrizi. Con un discorso di GIROLAMO RUSCELLI intorno allo stesso soggetto. pervadendo il dominio delle lettere e seducendo i poeti non meno dei filosofi. 1559. professore in Francia. come dicono i Platonici. esclama. e d’amore. che «il loro fine è altissimo. nel dialogo del Tasso a lui intitolato. il peripatetico napoletano. Non a caso Simon Porzio.. o del tomista Crisostomo Javelli. Milano. a proposito delle scienze teoretiche pure. Della Storia d’Italia Einaudi 159 . era ben lungi da ogni intolleranza antiaristotelica. 5. Milano. L’Aristotele della Nicomachea. LUDOVICO DOMENICHI. che poneva la «morale» platonica mediam inter peripateticam et Christianam. 269 sgg.L’Umanesimo italiano è da credere che la lingua nostra s’abbia fatto il verbo insegnare»163 .. che comunemente chiamano imprese. si accordava perfettamente con la contemplazione platonica. sopra i motti. e disegni d’arme. Opera. che celebrava ultima perfezione dell’uomo il puro contemplare. II. 163 Ragionamento di Mons. la qual conosciuta acqueta l’intelletto nella sua propria felicità. e collocato nella contemplazione. et d’amore. E il peripatetico Antonio Montecatini.

. 1590. vista come punto d’appoggio per sollevarsi ai cieli platonici. Venetiis. «dispute sull’anima» e a «platoniche contemplazioni». Venetiis. 1574). 1552.. veramente caratteristico è il caso di Francesco Piccolomini. 1858. fra il 1575 e il 1590. nelle Academicae contemplationes (in quibus Plato explicatur et peripatetici refelluntur).. hoc est in civiles libros Aristotelis progymnasmata. 1575. e la cui «grandissima copia» celebra anche il Tasso. e non è questo l’unico esempio. Il peripatetismo. (Cfr. Venezia. egli si mostra incline a una certa ortodossia aristotelica. Fedone e Timeo) e i vasti commenti (soprattutto al Fedone) dell’Erizzo (Venezia. Il Fedro.. Eutifrone. F. 1544. Ferrariae.Eugenio Garin . ovvero il Dialogo del bello di Platone tradotto in lingua toscana per F. spiegherà che ogni conciliazione è impossibile proprio poiché Aristotele non è che l’avvio per giungere alle serene ed eccelse dimore platoniche165 . 1583. vera enciclopedia d’ogni saper filosofico.. Roma. lib. e concedeva ad Aristotele la terra. 1587-94). 165 PETRI DUODI.L’Umanesimo italiano Ma. nella cui visione astratta dal mondo si realizza pur anche l’ideale della Nicoma- filosofia morale libri dieci sopra i dieci libri dell’etica d’Aristotele. de anima disput. che. Roma. veniva quasi capovolgendo il cammino della storia. ANTONII MONTECATINI In Politica. Ora. furon pubblicate in Venezia e a Basilea. Nella letteratura platonica del ’500 sono molto notevoli le versioni in volgare (Apologia. 1600: Compendio di scienza civile. tutte animate di furori platonici. in quell’«oceano d’ogni scienza [che] sono i suoi scritti». X. fino a criticare una volta anche il tentativo pichiano di conciliazione. Critone. Peripat.. F. VII. per lasciar da parte l’interminabile schiera dei minori interpreti. STEPHANI THEUPOLI Academicarum contemplationum lib. e dovute in realtà allo stesso Piccolomini. Basileae. lungamente professore in Padova. Venetiis. Universa philosophia de moribus. Storia d’Italia Einaudi 160 . PICCOLOMINI. Ma sotto il nome di Pietro Duodo e sotto quello di Stefano Tiepolo. Libri ad scientiam naturae attinentes.

pronto a trasformarsi in charitas: ecco gli elementi che appaiono allo Steuco l’unica via di salvezza per una 166 Vere conclusioni di Platone conformi alla Dottrina christiana et a quella d’Aristoteles. impegnata a ridare fiducia all’uomo. 167 AUGUSTINI STEUCHI Eugubini de perenni philosophia libri X. Invece il più ortodosso platonismo. della scienza e della religione. Raccolte da Messer FRANCESCO DE’ VIERI detto il Verino secondo. di Ippocrate con Platone166 . Firenze. Del Verino cfr. 1540. per grazia di Dio. di Aristotele con Platone. la miseria e il nulla dell’uomo. l’incomprensibile irraggiungibilità di Dio. mentre la proclamata impotenza dell’uomo al cospetto divino sembra confermarsi nella sconfortante visione di un’umanità che è nulla nell’azione e nel pensiero. filosofia e fede. con diversa sfumatura. tutto l’eros. attraverso il quale è possibile l’offerta di noi a Dio. La soluzione platonica. e col Verino secondo elaborava le «vere conclusioni di Platone conformi alla dottrina cristiana e a quella di Aristotele».Eugenio Garin .L’Umanesimo italiano chea. 1589. Umana stoltezza e divina follia. Storia d’Italia Einaudi 161 . Lo scritto del Verino usciva in Firenze nel 1589. e può esser qualcosa solo in una fiamma di fede. impiantandole sul triplice accordo di Platone con la fede. andava ricercando l’accordo segreto della filosofia. Firenze. sono inconciliabili: insanabile resta il distacco fra cielo e terra. tornava ai motivi essenziali del platonismo ficiniano167 . vivacemente polemizzando contro la Riforma luterana e calvinista. Lugduni. Lutero e Calvino avevano accentuato fortemente il distacco fra umano e divino. anche Ragionamento de l’eccellenze et de’ più meravigliosi artificii della magnanima professione della Filosofia. 1589. mostrandogli la sua similitudine con Dio e additandogli nell’amore il dono di Dio a noi. ma già nella prima metà del secolo il tema del platonismo filosofia perenne aveva trovato la più aperta affermazione nei dieci libri de perenni philosophia di Agostino Steuco da Gubbio che.

quasi ratione se ipsam excitante. Quocirca cum sint haec.. si viene intrecciando con quello di un progressivo discoprimento del vero. Ecco così l’idea di una luce perenne. di un compiuto sapere primitivo. quem suorum maiorum theologiam admirantem saepe reperies. O beata palam tempora quibus veritas haec. rationis..Eugenio Garin . haec theologia manifestissima de caelo refulsit.. ut dixi. Storia d’Italia Einaudi 162 . poi resa quasi opaca dal peccato. mutuoque copulantur.. Adamo 168 De perenni philosophia. solo che si possa più profondamente stabilire il legame fra tradizione sacerdotale e tradizione filosofica. 561-62: «cuncti naturali consensu atque. vivente nelle anime degli uomini.... ... Ancora pp. ut pene miraculum sit.. eos ratione vidisse quod post nuntius caelestis revelavit. ed accolta con consapevolezza sempre più profonda. Nam neque Aristotelem. e quindi tramandata con sempre maggior precisione..L’Umanesimo italiano nuova apologetica. perennis haec fuit usque ab exordio generis humani philosophia. possumus ab istorum consortio. non video quid philosophiam a theologia disiungat. et saeculorum intervallis disiunctae redeunt. .universaque philosophia. sed ipsorum quoque philosophorum testimonio probata. si iudices aequi voluerimus esse. fra amor di Dio e ragione illuminata168 . ad amplexum..id tandem cuncti concordes.. 77-78: «Coniungunt igitur dexteram seseque exosculantur vetus et nova theologia. ma v’è l’esigenza di una continuità fondata sull’unità originaria dell’umano pensare e del suo oggetto.. non nostra solum praedicatione et professione manifesta..Plato et Aristoteles multique alii Philosophorum adeo Clare hunc finem viderunt. instinctu. ipsis philosophis auctoribus. finalmente confermato nel secondo Adamo. Il concetto già largamente elaborato da Ruggero Bacone. .». quam philosophi videbant et non videbant. tutta chiara e svelata nel primo Adamo.. Quamquam... seiungere». et per manus philosophorum ducitur in sacrarium domiciliumque suum Veritas. Nello Steuco è certo assente ogni concetto di progresso. mentre il mutevole rapporto delle tenebre dell’ignoranza e della luce del sapere vien fatto corrispondere al ritmo morale e religioso di peccato e redenzione. pp.

era fatto.. Assyrios. chiaro: l’originaria rivelazione fu la consapevolezza immediata del nascimento universale. Aegyptios. Babylonios.L’Umanesimo italiano ebbe tutto il sapere. Questa idea dell’accordo o sinfonia dei filosofi. doveva non Storia d’Italia Einaudi 163 .Eugenio Garin . Phoenices. Lo Steuco è. «Tutti gli uomini per naturale consenso (naturali consensu. e lo sentì mentre egli stesso. in proposito. quasi incentrata nella sintesi Platone-Aristotele. et scyrpis et latebris absconsa. anche se nell’oscuramento delle coscienze quella scienza divenne fabulosa. E. Il peccato si traduce in un tangibile allontanamento. Ma una raffinata esegesi della produzione poetica dell’umanità ci svela. che par quasi un miracolo che abbiano raggiunto con la ragione quello che più tardi rivelò il celeste messaggero». dico Chaldaeos.. onde il primo sapere fu presente coscienza dell’assoluto fare («dum nascerentur. per impulso (instinctu) di quella ragione che li separa dai bruti. Armenios. espressione di una essenziale unità di credenze («idem semper omnes gentes credidisse quod nunc credunt retinentque omnes»). si sono sempre accordati nell’ammettere che non c’è nulla di superiore alla religione. Il tomismo aveva insistito sull’unità del vero.. egli che assisté alla creazione e vide Dio fare.. un linguaggio essenziale uniforme del genere umano. viceversa. Aristotele ed altri hanno visto così chiaramente questo fine. natura duce ac magistra rapidoque veritatis aestu). Torniamo così al tema ficiniano della teologia primitiva implicita nella poesia. non un faticoso congetturare. per lo Steuco l’unità del vero si documenta e si manifesta nell’unità della filosofia perenne. Platone. quasi per impulso della stessa ragione. La dispersione fu dispersione materiale – nelle varie regioni del mondo – e spirituale – nella molteplicità delle lingue.. ha decretato che il vero bene è quello promesso da questa fede. l’uomo. a Deo se creari cernerent»). per dirla vichianamente. la verità più a lungo dimorò fra coloro che meno si staccarono dalla culla dell’umanità. tutta la filosofia.

Lo scetticismo di Gian Francesco Pico La crisi finale del tentativo di conciliazione dei filosofi aveva intuito. methodi tres. in universam Platonis et Aristotetis praeludia. che doveva occuparsi poi di questioni letterarie. e rinnegare in parte gli entusiasmi giovanili. in quibus omnes Platonis et Aristotetis multae vero aliorum Graecorum. o di Paolo Beni. Ormai l’antico problema dell’accordo dei filosofi si perdeva in compilazioni storiche e in repertori eruditi. 1577. quaestionibus quinque millibus centum et nonaginta septem distinctae. o. fin dal principio del ’500. o del ferrarese Tomaso Gianini. quae omnia publice disputanda Bononiae proposuit. Platonem vero extra ordinem profitentis. Anno salutis. rumorose quanto inconcludenti come le cinquemilacentonovantasette tesi di Jacopo Mazzoni da Cesena. il nipote di Giovanni Pico della 169 JACOBI MANZONII Cesenatis De triplici hominis vita. dopo avere alimentato le conversazioni cortigiane. JACOBI MAZONII Cesenatis In almo gymnasio pisano Aristotelem ordinarie. 6. Arabum et Latinorum in universo scientiarum orbe discordiae componuntur. 1597. con cui fu in cordiali rapporti.L’Umanesimo italiano diversamente da altri temi. a discuter della priorità del Tasso su Omero. nel migliore dei casi. pubblicate nel 1577 a Bologna169 . si estenuava in una vaga atmosfera di letteraria evasione dal mondo. ci porta ormai ai tempi di Galileo. mentre il platonismo. Il Mazzoni. impegnato insieme a commentar la Poetica. activa nempe contemplativa et religiosa. prolungarsi in pedisseque manifestazioni accademiche. sive de comparatione Platonis et Aristotelis. una non volgare figura di pensatore. diveniva argomento di dotte dissertazioni.Eugenio Garin . e a chiosare il Timeo. Storia d’Italia Einaudi 164 . Né più vale il platonismo dei siciliani Pietro Calanna e Giovanni Antonio Viperano. Venetiis.

Press. il cui intelletto vanamente si dibatte nelle tenebre insidiose del discorso. F.Eugenio Garin . e molto si inganna nel ragionamento e nei processi discorsivi. with an intr. della ed. verificandosi il quale l’uomo può giungere a cogliere il futuro. 323-340. Ed è l’incontro e l’accordo mirabile e perfetto della fantasia e dell’intelletto. anche On the Imagination by G. 1954. il savonaroliano Gian Francesco. Tragica personartà che si muove fra il rogo del profeta fiorentino e le lotte familiari in cui perse la vita. GIORGIO SANTANGELO. negromanti. 1573. I. degli scritti dello zio. Ora. e scrive contro maghi. L’umana conoscenza è intuizione. the Latin text. Caplan. passa dalla potenza all’atto. «poiché il nostro intendimento. allo scetticismo di Sesto Empirico chiede argomenti per distruggere la filosofia a vantaggio della religione. e non ha continuità alcuna. egli fermamente crede nella conoscenza profetica. o legata al senso. di Basilea. 1950 pp. e dalle ignote differenze delle cose». Cfr. o nelle forme sublimi della profezia quando l’intelligibile si congiunge in una miracolosa corrispon170 Le opere di Gian Francesco Pico sono in gran parte raccolte nel II vol. and notes by H. Firenze. Pico of M.L’Umanesimo italiano Mirandola. geomanti. F. 1930. Il Santangelo ha anche ripubblicato i testi. chiromanti e così via. «Rinascimento».. Pico intorno al principio d’imitazione. Cornell Univ. La polemica fra P. ma ora viene e ora va (vicissimque pro accessu et recessu). luce divina che lampeggia nell’anima umana. ed è impedito e quasi trattenuto dagli accidenti che velano le sostanze. proprio in queste affermazioni del De rerum praenotione è implicita quella critica del sapere filosofico che costituisce l’ossatura della meditazione di Gian Francesco170 . La luce che brilla nelle tenebre scaturisce d’improvviso come un dono gratuito. Bembo e G. che è l’ultima delle intelligenze. astrologi. and an English transl. A proposito della polemica intorno all’imitazione cfr. Storia d’Italia Einaudi 165 . Se con lo zio combatte i falsi profeti.

grammatica. Ma questo è dono. Quell’antichità classica. a Montaigne. Solo la religione. come pur si è fatto. la ragione non basta a se stessa. matematica. è errore e colpa. sull’insufficienza radicale dell’umana ricerca. sfumerebbe il significato più vero del cristianesimo. retorica. L’uomo in sé è nulla. vantata dai più come un paradigma di perfezione. è un divino concedersi. E su questa crisi della ragione. Se la filosofia potesse assolvere il compito assegnatole esaurirebbe gran parte della religione. di quel regnum hominis. si leva. Ma l’Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis disciplinae Christianae non è solo una critica della conoscenza umana degna d’essere avvicinata. la parola del Cristo. consentaneum magis esse et utile magis. sulle contraddizioni dell’intelletto. I filosofi non vanno d’accordo. Con la filosofia cadono lettere. salda. Giovanni Pico nell’accordo dei filosofi trovava la testimonianza della Verità. Sul tessuto di menzogne del ragionamento. Apologetica platonica e apologetica aristotelica. che il Rinascimento aveva esaltato. arti. sine lite. Se fosse vera la teoria di una pia philosophia. è pretesa di giungere alla verità con le forze della ragione naturale. sine dis- Storia d’Italia Einaudi 166 . e insieme il suo valore più profondo.L’Umanesimo italiano denza col sensibile. si leva la sufficienza sovrarazionale della rivelazione. ci viene presentata da Gian Francesco Pico come la più folle delle contraddizioni. su questa umanità fallita nei suoi tentativi assurdi. «mihi autem – scrive Gian Francesco – venit in mentem. vanificano la redenzione stessa. come abbandono totale di sé a Dio. La filosofia come processo razionale è discorso. quando ciò che è al di là dell’umano si esprime in forme aperte all’uomo. è grazia. e cioè di un accordo sostanziale fra i filosofi classici e il cristianesimo. o pitagorica. incerta reddere philosophica dogmata».Eugenio Garin . Essa è la quasi pascaliana distruzione di tutto quel mondo di valori umani. o plotiniana. stabilendo una continuità dov’è un abisso.

nella polemica col Bembo sull’imitazione non esitava a rifiutare il valore letterario della forma umanistica. solo una fede completa cui corrisponda un dono divino. ispiratore dell’intransigenza antifilosofica del Concilio Lateranense del 1517. sine vago et anxio discursu. Gian Francesco. Consapevole del pericolo cui l’umanesimo andava incontro. Storia d’Italia Einaudi 167 . di vanificare quello che di più profondo c’è nell’uomo.L’Umanesimo italiano sensione. può dare all’uomo la Verità e la pace.Eugenio Garin .

anche se meno brillante e meno profondo del Pomponazzi. o. il maggiore degli aristotelici del ’500. nel 1488 ancor giovanissimo fu chiamato in Padova a tenere un corso parallelo ad Alessandro Achillini. un profondo rinnovamento si operava anche nella cultura più rigidamente ispirata a premesse aristoteliche. a cui più tardi succedette sulla cattedra bolognese. Averroista. che pur sembra talora accostare in superficie la ficiniana Theologia platonica e il De immortalitate animae del Pomponazzi. per il convergere da varie parti di temi in origine distanti. non fu certo pensatore da poco. e le influenze di Temistio o di Simplicio accanto a quelle più note ed evidenti già ricordate. celebre invero quanto sterile di produzione). e in un’atmosfera diversa. magari. aveva fatto ricorso aperto alla più caratteristica espressione della formula della «doppia verità» quando aveva dichiarato di sceglie- Storia d’Italia Einaudi 168 . che secondo il Giovio era stato suo maestro. tener distinte le varie correnti. senza dubbio. Pietro Pomponazzi Su un altro piano. successore del Vernia (quel Nicoletus philosophus celeberrimus. o alessandriste. quando vi sono. fossero poi queste averroiste. tomiste e scotiste.Eugenio Garin . Tuttavia è innegabile che anche gli incontri. Pietro Pomponazzi. mentre spunti platonici variamente si insinuano a rendere estremamente fittizia la tradizionale antitesi fra Firenze umanistica e platonizzante. nascono per l’incrociarsi di vie diverse. e Padova aristotelica ed averroistica.L’Umanesimo italiano L’ARISTOTELISMO E IL PROBLEMA DELL’ANIMA 1. L’Achillini. Ben difficile è. Come non è difficile notare quando si volga l’attenzione anche a quel motivo caratteristico della centralità umana.

ora. cfr. arrivava un altro maestro del Pomponazzi. per le Dubitationes in IV meteor. onde si svela la guisa per cui è vincolo delle inferiori e delle superiori». Morra. che nell’immancabile commento all’anima secondo Aristotele ed Averroè. critica a cura di R. In questa atmosfera. eppure animatrice della materia171 . D’altra parte l’uomo. e nella separazione vedeva la salvezza sicura dell’autonomia del pensiero. l’ed. di filosofia» 1951). Lemay. di Venezia. dunque. l’ed. Del Pomponazzi cfr. Che era la solita conclusione alla quale. Pietro Trapolino. Lugano. e per il De fato e il De incantationibus l’ed. e cioè quella averroistica». I commenti del Trapolino sono manoscritti (cfr. «Giornale critico della filosofia italiana». XV e del sec.L’Umanesimo italiano re. l’ed. sempre su terreno aristotelico. ma finalmente vengono ora studiati sistematicamente e pubblicati nelle parti importanti da Bruno Nardi («Giornale critico della filos. In Padova. 33.». 171 Le opere dell’Achillini son riunite nell’ed. B. di Venezia del 1525. a proposito dell’intelletto. 1957. si alimentò l’indagine del Pomponazzi. 1954. Che l’intelletto umano fosse forma del corpo gli sembrava una pericolosa riduzione dello spirituale al corporeo. Appunti sull’averroista bolognese Alessandro Achillini. che alla centralità umana arrivò per vie ben diverse da quelle ficiniane e pichiane. 1954). di Basilea del 1567 a cura del Gratarol (ma. «Arch. fisici. del De immortalitate cfr. lib. 1950-56. XVI. veneta del 1563. NARDI. Arist. nodo vivente del corporeo particolare e dell’universale intelligibile. 67-108).Eugenio Garin . Bologna. 1508. Nei suoi scritti lo vediamo impegnato a trattare gli argomenti d’uso. riafferma la medietà dell’intelletto. ital. con un interesse preponderante per quello che era tema d’obbligo delle scuole universitarie: l’anima. pp. del De fato è uscita l’ed. Storia d’Italia Einaudi 169 . gli appariva «termine del mondo materiale. logici. Dei corsi di lezione fu parzialmente edito quello sull’anima dal Ferri nel 1877. «fra due opinioni false (rispetto alla fede) la più probabile. anche Il commento di Simplicio al «De anima» nelle controversie della fine del sec. forma separata. perché in lui si uniscono cose materiali e immateriali. medici.

dopo la pubblicazione del De immortalitate. né.. Proprio per questo egli irrideva i chiosatori. al contrario. La filosofia era per lui non dogma. Mantenevano. quelli che Galileo chiamerà i trombetti dell’altrui opinione. 172 Il Tomeo raccolse i suoi Dialoghi nel 1524 (ed. ma aspra ricerca.. così come un altro suo allievo trascriveva nei suoi appunti gli scherni fatti a lezione contro «isti fratres truffaldini. Il domenicano Crisostomo Javelli da Casale. poi. sono raccolti nell’ed. forse. né mancavano i tomisti che a un certo momento credettero di annoverare tra i loro anche il Pomponazzi. rimpiangerà l’atteggiamento del Pomponazzi come un tradimento («i moltissimi a te devoti.. l’elegante ed erudito Niccolò Leonico Tomeo.Eugenio Garin . Tommaso. che amava paragonare all’avvoltoio che rode il fegato a Prometeo incatenato. si affermarono oltre una ristretta cerchia di letterati puri172 . In realtà il Peretto non fu ripetitore né di s. Ed erano vive le discussioni degli scotisti.L’Umanesimo italiano infatti. guida saldissima tua e mia. che riusciranno a sedurre in giovinezza anche il Pomponazzi. i tentativi più dichiaratamente umanistici in senso letterario non trovarono terreno adatto e degenerarono facilmente in una arida ricerca grammaticale. ma né il Barbaro. Venezia) e nel 1525 gli Opuscula. fra cui emergeva il Trombetta. né di Averroè. Gli scritti filosofici del Contarini. vigore le discussioni di logica formale e di fisica degli occamisti. più volte stampati. i ripetitori. e cadere in eresia (oportet enim in philosophia haereticum esse qui veritatem invenire cupit). Il Vernia lodava il Barbaro per le versioni da Temistio e. Storia d’Italia Einaudi 170 . si stupiscono che tu abbia volto le spalle a Tommaso. efficace polemista. veneta del 1588. amico e raccomandato del Bembo. e combattere.. E il filosofare egli raffigurava come un perenne discuter se stessi. e critico di Averroè lo ricorda il Contarini.»). per certi suoi interessi logici. franceschini vel diabolini». dominichini.

non più collocata fra gradi diversi della natura. hanno osato «por mano» ai libri d’Aristotele. «confidandosi solamente nella cognizione della lingua». e in Italia da Gaetano di Thiene e dal Marliano. la sua natura ancipite. L’uomo. «Vi sono animali medî fra le piante e le bestie. la sua centralità. Ma l’opera che per fervore di discussioni più lo impegnò uscì nel 1516 a Bologna come tentativo di risolvere su un piano schiettamente razionale il problema dell’immortalità. come le spugne marine. gusto. che non sai se sia bestia o uomo. connettendola con una sua chiara concezione dell’ordine naturale. che costruiscono case e si organizzano in civili società. fisse a guisa di piante. Non diversamente dall’Achillini il Pomponazzi aveva cominciato col trattare problemi di fisica e di logica. come le api.L’Umanesimo italiano Non a caso lo Speroni lo presenta critico acerbo di quanti. vengono quindi gli animali tanto perfetti da sembrare dotati di intelligenza. tanto che un gran numero di uomini sembrano inferiori ai bruti per intelligenza». seguono gli animali dotati soltanto di tatto. erano stati i grandi temi del ’400. riprendendo la questione proposta in origine dagli occamisti inglesi. Proprio la continuità reca con sé il concetto di medietà. e poi dibattuta a Parigi. di anelli congiungenti e sintetizzanti. Senonché qui non poteva sfuggire al Pomponazzi il carattere nuovo di questa medietà.Eugenio Garin . v’è l’anima intellettiva media fra il temporale e l’eterno». ma al confine fra natura e so- Storia d’Italia Einaudi 171 . i vegetali hanno già un po’ d’anima. ma senzienti a mo’ di animali. dei rapporti fra variazioni quantitative e qualitative (de intensione et remissione formarum). ed anche Ficino aveva dedicato al problema dell’immortalità dell’anima il suo capolavoro. «La natura – egli osserva una volta – procede per gradi. Pomponazzi vede la questione con un rigore estremo. ai suoi giorni. V’è la scimmia. e indefinita immaginazione. «quelli a guisa degli altri libri d’umanità pubblicamente esponendo».

così insistente nel proporre l’identità con Dio della luce intellettuale. laddove l’immortalità umana è solo «impropria». metafo173 Quaestiones subtilissimae super tres libros Arist. THOMAS DE VIO. Anzi secondo lo Javelli nessuna distinzione.. I. Non solo la separazione netta. si potrebbe fare fra i due173 . «E se l’essenza con cui sento fosse diversa da quella con cui intendo. Roma. Quando. L’influenza di Alessandro di Afrodisia. Storia d’Italia Einaudi 172 .. averroistica. 1552. anche se dell’averroismo conserva tutta la spregiudicatezza critica. e in particolare avversari scaltriti come lo Javelli. in fondo. In realtà Pomponazzi critica l’Aquinate per aver concluso dalle sue premesse a un’anima «veracemente e assolutamente immortale». fol. 1938. 131.L’Umanesimo italiano pranatura. né si può spiegare l’intendere senza un costante riferimento al sentire. Scripta philosoph. Contro averroisti e platonici era naturale che Pomponazzi si accostasse così a Tommaso. Ché egli è fieramente avverso soprattutto alla separazione platonica. Troppi sono i legami fra sentire ed intendere. è assai meno appariscente di quanto si sia spesso sostenuto. Tutto il suo sforzo è volto proprio a capire che cosa possa significare la partecipazione dell’anima al mondo sopranaturale. si compiacquero di porre sul medesimo piano Pomponazzi e il grande tomista Tommaso da Vio. fra necessità e libertà. ma una qualunque occasionalistica corrispondenza viene così disdegnosamente scartata. come solo parzialmente slegato dal corpo è l’intelletto. che aveva ben sottolineato l’intrinsecarsi nell’uomo di forma e materia. Venetiis.Eugenio Garin . de an. sul problema dell’anima. v. mentre i contemporanei. e quindi. in che modo io che sento potrei essere colui medesimo che intende? Ed è ridicolo il supporre che si tratti quasi di due uomini insieme congiunti le cui cognizioni siano corrispondenti». in quanto cioè ci si riferisca all’indipendenza relativa della sua funzione.

che sarebbe in sé assurdo e contraddittorio. sono la stessa armonia interiore. non un carattere posseduto. vuol indicare appunto. Con tutto ciò lo scritto del Pomponazzi finisce ambiguamente. e rarissimi sono quelli che sembrano razionali. anzi aspetti diversi di una sola realtà. Pomponazzi parla di un profumo di immortalità (odorat). Il vizio che la spezza. Nell’ascesa di tutta la natura l’uomo è il culmine. dunque. un’esigenza.Eugenio Garin . un’ansia. orizzonte. come quella ammessa dai platonici. gli toglie insieme ogni gioia («chi dunque. intimamente connesse. l’anima non può essere staccata da quella realtà di cui è confine senza essere snaturata e falsata. Tommaso aveva detto per l’eternità del mondo: «coloro che procedono per le vie della fede. benché mortale. nell’uomo. Pomponazzi pone l’uomo nei confini naturali.L’Umanesimo italiano ricamente. Ed anche quelli razionali. Nel De nutri- Storia d’Italia Einaudi 173 . ma solo in rapporto ad altre particolarmente sciocche». dinanzi al quale il mondo naturale si inchinava come ad alcunché di superiore (sisti pedem. anche se proteso oltre. una immortalità che concepisca la vita autonoma dell’anima è. se imbestia l’uomo. anzi peggiore della bestia?»). troverai che quasi tutti gli uomini sono più bestie che uomini. ma solo per confronto con altri sommamente bestiali. Proprio perché medietà. receptui canit). su un problema neutro. una ideale direzione. così come le donne non sono mai veramente sagge. Una separazione totale. può scuotere la moralità. ripetendo per l’immortalità press’a poco quello che S. E non sempre. o almeno della certezza razionale dell’immortalità. impossibile. preferirà il vizio facendosi con ciò bestia. rimangono fermi e saldi». resa inconcepibile nelle sue operazioni. ma là dove Pico faceva dell’uomo il limite. Né il rifiuto dell’immortalità. che hanno bisogno sempre di un dato sensibile. ché talora leggiamo osservazioni ben amare: «se tu esaminerai le regioni abitate. non possono chiamarsi così in senso proprio. Virtù e felicità.

La polemica sull’immortalità Troppo lungo sarebbe seguire in tutti i suoi sviluppi l’ampia discussione cui dette luogo il libretto del Pomponazzi. ma sullo Spirito santo. Le obbiezioni fondamentali vertevano tutte sulla possibilità. esagerando. non si fonda sulle stoltezze dei filosofi. Venetiis. ha trovato un chiaro materialismo. bruciato pubblicamente in Venezia. e non per ragione naturale. ora né le ragioni né le parole d’Aristotele debbono farci abbandonare questo santo proposito». 1503. negata dal Pomponazzi. tuttavia. . L’intelletto. che 174 Del Nifo cfr. mi sembra debba porsi solo per fede. soprattutto. Venetiis. né sulla umana ragione.. Era sincero o ironico. vilipeso dai pulpiti. in cui qualcuno. ma in genere di tutte quelle che siano atto di una materia inferiore. Venetiis. l’anima umana debba considerarsi assolutamente indivisibile. il più radicale degli scritti editi pomponazziani. Gaspare Contarini e Agostino Nifo da Sessa174 . al De anima. Scrivono contro di esso e l’acre Ambrogio Fiandino e Bartolomeo di Spina e Crisostomo Javelli e il Fornari. leggiamo questa affermazione: «io credo vera secondo Aristotele la divisibilità. a un atto di fede? 2. qui. La Chiesa.L’Umanesimo italiano tione. 1525. oltre il De immortalitate animae. che è tutta avvolta di nebbie. Storia d’Italia Einaudi 174 .Eugenio Garin . 1527 e il comm. invece. Il che. di sostanze separate.. cui il Pomponazzi risponderà coll’Apologia e col Defensorium. non solo delle anime delle piante e degli insetti. sull’evidenza di indiscutibili miracoli. E questo benché secondo quella Verità [rivelata]. il Pomponazzi? O voleva soltanto accentuare la possibilità paradossale di fare appello oltre la chiusura terrena. che Aristotele non conobbe. il De intellectu. maltrattato dalle cattedre. ma.

i resultati rimasero piuttosto scadenti. in senso tipicamente platonico. mostra con questa sua attività la falsità della tesi per cui è impossibile un pensare indipendente dal fantasma sensibile.Eugenio Garin . per non dire. che gli dedicò due dialoghi sul piacere. aveva sentito forti influenze averroistiche. gli potette avvenire non tanto dalla natura sua. se già al Varchi pareva «che non solo in questo. onde il suo nome risuona. che filosofo sono – gli fa dire il Tasso – come So- Storia d’Italia Einaudi 175 . o come Torquato Tasso. Mentre il Nifo faceva appello alle intelligenze celesti. e poi di Napoli e Salerno. ma in moltissimi altri luoghi abbia. senza giudizio o considerazione alcuna. Nella discussione sull’anima egli era stato scolaro del Vernia. il buon Galateo. caro anche al Ficino. l’intelletto respinge con questo ogni legame con la estensione. Inoltre. alla bocca. che sarebbe impossibile fissare. platonicamente. nell’avere idealmente collegate le scuole di Padova e Bologna con quelle di Firenze e Pisa. rivenditore al minuto della filosofia. detto tutto quello che gli veniva. ogni divisibilità. Non a caso il Contarini si richiama al famoso argomento di Avicenna dell’«uomo volante». e proprio come agenti estrinseci (assistenti). volto a dimostrare la pura spiritualità dell’anima. non che nella mente. Reputazione e autorità dovute poi ad una erudizione sconfinata e ad una produzione che non lasciò intentato alcun campo. Ma la sua funzione storica non fu in determinate dottrine. ritraendo al vivo lo spirito mondano di quel divulgatore. in quanto pura capacità di tutto comprendere. anche se. più che nelle dispute de’ filosofi.L’Umanesimo italiano è conoscenza dei puri princìpi primi. bensì nella sua cultura. «Io. Che il Nifo fosse un confusionario chiacchierone è tesi antica. delle forme slegate da ogni materia. il che per avventura. ammesse da Pomponazzi. nelle pagine di letterati come Galeazzo Florimonte. per finire in una certa separazione platonica. troppo spesso. quanto dalla grandissima reputazione ed incredibile autorità».

di Parigi). Né si possono isolare i seguaci di Temistio. e fu amico del bizzarro e dotto Giovan Battista Gelli. e agli agi delle scuole greche». La mente. Gli «opuscoli» del Porzio con l’Apologia del MARTA. che pure è stata spesso vanamente tentata. Simone Porzio. polemizzando col Porzio. e più tardi col Telesio. Storia d’Italia Einaudi 176 . quelli d’Avicenna. che. filosofo e calzolaio. 1578. Averroismo fu per lui affermazione di spregiudicatezza. Tutt’altro temperamento ebbe. volta a volta sentiamo parlare di simpliciani o d’averroisti. scrittore. pur con la nobiltà delle sue azioni. è cosa impossibile. che univa le ispirazioni ermetiche della tradizione ficiniana al rigore scarno del peripatetismo più puro175 . volle ancora trovare un appoggio alla religione in Aristotele. anche se impegnato negli stessi problemi. più che solida e seria posizione. In realtà una rigida classificazione di precise correnti.L’Umanesimo italiano crate non ho indorato le suole ai piedi. discepolo del Nifo. it. quelli d’Alessandro. Il Porzio fu veramente e rigorosamente alieno da ogni separazione dell’anima. Florentiae. di Simplicio o d’Averroè. ma più tosto come Scipione [le ho] avvezzate alle pianelle. questa chiusura dell’uomo nei limiti terreni. i tomisti e così via. Di qui il contrasto con quel Jacopo Antonio Marta. è opus naturae. di tomisti e d’alessandristi. L’aristotelismo se bene inteso. anche se. che insegnò fra Pisa e Napoli. non significa altro che questa rigida fedeltà alla natura. perfettamente adattabile alle riunioni mondane che preferiva al chiuso delle accademie. Abbia175 SIMONIS PORTII NEAPOLITANI De humana mente disputatio. 1551 (la trad. e per questo combatté averroisti e simpliciani. e ad Alessandro di Afrodisia rimproverò l’identificazione con Dio della luce intellettuale. tanto è vero che fu sempre pronto a diluirla in un platonismo di maniera. della Naz. del Gelli in un ms.Eugenio Garin . nei riguardi del problema dell’anima. Neapoli.

Storia d’Italia Einaudi 177 . il De Vio.Eugenio Garin . Cfr. Il Varchi. CASTELLANI. aveva in qualche modo fornito nuovi argomenti alla tesi della separazione176 . II. ed hanno un significato puramente polemico. gli averroisti a loro volta si ponevano. che dichiara insieme di accettare il commento di Alessandro di Afrodisia. 311 sgg. che aveva non poche tenerezze per Averroè. platonicamente. Pier Niccolò Castellani che. pp. In realtà le varie denominazioni sono solo bandiere di battaglia. e la posizione di Pomponazzi. D’altra parte. De humano intellectu libri tres. oltra l’essere dubbiosa e malagevolissima di sua natura. discutendo dell’anima. di fronte ai tomisti. Bononiae. è stata trattata da tanti tanto scuramente e diversamente. e cioè staccano.L’Umanesimo italiano mo visto Pomponazzi apparire agli uni seguace ortodosso d’Alessandro d’Afrodisia. senza preoccupazioni religiose. e allo Javelli. Opere. come campioni di un pensiero libero e critico. un mondo spirituale dalla natura. e a un tempo imita Vincenzo Maggi peripatetico ortodosso. Così un Giulio Castellani. che né anco quelli che sono stati molti anni per molti studii osano di favellare sicuramente: anzi que176 G. Ed infatti la sua critica dichiarata va contro i simpliciani di Padova e gli averroisti. in sostanza vuole soprattutto rivendicare alla filosofia una precisa indagine psicologica che mostri lo svolgersi dal sensibile dell’attività di pensiero. che si professa ammiratore e seguace del Porzio. del Varchi la lezione Sulla creazione ed infusione dell’anima razionale. nella identica posizione del più grande tomista del ’500. se ai seguaci d’Alessandro gli averroisti sembravano troppo inclini alla trascendenza per la separazione estesa all’intelletto possibile. ma che ama Ficino e Platone. domenicano e platonizzante. E la sua condanna non risparmia un suo parente. in quanto separano. e quindi per un certo platonismo. 1561. traducendo la plotiniana Theologia Aristotelis. affermava: «la presente materia.

al contrario. come il nocchiero che è nella nave è separato dalla nave. Ma non vale cercare le molteplici venature nei troppi professori che stamparono o lasciarono manoscritte le loro lezioni dallo Zimara. Per l’averroismo. L’antitesi fondamentale Platone-Aristotele si è. Più utile ripercorrere con Jacopo Zabarella le tappe principali della disputa. Storia d’Italia Einaudi 178 . a Vito Piza o al Piccolomini. le polemiche intorno all’aristotelismo circa l’anima ripetono le difficoltà del platonismo. Venetiis. e nell’uomo la specie.L’Umanesimo italiano sta è quella cosa. perché è estraneo all’essenza della nave»). 1590. secondo lui. ma è separata e divisa dalla materia. se si potesse dimostrare razionalmente. che nella nave è la natura stessa di nave. al Vimercati e al Montecatini. pongono l’anima come forma informante. al Burana. al simpliciano Pasero detto il Genova. vivente nell’individuo concreto. si sviluppava imponendo la soluzione di problemi gnoseologici e psicologici. secondo Zabarella. nato come questione intorno all’immortalità.Eugenio Garin . a cui non dà l’essere. meno ardisce di ragionarne». e cioè una realtà compiuta in sé e per sé. al Cremonini o al Liceti. quasi stando presso l’oggetto per guidarlo. atto in atto («quella dicesi forma assistente che. l’anima è forma assistente. al Bacilieri o al Bernardi mirandolano. da lui magistralmente esaminata ed illustrata177 . mentre si af177 JACOBI ZABARELLAE De rebus naturalibus libri XXX. non solo è separabile. I seguaci d’Alessandro. Insomma. al gran Pendasio. 3. Jacopo Zabarella In verità il problema dell’anima si complicava variamente. della quale chi più sa. l’averroista di stretta osservanza. per non dire dei più oscuri ancora. infatti. ripetuta in Alessandro e Averroè.

è anche veggente. insomma. a favore della separazione. dell’organismo. ma non staccata. scolaro del Pendasio. è processo autonomo. sempre incerto fra Aristotele professato e Platone nascostamente amato. oltre che vista. Né val più. non come immanens. in questo caso. e non solo nel Piccolomini. poiché il nocchiero vede la nave. E questo significa che v’è nell’uomo un’attività distinta. non secundum esse. non nel senso che sia staccata dal corpo. La separazione di cui parla Aristotele non è. di una connessione obiective dell’intelletto all’uomo. dilacerando l’anima e riaffermando la separazione stessa. o essenziale. in cui dalla sensazione si ascende all’intelletto senza interventi esteriori. dalle modificazioni organiche. incalza Zabarella.L’Umanesimo italiano frontano aristotelici genuini e platonici camuffati da aristotelici. La chiarezza dello Zabarella. e l’astrazione significa una separazione secundum operationem. uomo senza Storia d’Italia Einaudi 179 . Ponendo con gli averroisti l’intelletto possibile separato. perché intendere non si può se non attraverso la sensibilità. ma è l’indicazione di un rapporto. Così come può dirsi che l’anima è nocchiero. o accidentale. ma. rispetto all’uomo. amico del Tasso e del Patrizi. vuol dire astratti. dunque. Lo stesso equivoco insidioso rinasce nel problema dell’intelletto quando la separazione platonica si riaffaccia a staccare ora questo ora quell’intelletto. Il processo conoscitivo. ma anche nel celebre Cesare Cremonini da Cento. porremo insieme l’atto dell’intendere come transiens. in tal caso è come dire che. unità immanente all’organismo e che fa. un assoluto distacco platonicamente inteso. la considerazione che l’intelletto pensa gli universali che sono disgiunti del tutto da ogni materia.Eugenio Garin . ma nel senso che domina gli organi. li modifica e li indirizza. cercheremmo invano nei suoi successori. è vero. nel rapporto del nocchiero alla nave. Gli averroisti parlano. appunto un organismo. Disgiunti. collega di Galileo. lucida mentalità logica. la nave stessa.

All’Inquisitore sapeva rispondere: «quanto al mutare il mio modo di dire. späteren Mittelalters. ma non mutava. chi un altro. in «Pensée humaniste» Storia d’Italia Einaudi 180 . Der Averroismus in der christlich-peripat. Wien. Paris. B. L. L’anima è l’estremo della natura. era nella sua profondità metafisico. oppure tutto il suo operare. la pongono in una posizione irriducibile al piano naturale puro e semplice? Il problema. Chi ha un modo. Né più di lui vale un Liceti. ma è cosa compresa nel mondo naturale. La fine dell’averroismo. E. la sua fede nella ricerca razionale. la sua ancipite essenza.Psychol. WERNER. Cremonini. sulla cui debolezza speculativa ha gettato ancora una volta uno sprazzo di notorietà solo il rapporto con Galileo. ma dal neoplatonismo arabo e dalle interpretazioni cristiane. percorso e insidiato. F. contro insidie e minacce e critiche. RENAN. Ora l’incerta posizione di tutto l’aristotelismo. C. Averroës et l’averroisme. K. In sostanza la lunga discussione sull’anima e sull’intelletto. d. 178 Per i testi sull’anima dei minori aristotelici cfr. FIORENTINO. Pietro Pomponazzi. che occupa tanta parte dell’aristotelismo italiano. 1881.Eugenio Garin . e legata alle vicende fisiche. 1881. Paris. che si presentava in termini gnoseologici e morali. era incapace di sviluppare coerentemente quella direzione naturalistica cui sembrava più legato178 . ma resta poi incerto col Nifo alla definizione dell’anima-forma che usa del corpo come di uno strumento (utens corpore pro instrumento ad varias operationes). 1868. Anch’egli dissente dagli averroisti che intendono l’anima forma assistente. MABILLEAU. Etude historique sur la philosophie de la Renaissance en Italie. spostava. il tema impostato dai platonici. Non posso né voglio ritrattare le esposizioni d’Aristotele perché l’intendo così». conoscitivo ed etico. non solo dall’immanente platonismo. Firenze. 1852.L’Umanesimo italiano dubbio rispettabile per la fierezza con cui difese. non so come potrei io promettere di trasformar me stesso. ed è quindi mortale. Nardi.

l’aristotelismo ci appare più fecondo è al di fuori dei problemi classici in cui si suole. chiusa nel limite terreno.Eugenio Garin . nella morale e nella politica. Nel De incantationibus si propone il problema del soprannaturale.. Così Pomponazzi non è certo meno grande nel De incantationibus o nel De fato. collocare. forse. È. e la trasforma. anche se interessante l’indagine razionale per i fenomeni concreti attraverso cui si ripercuote nella nostra vita mondana. lat. del Cremonini. ma sempre e soltanto una creatura terrena. eppure tanto meno celebri del De immortalitate.L’Umanesimo italiano 4. In un luogo anche troppo famoso dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio Machiavelli discute delle varie religioni esclusivamente in rapporto alla loro efficienza pratica. gli aristotelici sono veramente spiriti sottili. Nell’ambito di una visione esclusivamente terrestre l’appello al cielo è considerato. la Quaestio utrum animi mores sequantur corporis temperantiam. oltre il quale non escludono la possibilità di una fede. cit. in un Marc. innegabili e vastissimi. 139-151. nell’adesione fedele alla realtà sinceramente descritta. della possibilità di interventi di un ordine diverso sul piano naturale.. logico e fisico: in che modo. invece. politica. assolutamente gratuita. Qui. insomma. Storia d’Italia Einaudi 181 . pp. Il problema religioso nell’aristotelismo Dove. nelle discussioni di logica e di metodo. tuttavia. Pomponazzi le considera da un punto di vista psicologico. un fenomeno puramente mondano. e nell’uomo vedono sì un mirabile costruttore. opere di una non comune arditezza e di un’innegabile profondità. Entrambi considerano solo la terra. Pomponazzi è spirito per più lati affine al Machiavelli. completamente slegata dalla ragione. E come Machiavelli esamina quelle ripercussioni sul piano politico. il fatto religioso incide sulla natura umana. interessante nei suoi aspetti sociali. anch’esso. Singolare.

Ove Pomponazzi ci mette davanti a uno dei suoi tipici capovolgimenti: tutto rientra nell’ordine dell’esperienza e della ragione. Storia d’Italia Einaudi 182 . né v’è ragione alcuna che ci costringa a far dipendere da démoni taluni fenomeni. ed è ridicolo e fatuo abbandonare l’evidenza e la ragione naturale per andare a cercare quello che non è né verosimile né razionale». Astri e simboli religiosi agiscono in modo naturale. È inutile dunque introdurli. Non si spiegano i miracoli come non si spiega perché il canto del corvo produca sventura. come naturalmente agiscono le formule magiche e le immagini astrologiche. meglio. come non si spiega perché un’erba guarisca una malattia (sicut ignoramus per quam naturam sciammonium purget bilem). per rifiutarla poi riammettendo per il sapiente. una pienezza di libertà. Tutto il complesso dei miracolosi interventi può essere agevolmente ricondotto nell’ambito delle cause naturali. «divinità terrena». tranne questa stessa spiegazione. è miracoloso né più né meno di quello che miracolose sono tutte le altre connessioni causali. Uguale paradosso noi troviamo nel De fato. Anche qui Pomponazzi sembra prima propendere per la posizione dello stoicismo («l’opinione stoica appare molto probabile»). o. si levano i pochi saggi che.L’Umanesimo italiano che valore hanno le affermazioni di influenze miracolose di cause soprannaturali? La risposta del De incantationibus è chiarissima: «noi possiamo salvare ogni esperienza mediante cause naturali.Eugenio Garin . trasformando la condanna in una redenzione. Sulle bestie umane. dominate dalle leggi di natura. E in questo margine egli lascia ancora una volta aperto il cammino a Dio. solo che «la Croce è efficace unicamente come segno di quel Legislatore. posto al centro del conflitto fra il contingentismo di Alessandro di Afrodisia e la universale necessitazione stoica. tutto è spiegabile. si sollevano sulla natura incrinandone irrimediabilmente la compattezza. che anche gli altri rispettano».

Eugenio Garin . senza rendersene conto distinguerà fra una visione scolastica tradizionale della filosofia come metafisica sistematica. il retore a «civile». si impegnava il Pomponazzi medesimo. opporrà. in questo senso. assorto in metafisiche contemplazioni. E. in parte inconsapevolmente. nel dialogo sulla retorica. Storia d’Italia Einaudi 183 .L’Umanesimo italiano Quando lo Speroni. e volta a modificare la vita stessa. e un’operosa riflessione impiantata sulla vita. legato in tanti modi al Peretto. al filosofo solitario.

«La logica è l’organo col quale si filosofa». della quale si può dire. e capace di agire nella civile «conversazione»179 . che restano sterili e vuoti. 179 La civil conversatione del Sig.. In un luogo della prima giornata dei Massimi sistemi Galileo mette in bocca al Salviati una condanna della logica formale. farsi avanti l’esigenza di una disciplina del pensiero più aderente alla concretezza del pensare. nuovamente dall’istesso autore corretta e . non meno impegnative erano le discussioni logiche.. Problemi logici e metodologici Se dalle cattedre universitarie più spesso si attendeva una parola intorno alle questioni psicologiche. «quella muta e oziosa filosofia.. attraverso temi retorici e grammaticali. dalla lettura dei libri pieni di dimostrazioni. ma di una filosofia.ampliata... RETORICA E POETICA 1. che vedevano a fronte gli ortodossi aristotelici e quanti. Venezia. col continuo disegnare e dipignere. ma da chi sa sonare. che sono i matematici soli e non i logici». ma «il suonar l’organo non s’impara da quelli che sanno far organi.Eugenio Garin . la poesia s’impara dalla continua lettura de’ poeti. gentiluomo di Casale di Monferrato. come «strumento» che diventa fine a se stesso. intorno alle quali sembrava quasi annodarsi ogni più grave problema metafisico e religioso.L’Umanesimo italiano LOGICA. invece. STEFANO GUAZZO. a nulla giova la discussione su astratti schemi dimostrativi. Storia d’Italia Einaudi 184 . il dipignere. in queste parole di Stefano Guazzo avere una cognizione feconda. come della fede. E questa non era solo condanna di un metodo. E operare significa. che senza l’opera è morta». sentivano.. il dimostrare. Insomma. divisa in quattro libri.

la logica deve essere consapevolezza critica d’un pensare in atto. sempre sostenendo che «tutte le scienze sono da imparare insieme in un certo modo mischiate e ligate.L’Umanesimo italiano Insomma. tuttavia diventerà perciò più perfetta». nondimeno. in guisa che l’una ha bisogno alcuna volta dell’altra»180 . spettando ad altre scienze l’invenzione e la definizione. Proprio per questo. nell’età pochi anni addietro alla nostra. si saranno apprese. sostenendo che solo per accidens spetta 1586. 1560. non per torte e rimote. Né mai il Piccolomini si stancherà di ripetere che è vano disperdersi «dietro alle inutili e minute questioncelle» dei logici occamisti. alla dimostrazione. «Laonde molte volte mi vien pietà di coloro che. 180 ALESSANDRO PICCOLOMINI. quella prima parimente. pp. fa mestieri che vengan coloro che. in Venetia. ne gli studii delle lettere s’essercitavano conciosiaché. 16. 133. Venezia. Del Guazzo cfr. al giudicio di tutti. quantunque innanzi appresa fusse. ma il dubitare per trovare il vero s’ingegnano d’andar cercando». L’istrumento della filosofia. Della institution morale libri XII. dalla verità sempre si dipartivano. Torino. 24.. 1591. uno svalutare la logica confinata. in fondo. Che era un sottolineare il momento inventivo rispetto al dimostrativo e. 125. Storia d’Italia Einaudi 185 .. pp. secondo quanto altrove lo stesso Piccolomini aveva detto. alla quale per proprie e diritte strade.Eugenio Garin . anche le Lettere. 1582. quando quelle ancora. «quantunque una di quelle scienze. non il vero per dubitare e per contendere. che di logica scrisse a lungo e più volte. Esaminando infatti in un suo opuscolo del 1547 la validità della matematica. che seguono dopo lei. 19. sia prima. Assai prima del Galileo l’aveva detto con eloquenza Alessandro Piccolomini. aveva riservato alla logica propriamente detta i due metodi risolutivo e compositivo come strumenti di dimostrazione. non avendo valore alcuno il disputare per disputare.

Ed a Galeno e all’esperienza e all’utile. «Sì che non bisogna traviare da questo sentiero. 797. di cui è pur notevole. II. mentre generale era la riprovazione delle sottigliezze dei terministi che avevano imperversato fino ai tempi del Pomponazzi. E basta.L’Umanesimo italiano alla logica stessa l’invenzione. ma la risolutiva. e si sottolineava il momento analitico o risolutivo. 1547. VARCHI. di nuovo.. la quale sola ne mostra la via e ne guida così a tutte le scienze come a tutte le arti»181 . Laddove. dissertando del metodo. o vero l’invenzione.. PICCOLOMINI. LXXIII. prendere il Trattato dell’istrumento e via inventrice degli antichi del platonizzante Sebastiano Erizzo per trovarvi solennemente affermato come «per mezzo della divisione noi ritroviamo quello che più nelle cose importa. p.. p. discipl. la preferenza da181 A. Non solo. Né si può in alcun modo dire che per questa non si acquisti l’invenzione». in proposito.. il Varchi. che la divisione sia istrumento e via – che è quello che i Greci dicono metodo – inventrice delle cose. come la giudiziale. fa appello nel suo opuscolo De methodo anche Giacomo Aconcio. definendo poi in genere la logica come «quella o scienza o arte o più tosto facoltà. de certitudine mathem. Comunque. che sono tutte le differenzie loro essenziali. l’attenzione si volgeva sempre più verso l’invenzione.Eugenio Garin . comprenderà «sotto questo nome così la Topica. cioè la Dimostrativa». ed identificando logica e dottrina del metodo. com’egli dice. comm. come mezzo prezioso per giungere alla definizione. v. e ad una necessità di rinnovare vecchi schemi insufficienti. Opere. Romae. per esempio. è via unica dell’invenzione. In mechanicas quaestiones.. Storia d’Italia Einaudi 186 . delle quali la definizione si compone».. né a caso si riferisce a Galeno e alle scienze naturali.

ebbe a più riprese a sostenere vivaci polemiche. della cui posizione. ERIZZO.L’Umanesimo italiano ta al processo risolutivo. i professori di Padova si erano affaticati a determinare i processi che dagli effetti portano alle cause. già s’è detto. deve ricordarsi quella con Francesco Piccolomini. pp. incerta fra Aristotele e Platone. laddove l’ordine non significava per lui che un semplice proces182 S. pareva oziosa distinzione. Lettere di XIII huomini illustri. Il ritmo caro a Galileo di analisi-sintesi era già formulato con molta chiarezza. innanzitutto. ed. G. 2.. di nuovo. 1554. e. p. tra i quali lo Zabarella giungerà in proposito a conclusioni veramente interessanti. Trattato dell’istrumento e via inventrice degli antichi Venezia. Lo Zabarella era scolaro del Tomitano e.Eugenio Garin . il momento inventivo. commentando Aristotele e Averroé. 62025. indicando con metodo. Lo Zabarella distingueva fra metodo e ordine. costituisce tutta la forza della ricerca costruttiva (inquisitio). 166. aveva insistito sul fatto che la scienza della natura procede dagli effetti alle cause. GIACOMO ACONCIO. fra le quali. a cui dava la massima importanza. Il Tomitano. nelle Lezioni già ricordate. il domandarsi se sia scienza o arte. Radetti. Firenze. Storia d’Italia Einaudi 187 . De methodo e opuscoli. grammatico e retore insigne. il passaggio dal noto dell’esperienza all’ignoto della causa. Per oltre mezzo secolo. Non così ai maestri padovani. come logico. Zabarella e le polemiche padovane Al Varchi. 1944. come unico efficace strumento inventivo182 . mentre il movimento dall’universale al particolare (sillogistico) è caratteristico nella sistemazione di un sapere già acquisito. dalle cause agli effetti. che non è che l’induzione. Il regresso. a proposito della logica.

. Defensiones. La logica è una tecnica. 1594 (gr. anzi. PICCOLOMINI. XIV-XXIV. e possono non esistere. ma nega che la logica sia scienza. Patavii. 796 sgg. Gli uomini creando le intenzioni seconde (concetti) l’hanno creata. Opere. pro recta ordinis ratione propugnator. fondamentale è l’ordine. meglio il suo scolaro Ascanio Persio ebbe una vivace polemica col vecchio logico Bernardino Petrella (e col suo allievo Giulio Marziale. In altri termini non solo la logica è metafisica. Storia d’Italia Einaudi 188 . cioè. e i princìpi da Natura. ma tutta la trama obbiettiva della realtà è presupposta nella mente.L’Umanesimo italiano so giustificativo secondario. che serve alla costruzione del sapere scientifico183 . nella ed. al contrario. rispecchiamento in noi della struttura data da Dio alle cose. FR. ed aver per oggetto non ter183 Cfr. come oggetto la realtà. e quindi riprodotta nel pensiero (constitutio quaedam divina ad unum primum caput et ducem relata). al contrario. Non sono cose necessarie. lo Zabarella. di Venezia. cap. se non è questo uno pseudonimo del Petrella stesso). ma essa ha un posto analogo alla grammatica. sostenne con molta tenacia esser la logica scienza. perché la scienza è solo delle cose necessarie». non solo batte sulla distinzione. e chi insegna o appara alcuna cosa deve sempre seguitare lei». infatti. che abbiamo visto sottolineata anche da Alessandro Piccolomini. del Varchi cfr. II. di invenzione e dimostrazione.Eugenio Garin . Il Petrella. che sono invenzioni nostre. Del methodo. PETRELLA. Comes politicus. 1608. pp. Con tono non diverso il Varchi. Zabarella. Proprio su questo punto.. 1571 e 1576. che abbia.) PERSIO. un’arte umana. Francoforte. termini. Opera logica. o. Per il Piccolomini. e perciò non se ne ha scienza. trattando appunto dell’ordine rispetto al metodo. «La logica – egli dice – riguarda nozioni seconde. I. Quaestiones logicae. ZABARELLA. ricorda come «di tutte le arti e di tutte le scienze sono i semi in noi. ma contingenti. Universa philosophia de moribus.

è approfondita e illuminata in se stessa.. in certo modo essa rivela la cosa attraverso la cosa stessa. le ricerche fisiche e metafisiche nella loro indagine dal noto all’ignoto. in cui nel soggetto è contenuto il predicato. alle cose significate.L’Umanesimo italiano mini. ma puri concetti. Ora il metodo non è che la tecnica della caccia all’ignoto (non disponit scientiae partes. ma anche i princìpi dello stesso sapere scientifico che si dicono indimostrabili». ma un passaggio dai fatti alle cause e dalle cause ai fatti. è ritmato in due momenti: regresso risolutivo dall’effetto alla causa. La logi- Storia d’Italia Einaudi 189 . La cosa è ritrovata nel suo segreto rapporto di sé a sé.Eugenio Garin . invece. Così per induzione non si conoscono solo i princìpi delle cose. perché è sensibile come particolare e non come universale. processo compositivo per cui dalla causa vediamo generarsi l’effetto (producere et generare finem illum possumus). non seconde intenzioni ma prime nozioni. ma di una venazione di concetti dove la logica chiarisce le guise e le astuzie della caccia (instrumentum est ipsa via divisiva vel compositiva. che va dalla cosa alla cosa medesima. Ed è sommamente istruttivo notare come il Petrella si trovasse poi nell’impossibilità di passare dal suo mondo di concetti entificati alla realtà fisica. Per lo Zabarella. Non si tratta di un ragionamento geometrico. E questo metodo venatorio. oltre i termini.. per quam docet. quomodo praedicata venari debeamus. alla cosa nell’aspetto più oscuro e riposto. Il metodo mira a guidare e sorvegliare i processi cogitativi. E poiché la cosa è meglio conosciuta come particolare che come universale. o inventivo. et horum venatio est venatio ipsius definitionis ignotae). sed a noto ducit nos in cognitionem ignoti). e intende ad esse. mentre analisi e sintesi si riducevano a un circolo vizioso tra forme astratte e vuote. l’induzione è un processo. «L’induzione non prova una cosa mediante un’altra. il processo logico è strumento che mira. dalla cosa nell’aspetto più ovvio. Non è più un moto di scomposizione e ricomposizione di nozioni astratte.

Per questo. ma in realtà volti a distruggere quanto restava del vecchio schematismo logico aristotelizzante. stesi contro il Maioragio. Logica e retorica. Venetiis. l’avversario di Galileo definiva: «ordo compositivus incipit a principiis et progreditur per ipsa ad rerum cognitionem. Né il metodo galileiano poteva esser meglio chiarito. 1663.L’Umanesimo italiano ca. Dialectica. perché non fu che un tentativo.. ordo vero resolutivus incipit a fine. secondo il Nizolio. raccolta dal suo scolaro Troilo Lancetta. non poteva esser colta più chiaramente. addita in fine singularum lectionum paraphrasi a Troylo de Lancettis. al di fuori di ogni cristallizzazione di idee o di universali fittizi. et ipsius habita praecognitione progreditur ad ea considerando per quae talis finis haberi possit»184 . che nei quattro libri del De veris principiis et vera ratione philosophandi.. ma pur degno delle lodi e dell’ammirazione di un Leibniz. sorprendendo l’unità del processo che anima così la comunicazione linguistica. 3. come movimento intimo onde la cosa è compresa nel riferimento a sé. Storia d’Italia Einaudi 190 .Eugenio Garin . mirava a delineare i processi viventi del pensiero colto nel suo ritmo. traduzio184 CAESARIS CREMONINI CENTENSIS. voleva presentare le pulsazioni della mente nei suoi rapporti con le cose e con gli uomini. p. 89. come tutte le strutture conoscitive. eppure. nonostante il suo acume. Nella lezione LXVI della Dialettica del Cremonini. bisogna liberarsi innanzitutto da ogni soprastruttura fittizia – universalia stulta et inepta – e ritrovare la purezza nostra e delle cose nella verginità dell’espressione linguistica. Il suo tentativo. Mario Nizolio Filosofo senza dubbio molto penetrante fu Zabarella. egli ha dell’antico molto più di un grammatico quale Mario Nizolio. e nella riflessione.

indifferente a ogni indagine de utilitate et de pertinentia rerum. la verità è vera (quasi nihil intersit. Roma.. di Q. Né può trascurarsi. sul N. 1561. non è che la presa di contatto con l’articolarsi effettivo dell’interiorità umana. in quibus statuuntur ferme omnia vera verarum artium et scientiarum principia.Eugenio Garin . A. «Archivio di filosofia». alle «scienze mondane». NIZOLII De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos libri IV. et praeterea refelluntur fere omnes M. Majoragii obiectationes contra eundem Nicolium. con i suoi processi: «logica reale» e non «formale». quasiché sia possibile parlare di verità. P. la critica alla metafisica.. insomma. Milano. nei volumi miscellanei La crisi dell’uso dogmatico della ragione. 1956.L’Umanesimo italiano ne spontanea del rapporto fondamentale dell’uomo col mondo185 . Breen. soltanto. infatti. 2 voll. 35-36. 1553. gli studi del Breen stesso e i due saggi di Paolo Rossi. Per cui lo studio grammaticale e retorico. (Del De veris principiis del Nizolio abbiamo ora la bella ed. a cura di A. Banfi. quando si legga nel primo suo principio generale del filosofare che alla base di tutto deve trovarsi la conoscenza delle lingue greca e latina. Ed ecco. 1953. 1671 (Antibarbarus philosophicus. essere per lui tali lingue l’espressione concreta ed esemplare della direzione originaria dello spirito umano. 57-92). subito dopo raccomandato (sine quibus omnis doctrina prorsus est indocta. re185 M. Parmae.). Francoforte. Venetiis. 1953. preoccupata solo di una verità vuota. cc. Com’è noto lo scritto fu ripubblicato da Leibniz con introduzione e note. e Testi umanistici sulla retorica. MANUTII Epistularum libri V. pp. con i suoi ritmi. Sul Nizolio latinista cfr. subito. Storia d’Italia Einaudi 191 . et omnis eruditio inerudita). alla politica e all’economia.. sive Philosophia scholasticorum impugnata libris IV de veris ecc. quando si prescinda da quel concreto e umano rapporto in cui. v. Non conviene infatti dimenticare l’iniziale dichiarazione del Nizolio sulla ridicola futilità delle ricerche che non si rivolgano alla morale.

opponendo all’astrazione che finge. questa. singularia omnia cuiusque generis. per comprendere la loro parola. simul et semel. e. Il Nizolio insiste in una polemica mai interrotta. Dichiaratamente il Nizolio. proprio in omaggio al vero (ut veritas ipsa rerumque natura postulat). esse non solum non falsas sed etiam non inutiles. il pensiero e l’esperienza. sentiendi ac indicandi de omnibus rebus). tum etiam populi). poiché ci muoviamo. In questa adeguazione di sé alla coscienza degli uomini. Oltre ogni autore. nel suo quarto principio. alla logica aristotelica si vuol sostituire una nuova logica che nasca per entro gli effettivi moti della interiorità umana. la comprensione con cui la mente afferra. i sensi. sarà null’altro che un mezzo per ritrovare la propria verità. scopriremo veramente il nostro segreto. nec impertinentes). a un tempo. Insomma. la comprensione scientifica della realtà significa il rifugio in nebulosi universali. Comprensione.Eugenio Garin . Né. Unica vera scuola filosofica la lettura dei grandi classici. riafferma la piena indipendenza d’indagine (libertas et vera licentia. qui. lungi dal perdersi per entro le nubi dell’astrazione. unici e veri maestri. oltre gli enti. come dirà altrove.L’Umanesimo italiano rum quae traduntur. ma l’aderenza al reale singolo. sul terreno della libera creazione umana. d’altra parte. altri enti fittizi. restano. non supervacuas. al di sopra di Platone e d’Aristotele. continua e penetrante. E quello stesso appello iniziale ai classici perderà qualunque equivoco sottinteso di abdicazione alla propria libertà. afferrato nel suo intimo rapporto di sé con sé e con i reali dello stesso genere. La quale comprensione poi. la comprensione del linguaggio umano comune (intelligentia communis usus loquendi tum eorum. in questa civile conversazione. completamente autonoma. resta aderente al senso e alla coscienza. che solo l’esperienza può dare. e ne costituisca la concreta consape- Storia d’Italia Einaudi 192 . e il senso e il valore dell’umanità nelle sue relazioni (veram sapientiam veramque eloquentiam).

sed in universum vel universe. 186 Op.. ut vos appellatis.. nec de omnibus singillatim et seorsum. qua mens hominis singularia omnia sui cuiusque generis. Nostrum vero universum efficitur per comprehensionem et acceptionem omnium cuiusque generis singularium simul et semel. fa presente un vivo articolarsi espressivo. cit. la definizione di comprehensio: «actio quaedam sive operatio intellectus nostri. simul omnia singularia. attraverso i comportamenti che nell’uomo suscita. si non omnino. ubi sunt ideae Platonis. tamen artes et scientiae et definitiones tradentur et erunt de singularibus et individuis. non per naturam propriam et privatam.. ut dixi.. Vestrum universale licet per naturam existat in singularibus. licet ipsum quoque ab intellectu quodam modo fiat. Nostrum universum. sed per communem et perpetuam successionem aeternis. tamen percipitur et usurpatur etiam a sensibus tam esterioribus quam interioribus. ut vere non sunt. E poiché lo studio dei poeti.. utpote ab ipso comprehensum. non solum ab intellectu solo fieri. e in genere del linguaggio. lungi dal modellarsi sui processi matematici. hoc est simul et semel acceptis. Vestrum universale fit per fictam illam et vanam. 7: «respondeo tibi. non magis quam populus et exercitus cum intelliguntur a nobis et omnino ipsum nihil aliud est. III. Vestrum universale vos. intellectus abstractionem a singularibus. etiam si nulla erunt universalia stulta et inepta. at certe magna ex parte». nisi ipsa singularia simul et semel per intellectum comprehensa et quasi congregata. vuole impiantarsi sui processi effettivi con cui la mente comunica con le menti e intende e interpreta la realtà186 . ab exterioribus vero sensibus nequaquam. nostrum universum et per naturam est singularibus... sed etiam ab intellectu solo cognosci ac percipi vultis. ita comprehendente.L’Umanesimo italiano volezza critica. et ab eodem cognoscatur intelligaturque.... domine Aristotele.Eugenio Garin .. tamquam nubes quaedam in aere pendens. ecco che la nuova logica. simul et semel comprehendit.. et per intellectum non separatur a singularibus. et de eis ita compre- Storia d’Italia Einaudi 193 .. I. sed solo intelligentiae singularia ipsa comprehendentis auxilio. Cfr. che insieme traduce e suscita moti reali dell’animo. sine ulla intellectus a singularibus abstrahentis ope. e attinge la profondità del mondo quale si rivela nei rapporti con l’uomo.. 7..

. ma necessaria alla perfezione dell’uomo». in conferire. è questo conversare. è la vivente tradizione del sapere umano. Umanità.. . in negociare. ma si sveglia l’anima nostra. in isprimere l’affetto dell’animo nostro. per cui la scienza si realizza e si trasmette: «non si può ricevere alcuna scienza. la conversazione è non solamente giovevole.. questo dialogo.ma perché se ne serva con altri. co’ quali mezzi vengono gli uomini ad amarsi. se all’uomo conviene il mondo umano. se non ci è insegnata da altrui. questo parlare. anzi.. dell’umana e civile conversazione. in cui non solo si mette a prova il nostro sapere («la disputa è il cribro della verità»). usciti la prima volta nel 1574. nei suoi dialoghi su La civile conversazione.Eugenio Garin . e a congiungersi fra loro».L’Umanesimo italiano 4.. è ancora una logica umana. Ond’è che l’attenzione si rivolge al linguaggio come manifestazione esemplare dell’umanità. in correggere. che in sé riassume ogni concreto significato della vita spirituale. e il senso che. e qualunque persona avrà riguardo. Storia d’Italia Einaudi 194 . Stefano Guazzo. in disputare. in consigliare. «Si potrebbe dar l’elleboro al solitario come al pazzo. hensis artes omnes et scientias tradit ratiocinationes et ceteras argumentationes generales facit». e si incita a feconda ricerca. in giudicare.. afferma appunto che «la medesima natura ha dato la favella all’uomo. La retorica e la «civile conversazione» Nella posizione di Nizolio rifluiva tutta l’esperienza dell’umanesimo. in dimandare. non già perché parli seco medesimo. quella che bisogna formulare. Anzi principio e fine d’ogni sapere è proprio questo dialogo umano («il sapere comincia dal conversare e finisce nel conversare»). e voi vedete che di questo istromento ci serviamo in insegnare. Ma la lingua non è solo il tessuto connettivo dell’umana società..

ma morta e inutile se 187 STEFANO GUAZZO. p. Nel Dialogo delle lingue lo Speroni si proponeva la questione del latino e del greco. Sottinteso alla trattazione modesta ma fortunata del Guazzo. s’accorgerà che non si può essere uomo senza conversazione. a guisa di folletto in cristallo. Quello che si era verificato con la logica aristotelica. Problema che forse nessun trattatista propose e chiari con la lucidità dello Speroni. secondo il parere d’alcuni dotti scrittori. che nella lingua greca. quasi di per sé sufficiente all’apprendimento del vero («non altramente che se lo spirito d’Aristotele. Era. menzionata qui quasi come esemplare. sostituire al formalismo un altro formalismo. ed egli se ne rendeva ben conto. La civil conversazione (Venezia. nei classici. 110 sgg. non a caso uscito dalla scuola del Pomponazzi188 . è l’altro problema del rapporto fra retorica e filosofia. Venezia. 14. 1552.L’Umanesimo italiano all’etimologia della voce uomo. 188 SPERONE SPERONI. c. chi non ha esperienza non ha giudicio. di un pensiero. La degenerazione degli studia humanitatis aveva portato con sé il grave errore che una lingua potesse aver «da se stessa privilegio di significare i concetti del nostro animo». significa insieme. attraverso un’espressione sorvegliatissima e adeguatissima. 1586). di un pensiero sommo. perché chi non conversa non ha esperienza. valida finché viva in un pensiero. fra una logica formale e il vario vivente processo per cui la verità s’ingenera e si comunica. Dialoghi. domandandosi se. inducendo nella stolta credenza del latino e del greco esprimenti per sé le strutture logiche del pensiero in forma definitiva. Storia d’Italia Einaudi 195 . al posto della logica formale. attraverso la parola. chi non ha giudicio è poco men che bestia»187 . stesse rinchiuso nell’alfabeto di Grecia»). debba porsi lo studio delle lingue classiche. Humanitas aveva significato ritrovamento.Eugenio Garin . e.

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considerata come schema fisso e immutabile, tornava ad attuarsi con le lingue antiche, staccate dall’intenzionalità originaria dell’animo ( «ma tutto consiste nell’arbitrio della persona»). Tuttavia se lo Speroni, com’è naturale, difende l’umanità del volgare, sente in pieno il problema della retorica come arte del persuadere di fronte alla logica, come filosofia che possiede la verità e la sua norma. La soluzione più semplice e più comune, e la troviamo nel Tomitano, che l’espose appunto all’accademia degl’Infiammati, presidente lo Speroni, tendeva a mostrare «la filosofia esser necessaria al perfetto oratore e poeta», come quella che doveva trovar la verità, perché poi il retore la potesse presentare «con eleganza», in modo da persuadere, addolcendo di soavi licori gli orli del vaso pieno di farmachi salutari189 . Anche lo Speroni muove da una posizione analoga, riconducendo la retorica entro i limiti di un abbellimento dei termini, fatto allo scopo di rendere più accettabili i concetti («un gentile artificio d’acconciar bene e leggiadramente quelle parole, onde noi uomini significhiamo l’un l’altro i concetti dei nostri cuori»). Onde la retorica sembra ridursi sotto il concetto dell’arte, destinata ad abbellire con scopi educativi la verità. Lo Speroni, così, paragona la retorica alla pittura; «le parole nascono al mondo dalla bocca del volgo, come i colori dalle erbe; ma il grammatico dell’orator famigliare, quasi fante di dipintore, quelle acconcia e polisce, onde il maestro della retorica dipingendo la verità, parli e ori a modo suo». E, tuttavia, come al pittore non basta vedere la natura e la
189 B. TOMITANO, Quattro libri della lingua toscana... ove si prova la filosofia esser necessaria al perfetto oratore e poeta con due libri nuovamente aggiunti di precetti necessari allo scrivere e parlare con eleganza, III ed., Padova, 1570 (nell’ed. veneta del ’46 al secondo libro è aggiunta una notevole parafrasi della Retorica d’Aristotele).

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sua verità, ma conviene «lungamente dimenticarsi» per tradurne l’ineffabile anima, conì il retore deve conoscere «un certo non so che della verità che di continuo ci sta dinanzi»; di quella verità che ci parla e ci vive nel cuore, «sì come cosa, la quale nei nostri animi, naturalmente di saperla desiderosi, sin da principio volle imprimer Domenedio»190 . E qui, evidentemente ricordando la fine del Fedro platonico, lo Speroni fa un passo avanti, attribuendo alla retorica e alla poesia la funzione di svegliar l’anima, suscitando in noi la verità. Non, dunque, abbellimenti del vero, e al vero subordinati e posteriori, ma del vero nunzi e presentimenti, o, meglio, guide e indici della verità stessa nel processo del suo articolato ritrovamento. Ai filosofi, egli osserva, poesia e retorica possono sì sembrare simili alla frutta che si serve alla fine del pranzo, «ma a coloro che già non sono, e son per farsi filosofi, le due arti predette sono i fiori che innanzi ai frutti delle scienze, le menti loro di fruttare desiderose, quasi pianta la primavera, si dilettano di fiorire». La insostituibile funzione della retorica è proprio nell’educare, nell’insegnare, nel trasformare un presentimento in un possesso, nel persuadere e nel formare. «Indarno adunque d’insegnare... non dilettando ci fatichiamo... e dilettando senz’altro – quanta è la forza del compiacere – siamo possenti di persuadere». E solo in questa persuasione, in questo attivo raggiungimento del vero, ottenuto in una calda collaborazione che è l’ideale colloquio, sottinteso eppure immancabile, se la parola è suasiva; solo così riportiamo «la desiata vittoria, non per forza,... ma come grazia a noi fatta dagli ascoltanti... E veramente quello è buono oratore, il qual parlando d’alcuna cosa principalmente, non con la causa trattata, sì
190 S. SPERONI, Dial. 1596, c. 130 sgg).

della Rhettorica (Dialoghi, Ven.

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come fanno i filosofi, ma con l’arbitrio, col nuto, e col piacere degli auditori, tenta e procura di convenire». Senonché, per questa via, se a parole si fanno onori ai filosofi, in realtà si celebrano i rétori, cui non spettano, è vero, le solitarie fisiche contemplazioni, ma rimangono le reali e umane conversazioni civili. Per questo, proponendosi la questione se a capo delle repubbliche umane debbano stare i filosofi o i rétori, lo Speroni non esita. Le leggi delle città terrene «per oneste cagioni, avendo rispetto ai tempi, ai luoghi, alla utilità, alle sue forze e all’altrui, spesse fiate da un dì all’altro mutano forma e sembiante». Le leggi non sono Dee; sono umani prodotti, che vengono trasformati in idoli. Ora il saggio reggitore deve non già conformarsi a una rigida norma universale, ma «ragionevolmente» comprendere ciò che è reale. «Ragione è bene che le nostre repubbliche, non da scienze dimostrative vere e certe per ogni tempo, ma con retoriche opinioni variabili e tramutatili – quali son le opere e le leggi nostre – prudentemente sian governate». Che è poi, condotto a consapevolezza e giustificato, l’appello del Guicciardini al particolare in antitesi con la considerazione del Machiavelli per l’universale, rigidamente necessario. E par di leggere, dei Ricordi, quel celebre avvertimento: «è grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente, e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione ed eccezione per la varietà delle circumstanze, in le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzioni ed eccezioni non si trovano scritte in su’ libri, ma bisogna lo insegni la discrezione». 5. La questione della lingua V’era, in questo ricercare il valore della retorica, e nel contrapporla, per la sua aderenza al concreto, alla logica,

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non tanto una condanna della filosofia in genere, quanto una manifesta insoddisfazione di certa scolastica filosofia, unita alla fiducia di raggiungere la realtà umana per altre vie. Né vi sarà da stupire se i più accorti letterati, i figli dei più profondi umanisti, proprio per amor del concreto, andranno, sul piano linguistico, difendendo, non il latino, ma il volgare. Ché la pretesa di mantenersi fermi al latino era in fondo appoggiata all’idea di una norma fissa nell’umana società, che è, invece, moto e sviluppo e vita. I classici, riconducendo all’umanità effettuale, dopo aver grecamente e latinamente insegnato, in nome di quell’insegnamento stesso dovevano indurre a ripudiare il greco e il latino. Come in un testo dello Speroni dice il Pomponazzi, assai più schietto era l’Aristotele riesposto in mantovano da chi ne comprendeva davvero l’ideale intenzione, che non l’Aristotele chiosato in greco da chi non andava oltre la forma estrinseca. Apparente capovolgimento, dunque, in quella difesa del volgare che si andrà allargando nel ’500 tra coloro che avevan tratto vital nutrimento dagli studi delle lettere, e per fedeltà alla schiettezza umana vagheggiata dagli antichi affermavano ora il diritto per gli uomini di esprimersi in modo adeguato al proprio sentire. E se non giova ripercorrere qui la vasta letteratura che, dal Bembo al Caro, al Trissino, al Varchi, al Castelvetro, al Muzio, al Tolomei e agli altri moltissimi, minutamente esaminò nei suoi vari aspetti il problema del volgare, conviene tuttavia menzionare la precisa affermazione del Varchi essere il volgare nuova lingua, che rispetto alla latina «non si dee chiamar corruzione, ma generazione». E le stesse lingue poetiche son barbare finché sono alterazione erronea del latino, ma non più «tanto barbare, quanto per avventura credono alcuni», se si coglie in esse il nascimento di una nuova lingua. Alla scuola degli antichi, cercati polemicamente contro i moderni, si imparava alla fine a rispettare i moder-

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ni e a comprenderne la modernità, il cui significato e le cui conquiste proprio alla luce delle precedenti conquiste trovavano sapore e valore191 . 6. La poetica Vincenzo Maggi, e con lui Bartolomeo Lombardi, commentando la Poetica d’Aristotele, e sostenendo che la poesia è al servizio della morale, non esitarono a ridurre poesia e poetica all’etica192 . I platonici, come il Patrizi, Francesco Piccolomini e, specialmente, Jacopo Mazzoni, affermarono essere la poetica disciplina civile, mentre il Patrizi dichiarava addirittura esser l’opuscolo aristotelico il nono libro della Politica. Gli aristotelici più ortodossi la riconducevano invece alla logica, e sentenziavano col Varchi esser «la dialettica, la loica e la poetica... quasi una medesima cosa, non essendo differenti sostanzialmente ma per accidente». Anzi, essendo la poetica «parte o spezie della loica, nessuno può esser poeta, il quale non sia loico: anzi quanto ciascheduno sarà miglior loico, tanto sarà ancora più eccellente poeta». In entrambi i casi alla poesia si attribuiva un compito strumentale, educativo, morale, ma non certo illuminante. Se il platonismo aveva cercato nel bello una ascesa a Dio, l’aristotelismo vi vede un mezzo di formazione morale o di chiarificazione intellettuale, sussidiaria alla logica, sul piano della retorica. E di questo si deve tener conto nel considerare il largo interesse con cui il ’500 guardò
191 L’Ercolano, dialogo di BENEDETTO VARCHI, dove si ragiona delle lingue e in particolare della toscana e fiorentina con la correzione di LODOVICO CASTELVETROe la Varchina di GIROLAMO MUZIO, Firenze, 1846. 192 In Aristotelis librum de Poetica explanationes, Venetiis, 1560. Gli scritti del Varchi nella cit. ed. delle Opere, vol. II.

Storia d’Italia Einaudi

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tomo I. ma non diversamente gli altri trattatisti. 76. del Trissino.. Ragionamento della poesia. del Daniello. p. 1845. l’aristotelismo riconduceva le discussioni estetiche nell’ambito della comunicazione o «conversazione» umana. Storia d’Italia Einaudi 201 . 685. parafrasata.. e geografo e astrologo o teologo e d’ogni altra scienza bene intendente dimostrarsi». e dei moltissimi minori. del Giraldi. per potere poi «tutte quelle ricchezze. dal Segni. e quale la funzione pratica del poetare. messa dapprima in circolazione dalla versione latina di Giorgio Valla (1498). 193 SARDO. e amplia le vere. «è di mestieri al poeta. dal Vettori. in Opuscoli inediti o rasi di classici o approvati scrittori. e di tutto avere esperienza. Così Bernardo Tasso per cui l’artista deve essere còlto in tutto. BERNARDO TASSO.Eugenio Garin .. illustrata dal Pazzi. dal Maggi. Se l’ispirazione platonica delle discussioni intorno al bello non si attenuava.L’Umanesimo italiano alla Poetica. e di nuovo tradotta in latino e in volgare. chiedendosi qual sia l’oggetto della rappresentazione poetica.. VARCHI Della poetica. dello Scaligero. Così il quasi ignoto Alessandro Sardo. d’aver cognizione dell’arti e delle scienze. del Varchi. dal Piccolomini. p. del Muzio. «per ammendare e correggere la vita» senza fatica alcuna. e commentata. 174. del Tasso. e sia scienziato prima che poeta. del Minturno. ma con «diletto grandissimo». ma poi pubblicata nel testo. con lucidissimo ordine e con vaghe parole accomodare a’ luoghi loro». riducendole alla perfezione della qualità conveniente al suggello preso a manifestare».. per non parlare delle trattazioni del Vida. e questo allo scopo di adornare la mente degli uomini d’ottimi costumi193 . Discorsi. Firenze. dal Castelvetro. «Poeta è chi scrive cose finte. per cui poetare è imitare «cioè fingere o rappresentare»... Opere II. come dice il Varchi. E per giungere a quella tal rappresentazione converrà che il poeta conosca un po’ tutto.

337-60. quasi essent. Senonché proprio qui s’inserivano i maggiori problemi. e dall’eccellente messer Pier Vittorio». fra gli altri. Scaliger versus Aristotle on Poetics. l’oggetto imitato? Non raro è l’appello al classico esempio di Zeusi che trasse l’immagine di una bellissima fanciulla dalla vista di più modelli racchiudenti ciascuno una perfezione singola. che nel Discorso sopra Hermogene. Storia d’Italia Einaudi 202 . dell’acuto Castelvetro. qui est docendi cum delectatione».Eugenio Garin . e. propterea quod. Apud Petrum Santandreanum. intorno al tormentatissimo parallelo fra poesia e storia.. Cfr. che è. ma come potrebbero e dovrebbero essere. verum etiam quae non essent. dice lo Scaligero). Vi insiste. quod alterius fides certa verum et profitetur et prodit. Qual è.. non basta ripetere. aut fictis vera imitatur. repraesentaret. come fanno un po’ tutti. e di educare194 .L’Umanesimo italiano Le quali conclusioni garbatamente esponeva. 1942. maiore sane apparatu. traendole «dall’erudito Robortello. un fabbricare apparente. altera aut addit ficta veris. WEINBERG. simpliciore filo texens orationem. e alla natura specifica della imitazione poetica. 2: «differunt autem (Historia et Poesis). p. non solum redderet vocibus res ipsas quae essent.». pubblicato dal Patrizi e lodato 194 JULII CAESARIS SCALIGERI Poetices libri septem. 1594. infatti. con lo scopo di dilettare. Hic enim finis est medium ad illum ultimum. dei Minturno. Philol. specialmente. vel deberent. et quo modo esse vel possent. che produce immagini di cose non come sono. Giulio Cammillo. che essenza della poesia. innanzitutto. Hanc autem Poesim appellarunt. dal nostro giudiziosissimo messer Vincenzo Magi. dei Leonardi. insieme. si tratta di cogliere il modo di quella poetica imitazione. Non basta concludere sentenziosamente imitatur ut doceat. pp. «Mod. B. aut ficta veris imitatur». Quamobrem tota in imitatione sita fuit. è «fingere o rappresentare» la realtà mescolando il vero col fittizio («addit ficta veris. Che è l’elaborata conclusione cui lo Scaligero giunse dopo le dissertazioni dei Capriano. e dell’arte in genere.

l’assoluto ( «non parer dir da se stessi quelle cose che si dicono. imita la perfezion di mille raunata in uno»). GIRALDI CINTIO. vol. organizza i dati singoli in modo da dare.L’Umanesimo italiano dal Tasso. e Lestrigoni. Onde necessario all’arte sembra il continuo trascorrere «tutti li sensi favolosi. G. come osserva il Giraldi Cintio. di continuo. Scritti estetici.. 20. in un’unica forma. de’ Giganti. ma si voglia render ragione più a fondo della differenza fra il puro e semplice ritrarre ciò che è. B. p. che oltrepassa. Ma. insomma. e l’opera poetica. ma mostruosamente. è stato spesso osservato. Dir universalmente e mostruosamente le cose impossibili e incredibili. vol. esaltando oltre il consueto una individua singola creatura. di molti aspetti particolari. in una sua creatura visibile.. I. Storia d’Italia Einaudi 203 . conviene trapassare di nuovo dal divino nel concretissimo ( «sottilmente narrar le cose particolarmente»). Venezia. ma la realtà stessa qual è. e Centauri.». Nell’esempio di Zeusi è implicito il concetto che l’arte esprime sensibilmente. 1560. «mi pare che si possano assomigliare i corpi de’ poemi alla compositura del corpo umano»195 . Ma che il ’500 veda l’imitazione poetica come tentativo di rappresentar la vita vivente della realtà. ciò che è quasi disperso e diffuso nei molti («colui che imita un perfetto. come di Saturno. GIULIO CAMMILLO. non un mucchio di elementi.. 1864. e calare il divino.Eugenio Garin . e Sirene. Dir che cose inanimate servano agli Iddii con alcuno senso.. Il poeta. ma un’unità vivente. de’ Titani. Ma proprio questo concretare in un’immagine singola il tutto. si riferisce come a carattere proprio dell’imitazione poetica all’unità realizzata attraverso la sintesi ultima. e Ciclopi. e Tritoni. non solo la fedeltà storica. 195 Opere di M.. un organismo. Dir cose che eccedano la natura dell’uomo. II.. Ciò che più importa è il notare come la discussione non si fermi qui. p. e Perseo. III. sembra insieme far vivere in una sola realtà tutta la vita.

il vecchio lievito platonico agiva col motivo della bellezza liberatrice. 219). Il «Naugerius» di Girolamo Fracastoro Se l’esame dei concetti aristotelici dell’imitazione. I. citando Platone. con la piacevolezza delle favole. o l’insieme di osservazioni singolari. II. Storia d’Italia Einaudi 204 . 119 (Cfr. far che l’orazione paia propria degli dei») per entro quanto v’è di più simile e determinato («nell’istoria ciò renderebbe bassezza»)196 .L’Umanesimo italiano ma. con l’armonia del verso.Eugenio Garin . Dal quale moralismo e pedagogismo non era poi difficile trapassare nel platonismo di Torquato Tasso che mette in bocca al Minturno. formule degne del196 GIULIO CAMMILLO. che «il fine della Poesia non è altro che. elevazione dell’anima a Dio. È ben difficile.. così la funzione liberatrice dell’arte ci riconduce entro l’ambito dell’eros come spinta verso il divino. come fondamento dell’attività poetica. è forma universale fatta sensibile. p. con la soavità delle parole in bellissimo ordine congiunte. la quale con tanto ordine e sì particolarmente insegna l’arte del poetare». gli umani animi di buoni e gentili costumi e di varie virtù adornare». imitando le umane azioni. nel dialogo a lui intitolato. valore eterno sensibilizzato.. 7. di là dall’apparenza. e del verosimile come suo oggetto. ma anche solo chiaramente distinguere un tema aristotelico da uno schiettamente platonico. Come l’imitazione ci rimanda a ciò che. Opere. non dirò opporre. tendeva a precisare i caratteri dell’arte come forma dell’umana produzione. conclude poi. Bernardo Tasso. espressione sensibile della bontà. sol che si vada oltre la precettistica. p. dopo avere esaltato la felicità del suo secolo per aver finalmente scoperto «la Poetica di quel famosissimo Filosofo. fatto visibile.

intorno al quale officio. dopo aver prospettato la tesi secondo cui la bellezza sarebbe «una vittoria che la forma riporta della materia». perché il bello dee germogliar nel bello. 1847. «un sembiante. quasi fiore in fiore». 1587. ma venne mitigandola nell’asserzio197 BERNARDO TASSO. Venezia. 179. o circoscritta dal luogo. meglio. quasi in proprio soggetto: il che mi pare molto sconvenevole. 174. «Scelta ch’avrà il Poeta materia per se stessa capace d’ogni perfezione. TORQUATO TASSO. pp. E così la bellezza sembra sfuggire ogni umano contatto e «non patisce d’esser descritta. o dalle parole»197 .. 10 r). Storia d’Italia Einaudi 205 . Naturalmente il Tasso non si tenne fermo a questa posizione estrema. a sua voglia muti e rimuti e riduca gli accidenti delle cose a quel modo ch’egli giudica migliore col vero alterato il tutto finto accompagnando». dalla materia. e la fa dall’Istoria differente. loc. che riposero la bellezza nella materia. o più del mirabile o per qualsivoglia altra cagione portasse maggior diletto e tutti i successi che sì fatti trovarà. Il Minturno ovvero della bellezza (Prose filosofiche.Eugenio Garin . cioè che meglio in un altro modo potessero essere avvenuti senza rispetto alcuno di vero o di Istoria. li rimane l’altra assai più difficile fatica. come intorno a proprio soggetto quasi tutta la virtù dell’arte si manifesta. II. Ma però che quello che principalmente costituisce e determina la natura della Poesia. cit. o.. Infatti. prima d’ogn’altra cosa deve il Poeta avvertire se nella materia ch’egli prende a trattare v’è avvenimento alcuno il quale altrimente essendo successo o più del verisimile. che è di darle forma e disposizione poetica. 413).L’Umanesimo italiano la più rigida ortodossia ficiniana. Cfr. dal tempo. c. perch’ella è per sua natura brutta e deforme oltremodo. anzi è la bruttezza istessa: laonde il bello ai troverebbe nel brutto. ma in quella guisa che dovrebbono essere state avendo riguardo piuttosto al verisimile in universale che alla verità dei particolari. Firenze. è il considerar le cose non come sono state. viene escludendo dal concetto stesso di bellezza ogni contaminazione di materia. «Laonde io mi meraviglio del Nifo e degli altri Peripatetici. nei Discorsi sul Poema Eroico: (disc. ovvero una immagine del bene».

con cui riprende. è colui che vede ed esprime l’idea nella sua visibile bellezza.. E di qualunque argomento essa tratti o discuta. come invito ad evadere verso i cieli dell’idea.Eugenio Garin . realizzandola a pieno nella sua libertà d’espressione. se pur sono innegabili le risonanze educatrici dell’arte. di esprimere. omnis materia poetae convenit. In genere. Per Fracastoro. tutta la trattatistica aveva inteso l’arte o. e quasi conclude e concilia tesi varie e contrastanti. Proprio nella precisione sistematica. secondo quel suo peculiar modo ond’è. come dilettosa forma d’educazione. se mai. cioè. Il poeta non finge e non falsifica. come formazione umana. ne discute e ne tratta sempre in quanto poesia. Per questo. o. al di fuori dei suoi effetti (piacere. ov’è chiaramente detto che il poeta imita. non è bello né perfetto perché non è fatto»). poeticamente. in modo più aderente allo spirito mondano dell’aristotelismo. e che così facendo non fa che realizzare nel modo più pieno e più perfetto la cosa medesima nella sua compiuta realtà.L’Umanesimo italiano ne che bellezza è armonia de’ dissimili («proporzione e misura delle cose che hanno parti dissimili»). Ma colui che meglio d’ogni altro riuscì ad armonizzare il tema dell’imitazione aristotelica con i più fini motivi platonici fu il Fracastoro nel suo Naugerius sive de Poetica dialogus. sta la radice del successo del dialogo fracastoriano. neppure è lecito porre una qualsiasi materia come peculiare del poeta. sarà propria del poeta l’arte di ben dire. non la cosa. platonicamente. poesia. per definir la poesia. e. la poesia trova in se stessa il proprio fine e la propria misura.. soprattutto. pulchritudine vestita). ma l’idea. inse- Storia d’Italia Einaudi 206 . e nella completezza del suo significato (liberam et in universum pulchram). Ove si parte dalla natural tendenza dell’uomo a imitare e a cantare (natura insitum canere. appunto. l’idea rivestendola di bellezza (idea simplex. et musica quadam agi). Ma. segno imperfetto di un’unità increata ch’è oltre la bellezza («Dio.

. né quello del Maggio bresciano. non illum vult unitari.. fine. omnes pulchritudines quaeret. nullus simpliciter bene atque apposite dicit. in una lettera al Ramusio. Quello del Robortello io non ho veduto. meraviglia). hic quidem docendi. et satis est ad explicandam rem. et defectus multos sustinent. Venetiis. poeta vero illi assimiletur qui non hunc. non uti forte sunt. Quippe omnes. et ipse. Poeta vero per se. 738-39): «quanto mi scrivete del commento d’Averroè sopra la Poetica. pulchritudinibus suis vestitam. è. similmente. universalem et pulcherrimam ideam Artificis sui contemplatus. pp. l’allusione ai commentatori della Poetica (Lettere di XIII huomini illustri. bene quidem atque apposite dicunt. attribuendogli tanto». insieme. in funzione esclusiva del suo raggiungimento dell’universale198 . et docere et persuadere et de aliis loqui. io non l’ho mai veduto. . qui vuitus et reliqua membra imitatur.L’Umanesimo italiano gnamento. Bartolomeo Lombardo.. e dei suoi contenuti.. ille persuadendi.» «Non . Sed inter illos hoc interest...rem nudam.. 199 «Vult quidem. praeter poetam. sed.sed simplicem ideam. quibus bene dicendi facultas tributa est.». dicendi omnes ornatus.. c. quod universale Aristoteles vocat. nullo alio. quod. per Fracastoro. quasi alii similes sint illi pictori. et siquis eiusmodi finis est. 198 Naugerius (H. onde si potesse cavar qualch’utile. quantum cuique convenit. quales esse deceret.Eugenio Garin . tamquam adstrictus eo fine. res facit. perché non ci può essere cosa se non da ridere. eccetto s’egli non citasse qualche commentator Greco. sed non quantum expedit. Universalità che. FRACASTORII Opera omnia. Storia d’Italia Einaudi 207 . verum ideam sibi aliam faciens liberam et in universum pulchrum.. libertà199 . sed in genere suo tantum et quantum attinet ad constitutum sibi finem.. che intendo ha fatto favor grande al nostro povero M. nisi simpliciter bene dicendi circa unumquodque propositum sibi. poeta vero universale. uti est.» Interessante. né curato di vedere. quae illi rei attribui possunt. 115-116: «alii singulare ipsum considerant. 1584). qualia prorsus in re sunt.

tutta la moralità Storia d’Italia Einaudi 208 . del consorzio e della benivolenza degli uomini». si pongono in opera più di rado.Eugenio Garin . «privandoci. e se peccare contro questa «conversazione» non è. La vita d’ogni giorno non ci vede combattenti contro tigri circasse o leoni africani. ove si vien formando un giovane a ben vivere «nella comune conversazione». per questa cagione. anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso. la fortezza. e gli animosi uomini e sicuri similmente rade volte sono costretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera». né deve ad ogni istante dar prova delle sue più alte virtù. I «modi» son quelli che più ci congiungono ai nostri simili. L’uomo non è chiamato in ogni momento della sua vita a cimentarsi nei più tragici conflitti. il Galateo di Monsignor Giovanni Della Casa. Ma se la virtù nelle sue forme eroiche è dei giorni di festa. Moralità e «modi civili» Uno dei testi classici della trattatistica cinquecentesca.L’Umanesimo italiano RICERCHE MORALI 1. ai giorni comuni appartiene invece la convivenza operosa con gli uomini. fra socialità e moralità. a’ loro possessori non fanno». peccato mortale. e delle maniere. in cui. ma contro fastidiosissime mosche e zanzare dei nostri paesi. e la sicurezza altresì. e le altre virtù più nobili e maggiori. né il largo e il magnanimo è astretto di operare ad ogni ora magnificamente. «e la convenevolezza de’ modi. e delle parole. tuttavia la natura subito ci punisce con somma gravezza. il Della Casa impianta gran parte della sua trattazione. «La giustizia. Su una distinzione fra doti del costume e virtù morale. si apre con una serie di rilievi veramente interessanti. giovano non meno a’ possessori di esse che la grandezza dell’animo. certo. per altro.

Lettere.L’Umanesimo italiano viene veramente vivendo e distendendosi in quell’umano costume. che è. e perfino della massima evangelica.. insomma. trasforma la lettera morta in vivo spirito. leggendo la Scrittura. «quello che io non fo. ma dal calore di un contatto umano. L’opera è maturata. insieme.. indirizzava ad Annibale Rucellai a proposito dell’eloquenza. la quale è arte di consentire. uomo politico e scrittore. non per le solitudini o ne’ romitori. nel vol. ed è "«differente dalla dottrina e dalla erudizione». soprattutto. che noi amiamo il prossimo. pp. ed abbracciarlo». Non diversamente. «che a chiunque si dispone di vivere. e della scienza. fa persuasione operante. pienezza di educazione di uomini. Storia d’Italia Einaudi 209 . non dal sapere freddo. è tutto opera e frutto dell’eloquenza». «Il Vangelo c’insegna. p. ha. da quanto ci induce a concludere una lettera che nel ’49. Galateo. s’egli è buono oratore. v’è necessità «della artificiosa consuetudine». 4-6. veramente. Per il quale ogni uomo. E in quel costume prende corpo e concretezza la virtù. di convenire. La quale. Milano-Napoli. Filologia e critica. vita concreta200 . Di qui una moralità che è. disciplina. come nel Cortegiano definiva il Castiglione. sincerità di rapporti fra uomini e. 75 (Sul Della Casa cfr. sempre il Della Casa. 63-80). ma nella città e tra gli uomini». E questo. CARETTI. facendosi. non già estirpando 200 DELLA CASA. serve come base fondamentale per ogni attività seriamente valida. L. 1955. di comunicare.Eugenio Garin . che coltivi ed apra la via a quei semi. la quale trasformi l’uomo e lo faccia veramente umano. ma il predicatore. e poi fo udendo la predica. del resto. da solitaria esercitazione. Giovanni della Casa. senza dubbio «incluso e sepolto nell’anima» il seme delle virtù morali. p. ci sforza a ire a trovare il nostro nimico. ma v’è necessità del «bono agricultore».

Rientra in certo modo in questa linea L’Anassarcho del Lapino (Frosino Lapini). I. che pubblicò proprio a mezzo il ’500 il suo vasto e fortunato libro Della filosofia morale. come suo più caro dono. finché maturino felici frutti. et ut debet. Firenze. Né a caso le due opere ora menzionate. Ed uno dei più prolissi chiosatori della Nicomachea.Eugenio Garin .. è in questa valutazione della passione umana.. o schifare nel dare opera agli studij. dentro a l’uomo ha occultato e racchiuso. vedi anche le Stanze sopra la dignità dell’huomo. Solo in questo equilibrio armonico della vita emotiva «l’animo nostro al tutto preparato e disposto rendiaCASTIGLIONE. Tutto il Cortegiano. Agostino Nifo. 201 202 Storia d’Italia Einaudi 210 . o vero Trattato de’ Costumi. col suo spirito inconfondibile. nel suo opuscolo De principe (Libellus de his quae ab optimis principibus agenda sunt. uscito in Firenze nel 1521). Si capisce così. Del Lapini. 14. Firenze. non chi non desidera. Il Cortegiano. osservava appunto che temperante è. le spine e ’l loglio». che va temperata. si conoscano bene le nostre passioni ed affetti per renderli «mitigati e composti». e cioè del trarre a compimento i semi latenti di virtù. «levando. o modi che si debbono tenere.. et quando debet.»). insigni nella produzione del secolo. 1571 (cfr. Felice Figliucci. che fondamentale rimanesse il problema della educazione. che per iscoprire e migliorare con l’arte quel che la natura. p. Discorso utilissimo ad ogni virtuoso e nobile scolare. 74: «non per altro son dati i Precettori a’ discepoli.L’Umanesimo italiano gli affetti. ov’è pur tanto platonismo. sono indirizzate entrambe a formare l’uomo «civile»202 . 1567. «prima che alla contemplazione e speculazione ci mettiamo».. non strappata. insisteva sulla necessità che. ma chi debitamente desidera («qui quae debet. concupiscit»). Firenze. come voglion di Stoici. 1566 e una Lezione del fine della poesia. ma armonizzandoli per entro una misura201 . il biografo del Diacceto.

Che se anche fosse possibile che un uomo. la conclamata superiorità del contemplare. amicabile.. somma attività dell’intelletto. e questo. Di questo dobbiamo occuparci.. 3-5. appunto. benefica. è la communicanza e la natural benevolenzia. 1552.. in un modo che al solitario sarebbe precluso. simile si rende a Dio». ma. anche nel Figliucci.. beneficandosi insieme e aiutandosi. Venezia. materialmente parlando. «dove le azioni e le opere morali e virtuose sono proprie dell’uomo»203 . non uomo sarebbe... conciosiacosa che.L’Umanesimo italiano mo a ricevere in sé il seme che la contemplazione vi sparge». Né ci inganni troppo. e da solo soddisfare ai propri bisogni. L’aristotelico Piccolomini. ma la scienza stessa e la contemplazione connette in modo indissolubile con la sua condizione «civile. Poiché l’uomo è parola. In terra. solo attraverso la comunicazione umana l’uomo si solleva verso Dio. potesse viver solo. per il mezzo di questa umana benevolenzia l’uomo all’uomo. ma li perfeziona. Storia d’Italia Einaudi 211 . ma «di ferro e di marmo». La «institution» dell’uomo Uomo significa – insiste Alessandro Piccolomini – un «animale civile e comunicativo». cc. Con molta chiarezza il Piccolomini insiste 203 FELICE FIGLIUCCI. collaborando.. riserbata agli angeli e agli spiriti puri. appunto per questo. dobbiamo formare. conversativa». Della filosofia morale libri dieci sopra i dieci libri dell’Etica d’Aristotele. «dilettevolissima. ma parole e discorsi. con cui non soltanto formula agli altri i suoi pensieri e ritrovati. 2. se non comunicasse con i suoi simili. e giunge alla felicità. poiché unico fra gli animali emette non voci e grida.Eugenio Garin . non solo pone l’indiamento nell’azione comune.

si ritiri sui monti o nelle selve. economica e politica. i parenti. ebbe larga fortuna e diffusione per tutto il secolo. tutte le scienze e le arti. batte sui due motivi della educazione perenne ( «educa. quella Instituzione dell’uomo nobile. Chi. di cose che «senza l’aiuto d’altri non può avere». e di un sapere scientifico. intorno al ’40. mala fortuna». potesse. far si che. dalle quali due cose depende il lor sommo bene e la felicità loro». «Perché all’uomo. che intorno alle scienzie e alle operazioni utili e virtuose con la ragione forma nella mente dentro. perché il «solitario.. e nella vita civile tendeva a risolvere. si ridurrà a discorrere «con gli sterpi e co’ sassi». che cominciava dal considerare la città «libera». e circonda. è capace di da- Storia d’Italia Einaudi 212 . communicando il tutto con la favella. oltreché morale... amicizie e parentele abbraccia. nato in città libera. e ’l sangue proprio s’ella bisogno n’avrà mai». veramente piuttosto fiera che uomo si dee stimare».L’Umanesimo italiano su questa continuità della formazione del genere umano.Eugenio Garin . Ma già sarà decaduto dalla sua natura. per la cui salute ha da por l’uomo le sostanzie. non bastandogli la voce sola per quello che trattar doveva. proprio e solo in funzione di quella società che.. com’egli si compiaceva di dire. se ancora abbia volto d’uomo. Il Piccolomini. Delle quali lo vediamo introdur via via la trattazione. Nasce così.. «la qual tutte l’altre communicanze. più oltre conviene che al diletto e dolor del senso solo rispetto avere. che solo una tradizione di sforzi collettivi può costituire. «per pazzia o. fuori dalla conversazione umana. ed è educato») e della vita civile. soccorrendosi gli uomini ed aiutandosi e supplendo l’uno a quel che comincia l’altro. che. Opera. riducessero a perfezione le scienze e le virtù. unica. della città. appunto perciò. come strumenti. [la natura] gli volse dar la favella con la quale i varii pensieri e le diverse invenzioni.. avendo bisogno l’uomo. «per commodo e per ornamento della sua vita». gli amici. più volte largamente rimaneggiata.

infatti. solamente. che i desiderosi delle lettere abbiano occasione di farsi dotti nelle scienze fisice. in favore della medicina. né «a noi proprio. ché anzi. né ci avvicina. La scienza della natura non fa che sopravalutare il corpo rispetto all’interiorità. ma una concreta moralità terrena. che ci guidino alla felicità che ci potria far beati». fanno altrui conoscere la mente dei Legislatori».Eugenio Garin . matematice e metafisice». mentre che uomini siamo». e per la cura e salute dell’altra poi non è chi pensi di far parola. per gli studi d’Italia. ci permette di vivere «col pericolo e nelle spese di coloro che sono viventi innanzi». cioè la via delle virtù e de’ buoni costumi.L’Umanesimo italiano re all’uomo la felicità. «Essendo composti noi d’una parte che poco vale e presto manca. da quell’intuizione suprema che attende i beati. e «divina cosa è lo speculare». «se prudentemente saran dichiarati.. quali gli studi storici e poetici. attraverso cui. altra quelli umani. La storia. maravi- Storia d’Italia Einaudi 213 . egli insiste. «Laonde è cosa degna di maraviglia che tanti signori degli Studii d’Italia con ogni diligenzia s’ingegnino. senza perdonare a spesa e fatica. E altra cosa son gli studi grammaticali e linguistici. non se la formassero affatto attraverso lo studio delle lingue. osserva come i greci.. Né deve credersi perciò che il Piccolomini sia fanatico sostenitore di una educazione grammaticale. Ed i poeti. e d’un’altra ch’è degna molto e sempre dura. non angeli siamo». per la salute di quella prima. «quasi uno specchio della vita». se ne vergan le carte. molto lucidamente. può il giovane arrivare alle scienze utili per la vita civile. Né il Piccolomini esita a capovolgere la tesi degli aristotelici: cittadini del cielo non ci fa la speculazione fisica. «Uomini. con la misura del giusto interpretando le leggi. tralasciando invece le «onoratissime scienze donde s’impari l’arte del vivere. anzi ci allontana. modelli a noi di umanità. e ne rimbombano ad ogni or le scuole. se già dir non volessimo che alla cura delle menti nostre attendano coloro che.

Al quale. e aggiungendo molte importanti. nato nobile e in città libera. apporteranno come soleva tra i Greci Omero». 1582. in particolare. (havendolo egli sostenuto a battesimo) secondo l’usanza dei compari: dei detti libri fa dono. figlio de la Immortale Mad. Libri X. Alessandro Piccolomini.L’Umanesimo italiano glioso frutto a’ fanciulli. Ne’ quali egli levando le cose soverchie. la Universa philosophia de moribus. In realtà. a beneficio del Nobilissimo Fanciullino Alessandro Colombina. è raccolta la somma di quanto principalmente può concorrere a la perfetta e felice vita di quello. Iconomica. Storia d’Italia Einaudi 214 . Composti dal S. In Venetia. costituiscono quegli studi letterari che sono vera scuola di umanità204 . del resto. prendeva a commentare. e non la lingua greca come tale. Della Institution morale libri XII. Poiché Omero e la sua poesia. Venetiis. non solo rimaneva fedele al peripatetismo. di intonazione platonica. e a miglior forma. che il Mureto incentrava la sua attenzione su quel libro quinto della giustizia che. E lo stesso Francesco Piccolomini. pochi giorni innanzi nato.. Laudomia Forteguerri. in un suo Compendio della scienza civile. ma andava svincolandosi anche da quanto di ascetismo platonico rimaneva nella Nicomachea. dove e Peripateticamente e Platonicamente. quanto a’ costumi. fida scorta nel periglioso sentiero di questo corso mortale.Eugenio Garin . aveva il curioso titolo: De la institution di tutta la vita de l’huomo. adatta a 204 ALESSANDRO PICCOLOMINI. e parte de la Politica. ha emendato. autore di una prolissa trattazione morale. In una delle varie edizioni dell’opera sua il Piccolomini prometteva di trattar l’argomento insieme «peripateticamente et platonicamente». che già scrisse in sua giovinezza delle Institution dell’uomo nobile. In lingua toscana. intorno a le cose de l’Ethica. distingueva e raccomandava una «virtù civile». 1543. e non la grammatica latina. legge delle nostre azioni. (La prima ed. e ordine ridotto tutto quello. «regola dell’umana vita. ed insomma sicura strada per ritornare alla patria celeste». e Virgilio ed Orazio. a quel modo.

tamquam ex oraculo» – in cui si dice che gli Stati saranno felici solo il giorno in cui. non come in uomo. tuttavia. dei cui scritti etici si moltiplicano i commenti e le imitazioni. appunto..Eugenio Garin . che.L’Umanesimo italiano realizzare in terra il fine umano. poiché la speculazione pura è «nell’uomo. nel procacciare cioè la felicità agli uomini (beatas respublicas efficere). ma nella morale e nella politica. citava dalla Repubblica il luogo famoso – «nobilissimam vocem. che la vera filosofia non consiste nella logica e nella fisica (in disserendi subtilitate. Breve discorso della istituzione di un principe e compendio della scienza civile. 371-410). pp. 3. Storia d’Italia Einaudi 215 . Influenze aristoteliche e commenti alla «Nicomachea» In Roma. 103-117. appartiene soltanto agli «eroi»205 . additava nella classica trattazione il migliore strumento possibile per l’educazione degli uomini. Soggiungeva. anzi. di fronte alla virtù eroica. come di quella in che s’abbia più parte». a cura di Sante Pieralisi. convien ragionare piuttosto della vita «attiva. A questo fine. appunto. in cui. il 16 dicembre del 1563. o i filosofi diverranno sovrani. piuttosto che dal platonismo. la sua versione. E nel ’50 Bernardo Segni. pp. la prima è del 1583. da Aristotele. aut in pervestigandis rerum naturalium causis). tratto in gran parte da quello latino dell’Acciaiuoli. Universa philosophia de moribus. Roma. che. commentando. 1594 (è la II ed. ma come in chi vive di vita più che da uomo». Il commento del Mureto nella raccolta cit. 205 FRANCESCO PICCOLOMINI. del ’65. l’indagine morale amava trarre ispirazione. Marco Antonio Mureto pronunciava una orazione de moralis philosophiae laudibus. Venetiis.. o i capi saranno filosofi. offrendo al granduca Cosimo de’ Medici la sua versione in volgare della Nicomachea con un vasto commento. 1858. E soggiunge.

Principe di Salerno sopra l’Ethica d’Aristotile raccolti dal Rev. alla quale.. interessanti riflessi. Mons. cfr. E sono dialoghi in volgare. uscì a Venezia nel 1550. uscirono in Venezia nel 1544. 207 Ragionamento di Mons. 1567. è la versione della Politica (Gli otto libri della repubblica che chiamano Politica d’A. Così parla delle trattazioni in volgare: «non già. che traversano la letteratura moralistica in genere di tutto il secolo206 .. I Dialoghi della naturale e morale filosofia del Brucioli. o alcun altro gentile spirito avessero questa medesima materia trattato nella lingua nostra. L’etica d’Aristotele ridotta in modo di parafrasi con varie annotazioni e diversi dubbi. Roma. che io speri qualche gran lode d’un’opera così priva d’ogni ornamento. se mai. che non è poi che il Galateo del Della Casa207 . garbati e piani. da quelli del Nifo. o il Figliucci. 1562. come del Pomponazzi. per non dir d’altri molti. ben di rado incontra qualche accento nuovo. Galeazzo Florimontio. AGOSTINO DA SESSA. non avrei posto mano. Nel ’47 a Firenze.L’Umanesimo italiano Tuttavia chi vada scorrendo chiose e commenti. per essere stata pubblicata manchevole. sopra l’Ethica d’Aristotile.. Di A. S. Parma. di cui s’è detto. Venezia.). Il Nifo ritro206 La traduzione italiana del Segni. più volte ristampata.». vescovo di Sessa. 1574 (del 78 è la Politica). del ’54 fu rifiutata dall’autore. se non. la prima edizione si presentava come fedele riproduzione del pensiero morale del Nifo: Ragionamenti di M. a quelli del Figliucci o dello Scaino. ed è interessante sottolinearlo. di Galeazzo Florimonte..... si trovano. GALEAZZO FLORIMONTE. ma tutt’altro che originali. o dello Javelli. del Nifo o del Porzio. SCAINO. per talune inserzioni di temi teologici e di motivi agostiniani. In realtà. chi riprenda vaste e massicce compilazioni come quella del Brucioli. sempre pubblicata in Venezia. Del ’47. forse.. Dei più famosi. La prima edizione.Eugenio Garin .. senza suo consenso («di che io non poco mi dolsi»). dedicata a Piero Strozzi. se io avessi saputo che il Signor Alessandro Piccolomini. con l’illustriss. Così derivano dall’insegnamento del rumoroso filosofo di Sessa i Ragionamenti sull’etica d’Aristotele. Storia d’Italia Einaudi 216 . era uscita una traduzione latina di Pier Vettori.

liberamente la vita sua». l’uomo. per esempio. Ché tutta l’umana dignità e perfezione è in uno scontento perenne. uscì contemporaneamente nell’originale latino e nella versione di Giovan Battista Gelli. del 1551. subito nella dedica della Circe affermava esser solo l’uomo capace di «eleggersi per se stesso uno stato e un fine suo. e non a caso. che secondo la inclinazion della natura. scolaro del Pomponazzi. io mi ci voglio stare»). di cui ci resta l’opuscolo «se l’uomo diventa buono o cattivo volontariamente». e ricca d’insegnamenti la conclusione cui giungono. ch’è un rimaneggiamento del primo). del Porzio amicissimo. Simone Porzio.Eugenio Garin . la talpa e l’ostrica: esser più felice la condizione loro della condizione umana. dantista e filosofo e arguto scrittore. Sempre il Tasso intitolava al Porzio. «il migliore. a discorrere del piacere in due dialoghi del Tasso (Il Gonzaga ovvero del piacer onesto. il dialogo Delle virtù. ond’è trasparente la favola di Circe. ov’è sostenuta la natura non corporea. perché priva d’inquietudine e lieta della propria perfezione («essendo io perfetta in questa mia specie. aveva a più riprese discusso questioni legate all’etica. in una imperfezione saputa e sofferta («stato pieno di tanti affanni e di tante miserie»). più famoso filosofo. Prometeo e camaleonte. sempre nel ’51.L’Umanesimo italiano viamo ancora. ov’è ben ritratto il temperamento tutt’altro che ascetico del Sessano. in un perenne bisogno. che. ma spirituale del dolore. e vivendomi senza un pensiero al mondo. calzolaio fiorentino. guidare piuttosto secondo lo arbitrio della propria volontà. ma d’Italia tutta». e nelle dissertazioni sulla libertà. come più gli piace. in uno squilibrio. non solo di Napoli. Ma là dove il Porzio non si slegava dalla posizione d’Alessandro d’Afrodisia. il Gelli in garbatissimo modo riprendeva i temi dell’umanesimo quattrocentesco quando. e camminando per quel sentiero che maggiormente gli aggrada. Il Nifo ovvero del piacere. e nel De dolore. in un continuo decade- Storia d’Italia Einaudi 217 .

per l’avarizia. puro e semplice abito.. il più delle volte ha l’intelletto così rozzo come egli dimostra nel sembiante»). ritroviamo nella Prima veste dei discorsi degli animali del Firenzuola («la filosofia apparisce più bella con mansueto aspetto. fonte di schiavitù e sofferenze umane209 . sospetto. timore e.. questi beni mondani»208 . tratta dalla tradizione medievale del Panciatantra. ed. Nella Circe. «perché e’ non sono beni. che coll’orrido supercilio coperto da qualsivoglia cappello. utile strumento. v’è un interessante cenno al danaro. delle cose presenti. E l’uomo per avere questa volontà libera. Flor. I Capricci del Bottaio ecc. e trovar limiti reali e fittizi. G. dove poi poteste. e... 1610).nell’animo.. Ferrara.. 67: «furono da voi ritrovate le città. per la quale elle non possono conseguire altro fine che quello che è stato ordinato loro dalla natura.. che è la sua libertà. ambigua.. provvedere Storia d’Italia Einaudi 218 . Solo l’elefante comprende che la grandezza dell’uomo consiste nella sua sofferenza. 1878.. chi per parer savio si mostra in volto torbido e collerico.. cit. 1551. paura. GELLI. o rivolgendosi verso quelle.. Doni (nuova ed. rispetto delle leggi».Eugenio Garin . «Perché tutte l’altre creature hanno avuto una certa legge. Di questa condizione umana. e uno manco degno. abitando comodamente insieme. Una «urbana e modesta» riflessione morale. La Circe. Ma appunto perché comprende il discorso d’Ulisse. di quei della sua specie con i quali egli è forzato conversare continuamente. fattosi poi. p. può acquistarne uno più degno.. «poca sicurtà. son pieni anche i Capricci del bottaio.L’Umanesimo italiano re nel tempo. né possono uscire in modo alcuno di que’ termini che ella ha assegnato loro. B. Milano. e cura delle future. sofferente eppur nobile per il legame terreno. .. ove si insinua continuamente lo spirito dell’ascetismo platonico. o inchinandosi inverso quelle cose che sono inferiori a lui. Nei Marmi 208 S IMONIS P ORTII De dolore.. 209 Circe. anzi.. che gli sono superiori». come pare a lui. B. l’elefante diviene uomo. e così pure ne La filosofia morale di G.

Storia d’Italia Einaudi 219 .L’Umanesimo italiano il Doni. che si sia di bene». L’uomo. ove i temi d’obbligo ritornan tutti. è decaduto nel regno del tempo e della morte. 1928. Sulle monete e sui cambi. Anche all’uomo era stata assegnata una sorte. a cura di E. Più gioverebbe. oggi si conturba tutto per la roba. non ci trovo altro al mondo che opinione: l’uomo si ficca una fantasia maledetta nel capo e va dietro a quella. non avendo sempre bisogno uno di quelle cose che ha colui che ha bisogno delle sue. Vita attiva e contemplativa Non altrettanto brio troviamo nei dialoghi del Tasso. che sono talora trattatelli a’ bisogni l’un dell’altro. «Il tempo e la morte son signori del tutto. ma condanna. peccando. l’altro si cruccia per i figlioli. Ma cfr. I. domani s’adira per la dignità. tal ora muor di doglia e spesso crepa d’allegrezza. F. Bari. non segno di gloria. vol. faccenda e stato»210 . forse. ogn’ora muta voglia. 210 A. E acciocché voi conseguiste meglio questo fine. ma senza originalità vera. p. 4. mentre insiste sull’infinita miseria del possesso. quella d’Adamo in paradiso. o magari le raccolte di lettere. così ogni dì. in proposito di Bernardo Davanzati i due scritti. voi trovaste ancora il danaro. Ultimamente. Chiorboli. I Marmi. DONI. del 1588. nell’inquietudine umana vede. che e’ non è cagione fra voi di manco male. dell’apparire vano. 268 sgg. pascendosi tanto che finisce i suoi giorni. e molto accommodato per la commutazione delle cose: ma poiché egli arreca tanti comodi al viver vostro. voi l’amate tanto straordinariamente. mezzo certamente bellissimo. ricercare le osservazioni sparse dal Varchi in certe sue lezioni sull’invidia e la gelosia .Eugenio Garin .

e i dialoghi Dello dignità di Bernardino Baldi. Eversiones singularis certaminis. Venezia. 1563. BERNARDI DELLA MIRANDOLA. MUZIO. sull’onore. Il duello. De honore. dal massiccio trattato di Antonio Bernardi della Mirandola. 1957-61). 1580.. Le opere dichiaratamente morali. 568 sgg. lat. Ed ecco le innumerevoli discussioni sul duello.. B. 1594. Firenze. plagiato dal Possevino. Avvertimenti morali Venezia 1572.. Trattato dell’honore. Greco. sull’armi e le lettere. Opere. ANNIBAL CARO. Venetia. alle solite composizioni del Muzio. POSSEVINO. II. 162 sgg. 1859.. trattato della nobiltà. 1414. 1569. FARRA. del ritiro dal mondo ecc. F. 1571. Ma. tornano sempre sui motivi consueti che si fanno fastidiosamente banali. TOLOMEI. Lettere familiari (1531-1544). Ecco il Trattato della lode. del Nobili. G. dell’honore e della gloria del Verino secondo. De le lettere familiari. 1587. C. cfr. ai dialoghi del Tasso. 1553. 293-402. critica a cura di A. quella del Caro a Bernardo Spina dove si toccano i soliti temi della vita monastica e solitaria. Venezia. pp.. p.. de’ segreti della natura. Settenario. Storia d’Italia Einaudi 220 . Roma. Della dignità.Eugenio Garin . 1553. A. POMPEO DELLA BARBA. 212 Cfr. come la lunga epistola di Claudio Tolomei a Dionigi Atanagi sulla ricchezza e la povertà211 . sull’innalzarsi dell’anima alla contemplazione di Dio. libri sette. Firenze. 211 B.. L’arciero. BALDI. Firenze. dialoghi o trattati. sulla nobiltà. della fama. del Sardo. 1920 (e. Il Cavalier. Il commento alla Nicomachea del Bernardi della Mirandola nell’Urb. sulle virtù del gentiluomo. 3 voll. et della gloria. Delle lettere. Venezia. tra le lettere. VARCHI. del Romei..L’Umanesimo italiano edificanti. per non dir dei confronti fra le armi e le lettere. 1585. p. De vera et falsa voluptate. FRANCESCO DE’ VIERI. Venezia. agli scritti del Farra.. l’ed. Non a caso le sette giornate in cui il Romei distribuì i suoi Discorsi sono dedicate appunto a questi argomenti212 . B. in Versi e prose. De hominis felicitate. Due. Venezia. A.. per es. G. per es. Il gentiluomo. Lucae. Dialogo dell’onore nel quale si tratta del duello. 1558. NOBILI. Firenze. dialoghi. vi sarebbe larga messe da cogliere. ora. volumi due. Venezia.

Intorno al primo punto. con un bello e gran nome. fu chiamata speculativa». egli afferma.. vita. non umana né cristiana. ch’è il mondo degli uomini. tutta presa a investigare il mondo di Dio. vana perché. la qual vita niuna cosa umanamente operando. non perché mediti su sé e le cose.. ed alle lingue e alla retorica dedicò alcune delle sue pagine più degne. Lo Speroni. miseri «e non ben vivi».. ebbe vivissimo il senso della «comunicazione» umana. Ma nella seconda parte dei dialoghi egli venne largamente discutendo anche di altri problemi assai gravi. ma perché valga al combattimento. tutti intesi alla vanità dello speculare. tuttavia. e della storia. felicemente nella follia de’ volgari la vana vita contemplativa».Eugenio Garin . com’egli dice. ma vanamente considerando le cagioni dell’opere della natura e di Dio. la conclusione messa in bocca ad Antonio Brocardo è ferocemente avversa al puro contemplare.L’Umanesimo italiano Un posto a sé.. e nella loro prima stesura ripresi in parte da Alessandro Piccolomini.. il quale. E i «filosofi speculativi. rimane estranea al nostro mondo.. non più inteso da alcuno. ma lei fatta dee adoperare in ma- Storia d’Italia Einaudi 221 . meritano i Dialoghi di Sperone Speroni. e in particolare del rapporto fra vita attiva e contemplativa. quando questi compose originariamente la sua Istituzione. L’uomo è come una spada che Dio ha fatto. vi fu qualcuno «non migliore.. fra gli uomini deboli. «l’uomo non dee spendere suo tempo in investigare troppo curiosamente in qual guisa creasse Dio la nostra anima. o fuor del mondo albergasse».. tanto sanno del nostro vivere umano. quanto saprebbe chi. Quando si costituiron le città. inutili. per coprire la sua viltà. finse una vita. ma meno scempio de’ suoi consorti. onde e’ paresse di rifiutar tutto il bene che non poteva ottenere. vedemmo. fosse nato tra’ mutoli. già più volte menzionati. Così «nacque e crebbe e visse..

118 sgg. I.. a cura di C. aveva osservato come egli non fugga «fra le cose inferiori. I. 1852. 22. Né a caso il Tasso mette in bocca al Porzio l’ammonimento: «non superbisca. non fra le terrene. perché le cose. ch’ella considera. né si stimi tanto. nei dialoghi Della perfezione della vita politica216 . 1596. Firenze. sono umane. 180-215. ed in cui 213 Dialoghi del Sig.. stesa da Giovan Bernardo Feliciano. ove la perfetta felicità del contemplante è esaltata nella sua stessa solitudine totale (hominem verum et contemplativum non esse sociabilem)215 . 216 PAOLO PARUTA.L’Umanesimo italiano niera che in ogni sua operazione buono essendo. discorrendo del saggio virtuoso che fugge il mondo. 1574 (FELICIANI praefatio). pp. la quale. Venezia. platonica o aristotelica che fosse. e sempre buono sia riputato»213 .Eugenio Garin . ch’ella possa paragonarsi colla dignità della sapienza. Venetiis. ma fra l’immortali. insisteva sulla superiore dignità del contemplare. SPERON SPERONI. TASSO. 33. Così se prendiamo il terzo volume del corpus aristotelico-averroistico pubblicato in Venezia dai Giunta. Monzani. nella prefazione ai libri morali. 215 ARISTOTELIS Stagiritae Libri. e nella fuga si assomiglia a Dio»214 . Prose filosofiche. p. duplicique eius vita. una discussione de duplici hominis felicitate. ma dell’uomo sono molte cose più divine.». ma fra le celesti. non fra le caduche. apertamente rivolta contro la cultura accademica.. pp. Per questo assume un singolare rilievo l’ampia e complessa trattazione di Paolo Paruta. di nuovo ricorretti a’ quali sono aggiunti molti altri non più stampati. 1847. Firenze. Opere politiche. activa et contemplativa. Tertium volumen.. 214 T. vol. sempre voglia esser buono. la nostra umana prudenza. pubblicati nel 1579. nobile Padovano. possiamo leggere. Storia d’Italia Einaudi 222 . E poco innanzi. Per bocca del Brocardo lo Speroni giungeva qui a una posizione estrema ma significativa. ma fra le superiori.

tale sommità è preclusa. possiamo con maggior frutto adoperarci per lo ben comune. che faccia le figure mutole. tutti i temi tradizionali. ha ella a risvegliarci gli spiriti. la famiglia e la Patria? Perciocché. 509-15). prive di sentimento: anzi. quale potrà realizzarsi in intelletti angelici. raggiunge Dio proprio nel rapporto umano. «In quel modo... quale più vera filosofia. Ma all’uomo. Queste son opere veramente egregie e divine. Storia d’Italia Einaudi 223 . che nel suo andamento ricorda non poco le discussioni quattrocentesche intorno alla vita civile. nella sua totale perfezione. Quale. è una rinuncia.. il quale datosi ad arte più degna. così più vero uomo e più felice si deve stimare chi è ornato d’un abito perfetto di prudenza.. che quell’altro non è.. «così come il nostro intendere non è a caso. insieme vivendo nella vita civile. né lo sarebbe se intendendo si conoscesse» (Dialogo sopra la fortuna ed. Nessuno nega. e ci insegna di ben reggere noi stessi. altro di quella non ne abbia appreso che certi princìpi. tocca anche. questa. L’opera del Paruta. Gaspare Contarini.. sarà studio più nobile. pp. ma è umano artifizio così il caso non è inteso d’alcuno.». tuttoché ella non sia tra le più nobili. osserva il Paruta. che il puro contemplare. quasi un’arte statuaria. vincolato al senso. alle 217 Sulla fortuna lo Speroni compose un dialogo molto bizzarro sostenendo che. onde.. adunque. che miglior artefice è colui che esercita perfettamente alcuna arte. et è caso pure perciò.L’Umanesimo italiano figura anche uno dei personaggi del dialogo dello Speroni. L’uomo. Ma affronta in pieno il problema della dignità della vita attiva. «avendo rispetto al beneficio che può l’uno prestare all’altro. cit. in genere. come ben diceva Pindaro. da quella ammaestrati. Né. non è la filosofia. e a renderli meglio disposti e pronti alle operazioni civili.Eugenio Garin . sia cosa sublime. quello della fortuna217 . che quella che ci ammaestra nelle nostre umane azioni. in verità. come ad esempio.

un trattato vero e proprio. sono i motivi che nell’opera tornano. fino al fastidio. che volevano essere insieme un manuale di belle maniere e di morale volgarizzata. ma senza muoversi dal parallelo d’Aristotele fra storia e poesia. docent). Storia e vita politica Quanto strettamente connesse a queste riflessioni fossero le meditazioni sulla storia. E l’uomo simile all’ape. Il 218 G. come se a sé solo nato fusse». In un vastissimo dialogo. 5. historici. non è chi non veda. tessendo in una sua orazione le lodi della storia. nel ’74. «se non la diligente e chiara dimostrazione della scienza morale»218 . 87. per oltre seicento pagine. e accordano così sul terreno concreto essere e dovere (etenim philosophi quid agere homines debeant. ov’è menzionato largamente anche il Pomponazzi. laddove l’esempio li trasforma in solenni guide e vitali orientamenti.L’Umanesimo italiano quali appena meritano d’esser paragonate quelle dell’uomo solitario. lanciati al vento. Gli storici ci attestano la realtà di quello che i moralisti ci insegnano. e la moralità come socialità. e le ricerche storiche medesime. Senza la conferma dello storico i precetti morali sembrerebbero appelli vani e ridicoli. modesta ma significativa epigrafe di tutta una vasta corrente di pensiero. Speron Speroni cerca di determinare che sia la storia. SIGONII orationes (Lugduni. 1590). Stefano Guazzo poneva ugual concetto in quei suoi dialoghi de La civil conversazione. Storia d’Italia Einaudi 224 . riducendo la storia alla narrazione del particolare. Il Sigonio.Eugenio Garin . quid praeclare egerint. «che non può viver sola». che sul fallimento politico d’Italia sperava ancora di vedere l’alba di un rinnovamento morale. Pochi anni prima. p. e la natura del linguaggio. osservava appunto che essa non è.

). Paolo Manuzio e Girolamo Zabarella). (Cfr. oscillante fra il commento al passato e l’insegnamento per una ricostruzione avvenire. ma soprattutto vi trovava insegnamenti di prudenza politica e incitamenti alla vita virtuosa. 221 D. Radetti. in Scritti politici. Venezia. 1830. come lui. rende efficace219 . p. FRANCESCO PATRITIO.Eugenio Garin . ACONCIO. 1548). ROBORTELLUS. Milano. usciti in Venezia nel 1560. Opere (Della repubblica veneta. il quale cercava sì nel corso degli eventi la certificazione di un divino piano provvidenziale. Delle osservazioni et avvertimenti che aver si debbono nel leggere delle historie. E. Di qui i trattati di politica in forma di commenti a opere storiche. fra vagheggiamento di platoniche città ideali e crudele fedeltà all’inesorabile corso degli eventi. ed. e che si costituivano insieme come avvertimenti civili e come filosofiche considerazioni intorno alle umane vicende. col sussidio dell’arte retorica. Aconcio nelle note che stese. Effettualità storica e meditazione morale si congiungevano nella politica. i frutti di questa meditazione sul concreto agire degli uomini nel mondo umano maturarono nelle dissertazioni politiche. FR. Storia d’Italia Einaudi 225 . J. tuttavia. Dialoghi. più che in considerazioni teoriche sulla storia. 1560. 220 Della Historia dieci dialoghi di M. al margine fra etica e storia. Tuttavia. 32. le quali – al dir del Giannotti221 – ci permettono «di conoscere con vivi esempi quelle cose che si deono fuggire e quelle che si deono seguitare». GIANNOTTI. pref. 361-502 (interlocutori Silvio Antoniano. De historica facultate. Florentiae.L’Umanesimo italiano quale. in Opere. ne’ quali si ragiona di tutte le cose appartenenti all’Historia et allo scriverla et all’osservarla. si presenta come la verità che lo storico. 303 sgg. ma integralmente accettati. E tale insegnamento 219 SPERONI. p. pp. che di storia si alimentavano appunto. non giudicati. imitandolo. quattro anni dopo220 . Né più oltre sembra andare il platonico Patrizi nei suoi dialoghi Della historia.

insiste il Giannotti. si tratta. «laonde io giudico che quelli si debbano assai commendare. «E pensando io come queste cose procedino. È vero. investigando i costumi dei tempi nostri.L’Umanesimo italiano ci viene. non di un processo. infatti. che le cose umane sono sempre in moto..Eugenio Garin . La considerazione della storia convince Machiavelli della immutabilità sostanziale dell’umana natura e delle umane vicende. la società. ma perché essi furono sottili e precisi espositori. che è rimasta sostanzialmente la stessa col volger dei tempi. E l’ammirazione per l’antico non nasce che da un maggiore distacco. Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. che si puote di cose non perfetti trarre». Storia d’Italia Einaudi 226 . i quali. si riscatta tuttavia in una fredda e razionale visione dell’essenza delle cose. finché l’occhio si faccia capace di cogliere nella sua essenza immutabile l’umanità civile. e insufficiente conoscenza. osserva Machiavelli. quanto di tristo.. e ci permette di cogliere in essa quella immutabile umana natura. e non sai mai se esso non sia in fondo che il frutto di una nostra opinione. non sono di quelli al tutto disprezzatori. ove il margine lasciato dalla necessità obbiettiva alla nostra virtù è ben poco. ma variare questo tristo e questo buono di provincia in provincia»222 . Proprio di qui nasce talora un’ambivalenza di scelleratezza e virtù. che se non potrà redimersi di fronte alla coscienza morale. tanto che sembra venir meno fin la ragione «del laudare e biasimare». La storia ci propone dinanzi. ma ne ritraggono quel frutto e quella utilità. non per qualche valore paradigmatico degli antichi. ma di un vano mareggiare («o le salgono o le scendono»). Nella quale tut222 MACHIAVELLI. e vi insisteranno ugualmente un Cardano o un Bruno. ed in quello essere stato tanto di buono. giudico il mondo sempre essere stato ad un medesimo modo. e dallo spegnersi delle passioni («timore e invidia»). II. ma. viva nella sua dinamica articolazione.

Come colse sottilmente il Guicciardini. veramente fedele all’effettualità dei rapporti umani. ma con la esperienza e con le azioni. vol. Storia d’Italia Einaudi 227 . un trapassare su un piano metafisico. E con ciò Guicciardini si poneva oltre quei tardi cinquecentisti. Opere inedite. riassorbito in una visione che prescinde da quanto esorbiti dal necessario. Bari.Eugenio Garin . sulla fluidità della «esperienza». V.. anche la religione intesa come fenomeno e avvenimento puramente umano. che non più su Livio. innamorato di una aderente fedeltà alla mobile e singolare esperienza umana. si tiene ben fermo a quel limite di indeterminatezza lasciato incerto dal Machiavelli. che udire parlare delle cose pubbliche e civili un uomo di grande età e di singolare prudenza. sulla «diversità». uniforme accadere.L’Umanesimo italiano to rientra. 1858. sulle «varie nature degli uomini». Del reggimento di Firenze. sempre preoccupato della natura delle cose. II. p. Guicciardini non ci parla di quel che è naturale. infatti. 14 sgg. «Io per me non so che maggior diletto mi potessi avere. che non ha imparato queste cose in su’ libri da’ filosofi. 1950. di quello che si verifica sempre. che è il modo vero dello imparare»)223 . eppur 223 F. rifiuto preciso di ogni astrazione filosofica d’intorno al civile mondo degli uomini.). DE CAPRARIIS. GUICCIARDINI. I. p. in Machiavelli. 13. necessario. E «le cose del mondo» egli insegna a «giudicarle e risolverle giornata per giornata». Dalla politica alla storia. Guicciardini. insinuando in quella che voleva esser mondana e concreta visione del mondo degli uomini la premessa di una concezione rigidamente naturalistica della realtà. Egli insiste sulla «varietà delle circumstanze». ma ormai su Tacito. eterno. avvio consapevole a una filosofia dell’umano. sul caso. Che fu il segno più alto della sua sapienza civile. (Cfr. sull’accidentale. Che era poi. Francesco Guicciardini. a questo proposito.

224 Discorsi del Signor FILIPPO CAVRIANA. 1597 («Al Lettore»). ancor vedranno storia. Stefano sopra i primi cinque di Cornelio Tacito.Eugenio Garin .L’Umanesimo italiano sempre sulle orme di Machiavelli. Firenze. Storia d’Italia Einaudi 228 . politica e morale come determinazione della «verità immutabile» della natura dell’uomo e delle cose224 . cav. di S.

Non diverso l’atteggiamento di Leonardo da Vinci. se dispregia i grammatici. Vienna. Divina proportione. molto ficinianamente. 1889 (I ed. come atteggiamen225 L. il presupposto. e «tutto ciò che per lo universo inferiore e superiore si squaterna. peso e mensura fia soctoposto»225 . sottinteso. La sua esperienza. Il cabbalismo di Pico e dei pichiani. «Idio mai non se po’ mutare». Leonardo da Vinci Alla radice di gran parte della scienza del Rinascimento resta. come a Galileo. Era l’implicito riferimento. fino alle sue estreme risonanze nel ’600. vede poi la natura. Storia d’Italia Einaudi 229 .Eugenio Garin . ma dogmaticamente sicuro del fatto che Dio ha scritto l’universo in caratteri matematici. il quale. «omo sanza lettere». al Dio verace. pondere et mensura). di una corrispondenza perfetta fra mente umana e realtà attraverso la matematica. Come osservava al principio del ’500 Luca Pacioli. PACIOLI.L’Umanesimo italiano INDAGINI SULLA NATURA 1. fattosi esplicito poi nel cartesianismo. in cui si rispecchia esemplarmente il ritmo preciso con cui Dio ha creato l’universo (numero. è comune così a Leonardo. pregna della divina ragione «che in lei infusamente vive». di una specie di armonia prestabilita fra mondo e uomo. irrigiditi sull’opposizione fra scienze della natura e dello spirito. nemico dei «trombetti» ripetitori dell’antico. è fondato su questa pitagorica fiducia nelle virtù del numero. Questo sottinteso pitagorico-platonico. dal Ficino messo in chiara luce.. quello de necessità al numero. all’immutabile fondamento della ragione divina. fondata sul platonico Dio geometrizzante. 1508).

che questa anima razionale dell’universo è forza che penetra ovunque. che era il ritorno. ma rispetto per la ragione delle cose oltre la nostra ragione: «nessun effetto è in natura sanza ragione: intendi la ragione e non ti bisogna sperienzia». s’essa non passa per le matematiche dimostrazioni»). il libro del mondo. Solo che Leonardo. ch’è in nelli animali vivi. e così per maestra la piglio». sigillo molteplice dell’unico Sole del tutto («el suo lume allumina tutti li corpi celesti. che d’altrui parola. Fuggi li precetti di quelli speculatori che le loro ragioni non sono confermate dalla isperienzia». ma piuttosto la memoria. e liberare le cose degli «accidentali vestiti». che questa regola si esprime e si traduce matematicamente («nissuna umana investigazione si po’ dimandare vera scienzia. bisognava far giustizia di ogni autorità. vien dall’anime. il loro metodo. alla realtà genuina.L’Umanesimo italiano to. Chi disputa allegando l’autorità. tutte l’anime discendon da lui perché il caldo. la quale fu maestra di chi bene scrisse. esperienza che è. oltre ogni diaframma. Esperienza che è porta aperta a vedere la ragione delle cose. non negazione della ragione. per tornare alla realtà fisica.Eugenio Garin . era il suo metodo. non è diversa da quell’umile rispetto predicato dagli umanisti dinanzi ai testi che essi leggevano e interpretavano. Storia d’Italia Einaudi 230 . «or non sanno questi – egli esclama – che le mie cose son più da esser tratte dalla sperienza. che per l’universo si compartono. che la natura è intimamente retta da una regola razionale («la natura è costretta dalla ragione della sua legge. e nessun altro caldo né lume è nell’universo»). Perché di una cosa è soprattutto convinto Leonardo con fermissima fede. che in lei infusamente vive»). oltre le opere dei poeti. «La sapienza è figliola della sperienzia. A suo modo anche Leonardo è figlio degli umanisti. voleva leggere l’opera di Dio. non adopera lo ’ngegno. solo che. E non è chi non veda quanto di ficiniano vi sia in questo Sole.

».. «la deità ch’ha la scienza del pittore si trasmuta in una similitudine di mente divina..L’Umanesimo italiano L’esperienza non ha che una funzione intermedia. e cioè l’origine e il fine di tutte le cose. ed ugualmente l’ordine dell’universo e di tutte le singole cose in esso contenute. si niega». ma in una produzione. 2. che svela come il discorso razionale non si esaurisca nella mente come possibilità pura. senza la quale nulla dà di sé certezza». E questa verifica è necessaria al ragionamento umano perché la mente umana non è creatrice. E questo sapere libera veramente l’uomo dal suo peso mortale («a mortalitate ipsa seiungitur»). perché «in tali discorsi mentali non accade sperienzia. premessa a quella vasta e curiosa enciclopedia che è il De rerum varietate.. da nessuno raggiunta dopo Plotino. nei quattro libri De fato». unite a un vivo interesse per l’indagine naturale. per l’uomo. e unificato nella sua fontale divina radice: «quella sublime altezza. ritroviamo in quel Girolamo Cardano che il Bruno nel De immenso condannava senz’altro come rudis et amens fabulator. non senza efficacia il Cardano presenta la sete insaziata di conoscenza che lo spinge alla ricerca: «la gioia e la felicità suprema. le menti divine. io l’abbracciai nei miei sette libri De aeternitatis arcanis. l’ordine dell’universo».Eugenio Garin .. accertatrice. abbiano verità. E questo sapere il Cardano credeva di avere abbracciato nel suo complesso. Ammiratore Storia d’Italia Einaudi 231 . i misteriosi penetrali della natura. che principiano e finiscono nella mente. Girolamo Cardano Reminiscenze platoniche. consiste nel conoscere gli arcani segreti del cielo. «Se tu dirai che le scienze. come quella divina.. imperocché con libera potestà discorre alla generazione. alla quale invece si assimila quella dell’artista il cui concepimento sbocca non in una verifica. Nell’epistola nuncupatoria.

. per cui le cose stesse si generano dai loro princìpi. Anzi. essendo insieme la cosa prodotta.. est quasi ipsa res.»)... e resta perplesso fra l’unità postulata dalla ragione e la dispersione dell’esperienza.... il punto dell’unione. senza penetrarne l’anima. e che. in corpore posita.. è uno scivolar sulle cose. egli. La matematica è valida nella sua formalità astratta. e soprattutto ci toglie la visione adeguata del nesso causante. che sono i princìpi dei corpi stessi («quae etiam corporum sunt principia»). quae res facit. «Ritornano. non solamente Storia d’Italia Einaudi 232 . i diritti della ragione matematica. ma non sa trovare il nodo. substantias rerum attingere non potest. in pari tempo. confusionem vitaret»). che riduce il divenire a mera parvenza. Per cui dogmaticamente è tratto a negar vita e movimento al tutto. scrutando mensuras. sente tutta la difficoltà del passaggio dal mentale al reale. senza poter valutare integralmente la validità sua per la conoscenza della realtà fisica. tuttavia. Egli è ben convinto dell’ordine del tutto («tantum rerum ordinem»). com’egli ripete.. insomma. mediante pure analogie e similitudini («anima humana. sed in illarum superficie vagatur. ci impedisce di afferrare in pieno quelle essenze ideali («res incorporeae»). la sua certezza risiede nella mente che la produce. Ma la possiede nell’ambito preciso della sua produzione. la possiede a pieno («scientia vero. similitudines. del vincolo che il tutto unifica ( «omnia connexa sunt atque in un unum deducta»). ed affermava così. Ma il legame col corpo.»). e sostenitore a oltranza dell’indagine naturale. l’instabile sintesi senso-ragione. Il nostro sapere fisico è un sapere di superficie. dalle idee («a principiis animae ab initio inditis») alle cose. quae si ab uno ad multa descendere posset. immobilizzato attraverso la dottrina dell’eterno riorno. solo un processo discendente dall’uno ai molti potrebbe evitare incertezza al nostro sapere («inde incerta nostra cognitio. Cardano.Eugenio Garin . ne sentiva l’insufficienza.L’Umanesimo italiano dell’esperienza.

e gli stessi processi dell’intelletto. le vere e le assurde». Deus essem. e non universale e prima («hic non universalem et primam causam quaerimus. invece. fulget et obscuratur. ma saperlo è precluso all’uomo – si scirem. sta il segreto dei molti e del loro ordine. uguali di numero.. e infinite volte si ripetono le medesime opinioni.. nella connessione Uno-molti. i molti e l’Uno si fissano senza sviluppo. 3. come poi anche il Della Porta.. Per questo l’esperienza si sgretola in mille osservazioni slegate. E questo 226 Dall’edizione di Lione. 1663. ma anche le nostre opinioni. per questo. forse. resta misterioso e miracoloso esso stesso. quae immaterialia sunt»). che Cardano non nega. silet et operatur»). Storia d’Italia Einaudi 233 . e che apre all’uomo la possibilità del miracolo. sed particularem et propriam. Come per Bruno. guarda. sognando il bagliore illuminante di una divina rivelazione («afflatus. Tanto è vero che il trapasso al divino. allo straordinario e al misterioso. che insisterà eloquentemente sul medesimo concetto. e la metafisica si inaridisce nella postulazione astratta dell’Uno plotiniano. Cardano. piuttosto che al corso normale degli eventi. in 10 voll. di tutte le opere. cum manifeste cognoscimus admoneri divinitus»)226 . quasi coesteso al tutto («quasi coextenditur omnibus») sfumano in un ritmo che si meccanicizza e perde valore («contrahitur et extenditur..L’Umanesimo italiano le cose naturali. Eppure solo lì. il quale si preoccupa sempre di ritrovare la causa particolare e propria.Eugenio Garin .. quale esse non potest eorum ullum. Girolamo Fracastoro e G.. B. assai più rigoroso d’esperienza – magistra experientia – volle mantenersi in tutte le sue indagini Girolamo Fracastoro. Della Porta Su un piano. Restano le stesse anime.

Storia d’Italia Einaudi 234 . Magia naturale. inattingibile alla umana cognizione. compiuta l’osservazione. generatrice Natura. e cioè la potestà generatrice delle cose. p. è scienza. di mutare l’ordine stesso delle cose («forsitan et tempus veniet. i nessi costanti che collegano l’uno all’altro fenomeno. è su altro piano. Magiae naturalis libri viginti (Hanoviae.. uti ars ministra. Giovan Battista della Porta nei molti suoi scritti di magia. sui giorni critici. come tale. se voglia. 1584. quam naturae opera. tosto si possa operare». escludendo qualunque elemento misterioso o «spirituale». così. qui Magiae visuri acceditis. 713.. aveva salvato ogni cosa con cause naturali («io salvo ogni cosa del moto dei nostri umori»)227 . nel Turrius.. che offre un pronto trapasso alla tecnica228 . descrive e precisa le cause particolari. H. FRACASTORI Opera.»). onde. come meglio si direbbe. fisiognomonia è determi227 Lettere di XIII huomini illustri. di ricondurre sotto il segno dell’indagine scientifica quel complesso di corrispondenza fra corpo e anima che sembrano invece dominio del meraviglioso e dello straordinario: «osservare con occhi di lince i fenomeni. 228 JO. 1644). nil aliud Magiae opera credatis.L’Umanesimo italiano è il tema che si propone nel De sympathia et antipathia rerum. partiva anch’egli dalla stessa esigenza. I. e. descrive fenomenologicamente i processi del conoscere.. Lo scienziato. Venetiis. In una lettera a Giovan Battista Ramusio il Fracastoro si vantava che. ricercando le origini del «mirabile consenso» che avvince le particelle costitutive delle cose. La causa. e Fracastoro fu fine poeta.Eugenio Garin . o... Ne canterà il poeta. BAPTISTA PORTAE. 2: «unde vos. inneggiando alla libera. nei suoi «bizzarri» studi di medicina astrologica. et sedula famulatur.». E con lo stesso tono combatte l’astrologia applicata alla medicina. capace. divina. intende simpatia e antipatia in termini di mere forze fisiche. di astrologia e simili. dove.

tan229 De furtivis literarum notis. ma il costante desiderio di sorprendere la chiave dell’attività produttrice delle cose. vulgo de ciferis. partiti per costruir la scienza sull’uniforme. di passare dall’Uno divino al molteplice reale. È vero. dall’eccezionale. Andrea Cesalpino Un più fedele peripatetismo. tosto. senza indulgenze per sogni magici.. la pietra filosofale. fra le stelle e la vita umana. dal miracolo. «il secreto e lo modo d’oprare. e nelle quali l’aristotelismo è inteso come rinvio all’esperienza concreta. chi non ha fede nei miracoli della natura. Storia d’Italia Einaudi 235 . in fondo. «l’esperienza ci fa scorgere con facilità che l’animo non è impassibile rispetto ai moti del corpo. com’egli afferma. come nel Fracastoro. ma non riesce a spiegare229 . fra materia e spirito. ut arcani quid et abditi inde depromerem... l’umile impegno a seguire il comportamento costante. 4. molto alto e degnissimo». trovar la spia della creatività stessa della divina Natura. nell’eccezionale. il Della Porta si lascia sedurre dal meraviglioso. l’arte del miracolo. che l’uomo arriva sì a descrivere. e non esita a proclamare che «chi cerca una ragione di tutto. cerca in qualche modo di distruggere la filosofia». ci offrono invece le Quaestiones peripateticae di Andrea Cesalpino. libri quatuor. Ed è veramente curioso questo rovesciamento. Che era. Ma. Introd.: «ita me semper ad haec propensum natura tulit. per cui.L’Umanesimo italiano nazione dei rapporti di interdipendenza fra animo e corpo. Non. che Aristotele ha innalzato la filosofia al suo estremo culmine umano. uscite in Venezia nel 1571.Eugenio Garin . così come il corpo si corrompe per le passioni dell’animo».».. 1563. si vuol poi. un modo diverso di tradurre l’inquietante problema del Cardano. distrugge insieme scienza e ragione. Neapoli.

. fino a domandarsi «in qual modo mai si possano differenziare le anime degli uomini da quelle degli altri esseri mortali»230 . In questo modo finalità non significa svalutazione dell’inferiore di fronte al superiore. Ma la sua posizione resta comunque del massimo interesse. ogni fatica è volta a intendere solo Aristotele». «dopo quasi duemila anni. anzi. «Se dai corpi naturali noi riceviamo un insegnamento senza errori. Il dato immediato non mente mai. Venetiis.L’Umanesimo italiano to che. mossa verso un fine. quando ci indica il polo con la calamita. e con somma ambiguità tentò di salvare l’immortalità dell’anima individuale.Eugenio Garin . anche le cose più vili hanno la loro parte di divino». rivalutazione di ogni momento in sé considerato. Proprio l’accentuazione del valore di ogni momento. Così non vi sono parti o funzioni vergognose: «nella natura non ci sono vergogne. lo indurrà. aristotelicamente. e la connessione più stretta del sensibile con l’intelligibile. Storia d’Italia Einaudi 236 . ma. Non a caso il De rerum natura 230 A. CESALPINO. perché dunque avere maggior fede nella ragione? È una debolezza dell’intelligenza abbandonare la percezione per invocare la ragione».o non dobbiamo piuttosto attribuire la menzogna alla ragione che si allontana dalla natura?» E questa natura egli presenta. 1571. per questo suo aristotelismo che si fa aperta e ferma difesa dei diritti dell’esperienza e dell’immediata osservazione della natura. Questiones peripateticae. più che per sottili osservazioni particolari. di ogni grado della realtà come in sé perfetto. . «possiamo noi credere a una menzogna della natura.. trattando dell’anima. Naturalmente egli non si fermò qui. scandita in ordine per gradi. ma ove ogni grado intende alla propria perfezione. a volgersi verso l’immanenza piena. Ma è anche vero che seguire Aristotele non significa altro che osservare la natura.

fu discepolo nei primi anni di uno zio. et quod non e principiis flueret videre nihil potuit»).Eugenio Garin . Ma sarebbe molto artificioso cercare in lui un’ispirazione originale. di cui non si può non tener conto. discutendone lungamente ed ottenendone l’approvazione («principia non improbavit. cui sottopose i primi due libri del suo capolavoro.L’Umanesimo italiano juxta propria principia del Telesio si svolgerà spesso col tono di un commento alla fisica d’Aristotele. dunque. non rispettando né ascoltando la natura. Antonio Telesio. «Troppo fiduciosi in se stessi. intelligenza e capacità. Né Bernardino Telesio fu estraneo alla cultura filosofica del suo tempo. su esempi illustri. a propria immagine e somiglianza. ma barbaramente facendole violenza. E l’hanno veramente ricreato. senza riconoscere nelle cose la grandezza. miscugli strani d’esperienza e ragione. Ideale connessione. ma studiò a Padova. credendo di dover inventare quello che non riuscivano a trovare. a emula- Storia d’Italia Einaudi 237 . con il più intelligente aristotelismo ufficiale. hanno immaginato il mondo a loro arbitrio (veluti suo arbitratu mundum effinxere)». 5. il ben noto aristotelico. che ad esse erano state date. senza osservare come conveniva le cose in sé e le loro forze. Bernardino Telesio Bernardino Telesio. Ai contemporanei. in un’epoca in cui un po’ tutti. Telesio rimprovera soprattutto di aver costruito arbitrari sistemi. ed ebbe stima e venerazione per Vincenzo Maggi. oscuro poeta inneggiante alla omniparens natura in versi lucreziani. e a quanti l’han preceduto. se anche in modo del tutto fittizio. ma gareggiando in sapienza con Dio nel ricercare con la ragione i princìpi e le cause del mondo. cosentino. seguivano una moda diffusa.

dominata da norme inderogabili. la struttura della realtà. 1910. Telesio si scosta meno di quel che può a prima vista apparire dall’aristotelismo. benché talvolta egli chiami sostanze per sé ciascuno di questi elementi. Storia d’Italia Einaudi 238 . Firenze. atque idem semper operatur)». idem semper et eodem agit modo. la natura che. a cura di V. nella uniformità e costanza della natura. Spampanato.L’Umanesimo italiano tori non solamente della sapienza. 1926. nihil admiratione dignum. Analizzando. Modena. essa stessa senso per l’universale sensibilità («tutti gli enti hanno senso»). in realtà ogni particella («quantulavis 231 BERNARDINI TELESII De rerum natura. anch’esso. Il sottinteso polemico contro il concetto di un uomo che fa sé misura dell’universo si svela nell’insistenza con cui batte sul fatto che la sua opera non reca in sé nulla di mirabile (nihil divinum. dall’ed. è la natura quale si svela al senso. nihil etiam valde acutum). sempre uguale a sé. semplice fino all’umiltà. Telesio sdegna tali metodi (tardiore ingenio et animo remissiore). che è. Delle cose naturali. Palermo. fissa. Complessa. opera e compie sempre le medesime cose nel medesimo modo (perpetuo sibi ipsi concors. egli insiste. a cura di F. 1868. Ora. infatti. Roma. e da due forze agenti. natura. perennemente concorde con se stessa. «Noi abbiamo seguito il senso e la natura. come del nostro operare. Ove ciò che più interessa è questa fede. anzi. trad. che è. pp. III. è la sostanza di ogni ente reale. I-232). di Francesco Martelli (1573). e si propone una sapienza non divina ma umana (humanae omnino sapientiae amatores cultoresque). ingenua insieme e dogmatica. Misura del nostro sapere. che si rivela pienamente nel senso. Natura uniforme. ma della potenza ancora di esso Dio»231 . in due libri (I manoscritti palatini di Firenze. che è la materia.Eugenio Garin . e formata da un substrato recettivo. il caldo e il freddo.

itaque nullam entis ullius partem invenias. Ma v’è di più: tutta la realtà.L’Umanesimo italiano entis cujusvis particula. che sola una considerazione astratta isola e prende per sé232 . e un sommo odio della propria distruzione. quae vel moles sola vel sola agens natura sit. penitus alteri commixta altera et unum utraque alteri facta constat. che Colui che le creò si sia dimenticato di conservarle. unum prorsus fiunt. I. La ragione poi. se non conosceranno quelle dalle quali sien conservate.. Perché invano appetiranno di conservarsi e osterranno di corrompersi. le contrarie e le dissimili. agentes operantesque naturae. e non può. acciò che non paia. «Se le nature conservar si deono – scrive il Telesio nella redazione in due libri dell’opera sua – è di bisogno che non solamente fusse loro impresso un sommo appetito della propria conservazione. e come artefice pigro. non ha invidia. sed quantulavis entis cuius vis particula. non abbia lor donato tut232 De rerum natura. di aspetti. quin punctum quodvis. aver tolto alle creature il mezzo di conservarsi. germinando dal senso ogni cognizione. ha un sapore del tutto platonico e teologizzante: Dio è buono. di una qualche aurorale forma di conoscenza.. per quanto oscura. dunque. su cui Telesio sembra fondare questa originaria dotazione del mondo. calor nimirum frigusque moli. in ogni suo aspetto e momento. p. ha compiuto un mondo perfetto. cui sese indunt. I. insomma.Eugenio Garin . ma una forza ancora di conoscere le proporzionate e le simili. costituita da un intimo rapporto di passività-attività. 34. 2: «nam si. e. Storia d’Italia Einaudi 239 . ex utraque. e quelle dalle quali sieno offese»233 . la quale per conservarsi dovrà avere una... Il sentire è intrinseco alla stessa natura agente. 57 sgg.» 233 Delle cose naturali. forza agente-resistenza. notizia di quel che le giova e di quel che le nuoce. «e tutte queste proprietà si veggono attribuite alle nature agenti. quin punctum quodvis») è sempre un’unità complessa. è dotata di sensibilità.

p. Come potentemente dirà Bruno. che gli altri esseri. Come... ma solamente fanno questo. tutto l’ente è senso in ogni sua parte..L’Umanesimo italiano te le cose necessarie alla lor conservazione. inscindibile. quelli.. ma essendo similari e veramente uno. Ma il senso. sempre. Perché non apparisce. Conoscere e essere si compenetrano. con li quali apparisce che gli animali sentino. attività e passività. «Ma non perché a nessuna dell’altre cose sia dato gli organi e gli strumenti. Storia d’Italia Einaudi 240 .. là dove la differenziazione non è avvenuta. opaca resistenza materiale e forza agente. né l’azione o sollecitazione esterna delle cose («vel illarum actio impulsioque. conoscere. cioè. la forza e il senso.». che li strumenti sensorii dieno facoltà di operare o di sentire. e che gli altri enti ne sieno al tutto privati. Dinanzi all’obbiezione. si debbe dire che solamente gli animali sieno dotati della facultà del sentire. sentino così nelle parti esteriori come nelle interiori e intrinsiche». cioè introducon l’azione delle cose sensibili. 60. è necessario che. sentire e. in ogni sia pur piccola parte della realtà v’è. vel spiritus passio commotioque»). la percezione di tali mutamenti («illarum harumque perceptio sensus 234 Delle cose naturali I. Anzi. ossia della sottile materia che si agita nell’interno del senziente. diversi dagli animali.. patendo egualmente. quindi. sono tutto occhio a tutto l’orizzonte234 . invece. che si prospetterà anche Campanella. in tutto. v’è. così. È. Telesio risponde con molta chiarezza che sono. non hanno organi sensori.Eugenio Garin ... non è né la passione dello spiritus. o facilità all’anima che sente. e questo Telesio chiarirà bene. 35.».. né di meati. a quel modo stesso che negli ionici si compenetravano essere e vita. « non hanno bisogno né di forami. semplici mezzi e strumenti della sensibilità.

E non già. sul meccanismo sensibile. o per aver inserito. tutta traversata da posizioni metafisiche. un Dio creatore. Magis metaphysica videtur quam physica.L’Umanesimo italiano sit oportet»). sia come mondo reale che come mondo sentito. la sensibilità universale. E la sua idea di un intrinsecarsi senza residui di senso e natura. Telesio contraddiceva le sue premesse quando affermava l’uniformità della natura.Eugenio Garin . appunto la metafisica di Campanella. quasi cartesianamente. Ma. tutto questo doveva aprire una via feconda alla riflessione campanelliana intorno alla struttura dell’essere. 2. sull’unico fondamento del senso. Ma sulla linea di Telesio v’è. La pretesa telesiana di opporre alla fisica aristotelica. 235 236 Storia d’Italia Einaudi 241 . come qualche critico moderno ha sostenuto. come tanto finemente gli scriveva Francesco Patrizi. Le obbiezioni del Patrizi e le risposte del Telesio (Solutiones Thylesii) in F. e non la fisica di Galileo. le premesse telesiane di una natura studiata juxta propria principia. 1872. un pura fisica. di passività e attività e coscienza. e la materia. pp. Telesio. per aver Telesio presupposto al mondo. III. che gli domanda insieme qual senso mai abbia potuto svelargli l’intima struttura del mondo. Che era quanto accettar la tesi dell’universale animazione delle cose235 . Firenze. pp. De rerum natura. VII. si riscattava su quello metafisico. empiricamente costruita. o per aver sottratto all’indagine naturale la morale. l’anima separata e creata. Come si vede. e non provava. quando immaginava. gli osserva il Patrizi. quando supponeva la struttura della sostanza. B. 3-4. di un mondo che è uno e lo stesso. e la stessa sensibilità universale236 . nell’uomo. FIORENTINO. se la sua meditazione non reggeva sul piano scientifico. trovavano una grave limitazione in una serie di presupposti metafisici dogmaticamente assunti. II. falliva in pieno. 375-396.

Antonio Persio che lo difese contro il Patrizi. che riversò nelle Discussiones peripateticae monumento insigne di critica. CAMPANELLAE Philosophia sensibus demonstrata. Da tanti aristotelici trasse un odio profondo contro Aristotele. Ma la sua metafisica. Propugnaculum Aristotelis adversus principia B. il Campanella che lo difese contro il Marta237 . attinta alle più disparate fonti stoico-platoniche. 1591. mentre al maestro di color che sanno si muove quella medesima accusa di incongruenza che abbiamo già vista rivolta a Telesio.L’Umanesimo italiano 6. 1617. Prodromus Philosophiae instaurandae. il suo fedele espositore Sertorio Quattromani che univa l’amore per Petrarca all’ammirazione per la nuova filosofia. Patritii contra Telesium (Cod. 1914).Eugenio Garin . Bari. Telesio adversus Franciscum Patritium. col lor naturalismo. Neapoli. TH. 39).. MARTAE. Dopo tanta esaltazione dei sensi perché porre a base della fisica dei princìpi che non potranno mai cader sotto i sensi? Admiror principia ea posuisse quae nullis sensibus percipiantur. E. Troilo. La metafisica della luce Scolari del Telesio furono. Telesii. sommo. Napoli. infine. professore di filosofia platonica all’Università di Ferrara. et scritta in lingua toscana dal MONTANO ACCADEMICO COSENTINO (Sertorio Quattromani). si rifaceva alla tra237 La philosophia di Bernardino Telesio ristretta in brevità. del Passero. scolaro in Padova del Tomitano. J.. Responsiones ad obiecta F. XII. compilate con i più torbidi elementi della tradizione ermetico-caldaica. Magliab. anche l’Apologia di Antonio Solino (Cl.. Tuttavia all’influsso telesiano non sfuggì lo stesso Francesco Patrizi da Cherso. ANTONII PERSII Apologia pro B. il Donio e.. I). Storia d’Italia Einaudi 242 . Romae. di Lazzaro Buonamici. ove ad Aristotele vengono contrapposti i presocratici. A. Cl. 1587.. id est dissertationis de natura rerum compendium. cfr... di Francesco Robortello. XII. 1589 (ed. Francofurti..

Amstelodami. Storia d’Italia Einaudi 243 . Postremo methodo Platonico rerum universitas a canditore Deo deducitur. 1608. infinita la luce. MARCELLI PALINGENII STELLATI. mentre la posizione del mondo infinito lo riconciliava con Bruno che pur l’aveva ingiuriato come «sterco di pedanti». da un lato. 573-632) e il De principiis rerum di SCIPIONE CAPECE. La luce penetra il mondo celeste e terreno. Mentre. Venetiis. v. ille primaevus fluor. che discendendo da Dio. nel vano fuggir delle cose ( «nugae 238 FR. Zodiacus vitae. pp. libris quinquaginta comprehensa: in qua Aristotelico methodo. 1581 (la prima parte era uscita in Venezia nel 1571). 1593 (Ferrariae. Nel 1558 aveva pubblicato la platonica Città felice. Lugduni. e si fa luce visibile.. putandum est fecisse infinita. la ispirata celebrazione della luce richiama lo Zodiacus vitae di Marcello Palingenio Stellato239 . Nel mondo sopraceleste si distende. infinita come il mondo238 . Basileae. corpo incorporeo. è vero. anche il De immortalitate animarum di ANTONIO PALEARIO (Opera. 1696. non per motum.. per lui. Deinde nova quadam et peculiari methodo tota in contemplationem venit divinitas. infinita com’esso.Eugenio Garin . sed per lucem et lumina ad primam causam ascenditur. ove assume talora colore spinoziano. la visione pampsichistica e l’esaltazione del senso e la concezione dello spazio lo congiungevano a Telesio. Dio infinito si è manifestato nell’infinito. 1591)... pater luminum. si identifica quasi con lo spazio che vien permeando. Quaggiù nella fugace vicenda del mondo («terra breve hospitium»). libri XII. Egli vuol cominciare. oggetto della vista la luce. fondamento primo del mondo la luce. 239 Cfr. immagine dell’infinita potenza di Dio («quoniam potuit facere infinita.L’Umanesimo italiano dizione ormai classica della scuola ficiniana.. Primo dei sensi è la vista. forma e materia. dal senso (a sensibus exordium primum). omnemque explesse vigorem»).. che è ragionamento caro a Bruno. Nova de universis philosophia. PATRITII Discussiones peripateticae.

l’uomo tende con spasimo verso la patria celeste. at mors Finis. medium labor et dolor.Eugenio Garin . Storia d’Italia Einaudi 244 . Patrias optate revisere sedes Hanc igitur fragilem vitam contemnite cuius Principium est fletus.L’Umanesimo italiano et mera somnia sunt haec»).

e tolleranza. celebrazione di libertà. quale fondatore della nuova filologia biblica. sopra ogni capacità umana. Da cui non poteva non nascere il disegno di una nuova convivenza umana. Libera critica. Valla aveva insegnato a leggere i testi sacri con occhi acuti. Ficino aveva mostrato le occulte corrispondenze di tutte le fedi. non con la Storia d’Italia Einaudi 245 . in gruppi di intellettuali. L’umanesimo era stato riscatto dell’umano. in un aspra intolleranza. ci mostrerà una religione basata su «un’occulta e eterna divinità. Se in Italia sparsa risonanza ebbe la Riforma protestante. guardati con indifferenza e spesso aspramente criticati. in una depressione dell’uomo e in una condanna del mondo. e il nascosto accordo d’ogni religione e d’ogni filosofia. razionalmente fondata. e sgombri da preoccupazioni dogmatiche. che investivano insieme politica e religione. sogni di rinnovamento totale dell’umana convivenza.Eugenio Garin . libera critica e tolleranza. s’è detto. Nella seconda metà del ’500 Francesco Sansovino. capace di dare agli uomini la felicità terrena e la salvezza dell’anima. non poteva non manifestarsi anche sul terreno religioso. Rinascimento e Riforma L’impulso profondo a un rinnovamento radicale. e solo sporadici fuochi si accesero qua e là. che era implicito in tanta parte dell’umanesimo. moralmente ricostruita. rispetto per ogni credenza. nel logos che tutto giustifica e tutto fonda.L’Umanesimo italiano DA GIORDANO BRUNO A TOMMASO CAMPANELLA 1. su terreno filosofico. tanto da meritare l’incondizionato elogio di Erasmo. non mancarono invece. descrivendo l’ideale Repubblica d’Utopia. La Riforma traboccava talora in una nuova chiusura confessionale. la quale con la virtù. anche nell’ambiente più colto.

Religiosa è la loro visione della vita associata. Venezia.. «La principal controversia tra loro è disputare in qual cosa consista la vera felicità dell’uomo. s. t. germoglianti su terreno più chiaramente religioso. in Per la storia degli eretici italiani nel XVI sec. 4... Storia d’Italia Einaudi 246 . anche se talora invece lontanissimi. 1937.. vicinissimi a volte. Senza i quali pensano che la ragione umana sia tronca e debole ad investigar la vera felicità. Gli scritti di Francesco Pucci.. Non è chi non veda la stretta parentela fra una così fatta Repubblica d’Utopia e i «regni di Cristo» o le Repubbliche cattoliche. 242 Cfr. CANTIMORI. 189. «Studi e documenti della R. le ispirate costruzioni dei massimi pensatori del tardo Rinascimento. cit. che si presenta così come la perfetta religione razionale. Accademia d’Italia»). in Europa. proprio per la comu240 FRANCESCO SANSOVINO.. e s’alimentarono. 1578. 241 SANS0VINO. Benché tal principi vengano dalla Religione. p. Op.. la qual però appresso loro è greve e severa. E questo Dio gli Utopiensi sono poi pronti a riconoscere nel Dio padre del cristianesimo. né mai disputano della felicità. e la religione è alla base del viver civile. così antiche come moderne.L’Umanesimo italiano grandezza.Eugenio Garin . [La Forma è in realtà del Pucci. E si servono a questo della Religione. a credere che nella volontà consista il viver felice. parte II. pp. l’anonima Forma d’una Repubblica Catholica del 1581 (ed. 69-104. che non uniscano insieme alcuni principi tolti dalla religione e dalla filosofia. III. delle Scienze di Torino». 1957. Roma. quali Bruno e Campanella. In simili speranze di umana ricostruzione spirituale confluirono senza dubbio. ovverosia universali «raunanze». si stende per questo mondo»240 . vedila ora ristampata dal Firpo. «Memorie dell’Acc. Del governo et amministrazione di diversi regni et repubbliche. tuttavia pensano che siano con ragioni e fondamenti umani condotti a crederli e a concederli»241 . anche se ereticale242 . Ma inchinano. p. 197.

Ma sono accomunati da un’ansia di umana liberazione. v’è la necessità di ammettere «un primo elargitore supremo» («secondo tutte le religioni. qualunque sii il punto di questa sera che aspetto. «in cotesta patria» non avrà illuminato per tutti di solare splendore «certe ombre dell’Idee». Un afflato religioso traversa tutti i suoi scritti e li infiamma. estesa talora a ogni forma di religione positiva. Ma se la critica alle superstizioni volgari. «le quali invero spaventano le bestie e.Eugenio Garin . come fussero diavoli danteschi. uno strano miscuglio di credenze astrologiche. se la mutazione è vera. di pratiche magiche. certo. Religione e filosofia in Bruno Che un profondo bisogno di rinnovamento spirituale penetri tutta l’opera del Bruno. egli sinceramente poteva riaffermare davanti ai suoi giudici la propria convinzione che al fondo di tutte le religioni. di sogni messianici. come la nostra. io che son nella notte.L’Umanesimo italiano ne speranza di un rinnovarsi del mondo. Essi presentano. aspetto il giorno». che risplendono per ora alla mente del saggio. anche se poi lo induce perfino alla bestemmia della religione cristiana. anche se si voglia gettare il dubbio sui suoi precisi intenti riformatori («sarìa tornato in Germania per finire la sua setta»). «Con questa filosofia – son parole di Giordano Bruno – l’animo mi s’aggradisce e me si magnifica l’intelletto. altre sopra qualche ragione. positive e razionali. che li nobilita e li riscatta d’ogni errore e d’ogni ingenuità. non può in nessun modo negarsi. sboccava nello Spaccio nei noti attacchi alla divinità del Cristo e. come Storia d’Italia Einaudi 247 . in genere. 2. alla venerazione dei Santi («descendono poi ad odorar in sustanza per dèi quei che a pena hanno tanto spirito quanto le nostre bestie»). fan rimanere gli asini lungi a dietro». Però. Finché la luce. delle quali altre sono fondate sopra la rivelazione.

MERCATI. Il Bruno. Bari. et Egittij. vien prodotto 243 Spaccio della bestia trionfante. 1925-27. Sommario del processo di Giordano Bruno. sbocca in una irrisione non attenuata neppure dal troppo trasparente velo dell’immagine («ma in questo consiste la difficultà: cioè. tutte convengono nella necessità di conoscere un primo elargitore supremo»)243 . 90. non è certo possibile ricondurlo. dappoco. dell’opera umana così aperto esaltatore. fede e religione». cattolica o protestante. stolti. La chiara allegoria del Cristo sotto la specie del centauro Chirone. la quale è fine di tutte le religioni». ed.L’Umanesimo italiano quella degli antichi Romani. non poteva non scagliarsi contro i nuovi «corrottori di leggi. rimprovera nello Spaccio ai calvinisti la loro negazione della libertà umana. in Opere italiane.. A. essendo a l’essere umano aggionto l’essere cavallino. Gentile.Eugenio Garin . se. E ritornando senza posa sullo stesso motivo. 201: «perché finalmente la loro adorazione si termina ad uomini mortali. che troviamo nello Spaccio. i quali «insegnano li popoli a confidar senza l’opera. e quindi della stessa possibilità per l’uomo di professare la vera religione («secondo la loro dottrina. senza ingegno. non è in libertà de l’elezion loro di mutarsi a questa fede»). ma neppure in quello di un vago cristianesimo. disonorati. infami. Storia d’Italia Einaudi 248 . i quali vivi non valsero per sé. e se ne vanterà durante gli interrogatori veneti. p. Tuttavia ben difficilmente potrebbe ricondursi questa sua sincera religiosità nell’ambito di una qualunque confessione religiosa. senza facundia e senza virtude alcuna. II. Città del Vaticano. Contro i protestanti. vituperosi. e non è possibile che morti vagliano per sé o per altro» Cfr. 1942. se cotal terza entità produce cosa megliore. ebbe più volte espressioni di critica aspra a proposito della dottrina della giustificazione per la fede.. anche a non dar troppo credito alle confessioni blasfeme raccolte dai suoi compagni di prigionia. Tuttavia. infortunati. p. non dirò nell’ambito del cattolicismo. fanatici. inspirati da geni perversi. Greci.

246 Opera latine conscripta. non vede più per distinzioni e numeri. A Dio non giunge come a realtà fuori di sé. «Di sorte che tutto guarda come uno. e morto al mondo è tutto aperto alla divina grandezza. nempe entium entitas»).. e in lui si apre l’infinito orizzonte. alla moltitudine. simplicitas omnis magnitudinis et compositionis substantia. facendolo morto al volgo. quapropter etiam vulgo philosophantibus ens et unum non differunt.. 223-24.. 472-74. ardentemente brama d’essere Atteone che ha visto nuda Diana ed è sbranato dai cani. pp. ma invera e chiarisce. quando quod unum non est. che secondo la diversità de’ sensi. perché. 1879-91. nihil omnino est». la molteplicità sensibile246 .Eugenio Garin . «Cossì gli cani. 3. «degli suoi cani. fanno vedere ed apprendere in confuG. quell’unità che oltrepassa. sciolto dalli nodi de’ perturbati sensi libero dal carnal carcere della materia. Bruno è. senza dubbio. I pensieri di cose divine lo vincono e annullano la sua umana chiusura. né egli. Opere italiane. pp. pensieri de cose divine. Ma questo infinito orizzonte l’uomo «eroico» attua in se stesso. I. 146: «Deus est monadum monas. 244 245 Storia d’Italia Einaudi 249 . La qual divinità non è che l’unità dell’essere. nempe entium entitas. 301. Opere italiane. è Dio. monadum monas. o pur una bestia degna di esser messa in armento e stalla»)244 . e giustificandola. 136. ma. come de diverse rime. già avendola contratta in sé. ebbro di Dio. degli suoi pensieri egli medesimo venea ad essere la bramata preda. Sicut ergo per monadem omnia sunt unum. non era necessario di cercare fuor di sé la divinità»245 . II. risolvendola in sé. uomo. BRUNO. onde non più vegga come per forami e per fenestre la sua Diana. II. la semplicità fontale che è l’infinità stessa («monas omnium numerorum fons. ita et per monadem sunt. pp. 65. BRUNO. p. I.L’Umanesimo italiano un divo degno della sedia celeste. è tutto occhio a l’aspetto de tutto l’orizonte». avendo gittate le muraglie a terra. vorano questo Atteone.

successivamente e insieme. non ha che far con noi. non secondo è altissima. Religione è questo contatto col divino che si rivela. come absoluto. ed è diversamente invocata. che è la Monade. coglierà Dio. de tutte raggioni. ma per quanto si comunica alli effetti della natura. che si manifesta. ed è l’anima de l’anima del mondo. e le cose come manifestazioni di Dio. dalla parvenza alla radice: «non adoravano Giove. sarà pur degna la fede che. «e per vie innumerabili. prende diversi nomi»). «avendo riguardo alla divinità. cipolle. Nomi e preghiere mutano secondo luoghi e tempi. E via via che il divino sarà colto in cose mortali.L’Umanesimo italiano sione. certo è la natura della natura. ma Dio nelle cose. non muta Dio unica luce che si riflette in infiniti spec- Storia d’Italia Einaudi 250 . non le cose. si ricerca. in questo suo rivelarsi. crollano gli altari ma rimane unica la divinità «la quale in certi tempi e tempi. absoluta in se stessa. vera essenza de l’essere di tutti». Vede l’Anfitrite. oprandosi e scintillando diversamente in diversi suggetti. mentre con riti innumerabili si onora e cole». Religione è questo adorare. de tutte specie.. Mutano i tempi e i culti. con raggion proprie e appropriate a ciascuno. galli. ma adoravano la divinità. ma gli dei e la divinità in crocodilli. come fusse Giove». se non è l’anima istessa». ed è più intimo a quelli che la natura istessa. galli ed altri». «latente nella natura. Per questo saggiamente si è adorato Dio nelle cose. luoghi e luoghi. secondo che ne è prossima e familiare. che si comunica. e senza abitudine alle cose prodotte». si trova e si troverà in diversi suggetti quantunque siano mortali». Religiosa è questa conversione radicale dai molti all’uno. come lui fusse la divinità. se lui non è la natura istessa. E in questo suo manifestarsi terreno. il fonte de tutti i numeri. «Ecco dunque come mai furono adorati crocodilli. e per diverse forme fisiche». cambia aspetto e nome («secondo che diversamente si comunica. e rape. «Quel Dio.Eugenio Garin .. oltre quei veli. si trovò. di maniera che.

Se il religioso non si fa uno con Dio. Opere. II. lascia in pasto ai cani la sua carne. fonte di quelle»247 . «La magia. la caccia in cui finalmente di cacciatore si trasformerà in preda. non è ancora l’eroe che. tanto di Moise quanto la assolutamente Magia non è altro che una cognizione de i secreti della natura con facoltà d’imitare la natura nell’opere sue. II. ad un principio formale e ideale. come in tanti suggetti particulari. p. questo intrinsecarsi di Dio alle cose. spiegano anche il rilievo dato dal Bruno al momento magico della vita religiosa. il De visione Dei del Cusano. Ma. e questo incontrarsi del sapiente col divino. p. Asinina idolatria è ridurre Dio alle cose..»). e fare cose meravigliose agl’occhi del volgo: quanto alla magia mathematica e superstiziosa la intendo aliena da Moise. 247 Opere italiane. pp. cfr. 101). dunque. e comincia l’ascesa per penetrare alla divinità. operò mirabili cose servendosi delle leggi stesse di natura. per lui. il fondatore di religioni si serve della sua conoscenza dei segreti delle cose per convincere ed educare. III. p. 248 Sommario. Mosé. «che in tutte le scienze degli Egizii uscì addottorato da la corte di Faraone». vista la Diana ignuda. e le imagini che sono in diversi e numerosi specchi.. Spaccio. d’altra parte.L’Umanesimo italiano chi: «onde al fine si trova che tutta la deità si riduce ad un fonte. Storia d’Italia Einaudi 251 . e da tutti li honorati ingegni»248 . 87 (e p. è tuttavia l’uomo pio che si converte.Eugenio Garin . quantoquidem omnis scientia est de genere bonorum. far discendere la nostra adorazione a oggetti vili o «a uomini mortali». Conscripta. 403: «nullum magiae genus noticia et cognitione indignum. come tutta la luce al primo e per sé lucido. «una e semplice ed absoluta in se stessa. religione è ascendere «da forme naturali» alla divinità. Anzi. multiforme e omniforme in tutte le cose». 188-200. 198. e De magia (Opera lat.

che vergò di sua mano nel 1587 sull’albo dell’Università di Wittemberg. 107. non il trionfo della fede. p. che è detto vita dell’universo.Eugenio Garin . II. Spampanato e G. è una natura vivente che torna a se stessa senza sviluppo. nelle risposte. Né traggano in inganno certe sue affermazioni di fedeltà a san Tommaso. e quella sicura attesa di chi sa come il flutto che oggi s’innalza domani tornerà ad abbassarsi. in sostanza. Conscripta. 191. 89. Firenze. B. a cura di V. Gentile. La concezione bruniana dell’universo La posizione bruniana nei riguardi della religione già avvia a intendere la sua posizione filosofica. intendo nella mia filosofia provenire la vita e l’anima a ciascuna cosa che have anima e vita. Il suo mondo non è il mondo del cristiano. tutti sono immortali. Sommario. aggiunge: «da questo spirito poi. eloquenti. 213. 115. nel Sigillus sigillorum. Documenti. anche in tutta sincerità. come anco alli corpi. Bruno scelse a più riprese come suo motto il detto dell’Ecclesiaste. Riferendosi allo spirito divino inteso come anima dell’universo. 96. Per cui la vita stessa che in sé rimane immota è. ai suoi giudici250 . la qual però intendo essere immortale. Sommario. I. 1933. Opera lat. 154. «Salomon et Pythagoras. nei dialoghi De la causa. l’aristotelismo compatto. E su questo concetto tornò senza posa. Quanto alla loro substanzia. p. 250 De la causa. II. p. Nell’Aquinate egli venerava il trionfo della ragione.L’Umanesimo italiano 3. Nihil sub sole novum». nella immobilità reale sottesa a una ciclicità inesorabile. non essendo altro morte che divisione e congre249 Documenti della vita di G. spesso ripetute. p. Quid est quod fuit? ipsum quod est. 40. Storia d’Italia Einaudi 252 . parvenza di vita. p. e in momenti tragici della sua vita249 . Opere. Quid est quod est? ipsum quod fuit. Già abbiamo visto la lapidaria affermazione del Candelaio. pp.

. così il spirito che è in me. che quel che sono. «quanti sono fragmenti del specchio. in toto illo unum solem licebit contemplari. e la sviluppa lucidamente.. dell’anima. a proposito delle cose che. in quello. ut ea anima quae in toto tota et in uno una videbatur.. Frantumato.. forma vero unitatis. E dopo aver ribadito. Ma effimere. 251 Lampas triginta statuarum. Quod ita ferme est.. in te. A proposito. dicimus fulgorem divinitatis spiritum esse per se unum et facere unum (ab uno enim secundum quod unum non procedit nisi unum). «l’Imagini. la sostanza.. o composizione. 22 (Opera lat. riprende un’immagine della Lampas triginta statuarum. sono annichilate. in quibusdam vero frag- Storia d’Italia Einaudi 253 .. p. conscripta. tamen quia est. 59 sgg): «cum materia sit caussa multitudinis et divisionis.. la qual dottrina pare espressa nell’Ecclesiaste».. la quale era. tutte. perché ricomponendosi nell’unità dello specchio.. «non possono essere altro che quel che sono state. tante sono forme intere».L’Umanesimo italiano gazione. III. o traslazione». quod si accidat speculum illum perfringi et in numerabiles portiones multiplicari. . la particolarità di quest’e quell’acqua. viene da Dio e torna a Dio». e congiunzione.. poi. che riflette un’immagine («il quale è una vita. A proposito delle anime egli sottolinea: «come dalla generalità dell’acqua viene. ch’erano in ciascun fragmine. e sarà»251 . operatur in universo extento et materiali. Più precise ancora talune risposte stese dal Bruno durante il processo a difesa e illustrazione delle sue tesi. né saranno altro.. et in diversas hypostases numerales multiplicato. quemadmodum si unus sit sol et unum continuum speculum. e torna a quella.e solamente accade separazione. iam in multa veluti fragmenta distracto corpore. o divisione.Eugenio Garin . quo quidem divisionem recipiente et in partium multiplicationem materiam distribuente accidit multitudo. «tamquam aqua decurrens». in omnibus portionibus totam repraesentari videbimus et integram solis effigiem. richiama solennemente ancora una volta il versetto dell’Ecclesiaste. multae fiunt animae. L’anima universale è come uno «specchio grande generale». ma resta. e depende. e rappresenta una Immagine»).

una anima. lacus et maria in unum concurrant oceanum. nel concetto stesso di Dio. II. vien partecipandosi senza mutazione. nulla si crea e nulla si distrugge. sottrae a questo loro destino le anime degli uomini. dichiarò allora che Dio. «ch’ha sussistenzia distinta dal corpo organigo contra Aristotele».. Come. p. 252 Opere ital. Bruno ri- mentis vel propter exiguitatem. filosoficamente. totale. e transcorporazione de tutte l’anime». Itaque si quemadmodum uno perfracto speculo propter partium multiplicationem animalium animarum multiplicata sunt supposita. Ma la logica della sua concezione lo portava altrove: a questa fissità di un ciclo in cui. uguale in tutte le cose. cum tamen nihilominus insit. 274 sgg. flumina. uno e infinito. Opere ital. a proposito dell’anima. circa quella continua metamfisicosi. Cfr. si accidat iterum partes omnes in unam massam coalescere. una forma. sicut si omnes fontes. E data la concezione che «non è corpo che non abbia più o men vivace e perfettamente communicazion di spirito in se stesso». stimando «vera l’opinione de’ Pitagorici. questa assenza profonda. 196 sgg.. I. d’ogni effettiva creazione si rispecchia nel rapporto fra mondo e Dio. vel propter infigurationis indispositionem. l’unica anima. ostreche marine e piante. cioè transformazione. essendo l’anima dell’uomo «medesima in essenza specifica e generica con quella delle mosche.L’Umanesimo italiano Bruno. si parli di natura o di spirito. «con la potenza della voluntà». e di qualsivoglia cosa che si trove animata»252 . unum erit speculum. facendo «li spiriti immortali per grazia di Dio». Ond’è che. Questa naturale fissità del tutto. Storia d’Italia Einaudi 254 .Eugenio Garin . p. (Cabala del cavallo pegaseo). anche se «Catolicamente parlando». aliquid confusum vel prope nihil de illa forma universali apparebit. inexplicata tamen. unus erit Amphitrites». è vero.. annullava di fatto ogni distinzione possibile fra anima nell’uomo e anima dei bruti.

ma non può voler far altro che quel che vuol fare. anche morali. p. ma di necessaria manifestazione. la cui intima vicissi253 Opere ital. Come è detto in forma lapidaria nei dialoghi De l’infinito (e nel De immenso è ripetuto). potrebbe far altro che quel che fa. la sua stessa fondamentale unità. multi hominum illo essent laudabiliores»). «Io tengo un infinito universo. cioè effetto della infinita divina potenzia. così il rapporto fra mondo naturale e Dio non è di libera creazione. Su questo legame necessario fra Dio e il mondo è fondata e l’infinità dell’universo e la sua eternità e.. Bruno non si stanca mai di insistere su questo punto. secundum quod unum. se volesse far altro che quel che vuol fare. chi dice l’effetto finito pone l’operazione e la potenza finita. poi si trovino mondi innumerabili». quindi. I. non vuol fare se non quel che fa. nel quale. dunque non può far altro che per quel che fa. nega la potenza infinita»253 . producesse un mondo finito». come infiniti membri. non può non apparire nell’infinito. p. Dunque chi nega l’effetto infinito. e che. 300 sgg. Non è ammissibile che una potenza infinita e perfetta produca ciò che è finito e imperfetto: se lo facesse sarebbe almeno malvagia e invidiosa («si Deus finita fecisset. Storia d’Italia Einaudi 255 . essendo infinito. «bisogna che di un inaccesso volto divino sia uno infinito simulacro. Sommario.. La natura infinita non è che l’apparire di un Dio che. Di qui i «sillogismi demostrativi» dei dialoghi De l’infinito: «il primo efficiente. perché io stimavo cosa indegna della divina bontà e potenzia che. infine. ogni moltiplicazione è parvente e transitoria dispersione materiale.Eugenio Garin . considerandolo nei suoi aspetti. potens facere infinita. Oltre (che viene al medesimo): il primo efficiente non può far se non quel che vuol fare. non procedit nisi unum. dunque non può fare se non quel che fa. 113. Dunque.L’Umanesimo italiano pete che ab uno. possendo produr oltra questo mondo un altro ed altri infiniti.

E v’è corrispondenza perfetta. ordinantem. di indumenti. È come un’interiore circolazione per entro un tutto immutabile. unità inaccessibile come tale. di medesima anima e intelligenza. concordantia. ombra ed enigma. di remoto effetto. 295. e non è. come dicono gli ApocalipOpere ital. ordinata.. è l’esprimersi stesso di Dio. quemadmodum ex sensu fluminum et plantarum sensum fontium et radicum colligere cogimur». I. moventem. non potrà veder Dio che nella sua mondana diffusione. come dicono i Platonici. Perché questo diffondersi nell’universal simulacro. p. «per modo di vestigio. finché è mondano.L’Umanesimo italiano tudine non incide sull’eternità del tutto. 79. I. et exornantem necessario. I. simulacro dell’inaccesso volto divino. l’universo infinito ci esprime Dio. mota. I. di specchio. ma in realtà Bruno non oscilla nella sua affermazione: Dio. è la divina potenza nella sua manifestazione («in rebus ipsis manifestata»).. di spalli o posteriori. 4. vel est divina potestas. S’è parlato di una equazione da Bruno non sempre posta chiaramente. Opera. anche se l’uomo. così dal mondo si risale all’unità fontale. p. 256 Opera lat. 2. come dicono i Thalmutisti. la natura. «in modo che. Ma come dall’infinita potenza divina necessariamente si inferisce il mondo infinito. p. Materiam exagitans. questo esser natura. p. poiché la natura è Dio nelle cose. impressusque omnibus ordo Perpetuus256 . Vel nihil est natura. il corpo sempre si va a parte a parte cangiando e rinovando»254 . si manifesta. si esprime. «si quippe sunt pulchre facta.Eugenio Garin . 193. 321. oportet esse unum concordantem. si svela nello spechio della multiforme natura. Dio è. 254 255 Storia d’Italia Einaudi 256 . come dicono i Cabalisti. è l’unità nella sua diffusiva ricchezza. come dicono i Peripatetici. così come le acque esprimono la sorgente255 .

257 258 Storia d’Italia Einaudi 257 . Solo che. «da abiti ed effetti diversissimi per gli oppositi mezzi e contrarii si ritorna al medesimo»258 . le quali sono causa della feccia degli costumi ed opere. p.. a ben guardare.L’Umanesimo italiano tici». E il medesmo garbuglio Medesme tutte sorti a tutti imparte. tutto ( «come medesimo. la qual faccia distesa e spiegata.»)257 . tuttavia. per cui ciò che è alto discende («tutto quel medesimo. Opere ital. in questa circolazione. 247 sgg. sembra nuovamente disperdersi. anche l’accenno teleologico che par emergere da questa frase. e ciò che è inferiore s’innalza... che agguaglia l’acque inferiori alle superiori. nella totale perfezione. nessuna perdita reale. sempre e in cadaun loco fa tutto. ha da ricalar a basso»). «Alta e magnifica vicissitudine. in varia collocazione. Ma in questa distensione che tutto comprende. presa nella sua complessa totalità è. «Nella natura è una revoluzione e un circolo». nel modo in cui tutto è capace di tutto». non è che un passaggio da un’unità. nella molteplicità mirabile in cui si dispiega l’Uno. assoluta e attuale in un atto solo. È come un mareggiare sul «volto inaccesso» dell’Uno assoluto. ed ogni momento. a parte a parte». contiene ogni particolare vicenda. cangia la notte col giorno. ogni goccia. p. a loco a loco. e il giorno con la notte. che ascende. possiamo certo aspettare de ritornare a meglior stati». II. Vicende e individui si riducono a vane Opere ital. a fin che la divinità sia in tutto. Nel gran mare dell’essere. ogni onda. a una diffusione «a tempi a tempi.. per cui nel seno onnicomprensivo dell’universo tutte le vicende sempre si attuano. nessuna effettiva conquista si dà. Il quale manifestarsi di Dio. I. o «revoluzione vicissitudinale e sempiterna». 430: «però ora che siamo stati nella feccia delle scienze che hanno parturito la feccia delle opinioni.Eugenio Garin . ancora una volta. ed esplicarsi ed esprimersi suo.

Opere ital. Il processo manifestante è descenso «alla produzion delle cose». eterna. infinito. una. 4. veramente s’accorge dell’intima medesimezza delle cose. Nulla muore. e l’anima che costituisce gli detti animali. La «contemplazione» Liberatrice. indifferente alla varietà di aspetti che da essa si manifestano259 . p.. tutti gli spiriti sono dall’Amfitrite d’un spirito.. «La Parca non solamente nel geno della materia corporale fa indifferente il corpo dell’uomo da quel dell’asino. Ove chi s’interni. 191 sgg. ma ancora nel geno della materia spirituale far rimaner indifferente l’anima asinina dall’umana. la bruniana «contemplazione». pp. e ritorna a sé. 212. La sostanza non muore. I. sostanza. dove la quiete de la vita sta fortificata e posta in alto. a variazioni di spazio e tempo. ed il corpo degli animali dal corpo di cose stimate senz’anima.L’Umanesimo italiano parvenze. ed a quello ritornan tutti». da quella che si trova in tutte le cose: come tutti gli umori sono uno umore in sostanza. 211 sgg. discende. tutte le parti aeree sono un aere in sustanza.Eugenio Garin .. immobile»). II. «Il cieco spavento della morte. V’è come un pulsare continuo per cui l’Uno si manifesta. dell’universo intero uno nella sua radice ( «è dunque l’universo uno. Storia d’Italia Einaudi 258 . anche se i composti individuali si mutano. non già s’accosta dove l’inespugnabil muro de la filosofica contemplazion vera circonda. e stoltezza il timore di morte – anima sapiens non timet mortem. né muta. In realtà il mutamento è parvenza. la sostanza è. dove è aperta la verità. uno nella sua verità. dove è chiara la necessitade de l’eternità d’ogni sustanza»260 ... fine. la comprensione è ascenso «alla cogni259 260 Opere ital. ma sotto l’apparenza molteplice resta il medesmo. dunque.

a cui non s’incorra. «Non è altro volare da qua al cielo. «spreggiatori di quel che fanciulleschi pensieri stimano». mentre per l’infinito campo. da cui non s’esca.. non altro ascendere da qua là. Contemplare è afferrare l’indifferenza fondamentale dell’essere. I «veri contemplatori dell’istoria della natura» comprendono che non v’ha nell’universo distanza o separazione. non vicino o lontano. La comprensione della medesimezza del tutto è liberazione «da vana ansia e stolta cura di bramar lontano». farsi «magnanimi». né altro è descendere dall’uno all’altro termine. ov’è ugualmente valido l’Uno e il suo manifestarsi. cosa non è di buono. «cangia volto».Eugenio Garin . unicamente. che essi a noi. ma tutto. Il contemplante si libera allora da ogni suo timore o speranza. non bene né male. la dispersione e il ritorno. nell’ascenso all’unità. e. che noi a loro. Contemplare è raggiungere «la via vera alla vera moralità». loro non sono più centro a noi. che da là qua. diventare più grandi degli dèi venerati dal volgo. perché nulla muta. non grande né piccolo. tutta la sostanza persevera medesima e una». per cui non doviam temere che cosa alcuna diffluisca.. abbandonando «doglia o timore. piacere o speranza».L’Umanesimo italiano zion di quelle». per la perpetua mutazione. poiché il bene è presso a noi. che lo dismembre in adnichilazione. conquistare la pace. Ecco la raggion della mutazion vicissitudinale del tutto. non altrimenti calcamo la stella e siamo compresi dal cielo che essi loro». o si diffonda in vacuo.. È liberazione da vano timore. per cui cosa non è di male. entro di noi. che dal cielo qua. il descenso e l’ascenso. L’infinito ritrova la sua salvezza nell’Uno. «Ecco qua la raggione. Noi non siamo più circonferenziali ad essi. e l’Uno manifesta nell’infinito la sua feconda inesausta vita. Ma in questo ciclo perenne si traduce la vitale pulsazione dell’essere. da ogni dispersione nel fu- Storia d’Italia Einaudi 259 . che particolar veruno o si disperda o veramente inanisca.

e dalle cose. per l’operazione intellettuale. solo che. un’altra sorte. Opere ital.metafisica. naturale e nozionale. la quali è dopo le cose. la riforma morale inserisce una novità radicale. e nello Spaccio non si distingue fra processo gnoseologico e sviluppo ontologico. la terza ha nome di cognizione». p. anche se interiore a Dio. La prima ha nome di causa. essendole intrinseca. II. I. in questo circolo dove nulla è nuovo. e la verità «è ideale. o. appunto. Non v’è differenza fra vero e ente. per cui perennemente l’unità torna a se stessa e coglie il suo significato manifestandosi in una molteplicità che. in genere. II. d’altra parte... la seconda ha nome di cosa.L’Umanesimo italiano turo. dell’esser presente»261 . fra verità e realtà. Negli Eroici Furori si insiste sul motivo che «il corpo è ne l’anima. si annulla perennemente nel suo seno. Solo che nella compattezza di questo processo interno all’essere. Storia d’Italia Einaudi 260 . ed è delle cose. 264 (cfr.. Opera lat. fisica e logica»262 . è tutto il problema di Bruno: ché se questo processo. ancora: «è una sorte de verità. l’anima ne la mente. 281 sgg. p. la mente o è Dio o è in Dio». La riforma morale Ma proprio qui. ecco che si trasfigura in un farsi effettivo.Eugenio Garin . L’uomo che «per essenza è in Dio». ed ultima. «L’atto della cognizion divina è la sostanza de l’essere di tutte le cose». e. nell’intendere questo rapporto circolare fra Dio e l’universo. pp. ontologicamente. nell’alterazione. e la voluntà conseguente 261 262 Opere ital. la quale è causa delle cose.. e si trova sopra tutte le cose. per godere la «vera beatitudine. 94). ed è una terza. che si trova nelle cose. e nulla può esserci di nuovo. fra conoscere e fare.. 367.. 5. e anzi è tutt’uno con Dio. sembra svanire in una sostanziale immobilità.. . 3.

che dice non esser cosa nuova sotto il sole»). delle «nove e maravigliose invenzioni». il circolo di descenso ed ascenso perde tutta la sua ciclicità meccanica per trasformarsi in un progresso morale. di uno immobile. Quando nel quinto dei dialoghi Della causa. ed obedisce. ogni altra cosa è vanità. si oppone un volontario ritorno. anzi. All’immediatezza di una unità originaria data. in un continuo arricchimento dell’essere. della umanitade». «Volto labile.. O. ma altro modo di essere». e nessuna conquista.. e coloro che agiscono «come principali artefici ed efficienti». ove s’ammira «l’eccellenza. Ma poi questo nulla si anima nello Spaccio e. ed eterno essere».L’Umanesimo italiano dopo tale operazione. in un circolo amoroso. Il passaggio dai dialoghi metafisici a quelli morali sembra mutare la prospettiva bruniana. per citare la nota similitudine. Bruno chiaramente indica nell’antitesi fra coloro che sono condannati «a parlar ed operar come vasi e istrumenti». adora. tuttavia. dopo l’esaltato inno all’unità e medesimezza del tutto Bruno si domanda: «perché dunque le cose si cangiano?». Ecco la celebrazione dell’attività umana «per l’emulazione d’atti divini». Ecco quel tanto si- Storia d’Italia Einaudi 261 . in «artefice efficiente». Modi diversi.. Nelli primi si considera e vede in effetto la divinità. In tal modo. è come nulla. identità sostanziale. senza esitazione risponde «che non è mutazione che cerca altro essere. anzi è nulla». sul piano etico-religioso. «gli primi son degni come l’asino che porta li sacramenti. gli si apre davanti la possibilità di trasformare il passivo «vaso» del divino. ogni faccia. attraverso la riforma morale e religiosa. che è conquista e novità. negli secondi si considera e vede l’eccellenza della propria umanitade».. nessun arricchimento. si riferisce alla sua luce e beatifico oggetto».Eugenio Garin . ma unità. e quella s’admira.. gli secondi come una cosa sacra. ma spostamento locale attraverso immutate e immutabili stazioni per entro l’uno infinito immobile («questo lo ha inteso Salomone. «ogni volto.. Che è quanto.

che dalla negra e dura selce si spicca. II. che vegna occupato ne l’azione per le mani. è il ritmo dell’essere.Eugenio Garin . che è la crisi che rompe la fatale discesa dell’uomo. nella terra e nel dolore. quando la negra e dura selce si spezza. per sprigionare la lucida fiamma dell’amore264 . Pentirsi è inserire nella propria condizione terrena «il fervido amore di cose sublimi». la moralità. sono le uniche strade che fanno umanamente degna la realtà. Storia d’Italia Einaudi 262 . che discaccia 263 264 Opere ital. si fa processo realizzatore di bene.. per mezzo de l’egestade. e rende l’anima afflitta «per il stato presente». è vero. sulla carne e sul peccato. il pentimento nasce.L’Umanesimo italiano gnificativo elogio del lavoro che vince l’ozio. II. la crisi morale del senso della colpa «è come una lucida e liquida scintilla. risorte le necessitadi. quell’esaltazione dell’opera («e per questo ha determinato la providenza. e tende al suo cognato sole». essenziale all’essere. quando. inventate le industrie. p. e sempre di giorno in giorno. 152 sgg. Ma dolore.. fassi in alto. «per l’emulazione d’atti divini e adattazione di spirituosi affetti. Alla qual lode del lavoro corre parallela la celebrazione della virtù del pentimento. dalla profundità de l’intelletto umano si eccitano nove e maravigliose invenzioni»263 . nate le difficultadi. sono acuiti gl’ingegni. che da le adre e pungenti spine si caccia»... Qui v’è più che un profondo significato morale. p.»). scoperte le arti. senso aspro della colpa e lavoro. che si libera poco a poco «dall’esser bestiale». Nella staticità. Là dove la metafisica non scorge che la fissità in sé chiusa dell’Uno eterno e perfetto. Opere ital. riconducendola a se stessa «come per rimembranza de l’alta ereditade». che nella sua mobile immutabilità. quella condanna cruda dell’età dell’oro e d’ogni paradiso terrestre. 129. ma «come la vermiglia rosa. della costruzione della civiltà.

II.. che è volontà operosa e cosciente («la voluntade umana siede in poppa de l’anima»). la nascita alla vita umana. 269... L’eroico furore Lo Spaccio della bestia. e insieme del proprio significato. ha origine con la consapevolezza di sé e del proprio difetto. è l’essere cose nel mondo. se non secondo la lezione. bandiro ogni propria attenzione o studio. La riforma dello Spaccio è. la riduzione del ritmo descenso-ascenso a un moto di liberazione morale.. Mentre l’asinità è accettazione supina. che è operazione morale. L’asinità è l’accettazione senza lotta.L’Umanesimo italiano le fiere delle passioni. e cioè la vittoria sulla passività. quindi non si volgono a destra o a sinistra. con una inquietudine che ci fa accorti che.. ma non stender con Prometeo la mano a strappare il fuoco divino «per accendere il lume nella potenza razionale». non peccare e non riscattarsi. immersi nella natura.Eugenio Garin . chiusero gli occhi. facendosi nella coscienza umana norma di vita. non uomini: «fermaro i passi.. che gli dona il capestro. ove la raggiunta conoscenza della legge del tutto.. p. veramente. che siegue l’apprension intellettuale del buono e bello». viver morti gli anni propri. L’uomo emerge dal cieco ciclo delle cose quando lo invita un «certo lume che siede nella speco265 Opere ital. non siamo solo natura. le braccia. con gli lacci di ferine affezioni.. sostituisce alla passione come sigillo di soggezione l’amore come «contatto intellettuale di quel nume oggetto»... trasfigura la passività dell’accoglimento del dato in una riconquista. che è una trasformazione radicale. non cogliere con Adamo il frutto proibito. »265 . piegaro. ma un impeto razionale. sul predominio della carne. Storia d’Italia Einaudi 263 . Non più «un raptamento sotto le leggi d’un fato indegno. 6.

il dimenticarsi èun ricordare. di «vaso» della divinità.Eugenio Garin . è significato. Ansia cioè di farsi. vuole nel singolo l’eterno. una dimenticanza di sé. che ribadisce nella sua «cecità». divino anch’egli e tempio vivente. Qui il perdersi è un conquistarsi. di socraticamente ironico («e qua. cioè. e volendo assoggettare al suo piacere si fa schiavo del suo piacere. che pone l’uomo dinanzi a se stesso. pentimento del suo peccare e sollecitudine. non del proprio limite. cipolle e coccodrilli.. perché è chiuso essere dinanzi a chiuso essere. e che è la voce critica.. alla sua vita ferina. come tutte le cose lo recano. e lo vuole con volontà pura. un amore che non è oblio. «doviene un dio dal contatto intellettuale di quel nume oggetto. e il patir si identifica con l’agire supremo.. è tutto la sua chiusura. ma amore e brama del bello e buono.. che. di «asino» che reca il divino. e mostrasi insensibile in quelle cose che comunemente massime sentemo». «amori volgari e naturaleschi» da un lato. l’incrinatura del nostro stare. Storia d’Italia Einaudi 264 . L’un patire è patire dal finito. e d’altro non ha pensiero che de cose divine. e dall’altro «divini ed eroici furori». ma della verità. della nostra anima». passivamente subendo la sua sorte. è cieco. Perché le passioni son di due specie. un’alienazione dalla propria chiusura. per Momo»).L’Umanesimo italiano la. l’altro è patire la presenza del Dio. Laddove l’amante d’amore volgare è schiavo e soggetto. Ma v’è un amore non di sé. che a Dio volontariamente e liberamente si offre. e il suo particolar godimento. di spregiudicato. e fa nascere in lui rossore del suo essere. qui l’agire trabocca nel patire. Nel primo caso l’uomo è trascinato da «impeto irrazionale». qualcosa di libero («est ergo quoddam velut libere agens»). che non è negligenza di se stesso. colui che ama d’amore vero. «con cui si procuri farsi perfetto con trasformarsi ed assomigliarsi a quello». È «l’atto del raziocinio de l’interno conseglio». nulla vedendo tranne se stesso.. ma dell’essere. ma una memoria della propria radice.. la «lanterna de la raggione».

«rapito fuor di sé da tanta bellezza. p. assai più che non nella determinazione se l’Uno sia nel mondo come il nocchiero nella nave. è storia del processo dell’emergere di una moralità umana dalla natura. La storia di questa conversione dal patire sensibile. quando l’uomo. veddesi convertito in quel che cercava. non era necessario di cercare fuor di sé la divinità».L’Umanesimo italiano aprirsi a Dio. E qui è il problema bruniano. de gli suoi pensieri egli medesimo venea ad essere la bramata preda. II. onde più e più avvicinandosi al sole intelligenziale. rigettando la ruggine de le umane cure. guidato dal caso e rapito dalla disordinata tempesta. dovien un oro probato e puro.. Perché quel problema si risolveva in questo problema: come nella passività di ogni ente finito.. Ove l’interno e l’esterno coincidono. trova il suo fine nel diventare di predatore preda. seguirne la legge. 360 sgg. si distingua un altro patire. giunto alla presenza del divino. e i molti e l’uno. dovenne preda. che è un verace agire con Dio in Dio. e cioè alla liberazione.. Che sarà poi il problema diversamente espresso nel mito di Atteone che. La passione dell’essere è subito trasfigurata in attiva collaborazione con l’essere. Ma è calor acceso dal sole intelligenziale ne l’anima... e s’accorse che de gli suoi cani.Eugenio Garin .. ha sentimento de la divina e interna armonia. raggione ed atti di prudenza lo faccia vagare. soggetto al fato. fatto prima «selvatico» rispetto alla dispersa moltitudine. E qui l’amore «non è furor d’atra bile. al patire eroico. «non più vegga come per forami e per fine266 Opere ital. che gl’impronta l’ali. mosso alla caccia della Diana ignuda. l’intelletto che. già avendola contratta in sé. allorquando l’uomo «sotto l’imagini sensibili. e impeto divino. concorda gli suoi pensieri e gesti con la simmetria della legge insita nelle cose». È la mente umana. e cioè dalla soggezione al fato. va comprendendo divini ordini266 . perché. Storia d’Italia Einaudi 265 . che fuor di conseglio.

cui si subordina la stessa ricerca scientifica. ed io imparo più dall’anatomia 267 Opere ital. p. donde quasi niente apprese». se ben nel loro segreto hanno altro avviso». furon forzati a dire e fare e vivere come gli pazzi. Anche Campanella. agli interessi scientifici del ’600 culminanti in Galileo. si faccia «tutto occhio a l’aspetto di tutto l’orizzonte267 . avanza mascherato. di questi suoi scopi pratici.. E di questa sua originalità dinanzi alla cultura nata dall’umanesimo.L’Umanesimo italiano stre la sua Diana. candidamente ammesso sotto la condanna aperta ed insistente. ove istituisce un confronto fra sé e il Pico. pensando sanarlo... per molti aspetti. II. Storia d’Italia Einaudi 266 . 7. scritta nel luglio del 1607 «dal profondo Caucaso» del carcere napoletano. il Campanella non fa mistero. rimprovera alla «fenice degl’ingegni» d’essere stato «scarsissimo» nelle «cose morali e politiche» per aver speso la vita «a voltar libri». il Pico incarna una mentalità e una posizione tutta opposta a quella campanelliana. «Ecco dunque il diverso filosofar mio da quel di Pico. e gli savi. per rendersi conto di quanta parentela vi sia fra la sua posizione e quella dei teorici della ragion di stato. Basta pensare a quel suo professato machiavellismo.. 472 sgg. In quella celebre lettera a Monsignor Antonio Querengo.Eugenio Garin . ma. Problemi nuovi in Tommaso Campanella Senza dubbio. alle polemiche politiche alimentate dalla reazione al Machiavelli. come Cartesio. ai quali doveva del resto attingere a piene mani. avendo gittate le muraglia a terra». «Filosofo più sopra le parole altrui che nella natura. «Il mondo diventò pazzo. morali e politici. la posizione del Campanella esce dai quadri del pensiero rinascimentale per saldarsi strettamente al moto religioso nato dalla Controriforma.

. empietà e superstizione hanno egual regno e paion d’un colore». Gentile. e scrittura. giungono a porre l’equivalenza delle opinioni. Di qui il Campanella traeva argomento a porre come fonte unico di conoscenza il contatto diretto. Poesie. Né «per sillogismo». si precisa ancora. 507-509). e le scole parlano con dubbio e mussitando». destinato a tornare nel noto paragone dell’Apologia per Galileo fra natura. tra le quali non v’è. ed. e quindi con Dio. e non secondo sta nell’universo libro originale»268 . Lettere (a cura di V. p. Ergo sicut Apostolis prae ceteris credimus in Scriptura. ut omnes in eo legeremus.Eugenio Garin . 269 Apologia pro Galileo: «et propterea mundus vocabatur ab initio Sapientia Dei (ut revelatum est Sanctae Brigittae) et liber. 1846.» (Le Opere di GALILEO GALILEI.. dopo ch’imparai a filosofare e legger il libro di Dio: al cui esemplare correggo i libri umani malamente copiati e a capriccio. contrasto269 . immediato. Concordant enim codices Dei utrique alter alteri. 20 sgg. Firenze. 1927 p. «ed un marinaro gli ha fatti bugiardi col testimoniar de visu». e tutti scrittori vacillano sopra l’empietà aristoteliche. S. si può decidere «qual sia più vera legge. su ogni argomento. I sillogismo «è come uno strale con cui cogliamo nel segno rimanendo lontani dall’oggetto... fra uomo e cose. e senza gustar268 TOMMASO CAMPANELLA. né può esservi. Storia d’Italia Einaudi 267 . Firenze. 1939. V. Spampanato). Agostino e Lattanzio hanno con un sillogismo negato gli antipodi. I ragionamenti. 134. sacro libro di Dio. naturae libro primo. Bari. religione.... Cfr. C’è il motivo centrale di tanta parte della posizione del Campanella. tra la cristiana e la macometana ed ebraica. tutti filosofi e sofisti. «in questo secolo oscuro. Nel proemio alla Metafisica questo appello alla comunicazione diretta col mondo. pp.. G.L’Umanesimo italiano d’una formica o d’una erba (lascio quella del mondo mirabilissima) che non da tutti li libri che sono scritti dal principio di secoli sin a mo’.

dell’ «original libro della Natura». La parola. Per questo gli antichi hanno chiamato il mondo sapienza di Dio. non è creazione.Eugenio Garin . (Parisiis. intrinsecandosi con l’oggetto (per tactum intrinsecum. i poeti che non si propongano fini civili sono conside270 Metaph. e non cose (quas realiter exprimeremus. per sottolinearne l’immediatezza. e la scrittura di Dio. noi produciamo solo favole. Campanella insiste sulla trascrizione sensibile di questo rapporto. la natura e la scrittura. nella Poetica. tuttavia. 2-5. s’è detto. infatti. proprio questa celebre analogia visiva non soddisfa più Campanella. congiungendo in un sol termine cognizione sensibile e intuizione intelligibile sul tipo dell’esperienza illustrata da Ruggero Bacone. 30. dicere autem Dei ac scribere est ipsum facere realiter. Come Bacone egli parte dalla tradizionale analogia del vedere. pp. la non discorsività. Per questo. e la nostra poesia. In ogni caso scrive un libro in cui possiamo apprendere guardando (codicem vivum facit. Poesie. per questo. sui due libri che Dio ha offerto all’uomo. sicut nostrum est declarare facta vel facere intentionaliter. ma finzione. Ed insiste. del mondo «libro e tempio di Dio». in magna suavitate)270 .L’Umanesimo italiano lo (est quasi sagitta qua scopum attingimus a longe absque gustu)». proprio l’immagine. l’autorità è un toccar le cose per mano d’altri (est tangere quasi per manum alienam). che «Dio parla a noi in due modi. Conoscenza vera si ha per diretto e profondo contatto. come il maestro ai discepoli». perché non siamo Dio. Sempre nel citato proemio alla Metafisica Campanella osserva. E. lo spinge a andare oltre. Storia d’Italia Einaudi 268 . o rivelandole secondo il modo degli uomini. 1638). son produzione di cose. e cioè producendo le cose stesse. a lui così cara. si Deo aequivalentes essemus). con grande dolcezza. della luce. p. in quo despicientes addiscamus).

). 90-91): «sapientia a sapore dicta est. neoscolastica». non quatenus ratiocinatur. e J.. IV. A. 65. p. et litt. Ora non si insisterà mai abbastanza sul valore particolare di questo sentire. non a caso dal Campanella ripetutamente avvicinato all’estremo culmine dell’intuizione platonica. nullo mediante.a se remota sentiant.Eugenio Garin . Les sources gréco-arabes de l’augustinisme avicennisant. e la troviamo negli stessi termini già in Gundissalino che accoglieva la trasformazione operata dagli arabi del vedere plotiniano e platonico in un gustare. merito religanda271 . ut etiam Plato dixit.». il parallelo con Dio apre la via a un altro più diretto contatto.. 1934. non soddisfa Campanella. illi communicatur)272 .. o. Firpo. E a p. p. a un compenetrarsi reale con l’oggetto conosciuto. D. scientia intelligibilis est mutatio formae intellectae cum intelligente. Ma se il conoscere-specchiare. «Sapientia dicitur a sapore. si denuncia come un puro riprodurre. nella metafora visiva. Poetica. qui sensui gustus intrinsecatur». et tactus quidam gustusque divinus. E l’uomo sapit proprio in quanto fa suo il sapor della cosa (quatenus sentit sapit. Metaph... Roma. Cfr.L’Umanesimo italiano rati excrementa reipublicae. TEICHER.. . cit.. GUNDISALINI de anima («Arch. his... (Parisiis.. praeter tactum. in «Riv. percezione telesiana trasfigurata poi in termini di sapienza intuitiva (intuitiva sapientia. Gundisalino e l’agostinismo avicennizzante. loc... du M... 87: «scientia.. 1638).. su questa teoria GILSON. quoniam sapor rei.. sicuti est. dal sûfismo. a un intrinsecarsi effettivo. se il conoscere che. hoc habet proprium ut sentire non possit nisi quod se.. tetigerit. non già alla percezione telesiana. 192930.». Filosof. sensibilis et mutatio formae sensatae cum sentiente. Non a caso l’immagine deriva direttamente dalla tradizione mistica musulmana.. 1944. faciens scire res sine motu et discursu.. gustus ex omnibus.». 260. doctr. et merito. 271 272 Storia d’Italia Einaudi 269 . se si vuole. Cfr. pp. a cura di L. quia cum omnes alii sensus.

. e farsi tutt’uno con l’oggetto).. e cioè con quell’intimità della cosa che è lo stesso processo espressivo di Dio. e quindi compartecipazione con la cosa.). Deus. quindi. Verbo ipsum exprimit. E senso – egli dice – è non già informazione (perder la propria forma. sì. farsi l’altro in se stessi («però chi è più passibile e molle. «L’imparare e il conoscere sono pur qualche morte» Questa vena mistica inserita nel sentire telesiano. in mundo. Storia d’Italia Einaudi 270 . più è atto a sentire e divenir savio»)273 . il fare divino. e cioè farsi. Bari. a cura di A. ma immutazione. che abbatte le barriere fra interno ed esterno.. mentre rompe la definizione che sentire è perceptio passionis. ma non del tutto. fa intima l’intimità della cosa. E dunque conoscere è morire. allora il fuoco e il sole conosco quando da loro sono mutato. Conoscere. Ove. «perché 273 Del senso delle cose e della magia.Eugenio Garin . insomma. 8. che è l’Essere che adegua Potenza ed Amore.. dunque. e si presenta come intrinsecazione.. per farne un contatto diretto con l’Essere. che sarìa farmi fuoco. e conoscere è innanzitutto sentire («la ragione è senso strano e non proprio»). ha qui un significato diverso dall’empirismo aristotelico. accogliere l’altro in sé. come già in Ruggero Bacone.L’Umanesimo italiano Il senso. Non è un vedere. ma non completamente («e.. 1925.»). L’esperienza. la soavità della vita universale (Hic. riproducendo immagini. un gustare. è sempre illuiarsi. induce Campanella a riprendere tutto il problema del senso. l’oggetto. II e 151. o specchiare. ma un compenetrare il processo vitale del tutto. ma poco. riconducendoci a quella reale espressione divina attraverso la cui compartecipazione ci facciamo in qualche modo equivalenti a Dio. quindi. l’empirismo si impianta e si converte nel misticismo. pp. Bruers.

. Ma se l’uomo. al senso intimo per il quale non ci disperdiamo nella cosa. perché non si perde l’essere nell’infinito mar dell’essere. su cui Campanella batte. alla totalità dell’essere («la Teologia vera è tutta manifestata e rivelata alli sensi dell’uomo»). trasferendo il suo problema sul piano morale. Di qui l’insistenza polemica di Storia d’Italia Einaudi 271 . inteso come diretta esperienza.L’Umanesimo italiano ogni morte è mutarsi in altro e ogni mutamento è qualche morte». «come la luce incorporea si fa. affermandone. Trapasso possibile quando la senziente conoscenza. cioè s’impregna di Dio». di mostrare la possibilità di un trapasso. appunto. gialla. sendo un mutarsi nella natura del conoscibile. ma si magnifica». non la negatività. che tocca le cose. il contemplare Dio interno a tutte le cose. le ricolloca nella realtà. Se il sentire in quanto farsi l’oggetto. esso è pur morte. Con una bella immagine. per coglierle. sul piano del senso. e se si lascia vincere patirà pena». Ed essendo il mutamento farsi l’oggetto. e quindi morire. «E l’imparare e il conoscere. viene slegandole dal loro limite.. e quindi patire. sono pur qualche morte. significa spezzare la negatività della realtà e farsi reali veramente.. Tutto il maggiore sforzo di Campanella è. perché «s’incinge. ma la positività. accompagnandosi sempre questo nostro internarci nell’oggetto alla consapevolezza di noi («sensus nostrimet ipsorum. Campanella osserva che. dal loro niente. nelli vapori dell’Iride. rossa e verde. invece di esser sopraffatto dal limite delle cose. all’istessa maniera l’anima s’infà delle passioni. allora «perché è penetrante e penetrato» dalla divinità. ancorché parziale. ma ci teniamo fermi a noi stessi. abditus qui est actus»). l’Essere cioè che tutte le costituisce.. e solo mutarsi in Dio è vita eterna. cioè. per ricollocarle nella realtà divina del tutto. riafferrandole nell’essere in cui si sia così collocato. nel processo in cui Dio si esprime. significa accogliere un nuovo limite.Eugenio Garin . si fa «lieto conoscitore e beato». Ma proprio qui interviene quel rovesciamento dal senso alla sapienza.

né sanno se in corpo o fuor di corpo»). si presenta come fede nel Verbo. come noi tutte l’ova d’una gallina»). Del quale rimaneva invece e la concezione di una matematicità della realtà fisica. a sua volta. ma chi mira dentro distingue». ma alla senziente conoscenza [anima in eis].. Mirar dentro che.. Campanella oltrepassa.Eugenio Garin . non dico all’occhio. di motivi. ma nel generarsi concreto di Pietro. ormai. ed è propriissimo alle bestie che tutti gli uomini stimano di una sorte. attraverso soccorsi anche magici. e la tesi della animazione universale. ma non le sue particolarità. qualche volta equivoco. e. oltrepassavano per interessi e conclusioni l’ambito di quel pensiero. che «chi vede. che impoverisce e diluisce le cose riducendole a schemi vuoti («è de’ fanciulli e degli ignoranti che conoscono l’uomo in comune. pur collegandosi con alcune tesi del platonismo rinascimentale in genere. il corollario pratico di una conversione dell’umanità intera. Ove i fondamenti metafisici di Campanella. La quale. poi. appunto. orecchio. La verità di Pietro non è nell’astratto uomo. alla vera religione. ancora. Storia d’Italia Einaudi 272 . come l’espressione più piena della Sapienza divina. distrugge il rapporto stesso dentro-fuori per la comprensione e compenetrazione del processo del tutto («ogni scienza al senso s’appoggia. nella comprensione di tutte le sue minutezze. poiché Paolo alienato e Caterinella mia videro tanto. la problematica del Rinascimento. ma coincidente col cristianesimo visto. di fuori si pensa esser tutte uguali. Ma proprio in questo complesso. tutto spiegato nel mondo: religione naturale.L’Umanesimo italiano Campanella contro l’astrazione aristotelica.

è la meno riducibile che mai sia stata a schematizzazioni e a classificazioni. all’arti- Storia d’Italia Einaudi 273 . questo mediatore. la profondità di quel travaglio. il Dio che si onora.L’Umanesimo italiano EPILOGO Se l’umanesimo fu. Con grande verità Augustin Renaudet ha scritto una volta che «l’Italia del Rinascimento unisce in sé tutti i conflitti». Michelangelo o Giordano Bruno. un accento. La vecchia e forte espressione burckhardtiana che congiungeva la riaffermazione dell’uomo e del mondo. il nuovo moto verso le cose per dominarle ed usarle. questo vincolo. il mondo di cui si parla. veramente. la convergenza di una piena formazione umana. Armonia e misura di una umanità completa. La cultura italiana dal ’400 al ’500 vide. È un tono. L’uomo che si celebra è questa sintesi vivente. traversa quei secoli: che anzi proprio la durezza di quei contrasti. la rinnovata visione del mondo. E la meditazione filosofica. di oscuro. compiuta attraverso gli studia humanitatis. deve connettersi. che circola ed anima ogni problema e ogni ricerca. rinnovata fiducia nell’uomo e nelle sue possibilità. questo nodo. rende più nobile il volto di quell’età: ricca forse come nessun’altra di personalità esemplari. tutta volta a sottolineare questa sintesi umana. all’influenza umanistica è giusto rivendicare. dello spirito e della natura. siano esse l’Alberti o Lorenzo. non incrinata da quanto di torbido. di aspro.Eugenio Garin . pur in mezzo a tante oscillazioni e a tanti contrasti. e di una libera e fattiva espansione nel mondo. ma sono visti in questa tensione. a «educare» a questa missione. è ammonimento. anche il nuovo metodo d’indagine scientifica. sono i poli di questa tensione. e comprensione della sua attività in ogni direzione. senza timor di retorica. come si è fatto. all’antica celebrazione di una rinnovata armonia raggiunta dalla Rinascenza.

al sacerdote. non può non sottolineare la positività di cosiffatto orientamento «umanistico». un operoso procedere mai pago del termine. e. non avendo più potuto dimenticare la lezione dell’umanesimo. di Vico. al compito umano cui non si deve mancare. di Giannone. chi così intende il filosofare.Eugenio Garin . dei politici ed economisti del ’700. è sembrata a taluni priva di pensiero filosofico. Dopo il quale la patria di Galileo. Per questo lo storico futuro della cultura filosofica rinascimentale in Italia dovrà legger piuttosto libri di politica. e sembra polverizzarsi ora in un’orazione politica. domani. ora in un manuale tecnico. che non di quella scolastica filosofia cui era stato dato un crollo mortale. E questa è davvero l’aurora del pensiero moderno: per questo tutta la cultura del Cinquecento europeo è pregna di echi della cultura italiana. di Muratori. la scienza dell’universale invano si cercherebbe nelle scolastiche sistemazioni professorali: essa vive come coscienza di sé presente in ogni concreta ricerca. di Leopardi. Infranto lo schema della filosofia teologizzante. è richiamo. anche quando la sua degenerazione retorica sembrò averne inaridita la fonte. di retorica. Per questo essa è varia e molteplice. allo scienziato. Ma chi nella filosofia vede appunto una presente consapevolezza critica dello spirito umano alle varie forme della sua attività. in ogni indagine particolare. di logica e di scienza. di morale. Storia d’Italia Einaudi 274 . un sempre vivo render conto a sé della propria umana misura così nei limiti come nelle possibilità. al politico.L’Umanesimo italiano sta. ora in un trattato di belle maniere. della sua misura umana. un continuo elaborare nuovi strumenti per un’attività inesauribile.

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