DANILO CARUSO

DONNE
DELLA
LIBERTà

Aunque deje en el camino jirones de mi vida, yo sé que ustedes
recogerán mi nombre y lo llevarán como bandera a la victoria.
EVA PERÓN

DONNE DELLA LIBERTÀ

INTRODUZIONE

Q

uesto saggio è nato dall’idea di offrire in un’unità
d’insieme un ciclo di miei scritti e studi dedicati a

personaggi femminili.
Lo scopo è quello di dare lo spunto alla conoscenza di
personalità e contenuti di rilievo, purtroppo forse poco noti
oltre gli ambiti di cultori.
Si parte in questo percorso con il presentare la collocazione della donna nella grecità antica come figura di partenza di una fenomenologia di esempi che si evolve dialetticamente nei secoli per raggiungere la liberazione.
Questa esemplare dialettica dello spirito femminile vuol
rappresentare un modesto contributo al superamento
dell’erronea problematica di genere.
Quello che è stato oggetto di mie analisi e scrittura,
nella circoscrizione della scelta, è scaturito da un genuino
interesse: gli exempla presentati non sono naturalmente esaustivi sotto il profilo dell’estensione, ma nella loro intensione ben si innestano e figurano in questo piccolo cammino
di lettura e riflessione.

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Danilo
Caruso

DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

1. BREVE ANTROPOLOGIA
DEL “DIVERSO” NELL’ANTICA GRECIA

T

alvolta accennando alle pari opportunità viene ricordata l’antichità greca in modo imperfetto e
approssimativo delineando paragoni sociologici che non contribuiscono a una
conoscenza storica corretta. La donna e
lo schiavo non stavano sullo stesso piano
socio-giuridico. Alla schiavitù erano sottoposti sconfitti in guerra e non Greci: il
primo caso godeva di una giustificazione
pratica (chi perdeva diveniva proprietà
del vincitore), il secondo invece si avvaleva di motivazioni pseudobiologiche (il
barbaro era per natura colui che possedeva ridotte facoltà intellettive). Questa
visione biologica colpiva anche le donne
che erano ritenute di capacità mentali
inferiori agli uomini. Per via di questo
pregiudizio naturalistico la sorte femminile si accostava a quella dello schiavo
dato che erano concepiti come due esseri
cui faceva difetto in misura diversa il
possesso integrale della razionalità. I ridotti in schiavitù erano alla stregua degli
animali domestici (senza nessun diritto).
Per fare un esempio chiarificatore: lo
schiavo incaricato dal padrone di commettere un dolo non era imputabile del
suo atto, l’unico responsabile era il mandante. La situazione delle donne era differente. Avendo come riferimento il concetto di minorenne si può dire che il loro
status era di perpetua minorità, e non
dava perciò adito a diritti di maggiorenni

maschi. Ma non per questo erano ignorate dalle leggi. La famiglia doveva infatti
avere un titolare maschio e alle varie evenienze si doveva sopperire necessariamente (fino al caso limite dell’adozione di
un tutore). Un ruolo in cui le donne avevano rilevanza è quello del sacerdozio:
una sacerdotessa poteva addirittura accedere a teatro con posto riservato, la
qual cosa era in assoluto interdetta alla
restante popolazione femminile (anche
come attrici: le loro parti erano interpretate da uomini). Un altro ambito in cui
avevano considerazione era quello dei riti
funebri: solo loro, dispensatrici di vita,
potevano accostarsi all’impurità di un
cadavere e curarsi della sua preparazione
per il funerale, affrontando il lato finale
della morte. Questo accadeva ad Atene,
mentre a Sparta a causa del costante impegno militare dei maschi erano maturati
notevoli spazi di autonomia. Platone,
ammiratore dell’ordinamento spartano,
ne “La Repubblica” prospettò la liberazione dai pregiudizi di sorta e parlò di istruzione anche per le fanciulle e di accesso al mondo della politica in quanto le
donne come appartenenti al genere umano partecipavano della razionalità nello
stesso grado degli uomini. Il commediografo Aristofane ne “Le donne all’assemblea” mise in scena un colpo di Stato al
femminile ambientato nell’antica Atene
la cui dimensione comica è molto indica-

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DONNE DELLA LIBERTÀ

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Caruso

nell’esposizione di Aristofane – è una giustificazione della per noi normalità sessuale (e non viceversa una giustificazione
del “vizio greco”), mai nessun governo –
romano, ateniese, o spartano – ha mai
elaborato una norma che parificasse una
unione di fatto tra omosessuali al normale matrimonio tra persone di diverso sesso. Eppure i Greci ritenevano la per noi
inversione un fenomeno molto significativo. La sostanza del loro ragionamento
trovava una base nel fatto di distinguere
il matrimonio vero (con la facoltà data
della procreazione) da un’altra cosa che
matrimonio non era (la famiglia normale,
diceva Aristotele, è una “società naturale”): linguisticamente il matrimonio greco
(γ μος) prevedeva un γαμ τες (sposo) e
una γαμετ (sposa); il termine latino
“matrimonium” è derivato da “mater”
(madre), è naturalmente impossibile che
in una coppia omosessuale qualcuno/a
divenga “madre”.

tiva. Nel divino il femminile si svuotava
dei suoi aspetti sostanziali per diventare
unicamente questione di forma. Una dea
non aveva i presunti limiti intellettivi di
una donna, ne manteneva le connotazioni
esteriori e vari tratti, ma diveniva un dio
al femminile. Nonostante il clima di emarginazione la grecità antica ha dato
testimonianza di alcune donne di grandi
qualità: vale la pena menzionare la poetessa Saffo che Platone, non a torto, definì la decima Musa. Nella visione antica
le pratiche omosessuali (si vedano i tiasi,
le scuole militari spartane, Atene, etc.)
erano un fenomeno attinente alla sfera
spirituale dell’individuo, non a quella
biologica: l’unione di due persone di analogo sesso era qualcosa che si svolgeva al
di là dell’ordine biologico, e il suo scopo
era appunto un presunto arricchimento
spirituale risultato di una particolare amicizia. Nonostante l’omosessualità fosse
considerata una cosa normale (quasi naturale) dai Greci, a tal punto che quello
che leggiamo nel “Simposio” di Platone –

2.1. LA BALLATA DI MULAN

L

a ballata (di autore anonimo) che
narra la storia di Mulan – la cui
reale esistenza non è accertata – è
circoscrivibile ai tempi delle dinastie ci-

nesi settentrionali Wei (386-535) e Sui
(581-618). Funse da piano di proiezione e
coagulo di superstiti simili racconti, che
avevano una protagonista sulla falsa riga

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DONNE DELLA LIBERTÀ

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Caruso

appartenente alla famiglia regnante – e
del titolo offertole di generale. Alla fine in
seguito a un oracolo che prevedeva la dinastia imperiale al potere spodesta da
una donna col suo nome, scoperta la sua
identità femminile e ingiustamente accusata da calunniatori, al fine di rendere
manifesta la sua buona fede, si suicida.
Come Wei è conosciuta in altre due leggende. La prima la dice nativa di Shangqiu e vissuta all’epoca di Wen (primo
regnante Sui riunificatore della Cina). In
entrambe prende sempre il posto dell’anziano padre nella chiamata alle armi per
resistere all’invasione. Nella prima cade
in combattimento e ottiene un appellativo (xiaolie) che onora il suo coraggio e la
pietas verso il genitore. Nella seconda,
ambientata durante la dinastia Sui, sostenuta dalle sue eccellenti qualità, raggiunge il rango di generale, però in conclusione rifiuta un ulteriore incarico di
governo da parte dell’imperatore Yang
per fare ritorno al suo villaggio. Qui i
vecchi commilitoni scoprono che era una
donna. La notizia giunge al sovrano, il
quale la vorrebbe includere tra le sue
concubine: tuttavia lei contraria si suicida e riceve postumo l’epiteto di xiaolie.
Tale filone sembra aver ispirato la ballata: lo dimostrerebbero le tangenze narrative. Proveniente dall’abbiente famiglia
Ren la dipinge infine una versione d’epoca Tang (618-907) che la pone alla testa
di un esercito da lei arruolato con risorse
familiari, sedante una ribellione nella sua
regione. Dei secoli successivi sono altre
diverse rielaborazioni di varia natura
(che, va detto, misero pure in evidenza

di Mulan ma non necessariamente allo
stesso modo chiamata. Nell’arco temporale 316-589 in cui la Cina non godette di
unità politica la letteratura delle regioni
nordiche, finite sotto il controllo di etnie
barbare, sviluppò temi differenti rispetto
a quella meridionale: la figura femminile
socialmente più autonoma e impegnata
alimentò non solo il disorientamento della tradizionale visione dei ruoli ma anche
forme creative originali. Caso unico vista
la sua articolazione (ha cinque sequenze
d’azione: vv. 1-16 / 17-32 / 33-42 / 43-58 /
59-62), ne esiste un’elaborazione più breve (44 versi) e diversa, forse precedente,
d’ispirazione confuciana. Il nome Mulan
(木 兰) significa magnolia (letteralmente:
orchidea-di-legno; Mù: legno, làn: orchidea), e da Magnolia si presentò in Italia
in un’antologia (curata da Giorgia Valensin) che aveva un’introduzione di Eugenio Montale il quale la menzionava. La
prima selezione specialistica di poesie cinesi pubblicata in Europa fu un’edizione
tedesca del 1830; una seconda francese,
destinata a lettori più comuni, fu stampata nel 1882 in lingua italiana. Esistono
tre varianti originarie del cognome della
nostra eroina: Wei, Ren, Zhu. Con
quest’ultimo è nota in una narrazione in
cui quattordicenne si sostituisce al vecchio genitore malato nell’esercito (che
mirava a far fronte a un’invasione di nomadi barbari) travestendosi da uomo.
Potrebbe essere promossa grazie ai suoi
meriti per volere dell’imperatore Tang
Tai Zong, ma rifiuta desiderosa di tornare a casa. Riceve comunque la possibilità
di fregiarsi del cognome Li – originario

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DONNE DELLA LIBERTÀ
piccoli aspetti erotici). In particolare un
dramma di Xu Wei (1521-1593) contribuì
decisamente a far conoscere la nostra come Hua Mulan, causando l’abbandono
di tutti gli altri nomi e cognomi (hu vorrebbe dire fiore). Nel 1975 fu dato alle
stampe negli USA il romanzo di Maxine
Hong Kingston (n. 1940) “La donna
guerriero” a ella dedicato. Svariati anche
gli adattamenti cinematografici e televisivi. Film di produzione cinese: due muti
(’27 e ’28) cui hanno fatto seguito altri
(’39, ’51, ’56, ’57, ’61), più uno musicale
con Ivy Ling Po (n. 1939) del ’64 e quello
del 2009 con Zhao Wei (n. 1976). L’attrice Zhang Ziyi (n. 1979) sarebbe dovuta
essere protagonista in una realizzazione
cinoamericana – annunziata nel settembre 2010 – arenatasi per mancanza di finanziamenti. Ancora cinese è una serie
televisiva in 20 puntate andate in onda
su TVB nel 1998 con Mariane Chan (n.
1972), mentre a Taiwan l’anno successivo
su CTV è stata trasmessa una nuova serie
di 43 episodi con Anita Yuen (n. 1971).
Celeberrimo è il film d’animazione della
Disney del 1998, che ha avuto un sequel
nel 2004. Tra le curiosità degne di citazione sono: un cratere di Venere, del diametro di 24 km, che porta il nome di Hua
Mulan, e il fatto che le furono dedicati tre
templi a Yucheng, Bozhou e Huangpi,
città che rivendicarono di averle dato i
natali. Gli spunti ideali offerti dalla ballata sono stati di volta in volta colti e valorizzati: la parità tra uomo e donna, il
patriottismo strumento di difesa del benessere collettivo e individuale. Sullo

Danilo
Caruso

sfondo di tutto uno dei temi canonici della letteratura cinese: l’allontanamento
dalle persone care. Il sistema metrico di
una ballata popolare del genere ha solitamente versi di cinque o sette caratteri.
A ognuno di questi ultimi corrisponde
una parola avente nella pronunzia un
puntuale andamento sonoro. Esistono
quattro toni vocali: ascendente (si-re),
discendente-ascendente (la-sol-do), discendente (re-sol), piano (re). Gli otto
versi iniziali ricalcherebbero un comune
schema usato da poeti: i suoni onomatopeici del primo (唧, separati da un avverbio centrale) provenivano da canti in cui
una ragazza sospirava per via del suo sposalizio reso incerto. L’uso del termine
Khan (可 汗) nel v. 10 riconduce alla dinastia Wei settentrionale: la grande chiamata alle armi (大 点 兵) potrebbe riferirsi a un momento delle iniziative di difesa
da tribù nordiche condotte tra 424 e 451.
La triplice ripetizione di caratteri (卷) tra
la fine dell’undicesimo verso e il principio
del dodicesimo può essere indizio della
contaminazione di più fonti. Il richiamo
alle Montagne Nere (黑 山) del v. 26 molto probabilmente fa riferimento alla cima
più orientale dei Monti Yin a est della
quale si trovano i Monti Yan (v. 28, 燕
山): la società Wei settentrionale risentì
della lingua dei Mongoli presso cui quella
serie montuosa era denominata Le diciassette montagne nere. I vv. 29-32 sembrano
essere un mero ossequio a una consuetudine letteraria.

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

1.

唧唧复唧唧

28.

但闻燕山胡骑声啾啾

2.

木兰

户织

29.

万里赴戎机

3.

不闻机杼声

30.

关山渡若飞

4.

惟闻女叹息

31.

朔气传金柝

5.

问女何所思

32.

寒光照铁衣

6.

问女何所忆

33.

将军百战死

7.

女亦无所思

34.

壮士十年

8.

女亦无所忆

35.

来见天

9.

昨夜见军帖

36.

10.

可汗大点兵

37.

策勋十二转

11.

军书十二卷

38.

赏赐百千强

12.

卷卷有爷

39.

可汗问所欲

13.

阿爷无大儿

40.

木兰不用尚书郎

14.

木兰无长兄

41.

愿借明驼千里足

15.

愿为市鞍马

42.

送儿还故乡

16.

从此替爷征

43.

爷娘闻女来

17.

东市买骏马

44.

出郭相扶将

18.

西市买鞍鞯

45.

阿姊闻妹来

19.

南市买辔头

46.

户理红妆

20.

北市买长鞭

47.

小弟闻姊来

21.

辞爷娘去

48.

磨刀霍霍向猪羊

22.

暮宿黄河边

49.

开我东阁门

23.

不闻爷娘唤女声

50.

坐我西阁床

24.

但闻黄河流水声溅溅

51.

脱我战时袍
著我

坐明堂

25.

辞黄河去

52.

26.

暮宿黑山头

53.

窗理云鬓

27.

不闻爷娘唤女声

54.

对镜贴花黄

6

时裳

DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

55.

出门看伙伴

59.

雄兔脚扑朔

56.

伙伴皆惊惶

60.

雌兔眼迷离

57.

行十二年

61.

两兔傍地走

62.

安能辨我是雄雌

58.

不知木兰是女郎

2.2. La ballata di Mulan
(versione in italiano a cura di Danilo Caruso)
1.
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26.

Un sospiro dopo l’altro,
Mulan sta tessendo davanti all’uscio.
Non si sente il rumore della spoletta,
solamente i sospiri della ragazza.
Le chiedi: «Cosa pensi?».
Le chiedi: «Di cosa hai nostalgia?».
«Non penso a niente,
non ho nostalgia di nulla.
La notte scorsa ho visto le insegne,
il Khan sta arruolando una grande forza,
la lista dei soldati occupa una dozzina di rotoli,
e in ognuno è il nome di mio padre.
Non c’è un figlio adulto per lui,
Mulan non ha un fratello più grande.
Andrò a comprare un cavallo e una sella
per combattere al posto di mio padre.»
Al mercato dell’est comprò un eccellente destriero,
al mercato dell’ovest comprò una sella completa,
al mercato del sud comprò le briglie,
al mercato del nord comprò una lunga frusta.
All’alba salutò i genitori,
all’imbrunire si accampò vicino al fiume Giallo.
Non ascoltava più la voce chiamante di suo padre e sua madre,
sentiva solo l’acqua fluente del fiume [溅 溅, suoni onomatopeici aggiuntivi].
All’alba abbandonò il fiume Giallo,
al crepuscolo riposò sulle Montagne Nere.

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62.

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Caruso

Non ascoltava più la voce chiamante di suo padre e sua madre,
sentiva solo il fragore dei cavalieri nemici sulle Montagne Yan [啾 啾, suoni onomatopeici aggiuntivi].
Le truppe in guerra percorsero grandi distanze,
attraversarono passaggi di montagna come se stessero volando.
Le raffiche della tramontana portavano il segnale dell’ora fatto dalle sentinelle
notturne,
alla luce della luna [寒 光, letteralmente luce fredda] brillavano le armature.
Generali morirono in tante battaglie,
guerrieri coraggiosi fecero ritorno a casa dopo dieci anni.
Al loro ritorno furono ricevuti dal Figlio del Cielo
che sedeva nella sala degli splendori.
Si concessero dodici promozioni,
grandi ricompense si assegnarono a migliaia di uomini valorosi.
Il Khan chiese a Mulan cosa desiderasse.
«Non ho bisogno di un incarico di governo,
desidero una bestia per cavalcare leggermente
e tornare finalmente al mio villaggio.»
Quando i genitori udirono la figlia ritornare
uscirono ad accoglierla fuori delle mura del villaggio appoggiandosi fra di loro.
Quando la sorella maggiore la sentì avvicinarsi
si truccò di rosso [colore simboleggiante per i Cinesi sorte favorevole e vitalità] e
l’aspettò davanti alla porta.
Quando il fratello minore la sentì avvicinarsi
affilò il coltello per uccidere maiali e capre.
«Apro la porta della mia camera orientale,
siedo sul mio letto nella camera occidentale.
Mi tolgo l’armatura che portavo in battaglia
e mi metto i vestiti del tempo passato.»
Vicino alla finestra si accomodò i capelli,
davanti allo specchio si adornò con un impasto di fiori gialli.
Lei uscì fuori della porta e vide i suoi camerati
che rimasero tutti stupiti e perplessi:
«Dodici anni siamo stati insieme nell’esercito
e nessuno sapeva che Mulan fosse una ragazza.»
«Le zampe del coniglio maschio saltellano su e giù,
mentre il coniglio femmina ha occhi confusi e sconcertati.
Quando due conigli corrono lungo la terra,
come puoi capire se io sono maschio o femmina?»

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

3. IPAZIA, UNA DONNA MODERNA
andato anche nelle sale cinematografiche italiane il film “Agorà” dedicato alla storia di Ipazia (figlia del
matematico Teone), filosofa neoplatonica
e scienziata (inventò l’aerometro, l’astrolabio, l’idroscopio, il planisfero), ignominiosamente uccisa a 45 anni da integralisti sedicenti cristiani nel 415 d.C. ad Alessandria d’Egitto all’interno di una chiesa
dopo avercela portata a forza: «tantum
malorum potuit suadere religio». La religiosità, che è umana vocazione naturale,
nel momento in cui si converte in nevrosi
(ossessiva) diviene peggiore dell’«oppio
dei popoli», diventa un veleno che distrugge pure chi vuol servirsene. L’Impero romano dei tempi di Ipazia era in avanzata e forte crisi (demografica e spirituale). I Romani intuirono a suo tempo
la “pericolosità” sociale del Cristianesimo: le persecuzioni dei cristiani vanno
viste nell’ottica della guerra preventiva
(a loro già nota). Ipazia rimane vittima
ingiustificata – ricorda l’Ifigenia lucreziana – dell’integralismo che si opponeva
al “liberalismo politeista” pagano. Nemmeno gli Ebrei attirarono su di loro
un’azione repressiva quale quella subita
dai seguaci di Cristo: accadde che il Vangelo si radicò e diffuse come lo stoicismo e
l’epicureismo durante l’Ellenismo. Il volerlo imporre a tutti, costi quel che costi,
non fu opera di evangelizzazione: convertire poi con la forza e per mezzo di leggi
significò solo usare una forma di violenza.
La crisi spirituale più che a un risana-

mento portò alla radicalizzazione dello
scontro cristiani-pagani: il Cristianesimo
fagocitò la filosofia, che non aveva ucciso
nessuno, dando un colpo mortale all’impero che si era poggiato su un sistema sociale più libero. La colpa di tutto ciò non
sta naturalmente nel Messaggio evangelico (che è un messaggio universale d’amore e di pace), risiede nel progetto – non
condivisibile – di voler accompagnare
qualsiasi monoteismo con un impianto
totalitario. Piegare il Vangelo a questa
logica produsse un ulteriore elemento di
disgregazione. La difesa preventiva dei
Romani non era di natura religiosa: si
può parlare di “repressione di culti socialmente pericolosi”. Il Cristianesimo
vinse, ma dalla filosofia prese solo gli
strumenti concettuali (nella filosofia ebraica alessandrina si ritrovano i prodromi della teologia cattolica). Gesù Cristo non avrebbe voluto tutto questo, se
fosse rimasto personalmente in terra, e
del resto anche lui fu vittima di quello
stesso integralismo, stavolta all’interno
dell’Ebraismo. Bisogna distinguere nella
storia della Chiesa, così come in qualsiasi
storia, aspetti positivi e aspetti negativi:
tutto quello che va da Ipazia a Giordano
Bruno e oltre non può che essere condannato. Le persecuzioni dell’inquisizione –
qualcuno stima le vittime in dieci milioni,
di cui nove solamente le streghe – si configurano come “crimini contro l’umanità”: non importa l’estensione, è questione
di qualità del reato. Queste cose non si

È

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DONNE DELLA LIBERTÀ

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zionale avversione persino i libri delle biblioteche, e dunque la cultura, la civiltà,
il progresso. Ispiratore del delitto il vescovo antisemita Cirillo (successivamente
canonizzato); un altro vescovo, invece,
Sinesio, rimase devoto e riconoscente ex
allievo ipaziano. Come non accostarla
d’altro canto, per instaurare un nuovo
paragone, al servo di Dio Padre Pino Puglisi. La Grazia di Dio, che agisce ovunque e in modi misteriosi, li avrà accolti
entrambi nel paradiso dei beati: con parole cariche di pathos, nella rappresentazione scenica Il sogno di Ipazia (pregevole
opera di Massimo Vincenzi), ella – interpretata magistralmente da Francesca
Bianco (con l’ottima regia di Carlo Emilio Lerici) – ci dice: «E non voltatevi mai
indietro a vedere il mio corpo che brucia.
Il pensiero non brucia. Io adesso voglio
solo salire sul tetto della mia casa a guardare le stelle. Mio padre è lassù che mi
aspetta. Lo so.»; nessuno potrà mai cancellare l’immagine divina dal creato: arde
sempre la fiamma della verità. Ipazia
merita, più che per nemesi, quell’espressione agostiniana delle Confessiones: «bellezza così antica e così nuova».

possono cancellare, ma in questa storia ci
sono pure particolari e splendide figure di
santi, e non dobbiamo accantonare soprattutto Gesù Cristo che è morto, come
Ipazia, per testimoniare la verità. Gli integralisti di allora erano solo integralisti,
non meritano di essere chiamati cristiani.
La Chiesa medievale garantì la prosecuzione della civiltà occidentale e in primis
del Cristianesimo “positivo”, e produsse
la conservazione del sapere di quel mondo
antico che aveva contribuito a demolire.
Nessuno è perfetto. L’importante è correggersi. Ipazia è indubbiamente “donna
moderna” rispetto ai suoi tempi: definirla
donna d’oggi pare riduttivo. Va ben al di
là di un’ideale collocazione cronologica a
posteriori: la sua virtù, il suo valore, le
sue eccezionali capacità la trasfigurano
nel patrimonio di crescita dell’umanità.
Ella crede nella ragione, il linguaggio universale che Dio ha dato agli uomini, e
non viene meno alla sua missione di “amore-per-il-sapere”. Cade, martire, tra
quelli che hanno difeso la pacifica convivenza nelle diversità, a causa dell’odio,
del settarismo, dell’invidia, mali che pretendevano di distruggere con la loro irra-

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

4. ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL

I

mmanuel Kant, alla vigilia della Rivoluzione francese, scriveva nel 1784:
«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo
dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità
di valersi del proprio intelletto senza la
guida di un altro. […] La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli
uomini, dopo che la natura li ha da lungo
tempo fatti liberi da direzione estranea
(naturaliter maiorennes), rimangono ciò
nondimeno volentieri per l’intera vita
minorenni, per cui riesce facile agli altri
erigersi a loro tutori. […] Dopo di averli
in un primo tempo istupiditi come fossero
animali domestici e di avere con ogni cura impedito che queste pacifiche creature
osassero muovere un passo fuori della
carrozzina da bambini in cui li hanno imprigionati, in un secondo tempo mostrano a essi il pericolo che li minaccia qualora cercassero di camminare da soli. […] A
questo Illuminismo non occorre altro che
la libertà, e la più inoffensiva di tutte le
libertà, quella cioè di fare pubblico uso
della propria ragione in tutti i campi». La
Marchesa Eleonora de Fonseca Pimentel
incarnò e testimoniò nel secolo dei lumi
questa inarrestabile vocazione di crescita
della civiltà che si riallacciava alla più
pura e radicale ricerca-della-verità-e-dellafelicità da cui nell’antichità greca era sorta la filosofia (occidentale). Nacque il 13
gennaio 1752 a Roma, all’interno di una
nobile famiglia portoghese, da Clemente e
Caterina Lopez. Assieme ai familiari si

trasferì nel 1760 a Napoli quando, interrottisi i rapporti diplomatici tra Stato
della Chiesa e Portogallo, per via della
cacciata dei Gesuiti dal territorio lusitano, i Portoghesi residenti furono espulsi
dai domini papali. Guidata da uno zio
abate si avviò agli studi umanisticoscientifici ed ebbe modo di conoscere e
frequentare personalità del mondo culturale napoletano del tempo, fra i quali
Francesco Vargas Macciucca mediante la
frequenza del cui salotto letterario entrò
sedicenne nell’Accademia dei filaleti
(=amanti-della-verità): nel 1768 entrò pure nell’altra Accademia dell’Arcadia. Ricevette l’apprezzamento da parte di Pietro Metastasio con cui manteneva una
corrispondenza, il quale aveva letto i suoi
esordi poetici iniziati nel ’68 scrivendo un
epitalamio (“Il tempio della gloria”) dedicato a Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie, e a Maria Carolina
d’Asburgo (sorella della futura regina di
Francia Maria Antonietta). Entrerà in
contatto epistolare anche con Goethe e
Voltaire (che le compose un sonetto). In
questa prima fase filomonarchica la sua
poesia continuerà a mettere in risalto tra
l’altro personaggi e fatti legati alla casa
reale: ad esempio la nascita del principe
ereditario Carlo. Del ’77 era invece il
“Trionfo della verità” dedicato al primo
ministro portoghese autore della prima
espulsione europea dei Gesuiti. Il 4 febbraio 1778 si unì in matrimonio a un nobile, ufficiale delle truppe borboniche, di

11

DONNE DELLA LIBERTÀ
una ventina d’anni più vecchio di lei, da
cui ebbe un figlio (Francesco) morto
prematuramente a otto mesi nel ’79. La
madre dedicò alla compianta memoria di
questo bambino i cinque “Sonetti di Altidora Esperetusa [nome assunto all’entrata nell’Arcadia] in morte del suo unico
figlio”. Questo è il terzo: «Sola fra miei
pensier sovente i’ seggio, / e gli occhi gravi a lagrimar m’inchino, / quand’ecco, in
mezzo al pianto, a me vicino / improvviso
apparir il figlio i’ veggio. / Egli scherza, io
lo guato, e in lui vagheggio / gli usati
vezzi e ’i volto alabastrino; / ma come
certa son del suo destino, / non credo agli
occhi, e palpito, ed ondeggio. / Ed or la
mano stendo, or la ritiro, / e accendersi e
tremar mi sento il petto / finché il sangue
agitato al cor rifugge. / La dolce visione
allor sen fugge; / e senza ch’abbia dell’error diletto, / la mia perdita vera ognor
sospiro». Ottenne la legale separazione
coniugale dall’autoritario Pasquale Tria
de Solis, a causa della cui violenza aveva
subito un aborto (evento cui dedicò
un’ode elegiaca), nel 1786. Grazie alla sua
poetica celebrativa dei Borboni conquistò
un incarico di bibliotecaria a corte, il che
le consentì di superare i disagi in cui versava a seguito della divisione dal marito e
della morte del padre (nella cui casa era
tornata a vivere nel 1785). La soppressione della consuetudine della monarchia
borbonica, avvenuta nel 1788, di offrire
un tributo feudale annuo al romano pontefice, la spinse a scrivere, due anni più in
là, con spirito di adesione al giurisdizionalismo una traduzione dal latino di
un’opera dell’abate Nicolò Caravita (risa-

Danilo
Caruso

lente al 1707 e messa all’indice dalla
Chiesa nel 1710) in cui si sosteneva che lo
Stato non fosse obbligato ad atti di vassallaggio nei confronti del Papa: integrandola per mezzo di un’introduzione e
note di commento, la traduttrice esplicitò
il proprio pensiero affermando che «il
Regno non è padronato, non è primogenitura, non è fedecommesso, non è dote: il
Regno è amministrazione e difesa dei diritti pubblici della nazione, conservazione
e difesa dei diritti privati di ciascun cittadino», e perciò non poteva essere inserito in meccanismi superati dalla storia e
dalla giurisprudenza. Allorché scoppiò la
Rivoluzione francese diffuse la costituzione del ’91, e dopo la proclamazione
della repubblica, il 21 settembre 1792,
ebbe contatti con la delegazione transalpina in visita alla fine di quell’anno nella
capitale borbonica (la flotta al cui seguito
aveva condotto una dimostrazione navale al largo di Napoli) al fine di conseguire
un riconoscimento internazionale del
nuovo assetto postmonarchico dello Stato. Ghigliottinato Luigi XVI il 21 gennaio 1793, in Europa si formò un’ampia coalizione per muovere guerra alla Francia
repubblicana composta da Austria, Inghilterra, Prussia, Russia, Spagna e da
Stati italiani tra cui lo Stato pontificio e
il Regno delle Due Sicilie (entrato nel
conflitto il 12 luglio, il 6 giugno del ’96
stipulò una tregua). Le posizioni progressiste dei reali borbonici – inaugurate dal
precedente re Carlo III e particolarmente
coltivate, sulla scia del giuseppinismo,
dalla regina Maria Carolina d’Asburgo
(protettrice degli intellettuali illuministi

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DONNE DELLA LIBERTÀ
anche iscritti alla massoneria) – avevano
lasciato il posto a una preventiva condotta di conservazione antirepubblicana. Tale indirizzò trovò la de Fonseca sul versante opposto, di chi aveva appreso le
notizie d’Oltralpe fiduciosamente con un
sentimento di partecipazione. Il 16 ottobre 1793 Maria Antonietta venne giustiziata. E nel maggio del ’94 fallì a Napoli
una cospirazione rivoluzionaria. Numerosi sospetti si addensarono su di lei: cosicché, perso il posto di bibliotecaria a corte
nel 1797, un anno più tardi, il 5 ottobre, a
conclusione di una perquisizione domiciliare l’arrestarono, traducendola al carcere della Vicaria, per averla trovata in
possesso dell’Enciclopedia curata da Diderot e D’Alembert, e incolpandola di
partecipare e di dar luogo nella propria
abitazione a incontri sovversivi. Dalla
galera provò a mettersi in contatto con il
rappresentante diplomatico portoghese,
ma il tentativo non andò in porto perché
scoperto
dall’inquisizione
cattolica.
Nell’agosto del 1798 si costituì una seconda coalizione internazionale antifrancese formata da Austria, Turchia, Regno
delle Due Sicilie e Russia. Pochi giorni
prima di Natale la corte borbonica, allarmata dall’avvicinarsi dei Francesi
(impegnati militarmente in Italia già dal
settembre del ’92), dopo aver invaso i
Napoletani il 26 novembre la Repubblica
romana, si trasferì su una nave dell’ammiraglio Nelson a Palermo. La de Fonseca riottenne la libertà (con tutti gli altri
carcerati di ogni risma) quando il proletariato napoletano (composto dai cosiddetti lazzari) si sollevò nel gennaio

Danilo
Caruso

dell’anno successivo, istigato dai monarchici e dagli ecclesiastici reazionari – e poi
armato dal viceré Francesco Pignatelli
(secondo le istruzioni del re) per resistere
all’invasore giacobino – e assalì la prigione in cui era detenuta. Fu dunque ammessa nel comitato costituitosi a guida di
un progetto istituzionale repubblicano
appoggiato da borghesi e nobili progressisti che sollecitava l’intervento militare
francese allo scopo di porre fine alla disordinata insurrezione popolare, la quale
aveva obbligato l’arcivescovo della capitale a consentire una processione delle
reliquie del santo patrono Gennaro, invocante protezione proprio dai Francesi in
arrivo. I quali, superando l’esercito borbonico sotto il comando dell’Austriaco
von Mack e la resistenza dei lazzari, giunsero a Napoli il 23, dopo che i repubblicani, fra cui la de Fonseca, tra il 19 e il 20
gennaio 1799 avevano preso la strategica
fortezza di Sant’Elmo; di fronte al cui
spiazzo il 21, piantato l’albero della libertà, fu solennemente proclamata la «Repubblica Napoletana una ed indivisibile»
(circostanza nella quale lei lesse nella
pubblica esultanza un suo “Inno alla libertà” – andato perso – composto nel
corso della sua recente prigionia). Il 24 il
generale Championnet, che guidava i
Francesi, rese omaggio al patrono, che –
si disse poi – aveva fatto un miracolo
d’approvazione della loro presenza sciogliendo il suo sangue non appena questi
erano arrivati. La de Fonseca giudicò inadeguato il disinteresse del nuovo governo verso tali risvolti religiosi degli eventi: non sostenne un abuso della credu-

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DONNE DELLA LIBERTÀ
lità popolare di contro alla negativa critica illuministica della religione, bensì l’opportunità di innescare un meccanismo di
avvicinamento tra la base proletaria e la
nuova classe dirigente repubblicana favorito da una partecipazione personale di
quest’ultima ai riti religiosi, che segnasse
una discontinuità con la tradizione di assenza del monarca alla processione del
patrono. Durante il periodo della repubblica diede vita al Monitore napoletano,
un periodico a stampa che diresse, di cui
furono pubblicati 35 numeri tra il 2 febbraio e l’8 giugno del ’99 (usciva di martedì e di sabato), che fu un obiettivo e indipendente veicolo d’informazione sopra
le vicende della Repubblica partenopea.
Benedetto Croce così si espresse al riguardo: «Il Monitore va rapido e diritto,
tutto assorto nelle questioni essenziali ed
esistenziali, che si affollarono in quei pochi mesi, i quali, per intensità di vita,
valsero parecchi anni». Critica in merito
agli eccessi della Rivoluzione francese (il
cosiddetto Terrore), una delle sue aspirazioni fu quella di raggiungere a scopo pedagogico la base popolare ignorante e analfabeta (proponendo ad hoc l’uso del
dialetto), soggetta all’azione di fattori
ambientali e processi sociali dell’ancien
régime che producevano reazioni favorevoli ai sostenitori della monarchia, effetti
collaterali che a suo avviso erano da sradicare attraverso la diffusione di una corretta conoscenza degli avvenimenti. A
servizio di ciò fu pure il suo sostegno a la
sua partecipazione al progetto della sala
d’istruzione pubblica (luogo e occasione di
discussione). Lei, che posteriormente alla

Danilo
Caruso

liberazione aveva voluto sopprimere la
preposizione nobiliare “de” dal proprio
cognome, nel Monitore in tal modo esprimeva la sua amareggiata riflessione:
«Qual biasimevole contrasto opponete
ora Voi a’ vostri avoli de’ tempi del gran
Masaniello! Senza tanto lume di dottrine
e di esempj, quanti ora ne avete, diè Napoli le mosse, proseguirono i vosti avoli,
insorsero da per tutto contra il dispotismo, gridarono la Repubblica, tentarono
stabilir la democrazia, e per solo ragionevole istinto reclamarono i diritti dell’Uomo. Ora proclamano l’uguaglianza, e la
democrazia i nobili, la sdegnano le popolazioni!». Quasi tutti i soldati francesi
presenti sul territorio napoletano nel
maggio del ’99 furono costretti dal contesto delle movimentate vicende di quell’epoca a spostarsi in Alta Italia, di fatto
abbandonando l’appena nata repubblica
alla sua debolezza. Infatti di lì a poco,
sostenute dall’azione inglese di bombardamento navale costiero, sopraggiunsero
nella capitale il 13 giugno le rozze e selvagge milizie di popolo – denominate esercito della santa fede – raccolte dal «cardinale mostro (come lo definì la de Fonseca)» Fabrizio Ruffo di Bagnara che era
stato incaricato di riprendere il controllo
dei domini continentali. Alla marchesa
repubblicana, che aveva trovato riparo a
Castel Sant’Elmo, si era prospettata la
possibilità dell’esilio: tuttavia col ritorno
del governo dei Borboni (che avevano
avuto modo di avere fra le mani il suo
periodico) a luglio la parola data, pure
nei confronti di altri al momento della
resa dei repubblicani, non fu mantenuta,

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

dubbio gusto: «’A signora ’onna Lionora /
che cantava ’ncopp’ ’o triato [=sopra il
teatro], / mo’ abballa mmiez’ ’o Mercato.
/ Viva ’o papa santo / ch’ha mannato ’e
cannuncine / pe’ caccià li giacubine. / Viva ’a forca ’e Mastu Dunato! /
Sant’Antonio [scelto patrono alternativo
al filofrancese san Gennaro] sia priato
[=pregato]!»; versi ai quali replicò il cantante Eugenio Bennato, due secoli dopo,
con un brano dal titolo “Donna Eleonora”. La salma fu infine tumulata in una
vicina chiesa intitolata a Santa Maria di
Costantinopoli, che verrà successivamente abbattuta facendo così perdere le tracce dei suoi resti. Vincenzo Cuoco la ricordò con parole di esaltazione nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana
del 1799”. È del 1986 un romanzo di Vincenzo Striano, “Il resto di niente”, da cui
è stato tratto un film (2004), a lei dedicato. Ferdinando I dispose nel 1803 la distruzione di tutti gli atti dei processi contro i repubblicani del ’99, processi tramite i quali furono attuate 121 esecuzioni
capitali.

eccettuati i Francesi, a causa dell’ammiraglio Nelson e degli Inglesi che li appoggiavano (primo ministro borbonico era
ormai da qualche anno John Acton). E,
con questi, venne incarcerata: fu prelevata dalla nave che l’avrebbe portata in
salvo. Nel processo intentatole fu emessa
a suo carico il 17 agosto una sentenza di
condanna all’impiccagione per tradimento, di cui ella chiese – iusto iure (di nobiltà, riconosciuto nel 1778), che le fu indebitamente negato – la commutazione della forma in decapitazione mediante scure.
Intorno alle 14:00 del 20 agosto nella
piazza del mercato di Napoli, preso un caffè e dette le parole di Enea «Forsan et
haec olim meminisse iuvabit (Forse un
giorno farà piacere ricordare anche questi
avvenimenti; Eneide I, 203)», salì sul patibolo dove fu uccisa ultima insieme ad
altri sette condannati (tra cui un principe, un duca, un vescovo e un sacerdote
semplice). Il suo cadavere rimase esposto
fino a sera al macabro scherno della bestiale ignoranza dei più, i quali avrebbero
preteso che prima di morire inneggiasse
al re e da cui provengono questi versi di

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

5. SIMONE WEIL

S

imone Weil ebbe la ventura da viva
di essere quasi unicamente conosciuta per i tratti caratteriali della sua
ferma coerenza di principi pratici. La sua
profonda e significativa figura è salita
alla ribalta per le opere a partire dal secondo dopoguerra. Nacque da una famiglia benestante di origine ebrea il 3 febbraio 1909 a Parigi (ebbe un fratello affermato matematico). Già all’epoca del
liceo mostrò un’inclinazione alla ricerca
filosofica. Studiò all’École normale supérieure: fu allieva dei filosofi Emile Chartier (Alain) e René Le Senne; dopo la laurea insegnò filosofia alle scuole superiori
femminili (1931-38). Per via del suo impegno in dimostrazioni antitotalitarie fu
sottoposta a spostamento di cattedra.
Come insegnante si mostrò aperta alle
esigenze delle studentesse, lavorando gratuitamente più del dovuto e rimettendoci
del proprio. Riguardo a un efficace apprendimento teorizzò i primati della disinteressata-attenzione-verso-l’oggettodi-studio e del piacere-della-conoscenza.
Le basi della sua analisi filosofica si impiantano nella cornice di uno spiritualismo che dava risalto al concetto di “volontà” (effort, sforzo). Il suo pensiero attraversò due momenti di sviluppo: il primo, che risentiva del clima storico della
Rivoluzione bolscevica, fu caratterizzato
più da interessi politico-sociali, quello
successivo fu connotato da un’impronta
mistico-religiosa. La sua matrice politica
iniziale fu di sinistra radicale (ospiterà

Trotzkij profugo, e non prenderà mai la
tessera di alcun partito). Riallacciandosi
fortemente all’insieme sociale di provenienza cercò di mettere in atto le sue idee
con la personale condotta, trascurando la
pubblicazione di opere in vita (diede alle
stampe degli articoli, firmandosi con uno
pseudonimo, e poche poesie; tutto il corpus weiliano sarà pubblicato postumo). Il
suo spirito di carità la portò a lasciare
temporaneamente la carriera d’insegnante, sollecitata dalla sua volontà di condividere la vita proletaria operaia, e così
nel ’34 entrò in uno stabilimento Renault, abbandonato l’anno successivo,
dopo otto mesi, a causa di una pleurite
(fece la fresatrice): in quel periodo devolse il grosso dei suoi guadagni ai disoccupati. Da quell’esperienza prese forma il
saggio “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione”. Secondo l’autrice
nel sistema capitalista l’origine delle sperequazioni sta più al di là della questione
della proprietà: sta nella dicotomia “lavoro intellettuale / lavoro manuale”. «Il
lavoro non viene più eseguito con la coscienza orgogliosa di essere utile, ma con
il sentimento umiliante e angosciante di
possedere un privilegio concesso da un
favore passeggero della sorte». L’aspetto
settoriale della produzione provoca l’asservimento a questo tipo d’organizzazione e fa smarrire all’uomo la sua specifica dimensione complessiva nel frazionamento specialistico. Benché secondo lei
non sia possibile raggiungere un’assoluta

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DONNE DELLA LIBERTÀ
liberazione, l’ideale della libertà è il termine cui tendere asintoticamente: l’inconsapevolezza individuale e l’appiattimento generale, che maturano in seguito alla presenza di poderosi apparati produttivi anche in quelle società in cui è intervenuta una modificazione rivoluzionaria, possono essere contrastati dall’intento di riavvicinare e combinare le mansioni creative e quelle di attuazione, e contemporaneamente ponendo il ruolo del
lavoro alla base del vivere umano. Elementi di questa analisi hanno anticipato
contenuti del sindacalismo unitario della
Repubblica sociale italiana e del pensiero
di Herbert Marcuse (“L’uomo a una dimensione”). L’essere umano vive una
scissione interiore in cui i lati spirituali e
intellettuali sono alienati provocando disagio. La Weil sottolinea la soggettività
dell’uomo, che deve essere rivitalizzata di
fronte al suo stato passivo funzionale;
perciò ella rivolse anche delle obiezioni ai
gruppi marxisti, patrocinatori di una rivoluzione inautentica e di uno Stato antidemocratico, e a chi ambiva a un cambiamento non preceduto da un intenso
impegno pratico a migliorare le cose. Pur
essendo pacifista prese parte nel ’36 alla
guerra civile spagnola al servizio dell’anarchica Colonna Durruti (rimasta ustionata
a un piede dovette far ritorno in patria).
La svolta in direzione di un interesse mistico-esistenziale risale al ’37, quando allargò l’orizzonte del suo pensiero alla fede
nel Cristianesimo cattolico: non è sufficiente la sola volontà umana a risanare la
frattura tra realtà concreta e realtà ideale, la passione di Cristo ricompone tutto.

Danilo
Caruso

Ella però sino alla fine mantenne una
prospettiva speculativa di apertura universalistica verso le altre religioni, non
escluse dal contatto della Grazia, e rifiutò
l’idea del battesimo, e di entrare nel corpo della Chiesa, che accusava di essere
stata nei secoli un sistema di potere totalitario e persecutorio, che nella sua rigida
circoscrizione lascia fuori della prospettiva della salvezza una considerevole parte
di storia e di umanità. «Il problema della
fede non si pone affatto. Finché un essere
umano non è stato conquistato da Dio,
non può avere fede, ma solo una semplice
credenza; e che egli abbia o no una simile
credenza, non ha nessuna importanza:
infatti arriverà alla fede anche attraverso
l’incredulità. La sola scelta che si pone
all’uomo è quella di legare o meno il proprio amore alle cose di quaggiù». Nella
visione omerica della guerra (“L’Iliade o
il poema della forza”, manoscritto del
’39) la filosofa francese rileva un sentimento di equanimità nei confronti dei
contendenti, sentimento che attribuisce
all’intera Grecità. Questa società antica
al cospetto della pulsione distruttiva, generatrice di lutti e rovine, replicava con
le eccellenze dell’animo (le virtù). Simone
Weil ricollega, tramite il comune spirito
di pietà davanti alla sorte umana, tale
schema al Cristianesimo, in cui la subordinazione alla forza, che sfugge al controllo dell’uomo, è combattuta dall’azione della Grazia. L’umanità è stata e rimane indistintamente vittima della violenza, tuttavia peggiore è l’infelicità causata dalla percezione del necessario allontanamento di Dio dal creato per dargli

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

rapporto tra Dio e l’amore, e il suo intervento salvifico, per mezzo della Grazia,
nella storia dell’uomo (che si aggiunge
alle virtù). Scoppiata la seconda guerra
mondiale, dopo l’occupazione tedesca della Francia, lasciò Parigi e si trasferì a
Marsiglia: a causa della legislazione razziale della Repubblica di Vichy non poté
insegnare nelle scuole. Lavorò alla raccolta dell’uva. Presa ripetutamente di mira
dalle forze dell’ordine subì vari interrogatori ma non l’arresto. Nel ’42 con i familiari si trasferì negli USA, per poi prontamente ritornare in Inghilterra, spinta
dal suo desiderio di opporsi alle ideologie
totalitarie. Operò nel comitato “France
libre”. Morì per le complicazioni di una
tubercolosi il 24 agosto 1943 ad Ashford
dopo un’esistenza di autentica partecipazione al disagio (soffriva di mal di testa e
praticava digiuni per solidarietà). Altre
opere di Simone Weil: “Cinque lettere a
uno studente”, “I catari e la civiltà mediterranea”, “Il chicco di melagrana”, “Israele e i Gentili”, “L’amicizia pura”,
“L’amore di Dio”, “L’attesa di Dio”,
“L’ombra e la grazia”, “La condizione
operaia”, “La conoscenza soprannaturale”, “La fonte greca”, “La Grecia e le intuizioni precristiane”, “La prima radice”,
“Lettera a un religioso”, “Lezioni di filosofia”, “Manifesto per la soppressione dei
partiti politici”, “Oppressione e libertà”,
“Pensieri disordinati sull’amore di Dio”,
“Primi scritti filosofici”, “Professione di
fede”, “Progetto di una formazione di infermiere di prima linea”, “Quaderni”,
“Sul colonialismo”, “Sulla scienza”, “Venezia salvata”.

spazio di vita in quanto diverso da Lui.
«Dio crea se stesso e si conosce perfettamente allo stesso modo in cui noi costruiamo e conosciamo miserevolmente
degli oggetti fuori di noi. Ma prima di
tutto Dio è amore. Prima di tutto Dio
ama se stesso. Quest’amore, quest’amicizia in Dio è la Trinità. Tra i termini uniti
da questa relazione di amore divino, c’è
qualcosa di più che una vicinanza: c’è vicinanza infinita, identità. Ma a causa della creazione, dell’incarnazione e della
passione, è anche una distanza infinita.
La totalità dello spazio, la totalità del
tempo interpongono il loro spessore e
pongono una distanza infinita fra Dio e
Dio». In un’ottica impregnata dall’eretico rifiuto cataro della realtà materiale, la
scoperta dell’apparente insignificanza
della storia, carica dei suoi mali, può disorientare l’uomo, tuttavia in essa egli
può trovare il luogo per procedere al disallontanamento dal divino, quella decreazione (presentante suggestioni eckhartiane, e induistiche da “Il canto del beato”)
in cui l’io si annichilisce a vantaggio
dell’ingresso di Dio: amarLo e ritornare a
Lui sono gli scopi del progetto creativo
divino, «essere nulla per essere al proprio
vero posto nel tutto». Poiché Dio si manifesta nell’ordine naturale, la natura da
cui trae ispirazione l’arte può essere veicolo di moralità nella testimonianza che
la presenza del bello dà a favore dell’attuabilità dell’ideale. La Weil individuò il
fondatore del pensiero mistico in Occidente in Platone (“Dio in Platone” del
’40) giudicandolo un precursore di punti
che saranno poi della teologia cristiana: il

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

6.1. NOOR INAYAT KHAN

L

a storia dell’impavida principessa
Noor Inayat Khan, che lottò contro la barbarie nazista, è una fulgida pagina di impegno a difesa della libertà e della giustizia. Pronipote dell’ultimo
re musulmano in India, nacque a Mosca,
al Cremlino, il primo gennaio 1914. Era
figlia di Hazrat Inayat Khan, un musicista e maestro religioso che era stato invitato alla corte dello Zar per far conoscere
il sufismo: una corrente mistica all’interno dell’Islam che persegue l’unione con
Dio (anche attraverso esperienze mistiche
stimolate dalla musica), l’introspezione
interiore e la separazione dalla mondanità. Sua madre, Meena Ray Baker, un’Americana del New Mexico, aveva conosciuto Hazrat negli USA: convertitasi
all’Islamismo col nome di Begum Sharaia
Ameena, i due si sposarono a Londra nel
1913 (lei fu diseredata dai familiari che
non approvavano). Ebbe tre fratelli:
Claire, Vilayat, Hidayat. Nel 1916 la sua
famiglia si trasferì in Inghilterra e poi nel
1921 in Francia, nelle vicinanze di Parigi,
in una casa regalata da un ricco sostenitore olandese delle dottrine sufiche del
padre (morto il 5 febbraio 1927 dopo essere ritornato da pochi mesi in India).
Noor studiò psicologia infantile alla Sorbona di Parigi, musica al conservatorio
imparando a suonare l’arpa e il pianoforte (compose delle opere musicali). Fu
scrittrice: collaborò a riviste, autrice di
poesie, e racconti per bambini da leggere
su radio Parigi. Il suo libro “Venti rac-

conti Jataka” venne stampato in Inghilterra nel ’39. In quell’anno, con la sorella,
frequentò un corso per diventare infermiera, e interruppe il suo fidanzamento
con un compagno del conservatorio poiché il previsto matrimonio fu respinto dai
familiari. In seguito all’invasione nazista
nel ’40, con la famiglia, tranne il fratello
Hidayat, lasciò la Francia per l’Inghilterra. Di convinzioni pacifiste, ereditate
dal padre, decise tuttavia, assieme al fratello Vilayat (arruolatosi nella marina),
di partecipare alla lotta contro il nazismo. Il 19 novembre del ’40 entrò nella
Women’s auxiliary air force assumendo il
nome di Nora Baker (divenne operatrice
di collegamento radiofonico con gli aerei
militari) e nel ’43 nello Special operations
executive. Nonostante i suoi superiori non
la ritenessero perfettamente idonea a
un’attività in territorio nemico, per via
della conoscenza del francese e della perizia nella radiofonia nella notte tra il 16 e
il 17 giugno ’43 fu, prima donna, paracadutata nella Francia occupata, col nome
in codice di Madeleine e con la falsa identità di Jeanne-Marie Regnier, per svolgere il compito di operatrice di radio clandestina nella rete d’informazione partigiana con sede nella zona di Parigi. Una
settimana dopo gli agenti di questa rete
cominciarono a essere tutti arrestati. La
principessa Noor pur rischiando decise di
non far ritorno in Inghilterra e di rimanere a sostenere da sola le operazioni radiofoniche. Il 13 ottobre a causa di uno

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

omicidio riferì nel ’58 che ella non mostrò
segni di paura sino alla fine, mantenendo
un altissimo contegno, la sua ultima parola fu: «Liberté!». Non diede mai informazioni al nemico di nessun tipo. Fu uccisa assieme ad altre tre donne combattenti del SOE: Yolande Beekman, Eliana
Plewman,
Madeleine
Damerment
(quest’ultima era stata paracadutata come lei dopo il suo arresto). I cadaveri furono inceneriti in un forno crematorio,
vicino al quale oggi una lapide rievoca
queste uccisioni. Le sono stati conferiti in
Inghilterra la Croce di san Giorgio (la più
alta onorificenza civile, concessa solamente ad altre tre donne; gazzetta ufficiale inglese del 5-4-1949, qualche giorno
dopo morì la madre), la Menzione militare, e il cavalierato dell’Ordine dell’Impero
britannico (marzo ’44); in Francia la Croce
di guerra 1939-1945. Ogni 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, una
banda musicale militare la ricorda suonando davanti alla casa in cui trascorse la
giovinezza a Suresnes (dove è stata apposta una lapide in sua memoria). È ricordata inoltre nel monumento inglese a Valençay intitolato The Spirit of Partnership
nella lista di 104 agenti caduti, e da una
lapide alla Scuola di agricoltura di Grignon che recita: «À la mémoire de NOOR
INAYAT KHAN dite MADELEINE,
George Cross, Croix de guerre, Héroïne de
la résistance, 1914-1944.».

spregevole tradimento venne catturata:
davanti all’appartamento parigino in cui
alloggiava aveva notato un paio di uomini, essendo andati via dopo che si era
messa al riparo entrò in casa dove però
l’attendevano altri per arrestarla (le trovarono le trascrizioni annotate dei messaggi inviati e ricevuti, cosa fatta per
un’istruzione mal interpretata: il che consentì ai Tedeschi di mantenere in modo
fittizio l’attività al fine di prendere altri
agenti inviati). Durante il periodo di carcerazione a Parigi cercò di fuggire infruttuosamente due volte. La prima il giorno
stesso dell’arresto: chiese di andare in bagno da dove senza manette fuggì sul tetto
dell’edificio non trovando ulteriore via di
fuga; la seconda a fine novembre in collaborazione con altri due detenuti: evasi
dalle celle furono catturati. Essendosi rifiutata di sottoscrivere un impegno
d’onore a non tentare di scappare più, il
27 novembre fu trasferita in un carcere
nei pressi di Karlsruhe, dove rimarrà in
stato di isolamento, con mani e piedi legati fra di loro, fino al 12 settembre del
’44. Portata nel campo di concentramento di Dachau fu uccisa il 13, dopo essere
stata violentemente picchiata, con un
colpo d’arma da fuoco alla nuca da un
ufficiale delle SS, Friedrich Wilhelm
Ruppert, poi condannato all’impiccagione dagli Alleati come criminale di guerra
nel maggio del ’46. Un testimone del suo

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DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

6.2. Il bufalo paziente
(dall’opera letteraria della principessa Noor Inayat Khan)
sua mano. Ma nonostante tutto il bufalo
non emise nemmeno un mormorio, sebbene
le sue corna fossero forti e possenti. Ma un
giorno, mentre la scimmia era seduta sul
suo dorso, apparve una fata. «Un grande
essere sei tu, o bufalo», disse, «ma conosci
poco la tua forza. Le tue corna possono buttare giù gli alberi e le tue zampe potrebbero
frantumare le rocce. Leoni e tigri hanno
paura di avvicinarsi a te. La tua forza e la
tua bellezza sono conosciute in tutto il mondo, e tuttavia tu passeggi con una stupida
scimmia sulla schiena. Un colpo delle tue
corna la trapasserebbe e un colpo della tua
zampa la schiaccerebbe. Perché non la butti
a terra e la finisci con questo gioco?». «Questa scimmia è piccola», rispose il bufalo, «e
la Natura non le ha dato molto cervello.
Perché dovrei punirla? Inoltre, perché dovrei farla soffrire soltanto perché io possa
essere felice?». A questo punto la fata sorrise e con la sua bacchetta magica scacciò la
scimmia. E fece un incantesimo sul gran
bufalo così che nessuno potesse più farlo
soffrire, e da allora visse per sempre felice.

Un bufalo grande come un gigante con corna possenti si era addormentato sotto un
albero. Due occhietti birichini sbirciarono
attraverso i rami e una piccola scimmia
disse: «Conosco un bufalo vecchio e buono,
che sta dormendo sotto l’albero, ma non ho
paura di lui né lui ha paura di me.». E
così saltò dal ramo sul dorso del bufalo. Il
bufalo aprì gli occhi e vedendo la scimmia
che danzava sul suo fianco, li richiuse come
se sulla sua schiena ci fosse soltanto una
farfalla. La scimmia mascalzona tentò allora un altro stratagemma. Saltando sulla
testa del bufalo tra le due grandi corna e afferrando le punte cominciò a dondolarsi,
come se fosse su un albero. Ma il bufalo
non sbatteva neppure le palpebre. «Che cosa
posso escogitare per far arrabbiare il mio
buon amico?», pensava. E mentre il bufalo
stava mangiando nel campo, calpestava
l’erba ovunque lui pascolava. E il bufalo,
semplicemente andò via. Un altro giorno la
scimmia birichina prese un bastone e con
quello colpì le orecchie del bufalo poi, mentre lui stava passeggiando, si sedette sul suo
dorso come un eroe, tenendo il bastone nella

21

DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

7.1. A EVA PERÓN
Salve madonna dal biondo chignon,
benefattrice dei descamisados.
Parlavi dal balcone di Perón
alla gran folla di aficionados:

1
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3
4

tutti rivolti in un coro amico.
Speranza di una popolazione,
dopo l’arcobaleno un nemico
oscuro ti strappò alla nazione.

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6
7
8

Immenso della gente il dolore.
E il cielo divenne grigio, sordo:
pioggia, lacrime ormai era finita.

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10
11

Nessuno allora più gridava Evita.
Però la fiamma del tuo ricordo
accesa rimarrà nel nostro cuore.

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13
14

sonetto: rime ABAB ABAB ABC CBA
metro: endecasillabo

Ho composto questo sonetto nel 1998. Per un approfondimento storico sulla figura di
Evita e dell’ideologia del giustizialismo peronista rinvio a questi miei studi (i primi tre
pubblicati dalla testata editoriale romana InStoria: due sul mensile online e l’altro sulla
rivista monografica a stampa; il quarto è un mio saggio):
 http://www.instoria.it/home/fondazione_eva_peron.htm
 http://www.instoria.it/home/giustizialismo_peronista.htm
 LA FONDAZIONE “EVA PERÓN” su InStoria (primavera 2012) - n. 17 InArgentina (pagg. 13-17)
 LA MORTE DELLE IDEOLOGIE, Palermo dicembre 2011 (in questo merito: pagg.
21-30)
Qui mi limiterò a integrare il testo delle sufficienti note esplicative.

22

DONNE DELLA LIBERTÀ

Danilo
Caruso

vv. 13-14 – Con sentimento di affettuoso
rispetto gli Argentini sinceri e tutti quanti hanno ammirato e condividono il suo
ideale di giustizia sociale ricordano oggi
Evita.

v. 1 – Evita (1919-1952) è entrata nella
storia, non solo dell’Argentina, come una
portabandiera degli umili (abanderada de
los humildes). Caratteristica tra le sue
pettinature quella con i capelli raccolti
sulla nuca.
v. 2 – Durante le prime due presidenze di
Juan Domingo Perón (1946-55), la sua
fondazione stette al centro di un’azione,
in parte anche internazionale, di sostegno
ai più bisognosi.
vv. 3-5 – Il balcone della Casa Rosada
(palazzo presidenziale a Buenos Aires)
rappresentò un palcoscenico di suoi discorsi a cui interveniva una marea di gente acclamante.
v. 7 – Il cosiddetto viaggio dell’arcobaleno,
in Europa nel 1947, fu un giro ufficiale di
Eva Perón che toccò anche l’Italia.
vv. 7-8 – Hanno un particolare enjambement sintagmatico. Il «nemico oscuro»: il tumore all’utero che ne causò la
morte.
vv. 10-11 – Evita scomparve il 26 luglio,
periodo invernale nell’emisfero australe.
v. 12 – Questo verso si ricollega all’aggettivo «sordo» del v. 10: non si udivano più
le gioiose acclamazioni.

Nel sistema delle rime la quartina d’apertura ha l’iniziale (chignon-Perón) che mostra la coppia presidenziale di fronte ai
descamisados-aficionados: altro accostamento che si fonde in maniera integrale
per divenire folla relazionato al precedente. Il passaggio dal 4° verso, ultimo di
questa quartina, al 5°, primo della successiva, tramite i due punti d’interpunzione, dilata e rende l’ampiezza di questa
coralità di gente festosa. La seconda quartina ha coppie di rime differenti: una antitetica (amico-nemico), l’altra analogica
(popolazione-nazione). La rima baciata dei
vv. 11-12 è il perno concettuale delle due
terzine, in cui le altre (sordo-ricordo, dolore-cuore) compaiono a guisa di onde che si
irradiano in uno stagno, gettato un sasso,
allargandosi circolarmente e alla fine acquetandosi.

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DONNE DELLA LIBERTÀ

7.2. A Eva Perón
(versione in spagnolo a cura di Danilo Caruso)

Ave madonna del rubio moño,
bienhechora de los descamisados.
Hablabas desde el balcón de Perón
a la gran muchedumbre de aficionados:
todos dirigidos en un coro amisto.
Esperanza de una población,
después del arcoiris un enemigo
oscuro te arrancó de la nación.
Inmenso de la gente el dolor.
Y el cielo se volvió gris, sordo:
lluvia, lágrimas ya era acabada.
Nadie entonces ya gritaba Evita.
Pero la llama de tu recuerdo
encendida quedará en nuestro corazón.

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Danilo
Caruso

Indice

Introduzione

pag. 1

1. Breve antropologia del “diverso” nell’antica Grecia

pag. 2

2.1. La ballata di Mulan

pag. 3

2.2. La ballata di Mulan (versione in italiano a cura di Danilo Caruso)

pag. 7

3. Ipazia, una donna moderna

pag. 9

4. Eleonora de Fonseca Pimentel

pag. 11

5. Simone Weil

pag. 16

6.1. Noor Inayat Khan

pag. 19

6.2. Il bufalo paziente

pag. 21

7.1. A Eva Peron

pag. 22

7.2. A Eva Peron (versione in spagnolo)

pag. 24

Bibliografia dei brani tradotti contenuti nel saggio volti da autore diverso

Scritti di filosofia politica, La Nuova Italia, 1967
Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, a cura di
Giancarlo Gaeta, Adelphi 1983
Simone Weil, L'amore di Dio, traduzione di G. Bissaca e A. Cattabiani, Borla, Torino
1968
Simone Weil, L'ombra e la grazia, traduzione di F. Fortini, Bompiani, Milano 2002
http://www.movimentosufi.com/storie%20di%20NoorIlBufaloPazG64.htm

Palermo
settembre 2012

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