GIOACCHINO GERMANÀ

DANILO CARUSO

G

ioacchino Germanà è stato la migliore espressione della politica proveniente da Lercara non solo del ’900 ma di tutta la sua plurisecolare storia. Nonostante avesse cambiato casacca più volte, ma ciò non può essere imputato direttamente a lui, trattandosi della contingenza politica come vedremo, peraltro subita, è rimasto sempre coerente ad un pensiero di matrice social-giustizialista. Uomo cosmico storico, secondo la celebre definizione di Hegel, della riforma agraria siciliana, fu onorevole per elezione dello spirito (non nell’accezione hegeliana: Spirito) perché ha gestito il potere, fedele ad una concezione della politica non disgiunta dall’etica, ricercando il benessere della collettività, senza avanzare interessi personali, quand’avrebbe, cosa che non fece, potuto ritagliarsi un proprio feudo nella cosa pubblica. È stato un politico nel senso pieno del termine poiché portava con sé dei valori in cui credeva. Ha avuto una predilezione particolare per il suo paese, ma non ha dimenticato la dimensione globale dei suoi compiti, e ciò non fece degli atti di favoritismo i benefici che ne trasse Lercara. La sua statura umana e politica lo rende uno dei personaggi di primo piano del ’900 siciliano. Gioacchino Germanà, figlio di Ludovico, nacque a Lercara Friddi il 15 marzo 1901. Dopo essersi laureato in giurisprudenza svolse l’attività di avvocato (era iscritto all’albo per la cassazione e le giurisdizioni superiori) dal ’22 al ’49. La sua formazione giovanile risentì indubbiamente dell’esperienza del padre consigliere al comune di Lercara ed esponente dell’ala sinistra del Partito liberale. Questi aderì nel 1921 – qualche anno prima di morire – al fascismo, ed il figlio Gioacchino ne seguì la scia e ne prese l’eredità politica (dopo aver lasciato il Partito socialista cui si era iscritto nel 1919). Sostenne alle elezioni per la Camera dei deputati del ’24 la Lista nazionale (l’alleanza elettorale tra i liberali di Orlando ed i fascisti), che a Lercara prese 694 voti (43%) contro i 728 (53%) dei liberali di Andrea Finocchiaro Aprile (1878-1964: di madre lercarese, Giovanna Sartorio, che aveva sposato Camillo, più volte ministro del Regno d’Italia). Germanà è stato un politico ascrivibile alla destra sociale, ed anticomunista, nel momento in cui il socialismo reale rappresentava sul piano pratico una minaccia concreta alla Cristianità, al sistema occidentale ed a tutte le libertà individuali. Durante il fascismo ricevette onorificenze e fu pure designato dal prefetto di Palermo nel 1930 commissario al comune di Lercara (agostoottobre): ne deduciamo che la sua partecipazione al fascismo fosse stata consapevole (lui stesso dirà all’ARS il 17-3-60: «[…] Di buone leggi il fascismo ne ha fatte»). Diversi socialisti nel pri9

mo dopoguerra – Mussolini in primis – optarono per il passaggio ad una forma di socialismo spiritualista (il fascismo, mentre il comunismo rimaneva un socialismo materialista). Germanà pare seguire un percorso simile, ma per la precisione lui è stato un social-liberale. Dopo la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale sostenne il movimento indipendentista siciliano di Andrea Finocchiaro Aprile. In questa fase avranno influito su questa scelta il richiamo alla terra di Lercara e soprattutto il timore che l’Italia, dopo la svolta di Salerno del ’44 e l’ingresso del PCI nel governo, potesse, a guerra finita, successivamente al referendum istituzionale monarchia-repubblica, cadere nelle mani dei comunisti. Il MIS oltre che indipendentista fu filomonarchico e filostatunitense (proponeva in alternativa: due regni – regno d’Italia e regno di Sicilia – sotto un unico re sabaudo, o l’aggregazione agli USA). Dopo le dimissioni dell’on. Antonino Varvaro (1892-1972, avvocato palermitano) dalla segreteria del movimento separatista, nella seconda metà del ’46, si procedette al riordino della stessa e dell’assetto dell’intero partito: segretario pro tempore venne nominato Antonino Di Matteo1 che incaricò per il riassetto nella Sicilia occidentale il triumvirato Gioacchino Germanà - De Simone2 - Zalapì3, in Sicilia orientale l’on. Castrogiovanni. Il 3 novembre a Palermo la terna Germanà - De Simone - Zalapì azzerò le cariche del partito fuorché quella di Finocchiaro Aprile, ed indisse un congresso del partito sempre nel capoluogo per il 17-18 novembre, che però non si tenne a causa dell’imminenza delle elezioni amministrative siciliane. Avevano dichiarato: «Reputiamo traditore della nostra santa causa chi, in seno al MIS, agita questioni istituzionali o sociali o politiche che, essendo per noi siciliani indipendentisti assolutamente premature, mirano soltanto ad indebolire le nostre forze». Il 30 novembre a Palermo il comitato nazionale del MIS conferì i nuovi incarichi: presidente Andrea Finocchiaro Aprile, segretario Attilio Castrogiovanni, vicesegretario Gioacchino Germanà. Alle amministrative (6 ottobre 1946) di Lercara, che era una roccaforte dei separatisti4, Gioacchino Germanà fu candidato
1 2

Antonino Di Matteo (1902-1979), avvocato di Santa Flavia. Leopoldo De Simone Achates (1907-1982), agricoltore di Palermo. 3 Gaetano Zalapì (1901-1975), impiegato di Palermo. 4 Vedi appendice n. 1: i dati elettorali dell’indipendentismo a Lercara ed in provincia.

al consiglio comunale5, ed ottenuto il seggio, fu dal consiglio eletto sindaco (rimase in carica fino al ’47), il primo democraticamente espresso dopo un ventennio. Lui stesso ce lo ricorda, narrandoci un aneddoto (ARS, 17 marzo 1960): «Nel 1946 io fui eletto, contro i miei meriti, primo sindaco democratico nel mio paese: Lercara Friddi, per chi non lo sapesse. Trovai una situazione lasciata da un Commissario prefettizio, per la quale il trasporto dei generi contingentati era stato affidato ad amici miei carissimi, e forse a qualche mio lontano parente, al prezzo ragguardevole forfettario di sei lire al chilo, sia che si trattasse di zucchero, che si trattasse di farina, di pasta o di fagioli. Praticamente io pensai che quella somma specie per il fatto che l’approdo più vicino era Termini Imerese, fosse esosa: sei lire al chilo, signori, sei lire al chilo! Quella somma incideva enormemente sul prezzo del pane perché allora il prezzo del pane era di 44 lire al chilo, per cui senza quelle sei lire, sarebbe disceso a 38 lire al chilo. Ed allora cosa feci? Chiamai quegli amici miei che avevano un magnifico contratto grande così, appoggiato su una delibera ancor più grande e dissi loro: “Amici cari, sono dolente di dovervi fare questo discorso, ma la vostra è una pacchia alla quale dovete rinunciare. Io sono disposto a mantenervi il contratto per il servizio del trasporto, ma dobbiamo ridurre, ridurre da sei a due lire”. “Ma è impossibile – risposero – noi ci rimetteremmo, noi ci rovineremmo! Ma poi d’altra parte c’è un contratto e lei è un avvocato; c’è una deliberazione e lei è sindaco”. “Sì, c’è un contratto, – dissi io – c’è una deliberazione, ma c’è un aspetto morale che è al di sopra del contratto, al di sopra della deliberazione, al di sopra di noi interlocutori. Ci state?” Mi risposero di no ed io revocai la deliberazione. Nessuno promosse impugnative. Indissi la gara per l’appalto dei trasporti. La gara rimase deserta; ed allora io, come Sindaco, disposi che il Comune assumesse direttamente la gestione per i trasporti contingentati. Feci trattenere a titolo prudenziale, per le spese di trasporto, due lire al chilogrammo; se avessi fatto trattenere due lire ed un centesimo sarei stato ingiusto nei confronti di quelli che avevano avuto il trasporto prima. Ebbene, dopo un anno io ero riuscito ad ottenere, con tale riduzione una economia di lire 1.400.000 sull’apposito capitolo e la riduzione del prezzo del pane da 44 a 40 lire al chilo. (Si tratta di un piccolo centro). Si andava a meraviglia. Con quel milione e 400.000 lire, poi si costruì il mercato ittico locale. Sul più bello, però arrivò un telegramma del prefetto di Palermo Vittorelli: “Da oggi in poi i trasporti verranno affidati al Consorzio agrario”. Questa è verità, signori. Prezzo stabilito dal Prefetto, non so in base a quali poteri, forfettario per qualunque Comune, per qualunque distanza, lire 6 al chilogrammo. Io non mancai di reagire: spedii dei telegrammi, protestai, dissi che l’aumento ingiustificato del trasporto avrebbe apportato un aumento altrettanto ingiustifi5

Decreto legislativo Luogotenenziale 7 gennaio 1946 n. 1 (Ricostituzione delle Amministrazioni comunali su base elettiva): art. 1 – Ogni comune ha un Consiglio, una Giunta e un Sindaco. […] art. 3, comma 3 – Al sindaco e agli assessori può essere assegnata, compatibilmente con le condizioni finanziarie del comune, un’indennità di carica, la cui misura è fissata dal Consiglio comunale. […] art. 4 – La Giunta municipale è eletta dal Consiglio comunale nel suo seno […]. art. 6 – Il sindaco è eletto dal Consiglio comunale nel suo seno […]. 10

cato sul prezzo del pane da 40 a 44 lire. Ebbene, venne un capitano dei carabinieri, quello di Termini Imerese, venne anche un maggiore dei carabinieri ed accertarono i fatti; ma i trasporti passarono al Consorzio agrario provinciale di Palermo; e, per molti anni, sino a quando vi fu l’assegnazione di generi contingentati, restarono affidati allo stesso.» Fu candidato nel ’47 per le prime elezioni regionali del 20 maggio, dopo la concessione alla Sicilia di uno statuto d’autonomia nell’anno precedente (Regio Decreto Legislativo del 15 maggio 1946), sotto le bandiere del MIS. Presentatosi nel collegio unico regionale, e nei collegi provinciali di Palermo ed Agrigento nelle liste indipendentiste, con Finocchiaro Aprile (che era candidato anche nel collegio di Siracusa), furono ottenuti questi risultati: Palermo, tre eletti, Finocchiaro Aprile il primo con 26.953 voti, Germanà ottavo con 3.467 voti non eletto; Agrigento, un eletto, Finocchiaro Aprile con 2.041 voti, Germanà sesto con 323 voti non eletto; Siracusa nessun eletto. Ce la fece ad essere eletto nel collegio unico regionale: tre eletti, Germanà terzo. Complessivamente in Sicilia il MIS raccolse 171.470 voti (44.264 nella provincia di Palermo) pari all’8,75 %, il che gli fruttò otto rappresentanti all’ARS. Germanà, che era vicesegretario del MIS ed indipendentista moderato, riteneva l’istituzione dell’ordinamento regionale nella nuova architettura costituzionale repubblicana un trampolino di lancio verso il federalismo nazionale. Auspicava inoltre la nascita di una confederazione degli stati europei cui la Sicilia avrebbe dovuto far parte da Stato indipendente. Nel gennaio del ’48, quale membro della delegazione dell’ARS (da cui si ritirò per protesta il 24 gennaio) presso la competente sottocommissione della costituente, si batté perché lo Statuto siciliano divenisse legge costituzionale senza che il testo approvato nel ’46 venisse modificato col pretesto di essere coordinato con la nuova costituzione secondo quanto prevedeva il regio decreto legislativo 15 maggio 1946. Il 31 gennaio l’Assemblea Costituente approvò la legge costituzionale che Enrico De Nicola, Capo provvisorio dello Stato, promulgò il 26 febbraio. La pietra dello scandalo fu il secondo comma dell’art. 1 di questa legge che era una spada di Damocle sullo statuto: «Ferma restando la procedura di revisione preveduta dalla Costituzione, le modifiche ritenute necessarie dallo Stato o dalla Regione, saranno non oltre due anni dall’entrata in vigore della presente legge, approvate dal Parlamento nazionale con legge ordinaria, udita l’Assemblea regionale della Sicilia.» Nel corso del dibattito all’ARS del 19 febbraio Germanà attaccò la Democrazia Cristiana ed il Presidente della Regione, il democristiano Giuseppe Alessi, accusandolo di aver ridotto il problema del coordinamento statuto-costituzione ad una questione interna alla DC, tra DC siciliana e quella nazionale, nel timore di non inquietarla. Del resto la sottocommissione della costituente per il coordinamento era stata allargata da undici a diciotto membri, aggiungendovi sette elementi ostili all’autonomia. Germanà invitò anche Alessi a staccarsi dalla DC nazionale ed a costituire un partito democratico cristiano isolano: il suo acume politico aveva visto una possibilità che si realizzerà dieci anni dopo con Silvio Milazzo; per il momento Alessi fece ricorso all’Alta Corte per la Regione Siciliana che dichiarò «la illegittimità costituzionale del disposto comma 2 dell’art. 1 della legge 26 febbraio 1948». Durante la prima metà di questa prima legislatura, in cui stette all’opposizione, presentò all’Assemblea regionale un disegno di legge che esonerava dal

pagamento dell’imposta i consumatori di energia elettrica prodotta da impianti con capacità fino a 3 KW. Il Commissario dello Stato impugnò il progetto di legge presentato, ma l’Alta Corte per la Regione siciliana diede ragione all’onorevole Germanà, affermando che il tributo dovuto in materia era imposta di consumo (attribuito alla regione) e non imposta di fabbricazione (attribuito allo Stato); l’ARS quindi varò liberamente la legge. Le istanze dell’estremismo indipendentista finirono ben presto coll’esaurirsi, assorbite nel nuovo assetto autonomistico, il MIS si rivelò un fuoco di paglia, ed Andrea Finocchiaro Aprile lasciò l’ARS dimettendosi da parlamentare regionale il 2 marzo 1948 (gli subentrò il medico vicarese Vincenzo Bongiorno). Germanà dal canto suo proseguì la sua carriera politica. Il primo governo regionale siciliano presieduto da Franco Restivo, succeduto al primo presidente della regione Giuseppe Alessi, nacque nel gennaio 1949. Restivo, rappresentante del ceto fondiario, consolidò l’assetto autonomistico con l’inserimento nel nuovo quadro istituzionale di coloro che questo avevano avversato spingendosi, nella forma più estrema, sino all’indipendentismo. Ed in quest’ottica il liberale ex indipendentista Gioacchino Germanà all’inizio del ’49 venne eletto all’ARS assessore del III governo regionale (in carica dal 12 gennaio 1949 fino alla fine della I legislatura nella metà del ’51), e ricevette dal presidente della regione la delega di assessore supplente6 ad agricoltura e foreste (assessore effettivo era un altro democristiano, Silvio Milazzo, di cui si parlerà dopo). In questa seconda parte della legislatura si impegnò perché l’ARS varasse due leggi: una per la trasformazione delle strade di campagna in moderne strade (LR 28 luglio 1949 n. 39), un’altra istitutiva delle condotte agrarie (GURS 29 aprile 1950 n. 15). Ricorderà questo suo impegno nel discorso all’ARS del 6 dicembre ’51: «[…] Non posso sottacere, parlando delle opere pubbliche, di un’altra legge che si è dimostrata tanto provvida nel campo dell’agricoltura; legge a cui, anche da Assessore aggiunto, ho dedicato particolari cure: la legge sulle trazzere, che, nella sua prima realizzazione, ha già riscosso larghissimi consensi in tutti i settori sì da invogliare il Governo, che peraltro ha trovato il conforto dell’Assemblea, a destinare alla legge stessa finanziamenti relativamente cospicui». Ed il 6 ottobre 1954 potrà dichiarare: «Passando ora ad esaminare le opere di trasformazione delle trazzere in rotabili, debbo comunicare che in tale campo stiamo operando un vero miracolo. I tronchi trazzerabili iniziati consentiranno, tra qualche esercizio di avere una rete viabile di esclusivo interesse agricolo di circa 1.600 Km. Le somme stanziate fino ad ora in bilancio sono state interamente impegnate, come parimenti impegnate risultano quelle dei prossimi due esercizi finanziari». Un aneddoto di quel periodo dalle sue parole durante il dibattito all’ARS del 17 marzo 1960: «Onorevole Presidente, vorrei
6

“Gli Assessori supplenti sostituiscono gli effettivi in caso di assenza o di altri impedimenti. Ove particolari esigenze di servizio lo richiedano, gli Assessori supplenti, con decreto del Presidente della Regione, possono essere destinati a singoli rami della Amministrazione. In tal caso, oltre alle funzioni previste dal comma precedente, esercitano le attribuzioni che saranno loro delegate, rispettivamente dal Presidente per i servizi relativi alla Presidenza o dagli Assessori effettivi per i servizi di loro competenza.” (LR 9 agosto 1948) 11

ricordare un tempo ormai lontano quando ero soltanto Assessore aggiunto alle dipendenze dell’onorevole Milazzo, cioè Assessore aggiunto all’Assessorato dell’agricoltura. La Regione stava facendo appena le ossa. Io non avevo telefono diretto; ne avevo uno collegato per mezzo del centralino. Ebbene richiesi il telefono al direttore di Palermo della SET. Quale fu la risposta? Fu la seguente: “La mancanza di apparecchi, la mancanza perfino del filo di collegamento non rendono possibile la installazione di un apparecchio telefonico”. La mia contro risposta fu la seguente: “La Signoria vostra è pregata di favorire nell’ufficio di Gabinetto dell’Assessore per comunicazioni”. Si presentò il rappresentante della società dei telefoni, aspettò un pochino, poi fu ricevuto. Io gli domandai se quella lettera, la quale in sostanza comunicava che non c’erano telefoni per l’Assessore, era sua, se la firma era sua. “E’ mia”, mi rispose. gli domandai allora se egli avesse un telefono sul tavolo. Mi rispose di sì. E a questo punto gli dissi: mi faccia la cortesia, mi mandi il suo telefono; e da questo momento impari a conoscere che cosa rappresenta nella Regione siciliana un Assessore sia pure aggiunto. A 24 ore venne il telefono. Un altro Assessore preferì andare per le vie brevi, raccomandandosi; ottenne il telefono dopo tre mesi. Quindi signori, bisogna saper chiedere, ci vuole un certo garbo nel chiedere, ne convengo, ma la prima volta, onorevole Majorana, la seconda no: la seconda volta le porte bisogna aprirle a pedate». Nei due distinti momenti della prima legislatura regionale, quello di osservazione critica e quello di partecipazione costruttiva, manifestò la sua attenzione per le tematiche dello sviluppo nell’isola. Questo atteggiamento conferma quella matrice di pensiero che rivolge il suo interesse alla prosperità dell’intero corpo sociale: occorreva migliorare le condizioni di vita dei lavoratori con l’apporto della nuove tecnologie e la creazione di nuove infrastrutture, conciliando in Sicilia borghesia terriera e classi lavoratrici. Rifiutava il violento sovvertimento pubblico propugnato dal comunismo. Il liberalismo di Germanà prevedeva la libertà della persona in una società in cui lo Stato fosse l’arbitro equo ed obiettivo del gioco delle parti: non accettava forme di liberismo esagerate in cui l’arbitro reale diventasse il profitto d’impresa. Per lui l’azione individuale ha un limite che è il benessere collettivo difeso e garantito dallo Stato attraverso le leggi. La sua vicinanza alle classi lavoratrici si rese visibile già nel ’51 (ad elezioni concluse) durante le proteste degli zolfatai lercaresi che si erano sollevati a causa dei tragici fatti descritti dal famoso scrittore Carlo Levi e dal giornalista di sinistra Mario Farinella: aveva deciso di schierarsi pubblicamente a favore del miglioramento delle condizioni di lavoro nelle miniere. Le elezioni regionali, che si erano svolte prima dello sciopero, del 3 giugno ’51 per il rinnovo dell’ARS videro la candidatura di Germanà all’interno di una lista liberale (Unione Siciliana Liberale Indipendentista Autonomista) che compariva nel solo collegio di Palermo: la lista ottenne 48.877 voti su 463.090 e due seggi; egli fu il primo degli eletti con 15.608 voti, seguito da Giuseppe Guttadauro7 con 13.987 voti8. Il secondo quadriennio legislativo vide un solo governo, quello di Franco Restivo. Germanà fu assessore per l’intera legislatura: fino al 22 novembre ’54 con la delega per agricoltura e foreste, fino alla fine con la delega per
7 8

Palermitano, esponente di destra. Vedi appendice n. 2: i dati elettorali dell’USLIA a Lercara ed in provincia.

lavoro, previdenza ed assistenza sociale. Supplente all’agricoltura ed alle foreste, con delega per la bonifica e le foreste era il democristiano Giuseppe Russo. Germanà, oltre ad essere un federalista, era anche un liberale di ispirazione popolare. Da assessore regionale all’agricoltura attuò la riforma agraria, immerso in un clima di reazione creato dai latifondisti. La notte del 21 novembre 1950 l’ARS, riprendendo anche la Legge 2 gennaio 19409 – Colonizzazione del latifondo siciliano, sulla scia della riforma agraria nazionale (legge di stralcio 21 ottobre 1950 n. 281), completò e varò una propria legge di riforma10: fissava un limite massimo di estensione ai latifondi in 200 ettari (con delle eccezioni), stabiliva l’esproprio delle eccedenze e la loro suddivisione in favore dei contadini bisognosi, che avrebbero corrisposto per l’indennizzo pubblico devoluto agli espropriati attraverso un mutuo trentennale11. L’impegno di Germanà fu vivo fin dall’inizio come dimostrano le sue parole: «Ricordo che in qualità di Assessore alla agricoltura partecipai nel lontano 1951 ad una riunione ad alto livello presieduta dall’onorevole Campilli, alla quale presenziarono l’allora Sottosegretario all’agricoltura onorevole Gui, l’onorevole Aldisio, altri autorevoli esponenti del Governo di Roma e qualche rappresentante della Cassa per il Mezzogiorno. Furono assegnati alla regione siciliana 75 miliardi soltanto per le opere di trasformazione, per la esecuzione cioè della legge di riforma agraria in Sicilia nel suo complesso, compresa l’assistenza ai contadini e le trasformazioni. Quando mi recai a Roma debbo onestamente riconoscere che il Ministro Fanfani mise a mia di9

L’assessore regionale all’agricoltura, on. G. Germanà, inaugura l’apertura di una colonia forestale per ragazzi a Ficuzza nel luglio 1951.

art. 4 – È costituito l’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano. L’Ente ha il compito di assistere tecnicamente e finanziariamente i proprietari nell’opera di trasformazione dell’ordinamento produttivo e di procedere direttamente alla colonizzazione delle terre delle quali acquisti la proprietà e il temporaneo possesso. […] 10 Legge 27 dicembre 1950 “art. 2 – All’attuazione della riforma agraria sovraintende l’Assessorato dell’agricoltura e delle foreste […]. Nei casi espressamente previsti, l’Assessorato si avvale dell’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, che assume la denominazione di Ente per la riforma Agraria in Sicilia […].” L’ERAS (con sede presso l’assessorato in via Catania) aveva il compito di creare le condizioni adatte allo sviluppo agricolo nello spirito della riforma (art. 45). 11 art. 26 e 43. 12

sposizione 15 miliardi, da elevare eventualmente a 25 se si fosse riusciti a spenderli entro giugno, ma eravamo ad aprile» (ARS, 17 marzo 1960). E sempre nella stessa circostanza: «[…] Così mi risposero quando io domandai i soldi per la riforma agraria, fu proprio e personalmente l’onorevole Campilli a dirmi: “Ma la riforma agraria l’avete fatta voi, la legge è della Regione siciliana, conseguentemente la dovete finanziare voi”. Io gli risposi: “Onorevole Campilli, la riforma agraria anzitutto è un impegno costituzionale; la riforma agraria l’ha voluta il suo partito, la Democrazia cristiana, la quale rivendica a sé l’onore di averla fatta, il merito di averla fatta; e allora lei rappresentante dello Stato, del Governo, lei buon democristiano, paghi, finanzi. Mi rispose, sorridendo, l’onorevole Campilli: “Questo vuol dire parlar chiaro”». Il 6 dicembre 1951 all’ARS presentò il suo primo bilancio nel settore che amministrava. Dopo aver incidentalmente ribadito in apertura l’importanza del comparto agricolo per la Sicilia, sottolineò che la riforma agraria iniziava in una fase di positivo sviluppo per la regione, reduce dalle vicissitudini della guerra, e che ciò proiettava verso un innalzamento del tasso di benessere. Replicò alle critiche dell’opposizione, avanzate dall’on. Ovazza12 e dall’on. Ren12

Comunista (fu anche consigliere comunale a Lercara Friddi).

da13 e da altri, che grazie a Dio la guerra e le sue miserie erano parte del passato: con molti sacrifici si erano recuperate le posizioni perse, ed anzi si era guadagnata una dimensione di miglioramento superiore al passato tale da eludere nettamente le accuse di cattiva amministrazione. Il merito andava al dinamismo delle genti di Sicilia ed alle condizioni di autonomia di cui questa godeva nel contesto nazionale, oggetto di ammirazione nella sua interezza per la prontezza e la rapidità di risollevamento. Era iniziata in Sicilia l’attuazione del piano delle grandi infrastrutture (dighe del Fanaco, dell’Anapo, dell’Ancipa, del Carboj) grazie ai finanziamenti dello Stato (entrate finanziarie tramite l’art. 3814 dello Statuto, dalla Cassa del Mezzogiorno e da altri interventi legislativi). E tutto questo era motivo di vanto per il governo regionale. Dopo gli apprezzamenti al suo predecessore, on. Milazzo, al presidente della regione, on. Restivo, ed all’on. Giuseppe La Loggia15, si inoltrò nel dettaglio del consuntivo. Nonostante condividesse le obiezioni alle contrazioni delle previsioni di spesa per l’agricoltura (ammontanti al 13% della finanziaria regionale) rispose che la regione non disponeva di somme maggiori, ma ciò non voleva dire che eventualmente non si potesse, laddove necessario, intervenire con variazioni di bilancio o con integrazioni da altre fonti. L’allarmismo era ingiustificato come testimoniava il precedente intervento per la legge sulla meccanizzazione, le trazzere ed i rimboschimenti. Alle osservazioni dell’on. Ovazza secondo cui non esistesse una programmazione nel settore agricolo replicò dicendo che già era stato progettato cosa fare e come reperire i fondi. E l’attenzione prestata alla politica di rimboschimento, ed i copiosi stanziamenti reperiti, ne erano una riprova ed un vanto di fronte al problema in tutt’Italia. Spiegò poi mirabilmente l’infondatezza di critiche mosse dall’on. Ovazza e dall’on. Renda su un presunto calo della produzione agricola, sottolineando d’altro canto però con le opposizioni l’esigenza di un’applicazione tecno-scientifica all’agricoltura congiunta ad una formazione professionale. Ribadì poi ancora una volta alle richieste dell’on. Santagati16 di essere favorevole ad un aumento dei finanziamenti qualora possibile. Proseguì trattando l’argomento dei vigneti, dell’assetto idrico delle foreste, dell’organizzazione dell’agricoltura e della zootecnia in dettaglio, della valorizzazione e della commercializzazione dei prodotti isolani, della formazione professionale e della meccanizzazione, dei cospicui finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno per le opere che ammortizzavano anche la disoccupazione, delle intenzioni di pianificazione per il futuro. L’ultima parte del discorso fu dedicata alla riforma agraria: l’attuazione procedeva bene, entro la fine del ’51 sarebbero state attribuite ai contadini aree per un complessivo di 60.000 ha. Molti erano stati i ricorsi da parte degli espropriati, ma tenne a puntualizzare: “In proposito assicuro l’Assemblea circa l’applicazione
13 14

Comunista. “Lo Stato verserà annualmente alla Regione a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati per il precedente computo.” 15 Democristiano, assessore all’agricoltura nei primi due governi regionali. 16 Missino. 13

scrupolosa della legge e che tutte le questioni che possono insorgere saranno risolte con assoluta aderenza allo spirito ed agli scopi che la legge stessa intende raggiungere. Confortato, laddove è necessario, di quei pareri che persone particolarmente idonee e consessi qualificati a ciò preposti potranno offrire, procederò all’esplicazione del mandato siccome la legge mi suggerisce e mi impone. Particolari iniziative sono già in atto o allo studio per venire incontro alle esigenze degli assegnatari. Il contadino assegnatario sarà particolarmente assistito, e materialmente e finanziariamente e tecnicamente, perché egli possa avere quelle soddisfazioni che dal suo lavoro attende. […] Il fatto, poi, che da destra e da sinistra siano state fatte delle critiche alle modalità di attuazione della riforma, fa ritenere che il Governo e gli uffici abbiano scelto la via giusta.” Cipolla17: “Questa battuta non ha il pregio di essere nuova!” Restivo (presidente della regione): “Mentre quelle che dice lei sono sempre nuove!” Germanà: “Io, le novità, le riservo a lei, onorevole Cipolla! Non ci tengo a dire delle novità! Faccio ordinaria amministrazione.” Dopo questo scambio di battute si avviò alla conclusione: “Avverto la grave responsabilità che su di me incombe in rapporto alla ponderosità dei compiti che sono stato chiamato a svolgere. Non ho la presunzione di pretendere che la mia opera sia immune da pecche, ma affermo con tranquilla coscienza che ho fatto, per eseguire il mandato che mi avete affidato, tutto quanto era nelle mie possibilità. I problemi che quotidianamente sono chiamato ad affrontare e risolvere sovente fanno tremare le vene ed i polsi, ma tutti i problemi che mi sono stati sottoposti hanno trovato una soluzione, talvolta addirittura di rischio, improntata unicamente al supremo interesse della Regione. Convinto come sono che, per guadagnare il rango ed il ruolo di altre più fortunate regioni consorelle, la Sicilia non può segnare il passo ma deve invece procedere con marce forzate ed a ritmo bersaglieresco, posso affermare con tranquilla coscienza di non avere mai ritardato di un minuto né la soluzione di un problema, né l’espletamento di una pratica. Il ritmo impresso in tutti i settori dell’Assessorato ne è la prova manifesta. È quindi per me motivo di legittima soddisfazione presentarvi il consuntivo della mia opera nella quale certamente non mancherete almeno di ravvisare quello slancio e quell’impeto che tutti portiamo nel servire il nostro Paese. Lasciatemi affermare, però, con gioia, al quinto anno dell’autonomia, che la Sicilia avanza e che nessuno potrà più fermarla nel suo cammino ascensionale. Le generazioni future raccoglieranno i frutti di questa nostra silenziosa e tormentata fatica. Viva la Sicilia! Viva l’Italia!” Come nel corso del suo intervento due volte, un applauso ancor più forte dal centro e dalla destra lo concluse. Il 19 ottobre 1952 a Contessa Entellina durante il primo conferimento in assoluto tramite la riforma di 277 lotti di terreno (pari a 1.411 ettari) a 96 contadini di quella zona, Germanà definì se stesso, in qualità di assessore regionale all’agricoltura, il carabiniere della riforma agraria. Lui stesso ne fece memoria all’ARS (27 ottobre 1953): «La frase, allora suscitò, nella stampa di opposizione ed in questa Aula, qualche ironia, mossa da incredulità

17

Comunista.

o da spirito polemico. La realtà ha dimostrato che alle parole hanno seguito i fatti: la riforma è in atto». In occasione di quell’avvenimento inviò alcuni telegrammi; destinatario di uno di essi Enrico La Loggia18: «Contessa Entellina 19 ottobre 1952 On. Enrico La Loggia Palermo. Nostro impegno autorevolmente e consapevolmente sorretto dalla Sua collaborazione incontra oggi il premio della realizzazione Punto Mi consenta, Onorevole Maestro, che da Contessa Entellina dove in atto avviene la prima assegnazione di terre ai contadini io La ricordi, L’additi alla riconoscenza dei rurali di Sicilia – Germanà Assessore Agricoltura». Don Sturzo nella sua vita fu sempre attento alle problematiche riguardanti la Sicilia: interventi di miglioramento nel settore agricolo erano da tempo stati auspicati da lui, il quale per un altro verso non vedeva di buon occhio la legge stralcio nazionale a causa delle opportunità di proselitismo tra i contadini che offriva alle sinistre. Per questo motivo aveva seguito da vicino l’operato di Silvio Milazzo, precedente assessore regionale effettivo all’agricoltura, a cui aveva rivolto molti suggerimenti. Nel suo impegno politico Don Sturzo intercedette presso Amintore Fanfani, quando quest’ultimo fu nella prima metà degli anni ’50 ministro dell’agricoltura, sollecitando interventi per la Sicilia, e fu inoltre prodigo di consigli pure col nuovo assessore regionale come testimonia questo brano di una sua lettera a Germanà del 19 gennaio 1952. «Egli conviene che i lavori di strade poderali e rurali e di corsi di acqua potabile o per irrigazione delle zone da assegnare in proprietà ai contadini coltivatori, debbono avere per finalità principale la migliore sistemazione delle quote, ma dovendo avere un punto di partenza e un punto di arrivo, tecnicamente ed economicamente utili, non può escludersi la zona rimasta non scorporata. Non si può mancare di razionalità ed arrivare all’assurdo. Poiché il problema non è solo siciliano (per quanto riguardi in modo speciale la Sicilia data la disposizione limite dei 200 ettari non scorporabili), il ministro Fanfani mi ha promesso di una sua particolare attenzione.» Un anno dopo, il 27 ottobre 1953, all’ARS (in sessione pomeridiana) ed in sede di discussione di bilancio Germanà espose la sua relazione di consuntivo. Iniziò sottolineando lo strabiliante risultato dell’esercizio finanziario scorso (’52-’53) nell’agricoltura, e che questo si prolungava nell’allora attuale esercizio: “Un vivo elogio merita il personale che mi ha collaborato e che mi ha reso possibile di presentare oggi all’Assemblea il consuntivo notevolissimo, che formerà
18

Palermo, davanti a Palazzo dei Normanni (1952?); da destra: F. Restivo, A. Fanfani, G. Germanà.

Il Corriere della Sera (8 giugno 1952) aveva definito Enrico La Loggia padre dell’art. 38 dello statuto autonomistico. 14

oggetto delle mie comunicazioni. […] Per quanto riguarda la affermazione dei poteri della autonomia nel settore che amministro, […] l’Assessorato per l’agricoltura e le foreste oggi amministra con pienezza di poteri […]”. L’attuazione di ciò dava dal canto suo lavoro a diverse migliaia di persone. Sono anche state create le condotte agrarie secondo quanto prevedeva la legge istitutiva. Illustrò poi la prassi concordata con il ministero dell’agricoltura per la liquidazione delle indennità di esproprio dei latifondi (l’ERAS proponeva all’assessorato regionale per l’agricoltura la cifra da corrispondere, quest’ultimo procedeva al pagamento tramite decreto del presidente della regione e notificava questo all’espropriato dopo essere stato registrato alla Corte dei conti – sez. per la Sicilia; il ministero del tesoro, sempre a richiesta dell’assessorato regionale per l’agricoltura, forniva alla regione per gli indennizzi titoli del debito pubblico, ma questa poteva anche pagare individualmente con liquidi in una misura non superiore ad un quarto del totale da erogare). Passò quindi ad esporre il consuntivo. Parlò della riforma agraria: “La riforma è ormai nel pieno della sua attuazione malgrado le gravissime difficoltà incontrate e malgrado le astruserie della legge, che hanno richiesto la più vigile attenzione ed un lavoro minuto di analisi e di indagini, senza di che non avremmo certamente conseguito i risultati ai quali siamo già pervenuti e che promettono ormai immancabili, definitivi ed ulteriori sviluppi. L’Assessore ha dovuto, in questa materia, agire, però, con molta cautela. Per quanto vivo fosse in noi tutti il desiderio ed avvertita altresì la esigenza politica di realizzare la riforma, è stato necessario, per evitare o per ridurre al minimo gli inconvenienti di una affrettata esecuzione, attendere le decisioni del Consiglio di giustizia amministrativa sulle più importanti questioni di massima. Appena il Consiglio ha emesso le prime decisioni, l’Assessorato ha dato il via alla esecuzione ed ormai ben 16.325 ettari di terreno sono stati assegnati e conse-

gnati a 3.781 contadini aventi diritto ed ancora circa 3.000 ettari sono stati sorteggiati sino ad oggi, portando, così, il numero degli assegnatari a 4.300. A tutto questo ha fatto seguito una larga opera di assistenza da parte dell’Ente di riforma agraria, mentre ognuno avrà potuto constatare con quanto entusiasmo e con quale spirito di dedizione l’Assessorato ha seguito le varie fasi dell’esecuzione, assumendo sempre e in ogni caso le proprie responsabilità, perché nel pieno rispetto della legge ogni difficoltà o resistenza fosse superata e perché la riforma si rendesse operante”. Trattò successivamente i punti della bonifica (“A tutt’oggi, i progetti inviati dall’Assessorato alla Cassa per il Mezzogiorno ammontano a lire 32.194.000.000. Di questi la Cassa ne ha già approvati per oltre 27.000.000.000 di lire”) elencando le varie e notevoli, per mole e per numero, infrastrutture create e quelle in appalto e programmate. “Per quanto riguarda, poi, i fondi di bilancio regionali, ritengo opportuno, anzitutto, parlare della sistemazione e trasformazione in rotabili delle trazzere. In questo campo nulla è stato tralasciato da parte dell’Assessorato per rendere quanto più possibile sollecita l’istruttoria delle pratiche, col risultato che i lavori, nei limiti delle somme disponibili, sono in buona parte ultimati o in avanzata fase di esecuzione. Però è mio dovere segnalare ancora una volta l’insufficienza dei fondi stanziati rispetto alle somme occorrenti per affrontare in pieno e, quindi, risolvere tale problema, la cui vastità ed importanza ritengo superfluo sottolineare. Da parte nostra, come già ebbi a dire l’anno scorso, si è cercato di andare incontro ad un numero di richieste abbastanza notevole, impegnando tutte le somme disponibili ed assumendo, anche per certi casi di particolare necessità ed urgenza, impegni sugli esercizi futuri. Spetta ora all’Assemblea valutare l’importanza degli interventi in questo settore ed assegnare all’Assessorato adeguati stanziamenti”. La relazione del consuntivo riguardò inoltre i seguenti argomenti: la problematica forestale e silvo-pastorale nei suoi vari aspetti (con interventi che davano lavoro a molte migliaia di persone), il tema fondiario, della produzione, della zootecnia, della meccanizzazione. Infine parlò delle leggi e delle proposte da lui sostenute (“L’attività legislativa dell’Assessorato è stata veramente imponente ed il numero dei provvedimenti studiati, rilevante”). “Onorevoli colleghi, attraverso tale sommario esame dell’attività svolta dall’Assessorato nel decorso esercizio, ritengo che abbiate riportato la convinzione che si sia lavorato con vero impegno e con assoluta dedizione. Il lavoro svolto ha già prodotto e produrrà sempre più, man mano che le varie fasi, fino alla esecuzione, saranno superate. Il popolo siciliano guarda con fiducia ai propri organi regionali ed apprezza a giusto segno le provvide leggi della nostra Assemblea, alle quali il Governo ha dato e continuerà a dare fedele ed appassionata esecuzione. Voglio augurarmi che le mie comunicazioni abbiano a riscontrare la vostra cordiale soddisfazione”. Seguirono applausi dai settori del centro. Un altro discorso molto significativo per i suoi contenuti sociali e politici lo tenne il 28 ottobre 1954 al Teatro Nazionale di Palermo in occasione del conferimento dei premi per il I Concorso Nazionale per l’incremento della produttività agricola. “[…] Il patrimonio demaniale della Regione è stato portato da quattromila a ventimila ettari: […] il problema fisico della terra, quindi, non soltanto è posto, ma è chiaramente, nettamente, decisamente avviato a soluzione. (applausi) […] Stiamo attuando un vastissimo programma di interventi bonificatori e ci siamo principalmente versati nell’esecuzione di opere che certamente il
15

privato non potrà mai fare: i bacini montani. Noi abbiamo una grande ricchezza in Sicilia: il sole; un’altra grande ricchezza: la terra, ma, purtroppo, l’acqua difetta. Ebbene, attraverso l’opera intelligente dei tecnici, noi riusciremo ad invasare l’acqua piovana ed a servircene durante la stagione estiva. […] Spero, fra non guari, di potere annunziare che quasi tutto il territorio della Regione siciliana sarà comprensorio di bonifica e sarà suscettibile di interventi pubblici generosi e fecondi. (applausi) […] Non è pensabile che le possibilità che i pubblici interventi ci offrono non debbano essere utilizzate dai privati e che in conseguenza di condannevoli inerzie possano rappresentare una spesa sprecata ed un sacrifizio inutile della collettività. […] L’Assessorato agevola – ed in maniera anche generosa – le costruzioni e le iniziative dei privati. […] C’è un aspetto umano in tutto questo che Vi prego di considerare in maniera particolare. Il lavoro dei campi è certamente il lavoro più nobile, ma è anche il più duro. Noi dobbiamo cercare in qualunque modo, con gli interventi pubblici e privati, di alleviare la fatica dei campi agli agricoltori in generale e ai contadini in particolare. Signori, se noi non vogliamo che i contadini di Sicilia se ne vengano in città a godersi l’asfalto di Via Libertà o di Piazza Politeama, che certamente li seduce, se non vogliamo che la vita dei campi intristisca per l’abbandono da parte di quelli che sono i veri protagonisti del dramma della terra – i contadini – noi dobbiamo fare quanto sta in noi per cercare di alleviare la pesantezza dei lavori agricoli. Quindi è necessario assicurare il conforto della casa e fare anche le strade. Se consideriamo che il contadino, prima ancora dell’alba, si parte dal suo centro rurale per recarsi in campagna con qualsiasi tempo e che per andare a lavorare spesse volte rischia la vita, non già in rapporto alla sicurezza pubblica, perché ormai la sicurezza pubblica è garantita, ma perché mancano le opere, mancano le strade – ed io che vengo dalla campagna, io che vengo dalla montagna queste cose le so perché le ho vissute – se consideriamo che il contadino, l’agricoltore rischiano spesso la vita non già per andare a rubare, ma per andare a lavorare, se consideriamo che sovente i lavoratori della terra vengono travolti, loro ed i loro animali, dalle piene dei torrenti e dei fiumi perché manca la semplice passerella sulla quale transitare, Signori, dovremo convenire che questa, nell’anno in cui viviamo, nel 1954, è una situazione di vergogna che dovremo al più presto eliminare. E se parlo con tanto ardore di questo problema, ve ne parlo perché lo sento e perché è profondamente sentito da tutto il popolo delle campagne. Prometto che con lo stesso impegno con il quale ho promosso ed ho portato successivamente avanti la legge sulla trasformazione delle trazzere in rotabili, continuerò ad insistere perché allo sforzo generoso della Regione si accoppi uno sforzo almeno altrettanto generoso da parte dello Stato. (applausi) Noi abbiamo in Sicilia ben 12 mila chilometri di trazzere regie, di cui almeno la metà sarebbero trasformabili in strade rotabili. Con un impegno che rasenta l’ardimento il Governo Regionale ha formulato un programma di oltre 1500 chilometri di trazzere già in via di trasformazione. Dico 1500 chilometri di strade di carattere assolutamente rurale. Ma è poco: noi dobbiamo arrivare almeno ai 6000 chilometri. Abbiamo impostato, e mi sto assicurando i mezzi finanziari per completarlo, un programma che si potrebbe definire anche ambizioso, ma dobbiamo pensare agli altri 4500 chilometri che pure devono essere trasformati perché il contadino abbia finalmente la felicità di recarsi tranquillamente ed agevolmente nel suo podere e di spendere il suo tempo e la sua diuturna fatica nel

lavoro proficuo, anziché sprecarla nei lunghi andirivieni dalle campagne, attraverso sentieri assolutamente impraticabili che spesso mettono a repentaglio la di lui vita e quella dei di lui animali. Quando avremo fatto le strade avremo reso possibile agli agricoltori di impiegare nei campi tutta la loro giornata, quando noi avremo fatto le strade avremo reso possibile il trionfo, oltreché l’introduzione, della ruota nell’agricoltura. Noi dobbiamo portare la ruota, la macchina nell’agricoltura in tutte le sue applicazioni: la macchina come mezzo di locomozione, come mezzo di trasporto, come mezzo di lavoro per la terra. E sarò felice – l’ho detto altrove e lo ripeto qui – il giorno in cui potrò vedere gli agricoltori di Sicilia nelle condizioni di recarsi nelle loro aziende, nei lori poderi con mezzi meccanici. E parlo della bicicletta, come del motoscooter, dell’automobile, come dell’autocarro. A questo dobbiamo arrivare, non già perché noi vogliamo assicurarci nelle campagne una vita comoda, ma perché il progresso degli altri non sia mortificazione dei nostri valori morali e delle nostre possibilità tecniche. […] Se noi non seguiamo di pari passo il progresso degli altri, rischiamo di rimanere handicappati, non potremo reggere alla concorrenza degli altri paesi e conseguentemente i nostri prodotti potranno marcire, non riusciremo più a venderli all’estero, poiché all’estero venderanno coloro che praticheranno i prezzi più bassi. Dobbiamo, quindi, metterci nelle condizioni di ridurre i costi di produzione ed anche la strada persegue questa finalità oltre alla finalità umana alla quale ho accennato. (applausi) Ho parlato di umanità per quanto riguarda un certo aspetto della vita delle campagne, ma io debbo tributare pubblica lode ai proprietari terrieri di Sicilia i quali, in questo momento, assolvono una missione storica. Parlo ad un ceto intelligente che ha al suo attivo una grande benemerenza. Noi stiamo eseguendo una legge che certamente è una legge discussa, ma è una legge che ha, senza dubbio, delle altissime finalità sociali: la legge di Riforma Agraria. Nella esecuzione di questa legge la benemerenza maggiore spetta ai proprietari di Sicilia. Io voglio oggi, in questa occasione, che considero solenne, tributare ai proprietari terrieri di Sicilia, un’aperta lode per l’alto senso di disciplina e di comprensione con cui hanno accolto la legge di Riforma Agraria. Ormai la legge è entrata nella fase di piena attuazione: le perplessità iniziali sono state superate da decisioni, consolidate ormai dal Consiglio di Giustizia Amministrativa. Coloro che avevano presentato reclami in rapporto a dette perplessità, già cominciano a recedere dai reclami stessi. Credo che nel più breve volgere di tempo, dal punto di vista amministrativo, potremo uscire da questa fase per entrare direttamente nella fase di definitiva realizzazione. Debbo tributare una lode sincera, affettuosa, cordiale al mio amico Rosario Corona19 (applausi) che con tanto impegno e con tanto amore ha eseguito la legge. Analoga lode va all’Ispettore Regionale Agrario per quanto riguarda la parte di sua competenza. (applausi) Lode incondizionata a tutti i funzionari dell’Assessorato e degli Uffici periferici, agli Ispettori Agrari Provinciali in particolar modo. (applausi) Signori, l’esecuzione della legge non è stata e non è una cosa facile. Noi eravamo abituati a sorridere ai proprietari, ad andar loro incontro per via dei contributi e dei premi; non eravamo abituati – pensano forse i miei funzionari – a fare il viso arcigno e a mostrare i denti. Forse non c’è stato bisogno di mostrare i denti e di fare il viso arcigno, ma comunque questi miei cari funzionari e collaboratori hanno dovuto agire con un minimo
19

di rigore. Ebbene, malgrado ciò, io ho la sensazione piena che il cuore dei proprietari di Sicilia è sempre con noi, è con il suo Governo. (applausi) Critiche e riserve sono state mosse alla legge da parte di elementi non qualificati della vita pubblica regionale. In ogni caso, si tratta di critiche interessate o di critiche le quali non tengono conto delle difficoltà che l’esecutivo e gli organi della riforma hanno dovuto affrontare e gradatamente superare. La legge è entrata in vigore nel 1950. Abbiamo fatto una lunga esperienza di questa legge; sono state necessarie delle modifiche di carattere tecnico e strutturale e le abbiamo adottate. Altre ne stiamo adottando. Dobbiamo cercare di evitare che si verifichino certe situazioni che non ridondano certamente a vantaggio della riforma stessa. […] Le critiche riguardano la legge, non la esecuzione. Noi abbiamo avuto la possibilità di mettere in esecuzione la legge per quanto riguarda i sorteggi20 soltanto nell’aprile 1953 perché dovevamo prima provvedere all’approvazione dei piani di scorporo e poi abbiamo dovuto aspettare che si smaltissero i ricorsi e che le commissioni comunali completassero gli elenchi. Comunque, abbiamo avuto la ventura, nell’agosto 1953, di assegnare sedicimila ettari di terreno senza avere determinato scosse e senza che esistano oggi situazioni particolarmente pesanti. Qualche caso sporadico è stato felicemente risolto o è in via di risoluzione; ma se si considera che sono stati assegnati sedicimila ettari di terreno, frazionati in circa 4500 poderi, si può arrivare alla conclusione che l’Ente per la Riforma Agraria in Sicilia ha compiuto il miracolo. (applausi) Una aperta lode debbo tributare al personale dell’Ente per la Riforma Agraria in Sicilia. Parlo dei vecchi dell’Ente di Colonizzazione e parlo delle giovanissime reclute dell’ERAS che sono state definite, da chi avrebbe dovuto avvertire la esigenza politica di esaltarne l’opera, con una invettiva che io ho respinto per ragioni di giustizia e perché me ne correva l’obbligo: i “giannizzeri” della Riforma Agraria. L’invettiva viene – sia chiaro a tutti – da parte comunista. I giovani della Riforma sappiano che per i comunisti essi sono i “giannizzeri” della Riforma Agraria. Comunque, debbo dichiarare che senza questi “giannizzeri”, della cui collaborazione io altamente mi onoro, non avrei potuto eseguire la Legge di Riforma Agraria. (applausi) Con questo ho voluto rendere giustizia al personale spesso ed ingiustamente criticato, biasimato, insultato, vilipeso. Si è detto che l’Ente è pletorico, che l’Ente non si sa di quante migliaia di elementi è composto. Nessuno si allarmi: l’Ente Maremma ha un personale forse più numeroso e l’Ente Maremma si occupa soltanto di Riforma Agraria; mentre l’Ente per la Riforma Agraria in Sicilia ha tutti i compiti istituzionali di quello che era l’Ente di Colonizzazione ed i compiti della Riforma Agraria. Inoltre noi della Regione abbiamo affidato all’Ente per la Riforma Agraria, oltre alla esecuzione della riforma agraria, anche la Sezione Idrogeologica, istituita con una legge che fa onore all’Assemblea Regionale ed al Governo, sezione che opera in tutta la Sicilia e che richiede personale qualificato: abbiamo affidato all’Ente per la Riforma Agraria, con un’altra legge regionale che fa altrettanto onore all’Assemblea Regionale, la Sezione di Meccanizzazione. Abbiamo oggi 260 macchine che lavorano nelle parti più disparate della Sicilia. Abbiamo rotto veramente l’incantesimo del feudo attraverso questi interventi, abbiamo dato la possibilità a coloro che non l’avrebbero avuto mai, di usare la macchina. Parlo dei contadini che non avranno mai né i mezzi, né la convenienza di
20

Commissario dell’ERAS 16

Per l’assegnazione dei terreni (art. 40 LR 27 dicembre 1950).

acquistare un trattore per lavorare i propri poderi. Per questi interviene l’E.R.A.S. mettendo a loro disposizione le macchine. Ed allora, se abbiamo lasciato all’Ente per la Riforma Agraria il carico dei compiti istituzionali propri dell’Ente di Colonizzazione e poi gli altri inerenti alla sezione Idrogeologica e quella della Meccanizzazione, era necessario che l’Ente dilatasse i propri organici. L’Ente per la Riforma Agraria ha dovuto, quindi, assumere del personale. Erano 330 gli elementi dell’Ente di Colonizzazione prima che la Riforma venisse approvata; oggi sono 1017. Che scandalo! Quando l’Assessore annunzia dalla tribuna parlamentare che in un cantiere, poniamo sul Pellegrino o a Gela, lavorano migliaia di operai tutti osannano: viva l’Assessore che ha saputo assicurare tante possibilità di lavoro, che ha saputo procurare i mezzi per far fronte alle esigenze dei lavoratori, ma quando si tratta del nostro ceto, del ceto medio, di giovani che hanno sudato dieci o quindici anni sui banchi della scuola, di giovani che non possono più vivere a carico delle proprie famiglie o che ne hanno già una a loro carico, quando noi assicuriamo, attraverso una legge che è la legge di Riforma o la legge di Meccanizzazione o quella sulle Ricerche Idrogeologiche, la possibilità di lavoro e di vita a costoro e li mettiamo in condizione di sopravvivere francescanamente, con uno stipendio che va dalle 24 alle 40 mila lire, quello è uno scandalo: il ceto medio deve morire di fame! (applausi) Ora siamo nel vivo della Riforma. Io questi giovani li incito e li stimolo a ben fare. Voi siete guardati a dito; bisogna lavorare con serietà e con impegno, bisogna dare la sensazione che in ogni settore noi esplichiamo con pieno senso di responsabilità il nostro mandato; dobbiamo cercare di affrettare in tutti i modi l’esecuzione della legge, perché ormai abbiamo le terre disponibili e si tratta di lottizzarle e di assegnarle. Se è vero che non possiamo fare altre assegnazioni materiali subito, perché la legge ci impone di aspettare la scadenza del 31 agosto, possiamo però prepararci perché il 31 agosto prossimo – questo è l’impegno che verso di me ha assunto il Commissario Straordinario dell’Ente – siano consegnati altri 50.000 ettari di terreno. La Riforma Agraria deve eseguirsi nel più breve tempo possibile. Bisogna assolutamente uscirne, anche per la tranquillità dei proprietari e per la pace nelle campagne. Ed ora voglio dire una parola ai proprietari di Sicilia, voglio dire questo: voi siete stati chiamati a compiere un sacrifizio; l’avete ormai compiuto. A voi va la lode appassionata, il riconoscimento da parte del Governo della Regione e da parte degli uomini più rappresentativi della nostra Isola. Ma lo stato d’animo deve essere disteso. Molti di voi avranno, in prossimità delle terre residue, dei contadini cui è stata assegnata della terra da parte dell’Ente per la Riforma Agraria: trattate questi contadini, trattate questi elementi, trattate questa gente con grande senso di umanità; assisteteli, aiutateli, guidateli, istruiteli. Non è soltanto dell’Ente per la Riforma questo compito, è principalmente vostro e nostro. Io ho sempre detto che il popolo siciliano nelle sue varie categorie è un popolo, per tre quarti almeno, di bisognosi ed io spendo – e lo sanno tutti almeno un terzo, se non – la metà della mia giornata, in pratiche assistenziali del genere più disparato. Ma, cari amici, quest’onere ce lo dobbiamo un po’ dividere, dobbiamo assistere questa gente. Se c’è qualcuno che ha bisogno di una mano, gliela dobbiamo dare. Oggi si parla di un pericolo comunista immanente. Io non me ne preoccupo perché so quanto intelligente sia la classe dirigente siciliana e specialmente quanto lo siano i proprietari di Sicilia. Ma bisogna accostarsi al popolo, scendere veramente in mezzo al popolo, dare una mano a chi ne
17

ha bisogno. Il popolo difetta di assistenza, bisogna assisterlo in tutti i modi, con tutti i mezzi. (applausi) Io sono sicuro che questo mio appello verrà ascoltato dai ceti padronali siciliani. Noi dobbiamo assolutamente riconquistare quei contadini i quali hanno aderito ad organizzazioni sovversive, dico li dobbiamo riconquistare perché ho la precisa sensazione che quelli che oggi si definiscono comunisti – e parlo dei contadini e degli operai – comunisti non sono: è gente che non ha trovato una mano in altri partiti politici o in alcun organo assistenziale e che per disperazione o per esasperazione si dà al primo venuto. Riconquistiamo questa gente, amici, ed allora avremo vinto la causa della libertà e la causa della democrazia. (applausi) Suppongo di avervi stancato e passo rapidamente a concludere. Ma la conclusione non può essere che una: cari amici agricoltori, io vi considero mobilitati materialmente e spiritualmente in questa crociata che ha una doppia finalità: una finalità umana, sociale e politica ed una finalità produttivistica. Sotto l’aspetto produttivistico ci siamo già intesi: voi sapete il fatto vostro, nessuno ha da insegnare niente agli agricoltori siciliani. I mezzi non mancano. Posso dire con soddisfazione che fino ad oggi non una pratica di miglioramento è rimasta inevasa. Quindi i mezzi ci sono e l’Assessore vi promette il proprio appassionato intervento ogni qualvolta i mezzi potranno difettare. Ho in corso una legge che, prima ancora che i mezzi disponibili si esauriscano, provvede all’impinguamento delle nostre possibilità. Tale legge che è in corso di approvazione all’Assemblea Regionale, impegna per il prossimo decennio, indipendentemente da altre leggi di finanziamento, ben trenta miliardi di spesa pubblica a favore dell’agricoltura. Quindi, i mezzi non mancheranno. Ma sull’altro aspetto, quello politico sociale ed umano della nostra crociata, io intendo fermare la vostra attenzione. Ricordate: i contadini, in genere, ed i contadini della Riforma in particolare, sono nel mio cuore e sono sicuro che lo sono anche nel vostro; assisteteli e confortateli del vostro amore e ne avremo tutti vantaggio: perché se vogliamo veramente difendere le istituzioni democratiche, se vogliamo assicurare alla nostra Regione e alla nostra Patria una vita politicamente tranquilla, noi dobbiamo vivere col popolo ed in mezzo al popolo. Ricordatelo! Viva la Sicilia! (applausi prolungati)” Dopo l’approvazione della legge di riforma fondiaria i proprietari di latifondi avevano cercato di farla restare sostanzialmente inattuata, ma non avevano fatto i conti con «il carabiniere della riforma agraria», il quale perseguì assiduamente con caparbietà l’attuazione di un progetto di riforma che già era maturato in seno al fascismo e che naturalmente in quel momento gli ripresentava degli echi del passato. La leggenda vuole che il barone Lucio Tasca di Bordonaro (notevole personalità, a suo tempo, del separatismo), in un incontro, gli abbia dato uno schiaffo; e che Malagodi, segretario nazionale del suo partito, il PLI, in altra circostanza, gli abbia tirato addosso un calamaio. Germanà fu un rigoroso amministratore del settore, ed innumerevoli furono le opere e gli interventi a lui dovuti prima che nel 1954 si aprisse apertamente lo scontro politico con Malagodi. Tra le ultime cose nell’aprile del ’54 fu autore di un disegno di legge21 che stanziava
21

LR 5 aprile 1954 n. 9 Interventi finanziari di carattere straordinario per favorire lo sviluppo agricolo in Sicilia e l’applicazione della legge 27 dicembre 1950 n. 104

L’assessore regionale all’agricoltura, on. G. Germanà, mentre parla durante una manifestazione in occasione dell’assegnazione delle terre ai contadini e mentre incontra questi.

32 miliardi per il comparto agricolo, ed in precedenza aveva anche ottenuto dalla Cassa per il Mezzogiorno 100 miliardi da spendere entro dieci anni per lavori di bonifica e 75 da investire in settori strettamente legati alla riforma fondiaria. Lucio Tasca prima di allora lo aveva elogiato per la sua condotta, indicandolo pure come «un ottimo ministro all’agricoltura» (Sicilia agricola, rivista che gravitava nella orbita d’influenza di questi). Però quando i procedimenti espropriativi previsti dalla messa in atto della LR 21-11-50 passarono dalle sue terre mutò nel giro di pochissime settimane il suo giudizio, nonostante Germanà avesse mostrato la sua disponibilità ad accogliere nei limiti della legalità le sue rimostranze (dirà poi in un comizio a Palermo l’uno maggio 1955: «Perché io avrei avuto scrupolo a togliere 200 ettari di terra ai contadini di Sicilia per lasciarli a don Lucio Tasca!»). A causa della tenacia nel portare avanti questi piani di esproprio entrò in contrasto con Malagodi che aveva dal canto suo architettato assieme ad esponenti del latifondo (Lucio Tasca ed il presidente nazionale di Confagricoltura conte Gaetani) un progetto per tenere a freno l’attuazione della riforma agraria attraverso il controllo delle istituzioni regionali preposte, ma Germanà non si prestò a questo gioco mantenendo sempre un’esemplare condotta. Per esempio nell’agosto del 1954 ci fu un caso, sempre nel tentativo di bloccare la macchina della riforma, in cui un proprietario terriero trapanese, non avendo avuto l’effetto desiderato da una raccomandazione a suo vantaggio rappresentata presso

Germanà da un parlamentare regionale, ne scomodò uno nazionale che andò a Palermo per cercare di agire sull’azione dell’assessore regionale all’agricoltura. Ottenne lo stesso risultato del suo predecessore: niente illeciti favoritismi. Successivamente a questo episodio Germanà ricevette da Malagodi l’invito a recarsi a Roma. Qui i liberali filoagrari siciliani lo attaccarono per il suo operato ritenuto da loro di nocumento per i proprietari, ma la maggioranza degli uomini del partito intervenuti a quella riunione lo sostenne deludendo le aspettative di Malagodi. Dopo qualche giorno, a settembre, il prof. Nicola Sanguigno, commissario del partito a Palermo, gli riferì la volontà del segretario nazionale che gli intimava le dimissioni dalla carica di assessore regionale: avrebbe dovuto addurre motivi di salute ed in cambio avrebbe avuto un suo riconoscimento ufficiale dei propri meriti sin allora raccolti. Germanà rifiutò perché ciò significava paralizzare il cammino della riforma fondiaria. Malagodi criticava inoltre l’ingrandirsi dell’organico

dell’ERAS (che Germanà difendeva e sosteneva fin quando questo fosse necessario al soddisfacimento di reali esigenze di attuazione della riforma), e per giunta trascurerà completamente, dall’ottobre del ’54, la proposta di Germanà per il finanziamento da parte del governo centrale di 30 miliardi di lire per la conversione delle trazzere in strade rotabili, finanziamento che si sarebbe potuto aggiungere ai 23 già investiti dalla Regione: era arrivato a promettergli di farlo nominare presidente dell’ERAS in cambio del suo abbandono dell’assessorato. Il massimo che Malagodi ottenne, esercitando pressioni esterne sulla DC, in cambio della continuazione del suo sostegno al governo di Roma, fu la sostituzione della delega di Germanà con quella del democristiano Natale Di Napoli: la delega assessoriale all’agricoltura fu sostituita con un’altra a causa delle pressioni esercitate dal ceto del latifondo. Prima che ci fosse l’inversione delle deleghe assessoriali (23 novembre ’54) con l’onorevole Natale di Napoli22 (agricoltura e foreste – lavoro, previdenza e assistenza sociale), giunse a tenere l’esposizione della relazione sul bilancio nel settore dell’agricoltura da lui fino ad allora amministrato (ARS, 8 ottobre ’54). “On.le PRESIDENTE On.li COLLEGHI,
22

Democristiano.

18

il fatto veramente storico, che caratterizza la presente sessione, si compendia nell’annunzio gioioso e solenne che l’Assessore all’Agricoltura, per il Governo, ha l’onore e la soddisfazione di darVi e cioè che ben 12 mila contadini, poveri, anzi indigenti, hanno avuto la terra e già fondano quella che tranquillamente può dirsi la economia rurale di domani. Ciò è avvenuto in conseguenza della attuazione della legge di riforma agraria, decisamente ed inflessibilmente perseguita dal Governo, legge che, per le finalità politiche ed umane cui si ispira, fa onore alla nostra Assemblea. E consentitemi che a questi contadini, che considero i veliti dell’esercito dei campi, io mandi il saluto e l’augurio a nome del Governo e dell’Assemblea, perché, nell’appagata esigenza di lavoro e di giustizia, essi trovino quella serenità di spirito e di giudizio che varrà certamente a legarli alle istituzioni democratiche, guardando con fiducia al loro domani. Qualche critica si è levata in quest’aula contro l’azione del Governo, in rapporto alla attuazione della Legge. Contro i risultati positivi ed innegabili di tutta una azione unicamente improntata agli interessi della collettività e del paese, si sono spuntati gli strali di pochi, accecati dalla passione di parte, venuti a blaterare che tre anni di politica agraria, appassionatamente vissuti dall’Assessore che vi parla, ad altro non siano serviti che a mettere a ferro ed a fuoco l’agricoltura siciliana, che, in conseguenza, a loro dire, sarebbe stata addirittura impoverita, se non quasi completamente distrutta. Si dimentica quello che il Governo ha fatto in ogni settore dell’agricoltura, dalla bonifica alle foreste, ai miglioramenti agrari alla produzione agricola, alla viabilità rurale, settori in cui leggi generose, universalmente lodate, che tutti considerano fondamentali per l’economia rurale dell’isola, potrebbero inorgoglire più di un ministro e qualunque parlamento. Non vale aver assicurato al settore, con un’attiva, tenace, perseverante azione, 18 miliardi per la trasformazione delle trazzere in rotabili, 32 miliardi per l’incremento della agricoltura, 800 milioni per abbeveratoi pubblici, 75 miliardi per la riforma agraria, 100 miliardi per la bonifica: tutto questo è nulla di fronte alla colpa di avere l’Assessore, in ossequio alla più elementare etica politica ed alla stessa volontà dell’Assemblea, dato esecuzione alla legge di riforma agraria, che la Regione ha voluto dare a se stessa, come primo passo verso il rinnovamento della vita rurale dell’Isola e come dimostrazione della propria sensibilità politica alle spinte ed alle esigenze sociali, innegabili ed immanenti, spinte ed esigenze che dovrebbero farci seriamente riflettere, prima di assumere atteggiamenti demagogici e spavaldi che non offendono soltanto la sensibilità del Governo, ma principalmente la sensibilità delle popolazioni amministrate. Anzi, principalmente, questa, perché se è vero che è una benemerenza ed un titolo di onore e di orgoglio, per l’Assemblea e per il Governo avere dato la terra ai contadini, assolvendo ad un imperativo categorico della propria coscienza ed appagando la fame di terra, da secoli da tutti conclamata, è altrettanto vero che, nel dare, interessa il modo, che può anche offendere quando non si dimostri di sapere provare la gioia di dare e di dare con gioia. Ma questo è un concetto che avremo modo di sviluppare appresso. Debbo, però, contrapporre alle critiche interessate, e qualche volta incompetenti, le ragioni che giustificano in pieno l’azione del Governo. L’On.le Antonino Santagati ha rivolto delle critiche roventi all’operato dell’Assessore ed ha concluso il suo dire presentando un ordine del giorno di sfiducia all’operato del medesimo. Sostiene l’On. Santagati, per sé e per il suo gruppo, che avrebbe potuto l’azione del Governo essere im19

prontata a minor durezza ed a maggior riguardo verso i proprietari espropriati. Assicuro l’On. Santagati di avere personalmente ricevuto nel mio ufficio tutti i proprietari di Sicilia che ne abbiano fatto richiesta, di averli ascoltati e di avere fatto, nei limiti della legge, tutto quanto praticamente possibile per non urtarne gli interessi. Ma i proprietari non si lagnano dell’azione e del garbo dell’Assessore, si dolgono invece della legge, dicono che la legge regionale di riforma agraria sia molto più dura della legge stralcio dello Stato, dicono che alla legge si è voluto dare una esecuzione massiccia ed intempestiva, mentre si sarebbe dovuto procedere senza fretta. Obbietta, però, l’Assessore che ha ricevuto, or sono tre anni, dall’Assemblea Regionale un mandato tassativo ed inderogabile, ribadito con ordini del giorno inequivocabili, votati dalla maggioranza, che lo impegnano alla pronta esecuzione della legge. Al quarto anno dalla promulgazione della riforma agraria non avremmo certamente, Colleghi Onorevoli, salvato la faccia se non avessimo presentato al popolo siciliano dei risultati inequivocabili relativi alla sua attuazione, attuazione nella quale non si può rimproverare al Governo di avere avuto fretta o di essere stato eccessivamente duro, in quanto i risultati stessi dimostrano che al quarto anno, ripeto, ancora siamo ben lungi dalla completa attuazione del titolo III23, che invece, io penso, sia nell’interesse di tutti liquidare al più presto. Si è lamentato che l’Assessore abbia dato esecuzione agli espropri senza attendere le decisioni del Consiglio di Giustizia Amministrativa. Debbo a questo riguardo informare l’Assemblea che, allo stato attuale, l’esecuzione della riforma presenta la seguente situazione: 1) Piani di conferimento pubblicati n. 442 per Ha. 118.894.45.95; 2) Ricorsi presentati all’Assessore avverso i piani di conferimento n. 382; 3) Decisioni Assessoriali di ricorsi n. 318 per Ha. 81.557.54.56 4) Terreni assegnati lotti n. 12.117 per Ha. 53.060.65.78; 5) Terreni accantonati per sesto Ha. 7.432.04.86; 6) Terreni accantonati per p.p.c. venduta entro il 20.3.1951 e dopo il 27.12. 1950 Ha. 11.068.43.76; 7) Ricorsi presentati al C.G.A. n. 147; 8) Ordinanze di sospensione emesse dal C.G.A. n.58 per Ha. 19.199.42.15; 9) Decisioni del C.G.A. n. 28 per Ha. 9.886.74.75; di cui decisioni favorevoli all’Amministrazione n. 13 per Ha. 4.072.64.31, sfavorevoli all’Amministrazione n.15 per Ha. 5.814.10.44; 10) Ordinanze di sequestro dell’Autorità Giud. Ordinaria n. 5; 11) Decreti Assessoriali ai sensi dell’art. 7 della legge 20.3.1865, numero 2258 alligato E n. 4; 12) Ordinanze di Sospensione del C.G.A. intervenute dopo l’assegnazione dei terreni n. 17 per Ha. 4.400.00.00. Quindi su 147 ricorsi pendenti si sono avute dal Consiglio di Giustizia Amministrativa soltanto n. 28 decisioni di merito per Ha. 9.886.74.75, di cui 13 favorevoli all’Amministrazione per Ha. 4.072.64.31 e 15 contrarie per Ha. 5.814.1044. Ciò posto, se il sorteggio e la consegna dei lotti avessero dovuto esser fatti a seguito delle decisioni definitive del Consiglio di G.A., noi a tutt’oggi avremmo assegnato soltanto ettari 4.072.64.31, a non detrarre, per non essere pedanti, da questi 4.072 ettari, l’importo dei piani di conferimento per i quali possa essere eventualmente intervenuta una qualche inibitoria da parte dell’Autorità Giudiziaria ordi23

Conferimenti e assegnazioni di terreni di proprietà privata.

naria. Sorgeva e sorge a questo punto per il Governo un dilemma: o limitare l’attuazione della legge, con ogni cautela, alla esecuzione dei piani definiti anche con sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa ed eventualmente dell’Autorità Giudiziaria, soluzione questa certamente riposante per il Governo, ma che dal punto di vista politico presentava il grave ed inevitabile inconveniente di ritardare di alcuni decenni la attuazione della riforma (e non penso che fosse questa la volontà dell’Assemblea), oppure dare corso ai piani di conferimento esecutivi o per manco di opposizione o perché intervenuta la decisione dell’Assessore e riservarsi gli eventuali provvedimenti di rettifica o di modifica, derivanti da decisioni difformi del Consiglio di Giustizia Amministrativa, a dopo l’assegnazione. Il Governo si è orientato decisamente verso quest’ultima soluzione confortato in ciò anche dalla recentissima legge votata da questa Assemblea, con la quale gli si dava facoltà, nella ipotesi in cui fosse intervenuta modifica ai piani di conferimento, di sostituire i lotti assegnati con altri seguendo con ciò gli eventuali dettami degli organi giurisdizionali. Soluzione questa, che, peraltro, non soddisfa appieno neppure il Governo in quanto non consente di sviluppare immediatamente nei lotti di riforma quegli interventi generosi che la legge di riforma prevede e ciò per non andare incontro, nella eventualità di restituzione dei terreni occupati, a gravi conseguenze di ordine amministrativo che non troverebbero poi altra soluzione che quella legislativa. A questo punto si pone alla sensibilità dell’Assemblea un problema attuale ed emergente, che è questo: praticamente sono stati pubblicati 442 piani di conferimento, le denunzie presentate dai proprietari ammontano a circa n. 2.000; quindi dovranno essere ancora eseguiti espropri nei riguardi di circa n. 1.560 Ditte. Dica l’Assemblea, nel suo alto senso di responsabilità, quale soluzione preferisce, se quella cioè di attendere l’esito definitivo dei ricorsi e delle procedure che potranno eventualmente inserirsi negli espropri, ritardando con ciò senza limitazione di tempo, ma certamente per qualche decennio, la esecuzione della legge o se, invece, non ritenga preferibile la soluzione adottata dal Governo e cioè di dare corso alle assegnazioni, salvo a rivedere le singole situazioni in esito alle procedure relative. Il Governo osserverà senz’altro, e del resto non potrebbe fare diversamente, la volontà dell’Assemblea, che io prego di volere esprimere, eventualmente, in una chiara mozione. Sorge ancora un altro problema grave, insolubile allo stato attuale della legislazione. Noi abbiamo dei miliardi a disposizione, 75 miliardi, da spendere in esecuzione alla legge, dobbiamo costruire al servizio dei lotti di riforma case coloniche, strade, acquedotti, borghi rurali ed eseguire sistemazioni dei terreni ed impianti vari. Il Governo non può assumersi la responsabilità di eseguirli se prima non si consolidano dal punto di vista formale e giuridico le situazioni fIuide in cui si trovano attualmente i lotti conferiti ed occupati, perché, nella ipotesi di restituzione al proprietario, noi non potremo ripetere la spesa cui la Pubblica Amministrazione fosse andata incontro. Quindi la critica che poco o nulla si sia speso dei fondi della Riforma non ferisce il Governo. Si possono, infatti, considerare impegnati per opere già eseguite o in corso di esecuzione e per opere progettate o in corso di progettazione, oltre i 15 miliardi, previsti come primo acconto. Ma la responsabilità di spenderli il Governo non la può assumere saIvo che l’Assemblea non trovi delle soluzioni legislative che il Governo non mancherà di proporre. È necessario che ognuno di noi si convinca che la legge di riforma agraria è una legge rivoluzionaria. Non è
20

l’Assessore che toglie la terra ai proprietari con la voluttà del rapinatore, ma è la legge, la legge sovrana che l’Assemblea si è data e che impegna il Governo all’esecuzione. Quindi niente cattiveria da parte dell’Assessore, niente astiosità, ma umana comprensione delle esigenze di tutti e volontà inflessibile di eseguire la legge con assoluta onestà di intenti, per come è nel suo dovere nella legittima aspettativa dei ceti interessati. Per quanto riguarda l’altro aspetto della legge, quello produttivistico e bonificatorio, mentre assicuro che sono state impartite e fatte osservare le norme di buona coltivazione, comunico nel contempo che tutti i piani generali di bonifica e le direttive generali, per tutte le zone fuori comprensorio, sono stati già pubblicati, conseguentemente sono già decorsi o vanno a decorrere i termini previsti dalla legge per la presentazione dei piani particolari di trasformazione a carico dei privati e a tutt’oggi sono stati presentati ben 1.772 piani particolari. AI riguardo è opportuno fermare la nostra attenzione sulla necessità di una tempestiva attuazione di questi piani trasformazione. L’Assessore non ha mancato, con un suo comunicato stampa di avvertire i proprietari di terreni soggetti agli obblighi di trasformazione che nessuna disposizione di legge lo faculta di concedere proroghe alla presentazione dei piani particolari né di ridurre o revocare le eventuali penali nelle quali incorressero per la mancata o ritardata presentazione di piani medesimi. Tale comunicato, che aveva soltanto una finalità di avvertimento, non ha incontrato però il gusto di alcuni Onorevoli Colleghi, i quali hanno interrogato l’Assessore per sapere in rapporto al comunicato medesimo «se egli ritenga che le sue funzioni di responsabile dell’indirizzo della politica regionale agraria debbano esaurirsi nella pedante attuazione di disposizioni legislative che le mutate condizioni economiche dell’agricoltura hanno reso inattuabili, controproducenti e vessatorie, e se non ritenga per contro di procedere al riesame della materia al fine di inquadrarla con le attuali possibilità ed esigenze della politica economica nazionale». Francamente stupisce che proprio coloro i quali hanno sempre sostenuto che la riforma agraria non consista negli espropri, ma invece nella trasformazione produttivistica delle varie zone agrarie, vengono ora a sostenere che non sia neppure da attuare sotto tale aspetto la legge di riforma e che sia necessario rivedere la materia coll’assistenza di tecnici e di economisti in rapporto a nuove esigenze che si sarebbero manifestate. L’Assessore assicura che tutti i piani generali di bonifica e le direttive per le zone fuori comprensorio di bonifica sono stati compilati da tecnici di provata capacità di cui sempre egli si è avvalso. Ma non trova argomento, né giustificazione per una eventuale revisione di detti piani, a distanza di pochi mesi dall’approvazione da parte del Comitato Regionale della Bonifica. Dicano gli Onorevoli interroganti quali sono le ragioni nuove e i motivi della loro preoccupazione e il Governo, eventualmente, non mancherà di valutarle, ma nessuno pensi di potere fermare l’attuazione della legge in rapporto a visioni tutt’altro che avveniristiche. Comunque, anche al riguardo, l’Assemblea è sovrana, dica chiaramente il proprio pensiero, lo esprima in una mozione e il Governo, fedele esecutore della sua volontà, non mancherà di attenervisi. Sono state elevate molte perplessità circa i risultati economici della riforma agraria. Sono profondamente convinto che, se la legge sarà fedelmente applicata nella lettera e nello spirito, i risultati economici e produttivistici verranno, sia per quanto attiene alla conduzione dei lotti contadini, sia per quanto attiene alla conduzione delle aziende residue. Non è affatto vero che l’attuazione della riforma

agraria minacci di distruggere l’economia agricola regionale. Ciò è chiaramente escluso dalla minima incidenza degli espropri, che in definitiva non potranno superare la ventesima parte del suolo agrario della Regione, e non è vero in quanto le generose e razionali previsioni di opere e di impianti, che si vanno facendo per ogni singolo lotto di riforma, non potranno che determinare certamente un incremento nella produzione. Si è detto che anche l’incremento zootecnico soffrirà della attuazione della legge: ma anche questo è inesatto in rapporto all’indirizzo moderno della zootecnia, che, allo allevamento brado, intende decisamente sostituire l’allevamento stabulato. È inesatto, altresì, che i contadini della riforma non potranno allevare degli animali e particolarmente dei bovini in rapporto alla ridotta estensione dei loro poderi. Assicuro che i contadini della riforma daranno valido incremento all’allevamento zootecnico e particolarmente bovino e probabilmente sbalordiranno gli ipercritici della legge. Invito chiunque ne abbia desiderio a prendere visione dei piani particolari inerenti alla sistemazione e alla conduzione dei lotti di riforma, piani che l’Ente riforma va approntando, avvalendosi dell’opera di tecnici e di funzionari sperimentati. Si è mossa critica all’Assessore per non avere ancora restituito l’E.R.A.S. all’amministrazione ordinaria. Mi si conceda, però, l’attenuante che non si poteva modificare la struttura dell’Ente riforma in un momento in cui si dava corso, con intensità, all’attuazione della legge, il che avrebbe certamente posto l’Ente medesimo in crisi in un momento delicato, con le conseguenze evidentemente gravi che a tutti è facile intuire. L’Ente sarà entro quest’anno restituito all’amministrazione ordinaria e di questo assume formale impegno il Governo. Per quanto riguarda il personale dell’E.R.A.S. non ho che a lodarlo: circa il numero, ove si voglia sul serio attuare la riforma e prestare assistenza ai contadini, non c’è possibilità alcuna di ridurlo. Considerino gli Onorevoli Colleghi che l’Ente opera nelle zone più disparate dell’isola ed in tutti i settori. Occorre del personale per preparare i piani di conferimento, ne occorre per esaminare i ricorsi dei proprietari, ne occorre per i sopralluoghi, per le lottizzazioni, per i sorteggi, per le consegne della terra ai contadini, per l’assistenza tecnica ed amministrativa a quest’ultimi, per la creazione delle cooperative volute dalla legge, che in numero di 54 sono state già costituite, ne occorre per la meccanizzazione, ne occorre per la progettazione ed esecuzione delle opere di bonifica, per le ricerche idrogeologiche, per la esecuzione delle opere commesse dalla Cassa del Mezzogiorno. Quindi non può considerarsi una spesa passiva quella del personale, senza di esso noi non avremmo potuto attuare la legge, la quale sarebbe rimasta inoperante sulla carta, noi non avremmo potuto costruire le molte case coloniche già assegnate ai contadini o in corso di costruzione e così i borghi rurali e relative strade di accesso, gli acquedotti etc. Si è detto, infine, che la riforma agraria, dal punto di vista politico, controproduce perché incrementa il comunismo, e dà adito a speculazioni da parte degli elementi di sinistra, che si attribuiscono il merito della legge. Ma noi dobbiamo, anzitutto, saperlo rivendicare questo merito e l’Assessore ha avuto il coraggio di farlo, e dobbiamo, d’altra parte, accreditarci presso i ceti contadini, dando la sensazione che la legge intendiamo seriamente eseguirla, onestamente eseguirla e che la eseguiamo. Quando avremo dato tale sensazione, credetemi, Onorevoli Colleghi del centro e della destra, la propaganda comunista si svuoterà, si spezzerà contro il muro del buon senso, perché noi avremo allora conquistato la fiducia di tutti i contadini di Sicilia. Al ri21

guardo io respingo decisamente la comune credenza che vi siano in Sicilia contadini comunisti. Io sono profondamente convinto del contrario. In Sicilia ci sono dei contadini bisognosi, non dei contadini comunisti. Noi dobbiamo modificare decisamente ed al più presto il terreno, l’ambiente in cui agevolmente opera la propaganda comunista, e quando noi avremo con l’attuazione della legge di riforma agraria gradatamente modificato l’ambiente sociale, credetemi che il comunismo regredirà e i contadini siciliani tutti, anche quelli che sono stati fino ad oggi invasati dalla propaganda comunista, torneranno a noi fiduciosi, perché, per mezzo nostro, della nostra opera appassionata ed onesta e delle nostre leggi, potranno finalmente guardare con serenità e fiducia all’avvenire. Il contadino, come l’operaio siciliano, oltre ad essere tradizionalmente laborioso, è anche e fondamentalmente buono: bisogna però umanamente considerarlo ed umanamente considerarne le esigenze ed i bisogni. Sono creature umane che tutti abbiamo il dovere di considerare tali e di elevare, sotto ogni aspetto, alla dignità degli uomini. Chiunque pensi di poter ancora oggi considerare l’uomo della campagna una cosa o uno strumento di lavoro si inganna e vive fuori del proprio tempo. I contadini, gli operai ed i lavoratori tutti, del braccio e della mente, saranno tutti con noi quando sapranno di essere tutelati dalle nostre leggi, dalle nostre provvide istituzioni e da una azione vigile della Pubblica Amministrazione, improntata a giustizia e principalmente ad umanità. Posso assicurarvi che i contadini già apprezzano l’opera del Governo, sanno che non hanno bisogno di conquistare il potere, per come è stato loro cento volte inculcato nel cervello, perché sanno che l’attuale Governo è anche il loro Governo che li considera i protagonisti più nobili di quello che oggi può definirsi, anche per la esasperazione cui è stato portato dalla demagogia di tutti, il grande dramma della terra. Quando noi saremo convinti di queste semplici verità, che io ritengo ineccepibili, noi, Colleghi del centro e della destra, avremo vinto la battaglia della libertà e della democrazia.” Quindi presentò gli altri punti del consuntivo: parlò dello stato dell’agricoltura e della zootecnia, degli interventi e dei finanziamenti, della produzione e del mercato, esponendo l’elenco notevole delle opere costruite24 ed attuate con una gran quantità di lavoro impiegato. Germanà: “[…] Ho voluto darvi, onorevoli Colleghi, una visione panoramica di quella che è stata l’attività dell’Assessorato Agricoltura e Foreste in ogni settore, visione che non denota l’immobilismo di cui hanno voluto accusarmi taluni Colleghi, ma denota invece un sensibile dinamismo che fa onore al Governo e che dimostra che l’agricoltura siciliana ha fatto veramente uno sbalzo dalle sue posizioni primitive. […] Le critiche più roventi che l’Assessorato ha dovuto subire riguardano l’attuazione della legge di riforma agraria. A questo punto però, il Governo e l’Assessore che vi parla devono porre chiaramente alla responsabilità dell’Assemblea il seguente dilemma: la legge di riforma agraria deve o non deve eseguirsi? Assuma l’Assemblea la responsabilità eventuale di fermarne il corso. Il Governo fino ad
24

“Passando ora ad esaminare le opere di trasformazione delle trazzere in rotabili, debbo comunicare che in tale campo stiamo operando un vero miracolo. I tronchi trazzerabili iniziati consentiranno, tra qualche esercizio di avere una rete viabile di esclusivo interesse agricolo di circa 1.600 Km. Le somme stanziate fino ad ora in bilancio sono state interamente impegnate, come parimenti impegnate risultano quelle dei prossimi due esercizi finanziari.”

oggi ha obbedito alla legge e ad un voto tassativo ed inderogabile dell’Assemblea. Ebbene se ora l’Assemblea ritiene che l’esecutivo debba aspettare, per le immissioni in possesso ed il sorteggio dei lotti, le sentenze di merito del Consiglio di Giustizia Amministrativa ed anche le sentenze della autorità giudiziaria, l’Assemblea lo dica: il Governo è qui per osservare quella che è la sua volontà, ma fino a questo momento nessuno può rimproverare al Governo di essere andato al di là del mandato.” Cannizzo25: “Prima della legge c’è la costituzione… Germanà: “Il Governo non crede di aver violato affatto la Costituzione. Il Governo è rimasto nei limiti della legge e della Costituzione. Onorevole Cannizzo, noi con questi atteggiamenti assumeremmo delle gravissime responsabilità di carattere politico e sociale che potrebbero portare a delle conseguenze irreparabili a danno proprio delle categorie che lei difende. Io questa responsabilità non intendo assumerla. Perlomeno il Governo ha un merito, ed è questo: seguendo onestamente, inflessibilmente la legge di riforma agraria ha evitato l’invasione delle sue terre e di quelle dei suoi amici da parte dei contadini, che certamente non si sarebbero appagati dei pezzi di carta dell’Assessore o delle varie sospensive. Debbo ora rispondere agli onorevoli Colleghi che mi hanno onorato del loro intervento nella discussione del bilancio dell’agricoltura facendomi delle segnalazioni particolari. L’Onorevole Russo Michele si è intrattenuto sulla politica dei prezzi e specialmente sul prezzo del grano duro. […] Ho concordato già con il Direttore Generale della Produzione Agricola del Ministero dell’Agricoltura la possibilità di un Convegno in Sicilia per studiare ed approfondire meglio questo problema: noi difenderemo il grano duro, però bisogna difenderlo con intelligenza e razionalità. Non bisogna essere eccessivi nelle pretese.” Occhipinti26: “È necessario che ci sia ancora Lei, On. Germanà?” Germanà: “No, On. Occhipinti, anzi sarebbe opportuno che ci fosse Lei, che certamente lo difenderebbe meglio.” Occhipinti: “Io non ho questo desiderio.” Germanà: “E allora ci mettiamo l’On. Cannizzo.” Occhipinti: “Ma perché non si dimette?” Germanà: “On. Occhipinti, Lei non è tutta l’Assemblea, Lei è un novantesimo dell'Assemblea. Io sono stato eletto a questo posto dalla maggioranza dell’Assemblea e, fintanto che la maggioranza non mi revocherà il mandato, io rimarrò a questo posto e non mi presterò a certe manovre dirette a fermare l’esecuzione della riforma agraria.” Seguono applausi dai banchi del centro. Presidente: “On. Assessore, On. Occhipinti!” Germanà: “On. Occhipinti, questi sono discorsi che potremo fare in altra sede. Quando cominceranno i comizi elettorali spiegherà le ragioni del suo atteggiamento. […] Germanà: “L’On. Saccà27 si è meravigliato del fatto che alcune decisioni dell’Assessore in materia di riforma agraria, hanno determinato un calo notevole nei piani di conferimento predisposti dall’Ente riforma ed approvati dall’Ispettore Regionale. Dico a tutti i Colleghi, oltre che all’On. Saccà, che l’Assessore è a loro disposizione per eliminare eventuali dubbi che sorgesse25 26

Esponente della destra liberale. Missino. 27 Comunista. 22

ro circa la regolarità degli espropri e per dare tutte le delucidazioni che valgano a dimostrare la esattezza dei conteggi. Comunque se errori ci fossero sarò grato a quei Colleghi che me ne volessero fare segnalazione. Gli atti del potere esecutivo sono revocabili. Si potranno modificare. L’Assessore potrà correggere qualunque piano di scorporo sia in eccesso che in difetto. […]” Il suo intervento si concluse con gli applausi e le congratulazioni dai banchi del centrodestra. A fine legislatura la rottura dei rapporti con i liberali gli impedì di essere candidato nella lista del PLI: Malagodi aveva inserito nelle liste dei liberali candidati all’ARS uomini legati a lui ed in seguito ad un accordo col conte Gaetani aveva escluso Germanà. Le vicende attraversate da Germanà nel 1953/54 furono oggetto di un flashback parlamentare (ARS, 17 marzo 1960). Germanà: «[…] Io lasciai l’Assessorato all’agricoltura dove – dopo una breve parentesi all’Assessorato al lavoro – per merito e virtù dell’ottimo Malagodi, despota del Partito liberale in Italia e delle forze di destra, creatore del centro economico italiano, non potei tornare. Condussi però ugualmente la mia battaglia. Avrei potuto rifugiarmi in qualche lista nella certezza di essere rieletto ma non volli farlo, volli combattere la mia battaglia. Ne uscii soccombente, ebbi soltanto l’onore di avere combattuto contro di lui, cioè contro il tuo onorevole Malagodi – caro Di Benedetto (liberale, n.d.r.) – cui dobbiamo i guai che attualmente affliggono la politica italiana al centro.» Di Benedetto: «Non credo dovresti esprimerti così; dovresti anche apprezzarlo.» Germanà: «No, perché Malagodi anche oggi, come allora, manca di una linea; egli sapeva allora che ero assessore all’agricoltura che col suo assenso, lo ero stato per quattro anni, ma ad un certo momento, proprio quando mi disponevo alla esecuzione massiccia della riforma agraria, al sorteggio ed alla assegnazione dei lotti ai contadini, nel mese di agosto [1954 n.d.r.], cioè, l’onorevole Malagodi mi inviava un messaggero certamente non alato – era un tuo attuale amico di partito – per invitarmi a lasciare l’Assessorato. Mi rifiutai perché in quel momento sarebbe stato un tradimento verso la Sicilia, verso i contadini ed anche vero i colleghi del Governo. Avrei determinato la crisi, ed in tal modo avrei impedito l’attuazione della legge per la riforma agraria perché voi ben sapete che secondo le norme stabilite dalla suddetta legge, vi erano soltanto due mesi utili per le assegnazioni, per le consegne materiali dei terreni. Quindi se mi fossi dimesso in agosto, la crisi avrebbe assorbito qualche mese, sarebbe passato parecchio tempo prima che il nuovo Assessore avesse acquisito una visione completa della situazione: evidentemente la riforma agraria per quell’anno almeno si sarebbe insabbiata: e forse non soltanto per quell’anno. Quindi non mi dimisi, certamente rischiando; ma io amo il rischio. Rimasi al Governo, malgrado l’ordine perentorio di Malagodi di allontanarmi. Quanto dichiaro oggi da questa tribuna è stato già scritto dal compianto Don Luigi Sturzo in un suo articolo sul Giornale d’Italia dove appunto scriveva che Malagodi avrebbe condizionato alle dimissioni dell’Assessore regionale all’agricoltura il proprio ulteriore appoggio al Governo centrale.» Alle elezioni per la terza legislatura del 5 giugno ’55 Germanà si candidò in una lista fai da te, quella del Partito Liberale Siciliano, che correva solo nel collegio di Palermo. Il primo mag-

L’on. G. Germanà, assessore regionale al lavoro, al comizio elettorale a Palermo il primo maggio 1955.

gio 1955, nel contesto della campagna elettorale, tenne a Palermo un discorso all’aperto di fronte ad un folto uditorio. Espose il programma del PLS – a cui aveva aderito anche il sindaco liberale di Prizzi Giuseppe Cannella –, partito con cui sperava di correre in tutte le circoscrizioni elettorali per le future elezioni politiche, cosa che non era accaduta per le regionali poiché nella scelta del simbolo ci furono problemi con il PLI. Criticò l’eccessiva influenza delle segreterie nazionali nella redazione delle liste (specialmente nel caso del PLI, dove Malagodi si avvaleva anche di commissari). Il programma era analogo a quello del PLI congiunto agli interessi siciliani: sosteneva l’autonomia contro le ingerenze romane, contro la partitocrazia (ma mai parlando di secessione), e portava avanti la questione morale e l’anticomunismo. Proponeva: la soppressione della tassa sul vino, che gravava per un terzo sul costo a bottiglia (e ciò danneggiava le imprese produttrici), e dell’anagrafe del bestiame (anacronistica istituzione dell’epoca fascista mantenuta oltre il persistere delle cause che ne promossero la nascita, e finalizzata alla raccolta d’introiti gestiti peraltro fuori di disposizioni di bilancio); il rimpiazzo degli esosi contributi a carico degli operatori nell’agricoltura con un modello di tassazione generalizzata per mantenere il sistema di previdenza del settore; la tutela della produzione isolana nel campo dell’agricoltura (il grano duro siciliano è buono per fare la pasta contrariamente al grano tenero del resto d’Italia – buono per il pane – con cui si fa una non eccellente pasta); la promozione della diffusione di piccole imprese agricole; il ritorno dei consorzi ad una forma di gestione non stra23

ordinaria; la creazione di un’azienda regionale per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi in Sicilia. Germanà sottolineò inoltre come la Cassa per il Mezzogiorno funzionasse alquanto male dato che negli ultimi cinque anni aveva speso 33 miliardi di lire sui 250 di previsione entro i cinque successivi: perciò chiedeva il versamento delle somme da investire nelle casse della regione per essere gestite in regime di autonomia. La lista del PLS ottenne 13.440 voti (Germanà ovviamente primo 11.170) su 522.881 del collegio, ma il seggio non scattò per 1.485 voti in più che prese la lista Alleanza Democratica Socialista e Repubblicana. A quelle elezioni regionali partecipò, con i monarchici, un altro lercarese, Vito Giganti: candidato oltre che nel collegio di Palermo, anche in quelli di Agrigento e Caltanissetta, non fu eletto da nessuna parte; ma a Lercara erose a Germanà una fetta di consenso, che viste le tendenze elettorali precedenti, sarebbe stata appannaggio di questo, e che probabilmente gli avrebbe consentito di essere eletto. Questo confronto paesano si ripeté per ben tre volte (vedi appendice n. 3: il confronto Germanà-Giganti). L’ammirevole condotta di Germanà non faceva di lui un liberale liberista, anzi opportunamente separava la dottrina economica dal più generale sistema del liberalismo. Per questo aspetto ideologicamente era accostabile al Movimento sociale, partito che si portava dietro la tara del fascismo e l’emarginazione dall’arco costituzionale, cose che non consentivano grossi spazi ad una concreta attività politica. L’esperienza politica nel PLI si era chiusa con la sua esclusione dal partito. Non esisteva in Italia un partito di centrosinistra non nato dal marxismo – come il Partito democratico negli Stati Uniti (l’MSI lo era, ma sedeva in Parlamento a destra) – e per il pensiero politico di Germanà rimanevano monarchici (PNM) e repubblicani (rispettivamente a destra ed a sinistra della Democrazia cristiana), i quali respingeranno i suoi tentativi d’iscrizione dopo la mancata elezione. Fuori dell’ARS concentrò la sua attività politica al Comune di Palermo. Dopo aver aderito alla DC, dietro sollecito del cugino arciprete Giuseppe Germanà (a Lercara dal ’52 al ’58) , fu nel ’56 candidato al consiglio comunale del capoluogo regionale: eletto, fu vicesindaco (con delega al bilancio) nel periodo giugno ’56 – maggio ’58. L’amministrazione era sostenuta da DC, PLI, PSDI, PNM e PMP. Elezioni per il consiglio comunale di Palermo 1956 partito seggi percentuale DC 23 35,8 PCI 10 16,2 PNM (monarchici) 9 14,3 MSI 6 10,2 PSI 5 8,6 PSDI 3 5,4 PMP (monarchici) 2 4,3 PLI 2 3,9 Sindaco era Luciano Maugeri, che ammalatosi dopo il suo insediamento, lasciò un enorme spazio d’azione a Germanà, come lui stesso ebbe a dire: «Il Sindaco era un vecchio ingegnere, persona molto stimata. Ebbene, un giornale palermitano della

sera scrisse: Germanà V. Sindaco. Ma quella “V.” va intesa nel senso di Vice Sindaco o di “vero” Sindaco? Mi dispiacque molto per quel tale galantuomo che tra l’altro era mio amico. In effetti però avveniva che il Sindaco, di fatto, ero io. (ARS 17-3-60) » La sua permanenza nella balena bianca non durò a lungo: scoppiato il caso Milazzo alla regione (ottobre ’58) lasciò la DC che gli garantiva un posto al Senato, ma che gli aveva preferito Salvo Lima come sindaco di Palermo. L’adesione all’Unione siciliana cristiano sociale fu una scelta politicamente rischiosa, ma, nel concreto, dimostrazione di un credo politico con determinate idee: mandare la DC all’opposizione – anche se con l’eterogenea alleanza di comunisti, socialisti, cristianosociali, missini e monarchici – equivaleva ad aprire una stagione nella cosa pubblica che spodestasse la partitocrazia ed il clientelismo. Germanà non fu un politico disonesto ed affarista: era prevedibile che il milazzismo non avrebbe retto e che la DC avrebbe recuperato la sua centralità, però lui scelse per il cambiamento, per un’idea innovativa che aveva anche presupposti ideologici per restare in piedi. Il 3 ottobre del 1958 si era dimesso il governo regionale presieduto dal democristiano Giuseppe La Loggia. Il 23 l’ARS elesse il nuovo presidente: candidato ufficiale della DC era Barbaro Lo Giudice, ma divisioni interne al partito in Sicilia, i risentimenti delle destre verso la DC ed i tentativi di dividerla del PCI, portarono all’elezione di un altro democristiano, Silvio Milazzo. Su 89 presenti e votanti Milazzo ottenne 54 voti (20 comunisti, 10 socialisti, 8 monarchici, 9 missini, 7 democristiani), Lo Giudice 27. Espulso dalla DC con gli altri eretici, Milazzo, che era stato assessore in tutti i governi che sino allora si erano avvicendati alla guida della regione, ne formò uno con uomini in rappresentanza di tutti i gruppi che lo votarono. Si palesò un caso politico che suscitò molto clamore per l’eterogeneità di quella maggioranza e che viene ricordato con il nome di milazzismo, ad indicare anche situazioni analoghe. Silvio Milazzo, nativo di Caltagirone, ardito autonomista, figlio di un liberale, era stato sostenitore nel ’43/’44 della formazione di un partito dei cattolici siciliani. Due mesi prima delle regionali del 7 giugno ’59, mettendo insieme fuoriusciti democristiani, esponenti della destra del latifondo, ex indipendentisti – tra cui Germanà – fondò l’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Nel nuovo partito venne però subito alla luce una divergenza di vedute sulla strategia politica da attuarsi, tra propensioni per la destra o la sinistra e propositi di una linea politica autonoma dialogante con la DC. Durante la campagna elettorale i cristiano sociali furono minacciati di scomunica se avessero cooperato coi comunisti. Le urne diedero all’USCS 257.023 voti (10,58 %) e 9 parlamentari: Germanà, terzo eletto dei cristianosociali con 19.151 voti, dopo Silvio
24

Gioacchino Germanà alla destra di Silvio Milazzo che parla in un comizio.

Milazzo28 (49.004) e Ludovico Corrao (22.637), nel collegio di Palermo, dove la lista ottenne 77.743 voti su 559.685, ritornò all’ARS29 Nacque dunque il secondo governo milazzista. Complessivamente furono tre: uno alla fine della terza legislatura (31 ottobre ’58-19 agosto ’59), due nella nuova. Di questi due Germanà ne fece parte in rappresentanza dell’USCS: nel primo (20 agosto ’59-17 dicembre ’59) fu assessore al lavoro, cooperazione e previdenza sociale; nel secondo (18 dicembre ’59-23 febbraio ’60) assessore effettivo ad agricoltura e foreste, supplente con delega per foreste, rimboschimenti, economia montana e bonifica era l’altro cristianosociale Giuseppe Signorino. Nel febbraio del ’60 il barone Benedetto Majorana della Nicchiara30 lasciò con altri la maggioranza che sosteneva Milazzo in cambio della presidenza della regione offertagli dalla DC: dopo 16 mesi di milazzismo i democristiani ritornarono al governo. Il 17 marzo 1960 replicò alle dichiarazioni programmatiche del nuovo presidente della regione con un discorso che potremmo definire una filippica: non per niente fu poi pubblicato col titolo « “NO” a Majorana della Nicchiara». Germanà: “Onorevole Presidente, Onorevoli colleghi, mi pare di avere letto in uno scritto di Oriani che nessuno è più reazionario dell’apostata. Con questo non intendo dire che
28

Questi optò per l’elezione nel collegio di Messina (risultò eletto anche nel collegio di Catania), e gli subentrò il primo dei non eletti Giuseppe Romano Battaglia (15.633 voti). 29 Per la quarta legislatura fu eletto un altro lercarese Domenico Cangialosi (1923-2000): sindacalista democristiano; fu consigliere comunale a Lercara; parlamentare regionale, eletto sempre nel collegio di Trapani, della IV, V, VII ed VIII legislatura; assessore regionale alla pubblica istruzione in più governi. 30 Cristianosociale, ex monarchico.

l’onorevole Majorana della Nicchiara, oggi illustre ed onorevole Presidente della Regione siciliana, sia un apostata, ma certamente il suo comportamento, il suo atteggiamento attuale lo avvicina allo stato di apostasia della quale pare che egli voglia farsi addirittura un merito.” Majorana: “Onorevole Germanà l’abbiamo visto rappresentare più partiti.” Germanà: “Onorevole Majorana non era nelle mie intenzioni fare della polemica con lei, avrei voluto essere indulgente, avrei voluto dimenticare il suo gesto, veramente grave e lesivo del suo decoro di deputato e certamente lesivo degli interessi della Sicilia, il suo repentino cambiamento di rotta, che lei dichiara ispirato agli interessi della Sicilia, ma che io oserei pensare fatto soltanto al fine di dare una mano alla Democrazia cristiana boccheggiante, che il popolo siciliano aveva messo in quarantena, come ebbi a dire in altra occasione. Ed in quarantena la Democrazia cristiana vi sarebbe rimasta a lungo, onorevole Majorana senza il suo proclamato tentativo di salvare la Sicilia che è servito per mascherare il tentativo di salvataggio di quel partito.” (commenti animati) Presidente: “Prego i deputati di prendere posto e di non disturbare l’oratore.” Germanà: “Queste cose non interessano gli onorevoli colleghi della Democrazia cristiana, perché le sanno e quindi possono benissimo continuare a conversare, onorevole Presidente.” Presidente: “Non erano soltanto deputati della Democrazia cristiana.” Germanà: “In maggioranza sì. La polemica politica, però, deve avere un limite; noi dobbiamo principalmente orientare i nostri sforzi verso la soluzione degli annosi problemi che interessano la Sicilia, e di cui l’onorevole Majorana ha fatto una lunga elencazione nel suo discorso programmatico. Ma io non vorrei che il suo discorso programmatico, onorevole Majorana, se è lecito confrontare le cose grandi con le piccole avesse a fare la stessa fine del discorso programmatico del mio ottimo amico onorevole Amintore Fanfani pronunciato il 25 maggio 1958 all’Adriano di Roma31. Senza dubbio lei ha enunciato i problemi, ma non è un merito l’enunciazione. Noi sappiamo ed abbiamo sempre saputo quali sono i problemi di fondo … Majorana: “Ho indicato le soluzioni.” Germanà: “… che la Sicilia ancora attende di vedere risoluti. Lei ha fatto una elencazione, ma qui si è fermato, mentre avrebbe avuto il dovere, e credo che abbia tuttavia il dovere, onorevole Majorana, di precisare i tempi e i modi di attuazione dei suoi punti programmatici.” Lamentò, tra le altre disfunzioni, la non attuazione del secondo comma dell’art. 21 dello statuto autonomistico32, e l’incapacità politica del nuovo governo regionale, sorretto dai democristiani, a realizzare il programma esposto dall’on. Majorana. “[…] Noi non possiamo accettare che lei, trincerandosi dietro eventuali difficoltà, anzi difficoltà certe, che non mancherà d’incontrare a Roma, ci dica: sto lavorando. Bisogna vedere quanto dovrà durare questo lavoro, bisogna dire al popolo siciliano che in tempi di democrazia e di democrazia costituzionale è
31

necessario aspettare ancora altri tredici anni per vedere realizzato qualche altro punto del suo Statuto, della sua Costituzione! […] Pare che ormai sia demodé l’osservanza della legge; tutti i giorni assistiamo a violazioni di leggi che fanno accapponare la pelle.” Ad esempio di ciò menzionò il ritardo della divulgazione della Gazzetta Ufficiale della Regione Sicilia, imputandolo al governo, ritardo che contemplava anche la non pubblicazione di un atto del governo uscente Milazzo (la qual cosa fu segnalata dall’on. Alessi). Attaccò il governo Majorana per la celerità con cui aveva annullato degli atti del precedente governo, ironizzando sul fatto che se la giunta Milazzo era paralizzata, a detta dei detrattori, quella Majorana agiva senza pecche di accidia. Menzionò quindi il caso Buccellato: il direttore dell’assessorato all’agricoltura fatto rimuovere da Germanà e reintegrato dal nuovo governo prim’ancora che fosse conferita la delega assessoriale al ramo. “[…] Non fu l’allontanamento del dottore Buccellato dall’Assessorato all’agricoltura un fatto nuovo, una esigenza nuove avvertita dall’Assessore subentrante, onorevole Germanà. Io ricordo che sin dal 1950, in occasione della visita in Sicilia dell’onorevole Fanfani, presente l’onorevole Restivo, presente l’onorevole Giuseppe Russo, si era deciso l’allontanamento dalla Regione del signor Buccellato; ed allora non c’erano i motivi che ci sono oggi. Noi parliamo di partitocrazia, ma la partitocrazia è una povera cosa in confronto della burocrazia intesa nel senso deteriore della parola. […] I funzionari fanno le crisi, i funzionari le risolvono, i funzionari destinano o pretendono di destinare ai vari rami della pubblica amministrazione questo o quell’altro Assessore. Non parlo di tutti i funzionari, ma di determinati funzionari che cominciano ad abusare, anzi hanno abusato troppo della loro qualità e della loro autorità. Oggi l’Assessore passa sottogamba rispetto al funzionario, oggi l’Assessore non può fare l’Assessore se qualche funzionario non glielo permette. Io, forte di questa esperienza, onorevole Presidente dell’Assemblea, prima di assumere la carica posi una condizione: l’allontanamento di quel funzionario. Quindi si procedette alla nomina del dottor Leto.” Passò dunque alla trattazione di problemi di carattere regionale: “[…] Penso di non dovere tediare oltre il necessario gli amici che mi ascoltano, e specialmente Vostra Signoria, onorevole Presidente che si sacrifica a quel posto ormai da parecchi giorni.” Mise in luce che la Cassa del Mezzogiorno operava in maniera sperequativa anche nel settentrione33 e che i suoi finan33

Fanfani fu ministro dell’agricoltura nel periodo in cui Germanà fu assessore regionale all’agricoltura nel 1951-54. 32 “Col rango di Ministro [il presidente della regione, n.d.r.] partecipa al Consiglio dei Ministri, con voto deliberativo nelle materie che interessano la Regione”. 25

“Ora io vorrei sapere, non dall’onorevole Presidente della Regione che non ha alcuna responsabilità in tutto questo, ma vorrei sapere, a titolo di erudizione personale, da dove comincia il Mezzogiorno, se si è spostato il parallelo che normalmente individuava il Mezzogiorno al di sotto di Napoli, del napoletano perlomeno. La Cassa per il Mezzogiorno opera infatti, quasi in tutta Italia; non solo, ma a quelle leggi che avrebbero dovuto essere riparatrici, a quelle leggi che avrebbero dovuto creare la premessa di un allineamento dell’economia insulare e meridionale all’economia più progredita dell’alto continente italiano, si sono aggiunte, si sono contrapposte delle leggi di finanziamento in favore delle regioni settentrionali che vengono praticamente ad annullare il beneficio delle destinazioni in favore delle regioni meridionali. Ora io non dico che non bisogna dare niente alle regioni del settentrione, tutt’altro. Dico, però, che, se la finalità che il Governo centrale si ripromette di conseguire è quella di elevare il tenore di vita delle popolazioni del Meridione d’Italia e delle

ziamenti non venivano ad integrare quelli ordinari, ma anzi li venivano a sostituire34. “Petrolio: io non faccio questioni di monopoli. La questione dei monopoli ognuno la dovrebbe affrontare prima con la propria coscienza. […] È insegnamento liberale […] che quando c’è un ente pubblico, una amministrazione pubblica in giuoco, evidentemente bisogna preferire la pubblica amministrazione, l’ente pubblico. Qua invece si discute, nel 1960, in tempi di governo democratico cristiano al Centro e nella Regione, si discute circa la preferenza da dare alla iniziativa privata o all’ente pubblico o alla pubblica amministrazione. Ma tutto questo dovrebbe fare arrossire. Io ho esplicato, e lungamente, attività di governo: sono stato sei anni all’Assessorato dell’agricoltura, dove credo di non aver devastato nulla, onorevole Majorana, pur essendo stato esecutore implacabile della riforma agraria, sono stato sei-sette mesi, una prima volta, e quattro mesi circa una seconda volta, all’Assessorato del lavoro. Ma quando si è trattato di intervenire in favore del privato o in favore della pubblica amministrazione, io non ho avuto bisogno di riflettere, mi sono orientato, mi sono sempre orientato per la pubblica amministrazione, per l’ente pubblico. Sarebbe veramente strano che lo Stato, che la Regione creassero degli enti pubblici per poi abbandonarli al loro destino, per darli in pasto ai privati, per darli in pasto, ora è il caso di dirlo, ai monopoli, perché il monopolio possa essere realizzato o possa maggiormente rafforzarsi. Onorevole Majorana – voi avete combattuto al nostro fianco, me lo avete detto cento volte, lo avete riconosciuto anche dalla tribuna parlamentare, dal banco del governo – siamo proprio noi siciliani ed i meridionali in genere che risentono il peso dei monopoli, creati nella maniera la più deteriore, che non hanno niente di umano, di cristiano, per quanto sorretti, aiutati, allevati, ingrassati dalla Democrazia cristiana.” […] Germanà: «[…] Ella ha fatto un pessimo matrimonio, onorevole Majorana, ha tolto dallo stato vedovile la Democrazia cristiana, ma si è “inguaiato” anche troppo. Quindi, ad un certo momento, dovrà lasciare i democristiani e non pensi che essi brontoleranno. No, la Democrazia cristiana spreme e butta da canto. Potrei fare una serie di illustri esempi.» Majorana: “Lei lo sa per esperienza personale.”

Isole, evidentemente, bisognerebbe tenere un metro tale che ad un passo avanti compiuto nel Nord per via dei finanziamenti ordinari seguiti dai finanziamenti straordinari, dovrebbe la Sicilia e dovrebbero le regioni meridionali farne due, tre, quattro di questi passi; senza di che la Sicilia non si potrà mai allineare alle regioni più progredite d’Italia.” 34 «Se la Sicilia domanda od ottiene 10 o 15 miliardi in base al Fondo di solidarietà nazionale, si fa, direbbero a Roma, una “caciara”; ma non si pensa a quello che si dà alle regioni del Nord per via di finanziamenti di carattere eccezionale, di carattere straordinario per i quali non si è mai lesinato. L’art. 2 […] stabilisce che i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno (mi riferisco a quelli per la Sicilia, s’intende) non possono determinare un arresto dei finanziamenti che lo Stato fino al 1950-51 era consueto erogare in favore della Sicilia e specialmente dell’agricoltura siciliana. Invece, fatalmente, è avvenuto che quei finanziamenti sono stati considerati non aggiuntivi – i finanziamenti della Cassa – ma sostitutivi, ragion per cui la Sicilia, forse, anziché vantaggio ha avuto danno.» 26

Germanà: “Ecco, bene, onorevole, Majorana. In questo sono d’accordo. Difatti, se sono qui a parlare da questa tribuna, non lo devo alla Democrazia cristiana; anzi per la Democrazia cristiana ero un uomo liquidato, finito per sempre; si era già esaurito il processo di mummificazione nei miei riguardi; a quest’ora io sarei al cimitero dei cappuccini, in mezzo agli altri scheletri; perché, si capisce, non troppo degno rappresentante della Democrazia cristiana.” Romano Battaglia: “Politicamente, non fisicamente.” Germanà: “Beh! Interpretate come volete. Parlavamo dei monopoli, ma non per questo io parlo delle tariffe elettriche, perché le tariffe elettriche con i monopoli, onorevole Corrao, non c’entrano; dico, però che quando l’onorevole Einaudi, di fronte alla cui dottrina io mi inchino, dice, facendoci offesa, che la ragione delle condizioni di inferiorità in cui attualmente si trova la Sicilia è dovuta alla nostra inettitudine (si arriva a questo, ha detto questo, secondo quanto hanno riferito i giornali) alla nostra ignavia, ebbene, cari amici, quando Einaudi dice queste facezie è in malafede, è in malafede perché egli, da quell’insigne economista che è, conosce quali sono le ragioni che determinano la localizzazione delle industrie, la ubicazione delle industrie. Evidentemente, la prima ragione è la disponibilità di energia a basso prezzo. […] Le ragioni effettive, principali sono: la esuberanza di manodopera a prezzo possibile e la disponibilità di energia. Qui abbiamo la manodopera non ancora qualificata perché mancano le industrie e conseguentemente non possiamo avere una manodopera qualificata; si qualificherà, e rapidamente, man mano che le industrie sorgeranno, ma le industrie non si dispongono a venire in Sicilia se non per venire ad attingere latte alle mammelle della Regione siciliana. Questa è la verità. Noi dobbiamo far sì che gli industriali a prescindere dalle agevolazioni tributarie, a prescindere dalle possibilità bancarie, dai finanziamenti pubblici, possano espletare il loro compito in Sicilia nelle stesse condizioni dell’alto Continente italiano, senza di che verremmo a creare industrie deficitarie che avranno sempre un maggiore bisogno di aiuti regionali. […] È necessario, indispensabile creare le premesse della industrializzazione. Eravamo su questa via, onorevole Majorana, e su questa via ritengo debba orientarsi il nuovo Governo. Abbiamo bisogno – lo avete riconosciuto e promesso nel vostro discorso – di grandi quantità di energia elettrica, perché da chiunque vengano prodotte, in definitiva determineranno una concorrenza, quindi un calo nei prezzi sia della forza motrice, sia della energia elettrica che serve per altri usi.” […] Germanà: “[…] Ora è chiaro che bisogna trovare tutti i rimedi perché l’energia in Sicilia costi meno senza di che è completamente inutile sperperare il denaro regionale per cercare di creare una industria fittizia, artificiale, la quale ha sempre bisogno del biberon o della mammella regionale. Parlavo del petrolio, ma ad un certo momento una interruzione mi ha fatto dimenticare questo argomento che spero vogliate fare vostro. Abbiamo letto in un foglio di informazione: l’Agenzia di informazione siciliana – è cosa che del resto sapevamo perché abbiamo fatto parte, indegnamente, del precedente Governo – che nientemeno i proventi della imposta di produzione o di fabbricazione, che è la stessa cosa, riguardanti il petrolio che lo Stato incassa quest’anno in Sicilia, onorevole Majorana, ammontano a 28 miliardi. Dico 28 miliardi di fronte ai quali quel famoso fondo di solidarietà nazionale che ripetutamente ci rinfacciano, impallidisce.

[…] Noi abbiamo una tradizione giuridica sulle miniere, onorevole Majorana, che, è vero, fu interrotta nel 1927 dalla legislazione fascista: il sottosuolo, fino al 1927 era di proprietà di privati. Non critico il provvedimento legislativo che ha devoluto la proprietà all’Ente pubblico, rispettando però le concessioni, ma per quanto riguarda il petrolio, l’ingiustizia è patente. Quando nel 1947-48 si è formulato lo Statuto regionale siciliano, approvato poi nel 1948 (mi sembra sia stato nel gennaio del 1948 ed allora io feci parte dell’apposita delegazione) non si era ancora scoperta la esistenza del petrolio in Sicilia… Majorana: “Non c’era il petrolio. Non c’era la imposta di produzione sul petrolio.” Germanà: “… e malauguratamente attribuimmo allo Stato tutte le imposte di fabbricazione.” […] Germanà: “Per quanto riguarda il regime fiscale degli zolfi la norma stabilisce che l’imposta venga trattenuta e versata all’erario direttamente dall’Ente zolfi italiani. Ciò comporta un danno per la Regione e per i Comuni. Le sovraimposte sono comunali ed i comuni le perdono, le imposte sono della Regione e la Regione le perde: soprattutto la imposta di ricchezza mobile che i singoli industriali non pagano direttamente o per via di accertamento, ma pagano in abbonamento e che viene ancora percepita dallo Stato. A tutto questo si aggiungono i 28 miliardi che vanno ad accrescere l’imposta di fabbricazione dovuta sulla benzina, onorevoli colleghi. E dovremmo ringraziare lo Stato della elemosina dei 10 o 15 miliardi di fondo di solidarietà nazionale? La prego, onorevole Presidente della Regione, di volere approfondire questo problema e di porlo in termini morali, non giuridici, perché in atto non si può porre in tali termini in quanto occorrerebbe una legge o una modifica costituzionale al nostro Statuto. Il problema ripeto, va posto in termini morali quando si tratterà di stabilire il quantum dell’articolo 38 affinché questa somma di 28 miliardi che viene percepita dallo Stato, faccia gioco nella determinazione del fondo di solidarietà.” […] Parlò poi della riforma agraria: “[…] Io assegnai cinquantasettemila e seicento ettari ai quali vanno aggiunti 560 ettari da me assegnati tre giorni prima che lasciassi il Governo. Successivamente che cosa avvenne? Sapete chi fu destinato dalla Democrazia cristiana all’Ente di riforma agraria? Un proprietario espropriato. Ora sarebbe mai concepibile ad esempio, vedere l’onorevole Majorana della Nicchiara a capo dell’ente di riforma agraria?” […] Germanà: “[…] Dicevo, però, onorevole Carollo35, che lei è stato intempestivo quando ha ritenuto di potere sciogliere sic et simpliciter, il Consiglio di amministrazione dell’Ente di riforma agraria sotto il pretestuoso motivo che il Consiglio fosse incompleto per la mancanza dei membri designati da Ministero del tesoro e dal Ministero dell’agricoltura.” Ci fu uno scambio di battute tra l’on. Germanà e l’on. Carollo in merito alle nomine del consiglio di amministrazione dell’ERAS fatte dal primo negli ultimi giorni di carica, ma che in effetti erano già state predisposte da tempo (“[…] Mi dica, onorevole Carollo, se in una situazione di questo genere lei avrebbe
35

preteso che io avessi paralizzato la vita dell’Ente di riforma agraria o che avessi mantenuto all’infinito una gestione commissariale”; “[…] Lei troverà agli atti dell’Assessorato le richieste di nominativi da me avanzate al Ministero e le richieste dell’onorevole Romano Battaglia36 e le richieste dell’onorevole Grammatico37, che sono di epoca di gran lunga anteriore alle crisi”; chiederà successivamente all’onorevole Majorana di procedere alla nomina del consiglio di amministrazione dell’ERAS secondo le norme, che prevedevano l’indicazione di una quota di membri da parte del governo nazionale, astenutosi in ciò durante il milazzismo nonostante i solleciti). […] Germanà: “[…] Lei, in sostanza, facendo quello che ha fatto ha messo in crisi l’Ente di riforma agraria.” Carollo: “Ma lei aveva superato la crisi?” Germanà: “Lei ha lasciato un presidente fintantoché… (interruzioni) Non creda che noi abbiamo interesse a mantenere nelle nostre mani gli enti pubblici. No! La nostra formazione politica non obbedisce ai medesimi criteri cui obbedisce il suo partito, la sua formazione politica, onorevole Carollo. Noi abbiamo un seguito di opinione tale che possiamo fare a meno, onorevole Carollo, dell’Amministrazione comunale di Palermo, dove avviene quello che avviene, e delle altre amministrazioni pubbliche dove, purtroppo, avviene quello che avviene.” Fece anche un accenno al caso Corrao-Santalco: “Che cosa dice lo scandalo Santalco-Corrao? Dice soltanto questo: che l’onorevole Corrao intelligentemente […] riteneva probabilmente di farsi delle prove circa la corruttibilità di qualche democratico cristiano. Non c’era bisogno, onorevole Corrao! Perché procacciarsi queste prove se nella Democrazia cristiana la corruzione è dilagante ed è stata elevata a sistema?” Trattò infine i problemi delle strade, dei telefoni, del prezzo del grano duro (cui aveva prestato la sua attenzione prima che gli fosse tolta la delega all’agricoltura nel ’54), dei consorzi, della federazione (dall’atteggiamento parassitario) dei consorzi agrari, della sicurezza pubblica. […] Germanà: “[…] Tra le altre cose voi non avete voluto mantenere, come un fiorellino gentile verso il vostro vecchio amico onorevole Germanà, neppure un provvedimento legislativo che non faceva specie ed al tempo stesso ridondava a favore degli agricoltori siciliani: quello relativo al completamento delle trazzere. Avete ritirato tutti i provvedimenti governativi, ma ad ogni modo voi conoscevate quel provvedimento e pur annullandone alcuni, potevate confermare quelli che andavano mantenuti.” Majorana: “Stiamo riesaminando tutto. Non faccia il bis dell’onorevole Alessi: fra pochi giorni presenteremo il primo disegno di legge. Germanà: “Io li ho già ripresentati, spero di avere il conforto dell’appoggio del governo; però quel provvedimento, badate, si fonda anche su aspetti di carattere morale. Un giornaletto che pare attinga all’onorevole Carollo, un giornaletto palermitano, l’altro giorno, per la penna di un articolista certamente male informato, scrisse cose dissennate: e, cioè, che ci sono in Sicilia tante trazzere incomplete per colpa dell’onorevole Germanà il
36

Democristiano, assessore all’agricoltura in quel momento in carica. 27

Cristianosociale, ex monarchico, assessore all’agricoltura nel secondo governo Milazzo. 37 Missino, assessore all’agricoltura nel primo governo Milazzo.

quale, nel fare le programmazioni, tenne conto di criteri elettoralistici; senza pensare, invece, che Germanà presentò l’ultimo provvedimento di finanziamento in rapporto alla esigenza di completamento di tutte le trazzere sino allora programmate e che i 23.500.000.000, sino allora impegnati con tre leggi, sarebbero stati sufficienti a completare le trazzere che l’onorevole Germanà aveva programmato. Ma la verità è un’altra. Io vorrei appellarmi alla lealtà degli onorevoli Di Napoli38, Milazzo39, Grammatico, Romano Battaglia, se e in quanto interessati in questo discorso per sapere se, dopo che andò via dall’agricoltura Germanà, furono programmate altre trazzere e iniziati altri tratti di trazzere rimaste incomplete. Però Germanà non fece mai la selezione tra le trazzere programmate da lui nel 1954 e quelle programmate dagli altri successivamente; Germanà, invece, ha presentato una legge che consente il completamento di tutte le trazzere iniziate – e soltanto il completamento onorevole Majorana – per togliere la possibilità a se stesso, se fosse rimasto, e agli altri che verranno di introdurre nuovi bracci trazzerali e fare così diventare l’Amministrazione della Regione amministrazione delle opere incompiute.” Concluse dopo aver toccato alcuni temi politici del momento, rivolgendosi all’on. Majorana. “[…] Quando si sbaglia ci si può anche correggere perché la constatazione di essere incorsi in un errore è seguita dal pentimento. Questo è il mio punto di vista, onorevole Marraro. L’onorevole Majorana non è senz’altro un uomo da buttare via così nel letamaio. Ed io voglio attendere che la sua coscienza gli suggerisca di ritornare a quei banchi dai quali, penso, soltanto temporaneamente si è allontanato. Lo farà, e non solo per pentimento, ma perché si accorgerà – e prestissimo – di non potere da quel posto operare nell’interesse del popolo siciliano e della Sicilia”. Ricevette gli applausi dei cristianosociali. Alle elezioni comunali di Lercara Friddi nel 1960 Germanà fu capolista dell’USCS: fu il candidato in assoluto più votato con 1475 voti di preferenza individuale (tutta la lista ne ottenne 2047). Il consiglio comunale – così composto: 11 USCS, 9 DC, 1 PSDI, 4 PCI, 4 PNM, 1 MSI – elesse un sindaco democristiano fuori della formula milazzista seguendo alleanze politiche tradizionali. Dopo la caduta di Milazzo Germanà fu espulso dall’USCS perché aveva appoggiato l’amministrazione comunale di Palermo sostenuta da democristiani e liberali. Nel restante periodo in cui fece parte dell’ARS rimase componente della Commissione per la verifica dei poteri (a cui era stato nominato ad inizio legislatura) e, lasciato il gruppo parlamentare dei cristianosociali, si iscrisse al gruppo misto. Nel marzo del ’61 a sua volta cadde il governo Majorana per la defezione nella maggioranza dell’MSI. Fino a giugno la situazione politica non consentì l’elezione di un nuovo governo. Occorsero ventisette votazioni all’ARS per varare all’ultimo un governo di centrosinistra. Al principio la DC cercò di far salire alla presidenza un proprio esponente, ma destra e sinistra riuscirono ad eleggere due volte il socialista Mario Martinez (5°,12° scrutinio), che non accettò l’incarico perché rifiutava i voti della destra. Fu eletto quindi Silvio Milazzo (senza i voti dell’USCS e della DC) che rifiutò come Martinez. Nel dibattito sulle di lui dimissioni
38

Fu assessore all’agricoltura dopo la celebre inversione delle deleghe con Germanà alla fine del ’54. 39 Più volte assessore all’agricoltura. 28

Germanà lo rimproverò severamente per questo atto che distruggeva totalmente il modello milazzista: Milazzo si era appiattito sulla DC che voleva spingere verso un’alleanza di centrosinistra. In tutti questi passaggi, sino alla fine, i parlamentari di destra – 14: monarchici, missini, ex cristianosociali, tra cui Germanà – votarono compatti (variando il candidato di bandiera): al decimo scrutinio avevano portato Germanà vicino alla successiva votazione di ballottaggio; ballottaggio che raggiunse dopo il diciassettesimo, contro il comunista Luigi Cortese. Ma la DC e l’USCS non avevano intenzione di votare per Germanà: cinquantadue deputati votarono scheda bianca ed i quattordici scheda nulla, e nessuno venne eletto. Dopo successivi scrutini (19°, 24°) il socialista Salvatore Corallo imitò Martinez e Milazzo, ma al ventisettesimo eletto con i soli voti del centrosinistra accettò. L’Italia si avviava ormai verso il centrosinistra con i socialisti, un’esperienza di governo durata sino alla fine della cosiddetta prima repubblica. Il neocentrismo allargato emarginò la sinistra comunista e la destra (ad eccezione dei liberali): l’impegno di Germanà a favore di una politica justicialista non trovò più punti di riferimento. Il milazzismo, a cui aveva sacrificato tranquilli posti di prestigio, era stato il vertice della sua visione e della sua azione. È ormai abbastanza noto quell’aneddoto nel quale Germanà rispondendo all’omologo on. Giuseppe Seminara (avvocato di Termini Imerese, parlamentare missino all’ARS per sette legislature consecutive dal 1947 al ’76) – che gli aveva detto commentando la situazione politica: «Caro Iachino, semmu ’nterra!» – disse che «l’ingratitudine umana è più grande della misericordia di Dio!». Oltre a constatare che in tale affermazione non aveva tutti i torti ne ho scoperto casualmente la fonte ispiratrice leggendo IL CONTE DI MONTECRISTO di Alexandre Dumas: c’è un passo nella 69a puntata in cui Herminie Danglars rivolgendosi al procuratore Villefort replica che «la malvagità degli uomini è assai grande: più grande della bontà di Dio». Mi pare evidente che tra le letture di Germanà ci sia stato, tra le altre, pure questo romanzo di Dumas, da cui trasse quasi certamente spunto per la sua celebre risposta. Il suo astro politico, che aveva toccato il suo apice nel ’51’54, volgeva al declino: rimasto solamente parlamentare regionale ed all’opposizione, nel 1963 decise di non ricandidarsi e di ritirarsi a vita privata nella sua abitazione di Viale della Libertà a Palermo, dove si spense il 23 aprile 1978 tra il compianto di quanti lo ammirarono e lo conobbero. Amò trascorrere la vecchiaia anche nella sua villa nelle prossimità di Lercara, nel cui cimitero riposa. Al paese di Lercara Germanà dedicò un’attenzione particolare, che non fu discriminatoria degli altri. Il periodico IL BORGHESE (25-5-61), pur volendo polemizzare contro di lui, riconobbe che «tutto ciò che la Regione ha fatto, a Lercara, è stato fatto per interessamento di Germanà». Ebbe infatti a cuore le sorti del suo paese e della gente: non pochi – quando non esistevano ancora i concorsi per l’assunzione nel pubblico impiego – entrarono nell’organico del personale della regione con chiamata diretta grazie a lui. Molte opere pubbliche a Lercara furono il frutto di una sua filiale devozione alla terra natia: il Plesso Borsellino; una nuova sede per la Caserma dei carabinieri; case per i minatori ed altri lavoratori; il restauro di Palazzo Palagonia, del Plesso Sartorio e della villa in piazza Umberto I; il rifacimento di 130 strade urbane; l’apertura di

Via dell’Autonomia Siciliana; un moderno acquedotto comunale; quattro abbeveratoi; la torre campanaria di santa Rosalia; il centro di meccanizzazione dell’ERAS; una caserma del corpo forestale; una stazione per gli autoservizi; un dispensario antitubercolare; un progetto di costruzione per l’ospedale; il vivaio forestale; la condotta agraria; l’ufficio telefonico pubblico; una scuola professionale; un caseificio; una nuova sede per la Pretura, l’Ufficio di Conciliazione ed uffici comunali al posto del carcere mandamentale locale spostato in un altro edificio. Ulteriori idee non riuscirono ad andare in porto. Aveva infatti predisposto un piano di variazione territoriale per la rettifica dei confini tra Lercara e Vicari: la strada che attraversa la contrada Quattro finaite avrebbe rappresentato il nuovo confine am-

pliando la circoscrizione del paese fino a là. Avrebbe voluto pure aggregare al territorio di Lercara Borgo Manganaro in cui aveva fatto edificare un villaggio. Per tutto ciò la regione avrebbe dato una adeguata contropartita a Vicari. Altra intenzione naufragata di Germanà era quella di far nascere un tratto di collegamento nella strada per Roccapalumba prolungando la via Maria Santissima di Costantinopoli a Lercara (abbattendo la chiesa e riedificandola su uno dei due lati del prolungamento assieme alla costruzione di alloggi popolari). La vedova Germanà, signora Giuseppina Giordano, ha dato in dono nel 1989 alla Biblioteca Comunale di Lercara più di settecento volumi del marito e del suocero. A costoro sono state intitolate due vie del paese, rispettivamente nel 1987 e nel 1925.

C’era una volta una Lercara sui cui muri compariva scritto W GERMANÀ, come si vede in questa fotografia del rifornitore ESSO in Piazza indipendenza, una Lercara degli anni ’50 molto diversa dall’attuale. Mezzo secolo dopo è stato realizzato, anche sulla scia del recupero storico della figura, un busto bronzeo (v. altra immagine) che ricorda Gioacchino Germanà ed il suo impegno politico a favore del paese, della sua gente e della Sicilia intera nei primi anni dell’autonomia amministrativa regionale.

FONTI ICONOGRAFICHE ARCHIVIO DANILO CARUSO DONAZIONE GERMANÀ – BIBLIOTECA COMUNALE DI LERCARA FRIDDI MICHELE RUSSOTTO / LA SICILIA E GLI ANNI SESSANTA / PALERMO 1989 FRANCO NICASTRO / GIUSEPPE D’ANGELO / PALERMO 2003 numero unico di propaganda elettorale LASCIATELI SOLI! – maggio 1955 29

appendice n. 1 I dati elettorali dell’indipendentismo a Lercara ed in provincia

Elezioni per l’Assemblea Costituente (2 giugno 1946)
Palermo 28% Lercara 7%

Provincia di Palermo (l’intero collegio era il XXX: Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta) Palermo 15.325 voti Lercara Friddi 4.012 voti su 5.797 altri comuni 35.043 voti, media: 474

altri comuni 65%

Elezioni per il Consiglio comunale a Lercara (6 ottobre 1946)
sinistra 6% DC 16% centro destra 10%

elettori 6.551 votanti 4.457 sinistra 230 voti DC 641 voti centro destra 374 lista con Germanà 2.665 Elezioni per l’Assemblea regionale (20 maggio 1947) Palermo 19.252 Lercara Friddi 3.967 voti su 5.636 altri comuni 21.045 voti, media: 284 Elezioni politiche (18 aprile 1948)

lista con Germanà 68%

altri comuni 48% Lercara 9%

Palermo 43%

CAMERA (collegio provinciale di Palermo) Unione Movimenti Federalisti (di Finocchiaro) Palermo 5.038 Lercara Friddi 3.219 voti su 5.891 altri comuni 6.815 voti, media: 91 SENATO (collegio Corleone-Bagheria) Finocchiaro Aprile UMF 7.588 voti gli altri 73.628 voti
Finocchiaro 9%

altri comuni 46%

Palermo 33%

Lercara 21%

Il Senato a Lercara Finocchiaro 2.985 voti gli altri 2.052 voti

gli altri 41% Finocchiaro 59%

gli altri 91%

30

appendice n. 2 I dati elettorali dell’USLIA a Lercara ed in provincia

Nell’intero collegio… Palermo 19.231 Lercara Friddi 4.107 voti su 6.373 altri comuni 25.539 voti, media: 336 …ed a Lercara elettori 7.551 votanti 6542 USLIA 4.107 voti DC 1.008 voti monarchici (PNM) 709 voti altri 549 voti
monarchici altri (PNM) 9% 11% DC 16% altri comuni 53%

Palermo 39%

Lercara 8%

USLIA 64%

appendice n. 3 Il confronto Germanà-Giganti

PARTITO LIBERALE SICILIANO 1 - GERMANÀ Gioacchino di Lodovico da Lercara Friddi 2 - ANANIA Vito di Aurelio da Cinisi 3 - BONGIOVANNI Emanuele di Umberto da Palermo 4 - BRUNO Gaspare di Giovanni da Contessa Entellina 5 - CELONE Armando di Giuseppe da Palermo 6 - CIMÒ Giuseppe di Giuseppe Giusto da Misilmeri 7 - CONTI Francesco di Antonino da Suvereto 8 - CUDIA Luigi di Filippo da Palermo 9 - Dl BERNARDO Angelo di Clemente da Collesano 10 - Dl SALVO Salvatore di Giovanni da Marineo 11 - GUERCIO Gioacchino di Salvatore da Cefalù 12 - LAUDICINA Lorenzo di Antonino da Palermo 13 - LODATO Luigi di Agostino da Caccamo 14 - MANZANARES Carlo Alberto di Gaspare da Palermo 15 - MORRA Gregorio di Francesco da Palermo 16 - PAGLINO Giuseppe di Girolamo da Palermo 17 - PROVENZANO Salvatore di Giovanni da Corleone 18 - RUVIO Vincenzo di Girolamo da Licata 19 - SCAGLIONE Giordano Serafina di Pietro da Lercara Friddi 20 - VAJARELLI Giuseppe di Francesco da Palermo 21 - ZIINO Colanino Giuseppe di Ignazio da Brolo

PARTITO NAZIONALE MONARCHICO

31

A Palermo…

… a Lercara…

… e nell’intero collegio

PLS PNM 2% 22%

ALTRI 14% DC 8% PCI 16% PNM 24%

PLS PNM 3% 16% PLS 38%

ALTRI 76%

ALTRI 81%

PLS 3.752 voti PNM 54.839 voti altri 188.581 voti

PLS 2.547 voti PNM 1.586 voti PCI 1.077 voti DC 571 voti altri 967 voti I voti di preferenza nelle liste1

PLS 13.440 voti PNM 85.423 voti altri 424.018 voti

gli altri 45%

gli altri 36%

Germanà 55%

Germanà 64%

gli altri 51%

Germanà 49%

Giganti 6%

gli altri 21%

Giganti 6%

gli altri 94%

Giganti 79%

gli altri 94%

Germanà 3.172 voti gli altri 2.590 voti Giganti 5.865 voti gli altri 94.140 voti

Germanà 2.307 voti gli altri 1.318 voti Giganti 1.438 voti gli altri 371 voti

Germanà 11.170 gli altri 11.511 voti Giganti 10.729 voti gli altri 156.669 voti

1

Si potevano esprimere sino a quattro preferenze per i candidati nell’ambito della lista votata. 32