VIVERE DI MANCE

Il music business al tempo della rete: tra libero accesso e tutela della proprietà intellettuale Sembra ormai chiaro che, nell’era digitale, i diritti di proprietà intellettuale sono tecnicamente indifendibili. La musica, con la diffusione della pratica di duplicare illegalmente brani musicali, è la forma d’arte che è stata investita per prima da questo fenomeno. Secondo John Perry Barlow, fondatore della Electronic Frontier Foundation, “la rivoluzione è finita”: il diritto d’autore nel campo della musica è stato abolito nei fatti. Altre arti, come il cinema, per ora resistono per motivi tecnici, ma cadranno quando la banda larga permetterà di scaricare film dalla rete come oggi si scaricano MP3. Napster, Gnutella, Freenet, il sistema di decriptaggio del DVD: tutte queste vicende raccontano la stessa storia, cioè che la maggior parte della gente percepisce il divieto di fare copie private come iniquo, e c’è abbastanza talento informatico in rete da far saltare qualunque sistema di criptaggio. Cioè: i consumatori di musica possono copiare files musicali e si ritengono in diritto di farlo. Semplicemente, non si può impedire che i CD vengano copiati, sia offline che (soprattutto) online. Questo ha portato molte persone (e soprattutto i portavoce dell’industria discografica) a profetizzare un futuro di sventura, in cui la creatività non riuscirà più a trovare la giusta retribuzione, e i creativi si ritireranno dall’arte per dedicarsi ad attività più remunerative. Come sempre quando si tocca questo argomento, i toni della discussione sono molto forti. Le ruspe schiacciano i CD piratati, il 17enne Shawn Fanning, padre di Napster, viene trascinato in tribunale e additato come criminale. La rappresentazione è questa: da una parte ci sono delle persone rispettabili, in giacca e cravatta, che difendono “gli interessi degli artisti”: dall’altra i “pirati”, pericolosi hackers pronti a calpestare la proprietà (intellettuale) altrui. Non sono sicuro che le cose stiano così. Negli ultimi anni ho attraversato l’industria musicale da musicista, componente di una band di rock italiano chiamata Modena City Ramblers. Il gruppo ha dal 1994 un contratto con una multinazionale del disco, PolyGram (dal 1997 assorbita poi da Universal), e a oggi ha venduto oltre 300.000 album. Insomma, music business, anche se non a livello di star. Questa esperienza mi induce a nutrire alcuni dubbi rispetto alla versione “artisti e discografici contro i pirati di MP3”. Uno di questi dubbi nasce dal fatto che molti artisti sono in disaccordo con i loro discografici circa il prezzo a cui mettere in vendita i dischi. Gli schieramenti sono sempre gli stessi: gli artisti vogliono prezzi bassi, per raggiungere più acquirenti, i discografici insistono per prezzi alti, per aumentare i margini di profitto. Questo significa che “gli interessi degli artisti” comprendono anche la accessibilità della musica ad un pubblico il più vasto possibile: in genere un musicista preferisce guadagnare mille lire vendendo due dischi (quindi avendo due fan) che non, diciamo, mille e cento lire vendendone uno solo a un prezzo più alto. Per la casa discografica, invece, è esattamente il contrario. Quindi, anche se a uno sguardo superficiale musicisti e case discografiche si presentano come alleati, l’alleanza non è molto salda. Di fatto, molti artisti considerano con una certa tolleranza il fenomeno della copia privata: i CD masterizzati e gli MP3 con cui i fans si passano l’un l’altro la nostra musica sono, in fondo, un

Alberto Cottica economia creatività cultura alberto@ramblers.it

2 veicolo di contagio, attraverso il quale si diffonde la passione per le cose che facciamo. E’ probabile che chi ha un CD masterizzato di un artista finisca per andarlo a sentire in concerto, e magari per comprarne una maglietta o l’album successivo in originale. La copia privata fa più o meno la funzione degli assaggi gratuiti di prodotti alimentari al supermercato: serve ad aumentare la diffusione del prodotto, e ad attrarre nuovi consumatori. Cosa c’entra tutto questo con i diritti di proprietà intellettuale? C’entra nel senso che il meccanismo di prezzo di dischi e cassette che conosciamo, con i margini molto alti, è reso possibile dall’esistenza del diritto d’autore che blocca il meccanismo della concorrenza di prezzo. La cosa funziona così: come quasi tutti ormai sanno, il costo industriale di stampare, confezionare e distribuire un CD è molto basso, dell’ordine di poche migliaia di lire. In un mercato in cui esiste concorrenza di prezzo, se un album (diciamo All that you can’t leave behind degli U2) viene venduto a 25.000 lire all’ingrosso, si apre un’opportunità di profitto per chi venda lo stesso prodotto a un prezzo leggermente minore, diciamo 24.000 lire. Costui attirerebbe su di sè l’intera clientela e ricaverebbe comunque un buon profitto. A questo punto, però, potrebbe intervenire un terzo produttore, che mettesse in vendita All that you can’t leave behind a 23.000 lire, attirando nuovamente tutta la clientela e così via. Questo processo si fermerebbe solo quando il prezzo diventasse tale da consentire la copertura dei costi e un guadagno “normale” per l’imprenditore. Un mercato fatto in questo modo, evidentemente, è molto vantaggioso per i consumatori. Il mercato discografico, a meno della “rivoluzione” di cui parla Barlow, non funziona così, perché simili operazioni sono proibite dalla normativa sul diritto d’autore. Un economista direbbe che l’effetto del diritto d’autore è di trasformare il mercato di ogni opera in un mercato di monopolio, cioè un mercato in cui il produttore è uno solo. Al contrario dei mercati su cui vige concorrenza di prezzo, quelli di monopolio sono contraddistinti da profitti alti, molto vantaggiosi per i produttori e molto poco per i consumatori. E i musicisti? Stanno in mezzo. Da un lato beneficiano di questo sistema, sia direttamente (tramite i proventi dell’utilizzo delle loro opere, che le case discografiche pagano loro tramite società di collecting come la SIAE italiana). Dall’altro, però, soffrono del fatto che il regime di monopolio implica prezzi alti, e questi implicano meno accessibilità e quindi platee ridotte. E’ interessante come alcuni di loro abbiano decisamente rotto l’alleanza con le case discografiche, e si siano da tempo schierati contro il regime di proprietà intellettuale. I Grateful Dead, ad esempio, portano avanti da tempo una politica di incoraggiamento dei loro fans a registrare senza autorizzazione i concerti del gruppo e a fare circolare queste registrazioni. L’idea è quella di consolidare i legami di comunità tra i fans dei Grateful Dead tramite lo scambio di registrazioni di concerti, e di aumentarne il coinvolgimento nell’avventura musicale del gruppo: è quella che gli uomini di marketing definirebbero una strategia di fidelizzazione. Ha funzionato in pieno: i Grateful Dead riempiono regolarmente gli stadi d’America, e ogni loro album ufficiale (nonostante le innumerevoli copie private) raggiunge il disco di platino. Non è finita qui. Ritengo che l’alleanza tra musicisti e case discografiche in difesa del regime vigente di diritti di proprietà intellettuale sia poco salda per altre due importanti ragioni. La prima è che in nome del diritto d’autore, in realtà, si tutelano soprattuto gli interessi degli editori (e ciò fin dal suo esordio storico, lo statuto emanato dalla Regina d’Inghilterra Anna Stuart nel 1710). I pochi dati disponibili, infatti, ci dicono che i proventi dei diritti d’autore vengono intascati soprattutto dagli editori. La Performing Rights Society britannica, per esempio, ha pagato a compositori e parolieri solo 20 milioni di sterline sui 75 raccolti nel corso del 1993: la parte rimanente, è andata agli editori (31 milioni) e a società estere affiliate (24 milioni). Forse è utile precisare che gli editori sono società controllate dalle case discografiche stesse. La seconda ragione per cui penso che l’alleanza tra musicisti e discografici sia instabile è che in realtà sono davvero pochi i musicisti che beneficiano davvero del sistema. La SIAE italiana, per esempio, ha 41.000 autori iscritti, a cui nel 1996 ha distribuito circa 143 miliardi di lire. Ebbene, 35.000 di loro (l’85%) hanno ricevuto meno di 150.000 lire: ma la quota annuale di iscrizione alla SIAE è appunto di 150.000 lire! Dunque, per la grandissima maggioranza degli

3 autori italiani, la partecipazione al sistema di diritti di proprietà intellettuale si traduce in una specie di tassa sulla creatività. E per i pochi artisti di successo? Non c’è dubbio che essi siano attaccati all’idea di incassare cospicue somme in diritti d’autore. Ma non pare sostenibile che un artista affermato rinuncerebbe alla sua attività se un colpo di bacchetta magica gli sottraesse questa fonte di reddito. Se si darà pieno accesso a Napster e ai suoi emuli, Madonna si cercherà un lavoro di agente immobiliare? Bruce Springsteen aprirà una concessionaria General Motors? Non sembra probabile. I nostri beniamini faranno forse qualche concerto in più, forse qualche investimento in meno, ma continueranno a fare musica. Courtney Love ha recentemente dichiarato: “Sono una cameriera: vivo di mance”. Credo che voglia dire che dipende dalla benevolenza del suo pubblico per sopravvivere: comprare un disco del nostro cantante preferito è un modo per fargli sapere che apprezziamo il suo lavoro, e per sentirci parte del suo progetto culturale. E’ questo rapporto tra pubblico e artista, non i diritti di proprietà intellettuale, a dare da vivere al secondo. E questo rapporto continuerà nell’era dell’accessibilità illimitata, con tutti i vantaggi che l’accesso illimitato comporta. Una delle tante utopie musicali rese tecnicamente possibili dalla rete è un modello di distribuzione simile a quello dei programmi shareware: io rendo disponibili le mie canzoni in rete, su un sito che porta la dicitura “Se questo pezzo ti è piaciuto scarica l’album e mandami 4000 lire”. La Universal paga ai Modena City Ramblers circa 2.000 lire per ogni CD venduto (e pagato dal consumatore 40.000 lire); con le altre 2.000 si potrebbero agevolmente coprire i costi di produzione. Sono convinto che la maggioranza dei nostri fans le considererebbe 4000 lire spese bene, e che molti che oggi fanno solo copie private diventerebbero pubblico pagante. In definitiva, non è affatto sicuro che un mondo senza il diritto d’autore sia necessariamente un mondo senza musica, o senza musicisti: del resto, la creatività umana ha prodotto musica per cinquemila anni prima che inventassero la proprietà intellettuale. E’, invece, assai probabile che un mondo senza il diritto d’autore sia necessariamente un mondo senza multinazionali del disco. Questo spiega abbastanza bene la foga da crociati con cui i dirigenti dell’entertainment business difendono questo istituto. E’ assolutamente legittimo che le aziende tutelino i propri interessi; lo è un po’ meno che lo facciano agitando lo spauracchio della “tutela degli artisti” o, peggio ancora, della “morte dell’arte”. Arte e artisti sono solo pedine, per quanto importanti, nella solita vecchia partita: monopolio contro consumatori.

Pubblicato su Diario n. 7 2001 con il titolo “Diritti e rovesci della musica”