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Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 5
Sommario
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La settimana
29 ottobre/4 novembre 2010 • Numero 870 • Anno 17
Appunti al margine di
un’intervista televisiva di
Fabio Fazio a Sergio
Marchionne. sm lavora
diciotto ore al giorno, per
senso del dovere. sm dice di
sé che fa il metalmeccanico. sm propone
per gli operai della Fiat tre pause di dieci
minuti, anziché due di venti. sm ha il
passaporto italiano, quello canadese e la
residenza in Svizzera. “Fiat potrebbe fare
a meno dell’Italia?”, è una domanda di ff
e non una frase pronunciata da sm, come
invece scritto da alcuni giornali. A quella
domanda sm ha risposto: “Io le sto
dicendo che se dovessi togliere la parte
italiana da quei risultati, la Fiat farebbe di
più”. sm è laureato in ilosoia. sm dice di
essere “un agente di cambiamento”.
sm deinisce gli operai della Fiat “i nostri
collaboratori”. Stipendio mensile di un
operaio della Fiat: 1.200 euro. sm in un
comitato di gestione della Fiat ha citato un
proverbio zulu (Umuntu ngumuntu
ngabantu, che vuol dire “Una persona è
una persona tramite altre persone”). Lo
ha scoperto leggendo la rivista di bordo
delle linee aeree sudafricane.
Giovanni De Mauro
settimana@internazionale.it
Filosoia
AttuAlità
16 La verità di
Wikileaks sulla
guerra in Iraq
Le Monde
europA
20 Il governo
britannico
sceglie il rigore
The Independent
AfricA
e medio orieNte
22 Non c’è pace
tra gli ulivi della
Cisgiordania
Arab News
Americhe
24 Haiti cerca di
fermare l’epidemia
di colera
El País
AsiA e pAcifico
26 I tailandesi ancora
lontani dalla
riconciliazione
Bangkok Post
visti dAgli Altri
28 Fine di un regime
Open Democracy
iN copertiNA
36 Il potere del sapere
The Times Literary
Supplement
stAti uNiti
44 La lezione
di Obama
The New York Times
Magazine
ecoNomiA
52 Bianchi e rossi
invadono la Cina
The New Yorker
portfolio
58 Avedon all’asta
Le foto di Richard
Avedon, con un testo
di Christian Caujolle
ritrAtti
64 Clay Shirky
L’ottimista
della rete
The New York
Observer
viAggi
68 L’infanzia
dei Castro
South China Morning
Post
grAphic
JourNAlism
72 Cartoline
da Bologna
Francesca Ghermandi
libri
74 La città dei lettori
Die Zeit
pop
90 L’austerità
ci farebbe bene
Tony Judt
92 Dizionario del
futuro prossimo
Douglas Coupland
94 Il posto giusto
per le buone idee
Cory Doctorow
scieNZA e
tecNologiA
96 Il tempo
non è ininito
New Scientist
98 Il diario della Terra
ecoNomiA
e lAvoro
100 Una fragile tregua
per le monete
Asia Times
cultura
76 Cinema, libri,
musica, tv, arte
Le opinioni
23 Amira Hass
25 Yoani Sánchez
32 Noam Chomsky
34 Ala al Aswani
78 Gofredo Foi
80 Giuliano Milani
84 Pier Andrea Canei
86 Christian Caujolle
97 Anahad O’Connor
101 Tito Boeri
le rubriche
15 Editoriali
31 Italieni
104 Strisce
105 L’oroscopo
106 L’ultima
Le Monde Fondato nel 1944, è un autorevole quotidiano francese. L’articolo a pagina 16 è uscito il 24 ottobre 2010 con il titolo La guerre d’Irak, au jour le jour.
The New Yorker È un settimanale newyorchese di attualità e cultura, molto attento alla qualità della scrittura. L’articolo a pagina 52 è uscito il 16 novembre
2009 con il titolo Red red wine. The New York Times Magazine È il magazine della domenica del New York Times. L’articolo a pagina 44 è uscito il 17
ottobre 2010 con il titolo The Education of a president. Open Democracy È un sito d’informazione dedicato all’attualità internazionale e
all’approfondimento. L’articolo a pagina 28 è uscito il 21 ottobre 2010 con il titolo Silvio Berlusconi: the long goodbye. The Times Literary
Supplement È un settimanale letterario britannico pubblicato dallo stesso gruppo editoriale del quotidiano The Times. L’articolo a pagina
36 è uscito il 30 aprile 2010 con il titolo Skills for life. Internazionale pubblica in esclusiva per l’Italia gli articoli dell’Economist.
le principali fonti di questo numero

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)
“Non basta essere sicuri di avere ragione
se nessuno è d’accordo con te”
peter bAker, pAgiNA
Immagini
Nuovi arrivi
Catania, Italia
26 ottobre 2010
Alcuni dei 132 migranti sbarcati a Cata-
nia il 26 ottobre. Diciotto di loro, tra cui
molti egiziani e palestinesi, sono stati
arrestati con l’accusa di favoreggiamen-
to dell’immigrazione clandestina. Il 26
ottobre è stato presentato il rapporto
Immigrazione. Dossier statistico 2010,
realizzato dalla Caritas italiana e dalla
fondazione Migrantes. In Italia vivono
circa cinque milioni di immigrati, il 7 per
cento della popolazione, che contribui-
scono all’11,1 per cento del pil nazionale.
Foto di Antonio Parrinello (Reuters/Con-
trasto)
Immagini
Per la libertà
Santa Clara, Cuba
21 ottobre 2010
Il giornalista e dissidente cubano Guil-
lermo Fariñas ha vinto il premio Sakha-
rov, il riconoscimento per la libertà di
pensiero promosso dal parlamento eu-
ropeo. È la terza volta in dieci anni che il
premio viene assegnato a un rappresen-
tante dell’opposizione cubana: nel 2002
a Oswaldo Payá e nel 2005 alle Damas
de blanco. Negli ultimi anni Fariñas ha
usato lo sciopero della fame come forma
di protesta contro il regime di Fidel e
Raúl Castro. Nella foto, Fariñas sulla
porta della sua casa a Santa Clara. Foto
di Adalberto Roque (Afp/Getty Images)
Immagini
A canestro in tunica
Contea di Jigzhi, Cina
23 ottobre 2010
A due chilometri dal monastero Lonnge
della contea di Jigzhi, nella provincia di
Qinghai, il governo ha costruito un cam-
po da basket. Nella provincia vive una
numerosa comunità tibetana e nei gior-
ni scorsi in diverse città della zona cen-
tinaia di studenti sono scesi in piazza
contro la decisione del governo di limi-
tare l’uso della lingua tibetana nelle
scuole. Foto Featurechina/Epa/Ansa
12 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Posta@internazionale.it
Cara Milana, sono uno
scrittore in crisi d’ispirazio-
ne. Da dove comincio?
Questo autunno ho comincia-
to a scrivere un libro sulla sto-
ria della mitologia mondiale.
Mi sembrava divertente e
istruttivo, ma dopo una venti-
na di pagine ho capito che mi
stavo perdendo nell’enorme
quantità del materiale.
Mi ha messo di cattivo
umore, perché continuo a pen-
sare che una storia fatta di dèi
e di favole sugli eroi, scritta
con un linguaggio semplice,
potrebbe piacere molto ai miei
lettori. Ma che ci vuoi fare? La
situazione croata in questo
momento è troppo drammati-
ca per rifugiarmi dentro un mi-
to.
Così ora sto pensando di
scrivere un romanzo sulla vita
di chi si ritrova senza speranza
e deve fare i conti con il malaf-
fare e la corruzione. Ho già sei
pagine pronte, ma sincera-
mente non credo che andrò ol-
tre la settima. Perché? Perché
a quanto pare sto attraversan-
do una crisi d’ispirazione, do-
vuta al fatto che le mie giorna-
te sono piene di lavoro e di altri
impegni, tutti nemici mortali
della scrittura, che richiede pa-
ce. Se anche a te è successo lo
stesso, non sorprenderti del
tuo blocco.
Se hai abbastanza tempo
per scrivere ma ti mancano
semplicemente le idee, fai pas-
sare un po’ di tempo. Aspetta il
momento in cui la storia uscirà
da sola. Vedrai che prima o poi
succederà. Il blocco è una par-
te inevitabile del processo cre-
ativo, per quanto possa essere
indesiderato e sgradevole. ◆ it
Milana Runjic risponde alle
domande dei lettori all’indirizzo
milana@internazionale.it
Cara Milana
Cercando l’idea
Dare i numeri

◆ Nella rubrica “Il numero” (15
ottobre) Tito Boeri apre il suo
commento citando una cifra,
“170.000 posti di lavoro liberi
in Italia”, che attribuisce
all’Istat. In realtà l’Istat non dif-
fonde il numero di posti vacan-
ti. Ciò che viene reso disponibi-
le a livello trimestrale è il tasso
di posti vacanti, ovvero la per-
centuale di posti vacanti in rap-
porto ai posti di lavoro in totale,
sia quelli vacanti sia i posti oc-
cupati. Nell’ultima rilevazione,
relativa al secondo trimestre
del 2010, il tasso era pari allo
0,7 per cento. Questo tasso è
calcolato sulle imprese dell’in-
dustria e dei servizi privati
(esclusi quelli sociali e persona-
li) con almeno 10 dipendenti, e
il numero di posti vacanti a cui
esso corrisponde è di gran lun-
ga inferiore a quello citato dal
professor Boeri. Una eventuale
stima del numero di posti va-
canti riferiti all’intera economia
può essere costruita utilizzando
ipotesi indirette, ma non è pro-
dotta dall’Istat.
Patrizia Cacioli
Direttore centrale comunicazione
ed editoria dell’Istat
Finale a sorpresa
◆ La recensione di Gorbaciof
(22 ottobre) termina con un cla-
moroso spoiler! Vabbè che non è
un thriller, ma…
Gianluca Chiappini

Viva gli ultimi

◆ Vi leggo tutte le settimane e
spesso il criterio di priorità sulla
lettura degli articoli è guidato
dalle foto. Oggi mi ha colpito il
viso di una ragazza che strideva
con la freddezza dell’arma che
teneva in mano (“Cittadini a
mano armata”, 22 ottobre). Ho
letto tutto l’articolo, compreso
“Da Sapere” e lì, dopo tanto
tempo, ho riscoperto l’orgoglio
di essere ultimi. Una statistica
internazionale, pur mettendoci
all’ultimo posto, inalmente
evidenzia come nel nostro pae-
se vi siano meno armi possedu-
te da privati che in molti altri
paesi dell’Europa e del mondo.
Per oggi basta leggere, voglio i-
nire la giornata con questa bella
sensazione. Non voglio rovinar-
la scoprendo magari che gran
parte di quelle armi sono made
in Italy.
Marco Alaimo
L’immagine del Cile

◆ Nell’ultimo numero ho trova-
to l’allegato con le prime pagine
dei giornali stranieri sulla libe-
razione dei minatori cileni. Da
Internazionale non me l’aspet-
tavo. Ovviamente sono molto
contento per i 33 minatori cileni
e per le loro famiglie, ma non
credete che su questo fatto il
governo cileno si sia un po’ ap-
proittato della situazione? Ma-
gari per dare una buona imma-
gine di sé al mondo. Un’altra
cosa insopportabile è che non si
è praticamente mai parlato del-
le norme di sicurezza dei mina-
tori, e intendo in tutto il mondo.
Undici minatori cinesi sono ri-
masti intrappolati ma nessuno
ne parla.
Mattia Stefanelli
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Telefono 06 441 7301
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Flickr.com/internaz
Ho comprato una casa da
ristrutturare. Prima di co-
minciare i lavori ho chiesto
dei preventivi. Ho scelto i
più bassi, ma nessuno li ha
rispettati. Alcuni sono stati
rivisti e altri operai hanno
lasciato il lavoro a metà.
Cosa fare? – S. M., Bristol
Hai fatto quella che gli econo-
misti chiamano “asta a rove-
scio”. Invece di vendere al
prezzo più alto hai comprato
al più basso. I teorici delle aste
sostengono che quando i con-
correnti stimano il prezzo di
un servizio c’è sempre chi of-
fre di più, aggiudicandosi
l’asta. I vincitori tendono a es-
sere delusi, un fenomeno det-
to “la maledizione del vincito-
re”. Il venditore può anche
sperare che l’acquirente ofra
troppo, l’importante però è ri-
cevere i soldi. Mentre nell’asta
a rovescio è diicile assicurar-
si che un venditore deluso for-
nisca il servizio promesso. Se
l’elettricista scopre di aver of-
ferto il servizio a un costo
troppo basso, probabilmente
non rispetterà il preventivo. In
futuro chiedi dei preventivi
vincolanti per fare in modo
che non crescano, prometten-
do i soldi solo alla ine del la-
voro. Ma se non sei un costrut-
tore, potrai avere delle sorpre-
se anche molto tempo dopo la
ine dei lavori. Ti consiglio di
girare la maledizione del vin-
citore a tuo vantaggio: inita la
casa vendila all’asta.
Tim Harford risponde alle do-
mande dei lettori del Financial
Times.
Preventivi
non rispettati
Caro
economista
«Non mi ascolta!»
Movimento cronografico meccanico di manifattura IWC
(foto) | Funzione flyback | Sistema di carica
automatica a doppio cricchetto
IWC | Datario | Vetro zaf firo
antiriflesso | Fondello in vetro
zaf firo | Impermeabile 6 bar | Oro rosso 18 ct
Portoghese Yacht Club Chronograph. Ref. 3902: «Appena possibile, invertire la
marcia.» Una cosa è certa: gli strumenti utilizzati dai veri navigatori, come Vasco da
Gama, sono meno invadenti. Uno di questi è già una leggenda della navigazione:
il Portoghese Yacht Club Chronograph. Il suo movimento meccanico di manifattura
IWC, con funzione flyback e sistema di carica automatica a doppio cricchetto, garan-
tisce la massima precisione nel raggiungimento del proprio personale approdo.
Un silenzioso compagno di viaggio che non avrà mai nulla da ridire anche se vi
dovesse capitare di cambiare rotta all’improvviso. IWC. Engineered for men.
Finalmente un sistema di navigazione
piacevolmente silenzioso.
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Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 15
Editoriali
Molte persone avranno dormito sonni agitati
nelle ultime notti. Dai militari statunitensi e bri-
tannici ai leader iracheni, per non parlare dei
mercenari che si trovano in Iraq. Erano in molti a
sapere che le rivelazioni di Wikileaks sulle atro-
cità commesse durante il conlitto sarebbero sta-
te devastanti. Le smentite non servono: la mon-
tagna di documenti è imbarazzante. E mostra
che la guerra in Iraq non ha conosciuto solo qual-
che deviazione di cui pentirsi – come Abu Ghraib
– prima di inire in pompa magna con dichiara-
zioni trionfali. La guerra stessa è stata un gigan-
tesco errore.
Decine di migliaia di civili iracheni uccisi,
una privatizzazione della guerra che è diventata
una ulteriore minaccia per gli abitanti, torture ed
esecuzioni commesse dalle autorità irachene e
nascoste dagli americani. Saccheggi, sequestri,
pulizia etnica e altri crimini terribili. E poi i san-
guinosi attacchi delle forze vicine ad Al Qaeda,
arrivate in Iraq dopo l’invasione angloamerica-
na, ma che ino all’occupazione del paese esiste-
vano solo nell’immaginazione e nelle menzogne
dei guerrafondai.
Probabilmente nessuno leggerà per intero i
circa 400mila documenti pubblicati da Wikilea-
ks. I più cinici diranno che tutto era già noto. Ma
queste rivelazioni ofrono argomenti inesauribi-
li a tutti quelli convinti che il bilancio di questa
guerra sia stato chiuso con troppa fretta.
Conti da rendere? Cresce la pressione
sull’amministrazione Obama perché prenda le
distanze in modo chiaro da queste azioni terribi-
li. Lezioni da trarre? La certezza che, in futuro, i
militari non potranno più trincerarsi dietro una
presunta mancanza d’informazioni per evitare
di fornire dettagli, in tempo reale, sulle conse-
guenze dei loro atti. E soprattutto un’altra lezio-
ne che suona come un terribile avvertimento: la
vittoria in Iraq non è stata raggiunta grazie alla
strategia militare, ma a causa di un generale si-
nimento per i troppi massacri e per il fatto di vi-
vere a contatto con l’inferno. È una lezione su cui
meditare in Afghanistan. u oda
A contatto con l’inferno
Sventurata India
Luis Lema, Le Temps, Svizzera
Arundhati Roy, The Hindu, India
Scrivo queste righe da Srinagar, nel Kashmir. Sui
giornali si legge che rischio l’arresto con l’accusa
di sedizione per le mie recenti dichiarazioni sul
Kashmir. Ho detto quello che dicono ogni giorno
milioni di persone in questa regione. Ho detto
quello che scrivo da anni. Chiunque voglia legge-
re il testo dei miei discorsi vedrà che si tratta solo
di richieste di giustizia. Ho parlato di giustizia per
il popolo del Kashmir, che vive sotto una delle oc-
cupazioni militari più brutali del mondo, per i
soldati dalit uccisi in Kashmir e sepolti nella spaz-
zatura, per i poveri dell’India, che pagano il prez-
zo di quest’occupazione e vivono in quello che
sempre più è uno stato di polizia.
Il 25 ottobre sono andata a Shopian, la città del
Kashmir meridionale che l’anno scorso si è fer-
mata per 47 giorni per protestare contro il brutale
stupro e assassinio di Asiya e Nilofer. I cadaveri
delle due giovani donne sono stati ritrovati in un
ruscello vicino alle loro case. I loro assassini non
sono stati arrestati. Lì ho conosciuto il vedovo di
Nilofer, Shakeel, che è anche fratello di Asiya. Ci
siamo seduti in cerchio con un gruppo di persone
rese folli dal dolore e dalla rabbia: hanno perso la
speranza di poter ottenere giustizia dall’India e
sono convinte che oggi la loro unica speranza sia
azadi, la libertà. Ho conosciuto giovani che lan-
ciavano sassi a cui hanno sparato negli occhi. Ho
fatto il viaggio insieme a un ragazzo che mi ha
parlato di tre suoi amici, neanche ventenni, arre-
stati nel distretto di Anantnag: per punirli di aver
tirato pietre gli avevano strappato le unghie.
Alcuni giornali mi hanno accusato di aver fat-
to discorsi che “istigano all’odio”, di volere la di-
sgregazione dell’India. È il contrario: le mie paro-
le nascono dall’amore e dalla ierezza. Nascono
dal non volere che nessuno sia ucciso, stuprato,
incarcerato, torturato per costringerlo a dirsi in-
diano. Nascono dal voler vivere in una società
che si sforza di essere giusta. Sventurata la nazio-
ne che deve ridurre al silenzio i suoi scrittori solo
perché dicono ciò che pensano. Sventurata la na-
zione che ha bisogno di incarcerare chi chiede
giustizia, mentre chi massacra, chi trufa per fa-
vorire le multinazionali, chi stupra e chi saccheg-
gia i più poveri dei poveri è a piede libero. u ma
Arundhati Roy è una scrittrice indiana. Il suo ul-
timo libro pubblicato in Italia è Quando arrivano le
cavallette (Guanda 2009).
“Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio,
di quante se ne sognano nella vostra ilosoia”
William Shakespeare, Amleto

Direttore Giovanni De Mauro
Vicedirettori Elena Boille, Chiara Nielsen,
Alberto Notarbartolo, Jacopo Zanchini
Comitatodi direzione Giovanna Chioini (copy
editor), Stefania Mascetti (Internazionale.it),
Martina Recchiuti (Internazionale.it),
Pierfrancesco Romano (copy editor)
Inredazione Liliana Cardile (Cina), Carlo
Ciurlo (viaggi), Camilla Desideri (America
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Jollivet (photo editor), Alessandro Lubello
(economia), Maysa Moroni, Andrea Pipino
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it), Francesca Sibani (Africa e Medio oriente),
Piero Zardo (cultura), Giulia Zoli (Stati Uniti)
Impaginazione Pasquale Cavorsi, Valeria
Quadri Segreteria Teresa Censini, Luisa
Cifolilli Correzionedi bozze Sara Esposito
Traduzioni I traduttori sono indicati dalla sigla
alla ine degli articoli. Marina Astrologo, Sara
Bani, Caterina Benincasa, Giuseppina Cavallo,
Diana Corsini, Olga D’Amato, Stefania De
Franco, Andrea De Ritis, Nazzareno Mataldi,
Floriana Pagano, Fabrizio Saulini, Francesca
Spinelli, Ivana Telebak, Bruna Tortorella,
Stefano Valenti, Anna Zuliani
Disegni Anna Keen. I ritratti dei columnist sono
di Scott Menchin Progettograico Mark Porter
Hannocollaborato Gian Paolo Accardo,
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Boille, Annalisa Camilli, Gabriele Crescente,
Giovanna D’Ascenzi, Sergio Fant, Andrea
Ferrario, Antonio Frate, Francesca Gnetti, Anita
Joshi, Alessio Marchionna, Jamila Mascat,
Odaira Namihei, Lore Popper, Fabio Pusterla,
Marta Russo, Michael Robinson, Andreana Saint
Amour, Diana Santini, Junko Terao, Laura
Tonon, Pierre Vanrie, Guido Vitiello, Abdelkader
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(vicepresidente), Emanuele Bevilacqua
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n. 433 del 4 ottobre 1993
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Chiusoinredazione alle 20 di mercoledì
27 ottobre 2010
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Attualità
C
irca 400mila documenti
militari statunitensi sulla
guerra in Iraq, ottenuti da
Wikileaks, sono stati tra-
smessi a quattro giornali
– The New York Times,
The Guardian, Der Spiegel e Le Monde –
che poi li hanno resi pubblici. I documenti
sono stati trasmessi anche all’ong londine-
se Bureau of investigative journalism, che
ha decifrato e sintetizzato tutto il materiale.
I rapporti scritti quotidianamente dai mili-
tari dell’esercito statunitense coprono sei
anni di conlitto, dal 2004 al 2009. I docu-
menti, redatti dopo ogni incidente o pattu-
gliamento, raccontano gli scontri giorno
per giorno. È la guerra vista dai blindati,
dalla strada, dai check point, e raccontata
in modo lapidario, senza emozioni: il reso-
conto della banalità della violenza.
L’informatore di Wikileaks non ha avu-
to accesso ai rapporti del comando né a
quelli delle forze speciali o dei servizi d’in-
telligence. I documenti, quindi, non con-
tengono rivelazioni inedite sullo svolgi-
mento del conlitto. Non c’è niente sulla
cattura di Saddam Hussein né sulla morte
del leader di Al Qaeda in Iraq, il giordano
Abu Musab al Zarqawi. Non ci sono notizie
nemmeno sulle due battaglie di Falluja,
roccaforte dell’insurrezione sunnita. Né si
parla delle opinioni dei comandanti o delle
loro rilessioni strategiche. In compenso
dai documenti trapelano i timori dei milita-
ri per un intervento iraniano in Iraq, con-
fermati dall’arresto di guerriglieri sciiti
“addestrati in Iran” e dalla scoperta di de-
positi di armi.
I rapporti rivelano una verità frammen-
tata. Innanzitutto perché un soldato, nel
pieno dell’azione, può avere solo una visio-
ne parziale della situazione. Inoltre, se un
militare è coinvolto in un “incidente”, può
avere interesse a mascherare i fatti per evi-
tare sanzioni. Questi limiti sono evidenti
nel rapporto sul massacro di Haditha, un
villaggio a 260 chilometri da Baghdad, do-
ve nel 2005 furono uccisi 24 civili. Datato
19 novembre, giorno dei fatti, racconta in
quindici righe che un veicolo blindato sta-
tunitense è saltato in aria passando su un
ordigno costruito con una bombola di pro-
pano e comandato a distanza. L’autista del
veicolo è morto sul colpo. Nello stesso
Civili uccisi a freddo. Torture e abusi sui prigionieri. I rapporti segreti dei militari rivelano
tutta la violenza della guerra in Iraq. E mettono a nudo le bugie del governo statunitense
La verità di Wikileaks
sulla guerra in Iraq
Patrice Claude e Rémy Ourdan, Le Monde, Francia
istante, scrive l’autore, “la pattuglia è colpi-
ta dal fuoco di elementi nemici proveniente
da alcuni ediici residenziali, e risponde”.
Dopo le denunce dei testimoni e dei so-
pravvissuti civili, nell’agosto del 2007 si è
svolto un processo davanti a una corte mar-
ziale negli Stati Uniti. In questo modo si è
scoperto che, sconvolti per la morte del
compagno, gli otto marines hanno aperto il
fuoco in tutte le direzioni senza essere stati
attaccati. Poi si sono precipitati nelle case
vicine e hanno ucciso tutte le persone in-
contrate, usando fucili d’assalto e granate a
frammentazione. Le vittime del massacro
di Haditha, il più grave crimine di guerra
del conlitto iracheno, sono state 24, tra cui
dieci tra donne e bambini, tutti uccisi con
un colpo a bruciapelo.
Degli otto marines processati solo uno,
il capo della pattuglia, è stato condannato.
Dopo i fatti non era stata ordinata nessuna
inchiesta perché, come ha spiegato l’avvo-
cato del tenente Jefrey Chessani, il coman-
dante del battaglione, “all’epoca non era
prevista nessuna procedura per indagare
sulla morte dei civili in combattimento”. Le
cose sono cambiate solo dopo l’aprile del
16 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Baghdad 2004 2005 2006
Ogni punto indica un incidente con almeno una vittima
2006, in seguito all’indignazione provoca-
ta dalla strage.
Il 12 marzo 2006, vicino a Mahmudiyah,
una cittadina a sud di Baghdad, alcuni sol-
dati riferiscono di aver scoperto in una casa
“quattro civili uccisi dalle forze anti-irache-
ne (la formula usata dall’esercito statuni-
tense per indicare i suoi nemici). Un uomo
e tre donne, i cui corpi mostrano segni di
ferite provocate da Ak47”. Alla ine del rap-
porto si legge che i cadaveri sono stati por-
tati all’obitorio locale. In realtà anche quel-
lo di Mahmudiyah è un crimine di guerra.
Grazie ai testimoni iracheni che hanno avu-
to il coraggio di protestare, durante un pro-
cesso davanti a una corte marziale negli
Stati Uniti, si è saputo che quattro soldati di
pattuglia nella zona avevano notato una
ragazza di 14 anni. Di notte sono entrati
nella sua casa e hanno rinchiuso il padre, la
madre e la sorella di sette anni in una stan-
za. Da lì i tre hanno potuto sentire le grida
di Abir, la iglia, stuprata a turno dai soldati.
Dopo la violenza, i militari hanno ucciso
l’intera famiglia. Steven Dale Green, un
militare texano di 24 anni, a quanto pare
l’ideatore dell’aggressione, ha ricevuto cin-
que condanne all’ergastolo. I suoi complici
hanno avuto 90 e 110 anni di carcere. Nel
giro di sette anni potrebbero ottenere la li-
bertà sulla parola. Appartenevano tutti alla
famosa 101
a
divisione aviotrasportata, la
Airborne.
L’escalation della forza
In gran parte dei rapporti consultati, quan-
do i soldati riferiscono di civili uccisi o feriti
sostengono di aver “rispettato le procedu-
re”, in particolare quelle relative alle “esca-
lation della forza”, espressione del gergo
militare. Esclusi i casi in cui il capo unità
raccomanda esplicitamente l’apertura di
un’inchiesta, i rapporti contengono sempre
giustiicazioni che servono a considerare le
azioni militari legittime e regolari.
L’escalation della forza, di cui si parla in
quasi 14mila dei documenti raccolti da Wi-
kileaks, prevede innanzitutto dei segnali di
avviso (gesti, luci o suoni), seguiti da spari
di avvertimento. La maggior parte dei do-
cumenti riporta minuziosamente le varie
tappe dell’uso della forza, soprattutto
quando vengono uccisi dei civili. In un rap-
porto del 14 giugno 2005, ore 15.30, si legge:
“Il posto di blocco Hurricane ha provato a
fermare un veicolo con gesti delle mani e
delle braccia. La Opel ha continuato a pro-
cedere a grande velocità. Il check point
Hurricane ha sparato dei colpi di avverti-
mento. Il veicolo ha accelerato. (…) Poiché
il veicolo non accennava a fermarsi, i solda-
ti hanno sparato contro il cofano della mac-
china, distante circa cento metri. Dato che
il veicolo continuava a procedere, i marines
hanno sparato sul conducente. (…) Nella
macchina c’erano 11 persone. L’operazione
ha provocato la morte di 7 civili (tra cui 2
bambini)”.
Il resoconto mostra quanto i soldati
avessero paura delle macchine cariche di
esplosivo guidate dai kamikaze e con quale
facilità aprissero il fuoco. Solo nel 2007,
con l’arrivo del generale David Petraeus a
Baghdad e l’adozione di nuove regole
sull’uso delle armi da fuoco, il numero di
vittime civili ha cominciato a diminuire.
Non c’è nessuna prova che questi rap-
porti siano fedeli alla realtà. Molti iracheni
hanno raccontato, in particolare nei primi
anni dell’intervento militare statunitense,
di essere stati colpiti mentre si avvicinava-
no a un posto di blocco o a un convoglio
senza aver ricevuto nessun segnale di avvi-
so. I documenti di Wikileaks citano anche
diversi casi di automobilisti che non hanno
sentito gli spari di avvertimento. Molte per-
sone sorde, con problemi di vista o ritardi
mentali, sono state uccise perché non ave-
vano reagito ai segnali.
Alcuni soldati, convinti di aver agito
correttamente, non si preoccupano nean-
che di descrivere i casi di escalation della
forza. In un rapporto del 7 settembre 2006,
per esempio, si legge: “La pattuglia stava
avanzando quando un’auto bianca si è uni-
ta alla colonna. L’unità l’ha ritenuta
un’azione ostile e ha aperto il fuoco sparan-
do un numero indeterminato di proiettili
7,62 mm. Il veicolo ha preso fuoco e la pat-
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 17
u Il 22 ottobre quattro giornali – The New
York Times, The Guardian, Der Spiegel e Le
Monde – e l’ong Bureau of investigative
journalism hanno cominciato a pubblicare
una selezione dei 400mila documenti sulla
guerra in Iraq ottenuti da Wikileaks, il sito
fondato nel 2006 da Julian Assange.
uI rapporti dei soldati statunitensi coprono
sei anni di guerra, dal 2004 al 2009, e
rivelano stragi di civili, morti di innocenti ai
posti di blocco e torture di prigionieri da
parte delle autorità irachene.
uAlcuni documenti riguardano anche
l’Italia, in particolare tre episodi: la morte
dell’agente del Sismi Nicola Calipari, lo
scontro a fuoco avvenuto nell’agosto del
2004 a Nassiriya e la morte del sergente
Salvatore Marracino il 15 marzo 2005.
Tutto il dossier è online: wikileaks.org.
Da sapere
Iraq I documenti difusi da Wikileaks rivelano che, tra il 2004 e il 2009, a Baghdad sono morte più di 32mila persone. Molte delle vitti-
me erano civili iracheni, anche se più di un terzo dei corpi non è stato identiicato. Il picco di violenza si è veriicato tra il 2006 e l’inizio
del 2007. Nel dicembre del 2006 a Baghdad sono morte più di 2.700 persone, più che in qualsiasi altro mese dall’inizio della guerra.
2007 2008 2009
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tuglia non ha potuto soccorrere gli occu-
panti. (…) I parenti del morto hanno detto
di capire che non si trattava di un omicidio
intenzionale”. Il rapporto conclude: “I pa-
renti hanno apprezzato il fatto che i soldati
abbiano sorvegliato i cadaveri”.
Quest’uso indiscriminato della forza ha
effetti ancora più devastanti quando gli
spari arrivano dal cielo. Se credono di aver
individuato un bersaglio, non sempre gli
elicotteri sparano dei colpi di avvertimen-
to. Un rapporto del 28 febbraio 2008, ore
17.30, redatto dal capo dell’unità B/3-69,
descrive un “incidente”: “L’unità ha efet-
tuato una ricognizione per indagare su sei
insorti che stavano piazzando un ordigno
esplosivo improvvisato (scavavano freneti-
camente) su Route Golden. (…) Alle 11.15,
Carnage 27 (2 elicotteri Apache Ah-64) ha
attaccato gli insorti, riferendo di averne uc-
ciso uno e di averne messi altri cinque in
fuga verso un ediicio vicino. (…) La forza di
reazione rapida ha identiicato il morto, un
ragazzo di 13 anni, e ha saputo da alcuni ci-
vili presenti sul luogo che le sei persone
erano bambini che cercavano radici per ac-
cendere un fuoco. (…) Non è stata trovata
nessuna traccia di ordigni esplosivi”. Un
altro episodio tragicamente banale della
guerra in Iraq.
Paradossalmente, mentre il passaggio
del comando al generale Petraeus e l’avvio
della strategia di controinsurrezione hanno
fatto diminuire dal 2007 il numero di civili
uccisi dall’esercito statunitense, il bilancio
si è invece aggravato per quanto riguarda le
vittime delle forze aeree. Deciso a salvare
vite statunitensi, lo stato maggiore ha ri-
dotto le pattuglie di terra, scegliendo di
usare gli elicotteri da combattimento. Se-
condo il dossier di Wikileaks, l’80 per cento
dei missili Hellire è stato lanciato negli ul-
timi tre anni. In questi casi non ci sono stati
spari di avvertimento né escalation della
forza.
Nei 14mila rapporti in cui si parla di in-
cidenti legati all’“escalation della forza”, le
vittime civili dell’esercito statunitense so-
no state 681 mentre gli insorti uccisi 120.
Altri 103 civili sono stati uccisi dalle forze
aeree. Il dossier di Wikileaks calcola che i
civili uccisi sono stati 66.081 e i feriti
99.163, la grande maggioranza in attentati.
Molti sono morti nei momenti più duri del-
la guerra civile tra sunniti e sciiti.
I documenti permettono anche di stabi-
lire che, dal 2004 al 2009, 183.991 iracheni
sono stati arrestati e incarcerati dalle forze
della coalizione. Non sono indicate le date
di scarcerazione, a volte immediate, di chi
riusciva a dimostrare la propria innocenza:
per questo è impossibile sapere il numero
esatto di persone rimaste in carcere per
lunghi periodi, spesso senza rispettare la
procedura giudiziaria.
In carcere
Dal giugno del 2004, dopo il trasferimento
di parte della sovranità a un “governo ad
interim”, la polizia e l’esercito iracheni han-
no gradualmente ripreso il loro posto nei
commissariati e nei penitenziari del paese.
Dopo lo scandalo della prigione di Abu
Ghraib, scoppiato nell’aprile del 2004, nel
2006 gli statunitensi hanno ceduto il con-
trollo del carcere agli iracheni. Ma solo
nell’estate del 2010 hanno chiuso deiniti-
vamente due centri di detenzio-
ne aperti all’inizio dell’occupa-
zione: Camp Bucca, nell’estremo
sud del paese, e Camp Cropper
vicino all’aeroporto di Baghdad.
Non sappiamo quanti detenu-
ti siano passati per queste due prigioni. Al-
meno centomila, sostiene Amnesty inter-
national. Nell’estate del 2007, al culmine
dell’occupazione, il primo campo contava
27mila detenuti, il secondo 22mila. Queste
cifre ovviamente non tengono conto delle
decine di migliaia di uomini arrestati e in-
terrogati dagli iracheni e dai cosiddetti ser-
vizi statunitensi “speciali”, come la Cia,
che avevano i loro centri di detenzione.
Nell’agosto del 2009 la Cia ha dovuto
ammettere che il capo dell’uicio di Bagh-
dad era stato trasferito nel novembre del
2003 in seguito alla morte, nel corso di in-
terrogatori brutali, di due iracheni, tra cui il
generale Abed Hamed Mowhush. Secondo
il gruppo editoriale statunitense Mc-
Clatchy, “almeno cinque detenuti” sono
morti in circostanze simili e “nessuno sa
cosa sia successo a decine di altri ‘detenuti
fantasma’” della Cia a Baghdad. Grazie alle
rivelazioni di Wikileaks, sappiamo invece
che almeno 303 denunce per tortura o mal-
trattamenti sono state registrate. Secondo
il Bureau of investigative journalism, in una
quarantina di casi si tratta di violenze gravi.
Qualche esempio: il 6 luglio 2006 “due de-
tenuti afermano che dei marines li hanno
colpiti e gli hanno inflitto delle scariche
elettriche (forse con un Taser) (…) Un esa-
me medico del primo detenuto ha rivelato
dei segni sul petto e sulle ginocchia compa-
tibili con una caduta”.
Il 1 febbraio 2007: “Il tenente colonnel-
lo X si è precipitato sul detenuto NKS schi-
vando le guardie e l’ha colpito in faccia. Il
naso del detenuto sembra rotto. (…) Anche
se sul momento il soldato ha potuto consi-
derare giustiicato il suo gesto (il suo mi-
gliore amico era stato ucciso qualche gior-
no prima, ma la sua morte non aveva nulla
a che fare con il detenuto in questione),
prendiamo questo incidente molto sul serio
e siamo pronti a discuterne con i soldati”. Il
dossier di Wikileaks non parla dei più gravi
episodi di violenza commessi dai soldati
della coalizione contro i detenuti. Non vie-
ne fatta parola, per esempio, di Ali Mansur,
interrogato a casa sua il 5 maggio 2008 e
ritrovato undici giorni dopo nudo, con un
proiettile in testa e un altro nel petto, sotto
un ponte della città di Baiji, a nord di Bagh-
dad. Il processo militare che si è
svolto nel settembre del 2008 ha
permesso di stabilire che il te-
nente Michael Behenna e il ser-
gente maggiore Hal Warner han-
no ucciso a sangue freddo l’uo-
mo, che avrebbe dovuto essere liberato
proprio il giorno della sua morte. I due han-
no poi ordinato ai tre soldati che li accom-
pagnavano di scrivere nel loro rapporto che
Ali Mansur era stato rimesso in libertà.
Nel dossier non si parla nemmeno
dell’uccisione di quattro civili, giovani sun-
niti, la cui identità non è stata rivelata du-
rante il processo che si è svolto nell’agosto
del 2008 in Germania. Fermati di notte da
una pattuglia nell’aprile del 2007, i quattro
giovani – come hanno dichiarato altri mili-
tari testimoni del crimine – sono stati porta-
ti sulla riva di un canale a Baghdad e uccisi
a freddo da tre sergenti della 172
a
brigata di
fanteria.
Gli uiciali statunitensi che hanno scrit-
to i rapporti si sono soffermati più sugli
abusi commessi dagli iracheni che su quelli
dei loro commilitoni. Tra il 2004 e il 2009
hanno registrato 1.354 abusi commessi dal-
le forze irachene sui detenuti. I particolari,
in questi casi, sono ancora più raccapric-
cianti. 13 novembre 2005: “Alle 16, la 2
a
bri-
gata di combattimento segnala la scoperta
Attualità
18 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Con l’arrivo del
generale Petraeus
il numero dei civili
uccisi è diminuito
di 173 detenuti in una prigione del ministe-
ro dell’interno vicino a Karada (un quartie-
re centrale di Baghdad). Numerosi detenu-
ti mostrano segni di tortura, bruciature di
sigarette, lividi che sembrano causati da
percosse e ferite aperte. Molti di loro tossi-
scono. (…) Circa 95 detenuti erano rinchiusi
nella stessa stanza, seduti a gambe incro-
ciate e con gli occhi bendati, tutti girati nel-
la stessa direzione. Secondo quelli che sono
stati interrogati sul posto, nelle ultime set-
timane dodici di loro sono morti di malat-
tia”.
Gli abusi degli iracheni
L’esistenza di un’altra “prigione segreta”,
con 431 detenuti, tutti sunniti, è stata rive-
lata il 18 aprile 2010 dal Los Angeles Times.
Quasi tutti i detenuti, sospettati di attività
antigovernativa o di complicità con gli in-
sorti jihadisti di Al Qaeda, sono stati arre-
stati nell’autunno del 2009 nel nord del
paese da militari iracheni e trasferiti a
Baghdad. Molti dichiarano di essere stati
torturati con bastonate, scariche elettriche
e sofocamento “controllato” con dei sac-
chetti di plastica in testa. Quanti altri casi
simili saranno successi in tutto il paese? È
impossibile saperlo. In genere – ed è una
delle rivelazioni del dossier Wikileaks –
quando i soldati statunitensi scoprono de-
gli abusi evidenti commessi dai loro colle-
ghi iracheni, si limitano a indicarlo nei loro
rapporti con la frase: “Poiché le forze della
coalizione non sono coinvolte in queste ac-
cuse, un’inchiesta più approfondita non è
necessaria”.
Il 19 ottobre 2006 una squadra statuni-
tense sta svolgendo “un’operazione di rou-
tine” in un centro di detenzione della poli-
zia irachena. Scopre un detenuto grave-
mente ferito. L’uomo “sostiene di essere
stato colpito al viso e alla testa. Aferma an-
che di aver ricevuto delle scariche elettri-
che ai piedi e ai genitali e di essere stato
sodomizzato con una bottiglia”. Gli statu-
nitensi hanno isolato il detenuto per efet-
tuare “altri esami”. Qualche mese prima, il
26 giugno, durante un’ispezione a sorpresa
in un commissariato di polizia un’altra pat-
tuglia statunitense aveva scoperto evidenti
“tracce di tortura”. “Grandi quantità di san-
gue sul pavimento della cella. Al muro era-
no attaccati un cavo usato per inliggere
scariche elettriche e un tubo di plastica. (…)
Ai poliziotti sarà data una formazione sui
diritti umani”. Il 3 maggio 2005 gli uomini
“dell’unità 2 d’indagine criminale” della
polizia statunitense discutono con l’uicia-
le di collegamento dei loro colleghi irache-
ni. L’uiciale statunitense sente delle grida
al piano di sopra. Si precipita nella stanza
da cui provengono le grida, dove scopre un
brigadiere, due ispettori e un uomo “in la-
crime”. Quest’ultimo, sospettato di rici-
claggio, accusa gli uomini che lo hanno in-
terrogato di averlo colpito sulla pianta di
piedi. Non riesce quasi a reggersi in piedi. Il
brigadiere iracheno ammette i fatti. L’ui-
ciale statunitense perquisisce i luoghi e tro-
va due tubi di plastica, un matterello, “con
una corda e un generatore a manovella con
due pinze (requisito come corpo del rea-
to)”.
Gli statunitensi spiegano al brigadiere
iracheno che “il suo comportamento è
inaccettabile e criminale. I documenti
d’identità dei due ispettori sono conisca-
ti”. L’unità d’indagine va a parlare con il
generale a capo della struttura. “Mentre gli
vengono esposti i particolari della vicenda,
il generale mette ine alla riunione e comin-
cia a fare altro”. A quanto pare la vicenda
non ha avuto nessun seguito. ufs
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Soldati statunitensi e iracheni arrestano un ribelle sunnita a Khidra, Iraq, il 26 luglio 2007 N
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Europa
I
tagli sono arrivati. E sono durissimi.
Con il documento di spesa del 20 ot-
tobre, il ministro dell’economia
George Osborne e quello del tesoro
Danny Alexander hanno continuato il lavo-
ro cominciato con la inanziaria di giugno.
Era chiaro che per ridurre il deicit in una
sola legislatura ci sarebbero voluti i tagli più
rigorosi del dopoguerra: oggi sappiamo an-
che in cosa consiste il piano d’austerità.
Innanzitutto va detto che nella manovra
ci sono anche aspetti positivi. I tagli al bi-
lancio della giustizia, per esempio, porte-
ranno a una necessaria riforma dell’inei-
cace e costosa politica attuale, basata sulle
carcerazioni facili. In materia di istruzione
il pupil premium (un bonus per gli studenti
meno ricchi) è il giusto riconoscimento del
principio che i ragazzi delle famiglie non
agiate dovrebbero ricevere aiuti per tutta la
durata degli studi. Va apprezzata anche la
decisione di non ridurre gli aiuti allo svilup-
po. E se è vero che il bilancio per la ricerca è
stato congelato, bisogna anche dire che le
cose potevano andare molto peggio.
Ma questi sono bagliori di luce in un
orizzonte nerissimo. La manovra avrà con-
seguenze durissime sui servizi. In quattro
anni il bilancio delle amministrazioni locali
calerà del 27 per cento in termini reali. Que-
sto signiicherà meno assistenti sociali, me-
no biblioteche, diicoltà nella raccolta dei
riiuti. Nonostante la crescente domanda di
alloggi, saranno costruite meno case popo-
lari. La durezza dei tagli rischia di far crolla-
re la iducia dei cittadini nei governi locali.
Malgrado gli investimenti per la riduzione
delle emissioni di CO2, lo sviluppo di im-
pianti eolici e la costituzione di una banca
d’investimento per le energie alternative,
anche il bilancio per l’ambiente sarà decur-
tato. Inoltre l’idea di aumentare le tarife
ferroviarie e ridurre le agevolazioni per il
trasporto pubblico fa capire che il governo è
meno attento all’ecologia di quanto voglia
far credere. Anche i inanziamenti alla cul-
tura saranno ridimensionati. Prendiamo il
caso della Bbc. Sprechi a parte, è impossibi-
le pensare che un taglio del 16 per cento non
inluirà negativamente sulla qualità delle
trasmissioni della tv pubblica britannica.
La scommessa di Osborne
Osborne ha dichiarato che la manovra è
ispirata al principio dell’equità. Ma di equità
nella sua inanziaria non ce n’è abbastanza.
Certo, l’innalzamento dell’età pensionabile
per i dipendenti pubblici è da tempo inevi-
tabile, ed è molto gradita la scelta di elimi-
nare la scappatoia grazie a cui i più ricchi
evitano di pagare le tasse investendo in fon-
di pensione. Ma lo zelo con cui il governo
vuole riformare il sistema sociale per i più
poveri contrasta con il mantenimento di
alcuni bonus per i pensionati ricchi. Non
bisogna dimenticare che i meno agiati di-
pendono dai servizi sociali molto più dei
ricchi. E saranno sempre loro a subire le
conseguenze più gravi dei tagli al gratuito
patrocinio in campo legale.
Con la manovra, inoltre, il governo si è
lanciato in una rischiosa scommessa ma-
croeconomica. Anche se la spesa per gli in-
vestimenti sarà mantenuta, la riduzione
delle spese ministeriali inciderà negativa-
mente sulla domanda. Nei prossimi quattro
anni circa mezzo milione di dipendenti
pubblici perderà il posto di lavoro. E i con-
traccolpi si faranno sentire anche tra i priva-
ti: diverse aziende perderanno le commes-
se dalle amministrazioni. Tutto questo
metterà a rischio il recupero di produttività
nell’intero settore privato. Sarebbe sbaglia-
to pensare che tutte le misure del governo
di David Cameron bloccheranno la ripresa.
Ma il punto è che equità e crescita sono due
facce della stessa medaglia: il paese non
avrà l’una senza l’altra. Se la politica econo-
mica del ministro Osborne inirà per frena-
re la crescita, anche la promessa di maggio-
re equità si rivelerà falsa. u nm
Il governo britannico
sceglie il rigore
La inanziaria presentata dal
premier Cameron prevede tagli
per 95 miliardi di euro in quattro
anni. Una manovra durissima,
che rischia di penalizzare i più
deboli e frenare la crescita
The Independent, Gran Bretagna
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Da sinistra, Danny Alexander, David Cameron, George Osborne e Nick Clegg
Da sapere
Aiuti allo sviluppo
Sanità
Difesa
Istruzione
Trasporti
Ministero dell’interno
Giustizia
Amministrazioni locali
Mercato e innovazione
Ambiente e agricoltura
Comunità
Variazione della spesa pubblica in termini reali
tra il 2011 e il 2015
-80 -60 -40 -20 0 20 40
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GRECIA
Frontiere
sigillate

Il conine greco con la Turchia,
nella prefettura dell’Evros, sarà
pattugliato da guardie di fron-
tiera dell’Unione europea per
frenare gli ingressi degli immi-
grati illegali, aumentati sensibil-
mente negli ultimi mesi. Come
spiega Kathimerini, Bruxelles
ha accettato per la prima volta le
richieste di Atene, e invierà in
Grecia un gruppo di funzionari
dell’agenzia europea per il con-
trollo dei conini, Frontex. Il go-
verno greco, inoltre, ha conclu-
so un accordo con la Turchia,
che si è impegnata a presidiare i
punti più permeabili del coni-
ne. Gli agenti di Frontex e i poli-
ziotti turchi che aiancheranno
le guardie greche dovrebbero
essere tra i 200 e i 700, e l’ope-
razione sarà inanziata con fon-
di comunitari. Non è stato anco-
ra trovato un accordo sulla sorte
degli immigrati, quasi tutti afga-
ni. La Turchia non ha obblighi
speciici di rimpatriarli, e la Gre-
cia, dove le condizioni di vita nei
centri di detenzione per immi-
grati sono terribili, deve ancora
smaltire 52mila domande di asi-
lo. Nella foto, una famiglia di im-
migrati palestinesi
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Il parlamento francese ha approvato in via deinitiva la
riforma delle pensioni, che – tra le altre cose – aumenta a
62 anni l’età minima per smettere di lavorare. Prosegue,
invece, la mobilitazione contro il provvedimento
cominciata all’inizio di settembre, anche se, sottolinea
Le Monde, “le manifestazioni sembrano segnare il
passo”. In diverse città, tuttavia, i trasporti pubblici sono
ancora bloccati e in molte stazioni di servizio manca la
benzina a causa degli scioperi nelle rainerie. Il braccio di
ferro tra i sindacati e l’Eliseo – che ha gestito direttamente
la riforma scavalcando il ministro del lavoro Eric Woerth,
invischiato in diversi scandali per conlitto d’interessi –
lascerà “una profonda ferita” nei rapporti tra il presidente
Nicolas sarkozy e i rappresentanti dei lavoratori. “Ci vorrà
tempo”, scrive Le Monde, “prima che il governo possa
afrontare le altre riforme già in cantiere”. u
Francia
La riforma è legge
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SERBIA
Bruxelles
si avvicina

“L’Unione europea schiude la
porta alla serbia”, scrive il quo-
tidiano Blic. A un anno dalla
presentazione della richiesta
formale da parte di Belgrado, i
ministri degli esteri dei paesi
membri hanno deciso di sbloc-
care la domanda di adesione
serba. A convincere i Ventisette
è stata la lessibilità serba sulla
questione del Kosovo e l’impe-
gno dimostrato nelle riforme
politiche ed economiche. La de-
cisione è stata presa nonostante
l’opposizione dei Paesi Bassi,
soprattutto grazie al lavoro di-
plomatico di svezia, Grecia e
romania. L’avvio di negoziati
veri e propri, tuttavia, è vincola-
to alla piena collaborazione del-
la serbia con il Tribunale
dell’Aja per la ex Jugoslavia. Da
Belgrado, in pratica, ci si atten-
de a breve l’arresto del generale
ratko Mladić, ricercato per cri-
mini di guerra e genocidio.
IN BREVE
Russia Il 22 ottobre la procura
di Mosca ha chiesto una con-
danna a 14 anni di prigione per
Mikhail Khodorkovskij (nella fo-
to), ex capo del gruppo petrolife-
ro Yukos, e per il suo socio Pla-
ton Lebedev, accusati di appro-
priazione indebita. I due erano
già stati condannati a otto anni
per trufa ed evasione iscale.
Belgio Il 21 ottobre re Alberto II
ha nominato il socialista iam-
mingo Johan Vande Lanotte
mediatore nella crisi politica in
corso nel paese.
REPUBBLICA CECA
Il senato
all’opposizione

Le elezioni per il rinnovo di un
terzo del senato della repubbli-
ca Ceca hanno dato un’ampia
vittoria dei socialdemocratici
della Čssd, nettamente sconitti
alle politiche del giugno scorso.
La Čssd si è aggiudicata 12 dei
27 seggi disponibili, assicuran-
dosi così per un soio la mag-
gioranza assoluta alla camera
alta con 41 senatori su 81. Il Par-
tito democratico civico, la for-
mazione di centrodestra guidata
dal premier Petr Nečas, ha otte-
nuto invece solo otto senatori.
Deludenti sono stati anche i ri-
sultati delle due nuove forma-
zioni di centrodestra che a giu-
gno avevano ottenuto un buon
successo: Top 09 ha avuto due
seggi, mentre Afari pubblici
nemmeno un senatore. Il risul-
tato del voto di domenica, scrive
il quotidiano Pravo, non fa che
prolungare lo stato di instabilità
politica del paese: da un paio
d’anni in repubblica Ceca non
esistono forze politiche o coali-
zioni stabili in grado di ottenere
una maggioranza solida nelle
due camere del parlamento.
La manifestazione del 26 ottobre a Parigi
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22 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Africa e Medio Oriente
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livo dopo ulivo, i contadini pa-
lestinesi e i coloni israeliani si
contendono le colline rocciose
della Cisgiordania, piantando
la maggiore quantità di alberi possibile per
consolidare il loro controllo del territorio.
Ora, durante la stagione del raccolto, la bat-
taglia si è inasprita, con piantagioni sac-
cheggiate, danneggiate o bruciate.
Quest’anno la posta in gioco è più alta: i
palestinesi hanno piantato il doppio di albe-
ri rispetto agli anni scorsi, mentre i coloni
ebrei hanno aumentato la produzione olivi-
cola. “Piantiamo gli ulivi perché i coloni
non ci sottraggano le terre”, dice il contadi-
no palestinese Ghassan Seif, 48 anni, che
coltiva un terreno vicino a Burqa, in Cisgior-
dania. “Prima che gli arabi si prendano i
terreni, li coltiviamo noi”, dice il colono
israeliano Erez Ben-Saadon, 36 anni, che
lavora le terre incolte per conto degli abi-
tanti di un insediamento ebraico a 16 chilo-
metri da Burqa.
Dal 2007 i palestinesi della Cisgiordania
hanno piantato circa duecentomila ulivi
all’anno, il doppio di quanto avveniva in
precedenza, racconta Nabil Saleh, un fun-
zionario locale che si occupa di agricoltura.
L’Autorità Palestinese, aggiunge Saleh, sov-
venziona queste attività perché mira a pian-
tare trecentomila nuovi alberi all’anno.
L’ulivo è la coltura preferita dei palestinesi:
cresce facilmente, richiede poche attenzio-
ni ed è redditizia perché l’olio si vende a
sette dollari al litro. È anche uno degli ele-
menti di base dell’alimentazione delle circa
70mila famiglie palestinesi, che coltivano
in totale circa dieci milioni di ulivi.
Nel 2010 i coloni israeliani hanno pian-
tato ventimila nuovi alberi, molti più che
nel 2009, dice Yehuda Shimon, consulente
legale dei coloni. In tutto ne coltivano cen-
tomila. Le olive fanno parte di un progetto
più ampio che prevede anche vigneti e pian-
tagioni di meli.
I palestinesi accusano i coloni di dan-
Non c’è pace tra gli ulivi
della Cisgiordania
Ogni anno, durante la raccolta
delle olive si scatena la violenza
dei coloni israeliani contro i
palestinesi e le loro piantagioni.
Negli ultimi mesi la posta in
gioco è diventata più alta
Diaa Hadid e Daniel Estrin, Arab News, Arabia Saudita
neggiare i loro uliveti. Alcuni gruppi di dife-
sa dei diritti umani hanno documentato più
di quaranta attacchi contro ulivi palestinesi
in questa stagione. In rapporto all’estensio-
ne totale delle coltivazioni, il danno è limi-
tato. Ma di solito gli attacchi avvengono vi-
cino al perimetro degli insediamenti ebraici
per spaventare i palestinesi e impedirgli
l’accesso ad alcune aree.
La famiglia Suliman, che vive nel villag-
gio di Farata, ha perso l’intero raccolto. Cir-
ca seicento dei loro ulivi, vicini alla colonia
di Havat Gilad, sono stati spogliati dei frutti
prima che fossero in grado di raccoglierli,
racconta Majdi Suliman, 27 anni. Altri cin-
quanta alberi di loro proprietà sono stati
distrutti poco tempo dopo in un incendio
che ha interessato 1.500 ulivi del loro villag-
gio. Non avevano ancora cominciato la rac-
colta perché aspettavano di essere scortati
dai soldati israeliani, che accompagnano i
palestinesi nei campi a rischio per prevenire
le aggressioni dei coloni.
I leader delle colonie condannano gli
atti di vandalismo, che attribuiscono a una
minoranza di giovani impulsivi. E fanno
notare che anche gli ebrei subiscono danni.
Secondo Ben-Saadon i palestinesi gli hanno
rubato un quarto del suo raccolto. u sv
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Susya, Cisgiordania, 29 ottobre 2009
u Secondo l’ong israeliana Peace now, dal 26
settembre, quand’è scaduta la moratoria sulle
costruzioni nelle colonie in Cisgiordania, i
coloni hanno cominciato a costruire centinaia
di nuove abitazioni. La ripresa delle costruzioni
– che secondo Peace now procede a un ritmo
quattro volte superiore a quello di dieci mesi fa
– mette seriamente in crisi il processo di pace,
rilanciato il 1 settembre dagli Stati Uniti.
Da sapere
S UDAN
I S RAEL E
Cisgiordania
Striscia
di Gaza
Darfur
Mar
Mediterraneo
Tel Aviv
Havat Gilad
Juba
Gerusalemme
45 km
EGITTO
EGITTO
GIORDANIA
ERITREA
giacimenti
petroliferi
Ramallah
Burqa
Lago di
Tiberiade
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 23
TANZANIA
In difesa
degli albini

Il 21 ottobre, al conine tra Tan-
zania e Burundi, sono stati ritro-
vati i resti di un bambino albino
di nove anni. Dal 2008 nei due
paesi sono stati uccisi circa cen-
to albini per la convinzione che
le parti del loro corpo abbiano
poteri soprannaturali. Per com-
battere questa superstizione,
scrive The Citizen, in Tanzania
(nella foto, una scuola di Mwan-
za, nel nord del paese) è stata lan-
ciata una campagna d’informa-
zione diretta soprattutto agli
abitanti delle aree rurali con cui
si cerca di spiegare che l’albini-
smo è una condizione biologica.
Nello Swaziland, invece, le auto-
rità vogliono creare un registro
degli albini per proteggerli.
IRAQ
Pena di morte
per Tareq Aziz

Il 26 ottobre la corte penale su-
prema ha condannato a morte
l’ex vicepremier Tareq Aziz e al-
tri due alti funzionari del regime
di Saddam Hussein. L’Unione
europea ha criticato la sentenza
e ha chiesto che sia revocata.
Pochi giorni prima la corte fede-
rale irachena aveva ordinato ai
deputati eletti il 7 marzo di riu-
nirsi, di eleggere il presidente
del parlamento e di impegnarsi
per superare lo stallo politico.
“È uno sviluppo positivo”, scrive
Khaleej Times. “Rimandare la
formazione del governo è un ri-
schio per la democrazia”.
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“No, non sono a Ramallah. So-
no a Gerusalemme. No, non
sono a un concerto. Sono in
strada”. La persona con cui
parlavo al telefono era un po’
confusa ma è facile capire per-
ché. Stavo ascoltando un suo-
natore di oud a Gerusalemme
ovest. Non ero l’unica perso-
na afascinata da quelle note.
C’era anche un vecchio in car-
rozzella, che ascoltava a occhi
chiusi. Il vecchio sembrava
avere origini ashkenazite (e
quindi la musica araba non era
nel suo dna culturale). Per un
momento ho sperato che il
suonatore fosse arabo, come
la musica. Dopotutto Gerusa-
lemme est non era lontana.
Fosse stato palestinese sareb-
be stata una piccola vittoria
contro il razzismo. ma dai cd
in mostra in strada ho capito
che era un ebreo marocchino:
il cognome era Abekasis.
In un momento di pausa ho
cercato di fare due chiacchiere
con lui, senza successo. Dalle
poche parole che ha pronun-
ciato ho capito però che aveva
conservato la corretta pronun-
cia ebraica. La lingua attuale è
stata imposta dagli ebrei
ashkenaziti, che non sapevano
pronunciare alcune consonan-
ti, e così ha perso alcune sfu-
mature. La pronuncia corretta,
che conservano solo gli ebrei
dei paesi arabi, è diventata un
simbolo di “inferiorità” socia-
le.
Ho dato un’occhiata al cd
di Abekasis. “Ho composto
tutto in onore dell’onnipoten-
te”, recitava il libretto. Il cd
s’intitolava Shavatenu (le no-
stre invocazioni), come la pri-
ma canzone. Il testo diceva co-
sì: “Tu sei il nostro Dio, tu vedi
la soferenza di Israele”. u nm
Da Gerusalemme Amira Hass
La canzone di Dio
È stato rimandato per la terza volta il secondo turno delle
elezioni presidenziali in Guinea. La nuova data proposta
dalla commissione elettorale è il 31 ottobre. Nel frattempo
aumentano le tensioni tra i sostenitori dei due candidati:
Cellou Dalein Diallo, di etnia peul, che al primo turno ha
ottenuto il 43 per cento dei voti, e Alpha Condé, malinké,
secondo con il 18 per cento dei voti. Il quotidiano Le Pays
teme che le tensioni si trasformino in uno scontro
interetnico, “un abbozzo di guerra civile che la comunità
internazionale deve fermare prima che sia troppo tardi”. u
Guinea
Un altro rinvio
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IN BREVE
Bahrein Il 23 ottobre l’opposi-
zione sciita si è raforzata nelle
elezioni legislative, ottenendo
18 seggi sui 40 della camera dei
deputati.
Egitto Un dirigente del Partito
nazionale democratico (Pnd, al
potere), Ali al Din Hilal, ha an-
nunciato il 21 ottobre che il capo
di stato Hosni mubarak si candi-
derà alle presidenziali del 2011.
Marocco Il 24 ottobre le forze
dell’ordine hanno ucciso un gio-
vane sahrawi che cercava di en-
trare in un campo vicino a el
Ayoun, nel Sahara occidentale,
dove ventimila persone prote-
stano per chiedere condizioni di
vita migliori.
Nigeria Il 26 ottobre la polizia
ha ritrovato i corpi di almeno 30
persone morte negli scontri tra
gli abitanti dei villaggi di Boje e
Nsadop, nel distretto sudorien-
tale di Boki. Le violenze sono le-
gate al controllo dei terreni.
Rdc Decine di miliziani mai-
mai hanno attaccato il 23 ottobre
una base delle Nazioni Unite a
Rwindi, nella provincia orienta-
le del Nord Kivu, senza causare
vittime. I caschi blu hanno ucci-
so otto assalitori.
All’ospedale di Conakry
24 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Americhe
Votare in tempi
di crisi
Pierre-Raymond Dumas,
Le Nouvelliste, Haiti
D
opo i primi casi di colera con-
fermati a Port-au Prince, le au-
torità del paese caraibico te-
mono che la malattia possa
colpire decine di migliaia di persone. Se il
contagio raggiungesse i campi di rifugiati
nella periferia della capitale – dove vivono
un milione e mezzo di persone colpite dal
terremoto del 12 gennaio – il numero dei
morti potrebbe diventare drammatico. Il
focolaio della malattia, che si trasmette at-
traverso l’acqua e il cibo contaminati e pro-
voca diarrea e una forte disidratazione, è
Saint-Marc, nella regione di Artibonite, a
nord della capitale. Finora le vittime sono
più di 250 e le persone ricoverate in ospeda-
le più di tremila.
L’organizzazione umanitaria statuni-
tense Operation blessing international par-
la di un “panorama di terrore” nel principa-
le ospedale di Saint-Marc. “Nel cortile
c’erano ile di pazienti con le lebo. I malati
giacevano sul pavimento bagnato per la
pioggia e su lenzuola coperte dalle loro stes-
se feci”. La regione dove si sono veriicati i
primi casi della malattia è la zona agricola
centrale haitiana, che ha accolto decine di
migliaia di sopravvissuti al terremoto.
Considerando le pessime condizioni del
paese, uno dei più poveri del mondo e ridot-
to a un cumulo di macerie dal sisma, le spe-
ranze di contenere l’epidemia sono poche.
Le autorità locali e le agenzie umanitarie
internazionali cercano da mesi di lottare
contro le malattie provocate dalla mancan-
za o dalla contaminazione dell’acqua. Ma
nessuno aveva previsto il peggiore degli
scenari: il colera, segnalato ad Haiti l’ultima
volta cinquant’anni fa. Secondo l’Organiz-
zazione mondiale della sanità, ogni anno
nel mondo il colera colpisce fra i tre e i cin-
que milioni di persone provocando più di
centomila morti.
Il 28 novembre sono previste le elezioni
presidenziali e legislative. Il ministro della
sanità haitiano, Alex Larsen, ha chiesto ai
candidati di sospendere gli eventi pubblici
nelle zone colpite dall’epidemia. usb
Haiti cerca di fermare
l’epidemia di colera
Yolanda Monge, El País, Spagna
L
a preoccupazione, il panico e la
tristezza provocati ad Haiti
dall’epidemia di colera sono più
che giustiicati. Le nostre infra-
strutture sono a pezzi e lo stato è pratica-
mente assente. Siamo un popolo disorga-
nizzato, che sida tutte le leggi della sanità
pubblica e del buon governo. In queste con-
dizioni il colera, o qualsiasi altra epidemia,
è una minaccia collettiva che va presa sul
serio da tutti, governanti e governati, ricchi
e poveri.
La comunicazione è fondamentale nella
lotta contro la malattia. In un paese dove le
condizioni sanitarie sono pessime, l’evolu-
zione e la propagazione dell’epidemia pos-
sono sconvolgere la vita dell’isola, provo-
cando enormi perdite di vite umane.
Di fronte a una grave emergenza nazio-
nale, si può anche pensare di rimandare le
elezioni. Per ottenere risultati immediati e
definitivi, i provvedimenti delle autorità
locali devono essere fermi e precisi. Oltre
alle conseguenze disastrose dovute all’am-
biente insalubre, ampliicate dalla stagione
dei cicloni, la difusione rapida del colera è
favorita dall’esodo rurale.
Un’attività rischiosa
Cosa farà il governo per evitare che la ma-
lattia si difonda e per controllare gli spo-
stamenti delle persone? È una questione
delicata, soprattutto per le carenze del pae-
se in materia di sicurezza stradale, di sorve-
glianza delle frontiere, di gestione dei rischi
e di controllo del territorio. In queste condi-
zioni, anche lo spostamento dei candidati e
l’organizzazione dei loro dibattiti diventa-
no un’attività a rischio.
Il governo non ha afrontato in modo
competente il terremoto del 12 gennaio,
mostrando gli stessi limiti emersi nella ge-
stione degli uragani e delle altre calamità
naturali che hanno drammaticamente se-
gnato i vent’anni di transizione alla demo-
crazia. Questo passo indietro deve inse-
gnarci a essere cittadini più attenti e diri-
genti più impegnati. Lo svolgimento delle
elezioni del 28 novembre dipenderà dall’ef-
icacia di questa sinergia.u oda
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Faisalabad
Brazzaville
Frontiere del
Nord-ovest
COREA
DEL NORD
Mar
Caspio
Tbilisi
TURCHIA
50 km
Port-au-Prince
Jacmel
Pétionville
Mar dei Caraibi
Oceano
Atlantico
Golfo
della Gonâve
Artibonite
REPUBBLICA
DOMINICANA
Jérémie
HAI TI
Saint-Marc
Casi confermati
Decessi
Gonaïves
Haiti. Malati di colera all’ospedale di Saint-Marc, il 22 ottobre
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 25
brasile
Dilma roussef
in vantaggio

Il 31 ottobre i brasiliani sceglie-
ranno il successore del presi-
dente Lula. Secondo l’ultimo
sondaggio, Dilma Roussef,
candidata del Partito dei lavora-
tori, ha un vantaggio di 14 punti
sul socialdemocratico José Ser-
ra. “Nel penultimo dibattito te-
levisivo prima delle elezioni”,
scrive O Globo, “non sono
mancate le accuse reciproche”.
Secondo Serra, l’ex ministra di
Lula cambia idea continuamen-
te: “Critica le privatizzazioni e
poi le difende, si dichiara contro
l’aborto e a favore, difende il
movimento dei sem terra ma
poi ci ripensa”. Roussef, invece,
ha accusato l’avversario di “tra-
scurare e di non conoscere la re-
gione del Nordeste”.
stati uniti
Palin
presidente

Sarah Palin, la candidata re-
pubblicana alla vicepresidenza
nel 2008, potrebbe ottenere la
nomination e diventare presi-
dente nel 2012. Come? Grazie
alla candidatura di Michael
Bloomberg. Nello scenario pro-
posto da John Heilemann su
New York Magazine, il sinda-
co di New York, che dal 2008
medita di candidarsi, si presen-
terebbe come indipendente.
Proprietario di un impero
dell’informazione inanziaria e
di una fortuna personale in gra-
do di sostenere la migliore
campagna elettorale di tutti i
tempi, potrebbe vincere se
l’economia non si sarà ripresa.
Un’alternativa è che Obama re-
cuperi terreno e resti alla Casa
Bianca. La terza ipotesi è la più
plausibile: nessuno dei candi-
dati arriverà al quorum di 270
grandi elettori e il presidente
sarà eletto dalla camera. Che,
dopo il voto del 2 novembre,
probabilmente sarà controllata
dai repubblicani.
in breve
Argentina Il 2o ottobre Maria-
no Ferreyra, un militante di 23
anni del Partido obrero, è stato
ucciso a Buenos Aires durante
una manifestazione. Finora le
persone sospettate del suo omi-
cidio sono tre.
Messico Il 23 ottobre due mem-
bri di un cartello della droga
hanno ucciso 14 persone che
partecipavano a una festa a Ciu-
dad Juárez. Il giorno dopo altre
13 persone, ospiti di un centro di
disintossicazione dalla droga,
sono state uccise a Tijuana.
Perù Il 26 ottobre è stata con-
fermata la nomina della pro-
gressista Susana Villarán a sin-
daco di Lima. È la prima donna
a guidare la capitale.
Più di tre mesi fa, quando
Guillermo Fariñas ha bevuto il
primo bicchiere d’acqua dopo
134 giorni senza toccare ali-
menti solidi né liquidi, molti
hanno pensato che i momenti
più critici fossero initi. Alcu-
ne settimane dopo, però, è
stato operato alla cistifellea. Il
dramma di Fariñas (che gli
amici hanno ribattezzato Co-
co), il suo dolore isico e il pe-
ricolo per la sua salute non so-
no ancora superati. Ma la cau-
sa che l’ha spinto a questo lun-
go sacriicio – la scarcerazione
di 52 detenuti della primavera
nera del 2003 – ha trovato una
soluzione. Questo esile abi-
tante di Santa Clara è stato sul
punto di morire per le persone
che sono in carcere e per quel-
le che potrebbero inirci. Ha
chiuso il suo stomaco al cibo,
perché in un paese che puni-
sce la protesta civile, il corpo è
l’unico terreno di protesta che
ci è rimasto. Fariñas ha lottato
e ha vinto attraverso il suo or-
ganismo debilitato da diversi
scioperi della fame. Tra i dolo-
ri postoperatori e le attenzioni
dei suoi parenti, questa setti-
mana il dissidente cubano ha
ricevuto il premio Sakharov
dal parlamento europeo. A 48
anni, dopo aver passato diver-
so tempo come soldato nella
guerra di Angola, Fariñas ha
ricevuto il premio con la stes-
sa umiltà con cui un giorno si
è riiutato di mangiare. “Lo ri-
farei”, mi ha detto per telefo-
no dopo aver saputo la notizia.
Lo immagino un’altra volta
nel letto di un ospedale riiu-
tandosi di mangiare e sono
convinta che, se non saranno
aperte tutte le celle, lo farà
davvero. C’è di più: so che vin-
cerà anche questa volta. usb
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Rio de Janeiro
L’ex presidente argentino Néstor Kirchner (nella foto) è
morto d’infarto il 27 ottobre a El Calafate. Aveva 60 anni.
È stato presidente dal 2003 al 2007. Sua moglie, Cristina
Fernández, è presidente dal 2007. Le condizioni di salute
di Kirchner erano precarie: in meno di un anno ha subìto
due operazioni. Eletto dopo la crisi del 2001, ha
stabilizzato l’economia e ha abrogato le leggi che
impedivano di processare i militari responsabili di crimini
contro l’umanità durante la dittatura. Secondo il Clarín,
“per l’Argentina si apre una fase d’incertezza politica”. u
argentina
È morto néstor Kirchner
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Dall’avana Yoani Sánchez
Corpo di battaglia
26 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Asia e Paciico
S
ono passati quasi sei mesi da quan­
do il primo ministro Abhisit Vejja­
jiva ha proposto un piano per la ri­
conciliazione nazionale ed è note­
vole quanto poco si sia ottenuto in tutto
questo tempo. La promessa di indire nuove
elezioni il 14 novembre è stata rapidamente
accantonata, e gli sforzi di riconciliazione
da parte del primo ministro, del suo gover­
no, dell’opposizione e degli organi incarica­
ti di ricomporre le divergenze sono stati
inconsistenti.
Torniamo al 3 maggio. Con le strade di
Bangkok in fermento dopo gli scontri letali
tra le camicie rosse e l’esercito, Abhisit era
sottoposto a forti pressioni. Erano in molti
a chiedergli un giro di vite nei confronti dei
manifestanti, ma anche le dimissioni e
nuove elezioni. Nonostante il lavoro di mol­
ti consulenti non si era trovato un accordo.
Il primo ministro aveva risposto presentan­
do un programma in cinque punti che pro­
poneva di tenere le elezioni il 14 novembre
di quest’anno. Ma, prima di chiamare il po­
polo alle urne, Abhisit sottolineava la ne­
cessità di un percorso in cinque tappe.
Lo schema proposto dal premier era ab­
bastanza semplice e il Fronte unito per la
democrazia contro la dittatura (Udd), so­
stenuto dalle camicie rosse, all’inizio l’ave­
va accettato. Abhisit chiedeva in primo
luogo che la monarchia non fosse coinvolta
negli scontri politici. Voleva riformare sia il
sistema politico sia quello economico e ga­
rantire che tutti i tailandesi fossero coinvol­
ti. E chiedeva che fosse fatta chiarezza su
come si erano svolti gli scontri di piazza.
Inine, l’unico punto contestato, si propo­
neva di limitare la libertà dei mezzi d’infor­
mazione chiedendogli di avere un atteggia­
mento costruttivo. Il resto, come si dice, è
storia.
Dal 3 maggio a oggi si è fatto poco e non
si è ottenuto quasi nulla. I numerosi comi­
tati e le indagini volute dal primo ministro
sono spariti nel nulla. Nelle ultime settima­
ne lo sforzo di riconciliazione nazionale si è
ridotto agli incontri del viceprimo ministro,
il veterano Sanan Kachornprasart, con i lea­
der delle diverse fazioni. Ma, nonostante i
titoli eclatanti dei giornali, l’impegno del
generale Sanan non ha portato alcun pro­
gresso. La scorsa settimana si è nuovamen­
te discusso della vecchia e consunta idea,
avversata da tutte le parti in causa, di un
“governo di unità nazionale”.
Nessun rimorso
Abhisit non ha ancora mostrato un briciolo
di rimorso per avere ordinato all’esercito di
disperdere le camicie rosse. La morte di ol­
tre 90 persone meriterebbe almeno un po’
di spirito conciliatorio da parte di chi gover­
nava all’epoca. I capi delle camicie rosse,
tra cui il latitante ex primo ministro Thak­
sin Shinawatra, hanno speso molto tempo
a suscitare sentimenti antigovernativi ma
non a raggiungere l’obiettivo della riconci­
liazione su cui ci si era accordati a maggio.
Con la scadenza imposta dalla costitu­
zione, che prevede di sciogliere il parla­
mento nel giro di un anno per preparare le
nuove elezioni, è rimasto poco tempo. Il
grande dilemma è ancora come far rispet­
tare il risultato delle elezioni. Le fazioni
“colorate” – le camicie gialle e le camicie
rosse – sono più che mai riluttanti ad accet­
tare il verdetto di elezioni libere nel caso in
cui sia la “parte sbagliata” a vincere.
Per ora questo problema pratico è il più
grande ostacolo alla riconciliazione. Negli
ultimi cinque anni il ricorso alle urne ha de­
terminato profonde divisioni mentre
avrebbe dovuto contribuire a risanare le
ferite. Una delle grandi conquiste della de­
mocrazia è che vincitori e vinti accettano il
risultato delle elezioni garantendo la stabi­
lità della nazione. È compito del primo mi­
nistro Abhisit trovare il modo di arrivare
alla riconciliazione: per questo bisogna in­
dire elezioni come previsto dalla costituzio­
ne e rilanciare l’impegno di tutti a rispettar­
ne il risultato. u sv
I tailandesi ancora lontani
dalla riconciliazione
Sei mesi dopo la rivolta delle
camicie rosse, la situazione in
Thailandia non è cambiata. Il
governo non ha fatto niente per
ricomporre le fratture nel paese
e le elezioni serviranno a poco
Bangkok Post, Thailandia
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Le camicie rosse ricordano i compagni morti, Bangkok, 10 ottobre 2010
14 marzo 2010 Comincia la protesta delle
camicie rosse che invadono il centro di
Bangkok paralizzando gran parte della città
per quasi due mesi.
3 maggio 2010 Su ordine del primo
ministro, l’esercito interviene per
disperdere i manifestanti. Alla ine degli
scontri si conteranno almeno 90 morti.
4 maggio L’Udd, il partito delle camicie
rosse, accetta il piano del premier.
Da sapere
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 27
INDONESIA
L’esercito
deve cambiare
Il 22 ottobre il governo di Ja‑
karta ha confermato l’autenti‑
cità di un video messo su You‑
Tube da un gruppo di attivisti
per i diritti umani. Nel video si
vedono sei soldati dell’eserci‑
to che torturano alcuni dete‑
nuti di Papua Ovest bruciando
i loro genitali e minacciandoli
con coltelli, fucili e sigari. Il
governo ha promesso che “i
responsabili saranno puniti”,
ma per gli attivisti papuani
non è suiciente. Il Jakarta
Globe scrive che il Papua tra‑
ditional council ha lanciato un
appello agli Stati Uniti, all’Au‑
stralia e all’Unione europea
ainché interrompano la coo‑
perazione con l’esercito indo‑
nesiano. Di altro avviso è
Ifdhal Kasim, presidente della
commissione nazionale per i
diritti umani (Komnas Ham).
Secondo Kasim la parziale ri‑
presa della cooperazione mili‑
tare tra gli Stati Uniti e l’Indo‑
nesia può servire a migliorare
l’esercito, a patto che Wa‑
shington pretenda chiarezza
sui fatti ripresi nel video. Lo
scorso luglio il segretario alla
difesa statunitense Robert
Gates, in visita nel paese, ha
annunciato la ripresa dei rap‑
porti con le forze speciali in‑
donesiane, Kompassus, dopo
12 anni di sospensione. Kom‑
nas Ham ha anche denunciato
altri casi di abusi sui detenuti
papuani commessi dai milita‑
ri: secondo le testimonianze
raccolte, dall’inizio del 2010 i
casi sarebbero stati almeno
undici.
VIETNAM
Un paese
di scapoli

Entro il 2030 tre milioni di viet‑
namiti rischiano di rimanere
senza moglie. È la previsione
fatta dal governo di Hanoi in ba‑
se all’andamento demograico
degli ultimi anni, che ha regi‑
strato un forte squilibrio di ge‑
nere. Il sito Than Nien scrive
che secondo i dati del Fondo
delle Nazioni Unite per la popo‑
lazione (Unfpa) il rapporto tra
maschi e femine è di 110,6 a
100, mentre normalmente è di
105 a 100. Una situazione dovu‑
ta al largo uso dell’aborto selet‑
tivo, illegale dal 2003 ma ancora
molto difuso. Il sito spiega che
in Cina e in India, che come il
Vietnam hanno registrato un
aumento dei maschi tra i nuovi
nati, il fenomeno si è veriicato
in un lasso di tempo molto più
lungo.
IN BREVE
Birmania Il 24 ottobre 14 per‑
sone sono morte e più di cento
sono rimaste ferite nell’incen‑
dio di un oleodotto nella regio‑
ne di Magway, nel centro del pa‑
ese.
Afghanistan Il presidente af‑
gano Hamid Karzai ha rivelato il
25 ottobre che l’amministrazio‑
ne ha ricevuto aiuti in denaro
dal governo iraniano, suscitan‑
do le proteste degli Stati Uniti.
Pakistan Il 25 ottobre sei perso‑
ne sono morte e decine sono ri‑
maste ferite in un attentato da‑
vanti a un mausoleo sui a Pa‑
kpattan, nella provincia del
Punjab.
Spenti i rilettori dei Giochi del
Commonwealth, inita l’euforia per il
bottino di medaglie d’oro più
consistente mai aggiudicatosi
dall’India, è l’ora della resa dei conti.
L’edizione dei Giochi che si è appena
conclusa sarà ricordata come la più
corrotta e disastrosa della storia e,
scrive Tehelka, il presidente del
comitato organizzatore, Suresh Kalmadi, non è l’unico da
biasimare. Di tutti gli appalti milionari assegnati, infatti,
solo una minima parte è stata gestita da Kalmadi. I milioni
di rupie spesi per costruire i nuovi stadi e rifare la
pavimentazione stradale sono stati gestiti da agenzie che
fanno capo al comune di New Delhi. Invece il sindaco
Sheila Dikshit ha scaricato ogni responsabilità su Kalmadi,
che si è difeso pubblicamente. La situazione è così tesa che
i due sono stati richiamati dal Partito del congresso, di cui
fanno parte entrambi, preoccupato per le conseguenze
politiche dello scandalo. Intanto Nitin Gadkari, il
presidente del Bharatiya Janata Party (all’opposizione) ha
dato la colpa di tutto al governo e ha chiesto che a indagare
sia un comitato parlamentare. ◆
India
L’ora delle polemiche
Tehelka, India
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Studenti tibetani in rivolta
L’ondata di proteste degli studenti tibetani partita il 19 ottobre da
Rongwo, nella regione autonoma del Tibet, in Cina, si è estesa ad
altre province ino a raggiungere Pechino. Migliaia di ragazzi in di‑
verse città sono scesi in piazza per contestare la decisione del gover‑
no di limitare l’uso della lingua tibetana nelle scuole per fare posto
al mandarino. Gli studenti tibetani rivendicano il diritto a studiare
nella loro lingua madre, appellandosi all’articolo 4 della costituzio‑
ne che garantisce alle minoranze etniche questa libertà, e vedono
nella decisione di Pechino l’ennesimo sopruso ai loro danni.
Tongren, provincia del Qinghai, Cina
28 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
L
a capacità di Silvio Berlusconi di
tenere testa alle molte critiche ri-
volte alla sua leadership è stata
messa a dura prova negli ultimi
mesi. Anche se resta il primo ministro più
longevo dell’Italia del dopoguerra, il Cava-
liere si trova ad afrontare crescenti diicol-
tà.
Berlusconi è stato protagonista, negli
ultimi mesi, di un duro scontro con il suo
alleato storico Gianfranco Fini. Il governo è
bersagliato ogni settimana da accuse di cor-
ruzione. E il costante conlitto tra i suoi in-
teressi privati e il ruolo pubblico è diventato
sempre più evidente, generando nuovi
scontri con gli alleati, con la chiesa cattolica
e perino con i suoi familiari.
Certo, Berlusconi ha già afrontato pro-
blemi di questo tipo nella sua carriera poli-
tica e sa come trarre proitto dalle diicoltà.
Ma ora la situazione sembra essere più gra-
ve del solito, e il regime è in crisi.
Spinto a tentare di cambiare il paese da
interessi sia personali sia politici, dal 1994
Berlusconi domina la vita politica italiana.
Il berlusconismo, che nel corso degli anni si
è afermato sempre più come una modalità
di governo e di esercizio del potere e sem-
pre meno come un’ideologia chiara, è riu-
scito almeno in parte a rimodellare il paese
a immagine e somiglianza del Cavaliere.
Con un tipico connubio tra ricchezza, cari-
sma e populismo, Berlusconi è riuscito
spesso a convincere un numero suiciente
di italiani del fatto che la sua ricetta per con-
quistare denaro e potere – contrapporsi alla
classe politica italiana e sconiggere il “si-
stema” – avrebbe funzionato anche per loro.
Berlusconi è perfettamente a suo agio nel
mondo mediatico e virtuale in cui vive e su
cercato di garantirsi l’immunità, varando
leggi ad hoc e sferrando attacchi continui
alla magistratura.
La tensione è sfociata in un’accesa di-
scussione durante il congresso del Popolo
della libertà ad aprile, quando Fini, che è un
sostenitore del modello centralista e che
per tradizione ha un forte sostegno popola-
re nel sud del paese, ha criticato l’inluenza
esercitata dalla Lega nord sul governo e si è
scagliato contro il modo di governare di
Berlusconi.
Le critiche mosse da Fini al premier
hanno messo in diicoltà il governo. Il pre-
sidente della camera è uscito dal Pdl per dar
vita a una sua formazione politica e molto
probabilmente svolgerà un ruolo di primo
piano in un’eventuale alleanza di centrode-
stra alternativa a quella attuale. Ma l’aspet-
to più grave, per Berlusconi, è che l’atteg-
giamento combattivo di Fini ha messo in
discussione la sua carriera politica.
Un’espressione del genere, riferita a un pre-
mier di 74 anni, può sembrare bizzarra, ma
in Italia è raro che i politici si facciano da
parte. E nel caso di Berlusconi sono in gioco
altre questioni: secondo molti commenta-
tori, la sua più grande ambizione è diventa-
re, al termine dell’attuale mandato da pre-
mier, presidente della repubblica. La possi-
bilità di continuare a occupare un’alta cari-
ca istituzionale alimenterebbe ulterior-
mente le sue insaziabili ambizioni politiche
e lo metterebbe al riparo dai processi (so-
prattutto se dovesse essere approvato il lo-
do Alfano).
È in questo contesto che va interpretata
la sida lanciata da Fini, oppositore emer-
gente e potenziale successore di Berlusco-
ni. La reazione del premier a questa minac-
cia è stata di un’intensità e di un’aggressivi-
tà sorprendenti, tanto da far sembrare la
rivalità tra Tony Blair e Gordon Brown una
scaramuccia tra idanzatini. Il Giornale, il
quotidiano di proprietà della famiglia Ber-
lusconi, ha lanciato violenti attacchi a Fini.
Il presidente della camera è stato chiamato
“compagno”, per via di alcune sue posizioni
sui diritti civili. L’accusa più grave, formula-
cui esercita un dominio assoluto. Per que-
sto il suo populismo postmoderno gli ha
garantito un enorme vantaggio politico su
un’opposizione passiva. Così, pur muoven-
dosi ai margini della legalità e anche se ha
bisogno di una nutrita squadra di avvocati
per tenere in piedi il suo show, il premier è
sempre riuscito ad anticipare le mosse degli
avversari.
Ma ora che le crepe del berlusconismo
sono sempre più evidenti, l’inclinazione
all’intolleranza del premier risulta sempre
più spudorata e lo spazio per il dissenso si
riduce notevolmente. I mezzi d’informa-
zione di proprietà di Berlusconi si sono sca-
gliati con violenza contro gli ex alleati,
mentre il sistema radiotelevisivo pubblico
– sottoposto indirettamente al controllo del
governo – ha tentato in più di un’occasione
di allontanare le voci critiche (tra cui spicca
quella del conduttore televisivo Michele
Santoro). Le prepotenze che un tempo inti-
midivano gli avversari oggi sembrano me-
no efficaci, mentre le fratture interne al
centrosinistra appaiono insanabili.
Guerra aperta
Il conlitto più grave è quello con il presi-
dente della camera. Fini è un ex fascista che
ha cercato di trasformare il suo partito, Al-
leanza nazionale, in una grande formazione
politica conservatrice, prima di fonderlo
nel 2008 con Forza Italia per dar vita al Po-
polo della libertà. Con il passare del tempo,
Fini ha sviluppato un fastidio crescente ver-
so la determinazione con cui Berlusconi ha
Fine di un regime
Regolamenti di conti all’interno
della maggioranza. Attacchi
sempre più violenti agli
oppositori. Tutto lascia pensare
che Silvio Berlusconi si stia
preparando allo scontro inale
Geof Andrews, Open Democracy, Gran Bretagna
Il conlitto d’interessi
del capo del governo
è diventato sempre
più evidente,
generando nuovi
dissidi con gli alleati e
con la chiesa cattolica
Visti dagli altri
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Silvio Berlusconi in senato, il 30 settembre 2010
ta dal quotidiano nell’ambito di una vasta
campagna denigratoria, è che Fini avrebbe
venduto in modo poco chiaro un apparta-
mento di proprietà di Alleanza nazionale,
andato poi in affitto al fratello della sua
partner.
Il Giornale ha rincarato la dose attac-
cando altre personalità che hanno criticato
Berlusconi. Come emma Marcegaglia, pre-
sidente della Conindustria, che aveva mes-
so in dubbio la visione ottimistica del pre-
mier sulla situazione economica italiana.
Quando si è saputo che il quotidiano stava
preparando una campagna diffamatoria
contro Marcegaglia, la procura di napoli ha
aperto un’inchiesta.
sono tutti segnali della ine di un regi-
me. l’economia ristagna e il governo perde
progettualità. Berlusconi continua a lancia-
re messaggi di fermezza, accanto al primo
ministro russo Vladimir Putin, suo storico
alleato, o esaltando il movimento dei tea
party negli stati Uniti (con cui condivide la
volontà di ridurre le tasse, la linea dura nei
confronti dell’immigrazione e il fascino
esercitato sull’elettorato femminile). Ma
questo sforzo mostra quanto sarà diicile
per lui recuperare il potere di un tempo.
tuttavia chi si aspetta da Berlusconi una
ritirata in punta di piedi – o perino che com-
paia inalmente di fronte alla giustizia per
rendere conto delle sue azioni – potrebbe
restare profondamente deluso.
Un alleato determinante
l’opposizione continua a essere timida, in-
capace di proporre ai cittadini delle soluzio-
ni per risolvere i loro problemi e di fornire al
paese una prospettiva convincente per il
dopo Berlusconi. È vero che le manifesta-
zioni in difesa dei diritti dei lavoratori e del-
la democrazia si stanno moltiplicando, ma
la storia recente della sinistra fa pensare che
nichi Vendola, l’unica speranza di cambia-
mento all’interno dell’opposizione, verrà
ostacolato dai grigi funzionari del Partito
democratico. In mancanza di un forte mo-
vimento riformista, è molto probabile che
silvio Berlusconi rimanga ancora per qual-
che tempo la igura centrale della politica
italiana. Il premier è sempre più dipenden-
te dalla lega nord. la propaganda di Um-
berto Bossi contro gli immigrati comincia a
fare presa sulla classe operaia settentriona-
le. Inoltre la lega nord sta consolidando la
sua presenza nelle piccole imprese a gestio-
ne familiare.
nella prossima campagna elettorale
(forse si voterà nella primavera del 2011), il
programma della lega potrebbe diventare
ancora più radicale, e il partito potrebbe im-
porsi come una forza politica determinante
anche per la prossima legislatura.
Berlusconi attingerà di nuovo all’im-
mensa risorsa dei suoi mezzi d’informazio-
ne per restare al potere, e la storia insegna
che il Cavaliere ottiene quasi sempre quello
che vuole. Allo stesso tempo, la crisi politica
ed economica dell’Italia sta spostando l’at-
tenzione non solo sui possibili successori
del premier, ma sul futuro stesso del paese.
Un accordo si troverà, ma a che prezzo per
l’Italia? ufp
Geof Andrews è un giornalista e scrittore
britannico. Il suo ultimo libro pubblicato in
Italia è slow Food. Una storia tra politica e
piacere (Il Mulino 2010).
30 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Tra le iamme
di Terzigno
Gli abitanti del paese campano
protestano contro l’apertura
di una nuova discarica.
Temono per la salute e di
essere abbandonati dallo stato
Ralf Groothuizen, Het Parool, Paesi Bassi
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er le strade di Napoli i cumuli di
riiuti crescono a vista d’occhio. I
cassonetti metallici su via Foria,
nel centro della città, traboccano
di sacchi della spazzatura sempre, anche
quando non c’è l’emergenza riiuti. Ora, pe-
rò, con le buste ammucchiate ci si potrebbe-
ro riempire almeno altri cinque cassonetti.
Da giorni nessuno li raccoglie: un liquido
nauseabondo fuoriesce dai sacchetti bucati
e inisce nei canali di scolo. In lontananza,
oltre la cima del Vesuvio, si leva una nube di
fumo nero.
Terzigno si trova a circa venti chilometri
da Napoli ed è l’epicentro della nuova emer-
genza dei riiuti in Campania. Il 22 ottobre
c’era un’atmosfera pesante nella piazza di
fronte alla pizzeria Il Rifugio. “Che paese di
merda!”, urla un uomo del posto rivolgen-
dosi a un agente della polizia. “Abbiamo la
polizia che fa la guardia all’immondizia”.
Per le strade di questo paese di circa
17mila abitanti i politici non si fanno vedere
e sono i poliziotti a dover afrontare i citta-
dini. Sullo sfondo ci sono le carcasse fu-
manti di quelli che una volta erano camion
della spazzatura, incendiati il 21 ottobre.
Blocco stradale
A Terzigno sono infuriati: non vogliono più
che nelle loro cave si accumuli la spazzatura
di Napoli e dintorni. Hanno paura di amma-
larsi. Temono che, se i riiuti continueranno
ad arrivare, il loro amato Parco nazionale
del Vesuvio possa venire inquinato irrime-
diabilmente. “Qui non vengono scaricati
solo i riiuti domestici. In mezzo ci inisce di
tutto: riiuti ospedalieri, scarti tossici, ogni
tipo di porcheria”, mi dice Italo Picciau, un
attivista del posto, mentre osserviamo
dall’alto la discarica all’interno della cava,
che siamo riusciti a raggiungere prendendo
una scorciatoia tra le vigne.
In Campania ci sono quattro cave usate
come discariche. La costruzione degli ince-
neritori, simili a quelli che vengono usati in
tanti paesi del mondo, è completamente
bloccata. Tutti sanno che la camorra fa otti-
mi afari grazie alle discariche abusive e che
ha tutto l’interesse ad alimentare il caos.
Entro la ine del 2011 le quattro cave saran-
no piene. Così bisognava individuare un
altro posto in cui scaricare la spazzatura: è
stata scelta la cava Vitiello di Terzigno, tra i
vigneti che si arrampicano sulle fertilissime
pendici del Vesuvio, dove si produce un vi-
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no famoso in tutto il mondo, il Lacrima
Christi. Quella di cava Vitiello diventereb-
be la più grande discarica d’Europa.
Giovani e anziani si sono messi di nuovo
al lavoro con radici di alberi e pali metallici
in via Nazionale Passanti (che collega Terzi-
gno a boscoreale, Scafati e Pompei). Tutte
le vie di accesso devono essere bloccate.
“Se non facciamo così nessuno ci prenderà
mai sul serio”, dice Antonio Aliberti, uno
dei manifestanti. “Non sa quanta gente qui
si ammala e muore di cancro e di altre ma-
lattie”. Un gruppetto di donne accanto a noi
annuisce. Avanzano con uno striscione con
su scritto: “Difendiamo la salute dei nostri
igli!”. I ragazzi corrono in gruppo sui moto-
rini con il volto coperto da fazzoletti: sia per
via del fetore, che oggi è appena sopportabi-
le perché soia vento dal mare, sia per sem-
brare più minacciosi e non farsi riconoscere.
Hanno bastoni di legno e un’aria aggressi-
va. Terzigno si prepara a un’altra notte di
disordini. Il 21 ottobre il premier Sivlio ber-
lusconi ha promesso, durante una confe-
renza stampa, che il problema sarà risolto in
dieci giorni. Nel frattempo, però, i cumuli di
spazzatura a Napoli e dintorni continuano a
crescere. uft
Scontri tra la polizia e gli abitanti di Terzigno, il 21 ottobre 2010
Visti dagli altri
Stevan Talevski, 32 anni, è originario della Macedonia e vive a Bologna. È arrivato nel
2003 e lavora presso l’agenzia Ervet, che si occupa della valorizzazione economica della re-
gione. Ha due lauree. Ama l’umorismo degli italiani. I suoi programmi preferiti sono Report
e Le iene. Se potesse, voterebbe per Antonio Di Pietro o Beppe Grillo.
Volti nuovi
Cosenza
Igiaba Scego
Roma
I
l 105, questo nocchiero metropolitano,
parte dalla stazione Termini, ombeli-
co del mondo, e arriva al capolinea di
Grotte Celoni, che tecnicamente è Roma
ma che di fatto non lo è. Grotte Celoni, in-
fatti, è qualche chilometro fuori dal rac-
cordo anulare, quindi fuori dalla città. Ma
chi abita lì non ci sta: “Siamo periferia”, ti
dicono con orgoglio. Poi però ti guardi in-
torno e vedi un vuoto che fa in fretta a tra-
sformarsi in degrado. Il 105 è verde, lungo,
sinuoso. Sembra una nave marziana, ma
anche un battello di disperati vecchia ma-
niera. Di lunedì mattina è meglio non
prenderlo. E anche di martedì. A pensarci
bene, meglio evitarlo sempre.
Intreccio di continenti
Il 105 è un groviglio di corpi. I continenti si
siorano in questo brandello a ruote di Ro-
ma capoccia. Occhi a mandorla, pelle ne-
ra, nasi schiacciati, capelli biondi, c’è di
tutto dentro questa Babele rotante. La
notte è anche peggio del giorno. Sagome
stanche la riempiono e qualcuno riesce a
conquistarsi un posto per una pennica. So-
no sagome migranti che hanno lavorato in
pizzeria o pulito qualche cesso della Roma
bene. Il bus passa per la Chinatown di
piazza Vittorio e per ponte Casilino, dove
giovani freak scendono per buttarsi nella
movida del Pigneto. Ma l’autobus non ha
tempo per un aperitivo trendy, deve trot-
tare verso Tor Pignattara, Centocelle,
Alessandrino, Torre Gaia, Giardinetti.
L’italiano si mischia con il bangla, il cinese
con il somalo, il romeno con lo spagnolo.
E i profumi si mischiano alle puzze.
Il 105 è un bus a rischio, dicono gli auti-
sti. Spesso qualcuno viene aggredito. I so-
liti stranieri, verrebbe da pensare. Ma i
colpevoli sono quasi sempre ragazzi italia-
ni dell’estrema periferia, lasciati soli nel
degrado di quartieri senza spazi di sociali-
tà. Ragazzi di cui nessuno si occupa più. u
Igiaba Scego è una scrittrice di origine so-
mala. È nata nel 1974 a Roma, dove vive
(balambalis@gmail.com).
A bordo della
Babele rotante
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Una donna che non vuole
prostituirsi, un pregiudicato
che la picchia. Un giorno
come tanti in Calabria
Le ragazze del night club
Geneviève Makaping
C
ronaca cosentina di due mesi fa. I
protagonisti sono Cristina Spina,
giovane tenente dei carabinieri,
una donna nigeriana di cui non si cono-
scono le generalità e Giuseppe Pantusa,
48 anni, gestore del night club Le Menadi.
I loro destini s’intrecciano nel corso di
un’operazione dei carabinieri. Le indagini
del pubblico ministero Claudio Currelli
dimostrano che in quel locale si sfrutta la
prostituzione di ragazze arrivate dall’Afri-
ca, dai paesi dell’est e dal Brasile. Alle 4.45
di un sabato notte, una chiamata al 112. A
telefonare è una giovane nigeriana di 22
anni che si è riiutata di prostituirsi. Il ge-
store del locale pensava che il modo mi-
gliore per convincerla a sottomettersi era
minacciarla di chiamare le forze dell’ordi-
ne per farla rimpatriare. non sapeva che la
ragazza ha un permesso di soggiorno. Lei
non ha ubbidito, è lui l’ha picchiata.
La telefonata al 112 le salva la vita. A
guidare l’operazione è Cristina Spina. La
ragazza nigeriana le racconta tutto. È stato
trovato un quaderno di 25 pagine con i no-
mi delle ragazze. Due tipologie di servizio:
semplice, 50 euro per lo spogliarello priva-
to, e di secondo livello, 100 euro per un
rapporto sessuale completo.
Quando le ragazze si riiutavano, il ma-
gnaccia cercava in un primo momento di
convincerle con dolcezza: “Fatemi ’sto
piacere, sono amici, fateli contenti”. Ma
aveva anche un altro metodo di persuasio-
ne: non pagava le ragazze, obbligandole a
prolungare il loro soggiorno per riscuotere
quanto gli spettava. Pantusa è inito in car-
cere. La nigeriana senza nome è stata libe-
rata. E le altre per le strade d’Italia? u
Geneviève Makaping è una giornalista e
antropologa camerunese. Vive in Italia dal
1988 (makaping@gmail.com).
Italieni
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 31
32 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Le opinioni
T
ra tutte le “minacce” all’ordine mon-
diale, la più pericolosa per il potere im-
periale è la democrazia, a meno che
non rimanga sotto stretto controllo. È
una minaccia qualsiasi afermazione di
indipendenza. Nel corso della storia, le
scelte di politica imperiale sono sempre state guidate
da queste paure. In Sudamerica, il tradizionale cortile
di casa degli Stati Uniti, i sudditi stanno per esempio
diventando sempre più disobbedienti. A febbraio han-
no perino creato la Comunità degli stati latinoameri-
cani e caraibici, che comprende tutti i paesi dell’emi-
sfero ma non Stati Uniti e Canada.
Per la prima volta dall’arrivo dei con-
quistatori spagnoli e portoghesi cinque-
cento anni fa, il Sudamerica sta andando
verso l’integrazione, un prerequisito ne-
cessario per l’indipendenza. E si sta an-
che rendendo conto di quanto sia scan-
daloso che un continente così ricco di ri-
sorse possa essere controllato da poche
élite ricche circondate da un mare di po-
vertà.
Inoltre, i rapporti tra i paesi del sud
del mondo si stanno sviluppando, e al
loro interno la Cina sta svolgendo un ruolo importante,
sia come consumatore di materie prime sia come inve-
stitore. La sua inluenza sta rapidamente crescendo e
in alcuni paesi ricchi di risorse ha superato quella degli
Stati Uniti. Alcuni cambiamenti signiicativi sono av-
venuti anche in Medio Oriente. Sessant’anni fa il diplo-
matico Adolf Berle fu uno dei primi a dire che chi aves-
se controllato le incomparabili risorse energetiche
della regione avrebbe avuto “il controllo del mondo”.
Negli anni settanta i maggiori produttori di idrocarbu-
ri nazionalizzarono le loro riserve, ma l’occidente man-
tenne una forte inluenza su quei paesi. Nel 1979 gli
Stati Uniti “persero” l’Iran in seguito alla caduta dello
scià, salito al potere nel 1953 con un colpo di stato ap-
poggiato da Washington e Londra per garantire che il
suo petrolio rimanesse nelle mani giuste. Ma oggi
l’America non riesce più a controllare neanche i paesi
tradizionalmente suoi amici. Le maggiori riserve di
petrolio sono in Arabia Saudita, che dipende dagli Sta-
ti Uniti da quando cacciarono via gli inglesi durante la
seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti rimangono di
gran lunga i maggiori investitori e partner commercia-
li dei sauditi, che a loro volta sostengono l’economia
americana con i loro investimenti. Oggi, però, più della
metà del petrolio saudita esportato va in Asia e per il
suo futuro ormai Riyad guarda a oriente. La stessa cosa
potrebbe fare l’Iraq, che è al secondo posto nel mondo
per le riserve di greggio, se riuscirà a risorgere dopo la
distruzione causata dalle sanzioni e dall’invasione an-
gloamericana. E la politica degli Stati Uniti sta spin-
gendo anche l’Iran, il terzo produttore mondiale, nella
stessa direzione. Ormai la Cina ha sostituito gli Stati
Uniti ed è la maggiore importatrice di petrolio dal Me-
dio Oriente, mentre le sue esportazioni invadono la
regione. Le possibili conseguenze di questa situazione
per l’ordine mondiale sono importanti, come lo è la
nascita dell’Organizzazione per la cooperazione di
Shanghai, che comprende quasi tutti i paesi asiatici ma
esclude gli Stati Uniti e che, come osserva l’economista
Stephen King, autore di Losing control:
the emerging threats to Western prosperity,
potrebbe diventare “un nuovo cartello
energetico di cui farebbero parte sia i
produttori sia i consumatori”.
Tra i politici occidentali il 2010 viene
chiamato “l’anno dell’Iran”. Si ritiene
che quel paese sia la più grande minaccia
per l’ordine mondiale e per questo sia al
centro della politica estera degli Stati
Uniti e dell’Europa, che li segue educa-
tamente come al solito. Il pericolo rap-
presentato dall’Iran non è di tipo milita-
re, ma deriva dal suo desiderio di indipendenza. Per
mantenere la “stabilità”, Washington ha imposto san-
zioni severe a Teheran, ma al di fuori dell’Europa ben
pochi le rispettano. Turchia e Pakistan stanno co-
struendo nuovi oleodotti e intensiicando i rapporti
commerciali con gli iraniani. L’opinione pubblica ara-
ba è contrariata per la politica occidentale e in gran
parte favorevole al programma nucleare di Teheran.
Questo conlitto va tutto a vantaggio della Cina. “Gli
investitori e le imprese cinesi stanno andando a riem-
pire il vuoto man mano che molti altri paesi, soprattut-
to europei, si ritirano dall’Iran”, ha scritto Clayton Jo-
nes sul Christian Science Monitor. E Washington rea-
gisce in modo disperato. In agosto il dipartimento di
stato ha avvertito Pechino che “se vuole fare afari con
il resto del mondo deve prima modiicare la sua imma-
gine. Se hai la fama di essere un paese che sfugge alle
sue responsabilità internazionali, questo alla lunga
avrà delle conseguenze”. E ovviamente avere “respon-
sabilità internazionale” consiste essenzialmente
nell’obbedire agli ordini degli Stati Uniti.
È improbabile che i leader cinesi si lascino impres-
sionare da questi discorsi, dal linguaggio di una poten-
za imperiale che cerca disperatamente di aggrapparsi
a un’autorità che non ha più. Il modo sprezzante in cui
la Cina ignora gli ordini degli Stati Uniti è molto più pe-
ricoloso per Washington delle minacce dell’Iran. u bt
L’indipendenza
dei sudditi
Noam Chomsky
NOAM CHOMSKY
insegna linguistica
all’Mit di Boston.
Il suo ultimo libro
uscito in Italia è Sulla
nostra pelle. Mercato
globale o movimento
globale? (Il Saggiatore
tascabili 2010).
Oggi più della metà
del petrolio saudita
esportato va in Asia
e per il suo futuro
Riyad guarda a
oriente. Lo stesso
potrebbe fare l’Iraq,
che è al secondo
posto nel mondo per
le riserve di greggio
34 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Le opinioni
N
egli anni ottanta, quando feci richie-
sta per una borsa di studio negli Stati
Uniti, uno dei requisiti era aver supe-
rato il Toefl, l’esame d’inglese per
stranieri. Lo sostenni all’American
University del Cairo, afollatissima di
giovani medici e ingegneri che, come me, avevano ri-
chiesto una borsa per studiare all’estero. Quel giorno
chiesi a quelli che incontravo se, potendo, avrebbero
scelto di restare negli Stati Uniti, e la ri-
sposta fu un “sì” convinto. Pur di lasciare
l’Egitto, molti di loro sarebbero andati in
qualsiasi altro paese. Perché? Il motivo
non era la povertà, perché impegnandosi
sarebbero riusciti a trovare un lavoro e
uno stipendio ragionevole, mentre a oc-
cidente spesso sarebbero stati costretti
ad accettare lavori umili al di sotto della
loro qualiica professionale. No, il motivo
fondamentale era la sensazione che nel
loro paese le ingiustizie fossero tali da
rendere la situazione irrecuperabile: chi
lavorava sodo non aveva mai la certezza di fare carriera,
e la competenza non era il requisito per ottenere un
buon impiego.
Tutto ciò che nei paesi democratici si guadagna gra-
zie all’impegno e ai meriti, in Egitto si può ottenere gra-
zie ai contatti personali e alla furbizia. Anzi, la bravura
è un problema, meglio essere mediocri o incapaci: pri-
ma di tutto perché il sistema sofoca chi ha talento, se-
condo perché il futuro dipende molto più dagli agganci
che dalle capacità di ognuno. In Egitto le persone capa-
ci hanno tre possibilità. Possono emigrare in un paese
democratico che rispetta il merito e la competenza, e
qui lavorare sodo ino a diventare come Mohamed el
Baradei o Magdi Yacoub. Possono mettere il loro talen-
to a disposizione del regime, accettando di esserne ser-
vi e diventare uno strumento di oppressione. Oppure
possono decidere di salvare il loro onore, e allora subi-
ranno la stessa sorte di Ibrahim Eissa.
Ibrahim Eissa è uno dei più dotati, onesti e coraggio-
si giornalisti egiziani. Quasi senza risorse, ma con il suo
talento eccezionale, è riuscito a trasformare il suo gior-
nale, Al Dustour, in una testata apprezzata in tutto il
mondo arabo. E come ogni grande maestro, non si è
accontentato della sua carriera, ma ha considerato suo
dovere incoraggiare i più giovani. Ha accolto così nella
redazione di Al Dustour decine di giovani reporter fa-
cendone i nuovi nomi del giornalismo nazionale.
Se Ibrahim Eissa vivesse in un paese democratico,
ora sarebbe onorato e rispettato. Invece vive in Egitto,
dove domina un regime autoritario che non permette a
chi ha talento di rimanere fedele a se stesso. Ibrahim
Eissa non si è opposto al governo: si è opposto al siste-
ma. Ha invocato un cambiamento democratico reale
attraverso libere elezioni. Ed è riuscito a fare di Al Du-
stour un vivaio importante di giovani giornalisti e una
casa aperta a tutti gli egiziani censurati dagli altri quoti-
diani. Il regime ha tentato in ogni modo di ridurlo al si-
lenzio. Ha cercato di stancarlo con processi assurdi e
querele infondate. Ha tentato di intimidirlo e poi ha
cercato di comprarlo, commissionando-
gli programmi televisivi che gli avrebbe-
ro fatto guadagnare molti soldi. Ma non è
servito a nulla: Ibrahim Eissa ha conti-
nuato a dire ciò che pensava e a fare ciò
che diceva.
A mano a mano che in Egitto aumen-
tavano le pressioni sia popolari sia inter-
nazionali per un cambiamento democra-
tico, il regime si è trovato in diicoltà e il
suo nervosismo è cresciuto. Ibrahim Eis-
sa è diventato intollerabile. A quel punto,
per distruggerlo, è stato ideato un piano
diabolico. Per cominciare è entrato in scena un tale di
nome Sayed Badawi, conosciuto solo come ricco pro-
prietario dell’emittente televisiva Al Hayat (quindi vici-
no ad alti esponenti del regime). Badawi ha speso un
sacco di soldi per conquistare la leadership del partito
Wafd, e poi altri soldi per convincere il partito a recitare
la parte della inta opposizione nella farsa delle prossi-
me elezioni egiziane truccate. Poi ha comprato Al Du-
stour e dalla prima pagina ha assicurato che la linea
politica del quotidiano non sarebbe cambiata. Dopodi-
ché, oltre a Badawi è saltato fuori un altro proprietario,
un certo Reda Edward, il quale non si è mai occupato di
giornali e vanta la sua fedeltà al regime. Dopodiché lo
stesso giorno in cui la proprietà di Al Dustour è passata
uicialmente a Badawi, la sua prima decisione è stata
licenziare Ibrahim Eissa. A quel punto è apparso chiaro
che Badawi e Reda Edward erano semplicemente il
modello più recente degli uomini di regime egiziani.
Allora chiediamo: perché tutte queste trame? Per-
ché sprecare milioni per disfarsi di un giornalista one-
sto e di talento, che ha come unico capitale le sue idee e
la sua penna? Perché il regime non ha investito tutti
quegli sforzi per salvare dalla miseria milioni di egizia-
ni? Al Dustour è inito, ma è passato alla storia dell’Egit-
to come un grande esperimento giornalistico e cultura-
le. Ibrahim Eissa può fondare altre decine di giornali, e
in Egitto comunque vinceranno il cambiamento, la ve-
rità e la giustizia. L’Egitto si è sollevato, e nessuno può
ormai frapporsi tra il paese e il suo futuro. L’unica solu-
zione è la democrazia. u ma
Un giornale
troppo libero
Ala al Aswani
ALA AL ASWANI
è uno scrittore
egiziano. In Italia ha
pubblicato Palazzo
Yacoubian (2006),
che è stato tradotto in
venti lingue, Chicago
(2008) e Se non fossi
egiziano (2009), tutti
editi da Feltrinelli.
Ibrahim Eissa è uno
dei più dotati
giornalisti egiziani.
Quasi senza risorse,
è riuscito a
trasformare il suo
giornale, Al
Dustour, in una
testata apprezzata
nel mondo arabo
36 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
In copertina
S
tiamo vivendo una crisi di
enormi proporzioni e di por-
tata globale. Non mi riferisco
alla recessione economica co-
minciata nel 2008, ma a una
crisi che passa inosservata e
che alla lunga sarà molto più dannosa per il
futuro della democrazia: la crisi mondiale
dell’istruzione.
Sono in corso cambiamenti radicali in
quello che le società democratiche inse-
gnano ai giovani, e su questi cambiamenti
non si rilette abbastanza. Attirati dal proit-
to, molti paesi, e i loro sistemi scolastici,
stanno escludendo alcuni saperi indispen-
sabili a mantenere viva la democrazia. Se
questa tendenza continuerà, gli stati di tut-
to il mondo produrranno generazioni di
macchine docili, utili e tecnicamente quali-
icate, invece di cittadini a pieno titolo, in
grado di pensare da soli, mettere in discus-
sione le consuetudini, e comprendere le
soferenze e i successi degli altri.
Quali sono questi cambiamenti radica-
li? Gli studi umanistici e artistici stanno
subendo pesanti tagli sia nell’istruzione
primaria e secondaria sia in quella universi-
taria, in quasi tutti i paesi del mondo. In un
momento in cui gli stati devono eliminare il
superfluo per rimanere competitivi sul
mercato globale, le lettere e le arti – consi-
derate accessorie dai politici – stanno rapi-
damente sparendo dai programmi di stu-
dio, dalle menti e dai cuori di genitori e
studenti. E anche quelli che potremmo de-
inire gli aspetti umanistici della scienza e
delle scienze sociali – l’aspetto creativo e
Il potere d
Martha C. Nussbaum, The Times Literary
Supplement, Gran Bretagna. Foto di Cyrille Weiner
In molte scuole e università gli studi umanistici
vengono trascurati. Ma per diventare dei bravi
cittadini bisogna imparare a pensare in modo
critico e a mettersi nei panni degli altri
inventivo, e il pensiero critico rigoroso –
stanno passando in secondo piano, perché
si preferisce inseguire il proitto a breve ter-
mine garantito da conoscenze pratiche
adatte a questo scopo.
Stiamo inseguendo i beni materiali che
ci piacciono, e ci danno sicurezza e confor-
to: quelli che lo scrittore e ilosofo indiano
Rabindranath Tagore chiamava il nostro
“rivestimento” materiale. Ma sembriamo
aver dimenticato le capacità di pensiero e
immaginazione che ci rendono umani, e
che ci permettono di avere relazioni uma-
namente ricche invece di semplici legami
utilitaristici. Se non siamo educati a vedere
noi stessi e gli altri in questo modo, imma-
ginando le reciproche capacità di pensiero
ed emozione, la democrazia è destinata a
entrare in crisi perché si basa sul rispetto e
sull’attenzione per gli altri. Questi senti-
menti a loro volta si basano sulla capacità di
vedere le altre persone come esseri umani e
non come oggetti.
Non nego che la scienza e le scienze so-
ciali, in particolare l’economia, siano altret-
tanto importanti per la formazione dei cit-
tadini. Anche queste discipline possono
essere permeate di elementi che formano
uno spirito umanistico: la ricerca del pen-
siero critico, la sida dell’immaginazione,
l’empatia per le esperienze umane più di-
verse e la comprensione della complessità
del mondo in cui viviamo. Un mondo in cui
le persone si trovano a confrontarsi nono-
stante le distanze geograiche, linguistiche
e nazionali. Eppure, più che in ogni altra
epoca del passato, tutti noi dipendiamo da M
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Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 37
e del sapere
L’aniteatro Richelieu all’università La Sorbona di Parigi
38 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
persone che non abbiamo mai visto e che a
loro volta dipendono da noi. I problemi che
dobbiamo afrontare – economici, ambien-
tali, religiosi e politici – sono di portata
mondiale.
Nessuno può dirsi estraneo a questa in-
terdipendenza globale. Scuole e università
di tutto il mondo hanno un compito urgente
e molto importante: aiutare gli studenti a
vedere se stessi come membri di una nazio-
ne eterogenea e a comprendere la storia e il
carattere dei diversi gruppi che compongo-
no un mondo ancora più eterogeneo. La
conoscenza non è una garanzia di buona
condotta, ma l’ignoranza garantisce una
condotta cattiva.
Per essere cittadini del mondo servono
veramente gli studi umanistici? Di certo
servono molte conoscenze che si possono
ottenere senza un’istruzione umanistica.
Tuttavia, per essere cittadini responsabili
serve molto di più: la capacità di valutare i
dati storici, di applicare e valutare critica-
mente i princìpi economici, di confrontare
le varie opinioni sulla giustizia sociale, di
parlare lingue straniere, di comprendere la
complessità delle grandi religioni mondiali.
Un elenco di fatti, senza la capacità di valu-
tarli, può essere dannoso quanto l’ignoran-
za.
Socrate disse che “una vita senza ricer-
ca non è degna di essere vissuta”. In una
democrazia viziata dalla retorica roboante
e diidente verso il ragionamento, Socrate
perse la vita proprio per la sua fedeltà
all’ideale dell’interrogazione critica. Oggi il
suo esempio è al centro della teoria e della
pratica dell’insegnamento delle materie
umanistiche nella tradizione occidentale.
Alcune sue idee sono rintracciabili anche
nei princìpi formativi in India e in altre cul-
ture non occidentali. Agli studenti univer-
sitari vengono spesso oferti corsi di mate-
rie umanistiche perché si pensa che li sti-
molino a pensare e a ragionare in modo
autonomo invece di conformarsi alla tradi-
zione e all’autorità. La capacità di ragionare
in maniera socratica è importante per ogni
tipo di democrazia, ma lo è in modo parti-
colare nelle società dove sono presenti per-
sone di etnie, caste e religioni diverse.
L’idea di assumersi la responsabilità dei
propri ragionamenti e di scambiare idee
con gli altri in un’atmosfera di rispetto reci-
proco è essenziale alla soluzione paciica
delle divergenze sia all’interno di un singo-
lo paese sia in un mondo sempre più pola-
rizzato dai conflitti etnici e religiosi. Ma
l’idea le socratico è gravemente minacciato
in un mondo orientato alla massima cresci-
ta economica.
La capacità di pensare e argomentare in
modo autonomo può sembrare superlua
se si cercano risultati quantiicabili da sfrut-
tare dal punto di vista commerciale. Inoltre,
è diicile valutare l’abilità socratica attra-
verso i test scolastici standardizzati. Dato
che gli studenti sono sempre più spesso va-
lutati attraverso prove di questo tipo, è faci-
le che si iniscano per trascurare gli aspetti
socratici del programma di studi e dell’edu-
cazione. La cultura della crescita economi-
ca ha una forte inclinazione per i test stan-
dardizzati e non tollera gli insegnamenti
che non sono rapidamente valutabili in quel
modo.

Il rischio delle lezioni frontali
Il metodo socratico è una pratica sociale.
L’ideale sarebbe che ispirasse il funziona-
mento del maggior numero possibile di isti-
tuzioni sociali e politiche. È anche una di-
sciplina che potrebbe essere insegnata a
scuola o all’università. Richiede molti sfor-
zi da parte degli insegnanti perché prevede
frequenti scambi con gli studenti, ma spes-
In copertina
so dà risultati commisurati all’investimen-
to. Questo tipo d’insegnamento è ancora
abbastanza comune negli Stati Uniti, con il
modello basato sulle liberal arts, ma è molto
meno difuso in Europa e in Asia, dove gli
studenti entrano all’università per specia-
lizzarsi in una disciplina e non sono tenuti a
seguire corsi di cultura generale. Inoltre nei
paesi asiatici ed europei i docenti tengono
spesso lezioni frontali, che richiedono una
partecipazione minima o pari a zero da par-
te degli studenti e non danno feed back. In
ogni caso, introdurre il modello socratico
nella scuola primaria e secondaria non è
un’utopia. È un compito alla portata di una
comunità che rispetta i suoi bambini e il
funzionamento della democrazia.
All’inizio del settecento alcuni intellet-
tuali in Europa, in Nordamerica e in India
hanno cominciato a prendere le distanze da
un modello educativo basato sull’apprendi-
mento meccanico. Hanno cercato invece di
condurre esperimenti in cui i bambini era-
no soggetti attivi e critici. Le teorie europee
più innovative – come quelle di Jean-Jac-
ques Rousseau, Johann Pestalozzi e Frie-
drich Fröbel – hanno avuto un’influenza
determinante negli Stati Uniti attraverso i
lavori di Amos Bronson Alcott e Horace
Mann, nell’ottocento, e di John Dewey, il
più importante fautore del metodo socrati-
co negli Stati Uniti, nel novecento. Diversa-
mente dai suoi predecessori europei, De-
wey visse e insegnò in una democrazia soli-
da, e il suo principale obiettivo era la forma-
zione di cittadini rispettosi gli uni degli altri.
Gli esperimenti di Dewey hanno lasciato
un segno profondo sull’istruzione primaria
negli Stati Uniti.
La storia ci mostra che l’insegnamento
dei valori socratici produce cittadini critici,
curiosi e in grado di resistere all’autorità e
alle pressioni sociali. Ma cosa sta succeden-
Da sapere
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Primi venti paesi Ocse per percentuale di immatricolati all’università rispetto ai diplomati della secondaria superiore, 2008
Fonte: Education at a glance 2010, Oecd indicators
87
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Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 39
do oggi? In molti paesi europei e asiatici,
soprattutto in India, Socrate non è mai stato
popolare o è diventato obsoleto molto pre-
sto. Negli Stati Uniti, grazie a Dewey, la si-
tuazione è leggermente migliore, ma le co-
se stanno cambiando rapidamente e ci av-
viciniamo sempre di più alla scomparsa
dell’idea le socratico.
Per capire bene la complessità del mon-
do non si possono usare solo la logica e le
conoscenze fattuali. Le persone hanno bi-
sogno di un terzo elemento, strettamente
correlato ai primi due, che possiamo chia-
mare immaginazione narrativa. È la capa-
cità di pensarsi nei panni di un altro, di es-
sere un lettore intelligente della storia di
quella persona, di comprenderne le emo-
zioni, le voglie e i desideri. Coltivare l’em-
patia è stato uno dei punti chiave delle mi-
gliori concezioni moderne di istruzione
democratica. Buona parte di questo inse-
gnamento è dato dalla famiglia, ma anche
la scuola e l’università svolgono una funzio-
ne importante. Per questo, devono attribu-
ire una posizione di primo piano alle mate-
rie umanistiche, letterarie e artistiche, utili
a una formazione di tipo partecipativo che
attivi e perfezioni la nostra capacità di ve-
dere il mondo attraverso gli occhi di un al-
tro.
Quest’abilità si sviluppa nei bambini at-
traverso il gioco immaginativo. Il gioco è un
tipo di attività che si svolge nello spazio tra
persone, quello che il pediatra e psicanali-
sta britannico Donald Winnicott chiama
“spazio potenziale”. Qui le persone (prima
bambini, poi adulti) sperimentano l’idea
dell’alterità in modi molto meno pericolosi
di quanto potrebbe essere l’incontro con
altre persone. Nel gioco, la presenza dell’al-
tro diventa una fonte di piacere e di curiosi-
tà, che a sua volta contribuisce allo sviluppo
di atteggiamenti sani in amicizia, in amore
e, più tardi, nella vita politica. Come osser-
vava acutamente uno dei pazienti di Winni-
cott, “l’aspetto allarmante dell’uguaglianza
è che diventiamo entrambi bambini e il pro-
blema è: dov’è il padre? Noi sappiamo dove
siamo solo se uno di noi è il padre”. Il gioco
insegna alle persone a vivere con gli altri
senza bisogno di controlli: mette in relazio-
ne le esperienze di vulnerabilità e di sorpre-
sa alla curiosità e allo stupore, invece di ca-
dere in una paralizzante ansietà.
Nella reazione degli adulti a un’opera
d’arte complessa, Winnicott vedeva una
continuità con il piacere che i bambini pro-
vano nel gioco. Secondo lui la funzione
dell’arte in tutte le culture umane è nutrire
e ampliare la capacità di empatia.
Molti educatori moderni si sono resi
conto ben presto che, una volta finita la
scuola, il più importante contributo delle
arti alla vita di una persona è quello di raf-
forzare le risorse emotive e immaginative,
ovvero la capacità di comprendere se stessi
e gli altri. Per vedere le arti al centro
dell’istruzione primaria abbiamo dovuto,
però, attendere il novecento, con gli esperi-
menti scolastici di Tagore in India e di De-
wey negli Stati Uniti.
Secondo Dewey, non bisognava inse-
gnare ai bambini a contemplare le opere
d’arte come se fossero qualcosa di estraneo
al mondo reale. E neanche a credere che
l’immaginazione fosse qualcosa di perti-
nente solo al dominio dell’irreale e del fan-
tastico. Al contrario, dovevano abituarsi a
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La biblioteca universitaria della Sorbona
40 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
cogliere la dimensione fantasiosa in ogni
loro interazione, e a vedere le opere d’arte
come uno dei tanti ambiti dove si coltiva
l’immaginazione.
Tagore, invece, sosteneva che il ruolo
fondamentale delle arti era coltivare l’em­
patia e faceva notare che questa funzione
pedagogica era stata sistematicamente
ignorata e severamente repressa da model­
li scolastici standardizzati. Le arti, secondo
Tagore, alimentano sia la formazione inte­
riore sia l’attenzione e la sensibilità verso gli
altri. Questi due momenti si sviluppano allo
stesso tempo, perché diicilmente si può
capire l’altro se non ci si sa guardare den­
tro.
Zone d’ombra
Tutte le società in tutte le epoche storiche
hanno avuto le loro zone d’ombra, hanno
trattato alcuni gruppi in modo ottuso. Par­
lando del suo romanzo Uomo invisibile (Ei­
naudi 1956), lo scrittore statunitense Ralph
Ellison lo deinì “una zattera di speranza,
intuizione e divertimento”, grazie alla qua­
le la cultura statunitense avrebbe potuto
evitare “i tronchi sommersi e i mulinelli”
che stanno tra noi e il nostro ideale demo­
cratico. Attraverso l’immaginazione, dice­
va Ellison, riusciamo a sviluppare la capaci­
tà di cogliere la piena umanità delle perso­
ne che incontriamo tutti i giorni e con cui
abbiamo rapporti supericiali o, peggio, vi­
ziati da stereotipi. E gli stereotipi abbonda­
no in un mondo come il nostro, che ha crea­
to nette separazioni tra gruppi e dove la
diidenza ostacola ogni incontro. Il roman­
zo di Ellison aveva come tema e come
obiettivo polemico lo “sguardo interiore”
del lettore bianco. L’eroe è invisibile alla
società dei bianchi, ma ci spiega che la sua
invisibilità è dovuta a una lacuna nell’istru­
zione e nell’immaginazione dei bianchi,
non a un fatto biologico.
Negli Stati Uniti di Ellison il tema caldo
era quello della razza. Per Tagore, invece, la
zona d’ombra culturale era la condizione
intellettuale e la capacità di agire delle don­
ne. Per questo si impegnò molto per pro­
muovere la curiosità e il rispetto reciproco
tra i sessi.
Ellison e Tagore affermano che, per
comprendere a pieno le discriminazioni e
le diseguaglianze sociali, non basta essere
informati. Bisogna anche mettersi nei pan­
ni di chi è discriminato, un’esperienza resa
possibile dal teatro e dalla letteratura. Dalle
rilessioni di Tagore e di Ellison deduciamo
che le scuole e le università, quando trascu­
rano le lettere e le arti, trascurano anche
delle opportunità molto importanti di com­
prensione democratica.
Dobbiamo coltivare “lo sguardo interio­
re” degli studenti. In altre parole, la funzio­
ne delle discipline umanistiche nelle scuole
e nelle università è duplice: migliorano in
generale le capacità di gioco e di empatia, e
lavorano in particolare su alcune zone
d’ombra culturali.
L’immaginazione è strettamente legata
alla capacità socratica di esercitare il pen­
siero critico sulle consuetudini scomparse
o inadeguate. Difficilmente una persona
riesce a rispettare la posizione di un’altra se
non comprende la concezione della vita o le
esperienze da cui questa posizione scaturi­
sce. Ma le discipline umanistiche fanno
anche di più. Rendendo piacevoli gli atti di
comprensione, sovversione e riflessione
culturale, aiutano a dialogare con i pregiu­
dizi del passato, invece di instaurare un rap­
porto caratterizzato solo dalla paura e dalla
diidenza.
Questo è quello che intendeva Ellison
quando deiniva Uomo invisibile “una zatte­
ra di speranza, intuizione e divertimento”.
Il divertimento è fondamentale per l’artista
che vuole ofrire intuizione e speranza.
In tutte le democrazie moderne, l’inte­
resse nazionale esige un’economia forte e
una cultura di mercato iorente. Un’econo­
mia lorida a sua volta richiede le stesse ca­
pacità della buona cittadinanza. I sosteni­
tori di quella che chiamerò “istruzione a
scopo di lucro” o “istruzione inalizzata alla
crescita economica” invece hanno adottato
una versione impoverita di quello che sa­
rebbe necessario per raggiungere i loro
stessi obiettivi. Ma dato che un’economia
forte dev’essere un mezzo per raggiungere
inalità umane, e non un ine in sé, la que­
stione più importante è la stabilità delle
istituzioni democratiche.
La maggior parte di noi non vorrebbe
vivere in un paese ricco che ha rinunciato a
essere democratico. Eppure si moltiplicano
le voci favorevoli a un sistema scolastico
che promuove lo sviluppo nazionale sotto
forma di crescita economica. È il modello
abbozzato da un recente rapporto della
commissione Spellings, crea ta dal ministe­
ro dell’istruzione di Washington per fare il
punto sul futuro della scuola superiore.
Lo stesso modello è promosso in molti
paesi europei, che assegnano i fondi alle
facoltà scientiiche e tecniche, tagliandoli a
quelle umanistiche. Lo stesso tema è al cen­
tro del dibattito sull’istruzione in India e
nella maggioranza dei pae si emergenti.
Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un
modello di formazione scolastica puramen­
te orientato alla crescita economica. Alcu­
ne caratteristiche distintive di questo siste­
ma resistono bene al tentativo di rimodel­
larle. A diferenza di quello che succede in
altri paesi, l’università statunitense dà am­
pio spazio alle materie umanistiche, soprat­
tutto nei primi due anni di corso.
Questo modello caratterizza anche
l’istruzione secondaria e non è un residuo
di vecchie forme di distinzione di classe.
Fin dall’inizio, infatti, i responsabili
dell’istruzione negli Stati Uniti ebbero ben
chiaro lo stretto legame tra gli studi umani­
stici e la preparazione di cittadini bene in­
formati, indipendenti e democratici. Que­
sto modello è ancora abbastanza solido, ma
è sotto attacco a causa della crisi economi­
ca.
L’istruzione inalizzata alla crescita eco­
nomica richiede conoscenze di base, come
scrivere e fare di conto. In seguito, alcune
persone dovranno acquisire saperi più com­
plessi, in informatica e nuove tecnologie.
La parità di accesso all’istruzione non è im­
portante: un paese può crescere anche se i
contadini poveri rimangono analfabeti, co­
me succede in molti stati dell’India. Questo
è sempre stato il problema del modello di
sviluppo basato sul pil: trascura la distribu­
zione della ricchezza e inisce per valutare
positivamente paesi dove esistono dispari­
tà allarmanti.
Questa situazione si rilette anche nella
scuola: una volta formata un’élite compe­
tente in termini tecnologici e commerciali,
alcuni paesi possono far crescere il loro pil
senza preoccuparsi della distribuzione del­
la conoscenza.
Anche in questo caso, almeno in teoria,
gli Stati Uniti non si sono fatti condizionare
dal paradigma della crescita. Nella tradi­
zione della scuola pubblica statunitense, le
pari opportunità per tutti – sebbene mai
rea lizzate con determinazione – sono sem­
pre state uno degli obiettivi uiciali, e sono
difese anche dai politici più sensibili al ri­
In copertina
L’istruzione a scopo di lucro
richiede conoscenze di base, come
scrivere e fare di conto. La parità di
accesso non è importante
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 41
chiamo del primato economico, come gli
autori del rapporto Spellings.
Oltre a una preparazione di base per
molti, e una formazione più avanzata per
pochi, l’istruzione inalizzata alla crescita
economica avrà bisogno almeno di una for-
ma rudimentale di conoscenza della storia
e delle vicende economiche. Ma questa
narrazione storica ed economica dovrà evi-
tare ogni seria rilessione su classe, razza e
genere, e ogni tipo di giudizio sulla reale
utilità degli investimenti stranieri per i con-
tadini poveri o sulla possibilità che la demo-
crazia possa sopravvivere senza garantire a
tutti le stesse opportunità.
Il pensiero critico non è veramente im-
portante nell’istruzione a scopo di lucro. La
libertà di pensiero degli studenti è pericolo-
sa quando quello che si vuole è un gruppo di
lavoratori obbedienti e professionalmente
preparati, in grado di realizzare i progetti di
un’élite che punta tutto sugli investimenti
stranieri e sullo sviluppo tecnologico. Gli
educatori che hanno come obiettivo solo la
crescita economica non vogliono che si stu-
di la storia delle ingiustizie di classe, casta,
genere e appartenenza etnica o religiosa,
perché questo spingerebbe a rilettere in
modo critico sul presente. Non vogliono
nemmeno una rilessione seria sul difon-
dersi del nazionalismo, sui danni prodotti
dalle ideologie nazionaliste o sul modo in
cui la dimensione etica rimane in secondo
piano rispetto alla presunta superiorità del-
la tecnica.
Che dire poi delle lettere e delle arti,
tanto apprezzate dagli educatori democra-
tici? L’istruzione finalizzata alla crescita
economica non dà valore a questo tipo di
formazione, perché è apparentemente inu-
tile rispetto alla ricerca del successo econo-
mico. Ma i sostenitori della crescita non si
limitano a trascurare gli studi umanistici.
In realtà li temono. Una persona istruita e
in grado di provare empatia per l’altro è un
nemico particolarmente pericoloso dell’ot-
tusità, e l’ottusità morale è necessaria per
realizzare programmi di sviluppo economi-
co che ignorano le diseguaglianze.
È più facile trattare le persone come og-
getti da manipolare se non si è mai impara-
to a vederle in un altro modo. Come disse
Tagore, il nazionalismo aggressivo ha biso-
gno di annebbiare la coscienza morale. Ha
bisogno di persone che non apprezzano
l’individualità, che ripetono gli slogan del
gruppo, che si comportano e che vedono il
mondo come docili burocrati. Le arti sono
un grande nemico dell’ottusità, e gli artisti
(a meno che non siano sottomessi o corrot-
ti) non sono servi di nessuna ideologia.
Chiedono invece all’immaginazione di su-
perare i conini e di vedere le cose in modo
diferente.
Intelligenze lessibili
Per gli studi umanistici vale quanto si è det-
to per il pensiero critico: sono essenziali per
la crescita economica. I più importanti for-
matori di dirigenti d’azienda hanno capito
da tempo che una buona capacità di imma-
ginazione è il pilastro di una buona cultura
degli afari. L’innovazione richiede intelli-
genze lessibili, aperte e creative. La lette-
ratura e le arti stimolano queste facoltà.
Quando mancano, la cultura aziendale per-
de colpi in fretta. Sempre più spesso, al mo-
mento dell’assunzione i laurea ti nelle ma-
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L’università La Sorbona
In copertina
terie umanistiche sono preferiti a studenti
che hanno avuto una formazione rigorosa-
mente professionale, proprio perché si pen-
sa che abbiano una mente più elastica e
creativa.
Musica, danza, disegno e teatro sono le
strade maestre del piacere e delle capacità
di espressione. E per incoraggiarle non ser-
ve una grossa spesa. Anzi, un tipo di forma-
zione basata sullo sviluppo della capacità di
pensiero e di immaginazione di studenti e
insegnanti potrebbe essere più convenien-
te, perché ridurrebbe il senso di anomia e la
perdita di tempo che deriva dalla mancanza
di impegno personale. Come ha dichiarato
recentemente la preside di Harvard, Drew
Faust, “le persone hanno bisogno di com-
prensione e di prospettive almeno quanto
hanno bisogno di lavoro. Il problema non è
se di questi tempi possiamo permetterci di
credere in questi obiettivi, ma se possiamo
permetterci di non crederci”.
L’errore di Nehru
Oggi in alcuni casi le università statunitensi
alimentano la cittadinanza democratica
meglio di cinquant’anni fa. A quei tempi gli
studenti sapevano poco del mondo e delle
minoranze del loro paese. Nuove aree di
studi, convogliate nelle materie umanisti-
che, hanno migliorato la comprensione dei
paesi non occidentali, dell’economia glo-
bale, dei rapporti tra persone di razze diver-
se, delle dinamiche di genere, della storia
dell’immigrazione e delle lotte di nuovi
gruppi per il riconoscimento e l’uguaglian-
za. Tuttavia, non possiamo ritenerci soddi-
sfatti dello stato di salute degli studi umani-
stici. Nonostante le donazioni ilantropi-
che, la crisi economica ha spinto molte
università a fare tagli in questo settore, per-
ché non è considerato essenziale.
In Europa le cose vanno ancora peggio.
L’imperativo della crescita economica ha
spinto la maggior parte dei governi a rio-
rientare i loro sistemi universitari – in ter-
mini di insegnamento e di ricerca – secondo
l’ottica della crescita. In India le materie
umanistiche sono sempre state poco consi-
derate da quando Nehru, negli anni qua-
ranta, ha deciso di rendere la scienza e
l’economia i pilastri del futuro del paese.
Nonostante il suo amore per la poesia e la
letteratura, Nehru concluse che le modalità
emotive e immaginative della conoscenza
dovessero cedere il passo alla scienza, e il
suo punto di vista prevalse sugli altri.
Nell’insegnamento primario le esigenze
del mercato globale hanno spinto tutti i
pae si a mettere l’accento sulle conoscenze
tecniche e scientiiche, mentre le arti e le
lettere sono state riformulate per diventare
a loro volta delle conoscenze valutabili con
questionari a scelta multipla. In un paese
come l’India, che aspira alla crescita, o in
uno come gli Stati Uniti, che vuole mante-
nere i suoi posti di lavoro, le competenze
umanistiche sono considerate superlue. I
programmi d’insegnamento hanno sacrii-
cato l’immaginazione e lo spirito critico per
concentrarsi solo su quello che è stretta-
mente utile alla preparazione degli esami.
Gli Stati Uniti del presidente Barack
Obama hanno la possibilità di cambiare la
situazione, promuovendo una concezione
dell’istruzione più complessa. Nei suoi di-
scorsi sulla scuola, il presidente sottolinea
il problema dell’uguaglianza, parlando
dell’importanza che tutti i cittadini siano in
grado di inseguire il “sogno americano”.
Ma inseguire un sogno presuppone dei so-
gnatori: intelligenze educate a pensare cri-
ticamente alle alternative e a immaginare
obiettivi ambiziosi, non solo in termini eco-
nomici, ma anche di dignità umana e di-
mensione democratica.
Per il momento Obama ha parlato di
reddito individuale e di crescita economica
nazionale, afermando che l’istruzione di
cui c’è bisogno è proprio quella che serve a
questi due obiettivi. Ancora più preoccu-
pante è il fatto che abbia ripetutamente elo-
giato paesi come Singapore, più avanzati
degli Stati Uniti nella formazione tecnolo-
gica e scientiica. “Stanno investendo me-
no tempo a insegnare cose che non servo-
no, e più tempo a insegnare cose che servo-
no. Stanno preparando i loro studenti non
al liceo o all’università, ma alla carriera. Noi
no”, ha detto Obama. “Cose che servono”
equivale a “cose che preparano alla carrie-
ra”. Una vita fatta di rispetto e ricca di con-
tenuti, una cittadinanza attenta e scrupolo-
sa, non sono mai citate come inalità per cui
valga la pena investire tempo.
Quando le persone cominciarono a in-
teressarsi alla partecipazione democratica,
le scuole in tutto il mondo furono ripensate
per istruire quel tipo di giovane che avrebbe
funzionato bene in una forma di governo
così esigente: non un gentiluomo rainato,
pieno del sapere del tempo andato, ma una
persona che fa parte di una comunità di
uguali in modo attivo, critico, rilessivo ed
empatico, e che sa confrontarsi con gli altri
sulla base della comprensione e del rispetto
verso persone della più diversa estrazione.
Oggi possiamo ancora dire che ci piacciono
la democrazia e la partecipazione politica, e
ci piacciono anche la libertà di parola, il ri-
spetto della diferenza e la comprensione
dell’altro. Formalmente rispettiamo questi
valori, ma non pensiamo quasi mai a quello
che dovremmo fare per trasmetterli alle ge-
nerazioni future e garantirne la sopravvi-
venza. u
42 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
L’AUTRICE
Martha C. Nussbaum è una ilosofa
statunitense che insegna all’università di
Chicago. Questo articolo è tratto dal suo
nuovo libro, Non per proitto, che sarà
pubblicato dal Mulino.
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tudiosi illustri, come Giorgio
Pasquali o Guido Calogero,
scrittori come Domenico Star­
none o meno noti ispettori mi­
nisteriali, come Evaristo Breccia, ci
hanno detto e attestano che almeno dai
primi del novecento (e non “dopo il
sessantotto”) l’insegnamento di greco
e latino in Italia è stato assai manche­
vole. Ma lo è anche quello di matemati­
ca o scienze. Aboliremmo queste mate­
rie? No, certo.
Tuttavia, si dice, latino e greco negli
Stati Uniti e in altri paesi europei sono
stati aboliti. Vero, ma se si rilette, si ca­
pisce che la scelta di tagliare nelle
scuole il rapporto con il latino e il greco
non appare paciicamente condivisibi­
le. Fuori dell’occidente, in altre aree
oggi tra le più dinamiche del mondo, il
ruolo dello studio delle lingue antiche
che sono le radici classiche di quelle
culture, il loro greco e latino, continua a
essere fondante nell’organizzazione
scolastica e culturale.
Ideogrammi cinesi
La lingua giapponese, com’è noto, è
profondamente diversa dalla cinese
per origini e struttura. Tuttavia il Giap­
pone appartiene storicamente e cultu­
ralmente all’area dell’ideogramma ci­
nese. E nell’uso contemporaneo l’ideo­
gramma cinese è presente in scritture
di ogni sorta (perino nella segnaletica
urbana e autostradale).
Quindi nelle scuole giapponesi è
d’obbligo lo studio dell’ideogramma ci­
nese (il loro greco) e nelle scuole supe­
riori, che da decenni coinvolgono l’in­
tera popolazione in età scolare, fa parte
del curricolo anche lo studio dei testi di
giapponese antico (il loro latino), che ha
grammatica e lessico in parte diferenti
dal moderno.
Nelle scuole cinesi è generale e siste­
matico il rapporto con i testi del periodo
classico, e il cinese classico è presente nei
ceti alfabetizzati anche come elemento
fortemente identitario e uniicante tra le
molte varietà di cinese e tra i diversi grup­
pi linguistici della Cina. Anche nella Cina
contemporanea l’antico è tutt’altro che
messo da parte.
In Israele l’apprendimento dell’ebraico
biblico, di cui per secoli sono stati deposi­
tari solo i rabbini, è stato il punto di par­
tenza per la nascita e la difusione del neo­
ebraico scritto e parlato, anche in
quest’area connesso a un elevato grado di
istruzione e a una forte volontà identita­
ria.
Più complessa e variegata è la situazio­
ne in India e nel mondo arabofono. Insie­
me a inglese e hindi, il sanscrito – anche se
privo di una comunità di parlanti nativi –
spicca rispetto alle altre 415 lingue parlate
e alle ventidue lingue uiciali, in quanto
classical language of India. Di fatto la persi­
stenza e la ripresa del suo studio nelle
scuole di molti dei 28 stati dell’unione, e
ora in diverse università, sono un forte
elemento di formazione anche primaria e
di identità.
Nel vasto e decentrato mondo arabofo­
no l’unità è garantita non tanto dalla rela­
tiva similarità dei diversi arabi locali parla­
ti e scritti, di limitata intercomprensibilità,
quanto dalla presenza religiosa e pervasi­
va dell’arabo coranico. In questo modo si
prolunga e vive, anche oltre il mondo ara­
bofono, in aree iraniche o turcofone, una
grande tradizione di scritture letterarie
e scientiiche in arabo classico, il cui
studio è ben presente nelle scuole e
nelle diverse aree regionali. In molti
paesi ciò non avviene senza problemi,
per le interferenze tra l’uso dell’arabo
classico, i diferenti arabi parlati e le
lingue di colonizzazione tuttora pre­
senti (il francese nel Maghreb e in Liba­
no, l’inglese a Gerusalemme, in Pale­
stina e in Egitto). Di ciò vi sono contra­
stanti valutazioni locali. Ma Edward
Said, nella sua autobiograia Sempre nel
posto sbagliato (Feltrinelli 2000) e in un
articolo pubblicato da Internazionale
(numero 533), ha mostrato bene quanto
per un arabofono sia rilevante la co­
scienza dell’importanza di conoscere
l’arabo classico e quanto conti cono­
scerlo efettivamente ai ini di quel
buon uso degli arabi parlati cui tutto
quel mondo è attento.
Incubatori di lingue
Diversamente dall’ebraico biblico, ai­
dato per secoli ai rabbini, il latino e, at­
traverso il latino, il greco sono stati una
presenza largamente operante per il
formarsi del pensiero scientiico, del
diritto, della medicina, delle letterature
dell’Europa moderna, sia neolatina sia
germanica, dalla Gran Bretagna alla
Svezia, sia slava e anche ugroinnica,
dall’Ungheria alla Finlandia.
E sono stati l’incubatore del formar­
si delle lingue nazionali dell’Europa di
oggi. In Grecia il moderno demotico
non sarebbe nato senza la continuità
con il greco colto antico e medievale.
Una lingua germanica come l’inglese è
al 75 per cento del suo vocabolario lati­
na e neolatina.
In Italia l’originaria prossimità al la­
tino è stata determinante per le fortune
del iorentino antico, ossia per la sua
accettazione generale come lingua na­
zionale italiana. Come l’inglese, l’ita­
liano è opaco per chi lo usa senza la ca­
pacità di muoversi nel retroterra classi­
co. Guardando al resto del mondo, an­
che in occidente varrebbe la pena ri­
lettere.
Senza conoscere le parole del passa­
to viviamo male il presente e costruire­
mo molto male il nostro avvenire. u
Tullio De Mauro è un linguista italia-
no. Il suo ultimo libro è La cultura degli
italiani (Laterza 2010).
Dall’India a Israele, molti
paesi prestano particolare
attenzione all’insegnamento
delle lingue antiche
Il presente ha bisogno
delle parole del passato
Tullio De Mauro per Internazionale
L’opinione
Se si rilette, si capisce che
la scelta di tagliare nelle
scuole il rapporto con il
latino e il greco non è
paciicamente condivisibile
Stati Uniti
La lezione
di Obama
Peter Baker, The New York Times Magazine, Stati Uniti
Foto di Pete Souza
Ha sopravvalutato le sue doti di comunicatore e ha
sottovalutato i nemici. Voleva cambiare Washington
ma è rimasto invischiato nella vecchia politica.
Bilancio alla vigilia delle elezioni di metà mandato
N
ell’ala ovest della Casa
Bianca è un intenso po-
meriggio di lavoro, ma
Barack Obama sembra
calmo e rilassato nella
poltrona che ha fatto ri-
vestire di pelle marrone. Siamo a ine set-
tembre, e il presidente è appena rientrato
nello studio ovale dalla East room, dove ha
irmato lo Small business jobs act – la legge
a sostegno delle piccole imprese – usando
otto penne diverse per poterne regalare il
più possibile. È l’ultimo, importante, atto
legislativo per rilanciare l’economia prima
che gli elettori emettano il loro verdetto sui
primi due anni della sua presidenza. Il pri-
mo capitolo della presidenza Obama è ini-
to. Il 2 novembre, il giorno delle elezioni, ne
comincerà uno nuovo.
Mentre mi dà il benvenuto, gli dico che
mi piace come ha cambiato questa stanza.
Il tappeto giallo di George W. Bush è sparito
e al suo posto ce n’è uno color sabbia, molto
sbefeggiato, con le citazioni preferite del
nuovo presidente. Le pareti curve ora han-
no una carta da parati ocra a strisce e il ta-
volino da cafè è stato sostituito da un tavo-
lo di noce e mica dove, osserva Obama, non
restano le macchie dei bicchieri d’acqua. Al
posto del busto di Churchill ce n’è uno di
Martin Luther King. I divani sono cambiati.
Obama è soddisfatto del nuovo arreda-
mento. “So che ad Arianna non piace”, dice
con noncuranza. “Ma preferisco i toni sab-
bia”.
44 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Che un presidente degli Stati Uniti si
preoccupi del giudizio di Arianna Huing-
ton sul suo arredamento è indubbiamente
un fatto insolito ma, diciamo la verità, negli
ultimi tempi Obama ha ricevuto critiche
anche peggiori. Il presidente che ha impo-
sto al congresso l’agenda forse più ambizio-
sa dell’ultima generazione è disprezzato
dalla destra, rimproverato dalla sinistra e
abbandonato dal centro. E sta afrontando
le ultime settimane della campagna eletto-
rale per le elezioni di metà mandato sapen-
do che rischia di essere abbandonato e di
ritrovarsi con un congresso molto più ostile
di quello con cui ha dovuto fare i conti negli
ultimi due anni.
Anche se è orgoglioso dei risultati, Oba-
ma ha già cominciato a rilettere su cosa è
andato storto, e su cosa deve fare per cam-
biare rotta. Come racconta un suo assisten-
te, ha passato “un sacco di tempo a discute-
re di Obama 2.0” con il nuovo capo del suo
staf, Pete Rouse, e il suo vice Jim Messina.
Nell’ora che passiamo insieme, Obama di-
ce di non avere ripensamenti sull’indirizzo
generale della sua presidenza. Ma ammette
di aver imparato alcune “lezioni di tipo tat-
tico”. È apparso troppo simile ai “vecchi
democratici liberal, tutti tasse e spesa pub-
blica”, ha capito troppo tardi che quando si
tratta di lavori pubblici “non esistono pro-
getti chiavi in mano”. Forse invece di pro-
porre gli sgravi iscali per rilanciare l’eco-
nomia avrebbe dovuto lasciare “che fosse-
ro i repubblicani a insistere sui tagli alle O
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tasse”, in modo che sembrasse un compro-
messo bipartisan. E soprattutto ha impara-
to che, malgrado i suoi discorsi contro la
macchina politica di Washington, se vuole
vincere a Washington deve giocare rispet-
tando le sue regole. Non basta essere sicuri
di avere ragione se nessuno è d’accordo con
te. “Con tutto quello che dovevamo afron-
tare”, dice, “probabilmente abbiamo pas-
sato più tempo a studiare le decisioni poli-
tiche giuste che a cercare la strategia giusta.
Nella mia amministrazione c’era una for-
ma di orgoglio perverso, e me ne assumo la
responsabilità: eravamo sicuri che avrem-
mo fatto la cosa giusta, anche se a breve
termine era impopolare. E nessun presi-
dente può ignorare il fatto che il successo
dipende da un intreccio di linea politica e
strategia, e che non si devono trascurare il
marketing, le pubbliche relazioni e l’opi-
nione pubblica”.
Questo presumendo che negli ultimi
due anni abbia fatto la cosa giusta. Ma il di-
battito è aperto. La sinistra pensa che abbia
fatto troppo poco, la destra che abbia fatto
troppo. Ciò che colpisce nell’autodiagnosi
di Obama è che, secondo la sua lettura dei
fatti, lui, la fonte di ispirazione del 2008, ha
trascurato proprio l’ispirazione dopo essere
stato eletto. Non è rimasto in sintonia con
gli elettori che l’hanno votato. Li ha delusi
tutti: quelli che lo consideravano la perso-
niicazione di un nuovo movimento pro-
gressista e quelli che si aspettavano che
superasse le barriere di partito per aprire
un’era postpartisan. Nelle ultime settima-
ne di campagna elettorale Obama ha dovu-
to fare i conti con il disincanto. Perino She-
part Fairey, l’artista che ha realizzato il suo
manifesto-icona “Hope”, sta perdendo la
speranza.
Forse Obama doveva aspettarselo.
Quando ha ottenuto la nomination demo-
cratica, nel giugno del 2008, ha detto a una
folla in adorazione che un giorno “potremo
guardarci indietro e dire ai nostri igli che
questo è stato il momento in cui abbiamo
cominciato a dare assistenza agli ammalati
e posti di lavoro dignitosi ai disoccupati. Il
momento in cui l’innalzamento degli ocea-
ni ha cominciato a rallentare e il pianeta ha
cominciato a guarire, il momento in cui ab-
biamo messo ine a una guerra, reso sicuro
il nostro paese e restaurato la nostra imma-
gine come l’ultima e migliore speranza del-
la terra”. Dopo aver letto queste righe a
Obama gli chiedo che efetto gli fa la sua
altisonante retorica in questi giorni di ordi-
naria amministrazione. “Suona ambizio-
sa”, ammette. “Ma sa una cosa? Abbiamo
fatto dei progressi su tutti questi fronti”.
Cita una frase di Mario Cuomo, l’ex gover-
natore di New York: “Le campagne eletto-
rali sono poesia, i governi prosa”. “Ma pro-
sa e poesia vanno a braccetto”, aggiunge.
“Guardando indietro, non si può dire che
Obama non abbia mantenuto le sue pro-
messe. Credo che si possa dire: ‘Su tanti
fronti ha ancora molto da fare’. Ma non di-
mentico gli impegni presi: ne abbiamo rea-
lizzati più o meno il 70 per cento. E spero di
poter lavorare anche sull’altro 30 per cen-
to”.
Ma salvare il pianeta? Se prometti di sal-
vare il pianeta, come fanno le persone a
crederci? Ride, e poi torna a parlare di spe-
ranza e di carisma. “Non ho intenzione di
scusarmi per aver suscitato grandi aspetta-
tive per me e per il paese, perché penso che
queste aspettative siano realizzabili”, dice.
“L’unica cosa che voglio dire – una cosa che
avevo previsto e che può essere dura da di-
gerire – è che in una democrazia grande e
caotica come questa, qualunque cosa ri-
chiede tempo. E la nostra non è una cultura
fondata sulla pazienza”.
In questo periodo Obama cerca un’ispi-
razione nelle biograie dei presidenti. Sta
leggendo, tra l’altro, The Clinton tapes, in
cui Taylor Branch racconta le sue interviste
segrete con Bill Clinton durante gli otto an-
ni della presidenza. “Stavo sfogliando una
cronaca degli anni di Clinton”, dice, “e ho
visto che nel 1994 – quando il suo gradi-
mento era più basso del mio, e le elezioni di
metà mandato andarono male per i demo-
cratici – la disoccupazione era solo al 6,6
per cento. E nessuno può negare che Bill
Clinton fosse un grande comunicatore, che
non sapesse entrare in sintonia con gli ame-
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 45
u Il 2 novembre 2010 gli elettori
statunitensi voteranno alle elezioni di metà
mandato (midterm). Si vota per i 435 seggi
della camera dei rappresentanti e per
rinnovare 37 senatori e 37 governatori.
Attualmente il Partito democratico ha la
maggioranza in entrambe le camere.
u Secondo un sondaggio di Associated
Press e Gk Poll, un terzo degli elettori è
ancora indeciso. Il 45 per cento propende
per i candidati repubblicani, il 38 per
cento per i democratici e il 50 per cento
dice che voterà contro il parlamentare in
carica. Gli indecisi che vorrebbero aidare
ai repubblicani la gestione dell’economia
sono il 17 per cento in più di quelli che
vorrebbero aidarla ai democratici.
Da sapere
5 ottobre 2010. Nella Green room
della Casa Bianca
Stati Uniti
ricani o che non sapesse immedesimarsi
negli elettori”.
In realtà, nell’autunno del 1994 le cose
andavano meglio di quanto Obama ricordi:
la disoccupazione era al 5,6 per cento. Se il
presidente che diceva “sento il tuo dolore”
era in diicoltà in una situazione economi-
ca decisamente migliore di quella attuale
(oggi la disoccupazione è al 9,6 per cento)
allora forse il problema di Obama non è la
sua freddezza, come dicono certi esperti.
Quando l’economia va male, anche il più
bravo dei presidenti ha un calo di popolari-
tà. “C’è molta diidenza nei confronti della
classe politica”, mi ha detto Rahm Ema-
nuel, l’ex assistente di Clinton che ino a un
mese e mezzo fa era il capo dello staf di
Obama alla Casa Bianca. “Ci è semplice-
mente capitato di essere qui quando la mu-
sica stava inendo”.
Sarebbe una caduta di stile per il presi-
dente parlare di un risultato elettorale pri-
ma di vedere i dati reali, ma chiaramente
Obama spera di ripetere l’exploit di Clin-
ton, che si riprese dalla disfatta del partito
nelle elezioni di metà mandato del 1994 e
due anni dopo riuscì a farsi rieleggere. È
strano sentire Obama che si richiama a
Clinton. Due anni fa lo derideva per la sua
politica prudente e per le sue manovre di
triangolazione, paragonandolo in termini
del 2010 rischiava di crollare al 35 per cen-
to”, ricorda Ploufe.
Ma anche se tutto era stato previsto,
l’amministrazione è traumatizzata. Molti
funzionari temono che i giorni migliori del-
la presidenza Obama siano initi. Si chiedo-
no se sia il momento di cambiare. Anche se
il consenso per Obama non è crollato al 35
per cento, secondo i sondaggi del New York
Times e di Cbs News, a settembre era sceso
al 45 per cento dal 62 per cento del giorno
dell’insediamento. Joel Benenson, il son-
daggista di Obama, fa notare che perino al
45 per cento la popolarità del presidente è
di gran lunga superiore a quella del con-
gresso, dei mezzi d’informazione e delle
banche. “L’opinione pubblica nutre una
profonda diidenza verso tutte le istituzio-
ni”, spiega Benenson, “ma il presidente
Obama è ancora nettamente al di sopra”.
La squadra di Obama è orgogliosa di aver
rispettato tre delle cinque grandi promesse
fatte dal presidente in un discorso dell’apri-
le 2009 all’università di Georgetown, dei-
nendole i pilastri della sua “rifondazione”:
assistenza sanitaria, riforma dell’istruzio-
ne e nuove regole per la inanza. E ricorda
che sono stati fatti diversi passi avanti per
chiudere la missione in Iraq e allo stesso
tempo rilanciare la guerra in Afghanistan.
“La storia giudicherà Obama e dirà che i
sfavorevoli a Ronald Reagan. Obama si è
candidato contro Hillary Clinton, era l’anti-
Clinton. Ora invece spera di essere in qual-
che modo il secondo avvento di Bill Clin-
ton. Perché comunque è sempre meglio
che essere Jimmy Carter.
L’era della mediocrità
Nell’ala ovest non incontro solo Obama,
ma anche una ventina di suoi consiglieri,
alcuni formalmente autorizzati a parlare,
altri no. Quando cerco di capire come valu-
tano la situazione, il ritornello è: Obama ha
ereditato una situazione più diicile di qua-
lunque altro presidente da anni e anni a
questa parte. O da generazioni. O nella sto-
ria degli Stati Uniti. È riuscito a evitare
un’altra grande depressione e allo stesso
tempo ha gettato le basi per un futuro più
stabile. Ma per farlo ha dovuto prendere
iniziative impopolari che dovrà inevitabil-
mente pagare.
“Quand’è arrivato qui, le aspettative
erano altissime e probabilmente non reali-
stiche”, dice Pete Rouse. In efetti, David
Axelrod e David Ploufe, gli architetti della
campagna presidenziale del 2008, avevano
avvertito Obama che dopo la vittoria dove-
va prepararsi a una caduta vertiginosa degli
indici di gradimento, data la gravità della
crisi. “A un certo punto gli dissi che alla ine
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1 settembre 2010. Con Abu Mazen, Hosni Mubarak e Benjamin Netanyahu nella Blue room della Casa Bianca
primi due anni della sua presidenza sono
stati molto produttivi”, sostiene Rouse.
Ma si può vincere la partita interna e
perdere quella esterna. Nei momenti più
cupi, lo staf della Casa Bianca arriva addi-
rittura a chiedersi se un presidente moder-
no può avere successo, a prescindere da
quante leggi approva. Tutto sembra sugge-
rire di no: l’opposizione è implacabile e non
ha intenzione di collaborare, i mezzi d’in-
formazione non fanno che proporre bana-
lità e conlitti, la cultura dominante preten-
de soluzioni per il passato ed è intrisa di un
cinismo sociale che ha scarsa considerazio-
ne per la leadership. Tra coloro che due an-
ni fa proponevano di scolpire una nuova
statua a Mount Rushmore per il loro presi-
dente, c’è chi ora ammette che dopotutto
Obama non potrà essere un altro Abramo
Lincoln. Forse in un contesto come quello
attuale qualunque presidente può essere al
massimo un presidente medio.
“Oggi siamo tutti molto più cinici”, os-
serva un collaboratore di Obama. La rispo-
sta più facile è dare la colpa ai repubblicani,
e alla Casa Bianca lo fanno con grande en-
tusiasmo. Ma ripensano anche ai loro erro-
ri di giudizio, all’arroganza che li ha portati
a illudersi di poter davvero sidare le leggi
della politica. “Non è perché davamo retta
alla nostra stampa o ai nostri comunicati.
All’inizio avevamo la sensazione di poter
davvero cambiare Washington”, dice un
altro funzionario della Casa Bianca. “Su-
perbia non è la parola giusta, ma eravamo
troppo sicuri di noi”.
Il più grande errore di calcolo di molti
consiglieri di Obama è stato convincersi
che il presidente potesse riconciliare una
classe politica spaccata e creare coalizioni
davvero bipartisan. È vero che i repubblica-
ni hanno deciso di tenere una linea intran-
sigente nei confronti di Obama, ma molti
pensano che i suoi tentativi di conquistare
l’opposizione siano stati troppo tiepidi. “Se
qualcuno pensava che i repubblicani si sa-
rebbero piegati facilmente, è chiaro che
aveva torto”, dice l’ex senatore Tom Da-
schle, mentore e consigliere esterno di
Obama. “Non so se qualcuno lo pensasse
veramente, ma in qualche modo sperava-
mo che i repubblicani abbandonassero il
campo. E ovviamente non l’hanno fatto”.
Per il senatore Dick Durbin, capogrup-
po dei democratici al senato e collega an-
ziano di Obama in Illinois, il problema è
stato la mancanza di spirito bipartisan dei
repubblicani. “Il suo destino era segnato”,
dice. “Quando i repubblicani hanno deciso
di serrare i ranghi per sconiggere Obama,
tutto è diventato diicile e tortuoso. Gli sta-
tunitensi hanno una capacità di attenzione
piuttosto limitata. Quando li convinci che
c’è un problema, vogliono una soluzione”.
Invece Ed Rendell, il governatore della
Pennsylvania, pensa che Obama avrebbe
dovuto essere più abile con l’opposizione. Il
suo voto è severo: “Otto o nove per i risulta-
ti concreti e cinque o quattro per la capacità
di comunicazione”. Secondo Rendell, la
legge sull’assistenza sanitaria è “un risulta-
to incredibile” e il programma di rilancio
dell’economia è stato “un successo assolu-
to, incondizionato ed enorme”, eppure
Obama ha permesso che queste vittorie
fossero oscurate dalle critiche. “Hanno
perso la battaglia della comunicazione sul-
le due iniziative più importanti, e l’hanno
persa subito”, dice Rendell, un convinto
sostenitore di Hillary Clinton, che poi si è
schierato con Obama. “In entrambe le oc-
casioni abbiamo usato il carisma del presi-
dente solo quando la battaglia d’immagine
era persa”.
È un altro ritornello che si sente ripetere
spesso alla Casa Bianca: è un problema di
comunicazione. La prima giustiicazione di
ogni uomo politico in diicoltà è che c’è un
problema di comunicazione, e non di linea
politica: “Se riuscissi a spiegare meglio
quello che volevo fare, le persone sarebbe-
ro più comprensive”. Che si può
liberamente tradurre come: “Se
foste più attenti a quello che fac-
cio, non mi prendereste a calci in
faccia”. Quando chiedo al porta-
voce della Casa Bianca, Robert
Gibbs, se secondo lui c’è stato un problema
di comunicazione, si mette a ridere. “Sono
venti mesi che non partecipo a una riunio-
ne per discutere di un problema politico”,
dice.
Il bicchiere mezzo vuoto
Le critiche a Obama possono essere confu-
se e contraddittorie: secondo la destra è un
estremista di sinistra, secondo la sinistra è
arrendevole e incline al compromesso. È
un socialista anticapitalista troppo vicino a
Wall street, un sostenitore dell’America de-
bole in materia di difesa, che ha mantenuto
il programma antiterrorismo di Bush senza
tutelare i diritti civili.
“Quando diceva di essere il presidente
del cambiamento, intendeva dire che il po-
polo americano doveva ritrovare la iducia
nelle istituzioni”, spiega Ken Duberstein,
l’ex capo di gabinetto di Reagan alla Casa
Bianca, che nel 2008 ha votato per Obama.
“Ora sappiamo che non ha funzionato.
Semmai oggi le persone sono ancora più
diidenti, soprattutto nei confronti del go-
verno. Perciò da questo punto di vista il
cambiamento non ha funzionato. E onesta-
mente penso che questa fase si debba chiu-
dere: dimentichiamo il cambiamento e
proviamo con un presidente operativo,
qualcuno con cui le persone possano trova-
re un accordo. C’è stata una specie di rigidi-
tà ideologica che gli elettori non hanno ca-
pito”.
C’è anche chi vorrebbe maggiore rigidi-
tà ideologica. Norman Solomon, attivista
progressista e presidente dell’Institute for
public accuracy, dice che Obama “ha com-
pletamente bruciato la grande opportuni-
tà” di reinventare gli Stati Uniti perché non
è stato abbastanza aggressivo su questioni
come l’assistenza sanitaria pubblica. Altre
personalità della sinistra americana la pen-
sano esattamente allo stesso modo sul pro-
blema dei gay nelle forze armate o su Guan-
tánamo. “Da quando è stato eletto, è stata
tutta una rilessione: e continua a perdere
terreno”, dice Solomon. “Non diciamo che
è un incapace perché sarebbe sbagliato, pe-
rò sembra procedere a marcia indietro”. E
aggiunge: “I cittadini sono arrabbiati e si
sentono strumentalizzati. È come se dices-
sero: accidenti, credevamo in quest’uomo
e ora che è presidente si comporta in modo
così diverso da quello che diceva”.
Incalzato su due fronti, Oba-
ma sembra frustrato e, a volte,
sulla difensiva. A un’iniziativa
per la Festa del lavoro, a Milwau-
kee, ha accusato i poteri forti di
trattarlo male. “Non sempre so-
no contenti di me”, ha detto ai suoi sosteni-
tori. “Parlano di me come di un cane – que-
sto non era nel testo del discorso, ma vi dico
che è vero”.
Il fuoco amico forse lo preoccupa anco-
ra di più. “I democratici tendono per natura
a vedere il bicchiere mezzo vuoto”, ha di-
chiarato di recente a un evento per la rac-
colta di fondi a Greenwich, nel Connecti-
cut. “Riusciamo a far passare una legge
storica sull’assistenza sanitaria, ma... co-
me, l’opzione pubblica non c’è più? Riu-
sciamo a far passare la legge sulla riforma
inanziaria però, mhm, quella particolare
norma sui derivati, non sono sicuro di es-
serne soddisfatto. E, accidenti, non abbia-
mo ancora ottenuto la pace mondiale: pen-
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 47
Quando i repubblicani
hanno deciso di
serrare i ranghi, tutto
è diventato diicile
Stati Uniti
savo che ci volesse meno tempo”.
Ma ancora una volta è Obama stesso, e
non solo i suoi sostenitori, a presentare la
sua presidenza in termini grandiosi. Due
settimane dopo l’evento nel Connecticut, a
un’altra raccolta di fondi ha chiesto ai de-
mocratici di avere pazienza: “C’è voluto
tempo per liberare gli schiavi. C’è voluto
tempo perché le donne ottenessero il voto.
C’è voluto tempo perché i lavoratori otte-
nessero il diritto di organizzarsi”.
Una mattina, quando si avvicinavano i
primi cento giorni dell’amministrazione,
Obama era in riunione con i suoi principali
consiglieri nello studio ovale. Mentre
aspettavano David Axelrod, che era in ri-
tardo, qualcuno aveva accennato all’immi-
nente ricorrenza chiedendo a Obama cosa
l’avesse stupito di più da quando aveva as-
sunto l’incarico. “Il numero di persone che
non pagano le tasse”, aveva risposto ironi-
co.
Fin dall’inizio, Obama è stato colto di
sorpresa da una serie di side che l’hanno
messo in diicoltà: non solo i grandi pro-
blemi che conosce, come l’economia e le
guerre, ma anche una miriade di piccole
questioni, a cominciare dalle nomine a cui
ha dovuto rinunciare perché si è scoperto
che i candidati non pagavano le tasse. Oba-
ma si idava della sua capacità di giudizio e
sembrava dare per scontato che gli espo-
nenti più rappresentativi del suo partito
fossero onesti, e che gli esponenti più rap-
presentativi dell’altro partito volessero la-
vorare con lui.
La retorica del cambiamento
Quattro dei cinque presidenti che hanno
preceduto Obama erano governatori arri-
vati alla Casa Bianca con la promessa di
trasformare Washington, e tutti hanno do-
vuto rendersi conto che Washington sida
la facile e spesso vuota retorica del cambia-
mento. Anche se era senatore e non gover-
natore, Obama ha fatto le stesse promesse
e ha incontrato la stessa realtà. “I primi due
anni della sua presidenza sono la storia di
un uomo che arriva da fuori per cambiare
Washington, e trova una situazione peggio-
re di quanto immaginasse”, dice un consi-
gliere. “All’improvviso l’uomo si rende
conto che per afrontare questi problemi
deve lavorare con Washington”.
Obama non si sforza troppo di nascon-
dere il suo disprezzo per Washington e le
convenzioni della politica moderna. I colla-
boratori dicono che durante il giorno, quan-
do emerge dallo studio ovale, a volte si fer-
ma davanti al televisore nella zona di rice-
vimento, s’immerge nelle cable chatter (le
sciocchezze via cavo, come le ha deinite
una volta), poi scuote la testa e si allontana.
“Non si sente ancora a suo agio qui”, com-
menta un alto funzionario della Casa Bian-
ca. Ha poca pazienza per quelle che Valerie
Jarrett, consigliera anziana, deinisce “le
inevitabili messe in scena di Washington”.
Ma in politica, che sia giusto o meno, il
teatro conta, e questa è una lezione che
Obama continua a imparare, anche se a
denti stretti. La decisione di cambiare l’ar-
redamento dello studio ovale è stata criti-
cata come un lusso superluo in tempi di
austerità, anche se la ristrutturazione è sta-
ta pagata con fondi privati. Durante la cam-
pagna elettorale pensava che fosse sciocco
mettersi una spilla con la bandiera statuni-
tense in segno di patriottismo, ma è stato
aspramente criticato e un bel giorno ha do-
vuto decidersi a indossarne una. Pensava
che durante la permanenza alla Casa Bian-
ca potesse limitarsi a pregare in
privato, inché un sondaggio ha
rivelato che la maggioranza dei
cittadini americani si chiedeva se
fosse cristiano. Qualche settima-
na dopo ha assistito alle funzioni
della St. John Church, dall’altra parte di La-
fayette square, con i fotograi al seguito.
Quando è stato eletto Obama aveva
un’enorme fiducia nella sua capacità di
persuasione. Sembrava convinto di poter
superare le divisioni semplicemente se-
dendosi accanto ai personaggi più irremo-
vibili del mondo, che fossero i mullah di
Teheran o i repubblicani di Capitol Hill. Ma
il candidato che voleva incontrare “senza
precondizioni” i nemici degli Stati Uniti nel
primo anno della sua presidenza, di fatto
non ne ha incontrato nessuno. E il presi-
dente che nel discorso sullo stato dell’unio-
ne di quest’anno ha promesso di riunirsi
mensilmente con i leader di entrambi i par-
titi ha inito per farlo solo la metà delle vol-
te.
Obama deve ancora decidere una volta
per tutte se fa parte di Washington o no.
Durante il dibattito sulla riforma sanitaria
ha voluto che Emanuel stringesse accordi
con l’industria farmaceutica, mentre Axel-
rod lo presentava come un uomo al di sopra
dei soliti giochi. “Forse siamo stati inge-
nui”, dice Axelrod, “ma Obama ha sempre
avuto buoni rapporti con gli esponenti di
entrambi i partiti. E poi probabilmente
pensava che nel bel mezzo di una crisi, an-
che nello schieramento avversario si potes-
sero trovare dei partner disposti a dare una
mano per superare la situazione. Credo che
nessuno si aspettasse il livello di faziosità
con cui ci siamo scontrati”. Emanuel dice
che i repubblicani hanno adottato la strate-
gia di avvelenare il pozzo: “Non si accon-
tentavano di farci sgolare, volevano esaspe-
rare il paese”.
Ma anche Obama sa essere fazioso. Do-
po mesi di negoziati segreti, alcuni funzio-
nari dell’amministrazione pensavano di
essere vicini a un pacchetto di nuove norme
inanziarie da approvare insieme ai repub-
blicani quando, con loro grande disappun-
to, la Casa Bianca ha deciso di usare la que-
stione per combattere una battaglia politica
di alto proilo contro i poteri forti di Wall
street. A quel punto le possibilità di un ac-
cordo bipartisan sono crollate e Obama ha
potuto contare quasi esclusivamente sui
voti dei democratici.
I consiglieri di Obama che hanno lascia-
to la Casa Bianca negli ultimi mesi sono ri-
masti colpiti da come sembra diversa, e
peggiore, la situazione vista dall’esterno.
Dopo aver lasciato la carica di ca-
po dell’uicio bilancio della Casa
Bianca, Peter Orszag ha cercato
lavoro come dirigente d’azienda,
e si è stupito di quanto sia profon-
da la spaccatura tra il presidente
e il mondo imprenditoriale. “Invece di per-
dere tempo a discutere se sia legittima”, ha
aggiunto riferendosi ai suoi ex colleghi,
“dovrebbero ammettere che sta pesando
su quello che fanno”.
L’isolamento è una maledizione di ogni
presidente, ma più di ogni altro presidente
dopo Jimmy Carter, Obama dà l’impressio-
ne di essere introverso, un uomo che trova
logoranti i contatti prolungati con gruppi di
persone al di fuori della sua cerchia ristret-
ta. Sa entusiasmare uno stadio di 80mila
persone, ma quel pubblico è una massa im-
personale. Le situazioni con gruppi più pic-
coli possono essere diicili per lui. I suoi
uomini hanno imparato che dopo un even-
to importante nella East room è meglio
concedergli qualche momento, per dargli il
tempo di ritrovare la sua energia. A dife-
renza di Clinton, che non ha mai perso
un’occasione per stringere mani e ricam-
biare saluti, Obama non apprezza gli ap-
procci troppo calorosi. Per questo c’è il vi-
cepresidente Joe Biden. Quest’anno, quan-
do è intervenuto alla Business roundtable,
l’associazione degli amministratori delega-
48 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Obama deve ancora
decidere una volta per
tutte se fa parte di
Washington o no
ti delle principali aziende statunitensi, se
n’è andato subito dopo il discorso senza
tanti convenevoli e con grande delusione
dei suoi collaboratori, convinti che si fosse
fatto più male che bene. A Obama non pia-
ce fermarsi a fare quattro chiacchiere.
Quando ci mettiamo seduti, comincia la
nostra conversazione in modo molto pro-
saico: “Forza, cominci”.
A detta di tutti, Obama afronta le dii-
coltà politiche con equilibrio. “Zen” è il ter-
mine usato abitualmente nell’ala ovest.
Questo non vuol dire che non perda mai la
pazienza. È risaputo che tratta con durezza
i suoi collaboratori quando pensa di avere
troppi impegni. Toglie la parola di bocca ai
consiglieri che danno informazioni riprese
pari pari dai rapporti: “Questo l’ho già let-
to”, dice stizzito. Non vuole che i collabora-
tori escano dal campo assegnato, ma tutti
hanno imparato a presentarsi alle riunioni
con un’opinione, perché il presidente pren-
de di mira chi rimane in silenzio. Era molto
avvilito nei giorni del disastro petrolifero
nel golfo del Messico, quando si è reso con-
to di essere quasi impotente. Gli altri presi-
denti spesso si rifugiavano a Camp David,
ma Michelle Obama ha detto ai suoi ospiti
che il marito non apprezza particolarmente
quella tenuta perché ama la città. Scarica la
tensione nel campetto da basket della Casa
Bianca: “Dai, forza, fallo quel tiro”, dice ai
collaboratori che giocano con lui.
Il segno più evidente della tensione è
nei capelli. “Probabilmente non gli piacerà
che lo dica, ma mi sono accorto che è di-
ventato un po’ più grigio”, mi ha detto il se-
gretario alla difesa Robert Gates. “Certe
decisioni fanno questi scherzi”. Ma lo stress
del lavoro rimane per lo più inespresso. “Di
solito parliamo delle lettere di condoglian-
ze da scrivere”, ha aggiunto Gates. “Non ci
soffermiamo su certe cose”. Semmai è
Obama a incoraggiare i membri più giovani
dello staf, ricordandogli che la politica, co-
me la vita, è fatta di cicli, e che un giorno
potranno raccontare ai igli di aver parteci-
pato a qualcosa di grande.
Mentre Clinton telefonava nel cuore
della notte a mezza Washington per dare o
chiedere consigli, Obama raramente si al-
lontana dal gruppo ristretto di consiglieri:
Rahm Emanuel, David Axelrod, Peter Rou-
se, Jim Messina, David Plouffe, Robert
Gibbs e Valerie Jarrett, più una manciata di
amici intimi. “È riservato perino con noi”,
dice un assistente. “Fatta eccezione per al-
cune persone che gli sono particolarmente
vicine, è un libro chiuso”. Anche per proble-
mi di sicurezza, solo quindici persone han-
no l’indirizzo email del suo BlackBerry. Nei
lunghi voli sull’Air Force One, Obama si ri-
tira nella sala conferenze e gioca a carte
facendo contemporaneamente a gara di
insulti con tre collaboratori: Reggie Love, il
suo assistente personale, Marvin Nichol-
son, l’organizzatore dei suoi viaggi, e Pete
Souza, il fotografo della Casa Bianca.
Quando gli chiedo se ha un iPad, risponde:
“Ho un iReggie, che ha tutti i miei libri, i
miei giornali e la mia musica in un solo po-
sto”.
Valerie Jarrett attribuisce l’equilibrio di
Obama alla sua educazione. “È veramente
diverso”, dice. “Ha una particolare coscien-
za di sé che deriva dal fatto di essere cre-
sciuto con una madre sola, di aver vissuto
anche di buoni alimentari per i poveri e di
aver lavorato come organizzatore nei grup-
pi sociali di Chicago”. Come dice Gibbs:
“Ha un’impressionante capacità di con-
centrarsi sul quadro d’insieme e sul lungo
periodo. Con questo non voglio dire che
non sia criticabile. Ma sa distinguere tra
una battuta d’arresto, un incidente di per-
corso e il semplice chiasso”.
E il chiasso sicuramente non manca. Ma
in campagna elettorale i suoi uomini hanno
visto tornare l’energia di un tempo. Obama
apprezza particolarmente le cosiddette ba-
ckyard session, gli incontri con i sostenitori
sul prato di casa. “Non lo vedevo così felice
da molto tempo”, dice un collaboratore.
Dopo uno di questi incontri, Obama gli ha
detto: “Mi ricorda l’Iowa in autobus”.
Tutti i presidenti, quando sono in dii-
coltà, hanno nostalgia dei bei tempi della
campagna elettorale. Dopo tutto, quelli
erano i momenti dei sogni, quando tutto
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 49
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21 settembre 2010. Sotto il colonnato della Casa Bianca
11 ottobre 2010. Nello studio ovale
Stati Uniti
era possibile, quando migliaia di persone si
riunivano a Grant park, a Chicago, per
commuoversi davanti alla promessa di un
futuro diverso. Ma nei momenti di lucidità,
Obama si rende conto di quanto siano se­
lettivi quei ricordi. “In qualche modo si è
creato il mito che la nostra campagna elet­
torale sia stata impeccabile, che io non ab­
bia mai fatto errori, che eravamo maestri
della comunicazione, che tutto sia andato
liscio come l’olio”, dice. “E ora che sono
presidente e le cose sembrano confuse e
non sempre funzionano come previsto, le
persone sono furibonde. Ma ricordo bene
com’è andata la campagna: è stata altret­
tanto caotica e altrettanto diicile. E ci so­
no stati momenti in cui i nostri sostenitori
hanno perso la speranza, e sembrava che
non potessimo vincere. Ora stiamo attra­
versando una fase simile”.
Ho seguito gli ultimi tre presidenti e ho
visto come ognuno di loro sia stato messo
alla prova, anche se in circostanze molto
diverse: Bill Clinton dall’impeachment per
aver mentito sulla sua relazione con una
stagista della Casa Bianca, George W. Bush
dalla volontà di cominciare una guerra che
si sarebbe trascinata per anni con costi
enormi e Barack Obama dallo sforzo di in­
vertire la rotta della peggiore crisi econo­
mica dai tempi della grande depressione.
Anche se le situazioni non sono paragona­
bili, alcune dinamiche rimangono identi­
che. Presidenti che vivono e muoiono per i
sondaggi sono pronti a sostenere che non
signiicano nulla appena i numeri scendo­
no un po’. Continuano a ripetere che i prin­
cìpi vengono prima della strategia politica,
ma in realtà è quasi sempre un misto delle
due cose. Riconoscono le diicoltà ma giu­
rano che passeranno. Si deiniscono corag­
giosi quando sidano l’opinione pubblica e
si lamentano perché i mezzi d’informazio­
ne distorcono la situazione e alimentano le
divisioni. Accusano gli avversari di essere
distruttivi.
Parlando con Obama e i suoi collabora­
tori, si sentono strani echi di Clinton e Geo­
rge W. Bush. Obama dice che le questioni
semplici non le conosce, a lui arrivano solo
quelle diicili, come diceva Bush. Dice che
la guerra al terrorismo non inirà con una
resa solenne, e di non voler ignorare i pro­
blemi. Bush diceva spesso le stesse cose.
Prima delle elezioni di medio termine del
1994, Clinton prendeva in giro i repubbli­
cani perché promettevano di ripianare il
bilancio e tagliare le tasse allo stesso tem­
po: “Non sono seri”, ripeteva. Nel corso
della nostra conversazione, Obama ha usa­
to quattro volte una variante della frase
“non sono seri” riferendosi ai piani di bi­
lancio dei repubblicani.
Questo non vuol dire che i tre presidenti
si somiglino. Sono persone completamente
diverse. Ma a parte l’ideologia, Obama a
volte sembra un incrocio tra Clinton e Bush.
Come Clinton, gli piace approfondire gli
aspetti intellettuali di una decisione politi­
ca, studiando tutte le informazioni dispo­
nibili e sollecitando opinioni diverse. Alcu­
ni nel suo staf non approvano che lasci le
decisioni irrisolte per troppo tempo. Ma,
come Bush, una volta che ha preso una de­
cisione raramente ci torna sopra. E porta
avanti i suoi impegni in modo piuttosto di­
sciplinato: fa cominciare la nostra intervi­
sta mezz’ora prima dell’ora issata, proprio
come a volte faceva Bush. Bill Clinton, in­
vece, segue ancora il fuso orario di Clinton:
poche settimane fa si è presentato con più
di sei ore di ritardo a un appuntamento per
un’intervista. Una costante di tutti e tre: ci
hanno messo un po’ di tempo a crescere e a
indossare comodamente i panni del presi­
dente.
Completare il quadro
Obama è ottimista sulla possibilità di lavo­
rare insieme ai repubblicani dopo le elezio­
ni. “Può darsi che dopo questo voto si sen­
tiranno più responsabili”, osser­
va. “O perché non sarà andata
bene come si aspettano, e questo
vorrà dire che la strategia di dire
sempre no e starsene in panchina
a lanciare bombe non ha funzio­
nato, oppure perché sarà andata ragione­
volmente bene e gli elettori si aspetteranno
proposte serie e la volontà di lavorare seria­
mente con me”.
Ma anche se quest’alleanza diventerà
una realtà, nei prossimi due anni l’ammini­
strazione dovrà soprattutto consolidare e
difendere quello che Obama ha fatto ino­
ra. “Anche se dovessi avere esattamente lo
stesso congresso, anche se non perdessimo
un seggio, il ritmo dei prossimi due anni
sarà inevitabilmente diverso da quello dei
primi due”, dice Obama. “Ci sarà un sacco
di lavoro da fare solo per far funzionare le
cose e per essere sicuri che le nuove leggi
vengano applicate”.
Come dice uno dei principali consiglie­
ri: “A meno che non scoppi una crisi, ci sa­
ranno ben pochi stimoli a fare grandi cose
nei prossimi due anni”. Eppure Obama e i
suoi collaboratori criticano ancora la caute­
la di Clinton. “È ragionevole ipotizzare che
non si potrà perdere tempo nei prossimi
due anni”, dice Ploufe. “Obama non ha
intenzione di giocare ai quattro cantoni”.
Prima di andarsene, Emanuel mi dice: “Bi­
sogna fare qualcosa. Bisogna avere una li­
sta delle priorità”.
Ma che genere di lista? Non così ampia e
non così provocatoria, dicono alcuni consi­
glieri. “Dovrà essere limitata, concentrarsi
su quello che è realistico fare e sulle priorità
del popolo americano”, dice Dick Durbin.
Tom Daschle pensa che Obama dovrà cer­
care l’appoggio degli avversari. “La parola
chiave è ‘inclusione’. Deve trovare il modo
di essere inclusivo”.
Rendell la pensa diversamente. “Non
preoccupatevi troppo dello spirito biparti­
san se i repubblicani continuano a riiutarsi
di collaborare”, consiglia. “Fate quello che
dovete fare. Rispondete combattendo”. Al­
lo stesso tempo dice che bisogna smetterla
di lamentarsi per la situazione ereditata.
“Dopo queste elezioni, non dobbiamo più
guardare indietro. Basta dare la colpa
all’amministrazione Bush. A forza di ripe­
terlo, sembriamo un disco rotto. E dopo
due anni siamo noi i padroni”.
Obama resterà il padrone per altri due
anni, o sei se troverà il modo di andare
avanti. Quando scrive, Obama apprezza il
ritmo di un storia movimentata. Ma chi è il
protagonista in realtà? In fondo questo pre­
sidente è ancora un mistero per molti statu­
nitensi. Durante la campagna
elettorale ha venduto se stesso – o
l’idea di se stesso – piuttosto che
una politica precisa, e gli elettori
hanno completato il quadro co­
me meglio credevano. Era, come
disse una volta, un grande test di Ror­
schach.
Ora il quadro continua a completarsi.
Dopo ogni scelta, l’immagine di Obama
migliora o peggiora nella mente degli sta­
tunitensi. Dice di sapere dove sta andando
e di voler acquistare velocità malgrado gli
ostacoli che lo aspettano. La primavera
scorsa, nella settimana in cui il congresso
ha approvato la riforma sanitaria e l’ammi­
nistrazione ha raggiunto un accordo per un
trattato sul controllo delle armi con la Rus­
sia, ha detto a un gruppo di visitatori: “Io
comincio piano, ma inisco forte”.
E dovrà farlo, se vuole che la storia che
sta scrivendo vada nella direzione che vuo­
le lui. u gc
50 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
In fondo questo
presidente è ancora
un mistero per molti
statunitensi
Di nuovo in edicola
52 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Economia
D
onald St. Pierre senior
ha fondato l’Asc ine wi­
nes a Pechino nel 1996,
insieme al iglio Donald
St. Pierre junior, che
tutti chiamano Don ju­
nior. A quell’epoca i St. Pierre non erano né
produttori di vino né sommelier. Il padre,
che da giovane aveva lavorato nel settore
automobilistico a Detroit, a Pechino e in
altre città, era più il tipo che apprezzava “un
hot dog e un bicchiere di bourbon”, per usa­
re le parole di un suo ex collega. Ma i due
sapevano vendere. Nel corso degli anni i St.
Pierre hanno venduto – o preso in conside­
razione l’idea di vendere – prodotti per neo­
nati, maschere antigas, fotocopiatrici,
guanti da golf, rottami di ferro, biancheria,
zucchero, pistacchi e munizioni cinesi e
russe.
Quando hanno cominciato a importare
vino, dopo aver acquistato una società di
Hong Kong chiamata Asia solutions corpo­
ration, hanno creato anche un loro prodot­
to. La famiglia era originaria del Canada,
ma St. Pierre ha pensato: “Sfruttiamo il no­
stro cognome francese”. Così è nato lo
Château St. Pierre, un vino rosso california­
no imbottigliato da una fabbrica di Pechino.
Sull’etichetta c’era il disegno di un castello
che gli importatori avevano copiato da un
libro. Una bottiglia costava 45 yuan, meno
di sei dollari.
Quasi tutto quello che St. Pierre sapeva
sul vino lo aveva imparato bevendolo. Da
quel punto di vista era molto preparato, ma
dopo aver messo tutti i risparmi della sua
vita in quell’impresa, ha scoperto che non
aveva più nulla. “Quell’idea geniale che
avevamo avuto non era stata poi così genia­
le”, dice Don junior. I cinesi non erano mol­
to interessati al vino.
Un giorno St. Pierre ha ordinato una
bottiglia in un ristorante di Pechino e si è
accorto che i camerieri si sforzavano di
stapparla con un apriscatole. A quel punto
ha cominciato a regalare cavatappi. Due
anni dopo, quando padre e iglio sono anda­
ti a Bor deaux per il Vinexpo, la più grande
iera di vini del mondo, nessuno li ha presi
molto sul serio.
Alcune regioni della Cina si trovano sul
45° parallelo, alla stessa latitudine di Bor­
deaux, e il paese produce una piccola quan­
tità di vino dai tempi della dinastia Han, ma
il vino non è mai stato una bevanda popola­
re. Molti cinesi lo chiamano il liquore rosso,
per distinguerlo dal liquore bianco o baijiu,
un fortissimo distillato di cereali che è mol­
to più difuso. Per decenni le enormi azien­
de vinicole statali avevano mescolato l’uva
con prodotti chimici e coloranti, e il risulta­
to aveva fatto passare la voglia di bere vino
ai pochi cinesi che avevano osato assaggiar­
lo.
Ma da quando la Cina ha cominciato ad
aprire i suoi mercati, le prospettive del com­
mercio di vino sono migliorate. Il ministero
dell’agricoltura stava cercando di svezzare
la popolazione dal baijiu per poter destinare
i cereali all’alimentazione invece che alla
produzione di alcol. Nel 1996 il consiglio di
stato ha vietato il consumo di baijiu ai ban­
chetti uiciali. La Cina si stava anche pre­
parando a entrare nell’Organizzazione
mondiale del commercio, e questo avrebbe
comportato una riduzione dei dazi sulle im­
portazioni, facendo scendere il prezzo dei
vini stranieri.
I cinesi di solito diluivano il vino con le
bibite analcoliche (secondo un detto popo­
lare, “vino rosso e Sprite, più ne bevi e più
diventi dolce”). Ma i ragazzi la considerava­
no un’abitudine da cafoni e tra i produttori
di vino stranieri qualcuno aveva cominciato
a pensare che la sempre più numerosa bor­
ghesia cinese avrebbe potuto imparare ad
apprezzare il vino per apparire più rainata,
come avevano fatto gli statunitensi negli
anni sessanta.
Bianchi e rossi
invadono la Cina
Evan Osnos, The New Yorker, Stati Uniti
La nuova borghesia cinese comincia ad apprezzare il vino. Le importazioni
sono in continua crescita e nascono scuole per intenditori. Il merito
è di due imprenditori canadesi. L’inchiesta del New Yorker
u Nel corso del 2009, in piena crisi
economica, il consumo di vino è diminuito
quasi ovunque nel mondo, con
ripercussioni sulla produzione.
In Cina, invece, tra gennaio e luglio dello
stesso anno la produzione vinicola è
aumentata del 40,8 per cento,
raggiungendo le 418mila tonnellate.
u Secondo le ultime ricerche di Vinexpo,
entro il 2012 la Cina diventerà il settimo
consumatore mondiale di vino, con un
milione di bottiglie all’anno. Le città dove si
beve di più vino sono Pechino, Shanghai,
Guangzhou, Shenzhen e Chengdu.
La Francia è il primo paese esportatore
di vino in Cina.
Da sapere
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 53
Alla fine del 1998 St. Pierre ha avuto
un’idea: una confezione regalo per il capo-
danno cinese con due bottiglie di vino e un
paio di slip da donna che si intravedevano
da un riquadro di cellophane. I suoi dipen-
denti gli hanno fatto notare che la Cina non
era ancora pronta per questo e gli hanno
suggerito di metterci una cravatta all’occi-
dentale, che stava diventando di moda. St.
Pierre si è accordato con una fabbrica che
gli ha fornito uno stock di cravatte a 60 cen-
tesimi l’una. Ha preparato 200 confezioni
regalo e le ha mandate a PriceSmart, una
catena di supermercati di Pechino e
Shanghai. “Il primo giorno che le hanno
messe in vendita, sono andate tutte esauri-
te”, ricorda. “Niente male”. Prima che inis-
sero le feste l’Asc aveva venduto duecento-
mila scatole. L’anno dopo e quello successi-
vo l’iniziativa promozionale è stata ripetuta.
“È stata la nostra salvezza”, dice St. Pierre.
A sessantotto anni St. Pierre ha i capelli
grigio-biondi, la barba e la voce arrochita
dal fumo. Gli piacciono i vestiti costosi e le
cravatte larghe, uno stile vistoso che ricorda
i tempi d’oro del suo vecchio capo alla Chry-
sler, Lee Iacocca. Gli uomini della sua gene-
razione e della sua classe sociale preferisco-
no non accendersi da soli la sigaretta se c’è
una cameriera disposta a farlo in cambio di
una strizzatina d’occhio. “Lui e mia madre
non hanno mai risparmiato un centesimo”,
dice il iglio. “Non voglio neanche pensare
quante volte hanno rischiato di restare sen-
za i soldi per pagarmi la scuola. Non è che
giocasse d’azzardo. Spendeva i soldi per
noi. Si godeva la vita. È uno di quelli che se
hanno mille dollari in tasca si sentono dei
signori e li spendono per una buona cena”.
Non è raro, di sera, trovare St. Pierre sul
secondo sgabello a sinistra del bar del Capi-
tal Club, un locale esclusivo che accoglie sia
cinesi sia stranieri al cinquantesimo piano
di un grattacielo da cui si vede un ampio pa-
norama di Pechino. Qualche anno fa ha tro-
vato una cinese di nome Zhu Wen seduta al
suo posto e la prima cosa che le ha detto è
stata: “Sono Don St. Pierre. Lo chieda a
chiunque. Quel posto è mio”. Lei lo ha man-
dato a quel paese. Due anni dopo si sono
sposati. Il primo matrimonio di Don, durato
39 anni, era inito nel 2004.
Il segreto del suo successo
Qualche tempo fa, quando ci siamo incon-
trati in quel bar, quasi tutti quelli che passa-
vano si fermavano a salutarlo. “Come stai,
stronzo?”, rispondeva con un sorriso, e per
lui era un complimento. Questo atteggia-
mento aggressivo emerge anche nel suo
unico hobby, il golf. Nel 1997, durante un
torneo di beneicenza, accusò la squadra
avversaria di barare. Il gruppo era compo-
sto da quattro alti funzionari del Partito co-
munista, tra cui un generale dell’esercito e
il presidente di una grande fabbrica di armi.
I suoi amici lo invitarono a lasciar perdere,
ma lui prima di farlo alzò il dito medio e dis-
se: “Andate a farvi fottere, imbroglioni!” (le
sue proteste convinsero gli organizzatori
del torneo a dare alla sua squadra una quota
del premio). Ho chiesto a St. Pierre se non
ha mai pensato di essere troppo aggressivo.
Ha aggrottato la fronte e mi ha risposto:
“Che signiica troppo aggressivo? Devi far
fuori i tuoi avversari o no?”.
Con la sua tattica, l’Asc è diventata la più
grande importatrice di vino in Cina e i suoi
profitti superano i 70 milioni di dollari
all’anno. Jancis Robinson, un famoso esper-
to londinese, ha scritto che i St.Pierre han-
no raggiunto “una posizione nel mercato
del vino cinese pari a quella dei Gallo negli
Stati Uniti”. “È stata l’Asc a introdurre il vi-
no in Cina”, dice Patricio de la Fuente Saez,
un importatore rivale. “Sono stati loro i pio-
nieri. Hanno fatto un lavoro incredibile.
Probabilmente senza l’Asc metà dei cinesi
che oggi bevono vino non lo comprerebbe-
ro”.
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Cameriere si esercitano davanti al ristorante dove lavorano a Weinan, nella provincia dello Shaanxi
Economia
54 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Nel 1998 Gernot Langes-Swarovski,
l’erede dell’impero del cristallo austriaco,
ha comprato il 49 per cento delle azioni del-
la società (in seguito è arrivato al 70 per
cento), e l’Asc ha usato quei soldi per espan-
dersi. Nel 2001 sono arrivati i primi proitti.
I St. Pierre hanno approittato delle dimen-
sioni della loro azienda per attirare le eti-
chette più prestigiose sottraendole ai loro
concorrenti. Gli importatori di vino stavano
aumentando, oggi sono più di mille, ma nel
frattempo l’Asc aveva irmato accordi con
più di cento fornitori.
La concorrenza era ormai così forte che,
a volte, somigliava a una guerra: i dipen-
denti dell’Asc raccoglievano informazioni
sulle navi sospette che attraversavano il Pa-
ciico per scoprire se c’erano ditte che com-
pravano un carico di vino e lo mandavano in
Cina aggirando gli importatori locali.
Dal 2004 al 2008 i proitti dell’Asc sono
cresciuti in media del 46 per cento l’anno.
L’azienda è cresciuta così rapidamente che
Campbell Thompson, ex responsabile del
marketing, dice: “Gran parte del lavoro
consisteva nel cercare di non farsi prendere
la mano”. Il Château Latour è un Bordeaux
molto richiesto e nel 2007 i St. Pierre ne
hanno comprato più di chiunque altro al
mondo.
Poi, il 6 marzo del 2008, l’uicio per la
prevenzione del contrabbando delle doga-
ne cinesi ha avviato un’indagine sugli im-
portatori di vino perché sospettava che “fal-
siicassero i prezzi”. I suoi agenti hanno co-
minciato a perquisire tutte le ditte per con-
trollare anni di documenti alla ricerca delle
prove che gli importatori abbassavano il
prezzo dichiarato dei vini per pagare meno
tasse doganali. Anche la Asc ine wines, che
aveva trasferito la sua sede a Shanghai, è
stata presa di mira. Negli ultimi tempi era
Don junior, che ormai aveva 42 anni ed era
padre di due igli, a occuparsi quotidiana-
mente della società di cui era diventato
l’amministratore delegato. Gli piaceva in-
dossare abiti fatti su misura, occhiali di tar-
taruga e, ogni tanto, un paio di pantaloni
rosso vivo. Aveva conosciuto sua moglie
Monica Xu, originaria di Shanghai, a una
presentazione di vini, e i loro igli erano bi-
lingui. Rispetto a suo padre era più sobrio,
ma mascherava la sua forza.
“Non ho mai conosciuto nessuno così
determinato”, dice Joel Thevoz, che ha stu-
diato con lui alla George Washington uni-
versity. L’uicio di Don junior era meticolo-
samente ordinato ma allegro, pieno di calici
a stelo e costose bottiglie di vino. Di solito
era lì alle otto di mattina, ma per caso il
giorno in cui sono arrivate le autorità doga-
nali non c’era. Poco dopo la loro visita, lo
hanno invitato a presentarsi per fargli qual-
che domanda. Due giorni dopo,
quando è tornato a Shanghai, ha
chiesto al suo autista di portarlo
all’uicio della dogana.
Da lì, è stato portato al centro
di detenzione di Shanghai e mes-
so in una cella con altre cinque persone: tre
cinesi, un uomo di Hong Kong e un nigeria-
no. Due aspettavano di essere processati
per reati violenti. Don St. Pierre ha contat-
tato i suoi amici inluenti per chiedere aiuto.
Ha scritto una lettera aperta all’esperto lon-
dinese Jancis Robinson in cui, a proposito di
suo iglio, diceva: “Mi è stato assicurato che
nel giro di pochi giorni tornerà nel suo ui-
cio e questa storia farà la stessa ine di tante
altre che mi sono capitate nei 22 anni che ho
passato in Cina. Sarà dimenticata”. Donald
St. Pierre è nato su un’isola del iume Otta-
wa, in una fattoria senza elettricità, riscal-
damento né acqua corrente. D’inverno la
famiglia dormiva in cucina per stare vicino
alla stufa. Quando Don aveva nove anni,
suo padre, un installatore idraulico, trovò
lavoro a Windsor, nell’Ontario, sulla spon-
da canadese del iume davanti a Detroit. Il
suo primo impiego fu all’uicio corrispon-
denza della Ford. Di sera seguiva le lezioni
di scienze politiche ed economia all’Henry
Ford community college dell’università di
Windsor, ma non si laureò mai.
A diciannove anni, conobbe a una festa
Patricia Collison, un’aspirante hostess di
Windsor che se l’era svignata da un ballo
della Ywca. “Faceva progetti per il futuro
più di tutti gli altri miei amici”, racconta
Collison. “Era così sicuro di sé e diceva che
se avessi avuto iducia in lui, ci saremmo
divertiti molto insieme”. Quattro anni dopo
si sposarono. Lei era hostess di terra alla
Pan Am, mentre lui si faceva strada nella
Ford. Ebbero un figlio, Don junior, e nel
1976 si trasferirono a Detroit.
Nel 1982 St. Pierre era già responsabile
delle forniture per il reparto esteri della Je-
ep all’American Motors e la società lo man-
dò in Indonesia. A Jakarta Don junior, che
all’epoca frequentava le scuole superiori, fu
conquistato dall’Asia. Adorava Tai Pan, il
romanzo di James Clavell sulle
imprese di un mercante di Hong
Kong dell’ottocento che girava
sempre con “un coltello nei pan-
taloni e uno nello stivale destro”.
All’università, studiò il mandari-
no e parlava tanto spesso del libro di Clavell
che lo soprannominarono Tai Pan.
Nel giro di qualche anno, St. Pierre fu
promosso presidente di una pionieristica
joint venture chiamata Beijing Jeep, che
aveva come scopo assemblare le jeep Che-
rokee in Cina e aprire la strada a raforzare i
rapporti commerciali tra la Cina e gli Stati
Uniti. Ma incontrò una serie di problemi
burocratici, soprattutto perché il governo
cinese non voleva spendere i suoi preziosi
dollari americani per importare i pezzi di
ricambio. Come avrebbe scritto più tardi
Jim Mann nel suo libro Beijing Jeep, St.Pierre
diventò famoso perché rivelò i suoi proble-
mi alla stampa. Quando scrisse una lettera
al premier cinese Zhao Ziyang per avvertir-
La concorrenza era
così forte che
sembrava una guerra:
le navi che solcavano
il Paciico venivano
spiate per scoprire se
trasportavano vino
Da sapere
I primi dieci paesi consumatori di vino: previsioni per il 2013, in milioni di casse da nove litri, e variazione dei consumi dal 2004 al 2008
Stati Uniti
309,6
Italia
300,0
Francia
263,3
Germania
242,0
Gran Bretagna
136,3
Argentina
118,1
Cina
105,1
Spagna
91,4
Russia
74,9
+11,4% +0,5% -8,3% +1,5% +7,6% -1,5% +80,8% -15,2% +59,0%
Fonte: Vinexpo
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 55
junior a un giornalista del San Francisco
Chronicle. Il governo li aveva accusati di
importare munizioni cinesi illegali, ma pa-
dre e iglio insistevano nel dire che la loro
merce era russa, non cinese. Cinque setti-
mane dopo, le autorità ritirarono le accuse:
“Un fiasco storico”, lo definì il Mercury
News. Venne fuori che i St. Pierre avevano
anticipato il divieto di importazione di mu-
nizioni cinesi e avevano cominciato a com-
prare dai russi un anno prima dell’incursio-
ne degli agenti. Anche se furono prosciolti,
il periodo di chiusura forzata fu così costoso
che decisero di tentare un’altra strada. Ave-
vano ancora un milione e mezzo di dollari
da investire e morivano dalla voglia di im-
portare qualcosa in Cina. Pensarono alle
noccioline (ma il settore era troppo afolla-
to), allo zucchero (troppo corrotto), alle
mazze da golf (troppo limitato).
Stavano indagando sul commercio dei
rottami di metallo quando qualcuno accen-
nò al fatto che la fabbricazione dei tralicci
che sostengono le viti in Cina sarebbe co-
stata di meno. Se dobbiamo occuparci di
tralicci, pensò St. Pierre, perché non occu-
parci direttamente di vino? Alcuni suoi ami-
ci nell’industria automobilistica avevano
rapporti con i produttori di vino california-
ni, italiani e australiani, e i St. Pierre misero
lo che l’azienda stava fallendo, il funziona-
rio del Partito comunista assegnato all’im-
presa lo rimproverò. St.Pierre perse la pa-
zienza e, a quanto scrive Mann, gridò:
“Continuerò a fare quello che sto facendo!”.
Il funzionario rispose: “Lei è fortunato a
non essere cinese, altrimenti sarebbe nei
guai”.
St. Pierre chiese ai suoi capi di tenere
duro, dicendo: “Non possono permettersi
di lasciarci andar via di qui”. E aveva ragio-
ne. I negoziatori cinesi cedettero. St. Pierre
apparve in televisione mentre stringeva la
mano a Zhao e si fece amici preziosi come
Zhu Rongji, il funzionario che sovrintende-
va alla Beijing Jeep, il quale in seguito sareb-
be diventato primo ministro. Non tutte le
iniziative imprenditoriali di St. Pierre sono
andate così bene. Ma St. Pierre è citato in
almeno cinque libri sulla storia dei rapporti
economici con la Cina.
All’inizio degli anni novanta, con l’aiuto
delle loro conoscenze altolocate, St. Pierre
e suo iglio si imbarcarono nella nuova im-
presa di importare negli Stati Uniti parti di
ricambio di certe armi, soprattutto casse
per i fucili Sks e accessori per le pistole Ma-
karov. Nessuno dei due aveva mai sparato
con niente di più pericoloso di un fucile ad
aria compressa, mi ha raccontato St. Pierre,
e alcuni dei loro nuovi soci erano “al limite
della legalità”, ma “gli afari sono afari”.
Presto si accorsero che si poteva guadagna-
re molto di più con le munizioni e comincia-
rono a importare proiettili calibro 7,62 per
armi semiautomatiche, granate e pallottole
calibro 5,56.
Nel maggio del 1995 agenti dell’Fbi,
dell’Atf (Bureau of alcohol, tobacco, ire-
arms and explosives), del servizio dogane e
di altre agenzie statunitensi fecero irruzio-
ne nel deposito dei St. Pierre a Santa Clara,
in California, e sequestrarono tutto, accu-
sandoli di importare illegalmente munizio-
ni che erano state vietate un anno prima.
Settantaquattro milioni di pallottole, “il più
grande sequestro di munizioni mai compiu-
to negli Stati Uniti”, disse un agente federa-
le. Le imputazioni, tra cui quelle di un pos-
sibile complotto, contrabbando e importa-
zione di merce illegale, sarebbero state
formulate nel giro di pochi giorni. La notizia
inì su tutti i giornali, l’attentato di Oklaho-
ma City era avvenuto solo qualche settima-
na prima e un agente federale aveva para-
gonato il deposito dei St. Pierre all’arsenale
di un piccolo stato.
I St.Pierre risposero alle accuse mo-
strandosi indignati, quella storia era “asso-
lutamente ridicola”, dichiarò all’epoca Don
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Degustazioni di lusso al Soitel Fizi Tianmu Lake di Shanghai
56 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Economia
insieme un piccolo catalogo di bottiglie da
importare.
Negli ultimi anni, ogni volta che sono
tornati al Vinexpo, i St. Pierre hanno avuto
molti contatti con i produttori di vino euro-
pei. In Europa il consumo di vino sta ormai
diminuendo da quarant’anni, perché le
nuove generazioni ne bevono sempre meno
delle precedenti. I francesi adulti bevono in
media 43 litri di vino all’anno, più o meno
un bicchiere al giorno rispetto ai tre degli
anni sessanta. La stessa cosa sta succeden-
do in Italia, in Spagna e in altri paesi, quindi
l’Europa ha un’eccedenza che nel settore
viene chiamata “lago di vino” e che nel
2006 era di circa 1,5 miliardi di litri, l’equi-
valente di quattro bottiglie per ogni cittadi-
no europeo. Per correre ai ripari, l’Unione
europea ha sponsorizzato un programma di
“distillazione di crisi”, che prevede la tra-
sformazione del vino in eccesso in bioeta-
nolo e prodotti per le pulizie, e incoraggia
alcuni agricoltori a sradicare le viti e ritirar-
si dall’attività “in modo dignitoso”, per usa-
re le parole del commissario all’agricoltu-
ra.
Vendere alla Cina, naturalmente, sareb-
be una soluzione più allettante. Oggi la Ci-
na è all’ottavo posto tra i paesi del mondo
che consumano vino e, secondo Vinexpo,
sta battendo la Spagna. I cinesi bevono an-
cora soprattutto il loro vino, che è migliora-
to, anche perché nel 2003 il governo ha vie-
tato l’uso di addensanti, saccarina, cicla-
mato, coloranti artiiciali e altri additivi. Le
importazioni costituiscono meno del 15 per
cento dei consumi, ma per i produttori fran-
cesi è “più di un Eldorado”, mi ha detto il
presidente della Château Latour, Frédéric
Engerer.
I produttori bordolesi non si sono mai
fatti tentare dai clienti esotici. “All’inizio
degli anni ottanta c’era una grande richie-
sta dal Texas, e in Francia dicevamo: ‘Que-
sti texani non sanno bere il nostro vino, so-
no dei barbari’”, mi ha raccontato Engerer.
“Poi, tra la ine degli anni ottanta e i primi
anni novanta, sono arrivati i giapponesi, e
non lo bevevano nemmeno, lo regalavano.
Anche quello ci faceva ridere. Adesso ci so-
no i cinesi”. Ma oggi, dice Engerer, la Fran-
cia non può permettersi di essere arrogante.
“Dovremmo stare calmi e dire: ‘Vi siamo
grati di aver deciso di comprare una cosa
che non appartiene alla vostra cultura’”.
Mentre molti europei e americani ormai
comprano vini da pochi dollari a bottiglia, i
cinesi sono in una fase di esibizionismo
consumistico (“Nei nostri negozi, se abbia-
mo un prodotto che non si vende alziamo il
prezzo”, mi ha detto un importatore). Ro-
bert Parker – Pa Ke per i suoi fan cinesi – ha
fatto la sua prima visita in Cina l’anno scor-
so, compresa una cena da 2.300 dollari a
testa sulla Grande muraglia. La cena preve-
deva sette portate, gli invitati dovevano es-
sere vestiti da sera e i tavoli erano stati siste-
mati tra due delle antiche torri in pietra e
mattoni della sezione Badaling della Mura-
glia, un ex avamposto militare che è stato
ristrutturato ed è servito da una funicolare.
Una sera di non molto tempo fa ho par-
tecipato a una cena organizzata dall’Asc per
i suoi clienti a Shanghai, in un ristorante
chiamato Exquisite Bocuse, arredato con
mobili di legno scuro, vetrate li-
berty e vasi greci. Ero seduto a
uno dei tanti tavoli rotondi di
fronte a Bob Miao, uno dei diri-
genti di un’azienda che vende
pezzi di ricambio per auto. Era un
uomo sui 35 anni con gli occhiali e i capelli a
spazzola. Aveva scoperto il vino una decina
di anni prima, mi ha detto, quando lavorava
per una impresa francese. Nella primavera
scorsa ha investito 70mila dollari dei suoi
risparmi in futures di vini. Spera che almeno
in parte si riveli un investimento saggio. “Il
resto lo berrò io”, dice scherzando.
Efetto Bordeaux
Ai bevitori cinesi piace particolarmente lo
Château Laite Rothschild, uno dei Borde-
aux più costosi (un Laite del 1982 costa più
di tremila dollari). Ogni anno i cinesi ne
comprano tante bottiglie – il produttore
non ha voluto dirmi esattamente quante –
da far salire il prezzo in tutto il mondo, un
fenomeno che qualcuno ha deinito “efet-
to Laite”.
Qualche tempo fa, la Château Laite Ro-
thschild ha annunciato che sta per aprire
un’azienda vinicola nella provincia dello
Shandong per produrre il primo “grand cru
cinese”. Sarà nella città portuale di Penglai,
che per attirare i turisti si è data il sopranno-
me di Nava valley. Il Laite sta entrando
nella cultura popolare cinese come il Cristal
era diventato lo champagne di quella hip-
hop americana. Alla periferia di Pechino un
costruttore ha eretto una copia del castello
di Laite che può essere aittato per matri-
moni e altre occasioni. Nel ilm d’azione
Giovani e pericolosi parte V, girato a Hong
Kong, un personaggio dice a un capo maio-
so: “Porta un po’ di bottiglie di Laite dell’82
e chiama le ragazze più carine!”.
Nel centro di detenzione di Shanghai, le lu-
ci rimanevano accese giorno e notte. Oltre
a Don junior la polizia aveva arrestato Car-
rie Xuan, una dei vice presidenti dell’Asc,
che era detenuta in un’altra prigione. Gli
arresti avevano scatenato commenti poco
lusinghieri sul commercio di vino in Cina.
Simon Tam, un consulente di vini di Hong
Kong, scrisse un paio di articoli sul sito web
di Jancis Robinson in cui parlava di quella
che deiniva “la pratica comune, da parte di
certi importatori di vino, di abbassare siste-
maticamente il prezzo dichiarato delle bot-
tiglie di più del 50 per cento”. Citava fonti
doganali francesi, secondo le quali nel 2007
era stato esportato in Cina molto più vino di
quanto ne risultasse alle dogane cinesi.
Come altri aspetti dell’economia emergen-
te cinese, il commercio del vino era cresciu-
to troppo in fretta perché la legge
potesse stargli dietro. Secondo
l’importatore, il 70 per cento dei
vini pregiati, compresi quelli il cui
valore viene sottovalutato alla
dogana, entra in Cina di straforo.
Con tanta concorrenza e il contrabbando
che fa scendere i prezzi, dice, “il problema è
che se rispetti la legge non riesci a essere
competitivo”.
L’8 aprile 2008, 28 giorni dopo il suo ar-
resto, Don junior fu rilasciato. L’Asc ammi-
se un numero limitato di sottovalutazioni e
accettò di pagare le tasse arretrate per un
totale di 1,8 milioni di yuan, circa 264mila
dollari, una somma relativamente modesta
rispetto al volume d’importazioni della so-
cietà. Don junior non fu mai incriminato.
Carrie Xuan era stata rilasciata tre giorni
prima. Più di un anno dopo, quando le ho
chiesto di quel periodo in carcere, è scop-
piata a piangere. Lavora ancora all’Asc, ma
sua sorella le ha chiesto di lasciare l’azien-
da. Non ha mai detto ai genitori di essere
stata in prigione. “Sono troppo vecchi per
sopportarlo”, dice.
L’indagine sul vino si allargò e, secondo
il quotidiano di stato Fazhì Rìbào, alla ine
del 2008 portò a 29 condanne, per 25 milio-
ni di dollari di vino non dichiarato. Le azien-
de furono accusate di aver falsiicato le fat-
ture e la documentazione passando attra-
verso Hong Kong, dove non ci sono dazi
sulle importazioni di vino. I St. Pierre non
hanno mai fatto niente del genere, mi ha
Oggi il Laite sta
entrando nella cultura
popolare cinese come
il Cristal era diventato
lo champagne di
quella hip-hop
americana
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 57
ti di propria iniziativa, altri lavoravano per
ristoranti di lusso ed erano stati mandati lì
dai datori di lavoro. A ognuno era stato con-
segnato un pacco di libri in inglese e cinese,
ne ho sfogliato uno e ho trovato questo test:
“Su una bottiglia di Riesling tedesco la
scritta ‘Beerenauslese’ signiica che il vino
è a) prodotto con uve provenienti da vigneti
diversi, b) frizzante, c) invecchiato in botti-
glia per un lungo periodo, d) fatto con uve
molto mature”. Il tentativo di tradurre in
cinese tutta la cultura occidentale del vino
ha prodotto strani risultati. I nomi di alcuni
tipi di uve e di alcune regioni sono stati resi
foneticamente (Château Margaux è stato
tradotto per praticità “Ma ge”), altri idio-
maticamente (Châteauneuf du Pape è di-
ventato Jiaohuang xin bao, “la nuova for-
tezza del ponteice”).
A scuola di vino
In aula c’era molta apprensione. L’inse-
gnante, un uomo alto in camicia bianca a
maniche corte che chiamavamo “Maestro
Hao”, cercava di sempliicare le cose. “Co-
me fate a riconoscere i nomi italiani?”, ha
chiesto in cinese. Nessuno ha risposto. “Se
inisce per ‘a’ o per ‘o’, probabilmente è un
vino italiano”. I miei compagni di classe ap-
parivano soddisfatti. Poi Hao ci ha mostrato
come aprire una bottiglia con il cavatappi in
modo discreto “per non ofendere l’ospite”.
“E se vedete un’etichetta in cinese”, ci ha
consigliato, “non compratelo perché non è
importato”.
Abbiamo assaggiato un Crozes-Hermi-
tage, un Chianti classico, un barbaresco, un
tempranillo, un Freixenet, uno sherry e un
porto, e fatto una rapida rassegna di brandy,
whisky, rum e tequile. Io non lo risputavo e
a metà pomeriggio cominciavo a sentirne le
conseguenze. A quel punto ci ha insegnato
ad aprire una bottiglia di champagne. “È
meglio farlo rumorosamente o con discre-
zione?”, ci ha chiesto Hao. David, un giova-
ne maître con un taglio di capelli alla moda,
ha provato a rispondere. “Meno rumore
facciamo e meglio è, dev’essere come un
tranquillo sospiro di piacere”, ha detto.
“Giusto, ma di solito”, ha spiegato il mae-
stro, “nei bar lo champagne si stappa rumo-
rosamente, perché tutti devono sapere chi
lo ha ordinato”. Una ragazza si è fatta avan-
ti per stappare una bottiglia di prosecco.
L’ha presa in mano con cautela, come se
fosse una pistola carica. "Adesso cosa fac-
cio?", ha chiesto nervosamente mentre i
miei compagni si allontanavano. “Posso
allentare la presa?”. Pop! Ed è scoppiata a
ridere. Il vino ha cominciato a uscire a iotti
e lei ha scattato una fotograia. u bt
detto un pomeriggio Don junior nel suo ap-
partamento di Shanghai. “Quando arrivi in
Cina, nessuno ti dice: questa è la legge. Mol-
ti pensano che non li riguardi! Ma adesso
sanno che non è così”.
Nei mesi successivi al suo rilascio, Don
junior ha trasformato l’Asc in una società
cinese convenzionale: ha assunto come di-
rettore generale un ex funzionario del go-
verno che ha molti contatti e conosce la
legge. Da anni gli stranieri si lamentavano
dell’assenza di una normativa, ma intanto
la sfruttavano. Oggi, dice Don, “penso che
quello che è successo a noi dimostri chiara-
mente che se ti metti in afari sei soggetto
alle stesse regole degli altri” (nel marzo del
2010 il gruppo giapponese Suntory ha ac-
quisito il 70 per cento delle azioni di pro-
prietà della Swarovsky, Don si è ritirato
dall’azienda e il iglio è stato nominato am-
ministratore delegato).
In fondo alla strada che ospita gli uici
dell’Asc c’è la Wine Residence, un circolo
“per rainati amanti del vino” situato in un
ediicio tranquillo e restaurato da poco. I
soci possono conservare le bottiglie in ar-
madietti di legno scuro, con una targhetta
in ottone che porta il loro nome, in una can-
tina a temperatura controllata. È aperto al
pubblico per i pasti e per corsi che l’Asc chia-
ma di “educazione al vino”. Una mattina ho
partecipato alla lezione di un corso inter-
medio e mi sono seduto a un lungo tavolo
apparecchiato con una serie di bicchieri
vuoti.
Intorno al tavolo c’erano dieci studenti
cinesi, uomini e donne che andavano dai
venti ai quarant’anni. Alcuni si erano iscrit-
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Soitel Fizi Tianmu Lake, Shanghai
Ospiti al bar dell’hotel
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A novembre decine di stampe del
grande fotografo statunitense
saranno messe in vendita. Gli
scatti raggiungeranno quotazioni
record, scrive Christian Caujolle
Avedon
all’asta
A
pproittando della forza di attrazione di
Paris Photo, che si è imposta come la
migliore iera fotograica internaziona-
le, frequentata da collezionisti prove-
nienti da tutto il mondo, la casa d’aste
Christie’s venderà il 20 novembre più
di sessanta lotti (compresi alcuni inediti) di Richard Ave-
don. È un vero evento perché le vendite monograiche
sono molto rare e perché è la prima iniziativa di questo
tipo dopo la morte dell’artista nel 2004. Solo la vendita da
Christie’s a New York, nell’aprile del 2010, di Three deca-
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des with Irving Penn: photographs from the
collection of Patricia McCabe (le 67 stampe
di Penn hanno fruttato 3,8 milioni di dolla-
ri) può essere paragonata a quella in prepa-
razione a Parigi.
Avedon – artista di una precisione ma-
niacale, dalla scelta delle inquadrature alla
stampa dei provini (per i quali dava indica-
zioni dettagliate segnando con una matita
rossa le zone da ammorbidire o accentua-
re) – ha un posto di primo piano nella storia
della fotograia e le quotazioni delle sue
stampe continuano a salire, anche se ave-
vano già raggiunto livelli elevati quando
era in vita. I suoi ritratti e le sue immagini
di moda sono ormai icone della seconda
metà del novecento.
A pagina 58-59, foto grande: Andy Warhol e gli altri della Factory, New York,
30 ottobre 1969. A pagina 58, foto piccola: autoritratto di Richard Avedon, 1963
circa. Qui sopra: Buster Keaton, New York, 19 settembre 1952. Qui accanto, foto
grande: Suzy Parker e Robin Tattersall, vestito di Dior, Place de la Concorde,
Parigi, agosto 1956. A destra, dall’alto: Brigitte Bardot, Parigi, 27 gennaio 1959;
Pablo Picasso, Beaulieu, Francia, 16 aprile 1958
Nato a New York nel 1923 in una fami-
glia di ebrei russi, Avedon si è interessato
presto alla fotograia, che ha praticato da
giovane con una macchina che gli era stata
regalata dal padre. Le sue prime foto sono
state pubblicate sul giornale della scuola
realizzato insieme a James Baldwin, che
rimarrà suo amico e diventerà un famoso
scrittore. È a lui che Avedon chiederà di
scrivere il testo per il libro Nothing personal,
la sua opera più politica, incentrata sulla
lotta per i diritti umani e contro la guerra in
Vietnam. Allievo di Alexey Brodovitch,
Avedon ha trovato molto presto lavoro
all’Harper’s Bazaar, di cui il grande graico
era direttore artistico, e il successo è stato
quasi immediato.
Le sue immagini di moda, in studio o
altrove (compresa la serie parigina per Vo-
gue) s’impongono per l’eleganza, il con-
trollo perfetto dell’illuminazione, la ricer-
ca costante dell’innovazione (dall’illusione
del reportage alla radicalità delle immagi-
ni frontali in studio). Sono scatti che all’esi-
genza di “mostrare i vestiti” uniscono l’in-
venzione di nuove visioni. La celebre im-
magine Dovima con gli elefanti, scattata nel
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Marilyn Monroe triste, che indossa un ve-
stito di paillettes. La foto è valutata più di
centomila euro, ma considerando i risulta-
ti ottenuti da altre stampe della stessa im-
magine in occasione di aste precedenti,
sarà probabilmente venduta a un prezzo
molto più alto. Questa immagine su sfon-
do bianco, tipico dell’approccio scarno e
ricco di tensione che Avedon usava per i
ritratti, lascia intravedere la fragilità
dell’attrice che si sarebbe suicidata qual-
che anno dopo, e giustiica questa aferma-
zione del fotografo: “Un ritratto non è una
somiglianza. Appena un’emozione o un
fatto viene tradotto in fotograia, smette di
essere un fatto per diventare un’opinione.
L’inesattezza non esiste in fotograia. Tut-
te le foto sono esatte, ma nessuna è la veri-
tà”.
Personaggi emblematici
All’asta ci saranno anche alcuni ritratti del-
la serie The American west. Dal 1979 al 1984
Avedon ha percorso il grande ovest ameri-
cano fotografando personaggi emblemati-
ci, quasi tutti lavoratori. Ranch, miniere di
carbone, giacimenti petroliferi, stazioni di
servizio, cacciatori di serpenti, iere di be-
1955 al Cirque d’hiver di Parigi mentre una
delle modelle più famose dell’epoca indos-
sava un vestito da sera di Dior e giocava
con due pachidermi, è tra quelle che Chri-
stie’s metterà in vendita. Stimata tra i 400
e i 600mila euro, la foto è una delle ultime
grandi stampe ancora in possesso della Ri-
chard Avedon foundation.
La spettacolare asta è stata organizzata
dalla fondazione voluta dal fotografo per
valorizzare la sua opera, ma anche per svi-
luppare attività formative e sostenere i gio-
vani fotograi. Per avviare le attività dopo
la morte di Avedon, la fondazione ha dovu-
to vendere lo studio dell’artista e, cosa an-
cor più triste, tutti i suoi oggetti personali.
Una delle opere più interessanti
dell’asta è una foto di piccole dimensioni,
una stampa vintage del 1957, realizzata al
momento dello scatto. È il ritratto di una
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Dovima con gli elefanti, vestito da sera di Dior, Cirque d’hiver, Parigi, agosto 1955. Nella pagina accanto Marilyn Monroe,
New York, 6 maggio 1957
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INFORMAZIONI
La vendita all’asta delle stampe di Richard
Avedon si svolgerà il 20 novembre da
Christie’s, a Parigi (christies.com).
stiame: Avedon segue un itinerario preci-
so, cerca di creare dei legami tra un ritratto
e l’altro e cattura la realtà grezza di un’Ame-
rica lontana dal glamour hollywoodiano. I
ritratti di grandi dimensioni, montati su
cornici in alluminio, frontali, di forte im-
patto graico, appaiono abbastanza di rado
in un mercato per lo più incentrato sulle
immagini delle celebrità. Del resto altre
importanti fotograie di Avedon usate per
il libro An autobiography non sono state
quasi mai messe in vendita. Il libro, frutto
di più di tre anni di lavoro, è costituito dalle
immagini dell’ospedale psichiatrico in cui
è morta la sua giovane sorella, che Richard
amava e che era stata la sua prima modella.
Sono immagini scattate con una Leica,
mosse, sensibili, sconvolgenti, ma che non
sembrano destinate a decorare una pare-
te.
Avedon è stato un protagonista fonda-
mentale del ritratto fotograico negli anni
sessanta e settanta, e a lui si devono molti
ritratti dei più importanti musicisti, artisti
e scrittori dell’epoca. Non si può dimenti-
care la sua foto dei Beatles, un montaggio
di quattro ritratti psichedelici di John Len-
non, Paul McCartney, George Harrison e
Ringo Starr. Questa immagine, che detie-
ne la più alta quotazione per un’opera
dell’artista venduta all’asta (464mila dol-
lari da Christie’s a New York nel 2005), rag-
giungerà probabilmente un prezzo ancora
più alto. Presto sapremo se a Parigi i colle-
zionisti europei saranno in grado di arriva-
re a queste cifre e se il celebre ritratto di
Brigitte Bardot del 1959 raggiungerà i
121mila euro sborsati per la stessa foto l’8
ottobre a New York da Phillips, un’altra ca-
sa d’aste. u adr
64 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Ritratti
Wall street perché i banchieri volevano sa-
pere come fare per rendere New York simi-
le alla Silicon valley”, dice Shirky. “La mia
risposta era sempre la stessa: ‘Non è possi-
bile’. L’unica cosa che potevamo fare era
rendere la città un buon posto per avviare
un’attività”.
Venticinque anni dopo essere arrivato a
New York con una laurea in ine arts a Yale
e la speranza di farla fruttare nel campo
della scenograia teatrale, Shirky è diven-
tato, in modo inaspettato, l’esponente
principale della nuova scuola newyorchese
del pragmatismo tecnologico.
Il suo ultimo libro, Surplus cognitivo
(Codice Edizioni 2010), è un saggio sui be-
neici sociali della rete, che secondo Shirky
in parte sono dovuti al fatto che internet ci
aiuta a liberarci dalla teledipendenza. Mol-
ti l’hanno descritto come un ciberutopista,
ma Shirky riiuta il termine e dice di rifarsi
soprattutto al ilosofo pragmatista ameri-
cano Richard Rorty. “La tecnologia non è
un bene tout court”, dice. “Ma fornisce alla
società la materia prima per fare cose nuo-
ve e interessanti”.
Nemici agguerriti
Nei primi anni novanta Shirky ha fatto un
ottimo uso del suo surplus cognitivo. In
quel periodo a New York dirigeva un grup-
po teatrale sperimentale che presentava
testi documentali (come la conversazione
tra controllori del traico aereo durante un
incidente o la relazione sulla pornograia
di Edwin Meese).
Un giorno sua madre, una bibliotecaria
di Columbia, in Missouri, gli raccontò che
durante un corso di aggiornamento profes-
sionale stava imparando a usare un nuovo
strumento: internet. Shirky rimase conqui-
stato. Invece di tornare a Yale, dove era
stato ammesso a un corso di laurea in arte
drammatica, cominciò a studiare pro-
grammazione con un gruppo di eccentrici
responsabili di sistemi Unix che lavorava-
no in banca. “Tornavo a casa dal teatro alle
undici di sera, poi mi dedicavo a internet
ino alle quattro del mattino. Stavo diven-
tando webdipendente. Avevo solo due
possibilità: smettere o farlo diventare un
lavoro”.
Alla ine Shirky è entrato nel mondo del
design interattivo. “Molti di quelli che han-
no dato vita al settore, a New York, veniva-
no dal teatro. In parte perché quando fai
quel lavoro hai molto tempo a disposizio-
ne, in parte perché le cose che non capisci
non ti spaventano. Il teatro ti abitua all’idea
di non sapere come andrà a finire”. Nel
frattempo collaborava con alcune riviste
I
l 6 giugno la Cnn ha mandato in
onda un’intervista a James Fal-
lows in cui il giornalista parlava
di un suo articolo uscito su The
Atlantic (Internazionale 847) che
esaminava l’impatto di Google
sul mercato dell’informazione. Di solito
questi articoli sono pessimisti. Quello, in-
vece, era iducioso. Secondo Fallows il mo-
tore di ricerca, dopo aver contribuito in
vari modi ad aggravare la situazione eco-
nomica dei giornali, ha cominciato a lavo-
rare a un nuovo modello di business per
salvaguardare il giornalismo di qualità.
Durante l’intervista, Fallows ha citato il
lavoro di uno studioso dei mezzi d’infor-
mazione che, con il suo slogan “niente fun-
zionerà, ma tutto potrebbe funzionare”, ha
fornito il quadro teorico per il lavoro degli
ingegneri di Google. Di solito i visionari
che si afannano a spiegare i beneici socia-
li della tecnologia all’opinione pubblica
statunitense vengono dalla Silicon valley.
Fallows, invece, si riferiva al lavoro di Clay
Shirky, professore alla New York Universi-
ty.
Incontro Shirky nel suo uicio all’Inte-
ractive telecommunications program (Itp),
al quarto piano di un palazzo che si afaccia
sulla Broadway. Shirky ammette che di so-
lito le persone non pensano a New York
come a una città che trasuda tecno-ottimi-
smo. “Ho sempre fatto parte di comunità
creative – artisti, gente di teatro, imprendi-
tori”, spiega Shirky. “Non importa quanto
sia logoro o cinico il contesto esterno. Se
sei in un gruppo di persone creative, è nor-
male pensare in modo ottimista”.
Nel corridoio davanti all’uicio alcuni
studenti stanno mettendo in scena una
proiezione futuristica di luce che ricorda la
danza di un millepiedi sul pavimento. “Ne-
gli anni novanta facevo avanti e indietro da
Clay Shirky
L’ottimista
della rete
È una delle voci più ascoltate
del web. Tutti sperano che sia
in grado di rispondere a una
domanda: è possibile salvare
il giornalismo di qualità?
Felix Gillette, The New York Observer, Stati Uniti
Foto di David Levene
◆4 marzo 1964 Nasce a Columbia,
Missouri, negli Stati Uniti.
◆1986 Si laurea in ine arts all’università di
Yale.
◆1990 Fonda, a New York, la compagnia
teatrale Hard place theater. Si appassiona
all’informatica, a internet e alle nuove
tecnologie.
◆2001 Comincia a insegnare
all’Interactive telecommunications
program, presso la New York University.
◆2008 Pubblica Uno per uno, tutti per tutti
(Codice Edizioni 2009), nel quale analizza
gli efetti di internet sulle moderne
dinamiche di gruppo.
◆Autunno 2010 Tiene un corso
all’università di Harvard dal titolo “New
media and public action”. Pubblica Surplus
cognitivo (Codice Edizioni 2010), sui
beneici sociali della rete.
Biograia
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che si occupavano della nuova cultura del-
la rete, oltre a scrivere una serie di libri tec-
nici per l’editore Zif Davis.
Shirky dice di essere sempre stato otti-
mista nei confronti del web. E ino a poco
tempo fa la contrapposizione tra ottimisti
e pessimisti gli sembrava solo una messa in
scena: “Tutto si riduceva a una polemica
tra chi amava internet e chi non lo capiva”.
Ma oggi i pessimisti del web sono molto
più agguerriti. “Negli ultimi cinque anni è
aumentato il pessimismo tra chi usa inter-
net e lo conosce abbastanza bene dal punto
di vista sia tecnico sia sociale”, dice Shirky.
In particolare, lui ha molto rilettuto sul
nuovo saggio di Jaron Lanier, Tu non sei un
gadget (Mondadori 2010), che critica il
“maoismo digitale” di internet e la scaden-
te collaborazione collettiva tipica della re-
te.
Shirky si è confrontato anche con Ni-
cholas Carr, che in The shallows sostiene
che il web, dopo aver preso il posto della
carta stampata, sta ridisegnando il nostro
cervello e distruggendo la nostra capacità
di concentrazione.
“Ho letto quei libri aspettandomi che
gli autori dicessero: ‘Ecco quello che dob-
biamo fare’”, dice Shirky. “Ma l’analisi di
Carr è sbagliata. Credo che il problema
principale sia la distrazione. La cosa più
interessante di The shallows è che non pro-
pone soluzioni” (Shirky l’ha fatto notare a
Carr, che in un’email gli ha risposto: “Mi
interessa la descrizione, non la prescrizio-
ne”).
Secondo Shirky l’errore di Carr consiste
nel confrontare la cultura della stampa con
quella della rete, che esiste da meno di un
quarto di secolo. “Il vecchio sistema ha alle
spalle istituzioni robuste e ben oliate”, dice
Shirky. “Quello nuovo è ancora poco cono-
sciuto, eppure Carr è convinto che non ab-
bia margini di miglioramento”.
Shirky è convinto del contrario. La chia-
ve, a suo parere, è analizzare i problemi a
mano a mano che si presentano, e fare
esperimenti pratici per costruire una nuo-
va serie di istituzioni e di abitudini cultura-
li che afrontino i problemi di internet mas-
simizzando la sua libertà. Agli occhi di
Shirky anche l’aumento dei pessimisti del-
la rete è una buona cosa, perché permette
di richiamare l’attenzione sui problemi
della cultura digitale. “Per ironia della sor-
te, saranno proprio queste persone a farci
avanzare su temi come l’anonimato in rete
e la perdita di attenzione”.
Alla ine, però, saranno i pragmatici ot-
timisti, sostiene Shirky, a mettere ordine
tra le varie questioni, molto probabilmente
attraverso un aumento graduale e prolun-
gato di piccole innovazioni, soluzioni e ot-
timizzazioni.
Dall’autunno del 2001 Shirky lavora co-
me docente associato presso l’Itp della
New York University, che fa parte della
Tisch school of the arts. Cominciato negli
anni settanta, il programma si è sviluppato
in un laboratorio di sperimentazione digi-
tale dove gruppi di studenti danno vita a
combinazioni originali tra arte, program-
mazione e interattività sociale.
Un abile narratore
Nel corso degli anni Shirky ha sviluppato
un seminario chiamato Social facts, il cui
piano di studi si estende da gruppi che af-
frontano dilemmi sociologici senza tenere
conto dalla tecnologia (come la tragedia
dei beni comuni o il dilemma del prigionie-
ro) a gruppi online che affrontano sfide
speciiche.
Al termine del corso, agli studenti viene
chiesto di pensare come designer: cosa fa-
resti se volessi cambiare uno spazio esi-
stente o crearne uno nuovo? Shirky tiene
inoltre un corso di produzione in cui gli
studenti sviluppano progetti tecnologici in
collaborazione con l’Unicef. “Basta stare
con lui un’ora per sentirsi una superstar”,
dice Dennis Crowley, cofondatore di
Foursquare, diplomato all’Itp nel 2004.
“Come se potessi capire le cose in maniera
molto più chiara”.
Crowley descrive Shirky come il teorico
del programma, la igura a cui si rivolgono
gli studenti che vogliono avere una pro-
spettiva più ampia di quello che stanno fa-
cendo e sapere perché è così importante.
Nell’autunno del 2003 Shirky è stato consi-
gliere di uno studio indipendente realizza-
to da Crowley e da uno dei suoi compagni,
Alex Rainert, che due anni dopo hanno
venduto la loro società di software e social
networking, la Dodgeball, a Google. “Non
credo che ci stiamo sbarazzando della vec-
chia cultura della stampa e che d’ora in poi
vivremo in una specie di pura e sacra fusio-
ne con la natura umana”, aferma Shirky.
“Il mio ottimismo nasce dalla convinzione
che i giovani sapranno creare le istituzioni
necessarie per il web, diverse da quelle
della carta stampata”.
Nel marzo del 2009 Shirky ha pubblica-
to sul suo blog un saggio sulle cause della
crisi della stampa (Internazionale 787).
L’articolo è diventato immediatamente
una lettura obbligata per molti addetti ai
lavori. A diferenza della maggior parte de-
gli studiosi di mezzi di comunicazione ot-
timisti nei confronti della rete, Shirky può
parlare diffusamente dei problemi del
giornalismo senza sembrare un brontolo-
ne. E non dà mai l’impressione di voler cor-
teggiare i mezzi d’informazione tradizio-
nali con idee che servono solo a peggiorare
le cose.
Il 26 maggio Shirky ha partecipato a un
evento organizzato da Michael Zimbalist,
responsabile del gruppo di ricerca e svilup-
po del New York Times. David Carr, opi-
nionista del quotidiano, è rimasto molto
colpito dalla sintesi narrativa di Shirky:
“Le persone che lo ascoltano non si accor-
gono che la storia inisce con loro che han-
no i capelli bianchi. Si fanno cullare dalla
sua presentazione e dalla musicalità della
sua voce. Lui espone delicatamente la par-
te che li riguarda e poi conclude: ‘E inine
sarete tutti ricoperti dalla polvere’”.
Carr dice che se un giorno avesse
mezz’ora di tempo per ascoltare qualcuno
parlare dei mezzi di comunicazione, Shirky
sarebbe in cima alla lista. “È un accademi-
co in senso clinico, con interessi profondi e
ramiicati”.
Negli ultimi dieci anni Shirky ha tenuto
corsi per artisti e appassionati di tecnolo-
gia ma non per giornalisti. Le cose stanno
per cambiare. Da questo autunno ha co-
minciato a dedicarsi al dilemma del nuovo
modello giornalistico come docente pres-
so il Joan Shorenstein center on press, poli-
tics and public policy, all’università di Har-
vard. “M’interessa la possibilità di far fun-
zionare il giornalismo come un ecosiste-
ma”, ha detto Shirky. “Invece di avere una
serie di giornali dedicati alla produzione di
notizie inite, penso a un insieme di risorse
condivise, con la stessa modalità con cui
opera ProPublica”.
Una volta che sarà tornato a New York,
nel 2011, Shirky comincerà a lavorare con il
dipartimento di giornalismo della New
York University. “Negli ultimi due anni mi
sono dedicato soprattutto a scrivere saggi
sull’argomento”, dice Shirky. “Limitarsi ad
analizzare il problema non è molto diver-
tente”. u sv
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“Basta stare con lui
un’ora per sentirsi una
superstar” dice
Dennis Crowley.
“Come se potessi
capire le cose in modo
molto più chiaro”
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Viaggi
no l’esperienza del iglio Fidel nella selva.
C’è ancora il vecchio guardaroba di Ángel,
pieno di vestiti, e tutte le cianfrusaglie di
famiglia. In un paese che vive a porte chiu­
se, e che è esperto di gestione dei musei
quanto lo è di gestione dei fondi d’investi­
mento, tutto questo è veramente insolito. Il
merito è di Celia Sánchez, amica e presunta
amante di Fidel, che nel 1979 restaurò la
fattoria salvandola dal degrado. Come
molti antimperialisti cubani, Fidel trascor­
se un’infanzia agiata nella zona orientale
dell’isola, circondato dalla povertà e lonta­
no dalle luci dell’Avana. Nella provincia di
Oriente bastava pochissimo a scatenare le
passioni insurrezionaliste e rivoluzionarie
dei contadini.
Questa resta la parte dell’isola dei sogni
più sfrenati, lontana anni luce dai bagnanti
stesi al sole, dai cocktail e dai musicisti che
suonano a ripetizione Guantanamera. Ci
sono itte giungle, iumi nascosti e coste
inesplorate.
Il clima è più umido e variabile. Le stra­
de s’interrompono e diventano sentieri. Le
persone hanno la carnagione più scura, le
tradizioni sono più vicine all’Africa e i modi
sono quelli rilassati dei caraibici.
Economia rurale
La Sierra Maestra, la catena montuosa più
alta di Cuba, è il luogo dove i ribelli si na­
scondevano mentre preparavano la rivolu­
zione (come racconta Che, il ilm biograico
di Steven Soderbergh). Santo Domingo,
nella Sierra Maestra, è il punto di passaggio
per La Comandancia, quartier generale di
Castro. Ci arriviamo al tramonto.
Villa Santo Domingo non è altro che una
serie di cabañas allineate lungo la strada
che costeggia il iume, circondata da cime
imponenti. Attraversato il iume arriviamo
in un villaggio pieno di baracche di legno e
cavalli legati, dove gli animali sembrano in
miniatura: pulcini, maialini e caprette ap­
pena nate. Lungo il sentiero ci sono due
pietroni: su uno c’è scritto “Fidel” e sull’al­
tro “Raúl” (Raúl Castro, fratello di Fidel).
Non si tratta dei soliti murales ordinati dal
governo, ma è opera degli abitanti del vil­
laggio. Per molti di loro lo spirito rivoluzio­
nario è ancora vivo.
Il mattino dopo, al risveglio, scopriamo
il rovescio della medaglia di questo appa­
rente idillio: la totale mancanza di organiz­
zazione. Sulla montagna si sale solo in taxi.
C’è un centro turistico ma bisogna pagare il
trasporto alla guida. E i taxi non sono di­
sponibili ino a mezzogiorno. Come d’abi­
tudine a Cuba, le guide del centro turistico
sono tutte occupate: stanno guardando un
ilm tipo Rambo. L’accompagnatore che ci
è stato assegnato non ha alcuna voglia di
venire con noi e non fa nulla per nascon­
derlo. E, sempre secondo il tipico costume
cubano, alla ine si rivela simpatico e diver­
L
o stereo della vecchia Mosk­
vich manda a tutto volume
i Charanga Forever. Il pro­
prietario, Yasser, è stato
pagato per portarci alla
Sierra Maestra. I inestrini
oscurati servono a nascondere il carico ille­
gale: la yuma (“la straniera”, cioè io) e il suo
coniuge cubano. Passiamo per la baia di
Nipe, sfrecciando a tutta velocità su strade
iancheggiate da canne da zucchero, men­
tre la Sierra Cristal si proila all’orizzonte.
Yasser c’informa che la fattoria dove l’ex
presidente Fidel Castro ha passato l’infan­
zia è a cinque chilometri. Lo convinco a fare
una deviazione. Venti minuti dopo, supera­
to un minuscolo eremo chiamato Birán,
arriviamo a una fattoria sperduta, circon­
data dalle montagne e da prati illuminati
dal sole. Ci sono solo un paio di guardie,
che mandano subito a chiamare una guida.
Ci siamo imbattuti per caso in un luogo
straordinario: la tenuta dove i nove fratelli
Castro hanno trascorso la loro infanzia do­
rata.
Il padre di Fidel era emigrato dalla Spa­
gna. Dopo aver sposato Lina, una ragazza
cubana di 28 anni più giovane di lui, Ángel
Castro comprò una fattoria e ne estese i
conini (una volta al potere, Fidel avrebbe
coniscato la terra anche a lui). Ángel Ca­
stro costruì un emporio, una stazione del
telegrafo, una scuola, un albergo e un pic­
colo stadio per i combattimenti dei galli. È
possibile visitare la casa dove vissero i geni­
tori di Fidel. La camera da letto di Lina è
tappezzata di statuine religiose. Sotto la
lastra di vetro che ricopre la cassettiera c’è
una serie di ritagli di giornali che racconta­
L’infanzia
dei Castro
Lydia Bell, South China Morning Post, Hong Kong
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A Cuba, nella selva e tra le città
dell’ex provincia dell’Oriente.
Nei luoghi dove sono cresciuti
Raúl e Fidel Castro e dov’è
nata la rivoluzione
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 69
◆Arrivare Il prezzo di un
volo dall’Italia (Air Europa,
Air France, Iberia) per L’Avana
parte da 670 euro a/r . La
compagnia aerea Cubana
(cubana.cu) collega l’Avana
con i vari aeroporti dell’isola.
Da maggio del 2010 chi arriva
a Cuba deve avere
un’assicurazione medica.
◆Muoversi Gli autobus, i
guagua, sono il mezzo più
economico per muoversi a
Cuba. Il taxi è un mezzo molto
usato dai turisti. Una legge
obbliga i tassisti a caricare
anche i cubani nel caso in cui
nell’auto ci sia ancora posto.
◆Arte Il museo Emilio
Bacardí Moreau, a Santiago di
Cuba (Calle Pío Rosado
esquina Aguilera, 0053 22 628
402), è uno dei più importanti
dell’isola. Ha una collezione
che va dall’arte
precolombiana a quella
contemporanea.
◆Dormire L’hotel Casa
granda si trova nella zona
centrale di Santiago di Cuba.
Il prezzo di una stanza parte
da 35 euro a persona.
◆Leggere Juanita Castro, I
miei fratelli Fidel e Raúl. La
storia segreta, Fazi 2010, 19,50
euro.
◆La prossima settimana
Viaggio a Isfahan, in Iran.
Ci siete stati e avete
suggerimenti su tarife, posti
dove mangiare o dormire,
libri? Scrivete a
viaggi@internazionale.it.
Informazioni pratiche
tente, ricco d’informazioni preziose sulle
difficoltà dell’economia del posto. Fidel
scelse di stabilire il suo quartier generale in
questa zona a causa dell’impenetrabilità
della foresta vergine, dove i ribelli poteva-
no godere della protezione dei simpatiz-
zanti locali. Ci fermiamo a casa di una fa-
miglia che al tempo della rivoluzione se-
gnalava la presenza di estranei. Nella casa
ci sono tacchini, pavoni e polli, e da una ter-
razza arredata con sedie a dondolo si gode
una vista panoramica. I nostri ospiti ci of-
frono delle arance afettate con una sciabo-
la.
Arrivati a La Comandancia, scopriamo
che gli ex rifugi sono in realtà baracche co-
perte di paglia. In quella di Fidel un nido
d’api si è piazzato sulla porta d’ingresso.
Anche per chi non è un ammiratore di
Cuba. Un campo da basket nella Sierra Maestra
70 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Viaggi
quanto è successo a Cuba dopo la rivoluzio­
ne, è diicile rimanere indiferenti davanti
al romanticismo e all’idealismo che carat­
terizzano questi posti.
Lasciamo Santo Domingo e ci dirigia­
mo a Santiago. Il tassista ci dice che lì ci
sono i poliziotti più fastidiosi di Cuba. Per
evitarli esce dall’autostrada nei pressi di El
Cristo, un paesino sulle montagne proprio
sopra Santiago, con ville e piantagioni spet­
tacolari, in incredibile stato di abbandono.
Più ci avviciniamo a Santiago e più il caldo
e l’umidità diventano insostenibili.
Santiago ha pochi locali interessanti.
Per ascoltare la salsa e la rumba il posto più
noto è La Casa de la Trova, dove i tavoli so­
no pieni di turisti e prostitute.
Dal tetto dell’hotel Casa granda si vede
tutta la città, a cominciare dai campanili
della bellissima chiesa di Nuestra señora
de la asunción. Per chi è interessato alla
storia rivoluzionaria questo è il posto giu­
sto. A Santiago c’è la caserma Moncada,
dove Fidel tentò un colpo di stato nel 1953.
Ben più decadente è il museo Emilio Bacar­
dí Moreau, che ospita la collezione artistica
e archeologica dell’ex sindaco di Santiago e
re del rum.
La nostra ultima tappa è a Baracoa, la
città più orientale dell’isola. La strada che
parte da Santiago attraversa la cittadina di
Guantánamo e scavalca Guantánamo Bay,
prima d’immettersi in una strada costiera
deserta. L’atmosfera è simile a quella del
far west. È diicile immaginare che la pri­
gione di “Gitmo” sia proprio laggiù, dall’al­
tra parte della barriera dei cactus, con i suoi
minicinema e i McDonald’s. L’autobus si
arrampica per La Farola, la strada costruita
negli anni sessanta che taglia in due la Sier­
ra del Purial e apre Baracoa al resto del pae­
se. Tra i tornanti spuntano delle piccole
case di legno con il giardino, dove le donne
vendono mandarini, cioccolato di Baracoa
e cucurucho, un preparato stucchevole fatto
con noce di cocco, arancia, guava e zucche­
ro, servito in coni di foglie di palma.
Cuba fu il secondo approdo di Colombo
nel nuovo mondo. Il suo primo scalo cuba­
no fu proprio a Baracoa. Nel 1492 il naviga­
tore genovese piantò una croce nel terreno
e fu accolto con entusiasmo dagli sventura­
ti indiani taino. Nel 1512 Diego Velázquez
de Cuéllar vi fondò la prima città coloniale
delle Americhe, che fu capitale dell’isola
dal 1518 al 1522. Non si direbbe. La città non
fa sfoggio della tipica, e sbiadita, grandeur
coloniale. Somiglia piuttosto a un villaggio
in rovina, con ile di cadenti case coloniali
dove galli, maiali e cani randagi si mescola­
no ai bambini. La parte nord della città è
intrisa dell’aroma del cacao: a Baracoa c’è
l’unica fabbrica di cioccolato di Cuba.
Tagliata fuori dalle montagne per seco­
li, Baracoa resta ancora una città isolata. I
volti della popolazione locale conservano
ancora qualche tratto degli indiani taino.
La città si arrampica sulle colline, con case
sparse tra le palme e gli alberi di mango. Il
museo archeologico si trova in una serie di
grotte che ospitano le antiche tombe dei
taino: accanto ai reperti precolombiani si
vedono scheletri raggomitolati. Intorno a
noi ci sono capanne e alberi di banano.
L’hotel El Castillo è una delle vecchie forti­
icazioni di Baracoa. Dalla piscina dell’al­
bergo si può ammirare il panorama sulla
campagna: dalla cima piatta e coperta di
foschia del monte El Yunque ino ai iumi
che si gettano in mare. È senza dubbio il
panorama più incantevole di tutta l’isola.
Per quasi tutto il nostro soggiorno a Ba­
racoa, tuona e piove a dirotto. Ci sediamo
sulle sedie a dondolo sotto la veranda e
guardiamo il paesaggio cambiare aspetto:
il cielo si rischiara, i iumi diventano di uno
strano color borgogna e il mare si tinge apo­
calitticamente di marrone. Quando la piog­
gia si placa andiamo a visitare la sorgente
del río Toa. Sotto un cielo carico di nubi mi­
nacciose scopriamo una spiaggia deserta
piena di noci di cocco e assi di legno trasci­
nate dalle correnti. Il Toa, di un intenso
verde smeraldo, si getta nel mare tra rapide
e mulinelli.
Tre persone pescano e alcune ragazze
lavano i panni. Due innamorati si abbrac­
ciano sulla secca. Alla foce del río Yumurí,
che scorre tra una serie di gole mozzaiato,
le donne preparano dentice in salsa di coc­
co nelle case diroccate sulla spiaggia. Arri­
viamo a playa Maguana, una spiaggia 25
chilometri a nord di Baracoa. Ci fermiamo
a villa Maguana, un elegante capanno di
tronchi di legno in riva al mare, con 12 stan­
ze spaziose. Sulla spiaggia un abitante del
villaggio di nome Javier ci serve aragosta
fatta in casa, accompagnata da piantaggine
e insalata, il tutto per meno di tre euro. Ja­
vier taglia le estremità di due noci di cocco
verdi per farci bere.
Mangiamo l’aragosta sotto lo sguardo
di un enorme maiale puzzolente, pensando
a come andarcene di qui. u fas
Tagliata fuori dalle
montagne per secoli,
Baracoa resta ancora
una città isolata
A tavola
u “Trovare un buon ristorante a
Cuba, con un servizio accettabile
e prezzi onesti, è un’impresa”,
scrive il New York Times. La
maggioranza dei locali che servo­
no i turisti è gestita dallo stato e
ofre una cucina mediocre a prez­
zi salatissimi. Un’alternativa, pe­
rò, esiste: sono i paladares, piccoli
ristoranti ospitati in case private
che hanno il permesso di cucina­
re per gli stranieri a patto di ri­
spettare una serie di regole e vin­
coli molto severi, dal numero dei
coperti alle materie prime che
possono comparire nei menù. “È
qui che si trova la vera cucina cu­
bana”, scrive El País: cioè cucina
creola, un misto di inluenze eu­
ropee, soprattutto spagnole, e
afrocaraibiche.
Alla base di ogni pasto di soli­
to c’è la carne – maiale, manzo o
pollo, arrostito o fritto –– accom­
pagnata da riso, fagioli, yucca e
plátanos, le grandi banane carai­
biche. Frutti di mare e pesce sono
invece riservati ai ristorante degli
alberghi e ai locali di stato. Tra i
piatti tradizionali ci sono la ropa
vieja (manzo, peperoni e cipolle),
l’ajiaco (uno stufato speziato di
carne e verdure) e il congrí (riso
con fagioli rossi). Per assaggiare
la cucina popolare cubana il quo­
tidiano spagnolo consiglia La co­
cina de Liliam, uno storico pala-
dar dell’Avana che è stato trasfor­
mato dalla padrona, Liliam
Domínguez, in un vero e proprio
ristorante, perdendo però quel fa­
scino familiare che hanno le pic­
cole casas particulares della città.
Un altro buon indirizzo è la Gua­
rida, sempre nel centro dell’Ava­
na. Qui è stata girata all’inizio de­
gli anni novanta buona parte del
ilm Fragola e cioccolato. L’am­
biente, “intimo e ricercato”, rico­
struisce la Cuba degli anni venti,
e i piatti sono realizzati con atten­
zione e buone materie prime.
Alla scoperta
dei paladares
72 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Graphic journalism
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 73
Francesca Ghermandi è un’autrice di fumetti. Vive a Bologna. Ha 46 anni.
Cultura
Libri
A
colpi di cifre è diicile dimo-
strare che gli abitanti di Bue-
nos Aires leggono più degli
altri. Ma basta guardarsi in-
torno. La signora alla ferma-
ta dell’autobus alza lo sguardo dalle pagine
di un romanzo di Alan Pauls, come se cer-
casse la complicità di chi è in ila con lei.
L’uomo nella metropolitana che, nonostan-
te la calca, estrae dalla valigetta la copia di
un corso di inglese. I porteños, gli abitanti di
Buenos Aires, leggono riviste e trattati di
sociologia, best seller, classici americani.
Leggono sugli scalini del tribunale, nei caf-
fè, sotto i platani. Spesso si ha l’impressione
che questa città rumorosa, febbrile, ansi-
mante e molto bella, sia una gigantesca sala
di lettura.
In Argentina ci sono 2.409 librerie, circa
900 nell’area di Buenos Aires. In rapporto
al numero di abitanti, l’Argentina, con più
di 20mila novità editoriali all’anno, supera
la concorrenza del Messico, dove si svolge
la più grande iera del libro di tutti i paesi di
lingua spagnola.
Punti d’incontro
Le librerie di Buenos Aires sono luoghi
d’iniziazione e punti d’incontro, isole di
quiete in un oceano di chiasso e attrazioni
turistiche. La recente guida El libro de los li-
bros è dedicata proprio alle librerie della
città, che sopravvivono malgrado un caoti-
co sistema di distribuzione, mentre l’inai-
dabilità delle poste blocca l’e-commerce.
Se una libreria chiude, due giorni dopo ne
apre un’altra tre isolati più in là.
Da quando i giovani creativi e i turisti
hanno invaso Palermo Viejo, il quartiere è
stato soprannominato Palermo Soho. Loca-
li bio e costose boutique di stilisti argentini
spuntano nelle strade costeggiate dagli edi-
ici bassi con balconi in ferro battuto. È in-
credibile la densità di riferimenti letterari in
questo quartiere.
Se chiediamo di indicarci la migliore li-
breria della zona, capitiamo al civico 5574 di
Honduras. La libreria Eterna Cadencia,
molto ben fornita, esiste da appena cinque
anni. Ma le assi in legno del pavimento
scricchiolano come se fossero qui da sem-
pre. Nel patio del negozio, con il tetto in ve-
tro, ci si può immergere nella lettura. Sedu-
te ai tavolini, alcune coppie pranzano con-
versando sottovoce. Dal soitto scendono
sculture fatte con i libri. Nel cafè la sera si
svolgono spesso incontri di lettura, work-
shop e seminari.
Lo scrittore Carlos Gamerro riconduce
la passione dei giovani per la lettura anche
alla dittatura militare. Gli insegnanti rivolu-
zionari che non erano stati sequestrati da-
vano lezioni private. In quegli anni era pos-
sibile ottenere un buon livello di istruzione
solo in clandestinità. Il trauma della ditta-
tura ha lasciato ferite non rimarginate.
All’entrata della Librería de las Madres,
sulla avenida de Mayo, ci sono le sculture di
due donne, riproduzioni a grandezza natu-
rale delle coraggiose manifestanti di plaza
de Mayo. La piccola libreria è specializzata
in temi politici: diritti umani, antologie sul-
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I porteños leggono ovunque.
A Buenos Aires ci sono
novecento librerie e nel 2011
sarà capitale del libro
La città
dei lettori
Karin Ceballos Betancur, Die Zeit, Germania
74 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Avenida 9 de Julio, a Buenos Aires.
Nella pagina accanto: la Librería de
las Madres e l’Ateneo Grand Splendid
la storia della rivolta negli anni della crisi
inanziaria. Ci sono delle targhette incise
che indicano le sezioni delle opere fonda-
mentali di Lenin, Marx ed Engels, libri che,
durante la dittatura, potevano costare la vi-
ta a chi li possedeva.
A pochi passi, accanto alla Casa Rosa-
da, all’angolo Alsina/Bolívar, nel 1764 aprì
La Botica, la prima libreria della città. Ol-
tre ai libri vendeva anche medicinali e pro-
dotti alimentari. Insomma tutti beni di
prima necessità. Il negozio cambiò più vol-
te proprietario inché fu il turno della Li-
brería del Colegio, nome con cui è cono-
sciuta ancora oggi in tutta la città, anche se
uicialmente da qualche anno si chiama
Librería de Ávila.
El libros de los libros dedica due pagine
alla grande sala principale, che si snoda su
due piani con una galleria in mezzo. Proba-
bilmente custodisce molti tesori. Basta riu-
scire a trovarli. Libri di ogni epoca trabocca-
no dagli scafali e dai tavoli, ordinati secon-
do misteriosi princìpi. Il commesso non
trova il libro di una giornalista argentina
molto famosa che sto cercando. In compen-
so scrive il suo numero di telefono su un fo-
glio di carta. E il libro? Prova direttamente
dall’editore, mi consiglia. “Oppure torna
fra due giorni”, dice, “possiamo chiamarla
insieme”.
Nel mercato librario argentino non esi-
stono molti intermediari. Questo permette
alle librerie di sopravvivere, perché aumen-
ta il loro margine di guadagno. In compen-
so la distribuzione è caotica, e gli stessi li-
brai faticano a orientarsi. Chi ha urgente
bisogno di un volume che non sia in cima
alle classifiche, lo deve cercare da solo.
“Leggere”, dice lo scrittore argentino Álva-
ro Ábos, “richiede molta passione”.
Se la Librería de Ávila è come una ragaz-
zina bella ma disordinata, l’Ateneo Grand
Splendid, sulla larga avenida Santa Fe, è la
sorella vanitosa. Il vecchio teatro dei primi
del novecento, ristrutturato, è la libreria più
grande e più bella del continente. Ci sono
soprattutto novità. La scelta non è delle più
originali, ma Ateneo, una catena di librerie,
punta sul lettore medio.
Fino a tarda notte
Torniamo su avenida de Mayo, in una tra-
versa chiamata Suipacha, nella libreria di
Alberto Casares. Con dedizione Casares,
aiutato da due dei suoi quattro igli, sceglie
i libri preziosi in mezzo ai lasciti bibliotecari
della città. Le poche novità librarie sono
esposte su lunghi tavoli, come premi di con-
solazione. Senza i pezzi da collezione, dice
uno dei igli di Casares, avrebbero dovuto
chiudere da tempo.
La sera una luna pallida illumina l’Obe-
lisco, emblema della città. Un fascio di luce
proveniente da alcuni riflettori illumina
avenida Corrientes. Nelle buie traverse i
cartoneros, che raccolgono materiale rici-
clabile, cercano carta nella spazzatura. Una
parte di quei riiuti tornerà nelle librerie. Da
quasi dieci anni la cooperativa Eloísa Car-
tonera collabora con i cartoneros pubblican-
do libri rilegati con il loro cartone.
Avenida Corrientes è un chilometro
d’asfalto e di chiasso, lungo il quale si
allinea no teatri, ristoranti, cafè e librerie
aperte ino a tarda notte. Buenos Aires, di-
chiarata dall’Unesco capitale mondiale del
libro per il 2011, ha inaugurato il program-
ma “Yo leo en el bar” (Io leggo nel bar), così
anche nei locali dell’avenida si trovano libri
da prendere in prestito.
Dopo la crisi molte delle librerie più par-
ticolari hanno chiuso, lasciando il posto ad
altri negozi. Ma anche questi danno il loro
contributo, difondendo letteratura a prezzi
che la gente si può permettere, libri da leg-
gere in metropolitana, in autobus, alla fer-
mata. Jack London con testo a fronte ingle-
se/spagnolo si può acquistare a cinque o sei
pesos (due o tre euro).
Sul retro della libreria Cátedra, dove i-
no a poco tempo fa si gestiva la distribuzio-
ne di riviste porno usate, oggi si trovano
vecchi numeri di periodici di moda e di ar-
chitettura. Lacan si alterna a manuali di
sessuologia e saggi politici. E c’è anche un
catalogo di abbigliamento sportivo
dell’estate del 2005 a 25 pesos. Evidente-
mente a Buenos Aires ci sono poche pubbli-
cazioni per le quali, da qualche parte, non si
trovi comunque un lettore. u az
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76 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Cultura
Cinema
Dieci ilm nelle sale italiane giudicati dai critici di tutto il mondo
Massa critica
Media
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Legenda: ●●●●●Pessimo ●●●●●Mediocre ●●●●●Discreto ●●●●●Buono ●●●●●Ottimo
burieD 11111 - 11111 11111 11111 - - - 11111 11111
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innocenti bugie
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salt
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cattivissimo me
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mangia prega ama
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Wall street…
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lo zio boonmee…
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Italieni
I ilm italiani visti da
un corrispondente straniero.
Questa settimana lee
marshall, collaboratore
di Condé Nast Traveller e
Screen International.
GORBACIOF
Di Stefano Incerti. Con Toni
Servillo, Geppy Gleijeses, Mi Yang.
Italia 2010, 85’
●●●●●
Il cinema non ha
necessariamente bisogno di
parole per funzionare. Sarebbe
bello se più sceneggiatori
(soprattutto quelli italiani)
capissero questa cosa. L’hanno
capita benissimo Stefano
Incerti e Diego De Silva,
coautori di questo bel ilm
diretto dallo stesso Incerti. Per
almeno un quarto d’ora il
protagonista – interpretato da
Toni Servillo e
soprannominato Gorbaciof –
non parla. È una specie di
automa: fa il suo lavoro di
cassiere, asseconda il suo vizio
(il gioco d’azzardo), cammina
e guarda le persone, sempre
con la stessa espressione, quasi
di disgusto, e gli stessi
movimenti. Ma più che
meccanica la sua vera natura
sembra animale: quando
incontra un into matto in
metropolitana che gioca a fare
la scimmia, Gorbaciof lo
zittisce diventando lui stesso
una scimmia cattiva. E ci
rendiamo conto subito che, a
diferenza dell’altro, sta
facendo sul serio. Gorbaciof è
tutto qui. La trama è debole,
soprattutto quando scivola
verso una storia d’amore un
po’ stucchevole (o forse solo
poco credibile) fra Gorbaciof e
una bella cameriera cinese.
Ma regalarci un personaggio
così originale e memorabile
non è da poco.
l’edizione 2010 del festival
di Karlovy vary ha deluso.
la sorpresa è un ilm bri-
tannico ignorato in patria

Negli ultimi anni il festival ce-
co di Karlovy Vary si è costrui-
to una solida fama. Anche se si
svolge in un momento dell’an-
no non proprio felice (all’inizio
di luglio), gli organizzatori era-
no riusciti a mantenere uno
standard alto proponendo otti-
mi ilm soprattutto dall’Euro-
pa dell’est. Non quest’anno.
Tra i ilm più promettenti
c’era There are things you don’t
know, dell’iraniano Fardin
Saheb Zamani, che però è riu-
scito solo a dimostrare che un
ilm su un taxi che gira per
Teheran, se non è di Kiarosta-
mi, può risultare molto noioso.
Mother Teresa of cats, di Pawel
Sela, è un ilm adatto quasi
esclusivamente a un pubblico
polacco. Al contrario Woman
with broken nose, di Srdjan Ko-
ljevic, è una specie di Crash
ambientato nella Belgrado di
oggi. È un ilm ricco di energia
balcanica, umorismo nero e
fede nella natura umana. Ma
la rivelazione è stato un ilm
britannico, riiutato in patria
da festival e distributori. The
be all and end all di Bruce
Webb è la storia di due adole-
scenti ossessionati dall’idea di
perdere la verginità. Ma non si
deve pensare a una comme-
diola. Si ride, ma quando a uno
dei due è diagnosticata una
malattia al cuore, cosa che lo
rende ancora più determinato
nel suo intento, c’è spazio an-
che per commuoversi.
nick roddick,
sight & sound
Dalla Repubblica Ceca
Più ombre che luci
the be all and end all
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 77
In uscita
BHUTTO
Di Jessica Hernandez, Johnny
O’Hara. Stati Uniti/Gran
Bretagna 2010, 115’
●●●●●
In un periodo in cui il Pakistan
compare sulle pagine dei gior-
nali quasi sempre per calamità
naturali o per la sua precaria si-
tuazione politica, Bhutto ofre
un’immersione condensata ma
ampia nelle complessità di una
nazione con una storia movi-
mentata e caotica che l’occiden-
te da tanto tempo cerca dispera-
tamente di capire, spesso senza
riuscirci. In più getta uno sguar-
do inedito nella vita pubblica e
privata di una donna e della sua
eredità politica e personale. Il
ilm è stato messo insieme sele-
zionando ore e ore di interviste
ad amici, parenti e rivali di Be-
nazir Bhutto, arricchite con rari
materiali d’archivio. Dà la sen-
sazione di essere al centro della
storia e di assistervi direttamen-
te. Il commento politico è ai-
dato a grandi nomi del giornali-
smo come Tariq Ali e Reza
Aslan. Hanno accettato di com-
parire perino Condo leezza Ri-
ce e l’ex presidente del Pakistan
Pervez Musharraf. In più gran
parte della vicenda la ascoltia-
mo proprio dalla voce di Bena-
zir Bhutto. Ma è diicile non ac-
corgersi che questa lezione di
storia non è esattamente obiet-
tiva. Il ilm è molto “pro-Bhut-
to” e anche l’atturale presidente
del Pakistan Asif Ali Zardari è
inquadrato con una luce un po’
troppo angelica. Come ilm sul-
la vita di una donna e sul suo la-
scito, Bhutto è commovente.
Ma come documentario sembra
pura propaganda. Un peccato
perché rischia di far passare in
secondo piano la notevole storia
di una donna riuscita a diventa-
re primo ministro in un paese
islamico. Una cosa mai vista pri-
ma di allora.
Huma Qureshi,
The Guardian
MAMMUTH
Di Benoît Delépine e Gustave Ker-
vern. Con Gérard Depardieu.
Francia 2010, 89’
●●●●●
In un certo senso, ognuno di noi
ha avuto vent’anni nel 1969 e
ognuno di noi ha amato Easy ri-
der di Dennis Hopper, diventa-
to un faro della controcultura e
più in genere del desiderio di li-
bertà. E nessuno di noi, per dirla
in un altro modo, pensa di aver
sprecato la sua giovinezza. Chi
si riconosce in tutto questo farà
bene a evitare Mammuth, un
ilm che mostra, con una certa
crudezza, quello che sono di-
ventati gli uomini di quella ge-
nerazione, in cosa si è trasfor-
mato il mondo e che ine hanno
fatto gli ideali di quel tempo. E
anche se il ilm fa ridere, fa an-
che male. Benoît Delépine e Gu-
stave Kervern rispolverano il
road movie pataisico giocando
sulle diferenze nei limiti spazio
temporali del genere. Da Easy
rider sono passati quarant’anni,
in più siamo dall’altra parte
dell’Atlantico, in Francia. Già
questo, di per sé, segna un certo
ridimensionamento del mito.
Le grandi autostrade tra Los An-
geles e New Orleans si trasfor-
mano nelle più familiari strade
della Charente-Maritime. Peter
Fonda e Dennis Hopper si fon-
dono in un unico voluminoso
Gérard Depardieu, un sessan-
tenne annientato da una vita da
operaio, capelli lunghi e canot-
tiera al vento. La moto non è più
un chopper Harley Davidson,
ma una Munch 4TTS-E, un mo-
stro teutonico da 1.300 di cilin-
drata e quattrocento cavalli,
chiamata afettuosamente
mammuth, soprannome che di-
vide con il protagonista del ilm.
Inine non si tratta di spendere
in giro per il mondo dei soldi
guadagnati con la droga, ma di
recuperare dai vecchi datori di
lavoro i documenti necessari per
poter andare in pensione. Inuti-
le dire che Mammuth non ha bi-
sogno di essere ucciso da bifol-
chi reazionari, perché il sistema,
più sottile, l’ha trasformato in
un morto che rotola.
Jacques Mandelbaum,
Le Monde
L’ILLUSIONISTA
Di Sylvain Chomet. Francia/
Gran Bretagna 2010, 90’
●●●●●
È senz’altro lui, con il suo sguar-
do malinconico, la sua lunga
silhouette impacciata. Lo rico-
nosciamo dai pantaloni un po’
corti, come se avesse continua-
to a crescere nel suo vestito. Il
protagonista dell’Illusionista è
Jacques Tati, reinventato come
personaggio a cartoni animati.
Un personaggio simile al Tati di
Jour de fête compariva già nel
primo lungometraggo di Sylvain
Chomet, Appuntamento a Belle-
ville. Nell’Illusionista, che Cho-
met ha portato a termine in set-
te lunghi anni, è il protagonista
nei panni di un taciturno presti-
giatore che ricorda tanto mon-
sieur Hulot. E Jacques Tati è an-
che autore della sceneggiatura,
scritta nel 1959 e mai realizzata.
La storia di un illusionista che
decide di mettersi in viaggio per
cercare un pubblico disposto ad
applaudirlo, sullo sfondo di
un’epoca che tramonta per la-
sciare spazio alla modernità.
Quanto Appuntamento a Belle-
ville era comico e movimentato,
L’illusionista è un ilm tenero e
contemplativo, in cui un mondo
ormai dimenticato luttua tra
poesia e realismo. Un pezzo di
antiquariato restaurato a mano.
Evidentemente Sylvain Chomet
crede ancora nell’antica magia
dei conigli che escono dai cilin-
dri e dei disegni che si animano
sulla carta, prima che sullo
schermo.
Cécile Mury, Télérama
POST MORTEM
Di Pablo Larraín. Con Alfredo
Castro, Antonia Zegers. Cile/
Messico/Germania 2010, 98’
●●●●●
Chiunque abbia apprezzato To-
ny Manero, il precedente ilm di
Pablo Larraín, non rimarrà de-
luso dal suo nuovo lungome-
traggio, Post mortem. Indimen-
ticabile nel ruolo dell’impassibi-
le serial killer ossessionato dalla
Febbre del sabato sera, Alfredo
Castro torna anche in questo
ilm, apertamente più politico
del precedente e forse ancor più
inquietante. Castro interpreta
un enigmatico impiegato
dell’obitorio di Santiago del Ci-
le, impassibile anche quando un
colpo di stato rovescia il gover-
no socialista del suo paese, os-
sessionato da una ballerina di
cabaret che abita alla porta ac-
canto e che ha perso il lavoro
perché sta diventando anoressi-
ca. I punti di contatto tra Post
mortem e Tony Manero non ini-
scono qui. I due ilm condivido-
no anche l’atmosfera di profon-
do squallore e una messa in sce-
na che riesce a provocare un
certo disagio in chi guarda. Il to-
no del ilm sale gradualmente di
intensità man mano che il Cile
si avvia verso un regime di corte
marziale e il protagonista è co-
stretto ad assistere il medico le-
gale che deve compiere l’autop-
sia sul corpo dell’ex presidente
Salvador Allende.
J. Hoberman,
The Village Voice
FAIR GAME
Di Doug Liman
(Stati Uniti, 104’)
UOMINI DI DIO
Di Xavier Beauvois
(Thailandia, 114’)
INCEPTION
Di Christopher Nolan
(Stati Uniti, 142’)
Mammuth
I consigli
della
redazione
Bhutto
78 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Cultura
Libri
Italieni
I libri italiani letti da un
corrispondente straniero.
Questa settimana Gerhard
Mumelter, del quotidiano
austriaco Der Standard.
MARIA GRAZIA
CALANDRONE
Sulla bocca di tutti
Crocetti editore, 140 pagine,
15,00 euro
●●●●●
“La poesia”, sostiene Maria
Grazia Calandrone, “allena
a una spiritualità libera da
dogmi”. L’ultimo volume del-
la poetessa e performer roma-
na di 46 anni sembra darle ra-
gione. Sono liriche forti dal
linguaggio complesso dedica-
te alla precarietà della condi-
zione umana. Corporalità,
morte e rinascita si intreccia-
no in immagini visionarie, la
poesia serve come “autopsia
degli arti vivi”: “Sia vendem-
miata / l’uvaspina dell’osso / e
l’osso sia uno stelo falciato. /
Venga lasciato aperto il foro
d’ingresso delle aracnidi / e le
parole messe a disposizione /
del ferro disumano del cuore”.
Calandrone cerca di dare voce
al “corpo senza verbo che fu
all’inizio” e lo fa con immagini
struggenti dense di allusioni
tragiche, che spesso ricordano
le oscure visioni di Paul Celan:
“Il iume è viola / mio plum-
beo paramento profano: / so-
no concime fatto per trasfor-
marsi in luce / sono passato
per l’intestino di carpe, rovelle
e anguille / e tutto si moltipli-
ca e si arrende / dentro l’acqua
corrotta dal dolore”. Nel suo
nuovo libro Maria Grazia Ca-
landrone si conferma come
personaggio singolare e afa-
scinante. Entrare nel suo
complesso mondo poe tico non
è sempre facile, ma è stimo-
lante e suggestivo.
GABRIELA ADAMESTEANU
L’incontro
Nottetempo, 384 pagine,
18,00 euro
Nell’anno 1986, un vecchio
scienziato di nome Manu
Traian, da tempo residente in
Italia, è invitato a tornare per
una conferenza nel suo paese
natale, la Romania di
Ceauşescu, per conto di un
ente internazionale. È
accompagnato dalla moglie
tedesca, Christa. Il viaggio in
macchina, andata e ritorno, è
il colloquio tra due vecchi, tra
loro e con se stessi e tra un
prima e un dopo, nel passato
di Christa sotto il nazismo e la
guerra, e di Traian tra
distacco e reincontro con la
realtà da cui proviene e che
ritrova, di un regime e dei tipi
umani che esso produce e
sollecita, delle resistenze e
delle adesioni e degli
opportunismi e delle paure
che produce, di un privato che
è condizionato assolutamente
dal pubblico. Questo pubblico
è anche e soprattutto
controllo, polizia, spionaggio,
e nulla dell’impossibile
“ritorno a casa” del vecchio
Traian deve sfuggire al
regime.
Il modello indiretto per il
personaggio di Traian è forse
Dinu Adamesteanu, il grande
archeologo romeno, zio della
scrittrice, vissuto e morto in
Italia, autore di scavi famosi,
amico di Carlo Levi e altri
meridionalisti. Ma la
costruzione romanzesca
dilata le esperienze e, se ne è
perno una coppia di vecchi
diversamente provati dalla
storia, si fa necessariamente
corale.
Adamesteanu, tradotta per
la prima volta in italiano, è un
nome nuovo e importante
della letteratura europea. u
Il libro Gofredo Foi
Viaggio in Romania
Dalla Gran Bretagna
Un’impresa impossibile
Le biblioteche hanno co-
minciato a conservare con-
tenuti web. Ma non si può
salvare tutto
Nell’era digitale si compie un
piccolo paradosso. Da una par-
te Google si afretta a digitaliz-
zare libri, dall’altra le bibliote-
che nazionali hanno comincia-
to ad archiviare contenuti pub-
blicati esclusivamente online.
Nel 1996 Brewster Kahle ha
fondato Internet archive,
un’organizzazione non proit
che si occupa di salvaguardare
siti web. Dal 2003 Internet ar-
chive e undici biblioteche na-
zionali hanno lanciato un pro-
getto comune per archiviare e
conservare contenuti che non
sono mai arrivati sulla carta.
I problemi sono tanti. In-
tanto è complicato trovare un
formato per conservare i docu-
menti che non rischi di diven-
tare obsoleto in pochi anni. E
poi c’è una questione di costi.
La biblioteca del congresso
statunitense ha calcolato che
conservare un documento di-
gitale costa la metà che con-
servarne uno cartaceo. Ma co-
sta comunque molti soldi. Per
ora ogni biblioteca darà la
priorità ai documenti di inte-
resse nazionale. Ma l’impresa
potrebbe dimostrarsi estrema-
mente diicile.
The Economist
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Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 79
ADAM GOPNIK
Una casa a New York
Guanda, 396 pagine, 20,00 euro
●●●●●
Adam Gopnik, che scrive per il
New Yorker dal 1986, è cono-
sciuto soprattutto per un bellis-
simo libro che raccoglie le sue
osservazioni su Parigi, in cui ha
lavorato dal 1995 al 2000. Ora
arriva un altro libro su una città,
New York, dove è tornato sette
anni fa con la moglie e i due
bambini e dove, in certa misu-
ra, preserva il suo stato di out-
sider, anche se è cresciuto in
Canada ed è venuto per la pri-
ma volta a New York da ragazzi-
no e poi, dopo la laurea, ci si è
trasferito. “Fin da allora, New
York è il luogo in cui concreta-
mente sono e il posto in cui vor-
rei essere anche quando sono
lì”. Gopnik ama le città, e riesce
a cogliere istintivamente il mo-
do in cui funzionano (la loro
psicologia più che le loro fogna-
ture e metropolitane, sebbene
descriva altrettanto bene gli
ediici e le infrastrutture). Que-
ste due New York – quella dove
vive e quella di cui è sempre in
cerca – hanno la loro storia
d’amore, ma anche le loro fru-
strazioni: “A New York, lo spa-
zio tra ciò che vuoi e ciò che hai
crea una sorta di prurito civico:
non conosco un solo newyor-
chese soddisfatto”. L’eccezione
a questa regola potrebbe essere
proprio Gopnik. In questo libro,
il suo amore per la città sopra-
vanza le sue lamentele. La sua
adorazione è l’amore febbrile di
chi è tornato, e anche un’altra
conseguenza dell’undici set-
tembre. New York, città dei mil-
le cliché, è stata riportata sor-
prendentemente in vita.
Rachel Cooke,
The Guardian
KARIN ALVTEGEN
Ombra
Nottetempo, 438 pagine,
15,00 euro
●●●●●
L’amore per la cultura rende le
persone migliori? Nel nuovo ro-
manzo di Karin Alvtegen, Om-
bra, troviamo una risposta ine-
quivoca alla domanda: no. La
trama ruota intorno all’apprez-
zato scrittore Axel Ragnerfeldt,
che ha ottenuto il premio Nobel
per la letteratura ed è un inat-
taccabile simbolo di saggezza
etica. I suoi romanzi sono con-
siderati ritratti penetranti del
bene e del male degli uomini.
Ma è passato molto tempo da
quando ha scritto l’ultimo libro.
Dopo l’ictus che lo ha colpito, è
il iglio Jan-Erik ad amministra-
re il suo capitale morale, viag-
giando in lungo e in largo per
difondere il vangelo paterno.
Al centro di questa storia di
successo, tuttavia, è nascosto
un gigantesco buco nero, accu-
ratamente rimosso. Le appa-
renze sono ingannevoli: Axel
non è decisamente un santo.
Sua moglie ha abbandonato la
carriera di scrittrice per pren-
dersi cura dei bambini, caden-
do nella disillusione e nell’alco-
lismo. E anche con i igli le cose
non sono andate molto bene.
Jan-Erik, per esempio, è emoti-
vamente menomato, incapace
di mostrare qualunque senti-
mento per la moglie e la iglia.
Cerca sollievo nell’alcol e nelle
amanti che incontra nei suoi in-
terminabili giri di conferenze.
Ma all’esterno rimane intatta
l’immagine ideale della fami-
glia Ragnerfeldt, unita e fortu-
nata. Alvtegen smantella in
modo lento ma inesorabile i se-
greti piccoli e grandi della fami-
glia. E quel che emerge non è
bello.
Magnus Persson,
Svenska Dagbladet
LEONARDO PADURA
FUENTES
L’uomo che amava i cani
Tropea, 601 pagine, 22,00 euro
●●●●●
L’uomo che amava i cani rico-
struisce l’assassinio di Lev
Trotskij in Messico per mano
dello spagnolo Ramón Merca-
der. Uno dei motivi centrali è
quello dell’esilio: in anni con-
LORE SEGAL
Shakespeare’s
kitchen
(Cargo)
ELIZABETH STROUT
Resta con me
(Fazi)
V.S. NAIPAUL
Scrittori di uno scrittore
(Adelphi)
JONATHAN LITTELL
Cecenia, anno III
Einaudi, 120 pagine, 18,00 euro
●●●●●
È la cronaca di un viaggio nel
paese di Ubu, in una piccola re-
pubblica montanara esangue
dopo quasi vent’anni di guerra,
sottomessa al pugno di ferro di
un satrapo megalomane, allo
stesso tempo melliluo e san-
guinario. Ramzan Kadyrov re-
gna attraverso la corruzione, il
terrore, l’islamizzazione, ma
soprattutto grazie alla protezio-
ne di Vladimir Putin, l’uomo
forte di Mosca che lo ha impo-
sto per succedere ad Akhmad
Kadyrov, suo padre, ex muftì
indipendentista ucciso in un at-
tentato dai ribelli.
Sul taxi preso all’aeroporto,
Jonathan Littell vede silare “la
città nuovissima deposta sulle
orme della vecchia città rovina-
ta, devastata, distrutta senza ri-
uscire ad annullarla come se
l’una fosse il sogno dell’altra”.
Appariscenti moschee nuove di
zecca, viali pieni di iammanti
fuoristrada. Non un solo palaz-
zo danneggiato.
Il presidente ha dato ordine
di riparare tutto. “Parigi sembra
conservare più tracce della se-
conda guerra mondiale che
Grozny dei suoi due conlitti”,
scrive Littell, stupito. Il restauro
delle facciate della capitale è
l’espressione dell’ingannevole
“normalità” della Cecenia in
questo terzo anno di regno di
Kadyrov.
Lo scrittore conosce bene
questa repubblica caucasica
perché ci ha vissuto come vo-
lontario di Action contre la faim
durante la guerra dei primi anni
novanta e quella del 2001. Ci è
tornato per un mese, ad aprile,
curioso di vedere in che consi-
ste davvero la “paciicazione”
vantata da Mosca. La sua prima
Il saggio
Ritorno in Cecenia
impressione è stata quella di
una normalizzazione di facciata
che copre un terrore più seletti-
vo ma ancora più implacabile.
Nel 2002 Putin lanciò la “ce-
cenizzazione” di questo conlit-
to interminabile, vale a dire che
insediò un potere ilorusso
composto di ex ribelli. Il racket
del potere è sistematico e tutti i
livelli prendono la loro quota,
ma il grosso del denaro della
corruzione deve restare sul po-
sto. Così le sue ricadute alimen-
tano un’economia parassitaria
e la dittatura ne ricava una cer-
ta legittimità. Il regime cerca di
convincere gli esuli a tornare.
Molti si lasciano tentare: sono
soprattutto ceceni con il pa-
triottismo di un popolo che
combatte da un secolo e mezzo
per la libertà e la sopravviven-
za. Altri riiutano: “L’inferno,
anche se diventato abitabile, re-
sta l’inferno”.
Dopo un successo come
quello delle Benevole, Littell è
tornato alla grande. È capace di
vedere e di far vedere. Ha tro-
vato un tono lontano dalle iori-
ture e dalle morbose preziosità
del romanzo che lo ha reso fa-
moso.
Marc Semo, Libération
I consigli
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redazione
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Jonathan Littell
80 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Cultura
Libri
vulsi Trotskij si rifugiò tempo-
raneamente in vari paesi – Tur-
chia, Francia, Norvegia – ino
ad approdare in Messico. Il ro-
manzo dello scrittore cubano è
itto di tenebrose cospirazioni,
cambi d’identità di personaggi
come Kotov o lo stesso Merca-
der, tradimenti inaspettati, in-
certezza davanti al senso delle
azioni. Il canovaccio della sto-
ria è rispettato a grandi linee,
ma la costruzione romanzesca
lo supera in dalla concezione
stessa del racconto, che è una
variante dell’espediente del
“manoscritto ritrovato”: Da-
niel, uno scrittore cubano, di-
vulga un manoscritto del suo
amico Iván. Padura alterna così
tre piani tematici: le peregrina-
zioni di Trotskij, le manovre
dello spionaggio sovietico e in-
ine il “romanzo di Iván Cárde-
nas”, giovane cubano che arriva
a conoscere – senza saperlo –
Mercader da vecchio e che sco-
pre grazie a lui la perversione
dell’utopia comunista, com-
prendendo più a fondo anche la
storia di Cuba.
Ricardo Senabre,
El Cultural
niCk Laird
L’errore di Glover
Minimum fax, 305 pagine,
16,50 euro
●●●●●
Il nuovo romanzo di Nick Laird
è strutturato intorno a un vec-
chio espediente: quello del nar-
ratore inaidabile. Sebbene
non sia scritto in prima perso-
na, è presentato dal punto di vi-
sta del protagonista, David Pin-
ner. Inizialmente, questo inse-
gnante di 33 anni sembra un ti-
po scialbo ma inofensivo. Poi,
però, diventa chiaro che è de-
terminato ad afossare le chan-
ce di felicità del suo coinquilino
più giovane, un bel ragazzo di
nome James Glover che lavora
come barista. David è un mi-
santropo ripugnante che si di-
verte soprattutto a seminare
zizzania. Quasi inevitabilmen-
te, David e James vengono ai
ferri corti su una donna. L’errore
di Glover è una storia d’amore
contemporanea che si trasfor-
ma in un thriller psicologico, e
nel inale riesce a creare una
tensione considerevole. Ma per
quanto si faccia leggere con fa-
cilità, dopo la lettura resta poco.
Alastair Sooke,
The Daily Telegraph
John Marks
West Side Transilvania
e/o, 497 pagine, 19,50 euro
●●●●●
La giovane reporter novizia
Evangeline Harker viene spe-
dita in Transilvania a intervi-
stare il perido gangster Ion
Torgu. Evangeline, anche se
porta lo stesso cognome del
protagonista di Dracula di
Bram Stoker ed è stata messa
in guardia da un collega sulla
mitologia sanguinaria della re-
gione, si presenta con un po’ di
incoscienza al castello di Tor-
gu. Presto scoprirà che il suo
ospite, capo della malavita lo-
cale, è un mostro che si nutre
di sangue umano. Per metà sa-
tira, per metà romanzo di vam-
piri, West Side Transilvania ha
una struttura assurdamente
complicata, in cui si avvicen-
dano molte voci narranti, e tira
un po’ troppo per le lunghe
l’analogia umoristica tra gior-
nalisti e succhiatori di sangue.
Joe Queenan,
The new York Times
Bruno Munari
Disegnare un albero
Corraini, 88 pagine, 10,00 euro
Per chi è nato dopo gli anni ot-
tanta ed è stato abituato in da
piccolo ad associare il termine
“design” con l’aggettivo
“esclusivo” può essere sor-
prendente scoprire che nel
1978, nella stessa Italia in cui
si sparava per le strade, un de-
signer di successo internazio-
nale si preoccupava di spiega-
re a bambini e adulti qual è il
trucco per disegnare un albero
esattamente come è nella real-
tà. Il principio è semplice,
spiegava Bruno Munari in
questo libro fatto di pochissi-
me parole e di moltissimi dise-
gni (tutti di alberi): basta deci-
dere quante ramiicazioni
mettere. Se ne vogliamo met-
tere due, dopo aver fatto il
tronco basta disegnare due ra-
mi da ognuno dei quali ne par-
tono altri due e così via. L’im-
portante è rispettare la regola:
“Il ramo che segue è sempre
più sottile del ramo che lo pre-
cede”.
Il resto è a discrezione (con
o senza foglie, rigido o ondula-
to, piegato o diritto…) e serve a
dare carattere, ma la struttura
resta sempre quella. Scorren-
do le pagine è diicile resiste-
re alla tentazione di disegnare
il proprio albero, ricavandone
grande soddisfazione non tan-
to per aver imparato a esegui-
re un compito, quanto per aver
capito come funziona qualco-
sa a cui non si era mai fatto ca-
so. Forse, pensava Munari, chi
capisce come funziona la real-
tà che lo circonda al punto da
poterla riprodurre ne ha anche
un po’ meno paura. E un albe-
ro può essere un inizio inco-
raggiante. u
non iction Giuliano Milani
Per fare un albero
in inglese
John Le Carré
Our kind of traitor Viking
Dima, un magnate russo che ha
fatto i soldi riciclando denaro
del narcotraico, ora è inseguito
dai suoi clienti gangster e per
salvarsi la pelle cerca l’aiuto dei
servizi segreti britannici. In
cambio è disposto a dare infor-
mazioni sulla criminalità inter-
nazionale.
ToM MCCarThY
C Jonathan Cape
Ambientato nell’Inghilterra di
inizio novecento, C segue la
breve e intensa vita di Serge
Carrefax attraverso una serie di
scene: la nascita, nel 1898, da
una madre muta e un padre che
dirige una scuola per sordomuti
e fa esperimenti di trasmissione
radiofonica, la seconda guerra
mondiale, la prigionia in Ger-
mania, l’eroina, un viaggio in
Egitto. McCarthy è nato nel
1969. Vive a Londra.
CoLM TóiBín
The empty family Viking
Nove racconti in cui lo scrittore
irlandese esplora temi a lui fa-
miliari: l’esilio e il ritorno in Ir-
landa, spesso al capezzale di
una persona cara morente, la
perdita, gli amori diicili, le dif-
ferenze tra le famiglie in cui sia-
mo nati e quelle che formiamo.
seaMus heaneY
Human Chain Faber & Faber
La nuova raccolta di poesie di
Heaney parla di eredità nel sen-
so più ampio della parola. Una
catena umana i cui anelli sono
composti di tolleranza, una
pietas quasi virgiliana, amore e
sopportazione. E sono raforzati
dalla letteratura.
Maria Sepa
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Fumetti
Fuga in avanti
JACQUES TARDI

Le straordinarie avventure
di Adèle Blanc-sec
Rizzoli Lizard, 200 pagine,
18,00 euro

Quando Jacques Tardi
disegna i grigi palazzi parigini
e i grandi boulevard voluti da
Georges-Eugène Haussmann,
il realismo fotograico d’epoca
(siamo nel 1911-1912) è
restituito attraverso un tratto
mobile, sottile, quasi fragile,
ma preciso.
Abile è l’intreccio tra
questo realismo fotograico,
che restituisce appieno la
belle époque, adottato anche
per le igure di sfondo o di
contorno, e i personaggi
dall’aspetto grottesco. In
questi racconti concepiti tra il
1976 e il 1978, se non vi fosse
il disegno di Tardi, che rende
così onirico il realismo (si
veda la sequenza notturna
d’apertura dell’uovo di
pterodattilo che si schiude, da
antologia) e così realistico
l’onirismo (la sequenza del
sogno con i dinosauri),
amalgamando alla perfezione
il tutto, questa rivisitazione
ante litteram del feuilletton e
dell’archeologia misteriosa
(prima cioè di Indiana Jones,
Martin Mystère, eccetera) e
del complottismo farsesco
(prima di Men in black,
eccetera), sarebbe da leggere
appena, perché privo della
poesia rainata di cui il segno
di Tardi è intriso.
Vincent Amiel, autorevole
critico di cinema del mensile
francese Positif, scrisse che il
segno di Tardi sembra sempre
correre – “in fuga” – in avanti:
simboleggia quasi il segno del
fumetto.
Ma dove corrano i
personaggi di Tardi, poiché
qui l’approccio è
postmoderno, non si sa,
proprio come noi. L’opera più
leggera di uno dei massimi
autori del fumetto
contemporaneo, che in
Francia si è ormai conclusa e
ha tirature folli, giunge in
Italia in edizione cronologica.
Francesco Boille
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 83
Cultura
Libri
Ricevuti
SILVINA OCAMPO
Un’innocente crudeltà
La nuova frontiera, 185 pagine,
15,00 euro
Il ilo conduttore di questa
antologia è rappresentato da
bambini e bambine narrati
senza concessioni al mito
dell’infanzia come “età d’oro”
e intenti a spiare il mondo
dietro porte socchiuse, a
commettere seraici delitti
quanto a esserne vittime.
AUTORI VARI
Libro sui libri
Lupo editore, 163 pagine,
13,00 euro
Nove racconti sull’esperienza
della lettura attraverso
Sciascia, Scerbanenco, Roth,
DeLillo, Balzac, Pontiggia,
Eco, Cervantes, Sartre,
Collodi, Bernhard, Austen,
Céline.
ERRI DE LUCA
E DANILO DE MARCO
Le rivolte inestirpabili
Forum, 111 pagine, 14,50 euro
Il diario di viaggio di De Luca e
De Marco alla ricerca dei
propri ideali, “resistenti”
contro la disillusione. Dai rom
ai sans papier: “Irriducibili
messaggeri del cambiamento”.
KIRIL KIRILOV MARITCHKOV
Clandestination
Cooper,244 pagine, 16,00 euro
Immigrazione, schiavitù
moderne, degrado sociale:
ritratto scomodo del nostro
paese, un romanzo crudo e
avvincente.
RAYMOND HINNEBUSCH
La politica internazionale
in Medio Oriente
Il Ponte, 293 pagine, 23,00 euro
Il Medio Oriente è costituito
intorno a un nucleo arabo con
un’identità comune, ma
frammentato in molteplici
stati territoriali. Il nucleo è
circondato da una periferia di
stati non arabi che sono parte
integrante dei conlitti della
regione e del suo equilibrio.
JAMES HANSEN
Tempeste
Edizioni Ambiente, 256 pagine,
24,00 euro
Hansen chiarisce molti aspetti
della scienza del clima. La
situazione è drammatica
eppure le soluzioni ci sono.
DEON MEYER
Tredici ore
e/o, 480 pagine, 19,50 euro
Meyer mostra i diversi volti del
nuovo Sudafrica, un paese in
cui la razza e il colore della
pelle continuano a regolare
rapporti sociali ed economici.
WILLIAM G. CLOTWORTHY
Censurato!
Sagoma, 303 pagine, 18,00 euro
Analisi in chiave psicoanalitica
della tv statunitense che
permette di comprendere le
logiche che animano il
backstage del piccolo schermo
e di valutare l’evoluzione del
gusto e della morale nella
contraddittoria società
americana.
MOHAMED ADEN SHEIKH
La Somalia non è un’isola
dei Caraibi
Diabasis, 321 pagine, 19,00 euro
I principali personaggi della
Somalia di oggi, dai signori
della guerra di Mogadiscio ai
ras, civili e militari, che
regnano su un mosaico di
regioni, fazioni e clan.
JOSEPH E. STIGLITZ
Bancarotta
Einaudi, 429 pagine, 21,00 euro
La verità sulla crisi globale:
cosa bisognava fare, cosa è
stato fatto, come inirà.
A CURA DI JOANNA EEDE
Siamo tutti uno
Logos, 224 pagine, 29,95 euro
Fotograie che testimoniano le
culture straordinariamente
diverse di tante tribù indigene
di tutto il mondo. I proventi
della vendita del libro saranno
devoluti a Survival
international.
84 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Cultura
1
Brigitte
Ma Benz
“Wine comme une vipè-
re/ si t’as le savoir-faire / T’in-
quiète pas, y à pas d’galère/
J’le dirai ni à ton père ni à ta
mère”. Un vecchio tube dei più
infoiati dell’hip hop francese,
gli Ntm dalla banlieue di St.
Denis: una mostruosità machi-
sta di desiderio nero che si tra-
sforma qui nel divertissement
di due parigine che decidono
d’inzuppare nella seduzione il
loro folk da biscotti caserecci;
e le rime insidiose diventano
sinuose. Nella compilation
Hôtel Costes Vol. 14, come sem-
pre assemblata da Stephane
Pompougnac, ergastolano del-
la lounge.
2
Esperanza Spalding
Inutil paisagem
Complicata come i suoi
boccoli afro, questa 28enne
contrabbassista gallese carai-
bicoportoghese di Portland si
guarda bene dai pezzi facili.
Nel suo ultimo lavoro, Cham-
ber music society, non mette
conini tra bossa, jazz e musica
da camera. Acrobatica a ol-
tranza, a volte a scapito
dell’immediatezza. Qui però
sminuzza le sottigliezze ritmi-
co-melodiche di Tom Jobim
con il solo aiuto del suo grosso
grasso basso, e di sovraincisio-
ni multiple della sua educatis-
sima voce, raggiunge il tra-
guardo che di rado sembra cer-
care: la semplicità.
3
Emily Jane White
The law
Esiste anche questo ge-
nere: il dark folk. Viene da una
californiana tenebrosa, di
quelle che si fanno scoprire
prima dai francesi. Il suo al-
bum è in arrivo, intanto si può
scaricare questo assaggio dal
suo sito. E constatare come
l’insieme di una voce chiara
appena increspata di tristezza,
un arpeggio di chitarra sempli-
ce, qualche accordo di piano-
forte in crescendo, qualche in-
distinto riverbero notturno e
una vena di introspezione sia-
no elementi di una seduzione
americana furtiva, senza an-
cheggiamenti né acrobazie: la
conquista di un pezzo d’anima.
Musica
Dal vivo
CLUB TO CLUB
Plaid & Southbank Gamelan
Players, Joy Orbison, Four Tet,
Jef Mills, Oni Ayum,
Modeselektor, Cassius, Oneohtrix
Point Never Torino, Istanbul,
4-7 novembre, clubtoclub.it
JAMIE LIDELL
Bologna, 5 novembre,
locomotivclub.it
FOUR TET
Roma, 4 novembre,
circoloartisti.it; Bologna,
6 novembre, locomotivclub.it
THE CORAL
Milano, 1 novembre,
tunnel-milano.it;
THE PARLOTONES
Roma, 3 novembre,
circoloartisti.it; Milano, 4
novembre, tunnel-milano.it;
Torino, 6 novembre,
spazio211.com
PONTIAK
Roma, 2 novembre,
circoloartisti.it; Segrate (Mi),
3 novembre, circolomagnolia.it;
Madonna dell’Albero (Ra),
4 novembre,
bronsonproduzioni.com;
Pescara, 5 novembre,
wakeupmusic.splinder.com;
Padova, 6 novembre,
unwound.it
CHARLIE HADEN
Milano, 31 ottobre,
teatromanzoni.it
CHEMICAL BROTHERS
Torino, 31 ottobre, movement.it
Un tour musicale tra violini
e kantele, alle radici del
folk nordeuropeo
Il Folk music festival di Kau-
stinen, piccolo comune della
campagna inlandese, è la più
importante rassegna di musi-
ca popolare del nord Europa.
L’evento attira da più di qua-
rant’anni persone di ogni età.
Chi arriva da fuori viene
ospitato dalle famiglie del
posto.
All’inizio degli anni no-
vanta, la recessione che ha
colpito il paese ha fatto sì che
il festival si ridimensionasse.
Ma gli organizzatori hanno
sfruttato la situazione a loro
vantaggio, spostando l’atten-
zione verso i musicisti locali
emergenti. A Kaustinen è
sempre stato normale sentire
suonare il violino e il kantele,
lo strumento musicale nazio-
nale. E, quando i matrimoni
tradizionali sono diventati
desueti, l’accompagnamento
di archi, armonium e banda
che li contraddistingueva è
sopravvissuto grazie al festi-
val e a band come i Tötters-
sön – qui considerati dei veri
e propri eroi – i Frigg, i Baltic
Crossing e i Jpp. Questi grup-
pi sono riusciti a rinnovare le
melodie pelimanni locali,
fondendo la polka, il valzer e
la marcia con la musica con-
temporanea, e oggi sono la
new wave di Kaustinen.
Proprio alcuni di loro han-
no animato una delle serate
più attese dell’edizione 2010,
la grande sauna del sabato,
insieme a centinaia di giova-
ni voci e a star come Hilja
Grönfors e il cantante heavy
metal Timo Rautiainen.
Andrew Cronshaw, Froots
Dalla Finlandia
La casa del folk
Playlist Pier Andrea Canei
Machismo femminile
L
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Chemical Brothers
Cedric Watson,
Folk music festival 2010
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 85
Elettronica
THE GLIMMERS
Whomp that sucker!
(Gomma/Dance Tracks)
●●●●●
Spesso la descrizione della mu-
sica pop dà vita a cascate di pa-
role incredibilmente complesse.
Tra i vari strani neologismi si
possono ricordare lo speedcore
doom metal funk o l’afro latin
bossa nova jazz soul. Un contri-
buto importante lo ha dato an-
che la musica elettronica. La
musica del duo belga The Glim-
mers, per esempio, potrebbe es-
sere descritta come new beat
funk house technoparty elektro
new wave postdisco rockpop. In
realtà è molto meglio dire che il
lavoro di Mo Becha e David
Fouquaert, cioè questo conti-
nuo mix di tempi bassi pulsanti
e beat in quattro quarti alla Che-
mical Brothers, è musica dance
nella sua forma più pura. I Glim-
mers vogliono semplicemente
giocare con la loro tecnica e con
le nostre gambe. Basta ascoltare
il brano di apertura, U rocked my
world, o quello che dà il titolo
all’album.
Jan Freitag, Die Zeit
Rock
INTERPOL
Interpol
(Soft Limit)
●●●●●
Al cuore di ogni grande canzone
degli Interpol è agganciato un
uncino che potrebbe sanguina-
re, non importa quanto sia pe-
sante l’atmosfera gotica intorno.
sorpreso: la voce di Jenkins su
un tappeto sonoro non molto di-
stante dalle produzioni dei Pin-
back. Uno strano destino che
forse impedirà al gruppo di es-
sere riconosciuto come uno dei
tesori persi degli anni novanta.
Ian Cohen,
Pitchforkmedia.com
BOB DYLAN
The Witmark demos: 1962-
1964
(Columbia)
●●●●●
Un momento di leggerezza, in
netto contrasto con la seriosa
immagine del Dylan di quel pe-
riodo. Con i 47 pezzi raccolti nei
Witmark demos, l’intenzione era
semplicemente di documentare
l’esistenza di una canzone in
modo che altri artisti potessero
registrarla in seguito. Non sem-
bra che ci sia da aspettarsi gran-
ché, e in efetti più di una volta
Dylan pare stancarsi e darci un
taglio, come in Let me die in my
footsteps. Ma l’illuminazione è
sempre dietro l’angolo, ed è fa-
cile perdersi nella profondità,
l’audacia e la bellezza della sua
musica.
Luke Torn, Uncut
Pop
LAUREN PRITCHARD
Wasted in Jackson
(Universal)
●●●●●
Il pezzo d’apertura dell’album di
debutto di Lauren Pritchard è
l’apologia di una relazione mo-
notona ma aidabile. Un inizio
che potrebbe portare a farsi
un’idea sbagliata sull’album, vi-
sto che Pritchard, una ragazza di
ventidue anni con una gran vo-
ce, passa la maggior parte del
tempo in Wasted in Jackson a
parlare di come fuggire dalla
routine quotidiana. La canzone
che dà il nome all’album fa rife-
rimento alla fuga di Pritchard
dalla sua casa in Tennessee,
quando aveva 16 anni. Dopo es-
sere campata per un po’ a New
York e a Los Angeles, Pritchard
si è trasferita a Londra e ha co-
minciato a scrivere il suo grinto-
so album country-pop insieme a
Eg White. Tutte le canzoni
dell’album hanno una nota
amara, ma l’ottima produzione
di White rende il tutto molto
leggero.
Killian Fox , The Guardian
Classica
ANDRÉ MARCHAL
César Franck: L’opera per
organo
André Marchal, organo (Solstice)
●●●●●
Questo cofanetto ha vinto il
Grand prix du disque del 1959,
poi è rimasto in catalogo a
sprazzi, diventando un oggetto
da collezione. Ed è senza om-
bra di dubbio un punto fermo
nella storia dell’interpretazione
su disco. Oggi la Solstice lo ri-
stampa restituendoci il timbro
ormai dimenticato dell’organo
di Victor Gonzalez a Saint-Eu-
stache prima dei restauri. Cer-
to, la registrazione non è una
meraviglia, ma chi se ne frega!
Il miracolo è nell’arte dell’ese-
cutore, che trasforma il papa
degli strumenti in un poeta ispi-
rato. André Marchal (1894-
1980) è stato il primo organista
a impegnarsi soprattutto come
interprete di altri musicisti, da
quelli antichi ai contemporanei.
Oggi si rimane più fedeli alla
lettera dello spartito. Ma Mar-
chal ne mantiene integro lo spi-
rito: la libertà nel rigore e il mo-
vimento costante del discorso
melodico e ritmico.
Paul de Louit, Diapason
Ma da qualche parte, tra Antics
del 2004 e il tiepido debutto per
una major, Our love to admire, i
cupi newyorchesi hanno perso i
ritmi ballabili che rendevano
così accattivanti brani d’esordio
come PDA e NYC. Questa
traiettoria continua nel quarto
album, in cui il gruppo devia da
dove un tempo riusciva meglio.
Questo non signiica che tutto è
perduto: Barricade ricorda
quanto manchino le linee di
basso di Carlos D (uscito dal
gruppo quest’anno) e di quanto
ne avrebbe beneiciato la dina-
mica complessiva. Buona parte
di Interpol intorpidisce più che
ipnotizzare: cerca di assemblare
grattacieli ma alla ine confonde
senza avere delle forti fonda-
menta. Quando dei musicisti
creano un album omonimo a
metà carriera, spesso c’è dietro
la volontà di rideinirsi, ma pur-
troppo non è questo il caso. In-
terpol suona sia stranamente di-
stante sia familiare, come se la
band lottasse per ricordarsi del-
la propria identità.
Josh Modell, Spin
THREE MILE PILOT
The inevitable past is the
future forgotten
(Temporary Residence)
●●●●●
Negli anni novanta le case di-
scograiche erano alla ricerca
della “nuova Seattle” e assicura-
vano contratti anche a band che
non avevano nessuna prospetti-
va commerciale. Si spiega così
l’ingaggio ottenuto alla Gefen
dai Three Mile Pilot, piccola
band di San Diego che oggi tor-
na in scena con The inevitable
past is the future forgotten, dopo
più di un decennio di silenzio. In
questi anni i componenti del
gruppo, Pall Jenkins e Armi-
stead Burwell Smith IV, non so-
no stati con le mani in mano.
Jenkins ha guidato i Black Heart
Procession, mentre Smith si è
dedicato ai Pinback insieme a
Rob Crow. Chi conosce la musi-
ca dei Black Heart Procession e
dei Pinback, quindi, non resterà
THE GOOD ONES
Kigali Y Ihazabu
(Dead Oceans)
Resto
del mondo
Scelti da
Marco Boccitto
The Glimmers
Lauren Pritchard
JOSEPH TAWADROS
The Hour of Separation
(Enja)
CELSO FONSECA
Voz e Violão
(Microcosmo)
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86 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Cultura
oil
Lunedì 1 novembre, ore 21.10
Current
Film-inchiesta sulla Saras, una
delle più grandi rainerie d’Eu-
ropa, afacciata sul golfo di Ca-
gliari, che documenta l’impatto
sulla salute dei lavoratori e degli
abitanti della cittadina di Sar-
roch. Il ilm è stato osteggiato
dall’Eni e dai Moratti, che han-
no tentato di bloccarlo.
le pouvoir du vatiCan
Mercoledì 3 novembre, ore 20.40,
Arte
Nel novecento il Vaticano e la
sua diplomazia hanno conqui-
stato un ruolo sempre più in-
luente sulla scena politica mon-
diale. Questo documentario si
basa sulle nuove ricerche possi-
bili dal 2006, quando gli archivi
della Santa Sede sono stati aper-
ti agli storici.
SuiCidio aSSiStito
Mercoledì 3 novembre, ore 21.10
Current
In Italia è un tema tabù sul quale
il dibattito si accende per casi
come quelli di Piergiorgio Wel-
by ed Eluana Englaro, ma che
spesso non va oltre il confronto
tra posizioni inconciliabili.
Cartoline dall’iraq
Venerdì 5 novembre, ore 21.00
Rai Storia
Due reportage dal Medio Orien-
te. Un viaggio nell’Iraq di oggi,
sette anni dopo la caduta di Sad-
dam. Poi immagini e voci da
Zarqa, città giordana dov’è nato
il luogotenente di Bin Laden in
Iraq, Abu Mussa al Zarqawi.
i televiSionari
Venerdì 5 novembre, ore 22.00
History Channel
“Quando in Italia la tv era libe-
ra”: nel 1966 partono i primi
esperimenti di tv locale. Con
materiali d’archivio e testimo-
nianze dei pionieri, questo do-
cumentario inedito ricostruisce
le origini delle tv private, quan-
do la controinformazione veni-
va prima delle televendite.
tv
datajournalism.stanford.edu
Infograica può voler dire
molto di più che graici a torta
e carte geograiche. I
giornalisti e le redazioni di
quotidiani e riviste, alle prese
con un lusso enorme di
informazioni, ricorrono
sempre più spesso a tecniche
di analisi e di visualizzazione
dei dati presi a prestito da
scienziati, ricercatori e perino
artisti. Non basta più fornire i
numeri, ma è necessario
fonderli con il racconto
giornalistico, presentandoli in
modo comprensibile e
d’impatto. Questo
documentario è stato
realizzato all’università di
Stanford nell’ambito di una
ricerca sullo stato e le
prospettive dell’infograica in
ambito giornalistico, con
interviste ad alcuni dei
designer che sono già delle
star del genere.
in rete
Journalism
in the age of data
Più noto con il titolo originale
Girls on the air, il ilm di Valen-
tina Monti ha per protagonista
Humaira, giovanissima gior-
nalista nata e cresciuta in Af-
ghanistan, che nel 2003 ha
fondato Radio Sahar, prima
emittente del paese gestita in-
teramente da donne.
Le sue reporter, armate so-
lo di microfono e registratore,
afrontano grandi rischi e ata-
vici pregiudizi per raccontare
un paese in dolorosa trasfor-
mazione, segnato da analfabe-
tismo e povertà, in cui nono-
stante il tentativo di democra-
tizzazione della società persi-
ste la violenza sulle donne e gli
attentati suicidi non concedo-
no tregua. Il dvd è in vendita a
15,90 euro.
dvd
radio Sahar
In questi giorni Wikileaks, il
cui obiettivo è pubblicare in-
formazioni sui governi e sul
mondo dell’impresa, ha messo
in rete un iume di documenti
sulla guerra in Iraq. Al Penta-
gono ci sono un centinaio di
funzionari incaricati di valuta-
re l’impatto di queste informa-
zioni sull’opinione pubblica.
I documenti pubblicati da
Wikileaks (poco meno di
400mila) formano la più im-
ponente fuga di materiale sen-
sibile mai vista prima. Non re-
steranno senza conseguenze.
Ma non si può fare a meno
di pensare a quello che alme-
no i funzionari del Pentagono
potrebbero valutare come un
precedente. Il “precedente” è
di natura diversa, ma fu deter-
minante per far rivoltare l’opi-
nione pubblica statunitense
contro la guerra in Vietnam.
Il 27 giugno 1969 fu pubbli-
cato un numero di Life Maga-
zine, che all’epoca era uno dei
mezzi d’informazione più in-
luenti negli Stati Uniti, con
una decina di pagine di foto
dei 242 soldati statunitensi uc-
cisi nell’arco di una settimana.
Una di queste foto fu messa in
copertina.
L’impatto fu devastante, e
si cita ancora quel numero di
Life come riferimento cruciale
per la teoria (comunque discu-
tibile) secondo cui “una foto
vale più di mille parole”.
Non so quante foto ci sono
nei più di 391mila documenti
pubblicati il 22 ottobre da Wi-
kileaks. Ma senz’altro sarebbe
il caso di pubblicarne qualcu-
na, magari una di quelle che
fanno male. u
Fotograia Christian Caujolle
Mille parole
ABBONATI A
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E LA CULTURA DELL’EST DEL MONDO
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32
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 89
One new Change
Londra, jeannouvel.com
Il principe Carlo, secondo cui la
Luftwafe a Londra ha fatto me­
no danni dell’architettura con­
temporanea, già nel 2005 aveva
chiesto che a Nouvel fosse tolto
l’incarico di realizzare il centro
commerciale One New Change.
Il centro inaugura il 28 ottobre
dirimpetto alla St Paul’s Cathe­
dral e promette polemiche. Le
immagini sul sito di Nouvel mo­
strano un ediicio simile a un
enorme meteorite, un gioiello
che brilla nel cuore della City.
La realtà nel grigiore di Londra
sarà ben diversa.
The Guardian
OUTSIDeR aRT
The Museum of everything,
Londra, Fino al 24 dicembre,
museumofeverything.com
La collezione di James Brett è
una galleria di opere che hanno
poco a che fare con l’arte, molto
con la follia. Si chiama outsider
art, sono opere prodotte da arti­
sti autodidatti, malati di mente,
disadattati, artisti per caso. Nek
Chand, per esempio, faceva il
guardiano per le strade di Chan­
digarth. Raccoglieva pezzi di ri­
sulta dai cantieri di Le Corbu­
sier e li usava per costruire le
sculture che popolano un giar­
dino abusivo.
The Daily Telegraph
nOam BRaSlavSky
Kishon gallery, Tel Aviv, ino al
12 novembre, kishongallery.com
Una statua a grandezza naturale
dell’ex primo ministro israelia­
no Ariel Sharon in coma è espo­
sta in una galleria di Tel Aviv.
Steso su un letto di ospedale,
con gli occhi semiaperti, la le­
bo, il pigiama azzurro e il respi­
ro pesante, la scultura sembra
viva. L’artista Noam Braslavsky
ha scelto Sharon “perché per la
società israeliana è una ferita
aperta”. Secondo il curatore del­
la mostra, invece, la scultura è
un’allegoria dell’inerzia politica
di Israele.
The New York Times
RaChel-mOnIqUe
Palais de Tokyo, Parigi, ino al 27
novembre, palaisdetokyo.com
Di memorie da beccamorto co­
me quelle del funerale della ma­
dre di Sophie Calle non se ne
erano ancora viste. Rachel, o
Monique, Sindler, che amava
presentarsi con il nome di Ava
Gardner, sosteneva di avere
avuto quattromila amanti e a chi
le chiedeva spiegazioni diceva:
“Se non sono stati proprio quat­
tromila, ne ho avuti sicuramen­
te più di tua madre”. Quanto al­
la sua cerimonia funebre aveva
precisato: “Se dovesse fare fred­
do o minacciasse di piovere, che
non sia troppo lunga. Che si par­
li solo di me, anche per dire ma­
le. Se qualcuno volesse essere
tragico, così sia, sarà il momen­
to giusto”. Siamo stati a render­
le omaggio la settimana scorsa
in occasione della mostra di So­
phie Calle dedicata alla morte
di sua madre, un lavoro presen­
tato alla Biennale di Venezia nel
2007. Una telecamera issa sul
primo piano di Monique Sindler
Calle stesa sul letto di morte, re­
gistra i suoi ultimi minuti di vi­
ta. Il video è arricchito dalle fo­
tograie delle tombe che attra­
versano l’opera di Sophie Calle
dal suo debutto a oggi. A Mont­
parnasse sulla tomba semplice
della madre, sotto una foto
clownesca, c’è scritto “Già mi
annoio”. Più in là c’è un posto
per Bob Calle, suo padre. Il ci­
mitero di Montparnasse è un ri­
cordo d’infanzia per Sophie
Calle, un parco giochi dove le
iscrizioni sul marmo erano l’in­
cipit di storie fantastiche. Ma in
fondo tutta l’opera di Sophie
Calle è il racconto voyeuristico
delle vite degli altri. E anche
della sua.
Les Inrokuptibles
Parigi
Sophie Calle a montparnasse
C
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2
)
Cultura
arte
90 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
M
ia moglie dà precise istruzioni ai
ristoranti cinesi perché consegni-
no tutte le ordinazioni in scatole
di cartone. I miei igli sanno bene,
purtroppo, cos’è il cambiamento
climatico. La nostra è una fami-
glia ambientalista: rispetto a loro, io sono
un relitto dell’età dell’innocenza ecolo-
gica. Ma chi è che gironzola per la casa
spegnendo le luci e controllando i rubi-
netti che gocciano? Chi è favorevole alle
riparazioni fai da te invece che alla sosti-
tuzione dell’intero pezzo? Chi ricicla gli
avanzi e conserva con cura la vecchia
carta da regalo? I miei igli ammiccano
agli amici: papà è cresciuto nella povertà.
Nient’affatto, li correggo io: sono cre-
sciuto nell’austerità.
Dopo la guerra scarseggiava tutto.
Per sconfiggere Hitler, Churchill aveva ipotecato la
Gran Bretagna e mandato in bancarotta il tesoro. Gli
abiti furono razionati ino al 1949, i mobili – senza fron-
zoli e di produzione rigorosamente nazionale – ino al
1952, i generi alimentari ino al 1954. Queste restrizioni
furono brevemente sospese per l’incoronazione della
regina Elisabetta, nel giugno 1953: fu concesso a tutti
mezzo chilo in più di zucchero e poco più di un etto
di margarina. Ma questo esercizio di zelante generosità
servì solo a sottolineare il tetro regime della vita quoti-
diana.
Per un bambino, il razionamento era nell’ordine na-
turale delle cose. In efetti, per molto tempo dopo che
era inito, mia madre mi convinse che le caramelle era-
no ancora contingentate. Quando protestai che i miei
compagni di scuola sembravano avere un accesso illi-
mitato ai dolci, lei mi spiegò con aria di disapprovazio-
ne che i loro genitori facevano il mercato nero. La sua
storia era perfettamente credibile, anche perché l’ere-
dità della guerra era onnipresente. Londra era crivella-
ta dai segni dei bombardamenti: dove un tempo c’erano
case, strade, scali ferroviari o magazzini adesso c’erano
ampi spazi di terra battuta recintati da cavi, di solito con
un avvallamento al centro, dov’era caduta la bomba.
Nei primi anni cinquanta erano stati rimossi quasi tutti
gli ordigni inesplosi e i siti dei bombardamenti non era-
no più pericolosi, anche se l’accesso rimaneva proibito.
Ma questi improvvisati terreni di gioco erano irresisti-
bili per i bambini.
Il razionamento e i sussidi signiicavano che tutti
potevano soddisfare le necessità di base quotidiane.
Per gentile concessione del governo laburista postbel-
lico, i bambini avevano diritto a una serie di prodotti
che fanno bene alla salute: latte gratis, ma anche succo
d’arancia concentrato e olio di fegato di merluzzo, di-
sponibile solo in farmacia dopo aver dimostrato la pro-
pria identità. Il succo d’arancia era forni-
to in bottiglie di vetro rettangolari come
quelle delle medicine e non ho mai di-
menticato del tutto questa associazione.
Ancora oggi, un bel bicchiere pieno mi
procura una itta di rimorso sublimato:
meglio non berlo tutto insieme. Dell’olio
di fegato di merluzzo, magniicato a ma-
dri e casalinghe da autorità tanto benevo-
le quanto invadenti, meglio non parlare
afatto.
Noi eravamo fortunati perché erava-
mo in aitto in un appartamento sopra il
negozio di parrucchiere dove lavoravano i miei genito-
ri, ma molti miei amici vivevano in alloggi scadenti o
temporanei. Ogni governo inglese dal 1945 a metà anni
sessanta s’impegnò in vasti progetti di edilizia pubblica:
tutti delusero le aspettative. Nei primi anni cinquanta
migliaia di londinesi vivevano ancora nei prefab: par-
cheggi di camper per i senza tetto, che si presumeva
dovessero rimanere temporaneamente, ma spesso du-
ravano anni.
Le direttive postbelliche per i nuovi alloggi erano
minimaliste: per le case di tre stanze da letto erano pre-
visti almeno 28 metri quadri di supericie abitativa, più
o meno le dimensioni di uno spazioso monolocale a
Manhattan. A ripensarci, queste case mi sembrano non
solo anguste, ma anche fredde e semivuote. All’epoca
c’erano lunghe liste d’attesa: queste case, gestite dalle
autorità locali, erano molto ambite.
L’aria sopra la capitale sembrava quella di una brut-
ta giornata a Pechino. Il carbone era il combustibile
preferito: economico, abbondante e non importato. Lo
smog era un pericolo costante. Ricordo che mi sporge-
vo dal inestrino della macchina, con il volto immerso
in una densa foschia gialla, e davo istruzioni a mio pa-
dre sulla nostra distanza dal marciapiede: non si vedeva
letteralmente a due spanne dal naso e l’odore era terri-
bile. Ma tutti “se la cavavano in un modo o nell’altro”.
Dunkerque e la guerra lampo erano invocati senza om-
bra d’ironia per illustrare la fermezza nazionale e la
capacità dei londinesi di “resistere”: prima a Hitler, ora
a questo.
Pop
L’austerità
ci farebbe bene
Tony Judt
TONY JUDT
è morto il 6 agosto
2010. Era uno storico
britannico. Questo
articolo fa parte di
una serie di note
autobiograiche
scritte per la New
York Review of Books
nei mesi scorsi. Sono
pubblicate in Italia da
Internazionale.
Londra era crivellata
dai segni dei
bombardamenti:
dove un tempo
c’erano case, strade,
scali ferroviari o
magazzini erano
rimasti ampi spazi
di terra battuta
recintati da cavi
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 91
Da piccolo, la prima guerra mondiale mi era familia­
re come quella appena terminata. Veterani, memoriali
ed evocazioni abbondavano, ma il pomposo patriot­
tismo dell’America guerrafondaia di oggi era del tutto
assente. Anche la guerra era austera: due miei zii aveva­
no combattuto nell’ottava armata di Montgomery
dall’Africa ino all’Italia e non c’era niente di trionfali­
stico e nostalgico nei loro racconti di penuria, errori e
incompetenza. Le arroganti evocazioni dell’impero nei
teatri di varietà durante la guerra erano state sostituite
dal lamento via radio di Vera Lynn: “We’ll meet again,
don’t know where, don’t know when”. Perino di fronte
alla vittoria, le cose non sarebbero più state le stesse.
I continui riferimenti al recente passato creavano un
ponte tra la generazione dei miei genitori e la mia.
Il mondo degli anni trenta era ancora con noi. La strada
per Wigan Pier di George Orwell, La via dell’angelo di
J.B. Priestley o The grim smile of the ive towns di Arnold
Bennett parlavano tutti di un’epoca ancora molto pre­
sente.
Ovunque si alludeva con afetto alla gloria imperia­
le: l’India era stata “perduta” pochi mesi dopo la mia
nascita. Le scatole di latta dei biscotti, i portapenne, i
libri di scuola e i cinegiornali ci ricordavano chi erava­
mo e cosa avevamo realizzato. “Noi” non era una sem­
plice convenzione grammaticale: quando Humphrey
Jennings produsse un documentario per celebrare il
Festival of Britain del 1951, lo intitolò Family portrait. La
s
t
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F
A
N
O
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I
c
c
I
92 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Pop
famiglia forse attraversava tempi diicili, ma eravamo
uniti.
Era questa “unità” a rendere tollerabili la penuria e
il grigiore che caratterizzavano la Gran Bretagna del
dopoguerra. Naturalmente, non eravamo davvero una
famiglia: se lo eravamo, allora al comando c’erano an-
cora i membri sbagliati, come aveva osservato una vol-
ta Orwell. Eppure, dopo la guerra i ricchi preferivano
mantenere un proilo prudentemente basso. In quegli
anni c’erano poche manifestazioni di consumismo di
massa. Tutti sembravano uguali, vestivano con gli stes-
si materiali: lana pettinata, lanella, velluto a coste. La
gente preferiva i colori sobri – marrone, avana, grigio – e
conduceva una vita molto simile. Noi studenti accetta-
vamo senza storie le nostre uniformi perché anche i
nostri genitori dimostravano abitudini sartoriali analo-
ghe. Nell’aprile 1947, l’arcigno Cyril Connolly scrisse
dei nostri “abiti tetri, le nostre tessere annonarie e i no-
stri gialli. Londra oggi è la più grande, la più triste e la
più sporca delle grandi città”.
Alla ine, la Gran Bretagna uscì dalla penuria del do-
poguerra, anche se con minore baldanza e spavalderia
dei suoi vicini europei. Quello di “austerità” è un con-
cetto astratto per chiunque abbia ricordi solo dai tardi
anni cinquanta in poi. I razionamenti e le restrizioni
erano initi, gli alloggi non mancavano: lo squallore del-
la Gran Bretagna postbellica stava scomparendo. Per-
ino lo smog era diminuito, ora che il carbone era stato
sostituito da elettricità e nafta a buon mercato.
Curiosamente, dopo il cinema britannico d’evasio-
ne degli anni immediatamente successivi alla guerra –
L’impareggiabile Richard (1948) o Il paradiso delle donne
(1949) – era arrivato il realismo del kitchen sink con gio-
vani esponenti della classe operaia interpretati da Al-
bert Finney o Alan Bates in squallide atmosfere indu-
striali: Sabato sera, domenica mattina (1960) o Una
manie ra d’amare (1962). Ma erano ilm ambientati al
nord, dove l’austerità non se ne voleva andare. Vederli
a Londra era come rivedere la propria infanzia attraver-
so una distorsione temporale: a sud, nel 1957, il primo
ministro conservatore Harold Macmillan poteva assi-
curare che per molti “non era mai andata così bene”.
Aveva ragione.
Non credo di aver apprezzato ino in fondo l’impatto
dei miei anni d’infanzia ino a questi ultimi tempi. Ri-
pensando al passato, i pregi di quel periodo in cui tutto
era ridotto all’essenziale sono più chiari. Nessuno sa-
rebbe felice di vederlo tornare. Ma l’austerità non era
solo una condizione economica: aspirava a diventare
un’etica collettiva. Clement Attlee, primo ministro la-
burista dal 1945 al 1951, era nato – come Harry Truman –
all’ombra di un carismatico leader di guerra e personi-
icava le minori aspettative di quell’epoca. Churchill lo
descrisse befardamente come un uomo modesto “che
ha molti motivi per esserlo”. Ma fu Attlee a guidare la
più grande epoca di riforme della storia inglese moder-
na, paragonabile ai risultati di Lyndon Johnson vent’an-
ni più tardi, ma in circostanze molto meno propizie.
Come Truman, Attlee visse e morì parsimoniosamen-
te, ricavando ben pochi vantaggi materiali da una vita
passata al servizio dello stato. Fu un rappresentante
amnesia karaokea molti non conoscono tutte le pa-
role neppure di una sola canzone, soprattutto di quelle
che amano di più (vedi anche creta lirica).
avversione malfattoria la capacità di capire quello
che non sai fare nella vita e smettere di farlo.
cecità alla nube l’incapacità di alcune persone di ve-
dere facce o forme nelle nuvole.
Dizionario
del futuro prossimo
Douglas Coupland
esemplare della grande età dei riformatori borghesi
edoardiani: moralmente serio e un po’ austero. Quale
dei nostri leader di oggi potrebbe aspirare alla stessa
deinizione, o addirittura capirla?
L’onestà nella vita pubblica è come la pornograia: è
diicile da spiegare, ma quando la vedi la riconosci. De-
scrive una coerenza tra intenzione e azione, un’etica
della responsabilità politica. La politica è l’arte del pos-
sibile. Ma anche l’arte ha la sua etica. Se gli uomini po-
litici fossero paragonati a dei pittori, Franklin Delano
Roosevelt a Tiziano e Churchill a Rubens, allora Attlee
sarebbe il Vermeer della professione: preciso, compo-
sto e a lungo sottovalutato. Bill Clinton potrebbe aspi-
rare alle altezze di Salvador Dalí (e ritenersi onorato dal
confronto), Tony Blair alla posizione – e all’avidità – di
Damien Hirst.
Nell’arte, serietà signiica economia di forma e rigo-
re estetico: il mondo di Ladri di biciclette. Qualche setti-
mana fa ho fatto vedere I quattrocento colpi, un classico
di François Trufaut, a nostro iglio dodicenne. Lui, che
è cresciuto con una dieta di cinema contemporaneo
ricco di “messaggi”, da The day after tomorrow ad Ava-
tar, è rimasto incantato: “È essenziale. Fa così tanto con
così poco”. Esattamente. La quantità di risorse investita
nell’intrattenimento serve solo a proteggerci dalla po-
vertà del prodotto. Lo stesso vale per la politica, dove il
chiacchiericcio continuo e la retorica magniloquente
mascherano il vuoto pneumatico.
Il contrario di austerità non è diventato prosperità,
ma luxe et volupté. Abbiamo sostituito l’interesse pub-
blico con il commercio ininito, e dai nostri leader non
ci aspettiamo aspirazioni più nobili. A sessant’anni da
quando Churchill poteva ofrire solo “sangue, fatica,
sudore e lacrime”, il nostro presidente di guerra – mal-
grado il debordante moralismo della sua retorica – dopo
l’11 settembre 2001 non ha trovato nulla di meglio da
chiederci che continuare a comprare. Questa visione
immiserita della comunità – unità nel consumo – è tutto
quello che ci meritiamo da chi ci governa oggi. Se vo-
gliamo dei governanti migliori, dobbiamo imparare a
chiedere di più da loro e meno per noi stessi. Un po’ di
austerità potrebbe farci bene. u gc
DOUGLAS
COUPLAND
è uno scrittore
canadese. Il suo
ultimo libro uscito
in Italia è
Generazione A
(Isbn 2010). Questo
dizionario è uscito sul
New York Times con
il titolo A dictionary
for the near future.
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 93
Storie vere
Isaac Stoltzfus,
giudice distrettuale
del paese
di Intercourse (che
in inglese signiica
“rapporto”), in
Pennsylvania, è stato
arrestato per
molestie: si accostava
a donne nel parco e
ofriva dei
preservativi. In
almeno due casi il
preservativo era
nascosto in un
cestino di ghiande. Il
giudice ha ammesso
le accuse, sostenendo
che era uno scherzo.
cecità alla voce interiore la quasi universale incapa-
cità degli individui di articolare il tono e la personalità
della voce che forma il loro monologo interiore.
confusione zoosonnale L’idea che gli animali pro-
babilmente non vedono una gran diferenza tra sogno
e veglia.
colletti blandi ex lavoratori della classe media che
non saranno mai più classe media e non se ne faranno
mai una ragione.
controcaso una condizione dell’universo in cui esi-
stono norme rigide per impedire che si verifichino
coincidenze. Considerando il numero ininito di coin-
cidenze che si possono veriicare, in realtà se ne verii-
cano molto poche. L’universo esiste in uno stato di
controcaso anticoincidenziale.
coveronzìo la sensazione che proviamo ascoltando la
cover di una canzone che conosciamo già.
creta lirica le parole che inventiamo quando non sap-
piamo le vere parole di una canzone.
denarrazione il processo attraverso il quale la nostra
vita smette di sembrarci un racconto.
deselizzazione diluire intenzionalmente il proprio
io inondando internet del maggior numero di infor-
mazioni possibile (vedi anche stress da onniscienza,
dedeselizzazione).
dedeselizzazione il tentativo, di solito frenetico e
inutile, di invertire il processo di deselizzazione.
deviazione di standard sentirsi unici non è un’indi-
cazione di unicità, eppure è proprio quella sensazione
di unicità a convincerci che abbiamo un’anima.
disforia identitaria da aeroporto deinisce la misu-
ra in cui i viaggi moderni spogliano il viaggiatore della
sua identità quel tanto che basta a creare il bisogno di
acquistare adesivi e articoli regalo per puntellare una
personalità lievemente erosa: bandiere del mondo,
stemmi nobiliari, gadget di scuole e università.
disinibizione situazionale situazioni sociali in cui
si è autorizzati a essere disinibiti, cioè momenti di di-
sinibizione culturalmente approvata: quando si parla
con un’indovina, con un cane o altri animali domesti-
ci, con estranei e baristi nei locali pubblici, o con un
medium.
domenicofobia paura delle domeniche, una condi-
zione che rilette la paura del tempo libero. Anche nota
come ansia acalendarica. Da non confondersi con
domingofobia o kyriakofobia, paura del giorno del Si-
gnore.
frankentime il tempo come lo percepiamo quando ci
rendiamo conto di passare la maggior parte della no-
stra vita con e intorno a un computer e a internet.
humanalia cose fatte da umani che esistono solo sul-
la Terra e in nessun altro posto dell’universo. Alcuni
esempi: il telon, l’aspartame, la paroxetina, pezzi di
dimensioni rilevanti di tecnezio.
ikeasi il desiderio, nella vita quotidiana e nella vita
del consumatore, di aggrapparsi a oggetti dal design
A
L
e
&
A
L
e
94 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Pop
“generico”. Questo bisogno di forme chiare ed essen­
ziali è un mezzo per sempliicarsi la vita sotto un bom­
bardamento di informazioni.
legge di Bell della telefonia qualunque tecnologia
usiate, la vostra bolletta del telefono resterà magica­
mente invariata.
malinconia interainitaria contro malinconia
extrainitaria cosa è peggio: essere single e sentirsi
soli, o sentirsi soli in un rapporto morto?
memesfera il regno delle idee culturalmente tan­
gibili.
memoria interrodiretta ci ricordiamo solo i sema­
fori rossi, mai quelli verdi. Quelli verdi ci fanno segui­
re il lusso, quelli rossi c’interrompono e ci disturba­
no.
miottrie l’incapacità di vederci chiaramente come ci
vedono gli altri.

postumano qualunque cosa sia quello che diventere­
mo poi.
procelerazione l’accelerazione dell’accelerazione.
pseudoalienazione l’incapacità degli esseri umani
di creare situazioni autenticamente alienanti.
reincarnazione lampo il fatto che quasi tutti gli
adulti desiderano un cambiamento radicale anche
quando hanno una vita fantastica. Il desiderio di rein­
carnarsi da vivi è quasi universale.
ricerca di Dio una versione estrema della sindrome
da mattina di Natale.
riposo ittizio l’incapacità di molti individui di ad­
dormentarsi se non hanno letto anche solo una mini­
ma quantità di iction.

scienza familiare intravincolare il bisogno di stare
con persone di famiglia, non perché siano quelle con
cui possiamo parlare di tante esperienze comuni, ma
perché sono quelle che sanno esattamente quali argo­
menti evitare.
separazione complessa la teoria, in musica, secon­
do cui una canzone ha una sola occasione per lasciare
una prima impressione. Dopodiché, il cervello comin­
cia a frammentare l’esperienza musicale nelle sue va­
rie componenti: testo, melodia eccetera.
sindrome da mattina di Natale sensazione prodot­
ta dalla stimolazione dell’amigdala anteriore che ci
lascia carichi di aspettative.
stress da onniscienza il sovrafaticamento che col­
pisce chi sa già quasi tutto quel che legge in rete.
L’
ultimo libro di Steven John son, Where
good ideas come from: the natural history
of innovation, è per alcuni versi un tipi­
co libro di John son: usando fonti e di­
scipline diverse, l’autore racconta i
progressi scientiici che hanno segnato
la storia ricavando paralleli con la tecnologia moderna,
soprattutto con il collegamento in rete dei computer e
con il modo in cui questo fenomeno inluenza le socie­
tà. Ma è anche un libro molto diverso dagli altri. Rispet­
to agli ultimi lavori, The ghost map e The invention of air,
Johnson non si limita a un resoconto dettagliato di una
singola invenzione. Where good ideas come from è piut­
tosto un ampio studio su tante invenzioni, che in alcuni
casi risalgono all’antichità.
Ed è anche un confronto tra queste innovazioni e
quelle che avvengono su grande scala – nell’evoluzione
naturale delle nuove specie e degli ecosistemi – e su pic­
cola scala, come le reti neurali che per generare nuove
idee alternano un’attività sincronizzata e ordinata a una
caotica.
Questo è il cuore della tesi di Johnson: ci sono ana­
logie da trovare (e lezioni da imparare) nel modo in cui
la isica, la chimica e la biologia introducono variazioni
eicaci nella vita, nel modo in cui gli esseri umani col­
laborano per creare nuove tecnologie e nel modo in cui
i cervelli umani fanno la stranezza d’immaginare idee
nuove come se spuntassero dal nulla.
Il posto giusto
per le buone idee
Cory Doctorow
CORY DOCTOROW
è un giornalista e
blogger canadese.
Il suo ultimo libro
pubblicato in Italia è
Anime nel futuro
(Fanucci 2007).
Questo articolo è
uscito sul blog
BoingBoing
con il titolo
Multidisciplinary
hymn to diversity,
openness and
creativity.
stufax un farmaco micromirato del futuro per curare
casi assolutamente particolarissimi di disturbo osses­
sivo­compulsivo: in questo caso, una compulsione che
riguarda l’incapacità di alcuni individui di convincersi,
una volta usciti di casa, di avere spento la stufa.
teorema di Rosenwald la convinzione che solo le
persone sbagliate sono dotate di autostima.
teoria cristallograica del denaro l’ipotesi che il
denaro sia una cristallizzazione o condensazione di
tempo e libero arbitrio, le due caratteristiche che sepa­
rano l’essere umano dalle altre specie.
teoria del numero chiuso amoroso la convinzione
che ci sia un numero inito di volte in cui ci si può inna­
morare, di solito sei.
triste verità siete più intelligenti della tv. E allora?
vip shock il modo sproporzionato in cui reagiamo in­
contrando una celebrità, simile a quando riceviamo
una notizia che ci cambia la vita. u dic
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 95
Il piccolo s’era sporcato tanto
giocando nella cenere
che quando lo richiamarono in casa,
quando gridarono il suo nome sulla cenere,
fu una manciata di cenere
a rispondere.
Manciatina di cenere, dissero,
eccoti un’altra manciata di cenere per cena,
che ti faccia venir sonno,
e ti faccia crescere forte.
Charles Simic
Poesia
Sillabario
Per Johnson, il segreto sta in questo “nulla”, nello
spazio insondabile a cui attribuiamo i lampi di genio e
gli errori fortunati che creano nuovi collegamenti, stra-
tegie e pensieri. Per Johnson non è un nulla, ma piutto-
sto il risultato abbastanza prevedibile che emerge da
alcune precondizioni.
L’innovazione nasce dove ci sono cose sparse in gi-
ro, discipline che s’intrecciano, un buon sistema di dif-
fusione delle idee e un ambiente che non punisce gli
esperimenti falliti o che esclude certe aree di esplora-
zione per paura che minaccino lo status quo. Dalla chi-
mica organica e dal modo in cui le catene complesse di
carbonio riescono a formare innumerevoli combina-
zioni costruite l’una sull’altra, agli organismi che evol-
vono insieme al loro ambiente, ino a invenzioni come
la stampa a caratteri mobili, il gps, Twitter, per inire
con la formazione delle idee secondo la neuroscienza
d’avanguardia: tutto dimostra, secondo Johnson, che
l’innovazione è frattale.
Signiica che per essere innovativi bisogna vivere in
ambienti innovativi: posti dove s’incrociano tante idee
contraddittorie che appartengono a discipline diverse,
dove governi e istituzioni non regolamentano troppo e
non cospirano per distruggere le nuove idee, dove le
piattaforme esistenti sono capaci di sostenerne di nuo-
ve, come è successo per i protocolli Tcp/Ip, il metalin-
guaggio Sgml e per altri esperimenti informali, durati
decenni, che hanno permesso a Tim Berners-Lee di in-
ventare il web (il web stesso è una piattaforma da cui
tante persone tirano fuori altre innovazioni).
Questa è roba forte: una difesa vigorosa delle reti
aperte, delle idee condivise, della fortunata casualità
(le “piacevoli sorprese” destinate ai lettori), del con-
trollo minimo sulle idee, in modo che possano migrare
e arrivare ad altri che le useranno in modi del tutto ina-
spettati.Tutto questo è scontato per molti di noi che
sono cresciuti con internet e la rete, ma è davvero inco-
raggiante veder difendere questi princìpi attraverso ri-
ferimenti alla paleontologia, alla biologia evoluzionisti-
ca, all’urbanistica e a tante altre discipline.
Ovviamente aiuta il fatto che Johnson è uno dei gior-
nalisti più interessanti in questo campo, appassionato
di temi scientiici e con il dono di saper trovare esempi
comprensibili e chiari (certo, forse aiuta anche il fatto
che io sono d’accordo con lui!).
Ma Where good ideas come from è davvero uno di quei
libri che vorresti sbattere sotto il naso di chi si aspetta la
creatività negli ambienti meno creativi, dai dirigenti ai
politici, agli insegnanti, agli urbanisti. Ed è una guida
per le persone, i gruppi e le società che vogliono dare il
meglio di sé. u cab
CHARLES SIMIC
è un poeta nato a
Belgrado. Vive negli
Stati Uniti dal 1954.
Questa poesia è tratta
da Zoo, a cura di
Damiano Abeni
(L’obliquo 2002).
L
U
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B
I
c
c
O
Scienza e tecnologia
96 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
Il tempo non è ininito

I
l tempo potrebbe inire”, ha detto
Ben Freivogel durante un semi-
nario al Massachusetts institute
of technology. Molti colleghi ave-
vano l’aria perplessa e un premio Nobel era
evidentemente irritato. “So che potrà sem-
brarvi folle”, ha ammesso Freivogel. La sua
ipotesi è che il tempo, così com’è deinito
dalla teoria della relatività generale di Ein-
stein, potrebbe inire, portandoci tutti con
sé, più o meno tra cinque miliardi di anni.
Questa ipotesi nasce da una teoria det-
ta dell’inlazione eterna, secondo cui parti
diverse dello spazio possono attraversare
periodi di forte crescita, goniandosi e di-
ventando degli universi paralleli con le loro
caratteristiche isiche. Il processo accade
un numero ininito di volte, creando un nu-
mero ininito di universi, chiamato multi-
verso. Questo vuol dire che qualsiasi cosa
in grado di accadere, accade un numero
ininito di volte. Ma allora quanto è comu-
ne un universo come il nostro? “Le nostre
intuizioni sulla deinizione di probabilità
vacillano”, spiega Raphael Bousso, collega
di Freivogel all’università di Berkeley.
Testa o croce?
Per aggirare il problema i isici prendono
un cut-of, o valore di taglio, del multiverso,
ritagliando un tratto inito di spazio-tempo
e contando gli universi al suo interno per
avere un campione rappresentativo. Così,
però, si tagliano inevitabilmente i singoli
universi al bordo del campione, generando
probabilità scorrette dei risultati sperimen-
tali nel multiverso a meno che, dice Freivo-
gel, i cut-of matematici non abbiano con-
seguenze reali, disastrose, sui punti d’in-
tersezione. Lì il tempo inirebbe facendo
svanire tutto. L’idea è più che strana, anche
perché non è chiaro come questi costrutti
matematici possano incidere sul mondo
reale. Secondo i ricercatori, però, se per cal-
colare le probabilità nel multiverso si usano
i cut-of, questi devono essere ritenuti reali.
“E se non si accetta il cut-of, non c’è modo
di fare previsioni e di stabilire quanto c’è di
probabile nell’inlazione eterna”.
Il problema è sorto nel 2009 durante un
convegno, quando Alan Guth dell’Mit e Vi-
taly Vanchurin dell’università di Stanford
Secondo il isico Ben Freivogel,
il tempo potrebbe inire tra
cinque miliardi di anni. Una tesi
provocatoria che alimenta la
rilessione dei cosmologi sul
multiverso
Rachel Courtland, New Scientist, Gran Bretagna
A
N
G
E
L
o
M
o
N
N
E
hanno proposto un esperimento mentale.
Hanno ipotizzato una situazione in cui si
lancia una moneta e si punta una sveglia a
seconda del risultato. Se esce testa ci si do-
vrà svegliare dopo appena un minuto, se
esce croce si vince un miliardo di anni di
sonno. Prima di addormentarsi, le probabi-
lità di svegliarsi dopo un minuto o un mi-
liardo di anni sono 50 e 50.
Immaginate che l’esperimento avvenga
in un numero ininito di universi. Se si pren-
de un cut-of per studiare un sottoinsieme
di universi, qui – oppure ovunque venga fat-
to il cut-of – sono molte di più le persone
che si sveglieranno dopo un pisolino che
dopo un lungo sonno. Le probabilità, quin-
di, non sono più 50 e 50. Come possono
cambiare le probabilità a seconda di quan-
do ci si sveglia?
Secondo il team, l’unico modo per da-
re un senso al cambiamento delle proba-
bilità è che il cut-of sia reale. In questo
caso, molti di quelli a cui è uscita croce –
che si sono addormentati per un miliardo
di anni – arriverebbero alla ine del tempo
prima che suoni la sveglia. “Ipotizzare la
ine del tempo è strano, ma almeno risol-
ve questo paradosso”, spiega Ken olum
della Tufts university di Medford, in Mas-
sachusetts. u sdf
u Gli esperimenti mentali, come quello
che ha portato all’idea della ine del tempo,
sono ideati per evidenziare i punti deboli del
nostro pensiero. Hanno una lunga storia.
Quando Erwin Schrödinger formulò il suo
esperimento mentale felino, non cercava di
sostenere che i gatti chiusi nelle scatole sono
contemporaneamente vivi e morti, ma faceva
una dimostrazione per assurdo delle
peculiarità della meccanica quantistica. Allo
stesso modo le rilessioni di Albert Einstein
sulla luce e il movimento portarono alla
relatività ristretta e poi a quella generale.
Ipotizzando la ine del tempo, il lavoro di
Freivogel spingerà i isici a rilettere in modo
più approfondito sul multiverso.
New Scientist
Da sapere
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 97
IN BREVE
Spazio Sulla supericie della
Luna c’è molta acqua, ma non
allo stato liquido. Science pub-
blica l’analisi completa dei dati
raccolti dalla missione Lcross,
in cui è stata fatta schiantare
una sonda al polo sud lunare
(nell’immagine) per studiare le
polveri e i detriti sollevati.
Salute Solo l’8 per cento degli
studi che usano i placebo ne di-
chiara il contenuto. Secondo gli
Annals of Internal Medicine, a
volte il placebo non è inerte e in-
terferisce con i risultati dei test.
Genetica Un test sui topi ha ri-
velato che anche l’alimentazio-
ne del padre, oltre a quella della
madre, incide sul rischio di dia-
bete delle iglie. Secondo Natu-
re, i padri non trasmettono una
sequenza di dna alterata, ma al-
cune modiiche chimiche che
variano l’attività di certi geni.
Le morti per malaria in India
potrebbero essere 13 volte di più di
quanto stimato. Secondo
l’Organizzazione mondiale della
sanità (Oms) i decessi da attribuire al
plasmodio sarebbero ogni anno
15mila. Ma una ricerca su The Lancet
stima che le vittime siano in realtà
205mila. I ricercatori hanno raccolto
le testimonianze verbali di oltre 122mila decessi e, sulla
base delle descrizioni dei sintomi, hanno deciso se la
causa della morte era stata la malaria. La proiezione del
campione su base nazionale ha portato a 205mila vittime,
con un’oscillazione possibile tra 125mila e 277mila. La
stragrande maggioranza dei decessi considerati nello
studio, l’86 per cento, è avvenuto lontano da una struttura
sanitaria, e questo potrebbe spiegare la diferenza con le
statistiche dell’Oms. I numeri uiciali tengono infatti
conto delle diagnosi di malaria confermate, e da queste si
stima il numero di vittime. Ma molti casi possono sfuggire
alla registrazione. “Il tasso di mortalità della malaria in
India rimane incerto”, scrive The Lancet, ma gli indizi
secondo cui è stato ampiamente sottostimato aumentano.
Secondo i ricercatori, si dovrebbero rivedere le stime
dell’Oms sulla malaria in tutti i paesi. u
Salute
Malaria indiana
The Lancet, Gran Bretagna
Contro i germi, è meglio
usare gli asciugamani di
carta o quelli elettrici?
Il segreto delle mani pulite è
semplice: lavarsi bene con ac-
qua e sapone. I batteri prospe-
rano sulle mani bagnate, quin-
di il metodo che rimuove me-
glio l’umidità dovrebbe essere
il più eicace. Da alcuni studi
emerge che gli asciugatori
elettrici sarebbero dei vivai di
batteri, che contaminano le
mani e spargono germi. Que-
gli studi, però, presentano un
conlitto d’interessi, perché
sono inanziati dall’industria
della carta. Nel 2000 la Mayo
Clinic ha condotto uno dei po-
chi studi indipendenti sul te-
ma. I ricercatori hanno reclu-
tato cento persone, a cui han-
no contaminato le mani e
chiesto di lavarle con acqua e
sapone. Poi alcuni le hanno te-
nute 30 secondi sotto un asciu-
gatore elettrico ad aria tiepida
e altri le hanno stroinate per
15 secondi con un asciugama-
no di stofa o di carta. Risulta-
to? La parità. Entrambi i meto-
di asciugano le mani con cura
e riducono i germi (i disinfet-
tanti per le mani a base di alcol
eliminano gran parte dei bat-
teri, ma non tutti i virus. Per
essere davvero eicaci devono
avere almeno il sessanta per
cento di alcol).
Conclusioni Contro i germi,
non conta il metodo con cui si
asciugano le mani, ma il tem-
po impiegato: più è meglio è.
The New York Times
Davvero? Anahad O’Connor
L’arte di asciugarsi le mani
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SPAZIO
La galassia
più lontana

Più di 13 miliardi di anni luce ci
separano dalla galassia UDFy-
38135539. È l’oggetto celeste più
lontano dalla Terra mai “foto-
grafato”, nonché il più antico: si
è formato solo 600 milioni di
anni dopo il big bang, quando
l’universo era avvolto da una
coltre di idrogeno. La scoperta,
presentata online da Nature,
aiuta a capire “come le isole
stellari si formavano e cresceva-
no nel periodo buio dell’univer-
so”. Secondo i segnali intercet-
tati da Hubble e confermati dal
Very large telescope in Cile, la
galassia è apparsa all’epoca del-
la rionizzazione, quando le ra-
diazioni delle prime galassie co-
minciarono a spazzare via la
nebbia di materia intergalattica.
UDFy-38135539 emette però una
radiazione debole. Forse è stata
aiutata da altre galassie vicine a
rendere trasparente lo spazio,
diventando così visibile.
BIOLOGIA
L’embrione
del moscerino

Un embrione di Drosophila me-
lanogaster di venti ore ha vinto il
concorso fotograico della So-
ciety of biology britannica nella
categoria close-up. Il proilo
dell’embrione è delineato da tre
proteine di membrana colorate
di blu, rosso e verde. Si vedono
alcune strutture interne, come il
sistema tracheale e lo stomaco.
La foto è stata scattata dalla bio-
loga Samantha Warrington con
un microscopio confocale a
luorescenza.
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Il diario della Terra
45,0°C
La Mecca,
Arabia Saudita
Thailandia
-65,6°C
Vostok,
Antartide
Indonesia
7,7 M
Indonesia
Singapore
Giri
Togo
Brasile
Indonesia
Indonesia
Stati Uniti
Richard
Megi
Messico
6,5 M
Cile
5,7 M
Taiwan
4,0 M
Gli ospedali inquinano. Un’ in-
dagine del 2010, scrive Slate,
ha rivelato che negli Stati Uniti
ogni giorno si producono più
di 15 chili di rifiuti per posto
letto. Considerando che nel
paese ci sono 951mila posti let-
to, gli ospedali producono 5,2
milioni di tonnellate l’anno di
spazzatura, non pochi rispetto
ai 227 milioni di tonnellate di
rifiuti urbani.
Carta e cartone rappresen-
tano circa la metà dei rifiuti
ospedalieri e sono riciclabili.
Alcuni ospedali stanno speri-
mentando il riciclo del mate-
riale usa e getta e il compo-
staggio degli scarti alimentari.
Ma non tutti i rifiuti ospedalie-
ri si smaltiscono facilmente. I
farmaci scaduti seguono pro-
cedure complesse e così pure il
materiale potenzialmente in-
fetto, come le bende sporche
di sangue (le camere operato-
rie generano il 20-30 per cento
dei rifiuti). Gli ospedali usano
anche reagenti chimici, com-
ponenti elettronici e altri ma-
teriali che devono essere trat-
tati separatamente. E poi c’è
anche il consumo di energia.
Gli edifici dedicati alla sanità,
compresi gli ambulatori e gli
studi medici, rappresentano il
9 per cento dell’energia consu-
mata dal settore commerciale.
Consumano il doppio rispetto
alla media di un ufficio: negli
ospedali l’aria è controllata ar-
tificialmente, l’illuminazione
è continua, e alcuni apparec-
chi, come le macchine per la
risonanza magnetica, hanno
bisogno di molta energia. Di
conseguenza, gli ospedali pro-
ducono anche grandi quantità
di anidride carbonica: negli
Stati Uniti, il 3 per cento delle
emissioni del paese.
I riiuti
ospedalieri
Ethical living
Tsunami Almeno 272 per-
sone sono morte e 412 risulta-
no disperse dopo essere state
travolte da uno tsunami nell’ar-
cipelago indonesiano delle
Mentawai, al largo di Sumatra.
L’onda anomala è stata causata
da un terremoto di magnitudo
7,7 che aveva colpito la regione
poche ore prima, causando la
morte di due persone.
Terremoti Un sisma di ma-
gnitudo 6,5 sulla scala Richter
ha colpito la Baja California,
nel nordovest del Messico. Al-
tre scosse sono state registrate
nel centro del Cile e a Taiwan.

Alluvioni Cinquantasei
persone sono morte nelle allu-
vioni causate dalle forti piogge
che hanno colpito la Thailan-
dia. u Dieci persone sono mor-
te negli allagamenti in Togo.
Cicloni Ventisette persone
sono morte nel passaggio del
ciclone Giri sull’ovest della Bir-
mania. Migliaia di case sono
state distrutte. u L’uragano Ri-
chard ha perso forza prima di
raggiungere il Belize. u Qua-
rantotto persone sono morte
nel passaggio del tifone Megi
sulle Filippine e su Taiwan.
Siccità Le autorità dello
stato brasiliano di Amazonas
hanno proclamato lo stato di
catastrofe naturale nella
regione, colpita dalla più grave
siccità dal 1963.
Incendi Il fumo provenien-
te da alcuni incendi sull’isola
indonesiana di Sumatra ha
causato problemi respiratori
agli abitanti di Singapore.
Ogni anno i contadini indo-
nesiani appiccano il fuoco alla
vegetazione per preparare il
terreno alla semina.
Vulcani Venticinque per-
sone sono morte nell’eruzione
del vulcano Merapi, sull’isola
indonesiana di Java. Il governo
ha trasferito più di duemila
persone.
Squali Un ragazzo di 19
anni è stato ucciso da uno
squalo in California, negli
Stati Uniti.
Insetti In una miniera d’am-
bra in India sono state trovate
nella resina oltre 700 specie
di insetti, aracnidi e crostacei,
insieme a piante e funghi, ri-
salenti a 50 milioni di anni fa.
Secondo Pnas, sono le tracce
di un’antica foresta.
Biodiversità Un quinto dei
vertebrati nel mondo è a
rischio di estinzione, scrive
Science. Il più vasto studio
mai compiuto su mammiferi,
uccelli, rettili, pesci e anibi
rivela che le popolazioni di
vertebrati sono diminuite in
media del 30 per cento negli
ultimi quarant’anni.
Felini Più la foresta è densa e
le abitudini di caccia notturne,
maggiore è la complessità
delle macchie sulla pelliccia
dei felini. Al contrario, gli ani-
mali che vivono in spazi aperti
tendono ad avere un mantello
uniforme. È quanto risulta da
uno studio pubblicato sui Pro-
ceedings of the Royal Society
B, che ha paragonato 35 specie
di felini a seconda del com-
portamento e dell’habitat.
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I vertebrati a rischio
Percentuali
Anibi
41
Pesci
cartilaginei
33
Mammiferi
25
Rettili
22
Pesci
ossei
15
Uccelli
13
Pagai, Mentawai
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 99
u Proprio come i iumi, anche i
ghiacciai scendono a valle in-
grossati dagli aluenti. Spostan-
dosi, il ghiaccio raccoglie polve-
re e fango, e porta con sé le trac-
ce dei movimenti passati. Il
ghiacciaio Susitna in Alaska ha
rivelato una parte del suo lungo
e tormentato viaggio il 27 ago-
sto 2009, quando l’Advanced
spaceborne thermal emission
and relection radiometer
(Aster), a bordo del satellite Ter-
ra della Nasa, lo ha sorvolato.
L’immagine combina lun-
ghezze d’onda di luce infraros-
sa, rossa e verde, creando dei
colori artiiciali. La vegetazione
è rossa e la supericie del ghiac-
ciaio è marmorizzata, con il
ghiaccio pulito in celeste e quel-
lo sporco in marrone. Il ghiaccio
relativamente pulito arriva dagli
aluenti a nord. La trama è par-
ticolarmente complessa al cen-
tro, dove un aluente ha spinto
il ghiacciaio principale verso
sud. Una foto del Susitna nel
1970 mostra una trama altret-
tanto complessa, con i ghiacci
puliti e quelli sporchi che for-
mano strisce e curve.
Il Susitna si trova in una zo-
na sismica. I geologi hanno ipo-
tizzato che fossero stati i terre-
moti a creare i dirupi e le falde
del ghiacciaio, ma in realtà la
maggior parte dipende da im-
provvise avanzate (surge) dei
ghiacciai che aluiscono. Que-
sti surge possono veriicarsi
quando si accumula dell’acqua
alla base del ghiacciaio, lubrii-
cando il lusso. L’acqua di disge-
lo può arrivare dai laghi, visibili
nell’angolo in basso a sinistra.
Anche la roccia madre sotto-
stante può contribuire ai surge,
soprattutto le rocce molli facil-
mente deformabili.– M. Scott
Questa immagine dai colo-
ri artiiciali evidenzia il
movimento dei ghiacci e il
modo in cui quelli puliti si
mescolano a quelli pieni di
detriti.
Il pianeta visto dallo spazio
Il ghiacciaio Susitna, in Alaska
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Susitna, 1970
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Economia e lavoro
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iversi segnali indicano che gli
Stati Uniti stanno cercando
una tregua con la Cina nella
guerra delle monete. Prima il
dipartimento del tesoro ha deciso di non
pubblicare un rapporto che accusa Pechino
di “manipolare” la sua valuta. Poi il Penta-
gono ha annullato una serie di esercitazioni
navali nel mar Giallo per non irritare i cine-
si. Cosa sta succedendo? Uno dei motivi
potrebbe essere che il presidente Barack
Obama è già abbastanza preoccupato dalle
elezioni di metà mandato del 2 novembre,
che potrebbero indebolirlo. Inoltre, non c’è
nessun bisogno di aggravare le ostilità con
la Cina in vista del prossimo vertice del
G20, che si svolgerà l’11 e il 12 novembre in
Corea del Sud.
Probabilmente il segretario del tesoro
Timothy Geithner ritiene che sia possibile
convincere i cinesi a rivalutare lo yuan. Do-
po i negoziati al vertice di Gyeongju, la loca-
lità turistica sudcoreana dove il 22 e il 23 ot-
tobre si sono riuniti i ministri delle inanze e
i banchieri centrali dei paesi del G20, Geith-
ner ha parlato di progressi importanti con la
Cina e altri paesi. “Il risultato principale”,
ha detto, “è stato l’accordo per correggere
gli squilibri commerciali. I paesi con ingen-
ti surplus devono liberarsi della dipendenza
dalle esportazioni e puntare su una crescita
dei consumi interni”.
Inizialmente Geithner è stato snobbato
da paesi esportatori come la Germania, il
Giappone e la Russia, che hanno respinto la
proposta statunitense di ridurre il surplus
commerciale al 4 per cento del pil. In so-
stanza, Geithner avrebbe voluto che ogni
paese s’impegnasse a mantenere entro
questa soglia l’eccedenza derivante dal
commercio, dai trasferimenti di capitale
dall’estero e dai pagamenti di interessi e di-
videndi. L’obiettivo era impedire alla Cina
e alla Germania di sommergere il mercato
con le loro esportazioni e spingerle a impor-
tare di più. Nel comunicato inale, i ministri
del G20 hanno dichiarato di appoggiare la
proposta statunitense, ma hanno rimanda-
to l’applicazione a una serie di linee guida
ancora da deinire. Per quanto riguarda la
guerra valutaria, i ministri hanno espresso
l’intenzione di “astenersi dalla svalutazione
competitiva delle monete”. Ma anche in
questo caso non sono stati issati obiettivi e
piani precisi.
La riforma del Fondo
L’unico risultato concreto raggiunto al ver-
tice di Gyeongju è stata la riforma del Fon-
do monetario internazionale (Fmi). I mini-
stri hanno raggiunto un accordo per l’attri-
buzione di poteri più ampi, nel Fondo, a
paesi emergenti come la Cina e l’India. Se-
condo l’intesa, l’Europa cederà due dei 24
posti del consiglio esecutivo ai paesi emer-
genti, che quindi aumenteranno del 6 per
cento la loro quota di voti.
Gli Stati Uniti resteranno il paese con
più voti, ma ora la Cina sale al terzo posto e
l’India all’ottavo. “Il Fondo si comporta
sempre più come un onesto mediatore”, ha
detto Dominique Strauss-Kahn, direttore
generale dell’Fmi. “Questa è una data im-
portante. Cose del genere non capitano tut-
ti i giorni”.
Dopo l’incontro con i colleghi del G20, il
24 ottobre Geithner si è spostato nella città
costiera cinese di Qingdao per un incontro
fuori programma con il massimo responsa-
bile economico di Pechino, Wang Qishan, il
vicepremier incaricato degli afari econo-
mici. Ma, secondo diverse fonti, la riunione
è stata breve e i colloqui non si sono spinti
oltre il contenuto degli accordi raggiunti al
vertice di Gyeongju. u fp
Una fragile tregua
per le monete
I ministri delle inanze e le
banche centrali dei paesi del
G20 promettono di porre ine
alle svalutazioni. Ma inora non
hanno issato obiettivi e
impegni precisi
Donald Kirk, Asia Times, Hong Kong
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Gyeongju, Corea del Sud, 22 ottobre 2010
Surplus e disavanzi commerciali, percentuale rispetto al pil. Fonte: The Wall Street Journal
Germania
Stati Uniti
Cina
GranBretagna
Giappone
Brasile
Da sapere
2007 2009 2011 2007 2009 2011 2007 2009 2011 2007 2009 2011 2007 2009 2011 2007 2009 2011
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(stime)
Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 101
BANGLADESH
Dhaka impara
dal passato

In Bangladesh i prezzi del riso
hanno ripreso a salire come nel
2008, quando nel paese scop-
piarono violente proteste. Ma
oggi Dhaka, scrive il Financial
Times, sta dimostrando di aver
imparato la lezione. Negli ultimi
due anni il governo ha cercato
di aumentare la produzione lo-
cale, potenziando i sistemi d’ir-
rigazione e la distribuzione di
fertilizzanti e sementi, per ri-
durre il ricorso alle importazio-
ni. Così quest’anno sono stati
raccolti 18 milioni di tonnellate
di riso, contro i 14 di due anni fa.
IN BREVE
Cina Pechino limiterà le espor-
tazioni dei cosiddetti metalli ra-
ri, essenziali per la produzione
di prodotti high-tech come cel-
lulari e iPod. La Cina controlla il
97 per cento di questo mercato.
L’Unione europea, gli Stati Uniti
e il Giappone hanno minacciato
il ricorso alla Wto.
Singapore La borsa di Singapo-
re ha oferto 8,3 miliardi di dol-
lari per la fusione con la borsa di
Sydney, che darà vita a un mer-
cato da 1.900 miliardi di dollari.
Il parlamento argentino ha approvato una legge che vieta
lo sfruttamento dei giacimenti minerari nei ghiacciai della
Cordigliera delle Ande, ricchi d’oro e d’argento. La
presidente Cristina Kirchner non ha messo il veto, come
fece con un provvedimento analogo presentato nel 2008.
A un anno dalle elezioni presidenziali, scrive Le Figaro, il
dibattito su questi ghiacciai al conine tra Argentina e Cile
è diventato un argomento sensibile, visto che nella zona si
concentra il 75 per cento delle riserve di acqua potabile del
paese. Ma ora molti economisti temono che la legge freni il
boom minerario. Tra il 2003 e il 2008 l’estrazione di oro in
Argentina è cresciuta del 6.000 per cento. A questi ritmi il
paese sudamericano dovrebbe entrare tra i primi dieci
produttori di metallo giallo del mondo. u
Argentina
Una legge per le miniere
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Tagli
draconiani

Il governo portoghese ha pre-
sentato un piano d’austerità per
il 2011 che taglia le spese dello
stato del 5,3 per cento, pari a 4,5
miliardi di euro. L’obiettivo è ri-
durre il deicit pubblico dal 7,3 al
4,6 per cento rispetto al pil. Co-
me scrive El País, 1,2 miliardi
saranno tagliati nella sanità, fa-
cendo aumentare il prezzo dei
medicinali. Gli stipendi dei di-
pendenti pubblici subiranno ri-
duzioni comprese tra il 3,5 e il 10
per cento. Inoltre, aumenterà
l’iva su molti prodotti di largo
consumo: quella applicata al lat-
te, per esempio, passerà dal 6 al
23 per cento. Il parlamento vote-
rà il piano il 3 novembre.
RUSSIA
Il governo
privatizza

Mosca ha approvato un vasto
piano di privatizzazioni. Il vice-
premier russo Igor Shuvalov,
scrive il quotidiano inanziario
Vedomosti, ha spiegato che il
governo prevede di vendere en-
tro il 2015 novecento aziende di
stato. Le privatizzazioni dovreb-
bero generare entrate per 1.800
miliardi di rubli, pari a 60 mi-
liardi di dollari, che serviranno
a ridurre il deicit del bilancio
pubblico. Il piano prevede la
vendita di quote in alcune
aziende molto ambite dagli in-
vestitori stranieri, come la so-
cietà petrolifera rosneft, le fer-
rovie e la banca Sberbank.
Il ghiacciaio Toro II, al conine tra Cile e Argentina
PORTOGALLO
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-2,5
-5,0
-7,5
-10,0
(stime)
%
2008 2009 2010 2011 2006 2007
Deicit pubblico
rispetto al pil
variazione
del pil
Fonte: The Economist
Il surplus del commercio este-
ro della Germania tra il 2002 e
il 2009 è stato pari al 7 per
cento del pil. Il 60 per cento
dell’avanzo deriva dagli scam-
bi con i paesi dell’unione mo-
netaria. All’origine del surplus
tedesco c’è una straordinaria
crescita della produttività, che
ha spinto le imprese a guada-
gnare quote di domanda inter-
nazionale, ma solo nel settore
manifatturiero.
Al contrario della produtti-
vità, il salario industriale è
sceso del 14,5 per cento in rap-
porto al valore del prodotto
medio del lavoro tra il 2002 e il
2007. retribuzioni e prezzi te-
deschi sono scesi del 10 per
cento rispetto ai partner, e i di-
vari di competitività si sono
ampliati. Come nota Sergio de
Nardis su lavoce.info, non po-
tendo apprezzare il tasso reale
di cambio, l’onere del riequili-
brio cade per intero sui paesi
dell’eurozona, chiamati ad ab-
bassare prezzi e salari sotto i li-
velli dell’economia tedesca,
emulandone l’espansione sbi-
lanciata nella manifattura.
volenti o nolenti questo è il
quadro con cui anche il nostro
paese deve fare i conti. Per
questo ci vorrebbe un ministro
dello sviluppo economico in
carica che non si occupi solo
delle esigenze di Mediaset. u
Il numero Tito Boeri
7 per cento del pil
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102 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
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Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 103
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Mi dispiace Karen, ma sono costretto ad
arrestarti perché sei salita con la bicicletta
sul marciapiede.
Io sono costretta ad arrestarti per avermi
intossicato pubblicamente.
Potremmo risolvere la questione davanti a una
lunga abbuffata non stop. Per fortuna ho qui
con me dieci scatole da cinque chili di filetto
di bisonte speziato.
Ottimo, mi sono appena fatta
stringere l’apparecchio.
Wow. La situazione
si complica.
Non credo proprio.
...E QUANDO IL FANTASMA TORNÒ
A CASA, C’ERA UN UNCINO
ATTACCATO ALLA MANIGLIA.
ALLA PORTIERA DELL’AUTO, CIOÈ.
RICORDATE CHE ALL’INIZIO
IL FANTASMA AVEVA SENTITO ALLA
RADIO CHE C’ERA IN GIRO UN
ASSASSINO CON UN UNCINO AL
POSTO DELLA MANO?
E COSÌ, EHM, C’ERANO QUESTI
STRANI RUMORI. E INSOMMA
L’ASSASSINO, ECCO, VOLEVA
AGGREDIRE IL FANTASMA,
E IL FANTASMA AVEVA PAURA.
AH, DIMENTICAVO, L’ASSASSINO ERA VIVO!
AAAAAAAH!
continuo a uscire con
delle pollastrelle sexy senza
personalità.
chi ha deciso che la parte
migliore per pensare è il cuore:
il fegato, forse? oppure
la milza?
da oggi in poi voglio pensare
solo con il mio pancreas.
oh, Mr.
Wiggles...
credi che il
mio pancreas
abbia il pisello?
e che ti
consiglia di
fare?
dormire
con una
pollastrella.
forse
dovresti
pensare con
il cuore invece
che con
il pisello.
Rob Brezsny
L’oroscopo
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Internazionale 870 | 29 ottobre 2010 105
lissimo diario, un neurochirurgo
fai da te.
VERGINE

Alle ultime elezioni politi-
che nessuno dei tre princi-
pali partiti britannici ha avuto la
maggioranza assoluta. Per un po’
il paese è rimasto senza un leader.
Alla ine i conservatori e i liberal-
democratici hanno formato una
strana coalizione. Qualcuno non
era convinto che fosse la soluzione
giusta. “Ho detto che sembrava un
incrocio tra un bulldog e un
chihuahua”, ha commentato il sin-
daco di Londra, Boris Johnson.
“Ma intendevo dire che avrà una
grande forza, come tutti gli ibridi”.
Credo che una fusione che hai in
mente, Vergine, susciterà senti-
menti simili. Travestimento consi-
gliato per Halloween: un incrocio
tra un bulldog e un chihuahua, tra
un colibrì e un coccodrillo, tra
Gandhi e Napoleone.
BILANCIA
Le cinque tigri bianche di
un parco zoologico cinese
sono diventate troppo mansuete.
Forse perché hanno passato molto
tempo con gli umani o perché la
loro vita è troppo comoda. Uno dei
loro istinti fondamentali si è atro-
izzato. Un guardiano ha messo
delle galline con i felini, sperando
che gli saltassero addosso e le di-
vorassero. Invece le tigri sono in-
dietreggiate spaventate. Così la di-
rezione dello zoo ha deciso di
prendere altri provvedimenti per
stimolare la loro spavalderia. Ti di-
co questo, Bilancia, perché ho pau-
ra che tu stia andando nella stessa
direzione. Travestimento consi-
gliato per Halloween: un grosso
animale feroce.
SAGITTARIO
Quella di un soldato che
combatte in guerra è la più
alta forma di coraggio? Il poeta ir-
landese William Butler Yeats non
la pensava così. Secondo lui, en-
trare nell’abisso del proprio incon-
scio richiede altrettanta audacia.
A mio parere, nei prossimi giorni
quello sarà il luogo in cui darai
prova di maggiore eroismo. Le tue
esperienze più utili e illuminanti
saranno le lotte che farai con le
bellissime tenebre che sono den-
tro di te. Travestimento consiglia-
to per Halloween: un guerriero pa-
ciico.
CAPRICORNO

Uno spammer manda in
media 12.414.000 email
prima di riuscire a strappare un po’
di soldi a un babbeo credulone. Tu
non avrai bisogno di essere così
proliico per far sapere cos’hai da
ofrire, ma dovrai essere comun-
que tenace. Fortunatamente, per
aumentare le tue possibilità di
successo ti basterà puriicare le tue
intenzioni. Perciò, guarda bene
dentro di te e assicurati che il tuo
dono, la tua idea, il tuo prodotto o
servizio siano di un’integrità im-
peccabile. Travestimento consi-
gliato per Halloween: un piazzista
divino, un angelo che cerca di ven-
dere una proprietà in paradiso.
ACQUARIO

In questi giorni, per te la lu-
ce del sole sarà profumata
di spezie o di muschio. Il vento
avrà il gusto di un liquore al cioc-
colato o di una pesca matura. Il
ronzio della rotazione terrestre ti
sembrerà una sinfonia ascoltata
una volta in sogno. Il tuo corpo sa-
rà elettrico. La tua anima musco-
losa. In altre parole, Acquario, la
magia è in arrivo. Le colline saran-
no popolate di ricordi futuri dal sa-
pore delizioso. Ti muoverai più del
solito su terreni sacri. Travesti-
mento consigliato per Halloween:
il personaggio di un ilm che ha
cambiato in meglio la tua vita.
PESCI
A metà del secolo scorso, il
regista d’avanguardia Ken-
neth Anger organizzò una festa in
maschera che chiamò “Impersona
la tua follia”. Una delle invitate era
la scrittrice dei Pesci Anaïs Nin. Si
presentò nelle vesti dell’antica dea
della fertilità Astarte, ma con una
piccola aggiunta: una gabbia per
uccelli in testa. Per il prossimo
Halloween ti consiglio di ispirarti
all’idea di Nin di rappresentare la
sua follia come una dea, ma senza
gabbia sulla testa. Trova un trave-
stimento che ti permetta di incar-
nare la parte migliore e più bella
della tua pazzia, e lasciala libera.
SCORPIONE

Avresti proprio bisogno di un portiere personale, qual-
cuno che ti accompagni ovunque vai e ti apra le porte
che ti trovi davanti. Ma questo assistente dovrebbe fare
anche di più. Dovrebbe trovare porte segrete e spalancarle pro-
nunciando parole magiche. Trasformarsi in falegname e costruir-
ti un varco nel momento opportuno. Se non riesci a trovare qual-
cuno in grado di svolgere questo ruolo, fallo tu stesso. Travesti-
mento consigliato per Halloween: un portiere uscito da una iaba.
COMPITI PER TUTTI
Pensa alla morte come alla liberazione da tutto ciò
che è logoro e superato. In questo senso, qual è la
morte migliore che hai mai vissuto?
ARIETE
Nella provincia cinese del
Fujian un tempo c’erano
persone che pensavano di poter
comunicare direttamente con i
morti. Se dormivano sulla tomba
della persona che desideravano
contattare, in sogno avrebbero in-
contrato lo spirito del defunto. Ti
suggerisco di tentare qualcosa di
simile, Ariete. Il motivo? Secondo
la mia lettura dei presagi astrali,
faresti bene a entrare in comunio-
ne con i tuoi antenati. Se non puoi
passare le notte vicino al luogo del
loro ultimo riposo, trova un altro
modo per contattarli in sogno.
Metti le loro foto sotto il cuscino, o
magari addormentati stringendo
in mano uno dei loro oggetti prefe-
riti. Travestimento consigliato per
Halloween: l’antenato della cui in-
luenza hai più bisogno ora.
TORO

In occasione di una mostra
al Moma di New York, la
performance artist Marina Abra-
movic ha issato negli occhi una
serie di sconosciuti per 700 ore.
Penso che potrebbe essere diver-
tente per te, Toro, tentare una va-
riazione su questo tema, per sen-
tirti più vicino agli alleati con i
quali vorresti sviluppare un rap-
porto più profondo. Sei pronto ad
afrontare questa prova? Travesti-
mento consigliato per Halloween:
un veggente mistico, un dio o una
dea con il terzo occhio, un supere-
roe con la vista a raggi X.
GEMELLI
Conosci i tartui? Sono co-
me dei funghi bitorzoluti
che crescono sottoterra vicino agli
alberi. Per scovarli è necessario il
iuto di maiali o di cani apposita-
mente addestrati. In alcune regio-
ni d’Europa il loro gusto è così ap-
prezzato che possono costare an-
che ottomila euro al chilo. Il tartu-
fo dovrebbe essere la tua metafora
del mese di novembre. Prevedo
che andrai a caccia di un tesoro
brutto ma delizioso o di un adora-
bile mostro. Travestimento consi-
gliato per Halloween: una reginet-
ta di bellezza o una modella che
somigli alla creatura di Franken-
stein, un rinoceronte in abito da
sera, una torta di compleanno fat-
ta con la carne in scatola.
CANCRO
Non devi sforzarti di più,
Cancerino, devi sforzarti di
meno. Usa la tua attenzione in
modo rilassato per giocare con va-
rie possibilità. Non tirar fuori la
tua ferocia guerresca e non sfoga-
re la tua giusta rabbia solo perché
la vita si riiuta di adeguarsi alle
tue esigenze. Lascia che il tuo cor-
po sia percorso da onde di tenerez-
za, apri il cuore all’esperienza di
mescolare la tua energia con il
lusso imprevedibile della vita,
meravigliati delle sorprendenti ri-
velazioni e degli inviti che ricevi
continuamente. Travestimento
consigliato per Halloween: signor
Morbido, signora Velluto, dottor
Delizioso, dj Setoso.
LEONE
“Volevo cambiare il mondo,
ma ho scoperto che l’unica
cosa che una persona può essere
sicura di cambiare è se stessa”, ha
scritto Aldous Huxley. Ti consiglio
di adottarla come ipotesi operati-
va. Forse tra qualche settimana fa-
rai bene a inondare i tuoi cari di
consigli. Ma per ora il tuo compito
è revisionare, ricalibrare e perfe-
zionare il tuo io meravigliosamen-
te imperfetto. Travestimento con-
sigliato per Halloween: un eremi-
ta, un anarchico, l’autore di un bel-
106 Internazionale 870 | 29 ottobre 2010
L’ultima
Karzai e i taliban. “Morte agli infedeli”. “Abbasso l’America”.
“Bene, stanno parlando”.
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“la parte peggiore sono le strisce orizzontali”.
“Questa storia di Wikileaks ci fa sembrare cattivi”.
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Belgio: moto perpetuo.
“I leader avevano tendenze paranoiche:
credevano che la gente li seguisse”.
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Le regole Discoteca dopo i trent’anni
1 raddoppia la dose di cafè nella settimana precedente. 2 non tentare di vestirti alla moda. 3 parole
bandite: night club, pista da ballo, Village people. 4 È inutile cercare di stare al passo con i nomi dei
cocktail. non si chiamano più neanche cocktail. 5 più si avanza con l’età, più la selezione all’entrata è dura:
se non sei in lista non uscire nemmeno di casa. regole@internazionale.it