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MENSILE DI ATTUALITÀ ECONOMIA INCHIESTE OPINIONI E CULTURA DA BRESCIA E DAL MONDO

N. 3 DEL 2013 - APRILE 2013 - € 2,50 € 1

Francesco Bedussi Paolo Bedussi Dario Daverio giuseppe Pasini

PENSiEri Di

BoNoMEtti For PrESiDENt

Sant’Eufemia rezzato

StraDE E QuartiEri HiNtErlaND

calvisano ghedi gottolengo leno

viaggio iN ProviNcia

ProStituzioNE tra lEgalità E illEgalità SPEcialE EcoNoMia
infrastrutture e innovazione

Dal Medio Ego al Nuovo Evo
Prodotto & mercato | BsNews.it | Strategia d’impresa | Bacheca | Qui e là | Pelo e contropelo | Whats’up |

12/DODICIMESI
aprile 2013 NUMERO 3 RIVISTA MENSILE € 2,50

12/DODICIMESI
SOMMARIO RUBRICHE
7 8 11 15 19 23 25 63 66 73 74 l’aperitivo l’editoriale opinioni PRODOTTO & MERCATO STRATEGIA D’IMPRESA il LAVORO bacheca TU E IL FISCO PELO E CONTROPELO GENTILE FARMACISTA qui & là

VIALE DUCA DEGLI ABRUZZI, 163 25124 BRESCIA . ITALIA T. +39 030 3758435 F. +39 030 3758444 www.dodicimesi.com redazione@dodicimesi.com DIRETTORE RESPONSABILE GIORGIO COSTA DIREZIONE@EDIZIONI12.IT COORDINAMENTO DONATELLA CARÈ DONATELLA.CARE@DODICIMESI.COM HANNO COLLABORATO Stefano Anzuinelli, Davide Bacca, Luce Bellori, Elisabetta Bentivoglio, Elizabeth Bertoli, Alberto Bertolotti, elisa bettini, Silvio Bettini, raffaella bondio, Donatella Carè, Alessandra Cascio, Alessandro Cheula, Mario Conserva, Bruno Forza, Lorenzo Frizza, Emanuela Gastaldi, Rolando Giambelli, Roberto Giulietti, Immanuel, Ferdinando Magnino, Alessia Marsigalia, Enrico Mattinzoli, Fedele Morosi, Giorgio Olla, Antonio Panigalli, Irene Panighetti, Francesco Rastrelli, Libero Rosellini, Massimo Rossi, Rosanna Scardi, Giordana Talamona, Donatella Tiraboschi, Alessandra Tonizzo, Andrea Tortelli, Camilla Zampolini. EDITORE EDIZIONI 12 SRL VIALE DUCA DEGLI ABRUZZI, 163 25124 . BRESCIA . ITALIA REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI BRESCIA N. 52 DEL 24/11/2008 IMPAGINAZIONE SALE’S SOLUTIONS SRL FOTOGRAFIE Archivio Sale’s Solutions, Umberto Favretto Agenzia Reporter, Rolando Giambelli Il Fotogramma, Patrick Merighi Brescia in Vetrina, Cristina Minini STAMPA stilgraf . BRESCIA . ITALIA PUBBLICITà Sale’s Solutions Srl Viale Duca degli Abruzzi, 163 25124 Brescia tel 030.3758435 - fax 030.3758444 segreteria@salesolutions.it abbonamento annuale € 30 tramite bonifico bancario indicando nella causale “abbonamento annuale 12 Mesi” e nome dell’abbonato iban: it 07 R05116 11201 000000027529 per ricevere la pubblicazione, insieme al bonifico sarà necessario inviare una mail (abbonamenti@dodicimesi.com) o un fax (al n. 030.3758444) indicante, oltre al nome dell’abbonato, l’indirizzo al quale inviare la rivista e un numero di telefono

speciale economia
infrastrutture e innovazione

PENSIERI DI
12 giuseppe pasini: allearsi per non morire 16 dario daverio: così si combattono mafia e contrabbando 20 Francesco e paolo bedussi: “lavoriamo duro ma con soddisfazione”

INCHIESTA
prostituzione tra legalità e illegalità

P. 59

politica
27 dal medio ego al nuovo evo (apartitici, non apolitici)

territorio
36 strade e quartieri: sant’eufemia 38 hinterland: rezzato

altro
69 www.bsnews.it: il sondaggio il risparmio passa dai fornelli 77 costume e società: il “riuso” fa tendenza 78 what’s up? sì, viaggiare… 80 farmacisti in prima linea per un uso più corretto dei farmaci

viaggio in provincia
la bassa bresciana, tutti i colori della terra

P. 42

Questo periodico è associato all’Unione Stampa Periodica Italiana

12DODICIMESI MENSILE DI ATTUALITÀ ECONOMIA INCHIESTE OPINIONI E CULTURA DA BRESCIA E DAL MONDO

La tua azienda e la Provincia di Brescia per il rilancio dell’economia: insieme facciamo la parte del leone

La Provincia di Brescia e le aziende del suo territorio danno vita al marchio Made in PROVinCia di BResCia.

La campagna associativa è già partita: aderisci.
Ecco alcune delle opportunità di SviLuppo, promozionE, SoStEgno:

• accesso ad incentivi e sostegni economici tesi alla valorizzazione delle risorse aziendali • importante campagna pubblicitaria presso i consumatori • costituzione di reti di imprese e di programmi di attività comuni e condivisi • attività di promozione nei mercati locali, nazionali e internazionali

per informazioni e adesioni:

www.provincia.brescia.it

L/ APERITIVO
di GIORGIO COSTA

Fate quel che faccio, non fate quel che dico
Mio padre era un uomo taciturno. Non burbero, anzi amava molto l’allegria, ma era stato segnato dalla vita. Le pesanti difficoltà economiche dell’infanzia, la guerra in Africa, l’emigrazione nel ’55 dal Sulcis all’alta Val Trompia, avevano mutato il suo carattere. Grazie alle sue capacità professionali e a grandissimi sacrifici portò la sua famiglia, tra cui ovviamente il sottoscritto, a un benessere economico nella media dell’epoca, se non addirittura superiore. Eravamo alla fine degli anni ’60 ed io, studentello diciottenne, tornavo a casa tutti i giorni riversando fiumi di “politica” sul mio disincantato genitore. Sopportò per molto tempo finché un giorno, guardandomi contrariato, disse: “Giorgio, tu parli troppo. Non conta quello che dici, conta solo quello che fai”. Ammutolii di colpo, umiliato e confuso. In quel periodo, infatti, pensavo che dibattiti e discussioni rappresentassero l’essenza della vita e che le azioni di una persona fossero insite nelle parole che pronunciava. Quindici anni dopo nacque mia figlia. Dopo poco tempo, la gioia di tenere in braccio quell’esserino donatomi dal Signore fu turbata dalla preoccupazione

di non essere in grado di darle un’adeguata educazione. Decisi di parlarne con Marco, frate francescano mio coetaneo, responsabile di un seminario in città. Dopo aver ascoltato i miei dubbi, Marco, con tranquillità e competenza, mi disse: “L’educazione non si spiega, si apprende con l’esempio. Tua figlia si formerà con l’esempio che tu e tua moglie le darete”. Sono passati quasi trent’anni e oggi so che mio padre e Marco avevano ragione. Contano le azioni e non le parole, se vuoi essere seguito devi dare l’esempio. Oggi osservo sconsolato il dibattito pubblico, sento parole che non contano, guardo esempi riprovevoli. Mi domando come questa scellerata classe dirigente possa ancora pensare che gli italiani debbano fare quello che loro dicono e non quello che loro fanno. Un mio amico imprenditore mi ha raccontato questo fatto che, purtroppo non è uno scherzo: La scorsa settimana guardavo i miei dipendenti che facevano il corso per la sicurezza della postura sul posto di lavoro. Un corso di 8 ore per 174 dipendenti = 174 giorni uomo. E per dire cosa? Come si sta seduti. Praticamente quasi niente, sono partiti dall’uomo delle caverne, per passare all’homo sapiens e poi finire alla spiegazione di come è fatta la spina dorsale.... 174 giorni di lavoro in meno rispetto a certi miei concorrenti esteri? E perché? Perché continuano ad esserci leggi ad personam (ma non per Silvio stavolta..), per persone alla ricerca di inventarsi un lavoro a discapito del Paese che produce... davvero”. E loro parlano, parlano. Parlano di come reperire risorse. Eccone una di risorsa che non costerebbe niente alle casse dello Stato se venisse tolta. Come molte onerose adempienze aziendali sulla “privacy”, per non parlare di altre decine di analoghe normative, inutili, pleonastiche, borboniche, antistoriche e strumentalmente astruse ed intricate. Ma per toglierle bisogna fare, e loro preferiscono parlare. Fino a che gli italiani, seguendo il loro esempio, incominceranno a parlare e smetteranno di fare.

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L/ editoriale

L/ editoriale

aib Bonometti for president
Quando, il 5 dicembre scorso, Bsnews ha lanciato le primarie dell’AIB, le reazioni furono, nel migliore dei casi, di sufficienza. Fummo anche accusati di intrusione in fatti privati, o, più volgarmente, di essere strumentalizzati da piccoli interessi personali di qualche non meglio identificata “eminenza grigia”, e di voler fare una velleitaria prova di forza con la più potente associazione privata della nostra provincia. Tutto ciò nonostante, avessimo scritto più e più volte, nei mesi e negli anni precedenti, su Dodicimesi e Bsnews, che la distanza tra la cosiddetta “Società Civile” e la dirigenza, non solo della politica, ma anche dell’associazionismo, stava diventando incolmabile, e che la rappresentatività fosse ormai un fantasma dei principi fondanti della generalità delle associazioni di categoria. Abbiamo sentito vacui ed inascoltati proclami, sia da parte di organismi nazionali, sia locali, lanciati alle Istituzioni da chi, a sua volta, non recepiva i messaggi gridati dalla propria base. Nel gennaio scorso abbiamo offerto la nostra collaborazione alla dirigenza dell’Associazione industriale Bresciana, per individuare la volontà della maggioranza degli iscritti nella scelta del proprio presidente, perché questo era il nostro vero obiettivo, non spingere un candidato rispetto ad un altro (Bonometti non era stato neanche proposto, nel sondaggio di Bsnews). La risposta fu un secco rifiuto. Lo subimmo con rammarico, convinti che, senza un radicale cambiamento, la prima vittima sarebbe stata proprio l’Associazione Industriale Bresciana, verso la quale parte importante degli iscritti manifestava ormai insofferenza o indifferenza. Oggi, il nostro sondaggio si è rivelato corretto, affidabile e trasparente e, pur senza alcuna velleità scientifica, si è dimostrato, assolutamente corrispondente alla realtà. Nell’ultimo periodo Bsnews, ha scelto di astenersi dal dibattito, perché il contributo alla volontà di cambiamento, espressaci con passione dai nostri lettori, era compiuto. Abbiamo letto con interesse gli articoli pubblicati sulle altre testate, apprezzando l’imparzialità e la professionalità di alcune e la mancanza di visione di altre che, fino all’ultimo, negavano l’evidenza dello “tzunami” che era già arrivato. Il nostro obiettivo è, e sarà sempre, quello di intuire e di comprendere la volontà della Società e dei nostri lettori, e di essere un tramite con chi li rappresenta. Senza timore, perché chi interpreta la volontà di tanti , diversa da quella di pochi noti, non sbaglia mai. La designazione di Marco Bonometti non rappresenta una vittoria di Bsnews, né di fantomatici burattinai che evoca chi non sa guardarsi attorno e non sa percepire il cambiamento, ma una vittoria di Brescia, della sua grande imprenditoria, che lotta per sopravvivere e guardare avanti, in Italia e nel mondo. Ed anche di tutti i cittadini e delle Istituzioni che li rappresentano, che nell’Associazione Industriale Bresciana potranno di nuovo vedere una risorsa collettiva, un fattore di prosperità e di benessere, una opportunità per i giovani e per il loro futuro. Giorgio Costa

LA BIOGRAFIA del cambiamento

M

arco Bonometti è un bresciano doc. Uno di quelli che, se gli domandi cosa ha fatto nella vita, ti risponde senza imbarazzo: “Ho lavorato, e basta”. Nato a Brescia il 6 settembre del 1954, il presidente di Omr si è laureato in Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano. E già da giovane ha dovuto prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia - fondata dai fratelli Tirini nel 1919 - a causa della prematura morte del padre, scomparso quando aveva soltanto 23 anni. Nell’arco dei decenni, i fatturati delle sue Officine Meccaniche Rezzatesi - che producono componentistica per autoveicoli e riforniscono la Ferrari dal 1978 - sono passati velocemente da poche centinaia di migliaia di vecchie lire a oltre mezzo miliardo di euro. Oggi le sue aziende danno lavoro a quasi 3mila famiglie e contano dodici stabilimenti in tutto il mondo, di cui quattro tra Marocco, Brasile, India e Cina. Ma Marco Bonometti - con il successo mondiale - non ha perso l’amore e la gratitudine per la terra che gli ha dato i natali. Né ha ceduto alla tentazione di portare tutto in qualche paese emergente, dove tasse e vincoli burocratici sono decisamente inferiori. Anzi: l’imprenditore ha recentemente investito ben 40 milioni di euro nella sua Rezzato. Perché all’Italia Bonometti ci crede ancora. “Ma all’Italia dell’economia reale”, precisa subito, “non a quella della finanza o agli astrologi delle agenzie di rating”. L’elenco degli incarichi e dei consigli di

cui Bonometti è stato parte è lunghissimo. E comprende, tra l’altro, Camera di Commercio, Pro-Brixia, In.Tec., Finlombarda, Museo Mille Miglia, Fondazione Comunità Bresciana, Csmt, Villa Gemma Spa, Dominato Leonense e Coxa Spa. In Aib è stato presidente del gruppo giovani dal 1985 al 1988 e vicepresidente dell’associazione dal 1991 al

1993. Dal 2009 è presidente di Banca Santa Giulia. Dal 2011 è anche uno dei principali sostenitori della società di pallanuoto An Brescia, sua grande passione. Un curriculum lunghissimo, che lo scorso maggio lo ha portato a essere insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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/OPINIONI

WORLD WATER-DAY
Il 22 marzo scorso, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2013, promossa dall’Unesco, la fondazione Barilla for Food & Nutrition (www.barillacfn.com) ha realizzato una interessante iniziativa sul web e sui canali tradizionali per suggerire scelte consapevoli per un uso più responsabile di questa fondamentale risorsa per l’uomo e per il pianeta. L’iniziativa ha contribuito anche alla diffusione di un interessantissimo volume dal titolo L’acqua che mangiamo. Cos’è l’acqua virtuale e come la consumiamo, edito da Edizioni Ambiente, a cura di Marta Antonelli e Francesca Greco, entrambi dottorande del professor Tony Allan (ideatore del concetto di “acqua virtuale” e vincitore dello Stockolm Water Prize) presso il King’s College di Londra. Interessante anche la lettura delle varie prefazioni, tra le quali quella di Guido Barilla che scrive: “Tutti sappiamo che l’acqua è indispensabile per la vita. La diamo quasi per scontata. Una risorsa apparentemente inesauribile, che costa pochissimo. È meno noto che per fare qualunque prodotto, commestibile o non, serve una grande quantità d’acqua. La stragrande maggioranza dell’acqua che utilizziamo – e che spesso sprechiamo – non serve per bere, per farci la doccia o per lavarci i denti, serve per tutte le fasi del ciclo di vita di un prodotto, soprattutto per produrre il cibo del quale ci nutriamo. Da ciò discende che le abitudini alimentari delle persone possono avere un impatto rilevante sulla disponibilità delle risorse idriche”. Basti pensare che, se tutti gli abitanti del pianeta adottassero il regime alimentare medio dei Paesi occidentali, caratterizzato da un elevato consumo di carne, sarebbe necessario un incremento del 75% dell’acqua utilizzata attualmente per produrre cibo. Se non cambieranno le nostre abitudini, la domanda idrica è destinata a crescere progressivamente, con il rischio che in futuro l’acqua sarà più scarsa – e più cara – del petrolio. Con queste premesse, diventa fondamentale approfondire il tema dell’acqua per comprenderlo meglio, come viene fatto nel libro L’acqua che mangiamo. È importante divulgare i contenuti elaborati in ambito scientifico a tutti i soggetti che, a livello politico, economico, sociale o culturale, affrontano il tema del rapporto con le risorse finite del pianeta. Il sapere scientifico nel campo della gestione delle risorse naturali deve tradursi in ricadute concrete sul piano dei sistemi produttivi. I casi studio che arricchiscono il volume sono efficaci testimoni di un rapporto fecondo tra ricerca e innovazione nelle filiere. Il World Water Day 2013 ha lanciato lo slogan Water, water everywhere, only if we share. Tra le cose che è fondamentale condividere affinché l’acqua sia ovunque e per tutti, c’è la conoscenza. Il sapere sull’acqua, come quello sul cibo e sulla salute dell’uomo e dell’ambiente, deve essere patrimonio diffuso a qualsiasi livello e in qualsiasi luogo.

Uso dell’acqua dolce nei Paesi sviluppati e in via di sviluppo
Industria America del Nord America del Sud Europa Africa Asia Oceania 48,0% 10,3% 52,4% 7,3% 5,5% 11,4% Agricoltura 38,7% 70,7% 32,4% 84,1% 87,6% 81,3% Domestico 13,3% 19,0% 15,2% 8,6% 6,9% 7,3%
Fonte: FAO – water

di ANTONIO PANIGALLI

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/pensieri di

/pensieri di
blemi nuovi occorre dare risposte nuove, come a questioni strutturali occorre rispondere con rimedi altrettanti strutturali ossia permanenti. La risposta deve essere continentale, ma noi dobbiamo cominciare da casa nostra”. Come? “Alleanze e cooperazione per razionalizzare l’offerta, sia nella forma di accordi settoriali mirati, sia nella forma delle combinazioni, cioè delle aggregazioni e fusioni, societarie. Èstato la colonna sonora dell’ultima edizione di Made in Steel. Un messaggio di fondo che questa volta ha assunto l’urgenza di un imperativo, non più di un mero auspicio. Aggregarsi per non morire. Ma se non razionalizziamo i comparti produttivi con una seria politica di cooperazione siamo destinati a soccombere. Sfruttiamo gli impianti al 55-60% delle capacità, il che significa una graduale ma inesorabile scomparsa dal mercato. Prima che questo succeda dobbiamo darci una mossa. Tutti, o quanto meno coloro che per dimensioni e mercato hanno maggiori responsabilità”. Entro quanto tempo? “Due-tre anni al massimo, crisi permettendo, cioè ammesso che possiamo ancora pilotare la recessione in atto con i metodi ordinari, e sperando che la situazione non precipiti ulteriormente. Questo per quanto riguarda il cosiddetto “fronte esterno” alle aziende, le alleanze cooperative. Ma c’è anche un fronte interno da seguire, come ha ricordato il nostro presidente, dentro le nostre aziende…”. Ovvero? “Dovremo passare attraverso altri step, cose già note e già affrontate dalle aziende siderurgiche, ma che richiedono un plus di accelerazione nella innovazione produttiva, che nel tondo non può che essere soprattutto innovazione di processo, e nella sostenibilità ambientale. Ripeto, si tratta di problemi in gran parte da tempo all’ordine del giorno, ma che potrebbere essere meglio risolti con una condivisione degli obiettivi e degli investimenti scaturita da un percorso virtuoso di cooperazione e aggregazione”. Recuperare, o rispolverare, il progetto di cinque anni fa con Alfa Acciai, Ferriera Valsabbia e Ferriere Nord di Osoppo? Non le pare che dopo l’acquisizione della Leali da parte degli americani tale obiettivo sia ancora più necessario, dal momento che un competitore attrezzato si affaccia sullo scenario locale? “La Leali, come lei sa, era una opportunità che noi avevamo valutato con attenzione attraverso una due diligeance molto dettagliata che prevedeva, tra l’altro, una governance secondo noi altrettanto adeguata. L’acquisizione è purtroppo tramontata. Per quanto riguarda il vecchio progetto di concentrazione cui lei ha fatto ha fatto riferimento, nulla vieta che si possa riprendere il cammino laddove è stato interrotto”. Un impegno? O meglio un augurio? “Fino ad oggi siamo rimasti competitivi nonostante tutte le difficoltà, basti pensare a quella più pesante quale il differenziale di costo energetico rispetto ai nostri concorrenti europei. Sono convinto che rimarremo ancora competitivi. Per farlo dobbiamo cambiare passo. Se l’elettrosiderurgia bresciana vuole sopravvivere deve rompere il tabù e cominciare a lavorare insieme; un passo difficile ma inevitabile, per il semplice fatto che non ci sono più alternative. Ha ragione Stabiumi: i consumi non torneranno più quelli di prima, la razionalizzazione e la concentrazione del settore sono necessarie. Anzi obbligate, come dice Ruggero Brunori. Oggi molto più di ieri”.

PASINI

ALLEARSI PER NON MORIRE
La siderurgia bresciana, come quella italiana e più di quella europea, ha di fronte a sé un imperativo ineludibile: cooperazione e combinazioni societarie. In una parola: concentrazione. L’alternativa è la scomparsa.
di Alessandro Cheula

stato il primo, nel lontano 2002, esattamente undici anni fa all’epoca del suo insediamento come presidente di Federacciai, a parlare pubblicamente e ufficialmente di “aggregazioni” nel settore siderurgico. Appello accolto con benevola sufficienza, per non dire incredulo scetticismo, dai suoi colleghi dell’acciaio, soprattutto bresciani, destinatari privilegiati dell’invito. Proposta che cadde nel vuoto per alcuni anni, salvo essere ripresa nel 2008 da tre imprenditori di casa nostra – oltre a Pasini di Feralpi anche Stabiumi-Lonati di Alfa Acciai e Brunori della Ferriera Valsabbia – e da un imprenditore friulano, Andrea Pittini di Udine. Quest’ultimo più convinto e determinato di tutti della necessità di aggregarsi per far fronte a una crisi che nell’acciaio dei prodotti lunghi, tondo in particolare, più che da calo della domanda era allora generata dall’eccesso di offerta (il calo della domanda, aggravata dalla concorrenza asiatica, si è aggiunto dopo, portando alla ribalta come non mai in passato il problema della sovrapproduzione, conseguenza diretta dell’eccesso di capacità produttiva installata). Si arriva così alla primavera del 2013 quando, in occasione del Made in Steel, la fiera dell’acciaio di matrice bresciana tenuta per la prima volta a Milano, il tema

È

delle alleanze, non solo in forma di cooperazione per razionalizzare ma pure in forma di aggregazioni per fondersi, torna prepotentemente e urgentemente alla ribalta. La ragione è semplice, come hanno evidenziato Gozzi, Pasini e il commissario Ue Tajani nei discorsi di apertura: recessione economica generale e, all’interno di questa, volumi in calo, concorrenza asiatica, sovracapacità produttiva che ha raggiunto livelli di guardia. Insomma: cambiare per non morire. E cambiare in fretta. Ciò vale più per i lunghi (forno elettrico) che per i piani (altoforno). Dunque prima di tutti per i bresciani. È a questo punto che ci siamo rivolti a Giuseppe Pasini, presidente di Feralpi e past president di Federacciai. È d’accordo con Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, quando nell’era dei computer e dell’informatica dice che il destino dell’Europa è ancora legato all’acciaio? “Certamente: l’acciaio, come ha detto anche il commissario Ue, Antonio Tajani, è lo strumento con cui è stata costruita l’Europa, non solo quella geo economica della seconda metà del secolo scorso ma anche quella attuale, l’Europa geopolitica dei giorni nostri. Il destino della siderurgia è il destino dell’Europa stessa. Non è una visione arretrata, è un evidente dato di fatto: per ciò noi affermiamo che senza una politica industriale conseguente, a livello europeo come

italiano, non si esce dalla crisi. Non è questione di assistenzialismo, ma di fare scelte incisive e risolutive di politica industriale. Ecco perché annettiamo grande importanza a quanto si deciderà a Bruxelles il 5 giugno prossimo, quando la Commissione europea presenterà il nuovo piano d’azione per l’acciaio”. Un altro piano Davignon come negli anni Settanta, con i relativi smantellamenti incentivati vale a dire assistenzialismo? “Allora c’era la Ceca, che nei suoi cinquant’anni è stata uno straordinario veicolo non solo di politica industriale ma anche garanzia di pace, poiché la pace continentale, dopo secoli di guerre inter-europee, è cominciata quando sono stati messi sotto controllo i due principali strumenti di guerra: il carbone e l’acciaio, appunto. Ecco perché diciamo che l’Europa unita è nata sull’acciaio. Davignon salvò la siderurgia europea trent’anni fa facendo leva su una modernizzazione basata su due componenti: meno produzione e più aiuti all’innovazione. Oggi lo scenario è cambiato”. L’Unione europea ha una sovracapacità produttiva, di circa 50 milioni di tonnellate annue su 210 milioni, quasi due volte la produzione annua italiana. Come rispondere? “Nei prossimi anni per noi sarà impossibile continuare a produrre come oggi 27 milioni di tonnellate. La domanda non assorbe più questa offerta. A pro-

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PRODOTTO&MERCATO

LA/RUBRICA
maggiori potenzialità di crescita. È il caso della Russia dove, a causa di complessità burocratiche, la quota di mercato italiana è scesa dal 28,8% del 2011 a 25,2% nel 2012; oppure del Brasile sceso dal 13,7% all’11,9% nello stesso periodo. Dà poi da pensare anche il mercato cinese, dove su 100 bottiglie importate, 6 sono italiane e 55 sono francesi. In parte il problema può essere ricondotto, come purtroppo da noi capita fin troppo frequentemente, alle dimensioni d’impresa: il nostro sistema produttivo conta 250mila viticoltori, 60mila produttori e 8mila imbottigliatori, ma nel 2012 solo 30 di queste imprese hanno fatturato più di 50 milioni di euro e, guarda caso, queste 30 imprese da sole si sono aggiudicate il 40% della nostra quota di export totale, lasciando briciole alle migliaia rimanenti. Probabilmente la maggioranza delle aziende di piccole e medie dimensioni non ha la disponibilità finanziaria per sviluppare modelli di distribuzione e comunicazione al passo con i tempi e forse nemmeno la possibilità di investire in risorse di marketing per “riuscire” in quei mercati, quello cinese ad esempio, caratterizzati da un basso livello di educazione eno-gastronomica e quindi più facilmente condizionabili, a differenza di quanto hanno fatto per esempio i francesi, che da anni ne hanno compreso la necessità e operano, in quei paesi, con investimenti massicci. Va da sé che anche in questo settore la piccola media impresa, da sempre ossatura e vanto della nostra economia, si dimostra inadeguata a reggere la competizione globale. Una ulteriore riprova, qualora ce ne fosse bisogno, che il modello del “piccolo è bello” è un modello definitivamente tramontato.

Piccolo è bello…
Per superare la desolante percezione di un paese allo sbando, il nostro, così come appare dai giornali e dall’analisi dei principali opinionisti di politicoeconomica, non resta che scavare a fondo per cercare di individuare quei settori di eccellenza che ancora esistono, o meglio resistono alla crisi. Tra questi brilla senz’altro l’industria vitivinicola italiana che mostra un fatturato complessivo 2012 in aumento del 6,9% sul 2011, investimenti in crescita del 10,3%, e, altrettanto importante, genera occupazione al ritmo del 2,6% annuo, non male di questi tempi. Insomma, nel 2012 l’industria del vino sembra aver reagito alla crisi molto meglio di altri settori e lo ha fatto con numeri di tutto rispetto: oltre 8 miliardi di euro di fatturato dei quali più del 56%, 4,5 miliardi circa, destinati all’esportazione a fronte di un import inferiore a 300 milioni; generando, quindi, un contributo attivo alla nostra bilancia di pagamenti superiore a 4 miliardi. Ma andando oltre la cruda analisi dei numeri è anche importante osservare come i risultati siano giunti all’interno di uno scenario macroeconomico europeo caratterizzato da consumi in costante e strutturale diminuzione, meno
Mercati di sbocco Usa Regno Unito Germania Canada Cina
eir è un marchio

MA NON TROPPO
2% nell’ultimo biennio; solo nel nostro paese, per storia e tradizione il secondo maggior consumatore di vino al mondo dopo la Francia, si sono bevuti quasi 10 milioni di ettolitri in meno negli ultimi 5 anni e la produzione è scesa tra il 2011 e il 2012 di quasi 3 milioni di ettolitri. Un’indagine di Wine Monitor, condotta su un campione significativo di imprese italiane, dimostra che il 44% delle aziende ha evidenziato risultati negativi all’interno dei confini nazionali, cifra che sale al 53% per le imprese più piccole, quelle che fatturano meno di 2 milioni. Per fortuna altri paesi apprezzano sempre di più il nostro vino, la spinta generalizzata alla globalizzazione ha coinvolto da tempo anche questo mercato: paesi tradizionalmente dediti al consumo di altre bevande si stanno progressivamente convertendo ai rossi, ai bianchi e ai rosati. Il risultato è che, sebbene Francia, Stati Uniti e Italia detengano tuttora il primato di maggiori consumatori mondiali, negli ultimi 15 anni il consumo di vino in paesi come Cina, India, Russia, Nuova Zelanda è cresciuto a un ritmo superiore al 100 per cento. Proprio qui sta il limite: le nostre imprese non hanno saputo imporre la loro presenza nei mercati emergenti, quelli con le
∆ 2012/11 5% 4% -7% 3% 10% 18% 1% 10%

Ci sono cose che vorresti durassero per sempre.
A

consumi 2012 (quantità) 5.059 5.004 3.034 1.976 1.580 1.546 1.189 1.049

19,95 EURO
AL MESE

ADSL 7 MEGA

800 595 000

W W W.EIR. NE T

Giappone Svizzera Russia

di silvio bettini
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/pensieri di
Dario Daverio, volontario presso una comunità di recupero, ha un punto di vista e una proposta originali per affrontare in maniera efficace il problema droga.
altri, e a confrontarsi in modo chiaro ed onesto”. E poi? “La seconda fase prevede il lavoro sulle cause che hanno spinto la persona alla droga. Si ripercorre la storia familiare, perché nella stragrande maggioranza dei casi il problema nasce in famiglia, da rapporti difficili e sbagliati con i genitori. Si tratta di un anno di lavoro dolorosissimo perché si vanno a toccare cose che il tossicodipendente ha sempre voluto nascondere proprio tramite l’uso delle sostanze”. La famiglia viene coinvolta in questo processo? “Sì, sia separatamente sia con alcuni incontri con i ragazzi. I genitori si rendono così conto di quello che non ha funzionato. È grazie alla terapia che il genitore riesce a riconoscere dove e perché ha sbagliato, anche se ciò è avvenuto per il bene del figlio”. Questo ciò che propone la comunità terapeutica dove lei presta la sua opera. Ma dopo aver capito come si può intervenire, è bene fare un passo indietro e fare chiarezza sulle definizioni, poiché spesso non c’è una netta distinzione tra droghe e farmaci, tra tipi di sostanze e situazioni che nuocciono e generano dipendenza: per lei cosa si può definire droga? “Qualsiasi sostanza che va ad interferire nei nostri sentimenti, modificando il rapporto tra emotività e ragione. Quindi alcol e gioco d’azzardo inclusi. Io non faccio distinzione tra droghe cosiddette leggere e pesanti; la differenza sta nelle reazioni che provocano le varie sostanze: alcune sono socialmente più accettate di altre, ma per me non ci sono distinzioni, tutte alterano la persona”. E adesso una valutazione sulla situazione italiana... “Fallimentare: anni di proibizionismo ambiguo non hanno portato a risultati positivi, ma solo a un dispendio di risorse. Il numero di coloro che si rivolgono ai Sert per aiuto è molto ridotto rispetto alle persone che fanno uso di sostanze”. Perché? “Per un tossicodipendente è difficile riconoscersi tale o ammettere di aver bisogno di aiuto. Il proibizionismo all’italiana non produce risultati. Gli unici dati ‘certi’ vengono dall’analisi delle acque reflue, da cui si evince, per esempio, che il consumo quotidiano di cocaina della città di Milano è superiore a quello di Svezia o Norvegia”. Cosa intende per proibizionismo all’italiana? “Un pasticcio, perché si tollera l’uso personale e si condanna lo spaccio. O si accetta del tutto o si proibisce del tutto”.

/pensieri di
a prezzi inferiori molto vantaggiosi per gli utenti. In tal modo si eliminerebbero il contrabbando e le mafie. Un chilogrammo di cocaina in Colombia, in strada, costa 1.000 dollari, a Milano, al dettaglio, costa dagli 80 ai 100.000 euro: questo fa capire quali margini si ottengono attraverso lo spaccio. Con la mia proposta le mafie perderebbero miliardi di euro in pochi mesi!”. Ci spieghi meglio: in tal modo una persona potrebbe rifornirsi al Sert e poi, invece di usare la droga, rivenderla… “No, perché la sostanza sarebbe venduta in apposite bustine con timbro e segni di riconoscimento, con tre giorni di tempo per essere consumata. Se dopo tre giorni certificati dalla data sulla bustina vieni trovato con quella droga sei messo in carcere dove stai almeno per 5 anni. I vantaggi sarebbero moltissimi: lo Stato prenderebbe in mano il controllo della situazione, avrebbe una mappa delle persone che si drogano, saprebbe chi sono e cosa fanno. Inoltre risparmierebbe un sacco di soldi, in termini di personale e risorse di polizia e di tribunali. Anche il tossicodipendente avrebbe solo vantaggi: a fronte della scocciatura di presentarsi al Sert con documenti e farsi schedare, avrebbe droga sicura, a costo inferiore, con possibilità di ricevere assistenza sanitaria e soprattutto psicologica oltre a raccogliere i fondi necessari per una vera azione di prevenzione ed educazione nelle scuole”. Questi i possibili pro. E gli svantaggi? “Pochi, anzi, nessuno, se non riconoscere il fallimento delle politiche tenute fino ad ora. E poi lo Stato dovrebbe cambiare le sue leggi: il mio modello funziona solo se accompagnato da una giurisdizione assolutamente repressiva e una politica di recupero e prevenzione efficace e seria volta a ridurre drasticamente il malessere e quindi la domanda. Insomma, l’unico rischio è che un tale modello venga gestito all’italiana...”.

I

di Irene Panighetti

l primo passo è riconoscere che il problema droga esiste e che il modello italiano non ha funzionato. Poi si possono studiare le proposte di Stati esteri o di singole persone, come Dario Daverio, imprenditore bresciano e volontario presso una comunità di recupero: da questa sua decennale esperienza deriva la titolarità per avanzare proposte. Prima di entrare nel merito del suo modello, ci spiega come funziona la comunità terapeutica presso la quale opera?

Secondo l’analisi delle acque reflue, il consumo quotidiano di cocaina della città di Milano è superiore a quello di Svezia o Norvegia
Lei cosa proporrebbe? “Io sono per un proibizionismo vero, con leggi rigide che colpiscano severamente con anni di carcere chi viene trovato con una qualsiasi quantità di droga. Ma a questo va affiancato un modello che superi i Sert. Io propongo che lo Stato venda la droga in modo controllato, auto producendo le sostanze: quelle chimiche si sintetizzano in fabbriche di Stato, quelle non chimiche si comprano direttamente dai produttori nei paesi di origine, come la Colombia o l’Afghanistan, o si producono nelle nostre fertilissime campagne siciliane. Certo, occorre personale addestrato per questo. Lo Stato quindi fornirebbe la droga ai Sert, ai quali, secondo il mio modello, tutti potrebbero accedere, senza ricetta, per comprare droga previa presentazione di un documento e il racconto della propria situazione. Così si raccoglierebbero dati, si seguirebbero le persone anche dal punto di vista sanitario, si introdurrebbero programmi di recupero, più facilmente rispetto ad ora, e si venderebbero sostanze pulite/non tagliate

COSÌ SI COMBATTONO

MAFIA E CONTRABBANDO
Ai Sert tutti dovrebbero accedere, senza ricetta, per comprare droga fornita dallo Stato.
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“A mio avviso le comunità sono la strada più efficace per uscire dalla tossicodipendenza, soprattutto se accompagnata da un percorso psicoterapeutico. Il lavoro è lungo e difficile e si articola in più fasi: la prima, che dura almeno un anno, è quella che segue l’ingresso in comunità da parte del tossicodipendente. È il momento più sconvolgente perché la persona viene catapultata in un sistema di regole ferree che implicano il rispet-

to di sé, della disciplina e dell’autorità. Da un modo di vita senza regole e senza alcun rispetto, senza alcun riconoscimento delle proprie responsabilità, il tossicodipendente si trova a dover riconoscere obblighi e limitazioni. Non è facile accettare questo cambiamento, non a caso la prima fase è quella che vede il maggior numero di fallimenti. Ma chi resiste impara delle cose importantissime: a porsi in maniera paritaria di fronte agli

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Strategia d’impresa

LA/RUBRICA
partendo da risorse locali non convenzionali, come le riserve di metano cosiddetto difficile, intrappolate in scisti, sabbie compatte e strati di carbone; è così semplice che sembra l’uovo di Colombo, ma l’impatto dovrebbe essere molto forte nel mercato del gas che ha condizioni particolari di sviluppo nel quadro internazionale per le condizioni e i costi del trasporto, per cui una risorsa domestica praticabile o poco onerosa risolve molti problemi. Questa ritrovata autonomia energetica degli Usa, frutto di una politica industriale basata su ricerca ed innovazione tecnologica, è destinata a sostenere la ripresa economica interna già in atto; i prezzi vantaggiosi di gas ed elettricità daranno all’industria, specialmente a quella manifatturiera, una marcia in più, uno straordinario vantaggio competitivo, e rivaluteranno in modo strutturale il ruolo degli Stati Uniti non solo nel commercio mondiale dell’energia ma anche in tutto il sistema economico. In questa sfida planetaria l’Europa non è messa molto bene, e secondo il rapporto dell’AIE l’unico risultato, deludente, è il calo dei consumi, favorito anche dai costi energetici molto elevati; purtroppo l’Italia risulta tra i paesi più penalizzati, senza diversificazione dell’offerta, poche fonti di generazione ed interconnessioni con l’estero, ancora priva di un vero mercato concorrenziale dell’energia.

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La battaglia dell’energia
Merita grande attenzione il rapporto annuale World Energy Outlook fatto circolare a fine 2012 dall’AIE, l’Agenzia internazionale dell’energia creata nel 1974, dopo la crisi petrolifera, quando, per la guerra del Kippur con Egitto e Siria schierati contro Israele, i Paesi Arabi appartenenti all’Opec bloccarono le esportazioni di petrolio verso quelli dell’Ocse fino al gennaio del 1975. La crisi e gli eventi successivi furono la molla per istituire l’AIE incaricata di favorire la sicurezza energetica dei paesi membri attraverso una risposta collettiva all’interruzione fisica di forniture petrolifere, e di predisporre ricerche e analisi per indicare l’accesso a fonti energetiche affidabili, accessibili e pulite. La sorpresa del rapporto, ma non per gli addetti ai lavori, è che al centro dell’attenzione sulla produzione di energia a livello globale, non ci sono i soliti nomi Medio Oriente, Russia e Cina, bensì gli Stati Uniti, in corsa per riprendere quella leadership mantenuta sino ai primi anni ’80, in virtù dei nuovi sviluppi nell’attività di perforazione e produzione di petrolio e gas. Riferendosi alla produzione petrolifera, secondo lo studio AIE i grandi passi in avanti condotti negli ultimi tempi riporteranno gli Stati Uniti ad essere il primo produttore mondiale di greggio nel 2020 superando Arabia Saudita e Russia. La crescita dell’offerta interna di petrolio, unita a incrementi rilevanti dell’efficienza nell’uso di questa fonte fossile (-1,4 % per anno nel periodo 2011-2035), fanno sì che gli Stati Uniti vedranno ridurre sensibilmente le loro importazioni, che erano di oltre 12 milioni di barili/giorno nel 2005. Proprio entro quei pros-

Ritornano competitivi gli USA
simi anni dovrebbero materializzarsi in pieno gli effetti delle nuove misure di efficienza previste per i veicoli (dagli attuali 8 litri/ 100 kilometri entro il 2025 bisognerà arrivare a non più di 4,3); ciò determinerà quindi una notevole riduzione delle importazioni petrolifere da parte degli Usa, che intorno al 2030 potrebbe diventare un esportatore netto di petrolio; ad ogni modo, già in tempi brevi la dipendenza petrolifera degli Stati Uniti sarà sempre più legata a paesi amici, come il Canada, e sempre meno rivolta al Medio Oriente. Sul fronte della produzione di gas, qui gli Usa giocano un ruolo pionieristico grazie alla messa a punto di nuove tecnologie per lo sfruttamento di questa fonte energetica, con la produzione, già consistente, di quello che è definito gas non convenzionale, dove la non convenzionalità si riferisce alle tecniche di estrazione e non alla qualità del gas estratto. Il cuore dell’innovazione è l’abbassamento dei costi di estrazione

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/pensieri di

“Lavoriamo duro

ma con soddisfazione”
Francesco e Paolo, i Bedussi junior, non temono i sacrifici del mestiere nonostante la giovane età.

S

di Alessandra Tonizzo

uona strano sentirselo dire da due giovanissimi, ma è così. E, anche se Francesco (25 anni) e Paolo (22) portano un cognome che, a Brescia, è tutta una storia (di fatica e tradizione), le maniche se le rimboccano eccome. Abbiamo parlato con i Bedussi junior all’ombra del fico che colora una delle facciate dell’omonima gelateria sorta un anno fa in via Crocifissa di Rosa – locale avanguardistico, con laboratorio a vista –, iniziando con un inevitabile sguardo al passato. Giusto il tempo di ricordare il punto di ritrovo giovanile creato dai genitori, nel 1992, in via Dalmazia, e la trasferta in via Ducco, nel ’96, coincisa con una svolta professionale (da un prodotto semi-industriale ad uno totalmente artigianale, che parte dalla materia prima in purezza), per arrivare al 2011, momento in cui i ragazzi ci mettono la faccia. Cresciuti “in bottega”, hanno seguito le proprie passioni. Paolo in primis la caffetteria, Francesco la pasticceria (Istituto alberghiero, università di Scienze gastronomiche a Pollenzo, stage alla Combal.zero di Rivoli il suo iter professionale). Cosa avete mantenuto del “vecchio stile”, cosa innovato? Francesco: “Fatto tesoro di una regola base per il nostro mestiere – comprare direttamente dal piccolo produttore, spesso locale, per tenere sotto controllo

la qualità abbassando i costi –, abbiamo inserito caffetteria e pasticceria. Parliamo di torte composite, montate a strati, di design: anche l’occhio vuole la sua parte”. Paolo: “Nel 2012 è stata aggiunta la parte del salato, perché una struttura del genere, per sostenersi, deve lavorare dalla mattina alla sera”. Francesco: “Con il freddo, infatti, la vendita di gelato si fermava. Così abbiamo lavorato su un’idea di focaccia integrale, alta e leggera, con abbinamenti sia classici (burrata), che particolari (mortadella, pistacchi e alici), più un hamburger di fassona”.

I giovani di oggi vogliono lavorare ma manca loro la voglia. Pensano a far festa da venerdì a domenica
Questo è un lavoro duro, non c’è tanto da scherzare… F. “Abituati a vivere in negozio dai 14 anni, non è stato un peso. Ma si devono fare tanti sacrifici, iniziando con il venire qui la mattina alle 6. È un lavoro faticosissimo, ci sono momenti in cui si è messi alla prova anche a livello psicologico, non solo fisico. Ma questa è la nostra vita, e un progetto così grande comporta sforzi del genere”. P. “Uno di noi, infatti, deve sempre esserci. Qui è molto più pesante la turnazione e la presenza rispetto all’altra attività. D’estate ci sono sempre sei per-

sone, oltre a noi”. Una manodopera che è difficile reperire? Gli stranieri sono più flessibili? P. “È difficile perché i giovani di oggi vogliono lavorare ma manca loro la voglia. Pensano a far serata da venerdì a domenica, lavorando nei giorni restanti. Noi abbiamo bisogno di persone che si adeguino ai nostri turni, ai nostri ritmi”. F. “Solo in laboratorio ci siamo avvalsi di un appoggio straniero: sono ragazzi moldavi che fanno lavori di fatica, come pulizie e spostamento di pesi”. Come vi spiegate il boom dell’attività di gelataio? P. “Teniamo conto di quanti ne aprono, e quanti ne chiudono… Fare il gelataio non è così facile e, una volti scoperti i costi della materia prima e di gestione, s’inizia a rendersene conto”. F. “Esistono dei falsi miti sul gelato, che ne hanno incentivato questa ‘moda’. Il primo è che con il gelato si guadagna tanto: gli ingredienti sono ristretti, e costano poco? Tutto dipende dalla qualità. C’è la panna da un euro al chilo, e quella da 7, per la frutta bisogna anche pagare chi la pulisca, per non parlare delle macchine per gelare, da 30mila euro l’una, quelle per pastorizzare, il pistacchio di qualità (40 euro al chilo)...”. Sorge spontaneo chiedervi: lo rifareste? P. “Per la soddisfazione sì. I sacrifici, abbiamo imparato a gestirli”. Brescia apprezza idee come le vostre? P. “A volte ci chiediamo davvero se

Da sinistra, Francesco e Paolo Bedussi

Brescia sia pronta per grandi strutture, come questa”. F. “C’è gente che ci raggiunge da fuori (Parigi, Boston…) e rimane sbalordita. Noi ci abituiamo all’eccellenza, non ci rendiamo conto del valore di determinate realtà, anzi, sopravvalutiamo delle aziende che sono di medio/basso livello. Cosa intendono i bresciani per qualità? È un mistero. Il gusto sarà soggettivo, ma ci vuole un allenamento, nel nostro campo, a riconoscere la materia prima”. Non vedo in vetrina gusti particolari, quelli che oggi vanno tanto di moda… P. “Si capisce se il gelato è buono in base ad un solo gusto, massimo due. Crema e fiordilatte sono i punti di partenza. Puntiamo sul classico. Anche perché è dalla semplicità che è nato tutto”. F. “Ma guardi che è difficile fare cose semplici! La nostra crema, ad esempio, è famosa perché c’è tanto uovo e non è aromatizzata. Per il fior di latte, invece,

C’è gente che ci raggiunge da fuori (Parigi, Boston…) e rimane sbalordita
il latte stesso viene preso dalla stalla e poi pastorizzato, e si sente. Siamo tradizionalisti. I gusti gorgonzola o peperoncino li lasciamo agli altri”. Passiamo ad altro, allo scenario politico odierno: cosa vi aspettate? F. “Spero che facciano della politica sana, che vengano dimezzate le poltrone. La gente o non ha lavoro, o si spacca la schiena, e non è possibile che i politici non paghino le tasse, o rubino i soldi. Ci vuole equità nel governare: non si può chiedere il sangue ai cittadini e comportarsi così”.

Andreste all’estero per lavoro? C’è una meta preferita? F. “Io ci andrei. Sono stato con l’università a Vancouver e, se ci fossero 5 o 6 gradi in più, per me sarebbe la città ideale: aperta, multietnica”. P. “Per me da noi il lavoro c’è. Manca solo la voglia”. Siete per una Brescia tradizionalista, o votata al futuro? P. “Brescia si sta rinnovando molto bene. Già la metropolitana è un salto avanti, sicura e molto bella, paragonata non a caso a quella di Copenaghen. È solo questione di tempo. E di cambio di mentalità”. Se vi dico “famiglia”, voi…? F. “Non è una cosa cui penso adesso, sicuramente”. P. “Sono ancora giovane! Quello che so è che ‘il patto’ sarà comunque quello di far stare fidanzate e mogli fuori dalla gelateria, per quieto vivere”.

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il Lavoro

LA/RUBRICA

Cosa ci lasciamo
Dai diversi contesti universitari e istituzioni economiche emerge che stiamo crescendo giovani senza prospettiva storica. Nelle scuole di management, a livello internazionale, non si prevedono insegnamenti di storia dell’economia: ma se non sappiamo da dove veniamo come possiamo interpretare il futuro? Il secondo punto è la crescente povertà dello spessore culturale nelle figure tecniche che spingono le persone a chiudersi nella loro tecnicalità inibendo la capacità di creare connessioni per sviluppare la visione di insieme. Si ripropone quindi il tema antico della contrapposizione tra teoria e pratica che Gothe superò affermando che “non esiste conflitto tra teoria e pratica ma conflitto tra cattiva teoria e buona teoria, tra cattiva pratica e buona pratica”. La risposta mi sembra adatta e, per superare il periodo tumultuoso e tormentato, potrebbe risultare utile ripensare alle teorie e definire quale di queste possono aiutarci ad interpretare la realtà per tracciare nuove rotte e decidere cosa lasciare alle spalle. La teoria dominante negli ultimi 20-30 anni, e che è stata sostenuta da premi Nobel e stampa internazionale, affermava che: - il darwinismo sociale è trainante dello sviluppo e la solidarietà sociale è negativa; - il divario tra ricchi e poveri è uno stimolatore della competitività e della crescita; - la privatizzazione è la corretta risposta all’inefficienza dello Stato; - il capital gain, non il profitto, doveva essere al centro del sistema;

alle spalle
- il mercato e solo il mercato è la rete che stabilisce tutte le relazioni sociali. La pratica che ne è seguita si è ispirata a queste teorie che oggi sappiamo non essere vere! Teorie che sono state enfatizzate da premi Nobel e università ma che alla prova dei fatti ci hanno portato un mare di guai. Una dimostrazione sono la nazionalizzazione di banche, assicurazioni e industrie automobilistiche in importanti stati iper liberali (USA e Gran Bretagna) per salvare il sistema dal fallimento. Ora dobbiamo uscirne ricercando buone pratiche che si ispirano a buone teorie o perlomeno a quelle che hanno dimostrato maggior tenuta, dobbiamo avere il coraggio di andare controcorrente e ammettere che abbiamo bisogno di una nuova onestà intellettuale. L’establishment economico ha definito questa crisi come tante altre, nel 2011 tutti dicevano è finita, è finita… falsa chimera. E come era possibile pensare

che fosse finita e fosse avviato un nuovo ciclo di sviluppo economico sostenibile quando le necessarie correzioni di sistema non erano state realizzate? Occorre quindi che riflettiamo con serenità, che alziamo lo sguardo dall’azienda per recuperare quel coraggio creativo necessario a tracciare i riferimenti di un sistema economico rinnovato e ispirato all’economia sociale di mercato. L’Europa ha una grande responsabilità in tal senso per due ragioni: la prima perché l’America – come ha affermato un suo importante economista – non ha spazio per un nuovo pensiero perché le grandi corporation lo impediscono; la seconda perché in Europa ci sono insiemi di saperi, esperienze, conoscenze che hanno resistito nel tempo e che dobbiamo recuperare e attualizzare attraverso un dialogo continuo tra Governi, Istituzioni economiche e mondo imprenditoriale. Queste riflessioni mi riportano al bel discorso di Clinton alla convenzione democratica: “Noi democratici crediamo che We are all in this together è una filosofia migliore di ognuno per sé e per la sua strada. Lo è perché lavorare per proteggere le uguali opportunità e possibilità economiche per la maggior parte dei nostri cittadini è sia cosa moralmente giusta sia buona economia”.

di Emanuela Gastaldi

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/Bacheca

Boom del web in Lombardia: Brescia vanta 195 imprese
28/03 Sono oltre 2.100 le imprese attive in Lombardia tra portali web e commercio elettronico. Secondo una ricerca della Camera di Commercio di Milano su dati registro imprese al IV trimestre 2011 e 2010, il capoluogo è primo con 965 imprese attive (45,6% regionale e 8,9% nazionale), seguito da Brescia (195 imprese), Monza e Brianza (182) e Varese (174). Un settore in crescita, +20% in un anno in Lombardia, con 445 nuove imprese iscritte nel 2012.

Lavoro, c’è un posto per ogni 50 persone che lo cercano
29/03 Il Centro per l’impiego della Provincia fa il punto e la situazione è preoccupante. Nel 2012, si sono presentate in cerca di lavoro, immediatamente disponibili, 51.773 persone, ma dalle imprese sono arrivate 1.114 richieste. Per approfondimenti vai al sito: www.bsnews.it

ragionevolezza nel continuare a gravare la piccola e media impresa, vero motore dello sviluppo e del possibile rilancio del Paese, di costi che rendono sempre più complesso il fare impresa e mortificano la voglia di fare degli artigiani. Ci piacerebbe che la Politica e le Istituzioni si rendessero conto delle potenzialità del sistema delle piccole imprese per l’uscita dalla crisi e non che le vedessero solo come soggetti su cui fare cassa senza un disegno d’insieme. Ma c’è anche di peggio. Con questi provvedimenti si rende ancora più complicato il reinserimento lavorativo di chi viene licenziato, soprattutto delle persone più avanti negli anni”. Per Mattinzoli poi “questo mortifica quei pochi imprenditori che erano nelle condizioni di assumere e che oggi non se la sentono più di far firmare contratti”. Per approfondimenti vai al sito: www.bsnews.it

Raffaele Volpi nuovo presidente della Fondazione Cogeme Onlus
03/04 Nuovi vertici della Fondazione Cogeme Onlus, ente istituito da Cogeme Spa per progetti ed iniziative a favore delle comunità locali e del territorio di riferimento della Società dei Comuni della Franciacorta e dell’Ovest bresciano. Il Presidente è il Senatore Raffaele Volpi. Gli altri membri del nuovo Cda, presieduto da Volpi sono: Gabriele Archetti, Maria Paola Bergomi, Giacomo Fogliata, Daniela Gerardini, Alessandro Pozzi, Giovanni Quaresmini. Completano il board Dario Fogazzi ed Eugenio Taglietti, rispettivamente presidente e consigliere di Cogeme Spa. Il nuovo Consiglio ha poi nominato al proprio interno come vice presidente Maria Paola Bergomi, assessore alla Cultura del Comune di Castrezzato.

Pensioni, sette bresciani su dieci non arrivano a 1.000 Euro al mese
01/04 Il dato dell’Inps sulle cifre delle pensioni mostrano un quadro preoccupante: nel bresciano 7 pensionati su dieci vivono con un assegno di meno di mille euro al mese. “È diminuito il numero delle pensioni di anzianità e vecchiaia liquidate, per effetto della riforma del ministro Fornero – ha spiegato il segretario generale dei pensionati della Cisl Alfonso Rossini –. Parimenti, sono aumentate le pensioni di invalidità civile e di reversibilità e sono anche cresciuti gli interventi a favore degli ammortizzatori sociali quali indennità di disoccupazione e cassa integrazione, strettamente collegati alla crisi esistente”. Il 34% delle pensioni ha un importo inferiore ai 500 euro; il 33%, invece, ha un importo compreso tra i 501 e i mille euro al mese (mediamente, 759 euro per gli uomini e 686 per le donne). Quindi il 67% dei pensionati bresciani, pari a 233.160 persone, percepisce dall’Inps meno di mille euro al mese, cifra che oggi non permette di vivere con dignità, ma con fatica e attenzione a qualsiasi spreco, come dimostrano i dati sui consumi alimentati che registrano un -3% nell’ultimo anno.

Il presidente dell’Associazione Artigiani, Enrico Mattinzoli, all’indomani delle recenti novità in tema di sgravi fiscali a chi assume lavoratori in mobilità e di contributi sui licenziamenti, prende posizione contro l’Amministrazione dello Stato che aumenta ancora i costi per le imprese. “Non vediamo dove sia la

Mattinzoli: “Irresponsabile caricare di costi anche chi assume disoccupati 02/04 o è costretto a licenziare”

Sono 641 le imprese attive in Lombardia nel settore dell’acciaio, il 40,6% del totale nazionale (1.578 sedi di impresa). Da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, il capoluogo lombardo è la provincia leader con 202 imprese presenti sul territorio (31,5% del totale lombardo, 12,8% del totale italiano), seguita da Brescia con 105 imprese (16,4%) e Lecco (90 imprese, 14%). Le aziende più diffuse in Lombardia risultano essere quelle adibite alla fabbricazione di tubi e relativi accessori (173 imprese, il 27% del totale del settore) seguite da quelle siderurgiche generiche (158 imprese, 24,6%) e da quelle per la trafilatura a freddo (103, 16,1%) ma è nei settori della stiratura a freddo di barre e della trafilatura a freddo che la Lombardia pesa di più sul totale nazionale del comparto (rispettivamente 70,4% e 59,2%).

Acciaio, in lombardia il 40% delle imprese italiane del settore. 03/04 Brescia conta 105 aziende

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/POLITICA

DAL MEDIO EGO AL NUOVO EVO
I partiti attuali sembrano inadatti a mettere in relazione gli interessi (la pulsione, la pancia) con i valori (la ragione, la testa) attraverso le idee e gli ideali (la passione, il cuore). Incapaci a mettere in connessione l’economia con l’etica attraverso la politica e la cultura. Inadeguati, dunque, a trasformare l’etica dei valori in epica degli ideali.

(APARTITICI, NON APOLITICI)

di Alessandro Cheula

G

rillo è stato una “scossa”, come nel 1992-‘94 lo fu Bossi. La Lega in vent’anni, grazie anche a Berlusconi, è stata depotenziata ossia integrata, assimilata, omologata e “metabolizzata”, tanto che dal secessionismo è passata al federalismo e da questo al “macroregionalismo” (il “sindacato del Nord” di Roberto Maroni). Toccherà la stessa sorte anche al M5S, pur essendo geograficamente nazionale, programmaticamente trasversale, politicamente diagonale e ideologicamente neutrale? La risposta del “sistema” politico – se vuole salvare ciò che resta della democrazia rappresentativa (delegata), essendo la democrazia partecipativa (diretta)

un’istanza ancora astratta nonostante la rete e le sue possibilità di intervenire e interagire in tempo reale a livello di massa – non può che essere l’autoriforma, ossia la rifondazione dei partiti che ne fanno parte. E i futuri protagonisti di tale processo, non esclusivi ma decisivi, potrebbero essere, oltre a Grillo e Matteo Renzi (il Blair italiano), anche i cadetti del Pdl quali Maurizio Lupi e Mariastella Gelmini. Il primo, Grillo, dall’esterno del sistema, pur essendovi entrato; il secondo, Renzi, dall’interno del partito, pur volendone uscire. LIBERTà E PROCESSO Rinunciare a se stessi per ritrovare se stessi. Questo devono fare i partiti storici se vogliono salvarsi. Vale a dire non solo rinnovarsi ma rifondarsi e rigenerarsi, cioè estinguersi per rinascere. L’autoriforma, ossia il cambiamento “motu proprio”, generato al proprio interno, è molto più difficile di qualsiasi riforma suggerita o sollecitata dall’esterno. Ma in compenso è meno traumatico in quanto può essere pilotato senza rotture, come invece avvenne vent’anni fa con la “rivoluzione” di Mani Pulite.

Rivoluzione apparente proprio perché non effettuata per convinzione (o per opportunità) ma subita per convenzione (per necessità). Quale vision per gli anni a venire? Quale mission per uscire dal pantano? Non più “libertà e progresso”, troppo ingenuamente illuminista, e nemmeno “libertà e progetto”, troppo illusoriamente dirigista, bensì “libertà e processo”, realisticamente e liberamente riformista. Un processo collettivo e condiviso, ma anche connettivo e conclusivo. Trasversale, diagonale e neutrale (non senza valori, ovviamente, ma senza “sistemi” di valori, ossia senza ideologie). Ecco perché il binomio di libertà e processo, inteso in tale senso, può far rima con progetto e progresso. Dipende da noi. Da ognuno di noi. Dal medio-ego a un nuovo evo. MENO TASSE MENO STATO PIÙ LAVORO PIÙ MERCATO Mentre Grillo, sia pure con la veemenza populistica del suo motteggio e Renzi, con la irruenza riformistica del suo fraseggio, hanno mostrato di percepire le dirompenti novità dei processi in atto, Mario Monti, pur avendo intuito il

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tendenziale strisciante superamento del dualismo destra-sinistra, non ha saputo o potuto essere conseguente con tale percezione. Saprà esserlo Gregorio Gitti, suo stretto collaboratore, che con la sua Fondazione Etica è sembrato intravvedere la possibilità di nuovi scenari etico-politici e dunque nuove “strategie della speranza”, come da anni noi amiamo definire le istanze provenienti dalla società civile? Domanda riassumibile, da una parte, nella vecchia protesta di “meno tasse meno Stato”, e dall’altra nelle nuove proposte di “più lavoro più mercato”? “Meno tasse e meno Stato” intesi come riduzione del carico fiscale, dei costi della politica (da non confondersi con quelli della democrazia), dei costi della burocrazia e della spesa pubblica: soprattutto quella corrente (salari e stipendi) e quella sociale (pensioni e sanità). Due voci che sommate sono pari alla metà del Pil, percentuale non più sostenibile, o tanto più insostenibile quanto più difficilmente comprimibile. “Più lavoro più mercato” intesi come riforma del mercato del lavoro, onde superarne la rigidità, e come controllo sulla organizzazione del lavoro. Due riforme contestuali trattandosi dei due fattori principali della produttività e quindi della competitività sistemica, cioè del sistema-Paese nel suo insieme, senza la quale non c’è mercato poiché anche i necessari investimenti in tecnologia verrebbero vanificati. Appare dunque assolutamente improponibile, in quanto praticamente impossibile, la proposta di Grillo di ridurre l’orario dei lavoro a venti ore settimanali per fare posto ai giovani disoccupati. Apprezzabile il fine di occupare i giovani che rischiano di restare fuori a vita dal mondo del lavoro (la “generazione perduta” è l’emergenza più drammatica con la quale abbiamo a che fare ma di cui non abbiamo sufficiente coscienza) ma del tutto inadeguato il mezzo, poiché in molti comparti manifatturieri il dimezzamento dell’orario creerebbe insormontabili problemi di organizzazione del lavoro. Ciò che va cambiato non è il singolo orario di lavoro ma il carico di lavoro complessivo attraverso la totale flessibilizzazione sia in entrata che in uscita della forza lavoro, in modo da ridistribuire a livello di sistema il lavoro esistente (se tutti siamo flessibili nessuno è precario). Come del tutto fantapolitica è l’altra proposta, al limite della demagogia seppur eticamente motivata da una comprensibile ansia di giustizia sociale, relativa al “salario di cittadinanza” con mille euro mensili per tutti coloro che ne hanno bisogno. I conti dello Stato esploderebbero e il debito pubblico passerebbe dall’attuale 127% del Pil al 140% con le immaginabili conseguenze sui tassi di interesse. L’unica risposta è una crescita non tanto felice quanto possibile e sostenibile, e quindi perfettibile, certo difficile ma certamente preferibile alla romantica utopia grillina della “decrescita felice”, mutuata dal (economista?) francese Serge Latouche. È chiaro che non si può crescere all’infinito, ma da qui a teorizzare il pauperismo quale panacea di tutti i mali del sistema, ce ne corre. La decrescita è solo una suggestiva sociologia di importazione che vorrebbe farci digerire una mistica della povertà ammantata e legittimata da ideologia dell’austerità. Certo che non è più il caso di andare a testa bassa verso una “diseguaglianza della ricchezza” senza morale né coscienza, ma da qui a teorizzare una nuova “uguaglianza della miseria” ce ne passa. Anche perché è il caso di rammentare che giustizia sociale non significa automaticamente eguaglianza economica, essendo l’eguaglianza economica imponibile solo con una dittatura politica, cioè con il massimo di ingiustizia sociale. NON CONTRO LA POLITICA MA CONTRO LA “PARTITICA” La rete, nuovo strumento di democrazia di massa interattiva, affosserà i partiti? È presto per dirlo, ma è certo che i partiti tradizionali, come insegna l’esperienza grillina, sono stati completamente scavalcati dalla rete. Un conto, infatti, è

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la politica, un altro sono i partiti. Affermare che senza partiti non c’è politica e senza politica non c’è democrazia, e quindi senza partiti non c’è democrazia, è stato vero fino ad oggi, ma non significa che in concreto debba esserlo per sempre. Certo, in tale discorso c’è una evidente ambiguità di fondo: come è possibile una politica senza i partiti? È possibile. Oggi la complessità della società civile è tale da contemplare una pluralità di soggetti politici, non solo i partiti tradizionali (“istituzionali”) ma anche attori sociali come movimenti, associazioni, aggregazioni, scuole o correnti di pensiero più o meno organizzati. Del resto, i partiti stessi nel nostro ordinamento costituzionale repubblicano non sono considerati “istituzioni” ma semplice “associazioni di interesse” senza personalità giuridica. Un profilo assai poco caratterizzato nel senso istituzionale, ma contrassegnato da una intrinseca labilità e “precarietà” giuridica. Ripetiamo: è possibile una politica senza partiti? Ribadiamo: è possibile. In primo luogo perché nella società moderna i partiti non sono gli unici depositari della politica, come non sono più l’unico veicolo di organizzazione del consenso né l’unico tramite di rappresentanza della volontà popolare. Nel senso che la politica può essere fatta anche da soggetti diversi dai partiti. In secondo luogo perché, nella fattispecie di cui si parla, non si va “contro” i partiti, ma si guarda “oltre” i partiti. Insomma, nessuna pretesa di rappresentanza esclusiva o sostitutiva dei partiti tradizionali, ma solo la convinzione di poterne assolvere lo stesso compito con altri mezzi ed altri strumenti – la rete è strumento elettivo ed effettivo di partecipazione – al posto o accanto ai partiti stessi. Nessuna indebita concorrenza o competizione con i partiti-istituzione, ma concorso con questi, e se necessario “al posto” di questi, per la crescita della comunità e il benessere delle persone che ne fanno parte. Oltre la politica, infine, non tanto perché la politica può apparire “disgustosa”, anche se dopo le elezioni del febbraio 2013 sembra dare segni di

Beppe Grillo

Matteo Renzi

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sotto forma di populismo antipartitico. Mai dimenticare che il qualunquismo in Italia è morto per merito di Berlusconi poiché grazie a lui è entrato in politica, ha cominciato a fare politica, si è assunto una responsabilità politica. efficienza e trasparenza Trasparenza ed efficienza sono in rapporto biunivoco. Se la trasparenza è condizione di maggiore efficienza, questa per essere tale richiede la massima trasparenza. Ecco perché occorre giocare d’anticipo. Non per tattica opportunistica o per trucco elettoralistico. Il programma non deve essere un “libro dei sogni” da buttare alle ortiche dopo la sconfitta o da buttare nel cestino dopo la vittoria elettorale. Ma un progetto realizzabile in quanto concepito e concordato con la società civile e dentro la società civile, le cui articolazioni sono quanto mai capillari e corpuscolari, nel senso di essere estese a tutto lo spessore della complessità sociale. È da qui che bisogna partire per la formulazione di un programma concreto, secondo passaggio dopo aver elaborato un progetto completo. Poiché il progetto è la cornice, il contenente, mentre il programma è il soggetto, il contenuto. Un progetto connettivo per un programma conclusivo, un processo collettivo per un progresso condiviso. Non sarà facile ma è proprio per questo che occorre cominciare in anticipo sui tempi canonici tradizionali. QUALE PROCESSO ? PROGETTO E PROGRESSO Cambiare se stessi per cambiare gli altri? Riprendiamo sommariamente, articolandolo ulteriormente, il discorso avviato in premessa. Giova ribadire la distinzione tra apartitici e apolitici. Poiché un conto è essere apolitici, un altro è essere apartitici. Un conto è essere contro la politica, un altro è andare oltre la politica. Non contro i partiti ma contro la “partitica” quindi “fuori” dai partiti. Non perché i partiti siano da aborrire o da abolire ma perché sono da cambiare. Ma se i partiti, cioè la po-

Maurizio Lupi

ravvedimento e resipiscenza. E non solo perché per una parte degli elettori può essere ancora tale, o perché per un’altra parte può essere ancora recuperata e riguadagnata al bene comune. Ma perché la politica ha bisogno in ogni caso di una seria rifondazione. Rinnovamento che può partire sia dall’interno che dall’esterno dei partiti. MAGGIORANZE SILENZIOSE MINORANZE SEDIZIOSE Un equivoco da evitare: come ieri veniva demonizzato il qualunquismo, oggi viene criminalizzato il populismo. A prescindere dal fatto che sono due fenomeni differenti (il qualunquismo è antipolitico cioè contro la politica, il populismo è antipartitico cioè contro i partiti ma fa politica) si tratta di feticci terminologici devianti e funzionali a polemiche di comodo, utili ad evitare di affrontare il merito delle questioni. Ecco perché una mission all’altezza dei problemi, riassunta nella sintesi di uno slogan, potrebbe proporsi oggi con la

seguente sequenza: “L’economia al primo posto, la politica al secondo, la cultura come valore, l’etica come sensore”. La politica dunque non al quarto posto ma al secondo, a conferma della sua importanza e rilevanza per la soluzione dei problemi comuni. Politica nelle più diverse forme (movimenti, non solo partiti, e opinioni, non solo istituzioni) e coi più differenti strumenti (liste civiche,anche se alla prova dei fatti la civica per eccellenza, quella nazionale di Monti, ha fatto flop rispetto alle previsioni). Più chiaramente: il mercato (l’economia) come motore, lo Stato (la politica) come vettore, la società (la cultura) come tutore, la persona (l’etica) sul palco d’onore. Nessuna parentela dunque né con maggioranze silenziose né con minoranze sediziose. Nessuna attinenza o connessione col qualunquismo d’antan o col populismo d’abord. Non quello arcaico di Guglielmo Giannini, patron dal qualunquismo storico dell’immediato dopoguerra, né col qualunquismo antipolitico, fenomeno ancora presente

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litica, sono lo specchio del Paese, per cambiare “loro”, gli eletti, occorre prima cambiare gli elettori. Cambiare noi stessi, appunto, per cambiare gli altri. Ecco perché “Libertà e processo” è un programma non “contro” qualcuno ma “per” qualcosa. Un progetto che guarda in alto ma comincia dal basso. Un percorso puntato in avanti ma che guarda al tuo “accanto”. Un cammino lungo fatto di piccoli passi. Un “progresso” graduale composto da un programma economico, un progetto politico, una proposta culturale, un profilo etico. Vale a dire un piano trasversale, un prodotto territoriale, un percorso popolare, un processo multipolare. interessi e valori “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. È l’articolo 49 della nostra Costituzione, l’unico dove vengono menzionati i partiti che, pur privi di personalità giuridica, sono libere “associazioni di interessi”, come dice la dottrina politica conclamata e consacrata. Solo interessi? No, i partiti, aggiungiamo noi, sono associazioni di interessi e anche di valori, di idee e pure di ideali. Come del resto qualunque organizzazione di uomini “liberi ed uguali”, essendo interessi e valori due parti indivisibili, due facce della stessa medaglia: la persona umana. Come lo è pure, nel proprio ambito e nella fattispecie di cui si parla, il binomio di libertà e processo. Una istanza di gente comune che non vuole solo cambiare “gli altri” ma che aspira a cambiare se stessa, condizione necessaria, anche se non sempre sufficiente, per cambiare gli altri. Ma comunque necessaria, cioè irrinunciabile. Anche perché, concludendo, va detto che gli attuali partiti – nonostante tutti i commendevoli sforzi – sembrano inadeguati a mettere in relazione gli interessi con i valori attraverso le idee e gli ideali. I partiti esistenti appaiono tuttora incapaci, nonostante tutta la buona volontà, a mettere in connessione l’economia con l’etica attraverso la politica e la cultura.

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RITORNA PROTAGONISTA DEL GIRO D’ITALIA
24 MAGGIO 2013
PONTEDILEGNO - VAL MARTELLO
Partenza della tappa decisiva del Giro d’Italia 2013

PONTEDILEGNO

Gli appuntamenti con la bici da strada proseguono in agosto:
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SABATO 3 AGOSTO: Gavia Day DOMENICA 4 AGOSTO: Mortirolo Day

Gregorio Gitti

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B UON O

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Dicono che questa è una delle poche realtà cittadine in cui resiste l’abitudine della spesa sotto casa… “Una volta, certo. Ma la mia esperienza odierna è quella di una clientela che, per ben l’85-90 per cento, viene da fuori”. GIOVANNA (Il Mercatino) Cosa tratta e a chi si rivolge? “Vendo biancheria per la casa. Il mio target è composto soprattutto da persone anziane: la clientela storica, quella che non ha la possibilità di raggiungere i centri commerciali e preferisce la chiacchierata”. Come sta vivendo la crisi? “C’è stato un netto calo delle vendite: non vendo pane o latte… una tovaglia si può anche non cambiare con frequenza. La rinuncia di un nuovo acquisto, non indispensabile, è la norma”. Come vede Sant’Eufemia? “Come un quartiere che mantiene ancora una grossa identità, come un vero e proprio paese, con i suoi pro e contro: tutti si conoscono e si salutano, ma tutti sanno anche tutto”. I commercianti di Via Indipendenza si danno manforte? “Quando si vuole organizzare qualcosa insieme – come le recenti serate con i negozi aperti o con la musica – lo si fa, però purtroppo queste manifestazioni, alla fine, non hanno grande risonanza. Anche se la ‘colpa’ non è certo nostra, ma del momento difficile”. Una lacuna della zona? “Pochi spazi per i parcheggi. Per noi commercianti, poi, non esistono agevolazioni per la sosta”. REMUS (I due Re, gelateria) Da quanto ha aperto? “La mia è un’attività recente: prima c’era una forneria, e sono qui da nemmeno un anno”. Come sta andando? “La stagione del gelato deve ancora arrivare, ma spero bene. Siamo uno dei pochi laboratori che trattano gusti particolari, come zucca, o cannella”.

/strade e quartieri
fu il camino inserito in questo locale: crea la location perfetta”. Non vi hanno mai detto che questa zona è un po’ vecchiotta? “Spesso. Ma a noi invece pare vitale. Poi, si vedrà nel tempo”. La vostra attività in due parole. “Tutto ciò che è in stile provenzale qui lo si trova: dal mobile, al complemento d’arredo, dai tessuti (tovaglie, tendaggi, copriletti...) ai bijoux, all’abbigliamento per donna e bambino e tante altre idee regalo”. MANUELA (La Locanda della Zia) Il suo è un locale davvero particolare… “È un locale prettamente serale. Nel crearlo, volevo fare ciò che cerco io quando esco la sera: jazz in sottofondo, candele… Insomma, il rilassamento tipico di fine giornata. È un ristorante per molti, ma non per tutti”. Ci descriva Sant’Eufemia. “Sono qui da sei anni, e devo dire che questo è ancora un piccolo borgo a misura d’uomo. Poi, lo vedo come l’angolino della ristorazione bresciana: ci sono diversi locali caratteristici e carini”. Chissà che concorrenza… “Macché! Pare strano, ma tra noi c’è una collaborazione davvero incredibile”.

Remus

Come ha imparato questo mestiere? “Ho avuto dei buoni maestri: per fare bene questo mestiere, ci stiamo passando la ricetta da insegnante ad allievo”. Che idea si è fatto di Sant’Eufemia? “È un paese un po’ chiuso. Dicono sia una realtà vecchiotta, ma io penso invece che si stia rigenerando”. ELENA (Maison et petit) Avete un altro negozio, da un anno, a Botticino sera: come sta andando qui? Perché proprio a Sant’Eufemia? “A Botticino lavoriamo davvero bene. Qui abbiamo aperto il primo di dicembre, quindi è presto per fare dei paragoni o per pronunciarci sul paese: diciamo che siamo sicuri del nostro prodotto e dei nostri prezzi, che non temono confronti. Per noi, a Sant’Eufemia, galeotto

Sant’Eufemia
un quartiere che fa paese

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di Alessandra Tonizzo

a popolosa frazione – oltre 3mila abitanti – ai piedi della Maddalena vive giorni tranquilli. Forse perché ha trovato il suo equilibrio, fatto di bilanciamenti ed eccezioni, in un quadro pressoché unico. A un passo dal caotico e glamour viale Venezia e dal movimentato Borgo Wührer, Sant’Eufemia è un quartiere che veste i panni di un paesello a tutto tondo, ove le chiacchiere a bordo strada si fanno sino a tarda sera, ci si conosce tutti e le botteghe sono quelle di una volta. La vocazione religiosa del borgo – che si sviluppò verso il 1008 attorno al mo-

nastero di cui porta il nome – si evince dalle splendide chiesette, dalle santelle, gli affreschi e la recente Via Lucis (contraltare artistico, tutto bresciano, della via crucis), nonché dagli oratori, sempre vissuti dai più giovani. Un centro analisi per servizi diagnostici, l’Asl, numerosi negozi: a Sant’Eufemia – specialmente in via Indipendenza, l’anima commerciale della frazione – non manca niente. L’unico tema caldo resta quello dei parcheggi, scarsi e quasi tutti a pagamento. Ma per chi vuol fare quattro passi senza fretta, sognando altri tempi, Sant’Eufemia va benissimo: una panchina per sostare non manca mai.

CI RACCONTANO Sant’Eufemia

LAURA CORSINI (Caffè Agust) Come descriverebbe, con un aggettivo, Sant’Eufemia? “Visti i tempi che corrono, Sant’Eufemia è ancora un angolino di tranquillità, un posto vivibile”. La zona è movimentata? “Di giovani non se ne vedono molti: la fascia d’età corrisponde ad adulti e anziani. Di giorno qui c’è un discreto passaggio, è la sera che si svuota”.

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CI RACCONTANO rezzato a Rezzato sono stati meravigliosi anche a livello lavorativo. Questo paese offre tanti servizi (piscina, cinema, biblioteca, ecc.), ed è un bel posto dove vivere”. Lei vende e noleggia dvd. Com’è cambiato il suo lavoro nel tempo? “Non è un buon momento e come tutti sappiamo tanti negozi stanno chiudendo, anche qui. Nel mio caso io ho due tipi di problematiche da qualche anno a questa parte: quella della crisi e quella della pirateria. Il pirata non solo toglie i contributi agli artisti ma anche tanti, troppi posti di lavoro. Inutile dire che una volta si lavorava molto di più”. Una cosa che le piace particolarmente di Rezzato? “Mi piace molto il fatto che sia vicino alla città e che mantenga, allo stesso tempo, alcune attività commerciali diverse rispetto a quelle cittadine, come ad esempio le botteghe o i piccoli negozi di alimentari. Un contesto familiare che permette di instaurare un rapporto umano con il cliente, che secondo me si sta perdendo”. Giusy Manenti (La bottega dei popoli) Via IV Novembre Come si trova a Rezzato? “Molto bene, l’unica nota negativa è il traffico. È gestito male. Per il resto il paese offre molti servizi”. Perché oggi vale la pena acquistare

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equosolidale? “Principalmente per due motivi: il primo è quello sociale, perché facendo un acquisto qui si possono aiutare persone o popoli in difficoltà, il secondo invece è legato ai prodotti in quanto tali: sono sicuramente più naturali e, nel caso della frutta, biologici”. A livello amministrativo com’è gestito Rezzato? “L’Amministrazione lavora bene; come dicevo prima dovrebbe cercare di gestire meglio il traffico. Per il resto non ho niente per cui lamentarmi, le iniziative e le idee non mancano”. Laura Migliorati (Tabaccheria) Via IV Novembre Rezzato: pro e contro. “Io non sono di Rezzato, ma lo sono le mie origini e lavoro qui da diverso tempo. Devo dire che è un paese attivo, c’è movimento. L’unica nota negativa è costituita dal traffico, dovrebbero costruire più parcheggi o comunque trovare un modo per limitarlo e gestirlo. Il paese è ben servito, però non capisco, ad esempio, perché non ci siano collegamenti con Botticino”. Rezzatesi… persone di paese o di città? “Rezzato è vicino alla città ma le persone sono di paese. La gente di Rezzato è cortese ed è ben disposta a fare due chiacchiere”.

Maria Pasquali (Magic Disco) Via IV Novembre

Maria Pasquali

Lei è di Rezzato? “No ma abito qui da quando mi sono sposata, trentadue anni. I primi tempi

Rezzato

voce ai passanti
Elena, 70 anni “Rezzato è il mio paese e mi piace tantissimo vivere qui: è ricco di storia e con tanti servizi”. Marco, 25 anni “Qui si sta bene. Forse il lato che mi piace meno è il numero troppo alto di stranieri che vive qui”. Adele, 38 anni “Rezzato mi piace molto perché anche se vicino alla città ha mantenuto nel tempo alcuni negozi tradizionali, le botteghe, proprio come una volta. È molto bello anche il rapporto che si crea con il commerciante, di fiducia e amicizia”. Giuseppe, 75 anni “Oltre ad essere un paese a misura d’uomo, Rezzato possiede un patrimonio storico e artistico importante tra cui una biblioteca di libri antichi, presso il monastero di San Pietro in Colle che merita d’esser vista”. Federica, 31 anni “Un bel paese ma con molto traffico e pochi parcheggi”.

la tradizione che piace

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di Elena Dalia

ttivo, movimentato, organizzato e multietnico. Un paese di circa 13mila abitanti, a misura d’uomo, ideale per farci una famiglia. Questo è Rezzato, dove le persone sono cordiali e si fermano volentieri a fare due chiacchiere con il sorriso sulle labbra, come Elena e Giuseppe, una coppia di rezzatesi, amanti del proprio paese. Il paese è ricco di storia e cultura, testimoniate dalla presenza di maestose e antiche dimore – come Villa Fenaroli

oppure Villa Chizzoli, dove a metà Cinquecento nacque la prima accademia di agricoltura del mondo che vide tra i suoi allievi anche Niccolò Tartaglia – e del Convento di San Pietro in Colle, costruito nel 1008 e sede dei frati francescani minori e di una biblioteca con manoscritti e libri molto antichi. Il commercio e la lavorazione del marmo, proveniente dalle vicine cave di Botticino, hanno rappresentato tradizionalmente le principali attività economiche di Rezzato, tanto che i suoi maestri scalpellini sono famosi in tutto il mondo. Un polo economico importante, che offre

occupazione agli abitanti del luogo, è rappresentato dal gruppo Officine Meccaniche Rezzatesi, tra i principali fornitori della General Motors e delle case automobilistiche Fiat e Ferrari, e dalla grande fabbrica di cemento della Italcementi, sorta negli anni ’60 nel territorio tra Rezzato e Mazzano. Nonostante l’industrializzazione e la vicinanza con la città, il paese ha mantenuto diverse botteghe e negozi tipici, dove si possono trovare prodotti di qualità e un’atmosfera familiare e accogliente che, in questi tempi di crisi, scalda il cuore. Unica nota negativa: il traffico.

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Loredana Astolfi (Bar Biciopapao) Via Italia Come si vive a Rezzato? “Abito qui da venticinque anni e non mi trovo più molto bene perché ci sono tanti stranieri rispetto a una volta. Poi si sente molto la crisi. Fino a una quindicina di anni fa qui era tutta gente del paese e il lavoro non mancava”. È vero che la gente arriva a rinunciare anche a un caffè? “Sì, è vero. Le persone cercano di tagliare il più possibile, giustamente, perché la crisi c’è e tutti la sentono”. Diana Volpini (La casa del dolce) Via Italia Ha aperto il suo negozio da gennaio. Perché ha scelto proprio Rezzato? “Sono di Rezzato ma ho studiato e sono cresciuta in città. Ho deciso di aprire qui perché il paese mi piace tantissimo: è vicino alla città ma ne è fuori, è tranquillo ma allo stesso tempo vivo, c’è poca crimiLe nostre domande a… nalità e non ci si sente soffocati. Inoltre, la gentilezza e la disponibilità delle persone di paese è impagabile. Penso sia il luogo ideale per far crescere i propri figli”. Perché un negozio di caramelle e dolciumi? “Penso che in questo periodo di crisi forse non è un buon momento per aprire un nuovo negozio però allo stesso tempo credo anche che il vero modo per uscire dalla crisi sia inventarsi nuove opportunità e offrire nuovi servizi. Quest’idea mi ha portato fin qui, devo dire che sono molto felice e spero che continui così”.

Diana Volpini

Enrico Danesi, Sindaco di Rezzato
I rezzatesi dicono che ci sono pochi parcheggi, troppo affollamento e tantissimo traffico. Lei cosa risponde? “Rezzato è un paese trafficato per due motivi: il primo è legato alla presenza della tangenziale (molti preferiscono uscirne per evitare il traffico passando per le vie del paese) e il secondo è la difficoltà di trovare spazi disponibili per costruire nuovi parcheggi. Quest’impossibilità genera traffico, però è anche vero che alcuni commercianti vorrebbero la pedonalizzazione del centro storico, Piazza Vantini in particolare. Certamente la piazza sarebbe ancora più bella senza macchine ma bisogna cercare di soddisfare le esigenze di tutti i cittadini”. Questione extracomunitari. Sono ben integrati a Rezzato? Iniziative da parte dell’Amministrazione? “Rezzato è un paese con circa 14.000 abitanti e conta approssimativamente 1.750 extracomunitari. I numeri sono in linea con altri paesi vicini. Ritengo che nel nostro paese gli extracomunitari siano per lo più ben integrati. Teniamo molto a quest’aspetto, infatti, organizziamo o sosteniamo diverse iniziative volte all’integrazione, tra cui: La festa dei popoli, Le cene etniche (dove le donne di varie nazionalità cucinano e propongono i loro piatti tipici) e altri eventi culturali che puntano all’accoglienza di culture diverse”. Tanti negozi stanno chiudendo anche a Rezzato. Come si sta impegnando l’Amministrazione per aiutare i commercianti in questo momento di grave crisi economica? “Devo dire che a Rezzato, in particolare nel centro storico, c’è un ricambio forte nel senso che se un negozio chiude ne apre subito un altro, con un’altra gestione e un’altra tipologia merceologica. Anche qui, comunque, si sente molto la crisi, come nel resto

d’Italia. Noi, insieme a Serle, Botticino e Mazzano, abbiamo provato ad aiutare i commercianti con l’iniziativa dei Distretti del Commercio, in particolare per quanto riguarda la riqualificazione dei negozi e del mercato. Purtroppo non è facile soddisfare tutte le richieste dei commercianti (per esempio la richiesta di riqualificazione delle strade) perché siamo bloccati dal Patto di Stabilità che incide concretamente sull’attività dei Comuni”.

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utili ma a come assorbire e ripianare le perdite (23 milioni di euro di sbilancio nel primo anno di esercizio, perdita destinata a salire a regime e mitigata solo in parte da un promesso contributo regionale annuo di 8 milioni di euro). Un caso di imprevidenza economica, pur nella indubbia utilità (differita) dell’opera, basti pensare che all’epoca della sua proposizione era stata garantita, sulla base di un apposito project financing, la assoluta redditività dell’iniziativa. Redditività che forse potrebbe essere raggiunta con l’estensione della rete al territorio della provincia, come sostiene da tempo con buone ragioni Valerio Prignacchi, presidente di Brescia Mobilità, per la cui realizzazione tuttavia, a prescindere dai tempi di attuazione, mancano comunque le risorse immediate. Al secondo posto la Brebemi, l’autostrada Brescia-Bergamo-Milano, il cui completamento è previsto per la fine del 2014, in ogni caso in tempo per l’Expo 2015 da cui si attendono importanti ricadute su Brescia (ricadute impossibili o quantomeno improbabili in assenza di una infrastruttura come la Brebemi). Ebbene, si può dire che grazie alla Brebemi l’emergenza stia per essere archiviata? Secondo Bettoni la risposta, come abbiamo ricordato in premessa, è affermativa. Soffermiamoci a pensare per un momento, come spiega Bettoni, a cosa sarà Brescia tra poco più di un anno: Metropolitana, Brebemi, Corda Molle, Alta Velocità, viabilità locale fortemente migliorata dalle opere secondarie e complementari realizzate da Brebemi. Non va dimenticato inoltre - è sempre Bettoni a dichiararlo - che nonostante tutti i ritardi e la criticità un moderno aeroporto sul nostro territorio esiste. Certo deve essere valorizzato, ma un giorno o l’altro qualcuno si incaricherà di farlo. La realizzazione della ferrovia ad Alta Velocità tra Brescia e Milano è un altro grande asset che si aggiunge agli altri. Si tratta di vari addendi che, messi insieme, fanno dire a Bettoni che Brescia e il suo territorio saranno tra qualche anno tra i più moderni ed infrastrutturati a livello europeo. Al terzo posto la Fiera di Brescia, la cui dimensione oggettivamente modesta ne ha condizionato sin dall’inizio una congrua fruibilità penalizzandone i bilanci, i cui conti sono cronicamente in rosso con perdite che possono comprometterne il futuro, a meno che non si ricorra a un piano di razionalizzazione-integrazione con la struttura fieristica di Montichiari (polmone terziario di dimensione subregionale e interprovinciale). Struttura quest’ultima che, opportunamente gestita, potrebbe proficuamente interagire con quella di Brescia in modo sinergico e complementare, senza inuti-

territoriali, funzionali, digitali, culturali
Metropolitana, Brebemi, Fiera, Aeroporto, A2A, Corda Molle, Alta Velocità: tutto (quasi) pronto in vista dell’Expo universale 2015
BRESCIA, PRIMA EURO-PROVINCIA D’ITALIA?
di Alessandro Cheula

LE INFRASTRUTTURE

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rescia come la Baviera? La provincia bresciana come il BadenWürttemberg? Tra qualche anno, è il parere del presidente della Cdc Franco Bettoni, Brescia e il suo territorio saranno tra i più infrastrutturati, moderni ed efficienti non solo d’Italia ma anche del Sud-Europa. Affermazione azzardata? No, ambiziosa forse, ma non azzardata. Perché affrontare il tema delle infrastrutture? Per il fatto ovvio quanto evidente che si tratta del problema più urgente e cogente data l’importanza strategica che riveste per l’economia e la società bresciane. Dopo l’apertura dei cantieri della Brebemi, ormai entrati nella fase conclusiva, si può dire che il momento emergenziale del problema infrastrutturale locale sia superato, o quantomeno avviato a soluzione, come dichiara Franco Bettoni, presidente della Camera di Commercio di Brescia? Parliamo di superamento della emergenza del problema, cioè della sua fase acuta, non del problema, la cui immanenza e incombenza sono ancora attuali. È il caso infatti di alcuni aspetti relativi alle opere citate, aspetti che potremmo annoverare quali perduranti punti critici dell’assetto infrastrutturale bresciano.

Tralasciando ipotesi suggestive quali il traforo della Maddalena, e prescindendo da ipotesi superate dai fatti quali l’autostrada della Valtrompia, superate non perché risolte ma perché rimosse dalla progressiva deindustrializzazione delle stessa valle, i problemi odierni riguardano opere fondamentali per il futuro di Brescia. Alcune realizzate, altre in corso di realizzazione, altre ancora

da realizzare. Si tratta di: Metropolitana Leggera, Brebemi, Fiera, Aeroporto di Montichiari, Corda Molle, Alta Velocità e A2A. Al primo posto la Metropolitana leggera cittadina, importante infrastruttura urbana inaugurata il 2 marzo scorso, a proposito della quale, prima ancora della sua entrata in funzione, si sta pensando non a come impiegare gli

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li sovrapposizioni o duplicazioni. Come nel caso dell’aeroporto di Montichiari, anche per la fiera di Brescia vale il discorso dell’ubicazione. Vale a dire il trovarsi a metà strada tra due poli terziari affermati e attrezzati, quali Verona e Milano, di valenza internazionale, il secondo dei quali è addirittura la maggiore struttura fieristica del mondo con servizi efficienti e competitivi quali pochi altri. Un contesto nel quale la fiera di Brescia, analogamente all’aeroporto, non può che ritagliarsi un ruolo oggettivamente marginale e subalterno. Il che non sarebbe di per sé un male, se non fosse un servizio cronicamente in perdita. Al quarto posto l’aeroporto di Montichiari che, pur in presenza di una dotazione strutturale invidiabile (la pista abilitata all’atterragio dei jumbo) non ha mai potuto “decollare” secondo le proprie potenzialità per cause sia soggettive (campanilistiche cioè “politiche”) sia oggettive (geografiche e geoeconomiche, in primis la vicinanza a due efficienti e competitivi scali quali Verona e Bergamo). Come sostenuto da più fonti, il futuro di Montichiari, infrastruttura suscettibile di grande sviluppo per una provincia come Brescia, è nello scalo merci , un hub commerciale che, grazie alla concomitante crisi di Malpensa, potrebbe costituire una opportunità infrastrutturale ottimale per l’intera Italia settentrionale. Tutto ciò a prescindere dalla recente decisione ministreriale di assegnare a Verona le titolarità della gestione di Montichiari. Al quinto posto A2A, la grande utility lombarda risultato della fusione tra Asm di Brescia e Aem di Milano. Utility fondata su una divisione del lavoro che ha assegnato a Milano la gestione dell’energia e a Brescia il comparto ambientale, con una ripartizione dei compiti che, se non da tutti unanimemente condivisa, valorizzerà le potenzialità e specificità dei due partners a vantaggio delle province interessate. Anche se il “discorso” su A2A sarebbe, oltre che “lungo” come tutti i discorsi di questo tipo, assai opinabile, stando a certe affermazioni - si veda lo stesso sindaco di Brescia, Adriano Paroli - tendenti a revocare in dubbio esplicitamente, sia pure con il senno di poi, la stessa opportunità dell’opera, mettendone in discussione a posteriori la plausibilità. Ma anche Bettoni è sulla stessa lunghezza d’onda di coloro che mettono in dubbio la razionalità della fusione, laddove afferma che “la aggregazione con Milano era, nelle premesse, una grande operazione: mi auguro che alla base ci fosse un piano industriale importante e condiviso, diversamente farei molta fatica a capire perché è stata fatta l’operazione”.

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INFRASTRUTTURE FUNZIONALI: Polo logistico intermodale e centrale turbogas
tente, contrariamente a quanto si possa pensare, di quella siderurgica (acciaio), metallurgica (rame-ottone) e delle armi, sia per ragioni politiche (i voti) sia per motivi economici (le banche, di cui gli agricoltori sono stakeholder di riferimento cioè creditori “privilegiati” in quanto depositanti titolari di consistenti liquidità) sia infine per rilevanza nazionale (Brescia è la prima provincia zootecnica d’Italia e prima produttrice di latte a livello nazionale con quasi 12 milioni di quintali annui, ben oltre il 10% del totale). La seconda, il polo logistico intermodale o interporto, è come l’araba fenice: dove potrebbe trovarsi tutti lo sanno (la Piccola Velocità) ma cosa possa essere nessuno lo sa. Sia per il fatto che le Ferrovie dello Stato, titolari della Piccola Velocità, sono un pachiderma inamovibile (come gli enti pubblici e privati bresciani interessati quali Brescia Mobilità presieduta da

M

Impianto Idroelettrico del Resio Stazione Elevatrice.

a a concorrere alla formazione di un moderno polo infrastrutturale non ci sono solo le infrastrutture territoriali. Se da queste passiamo a quelle direttamente funzionali all’apparato produttivo, lo scenario diventa ancor più incerto e nebuloso. Si tratta infatti di ipotesi credibili ma allo stato dei fatti poco pro-

babili: la centrale termoelettrica turbogas e il centro intermodale. La prima è una infrastruttura necessaria per una provincia energivora come Brescia (grande consumatrice di energia) ma bocciata a suo tempo dalla Regione Lombardia per la pressione della “lobby del latte”, gli agricoltori della Bassa, la più potente lobby bresciana. Più po-

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Valerio Prignacchi e Aib di Giancarlo Dallera hanno avuto modo di verificare), sia per la ragione che ipotesi alternative come Azzano Mella sono improbabili. hub intercontinentale, primo in Italia e terzo in Europa dopo Londra e Francoforte. Utopia? No. Lo hanno dimostrato, dati alla mano, imprenditori e operatori in un convegno tenuto a Milano a fine febbraio scorso. Ugo Calzoni, manager bresciano con esperienza professionale nelle infrastrutture fieristiche (è presidente della Fiera di Pescara) propone per aeroporto e fiera di Brescia l’apertura del capitale ai privati, sulla base di esperienze analoghe da lui stesso promosse in altri contesti. Invito prontamente recepito e recentemente ribadito nel corso di un convegno sul “Sistema aeroportuale della Valle Padana” da Bernardo Caprotti, fondatore e patron della Esselunga, che ha assicurato il proprio coinvolgimento diretto in un eventuale quanto auspicabile piano di rilancio di Montichiari come scalo commerciale del lombardoveneto al servizio dell’intera economia nazionale. A tale ruolo Montichiari è chiamato per la sua straordinaria ubicazione geografica e geoeconomica, una localizzazione assolutamente unica nel panorama nazionale che consentirebbe allo scalo bresciano di porsi quale perno (hub) per tutto il sistema-Paese. A ciò vocato, come se non bastasse, anche dalla prossima presenza di una stazione Tav (Alta Velocità). Ben oltre dunque l’attuale Malpensa, definita da tutti come una “promessa non mantenuta”, al cui confronto Montichiari offrirebbe ben altre opportunità e potenzialità. La proposta di fare di Montichiari un hub intercontinentale di valenza nazionale ed importanza europea potrebbe rivelarsi, finalmente, l’unica in grado di superare l’ostacolo principale che si frappone all’ingresso dei privati nel capitale del D’Annunzio, vale a dire l’attuale cronica antieconomicità del D’Annunzio.

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Crelove: una banca per fare banca, non per fare finanza Una banca “cerniera” tra nord ovest e nord est
La fusione tra Mittel e Hopa, passata sotto una coltre di ovattato silenzio, ha concluso, è il caso di sottolineare non essendo ancora stato adeguatamente percepito, un processo di concentrazione bancario - finanziaria radicale e strutturale durato quasi un quindicennio: dal 1998 (Banca San Paolo-Credito Agrario Bresciano) ai giorni nostri. Processo a conclusione del quale l’assetto della finanza bresciana ne è uscito completamente trasformato e pronto, si spera, a intercettare l’avvento della ripresa e il successivo aggancio alla crescita. Cosa che sta peraltro nelle dichiarate intenzioni del “Crelove-Credito Lombardo Veneto”, la nuova banca con sede a Brescia operativa dall’11 marzo scorso. Presieduta e guidata da Franco Spinelli (vicepresidenti Aldo Bonomi – vicario – e Giambattista Bruni Conter, Franco Ziliani e Gianfranco Dallera azionisti importanti, Alberto Campana direttore generale) con l’esplicito obiettivo di inserirsi nello spazio interposto tra i grandi istituti bancari “deterritorializzati” e le piccole banche locali, la nuova banca, frutto dell’apporto di oltre un centinaio di soci provenienti da province lombarde (Bergamo-Brescia, Cremona-Mantova) e venete (Verona-Vicenza), avrà una dimensione regionale e una vocazione industriale. Sarà cioè una “banca per l’industria” sull’esempio di quella che fu la Ubn di Francesco Perlasca, di cui potrebbe essere idealmente erede e continuatrice, all’insegna dello slogan “cerniera tra Nord Ovest e Nord Est”, trattandosi di un istituto che, in quanto lombardo-veneto, è istituzionalmente frontiera tra Lombardia orientale e Veneto occidentale. Una “banca per fare banca, non per fare finanza”.

BASILEA 3: UN ALTRO PASSO IN AVANTI DECISIVO VERSO L’ARMONIZZAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO
Sarà anche l’Europa delle banche ad aver forgiato l’euro e l’area geoeconomica europea che ha adottato la nuova moneta, ma va detto che in un sistema di mercato evoluto e di libero scambio senza le banche non è possibile garantire né l’uno né l’altro. Le banche, dunque, sono condizione fondamentale per la creazione di una unione economica e monetaria, come questa è elemento altrettanto fondativo per la realizzazione dell’Europa politica federale. Ciò per dire che tra la vituperata (demagogicamente) Europa della banca e della finanza, e l’agognata (spesso strumentalmente) Europa delle nazioni o dei popoli, uno degli elementi adesivi (coesivi) di primaria importanza è dato dal credito, quindi dalle banche. Insomma,

Calzoni e Caprotti: Montichiari ai privati per farne l’hub intercontinentale del nord, primo in Italia e terzo in Europa
Dopo il conferimento al “Catullo” di Verona della gestione integrale del “D’Annunzio” di Brescia, quest’ultimo ha di fronte a sé una occasione unica e irripetibile, realmente fattibile e realisticamente proponibile. Fare di Montichiari, data la sua invidiabile e privilegiata posizione al centro della Valle Padana (fu Napoleone il primo a scoprirlo quando venne in Italia, tanto è vero che ne fece il suo polo logistico) un

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senza le banche e la loro funzione prioritaria di erogazione del credito, non sarebbe possibile fornire la base economica per la costruzione dell’Europa politica, sbocco ultimo dell’Unione Europea e del processo di integrazione continentale. Per dire che la polemica contro la cosiddetta “Europa delle banche” è speciosa e pretestuosa, perché senza di esse non vi sarebbero gli strumenti per la gestione dell’euro,anzi per l’esistenza dell’euro stesso. Prendersela con le banche significa allora lavorare contro l’euro augurandosene la fine e il ritorno alle monete nazionali. Nella fattispecie italiana il ripristino della nostra liretta, con la conseguenza di una micidiale svalutazione che l’Europa giustamente ci farebbe pagare in quanto “traditori” dell’ideale europeo dopo oltre mezzo secolo di condivisione (per acquistare un euro non basteranno 1986 lire ma almeno il 4050% in più,il che significa poco meno di tremila lire).

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PRIMA L’UOVO O LA GALLINA? (PRIMA L’EURO O L’EUROPA?)
Le banche, per quanto in questi ultimi anni siano state al centro di critiche e accuse molto aspre, sono e rimarranno una formidabile cinghia di collegamento alla base di qualsiasi sistema economico da cui non solo non si può prescindere ma che va salvaguardato come bene comune. È per questo che ogni norma che crea solidità e sicurezza al sistema bancario va vista con favore da qualunque parte la si osservi. Basilea 3 forse non sarà la risposta definitiva e probabilmente neppure la migliore, ma rappresenta sicuramente un altro importante passo nella direzione giusta. Anche nella direzione dell’Europa dei popoli, cioè quella politica e federale, non solo delle banche, quella economica e monetaria. Ma, detto per inciso e conclusivamente, quanto è fondata la domanda di coloro che si chiedono se è meglio prima l’uovo o la gallina (se è meglio creare la moneta prima dello Stato, all’opposto di ciò che è avvenuto in tutte la altre formazioni storico-politiche?) La domanda è strumentale in quanto riflette un falso problema. Nella particolare formazione dell’unità europea,dove non era possibile per ovvie ragioni partire dall’unione politica tout court, era necessario seguire un percorso graduale inverso a quello di altre analoghe formazioni storiche statuali. Un percorso il cui iter, necessariamente, poneva l’economia e quindi la moneta alla base del processo unitario, mentre la politica ne sarebbe stata lo sbocco finale. Insomma, un processo a tre stadi dove al mercato comune (il Mec) è succeduta la Comunità economica europea (la Cee), a questa la Unione monetaria (la Ue) per approdare infine all’Europa politica federale (gli Stati Uniti d’Europa). Per i quali saranno necessari, ben che vada e crisi permettendo, almeno altri vent’anni, a giudicare dal ventennio che ci separa da Maastricht e dalle decisioni che hanno dato vita all’euro. In mezzo ci stanno le banche e Basilea 1,2 e 3 ,poiché la tenuta del sistema bancario, come insegna la crisi che stiamo attraversando e come ci dicono le sagge determinazioni della Bce di Mario Draghi, è la condizione per la tenuta dell’Europa economica e monetaria, e questa è il fondamento della costruzione dell’Europa politica e federale.

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bilità a breve. Meglio sarebbe invece parlare, prima ancora che di una improbabile crescita, quantomeno di una possibile ripresa, essendo questa condizione di quella. Se per la ripresa basta il ritorno del mercato, per la crescita occorre la ripresa della politica, cosa che da noi appare per ora molto ardua per non dire remota. Per quanto riguarda il primo aspetto, la ripresa, non aggiungeremo la nostra voce alle centinaia già ascoltate, poiché essa arriverà quando si creeranno le condizioni interne e internazionali che la renderanno possibile, e che per ora non si vedono. Per quanto riguarda il secondo aspetto, la crescita, va posta una domanda: vi siete mai chiesti quanti sono gli economisti, presunti o sedicenti tali, che danno ricette, elaborano formule e propongono pozioni più o meno magiche per propiziarla? Sono diverse centinaia infatti, solo per stare in Italia, gli analisti, gli esperti, i giornalisti, gli editorialisti, i “fondisti”, gli opinion leader, gli opinion maker che ogni giorno sui giornali, sul web, sui blog, su Internet o in televisione tranciano previsioni e trinciano profezie per uscire dalla crisi, ma ancora non si è visto come e quando ne usciremo. Anzi, pare invece che le soluzioni si allontanino e che ci avvitiamo sempre più in una spirale di recessione di cui non si vede la fine. “Crescita” è diventata la parola magica, il totem cui tutti si inchinano e intonano “danze della pioggia” o riti propiziatori, ma è anche un tabù da cui tutti rifuggono inconsciamente nel momento stesso in cui a parole ne invocano l’avvento e ne ammettono la necessità. Non solo Tremonti le cui tre manovre della estate 2011 erano depressive, ma anche Monti, la cui ponderosa “madre di tutte le manovre” si è rivelata altrettanto depressiva più che espansiva. Anzi, è mancato poco che il sofferto parto del Governo si rivelasse una misura recessiva, come è stato osservato peraltro da un liberista (nonchè consulente del governo Monti) quale Francesco Giavazzi, per via dei “due tempi”: prima la messa in sicurezza dei conti, e poi la crescita, ossia le liberalizzazioni e privatizzazioni. Dimenticando che la politica dei “due tempi”, come ricorderà chi ha un minimo di memoria storica (rammentate il famigerato e ossessivo “prima la congiuntura e poi la struttura” dei governi delle prima Repubblica?) non ha mai portato ai risultati sperati. Allo stesso modo vale il rapporto tra ripresa e crescita. Perché continuiamo a illuderci che vi possa essere crescita senza ripresa? Perché insistiamo nel pensare che possa darsi una crescita nazionale senza una previa ripresa internazionale o quantomeno continentale, europea?

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Tra economia reale e virtuale dove sta l’economia ideale?
Ovviamente non esiste, o esiste solo nei testi accademici o nelle buone intenzioni degli economisti o nelle simulazioni di laboratorio, poiché l’economia ideale per essere tale deve o dovrebbe poggiare sulla innovazione permanente, cioè senza soluzione di continuità: condizione necessaria ma non sufficiente del cambiamento, che a sua volta è condizione necessaria della crescita.

Fuori dalle utopie filosofiche, poiché anche l’innovazione più avanzata per essere fattore di sviluppo deve misurarsi con il mercato e con la sua capacità di assorbimento, l’innovazione più che permanente deve essere realmente coefficiente con il contesto in cui opera, cioè aderirvi dissodandolo e fecondandolo per farlo fruttificare. L’innovazione è insomma il vero “fertilizzante” dell’economia. La crisi in cui siamo immersi ormai da sei-sette anni ne è, per converso, un conferma. Ma anche se la crisi scoraggia o ritarda gli investimenti, non dobbiamo rinunciare ad investire

in innovazione poiché senza di questa non potremo intercettare la ripresa quando si deciderà ad arrivare. Si vedano gli Stati Uniti, che stanno uscendo dalla recessione grazie all’innovazione. O la Germania, che una vera recessione non l’ha vista. Parlare di progetti “per uscire dalla crisi” è velleitario, oltre che banalmente ottimistico, inutilmente futuristico e vanamente probabilistico. Per uscire dalla crisi che stiamo vivendo forse non occorreranno altri dieci anni, come ha detto con sconfortante pessimismo l’economista francese Jean Paul Fitoussi all’ultimo forum Ambrosetti, ma certo non basteranno i prossimi due anni. Crescita è una variabile ancora troppo indipendente dal novero delle possi-

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Prima la ripresa, poi la crescita
Domanda: come è possibile una crescita senza una preliminare ripresa? Certo che la crescita porta con sé la ripresa, ma come è possibile la prima in assenza della seconda? Si continua invece a recitare il mantra della crescita - è la parola più abusata e inflazionata del momento - senza minimamente pensare alla ripresa. La luce in fondo al tunnel? Quante volte abbiamo sentito evocare questa metàfora? Più che alla fiera delle vanità siamo alla fiera delle banalità, alla rassegna delle ovvietà , al trionfo delle chiacchiere. Per ogni Nouriel Roubini, l’economista irano-americano che ebbe la ventura di “indovinare” (non certo prevedere) la crisi poco prima che arrivasse, ci sono mille Carneadi che fanno a spintoni e gomitate per scrutare chi avvisterà la ripresa, come la vedetta delle caravelle di Colombo che per prima avvistò il Nuovo Mondo (Terra! Terra!) dopo tre mesi di navigazione solitaria. Noi siamo da sei anni in balìa dei venti e delle maree della crisi più globale di tutte le crisi, anzi la prima crisi dell’età globale. A volte sembra che la tempesta ci porti a riva, altre che ci sospinga di nuovo in mare aperto. Ma la terra, la terra promessa della ripresa, e più ancora l’Eden della crescita, sono ancora di là da venire. Ciononostante dobbiamo sforzarci di fare quanto è nelle nostre scarse possibilità per trovare una via di uscita. Proviamo allora a formulare una strada per dare un contributo non alla soluzione ma alla riflessione. Non è una novità poiché a Brescia sono anni che si discute di queste cose in pressoché tutte le sedi pubbliche e private (Università e docenti della facoltà di economia, Aib di Giancarlo Dallera, Camera di Commercio di Franco Bettoni, a suo tempo pure l’Api di Flavio Pasotti (ora immersa in un ovattato silenzio), voci alle quali si è affiancata ultimamente anche la “moral suasion” della Prefettura nella persona del prefetto Livia Narcisa Brassesco Pace).

Quale innovazione per superare la crisi?
Certo che occorre investire ma investire dove, in quali comparti e prodotti, in quali settori e processi se non c’è mercato o se il mercato è sempre più saturo? E innovare come, se essere competitivi significa misurarsi con competitori attrezzati come i paesi a tecnologia avanzata (Stati Uniti e Germania), e aggressivi come quelli a basso costo del lavoro (Cina e India)? Riempirsi la bocca di “innovazione” è

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facile. Politici professionisti (a tempo pieno e indeterminato, purtroppo) ed economisti dilettanti (a tempo parziale e determinato) lo fanno ogni giorno. Senza tener conto che, se è difficile innovare in tempi normali, è ancora più arduo farlo in tempi di crisi. A maggior ragione in presenza di una restrizione del credito come quella in atto nei paesi dell’eurozona (del fiscal compact, tanto per essere chiari, e dell’austerità a senso unico che preferisce le politiche recessive e deflazionistiche alle politiche accrescitive e inflazionistiche). Ripetiamo la domanda: certo che va bene investire, ma investire dove se non c’è mercato? E investire come se tutto è saturo? Ma quale tipologia di innovazione per una provincia che, a prescindere dalla crisi che ne sta penalizzando i settori più maturi e più esposti alla concorrenza globale, è da sempre regina dei prodotti maturi e madrina dei processi moderni? Per una realtà con migliaia di piccoli grandi solisti, tuttora individualisti, dove mancano le dimensioni aziendali e i driver per la ricerca? Per una economia dove nascono nuove aziende ma non ancora nuovi prodotti? Una innovazione degna di questo nome deve tener conto della caretteristiche specifiche del cosiddetto “sistema Brescia”. impresa postfordista mirata al mercato. Una microeconomia che va inserita nello scenario macroeconomico attuale, essendo la globalità per definizione un fenomeno dilatato all’intero pianeta e dunque interconnesso, interdipendente e interagente. Uno scenario a due dimensioni. Quella di una crisi globale dove la crescita non va confusa con la ripresa, dal momento che la crescita richiede come condizione la ripresa poiché se questa non c’è non si dà neppure quella; quella di una crisi locale dove non si può dare coesione (patto) sociale nell’economia se prima non c’è a monte coesione nazionale nella politica. Per ciò affermiamo che, se per uscire dalla crisi è sufficiente la ripresa del mercato, per la crescita è necessaria la ripresa della politica. Il fatto è che purtroppo ci mancano sia la guida politica sia la ripresa dell’economia.

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Industria matura e innovativa sono due facce della stessa medaglia produttiva, progressiva e propulsiva
C’è chi sembra dimenticare un altro aspetto essenziale della questione, non solo nominale ma sostanziale. Ciò che viene corrivamente chiamato, con una punta di evidente seppur sfumata sufficienza, «tradizionale», altro non è che il settore manifatturiero, parte fondamentale di quella «economia reale» (l’industria) della quale tutti auspicano il ritorno dopo i danni e le delusioni della cosidetta «economia virtuale» (la finanza). Certo occorre un modo di fare industria aggiornato alle nuove tecnologie produttive e adeguato alle nuove sensibilità ecologiche e ambientali. Certamente occorre tenere conto del terziario avanzato, dei servizi e di tutti quei comparti che oggi concorrono alla

Si scrive Brescia, si legge industria
Certo, ma quale industria? non quella astratta di cui tutti parlano ma quella concreta che pochi conoscono. Tra queste la specificità bresciana fatta di maturità dei prodotti e modernità dei processi (periferia del nord ovest e anticamera del nord est) grande industria fordista orientata al magazzino e piccola

Fluidmec, interno stabilimento.

formazione di un moderno «sistema» economico. Ma senza tralasciare il fatto che l’attività manifatturiera, sia tradizionale che innovativa, sia matura che avanzata, è parte determinante di qualunque economia moderna che voglia mantenere i fondamentali secondo i quali è l’industria a creare ricchezza mentre la finanza la trasferisce (crea valore). Ciò vale in particolare,ma non solo, per una

economia manifatturiera come quella bresciana. Si vuol dire che l’investimento nei comparti avanzati non è alternativo nè in contrasto con quello in settori maturi: entrambi fanno parte della stessa medaglia produttiva, del medesimo processo di sviluppo, dell’identico «sistema» socioeconomico. È proprio l’attuale crisi generata dalla finanza a dimostrare come la old economy (l’economia reale) fos-

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se ricchezza senza valore mentre la new economy (l’economia virtuale) è valore senza ricchezza. E senza tralasciare, sempre in tema di energie alternative non inquinanti quali l’eolico, il geotermico, il fotovoltaico e le biomasse, anche il nucleare, fondamentale per quella parte di industria italiana (e bresciana) energivora (grande consumatrice di energia) che voglia rimanere competitiva rispetto alla concorrenza europea (a meno che non si creda, come pensano coloro che non hanno mai messo piede in una fabbrica, di alimentare gli elettrodi dei forni delle acciaierie con i pannelli solari o le pale eoliche, fonti rinnovabili validissime ma per altri impieghi e altri utilizzi). dizionale» e economia innovativa viene - oltre al fatto che non si dà industria avanzata che non si innervi e si innesti su una diffusa e consolidata base di economia manifatturiera matura - da un’altra evidenza. I due Paesi, la Germania e la Cina, giustamente citati come casi esemplari di investimenti nelle energie alternative sono quelli i cui modelli economici si fondano sulla priorità della manifattura. Due economie le cui rispettive industrie sidermetallurgiche e meccaniche sono le maggiori del mondo: prima in Europa nel caso tedesco e prima nel pianeta nel caso cinese. Seguite oggi dalla Turchia, Paese di cui si parla poco ma il cui Pil industriale è in crescita a due cifre, tanto da raggiungere tra due-tre anni la Germania nella produzione di acciaio. Tutto ciò per dire che l’innovazione di processo nei settori maturi può andare di pari passo con l’innovazione di prodotto dei settori avanzati, trattandosi di investimenti non alternativi ma complementari. Più chiaramente, l’investimento nelle energie rinnovabili non contrasta - come sembrano intendere alcuni commentatori - con il miglioramento delle tecnologie tradizionali poichè le prime sono necessarie alla crescita quanto le seconde. Nel caso di specie, non è vero che Bruxelles, prendendosi cura delle esigenze dell’industria «tradizionale» con una più congrua e più consona normativa sul clima, abbia inteso penalizzare le aspettative dell’imprenditoria avanzata o rinunciare alla ricerca o al sostegno all’innovazione. È vero invece che, nella fattispecie italiana (e bresciana), la manifattura resta un pilastro portante del sistema industriale, e come tale va tutelata (non protetta nè assistita bensì difesa).

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LA/provincia

LA/provincia
Foto: Patrick Merighi

LA BASSA BRESCIANA
TUTTI I COLORI DELLA TERRA
Ghedi, Leno, Calvisano e Gottolengo: agricoltura e allevamento sono il prezioso tessuto su cui si innestano comunità numerose, laboriose e solidali.

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di Alessandra Tonizzo

ieccoci nella Bassa, terra popolosa (è la nostra area provinciale con più comuni) e dalle salde radici (partendo, per gola, da quelle culinarie: casoncelli, polenta, salumi…). Qui, il suolo ha reso grande un’area feconda, la cui economia poggia ancora in gran parte sull’agricoltura – incoraggiata dalla presenza di Oglio, Chiese e Mella, nonché di diversi fiumi minori e vasi artificiali –, senza disdegnare l’industria e il terziario. Ghedi, comune vicino alla soglia dei 19mila abitanti, viene in effetti ancora descritto come un “paese rurale”, seppure abbia affiancato da tempo ad agricoltura e allevamento il comparto industriale (soprattutto tessile), e commerciale. Lo scorso anno, in merito, i commercianti annotavano una pericolosa china per gli affari, confermata (ma non aggravata) in parte per quest’inizio 2013, pur mantenendo alte le speranze: confidare nella “bella stagione” è d’obbligo. Tanti, qui, i giovani ancora in cerca d’aggregazione, ed il capitolo “integrazione” – in paese gli stranieri sono oltre 3mila, con un’alta percentuale dell’etnia marocchina e indiana – è tutto in salita. Come la discussa questione di Palazzo Arcioni, immobile con vista sul centro storico (che sarebbe dovuto diventare un teatro) recentemente messo in vendita dall’amministrazione comunale per reperire fondi locali (per un

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nuovo pozzo, la manutenzione delle scuole e soprattutto l’ampliamento del cimitero). Leno ci accoglie con un po’ di sconforto: diverse, ad oggi, le attività che hanno chiuso i battenti, e per chi ha iniziativa lo scenario non è molto confortante. A detta dei suoi abitanti, il paese, complice la crisi, è restio alle nuove proposte, così i tanti giovani si sentono spesso “imbavagliati” prima ancora di muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Piccoli passi avanti, invece, in tema di melting pot: gli stranieri ricalcano le proprie personali usanze, ma non disdegnano (e trovano) contatti con i lenesi stessi. Calvisano – quasi 9mila anime, e l’azzeccato sinonimo di “paradiso del caviale” (qui si esportano 24 tonnellate di prodotto in tutto il mondo, Russia esclusa, grazie a storioni d’allevamento lunghi fino a 6 metri) – resta fedele a se stesso. Risoluto e fiero, come la sua notoria squadra di rugby (il Cammi Calvisano), il paese eccelle, a livello europeo, anche nell’allevamento di suini e tacchini, e costruisce anno dopo anno un grande affiatamento tra i suoi esercenti. Unico neo, la carenza d’attività culturali che sappiano coinvolgere i meno giovani. Potremmo descrivere Gottolengo come un “tranquillo centro rurale multietnico” (manodopera richiamata dalle numerose aziende agricole del paese), il cui le tracce di vita contadina sovrastano la propulsione crescente dell’industria. Pochi sanno che questa realtà, posta ai confini di Cremona e Mantova, è anche un rilevante sito archeologico: numerosi e di valore, infatti, i reperti ritrovati nella zona attorno a Castellaro, unica “altura” (65 m s.l.m.) della zona. Alla fine del nostro viaggio, siamo sicuri di aver scorto una Bassa diversa. Provata, certo, come tutti in questo periodo, ma stretta dalla solidarietà e dalla comunanza. E sicura di scorgere tra i granelli della propria terra se non una risposta, quantomeno una promessa.
Nelle pagine precedenti, un particolare di Gottolengo. In questa pagina, dall’alto, Ghedi, Leno e Calvisano.

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LA/provincia
CI RACCONTANO ghedi ci seguono pure da fuori. Poi, avendo avuto l’attività anche altrove, gli avventori affezionati ci hanno seguiti”. Com’è via Garibaldi? “Per Ghedi è una delle strade principali, e quindi c’è un discreto passaggio”. Quando chiudete, le sere di primavera-estate, trovate movimento? “Le sere sono quasi sempre deserte: in questo periodo la crisi ha fiaccato il paese”. Crisi che avete affrontato con prezzi competitivi? “Non siamo in competizione con gli altri negozi d’abbigliamento, perché sono boutique mentre noi siamo, appunto, uno stock”. CLARA BELLINI (Edicola) Largo Zanardelli Cosa leggono gli abitanti di Ghedi? “Quotidiani, riviste… La crisi noi la sen-

LA/provincia
tiamo, perché con il digitale, con internet, i tempi sono cambiati parecchio”. Ghedi in un aggettivo. “Un paese… grande”. Come va l’integrazione con la componente straniera? “D’integrazione ce n’è poca, a dire il vero. Oggi, quando nessuno lavora, s’immagini come va: queste persone affollano le piazze”. Il paese è vivo? “Gli eventi non mancano: feste, notti bianche, organizzazioni in piazza… Poi ogni giovedì c’è il mercato, e sabato l’ortofrutta”. Cosa mi dice di palazzo Arcioni? “Che, per me, potevano anche fare a meno di costruirlo, a questo punto. È stato inutile iniziare un’impresa del genere: ora che non lo si può terminare, e persino buttarlo giù costa troppo, lo vogliono vendere. Ma pare che, per adesso, tutto taccia”.

di Alessandra Tonizzo

PAESE CHE VAI… LE NOSTRE IMPRESSIONI
una stagione Un paese avvolto nel grigiore di questo inizio in di Ghe o pars è ci così difficile: rse attività dive de, stra 2013. Poca gente per le sta granque Ma o. fiacc po’ un ito spir chiuse, lo – ha una rse riso di ricca de realtà – popolosa e e solo Dev le. spal sue alle e izion trad grande pio. esem ido tornare ad essere un fulg

MAURO PEZZINI (Bar Giardino) P.za Roma Il vostro bar ha una lunga tradizione? “Noi lo gestiamo dal ’92, ma esiste da tantissimo tempo: è uno dei bar più vecchi di tutta Ghedi”. Che clientela avete? Fungete da ritrovo? “Qui vengono dai giovani in su. Chi ha voglia, la sera, di partecipare ad un torneo di calciobalilla, di vedersi la partita con gli amici davanti ad uno stuzzichino, qui lo può fare”. Come vedete il paese? “Siamo mantovani e Ghedi abbiamo imparato a conoscerlo nel corso degli anni. Dicono sia un paese ancora prevalentemente agricolo, ed è ovvio, essendo queste, in fondo, le sue radici. Ma è una realtà che, pure se un po’ chiusa, guarda avanti”.

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Stranieri: com’è la convivenza tra etnie diverse? “Che si stiano integrando è innegabile. Però, in paese, si sta sempre un po’ sul chi va là: noi, ad esempio, con alcune componenti abbiamo avuto dei problemi. Purtroppo ci sono dei gruppetti poco raccomandabili”. ROSA FAVALLI (La Gelateria di Ghedi) P.za Roma Cosa connota la vostra attività? “Di sicuro il fatto che lavoriamo le materie prime ancora come una volta, artigianalmente”. Che clientela avete? “La gente viene anche da fuori paese”. Ghedi è spesso definito come “il paese dei bar”: concorda?

“Non sono di qui, ma effettivamente ci sono tanti bar, è vero. Però mi pare una cosa nella norma come per molte altre realtà”. E sul fatto, invece, che sia un paese “individualistico”, ove c’è poco spirito di corpo? “Posso solo dire che, all’inizio, Ghedi reagisce con molto entusiasmo. Che

poi, pian piano, viene meno”. Due parole su Piazza Roma. “Anni fa, racconta chi c’era, la piazza era più movimentata. Ma, nonostante tutto, mi sembra che anche oggi sia un buon punto d’incontro”. MICHELA USINI (Stock Grandi Firme abbigliamento) Via Garibaldi Chi vi frequenta? “La clientela del negozio per cui lavoro è composta principalmente da donne e bambini. Teniamo articoli giovanili, ma sappiamo accontentare anche le signore”. Ci siete da quattro anni: vi conoscono solo a Ghedi? “A dire il vero, oltre alla clientela locale,

Ernesto e Mauro Pezzini

Rosa Favalli

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CI RACCONTANO LENO

PAESE CHE VAI… LE NOSTRE IMPRESSIONI
Leno ci è sembrato un po’ spen to. Il brio e la vivacità che caratterizzavano il suo commercio stanno scemando, le nuove attiv ità non attecchiscono. I giovani per strada cam minano accigliati, pensierosi, forse non riuscend o ad immaginare qui il proprio futuro.

di Alessandra cascio

Roberto Cavalli (La Ferramenta Cavalli) Via Brescia Come si vive a Leno? “Abbastanza bene. Il paese è un po’ in crisi e la gente è sconfortata”. Sappiamo che i furti in paese sono aumentati, è preoccupato? “Sì, abbastanza. Non mi sembra che stiano facendo molto per arginare il fenomeno”. A tal proposito, che suggerimento

darebbe alla sua amministrazione comunale? “Di incentivare maggiormente i controlli sul territorio con l’ausilio delle forze dell’ordine”. Gli stranieri di Leno sono integrati? “Sì e no. Nel senso che ogni gruppo fa a sé. Indiani, senegalesi e magrebini si rivolgono a noi per gli acquisti; dei cinesi, invece, non si sa nulla”. Elena Claudio (Interno treci) Via Brescia Lei è originaria di Bagnolo, come mai ha deciso di aprire qui la sua attività? “È capitata l’occasione e ne ho approfittato. Questa per me è la prima esperienza e, tutto sommato, devo dire che non

sta andando male”. Come si trova a Leno? “Direi bene. Mi sembra che qui le persone siano molto gentili e affabili”. Venendo da fuori, ha notato qualche disservizio in paese? “L’unica cosa un po’ fastidiosa sono i parcheggi. La gente, se potesse, entrerebbe in negozio direttamente in macchina”. Manuela Giarratana (Bar Spinu) Via XXV Aprile Cosa offre Leno ai giovani? “Purtroppo nulla. Siamo costretti a muoverci dal paese ed andare in città”. Che tipo di clientela frequenta il suo locale? “Mista, prevalentemente giovani”.

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LA/provincia
A quanto vedo avete un prodotto “famoso”… “La nostra pizza, in effetti, spopola. Ma il nostro obiettivo è quello di lanciare delle specialità oltre al pane comune, con prodotti innovativi come la quinoa o l’amaranto”. Certo che iniziare una nuova attività in tempo di crisi… “Ce lo dicevano tutti. Ma noi ci siamo buttati. Qui, prima, c’era una profumeria. L’arredo l’ho disegnato io, poi ci siamo arrangiati”. Cosa fa Calvisano per i giovani? “Da quest’anno ha aperto la sala Polivalente. Per gli adolescenti, lì opera il gruppo di teatro, musica e recitazione Ideando. Poi siamo conosciuti per la nostra squadra di Rugby”. Capitolo integrazione? “Per ora latita. Io, nel mio piccolo, con un gruppo di volontari, presso il circolo Acli in zona stazione, tengo dei corsi di lingua per i più piccoli e di cucina per le mamme”.

Secondo lei gli extracomunitari sono integrati? “No, non mi sembra. Fanno vita a sé”. Un pregio e un difetto di Leno? “Posso solo dirle che è un paese vecchio dove gli abitanti sono attaccati ai negozi storici. Se a Leno apre una nuova attività difficilmente attecchisce anzi, generalmente dopo un annetto chiude”. Questo accade anche se ad aprire le attività sono persone del paese? “Sì, soprattutto se sono persone di Leno”. Anna Perotti (Bresciani Frutta) Via Tito Speri Come sono cambiate le abitudini negli acquisti dei suoi clienti? “Oggi comprano l’indispensabile mentre prima si toglievano anche qualche sfizio”. La gente ogni quanto fa la spesa nel suo negozio? “Quelli che non abitano in paese vengono una volta a settimana, gli abitanti anche due o tre volte”. Gli extracomunitari acquistano nel suo negozio? “Sì, generalmente acquistano solo sacchi grandi di patate, cipolle e aglio che costano poco”. Ritiene che siano integrati? “No, non più di tanto nel senso che hanno i loro canali d’acquisto e le loro cerchie di amicizie”. Leno con un aggettivo? “Chiuso alle nuove proposte”.

CI RACCONTANO Calvisano

di Alessandra Tonizzo

BENEDETTA BRESCIANI (Forno San Michele) Via San Michele La vostra attività ha una storia particolare… “È aperta da pochissimo, e viene dall’inventiva di mio fratello Andrea, che faceva impianti solari, studiava all’università (comunicazione e marketing) e panificava la notte per guadagnarsi qualche soldino. Poi, è diventata una passione, un lavoro che ha contagiato tutta la famiglia”.

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LA/provincia

PAESE CHE VAI… LE NOSTRE IMPRESSIONI
Realtà vivace ed allegra, Calvisan o ci ha accolti con il solito buonumore, che, passando un pomeriggio tra i suoi portici, si è scoperto essere contagioso. Se ci fossero più chances per i ragazzi, allora la pagella di fine anno avrebbe tutti – o quasi – pieni voti .

NUCCIA (Merceria) Via Roma Questo è un locale storico, vero? “Proprio così. Io lo gestisco da 25 anni, e prima era di una signora che lo amministrava da almeno 50”. La crisi come vi ha colpiti? “La gente compra meno. In tempo di crisi non si butta via niente, e si ripara tutto. Infatti ho clienti di tutte le età, dalla ragazza alla signora”. Calvisano può dirsi un paese attivo? “La Proloco si dà molto da fare”. Come lo descriverebbe, con un aggettivo? “Un paese alla portata di tutti, dove si vive ancora bene”. Cosa manca? “Di sicuro qualcosa per i giovani, specialmente gli adolescenti: chi, insomma, non è in età da bar”.

SIMONA SCASSA (La Boutique del gelato) Via Roma Fresca di un anno d’apertura: perché qui a Calvisano? “Ho scelto questo paese perché, pur non essendo di qui, mi ha letteralmente conquistata. Amo questa gente, affettuosa”. Un primo bilancio commerciale? “Le spese sono state tante, forse è presto pronunciarsi… ma mi sembra che vada bene”. Il suo gelato è… “Di qualità, e particolare: i gusti che fac-

cio – ne ruoto 32/36 alla volta – seguono le stagioni, il mercato e il mio stesso umore. Spesso, poi, sono i clienti stessi a darmi qualche buona idea”. Si sente sicura a Calvisano? “Lo vedo tranquillo. Poi, ho tanti amici: la sera aspettano che chiuda tutto e rientri in macchina”. Trova che ci sia affiatamento tra i commercianti, che si promuovano attività? “Sono nuova, ma noto che c’è spirito di corpo in paese. La Proloco, poi, è molto attiva”.

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CI RACCONTANO GOTTOLENGO tamenti come questo e manifestazioni d’altro genere”. Un pregio e un difetto di Gottolengo? “Un pregio che è anche un difetto è che ognuno sa tutto di tutti”. Doninelli Giulia (L’Angolo Fiorito) Via Umberto I Ci descriva la sua clientela. “È eterogenea, va dall’operaio alla persona più abbiente non solo di Gottolengo, ma anche dei paesi limitrofi”. Ritiene che Gottolengo sia rinomato per qualche eccellenza eno-gastronomica? “Direi che lo è per le patate e per i formaggi”. Leggiamo spesso di incidenti mortali sulle vostre strade, crede che il problema possa essere risolto in qualche modo? “Non credo che la questione si risolva facilmente, ma forse qualche speed check control in più non guasterebbe”. Il vostro è un Comune multietnico, in quali settori sono impiegati gli stranieri? “Gli indiani nelle aziende agricole, gli altri nelle fabbriche”. Anna Gazza (La Corte dei Golosi) Via Luigi Grammatica La sua clientela è prevalentemente del posto? “No, arriva anche da fuori Gottolengo”. Ci descriva Gottolengo. “È un paesino rurale dove manca un po’ tutto, ma dove si vive bene”. Ha qualche suggerimento da dare alla sua amministrazione? “Mi piacerebbe che puntasse maggiormente sui giovani e che organizzasse qualche manifestazione in più”. Ritiene che le strade del suo Comune siano pericolose? “No, non credo, anche se non le tengono benissimo”. Gazza Simona (Sotto Zero Gelateria) Via Dante Come si vive a Gottolengo? “Abbastanza bene. È un piccolo centro tranquillo, rurale e multietnico”. Gli extra-comunitari sono integrati? “Sì, penso che il livello d’integrazione sia buono”. Ritiene che le strade del suo Comune siano pericolose? “Non credo che lo siano anche perché negli ultimi anni hanno costruito una miriade di rotonde alcune delle quali reputo inutili”. Le nostre domande a…

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di Alessandra cascio

Alberini Daniela (Pasticceria Suite Cafè) Via Perini Lei è giovanissima, come mai ha deciso di rimanere a Gottolengo? “Io e mia cugina abbiamo deciso di investire in questa attività perché è l’unica del paese. Qui, inoltre, conosciamo molta gente e ci troviamo bene”. Mi descriva Gottolengo? “È un piccolo centro che basa la sua economia prevalentemente sull’agricoltura. In paese manca un po’ tutto, ma la mancanza è sopperita dai grossi supermercati presenti in zona”. Il Comune ha organizzato un ciclo di eventi denominato “Caffè Letterario”, lo ritiene interessante? “Tutte le iniziative servono e sono interessanti perché il paese di per sé è un po’ spento quindi ben vengano appun-

PAESE CHE VAI… LE NOSTRE IMPRESSIONI
Gottolengo appare come un tran quillo centro rurale multietnico, dove la presenza di cittadini stranieri è significativa e necessar ia alla sopravvivenza delle numerose aziende agricole che costellano la zona. In centro, alcu ni negozi hanno casa e bottega confinanti, segn o che qui la famiglia continua ad avere un ruol o fondamentale nella vita di tutti i giorni.

GIACOMO MASSA, SINDACO DI GOTTOLENGO
Che tipo di azioni ha messo in atto il Comune per supportare la promozione enogastronomica del territorio? “Consapevoli che prerogativa di un’amministrazione dinamica e attenta è la valorizzazione del territorio e delle sue eccellenze produttive, subito dopo le elezioni amministrative del 2012, ci siamo dedicati all’organizzazione dell’importante “Sagra della Patata di Gottolengo” per promuovere le colture e i prodotti agroalimentari locali e creare un momento di aggregazione a cui tutta la collettività ha potuto partecipare. La decima sagra della patata è stata un vero successo sia in termini di partecipazione, sia in termini di rilevanza. Sulla scia dei risultati ottenuti, abbiamo deciso di istituire delle commissioni permanenti che avranno il compito di promuovere ed organizzare eventi per il nostro territorio”. Questione sicurezza stradale: che politica sta adottando il suo Comune? “La sicurezza stradale è una tematica sempre di grande attualità, ogni amministrazione ha il dovere di attuarla, nonostante le sempre più risicate risorse, a tutela dei cittadini. Al fine di presidiare maggiormente il territorio, stiamo lavorando in concerto con i comuni di Gambara e Fiesse per potenziare i servizi stradali di polizia locale e stiamo intervenendo direttamente alla fonte, organizzando degli incontri di prevenzione ed educazione, nelle scuole, con i nostri agenti di polizia. Inoltre, grazie all’associazione Cultura sport anziani, che ha aderito al progetto Nonno vigile, stiamo presidiando l’uscita e l’ingresso dei ragazzi della scuola”. Quali suggerimenti propone per disincentivare l’abbandono del suo Comune da parte dei giovani?

“Da giovane Sindaco conosco perfettamente le problematiche che vivono quotidianamente i nostri ragazzi, soprattutto legate alla profonda crisi occupazionale dell’ultimo periodo. Gottolengo è il paese che amo, nel quale sono cresciuto e dove spero di realizzare molti sogni. Quindi, l’invito che faccio a tutti i giovani è quello di non lasciarsi pervadere dall’apatia e dallo sconforto, ma di provare a realizzare i loro sogni. Inoltre, ricordo che hanno un Sindaco che crede in loro e che, per quello che gli compete, sarà proattivo al loro fianco”.

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L/ INCHIESTA

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I vari Paesi europei hanno affrontato il problema con modalità che oscillano tra proibizionismo, abolizionismo e regolamentazione. In Italia, tiene banco da oltre cinquant’anni il dibattito sulla riapertura delle case chiuse: a favore pesano il ritorno economico per le casse dello Stato, i controlli sanitari e la sicurezza delle prostitute.
di Irene Panighetti

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L/ INCHIESTA

L/ INCHIESTA
protettore, il prestare favoreggiamento, ogni attività che porti ad ottenere profitto dalla prostituzione, l’induzione). L’atto del prostituirsi (effettuare prestazioni sessuali a pagamento) è legale nella maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale, mentre è tendenzialmente illegale nell’Europa orientale. Fruire della prostituzione (ricevere prestazioni sessuali dietro pagamento) è legale nella gran parte dei Paesi europei. Solamente in Svezia, Norvegia e Islanda si è recentemente affermato un nuovo modello legislativo nel quale viene punito il cliente. Per quel che riguarda l’adescamento (l’invito a fruire di prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico) la gran parte dei Paesi nei quali la prostituzione è lecita ha leggi o disposizioni amministrative che puniscono questo tipo di condotte. Talvolta sono istituite delle “zone di tolleranza” (ufficiali o non) nelle quali l’adescamento è consentito. Lo sfruttamento, favoreggiamento, reclutamento o induzione infine sono illegali in gran parte d’Europa.

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l re è nudo: alcuni centri massaggio sono paravento per dei veri e propri bordelli. Lo confermano, ancora una volta, i recenti arresti e le chiusure di alcuni centri massaggio nel bresciano, che hanno riproposto la questione delle case chiuse e della prostituzione. Da affrontare senza tabù, con sano realismo e senso pratico, considerando le tante contraddizioni insite nella tematica, dalla libertà di scelta di chi esercita, all’aspetto sanitario, a quello fiscale. Ma andiamo con ordine, iniziando dalla situazione normativa, europea e italiana, per conoscere modelli dai quali prendere spunto per proporre un cambiamento positivo nel nostro paese. Nel contesto comunitario non c’è ancora armonia nella legislazione: tra gli Stati membri sono notevoli le differenze di approccio sulla gestione della prostituzione e del suo mercato. In alcuni Stati compiere prestazioni sessuali a pagamento è illegale, in altri la prostituzione in sé è lecita, mentre sono punite varie forme di favoreggiamento (come l’agire come

i modelli
Il trattamento legale della prostituzione nei diversi Paesi europei segue tre modelli giuridici dominanti. Quello proibizionista consiste nel vietare la prostituzione e nel punire la prostituta con pene pecuniarie o detentive. In taluni Paesi in cui è adottato questo modello, oltre alla prostituta viene punito anche il cliente. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell’Est Europa: Albania, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Georgia, Kazakistan, Lituania, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Ucraina. Il secondo, detto abolizionista, consiste nel non punire la prostituzione né l’acquisto di prestazioni sessuali, ma al tempo stesso nel non regolamentarli, mentre si puniscono tutta una serie di condotte collaterali alla prostituzione (favoreggiamento, induzione, reclutamento, sfruttamento, gestione di case

Il quartiere a luci rosse di Amsterdam

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Ci hanno detto…
il parere del medico Donatella Albini, ginecologa

Il parere morale Don Fabio Corazzina, prete

Non basta la regolamentazione, occorre la responsabilizzazione.
Avere un posto definito dove esercitare la prostituzione non significa offrire una totale sicurezza sanitaria né garantire la preservazione dalle malattie. Anzi. Prima di tutto perché i vettori delle malattie, dalle più comuni all’Aids, sono i clienti e non le prostitute e controllare i clienti è impossibile. In secondo luogo perché la coercizione non ha mai dato risultati: le prostitute non devono essere costrette a sottoporsi ai controlli, devono essere formate a sentire la prevenzione e la cura come qualcosa che le coinvolge. Lo Stato non sarebbe in grado di garantire la sicurezza sanitaria nelle case schiuse, le prostitute dovrebbero invece sapersi gestire, fare i test, rifiutare rapporti senza preservativo, capire l’importanza dei vaccini... del resto una donna potrebbe scegliere di fare il lavoro in una casa chiusa, poi smettere e poi riprendere, oppure cambiare posto: come potrebbe lo stato controllarla sempre, in ogni sua scelta di vita? Ripeto, non basta la regolamentazione, occorre la responsabilizzazione.

Le case chiuse significherebbero maggiori controlli, sicurezza e dignità per le persone che vi lavorano?
Non credo che le case chiuse sarebbero la soluzione di problemi profondi, che la società ancora non vuole affrontare. Primo fra tutti la questione maschile: perché un uomo vuole, cerca e paga il sesso senza affetto? Occorre chiederselo e capirlo. Altro aspetto per me fondamentale: riaprire le case chiuse significherebbe maggiori controlli, maggiori sicurezze e maggiore dignità per le persone che vi lavorano? Se sì potremmo ragionarci, ma non vorrei che fosse solo un modo per i benpensanti di togliere il problema dalla strada e dai loro occhi, senza invece affrontarlo con onestà e serietà. La politica dello struzzo non paga.

to ad alcune prostitute l’ammontare del loro reddito. Ma dispositivi di legge non ci sono. In uno scenario di riapertura di case chiuse si potrebbe istituire una figura professionale collegata alla gestione separata che emetterebbe fattura al cliente. Per la casa chiusa la base imponibile verrebbe determinata dalla differenza tra gli introiti incassati e i costi sostenuti. In questo modo lo Stato avrebbe strumenti di controllo, pari a quelli che ha per tutte le altre attività professionali e, ammettendo di riuscire a contenere o addirittura evitare l’evasione, lo Stato avrebbe dei vantaggi economici che ad oggi non ci sono perché i redditi derivanti dalla prostituzione sfuggono a qualsiasi verifica fiscale.

qualcuno non mi piace dico no, ma questo possiamo farlo noi italiane, mentre le straniere hanno dietro i magnaccia e non possono che obbedire”. Lara si dice favorevole alla riapertura delle case chiuse perché “ci sarebbe più pulizia. Certo che sarei disponibile a pagare le tasse; se in cambio avessi un contributo per la pensione e la garanzia di alcuni diritti pagherei le tasse senza problema”.

Il parere di una professionista del sesso /2

Con più controlli sarebbe meno rischioso. Pagherei tasse in proporzione al mio guadagno.
Angela (nome di fantasia) ha quasi cinquant’anni, si prostituisce da almeno dieci perché “non ci stavo dentro, non riuscivo a pagare l’affitto, ho avuto lo sfratto, il Comune non mi ha aiutata, sono stata lasciata sola da tutti. Così ho iniziato a prostituirmi”. Anche Angela, italiana, sceglie i clienti: a chi non le piace o se percepisce odore di fregatura dice no. “Riaprire le case chiuse? Perché no? Sarebbe sicuramente meglio per questioni sanitarie, non avete idea di quante malattie ci sono in giro... con più controlli sarebbe meno rischioso, anche se sono i clienti a portare le malattie e non so come si potrebbe controllarli tutti. Pagherei tasse in proporzione al mio guadagno, mi sembra giusto”.

Il parere di una professionista del sesso/1

Il parere finanziario Un commercialista

Se avessi un contributo per la pensione e la garanzia di alcuni diritti pagherei le tasse senza problema.
Chiamiamola Lara, italiana di mezza età, che ha anche un altro lavoro part time. Ha iniziato a fare la vita da qualche anno, perché con l’inizio della crisi “la pensione di mio marito e il misero stipendio del mio lavoro non bastavano più: mi hanno diminuito le ore, non riuscivamo più ad andare avanti.” Quindi ha deciso di vendere il proprio corpo “ma a chi voglio io: i miei clienti sono solo italiani e se

Oggi i redditi derivanti dalla prostituzione sfuggono a qualsiasi verifica fiscale.
Ad oggi non esiste una normativa, ci sono solo alcune circolari dell’Agenzia delle entrate la quale ha contesta-

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L/ INCHIESTA
IL MODELLO GERMANIA
La legge sulla prostituzione riconosce alle/agli sex worker il diritto all’assistenza, al trattamento pensionistico e previdenziale. La regolamentazione è vista come un mezzo per integrare il mercato della prostituzione nell’economia formale.
La Prostitutionsgesetz (legge sulla prostituzione), approvata nel 2002, ha legalizzato il “lavoro” sessuale, riconoscendo alle/agli sex worker il diritto all’assistenza, al trattamento pensionistico e previdenziale. In materia però prevale la legislazione regionale e in alcuni länder tali diritti e la prostituzione non sono riconosciuti e consentiti. Di fatto vige il principio della zonizzazione, ossia le autorità locali decidono i luoghi predisposti all’esercizio dell’attività e istituiscono i registri delle imprese commerciali. Il risultato è un quadro complesso e variegato a livello territoriale: ad esempio a Berlino la prostituzione è autorizzata solo in alcune zone, ad Amburgo solo in poche strade, a Stoccarda sono previste invece poche limitazioni. Gli obiettivi alla base della legge si possono riassumere nei seguenti punti: migliorare la posizione giuridica e sociale di coloro che vendono prestazioni sessuali; migliorarne le condizioni di lavoro; eliminare la prostituzione illegale e il traffico; predisporre condizioni alternative per le donne che desiderano cambiare professione. L’idea alla base della legge tedesca è che la regolamentazione è vista come un mezzo per integrare il mercato della prostituzione nell’economia formale rimuovendone contestualmente lo stigma. Le/i sex workers possono esercitare l’attività sia come lavoratori autonomi sia come dipendenti. Al fine di evitare fenomeni di sfruttamento, depotenziando il racket che ruota attorno alla prostituzione, è espressamente previsto il divieto di cessione a terzi dei crediti da lavoro della prostituta, che sono peraltro soggetti a tassazione. La legge sancisce che la relazione tra prostituta e cliente non è più considerata immorale e regolata per legge. In virtù di tali disposizioni la sex worker può esercitare il diritto legale al proprio compenso.

TU & IL FISCO
chiuse, ecc.). Il sistema chiama lo Stato fuori dalla disputa, senza proibire o regolamentare l’esercizio della prostituzione, ma la vorrebbe scoraggiare attraverso la punizione di tutte le attività collaterali e la mancata regolamentazione. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale: Andorra, Armenia, Belgio, Bulgaria, Città del Vaticano, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, San Marino, Slovacchia, Spagna. Il terzo modello, detto regolamentarista, è un sistema teso alla legalizzazione e regolamentazione della prostituzione che può avvenire con modalità differenti (come la statalizzazione dei bordelli, i quartieri a luci rosse). In 7 Paesi europei (Paesi Bassi, Germania, Austria, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia) la prostituzione è legale e regolamentata. La legalizzazione sovente include l’imposizione di tasse e restrizioni, più o meno ampie, nell’esercizio della prostituzione anche con l’individuazione di luoghi preposti all’esercizio dell’attività e la prescrizione di controlli sanitari obbligatori per prostitute e prostituti per la prevenzione e il contenimento delle malattie veneree e l’obbligo di segnalare attività e residenza.

LA/RUBRICA

Fino a giugno,

comprare immobili ristrutturati
Per le spese sostenute entro il 30 giugno 2013, è possibile beneficiare della detrazione Irpef massima pari a 48.000 euro. Si ricorda che la detrazione spetta anche nel caso di interventi di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia di cui alle lettere c) e d) del comma 1 dell’articolo 3 del Dpr 6/6/2001, n. 380, riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedano entro sei mesi dalla data di termine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile. La detrazione spetta al successivo acquirente o assegnatario delle singole unità immobiliari, in ragione di un’aliquota del 36 per cento del valore degli interventi eseguiti, che si assume in misura pari al 25 per cento del prezzo dell’unità immobiliare risultante nell’atto pubblico di compravendita o di assegnazione e, comunque, entro l’importo massimo di 48.000 euro. Stante quanto premesso, si ritiene utile riepilogare il meccanismo sottostante la predetta agevolazione. A regime, la detrazione spettante all’acquirente o assegnatario si assume nel 36% del valore dell’intervento eseguito, considerato per legge pari al 25% del prezzo delle unità immobiliari, quale risulta dall’atto pubblico di acquisto o assegnazione. Il 25% del corrispettivo è assunto: - comprensivo di IVA; - comunque fino a concorrenza dell’importo massimo di rilevanza delle spese detraibili al 36%. In virtù del “potenziamento” dell’aliquota al 50% e dell’aumento del tetto massimo di spesa a 96.000 euro, le spese sostenute dal 26 giugno 2012 al 30 giugno 2013 tornano ad essere rilevanti. Il chiarimento è contenuto in risposta ad interrogazione parlamentare che, tra le altre cose, ha precisato che “per quanto concerne, segnatamente, la rilevanza del limite di spesa di euro 96.000 e dell’aliquota di detrazione

“conviene”

IL MODELLO ITALIA
La legge punisce lo sfruttamento, il favoreggiamento, il reclutamento, l’agevolazione e l’induzione alla prostituzione. La prostituzione è un’attività lecita, ma quasi impossibile da esercitare nella legalità.
Prima dell’approvazione della legge Merlin (n. 75/1958), nel nostro ordinamento l’esercizio della prostituzione era consentito in appositi “locali dichiarati di meretricio”, debitamente autorizzati e registrati, e previa sottoposizione delle prostitute a controlli sanitari periodici e obbligatori. Con la legge Merlin, la prostituzione risulta limitata da una serie di divieti tesi a consentirne l’esercizio solo in forma individuale, non organizzata. Inoltre, non si prevede alcun obbligo di pagare le tasse sui proventi dell’attività. La legge punisce lo sfruttamento (dai 2 ai 6 anni di reclusione), sia puramente economico, sia attuato con violenza, minaccia o inganno che ne rappresentano delle aggravanti. Allo stesso modo punisce il favoreggiamento, il reclutamento, l’agevolazione e l’induzione alla prostituzione. In particolare, la legge Merlin vieta l’esercizio delle case di prostituzione nel territorio dello Stato e dispone la chiusura dei “locali di meretricio”. In realtà, la legge del 1958 reprime indirettamente la prostituzione creando una serie di limiti intorno al lavoro della prostituta, stabilendo delle vere e proprie incapacità che ne riducono pesantemente i diritti civili. Ad esempio, pur non essendo la prostituzione illecita, la prostituta sposata non può contribuire ai bisogni della famiglia con i proventi della sua attività, perché altrimenti il coniuge commette delitto di sfruttamento. Dunque, la prostituzione è un’attività lecita, ma quasi impossibile da esercitare nella legalità.

del 50 per cento – previsti per le spese sostenute dal 26 giugno 2012 (data di entrata in vigore del decreto-legge) e fino al 30 giugno 2013 [...], comportando che il computo dei suddetti limiti vada effettuato distintamente per periodo di imposta, facendo comunque salvo, tra l’altro, quanto previsto dal comma 4 del medesimo articolo 16-bis in caso di prosecuzione dei lavori iniziati in anni precedenti [...]”. La considerazione da fare, oggi, è una sola: coloro che intendono/possono acquistare un fabbricato ristrutturato da un’impresa edile si affrettino a farlo entro il prossimo giugno, ma soprattutto provvedano a sostenere entro il 30 giugno 2013 spese per un importo almeno pari a 96.000 euro. Così facendo, potranno beneficiare dell’aliquota Irpef del 50%, che consentirà di fruire della detrazione massima pari a 48.000 euro. Detrazione che, spalmata su 10 anni, consentirà di detrarre 4.800 euro all’anno. Le modalità di pagamento non dovrebbero essere per forza quelle del bonifico (obbligatorio per poter beneficiare di altre agevolazioni), potendo utilizzare anche l’assegno come modalità di pagamento, ma, come si dice, per non saper ne leggere ne scrivere, consiglio comunque il bonifico.

di FERDINANDO MAGNINO

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in evidenza

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UN CONTENITORE DI IDEE

OFFICINA DELLA VALLE

L’Antica Trattoria Valle Bresciana cambia volto, contenuti, nome e propone, oltre alla cucina creativa dello chef Davide Bresciani, nuovi spazi ricchi di atmosfera, dove bere un aperitivo, ascoltare musica, acquistare oggetti di modernariato. Relax assicurato anche per le mamme e i papà, grazie al personale specializzato che si occupa di far divertire i loro bambini.

Se non siete disposti a mettere in dubbio le vostre abitudini, potete voltare pagina e andare oltre. Se invece avete imparato ad apprezzare il tempo che dedicate a voi stessi e alla vostra famiglia, se avete voglia di provare qualcosa di diverso perché il nuovo vi incuriosisce, L’Officina della Valle fa per voi. L’Antica Trattoria Valle Bresciana, una delle storiche osterie “da pollastrino”, infatti, cambia volto, contenuti, nome e, guidata dallo chef Davide Bresciani, si propone con una nuova iden-

tità. Un cambiamento radicale che del passato si porta dietro solo l’indirizzo. “Un cambiamento che partendo dalla cucina, cuore del progetto, si allarga agli spazi e alle nuove proposte che mettiamo a disposizione di chi sceglie di prendersi del tempo di qualità – spiega Davide Bresciani –. Per questo ho voluto creare con il mio gruppo di lavoro un contenitore di socializzazione dove inventare esperienze creative di relazione”. Ma andiamo con ordine. In collaborazione con Matteo Ciavarella, consulente di marketing strategico, la nuova impostazione, la cucina del ristorante e il suo timoniere sono diventati i protagonisti di una proposta che punta alla riscoperta di sapori della tradizione gastronomica nazionale abbinata a vini non necessariamente famosi, ma scelti a seguito di un percorso di ricerca tra cantine di tutta Italia e in grado di garantire una qualità di alto livello con prezzi accessibili per molti. “Chi decide di mangiare all’Officina della Valle – precisa lo chef Bresciani – si deve soprattutto affidare al nostro lavoro creativo. Proporre nuovi accostamenti di sapori è sicuramente più difficile ma decisamente più divertente, e rientra in una nuova filosofia di presentazione di piatti originali, fuori dagli schemi e dagli standard, in cui i prodotti freschi di stagione sono gli elementi fondamentali. Insomma una formula frizzante e creativa finalizzata alla soddisfazione di un ospite che condivida con noi un nuovo concetto di tempo, nuovi stili di vita. Il tutto a prezzi sempre più “sostenibili”. Quella di “Officina della Valle” è, infatti, una proposta che si rivolge a chi, nel corso della giornata, vuole uscire dalla propria routine. Ed ecco allora il “Wine bear” (l’orso vino) che, con un gioco di parole, sintetizza la proposta di uno spazio ricco di stimoli dall’atmosfera

metropolitana inglese, dove rilassarsi con un aperitivo e uno stuzzichino o trascorrere una serata sorseggiando birre artigianali non in commercio, un bicchiere di vino o di whisky. Le colonne sonore delle serate sono affidate al dj Franco che, con il suo ricco repertorio di vinile, propone una sapiente rilettura generazionale della musica che ha influenzato il tempo libero di molti negli ultimi quarant’anni. Un viaggio alla riscoperta di quelle sensazioni che la musica o gli oggetti possono ancora regalarci. Anche per questo è stato creato il “Garage vintage”, uno spazio dedicato al modernariato (che si può anche acquistare) dove un esperto può accompagnarvi nelle “storie” che gli oggetti esposti sanno raccontare. Ma per dare risposte di qualità a esigenze reali, “Officina della Valle” ha previsto anche delle proposte e degli spazi dedicati ai bambini. “L’idea è quella di dare la possibilità ai genitori di concedersi, nel fine settimana, un pranzo o una cena senza doversi preoccupare della gestione dei figli – precisa Davide Bresciani –. Per questo abbiamo predisposto uno spazio, attiguo al ristorante, nel quale i bambini, dai tre anni in su, trovano personale specia-

lizzato che li guida nel divertimento di un gioco”. Non solo. Il grande spazio a disposizione dell’Officina della Valle, una collina a due passi dalla città, è l’ideale per accogliere mamme e figli per feste di compleanno con animazioni e rinfreschi personalizzati, per sperimentare, durante la settimana, laboratori artistici appositamente creati o più semplicemente per giocare e fare sport nel periodo estivo di chiusura delle scuole. Insomma un’occasione per i genitori di trascorrere tempo e condividere gli spazi con i propri figli. Con una varietà di proposte così, come non pensare ai più fedeli amici dell’uomo: i cani. “Per esperienza personale – sottolinea lo chef Bresciani – in quelle rare occasioni in cui vado a mangiare da qualche parte, molto raramente posso portare con me il mio pastore tedesco e sono costretto a lasciarlo a casa. Qui, all’Officina della Valle con una collina a disposizione, ho voluto dare ai proprietari di cani la possibilità di affidare i loro animali a una struttura controllata da un dog sitter che li saprà gestire al meglio durante la cena”. Ma anche in questo caso la proposta va oltre e include la disponibilità di un campo di addestramento cinofilo con corsi, gestiti da professionisti del settore, per conoscere e migliorare il carattere del proprio cane o sperimentare gli straordinari effetti della pet terapy (terapia dolce basata sull’interazione uomo-animale). In un contenitore di socializzazione come “L’Officina della Valle”, non poteva mancare infine un’area business di sessanta posti completamente attrezzata con moderne apparecchiature audio e video. Anche in questo caso, particolare. Ideale per meeting, corsi di formazione e conferenze, i partecipanti, immersi nel verde a due passi dalla città e circondati da un silenzio tranquillizzante, avranno modo di riscoprire, anche attraverso un menù personalizzato, come “spazio” e “tempo” possano tornare ad essere “valori” importanti nelle nostre vite. È questo il filo conduttore che attraversa tutta la nuova avventura di Davide Bresciani. OFFICINA DELLA VALLE Via Valle Bresciana, 11 25127 Urago Mella (Brescia) - Tel 030.317666 www.facebook.com/RistoranteValleBresciana

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/POST-IT

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Pelo e
di IMMANU
immanuel

Margaret Thatcher
Se ne è andata, nei giorni scorsi, la lady di ferro, che ingaggiò una durissima lotta con Arthur Scargill, il potente leader dei minatori inglesi, e la vinse. I giornali di tutto il mondo ne hanno commentato in vari modi la scomparsa. Quello che a chi scrive sembra sia stato di lei un aspetto alquanto trascurato, e che invece la completa splendidamente, come donna di valore intrinsecamente superiore, è una sua affermazione del 1982. “In politica – disse – se vuoi che qualcosa venga detto chiedilo a un uomo, ma se vuoi che venga fatto allora chiedilo a una donna”. E se le Camere riunite per la difficile successione a Napolitano se lo ricordassero?

Industria: chi va, chi viene, chi resta
Chi va? Cromodora wheels, che va ad investire in Repubblica Ceka, dove realizzerà il raddoppio dello stabilimento già esistente. “Non ci sono, in questo momento, le condizioni per investire nel nostro territorio”, ha dichiarato Giancarlo Dallera, patron dell’azienda e presidente dell’Associazione Industriale Bresciana, durante una tavola rotonda organizzata da Unicredit presso la Camera di Commercio, secondo quanto riporta, virgolettato, il Giornale di Brescia del 6 marzo. Chi viene? Nessuno, gli investitori girano sempre più alla larga dall’Italia, visto quello che si vede, si sente e si dice. Chi resta? Cembre, che ha investito 16 milioni di euro per ampliare lo stabilimento di via Serenissima. “Siamo attenti, ma non spaventati dalla concorrenza asiatica. Noi puntiamo su Brescia”, ha detto Giovanni Rosani, sempre al Giornale di Brescia del 6 marzo, per strana coincidenza. Certo che, con quello che sta accadendo, il Grosso d’oro, a dicembre, il Comune di Brescia dovrebbe darlo alla Cembre!

EL

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Bersani, il giaguaro e la Telecom
Rischia di essere una parabola strana, quella di Pierluigi Bersani. Politico di lungo corso e ministro stimato, del quale si ricordano provvedimenti – le lenzuolate – certamente non risolutive di tutti i vecchi problemi italiani, ma che hanno rappresentato lodevoli tentativi di riforme. Oggi Bersani appare incomprensibile ai più. Dopo aver vinto le primarie contro Renzi, dopo essere riuscito a perdere elezioni che in partenza sembravano stravinte, si è messo alla caccia dell’appoggio di Grillo. Era ovvio, visto che il flop non inatteso di Monti, e la “resurrezione” di Berlusconi, del quale tutto si può dire, ma non che non sia un eccellente venditore di se stesso ed un affascinante affabulatore, non gli davano alternativa. Oggi, mentre scriviamo, Bersani è un “congelato”. Dopo 50 giorni dalle elezioni, dopo aver perso la “battaglia della lavanderia” contro il giaguaro, dopo aver inseguito invano le terga di Grillo, cosa fa? Si mette a lottare come un leone, ma – udite udite – contro Renzi, nel suo partito. Dove pensa di andare? A nuove elezioni? Con un partito spaccato, anzi dilaniato? E pensa di vincerle? Oppure a un governo appoggiato dalla dissidenza grillina? Con quali prospettive? Di una crisi a ogni stormire di fronde? A un accordo con il Cavaliere? In queste condizioni, di evidente debolezza, il giaguaro, che ha conservato integre le sue macchie, avrebbe ottime possibilità di azzannarlo alle caviglie e di azzopparlo, stavolta per sempre. Una cosa è certa: Bersani non può permettersi il lusso di spaccare il partito, facendo la lotta a Renzi. E non per questioni ideologiche, che non ci sono o non si vedono. Ma perché Bersani appare sempre più, giorno dopo giorno, un rischio per l’integrità del suo partito. Non è dato sapere con certezza se Renzi non sia stato scelto tra i grandi elettori per il Quirinale perché i toscani non lo hanno votato o perché una telefonata di Bersani lo ha impedito. Certamente, però, la sua risposta, “chiedetelo alla Telecom” non brilla per opportunità e tempismo. Dopo il suo “smacchiamo il giaguaro”, questo “chiamiamo” la Telecom rischia di essere un altro pesante, finale infortunio.

Ancora Bigio…
Ancora lui! Con tutti i problemi che ci sono, Bigio è sempre al centro dell’attenzione, purtroppo, dei giornali. Non si placa, infatti, la polemica tra chi vorrebbe “erigerlo” in piazza Vittoria, e chi vorrebbe lasciarlo nel magazzino dell’Asm (si dovrebbe dire Asmea, ma almeno la memoria la vogliamo conservare?). Sembra, però, che si apra uno spiraglio, che potrebbe risolvere questa vicenda che turba il sonno degli amministratori comunali. Sembra, infatti, che qualche mente fantasiosa abbia trovato la soluzione brillante: Bigio in piazza Vittoria sì, ma non “eretto”, soltanto sdraiato! Già, ma non crediate che finisca qui. Senza essere un profeta, immagino che si aprirà l’altra questione: sdraiato sì, ma prono o supino?

La trincea delle imprese: pronti alla protesta
Il Corriere della sera ha scritto di un’importante riunione degli industriali lombardi, che si è svolta a Milano, in preparazione della riunione dei “piccoli” industriali a Torino, in un’atmosfera decisamente tesa. Giovanni Maggi, presidente della Confindustria di Lecco, ha richiamato l’urgenza di una politica forte, attenta alle imprese, perché i “piccoli” stanno chiudendo. Renato Cerioli, presidente degli industriali di Monza e Brianza, regno del mobile, ha denunciato la rarefazione degli investimenti delle multinazionali, l’insostenibile livello della tassazione, il rischio della delocalizzazione. Franco Bosi, presidente di Confindustria Pavia, ha evidenziato il rischio delle infiltrazioni mafiose tra le maglie della fragilità delle imprese. Guido Venturini, di Confindustria Bergamo, ha detto che chi produce per il mercato interno è in trincea. Insomma, vista da Milano, l’Italia è allo stremo delle forze, afferrata per i capelli da Monti per non annegare, come ha detto Meomartini, presidente di Assolombarda, mentre Barcella, presidente di Confindustria Lombardia, ha paventato il rischio del salto nel buio di nuove elezioni. Non si sa – il Corriere non ne fa menzione – cosa abbia detto l’Associazione degli industriali di Brescia. Forse a Brescia la crisi non c’è, non la si avverte? Eppure la Ggil sostiene che a Brescia, ogni giorno, ci sono 153 licenziamenti. Se la Cgil non mente, perché l’Associazione Industriale Bresciana ha taciuto, in un momento così delicato?

Montichiari, ancora!
Sembra che i bresciani di Abem – d’intesa con i bergamaschi, questa volta – vogliano ricorrere alla giustizia europea contro la concessione aeroportuale quarantennale per il D’Annunzio in favore dei veronesi. Meglio tardi che mai, visto che Franco Bettoni, il presidente della Camera di Commercio, voleva farlo già sei anni fa, ma nessuno gli diede ascolto. Certo che un ritardo di più di 2.000 giorni non è proprio una bella medaglia. A Brescia, poi, dove si dice che la concretezza sia il segno distintivo della cosiddetta brescianità…

Credeteci, in un caso o nell’altro, ci sarà chi ci vedrà un maschilismo imperante, la negazione della pari condizione, il dilagare del permissivismo, l’inno, o, per converso, la deprecazione per l’omosessualità dilagante, e così via, in attesa che torni Zì Dima Licasi.

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in evidenza

/SONDAGGIO

grandi successi per

Brescia Casa dentroCASA design 2013
Si sono spenti i riflettori su Brescia Casa – dentroCASA design 2013, un’edizione fatta di grandi successi, espositori entusiasti e visitatori numerosi: 20% in più rispetto alla passata edizione.
Il 10 marzo 2013 si è conclusa la rinnovata edizione della fiera dedicata all’abitare in corso a Brixia Expo dallo scorso 1 marzo. Presenti 140 espositori provenienti dalle province della Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige, Piemonte, Marche e rappresentanti oltre 200 marchi espressione del design contemporaneo di alto livello. Molto apprezzato lo spazio eventi che nel corso della manifestazione ha ospitato numerosi appuntamenti sia per il grande pubblico che per gli operatori professionisti del settore. Per i primi, tra gli altri dentroCASA project, un’iniziativa che ha coinvolto un gruppo di architetti professionisti nel fornire consulenza gratuita per riprogettare casa, richiesta nei due weekend da oltre 200 persone, oppure 4 MANI IN PASTA, il corso di cake design realizzato con “Le Torte di Giada” dedicato a mamme e bambini insieme che ha sempre registrato il tutto esaurito o ancora la rappresentazione teatrale EVNI seguita dalla presentazione dell’omonimo libro sempre di Umberto Dattola davvero entusiasmante. Per i professionisti due importanti ospiti d’eccezione attori del design contemporaneo italiano hanno calcato il tappeto nero del palco eventi, come Francesco Trabucco e Carlotta de Bevilacqua ed il calendario dei convegni si è concluso con due importanti incontri realizzati in collaborazione con gli esperti della rubrica dentroCASA clima. Un successo davvero strepitoso, espositori entusiasti e carichi di ottimismo, attendono adesso che i vari contatti si trasformino in richieste concrete di fornitura. Molte aziende hanno già confermato la loro presenza per la prossima edizione che si svolgerà nei giorni 28 febbraio, 1-2 marzo e 8-9-10 marzo 2014. “La richiesta da parte dell’imprenditoria qui presente di partecipare alla prossima edizione in certi casi, con aumento della superficie espositiva, ci conferma che lo sforzo di rilancio e rinnovamento della tradizionale Brescia Casa, attuato grazie alla partnership con dentroCASA design, è stato vincente – dichiara Gianpaolo Natali, art director della rassegna espositiva. Non posso nascondere che inizialmente – continua Natali – sia le celebrazioni per l’apertura della metropolitana del primo weekend di apertura che il blocco del traffico sul secondo, ci avevano procurato non poche ansie, ma poi già dalle prime ore della domenica mattina i numeri ci confermavano il superamento complessivo dell’affluenza registrata nella passata edizione, un 20% in più per un totale di circa 24.000 ingressi, di cui 7.000 solo nella giornata conclusiva”.

e abitudini di spesa dei bresciani sono cambiate profondamente a causa della crisi. O meglio. A causa dell’aumento delle tasse e della sempre minore fiducia nei confronti del futuro. A dirlo è il sondaggio del quotidiano online Bsnews.it, che indica chiaramente nel capitolo vestiti-accessori-scarpe la prima voce di taglio dei bilanci familiari. Mentre l’ultimo, senza sorprese, è rappresentato dai giocattoli per i bambini. Molti poi hanno ridotto anche le spese alimentari e tra gli scaffali guardano soltanto al massimo risparmio. Ma qualità del prodotto e marca – secondo i lettori del sito – restano due fattori determinanti nella scelta. Meglio “tenere a mano” con il fai da te. Rinunciando alla donna delle pulizie, dandosi al bricolage o più semplicemente affidandosi ai fornelli per ritrovare il sapore di una sana cena casalinga. Ed abbassare il conto.

L

www.bsnews.it Il risparmio passa dai fornelli

In questi anni di crisi hai tagliato le spese?
I numeri non lasciano spazio alle interpretazioni. Otto lettori su dieci di Bsnews.it spiegano di aver scelto di tagliare le spese negli ultimi anni. Le ragioni di questo cambio di rotta emergono con chiarezza dalla successiva domanda.

Sì.

No.

Cosa ti ha spinto a tagliare sugli acquisti?
Interessante è la spiegazione del perché molti hanno scelto di risparmiare di più. Sei utenti su dieci spiegano che il loro budget si è ridotto a causa dell’aumento di tasse e imposte. Mentre il 27 per cento motiva la scelta con la semplice paura del futuro. Uno su dieci, infine, parla di problemi legati alla mancanza di lavoro (cassa integrazione, licenziamento, ecc.).

Ho meno disponibilità a causa dei vari aumenti (benzina, Imu, ecc.) . Ho solo più paura del futuro e cerco di risparmiare per le emergenze. Ho meno disponibilità perché ho problemi con il lavoro (licenziamento, cassa, ecc.) .

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/SONDAGGIO
Quando acquisti un bene materiale qual è il criterio principale con cui scegli?
Il risparmio è il primo criterio con cui la maggioranza dei lettori affronta la spesa al supermercato. E se il 37 per cento cerca comunque di salvaguardare la qualità, quasi un utente su due spiega di puntare soltanto al prezzo più basso. Ma c’è una fetta sostanziosa di bresciani che si comporta in maniera diversa. Ben il 15 per cento, infatti, si basa su criteri etici (eco compatibilità, chilometri zero, equo e solidale, ecc.), mentre il 14 sceglie sempre prodotti di marca e il 12 guarda esclusivamente alla qualità.

Risparmio salvaguardando la qualità. Risparmio massimo.

Criteri etici (eco compatibilità, km 0, equo e solidale, ecc.). Marca del prodotto.

Qualità del prodotto. Altro.

Cosa fai per risparmiare negli acquisti di beni materiali?
L’abbigliamento è la voce principale di risparmio delle famiglie bresciane. Ben un lettore su quattro, infatti, lo indica come prima voce di taglio. E se a questo valore si sommano accessori e scarpe si sale quasi al 50 per cento. Per il resto la scure si abbatte soprattutto su tecnologia (12 per cento), cura della persona (10 per
Taglio le spese per l’abbigliamento. Taglio le spese di prodotti tecnologici. Taglio le spese per gli accessori di abbigliamento. Taglio le spese alimentari (prendo solo prodotti essenziali). Taglio le spese alimentari (qualità dei prodotti) . Taglio le spese per prodotti culturali (ex libri) . Taglio le spese di prodotti per la casa. Taglio le spese per i giochi dei bambini. Taglio le spese di prodotti per la cura della persona e il benessere.

LA QUALITà PRODUCE CRESCITA.
DA OLTRE 40 ANNI.

cento) e prodotti culturali come libri e cd (8 per cento). Sostanziosa anche la fetta di coloro che risparmiano sul cibo: l’11 per cento acquista solo prodotti essenziali, l’8 per cento riduce la qualità dei prodotti. In coda, invece, i prodotti per la casa (4 per cento) e i giochi per i bambini (2 per cento).

Taglio le spese per le calzature.

Cosa fai in casa o di persona senza rivolgerti ad altri per risparmiare?
Il risparmio è il primo criterio con cui la maggioranza dei lettori affronta la spesa al supermercato. E se il 37 per cento cerca comunque di salvaguardare la qualità, quasi un utente su due spiega di puntare soltanto al prezzo più basso. Ma c’è una fetta sostanziosa di bresciani che si comporta in maniera diversa. Ben il 15 per cento, infatti, si basa su criteri etici (eco compatibilità, chilometri zero, equo e solidale, ecc.), mentre il 14 sceglie sempre prodotti di marca e il 12 guarda esclusivamente alla qualità.

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LA/RUBRICA

GENTILE FARMACISTA...
di Francesco Rastrelli
Presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Brescia

Manda la tua domanda a: francesco.rastrelli@dodicimesi.com

IL FARMACISTARISPONDE
D// Gentile Farmacista, sento spesso parlare di acido ialuronico per contrastare l’invecchiamento della pelle. Può darmi delle informazioni a riguardo? Grazie. Michela R// Cara Michela, l’acido ialuronico è un componente presente naturalmente in diversi estratti organici, come nel tessuto connettivo di pelle e articolazioni e nell’umor vitreo dell’occhio. Caratterizzato da proprietà idrofiliche, esso consente di “catturare” molecole d’acqua e garantire l’adeguata idratazione e compattezza del tessuto connettivo cutaneo. Con il passare del tempo la concentrazione di acido ialuronico si riduce provocando la perdita di idratazione e turgidità tipiche della pelle giovane. Le aree del corpo che presentano i segni più evidenti dell’età, dalla cute alle articolazioni, e che soffrono di disidratazione e mancanza di elasticità possono trarre beneficio dall’integrazione con acido ialuronico. In associazione anche la vitamina C, oltre all’azione antiossidante, può essere di supporto nel favorire il corretto trofismo del collagene. D// È importante assumere acido folico durante la gravidanza? Veronica R// Cara Veronica, l’acido folico è necessario per assicurare una corretta crescita cellulare, poiché è coinvolto nella sintesi degli acidi nucleici. Rappresenta un nutriente fondamentale per i tessuti in rapida crescita, quali quelli materni, e per quelli in rapida rigenerazione, come i globuli rossi. In gravidanza è quindi essenziale per il corretto sviluppo embrionale, in particolare per la prevenzione della spina bifida e di altre malformazioni fetali. Agisce sul metabolismo dei grassi e favorisce i processi energetici cellulari. D// Poiché pratico molto sport, volevo sapere se l’assunzione di integratori specifici per le articolazioni può rinforzarle e renderle più forti alle pressioni cui sono sottoposte. Mattia R// Caro Mattia, l’assunzione di integratori alimentari è di supporto in soggetti che necessitano di un supplemento per contrastare fenomeni infiammatori a livello articolare; per gli sportivi, il cui tessuto connettivo e cartilagineo è sottoposto a sollecitazioni frequenti; nell’anziano, per contrastare una fisiologica senescenza delle articolazioni. In farmacia sono disponibili alcuni prodotti a base di Glucosamina solfato e Condroitinsolfato, sono precursori del tessuto connettivo cartilagineo e svolgono un’azione di struttura. Il Metilsulfonilmetano, lo zolfo organico, in associazione all’olio di enotera contrasta i processi infiammatori e supporta il fisiologico turnover del tessuto cartilagineo. La vitamina E e la vitamina C in associazione a Boro e Manganese contrastano invece i processi ossidativi e coadiuvano un fisiologico benessere delle articolazioni.

Perché assum

SALUTE

Un’integrazione di magnesio è ind icata nei casi di apporto con la die ridotto ta o di aumentat o fabbisogno di tale nutriente ch e si manifesta co n stati di irritabil nervosismo e te ità, nsione muscolare . Il magnesio, mi altamente presen nerale te nel corpo, aiu ta a promuovere effetto rilassant un e, contrastando le situazioni di te nervosa e muscola nsione re. In alcune situa zioni, l’assunzion eccessiva di alcoli e ci e l’utilizzo di diu retici possono provocare carenz e di magnesio. At let i, anziani o color che si ritengano o particolarmente stressati possono soggetti a defic essere it di magnesio, ch e do vrebbe essere regolarmente int egrato.

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e imparato a produrr che l’umanità ha inoltre mo bia È da molto tempo ab li co se i col passare de ersi tta (ed anche div e ad usare l’alcool: spezie, erbe, e fru ere ng giu é ag ch ad so o es imparat di liquori pr tenere una varietà rano dolcificanti) per ot liquori, si conside di mo rlia pa do an qu re, ne sto ge pa In infinita. rviti prima di un se: gli aperitivi (se sto per due varietà di ba i (serviti a fine pa tiv es dig i e ) to eti pp l’a ari. Essi e am lar gli per stimo imi rientrano ne). Tra questi ult etito pp l’a o an cit aiutare la digestio ec ll’aiutare il corpo: ne di mo e tiv più sta in o gu agiscon i nelle papille esso dei recettor e ce an gu lle ne innescando il proc e, molle, nella faring o lat pa co a l ne ma a, sto gu llo della lin mucosa de molano i villi della estione; dig tta rre co a nell’epiglottide, sti un a gastrico necessario ll’assimilazione secernere il succo ssaria al corpo ne ce ne e, bil lla de il pancreas a o tan aiutano il flusso aiu llea al duodeno ed tife cis ali nel lla da si, as dei gr sulina, entrambi vit pancreatico che l’in creare sia il succo cemia. controllo della gli

ari Liquori salut

PILLOLE DI…

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/QUI E LÀ
La Brescia Art Marathon ha cambiato strada
Lo scorso 10 marzo, la Brescia Art Marathon, entrata nel suo secondo decennio di vita, si è rinnovata proponendo ai maratoneti un percorso variato rispetto agli anni precedenti a cominciare dalla partenza in Viale Europa. Il percorso ha toccato i punti più significativi e belli della città attraversandola da nord a ovest, da sud a est, fino a giungere all’arrivo in Piazza Loggia. ll keniano Daniel Kiplino Songok ha vinto la gara con il tempo di 2 ore 11 minuti e 47 secondi. Secondo posto per l’etiope Megersa Gosa. Terzo il bresciano Alessandro Rambaldini dell’Atletica Gavardo, che si è così aggiudicato il titolo di campione provinciale di Maratona. Per le donne la vittoria è andata alla keniana Doreen Kitara.

/QUI E LÀ
PAUL MC CARTNEY IL25 GIUGNO ALL’ARENA DI VERONA
Paul Mc Cartney ha annunciato le sue prime date live del 2013 che saranno parte di un tour tutto nuovo intitolato “Out There!” che vedrà Paul e la sua band viaggiare per il mondo per tutto l’anno, visitando anche luoghi in cui non si è mai esibito. Accanto a Varsavia e Vienna McCartney ha scelto in Italia lo scenario dell’Arena di Verona, dove si esibirà il 25 giugno prossimo, unica data italiana. Nel suo nuovo tour Paul Mc Cartney eseguirà canzoni dei Beatles oltre a spaziare nel suo ampio repertorio, sia da artista solista che come membro dei Wings.

QUI & là
Il Giorno del Ricordo 2013
Il 14 marzo nel salone Vanvitelliano di palazzo Loggia si è tenuto il Convegno internazionale organizzato dal “Centro Mondiale per la cultura Dalmata”, con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Brescia, dal titolo: “Le vicende del confine orientale d’Italia e l’esodo dei giuliano-dalmati. Una memoria per la nuova Europa che sta sorgendo”. I relatori Arnaldo Mauri, Kristjan Knez, Giorgio Baroni, Milan Rakovac, Fulvio Salimbeni, Luciano Rubessa, Manuela Cattunar, Valerio Di Donato e il Sindaco Adriano Paroli hanno ripercorso, con una visione critica, le tappe e i momenti culminanti della tragedia epocale che investì le popolazioni italiane di Istria, Fiume e Dalmazia.

LATTERIA ARTIGIANALE MOLLOY: NUOVA SEDE ALLA NAVE DI HARLOCK
L’Associazione culturale Latteria Artigianale Molloy, a distanza di due anni dalla sua chiusura, ha riaperto i battenti presso la Nave di Harlock, al Parco Ducos, pronta per una “nuova mungitura delle idee”. Inaugurata il 29 marzo con Roy Paci. Non cambia la formula con cui tra il 2007 e il 2011 si era distinta negli ambienti del circolo Uisp di via Maggi. Tanta musica, ma anche teatro, cinema, presentazione di libri, mostre, dj set nella programmazione del circolo, oggi affiliato all’Arci. Ai grandi nomi della musica italiana già annunciati, come Niccolò Fabi (18/04), Simone Cristicchi (19/04) e i Marta sui Tubi (4/05), si affiancheranno i big della scena bresciana con la Oni Band (5/04), il 4/quarti e i Plan de Fuga.

a cura di ROLANDO

GIAMBELLI

LA GRANDE SCHERMA DI CASSARÀ E AVOLA A 3.000 METRI
Il duello sul ghiacciaio tra i campioni di scherma Andrea Cassarà e Giorgio Avola si è concluso con la vittoria per 15 a 13 dell’atleta bresciano leader mondiale di Fioretto e grande appassionato di montagna. L’esibizione, ambientata ai piedi del ghiacciaio Presena (2.730 metri) si è svolta sotto una leggera nevicata che ha contribuito ad esaltare l’eccezionalità della cornice naturale regalando grandi emozioni a tutti i presenti. “È stata una grande emozione e pensavo che sarebbe stato più difficile duellare sotto la neve – ha detto Cassarà –. Conoscere Giorgio e allenarmi spesso con lui mi ha permesso di vincere questo duello e di premiare l’entusiasmo dei tifosi che hanno raggiunto il ghiacciaio Presena a 3.000 metri”.

Sono Bresciani i campioni regionali di ballo 2013
I coniugi bresciani Massimo Bigoli e Anna Bertelli, appartenenti alla società sportiva Rosy Dance dei maestri Curnis, hanno vinto il campionato regionale svoltosi a Treviglio, sabato 9 marzo. 700 le coppie in pista che si sono sfidate nelle varie categorie a suon di valzer e tango, ma l’eleganza e la determinazione di Massimo e Anna hanno avuto la meglio contribuendo così ad alzare il medagliere della propria scuola portandolo a 7 titoli regionali. I coniugi Bigoli non sono nuovi a queste fantastiche performance, infatti alla prima tappa di Coppa Italia, competizione valida per tutto il settore nord Italia, si sono aggiudicati la prima posizione.

Giardinaria 2013: 1ª edizione della mostra mercato
Castello Quistini, dimora storica immersa in uno splendido giardino botanico a Rovato, sarà la location della prima edizione di “Giardinaria”, mostra mercato di vivaci perenni, stagionali, rose, orchidee, piante acquatiche, esemplari da interno ed esterno, succulente e cactacee, piante rare, piante officinali e curative, arredi e complementi. Organizzata dall’Associazione Florovivaisti Bresciani, che conta oltre 150 imprese florovivaistiche e di manutenzione del verde, e da Castello Quistini, azienda agricola specializzata in rose, “Giardinaria” sarà in programma sabato 25 e domenica 26 maggio, dalle 10 alle 20, in Via Sopramura 3, a Rovato. Visita la manifestazione su Facebook a questo link: www.facebook.com/giardinaria.

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/COSTUME E SOCIETà

Il “riuso” fa tendenza
Trashy fashion e swap-parties: abiti riciclati e feste del baratto si stanno diffondendo e, complice la crisi, stanno dando nuovi input al mondo della moda.

A

di Camilla Zampolini

vete mai sentito parlare di “riuso” in ambito moda? Riuso inteso non tanto come acquisto di capi vintage, ma come reinvenzione, riutilizzo, nuova vita. I meccanismi del mondo della moda, si basano sul concetto del ciclico ritorno: del fare, rifare e poi rielaborare di nuovo. Ebbene, negli ultimi tempi, complice forse la crisi, il “riuso” sta diventando un vero e proprio fenomeno di massa. Assistiamo alla costante fioritura di botteghe, bottegucce, spazi condivisi e shop che offrono una nuova prospettiva alla clientela che diversamente se ne starebbe ben lontana dagli spazi espositivi. Il concetto di base è molto semplice: “hai qualcosa di vecchio che non usi più?” oppure ancora “possiedi dei capi nell’armadio che per svariati motivi non indossi?” “Portali da me. Posso aiutarti a reinventarli, oppure comprarli e poi rivenderli sotto nuova forma”. Questa tendenza, ormai diffusa in tutto il mondo è comunemente chiamata, con un’espressione poco affascinante, “trashy fashion”. Esistono aziende improntate sul mondo del riciclaggio e della recology (contrazione dei termini “reuse” ed “ecology”), come ad esempio la Sanitary Fill Company di San Francisco, che incentivano a piene mani la moda; in realtà, per parlare di riciclaggio dei rifiuti improntato alla realizzazione di nuovi materiali tessili non bisogna andare così lontano: anche alcune aziende municipalizzate

italiane propongono di riciclare le bottiglie in pvc per la creazione di tessili dall’appeal più o meno fascinoso. L’idea di trasformare la “spazzatura” in prodotto di moda è da tempo anche patrimonio culturale e ambito di studio e ricerca di scuole di creatività come l’Istituto Europeo di Design o il Politecnico di Milano che svolgono da anni manifestazioni di moda incentrate su questo tema. Se non vi sentite ancora pronte per il “trashy-chic” in senso esteso, sempre parlando di riuso, potrebbero fare per voi gli “swap-parties” (letteralmente “feste del baratto”). Recentemente, un folto gruppo di fashion victims americane, con la complicità di alcune fashion bloggers molto in vista, ne hanno organizzati di grandiosi. E così, ecco compa-

rire swap-parties dappertutto. Gli swap parties in realtà non sono nulla di nuovo, infatti, erano già in voga in America nel periodo tra le due guerre: le signore “bene” si incontravano di pomeriggio per bere il tè e… scambiarsi i vestiti! Tra un sorso di tè e una chiacchiera quindi, si rinnovavano il guardaroba a costo zero. La cosa bella degli swap parties è che si possono organizzare anche a casa tra amiche: basta spargere la voce, organizzare una merenda o un happy our gourmand e il gioco è fatto! Se prima di provare a casa, volete testare qualcosa di già organizzato, vi segnaliamo il sito http://www.swappartybrescia.it; che organizza fantastiche feste in abbinata a simpatici mercatini vintage, a due passi dalla nostra città.

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/what ’s up?

/what ’s up?
L’illuminazione è: bene partire con l’aria da sprovveduti, ma che sia soltanto una studiatissima allure da globetrotter navigato. Meglio tenersi in tasca una guida coi controfiocchi, e diffidare da consigli troppo entusiastici. La probabiGiusto per fare lità che il premuroso amico di qualche esempi o. Se siete dei ricercatori turno ti consigli così caldaseriali, con la m an ia dell’ele nco “pro & cont mente il tal (sperduto) museo ro”, dovere reca rv ch i a Pein o city. Lì si trov per vedere come te la cavi in a il Love Marke su pe t: un rm er cato che, sugli un dedalo di corridoi senza sescaffali, al post di detersivi e o gnaletica, che neanche il Minobistecche con l’osso, mette in bella mostra tauro…, è alta. Tralasciando le le foto di 400 singles, con tanto di dettag nostre disavventure – ma con la liate info. In Gi ap po ne, invece, ci va mente resa acuminata da siffatte da chi ha prov to (e fallito) l’a aesperienze – abbiamo poi scoperto ggancio agli ha ppy hour nost ra ni. Se nemmen che, per i single, in qualche modo tutto fila o i machikon lo cali funzionano – aper via più liscio. Perché il mondo intero, pare, itivi “di massa ”: ci si ritrova al m en o in 2mila – si sent si adopera per trasportare la categoria da irà legittimato gettare la spug a una nazione all’altra seguendo il semplicina. E sbronzar si in santa pa ce , addominali de stico fil rouge dell’accoppiamento, dell’incontratti. Ma la trovata contro, dell’innamoramento, insomma. E migliore arriva da oltreoceano. Fate così: quando si organizza un viaggio così, cosa prenotate in un alberghetto di vostro gust ce ne può fregare del tempo, del raffredo in L.A., e viag gi ate estrem am ente leggeri. Pe dore, dei misunderstandings d’agenzia? rché tutto ciò se che vi rv e è una t-shirt sdru L’adrenalina dell’incognita amorosa è a cita 100% coto ci do ne: rm ir et e per tre notti, mille, siamo dentro ad un brutto trip nel poi la deposite rete in un cent quale persino il cortese benvenuto dello ro specializzato che, dopo averla congelat stuart ci sembra una smaccata avance. a per bene, la numererà esponendola ai “nasi” in cerca dell’anima gemella. Ebbene sì: il colpo di fu lmine avverrà (forse) gr azie alle esalaz ioni dei vostri feromoni. Tentar non nu oce.

Sì, viaggiare…
Gioie e dolori dei globetrotters
di Alessandra Tonizzo o confessiamo subito. Quest’articolo nasce come pretesto per parlare (anche) di un nostro viaggio “andato a male”, come quel barattolino di yogurt goloso di cui “non potevamo farne a meno”, e poi è immancabilmente irrancidito dietro al cespo d’insalata bio. Partiamo col dire che viaggiare è un’arte (“Sì, viaggiare… Evitando le buche più dure”, cantava, appunto, Lucio Battisti, in tutta un’altra epoca), e se all’incipit di ogni valigia e biglietto aereo appaiono le sintomatologie più invalidanti, beh, si capisce subito che quest’arte non la si padroneggia molto bene. Forse il destino ci sta dicendo di lasciar perdere, di accoccolarci sul divano e, piuttosto, ascoltare ipnotizzati per ore ed ore le dissertazioni di Licia Colò.

L

Ma noi siamo sordi (complice l’intasamento “al calcestruzzo” da raffreddore cronico?) ad ogni avvisaglia, e ci imbarchiamo ugualmente. Non solo, scegliamo una meta svincolandola dal suo contesto stagionale migliore, perché nella nostra testa esistono posti che sono cool ad ogni latitudine climatica. Certo, come no. Andate a Berlino in un weekend marzolino, e poi diteci se di bello non resta solo la rima sibillina (a meno che, ovvio, non siate patiti per scenari da Cortina di Ferro). Dopo aver pattinato a -10° imbottiti di paracetamolo (sul marciapiedi, beninteso), quand’anche gli artisti di strada – quel florilegio di ragazzoni punk dalle mani d’oro, capaci di far sbocciare splendide parure da un servizio di vecchie posate – facevano marameo dai loro caldi nascondigli, torniamo a casa, con un’idea fissa in testa e un mal di gola da primato.

Quanto a noi, abbiamo deciso che, almeno per un po’, seguiremo i dettami di Keiesuke Matsumoto. Monaco buddista – 33 anni, dirigente (si fa per dire) del tempio tokyota Komyoji e da poco anche scrittore –, Keiesuke pratica e predica lo Zengosaidan in casa propria, ovvero l’arte di non procrastinare… nel fare ordine. Il suo primo libro, Manuale di pulizie di un monaco buddhista, ci chiarisce le idee: “se vuoi essere felice, fai, guarda caso, le pulizie”. Un panno, una scopa, e quattro solide mura. Siamo già a nostro agio. Fino al prossimo, immancabile, viaggio.

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/attualità

Farmacisti in prima linea

per un uso più corretto dei farmaci
L’iniziativa condotta nelle farmacie bresciane ha dimostrato una maggiore efficacia della terapia nei pazienti seguiti dal farmacista. Con possibili risparmi anche sulla spesa sanitaria.

F

avorire il miglioramento delle condizioni di salute del paziente e, al contempo, garantire un taglio ai costi della sanità pubblica: con questi obiettivi di fondo, dallo scorso ottobre fino a gennaio, in circa venti farmacie della provincia di Brescia è stato portato avanti il progetto pilota Mur – Medicine use review, ossia revisione dell’uso dei medicinali –, organizzato dall’Ordine dei farmacisti di Brescia, in collaborazione la Fofi (Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani) e con la Medway School of Pharmacy dell’Università del Kent, e con il patrocinio dell’Ordine dei medici, chirurghi, odontoiatri della provincia di Brescia, delle Asl di Brescia e di VallecamonicaSebino, e dell’Atf (Associazione titolari farmacia). Il Mur si è concretizzato in un questionario che i farmacisti coinvolti hanno sottoposto a un determinato tipo di clientela, al fine di verificare il livello di conoscenza dei farmaci, e aderenza alla terapia, da parte dei pazienti; il progetto è stato rivolto a persone affette da asma bronchiale, malattia cronica i cui costi indiretti rappresentano più del 50% della spesa sanitaria nazionale. L’8 aprile, sono stati resi noti i risultati preliminari del progetto Mur (prima

sperimentazione nel suo genere in Italia, avviata in contemporanea anche nelle province di Pistoia, Torino e Treviso). I riscontri sono piuttosto eloquenti: dei circa 300 pazienti presi in esame, il 52% ha raggiunto una maggiore comprensione delle finalità dei trattamenti prescritti e il 36,4% ha migliorato le modalità di assunzione dei farmaci, contro il 13% che non l’ha fatto. In sostanza, il progetto ha gettato una nuova luce sull’importante ruolo del farmacista in relazione all’uso più corretto dei farmaci: in maniera diretta, è stata misurata ed evidenziata l’efficacia della terapia, a seguito di un più approfondito controllo del farmacista riguardo all’utilizzo dei medicinali prescritti. Allargando la visuale, la sperimentazione ha permesso una migliore aderenza terapeutica, allontanando i rischi di ricadute della patologia e, peggio ancora, di ricoveri in strutture ospedaliere, assicurando così un notevole risparmio in termini di sanità pubblica. Dunque, sia a livello di benefici per l’individuo, che per quel che riguarda i vantaggi per la comunità, lo studio, che a breve verrà ripreso, ha indicato, nella collaborazione tra chi prescrive la cura – il medico – e chi monitora il corretto

uso dei farmaci – il farmacista –, il viatico per un servizio sanitario virtuoso: “Un’esperienza come il Mur – ha dichiarato il dottor Francesco Rastrelli, presidente dell’Ordine dei Farmacisti bresciani – rivalorizza la professione del farmacista in chiave più moderna: di fatto, il farmacista non si sostituisce al medico curante ma lo affianca mettendo a disposizione le sue specifiche competenze, ossia quelle farmacologiche”. “La collaborazione tra farmacisti e medici – ha detto il dottor Carmelo Scarcella, direttore generale dell’Asl di Brescia – è un passaggio fondamentale per migliorare l’educazione terapeutica dei pazienti: l’assistito deve diventare soggetto attivo nella terapia, ma a questo si arriva solo con un percorso formativo come può essere quello proposto con il Mur”. “L’iniziativa del Mur – secondo l’analisi del professor Andrea Manfrin, docente alla Medway School of Pharmacy e coordinatore del progetto – indica che stiamo entrando sempre più in mondo paziente-centrico e non più farmacocentrico: il team working, lo scambio di informazioni, tra medico e farmacista, costituiscono una delle strutture portanti di questo mondo”.

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La soluzione ai problemi dentali di tutta la famiglia
Trattamenti
ODONTOIATRIA GENERALE Conservativa - Endodonzia - Pedodonzia PROTESI DENTALE Protesi fissa e mobile Protesi estetica CHIRURGIA ed IMPLANTOLOGIA Implantologia computer assistita Implantologia tradizionale Implantologia a carico immediato PARODONTOLOGIA Chirurgia parodontale ORTODONZIA Mobile - Fissa - Estetica ed Invisibile GNATOLOGIA Correzioni occlusali Analisi posturali ESTETICA DENTALE Igiene dentale Trattamenti smacchianti rapidi Sbiancamento professionale Faccette estetiche Restauri estetici

I nostri prezzi

I nostri listini sono il risultato di uno studio accurato delle esigenze del Paziente, concretizzatosi in una struttura efficiente ed organizzata, che sa coniugare servizi, qualità e prezzo. Igiene orale 40,00 Otturazione semplice ( I classe ) 48,00 Corona in metallo-ceramica 420,00 Impianto endosseo 540,00 Ortodonzia bambini 600,00

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Finanziamenti anche a tasso zero
Mediante convenzioni con Società Finanziarie.

Per anno per arcata

La Qualità La Clinica

Per garantire servizi di eccellenza la nostra equipe medica è composta da qualificati specialisti, utilizziamo le più moderne attrezzature ed i migliori materiali tutti garantiti e certificati ISO e Su di una superficie di oltre 700 mq, abbiamo realizzato ambienti accoglienti e luminosi con 16 sale operative di cui 3 di chirurgia implantare, 2 di igiene e trattamenti di estetica dentale, 2 di prima visita generale ed ortodonzia. Qui i nostri pazienti sono accolti in una confortevole sala d’attesa e dispongono di salottini privati post-operatori e di una area giochi bambini.

Igiene e Sicurezza

Il nostro reparto di STERILIZZAZIONE, dotato delle più moderne ed efficienti apparecchiature, adotta rigorosi protocolli di pulizia e disinfezione dello strumentario. Un sistema computerizzato garantisce la tracciabilità degli strumenti impiegati. Gli ambienti sono costantemente sanificati e l’acqua utilizzata negli ambulatori è trattata mediante raggi UV.

Radiologia

Oltre alla tradizionale radiologia digitale endorale e panoramica, abbiamo investito in apparecchiature di ultima generazione, quali la TAC dentale 3D volumetrica a bassa emissione, oggi strumento indispensabile per una corretta e più sicura diagnosi finalizzata sia ad interventi di chirugia implantare anche computer assistita che a valutazioni ortodontiche e gnatologiche.

Via O. Fallaci, 24 - Strada Prov. 235 - 25030 Castel Mella (Brescia) Tel. 030 2582204 (4 linee r.a.) - Fax 030 2584678 info@belsorrisogroup.it - www.belsorrisogroup.it Orario continuato: lunedì-venerdì 8,00/20,00 - sabato 8,00/14,00

Controllo dell’ ansia

Tutti i trattamenti possono essere eseguiti in sedazione cosciente per il controllo dell’ansia o attraverso sedazione farmacologica in presenza di Anestesista.
Direttore Sanitario Dott. Aldo Albanese
Iscritto all’albo Medici-Odontoiatri di Brescia n° 2804

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