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IN CAMMINO CON L’EVANGELIZZAZIONE

A colloquio con Ignazio Youssef III Younan, nuovo Patriarca della Chiesa Siro Cattolica

I

gnazio Youssef III Younan, nuovo Patriarca dei Siri d’Antiochia, di Gerusalemme e di tutto l’Oriente, all’indomani della sua elezione, saluta Paulus ricevendone gli auguri, condividendone emozioni, programmi e raccontandosi. Alle sue spalle, una vita trascorsa sempre in viaggio. Siriano d’origine, dopo diversi anni di servizio prestato in Libano e 23 tra Stati Uniti e Canada, è stato ora richiamato a risiedere in Libano per essere proteso a tutto il Medio Oriente e alla diaspora della sua Chiesa.

nostra patria è nei Cieli: pertanto ci affidiamo nelle mani del Signore durante questo cammino». Beatitudine, ci racconti le sue sensazioni dopo l’elezione. «Non so quale sia il disegno divino su di me, so solo che non sono degno, e seppure ora sia patriarca, so che essere primo vuol dire essere servitore. Ringrazio il Signore e il Santo Sinodo per avermi eletto e per avermi dato questa fiducia. La nostra Chiesa ha davvero bisogno di rinnovare la vera comunione fraterna e l’unità degli spiriti. Per questo ho scelto come programma farmi tutto a tutti». Apre il suo mandato all’insegna di san Paolo, dunque. Come lo attuerà? «Ho scelto questo versetto perché noi cristiani siamo il corpo mistico di Cristo, in cui tutte le parti hanno un ruolo che non può che essere esercitato se non in spirito di unità. È la cosa più urgente. Siamo una delle chiese più piccole, forse la più piccola e anche la più “dispersa”: non solo nei nostri Paesi d’origine in Medio Oriente, ma anche nei Paesi della diaspora. Il più delle volte i rapporti tra noi e queste comunità si sono raffreddati, creando così una sorta di divisione ab intra che va sanata».

Una vita simile all’evangelizzazione itinerante di Paolo, la sua: come si colloca in questa geografia spirituale? «Tutto questo mio viaggiare mi fa ricordare l’eredità che noi aramei – cioè di lingua aramaica – abbiamo raccolto dal nostro padre nella fede che era, appunto, un arameo errante. I miei stessi genitori non sono siri, ma turchi, originari di Mardin. Sin da piccoli furono costretti a lasciare il loro Paese e a recarsi in Siria: scesero attraversando la linea ferroviaria dell’allora famoso espresso di Baghdad. Siamo eterni erranti, perché il nostro padre Abramo è stato chiamato a mettersi in cammino dal Signore, come del resto ciascuno di noi. Seppur incapaci di comprendere il perché di questo destino, san Paolo sapientemente ci ricorda che la 14 - ANNO I - N. 10 APRILE 2009

Con quali sentimenti ora lascia le comunità americane e canadesi ove ha tanto lavorato? «Sono fiero del fatto che, dopo più di 20 anni, siamo riusciti a creare dal niente un’Eparchia per il Canada e per gli Stati Uniti. Le lascio con gioia ai miei validi collaboratori che mi hanno assistito e ben accolto insieme alla gente del luogo, che ha pure cooperato. Separarmi da questi fedeli non è facile, ma sanno che per loro ci sarò sempre». Un rapporto decisamente paolino! Ci racconti com’è stata accolta questa Chiesa nascente. «La chiesa locale si è mostrata aperta nei nostri confronti, forse perché coscienti di essere un Paese nato dall’emigrazione, e che nella maggior parte dei casi l’immigrazione è forzata. Se siamo sparsi per il mondo non è solo perché si cerca una vita migliore, ma anche perché costretti. Abbiamo fatto il possibile, non solo per salvaguardare il nostro patrimonio spirituale, soprattutto per integrare questi figli nel nuovo tessuto sociale dopo che sono scampati dalla morte e hanno perso tutto. La Chiesa cattolica ci ha aiutati molto ed è stata influente anche l’azione operata in nostro favore dai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI». Quale mandato lascia al suo successore? «Si pensa che l’America sia un paradiso, ma non è così. La solitudine dilaga tra i migranti: hanno bisogno di essere aiutati a vivere un vero amore fraterno. Chi dovrà servirli, come vescovo, dovrà essere semplicemente aperto all’amore, dovrà essere un padre pronto a comprendere, prima che a giudicare; e ad aiutare, prima che a imporre. Dovrà

accettare di vivere in circostanze difficili e soprattutto a spostarsi sovente, perché le comunità sono sparse sul territorio e bisogna rendersi presenti visitandole una ad una, proprio come faceva Paolo». Al suo rientro in Medio Oriente, come prevede il suo rapporto con l’Islam? «La predicazione della violenza che cerca di dividere il mondo in due – i fedeli e gli infedeli – non è molto incoraggiante. Ma siamo stati chiamati a vivere tra i musulmani, nostri fratelli di fede diversa. Dicendo la verità nella carità, testimoniando la nostra fede e gli insegnamenti evangelici ricevuti, possiamo vivere insieme. La gente tollerante e di buon senso, presente in tutto il mondo arabo e non, è convinta che la presenza cristiana sia un arricchimento. Per cui i cristiani e i musulmani che cercano di fare la volontà di Dio dovrebbero allearsi e combattere la violenza che dilaga per opera dei fanatici». Che ne pensa della proposta avanzata dai vescovi caldei di un Sinodo per l’Oriente? «È certamente una buona proposta. E auspico che si realizzi, nei tempi e modi che la Santa Sede riterrà opportuni. Intanto, ogni volta che ci s’incontra, si discute e si converge su temi comuni. A partire dalla sopravvivenza». Daniela D’Andrea
La linea ferroviaria che, partendo da Berlino e passando per Istanbul, giungeva fino a Baghdad. Sotto: Ignatius III riceve l’omaggio degli altri vescovi dopo la cerimonia d’intronizzazione. Nella pagina a sinistra: i membri del Sinodo, impugnando insieme l’ houtro (pastorale), conferiscono i poteri e manifestano la loro comunione con il Patriarca.