La guerra asimmetrica, tra teoria e realtà

di Giuseppe Caforio

© Società Italiana di Storia Militare

La guerra asimmetrica, tra teoria e realtà
di Giuseppe Caforio

Le mutate condizioni della guerra oggi E’ comune esperienza che noi stiamo vedendo nuovi aspetti del fenomeno guerra nel XXI secolo, caratterizzati da una natura prevalentemente etnica e ideologica o religiosa, da un puntuale sforzo di sfruttare i media (compresi i cosiddetti new media), dall’ignorare deliberatamente ogni comune regola etica. La strategia impiegata è quella di conquistare il potere politico diffondendo paura ed odio, creando un clima di terrore nella popolazione interessata, eliminando le voci moderate (Caforio, 2008). Queste forme di guerra vengono impiegate da reti spesso internazionali di attori, statuali e non, che includono gruppi paramilitari organizzati attorno un leader carismatico, signori della guerra che controllano una particolare area, cellule terroristiche, fanatici volontari tipo i Mujahadeen, gruppi criminali organizzati, unità di forze armate regolari e/o di servizi di sicurezza, così come mercenari e compagnie di sicurezza private (Kaldor, 1999, pag. 9). Si tratta di attori che si oppongono conflittualmente agli stati industrializzati che condividono la responsabilità della sicurezza e pace internazionale e che chiamerò qui “stati responsabili”, spesso riuniti nelle cosiddette coalitions of willing. Questo nuovo1 tipo di conflitto si svolge dunque tra due attori uno “forte” ed uno “debole”, secondo i parametri tradizionali del conflitto

Nuove non perché le singole forme di attacco impiegate dalla guerra asimmetrica, come verranno di seguito elencate, non fossero già apparse nel passato, ma per la loro

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convenzionale. La parte debole, the weak side, come viene chiamata dalla prevalente letteratura2, ricorre alle forme di lotta sopraindicate in quanto non avrebbe possibilità di combattere con successo la cosiddetta parte forte (the strong side) usando forme convenzionali di conflitto. Da questa asimmetria nei rapporti di forza dei due attori contrapposti prende corpo la terminologia “guerra asimmetrica”, impiegata per definire queste forme di guerra. L’esigenza da parte degli stati responsabili – singolarmente o, più spesso, in ampie coalizioni – di intervenire anche militarmente per stabilizzare territori o stati soggetti a queste forme di aggressione nasce con le operazioni dette di peacekeeping, già a partire dall’immediato dopoguerra della 2° Guerra Mondiale e si sviluppa nel tempo attraverso più impegnativi interventi nelle operazioni di peacemaking, peacebuilding e peace enforcing3. Ma la varietà di situazioni presenti in ogni operazione e la molteplicità delle risposte al giro di boa del XX secolo hanno portato la letteratura americana4 a coniare la nuova terminologia di Military Operations Other than War (MOOTW) e quella inglese al più diffuso termine di Peace Support Operations (PSOs). Alla fine, una marcata compresenza di azioni di guerra guerreggiata e di azioni di pacificazione, ricostruzione, a
combinazione ed integrazione in un contesto storico, sociale e strategico atto a dar loro una sinergia senza precedenti Vedi, Moskos, 1976; Barnet, 2003; Shultz & Dew, 2006; Caforio, 2008; Blomgren, 2008; Gentile, 2008; Nagl, 2009; Caforio 2013. Secondo le definizioni correnti, il termine peacekeeping identifica operazioni volte a far rispettare accordi di pace già raggiunti dalle parti in conflitto; il peacemaking normalmente richiede una più robusta azione militare per indurre ad una pacificazione anche elementi restii ad accettare una conciliazione del conflitto; il peacebuilding identifica una serie di iniziative svolte da diversi attori allo scopo di individuare ed eliminare le radici della conflittualità, proteggendo nel contempo i civili da azioni violente; il peacenforcing ha lo scopo di mantenere una situazione di pace con un intervento militare di una parte terza rispetto a quelle in conflitto e richiede rispetto alle precedenti maggiori livelli di forza (vedi Wikipedia). Per le MOOTW vedi, ad esempio, Adkinson, J. G., 2000; Bonn, Keith E. and Baker, Anthony E., 2000; Caforio, 2001.
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fronte del tipo di minaccia sopra delineato, ha reso la terminologia “other than war” impropria ed ha condotto alla definizione del fenomeno come guerra asimmetrica5, in alternativa alle forme conflittuali tradizionali, chiamate guerra convenzionale6. Tale terminologia ha presentato anche il vantaggio di porsi, in una posizione in qualche modo super partes: infatti dal punto di vista dei paesi che inviano forze di spedizione venivano spesso usati termini come PSOs, controinsorgenza, operazioni di stabilizzazione, ecc, mentre la parte debole normalmente usa termini quali “guerra santa”, “Jihad”, “guerra di liberazione” ecc. Conseguentemente, se uno vuole usare una terminologia che non sia quella propria di una sola delle due parti in lotta, il termine guerra asimmetrica sembra il più corretto, in quanto identifica una situazione nella quale una parte debole, opposta ad una parte forte, usa forme non convenzionali di guerra allo scopo di superare il divario tra le due parti. Forme, mezzi e strategie della guerra asimmetrica Il punto di partenza di ogni fondamentalismo ideologico o religioso è la educazione e l’indottrinamento dei giovani verso la ideologia stessa. Il fondamentalismo islamico7, ad esempio, ha realizzato questo processo attraverso le scuole religiose islamiche, le madrasse, spesso ed in molti contesti l’unica via offerta ai giovani delle popolazioni locali per acquisire in qualche modo una educazione scolastica. Alla formazione ideologica dei giovani si accompagnano la propaganda e l’indottrinamento politico- religioso delle masse, che avviene per la parte debole del conflitto asimmetrico sfruttando tutti gli strumenti di comunicazione che il suo avversario, la parte forte, ha creato realizzando la odierna “società dell’informazione”8. Formazione ideologica ed

Ciò a fronte anche della variegata terminologia da più parti impiegata: irregular warfare (IW), stability operations, counterinsurgency, fourth generation wars, full spectrum wars, small wars, low-intensity conflicts, hybrid wars, ecc. Che pure coesistono, come, ad esempio, la guerra aerea condotta nel 2011 dalla NATO in Libia (operazione Unified Protector), sulla quali vedi l’ottima pubblicazione “Missione Libia 2011”, (2013). Va però precisato, come verrà meglio esposto più oltre, che non rientrano nel conflitto asimmetrico soltanto il confronto tra l’Islam integralista, rappresentato da Al-Qaida, ed i paesi occidentali ( Ebrei, crociati ed i loro governi fantoccio nei paesi islamici, secondo la dizione degli integralisti islamici), come talvolta si può essere portati pensare, per il forte impatto pubblico che questo confronto ha. La società dell’informazione è il prodotto delle nuove tecnologie della informazione e della comunicazione ( information and communication technologies ICTs, vedi
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indottrinamento che sembrano produrre i loro risultati fin dal 1983, anno in cui da parte del terrorismo islamico, si registrano i primi attacchi suicidi di rilievo quali: • 18 Aprile, Beirut, Libano: l’ambasciata americana viene distrutta dall’attacco suicida di un auto esplosiva (63 morti) • 23 Ottobre, Beirut, Libano: un autocarro guidato da un terrorista suicida esplode presso le caserme americane uccidendo 241 marines: pochi minuti dopo un seconda attacco suicida uccide 58 paracadutisti francesi nella loro caserma nella parte occidentale della città • 12 Dicembre, Kuwait City, Kuwait: un autocarro esplosivo attacca l’ambasciata ed altri obiettivi americani (5 morti ed 80 feriti) Gli atti terroristici con ordigni esplosivi, spesso portati ed azionati da militanti suicidi, diventano negli anni seguenti una delle forme privilegiate di lotta, non soltanto del terrorismo islamico. Un altro significativo esempio può essere portato guardando alla lunga lista di massacri perpetrati dalle cosiddette “Tigri del Tamil”9, come il seguente (descritto da Wikipedia): L’attacco alla banca centrale è stato uno dei più sanguinosi portati a termine dalla LTTE durante la guerra civile separatista in Sri Lanka tra il governo legittimo e le Tigri del Tamil. L’attacco è avvenuto il 31 Gennaio 1996 nella citta di Colombo. Un autocarro portante 200 chilogrammi di alto esplosivo ha divelto il cancello principale della Banca Centrale, un istituto sul lungomare che trattava la maggior parte degli affari finanziari del paese. Un uomo armato di fucile aveva prima aperto il fuoco contro le guardie ed il kamikaze fece esplodere la bomba, che distrusse la banca e danneggiò otto altri edifici circostanti….omissis…..L’esplosione uccise 91 persone e ne ferì altre 1400 Ma il culmine degli attacchi suicidi fu raggiunto con la distruzione delle “torri gemelle” a New York, l’11 Settembre 2001, quando 19 dirottatori riuscirono a portare due aerei civili a schiantarsi contro le torri ed un terzo verso il Pentagono: vi furono, in totale 2.992 vittime (per maggiori dati vedi il sito web September 11, 2001: Timeline of Terrorism). La strategia usata è stata dunque quella di riportare la guerra anche sul territorio dei paesi industrializzati (la parte forte della guerra
Centorino e Romeo, 2013). Nel conflitto asimmetrico l’esteso impiego di tali ICTs sposta una parte essenziale del confronto dal campo di battaglia all’arena dei media.
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Vedasi la “List of the massacres carried out by the so called Tamil Tigers (LTTE)” pubblicata in Wikipedia

asimmetrica) i quali, attraverso una evoluzione secolare, erano riusciti ad allontanarla dalla proprie città e campagne, spostandola ai confini ed oltre i confini del loro mondo. Essa si riconferma con significativi atti successivi quali (per citare solo alcuni tra i più noti) gli attentati terroristici ad obiettivi civili compiuti a Bali il 12.10.2002, a Mosca il 23.10.2002, a Madrid il 11.03.2004, a Beslan, il 1.09.2004 , a Londra nel Luglio 2005, a Mumbai 26.11.2008. Il terrorismo non rifugge nemmeno dall’uso di armi chimiche, che rimane in realtà limitato soltanto per la difficoltà della loro gestione. Ne è esempio quanto accaduto in Giappone nel 1995 quando i seguaci del culto Aum Shinrikyo rilasciarono il gas Sarin nella metropolitana di Tokio, uccidendo 13 persone ed intossicandone più di 5.000. Gli obiettivi, come si vede da questi pochi esempi (ma tanti altri saranno già nella memoria del lettore) sono ben lungi da essere militari: essi risultano essere i luoghi comunque affollati all’interno dei paesi dei paesi responsabili o dei loro alleati (centri commerciali, grandi alberghi, ferrovie, metropolitane, discoteche, ristoranti), i mezzi di trasporto particolarmente vulnerabili (aerei ed aeroporti), i gruppi turistici, le ambasciate, le sedi delle Nazioni Unite, gli uffici pubblici, i centri residenziali, ma anche le singole persone, spesso scelte per la loro importanza simbolica, sia per rapimenti che per assassinii. Nei territori scarsamente controllati di alcune regioni dell’Asia e dell’Africa viene poi a svilupparsi (non soltanto dagli attori della guerra asimmetrica, ma anche dalla delinquenza comune) una vera e propria industria del sequestro, assai proficua per costringere i governi regolari a liberare terroristi imprigionati, od anche semplicemente per fare cassa. Un interessante esempio ci viene fornito dalla agenzia internazionale Janes10 [first posted on 17 January 2013] con riferimento ad un altro teatro, le Filippine:
La IHS Jane's, già Jane's Information Group e nota semplicemente anche come Jane's, è una casa editrice britannica specializzata in argomenti relativi al trasporto ed
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Il 16 gennaio [2013], un portavoce militare ha affermato che il gruppo Abu Sayyaf (ASG) aveva respinto gli sforzi del Moro National Liberation Front (MNLF) per negoziare il rilascio di diversi ostaggi detenuti dal gruppo ASG nel sud delle Filippine, sebbene il rifiuto non ha potuto essere motivato. Il comandante anziano del MNLF, Ustadz Habier Malik, era andato nella provincia di Sulu il 14 gennaio con centinaia di militanti, e aveva inviato 10 emissari nel tentativo di avere un incontro con il leader del gruppo ASG, Radullan Sahiron (alias Kumander Putol), gruppo che si ritiene sia in possesso di almeno cinque stranieri, di nazionalità svizzera , olandese, australiana, giordana, e giapponese E’ interessante questa notizia di agenzia perché documenta due cose: una come gli ostaggi costituiscano merce di scambio anche tra i diversi gruppi terroristici, la seconda come i rapimenti avvengano senza alcun riguardo alla specifica nazionalità: ciò che conta è che la vittima appartenga ad uno degli stati responsabili e che quindi sia una buona “merce” di scambio o di riscatto. Un altro esempio della medesima fonte (Janes, first posted on 24 January 2013) riguarda il ricatto per la liberazione di terroristi imprigionati. La notizia dell’agenzia recita: Shabab minaccia di uccidere sei ostaggi keniani prigionieri del gruppo in Somalia se il governo keniano non libererà i prigionieri islamici detenuti in Kenia con l’accusa di terrorismo. Ma nella vasta panoplia degli strumenti impiegati dalla parte debole nella guerra asimmetrica rientrano anche le azioni militari e/o di guerriglia laddove le condizioni del terreno e la situazione politico sociale lo consentono. L’esempio principe è qui l’Afghanistan, ove dal

al mondo militare e fondata da Fred T. Jane nel 1898. L'azienda fondata da Jane si è gradualmente ramificata in altre sedi di competenza militare. I libri e le riviste di settore pubblicati dalla Jane's sono spesso considerati de facto fonte pubblica di informazioni sui argomenti militari e sul trasporto

2001 al 2011 le perdite degli eserciti della coalizione (la parte forte) sono state di 2765 morti. La strategia della guerra asimmetrica è poi globale, nel senso che non conosce confini territoriali, ma anzi tende ad allargarsi a quanti più paesi è possibile: un paio di esempi anche qui renderanno meglio l’idea. Il primo ci è offerto da un documento pubblicato su un sito islamista radicale e riportato da Carsten Bockstette (Bockstette, 2009, p. 7), che dichiara: Noi riteniamo che il governo spagnolo non possa sopportare più di un paio, al massimo tre, attentati esplosivi, dopodiché sarà costretto a ritirarsi [dall’Iraq] per la pressione popolare. Se poi le sue truppe rimanessero in Iraq dopo questi attentati, la vittoria del partito socialista [alle imminenti elezioni] sarebbe assicurata, e il ritiro delle forze spagnole è nel suo programma. Tutti sanno che è ciò che realmente avvenne in Spagna. E’ qui interessante notare come, per vincere o resistere in Iraq, la strategia della parte debole sia stata quella di colpire molto lontano, con una visione effettivamente globale. Un secondo più recente (2013) e noto esempio ci è dato dall’attacco svolto dagli islamisti all’impianto di estrazione del gas naturale gestito dalla norvegese Stateoil in Algeria, con l’obiettivo di indurre la Francia a sospendere la sua azione militare a favore del governo legittimo del Mali. In questo caso l’azione non ha avuto il successo sperato, ma ha comunque provocato numerose vittime e un vivo allarme in tutto il Maghreb. Che l’impiego di forme di guerra asimmetrica sia diffuso ormai su scala mondiale e non sia appannaggio del solo integralismo islamico è dimostrato dal cospicuo elenco dei vari movimenti che ad essa fanno

ricorso, stilato da Gabriel Weimann (Weimann, 2005) e che merita di essere riportato integralmente. Egli li divide così per regione: • In Medio Oriente: Hamas, gli Hezbollah libanesi, le Brigate dei martiri di al Aqsa, il Fatah Tanzim, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), la Jihad Islamica Palestinese, il movimento Kahane Lives, i Mujahedin del Popolo dell’Iran, il Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), il Fronte Popolare Democratico di Liberazione in Turchia (DHKP/C), il Fronte dei Raiders del Grande Islam Orientale; • In Europa: il Movimento Basco ETA, la Armata Corsa, l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) • In America Latina: i Tupak-Amaru (MRTA) e il Sendero Luminoso, l’Esercito di Liberazione Nazionale Colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Columbia (FARC) • In Asia: al Qaeda, la Suprema Verità Giapponese (Aum Shinrikyo), in Iraq Ansar al Islam, L’Armata Rossa Giapponese, nel Kashmir gli Hizb-ul Mujehideen, il movimento di Liberazione delle Tigri del Tamil Eelam (LTTE), il Movimento Islamico dell’Uzbechistan, il Fronte Islamico di Liberazione MORO nelle Filippine, il LashkareTaiba in Pakistan, il movimento di ribellione in Cecenia. Si tratta comunque di un elenco che dovrebbe essere aggiornato con altri movimenti quale, ad esempio, quello che sostiene la pirateria somala, o quello che punta alla islamizzazione radicale del Mali, come la Masked Brigade che ha condotto l’attacco all’impianto di estrazione del gas naturale algerino nel Sahara, gestito dalla Stateoil norvegese. La guerra scatenata dai diversi movimenti della parte debole contro stati, governi o intere aggregazioni di paesi (l’Occidente, ad esempio) si svolge come già accennato nel quadro della società dell’informazione e lo sfruttamento dei mezzi di informazione e comunicazione costituisce uno degli strumenti principe della strategia di tali movimenti.

La società dell’informazione, infatti, impiega, ed è in parte modellata da, le tecnologie di comunicazione ed informazione, che hanno mostrato il loro potere militare in favore dei gruppi terroristici, con il ruolo che i media giocano nell’influenzare il contesto mondiale. In tale contesto una parte essenziale del confronto militare viene trasferito dal tradizionale campo di battaglia al confronto mediatico, così che, come scrive John Nagl (Nagl 2002, p. 66), Vincere le battaglie diventa meno urgente che pacificare le popolazioni e stabilire una governance effettiva. La guerra in questo contesto implica non soltanto la forza ma anche una ingegneria sociale. Le strategie usate dalla parte debole sono spesso agli antipodi di quelle tradizionali e vengono con difficoltà comprese dai militari sul campo dei paesi responsabili, per i quali Matt Armstrong (2008) con riferimento all’Afganistan scrive: Sfortunatamente noi tendiamo a vedere il settore delle informazioni come complementare alle operazioni di combattimento. Per i Talebani invece sono gli obiettivi informativi che guidano le operazioni cinetiche. Ogni operazione cinetica che essi intraprendono è specificamente orientata ad influenzare le percezioni e gli atteggiamenti [della opinione pubblica] Ed anche William Hartmann, su un piano più generale, sostiene che ( Hartmann, 2002): I media hanno avuto un tremendo effetto sulla capacità del nostro paese [ gli USA] di raggiungere i propri obiettivi nei tempi recenti. Noi ne abbiamo visto gli effetti quando gli USA sono stati costretti a lasciare il Vietnam dopo le terribili immagini dell’offensiva del Tet, a lasciare il Libano dopo l’attentato alle caserme dei Marines, a lasciare Mogadiscio dopo che 18 soldati dell’esercito erano stati uccisi e i loro corpi trascinati per le strade. Poteva la morte di 18 soldati cambiare i rapporti di forza nelle strade di Mogadiscio? Assolutamente no.

La strategia della parte debole è chiaramente quella di usare i media per raggiungere obiettivi che non sarebbe in grado di raggiungere con mezzi militari convenzionali. E, d’altro lato, i media non riescono a sottrarsi allo tentazione della divulgazione degli atti terroristici, poiché la relazione simbiotica tra gli eventi terroristici ed i media è evidente: gli attentatori avrebbero molto meno impatto senza la pubblicità dei media, ed è difficile aspettarsi che i media resistano a tale tentazione (Bockstette, 2009, p. 13). Alla fine si deve riconoscere che i media offrono al terrorismo ciò che non accorderebbero mai ad una impresa commerciale: una promozione gratuita (Jean Luc Marret, 2003, pag.46). Oltre ai media tradizionali, i teorici della parte debole hanno saputo sfruttare (e mettere in grado i loro militanti di sfruttare) anche tutti i new media . Infatti le tecnologie di comunicazione disponibili oggi nella società dell’informazione hanno offerto anche a loro una nuova ed ampia schiera di strumenti dando la possibilità ai gruppi di insurgents organizzati di effettuare propaganda e informazione a distanza tramite internet, di avere sicuri collegamenti nella loro rete per mezzo di e- mail, telefoni cellulari e satellitari, addestrare personale alla guerriglia e al terrorismo distribuendo DVD. I digital media vengono sfruttati appieno nelle loro tre funzioni fondamentali: quella di networking, quella informativa e quella di reclutamento 11.
La funzione di networking da la possibilità al gruppo di organizzare l’attività della rete comunque dispersa sul territorio; quella informativa crea canali di informazione anche al di fuori delle cellule che costituiscono la rete; quella di reclutamento consente di diffondere una capillare propaganda ed ottenere reclutamento di nuovi adepti (vedi Centorrino e Romeo, 2013). Il concetto di rete, derivato dal sistema dei social network introdotto da internet, costituisce il fondamento e lo schema organizzativo usato dai gruppi terroristici nel conflitto asimmetrico. Come scrive Mark Duffield (Duffield, 2002, pag. 11). Le reti sono tanto manifestazioni sociali e culturali, quanto economiche
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In sostanza la comunicazione globalizzata permette a questi gruppi di crearsi una sorta di santuario virtuale dal quale operare senza rischi. L’aspetto etico/ ideologico Non si può scrivere un saggio sulla guerra asimmetrica senza fare cenno agli aspetti etici ed ideologici che la caratterizzano. L’ideologia dei movimenti che praticano tale forma di lotta tende ad essere globale e totalizzante. Per la parte debole che oggi più di altre (ma non certo in modo esclusivo) esemplifica l’impiego di queste tecniche, l’aspirazione a creare tramite una guerra santa un califfato universale e imporre universalmente la Sharia, è testimoniata da numerose affermazioni, come la seguente: L’Islam è una fede rivoluzionaria che va nella direzione di distruggere ogni governo creato dall’uomo. L’Islam non aspira a far sì che una nazione stia meglio di un’altra. L’Islam non si cura del territorio o di chi lo possiede. L’obiettivo dell’Islam è di governare il mondo intero e sottomettere tutto il genere umano alla fede dell’Islam. Ogni nazione o potere in questo mondo che cerca di opporsi a questo obiettivo verrà combattuto e distrutto dell’Islam. ( Mawlana Abul Ala Mawdudi, founder of Pakistan's Fundamentalist Movement: http://www.targetofopportunity.com/islam.htm). Ogni tolleranza verso altre ideologie o religioni (ed ogni conseguente possibilità di transazioni e compromessi) è bandita per i combattenti fondamentalisti e l’assenza di regole etiche (anche islamiche, nel caso) nella conduzione della guerra asimmetrica da parte della parte debole è espressamente dichiarata dai leader dei movimenti che la conducono:

e politiche. Ciascuno dei componenti e dei nodi in un sistema a rete, compresi quelli associati a forme di violenza organizzata, sono siti dove nuove identità emergono, ruoli sono reinventati e nuove forme di legittimazione sociale vengono stabilite.

Nelle guerre odierne non c’è morale: Noi riteniamo che nel mondo di oggi i peggiori ladri ed assassini siano gli americani. Non facciamo differenza tra militari e civili: per quanto ci riguarda essi sono tutti obiettivi (Osama bin Laden: On ABC's Nightline, June 10, 1998) Esaltando la distruzione fisica dell’avversario senza mezzi termini: Pezzi di corpi degli infedeli volavano come particelle bruciate. Se aveste visto con i vostri occhi, avreste provato un grande piacere e il vostro cuore si sarebbe riempito di gioia (Discorso pronunciato da Osama bin Laden alle nozze del figlio in Kandhar). Dove il riferimento è ai 17 marinai della nave USS Cole, uccisi da un attacco suicida al largo della costa dello Yemen. Ed anche il sacrificio della propria vita per la causa viene inserito in una sorta di “cultura della morte”, che rende ragione dell’elevato numero di kamikaze di cui in concreto i movimenti che ricorrono a forme di guerra asimmetrica si trovano a disporre, cultura della morte celebrata da affermazioni come la seguente: Abbiamo scoperto come colpire gli ebrei laddove essi sono più vulnerabili. Gli ebrei amano la vita, ed è dunque quella che dobbiamo togliere loro. Noi vinceremo perché essi amano la vita e noi amiamo la morte. (Hassan Nasrallah, Hezbollah's Secretary General: http://www.targetofopportunity.com/islam.htm) E poichè si sono portate, come esempio di un gruppo che usa metodologie di Guerra asimmetrica, anche le Tigri del Tamil, vale la pena di ricordare che anche loro usano una ideologia di tipo religioso per

motivare le numerose azioni terroristiche suicide compiute. Riporta in merito Peter Schalk (Schalk, 1997):

Nel caso delle LTTE noi troviamo un intero set di termini religiosi, una sorta di repertorio che è stato creato dopo un ricerca sistematica dai membri dell’Ufficio dei Grandi Eroi delle LTTE. Esiste infatti uno speciale ufficio sito in Yalppanam dedicato al compito di produrre un simbolismo e dei concetti eroici. Ciò fa parte della costruzione di una resistenza e mobilitazione ideologica, affiancata ad una resistenza militare. Così come motivi religiosi sono alla base del fanatismo dell’IRA irlandese, della “Suprema Verità” Giapponese (Aum Shinrikyo), e comunque ideologici alla base del terrorismo dell’ETA nei paesi Baschi: l’elenco potrebbe continuare. Quello che è certo è che il grado di fanatismo necessario per adottare gli strumenti di lotta propri della

guerra asimmetrica deve fondarsi su un credo religioso e/ o ideologico vissuto in maniera integralista e portato alle estreme conseguenze. L’economia della guerra asimmetrica La guerra, anche quella asimmetrica, è costosa e richiede un forte supporto economico. La parte forte del confronto asimmetrico è normalmente costituita da uno stato o, più spesso da una coalizione di stati, ciascuno dei quali ha una propria economia, propri bilanci e, tra questi, un bilancio dedicato alle spese militari. Ma la parte debole? Un fenomeno collaterale alla guerra, fenomeno che alcuni autori (vedi, ad esempio, Nordstrom, 2004; Kilcullen, 2009) chiamano ‘shadows of war’ (ombre della guerra), costituisce il principale supporto economico di questa parte in lotta. La guerra asimmetrica infatti produce un nuovo tipo di economia, basata sulla violenza e su azioni criminali, organizzata come una rete di rapporti clandestini, che si sovrappone e si mescola alla rete delle cellule terroristiche. Il denaro viene raccolto attraverso rapine, saccheggi, traffico di droga, alcolici, sigarette, gestione della immigrazione clandestina, imposizione di una sorta di tassazione agli immigrati regolari, taglieggiando la assistenza umanitaria internazionale (Caforio 2008). Secondo alcuni autori (Kaldor, 2003), queste nuove forme di guerra possono essere considerate come la sorgente principale di una rete di economia criminale transnazionale che rappresenta il lato oscuro della globalizzazione. Ed un altro autore già citato (Nordstrom, 2004: 93) scrive: L’arena di questa oscura attività condivide la stessa abitazione e nome di famiglia: il nome è profitto e sopravvivenza, la abitazione è la Guerra. Come sistemi con autonomi obiettivi, le economie ombra e le reti terroristiche possono facilmente essere interconnesse. Come ci racconta ad esempio Mark Duffield (Duffield, 2002, pag. 8): Gli Hezbollah e Al

Qaida hanno stretti legami almeno dal 1998 con il Fronte Rivoluzionario Unito che controlla il commercio illecito di diamanti in Sierra Leone. Inoltre, così come fa la mafia italiana, i gruppi terroristici, oltre al commercio illegale, si impegnano nella imprenditoria legale. In Africa, ad esempio, la rete di Al Qaida ha creato imprese che operano nel settore dell’import-export, nella ingegneria civile, nella agricoltura, nella pesca (Duffield, 2002) La economia ombra della parte debole è poi così forte che l’America – la maggiore potenza militare del mondo – è da tempo impegnata militarmente in Afganistan (uno dei paesi più poveri e sottosviluppati) senza ottenere un successo risolutivo: questo testimonia il potere della guerra come rete imprenditoriale. Infatti è proprio la possibilità di accedere ad aiuti esterni e ad un mercato clandestino globale che rende problematica ogni possibilità di conclusione del conflitto. (Duffield, 2002). A queste forme di sostegno economico, la ideologizzazione della lotta aggiunge altre possibilità, che potremmo chiamare “di buona fede”. Per quanto riguarda, ad esempio, i fondamentalisti islamici essi ricorrono anche a due altre forme di finanziamento: la prima, denominata zakat, è costituita da donazioni filantropiche di credenti musulmani12 La seconda consiste nella colletta delle elemosine presso le moschee che, secondo l’agenzia Janes, vengono spesso dirottate al finanziamento delle cellule terroristiche. Si vede qui come l’ideologia si sposi con l’economia di guerra. Il sostegno economico così ottenuto serve naturalmente e in buona misura per l’acquisto di armi ed esplosivi da impiegare nelle forme più cruente di lotta. Il mercato clandestino delle armi è infatti diventato
Donazioni, per lo più ‘coperte’ che vengono effettuate anche da governi arabi, quale ‘pedaggio’ per non avere attentati sul proprio territorio.
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particolarmente esteso e fiorente dopo la fine della Guerra Fredda: esistono veri e propri bazar degli armamenti, creatisi dopo il crollo dell’URSS nello smantellamento degli arsenali spesso degli stati satelliti (Ucraina e altri), ma non solo. Secondo l’agenzia Janes: Molti degli armamenti disponibili nei bazar delle armi provengono da Russia e Cina, sebbene esistano anche bande dedite al traffico delle armi nelle nazioni dell’Europa dell’Est, quali Serbia, Slovacchia, Montenegro, Croazia e Kossovo. Tale commercio parte dai porti adriatici con destinazione lo Yemen. A queste fonti di rifornimento si è aggiunta recentemente la Libia, ove la caduta del regime di Gheddafi ha reso accessibili e disponibili ingenti quantitativi di armi, trafficati attraverso tutto il Magreb. Per concludere questo aspetto economico del conflitto asimmetrico, si può dire con Karl Yden che La economia della violenza è profondamente cambiata: Il “costo d’ingresso” per accedere alla violenza armata è sceso ed il profitto è cresciuto. Gli armamenti si sono diffusi al di fuori di ogni controllo governativo, producendo una privatizzazione della violenza armata….omissis…Oggi un branco di uomini disoccupati ed un quantitativo di AK-47 ti permette di crearti una tua personale milizia…omissis….Puoi poi sfruttare le tensioni etniche o religiose esistenti nella regione per rafforzare la tua posizione, dando vita ad una dinamica dove gli atti di violenza, terrore e vendetta diventano attività comuni e quotidiane. Conclusioni Se guardiamo alle situazioni conflittuali oggi esistenti nel mondo dobbiamo registrare che, per oltre l’80% di esse13, si tratta di situazioni che debbono essere ricomprese nella fattispecie teorica della guerra

Prendendo come esempio i dati sulla conflittualità mondiale nel 2010 si registra che per l’88% dei casi si tratta di conflitti asimmetrici (vedi http://www.infoplease.com/ipa/A0904550.html)

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asimmetrica, in quanto prevalentemente combattute da un attore militarmente debole che adotta strumenti di lotta non convenzionali per potersi confrontare con un attore sensibilmente più forte. Dobbiamo anche registrare che il numero di tali situazioni è assai più ampio di quanto i media dei paesi sviluppati ci facciano conoscere. Prendendo ad esempio uno dei segni più caratteristici del conflitto asimmetrico, le azioni terroristiche, appare significativo citare che il Centro di Studi sul Terrorismo dell’agenzia Janes, in una delle sue analisi periodiche sul tema, riferisce per il mese di Settembre 2011 un totale di 928 attentati terroristici su scala mondiale, con una significativa escalation da Agosto a Settembre in Bangladesh (da 1 a 7), in Gaza (da 10 a 35), in Myanmar (da 4 a 11), in Nepal (da 10 a 21), nelle Filippine (da 22 a 32), in Turchia (da 24 a 41) [first posted to http://jtsm.janes.com - 06 October 2011] Un altro dato significativo è che, secondo quanto registrato dai “Seminal Correlates of War data Set” di J. David Singer and Melvin Small14, la tendenza storica dei conflitti asimmetrici appare crescentemente favorire la parte debole, quanto ai risultati. Scopriamo infatti da quei dati di ricerca che con l’andare del tempo gli attori forti hanno perso un numero sempre maggiore di conflitti asimmetrici. Questo anche perché, secondo quanto sostenuto da diversi analisti15, la leadership militare dei paesi responsabili stenta ad abbandonare la vecchia ottica militare del conflitto convenzionale per portarsi su linee di pensiero e di azione più vicine a quelle della parte debole a cui si trovano attualmente contrapposti. E benché ci sia qualche leader politico che afferma, ad esempio, che al-Qaeda potrebbe essere vicina alla sua fine16, sembra che quel network, messo alle corde in alcune regioni, stia trovando nuova vita in altre regioni del mondo, quali l’Africa e il Medio Oriente (Siria). Si può notare infatti che nell’ultimo anno (2012): • Terroristi legati ad al Qaida hanno portato a termine attacchi contro le ambasciate USA in Egitto, Tunisia, Yemen e Libia • Il numero dei militanti di al Qaida nella penisola araba è salito da poche centinaia a diverse migliaia, malgrado la minaccia dei droni americani

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Citati da Ivan Arreguín-Toft (vedi Arreguín-Toft 2001)

15 Vedi ad esempio, per gli Stati Uniti, Hoffman, 2007, Fitzpatrick, 2009, Carafano, 2009. 16

Discorso presidenziale di Barak Obama per il suo secondo mandato

• Al Qaida nel Maghreb islamico è riuscito a portare la guerra nel cuore del Mali, il cui governo è stato appena salvato dall’intervento francese • Quasi tutta la Somalia è nelle mani della sharia imposta da alShabab, alleato di al-Qaeda E la situazione è così delineata da un veterano della CIA in pensione, Bruce Riedel, in una intervista rilasciata al The Daily Star il 31.01.2013: Noi siamo oggi testimoni della evoluzione della terza generazione di Al

Qaida ed è con questa generazione che dobbiamo confrontarci ora. Essa è per vari motivi una minaccia più pericolosa delle precedenti perché Al Qaida, che non ha promosso la “primavera araba”, sta traendo vantaggio da essa. In particolare Al Qaida trae vantaggio da larghi spazi senza legge né governo, come l’est della Libia, il nord del Mali, la penisola del Sinai, ed una significativa parte della Siria, per creare santuari sicuri. In sostanza dobbiamo registrare che al Qaida è riuscito a creare un arco di instabilità che va dalla costa occidentale dell’Africa fino al Corno d’Africa e poi in Medio Oriente, con estensione al Golfo Persico per l’azione della pirateria locale, in parte ad essa legata.

Più in generale, e per tutte le situazioni di guerra asimmetrica, si deve prendere atto dei tempi lunghi che tale tipo di guerra impone, nonché dell’incertezza dei risultati, in un quadro generale ove quelli che ho qui chiamato paesi responsabili sono assai più soggetti della loro controparte al logorio del tempo, della durata dei conflitti, rischiando di perdere progressivamente il consenso della opinione pubblica interna verso le azioni intraprese17. Ed è proprio per questo che alcuni autori hanno introdotto il concetto di “vittoria sufficiente”18, intendendo con questa espressione descrivere una situazione in cui la parte debole del conflitto asimmetrico, gli insurgents, non sono stati completamente debellati ma messi in condizione di non raggiungere più i loro obiettivi. E’ ciò che sembra essersi verificato ad esempio nell’Irlanda del Nord, verificarsi ora nello Sri Lanka e, forse, in Irak. Questa almeno come soluzione a breve termine, atta a ridurre sostanzialmente l’impegno militare, mantenendo soltanto quello civile. Ciò senza rinunciare a realizzare, a medio/ lungo termine, una piena pacificazione e sicura governabilità del territorio interessato.

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Ed è ciò che sembra avere ben compreso il presidente americano Barak Obama, che nel suo discorso di insediamento per il secondo mandato ha detto con chiarezza: …ora abbiamo finito con le guerre….. Vedi Amidror (2008, pag. 3) che scrive: L’approccio degli occidentali verso le guerre di controinsorgenza è stato nel complesso negativo….omissis…Invece, contrariamente alla credenza generale, le forze militari possono sconfiggere il terrorismo, adottando un concetto alternativo di vittoria, che chiamo “vittoria sufficiente”.
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