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Maria Salvatore Pagliarello

Una cosa da nulla (l'amore e la morte)
romanzo

M. Salvatore Pagliarello Via delle due torri 116 00133, Roma s.pagliarello@tiscali.it 3381226566

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Capitolo 1 "Entri pure signora" disse Danilo con un sorriso accattivante dopo aver aperto la porta per fare accomodare la signora nella stanza semibuia. "Allora, l'interruttore dovrebbe trovarsi qui da qualche parte... ecco!" La luce si accese e illuminò il grande salotto impolverato e con i mobili ricoperti di cellophane. "La casa è molto grande: sono circa 200 metri quadrati su due livelli. C'è questo piano composto da salotto, cucina, camera da letto e bagno, mentre al piano di sotto c'è una cantina molto spaziosa." La signora si guardò intorno con aria insoddisfatta mentre la luce del tramonto illuminava la cucina in fondo al corridoio filtrando dalle tapparelle quasi completamente abbassate e dando all'ambiente un' aria spettrale. "Fuori come ha visto ci sono anche mille metri quadrati di giardino. Per i bambini e per gli animali domestici è l'ideale... lei ha bambini?" La casa puzzava di chiuso e di polvere vecchia. "Veramente no" rispose la signora in evidente imbarazzo mentre i suoi bellissimi occhi azzurri guardavano intorno con sguardo indagatore. La signora era alta e magra, capelli biondi e molto bella, aveva circa trenta anni ma ne dimostrava anche meno. Danilo le fece strada lungo il corridoio, aprì la prima porta a sinistra e accese la luce: "vede, questo è il bagno… è anche 3

dotato di vasca idromassaggio… sono all'incirca quaranta metri quadrati, l'impianto idraulico è stato rifatto l'anno scorso quando è stata ristrutturata la casa." Poi portò la signora nella stanza di fronte: "questa è la camera da letto, molto spaziosa e con cabina armadio." Si avvicinò alla parete di fronte e aprì una porta scorrevole: "e questa è la cabina armadio, molto ampia." La fissò con i suoi profondi occhi castani mentre i raggi del sole morente filtravano attraverso le tapparelle della finestra cui stava vicino e regalavano ai suoi capelli biondi e al suo sorriso perfetto una strana luce, che lo faceva apparire quasi inquietante. La bella signora cominciò a sentirsi a disagio: "veramente questa casa non è proprio quello che cercavo: è un po’ troppo lontana dal posto dove lavoro, e poi mi sembra un po’ troppo fuori mano, isolata." Danilo cominciò a sfoderare le sue doti di ottimo venditore: "ma signora, siamo a due passi da Roma e, mi creda, col traffico della città ci mette meno ad arrivare a lavoro da qui piuttosto che se abitasse al centro. Qui vicino c'è l' uscita per l'autostrada e ci mette pochissimo ad arrivare al posto di lavoro. Dove ha detto che lavorate lei e suo marito? Nomentana?" "Sì", rispose la signora. "Perfetto, ci mette pochissimo ad arrivare!" Intanto Danilo si era avvicinato alla signora e la guardava fissa negli occhi col suo solito sguardo ammaliante. "Vi siete trasferiti da poco, lei e suo marito?" La signora deviò lo sguardo e lo posò su una impolveratissima lampada rosa posata sul comodino: "sì, da una settimana." "Per lavoro?" chiese lui, e poi aggiunse sorridendo e mostrando i suoi bianchissimi denti: "se non sono troppo indiscreto…" 4

La signora si sentiva sempre più imbarazzata da quello sguardo insistente. "Sì, per lavoro." "Perfetto" disse lui, "sono sicuro che se suo marito vedesse questa casa gli piacerebbe. Sente che silenzio? Gli uomini adorano la tranquillità." Danilo capì che stava mettendo in imbarazzo la signora e così si allontanò da lei cominciando a girare per la camera e facendo finta di guardare i vari oggetti mentre parlava: "sarei felice di farla vedere anche a suo marito, questa villa". La signora allora si sistemò gli occhiali da sole che portava sulla testa: "in effetti mio marito cercava una casa grande e abbastanza tranquilla.... però qui siamo in aperta campagna!" esclamò. Lui rispose in tono cortese e pacato: "non troppo e comunque una casa così spaziosa non la può trovare in centro... a proposito di spazio, c'è una cantina meravigliosa e molto grande al piano di sotto, volendo potete ricavarne una sala hobby". Uscì dalla camera e dopo aver richiuso la porta si avviò di nuovo verso il salone invitando la signora a seguirlo. Vicino al camino del grande salone impolverato e con i mobili ricoperti dal cellophane, c' era una porta di legno dello stesso colore della parete, per cui a prima vista risultava quasi invisibile. Danilo la aprì. Mentre cercava al buio l' interruttore della luce si girò verso la signora e le disse: "il prezzo della casa è veramente un affare. I proprietari la vendono per gravi motivi di famiglia e hanno abbassato di molto il prezzo perché hanno un' urgenza: una casa così grande, completamente ristrutturata e a questa cifra non la trova più, è un' occasione da non farsi scappare". Intanto la luce si era accesa e mostrava una scala di legno alla fine della quale non si vedeva praticamente nulla. Danilo cominciò a scendere e chiese alla signora di seguirlo. 5

"In effetti il prezzo è molto basso, ecco perché sono entrata quando ho visto il cartello davanti alla vostra agenzia.... oggi non avevo neanche in programma di andare in cerca di case " disse lei scendendo le scale e tenendosi al corrimano sulla sua destra. La cantina era enorme, le mura rustiche, il pavimento era vecchissimo. In fondo c' erano degli scaffali di legno e sulla destra una fila di botti quasi marce Sulla sinistra si intravedeva la parete vuota. La lampadina era probabilmente di basso voltaggio visto che la luce era fioca e creava uno strano effetto di luci e ombre rendendo l' atmosfera particolarmente lugubre. "Enorme", disse Danilo. La signora si trovava ai piedi delle scale. "Come le ripeto...." aggiunse lui e intanto le si avvicinò, allungò il braccio sinistro quasi sfiorandola per prendere un oggetto che si trovava su una botte proprio ai piedi delle scale, "....questa cantina....", prese una vecchia corda marcia “...può benissimo....”, afferrò improvvisamente la signora girandola di spalle e passandole la corda attorno al collo mentre la teneva ferma col braccio destro "...diventare.....", la signora cominciò a capire cosa stava accadendo e a urlare di terrore divincolandosi per liberarsi dalla presa "...diventare benissimo una sala hobby!" concluse lui. Danilo cominciò a stringere con forza la corda con tutte e due le braccia. Lei cadde in ginocchio mentre cercava di liberarsi dalla corda con entrambe le mani. Urlava ma dalla sua bocca non usciva alcun suono. Le gambe le scivolavano di qua e di là mentre si divincolava fino a battere fortemente un piede contro l'ultimo gradino. Il terrore era dipinto sui suoi occhi spalancati e la sua espressione era terribile Vi si potevano leggere la paura, l'angoscia e la consapevolezza di quello che stava accadendo e di cui probabilmente aveva avuto un'inconscia premonizione. Eppure lui era così distinto, eppure era ben 6

vestito, dai modi cortesi, dall'apparenza impeccabile. Però aveva qualcosa, sì ecco, qualcosa nello sguardo... lo avevo visto su in camera da letto... aveva cominciato a guardarmi così... ma come potevo saperlo... e poi mio marito, aiuto, aiuto, qualcuno mi aiuti, non riesco più a respirare, le braccia e le gambe, non le sento quasi più.... Marco amore vieni, aiuto, ma perché non ti ho detto che andavo a cercare casa, adesso come mi trovi, non puoi venire, vieni, non respiro, amore, oddio come fai adesso a sapere che aspetto un bambino, amore lo ha detto il medico due ore fa, ci abbiamo provato tanto ed ecco è arrivato....ero entrata in quell’agenzia per cercare una casa per me, per te e per il bambino, per dargli un nido, per farlo crescere, per amarlo, finalmente il nostro bambino, amore, vieni, oddio non respiro amore aiuto, vieni. Una lacrima le sgorgò dagli occhi e percorse l'espressione mostruosa del suo bel viso, ormai paralizzato dalla morte. "Danilo, dove sei?", il bambino arrivò correndo: "eccomi mamma!" "Ti volevo solo salutare, io vado a lavoro: ho il turno di notte. Dai un bacio alla mamma?" chiese lei accarezzando i capelli biondi del bambino e abbassandosi per ricevere un bacio. Lui la baciò irrigidito e una luce di paura attraversò i suoi grandi occhi castani... "Allora d' accordo, fai il bravo. La cena è nel frigo e ci pensa papà a riscaldarla appena finisce di fare la doccia, va bene?", il bambino rispose con un filo di voce: "sì, mamma." La donna percorse il corridoio e si fermò davanti a una porta rossa: "Arturo, io vado. La cena è nel frigo, ci vediamo domani mattina. Capito amore?" Al di là della porta si sentì una voce cavernosa che si confuse al rumore dell'acqua che scorreva dalla doccia. Rispose alla donna di non preoccuparsi e la salutò. Lei prese la borsa e il 7

soprabito e uscì di casa. Danilo intanto stava percorrendo il corridoio in silenzio e con passi leggeri per raggiungere la sua camera e chiudersi dentro. L' uomo aprì la porta del bagno proprio nel momento in cui Danilo stava entrando nella sua camera. Era in accappatoio. Un uomo alto e robusto dai capelli scuri e dagli occhi neri. Aveva l'aspetto di un uomo violento: "dove credi di andare Zucchero?" disse con un viso accigliato. Poi sorrise, afferrò il bambino per una spalla e lo trascinò in cucina. "No papà mi fai male" disse il bambino, e lui: "non sono tuo padre, tuo padre era un alcolizzato che è morto di cirrosi, la fine che farai tu se non fai quello che ti dico." Danilo scoppio in lacrime mentre lui lo fece sedere al tavolo della cucina scaraventandolo sulla sedia. Il cadavere della donna giaceva ai piedi delle scale con la faccia rivolta sugli scalini e le gambe distese sul pavimento. Danilo era in penombra dall' altra parte della camera, appoggiato al muro. Fumava. Guardava il cadavere della donna con gli occhi spalancati e un' espressione sconvolta. Poi i tratti della sua faccia si distesero, spense la sigaretta e si mise la cicca nella tasca della giacca. Si mosse. Cominciò a percorrere la stanza in direzione del cadavere della donna. Appena le fu vicino si abbassò e le guardò la nuca fissamente. Poi alzò una mano e cominciò a carezzarle il collo. Come spinto da un irresistibile impulso abbassò la testa e avvicinò le labbra al collo della donna. La sua pelle era ancora calda. Danilo le afferrò il busto e la rigirò per guardarla in faccia. L'espressione del cadavere era orrenda e gli occhi erano spalancati, così lui provò ad abbassarle le palpebre con una mano, ma non ci riuscì. Le palpebre ritornavano sempre al loro posto, come quelle delle bambole che aprono e chiudono gli 8

occhi secondo la posizione in cui le si mette, e se sono nella posizione degli occhi aperti non si riesce a chiuderli ché tornano sempre al loro posto. Questa fu l'immagine che passò per la mente di Danilo, che sorrise. E baciò la donna sulla bocca spalancata. Arturo si sedette al tavolo della cucina proprio davanti al piccolo Danilo. Fissando il bambino negli occhi cominciò ad arrotolare la manica dell' accappatoio che indossava per scoprire il braccio, che era allungato sul tavolo come quando ci si sottopone a un prelievo del sangue. Prese un coltello da un ceppo che stava sul tavolo, fissando il bambino, che ricambiava lo sguardo con i suoi occhioni spalancati. L' uomo cominciò a percorrere il proprio braccio con la lama del coltello per procurarsi una ferita. Il sangue cominciò a sgorgare formando dei rivoli che percorrevano l'epidermide segnata da orrende cicatrici. Danilo si svegliò dallo stato di allucinazione in cui si trovava e si alzò di scatto dalla sedia urlando: "no, ti prego basta, non voglio". Cominciò a correre verso camera sua uscendo dalla cucina. L'uomo, col braccio che gli sanguinava, si alzò dalla sedia per inseguire il bambino e lo afferrò per la maglietta con la mano destra, scaraventandolo sul divano. Poi gli si sedette vicino tenendolo fermo con una mano e mettendogli sotto al naso il braccio sanguinante: "adesso lecca, da bravo." Danilo aveva un’espressione disgustata dipinta sul volto, ma il terrore vinse lo sdegno e ubbidì all’ordine dell'uomo. Questi cominciò a sospirare come in una sorta di stato di piacere, ansimando: "sì bravo così, ti piace?" Il bambino continuò a svolgere l' operazione in silenzio fino a quando non uscì più una goccia di sangue dal braccio. Passarono circa dieci minuti. L'uomo aveva un’ espressione 9

appagata sul viso: "bravo così ragazzo, adesso puoi andare." Il bambino si alzò ma l' uomo lo afferrò per un braccio: "se dici qualcosa a qualcuno ammazzo tua madre lo sai, no?" Il bambino annuì e scoppiò a piangere. L'uomo riabbassò la manica dell' accappatoio e il bambino corse in camera sua. Danilo cominciò ad accarezzare il cadavere della donna e con una mano percorse il suo corpo fino alle gambe. Poi le alzò la gonna: portava degli autoreggenti neri e un paio di mutandine dello stesso colore. Lentamente gliele sfilò lasciando in bella mostra il pube. Era una donna molto bella, curata e con un bel fisico. Danilo le se mise sopra, si slacciò lentamente i pantaloni e tirò fuori il suo pene, ormai inturgidito dall’eccitazione provocata dalla situazione. La penetrò. Mentre violentava quel corpo ormai senza vita la baciava sulla bocca, carezzandole la lingua con la sua. Il piacere non tardò ad arrivare. Quando giunse l' orgasmo Danilo emise un urlo e, senza neanche volerlo ma come reazione istintiva, affondò i denti nel collo della donna con violenza. Un fiotto di sangue cominciò a sgorgare e Danilo quasi d'istinto se ne riempì la bocca e bevve. Il piacere causato da quel liquido tiepido nella sua bocca che gli carezzava il palato con la sua consistenza vellutata fu enorme. Dopo l' ultimo ansimo Danilo si abbandonò sul corpo della donna, ormai esausto. Si sentiva come in estasi, come se una bolla protettiva lo circondasse e lo escludesse dal mondo proteggendolo da tutto e da tutti e promettendogli la felicità. Ma il momento non tardò ad esaurirsi. Danilo capì che doveva lasciare quel corpo, che ormai lo disgustava anche un po’ e verso cui cominciava a provare a un senso di repulsione. Capì che doveva andare via da quella casa. La bolla che lo circondava esplose nella sua fragilità e l' uomo 10

si ritrovò di nuovo immerso nella realtà. Che fare adesso? Ebbe un' idea. Si avvicinò ad un delle botti che erano disposte lungo il muro, l' ultima della fila, che era proprio in fondo e dove la luce arrivava a mala pena. La aprì e la trovò vuota. Un odore acido come di vino andato a male lo circondò e gli riempì le narici. Si avvicinò alla donna, la afferrò da sotto le braccia e la tirò su Trascinandola per la stanza la portò vicino alla botte e con un grande sforzo (la donna adesso pesava molto) la alzò e riuscì a metterla nel contenitore, con le gambe parallele al busto che uscivano dall' orlo. Sistemò il corpo in modo da poterlo chiudere dentro, prese le mutandine della donna, le scarpe, la borsa e la corda e le mise nella botte. Stava per chiudere ma si fermò. Allungò la mano e riprese la borsa della donna. Vi trovò solo dei trucchi, un portafogli e una ricetta medica che le prescriveva un integratore di vitamine. Ah ecco, una carta di identità: Vanessa De Carolis, nata nel 1971, coniugata. Rimise tutto in borsa, la ributtò nella botte e la richiuse. Dopo essere salito al piano di sopra e aver spento tutte le luci, uscì dalla casa e chiuse la porta.

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Capitolo 2 Il sole era ormai tramontato da un pezzo e faceva anche un po’ freddo a quell’ora. Intorno era tutto buio, aperta campagna e nel cielo si potevano vedere tutte le stelle. Danilo fu attratto subito da quello spettacolo: il cielo era completamente terso e le stelle brillavano in un modo incredibile. I polmoni gli si riempirono di aria fresca che lo risvegliò dal torpore in cui si trovava. Sapeva quello che aveva fatto, ma adesso non ci voleva pensare. Andò verso la macchina e ci salì sopra. Appena accese il motore l'orologio del cruscotto si illuminò e lo riportò alle sue responsabilità: le otto meno dieci. Doveva andare in ufficio. Quando aprì la porta dell' agenzia immobiliare fu travolto da ciò che temeva: "ma che fine hai fatto?" disse il suo socio, "lo sai che è da un' ora e mezza che ti cerco? Alle sei e trenta avevi appuntamento con la signora Scarci che ti doveva firmare un incarico ma non sei andato da lei: ha telefonato incazzatissima e ha detto che con noi ha chiuso. Alle sette e mezza è arrivato Baioni, è un tuo cliente e mi ha detto che doveva discutere di cose importanti con te e io non sapevo che dirgli. Cinque minuti fa se ne è andato incazzato anche lui. Ma che fine hai fatto?" Danilo si aspettava quell' accoglienza. Il suo socio era un tipo molto pignolo, di una puntualità clamorosa. E quando qualcuno non rispettava gli impegni di lavoro, che per lui erano sacri, si arrabbiava molto. Soprattutto da quando aveva aperto 12

quell'agenzia immobiliare in società con Danilo. Si erano conosciuti due anni prima quando lavoravano come agenti immobiliari presso un' altra agenzia, e siccome erano bravi venditori ed erano anche molto affiatati avevano deciso di mettersi a lavorare in proprio. "Scusa Andrea ho perso tempo con una cliente" rispose Danilo un po’ in imbarazzo. "Ma chi, quella che è entrata oggi e che è venuta in macchina con te?" chiese Andrea. "Bravo" rispose Danilo mentre si sedeva su una sedia davanti al suo socio. "Sei stravolto! Ma che te la sei scopata?" scherzò Andrea e aggiunse, sorridendo e ormai rilassato dopo essersi sfogato: "guarda che era una figa!" Danilo sbuffò spazientito: "senti se è tutto io me ne andrei a casa, sono stremato". "Ah sei stremato?" aggiunse Andrea, "e io, che mi devo anche sopportare il cazziatone dei tuoi clienti a cui dai buca, che dovrei dire? Va bene, vai vai. Io rimango ancora un po’ e mi raccomando: domani alle nove hai appuntamento col geometra in ufficio. E poi ti prego di chiamare la signora Scarci e di chiederle scusa, magari ce lo dà ancora l'incarico. Lo sai che casa sua vale almeno un milione e mezzo e che se la vendiamo ci facciamo un sacco di soldi?". Danilo intanto si stava rimettendo la giacca. Rispose in modo stanco: "va bene, va bene". Stava per uscire ma Andrea lo fermò: "Ma dimmi tu se ti devo fare anche da segretaria. Ma poi, a questa cliente con cui hai perso tutto questo tempo, la casa è piaciuta?". "No. L' ha trovata un po’ inquietante" rispose Danilo uscendo. Appena Danilo entrò nel suo appartamento si sentì subito meglio. Capì che aveva bisogno di una doccia. Il suo appartamento era abbastanza grande. Si trovava in una 13

zona centrale di Roma ed era molto signorile. A chi vi fosse entrato avrebbe fatto subito una bella impressione: era arredato con un gusto impeccabile, ma non in stile classico. Era un po’ new age: ogni camera era di un colore diverso perché Danilo credeva nella cromoterapia, una disciplina che studia il potere dei colori sull' umore delle persone. La stanza che preferiva di più era il salotto: mura di colore rosso antico, tende di broccato verde che davano una sensazione di calore e due divanetti di pelle nera. Le luci erano sempre soffuse e le pareti erano adornate di quadri: innumerevoli imitazione di capolavori rinascimentali: dalla "Vergine delle rocce" di Leonardo alla "Madonna del cardellino" di Raffaello, dall' "Amor sacro e profano" di Tiziano alla "Tempesta" di Giorgione. Dell' arte rinascimentale amava la centralità che all' uomo veniva data nei dipinti: l' uomo è in primo piano, è il padrone del mondo. Gli piaceva anche il modo in cui gli artisti di quel periodo rappresentavano il corpo umano: stagliato su tre dimensioni, solido, plastico e praticamente perfetto. Non c' era spazio per la bruttezza nell' arte di quel periodo. E lo affascinava anche il modo in cui l' artista del quattrocento cominciò a diventare padrone del mondo: grazie all' uso della prospettiva diede razionalità alla realtà e la inquadrò in schemi ben precisi che non lasciavano spazio al caos e al disordine. Danilo odiava il disordine. "Mani in alto, sei in arresto!" disse qualcuno alle sue spalle con una voce roca. Danilo alzò le mani e si girò lentamente dicendo: "ti prego non sparare…" Appena si fu girato si trovò davanti un ragazzo in uniforme da poliziotto, alto all' incirca come lui, capelli castani e occhi dello stesso colore. Un bel ragazzo. Stava dritto in piedi, con le gambe divaricate e le braccia protese verso Danilo. In mano, al posto di una pistola, reggeva una banana. 14

"Ma che fine hai fatto? Sono almeno trenta minuti che ti aspetto" chiese il ragazzo. "Perdonami Claudio, stasera ho fatto un po’ tardi ma a quanto pare ti sei accomodato da solo: se continui con questi scherzi mi sa che ti tolgo la chiave dell' appartamento" affermò Danilo sorridendo, con il tono più impostato che trovò. "E comunque, se vuoi la verità, mi era completamente passato di mente il fatto di averti invitato a cena da me stasera" aggiunse il padrone di casa. Lui e Claudio si conoscevano sin da quando facevano il liceo, erano compagni di banco e praticamente erano cresciuti insieme. Avevano condiviso tante cose, dal primo amore alla prima sbornia, dai guai a casa di Claudio (la madre era morta di cancro quando lui aveva quindici anni) alle prime volte in discoteca quando, per entrare, facevano finta di essere più grandi. Sin da piccolo il sogno di Claudio era stato quello di fare il poliziotto. Diceva che gli piaceva perché gli avrebbe permesso di aiutare tante persone,e infatti lui era un tipo molto generoso e disponibile. Dopo il liceo si era iscritto a legge e si era laureato in breve tempo col massimo dei voti. Alla fine era riuscito ad entrare alla scuola superiore di polizia e aveva realizzato il suo sogno. Con Danilo aveva sempre avuto un bel rapporto, anche se erano praticamente coetanei per lui era stato un po’ come un fratello maggiore e nonostante fossero adulti il suo atteggiamento protettivo verso l' amico non era cessato. Era da lui che Danilo andava quando aveva dei problemi o semplicemente perché era un po’ depresso. E Claudio trovava il modo di tranquillizzarlo. "Allora, che si mangia?" chiese Claudio stramazzandosi su uno dei due divanetti del salotto. Danilo lo guardò sorridendogli e disse: "ho la sensazione che tu sia di buon 15

umore questa sera... va bene... riscaldo due pizze, ok?" Erano seduti tutti e due al tavolo della cucina a mangiare e chiacchierare. "Allora che hai fatto oggi, chi hai arrestato?" chiese Danilo con un tono di sfottò. Danilo era sempre stato contrario al fatto che l' amico facesse il poliziotto, perché il fatto di lavorare per la sicurezza della gente mettendo in pericolo la propria vita per quattro soldi era un concetto estraneo alla sua personalità. Lui era stato sempre ambizioso e aveva sognato di diventare ricco, potente e molto ascoltato. E molte volte lui e Claudio si erano scontrati su questo: il fatto che il primo fosse molto ambizioso, e l' altro altrettanto idealista. "Non ho arrestato nessuno" ribatté Claudio addentando un pezzo di pizza. "E allora come mai sei così contento?" chiese l'amico, "sprizzi allegria da tutti i pori." "Niente è che oggi ho conosciuto una ragazza, molto carina, dolce e bionda" rispose il ragazzo e intanto addentò un altro pezzo di pizza. "Ti ricordi quel bar dove ti ho portato una volta?" chiese Claudio, "quello frequentato da poliziotti?" Danilo annuì e l'altro continuò: "oggi ho terminato il turno alle sei del pomeriggio e siccome dovevo venire da te alle otto avevo due ore libere. Sinceramente non mi andava di tornare a casa per poi uscire di nuovo. Ero talmente stanco che se fossi tornato a casa mi sarei subito messo a letto e mi sarei addormentato, così sono andato in quel bar. Appena sono entrato ho subito notato una ragazza bionda seduta al bancone: alta, magra, con dei jeans attillatissimi e un sorriso bellissimo. Mi ha veramente colpito. Stava bevendo un drink con un amico che gesticolava un po’ troppo. Allora mi sono seduto al bancone vicino a loro due, a fianco della ragazza. Ho ordinato 16

un Cointreau e poi mi sono girato a guardarla. In modo non insistente però". Danilo sorrise fissando l' amico con un' espressione che voleva dire “sei sempre il solito.” "Allora lei mi ha guardato e mi ha sorriso, io ho ricambiato ma è stato il suo amico a rompere il ghiaccio. Era un ragazzo magro, alto come lei e mi ha chiesto: 'scusa, sei un poliziotto vero o vai in giro con le manette per qualche altro motivo?' Io ho sorriso, era come avevo immaginato: il ragazzo era gay. La cosa mi ha sollevato perché quando l'avevo vista con lui avevo avuto la paura che stessero insieme". Claudio si interruppe per bere un sorso di Coca Cola. Con il modo tranquillo e pacato che lo contraddiceva. Danilo esclamò: "sono proprio curioso di sapere come va a finire." "Allora...", continuò Claudio, "allora ho risposto che non andavo in giro con le manette per fare sadomaso ma perché ero un poliziotto vero. Intanto la ragazza rimprovera l' amico per la sfacciataggine e mi chiede scusa per lui. Così cominciamo a parlare. Lei è di Firenze e si trova a Roma perché sta studiando per diventare giornalista. Abbiamo chiacchierato per un' ora e poi se ne sono andati. Ah, si chiama Chiara". Danilo lo guardò con espressione incuriosita. L' amico capì e continuò: "insomma domani sera ci esco, andiamo a prendere una birra io lei e a quanto mi pare di aver capito viene anche il suo amico". "Ho capito" disse Danilo. Claudio lo guardò con sguardo indagatore e gli disse: "tu stasera non sei in te, sei strano, ma è successo qualcosa?" "Niente... niente" rispose Danilo e intanto nella sua mente si affacciò prepotente il ricordo di quella donna, il suo corpo irrigidito dalla morte e la sua espressione agghiacciante nella penombra della cantina. Un brivido lo percosse lungo la schiena. E se lo avessero scoperto? La sua vita sarebbe andata 17

distrutta. Poi ebbe una visione di sé dietro le sbarre di una fredda prigione. Niente più macchine, amici, amori, libertà. Il solo pensiero lo fece rabbrividire. No, non sarebbe successo. Domani sarebbe tornato in quella casa e si sarebbe sbarazzato del corpo. Domani sera, sì, farò tutto domani sera. "Vedi?" Claudio lo guardò preoccupato, con il solito fare fraterno, "adesso sei impallidito. Ma stai male?" Danilo cercò di ricomporsi e bevve un sorso di vino. Poi disse: "no, sto benissimo. Andiamo di là e ci vediamo un film sul divano?" L' amico annuì continuando a fissarlo ancora in modo indagatore. Quando Danilo abbassò lo sguardo in segno di imbarazzo Claudio cercò di sdrammatizzare dicendo: "un bel film horror pieno di sangue che schizza da tutte le parti come piace a noi?" Danilo si alzò per andare in salotto: "meglio una commedia, stasera" e sorrise in direzione dell’amico. Stavano guardando un film di Verdone, quello in cui l'attore si traveste da prete per farsi assumere come precettore di una giovane modella e poi lentamente si innamora di lei; "come si intitola questo film?” chiese Claudio. "Non lo so, se vuoi guarda sulla guida dei programmi tv. Ti ricordi quando hai fatto finta di essere un regista che cercava una protagonista per il suo film per rimorchiare una ragazza e poi le hai offerto la parte?". "Certo, poi ci presentò una sua amica che ci conosceva e mi smascherò. Lei reagì molto male, e io ci rimasi peggio. Poi io e te ci ubriacammo, una sbornia allucinante, te lo ricordi?. "Sì si, e io vomitai per due ore. Dove stavamo, in discoteca?" chiese Danilo. "Sì e quando chiusero ci buttarono fuori, io non mi reggevo in 18

piedi, e tu stavi malissimo". Intanto Carlo Verdone era in una pasticceria con la sua amata e stava bestemmiando perché si era macchiato l' abito da prete con della crema caduta da un bignè. "Claudio" esordì Danilo, "ma se io avessi fatto una cosa terribile, tra noi cambierebbe qualcosa?". Claudio sorrise con affetto per la spontaneità dell' affermazione e per la dolcezza del tono della voce dell’amico, poi disse: " perché che hai fatto?". "Guarda che sto parlando in via ipotetica". "Che vuoi che ti dica, tu ci sei stato sempre quando ho avuto bisogno e io ho fatto lo stesso, non vedo perché le cose debbano cambiare". Danilo si avvicinò all' amico, si sdraiò sul divano e mise la testa sulle gambe di Claudio. Quest'ultimo cominciò a carezzargli i capelli biondi mentre continuava a vedere il film. Lo facevano spesso sin da piccoli e molte volte si addormentavano anche così. Non si vergognavano di questo gesto di intimità, anzi non si erano mai posti neanche il problema. E soprattutto non c' era tra loro nessuna forma di attrazione omosessuale, erano solo due fratelli mancati dalla natura e uniti dall' amicizia. Verdone intanto era stato smascherato dai familiari della ragazza e stava da loro subendo dei violenti rimproveri per il fatto di essersi intrufolato nella vita della figlia fingendosi un prete. "Allora, domani sera vieni con me, no?", chiese Claudio. "Con te dove?" chiese a sua volta Danilo. "Ma come dove, con la ragazza; mi ha invitato a uscire ma siccome porta il suo amico vorrei andare accompagnato anche io". "Il fatto che venga con l'amico non ti fa pensare che magari vuole conoscerti solo come amico?!" domandò Danilo in tono 19

malizioso. "Vuol dire che non è una ragazza facile che esce da sola con uno appena conosciuto, e poi se vieni anche tu almeno ti rilassi un po’: stasera mi sembri proprio strano, sarà il troppo lavoro". "E già. Va bene, domani vengo con voi, ma purché si esca sul tardi: domani sera devo fare una cosa importante, prima" disse Danilo fissando il televisore.

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Capitolo 3 Erano circa le sei e trenta della sera. Danilo si trovava sulla sua macchina, una Honda grigia metallizzata, e stava percorrendo una strada isolata nella periferia di Roma. Aprì il finestrino per buttare la cicca della sigaretta e fermò la macchina. Era arrivato. Era fermo davanti alla casa in cui la sera prima aveva ucciso quella donna. Come si chiamava.? Ah sì, Vanessa de Carolis. Chissà se la stanno già cercando, chiese Danilo a se stesso. Uscì dalla macchina e andò verso il cofano. Quando vi fu davanti disse: "coraggio, si comincia" e lo aprì. Tirò fuori un sacco di plastica nera, come quelli della spazzatura. Non appena aprì la porta della cantina, quella vicino al camino, fu preso da un momento di angoscia frammisto a paura. Fu come un senso di vertigine, come quando ci si trova sulle montagne russe e dopo la salita si sta per iniziare l' impervia discesa. Poi pensò di essere uno stupido e che nulla lo avrebbe potuto fermare. Scese le scale che lo portarono nella cantina semibuia e si diresse verso la botte. Quando la ebbe aperta si trovò davanti quella donna. La sensazione che ne ebbe fu di disgusto. "Questa è l'ultima volta che vedo la tua faccia" disse, e cominciò l'operazione. La tirò fuori dal contenitore, a dir la verità a fatica: sembrava pesare più di ieri sera e quando la sua faccia fu vicino ai capelli della donna, mentre la sollevava, sentì che da questi emanava una specie di odore di mosto 21

inacidito. Non fu facile ma alla fine riuscì a metterla nel sacco, insieme alla sua borsetta e alle scarpe. Prese solo la carta di identità della donna e la ricetta medica che le prescriveva un integratore vitaminico e se le mise in tasca. Appena ebbe chiuso il sacco cominciò a trascinarlo su per le scale: il lavoro non fu per niente semplice ma alla fine riuscì a portarla fuori di casa e a chiuderla nel cofano. Poi ridiscese in cantina. Chiuse la botte e afferrò la corda con cui aveva strozzato la donna la sera prima: gli sarebbe servita dopo. Appena si assicurò di aver sistemato tutto (l' indomani avrebbe dovuto far vedere l' immobile a un cliente) chiuse la casa, si mise in macchina e poggiò la corda sul sedile anteriore. Si accese un’altra sigaretta. Fuori era tutto buio, tranne la luce della luna che illuminava la strada col suo flebile chiarore. Alcune nuvole solcavano il cielo. L' orologio al quarzo sul cruscotto segnava quasi le sette. Doveva sbrigarsi. Quando fu alla guida inserì nello stereo un cd di musica celtica. Il suono delle cornamuse aveva su di lui un effetto molto rilassante. Si accorse che aveva cominciato a piovere, "cazzo!" imprecò e si morse subito la lingua: non era abituato a dire parolacce, sin da piccolo era stato educato dalla madre a non essere volgare. "L' educazione è la virtù dei forti" diceva sempre lei. Pensò a lei. Quanto era bella. Alta e bionda, magrissima e con due occhi castani e bellissimi. Lui si fermava sempre a guardarla mentre si preparava prima di uscire per andare a lavoro. Ci metteva moltissimo perché faceva le cose con molta calma. Era un persona di una serenità interiore quasi incredibile e lui le voleva un mondo di bene. Lavorava come psicologa in un' associazione che forniva un supporto psicologico tramite telefono, tipo 'telefono amico'. Era una donna in gamba e sicura 22

di sé e sin da quando suo marito era morto di cirrosi epatica dovuta al suo vizio per l'alcool, si era occupata di Danilo facendogli da padre e da madre. Lavorava otto ore al giorno ma quando era in casa era molto presente per suo figlio. Danilo fermò la macchina davanti a un negozio di articoli sportivi dove scese per comprare qualcosa. Quando tornò aveva in mano due manubri da venti chili l’uno e li mise sul sedile posteriore. Risalì in macchina e riprese la marcia. Le cornamuse suonavano con un ritmo ipnotico. Il padre di Danilo era morto quando lui aveva solo sei anni, per cui non ricordava molto di lui. Gli unici ricordi erano legati soprattutto a quando la sera rientrava dal lavoro e gli portava sempre qualcosa, una caramella o un dolce. Certe volte un giocattolo che aveva comprato sulla strada di ritorno fermandosi in qualche negozio. I ricordi del padre erano tutti belli, Danilo non ricordava di averlo mai visto ubriaco o stare male. Se era un alcolizzato (come gli rivelò qualche anno dopo la madre) lo aveva ben tenuto nascosto al piccolo figlio. Un carabiniere estrasse la sua paletta rossa per ordinare a Danilo di accostarsi. Questi lo fece e con molta tranquillità abbassò il finestrino elettrico senza neanche guardare il militare che intanto si era accostato alla macchina ma continuando a guardare davanti a sé. "Patente e carta di circolazione" disse quello. Danilo gli porse i documenti, sempre senza neanche degnarlo di uno sguardo. Odiava gli sbirri, anzi li disprezzava. Soprattutto quelli che stavano per strada e non in un ufficio. Pensava che fossero tutti ignoranti e bifolchi senza intelligenza, che si erano rifugiati nella divisa solo per garantirsi di che vivere visto che, dato il loro scarso appeal, non avevano la possibilità di nessun futuro professionale in 23

altri campi. E in più approfittavano della loro divisa per fare i gradassi dato che non avrebbero mai potuto farlo in altre situazioni. Il carabiniere intanto si era avvicinato alla volante con i documenti in mano e stava parlando con il suo collega e gesticolando faceva segni verso Danilo. Lui se ne accorse guardando dallo specchietto retrovisore. Danilo era calmissimo. Per uno che aveva un cadavere nel portabagagli. Il Carabiniere tornò e Danilo riaprì il finestrino. "Grazie" disse l' uomo restituendogli i documenti. "Posso andare ora?" chiese Danilo in tono sprezzante, come se avesse un appuntamento importante e quella sosta inutile gli avesse fatto perdere tempo prezioso. "Vada pure, ma..." disse il carabiniere "le posso chiedere una cosa? Se lei è di Roma, che ci va a fare a Ostia?" Danilo rimase sconvolto, come quella volta in cui un poliziotto, sempre dopo averlo fermato ad un posto di blocco, gli aveva chiesto se facesse uso di stupefacenti, così, senza motivo. Anche questa domanda confermò la tesi di Danilo che gli sbirri sono tutti idioti. "Sono affari miei" rispose Danilo e continuò freddamente sempre guardando davanti a sé: "posso andare ora?" . "Vada pure" rispose l'uomo dopo una breve pausa.. Danilo richiuse il finestrino e ripartì mormorando: "cretino". L' unico esponente delle forze armate che gli piaceva era il suo amico Claudio, ma solo perché Danilo lo conosceva bene e sapeva che aveva scelto quella carriera solo per spirito di altruismo e per voglia di rendersi utile, sacrificando tante altre alternative professionali per il suo scopo idealistico. E non per sentirsi qualcuno e fare il superiore sfruttando il rispetto che la divisa incute nelle persone. Un brivido lo percorse lungo la schiena. E se Claudio lo 24

avesse scoperto? E se avesse saputo che il suo amico aveva ammazzato una donna? Lui che credeva nella lealtà, nella giustizia, non avrebbe mai potuto perdonare né capire. Doveva assolutamente sbarazzarsi di quel carico incomodo che si trovava nel suo portabagagli. E doveva sbrigarsi. Da ragazzo si recava spesso con gli amici a Ostia, dove andava a pescare. Lui non amava la pesca ma i suoi amici sì, così si sacrificava pur di andare con loro e certe volte si alzava pure alle tre di mattina come un vero pescatore. Adesso ripensò a quei momenti e capì che tutte quelle volte che era andato a pesca controvoglia gli erano servite: quello sport gli aveva fatto conoscere tanti posti isolati e tanti piccoli moli quasi per niente frequentati. Dove potersi tranquillamente sbarazzare di un cadavere. Arrivò sul luogo che aveva scelto perché lo ricordava abbastanza tranquillo. E infatti quella sera non trovò nessuno. Era un piccolo molo di cemento armato che si allungava sul mare per una cinquantina di metri. Deserto. Fermò la macchina e scese lasciando i fari accesi per farsi luce; si avvicinò al portabagagli e lo aprì. Dentro c' era il sacco nero e quell'odore di vino rancido che lo investì nuovamente. Gli venne la nausea e decise di sbrigarsi. Tirò giù il sacco che cadde a terra in modo violento perché gli era sfuggito di mano: quel cadavere sembrava aumentare di perso col passare del tempo. Danilo andò a prendere dal sedile posteriore i manubri che aveva comprato al negozio di sport e dopo averli tolti dalla confezione li poggiò vicino al sacco. Girò dal lato destro della macchina e aprì lo sportello per prendere la corda che si trovava sul sedile anteriore. Adesso aveva tutto. Cominciò ad arrotolare la corda intorno al sacco: anche questa operazione non fu per niente facile, e la situazione fu complicata dal fatto che si mise anche a piovere, una pioggia 25

leggera leggera che da Roma lo aveva evidentemete suguito fino a lì. "Diavolo!" esclamò Danilo. Una volta arrotolata alla meno peggio la corda intorno al sacco fece qualche nodo stretto e poi a ciascuno dei due capi legò uno dei due manubri da venti chili . Si alzò tutto sudato e bagnato fradicio. Afferrò la corda e trascinò il sacco fino al bordo del molo, poi lo spinse col piede e questo cadde tra le onde del mare agitato e scuro. Per quanto riuscì a vedere, il sacco precipitò giù e, trascinato dal peso dei manubri, scomparve tra le onde scure. Fatto. Danilo si sentì subito sollevato, come se quel sacco che affondava nel mare trascinasse con sé le macchie dalla sua coscienza. Arrivò a casa che era tutto bagnato e con gli abiti sporchi. Era praticamente incrostato di fango dato che aveva lavorato tutto il tempo sotto la pioggia. Andò in camera da letto e si tolse gli abiti, compresi slip e calzini, anch' essi bagnati. Dopo aver messo il tutto nel cestone dei panni sporchi andò in bagno. Si mise sotto la doccia calda. Sentì che i suoi muscoli si rilassavano mentre l' acqua scorreva sul suo corpo. Poi girò una maniglia e l' acqua da molto calda divenne freddissima. Fu come una frustata: i suoi muscoli si irrigidirono. Uscì dalla doccia solo dopo che avevano cominciato a tremargli i denti per il freddo. Si sentì ritemprato. Davanti al lavabo, vide la sua immagine riflessa nello specchio. Fu percorso da un brivido di piacere. Guardare la sua faccia, coi capelli biondi sulla fronte che gocciolavano e con la pelle tutta tirata per la doccia fredda lo fece eccitare. Adorava il suo viso. Quei lineamenti regolari, il naso perfettamente diritto e non troppo grande, quell'espressione innocente, lo facevano 26

sembrare più piccolo della sua età. Danilo si piaceva. Si allontanò dal lavabo facendo qualche passo indietro in modo da poter vedere nello specchio tutta la sua figura, fino alle ginocchia. Continuando a fissare la sua immagine nello specchio si tolse l' accappatoio facendolo cadere a terra. Sorrise di compiacimento guardando il suo splendido corpo. Spalle larghe, pettorali disegnati e addominali forgiati da estenuanti sedute in palestra tre sere a settimana. La sua pelle era chiara e senza alcun difetto, qualche pelo non troppo scuro sul petto. Con la mano sinistra cominciò ad accarezzarsi il torso, dirigendo quella destra verso il suo pene ormai turgido. Guardandosi negli occhi riflessi sulla superficie dello specchio disse: "ti amo". Arrivò puntuale. Erano le dieci e trenta di sera e si trovava in una stradina di fronte al Colosseo, punto di riferimento per lui e Claudio, quando si dovevano incontrare al centro di Roma. Claudio era sul marciapiede e stava controllando l' orologio. Danilo gli si accostò vicino con la macchina, "Ciao Claudio" disse, "vado a parcheggiare la macchina." "Ok" rispose l' amico facendogli un sorriso. Danilo ripartì. Tornò qualche secondo dopo. Era vestito in modo molto elegante: un completo nero con giacca un po’ aderente in vita che slanciava la sua figura, camicia di seta bianca sotto la giacca, niente cravatta vista la sua antipatia verso questo accessorio il cui nodo gli dava un senso di oppressione. Naturalmente non sempre poteva evitarlo Un cappotto di pelle nera lungo fino ai piedi completava il suo abbigliamento. "Sei puntuale stasera, come mai?" esordì Claudio sorridendo. "Sto migliorando" rispose Danilo, "e i tuoi amici che fine hanno fatto?". "Non lo so, spero abbiano capito bene dove fosse l' 27

appuntamento. Non dovrebbe essere difficile: stiamo davanti al Colosseo, è un bel punto di riferimento, no? Comunque, complimenti per il look." Danilo prese una sigaretta dal taschino interno del cappotto. Proprio mentre stava per accenderla Claudio fece: "eccoli!" Danilo alzò il viso nella direzione indicata dall' amico. Il suo sguardo era illuminato da una luce lugubre e un po’ diabolica a causa della fiamma dell' accendino e a causa del fatto che era completamente vestito di nero. Scorse in lontananza due figure che si avvicinavano verso di loro. Una figura maschile molto esile che a prima vista poteva sembrare la figura di una donna, e una femminile che si muoveva con molta classe e con passo celere e sicuro di sé. Il ragazzo era vestito con un paio di jeans e un cappottino verde militare stretto in vita da una cinta. La ragazza indossava un paio di pantaloni neri e un paio di stivali marroni a punta e con i tacchi a spillo. Sopra indossava un maglione dolcevita bianco e un giubbotto dello stesso colore. Danilo rimase senza parole. Continuò a fissare l' immagine di lei che si avvicinava verso di loro. Era quasi in estasi. Quell’andatura, quei movimenti, quella immagine fiera. Il suo stato di quasi-trance aumentava con l' avvicinarsi di lei, man mano che riusciva a distinguerne meglio l' aspetto. Ma chi era quella ragazza bionda? Ma perché quella persona gli provocava tanto scompiglio? Questo ciò che si chiese Danilo ma non riuscì a pensare a una risposta: era come paralizzato. Appena la ragazza fu più vicina e sorrise nella direzione di Claudio, mostrando un bellissima bocca con dei denti bianchissimi, Danilo capì. "Mamma" mormorò. Nessuno lo sentì. Mentre i tre si salutavano Danilo cercò di farsi forza e di uscire dalla shock in cui si trovava. "Questa è Chiara e lui è Nicola" disse Claudio presentando i due all'amico. 28

La ragazza finalmente sembrò accorgersi di Danilo e gli porse la mano continuando a mostrare il suo bellissimo e sensuale sorriso. "Piacere di conoscerti" rispose Danilo con un filo di voce, cercando di contenere l' emozione. Poi l' altro ragazzo gli porse la mano: "veramente io sono Nick per gli amici, quindi tu chiamami Nick" disse questi ridendo con una risata fragorosa e decisamente sproporzionata che a Danilo trasmise una sorta di disgusto. Questa sensazione negativa lo risvegliò dalla trance indotta dall' incontro con la ragazza e lo riportò alla realtà. Non appena riposò lo sguardo su di lei si emozionò di nuovo ma questa volta riuscì a contenersi. Chiara gli ricordava sua madre. La madre di Danilo era bionda, magra e aveva lo stesso sorriso della ragazza, nonché lo stesso taglio degli occhi. Ma la somiglianza non si fermava qui: le due donne avevano in comune la stessa camminata decisa e lo stesso atteggiamento fiero che denota sicurezza e dà alla figura una sembianza aristocratica. Vedendo quella ragazza a Danilo gli si strinse il cuore. Erano quasi dieci anni che la madre era morta e a lui mancava. Gli mancava la sua presenza, la sua voce, il suo profumo. Quanto la aveva amata Danilo. Era una donna colta e in gamba e praticamente tutto ciò che lui sapeva lo aveva imparato da lei. La sera cenavano insieme e parlavano di tutto. Dalla politica alla filosofia greca, dalla psicologia umana alla storia dell' arte. Lei gli aveva trasmesso il senso per l' estetica e per il bello, non solo fisico, ma come ideale. Danilo preferiva passare le sue serate con lei piuttosto che uscire a fare baldoria con gli amici, ed era così da quando il secondo marito di lei, Arturo, era morto in un incidente stradale quando Danilo aveva quindici anni, e loro due erano rimasti soli. Lei gli parlava del suo vero padre, di come questi fosse una persona speciale, e di quanto lo avesse amato fino al giorno 29

della sua morte, avvenuta a causa della cirrosi epatica che si era preso bevendo. Lei gli diceva che Danilo era tutto ciò che di lui le era rimasto Avevano un legame molto forte che nessuno avrebbe potuto spezzare, neanche la morte di lei, avvenuta quando Danilo aveva diciotto anni, dovuta a un cancro che lei non aveva neanche cercato di combattere, perché le cure sarebbero state inutili, avrebbero solo allungato la sua sofferenza e perché aveva preferito rimanere bella fino alla fine. E soprattutto perché ormai Danilo era diventato grande abbastanza per poter “volare da solo”. Queste furono le parole che lei gli disse prima di spegnersi in quel freddo letto di ospedale lasciando il figlio solo con sé stesso, a capire quanto lei fosse importante per lui. Danilo la amava a tal punto che non le aveva mai rivelato che il suo secondo marito, Arturo il mostro, gli aveva fatto tanto male, perché se lo avesse fatto lei, che non si era mai accorta di nulla, sarebbe morta per il senso di colpa. Ma quando la morte deve arrivare arriva. Non si può controllare. La morte non si controlla, decide lei, lei è più forte. "Allora, visto che stasera fa un po’ freddo che ne dite di muoverci? Il locale è proprio qui di fronte, ho prenotato per le undici meno un quarto" disse Claudio cominciando a fare strada. Il locale era un posto molto sobrio, una specie di disco-pub, dove si poteva consumare un drink ascoltando della musica dal vivo. I quattro ragazzi si sistemarono al tavolo indicato dal cameriere. Danilo ormai si era ripreso dall'emozione anche se continuava a fissare insistentemente la ragazza. Questa non sembrò accorgersene, mentre consultava il menù per scegliere cosa ordinare. "Allora, vi piace il posto?" chiese Claudio e continuò: "questo 30

locale ha aperto da poco. Io ci sono venuto un paio di volte con dei miei colleghi dopo aver finito il turno. Lo trovo molto carino, e molto casual." Pronunciò l' ultima parola con enfasi guardando Danilo, per sottolineare che l' estrema eleganza dell' amico era un po’ fuori luogo. Ci provava gusto a scherzare sull' abbigliamento di Danilo a cui piaceva stare sempre in “tiro”, come diceva lui. Claudio era un tipo che non seguiva le mode e a cui piaceva vestire in modo semplice. "Bellissimo, veramente bellissimo" rispose Nick con un tono che a Danilo ricordò quello di una gallina. Danilo provava un senso di disgusto verso quel ragazzo: non per il fatto che fosse gay (almeno così gli appariva) in quanto lui non aveva nulla contro gli omosessuali. Era solo che si sentiva a disagio quando un uomo metteva esageratamente in mostra la sua omosessualità comporandosi come un' oca giuliva. Poi il suo sguardo ritornò di nuovo su Chiara. La guardò con il cuore in gola accorgendosi di quanto questa fosse più bella (e più somigliante a sua madre), circonfusa dalla luce delle candele che si consumavano sul tavolo. "Allora.... Chiara? Ti chiami così, vero?" chiese Danilo facendo finta di essersi dimenticato il suo nome. "Sì, e tu Danilo?" rispose lei con un grande sorriso. "Sì, posso chiederti di che ti occupi?" "Io sto facendo una scuola di giornalismo qui a Roma, sono laureata in sociologia" rispose la ragazza tenendo ancora aperto davanti a sé il menù. "Wow, anche io sono laureato in sociologia, ma mi occupo di tutt’altra cosa: dirigo una agenzia immobiliare" si vantò Danilo e continuò: "dunque non sei di Roma?". "No, sono di Firenze, abito a Roma da un anno, per motivi di studio appunto". "Anche io sono originario di Firenze" sbottò Nick 31

interrompendo la conversazione e incrociando le braccia poggiò i gomiti sul tavolo e cominciò a fissare Danilo, “ma solo di origini, non ci ho mai vissuto.” Danilo ricambiò lo sguardo con aria di palese disgusto e poi tornò alla ragazza addolcendo la sua espressione e sorridendole. "Io amo Firenze, è la patria del rinascimento, periodo storico che io adoro. L' arte di quel periodo per me è senza paragone" continuò Danilo. "Sì, anche a me piace, poi i miei abitano in centro, quindi ci sono cresciuta tra i monumenti e le chiese rinascimentali". Claudio interruppe la loro conversazione: "allora, voi che prendete?" chiese. "Io un gin tonic" rispose Nick come se non aspettasse altro che gli venisse chiesto qualcosa. "Io pure" si associò Chiara. "E per te il solito?" chiese Claudio all' amico che rispose di sì continuando a guardare la ragazza. Che bella. Claudio alzò la mano e il cameriere arrivò prontamente. "Allora, due gin tonic, un gin lemon e un Cointreau" ordinò Claudio. Intanto la cantante stava intonando un brano jazz, con una voce molto melodiosa. "Anche io studio giornalismo, sapete, ma non mi sono ancora laureato!" disse Nick. "Sì, facciamo la stessa scuola e viviamo anche insieme" continuò Chiara e aggiunse "purtroppo" voltandosi verso il suo amico e facendogli una linguaccia. "A me sembra molto simpatico" disse Claudio parlando di Nick, "sicuramente vi divertirete un sacco voi due". "In effetti sì" ammise la ragazza, "e voi due da quanto vi conoscete?" chiese a sua volta indicando i due ragazzi seduti d fronte a lei. 32

"Da una vita" rispose Claudio, "praticamente ci siamo conosciuti al primo anno di liceo e sono ormai più di tredici anni che ci frequentiamo." La cantante aveva smesso di intonare la sua canzone: "qualcuno vuole cantarci qualcosa? Su coraggio, altrimenti mi sento sola" disse questa aggrottando le labbra in un' espressione di broncio e simulando un' aria triste. Nick prese la palla al balzo e si alzò. Mentre si avvicinava al palco partì un applauso dagli altri avventori del locale che sorridevano e parlavano tra di loro indicando il personaggio che evidentemente aveva suscitato una certa ilarità per la sua camminata effeminata. Dopo aver parlato con la cantante il ragazzo prese in mano il microfono e cominciò a cantare una canzone in lingua italiana che Danilo non conosceva. Sarà un motivetto commerciale, pensò. Nick era particolarmente stonato ma si muoveva bene, ballando sul ritmo. Chiara si era girata verso l' amico per assistere alla sua esibizione. Danilo riusciva a vederne il profilo. Quanto sei bella. "Se continua così, non lo porto più in giro!" disse la ragazza ai suoi compagni di tavolo cominciando a ridere. Danilo si accorse che anche Claudio era molto affascinato da lei. Lo vide nel suo sguardo compiacente, nel su sorriso affascinante che sfoderava ad ogni battuta che Chiara faceva. Non era la prima volta che a tutti e due piaceva la stessa ragazza. Anzi, in passato era successo molte volte che si fossero invaghiti della stessa persona. Di solito era Claudio a cedere e a lasciare campo libero all'amico, come un bravo fratello maggiore. Anche se in verità erano le ragazze a scegliere fra i due, e sceglievano sempre Danilo che mostrava più fascino, era più sofisticato, più loquace e si era sempre vestito meglio. Nonostante ciò, la loro amicizia era sempre 33

stata più forte delle storie che avevano condiviso. L'esibizione di Nick si era conclusa con un applauso fragoroso. Probabilmente più che la voce le persone avevano premiato la presenza scenica di una Britney Spears al maschile. Mentre Nick scendeva dal palco in direzione del suo tavolo la cantante disse: " e dopo questa splendida performance" e sottolineò la parola performance "c' è qualche altro che si vuole cimentare?" Questa volta si alzò Danilo, che si avvicinò al palco. Claudio e Chiara si scambiarono uno sguardo e sorrisero. Mentre Danilo passava tutti lo guardavano. E lo guardavano perché era bello. Alto, elegante e ben vestito, con quel cappotto di pelle nera che gli arrivava fino ai piedi. Salì sul palco e si avvicinò alla cantante, che era rimasta seduta dietro la tastiera, per comunicarle il titolo della canzone. La musica cominciò a diffondersi e partì un applauso: la canzone scelta era molto romantica: It' s a little bit funny, this feeling inside I' m not one of those who can easely hide I dont' t have much money, but boy, if i did I' d buy a big house where we both could live Danilo aveva una voce calda e sensuale. Era anche molto intonato e gli piaceva cantare anche se non si esibiva spesso. Di solito erano gli altri a insistere perché lo facesse, ma quella sera era una serata speciale. Si girò verso Chiara, che era sulla sua sinistra e, seduta al loro tavolo, lo guardava in modo molto affascinato. And you can tell everybody, this is your songI It may be quite simple but, now that is done I hope you don' t mind 34

I hope you don' t mind That i put down in words How wonderful life is while your' re in the world Come è meravigliosa la vita da quando sei entrata nel mio mondo. Le ultime note stavano suonando quando Danino scese dal palco. Un applauso fragoroso lo accompagnò fino al suo tavolo. "Bravissimooooo" urlò Nick quando Danilo si fu seduto. Ma a lui non interessava il parere di quel ragazzo. A lui interessava la reazione di Chiara. Questa gli fece un grandissimo sorriso e disse: "dovresti fare il cantante di professione, sei molto bravo". "Forse" rispose Danilo aggiungendo in tono scherzoso, "ma non riuscirei mai a guadagnare quanto guadagno adesso". Intanto Claudio si era rabbuiato. Aveva una espressione cupa perché aveva capito cosa stava cercando di fare il suo amico. Ma, siccome era abituato all' atteggiamento che assumeva Danilo ogni volta che gli presentava qualche bella ragazza, non fece tante storie e dopo la prima reazione negativa si rilassò rassegnato, cercando di godersi la serata. Ci avrebbe fatto i conti dopo con lui. La cantante ricominciò ad esibirsi intonando una canzone dal ritmo blues. I quattro ormai avevano rotto il ghiaccio e cominciavano a divertirsi, soprattutto Nick: anche grazie ai tre cocktail che si era scolato aveva cominciato a fare battute a raffica scadendo ogni tanto in qualche barzelletta un po’ volgare. Danilo rideva ma tra sé e sé il ribrezzo verso quell'animale da palcoscenico esibizionista e volgare aumentava. Chiara ebbe il suo bellissimo sorriso per tutta la serata 35

stampato sul viso Era evidente il fatto che si stesse divertendo e Danilo ne era felice: ciò significa che avrebbe conservato di quella serata, la sera in cui si erano conosciuti, un bel ricordo. Dopo l' ennesima battuta volgare tra le centinaia che aveva esternato (che però sembravano divertire molto Claudio che non aveva fatto che ridere a ogni barzelletta) Nick si alzò dal tavolo e in evidente stato di incontinenza causato da un eccesso di alcool e molte risate disse: "Chiara, amore, mi accompagni al bagno?". “Non c' è niente da fare”, pensò Danilo, “è proprio una donna mancata che ha bisogno di andare al bagno come fanno di solito le ragazze: accompagnate da una amica.” Claudio e Danilo rimasero da soli seduti al tavolo. Danilo stava sorseggiando il suo secondo Cointreau (o il terzo?). "Guarda che l'ho capito cosa stai facendo" disse Claudio guardando l' amico che beveva. "Che dici" rispose Danilo facendo finta di cadere dalle nuvole. "Dico che ci stai provando con Chiara. Oh, non te ne posso presentare una che tu subito cerchi di soffiarmela". "Veramente non è così, dai" rispose Danilo sfoderando il sorriso più empatico che riuscì a trovare. "Non è così cosa? Che ci stai provando con Chiara o che mi soffi tutte le ragazze che ti presento?" chiese Claudio, con aria un po’ accigliata. "Non è vero che ti soffio tutte le ragazze, ammetto che in passato è successo ma saranno state un paio di volte". Claudio cambiò espressione, la sua faccia divenne quasi divertita. "Certo che non cambi mai" disse. "Senti, devo ammettere di sì: Chiara mi piace" ammise Danilo e continuò, interrompendo l' amico che voleva dire la sua: "ma stavolta è diverso, lei è diversa. Credo che sia quella giusta per me." "Certo che sei forte" disse Claudio sorridendo: "e come fai a 36

sapere che è la donna giusta per te?" "Lo sento, te lo giuro, mi ha trasmesso qualcosa. Non era mai successo prima. A te piace, ma io posso dire che già la amo". A questa uscita Claudio non riuscì a trattenere un fragorosa risata. Danilo sembrò rimanerci male facendo la faccia di chi viene offeso ingiustamente. "Togliti quella espressione dal volto, non ti si addice l'aria della vittima" disse Claudio "senti te la lascio, anche se il termine non è proprio adeguato. Ma lo sai perché lo faccio?" "No, illuminami" disse Danilo facendo finta di essere ancora offeso. "Perché è una brava ragazza, l'ho capito subito. Forse in questo momento ne hai bisogno più tu di me. Perché, vedi, tu sei un po’ pazzo e instabile anche se non lo sai ancora.". "Grazie di non essertela presa" disse Danilo. "E che me la prendo a fare? Solo una cosa, se io ti dicessi di essermi innamorato di lei, tu ti faresti da parte?" chiese Claudio diventando serissimo, come se dalla risposta a quella domanda dipendesse una vita umana. "Certo" rispose Danilo in tono fermo. "Sì sì" ribatte Claudio e aggiunse: "sei un bugiardo patentato, e poi stiamo qui a parlare di una persona come se fosse un pacco. Magari lei non ti vuole". “In tal caso è tua" ribatté Danilo sorridendo e appena vide Chiara e il suo amico che stavano tornando al tavolo disse: "arrivano". "Allora, vi siamo mancati?" chiese Nick sedendosi al tavolo. "Ragazzi, ho avuto una idea!" li interruppe Chiara "Io e Nick, dato che domani è sabato, partiamo e andiamo a passare un week-end a casa dei miei, nella campagna toscana. Abbiamo una grande villa immersa nel verde dove ci si può rilassare. A casa non c'è nessuno dato che i miei sono in Egitto in vacanza e tornano la settimana prossima, quindi saremmo soli. Vi va di 37

farci compagnia?" "Che bellissima idea!" proruppe Nick a voce alta, tanto che i vicini di tavolo si girarono ad osservarlo. "Io dovrei studiare, ma voi vi potete rilassare facendo qualche passeggiata, e poi la sera si potrebbe uscire a mangiare una pizza nel paese vicino" continuò Chiara. "L' idea è molto allettante." le disse Danilo fissandola con sguardo entusiasmato "io domani mattina ho un appuntamento di lavoro ma posso chiamare per rinviarlo, mentre per il resto della giornata sono libero, e anche per domenica non avevo impegni. Per me va bene". "Perfetto, ne sono felice" disse Chiara a Danilo e poi, rivolgendosi a Claudio, chiese: " e tu, sei dei nostri?". "Purtroppo questo week-end lavoro, sarà per la prossima volta" le rispose Claudio evidentemente dispiaciuto. "Sicuramente" lo rassicurò Chiara, "vorrà dire che saremo noi tre" disse poi rivolgendosi agli altri due. "Wow, non vedo l' ora di staccare un po’ la spina. E poi ci sarà qualcuno di simpatico con cui scherzare. Questo week-end mi divertirò un mondo" disse Nick in tono enfatico rivolgendosi a Danilo. Non credo proprio . Danilo era felicissimo. All' idea che quella serata sarebbe dovuta finire e che avrebbe dovuto inventare chissà cosa per rivedere Chiara si era sentito un po’ depresso. Ma adesso tutto si era messo nel modo giusto: quella splendida serata, con quella bellissima ragazza che gli aveva fatto battere il cuore sarebbe durata un intero fine settimana C'era un unico problema. Guardò Nick con uno sguardo carico di odio profondo, ma quello, ormai quasi ubriaco, non se ne accorse nemmeno. Danilo adesso lo odiava. Al disprezzo per il suo atteggiamento 38

fastidioso, per la sua esuberanza e il suo eccessivo egocentrismo si era aggiunto un sentimento di antipatia perché era diventato un ostacolo al suo obiettivo. Ma aveva già un idea su come ovviare al problema. "Allora, che si fa? Andiamo? Io domani lavoro dalle sette" chiese Claudio. "Sì, andiamocene, anche perché è quasi l'una e mezza" gli rispose Chiara dopo aver guardato l'orologio e aggiunse, sorridendo: "come passa in fretta il tempo quando ci si diverte!". "Allora come rimaniamo per domani?" domandò Danilo alla ragazza. "Domani ci vediamo alle nove sotto casa mia" rispose lei e gli porse un biglietto da visita che intanto aveva preso dalla sua borsa, "abito qui vicino, ti spiego come arrivarci...". Danilo la interruppe subito dopo aver dato un' occhiata al biglietto da visita: "conosco la strada, ricordati che sono un agente immobiliare: conosco quasi tutte le strade di Roma" disse sorridendo. "Perfetto, allora possiamo andare" . Chiara si alzò dal tavolo e gli altri fecero lo stesso subito dopo di lei, Danilo si mise il cappotto e tirò fuori dal portafogli una banconota che mise sul tavolo. "Ah, quasi dimenticavamo di pagare" disse ridendo Chiara e poi chiese a Danilo: "quanto ti dobbiamo?". "Niente, offro io!" e così dicendo Danilo fermò in modo delicato la mano di lei prima che riuscisse a infilarla nella borsetta per estrarne il portafogli. "Io dovrei andare un attimino al bagno, mi aspettate?" chiese Nick aggiustandosi i capelli. "Certo, noi intanto usciamo, qua dentro c' è troppo fumo, non si respira. Ti aspettiamo qua fuori" gli rispose Chiara. Nick si avviò verso il bagno a passo svelto, con la sua andatura 39

da modella navigata Danilo lo seguì con lo sguardo, guardandolo con attenzione fino a quando questi non ebbe oltrepassato la porta del bagno, poi disse agli altri: "anche io devo andarci, aspettateci fuori". Il bagno era molto piccolo. Vi si accedeva tramite una porta di legno che si trovava sulla destra del palco dove la cantante continuava ancora ad esibirsi, questa volta con una canzone molto ritmata. Appena entrato Danilo fu infastidito da quell'odore tipico dei bagni pubblici. Un senso di nausea lo pervase. Lui non andava mai nei bagni pubblici: credeva fossero poco igienici e anche se aveva necessità cercava sempre di trattenersi fino ad arrivare al bagno di casa sua o a quello della sua agenzia immobiliare. Cercava di evitare anche i bagni delle case dei clienti presso cui si trovava in visita. Si guardò allo specchio che si trovava sopra il lavabo e sorrise per vedere se i suoi denti erano a posto. "Perfetto", disse. A un tratto Nick uscì da una delle due porte che si trovavano ai lati del lavandino, quella con l' uomo stilizzato disegnato sulla targhetta. "Devi usare il bagno?" chiese Nick appena vide Danilo, "non te lo consiglio: è sporchissimo" aggiunse col suo solito tono. "Non sono qui perché devo andare al bagno. Sono qui per te" rispose questi simulando un' espressione impacciata. "Per me?" Un sorriso trionfante illuminò il viso di Nick. "Lo sapevo" disse "me ne ero reso conto, sia del fatto che tu fossi gay, sia del fatto che io ti piacessi". Danilo contenne una smorfia di disgusto e la mascherò con un sorriso. "E da cosa l' hai capito?" chiese. "Da come mi guardi, è tutta la serata che non mi togli gli occhi di dosso, e poi... quello sguardo intrigante..." disse Nick 40

appoggiandosi con la schiena al muro e continuando a fissare Danilo con un' aria sensuale. Idiota, mi fai schifo. Danilo gli si avvicinò e appoggiò la mano sinistra al muro, mentre con la destra cominciò a carezzare il viso del ragazzo. "Hai ragione, allora adesso facciamo una cosa, ti va?" chiese Danilo. "Tutto quello che vuoi". "Perfetto. Io adesso faccio finta di andare a casa, tu inventa una scusa a Chiara e dille che la raggiungi dopo. Aspettami davanti al Colosseo, vicino alla fermata della metropolitana. Ma non dire niente a nessuno, mi raccomando. Io arrivo tra venti minuti". "Avevo indovinato anche questo" disse Nick, "che sei un tipo molto riservato e magari neanche il tuo amico lo sa che sei gay." "Infatti" rispose Danilo e poi continuando a carezzargli il viso gli chiese con tono mellifluo: "allora, ti va?". "Perfetto, ci vediamo tra mezz' ora. Ma adesso usciamo di qui, o ti scoprono" disse Nick sorridendo. I due uscirono dal bagno. Prima Danilo che raggiunse gli altri due che aspettavano fuori dal locale. Chiese anche il numero di cellulare a Chiara, in caso ci fossero stati problemi per l'appuntamento dell' indomani, ma le garantì che nulla gli avrebbe impedito di esserci. Subito dopo arrivò Nick che, con aria molto soddisfatta, disse all' amica che mentre era in bagno aveva ricevuto la chiamata di un suo conoscente e che doveva andare da lui perché aveva bisogno di un favore. No, non gli serviva un passaggio, l' amico abitava lì vicino. Comunque sarebbe rientrato presto, in modo da potersi preparare per la partenza del giorno seguente. Chiara nascose un'espressione preoccupata e non fece domande a Nick dato che c'erano altre persone e non voleva metterlo in 41

imbarazzo. I quattro si salutarono e ognuno andò per la propria strada. Danilo salì sulla macchina, la mise in moto e accese lo stereo. Mise su un cd di musica barocca, Les Indes galantes di Rameau. Cominciò a guidare su e giù per via Cavour, aspettando che passasse del tempo, per essere sicuro che Chiara e Claudio fossero andati via quando sarebbe andato a prendere Nick. Quell' essere gli dava delle brutte sensazioni, ma si costrinse a non pensarci. Si fermò a un distributore automatico di sigarette e comprò un pacchetto di Marlboro. Poi risalì in macchina e, guardando l'orologio al quarzo che emanava una tenue luce blu dal cruscotto, si accorse che erano quasi le due. Andò sul luogo dell' appuntamento. Non c'era nessuno in giro a quell'ora, solo qualche macchina che sfrecciava ogni tanto ad una velocità impensabile di giorno. Ma erano le due di notte: nessun vigile. Nessuno. Nick era appoggiato ad un palo della luce. Appena vide Danilo gli sorrise e alzò una mano per farsi vedere. Danilo accostò la sua Honda grigia al marciapiede e lo fece salire. "Ciao" disse Nick chiudendo lo sportello e, sorridendo, si avvicinò a Danilo e lo baciò sulla guancia. Danilo si irrigidì. "Allora, dove mi porti? Casa tua?". "Non credo proprio" disse Danilo in tono serio. Poi però sorrise e girandosi verso il ragazzo gli disse: "A casa mia non si può, c'è un portiere molto pettegolo, capisci... non voglio pubblicità". Non era vero, nello stabile in cui abitava non c' era nessun portiere a quell'ora di notte. "Allora ti porto io in un posto" disse Nick, "conosci Valle Giulia?" 42

"Sì." "Ci vai spesso?" "Veramente la conosco solo di nome, è un luogo di battuage gay, vero?" "Sì ma a quest'ora non c'è quasi nessuno". "Perfetto" disse Danilo, "andiamo". Durante il breve tragitto Nick non fece altro che parlare e parlare: di come lui si fosse scoperto omosessuale, di come fosse stato duro per i suoi accettarlo, di come fosse stato costretto ad andare via di casa per essere meno controllato dai suoi genitori che non gli davano respiro da quando si era dichiarato con loro, e di come fosse finito a vivere con Chiara. "Deve essere una ragazza molto carina" disse Danilo. "Sì. Anche molto intelligente, dolce e in gamba: è la mia migliore amica". Arrivarono a destinazione. Danilo varcò con la sua macchina il grande cancello aperto del parco, e si avviò lungo il vialetto. Appena trovò un angolo un po’ più buio del resto dell’ambiente accostò la macchina sul lato destro dela stradina, sotto un grande albero. Intorno non c'era nessuno. Solo all' ingresso Danilo aveva visto un ragazzo, moro e abbastanza alto, vestito con un giubbotto di pelle nera. Era appoggiato a una fontanella ed evidentemente aspettava che arrivasse qualche cliente. Ma adesso era distante. Appena la macchina si fu fermata, Nick passò subito all' azione. Si avvicinò a Danilo e gli afferrò la nuca con una mano cercando di baciarlo. Danilo si ritrasse di scatto. "Che c' è" chiese Nick, "ci hai ripensato?". "No". Danilo avvicinò le mani alle spalle di Nick e cominciò ad accarezzarlo sforzandosi di contenere il disgusto per quella persona: non lo disprezzava perché fosse un ragazzo gay, ma 43

principalmente perché gli faceva schifo il suo modo di essere. Così poco fine. "Così va bene, ti stai rilassando" disse Nick socchiudendo gli occhi per il piacere provocato dal contatto. Le mani di Danilo cominciarono a salire lentamente, fino ad arrivare al collo. Stava per cominciare a stringere la presa quando sentì un rumore. Un' auto stava lentamente percorrendo la stradina dalla direzione opposta a quella in cui era parcheggiata la macchina di Danilo. Danilo fece un gesto a Nick ordinandogli di abbassarsi. Non voleva correre il rischio che qualcuno li vedesse insieme. Il ragazzo sbuffò ma alla fine ubbidì dicendo: "ma di che ti preoccupi? Guarda che se non gli dai confidenza se ne va." La macchina cominciò a rallentare e non appena fu vicina alla sua Honda scura si fermò. Danilo vide l' uomo seduto al volante dell'auto che si era accostata: un signore di mezz' età, con un pizzetto nero e un' aria da pervertito. L' uomo fissò Danilo e inaspettatamente tirò fuori la lingua cominciando a leccarsi le labbra in modo provocante. Un ennesimo senso di disgusto si impossessò di Danilo che si girò dalla parte opposta all'uomo. Questi, appena si rese conto che il ragazzo non era interessato, ripartì sgommando, arrabbiato e deluso. "Se n' è andato" disse Danilo tra sé e sé, ma mentre Nick si stava alzando lui lo colpì alla nuca repentinamente, usando l' antifurto in metallo che aveva afferrato dal sedile posteriore. Nick fu travolto da un dolore acuto, che dal collo si propagò immediatamente a tutto il resto del corpo paralizzandolo e, perdendo i sensi, ricadde nella posizione dalla quale si stava tirando su. Danilo rimise a posto l' antifurto, soddisfatto del fatto che neanche una goccia di sangue fosse stata versata. Poi si tolse 44

una scarpa, una delle sue preferite di marca Ferragamo e si sfilò un calzino di cotone leggero. Avvolse l'indumento al collo del ragazzo e cominciò a stringere con tutte le sue forze. Passò qualche secondo senza che succedesse nulla ma poi qualcosa avvenne. Nick si irrigidì e si svegliò. Cercò di liberarsi il collo con entrambe le mani, ma riuscendo a metterci poca forza, un po’ per la sua gracilità, un po’ perché non riuscì a rendersi conto della situazione dato che era ancora stordito dal colpo ricevuto. Per Danilo fu facile completare l'operazione. Gli bloccò la schiena con un gomito in modo da non permettergli di rialzarsi e di farlo rimanere nella posizione fetale in cui si trovava: seduto sul sedile e ripiegato su se stesso. Dovette metterci un po’ di forza per tenerlo così, soprattutto quando, nella fase finale, Nick cominciò a realizzare pienamente cosa gli stesse succedendo e cercò di liberarsi dalla presa. Cercava di urlare, ma nessun suono usciva dalla sua bocca. Dopo qualche secondo Danilo sentì che la resistenza opposta da quel corpo cominciava a diminuire, lentamente ma inesorabilmente. Fino a quando non si mosse più. Danilo aspettò qualche altro secondo, ma alla fine capì di avercela fatta. Sciolse il calzino dal collo del cadavere e se lo rimise, anche se ormai si era allungato a dismisura. Si rimise anche la scarpa. Poi si guardò intorno. Nessuno. Quell' uomo che era passato prima evidentemente aveva capito di essere stato rifiutato e non era più tornato. Danilo aprì la portiera della macchina e spinse fuori il corpo del giovane ragazzo che finì sul terreno che costeggiava la stradina asfaltata, con un rumore nella notte silenziosa. Non appena ebbe fatto ciò richiuse lo sportello e rimise in moto la macchina, pronto ad abbandonare quel luogo nel modo 45

più veloce possibile. Percorrendo la stradina verso l' uscita non incrociò nessuno e uscendo si accorse che anche il ragazzo col giubbotto di pelle nera che prima era appoggiato alla fontanella non c'era più: evidentemente aveva trovato un cliente disposto a pagare per la sua bellezza. Roma a quell' ora era quasi deserta. Le strade erano libere e Danilo non ci mise molto ad arrivare a casa. Appena fu entrato si diresse verso il bagno, si diede una rinfrescata lavandosi accuratamente le mani, visto che aveva toccato un morto. Mentre l' acqua fredda gli scorreva tra le mani affiorò nella sua mente un ricordo. Quando era piccolo un giorno si trovò davanti a un cadavere, in un obitorio. Il corpo era steso su una barella ed era ricoperto per metà da un lenzuolo bianco che lasciava scoperto il cadavere dall' ombelico in su. Apparteneva a un uomo di circa trent' anni. Ricordò il freddo che sentì in quel posto, non solo freddo materiale, ma soprattutto emotivo, sia perchè era la prima volta che vedeva un cadavere, sia per l'ambiente. La camera aveva delle pareti grigie e tutto intorno c' erano tavoli e strumenti di metallo, di quelli che usano i medici. A Danilo, che aveva solo otto anni, quel luogo diede i brividi. Arturo era dietro le sue spalle, e lui lo sapeva: lo aveva costretto lui a scendere in quel posto. "Torniamo su, per favore" chiese Danilo al patrigno, "voglio tornare dalla mamma." "Dalla mamma ci andremo dopo, adesso è in sala operatoria. Ora dobbiamo fare un' altra cosa" disse il patrigno fissando alternativamente Danilo e il cadavere steso sulla barella che lui stesso aveva scoperto per farlo vedere al bambino. Il suo sguardo era infiammato da una luce malvagia 46

Afferrò Danilo da sotto le braccia e lo sollevò. Accostandolo al morto disse: "lo vedi? Questo è un uomo morto. Te lo faccio vedere per farti capire una cosa: alla fine tutti moriamo ma un vero uomo non deve avere mai paura della morte. Mai. Hai capito?" Danilo era disgustato. Chiuse gli occhi per non vedere l' immagine di quell' uomo, che aveva uno strano colore grigio e aveva sulla faccia anche delle brutte cicatrici. Il bambino non cercò neanche di liberarsi, sapeva che se l' avesse fatto le avrebbe prese. Soprattutto adesso che sua mamma era malata. Pensò alla mamma e a cosa sarebbe successo se fosse morta. Il pensiero lo fece rabbrividire: sarebbe rimasto solo con quell' uomo. Poi però si rincuorò pensando al fatto che aveva sentito dire al medico che l' operazione a cui si stava sottoponendo la madre era un' operazione semplice, una cosa da nulla insomma. Una cosa da nulla. Aprì gli occhi e si ritrovò di nuovo vicino all' uomo morto. "Adesso devi farmi vedere che sei un uomo vero, e che non hai paura della morte. Lo sai che devi fare?" chiese Arturo al bambino che teneva ancore in braccio. "No". "Devi dargli un bacio sulla fronte". Danilo fu disgustato. Quel morto aveva tutta la fronte ricucita. Lo disse al patrigno ma questi rispose che doveva farlo, "altrimenti tua mamma muore, non esce viva dalla sala operatoria, e tu non sei un uomo" disse quello. Il bambino al solo pensiero che sua mamma sarebbe potuta morire e soprattutto che ciò sarebbe potuto succedere per causa sua, si impaurì talmente tanto che ubbidì istantaneamente all' ordine, lasciando da parte ogni naturale senso di repulsione e di terrore. 47

Sentì le sue labbra accarezzare quella fronte fredda, anzi ghiacciata. Sentì anche la sensazione di ruvido datagli dal tocco con le cicatrici, che ormai erano diventate delle fredde croste. Appena uscito dal bagno si diresse in salotto e si sdraiò sul divano nero. Prese il telecomando e accese l’ hi-fi. La melodia di una ballata irlandese si diffuse in tutta la stanza. Cercò di rilassarsi. Ma non ci riuscì. Nonostante fosse a casa sua, nonostante avesse lasciato tutto il mondo fuori, nonostante tutto, ripensò a quello che aveva fatto. Da una parte c'era la soddisfazione per essere riuscito a liberarsi di quel problema. Così aveva dimostrato a sé stesso e ancora una volta di poter controllare la sua vita, il suo mondo, senza temere ostacoli per i suoi obiettivi. Però realizzò anche che aveva rischiato. Se quell' uomo che lo aveva accostato fosse passato qualche secondo dopo, o se fosse successo qualcosa di imprevisto, come può capitare in un luogo pubblico, la sua vita sarebbe andata in pezzi. La sua armonia, la sua casa, il suo mondo, tutto gli sarebbe stato portato via. “La prossima volta, se sarò di nuovo costretto a uccidere dovrò stare più attento e non agire d' impulso, devo pianificare”, pensò. Per quel ragazzo non provava rimorso. Come si chiamava? Ah sì, Nick. Anzi, gli sembrava di aver fatto anche una cosa buona per lui. Averlo portato via da quella vita inutile e priva di senso, da quella sua immaturità che lo portava ad umiliarsi per mettersi al centro dell' attenzione a tutti i costi. Sì, ho fatto la cosa giusta. Poi un' idea nuova passò per la sua mente. Fu come un lampo che gonfiò in modo smisurato il suo ego: e se liberassi tutte le persone che si trovano in questa situazione o in situazioni simili? E se, attraverso la morte, dessi la libertà a tutti coloro 48

che soffrono o che sprecano la loro vita inutilmente? E se aiutassi tutti coloro che dovrebbero morire ma sono talmente mediocri che non hanno il coraggio di darsi quella liberà da soli? L' idea lo fece trasalire. Per un momento si sentì un dio buono ma impietoso, che elargisce il suo bacio mortifero che calma ogni sofferenza solo a chi se lo merita e abbandona gli altri nella tristezza e nel tormento. Poi sorrise di se stesso. Della sua logica retorica e pomposa. Il sorriso illuminò il suo volto nella penombra della luce tenue del salotto. "Che me ne frega di liberare la gente dal tormento?" chiese a se stesso ad alta voce. Capì che il vero potere non era nel fare le cose, ma nell' avere la possibilità di farle, se voleva. E lui poteva fare tutto. Si risvegliò sul divano sul quale si era accasciato qualche ora prima. Erano le cinque del mattino. Andò in camera sua ancora non completamente fuori dal mondo dei sogni e si mise nel letto, avvolgendosi tra le lenzuola di seta nera. Era pervaso da una sensazione di euforia, come quando da bambino andava a letto sapendo che quando si fosse svegliato avrebbe trovato un giocattolo che desiderava oppure sarebbe partito in gita con i suoi amichetti. Poi capì perché era così felice: si addormentò mormorando il nome di Chiara.

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Capitolo 4 Era una giornata meravigliosa. Il cielo era completamente privo di nuvole e splendeva di un colore azzurro intenso. L' aria serena e un venticello tiepido davano l' impressione di essere in primavera inoltrata anche se era fine autunno. Danilo stava guidando la sua automobile per raggiungere casa di Chiara. Era vestito con una camicia bianca le cui maniche erano arrotolate appena sopra i polsi e con un gilet di cachemire grigio. Portava occhiali da sole neri Gucci e al polso sinistro un orologio di Cartier con cassa in oro rosa e cinturino di coccodrillo.. Aprì il finestrino della sua macchina per fare entrare un po’ d' aria fresca nell' abitacolo. Quel clima sereno e quel sole luminoso lo misero ancor più di buon umore: si sentiva felice perché stava andando da Chiara e avrebbe trascorso con lei tutto il week-end. Prese il telefono cellulare e spinse un tasto per comporre un numero presente in memoria. "Sono Danilo, buon giorno Andrea." "Ciao, stai arrivando?" chiese il socio. "Guarda, ti chiamo per questo... oggi non vengo in agenzia, purtroppo ho avuto un problema e sono dovuto partire." "Sì, come no" fece l' altro cambiando tono di voce che, da sereno, divenne alterato per la notizia. "Giuro, adesso ti devo lasciare. Senti, un' ultima cosa: alle nove arriva in agenzia il geometra. Fammi un favore: parlaci 50

tu." "Come se io non avessi già un appuntamento... Può essere che ti devo sempre risolvere i casini?" chiese Andrea arrabbiato per il comportamento strafottente del socio che stava diventando ormai abituale, "e poi quell' idiota di segretaria che si è ammalata e stamattina non si è presentata..." "Senti io devo proprio lasciarti, ti chiamo quando torno o ci vediamo direttamente lunedì in ufficio, ok?" "Buon divertimento" rispose Andrea in tono sarcastico e riagganciò il telefono. "Perfetto, anche questa è fatta" disse Danilo riponendo il cellulare nel porta-telefono vicino all' autoradio. Fermò la macchina: era arrivato sotto casa di Chiara. Scese dal veicolo e si avvicinò al portone del civico 123 e, dopo aver cercato il nome di lei sul citofono, suonò il campanello. Una voce femminile chiese chi fosse e quando Danilo ebbe risposto disse: "arrivo subito." Danilo rientrò in macchina e mise un cd di musica country, genere che secondo lui si addiceva ad un viaggio in automobile. Chiara uscì dal portone. Era bellissima. A Danilo sembrò che di giorno quella ragazza fosse più bella di come la ricordava la notte precedente: la sua pelle era più bianca e i suoi capelli erano ancora più biondi. I suoi occhi erano splendenti per la luce del sole che vi si rifletteva. Non c' era niente da fare, assomigliava a sua madre così come lui se la ricordava. Anche nel suo abbigliamento sobrio ricordava lo stile di sua madre: una camicia bianca a manica lunga annodata in vita, un paio di blue jeans super aderenti che slanciavano ancora di più la sua figura e un paio di scarpette da ginnastica bianche. Ma ciò che le due donne avevano in comune, e che fece più impressione a Danilo, era il meraviglioso sorriso. Sorriso che 51

lei gli sfoggiò quando lo vide. Danilo scese dalla macchina e la salutò con un bacio sulla guancia. "Dai a me" disse indicando la sacca blu scuro che lei portava sulle spalle e dove evidentemente aveva messo tutto il necessario per il fine settimana fuori. Lui posò la sacca nel portabagagli e richiuse. "Allora andiamo con la tua macchina?" chiese lei continuando a sorridere. "Se ti fidi di come guido sì" rispose lui ricambiando il sorriso e aggiunse: "e il tuo amico non viene?". "Guarda, lascia perdere" disse lei cambiando espressione e diventando cupa, "ti racconto tutto in macchina." "Allora andiamo". Salirono in auto e si avviarono verso la loro meta. Imboccarono l'autostrada in direzione di Firenze. Danilo chiese: "dicevi del tuo amico?" "Stanotte non è rientrato a casa". "E tu sei preoccupata?" chiese lui con aria incuriosita. "Fosse la prima volta che lo fa. Ogni tanto sparisce e si fa vivo dopo qualche giorno col sorriso stampato in faccia, come se nulla fosse. Quello che mi fa più arrabbiare è però il fatto che potrebbe anche fare una telefonata o avvertirmi in qualche modo." "Infatti" disse lui intimamente soddisfatto. "E poi sapeva che stamattina avevamo un appuntamento con te. Scusa se te lo dico, ma se avessi saputo che lui non veniva non ti avrei mai invitato a trascorrere il fine settimana con me. Non sono una di quelle che parte da sola con un ragazzo appena conosciuto." "Infatti" disse lui, "ma con me puoi stare tranquilla: sono un bravo ragazzo." "Non lo metto in dubbio, ma il comportamento di Nick rimane 52

ugualmente una mancanza di rispetto. Appena lo rivedo mi sente..." Danilo fu sollevato dalla scoperta che Nick conducesse una vita così sopra le righe: quando avrebbero trovato il corpo (e probabilmente ciò era già avvenuto) in un luogo di battuage gay, la sua morte sarebbe stata più facilmente associabile al mondo della prostituzione maschile. "Hai fatto colazione?" chiese alla ragazza. "No, non faccio mai colazione prima delle dieci" rispose lei. "Allora fermiamoci in una stazione di servizio, così prendiamo qualcosa al bar, ti va?". "Va bene". Seduti a un tavolino di un Autogrill ordinarono due caffè e due cornetti integrali. "Tu che fai nella vita?" chiese Danilo alla ragazza che, dopo essersi sfogata per il cattivo comportamento di Nick, sembrava essersi rilassata. "Io studio, sono laureata in sociologia, sto facendo un master per diventare giornalista" rispose lei e aggiunse: "non te lo avevo detto ieri sera?" "Non ricordo" fece Danilo, facendo finta di esserselo dimenticato. "Mi manca qualche mese, poi farò uno stage in una importante testata giornalistica romana, ma siccome non c' è ancora nulla di definitivo, per scaramanzia non ti dico di più". "Ah, sei anche superstiziosa?" chiese Danilo sorridendo. "Che vuol dire anche?", Chiara ricambiò il sorriso, "cos' altro sono?" "Niente, era solo un modo di dire, non te la prendere, dai." Il cameriere portò loro il caffè e i cornetti. "Tu invece sei un agente immobiliare, vero?" "Io sono il proprietario di una agenzia immobiliare, insieme a 53

un socio" puntualizzò Danilo. "E come mai hai scelto questo lavoro?" "Perché è un lavoro che ti permette di guadagnare tanti soldi e poi perché ti dà la possibilità di stare a contatto con molte persone. Io adoro stare a contatto con la gente" "Io avrei giurato il contrario" disse Chiara. "Spiegati meglio" disse Danilo, giocando a fare una espressione accigliata, "vuol dire che ti sembro asociale?" "Non intendevo questo, è solo che hai un' aria aristocratica, sembri distaccato e quasi infastidito dalla gente, soprattutto quella un po’ sopra le righe. Guarda che ti ho osservato ieri sera, come guardavi Nick quando giocava a fare la checca, sembravi quasi disgustato" "Non è vero!" rispose enfaticamente Danilo, intimamente soddisfatto per l’ammissione che lei ieri sera lo avesse osservato. "Sì, ma guarda che Nick è un bravo ragazzo. Ha sofferto molto in vita sua per il fatto di essere gay: i suoi genitori gliene hanno fatte di cotte e di crude quando lo hanno scoperto, e anche lui ci ha messo un po’ di tempo ad accettarsi. Adesso esagera il suo comportamento proprio come una sorta di liberazione, dopo anni e anni di repressione". "Ma guarda che io non lo giudico" disse Danilo, "anzi lo ammiro. Mi ha dato un po’ fastidio il suo atteggiamento, è vero, ma solo perché non amo la gente esagerata. Io non lo conosco bene, non posso giudicare una persona che non conosco." "Ah, sei anche sensibile e intelligente allora" disse Chiara, sfoderando un bellissimo sorriso. Danilo la guardò bere il caffè e pensò a quanto quella ragazza fosse bella e a quanto si sentisse attratto da lei. "Allora, andiamo?" lo interruppe Chiara, posando la tazzina di caffè, "altrimenti non arriviamo più." 54

Viaggiarono per altre due ore circa. Il sole era alto nel cielo e la giornata era bellissima. Durante il viaggio continuarono a parlare, mentre lo stereo suonava musica anni '80. Chiara si rivelò una ragazza molto loquace e molto intelligente e Danilo fu molto felice del fatto che lei fosse con lui, fosse sorridente ed evidentemente apprezzasse la sua compagnia. Arrivarono a casa di Chiara, in provincia di Firenze, poco prima di mezzogiorno. Entrarono con la macchina oltre il cancello e Danilo parcheggiò la sua Honda grigia sotto un gazebo, vicino alla veranda. Era una casa enorme, rustica all' esterno ma estremamente rifinita dentro. Si estendeva su due piani ed era circondata da un grandissimo e curatissimo giardino (Danilo calcolò ad occhio e croce che fosse grande almeno diecimila metri quadrati) nel quale erano sparsi qua e là alcuni alberi di ulivo e qualche nocciolo. Chiara accompagnò Danilo nella camera degli ospiti che si trovava al secondo piano, la cui porta dava sul corridoio proprio vicino alle scale. "Questa è la tua camera" gli disse Chiara aprendo la porta. Danilo fu meravigliato dalla grandezza della sua stanza e anche dall'arredamento: pareti rosso ruggine, quadri che rappresentavano nature morte, mobili di noce e accessori di ottone. Classico stile signorile-campagnolo. "Spero ti troverai bene" disse Chiara, e aggiunse: "adesso io scendo in cucina a vedere in che condizioni i miei hanno lasciato il frigo l'ultima volta che sono stati qui, altrimenti ci tocchèrà andare in paese a fare la spesa, oggi pomeriggio". "Ok, io intanto sistemo la mia roba, ci vediamo giù tra qualche minuto" le rispose Danilo con un sorriso. 55

Danilo entrò nel bagno della sua camera, un bagno enorme. Si avvicinò al lavabo e si guardò allo specchio. Si trovò più bello del solito. Aveva un colorito abbronzato e salutare, probabilmente dovuto al sole che aveva preso in macchina durante il viaggio. Fissò la sua immagine riflessa e si sentì estremamente rilassato. Ma improvvisamente successe qualcosa. Vide riflessa nello specchio, oltre le sue spalle, l'immagine indistinta di una donna. La figura apparve all'improvviso dietro di lui, o forse c' era sempre stata ma lui l'aveva vista solo in quel momento. Ci vollero un po’ di sforzo mentale e molta concentrazione per riuscire a distinguere l'identità di quella donna. Era la donna che aveva ucciso qualche giorno prima. Un gelido brivido gli percorse la schiena e rimase paralizzato dal terrore. Non ebbe neanche il coraggio di girarsi per vedere meglio la donna alle sue spalle, ma continuò a fissarla attraverso lo specchio. Piano piano quell' immagine divenne più nitida: la donna era nuda, bianchissima nel corpo e pallida in viso. Il suo corpo era sospeso a mezz' aria e i suoi piedi ciondolavano senza toccare il pavimento, come se fosse appesa a un cappio, ma non c'era nessuna corda a sostenerla. Aveva dei segni blu intorno al collo, una specie di collana di lividi e col suo sguardo penetrante continuava a fissare Danilo negli occhi. Il suo sguardo era illuminato da una luce cattiva, quasi diabolica. Danilo cominciò a sudare freddo, incredulo per quanto stava succedendo. Rimase bloccato e non riuscì a pensare a nulla se non a quella donna che era sospesa dietro di lui, come un terribile fantasma. Alla fine la donna parlò. 56

"Bastardo" disse, con voce roca, quasi spettrale. A Danilo quella voce ricordò la voce emessa dagli indemoniati durante la pratica esorcistica, come lui la ricordava da qualche documentario in materia che aveva visto in passato "Bastardo" ripeté la donna. Per qualche secondo, che a Danilo sembrò un'eternità, non successe nulla. Lui rimase immobile nella sua posizione, lei altrettanto, continuando a levitare dietro di lui. Nella stanza si era diffuso un freddo gelido, di quelli che penetrano nelle ossa e che non danno alcuna possibilità di movimento. Poi la donna scomparve. Danilo rimase ancora per qualche momento diritto in piedi davanti allo specchio, poi le sue gambe non lo ressero più: fece per cadere ma ebbe la prontezza di appoggiarsi con entrambe le mani al lavabo che era davanti a lui. Trovò la forza per rialzarsi e riguardò nello specchio: la donna era scomparsa. Trovò anche la forza di girarsi e di nuovo non vide più nulla, solo l' angolo vuoto dove prima aveva visto la donna. "Non può essere" disse con un filo di voce, cercando di convincersi che nulla fosse successo ma con l'estrema consapevolezza di quello che aveva visto. "Cosa mi sta succedendo?" chiese a se stesso, ma più che riferendosi al fantasma che aveva appena visto pensò a ciò che aveva fatto di recente. Aveva ucciso due persone. Lui che prima aveva sempre aborrito la violenza, vedendola come strumento dell' ignoranza. Lui che aveva sempre usato gli strumenti dell' intelligenza e della dialettica per vincere le sue battaglie. Adesso era un assassino. "Assassino" disse a se stesso. Il rimorso per quello che aveva fatto arrivò per la prima volta 57

da quando aveva ucciso quelle due persone e fu come un pugno inaspettato allo stomaco. Facendosi forza si rigirò di nuovo verso lo specchio e riguardò la sua immagine. Stavolta non vide la sua bellezza, non guardò la sua splendida e curatissima pelle, non guardò i suoi capelli biondi da pubblicità per uno shampoo, ma vide la sua anima. Capì per la prima volta ciò che aveva fatto, ciò che stava diventando: una creatura malvagia senza rispetto per la vita umana. Gli scappò un sorriso nervoso. Ripensò a tutti i libri sui serial killer che aveva letto: si era sempre chiesto cosa spingesse quelle persone a uccidere, si era interrogato sulla psiche umana, sui suoi meccanismi e aveva sempre tacciato quegli assassini con l' epiteto di "mostri". Adesso, solo, in quel bagno, davanti allo specchio, capì di essere uno di loro. Fu come l' ennesimo colpo allo stomaco e per il dolore una lacrima cominciò a solcare la morbida pelle del suo viso, scendendo giù fino alle labbra. Capì cos' era diventato ma poi capì anche che non poteva farci niente. Già, capì che non dipendeva da lui. Proprio no, non dipende da me: sono io, e sono così. Questa nuova illuminazione fu come una boccata d' aria fresca dopo una reclusione in una stanza serrata e soffocante. Capì che lui non poteva controllare quello che era, anzi: quello che era controllava lui. Ma lui non poteva farci nulla. Ripensò alla donna che aveva ucciso, a Nick, al fantasma che aveva appena visto e capì che non era colpa sua. Poi un altro pensiero gli passò per la mente. Fu un' altra consapevolezza acquisita che gli regalò una nuova forza. Adesso sapeva che da quando aveva ucciso quella donna, in quella casa, era cambiato. Adesso sapeva che finalmente era sé stesso, sapeva che da quando la bestia che era in lui era venuta 58

fuori, lui stava meglio. Era più libero, senza costrizioni, e la sua vita aveva cambiato direzione. Pensò che questa nuova vita gli aveva portato anche ciò che da tempo cercava: Chiara. Collegò le due cose (l'essere diventato una persona libera, senza costrizioni e l' aver incontrato Chiara) ma non riuscì a trovarne una connessione logica. Sapeva però che le due cose erano collegate: adesso aveva ritrovato la sua vera identità, aveva abbassato la maschera e per questo la vita gli aveva regalato quello che cercava da sempre: Chiara. Chiara. Chiara. Poi sorrise, pieno di sé, e pensò che finalmente avrebbe ottenuto ciò che voleva. Ogni senso di colpa e ogni dispiacere scomparvero dalla sua mente. Rimase solo la certezza che adesso, finalmente e dopo molti anni, era riuscito a far venir fuori la sua natura e che finalmente poteva sentirsi libero di esprimersi, libero di fare ciò che voleva. Senza curarsi più degli altri. La sua ricerca di libertà era arrivata a un punto cruciale: adesso era il dio della sua stessa vita. "Niente più sensi di colpa, stupido, niente più fantasmi" disse a se stesso. "Da oggi sono una persona nuova." Uscì dalla sua camera e raggiunse Chiara al piano di sotto. Chiara era seduta su un enorme divano di color rosso antico e stava fumando una sigaretta, con lo sguardo fisso su un punto impreciso del pavimento. Danilo si sentiva euforico e la sua euforia aumentò appena vide la figura della ragazza, su quel divano e sola con lui in quella grande casa. In quel momento si sentì felice, come raramente era successo in vita sua e con quello stato d'animo si avviò verso la ragazza 59

che sembrava non aver avvertito la sua presenza. Danilo si accostò e, in piedi da dietro il divano, abbracciò Chiara avvicinando il suo volto ai capelli di lei. "A che pensi?" le chiese nel tono più affettuoso che riuscì a trovare. "Non lo so" rispose lei, "ho una strana sensazione che non so spiegare, ho come un vuoto dentro... come se stesse per succedere qualcosa, è la prima volta che mi capita". Danilo fu sorpreso da quella risposta e cercò di sfruttare la situazione a suo vantaggio. "Guarda che non devi preoccuparti di nulla, quando sei con me non può succederti niente di spiacevole" disse lui aumentando la stretta dell' abbraccio. Chiara girò la testa. lo guardò e gli regalò un sorriso un po’ freddo. "Grazie per le tue parole, ma non è che ci conosciamo poi così bene io e te, no?!" esclamò lei "forse è che sono preoccupata un po’ per Nick: è già successo che passasse la notte fuori senza avvertire ma questa volta ho una strana sensazione". "Ma dai, starà da qualche suo amico no? magari ieri hanno bevuto un po’ troppo e si è addormentato dimenticandosi di avvertirti." "Sarà" disse lei in tono un po’ dubbioso e poi continuò: "adesso andiamo a fare la spesa, il frigo è praticamente un deserto". La giornata passò in modo tranquillo. Piano piano Chiara sembrò rasserenarsi e sentirsi meglio grazie soprattutto alla compagnia di Danilo, che si dimostrò molto simpatico e brillante. Il suo stato di euforia lo portò ad una condizione quasi di ebbrezza alcolica e non fece altro che esibirsi in una battuta spiritosa dietro l' altra. Dopo aver fatto la spesa al supermercato del paese vicino (che 60

distava circa cinque chilometri dalla villa di Chiara) Danilo si mise ai fornelli e preparò un pranzetto coi fiocchi. Aveva frequentato un corso di cucina serale qualche anno prima e perciò sapeva cucinare molto bene. La ragazza sembrò gradire molto il pranzo e fu sorpresa dal fatto che un uomo in carriera come Danilo sapesse anche cucinare. Passarono il pomeriggio nel giardino della villa a prendere il sole e a chiacchierare. Chiara parlò della sua vita e raccontò del suo rapporto coi genitori, che Danilo intuì non essere molto buono. Soprattutto con suo padre. Questi era un imprenditore edile che aveva fatto i soldi negli anni ottanta grazie al boom edilizio. Era una persona molto esigente e che amava controllare la vita della sua unica figlia con la quale, per quanto Danilo aveva capito, aveva un rapporto un po’ morboso, fatto di gelosia e possessività . Quando Chiara aveva palesato l'idea di trasferirsi a Roma da sola per studiare alla scuola di giornalismo lui si era opposto in tutti i modi tant’è che la ragazza aveva dovuto lasciare la casa paterna a Firenze, scappando senza un soldo e con tanta voglia di realizzare i suoi sogni. Per i primi tempi si era fatta ospitare da una sua amica studentessa, Monica, che viveva a Roma e che aveva fatto il liceo con lei a Firenze. Era stato un bel periodo perché per la prima volta aveva vissuto lontano dai suoi e aveva assaporato la libertà che non aveva mai avuto. Lei e Monica avevano girato tutte le discoteche di Roma e per qualche mese aveva vissuto più di notte che di giorno, ed era Monica che le aveva fatto conoscere i suoi amici e l'aveva aiutata ad inserirsi. E grazie a lei aveva anche conosciuto Nick con cui, dopo qualche mese, era andata a vivere. A dire la verità Nick 61

occupava due stanze a Roma: una nell'appartamento di Monica e l'altra nell'appartamento che aveva preso insieme a Chiara. Si alternava tra le due amiche con cadenza all'incirca settimanale. Piano piano le cose con suo padre si erano sistemate ma il rapporto con lui era rimasto raffreddato da quella frattura. La madre di Chiara invece era una casalinga, innamorata del marito e molto dedita alla famiglia e anche lei, a quanto aveva capito Danilo, aveva molto sofferto dal fatto che la figlia si fosse trasferita a Roma, fuori dall' ala protettiva della famiglia. Dopo cena si ritrovarono tutti e due sul divano, davanti al camino che Danilo aveva acceso. "E come mai hai lasciato casa di Monica per andare a vivere con Nick?" le chiese Danilo riprendendo le fila del discorso che avevano messo da parte durante la cena. "Per colpa di quello che all'epoca era il ragazzo di Monica. Dopo qualche settimana che si frequentavano lui cominciò a provarci con me, io lo raccontai a lei e lei naturalmente si infuriò con lui. Per difendersi lui le disse che ero stata io a provarci con lui. Lei naturalmente lo lasciò ma diventò più fredda anche con me. Così mi sono trasferita. Nick mi ha seguito ed è rimasto l'unico legame di congiunzione tra me e lei. anche perché, come ti dicevo, ha conservato una stanza nel suo appartamento. Più che altro per aiutarla a pagare l'affitto. Per carità, parlo ancora con Monica e certe volte usciamo anche insieme, ma, dato che non si è fidata totalmente di me, ci siamo allontanate". Danilo la guardava con sguardo molto intenso e sembrava raccogliere ogni parola pronunciata dalla ragazza come fosse oro colato. "E Nick? Da che parte si è schierato? " chiese Danilo. "Nick è sempre stato salomonico: da una parte con me ha avuto un grande feeling sin da quando Monica ci ha presentati, 62

dall' altra è anche molto legato a Monica perché ha vissuto con lei per tanto tempo a Roma e hanno fatto molto esperienze insieme. E infatti ancora si frequentano. Ma ti ripeto: io e Monica siamo rimaste in buoni rapporti e ogni tanto usciamo ancora insieme". Danilo si accese una sigaretta continuando a fissare Chiara durante tutta l' operazione come se non volesse perdersi una parola di ciò che lei diceva. "E tu, che mi racconti?" chiese ad un certo punto Chiara accendendosi a sua volta una Marlboro. "La mia storia è un po’ complicata" rispose lui, espellendo il fumo della sigaretta. "Quando ero piccolo mio padre è morto di cirrosi epatica, mia madre mi ha tirato su da sola, lavorando come psicologa in un centro di sostegno psicologico via telefono, poi ha convissuto con un uomo con cui io non andavo d' accordo che è morto in un incidente quando io ero adolescente, poi è morta anche lei, quando avevo diciotto anni. Da allora ho lavorato, mi sono laureato e poi mi sono messo a fare l' agente immobiliare, professione che mi ha dato molte soddisfazioni. Ho guadagnato molto e così ho deciso di aprire una agenzia insieme ad un mio collega. Adesso lavoro con lui". Chiara lo guardava con aria triste. Pensava a ciò che gli aveva detto sui suoi genitori, morti entrambi in giovane età. "Mi dispiace per i tuoi" disse lei sinceramente commossa. "Non ti preoccupare, ho attutito il colpo, e poi quando mio padre morì ero talmente piccolo che neanche lo ricordo" le rispose Danilo fecendole un sorriso come a volerla rassicurare, "solo quando è morta mia madre ho pianto." Danilo sentì le sue parole mentre le pronunciava e mentre uscivano dalla sua bocca senza che il cervello riuscisse a controllarle. Mentalmente si chiese perché le stava dicendo quella frase. Guardò Chiara e rivide in lei la madre che non c' 63

era più. Lo stesso sguardo, la stessa espressione di empatia. Gli venne da piangere ma fu abbastanza forte da trattenersi. "Mi dispiace" ripeté Chiara in tono serio, come se stesse provando un grosso dolore per lui. Danilo rimase colpito da se stesso e capì che si stava aprendo con lei come non aveva mai fatto con nessun altro, eccetto forse con Claudio. Chiara si avvicinò a lui e gli si sedette accanto, appoggiandogli la testa sulla spalla. Rimasero così, in silenzio per qualche minuto. Danilo si sentiva felice, era come se la conoscesse da tanto tempo, era come se avesse vissuto tutta la sua vita aspettando solo quel momento: lì, con lei e tutto il mondo fuori. "A che pensi?" chiese Chiara. "Penso che con te sto molto bene" rispose lui e in quel momento avrebbe voluto regalarle tutto il mondo. "Anche io sto bene con te" rispose lei e gli fece un grande regalo: "è come se ti conoscessi da sempre." Chiara allungò il suo corpo sul divano e si collocò con la testa sulle gambe di Danilo, che aveva cominciato ad accarezzarle i capelli. Lei guardò Danilo negli occhi e lui ricambiò il suo sguardo. Poi la cosa fu molto automatica e a Danilo parve di vivere in un sogno. Le loro labbra lentamente si avvicinarono e in quel momento il tempo parve fermarsi. Fecero l' amore nella stanza di lei, al piano superiore. Danilo toccò il cielo con un dito. Aveva fatto sesso con molte ragazze, sin da quando aveva quattordici anni ma si trattava per l'appunto solo di sesso, mentre quella sera, con Chiara, riuscì finalmente a capire la differenza tra le due cose, sesso e amore. Essere dentro di lei fu come ricongiungersi con una parte di sé che ancora non conosceva, ma che sentiva essere stata sempre 64

con lui. Entrò dentro di lei dolcemente, guardandola negli occhi e respirando dentro la sua bocca. Sentiva il corpo di lei sotto il suo, la sua pelle levigata e morbida, il suo seno che si alzava ritmicamente e toccava il suo petto. La baciò come non aveva mai baciato nessun’altra, sfiorandole le labbra con le labbra, poi gli occhi e poi la fronte. Con le mani le accarezzava i seni, poi le braccia, salendo lentamente fino ai polsi che le strinse con la sua forza da uomo e in quel momento, con lei sotto di lui, sottomessa dal peso del suo corpo e con le braccia bloccate dalle sue mani, la sentì veramente sua. Chiara si addormentò appoggiando la testa al petto di Danilo, stretta tra le sue braccia e coperta da lenzuola di seta rosse. Danilo era sveglio. Respirava ritmicamente inalando l'odore dei suoi capelli e avrebbe voluto che quel momento non finisse mai. Guardando il soffitto, cominciò a ripensare alla sua vita passata, che in quel momento gli parve essere stata vissuta solo per quel momento. Poi ripensò a sua madre, il giorno in cui le disse addio. Si ricordava ancora perfettamente tutti i particolari. Erano in una stanza di ospedale, le mura erano grigie e i mobili bianchi. Il letto in cui si trovava la madre era di metallo con lenzuola anch' esse bianche. Lui era seduto su uno sgabello alla destra del letto, aveva diciotto anni ed era tanto triste. La guardava mentre lei respirava ritmicamente e con una certa fatica, e lui si sentiva morire per lei dato che sapeva che quel sonno ben presto da temporaneo si sarebbe trasformato in eterno. 65

Cominciò a farsi alcune domande, di quelle che sorgono quando la gente si trova a dover affrontare una cosa molto grande, molto grave e fuori da ogni possibilità di controllo. Si chiese il senso della vita, perché si nasce se poi si deve morire, perché si ama se poi si doveva lasciare. In quel momento una lacrima sgorgò dai suoi occhi. "Mi avevi promesso che non avresti pianto." Danilo si asciugò gli occhi e sforzandosi rimise a fuoco la sua vista. La madre si era svegliata. "Tesoro, lo sapevamo no? Che sarei finita qui. Però tu lo sai che non c' è niente da fare, che devi farti forza" disse lei facendo un evidente sforzo per parlare. "Adesso non ti affannare" le rispose lui facendo finta di non aver sentito: non era abbastanza forte per affrontare quel discorso e non voleva farlo. "Tu adesso sei grande, sei forte, e sei terribilmente bello" disse la madre accennando un sorriso. "Sono sicura che te la caverai." Danilo cominciò a piangere come un bambino e senza riuscire a fermarsi. Non aveva mai pianto davanti a nessuno, neanche davanti a lei, aveva imparato a tenersi tutto dentro, sempre, ma quella volta non ci riuscì. Si alzò e si buttò sul letto della madre, stando attento a non schiacciare il tubo della flebo, attaccato al braccio d lei. La abbracciò coprendole il viso con il suo e continuando a piangere. "Adesso non piangere" disse lei "io ti voglio bene ma presto dobbiamo... presto dobbiamo lasciarci. Per me è doloroso... ma sono sicura che ormai sei pronto a volare da solo." Danilo la strinse a sé con tutta la forza che aveva e cercò di fermare le sue lacrime. Non voleva che lei lo vedesse fragile, doveva essere forte, anche per lei. 66

Poi successe. Danilo sentì che l' abbraccio della madre si andava allentando, perdendo forza. Le braccia di lei ricaddero sul letto bianco e dalla sua bocca non sentiva più uscire il suo respiro affannoso. In preda al panico cercò l'allarme per gli infermieri che si trovava alla destra del letto della madre. Non sapeva che fare, si rimise a piangere e credette di stare per soffocare. Gli mancava il fiato e continuava a fissare il corpo ormai senza vita della madre disteso su quello squallido letto. Le sembrò bianchissima e piccola come non l' aveva mai vista. Dopo qualche istante arrivarono due uomini vestiti di bianco. Uno di loro disse a Danilo di lasciare la stanza ma lui non capì. Non sapeva cosa doveva fare e continuava a stare in piedi fissando la madre morta. Uno dei due uomini lo trascinò fuori dalla stanza, mentre l'altro si dava da fare intorno al corpo della madre. Solo, dietro la porta chiusa della camera della madre, distrutto e disperato capì che non sarebbe stato più felice. Continuava a fissare il soffitto della camera di Chiara, in penombra e abbracciato a lei sul letto. Dopo tanto tempo capì che quel giorno, in quel corridoio d' ospedale, solo al mondo e senza più sua madre si era sbagliato. Sarebbe stato di nuovo felice: perché l' aveva ritrovata. Il suono squillante di un telefono lo riportò alla realtà. Ci mise un po’ a capire se era reale o se stava sognando dato che si trovava in uno stato di semiveglia. Poi capì che veniva dal comodino alla sua destra e allora allungò una mano per afferrare la cornetta. Una voce di donna chiese affannosamente: "Con chi parlo?" "Lei chi è?" chiese a sua volta Danilo. 67

Intanto Chiara si era svegliata e continuando a stare nella posizione di prima, con la testa reclinata sul petto di Danilo, ascoltava la conversazione. "Sono Monica, un' amica di Chiara, lei è lì?" chiese la donna al telefono. Danilo allontanò la cornetta dalla sua bocca e riferì a Chiara. Questa afferrò la cornetta con un' espressione incuriosita. "Sì, sono Chiara, chi è?". Man mano che Chiara ascoltava la donna dall'altro capo del telefono il suo viso diventava sempre più preoccupato fino a quando il suo sguardo assunse un' espressione di vero dolore. "Arrivo subito" disse e ripassò la cornetta a Danilo che la rimise al suo posto. "Che succede?". "Nick" rispose lei come se neanche avesse capito bene il contenuto della telefonata "è successa una cosa tremenda".

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Capitolo 5 Prime ore di Domenica. Roma era completamente deserta e il buio della notte persisteva ancora nel cielo scuro. Danilo e Chiara erano in macchina, lui sfrecciava per le vie del centro, mentre lei, immersa nei suoi pensieri, fissava una parte imprecisata del cruscotto della Honda grigia. "Siamo quasi arrivati" disse Danilo con voce roca interrompendo il silenzio che regnava nell' abitacolo. Chiara non rispose e continuò a fissare il vuoto. La sbarra dell' ingresso dell' ospedale era alzata in verticale e nessuna guardia era nella guardiola, così Danilo entrò nell' edificio con la macchina. "Fermo!" disse Chiara come svegliandosi da una catalessi che ormai durava da quando avevano lasciato in fretta e furia la casa di lei in provincia di Firenze. Danilo non aveva neanche fermato la macchina che Chiara aveva già aperto la portiera ed aveva cominciato a correre verso una ragazza mora appoggiata alla parte posteriore di una macchina rossa ferma nel parcheggio interno dell' ospedale. "Monica" disse Chiara rivolgendosi all'altra ragazza che era rimasta in silenzio continuando a fumare. "Monica, che è successo?", Chiara scoppiò a piangere e Monica le si avvicinò stringendola in un abbraccio. Danilo intanto era rimasto in macchina ed osservava la scena da una certa distanza. "Cazzo" pensò, "non è morto, quel frocio bastardo è ancora 69

vivo." Fuori dalla finestra Roma era ancora immersa nelle tenebre anche se nel cielo cominciava a spuntare qualche linea di luce. La sala d'aspetto dell'ospedale era piccolissima, quasi nascosta alla fine di un corridoio. Pochi metri quadrati con una pavimentazione color nocciola, pareti azzurre e due divani marroni lerci uno di fronte all'altro. Una macchina per il caffè vicino alla finestra. Danilo e Chiara erano seduti su un divano. Sull'altro, da sola, Monica. "Terribile" disse Chiara, con un bicchiere di carta contenente caffè in una mano e il cellulare nell'altra. Monica aveva uno sguardo duro, come fosse arrabbiata col mondo intero. Portava un paio di jeans chiari e un maglione dolcevita rosso. Magra, capelli ricci di un nero corvino, occhi neri. Danilo aveva notato subito la sua bellezza, bellezza che le dava una sicurezza in sé stessa che si poteva leggere anche nel suo sguardo, nonostante quella sera avesse gli occhi rossi per il pianto. "Quando l'hanno trovato, di preciso?" chiese Chiara fissando Monica e interrompendo il silenzio nella saletta. "Sabato mattina", rispose Monica passandosi una mano tra i capelli, "gli operatori ecologici stavano pulendo il parco e lo hanno trovato tra i cespugli. Hanno detto che sembrava morto, e infatti i segni vitali erano quasi assenti". "Non ci credo" disse Chiara tornando a fissare il vuoto. "A cosa?" le chiese l'amica. “A quello che mi hai detto: al fatto che la polizia pensi che si stesse prostituendo." "E non è solo la polizia" disse Monica il cui sguardo si era acceso di un fuoco intenso "anche la radio: -ragazzo 70

omosessuale aggredito in un noto luogo di battuage della capitale-, i si fionderanno sopra." Danilo era perplesso. Era sicuro di averlo ucciso, non respirava più quando lo aveva buttato fuori dalla macchina. E invece il suo week-end con la ragazza che aspettava da sempre si era concluso in una squallida e antiestetica sala d'aspetto di un tristissimo ospedale pubblico. Pensò a cosa gli sarebbe successo se qual frocio si fosse svegliato e avesse detto a tutti cosa era accaduto. Una gocciolina di sudore cominciò a scendergli sulla fronte: ripeté a se stesso per l'ennesima volta che se avesse ucciso qualcuno in futuro avrebbe dovuto starci molto più attento. Monica sorseggiò il caffè che aveva in mano e cominciò a fissare Danilo quasi come se avesse percepito il suo terrore. Lui se ne accorse e ricambiò lo sguardo. "Io non ti ho mai visto" disse lei "tu conosci Nick?" "Veramente non bene, ci siamo visti solo una volta." "E che ci fai qui?" chiese Monica come se la presenza del ragazzo rappresentasse una sorta di intrusione. "Lui era con me" si intromise Chiara "quando mi hai chiamato, si è offerto di accompagnarmi." "A proposito" continuò la ragazza rivolgendosi a Danilo con un sorriso di gratitudine "se vuoi adesso puoi andare, sarai stanco". Prima che Danilo avesse tempo di rispondere il telefono di Chiara squillò. Come rispondendo ad un riflesso condizionato lei si alzò e si accostò alla finestra. Erano i genitori di Nick, appena atterrati all'aeroporto Leonardo da Vinci con un volo intercontinentale: quando avevano saputo del figlio infatti si trovavano a New York. Danilo non sapeva che fare. Da una parte non avrebbe voluto restare un minuto di più in quel posto. Dall'altra voleva stare con Chiara e non lasciarla da sola e poi era preoccupato per sé: 71

voleva appurarsi che Nick non si sarebbe mai più risvegliato. "Stanno arrivando?" chiese Monica a Chiara che intanto si era rimessa a sedere sul divano. "Si, ma anche tu dovresti andare a casa: è da ieri sera che sei qui, tra un po' sarà l'alba". Monica emise un sospiro come se solo allora avesse cominciato a sentire fisicamente tutto lo stress della situazione "no, non me ne vado, almeno fino a quando non arriva Massimo." "Lo hai chiamato?" chiese Chiara con un tono sconvolto, come se avesse ricevuto una notizia terribile quanto incredibile. "Cosa avrei dovuto fare? Aveva il diritto di sapere." "Mostruoso" esclamò Chiara che in viso conservava ancora l' espressione sconvolta. Monica si alzò e si avvicinò alla finestra guardando il buio della notte romana illuminata solo dai lampioni arancione dell'illuminazione pubblica. E' strano come una metropoli grande e affollata la domenica mattina possa sembrare un deserto. "Sono stati insieme per quattro anni" disse Monica rispondendo a Chiara che continuava a fissarla quasi sdegnata. "Ma Nick non lo avrebbe voluto." "Questo non puoi saperlo, neanche Nick sapeva che sarebbe finito così e poi si sono amati tanto". "E i suoi genitori? Lo sai che non hanno mai accettato che il figlio fosse gay. Uno scontro col suo ex ragazzo proprio in questo momento..." Danilo guardava Chiara. Era bellissima mentre lottava contro l'amica, mentre i suoi occhi si illuminavano per la rabbia e i suoi capelli si muovevano danzando al ritmo dei suoi movimenti. Per lei sarebbe stato lì per sempre, anche se adesso aveva la nausea di tutta quella situazione. Stava facendo la veglia in ospedale per uno di cui non gliene importava nulla, e che anzi gli dava un certo disgusto, adesso come non mai, dato 72

che se fosse sopravvissuto lo avrebbe potuto rovinare. Devo fare qualcosa, pensò. Un'altra mezz'ora passò senza che succedesse nulla. A Danilo sembrava di vivere in una specie di terza dimensione dove era rimasto bloccato, dove il tempo si era congelato. Gli ospedali gli davano una brutta sensazione, soprattutto per l'odore. Gli riportavano in mente brutti ricordi. Si alzò per andare alla macchinetta del caffè e inserì le monete per prenderne uno. Mentre beveva guardando fuori dalla finestra si chiese quando tutto quello sarebbe finito, quando sarebbe potuto andare a casa e infilarsi nella sua vasca idromassaggio, spogliarsi completamente e mettersi a dormire tra le sue lenzuola di seta nera. Cominciava a sentirsi stanco e ad avere sonno. Monica aveva chiesto notizie ad un infermiere che passava di lì facendo il suo giro con aria assonnata ma questi aveva risposto che non c' era niente di nuovo: Nick era in coma. Sorseggiando il suo caffè, di sapore terribile, pensò a ciò che aveva letto sul coma: alcuni si svegliavano dopo poco, altri ci mettevano molto di più, addirittura anni. Una volta aveva letto di uno che si era risvegliato dal coma dopo tredici anni. Altri ancora non si svegliavano mai. In cuor suo sapeva che in un modo o nell' altro il destino di Nick sarebbe stato quello di un sonno senza ritorno. Non poteva permettersi altrimenti. Si sarebbe inventato qualcosa per farlo fuori ma prima aveva bisogno di riposare, tanto non c' era fretta. Guardò Chiara e vide che era di nuovo crollata in uno stato di catalessi. Si sentì male a vederla così perché sapeva di essere l'artefice di tutto quello che lei stava passando. Poi però si convinse che le sarebbe passata, che quando tutto sarebbe finito sarebbero rimasti insieme per sempre e lui 73

sarebbe riuscito a renderla felice. Odiò Nick. Come poteva un angelo come Chiara stare male per una creatura spregevole come quel ragazzo? "E' arrivato Massimo, lo vado a prendere" disse Monica dopo aver ricevuto uno squillo sul cellulare. "Dov'è?" chiese Chiara come ridestandosi da un sonno profondo. "Abbiamo appuntamento all' ingresso dell' ospedale" rispose mentre si infilava un giubbotto di jeans "questo ospedale sembra deserto però potrebbe incontrarlo qualcuno del personale e fargli storie per l'ora". Chiara stava aspettando che la macchina del caffè finisse di erogare la bevanda nel bicchiere di carta, "non lo so" disse in un sospiro come parlando tra sé e sé. "Stai bene?" le chiese Danilo. "Sono preoccupata. Massimo è l' ex ragazzo di Nick, si sono lasciati dopo quattro anni, ma Nick è ancora innamorato di lui", allungò il braccio verso la macchina del caffè per prendere il bicchiere con la bevanda e continuò "stanno per arrivare i genitori di Nick, se lo trovano qui..." "Che persone sono?" "In che senso?" "Secondo te potrebbero fare una scenata?" "Non credo" rispose Chiara ricollocandosi sul divano "anche se in questa situazione incontrare l' ex del figlio che tra l'altro è anche molto più grande di lui..." Danilo era disgustato da quella situazione. La stanchezza si sommava a tutte quelle chiacchiere inutili a cui doveva far finta di essere interessato per non dispiacere alla ragazza che amava. Stava pensando che forse sarebbe stato meglio se se ne fosse andato. Quando successe qualcosa di assolutamente inaspettato. 74

Monica rientrò nella saletta d'attesa, dietro di lei c'era un uomo. Danilo cominciò a tremare. L'uomo che si ritrovò davanti era un uomo di circa quaranta anni, moro, altro circa un metro e ottanta con cappelli corti e pizzetto nero. Rivisse mentalmente una scena di qualche ora prima: si rivide mentre si trova in macchina con Nick e sta per aggredire il ragazzo. Ad un certo punto si ferma perché nota una macchina che si avvicina e chiede a Nick di abbassarsi. Rivide la macchina rallentare passando vicino a quella di Danilo e l'uomo dell’altra macchina che lo guarda e gli fa un gesto con la lingua. L'uomo dell’altra macchina. Massimo si avvicinò a Chiara per abbracciarla e questa ricambiò il gesto. Danilo non sapeva che fare, l'uomo non l'aveva riconosciuto o forse era troppo sconvolto per vederlo. Stava per alzarsi approfittando del momento quando Chiara, sciogliendosi dall'abbraccio, indicò Danilo e disse: "Ti presento un mio amico.” L'uomo si girò e guardò in modo distratto Danilo che intanto si era alzato dal divano. "Piacere" disse Massimo porgendo la mano al ragazzo senza neanche alzare lo sguardo. "Non mi riconosce" pensò Danilo colto da un'improvvisa speranza. Si sentì come un topo che sta per essere mangiato da un gatto e solo all'ultimo secondo trova una via di fuga. La sensazione non gli piacque. Massimo si girò verso Chiara: "Come è successo di preciso?" Chiara cominciò a raccontare di come Nick fosse stato ritrovato dai netturbini, di come fosse ridotto male e... "devo andarmene" pensò Danilo che uscì dalla sala d' aspetto senza 75

che nessuno dei tre si accorgesse di nulla talmente erano impegnati nella conversazione. Si ritrovò a percorrere il corridoio meccanicamente, "non mi ha riconosciuto" pensò "certo, era buio... non mi avrà neanche visto... oppure" si fermò di colpo pervaso da una nuova preoccupazione: "oppure era troppo scosso, ma tra poco si ricorderà di me e allora..." Aveva ripreso a camminare. Alla fine del corridoio, sul quale davano le porte di alcuni uffici e stanze che riportavano le targhette con i nomi dei medici, c'era una grande porta-finestra. Danilo vi si fiondò contro come fosse un malato d'asma in crisi che ha bisogno di aria fresca. Al di là della porta trovò immersa nel buio della notte una terrazza enorme. Si diresse verso la ringhiera e vi si aggrappò rischiando di cadere dal quarto piano in mezzo a una sterpaglia deserta e buia, respirava a malapena. "Non può essere, non ci credo!" esclamò Massimo in modo risoluto, "non si prostituiva." "Sta calmo" esordì Monica, che per tutto il tempo in cui Chiara aveva raccontato a Massimo la storia di Nick era rimasta in silenzio. "Chi ha messo in giro questa voce?" chiese l'uomo come se una delle due ragazze fosse responsabile. "Ho parlato con un ispettore, un certo De Luca" rispose Monica "Nick era un ragazzo gay, ed è stato trovato in fin di vita a Valle Giulia, noto luogo di prostituzione.. ha fatto due più due." Massimo sembrò eclissarsi. Si avvicinò al divano e vi si buttò sopra mettendosi le mani in testa. Monica gli si avvicinò e rimanendo in piedi vicino a lui gli chiese in tono indagatore: "Cosa c'è che non va?" 76

"C'ero anche io quella sera lì" Le due ragazza rimasero a bocca aperta. "La notte tra venerdì e sabato, cercavo compagnia." Chiara non sapeva più che pensare. Nelle ultime ore era successo veramente di tutto e cominciava a sentire su dì sé la stanchezza. "Non lo hai visto, Nick?" chiese Monica in tono indagatore. "No. Ho fatto solo un giretto, niente di interessante. Sono tornato subito a casa" "Devi parlare con la polizia" sentenziò Monica. Massimo si alzò di scatto, come se il divano su cui era seduto gli avesse trasmesso una scossa elettrica. Fissò Monica negli occhi e disse: "non posso." Monica sostenne lo sguardo dell' uomo con altrettanta intensità. "Ho il numero che mi ha lasciato il poliziotto che si occupa di Nick. Gli ho detto che qualsiasi notizia avessi avuto lo avrei chiamato". "Monica" cominciò a blaterare l'uomo "io non posso, sono un medico affermato, ho una posizione. Mi vuoi rovinare? Ti ripeto che non ho visto nulla." Monica fece un passo indietro. L'uomo ricominciò a parlare, questa volta in tono più docile. "Monica, per favore, ti pare che se avessi visto qualcosa quella sera non lo direi? Io voglio bene a Nick." Il cellulare di Chiara squillò e interruppe la conversazione. "Pronto? Sì, arrivo." "Chi è?" chiese Monica. "I genitori di Nick." Massimo trasalì. "Sono all'ingresso dell'ospedale, dicono che non c'è nessuno in guardiola. Li vado a prendere io." Chiara stava per uscire dalla sala d'attesa quando si fermò e si 77

girò verso Massimo: "forse devi andare. Non possiamo stare così in tanti, se se ne accorgono ci cacciano e comunque Nick non ce lo faranno vedere stanotte." Massimo non rispose e Chiara scese a prendere i genitori del ragazzo. "Forse ha ragione Chiara" disse Monica. "Io da qui non me ne vado" rispose Massimo che adesso stava guardando dalla finestra: era ancora buio pesto a parte un leggerissimo chiarore che preannunciava l’ancora lontana alba. Ma non finiva mai quella notte? "Allora vatti a fare un giro" incalzò Monica "prima ci parlo io, meglio non farti vedere subito." Massimo non ne poteva più. Girò i tacchi e uscì dalla saletta. Si trovò nel disimpegno e si diresse a sinistra. Attraversò tutto il corridoio. Una luce era fulminata per cui lampeggiava oscurando a intermittenza una parte dell'ambiente . Raggiunse una porta-finestra aperta e l'attraversò trovandosi ad un tratto nel buio della notte romana. Appena i suoi occhi cominciarono ad abituarsi all'oscurità si diresse verso la ringhiera in fondo alla terrazza. Guardò le luci di Roma e la strada deserta a un chilometro dall' ospedale. Pensò a Nick, all'ultima volta che si erano visti. A come il ragazzo lo avesse trattato male. "Non ne voglio più sapere di te, non do mai una seconda possibilità" gli aveva detto. Ma Massimo sapeva che si amavano e sapeva che sarebbero tornati insieme. "Io ho il diritto di stare qua" disse a se stesso. Poi ripensò alla sera in cui era stato a Valle Giulia. Si sentiva solo senza Nick e cercava compagnia. Non ci andava spesso. A dire la verità non ci andava da molto tempo. Ma non aveva trovato nessuno. E non aveva immaginato che Nick quella 78

stessa sera si potesse trovare nello stesso luogo. "Monica" pensò "non ho visto nulla. Se chiami la polizia mi rovini". Poi un ricordo riaffiorò nella sua mente: un ragazzo, fermo su una macchina. Un ragazzo che incrociava il suo sguardo. "O mio Dio!" gemette. Fu un attimo: Danilo gli piombò addosso, lo sollevò stringendogli il colletto della giacca con una mano e afferrandolo per la cintura con l'altra. Con tutta la forza che aveva lo alzò e lo spinse oltre la ringhiera di metallo. Un grido nella notte. Monica era alla finestra. Guardava fuori aspettando che Chiara arrivasse con i genitori di Nick. Cosa gli avrebbe detto? Loro figlio, il suo migliore amico, era in fin di vita e lei non sapeva cosa fare. Sentì un urlo, provenire da fuori. Qualche ragazzo ubriaco, pensò. Poi con la mano destra toccò la sua fronte, il suo mento e il suo petto e cominciò a pregare in una lingua strana affinché chi aveva fatto del male al povero Nick fosse punito. Danilo si affacciò dalla ringhiera. Non si vedeva nulla ma era impossibile che l'uomo fosse ancora in vita: erano al sesto piano di un edificio. Aveva di nuovo ucciso. Sentì un tocco sulla spalla destra. Trasalì. Si girò lentamente pronto a tutto pensando che se fosse stato necessario avrebbe ucciso ancora una volta. Quello che si trovò davanti però lo sorprese. Era un ragazzo bellissimo, alto, e completamente vestito di bianco. Il suo viso era pallidissimo e ricordava quello di una statua 79

greca. Danilo fu pervaso da un brivido. Si accorse subito che qualcosa in quella figura non andava. Era su una terrazza di un vecchio ospedale deserto, nel pieno della notte, non aveva sentito arrivare nessuno. E poi quella figura era luminosa. Intorno a sé emanava uno strano alone che illuminava tutta la figura cosicché l'immagine si stagliava nel buio della notte. Ali. Danilo si accorse che il ragazzo aveva delle grandi ali piumate semiaperte, anch'esse risplendevano di una luce bianca tenue, quasi funerea. Ma la cosa più strana erano gli occhi di quello che sembrava un ragazzo giovane e bello. Bianchi come quelli delle statue di marmo, bianchi come il resto della figura. Fissavano il vuoto Danilo rimase fermo per qualche secondo. L'immagine gli si stagliava davanti come per impedirgli di passare, ma non faceva nessun movimento. Silenzio. "Un angelo" pensò Danilo. "Ma non un angelo normale. Di quelli orribili, che si trovano al cimitero, a guardia delle tombe". Un brivido gli percorse tutta la schiena. Alla sua destra, alla sua sinistra e dietro di lui solo il vuoto. Decise di scappare passando accanto al fantasma che aveva davanti. Appena si mosse però anche l'angelo si mosse. Gli si scagliò contro. Continuando a tenere i piedi ben piazzati per terra allungò solo il busto nella direzione di Danilo. La sua faccia si trovò proprio di fronte alla faccia del ragazzo. La sua bocca si aprì e mostrò una dentatura bianchissima, marmorea, i canini erano più lunghi degli altri denti e appuntiti. L'espressione dell'angelo da calma e serafica divenne orribile. La bocca spalancata, i denti vicini alla bocca di Danilo. L'espressione contorta come in un urlo di dolore. Anche 80

Danilo voleva urlare, ma si trattenne. Poi, nella stessa posizione in cui si trovava, quasi congelato in una espressione di dolore eterno, l'angelo cominciò a sollevarsi, alzandosi in verticale. Davanti alla faccia di Danilo passarono prima il collo, poi il petto e infine i piedi dell'angelo che continuò a salire fino a quando divenne invisibile perdendosi nel cielo buio di Roma. "Sono pazzo" disse Danilo. Passò qualche minuto e Danilo ritornò in sé. L' aria fresca lo aveva aiutato a riprendersi dallo choc causato dalla visione. "Non era una angelo" pensò "era un demone!" Capì che era tempo di andarsene da lì, qualcuno avrebbe potuto aver sentito l'urlo dell'uomo che era precipitato dalla terrazza. Attraversò la porta-finestra e si ritrovò nel corridoio che aveva percorso prima. Una delle luci continuava a funzionare a intermittenza. Man mano che percorreva il corridoio cominciava a sentire dei rumori, sentì una donna scoppiare in lacrime. Si accorse che le voci venivano dalla saletta d'attesa in fondo al corridoio; si accostò alla porta d'ingresso e senza farsi vedere guardò dentro. Un medico che parlava con Chiara, che intanto aveva le lacrime agli occhi. Monica abbracciata a una donna sui cinquant’anni, anch' esse in lacrime e un uomo di mezza età appoggiato alla macchina del caffè con le braccia incrociate sul petto e lo sguardo perso nel vuoto. Nick era morto. Passò senza farsi vedere e si diresse in direzione delle scale. Per quella notte ne aveva abbastanza.

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Capitolo 6 Le otto di lunedì mattina. Claudio dormiva nel suo letto e si rigirava in continuazione infastidito dai rumori del traffico di Roma. Per lui era giorno di riposo e quindi aveva deciso di dormire un po' di più anche se la cosa, data la collocazione centrale del suo appartamento all’interno della città, non gli riusciva per niente facile. Il telefono squillò ma Claudio non rispose. Continuava a sognare. Si trovava su una spiaggia deserta. Da solo. Il mare era di un azzurro intenso e il sole splendeva alto nel cielo, ma lui non aveva caldo. Camminava in cerca di qualcosa o di qualcuno, ma intorno c' era solo spiaggia. Non sapeva neanche dove si trovasse di preciso, in quel luogo non c'era mai stato. Continuava a camminare così, senza una meta ben precisa, quando a un tratto successe qualcosa di strano. La sabbia sotto ai suoi piedi cominciò a muoversi. Poi anche il mare cominciò a incresparsi e a diventare più torbido. La spiaggia iniziò a tremare come se fosse scossa da impulsi che arrivavano a intermittenza. Claudio perse l' equilibrio e cadde sulla sabbia. Cercò di attaccarsi a qualcosa in attesa del prossimo impulso, ma non trovò nulla intorno a sé. La scossa successiva arrivò e nonostante lui fosse a terra sentì 82

ugualmente un senso di vertigine: non era un vero e proprio terremoto, ma.... una specie di tremore che faceva muovere sia lui che tutto ciò che aveva intorno. D'un tratto al movimento che accompagnava ogni scossa si aggiunse anche un rumore. Una specie di rumore sordo, ritmico, che andava e veniva con le scosse che smuovevano la spiaggia. Si svegliò. "Il telefono!" disse e, ancora mezzo addormento, allungò una mano per prendere il ricevitore. "Pronto?". "Ispettore De Luca, buongiorno". Nella voce Claudio riconobbe il suo assistente Giorgio. "Ispettore, scusi se la disturbo, ma la chiamo per il ragazzo aggredito a Valle Giulia". Claudio si destò completamente dal suo sonno e si mise a sedere sul letto in attesa." "Ci sono delle novità." Danilo si svegliò verso le dieci. Si sentiva molto strano, come se la sera precedente fosse andato a letto dopo aver preso una sbornia. Si indirizzò verso il bagno e appena si vide allo specchio la sorpresa non fu piacevole. Il suo viso aveva un colorito giallognolo e intorno ai suoi occhi c'erano dei terribili cerchi neri, sintomo della stanchezza accumulata negli ultimi giorni. Continuò a fissarsi per qualche secondo ancora e poi disse a sé stesso che aveva bisogno di una maschera anti-stress. Ne aveva una scorta nel cassetto sotto al lavello. Le aveva comprate l'ultima volta che era stato in una beauty farm in provincia di Bologna. Erano miracolose: bisognava applicare sul viso la garza contenuta nella bustina e poi tenerla lì per dieci minuti. 83

Ogni segno di stress spariva dal viso. Con la garza applicata sul viso andò in salotto, prese il cordless e si buttò sul divano. Il telefono dall' altra parte squillava a vuoto. Poi una voce. "Pronto?" "Chiara, sono Danilo." Il tono di voce della ragazza era molto basso, quasi come se fosse rimasto solo un filo di aria nei polmoni.. "Scusa se ieri notte sono andato via senza dire nulla, ma eravate già in troppi". "E' morto" disse Chiara scoppiando in lacrime. Sentirla singhiozzare così fece uno strano effetto a Danilo, si sentì male per lei. "O mio Dio, quando è successo?" Dopo un attimo di pausa Chiara continuò: "stamattina." "Ti raggiungo" disse lui in tono preoccupato. "No, sto bene" rispose lei, e dopo un' altra pausa "adesso sono a casa, in ospedale sono rimasti i genitori. Io e Monica abbiamo deciso di riposare". "E' il funerale quando è previsto?" chiese Danilo, speranzoso che una volta sepolto forse non ne avrebbe più sentito parlare. "Non so ma io sto troppo male per stare qui a Roma da sola… parto per Viterbo dove sarò ospite a casa dei miei zii fino al giorno del funerale." "Perché non vieni da me?” azzardò Danilo. Chiara dall' altra parte fece un' altra pausa, un po’ più lunga, poi disse: "Danilo sei molto gentile ma ho bisogno di stare da sola, ti chiamo quando torno a Roma per farti sapere del funerale, sempre che tu voglia venire.” “Ma certo che verrò” rispose Danilo ma prima di terminare la conversazione Chiara aveva già riattaccato. Claudio entrò nel suo ufficio, vestito in borghese. 84

La stanza era piccola, solo pochi metri quadrati e l' arredamento essenziale: uno scaffale, una scrivania con tre sedie, una dietro e due davanti e un distributore di acqua in un angolo. Si sedette alla sua scrivania e afferrò il ricevitore del telefono componendo un numero interno della questura. "Buongiorno" disse un ragazzo vestito in divisa che era apparso sulla soglia. Claudio riattaccò il telefono, "Ohi Giorgio, proprio te cercavo". Il ragazzo si sedette di fronte a Claudio ed emise un sospiro. "Brutta storia" esordì Claudio. "Già. Non ce l' ha fatta: il decesso è avvenuto stamattina alle cinque e tredici, causa complicazioni cardiache." "Il caso adesso passa a noi " disse Claudio. "Ispettore, dobbiamo fare un sopralluogo dove è stato ritrovato il ragazzo?" "Ho già dato disposizioni per una visita della scientifica". Giorgio continuava a fissare Claudio, come se questi già sapesse chi era il colpevole. Aveva molta fiducia nelle sue doti di intuito: già in passato aveva risolto in modo brillante molti casi. "Cosa sappiamo del ragazzo?" chiese Claudio, "Venticinque anni, studiava sociologia alla prima università di Roma, i genitori sono italiani ma vivono all' estero, Stati Uniti. Lui viveva con una amica qui a Roma, una compagna di studi. Ho riassunto tutte le informazioni che sono riuscito a trovare in un fascicolo, ho scritto anche i recapiti dei genitori e di alcune persone che lo conoscevano." "Fammi avere il fascicolo" disse Claudio intimamente soddisfatto del lavoro del suo assistente, sempre preciso ed efficiente e poi continuò: "me lo studio e poi ti faccio avere disposizioni. Sicuramente dovremo parlare con genitori e 85

amici. Tra una mezz'oretta saremo operativi quindi prepara la volante". Qualche minuto dopo, quando aprì il fascicolo e vide la foto del ragazzo assassinato si sentì come se stesse ancora sognando. Monica era sconvolta. Girava per casa in accappatoio come in trance, non ancora consapevole di quello che veramente fosse successo. Uscì dalla sua camera e percorrendo il corridoio entrò nella stanza di Nick. Un fremito le percorse la schiena. Si sedette sul letto del ragazzo e cominciò a piangere. La sua vista era appannata dalle lacrime ma si guardava ugualmente intorno con la speranza di trovare qualcosa che potesse aiutarla. Qualcosa di Nick. La stanza era semibuia, l'arredamento molto spartano, tranne qualche poster di Madonna appeso qua e là sulle pareti. Alcuni libri erano sparsi per terra, i libri dell'esame che avrebbe dovuto sostenere la settimana successiva. Le vennero in mente tutte le serate che aveva passato con Nick, aiutandolo a ripassare fino a notte tarda e rassicurandolo quando aveva paura per l'esame del giorno seguente. Pensò al suo sorriso, al suo sguardo dolce e a tutte le cose che avevano fatto insieme. Lei lo considerava come un fratello. "Non è giusto" sussurrò a se stessa e riprese a piangere. Il campanello suonò e la ridestò dai suoi pensieri. Uscì dalla camera di Nick e si avvicinò alla porta: "Chi è?" chiese con voce roca. "Polizia". Finalmente si riprese del tutto e quel nome, polizia, la portò alla realtà: Nick era stato ucciso. Realizzare quel pensiero fu come uno schiaffo in faccia. 86

"Un attimo" urlò dal fondo del corridoio e si precipitò in camera sua per mettersi su qualcosa. Danilo si riprese dalla telefonata con Chiara, che lo aveva profondamente rattristato, cominciando a prepararsi psicologicamente e con largo anticipo per il funerale. Provare alcuni completi per un evento che si sarebbe verificato anche settimane più tardi era uno dei suoi passatempi preferiti e lo aiutava a rilassarsi. Per quell’occasione scelse un abito scuro, un completo di Prada che aveva comprato qualche tempo prima a via Condotti. Lo aveva indossato per una convention a cui lui e il suo socio avevano partecipato. Lo indossò, si guardò allo specchio e si vide radioso. L'abito sottolineava la sua altezza e la perfezione del suo corpo. Pensò cha ancora una volta sarebbe stato il più bello. Poi un attimo di tristezza: fino al giorno della funzione non avrebbe rivisto la sua amata. Monica aprì la porta e si trovò davanti due persone, un ragazzo alto e dai capelli castani con un viso dai lineamenti perfetti e uno sguardo intelligente e un altro ragazzo subito dietro di lui in divisa da poliziotto. "Mi chiamo Claudio De Luca" esordì il primo porgendo una mano a Monica " e lui è il mio assistente, Giorgio Bartolini, ci occupiamo del caso di Nicola Introcaso, possiamo entrare qualche minuto?" Monica non rispose ma si fece da parte invitandoli ad accomodarsi con un gesto della mano. "Avevo già parlato con un poliziotto ieri, per via telefonica. A meno che non abbia omonimi, l'ispettore De Luca dovrebbe essere lei…" esordì Monica sedendosi su una poltrona. "Sì ma adesso le cose sono cambiate, ci occuperemmo del caso 87

in via ufficiale, dopo gli sviluppi di questa mattina..." Claudio si sedette su una poltrona di fronte la ragazza. "Sappiamo che Nicola era un suo amico" esordì Claudio. Monica lo interruppe subito: "Si chiama Nick". "Ci può dire quando vi siete conosciuti?" La ragazza si sentì molto triste. Dopo qualche attimo di silenzio l’ispettore la ridestò dal suo stato di trance e le rifece la domanda. Monica raccontò tutto, di come si fossero conosciuti, di quando avevano deciso di andare a vivere insieme e di come Nick fosse un ragazzo meraviglioso. Claudio stava in silenzio ad ascoltare ogni parola della ragazza. Percepì quanto fosse forte il legame che lei aveva con il suo amico. "Perfetto" proseguì Claudio "e sa dirmi se era a conoscenza delle sue frequentazioni notturne?" Monica fu colpita da quella frase. Immaginava che tutti avrebbero pensato che Nick fosse la classica marchetta che batte la notte per pagarsi gli studi e lei sapeva che non era vero. Quella domanda le riempì gli occhi di odio: "Guardi che non aveva nessuna 'frequentazione notturna' rispose, sottolineando le ultime parole, "non era solito prostituirsi, e se è questo che pensate non abbiamo più niente da dirci." Claudio fu sorpreso dalla reazione della ragazza. Vide nel suo sguardo la rabbia di chi vorrebbe fare qualcosa ma è impotente. "Signorina" disse Claudio in tono pacato "io mi attengo ai fatti. Il suo amico è stato trovato in fin di vita in un luogo di prostituzione". "No!" rispose Monica più combattiva che mai " lei si attiene al fatto che il mio amico è gay e, tirate le somme, un gay trovato mezzo morto in un luogo di prostituzione è una marchetta." Claudio sospirò: "e allora che suggerisce?" chiese a Monica in tono provocatorio avendo percepito che la ragazza aveva già 88

una sua ipotesi. "Suggerisco che ci sia stato portato per far credere quello che lei crede e per far chiudere il caso come l' ennesimo episodio irrisolto di un prostituto trovato morto in un luogo equivoco di Roma". Monica si stupì di se stessa. Non aveva nessuna ipotesi sull' omicidio del suo amico, non aveva neanche avuto tempo per fermarsi a riflettere ma adesso, quasi inconsciamente, era arrivata ad una conclusione per lei giusta. L' assassino aveva portato Nick in quel posto con l'intenzione di ucciderlo e sapendo già la reazione che avrebbe avuto il ritrovamento del corpo in un luogo di prostituzione. Claudio guardò più intensamente la ragazza. La sua aggressività e la sua determinazione lo avevano colpito. "Per adesso può bastare" esordì Claudio dopo qualche attimo di silenzio "se avrò bisogno la ricontatterò." Monica sembrava sollevata: finalmente se ne sarebbero andati. “La accompagno alla porta, ispettore” disse lei alzandosi dalla poltrona. “Veramente stiamo aspettando degli altri colleghi, dobbiamo procedere alla perquisizione dell’appartamento, abbiamo regolare mandato”. A questa ennesima notizia Monica affondò nuovamente nella poltrona, come se avesse terminato le forze. Claudio era appena rientrato dalla perquisizione dell' appartamento dove fino a pochi giorni prima Nick aveva vissuto con la sua amica Monica. Entrò nel suo ufficio in questura e si sedette alla sua scrivania. Una serie di scartoffie erano sparse sul tavolo ma lui non aveva voglia di leggerle. La perquisizione non aveva dato alcun esito. La stanza di Nick era perfettamente in ordine e vi aveva 89

trovato ciò che ci si poteva aspettare di trovare nella camera di un ragazzo di venticinque anni che studia all'università: libri, cd musicali, vestiti e qualche rivista porno ben nascosta nell' intercapedine di un armadio. Naturalmente pornografia gay. Claudio non aveva mai avuto nulla di male da pensare sugli omosessuali e, a dire il vero quel ragazzo gli era sembrato molto simpatico e pieno di gioia di vivere. Come tutti i ragazzi della sua età. Naturalmente aveva perquisito anche la stanza della coinquilina di Nick, Monica. E lì aveva trovato cose ben più strane. In una cassapanca di vimini, sotto una serie di lenzuola, la ragazza teneva nascosti alcuni strumenti un po’ sui generis: candele, un incensiere di ottone, un pugnale dalla lama doppia, ma non affilato e una serie di vasetti con polveri ed erbe varie. Niente di illegale: solo rosmarino, cannella, incenso e altra roba del genere. Evidentemente la bella Monica si dilettava in passatempi esoterici. Poi ritornò con il pensiero al ragazzo ucciso. Si ricordò di quando era uscito con Chiara, Danilo e Nick proprio la sera dell'omicidio di quest'ultimo. Se avesse immaginato quello che stava per succedere avrebbe potuto fare qualcosa per proteggerlo. Claudio ripensò a quella serata nei minimi dettagli, cercò di sforzarsi di ricordare tutto ciò che il ragazzo aveva detto quella sera che adesso gli sarebbe potuto servire per la risoluzione di quel delitto.

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Capitolo 7 Quattro giorni dopo Danilo arrivò sotto casa di Chiara alle diciassette e trenta. Lei era ritornata da Viterbo quella stessa mattina e lo aveva chiamato per informarlo che i funerali si sarebbero svolti in giornata. Lui, naturalmente, aveva insistito per andarla a prendere e dopo un po’ lei aveva ceduto. Dopo aver suonato il campanello si risedette in macchina in attesa della ragazza. Stava ascoltando una canzone dei Pink Floyd ma con lo stereo a volume basso, in modo che quando la ragazza fosse uscita dal portone avrebbe potuto spegnere l' apparecchio: anche lui doveva sembrare in lutto. Chiara arrivò. Era bellissima, in tailleur nero e senza trucco. Le sue gambe dritte e bianche erano meravigliose sotto la gonna a tre quarti. I suoi lunghi capelli biondi e lisci le incorniciavano il viso da attrice. Un viso che però aveva lo sguardo spento e che aveva perso la gioia e la serenità dei giorni precedenti. Danilo scese dalla macchina e la raggiunse salutandola con un lungo abbraccio. L'odore di lei lo inebriava. Parcheggiarono davanti alla chiesa. I funerali si sarebbero svolti in una piccola chiesa in Trastevere perché, come le aveva spiegato Chiara in macchina, il parroco era un vecchio amico di famiglia. Danilo notò che, per assistere alla funzione, erano accorsi in 91

molti. La maggior parte delle persone era costituita da ragazzi, evidentemente i compagni di corso di Nick e i suoi amici d' infanzia. C'era però anche un gruppetto di persone adulte, forse amici dei genitori . E insieme a tutti gli altri, di fronte al portone della chiesa, c'erano anche i genitori di Nick. Danilo guardò la madre: una donna sui cinquant' anni, molto fine e dal portamento fiero. Distrutta dalle lacrime si appoggiava al marito. Vicino a loro Danilo riconobbe Monica. La ragazza aveva un' espressione contrita e teneva la testa bassa. Accanto a lei un giovane ragazzo molto alto e ben vestito. Danilo notò come quel ragazzo avesse dei lineamenti del viso molto belli e regolari e un fisico molto curato. "Dai, scendiamo" lo interruppe Chiara, con la voce di chi si è appena svegliato dopo una lunga notte di sonno. "Ok." Danilo balzò giù dalla sua macchina nera e si precipitò ad aprire la portiera di Chiara, ma questa ormai era scesa per conto suo. Si avviarono verso la chiesa. Mentre camminava Danilo incrociò lo sguardo di Monica. Fu un evento che gli diede una bruttissima sensazione: gli occhi di lei erano accesi da una rabbia che avrebbe voluto bruciare il mondo. Danilo fu percorso da un brivido lungo la schiena. Gli venne in mente l'apparizione dell'angelo qualche sera prima, sulla terrazza dell'ospedale. Un angelo oscuro e vendicatore. Chiara camminava accanto a lui quasi come se non fosse in grado di intendere e di volere. "Chiara!" esclamò una voce maschile. Danilo fu infuriato nel vedere che quella voce apparteneva al ragazzo elegante che aveva notato prima accanto a Monica. "Davide" rispose Chiara alzando la testa e accennando un 92

sorriso dal suo viso pallido. I due ragazzi si abbracciarono e Danilo fu molto infastidito dalla cosa. "E adesso questo chi è?" pensò, lanciando uno sguardo torbido nella direzione del ragazzo. "Entriamo" disse un signore dall’uscio della chiesa indicando con la mano la navata principale. Mentre si avviavano come automi verso la chiesa Danilo continuava a guardare una scena che gli piaceva sempre meno: adesso il ragazzo misterioso aveva preso la mano di Chiara e la tirava a sé come per darle conforto. Il suo "sesto senso" gli disse che c'era qualcosa che non andava. Intanto Monica seguiva il gruppo e continuava a fissare Danilo incuriosita dal suo atteggiamento particolare. La chiesa era più grande di quanto sembrasse dall' esterno. Una navata centrale affiancata da due navate più piccole. Le colonne intarsiate in stile barocco sorreggevano gli archi. Il soffitto era composto da altissime volte a crociera affrescate con temi che da quell'altezza Danilo non riuscì a distinguere ma rappresentati con visibili tonalità scure. Anzi, adesso che ci pensava, tutto era scuro in quella chiesa. A parte i marmi chiari delle colonne che davano una certa suddivisione visibile agli spazi, sia le statue presenti (in marmo scuro) che i grossi quadri appesi alle pareti (di tonalità macabre e con grossi cornicioni dorati) proiettavano nell' ambiente un'atmosfera notturna e misteriosa. Danilo odiava l'incenso ecclesiastico, col suo odore acre e pungente, ma quel giorno dovette sorbirsene una certa quantità. Poi vide una cosa che lo inquietò: alla fine della navata centrale e davanti all' altare era distesa una tomba. una grossa bara bianca coperta di fiori rossi che contrastava con le tonalità notturne di tutta la chiesa. Due grossi ceri bianchi ai 93

lati del feretro. "Bianca?" pensò Danilo "ma era bello che cresciuto!", un sorriso gli disegnò il viso. Non visto Danilo continuava a essere seguito da Monica che ne studiava quasi estasiata ogni suo movimento. Dall' alto della sua bellezza quel ragazzo le sembrava così freddo da provocare in lei un senso di fastidio. Quel ragazzo, che qualche notte addietro aveva fatto compagnia a lei e alla sua amica Chiara in ospedale adesso, coi suoi modi da turista, gli trasmetteva delle brutte sensazioni e appariva fuori luogo in quel contesto. "Monica?", la ragazza si sentì chiamare. Era la madre di Nick, congelata in una espressione sconsolata e con un clinex in mano. "Non so a chi chiederlo, ma dato che eravate molto amici, e sapevo che ti voleva bene" una lacrima gli rigò una guancia "ti andrebbe di fare la lettura di un passo della bibbia e, se te la senti, di aggiungere qualche parola?". Monica abbracciò la donna. "Grazie di avermelo chiesto", disse. Intanto Danilo si era svegliato da quella specie di ‘Sindrome di Stendhal’ che gli davano tute le chiese, soprattutto se di architettura barocca, e si era messo a cercare Chiara con lo sguardo. La brutta sorpresa arrivò subito. La trovò seduta in terza fila appoggiata al bel ragazzo biondo che prima l' aveva così calorosamente accolta e che adesso gli offriva una spalla su cui piangere. La rabbia che si impossessò del suo animo fu talmente forte che decise di andarsene ma non appena si girò trovò davanti a sé un viso che aveva visto prima e che adesso non era più piangente, ma sospettoso. "Danilo, vero?" 94

"Sì, Monica" rispose lui accennando un sorriso per mascherare lo stato d'animo in cui si trovava. "Bella coppia, eh?" con una specie di sorrisetto beffardo e compiaciuto Monica accennò a Chiara che intanto era ancora stretta al ragazzo biondo. "Si chiama Davide, meno male che è venuto, aveva bisogno di un sostegno. Vedi?" continuò indicando se stessa "io sono molto forte, riesco a mascherare il dolore ma Chiara no, ha bisogno di aiuto." "Sono qui per questo" rispose Danilo mentre stava ancora fissando la scena. "Allora renditi utile", Monica accennò un sorriso. "Durante la cerimonia farò la lettura della bibbia, tu vieni con me e dici qualche parola carina su Nick. Danilo era sconvolto. Aveva intuito di non piacere a quella ragazza. anche se non ne capiva il perché. Ma adesso stava cercando di metterlo in imbarazzo davanti a tutti e a un funerale. "Che sei, pazza?" pensò Danilo. Stava per andarsene quando sentì la voce di Monica alle sue spalle che diceva: "Padre Mattei? Lui farà la lettura del brano della bibbia e dirà qualche parola su Nick." Il prete si girò e guardò Danilo. Il suo sguardo, dapprima duro, divenne rilassato e accennò un sorriso di incoraggiamento nella direzione di Danilo. Danilo era sconvolto. Una gocciolina di sudore cominciò a scorrergli sulla fronte. "Che succede qui?" chiese Chiara che, avendo visto la scena aveva deciso di avvicinarsi per controllare che tutto fosse a posto. "Il tuo amico Danilo si è gentilmente offerto di dire qualche parolina su Nick" spiegò Monica con un sorrisino stampato sul 95

viso. Chiara guardò Danilo che aveva un'aria imbarazzata e poi tornò a Monica: "vieni un attimo con me" le disse tirandola per un braccio verso il lato della navata. "Perché fai così?" "Perché non mi piace" rispose Monica in tono accigliato. “Chi è? Chi lo conosce?". "Si tratta di un mio amico" ribatté Chiara ormai seriamente preoccupata per l' equilibrio psicologico dell' amica, e continuò: "e poi questo è il funerale di Nick, del nostro Nick" e gli occhi le diventarono di nuovo lucidi. "Guarda che non succederà nulla, deve solo fare un discorso... se la caverà benissimo, mi sembra un tipo sveglio. E poi così capirò cosa vuole da noi." Monica lasciò l'amica nella penombra della navata laterale e andò a sedersi al suo posto. Il prete aveva cominciato a blaterare la sua funzione e Danilo stava seduto in prima fila a godersi lo spettacolo nell' attesa di salire sul pulpito. Padre Mattei aveva una voce roca ma molto forte. Era di costituzione esile ma era alto e si muoveva con movimenti decisi, come se avesse una grande energia dentro di sé e la volesse condividere con il mondo. Danilo fissava il vuoto con la voce del prete che risuonava nella navata come sottofondo e, come compagnia, il cadavere del ragazzo che aveva ucciso qualche giorno prima per avere un'occasione con la ragazza che aveva amato dal primo momento in cui l'aveva vista. E che adesso era tornata a sedere vicino al bel ragazzo che sembrava non aspettare altro che poterla stringere di più vicino a sé. Danilo si voltò e lo fissò intensamente. Avrebbe voluto fargli fare la fine di San Sebastiano così come lo aveva visto 96

raffigurato poco prima in un quadro appeso su una parete all' inizio della navata: trafitto da mille dardi e agonizzante di dolore. Era da tanto tempo che Danilo non metteva piede in una chiesa, anzi, pensò, l'ultima volta che vi era stato era per il funerale della madre. Poche persone intorno, solo qualche collega e qualche passante incuriosito che si era fermato a vedere la scena. Non avevano nessuno al mondo, lui e sua madre, e adesso lui era rimasto da solo. Si rivide piangente vicino alla bara della madre, consapevole che la sua vita da quel momento in poi sarebbe stata molto più triste. Consapevole che non avrebbe sorriso mai più, mentre il prete, allora come ora, blaterava le sue teorie sulla resurrezione dei morti e sulla vita eterna. Si girò nuovamente e vide che Chiara continuava a piangere ininterrottamente. Si sentì in colpa per quello che le aveva fatto. Dopotutto se adesso lei era triste era per colpa sua. Il silenzio calò nella cattedrale. Danilo era troppo proiettato nel mondo dei suoi pensieri per accorgersene ma poi si sentì gli sguardi degli altri addosso e così capì che era arrivato il suo momento. Si alzò quasi meccanicamente e salì sul pulpito conscio di avere gli occhi di tutti su di sé. Il prete gli si avvicinò, gli aggiustò il microfono e gli indicò il brano della bibbia che doveva leggere. "Dal vangelo secondo Matteo" esordì Danilo, con una voce roca che fece rimbombare le pareti della chiesa. Poi si fermò, guadò i genitori di Nick in prima fila, i genitori di quel ragazzo che aveva ucciso una sera. Li vide piangere e disperarsi e pendere da qualche sua parola che potesse alleviare la loro sofferenza. 97

Guardò Monica il cui viso era tornato ad esprimere tristezza e guardò Chiara abbracciata a quel ragazzo che lui neanche conosceva ma che già odiava. Tutto quel dolore intorno. E lo aveva causato lui . Per la prima volta da quando aveva cominciato a uccidere, provò un terribile senso di colpa. Il senso di colpa era effimero e si mischiava alla consapevolezza che presto sarebbe sparito e avrebbe lasciato il posto alla sua violenza che ormai lo aveva completamente catturato e che controllava le sue azioni. Rivide se stesso, giovane solo e indifeso in una chiesa a piangere sulla tomba della madre. Avrebbe voluto che qualcuno gli avesse detto qualcosa in quel momento, che qualcuno si fosse preso la responsabilità di quella morte e che magari si fosse scusato così che lui lo avrebbe potuto odiare. Ma non fu così. "Mi dispiace." Scese dal pulpito e ritornò velocemente al suo posto. Tutte le persone presenti si guardarono tra di loro, stupiti della scena. Un ragazzo che non avevano mai visto che saliva sul pulpito solo per dire "mi dispiace". Se non fosse stato per la situazione sarebbe stata una scena comica. Monica lanciò uno sguardo a Chiara che la ricambiò. Il prete, in mezzo al brusio, riprese il suo ruolo: "più che comprensibile, in questo momento di dolore, la mancanza delle parole". "Molto spesso" continuò padre Mattei ritrovando la sua verve aggressiva "e come non mai in questi casi, il silenzio vale più di mille parole per esprimere il proprio cordoglio". "Ma vi dico una cosa: abbiate fede perché il nostro fratello Nick si trova in un posto migliore del nostro." La madre di Nick scoppiò di nuovo in lacrime. "Non starò qui a dire che il dolore si lenisce col perdono, no. Il 98

dolore si lenisce con la giustizia. La giustizia di Dio farà che chi ha commesso un atto tanto orribile verso questa povera creatura soffra in terra le pene dell'inferno fin quando non avrà accettato la sua giusta punizione". Danilo fu scosso da quelle parole. Si sentì accusato in prima persona. Era come se quelle frasi fossero consciamente rivolte a lui ma capì subito che era solo un' impressione. "Bestia e non uomo è colui che uccide il proprio fratello e che toglie all' uomo ciò che Dio gli ha donato: la vita." Ascoltando quelle parole Danilo si risvegliò dallo stato di torpore che prima lo aveva portato quasi sull'orlo di una pubblica confessione. Divenne rabbioso e provò odio per quell' uomo che dall' alto della sua veste sacra lo condannava così ingiustamente. Che ne sapeva lui dell' inferno? Che ne sapeva della solitudine? Che ne sapeva della voglia di sangue che ti prende all' improvviso e che diventa più forte della tua anima. Che diventa la TUA anima? Come si permetteva di giudicarlo e condannarlo? "Attento" Danilo sentì una voce dentro di sé. "Attento". Rivide se stesso sul palco e pensò allo sbaglio che stava per fare in un attimo di debolezza. "Solo un momento di debolezza" pensò "dovuto a questa gente, a questa stramaledettissima chiesa e a questo dolore che si respira col fumo dell'incenso." "Attento". La sua voce interiore diventava sempre più persistente. Doveva andarsene. Si girò e vide Chiara ancora accanto a quel ragazzo. "Al diavolo" disse a se stesso "tanto sei mia". Si alzò e imboccò la navata laterale che lo inghiotti nell’oscurità. Si avviò all' uscita ma fece in tempo a sentire un'ultima frase del prete che lo avrebbe costretto a ritornare lì quella sera 99

stessa. "Maledetto tu sia, Caino del tuo fratello, che fuggi dalla confessione dei tuoi peccati". Claudio arrivò in chiesa che ancora la funzione non era terminata. Giorgio gli stava accanto con la sua divisa da poliziotto e fumava una sigaretta. Il cielo di Roma era ormai una tavolozza buia e la luna calante era quasi invisibile, offuscata dalle luci rosse dei lampioni dell' illuminazione pubblica, "Ispettore, stanno uscendo". Claudio si voltò e vide che la bara stava per essere portata verso l' uscita da sei ragazzi che la tenevano sulla spalla. Si mise di lato e aspettò che le prime persone uscissero. La bara fu messa sulla macchina che l'avrebbe portata nel suo ultimo luogo. Claudio individuò i genitori di Nick che scendevano la gradinata della chiesa probabilmente per raggiungere la loro automobile. "Signor Introcaso." Il padre di Nick si girò verso Claudio e lasciò per un attimo la moglie sola e disperata sulle scale. "Ci sono delle novità?" chiese questi al giovane ispettore con cui aveva avuto modo di interloquire qualche giorno prima.. "Veramente sì, potete raggiungermi in questura dopo il funerale?" "Di che si tratta?" il padre di Nick sembrava smanioso di avere qualche notizia. "Preferirei parlarne dopo" "Di che si tratta?" ripeté con convinzione l' uomo come se sperasse che avessero preso il macellaio del figlio. "Di Massimo Serventi". Il padre di Nick cambiò espressione e il suo viso divenne 100

adirato "Il bastardo che ha rovinato mio figlio" disse indicando il feretro di Nick" mio figlio non era omosessuale finché lui non l'ha plagiato. Per me può essere anche morto." "Si tratta di questo. Il suo cadavere è stato ritrovato oggi pomeriggio." A questa notizia l'uomo rimase basito. Si girò verso la moglie che continuava ad aspettarlo sulle scale e la guardò con un' espressione triste. Poi si rivolse nuovamente a Claudio: "come è successo?" "Il cadavere è stato ritrovato poche ore fa nel parco dell' ospedale S. Giovanni. Si tratta di probabile suicidio, la morte dovrebbe essere avvenuta all’incirca quattro giorni fa ma il corpo è rimasto ben nascosto dai cespugli, solo l’odore pungente oggi ne ha rivelato la posizione." Il padre di Nick emise un sospiro: "mi lasci andare a seppellire mio figlio adesso". Così dicendo si girò e raggiunse la moglie sempre più sola e sconsolata. Claudio rimase davanti l'ingresso della chiesa ad osservare la scena: il carro funebre che si avviava con alcune macchine al seguito: probabilmente i parenti più stretti. Danilo era appoggiato ad un muretto che dava sul fiume Tevere. Non c' era illuminazione pubblica nel punto in cui si trovava per cui era completamente immerso nel buio, a parte il flebile chiarore della luna. Guardava il fiume e pensava a quanto quel possente e oscuro corso d'acqua avesse da raccontare con i suoi silenziosi flutti. Riusciva quasi a sentirne la voce, le sue storie. Storie di vita, di dolore, di gioia e di morte. Di fronte a tutto quel potere e a tutta quella storia si sentì debole e piccolo. Ripensò a come si era sentito prima, mentre era sul pulpito 101

della chiesa, a quello che stava per fare solo per essersi immedesimato un po’ troppo. Poi si concentrò sull' odore del sangue. Quel sangue che lo faceva sentire potente, invincibile. Quel sangue che quando sgorga rappresenta la vita che fluisce via da un'altra persona e che nasconde un potere che si può raccogliere e vivere, per essere libero. C' era ancora solo un ostacolo tra lui e la sua vera libertà, la libertà di poter fare ciò che voleva e di poter essere ciò che desiderava: il senso di colpa. Il senso di colpa che lo attanagliava quando si trovava a vivere dei ricordi della sua vita che lo portavano ad immedesimarsi negli altri. Il senso di colpa che poteva portarlo sull'orlo della rovina. "La Chiesa" disse a voce bassa. “La Chiesa instilla il senso di colpa nelle persone. La Chiesa toglie la libertà e la volontà. Ma questa sera mi libererò da questo ultimo giogo." Lasciò il Tevere al suo incessante scorrere e si incamminò verso la cattedrale da cui poco prima era scappato impaurito. Chiara era sulla macchina di Davide, triste e pensierosa. Con la testa appoggiata al finestrino ascoltava il rumore della macchina mentre lui guidava per le strade di Roma. "A che pensi?" le chiese lui interrompendo il silenzio. "A niente." "Avevo molta voglia di vederti, sono tornato ieri apposta." "Ma davvero?" gli rispose lei in tono stanco ma sarcastico. "Sì. Mi dispiace che sia dovuto accadere in una occasione simile. Cavolo, io non lo conoscevo bene Nick ma quando ho saputo cosa era successo, sapendo quanto eravate amici, sono corso subito al funerale perché volevo starti vicino." Chiara si girò verso il ragazzo e lo guardò con aria sbigottita. 102

"Guarda che sei tu che mi hai lasciato." "E me ne sono pentito." Davide accostò la macchina. Continuando a tenere le mani sul volante e a fissare diritto davanti a sé disse: "non sai quanto mi sei mancata in tutti questi mesi. Milano è una brutta città e tu mi sei mancata. Lo so che è stata una mia scelta quella di andare a lavorare fuori ma ho sbagliato. Cazzo ho sbagliato ad andarmene" poi si girò verso di Chiara "e ho sbagliato a lasciarti." Padre Mattei era nella sua sacrestia. Si era tolto l'abito da cerimonia ed era rimasto in camicia. Stava mettendo a posto dei documenti di adesione per l'adozione a distanza di bambini africani da parte dei suoi parrocchiani. Era una sua iniziativa che andava avanti da qualche mese e che aveva raccolto molti consensi. L'idea gli era venuta dopo un viaggio in Somalia. Lì aveva visto in faccia la vera sofferenza del mondo: persone dilaniate dalla guerra e dalla malattia. Bambini che soffrono la fame e la sete. In quel luogo la sua fede aveva subito un duro colpo. Per anni aveva saputo che non tutto quello che succede nel mondo può essere spiegato e che spesso bisogna affidarsi al volere di Dio senza cercare di interpretare i suoi disegni. Ma in Africa si era fatto per la prima volta la domanda fatidica. "Perché?" aveva chiesto a sé stesso. "Perché, Signore, fai che tutto ciò accada?" Poi aveva preso la decisione. Tra qualche mese si sarebbe trasferito nel continente africano per dare una mano a quei poveri bambini ma soprattutto per ritrovare sé stesso e la sua fede. Si era concesso il tempo di sistemare alcune cose e poi sarebbe partito. L'idea di quella nuova esperienza gli metteva tanta energia addosso. Ma quella sera si sentiva particolarmente stanco: il funerale lo 103

aveva spossato. Conosceva bene Nick. Lo aveva battezzato, confessato e cresimato ma tutto si sarebbe aspettato tranne il fatto che lo avrebbe sepolto così giovane. Se lo ricordava come un ragazzo molto vivace e molto allegro, anche se era da tanto tempo che non lo vedeva. Era sempre così: i ragazzi si allontanavano dalla parrocchia durante l'adolescenza e poi si facevano vivi solo per il matrimonio o, come in questo caso, per il funerale. L'immagine di quella bara gli si ripresentava nella mente a intervalli regolari. Anche se aveva celebrato centinaia di funerali, ogni volta gli rimaneva l' amaro in bocca,. Era vero: alla morte non ci si abitua mai. "Padre Mattei?" Al suono di quella voce il prete aveva sussultato: non aspettava nessuno anche se la chiesa era aperta fino alle otto per cui non di rado capitava che qualcuno entrasse, soprattutto qualche barbone che chiedeva la carità. "Padre Mattei, mi scusi se la disturbo ma la chiesa era aperta ed anche la porta della sagrestia così mi sono permesso di entrare dato che ho bisogno di assistenza spirituale." Il prete si girò in direzione della porta rimanendo seduto e fu molto sorpreso nel vedere quel ragazzo. Era un ragazzo alto, biondo e dai lineamenti del viso regolari. Era lo stesso che quel giorno avrebbe dovuto fare il discorso al funerale ma che poi aveva rinunciato. "Non si preoccupi" disse il prete e, facendo un gesto con la mano lo invitò a sedersi sulla sedia di fronte a lui. "In effetti oggi pomeriggio ho notato il suo turbamento."

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Capitolo 8 Monica era seduta nella cucina dell' appartamento che fino a qualche giorno prima aveva condiviso col suo amico Nick. Fissava il vuoto e l' unico pensiero che le balenava in mente, quasi come un' ossessione, era la bara bianca che aveva visto al funerale, quello stesso pomeriggio. Le sembrava difficile accettare quello che era successo. Anzi, non sapeva neanche cosa accettare visto che non sapeva bene cosa in realtà fosse accaduto, la dinamica dei fatti.. Le girava un po' la testa. Da una parte perché aveva appena finito di fare un bagno caldo e quindi aveva la pressione un po' bassa, dall'altra perché l'odore dell'incenso che inondava tutta la casa era sempre più pesante. Cominciava a sentire sul suo corpo tutta la stanchezza della giornata, quel corpo nudo coperto soltanto da un chimono di seta nera. Oltre al chimono indossava anche un enorme medaglione d'argento a forma di stella a cinque punte che le pendeva dal collo. Medaglione che era un regalo fattole tempo addietro da sua zia con tanto affetto affinché la proteggesse dal male. Ricordava perfettamente il giorno in cui tutto era cominciato: una bellissima giornata di primavera, quando lei aveva solo quindici anni. Quel giorno era andata a trovare sua zia, la zia Marianna, a cui era molto legata sin da quando era piccola. Aveva bussato alla porta ma nessuno le aveva risposto, così, 105

come era solita fare, aveva aggirato l'ostacolo passando per la porta della cucina nel retro della casa, porta che la zia teneva sempre socchiusa. Come era entrata nella casa aveva sentito un forte odore, molto strano, come quello che adesso aleggiava nelle stanze dell' appartamento in cui si trovava. Sembrava non ci fosse nessuno al piano terra ma a un certo punto si era fermata. Aveva sentito dei rumori che provenivano dal piano di sopra: una strana voce che, meccanicamente, salmodiava dei versi in modo monotono e in una lingua strana che non le sembrava di aver mai sentito. Salendo le scale si era a poco a poco convinta che quella voce fosse quella della zia. "Ma, che sta facendo?" Senza fare rumore aveva percorso il corridoio, completamente immerso nel buio nonostante fosse quasi mezzogiorno. Le finestre erano tutte sbarrate e l'unica luce, fioca, provenisse dalla stanza in fondo al corridoio. La porta era socchiusa e lei piano piano si avvicinò per vedere cosa stesse succedendo. Quello che vide la sconvolse. Una giovane donna vestita di nero si contorceva sul pavimento. Vomitava ed emetteva un rantolio che aveva un suono terribile. Quel rumore non sembrava di questo mondo. Sua zia era dritta in piedi al di sopra della donna e recitava degli strani versi. Man mano che la donna aumentava il suo lamento e si contorceva con più violenza la zia parlava con un tono di voce più duro e più deciso. "Ma che sta facendo?" Monica era in trance. Man mano che i suoi occhi si abituavano al buio si accorse che la donna e la zia non erano le sole persone della stanza ma c'erano delle altre persone che stavano dritte intorno al muro e che osservavano la scena in silenzio e con le facce sconvolte e pallide. D'un tratto successe qualcosa: la donna si alzò 106

meccanicamente in ginocchio e dal basso, fissando la zia, cominciò a urlare. Ma la sua voce non era la voce di una donna. Adesso parlava con la voce di un uomo. Sconvolta da questa nuova scena Monica si destò dal suo stato di stupore ed emise un urlo. Percorse in fretta e furia il corridoio continuando a gridare in preda a un attacco isterico. Uscì dalla casa e non vi mise più piede per molto tempo. La zia andò a cercarla quello stesso pomeriggio mentre Monica, ancora sconvolta, stava in camera sua, sul letto, ad osservare il soffitto. Zia Marianna le parlò e le raccontò che cosa era: una strega. Le disse che aiutava le persone che stavano male e che nessuno riusciva a guarire. Le parlò del mondo degli spiriti e le svelò che questi, una volta abbandonato il corpo, non scompaiono nel nulla ma che, per un certo periodo, rimangono a vagare sulla terra, quasi non accettino di abbandonare il mondo che hanno abitato fino a poco tempo prima. Le raccontò di come questi spiriti possano possedere i corpi di altre persone che così perdono lentamente la loro identità, mescolandola con quella delle anime defunte. Le disse dei demoni e di come questi indulgano nella tentazione degli uomini. Le raccontò di come lei avesse aiutato tante persone che soffrivano per questo e che persone come lei, le streghe, potevano liberare e guarire chi soffre.. Passarono i mesi e piano piano Monica cominciò a praticare la magia. Sempre più infervorata passava le sere a fare meditazione, a studiare i tarocchi e a mescolare le erbe per rendere manifesto nella realtà ciò che non lo era. Quando fu pronta la zia la portò nel suo tempio, dove per la prima volta Monica le aveva visto praticare un esorcismo. Lì la iniziò come strega e le regalò il medaglione a forma di pentagramma che adesso indossava sempre sotto gli abiti e che quella sera stringeva forte con la mano, fissando il vuoto nella 107

cucina dell' appartamento in cui aveva vissuto con Nick. Si alzò dalla sedia e si avviò verso la camera del suo amico defunto. Danilo si avvicinò al punto indicato dal prete e si sedette. Padre Mattei lo guardava con il suo sguardo penetrante e a lui sembrò che volesse scoprire in fondo alla sua anima. "Cosa ti turba, ragazzo?" E a te cosa turba, vecchio? "Non lo so, padre. Me lo dica lei." Il prete continuava a fissarlo, e dopo questa uscita lo guardò ancora più profondamente. "Sei sconvolto per la perdita di un amico, è normale che tu ti senta solo e abbandonato a te stesso" "Non è così, padre. Quello per cui oggi avrei dovuto fare il discorso non era un mio amico." Padre Mattei non seppe più che pensare. Il ragazzo che aveva davanti, così bello, così elegante nel suo abito scuro e nel suo portamento, ad un tratto gli sembrò come un fantasma. Non che credesse nei fantasmi, ma la figura che aveva davanti gli diede l'impressione di essere evanescente, uno spettro imperscrutabile. "Se hai bisogno di parlare o di dirmi qualcosa, fallo pure" disse il prete rompendo il silenzio "altrimenti devo continuare nel mio lavoro." "E quale è il suo lavoro, padre? Salvare le anime? Beh, provi a salvare la mia." Danilo rimase immobile senza far trasparire nessuna emozione dalla sua voce e neanche dal suo sguardo che rimase fisso sul volto dell' uomo vestito di nero che aveva davanti a sé. "Credi in Dio?" Nella stanza della piccola sagrestia calò il silenzio. No Danilo non ci credeva. Se Dio fosse esistito la sua vita sarebbe stata 108

diversa. "No." "E allora non ti posso aiutare. Non c'è salvezza per chi non ha fede." "E lei ha fede, padre?" Dove vuoi andare a parare? "Ne ho quanto basta per sapere che se non si ha fede, l' uomo non riesce a vedere oltre se stesso." "Padre, padre, la smetta con questi sproloqui retorici e pomposi" disse Danilo e i suoi occhi si infiammarono in un' espressione rabbiosa" e si attenga alla realtà delle cose. Ho avuto una vita molto difficile e come me molte altre persone. Tutti si avvicinano alla Chiesa per avere conforto e cosa ne ottengono? Nulla se non una fallace rasserenazione data da chi, come lei, vive mercificando sul dolore degli altri." "Ma come ti permetti?", padre Mattei strinse il suo pugno e batté un colpo sul tavolo. "Cosa c'è, padre, ho colto nel segno?" Adesso l'espressione di Danilo si era sciolta in un sorriso sarcastico. "Se Dio esistesse... se quel Dio di cui lei tanto paventa le qualità di bontà e di giustizia durante i suoi lunghi e cerimoniosi sermoni esistesse io non sarei quello che sono oggi!" "E cosa sei? Te lo dico io, sei un giovane saccente e presuntuoso che crede di aver capito tutto sul mondo ma che non ha capito la cosa più importante: prendersela con gli altri per il proprio malessere è solo un vago spreco di energie." "Crede, padre? Io penso il contrario: penso che sfogare sugli altri le proprie energie aiuti a vivere meglio, con più consapevolezza e più libertà." Adesso l'espressione del prete divenne più accigliata. Avrebbe voluto alzarsi e prendere a schiaffi quel ragazzo che aveva 109

davanti a sé e che, con le sue parole, mancava di rispetto a tutto ciò in cui lui credeva. "Padre, è rabbia o odio quello che leggo nel suo volto adesso?" "Non posso odiare una persona che già odia se stessa" e, così dicendo si alzò dalla sedia. "Adesso devo andare: ho altre incombenze da svolgere. Quando ti sarai calmato e avrai deciso di ascoltare ciò che ho da dirti allora potremo rivederci." Come meccanicamente anche Danilo si alzò e si piazzò davanti al prete per impedirgli di muoversi: "non abbiamo ancora finito, padre." Monica emise un sospiro e, spingendo lentamente la porta, si ritrovò nella stanza di Nick. L'odore acre e pungente dell'incenso olibano la avvolse e le diede l'impressione che le mancasse il fiato. Non si sarebbe mai abituata del tutto a quell'odore. La stanza adesso era diversa rispetto a quando, qualche giorno prima, era stata perquisita dalla polizia in cerca di qualche indizio, di qualche filo di Arianna che riuscisse a dipanare l' intricata vicenda. I mobili erano tutti addossati alle mura e al centro della stanza vi era un tavolino rotondo coperto da una tovaglia nera. Ai lati del tavolo due sedie e sopra di esso una tavola apparecchiata con piatti e posate come se dovesse ospitare una romantica cenetta tra due innamorati. La prima cosa su cui cadde lo sguardo di Monica fu una foto appoggiata sul tavolo, la foto di un ragazzo sereno e sorridente. "Nick." Tutto intorno al tavolo un cerchio tracciato con del sale grosso e, in fondo alla stanza, un braciere contenuto in un triangolo dorato tracciato per terra con della vernice. Dal braciere si alzavano volute di fumo. Fumo d'incenso e di dittamo di Creta. 110

La voce della zia le risuonava nella testa: "le anime dei morti non hanno più un corpo fisico per cui, se vuoi che si manifestino nella realtà, devi fornirgliene uno, per quanto debole e superfluo possa sembrare. Le anime di coloro che non sono più si manifestano nel fumo del dittamo di Creta." Quel pensiero le fece realizzare quanto le mancasse sua zia. Le mancavano i suoi abbracci, i suoi consigli e il suo sorriso. Le mancava soprattutto quella sera. Avrebbe voluto che fosse lì con lei. Fece un giro di centottanta gradi su se stessa e si ritrovò a dare le spalle al tavolo su cui era poggiata la foto del suo amico. Candele tutte intorno. Cominciò a camminare all'indietro dirigendosi verso la sedia. "Il mondo dei morti e quello dei vivi non sono separati dallo spazio, ma dal tempo. Per cui quando vuoi evocare l'anima di un morto, devi tornare indietro nel tempo. Per fare ciò occorre che, durante tutta la cerimonia, tu ti muova porgendo sempre i tuoi passi all'indietro." Si sedette al tavolo e cominciò a far finta di mangiare. Fissò la foto di Nick per qualche minuto. Si ricordò di quando, una sera di qualche anno addietro, erano usciti a cena per passare la sera di san Valentino insieme. Per non rimanere soli la notte in cui tutte le persone stanno insieme al loro innamorato, loro che l'innamorato non ce l'avevano, avevano pensato di prenotare un posto in un ristorante facendo finta di essere una coppietta in amore. Le venne da sorridere. Nella stanza calò il silenzio e un brivido gelido e metallico percorse la schiena del vecchio prete che si ritrovò bloccato dal corpo forte e scolpito di Danilo, che gli si parava davanti minaccioso. "Quanta gente ha ucciso insieme alla sua Chiesa, padre?" Il prete rimase basito dalla domanda. Danilo gli si levò da 111

davanti e, facendo qualche passo indietro, andò ad appoggiarsi al muro. Con la schiena aderente alla parete e la testa reclinata leggermente all'indietro continuava a fissare il prete, con sguardo sempre più penetrante. Padre Mattei era immobile, come una statua di ghiaccio e non sapeva che rispondere. Era forse uno psicopatico quel ragazzo che aveva davanti agli occhi? Sicuramente non era normale. "Conosco la storia della vostra Chiesa, padre. Agli inizi i culti avversari al vostro, che traevano origine dalle più remote antichità della storia dell’uomo vennero soffocati affinché si sviluppasse il culto di una forma di religiosità basata sul maschilismo e sulla violenza. Basata su San Pietro e sulla sua Chiesa." "Questa religione piano piano si sviluppò, con inganni, violenza e corruzione. Divenne la religione di stato dell' impero Romano e nel medioevo fece man bassa degli ultimi oppositori, streghe e catari. Un bagno di sangue guidato da mostri vestiti dello stesso abito che lei indossa stasera. Piano piano un culto primigeneo basato sulla fratellanza e sull'umiltà divenne un impero economico e politico con un potere mai visto prima. Fino ad oggi. E lei è un emissario di questo culto diabolico e sconsolato. Sì padre Mattei. La sua anima e le sue azioni vivono per una chiesa corrotta e diabolica." "E lei…. dall'alto del suo pulpito scolpito nel marmo del demonio e della corruzione, cosa fa? Si mette a dare ordini e a dispensare consigli a me? A me che sono la persona più coerente e pulita di questo mondo? A me che in confronto a lei e alla sua Chiesa sono il vero Angelo, il vero Cherubino di Dio?" Padre Mattei era sempre più sconvolto. Sudore cominciò a colargli dalla fronte. Guardava con occhi sgranati quel ragazzo 112

che gesticolava e urlava come un invasato, ma che a un tratto si fermava e fissava il vuoto come caduto in uno stato di trance. Aveva paura. "Padre, ho ucciso io il suo diletto. Ho ammazzato quel giovane perverso e senza dignità a cui lei oggi ha dedicato il suo accoratissimo elogio funebre”. “L'ho fatto fuori io e che il Signore mi sia testimone, farò fuori anche lei." Padre Mattei rimase di sasso. Se prima era sconvolto per la situazione in cui si trovava, sequestrato nella sua stessa chiesa da un giovane invasato che sembrava parlare per bocca del demonio, adesso era sconvolto. Ripensò al funerale del ragazzo, al fatto che il suo assassino fosse stato presente e che avesse avuto la soddisfazione di vedere la sua bara e di assistere al pianto di sua madre. Fu travolto da tutto quell'orrore e da quella cattiveria. Cadde per terra in ginocchio, afferrò il rosario che teneva attaccato alla cinta e, giunte le mani, si mise a pregare. Danilo cominciò a camminare, ad avvicinarsi lentamente verso il povero prete spaventato e agghiacciato dall'orrore che lo circondava. Orrore nelle parole del giovane, orrore nella situazione e orrore in tutto. Danilo si fermò davanti al prete, lo sovrastava con la sua presenza fisica. Avvicinò le mani alla chiusura lampo e abbassò la cerniera. Tirò fuori il suo pene, di un bianco marmoreo e semi eretto per l'eccitazione dovuta alla situazione. "Prete, sono il tuo nuovo dio. Comincia ad adorarmi." Il fumo aveva ormai invaso la stanza. Monica riusciva a malapena a distinguere gli oggetti che la circondavano. Vedeva davanti a sé la foto del suo amico, poggiata sul tavolo tutta circondata da candele. Il viso di Nick ormai si faceva sempre 113

più vacuo e i sui occhi bruciavano. Si alzò e afferrò il pugnale dal massiccio manico in oro che si trovava sul tavolo. Lo protese davanti a sé e poi abbassò il braccio tenendo puntata la lama verso il cerchio di sale che la circondava. Cominciò lentamente a girare intorno al cerchio seguendone la sagoma dall'interno. Camminava all'indietro. "In questa notte di luna calante, invoco il potere dei morti. Che mi assistano gli spiriti dell'inferno, e le loro coorti. Traccio nell'aria questo cerchio di potere. Affinché sia il confine dal mondo degli spiriti affinché sia confine del mio volere.” Fatto ciò, sempre camminando all'indietro, si avvicinò nuovamente al tavolo e si sedette al suo vecchio posto. Fissò la foto di Nick e una lacrima solcò il suo viso. Ormai le sembrava di vivere in un sogno e anche il suono delle sue parole le sembrava avere una tonalità strana. Dopo qualche minuto di meditazione disse: "Chiamo gli spiriti dei trapassati che ti assistano nel tuo cammino. Chiamo il potere di Hecate che ti assista nel tuo cammino. Rompo le porte dell'inferno Nicola Introcaso figlio di Antonia, rompi le porte del digiuno eterno" Il silenzio calò nuovamente nella stanza. Monica adesso piangeva, un po’ per l'agitazione, un po’ per Nick, che non c'era più. Fu un momento di stasi che poi Monica non avrebbe saputo 114

quantificare. Un minuto? Un'ora? Una settimana? Poi accadde qualcosa. Un brivido freddo come la morte le sfiorò la schiena. In quel momento fu come se tutte le fredde lapidi di marmo di tutti i freddi cimiteri del mondo l'avessero toccata. Si girò lentamente, impaurita da ciò che avrebbe potuto vedere o riconoscere. I suoi occhi, abbagliati dalla luce delle candele, ci misero un po’ ad abituarsi al buio dell'angolo verso cui si era girata. Nick era dietro di lei. La sua sagoma era circondata da una luce fioca e si distingueva poco dal fondo fumoso. "Nick?". La voce di Monica era flebile come quella di un bambino di sette anni che ha pianto per ore e finalmente cerca di articolare il motivo del suo dolore. Il fantasma alle sue spalle non si mosse. Continuava a fluttuare nell'aria come se fosse appeso a un filo che dalla sua testa si allungava fino al soffitto. Padre Mattei uscì dalla sagrestia, correndo come un matto e zoppicando. Correva con tutta la forza che aveva in corpo e quel corpo gli sembrò troppo debole e lento. Tutto a un tratto, per la prima volta in vita sua, si sentì vecchio. Da piccolo pensava che invecchiare fosse una cosa brutta, perché con il passare degli anni si perdeva la propria indipendenza, la propria dignità e le proprie forze. Da grande capì invece che la vecchiaia era una delle fasi della vita e che c'era un motivo al fatto che l'uomo invecchiasse e poi morisse. Adesso non era più così saggio. Pensò che avrebbe voluto avere venti anni di meno. Solo così avrebbe potuto salvarsi quella sera. La chiesa era completamente vuota. Ormai era quasi ora di cena e quindi a nessuno sarebbe venuto in mente di andare a 115

pregare a quell'ora per cui le urla del prete non furono sentite da nessuno. Danilo neanche ci pensava al pericolo che stava correndo, aggredendo un prete nella sua chiesa in centro a Roma ma, come spesso accade, le grandi metropoli sono come dei deserti, in cui ci si può perdere nel silenzio della sera e in cui si può anche morire senza che nessuno se ne accorga. Il prete stava per cadere inciampando sui suoi stessi passi, ma poi trovò un appiglio: si aggrappò all'altare. Nella foga tirò verso di sé la tovaglia bianca ricamata in oro così che i grossi portacandele di ottone caddero per terra facendo un rumore terribile. "No, ti prego, lasciami" ansimò il prete girandosi verso il suo carnefice che ormai lo sovrastava con lo sguardo iniettato di sangue. Danilo afferrò la prima cosa che aveva davanti, un grosso crocefisso in metallo dorato, intarsiato a mano e dal peso notevole. Lo afferrò con entrambe le mani e lo sollevò al di sopra del suo capo pronto a colpire l'uomo ormai piegato su se stesso e terrorizzato. Affondò un primo colpo con tutta la forza che aveva. Padre Mattei emise un urlo di dolore quando l'oggetto sacro fracassò una delle mani con cui si copriva la testa. Ormai era rassegnato a quello che stava per succedergli. Il sangue schizzò da tutte le parti ma Danilo alzò nuovamente il crocefisso preparandosi a sferrare un secondo colpo. Il prete alzò lo sguardo verso il suo assassino e oltre di lui, con la vista appannata dalle lacrime per il dolore, vide l'immagine dipinta sulla volta che sovrastava l'altare. L'immagine di Gesù che si stagliava ieratico sul fondo oro e che, in posa bizantina, allargava le braccia coperte da una veste blu sgargiante per accogliere l'anima dei peccatori. "Pietà." 116

Il secondo colpo gli arrivò dritto in faccia. Uno dei bracci della croce gli sfondò il cranio entrando direttamente dalla fronte. L'occhio destro schizzò fuori dalla sua orbita rotolando per terra e raggiungendo il pulpito, con la velocità di una pallina da golf che viene colpita con forza. Danilo mollò la presa sul crocefisso e il corpo cadde in avanti a causa del peso dell'oggetto ben piantato sul volto. Stette fermo qualche secondo fissando il cadavere del prete, ripiegato su se stesso e grondante di sangue. Anche lui era macchiato di sangue. Si guardò le mani. I guanti neri che indossava erano diventati quasi completamente rossi così se li sfilò e se li mise in tasca. Capì quello che aveva fatto e realizzò che doveva agire nel più breve tempo possibile. Cominciò a correre e dopo qualche istante raggiunse la fine della navata. Chiuse la porta d'ingresso con il suo grosso chiavistello e pensò di essere stato uno stupido a non averlo fatto prima: tanto sapeva fin dall'inizio come sarebbe andata a finire, che la fine di quella giornata si sarebbe conclusa con un sacerdote in meno su questa terra di peccatori.. Di nuovo correndo raggiunse l'altare e passò vicino al corpo del prete. Senza neanche guardarlo si avviò verso la sacrestia. Si sentiva euforico e il buon umore lo travolse. Evidentemente era vero quello che dicevano sull'adrenalina. Si sentiva il dio del mondo e sapeva che quella sensazione era dovuta al fatto che aveva ucciso una persona. Aveva nuovamente riaffermato la sua supremazia e in quel momento non gliene fregava nulla della legge, della polizia, degli altri in genere. Si sentiva come un artista, come se quella sera avesse creato qualcosa di speciale. Si avvicinò ad una armadio e lo aprì. Come immaginava lo trovò pieno di abiti talari. Cominciò a spogliarsi e a buttare i suoi indumenti per terra. L'unica cosa che gli dispiaceva dell'ammazzare qualcuno era il 117

fatto che fosse così terribilmente sporco. Ma anche il sesso è sporco e ciò non lo rende meno piacevole. Dopo aver indossato l'abito fece fagotto dei suoi vestiti e li mise in una sacca che aveva trovato dentro l'armadio. Uscendo dall'ingresso secondario fu rigenerato dall'aria fresca della notte romana. Si avviò per la stradina buia che costeggiava la chiesa poi si ritrovò sulla strada principale. La gente gli passava vicino e neanche lo guardava. Solo una ragazza sui vent'anni, vestita in stile hip hop e intenta a leccare un gelato alzò lo sguardo verso di lui e lo guardò con un' espressione che sembrava dire : "che peccato." Danilo si avvicinò alla sua macchina, aprì lo sportello e prima di entrare si girò per guardare la chiesa da cui era appena uscito. "Io come minimo sarei diventato cardinale", disse. Monica era rannicchiata su se stessa, la schiena appoggiata alla fredda parete e le gambe intrecciate. La stanza era buia e le lacrime le solcavano le guance. Aveva avuto visioni di morti in passato ma mai così nitide. Aveva vissuto la sensazione che il suo amico fosse con lei in quella stanza, che fosse venuta a trovarla. La prima cosa che le era venuta in mente era stata quella di andare verso di lui e di riabbracciarlo, dimentica che ormai fosse morto. La consapevolezza che davanti a sé aveva un fantasma ritornò quando si accorse che muovendosi verso di lui, lui rimaneva immobile. Fu terribile sentire l'odore della morte e capire quello che stava succedendo: il suo migliore amico era davanti a lei, le era apparso perché lei lo aveva evocato e perché voleva chiedergli chi fosse stato a ucciderlo così brutalmente, affinché fosse fatta giustizia. 118

Ma Monica dovette accorgersi che il suo amico era troppo debole per proferire qualsiasi parola.... Una volta aveva letto da qualche parte che le anime dei trapassati, quando vengono evocate poco dopo la loro morte, appaiono agli umani in forma vacua e senza una consistenza definita. Le anime dei trapassati recenti non sono ancora coscienti. Nick scomparve dalla sua vista, Monica realizzò questo e il dolore fu immenso: non solo non avrebbe mai saputo chi aveva ucciso il suo amico, ma il suo amico, così allegro e pieno di vita, si trovava a vagare da solo in una sorta di limbo spazio-temporale in cerca della propria coscienza e della propria identità e lei non poteva fare nulla per aiutarlo: era troppo. Monica cadde a terra e ruppe il silenzio spettrale del suo tempio con un lungo singhiozzare. Danilo si trovava alla guida della sua macchina nera, sfrecciando per le strade notturne di Roma vestito da prete. La cosa lo divertiva non poco dato che ai semafori le persone lo guardavano incuriosite: un giovane e bellissimo prete alla guida di una macchina sportiva. A lui piaceva sentirsi al centro dell'attenzione e guidare lo rilassava, lo metteva di buon umore. Guidò per il centro di Roma evitando le zone a traffico limitato. Si sentiva libero e sereno. Vagò così per alcuni minuti o ore, non quantificando il tempo che trascorreva. Solo lui, la sua auto e la sua musica. George Michael cantava "I want your sex " e Danilo alzò il volume dello stereo. Un paio di ragazze carine e agghindate per una festa accostarono la loro macchina vicino a quella di Danilo. Quella seduta sul sedile del passeggero abbassò il finestrino. Era una ragazza carina, con un viso d'attrice anche se truccata in modo 119

un po’ provocante: "padre posso farti un pompino?" disse a Danilo scoppiando a ridere. Danilo le lanciò un sorriso, abbassò il suo finestrino e le rispose: "figliola, io sono sposato con Dio, non potrei mai fare sesso con te, a meno che tu on scopi meglio di Lui". Le due ragazze scoppiarono in una risata fragorosa, cosa che infastidì Danilo, che alzò il finestrino e procedette per la sua strada. "Puttanelle squallide, non proverei piacere neanche se vi staccassi la testa durante l'orgasmo" e rise. L'aria era serena e Roma non era neanche tanto trafficata, così Danilo decise di continuare a girare, senza troppi problemi. Gli piaceva stare in macchina, sentirsi cullato dalla vettura e dirigerla dove lui voleva. anche se molto spesso la macchina andava per conto suo. Il piacere per l'automobile gli era rimasto da quando, da bambino, aveva preso l'abitudine di farsi portare in giro da sua madre per le strade della città nelle notti in cui non riusciva a dormire. La macchina lo cullava e lui s addormentava sempre cadendo in una specie di torpore. L'amore per le macchine era poi cresciuto in età adulta quando aveva capito che le vetture, oltre che strumento di relax e piacere, potevano essere uno status symbol. Da quando lavorava e aveva la possibilità di spendere tanti soldi cambiava macchina ogni sei mesi. Andava dietro alla moda delle autovetture. L'automobile per lui era diventata una forma di droga. Doveva avere sempre quella più bella, sempre quella più alla moda. Continuando a girare per Roma si ritrovò in un quartiere un po’ più buio degli altri. Le strade intorno sembravano deserte e sembrava non esserci anima viva. "In che quartiere sono capitato?" pensò tra sé e sé. 120

Come lasciandosi guidare dalla macchina imbucò un stradina semibuia e la percorse lentamente: di cosa poteva avere paura, lui? Abbassò i fari della macchina anche perché l'illuminazione pubblica svolgeva un egregio lavoro donando al quartiere un alone rossastro. La curiosità di Danilo crebbe quando capì che cosa fabbricavano quei negozi con le saracinesche abbassate: lapidi. "San Lorenzo" disse tra sé e sé... un quartiere che non gli era mai piaciuto perché abitato da studenti squattrinati che non potevano avere il suo stile o usare i suoi prodotti o avere accesso ad attività esclusive a cui lui poteva partecipare. Poi successe qualcosa. Come un fantasma che fende la tenebra della notte e si manifesta nella realtà, le apparve una giovane e bellissima fanciulla dalla pelle chiara e dai capelli nero corvino. Stavano capitando cose strane in quel periodo della sua vita per cui non si sarebbe stupito più di tanto se quella creatura fosse stata un fantasma uscito dall'oltretomba per spaventarlo o per portarlo con sé in modo che fosse finalmente punito per i suoi peccati... Danilo accostò la macchina e scese. A Roma era calata un' aria fredda che dava i brividi alle ossa. Danilo si strinse nel suo vestito talare, ormai dimentico del significato dell'abito che indossava. Se mai ne era stato consapevole. La ragazza era affacciata alla finestra che dava proprio sulla strada, una finestra alta da terra circa un metro e mezzo. Era immobile, i capelli corvini sciolti le coprivano quasi completamente il viso. Danilo allungò una mano e le accarezzò i capelli. Aveva capelli lunghi e soffici ma non reagì. Il contatto con i suoi capelli scatenò in lui un istinto primordiale e animale. Era nello 121

stato in cui si sarebbe trovato un suo avo appartenete alla specie dell' homo sapiens se avesse incontrato una bella donna di quel genere nei meandri sperduti di qualche bosco. La ragazza continuava a non muoversi. poi a un tratto qualcosa successe: la ragazza alzò lentamente il suo visino coperto dai capelli. La direzione era quella di Danilo. Il vento cominciò a spostare la sua acconciatura scapigliata e ciò che ne emerse fu un visino dolce ma rigato dalle lacrime. La ragazza poteva avere tredici anni e la sua espressione era catatonica. Danilo, un po’ impacciato dalla tunica che indossava, scavalcò la finestra, prese in braccio la bambina e la trascino con sé dentro casa. La bambina cominciò a stringersi aggrappandosi a Danilo con tutta la foga che aveva. Il contatto con quel corpo acerbo ed il profumo dei suoi capelli furono per lui il più nobile degli afrodisiaci. Ad un certo punto però si accorse che in quella casa c'era qualcosa che non andava. Posò la bambina per terra facendola scorrere lungo il suo corpo. Una donna anziana, di circa settanta anni, giaceva riversa per terra, con la bocca aperta e la lingua srotolata che pendeva verso l'esterno. Si stringeva fortemente il braccio sinistro. Per la prima volta Danilo rivolse la parola alla bambina: "quella è tua nonna?" La bambina fissava il cadavere della donna con spavento. "Sì" ammise con un flebile tono di voce, "è mia nonna". Evidentemente era in stato di choc. Danilo non sapeva che fare: si era trovato catapultato in un situazione drammatica, ma aveva appena ucciso un prete per cui la cosa saggia sarebbe stata non mettersi in guai ulteriori e andarsene quanto prima.. E invece... La bambina cominciò a piangere e corse verso Danilo mettendogli le braccia al collo. "L'hai vista morire?" domandò questi alla bambina che intanto 122

lo stringeva a sé sempre più forte. Nessuna risposta ma Danilo capì comunque come fossero andate le cose: morta la nonna cui era molto legata la bambina aveva subito un forte trauma. Non era in grado di intendere e di volere. Ma quanti anni aveva? tredici, quattordici? E cos'è l'età di una persona quando siamo tutti anime immortali. Danilo la distese sul divano di fronte al letto in cui giaceva la nonna ormai gelata. La bambina non lasciava più la presa così Danilo si sdraiò su di lei abbracciandola , per farle sentire la sua presenza, per farle capire che la avrebbe protetta. Poi, lentamente, la bambina allungò una mano verso Danio e cominciò a massaggiargli l'organo. Danilo ne fu sconvolto tanto che la sua prima reazione fu quella di abbandonare tutto e scappare via da quella casa. Ma quel gesto spontaneo, regalato, fu talmente forte ed emozionante che Danilo gemette di piacere. Aiutò la bambina a tirare il suo pene fuori gli slip, alzando la gonna dell'abito da prete. La bambina afferrò con la sua piccola mano morbida e calda il pene turgido di Danilo e cominciò a massaggiarlo su e giù. Quello che sentì Danilo fu una delle più belle sensazioni che avesse mai provato a questo mondo. Il tocco di un angelo lo aveva graziato, e come resistere al tocco di un angelo? Venne abbondantemente sul corpo di quella bambina, troppo precoce ed esperta per la sua età ma non ancora pronta a raggiungere il supremo piacere. Danilo voleva in qualche modo ricambiare le attenzioni ricevute e la situazione di pace e di dolcezza che quella bambina avevano portato nella su vita... Afferrò con forza le sue cosce e la spinse su per il divano fino a trovarsi faccia a faccia col fiore di lei, un fiore che nessuno aveva ancora mai colto.

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"Danilo" tuonò la voce maschile di Arturo per tutta la casa. "Danilo, vieni da paparino che ha un regalone per te." Danilo sapeva già di cosa si trattava e ne aveva il terrore. A lui non piacevano quelle cose. Aveva solo 13 anni ma sapeva già di essere un uomo, un uomo a tutti gli effetti. Arturo percorse il corridoio fino ad arrivare alla porta della camera di Danilo. Senza bussare entrò e si tolse il kimono. aveva appena fatto la doccia e l'odore del suo dopobarba dava a Danilo un senso di vomito. Nudo, enorme nella sua stazza si buttava nel suo letto e lo violentava come voleva, sempre con dolcezza però. E durante l'orgasmo, quando lo teneva sotto di sé prigioniero come una preda, lo chiamava amore. La Bambina cominciò a mugolare a causa del piacere provocato dal bacio di Danilo. Cercò di essere delicato con lei che sembrava non avere avuto molte esperienze. Il corpo fragile e bianco di lei sotto e sopra quello grosso e definito di lui. La consapevolezza della sua superiorità sessuale gli regalò uno dei più begli orgasmi della sua vita.... Lasciò la bambina così, mezza addormentata sul divano. Davanti a lei il corpo della nonna morta che però Danilo aveva avuto il buon gusto di coprire con un lenzuolo. Che serata Era la sua vita, era così che voleva vivere. Di avventura in avventura. Gli venne in mente quella massima: "vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo". Forse aveva ragione, forse era la sua natura, ma avrebbe potuto fare tutto quello che voleva a patto di una condizione. Avrebbe potuto diventare il re del mondo a patto che vicino a lui fosse sempre rimasta Chiara. Aveva bisogno del suo amore puro e incondizionato. Per prima 124

cosa c'era lei, poi c'erano le esperienze che doveva fare in quanto anima umana intelligente e assetata di conoscere il più possibile di questo mondo. Qualcuno avrebbe potuto parlare di follia, ma lui non era d'accordo: vivere in base ai propri istinti, vivere in base alle proprie necessità e fare tutte le esperienze possibili erano componenti del vero vivere. L'unica cosa necessaria era avere qualcuno di importante con cui dividere la vita, qualcuno da cui andare ad approdare tra le varie tappe del viaggio. E lui era un uomo fortunato perché quel qualcuno lo aveva già trovato: Chiara. La macchina sfrecciava per le vie di Roma. Danilo era ubriaco di passione e di vita. Sulla sua bocca ancora il sapore della bambina. Era la prima volta che si sentiva così, quasi rapito in una sorta di estasi perenne. La realtà diventava un gioco. E lui era il protagonista. L'eroe che doveva attraversare mille peripezie prima di giungere a casa dalla sua bella Penelope che tesseva e disfaceva la tela nell'attesa che il suo amato tornasse a casa. "Cretino", tuonò una voce dietro di lui. Danilo fu pervaso da un terrore esagerato, forse amplificato dallo stato di allucinazione in cui si trovava. Continuò a guidare, ma era il corpo, non la mente, a gestire tutte le opzioni. "Cretino". Questa volta Danilo si accostò in una piazzola di sosta, immersa nel buio. "Sono solo in macchina." Guardò lo specchietto retrovisore, spaventato dalla possibilità che dietro ci fosse qualcuno. Ma non vide niente. Prese il coraggio a due mani e cominciò a girare la testa per accertarsi che i sedili posteriori fossero vuoti. "Non ti girare o ti ammazzo, cretino." 125

"Chi cazzo sei?" Continuando a guardare davanti a sé timoroso dalle minacce ricevute Danilo cominciò a tremare. Aveva riconosciuto la voce o, più che altro, l'odore. "Sono Lucifero, Zucchero, e sono venuto a prenderti". "Bastardo maledetto cane" esplose Danilo e finalmente trovò il coraggio di girarsi. "Non ti permettere mai più di chiamarmi così oppure..." "Oppure che fai, mi ammazzi? Non lo hai già fatto? Zucchero?" L'odio verso quell'uomo era uno dei punti fermi della vita di Danilo, lo era stato fin dai tempi in cui aveva cominciato a fare parte della sua vita. Una sera, lui era piccolo, la madre lo aveva portato a cena a casa loro, poi una seconda cena ed infine era finito col trasferirsi a casa sua. E col rendere la sua vita un inferno. "Ti sei fatto una bambina, sei uguale a me. Non sai da quanto tempo aspetto questo momento. Potrei morire anche altre mille volte, ma mai mi priverei di questo momento. Sei uguale a me. Sei come tuo padre." "Tu non sei mio padre, pezzo di merda. Tu sei..." "Io sono la persona che più ti ha amato a questo mondo. Neanche tua madre ti ha amato come ti ho amato io." Danilo cominciò a piangere di rabbia. Qeull'uomo che aveva rovinato la sua vita, che aveva reso infelice lui e aveva regalato a sua madre una falsa felicità era tornato dalla tomba con chissà quale progetto mefistofelico. E lui si sentì piccolo e debole come quando aveva nove anni. "Tu hai nove anni, sei sempre il mio zucchero. Adesso ti vesti da prete, vai in giro ad ammazzare la gente, stupri le bambine e forse sei anche un po’ frocio. Ma le cose non cambiano. Tu sei diventato come me. Tu che mi hai odiato, e disprezzato e 126

ucciso. Adesso sei vittima delle mie stesse pulsioni." Danilo rimase in silenzio. Si asciugò le lacrime e poi smise di singhiozzare. Stava vivendo un incubo ma era abbastanza lucido da capire che aveva bisogno di aiuto. Non voleva vedere i morti. Soprattutto quel tipo di morti. "Io ti ho dato affetto, protezione, ti ho amato e rispettato. Se fossimo vissuti in un altro periodo storico avrei potuto essere un mentore per te, un maestro, una guida. E tu non mi avresti odiato" "Tu mi hai violentato, hai abusato di me, mi hai fatto del male fisico e psicologico. Io ti odio. Se credi che io sia come te ti sbagli. Io ho una cosa che tu non hai. Io ho l'amore. Io mi nutro per amore, io respiro amore e passione." Una risata fragorosa invase l'abitacolo in modo talmente violento che quasi rischiò di spaccare i vetri. Danilo si coprì le orecchie per proteggersi dal fragoroso rumore. Mise in moto la macchina e ripartì. Di nuovo senza meta, sfrecciando per le strade di Roma. Strade deserte. Il mostro non parlava più ma Danilo ne sentiva la presenza. Che faccia tosta paragonarsi a me. Io non sono come lui. Io sono uno che vive di istinto, passione e libertà. Io sono un che vive d'amore. La consapevolezza che emerse da quel pensiero fu come una sferzata di forza e di vitalità. Danilo capì che forse per lui una possibilità di redenzione c'era: era il vero amore e lui lo aveva trovato. Non avrebbe fatto la fine del suo patrigno e ora lo sapeva. Grazie a quella apparizione adesso aveva capito che per essere felice non doveva lasciarsi trasportare dall'istinto. Cosa che lo avrebbe trasformato in un animale. Doveva vivere solo per amore. Avrebbe spezzato per sempre il giogo di quelle violenze e di quei frammenti di vita. Forse ce l'avrebbe fatta. Ma sì. Oh quante rivelazioni quella sera. E tutte così contrastanti! 127

Si pentì di colpo di tutto il male che aveva fatto. Si pentì di aver ucciso quella donna in quella squallida cantina, il povero Nick. Povero. E anche l'odioso prete. Sì padre Mattei. e quanto altro sangue ancora avrebbe potuto spargere se non si fosse reso conto che ciò di cui aveva bisogno veramente era solo amore. Oh amore, sì. E lui l’aveva trovato ed era felice. E il suo odioso patrigno avrebbe avuto la sua delusione. Danilo non sarebbe stato mai più come lui. Mai più come lui. Da quel momento. Fermò la macchina senza neanche accorgersene. Non sapeva dove si trovasse di preciso ed era in uno stato di trance talmente profondo che riconosceva solo la familiarità di quella strada dove si era fermato ma non sapeva coscientemente dove fosse. Era lì, spaventato distrutto e impaurito. In macchina. E il suo patrigno gli alitava sul collo dal sedile posteriore. "Guarda, guarda davanti a te" sussurrò il mostro con una voce da orgasmo. Danilo alzò lo sguardo ma a prima vista non capì. Due persone davanti a sé che si abbracciavano. Gli sembrò di distinguere un uomo e una donna . Poi le immagini piano piano cominciarono ad acquisire chiarezza e consistenza. Lui lo conosceva. Lo aveva visto di già. Ma sì... ma dove? Ah ecco. Un chiesa; il funerale.. Quello stesso giorno. O mio Dio sembrava un eternità. Sì. Sì ecco: lui è l'amico di Chiara quello che è venuto a trovarla. Ma chi bacia? Ma chi è quella ragazza bionda che sta toccando in ogni parte del suo corpo con così famelico ardore? O no... ti prego Dio, non farmi questo, e poi davanti a lui... No. No. "Tu sei uguale a me, nessun amore ti salverà. Nessuna donna ti guarirà dalla malattia. Tu sei come me." 128

Capitolo 9 La stanza era immersa nel buio a parte qualche spiraglio di illuminazione pubblica che filtrava dalle tapparelle. Monica non riusciva a prendere sonno, anzi era sempre più agitata, ma non riusciva a muoversi dal suo letto. Aveva paura che qualsiasi suo movimento avesse potuto avere una reazione sconvolgente ed essere la causa, per esempio, di un' apparizione ecptoplasmatica non gradita. Era sempre stato così: dopo un' operazione magica rimaneva sempre talmente spompata di energie che non riusciva a muoversi e avanzava in lei il terrore che se qualcosa di soprannaturale fosse accaduto, non avrebbe avuto le forze di strega per reagire. I suoi capelli neri ricadevano splendidamente intorno al suo viso e lo illuminanavano di una luce mistertiosa. Dopo un' ora che continuava a fissare il soffitto completamente bianco, e a inalare l'odore persistente dell'incenso ecclesiastico e del dittamo di Creta che ormai permeava ogni fibra della casa, cadde in un sonno che da leggero divenne sempre più profondo. Si ritrovò in una foresta scura, immersa in mezzo agli alberi. Indossava solo una veste di pelle di animale e stivaletti dello stesso materiale. Le venne da sorridere. Dopo anni e anni nell'esercizio della stregoneria aveva imparato a conservare una coscienza critica durante i suoi sogni. Riusciva a sapere che stava dormendo e che quello che faceva era parte di un sogno. 129

Certe volte riusciva ad invadere anche i sogni degli altri spostandosi nella mente di un'altra persona. Ma non era ancora bravissima in questo, per cui, quando il sonno da più leggero diventava più pesante, lei perdeva la sua coscienza e cominciava a sognare come tutti gli altri esseri umani. Adesso era pienamente presente a se steesa. Sorrideva vedendos’ così, vestita di stracci di animali. Il luogo in cui si trovava sembrava calmo. Il bosco era buio, ma grazie al cielo terso e alla luna piena, riusciva a vedere abbastanza bene intorno a sé. Un rumore interuppe la serenità della scena. Fu un rumore improvviso che di primo acchitto le ricordò il rumore emesso da una vecchia macchina a benzima smarmittatata che si accende. Dopo lo spavento iniziale ricominciò a sorridere: che ci fa una macchina in mezzo alla jungla a quest'ora di notte. e io che ci faccio qua? Poi qualcosa si mosse tra i cespugli. Monica rimase paralizzata dal terrore. Dal fruscio delle foglie emerse una bestia enorme: una grandissima tigre bianca, con la pelliccia striata di nero. La trigre guardò con sguardo incuriosito la ragazza che intanto era congelata in una posa plastica, in attesa. "Che ci fai qui, bella ragazza?" La paura allora si dileguò lasciando in lei il senso di divertimento che le procurava quella scena. Monica non ce la fece più a rimanere seria e scoppiò in una fragorosa risata. Quando manteneva la coscienza critica nei sogni tutto ciò che accadeva sembrava non avere alcun senso logico e spesso le varie situazioni in cui si veniva a trovare la facevano morire dal ridere. Tanto sapeva che qualsiasi cosa le fosse successo non avrebbe potuto danneggiarla, almeno fisicamente. Non di rado dopo essersi svegliata capiva il senso metaforico 130

di ciò che aveva vissuto nel sogno e quando ciò accadeva era come una folgorzione. "Che ci fai qui, bella signorina?" La tigre continuava a rimanere con la stessa espressione iniziale, per niente offesa dalle risate di Monica. "Non lo so, signora tigre, sono andata a letto ubriaca e forse questo è l'effetto dell'alcool, l'hai fatto tu il rumoraccio di prima?" La bellissima tigre bianca allora fece un sorriso, si alzò su due zampe e per magia divenne una fanciulla, vestita di bianco fasciata in un velo che la ricopriva fino ai piedi. La testa era incoronata da un cappuccio per cui Monica riusciva avedere solo il mento della ragazza. Monica rimase di gelo, adesso davanti si ritrovava una ragazza della stessa sua altezza; e la tigre era sparita. "Questo è per te, conservalo bene. E' un dono che gli Dei fanno solo una volta nella vita." La voce della Dama era la stessa della tigre La Dama vestita di bianco prese da una tasca una specie di sfera dorata, che emetteva una strana e tenue luce, e la porse a Monica. Monica non sapeva che fare. Conservava la sua coscienza critica per cui sapeva di stare sognando, ma era la prima volta che uno dei suoi sogni prendeva una piega così mistica. Non credeva di essersi portata nel sogno abbastanza intelligenza per riuscire a capire appieno la stuazione. Così, come faceva in tutti i sogni, agì d'istinto. Allungò le mani verso al sfera e la prese con sè. La sfera era molto più brillante di quanto avesse imaginato al primo avvistamento. Ed era anche calda. "Cos'è" chiese Monica alla misteriosa Dama bianca. "Questa è la Scintilla Divina" A quella risposta Monica, dopo qualche secondo di gelo, cominciò a pinagere. Sapeva ciò che significava. Lo aveva letto 131

e studiato da qualche parte ma il sonno stava diventando sempre più profondo per cui non riusciva a ricordare dove aveva sentito parlare della Scintilla Divina per la prima volta. Però sapeva cos'era. "La fonte dell'eterna giovinezza, la Pietra Filosofale, vedila come vuoi ma tant'è." La Dama cominciò a ridere, con una risata eterea ma con un suono che a Monica sembrava di ricordare. "Come mai mi merito una cosa del genere?" "Lo dici come fosse un castigo" rispose la Dama Bianca "da quello che mi dicono vuol dire che da adesso in poi non morirai più, e quando morirai nella prossima vita saprai chi eri nelle precedenti e conserverai la tua vera Identità. Da oggi in poi per te i secoli non avranno significato Penso sia questo il concetto di vita eterna." Adesso Monica cominciava a ricordare dove aveva letto il tutto e come funzionava. Ma lei era veramente degna di ricevere l'Oro dei filosofi? "Certo che lo sei, hai sempre aiutato gli altri nella tua vita, premettendo la loro felicità alla tua. Hai acquisito un grado superiore. Ma c'è ancora così tanto da fare..." Monica seguiva parola per parola ciò che la Dama Bianca profferiva. Il tono della voce, il suo intercalare, adesso le erano familiari. La luna cominciava a tramontare e adesso il bosco diventava più scuro e rumoroso. "Adesso svegliati" disse la Dama Bianca a Monica ma questa si avvicinò a lei per ringraziarla, baciandole la mano. Quando la Dama capì che la ragazza si stava avvicinandi un po’ troppo si scostò violentemente e così facendo fece cadere il cappuccio che le ricopriva la faccia. Quello che Monica vide fu orribile: il bellissimo viso di sua zia Marianna, adesso era tumefatto dalle piaghe della Morte, i 132

suoi capelli impiastrati di sangue e le sue mani, che erano uscite dal mantello alla ricerca del cappuccio, erano bruciate. La Dama si girò ancora una volta verso Monica, l'espressione non era più quella dolce e serena che la zia le riservava un tempo, ma dimostrava un'angoscia che la faceva sembrare coperta da una maschera di terrore. "Ormai è tardi Monica, tardi." Monica si svegliò urlando. Era sola nell'appartamento per cui nessuno poteva sentire. Dopo aver realizzato quello che era successo capì di aver fatto un sogno premonitore, come le capitava da bambina, quando la notte sognava le domande dei test di storia che avrebbe dovuto svolgere l'indomani. Questa volta la cosa era più seria. La sua adorata zia, colei che le aveva insegnato l'arte della stregoneria, morta da tempo, era venuta in sogno per avvertirla di qualcosa e sembrava in difficoltà anche lei. Dopo la sua morte non le era mai apparsa in sogno, in vita le aveva insegnato che i morti tornano solo per un motivo importante. Oltre ad averle conferito un grado spirituale più elevato era come se avesse voluto avvertirla di qualcosa di molto importante. Indossò un paio di jeans e una maglietta presi a caso dal suo armadio, prese le chiavi della macchina dal cassette della scrivania e uscì dalla sua camera. Passando in soggiorno buttò uno sguardo verso l'orologio e si accorse che erano le quattro e mezzo del mattino. Il tempo stava cambiando, e piano piano l'estate avrebbe lasciato il posto a un inverno umido e particolarmente freddo. Claudio lo capì guardandosi intorno e sentendo su di sé il gelo della brezza mattutina. Scese dalla sua Toyota rossa e si avviò verso la questura. Era da qualche giorno che arrivava molto presto al lavoro, da quando una serie di morti efferate e apparentemente 133

inspiegabili avevano cominciato a macchiare la città di Roma. Prima un ragazzo gay trovato in fin di vita, poi il suicidio del suo ex compagno e prima ancora la strana sparizione di una donna incinta. Ed era toccata proprio a lui la responsabilità di risolvere quei casi. Sin da piccolo aveva amato i gialli, aveva giocato a Cluedo e aveva sempre vinto. Anche da grande, nella sua professione, aveva ricevuto grandi onori risolvendo casi a prima vista inestricabili, e tutto ciò grazie al suo pragmatismo. E grazie anche al suo amico Danilo. Era lui infatti il suo alter ego, la sua fonte di ispirazione. Non di rado si era ritrovato a discutere con Danilo di un caso apparentemente senza capo né coda se visto sotto la prospettiva della più ferrea e pragmatica logica e che Danilo invece aveva contribuito a ricostruire grazie a un colpo di intuito. Certe volte invidiava il suo amico proprio per questo: per la visione fantasiosa e intuitiva che questi aveva della vita e che applicava a tutto, dalla vendita di una casa (cosa in cui era bravissimo) alla soluzione di un puzzle, alla risoluzione di un delitto. Claudio era molto più pratico e formale ma certe volte il pragmatismo non bastava. Quel giorno aveva intenzione di occuparsi a tempo pieno dell'omicidio di Nick e del suicidio del suo ex amante. Voleva riuscire a studiare tutti i dettagli del caso per poter sintetizzare e razionalizzare i due eventi. Si trattava davvero di un'aggressione a sfondo sessuale su un prostituto e poi del suicidio del suo ex amante ancora innamorato alla notizia della morte del giovane? Oppure c'era dell'altro? Per lui, con il solo uso della logica ferrea, il caso era chiuso: ragazzo muore dopo aggressione in un luogo di battuage gay e suo innamorato si suicida alla notizia. 134

Avrebbe chiuso il caso seduta stante se non fosse stato per una piccola sensazione, una minuscola briciola di dubbio avuta durante il funerale di Nick, il giorno prima. Monica gli si avvicina e lo guarda fulminandolo con i suoi grandi occhi neri, occhi determinati e sicuri: "Nick non si prostituiva, è stato portato lì con la forza per far credere quello che tutti credete, e la morte non ha ancora finito di colpire." Ciò che aveva stupito Claudio era stato il fatto che Monica, non sapendo ancora del suicidio di Massimo Introcaso, aveva indovinato sul fatto che la morte aveva continuato a colpire. Da quel momento Claudio aveva visto rafforzata la sensazione che qualcosa non quadrasse. Le indagini fino a quel momento avevano portato a confermare la situazione così come era apparsa sin dall'inizio e a concentrare la caccia all'uomo sugli ambienti della prostituzione omosessuale. Dai primi interrogatori era però emerso che nessuno dei frequentatori di quei luoghi conosceva Nick Mai visto. Mai conosciuto. E allora che ci faceva quella sera lì, in quel posto, dove si era recato subito dopo aver cenato con lui, Danilo e Chiara? E come faceva Monica ad essere così sicura di quello che diceva: che Nick fosse stato ucciso e portato lì per sviare le indagini? Avrebbe dovuto chiudere il caso il più in fretta possibile. Non c'erano prove a sostegno di nessun'altra ipotesi se non quella dell'omicidio di un prostituto in un luogo di battuage. Eppure il suo intuito gli diceva che c'era qualcosa che non andava, Di solito non l'avrebbe ascoltato e sarebbe andato avanti con l'uso della ferrea logica matematica ma era stato colpito dalla determinazione delle parole di Monica. Una ragazza un po’ strana, seguace di culti misteriosi, ma molto carismatica e intuitiva. Aveva deciso di parlare con lei per avere qualche altro spunto 135

per il suo caso. Magari le sue fantasie erano meno vacue di quanto sembrassero in apparenza. L'avrebbe fatta convocare in mattinata. Ma non sapeva che l'avrebbe rivista prima di quanto immaginasse. Monica sfrecciava per le strade semibuie di Roma. In macchina solo lei e i suoi incubi. Ogni tanto si guardava il palmo della mano su cui in sogno aveva ricevuto la Scintilla di Luce dalla zia Marianna. Che cosa voleva dire quel sogno? Alla luce del giorno lo interpretava come la metafora di un passaggio di livello, di una crescita spirituale.. Sua zia le aveva insegnato che la Stregoneria procede per gradi e che con l' esercizio magico, lo studio e la preghiera si ottiene il passaggio da un livello ad un altro. Le aveva detto che il primo gradino da raggiungere era uno dei più importanti. Era la conquista delll'Oro dei Filosofi, la Pietra Filosofale. Ciò rappresentava un ulteriore sviluppo dei suoi poteri di veggenza e di intervento pratico tramite la magia. Molto spesso questo passaggio di grado avveniva in sogno. Ma il sogno di quella notte non significava solo questo. Sapeva che c'era dell'altro. Come mai anziché essere festosa la zia aveva un'espressione da funerale? E qual'era il pericolo che voleva comunicarle? Forse si trovava in pericolo di vita? Il suo intuito le diceva di sì. Un brivido freddo le percorse la schiena… Avrebbe voluto avere il potere che le streghe del medioevo usavano per volare sulle scope e spostarsi da un posto a un altro. Ma sapeva che quel potere non era mai esistito e che era una semplice metafora dei viaggi interiori compiuti dalle streghe sotto l'effetto di stupefacenti naturali. Dopotutto nel ‘300 non c'erano le discoteche. La paura che qualcosa di terribile stesse incombendo su di lei 136

le attanagliava lo stomaco. Ma un altro timore si stava facendo avanti. Chiara. Qualcosa le diceva che la sua amica non stava bene oppure che Chiara avrebbe potuto aiutarla in qualche modo. Non sapeva il perché di quella sensazione che era comparsa improvvisamente dal nulla. Ma in vita sua aveva imparato a fidarsi del suo intuito. E poi non aveva voglia di restare da sola. Voleva stare con qualcuno che capisse cosa lei stava passando per la morte di Nick e con cui potesse parlare delle cose strane che le stavano succedendo. Chiara era al corrente del fatto che Monica fosse una strega anche se era troppo razionale per crederci. Però la ascoltava affascinata quando la sua amica le faceva strani racconti sui suoi rituali e la sua magia. Spinse il pedale dell'acceleratore diretta alla casa della sua amica. Andrea Salvati stava facendo footing per le strade deserte di Roma. Da quando, cinque anni fa, gli avevano diagnosticato un cancro alla prostata aveva promesso a se stesso che se fosse guarito avrebbe fatto di tutto per rimanere in salute. Avrebbe abbandonato il vizio dell' alcool, del fumo, e avrebbe corso qualche chilometro ogni mattina per fortificare il corpo. Dopo un anno di tormenti che non avrebbe mai più dimenticato, si ritrovò il suo medico davanti, con una cartelle clinica in mano e una buona notizia per lui. Da quel giorno aveva corso e corso e corso ogni mattina, come inno alla salute e alla vita. Da allora aveva cercato sempre di vivere una vita calma e serena, lasciando correre i problemi e chi glieli procurava. Aveva cominciato a fare l'agente immobiliare rispondendo per caso a un'inserzione. E poi aveva conosciuto Danilo Boni. Era un bravo ragazzo, molto preciso e puntuale, con cui aveva subito legato. Avevano cominciato a collaborare sulle vendite e 137

si erano scoperti commercialmente molto simbiotici. Messi un po’ di soldi da parte avevano aperto una agenzia per conto proprio per aumentare i guadagni. E ci erano riusciti. In pochi anni si erano arricchiti sfruttando il boom della compravendita immobiliare di Roma nei primi anni duemila.. Alla fine Andrea si era sempre più occupato di contabilità mentre Danilo aveva cominciato a specializzarsi nell'intermediazione di compravendite di immobili di lusso. Andrea non era invidioso: Danilo era un bellissimo ragazzo e il fatto che fosse richiesto per immobili di un certo livello aumentava comunque il profitto della società. In questi ultimi tempi le cose erano cambiate. Danilo era più scostante, non era puntuale e spesso dava buca ai clienti. Andrea aveva dovuto sacrificare anche il suo tempo per seguire gli impegni del socio. Ma ciò che più gli dispiaceva era vedere il suo socio così scostante e chiuso. Lo conosceva bene per cui era quasi certo di poter affermare che gli stesse succedendo qualcosa di grave. Che si fosse scoperto malato? In quel caso gli avrebbe potuto dare tutto il sostegno di cui aveva bisogno, lui ci era passato. Ma no, forse stava esagerando, forse il suo socio era solo un po’ teso e aveva bisogno di ferie. Certo aveva cominciato anche a mancargli di rispetto: il giorno precedente un cliente di Danilo si era presentato in ufficio perché aveva un appuntamento per andare a visitare un immobile. Danilo, come era successo altre volte in quei giorni, non si era presentato all'appuntamento, senza avvertire. Andrea allora si era offerto di accompagnare il cliente a vedere l'immobile a cui era interessato, ma non trovando le chiavi in ufficio aveva chiamato Danilo per chiedere spiegazioni: "Ciao, c'è qui il sig. Berelli, aveva un appuntamento con te per vedere la villa di Nardi". Dopo qualche secondo di pausa Danilo aveva risposto: "Ce le ho io le chiavi." 138

"Lo sai che le chiavi vanno tenute in ufficio" "Sta lontano da quella casa, Andrea." Andrea si era allontanato dal cliente raggiungendo l'ufficio vicino e facendo un cenno di attesa in direzione dell'uomo. "Ma che dici, quando la vendiamo quella casa se non mi dai la possibilità di farla vedere." "E' già venduta." Andrea era rimasto basito. Era la prima volta che vendevano una casa e non festeggiavano stappando una bottiglia di champagne per l' affare concluso. "E chi l' ha comprata?" La risposta gli fece capire quanto il suo amico e socio fosse distante da lui e che forse fosse arrivato il tempo di procedere ognuno per la sua strada. "Io, e adesso lasciami in pace, ci sentiamo dopo". L' i-Pod trasmetteva musica classica ma ciò non bastava a rilassarlo e a togliergli l'amaro in bocca che provava quella mattina: quel giorno avrebbe preso di petto Danilo e gli avrebbe dato un ultimatum: o si ritornava alla puntualità e al rispetto di una volta oppure avevano chiuso, e come amici e come colleghi. Quei pensieri lo distrassero a tal punto che quasi rischiò di morire. Scendendo il marciapiede per attraversare la strada non si accorse di una macchina che sfrecciava a gran velocità nella sua direzione. La macchina frenò lasciando due strisce nere sull'asfalto. L'automobile si fermò a due centimetri da Andrea che si appoggiò al cofano del veicolo e cadde a terra più per lo spavento che per l'urto, di per sé leggero. Lo sportello della macchina si aprì e scese una ragazza, mora dagli occhi neri e vestita con un paio di jeans e maglietta bianca. 139

"Signore, signore, si è fatto male?" Andrea si rialzò. No, non si era fatto nulla. "Se vuole l'accompagno all'ospedale" Andrea non aveva udito nulla, il suo lettore i-Pod pompava musica nelle cuffie a un volume esagerato. Lo spense. "La porto all'ospedale?" "No signorina", sorrise alla ragazza e riprese a correre come se nulla fosse. Monica risalì in macchina e ripartì, promettendo a sé stessa che non avrebbe cercato di non uccidere più nessuno quella mattina. Dalla specchietto retrovisore si accorse che l'uomo che aveva appena investito aveva ricominciato a correre per la sua strada. Claudio era seduto dietro la sua scrivana. Beveva una tazza di caffè americano bollente e intanto sfogliava tutti i dossiers sull'omicidio di Nick e altre scartoffie che comprendevano anche dichiarazioni rilasciate da chi conosceva lui e il suo ex ragazzo. Solo in quel momento realizzò che si stava occupando di un caso in cui i protagonisti erano due persone omosessuali. Forse gli sarebbe servita la consulenza di qualcuno "più esperto". Lui non aveva mai avuto una storia gay, neanche nella fase adolescenziale, in cui la cosa sembra, a detta di molti, normale e transitoria. Era vero che ogni tanto si fermava ad ammirare la bellezza di un ragazzo particolarmente appariscente che gli passava accanto, ma la sua era una contemplazione puramente estetica e non attrazione sessuale. Certe volte rimaneva abbagliato anche dalla bellezza del suo amico Danilo, dai suoi occhi castani, lineamenti perfetti e capelli biondi, ma anche in questo caso si trattava di pura ammirazione estetica. 140

Tutt'altra cosa era l'affetto che provava per lui. Erano cresciuti insieme, si erano aiutati in periodi della loro vita molto difficili, soprattutto Danilo aveva avuto bisogno di aiuto, a causa del suo carattere un po’ più scontroso e sensibile allo stesso tempo. Ma tant'è, nell' amicizia non si fanno calcoli su chi dà e su chi riceve di più. L'amicizia esiste e basta. Pensò che era da un po' che non faceva due chiacchiere come si deve col suo amico, e che l'ultima volta che l'aveva visto era al funerale di Nick, il giorno precedente. Ma che ci faceva lì? Lui odiava i funerali e l'ultimo a cui aveva partecipato era quello di sua madre. Sicuramente era andato a dare sostegno a Chiara. Quella ragazza gli aveva fatto perdere la testa e prevedeva che lo avrebbe visto sempre meno quel periodo. Sapeva che quando Danilo si innamorava, per stare con la ragazza che aveva scelto metteva da parte tutto e accantonava anche la loro amicizia. Salvo poi ritornare da lui quando immancabilmente la storia era finita. A Claudio ciò non importava, sapeva che la loro amicizia sarebbe durata per sempre e che in ogni caso anche lui era meno presente quando si innamorava di una ragazza. La vita è così: si deve sempre sacrificare qualcosa per qualcos'altro. Qualcuno bussò alla porta. Era il suo assistente Giorgio, con un'aria malaticcia e una faccia pallida: poco prima gli aveva confidato di essersi preso un brutto raffreddore, forse a causa dell'aria condizionata dell'ufficio. "Ispettore, c'è qui una persona che desidera vederla con molta urgenza". Claudio si girò di 180 gradi con la sua poltrona girevole e guardò l'orologio a muro che si trovava dietro alle sue spalle. "Chi è che mi cerca alle 6 del mattino?" chiese parlando a voce alta ma rivolgendosi più che altro a sé stesso. Una ragazza mora, alta e dall'aria preoccupata fece il suo 141

ingresso nella stanzetta. Giorgio la fissò per un momento e poi riconobbe Monica, la coinquilina di Nick che lui stesso aveva interrogato qualche giorno addietro e che aveva anche intravisto al funerale del ragazzo. Senza fare tanti complimenti la ragazza si sedette sulla sedia di fronte la scrivania di Claudio e si mise a fissarlo, braccia conserte, come se fosse infreddolita e stesse cercando di organizzare mentalmente il discorso da fare. "Come posso aiutarla, signorina?" esordì Claudio rompendo il silenzio. Giorgio era uscito e aveva chiuso la porta dietro di sé. "Una mia amica è sparita." Claudio acuì lo sguardo e la fissò con espressione incuriosita, non sembrava totalmente in sé e non sembrava neanche la ragazza a cui qualche giorno prima aveva dato il biglietto da visita dicendole di rivolgersi a lui se le fosse tornato in mente qualcosa di importante sul conto di Nick. Se il giorno in cui l'aveva conosciuta era disperata per la morte dell'amico, adesso aveva un'aria assente. "Chi è questa amica?" "Si chiama Chiara ... " Claudio sgranò gli occhi. Si ricordava della ragazza, anzi stava pensando a lei proprio qualche minuto prima, in relazione alla sua storia che aveva con Danilo. "In che senso è sparita? Da quando?" Facendo questa domanda pensò che se Chiara fosse scomparsa Danilo lo avrebbe sicuramente chiamato per chiedere aiuto. Da quanto non lo sentiva? Dal giorno precedente? "Sono stata a casa sua neanche dieci minuti fa, lei non c'è e le sue coinquiline non l' hanno vista rincasare." Monica guardò il vuoto ed emise un sospiro. "Non è possibile che sia andata in discoteca e che debba 142

ancora rientrare?" Monica lo guardò con un'espressione che poche volte aveva fatto in vita sua. "Guardi che a quella età è normale trascorrere una nottata fuori con gli amici o il ragazzo. Anzi, dato che il ragazzo io lo conosco, se può farla stare tranquilla provo a chiamare lui, magari sono insieme." Monica distolse lo sguardo, poi sopirò: "può chiamare chi le pare, le è successo qualcosa, qualcosa di brutto, lo sento." Claudio guardò Monica con una stretta al cuore. Quella ragazza aveva da poco perso il suo amico, a cui a quanto pare era molto legata e aveva accumulato per giorni una grande quantità di stress. Da quanto non dormiva? forse stava per esplodere. Claudio alzò il ricevitore del telefono sulla scrivania e compose il numero di cellulare di Danilo. Se l'amico avesse risposto avrebbe avuto una reazione non buona: Danilo non amava essere svegliato presto. Spento. Compose anche il numero di casa ma il telefono squillò a vuoto. Riprovò, ma niente. "Visto, non è con lui, le è successo qualcosa." La determinazione della ragazza lo stava innervosendo. E pensare che il giorno prima era stato colpito dal suo intuito e dalla sua verve tanto da decidere di prendere in considerazione le sue ipotesi e di cercare qualche altra pista, oltre a quella dell'omicidio a sfondo omosessuale, per risolvere il caso di Nick. "Vogliamo starcene qui a guardarci tutta la mattina? Se non viene con me la vado a cercare da sola". Adesso il tono della ragazza si era fatto aggressivo. "Io ho visto la sua amica ieri pomeriggio verso le diciotto, non sono neanche le sei di mattina, per denunciare la scomparsa di 143

una persona devono essere passate almeno ventiquattro ore." Monica si alzò, fece per andarsene ma subito prima di uscire si girò verso Claudio e disse: "si pentirà di non avermi aiutata." Uscì sbattendo la porta. Claudio ricadde nel silenzio e in uno stato di torpore. La visita della ragazza lo aveva turbato: le faceva pena. Ma adesso doveva focalizzarsi totalmente sul caso, senza lasciarsi distrarre. Era sicuro che Chiara fosse da qualche parte a divertirsi, magari a sbronzarsi per dimenticare il funerale del suo migliore amico e che si sarebbe fatta viva presto. Si rimise ad analizzare le carte che aveva davanti e si ripropose di interrogare i genitori di Nick approfittando della loro permanenza a Roma ancora per un giorno. La porta dell'ufficio si aprì e Claudio fu sorpreso dal vedere Giorgio che, con una faccia ancora più stravolta di prima, era entrato senza neanche bussare. Non era nel suo solito. "Ispettore, hanno appena telefonato, il corpo di Padre Domenico Mattei è stato ritrovato massacrato nella sua stessa chiesa." La temperatura calda dell'ambiente e l'ora mattutina lo avevano intorpidito ma quella notizia fu come una doccia fredda che rimise in movimento tutti i suoi sensi. Claudio si alzò, si infilò la pistola nella fondina, prese le chiavi della volante e si precipitò in direzione dell'uscita. Monica rimase dietro la parete ad osservare l'ispettore e il suo assistente che si precipitavano in fondo al corridoio. Forse adesso qualcuno avrebbe capito che stavano accadendo cose strane, cose molto strane.

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Capitolo 10 Danilo girava per la stanza coi vestiti di padre Mattei ancora indosso. Non sapeva cosa avrebbe fatto di preciso: la situazione gli era letteralmente sfuggita di mano. Quella sera stessa aveva avuto il proposito di mettere la testa a posto, di non commettere più omicidi e di curarsi. Sì, di curarsi. Aveva realizzato che la sua voglia di uccidere, la sua sete di sangue, provenivano da uno stato di malessere che era da ricercare nei fatti terribili e luttuosi che lo avevano colpito per tutta la vita. Quando finalmente aveva deciso di affrontare le sue paure, i suoi demoni e di abbandonare il mondo di tenebre in cui aveva vissuto per quasi tutta la sua vita adulta, tutto era crollato. Aveva ucciso padre Mattei, che per la sua presunzione cattolica era diventato per lui il simbolo della costrizione e della violenza. Il simbolo della privazione della libertà insito nella morale cattolica. Uccidendolo aveva pensato che finalmente avrebbe trovato la libertà, uccidendo lui avrebbe ucciso i demoni del passato. Una nuova vita adesso lo attendeva: una vita fatta d'amore e di rispetto con la sua amata Chiara. Chiara, che col suo sorriso gli ricordava sua madre, che con la sua dolcezza lo aveva cambiato e gli aveva fatto prendere la decisione più importante della sua vita: voleva stare con lei. Lei, così pura. Lei, così pulita. Si sarebbe trasformato e sarebbe diventato degno di lei. Puro e 145

pulito come lei. Ma poi il suo patrigno, il suo mostro del passato era tornato e lo aveva guidato verso la realtà. Con non poca soddisfazione gli aveva indicato che tutto ciò che stava per abbracciare era solamente un fuoco fatuo. La ragazza che lo aveva redento, per cui avrebbe rinunciato alla cosa più bella che le era capitata dopo la morte di sua madre, uccidere, adesso si era dimostrata per quello che era veramente: una puttana come le altre. L'immagine di lei abbracciata a quel ragazzo biondo, l'immagine di lei che lo bacia con passione,e che si fa toccare ovunque con altrettanto ardore. Non poteva sopportarlo. Si sedette sul divano ricoperto di cellophane della casa che pochi giorni prima aveva deciso di acquistare, della casa in cui sarebbe fiorito il suo amore, della casa in cui aveva ucciso quella donna che poi aveva scoperto essere incinta. Aveva superato sé stesso in mostruosità e pazzia in quel giorno? "No figliolo, il peggio deve ancora venire." Danilo si voltò nella direzione da cui proveniva quella voce. Vide il patrigno, seduto sulla poltrona alla sua destra, una sigaretta nella mano e un ghigno diabolico stampato sul muso. " Non è per rinfacciarti che avevo ragione io, ma quella lì è una puttana." Danilo rimase in silenzio, un silenzio interminabile. "Quella è una puttana, come tutte le donne. E come tua madre." A questa ultima provocazione Danilo non fu in grado di resistere, si alzò e si precipitò verso il patrigno, disteso sulla poltrona e completamente rilassato. Questa volta lo avrebbe ucciso. Lo avrebbe preso a pugni fino a sentire le ossa del cranio che si spezzavano dentro la sua testa. 146

Adesso non era più un bambino, non doveva subire più i suoi insulti e le sue violenze. E soprattutto non poteva permettergli di offendere la memoria di sua madre. "Aspetta!" disse una voce femminile dietro di lui. Danilo si fermò. colto da una sensazione che non aveva mai provato in vita sua: un misto di felicità suprema, ma anche di paura terribile. Si girò lentamente verso la direzione da cui era provenuto quell' ordine. La paura era tanta. Come poche volte in vita sua. Aveva paura che girandosi si sarebbe accorto che dietro di lui non vi era nulla. Che girandosi avrebbe trovato solamente un angolo della casa buio e vuoto. E invece lei era là. In tutta la sua bellezza e in tutta la sua luminosità Era dietro di lui, diritta in piedi e lo fissava con lo sguardo nobile che la aveva da sempre contraddistinta. A vederla così, in tutta la sua fierezza, sembrava un'immagine sacra, una santa. A Danilo batteva forte il cuore. "Ha ragione lui. Sono una puttana". Danilo fu scosso da quella espressione. La voglia di correre verso di lei e di abbracciarla, la voglia di stringerla tra le sue braccia e di non lasciarla mai più si era dovuta scontrare con quella frase, che sua madre non avrebbe mai detto. "E invece sì, sapessi quante volte ho detto parole proibite, quante volte ho fatto cose orribili, ho peccato d'invidia, superba e accidia." Il suo volto si era improvvisamente illuminato di una luce tetra e diabolica. Danilo dovette reprimere dentro di sé la voglia di piangere. Poi l'immagine si mosse. La figura riacquistò quel che di angelico l'aveva da sempre contraddistinta e fece dei piccoli passi verso il ragazzo. 147

"Bambino mio, tu ormai sei cresciuto. Non hai più bisogno di me, e sopratutto non hai bisogno di una persona come me.” "Hai passato la vita a cercare qualcuna che avrebbe potuto essere ciò che io ero per te. Ma una persona così non esiste. Neanche io esistevo così come tu mi ricordi. Ero una donna sola, che ha dimostrato coraggio e che ha fatto tutto ciò che poteva per il figlio.” “Ma da quando sono morta tu mi hai idealizzato. Non troverai nessuna che somigli all'idea che ti sei fatto di me. Neanche io assomiglio lontanamente a quell'idea." Danilo era stravolto, ancora una volta non sapeva cosa gli stesse succedendo: sua madre davanti a lui, il patrigno dietro di lui. E poi lei che gli diceva quelle cose brutte, cose che lo ferivano. La sua vita era stata un fallimento? Questo sembrò avere un senso. Il fallimento era stato cercare una felicità fallace e arrivare anche a uccidere per cercare di trovarla. Per poi scoprire che quella felicità non esiste. "Amore mio", proruppe la madre con l'espressione più dolce che riuscì a trovare, "non sei destinato ad essere infelice, devi solo capire che non esiste la perfezione.” “Né nel bene né nel male. Hai tanto viaggiato per cercare la felicità.” “Ma il denaro non è riuscito a dartela, il sesso nemmeno, l'amore nemmeno, perché cercavi una donna che non esiste e che mai esisterà. E in cuor tuo lo sapevi. Ed era per questo che uccidevi. Volevi eliminare tutte le tracce che riportavano ai tuoi fallimenti e che si trovavano intorno a te. "La donna incinta" e qui il viso della donna si coprì di un velo di tristezza, "rappresentava la tua mancanza di senso paterno, eri troppo preso da te stesso per poter donare la vita ad un altro essere. E quella donna rappresentava questo tuo fallimento. Così l'hai uccisa. Oh, no, so cosa stai per dire, che non sapevi che fosse incinta in quel momento. Bugie, lo sapevi e come. 148

Quando l'hai uccisa.” "Poi c'è Nick, e il suo legame per Chiara, lo hai subito compreso e ne sei stato geloso. Doveva morire.” "E così l'hai ucciso, ma neanche allora hai trovato la felicità. E allora te la sei presa con chi si fa portatore di una visione del mondo diversa dalla tua. E hai ucciso padre Mattei, convinto così di liberarti delle costrizioni dell'insegnamento cattolico, che io stessa ti ho regalato. Convinto che così saresti stato felice, potente e appagato.” "Anche questo non ha funzionato. La verità è che devi cercare la felicità dentro te stesso, che tu, tesoro mio" e così dicendo gli accarezzò il viso, la mano fredda della morte "da solo ti basti, non hai bisogno di nessun altro, di nessun mio simulacro, di nessuna mia immagine idealizzata. E non hai bisogno di eliminare chi, intorno a te, rappresenta i tuoi fallimenti, le tue sconfitte. Tutti perdiamo, sta a noi imparare dai nostri errori per la prossima volta.” Danilo non sapeva che pensare. Si trovava in una di quelle situazioni in cui non sapeva se stesse sognando o se era sveglio. E poi quello che gli stava dicendo la madre, era come vedere le cose da un altro punto di vista. "Tesoro, io devo andare, non ti rivedrò più, ma tu promettimi una cosa adesso." Danilo fissò la madre intensamente, e si senti un po’ bambino. "Fare del male alle altre persone peggiorerà solo le cose. La tua felicità dipende da te. Non dagli altri." Danilo capì che la madre stava scomparendo e cercò di avvicinarsi a lei per un ultimo abbraccio, ma lei si scostò, come spaventata. "Dimostrami che sei un vero uomo, figliolo. Hai l'ultima occasione per salvare la tua anima" così dicendo abbassò lo sguardo e indicò un punto del pavimento. La cantina. Cazzo si era completamente dimenticato della 149

cantina. Quando cercò di nuovo sua madre con lo sguardo non la trovò più. Al suo posto un angolo della stanza completamente vuoto. "Adesso vediamo cosa hai imparato da me" disse Arturo che invece si trovava ancora alle spalle di Danilo. Danilo si girò verso di lui e lo guardò con il maggior disprezzo che poté racimolare dato lo stato di spossatezza in cui si trovava. "Se vuoi darle retta e vuoi vivere una vita nuova, con la nuova consapevolezza che ti hanno regalato le sue parole, non puoi lasciare stare le cose come stanno adesso. Ti prenderanno e finirai in galera, dove altri ti faranno ciò che ti ho fatto io." Così dicendo emise una risata gelida e si avvicinò a Danilo, cercò di sfiorarlo ma questi fece un balzo indietro. "Poi lo sai, Zucchero, sarei geloso." Danilo si avviò verso il camino e impugnò un attizzatoio di metallo. Era lungo all'incirca un metro e sembrava molto appuntito. Lo puntò verso il patrigno, ma questi cominciò a ridere ancora più forte. Allora guardò la porta alla sua destra e si mosse in direzione della cantina. Mentre scendeva lentamente le scale sapeva che sua madre aveva ragione. Non era perfetta, adesso lo capiva, ma aveva ragione. avrebbe dovuto ricominciare una nuova vita cercando la felicità in se stesso, e non negli altri. Non nella loro morte né nella loro idealizzazione. Tuttavia, pur consapevole di tutto ciò era anche consapevole, adesso, che sua madre non era perfetta. Poteva sbagliare anche lei. Adesso lo sapeva e la conferma di ciò arrivava dal fatto che gli aveva chiesto di prometterle che non avrebbe mai più ucciso. Per la prima volta vide la madre come una donna ingenua. 150

Se voleva ricominciare una nuova vita, doveva prima liberarsi della vecchia. Che in quel preciso istante si trovava in cantina. "Dottor Salvati? Sta bene?" disse la segretaria ad Andrea, vedendolo fare smorfie di dolore mentre era seduto alla sua scrivania e lavorava al computer. "Tutto a posto, non ti preoccupare, ho solo bisogno di rilassarmi un po’, vado nel mio ufficio." La segretaria lo scrutò incuriosita da dietro i suoi occhialini con montatura marrone da vecchia che contrastavano col suo viso giovane da ventenne. Andrea si alzò e, non senza difficoltà, raggiunse il suo ufficio privato. Si era riservato un angoletto tutto suo in agenzia, dove accoglieva i clienti per concludere con calma i suoi affari, oppure dove si rilassava, sedendosi sul divanetto e vedendo la tv via satellite accuratamente nascosta dentro un enorme mobile di antica fattura. Prima di sdraiarsi sul divano prese una bottiglia di vodka, sempre nascosta nel mobile, e se ne versò un bel bicchiere. Gli faceva male lo stomaco, probabilmente per il colpo che aveva preso quella stessa mattina. "Stronza" disse a voce alta pensando alla ragazza che lo aveva investito e aveva rischiato quasi di ucciderlo. Pensò a cosa sarebbe successo se quella mattina fosse morto. Lui non era sposato e non aveva figli, la sua quota della società sarebbe probabilmente stata rilevata da Danilo mentre tutto ciò che aveva sarebbe andato a sua madre, la perente più prossima ancora in vita. Cercò di scacciare dalla sua mente quei pensieri funesti e afferrò il telecomando. Cominciò a fare zapping girando nervosamente tra un canale e l'altro. Poi decise di mettere sul canale di notizie 24 ore. 151

"Ripescato questa mattina al largo di Anzio il cadavere della giovane Vanessa De Carolis, scomparsa da Roma la settimana scorsa. Un peschereccio ha notato un sacco della spazzatura dalla forma sospetta che galleggiava in mare aperto.” “Ripescato l'oggetto, la terribile sorpresa: i due pescatori si sono ritrovati davanti al cadavere di una donna in evidente stato di decomposizione.” “La salma si trova adesso in ospedale in attesa dell' autopsia che dovrebbe essere effettuata domani in mattinata. La donna, di appena trentatré anni, al momento della scomparsa si trovava al terzo mese di gravidanza." Quando Andrea vide la foto della donna sul megaschermo del suo televisore, si sentì quasi svenire. L'odore di mosto marcio e vecchio che regnava nella cantina gli diede la nausea. Scendendo le scale, lentamente, capì che il suo destino era segnato. E il destino delle persone che erano chiuse nella cantina, anche quello era segnato. Quel puzzo di rinchiuso e quel posto gli fece venire in mente una scena che aveva già vissuto: lui che afferra la caviglia della sua vittima, che cerca disperatamente di salvarsi da una morte certa, lo stupro, la morte e poi di nuovo lo stupro di quella donna. E sua madre aveva visto tutto. Dall'aldilà, chissà come, chissà perché, aveva visto tutto. Che vergogna. Si sentì sopraffatto da tutte quelle sensazioni, da tutti quegli odori e da tutti quei ricordi. Adesso era solo, era solo con se stesso e il suo nuovo obiettivo. Doveva eliminare nel modo più rapido possibile quei due disgraziati che giacevano in cantina. Doveva sbarazzarsi dei corpi e poi, nel modo più veloce possibile, organizzare una 152

fuga e non tornare mai più. Pensò a Claudio e la sola idea che non lo avrebbe più rivisto gli spezzò il cuore. Pensò a Chiara, che adesso era davanti a lui, con gli abiti strappati e legata mani e piedi a un palo. Svenuta. Il ragazzo biondo che la sera prima si stava divertendo con lei adesso era irriconoscibile, legato mani e piedi anch'esso e col volto tumefatto e incrostato di sangue. Disteso su un fianco. sembrava un capretto al mattatoio. Si sentì in colpa per quello che aveva fatto, capì finalmente che non poteva possedere le persone, e realizzò che l'omicidio, se pur divertente, non sarebbe stato la chiave della sua felicità. Aveva ragione sua madre: se avesse continuato a uccidere la sua immoralità lo avrebbe distrutto. Come aveva fatto ad allontanarsi tanto da lei? Come aveva fatto a disubbidire ai suoi precetti, e come aveva fatto a diventare un mostro? Provò un moto di ribrezzo per la sua vita. Adesso, pensò, sarà tutto diverso. Non diventerò il buon samaritano, cazzo, non lo sono di carattere, ma cercherò altrove la felicità. Poi fissò i capelli di Chiara, così biondi e così belli una volta e così lerci e annodati adesso. E se non ce l'avesse fatta? E se il sapore del sangue alla fine avesse prevalso e lui non fosse mai più riuscito a uscire da quel circolo vizioso? E se, dopo quest’ultima volta, dopo quest’ultimo massacro che stava per commettere, il desiderio di sangue sarebbe tornato nella sua vita? In tal caso sarebbe stato Arturo, il mostro, ad avere ragione e non sua madre. Sospirò profondamente e si affidò ala volontà di Dio o, nel suo caso, del Demonio. Indossò un paio di guanti come quelli che si usano per lavare i piatti in cucina. Vide la sua immagine riflessa in un vecchio 153

specchio appeso alla parete in fondo alla cantina. Era alto, vestito di nero e con i guanti gialli, che tra breve sarebbero diventati rossi. Si preparò psicologicamente come si prepara un chirurgo prima dell'intervento. Immaginò se stesso abbracciare Chiara in un abbraccio fatale e poi sgozzarla facendole scorrere via ogni traccia di sangue. Non voleva che soffrisse e forse la sua morte sarebbe giunta nel sonno mentre il suo liquido vitale sarebbe uscito fuori goccia dopo goccia privandola della preziosa vita. Dicevano che era la morte più dolce e indolore, quella per dissanguamento. Per il ragazzo il discorso sarebbe stato diverso. Gli avrebbe inflitto una coltellata al cuore e lo avrebbe lasciato morire così. Pensò che in altre circostanze la cosa sarebbe stata divertente ma adesso, dato che dopo l'omicidio che stava per commettere avrebbe dovuto lasciare per sempre la sua vita e andare chissà dove, non era dell' umore giusto per giocare. Aveva ragione Arturo, doveva eliminarli e senza ripensamento, altrimenti sarebbero stati due accusatori invincibili che lo avrebbero portato alla rovina. Cercò di raccogliere tutte le energie cerebrali e intellettive che gli rimanevano per ripassare ancora una volta il suo piano improvvisato: li avrebbe uccisi e poi fatti a pezzi. Avrebbe messo i brandelli di cadavere dentro sacchi della spazzatura. Se riusciva a non sporcarsi troppo sarebbe rimasto vestito da prete e avrebbe portato i cadaveri a mare, dove sarebbero stati risucchiati per sempre dai profondi vortici della dimenticanza. Come era successo per la donna della settimana precedente, Simonetta? Vanessa? Boh, chi se ne frega. Oddio quanto tempo è passato da allora? Davvero una settimana? Oppure una mese, o un anno, o una vita? Poi avrebbe cercato di salutare il suo amico Claudio, da 154

lontano, per l'ultima volta E poi avrebbe aspettato anche dieci anni, quando tutte le sparizioni e omicidi che aveva commesso sarebbero caduti nel dimenticatoio, senza un colpevole a cui infliggere una pena. Lui non avrebbe di certo pagato, se aveva fatto quello che aveva fatto non era per colpa sua, lui era un angelo. La colpa era del bastardo che lo aveva cresciuto, del maledetto figlio di puttana che lo aveva istigato alla violenza, violentandolo. Cominciò con Chiara, che giaceva ancora svenuta e sembrava quasi morta. Fu veloce nel fare un taglio sotto la sua gola e il sangue cominciò a fluire abbondantemente. Qualche minuto ancora e sarà tutto finito, pensò, amore mio. Ma le cose non andarono come sperato. Chiara apri gli occhi. Alzò la testa per quanto poté e cercò di aprire la bocca per dire qualcosa. Il sangue cominciò a sgorgare come da una fontana e le parole, soffocate in gola, uscivano dalle sue labbra come sospiri. Alla luce delle candele il suo viso sembrava diabolico, aveva perso la sua bellezza. Danilo l'abbracciò, e lei continuò a sputare sangue. Sarebbe morta così, tra le sue braccia. Fine di un amore. La scena che si presentò davanti all'ispettore Claudio fu terrificante. Il prete che aveva visto il giorno prima celebrare la messa dal suo pulpito, con tanto ardore e tanta energia, adesso era nient'altro che una carcassa umana. Disteso sull'altare della sua stessa chiesa, ucciso nel modo più brutale possibile: brandelli di cervello da tutte le parti e un crocefisso infilato nel suo torace, sfondato con rabbia luciferina. Si girò dalla parte opposta per non guardare più quella scena, 155

aveva visto abbastanza. Quale mostro poteva fare una cosa del genere, quale animale poteva ridurre così un suo simile? Gli venne da vomitare. Il suo assistente Giorgio, dietro di lui ,aspettava disposizioni. "Giorgio, chiama in centrale, sollecita l'intervento della scientifica." "Ci ho gia pensato io, arrivi tardi." Claudio si girò ed ebbe una sgradevole sorpresa. Il commissario Devila era dietro di lui, circondato dai suoi tirapiedi. Claudio lo aveva sempre detestato, per come si comportava con i sottoposti, per la sua arroganza e tracotanza. Ma aveva sempre cercato di conviverci cercando di evitarlo quando poteva. "Come mai in ritardo, ispettore?" "Commissario, ero in ufficio ad analizzare dei documenti relativi al fascicolo di Nicola Introcaso." "Perfetto, qui ci siamo già noi, torni al suo ufficio e continui le sue ricerche, sulle sue ‘sudate carte’”, così dicendo alzò i tacchi e andò diritto in direzione del cadavere del prete. "Ma che cazz...." Claudio non finì neanche la frase che Giorgio lo afferrò per un braccio e lo tirò via. Si fermò di fronte all'uscita della chiesa e vide che già le prime auto e furgoni della stampa e della tv cominciavano ad accamparsi davanti la chiesa, cercando, come avvoltoi, un pezzo di carne da agguantare. "Mi vuole escludere dalle indagini" disse Claudio, indignato. Giorgio era muto. "Non capisco" continuò Claudio "questo atteggiamento ostile nei miei confronti, mi parla come se fossi io l'assassino, che ne sapevo che anche il prete che ha sepolto Nick sarebbe stato ucciso, come potevo..." Una donna uscì da dietro una delle colonne del portico della 156

chiesa, dove si era abilmente nascosta. "Forse se mi avesse dato retta, ispettore, non sarebbe a un punto morto della sua indagine." Claudio si girò verso di lei, infuriato. Aveva riconosciuto la voce: Monica. Stava per rimproverare la ragazza per averlo seguito quando arrivò un poliziotto che chiamò Giorgio in modo concitato: "vieni, Giorgio, il commissario ha cominciato a vomitare, sta male, vieni!" Giorgio, che prima di fare il poliziotto aveva praticato la professione di infermiere, corse come una saetta verso il malato bisognoso di lui. "Ispettore" Monica si rivolse di nuovo a Claudio, ma questa volta con tono più pacato, dettato forse più dalla stanchezza che dall'umiltà " lei è l'unico che mi può aiutare. Il mio migliore amico è stato ucciso, il suo ex ragazzo si è stranamente suicidato e il prete che ne ha celebrato il funerale è stato massacrato. Come se non bastasse adesso Chiara non si trova più, e lei mi dice che vuole aspettare ventiquattro ore per cominciare le ricerche? Tra ventiquattro ore sarà bella che morta pure lei." Monica cominciò a piangere, più per debolezza che per la rabbia. Claudio emise un sospiro e poi disse: "al diavolo il commissario, al diavolo il caso, al diavolo tutto, hai una macchina?" Monica annuì, sollevata da quella domanda. Il suo viso riacquistò di colpo la bellezza che aveva fino a qualche giorno prima. "Allora andiamo con la tua, gireremo in lungo e largo finché non la ritroviamo sana e salva. Non voglio altri morti in questa storia. E che il commissario si fotta, adesso farò di testa mia." Si avviarono alla macchina e quando si furono sistemati dentro il cellulare di Claudio squillò. 157

"Ispettore.....", dall'altra parte una voce talmente roca che sembrava provenire dall'oltretomba disse: "Claudio, sono Andrea Salvati, il socio del tuo amico Danilo Boni." Qull'esordio fece colare una gocciolina di sudore dalla fronte di Claudio. Conosceva Andrea, avevano cenato spesso insieme a casa di Danilo ma non si erano mai sentiti al di là di quegli incontri. Ebbe il brutto presentimento che fosse successo qualcosa a Danilo. Quasi ad anticipare il suo pensiero Andrea esordì, con voce esasperata: "ho visto il telegiornale, hanno ripescato una donna morta ad Anzio. Ho riconosciuto la foto, il giorno in cui è scomparsa l'ho vista insieme a Danilo." "Andiamo, che aspetti? Non vorrai mica ripensarci proprio ora". La voce di Arturo risuonava roca producendo un’ inquietante eco all'interno della cantina. La luce delle candele, che andava ad aggiungersi a quella fioca di una lampadina che pendeva dal soffitto senza lampadario, produceva delle strane ombre che ballavano sulle pareti della stanza. Danilo era diritto in piedi, le mani sporche di sangue e la tonaca ormai lercia. Guardò Chiara. Adesso che era morta, ripiegata su se stessa, spezzata come una bambola, aveva perso tutto il suo magnetismo. L'avrebbe fatta a pezzi e poi buttata nel mare. Sarebbe diventata mangime per i pesci. Poi guardò dalla parte opposta. Il ragazzo biondo, che aveva conosciuto al funerale di Nick il giorno prima, giaceva in un angolo della stanza, mani e piedi legati. Era svenuto. "Dai, non ce la faccio più ad aspettare, divertiamoci un po’." Danilo si girò verso Arturo. 158

Il corpo dell'uomo era diventato evanescente, i contorni della figura meno distinguibili dal fondo scuro. Era come se stesse scomparendo. Il suo fantasma per qualche strano motivo, stava ritornando dal posto in cui era venuto: l'inferno. "Finalmente", pensò Danilo. Il ragazzo biondo si mosse. Come si chiamava? Daniele, Davide? Cercò di ricordarsi il nome che gli aveva detto Monica il giorno precedente, quando aveva cercato di ferirlo facendogli capire che Chiara provava qualcosa per lui. Che stronza, pensò. Ma ripensandoci non aveva tutti i torti. Chiara non lo amava e lui, come gli aveva detto sua madre poco tempo prima, non poteva pretenderlo. L'amore degli altri non si compra. Sospirò. In un lampo di lucidità vide se stesso vestito da prete, sporco di sangue e in una cantina semibuia a macellare persone. Come era arrivato a tanto? Aveva ragione sua madre: doveva cambiare strada e rifarsi una vita. "Non vedi che sto sparendo? Idiota, sbrigati, altrimenti...." "Altrimenti cosa? Non puoi più farmi del male, cane bastardo." Il tono di voce di Arturo cambiò e da cavernoso divenne quasi dolce, paterno. "Non vorrai mica farmi andare via proprio adesso? Dobbiamo uccidere quel figlio di puttana. E poi se vuoi puoi darti una ripulita e andare da qualche altra parte a fare quello che cazzo ti pare. Ma adesso ti prego. Dobbiamo uccidere questo figlio di puttana." Danilo emise l'ennesimo sospiro e si girò verso il suo patrigno: "non dobbiamo uccidere nessuno, devo ucciderlo e poi scappare il più velocemente possibile" prese una pausa e poi alzò il braccio, puntando il dito indice verso il fantasma: "e tu non devi più seguirmi, anzi, non dovresti essere nemmeno qui. 159

Tu sei morto e sepolto ed esisti nella mia testa solo perché lo voglio io. E poi un’altra cosa: non sono stato io ad ucciderti, sei morto in un cazzo di incidente di macchina coglione ubriacone." Arturo, come se non avesse sentito , con un tono di voce che poteva benissimo sembrare quello di un bambino che sta per ricevere delle caramelle disse: "riprendi il coltello, sveglialo e aprilo in due partendo dall'inguine." La casa era fuori mano e sperduta nella periferia romana. Claudio non era mai stato in quella zona e ci mise un bel po’ a trovare il posto che Andrea gli aveva indicato telefonicamente. Quando aveva sentito ciò che l'uomo gli aveva detto era rimasto allibito. Non riusciva a credere che Danilo potesse essere capace di una cosa del genere. E ancora non ci credeva. Ma Andrea era stato così convincente. Danilo aveva avuto un appuntamento lavorativo con la donna ripescata nel mare, che era scomparsa lo stesso giorno. E da quel giorno, a detta del socio, Danilo non era stato più lo stesso: da abile commerciante e professionista degli affari era diventato scostante, scontroso e strano. E il culmine lo aveva raggiunto quando, senza far sapere nulla a nessuno, aveva acquistato la casa che aveva fatto visionare alla donna, quell’ultimo giorno in cui era stata vista. Come risultava dal combaciare dell’appuntamento registrato in agenzia e dal giorno della scomparsa presentato su un articolo su internet. Claudio non sapeva che pensare. Quando aveva detto a Monica della telefonata a questa si erano illuminati gli occhi, come se fossero stati accesi dalla fiamma della speranza. Le sue testuali parole erano state: "quel bastardo, avevo avuto un brutto presentimento sin da quando lo avevo visto la prima volta." Poi in un crescendo di concitazione, mentre Claudio guidava 160

verso l'indirizzo indicatogli da Andrea Salvati: "l'ha presa lui, me lo sento. Quel pazzo bastardo" e ancora: "ha ammazzato anche Nick, torna tutto". Era come in estasi e guardava fisso davanti a sé, con lo sguardo perso nel vuoto. Claudio non poteva credere a quelle parole. Cercava di guidare il più velocemente possibile, quasi come se, arrivando in quel posto e non trovando nulla di anomalo, avrebbe potuto scagionare il suo amico. Che amava come un fratello. Adesso si trovava davanti al cancello della casa. Monica era accanto e scrutava al di là delle sbarre con gli occhi spalancati, come un segugio in cerca di una partita di droga. "Ecco, vedo qualcosa" disse lei infilando il braccio tra le sbarre arrugginite e indicando un punto vicino alla casa. Claudio seguì la direzione e un brivido gli percorse la schiena. Vide la parte posteriore della Honda grigia di Danilo parcheggiata dietro la casa. Si girò verso Monica e con tono di rimprovero ma parlando più a sé stesso che alla ragazza disse: "questo non vuol dire nulla, ha appena comprato una casa ed è venuto a controllare qualcosa". "Quel bastardo ha preso la mia amica e sono là dentro." Prima che Claudio riuscisse a fare qualcosa Monica si arrampicò sul cancello e con uno scatto degno di un' atleta si ritrovò sul prato, dall’altra parte, ma poi perse l'equilibrio e cadde in avanti atterrando sui gomiti. Danilo imbavagliò il ragazzo che adesso cominciava a svegliarsi. Era inginocchiato davanti a lui, e aspettava che riprendesse completamente conoscenza. Il coltello era tra le sue mani. "Bravo, aspetta che si sia svegliato completamente, ma non aspettare troppo, mi resta poco tempo e sto per sparire." Danilo ormai non gli rispondeva più. Sapeva che se avesse 161

continuato a parlargli sarebbe diventato matto, e che invece quando quel fantasma sarebbe sparito lui sarebbe rinsavito e avrebbe potuto scappare da tutto e tutti. Dal suo passato. "Tanto non ce la farai, ti arresteranno ti butteranno in una galera putrida. Dove ti violenteranno dalla mattina alla sera. Non aspettano altro che un bel bimbo come te. Oppure, ricomincerai a uccidere. Ormai è dentro di te, come un cancro. E' la voglia di sangue." Seppure cercasse di scacciare quella voce dal suo cervello, quelle parole lo colpirono in pieno. Davvero sarebbe riuscito a voltare pagina o avrebbe continuato a uccidere? Era diventato un mostro? Forse aveva ragione lui: il suo istinto omicida era irrefrenabile, sennò perché stava lì ad aspettare che quel ragazzo che appena conosceva e che aveva solamente avuto la sfortuna di incontrarlo si svegliasse solo per il piacere di squartarlo da vivo piuttosto che da morto? Il ragazzo intanto aveva cominciato ad ansimare e da un momento all' altro avrebbe ripreso i sensi. I suoi capelli biondi ricadevano sul viso coprendogli gli occhi. "Ok, bastardo ingrato, sei sempre stato una delusione per me", la voce di Arturo si fece più flebile, "vuoi privarmi del piacere di vederlo morire, per questo indugi? Io me ne vado ma sappi che tornerò presto, la prossima volta che il desiderio di sangue sarà più forte del desiderio di salvare la tua anima, io sarò dietro di te". La voce del patrigno era diventata ormai un sospiro. Solo per il piacere di vedere quel fantasma scomparire nel nulla abbandonò per un attimo il ragazzo che giaceva davanti a lui e si girò. Arturo non c'era più, era sparito. La sua anima si alleggerì di un peso terribile. Adesso sapeva che era finita. Ma, in cima alle scale, intravide due figure. I suoi occhi erano 162

ormai abituati all'oscurità per cui non ebbe difficoltà a capire di chi si trattasse. Il suo amico Claudio, in divisa da poliziotto e con un'espressione inorridita sul viso e quella sgualdrina mora, l'amica di Chiara. "Adesso le cose si complicano", pensò. Claudio era inorridito e ci mise un po’ a realizzare che quella in cui si trovava fosse la realtà e non uno strano incubo. Danilo vestito da prete, Danilo con un coltello in mano, ricoperto di sangue e con gente legata intorno a lui. Non sapeva decidersi sul da farsi. Il suo migliore amico era un mostro. I sospetti di Andrea erano fondati e Danilo Boni, il ragazzo che più di tutti gli era stato vicino in vita sua era un terribile assassino. Ma no, non era possibile A differenza di Claudio che era congelato in una specie di stato catatonico Monica era più sveglia che mai. Appena i suoi occhi si furono abituati alla flebile luce delle candele riconobbe la sagoma di un ragazza legata a un palo in fondo alla cantina. Non ebbe nessun dubbio che si trattasse di Chiara, lei lo sentiva. E sentiva che la sua anima era sempre più debole, sempre meno presente. Era morta? Cercò di chiamarla con il potere della telepatia ma, non ricevendo nessun feedback ,decise di agire. Scese di corsa le scale nella direzione della ragazza ma Danilo gli si parò prontamente davanti, brandendo un coltello dal manico nero. Anche lei ne aveva uno simile, in gergo si chiamava athame e le serviva nei rituali della stregoneria per dirigere il potere acquisito durante la cerimonia. Era evidente che quel figlio di puttana usava quell'arma per altri scopi molto meno spirituali. Pur avendo davanti un uomo alto e fisicamente ben messo che le brandiva un coltello affilato non ebbe nessuna esitazione. Lo guardò fisso negli occhi e poi gli sputò in faccia. 163

Fu la goccia che fece traboccare il vaso: a Danilo non era mai successo che qualcuno gli sputasse in faccia. Afferrò per un braccio la ragazza e la girò di spalle. Con il braccio sinistro le cinse la vita in una morsa strettissima che quasi le impediva di respirare, mentre con la mano destra, quella con cui impugnava il coltello, minacciava di tagliarle la gola. Finalmente Claudio riuscì a reagire e a uscire dal suo stato di shock. Con un gesto meccanico afferrò la pistola e la puntò in direzione di Danilo. Ma, a dire la verità, se avesse sparato in quel momento avrebbe colpito in pieno Monica, del cui corpo Danilo si faceva scudo. "Lasciami stare, bastardo" disse Monica in tono minaccioso, come se avesse la possibilità di minacciare il suo aguzzino. Ma era totalmente alla sua mercé. "Zitta, troia, o farai la fine della tua amica." Monica scoppiò a singhiozzare, più per la rabbia e l'impotenza che per la paura per la sua stessa incolumità. Girò lo sguardo verso la ragazza che aveva intravisto prima e finalmente ebbe la conferma a quello che in verità in cuor suo già sapeva.: Chiara era morta. La sola idea che il bastardo che la teneva stretta a sé aveva appena ucciso la sua amica e che lei non aveva la possibilità di fare nulla stava per farla impazzire. "Che cosa è tutto questo casino, Danilo, cosa è successo qui?" Danilo fissò Claudio e lo vide pallido in volto e con gli occhi sgranati. Capì che non aveva ancora ben chiara la situazione e che quando aveva tirato fuori la pistola dalla fondina e gliela aveva puntata contro non lo aveva fatto volontariamente ma come gesto meccanico, frutto degli insegnamenti ricevuti alla scuola di polizia. Se fosse stato il contrario la cosa lo avrebbe fatto stare male. Ma in quel momento il suo amico era come il cane di Pavlov: rispondeva con comportamenti prestabiliti a stimoli standardizzati. 164

Se al fatto che il suo amico non stava bene realizzando la situazione intorno a sé aggiungeva l'affetto che questi provava nei suoi confronti poteva sfruttare la situazione a suo vantaggio. Avrebbe ancora potuto uscire da quella situazione, libero come era nato e come aveva vissuto sempre. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per non finire in prigione. Ma cosa? "Claudio, devi aiutarmi" esordì in tono solenne, stringendo maggiormente la morsa che serrava Monica. "Danilo, ma in che guaio ti sei cacciato?" Monica, che era rimasta attenta e vigile per tutto il tempo, in preda ad un brutto presentimento sulla sua stessa vita, a quelle parole reagì in modo esasperato: "Claudio, cazzo, sembri un ragazzino. Non l'hai mica beccato a fumare uno spinello. Ha ucciso Chiara, forse Nick e forse un mucchio di altra gente. Per non parlare del prete e di quel ragazzo che giace lì morto. O mio Dio, è Davide!" Danilo era esasperato. Quella cagna si era messa tra lui e il suo amico. Non poteva permetterlo. Cercò di tapparle la bocca con una mano ma lei se ne liberò con un morso. "Sei un poliziotto cazzo, se vuoi fare giustizia sparagli un colpo in testa!" Claudio impallidì. Non aveva mai neanche immaginato che un giorno avrebbe potuto trovarsi in una situazione simile. Voleva sapere che cosa era successo. "Danilo, è vero quello che dice? Hai ucciso tutte quelle persone" Monica questa volta non intervenne, voleva studiare prima la reazione di Danilo. Voleva capire che cosa quel figlio di puttana aveva in mente, voleva vedere la sua prossima mossa per poterlo affrontare. "Sì, li ho uccisi io, Claudio" e così dicendo una lacrima spuntò dai suoi occhi. "Ma solo perché sono stato costretto" 165

"Sei stato costretto a uccidere?" Claudio cominciò a scendere dalle nuvole su cui si trovava fino a poco prima. "E com'è che la gente ti costringe a ucciderla?" Monica stava ancora in silenzio, studiava le mosse del suo nemico. Ma il presentimento che aveva sul suo futuro diventava sempre più negativo. E poi la morsa di quel bastardo la stava facendo soffocare. "Claudio, tu sai quanto mi sia mancata mia madre quando è morta, no?" "E questo adesso che c'entra?" "Tu sai quanto io fossi legato a lei. La persona più importante della mia vita. Io stavo male, Claudio, tutte le volte che venivo a piangere da te, tutte le volte che venivo a dormire da te perché ero rimasto solo al mondo. Te lo ricordi." Claudio sembrava freddo e pensieroso. "Dentro di me si è creato un vuoto, un vuoto incolmabile che nessuno è mai riuscito a riempire. Nessuno, a parte te. E Chiara. Io mi ero affidato totalmente a lei. Credevo fosse sincera, come lo sei tu. E credevo che mi avrebbe amato senza nulla pretendere. Mi ero affidato a lei. E lei mi ha deluso. Ha strappato il mio cuore." Monica era inorridita. Ma in mezzo a quale comune di matti si trovava? Quel bastardo aveva trucidato chissà quante persone, e chissà quante altre ne avrebbe ammazzate se fosse tornato libero ed il suo amico anziché arrestarlo e rinchiuderlo buttando via la chiave era ancora lì, fermo sulla cima delle scale ad ascoltare quelle stronzate? Se continuava così non ne sarebbe uscita viva. Poi la fortuna le venne incontro. Sentì un fruscio che proveniva dalla penombra, dall'angolo della stanza alla sua destra. Danilo era troppo occupato nelle sue disquisizioni psicologiche su quanto fosse stato abbandonato in vita sua e nel 166

cercare di fare il lavaggio del cervello al suo amico per accorgersene. Fu come avere un tuffo al cuore: Davide era vivo, e non solo. Si stava anche sciogliendo dalle corde che lo tenevano legato come un capretto sacrificale. Monica capì che Davide adesso era l'unica possibilità di uscire viva da quella situazione. "Claudio, ti prego, aiutami." "Danilo, tu hai bisogno d aiuto ma io non ti posso aiutare. Ti starò vicino per sempre, ma quello che hai fatto è troppo grave. Quanta gente hai ucciso in tutta questa storia?" "Io non ho ucciso nessuno, era il mio alter-ego, il mio patrigno. Mi diceva quello che dovevo fare. E io lo facevo. Non avevo scelta. Io ho paura di lui, lui mi ha violentato." Lo sguardo di Claudio, fino ad allora freddo e distaccato continuò a fissare Danilo ma questa volta in modo più compassionevole. Danilo si accorse dell' impercettibile variazione e incalzò: "se mi fai andare in prigione mi violenteranno, mi uccideranno per quello che ho fatto. Forse credi che meriti di morire, io?" "Ho delle conoscenze. Ti farai qualche anno di galera e poi uscirai. Ti metteranno in isolamento e così sarai protetto", la voce di Claudio adesso tremava. Intanto Monica seguiva in un silenzio categorico i movimenti di Davide, era riuscito a sciogliersi dalle corde che gli legavano le mani. Seguiva la scena col cuore in gola. "Isolamento? No, io non ho bisogno di isolamento. Io ho bisogno di te." Claudio non capiva. Per la prima volta in vita sua i suoi schemi logici erano saltati. Se si fosse trovato in una situazione simile ma se non ci fosse stato Danilo dall'altra parte, il suo Danilo, avrebbe saputo cosa fare. Ma adesso era paralizzato. Le braccia, che erano protese davanti a sé e congelate nella stessa 167

posizione, con la pistola puntata verso Danilo, cominciavano a dolergli. Monica capì cosa Danilo cercava di fare ed intervenne, più che altro per distogliere l'attenzione da Davide, che adesso stava cercando di slegarsi le caviglie; "ma che bello, i due fidanzatini che si proteggono a vicenda. Perché non andate in Spagna a sposarvi dopo che questa storia sarà finita e che una decina o forse più di delitti saranno rimasti impuniti." "Non è giusto quello che dici" tuonò Claudio. I suoi occhi adesso erano accesi di collera ma non contro Danilo. Adesso guardava Monica. Danilo esultò tra sé e sé: quella stronza si era messa il cappio al collo da sola. "Noi non siamo amanti. Devo ammettere che io amo Danilo ma non in quel modo. Lo amo come si ama un fratello. Forse anche di più. Ma non è un legame sporcato dal sesso. Io non sono omosessuale." Dicendo questo abbassò la pistola, come se avesse avuto una illuminazione improvvisa sul da farsi. Davide intanto era completamente libero Era appollaiato in penombra e solo Monica poteva vederlo. Lui le accennò un mezzo sorriso; o forse no? Non riusciva a vedere bene. Poi si accorse che il ragazzo stava cominciando a muoversi piano piano strisciando lungo il muro e, nonostante non lo vedesse più, capì che si era collocato dietro di loro, rimanendo nella penombra. A Danilo spuntò una lacrima. Alzò il viso perché la cosa fosse ben visibile al suo amico e disse: "tu sei un poliziotto, fai quello che devi fare. Io ho sbagliato, ma non ero in me. Ti ho chiesto aiuto ma se non vorrai aiutarmi farà lo stesso. Fai quello che ti dice il cuore. E se ti dice di seguire la strada canonica della giustizia, fallo: fammi arrestare. Ma sappi una cosa. I miei sentimenti per te non cambieranno mai. Amico 168

mio: anche io ti amo." Davide balzò fuori dall'oscurità e colpì la nuca di Danilo con una spranga di ferro. Questi barcollò mollando la presa su Monica. Il colpo fu violento ma non a tal punto da farlo cadere: era un ragazzo robusto. Scappando dall' abbraccio del suo aguzzino Monica urtò un contenitore che si trovava sulla parte destra della cantina. A terra si riversò un liquido il cui odore la ragazza non ebbe alcun problema a riconoscere: benzina. Quel figlio di puttana aveva intenzione di dare fuoco a tutto e scappare via impunito per tutto il male che aveva fatto. Non poteva permetterlo. Mentalmente invocò la protezione dei suoi spiriti e poi, raccogliendo tutte le forze che aveva, afferrò il coltello che giaceva per terra. Con il braccio teso cercò di colpire Danilo che però si accorse di lei, schivò il colpo e le afferrò il polso, stringendoglielo con forza fino a farle cadere l'arma. Danilo spinse Monica e si chinò per raccogliere il coltello. La ragazza, approfittando della posizione china del ragazzo si avvicinò velocemente e gli diede un calcio in faccia. Stava esultando nel vedere il suo rivale cadere per terra ma una fitta allo stomaco spezzò ogni forma di felicità. Si toccò la pancia, le faceva davvero male. Ma la cosa più brutta fu vedere tutto quel sangue che colava dalle sue mani alla luce fioca delle candele. Il bastardo la aveva colpita con una coltellata allo stomaco e lei cadde svenuta per terra. Intanto Davide era rimasto fermo in un angolo, tornando al buio che lo proteggeva. Non era mai stato un tipo coraggioso, e quella situazione avrebbe richiesto fegato. Ma lui non ne aveva abbastanza e lo sapeva. Sin da quando era piccolo aveva preferito nascondersi piuttosto che affrontare i problemi. Quando aveva visto Monica brandire il coltello non era intervenuto, credeva ce l'avrebbe fatta da sola. E invece adesso 169

anche lei giaceva morta per terra. “Non me ne frega un cazzo, pensò. Neanche la conoscevo bene. Non conosco nessuno qui, a parte Chiara. Ma non ci stavo neanche più insieme. Che cazzo ci sto a fare io qui?” Cominciò a singhiozzare, "devo andarmene da questo inferno", pensò. In un raptus di follia, riemerse dall'oscurità brandendo la spranga che stringeva ancora fra le mani con una stretta così forte come se stringesse il suo ultimo appiglio verso la salvezza. L'idea adesso era di spaccare la testa a Danilo che giaceva ancora a terra dopo il calcio in faccia ricevuto da Monica. Alzò la spranga pronto a colpire a morte sfruttando tutto il vantaggio del caso. Un rumore terribile, quasi da far scoppiare i timpani, si abbatté sulla stanza. Una specie di esplosione infernale. Davide sentì un proiettile attraversargli le carni. Sentì il metallo entrare dentro il suo corpo e uscire dalla parte opposta andandosi a conficcare nel muro. La spranga scivolò dalle sue mani, ormai senza forze.. L'arma cadde a terra con un rumore che fu niente in confronto a quello dello sparo appena udito. Si rese conto che le forze, dopo avergli abbandonato le braccia e le mani, gli stavano abbandonando anche le gambe. Cadde per terra, urtando uno dei ceri posati sulle botti. Danilo guardò in direzione dello sparo. Il suo amico Claudio, il suo salvatore, stava andando verso di lui. Pistola abbassata. Quando gli fu vicino lo aiutò a rialzarsi. Danilo lo abbraccio ma Claudio fu freddo. Si limitò a guardarlo negli occhi e gli disse : "adesso ci sono dentro anche io." Danilo fu investito da una vampata di calore che proveniva dalla sua sinistra. Qualcosa stava andando a fuoco. Si guardò intorno. Solo cadaveri. E il fuoco che cominciava a divampare con sempre maggiore violenza e rapidità. Davide giaceva ormai privo di vita sul pavimento della 170

cantina. Vicino a lui il cero che aveva appena urtato e che era caduto sulla benzina. Fu un attimo e il corpo del ragazzo fu investito da una fiammata che si sprigionò fino quasi a toccare le travi del soffitto. Zoppicando, aiutato da Claudio, Danilo si avviò verso l'uscita il più velocemente possibile. In mezzo a tutta quella bolgia non si accorse che la mano di Monica, non ancora morta, si muoveva nel buio in cerca di qualcosa che avrebbe potuto aiutarla.

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Capitolo 11 Era pomeriggio inoltrato e a Roma le tenebre stavano calando sempre più velocemente. Danilo si trovava nel suo appartamento ed era vestito di tutto punto, con abito scuro di Armani e un paio di scarpe di coccodrillo Ferragamo. Portava gemelli d'oro bianco e diamanti Cartier. I capelli biondi erano pettinati all'indietro dando risalto ai suoi lineamenti regali. Gli occhi brillanti tradivano una certa serenità. Si avviò verso il bagno e si chiuse dentro. Si fermò davanti allo specchio sopra il lavabo e guardò la sua immagine riflessa. Erano passati tre giorni . Tre giorni prima, all'incirca a quella stessa ora, era lurido, vestito da prete e imbrattato di sangue. Era in preda alla follia e aveva rischiato la galera. O addirittura la vita. Ma adesso tutto era finito. Tutti quelli che avrebbero potuto incastrarlo e mandarlo in galera per i suoi misfatti non c'erano più. Lui adesso si sentiva sereno, anche perché era pienamente consapevole di non aver commesso niente di male. E se lo aveva fatto era perché si era trovato in uno stato allucinatorio. Non era in sé quando aveva commesso tutti quegli omicidi. Certo, qualsiasi pubblico ministero lo avrebbe indirizzato all'ergastolo, e se fosse stato dichiarato incapace di intendere e volere avrebbe trascorso qualche periodo in una lurida clinica e poi sarebbe tornato ad una vita che non gli apparteneva più. 172

Tutto sarebbe cambiato. E invece era andato tutto bene. Grazie a Claudio. In cuor suo, dal momento in cui lo aveva visto comparire in quella cantina, sapeva che lo avrebbe aiutato. Ma non ne aveva la certezza matematica. Dopotutto era un poliziotto e Danilo conosceva la sua integrità. Ma per una volta, il suo migliore amico aveva deciso di far prevalere l'amicizia alla giustizia. Qualcuno bussò alla porta del bagno. "Entra, mi sto solo dando una rinfrescata." La porta si aprì e Claudio entrò mostrando un sorriso smagliante. "Scusa se ci ho messo un po’, ma non indovinerai mai chi ho incontrato". Danilo neanche lo guardò, adesso aveva cominciato a sciacquarsi il viso. "Allora, avevo appena parcheggiato la macchina e stavo per salire quando chi ti vado a incontrare?" "Claudio, mi stai esasperando. Chi hai visto?" "Il tuo attore comico preferito, Carlo Verdone!" "Ma va?" "Sì, sì. E ti ho anche fatto fare un autografo, eccolo" e così dicendo gli porse un pezzo di carta lercio strappato da chissà quale manifesto attaccato al muro. Danilo neanche lo guardò, con il viso ancora bagnato si girò verso l'amico e gli disse, in tono serio: "noi due dobbiamo parlare." Claudio intanto si era levato la giacca e la teneva con il braccio destro. Con il braccio sinistro abbracciò Danilo da dietro e gli diede un bacio sul collo: "tutto quello che vuoi, cucciolo. Ti aspetto in salotto" e così dicendo uscì dal bagno e chiuse la porta. Danilo tornò a guardarsi allo specchio. Adesso il suo sguardo era meno sereno. 173

Quando aveva implorato Claudio di aiutarlo, in nome del loro amore fraterno, era stato sincero. Lui voleva bene a Claudio e chiunque gli avesse fatto del male avrebbe dovuto vedersela con lui. Inoltre in passato avevano anche avuto dei contatti fisici come lunghi abbracci. Molte volte si addormentavano davanti alla tv, dormendo insieme sullo stesso divano. Ma, da quando Claudio aveva salvato Danilo e aveva deciso di tenere la bocca chiusa su ciò che sapeva le cose erano cambiate. Adesso era molto più protettivo nei suoi confronti, Danilo se ne accorgeva. E non perdeva occasione per mettergli le mani addosso. Abbracci, carezze a baci sulle guance erano diventati all'ordine del giorno. Quello che preoccupava Danilo era il fatto che nel momento in cui Claudio gli aveva detto "ti amo" non si riferisse ad un amore fraterno. Poteva essere omosessuale? Lui non se lo sarebbe mai aspettato, ma la psicologia umana è talmente vasta... Gli era molto grato per quello che aveva fatto per lui: aveva ucciso una persona, aveva tradito i suoi ideali di giustizia e gli era venuto incontro. Ma Danilo non voleva che tra loro ci fosse qualcosa di più che una semplice amicizia. Non era omosessuale. E non voleva diventarlo. Doveva parlarne il prima possibile a Claudio. Uscì dalla doccia e si parò nudo davanti allo specchio. Il suo fisico era perfetto, a parte qualche graffio qua e là. Si mise il suo accappatoio preferito, di colore nero. La sua vita sarebbe ritornata serena e normale. Niente più omicidi e niente più fughe da se stesso. Rimaneva un ultimo problema e lo avrebbe risolto quella sera stessa. Poi, dallo specchio, intravide una figura. Una specie di fantasma che fluttuava alle sue spalle. Associò subito l'immagine alla persona: Arturo. Il bastardo non aveva smesso di apparirgli. Ogni tanto, 174

fugacemente, come riflesso in uno specchio, o nel volto di qualche passante sconosciuto. Danilo se lo aspettava. Sapeva che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per cacciarlo definitivamente dalla sua testa. E dalla sua vita. Lo ignorò e distolse lo sguardo. Uscì dal bagno indossando l' accappatoio nero e con i capelli che gocciolavano ancora. Claudio era seduto su un divano con una birra in mano. Indossava ancora i pantaloni del completo e una camicia bianca che adesso portava senza cravatta. "Il funerale è stato bello, soprattutto il sermone del prete. Tu come ti senti? Dopotutto eravate amici da un bel pezzo." Danilo si sedette accanto a lui e cominciò a scrutarlo in viso. Sembrava invecchiato. Aveva sempre dei bei lineamenti, un sorriso illuminante ma i suoi occhi... Era come se fosse più maturo. "Io sto bene." "Adesso a chi passerà l'agenzia?” "Non aveva altri che la madre." "E tu le farai un'offerta in modo che ti venda la sua quota?" "Immagino sia l'unica soluzione." Claudio bevve un altro sorso di birra e poi guardò Danilo con un sorriso malizioso: "morto in un incidente stradale proprio l'altro ieri. Era l'unico che sapeva di te. A parte me. Se fosse morto in modo diverso avrei creduto ci fosse il tuo zampino." "Claudio, hai detto una cosa terribile". Danilo si alzò di scatto e si avvicinò alla finestra. Ormai era buio e Roma era illuminata dal suo caratteristico colore rossastro e dai fari delle macchine che passavano. "Non sono un assassino Claudio. E non c'è da scherzarci sopra." Claudio cercò di intervenire facendo un gesto di scuse a Danilo ma questi non glielo permise e proseguì: "ti ho 175

raccontato come è avvenuto. Per alcuni giorni non sono stato in me. Tutto quello che facevo era inevitabile e mi sentivo in una specie di trappola. Io non sono un assassino Claudio. Io avevo bisogno solo d'amore e ho preso una via sbagliata per cercarlo." Il riflesso del viso di Arturo questa volta sulla finestra del salotto. Sogghignava. Claudio si alzò e si avvicinò al suo amico. Lo abbracciò forte e Danilo scoppiò a piangere. Da quanto tempo non piangeva? Non se lo ricordava. "Ci sono io qui, per te. Io ti credo: tu non faresti male a una mosca. E poi non hai bisogno di cercare l'amore. Lo hai già trovato, e sono io." Claudio lo strinse di più nel suo abbraccio ma Danilo si liberò da quella morsa molto velocemente. Si allontanò con un balzo indietro e poi cercò di dire qualcosa. Ma lasciò che le parole gli morissero in gola. Non voleva essere crudele con il suo amico e salvatore così inspirò e cominciò a prepararsi mentalmente un discorso. Si avvicinò all'angolo bar. Quella parte della stanza era già presente quando aveva acquistato l'appartamento ma poi ci aveva pensato lui a rifornirla con qualsiasi tipo di liquore pregiato, proveniente da qualsiasi parte del mondo. Prese una bottiglia di whisky americano e se ne versò un bicchiere abbondante. Claudio si era rimesso a sedere sul divano. La sua espressione adesso era triste e guadava il vuoto. "Claudio" Danilo ruppe il silenzio "io ti voglio bene. Ma il mio è un affetto fraterno. Io non ti amo." Claudio rimase impassibile e silenzioso. "Io voglio stare con te, voglio vivere una vita in cui tu sia presente, come lo sei sempre stato, ma come amici. Claudio, io non sono omosessuale." "La cosa non è così semplice" disse Claudio quasi in un 176

sospiro ma Danilo riuscì a capire e a distinguere le parole. "Cosa c'è di complicato?" Claudio si alzò. Sembrava alto e imponente e la sua espressione era amareggiata e arrabbiata. "Quando l'altro giorno mi hai detto che mi amavi, no, aspetta, non interrompermi. Quando l'altro giorno mi hai detto che mi amavi, è successo qualcosa. Non so bene definire di cosa si tratti. Tu sai che io non sono gay, ho avuto molte ragazze. Ma poi sono sempre tornato da te. E quando quel giorno hai avuto bisogno di me e mi hai detto che mi amavi io ho capito il perché del nostro legame: io voglio stare con te. Voglio proteggerti. Voglio stare con te come un uomo sta con una donna. Se questo vuol dire che sono omosessuale allora lo sono. Ma solo con te. Io ti amo Danilo, cazzo. Sono anni che me lo porto dentro." Danilo era paralizzato. Se nei giorni precedenti aveva creduto di essere un folle adesso sapeva che non c'era limite alla pazzia umana. Guardò Claudio e per un momento non lo riconobbe. Ma chi era quell'uomo che gli parlava in quel modo? Ebbe un conato di vomito, ma si accorse che era stato causato dal whisky bevuto troppo in fretta. Claudio si alzò, andò nella sua direzione. Lo sguardo era languido e Danilo sapeva cosa voleva fare. "Io ti amo Danilo, e tu mi ami. Puoi dire tutte le scuse che vuoi. Che non eri in te quando lo hai detto, che avevi bisogno d'aiuto o altro. Ma guarda in fondo al tuo cuore e capirai la verità." Più Claudio si avvicinava più Danilo sapeva che aveva sempre meno tempo per prendere la decisione più importante della sua vita. Si appoggiò al mobile sul quale era posata la pistola d'ordinanza di Claudio. Tenendo lo sguardo fisso sul suo amico cercò con la mano l'arma e la trovò. 177

Quando Claudio gli fu vicino e lo cinse in un abbraccio sensuale Danilo ebbe un'altra visione. Arturo, al di là delle spalle di Claudio, teneva una pistola puntata verso il poliziotto. Con quel gesto gli indicò cosa doveva fare.

FINE

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