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PERSONAL
BACKGROUND
 
 Provenendo
da
un
liceo

Socio‐
Psico
–
Pedagogico,
non
possiedo
 un’istruzione
formale
precedente
all’accademia,
per
quanto
riguarda
la
 fotografia.


 Personalmente
ho
letteralmente
aspettato
la
fine
di
quella
che
per
me
era
 una
scuola
molto
soffocante,
stressante
e
demotivante
,
in
quanto
non
 concordo
rispetto
la
visione
del
mondo
umano
che
hanno
psicologi,
 psichiatri
e
studiosi
della
psiche
in
generale.
 “E
naturalmente
i
freudiani
andavano
a
nozze,
lo
potevano
interpretare
 come
gli
pareva
e
piaceva
:
era
tutto
simbolico;
ma
non
c’erano
due
 intellettuali
che
si
trovassero
d’accordo
sul
significato
(dei
simboli)”.
(da
 Zelig,

1983).
 Mi
trovo
perfettamente
in
linea
con
la
citazione
tratta
dal
film
di
Woody
 Allen,
e
questo
è
uno
,
anche
se
non
unico,
dei
motivi
che
mi
portano
a
 dissentire
dalla
psicologia
portata
sul
piano
scientifico
come
possibile
 risolutrice
di
problemi.

 Come
si
può
pretendere
di
curare,
o
ancor
prima
di
saper
di
dover
curare,
 o
ancor
prima
di
capire
i
meccanismi
della
psiche
umana?
 

Si
dice
che
i
collegamenti
a
livello
mentale
che
UN
essere
umano
può
 fare
siano
maggiori
delle
reazioni
atomiche
dell’intero
universo.

 Fra
l’altro
questo
mio
disapprovare
l’ambito
psicologico
/
psichiatro,
è
 accentuato
anche
da
un
avvenimento
che
da
qualche
anno
ha
colpito
mia
 madre.

 Io
so
che
a
distanza
di
sei
anni

la
psichiatria
non
è
riuscita
a
risolvere,
né
 tantomeno
a
spiegare
il
disturbo
bipolare
che
lei
ha.

 La
vita
di
tutti
i
giorni,
quello
che
io
vedo,
mi
porta
anche
ad
essere

 assolutamente
contraria
a
medicinali
che
non
eliminano
ma
sedano,
 drogano,
stordiscono
certe
manifestazioni
psicotiche
e
la
persona
stessa
,
 a
parer
mio
non
troppo
presa
in
considerazione
la
maggior
parte
delle
 volte,
trascurata
rispetto
alla
malattia,
anche
se
si
lascia
supporre
il
 contrario.
Anche
da
ciò
un
vero
e
proprio
odio
verso
la
psichiatria.
 
La
scuola,
oltretutto,
impegnava
gran
parte
del
mio
tempo.
Nel
poco
 tempo
a
disposizione
che
rimaneva,
mi
dedicavo
alla
fotografia,
alla
 pittura,
(
che
ora
ho
abbandonato,
perché
viaggiando
per
venire
in
 accademia
mi
rimane
pochissimo
tempo
),
alla
lettura,
al
lavoro


(distruttivo
allo
stesso
modo
della
scuola,
in
quanto
non
mi
permetteva
di
 sfruttare
al
meglio
il
mio
tempo,
per
fare
ciò
che
avrei
voluto).
 Come
ho
detto
prima,
non
possiedo
un’istruzione
precedente
formale,
ma
 ho
fatto
il
possibile
per
scoprire
la
fotografia
anche
senza
aiuti
(anche
 dato
che
i
miei
genitori
non
volevano
assolutamente
che
venissi
in
 accademia).
Così
mi
sono
messa
a
studiare
su
manuali
che
trovavo
in
 libreria,
o
riviste,
o
anche
internet,
per
quanto
riguarda
la
tecnica
nuda
e
 cruda.
 Sono
riuscita
a
comprare
la
mia
attuale
reflex
circa
2
anni
fa,
 accorgendomi
spesso
che
prediligevo
la
ritrattistica
in
generale.

 Per
quanto
riguarda
l’aspetto
simbolico
e
di
significato
proprio
della
 fotografia,
quello
che
và
oltre
alla
bellezza
e
alla
piacevolezza
 dell’immagine,
facevo
fatica
all’inizio
a
concepirne
uno,
un
significato
 concettuale,
ma
presto
ho
scoperto
che
era
solamente
questione
di
 “allenamento”.
Vivevo
in
quel
momento
un
forte
periodo
di
crisi,
che
mi
 portò
anche
all’anoressia.
Stavo
insomma
molto
male,
e
mi
piace
pensare
 che
la
fotografia
mi
abbia
aiutata
ad
uscirne,
anche
se
in
tempi
molto
 dilatati.
 Mi
ha
credo
sempre
affascinato.
 
 
 TEMA
 
 Vorrei
prendere
in
considerazione
il
tema
della
notte,
mostrandola
però
 attraverso
il
mio
sguardo.
 Non
ho
mai
guardato
alla
notte
come
ad
una
dimensione
piacevole.
Da
 piccola
avevo
una
gran
paura
del
buio.
L’inquietudine
che
le
associo
 credo
sia
da
rimandare
al
fatto
che
nella
notte
non
posso
vedere,
tutto
 non
è
controllabile.
L’unico
modo
è
:
aspettare.
Ed
io
non
sono
una
 persona
paziente.
 D’altro
canto,
associo
anche
la
dimensione
notturna
al
fiabesco
e
 all’onirico.
Come
non
ricordare
le
fiabe
prima
di
andare
a
letto,
 cappuccetto
rosso
e
raperonzolo,
che
addolcivano
il
senso
di
inquietudine
 che
costantemente
avevo?
Non
solo
lo
addolcivano,
ma
si
mescolavano
ad
 esso,
creando
una
sorta
di
dimensione
assurda
in
cui,
durante
tutta
la
 notte,
galleggiavo.


Per
quanto
riguarda
il
mondo
onirico,
forse
determinati
da
questa
mia
 diffidenza
nei
confronti
del
buio,
ho
sempre
fatto
dei
sogni
che
esulano
 completamente
dall’ordinario,
pur
avendo
per
me
un
senso
quando
li
 “vedo”.
 
 “Questa
notte
ho
fatto
un
sogno
lunghissimo.
C’era
la
luce
della
pioggia,
un
 po’
più
verde,
ma
senza
pioggia.
Dovevo
sconfiggere
dei
polipi,
che
 infettavano
tutti.
Dovevo
andare
su
un
pianeta,
avevo
un
po’
di
paura.
 L’unico
modo
di
sconfiggerli
era
la
luce,
io
usavo
il
flash
di
Camilla
 [macchina
fotografica].
I
contagiati
avevano
il
raffreddore,
e
subito
dopo
si
 trasformavano
in
polipi
cattivi
e
bavosi.
Ho
guidato
un
trattore.
Ho
spinto
il
 trattore
dal
benzinaio.
Il
benzinaio
piangeva,
perché
gli
faceva
male
il
 cuore.
Era
tutto
ambientato
a
Brivio
[il
paese
in
cui
ho
lavorato].
Mia
 mamma
era
morta,
mio
papà
non
c’era.
Io
mi
nascondevo.
Poi
ero
in
un
 cinema.
Poi
io
ero
mia
sorella.
Facevo
cose
che
fa
mia
sorella.
Ma
ero
io,
nel
 suo
corpo.
La
fine
non
c’era.
“

 
(da
un
lungo
messaggio
che
ho
inviato
appena
sveglia).
 
 Parlando
di
dimensione
onirica,
associo
immediatamente
a
ciò
Freud,
e
al
 suo
L’interpretazione
dei
sogni
.

Ora,
guardando
anche
al
sogno
che
ho
 descritto
prima,
credo
che
l’unica
cosa
che
un
uomo
sia
in
grado
(e
abbia
 il
diritto)
di
fare
prima
di
sfiorare
la
ridicolaggine,
sia
di
associare
degli
 elementi
del
sogno
al
proprio
vissuto.
Posso
quindi
ipotizzare
che
 l’ambientazione
sia
data
da
una
sensazione
spiacevole
che
mi
dava
il
 paese
in
questione,
o
che
il
ruolo
della
luce
sia
lo
stesso
che
aveva
in
un
 mio
cartone
preferito,
e
così
via.
 Partendo
dal
fatto
che,
come
accennato
in
precedenza,
i
collegamenti
 psichici
sono
infiniti,
trovo
assurda
una
qualsiasi
interpretazione
dei
 sogni
che
si
spinga
oltre
a
questi
limiti.
 Detto
in
altre
parole,
la
notte,
che
se
vista
dal
punto
di
vista
scientifico
 non
è
altro
che
la
mancata
presenza
della
luce
del
sole,
per
una
quantità
 di
tempo
precisa
e
variabile,
diventa
magicamente
non
quantificabile
e
 non
comprensibile
quando
ci
si
sposta
nell’ambito
della
letteratura,
 dell’arte,
della
musica,
della
psicologia.

 Ciò
che
però
distingue
la
letteratura,
l’arte
e
la
musica
dalla
psicologia,
è
 la
differente
reazione
di
fronte
all’inspiegabile,
al
mistero,
al
magico,
 all’onirico.
Mentre
letteratura
e
arte
lo
raccontano,
infatti,
non
c’è
dubbio
 che
la
psicologia,
in
quanto
scienza
(o
presunta
tale),
lo
spiega.



O
meglio
tenta
di
spiegare.

 Di
fronte
al
notturno/onirico,
Kafka
racconta
di
essersi
trasformato
in
 insetto.
La
psicologia
analizzerebbe
il
sogno
e
ne
azzarderebbe
un’
 interpretazione.
Di
fronte
al
notturno,
Mirò
fa
dei
quadri
meravigliosi,
 proprio
perché
incomprensibili.
La
psicologia
non
si
arresterà
mai
di
 fronte
all’incomprensibilità,
al
costo
di
essere
ridicola.
 
 “Nel 1984 qualche tempo dopo l’introduzione della cocaina negli stati Uniti e in
Europa, Sigmund Freud si interessò alle sue proprietà e ai suoi effetti somministrandola ai propri clienti e facendone uso personalmente.”


 L’insuccesso
era
inevitabile.
 
 
 Così,
le
mie
foto
possono
essere
inserite
in
questo
contesto.
Da
un
lato

 vogliono
incarnare
la
ridicolizzazione,
o
comunque
la
critica
verso
la
 psicologia,
in
particolare
verso
il
padre
della
psicanalisi;
dall’altro
però
 rappresentano
il
mio
sentore
rispetto
alla
notte
e
al
sogno
(che
è
pur
 sempre
un
avvenimento
psichico)
:
qualcosa
che
esula
completamente
 dalla
visione
normale
o
comune,
qualcosa
che
ha
qualche
elemento
in
 comune
con
le
fiabe.
Data
la
mia
convinzione
di
assurdità
rispetto
a
 quelle
che
sono,
poi,
le
teorie
freudiane
in
generale,
con
particolare
 riferimento
al

rimando
continuo
alla
sfera
sessuale
come
motivazione
di
 ogni
minima
cosa
(l’avarizia
è
da
ricondurre
alla
fase
anale
dello
sviluppo
 sessuale,
il
mangiarsi
le
unghie
alla
fase
orale,
ecc.),
vorrei
riprendere
e
 inserire

appunto
anche
questo
aspetto
nel
mio
progetto.
 
 
 Il
motivo
di
questa
mia
scelta
credo
che
sia
da
ricondurre
al
voler
 esternare
e
provare
a
ri‐rappresentare
qualcosa
che
da
sempre
mi
tocca:
 il
mondo
notturno
e
la
psicologia.

 Una
sorta
di
vendetta,
anche.
 
 ⇔



 RICERCA
TEORICA
 
 (questo
punto
non
mi
è
chiaro,
mi
sento
un
po’
spaesata
perché
non
 riesco
a
trovare
collegamenti
)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 OBIETTIVI
 
 L’obiettivo
principale

del
mio
personal
project,
è
quello
di
comunicare
 una
visione
distorta
o
comunque
non
comune
della
notte,
premettendo
 che
il
rimando
a
certe
situazioni
è
un’introspezione
del
mio
modo
di
 vederla.
 Non
voglio
dunque
che
il
significato
delle
mie
fotografie
trapeli
in
modo
 preciso,
ma
voglio
che
lo
stato
confusionale
e
indefinito
(ma
soprattutto
 senza
significato)
della
mia
notte,
rimanga
per
chi
guarda.
 Potrei
forse
iscrivere
questo
tipo
di
fotografia
nell’ambito
della
fotografia
 artistica,
come
ricerca,
espressione
e
condivisione
di
un’interiorità.
 Il
messaggio
lanciato
dalle
fotografie
è
sicuramente
simbolico,
e
data
 l’enigmaticità
del
tema
da
me
scelto,
lascio
appunto
la
più
soggettiva
 possibilità
interpretativa
ad
ognuno.
 



 METODOLOGIA
 
 La
mia
idea
è
quella
di
organizzare
dei
set
fotografici
rigorosamente
 “artigianali”,
essendo
io
sprovvista
di
luce
e
flash
da
studio,
e
avendo
 trovato
una
modella
disponibile
vicino
a
casa
mia.
 Voglio
ambientare
le
mie
fotografie
in
un
luogo
isolato.
L’idea
iniziale
era
 quella
di
una
panchina,
ma
subito
mi
sono
resa
conto
che
non
è
fattibile
al
 meglio
quello
che
vorrei
fare.
 Data
infatti
la
carenza
della
luce,
dato
che
dovrò
ambientare
queste
 fotografie
di
notte,
(
e
quindi
per
lo
più,
vicino
ad
una
panchina,
sarà
 presente
la
luce
di
un
lampione
al
massimo),
ho
pensato
di
impostare
un
 tempo
di
posa
abbastanza
lungo
(circa
15
secondi),
ed
illuminare
con
una
 torcia,
a
tratti,
la
modella
per
non
ottenere
un
effetto
mosso.
Ho
già
 condotto
un
esperimento
utilizzando
questo
metodo,
e
sembra
 funzionare.

 
 



 



 L’unico
punto,
che
credo
sia
quello
che
non
mi
permetterà
di
utilizzare
 un’ambientazione
all’esterno,
è
che
ho
bisogno
di
buio
assoluto,
 altrimenti
la
fotografia
risulterebbe
mossa.
 Il
lampione
è
dunque
un’impedimento,
e
data
la
configurazione
 geografica
del
mio
territorio,
anche
nel
remoto
caso
in
cui
riuscissi
a
 trovare
una
panchina
al
buio,
non
credo
sarebbe
consigliabile
andarci
da
 sole,
in
due,
di
notte.
 Le
possibili
soluzioni
sono
quindi
due.
 1‐ La
ricostruzione
del
set
in
camera
mia

 2‐ Il
rafforzamento
della
luce
del
lampione
con
una
luce
da
me
posta,
che
 mi
permetta
di
tenere
un
tempo
sufficientemente
corto
(almeno
un
 decimo
di
secondo)tale
da
permettermi
di
non
usare
la
torcia.
 
 
 (forse
questo
punto
è
un
po’
troppo
“esplicativo”?
forse
non
dovevo
mettere
 il
ragionamento
che
mi
porta
a
seguire
una
determinata
metodologia
ma
il
 risultato
finale?
Manca
lo
schemino
luci!)
 
 PROBLEMI
 1‐ La
mia
camera
è
stretta,
la
torcia
crerebbe
delle
ombre
sul
muro,
che
 in
un’ambientazione
esterna
non
avrei
ottenuto,
anche
applicandovi
 un
fondale
nero.

 Senza
contare
la
difficile
reperibilità
di
una
panchina.
 2‐ Non
ho
una
luce
abbastanza
potente,
e
della
stessa
temperatura
dei
 lampioni,
e
non
credo
ce
ne
siano
delle
versioni
piuttosto
economiche
 in
circolazione.
 
 
 
 Prendo
quindi
in
considerazione
l’ipotesi
di
cercare
una
luce,
oppure
 potrei
sfruttare
le
ombre
su
un
set
interno
per
ottenere
l’effetto
 grottesco
proprio
del
sogno.
Questo
mi
consentirebbe
anche
di
 lavorare
con
maggior
“tranquillità”,
rispetto
ad
una
possibile
esterna
 notturna.