Parliamone

Sono stati giorni difficili. Ho passato ore a discutere con le persone per strada, fuori dal parlamento. Con quelli che volevano capire e con quelli che mi insultavano. Ho ricevuto centinaia di messaggi e mail. Ho provato a rispondere uno per uno, ma è impossibile. Quindi scrivo questo post cercando di condividere con voi quello che penso su quanto è accaduto. Intanto una premessa: molti mi chiedono perché sono stato così tanto in tv in questi giorni. La risposta è semplice, non ci voleva andare quasi nessuno. Non era una situazione semplice, e a metterci la faccia non si diventava certo popolari. Ma nascondermi non mi pareva giusto. Io credo che il ruolo di un dirigente sia quello di difendere ciò in cui crede, anche se impopolare. Dovrebbe essere ovvio, ma non lo è. In queste ore molti hanno deciso cosa sostenere guardando a dove tirava il vento. Capisco il ragionamento, ma secondo me è un errore. Il dovere di un dirigente non è quello di fare ciò che in quel momento è popolare tra i suoi elettori, ma ciò che ritiene giusto. E’ il principio della democrazia rappresentativa. Se a fine mandato, e il mio mandato è finito dato che come tutta la segreteria del Pd mi sono dimesso, gli elettori del Pd non mi rinnoveranno la fiducia, non sarò più un dirigente del Pd. Ma tra una elezione e l’altra ciò che deve guidare l’azione di ognuno di noi non sono i commenti su facebook o i sondaggi, ma le proprie convinzioni e la loro corrispondenza a un progetto deciso insieme. Naturalmente questo non significa sottrarsi al confronto, e credo di non averlo mai fatto. Prima di venire al merito, un’altra premessa: c’è molta rabbia nei commenti. La capisco. Certo non condivido quelli che mi augurano di morire, o quelli che hanno provato ad aggredirci fisicamente all’uscita del Parlamento perché in dissenso con le nostre idee. Le due cose sono legate, purtroppo. Quando si alzano così i toni poi si rischia di perdere la bussola e non capire che tutte le opinioni vanno comunque rispettate. Ma comprendo la rabbia, perché sono arrabbiato anche io. Chi mi conosce meglio tra voi sa come sono fatto. Al Pd ci tengo davvero, alle cose che dico ci credo e anzi molto spesso ricevo critiche perché le dico troppo direttamente. E allora facciamo così, facciamoci una bella litigata, così almeno discutiamo seriamente di questa vicenda. Che poi è quello che si fa in democrazia. Vi chiedo solo, se possibile, di evitare nei commenti gli insulti gratuiti. Criticate anche duramente, ma con argomenti. Almeno possiamo provare a fare un passo avanti. Altrimenti è inutile. Mi pare che la domanda di fondo a cui occorra rispondere è “perché non avete votato Rodotà”. Su una cosa voglio dare ragione a chi la pone: non lo abbiamo spiegato a sufficienza. Io ho provato a farlo in ogni occasione, ma evidentemente non è bastato e quindi la scelta è apparsa incomprensibile. Vediamo di recuperare almeno a questo errore. Partiamo dalla fine. Dopo la figura indecente su Prodi alcuni di noi hanno passato la notte a verificare laicamente tutte le possibilità. Anche quella di votare Rodotà. E non c’erano i voti. Se si fosse andati alla conta Cancellieri contro Rodotà il Pd si sarebbe diviso a metà e il risultato sarebbe stata l’elezione della Cancellieri, su cui convergevano Pdl, Lega e Monti. Voi obietterete “è un disastro che il Pd si divida su queste cose”. Sì, lo è. Ma che la situazione fosse difficile lo si era capito dal voto su Prodi e che, con un segretario dimissionario, non ci fosse tenuta nel nostro gruppo era evidente a tutti. Quindi la prima ragione, la meno politica, è che non c’erano i voti. La seconda motivazione però è per me quella più seria. Il Presidente della Repubblica è il custode e garante della Costituzione. Non deve essere “nostro” né scelto con accordi sottobanco, deve saper garantire a tutti amore e rispetto per quella Costituzione nata dalla Resistenza e dall’antifascismo. Grillo -e spesso anche i suoi parlamentari- in questi giorni e in questi mesi ha

ripetutamente contestato, aggredito, offeso quella Costituzione. Lo fa quando auspica la scomparsa dei partiti (art.49), quando rifiuta il confronto, insulta e allontana i giornalisti (art.21), quando contesta il principio della democrazia rappresentativa e su mille altre questioni. Ecco, quello che mi ha colpito è che un giurista raffinato come Stefano Rodotà non abbia mai, e sottolineo mai, trovato modo in questi giorni di prendere le distanze dai toni e dagli argomenti di Grillo. Perfino ieri, quando il leader dei cinque stelle ha detto che a Roma era in corso un colpo di stato, non c’è stata nessuna presa di distanze finché non siamo andati io e Letta in tv a chiederla a brutto muso. Ha scritto bene oggi Eugenio Scalfari “Rodotà si è pubblicamente rammaricato perché il Partito democratico e i vecchi amici non l’hanno contattato. Essendo tra questi ultimi debbo dire che neanche lui ha contattato me. Che cosa avrei potuto dirgli? Gli avrei detto che non capisco perché una persona delle sue idee e della sua formazione politica, giuridica e culturale, potesse diventare candidato grillino per la massima autorità della Repubblica. Il Movimento 5 Stelle, come è noto, vuole abbattere l’intera architettura costituzionale esistente, considera l’Europa una parola vuota e pericolosa, ritiene che i partiti e tutti quelli che vi aderiscono siano ladri da mandare in galera o a casa “a calci nel culo”. Come puoi, caro Stefano, esser diventato il simbolo d’un movimento che impedisce ai suoi parlamentari di parlare con i giornalisti e rispondere alle domande? Anzi: che considera tutti i giornalisti come servi di loschi padroni? In politica, come in tutte le cose della vita, ci vuole il cuore, la fantasia, il coraggio, ma anche il cervello e la ragione”. Ecco, questa è la ragione. Se vuoi fare il Presidente della Repubblica, massimo garante della costituzione, non puoi rimanere silenzioso di fronte a chi dichiara di volerla demolire solo perché quel qualcuno è il tuo principale sponsor politico. Ho ragione? Ho torto? Parliamone, ma stando al merito e non tirando in ballo cose che non c’entrano nulla. Come il governassimo. Io ho votato un presidente della Repubblica. E quel voto non impegna né me né il Pd al sostegno di un governo col Pdl. Questo lo abbiamo chiarito prima del voto e lo ripeto ora. Al governo con Berlusconi ero e resto contrario. (Matteo Orfini)
risposta aprile 21, 2013 alle 8:07 pm

Chi parla, avrebbe assecondato la linea di partito, proposta dal segretario. Credo che sia utile questa premessa, e chiederei a tutti di esplicitare allo stesso modo la posizione che avrebbero assunto se fossero stati chiamati a votare. Evidentemente non possiamo tralasciare la possibilità che dietro la scelta iniziale (Marini), ci fossero accordi sottobanco (E.Letta-G.Letta), magari noti nella direzione del partito (anche a Orfini?) ma sempre negati dalla linea ufficiale nelle occasioni pubbliche. Potrebbe essere, ma io non lo credo. Ho in mente ancora l’intervento al Corviale di Bersani, “Presidente, il più possibile condiviso” e “un governo di cambiamento non può essere con il Pdl”. Una linea politica tutt’altro che contraddittoria. Una scelta all’altezza anche di una Grande Sinistra Popolare, capace di concedersi completamente per la costituzione e di attestarsi saldamente sulle proprie posizioni politiche. Rispondere alla “gente” della “sinistra populista” che domanda ingenuamente “perché non Rodotà?” è utile, a margine di altri chiarimenti. (Le domande sono seguite tra parentesi da alcune osservazioni e precisazioni volte a facilitare il lavoro di risposta.) 1. Come si può concedere a Renzi di avere un incontro privato, di un’ora a Parma, con Berlusconi senza tartassarlo, successivamente, di domande e senza sapere, a due giorni dalle elezioni del Presidente della Repubblica (16 aprile), di cosa abbiano parlato? Questa è la domanda principale cui si chiede risposta e che voi dovreste sottolineare nel dibattito in direzione.

2. Quali eventi vi hanno indotto a ritenere necessario di votare in dissenso dalle valutazioni del segretario all’assemblea del 17 aprile in cui fu proposto Marini? (La risposta che bisognava non dividere la coalizione PD-SEL è già nota. Come è ovvio ognuno può avere letture diverse della fase, da voler sottoporre all’assemblea, ma è evidente che tali valutazioni non sono obbligatorie specie quando la segreteria è quasi quotidianamente attaccata da fazioni interne (renziani) che spingono alla rapidità di soluzione e invocano l’accordo con il Pdl non sul Presidente ma sul governo. La ragion di Partito, è come, la ragion di Stato, e spesso coincide. Le opinioni di rottura vanno frenate e ben ponderate, come ha detto oggi Marini al suo giovane Renzi.) 3. Quale risultato si è ottenuto dopo il no dei “giovani turchi” a Marini in assemblea? (non sarebbe stato meglio aumentare l’evidenza della posizione minoritaria dei renziani? Ripeto, fino al giorno prima dell’assemblea Renzi ha invocato il governissimo al grido di “facciamo in fretta”. Non le viene più naturale insospettirsi della posizione del sindaco rispetto a quella del segretario? 4. Quand’è che abbiamo iniziato anche noi ad avercela con i dirigenti del partito e a chiedere loro di farsi da parte? (Giusto che chi ha costretto Bersani alle dimissioni paghi, ma occhio a non usare le argomentazioni di Renzi. Se si è arrivati alla valutazione che sia necessario inseguire la “gente” sul terreno dello scontro deciso da Grillo siamo alla vigilia anzi all’inizio di una stagione di violenza (generalmente intesa) dove gli interessi di parte vengono difesi alzando la voce, ed esponendo il diverso al pubblico ludibrio. e allora cominciamo ad armarci delle giuste contromisure) 5. Come ha fatto Vendola a cadere nel tranello di Berlusconi di non votare un ex democristiano per la presidenza della repubblica. che timore aveva? e quali le certezze con Rodotà, il “garante”? (Piccoli interessi che nulla centrano con la povertà, (scusate la volgarità) e che pure sarebbero potuti passare anche con un presidente come Marini in un governo di cambiamento Pd-M5S che non ci sarà.) Le parole di Marini di oggi, a momenti alterni, somigliavano a quelle del compagno Tronti nell’ultimo articolo del 4 aprile (“Non si cavalca uno tsunami”). E allora quando due uomini così sanno unirsi in “divergente accordo”, noi giovani del pd dovremmo imparare a portare umilmente le borracce. (scusate la chiusura amara).

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