ASSEMBLEA NAZIONALE PD

11 maggio 2013
Trascrizione degli interventi A cura di Filippo Giugni

“Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”. Antoine de Saint Exupery

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La trascrizione è stata effettuata in base all’ascolto del testi dal sito www.youdem.tv Sono state escluse, ove possibile, le frasi di circostanza e lo stile colloquiale è stato riportato alla forma scritta. Mi auguro che questo lavoro possa essere un utile strumento di lavoro per una prima riflessione preparatoria al prossimo Congresso Nazionale, nel circolo PD di Castelletto Manin, Municipio di Genova Centro Est. I singoli interventi sono preceduti da una breve nota di riassunto e commento. Filippo Giugni filippogiugni@alice.it www.filippolitico.blogspot.it

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SOMMARIO
PRESENTAZIONE .......................................................................................................... 5 SERENI ......................................................................................................................... 7 BERSANI ...................................................................................................................... 7 SPERANZA ................................................................................................................... 8 DE LUCA..................................................................................................................... 10 SORU ......................................................................................................................... 10 GOZI .......................................................................................................................... 11 MARTINI .................................................................................................................... 12 VERDUCCI .................................................................................................................. 14 PITTELLA .................................................................................................................... 15 RENZI ......................................................................................................................... 15 ROGNONI .................................................................................................................. 17 FASSINA ..................................................................................................................... 18 BINDI ......................................................................................................................... 19 PARIS ......................................................................................................................... 21 CUPERLO ................................................................................................................... 22 MELIS......................................................................................................................... 24 CIORIA ....................................................................................................................... 25 MARIUCCI .................................................................................................................. 26 POLLASTRINI .............................................................................................................. 26 CIVATI ........................................................................................................................ 28 RUSSO ....................................................................................................................... 29 AGOSTINI ................................................................................................................... 30 ROSSI ......................................................................................................................... 32 EPIFANI ...................................................................................................................... 33 CAMPANA ................................................................................................................. 37 FASSINO .................................................................................................................... 39 3

RANIERI ...................................................................................................................... 41 GEZZI .......................................................................................................................... 42 ZAMPA ....................................................................................................................... 44 PUPPATO ................................................................................................................... 44 ANDRIA ...................................................................................................................... 46 BOERI ......................................................................................................................... 47 BERNARDI .................................................................................................................. 48 LETTA ......................................................................................................................... 48

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PRESENTAZIONE
Ho pensato di fare una trascrizione degli interventi dell’Assemblea Nazionale PD dell’11 maggio 2013 perché mi sembra un buon punto di partenza per la prossima discu ssione precongressuale nel nostro Circolo. I punti principali emersi mi sembrano, in sostanza, i seguenti: 1) Espressione del disagio e critica degli avvenimenti post elezioni, dai primi tentativi di formale un governo, alla vicenda dell’elezione del Presidente della Repubblica, alla nascita del Governo Letta; 2) Discussione sul ruolo del PD nella politica italiana. 3) Critica del correntismo esasperato, e della mancata fusione culturale delle componenti che hanno dato vita al PD 4) Richiesta di un Congresso a tesi, nel quale si possa discutere delle idee prima che delle persone 5) Analisi dell’efficacia delle primarie e riflessione sulla capacità del P D a interpretare la società italiana e riconnettersi con le sue espressioni 6) Sostegno al Governo Letta, ma richiesta di caratterizzarne l’azione su punti pr ogrammatici coerenti con obiettivi e valori del PD Disagio e critica. E’ stato ripetutamente espresso un senso di rabbia, frustrazione e delusione, sia per essere costretti ad una soluzione di governo antitetica a quella prefigurata in campagna elettorale, sia per i rapidi cambiamenti di posizione nel corso delle votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, sia, soprattutto, per il mancato sostegno a Prodi, arrivato nel segreto dell’urna senza che fosse esplicitato e motivato prima. Non sono stati citati, e quindi neppure analizzati o criticati, né la “politica dei due c anali” (istituzionale e di governo) citata da Bersani, né le ragioni che hanno indotto il Costituente a richiedere il voto segreto in sede di elezione del Presidente della Repubblica. E neppure sono stati chiamati in causa, per capire quale è stato il loro ruolo nei confronti dei gruppi in occasione delle votazioni, i capigruppo di Camera e Senato. Ruolo del PD. Si sottolinea l’importanza del PD, unico partito non personale, per il futuro dell’Italia, ma ci si chiede anche se oggi costituisca per il Paese un possibile soluzione ai sui problemi, o un ulteriore problema esso stesso. Il ruolo desiderato varia da quello di “part ito nella nazione” a quello di partito di “sostegno alle fasce più deboli”. In ogni caso è necessario “interpretare i cambiamenti” della società. Talvolta il ruolo viene esplicitato in termini di “cose da fare” per il Paese. Non sono emerse visioni complessive a medio lungo termine e quindi neppure azioni conseguenti. Critica del correntismo. La critica del correntismo è ripetuta, e, pur salvaguardando il principio del pluralismo all’interno del PD e riconoscendo la ricchezza di una pluralità di approcci, molti inte r5

venti imputano le difficoltà del partito ad una tendenza da parte delle componenti ad occupare i posti di responsabilità più con criteri di fedeltà al leader che in base alle capacità, Pur richiedendo nuove modalità di selezione della classe dirigente, nessuna di queste analisi, però, suggerisce possibili rimedi a livello organizzativo o a livello statutario o regolamentare. Congresso a tesi. Si auspica che il Congresso non si traduca in una conta delle tessere o in un confronto muscolare tra le componenti: si ritiene che questo possa essere superato con un Congresso “a tesi”, nel quale vengano prefigurate linee programmatiche e operative in competizione. Anche se qualche intervento ha cercato di segnalare nuovi approcci a qualcuno dei temi in discussione (ad esempio, il lavoro), non sembrano ancora emergere le basi per un dibattito più ampio, che investa la strategia a medio lungo termine e la conseguente revisione di strutture e processi, nonostante ne sia da tutti sentita l’esigenza. Efficacia delle primarie. E’ opinione diffusa che le primarie rappresentino un elemento ormai irrinunciabile ne lle dinamiche del rapporto tra Partito ed elettori. Tuttavia inizia ad emergere la consapevolezza per cui le primarie, da sole, non sono sufficienti per riannodare il vincolo con la società civile. In taluni casi è stato notato un loro uso distorto, in particolare nel caso delle “parlamentarie”. Questi segnali forse avrebbero richiesto un maggiore approfondimento del tema, cercando di rispondere alla domanda: come si fa a regolamentare meglio le primarie, mantenendo il più possibile il loro senso di apertura verso l’elettorato? Sostegno al Governo Letta. Tutti dichiarano di sostenere il Governo Letta, ma con sfumature apparentemente diverse. Per alcuni il Governo Letta rappresenta un fatto eccezionale che deve durare il meno possibile, magari prendendo solo alcuni provvedimenti economici e facendo la riforma della legge elettorale. Per altri invece rappresenta un’opportunità per realizz are almeno in parte il programma del PD riguardante la riforma della politica e impostare le riforme istituzionali. In questo caso potrebbe durare di più. E’ diffusa però la sensazione che l’interruttore del governo sia nelle mani del PDL, e questo, naturalmente crea disagio, anche se per evitarlo la sola strategia proposta sembra essere quella di “lavorare bene” ….

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SERENI
In questa assemblea il segretario e la presidenza si presentano dimissionari dopo un risultato elettorale molto diverso da quello sperato e dopo un tentativo generoso ma rivelatosi impossibile di dare vita ad un Governo del cambiamento, dopo aver prodotto una inaccettabile paralisi nell’elezione del Capo dello Stato, dopo aver mancato di senso di responsabilità e rispetto verso le Istituzioni e verso personalità di primo piano del nostro Partito, come Franco Marini e Romani Prodi, in un passaggio cruciale della vita del paese. Dallo stallo insopportabile delle scorse settimane siamo usciti soltanto grazie allo spirito di servizio e al grande senso dello Stato di Giorgio Napolitano. Questi drammatici eventi hanno provocato le dimissioni del nostro segretario, un gesto amaro e di rottura che ha richiamato tutti noi ad assumere oggi una responsabilità collettiva, oggi in tanti si aspettano decisioni all’altezza delle sfide che dobbiamo affrontare: non possiamo sbagliare né sottrarci ai compiti che la situazione del Paese, stretto tra crisi economica e sociale e crisi istituzionale e democratica, ci assegna. La nascita del Governo Letta, un governo di servizio formato e sostenuto da forze che sono e resteranno alternative comporta per noi nuove e grandi responsabilità: soltanto un PD in grado di interpretare le domande urgenti che vengono dal mondo del lavoro e delle imprese, dai giovani, dalle famiglie, dal mezzogiorno può sostenere con efficacia l’azione di governo senza rinunciare all’identità e alle ambizioni di cambiamento. Ad Enrico Letta e agli impegnati in questo particolarissimo governo dobbiamo assicurare il nostro contributo di idee, proposte, iniziative. La delusione per il risultato elettorale, lo spettacolo indecente delle divisioni interne e delle degenerazioni personalistiche e infine la scelta necessaria ma complicatissima di fare un governo con il PDL hanno prodotto tra molti nostri iscritti, militanti, elettori disorientamento, dubbi, proteste. A costoro dobbiamo dare una risposta di rassicurazione e serietà, di unità e responsabilità eleggendo un segretario che ci guidi con autorevolezza fino al prossimo congresso e che rilanci l’iniziativa e il progetto del Partito.

BERSANI
Mi prendo pochissimo tempo per un saluto, un ringraziamento e un appello. Ovviamente non posso e non voglio parlare dei compiti del PD in questa fase crucialissima: toccherà al nuovo segretario. E neppure voglio fare valutazioni retrospettive: avremo modo di ricostruire la vicenda che ci sta alle spalle nella nostra discussione congressuale. Oggi se noi comprendiamo la delicatezza estrema della situazione dobbiamo mostrare a noi stessi e al Paese che guardiamo avanti. Le mie dimissioni sono venute a seguito di vicende politiche dolorose e drammatiche che hanno cambiato il corso degli eventi. Voglio solo ribadire che queste dimissioni non sono state un gesto personale, per me sono state un gesto politico su una questione che ritengo dirimente , esistenziale per il PD e voglio credere che se ne potrà discutere davvero a fondo nel congresso. 7

Resto convinto che la prospettiva di un nuovo gran de partito riformista è l’unica speranza per il nostro Paese, l’unico presidio possibile per i valori, gli interessi che vogliamo rappresentare: per questo dobbiamo riflettere più a fondo se siamo adeguati a questo, sulla missione nazionale del PD, sulla sua natura, e in particolare se vogliamo essere un soggetto politico o solo uno spazio politico. Questa è una domanda cruciale in un partito senza padroni in cui è più facile smontare che tenere assieme, e questo deve essere responsabilità di ciascuno. Non si tratta di un fatto organizzativo e disciplinare: è un tema politico e culturale. Voglio credere che affronteremo oggi le scelte che dobbiamo fare con una libera assunzione di responsabilità collettiva. Guardiamo al paese di fuori: la situazione è molto critica, il paese è di fronte ad una domanda se si prolunga il cedimento economico produttivo e sociale, se perdiamo la prospettiva della crescita, riusciremo a reggere la qualità e gli assetti della nostra democrazia? Sentiamo nostra questa sfida: per la prima volta il PD ha primarie responsabilità di governo, sia pure in condizioni straordinarie, dobbiamo ricavare da questo difficile equilibrio qualche segno vero di cambiamento, di ripresa di fiducia. Dobbiamo giocare le nostre carte nelle condizioni date, e nel contempo, dobbiamo correggerci in corso d’opera senza ri nchiuderci e senza rinunciare ad una discussione profonda, un nuovo inizio del PD. Ne saremo capaci. Saremo capaci di rileggere questa prima fase della nostra storia e di riformulare il senso del nostro cammino: deve essere questo il cuore del Congresso, con la guida, il servizio, la garanzia del nuovo segretario.

SPERANZA
Questa è una giornata importante, che fa la storia del nostro partito, e ci richiama ad una straordinaria responsabilità: l’Italia ci guarda e noi dobbiamo costruire una risposta credibile e autorevole che dia il senso di quale è la funzione di fondo di questo partito e dobbiamo farlo con grande umiltà e con solidità ridicendo che sia un grande soggetto che vuole giocare la partita del futuro del Paese. L’Italia vuole capire se siamo noi quel soggetto politico che può ridare una prospettiva di futuro ai nostri figli, e oggi dobbiamo essere all’altezza di questa missione. In Italia si incrociano due crisi senza precedenti, una economica e una politica che determinano un “cambio di paradigma”: da questa realtà dobbiamo ripartire: Rispetto a qu esto scenario abbiamo costruito nelle settimane passate una risposta possibile, il governo del cambiamento, per dare risposta politica a queste inquietudini reali. Abbiano provato a capire se ci fosse uno spazio per cambiare il radicalismo di una protesta di cui abbiamo compreso le ragioni in una proposta di cambiamento. Quello era il disegno giusto, ma non è riuscito per la responsabilità degli interlocutori, ma non dobbiamo rinunciare a provarci. L’altra grande ragione che ci riguarda da vicino è la debolezza del nostro partito, la sproporzione tra la nostra forza reale e gli obiettivi di cui il Paese ha bisogno . Nei giorni drammatici della elezione del Presidente della Repubblica in cui abbiamo bruciato due straordinarie personalità abbiamo fatto emergere la questione di fondo con 8

cui dobbiamo confrontarci, delle domande su cui dovremo ragionare nella stagione congressuale. Non è solo un problema di disciplina, ma di discutere il senso del partito: cosa siamo, cosa ci tiene insieme, cosa è la nostra cultura politica oggi, quale è il collante che fa di tante parzialità un grande soggetto politico. Le dimissioni di Bersani danno il senso di questa responsabilità che è di tutti. Un Congresso in cui la politica prevalga sui personalismi, non una conta ma una battaglia delle idee, centrato sulla nostra idea dell’Italia e delle sue sfide in un contesto europeo e mondiale. Oggi intanto dobbiamo vivere questo tempo difficile essendo la più grande comunità politica e la più grande forza parlamentare. Questo Governo non era nei nostri obiettivi ma oggi dobbiamo spiegarne il senso andando avanti con umiltà e coraggio parlando con tutti senza paura e spiegando perché stiamo facendo una cosa che avevamo detto che non avremmo mai fatto, senza paura delle critiche e del confronto, parlando e ascoltando. Non dobbiamo aver paura di chi discute e vuole capire, ma di chi rinuncia e se ne va in silenzio, perché siamo convinti della nostra scelta. Questo governo a cui abbiamo dato la fiducia è una risposta eccezionale ad una fase eccezionale, segue l’insegnamento del Presidente Napolitano, che ci ha chiesto in passato di avere il coraggio della verità, anche quando è scomoda, e oggi questo significa che un grande partito deve saper guardare all’interesse del Paese prima che all’interesse di parte. Per questo dobbiamo sostenere il Governo Letta in cui siamo impegnati con persone, idee, progetti e volontà di cambiamento. Siamo e restiamo alternativi al centrodestra, ancorati alle famiglie progressiste, europee e internazionali. Il viaggio nelle Capitali europee è un segnale decisivo per ribadire che il nostro futuro è legato alla dimensione e alla dinamica europea, nella quale dobbiamo operare con forza per l’inversione di un ciclo politico di rigore e austerità che rischia di produrre disastri soci ali. Dobbiamo allora partire dagli ultimi, dagli indifesi che rischiano di non farcela. La forza di questo governo si misurerà sui fatti, sulle risposte concrete: cassa in deroga, esodati, vicenda fiscale, con le nostre idee e i nostro impegno. Ad esempio la scuola è il primo presidio di democrazia e di eguaglianza, e con cultura, ricerca, università e su di essa si può costruire il futuro. Lo sviluppo sostenibile, la tutela delle risorse naturali, sono patrimonio indivisibile della comunità. Il sud e il nord devono tenersi assieme. La legalità è precondizione decisiva per costruire la convivenza futura. I diritti, i figli degli immigrati nati in Italia,sono italiani. Tutto questo è il nostro progetto e la nostra identità e di questo siamo orgogliosi. Chiediamo a questo Governo di rimettere l’Italia sui binari, di fare la sua parte per c ostruire risposte all’altezza delle domande di oggi. Per questo dobbiamo ascoltare, dialogare senza paura, ma poi il gruppo dirigente deve spiegare il senso profondo di una scelta politica che guarda prima di tutto agli interessi del Paese. Anche la Convenzione per le riforme non è un espediente tattico per tirare a campare: serve per costruire una stagione costituente e affrontare alcune necessità: superare il bicameralismo perfetto, camera delle autonomie, dimezzare il numero dei parlamentari. 9

Ma l’obiettivo più grande è quello di riconnettere i cittadini alla politica,perché c’è un interesse generale che viene prima di ogni cosa: non bastano le politiche, ci vuole la politica e i grandi soggetti politici. Noi dobbiamo dimostrare di esserlo. Non possiamo essere solo campo, dobbiamo essere soggetto politico.

DE LUCA
Faccio fatica a trovare le parole per esprimere il senso di umiliazione che ho provato in questa settimana. Non avrei mai immaginato che potessimo ridurci così. Dobbiamo chiedere scusa a militanti, elettori, cittadini. Si è costituito il governo Letta e dobbiamo sostenerlo, ma ho molta preoccupazione di non finire in un vicolo cieco. Siamo in una situazione di eccezionalità ma non abbiamo alternative: dobbiamo fare due cose, produrre quanto più è possibile con il Governo nel contesto di una faticosa mediazione, e ricostruire il partito. Il governo non può essere autonomo e autosufficiente rispetto al partito, e neppure si può ripetere l’esperienza di un lento consumarsi come con Monti: se questo governo fallisce, falliamo anche noi tutti. Perché siamo arrivati in questa situazione? Il dato fondamentale di questa incredibile campagna elettorale è che è venuta alla luce la stanchezza della democrazia. La democrazia vive con le decisioni che produce in un contesto di trasparenza delle responsabilità. Oggi il sistema produce solo oppressione sul lavoro dipendente. La parte più viva del paese rischia di separarsi dal sistema democratico. Come ci siamo arrivati noi? C’è stata una lunga evoluzione verso il correntismo volgare: dobbiamo smantellare le correnti se vogliamo ripartire. Le componenti sono una ricchezza democratica e il pluralismo è la vita, ma il correntismo organizzato è la negazione della democrazia. Io voglio presentarmi senza correnti e senza padroni, libero di scegliere il mio voto. Invece la selezione dei gruppi dirigenti avviene sulla base del capo corrente che ti protegge. Un partito così non serve. Ripartiamo dai territori dove ci si conquista i consensi. Occorre poi qualche approfondimento programmatico quali sono i ceti sociali che si riferiscono a noi? Non trovo un gruppo sociale che ritenga che il PD possa migliorare la propria situazione. Dobbiamo sburocratizzare il paese, favorire la trasformazione urbana. Cancellare le provincie. Ci vuole un profilo programmatico netto e chiaro. Non dobbiamo più essere un partito irrisolto, transitorio. Dobbiamo essere convinti che una sintesi storico politica ideale tra la tradizione del cattolicesimo democratico e la sinistra riformista può dare vita ad un partito che ha un’anima e una funzione storica, di concludere la lunga storia del trasformismo ed essere il soggetto di una riforma economica, istituzionale e morale. La storia che abbiamo alle spalle è più grande anche delle nostre miserie!

SORU
Come tanti ho condiviso il senso di angoscia, frustrazione e paura per le cose che sono accadute ultimamente. Spero che tutto questo sia occasione per una ripartenza, qualcuno 10

dice che abbiamo avuto un segretario per due partiti, ma non per chi in passato non apparteneva a nessuno dei due. Spero che nasca un partito che guardi più al futuro che al passato e possa accogliere tutti, anche chi non ha altre storie precedenti . Speranza ha parlato della crisi economica, sociale e politica che ci chiede un cambio di paradigma: è vero, ma si tratta di riconoscere quale sarà. La segreteria Epifani può essere l’opportunità per avere un pensiero nuovo sul lavoro. Cosa intendiamo noi per “lavoro”? Solo quello dipendente, o anche le professioni, gli artigiani, gli imprenditori che lo difendono e lo creano? Alla nascita il PD ha parlato dell’alleanza tra i produttori, rivolgendosi anche ai non dipendenti, ma questo è andato declinando e siamo tornati all’idea di dover rappr esentare una classe, una parte. Ma il mondo è cambiato e questo cambio di paradigma ci riguarda e ci sollecita: chi fa impresa e chi lavora sta dalla stessa parte, il problema è quando mancano le imprese, non nascono, e quando se ne vanno lasciano un vuoto e crearne di nuove è difficile. Non capisco perché vogliamo regalare alla destra la rappresentanza delle imprese, perché chi ha mille, duemila persone che lavorano con lui non possa sentirsi degnamente rappresentato dal PD. Chi oggi si ostina ad aprire un’azienda e a lavorare con la gente è p ure lui un piccolo eroe, perché si mette a rischio per creare prodotti, servizi, lavoro e così condividere la ricchezza. Vorrei che il PD nascesse con questa idea nuova, che il lavoro è uguale per chi lo presta, per chi lo offre, per chi lo domanda, per chi lo organizza, per chi lo crea, e questa può essere una prospettiva per i nostri giovani. Che sentano che c’è un ric onoscimento sociale quando si mettono assieme per immaginarlo e crearlo, che viene apprezzato chi il lavoro lo vuole pensare per sé stessi e per gli altri. Mentre il lavoro scappa verso le altre parti del mondo, dobbiamo dare pieno riconoscimento sociale, importanza, comprensione per chi organizza lavoro. Abbiamo perso il tempo della televisione, l’abbiamo lasciata a Berlusconi, non perdi amo il tempo di internet, non lasciamola a Grillo! Non è difficile mettere insieme capacità, tecnologie e anche coscienza critica e garanzie di trasparenza di comportamenti. Non lasciamoli agli altri. Questo cambio di paradigma avviene anche nei luoghi di incontro, di discussione, nelle modalità di condivisione e di partecipazione.

GOZI
Il 19 aprile 2013 il PD si è suicidato. 101 congiurati hanno sabotato la candidatura di Prodi. Ora dobbiamo fare il nuovo PD che avevamo promesso e mai realizzato e che ha vissuto il suo momento migliore con la prima esper ienza dell’Ulivo. I 101 voti mancati dopo l’assemblea unanime sono una ferita grave e aperta perché è venuto a mancare il senso di lealtà, trasparenza e franchezza essenziale in una comunità che si batte per valori comuni. Abbiamo poi votato la fiducia al governo Letta. Io ho molta fiducia in Enrico, ma non c’è più fiducia tra di noi e con i nostri elettori, e questa dobbiamo ricostruirla. In una fase di emergenza democratica, economica, sociale ed europea, dobbiamo farlo in un contesto politico e parlamentare molto complesso. Questo dovrà essere il nostro punto di riferimento 11

e un vincolo politico. Ciò comporta non rinunciare ad iniziative parlamentari ad es. sui diritti civili, sul diritto di cittadinanza, perché il nostro comportamento nel Palazzo avrà un’influenza decisiva sulla nostra capacità di riannodare il filo con gli elettori. Solo così p otremo fare la nostra parte rispetto al difficile compito di Enrico Letta di cui siamo corresponsabili di fronte al Paese. Ribadisco il mio rispetto per Franco Marini e confermo che quel PD che ha tentato di nascere nel 2007 è politicamente morto. O ne costruiamo un altro su basi diverse o saremo responsabili del disastro che ne risulterà. Se cercheremo di mantenere in vita il primo tentativo gli elettori smetteranno di darci il voto. Il nuovo PD dovrà diventare quello che nel 2007 al Lingotto aveva ridato speranza ed entusiasmo agli italiani e ciò richiede una visione politica nuova e una classe dirigente rinnovata sulla base delle idee e del coraggio di difenderle. Evitiamo di ripetere gli stessi errori: stiamo subendo i colpi di correnti organizzate per difendere valori materiali di posti, prebende, poltrone. Il pluralismo politico è vitale, l’autoreferenzialità del potere è mortale. Abbiamo fatto troppi errori sulla base della logica degli “ex”, come un mini compromesso storico, alcuni hanno scomodato Berlinguer per giustificare il governo delle larghe intese, come se dall’altra parte a destra avessimo Aldo Moro. A destra abbiamo Berlusconi che pensa al suo tornaconto personale. Di questa vecchia logica non importa nulla ai nostri elettori, ed evitiamo di dare l’impressione che vogliamo compensare un governo che ad alcuni appare come un governo “DC 2.0” con un partito che per questo dovrebbe essere affidato a “gente più di sinistra”, perché vuol dire perseverare in una logica perdente. Non faremmo un buon sevizio a nessuno. Meglio che siano più di sinistra, ma di una sinistra moderna, europea, transnazionale, le nostre idee sul lavoro, sui diritti, sull’Europa. Coi tatticismi abbiamo fatto abbastanza danni. I nostri elettori vogliono sapere cosa vogliamo fare per un fisco più giusto, per rendere più equa una società sempre più diseguale, per dare loro i nuovi diritti che la modernità impone. Invece di sbranarci su nomi e organigrammi facciamo un bello scontro su cosa vogliamo fare per riformare la giustizia, su quale politica industriale, sulle nuove alleanze in Europa e nel mondo e riformiamo subito la legge elettorale . Il dibattito sulle istituzioni può essere l’alibi per rimandare la riforma della legge elettorale. Torniamo subito al mattarellum. Abbiamo bisogno di un Congresso vero con candidature e tesi politiche vere e contrapposte che Epifani dovrà predisporre in modo imparziale. Partiamo dalle idee e non dai nomi. Questa è l’ultima chiamata.

MARTINI
Oggi eleggeremo il segretario del Partito e fissiamo lo svolgimento del Congresso, dopo di che cominciamo subito il lavoro congressuale. Ci sarà tanto da fare per evitare che il congresso sia solo una conta sul segretario. Condivido che è anche il momento per aprire un grande dibattito culturale. Dobbiamo correggere tutti gli errori e le fragilità. 12

L’ultima fase è stata drammatica ma le radici dei nostri problemi non stanno solo negli ultimi tre mesi. Vengono da più lontano e riguardano nodi profondi della vita del partito. Non scambiamo i sintomi con le cause. Oggi è durissima la critica contro il correntismo, che è cosa del tutto diversa dal pluralismo. Un partito plurale è cosa buona, un partito balcanizzato non è più un partito. Io non ho mai fatto parte di nessuna corrente se non come curioso ricercatore di idee valide. Il correntismo è responsabile del tanto discredito che oggi sentiamo nel partito, ma non è la sola causa. Ce ne son altre che stanno nella nostra cultura politica, ancora gracile e incerta su molti punti essenziali. Secondo Reichlin sono mancate le idee forti. Le divisioni e i giochi di potere non sono la causa, ma la conseguenza, ed io sono d’accordo. Ci sono le occasioni per lanciare grandi idee, ad esempio la crisi del capitalismo del 2008. Ne abbiamo parlato troppo poco, non solo in Italia. E’ mancata una iniziativa di fronte al disastro del “turbo capitalismo” non solo per reggere l’urto politico, ma per rispondere ad una domanda nuova tra la gente, a sensibilità per stili nuovi ed esigenze diverse. Se mancano le grandi idee e quindi le grandi battaglie finisce per prevalere la dimensione difensiva, tattica, politicista, e c’è più spazio per il correntismo. Su questo deve discutere il Congresso, il rilancio di grandi idee all’altezza della crisi: Europa, sociale, riforma istituzionale, nuovi diritti, per aiutare il Governo ma anche idee per il futuro. Da qui si costruirà una nostra forte identità. L’identità non è la foto degli antenati di famiglia, qualcosa rivolto al passato, è il passaporto per il futuro, e dice chi siamo oggi per candidarci per il futuro. Senza un’identità forte, attuale, proiettata al futuro, siamo d eboli, irriconoscibili, non abbiamo forza e ruolo. Un partito dall’identità forte e robusta non teme le prove difficili e inedite, compresa quella delle larghe intese, che non è la nostra politica né la nostra prospettiva, ma se ci terrorizza così è forse perché siamo fragili noi, non ci sentiamo all’altezza di vivere qua lcosa di diverso da quello che volevamo. Può succedere nella storia di essere su un percorso diverso da quello che si vorrebbe, per i risultati elettorali, per errori nostri o anche per un accidente della storia. Non si perde la testa in questi frangenti: si vive con fermezza e coraggio e si cerca di dare il meglio e si lavora per gli scenari giusti. Se l’identità e la cultura sono forti un partito non ha paura di perdersi, accetta la prova e ci mette la faccia perché è sicuro di sé e dà sicurezza agli elettori perché non si snatura. La sicurezza di noi è anche quella di chi sa chi sono i suoi avversari nella politica e nella società. Il congresso dica cose chiare: nella politica i nostri avversari sono il populismo, le leggi ad personam, la corrosione della Costituzione. Nella società sono un blocco tra finanza, comunicazione e rendite che sono i responsabili della crisi e guidano la campagna contro la casta dei politici. Dobbiamo sapere chi sono i nostri avversari e li combatta a testa alta senza proporre di tornare al novecento ma nemmeno continuando a non essere “né ca rne né pesce”: salveremo il partito ed eviteremo scissioni non se fanno pace i capi corrente, ma se al centro della discussione tornano le idee forti e i grandi progetti.

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VERDUCCI
In un’azienda delle Marche operante nel comparto del metallo un operaio mi ha detto. “Io adesso non voglio più ascoltare, voglio votare e schierarmi contro la politica”. Questa frase mi brucia enormemente perché è frutto di un cortocircuito: quale riscatto sociale può esserci senza, fuori e contro la politica? Un tempo politica significava emancipazione, inclusione, diritti di cittadinanza, oggi invece se ne coglie solo l’elemento degenerativo di conservazione e di chiusura. Si percepisce l’invidia sociale nei confronti della politica, e allora qualcuno può giustificare gli spari contro i palazzi che non sono “del potere” ma “luoghi della democrazia”.e dei cittadini. Politica e vivere sociale hanno camminato insieme per tanto tempo, ora questo è andato in frantumi perché è caduta una visione del bene comune, a partire dal futuro delle nuove generazioni. Questa è l’urgenza di un nuovo patto repubblicano: noi Democratici siamo nati nel 2007 per riannodare quei fili, come dice Bersani, “la sinistra, la voglia di riscatto e giustizia sociale, esiste in natura, e il PD sarà la sinistra del nuovo secolo”. Anche oggi questo è un tema urgentissimo, e deve essere la cifra del prossimo Congresso per costruire e radicare il PD nella società nella radicalità dei conflitti sociali. Questo è un passo decisivo nel cantiere della terza repubblica, tenendo insieme protesta e cambiamento: dobbiamo anche essere credibili nel pronunciare questa parola, e per questo dobbiamo sintonizzarci sulle ragioni della protesta, farsene interpreti, perché la crisi è di legittimazione ma anche di sovranità dei cittadini che non possono scegliere e non possono far valere il proprio merito e il proprio talento e anche di sovranità degli stati nazionali che solo un’Europa più forte, coesa, comunitaria può vincere. Il nostro europeismo è diverso da quello della Merkel, dall’intransigenza dell’egoismo e dell’austerità che pregiudica il futuro e fa venir meno politiche europee comuni: su qu esto l’Europa rischia immobilismo e implosioni e tocca all’Italia di fare la sua parte. L’ingresso di Letta a Palazzo Chigi mi dà orgoglio e soddisfazione ma non mi impedisce di tenere a mente che questo governo è frutto di una nostra sconfitta, e tuttavia è un bene per l’Italia che questo Governo sia nato perché milioni di cittadini aspettano risposte primarie. Il bisogno di lavoro è un priorità che ha avuto giustamente la meglio su qualunque altra. La questione sociale è un motivo sostanziale del nostro impegno che riguarda a nostra cultura politica: su questo criticamente e quotidianamente andrà valutato il nostro sostegno al governo e sulla discontinuità che saprà affermare con i governi precedenti. In ogni caso il PD dovrà essere pronto a rialzarsi, ripartire interpellando il popolo, prevedendo le primarie nel prossimo congresso: rinunciare alla costruzione del PD è un errore testimoniato dalla mancata integrazione di un gruppo dirigente che sembra un insieme di individualità piuttosto che una squadra solidale . Certo bisogna stare con chi sta pagando la crisi, con gli innovatori e contro le rendite, ma in forma collegiale senza veti reciproci: solamente insieme ce la faremo.

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PITTELLA
Un abbraccio affettuoso a Cécile: vai avanti, la tua battagli a è la nostra. Chi ama il PD deve fare un discorso di verità e di autocritica. Abbiamo difficoltà a capire l’ampiezza e la profondità della crisi, l’intensità della voglia di cambiamento del Paese, che non abbiamo saputo intercettare, ma è troppo semplice trovare un capro espiatorio perché le responsabilità sono di ciascuno di noi, e tutti dobbiamo fare la nostra parte per riannodare il filo con il destino del Paese. L’amarezza e la sfiducia del nostro popolo va compresa: ci siamo addormentati con la vittoria del centrosinistra e svegliati con le larghe intese, anche in questo abbiamo responsabilità e fatto errori. Ma oggi abbiamo un governo, un presidente del Consiglio, e abbiamo il dovere di sostenerlo. Questo Governo deve fare alcune cose essenziali: per prima cosa la riforma delle legge elettorale, poi misure per la ripresa economica, riduzione del carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, pagamento dei crediti alle pmi, cassa integrazione, allentamento del fiscal compact, e rispetto all’Europa battersi per la “golden rule”, ossia l’esclusione dal patto di stabilità le spese per investimenti . Solo così si riprende l’economia europea e si crea occupazione. Il peso del centrodestra nel Governo va fronteggiato facendo vincere le misure che favoriscono l’equità e combattono i privilegi: su questo, sul tema dei diritti, sulla pretesa di piegare le istituzioni alla difesa di interessi personali, non c’è margine di mediazione. La nostra crisi deve essere superata con il Congresso, bene Epifani garante e traghettatore, per fare un nuovo segretario e un nuovo gruppo dirigente. Il Congresso deve essere aperto a tutti: nel partiti ideale votano gli iscritti soltanto, ma questa è una fase di emergenza, una chiusura ai sol iscritti sarebbe un messaggio devastante per l’opinione pubblica. Non lasciamo che il destino del nostro progetto e quello del Paese venga affidato a pacchetti preconfezionati da 22 o 23 correnti. Lasciamolo decidere agli iscritti e ai cittadini. Dobbiamo costruire un percorso che parta dagli 8000 comuni, cuore pulsante del Paese, dalle persone che vivono sui territori, e mettere al centro del Congresso “la persona”. Dobbiamo essere il partito che pensa alle persone, ai loro bisogni, alle loro attese, alle loro sfide, alle loro amarezze, alle loro prospettive. Capovolgiamo la logica che ci ha portato fin qui, per la quale c’è un centro bu rocratico che decide e il territorio deve accettare. Il centralismo burocratico è un veleno malefico che dobbiamo estirpare.

RENZI
Elencando alcuni eventi significativi del 2013, al di là di noi, probabilmente ricorderemo questo inizio 2013 per aver visto due Papi in vaticano, oppure dal punto di vista dell’innovazione nessuno si sarebbe immaginato, visti i risultati, di vedere che Samsung i nveste in ricerca e sviluppo tre volte quanto investe Apple. Oppure per chi ama il calcio non si sarebbe aspettato la auto rottamazione di Sir Ferguson. Se apriamo la mente a cosa sta accadendo intorno a noi, vediamo che il mondo cambia velocemente. 15

Gianni Pittella ricordava il lavoro di Cecile: forse proprio l’immigrazione è il terreno su cui si misura in modo più chiaro il distacco netto tra la politica e la società: la politica è ferma alla Bossi Fini, per cui la frontiera è un luogo da cui respingere, mentre il mondo esterno vede la coppia degli attaccanti della Nazionale formata da Balotelli e el Sharawy e le scuole calcio vedono i nostri bambini che vogliono assomigliare a costoro, due persone che vengono da un’esperienza diversa, che sarebbero stati respinti dalla Bossi Fini. Il PD ha un senso se riesce a incrociare i sentimenti profondi delle persone, non ha paura di sfidarli, e può dare una visione e un orizzonte per il quale si riscopre la gioia, l’entusiasmo, l’orgoglio e la dignità dell’impegno in politica come condizione per affro ntare la realtà e vincerla. In questo senso ci sono solo due modi di ragionare: il primo è quello di guardare al passato, il secondo è quello di trarre lezioni dal passato per il futuro. In questa sede avrei tutto l’interesse a discutere degli errori che abbiamo fatto, mi fa ridere questa violenta critica del correntismo qui, perché dobbiamo liberarci dalla retorica, come se questo partito non fosse stato attraversato dalle correnti, e come se anche quelli che oggi le attaccano fossero vissuti su Marte . Voglio mandare un abbraccio e un grazie a Pier Luigi Bersani, con cui ho combattuto a viso aperto, ho perso le primarie: lealtà, sincerità, libertà di dirsi le cose e non avere un doppio registro sono cose fondamentali. Lasciamo stare il passato, il voto e i nostri errori, vorrei solo fare due considerazioni su cosa deve fare i governo e cosa deve fare il partito. Il Governo. Non possiamo ricorrere a mezze parole o a frasi di circostanza, il governo non è il nostro governo, lo ha detto anche Letta, e quando lo diciamo la retorica della campagna elettorale contro coloro che volevano prendere i voti del centrodestra dovrebbe essere oggetto di riflessione. Se non prendi il voto dei delusi del centrodestra ti tocca prendere i ministri del centrodestra. Ma questo Governo è guidato da uno di noi, a cui siamo purtroppo obbligati. Non sappiamo quanto durerà ma dobbiamo sapere se lo subiamo o lo guidiamo. Se lo subiamo regaliamo l’ennesimo calcio di rigore a Silvio, se lasciamo che sia in qualche misura il luogo in cui Berlusconi può dire le cose che vanno bene, salvo lasciare al premier le responsabilità per ciò che va male, è evidente che perdiamo la strada. Sulle nostre parole d’ordine siamo capaci a fare uno sforzo innovativo? Ad esempio Soru ha cercato di stimolare una discussione sul lavoro, che non è un tema da lasciare solo ai giuslavoristi, sindacalisti, imprenditori. Riguarda il modo in cui tutti noi interpretiamo la missione dell’Italia da qui a vent’anni. Il traghettatore ci aiuterà se la barca sarà in condizione di farlo. Possiamo ire al governo che l’abolizione del Senato per come lo conosciamo è una priorità, se arriviamo alla camera delle Autonomie abbiamo già fatto un pezzo della lotta ai costi e soprattutto ai tempi della politica. Possiamo dire che l’investimento su temi anche delicati, da legge elettorale a finanziamento ai partiti, possono essere elementi che danno ai cittadini l’impressione che il governo c’è e fa cose concrete. Al di là della durata, questo governo deve essere percepito come il governo che fa le cose, compresa la battaglia di Cécile sui diritti. Non ci impuntiamo sull’IMU ma non abbiamo paura delle nostre idee e dei nostri valori. 16

Secondo punto, il Partito. Che cosa è il PD oggi e come lo gestiamo nei prossimi mesi? Il PD forse va aperto più che occupato. Noi abbiamo iniziato a perdere quando abbiamo respinto le persone ai seggi. Avrei lo stesso perso le primarie, ma forse abbiamo iniziato a perdere le secondarie! Nel partito che abbiamo immaginato non dobbiamo cercare alibi e responsabilità esterne, non abbiamo perso la vicenda del Presidente della repubblica per colpa di twitter, i giovani parlamentari devono avere più carattere essere più leader, devono poter offrire idee. In queste settimane ciò che è mancato è stata una visione, entusiasmo, passione.

ROGNONI
Il congresso del PD serve a mettere in campo un gruppo dirigente capace di capire e interpretare la realtà e a condividere una linea politica in grado di intercettare il consenso di più cittadini possibile. Ci si arriva? Sappiamo che attraversiamo una fase straordinaria di profondi cambiamenti e quindi occorre individuare una strada nuova diversa dal passato. Non ci si può basare su quanto abbiamo appreso in passato per agire in futuro. Capire e interpretare la realtà. Siamo nel mezzo di una crisi senza precedenti della democrazia rappresentativa, uno dei pilastri del fare politica in occidente. I partiti sono i protagonisti di questa democrazia, e in questa condizione anche la forma partito è entrata in crisi. Questa crisi nasce dal venir meno di un patto fra capitale e lavoro che ha retto per decenni. Da esso nascono le democrazie occidentali, e, ad esempio, lo stato sociale. A rompere il patto portando caos e ingovernabilità è arrivata la burrasca del capitalismo finanziario, la globalizzazione, lo strapotere delle multinazionali che sfuggono al controllo degli Stati Nazionali ma ne dettano le condizioni di comportamenti e decisioni. Da quando è prevalso lo strapotere finanziario internazionale i sistemi politici nazionali hanno iniziato a girare a vuoto, il fallimento dei partiti ne è una conseguenza. Si percepisce la loro cronica incapacità di interpretare la realtà, ma anche di intercettare il consenso dei cittadini. La risposta di chi fa politica è stata dettata più dall’istinto che dalla ragione ed è cominciata così la stagione dei leader, dei personalismi, l’idea che figure carismatiche potessero sopperire al vuoto e all’invecchiamento della forma partito. Questi nuovi protagonisti sono figli del sistema dei media, dipendono dalla televisione e adesso con internet nasce una nuova favola, la rete che elimina i processi di intermediazione e quindi, si dice, consente ad un cittadino di essere lui in prima persona a partecipare alla vita pubblica. Sono tutte fughe in avanti rispetto alle vere ragioni della crisi delle democrazie rappresentative. In Italia alle ragioni strutturale della crisi dei partiti si è aggiunto un elemento in più, la trasformazione dei gruppi dei dirigenti politici in una “casta” autoreferente con il dilagare mediatico della denuncia di fenomeni di corruzione . La cattiva politica produce antipolitica. Il rapporto cittadini/ partito è rotto, definitivamente per quei partiti ripiegati su sé stessi, incapaci di rinnovare la propria classe dirigente, con un prevalente messaggio di 17

autodifesa. Gli interessi di casta, nell’immaginario collettivo, hanno finito per vincere sugli interessi generali. Il secondo compito di una formazione politica in un congresso è quello di intercettare il consenso. Vista la scarsa credibilità, occorre muoversi su due livelli: una risposta coraggiosa a tutte le accuse, giuste o no, di essere diventati casta. Va recuperata l’immagine di una forza pulita, rinnovata, che combatte sprechi e corruzione, cominciando dalla propria organizzazione. Si devono rinnovare i gruppi dirigenti puntando su cittadini al di sopra di ogni sospetto. Il secondo livello è quello di ridare una forte credibilità alla propria formazione politica dimostrando nei fatti di essere capaci di sposare battaglie non solo ideali sui temi di interesse generale: dobbiamo identificare tre o quattro temi forti su sui impegnarci. Mi piace l’idea di costruire le decisioni attraverso la consultazione democratica degli iscritti, mentre il Governo dovrà spingere le riforme istituzionali e costituzionali . Ma 18 mesi sono troppi per leggere i risultati dell’efficacia trasformatrice, dovremmo cominciare subito dalla legge elettorale e avviare la riforma del senato delle regioni. Segnali concreti della capacità di riformare. Nel 2014 ci saranno le elezioni europee, la risposta alla sfida più grande della crisi della democrazia rappresentativa prigioniera della finanza internazionale, si vince se riusciremo ad essere in prima fila nella battaglia per superare lo stato nazione e puntare sull’Europa federale, con un presidente dell’Unione eletto dai popoli, e un governo ca pace di sconfiggere gli eccessi della finanziarizzazione dell’economia.

FASSINA
Oggi ricominciamo un discorso di ricostruzione, provando a contestualizzare i nostri problemi senza minimizzarli. In una newsletter laburista vengono riportate le condizioni di salute della sinistra in Europa, e la sintesi è difficoltà e arretramento generalizzato, avanzamento delle forze populiste e rilevante ritorno delle destre. Hollande ha un tasso di gradimento dell’11%, i laburisti olandesi, in un governo di coalizione scende al 9%, socialdemocratici danesi al minimo storico, per non parlare di Spagna, Grecia, del partito laburista britannico, che scende dopo un periodo di ripresa. Richiamo questa fotografia perché i nostri problemi specifici, i nostri limiti soggettivi che ci sono, il nostro deficit di cultura politica, stanno dentro questo passaggio. La questione di fondo che ci troviamo a vivere e che spinge le forze progressiste ai margini è che la politica oggi non ha quegli strumenti che nel ‘900 hanno consentito di r egolare l’economia: questo è il nostro punto di fondo per insistere nella costruzione dell’Europa politica, che dia primato alla dignità del lavoro. Rispetto a Renato Soru e a Ma tteo Renzi, non è vero che per la Costituzione il lavoro è tutto uguale, noi vogliamo valorizzare l’impresa, il lavoro autonomo, quello dei professionisti, ma chi organizza il lavoro e chi lo presta hanno poteri diversi, bisogna riconoscerlo non per contrapporli, ma per costruire un patto. E non è un fatto del ‘900: i dati sulla dist ribuzione del reddito e della mobilità so18

ciale ci ricordano che c’è una asimmetria di poteri nella costruzione delle condizioni e qui ndi da qui dobbiamo comporre interessi diversi. Siamo dunque in una fase costituente a livello europeo, a livello nazionale e anche a livello di soggetto politico. E in tale quadro si colloca il passaggio che stiamo vivendo. Una vicenda drammatica ha prodotto di un risultato elettorale che insieme ad una indubbia domanda di cambiamento progressivo ci ha consegnato l’impossibil ità di formare un governo coerente con questo cambiamento, e durante il passaggio dell’elezione del Preside nte della repubblica dove la responsabilità non è stata univoca e da parte di tutti. In nome di una legittima preferenza personale alcuni hanno fatto saltare la posizione condivisa dalla maggioranza dei grandi elettori del PD. E qui siamo al Governo Letta. Il senso politico del governo Letta è un governo di compromesso tra partiti che rimangono alternativi per valori, cultura politica, interessi rappresentati e programmi. Abbiamo girato pagina rispetto al Governo Monti, ora si riapre il discorso politico, mentre il Governo Monti era per una ricetta unica figlia del pensiero unico, mentre qui noi mettiamo insieme posizioni che rimangono diverse. La politica oggi riconquista la dimensione della scelta: noi dobbiamo stare in questa sfida e dare visibilità al nostri punti di vista. Chiamare compromessi quelli che lo saranno, e se lo sappiamo fare possiamo rafforzare la nostra identità, uscire più convinti delle nostre ragioni, più riconoscibili dal nostro elettorato. Un partito basato solo sull’anti berlusconismo rimarrebbe schiacciato da una simile esperienza, la nostra cu ltura è alternativa e autonoma, ha limiti e contraddizioni che dovremo affrontare, ma è abbastanza strutturata per segnare i percorso in atto. Allora chiedo a tutti di giudicare i risultati dell’azione di governo: se avessi volto fare l’inciucio lo avremmo fatto due mesi prima, abbiamo voluto tentare il governo di cambi amento e solo dopo siamo arrivati al compromesso tenendo fermi i nostri punti di riferimento. Partito e Governo hanno lo stesso destino: la ricostruzione del PD è condizione necessaria per promuovere risultati positivi nel Governo, e ciò che fa il Governo è rilevante per l’identità e il profilo del Partito.

BINDI
Abbiamo provato a dare un senso a questo organo importante, l’assemblea, abbiamo elaborato qui il programma, provato a trovare sintesi difficili, e quindi voglio ringraziare. Ma credo anche sia giusto che questa assemblea sappia perché mi sono dimessa. Non mi sono dimessa per la consapevolezza delle mie caratteristiche caratteriali, ma perché non posso portare il peso delle responsabilità che non ho potuto esercitare . Come dice Bersani, quando succede quello che è accaduto a noi c’è qualcosa che non funziona non tanto in chi guida quanto in tutti noi. Credo che tutti dobbiamo portare la responsabilità per quello che è accaduto e che sarebbe bello se chi non ha votato Prodi dicesse perché lo ha fatto renderebbe un grande servizio al paese e al partito, alla fase della ricostruzione. Non è un fatto di disciplina, ci aiuterebbero a capire. Le furbizie e le reticenze non aiutano. 19

Se si arriva a punti nei quali una realtà associativa dimostra di non essere all’altezza della responsabilità assegnata dal popolo italiano, deve interrogarsi. Noi lo faremo con il Congresso. Ma chi porta la prima responsabilità è più responsabile di altri anche se è stato tradito. Voterò Epifani perché non è stato coinvolto nella gestione precedente. Io non sono stata coinvolta da qualche mese a questa parte, non voglio portarne la responsabilità. Non lo ho detto prima per senso di responsabilità in questi passaggi delicati. Quando è caduto Prodi ho capito che dovevo manifestare il mio dissenso. Da quando mi sono dimessa dico quello che penso, ma non ho meno responsabilità. Per questo ci sono. Credo anch’io che stiamo vivendo uno dei momenti più difficili dell’Italia e del PD, e forse la difficoltà maggiore sta nel non riuscire a rispondere alla domanda se siamo all’altezza delle difficoltà che stiamo vivendo, se noi aggiungiamo difficoltà o siamo una risorsa per risolverle. Anch’io credo che si debba dire una parola sul Governo e una sul Pa rtito. Sol Governo dico che non mancherà il mio sostegno a Enrico Letta: abbiamo già avuto prova delle sue capacità, ma il sostegno sarà sempre guidato e sostenuto dai dubbi che io ho sull’operazione politica alla base di questo governo. Gli stati di necessità in politica non esistono, e quando si accettano bisogna anche essere consapevoli dei loro rischi. Certo, prima il Paese e i suoi problemi. Enrico alla camera ha detto condividiamo le politiche, ma aggiungo, no ci dimentichiamo mai della politica e della consapevolezza che le differenze politiche portano a scelte diverse. Io non accetto che per fare insieme politiche con il centrodestra mi si imponga la politica della pacificazione e della legittimazione reciproca. Questa terminologia non è ricevibile, non dobbiamo chiedere scusa al paese per le critiche mosse al centrodestra in questi anni. Queste categorie così impegnative che ci richiamano tempi drammatici della storia del nostro Paese possano essere invocate oggi. Posso fare lo sforzo di sostenere il governo Letta ma non mi si può chiedere di accettare la retorica della pacificazione. Questo significa che noi non solo ci sentiamo alternativi ma dobbiamo continuare a pratica l’alternatività nei confronti del centrodestra. Un ese mpio. Berlusconi ha annunciato un discorso pacato a Brescia: possiamo dirgli pacatamente che è molto grave che il vicepresidente del consiglio abbia annunciato la partecipazione a quella manifestazione? Possiamo dire che non condividiamo? Non stiamo scomodando il Governo se manteniamo ferma la nostra cultura, che non è l’anti berlusconism o, è la cifra della nostra cultura democratica che ci fa affermare alcune cose e ci ha fatto tenere in questi anni posizioni ferme a cui non vorrei rinunciare. Se viene meno la resistenza culturale ci troveremo alle prossime elezioni in una posizione molto più difficile. E’ giusto che noi facciamo proposte a questo governo, a partire dagli otto punti del governo del cambiamento, dove c’è il tentativo di Cecile, il capitolo dei diritti, la lotta alla corruzione, alla criminalità, l’attenzione al mezzogiorno, il superamento delle disuguaglianze, la difesa del sistema di welfare. Non vanno annacquati. Non vogliamo sentire ogni giorno il centrodestra che rivendica le sue vittorie, noi abbiamo il nostro programma che aveva al suo interno l’attenzione all’equità. Sul piano delle riforme istituzionali, ad esempio, dovremo misurare la nostra alternatività. Il parlamento è per la costituzione il luogo delle 20

riforme, che vanno fatte, ma bisogna anticipare la legge elettorale. In questo senso vorremmo esercitare quella autonomia forte che ci caratterizza come partito. Per quanto riguarda il PD, tanti auguri a Epifani, che è la persona giusta per praticare la collegialità in vista del congresso. Noi dobbiamo prima di tutto darci davvero una cultura, per stare insieme occorre un impianto culturale condiviso, dobbiamo fare la fatica di elaborarlo. In questi anni è un po’ mancato, e abbiamo passato momenti difficili, ma rischiamo di scambiare la necessità di un partito plurale come sintesi culturale in una semplice spartizione tra componenti. Dobbiamo insieme fare la fatica di darci una cultura politica, e interrogarci su cosa vuol dire essere un fatto associativo. Se vogliamo ispirare fiducia al Paese dobbiamo almeno imparare a fidarci tra di noi, dirci la verità, soprattutto quando non siamo d’accordo. Abbiamo bisogno di aprirci, ma anche di rispettarci e frequentarci, dobbiamo essere un luogo in cui le persone stanno bene e si sentono a casa.

PARIS
Sono una giovane neoeletta del PD e ieri con alcuni colleghi abbiamo avuto un incontro con coloro che avevano partecipato a Occupy PD, perché se c’è stata un ferita che a bbiamo vissuto è stata la distanza tra quello che accadeva nel palazzo e quello che accadeva fuori. E riteniamo giusto raccontarvelo perché non era quello che ci aspettavamo durante la campagna elettorale o durante le primarie. In quei giorni vi era il paradossale sentimento per cui il partito che si era candidato a governare il paese e a risolverne i problemi stava diventando un problema per il paese. Noi eravamo lì a dover scegliere a distanza di 12 ore cambi di linea politica così radicali da diventare quasi inspiegabili. Come abbiamo vissuto tutto questo? Avrei potuto, come altri, dire che Rodotà era meglio di Marini, o che non avendo il vincolo di mandato ognuno poteva fare ciò che voleva, o accertarmi prima che quello che comunicavamo all’esterno era più importante di quello che facevamo all’interno. Questo è uno dei problemi della cultura politica che questo partito deve darsi. Per me fare bene il deputato significa che se lo sei quello che fai nell’urna segue le indicazioni del partito che ti ha eletto e soprattutto non è argomento da social network. Mi dispiace partire da un punto che sembra di forma perché per noi è stata sostanza. Siamo usciti dal palazzo il secondo giorno con persone che gridavano assassini, assassini. Non erano queste le nostre aspettative quando abbiamo fatto le primarie , Anche lì c’è un tema di cultura politica, di relazione tra militanti e dirigenti. In questi anni non ci siamo chiesti perché non abbiamo vinto le elezioni. Sono nata nell’81 e quindi la mia esperienza politica è stata costellata dall’anti berl usconismo. Per anni abbiamo provato a costruire con la comunicazione politica non la nostra esigenza di fare il cambiamento ma la criminalizzazione dell’avversario. E poi ho dovuto per senso di appartenenza e di responsabilità votare il governo delle grandi intese. Questo ha riguardato tanti giovani e c’è il rischio che possa riguardare tanti altri se oggi ci limitiamo a far passare il messaggio che nel M5S c’è un pagliaccio. Dovremmo evitarlo per21

ché al di là dei leader salvifici che il paese continua a chiedere, dobbiamo lavorare di più per costruire collettivi che garantiscano un’alternativa. Al nuovo segretario chiedo di ripartire da quello che ha visto in campagna elettorale, dove abbiamo perso, per dire come vogliamo cambiare il paese. Anche dove invece abbiamo vinto non ci possiamo sottrarre dalla responsabilità di non aver vinto e forse di non aver espresso quel cambiamento nella direzione giusta. Sul congresso mi sembra che stiamo già partendo con discussioni come partito solido o liquido, congresso “vero”, invece dobbiamo dirci a cosa deve servire il congresso. Vorrei un congresso utile, ma non a noi stessi, per ricollocarci, ma utile per ridefinire le piattaforme politiche prima delle persone. Più tesi che regole .

CUPERLO
Anch’io penso che la prova per tutti noi oggi è quella di riconciliare il PD con la società italiana, e per farlo dobbiamo uscire da qui con un segretario che dovrà portarci ad un congresso nel più breve tempo possibile. Epifani può assolvere questo compito di garanzia e mi auguro che abbia tutto il nostro sostegno. In quel congresso dovremo fare una discussione sulle ragioni che hanno impedito a questo progetto di diventare quello che noi avevamo pensato e sperato, e i motivi sono diversi e ciascuno di noi porta la sua quota di responsabilità. Al fondo però il punto è che abbiamo compreso solo in parte lo spirito del tempo, una crisi che ha sconvolto la vita di milioni di persone e indebolito la tenuta della democrazia . Quello che è fallito in questi anni è stata una visione dell’economia, della persona e della sua dignità. La crisi è la più grave del secolo non solo per la sua durata, ma perché disarma la cultura che ha segnato un ciclo intero della storia dell’occidente, con una red istribuzione gigantesca della ricchezza e del potere e alimentando una diseguaglianza così profonda da risultare persino immorale, con una quota di ricchi talmente ricchi da non dover più neppure incrociare negli occhi quelli che diventavano sempre più poveri e con un ceto medio travolto nelle sue certezze. Capire perché tutto questo è accaduto e indicare un’altra via dello sviluppo e delle r elazioni umane non è però compito degli economisti ma della politica. Quando un ciclo della storia si chiude senza che qualcuno abbia già scavato le fondamenta del nuovo ciclo, può aprirsi un vuoto e possono nascere forme di ribellismo o di rifiuto della democrazia perché incapace a risolvere i problemi. Se non partiamo da qui è più complicato anche capire la nostra sconfitta di febbraio: un partito può perdere un’elezione, ma questo voto ha detto che noi non siamo riusciti a rispondere a quella crisi di moralità, di democrazia che il Presidente Napolitano nel suo discorso alle camere ha descritto con parole durissime e impietose. La crisi è aggravata dall’impatto con un paese fragile, nella struttura e nelle istituzioni, nello stare insieme. La destra non ha affrontato nessuno d questi problemi e quando il suo collasso la ha travolta la risposta di Monti è stata debole e davanti ad una emergenza così grande ha ripetuto solo che non c’erano alternative, che si doveva praticare il rigore, tagliare la spesa e a 22

quelli che da anni chiedono quando arriva il turno dell’equità la risposta da anni è “domani”. E questo non arriva mai, la rabbia esplode anche verso di noi e ci chiede per che cosa vi battete, come fate a stare al governo con questi avversari. Io penso che dobbiamo avere le parole per rispondere. Non basta l’appello all’emergenza, e neppure dire la verità, che abbiamo tentato una strada diversa che altri hanno impedito sciupando l’occasione del parlamento più rinnovato. Noi dobbiamo dire che la democrazia è viva quando progetti diversi possono competere per cambiare la condizione di vita delle persone. Invece per anni il messaggio è stato che c’è un modo s olo, un pensiero solo per governare la società. Allora chi soffre penserà che il suo voto è inutile e cresce l’astensione e la protesta. E’ qui la radice di una crisi così profonda della democrazia, dove il parlamento è oggetto di disprezzo e di denigrazione non per ciò che fa ma per ciò che è. E è già successo, anche in Italia, sta nei libri di storia. Certo i partiti devono rinnovarsi nelle forme o nel modo di finanziarsi, ma se il bersaglio è la democrazia a prevalere sarà sempre una destra autoritaria. Anche per queste ragioni quello che chiediamo oggi al governo di Enrico letta in un tornante drammatico della storia italiana è di dare al Paese una rotta, un indirizzo nelle priorità che sono il lavoro, la difesa di chi non ce la fa, di andare in Europa e dire che di sacrifici si muore, di cambiare una legge elettorale sbagliata. Ma non ha senso stare in questo processo con un piede sì e l’altro no. Dobbiamo starci col senso critico di un partito alternativo alla destra ma che oggi vuole condurre l’Italia fuori dal peggio, in un tempo ragionevole, dopo il quale si darà la parola agli elettori. Noi dobbiamo sapere chi siamo. Abbiamo un consenso ancora grande, ma che sempre di più è concentrato nel lavoro dipendente, in prevalenza quello pubblico, nei pensionati, tra chi ha una formazione elevata. Si tratta di una parte fondamentale del Paese che oggi fatica a capire perché una rete di diritti che è costata sangue, fatica, sudore, possa apparire agli occhi di chi sta peggio una gabbia di privilegi. Noi dobbiamo parlare anche a quelli che oggi non si sentono rappresentati da noi . Ma i voti del centrodestra non li conquisti più facilmente se riduci, se offuschi la radicalità e l’orgoglio delle tue idee. Lo fai parlando a tutti ma sapendo che devi anche dire quali sono le parti della società che vuoi promuovere e rendere più libere e più responsabili nelle scelte della loro vita. Questo significa ridare ad una moltitudine una ragione di riscatto, la molla che ha sempre smosso le persone, facendo capire che c’è una dimensione collettiva che può prevalere non per ragioni ideologiche ma per rendere più presente nella storia la dimensione dell’individualità. Dobbiamo farlo in questo mondo, in questa società, per come è cambiata. Non si tratta di fare un PD un po’ più piccolo e un po’ più di sinistra, ma un partito più grande e più aperto, che sappia ricollocare ora nella storia di questo paese una sinistra rinnovata e plurale nelle sue radici, ispirazioni e culture. Fuori da noi c’è un mondo pieno di passioni, un popolo che si mobilita per il bene di tutti, gente che la crisi non ha spezzato e che riparte dalle basi che fondano una società, a 23

partire dalla dignità del lavoro. Quelle forze ci dicono che non siamo nato solo per mettere a punto un buon programma di governo, ma per tentare di restituire un contenuto morale alla politica. Per questo c’è bisogno di noi, e dobbiamo riscoprire il senso di una comunità che sa ascoltarsi, rispettarsi, correggere gli errori. Possiamo farlo.

MELIS
Siamo stati diretti dall’avversario: lo dico in modo provocatorio usando le parole di Gramsci. Anche se noi non siamo Mazzini e Garibaldi e Berlusconi non è Cavour, ha diretto dall’esterno il nostro partito in questa concitata fase dopo le elezioni politiche. Il fatto è gravissimo, e va analizzato con attenzione. Allo stato in cui siamo la soluzione Letta, governo con l’avversario giustificato da r agioni di emergenza, è l’unica possibile e la sosterrò. Poi in un congresso aperto, fatto non sulla base di tessere e di correnti, ma aperto ai cittadini, discuteremo di come, avendo a novembre oltre il 30% dei consensi siamo calati alle soglie attuali del 20-25 %, Ora si deve ragionare sul che fare adesso. Ci sono due pericoli molto gravi, il primo è che noi non riusciamo a caratterizzare in senso progressivo il governo delle larghe intese e ci riduciamo a pura gestione della crisi, che subiamo l’offensiva interna dell’avversario in un perenne braccio di ferro nel quale siamo più deboli perché veniamo da una sconfitta, con lo stato d’animo e la depressione di fondo della sconfitta. Non possiamo più contare in questa fase su un grande movimento in ascesa nella società, che sostenga la nostra azione : i cittadini che ci hanno sostenuto sono confusi, smarriti, aggrediti dalla durezza della crisi e scoraggiati nei nostri confronti. Chi sta nei territori lo sa e forse chi sta al vertice non lo concepisce. Molti iscritti e simpatizzanti si allontanano delusi. Senza questa consapevolezza che il nostro elettorato è in pericolo noi valiamo poco. Il secondo pericolo è che il PD si spacchi.: Orlando ha parlato di “cedimento strutturale”, una espressione realistica che è avvenuto e può avvenire perch é il PD si basava su un equivoco, un silenzio e troppe omissioni opportunistiche. Dopo la fondazione del 2007 pensando ad un partito di tipo nuovo, con diverse regole statutarie e i cittadini al primo posto, con un’etica differente, invece ci siamo adattati in modo silenzioso tornando ad un modello tradizionale di partito burocratico e chiuso basato sulle correnti in continue trattative e spartizioni. Il partito delle tessere e degli apparati. Tutti siamo colpevoli. Questa inversione è stata fatale, ha offuscato i valori fondativi, ha impedito la fusione tra le varie componenti, ha imposto un gruppo dirigente inadeguato, come dimostra lo smarrimento progressivo di un progetto politico. Il PD non sa cosa vuole, manca di una teoria, di un’analisi della societ à italiana presente e futura, che ravvisi le radici delle trasformazioni profonde in atto e collochi il Partito rispetto ad esse. Manca l’identificazione di una platea di interessi da rappresentare, pe rché non si può rappresentare tutto e il suo contrario. Certo la società di oggi è più difficile da interpretare, ma la frammentazione sociale non può costituire un alibi, va analizzata e 24

compresa, e risolta in una sintesi. Altrimenti si fallisce. L’incapacità di decifrare il reale è una ragione della nostra sconfitta. Se ne esce con un congresso a tesi, aperto ai cittadini, che discuta dello stato dell’Italia, dei nostri progetti e di come dobbiamo posizionarci. Non più slogan accattivanti, ci vogliono idee, analisi, discussioni, confronti. Solo da questo può venire la svolta.

CIORIA
Noi di Occupy PD prendiamo atto della scelta di dar vita ad un governo politico col PDL, scelta compiuta con eccessiva fretta e arrendevolezza. Ora abbiamo un governo politico a tutti gli effetti, con un programma molto ambizioso, non un breve governo di scopo, come da noi richiesto, per portare a compimento i tre quattro provvedimenti urgenti, in primis la nuova legge elettorale, e poi andare al voto dando stabilità al Paese. Noi non accettiamo che il PD si metta a ripensare le istituzioni con una forza politica che le ha sempre utilizzate, per i soli interessi personali di chi la guida. Ma Occupy PD non è solo protesta, è anche proposta. Oggi ci mobilitiamo per sollevare le seguenti richieste: 1) Reset della dirigenza: dopo le dimissioni di Bersani è necessario un segnale conseguente e uguale da parte di tutta la dirigenza nazionale e locale. Questo sarebbe una presa di coscienza politica e lancerebbe la nuova fase costituente del partito attraverso un congresso aperto a tutti i livelli. 2) Congresso aperto: chiediamo un congresso aperto e chiaro. Ci preoccupano le prime indiscrezioni di chiusura della partecipazione che respingiamo sin da ora. Vogliamo che il prossimo segretario sia di nuovo eletto con lo strumento delle primarie. Vogliamo un Congresso per tesi politiche e non per persone. La nostra non è una corrente né un gruppo a sostegno di qualche mozione congressuale. Chiediamo solo che si discuta nel modo più franco e inclusivo possibile del modello di paese e di partito che vogliamo. Chiediamo pertanto di invertire l’ordine di discussione delle varie mozioni congressuali, e cioè che i circoli eleggano i loro rappresentanti di tutti i livelli. 3) Più inclusività: vogliamo che il PD si apra ancora di più alla società. Siamo consapevoli che non basta fare le primarie, ma bisogna sforzarsi di rendere il PD un luogo aperto e inclusivo per tutte le forze sane e propositive della società. Vogliamo ricostruire lo spirito di comunità di persone che il PD ha smarrito. Noi giovani sappiamo già che dovremo sforzarci più di tutti perché ciò avvenga, ma non ci tireremo indietro. 4) Chiarezza: vogliamo che si faccia chiarezza circa i tempi, temi e modalità del nostro impegno nel governo Letta Alfano. Non siamo qui er protestare contro una decisione già presa, ma per esprimere la nostra progettualità di rilancio del PD , che è stata fin dall’inizio la nostra piorità.

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MARIUCCI
Trovo poco convincenti quegli interventi centrati su toni semplicemente esortativi, che dicono “dobbiamo” e non ci dicono come, che dicono che la responsabilità è di tutti. Lo so che non si può buttare la responsabilità sulle spalle di Bersani, ma dire che è di tutti significa che è di nessuno. Preferisco quelle analisi che individuano la radice dei nostri problemi non in quello che è successo ieri, e nemmeno in quello che è successo un secolo fa, ma in un vizio di fondo che dobbiamo considerare attentamente per vedere se è possibile rimediare. Ogni ragionamento attendibile deve iniziare da questa affermazione: un intero ciclo politico è arrivato al capolinea. La storia del PD come l’abbiamo conosciuto è finita. Quel partito che doveva essere la sintesi delle migliori culture progressiste si è tradotto in un assemblaggio di fazioni l’una contro l’altra armate che hanno portato ad un esito autodistruttivo. Che così sia accaduto dobbiamo condividerlo guardando il paradosso in cui siamo caduti: solo riconoscendo questo paradosso possiamo tornare a parlare nei nostri circoli. Stiamo facendo esattamente il contrario di quello su cui ci eravamo impegnati con gli elettori: un governo con la destra! Sono d’accordo che va sostenuto Letta con la più grande lealtà, ma vogliamo vedere il terreno che ha di fronte questo governo, le trappole, le mine, i rospi, cominciando da quello che sta succedendo di fronte al tribunale di Milano? Dobbiamo andare al fondo delle cose, che credo consista in questo: ho sentito parlare di “nuovo inizio” da Bersani, è una frase che ho sentito altre volte, ma credo che dovremmo parlare piuttosto di ricostruzione dalle fondamenta, ricominciando a pensare che un partito ha senso, è strumento di democrazia, se ha un tratto, una identità riconoscibile e se questo si traduce in proposte chiare. Io questa identità possibile la vedo così oggi: non ha nulla a che fare con le precedenti ascendenze e riguarda il rapporto economia e politica, lavoro e politica, in una impostazione neo keynesiana di un keynesismo aggiornato che abbia anche un’impostazione forte e radicale sull’innovazione politica e istituzionale, senza la quale diventa puro assistenzialismo. Sento dire che dovremmo cambiare ancora una volta le regole a fronte della situazione concreta. L’abbiamo già fatto e non ci è andata bene. Sono contrario a manipolare le regole dello Statuto, a immaginare di nuovo un segretario eletto solo dagli iscritti, perché nella situazione data questi significa un partito debole, che diventa lo scendiletto del leader plebiscitato di turno.

POLLASTRINI
Meglio i pullmann fuori e i ragazzi con le magliette che gli abbandoni silenziosi. E ce ne sono parecchi. C’è rabbia e angoscia perché questo passaggio così difficile ci piglia mentre la crisi mostra il volto più spietato verso chi è spogliato di lavoro, reddito e fiducia, fino alla rinuncia della vita. Verso coloro che noi dovremmo avere l’ambizione di rappresentare. E’ vero però che dai Circoli viene un appello appassionato e insieme disperato per r igenerare il PD perché quel progetto è un presidio e una speranza per il Paese. Ma quando i 26

tuoi compagni ti chiedono di chi ci possiamo fidare, è chiaro che solo un atto fondativo può ridare un orizzonte, un senso alle cose. Non sono d’accordo con Pier Luigi quando diceva se lo scacco è grande deve pagare il primo. Io credo che di fronte al momento drammatico che abbiamo vissuto sia in discussione un’intera classe dirigente. Solo un Congresso vicino, partecipato, creativo nel modo di coinvolgere le persone può ridare legittimità, fiducia, forza al nostro progetto. So che nessun congresso è una palingenesi, perché la ricostruzione di un partito nuovo chiede tempo, perché un partito è fatto di una cultura, di un’identità coraggiosa, che sa guardare al mondo e al futuro, perché un partito è soprattutto la sua “fisicità”, la presenza al suo interno di quel popolo per cui ci si batte. Quanti operai, migranti, quanti “poveri” o quanti giovani ricercatori, scienziati, piccoli imprenditori sono nella nostra classe dirigente, quanti nei nostri luoghi? Senza un corpo sociale un partito non ha un’anima . E se ha potuto sfondare quel correntismo esasperato, che è cosa diversa dal pluralismo e dalle aree culturali, formato da tribù che difendono piccoli pezzi di potere, se ciò è avvenuto è perché c’è qualcosa di più profondo, c’è da ricostruire un’anima e un corpo sociale. Faccio gli auguri a Epifani che ci accompagna verso il congresso in un momento difficilissimo e sono favorevole che il congresso distingua il candidato premier da chi si assume l’onere di investire nel partito come segretario . Anche così si può dare valore ad una comunità che non si esaurisce nel compito, pur importante, del Governo e delle Istituzioni. Ogni cambiamento vive di cultura, di modifica di stili e di valore e delle gerarchie dei poteri. Ora siamo al governo e dobbiamo comunque farci carico del tema del cambiamento, anche da lì. Ho votato la fiducia a Letta ma ho dovuto maturare quella scelta, ho avuto dei dubbi. Enrico si è mosso con sapienza, l’incipit, la scelta della nostra squadra, la sua i mpronta hanno aiutato e aiuteranno. Anche nel nostro popolo sento crescere un sostegno, ma sento insieme la richiesta che il Partito sappia incalzare con autonomia la destra, se serve reagire con la mobilitazione, le piazze sono anche nostre, dovremmo riprendercele. Pesa come siamo arrivati ad una soluzione opposta alle attese, pesa la rottura a sinistra, e con una radicalità più matura che ritengo parte del nostro mondo. Ho votato Marini e anche Prodi, ma vorrei un partito in cui fin dall’inizio nella rosa ci potesse essere anche il nome di Rodotà, e tutto ciò non fosse divisivo al nostro interno. Da quarant’anni questo paese produce movimenti, conflitti, spinte, tensioni, per uno sblocco e un cambiamento. Ne abbiamo goduto anche noi negli anni ’70 con le grandi riforme e poi con l’Ulivo. Ma ogni volta si è riprodotta la chiusura del cerchio in quella logica conservativa perseguita da una grande parte delle élite italiane. Ne ha pagato un prezzo la giustizia sociale, la democrazia. Ecco perché noi ora dobbiamo tornare a rappresentare la nostra parte, la parte di società da promuovere, e dare il tono di emergenza al governo. Lo stesso sulle riforme istituzionali, senza grandi Convenzioni, andando al sodo a partire dalla riforma elettorale, del finanziamento pubblico, e del Senato delle Autonomie. Non è il caso di scomodare parallelismi storici, come il compromesso storico o la svolta di Salerno, e tanto meno è il caso di scomodare la retorica della pacificazione con chi non risparmierà, come oggi a Brescia, toni eversivi. Allora quei partiti rappresentavano qualche 27

cosa nella società, in termini di consenso popolare, di interesse nazionale e anche di forza morale. Il modo più concreto per aiutare il Governo è quello di stare all’emergenza, alla concretezza, alla nostra capacità di mobilitazione e intanto metterci subito in moto per ricostruire e rifondare il partito nei suoi valori e nelle politiche,

CIVATI
L’appello all’unità che oggi ascolto da quasi tutti gli interventi è molto lontano da que llo che è accaduto nelle ultime settimane. Lo dico perché i problemi non si superano tirando una riga sulla storia recente, sulle divisioni che ci hanno attraversato, e questa soluzione può maturare solo se ci sarà un confronto vero. Quindi per essere unitari io voglio un congresso molto presto, aperto a tutti gli iscritti e agli elettori del PD , non voglio che qualcuno pensi di cambiare le regole adesso, non abbiamo titolarità per farlo. Non vorrei che dopo un “governissimo” volessimo un “partitissimo”. Questa è l’occasione per una discussi one vera, profonda e utile per chiarire il nostro destino. Quindi chiedo che sia fatto un congresso questa estate , una data simbolica potrebbe essere il 29 settembre, fissiamo già oggi l’orizzonte temporale per chiarezza e responsabil ità. Io non prenderei con leggerezza i ragazzi qui fuori e i nostri elettori, io condivido tutte le proposte di Occupy PD, e vi consiglio di leggerle con serietà. Dobbiamo passare da un Occupy PD ad un Invity PD e oggi dobbiamo lanciare una grande campagna di adesione al PD . Può sembrare paradossale, ma dobbiamo investire su questo partito, dobbiamo farlo con quella dimensione di apertura un po’ sconfinata, senza paura della rete, di twitter, prendiamoci le nostre responsabilità, nessun parlamentare ha votato perché qualcuno twittava, sgombriamo il campo del nostro dibattito da argomenti insulsi, altrimenti non andiamo lontano. Abbiamo paura della novità, e anche di alcune cose che dovremmo dirci. Io sostengo Cécile, don Ciotti, gli otto punti . Però diciamo ai nostri elettori quali possiamo fare davvero. Per un lombardo veder votare Formigoni dal PD è un passo complicato. Usciamo dalla paura, facciamo presto, facciamo anche i congressi locali, e poniamoci due questioni importanti. La prima, la crisi del consenso, e anche quella della militanza, delle attività dei circoli. Apriamo una discussione al di là delle mozioni congressuali, che ci veda tutti impegnati. Con 3 milioni di persone iscritte nell’albo degli elettori. avremmo dovuto coinvolgerli di più. Abbiamo anche bisogno di una discussione che riparta dalla cultura politica, perché siamo presi dal dibattito del giorno per giorno, ma dobbiamo ritrovare quell’orizzonte di cui pa rlava Cuperlo. Come sapete io non ho votato la fiducia al governo Letta, perché in un partito democratico la discussione deve avvenire prima e non dopo il voto. Però non sono disponibile alla logica del tanto peggio tanto meglio. L’impegno per sostenere Letta sulle cose che può fare ci sarà sempre. Perciò vorrei coniare un nuovo motto che è “tanto meglio, tanto pr i28

ma”. Sul governo dobbiamo essere molto chiari, precisi, cora ggiosi e consapevoli dei suoi limiti. Per questo dobbiamo avere a cuore tutti i soggetti del cambiamento, senza paura. Anche noi, come nel film “viva la libertà”, avremmo bisogno del nostro gemello per risolvere i problemi.

RUSSO
Una ragazza che mi segue mi ha scritto: se fossi una politica, ma una di quelle brave, oggi proverei a cambiare la storia del PD. Tutti noi nel dibattito abbiamo condiviso il senso di responsabilità, ma vorrei accentuare anche il senso di grande opportunità che nasce dal trovarci qui ad aprire una nuova fase, togliendoci un po’ da addosso, pur facendo amme nda, il velo di tristezza e il timore di chiudere qui con l’esperienza del PD, nel’ineluttabilità di dividerci di nuovo. Ho scommesso la mia storia politica, come molti, dall’Ulivo in poi, in questo progetto che non voglio chiudere ma voglio portare ad una fase più matura e più ricca. Per qualche giorno ancora faccio il segretario provinciale di un territorio, Trieste, che ha contribuito in maniera decisiva a far vincere Debora Serracchiani, e che ha dimostrato che nei giorni in cui davamo il peggiore spettacolo in parlamento non riuscendo a eleggere Romano Prodi, sul territorio si poteva far passare l’idea di un PD che con progetti, idee e volti nuovi era capace di parlare un linguaggio che trovava consenso. Dobbiamo però anche raccontare che Debora ha fatto gli ultimi giorni di campagna elettorale quasi “contro” il PD, per lo spettacolo che veniva raccontato a livello nazionale. Noi abbiamo il compito difficile ma possibile di riappacificarci con i tanti che nel PD credono ancora, per i quali dobbiamo far uscire una parola di speranza rispetto alle prospettive e alla capacità di riconnetterci. Voglio esprimere gratitudine per i ragazzi di Occupy PD invitando ad aprire le nostre sedi. Mi è piaciuta una cosa che hanno scritto e vorrei che ne facessimo tesoro riconoscendo il contributo al nostro dibattito. Quello è il volto di un PD che vuole ancora non solo occupare ma occuparsi del PD ., preoccuparsi della nostra società. Dare il segno che c’è ancora una generazione che ha passione per la politica e per la città dell’uomo. I due temi, del partito e del governo. Dobbiamo avere l’orgoglio di dire che il PD può di nuovo intercettare l’elettorato del centrosinistra e non solo quello. Tra i tanti errori fatti gli anni di Bersani hanno rinnovato profondamente questo partito nei territori, hanno portato in parlamento tanti giovani e donne che esprimono il rapporto con il territorio. Ha portato al governo Cécile Kiange e Josefa Idem e tanti bravi ministri che lavoreranno bene. Un partito che, anche se ha qualche punto di arretramento nei sondaggi, ha offerto al Paese un presidente del consiglio che gode della considerazione all’estero, e a queste figure possiamo riagganciare la nostra azione politica. Però poiché nelle prossime settimane Epifani avrà un compito importante nel favorire una breve ma importante stagione costituente, noi dovremo avere il coraggio di superare 29

alcuni tabù: ad esempio dire che le scelte che siamo facendo sul cambiamento del finanziamento pubblico alla politica porteranno ad immaginare in modo del tutto diverso la presenza del partito nella società. Serve una nuova fantasia, luoghi, parole e strumenti organizzativi nuovi. Non rinunciando alle primarie, elemento fondativo del partito, dobbiamo riconoscere che non sono sufficienti per vincere. Il rapporto con il territorio rispetto alle indicazioni di partito è molto cambiato per il fatto che parlamentari sono stati scelti con le primarie. Inoltre noi siano radicati e partiamo dai Circoli, ma altri partiti, ad esempio quello laburista, stanno da anni lavorando attraverso l’esperienza dei community manager americani, per dare una risposta diversa alla necessità di tenere insieme un partito come struttura e un partito come movimento. Essere di nuovo lì dove la società si muove, si anima, soffre, fa domande alla politica, è provare nuove formule in una dimensione europea . Anche in quella sede tante cose stanno cambiando e queste sono cose da mettere sul tavolo. E’ stato ricordato che questo non è il governo per cui abbiamo fatto campagna elettorale. Dobbiamo però avere una certezza, questo è il governo su cui gli elettori quando daranno il voto misureranno le donne e gli uomini del PD . Anche i nostri elettori più delusi e più critici ci perdoneranno se sapremo indicare la strada del bene del Paese in questa alleanza difficilissima, ma non ci perdoneranno se scaricheremo sul governo le nostre divisioni, i personalismi, le nostre storie del passato.

AGOSTINI
Per spiegare cosa è successo nelle scorse settimane e il senso della scelta compiuta con il governo, e per impostare la strada verso il congresso, dobbiamo spiegarci cosa è accaduto nelle elezioni di febbraio. La domanda di fondo è: perché mentre il paese precipitava nella crisi globale più grande dall’inizio del secolo non siamo stati percepiti come un soggetto credibile di cambiamento? Che cosa significa la parola cambiamento? Perché quell’Italia della rabbia, del malessere sociale, della polarizzazione, della disoccupazione di massa, non ha guardato a noi come alternativa a tutto questo? E’ una domanda che interroga tutti noi e la responsabilità di un gruppo dirigente plur ale, non solo il segretario, e l’identità del PD. Abbiamo avuto di fronte un fenomeno gigantesco di radicalizzazione sociale provocato dalla crisi e forse non lo abbiamo saputo leggere nelle sue implicazioni più profonde e non abbiamo quindi saputo interloquire con quello che si muoveva nella pancia del Paese. Come gli indignados in Spagna hanno fatto perdere Zapatero così da noi il distacco marcato dalla politica e dalle istituzioni riversatosi in parte nel M5S non ci ha consentito di vincere con nettezza le elezioni. Come leggiamo questa crisi e gli effetti che provoca riguarda e indirizza le scelte che dobbiamo fare rispetto al governo? Non stiamo chiusi nel fortino della politica assediata, ma cerchiamo di far ripartire il Paese, anche sfidando il centrodestra sul terreno del lavoro, dello sviluppo e della qualità della vita. Non si tratta di pacificazione, ma verremo valutati sulle cose che siamo in grado di fare per i lavoratori, per le imprese, per i giovani, per le 30

donne, per la difesa della scuola pubblica, per il rilancio dell’universalità del sistema sanit ario, sulla legge elettorale, sulla legge contro la violenza alle donne, provvedimenti che facciano ripartire il sistema di protezione sociale che negli anni scorsi è stato smantellato. Noi siamo lì per provare a dettare l’agenda, ma possiamo reggere questa sfida solo se contemporaneamente abbiamo un partito, se affrontiamo i nodi di fondo del PD. Abbiamo cambiato tre segretari negli ultimi anni e oggi ci accingiamo ad eleggere il quarto. Ci sono dei nodi che interrogano la natura, la struttura e l’identità del PD . Anni fa al congresso dei DS c’era una mozione che diceva di non fare il PD, ma solo una federazione di forze: mi pare che noi in questi anni, senza dircelo, e quindi nel modo peggiore, non abbiamo fatto il PD ma solo una federazione di forze. Da qui dobbiamo ripartire per invertire la rotta con un cambio radicale rispetto a quello che siamo stati. I temi sono: quale radicamento territoriale, quale rappresentanza sociale, quale modello di partecipazione politica, quale selezione dei gruppi dirigenti . Nella affermazione del M5S c’è la critica radicale della democrazia rappresentativa, il mito della democrazia diretta, ma anche una ragione più legata ai cambiamenti sociali in modo confuso, trascurano l’art. 18, attaccano il sindacato, sono contro la legge sulla cittadinanza. Fare del partito un soggetto politico, come ci chiedeva Bersani, significa indicare una strada del tutto alternativa a quella che ci ha portato fin qui. Questa strada è possibile e non c’è una ineluttabil ità della storia e della natura. Quindi assumere con forza la sfida della nuova questione sociale e delle disuguaglianze, assumere la sfida dell’Europa, costruendo partiti politici continentali per fare i conti con le ricette dell’austerità che ci ha condotto alla recessione. Assumere il punto di vista delle donne come fondativo di un nuovo soggetto politico, chiave per leggere la crisi e i mutamenti sociali, economici, culturali che stanno dentro le famiglie di questo Paese, e organizzare la risposta. Ritrovare le ragioni di un lavoro che è sempre più cambiato, e quindi non solo del lavoro dipendente, ma è anche sempre più subordinato in Italia e nel mondo, perché come dimostra la morte di più di 400 operai in un paese lontano, le cose che succedono lontano riguardano anche quello che succede qui. I diritti, la vita e le libertà delle persone sono un fattore di sviluppo. Su queste cose abbiamo anche opinioni diverse che sono fattore di ricchezza, ma rischiano anche di essere un fattore di paralisi e di confusione se non affrontiamo bene nei tempi, nel metodo e nelle regole la nostra discussione politica. Facciamo presto il congresso, diamoci il tempo per fare una discussione seria e non una conta e troviamo il modo per tenere fermi i diritti degli iscritti e di quel lavoro prezioso che è la militanza nei circoli, e insieme nuove forme di partecipazione per dare una voce strutturata e non episodica agli elettori e a chi ci guarda come una speranza per il futuro. Ritroviamo una connessione sentimentale, apriamo da subito una campagna di discussione nei circoli per connetterci con il nostro mondo.

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ROSSI
Mi pare che oggi abbiamo fatto un passo avanti importante, proviamo a farne un altro. Se uscissimo con più chiarezza sull’indizione del congresso, daremmo un altro segnale, pe rché va fatto subito, così come dovremmo uscire con l’idea ch e dobbiamo andare in tutti i circoli a spiegare cos’è successo. C’è una domanda di chiarimento e noi non dobbiamo t emere di raccontare le nostre ragioni. Non è nemmeno giusto e non fa bene ad un corpo politico che la responsabilità, se c’è, venga attribuita solo al segretario: è collettiva, e a partire da qui si può riprendere un ragionamento e un rapporto con la nostra base. Nell’ultima fase della campagna elettorale siamo stati troppo deboli, questa è una cr itica che faccio a Bersani e anche a me. Ma c’è un punto su cui il partito e Bersani mi sono sembrati coerenti e hanno tenuto anche se messi nel mirino da alcuni di noi , ed è stato sul governo del cambiamento. Voglio ricordare che mentre lì si stava tenendo c’era anche chi diceva che ci stavamo umiliando, oppure qualcuno voleva tornare al voto. Io penso che abbiamo fatto bene a tenere, questo è un punto di merito non secondario. Poi naturalmente la vicenda Prodi, e non voglio dimenticare la vicenda Marini su un mandato dato dalla Direzione. Dobbiamo dircelo, perché il non detto non fa bene alla crescita né degli individui né di un corpo politico. Di questo bisognerà ragionare insieme. Si dice poi che è mancata una discussione. I ragazzi di Occupy PD hanno detto “troppa fretta”: mi piacerebbe discutere con loro ma la situazione era davvero drammatica. Ho vissuto da grande elettore quei momenti e si percepiva un collasso politico della nostra democrazia. Avere fatto la scelta di rimettere nelle mani del Presidente della Napolitano una fase così difficile sapendo che avrebbe comportato un cambiamento della strategia politica penso sia stata la scelta giusta. Va bene non fare riferimenti al compromesso storico e alla scelta di Togliatti a Salerno, ma almeno un riferimento a Napolitano si potrà fare. E al suo richiamo al realismo, alla necessità di dare un governo al Paese per risolvere questioni nazionali, sociali e istituzionali che altrimenti sarebbero diventate esplosive. Abbiamo messo in mani sicure il governo di questa fase. E credo che bisogna ascoltare la lezione politica che il Presidente Napolitano ha dato come momento che ci deve animare per sostenere e stimolare anche il governo Letta. Vorrei parlare di poche questioni sul versante sociale, per dare segnali al nostro elettorato. L’Imu sì, ma non per tutti, non per la seconda casa, non per i ricchi, magari pensiamo di più ai capannoni industriali e ai negozi. La cassa integrazione in deroga, i ticket e i tre miliardi che mancano per la sanità. Possiamo far vedere che siamo lì a governare anche nell’interesse dei ceti che vogliamo rappresentare. Sul versante istituzionale forse bisogna andare un po’ oltre alla semplice riforma de lla legge elettorale. Qui c’è un blocco del funzionamento della democrazia. Abbiamo nel n ostro Paese un di più che è il cattivo funzionamento delle nostre istituzioni, una inefficacia della democrazia così come è organizzata. Il parlamento dovrà approvare e noi dovremo stimolare un progetto di riforma istituzionale nell’interesse del paese. 32

Oggi Mark Lazard diceva che in Italia occorre aprire un cantiere per il rinnovamento, parlando delle difficoltà che tutta la sinistra incontra a livello europeo e anche italiano, dove si pensava che si sarebbe potuto vincere. Al di là del modo con cui è stata fatta la campagna elettorale ci sono ragioni più profonde: con il Governo Monti per il quale all’inizio abbiamo avuto apprezzamento da parte del nostro elettorato per l’intervento importante per la salvezza del Paese, abbiamo avuto poi una seconda fase senza equità, senza sviluppo. Le politiche “ordoliberiste” che hanno animato il Governo nella seconda fase e chi abbiamo visto passo per passo dagli Enti Locali, hanno bloccato la possibilità che si aprisse una seconda fase. Non basta ributtarla sull’Europa, credo che di questo dovremo discute re, nel contesto più generale della fine di un’epoca liberista, ma anche la caduta delle politiche di rigore e di austerità. Cosa proponiamo rispetto a questi due fallimenti? Da questi due fallimenti possiamo ricostruire secondo lo spirito originario del nostro partito, una proposta e un progetto politico diverso a partire da un’idea di società che dovremo discutere. Infine non credo che la questione dei 101 possa essere ridotta ad una questione di carattere etico. Certo, c’è anche un problema di appartenenza ad una comunità, ma c’è un problema grande in casa nostra che è discutere quale deve essere la forma partito. E’ un problema di organizzazione, di luoghi in cui ci si confronta in modo plurale e dove si fanno delle sintesi. Spero che il congresso riesca a stabilire dei punti in cui questa discussione può avvenire perché lì troveremo tante ragioni per stare insieme.

EPIFANI
Ringrazio tutti coloro che sottoscrivendo la richiesta della mia candidatura la sottoporranno al voto segreto dell’assemblea. Non ho cercato questo incarico, e comunque di fronte ad una sollecitazione da tante parti del partito non potevo né intendevo sottrarmi alla responsabilità richiesta. Per provare a dare una mano, a interrogarmi su cosa si può fare per rendere un organismo collettivo in condizione di uscire da una difficoltà forte come quella che stiamo vivendo. Riflettendo se accettare o meno una cosa che mi ha molto colpito, perché un conto è parlare o pensare come noi pensiamo che sia, un conto è vedere con mano come è la situazione. Il primo maggio a Napoli alla festa unitaria del lavoro, poco prima che si scatenassero gli scontri, di parlare con un gruppo di ragazzi che avevano occupato le sedi del PD. Una cosa mi ha colpito, io ero convinto delle mie ragioni, quelle che mi hanno portato a dire e mi porteranno a ripetere, che non c’era alternativa a sostenere questo Governo, e coglievo nei volti di quei ragazzi una preoccupazione opposta che si nascondeva in un interrogativo: come facciamo? La cosa che più mi ha colpito mentre argomentavo è che gli occhi di quei ragazzi si riempivano di lacrime. Lì ho toccato con mano il problema che noi abbiamo. Se a chi ha un’opinione diversa di un passaggio difficile non si dà la possibilità di co nfrontarsi, discutere, decidere insieme, quei ragazzi si lasciano ad un abbandono, e noi non 33

possiamo permetterci che i più giovani abbandonino l’idea e la speranza che il PD rappr esenta. Lo dico anche al Presidente del Consiglio, perché noi non abbiamo solo bisogno di sostenere lealmente il suo governo, dobbiamo ricostruire un tessuto di consenso sociale di sostegno al governo e alla sua azione, perché così facciamo più forte l’azione del Governo e il radicamento del PD. Per questo ringrazio anche per lo stile che ha avuto Pier Luigi Bersani per quello che ha fatto per tutti noi in questi quattro anni. In più di una occasione mi è capitato di accompagnarne qualche scelta, di chiedere o proporre consigli, e devo dire che si tratta di una persona di primissima qualità, serietà e moralità. Voglio anche ringraziare chi prima di lui ha retto il timone del PD, Franceschini e Veltroni. Il PD attraversa una fase di grandissima difficoltà, molti lo hanno detto, e credo che non dobbiamo indulgere, stiamo correndo il rischio di toccare il fondo. Quando un Partito che è nato con l’ambizione di rappresentare una speranza di cambiamento per il Paese corre il rischio di diventare esso stesso una parte della crisi del Paese, tocchiamo con mano il potenziale fallimento del suo progetto . Se alla società italiana, chiunque la rappresenti, non offri uno strumento in grado per lui di muovere una passione, rappresentare un interesse, e sei visto come parte della crisi, quel partito non ha più nessuna funzione da svolgere. Questo è il rischio a cui noi siamo vicini. Per questo dobbiamo reagire, non possiamo lasciare che le cose vadano, dobbiamo ritornare in campo al più presto possibile. Questo vale perché c’è una crisi forte e pesante. C’è una retorica della crisi che co nsuma anche noi: quando parliamo di crisi parliamo di grandezze, di numeri, ma quando incontri una persona capisci che quelle grandezze per lei rappresentano la propria vita, la propria fiducia, la propria condizione. La crisi ha cambiato ciascuno di noi. Nessuno di noi è uguale a come era solo sei anni fa, nelle speranze, nelle identità, nei consumi, nei redditi, nelle possibilità. Molto di più vale per chi ha perso il lavoro, per chi non lo trova, per l’artigiano che non ce la fa, per l’imprenditore che non sa come fare ad ottenere un mutuo da cui dipe nderebbe la sopravvivenza della sua impresa e la condizione di molti occupati. Se la crisi è forte, trasferisce insicurezza e paure. Negli anni duemila quando avvertivo il rischio del declino industriale del Paese, ho sempre pensato che nella storia non c’è mai stato un declino industriale senza un decadimento morale , le due cose stanno assieme e noi siamo vicini a questo rischio. La situazione si aggrava per un particolare problema che voglio riprendere. Non possiamo continuare ad avere una crisi della democrazia perché la democrazia e i suoi strumenti deliberativi non sono in condizione di decidere . La crisi che c’è da noi e in una parte grande dell’Europa è proprio questo: il cittadino ti conferisce un mandato, il mandato si rappresenta nel luogo della sovranità che è il parlamento, il parlamento elegge un Governo. Un Governo, un Parlamento, una amministrazione locale non hanno nelle mani il potere di fare quello che ritengono giusto anche sulla base del mandato democratico ricevuto. Questo cortocircuito porta a rendere irrilevante la democrazia come l’abbiamo conosciuta in questi anni. 34

Per questo c’è una forte domanda di governabilità nel Paese, non possiamo stupirci, e non possiamo non vedere che ancora oggi, a qualche settimana dalla partenza del Governo Letta, c’è una maggioranza del Paese che dice sì al Governo. Che altro poteva esprimere il paese, con un governo dimissionario che veniva dalla legislatura passata, sei mesi, una crisi infinita per costituire il nuovo governo, e le attese, le domande, i bisogni che aumentavano? La richiesta più forte, se sappiamo guardare anche oltre noi stessi, che veniva da questo paese in questa fase, era quella di dire fate un governo perché vi chiediamo di affrontare subito i problemi della nostra condizione. Non ce lo chiedeva solo la parte più affluente della società, ce lo chiedevano innanzi tutto tanti cassintegrati, tanti esodati, che ci dicevano fate presto, perché davanti a noi non c’è futuro. Per questo è stata giusta, in condizioni del tutto eccezionali, senza smarrire il senso che ha dato vita al PD, la strada che si è intrapresa. Ma se questo è, non dobbiamo aver paura. Se questa strada viene affrontata con paura, preoccupazione, con l’idea che non ce la facciamo perché gli altri son più cattivi e hanno discorsi diversi dai nostri, come è vero, allora era meglio non metterci in questa avventura. Se noi decidiamo di percorrere questa strada, dobbiamo farlo con coraggio e determinazione, perché questa è la strada che segnerà anche il nostro futuro. Matteo Renzi ha detto “Non lasciamo il Governo a Berlusconi”. Io dico mettiamoci anche la nostra faccia, perché è sinonimo di serietà, correttezza, lealtà per molta parte di questo Paese. Anche di quella parte che delusa ci ha votato e non vuole disperdere la fiducia nel nostro ruolo e nella nostra funzione. Naturalmente coraggio non vuol dire incoscienza. Troverei molto incosciente il fatto di un partito che non sappia risollevarsi quando il nostro ministro Cécile viene offesa e ripetutamente minacciata. Lei ha bisogno nelle sue battaglie di sentire noi accanto a lei, e non noi che parliamo d’altro, ci dividiamo o facciamo una parte secondaria in questa situazione. Troverei incosciente se il grande dramma che ha colpito la città di Genova, medaglia d’oro della resistenza, la città del Luglio ’60, la città di Guido Rossa, la città della democraz ia, del lavoro e dell’antifascismo non sentisse la presenza del nostro partito nel suo dolore e nella sua volontà di riscatto. Troverei incosciente il fatto che un partito come il nostro per una convinta adesione e una capacità di mobilitazione non sapesse dire basta a quello che viene chiamato femminicidio e soprattutto dire basta alla violenza che si perpetua sulle donne, perché quando a una donna, come è avvenuto, usi l’acido per sfigurarne l’aspetto e l’identità, tu la uccidi., le togli qualsiasi senso di sé. Quella donna ha diritto di sapere che c’è una grande formazione politica che non la lascia sola, perché fa parte del rifiuto della violenza e dello stare insieme a chi soffre o è discriminato. Per questo dico a Enrico Letta che il Governo sa di poter contare sul PD. Che lui deve trarre forza da questo consenso, e noi dobbiamo trovar forza dall’azione del Governo. Per questo gli chiedo, passata la fase del lavoro di preparazione, che disegni delle domande a cui il Governo deve dare risposta. Il tempo delle risposte, venga presto e venga bene. Il miglior modo di convincere il Paese e anche il nostro popolo che questa è la strada giusta è 35

quello di cominciare, mattone dopo mattone, ad affrontare quei problemi che non possono aspettare. Da questo punto di vista la priorità è quella detta. Certo dobbiamo rifinanziare gli strumenti degli ammortizzatori sociali, e non è cosa da poco, quasi 500 mila persone si trovano vicine a questo dramma. E molte decine di migliaia già da tempo non hanno la cassa integrazione finanziata. Secondo. Certo che dobbiamo evitare l’aumento dell’Iva, soprattutto per le fasce più deboli, i pensionati al minimo, i disoccupati. L’Iva non colpisce chi può, ma chi n on ha niente. Un aumento dell’Iva è il colpo più forte che puoi dare a un calo drammatico dei cons umi. Bisogna affrontare la questione dell’Imu, la nostra proposta elettorale era di gran lunga la migliore, la più seria. Mi dispiace solo pensare che se il Governo Monti avesse ascoltato un po’ di più, anche sull’IMU, e ad esempio la soglia di esenzione fosse stata raddoppiata avremmo avuto un meccanismo perfetto, perché avremmo esentato tutte le fasce medio basse e l’IMU sarebbe rimasta, soprattutto per la prima casa, per chi poteva pagare. A volte pensando di fare di più si riesce a fare peggio, e questo vale anche per il futuro. Dobbiamo mettere mano alla vera sfida di far ripartire il paese, con gli investimenti, i consumi, i redditi. Lo sblocco dei crediti delle imprese forse è la più forte leva anticiclica a breve, quindi va usata bene. L’allentamento del patto di stabilità dei Comuni, pure. Se usciamo dalla procedura di infrazione a giugno possiamo unire la possibilità del cofinanziamento dei progetti europei. Terzo elemento, dobbiamo fare uno sforzo per andare in Europa: noi siamo un creditore netto, diamo all’Europa più di quanto riceviamo e passiamo per quelli che chiedono aiuti. E’ un paradosso che non deve essere accettato. Così dobbi amo sostenere il lavoro dei giovani: sgravi contributivi, fiscali, investimenti in ricerca e innovazione. Queste sono le cose da fare, e il compito non è facile. Abbiamo tante mine, oggi a Brescia qualcuno ne mette una. Ma se seguiamo questa strada che ci chiede il Paese, e se questo è un Governo per gli interessi del Paese, non si possono anteporre gli interessi di una persona. Questo è il terreno della sfida la lanciare verso i nostri competitori. Un’ultima cosa sul Partito. Stiamo per toccare il fondo e ci sono responsa bilità, e nessuno può chiamarsi fuori. Un gruppo dirigente maturo, leale, solido, serio sa quando è il caso di assumersele. Di fronte a noi abbiamo subito delle scadenze, la prima è riempire il ruolo rimasto vacante dopo le dimissioni di Bersani, secondo, dobbiamo subito dare una mano a chi sta correndo in solitudine nella campagna amministrativa. Il Partito non può lasciare soli sindaci e candidati. La seconda, Dobbiamo preparare il Congresso. Un grande, serio partito non ha paura del Congresso., per quanto difficile sia il momento. Il Congresso rappresenta il cuore del mandato democratico e della sua identità. I Congressi si devono preparare bene, ossia si deve fare una scelta dalla quale derivano conseguenze. Se volgiamo fare un congresso di vera discussione tra di noi che partendo da quello che è successo e dal perché, provi a fare il punto non solo degli ultimi quattro anni, ma della storia degli ultimi sette, e provi a ripensare a quello che va cambiato per ridare a questo Partito il futuro che si merita, dobbiamo 36

fare un Congresso in cui è fondamentale la modalità e l’organizzazione della nostra d iscussione. In termini inclusivi, ovviamente . Se tutto si dovesse ridurre al voto su un candidato leader, credo che non faremmo il percorso che è necessario. Abbiamo bisogno, soprattutto nel rapporto con la nostra gente, di fare questa discussione. Terzo, deve essere una discussione esplicita. Tante volte in questi giorni tormentati la cosa che non mi ha mai convinto è quando invece di una battaglia esplicita sulle linee si consumavano battaglie implicite sui nomi. Preferisco di gran lunga una discussione esplicita sulla linea da seguire e sulle conseguenze che questa linea ha, piuttosto che coprirla dietro un nome, perché la linea è di tutti e il nome è di uno solo. Non puoi confondere la linea con la persona. Un Congresso così richiede collegialità e forme di garanzia per tutti. Infine c’è bisogno in questo Congresso di recuperare un senso di appartenenza e di quanto discende da tale appartenenza. Io ho sempre cercato di graduare la bilancia tra diritti e doveri tra le diverse funzioni che si svolgono: un iscritto deve avere più diritti e meno doveri, un dirigente più doveri e meno diritti. Per fare questo ci vuole una straordinaria lealtà e generosità del gruppo dirigente che solo la ricostruzione di una cultura politica degli elementi fondativi e identitari del nostro stare insieme ci può consentire. Siccome poi non abbiamo alle spalle una lunga storia come PD, e siccome il PD è l’unico partito non personale del nostro sistema politico, e se crollasse il PD non sarebbe una bella cosa per il Paese, dobbiamo provare non solo a salvarne l’identità, ma anche fare in modo che questo progetto possa stare in campo per un lungo futuro. Questo ci mette al riparo da due rischi, quello di chi sale e di chi scende a seconda delle convenienze e quello di garantire a chi ci sta e a chi sin interroga, proprio in ragione di questa scommessa forte, che questa storia continuerà.

CAMPANA
Se qualcuno mi avesse detto che dopo le elezioni di febbraio da neodeputata avrei votato due candidati alla Presidenza della repubblica, che Napolitano sarebbe stato di nuovo eletto, e che il Governo targato PD non sarebbe stato guidato da chi ha portato in campo 3 milioni e mezzo di voti, e neanche da quello che ne ha presi pochi meno, ma dal vice segretario e che avrei dato la fiducia anche ad Angelino Alfano ministro, lo avrei preso per pazzo. Ma la storia la scrivono le persone e i patti delle ultime ore sono materia di discussione tra di noi, non priva ancora di forte emotività. Eppure tutto ciò non solo è successo, ma oggi siamo ad un altro passaggio cruciale, potenzialmente tanto salvifico quanto anche distruttivo. L’applauso che ha accompagnato Guglielmo è stato fortissimo, ora dobbiamo ricominciare la storia. Nelle nostre ultime nove settimane abbiamo visto davanti ad un Paese che aveva la necessità di una solidità politica dopo la necessaria e disastrosa strada tecnica le elezioni hanno dato la fotografia di un Paese con una vittoria quasi sfiorata, o di una quasi sconfitta. Vincere senza avere la possibilità di fare un Governo omogeneo è quasi kafkiano, un non senso che invece si è prodotto. Poi l’elezione del Presidente della Repubblica insieme alla 37

formazione del Governo ha prodotto l’esatto contrario di quella che era la via tracciata della Direzione nazionale. Questa era la prima rottura evidente di una comunità fondata su regole condivise . Cosa ha prodotto? I protagonisti di una compagine parlamentare la più rinnovata, la più rosa, la più giovane, quella scelta largamente dal nostro popolo, la più ampia mai vista nella storia repubblicana ha prodotto questo pezzo di storia. Non possiamo pensare che esistono 115 eroi e 101 traditori., non è serio tra di noi. Il PD e il paese, il presente e il futuro di un’ambizione nata dalla storia più nobile della nostra democrazia, è l’Italia, l’Europa, la promessa di dire alle nuove generazioni e non, che non abbiamo smarrito l’idea di un orizzonte migliore . Il PD è quello del Capranica, le lacrime, la dissoluzione di una comunità di uomini e donne prima ancora che di un partito, non un modello dipartito. In una elementare idea di comunità, quando si smarrisce l’idea di chi decide, e che la responsabilità di chi decide devono averla tutti coloro che contribuiscono alla decisione e alla tenuta di quella decisione, allora non esiste futuro. Ma in queste ore tra l’incertezza di tutti i dirigenti locali, e sono centinaia le ammin istrazioni che si dovranno confrontare con il voto, il PD è anche quello di tutti coloro, a partire dai nostri candidati e dai militanti che continuano a combattere nei territori. Una crisi economica, demografica, ambientale democratica di cui non solo persistono ma si acutizzano le cause strutturali, il programma di euro austerità da solo ha provocato l’allontanamento della ripresa. Forti iniquità, dissesto sociale. Alla più grande crisi mondiale non si può rispondere se non investendo in termini non solo economici ma anche culturali sulla qualità dell’innovazione, sulla conoscen za, tecnologia, ambiente, cultura, pari opportunità non come fenomeni a sé stanti ma dentro il nostro welfare . Distribuire pesi e denaro: come rispondiamo all’elusione fiscale e contributiva, alla compressione dei diritti, della legalità e della sicurezza? Si dice che un questo è un Paese con una generazione senza futuro, con riferimento alla generazione dei trentenni. Tutte le generazioni sono unite tragicamente da questa possibilità e la politica non batte un colpo. Tra vent’anni i novantenni saranno il triplo di ora, molti di noi hanno una prospettiva di vita lunghissima, ma questo cosa determinerà in termini di servizi, di garanzie, di sussistenza? E cosa succede quando invece la generazione di mio padre, cresciuta con la certezza di stare meglio dei propri padri, che uscendo dal disastro della guerra erano convinti di dare un futuro migliore ai figli, non solo vedono smarrire questa certezza, ma hanno un’altra certezza drammatica, che quello che perde il lavoro a 55 o 60 anni mette a repe ntaglio la sussistenza della propria famiglia. Questa è la fotografia di questo Paese. L’epidemia che sta abbattendo centinaia di piccole imprese, la cultura, la conoscenza, la ricerca diventano beni di lusso, la violenza si impossessa delle strade e anche del linguaggio della politica. Il PD del Capranica è lo stesso che ha votato Grasso e la Boldrini, Speranza, Cecile Kienge. La capacità di resistere e di riformarsi del PD è la stessa che ha il Paese. Non è con la dissoluzione o nel rifugio più tranquillizzante e stabilizzante delle nostre appartenenze che ci salviamo. Ci salviamo se il Governo fa le cose, se abbiamola convinzione 38

che non è il PDL ad avere le chiavi del tempo della democrazia, ma il PD con i suoi numeri, che deve esprimere attraverso il suo più alto rappresentante la possibilità di intervenire nelle questioni del Governo. Chiudo chiedendo al Segretario, a Guglielmo, che ci accompagni in un percorso congressuale che decida le regole, non sono d’accordo con chi dice che questa assemblea non debba decidere le regole del gioco. Le regole sono la carta costituzionale dello stare insieme e le primarie non possono salvarci dalla nostra incapacità di decidere, non sono un atto salvifico quando il PD non riesce a decidere. L’organizzazione del Partito non è un tema tecnico, ma di sostanza politica, può essere pesante, radicata, con i militanti , le sezioni e gli iscritti anche essendo un partito moderno. Il tema degli iscritti, della militanza, che non è solo un fatto di sussistenza finanziaria, ma anche di identità. La selezione della classe dirigente risponde alle responsabilità di un partito e non di un quartiere, reale o virtuale. Voglio confrontarmi non più e non solo con i nickname ma con le persone reali. Non dobbiamo avere paura della piazza virtuale, ma tornare nella piazza reale. Il segretario allora deve parlare per tutti e con tutti.

FASSINO
Anch’io desidero esprimere la mia gratitudine a Pier Luigi Bersani, non solo per la g enerosità, la passione, la determinazione con cui ha condotto il Partito, ma anche perché so che cosa significa la fatica di guidare una grande organizzazione, so quante solitudini si vivono e so anche quali ingenerosità deve patire chi guida una organizzazione, e per tutto questo credo che gli dobbiamo un sentimento di riconoscenza e di gratitudine per la lezione di stile e di rigore con cui ha guidato il Partito. Desidero ringraziare Pierluigi e i tanti che nelle ore scorse mi hanno sollecitato ad assumermi delle responsabilità in questo passaggio così difficile, e voglio dire, perché siamo una comunità, che per me è stato molto complesso e difficile , direi angoscioso declinare quella sollecitazione. Lo ho fatto per un atto di responsabilità. Guidare un grande partito è una responsabilità che comporta un impegno e una dedizione totale e piena, e non è impegno minore di guidare una grande città di un milione di abitanti. Non si possono assolvere nello stesso tempo due funzioni così significative e importanti. Io ho il dovere prima di tutto di corrispondere alle aspettative di chi mi ha eletto e mi ha incaricato di guidare quella comunità. Quell’angoscia si è rasserenata di fronte alla decisione di Guglielmo di accogliere l’appello che gli è stato rivolto, perché tutti conosciamo l’autorevolezza politica, la forza, l’esperienza che Guglielmo esprime, e quindi la certezza di avere una guida solida per il partito. Noi stiamo vivendo un passaggio davvero decisivo, per noi e per il Paese. I temi qui evocati sono moltissimi e li discuteremo. Io voglio richiamare solo due punti di partenza per condurre una discussione che approdi agli esiti proposti da Guglielmo. 39

Un partito esercita una funzione dirigente e nazionale se sta un passo avanti alla società che ha la presunzione e l’ambizione di rappresentare . Noi in questi tempi abbiamo spesso sofferto di essere un passo indietro rispetto alla società. Questo ha messo in discussione la nostra capacità di leggere una società in mutamento continuo e rapido, di parlare a quella società, di capirne le domande, e di tradurle in un progetto in cui si potesse riconoscere. Questo è fondamentale perché dobbiamo sapere che la capacità di rappresentanza di un partito non è data una volta per sempre, e non è affatto scontato che chi si identifica in esso continui a farlo se non si è capaci di tradurre quelle aspettative che lo hanno portato a credere in te in progetti che gli cambino la vita. Per l’intero sistema politico italiano si è rotto spesso un rapporto di rappresentanza e questo è alla base della crisi di credibilità e di fiducia che vivono le istituzioni e il Paese. Questo è un primo tema che dobbiamo avere chiaro, una bussola per il nostro dibattito e per l’azione. Abbiamo bisogno di tornare a misurarci con una società che cambia continu amente, ed essere all’altezza di questa società, tanto più in questa c risi che suscita angoscia e paure, significa interrogarsi ogni giorno se il proprio linguaggio, le proposte, la forma di organizzazione, il modo di fare politica, il rapporto con la società sono adeguati a ciò che sta accadendo. Non c’è nulla di più scontato per una grande organizzazione che la presunzione di auto riprodurre costantemente sé stessa, i suoi modi di essere e di agire. Questo limite mina la possibilità di mettere in campo una politica capace di ascoltare, raccogliere e rappresentare. Noi torneremo ad essere una forza capace di dare corpo al progetto che ha ispirato la nascita del PD se ritroveremo una capacità di lettura della società che ci consenta di tornare in sintonia con quello che essa dice e con gl italiani che vogliamo rappresentare. Secondo punto di partenza. Un partito che abbia l’ambizione di esprimere una guida della società deve assumersi delle responsabilità, soprattutto nei passaggi difficili . Sa che guidare una nazione, rappresentare una società, corrispondere alle aspettative delle persone, impone l’assunzione di responsabilità e la capacità di onorarle, tanto più quando è diff icile e richiede decisioni complesse. Con questo approccio dobbiamo guardare al tema del Governo. Il governo di larga coalizione è figlio di uno stato di necessità, di una condizione politica ed elettorale nella quale nessuna forza politica ha vinto le elezioni. Né l’una né l’altra sono in grado di esprimere un governo del Paese. Prendere atto di questa condizione non significa rinunciare al proprio profilo, alla propria identità e alle proprie buone ragioni. Qualche anno fa in Germania in una elezione la Merkel e Schroeder si combatterono ma alla fine la differenza fu di solo un seggio. Allora quei due partiti governarono insieme per uno stato di necessità. Alle elezioni successive furono di nuovo in competizione. Dobbiamo avere la lucidità di vedere che siamo in questa situazione. Non rinunciamo a nessuna delle nostre ragioni.., né ai contenuti di natura progettuale e programmatica e neppure a volerci battere per dare a questo paese quelle sicurezze che il paese ha smarrito. Abbiamo solo preso atto che non potevamo dare corso a tutto questo solo sulla base della nostra autosufficienza. 40

Adesso abbiamo il dovere di fare in modo per cui il governo faccia le cose per cui è nato. Non solo perché è guidato da Enrico Letta, ma perché dalla determinazione con cui noi faremo vivere questo Governo questo sarà una cosa o l’altra. Non dobbiamo tenere il freno a mano tirato, altrimenti si manda il motore in panne. Questi due riferimenti, ritrovare una sintonia forte con un paese che oggi manifesta inquietudine e smarrimento di fronte alla crisi, ed essere consapevoli che la funzione di un partito è quella di assumersi responsabilità senza le quali si diventa solo un movimento che evoca e denuncia. Un partito non è soltanto obbiettivi e programma, è anche valori, ideali, è una comunità che sta insieme per i vincoli di solidarietà che legano le persone che lo compongono, al di là delle posizioni politiche individuali. Un partito assolve alla propria funzione nazionale di direzione se è consapevole di rappresentare donne e uomini legati da un comune destino e questo loro destino è legato al destino del Paese.

RANIERI
Mi dispiace rompere un clima di solidarietà così diffuso, annunciando che io non voterò per Epifani. Avendo il terrore di chi non fa quello che dice, mi sentivo di esprimere chiaramente il mio non voto. Non perché ce l’ho con Guglielmo, ma ce l’ho con l’idea e col cl ima che si respira in questa assemblea e con le motivazioni fondamentali su cui Guglielmo è eletto. Piero dice che il partito deve ritrovare solidarietà, noi la stiamo ritrovando all’interno di un gruppo dirigente ristretto che quelli che son fuori a dire Occuoy pensano che non li rappresenti. Il compito fondamentale è come recuperiamo il rapporto con loro, a partire dal giudizio che diamo della fase politica. Questo è un Governo di necessità? Quando una forza politica parla di necessità vuol dire che si è arresa a qualcos’altro. La necessità non è un fatto di natura, dipende anche dalle condizioni che tu con la tua azione riesci a determinare , altrimenti diventa necessaria l’austerity, la Bundesbank, la Merkel e la politica che ci hanno imposto in tutti questi anni. Inoltre di emergenze ne avevamo due, quella economica e quella democratica. Quella dello spread, dei capitali che se ne vanno, ma anche la grande emergenza di metà del popolo italiano che non vota più o vota per partiti antisistema. Bersani con i suoi otto punti aveva provato a tenere insieme queste due emergenze con una analisi che diceva che nemmeno all’emergenza economica potevi dare risposte sensate se non davi contemporaneamente risposte all’emergenza democratica, perché un nuovo paradigma di sviluppo basato sulla sostenibilità, sulla partecipazione ha bisogno di un popolo che ci crede, e se non risolviamo insieme l’emergenza democratica, con le questioni dei cassintegrati, delle fabbriche che ripartono, tutte queste cose non le risolviamo. Ho creduto molto negli otto punti di Bersani, poi qui nessuno ne ha più parlato. Era l’ultimo programma che abbiamo votato tutti insieme. Qualcuno ha deciso che quella era 41

una “palla” e di sabotarlo nell’urna. Sono stufo di questa cosa dei 101 traditori, perché i 101 sono quelli che hanno vinto, e noi siamo in una situazione determinata non da necessità astratte ma da un’azione politica consapevole di chi fin dall’inizio voleva il Governissimo. Se è così, voglio un Congresso che faccia emergere le ragioni, in cui le alternative politiche siano esplicitamente affermate in trasparenza. Non possiamo stravolgere le regole, il Congresso deve essere aperto, su candidature collegate a mozioni strategiche, in cui finalmente siano esplicite le idee diverse che abbiamo. Solo da un confronto aperto con tutte le diversità si ricostruisce l’unità, altrimenti non c’è nessuna unità possibile. Io non ho superato l’anomalia Berlusconi. Tutti ci dicevamo che una grande coalizione non si poteva fare perché c’era Forza Italia con Silvio Berlusconi. Consideriamo finita questa anomalia? Battere Berlusconi per me continua ad essere un dovere morale. Bisogna poi decidere come ci rapportiamo con il Governo su questioni specifiche. Senza indulgere nella retorica, cerchiamo di stare dalla parte dei penultimi (ad esempio scuola, università, ricerca), e aiuteremo anche gli ultimi. Vorrei un Congresso che discutesse del perché queste priorità sono state le più predicate e le meno praticate, perché la sinistra non è mai riuscita a farle proprie davvero. Se Enrico Letta ci riesce è una delle cose su cui posso cambiare la mia opinione. Infine il lavoro. Non possiamo più essere il partito della centralità del lavoro dipendente. Anche se il lavoro non si è mai accorto di essere centrale. Fra gli operai abbiamo le percentuali più basse di voto e di presenza. Non siamo riusciti ad analizzare i cambiamenti del lavoro e questo ci ha impedito di rappresentare il nuovo lavoro autonomo e persino il lavoro dipendente. Ritorniamo al lavoro di Bruno Trentin su questo, abbiamo una cultura da riprendere. Molti hanno detto che il partito deve essere unito per sostenere il Governo. Può essere, però il fatto di essere stati più il portavoce delle Istituzioni verso il popolo che capaci di esprimere il popolo verso le istituzioni, è stato un nostro problema, anc he quando c’era un Governo di sinistra. Il partito deve uscire da questa collusione impropria con lo Stato ed essere capace di far diventare il popolo protagonista della politica, e non di cercarne il consenso all’azione di governo. Allora vorrei un segretario che oltre a parlare con Letta il 18 prossimo facesse un passo in piazza san Giovanni alla manifestazione della Fiom.

GEZZI
Siamo davvero dei guai , il Partito e il gruppo parlamentare devono chiedere scusa agli iscritti, agli elettori, al Paese di tanti errori e di qualche scempiaggine realizzati soprattutto in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, delle cose accadute nel voto prima su Franco Marini e poi su Romano Prodi, di come l’impegno a rispettare il principio di maggioranza sottoscritto da tutti, compreso SEL, è finito nel cestino alla prima curva importante. Dobbiamo riflettere con fermezza e lucidità che una fase è finita e che il progetto su cui il PD si è fondato ha subito un colpo tale che rischia di essere mortale. Abbiamo bisogno di riflettere sul progetto, sul modo di essere, sulle regole che hanno normato il nostro vi42

vere insieme, per costruire quel Partito della nazione di cui ci parla Reichlin nei suoi interventi troppo confinati nei suoi articoli e poco conosciuti da ll’elettorato. Si è chiusa una fase e dobbiamo porci il problema di far rinascere un partito, di ricostruirlo, di strutturarlo adeguatamente, mentre sosteniamo il Governo e affrontiamo la crisi economica. La crisi economica nel mondo sta finendo, i paesi del BRIC hanno uno sviluppo economico tra il 6 e l’8%, USA e Canada vanno avanti per l’1,5-3%, l’Europa è in crisi e in essa alcuni paesi tra cui l’Italia vanno peggio degli altri. Vuol dire che l’Europa ha sbagliato politica e continua a sbagliare. Quando ripensiamo il Partito dobbiamo ricordarci che tra un anno ci sarà la campagna elettorale europea e dovremo chiederci con chi, con quali programmi e con quale collocazione internazionale ci presenteremo per combattere una battaglia decisiva. Progetto, valori, strutture , regole, collocazione internazionale,: abbiamo bisogno di un Congresso vero. Epifani potrà essere un segretario autorevole e garante dei pluralismi di una linea ferma e di un Congresso da fare in tempi giusti, capace di dare spazio alla discussione dando parola agli iscritti, ai circoli e agli elettori. Un congresso che discuta, non un votificio. Troppe volte abbiamo votato senza avere prima la possibilità di una discussione reale in cui iscritti , elettori e gruppi dirigenti intermedi possano contare. Siamo oscillati troppo tra caos e manifestazioni di unanimismo. Dobbiamo riflettere sullo statuto con serenità e lucidità. Abbiamo eletto due segretari, poi li abbiamo spinti alle dimissioni, abbiamo un Partito che rimane un accampamento di tante cose diverse ma non riesce ad essere una forza politica omogenea, capace di muoversi come richiede la situazione, e ciò vuol dire che il sistema di regole che ci tiene insieme ha limiti profondi. Non mi convince il fatto che non è il momento di metter mano alle regole, perché se siamo arrivati a questo punto anche le regole vanno discusse e ripensate con serenità, discutendole insieme. Quindi abbiamo bisogno di un Congresso vero, per ricostruire un partito vero, che ridefinisce profili valoriali, con una battaglia delle idee e con tutta la partecipazione democratica necessaria, con cadenze e date mentre sosteniamo un’esperienza complicata di g overno. Non si tratta di un Governo di riconciliazione, si tratta di una strettoia da cui bisogna passare, e quindi occorre un sostegno con un profilo di partito capace di proporre iniziative nel rapporto con la società , di incalzare il Governo a partire dalle nostre piattaforme, per aiutarlo a fare la sua parte rispetto alla crisi. Per noi, italiani ed europei, la fine del tunnel non si vede, e questo vuol dire disgregazione, problemi, rischio di permanere in contraddizioni e lacerazioni e pericoli reali per la convivenza civile. Vorrei ringraziare Bersani, perché la sconfitta non può essere di uno solo. Errori e limiti sono di tutti. Dobbiamo evitare lo sport del tiro al bersaglio sul nuovo segretario. Epifani ha certo le caratteristiche per fare bene, se lo aiutiamo tutti facendo la nostra parte.

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ZAMPA
Come ha detto Bersani, le vicende che stanno alle nostre spalle hanno cambiato il corso degli eventi. Credo che sia chiaro a tutti che il voto dei 101 per il Quirinale corrispondeva a un disegno politico preciso, quello del Governo delle larghe intese . Credo dunque che sia doveroso, essendo anch’io tra coloro che non vogliono pacificarsi, chiedere a coloro che hanno votato in quel modo e hanno cambiato una linea politica contraddicendo la volontà degli elettori, degli iscritti ,dei militanti e di una parte della classe dirigente del Partito chiedere perché , che spieghino le loro ragioni, prima di tutto agli elettori e a tutti quelli che tutti i giorni da allora ci scrivono. Tutti parlamentari ricevono richieste di spiegare perché. Come Rosy Bindi non mi voglio pacificare con questa destra che resta indecente e neppure dentro a questo Partito, se pacificarsi significa di far finta un’altra volta che po ssiamo solo guardare avanti e stiamo già superando quello che è accaduto. Mi sento molto vicina a quelli che stanno fuori da qui, ai ragazzi che hanno creduto in questo Partito, ai militanti che si sono disperati, e si sono vergognati di quello che abbiamo fatto noi. Questo ha prodotto un danno enorme non solo al nostro Partito ma alla democrazia italiana. Il PD è nato come il Partito del bipolarismo, dell’alternanza e dell’alternativa, non è nato per andare al governo con la destra e non può farlo senza spiegare perché dopo vent’anni di parole spese in una lotta che oggi sembra soltanto ipocrita. Per questo coloro che hanno deciso questa linea politica hanno il dovere morale di spiegarla, di dire cosa li ha guidati, prima di tutto a Bersani, che è stato il primo ad essere affondato e tradito. Però la malattia che ha soffocato questo Partito ha radici molto più lontane , da quando è nato il PD ha guardato solo il suo passato, ai partiti dai quali è nato, e quasi mai al futuro. Fin dal primo momento la diarchia che si è instaurata con l’elezione del primo s egretario parla chiaro: accanto al segretario eletto doveva esserci qualcuno che rappresentasse uno dei due partiti principali dai quali il PD nasceva. Cos’ facendo si è lentamente soffocato quel progetto. Da lì sono venute rafforzandosi le correnti che qualcuno ha definito volgari, e non è vero che non c’è chi non deve o non può chiamarsi fuori. C’è chi si è chiamato fuori da l gioco delle correnti, ed è stato ghettizzato progressivamente, fino a scegliere di allontanarsi. Voglio fare solo un nome che mi è molto caro, quello di Arturo Parisi, che in aula nella scorsa legislatura ha avuto la possibilità di parlare solo due volte in cinque anni. Mi domando se non aveva le competenze per poter fare qualcosa di più. Questo partito ha visto negate le competenze e anche le sue risorse quando le correnti hanno avuto il sopravvento. Per questo io credo che questo Congresso debba essere celebrato al più presto, debba mettere profondamente e radicalmente in discussione, nella verità, le ragioni e la natura del PD. E’ tempo che ci chiariamo perché così siamo un danno alla democrazia italiana.

PUPPATO
Vorrei parlare di due cose che credo vadano commentate. La prima è il concetto di lealtà. Ho sempre pensato che non c’è fedeltà che tenga quando c’è lealtà nei rapporti. 44

Essendo nativa del PD, ho sempre voluto pensare che questo fosse un Partito in cui ciascuno è qui per dare il suo contributo lealmente. Lo sa chi mi ha visto correre alle primarie per promuovere un’azione di governo che potesse mettere al centro alcuni temi che mi parevano scomparsi dalle agende degli altri amici che correvano con me. In questa nostra recentissima storia è capitato, e non è stato messo in luce adeguatamente neanche oggi, che non si può mettere sullo stesso piano, come ha detto Zampa, chi ha scelto di non votare con motivazioni palesi, per un ragionamento di trauma che stava subendo, poiché era chiaro a tutti noi che la scelta del Presidente della Repubblica, anche se istituzionale e diversa da quella politica, aveva implicazioni politiche. Questo era quello che stava accadendo in quel momento. Noi lealmente abbiamo espresso le nostre difficoltà a scegliere una diversa linea politica senza averla mai discussa, e ne ha fatto purtroppo le spese quella straordinaria persona che è Marini. Ma la cosa drammatica è successa il giorno dopo, quando nessuno ha esplicitato una sola ragione per non votare Prodi , quando a tutti sarebbe stato chiaro che Prodi poteva essere, forse, l’inizio di un’altra storia. Lo dico io, forse, a ragion veduta, perché ho strisciato rasente ai muri di notte con gli amici del M5S che erano ingabbiati all’interno di quella setta che non gli permetteva neppure di dialogare con quelle persone che si erano permesse di credere nei partiti. So bene quanto difficile sarebbe stato portare a termine questo lavoro che avrebbe permesso un governo quanto meno di unitarietà rispetto ai temi fondamentali del socia le, dell’ambiente e anche la caratterizzazione industriale che vorremmo avere in questo Paese. Quello che non capisco è perché ci sono stato 100 traditori quando questo significa togliere di mezzo un principio di lealtà che è la condizione prioritaria e unica possibile per fare pezzi di strada insieme. Per questa ragione non possiamo procedere onestamente se non sappiamo perché, con quale secondo fine esplicito, con quale ragione si è scelta in quel momento una strada diversa. Da lì in avanti è stato un principio di realtà quello che ci ha portati a scegliere di approvare comunque, con molte difficoltà, il Governo Letta. Certo non per la sua figura, ma per tutto quello che ci stava intorno. Questo principio ci doveva spingere a lavorare insieme su temi fondamentale per la vita di questo Paese. Ma qui vengo al sostegno necessario e leale al Governo Letta. Prima Epifani diceva che l’unitarietà del PD sarà il fondamento su cui si regge e si sostanzia l’azione del Governo Le tta. Io penso che vi siano due elementi fondamentali per questo. Che questa azione del Governo possa essere trasferita ai territori come un’azione positiva per il Paese . Chi si è assunto questo enorme carico di essere onesti nelle dichiarazioni, chiari nell’esprimerle, e s oprattutto motivare le ragioni per le quali abbiamo dei dubbi. Questo ad esempio è servito molto nell’evitare che i ministri fossero quelli di ci si parlava sui giornali e che ci avrebbero creato ancora maggiori problemi nel Partito, che peraltro ci siamo trovati come presidenti delle commissioni parlamentari o come sottosegretari Ora chiedo chiarezza di intenti e di obiettivi, il programma di Letta è molto vasto, e non credo che possiamo permetterci di fare un’intera legislatura in queste condizioni. Cr e45

do che dobbiamo partire da un principio di priorità per il Paese: subito la legge elettorale, subito il cuneo fiscale, non possiamo permetterci di continuare a regalare a Berlusconi questioni come quella della patrimoniale in un paese con la più forte diseguaglianza in Europa. Dobbiamo scegliere se il nostro Governo è dalla parte dei più deboli o se si accontenta di mantenere lo status quo. Questo non ci sarebbe perdonato. Quando parliamo di Imu, dobbiamo riconoscere che c’è un problema di valori catastali, quando parliamo di econ omia dobbiamo dire quale è il nostro modello economico, riprendendo il valore dell’economia verde.

ANDRIA
Il passaggio di oggi può assumere una valenza particolare dal punto di vista rifondativo e di rilancio del Partito quanto più piena e lucida è la consapevolezza del profondo e diffuso disorientamento della nostra gente di fronte alle contraddizioni e alle incongruenze , talvolta alle inconcludenze, che hanno contrassegnato questa fase della vita del Partito. Non emerge e non è percepita da tanta parte della pubblica opinione una linea politica coerente. Il modo in cui si è arrivati alla formazione dell’attuale Governo, inevitabile dopo un prolungato ed estenuante inseguimento al M5S, la gestione rovinosa delle vicende relative alla gestione dell’elezione del Presidente della Repubblica, con l’esposizione al massacro di due figure come quelle di Franco Marini e di Romano Prodi, hanno lasciato un segno profondissimo, ma ancor prima la base non ha elaborato il risultato elettorale addebitandolo alla debolezza di una campagna elettorale che partiva dalla previsione di una vittoria data per acquisita. I toni indebitamente sommessi della campagna, la mancanza di una mobilitazione sui territori, che è una responsabilità collettiva troppo spesso non ammessa o addirittura negata, sono stati anche l’effetto della eccessiva e impropria enfatizzazione delle primarie, sia quelle per la designazione del candidato premier, sia quelle parlamentari, sulle quali si sono dissipate troppe energie, non sempre, come dalle mie parti a Salerno, limpidamente e correttamente e lealmente quelle energie sono state impegnate. In una battaglia qualche volta tribale, terminata la quale sembrava esaurito lo sforzo. Certo qualche altra volta dovremo maneggiare questo strano strumento delle primarie, che diventa strano se lo facciamo funzionare in un modo strano. La gestione delle primarie parlamentari, che pure costituiscono un elemento di democrazia realizzato solo dal PD, e i criteri di compilazione delle liste da noi non hanno certamente compensato, ma anzi in taluni casi hanno aggravato l’iniquità del sistema elettorale. La controprova: in tanti comuni il numero di voti conseguito dal PD alle elezioni vere, quelle di febbraio, è stato inferiore a quello delle primarie parlamentari. Quel 29 dicembre c’è stato un tale empito democratico da sprigionare energie per giunta in un campione di corpo elettorale assolutamente ridotto, in una platea molto limitata, che poi alla prova dei fatti nelle elezioni politiche vere e proprie , i voti sono diminuiti. In qualche caso quei voti erano più del doppio di quelli trovati nelle urne. Viene da chiedersi a cosa sia servito e chi abbiano garantito le commissioni di garanzia. 46

Oggi c’è un grande deficit di passione e di motivazione che bisogna affrontare c on un segnale forte che ricostruisca il Partito, a cominciare da una segreteria vera, che traghetti il PD verso il Congresso, non solo per avviarne la fase preparatoria e la celebrazione, ma che promuova attraverso un coinvolgimento quanto più ampio possibile la capacità di esprimere un progetto e di recuperare l’unità. Voglio accennare ad un tema che non è stato trattato, il tema del mezzogiorno. So che Epifani e Letta sapranno riempire di contenuti questa parola con adeguate politiche. Dobbiamo dunque recuperare una unità che contrasti in modo positivo la deriva di una frammentazione dissolutiva, che trasformerebbe quelle diversità che nel 2007 hanno costituito una delle ragioni sociali del PD in un inevitabile epilogo di contrapposizione di fazioni non componibile. Una segreteria di transizione ma forte, senza debolezze e opacità, con una transizione che sia una proiezione verso il futuro da costruire,che non sia solo conservativa. Il Segretario che eleggiamo ora e quello che verrà in seguito hanno il compito di ripristinare lo spirito primigenio del PD, allontanando la tentazione e scongiurando il pericolo di tornare a modelli passati che ci siamo lasciati alle spalle.

BOERI
Non vorrei che dopo avere colpevolmente non detto che di fatto avevamo perso le elezioni, oggi colpevolmente non ci rendessimo conto che la posta in gioco è il rischio di perdere gli elettori, che sono un patrimonio assai più importante. Lo dico perché chi vive nelle istituzioni e nei corpi intermedi della società ha percepito in queste settimane una sensazione di profondo sconforto e di distacco, non solo fa parte di elettori ma di pezzi di reti, delle professioni, delle imprese, della solidarietà, dell’associazionismo, dove stiamo r ischiando di non vedere che o siamo consapevoli che questo Congresso è qualcosa di molto di più che una razionalizzazione equilibrata di un sistema, oppure rischiamo una situazione in cui lo scollamento del Partito da un sistema di complessità di intelligenze diventi qualcosa di irreversibile. Ora ho partecipato per la prima volta ad una assemblea di questo tipo, ho apprezzato l’intelligenza nel fornire soluzioni e nuovi equilibri, anche regole, ma penso che la posta gin gioco non sia ancora stata ben capita. O questo Congresso diventa qualcosa di molto di più di una equilibrata, serena razionalizzazione di un partito in difficoltà, oppure rischiamo di perdere le nostre relazioni con la vita sociale, con i fondamenti che operano nella società italiana. Abbiamo bisogno di qualcosa di diverso da un congresso tradizionale, di dare un segnale di un congresso che parte subito in cui cominciamo a sperimentare un concetto di democrazia continua, proposto da Rodotà alcuni anni fa, come modalità di funzionamento di un’intelligenza collettiva. Democrazia continua vuol dire che la partecipazione non è solo adesione o dissenso rispetto a decisioni già prese, e neppure scelta tra opzioni già date. La vita di queste reti è complessa, e le reti stesse lo sono, e noi non possiamo essere più poveri, più riduttivi, più schematici di queste reti, che ci chiedono di capire che per fare 47

un grande progetto sul futuro prossimo di questo Paese bisogna oggi chiamare ad una riflessione tutte queste reti. E farlo senza pensare alla liquidità del Partito, con passaggi e regole chiare che siano in grado di dare un segnale di apertura. Allora simultaneità prima di tutto, si discuta nei circoli quello che nello stesso momento si discute nelle Direzioni di partito, e poi è importante ragionare, con le tecnologie se è il caso, forme di partecipazione alle scelte che non siano solo l’adesione o meno a scelte già prese, ma neppure solo forme di partecipazione su opzioni già chiuse, come nella fase finale delle primarie. E’ venuto il momento di coinvolgere delle reti di intelligenza collettiva nello sperimentare forme di discussione che aggiungono contenuti, opzioni, progetti, candidature. Ancora, col congresso dobbiamo dare l’idea che questo non è un partito solo per iscritti. Che ci si possa avvicinare ad un grande partito per campagne d’opinione, per battaglie specifiche. Dobbiamo avere consapevolezza che quello che ci aspetta nelle prossime settimane non è solo un momento delicatissimo di risistemazione e riequilibrio, ma la possibilità di cogliere il senso di una sfida che riguarda il futuro di tutto il Paese.

BERNARDI
Ringrazio tutti per come quest’assemblea si sta conducendo, per gli interventi, la pac atezza, la profondità: ero molto in ansia per questa assemblea. Il circolo di Novate Milanese che mi ha mandato mi ha caricato di tanto impegno, ed io sono qui per dirvi della grandissima amarezza riguardo ai fatti che conosciamo. Io sono una maestra della scuola elementare da 42 anni, ho passato la mia vita professionale a insegnare i valori, la lealtà, la verità, il coraggio della verità, e vi assicuro che i bambini ce lo insegnano. Quanto questi valori fondamentali sono alla base di ogni comunità che si possa chiamare tale. Potete ben capire, quando poi in quella mattina di venerdì in cui alla mattina mi era sembrato di toccare il cielo con un dito, e alla sera mi son sentita precipitare perché mi sono chiesta, che cosa è accaduto? Poi mi sono sentita additare e mi sono sentita dire “ve rgogna”, a me, “vergognati, tu e il tuo partito”. Questa cosa non dovevano dirmela, mi sono sentita male. Io chiedo davvero in nome di una lealtà che non c’è stata prima ma che deve esserci, ditelo, abbiate il coraggio della verità.

LETTA
Ho ascoltato molte delle cose dette oggi, e sono qui oggi con profonda emozione a fare l’intervento che non avrei mai immaginato di fare in questa veste. Sento profondamente sulle mie spalle l’eccezionalità di questo momento. Una eccezionalità che ci ha portato a questa situazione eccezionale, in un Governo che non è quello per cui io ho lottato, non è il mio Governo ideale, e neppure il mio Presidente del Consiglio ideale. Quello che è successo lo conosciamo tutti, abbiamo avuto la fortuna di avere in questo paese così in difficoltà dal punto di vista politico, di trovare un riferimento insostituibile nel Presidente della Repubblica, che voglio affettuosamente ringraziare , Una eccezionalità che ha portato il Parlamento a fare una scelta, abituati come eravamo ad una situazione della 48

seconda repubblica in cui i Governi li sceglievano gli elettori, invece oggi abbiamo un Governo scelto dal Parlamento. E’ un Governo di servizio al Paese, per il quale il nostro part ito ha fatto una scelta, l’Italia viene prima. Questa è una scelta importante, perché il nostro partito deve sempre mettere davanti l’Italia rispetto a tutto. E da qui mi se mbra che venga una buona notizia per il Governo, perché se sarà confermata l’elezione a segretario di G uglielmo Epifani questa sarà una buona notizia per il Governo. Poi andremo a fare un Congresso, e questo dovrà tradurre l’identità, i valori che ci accomunano, per i quali abbiamo costruito questo partito, nel progetto per l’Italia del 2014 e per gli anni successivi. Mi è piaciuto molto quello che ha detto Claudio Martini, ho trovato molto efficace il ragionamento sull’identità, solo chi pensa di essere d ebole nella propria identità non si confronta con gli altri. Chi è forte nelle sue convinzioni, nei suoi valori e nella sua identità si confronta con gli altri, noi siamo forti delle nostre convinzioni che ci hanno portato fin qui, a far nascere questo partito, la più bella notizia della politica italiani di tutti questi anni. E’ stato un risultato importante riuscirci, con le identità, i valori. Oggi dobbiamo esserne orgogliosi e fare di tutto perché questo orgoglio e questa identità della cui forza siamo consapevoli, siamo in grado di calarla nel progetto per l’Italia degli anni prossimi. Di identità possiamo citare tanti aspetti. Un aspetto, che mi sembra la migliore risposta a tante cose accadute in questi giorni, è stato l’impatto culturale sul Paese che ha avuto la scelta di Cécile ministro dell’integrazione , perché ha fatto vedere a tutti che cosa vuol dire quello che vive quotidianamente chi ha bambini piccoli, poiché nelle nostre scuole ormai il colore della pelle non è più uno solo, e i nostri figli sono abituati a vivere una realtà diversa dalla nostra di quando andavamo a scuola. A tutti coloro che in questi giorni hanno detto parole fuori luogo, voglio leggere un documento tratto dalla relazione dell’ispettorato dell’immigrazione del Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Usa nel 1912. Non c’è altro da aggiungere. Ecco perché la nostra identità e i nostri valori che si dovranno tradurre in un progetto per il Paese, ma già oggi sono presenti dentro l’esperienza che stiamo cercando di vivere. E poi il dramma sociale che l’Italia e l’Europa stanno vivendo, tutti stanno vivendo un momento nel quale il tema del lavoro che non c’è, quello della difficoltà sociale, quello del dramma delle famiglie che non vedono prospettive per i figli che non hanno lavoro, è il cuore di tutto. Su questo, Guglielmo, mi permetto di suggerirti uno slogan che a me piace moltissimo, lo slogan dei tifosi del Liverpool è “You’ll never walk alone”. Dobbiamo dirlo a tutti i cittad ini del nostro Paese, non camminerai mai da solo. Questo è il PD. Il che non vuol dire che io prometto che risolverò sicuramente il tuo problema, ma che ci proverò, ci proveremo, ci daremo il senso come comunità che questo sarà l’impegno. Rispetto a questo tema del dramma sociale credo il nostro Partito deve farne il suo impegno maggiore, perché attorno a questo si gioca la possibilità di ricreare quei meccanismi di fiducia che possono farci ripartire.

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Linda ha citato il tema della scuola, io mi rifaccio a quello che hai detto, il tema della scuola, dell’educazione, della cultura, sono le nostre bandiere . Dobbiamo portarli avanti, svilupparli, e saranno il progetto Pese più forte che dovremo mettere in campo. Ma mi soffermo sul punto della riforma della politica. Se non riusciamo a svoltare su questo tema, la ripresa della credibilità della politica, non riusciremo a far funzionare tutte le altre iniziative di merito. Questo passa attraverso tante cose, la prima è la comprensione del fatto, e in questo ho condivido fino in fondo l’impegno che Pie rluigi ha messo sul tema del cercare di capire che cosa era successo in queste elezioni in questo Parlamento. Otto milioni di voti che vanno a una forza politica nuova non può essere un tema che noi derubrichiamo a fatto normale. E’ un tema che dimostra che la crisi delle istituzioni è stata talmente profonda che è potuta accadere una cosa mai accaduta in nessuno dei grandi paesi europei. Dobbiamo dunque porci il problema di dare delle risposte senza perdere tempo. La riforma della politica dovrà essere una delle ossessioni di questo periodo e dovremo dare risposte subito. Nei prossimi due giorni in Toscana il Governo metterà a punto la strategia per far sì che nell’arco dei prossimi mesi sul tema della riforma della politica, della riforma della Costituzione, della riforma della legge elettorale, della fine del finanziamento pubblico ai partiti come conosciuto fino ad oggi, della trasformazione del finanziamento alla politica attraverso forme che diano protagonismo alla società, il tema del Senato delle autonomie, della riduzione del numero dei parlamentari: sono temi da cui non si può prescindere, dobbiamo riuscire ad affrontarli. Naturalmente noi siamo quelli della difesa delle istituzioni rispetto a chiunque. Non si tratta di un tema soltanto passivo. La riforma è una difesa delle istituzioni: se non facciamo nulla e non ci rendiamo conto della fatica che sta facendo la democrazia rappresentativa che ha tempi, liturgie, procedure non compatibili, senza riforme, con il bisogno di efficienza e di risultati che la società oggi chiede. Tra i nostri valori, lo riconfermo qui, c’è la difesa e l’autonomia della magistratura, sempre e comunque. Naturalmente il tema della legalità è un tema sui cui abbiamo lavorato in campagna elettorale, ma è un tema degli Italiani. La lotta alla corruzione, alla criminalità, alle mafie non sono temi di parte. Sarà uno dei punti su cui lavoreremo di più. Uno dei temi su cui si è parlato di più oggi è quello dell’Europa, perché il tema del lavoro si lega immediatamente alla questione del futuro dell’Europa. Stamani ci sono stati diversi interventi interessanti su questo, Soru, Renzi, Fassina, il tema del futuro del lavoro in una società che sta cambiando. Su questi temi uno viene prima di tutti, sul quale dobbiamo fare un lavoro nazionale, metterci un impegno europeo, e renderlo un grande impegno per noi. Io vorrei che questo Governo riuscisse a dare lavoro ai giovani, a far calare il tasso di disoccupazione giovanile arrivato al 37%. Per far recuperare la fiducia bisogna partire da lì. Per questo l’impegno in Europa oggi è centrato su questo tema. Noi Italiani, che siamo i più europeisti, e noi PD in particolare dobbiamo rendere chiaro che l’l’Europa rischia se continua su questa strada nella quale i cittadini vedono che l’Europa si muove solo su temi che non sono la priorità della loro vi50

ta quotidiana. Ad esempio uno dei temi di cui parleremo nei prossimi consigli europei è quello dell’unione bancaria, che va sicuramente fatta, perché è l’inizio di quattro unioni che porteranno all’unione politica, ma mi chiedo se vado in giro per una delle piazze del nostro Paese e racconto che la risposta dell’Europa ai problemi di tutti i giorni è l’unione bancaria chi sta dentro alla complessità dei problemi lo accetta, ma il 99% dei cittadini pensa che questa è la solita acrobazia fatta dai soliti politici per salvare i soliti problemi, ma che a loro non dice niente. Noi dobbiamo trovare un grande progetto sul quale l’Europa ritorna ad e ssere popolare, compresa e amata dai cittadini, e per me questo è il lavoro per i giovani. Non attraverso piani faraonici e astratti, ma con misure immediatamente applicabili, lavoro che si veda da subito in tutto il continente, con misure nazionali ed europee. Dobbiamo fare in modo che il consiglio Europeo di giugno operi una svolta su questo tema, su cui è già impegnato il parlamento Europeo, è importante che sia uno sforzo collettivo e noi ci batteremo per questo. Questo può significare, ad esempio, applicare la golden rule all’abbattimento delle tasse per i giovani, che è la cosa più semplice, automatica che dobbiamo proporre con grande forza. Il Consiglio di maggio, invece, avrà un altro tema tipicamente nostro, quello delle frodi fiscali, della lotta ai paradisi fiscali e all’evasione fiscale. E’ un tema che ci ri guarda rispetto al quale i risultati che riusciamo ad ottenere diventano sempre più forti. Anche qui dobbiamo applicare i nostri valori.

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