La resistenza all’idiozia

Il libro di Jaroslav Hasek un inno contro l’imbecillità
«Le vicende del bravo soldato Svejk»: le avventure tragicomiche di un commilitone apparentemente non troppo intelligente
GIUSEPPE MONTESANO LE VICENDE DEL BRAVO SOLDATO SVEJK Durante la guerra mondiale

Hasek Presidente circa venti voti, e che a causa del volantino sui voti di scambio incappò nella solerte censura dell’Impero Asburgico. Poi Hasek finì nel carnaio della guerra, prigioniero in Russia e infine soldato nell’Armata Rossa: quando morì, nel 1923, non aveva ancora quarant’anni. Ma la vita vera di Hasek finì nel suo Svejk, perfetto esemplare di Briccone divino degradato e geniale, incrocio tra un Lavativo Universale e un Filosofo da Latrina, tra un Gandhi Mentecatto e un Wittgenstein da Osteria.
EBRIETÀ MENTALE

Jaroslav Hasek
Trad. di Giuseppe Dierna pagine 10o6 euro 85,00

Einaudi
MAI DARE TUTTO PER PERSO! QUANDO SEMBRA CHE IL CREPUSCOLO SI FACCIA PERPETUO NELLE MENTI, QUANDO SONO GLI UOMINI STESSI A CALARSI NELLE PROPRIETRAPPOLE, quando i governanti pazzi pas-

sano per savi, allora compare l’imprevisto che prende la Storia alle spalle, e la sgambetta. E così agisce un libro maestro nell’arte di sgambettare i potenti, un libro che è un trattato sulla resistenza al male e un breviario per uomini oppressi dall’imbecillità: è Le vicende del bravo soldato Svejk, lo ha scritto Jaroslav Hasek nel 1921, è tradotto magnificamente da Giuseppe Dierna che firma anche un saggio molto bello, lo pubblica Einaudi con 1016 pagine per 19 euro. Ma Le vicendedel bravo soldato Svejk non è un trattato, è un romanzo: dove il ceco Hasek racconta le avventure tragicomiche che accadono a un soldato in apparenza non troppo intelligente nella Grande Guerra. Sveik sopravvive alla guerra, ai generali idioti, ai camerati fanatici, all’imperatore rimbambito, alla polizia segreta, ai manicomi di stato, all’Austria Felix e al sistema burocratico di potere che riduce la vita a nuove servitù: e come lo fa? Fingendosi scemo. Hasek mette in scena un personaggio che finge di prendere alla lettera qualsiasi ordine e qualsiasi slogan, e così ne svela la radicale demenza; Svejk obbedisce ai superiori, ma la sua obbedienza crea disordine; Sveik non combatte mai battaglie frontali, ma sempre guerriglie logiche: e vince anche quando perde. Hasek fa a pezzi il linguaggio sclerotico della tribù con l’impassibilità di un Buster Keaton logorroico, e crea tagliole verbali descrivendo i suoi personaggi per esempio così: «Quello, quando la gente gli domandava: “Ha già fatto il bagno quest’anno nel fiume?” rispondeva: “No, ma in compenso quest’anno ci saranno molte prugne”. Oppure una volta gli avevano chiesto: “Li ha già mangiati i porcini quest’anno?”, e lui aveva risposto: “No, ma il nuovo sultano del Marocco sembra essere davvero una gran brava persona”». La demenza e la futilità abitano il frasario sociale, e quella caserma di luoghi comuni mentali deve essere messa a soqquadro. Ma bisogna farlo dietro una maschera, e la maschera di Hasek è il Comico. Sì, Hasek fa ridere, e Le vicende del bravo soldato Svejk sono una lettura felice: è la felicità che il prigioniero in ognuno di noi intravede nella smisurata quota di libertà che Svejk riesce a rubare al repressivo meccanismo sociale. Bizzarro e alcolizzato, burlone e serissimo, Hasek fu

uno di quegli scrittori che rischiano di essere la propria leggenda: tentò di suicidarsi e finì in manicomio, in un giornale per il popolo descrisse come veri animali inventati, bevve dosi di alcol enormi che lo avrebbero distrutto, fondò nel 1911 un beffardo «Partito moderato per il progresso delle leggi», un partito che rivendicava più diritti per i sacrestani e i portieri, e si finanziava con manifesti come questo: «Chi ci voterà avrà un piccolo acquario tascabile», o come quest’altro: «Abbiamo bisogno ancora di tredici voti. Non si bada a spese»: partito che alle elezioni racimolò per

Il romanzo di Hasek trabocca di una barcollante ebrietà mentale e fisiologica che copre di ridicolo l’imperialregia Austria, e quella burocrazia che già Max Weber additava come la morte dell’Europa e che Kafka innalzò a monumento osceno del Dio Malvagio: ma ciò che è tetro in Weber e atroce in Kafka diventa in Hasek una sorta di ibrido e svagato Gargantua e Pantagruel, un proliferare di storie dentro le storie, di ubriachezza coprolalica e di poesia nella fogna, e tutto nel grandioso stile comico di quella Modernità che va dall’Ubu Re di Jarry al Ciambellone di Campanile al Ferdydurke di Gombrowicz, e che trova nella divagazione continua e nella fuga dal centro la sua bussola. E Svejk, prigioniero in un mondo del controllo già soft-totalitario, dimostra che un uomo da solo può mettere in crisi il regno del controllo smontandolo a partire dalla sua cultura, e dalle teste che la generano e la assorbono. Non credete agli stati di eccezione, non credete alla nebbia mediatica che tutto traveste, non credete vero ciò che tutti credono o fingono di credere vero; fate come il bambino che chiede «perché?», e fate come il pazzo che chiede «perché perché?»; fate come Bartleby e come Svejk, e forse sarete liberi. Così insinua Svejk, colui che tutti i suoi capi ritengono un supremo deficiente: e noi ridiamo, ma ridiamo storto, perché un Paese in cui i più sani di mente sono considerati gli scemi del villaggio e i più idioti diventano statisti carismatici, non è un Paese per stare allegri.

L’archivio Gregotti al Comune di Milano
Donato al Comune di Milano l’archivio dello studio d’architettura di Vittorio Gregotti: oltre 800 progetti saranno consultabili gratuitamente nella prestigiosa Sala Sforzesca del Castello: plastici, foto, corrispondenza e circa 44.000 disegni progettuali originali, che documentano l’attività dello studio dal 1953 al 2002.