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GIONI JAAR DELLER MANDERS ALMARCEGUI OJEIKERE GALEMBO ZAATARI CUBA VENEZUELA INDONESIA IRAQ COVER ART SIMON

FRITH, INTERVISTA CHAMPIONS LEAGUE ALLA TEDESCA

SOGNA CHE TI PASSA

LA 55/MA FULL IMMERSION MOSTRA INTERNAZIONALE Alla kermesse DELLA BIENNALE DI VENEZIA degli «oggetti» SCARTA LA CRISI, SBEFFEGGIA invendibili. IL MERCATO E SI AFFIDA ALLA Con dolci per tutti MAGIA. UNA SCHIERA DI ARTISTI MEDIUM INVADE LA LAGUNA. PER DIMENTICARE I GIOCHI FINANZIARI, MEGLIO ATTINGERE ALLE PROPRIE VISIONI E ALLUCINAZIONI

di A. DI. GE.

●●● Certo, non si può negare che questa edizione della Biennale sia in odore di «santità». Per la prima volta, sbarca a Venezia il padiglione del Vaticano, 750mila euro per il suo allestimento (molti gli sponsor evidentemente poco «spirituali», altrimenti si sarebbero interessati al restauro di qualche bene ecclesiastico sparso per il territorio, no?). E poi c’è il giovane curatore Massimiliano Gioni che ha preferito spingere gli spettatori verso la «spiritualità», con un nume titolare misterioso come Jung a guidare la rotta. L’itinerario fra Arsenale e Giardini è costellato di presenze eccentriche - autodidatti, emergenti mai emersi, figure bordeline. Eccolo allora il suo Museo immaginario «rubato», nell’idea, all’incompiuto archivio del genere umano «redatto» da un illustre sconosciuto come Maurizio Auriti. Gioni l’ha ripescato a New York, nelle teche del Folk Museum. Medium, veggenti e maestri ormai defunti s’intrecciano in Laguna, tutto si confonde, vip

della scena internazionale e riti apotropaici degli aborigeni. L’augurio è una deviazione dalla lista di chi conta e un cammino parallelo a quello delle potenti gallerie. Il mercato, però, è onnivoro. E ama appropriarsi di tutto, Art Brut, disagio mentale, outsider, scarabocchi, mondi alieni.... Difficile tenerlo fuori da un banchetto come la Biennale, nonostante i presupposti curatoriali. Basta saperlo. Quest’anno, comunque, il timone è tutto italiano. Scelta di sobrietà, con un occhio alla storia e uno al presente, in un procedere a coppia e per generazioni diverse, è quella operata dall’altro curatore di punta: a rappresentare il Belpaese, impigliato nelle nefandezze della politica attuale, c’è Bartolomeo Pietromarchi con i suoi quattordici artisti. Un compito molto arduo, il suo. Ha cominciato con lo smarcarsi dal ricordo del passato, mettendo al bando il bazaar incongruo di due anni fa. Un consiglio extra percorso canonico? Non perdete il padiglione dell’Iraq. Da Baghdad gli artisti, bombardati e calpestati da un occidente avido, hanno deciso di dare nutrimento e offrire riposo al viandante. Portano una pasticceria a Venezia e cucinano i loro dolci tradizionali per tutti. Una lezione di vita.

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ALIAS 25 MAGGIO 2013

IL PALAZZO ENCICLOPEDICO DELLA 55/MA BIENNALE

OUTSIDER E INSIDER LA DICOTOMIA DELL’ARTE

L’occultismo? È meglio della top ten
di ARIANNA DI GENOVA

IN LAGUNA
nessun interesse finanziario o di mercato nel presentare questo tipo di «oggetti». Il mio obiettivo era cancellare dalla Biennale quell’idea che fosse una top 100 o top 10, una sorta di «consigli per gli acquisti». Non ho cercato un presunto gotha degli artisti. Il mio percorso si costruisce nello spettatore come una «esplorazione superiore», che travalica la particolare visione delle singole opere. L’immagine viene interrogata come strumento del sapere, deve creare una relazione con l’immaginario. ●Esiste però un rischio in questa operazione. Si potrebbe passeggiare, per esempio, fra opere brutte, di scarso interesse... È bandita l’idea che le opere siano state scelte per la loro qualità; piuttosto, sono state selezionate per la loro narrazione e intensità, per l’intrinseca capacità di scompaginare e sottoporci al «nuovo». Lo stesso libro-oggetto di Jung potrebbe essere considerato di un conservatorismo estremo, sembra quasi un manoscritto medievale. Il fatto che lui l’avesse iniziato nel 1913, presentava una coincidenza felice: l’outsider Jung mi ha fornito un sostegno per poter includere figure «marginalizzate», anche artisti cresciuti in istituzioni totali. Aiuta a guardare alle loro produzioni senza romanticismi… Un altro cardine della mostra, anche se è un concetto banale, è che l’essere umano è un produttore di immagini. È l’unico animale – a quanto sappiamo – che possiede dentro di sé già le immagini, gli archetipi. Il filone degli artisti medium rimanda a questo aspetto. Molti di loro asserivano di essere spinti a realizzare i loro manufatti da presenze sovrannaturali, ultraterrene, forze esterne da sé. Noi stessi, in fondo, siamo tutti dei media, il cervello è il primo medium che conosciamo, un medium pre-tecnologico. La parola immagine è già di suo legata al corpo. Imago è la maschera mortuaria, archetipica. La sezione che cura, dietro mia richiesta, Cindy

●●●Accade, nei giorni che precedono l’inaugurazione della Biennale di Venezia, di sentirsi già satolli, vittime di una disfunzione da bulimia. Il titolo della 55/ma Mostra internazionale, curata da Massimiliano Gioni, poi, non aiuta di certo: Palazzo enciclopedico. Sarà faticosissimo stargli dietro, dunque. Però poi capita di ascoltare le parole del direttore quarantenne e di venire a patti con il suo entusiasmo. A una manciata di giorni dal vernissage, non è rimasto schiacciato dalla potenza di un monumento in fieri che vorrebbe archiviare il mondo e proiettarlo oltre la terra, verso il cielo. Crede fermamente nel suo progetto anomalo e appare consapevole anche del fatto che non mancheranno i tiri incrociati in Laguna. Ma lui è abituato a fare da bersaglio, la sua palestra è stato con Maurizio Cattelan. Così, non sembra affatto spaventato. ●Una Biennale dal sapore antropologico...E l’arte? Il mio lavoro ha preso come riferimento il libro dello storico dell’arte tedesco Hans Belting Antropologia delle immagini che, in sostanza, suggerisce analisi in cui le opere d’arte possono essere viste in dialogo con altre forme creative. Ai fini della mostra, significa che viene confermata un’idea che incoraggi a presentare opere d’arte più canoniche insieme ad altre prodotte da outsider e autodidatti. Ad aprire il percorso c’è la figura simbolica di Jung con il Libro Rosso: certamente non è un artista professionista, ma ha realizzato una cosmologia personale con immagini come pratica del sé. Mi affascinavano i sedici anni di dedizione alle sue visioni. Jung ha dato luogo a un oggetto unico, segreto, che fino al 2009 era custodito con gelosia. Non voleva che venisse frainteso e distruggesse i presupposti scientifici del suo lavoro. ●La provenienza di molte opere non è «canonica», gallerie, musei etc. È stato difficile il loro reperimento? Non è stato facile, alcuni li ho reperiti al Folk Museum di New York (come il modello di Auriti del Palazzo Enciclopedico), altri dal museo di Storia Naturale di Parigi, vedi le pietre di Roger Caillois (francese, nato nel 1913, morto nel 1978, ndr). Naturalmente, non c’è

OCCHIO AI PADIGLIONI

Da Anri Sala a Kimsooja, da Weiwei a Vasconcelos
Occhio ad alcuni padiglioni, disseminati fra Giardini, Palazzi antichi e le strette calli di Venezia. La caccia non sarà facile, ma promette alcune sorprese. Se l’Italia con «Vice Versa» di Bartolomeo Pietromarchi accoglierà il visitatore al centro dell’Arsenale, in una specie di cavalcata fra storia e presente, mescolando generazioni e provocazioni (è una sorta di «summa» in soggettiva che vede Baruchello, Paolini e Ghirri procedere insieme a Benassi, Arena, Xhafa, Vitone, Maloberti), da non perdere c’è anche - sempre all’Arsenale - l’Argentina: qui l’artista Nicola Costantino tributa un omaggio ad Eva Perón, una delle più importanti figure femminili nella storia del suo paese. Due potenti installazioni ritrarranno Evita. Vedremo se saprà surclassare la prova (cinematografica) di Madonna. Ai Giardini, oltre a Deller (Gb), pausa nel padiglione francese con l’albanese Anri Sala, in quello della Corea con Kimsooja, mentre la Germania sfodera l’asso Ai Weiwei, Costa Rica Priscilla Monge (a Ca’ Bonvicini, santa Croce), l’America Sarah Sze e il Giappone Tanaka. Leone d’oro virtuale alla portoghese Joana Vasconcelos con il suo padiglione fluttuante ricoperto di azulejos.

Sherman è tutta basata sul ritratto e sulla autorappresentazione. ●C’è percorso ideale ? Sì, idealmente la mostra comincia con il Libro Rosso di Jung e finisce con la cultura digitale. Opera un rovesciamento del procedere comune, una inversione totale. Si tratta di riconoscere fuori di noi qualcosa che assomigli alle immagini che avevamo già dentro di noi, è un qualcosa di magico. La nostra interiorità è colonizzata dalle immagini. La molteplicità di dati porta a una dissoluzione della identità. Non c’è più un «io», ma sono tutti degli avatar, creature simili a ectoplasmi che colonizzano l’inconscio. Non è casuale che nella mia rassegna ci sia una cospicua presenza del Surrealismo. ●Come risponde alla possibile accusa di una fuga dalla realtà ? Rispondo con Elio Vittorini: «non si suona il piffero alla rivoluzione».

«Idealmente, si comincia con il Libro Rosso di Jung e si finisce con la cultura digitale. Un’inversione totale»

Questo intellettuale ci ha insegnato che è la sovversione dei codici a «risuonare», anche in altre forme. Avevo pensato a una mostra sul la massa e il dissenso. Però mi sembrava fosse già stata realizzata – per esempio, di Berlino – e temevo di cadere nell’illustrazione dell’attualità. Ho avvertito la necessità di guardare dentro uno spettro più alto. Il Surrealismo era un’ideale anticipazione delle mie tematiche e una trasformazione della realtà attraverso il sogno. Può sconfinare in operazioni nostalgiche: Breton e Bataille si accusavano l’un l’altro di essere criptofascisti. Anche l’occultismo può essere attaccato. Ma per me, la trasformazione era un principio di emancipazione, anche rispetto ai toni che ha assunto la politica. Interrogarsi su chi veramente è dentro e chi fuori, chi è outsider e chi insider mi sembrava un aspetto più politico di tanti altri.

ALIAS 25 MAGGIO 2013

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L’UTOPIA PERDUTA È UNA «EMERGENZA» ●●● Cosa è successo negli ultimi 40 anni? Cosa ha funzionato e cosa no, cosa è sparito? Quando ha cominciato a cambiare il mondo? Nel 1973? Nel 1989? Quando è morta la «imagination au pouvoir», nel 1968 o nel 2012? O il primo gennaio 2013? Se un fantasma attraverserà la mostra, questo sarà quello di un morto senza nome. Il padiglione organizzato dall’artista e attivista peruviano Jota Castro - sede Teatro Fondamenta Nuove - ha un titolo che è già un programma: «Emergency Pavilion: Que No Me Olviden, Rebuilding Utopia». L’ idea di utopia, infatti, ha a che fare con forme diverse di pensiero riguardanti un mondo migliore, e la

possibilità anche dell’arte di contribuire ad immaginare una società diversa. Se l’arte, durante tutta la sua storia, si è caratterizzata come rappresentazione, ma anche immaginazione del reale, questo progetto si incentrerà sulle pratiche che pongono l’accento sul cambiamento e sulla riorganizzazione degli assetti del potere. Di grande interesse la rosa degli artisti invitati ad esporre: Ella de Burca (Irlanda), Jota Castro (Francia/Perù, che è anche il curatore della rassegna), Patrick Hamilton (Cile), Emily Jacir (Palestina), Cinthia Marcelle (Brasile), Teresa Margolles (Messico), Wilfredo Prieto (Cuba), Santiago Sierra (Spagna), Jorge Tacla (Stati Uniti d’America/Chili)

I visitatori saranno testimoni di un nuovo ordine che riflette la fluidità della cultura internazionale, liberata dalla rigidità di antiquate strutture per la Mostra
di ALFREDO JAAR

GERENZA
Il manifesto direttore responsabile: Norma Rangeri a cura di Silvana Silvestri (ultravista) Francesco Adinolfi (ultrasuoni) con Roberto Peciola redazione: via A. Bargoni, 8 00153 - Roma Info: ULTRAVISTA e ULTRASUONI fax 0668719573 tel. 0668719557 e 0668719339 redazione@ilmanifesto.it http://www.ilmanifesto.it impaginazione: il manifesto ricerca iconografica: il manifesto concessionaria di pubblicitá: Poster Pubblicità s.r.l. sede legale: via A. Bargoni, 8 tel. 0668896911 fax 0658179764 poster@poster-pr.it sede Milano viale Gran Sasso 2 20131 Milano tel. 02 4953339.2.3.4 fax 02 49533395 tariffe in euro delle inserzioni pubblicitarie: Pagina 30.450,00 (320 x 455) Mezza pagina 16.800,00 (319 x 198) Colonna 11.085,00 (104 x 452) Piede di pagina 7.058,00 (320 x 85) Quadrotto 2.578,00 (104 x 85) posizioni speciali: Finestra prima pagina 4.100,00 (65 x 88) IV copertina 46.437,00 (320 x 455) stampa: LITOSUD Srl via Carlo Pesenti 130, Roma LITOSUD Srl via Aldo Moro 4 20060 Pessano con Bornago (Mi) diffusione e contabilità, rivendite e abbonamenti: REDS Rete Europea distribuzione e servizi: viale Bastioni Michelangelo 5/a 00192 Roma tel. 0639745482 Fax. 0639762130

●●●In seguito alla creazione della Biennale di Venezia nel 1895, paesi e architetti sono stati invitati a costruire i primi padiglioni stranieri, che erano stati scelti fin dal 1907. Una selezione questa che rifletteva l’ordine monarchico del tempo. Più di cento anni dopo, tutto il mondo della cultura si riunisce a Venezia ogni due anni e si adatta alla sua struttura antiquata. Straordinariamente, la Biennale ancora comprende solo 28 padiglioni nazionali ai Giardini, costringendo tutti gli altri paesi a cercare, dentro al labirinto di Venezia, uno spazio in affitto a costi vertiginosi. È vero che i paesi possono affittare uno spazio in qualche altro posto per far esporre i loro artisti. Ma cosa ci racconta l’architettura dei Giardini? Ribadisce chiaramente un vecchio, obsoleto ordine che non corrisponde alla realtà attuale. E per un artista africano che si trovi a visitare i Giardini, per esempio, la totale assenza di un singolo padiglione dedicato a un qualsiasi paese africano comunica in modo evidente ciò che il cosiddetto mondo occidentale pensa dell’Africa o della sua cultura: semplicemente che non esiste. Il mio progetto consiste nel creare, all’interno del Padiglione del Cile (uno spazio affittato all’interno dell'Arsenale), una utopia in cui sono stati abolite le vecchie gerarchie globali. È un invito poetico per indurre a ripensare il sistema dei padiglioni nazionali. Con Venezia, Venezia cerco di suggerire che l’attuale modello della Biennale è un fantasma che viene dal passato. Così, il Padiglione del Cile trasforma se stesso in un terreno concettuale di nuove possibilità, offrendo l’opportunità storica per una rinascita. I visitatori diventano testimoni di un nuovo In alto, il Libro Rosso di Carl Gustav Jung, 1915-1959; al centro, il modello del Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti (American Folk Art Museum, New York); a sinistra, Marisa Merz «Senza titolo», 2004 (foto di Paolo Pellion) e il curatore Massimiliano Gioni; qui accanto Yuri Ancarani, «Da Vinci». A pag, 3 Lucio Fontana nel 1946 visita lo studio distrutto dai bombardamenti a Milano (archivio Farabola)

CILE ■ L’ARTISTA SPIEGA LA SUA PARTECIPAZIONE

L’insegnamento di Lucio Fontana per archiviare un passato dark
ordine ricreato, un’utopia che riflette l’estrema fluidità della cultura internazionale del mondo contemporaneo, liberato dalla rigidità arcaica delle antiquate strutture utilizzate per la Mostra. Mettere in discussione il modello di Venezia significa riconoscere che viviamo in un mondo differente da quello del 19/mo secolo. In dialogo con l’incarnazione di una fantasia storica è poi la rappresentazione di un altro momento culturale: un lightbox sospeso del 1946 contiene la fotografia in bianco e nero di Lucio Fontana mentre visita il suo studio di Milano in rovina, dopo il suo ritorno dalla natia Argentina, alla fine della seconda guerra mondiale. Nel richiamare alla mente il passato, questa immagine fa scattare un flashback: riporta ad un mondo che emergeva dal disastro del conflitto, lo stesso che anche la cultura subì così severamente. Tuttavia, nel dopoguerra, molti artisti italiani - tra cui, per le arti visive Fontana, per il cinema Rossellini, Visconti e De Sica, Moravia, Pavese e Ungaretti per la letteratura e tanti altri straordinari intellettuali hanno dimostrato di essere in grado di superare anni di isolamento e di devastazione e di saper reintrodurre la cultura italiana nel mondo. Poco tempo dopo, emerse un altro eccezionale gruppo di artisti: Antonioni con il suo cinema, Bertolucci e, naturalmente, Pasolini. In più, artisti come Pistoletto, Boetti, Calzolari e innumerevoli altri illuminavano la scena culturale dell’Italia e del mondo.

La cultura, infatti, può influenzare il cambiamento. Venezia, Venezia rivela una città ancora ossessionata dai suoi fantasmi che includono non solo i conflitti bellici del passato e i loro leader, ma anche una defunta architettura. Proprio come la ricostruzione seguita alla guerra, la creazione di un nuovo ordine è qualcosa di realizzabile, per la Biennale e per l’Italia. Lucio Fontana e gli altri ci hanno insegnato che le possibilità di trasformazione e progresso sono reali. Venezia, Venezia è un malinconico invito a pensare come le istanze contemporanee, composte dalla nuova complessità delle reti globali, possano essere adeguatamente rappresentate su un palcoscenico planetario. Viene esaminata la capacità di una struttura rigida e fondata sulla divisione - quale è la Biennale attuale - di adattarsi allo stato transnazionale della cultura, sottolineando l’importanza della diversità e lo straordinario potenziale di una democrazia culturale. Sono stato invitato a partecipare alla sezione Aperto della Biennale di Venezia nel 1986. È stata la prima volta in cui un artista dell’America Latina veniva chiamato a far parte della Mostra internazionale. Sarò sempre molto grato a Achille Bonito Oliva e a Thomas Sokolowski per quell’invito che cambiò la mia vita. Il titolo della rassegna già diceva tutto: Aperto. Era una generosa apertura della Biennale ad artisti come me che, fino ad allora, erano considerati «periferici». Tutto ciò era avvenuto tre anni prima di Magiciens de la Terre, la mostra che, a detta di molti osservatori, mutò il volto dell’arte contemporanea. Una mattina, durante l’installazione del mio lavoro in Arsenale, ho cominciato a pensare all’architettura dei Giardini e a come questa non riflettesse il mondo in cui vivevo. Credo Venezia, Venezia sia nata in quel momento preciso.

In copertina, Ali Kazma, «Resistance», 2013, video still. L’artista rappresenta la Turchia (pad. Arsenale)

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ALIAS 25 MAGGIO 2013

FOTOGRAFIA

ORIENTARSI FRA GLI SCATTI PERCORSO A ZIG ZAG

LOVE ME LOVE ME NOT

I nuovi creativi? Sbarcano anche dall’Azerbaijan
«Love Me, Love Me Not» è una particolare esposizione di arte contemporanea che propone in mostra i lavori più recenti di diversi artisti provenienti da Azerbaijan, Iran, Turchia, Russia, e Georgia. Prodotta e supportata da Yarat Contemporay Art, organizzazione no profit per l'arte con sede a Baku, e curata da Dina Nasser Khadivi. La rassegna sarà aperta al pubblico dall'1 giugno al 24 novembre presso la Tesa 100 dell'Arsenale Nord. Fra gli artisti che espongono: dall’Azerbaijan Faig Ahmed, Rashad Alakbarov, Rashad Babayev, Ali Hasanov, Farid Rasulov, Orkhan Huseynov, Sitara Ibrahimova, Aida Mahmudova; Afruz Amighi (Iran), Kutlug Ataman (Turchia), Shoja Azari (Iran),Mahmoud Bakhshi (Iran), Ali Banisadr, (Iran), Taus Makhaceva (Russia), Farhad Moshiri (Iran), Slavs & Tatars («Eurasia») e Iliko Zautashvili (Georgia).

di MANUELA DE LEONARDIS

●●●«Quale spazio è concesso all’immaginazione, al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un’epoca assediata dalle immagini esteriori?», si chiede Massimiliano Gioni, curatore della 55/ma Biennale di Venezia. Una domanda aperta a svariate risposte, tante quante le declinazioni del linguaggio fotografico in ascesa nello scenario dell’arte contemporanea. Anche nel Palazzo Enciclopedico di Gioni c’è, infatti, molta fotografia. Una chiave di lettura è sollecitata proprio dallo stesso criterio di catalogazione che è alla base della mostra, accompagnato da un approccio sistematico e razionale che non azzera l’emozione, la curiosità, la meraviglia. Esattamente questo è il punto di vista di Cindy Sherman che, su invito del curatore, introduce nella sua «wunderkammer» personale le Masquerade dell’Africa Occidentale di Phyllis Galembo (New York 1952). È dal 1985 che Galembo porta avanti anche in veste di collezionista il suo progetto sui «fancy dresses», gli abiti indossati per le occasioni speciali: maschere tribali africane, ma anche costumi di carnevale haitiani o maschere di Halloween. Maske (2010) è anche la sua ultima produzione editoriale. La fotografa è sempre munita della sua inseparabile Hasselblad, del taccuino dove annota sogni minimo dettaglio e dalle forti lampade che impiega per ottenere quelle foto dai colori saturati che sono la sua cifra espressiva. «Sono particolarmente interessata agli indumenti realizzati con materiali della natura come terra, foglie e paglia – spiega –. Tutte le immagini sono state scattate sul posto, anche se a prima vista sembrano fatte in studio. Ogni cosa è originale, dagli indumenti agli accessori. Giro munita di una sorta di studio portabile con le luci, un generatore e cerco sempre un muro, o comunque un fondale neutrale. Avere assistenti del posto mi permette di entrare con più facilità in relazione con i locali, superando spesso la loro reticenza. Chiedo alla gente di posare indossando i loro costumi tradizionali. Non si vede mai il volto, perché in questo contesto non è importante l’identità della persona, ma il suo ruolo sociale. Molte maschere, infatti, sono collegate a divinità, riti o celebrazioni particolari». Rimanendo in tema di catalogazione e celebrazione in un ambito che oscilla tra rito e moda, nel Palazzo Enciclopedico troviamo il celebre fotografo africano J.D. ’Okhai Ojeikere (Ojomu Emai, Nigeria 1930), interprete della propria cultura attraverso un lavoro sistematico sulle acconciature iniziato nella seconda metà degli anni ‘70. Anche in Nigeria, come in tutto il continente africano, le acconciature femminili sono delle vere e proprie architetture in cui, oltre ai giochi di forme, s’intrecciano significati che sfuggono allo sguardo occidentale. Fotografando quotidianamente in strada e durante le feste ’Okhai Ojeikere ha raccolto oltre un migliaio di immagini che rivelano anche un legame fortissimo con la tradizione dell’arte scultorea del suo paese. «Tutte queste acconciature sono effimere - afferma - Voglio che le mie fotografie ne siano tracce notevoli.

Il curatore del «Palazzo Enciclopedico» ha invitato Cindy Sherman a organizzare una mostra dentro all’itinerario generale. È qui che troviamo le maschere di Galembo, mentre poco più in là ci sono le acconciature rituali del nigeriano ’Okhai Ojeikere
1970) che espone nel padiglione dl suo paese (al debutto in Laguna), si tratta invece dell’esatto contrario: è lui lo straniero che si ritrova catapultato in scenari diversi e lontanissimi, geograficamente parlando. Ogni immagine che cattura è un tassello del puzzle che è la sua vita. L’approccio autobiografico (nel 1985 la guerra civile lo costringe a lasciare il suo paese e da allora emigra in diversi paesi, dal Canada al Bahrain dove risiede attualmente) è anche il punto di partenza per la narrazione che Camille Zakharia (Tripoli, Libano 1962), fotografo e ingegnere, costruisce, interpreta e reinventa utilizzando il collage, la fotografia documentaria e il fotomontaggio. L’insieme caleidoscopico di immagini, volti e luoghi (interni ed esterni), è la proiezione metaforica di un’identità che si va delineando. Il suo portfolio Coastal Promenade, è tra i lavori concepiti per Reclaim, prima partecipazione nazionale del Bahrain alla 12. Biennale di Architettura di Venezia, insieme a Bahrain Urban Research Team, LAPA e a Mohammed Bu Ali hanno valso al padiglione il Leone d’Oro nel 2010. Zakharia è ora protagonista di In a World of Your Own con l’artista Mariam Haji e la fotografa Waheeda Malul–lah (Bahrain 1978), con cui il Bahrain partecipa alla sua prima Esposizione Internazionale d’Arte. Malullah, la cui serie Light è entrata a far parte della collezione di fotografia contemporanea del British Museum di Londra, porta a Venezia A villager day out (2008). Con una notevole giocosità e una innata ironia l’autrice esplora (ricorrendo anche al video e alla performance) i ruoli e i cliché nella società islamica, mettendo a fuoco soprattutto i meccanismi di controllo sulla donna. La visione leggiadra e poetica di una figura femminile di spalle, avvolta nel velo nero, con il braccio alzato che agita i palloncini viola in direzione di un aereo sfrecciante nel cielo azzurro, nulla toglie alla forza del messaggio.

Ho sempre desiderato registrare i momenti di bellezza, conoscenza. L’arte è vita. Senza l’arte, la vita sarebbe congelata». Parole che nel suo libro J.D. ‘Okhai Ojeikere. Photographs (2000) accompagnano le annotazioni di ogni singolo dettaglio, raccontando il momento in cui l’acconciatura è stata realizzata, il motivo, la situazione. Sostenitore del valore delle piccole cose che danno senso alla scansione della quotidianità, Luigi Ghirri (1943–1992) è tra i massimi interpreti della fotografia di paesaggio di cui è un manifesto il suo progetto Viaggio in Italia (1984). Luoghi reali quelli fotografi da Ghirri, con un approccio intellettuale che nel padiglione Italia, curato da Bartolomeo Pietromarchi, dialogheranno in una delle sette stanze con il lavoro di Luca Vitone. La fotografia è un complesso sistema con cui relazionarsi con il mondo per il fotografo emiliano, «nel quale il segno di chi fa fotografia, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l’esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all’individuazione di un punto di equilibrio tra la nostra interiorità - il mio interno di fotografo/persona - e ciò che sta all’esterno, che vive al di fuori di noi, che continua a esistere senza di noi e continuerà a esistere anche quando avremo finito di fare fotografia», come leggiamo in Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia (2010).

Filmmaker, fotografo e videoartista, il libanese Akram Zaatari (1966) è l’artista scelto dai curatori Sam Bardaouil e Till Fellrath per rappresentare il suo paese. Co-fondatore dell’Arab Image Foundation Zaatari esplora le dinamiche socio-politiche del medioriente (conflitti visibili e invisibili) attingendo costantemente alla memoria. Una memoria personale che diventa patrimonio collettivo. Il passato, conservato ma decisamente non archiviato, è il ponte per cercare di destreggiarsi nel presente e guardare al futuro.

«Soggetti differenti, personaggi e figure che, in passato, ho affrontato nel mio lavoro non mi hanno mai lasciato – sostiene Zaatari - Spesso riappaiono nella mia vita e trovano la loro strada per riemergere in altre opere successive. Abitano totalmente la mia immaginazione e mi fanno capire che si riferiscono al mio lavoro in un teatro di possibilità illimitate. Un teatro in cui gli stranieri provenienti da mondi diversi si ritrovano sul palco faccia a faccia». Per il fotografo Franck Abd-Bakar Fanny (Abidjan, Costa d’Avorio,

BIENNALE DI ISTANBUL: «MOM, AM I BARBARIAN?»
●●●«Mom, am I barbarian?» è il titolo della 13ma Biennale di Istanbul (14 settembre 10 novembre). A cura di Fulya Erdemci, ha già al suo attivo un denso «public programme» che funge da piattaforma di confronto. La lista degli artisti non è ancora stata resa nota, ma al centro della kermesse sarà la nozione di dominio pubblico. Secondo Erdemci, da qui devono generarsi le idee e sviluppare pratiche che mettono in discussione le forme contemporanee della democrazia, sfidando i modelli attuali della politica socioeconomica. Da problematizzare è la dicotomia di civiltà e barbarie, il «barbaro» infatti non può essere il riflesso dell’«altro assoluto». Per Erdemci, l’arte ha tutto il potenziale - destabilizzante rispetto al modello imperante - per costruire nuove soggettività, trovando spazi anche per gli esclusi. La Biennale di Istanbul attiverà un impegno sociale attraverso una serie di forum pubblici così da concedere una possibilità per ripensare il concetto di «dimensione pubblica». La 13/ma edizione della rassegna userà gli edifici pubblici, lasciati temporaneamente vacanti dalla trasformazione urbana, come sedi espositive. Saranno inclusi edifici pubblici come tribunali, scuole, strutture militari o gli uffici postali, gli ex nodi di trasporto come stazioni ferroviarie, siti ex-industriali quali magazzini, cantieri navali, nonché Piazza Taksim e Gezi Park. Inoltre, l’urbanistica attuale, i suoi «non luoghi» - come centri commerciali, alberghi e ufficio torri residenziali - sono stati considerati come siti che possano contenere degli interventi artistici.

Un caleidoscopio che filtra il mondo

ALIAS 25 MAGGIO 2013

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PADIGLIONE BRITANNICO

DA OCCIDENTE A ORIENTE
A sinistra, in alto, Azari Shoja «Hedjleh» per l’Azerbaijan; Dayanata Singh, «Continuous Cities-House of Love» (2010); Phyllis Galembo «Cowboy - Tumus Masquerade Group – Winneba Ghana», 2009 (Courtesy artista e di Steven Kasher Gallery); al centro, J.D. Okhai Ojeikere «Aja Nloso Family» 1980 (Courtesy artista e André Magnin MAGNIN-A); qui accanto, Jeremy Deller, «Joy in People», dalla mostra alla Hayward Gallery di Londra, 2013; Sotto, nel Padiglione indonesiano, l’opera della giavanese Sri Astari

Jeremy Deller, la sorpresa di una nazione rivisitata in tutti i suoi anti-miti
di TERESA MACRÌ

Musica, comunità sociali, tradizioni popolari, processioni e manifestazioni di piazza: sono questi i soggetti «indagati» dall’artista per scatenare l’ironia

●●●Il padiglione britannico di questa edizione della Biennale veneziana sarà sorprendente. Così come una sorpresa (magnifica) è stata la selezione di Jeremy Deller, da parte del British Council, come artista rappresentativo. Il primo a essere incredulo è stato l’artista stesso che in una intervista al magazine Interview rilasciava lapidariamente: «Non credo di essere l’artista ideale per rappresentare la nazione, ma se pensano che sia adatto, ok…». Il padiglione è curato da Andrea Rose. Jeremy Deller (Londra, 1966) ha studiato storia

dell’arte al Courtauld Institute e alla Sussex University. Dopo aver conosciuto Andy Warhol nel 1986 ha vissuto per due settimane alla Factory newyorkese. Anticonformista e volatile nella sua iscrizione estetica, è sicuramente l’artista inglese che più ecletticamente e criticamente ha concatenato una ricerca sull’identità nazionale. Basti pensare al re-enactment The Battle of Orgreave del 2001, in collaborazione con il regista Mike Figgis, film che ricostruisce i tumultuosi avvenimenti inglesi accorsi nel Sud del Yorkshire nel 1984 quando il National Union of Mineworkers andò in sciopero e la Thatcher inviò ottomila poliziotti in assetto antisommossa, a cavallo e armati di manganelli, a sbaragliare un picchetto, provocando 700 feriti, smascherando persino le veline dei media di regime, legati al governo conservatore liberista. Deller riconosce nello sciopero dei minatori e nel fenomeno dell’Acid House i due grandi movimenti di massa che hanno connotato il volto della storia sociale inglese nel passaggio. A essi dedica The History of the World, elaborazione in forma di diagramma delle connessioni fra gruppi sociali che si interconnettono fra loro formando il paradigma del tempo. Il lavoro è presentato nel 2004 alla Tate Britain, nella mostra dei finalisti del Turner Prize che gli viene assegnato. Musica, comunità sociali, arte popolare, processioni popolari concatenano l’analisi netta e ironica che l’artista, nel suo understatement circoscrive intorno alla nozione di «Englishness» non per esasperato nazionalismo, anzi per scavarne la sua reale valenza. L’inventiva formale e, spesso, la smaterializzazione dell’oggetto, si avvale di dvd, cd, flyers, multipli, che descrivono lavori polisemici e sorprendenti. Originalissimi come Our Hobby is Depeche Mode, 2006, video girato durante il tour dei Depeche Mode e dedicato

INDONESIA

L’onda «Shakti», armonia cosmica che rispetta tutta la natura
di F. FRA.

al fenomeno del fandom, o Folk Art, archivio collezionato insieme ad Alan Kane sulla riappropriazione della nozione di folklore (in termini gramsciani) delle tradizioni popolari inglesi. E forgia il progetto free-form, It is What It is: Conversation About Iraq del 2009, programmato in un serrato forum di discussione con esperti di guerra tra cui il riservista Jonathan Harvey e il giornalista iracheno Esam Pasha. L’opera è ideata subito dopo l’annuncio di Tony Blair riguardo l’aiuto militare inglese alla guerra del Golfo in Iraq. A fare da centro simbolico è l’installazione di una macchina distrutta nell’attentato avvenuto a Bagdad il 5 Marzo 2007 nella centralissima via di Al-Mutanabbi, dove risiedeva una storica libreria. Nell’attentato persero la vita 35 persone. La carcassa molto simile alle sculture pressate di un John Chamberlain (e in cui sottende l’idea tra realtà e finzione dell’arte) venne fatta trasportare in 25 città americane, poi, su volere dell’artista, regalata all’Imperial War Museums di Londra. Il tutto elaborato con tecniche formali leggere, pop, spesso smaterializzate fino a far sparire l’oggetto. E, ancora più azzardato ma stupefacente, il riposizionamento del leggendario e fiammeggiante personaggio di Adrian Street dal fantastico mondo del wrestling al duro contesto delle miniere di carbone del South Wales nel biopic So Many Ways To Hurt You (The Life and Times of Adrian Street) che Deller realizza nel 2010. La bizzarra figura dell’Exotic Adrian Street sottende il transito dell’Inghilterra dell’industria pesante all’ecomonia di servizio e dell’intrattenimento. L’immagine simbolica e distrofica, sembra raccordare la connessione tra rivoluzione industriale e nascita del British rock. Adrian, dietro la sua appariscente androginia e la sua immagine hyper-camp (molto simile a quella di Leigh Bowery), diviene l’anello di congiunzione di una molteplicità di collegamenti identitari e sociali: in primis la sua immagine si incontra con fenomeni come il glam-rock e la performance art, generati dalla cultura libertaria post-industriale. Quindi Procession del 2009, il fantasmagorico progetto pubblico realizzato a Manchester (per il Manchester International Festival e la Cornerhouse) che coagula il rito tradizionale della parata pubblica che la revisione del folk. Un flusso di carri smaglianti e di gruppi sociali che si riappropriano del cuore cittadino. Il progetto della Biennale è giustamente top secret, ma da una mente così ci si può aspettare di tutto.

●●●Per la prima volta l’Indonesia ha un proprio padiglione alla Biennale. S’intende prima volta in assoluto ai Giardini veneziani. Perché, già 10 anni fa a Palazzo Malipiero il grande paese asiatico fece la sua comparsa e fu un’apparizione segnata dal «lutto». Gli artisti convocati allora erano ancora scioccati dal grave attentato a Bali dell’anno precedente. Oggi, il panorama culturale indonesiano è totalmente cambiato. Il progetto presentato già dal nome, Shakti (spicciamente tradotto dal sanscrito con energia creativa, primigenia, cosmica, unione del divino con il femminile), introduce un mondo ben diverso da quello tragicamente rappresentato del 2003. Gli artisti prescelti sono cinque, più il compositore Rahayu Supanggah, ognuno con la propria specificità materiale (ceramica, bamboo, legno) o immateriale (immaginari comix-pop a braccetto con gli spiriti del luogo), ma uniti da quella «glocalità» – come sottolinea Achille Bonito Oliva, commissario aggiunto del Padiglione che accetta di dialogare «con le proprie tradizioni e i linguaggi artistici più innovati e sperimentali del mondo» e sono: Albert Yonathan Setyawan, Eko Nugroho, Entang Wiharso, Titarubi, e Sri Astari, l’unica presenza femminile e straordinaria ricreatrice di antiche trame della tradizione di Giava. E vale la pena soffermarsi sia sul valore dei simboli delle sue architetture, il «pendopo» giavanese, sia sulla spazialità mnemonica dell’intera opera, più prossima ad un’europeità di ritorno, con il ricorso, metaforico e trasfigurato, alle figure teatrali «crudeli» di Artaud (che proprio a Giava elaborò le sua teoria più celebre e duratura). Anche Eko Nugroho opera sulla tradizione, ibridata però alle culture popolare altrui: il risultato è la costruzione di feticci post-human di rara tensione emotiva. In Yonathan, Wiharso e Titarubi l’eclettismo dei loro assemblaggi getta un ponte naturale sulle «cose» dell’uomo in perenne ricerca di concordia con la Natura. Dunque, sono tutte interrogazioni che si spalmano sulla contemporaneità - come dichiara ancora Bonito Oliva - dovute all’attuale situazione di «sviluppo della società indonesiana, sia in termini di identità che economici e sociali». L’inventore della Transavanguardia aggiunge che «tutto questo s’innesta in un tessuto economico favorito anche dalla tolleranza religiosa. Il Paese è a maggioranza mussulmana, che però ha un atteggiamento moderato, di grande apertura, dichiarata e praticata, sulla coesistenza sociale».

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IN GIRO PER IL MONDO

NON LUOGHI E CONFLITTI

AL VIA MEDITERRANEA 16 AD ANCONA ●●●In occasione della sedicesima edizione della Biennale dei giovani artisti del Mediterraneo, ribattezzata Mediterranea 16, la rete internazionale Bjcem, che promuove l’evento nato nel 1985, ha invitato otto curatori - Charlotte Bank, Alessandro Castiglioni, Nadira Laggoune, Delphine Leccas, Slobodne Veze/Loose Associations (Natasa Bodrozic, Ivana Mestrov), Marco Trulli e Claudio Zecchi - a confrontarsi sul rapporto tra la dimensione internazionale dell'evento e le radicalità e specificità dei territori che ne animano la sua rete. In un contesto attuale in cui l'unico comune denominatore del Mediterraneo sembra essere una specifica complessità sociale, economica e politica che colpisce in maniera diversa ed in molti casi drammatica quasi tutti i paesi che vi si affacciano, Bjcem e i curatori ospiti tentano diavviare un

Un viaggio tra due lembi estremi dell’Europa, Spagna e Turchia, in compagnia degli artisti che rappresentano questi paesi ai Giardini: Ali Kazma che indaga le onde telluriche che scuotono il corpo umano e Lara Almarcegui che insegue la desolazione dei paesaggi abbandonati

La resistenza dell’immagine tra le rovine
di FABIO FRANCIONE

FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA

●●●L’essenza dell’idea del Palazzo Enciclopedico messo in atto da Massimiliano Gioni sembra Alla Galleria di piazza san Marco, «Beware of the holy whore: pervadere e stordire i Padiglioni Edvard Munch, Lene Berg and the Dilemma of Emancipation» nazionali. La dualità dichiarata della è un progetto organizzato dall’Office for Contemporary Art Biennale 2013, esposizione del Norway e dalla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, curatore da un lato e padiglioni come contributo ufficiale della Norvegia alla 55ma Esposizione dall’altro, pare così affrancarsi nell’esercizio analitico indirizzato dal Internazionale d'Arte, la Biennale di Venezia. La mostra, che comprende una serie di lavori poco noti di Munch e un film Libro Rosso di Jung: la «wunderkammer» sognata per secoli, dell'artista norvegese Lene Berg, è focalizzata sull'idea di emancipazione come prospettiva contraddittoria, sospesa tra il talvolta utopisticamente realizzata regno della libertà e le conseguenze di quell'isolamento che anche nel fallimento del dettato spesso accompagna la ricerca di una vita alternativa. storico delle avanguardie primo-novecentesche, da artisti e scienziati trova così piena consapevolezza nelle odierne tecnologie multimediali. Presa questa via le reciproche differenze, peraltro marginali nella globalità dell’arte contemporanea e sulle quali poggiano teorie oppositive e resistenti di ogni singolo artista e curatore invitato, franano sull’uso spasmodico e ricercato di un linguaggio comune che le medi e assottigli, e non le azzeri completamente. Ed è questo il caso di due dei più interessanti padiglioni ospitati ai Giardini: lo spagnolo e il turco. Affidati rispettivamente a Lara Almarcegui e ad Ali Kazma, artisti nati all’inizio degli anni settanta. Dunque, la Spagna e la Turchia, due lembi d’Europa, estremi l’uno all’altro, l’uno annichilito dalla propria decadenza, l’altro teso a spandere la propria influenza sul Medio Oriente più caldo e critico. Pienamente assimilato e allo stesso tempo San Mattia è la più estesa superficie scisso tra i due respiri più conflittuali del mondo, agisce con piglio militante vuota di Venezia ed è il soggetto di Ali Kazma: la sua installazione multicanale, sovvenzionata dall’IKSV, numerosi e meravigliosi progetti. La Resistance coglie in profondità il sentire storico della videoarte più estrema e guida spiega in dettaglio la storia, sperimentale degli anni sessanta e settanta, non evita il dialogo con il l’ambiente e i piani futuri dell’area, cosiddetto cinema-direct per porsi tra le punte più avanzate e riflessive invitando il pubblico a conoscere dell’attuale covata mondiale di videoartisti. Più di un anno di riprese, divise l’isola com’è adesso: un meraviglioso tra set cinematografici e teatrali (Parigi e New York) e location quotidiane luogo, aperto a molteplici come ospedali, carceri, scuole, laboratori medici all’avanguardia, università possibilità». (Istanbul e la più lontana Sakarya, Berlino, Losanna, Londra), e spese ad E il progetto parallelo al Padiglione indagare le strategie che regolano e disciplinano il corpo umano e come spagnolo? «C’è un grande impianto questo possa essere proiettato al di là degli attuali limiti economici, sociali e che consiste nella demolizione del scientifici. Qui si è già oltre l’io-s.p.a. di Peter Sloterdijk. Se per Kazma il corpo padiglione, al cui interno vengono umano è un tempio «in cerca d’autore» sottoposto ad onde telluriche difficilmente definibili, Lara Almarcegui insegue con raffinata acribia creativa ambienti destinati a demolizione o già abbandonati per individuare tra le rovine pieghe narrative ed esistenziali del passaggio umano e, al contrario del collega turco, colloca la propria opera esclusivamente a Venezia e nella Laguna. Così spiega il proprio progetto performativo Guida di Sacca San Mattia: «Il progetto della Guida è una pubblicazione che Grande, Pawel Althamer «1, 2, 3, 4» (foto riguarda un’enorme isola vuota a di Mathias Schormann); qui sopra, Ragnar Murano, formata dalla bonifica del Kjartansson «Bliss», 2011, performance; canale, che più tardi diventò una qui accanto, a sinistra, un’opera della discarica dell’industria del vetro di spagnola Lara Almarcegui che rappresenta Murano e una costruzione di il suo paese ai Giardini pietrisco; con i suoi 31 ettari, Sacca

Norvegia, tra emancipazione e alienazione

sistemati tutti i materiali utilizzati per costruirlo: 500 m³ di cemento, calcestruzzo e mattone; 50 m³ di legno; 15 m³ di sabbia; 2 m³di vetro e 0.5 m³ di ferro; in questo modo l’impianto mostra i materiali dell’edificio, riportandoci indietro a com’era prima che fosse costruito e come sarebbe adesso, se fosse demolito». Rovine, luoghi dismessi e abbandonati... «Gli spazi distrutti continua Almarcegui - offrono una vista del luogo che non corrisponde a un progetto architettonico specifico. Non c’è un controllo narrativo; offrono una vista della città e della sua storia, libera dal controllo degli architetti, dei politici, del marketing cittadino - molto più essenziale e ricco di storia di ogni altro spazio creato da loro». Un’opera la sua, che si può definire di rigorosa filologia urbana, molto differente dalle performance della Land art o dal gigantismo di Christo. «Il trattamento della forma è molto diverso dalla Land Art: il mio lavoro è amorfo, non sono interessata alla forma tanto quanto loro; mi interessa maggiormente parlare delle rovine e delle terre desolate che sono le vere protagoniste».

OLANDA, INTERVISTA A LORENZO DE BENEDETTI

Cent’anni dopo Rietveld con Mark Manders, per reinventare un’identità
di T. MA

●●●Il prossimo Padiglione olandese sarà un progetto «integrato», un site-specific elaborato sulla sua architettura ritveldiana, concertato dal curatore Lorenzo Benedetti e dall’artista selezionato Mark Manders (Volkel, 1968) nella celebrazione del suo centenario. Fu proprio nel 1953 che Gerrit Rietveld disegnò il padiglione perseguendo quello sfalsamento delle forme tradizionali, intervenendo sulla asimmetrie dei piani e dei volumi come fu nella natura del neoplasticismo. La scelta

di Manders ben si incunea nell’idea di un «total work» in cui arte e architettura si sovrappongono in un dialogo spaziale che traduce la modernità dell’alfabeto identitario. L’installazione Room with Broken Sentence, creata da Mark Manders riavvita, dunque, il discorso modernista. Abbiamo incontrato il curatore Lorenzo Benedetti (Roma, 1972), direttore dal 2008 dell’Art Center De Vleeshal a Middelburg, e precedentemente curatore del Marta Herford. ●Quali sono state le motivazioni che ti hanno indotto a selezionare

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percorso di ascolto e attenzione che parta dai territori, dalle scene locali, anche remote, per far emergere le differenze, i bisogni e le spinte che da questi provengono. Con «Errors Allowed / Gli errori sono ammessi» - questo il titolo - si promuove una riflessione critica sui regimi tradizionali dell'informazione e della conoscenza più in generale, mettendo in questione i sistemi su cui questa si è costruita ed istituzionalizzata. I curatori hanno ideato un'articolazione in undici capitoli: Vanishing Utopias, End of Modernism, Sometimes doing something leads to nothing, Library, Troisieme Paysage, Panorama, Semantic of Emotions, Crisis of Representation, Schizopolis, Actions, Archeology of the Present. La Biennale, con la partecipazione di duecento artisti, avrà luogo ad Ancona - primo week end di apertura dal 6 al 9 giugno e vede come sede principale la Mole Vanvitelliana, antico Lazzaretto della città.

Qui sotto, un’opera dei collettivi urbani edell’arte di strada che caratterizza la scelta del padiglione venezuelano; in basso, Mark Manders «Composition with yellow vertical» al padiglione olandese.

VENEZUELA, CUBA, URUGUAY

L’estetica della sovversione sfodera profumi e aromi speziati
di GERALDINA COLOTTI

●●●«All’erta, all’erta che cammina il tratto di Bolivar per l’America latina...». Sfogliando le opere e il profilo degli artisti venezuelani presenti alla Biennale, si potrebbe sostituire così, giocando con le parole, il famoso slogan che, in originale, recita: «Alerta, alerta che camina la espada de Bolivar para América latina». Il sogno di una nuova indipendenza, basata sull’inclusione e sulla «vita buona» (il buen vivir) produce un immaginario senza lacci e steccati, disegna una nuova cartografia del presente in cui irrompe il futuro. Nel Venezuela «bolivariano», l’arte è di strada e incontra il desiderio di partecipare. I fondi destinati alla cultura e alle tutele sociali degli artisti registrano anche quest’anno un aumento, e la vivacità del settore salta agli occhi in ogni angolo del paese. Così, collettivi di arte urbana, provenienti da diverse regioni sono al centro della proposta Arte urbano. Una estética de la subversión che caratterizza il padiglione venezuelano, in cui i giovani artisti realizzeranno le loro opere in situ: attraversamenti multipli di nuovi linguaggi che combinano video documentali, gigantografie, immagini fotografiche, paesaggi sonori e dispositivi tridimensionali come metafore dei graffiti. Un grande museo immaginario della città, in

Mark Manders per il Padigilone olandese? Mark Manders da vent’anni lavora su una grammatica legata alla scultura e all’installazione. I suoi progetti viaggiano nel tempo, riferendosi a delle opere che l’artista ha realizzato nel passato e non concedendosi al solo presente. La sua opera dialoga con il tempo e investiga la fragilità di un presente che spesso, attraverso la sua velocità e consumo, appare superficiale e labile. Le sculture sono realizzate con materiali classici come il bronzo, il legno, sono legate a materie sintetiche. Spesso sono mimetizzate: un elemento di legno è in realtà realizzato in bronzo e viceversa. L’opera di Manders è significativa in questo periodo storico: mentre tutto sembra scorrere in un presente indefinito, la sua opera sembra voler dialogare più con il passato e il futuro. Per il contesto di Venezia questo pensiero è estremamente importante. L’artista ha anche un fama internazionale che mostra come questa sua ricerca sia non solo legata ai Paesi Bassi.

●Che tipo di progetto presenterà l’artista a Venezia? Il progetto di Venezia è pensato in stretto dialogo con il contesto circostante. Il Padiglione olandese è stato costruito da Rietveld nel 1953, quest’anno compie un giubileo che mostra come i Paesi Bassi hanno scelto un’architettura semplice ma funzionale che riesce ad esaltare gli aspetti della mostra attraverso le

proporzioni e la luce. Il direttore dello Stedelijk Museum dell’epoca, Willem Sandberg, disse che era uno spazio perfetto: aveva fatto diventare un piccolo padiglione grande. Il lavoro di Manders opera in stretto dialogo con l’ambiente. I vetri sono oscurati da giornali che l’artista ha appositamente realizzato per il padiglione. Il testo presente in questi quotidiani è realizzato da una

lista di tutte le parole che esistono nella lingua inglese. La mostra vuole far dialogare lo spazio con il contenuto, l’interno con l’esterno e mostrare come Manders e Rietveld creino un dialogo nel tempo. ●Quali sono i contenuti per cui un artista dovrebbe rappresentare l’identità di una nazione? Il linguaggio dell’arte è assolutamente internazionale, molto di più che la letteratura, che deve essere tradotta e quindi trasformata. L’interesse per l’arte di una nazione si sviluppa non tanto nella disamina delle sue identità, ma nella qualità. Una differenza importante: rimane molto difficile definire una identità nazionale attraverso uno strumento talmente internazionale senza ovviamente deformarlo in una retorica nazionalista. Per questo motivo, sembra essenziale lavorare sulla qualità che una nazione può produrre e in questo modo dialogare con una dimensione internazionale. ●Ha ancora un senso, secondo te, guardare al mondo in continuo

rimescolamento attraverso una idea nazionalistica? La cultura rimane il termometro più efficiente e sensibile per capire lo stato di una nazione. Una cultura deformata dalle faide politiche interne mostra anche una serie di altre problematiche che si manifestano poi su aspetti sociali più vasti. La responsabilità di una nazione ancora oggi trova a Venezia un momento di confronto che ci fa vedere come le diverse politiche per la cultura siano più o meno di successo. Quali sono i paesi che investono nella cultura e dunque su uno stato sociale solido e una economia competitiva, e quali no. Per questo motivo, a confronto di un Pil di una nazione devono essere prese le responsabilità per un finanziamento alla cultura capaci di mettere in evidenza la qualità e non la propaganda o l’immagine corrotta di una nazione. Oggi forse più che in altri tempi - e questo si vede dal numero crescente di padiglioni stranieri presenti alla rassegna di Venezia - è necessaria la visibilità della responsabilità di una nazione per una politica culturale di qualità.

cui i movimenti giovanili mostrano il cuore pulsante del «socialismo del XXI secolo». Una proposta - assicura il curatore del progetto, Juan Calzadilla - al diapason con il tema della Biennale (Il Palazzo enciclopedico), inteso come teatro delle ossessioni e del potere trasformatore dell’immaginazione. «In questo modo – spiega Calzadilla, artista plastico, critico, storico, poeta e saggista – abbiamo voluto rompere la consuetudine di portare a Venezia solo l’artista venezuelano più affermato nel panorama nazionale». Tra i diversi collettivi di Crew (equipe, equipaggio, gang o bande) presenti a Venezia, Comando creativo, Colectivo cultural Toromayma, Pc, Silenciadores, Simbiosis perfecta, Cms... Nel padiglione dedicato all’arte figurativa del continente, El Atlas del imperio, organizzato dall’Istituto italo-latinoamericano (Iila), la venezuelana Susana Arwas fotografa a sua volta i graffiti di natura politica, che raccontano la realtà con sarcasmo e ironia. Tra i venti Paesi aderenti all’Iila e presenti alla Biennale, c’è l’Uruguay. Il maestro del pop Martin Sastre - uno degli artisti selezionati dai curatori Alfons Hug e Paz Guevara e accompagnati dalla commissaria Sylvia Irrazabal – propone il video promozionale di un profumo che ha creato: un composto di essenze ed erbacce provenienti dalla campagna del presidente Pepe Mujica. Ex guerrigliero tupamaro che ha trascorso 13 anni nelle carceri sotterranee uruguayane ai tempi della dittatura, Mujica continua a vivere nella sua modesta fattoria fuori città coltivando fiori che poi vende nei mercati locali. E dona il 90% dello stipendio alla costruzione di opere sociali. Con lo stesso spirito, Sastre ha annunciato che con i proventi delle vendite verrà istituito un Fondo nazionale d’arte contemporanea per il sostegno degli artisti uruguayani. Si ispira all’Uruguay anche Il sol dell’avvenire, dell’italiano Luca Vitone, che disegna isole utopiche su una serie di biglietti in corso in vari periodi della storia uruguayana, mentre la boliviana Sonia Falcone propone a sua volta un tappeto di spezie nell’opera Campo de color. Centinaia di vasi di argilla pieni di cacao, peperoncino, cannella, curcuma e altre intense fragranze modulano un quadro in stile color field, ma suscitano sensazioni opposte rispetto alle superfici colorate, lisce e fredde, del minimalismo nordamericano. Gli ecuadoriani Miguel Alvear e Patricio Andrade, hanno invece girato il film surrealista Blak Mama in cui tre personaggi dediti al riciclaggio della carta nella capitale Quito compiono un viaggio metaforico che ha il potere di trasformare le persone. E da Cuba, grande vivaio di artisti, arriva Humberto Diaz. Ha scelto di legare idealmente la sua isola con 150 metri di corda annodati a diversi oggetti che richiamano le tappe dello sviluppo umano. Anch’egli proviene dai collettivi giovanili che animano il paese. Si è formato nell’Associazione Hermanos Saiz, ospite di recente dell’Arci con cui sta sviluppando progetti finalizzati alla promozione di giovani artisti cubani.

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FINALE CAPITALE
cui, per dirla con Marx, «il denaro trapassa improvvisamente dalla sua figura aerea, arzigogolata dal cervello, di misura dei valori a quella di solida moneta ossia mezzo di pagamento», e in cui quel «subitaneo trapasso del sistema creditizio a sistema monetario», che oggi chiamiamo crisi finanziaria, «aggiunge il terrore teorico al panico pratico, e gli agenti della circolazione rabbrividiscono dinanzi al mistero impenetrabile dei loro propri rapporti». «Il debito è colpa», ci dicono al riguardo i tedeschi, che com’è noto racchiudono entrambi i concetti in un’unica parola (Schuld). E lo stesso ci ripete l’Uefa, almeno da quando, nel maggio 2010, si è dotata di un nuovo sistema di regole per disciplinare l’accesso alle competizioni europee: un sistema denominato «Financial Fair Play» e che, attraverso la cosiddetta Break-even rule, punta a far sì che, per ciascuna squadra, il saldo economico d’esercizio (cioè la differenza fra costi e ricavi) non possa risultare negativo per un importo complessivo stabilito in 45 milioni di euro per il primo biennio di applicazione della regola, ma destinato progressivamente a scendere negli anni successivi. Si tratta, com’è evidente, di un meccanismo del tutto analogo al «Patto di stabilità» che governa ferreamente l’Unione europea, imponendo tetti massimi al rapporto deficit/Pil e debito/Pil e costringendo i Paesi non in regola a dismettere il patrimonio pubblico e a tagliare le spese pubbliche e i salari: semmai qualcuno ne dubitasse, potrà utilmente esercitarsi ad accostare le sorti toccate negli ultimi due anni alla Grecia e all’Inter. Ma siccome l’ideologia propria di una forma di vita ormai in crisi irreversibile non può che ammantarsi di «falsa coscienza», l’anatema contro il debito e il lavacro delle sue colpe doveva pur accompagnarsi alla promessa di una redenzione futura. La quale ultima, nelle parole dell’attuale presidente dell’Uefa, Michel Platini, ha assunto – manco a dirlo – una forma pressoché sovrapponibile all’utopia walrasiana del perfetto mercato concorrenziale, che ha ispirato (e ispira) gli idéologues dell’Unione europea: vale a dire, l’utopia di un campionato in cui, grazie alla regola del Fair Play finanziario, «diminuirà la differenza tra grandi e piccoli club», così da spezzare la monotonia di quelle competizioni che «si giocano sempre e soltanto fra due o tre squadre» e da «rendere la competizione interessante e avvincente per la gente che paga». Un Paese di Bengodi, insomma, di cui – dicono gli apologeti – la Bundesliga sarebbe già concreta prefigurazione: non solo per ciò che concerne i bilanci in attivo, ma soprattutto per gli investimenti nei settori giovanili e lo sbarramento eretto nei confronti di certi personaggi equivoci, dalle oscure origini e dai molti denari, che hanno fatto le fortune e talvolta le sfortune delle squadre di Premier League (e che ogni tanto fanno capolino anche dalle nostre parti). Non è perciò un caso che l’Uefa abbia affiancato all’introduzione della Break-even rule due regole come la possibilità di detrarre dal computo dei costi le spese per settori giovanili, attività

Aria di rigore. Germania über alles
Bilanci in ordine, stadi pieni, investimenti nel settore giovanile. Anche nel calcio, come nell’economia, i tedeschi dettano le regole e la linea a un’Europa sempre più succube
sociali e costruzione di infrastrutture e, rispettivamente, l’obbligo di coprire le perdite mediante apporto di nuovo capitale, con esclusione di prestiti dei soci (i soft loans così celebri in Inghilterra) e/o di operazioni di maquillage contabile: si tratta all’opposto di complementi necessari affinché tutti noi, reprobi peccatori indebitati, possiamo finalmente avviarci verso quella salvazione annunciata già da Lutero a Wittemberg e adesso da Frau Merkel a Berlino. In effetti, pochi dubbi possono sussistere sulla crisi dell’industria calcistica europea. Limitando lo sguardo ai quattro anni fra il 2006 e il 2010, i dati raccolti in una recente inchiesta di Giancarlo Teotino e Michele Uva (Il calcio ai tempi dello spread, pubblicata per il Mulino) ci dicono che, a fronte di un incremento rilevante dei fatturati delle squadre di vertice (frutto in larga misura della crescita di oltre il 60% dei ricavati dei diritti televisivi), è aumentato in modo più che proporzionale l’onere dei costi per il personale (+67%). Conseguentemente, è aumentato il peso percentuale di quest’ultimo rispetto ai ricavi (dal 54% al 64%), il che ha provocato un’ulteriore riduzione dell’utile di gestione: nel 2010 oltre il 56% delle società calcistiche delle cinque leghe più importanti d’Europa ha chiuso in perdita e nel 29% dei casi la perdita ha superato il 20% del fatturato. Tutto ciò ha accresciuto il debito complessivo dei club e ha impoverito il loro patrimonio. La Spagna ne è forse la migliore dimostrazione: il relativo equilibrio economico esibito da Real Madrid e Barcellona si deve infatti alla vendita individuale dei diritti televisivi delle loro partite, che permette alle due squadre di vertice della Liga di incassare la fetta più consistente del totale dei ricavi ascrivibili a questa voce, ma per tutte le altre squadre la situazione è pressoché fallimentare, al punto che, all’inizio della stagione 2011-2012, tutti i calciatori sono scesi in sciopero per reclamare il pagamento di oltre 50 milioni di euro di stipendi arretrati a favore di 200 loro colleghi. E l’Italia non sta certo messa meglio: negli ultimi quattro anni, il risultato netto complessivo dei club della Serie A è precipitato da -150 milioni a -300 milioni, l’indebitamento lordo è cresciuto da 1.893 a 2.659 milioni e il patrimonio netto si è ridotto da 403 a 150 milioni di euro. Il tutto nonostante che il ritorno alla contrattazione collettiva dei diritti televisivi abbia mantenuto in crescita costante i relativi ricavi. A fronte di questa situazione, si dice, la Germania rappresenta un’eccezione virtuosa. I club tedeschi hanno adottato i principi di una sana gestione economica (cioè, capitalistica): niente mecenati bizzosi come presidenti-padroni, ma strutture societarie prevalentemente fondate sull’azionariato diffuso; niente spese folli per accaparrarsi

di LUIGI CAVALLARO

●●●Che il consenso popolare verso l’assetto «germanocentrico» dell’Unione europea si sia negli ultimi due anni gravemente incrinato è fin troppo evidente. Le ricette di lacrime e sangue imposte alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna e naturalmente all’Italia hanno reso manifesto perfino ai ciechi che cosa abbia significato concepire l’integrazione in assenza di meccanismi di compensazione fiscale capaci di costringere i Paesi in surplus (con in primis giusto la Germania) a riciclare i propri avanzi commerciali, in modo da evitare che l’onere dell’aggiustamento delle bilance commerciali ricadesse esclusivamente sui Paesi debitori. E gli enormi costi in termini di perdita di reddito, disoccupazione e sofferenza sociale patiti da questi ultimi stanno chiamando al redde rationem una classe dirigente che, appena dieci anni fa, scommetteva incoscientemente (o forse in malafede?) sulla possibilità che gli squilibri causati dai differenziali di produttività tra i vari Paesi dell’Uni one induc

essero uno scatto di reni in direzione dell’unificazione politica. Oggi quella scommessa è miseramente fallita: salvo le anime belle, non c’è più nessuno che, parlando seriamente, non ammetta che l’eurozona, al momento, è un morto che cammina e che tutti i Paesi che ne fanno parte stanno già pensando – chi più, chi purtroppo meno – a come salvarsi quando deflagrerà definitivamente. Può sembrar strano, ma è precisamente questo il contesto entro cui inquadrare la finale di Champions’ League, che due squadre tedesche – Bayern Monaco e Borussia Dortmund – si disputeranno stasera sotto l’arco di Wembley. Sì, perché fin dal fischio finale dell’ultima eliminatoria (quella che ha visto il Bayern strapazzare i fantasmi del Barcellona, dopo che il Borussia aveva prevalso di un soffio sul Real Madrid) è stato tutto un coro volto a magnificare i «brillanti risultati» del calcio tedesco: bilanci in ordine, stadi pieni, condivisione dei guadagni derivanti dai diritti televisivi, investimenti nella formazione dei giovani. Un coro pressoché unanime e naturalmente bipartisan, in armonia con le «larghe intese» che governano le sorti del nostro Paese. E il cui obiettivo, nemmeno tanto recondito, è di avvalersi dell’immaginario calcistico per rilanciare quel «modello tedesco» di integrazione europea che registra consensi in picchiata tra le masse. Non è certo la prima volta che l’ideologia dominante ricorre all’immaginario calcistico per veicolare i propri contenuti: lo stolido insistere sull’importanza del «fuoriclasse», che nella communis opinio conta sempre assai più dell’organizzazione collettiva della squadra, ne costituisce forse il miglior esempio. Tuttavia, i peana levatisi a favore dell’«esempio tedesco» non esaltano il genio individuale a scapito dell’efficienza del gruppo, non foss’altro che nel Bayern o nel Borussia non c’è nessuno che possa stare alla pari di un Messi o anche solo di un Ibrahimovic. Il leit-motiv è piuttosto un altro e punta a consolidare quell’orrore per il «debito» che i tedeschi hanno inscritto fin nella loro lingua madre. Si tratta infatti di suscitare un immaginario adeguato al tempo della crisi dell’accumulazione capitalistica: quel tempo in

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esotici fuoriclasse, ma solo buoni (e talora ottimi) giocatori, i cui stipendi che procedono di pari passo con l’aumento delle entrate; niente piagnistei per invocare benefici fiscali, ma oculati piani d’investimento a lungo termine per l’ammodernamento degli stadi e l’implementazione delle strutture giovanili; soprattutto, ci assicura Platini, niente campionati già decisi alla prima giornata, ma tornei più incerti e aperti, a conferma che l’equilibrio economico-finanziario garantisce una competitività più diffusa. Come non desumerne che la partita di stasera – primo derby tedesco in una finale di Champions – non stia raccontando dell’alba di una nuova era? In verità, a saperli leggere, i dati raccontano ben altro. Ci dicono, ad esempio, che non è vero che la Bundesliga sia un modello di equilibrio competitivo: basti pensare che, negli ultimi vent’anni, il titolo è stato vinto per undici volte dal Bayern e per cinque volte dal Borussia Dortmund. Certo, accade praticamente lo stesso in Premier League (tredici volte ha vinto il Manchester United, tre volte ciascuno Arsenal e Chelsea) e in Serie A (sette titoli per la Juve, sei per il Milan e cinque l’Inter), e accade perfino di peggio nella Liga (sei vittorie per il Barcellona e quattro per il Real Madrid negli ultimi undici anni). Ma che accada anche in Germania conferma che quella di Walras è niente più che un’utopia e che il mercato capitalistico funziona costantemente

all’omb ra della marxiana legge della centralizzazione dei capitali. Ancor meno i dati supportano l’idea che l’oculata gestione economica abbia garantito ai tedeschi chissà quali brillanti performance sportive. Il ranking Uefa, ossia la classifica che tiene conto dei risultati ottenuti dai club nelle competizioni europee, vede la Germania solo al terzo posto, immediatamente alle spalle dell’Inghilterra e – udite udite! – dell’indebitatissima Spagna. Appena tre anni fa, perfino l’Italia stava davanti ai tedeschi. Le squadre tedesche hanno vinto la Champions League appena sei volte (contro le tredici delle spagnole e le dodici delle italiane e delle inglesi) e altrettante volte l’Europa League (contro nove volte delle italiane e sette delle spagnole e delle inglesi). Ma soprattutto, l’ultima vittoria tedesca in una competizione europea per club risale al 2001; per il resto, la Germania si è distinta per sconfitte, avendo perso per nove volte nelle finali di Champions e per due volte in quelle di Europa League. Una performance sportiva così deludente (sì, perché Mourinho ha ragione: «non c’è spettacolo nella sconfitta») non conferma soltanto il carattere squisitamente ideologico dell’improvvisa infatuazione per il calcio tedesco, ma consente di spiegare perché mai la norma delle squadre vincenti sia stata finora letteralmente antitetica rispetto al dogma della «finanza sana»: più o meno quanto era antitetico il gaudente Keynes rispetto al pallosissimo von Hayek. Il combinato disposto della sopravvenuta libertà di circolazione dei calciatori e della scoperta dell’oro dei diritti televisivi ha reso infatti l’insieme delle società di calcio come un gigantesco contenitore preposto unicamente a

trasferire ai calciatori la gran parte delle entrate. Più precisamente, il fatto che ci fossero proprietà del tutto indifferenti alla realizzazione di utili a breve e disposte a spendere qualunque cifra pur di vincere ha generato un duplice modello di gestione dei club: da una parte, le squadre orientate a primeggiare nelle competizioni di prima fascia di livello nazionale e internazionale, che necessitavano di impiegare giocatori di elevata qualità (cioè costosi o costosissimi); dall’altra parte, le squadre orientate al trading sui propri calciatori e che allenavano giovani talenti del proprio vivaio o raccattati facendo scouting all’estero allo scopo di «lanciarli

postulata dagli analisti tra fatturato e successi sportivi non è che un banale truismo: la catena causale muove in realtà dagli stipendi pagati, che sommati ai titoli vinti riescono a produrre fatturati consistenti, rendendo così sostenibile anche un elevato indebitamento. Il Barcellona «quantistico» di Guardiola, Messi, Xavi e Iniesta ne ha costituito indubbiamente la migliore dimostrazione. È del tutto consequenziale che in un sistema del genere il calcio tedesco non potesse riportare (come di fatto non ha riportato) alcuna vittoria di prestigio: una spesa per stipendi inferiore di venti punti percentuali rispetto alla media europea e l’abitudine di distribuire utili agli azionisti non sono «virtù» se non per il capitale. E dunque non è un caso se la revanche capitalistica impostasi nell’eurozona abbia alla fine preteso di riscrivere a propria immagine e somiglianza anche le regole che presiedono alla formazione delle gerarchie calcistiche: il calcio è l’inconscio sul prato verde della società e non era possibile che l’ordine del discorso dominante patisse una così smaccata sovversione nell’immaginario collettivo. Sotto questo profilo, anzi, non sfuggirà la potenza simbolica di questa finale tedesca celebrata nel tempio del calcio britannico: conferma una volta di più che l’inglese è la lingua madre del capitale, ma è l’etica protestante che gli dona il soffio dello spirito. «Calciatori e tifosi degli altri Paesi, unitevi!», verrebbe fatto di concludere. E tanto per cominciare, stasera, spegnete la tv. » per poi rivenderne il cartellino. Che si trattasse di un sistema decisamente labour-oriented non è difficile da comprendere: se un presidente di un club di prima fascia non era disposto a pagare ingaggi astronomici ad un Messi o ad un Ronaldo, ne spuntava un altro subito pronto a farlo, il che costringeva tutti a stare al passo e garantiva crescenti opportunità ai giovani emergenti. Si spiega così che la fetta più cospicua degli introiti favolosi dei ricavi del calcio sia finita in questi anni nelle tasche dei giocatori migliori: in un modello del genere, tutto il reddito prodotto dal lavoro resta al lavoro e non c’è spazio per alcuna remunerazione del capitale. Se ne accorsero quasi subito i dirigenti di quelle squadre grandi e talora meno grandi che, a metà degli anni ’90, sull’onda della liberalizzazione seguita alla sentenza Bosman e dell’esplosione degli incassi tv, pensarono di poter fare profitti col calcio e si diedero a favoleggiare di merchandising e costruzione del brand: dopo pochi anni finirono seppelliti dai debiti e fallirono miseramente. Già, perché la relazione

CHAMPIONS

Monaco vs Dortmund, la sinistra che vince
●●● Come direbbe Corrado Guzzanti nei panni di Gianfranco Funari «aGermagna j’ha fatta». Per la prima volta nella storia della Uefa Champions’ League, in finale si affronteranno due club della locomotiva tedesca. A Londra nel tempio del calcio, lo stadio di Wembley, il 25 maggio, per la finale della Champions si sfidano il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund. Era capitato ai britannici con la finale Manchester United-Chelsea il 21 maggio 2008, allo Stadio Luzniki di Mosca, vinta dai Red Devils di Manchester, allenati da sir Alex Ferguson per 6 a 5 dopo i calci di rigore seguiti all’ 1 a 1 dei tempi supplementari. Era capitato agli italiani con la finale Juventus-Milan del 28 maggio 2003 nello stadio Old Trafford di Manchester, vinta per 3 a 2 ai rigori dopo lo 0 a 0 dei tempi regolamentari e supplementari, dal club di Berlusconi. Era capitato agli spagnoli con la finale allo Stade de France di Parigi, tra Real Madrid e Valencia, vinta per 3 a 0 dai castigliani soprannominati «los blancos», «los galácticos», e «los merengues». Ma non era mai successo a due formazioni tedesche. Per di più capita a due squadre che giocano le partite casalinghe in due comuni amministrati dall’Spd. Da un lato il Borussia Dortmund, club di un comune che l’Spd ha amministrato dal 1946 fino al 1999, ottenendo sempre almeno il 35% dei voti. E anche nelle due occasioni nelle quali non ottenne la maggioranza nel consiglio comunale: nel 1999 perché sconfitta e nel 2005 perché alla pari con la Cdu. Per fare un paragone con le percentuali dei nostri partiti politici: Torino, città gemellata con Colonia, altro comune della regione Renania Settentrionale-Vestfalia, il Pds pur in due elezioni vinte (quelle provinciali del 2004 e quelle regionali del 2005) ottenne rispettivamente il 18 e il 23 per cento dei voti. Dall’altro lato il Bayern Monaco, club di un comune amministrato, fin dal 1993, non solo dallo stesso partito ma anche dallo stesso sindaco, Christian Ude, eletto per tre volte con un crescendo di consensi fino al boom del marzo 2008 con il 67% dei voti. Un risultato notevole tenendo presente che il comune di Monaco si trova nella tana del lupo, la Baviera, governata ininterrottamente, dal 1957 fino ad oggi, da sette presidenti della Cdu e da due soli presidenti dell’Spd. E dunque possiamo ben dire che almeno lì comunque vada vince la sinistra. (federico pepe)

In queste pagine: in alto a sinistra Sepp Maier, Franz Beckenbauer e Gerd Müller che vinsero la Coppa dei Campioni con il Bayern Monaco per tre volte consecutive nel 1974, 1975, e 1976. In basso il Borussia Dortmund; al centro lo stadio di Wembley, a Londra, dove si svolgerà la finale di Champions League. Qui accanto Arjen Robben, sopra, Bastian Schweinsteiger, Robert Lewandowski e Mario Götze

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CONTAR DE LO NOBILE PUC PUC E DE LO SOJO NOBILISSIMO CABAJO CUP CUP

LINGUA
per Contar L’ANIMAZIONE un mondo perduto
DI MATTEO BOSCAROL

ORIENTE Un poema eroicomico ESTREMO
di BEATRICE ANDREOSE

SCRITTORI ■ GUIDO CARMINATI

GIAPPONESE

Che l'animazione giapponese, nel suo valore di cultura pop e non solo, abbia svolto un ruolo importante nella la crescita e nella formazione culturale delle generazioni italiane (ma anche europee) nate dal settanta in poi, è ormai un dato di fatto o almeno si spera. Pubblicazioni che partendo da animazione seriale discutono di filosofia solo un ventennio fa avrebbero sorpreso, ma sono ora accettate come una naturale e finanche necessaria riflessione su un fenomeno che è entrato di prepotenza a far parte della cultura popolare occidentale. È in questo contesto che arriva puntuale ed utilissimo il massiccio volume scritto in quattro anni, ma frutto di una passione e di uno studio che immaginiamo molto più lungo, da Guido Tavassi per le edizioni Tunué, Storia dell'animazione giapponese. Un volume di più di seicento pagine che ci guida e ci racconta gli albori dell'arte animata giapponese, dal primo lavoro uscito nel 1917 fino ai lungometraggi ed all’animazione seriale usciti in Giappone qualche anno fa, passando per le lotte sindacali di Miyazaki Hayao e Takahata Isao sul finire degli anni sessanta che tanto influenzarono il capolavoro Hols: Prince of the Sun del 1968. Ma trattando anche l'era dei robottoni, degli anime slice of life e di quelli sportivi degli anni settanta/ottanta, delle sperimentazioni nella seconda parte della carriera di Osamu Tezuka, dell’avvento del mercato video e Dvd, dei fenomeni di costume e successi planetari (di merchandise) come Dragon Ball o Pokémon, ma anche della rivoluzione artistica portata nell'animazione seriale dal genio di Anno Hideaki con il suo Evangelion negli anni novanta. Fino alla consacrazione internazionale dell'animazione al cinema con i capolavori di Oshii Mamoru, Miyazaki Hayao e Satoshi Kon invitati nei più prestigiosi festival internazionali come Cannes e soprattutto Venezia. Un lavoro che adottando uno stile oggettivo ci fa ben comprendere le trasformazioni dell'industria animata nei quasi cento anni della sua storia ed il suo necessario legame con la situazione storico/sociale dell'epoca. Da notare come l'autore si occupi anche dell'animazione sperimentale, tanto interessante quanto spesso tralasciata in questo tipo di studi, con una parte finale dedicata a grafici che aiutano a farsi un'idea dell'andamento dell'industria dell'animazione in tutti questi decenni. Oltre ad essere una piacevole lettura questo Storia dell’animazione giapponese risulta davvero un ottimo strumento di ricerca, tanto per gli appassionati quanto per i sempre più numerosi studiosi del settore ed in questo senso la versione ebook si dimostra ancora più comoda di quella cartacea. Un’ottima occasione per lasciarsi alle spalle la nostalgia, sentimento che spesso inficia e distorce relegandoci in un presente infinito da cui è difficile uscire, ed andarsi a (ri)vedere o scoprire per la prima volta quelle serie o quei lungometraggi che hanno fatto la storia di quest’arte.

●●●Straniante e straniero. Errante soprattutto. Il protagonista di Contar, poema eroicomico di Guido Carminati (pseudonimo di Sergio Fedele), è alla costante ricerca dell’essenza originaria. Parla con gli alberi, il suo Virgilio è un cavallo, comprende le lingue che facendosi si disfano e poi si rifanno con forme nuove ed altre, modificando suoni e forma, note e segno. Ma al centro di Contar non vi è un uomo o una cosa quanto invece un percorso: l’erranza. Erranti sono i protagonisti, il cavaliere Puc Puc ed il cavallo Cup Cup, suo maestro e guida. Ed erranti ed erratiche sono le lingue utilizzate, inventate, visionarie, raffinate e primitive. La lingua cupucchiana o pucuppiana, sonora come le lingue orali, fitta di rimandi culturali, un pastiche tra dialetti del nord, italiano antico ed echi delle altre lingue romanze. Il synsynbai, una lingua filosofica, eraclitea, e poi c’è il gramelot dei borborigmi, omaggi alla prosa barocca, ai codici e sottocodici, che ha una aspirazione: liberarsi dalla lingua verbale per approdare al suono (si vedano le partiture dentro il testo) o al gesto (il Discipulo si esprime con le posizione yoga, anzi con lo yogico-circense...). Una lingua che libera, anzi si beffa dell’italiano. «La lingua che ereditiamo è prigioniera. Bisogna liberarla» spiega l’autore che all’argomento dedica il Ciclo degli Amanti della Glotta, un metatesto linguistico-grammaticale, sempre nel registro comico. Il corposo e raffinato volume, 358 pagine, Runaeditore, è frutto di ben dodici anni di ininterrotto lavoro. Il titolo, in dialetto veneto o in italiano antico, significa raccontare. Ma anche cantare. Il cantore epico canta e racconta insieme, l’incipit dei poemi omerici è Narrami/Cantami.... Tutta l’opera echeggia o fa il verso all’antica tradizione dei cantari e lo fa anche in termini filologici, immaginando numerose tradizioni e trasmissioni del testo dove muta lo stesso titolo dell’opera. Lo sradicamento, l’esilio, l’alienazione dell’uomo dalla natura e quindi da sé stesso, sono tra i temi più importanti del libro. Il cammino dei due protagonisti va in direzione opposta, è un iniziatico percorso di Reintegrazione con tutti i viventi. L’uomo, stralunato e pazzo, preserva in sé la selvatichezza primitiva. L’animale lo guida a contatto con tutti gli altri esseri animali, vegetali e minerali. Gli avventurosi protagonisti partono dalle periferie industriali, attraversano nel Ciclo lindo dei Misteri ierofanici arborologhi, foreste, boschi,

secondo cui l’uomo detiene la terra in usufrutto e non in proprietà. In Contar riecheggia il mito veterotestamentario della caduta e dell’esilio dall’Eden, e, prima ancora, il tragico contrasto tra natura e cultura che si trova già – con la coppia Gilgamesh- Enkidu – nel poema babilonese di Gilgamesh. Il mito greco dell’età dell’oro, così come quello di Esiodo che nelle Opere e i Giorni parla dell’aurea stirpe da cui l’uomo è via via precipitato sino a quella ignobile del ferro e alla sesta stirpe ancora peggiore, piena di perfidia e malizia «forse è la nostra» spiega l’autore. Carminati ha letto Rousseau che nel Discorso sull’origine dell’ineguaglianza traccia il profilo della civiltà come una degenerazione se confrontata alle società selvagge. La nostalgia dell’autore è senza dubbio per le società matriarcali di tipo comunista o comunitario. Nelle sue pagine è chiara la condanna per le società patriarcali (dallo schiavismo al capitalismo) divise in classi, basate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sul razzismo, sul sessismo, sullo specismo. E come non pensare ad una parodia del Don Chisciotte, a sua volta parodia dei Poemi Cavallereschi. A differenza del Chisciotte però, il mondo perduto che riaffiora in Contar – e che nel Chisciotte si scontra con il reale come follia e tangibile allucinazione – non è quello delle nobili virtù del feudalesimo enucleate dalla Cavalleria e dal Cavaliere Errante, spezzate dal crudo realismo materialista e mercantile dell’avvento della borghesia emergente, ma è la Natura. L’età dell’oro, che Carminati chiama Era dei Zoga Zoga o Era dell’aria scéta, dove tutti gli esseri viventi, piante e pietre, vivono in armonia. L’autore conduce l'uomo alla scoperta delle sue origini, per liberarsi delle sue degenerazioni metafisiche e riportarsi in condizione di porre in modo autentico la questione ontologica fondamentale. Chi può accompagnare con un cammino a ritroso, errante ed errabondevole, l’uomo alla sua origine animale, selvatica, se non un animale? Ed è Cup Cup, un cavallo che, storico compagno di avventure dell’uomo, qui ha però il ruolo di maestro, di guida, di colui che riconduce l’uomo a sé stesso». Il finale lascia spazio alla speranza. I due erranti precipitano in una conchiglia fossile, spinti da un vento interno che li risucchia e li fa riemergere, ed incontrano gli erranti scalzi. Una setta integrata nella natura, speranza della società futura. Un messaggio ecologico e pacifista, raccontato in una lingua che non esiste.

CARLO MONNI, NEL GIUGNO DEL ’63
Che la terra ti sia lieve Carlo Monni. Così te ne sei andato anche tu omone grande e buono e poeta hai raggiunto gli amici. Mi viene in mente un pezzo scritto da Victor Cavallo che era molto triste non lo so a memoria ma diceva che a camminare per le strade note a fermarsi nei soliti bar si ritrovava coi fantasmi degli amici che un tempo incontrava lì e ora non c'erano più e queste assenze gli cambiavano la percezione dei luoghi che per quanto noti gli fossero senza quegli amici gli diventavano estranei. Ecco così succede anche a me a ripensare a un mondo che è scomparso. Un mondo e un modo e una generazione che muore giovane in tempi di vite prolungate, una generazione che ha consumato, che ha dissipato, che ha sprecato volontariamente il proprio talento avendo in spregio l'idea stessa di risparmio, di capitale e di ordine. Sulla mattonella della sua cucina la mia amica Cristina aveva scritto col pennarello «non c'è maggior lusso nella vita che sprecare i propri talenti» la frase è un po’ sbiadita ma resiste ancora. Naturalmente in questa idea c'è tutta l'arte stessa o la vita considerata come tale. Che è l'arte di vivere d'arte. Non dico che Carlo Monni o Donato Sannini o Victor Cavallo o Alberto Grifi e tanti altri che se li elencassi non mi basterebbe tutta una pagina non fossero produttivi non «lavorassero», è che ciò che facevano: teatro, cinema, poesia era semplicemente parte di loro stessi, necessità, voce, presenza, vita vissuta e mai venduta. Tutto è cambiato nella geografia della città non ci sono più teatrini nelle cantine dove nascono piccoli miracoli poetici, hanno ripulito e spesso «recintato» le piazze barocche accoglienti e confidenti in cui ci sentivamo come fossimo a casa nostra a tirar tardi sui gradini di marmo a sprecare le ore in discussioni interminabili politicofilosoficocalcistiche e poi scendevamo giù a sentire antonello neri suonare sul pianoforte a coda, che non si capiva come aveva fatto a entrarci, nei meandri sotterranei dei palazzi dove dai soffitti a volta pendevano ancora i ganci per i prosciutti, non c'è più il beat né l'alberichino né la piramide e le trattorie ti spennano e avvelenano i turisti con la pasta precotta e anche i vinai non sono più quelli con il vino alla mescita che non sapevi bene cosa c'era dentro ma andava giù. E allora ti voglio salutare vecchio amico Monni che non ci sei più con i versi di Cavallo «è acqua che passa/ questo soffio mischiato gas deserto rumore di pioggia capelli biondi/ è acqua che passa hanno aperto i giardini e pare maggio questa estate storta/ la fine del cielo in fondo ai vialoni è rosa come sempre una dolcezza/ micidiale mentre i cocomeri trapassano in altre morti altri fiori altri frutti/..../che confusione tra me e i morti distinguo solo perchè io potrei prendere/ il pullman per Viterbo e loro l'ànno preso già magneno all'aperto/fettuccine all'amatriciana fatte come dio comanda già dormono già sognano senza storia/era il giugno del 1963 e io scendevo con una maglietta gialla/lungo il viale della garbatella/ questa passeggiatella che mi taglia il cuore non ha bisogno di chiamarsi storia/solo che quel viale non finisce più e io sono un pezzetto d'ombra contro un seno/ il peso di una foglia dentro un dormitorio d'immondizia/ gli adulti sono ragazzi morti e chist'è o paese d'o sole/ è acqua che passa è acqua che passa».

montagna e grotte dove i parlano con gli alberi: i cipressi Ahi Ahi e Lai Lai, ad esempio, che raccontano a Puc i misteri dell’era zogzoghiana e della Phorete Alphabetique. Oppure il platano Patientia, il mirtillo Miramoltoquantoèintensoèilviolami o, oppure i pipistrelli musicisti dell’Antro delle Ninfe in Fuga, il Discipulo del Maestro delle Intabolature vespertine e molti altri. Nel Contar de la Catastrophe, uomo e cavallo si imbattono negli Erranti Scalzi – una sorta di setta di seguaci di Puc e Cup – che attraverso il resoconto delle loro riunioni fissate in verbali, intrecciano una sorta di commentario rapsodico (e un po’ talmudista...) allo stesso Contar. Il poema termina, ne il Ciclo delle Conche e dei Dendroliti, con un ritorno dei nostri erranti agli uomini, i Non, una comunità che cerca di ripensare e risentire il proprio abitare il pianeta, il rapporto con sé stessi e con gli altri, con l’universo, seguendo una scienza diversa, abbandonata da Bacone in poi. L’autore segue le tracce degli antichi miti, che parlano della separazione tra uomo e natura, e rilegge Marx

LA PRESENTAZIONE

Con una lingua colta, inventata e visionaria che tende a beffarsi dell’italiano si racconta l’errare di un uomo selvatico guidato dal suo cavallo esperto conoscitore della natura

«Contar», poema eroicomico in prosa, sarà presentato oggi 25 maggio alle 18,30 nel brolo di palazzo Sartori Borotto, in pieno centro ad Este (piazza Trento) a pochi chilometri da Padova, nell'ambito della festa di due giorni «Altraaria» proposta dalle due associazioni culturali «La Medusa» e «L'ennesima» insieme al Gas.dotto (Gruppo di acquisto solidale) ed al negozio del mercato equo e solidale «La Bilancia»di Este. Sergio Fedele leggerà, con il prof. Andrea Zapperi, alcuni brani del volume e si intratterrà col pubblico per spiegare filosofia dell'erranza e ritmo della neolingua che accompagna nei loro vagabondaggi i due protagonisti del testo.

Foto: illustrazioni da «Contar»

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I FILM
AKIRA
DI KATSUHIRO OTOMO. GIAPPONE 1988

SINTONIE
fiammeggiante, l’andamento musicale importante, la tenerezza, il melodramma. Qui si passa gagliardamente dall’ambientazione napoletana a quella romana, dove, dalla pièce teatrale di Gianni Clementi, Sergio, che era uno dei primi cinque stuntman di Cinecittà ora si arrangia facendo il gladiatore al Colosseo, insieme a Milan (un nome adatto ai giochi di parole). Commedia dal cuore amaro. (s.s.) CONFESSIONS LA GRANDE BELLEZZA
DI PAOLO SORRENTINO, CON TONI SERVILLO, CARLO VERDONE. ITALIA 2013

A CURA DI SILVANA SILVESTRI CON FILIPPO BRUNAMONTI, ANTONELLO CATACCHIO, ARIANNA DI GENOVA, GIULIA D’AGNOLO VALLAN, MARCO GIUSTI, CRISTINA PICCINO, GIONA A. NAZZARO

LA FESTA
00176 PIGNETO CITTA’ APERTA
ROMA, 24-25-26 MAGGIO

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Basato su un manga dello stesso Otomo, in un futuro post Terza guerra mondiale, Neo-Tokyo è preda del caos: numerose bande di giovani motociclisti si sfidano in corse e sfide spesso all’ultimo sangue. Kaneda è il capo di un gruppo di bikers il cui amico, Tetsuo, è coinvolto in un progetto segreto del governo noto come «Akira». BENVENUTI A SAINT TROPEZ

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DI DANIÈLE THOMPSON, CON KAD MERAD, MONICA BELLUCCI. FRANCIA 2012

DI TETSUYA NAKASHIMA, CON CON TAKAKO MATSU, YUK NISHII, GIAPPONE 2010

Non hanno niente in comune i due fratelli Zef e Roni, religiosissimo uno, dedito ai piaceri della vita l'altro. Da Londra a Parigi, da Saint Tropez a New York, si susseguiranno le liti che porteranno a una ricolnciliazione. EPIC - IL MONDO SEGRETO (3D)

DI CHRIS WEDGE. ANIMAZIONE. USA 2013

Un'adolescente viene trasportata nel cuore di una foresta in cui si sta svolgendo una battaglia tra le forze del bene e le forze del male. FAST AND THE FURIOUS 6

DI JUSTIN LIN, CON VIN DIESEL, DWAYNE 'THE ROCK' JOHNSON. USA 2013

Dominic Toretto e Brian O’Conner tornano a colpire e si spostano in Europa, tra Londra e Berlino. L'agente Luke Hobbs sarà ancora sulle loro tracce e stavolta la banda avrà un nuovo rivale, la cui gang entrerà in scena per conquistarsi il bottino di una spettacolare rapina. NERO INFINITO

Nakashima, noto soprattutto per il coloratissimo Kamikaze Girls, film simbolo del genere kawaii («carino», «colori pastello»), è considerato un maestro del genere. Confessions rappresenta un drammatico cambiamento di rotta, annegato in un’atmosfera opprimente e cupamente monocromatica. Rispetto alle deflagrazioni visive dei suoi film precedenti, si muove all’interno di uno spettro cromatico teso esclusivamente fra il nero più minaccioso e il grigio più asfissiante. Come in una variante da incubo del classico schema Rashomon, Confessions mette in scena la vendetta di un’insegnante ai danni della sua scolaresca convinta che fra i suoi studenti si celino gli assassini di sua figlia, una bambina di quattro anni. (g.a.n.) EFFETTI COLLATERALI
DI STEVEN SODERBERGH, CON JUDE LAW, CHANNING TATUM. USA 2013

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Al centro c’è Roma città del cinema che Sorrentino esibisce nelle luci e nelle ombre quasi un’estetica da cartolina popwarohliana o da manuale per turisti stupefatti. Qual è la Bellezza che cerca con la magniloquenza esibita fino allo sfinimento virtuosistico della sua macchina da presa? Non sono più i tempi della Dolce vita e Roma non è più la città del cinema anche se il cinema si fa sempre a Roma ed è quel cinema che Sorrentino cerca, o meglio la sua immagine svuotata come una specie di parco a tema. Fellini i suoi personaggi li amava, mentre Sorrentino dichiara un’algida distanza da loro e dagli attori che li interpretano e soprattutto lui non si mette mai in gioco. (c.pi.) IL GRANDE GARSBY (3D)

Da Milos Forman a Francis Bacon
I NEED YOUR LOVE
Uk, 2013, 3’47”, musica: Calvin Harris con Ellie Goulding, regia: Emile Nava, fonte: Mtv

DI BAZ LUHRMANN, CON LEONARDO DICAPRIO, CAREY MULLIGAN. USA 2013

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Giunto alla terza edizione, «00176 Pigneto Città Aperta» torna a riempire le strade dello storico quartiere romano dal 24 al 26 maggio con una rassegna promossa dal collettivo Trauma Studio e dedicata alla produzione artistico-culturale e alla promozione del territorio. Il nome dato alla manifestazione ha un preciso riferimento storico, sottolineano gli organizzatori: lo status di «Città Aperta» veniva dato in situazioni di pericolo a quelle città che si decideva di cedere al nemico, pur di non farle diventare campo di battaglia. Si evitava così che venissero devastate e distrutte dai combattimenti, cedendole a una forza di occupazione. In questo caso «il Pigneto è già stato ceduto e i suoi occupanti sono speculatori senza scrupolo. Come Trastevere e San Lorenzo prima, ora è il Pigneto che rischia di perdere la sua forte identità per diventare uno sterile divertimentificio. E la soluzione ai disagi e ai disordini dovuti a questa trasformazione, sembra essere la militarizzazione del quartiere, le ordinanze estive e un clima da coprifuoco che alimenta soltanto la cultura della paura». La risposta è promuovere creatività e aggregazione in risposta al consumo: laboratori e gallerie d’arte, librerie e occupazioni, circoli e associazioni, locali che offrono una socialità diversa e propongono un commercio sostenibile saranno la cornice dell’evento. Esposizioni e spettacoli teatrali, presentazioni libro e fumetto, workshops e dibattiti, concerti e dj-sets, orchestrati seguendo il principio dell’autogestione e dell’autofinanziamento per una tre giorni di arte, musica, spettacolo e cultura, ad accesso gratuito.

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DI GIORGIO BRUNO, CON FRANCESCA RETTONDINI, ITALIA 2013

Dora Pelser è una scrittrice di successo e i suoi libri sono tra i thriller più amati dai lettori, ma nella piccola città meridionale della scrittrice un misterioso serial killer li prende a ispirazione per uccidere secondo le descrizioni degli omicidi. Sulla sua identità indagano due poliziotti, l'ispettore capo Elena D'Aquino e l'ispettore Valerio Costa. Le indagini convergono su Leo, un barista con la passione per le videoriprese. UNA VITA DA SOGNO

L’elemento oscuro che l’intreccio promette si perde nella commistione consueta di generi, il genere psichiatrico innestato sulla detective story, più il film di denuncia contro le case farmaceutiche genere tenuto ben sotto controllo per non far perdere proventi e nella necessità di confezionare un prodotto rassicurante. Infatti, tranquilli non di devastanti effetti collaterali a causa di medicinali si tratta (non siamo nei pressi di Michael Moore), ma come sempre di quell’inafferrabile mostro senza volto che è la finanza (condita di misoginia). (s.s.) ESTERNO SERA

Il 3D non aiuta e il libro è famoso per la sua brevità (180 pagine) quanto il film è lungo (2 ore e 23 minuti). Luhrman cita diligentemente Fitzgerald ma gli sfugge la radicalità tranchant, la limpidezza di visione del romanzo e, cosa principale la sua tragica, meravigliosa «americanità». Leonardo DiCaprio è un Gatsby molto più riuscito, complesso di quanto non furono i suoi Edgar J. Hoover e Howard Hughes, più dolorosamente fitzgeraldiano, internamente diviso di quello timidamente introspettivo di Redford. (g.d.v.) A LADY IN PARIS

Il video simula le riprese che ciascuno si fa con la videocamera di uno smartphone. Protagonisti sono una coppia di giovani innamorati (lo stesso Calvin Harris e una ragazza bionda), nonché una serie di altri giovani, che si divertono tra spiagge, sale da biliardo e discoteche. Riprese grandangolari, mosse, controluce, anche se Nava sta sempre ben attento al glamour. Un tempo le sequenze di I Need Your Love sarebbero state in stile home movie e cioè a bassa definizione, mentre oggi – con la perfezione tecnologica ormai a portata di tutti –, tutto è ad alta risoluzione. Ma anche più fasullo e senz’anima. VAGABOND

LA SALUTE MENTALE
LO SPIRAGLIO
FESTIVAL DELLA SALUTE MENTALE ROMA, CASA DEL CINEMA, 31 MAGGIO - 1 GIUGNO

Usa, 2011, 3’22”, musica: Beirut,regia: Sunset Television, fonte: Youtube

DI ILMAR RAAG, CON JEANNE MOREAU, LAINE MAGI. FRANCIA 2013

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DI BARBARA ROSSI PRUDENTE, CON VALENTINA VACCA, EMILIO VACCA. ITALIA 2011

DI DOMENICO COSTANZO, CON EUGENIA TEMPESTA, ALESSANDRO PACI. ITALIA 2013

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Una commedia sul gioco degli equivoci condita con una buona dose d'ironia e arti marziali. Il protagonista infatti si finge quello che non è per cercare di conquistare una bella ragazza... Ma anche lei a sua volta fa la stessa cosa. E quindi inizia una girandola di situazioni inaspettate ed esilaranti... AMARO AMORE

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DI FRANCESCO HENDERSON PEPE, CON ANGELA MOLINA, AYLIN PRANDI. ITALIA 2013

L’isola di Salina con la trasparenza del mare e le coste scoscese, un porto, i belvedere e i campi coltivati: una cornice per narrare un intreccio quanto mai confuso fino a toccare tematiche di incesto e omosessualità quasi a non voler lasciare niente di intentato. Francesi, greci, spagnoli, siciliani incontrano le loro vite e non sempre il semplice flusso turistico serve a spiegare tutto questo esplodere di fisicità. (s.s.)

Il personaggio attorno a cui ruotano tutti gli altri è Alba, ragazza del casertano inquieta e spericolata al limite del delirio, come correre di notte fra le macchine per scommessa. L’incontro dopo tanti anni con un cugino venuto da Milano rimette in moto sentimenti sopiti, ma un segreto coinvolge tutta la famiglia e ha reso malati i rapporti. Interpretazioni tese, abbastanza allusivi gli avvenimenti, ed esplicitati infine nel momento meno adatto, con una musica portante di esagerata presenza che sottolinea i momenti drammatici o di grave tensione non meglio raccontati. Premio Solinas alla sceneggiatura, film d’esordio con una certa personalità, incipit interessante e finale discutibile. (s.s.) FIAMME DI GADDA

Il cinema estone è poco conosciuto e questo esempio di coproduzione ce ne dà un assaggio, scarno tentativo di approccio con il mondo occidentale rappresentato da Jeanne Moreau che gioca a fare l’anziana signora dallo splendido passato e che ora ha bisogno di un’accompagnatrice. Anne, estone come lei, arriva dal suo villaggio e fa di tutto per toglierle dalla testa pensieri suicidi. Più ricco il fuoricampo di quello che viene messo in scena, da lontani ricordi letterari, a un paese lasciato alle spalle, alla giovinezza irrimediabilmente finita. Non futile, anche se corre su binari tranquilli. (s.s.) MI RIFACCIO VIVO

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Soldati, marinai, nurse e infermiere ballano insieme in un ampio locale freddo e marmoreo. Siamo negli Stati Uniti o in qualche paese dell’Est Europa degli anni Sessanta? Ad accompagnare le danze sono naturalmente i Vagabond, la band capitanata da Z.F. Condon. Girato in bianco e nero, questo notevolissimo video, autentico e poetico, ricrea volutamente le atmosfere velate di tristezza di tanta nouvelle vague e in particolare ai film della Nova Vlna di Milos Forman. Nel finale, però, uomini e donne esibiscono lo striscione con la scritta «Spring has Risen», allusione in particolare alla primavera praghese o, più in generale, un inno alla vita? Il singolo è incluso nell’album The Rip Tide. SIJMADICANDHAPAJIEE

Promosso da Roma capitale dipartimento salute mentale, Asl rma – Roma Centro e Fondazione Roma Solidale onlus, Lo Spiraglio FilmFestival della salute mentale vuole avvicinare il pubblico a queste tematiche attraverso audiovisivi (scelti tramite bando aperto a tutti) dedicati all’argomento, corti, medi e lungometraggi (tra gli altri da segnalare Antonio+ Silvana=2 di Vanni Gandolfo, Simone Aleandri e Luca Onorati) giudicati da una giuria di addetti ai lavori. Venerdì 31 si tiene il convegno «Gruppi di famiglie in un interno. Famiglie che ammalano e famiglie che curano» moderato da Federico Russo (direttore scientifico del festival) e Franco Montini (direttore artistico) con interventi di Andrea Narracci, Donatella Pacelli, Mario Sesti, Daniele Luchetti. Sabato 1 giugno il tema è «Film Treatment, La cura delle immagini/Le immagini della cura» (coordinano Jacopo Mosca e Giuseppe Tancorre) con Davide Manghi, Alessandra Devoto, Pompeo Martelli, Mauro Raffaeli, Santo Rullo. Nella serata sarà presente Alba Rohrwacher a cui è stato assegnato il Premio speciale «Lo Spiraglio» in particolare per la sua interpretazione di La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo e Il papà di Giovanna di Pupi Avati.

IL VIAGGIO
PISTOIA DIALOGHI SULL’UOMO
PISTOIA, 24-26 MAGGIO

DI SERGIO RUBINI, CON NERI MARCORé, LILLO, EMILIO SOLFRIZZI. ITALIA 2013

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Minnelli? Blake Edwards? Capra? In questo un po' pasticciato, ma carinissimo film l'ispirazione viene applicata al cinema fantastico dello stesso Rubini, che ci aveva dato un piccolo gioiello come L'anima gemella, dove già c’erano scambi di personalità e di corpi, trova la sua chiave di messa in scena grazie a gran parte dei nostri migliori attori brillanti, che il regista riesce a dirigere alla perfezione. Così, anche se il copione ha qualche pecca, la commedia è gradevole (m.gi.) NO I GIORNI DELL’ARCOBALENO

Italia, 2007, 3’,musica: Avion Travel con Paolo Conte e Gianna Nannini,regia: Giuseppe Ragazzini, fonte: Youtube

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DI MARIO SESTI. CON MAURIZIO BARLETTA, SERGIO RUBINI. ITALIA 2012

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BENUR - UN GLADIATORE IN AFFITTO
DI MASSIMO ANDREI, CON NICOLA PISTOIA, PAOLO TRIESTINO. ITALIA 2012

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Le caratteristiche che hanno fatto apprezzare Andrei nel suo film d’esordio Mater Natura alla Settimana della critica di Venezia, qui ci sono tutte, la propensione al pop

Maurizio Barletta critico teatrale e scrittore rievoca in dettaglio il tragitto che compiva lo scrittore soprattutto la domenica, da piazza Cavour a piazza Mazzini con la pausa canonica in pasticceria, Sergio Rubini recita testi originali che raccontano la vita dell’«Ingegnere» - sogno di ordine del mondo -, scrittori commentano, Pino Calabrese recita «L’incendio di via Keplero» al Valle occupato. Foto e filmati inediti, musiche originali di Teo Teardo. Per fermare l’onda, l’energia inaudita della sua scrittura, l’incognita della sua personalità. (s.s.)

DI PABLO LARRAIN, CON GAEL GARCIA BERNAL, ALFREDO CASTRO. CILE 2012

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Larrain chiude la sua trilogia sulla dittatura in Cile. Si chiedeva con un plebiscito al popolo se votare Sì o No a Pinochet e la campagna per il No sembrava persa perché era evidente che intimidazioni e brogli avrebbero avuto la meglio. Nei 15 minuti concessi in tv a notte fonda passa per la prima volta il pensiero dell’opposizione: la lotta clandestina dei cineasti, anche di quelli che durante la dittatura lavoravano in pubblicità oltre che nella controinformazione emerge nel film con forza liberatoria e stile trascinante. (s.s.)

Come per Elisir anche per questo brano di Paolo Conte dal titolo impronunciabile, l’animatore Giuseppe Ragazzini si inventa un videoclip basato sulla tecnica del collage. Stavolta vi sono più invenzioni e citazioni (da Leonardo da Vinci a Francis Bacon): i componenti della «piccola orchestra» sono sagome ritagliate dai movimenti minimali. Il lip synch è pronunciato dal particolare di una bocca incorniciata e sovrapposta al volto del cantante degli Avion Travel, Peppe Servillo. Una tecnica non certo nuova per i clip, ma lo stile di Giuseppe Ragazzini è davvero notevole.

Quarta edizione deL festival di antropologia del contemporaneo ideato e diretto da Giulia Cogoli e promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia. Il filo conduttore di quest’anno è «L'oltre e l'altro. Il viaggio e l'incontro» con una ventina di incontri, con intellettuali italiani e stranieri che approfondiranno il tema del viaggio. Nel programma di oggi: la giurista Eva Cantarella su «La curiosità di Erodoto», Folco Quilici («28 giorni per arrivare in Polinesia»), Arjun Appadurai («Nuovi viaggi immaginari»), Claudio Magris («Il viaggio: andata o ritorno?», Giuseppe Battiston legge Kapuscinski (teatro Manzoni, ore 21.30). Domani, tra gli altri ci sarà Erri De Luca a piazza del Duomo con «6 km all’ora» l’andatura di un passo d’uomo su un terreno piano (ore 18.30) e Vinicio Capossela al teatro Manzoni (ore 21) con «Antropotiko Tefteri, canzoni per un’odissea intorno all’uomo», i conti in sospeso dell’uomo, dal viaggio di Ulisse in poi. Una mostra fotografica a cura di Luciana Senna che si tiene nelle Sale Affrescate di Palazzo comunale aperta fino al 7 luglio racconta un secolo di vacanze e viaggi nelle fotografie storiche del Touring.

IL TEATRO
INVENTARIA
ROMA, TEATRO DELL’OROLOGIO, FINO AL 2 GIUGNO

MAGICO

Diciotto compagnie in mostra nella terza edizione del festival «Inventaria», direttore artistico Pietro Dattola, con tre sezioni in concorso in due sale (la Grande e la Gassman): spettacoli, monologhi/performance, corti teatrali. Focus del Festival è la drammaturgia contemporanea (comprensiva delle sue forme più moderne, come quelle del teatro-danza, delle partiture fisiche, della sperimentazione, ecc.). In programma tra gli altri Padroni delle nostre vite di Ture Magro ed Emilia Mangano, Frammenti di Frida di Maria Elena Germinario (sugli ultimi giorni di vita di Frida Khalo), Dove abito io, scritto e diretto da Giacomo Fanfani. Ci sarà per la sezione monologhi la prima romana di Foto di bordello con Nanà di Enzo Moscato con la regia di Giancarlo Guercio (26 maggio ore 20.30), la prima nazionale di Nothing personal un progetto di Francesca Viscardi Leonetti, interpretato da Amalia Gré, tratto da La Fanciulla di Roman Polanski. Il 2 giugno appuntamento con Il mio nome è Bohumil (nella foto) di Jacob Olesen, regia di Giovanna Mori con Giovanna Mori, Francesco Di Branco (ore 21.30), sulla vita del grande scrittore boemo, altrettanto surreale dei suoi scritti e che ha ispirato i film del regista Jiri Menzel. (s.s.)

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ALIAS 25 MAGGIO 2013

di JESSICA DAINESE

Vi è mai capitato di acquistare un disco senza conoscerne minimamente il contenuto musicale, incantati da una copertina particolarmente bella, o da un packaging originale? Da vinili colorati, picture disc, copertine pop-up o illustrate da celebri artisti, così favolose da meritare di essere esposte come opere d'arte (in apposite cornici per ellepì, in vendita anche all'Ikea)? Il disco (soprattutto il vinile e non il cd, per una questione di dimensioni), è stato infatti spesso non solo un supporto musicale, ma anche un oggetto di «pop art». Ma cosa riserva il futuro alle nostre tanto amate cover? Ci sarà ancora bisogno di loro una volta che la musica sarà pubblicata esclusivamente in formato digitale? Spariranno o si trasformeranno in qualcosa di diverso? Considerato il profondo legame tra la musica pop e il mondo dell'immagine, probabilmente ci sarà sempre qualcosa di visivo che accompagnerà i file musicali: magari delle gif animate, o dei video interattivi, chi lo sa. Per il momento le copertine dei dischi hanno ancora un ruolo importante, grazie anche alla continua ascesa del mercato del vinile. Inizialmente, le copertine non avevano immagini. Erano, nella maggioranza dei casi, semplici buste di carta a protezione del disco. A partire dagli anni Cinquanta le case discografiche le trasformano in strumenti di marketing, ma rimangono per lo più «generiche» fino alla fine degli anni Sessanta. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles (1967) inaugura l'era delle copertine artistiche. È anche grazie alla sua acclamata e imitata copertina, progettata dagli artisti pop inglesi Peter Blake e Jann Haworth, che è diventato uno degli album più significativi dell'epoca. Nel 1967 i Velvet Underground pubblicano il loro album di debutto The Velvet Underground & Nico, con la celebre copertina disegnata da Andy Warhol: su uno sfondo bianco, un adesivo raffigurante una banana gialla, e la scritta «Peel slowly and see». Chi rimuoveva l'adesivo trovava sotto il disegno di una banana rosa. Tra le copertine più note realizzate in collaborazione con celebri artisti visivi ricordiamo poi Cheap Thrills dei Big Brother & The Holding Company (1968, artwork del fumettista Robert Crumb), Patti Smith (Horses, 1975, foto di Robert Mapplethorpe), Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols (1977, copertina realizzata dall'artista inglese Jamie Reid), la controversa copertina di Appetite for Destruction dei Guns N' Roses (1987, un dipinto di Robert William), Goo dei Sonic Youth (1990, copertina di Raymond Pettibone), Dangerous di Michael Jackson (1991, copertina dell'artista pop-surrealista Mark Ryden) e più recentemente (dal 1998) i lavori di Jamie Hewlett per i Gorillaz. In Italia, Andrea Pazienza ha disegnato, tra l'altro, copertine per Roberto Vecchioni (Robinson, 1979; Montecristo, 1980; Hollywood Hollywood, 1982; Il grande sogno, 1984), Pfm (Passpartù, 1978), Enzo Avitabile (S.O.S. Brothers, 1986). Hugo Pratt ha illustrato Mari del Sud di Sergio Endrigo (1982), Milo

Manara Tango dei miracoli di David Riondino (1987) e La grande avventura di Riccardo Cocciante (1988), Guido Crepax Come sei bella de I Camaleonti (1973) e Per una donna di Massimo Ranieri (1975), Altan Noir di Enrico Rava (1996), Tanino Liberatore The Man from Utopia di Frank Zappa (1983). Per quanto riguarda l'ultimo decennio, meritano una citazione le numerose copertine disegnate da Alessandro Baronciani, che hanno forgiato una certa estetica indie italiana (Altro, Bugo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Baustelle). Significativa è anche la produzione di Davide Toffolo, fumettista, illustratore ma anche musicista (Tre Allegri Ragazzi Morti). Ricordiamo inoltre le copertine di Igort per i Rio Mezzanino (Economy with Upgrade, 2008), Gipi per Le Luci della Centrale Elettrica (Canzoni da spiaggia deturpata, 2008), David Diavù Vecchiato per Luca Sapio (Who Knows, 2012), Otto Gabos per Marco Rovelli (LibertAria, 2009), Ericailcane per Comaneci (You a Lie, 2009). Di musica e illustrazione abbiamo parlato con Tanino Liberatore, Alessandro Baronciani, Davide Toffolo ed Erica Calardo. Tanino Liberatore Vero nome Gaetano Liberatore, nato a Quadri, nel 1953, è fumettista, illustratore e pittore. È celebre soprattutto per il personaggio Rank Xerox (poi Ranxerox), ideato dall'amico Stefano Tamburini e disegnato inizialmente da Tamburini con la collaborazione di Andrea Pazienza e Liberatore. Dal 1980 Liberatore ne diventa il disegnatore ufficiale. Nel 1980 esce il primo numero di Frigidaire, rivista di fumetti, musica, inchieste giornalistiche ed altro fondata da Liberatore insieme a Vincenzo Sparagna, Tamburini, Filippo Scòzzari, Pazienza e Massimo Mattioli. Dal 1982 vive e lavora in Francia. Fanatico di musica, soprattutto americana e inglese, dal 1974 al 1978 disegna copertine di dischi per la Rca italiana. «Le copertine che ho realizzato per la Rca non erano copertine con un concept, come quella che ho creato in seguito per Frank Zappa», afferma. «A volte me le chiedevano la mattina e dovevo consegnarle il pomeriggio, per cui non erano molto studiate. Le copertine più elaborate tra quelle che ho creato per l'Rca furono quelle realizzate per I Lupi e Agnese dolce Agnese di Ivan Graziani». Nel 1983 realizza la copertina dell'album The Man from Utopia di Frank Zappa. Una ragazza si presenta da Zappa come giornalista, con in mano una copia di Ranxerox. Al musicista piace il fumetto e fa contattare Liberatore e Tamburini. «All'inizio voleva fare addirittura una storia a fumetti su tutto il suo tour italiano, che è stato una tragedia per lui», ricorda divertito Liberatore,

«ma poi si è fatta solo la copertina. Zappa voleva metterci dentro tutto quello che gli era successo: le zanzare, gli organizzatori che pensavano più a sniffare coca che a organizzare... Siccome non amo le copertine in cui ci sono troppi elementi, gli ho proposto di occuparmi io del davanti, e nel retro avrei messo tutto quello che voleva lui. Quindi ho fatto lo schizzo della copertina e ci ho messo questo cazzo di ammazza mosche. Mi sembrava troppo, così l'ho sgommato. Ma sai, con la gomma non va mai via tutto... Lui l'ha visto e ha detto: perché l'hai tolto? Con Zappa è stato fantastico, si è instaurato veramente un buon rapporto, penalizzato purtroppo dal fatto che non parlo inglese». Tanino riesce a incontrare un altro dei suoi idoli musicali, Miles Davis, ma sfortunatamente la collaborazione non si concretizza, per colpa di «intermediari poco simpatici». «Miles Davis andò al Nancy Jazz Festival qui in Francia», racconta l'artista, «e quell'anno avevo disegnato io il manifesto. C'era una nera un po' strana con uno strumento inventato, una specie di sassofono. Davis vide questo disegno e si fece procurare gli altri miei lavori. Poi ha voluto incontrarmi e mi ha detto: 'guarda che cosa ho disegnato da quando ho visto i tuoi lavori'. Aveva iniziato a disegnare solo fiche e cazzi (ride, ndr). Il fatto è che nel mio lavoro, soprattutto Ranxerox, di fiche e cazzi ce ne sono pochissimi. Evidentemente è il modo in cui disegno che fa venire a galla... l'allupato sessuale che sono...». Non è invece mai riuscito ad incontrare il suo terzo mito musicale, Robert Wyatt, né a collaborare con lui. Anche se, alla fine degli anni Settanta, realizza un manifesto ispirato alla sua musica: «Era un ritratto di Wyatt, e sopra ci stavano degli insetti iperrealisti che si muovevano. Tutto questo muovere di insetti era ciò che mi evocava la musica di Robert Wyatt all'epoca. Ho regalato questo manifesto a Tamburini, che poi aveva bisogno di qualcuno di quegli insetti e l'ha fatto a pezzi. Mi sono incazzato forte!». Più recentemente, Tanino realizza copertine per i dischi di Pacifico (Dolci frutti tropicali, del 2006) e The Bloody Beetroots (Romborama, 2009). Di quest'ultimo racconta: «Bob (Sir Bob Cornelius Rifo, alias The Bloody Beetroots, ndr) era un ragazzino dalle idee molto chiare quando abbiamo fatto il primo disco. Da allora è diventato una star. Ho finito proprio ora di disegnare la seconda copertina per lui. Davanti c'è lui, con una mezza Lubna (personaggio di Ranxerox, ndr), si basa su una copertina di Ranxerox ma modificata, invece dietro ci sono tutti i personaggi che hanno partecipato al disco, tra cui Paul McCartney, Tommy Lee, Peter Frampton. L'uscita del disco è prevista per settembre». Chiediamo a Tanino che senso ha oggi, per lui, l'artwork dei dischi. «Non lo so. Bisogna dire che c'è questo mercato parallelo del vinile che si è riaperto, ma comunque è sempre una nicchia. Diciamo che i presupposti e le necessità sono diverse. Mentre il 33 giri era abbastanza grande e potevi sviluppare un certo tipo di discorso,

di disegno, adesso bisogna trovare quel quid... tipo un logo, un'immagine che salti all'occhio in mezzo a questa marea di immagini e informazioni che abbiamo sullo schermo del computer». Dopo aver lavorato per un lungo periodo «con il computer», da qualche anno Liberatore è «tornato all'analogico». «Sto lavorando su grandi dimensioni (esattamente il contrario di quanto facessi prima)», racconta, «olio e carboncino sono i medium che utilizzo di più in questo momento. Sto cercando di passare dall'illustrazione alla pittura e non è una cosa così scontata». Davide Toffolo Nato a Pordenone nel 1965, Davide Toffolo è fumettista, cantante-chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti e titolare dell'etichetta indie La Tempesta. Tra gli artisti che l'hanno inspirato nel corso della sua vita cita Stan Lee, Magnus, Moebius, Paz (Andrea Pazienza, ndr), Scòzzari, Liberatore, Crumb, Burns, i fratelli Hernandez, Tezuka e tanti altri. Afferma di aver sempre amato «i

disegnatori di fumetti, o meglio i loro segni nelle copertine dei dischi. Crumb, Charles Burns per Iggy Pop (Brick by Brick, ndr), Paz, Liberatore. Perché, come la musica, anche i segni hanno dentro un mondo intero. Io ho disegnato poche copertine per altri, ma ho elaborato un immaginario complesso per i Tarm: cinquecento pagine di fumetti, il 'romanzo di fondazione' Cinque allegri ragazzi morti, tanti video in animazione, una decina di dischi, magliette e merce varia. E poi una maschera, che è la cosa più importante. Mi piacerebbe disegnare le copertine dei dischi di Giorgio Canali. Tutte. Magari lo farò quando ripubblicheremo tutta la discografia antologica. Le copertine sono una cosa delicata. Io non sono un grafico, per questo motivo molte intuizioni o disegni miei vengono poi sviluppati da grafici. Negli ultimi dischi questa collaborazione è stata con Alessandro Baronciani». Da pochi mesi è uscito il settimo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Nel giardino dei fantasmi, come sempre con una copertina

incantevole e originale. «La copertina concettualmente è stata immaginata da Enrico Molteni (il bassista dei Tarm, ndr)», racconta Toffolo. «Aveva in mente uno scorrimento in orizzontale per la versione da youtube, e da quello sono partito. Prima ho fatto un disegno lungo dove c'erano dentro fantasmi vari del nostro immaginario: dal Señor Tonto a Marcella, al Gorilla Bianco, fino a noi nella versione stilizzata di quest'anno. Il concept ormai era stabilito. Abbiamo deciso di assegnare un fantasma a ogni canzone, e di farle immaginare a Canedicoda, che in collaborazione con me ha realizzato i costumi dei fantasmi. A quel punto io li ho disegnati. Ma la copertina ha davvero preso la sua forma con l'arrivo di Alessandro (Baronciani, ndr), che con uno dei suoi colpi di genio ha ribaltato il lato di apertura dell'oggetto cd, così a quel punto la copertina è diventata proprio uno dei fantasmi, il disegno di noi tre. Ricapitolando: i disegni li ho fatti io, lo styling dei personaggi

INCONTRI ■ IL PROFONDO LEGAME TRA POP E MONDO DELL’IMMAGINE

L’arte perduta delle copertine. Illustrazioni per l’uso

ALIAS 25 MAGGIO 2013
esempio l'idea della copertina degli Afraid! è nata dalla email che mi ha mandato Andrea, il chitarrista. C'era scritto: 'Fai quello che ti pare. Cigno'. E quindi ho realizzato la copertina che si apriva a forma di cigno. Poi ho scoperto che 'cigno' era il soprannome di Andrea». Per Alessandro, le più belle copertine illustrate da artisti italiani sono state «quelle degli anni Ottanta di Pazienza e Liberatore. Fantastica quella realizzata per Zappa: ha disegnato un intero stadio pieno di gente, e li ha disegnati uno per uno, senza il computer! Se parliamo di scena punk-underground mi vengono in mente le copertine di Stiv Valli della T.V.O.R. Tra gli studi più interessanti oggi penso a Legno, che si occupa di grafica, di serigrafia, ma anche della tiratura di dischi in vinile. Quello che manca forse è un'etichetta discografica con un'idea di grafica coraggiosa, come lo furono la 4AD o la Dischord, di cui compravo i dischi anche e soltanto per la copertina». Qual è per Alessandro il futuro che spetta a queste piccole opere d'arte? «Chi lo sa? La copertina è stato un meraviglioso superfluo dell'età dei supporti. Certo l'iPod senza copertina del disco è triste». Il 15 aprile è uscito Raccolta, il suo nuovo volume a fumetti: «In questi anni avevo collezionato tantissime storie brevi che volevo chiudere in un libro. Sono racconti a fumetti molto diversi da quelli dei miei libri. Ma non trovavo un formato adatto. È stata la casa editrice, la Bao Publishing, a farmi venire in mente l'idea ultra pocket, quando mi hanno detto che avrebbero fatto uscire contemporaneamente la versione digitale. Sia su carta sia sull'iPhone, te lo puoi sfogliare con un dito e nello stesso formato». Piccola curiosità: il brano di Colapesce Quando tutto diventò blu (dall'album Un meraviglioso declino, 2012) è ispirato all'omonima graphic novel di Baronciani: «Forse nascerà una collaborazione», ci confida l'artista pesarese, «ma solo se mi fa passare le vacanze nella sua Sicilia». Erica Calardo Pittrice ed illustratrice, Erica Calardo (nata a Genova nel 1980) attualmente vive e lavora a Bologna. È co-fondatrice (con il compagno Paolo Clericuzio e Andrea Zita) dell'etichetta discografica indipendente Soupy Records (che produce soltanto 45 giri in vinile), di cui cura la grafica. Nata a Campobasso nel 2009, Soupy è, spiega la Calardo, «la sintesi delle nostre passioni/ossessioni. Io ho sempre amato l'arte, mentre Paolo e Andrea sono dj e collezionisti di vinile. Io leggevo Juxtapoz e

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In basso a sinistra un autoritratto di Erica Calandro; in alto a destra Erica Calandro con i suoi colleghi alla Soupy. Nelle due pagine alcune copertine di dischi create da Liberatore, Calandro, Baronciani e Toffolo. Sotto il titolo la celebre cover di «The Velvet Underground & Nico» ideata da Andy Warhol

Canedicoda, la grafica e i colori Baronciani». Progetti futuri? «Il prossimo progetto è una specie di salto mortale carpiato. Una mia autobiografia dove definitivamente divento un personaggio dei fumetti. La storia mia e del mio uccello. Un buon argomento di vendita. E poi sto lavorando alla raccolta di tutto il materiale grafico dei Ragazzi Morti, vent'anni nei quali tanti artisti hanno partecipato alla realizzazione di un immaginario unico». Alessandro Baronciani Nato a Pesaro nel 1975, Alessandro Baronciani lavora come grafico per Universal, Mescal e La Tempesta. Ha illustrato tutte le copertine degli Altro, il gruppo punk in cui suona la chitarra e canta, «e poi, partendo dalla provincia: Sprinzi, Camillas, Afraid!, Ronin, Ovo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Baustelle, Bugo, Sick Tamburo, Disco Drive, Perturbazione, Raein, e altre». Quella di cui è più orgoglioso è quella per i Baustelle (Cofanetto illustrato della giovinezza, 2010). «Mi è piaciuto come siamo arrivati alla copertina», racconta. «È stato il lavoro del grafico come me lo sono sempre immaginato, cioè tirare fuori, sistemare e fissare sulla carta le idee della band. La maieutica del grafico. Alle volte basta pochissimo. Ad Nell’immagine grande un’illustrazione creata per «Alias/ Ultrasuoni» da Alessandro Baronciani.

Hi-Fructose, innamorandomi dei dischi della Sympathy for the Records Industry (soprattutto) per le loro copertine. Paolo e Andrea sono cresciuti a suon di garage, soul e punk rock. Soupy è sintetizzata dal nostro logo, una zuppa di ramen stilizzata, in cui galleggiano dischi neri con label ciano, magenta e giallo... È il simbolo della nostra idea di fusione fra arte e musica: un piatto con ingredienti ben distinti fra loro la cui giustapposizione crea un sapore completamente nuovo. Quella di stampare solo dischi in vinile non è stata una vera scelta, non avremmo potuto fare altrimenti. Paolo e Andrea non hanno mai comprato cd. Per noi il disco è in vinile. Punto». Sul sito di Soupy Records si legge: «L’etichetta mira a fondere i

contenuti musicali con le arti figurative. Ogni copertina è affidata, infatti, ad artisti emergenti o poco conosciuti nel campo delle arti visive, per cercare di rendere ogni disco un oggetto d'arte a 360 gradi». Alla faccia degli anonimi e insipidi file audio! «Io e i miei soci siamo terribilmente all'antica», confessa Erica. «Nel mio studio si usano solo tecniche tradizionali. Il digitale è relegato a un ruolo di supporto. Le cose mi piace toccarle e annusarle, tenerle in mano, guardarle. Mi piace che un disco abbia una personalità individuale: non può e non deve trattarsi di una mera sequenza di 1 e 0 archiviata in un hard disk». Una produzione Soupy illustrata (meravigliosamente) dalla stessa Erica è You Better Find Out dei The Pamela Tiffins. «È punk rock puro! Ho ascoltato questo disco e ho pensato ad Hawah, la bimba con la mela, uno dei miei pezzi più 'in stile' con il pop surrealismo americano. Da Eva a Biancaneve c'è il filo rosso del principio femminile associato al male, al peccato e simbolizzato da una mela (in latino malum è male ed è mela), in questo caso candita: non sono così seria. Hawah è la mia riflessione sulla donna, sul femminile.

Una riflessione un po' polemica, e ho voluto associarla a una band che adoro, in cui convivono e hanno lo stesso peso il principio maschile e quello femminile». Ma Soupy non si limita alla produzione di deliziosi dischetti in vinile. «È un momento difficile per la piccola discografia indipendente», racconta Erica. «Ci dedichiamo moltissimo alla produzione di merchandising, ramo sicuramente più remunerativo: t-shirt, spillette, shopper». Molti di questi oggetti sono disegnati da Erica stessa, altri da artisti emergenti quali la pittrice Ania Tomicka, la fumettista Flavia Biondi, Alpe Tiffin e tanti altri. Per quanto riguarda il futuro prossimo di Erica, l'aspettano tante collettive e la sua «prima personale italiana: Festino Baroco (in autunno da Mondo Bizzarro Gallery, a Roma)».

Nell’era digitale hanno ancora senso le copertine dei dischi? Quattro disegnatori italiani raccontano le loro storie

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ALIAS 25 MAGGIO 2013

RITMI
sentimenti come paradigmi fondativi di identità e conoscenza. C’è ancora qualcuno che vede questa combinazione come un matrimonio esotico? No, probabilmente no, anche se penso che gli accademici in questo campo (come in altri) tendono a credere che ciò che importa di più musicalmente (così come per altre forme d’arte) sia l’interpretazione. Se si guarda al significato della musica specialmente se è opaco, ambiguo, ecc. - allora gli accademici hanno un compito in cui possono diventare esperti: lo svelamento del senso che in qualche modo è nel testo o nella performance. Se la musica è senza significato, cosa c’è allora da fare? Esteticamente gli effetti viscerali e emozionali della musica potrebbero essere più significativi del significato stesso della musica. Questi effetti pongono l’attenzione, un’attenzione inquietante, sulla soggettività e l’irrazionalità del gusto, considerazioni in cui gli accademici non sono necessariamente esperti. ●Il suo lavoro di musicologo è sempre stato guidato da un interesse, lessico e modo di vedere sociologico; la sua interpretazione dello stato della musica vive nel territorio liminale tra sociologia, filosofia e cultura materiale. Inoltre, la sua pratica è collocata all’ovvio incrocio tra musica e scrittura e per certi versi possiamo perfino aggiungere che la musica live è totalmente capita solo nella sua relazione con il pubblico (danzante). «Sociology of Rock», con il suo titolo, dà un chiaro esempio dell’interazione tra campi eterogenei di conoscenza; questa composizione eclettica aggiunge valore alla sua metodologia, è una risorsa, dà un’occasione in più al pubblico per comprendere, e per ultimo, è una potente reazione alla categorizzazione accademica che tende a favorire un irrealistico e utopico purismo. La sua biografia la dipinge come un uomo e professore impegnato politicamente; mi può dire qualcosa a proposito della sua relazione tra musica e politica nella sua vita e lavoro? Ho iniziato come marxista e continuo a credere che la cultura debba essere approcciata attraverso una comprensione dei significati e delle relazioni di produzione e con un’attenzione precisa all’ideologia e al discorso. Per me, ogni studio accademico coinvolge la politica e

L’autore de «La sociologia del rock» torna con un nuovo libro in cui spiega come concerti e eventi dal vivo generino da sempre ben più ricchezza della musica registrata
l’interesse nei dettagli del potere (nello studio di registrazione o allo stadio). Il mio approccio qui era senza dubbio condizionato dalle mie personali condizioni di produzione, le mie circostanze socio-storiche. La musica rock, per esempio, di cui mi sono sempre occupato con impegno da fan, giornalista e accademico, aveva le sue condizioni e assunzioni politiche che dovevo abbracciare. Ma la mia politica più che con istanze particolari ha avuto a che fare con un pensiero impegnato di fan, giornalista e accademico. Mi sono sempre interessato, per esempio per quanto riguarda le linee politiche musicali, dei modi in cui la preoccupazione accademica per il metodo e per l’evidenza potesse avere un effetto pratico. Questo ha significato, forse ironicamente, che sono sempre stato più interessato a capire (piuttosto che a denunciare) l’industria musicale, come anche a vedere il ruolo accademico come quello di un cittadino rappresentante di idee e pratiche piuttosto che dalla prospettiva di un interesse industriale (nelle discussioni sul copyright, per esempio). La musica è stata, in un certo senso, la materializzazione della mia ideologia politica: un utopismo pratico.

INTERVISTA ■ ESCE « THE HISTORY OF LIVE MUSIC IN BRITAIN, VOL. 1»

Simon Frith, un utopista pratico al cuore del rock
di ERICA DOLCINI

Dalle pagine di Rolling Stone e Creem negli anni Settanta, passando per NewStatesman e Observer, una pungente e prolifica critica ha sempre contraddistinto il lavoro di Simon Frith, professore che attualmente dirige il dipartimento di musica dell’Università di Edimburgo e che dal 1992 presiede la giuria dei Mercury Music Prizes. Giornalista e sociologo musicale, Frith si è sempre dedicato all’analisi di ciò che solitamente viene sentito più che spiegato. I suoi primi articoli pubblicati furono recensioni su Gene Vincent e Small Faces; ora, ha da poco dato alle stampe il primo di tre volumi sulla musica live in Gran Bretagna dagli anni Cinquanta a oggi.

●L’obiettivo di «The History of Live Music in Britain» è descrivere le relazioni tra musica, business e i vari posti di aggregazione pubblica nati e sviluppatisi dal 1950 a oggi. Da quale teoria o circostanza è nato il libro? Il libro sulla musica live è nato da una considerazione che ci è apparsa sempre più stringente: gli studi sulla musica pop (e le sue storie sociali) tendevano a dare per scontato che l’industria musicale post-bellica significasse ‘l’industria della musica registrata’. Alla fine del XX secolo questa opinione fu messa in dubbio Qui accanto gli Small Faces, sopra un evento live, la copertina del libro e un ritratto di Simon Frith

dal cambiamento tecnologico (la digitalizzazione fu sinonimo di ‘crisi’ per le industrie discografiche a quel tempo, quando il business globale della musica live, Live Nation, si stava costruendo) ma ha anche significato ignorare la realtà delle vite dei musicisti (la maggior parte dei musicisti guadagna più dalle performance live che dai diritti ricavati dalle vendite degli album). Nel 2003 io e Martin Cloonan siamo stati coinvolti in un progetto che voleva tracciare uno schema dell’industria musicale scozzese. È stato ciò che abbiamo trovato (ossia che il settore della musica live in Scozia era molto più significativo economicamente rispetto al settore della registrazione) a portarci a sviluppare un progetto che guardasse alla storia della musica post-bellica in Gran Bretagna dalla prospettiva dei promotori di musica live, piuttosto che da quella delle industrie discografiche. ●In «Performing Rites», libro del 1998, lei distingue tra le «ponderate visioni dei critici» e la cosiddetta «critica da conversazione»; le prime sarebbero sinonimo di profonde analisi, mentre la seconda è ciò che avviene con molta probabilità al bar, dove in genere si è meno attenti alle parole che si usano e non si è particolarmente impegnati nel giustificare i propri gusti. Nonostante ciò, molti fan formano e sviluppano le proprie opinioni musicali chiacchierando al bar. Nel suo lavoro la parola «valore» compare molte volte in contesti differenti. Quale pensa sia il valore di una «critica da conversazione»? Per tutti i fan (di tutti i generi musicali) il valore della critica da conversazione è ovvio. È essenziale alla creazione di comunità musicali -

che sono, in essenza, comunità discorsive. È il setting in cui le opinioni prendono forma, i termini critici si raffinano, l’evidenza viene testata. La domanda è se i critici dovrebbero essere o sono fan di questo tipo. In una cultura pop la risposta è probabilmente sì. Il blog, per esempio, ha avuto un effetto interessante sulla conversazione critica. La migliore critica rock ai nostri tempi è scritta in forma di blog, ma da critici affermati. Blogger come Simon Reynolds e Richard William, per esempio, sono figure autorevoli oggi (con un forte senso della tradizione critica) così come quando scrivevano esclusivamente per giornali e magazine, ma i loro lettori ora possono rispondere direttamente, individualmente e spesso immediatamente. Un intervento che di solito si presenta non come una risposta, ma come un modo per continuare la conversazione. ●Il suo lavoro combina musica e accademia, istintività e note a piè di pagina, emozioni e critica; discutere analiticamente di musica rock non è solo la conferma di una cultura dalla natura ibrida, senza distinzioni dicotomiche tra alto e basso, ma è anche epitome dei

ON THE ROAD
My Bloody Valentine
L'atteso ritorno della band shoegaze irlandese che con il loro sound hanno influenzato centinaia di gruppi negli ultimi trent'anni. Bologna LUNEDI' 27 MAGGIO (ESTRAGON) Ciampino (Rm) MERCOLEDI' 29 MAGGIO
(ORION)

A CURA DI ROBERTO PECIOLA CON LUIGI ONORI ■ SEGNALAZIONI: rpeciola@ilmanifesto.it

King Tuff
Nome d'arte di Kyle Thomas, già nei Witch di J Mascis. Garage rock'n'roll stile anni Sessanta. Marina di Ravenna (Ra) GIOVEDI'
30 MAGGIO (HANA-BI/BEACHES BREW, CON BEACH FOSSILS, CHRIS COHEN E ALTRI) Roma VENERDI' 31 MAGGIO (MUZAK)

Bruce Springsteen & The E Street Band
Torna il rocker «born in the Usa». Padova VENERDI' 31 MAGGIO (STADIO
EUGANEO)

How to Dress Well
Il progetto tra experimental pop e r'n'b del musicista tedesco Tom Krell. Marina di Ravenna (Ra) LUNEDI'
27 MAGGIO (HANA-BI-BEACHES BREW) Roma MARTEDI' 28 MAGGIO (CIRCOLO DEGLI ARTISTI, CON DEPTFORD GOTH) Milano MERCOLEDI' 29 MAGGIO (VIDEO SOUND ART FESTIVAL)

Dinosaur Jr.
Torna, in formazione originale, una delle band più importanti del rock alternativo americano. Torino SABATO 25 MAGGIO (HIROSHIMA
MON AMOUR) Mosciano S. Angelo (Te) DOMENICA 26 MAGGIO (PIN UP) Roma LUNEDI' 27 MAGGIO (BLACKOUT)

Grizzly Bear
La band di Brooklyn fra post rock, elettronica e psichedelia. Milano MARTEDI' 28 MAGGIO (ALCATRAZ)

Peter Murphy
Torna uno dei miti del dark anni Ottanta, leader dei Bauhaus. Ciampino (Rm) DOMENICA 26 MAGGIO
(ORION)

Deptford Goth
Elettropop d'ambiente per l'inglese Daniel Woolhouse. Roma MARTEDI' 28 MAGGIO (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI, CON HOW TO DRESS WELL)

Kasabian
Una realtà consolidata del pop rock inglese. Milano GIOVEDI' 30 MAGGIO (PIAZZA DUOMO)

Milano LUNEDI' 27 MAGGIO (MAGAZZINI
GENERALI)

Seapony
Indie pop virato verso lo shoegaze pre la band di Seattle. Milano MERCOLEDI' 29 MAGGIO (OHIBO') Padova GIOVEDI' 30 MAGGIO (SUMMER
STUDENT FESTIVAL)

Big Country
Torna la band new wave anni Ottanta scozzese, con Mike Peters (ex Alarm) al posto dello scomparso leader Stuart Adamson. Milano MARTEDI' 28 MAGGIO (TUNNEL)

Green Day
In Italia la pop punk band Usa. Trieste SABATO 25 MAGGIO (PIAZZA UNITA'
D'ITALIA)

Liars
Il punk-funk della band newyorkese vira anche verso la psichedelia estrema. Roma LUNEDI' 27 MAGGIO (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI)

Chris Cohen
L'ex batterista degli Ariel Pink's Haunted Graffiti presenta il suo primo album. Marina di Ravenna (Ra) GIOVEDI'
30 MAGGIO (HANA-BI/BEACHES BREW, CON BEACH FOSSILS, KING TUFF E ALTRI) Carpi (Mo) VENERDI' 31 MAGGIO (MATTATOIO)

Dirty Beaches
Lo-fi e rockabilly per il musicista taiwanese di origini e canadese di adozione Alex Zhang Hungtai. Marina di Ravenna (Ra) MARTEDI'
28 MAGGIO (HANA-BI-BEACHES BREW) Roma MERCOLEDI' 29 MAGGIO (CIRCOLO DEGLI ARTISTI)

Verona MARTEDI' 28 MAGGIO (INTERZONA) Torino MERCOLEDI' 29 MAGGIO (CAP 10100
MOLO 18)

ALIAS 25 MAGGIO 2013

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ULTRASUONATI DA STEFANO CRIPPA VIOLA DE SOTO GIANLUCA DIANA GUIDO FESTINESE MARIO GAMBA ROBERTO PECIOLA

BABA ET SA MAMAN BABA ET SA MAMAN (Afrodisia/Goodfellas) ❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Baba Sissoko e un progetto a cui teneva in modo imprescindibile. Si è atteso, ma alla fine è arrivato. Denso di significati e di narrazioni. Con lui la madre Djeli Mah Damba Koroba alla voce. Che talento! Con loro altri musicisti: gente di famiglia come il virtuoso Djime Sissoko allo ngoni, e ancora Zoumana Tereta al soku. È pura musica tradizionale maliana. Chi vuole se la figuri come parente stretta del blues. Rimane unico e irremovibile il risultato finale: un’incisione di rara bellezza, meravigliosa e priva di temporalità. (g.di.)

JAZZ

Dialoghi di coppia
Terreno minato ma al contempo diretto ad osservare panorami vertiginosi, quello del duo jazzistico: non è una formula «chiusa» né portata a compimento storico, come ad esempio i trii con pianoforte, e ogni volta che ci si mette qualche musicista di valore i risultati arrivano. Come in Only Many, (CamJazz) collaborazione tra il trombettista Ralph Alessi e il pianista Fred Hersch. I due musicisti stringono un dialogo serrato, attento, quasi a studiarsi l'un l'altro nelle pause, ma non mancano momenti di purissimo ludos, in cui sembra di vederli che si strizzano l'occhio. Duetti vari, meditati e sempre caratterizzati da radiose, cantabili aperture per il nuovo lavoro del chitarrista Maurizio Brunod. In Duets (Caligola Records) il confronto è con gente del calibro di Miroslav Vitous, Achille Succi, Danilo Gallo, Daniele Di Bonaventura, Massimo Barbiero. Il sax corposo di Max Ionata e il pianoforte swing di Dado Moroni in Two for Duke (Milesuoni): un bel modo di rendere omaggio al genio senza tempo di Ellington. (Guido Festinese)

COCOROSIE TALES OF A GRASS WIDOW (City Slang) ❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Ad ascoltarlo e riascoltarlo qualche dubbio ci viene. Il quinto album delle sorelle Casady, che all'inizio ci aveva colpito alla grande, ai successivi ascolti ha perso un po' del suo fascino. Niente da eccepire: ben fatto, carino, il solito accurato lavoro di ricerca sonora, ma alla fine dei giochi mancano i pezzi, le canzoni, di quelle che ti prendono a schiaffi e ti stendono. E non basta la presenza, sempre gradita, per carità, di mr. «Prezzemolino» Antony. Ma certo che End of Time è proprio uguale a Self Control di Raf... Sarà per la prossima. (r.pe.) DAFT PUNK RANDOM ACCESS MEMORIES (Sony Music) ❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Noi disco maniaci abbiamo la memoria lunga. Ci siamo sorbiti gli insulti dei punkettari, le critiche snob e i vaticini nefasti: «canzoni senza futuro». Bene, trent'anni dopo ci prendiamo la rivincita grazie al nuovo lavoro del duo re del «french touch» che, perfidi, regalano un album di pura musica disco, suonata senza campionatori ma da musicisti in carne e ossa, e ospitando i geni di quegli anni (Giorgio Moroder, Nile Rodgers) e gente che in quel periodo non era nata (Pharrell Williams, Julian Casablancas). Risultato? Folgorante, con le chitarrine di Nile come non sentivamo dai tempi degli Chic, i synth strappati da un album di Donna Summer e il voocoder dei Lipps Inc. Ma è un disco, soprattutto, di grandi canzoni, che non finiresti mai di riascoltare. (s.cr.) LOVELESS WHIZZARD WE WERE ONLY TRYNG TO SLEEP (Seahorse Recordings/Audioglobe) ❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Il debutto di questo trio di ventenni catanesi ha un sapore adolescenziale, la genuinità di qualcosa che è stato creato perché se ne sentiva davvero il bisogno. Un disco, nato in soli cinque giorni alle pendici dell’Etna, di grande impatto, potente e liberatorio che si accompagna a momenti decisamente onirici. (v.d.s.)

INDIE

JAZZ/2

OST

Karen e Marnie, limiti alternativi
Visti i primi commenti poco lusinghieri, specie nel nostro paese, che hanno accompagnato l'uscita del nuovo lavoro degli Yeah Yeah Yeahs di Karen O, non ci sentiamo di unirci alle critiche. No, perché a noi Mosquito (Interscope), pur con tutti i limiti del caso, è piaciuto. Limiti che possiamo focalizzare su brani come la title-track, Buried Alive o la «sciapa» Despair. Ci piace però quando tocca il gospel in Sacrilege o le reminiscenze Siouxsie di Slave, o ancora la struttura minimal di Subway. Restiamo nella Grande Mela con il quarto album di Marnie Stern, The Chronicles of Marnia (Kill Rock Stars/Goodfellas). La signora del math rock dopo due lavori davvero spiazzanti, con il precedente disco aveva dimostrato un calo. Qui, in poco più di mezz'ora, cerca di risalire la china, riuscendoci, almeno in parte. Il math flirta, al solito, con il noise, ma anche con il pop. Ci spostiamo in Irlanda del Nord, a Belfast, patria degli And So I Watch You from Afar. Ancora math e post rock, e ancora qualche punta di noise, e di sperimentale. Si possono ritrovare riferimenti ai Battles (in primis) ma anche ai migliori Mars Volta. Niente di sconvolgente, ma un buon lavoro per orecchie attente. (Roberto Peciola) THELONIOUS MONK UNISSUED LIVE AT NEWPORT 1958-59 (In Crowd Records/Egea) ❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Spiace per una volta dover dar ragione ai collezionisti maniacali e «completisti», ma con certi giganti della storia del jazz la documentazione non basta mai, e ogni tassello inedito è provvista di emozioni, anche con un repertorio consueto. Qui trovate per la prima volta riunite tutte le tracce in trio a Newport di Monk del 1958, quelle del quartetto dell'anno successivo, e due brani di Thelonious

Ecm, l’etichetta Noi siamo dei «sogni spezzati» le colonne
L’Ecm da qualche tempo punta su jazzmen europei in grado di assecondare al meglio un sound discreto, cristallino, etereo: in tal senso il veterano norvegese Arild Andersen (contrabbasso) in Celebration con la Scottish National Jazz Orchestra (condotta dal britannico Tommy Smith, sax) risulta quasi simbiotico alle idee musicali volute, create, inseguite dal produttore Manfred Eicher, che in City of Broken Dreams s’affida anche a un giovane talento quale Giovanni Guidi per un «piano jazz trio» cosmopolita con il portoghese João Lobo (batteria) e l’americano Thomas Morgan (contrabbasso); mentre Andersen celebra la stessa Ecm con pezzi ormai classici di Garbarek, Jarrett, Corea, Holland, Guidi propone 10 brani talvolta anche brevi (tutti suoi), dalle atmosfere vivaci, azzardate, sapientemente eterogenee. Un altro trio ancora, italo-svizzero, presenta il bresciano Emanuele Maniscalco (percussioni) e il ticinese Roberto Pianca (chitarre), sostenuti alla pari in copertina sull’album Third Reel, a curare di fatto la sezione ritmica del ginevrino Nicolas Masson (tenore e clarinetto) in un set dove, senza strafare, si dà vita a un intenso jazz cameristico. (Guido Michelone) Monk con la Duke Ellington Orchestra del '62. Puro piacere sonoro, pura intelligenza musicale in azione. (g.fe.) GEORG PHILIPP TELEMANN 12 FANTASIE PER FLAUTO SOLO (Stradivarius/Milano Dischi) ❚ ❚ ❚ ❚ ❚ Elogi a Tommaso Rossi, lo strumentista che interpreta questa raccolta (pubblicata nel 1732) con una bellissima dedizione al compito che si è scelto: esaltare il pensiero di Telemann insieme alla grazia del suo In ambito colonne sonore viene finalmente distribuito in italia il cd dell’ost di Could Atlas (WB Water Tower/Sony Classical) a firma Tom Tykwer, Johnny Klimek e Reinhold Heil. I tre autori chiamati per colorare le storie complicate dei protagonisti riescono benissimo nel loro intento. Les Miserables (Polygram/ Universal) è un musical di grande successo ma il passaggio al film con le canzoni interpretate dagli attori della pellicola non è sempre esaltante. Purtroppo sia Jackman che la Hathaway, e lo stesso Crowe, non sono cantanti e quindi riescono in un’impresa molto difficile non senza difficoltà. Nel complesso però è piacevole e si può ascoltare con una buona dose di rosè nel sangue. Il bravo Hesa Pekka Salonen, fra i pochi direttori d’orchestra aperto ai vari linguaggi del Novecento, dedica il suo ultimo lavoro discografico, The Film Scores (Sony Classical), al mitico Bernard Hermmann assieme alla sua Los Angeles Philarmonic. È un viaggio bellissimo, intenso, fondamentale poiché, in una serie di Suite (in prevalenza hitchcockiane) traccia un ritratto che non ha uguali. Consigliato per l’unicità d’esecuzione che rende merito alla musica per film di un genio come Hermmann. (Marco Ranaldi) eloquio. Dove non ci sono tracce di bucolico né di salottiero. Questi lavori sono formati di movimenti, in genere tre, a volte quattro, come nel modello della sonata. Ma si respira un’atmosfera di suite, come se l’idea della danza vi fosse contenuta senza essere enunciata. Originalità spiccata della scrittura, un debito allo spirito dell’illuminismo. Quale brano scegliere? Azzardiamo una risposta: l’affettuoso che inizia la Fantasia 9, con un leggerissimo principio di anarchia sperimentale. (m.ga.)

LA GIACCA DI IGGY
Torna Bebo Best & The Super Lounge Orchestra. Il disco si intitola Mambossa-Mambo Bossa Love (ChinChin/Artcore AC2087; 2013) e segue le linee guida indicate dal titolo. L'artista veneziano percussionista/batterista con forti empatie per il jazz - si affida anche a Brenda Boykin e a Iain MacKenzie e in quei due pezzi il cd decolla: stessa canzone, stesso titolo (a termini invertiti, The Swing and the Hit e The Hit and the Swing), bossa veloce, punti di vista maschile e femminile. Ritmo irresistibile. Sensuale Anna Luca in Bebo and Gil, omaggio ideale a Gilberto Gil con cui Best ha collaborato e ai mondi swing dello stesso Bebo, esaltato nel pezzo da una voce che rianimerebbe anche un sasso. Nella sua carriera Best ha collaborato con una teoria di musicisti, tra cui Jon Hassel, Sakamoto, Zappa, Wim Mertens ecc. intrecciando stili e ritmi. Encomiabile il tentativo - iniziato nei dischi precedenti Saronno on the Rocks o D'jazzonga - di ravvivare i mondi ultralounge riaffiorati 15 anni fa con la Generazione Cocktail. Debuttano The Rising con un album omonimo; la band beat and soul di Southampton infila pezzi travolgenti come Shine just Like the Sun o Show Me the Money. Avvincente anche My Small Faces and My Kinks Cd’s, titolo che spiega tutto del quintetto. Molto Oasis la ballata Always Let You Down. Altro debutto: si chiamano Marta Ren & The Groovelvets e si rappresentano con il singolo 2 Kinds of Men/Summer's Gone (Didn't Swim) (Record Kicks RK 45050). Il primo è un soul sostenuto con tentazioni breakbeat. Il secondo pezzo è un guizzo estivo, delicatamente tropical. La band portoghese - sono di Porto - ruota intorno a una sezione ritmica robusta su cui si innesta la voce sottile di Marta Ren. Finale dedicato a Iggy Pop e all’incredibile storia del giubbetto di pelle che l’artista indossa sul retro copertina di Raw Power (1973): pelle nera con inserto maculato sul davanti e sulle maniche e muso di leopardo sulla schiena. Gli stilisti John Dove e Molly White ne realizzarono nel ’71 cinque esemplari presentati su L’uomo Vogue. Un capo fu acquistato da Iggy, uno dal tastierista inglese Zoot Money, uno fu donato all’agente inglese dei due stilisti, uno se lo tenne Dove, un altro fu acquistato da un signore rimasto anonimo. Nel 1991 compare addosso a Stan Lee, chitarrista dei Dickies, un tempo compagno tossico di Iggy. In un’intervista a Rolling Stones, Lee racconta di come nel ’75 lo Stooge non aveva soldi per pagargli la roba e quindi gli diede la giacca a garanzia. Iggy la reclamerà negli anni ma Lee rifiuterà. Ora è nelle mani di Long Gone John, boss della Sympathy for the Record Industry e grande collezionista di cui va visto il documentario biografico The Treasures of Long Gone John. Questi l’ha acquistata nel 1998 da Stan per 2mila dollari.

■ EVENTUALI VARIAZIONI DI DATI E LUOGHI SONO INDIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTÀ

Milano GIOVEDI' 30 MAGGIO (LA SALUMERIA
DELLA MUSICA)

Beach Fossils
Direttamente dalla scena noise pop di New York. Marina di Ravenna (Ra) GIOVEDI'
30 MAGGIO (HANA-BI/BEACHES BREW, CON CHRIS COHEN, KING TUFF E ALTRI)

Il Teatro degli Orrori
La band torna dal vivo per ripresentare il loro secondo album, A sangue freddo. Bologna MARTEDI' 28 MAGGIO (ZONA
ROVERI)

Acoustic Guitar Meeting
Si chiude la sedicesima edizione della rassegna. Nella giornata conclusiva anche un premio alla memoria di Miriam Makeba e il concerto A Musical Tribute to Mama Africa con Oum, Gabin Dabiré, Sanjay Kansabanik, Souleymane Dembelé. Sarzana (Sp) SABATO 25 MAGGIO
(FORTEZZA FIRMAFEDE)

Vian dalla B alla V
Ultima serata per lo spettacolo Tabou. Boris Vian alla B alla V. Roma SABATO 25 MAGGIO (IL BRANCACCINO)

The Dream Syndicate
Il tour della reunion per la band di Steve Wynn, fa tappa in Italia per un'unica data. Mezzago (Mb) MERCOLEDI' 29 MAGGIO
(BLOOM)

Sesto San Giovanni (Mi) MERCOLEDI'
29 MAGGIO (PARCO ARCHEOLOGICO INDUSTRIALE EX BREDA- CARROPONTE)

Novara Jazz Set
Dopo l’esibizione dell’Italian Instabile Orchestra a Vignarello, la rassegna propone l jazz-brunch con Paolo Damiani al violoncello e il quartetto di Niccolò Faraci, Tramonto Jazz di Thomas Guiducci. Novara e provincia SABATO 25
E DOMENICA 26 MAGGIO (CASA BOSSI; ROBECCO SUL NAVIGLIO; CASTELLO DI VESPOLATE)

Joe Satriani
Un virtuoso della chitarra elettrica. Rimini DOMENICA 26 MAGGIO (VELVET) Napoli MARTEDI' 28 MAGGIO (TEATRO
PARTENOPE) Roma MERCOLEDI' 29 MAGGIO (ATLANTICO LIVE) Trezzo d'Adda (Mi) GIOVEDI' 30 MAGGIO (LIVE) Firenze VENERDI' 31 MAGGIO (OBIHALL) Padova SABATO 1 GIUGNO (GRAN TEATRO GEOX)

Mudhoney
Una delle band più importanti del grunge. Firenze VENERDI' 31 MAGGIO (VIPER)

Cristina Zavalloni & Italian Jazz Orchestra
Prima assoluta del progetto La donna di cristallo-Deluxe Edition della vocalist e del sassofonista Cristiano Arcelli (suoi gli arrangiamenti e alcuni brani). Diretta da Fabio Petretti, l’orchestra ha come solisti lo stesso Arcelli, F. Sigurtà, G. Riggi, M. Francesconi, M. Morganti più gli ospiti A. Secci e P. Spallati. Forlì GIOVEDI' 30 MAGGIO (TEATRO NOVELLI)

Lo Spirito del Pianeta
Tredicesima edizione per il festival che porta in Italia il meglio della musica etnica non professionistica. Chiuduno (Bg) DA SABATO 25 MAGGIO
A SABATO 1 GIURNO (POLO FIERISTICO)

Adam Green
Un capostipite della nuova scena anti-folk newyorkese. Sestri Levante (Ge) MERCOLEDI'
29 MAGGIO (MOJOTIC FESTIVAL)

Sesto San Giovanni (Mi) GIOVEDI'
30 MAGGIO (PARCO ARCHEOLOGICO INDUSTRIALE EX BREDA-CARROPONTE)

Angelica Festival
Entra nel vivo la manifestazione con Apartment House che esegue partiture di Christian Wolff (presente al piano), con varie prime italiane. L’Orchestra e il Coro del teatro comunale di Bologna, dirette da Marco Angius, suoneranno poi musiche di Wolff, Adriano Guarnieri, Giacinto scelsi e Christian Wallumrød. Bologna SABATO 25 E DOMENICA 26
MAGGIO (SANTUARIO DEL CORPUS DOMINI DI S. CATERINA, TEATRO AUDITORIUM MANZONI)

Omaggio a Lester Bowie
Il trombettista Enrico Rava guida il Parco della Musica Jazz Lab (PJL) in Lester!, un tributo al trombettista dell’Art Ensemble of Chicago scomparso nel 1999. Del gruppo fanno parte M. Ottolini (suoi gli arrangiamenti), A. Tifanelli, D. Tittarelli, D. Tinselman, M. Giannini, F. Bazzani, G. Guidi, S. Senni e Z. De Rossi. Mestre (Ve) LUNEDI' 27 MAGGIO (TEATRO
TONIOLO)

Debademba
Ritmi afro, blues, jazz, salsa e rock per l'esplosiva band maliana. Roma SABATO 25 MAGGIO (ANGELO MAI)

Daniel Johnston
Il cantautore statunitense, esponente della scena alt folk e alt rock californiana. Roma MERCOLEDI' 29 MAGGIO (ANGELO MAI)

Carroponte
L'edizione 2013 della rassegna si apre con Il Teatro degli Orrori e Adam Green. Sesto San Giovanni (Mi) MERCOLEDI'
29 E GIOVEDI' 30 MAGGIO (PARCO ARCHEOLOGICO INDUSTRIALE EX BREDA)

Ibrahim Maalouf
Unica data italiana per il Diagnostic Tour del trombettista francolibanese Ibrahim Maalouf, una delle voci più originali del jazz contemporaneo. Maalouf è accompagnato da Youenn Le Cam (flauto, tromba), Frank Woeste (piano elettrico), François Delporte (chitarra), Laurent David (basso) e Xavier Rogé (batteria). Il concerto (a ingresso gratuito) è nell’ambito del festival «Suona francese». Bari SABATO 1 GIUGNO (TEATRO PETRUZZELLI)

Texas
Il ritorno della pop band britannica. Ronco Campo Canneto (Pr)
SABATO 25 MAGGIO (CIRCOLO ARCI)

Mojostation Blues Festival
Al via la nona edizione del festival blues capitolino. Si apre con Spookyman, Adriano Viterbini e Tres; si prosegue con Spookyman, Dead Shrimp e la «voce del Sahara» Mariem Hassan. Roma VENERDI' 31 MAGGIO E SABATO
1 GIUGNO (INIT)

The Babies
Country folk e elettronica per il duo newyorkese. Guastalla (Re) SABATO 1 GIUGNO
(HANDMADE FESTIVAL)

Ah-um Milano Jazz Festival
Si chiude con Valentino Tamponi solo, l’Artchipel Orchestra e Atlantico Negro. Milano SABATO 25 E DOMENICA 26 MAGGIO
(FONDERIA NAPOLEONICA EUGENIA)

Una striscia di terra feconda
Prima data per il festival codiretto da Paolo Damiani e Armand Meignan. Di scena Michel Portal e Antonello Salis, seguiti dal Papanosh Quintet. Roma SABATO 1 GIUGNO (AUDITORIUM
PARCO DELLA MUSICA)

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CONNECT/DISCONNECT

PARKINSON
Incontro con la pittrice Pola Wickham e la regista Betta Lodoli autrici di un film sul mistero della sofferenza dell’umano e della ricerca di sé attraverso l’arte
di MARIA GROSSO

●●●Una tenda impalpabile e aerea che pure sa farsi confine inviolabile innanzi al mistero dell’umano, della sofferenza e della ricerca di sé attraverso l’arte. C’è rispetto cura attenzione e al tempo stesso levità nel modo in cui Connect/ Disconnect, un breve film di Pola Wickham e Betta Lodoli si approssima a una esperienza di arteterapia attraversata e condivisa da sei persone affette dal morbo di Parkinson. Dietro la tenda ci aspetta una serie di sedie vuote colorate, una ac-

Vivere a piccoli gesti
canto all’altra, forse in paziente teatrale attesa di una presenza, o forse come cortese invito a un andare oltre, a intraprendere un piccolo viaggio di scoperta, di riflessione e di immedesimazione. Poi la musica, l’irrompere allegro delle note di un piano, figure appena sfiorate dalla camera, di spalle innanzi a un muro, in una partitura minuta di dettagli, di mani impregnate di colore che stringono un pennello, di sguardi e gesti colti obliquamente, di frammenti. A questo si interseca una tela di suoni, come deviazioni, sospensioni, variazioni nel farsi del ritmo musicale: il battito coinvolgente di un cuore, l’immergersi nel vento o in un respiro, il risuonare delle onde del mare. Poi l’immagine di un foglio bianco solcato da linee perpendicolari a formare un reticolato di piccoli quadretti, ciascuno con coordinate numerate, un po’ come nella battaglia navale. É questo il compito, è questa la via con cui cimentarsi. «Il progetto ha origine dal mio contatto con Parkinzone Onlus», ha raccontato Pola Wickham, pittrice formatasi a New York e che ora vive in Italia ed espone tra Europa e Stati Uniti, «un’associazione italiana che dal 2003 vede l’impegno congiunto di artisti provenienti da campi differenti e di ricercatori e medici specialisti delle malattie neuromotorie. Insieme studiamo metodologie pratiche per confrontarci in modo propositivo con queste patologie in una prospettiva di coinvolgimento attivo dei pazienti. Ho lavorato con loro per un anno e mezzo come volontaria e insieme abbiamo realizzato un laboratorio di pittura che si è svolto nella campagna umbra, un progetto ideato per supportare persone a diversi gradi della malattia a coordinare mani mente e occhi. Il nostro punto di partenza il lavoro sul divisionismo di George Seurat e Chuck Close. Da qui il foglio bianco quadrettato che diventa lo strumento per la decostruzione dell’immagine e per la sua scomposizione in tante piccole parti, su cui è poi più semplice concentrarsi. Si lavora sul singolo particolare astratto e il risultato finale invece tende al reale, verso il naturalismo». E la camera si accosta alla trama della pelle, alle fronti scavate dalle rughe della concentrazione, alle dita intinte nel colore, al graduale comporsi della rete di sfumature di grigi di neri e di bianchi, all’incedere incerto dei piedi nudi sul terreno, a un movimento del corpo percorso da un lieve tremito, delicato e tenero come quello di una foglia. Rumore di una goccia che precipita, il ritmo si ferma e il pennello sembra che dipinga ma a ben guardare torna indietro e il colore va via scomparendo dal foglio … Che cosa accade? «La nostra è stata una avventura bella e profonda. Tra noi si è diffusa una atmosfera familiare di fiducia. Sentivo la necessità di ’raccontare’ tutto questo e insieme di andare oltre il racconto in un’opera che fosse film e arte nello stesso tempo. Così mi sono rivolta a Betta Lodoli che grazie a una formazione registica complessa e stratificata, lavora con la videoarte. I ’ritratti’ musicali di Daniele Furlan hanno fatto il resto. Da questo intreccio è scaturita l’idea di mostrare il movimento a ritroso del pennello per entrare meglio nel det●●● Fino a martedì 28 presso il St.Stephen's Cultural Center Foundation Roma, Viale Aventino 17 (ingresso via Aventina su appuntamento (065750605), è possibile visitare Harem: Opere nuove di Pola Wickham, a cura di Fabrizio Pizzuto. Domenica 26 (ore 18) proiezione del film taglio del gesto e del suo travaglio. Indipendentemente dalla malattia, il lavoro di queste persone, le difficoltà che incontrano, esprimono l’essenza del processo artistico. Il centro di tutto è la fatica, lo sforzo, il continuo fronteggiare il limite di se stessi. E questo è un momento di verità assoluta. In questa lotta ci siamo rispecchiati. C’è poi lo specifico della malattia, col suo creare gap, ossia interruzioni delle connessioni corpo cervello, cosa che avviene non a una macchina ma a un essere umano con tutto ciò che questo comporta a livello psicologico e della qualità della vita. Non si possono più compiere diverse azioni contemporaneamente, ma ci si concentra su una alla volta. Così attraverso questo lavoro riflettiamo anche su tutto ciò che diamo per scontato, anestetizzati da questa overdose di stimoli, da questa tempesta spesso ossessiva di azioni contemporanee e sovrapposte, ma non per questo necessariamente più significative. La lentezza o la pausa improvvisa consentono invece di concentraci sul respiro e sul sé profondo e di approssimarci a quegli stati meditativi di mindfullness che rappresentano una fonte di rigenerazione molto profonda. È così che siamo vicinissimi al nucleo umano di ognuno di noi, alla nostra più intima fragilità. Una fragilità che è possibile accettare e abbracciare». «Prima di allora non sapevo cosa fosse il Parkinson se non superficialmente, il particolare del tremore che è noto a tutti», questa l’esperienza di Betta Lodoli, un tracciato tra regia, sceneggiatura e scrittura. «Ho scoperto che la malattia comporta un vissuto di sofferenza grandissima, una vita costellata da molte medicine e una serie di limitazioni fisiche notevoli. Nel frattempo resta intatta la consapevolezza e quindi si assiste lucidi a questa progressiva perdita di abilità e di espressione di sé con cui è necessario confrontarsi. Il progetto di Pola e di Parkinzone Onlus dà la possibilità di aumentare il raggio delle strategie e delle risposte a questo stato di cose. Dunque mi ha attratta sia umanamente sia per ciò che concerne lo specifico della regia, in quanto mi ha consentito di pormi innanzi a un gruppo di persone che sta a sua volta componendo delle immagini. In questa direzione la scelta di usare la riprese a passo uno, tipiche dell’animazione, ma a ritroso, nasce dal desiderio di scandagliare l’attimo dell’istante creativo e insieme di trasmettere il grumo di resistenze che ogni singola pennellata si ritrova ad In pagina i lavori realizzati dai pazienti nel corso del laboratorio organizzato dal Parkinzone Onlus

affrontare». Lo spirito quello di una attenta indagine documentaristica dunque, ma nello stesso tempo Connect/Disconnect lavora tanto sulla risonanza poetica dell’immagine, grazie anche a un utilizzo molto particolare della sovrimpressione. «Una cifra di montaggio (qui suo e di Wickham in collaborazione con Mario Marrone, ndr) che amo particolarmente. In questo caso permette di evidenziare la stratificazione delle tante prospettive dell’immagine e anche di accomunare i vissuti, di creare punti di tangenza. Nello stesso tempo crea un ritmo, come una danza di dissolvenze incrociate che mi ha consentito di trasmettere attraverso l’immagine in movimento il dinamismo all’interno del foglio e la tensione dell’opera che si viene gradatamente formando». Tutto questo in una dimensione sonora che non prevede voci. «Una scelta che vuole diffondere una atmosfera di raccoglimento e di attenzione all’interiorità: non ci sono che gli esseri umani con la loro presenza, i loro quadri e la natura». E alla fine l’opera conclusa fa capolino, appare scompare e si sovrappone ai volti che adesso guardano in macchina, primi piani, dettagli di sorrisi, occhi che si rivelano, stanno. Le forme finali sono quelle dell’autorappresentazione e non poteva che essere così: cercarsi, provare a dire se stessi, cogliersi forse per un attimo … oltre il dolore del doversi ritrovare. Dall’intero processo irradia forte il senso di una frammentarietà interiore di cui cerchiamo il bandolo, ipotizzo. «Non abbiamo cercato questa lettura, ma ci riconosciamo. Siamo frammentati, come un mosaico. Questa finitezza dell’umano, questa filigrana di sottili equilibri abbiamo voluto cercare di guardare in faccia oltre la paura della solitudine e della non accettazione. Da questo si genera la rivoluzione di un sorriso vero. Siamo tanti pezzettini eppure siamo un unicum, anche quando ci sembra di essere incompiuti. Al ritratto di una delle donne, era la più brava, alla fine mancavano solo pochi quadratini …».