L’ARABIA AMERICANA

CHE CI FACCIAMO A MALTA?

di Italo MALTESE

Da circa trent’anni, cinquanta ufficiali e sottufficiali italiani si avvicendano nell’isola per ‘assistere’ 1.700 soldati maltesi. Un aiuto militare cui vanno aggiunti i cospicui aiuti economici, offerti oggi senza una ragione. Per quanto ancora?

1. RA POCHI MESI LE NOSTRE FORZE ARmate festeggeranno una ricorrenza per molti versi eccezionale: il trentesimo anniversario della Missione militare italiana a Malta. La lunghezza inconsueta di tale presenza nella minuscola isola situata a meno di sessanta miglia a sud della Sicilia trova poche spiegazioni. Difficili da comprendere, del resto, sono gli scopi stessi che le nostre Forze armate perseguono attraverso questa missione, il cui compito ufficiale è di fornire «assistenza tecnica» ai confratelli in armi di Malta – circa 1.700 uomini, quasi tutti volontari che arrotondano il magro stipendio con un secondo lavoro. La missione italiana conta cinquanta tra ufficiali e sottufficiali delle tre armi, dispone di due elicotteri e di circa cento veicoli di ogni tipo, dalle jeep ai bulldozer. Poiché l’avvicendamento nell’isola avviene su base triennale, ne consegue che in trent’anni circa 500 militari italiani hanno svolto il compito di assistere tecnicamente 3-4 mila soldati maltesi. Un compito non improbo, se si considera come il ridottissimo bilancio militare isolano ponga i soldati maltesi praticamente al riparo da sfide tecnologiche derivanti dall’acquisto di materiale bellico sofisticato. A rifornire i maltesi pensano sempre gli italiani che regalano sovente materiale dismesso dalle nostre Forze armate, provvedendo poi, con giusta logica, a fornire l’assistenza tecnica necessaria per il suo uso. E, verrebbe da pensare, a giustificare così la loro presenza sull’isola. 2. Le ragioni della presenza a Malta di una missione senza scopi militari, il cui costo è tuttavia piuttosto elevato – circa tre milioni di euro l’anno, senza tener conto del materiale impiegato e dei relativi ricambi – non possono essere liquidate con facile ironia. Della presenza italiana è dunque opportuno ripercorrere le tappe fondamentali. Essa ha origine – tra gli anni Sessanta e Settanta – dalla crisi nei rapporti fra Malta stessa e la Nato, dall’abilità politica del brillante primo ministro labu-

T

271

CHE CI FACCIAMO A MALTA?

272

rista dell’epoca, Dom Mintoff, e dalla giusta ambizione italiana di assumere, alle porte di casa, un ruolo più consono all’accresciuta importanza in seno all’Alleanza atlantica. E, di conseguenza, anche di maggiore responsabilità nella scena mediterranea, sulla quale aveva fatto la sua comparsa la Libia di Gheddafi. Mintoff, convinto socialista di scuola fabiana, personaggio di un certo rilievo nel panorama dei leader non allineati (è il primo governante occidentale a visitare la Cina comunista, un anno prima di Richard Nixon), cerca e ottiene in Gheddafi una sponda per il proprio disegno che mira alla piena sovranità di Malta e all’ottenimento di compensi finanziari sufficienti a modificare la struttura economica dell’isola affrancandola dalla tradizionale presenza di flotte militari estere. La Libia propone ai maltesi un patto federativo e le cancellerie occidentali reagiscono. L’Italia e Malta stipulano nel 1973 un accordo che contempla una presenza militare italiana nell’isola. Essa dovrà in prevalenza fornire un’ossatura tecnica al ministero dei Lavori pubblici locale. Ma il carattere dissuasivo di tale iniziativa è palese. I militari italiani da allora divengono nell’isola una presenza stabile, di basso profilo e, appunto, dagli scopi non dichiarati. Lavorano sodo, in quegli anni, gli italiani: di essi si ricordano – assai più che marziali, dure esercitazioni a beneficio proprio e del piccolo esercito locale – il gran da fare nei cantieri, nelle strade, nella costruzione di accessi alle spiagge, nell’edilizia civile, negli scavi. In un momento di crisi italo-maltese Mintoff li espelle, non prima di aver loro sequestrato automobili e altri mezzi. In seguito però la crisi si risolve. Gli italiani ritornano. Qualche anno più tardi, nel 1979, l’ultima nave britannica lascia Malta. Si chiude un’èra e inizia una nuova fase che nell’arco di vent’anni farà assurgere Malta ai livelli sociali ed economici europei: oltre che con la presenza dei suoi soldati-lavoratori, infatti, l’Italia decide di figurare sulla scena maltese anche come paese ricco e generoso. Nel 1980 Malta e Italia sottoscrivono un accordo in virtù del quale il nostro paese s’impegna a garantire la neutralità maltese. Mintoff rafforza così i vincoli occidentali dell’isola. Con l’Unione Sovietica firma nello stesso anno un accordo di contenuto analogo ma con una profonda differenza: l’accordo con Mosca è privo di annessi. Con l’Italia gli annessi si chiamano protocolli finanziari. Il governo di Roma apre i cordoni della borsa. Un vero fiume di denaro inizia a scorrere nei forzieri maltesi. Un fiume che, per venti lunghi anni, non ha mai smesso di fluire. I laburisti lasciano il governo nel 1987. Ha inizio l’èra nazionalista. Il Partito nazionalista maltese ha assunto da tempo una fisionomia nettamente democristiana. I suoi due leader, De Marco e Adami, sono di casa a piazza del Gesù, a Palazzo Chigi e alla Farnesina, senza tuttavia trascurare d’intrattenere rapporti cordiali con gli alleati della Dc, primi fra tutti i socialisti, e con la stessa dirigenza di Botteghe Oscure. A Malta, peraltro, il flusso di personalità provenienti da Roma, le cui visite hanno carattere sempre più turistico, si fa piuttosto intenso. Nel 1990, in un clima internazionale ormai mutato dopo la caduta del Muro di Berlino e l’isolamento crescente della Libia in seguito alla tragedia di Lockerbie, il socialista De Michelis sottoscrive con Malta il terzo protocollo finanziario. Cinque anni dopo

L’ARABIA AMERICANA

tocca a Beniamino Andreatta firmare il quarto. Alla fine del 2000 l’Italia avrà contribuito con circa 500 milioni di euro a porre il reddito reale pro capite di Malta al livello di quello dell’Abruzzo e sopra quello siciliano: l’antica fortezza militare e navale (che ha una popolazione di 380 mila abitanti) è divenuta un centro turistico d’importanza con un vivace comparto terziario e una piccola ma efficiente industria di trasformazione. Il primato maltese, in termini di aiuti, gratuiti e in pratica privi di ogni vincolo, è a questo punto assoluto. Né le ex colonie e neppure i più poveri paesi beneficiari degli aiuti della Cooperazione italiana hanno goduto di aiuti simili a quelli avuti da Malta. Tutto ciò soltanto in virtù dell’accordo del 1980, senza che alcun ripensamento e ridimensionamento siano intervenuti da parte nostra dopo il 1990? Il quesito, senza dubbio, merita una risposta. Non è detto però che qualcuno si interroghi su questo aspetto a dir poco curioso della nostra politica mediterranea. A quanto pare è in arrivo – e la cosa non è passata inosservata anche perché di recente il governo maltese l’ha ampiamente pubblicizzata traendone motivo di vanto – un ulteriore programma di aiuto finanziario a Malta, questa volta giustificato dalla necessità di incoraggiare i sostenitori dell’adesione all’Unione Europea che si confronteranno con gli avversari antieuropeisti in un referendum che avrà luogo l’anno prossimo. La tesi maltese sostiene che l’Italia ha tutto l’interesse a bilanciare con la presenza nell’Unione di due paesi mediterranei, appunto Malta e Cipro, il folto plotone dell’Europa centrale. In realtà la sproporzione fra i due gruppi di candidati è talmente evidente da non meritare commenti. Cipro, comunque, farà blocco unico con la Grecia, mentre Malta potrebbe addirittura ritirare la propria candidatura in caso di vittoria laburista al referendum. Qualora il sì referendario prevalesse, poi, resterebbe l’incognita dell’atteggiamento di La Valletta, dove i sentimenti filobritannici prevalgono su quelli pro italiani e il sentimento di riconoscenza non è troppo sviluppato. Tutte considerazioni che dovrebbero far riflettere su un rapporto perlomeno peculiare, in cui l’influenza italiana si esercita per il tramite della televisione e del solito calcio (mentre le specializzazioni professionali si conseguono in Gran Bretagna e negli Stati Uniti). La stessa presenza militare italiana appare sempre più un retaggio anacronistico, una sorta di guarnigione del tipo «deserto dei tartari», tagliata fuori anche dai compiti di intelligence che questi non facili tempi, nel Mediterraneo e non soltanto, imporrebbero. 3. Quali sono stati i benefici politici e strategici della nostra politica diplomatico-militare nei confronti di Malta? L’isola è (per usare un termine tradizionale) nella nostra zona d’influenza? La risposta è sicuramente negativa per quanto concerne gli scambi tra le società civili (non un solo membro del governo maltese, e tanto meno dell’opposizione, ha una laurea italiana; le società o ditte italiane, devono lottare, oltre che con i concorrenti di altri paesi, contro i pregiudizi locali, né mancano esternazioni nei media contro l’Italia, e in particolare il suo Mezzogiorno). In campo politico-militare, l’acuirsi delle tensioni mediorientali negli ultimi tre anni

273

CHE CI FACCIAMO A MALTA?

non ha offerto elementi di particolare conforto. Malta non dà l’impressione di volere dall’Italia molto al di fuori degli aiuti e di un appoggio alle proprie richieste nelle trattative per l’adesione all’Unione. Il ritorno della flotta statunitense nel porto di La Valletta (in violazione della clausola sulla neutralità, o perlomeno della sua lettera), l’accresciuta presenza di osservatori Usa e certe resistenze riscontrate in occasione di negoziati italo-maltesi in materia doganale e di pattugliamento dello Stretto di Sicilia non si possono definire grandi successi della nostra diplomazia – come di consueto, peraltro, lasciata scoperta da una classe politica superficiale quando non del tutto ignara della realtà (nello specifico, di una realtà geograficamente così prossima!). Sarebbe sicuramente interessante sapere se vi sia, in qualche cassetto di qualche ufficio romano, un documento relativo alle grandi linee che il nostro paese intende seguire. Potrebbe aiutare a definire, sulla base di riscontri veridici, i nostri rapporti con Malta, tenendo conto dei nostri giusti interessi.

274

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful