I MARCHESE DANIELE, LA DEVOZIONE PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE E LA FONDAZIONE DEI BORGHI DI BAGNI DI CANICATTINI (OGGI CANICATTINI BAGNI).

LE RIMEMBRANZE E RICOSTRUZIONI STORICHE (di Marco Turi Daniele – Arciere di Dio – discendente dei nobili Daniele)

http://sicilyweb.com/foto/nifosi/295.jpg http://a6.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-aksnc3/24099_430312324504_69794584504_5183709_7307539_n.jpg Nel 1854, giorno 8 dicembre, il Beato Papa Pio IX proclama il dogma dell'Immacolata Concezione con la bolla Ineffabilis Deus. Celebrata dal sec. XI, questa solennità, si inserisce nel contesto dell’Avvento-Natale, congiungendo l’attesa messianica e il ritorno glorioso di Gesù con l’ammirata memoria della Madre. Il simbolo della Immacolata Concezione (12 stelle su sfondo azzurro) campeggia nella bandiera riconosciuta dagli Stati Europei passata indenne anche dal giudizio dei nemici della Chiesa, che forse lo scambiarono, nei colori e nei segni, per un simbolo universale giudaico e pagano. Poco più di 100 anni dopo l’istituzione del Dogma, a Roma, furono firmati i Trattati che decretavano l’Unione Europea Economica portatrice di germi malefici per il destino degli Stati Nazione e per le Sovranità monetarie dei Paesi aderenti. E non solo. Dunque, non memoria di una Santa, ricorre l’8 dicembre: ma la solennità più alta e più preziosa di Colei che dei Santi è chiamata Regina. Infatti, sebbene l'Immacolata Concezione di Maria è proclamata solo nel 1854, dal Papa Pio IX, la storia della devozione per Maria Immacolata è molto più antica. Precede di secoli, anzi di millenni, la proclamazione del Dogma che non ha introdotto una novità, ma ha semplicemente coronato una lunghissima tradizione. E’ in questo contesto che introduciamo la devozione della famiglia Daniele al Suo Sacro Cuore Immacolato e a CoLei che Mediatrice di Grazie concorre alla redenzione per questi Ultimi Tempi di Grande Tribolazione, come richiesto a LaSalette e Fatima. Saranno tempi di morte e catastrofi.

Già i Padri della Chiesa d'Oriente, nell'esaltare la Madre di Dio, avevano avuto espressioni che la ponevano al di sopra del peccato originale. L'avevano chiamata: " intemerata, incolpata, bellezza dell'innocenza, più pura degli Angioli, giglio purissimo, germe non-avvelenato, nube più splendida del sole, immacolata". In Occidente, però, la teoria dell'immacolatezza trovò una forte resistenza, non per avversione alla Madonna, che restava la più sublime delle creature, ma per mantenere salda la dottrina della Redenzione, operata soltanto in virtù del sacrificio di Gesù. Ciononostante, gli stessi Papi, la chiamavano già anche CorRedentrix. Dicevano alcuni: se Maria fosse stata immacolata, se cioè fosse stata concepita da Dio al di fuori della legge del peccato originale, comune a tutti i figli di Eva, Ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione, e questa dunque non si poteva più dire universale. L'eccezione, in questo caso, secondo loro non confermava la regola, ma la distruggeva. Il francescano Giovanni Duns, detto Scoto perché nativo della Scozia, chiamato il " Dottor Sottile ", riuscì a superare questo scoglio dottrinale con una sottile ma convincente distinzione. Anche la Madonna era stata redenta da Gesù, ma con una Redenzione preventiva, prima e fuori del tempo. Ella fu preservata dal peccato originale in previsione dei meriti del suo figlio divino. Ciò conveniva, era possibile, e dunque fu fatto. Giovanni Duns Scoto morì sui primi del '300. Dopo di lui, la dottrina dell'Immacolata fece grandi progressi, e la sua devozione si diffuse sempre di più. Dal 1476, la festa della Concezione di Maria venne introdotta nel Calendario romano. (http://santiebeati.it/dettaglio/20600) Sulle piazze d'Italia, predicatori celebri tessevano le lodi della Vergine Immacolata: tra questi, San Leonardo da Porto Maurizio e San Bernardino da Siena, che con la sua voce arguta e commossa diceva ai Senesi: "Or mi di’: che diremo noi del cognoscimento di Maria essendo ripiena di Spirito Santo, essendo nata senza alcun peccato, e così sempre mantenendosi netta e pura, servendo sempre a Dio?". Nel 1830, la Vergine apparve a Santa Caterina Labouré, la quale diffuse poi una " medaglia miracolosa " con l'immagine dell'Immacolata, cioè della "concepita senza peccato", dove era raffigurata come la conosciamo oggi: avvolta di stelle, 12 come il numero degli Apostoli, come le Tribù di Giacobbe, come i mesi dell’anno. Questa medaglia suscitò un'intensa devozione, e molti Vescovi chiesero a Roma la definizione di quel Dogma che ormai era nel cuore di quasi tutti i cristiani, compreso, umilmente, nel cuore dei Daniele. Così, l'8 dicembre 1854, Pio IX proclamava la "donna vestita di sole" esente dal peccato originale, tutta pura, cioè Immacolata. Fu un atto di grande fede e di estremo coraggio, che suscitò gioia tra i fedeli della Madonna, e indignazione tra i nemici del Cristianesimo, perché il Dogma dell'Immacolata era una diretta smentita dei naturalisti e dei materialisti, e si ergeva su Roma, a protezione di quella che sarebbe divenuta da lì a poco da Caput Mundi la Capitale dell’Italia Unita e quindi la roccaforte da espugnare e smantellare con il consenso dei prelati e attraverso progetti massonici di nichilismo spirituale, sinarchia e sincretismo da svilupparsi proprio con la complicità dei clerici e dei teologi all’interno della Chiesa di Roma attraverso loro Papi “Illuminati” che stavano già preparandosi nel pensiero modernista e coltivando nelle loro consorterie. E, sorpresa nella sorpresa, quattro anni dopo, ecco le apparizioni di Lourdes e il “IO SONO L’IMMACOLATA” (parole utilizzate da Nostra Signora rivolgendosi alla giovane ignara ed incolta Bernadette) apparvero una prodigiosa conferma non solo del Dogma che aveva proclamato la Vergine "tutta bella", "piena di grazia" e priva di ogni macchia del peccato originale, ma di come Roma fosse in pericolo e con lei l’intera promessa cristiana di salvezza e giustizia. Una conferma che sembrò un ringraziamento e nel contempo un avviso, un ammonimento, e segno di abbondanza di grazie che dal cuore dell'Immacolata pioveranno sull'umanità. Cominciamo da qui una storia avvincente, che sebbene frammentata e non lineare in assenza di fonti certe che possano suffragarci, oggi, anche per merito degli eredi del fu Marchese Mario Daniele, eredi più della devozione al Culto di Maria che delle sostanze oramai disperse, possiamo riprendere gli intrecci storici che

distinguono questo nobile casato di origini che potremmo dire antiche e forse mediorientali, legandolo per la sua stessa natura di costruttori di “nuovi borghi” alla creazione di un nuovo modus operandi per la Fine dei Tempi: la riFondazione di neomodelli di BORGHI DI XENOBIA, Parrocchie per il Messaggio di Fatima e per l’edificazione del nuovo Dogma di Maria CoRedentrice e per l’elezione di un Papa Cum Degnitate. Parleremo in questo racconto di Canicattini Bagni (Siracusa), il cui patrono è san Michele Arcangelo, non a caso. In questa semplice cittadina iblea si festeggia l’Arcangelo con il Palio di San Michele, manifestazione sacra, bella e fastosa, che il 29 Settembre di ogni anno attira numerosi visitatori dalle città limitrofe e anche molti turisti provenienti da tutta Italia. Il programma della festa prevede numerose celebrazioni sacre, popolane, culturali ed enogastronomiche, tra cui va citato il cosiddetto - Palio di San Michele.

Stemma dei Daniele oggi nel Gonfalone di Canicattini Bagni http://www.comune.canicattinibagni.sr.it/public/immagini/stemma1.jpg Lo STEMMA NOBILIARE DEI DANIELE è posto sopra il terzo altare sulla destra nella Chiesa dell'Immacolata in Ortigia a Siracusa che lo stesso Marchese Mario ha contribuito a edificare. In questa chiesa venivano sepolti i Daniele; infatti è conservata una lapide, svelta negli scellerati anni sessanta, che si riferisce alla famiglia dei Daniele. ARMA. Scudo medioevale con sfondo azzurro, trangla (fascia, striscia orizzontale che simboleggia il cingolo d'oro portato intorno ai fianchi dagli antichi soldati per reggere la spada) inferiore rossa su cui posa un agnello pasquale colore argento che nei riflessi può anche interpretarsi come bianco con la testa rivolta e reggente tra piede e gamba destra l'estremità inferiore o calciolo di uno stendardo bifido e svolazzante, certamente la banderuola dell'Agnus Dei, di rosso alla croce bianca piana sopra asta d'oro, che discende diagonalmente. E' da ritenere valida la raffigurazione dello stemma della Chiesa dell'Immacolata, dove l'asta reggibandiera passa davanti il corpo dell'animale per ragioni di logica e di statica. CORONA di marchese, cimata da quattro fioroni d'oro (tre visibili), sostenuti da punte ed alternati da dodici perle, disposte a tre a tre, in quattro gruppi piramidali (due visibili). MOTTO: Canicattini Bagni, su una lista bianca posta sotto lo scudo e composta tutta in lettere minuscole d'oro.

http://www.siracusando.it/images/Canicattini-chiesa-madre.jpg

http://www.siracusando.it/images/canicattini-ponte-alfano.jpg

Canicattini Bagni (Janiattini) è un paese della provincia di Siracusa sorto nel 1682 ad opera del Marchese Mario Daniele Patixano Bagni. Sorge in una zona collinare a 362 metri sul livello del mare. Canicattini Bagni (C.A.P. 96010) dista 194 Km. da Agrigento; 168 Km. da Caltanissetta; 81 Km. da Catania; 149 Km. da Enna; 177 Km. da Messina; 284 Km. da Palermo; 58 Km. da Ragusa; 23 Km. da Siracusa, alla cui provincia appartiene; 367 Km. da Trapani. Il comune conta 7.790 abitanti e ha una superficie di 1.511 ettari per una densità abitativa di 516 abitanti per chilometro quadrato. Il municipio è sito in via XX Settembre n. 42, tel. 0931-540111 fax. 0931-540207. Canicattini Bagni sorge sulle estreme propaggini dei monti Iblei a circa 20 km. ad Ovest di Siracusa, poco distante dal corso del fiume Cardinale. Il suolo, collinoso dalla parte di mezzogiorno, scende dolcemente verso tramontana fino alla cava di Alfano dove un ponte di pietra, costruito nel 1796, congiunge il territorio di Canicattini all'ex feudo Sant’Alfano.

http://images.placesonline.com/staticmaps/pdf/1465_canicattini_bagni_dintorni.pdf

La suddetta cava, correndo lunga verso levante, tocca il feudo "Bagni" dal quale prende il nome di "Cava Bagni". Oggi è un paese in grande espansione che mostra con orgoglio per le vie del centro i suoi deliziosi edifici liberty. L’origine del borgo è simile a quella di molti centri siciliani sorti nella stessa epoca. Ufficialmente Canicattini Bagni è fondata il 21 luglio 1682 dal barone Mario Daniele che chiese ed ottenne dai Viceré di Sicilia (Periodo Vicereale 1516-1734 - Primo dominio spagnolo, Asburgo di Spagna 1516-1700; Secondo dominio spagnolo, Borbone di Spagna 1700-1713) Carlo II di Spagna (nonché, Carlo III di Sicilia e Carlo V d Napoli -17 settembre 1665 - 1 novembre 1700) la concessione della licentia populandi, decreto che permetteva (dietro pagamento di grandi somme di denaro e con vantaggi indiscussi per i baroni dell’epoca) la fondazione ex-novo di borghi. In realtà Canicattini ha origini ben più lontane ed esisteva ancora prima di tale concessione. L’elemento acqua, presente in grande abbondanza in tutto il suo territorio, aveva infatti favorito sin dall’antichità la formazione di insediamenti rupestri le cui testimonianze più remote risalgono al paleolitico. Le numerose necropoli-bizantine, il villaggio di Contrada Cavasecche, ancora fiorente in epoca bizantina, e l’esistenza di un “Casale Cannicattini” in epoca medievale testimoniano, inoltre, una continuità di utilizzazione del territorio e di insediamento umano che non si è mai interrotta. Alla dominazione araba sembra risalga l’origine del toponimo, anch’esso indissolubilmente legato all’acqua presente in abbondanza in queste terre. Il territorio fu abitato in passato da vari popoli quali Siculi, Romani e Bizantini come testimoniano le necropoli rinvenuti in quest'ultimo caso, nelle contrade ricadenti nel territorio di Canicattini Bagni o in zone limitrofe, quali Sant'Alfano, Cava Grande, San Marco, San Giovannello, Cugno Martino, Cozzo Guardiole, Bagni. Per quanto concerne il nome di Canicattini è molto incerto l'etimo. Alcuni lo fanno derivare dall'arabo "Yhan" o "Ayn" ( fontana) e dal latino "Neatinum" o "Netinum" (netino) ovvero fontana che scorre nel territorio di Noto; altri dal nome saraceno "Khandaq at-in" ovvero fossato del fango, per la presenza di numerosi e profondi fossati detti "cave". Il nome iniziale di Bagni indica non la presenza di terme, ma l'appartenenza del territorio al marchese Mario Daniele Patixano, signore del feudo di Bagni; successivamente fu aggiunto il nome di Canicattini per indicare la baronia in cui era sorto. A partire dal 1630 circa, grazie alla accorta politica del barone Girolamo Daniele s’incrementò la produttività e migliorarono le condizioni di vita nel feudo. A ciò fu dovuto il repentino incremento demografico e urbanistico con la costruzione di edifici di pubblica utilità (mulino, carceri, magazzini, chiese). Il successore di Girolamo, Mario Daniele, ufficializzò l’esistenza del borgo nel 1682 (con la suddetta licentia populandi) e lo chiamò Bagni Canicattini, denominazione che è rimasta uguale fino alla seconda metà dell’Ottocento quando inspiegabilmente i due nomi furono invertiti. L'abitato ha origini recenti. La cittadina di Canicattini Bagni è caratterizzata per le sue vie lunghe, diritte e parallele attraversate da altre perpendicolari. Degna di nota è l'architettura che si affermò nei primi del "900 ad opera di maestranze locali "gli scalpellini" che si sbizzarrirono nel decorare portoncini, balconi e finestre con tralci di frutta, putti, volti di donna, ecc. secondo lo stile liberty dell'epoca ma adattandolo alle esigenze locali. Nel corso principale, nonchè parte più antica della città, si trovano alcuni dei monumenti cittadini principali, a partire dalla settecentesca Chiesa Madre del sec. XVIII ampliata nel secolo successivo. La Chiesa Madre fu edificata nel 1796 come si evince da una lapide posta sul retro dell'abside. Consisteva in una navata corrispondente all'incirca a quella odierna laterale di destra. Intorno al 1852 si pensò di ampliarla e destinarla a Chiesa Madre. Stilisticamente riecheggia la Chiesa del Collegio dei Gesuiti di Siracusa. La Chiesa del Purgatorio, edificata nel 1828, ha una sola navata. Nella sua piccolezza è un simpatico lavoro. Fu arricchita nel 1904 di un artistico prospetto di stile ionico. Più interessante si presenta il Ponte di S. Alfano, antico costrutto di pietra dell'anno 1796. Al di sopra del ponte, stanno scolpiti, uno a destra e uno a sinistra della strada, in pietra da taglio del tempo, due personaggi, portanti ciascuno una bottiglia e un pane. Una graziosa leggenda li dipinge come campieri, uno di nome Currarinu e l'altro Calamaru i quali, per odi personali, si uccisero proprio sopra il ponte. Importanti sono pure le necropoli bizantine di Cozzo Guardiole e di S. Elama dei secoli V-VII, le necropoli preistoriche e le catacombe cristiane di Contrada S. Alfano e

Contrada Martino (http://www.siracusando.it/canicattini-bagni.html). Tra gli altri monumenti cittadini e architetture di rilievo citiamo la Chiesa dedicata alle Anime Sante ed i vari Palazzi e Case signorili le cui facciate sono sapientemente e splendidamente decorate in stile liberty con raffigurazioni floreali e barocche (http://www.sicilyweb.com/canicattinibagni/).

http://a3.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-aksnc3/24099_430312399504_69794584504_5183713_1424318_n.jpg http://www.oleificiobagni.it/images/ponte-alfano.jpg?22

http://a5.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-aksnc3/24099_430312014504_69794584504_5183697_7284297_n.jpg

http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-aksnc3/24099_430312209504_69794584504_5183704_8335493_n.jpg

http://a2.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-aksnc3/24099_430313109504_69794584504_5183742_3026153_n.jpg http://a5.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-akash2/24099_430313249504_69794584504_5183750_7456974_n.jpg Il territorio circostante la citta' di Canicattini offre la possibilita' di effettuare alcune escursioni turistiche interessanti comprendenti, ad esempio, il Ponte di Sant’Alfio - una settecentesca costruzione realizzata sfruttando la pietra locale e costituita da una sola arcata che si riversa nel dirupo della Cava Cardinale - e la stessa Cava Cardinale - sito dal notevole valore paesaggistico e naturalistico visto che comprende vari boschi di rovelle ed alcune masserie (http://www.sicilyweb.com/canicattinibagni/).

Siti di interesse culturale e naturalistico si trovano a 20 Km dal capoluogo Siracusa, città ricca di storia e antichità risalenti al periodo greco-romano. Sempre presso Canicattini Bagni troviamo la città del Barocco, Noto e Palazzolo Acreide, la necropoli di Pantalica, le riserve naturali di Cava Grande del Cassibilee e di Vendicari. (http://www.oleificiobagni.it/chi_siamo_1.html)

Le attività economiche principali sono l'agricoltura, l'allevamento e l'artigianato. I prodotti coltivati sono, prevalentemente: cereali, ortaggi, carrube, olive, mandorle e i foraggi. Particolarmente caratteristici sono i manufatti in marmo. Sono presenti allevamenti bovini, ovini e suini. (http://www.siracusando.it/canicattinibagni.html) La terra nobile e la “Licentia Edificandi” concessa ai Daniele. Con una popolazione di circa 7000 abitanti, Canicattini Bagni, ha una storia ben definita sin dai suoi arbori. Col trascorrere del tempo la voce "Bagni" è passata in seconda posizione e spesso per brevità la si tralascia. Il territorio dovette essere abitato nelle età antiche soprattutto dai Siculi, come si evince da alcune tombe a forno presso la contrada "Case Vecchie". Il periodo storico maggiormente rappresentato è quello tardo romano e bizantino. Accanto alle ville dei nobili siracusani a poco a poco cominciarono a sorgere case rurali che si estesero sempre più fino a diventare dei veri e propri villaggi. Queste contrade furono ben presto attraversate dai propagatori della fede cristiana che trovarono, tra quei poveri, numerosi proseliti. Le testimonianze storiche di queste comunità cristiane, che nel periodo bizantino popolarono l'altopiano canicattinese, sono rappresentate dalla presenza di numerose necropoli e dal toponimo di molte contrade: Santolio, San Giovannello, San Marco ecc.. La più antica menzione di Canicattini risale al 1296 ai tempi di Federico II d'Aragona; nel registro del servizio militare dei baroni e dei feudatari di quell'anno troviamo che la baronia era posseduta da don Giovanni Migliotta. Dal 1296 al 1681 la storia di Canicattini è una storia di baronie. Da alcuni documenti risulta che il feudo era adorno del mero e misto impero cioè di tutte quelle prerogative che consentivano al barone di amministrare la giustizia dei vassalli. Tale privilegio in mano ai precedenti baroni poco scrupolosi dava luogo spesso ad abusi di ogni sorta contro la libertà personale dei sudditi. Le cose cominciarono a cambiare con l’arrivo dei Daniele e la popolazione ebbe un notevole incremento dopo il terremoto del 1693 che danneggiò molti centri del siracusano. Dunque, già feudo e casale duecentesco dei Capichio o Capizzi, la baronia di Canicattini era passata in possesso di Perruccio Daniele per l'investitura da lui ricevuta a Palermo

il 12 luglio 1453 da Alfonso I il Magnanimo (già Re di Sicilia dal 1416 e quindi Vicerè dal 2 giugno 1442 al 27 giugno 1458), anche per riportare ordine sul territorio. Da poco San Bernardino da Siena era deceduto (nel 1444) e già nel 1450 era stato chiuso il suo processo di beatificazione, per le sue virtù eroiche e per l’amore che aveva per l’Immacolata. Occorreva riportare anche sull’isola oltre che sulla penisola italica, un senso di mitezza, cura e devozione cristiana. E’ in questo periodo che il culto per l’Immacolata Concezione da parte della stirpe dei Daniele entra di diritto in questa frazione di territorio siculo e di quelle che fu la Magna Grecia. Tuttavia, bisogna aspettare la seconda metà del Seicento, quando l'VIII Barone Mario Daniele Partexano, rifondando il casale, consentì la trasformazione del feudo in "terra" con il nome di Bagni Canicattini, imprimendo così la sua vocazione di costruttore e di devoto mariano. Poichè possedeva detto casale, Mario Daniele diventò I° marchese di Bagni (denominazione quest'ultima che esisteva già dal sec. XVI e che derivava dal feudo omonimo). Egli possedeva i feudi di Bagni, Canicattini e Bosco ed ottenne dalle autorita' spagnole, che all'epoca dominavano la Sicilia, l'autorizzazione a creare un nuovo borgo che per lungo tempo fu denominato Bagni di Caniccattini. E, in parte per le sue capacità imprenditoriali, in parte per la sua devozione cristiana e senza dubbio per la sua onestà e magnanimità dopo il nefasto terremoto del 1693, che distrusse buona parte delle citta' comprese nella Val di Noto, la citta' fu in grado di contenere il notevole incremento demografico dovuto all'arrivo di numerose persone provenienti dalla vicina e distrutta citta' di Noto, e che lui accolse. (http://www.blogsicilia.it/wp-content/uploads/chiesaimmacolata-435x470.jpg; http://siracusa.blogsicilia.it/la-festa-dell%E2%80%99immacolata-asiracusa/20800/ ) In seguito chiese ed ottenne il permesso ufficiale, cioè regio, di valorizzare il suo vasto feudo con l'onere di fabbricare al fine di favorire maggiore afflusso di abitanti, di agricoltori e coloni. La "Licentia Populandi", come si diceva allora il Regio permesso, venne concessa in data 21 Luglio 1682. Dato atto che questo ramo dei Daniele fu fondatore di Canicattini Bagni, la comune opinione, ormai ultracentenaria, dei cittadini canicattinesi ritiene che lo stemma del Comune coincida con quello della nobile famiglia. Infatti, molte sono le riproduzioni più o meno aderenti al modello, che circolano in gagliardetti, scudi di bronzo e stendardi.

http://a4.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-akash2/24099_430312604504_69794584504_5183717_4519326_n.jpg http://www.oleificiobagni.it/images/piazzanotturna.jpg?678 La nobiltà d’arme e la devozione all’Immacolata Concezione. I Daniele: nobile ed antica famiglia di Siracusa. Un Perruccio, chirurgo da Noto, nel 1413 acquistò la baronia di Canicattini e sposò nel 1416 la causa di Alfonso I D’Aragona, il quale adottato da Giovanna II, e ricevuta la base giuridica per rivendicare il

Meridione continentale ai danni di Renato I D’Angiò, forte di questa interpretazione nel 1416 Alfonso conquisterà militarmente il Regno di Napoli assumendo il titolo di Rex Utriusque Siciliae e unificando anche formalmente i due regni. Di seguito, in linea con la fedeltà aragonese, gli succedette Guglielmo, investito il 19 ottobre 1463, ed a questi il figlio Pietro Giovan Vincenzo, investito a 5 dicembre 1510. Un Nicolò fu giurato di Siracusa nel 1442-43; un Guglielmo senatore di detta città nel 1482-83, 1486-87; un Vincenzo, barone di Canicattini, giurato nel 1514-15, senatore nel 1525-26; un Nicolò, barone di Canicattini, maestro notaro della Regia Cancelleria del Regno nel 1661; un Mario Daniele e Patixano fu primo marchese di Bagni per real privilegio dato a 6 ottobre esecutoriato a 20 dicembre 1680; un Giuseppe Maria Daniele e Bonanno, marchese di Bagni, fu capitano di Siracusa nel 1782-83 e giurato nobile nel 1786-87: un Giuseppe Daniele e Landolina, marchese di Bagni e barone di Canicattini per investiture del 23 marzo 1801, fu patrizio di Siracusa nel 1809-10; un Salvatore-Maria, marchese di Bagni, fu capitano di giustizia di detta città nel 181011. Un altro ramo di questa famiglia lo troviamo decorato del titolo di conte, per concessione avutane, con real privilegio del 17 agosto esecutoriato a 1 ottobre 1678, Giuseppe Maria Daniele, che tenne la carica di senatore di Siracusa negli anni 1689, 1691, 1696, 1701 e quella di capitano di giustizia nel 1682. Detto titolo lo vediamo in potere di un Gregorio, senatore patrizio di Siracusa nel 1792-93, per investitura del 17 maggio 1789, e, per la sua morte senza figli, passò alla sorella di lui, Vittoria, la quale ne ottenne investitura a 20 settembre 1793. (Testo estratto dal nobiliario siciliano del Dott. A. Mango di Casalgerardo http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/bibliotecacentrale/mango/dacquino.htm)

http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/bibliotecacentrale/mango/immagini/p/daniele.jpg Arma: di rosso, all’agnello pasquale d’argento, posto sulla campagna d’azzurro. Approfondimenti culturali. Storia di Acre, prima colonia greca di Siracusa e d’intorni. Di VINCENZO TEODORO …La chiesa più antica (di Acre) era quella di S. Martino appoggiata al Castello e confinante ad oriente con S. Blandano: all’alba vi si celebrava la “missa cantus galli” per i lavoratori di prima levata aventi obblighi mattutini. Dagli “Annali di Siracusa dal 1200 al 1400” di G. Capodieci apprendiamo che la chiesa siculo-normanna di S. Nicolò fu consacrata nel 1215 da Bartolomeo Gash (1212-1222), 31.mo Vescovo d’Ortigia (e non da un certo Adamo nominato da Onorio III, come affermano alcuni): danneggiata seriamente dal terremoto e in attesa di essere restaurata, le funzioni sacre furono solennizzate in una “commoda barracca” allogata nei pressi di S. Sebastiano a pochi passi dalla “speziaria”. Non sappiamo quando essa fu fatta Matrice, ma sulla sua Chiesa di S. Domenico (ossia prima Chiesa di San Paolo) in piazza degli Uffizi con annesso Convento fondato dalla “bizzocca di S. Domenico” Suor Girolama Scalzo (15771632) col concorso del nobile Mario Daniele… Narra Fra’ Giacinto Leone che il 2 marzo 1606 la Benevides, “per magior servizio di nostro Signore, e per la buona amministrazione della giustizia, e reprimere l’audacia di alcune persone temerarie, e delinquenti, e per lo governo di detta terra, desidera avere lo Mero, e Misto Imperio: quattro scudi per ogni fogo” (= famiglia). Era come barattare i diritti dei cittadini, trattarli né più né meno come roba da supermercato. Sulla “vexata quaestio” Tonino Grimaldi dà questi dettagli: 1a signora aveva la competenza di giudicare gli abitanti del feudo sia nelle cause civili che penali e di nominare i giudici e gli ufficiali di giustizia”. E ancora: poteva infliggere punizioni corporali lievi o gravi, fino “al taglio del naso o delle orecchie, all’amputazione degli arti”, senza escludere la “pena di morte per glaudio, per soffocamento od altro” (Studi Acrensi 1, p. 78). Ma la morte, che come la livella pone sullo stesso piano sia i potenti che i sudditi, il 26 settembre 1618

raggiunse colui che s’era svenduto il paese per debiti, Artale III Alagona e Bonajuto; e più tardi anche la Baronessa sparì di scena, lasciando l’eredità a Camilla (Fiorella Manueli di Licodia), ch’era stata legittimata e col primo marito D. Pietro Velasques aveva avuto tre figli Francesco, Gutterra e Maria; ai quali se ne aggiunsero tre di secondo letto: Vincenzo Franco, Giuseppe e Calcedonio (nati da Nunzio Ruffo dei Principi di Scilla). Della successione, Vincenzo Franco fece gratuita donazione al fratello uterino Gutterra Velasques e Santapau, che si proclamò primo Principe di Palazzolo (15.mo di Sicilia), per averne acquisito il titolo il 21 maggio 1622. Morto egli senza prole, la donazione recesse in favore di Vincenzo Franco, Barone di Licodia ammogliatosi con Giovanna Ruffo, principessa di Scilla, con la quale generò i figli Francesco e Tiberio. Fu durante il Principato di Vincenzo Ruffo che “la bizzocca” Suor Girolama Scalzo (1577-1632) “infervorò il popolo di Palazzolo di fondare il Convento dei PP. Domenicani” e fu lei che “persuase la Confraternita della Chiesa di S. Paolo, a cedere la Chiesa alli PP. Domenicani: come infatti gli la cesse, per atto pubblico” (“Notaro Paolo Buggiuffo a 26 Giugno 1627”, Selva, p. 218). Anche il nobile Mario Daniele si addossò una parte dell’onere per la edificazione del Convento, per aver ricevuto la grazia della liberazione del figlio ch’era stato sequestrato dal banditi Cavallo e Longino. Nel 1663 D. Francesco Ruffo fece rinuncia degli stati di Palazzolo e Licodia in favore del fratello D. Tiberio Ruffo (terzogenito di Vincenzo e Giovanna Ruffo), che amministrò il Principato a partire dal 4 giugno 1665.

Nel 1677 avvenne la “memorabile ribellione” popolare per l’aumento del prezzo del frumento, di cui ci siamo occupati un paio di volte sui giornali e ultimamente con un servizio sul Corriere il 7-8 del 2006.

L’episodio, che si concluse con una reazione disumana e crudele, è significativo per le condizioni sociali in cui versava la popolazione rispetto alla classe dirigente e alla nobiltà ligie come sempre alle leggi feudali e protette dalla monarchia. Il 6 novembre 1683 a D. Tiberio Ruffo (sposato con D. Agata Branciforte) successe il figlio minorenne Guglielmo sotto la tutela dello zio Marchese Girolamo (padre di Mario Daniele, non citato nella araldica? nda): il quale, cresciuto in età, contrasse matrimonio con Silvia Marra avendone il figlio Fulco Antonio. Il 15 luglio 1690, durante il Principato di Guglielmo Ruffo e Santapau, la Sacra Congregazione dei Riti, sulla base dei decreti di Urbano VIII, confermò l’elezione di San Paolo a patrono di Palazzolo. Ma tre anni dopo il paese e le regioni a Sud dell’isola furono scossi da una inaudita violenza sismica, così descritta da P. Giacinto Farina per indiretta testimonianza: “in quest’anno 1693 a 9 gennaro a 3 e 3 quarti nella Sicilia e particolarmente nella Valle di Noto, un gagliardo terremoto che conquassò tutto il Valle e questa terra di Palazzolo di modochè portò un gran terrore e paura al mortali, ma niente sarebbe stato di danni se non avesse replicato a 11 del medesimo mese di Gennaro. In questo paese di Palazzolo le persone che furono oppresse dalle pietre arrivarono al numero di mille. Un quanto agli edifici delle case e delle Chiese non restò niuno vestigio e principalmente della bella Madre-Chiesa, il cui “campanile era degno di essere veduto, colla bella Cupola del cappellone” (“Selva di memorie antiche”, 1869). Diceva uno scrittore: senza la distruzione sismica, difficilmente i paesi di Val di Noto sarebbero risorti col “nuovo stile”, grazie alla sensibilità e al concorso dei nobili, degli Ordini religiosi, dei cittadini della borghesia e soprattutto dei così detti “genii loci” che impressero al nuovo assetto urbanistico una impronta decorativa incancellabile. Il secolo XVIII albeggiò con alcune complicanze politiche che interessarono ancora la terra glorificata da Federico II, “stupor mundi”: scomparso Carlo II, ultimo sovrano di Casa d’Austria sul trono di Spagna, a governare i siciliani fu chiamato Filippo V, che dall’oggi al domani “s’incorporò tutti gli stati, e Baronie della Sicilia, che erano delli Principi Napolitani, fra i quali fu D. Guglielmo Ruffo, e Santapau, Principe di Palazzolo, e Marchese di Licodia”. http://www.girgenti.it/RDS%20anno%20XXVIII/rds_n.1314/XXVIII13_14Teodor.htm La discendenza dei Daniele ed i Vasta. Il Marchese Mario Daniele ebbe 9 figli, dei quali, l’ultimo, Antonino darà seguito all’unico ramo cadetto della famiglia che non si estinguerà nel tempo: quello dei Daniele Vasta (da Carmela). Il Commendatore Giovanni DANIELE VASTA nato a Catania, era amico del Primo Ministro Italiano Francesco Crispi e di Emile Ollivier, ministro repubblicano di Napoleone III. Ricoprì la carica di Prefetto nel periodo post unitario, prima a Trapani (dal 1878 al 1880), poi a Vicenza (12.02.1880 20.04.1882 http://www.prefettura.it/vicenza/contenuti/25812.htm), quindi a Siracusa dal 1982 al 1984 (http://www.portalestoria.net/ITALIA%20PREFETTI.htm), a Siena dal 18 maggio 1884 (http://www.prefettura.it/siena/contenuti/9659.htm), a Reggio Calabria dal 1890 al 1891 ed infine a Lecce, dove concluse il servizio pubblico. Giovanni Daniele Vasta ebbe due figli, Oliviero DANIELE funzionario dello Stato e Nino DANIELE (Lecce, 1 marzo 1888 – Torino 1967) che è stato un giornalista italiano. Questi nacque dal prefetto di Lecce, Giovanni Daniele Vasta (Catania) fu anche capo legionario a Fiume, a Zara e in tutta la Dalmazia e luogotenente di Gabriele D'Annunzio. A Roma fondò nel 1908 il primo giornale imperialista, Il Principe. Lavorò nel quotidiano romano Il Mondo fondato a Roma dal conte Matarazzo nel 1922. Emigrò in Brasile nel 1926 e collaborò alla Folha de Manha, a Il Pasquino Coloniale e fondó il Diario Latino, primo giornale in italiano a San Paolo nel dopo guerra. Pubblicò il libro D'Annunzio Politico dove racconta le vicende dell'impresa fiumana e tutti i retroscena politici che l'accompagnarono, essendo stato segretario e fiduciario politico di D’Annunzio al quale si era affiancato all'età di vent'anni prima della guerra di Libia. A San Paolo fu autore e curatore dei Quaderni della Libertà dove apparvero gli scritti Fiume bifronte con saggi su Giulietti, Antonio Gramsci, Benito Mussolini, Gabriele D'Annunzio. Intervistò a Roma Guido De

Giorgio e in Brasile Amedeo Rocco Armentano. Negli anni cinquanta si recò in Portogallo e intervistò l'ex re Umberto II di Savoia in esilio. L'intervista fu pubblicata in un quotidiano di San Paolo e contiene interessanti indicazioni di Umberto II sulla politica europea e sul futuro della monarchia in Italia. Sposato con Vittoria De Masi ebbe tre figli maschi Ivan Arai e Leo. (Amelia Lazzaroti?)

Storia antica, storia moderna: le lotte dinastiche dagli Svevi ai Borbone. Il primo insediamento normanno nel Mezzogiorno d'Italia, nel 1027, si deve a Rainulfo Drengot, investito dal Duca di Napoli Sergio IV del titolo di conte di Aversa in compenso dell'aiuto ricevuto nel conflitto con i Longobardi del Principato di Capua. Nel giro di pochi anni si ebbe il rapido fiorire di signorie normanne:

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/e1/Sud_Italia_nel_1112.jpg/200pxSud_Italia_nel_1112.jpg Re di Sicilia Insulare e Peninsulare (1130-1282)

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/ec/Regno_di_Sicilia_1154.svg/529pxRegno_di_Sicilia_1154.svg.png Regno di Sicilia nel 1154. Nel 1127, morto Guglielmo senza lasciare figli, il ducato viene annesso alla Contea di Sicilia, retta da Ruggero II. Il 27 settembre 1130 Ruggero II fu nominato Re di Sicilia dall'Antipapa Anacleto II. Tale nomina fu poi confermata da Papa Innocenza II nel 1139. Ruggero riuscirà poi a completare la conquista di tutto il meridione d'Italia, segnando la nascita di uno stato centralizzato.

Ruggero II e Guglielmo II http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/fb/Martorana_RogerII.jpg/100pxMartorana_RogerII.jpg http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/bc/Monreale_photo_ru_Sibeaster02.jpg/100p x-Monreale_photo_ru_Sibeaster02.jpg Svevi, Hohenstaufen (1194-1266) Costanza d’Altavilla, figlia postuma di Ruggero II Rex Siciliae et Italiae, sposò il figlio di Federico Barbarossa Enrico di Svevia, re di Germania ed imperatore del Sacro Romano Impero, che carpì la successione al Regno di Sicilia spodestando il legittimo Re Guglielmo III, figlio di Tancredi; rimasta vedova, Costanza regnò in nome del figlio Federico II del Sacro Romano Impero, poi re di Sicilia con il nome di Federico I, di Gerusalemme e Sacro Romano Imperatore.

Federico II (Stupor Mundi) Hohenstaufen Imperatore del Sacro Romano Impero, Re di Sicilia (come Federico I) e Corradino di Svevia (ultimo discendente del casato poi decapitato a Napoli da Carlo I D’Angiò) http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/db/Frederick_II_and_eagle.jpg http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/de/Konradin.jpg/445px-Konradin.jpg

Francesi, Angioini (1266-1282) I Sovrani svevi, Federico II e Manfredi in particolare, battono strade di espansione e affrancamento dalla tutela pontificia che li porteranno a collidere con il Papato le cui armi (investitura dei Sovrani e scomuniche) risultano fatali per la Dinastia sveva che chiude tragicamente il proprio ciclo con la decapitazione di Corradino nella Piazza del Mercato a Napoli (1268). Su invito del Pontefice Clemente IV, scende in Italia (1265) Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, investito con Bolla papale del titolo di Re d'ambedue le Sicilie, prima traccia documentale di una serie, a volte intricata, di appellativi del Regno. Da qui la controversia che fa riconquistare la Sicilia ad Alfonso I il Magnanimo e appresso la storia dei Daniele, suoi alleati.

In copertina Panorama aereo di Canicattini Bagni di Luigi Nifosì CANICATTINI BAGNI (SR)

D'ANNUNZIO POLITICO

A L'ITALIANO IGNOTO futuro modello del mondo

A mio padre GIOVANNI DANIELE VASTA fuoruscito borbonico prefetto crispino d'Italia

A SERAFINO MAZZOLINI console sotto la croce del sud compagno sotto l'orsa maggiore

fiumanamente

LETTERA DI GABRIELE D'ANNUNZIO

Io ho quel che ho donato "Città di Benaco, il Vittoriale

Mio caro Nino Daniele, Chi mai può disconoscere la purità della tua fede, il tuo coraggio nel confessarla, la tua costanza nell'esaltarla e nel difenderla?

Molto già patisti per la Causa, ed all'antica tua passione voglio aggiungere la nuova. E sono certo che sei pronto a ogni sacrifizio nell'avvenire. La nostra lotta non si placa. Non dimentico i servigi da te resi prima della mia partenza per Ronchi; non dimentico l'efficacia della tua azione dalmatica, né l'agitazione da te promossa in Torino dopo il dramma fiumano del dicembre; né la conseguente perdita del tuo lavoro cotidiano; né tutte le altre prove di abnegazione da te date durante il tuo officio di Console della Reggenza; né le recenti testimonianze della tua devotissima amicizia, né la tua recente assistenza. La nostra lotta comincia con nuove forze e con nuove armi. Ti considero tra i più coraggiosi e tra i più fedeli miei legionari, e la tua opera mi sarà preziosissima anche fuor dei quadri. Non ci diciamo dunque addio, non ci diamo il commiato. Lo spirito ci lega, ci fa prossimi sempre. Viviamo e militiamo sotto l'insegna della Reggenza: sotto la costellazione eroica dell'Orsa e sotto la specie dell'Eternità. "Semper idem sub eodem". Il tuo Gabriele D'Annunzio".

BRANO DI ALTRA LETTERA

"Mio caro compagno, Non ho cessato mai di seguirti, col mio cuore e la mia gratitudine, in tutto quello che hai fatto per la Causa nostra. Da vicino come da lontano, hai sempre dato alla Causa il meglio di te. Sei un luminosissimo esempio, fra tanta meschinità e slealtà di partigiani..."

*

"CORRIERE DELLA SERA" Il Direttore

Caro Collega, Ho letto con attenzione, e spesso con emozione, i suoi ricordi su D'Annunzio e su Fiume. Mi permetto di consigliarle di sottoporli a un buon editore perché sono importanti e me ne sembra facile la pubblicazione in un volume. Se le occorre una presentazione per la Casa Fratelli Treves e se ella capita in questo frattempo a Milano, venga pure da me. Mi creda suo Ugo Ojetti.

*

FRATELLI TREVES EDITORI Il Direttore

Chiarissimo Signore, Abbiamo letto il ms. consegnatoci dal comm. Ojetti, e in verità c'interessa. Si vede, nel leggere, che in origine erano articoli, ma ciò non è male. Quel che ci attrae, e ad un tempo ci fa pensare, è la natura delicata e incandescente dell'argomento: tanto più in un periodo come questo. Per non correre pericoli, bisognerebbe avere la preventiva approvazione del Governo. Se s'incarica lei stesso di ottenerci le garanzie indispensabili alla pubblicazione, noi saremo ben lieti d'essere gli editori del suo lavoro, e lo lanceremo nel modo migliore. Gradisca, ecc. C. Tumminelli.

*

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI (Ufficio stampa)

Caro Zingarelli,

Ti presento e ti raccomando caldissimamente il collega Nino Daniele, che fu con Gabriele D'Annunzio a Fiume, amicissimo del Comandante e molto da lui stimato. Il Daniele è stato alla "Tribuna" con me. E non ebbi che a lodarmi di lui. È scrittore brillante, acuto, documentato, piacevole. È un patriota più che provato. Il tuo Maffio Maffii. (Nella lettera, da Roma, l'intestazione è cancellata. Maffio Maffii, già successore di Cesare Rossi come capo dell'Ufficio Stampa di Mussolini, è attualmente succeduto ad Ugo Ojetti come direttore del "Corriere della Sera").

*

NEL "FANFULLA"

Col "Re Vittorio", dopo una felicissima traversata, sono giunti ieri dall'Italia i colleghi comm. prof. dott. Ferruccio Rubbiani, Giuseppe Fabj e Nino Daniele, venuti a rinforzare la nostra redazione. Nino Daniele viene dalle file del giornalismo romano, in seno al quale ha sviluppato la sua azione di pubblicista eclettico, dall'ingegno facile e vivo. Amico personale di D'Annunzio e di Mussolini, legionario fiumano, segretario del Comandante nella Città martire, ha il suo nome legato all'episodio storico dell'incontro fra il Poeta e il Duce. (Segue l'elogio di Rubbiani, ex-segretario di Berenini, e di Fabi, poi redattore-capo della "Difesa"). Il "Fanfulla", fedele al programma tracciatosi, è ben lieto di poter annunciare al numeroso pubblico dei suoi lettori di aver fatto tre ottimi acquisti cogli elementi che ha l'onore di presentare ed ai quali porge il suo cordiale e fraterno saluto. (Francesco Pettinati).

*

DAL "PICCOLO"

Ha lasciato da qualche giorno la redazione del "Fanfulla", l'egregio e valoroso collega signor Nino Daniele che l'anno scorso era venuto dall'Italia contrattato dal confratello.

Egli ha intenzione di fissare definitivamente la sua residenza fra noi, dando altre forme alla sua attività di scrittore. Fra breve inizierà la stampa di un suo libro sull'occupazione di Fiume che rivela episodi inediti ed interessanti di quella gloriosa azione che diede all'Italia la città della sua passione. Poiché egli fu un protagonista della gesta e dell'occupazione dannunziana il suo libro susciterà certo grande interesse. Auguriamo all'egregio collega il miglior successo. (Arturo Trippa).

*

CHIARIMENTO

Questo libro è stato scritto in Italia. È stato scritto per il "Corriere della Sera", durante la timida direzione di Ugo Ojetti. I suoi dieci capitoli dovevano essere dieci articoli di giornale. Da ciò la loro forma svelta, che ora ho appena aggiornata, che non ho ritoccata. Da ciò anche l'intonazione tanto più calda quanto meno polemica, l'autocensura insomma che il lettore v'indovinerà e che, se era necessaria in Patria allora, quando mi rivolgevo al massimo pubblico interno, non è meno opportuna ora all'Estero, dove intendo riunire le pagine sparse in volume per un uditorio ancor più sensibile. La verità di quel ch'io in parte rievoco e in parte rivelo è stata tutta collaudata; qualche capitolo, sempre sotto la forma di articolo - come quello che racconta il primo pressoché segreto incontro, avvenuto per volontà mia e col mio intervento, tra Gabriele D'Annunzio e Benito Mussolini - è apparso anche sulle colonne del "Giornale d'Italia" in occasione dell'ultimo clamoroso incontro a Gardone fra l'ex-Reggente di Fiume e il Dittatore di Roma, e non solo non è stato smentito ma è stato confermato anche dai non sospetti personaggi delle due parti; qualche altro - come quello che apre questo libro e che illustra l'atteggiamento rivoluzionario del Condottiero del volo su Vienna contro il Governo e contro il Parlamento italiani ancora durante la guerra - è stato riprodotto nel Maggio del 1926 dalla mia, già non più mia, "Gazzetta del Popolo" e mi ha valso un anche più largo riconoscimento; qualche altro infine - come quello che chiude questo libro e in cui descrivo la spedizione del Capo dei Liberatori di Fiume - è stato pubblicato senza commento e in doppia ripresa dal "Tevere" di Roma nel VII° anniversario di Settembre, all'atto della mia partenza dall'Italia, mentre quello che per la prima volta mette in luce l'episodio inedito dei Sette di Ronchi è stato raccolto l'11 Settembre scorso dal "Piccolo" di S. Paolo, come aveva fatto del mio "Addio a D'Annunzio" - all'atto del mio arrivo in Brasile - il vecchio "Fanfulla". Tutti articoli da me stampati con tanto di firma e col consenso di amici e di colleghi e di legionari di ogni partito.

Perché, sia ben chiaro, ci sono detrattori di D'Annunzio dovunque - che lo considerano un Genio finito ed un mancato Eroe - ma ci sono anche suoi seguaci noti e ignoti, consci o inconsci, dovunque. Se D'Annunzio sia stato il padre spirituale del fascismo o se non ne sia che la vittima espiatoria, se la marcia di Ronchi sia stata l'inizio della Marcia su Roma o se invece l'un avvenimento sia soltanto l'opposto dell'altro, se l'Italia d'oggi abbia avuto in Fiume la sua prova generale o se vi abbia appena la sua conclusione anticipata, e se infine al Poeta-Comandante spetti un merito o una colpa nell'indirizzo nazionale e sociale del dopoguerra europeo, questo non è da discutere qui, non è da discutere ora. Quel che si può affermare senz'altro, però, è che il nome di Gabriele D'Annunzio scomparirà dalla memoria dei popoli oppure sarà ricordato come quello dell'uomo più rappresentativo di quest'epoca, per le sue gesta di guerra e di pace oltre che per le sue parole d'arte e di vita. Cioè per la sua virtù non solo di creazione ma di attuazione - innegabile - che forma la sua coerenza e la sua sincerità di scrittore e di agitatore, di soldato e di ribelle, e che spiega la sua enorme influenza - tuttora profonda e feconda - su almeno due generazioni contemporanee: virtù politica, nel senso aristotelico, come quella di nessun altro. Virtù che può riservare ancora oggi delle sorprese, nel campo dell'idea e nel campo dell'azione. Forse quando io avrò sbrigato la cronaca retrospettiva del "dannunzianismo", gl'increduli si saranno già ricreduti. Forse la mia cronaca che ora sembra passato, sarà, allora, presente e futuro. Certo io sono convinto che questo mio piccolo contributo alla grande realtà del nostro tempo non è soltanto un contributo di documentazione, non è soltanto statico ma è dinamico, sebbene concepito contro ogni vecchia passione; perché tale realtà io l'ho vissuta e la rivivo, scrivendo e tacendo, come ha fatto, e fa, colui che fu il mio unico capo; e perché molti milioni di miei simili, che non la vivono ancora - in Italia e fuori d'Italia - la vivranno. Il passato prossimo è la scuola del prossimo avvenire: scuola di guerra, dunque, e di rivoluzioni sempre un po' più a fondo. Scuola di preparazione, anche. Ed anche di preparazione della ancor lontana, ma tanto più gloriosa, tanto più giusta, tanto più sicura Pace. Qualcosa si preparò un giorno a Venezia, come già da questo libro si vede, qualcosa che pochi sapevano e in cui quasi nessuno credeva. Qualcosa si preparò dopo, a Fiume, qualcosa di assai più importante e di ancor meno noto, come si vedrà in altro libro. Qualcosa si preparò - e si prepara - in Dalmazia, di cui pure posso dar testimonianza; e soprattutto questa parte dei miei ricordi - che diventeranno presto profezie - è destinata a stupire come materia attualissima. Qualcosa infine si è già maturata, me vicino, dopo l'esodo di D'Annunzio a Gardone e dopo la stessa Marcia di Mussolini su Roma: lo narrerò per chiudere col più recente aspetto del "dannunzianismo", non con l'ultimo. E qualcosa a Gardone - o altrove - si maturerà, qualcosa che altri vivranno, ripeto, e narreranno. * Ritorno a me.

Non è questa dunque che la prima parte di un'opera molto più vasta, la quale sarà pubblicata a suo tempo in un'edizione integrale, e che, mantenendo ed ampliando il carattere storico-aneddotico della presente, dimostrerà meglio, tra le altre cose, come avrebbero torto tanto quelli che mi credessero ansioso di rivendicare la precedenza dell'idea e dell'azione dannunziana sull'idea e sull'azione mussoliniana quanto quelli che mi volessero cieco verso le responsabilità pre-fiumane, fiumane e post-fiumane; sol perché tale precedenza e tali responsabilità, modestamente, furono anche mie. Io ora, qui, non sono uomo di parte. Sono un italiano che ricorda, prevede, registra. Che registra con raccoglimento, contro ogni vecchia passione, appunto perché ricorda e prevede. Che registrerà ancora, che registrerà tutto, guardando solo la Verità e l'Avvenire. Anima, e tutto il Bene e tutto il Male. NINO DANIELE San Paolo del Brasile, 21 Aprile 1928.

Qualcosa infatti maturò nella vita del giornalista Nino Daniele; con l’avvento di Mussolini non c’era più posto per scrittori dissidenti. Così, dopo la pubblicazione di alcuni suoi articoli sul caso Matteotti, fu bastonato quando all’alba usciva dal suo giornale. Allora il suo direttore lo invitò, pragmaticamente, a andare a fare il corrispondente in Brasile. Lì trovò quella grande colonia di italiani, quasi tutti convertiti al fascismo. Non di certo in proporzione minore di quella che trovò, al suo ritorno in Italia dopo la guerra, dell’ardita conversione all’antifascismo»!

I

UN VOLO VERSO LONDRA INTERROTTO A TORINO

Significato ideale dell'impresa di Fiume -In attesa del poema epico - Un colloquio politico all'Hotel d'Europe di Torino - "Bombardare il Parlamento"La riscossa e il primato - La trasvolata del Monte Bianco

Non pretendo di scrivere la storia definitiva dell'azione post-bellica di Gabriele D'Annunzio, culminata nell'impresa di Fiume. È, questa, una materia ancora incandescente che quasi rifiuta di assumere una determinata forma immutabile. D'improvviso, quando si crede di averla fissata in ogni particolare, ecco una nuova colata di ricordi, di interpretazioni, di ritorni, esorbita dallo stampo, liquida ed ignea vita ancora suscettibile di infinite creazioni. E poi la gesta dannunziana non è materia per uno storico, sì per un poeta. Piccola gesta, infine, a considerarne i fattori materiali (sì e no, ventimila uomini che salvano all'Italia una cittaduzza, tutt'al più un po' d'Adriatico) ma immensa Causa, quant'altre mai ve ne furono, per gli elementi spirituali di cui fu insieme esplosione e germinazione. Per trovare tanta passione umana, bisogna forse risalire alle Crociate. Per esprimerla, occorre l'ala del grande poeta.

Quel che significò "Fiume"

Io non dispero che Gabriele D'Annunzio voglia, prima di morire, darci il poema epico dell' "Olocausta", della gesta e della Causa di Fiume - parola che non significò soltanto Fiume né la Dalmazia, non soltanto Roma né l'Oriente, non soltanto Antiversaglia né la Libertà - alludo alla Lega fiumana dei Popoli oppressi e allo Statuto dannunziano del Carnaro - ma la Rivolta ideale contro tutta la vecchia Italia e tutto il vecchio mondo, la riabilitazione postuma, eroico - mistico - lirica della Guerra Europea, veramente la gesta non soltanto per la causa della terra o del mare, della patria o dell'umanità, ma per la Causa dell'Anima. Io non dispero insomma che D'Annunzio voglia - com'egli solo può - dire alle genti e ai secoli e a noi stessi, che cosa fu, per noi, la "Città di Vita"; e che cosa fummo, noi, nelle mani del suo creatore, del Comandante. In tal modo la sublime avventura per cui ed in cui tutti i legionari, di ogni età, ebbero vent'anni, troverà il suo compimento e la sua consacrazione. E l'Italia avrà dato - per la prima e forse per l'ultima volta, attraverso ai millenni - lo spettacolo d'un uomo che fu insieme l'Eroe e l'Aedo, cioè integrò in sé, nella loro più pura essenza, le più belle manifestazioni d'umanità. Questo attendiamo da Gabriele D'Annunzio noi, fedeli "fiumani" di prima e di dopo Fiume. E sappiamo che egli non avrà compiuto il suo destino se non quando avrà compiuto tale Poema. E, nella nostra passione intollerante, giudichiamo che il Poeta-soldato dovrebbe pensare anche a questo, da oggi fino all'ora della morte, che sarà vita. Ma in attesa del giorno in cui il nostro voto diverrà realtà, ho creduto che fosse bene narrare l'impresa di Fiume - rivoluzione esterna ed interna - quale io la compresi e la vidi e la vissi in un primo tempo, come testimone, quando la necessità del gesto stava ancora maturando tormentosamente nell'animo del Comandante, poi come legionario e come segretario e rappresentante di D'Annunzio. E mi sforzerò di essere tanto preciso lineare scheletrico, quanto inesatti retorici ampollosi furono quasi tutti i cronisti di allora, doppiamente infedeli.

Tutte queste secche notazioni non avranno più ragione di esistere e cadranno dissolte nel nulla, se il Poema di Fiume ci verrà donato da Gabriele D'Annunzio, o da un altro grande poeta suo pari, quando la nostra gente saprà compiere il miracolo di esprimerlo dalla sua inesausta matrice. Ma oggi esse hanno, devono avere agli occhi di tutti gli Italiani un valore storico e ideale non comune, in quanto documentano la passione di un uomo e la passione di un popolo che doveva poi avere così vasti e impensati sviluppi.

L'antitesi D'Annunzio - Caporetto

"Mio caro compagno - così risponde D'Annunzio ad una più ardente mia invocazione, subito dopo Caporetto, del suo intervento salvatore per l'avvenire - di questa generosa lettera io Le sono molto riconoscente. Ella sa il significato che io do a questa parola di debitore. "Non so se io escirò vivo dalla guerra. Se ciò fosse, della mala ventura non potrei né vorrei consolarmi altrimenti che intraprendendo un'altra guerra, ancor più dura. E ho già i miei disegni e i miei capitani. Tra i quali Ella oggi s'inscrive, per ardore e per ardire. "Ne parleremo. "Il Commissario della Propaganda è per riunire in un volume - da donare ai combattenti - i miei ultimi discorsi di battaglia, sotto il titolo "La Riscossa". Non so se questo convenga al Suo giornale. Un giornale di fede italiana e di volontà italiana, stampato in Torino, potrebbe intitolarsi "Il Primato". "Se vuole, io Le darò due mie orazioni inedite: A una lega di Mutilati e A una lega di Combattenti. "Le scrivo in fretta. Preparo la più temeraria delle mie azioni. Ne avrà forse notizia presto. "Per ora non posso venire a Torino. Ho, contro l'odore delle città interne, una repugnanza corporale non superabile. Fra due o tre settimane sarò più forte. "Et quid volo nisi ut ardeas"? - Gabriele D'Annunzio".

Questa lettera, col motto "Più alto e più oltre" e con la fascetta "Verificato per censura", porta una data da non dimenticare: 18 Gennaio 1918. L'impresa che vi è annunciata fu poi la "Beffa" di Buccari, nel mare di Fiume. Siamo a meno di tre mesi da Caporetto. Ma Gabriele D'Annunzio, che non ha mai disperato un minuto, nemmeno indugia sul pensiero della vittoria certa. Egli vede più alto e più oltre; e prevede e, già, nel suo spirito, prepara "l'altra guerra più dura" che dovrà combattere, facendosene condottiere, dopo la vittoria. Per intanto il volo dalmatico su Cattaro, quasi contemporaneo a Caporetto, e la Beffa di Buccari e i voli su Pola e su Vienna sembrano promettere e precorrere, nell'azione, l'impresa panadriatica di Fiume. Mentre, nel pensiero, la sua visione del divenire d'Italia sembra annunciata con squillante voce nel battesimo giobertiano da lui proposto per l'organo politico che io - allora redattore della "Gazzetta del Popolo" - intendevo fondare perché continuasse Il Principe, giornale imperialista d'avanguardia, già da me creato a Roma molti anni prima della stessa guerra libica: "Un giornale di fede italiana e di volontà italiana, stampato a Torino, potrebbe intitolarsi "Il Primato"".

Ma quest'ultima parola deve essere ben compresa e va messa in diretto rapporto colla vastissima significazione, che già ho cercato d'illustrare, della gesta di Fiume. D'Annunzio non allude solo ad un primato di natura politica, ma, con ben più larga ed alta visione, auspica un primato spirituale, vuole che l'Italia si ponga avanguardia di un gigantesco lavoro di rinnovamento e riassestamento morale e sociale, in cui tutta Europa e tutto il mondo dovranno seguirla, per imporre alla vita umana nuove regole di bellezza e di armonia.

Il velivolo col leone alato

Verso la fine di settembre dello stesso anno - un mese prima d Vittorio Veneto, un anno prima della Marcia di Ronchi - il maggiore D'Annunzio, partito da Padova in aeroplano, atterrava al campo di Mirafiori. Era lo stesso apparecchio - e guidato dallo stesso pilota, l'eroico indimenticabile Natale Palli - che, poche settimane avanti, il 9 agosto, aveva volato su Vienna: lo SVA 5 che l'Ing. Brezzi aveva fatto costruire apposta per D'Annunzio e su cui l'ottimo amico Manca, il noto caricaturista sardo-torinese, aveva dipinto il leone alato della Serenissima. D'Annunzio era dunque nella capitale del Piemonte, in breve sosta del suo più lungo volo verso Londra, dove, in occasione di uno dei tanti Italian Days, intendeva segnalare l'ala tricolore intorno alla torre di Westminster, centro di una riunione importante per l'Italia in quel decisivo momento della guerra. Il viaggio era tenuto segretissimo. Nessuno ne conosceva esattamente la meta e gli scopi; ed eravamo pochissimi, anche, a sapere che il Comandante avesse preso alloggio all'Hôtel d'Europa. È facile immaginare la mia gioia e la mia sorpresa quando l'indomani, in risposta ad un mio umile e devoto saluto, ricevetti questo biglietto a matita: "Mio caro Daniele, ieri non ebbi un minuto di respiro. Quando Ella venne, ero aspettato alla Fiat. E tutto il giorno girai per le officine, arrestato qui dal tempo avverso mentre tentavo un lunghissimo volo. Venga, se può, oggi qui alle tre 1/2. Il suo Gabriele D'Annunzio".

Il Maggiore dei Lancieri di Novara

Ho detto che voglio essere concettoso: fatti, non parole. Rinuncio dunque ad esprimere la mia commozione in quell'incontro: la comprenderanno facilmente tutti coloro che avvicinarono anche una sola volta D'Annunzio. Ma il colloquio non ha solo un'importanza personale grandissima, per me; ne ha una storica, perché mi permette di affermare con sicurezza che già in quel settembre 1918 Gabriele D'Annunzio, non solo già si stava formando un concetto lucidissimo e profetico della situazione politica europea, ma maturava in sé la generosa insofferenza e la volontà d'agire e il senso e il senso di responsabilità e l'ardimento e la passione che dovevano poi sboccare nell'impresa di Fiume. Rivedo la modesta camera da letto al terzo piano dell'albergo di Piazza Castello, dove un piccolo ufficiale anziano - Lui! - mi viene incontro a mani tese, accompagnandomi a sedere vicino alla finestra, davanti a un tavolinetto rettangolare, mezzo ingombro di tutto il suo bagaglio, buttato là come per un travestimento: i grossi guanti, un passamontagna, un pugnale dal manico d'avorio, una rivoltella automatica, un paio d'occhialoni... e niente carte. D'Annunzio è in uniforme dei lancieri di Novara, stretto il collo nell'alto bavero bianco. Non porta caramella. Mi fissa limpidamente. Non ci si accorge che abbia un occhio leso, e da tre anni.

Senza preamboli, come continuando un discorso incominciato - è il suo solito modo di mettersi e mettere ad agio - mi parla della sua missione, di Vienna, di Londra, di Locatelli, appena ricomparso miracolosamente illeso dopo il volo di Fiume... Ha una voce dolce, quasi materna. Sembra buono, semplice, direi timido. Vinta la prima commozione, gli ripeto, con la disadorna eloquenza dell'entusiasmo, ciò che già gli ho scritto e riscritto, l'ambasciata da parte dei giovani che vedono la necessità di una più aspra lotta, dopo la vittoria, e per quella come per questa sperano grandemente in Lui. Le mie parole di quel colloquio non importano. Se le riassumo, è per dare rilievo all'atteggiamento ed al consentimento del Poeta. Gli dico: "È insopportabile ciò che avviene ora in Italia. La nostra speranza è in lei. L'attuale necessità non è più individuale, né soltanto di pensiero, né soltanto di azione: è di un'organizzazione collettiva, sociale, delle altre due forze umane senza le quali è impossibile rivoluzionare il mondo: del genio e dell'entusiasmo. Comandante, assuma davvero il comando di tutti: non solo dei poeti e dei piloti, ma dei fantaccini e dei cittadini di tutta l'Italia, che non vive e non sogna se non brutalmente perché non ha un condottiero".

La "necessità" di una rivoluzione

Ed ecco, subito, l'impressione che egli sia con me e coi giovani dei quali io sono interprete - al di là di ogni nostra attesa, al di là di ogni nostra speranza. Mi parla estremamente libero e coraggioso, senza chiedermi prima il segreto, della situazione militare e politica, del Re, del Presidente del Consiglio in carica, di Giolitti, di Amendola, del "Corriere della Sera", della "Stampa"... Accenna con disprezzo al Patto di Roma che dall'aprile precedente ha concluso il Congresso del Campidoglio, mostrandosi indignato contro uomini politici e giornali che lo esaltano. A questo punto il colloquio è brevemente interrotto, perché D'Annunzio va sulla porta a parlare ad un giornalista straniero e subito dopo è chiamato al telefono e riceve un telegramma. Quando ritorna a me, affronta in pieno la questione. Ora la sua voce è tutta energia. Appare un altro D'Annunzio: quello della inaspettata risolutezza, calma e convincente, viva e calda, capace anche di giungere, con la massima serenità, alla massima violenza. - Voglio essere sicuro che la Sua non sia una voce isolata. Mi è necessario, in ogni modo, riflettere profondamente. Considererò quello che mi dice. Non lo dimenticherò. Io già ho pensato parecchie volte alla politica, ma sempre sopra tutto come azione. Ricorda "La Gloria"? Una rivoluzione, sì. Esserne a capo. E qualche cosa, Lei deve saperlo, era stato preparato con serietà proprio ultimamente. Tutto era pronto per il settembre, anzi per la data d'oggi stesso. Appunto... "Appunto" è un intercalare che D'Annunzio usa spessissimo nel senso più propriamente toscano, non di conferma al già detto, ma di preparazione a ciò che deve dire, come noi si direbbe: ebbene, allora. - Appunto, si doveva marciare dal fronte, ma prima, dall'alto bombardare il Parlamento. C'era il permesso di Cadorna, prima. Ora Diaz non osa. Vuol finire la guerra da generalissimo. Non osa. Ho esitato prima di pubblicare queste parole: ma, dopo matura riflessione, penso che oggi devono essere conosciute. Mi conforta la certezza che D'Annunzio non se ne dorrà. Già allora, pregandomi di tacere dava a tale suo invito una spiegazione tutta temporanea:

- Vede che io le ho parlato con libertà, secondo il mio costume e il mio stile. Ora la prego di non pubblicare nulla di questo colloquio, non perché io ne tema la gravità di fronte al pubblico - o piuttosto di fronte al censore - ma perché io non sono e non devo essere qui per tutti che in incognito, un ufficiale in missione.

La Causa dell'Anima

Oggi che, dopo Fiume, altri eventi storici sono maturati, è bene si sappia come, già in quel settembre, quando ancora la guerra durava, il Poeta sentisse in sé profondamente tutti i mali della Patria e tutte le speranze e tutte le necessità di ribellione, non solamente per non morire, non solamente per salvare all'Italia il prezzo del suo sangue, ma per una celebrazione di tutti i più alti valori dello spirito - celebrazione veramente universale. Bisogna esaltare l'eroismo, bisogna alimentare lo spirito di sacrificio. L'uomo che si dona intero per un'idea compie un gesto austeramente religioso, la cui portata trascende la causa stessa che lo determinò (ricordo che esaltammo insieme la bella morte di un giovinetto ucciso, in altri giorni, mentre, solo, ritto, a fronte alta, gridava: "Viva il Socialismo"!). La creatura umana che sappia immolarsi per un'idea - per questo solo fatto che mette la propria necessità spirituale al disopra del piacere e del tornaconto materiale - serve alla Causa dell'Anima. Questo è il significato universale di Fiume: la nausea e la sdegnosa rivolta contro i pavidi parolai e i cianciatori imbelli, e l'esaltazione di coloro che, donandosi interi ad una causa, affermano implicitamente, pacificamente, la disposizione, anzi il desiderio di offrirle la vita.

"La Vita è la Morte"

Apostolo ardente di tale verità: così lo vedo in quel colloquio, così nelle ore più belle e in qualcuna delle ore più atroci di Fiume. Eppure il suo mondo riserva altre sorprese. Dopo la gentilezza, dopo l'energia, la malinconia, trasparente sopra tutto dietro il riso artificiale, come di chi sia costretto alla lotta ma preferirebbe la mitezza. Sento con un brivido la sua tristezza e la sua solitudine incolmabili - nonostante l'apparenza olimpica. Egli ancora interroga e ancora parla, narrandomi qualche suo meno conosciuto incidente di guerra. Tutto questo sembra così lontano, oggi, nel tempo, appassito, svanito; ma vive, oggi come allora, come sempre, quel lampo fanciullesco e divino di ardimento nel suo occhio chiaro, allorché, con una muta promessa che è la più bella risposta alle mie parole di fede, mi congeda: - Arrivederci? Chi sa! Ma, ricordatevi, che importa la vita? Io non ho mai sentito come durante questa guerra che la Vita e la Morte "sono la stessa cosa".

Una "gaffe" della "Stefani"

Quella sera stessa, 25 settembre, l'Agenzia Stefani - sempre bene informata! - riferiva la notizia che Gabriele D'Annunzio avesse atterrato in Francia il giorno avanti!

Il successo del volo era bell'e compromesso. Infatti D'Annunzio, partito l'indomani alle nove da Mirafiori, giunse in Francia verso mezzogiorno, trasvolando - mi aveva detto - per la prima volta nella storia dell'aviazione, il Monte Bianco ed atterrando felicemente a Chalons-sur Marne. Ma non poté proseguire per Londra. Sul fronte dalla Manica alla Mosa si era scatenata l'offensiva degli Alleati. Poco più di un mese dopo era finita la guerra europea. E i Saggi di Versailles preparavano quel Trattato che doveva defraudare l'Italia dei frutti della vittoria e rendere necessaria quell'azione rivoluzionaria di cui il Poeta, senza poterla naturalmente fissare con esattezza, intuiva la oscura necessità fino da quell'autunno. E vi si preparava. Ma non tutti, anzi pochissimi, in Italia e fuori, sanno - e questo punto mi è parso fondamentalmente necessario chiarire e documentare - che l'impresa di Fiume non fu - non fu solamente - la ribellione contro Versailles, poiché D'Annunzio già vi pensava prima che il grottesco Trattato fosse faticosamente concluso; ma la ribellione contro l'egoismo e la viltà, in nome dell'Eroismo e della Bellezza - la ribellione contro tutto il vecchio mondo in nome di una nuova legge e di una nuova armonia. In nome del Futuro.

II

IL "GRANDE COMPLOTTO" DEL MAGGIO 1919

La "tournée" di Wilson, l'Uomo-Dio americano, in Italia - Comincia la battaglia per la Dalmazia D’Annunzio contro "il falso Profeta" - Il progetto di portarlo candidato politico in tutta Italia - "Sono risoluto ad oppormi con tutte le armi, compresa la rivolta sanguinosa" - Nascita del fascismo - "Il complotto" - D’Annunzio, Mussolini, Federzoni, Corradini, Giardino, Douhet, Vecchi, ecc. - D’Annunzio censurato e congedato.

Non è dubbio che Gabriele D’Annunzio, prima di attuare la rivolta in Adriatico, meditasse una rivolta in Roma e in tutta Italia: nel capitolo precedente ho documentato, con parole esplicite del Comandante, tale circostanza fondamentale, la cui importanza non ha bisogno di essere illustrata. Siamo nel 1918. La necessità della riscossa prima ancora spirituale che politica è ogni giorno dimostrata ed aggravata da nuovi avvenimenti politici ed oscure e palesi pattuizioni che suonano insulto al diritto italiano, prima e dopo la vittoria. Il 10 aprile 1918 il Patto di Roma ribadisce il Patto jugoslavo di Corfù e infirma il Trattato alleato di Londra. Il 7 ottobre è reso pubblico in Italia il testo dei Quattordici Punti di Wilson, già compilato nel gennaio, e che, con l'articolo nove, mette in allarme tutti i nazionalisti intelligenti.

D’Annunzio naturalmente è uno dei primi a vederci chiaro e diciassette giorni dopo, il 24 ottobre, prende nettamente posizione contro il falso Profeta americano, pubblicando nel "Corriere della Sera" quella sua prosa biblica "Vittoria nostra, non sarai mutilata" che attacca a fondo "la pace non colomba ma serpe". La vittoria viene, nella stessa settimana, forse troppo presto. Poiché in quel primo tempo pare che Wilson ci contesti solamente la Dalmazia, D’Annunzio, in un'ultima prosa data al "Corriere della Sera" (non sarà inopportuno rivelare qui un particolare ignoto e non privo d'interesse: per tali articoli il Poeta, come mi disse, rifiutò qualsiasi compenso), riafferma il diritto italiano su tutto l'Adriatico; e il 21 dicembre dello stesso anno - mentre il Re d'Italia è a Parigi - si appella al "Figaro" in nome della dalmaticissima Perasto.

Si delinea la questione di Fiume

Senonché già si delinea la questione di Fiume, che si è proclamata città sovrana giusto ai primi di dicembre. Qualcuno si illude che Wilson voglia almeno concederci Fiume: Wilson sbarca in Europa alla fine dell'anno per deluder tutti. Quarant'otto ore dopo Bissolati si dimette con un gesto che Mussolini, allora soltanto direttore del "Popolo d'Italia", definisce "una pugnalata alle spalle della Patria"; ma pochi giorni più tardi lo stesso "Popolo d'Italia" diretto da Mussolini saluta l'arrivo di Wilson col titolone "Diamo il benvenuto al profeta dei popoli"; Roma gli tributa gli onori supremi del Campidoglio; a Torino, per iniziativa pseudo-furba del direttore della "Gazzetta del Popolo", convengono alcune centinaia di Sindaci per prostrarsi ai piedi e baciar le mani - le parole vanno prese nel loro significato letterale - dell'Uomo-Dio americano. Ma il 12 gennaio D’Annunzio, vigile e veggente, interviene, pur senza parlare, ad una cerimonia religiosa nella Chiesa dei Dalmati a Venezia, e scrive subito dopo all'on. Salvi di Spalato: "Mi perdoni il silenzio di oggi, devoto silenzio. "S'arma e non parla". Credo Ella senta come la Dalmazia possa contare su me fino all'estremo. Sia Ella certo, sian certi i Dalmati, che lotterò fino all'ultimo. Si rinnova il giuramento e l'amore". E a metà gennaio, alla vigilia della prima seduta del Congresso della Pace di Versailles, D’Annunzio scaglia la famosa "Lettera ai Dalmati" che il "Corriere della Sera", già oscillante, non vuole pubblicare e che compare invece contemporaneamente a Roma nell' "Idea Nazionale", a Milano nel "Popolo d'Italia" e, naturalmente, a Torino nella "Gazzetta del Popolo". E' la squilla, la tesi irredentistica intransigente riaffermata contro Wilson, contro gli alleati, contro i rinunciatori di dentro e gli imperialismi di fuori, tesi che comprende Fiume, Zara, Sebenico, Spalato, insomma tutta l'Istria e tutta la Dalmazia, fino alle Bocche di Cattaro: là dove il Poeta, al ritorno da un magnifico volo, aveva lanciato una delle prima volte, in un canto aviatorio a San Francesco tuttora inedito, il ritornello oggi famoso: Eia, eia, eia, Alalà.

Le candidature politiche: cinquecentootto, due, una e nessuna

E ormai la decisione di liberare Fiume e la Dalmazia si integra in D’Annunzio con quella di rinnovare Roma e l'Italia. Sorgerà poi il problema se dare il primo posto all' "impresa interna" o all' "impresa esterna", al colpo di mano in Adriatico o al colpo di Stato nella capitale; ma in ogni caso, affrontando una nuova guerra o una nuovissima rivoluzione, si tratta di preparare quella che sarà poi la Quindicesima Vittoria.

Nacque allora il progetto - ecco un altro episodio inedito - di opporre all'immeritata apoteosi di Wilson una candidatura di Gabriele D’Annunzio in tutti i 508 collegi politici d'Italia. L'idea, per vari motivi irrealizzabile, venne poi ridotta al proposito più concreto di lanciare la candidatura D’Annunzio a Torino, capitale del Risorgimento, custode d'occidente tra Roma e Versailles. Tale mio disegno ottenne un successo superiore alle mie stesse speranze. Il nazionalista Prof. Vittorio Cian, oggi deputato fascista, assicurò subito le firme di quasi tutti i membri del suo partito. Il Marchese Ferrero di Cambiano, Presidente dell'Associazione Liberale Monarchica, se ne interessò vivamente. I riformisti erano disposti ad unirsi a noi. Tutti i partiti già interventisti sembravano pronti a coalizzarsi in favore della candidatura eccezionale di D’Annunzio, che sarebbe stata appoggiata dalla "Gazzetta del Popolo". Intanto però si spargeva la voce che D’Annunzio avesse accettato di partecipare alla lotta politica come candidato di Ortona a Mare, il suo fuggevole ex-collegio parlamentare nel lontanissimo 1897-1900. A me che gli scrivevo pregandolo di dirmi se la notizia fosse vera e dandogli contemporaneamente ampia informazione sulla vastità e l'importanza del movimento sviluppatosi a Torino nel suo nome, il Poeta così rispondeva il 23 Marzo 1919, all'indomani della morte di Natale Palli: "Mio caro amico, scrivo in un'ora di grande angoscia. Ho perduto un altro dei miei compagni di guerra, il mio pilota di Vienna, il capitano Palli: un giovine meraviglioso, l'esemplare della giovinezza italiana d'oggi. Guerriero irreprensibile, egli aveva tutte le virtù per lottare anche nella Lotta Civica. L'avrei avuto al mio fianco domani, devoto e risoluto come nel volo d'agosto. Non potrò mai consolarmi d'averlo perduto. E d'attimo in attimo dubito. Era come la primavera, ed è morto col nascere della primavera! Non è credibile. Grazie della vostra lettera. La deliberazione da prendere è grave. Avrete forse veduto la smentita alla notizia di Ortona. Bisogna che io sia meno oppresso dal dolore, per veder chiaro, per meditare, per decidere. E intanto sono tutto alla battaglia dalmatica. Vedrete fra breve il mio nuovo assalto. Ringrazio intanto gli amici. Sono confortato da tanto ardore. Non dispero della Patria. Ma oggi forse invidio quel giovine corpo stroncato di là dal San Bernardo, compiango la mia sorte dura di Icaro che non può cadere. Arrivederci. Il vostro Gabriele D’Annunzio".

In questa lettera sono notevoli parecchi elementi: anzitutto il motto stampato "Ardisco non ordisco", di cui comprenderemo ben presto l'importanza; poi l'accenno abbastanza limpido alla "lotta civica"; infine quell' "intanto" che si riferisce alla battaglia dalmatica e dimostra come il Poeta veda, anche, più oltre, e pensi ad altre guerre, in cui dovrà avere a fianco la "giovinezza italiana d'oggi". Singolarissima, significativa coincidenza: il 23 marzo, esattamente lo stesso giorno in cui D’Annunzio scriveva tale lettera, per molti punti profetica, si costituiva a Milano il primo dei Fasci di combattimento. Di cui, oltre Mussolini, facevano allora parte una sessantina di persone.

Si parla di Tokio...

Non deve ingannare il fatto che, proprio in quel periodo, D’Annunzio avesse studiato il volo Roma -Tokio, in cui doveva avere compagno e pilota il "giovine eroe" di Casale Monferrato, Natale Palli: vedremo poi il giusto valore incidentale di codesto "raid" al momento stesso della partenza per Fiume. In realtà, già in quei giorni, D’Annunzio mirava ad un "intervento diretto", che avesse un'influenza definitiva, pari a quella ottenuta nel maggio 1915. Quando, pochi giorni dopo, in seguito al preciso pronunciamento antitaliano di Wilson, Orlando e Sonnino abbandonarono sdegnati la Conferenza di Parigi per venire ad appellarsi alla Nazione, il maggiore Gabriele D’Annunzio, che aveva passato la giornata al campo della sua Squadra di San Marco, a S. Pelagio, "occupandosi delle sue armi", telegrafava a me, perché lo passassi alla "Gazzetta del Popolo", quel primo memorabile messaggio che vorrei poter riprodurre integralmente: "Non v'è oggi al mondo nulla di più grande di questa Italia che non teme di restar sola contro tutto e contro tutti... Io voglio rivendicare oggi l'onore di avere osato colpire il falso idolo (Wilson) quando tutti gli si prostravano... La parola della Patria è oggi non piegare d'un'ugna". Contemporaneamente D’Annunzio telegrafò tanto a Orlando che a Sonnino incuorandoli alla più intransigente resistenza. E a un telegramma di Federzoni, che lo invitava a Roma, così rispose: "Le parole sono femmine e i fatti sono maschi; oggi il mio posto è sul mio campo accanto ai miei apparecchi fino al nuovo ordine. Sono felice che il popolo di Roma abbia trovato il suo ardore di maggio e tutto l'orgoglio dei suoi secoli. Il grido d'allora sale oggi a maggiori altezze e a maggiore potenza: "Viva Roma senza onta!"

Certo D’Annunzio si illuse un momento che si dovesse agire subito, pur non sapendo se a Roma o dove. Perciò in quei giorni stessi, parlando dalla Loggetta del Sansovino al popolo riunito in Piazza S. Marco per una grandiosa manifestazione religiosa-patriottica, spiegò al vento per la prima volta, accanto allo stendardo rosso dei dalmati, la grande bandiera di Giovanni Randaccio. "In tutte le nostre bandiere oggi il rosso predomina - proclamò il Poeta combattente - che c'importa ormai del verde? Che c'importa della speranza? Noi non più speriamo ma vogliamo. Intendete? Vogliamo! Ripetete questo verbo. Ripetendolo in carne e in spirito, ciascuno di noi, anche il più umile, crea il nuovo destino. Giunga da Venezia a Roma il grido dalmatico: "Ti con nu, nu con ti". Giunga da Venezia a Fiume. Viva San Marco!" Domandò anche al popolo: "Siete pronti a ricombattere?" E il popolo veneziano, in quel dialogo all'aperto con l'oratore che fu il primo dei molti avuti poi con lui dal popolo e dall'esecito fiumano, rispose a gran voce: "Sì! Sì!" Questa era forse anche la prima volta che D’Annunzio parlava esplicitamente di Fiume; mentre, proprio lo stesso giorno - 26 aprile - Sem Benelli mandava al "New York Herald" un commento sul messaggio antitaliano di Wilson rivendicando a sé la scoperta di Fiume italiana e atteggiandosene a primo campione. Il minor poeta gareggiava ancora una volta col maggior poeta, ma in materia di arte... politica. Seguì il messaggio di D’Annunzio al Senato. Non sarà inopportuno rilevare qui che, avendogli la Gazzetta del Popolo per mezzo mio proposto una collaborazione regolare chiedendogli di dettarne egli stesso le condizioni, D’Annunzio faceva seguire il

messaggio telegrafico da una lettera al Conte Orsi in cui così rispondeva alla proposta: "Non posso per ora scrivere altro che pagine combattive. E la "propaganda" non può né deve essere rimunerata. Da questo proposito non mi distolgo". E aggiungeva queste frasi molto significative: "L'avvenire è incerto, specialmente per me, che cerco la fine. Le manderò quel che stimerò utila alla causa. Andrò a Roma. Ho paura che gli ondeggiamenti ricomincino. Sono risoluto ad oppormi con tutte le armi, COMPRESA LA RIVOLTA SANGUINOSA". Il Conte Orsi lesse la seconda parte della lettera al popolo, durante una dimostrazione di quei giorni a Torino, ma tacque quest'ultima frase. La quale invece D’Annunzio confermò a me poco dopo - il 7 giugno con una leggera variante, che però mostra meglio la continuità del suo proposito d'azione oltreché di propaganda: "QUANDO CI RIVEDREMO? IO SPERO ANCHE NEL COMBATTIMENTO CRUENTO".

L'anabasi di Orlando

In quei giorni io volli vedere ed interpellare alcuni uomini politici: ricordo, fra l'altro, i colloqui con l'On. Daneo e con l'On. Fradeletto. L'ex-ministro di Salandra, che si proclamava ex-garibaldino, dopo aver conferito con Sonnino al suo ultimo passaggio a Torino, si dichiarò contrario alle dimostrazioni pubbliche da me organizzate, e insistette invece sulla necessità di giocare d'astuzia: far applicare intanto il Patto di Londra - utile alla libertà del Montenegro e non ostile a quella di Fiume - e poi di complottare pure una spedizione garibaldina; non a Roma né in Italia, ma a Spalato o a Fiume, per la quale sarebbero bastati due o tre mila volontari. Il Sen. Fradeletto mi apparve meno ottimista: egli considerava pregiudicata, se non l'applicazione del Patto di Londra e d'un accordo anche maggiore per la Dalmazia, almeno la libertà di Fiume, dato che la Croazia non figurava più nostra nemica vinta ma alleata e vincitrice, già presunta erede della flotta austriaca... A D’Annunzio non riferii tali dichiarazioni: non ne valeva la pena. Ma, in lettere e telegrammi, cercai di dirgli, quanto più efficacemente sapevo, quello che era il desiderio e il voto di tutta la vera Italia: "Oggi importa una cosa sola: che Lei detti al Governo l'azione. Se il Governo recalcitra, al popolo. Dal Campidoglio, come da Quarto". Egli ricordava "lo Statuto Carbonaro della Ausonia che oltre cento anni fa rivendicava nostra - oltre che, tra parentesi, la Corsica e Malta - tutta la Venezia fino a Cattaro", augurando "di riprendere integralmente rinnovandolo amplificandolo quel profetico dimenticato programma": programma anche e sopra tutto di politica interna, repubblicano federale, a sistema elettivo fin nella magistratura, con una imposta progressiva per i ricchi fino a sei settimi della rendita, senza titoli né feudi ereditari. Il 4 maggio, 4° anniversario di Quarto, D’Annunzio è a Roma, parla acclamato all'Augusteo, ha un colloquio col Re e uno con Orlando. Troppo tardi! Il 5, Orlando e Sonnino ripartono nottetempo per Parigi. D’Annunzio battezza e abbruna il 6 maggio, sul Campidoglio, la grande bandiera di Randaccio. Nel periodo d'attesa che seguì, Mussolini prospettava sul Popolo d'Italia la tesi del sindicalista De Ambris per la "espropriazione parziale" e per la "rappresentanza integrale", citando anche Rigola: di quel De Ambris che era stato anche direttore d'un giornale italiano a S. Paulo, che doveva poi diventare Ministro di D’Annunzio a Fiume, e che oggi è in Francia, fuoruscito.

Ma intanto veniva pubblicato il testo integrale del Patto di Londra, già in parte reso noto dai Soviet, dal "Times" e dall'on. Bevione. Certo, in quei giorni, D'Annunzio riceveva da ogni parte d'Italia grida d'incitamento di entusiasmo di fede. Se cito le parole che io gli mandai è perchè esse dicono uno stato D’Animo generale e perciò hanno un'importanza precisa. "...Bisogna osare e agire - gli scrivevo - prima che qualunque decisione sia presa a Parigi... Dia la parola d'ordine: indichi il giorno e il luogo dell'adunata. E sia pure sull'altra sponda... Lei solo - oggi - può salvare l'Italia". Sotto la mia firma un'altra mano controfirmò e aggiunse: "Così - o no".

Profezie di Nitti e Giolitti

Il 21 maggio io assistevo al Convegno di Oulx, alla frontiera francese, dove l'on. Orlando s'incontrò coi colleghi ministri di Roma e li informò della "situazione difficilissima" di Parigi. Il giorno stesso l'Associazione tra gli Arditi di Torino apriva le iscrizioni per i volontari di Fiume. D'Annunzio - che era stato allora nominato tenente-colonnello - il 24 maggio, anniversario della entrata in guerra - mentre Mussolini lo rappresentava al Teatro Verdi di Fiume - doveva tenere un nuovo discorso all'Augusteo. In seguito al divieto del Governo, egli chiese il congedo dall'esercito. Poi pubblicò e diffuse clandestinamente il discorso col titolo: "L'Italia alla colonna e la Vittoria col bavaglio". In esso parla più chiaramente che mai dell' "impresa interna" che dovrà andare unita all' "impresa esterna" e annuncia con impeto l'immancabile "vittoria civile". "La nostra salute è soltanto nel nostro ardire, Italiani. Fu detto per l'impresa esterna. È qui ridetto per l'impresa interna. Se il popolo italiano avesse l'ardire di trapassare, senza esitazioni e senza conciliazioni, da un regime rappresentativo bugiardo a una forma di rappresentanza sincera che rivelasse e inalzasse i produttori sinceri della ricchezza nazionale e i creatori sinceri della potenza nazionale contro i parassiti e gl'inetti dell'odiosa casta politica non emendabile, le sette e sette vittorie dell'Alpe, del Carso e del Piave impallidirebbero davanti a questa meravigliosa vittoria civile". D'Annunzio attaccava ora, con Orlando, anche Giolitti e Nitti, la cui successione già si profilava all'orizzonte. Nitti gli aveva scrittto o gli doveva scrivere poco dopo a Venezia una lunga lettera nella quale ricordava gli anni in cui erano stati compagni a Napoli all'Università e, dandogli ancora del "tu" e concludendo con un invitante saluto "senza rancore", gli preannunciava fra l'altro che entro tre mesi sarebbe stato presidente del Consiglio, ciò che in realtà si avverò a luglio. Ciò mi fu referito personalmente da D'Annunzio nel giugno. Circa Giolitti, fin dal maggio, mi era stato confidato nei più autorevoli ambienti a lui vicini che "il Presidente" aveva alla sua volta preannunciato il suo prossimo ritorno al Governo, ma non subito dopo Orlando, bensì dopo l'intermezzo d'un gabinetto Nitti, ciò che pure si avverò nel 1920. Alla lettera di Nitti D’Annunzio non rispose.

La rivelazione sensazionale del giugno 1919

Ad ognii modo, la cronaca segreta dei giorni dal 24 al 28 maggio 1919 non è ancora possibile scriverla. Mette conto però di ricordare un documento pubblicato in parte una quindicina di giorni dopo e la cui storia non è meno interessante del suo testo. Secondo assicurazioni largitemi recentemente dal direttore dell' "Agenzia d'Informazioni" che, annuente la Censura, divulgò il documento in uno dei suoi bollettini quotidiani sotto forma d'un proprio lungo comunicato alla stampa - edito per prima dall'orlandiana "Epoca" e poi riassunto anche dall'ufficiosissima "Stefani" - lo scandolo fu deciso d'accordo col capo-gabinetto di Orlando e con soddisfazione di Nitti, che poi se ne valse, per salvare il paese da un vero e proprio "complotto" politico-militare, che però in quindici giorni - come si è visto - non era ancora al di là della fase congiuratoria e che senz'altro, causa o no lo scandolo, abortì. Il piano dunque sarebbe stato concretato più precisamente a Roma il 28 maggio tra D’Annunzio e il general ed ex-ministro Giardino, che si sarebbe già prima messo d'accordo con Mussolini a Milano; la partecipazione dell'on. Federzoni e di Corradini, Douhet, Vecchi di Milano e altri a una serie di precedenti riunioni a Vicolo Sciarra, assicuravano il concorso attivo del Partito nazionalista, dei due Fasci parlamentari, dell'Associazione arditi, dell' U.N.U.S e dei Fasci di combattimento, che si davano già per costituiti nientedimeno che da circa 800 mila iscritti con un primo fondo di 12 milioni versati da noti industriali del nord. Non sarebbe mancata al movimento la simpatia di una parte dell'esercito, in special modo della III Armata ancora mobilitata al confine d'oriente e dello stesso suo capo, il Duca d'Aosta. La sensazionale rivelazione elaborata così da creare il massimo allarme nell'Italia semibolscevizzata dell'armistizio, e fuori - un colpo di stato a Roma, una nuova guerra probabile e la guerra civile sicura! - per fortuna non fu troppo creduta. Pochi giornali la pubblicarono e ridotta. Anche perchè in essa era previsto che lo scoppio dell'azione sarebbe stato preceduto da semplici manifestazioni in occasione del secondo ritorno di Orlando e di Sonnino da Parigi, ciò che concedeva un pò di respiro. Il 28 maggio, anniversario della morte di Randaccio, D’Annunzio avrebbe dovuto essere a Trieste ed era a Roma. Il gen. Caviglia, ministro della guerra, non aveva accettato il suo congedo: il Comando dell'Aeronautica gli ordinò di raggiungere la sua squadra a Venezia. D’Annunzio ottenne soltanto di partire il 29. Noi gli telegrafammo la nostra solidarietà. E il Comandante telegraficamente rispose: Grazie a voi e a tutti i nostri compagni. Sono pronto. Siamo pronti. La più grande battaglia incomincia, e io dico che avremo la Quindicesima Vittoria". Che la notizia della congiura di Roma fosse scrupolosamente esatta sarebbe dir troppo. Basta opporre che Mussolini stesso, divenuto capo del Governo, dichiarò il 23 maggio 1923, 4° anniversario del fascismo, che il suo partito nel 1919 non raggiungeva ancora se non poche centinaia di iscritti. Egli però subito non smentì l'esagerazione, anzi la confermò lasciando aggiungere che i Fasci erano armati. E il fatto è che il 7 giugno - prima del famoso comunicato rivelatore - mi arriva da Venezia una lettera in cui tra l'altro è scritto: "Mio caro amico, viene a Torino in volo - secondo il nostro stile - il valoroso capitano Macchi. Egli è degli ardenti, e dei fidi. Parlategli di quel che si può fare... Quando ci rivedremo? Io spero ANCHE nel combattimento cruento. Il vostro Gabriele D’Annunzio. Giangiacomo Macchi, aiutante maggiore della squadra S. Marco, poi candidato nella lista Mussolini con Toscanini e Marinetti, in un bizarissimo colloquio che ebbimo in un'automobile ferma per due ore in mezzo a Corso Casale, mi comunicò senza mistero che D’Annunzioe Mussolini eran d'accordo per fare agire i Fasci, ch'egli Macchi valutò a 60.000 iscritti, in tutta Italia, aggiungendo che tra i capi militari c'era qualche generale ma che a capo politico non s'era ancor deciso se mettere Salandra e perciò chiedendo il nostro avviso. Io fui contrario a questo nome e ad ogni tendenza verso destra e consigliai, anziché una rivoluzione

periferica, un colpo di mano dentro Roma. Sostenni pure che gli arruolamenti dei volontari per Fiume dovevano considerarsi destinati a qualunque meta. L'indomani la "Gazzetta del Popolo" pubblicava il primo articolo tutto fiumano di D’Annunzio "La Pentecoste d'Italia", nel quale tra l'altro è scritta per la prima volta anche una forte sentenza che il Poeta userà poi ripetutamente ed in diversa occasione: "Riconoscere un qualunque giogo, prima di aver combattuto colle unghie e coi denti per scuoterlo o spezzarlo, è il segno certo della servitù. L'appello al diritto è, un diritto quando chi lotta, anche solo, anche male armato, ha la costanza eroica necessaria ad affermarlo, e a sostenerlo". Tre giorni dopo il Popolo d'Italia intitolava un'intera pagina: "Basta di compromessi: Patto di Londra più autodecisione per Fiume!". Il Bollettino del "complotto" è di allora, del 10 giugno 1919. Lo conobbi nel pomeriggio. A sera, costernato, partivo per Venezia.

III

PERCHÈ NON ANDAMMO A SPALATO INVECE CHE A FIUME

Giorni di congiura nella "Casetta Rossa" del principe Hohenlohe - A tavola e in gondola con d'annunzio "Io sono il capo, ahime, senza amici..." "Io! Io! Ho sete di una fine degna di me" - "La realtà la creiamo noi..." - Dialoghi filosofici sulla morte - Badoglio, Zoppi e il progettato colpo su Spalato - La repubblica delle tre Venezie e lo scioglimento della terza armata.

Undici giugno. Arrivo a Venezia. Telefono al Comandante al Campo d'Aviazione di S. Pelagio. Mi invita a colazione per le undici e mezzo. Mi incaponisco a ritrovare da solo, senza indicazioni, la Casetta Rossa. A mezzogiorno sono ancora perduto in un labirinto di calli, di campieli, di ponti che mi riportano regolarmente a Piazza S. Marco o alla stazione. Infine, tra l'Accademia e la Salute - sempre nomi simbolici! - attraverso un corridoio largo giusto per un uomo e arrivo ad una corte interna in fondo a Cà del Doze da Ponte, dietro l'antico palazzo della Cà Grande; busso ad una porta scura ornata da una filigrana di ferro battuto. È la bomboniera settecentesca color terra cotta, il delizioso nido d'amore che il Principe austriaco, italianizzato da vent'anni, dovette lasciare per la guerra. Ora l'occupa Gabriele d'annunzio che, di sua Altezza Serenissima, ereditò o ritrovò anche il gondoliere, Dante Fenso, promuovendolo al rango di cameriere di fiducia, o quasi.

Il nido d'amore settecentesco

È appunto Dante che mi corre ad aprire e mi introduce subito nel salottino, uno studiolo comunicante con una saletta, prospicienti una minuscola terrazza a ghiaia, incorniciata di fiori, con la romantica balaustrata sul Canalazzo. Il tutto in proporzioni da bambola: soffitto bassissimo quasi da toccarlo, bianco e oro con incastonati medaglioni di dame e gentiluomini incipriati, pavimento imbottito da un tappeto orientale, pareti di seta chiara, presso la porta-finestra della terrazza una scrivania da signorina con sopra un aeroplanino d'argento e un pugnaletto tagliacarte sul "buvard". Ninnoli dappertutto. Nessuna fotografia. Finto disordine. Tende che ombreggiano il silenzio del mezzogiorno estivo. Lo studiolo è diviso a mezzo per quasi tutta la sua larghezza da un sofà, unico mobile grande, e che sembra immenso, di qua del quale è un caminetto con sulla mensola uno specchio antico, qualche candeliere stilizzato e alcuni libriccini (noto "le Nozze spirituali" di Ruysboeck della collezione dei "breviari intellettuali") e vicino ad esso un orologio a muro tra due quadri. Da un portale a vetri aperto per quasi tutta una parete intravedo la saletta allungata in senso opposto con un piccolo pianoforte bianco a coda, un caminetto d'angolo e sgabelli a vis-à-vis, sparsi in civettuolo conciliabolo, entro una decorazione ancor più teatralmente rococò. Un lupetto, "Sia", dono torinese, è sdraiato sulla soglia della terrazza e qua e là folleggia vicino a lui la candida gattina d'Angora dal pelo lungo di battuffolo e dagli occhi azzurri, "Miramar", che veramente specchiano il cielo e la laguna. Sento scendere da una scaletta di legno, entra d'annunzio. È in uniforme di lanciere ma questa volta di tenente colonnello. Mi pare invecchiato. Attacca subito il tema del complotto, riferendosi alla sola notizia "Stefani": - Siete giunto in tempo. Bisogna smentirla subito! Sapete anche voi che non è vera. A me, che avevo elementi per credere e anche sperare nella cosa, questa immediata dichiarazione confesso che diede un brutto colpo. Non potei nasconderlo: - Ma, Comandante, è proprio necessaria la smentita? - È necessario togliere i sospetti. Agirò a suo tempo.

"La dittatura per quindici giorni..."

La colazione ci attende da più di un'ora. Ma d'annunzio mi scusa con un'affabilità incantevole. Passiamo in un salotto quadro con specchi di Murano verdastri e annebbiati - acque di stagno in cerchi d'oro - sediamo ad un microscopico tavolinetto, apparecchiato con aristocratica grazia femminile. Serve Dante, in guanti bianchi e giacchetta blu: viso scuro e rugoso, occhi adunchi lucentissimi, corretto, silenzioso. D'annunzio mi ripete con forza che non intende congiurare.

Subito dopo mi parla di Orlando esprimendomi il suo sdegno contro di lui. Io allora gli comunico freddamente, offrendomi per l'esecuzione, un'idea grave che in quel momento - mi accuso: era lo spirito dei tempi - mi pareva semplice. D'annunzio mi pare colpito. Tace un istante. Poi, con forza: - No, questo no. Assolutamente no. Se fosse necessario, o solo utile, questo non potrebbe farlo nessuno, se non io. Il tragico accenno cade senza risonanza. Dante riappare col suo passo felpato. Dopo gli spaghetti al sugo, porta una frittata con piselli, della carne con fondi di carciofo e non so che altro; ma, tra l'uno e l'altro degli ultimi piatti, d'annunzio attinge e mi fa attingere a due vasetti pieni di cioccolatini e di canditi di cui si mostra assai ghiotto: e ciò - insieme con la finissima tovaglia ricamata e con i cristalli colorati degni d'un Seguso - contribuisce a dare alla colazione, assai comune, un'apparenza molto più elegante di "tea" esotico. Si ritorna nello studiolo per prendere il caffè e l'anisette e fumare: il Comandante non trae che poche boccate dalla sua sigaretta che subito depone: - Ho pensato a tutti i possibili gesti da compiere - riprende -ma ho avuto ed ho una grande irresolutezza. Infatti mi pare oppresso da timori oscuri. Parla di una eventuale impresa adriatica, senza precisare la meta, così: - Se mai, non terrei la dittatura che per quindici giorni al più. Il tempo di costituire un Ministero d'affari. Rimanerne a capo, come Paderewsky in Polonia? Ma io so che Paderewsky è diventato lo zimbello dei suoi. Io non potrei e non vorrei far questo. Stabilirei l'ordine e poi me ne andrei. Bastano perciò pochissimi volontari, anche solo cinquecento... Ma a me sembra che egli veda tutto estremamente vago. Sento che desidera cambiare discorso. Lo aiuto come posso: e si parla del Raid di Tokio.

Colleoni in sella

Poco dopo, verso le due, d'annunzio mi invita ad andare con lui a vedere rimettere sul cavallo di Piazza S. Zanipolo la statua del Colleoni smontata durante la guerra. Dante ha chiamato la gondola. Soli fra i cuscini, sotto il baldacchino nero, sull'acqua tremula, nell'ora calda, si tace un poco. Dall'alta poppa il gondoliere voga. Poi si riparla di politica. D'annunzio mi riferisce, con la sua ironia un pò pesante, qualche pettegolezzo su Sonnino "vecchia tenaglia che lascia tutto", su Orlando "che ha paura del tuono e, quando scoppia un temporale, corre a nascondersi sotto la tavola"; e ha una boutade feroce contro Colosimo, allora VicePresidente del Consiglio. Ma di questi spunti sarcastici di d'annunzio ne ho una miniera, che esploreremo altra volta. A S. Zanipòlo la cerimonia, brevissima, riesce ottimamente. D'annunzio si rifiuta bruscamente di parlare. Quando il Colleoni, calato dalle corde, inforca gli arcioni, tutti lo salutano sull'attenti. Il Poeta dice alto: "Ora non scenderà più".

Si ritorna in motoscafo, forse lo stesso motoscafo dell'Ammiragliato che D'annunzio doveva chiedere ed ottenere in prestito per andare a Ronchi, giusto tre mesi dopo! Sono con noi due aviatori e il capitano Macchi, aiutante di campo di d'annunzio, lo stesso con cui io ebbi a Torino un colloquio a lungo metraggio... e ad abbondante tassametro in un'auto ferma in mezzo a Corso Casale. D'annunzio si mostra sempre preoccupato di smentire la notizia della congiura, e, appena arrivati alla Casetta Rossa, scompare per qualche minuto e ritorna portandomi, stesa di suo pugno, la smentita da spedire allaGazzetta del Popolo e poi da diramare alla Stefani. Infatti l'indomani tutti i giornali pubblicavano tale smentita con quella di Giardino e di Federzoni. Mussolini invece - particolare notevole, per la differenziazione e la comprensione degli uomini - non si curò di smentire personalmente, limitandosi a afr notare con poche righe sdegnose che la notizia del complotto era stata pubblicata in prima pagina, prima colonna dell'Epoca, organo di Palazzo Braschi.

"È inutile organizzare"

A Venezia rimasi altri tre giorni: e in ognuno d'annunzio mi mostrò, non dico un aspetto diverso, ma una diversa preoccupazione fondamentale, che fu volta a volta l'ossessione di smentire il complotto, l'impresa di Tokio e, soverchiante, il pensiero della spedizione nell'Adriatico, quest'ultima orientata più precisamente verso Spalato. Parlò anche di Fiume, ma, più., dell'intera questione adriatica e soprattutto della Dalmazia. Mi disse che la Duchessa D'Aosta piangeva raccontandogli le accoglienze deliranti di Sebenico. Mi spiegò poi la parola Olocausta - trovata come aggettivo esatto, oltre che nome, in un dizionario, per termine teologico-mistico di sacrificio col fuoco fino alla consumazione totale. Si parla della sua candidatura di Torino ed io lo invito a fare un discorso nella vecchia aula del Parlamento Subalpino e poi dal balcone su Piazza Carignano. Parliamo, anche, del Rodano. Egli mi chiede degli scioperi e mi racconta che aveva preparati sette sacchetti contenenti un blasfema biblico da lanciare su Torino durante gli scioperi di marzo. Aggiunge ad un tratto: - Il popolo italiano ha un'anima lirica. - E realista - osservo. - Sì, come nel Rinascimento. Lo spirito di quel tempo e del nostro popolo non è capito e non è riassunto che da me. Io ho il senso della praticità, sebbene pochi me lo riconoscano. Ma secondo un ordine lirico. Un silenzio. Poi: - Ma, il popolo, bisogna violentarlo. Ed io ho l'intuito mistico. Il caso aiuta. È inutile organizzare. - La politica eroica può essere rivolta e congiura - io insisto. E, poiché egli accenna ai bolcèvichi - come li chiama affermando che questa è la retta pronuncia - io ricordo le sue frasi, nella prefazione alla "Contemplazione della morte", di velata simpatia per Bonnot ("violenta morte... bellezza torbida... non so che travagli... non so che presagi... il Futuro e il suo polline...") come per il

suo giovinetto insorto caduto a Torino. E ricordo il suo grido in piena Camera, quando passò sdegnosamente dalla estrema destra alla estrema sinistra: "Là è la vita". Invocazione non politica ma spirituale a ogni rinnovamento e a ogni lotta. D'improvviso - pensava a Tokio o a Spalato o a Fiume o a Roma? certo all'azione, come inevitabile e imminente - d'annunzio mi domanda: - Che pensa lei della morte? Attimo di stupore mio e di raccoglimento: - Che non esiste. - Ma il mio Io, la mia anima e la mia vita individuale, tutto questo che Io son nato, che Io mi son creato, che ne sarà? Questo m'importa! E deve finire? - Il finito perdendosi nell'infinito - replico timidamente - diventa più grande, o ritorna ad essere più grande... - Ah no, no! - mi interrompe quasi con collera - Io, Io! E nel suo pur divinizzato egoismo è una tale sincerità d'angoscia che m'impressiona indimenticabilmente, anche se io non la partecipo. Mi ripeterà poi più volte: - Ho sete d'una fine degna di me. L'indomani - giorno in cui la sua febbre d'azione è ancora più acuta, forse maturata con nuovi elementi ch'io ignoro ma indovino - mentre siamo di nuovo a colazione, scatta: - Ah, quando cesserà questo pàlpito?! Capisco che non si tratta più d'incertezza nella meta ma di irrequietezza dell'azione in sé e di fascino della morte purché unita al trionfo, il giovane romantico amore della gloria, in quell'uomo apparentemente così vecchio e così freddo!

Una scena violenta

Ero andato alla Casetta Rossa con un fascio di giornali. Salutandomi, egli li vide su una sedia e notai che lo urtarono. Era per la prima volta in borghese, tutto in bianco, vergognoso e fiero insieme del taglio elegante ma fuori moda di quei vecchi abiti, che anche rivelavano quanto egli fosse dimagrito nei quattro anni di guerra. Credetti mio dovere informare d'annunzio dello spoglio che avevo fatto dei giornali e che era scoraggiante. - Comandante, la situazione è brutta. Non c'è reazione di stampa. L'opinione pubblica è rassegnata. Dal nostro punto di vista c'è da disperare.

E gli misi i giornali sotto gli occhi, accennando al solo "Resto del Carlino" come meno lontano da noi. D'annunzio s'irritò delle mie parole in modo sproporzionato. Doveva avere scritto e ricevuto appena allora le notizie ardenti che vedremo. Proruppe: - Il suo pessimismo è terribile! Che m'importa dei giornali? Io non ho mai dato importanza ai giornali in tutta la mia vita. E lei mi riempie la casa di giornali. Lei ha fatto troppa vita in redazione. Questo rimpicciolisce, rende meschini. Io purtroppo conobbi quella vita, ma non potei rimanerci. La realtà? La realtà la creiamo noi. Il popolo? Anche il popolo non basta. Bisogna violentarlo, ripeto, il popolo. L'opinione pubblica? Quel che conta è la nostra fede, la nostra volontà, il nostro coraggio! L'opinione pubblica non esiste. Lei mi esagera di ostacoli. Così non si combatte e non si vince. Lei è uno scettico. Tutt'al più un dubitante. Bisogna credere. Io credo. Io ho un intuito mistico, le ho detto. Io sono sicuro che, appena vorrò, basterà un mio atto per capovolgere la situazione. Lei ha poca fede! Quest'ultima frase costituiva la più profonda ingiuria che potesse farmi. Ribattei secco, come parlando a me stesso: - Ah, anche d'annunzio non ha coraggio! E volevo dire: anche d'annunzio ha paura della verità, preferisce ignorarla, non vuol sentirsela dire. D'annunzio reagì come sotto una sferzata, con tutto se stesso: - Io sono il capo. Se lei crede che io non abbia abbastanza energia, prenda il mio posto. Lei può scrivermi contro sui giornali tutto quel che vuole ma io non tollero questo linguaggio. Io non ammetto rimproveri - da bambino neanche da mio padre! - da nessuno. Me ne secco, me ne irrito, me ne infischio. Non voglio pessimismi, pettegolezzi, consigli: non ne ho mai voluti dai miei compagni di guerra. Odio anche crti buon sensi. Le parlo rudemente, come un soldato. - Mi perdoni, risposi subito, vedendo ch'egli attenuava istintivamente il tono davanti al mio contegno non più per nulla umile - mi perdoni ma io parlerò sempre come ho fatto, ogni volta che crederò di farlo, non per meschinità ma per coscienza, per il bene suo e della nostra idea... - Questa è un'impertinenza! Dovrò allontanarmi da lei... Senza attendere altro, mi alzai, m'inchinai, feci per andarmene. D'annunzio parve, ma in modo nuovo, colpito. Forse gli piacqui? Mi trattenne con la mano: - Ora che fate? Restate dunque! In fondo non aspettavo e non desideravo che quel gesto. Dopo una troppo breve resistenza, mi risedetti. Piansi selvaggiamente. Egli riprese subito il sopravvento. Non si scusò, ma nemmeno più m'accusò; si inorgoglì ma volle anche inorgoglirmi: - Restate e consigliatemi. Ho parlato così ad amici più prossimi - voglio dire di più antica consuetudine - che lei, voi. Io sono senza amici, solo come tutti i grandi. La mia sorte sono le cose grandi. C'è chi conosce di me soltanto la magnificenza. Io cerco invece la morte che merito. - E io non le ho proposto il sacrificio della vita mia e di altri, solo ieri? Perchè lo ha respinto ed ha dubitato di me?

- La ringrazio. La credo puro. Però una rabbia oscura gli lavorava ancora dentro perchè aggiunse: - Ma dovevate agire senza dirmelo! Continuò subito: - Avevo pensato a fare io il gesto. Confesso la mia irresolutezza. Io che non ne ho provato nel piombare in 17 minuti sul nemico, e quattro volte in una notte... Del resto molti altri mi hanno fatto una simile offerta e promessa - nel maggio 1915 - senza compierla. Io solo non temetti di incitar la folla contro Giolitti. Ed ecco perchè Giolitti nelle sue Memorie scrive: "Ricordo che in un comizio tenuto al Teatro Costanzi, vicino a casa mia, il d'annunzio incitò il pubblico ad ammazzarmi; e difatti la folla, uscendo dal teatro, si diresse tumultuosamente verso mcasa mia. Gli agenti di polizia la lasciarono passare, ma un plotone di carabinieri l'arrestò e non permise che arrivasse fino a me. (Vol. II, cap. XVI, pag. 543)".

Confiteor

Qui, prima di proseguire, io credo opportuno insistere su due punti. Anzitutto mi duole di dover spesso usare la prima persona e parlare di cose mie: tutta roba, questa, che per il lettore non ha nessuna importanza, ma ha lo scopo ben preciso di una documentazione e giustificazione storica ai miei occhi ed a quelli del pubblico.Poiché voglio, in queste mie rievocazioni, attenermi alla più semplice, più notarile verità. riferendo episodi e parole importantissime del Poeta di cui man mano presi nota, non posso far a meno di accennare agli elementi che le provocarono, anche quando non siano che gesti e parole mie. In secondo luogo, sarà bene intenderci circa la libertà con cui volta a volta io esprimo le mie impressioni e anche i miei giudizi su questo o quell'atteggiamento del Comandante. Ecco un punto che ha, almeno per me, un'importanza fondamentale. Bisogna aver adorato Gabriele d'annunzio come io lo adorai, fin dalla mia adolescenza; bisogna averlo avuto maestro di vita, non già per la sua magia stilistica (quando lo conobbi, d'annunzio mi piaceva, vorrei quasi dire, nonostante la forma) ma per l'anima; bisogna aver veduto in lui, in un ventennio, la personificazione suprema del genio che sta al disopra di tutte le leggi; e, allora, in quell'atmosfera arroventata di passione, si comprende che la suprema schiettezza è non diritto ma dovere, prima di tutto verso di lui. D'altra parte siccome in me - sia un bene o un male - c'è un doppio temperamento di fanatico e di critico, d'idealista e d'ironista, mi si permetterà di fissare anche dei particolari diretti e umanissimi che solo agli sciocchi potranno parere irriverenti.

Il mancato colpo su Spalato

Segnati questi due punti fermi, che devono servire per tutti i capitoli, proseguo nella narrazione di quei miei giorni indimenticabili di Venezia. Dopo aver lamentato la mancanza di luogotenenti e di teste politiche, dopo aver accennato al Re che "è disposto a fare ciò che vorrà il popolo", egli espresse alcuni giudizi sintetici, quasi tutti aspramente sfavorevoli, sulle maggiori personalità politiche e militari di allora, da Nitti a Giardino, da Federzoni a Caviglia. Ed entrò nel vivo della questione, cercando una formula completa per il rinnovamento politico ab imis. Quella dei fasci, pubblicata da poco, gli pareva in parte accettabile, ma non sufficiente: e ricordo che lì per lì, per suo incarico, io stesi alcune cartelle di riforme politiche da effettuare, che andavano dal divorzio al voto anche femminile, universale e "obbligatorio", dall'abolizione degli esercenti al servizio dei trasporti "gratuito", dal teatro, dal cinema, dal bagno allo sport "statale" nelle scuole... E, improvvisamente, mi confidò l'episodio del Generale Zoppi e dei suoi seimila arditi, che anche oggi, è pochissimo conosciuto ma che ha un'importanza eccezionale e che dà il titolo a questo capitolo: perchè non andammo a Spalato, anzichè a Fiume. Giusto di quei giorni stava per ritornare a Venezia dalla Libia l'VIII reparto della prima Divisione d'assalto al comando del Generale Zoppi. La nave "Zenzon" partiva con parecchie migliaia di arditi in pieno assetto di guerra, cioè con viveri, munizioni armi e anche due corpi di artiglieria. Doveva costeggiare quasi tutta la Dalmazia. Era un'occasione unica per obbliquare a metà rotta e fare un colpo su Spalato, impadronendosi della città e tenendola, creando il fatto compiuto per la Conferenza di Parigi. D'annunzio, appena lo seppe, tentò di approfittarne. Il Gen. Zoppi, che aveva per d'annunzio una vera venerazione, oppose dapprima qualche resistenza, infine cedette. Pose soltanto per condizione che Badoglio ne fosse informato. L'ex Capo di Stato Maggiore non si oppose apertamente ma fece un'obbiezione diplomatica: e se il fatto compiuto avesse fatto fallire le trattative in corso a Parigi, per l'attuazione almeno del patto di Londra, che parevano favorevoli al nostro Governo? Meglio aspettare. Se fallivano, egli sarebbe stato con d'annunzio, anche contro il Ministero della Guerra. d'annunzio gli credette e così la prima occasione fu perduta. La seconda, per il rimpatrio degli altri arditi, doveva ripresentarsi tra giorni.

Il più vasto piano

Questo mi disse d'annunzio il 12 giugno, ma altri mi informò che il piano era molto più vasto e doveva effettuarsi alla fine di giugno, quando invece d'annunzio era già tornato a Roma, dove pare tutto sia stato compromesso in seguito all'indiscrezione d'una dama di Corte. Il piano era stato elaborato fino a quel principio di giugno al di fuori di d'annunzio, direttamente nello Stato Maggiore del Duca D'Aosta, comandante dell'unica armata allora in efficienza eguale anzi superiore a quella di guerra. Il Generale Sailer, capo d'una divisione della III Armata, aveva fatto già opera d'assaggio e di propaganda fra tutti i reparti, di ciascuno dei quali furono convocati infine due ufficiali in un rapporto avvenuto ad Albona. A questo rapporto prese parte anche, sebbene tra i meno accesi, il generale Gandolfo, poi capo della Milizia Nazionale Fascista nel 1924.

Si trattava di occupare con le truppe della III Armata tutto il Veneto attuale, la Venezia Tridentina e la Venezia Giulia, con l'Istria e la Dalmazia - quest'ultima appunto avrebbe dovuto essere occupata dagli arditi con una parte della III Armata, come Fiume - constituendo così, con centro a Trieste, la Repubblica delle Venezie o Veneta. Il Duca d'Aosta dopo il comando militare, avendo rinunziato alle prerogative reali, avrebbe assunta anche la presidenza provvisoria politica del nuovo stato; naturalmente in attesa di una reintegrazione totale, appena il gesto avesse esercitato la sua benefica influenza rinnovatrice sull'Italia allora torbida e grigia. Il Gen. Zoppi era già al corrente di tutto. Qualcuno fu mandato ad informar d'annunzio, che, pare, non volle essere soltanto l'aedo ma il duce. Poco dopo venne l'ordine di scioglimento della III Armata e il Duca d'Aosta se ne andò o venne sbalzato nel Belgio, dopo i fatti - veri o "fabbricati" - di Pietralata, che portarono la minaccia a Roma stessa. Quest'ultimo episodio non è stato ancora ben chiarito. Non si sa, cioè, con precisione a nome di chi agisse quel tenente Secondari che era lì a capo degli arditi e che capitanò poi gli Arditi del popolo. Ma è probabilissimo che il moto sedizioso (il cannone era già puntato contro Roma) si riallacciasse in qualche modo col vasto proposito cui ho accennato.

Puntare su Roma o sull'Adriatico?

Comunque, è doveroso notare che nel colloquio di Venezia d'annunzio mi parlò solamente della spedizione contro Spalato nella forma ridotta: il piano non fu potuto attuare allora, ma il fatto solo che esso potesse essere seriamente concepito da capi militari è una prova dell'aspro desiderio di riscossa che già serpeggiava e che doveva sfociare poi nell'impresa di Fiume ed in altri avvenimenti di ancor più vasta portata. Tre circostanze meritano di esser rilevate a conclusione di questo capitolo: 1°) - Oggi che Fiume, salvata in cambio di Spalato dall'azione fulminea di d'annunzio, è stata congiunta anche politicamente all'Italia, oggi non si può non pensare che anche la sorte della Dalmazia sarebbe stata diversa dalla presente, se l'avesse preservata fin d'allora un'occupazione, regolare o irregolare, come quella pensata e non effettuata da D'annunzio. 2°) - Il Comandante già si accingeva a dimostrare quanto errassero coloro che lo credevano incapace di un'azione. Egli non complottava, ma si preparava ad agire nel sole ("ardisco, non ordisco"). Chi gli fu vicino allora lo vide tutto anima e nervi, teso come un arco. 3°) - Teso come un arco, ma disperato perchè senza mira certa. Avendo ben netto il pensiero che qualunque impresa dovesse servire, non solo e non tanto a salvare questo o quel lembo di territorio, ma a rinnovare l'Italia risollevandola dall'avvilimento in cui era caduta, egli esitò mesi e mesi nel dubbio circa la meta. O l'azione esterna: puntare su Roma, e di là, con rinnovata fede nazionale, marciare alla liberazione dell'Adriatico, ed oltre. Dovevano ancora trascorrere tre mesi prima che egli si decidesse per la prima via.

IV

QUANDO E DA CHI FU PREPARATA L'IMPRESA FIUMANA

Il "capitanissimo" Host-Venturi - Peppino Garibaldi, Cagni o Sem Benelli? - Colloqui letterari con d'annunzio - "Chi sarà il mio successore?" - Un segreto d'arte e di vita del Poeta - Carteggio con Mussolini - "Per fare la rivoluzione ci vuole l'esercito" - Il messaggio ai volontari piemontesi - Appuntamento a Roma.

La Casetta Rossa, la "bomboniera settecentesca", il "nido d'amore veneziano", era dunque divenuta la "sede" di colloqui politici importanti e misteriosi. Beninteso sorvolo su altri pellegrinaggi, altrettanto misteriosi anche se politicamente meno importanti, che ebbero per meta e sosta la Casetta Rossa. In quei quattro giorni io vidi o intravidi qualche silhouette che, così, a lume di naso, non mi parve precisamente maschile: ed è lontano il tempo in cui le duchesse di Montpensier e di Longueville si compiacevan di accordare dei tête-à-tête a questo o a quel gentiluomo per parlare solamente di leghe patriottiche o di congiure. Fra i personaggi notevoli - anzi, di primissimo piano, per ciò che concerne l'impresa di Fiume - io conobbi in quei giorni, presentatomi da d'annunzio, il "capitanissimo" Host-Venturi. Pochi minuti avanti ne avevo notato, dalla vetrata del salotto da pranzo, mentre passava nel campielo, la sagoma bizzarra di tipico cospiratore, tutto avvolto in una gran mantellina, con cappello di alpino, munito di una penna alquanto tirolese. Ora egli stava di fronte a me, nel salottino, presso il caminetto: un moschettiere alla D'Artagnan, alto, leggermente imbarazzato, con uno sguardo mite negli occhi lucidi e un vago sorriso d'oro, tra i baffi e la mosca.

I volontari di Venturi

Venturi è un nome di guerra. Il vero nome è Host, che è anche la denominazione croata di Stefani, paesino alle porte di Fiume. Umile operaio e assistente di dentista prima della guerra, Host-Venturi, croato d'origine, nel 1915 si dichiarò italiano d'elezione, entrò volontario nell'esercito italiano e si batté valorosamente, ottenendo parecchie medaglie al valore e il grado di capitano. Dopo, ritornò a Fiume. Sebbene incolto dettava articoli e pronunciava discorsi a base di bombe e di pugnali. Fu poi ministro della Guerra della Reggenza del Carnaro. Dopo la marcia su Roma fu in parte coinvolto nel fallimento d'una Banca triestina, finito con l'arresto del Direttore Generale Alessandrini e con la fuga a Corfù, insieme coll'amante, del Comm. Rossini, creatura del Venturi ed ex cameriere a Roma. Tutto questo ha poco interesse: ciò che importa invece è la parte fondamentale che il "capitanissimo" ebbe nella preparazione

dell'impresa. Si dice che egli intenda scrivere, in proposito, un libro; non è dubbio che potrà riuscire interessante. Comunque, non sarà male anticipare qualche dato che, per i nove decimi del pubblico, avrà sapore di rivelazione. Secondo quanto riferisce il tenente Bonomo, uomo di sicura fede, il Venturi stava organizzando i volontari fiumani già dal marzo 1919, cioè poco dopo che d'annunzio si era consacrato all'azione ma parecchi mesi prima che ne scegliesse definitamente la meta. Nell'aprile lo stesso tenente Bonomo, chiamato da Venturi e dal capitano Gaglioni, andò a far propaganda nell'Istria, spesso travestito nei più inattesi modi, con l'appoggio di un colonnello che gli facilitò i mezzi di trasporto e lo fornì di vestiario per i futuri legionari. In quell'epoca Venturi, che cercava un capo di gran nome, esitava ancora fra Sem Benelli e Peppino Garibaldi (in un certo momento pensò, anche, all'ammiraglio Cagni). Poi si decise per d'annunzio e, in quell'incontro del 13 giugno, egli poteva esporre, non senza legittimo orgoglio, le forze della sua organizzazione di volontari che, iniziatasi a Fiume, aveva già diramazioni almeno nominali in tutta Italia e, in quel tempo, faceva centro a Trieste. In fondo il suo segreto non era segreto, almeno per il generale Grazioli, il quale non solo sapeva ma ispirava e proteggeva... Il gran merito di Venturi fu di aver continuato ed ampliato l'organizzazione, anche quando Grazioli fu sostituito dal generale Pittalunga, il quale forse non avrebbe permesso e certo non capì o non seppe nulla... fino alla mezzanotte tra l'11 e il 12 Settembre. Abbassando la voce che aveva un pò agra e con un accento veneto duro, Host-Venturi dice (e non esagerava, poi che di uno zero): - A Fiume ho 3000 volontari, 4000 fucili, 1200 bombe a mano, 90 mitragliatrici. La città è in fiamme. L'arrivo suo, Comandante, sarà il segnale. Proclameremo l'annessione contro gli inglesi e i francesi, senza più aspettare. Concluse calmo: - Se occorre, facciamo saltare colla dinamite i Magazzini generali, dove sono gli inglesi. C'era in lui una risolutezza fredda che poteva anche apparire feroce e che faceva pensare. Particolare caratteristico: quando esprimeva, sempre senza gesti o scoppi di voce, qualche proposito estremo, il suo italiano, già un pò irregolare, si faceva più sgrammaticato, più duro, quasi affiorasse in lui un altro sangue e un altro animo. Feci tale osservazione la sera stessa quando, ritrovandoci insieme con d'annunzio al Caffè Florian, ad una interrogazione del Comandante circa gli austriacanti, egli rispose, calmissimo: - Quelli bisogna sopprimerli. Noi fiumani non facciamo complimenti. Abbiamo fatto la guerra e la rivoluzione... andremo per le spiccie. O se ne vanno o li prendiamo e li carichiamo su una nave: un affondamento nel Quarnero è una disgrazia presto "fatta". Subito, allora, mi ritornò alla memoria con straordinaria limpidezza uno degli episodi più crudeli della rivoluzione francese. Guardai d'annunzio impassibile, forse distratto, poi Venturi. Non scherzava? Più tardi sull'odio prevalse la leggerezza e la parole rimasero parole.

Morselli e il suo "Glauco"

Di colpo, d'annunzio risollevò la nota lirica raccontando quell'episodio che doveva poi narrare in un aricolo: i bimbi fiumani che, per quattro anni consecutivi, passando dinanzi al recinto dei prigionieri italiani, vi buttavano il loro panierino, rimanendo poi digiuni tutto il giorno. Evidentemente, anche in quei giorni, d'annunzio non aveva ancora dato corpo e contorno precisi al suo proposito. Le parole di Venturi lo tentavano; ma era anche forte la tentazione di ritornare a Roma. E, nel fondo, forse più forte di tutto, il rammarico per la troppo lunga interruzione del suo lavoro di artista: - Da quattro anni non ho scritto un verso! E, durnate il pranzo, si scivolò nella letteratura e ci si rimase a lungo. Potrei contrassegnare ogni trapasso con un segno... gastronomico. Alla minestra d'annunzio mi interrogava sulla vita letteraria e artistica di Torino, donde io venivo. Mangiando il pesce, gli confessavo di avere incominciato una volta un libro di critica sull'arte sua, perchè ero convinto che gli mancasse ancora il suo esegeta. Al pollo, mi parlò di Morselli (era di recente data il trionfo del "Glauco" all'Argentina) dicendomi testualmente: - È una cosa piena di freschezza. Ha reso moderno il mito. Mi parve di comprendere che, fra tutti i poeti allora sulla breccia, Ercole Luigi Morselli fosse il solo o uno dei pochissimi che egli stimasse. E mi parve sintomatica la sua ammirazione per il "Glauco" che è, diciamo, in sede di tragedia, la negazione del superuomo, di quel superuomo che d'annunzio ha in tutte le sue opere esaltato. Tale contrasto mi colpì e ci ripensavo ancora quando (eravamo ora passati allo zabaglione, alle frutta e agli innumerevoli cioccolatini e canditi) quando d'annunzio mi disse, con accento improvvisamente grave: - Non vedo nemmeno tra i giovani chi stia per sorgere a prendere il mio posto domani. Ah, come vorrei sapere chi mi succederà! Risposi: - Certo qualcuno che farà un'arte opposta. - No! Io credo invece qualcuno che mi continuerà; andando più in là di me, profittando di quel che io ho già dato per dar di più - però, nella stessa direzione. Il mio figlio spirituale. La mia disgrazia è di non avere discepoli ma soltanto scimiottatori.

Parentesi d'infinito

Rincorato dall'affabilità del Poeta, dalla dolcezza dell'ora, forse anche da un certo squisito vino esaltante, mi lanciai a capofitto in una specie di ditirambo, in cui insieme esaltavo la sua poesia e quella del suo successore che, no, non poteva essere nella sua stessa linea, ché nessuno avrebbe potuto superarla, ma anzi, come avevo detto, l'opposto, per gareggiare con lui di grandezza. E citai Alessandro De Stefani. E citai l'amico mio Riccardo Artuffo, che non aveva ancora pubblicato ma già aveva scritto l'Isola, e parlai delle stelle e dell'Infinito, in cui la terra non è che un minuscolo punto, donde il Poeta leva il canto della passione contro l'impassibilità dell'Universo. Ma mi arrestai dopo un poco, rendendomi conto che il Poeta non mi seguiva. Mi ascoltava, sì, con visibile curiosità, ma probabilmente senza comprendermi. È naturale: un

asceta sterile può essere eclettico, un cantore come lui non deve e non può uscire dal proprio mondo. D'annunzio non può vedere o sentire l'Infinito, che è dispersione e annullamento della personalità. Egli non cerca di dar dall'esterno un limite all'illimitabile, ma va al centro, al cuore che lo riassume e lo conclude. Più tardi, sostando un attimo dinanzi ad una scansietta in cui stavan tutte le sue opere, ben rilegate, disse: - Eppure qui ci sono delle cose belle... È un parola che non morrà, non superata ancora da nessuna letteratura moderna. Lo guardai. Il giorno avanti, mentre parlava di azione, di politica, di guerra, mi era sembrato vecchio, stanco, frusto, ora - nel suo regno! - mi apparve giovanile, ilare, sereno. Si mise in testa un cappellaccio, più da apache che da bohèmien, per rendersi irriconoscibile, disse. Aveva un rotolo sotto il braccio. Mi spiegò che andava a fare un pò di musica con un'amica, lì vicino, in Campo S. Maurizio. Mi accompagnò brevemente per calli e canali, mi salutò graziosamente, disparve.

Il bacio sul marmo

Ci si doveva rivedere al Caffè Florian, dove, infatti, ci ritrovammo prima Venturi ed io, poi il Comandante. E là il Venturi fece quelle dichiarazioni... esplicite che ho citate sopra. Accompagnammo d'annunzio lentamente, quasi solennemente, uno di qua e uno di là, da piazza S. Marco alla Casetta Rossa. D'annunzio parlava d'arte, di storia, di Venezia, ripetendo a lui ciò che, lo stesso giorno o il giorno avanti, aveva detto a me ed io mi resi conto che egli "prova" sempre parlando ciò che ha scritto o che scriverà nella stessa giornata, diligentemente. Infatti egli usava le stesse parole adoperate con me; ma qua e là c'eran modificazioni: una parola mutata o spostata, una fase di più verso la perfezione. Mi pareva di sorprendere, così, in atto un segreto di vita e d'arte di Gabriele d'annunzio: la sua facoltà di ricordare e rielaborare le minime cose con la fantasia guidata inesauribilmente, più che dalla verità, dalla bellezza; il lavorio incessante per cui l'oro della sua prosa e della sua poesia si libera della ganga e appare purissimo, sfavillante. Si soffermò davanti a Santa Maria del Giglio, indicò nello zoccolo, sul campielo, le immagini scolpite delle città più particolarmente benedette: in mezzo Roma, ai lati Corfù e Candia, poi Padova e, alle due pietre angolari, Zara e Spalato. - Non pare un simbolo e un segno? - Disse. E, dopo averle indicate, le palpava con un godimento quasi sensuale. - Il 25 aprile, dopo aver tenuto dalla Loggetta del Sansovino il mio discorso, spiegando per la prima volta la bandiera di Randaccio, di ritorno giunsi qui, seguito dal popolo, e corsi impetuosamente a deporre un bacio sull'effige di Spalato. Poi rivolto a Venturi: - Peccato che non ci sia anche Fiume... E sorrideva con un sorriso femminile, fascinatore.

A Milano, da Mussolini

Avevo deciso di partire l'indomani. D'annunzio mi ripeté la sua intenzione, di andare a Roma, dopo le dichiarazioni del Governo alla Camera. Insisté sulla necessità di intensificare la propaganda, mi consegnò un messaggio da comunicare ai volontari torinesi, coll'avvertenza che non doveva essere pubblicato. E soggiunse: - Non conoscete Mussolini? Devo scrivergli. Vi darò da portargli una lettera. Desidero avere su lui la vostra impressione. Me ne parlerete quando ci rivedremo a Roma. Venturi, a sua volta, mi diede indirizzi di persone che potessero giovare per gli arruolamenti: a Milano, in Via Cerva 17, il capitano Ferruccio Vecchi (che doveva poi divenire famoso per aver capitanato il primo assalto contro l' "Avanti!") il tenente Pontiggia, il tenente Finzi, il tenente Mècheri, Zanghieri del Secolo, ecc. Partii. A Milano cercai di tutti, ma vidi solamente Mussolini. Lo sgabuzzino di via Paolo da Canobbio già troppe volte descritto. Un'anticamera da sezione di polizia. Sulla prima porta: "Cinque minuti bastano per qualunque visita al direttore"... Mussolini. Non si alzò, salutò col collo rigido, mi fece cenno di sedere, prese la lettera di d'annunzio con faccia cupa: cominciava a crearsi la maschera. Lesse. Rialzò gli occhi violenti sotto la fronte dura, ma non troppo li alzò e si coprì con la mano la mandibola. Con voce roca disse: - Il Comandante s'illude. Lo fissai. Massiccio, diffidente e sprezzante, ma ossesso di rivolta e tutto energia: - Perchè dite che si illude? - Non si può fare la rivoluzione senza l'esercito. La risposta mi sbalordì come una mazzata, perchè io allora, da buon rivoluzionario romantico, pensavo che, se mai, la rivoluzione si dovesse fare contro l'esercito. Ma io pensavo alla bellezza della ribellione più ancora che al successo. O forse Mussolini già meditava un esercito "suo", le future Camicie Nere, da opporre a quello del Re? Il bello è che fu poi proprio d'annunzio il primo ad avere l'esercito - e di regolari e di volontari - a Fiume. Un esercito che, in circostanze migliori, avrebbe potuto servire per qualunque rivoluzionaria conquista e - chi sa! - non soltanto italiana. In ogni modo la battuta secca di Mussolini era in contrasto con la fiducia nel popolo e la volontà di sacrificio di D'annunzio: ma definiva la situazione in due parole, Confessava, intanto, che gli mancava ogni forza.

Il messaggio segreto

Ero ancora sotto l'impressione grave di tale colloquio allorché, a Torino, convocai i volontari, d'accordo col tenente Angelo Cavalli, capo dell'Associazione Arditi, con Mario Gioda, allora unico capo responsabile del Fascio di Torino, poi deputato, ora morto, col tenente Rava e qualche altro. Il messaggio che Cavalli lesse con calore, diceva così: "Nino Daniele, nostro fido e ardentissimo compagno, vi porta il mio saluto silenzioso. "Bisogna numerarsi, allenarsi, disciplinarsi, essere pronti. "La parola d'ordine è questa: "S'arma, e non parla": "La salute della Patria richiede il nostro sforzo supremo. Richiede l'immolazione. Chi poteva essere avaro del suo sangue, dopo Caporetto? Chi può essere avaro del suo sangue, dopo un'onta più grave, più oscura e più lunga di quella? "È venuta l'ora di comprendere. Non la sorte dirige oggi la battaglia ma lo Spirito. "I martiri si levano gridando: Credo! "È un grido implacabile. "Sono implacabili quelli che, con la loro morte, ci hanno dato il compito di tenere accesa la loro speranza. Confido in tutti e in ciascuno. - Gabriele d'annunzio". Era aggiunto in calce: "14 giugno 1919 - (Da non pubblicare) - G. d'A". Noto che una frase del messaggio "S'arma e non parla" doveva essere ripetuta varie volte in articoli e in altri messaggi e un'altra frase: "È venuta per tutti l'ora di comprendere. Non la sorte dirige oggi la battaglia ma lo Spirito" doveva ritornare con una piccola variante nel discorso "Con me" tenuto a Fiume il 30 marzo 1920. L'appello era di tono messianico e ribelle che lo rendeva utile per qualunque impresa; Spalato, Fiume, Roma, sopratutto forse per quest'ultima. Ma io notai subito che gli intervenuti ne rimasero un pò sconcertati e in parte delusi. Il fatto è che d'annunzio era allora assai poco compreso; egli appariva troppo poco repubblicano e democratico ai fascisteggianti, troppo poco dinastico e legalitario ai nazionalisti. D'altra parte d'annunzio non comprendeva bene il fermento derivante dal malcontento sociale che animava i seguaci primi di Mussolini, né il malcontento politico degli irredenti redenti i quali, liberati dal giogo dell'Austria, si accorsero che miravano non soltanto all'indipendenza ma alla libertà e che c'era da stabilire un ordine nuovo, radicalmente rivoluzionario: e in questo si incontrarono con i sovversivi. Quest'ultimo elemento, che doveva avere un'importanza enorme, allora non lo capì nemmeno Mussolini, che lo avrebbe utilizzato: il solo a sentirlo, forse, fu Nitti, che naturalmente cercò di combatterlo. Comunque, l'Assemblea di Torino non aveva da far altro che prendere atto della comunicazione di d'annunzio. "S'arma e non parla". E armarsi per non si sa quale impresa: comunque essere pronti. L'indomani, ottenuta regolare licenza del Conte Orsi direttore della Gazzetta del Popolo, partivo per Roma dove dovevo incontrarmi nuovamente con d'annunzio e dove forse si preparavano avvenimenti decisivi.

V

COME FECI CONOSCERE MUSSOLINI A D'ANNUNZIO

Delusioni del primo Congresso dei Combattenti - F. V. Ratti, diplomatico dickensiano - I "Già già già" del Gen. Giampietro - "Dei guadagni territoriali me ne infischio, se non dobbiamo avere un'Italia più pura" Mussolini e d'annunzio di fronte - Una profezia sul futuro primo ministro - Keller "il puro folle", moschettiere del Graal - Reduci mutilati sotto il bastone poliziesco - "Bagnare col mio sangue la terra di Fiume!"

D'annunzio arrivò a Roma la mattina del sabato 21 giugno e scese al Grand Hôtel, dove il Comitato di difesa nazionale gli aveva fatto riservare un appartamentino al rez-de chaussée, prospiciente Piazza delle Terme. Così il Poeta era un poco prigioniero di Enrico Corradini e dei nazionalisti, i quali ci tenevano sopratutto a che il Poeta fosse a Roma per il primo Congresso dei Combattenti e prendesse la parola all'adunata dell'Augusteo, il che poi, come vedremo, non avvenne.

Verso il primo ministero Nitti

Tutto era organizzato per un'aperta campagna contro Orlando, al suo secondo ritorno da Parigi; ma il Presidente siciliano era già uno sconfitto e si cominciava a parlare di un Ministero Nitti, pericolo maggiore. Io ero a Roma dal 18 giugno e avevo approfittato di quei tre giorni per cercar di chiarire a me stesso la situazione ingarbugliatissima, tenendomi per un lato molto a contatto con l'Ufficio di corrispondenza da Roma della "Gazzetta del Popolo" e per l'altro facendo personali scandagli ed inchieste. Nel nostro campo c'era parecchia incertezza e dispersione. d'annunzio non era riconosciuto per capo se non da pochissimi. Ogni così detto rivoluzionario aveva il suo padrone in pectore: Mussolini all'estrema sinistra, Corradini all'estrema destra; in mezzo, con l'attuale ministro Giuriati e il colonnello Douhet, molti trascurabili generali senza soldati come Sem Benelli - futuro e sfortunato ministro della guerra di Fiume che poi doveva, per dispetto, diventare rinunciatario e farsi tirare le orecchie dai dalmati. Andai anche al famoso ufficio di Corso Umberto, 111, dove pareva si dovessero fucinare i nuovi destini d'Italia. Non vi trovai Giuriati; vidi solamente il tenente Francesco Valerio Ratti, poi drammaturgo autore d'un Giuda e di un Bruto, drammi non privi di pregi reali, anche se sfruttarono per il successo un'accorta mossa. politica dell'autore all'indomani dell'affare Matteotti. Ratti alto, magro, compassato, distratto, diffidente, indifferente, sollevò verso di me il suo pizzo a becco, prese nota del mio nome in un registruolo tutto sbandato e cincischiato, vi segnò i dati da me fornitigli per

collegamento, ecc., col Piemonte, dati di cui poi non si servì, probabilmente perchè quel suo slabbrato calepino gli deve essere andato smarrito chi sa dove. Finito che ebbe di prender nota delle mie indicazioni, rientrò, quasi inghiottito, nel suo mutismo, nella sua lontananza, nella sua irrealità di burocraticodiplomatico dickensiano. Non l'ho mai più rivisto.

L'osservatorio dannunziano

Vidi d'annunzio al Grand Hôtel alle quattro del pomeriggio di quel 21 giugno, subito dopo il suo arrivo, e rimasi con lui un paio d'ore. Egli mi parlò con grande fede dell'imminente Congresso dei Combattenti, su cui io nutrivo assai minori illusioni. Seppi poi che, in un primo tempo, ci sperava anche Mussolini, il quale però, fin dalla prima seduta, con quel suo pronto spirito realistico, si rese conto della grigia realtà. In quelle due ore il Poeta ricevette pure Enrico Corradini, il corrispondente del "Figaro" Richard e il generale Giampietro, tipo mingherlino ma tutto nervi, pronto ad ogni impresa per il suo d'annunzio. Alle più violente espressioni del quale, egli annuì incessantemente con una serie inesauribile di Già, già, già, pronunciati nelle più diverse ed impensabili intonazioni, tutti però di assenso. Il Comandante chiese il mio parere sulla crisi. Risposi: - Credo si tratti, questa volta, di una crisi, non di governo, ma di regime. E il Poeta, pronto, con gesto ed accento appassionati: - Meglio così! E poiché i giornali già davano per sicuro l'incarico del Re a Nitti con Tittoni agli esteri, e alcuni nazionalisti sembravano ancora illudersi che quest'ultimo potesse salvare Adriatico e Mediterraneo compromessi, d'annunzio esclamò: - Dei guadagni territoriali me ne infischio, se non dobbiamo avere un'Italia più pura. Dalla seconda condizione tutto verrà. - E ancora: - Non dev'essere Nitti a liberare Fiume, come a compiere nulla di buono con spirito vecchio e opportunistico. Tali parole erano un segno - uno fra i tanti - della volontà e fiducia del Comandante di poter assumere questa volta il "comando del popolo italiano a Roma", realizzando così gli effetti di quella congiura che due settimane prima Nitti, con un colpo mancino ma abilissimo, aveva fatto denunciare come già esistente, tentando di compromettere, come vedemmo, il Duca d'Aosta, d'annunzio, Mussolini, Giardino, ecc. Lo dimostra anche l'articolo che egli compose l'indomani domenica, isolandosi apposta per tutta la mattinata, e pubblicato sull' "Idea Nazionale" appunto col titolo "Il comando passa al popolo", che conteneva fra l'altro frasi arditissime come questa: "...le consultazioni regali e le negoziazioni ministeriali non sono se non un sommovimento di putredine", anticipava frasi che resero poi celebre il messaggio ai Lavoratori di Fiume ("Questo basta e non basta") e concludeva con un'autodesignazione esplicita non già per una qualche combinazione ministeriale, ma per il primo posto di combattimento: "E se c'è bisogno dello sprone, io son quello. E se ci sarà bisogno di sonar la carica, io la sonerò"...

"Contro uno e contro tutti"

Nitti incassa il colpo e risponde ristabilendo il bavaglio della Censura, col pretesto che la guerra "non era finita". L'indomani - siamo nei giorni anniversari della risolutiva vittoria del Piave - si inaugura in Campidoglio il Congresso dei combattenti. Io sono incaricato da d'annunzio di assistervi per riferirgliene. Come dissi, molto si sperava da molti in un'affermazione della trincerocrazia che già in parte si manifestava tanto nazionalmente imperialistica quanto socialmente rivoluzionaria: e d'annunzio era fra i primissimi in tale linea. Subito si vide invece che il Congresso era prudentemente contenuto dai dirigenti nei limiti di una discussione fra pensionati. Contro tale avvilimento protestò il solo Giunta, che, balzato arditescamente sopra una tavola, pronunciò una sferzante filippica. Ma lasciò il tempo che trovò. Nitti, il creatore dell'Associazione dei combattenti e delle polizze ai medesimi, non aveva avuto gran difficoltà ad addomesticare i capi; e Mussolini che il 21,in un articolo "Il monito dell'intrepido", salutava nel suo giornale la partenza di d'annunzio da Venezia come un avvenimento definitivo e lasciava trasparire la precisa speranza di una rivoluzione imminente alla capitale,dopo, saggiata la realtà, mandava al "Popolo d'Italia" corrispondenze sempre ardentissime contro Nitti e Giolitti, ma in cui la delusione appariva evidente. d'annunzio, a sua volta, non tardò a rendersi conto della situazione ed ebbe il torto di appartarsi, e si appartò, limitandosi a lanciare i tre formidabili articoli sull' "Idea Nazionale" -pubblicati poi in un volume col titolo "Contro uno e contro tutti" - di cui abbiamo già veduto il primo e sui quali ritorneremo. In tali circostanze io pensai che un incontro fra d'annunzio e Mussolini potesse riuscire provvidenziale per l'Italia. Parrà strano, oggi; eppure, né prima, né durante, né dopo la guerra, il poeta della "Gloria" e della "Nave" banditore e precursore, come tale, da almeno trent'anni, non soltanto d'una rivincita adriatica, ma anche d'un rivolgimento nazionale - non ebbe occasione, mai, d'incontrare l'ex direttore della "Lotta di Classe" e dell' "Avanti", recente fondatore del "Popolo d'Italia" ma non ancora fondatore di quella quasi fulminea fortuna del fascismo che, all'infuori dello stile mistico ed estetico dannunziano, doveva ultimamente realizzare e attualizzare "grosso modo", nella gelida economia del dopoguerra, i programmi eroico - tragici di Marco Gratico e di Ruggero Flamma. Soltanto all'ottavo mese dal ritorno alla cosiddetta pace - in quel giugno decisivo d'un anno memorabile: l'anno di Fiume; tre mesi prima di quella Marcia di Ronchi che doveva aprire la strada ad ogni futura Marcia su Roma - e soltanto per l'iniziativa di chi scrive queste pagine, Gabriele d'annunzio e Benito Mussolini si avvicinarono per la prima volta. Non so ancora adesso se compiacermi o dolermi di aver influito, anche minimamente, nella sola scelta fortuita d'una occasione che del resto, certo, un giorno o l'altro, si sarebbe presentata anche senza di me. Il fatto è che quel colloquio, tra tutti i successivi, fu il meno solenne - tanto che passò affatto inosservato alla stampa - ma fu forse il più importante, dato il momento storico d'allora. Gli altri colloqui, che avrebbero

dovuto completarlo, si seguirono a troppo lunghi intervalli - cinque in dieci anni, fino ad oggi - e furono troppo rapidi o troppo... apparenti.

Un fortunato stratagemma

Era dunque quella l'ora, secondo me, di passare ad un contatto più diretto - non per seguirlo ma per assorbirlo - con Mussolini, il quale aveva costituito appena, con poche decine di audaci malcontenti, quei Fasci di combattimento dei quali d'annunzio non accoglieva il programma massimo, del resto assai demagogicamente confuso, ma che ripetevano dal Comandante la maggior parte della loro ispirazione ideale e che credevano in d'annunzio. Il Comandante e il direttore del "Popolo d'Italia" erano già in corrispondenza epistolare ed io stesso - come ricordai nel capitolo precedente - avevo portato a Mussolini a Milano, pochi giorni prima, una lettera di d'annunzio. Non conoscendosi ancora di persona, i due uomini, forse, uno dell'altro diffidavano; certo, di lontano, si studiavano. In ogni modo, se il colloquio era utile, però per varie ragioni, soprattutto per certe grandi distanze ma anche per qualche piccola somiglianza dei due , era difficile da combinare. Conoscevo infatti l'orgoglio sovrano di d'annunzio, che considerava Mussolini un semplice caporale - come in guerra - ancor che un giornalista bombardiero; e conoscevo quanto Mussolini fosse invece a lui vicino se non nel genio, nella volontà , martellata dalla disciplina, e nell'ambizione. Certo nessuno dei due, da solo, né il Poeta celeberrimo né il popolare tribuno, per alta idea di sé o per formale soggezione, avrebbe mai fatto il primo passo verso l'altro. Decisi di "brusquer" la situazione e di tessere il contatto. Il futuro capo del governo assisteva al Congresso dei Combattenti stando con gli altri cronisti al banco della stampa, ascoltando a testa bassa, prendendo appunti.Taceva con tutti. A tratti alzava il viso impassibile. Pareva distratto. Io lo indovinavo attentissimo. Indovinavo anche , man mano che la seduta procedeva , la delusione dell'uomo che non trovava lì nulla dello spirito dei suoi sparsi seguaci. E mi ritornava alla memoria, con straordinaria insistenza, la frase che egli mi aveva detto :"Per fare la rivoluzione bisogna avere l'esercito". Mi avvicinai a Mussolini. Mi limitai a chiedergli, intanto, se sapeva che d'annunzio era a Roma. -Non è già partito? - mi domandò con aria indifferente. - È al Grand Hôtel. Non vorreste vederlo? Mi levò in faccia lo sguardo duro e dopo un attimo di esitazione silenziosa: - Ma, al solito, non si potrà avvicinarlo! Chi sa quanta gente avrà d'intorno...

Gli risposi subito di lasciar fare a me. -Piuttosto, qual'è il vostro indirizzo? -L'Hôtel d'Angleterre, a via Bocca di Leone. Dopo aver parlato d'altro, come seguendo un discorso sottinteso, mi ricordò per primo salutandomi: -Il mattino non esco fino alle 10. Lo lasciai così, senza dirgli più nulla, ma una volta deciso di applicare il vecchio innocente stratagemma unico che offrisse garanzie favorevoli - di sorprendere entrambi, ignari, facendo credere l'uno all'ansia di conoscerlo all'altro, comunicai la sera atessa a d'annunzio che Mussolini l'avrebbe visto molto volentieri. - Anch'io lui, rispose semplicemente il Comandante. - Ma non posso certo andare a cercarlo. Non speravo di più. Chiesi soltanto se voleva riceverlo, ma ad un'ora precisa perché l'altro era occupato dal Congresso. - Domattina alle 11. - Non sarebbe meglio un pò prima? Riuscii con garbo a far coincidere l'ora. Ma non era fatto tutto! d'annunzio infatti, come anche Mussolini sapeva, non soltanto concede udienza più difficilmente di un re ma è famoso per dare appuntamenti e poi dimenticarsene o doverli trascurare per qualche imprevisto, che nella sua giornata non manca quasi mai. Mi preoccupavo di questo: sapevo che non sarebbe stato facile avere una seconda occasione, se la prima fosse andata perduta. D'altra parte non potevo dire a d'annunzio che Mussolini era uno dei pochi che non gli avrebbero voluto fare anticamera. Gli ripetei soltanto che all'indomani avrei cercato di accompagnargli Mussolini ma che desse ordine a tutti d'annunziarci e nello stesso tempo di non introdurre nessun altro, fosse pure uno dei tanti senatori e generali che in quei giorni frequentavano il suo albergo. Il caso, più che altro, doveva favorire il mio piano, al quale in cuor mio annettevo un enorme importanza. Devo dirlo? Io vedevo allora d'annunzio presidente della Repubblica italiana e Mussolini suo primo ministro.

Il colloquio al Grand Hôtel

L'indomani mattina alle dieci mi trovai con una carrozzella pronta all' "Angleterre". Mussolini non mi avrebbe poi mancato lui? C'era anche da pensare, sebbene io non ci pensassi, che eravamo tutti alquanto sorvegliati...

Ma Mussolini non si fece aspettare. Scese immediatamente, accompagnato dal suo redattore romano e confidente intimo, ora deputato, Gaetano Polverelli. - D'annunzio mi vuole? Andiamo pure. Durante il percorso, Polverelli metteva Mussolini al corrente del contenuto dei giornali, di cui teneva in mano un fascio. Si parlò del nuovo ministero Nitti e dell'ultima seduta del Congresso dei Combattenti, che Mussolini dichiarava legati appunto a Nitti per la catena Ruini, Beneduce, Dall'ara, Luzzatto. Arrivati al Grand Hôtel, avvertii il mio amico tenente medico Amaro Sanguinetti, poeta, che in quei giorni funzionava da gran ciambellano del Comandante, ma che non aveva avuto nessun ordine. Passai avanti. Ripeto, il caso mi soccorse. d'annunzio era libero, ben disposto e mi fece subito introdurre Mussolini nel salotto giallo. Il colloquio - da me irriferibile ma del quale i miei lettori possono facilmente immaginare l'argomento - durò quasi un'ora, dalle dieci e mezzo alle undici e mezzo. A un dato punto io presi in disparte Polverelli, che volli scandagliare, rivolgendogli qualche domanda a briciapelo. - Credete voi che Mussolini sarebbe capace di tenere il governo? Bisogna capire che, allora, questa domanda rappresentava il colmo dell'audacia, ossia, in certo senso, dell'assurdo. Polverelli stesso rifletté un momento, poi mi rispose con accento di convinzione: - Lo credo. È un grande organizzatore. Sarebbe quindi un ottimo ministro. - E anche Presidente del Consiglio? - incalzai. Polverelli rispose più presto che non prima: - Anche, certo. Ma mi parve stupito della mia insistenza, che evidentemente temeva ironica. Io invece avevo la mia idea, che non gli esposi. Gli feci l'elogio di d'annunzio, da parte mia, ma non come di uomo di governo. Non su questo m'illudevo. Chi avrebbe detto comunque, allora, che non soltanto il Comandante d'annunzio avrebbe dovuto essere tre mesi dopo Capo di Stato, a Fiume, ma che Benito Mussolini sarebbe salito al potere tre anni dopo, Duce, in Roma stessa? Quando l'ospite si accomiatò col suo compagno, d'annunzio, rimasto solo con me, prima di occuparsi d'altre cose, mi disse soltanto: - Ho piacere d'averlo conosciuto. Sì, è un uomo interessante. Nient'altro. Oggi, parrà poco. Allora, tutto questo non era storico: non c'era bisogno di enfasi. So che Mussolini espresse la sua soddisfazione con termini un pò più ammirativi. Egli in fondo sentiva da tempo che in d'annunzio era una forza superiore e indispensabile alla sua.

Da quel colloquio, però, non nacque il bene che io me ne aspettavo: cioè una stretta collaborazione politica in cui il poeta portasse una fede non partigiana e il giornalista un'esperienza della realtà ed attualità. Tuttavia, forse, giovò ad entrambi. Certo l'uno non poteva esercitare una influenza interiore sull'altro. Aristocratico nell'arte e nella vita, d'annunzio, lirico nel pesiero e nell'azione. Classicamente plebeo Mussolini, pratico ideatore e realizzatore. Ma quella breve conversazione valse ad orientare d'annunzio, il quale fino allora non si era preoccupato troppo di questioni strettamente interne; mentre Mussolini, alla sua volta, fermò da quel momento la propria attenzione su Fiume come su una leva diassaggio e di conquista, nazionale oltre che locale. Infatti i Fasci in un primo tempo vennero destinati anche alla causa dell'Olocausta, del cui prestigio moralmente si arricchirono; come in un secondo tempo si afforzarono materialmente della catastrofe del "movimento" fiumano, i cui elementi più ciecamente attivi, tranne poche eccezioni, finirono agli ordini di Mussolini. I due uomini non si rividero, dopo di Roma, che al Palazzo del Comando di Fiume, dove Mussolini venne a portar in aeroplano i due milioni e mezzo della sottoscrizione del "Popolo d'Italia" per la Causa, sottoscrizione che servì poi alle infelici elezioni politiche del novembre 1919. In quell'occasione, si noti, Mussolini sconsigliò al Comandante una già prospettata Marcia fiumana su Roma. Venne invece la spedizione di Zara, che forse deviò dalla rotta l'impresa. E seguì l'anno della vergogna, il 1920. Alla fine del quale Mussolini ritornò a Fiume, ma per differire ancora ogni azione. Le ultime due visite un pò significative di Mussolini a d'annunzio ebbero luogo, nel 1921 e nel 1925, non più in un albergo né in un palazzo, in un eremo: a Gardone. È curioso constatare che l'incontro del 1921 avvenne ancora a una vigilia di elezioni politiche, di quelle in cui Mussolini per la prima volta riuscì poi eletto deputato. L'accordo però non fu raggiunto tra i due uomini nemmeno allora, e nemmeno l'anno successivo, al momento della partenza per la Marcia su Roma che Mussolini, contro la sua prima intenzione, fece da Milano senza passare da Gardone. L'omaggio postumo, nel 1925, del trionfatore di Roma, già "Duce d'Italia", all'esule di Gardone, ormai principe di Montenevoso, non è stato contraccambiato fino al 1928 che da un saluto portatogli da d'annunzio a Milano poco prima dell'apertura di quella Esposizione, inaugurata nell'aprile, col rischio della sua vita, dal Re.

Il Comizio all'Augusteo

Nitti aveva intanto sguinzagliata la questura su d'annunzio. La sera di martedì 24, il Poeta attese invano una manifestazione sotto le sue finestre da parte del popolo di Roma - manifestazione che qualche amico troppo illuso o troppo zelante aveva creduto di annunciargli. Era un'ora torbida. Dopo un rapporto mio e del capitano mutilato Coselschi sull'andamento del Congresso e sulla situazione generale, d'annunzio ci annunciò un secondo articolo che voleva assolutamente dare all'Idea Nazionale, e di cui comunicò in linea generale il tema in una conversazione a cui parteciparono suo figlio Mario, Coselschi, Annibale Tenneroni, io e, verso la fine, il corrispondente del Figaro, Richard.

Ma tale articolo gli prese più di quarantott'ore. Il primo giorno l' Idea Nazionale mandò un fattorino per ritirarlo, il secondo un redattore, il terzo si rassegnò ad aspettare. Solamente giovedì sera, ritardando l'ora di uscita, poté pubblicare "L'Erma bifronte". Ricordate? "... il fante contadino seguiterà a curvarsi sulla terra non sua e a rosicchiare il non suo tozzo, dopo aver tenuto nel fango marcio della trincea per tre anni le gambe gonfie e dopo aver ingoiato il rancio freddo, fra un servizio e un assalto..." E poiché Nitti cominciava a farsi difendere, in attesa della Guardia Regia, da soldati e carabinieri in numero folle che lo scortavano avanti e dietro l'automobile e assediavano il Bristol, d'annunzio si scagliava nell'articolo, per la prima volta, anche contro di loro. Alle undici antimeridiane di lunedì 27, ritrovai con d'annunzio Corradini, Coselschi, Keller e Di Giorgio. Il giorno avanti Nitti aveva collocato a riposo il Prefetto Aphel e trasferito il Questore Castaldi, rei di non aver disperso a fucilate i dimostranti del maggio 1915. Il comizio indetto per l'indomani all'Augusteo dal Comitato Centrale d'Azione, si annunziava burrascoso. Tutti erano convinti che d'annunzio vi avrebbe preso la parola, sebbene egli non avesse fatto alcuna promessa formale. Fu un giorno di tempesta. Ventimila uomini erano consegnati nelle Caserme. Migliaia di carabinieri erano nascosti e appostati in Via dei Pontefici, al Corso e dovunque. I primi incidenti avvennero quando le Autorità tentarono di impedire l'ingresso nel teatro agli ufficiali in divisa. Il pubblico che già si stipava nella sala, quando ne ebbe notizia, scoppiò in urla di indignazione; e subito i più ardimentosi si organizzarono per far largo agli ufficiali, i quali infatti poterono entrare. Parlarono Corradini, Coselschi, Venturi: e l'entusiasmo man mano gonfiava ed esplodeva in grida, ovazioni, imprecazioni; ma tutti aspettavano d'annunzio e quando Coselschi dichiarò che il Poeta non era intervenuto per protesta contro il contegno dei poliziotti, il pubblico incominciò a raffreddarsi. Una voce gridò: "Il comizio continua a Piazza Barberini!".

Il comando "non" passa al popolo

Nessuno voleva rassegnarsi al fallimento del comizio che aveva avuto lo scopo ambizioso di ripetere gli effetti decisivi dell'adunata all'Augusteo stesso o di quella all'aperto, a Piazza Borghese, nel maggio 1915 La mia delusione per l'assenza del Comandante trovò due compagni in Coselschi e in Keller. Eugenio Coselschi, fiorentino, tipo di borghese colto, servizievole, metodico, "la Suocera", come lo chiamava il Comandante, figlio dell'avvocato di d'annunzio, autore di un Inno al sole con benevola prefazione sempre di d'annunzio, ebbe in quei giorni gran da fare. Quanto a Keller, vorrei avere maggior spazio per descrivere degnamente questa nuovissima figura di Cyrano, altrettanto nasuto ma più pittoresco, che in quei giorni mi era apparso il più chiuso e insieme il più nervoso e vibrante fra gli amici di d'annunzio. Di razza mista, fra giudaico e germanico ma fiorentinizzato, vestito di un'eterna casacca kaki lunghissima, gran signore stravagante, scultore audace, equilibrato aviatore, mistico e perverso, liberato e

rigido, mefisofelico e caotico, generoso, pronto ad esaltarsi, eccessivo in tutto, carico d'intuito non meno che d'istinto, decadente, incoerente, rimbaudiano, unico, egli mi apparve come il "puro folle", un cavaliere del Graal, un artista del Rinascimento, un templare d'Italia, ed anche un masnadiero vagabondo, un romantico pezzente, che aspirasse ad una fine geniale ed eroica da teatro. Ora porta un barbone da mugjik invece della mosca fantastica d'allora e una caduta dal cielo, in Africa, gli ha storto il naso michelangiolesco, ma è sempre più in carattere e soffia sempre meglio, come un'effe, la sua esse inimitabile. Spinti da una folla tumultuante, ci trovammo nel Corso. Davanti a noi alcuni ufficiali, mutilati e decorati, venivano respinti a piattonate. Separati per un attimo, sfondammo, ognuno per conto suo, e ci ritrovammo, Keller, Coselschi ed io al di là dell'ultimo cordone. E lì c'imbattemmo nel professor Tenneroni che, subito, ci chiese di "Gabriele", fingendo di non sapere dove egli fosse, per salvarlo da un nostro ipotetico invito a scendere in piazza: - "Bisogna impedirgli di esporsi, ragazzi miei!" - pareva proprio un buon padre prudente, un Geppetto. Ci fece pena. Coselschi si fermò a consolarlo. Keller alzò le spalle e mi chiamò avanti: - Bisogna che facciamo qualche cosa! Se nessuno viene, andiamo almeno noi tre a dare l'assalto al Parlamento. O ci vado io solo! Coselschi lo esortò a calmarsi. Io suggerii come meta più adatta l'albergo di Nitti. Salimmo di corsa via del Tritone, che era sbarrata allo sbocco in Piazza Barberini. Qui due carabinieri ci si misero a fianco per trattenerci. Ricorderò sempre il gesto di suprema eleganza e, insieme di strafottente disprezzo con cui Keller - berretto da pittore futuristeggiante sotto l'ascella, cappelliera e pizzo al vento - voltando appena la testa, liberò il proprio braccio dalla mano d'un carabiniere, dandole un rapido schiaffo col dorso inguantato della sua, come per schizzarsi di dosso una pillacchera, scrollando insieme le spalle per riassestarsi la giacca e fischiando appena fra i denti: - "Via!". Ad un grido di raccolta di Keller, puntammo avanti a testa bassa contro una fila di carabinieri... Questa si aperse scatenandoci addosso una turba di poliziotti randellatori. Rimanemmo isolati. Mi buscai anch'io la mia parte di colpi.

d'annunzio si promette a Fiume

Poco dopo, Piazza Barberini e il Tritone erano sfollati. L'avventura rivoluzionaria finiva in una sciocca ragazzata. Ne fui nauseato e avvilito. Era quella la giornata dell'azione! Ed era l'anniversario, o quasi, della spedizione di Sapri! (O mio eroe giovanile, Pisacane, appassionato amore della mia età ribelle!) L'indomani si seppe delle percosse ai combattenti e ai mutilati da parte della forza pubblica. Lunedì 30 giugno Gabriele d'annunzio dava all'Idea Nazionale il suo terzo articolo, il più violento, intitolato "Disobbedisco", in cui appariva la sua pretesa che il popolo si preparasse da sé, virilmente, alla lotta in cui egli avrebbe assunto il comando. E già si delineava, in questo particolare, il dissidio fra la perfetta bellezza della dottrina spirituale eroica e la necessità bruta della vita politica, dissidio che fu una delle caratteristiche dell'impresa fiumana. Il reggimento che non si trovò in quei giorni a Roma pronto a sollevarsi nel nome di una rinnovata Italia, d'annunzio doveva trovarlo tre mesi dopo a Ronchi.

In quel periodo il Comandante si era tenuto in continuo contatto - oltreché con Ciano e poi con Marconi, l'ammiraglio Orsini, il principe Prospero Colonna - con alcune fra le maggiori notabilità adriatiche: HostVenturi, Baccich, Grossich. E a quest'ultimo aveva dichiarato: - Io sono il primo soldato di Fiume. Ho pronta la mia divisa senza decorazioni, tutta nuova e pura com'è la mia anima d'italiano. Io non attendo ormai altra prova se non quella di bagnare col mio sangue la terra di Fiume.

VI

TOKIO, FIUME O ROMA

Ciò che accadde fra il 2 e il 5 luglio 1919 - I vespri fiumani - Barzilai, Fabbri, Carli, Caller - Marinetti e il ballo Brahma - Notti romane d'incanto e d'oblio - Giovanni Ciraolo tenta un ravvicinamento fra Nitti e d'annunzio - Dal commissariato dell'aeronautica al volo in Giappone - "Il nemico è oggi sui colli Quiriti..." - Giolitti a Cuneo - Cipolla vuol volare con d'annunzio - Altro colloquio con Mussolini . "Domani sarò a Ronchi con quattrocento granatieri!"

Fra il 2 e il 5 luglio scoppiarono quei Vespri fiumani di cui, anche ora, in Italia, si ha una nozione assai vaga ed imprecisa, perchè il Governo di Nitti non permise che i giornali ne pubblicassero se non parchi comunicati. Le provocazioni francesi...

La provocazione partì dalle truppe francesi che ostentavano una sfacciata croatofilia, tanto più oltraggiosa ed insopportabile in quanto coincideva con la compilazione del famoso plebiscito da Pasic e da lui consegnato a Wilson, come documento della... nazionalità croata della maggioranza fiumana. La sera del 29 giugno una ventina di marinai francesi, giunti sul Corso Vittorio, avevano inscenato una dimostrazione ostile alla cittadinanza, gridando: "Evviva la Jugoslavia! Abbasso l'Italia!". La popolazione ferita nel suo ardente sentimento d'italianità, che il dolore rendeva tanto più appassionato, ebbe un primo scttao d'insofferenza, ma, con un mirabile spirito di disciplina ed uno straordinario dominio di sé, lo contenne: e tutto si risolse in qualche frase minacciosa.

C'era da sperare che il contingente francese adottasse un contegno di doveroso rispetto ed imparzialità, seguendo l'esempio di quello australiano, ch'era sempre stato impeccabile e non ebbe mai il più piccolo disturbo. Invece continuarono le gesta provocatorie: episodi, frasi, allusioni offensive, ognuno dei quali, preso a sé, non aveva forse grande importanza, ma che, considerati in blocco, e posti nell'atmosfera rovente di Fiume, non potevano non determinare lo scoppio. Il quale ebbe poi una causa occasionale paricolarmente efficace - riconosciuta esatta dallo stesso Generale Savy, comandante delle truppe francesi - cioè lo sfregio d'un soldato negro ubriaco, il quale strappò ad una signorina fiumana la coccarda "Italia o morte", coprendola di volgari contumelie.

... e la rivolta

Allora l'ira popolare divampò, incontenibile. I francesi, dal Continental di Sussak, spararono sulla folla: e ciò contribuì a centuplicare il furore dei fiumani, cui si posero a capo gli arditi dei granatieri. Fu un Vespro di breve durata ma violentissimo; un eccidio di francesi e, nella quasi totalità di senegalesi, trovati in giro per le vie o asserragliati nelle baracche di Porto Barros. A quel che si raccontava, l'attendente di Venturi, una specie di Quasimodo, ora morto, aveva da solo scannato e buttato a mare decine di soldati di colore. Il numero esatto delle vittime - morti e feriti - non si è mai saputo con esattezza, ma certo l'episodio ebbe, almeno nei riguardi di Fiume, un'importanza politica assai superiore all'entità della strage, provocando le intollerabili sanzioni della Commissione interalleata, le quali, a loro volta, dovevano indurre d'annunzio a rompere ogni esitazione, e a indirizzare verso l'Adriatico la sua ferma volontà di azione, fino allora esitante fra varie mete. Proprio quel 3 luglio il Comandante riceveva a Roma Barzilai, reduce da Parigi. La situazione era buia. Alla famosa frase di Clemenceau "Fiume c'est la lune", faceva pendant l'energia con cui Nitti reprimeva ogni dimostrazione patriottica. La stessa sera, nel salotto di d'annunzio, al Grand Hôtel, erano raccolti Marinetti, Fabbri e - mi pare - Carli e Caller, quest'ultimo venuto a ricordare al Poeta la promessa da lui fatta di intervenire per il 5 luglio a Milano alla cerimonia di consegna della bandiera all'Associazione Volontari di Guerra.

Discussioni sulla violenza

d'annunzio era ancora indeciso se restare a Roma o andarsene, se attendere in silenzio o farsi vivo prima dell'apertura della Camera. I pareri erano divisi, soprattutto circa la violenza di piazza. Io, richiesto, sostenni che, per ottenere qualche cosa, fosse necessario e sufficiente mettere la forza pubblica nel dilemma fra cedere e sparare. Marinetti mi spalleggiò, raccontando con quella sua eloquenza tutta calore e colore, quel che egli aveva veduto in una recente dimostrazione a Milano, condotta dal suo amico capitano Vecchi.

- Maestro, voi non conoscete il prestigio di quell'uomo in una mischia. Ha la maschera del capoparte. Trascina la folla dietro di sé. Con una guida come quella in ogni città, il Governo sarebbe spazzato via in un'ora. Sa farsi una faccia terribile: la truppa, che deve opporglisi, lo teme e... lascia che egli faccia ciò che vuole. Tutti i suoi seguaci diventano suoi emuli. Io ho veduto. Quando gli arditi, al suo comando, si scagliarono, coi pugnali alzati, contro i cordoni tesi, assistei ad uno spettacolo degno delle più belle coreografie della Scala. i carabinieri, in fila, senza attendere l'urto, e per deprecarlo, alzarono le due mani al viso, con le palme in fuori, come per l'adorazione d'un idolo, poi si piegarono, in un uinchino profondo, simmetricamente come canne, solennemente come figure d'un ballo religioso, in qualche grave e buffo rito orientale. Vi dico, Maestro: il ballo Bramha. La serietà correttamente engfatica con cui il già antico - ed eternamente giovane - fondatore del Futurismo descriveva quella scena d'una così jeratica artificiosità, fece scoppiare in risa tutti noi. D'Annunzio ebbe solamente un sorriso. L'indomani egli decise di non andare a Milano e di rimanere a godersi Roma e la sua campagna, nient'altro che come terra dell'amore. In quei giorni, l'artista prendeva nettamente il sopravvento sull'uomo d'azione. Il suo fedela atendente Italo mi raccontava che il suo padrone per distrarsi, più di una notte, dopo aver scritto tutto il giorno andava a passare ore ed ore alla Fontana Palìolina. Italo e lo chauffeur aspettavano affacciati al muro del Gianicolo, fino alle tre e alle quattro della notte. Misteriose figure di donne passano sullo sfondo di quelle notti romane del Poeta - notti d'incanto e d'oblio.

Nitti manovra sott'acqua

Ma gli avvenimenti s'incaricavano di battere la diana. Da Fiume giungevano, se pur attenuate, le notizie dei Vespri. Enrico Ferri, alla Camera, si scagliava contro d'annunzio, chiamandolo "sfruttatore di donne" e ingiurandolo con così bassa violenza che il generale. Albricci, ministro della guerra, chiedeva di far inserire a verbale una sua protesta e lo stesso Nitti sembrava disposto ad accettare tale temperamento, cui doveva però - vedi il libro "L'opera di Nitti" - opporsi la maggioranza giolittiana. In quell'atmosfera di corruzione, noi ribelle si era naturalmente propensi a propositi estremi, talvolta feroci. E potrei raccontare la storia di una certa bara che doveva servire ad accogliere il cadavere dell'odiatissimo Zanella ed in cui, intanto, dormivano per turno, portandola da Fiume sù e giù per l'Italia, i due ex-ufficiali che avevano promesso di "toglier di mezzo" il rinnegato fiumano. Tali intenzioni truculente dovevano per fortuna rimanere allo stato di fantasia; ma servono ad illuminare sullo stato d'animo di alcuni ambienti, in quel periodo di vergogna e di insofferenza. Vedendo che, per il momento, non si arrivava a nulla di concreto, decisi di ripartir per Torino, dove dovevo riprendere il mio lavoro di redattore alla Gazzetta del Popolo". d'annunzio, quell'ultimo giorno, mi trattenne a colazione con Venturi e Amaro - più tardi sopraggiunsero il generale Giampietro e il giornalista francese Richard - e ci parlò dell'Adriatico, senza soffermarsi su alcun disegno certo, ma rievocando la notte di Buccari: - due volte, dal Mas, aveva veduto la riva di Fiume illuminata e la Galiola, passandole e ripassandole dinanzi, "uscire e rientrare nel buio come un sogno e un voto".

Lo rividi ancora alla sera, perchè doveva consegnarmi un "messaggio ai Volontari" da pubblicare contemporaneamente nella Gazzetta del Popolo, nel Popolo d'Italia e nell'Idea Nazionale, come compenso per il mancato suo intervento all'inaugurazione della bandiera. In quell'occasione il Comandante mi prese in disparte e mi parlò di abili approcci tentati verso di lui da Nitti, a Roma, oltre che a Venezia. Mi disse che Giovanni Ciraolo, poi senatore e presidente della Croce Rossa, si era vivamente interessato per ottenere un ravvicinamento fra lui e Nitti e che gli si era anche fatto cenno di un Sottosegretario o Alto commissariato per l'Aviazione, naturalmente subito rifiutato. Una netta risposta a tali lusinghe era contenuta nello stesso Messaggio ai Volontari in cui d'annunzio pareva alludere a tutto il programma dei suoi futuri legionari per l'impresa adriatica e per l'impresa interna contro quel nemico "che non è più negli inferni del Carso ma sui sette colli quiriti... Volontari d'Italia, voi non disarmerete mai. Per la libertà e per la grandezza il vostro combattimento non può avere mai fine". Pochi allora compresero il significato di tali parole; ed io tentai di illustrarlo nel periodico La Riscossa, fondato da poco, al quale collaboravo appunto per potervi sostenere la causa dannunziana, fino in fondo, senza le limitazioni e i prudenti riserbi impostimi, alla Gazzetta del Popolo, dal conte Orsi. Ma intanto i giornali tornavano a parlare con insistenza del volo Roma-Tokio. Era naturale che tale impresa dovesse esercitare un fascino su d'annunzio ed era naturale che io me ne allarmassi, vedendovi un diversivo che avrebbe allontana sine die il Comandante da ogni altra azione più preziosa. Telegrafai a d'annunzio supplicandolo di rassicurarmi. Mi rispose subito, pure telegraficamente: "Se si tratta della notizia relativa all'ufficio di Direttore generale dell'Aeronautica, essa è interamente falsa. Se si tratta della notizia relativa alla preparazione del lungo volo, essa è fortunatamente vera. Stop. Fede e coraggio. Gabriele d'annunzio". La smentita mi sollevò da una dolorosa ansietà, ma la conferma mi esasperò. E se rievoco le mie ansie di quei giorni, è perchè riflettevano quelle di tutti gli italiani - pochi o molti che fosser - i quali avevano risposto ogni fede ed ogni speranza in d'annunzio, per uscire dalla vergogna e dall'avvilimento. Tokio voleva dire la rinuncia a ben altra gesta, da noi sperata e invocata, con meta a Roma o a Fiume. Intanto Nitti otteneva alla Camera una maggioranza assai superiore a tutti i nostri calcoli. "Pochi giorni sono bastati al neo Giolitti - scrivevo io in quei giorni - per corrompere il Parlamento e la stampa". E concludevo: "l'interventismo d'oggi è la Rivoluzione". Fortunatamente il pur astutissimo Nitti commetteva il formidabile errore di procedere ad una smobilitazione, donde derivarono due conseguenze di portata incalcolabile: anzitutto il malcontento morale e politico sempre più generale, in secondo luogo l'inizio di quella organizzazione armata irregolare fra smobilitati di cui si fece forte in seguito il Partito delle Camicie nere, come del resto si sarebbe fatto forte, senza di esso, il Partito delle Camicie rosse o di qualunque altro colore. Poco dopo Fiume - lo notò Mussolini - dovevano esserci almeno tre stati nello stato e contro lo stato stesso: il dannunziano, il bolscevico, il fascista. Lo sforzo compiuto da Nitti fra il luglio e il settembre per tentar di deprimere tale esaltazione e trionfare della difficilissima situazione soprattutto economica è chiaramente illustrato nel volume che l'ex Presidente del Consiglio dettò al figlio Vincenzo. Da notare che egli non credeva alla possibilità di un movimento rivoluzionario della masse operaie: e in ciò aveva ragione, ché tanto la marcia di Ronchi quanto la marcia su Roma fu fatta da esigue minoranze; ed era considerato e dipinto allora come un reazionario dai patriotti

interventisti, che eran quelli che parlavano con maggiore insistenza di Costituente, abolizione del Senato, riforme anticapitaliste, ecc.

"Crediamo il Lui!"

Il 18 luglio io avevo scritto a d'annunzio, pregandolo di chiarire a se stesso, e poi a me, i suoi disegni. "La conferma dell'impresa d'Oriente - troppo lontana - ha prodotto in tutti, e per il momento anche in me, una tristezza simile alla disperazione. Che de dice Venturi? E che dobbiamo fare noi? Disfare, o interrompere, o rifare da capo?..." Dieci giorni dopo d'annunzio avrebbe dovuto tenere un discorso a Milano ma non andò. Fu un nuovo colpo e ribadì i vecchi dubbi. In quel momento quasi nessuno credeva più in d'annunzio, né in alcuna impresa sua. Non volli arrendermi. Scrissi sulla Riscossa un articolo "Crediamo in Lui!" in cui ogni amarezza o delusione era buttata ad alimentare un rogo di fede: "Si dice: dov'è il nostro Capo? C'è ancora, fra noi, chi ignora il nostro Capo, chi non sa che Egli esista e chi non sa chi Egli sia, c'è ancora chi lo nega e lo rinnega; ma c'è anche chi ha giurato una volta nel suo nome e non l'ha mai più abbandonato, c'è anche chi non dubita e non teme, perchè sa dove Egli si trovi". Considero oggi questo articolo - in cui d'annunzio era un Dio innominato e onnipresente - non solo come il mio più puro e il massimo atto di fede, ma, forse, anche come uno dei maggiori servizi da me resigli dando a lui per primo la sicurezza di sé e la fiducia di avere un séguito che in realtà non aveva. E il 10 agosto affidavo al tenente Massimo Rava, perchè la portasse a d'annunzio a Roma, una lettera di disperato incitamento, che poi l'amico non poté recapitare. Devo però confessare - poichè questa è. anche, una confessione - che io stesso, allora, subivo alternazioni frequenti e angosciose di fede e di dubbi.

Vecchia Italia: Giolitti

Il fermento di ribellione non era affatto compreso da tutta la vecchia Italia tipicamente rappresentata da Giolitti. Ricordo. L'11 agosto '19 io assistetti, come inviato della "Gazzetta del Popolo", ad un discorso di Giolitti al Consiglio provinciale di Cuneo; e nel viaggio di ritorno, mi trovai confuso involontariamente fra i suoi devoti nello stesso scompartimento del vecchio Presidente, che mi stupì simpaticamente, lo riconosco, per la giovanile freschezza e l'arguzia e il brio. Ebbene, Giolitti raccontava con bonomia aneddoti politici romani da cui traspariva evidente come egli non prendesse sul serio, né d'annunzio ed il movimento rivoluzionario da un lato, né Nitti ed il suo stile "europeo" dall'altro: parlava in lui il vecchio buon senso piemontese, limitato ma comprensivo, tollerante, sereno. Era l'opposto netto di tutti i miei sentimenti, la mia febbre, la mia passione; per questo naturalmente mi piacque. E non mi passò più, nemmeno per l'anticamera del cervello, un certo proposito... definitivo che pure in altri tempi avevo lungamente meditato e che l'indomani doveva essermi ricordato dal redattore capo della "Gazzetta del Popolo", Raffaello Nardini,

il quale, mezzo scherzoso e mezzo serio, mi osservò che non capiva come io non avessi pensato, lungo il viaggio, alla facilità con cui avrei potuto togliere di mezzo per sempre l'avversario maggiore e più pericoloso. Nel frattempo d'annunzio si rifaceva finalmente vivo, non con me, ma col conte Orsi annunciandogli quell'articolo Il Vittoriale, in cui la sua passione italiana trovò nuovamente accenti di incomparabile eloquenza. Noi, fedeli, ci vergognammo di aver dubitato. E l'indomani io affidavo al figlio del Poeta, Gabriellino, che proprio in quei giorni avevo conosciuto in una gargotta toscana a pochi passi dal teatro Carignano, una nuova lettera: "... Le ripeto che a lei - a nessun altro - tocca salvare l'Italia. Spero ancora che Tokio non verrà prima di Fiume e di Spalato. d'annunzio volerà poi! E canterà. E torneremo tutti poeti. Ma ora è tempo, sempre più, di ardire "e di ordire". La mia lettera si incrociò con l'articolo di d'annunzio, ilVittoriale, che comparve il 16 agosto sulla "Gazzetta del Popolo" ed in cui erano queste parole che vanno oltre ogni evento e sono tutte infinito ed eternità: "Ogni mille anni, ogni due mila, ogni tremila anni, sorge dal popolo un inno. Accade che nessuno lo raccolga. Basta che un eroe lo abbia nel cuore e lo trasmetta al suo eguale. Il popolo, anche traviato, finisce per riconoscersi nei suoi eroi. Se non li celebra oggi, li celebrerà domani o fra un secolo".

Una circolare riservatissima

Ma intanto il disegno del volo a Tokio prendeva ormai corpo e certezza e si procedeva alacremente ai preparativi i quali, sia detto fra parentesi, costarono una diecina di milioni. Forse anche d'annunzio non pensava più a Fiume, prima del colpo di fine agosto per le decisioni della Commissione d'inchiesta e dopo le misure rigorose di Nitti, che risultano chiare, con tutto il loro retroscena anche diplomatico - compresa l'aquiescenza di Badoglio, l'ex "complice" di Spalato - dalla seguente "circolare riservatissima" diramata dalle supreme autorità militari della Venezia Giulia in data 31 luglio e rivelata da Piero Belli che la definisce "infame" nel Popolo d'Italia del settembre: "N. 3005 dis. 2 p. m. speciale. Stop. Data attuale situazione politica, intensificare vigilanza valichi linea armistizio in corrispondenza zona Fiume per impedire rigorosamente entrata zona stessa persone capaci suscitare o partecipare movimento contrario direttive governo. Stop. A persone che si ritiene possano non attenersi rigorosamente disposizioni ordine pubblico, dalle nostre autorità militari e politiche dovrà essere inibito passaggio, anche se trattisi di noti uomini politici appartenenti Associazioni patriottiche con programma azione. Stop. Pregasi segnalare persone trattenute. Generale Badoglio". Intanto io sorpresi un piccolo maneggio redazionale - ne parlo solamente perchè serve a documentare quanto fosse preciso il proposito del volo a Tokio - con cui Arnaldo Cipolla, d'accordo col conte Orsi, cercava di sostituirmi e partecipare al mio posto alla grande trasvolata, mentre io avevo avuto assicurazione dal Comandante che, in ogni modo, l'unico giornalista ammesso a bordo del suo velivolo sarei stato io, se e quando il progetto si fosse effettuato: ed io intendevo e speravo sempre che ciò avvenisse, se mai, dopo la

marcia su Fiume o su Roma o meglio il volo - come in un certo momento pareva che egli pensasse, e come risulta da una lettera a Venturi, approfittando della preparazione per Tokio - il volo su Fiume (o su Spalato). Sventai facilmente la piccola trama, la quale aveva questo di caratteristico che Cipolla, dopo essere andato appositamente a mia insaputa a Venezia, senza nemmeno essere ricevuto da d'annunzio, ora si rivolgeva proprio a me, con la complicità di Orsi, cioè l'uno e l'altro mi chiedevano presentazioni e raccomandazioni per... silurarmi, furberia non so se più raffinata o più scema che non ebbe miglior successo di quanto meritasse. Ebbero inizio così i miei dissapori con la direzione della "Gazzetta del Popolo", che finirono l'anno appresso - e per motivi politici su cui dovrò forse soffermarmi - in un distacco. Ma ciò che importa qui rilevare è che tutto questo armeggio avvalorava sempre più l'ipotesi, per me disastrosa, che d'annunzio si lasciasse poco a poco prendere dal fascino che doveva naturalmente esercitare su di lui il progetto di un viaggio per via aerea verso l'Estremo Oriente.

"Si va a Fiume!"

Decisi di ripartire subito per Venezia, facendo però una sosta a Milano. Era il 4 settembre. Il Popolo d'Italia era difeso da cavalli di frisia e reticolati, mentre squadre di arditi vigilavano in permanenza nel cortile, nell'atrio, sulle scale, dovunque. Mussolini era con Ferruccio Vecchi che gli parlava di certi affari suoi. In mia presenza passarono a discutere della polemica, giunta allora al colmo, fra Serrati e Mussolini. Quest'ultimo mi chiese che si pensasse degli attacchi dell'Avanti! contro di lui. Me ne parve preoccupato, tanto che me ne stupii e glielo dissi. Uscimmo poi tutti tre per Via Paolo da Canobbio, e Piazza del Duomo, fino ai portici dell'angolo di via Manzoni. Saggiai Mussolini circa l'opportunità di riagitare la questione di Fiume che riprendeva attualità per le sanzioni decise dalla Commissione d'inchiesta interalleata. Mussolini mi dichiarò brusco: - C'è altro che Fiume a cui pensare adesso! Gli ribattei, pur sforzandomi di credere che il problema fiumano gli apparisse in quel momento trascurabile perchè egli forse considerava la situazione italiana nel suo complesso e mirava, magari ancora oscuramente, adun rinnovamento totale in cui Fiume non poteva essere che un particolare. Vecchi però, che gli dava ragione, non mi parve preoccupato che della questione propria o tutt'al più di quella milanese. Mussolini mi salutò dicendomi: - Se vedete d'annunzio, ditegli che lo aspetto. In treno, riflettei sull'isolamento in cui si trovava ognuno fra i pochissimi uomini capaci di dare un vigoroso colpo di timone alla semisfasciata barca dello Stato. Regnava in tutti la perplessità - né poteva essere diversamente - non solo circa le possibilità pratiche di azione, ma anche riguardo alla meta da scegliere ed agli elementi su cui fare leva. Ricordavo anche quel che un giovanissimo aviatore, figlio della contessa Maria di Borio, scrittrice cattolica di buona fama, mi aveva detto circa la possibilità di scendere a Fiume con una squadriglia di certi piccoli

aeroplani, i noti "caccia" Henriot, che allora si potevano facilmente acquistare per duemila lire, e anche meno, da aviatori smobilitati cui erano stati offerti come residuati di liquidazione. Ma - appunto perchè mi abbandonavo con voluttuosa compiacenza quasi infantile alla fantasticheria di un'invasione per via aerea - ne sentivo tutta la irrealizzabilità e avevo dentro me, mordente lancinante, il sempre più forte timore che tutta quella nostra passione dovesse esaurirsi così in fantasie da romanzo. Immaginate come mi si slargasse il cuore quando, l'indomani mattina, 5 settembre, appena arrivato a Venezia, alla Casetta Rossa, mi sentii dire dal Comandante: - Si va a Fiume! Lo guardai fiso, con un sussulto. Ripeté, fermo: - Si va a Fiume. Ho veduto un ufficiale dei granatieri che mi ha portato un messaggio firmato dai suoi colleghi. Domani alle undici sarò a Ronchi, presso Monfalcone, con quattrocento granatieri. E mi abbracciò. Nessun annuncio del più desiderato convegno d'amore mi dette mai una più gioiosa, travolgente commozione.

VII

I SETTE DI RONCHI

Un memoriale d'importanza storica - Le sanzioni della Commissione Interalleata dopo i Vespri - L'uscita dei granatieri da Fiume - "Il 25 agosto - è successa una porcheria..." - Gli otto granatieri giurati GrandJacquet, Frassetto e Rusconi - GrandJacquet a Venezia, da d'annunzio - "Ma vengo anch'io con voi!" - d'annunzio incita Reina - Gli otto diventano sette - La grande vigilia.

Tutto l'episodio che riguarda i "sette di Ronchi" (erano otto, veramente, in origine, ma uno... si perdette per via) poco e mal noto, ha un'importanza eccezionale, in quanto contribuì potentemente a decidere d'annunzio per l'impresa di Fiume, la quale non sarebbe certo avvenuta se fosse mancato tale elemento dinamico.

Il buon strumento

d'annunzio infatti fino all'ultimo - come abbiamo visto - non era deciso, e ondeggiava ancora tra le seduzioni di Roma e di Tokio, pur volendo e dovendo partire da Venezia anche perchè il principe Hohenloe stava per ritogliergli la Casetta Rossa. Ma fino allora, dopo il fallito accordo con la III.a Armata per azioni più grandi e con gli Arditi libici di Zoppi per il colpo su Spalato, l'idea non era tutt'al più che di attendere due opportunità molto vaghe e lontane: che fosse già bene organizzato a Fiume, e magari in Italia, un corpo di manovra apposta, e segnatamente di volontari; che da questo partisse la rivolta il giorno stesso che il Comandante, prima o dopo Tokio, avesse potuto raggiungerlo per dargli il prestigio del suo nome, e segnatamente raggiungerlo a volo. Credo opportuno fare qui un capitolo a parte dell'episodio dei sette - citando ampiamente il memoriale di Grandjacquet, l'ufficiale, appunto, che si era recato da d'annunzio - anche a costo di interrompere l'ordine cronistorico di questi miei capitoli, perchè il memoriale in questione si rifà a qualche settimana addietro, cioè all'uscita dei granatieri da Fiume. Il capitolo successivo si soffermerà sui giorni che intercorsero fra il colloquio di d'annunzio con Grandjacquet e l'11 settembre, data storica della marcia di Ronchi. E noi vedremocome il Poeta, pur dopo il messaggio, esutasse ancora, e ritardasse di qualche giorno l'azione, non già per tepidezza ma per la difficoltà di scegliere fra le passioni che gli tumultuavano nell'anima. Rammento le parole di Stelio Effrena all' "asceta sterile" del Fuoco: "Ah, se non sarò sopraffatto dalla mia stessa abbondanza e se riuscirò a domare quest'ansietà che mi soffoca, Daniele!" Comunque, ripeto, l'intervento dei sette costituisce un fatto di valore eccezionale: è la prima volta che d'annunzio riceve l'offerta incondizionata da parte di ufficiali in attività di servizio i quali si dichiarono e sono pronti a ribellarsi al Governo - cioè a rischiare la fucilazione - per servire meglio l'Italia. Per la prima volta, finalmente, egli ha nelle sue mani lo strumento necessario: la forza. E l'adoprerà.

Il diario di Claudio Grandjacquet

Il memoriale di Claudio Grandjacquet - inedito - appare tanto più interessante in quanto è scritto con assoluta spregiudicatezza e senza un briciolo di retorica da un uomo che, rivivendo dopo alcuni anni l'impresa a cui si donò con entusiasmo, non cade affatto (come sarebbe invece naturale e giustificatissimo) nella solita idealizzazione, ma anzi si attiene ad un tono veristico, direi, cronistico, quasi completamente distaccato, in qualche punto anche autocritico e autosfottente. Lo si direbbe un testimonio, se non modesto, disinteressato; ed appunto in grazia di tale umanizzazione demolitrice dello scrittore si determina in chi legge uno stato d'animo di simpatia esaltante, che cadrebbe invece dinanzi ad una colascionata retorica. Ma procediamo con ordine. È superfluo ricordare le sanzioni fissate dalla Commissione Interalleata in seguito ai Vespri fiumani del luglio. Esse segnavano una atroce vergogna per l'Italia e la morte di Fiume. Il Governo di Nitti le accettò supinamente.

Fra i provvedimenti imposti era l'allontanamento da Fiume dei granatieri che costituivano il primo corpo d'occupazione italiano e interalleato dal novembre 1918; e che, accolti allora dai fiumani con frenetiche manifestazioni, vi avevano passato una nno quasi di quotidiano delirio, in un'atmosfera di adorazione appassionata. Venturi aveva promesso a d'annunzioche, se anche tutti gli altri soldati italiani fossero dovuti partire da Fiume, i granatieri non si sarebbero mossi. Ma gli avvenimenti dovevano smentirlo. Alcuni giorni prima di quello fissato per l'esodo, alcuni ufficiali si recano alla Società Filarmonica ed offrono ad Host-Venturi e al Capitano Gaglioni la ribellione d'un battaglione di granatieri, chiedendo di essere incorporati nella legione fiumana. Ma Venturi allora respinge la proposta; e la notte del 25 sono costretti, essi pure, a lasciare la città, di notte, come per una fuga.

"Granatieri, non partite!"

Lo strazio di quella notte, l'angoscia dei fiumani portata fino al parossismo, l'umiliazione dei soldati, stritolati nel dilemma del loro ardore patriottico e della disciplina militare, costituiscono uno di quegli episodi drammatici di passione collettiva che non potrebbero essere degnamente narrati se non da un grande poeta. Un ufficiale, Cianchetti, che fu uno dei sette, aveva composto alcune di quelle strofe che, durante la guerra, nacquero a centinaia su dal cuore dei soldati più umili e che, nella loro ruvidezza o banalità plebea, sono anche oggi la più genuina e mirabile espressione lirica di quel periodo di tormento e di eroismo. Diceva la prima strofa: Il 25 agosto - è successa una porcheria. I baldi granatieri - da Fiume andaron via. Din don don - al suono del campanon. E continuava su questo tono. Soldati e ufficilai la cantavano, o tacevano, chiusi, rabbiosi, angosciati, mentre poco a poco dietro le loro spalle scompariva quella che doveva poi essere battezzata "la città di vita" e che già era per loro la città della giovinezza e dell'amore. Tutta Fiume li accompagnava. E, a tratti, due gridi salivano alti, sempre gli stessi, sempre più alti: "Granatieri di Sardegna, ricordatevi di noi!" E, nel cuore di ogni soldato che li udiva, era una lacerazione. Verrà, forse, un giorno, un sapiente psicologo e analizzerà gli elementi che costituirono questa passione per Fiume: e troverà che non era solamente l'ardor di Patria, ma il fascino del mare e la nostalgia di tante creature appassionate che avevano baciata l'Italia sulla bocca di un forte granatiere. Quante Grazielle e quante Mignon in quel grido di Fiume o morte! Ogni epopea è fatta di tali elementi: e li nasconde, nella sua intima polpa fosforescente.

La sera del 26, a mensa, durante una sosta a Mattuglie, il maggiore Reina, comandante del battaglione, invitò i suoi ufficilai a promettere con lui che, in ogni modo e a qualunque costo, sarebbero ritornati a Fiume. Dal 27 i granatieri furono a Ronchi, dove apparentemente continuava la solita vita militare. "Ma - scrive Grandjacquet - ma il servizio non lo intendevano più come una volta. L'unico pensiero era Fiume e andavamo in mezzo ai granatieri solo quando si parlava di Fiume". Grandjacquet e i suoi compagni scrivevano ogni giorno a questo o a quel pezzo grosso - scrissero a Ricciotti Garibaldi, a Barzilai, a Federzoni - per invocare un'azione energica e ribelle che salvasse la città; ma solo Federzoni rispose con una lettera di benevola approvazione che prometteva soltanto una ... iniziativa parlamentare.

Il giuramento

Avidi di azione, ossessionati fino allo spasimo dal desiderio, dalla necessità di tentare ad ogni costo - cioè anche a costo di perdersi interamente - la liberazione di Fiume, i giovani ufficiali erano insofferenti di parole. Sentivano però il bisogno di assumere uno di fronte all'altro un impegno più solenne di quanto non fosse stata la promessa urlata in coro, con Reina, nell'eccitazione conviviale. Un bel giorno, riunitisi in una stanzetta dove gli attendenti avevano eretto una specie di trofeo fiumano con pugnali, bandiere, ecc., otto ufficiali dei granatieri pronunciarono un giuramento a base di "Fiume o morte" che era stato compilato qualche giorno prima da Frassetto. Erano Claudio Grandjacquet di Roma, Rodolfo Cianchetti da Panicale, Riccardo Frassetto da Crocetta Trevigiana, Attilio Adami da Udine, Vittorio Rusconi da Pavia, Umberto Ciatti da Polinago, Enrico Bricchetti da Bussi. L'ottavo, Mussi, era il più tiepido. Giurò anch'esso, ma poi, quando si iniziò la marcia, si trovava, non per sua volontà, assente per ragioni di servizio, e ne fu quindi escluso dalla sorte, come già, per temperamento, sembrava non poter partecipare all'entusiasmo degli altri. Erano, si noti l'importanza capitale di tale caratteristica, tutti ufficiali subalterni - tenenti Frassetto e Rusconi, sottotenenti gli altri - cioè, per un lato, i pochi anni di servizio non li avevano ancora irrigiditi nella ferrea disciplina che vieta qualsiasi, anche legittima ribellione, e per l'altro, recavan nel sangue il divino fermento della giovinezza che vuol dire la suprema saggezza e la suprema follia. "Dopo il giuramento - scrive Grandjacquet - ci guardammo in faccia: che avevamo concluso? Niente. "Fiume o morte"?! Bella frase! Era un pezzo che la cantavamo su tutti i toni..." Bisognava fare fatti e non parole. Decisero di rivolgersi al maggiore Reina, comandante del battaglione, al quale fecero osservare che le sanzioni della Commissione Interalleata stavano per andare in vigore e che, se non agivano subito, si sarebbero poi trovati nell'impossibilità di fare qualsiasi cosa. Ma Reina dichiarò che il momento non era propizio, che si sarebbe pregiudicato ogni cosa. Grandjacquet ribatté: "Lei ha giurato di ritornare, noi tutti abbiamo giurato. Oltre al nostro dovere di italiani, un punto d'onore ci impone di marciare su Fiume!" Rispose che senza dubbio avrebbe mantenuto il giuramento, ma che per il momento non era il caso di parlarne.

Non c'era da insistere. Veniva a cadere la speranza di partire con l'intiero battaglione. Bisognava partire coi soli granatieri più audaci. Uno degli otto sarebbe andato a Fiume per annunciare che un gruppo di ufficiali e di soldati non sapeva vivere lontano dalla adorata città e che era deliberato a ritornare. Il progetto dei granatieri era abbastanza concreto: si era già concertato il luogo dell'approdo ed era già stato trattato con amici di Fiume per ottenere il mezzo, un rimorchiatore buono per quaranta uomini, quanti appunto dovevano essere fra ufficiali e soldati. Grandjacquet, che aveva da tempo diritto alla licenza, la chiese per poter adempiere a tale incarico.

L'idea di Rusconi

Ma proprio quando egli stava per partire per Fiume, intervenne Rusconi, buon lombardo in cui il sangue generoso non andava disgiunto da un certo spirito pratico, ed osservò: "Non sarebbe meglio, prima di giocare l'ultima carta, andare a Venezia da d'annunzio e chiedergli aiuto morale?" Era proprio allora giunta a Ronchi, dal Capitano dei granatieri in congedo Sovera - ch'era stato dal Poeta per conto proprio o di Venturi - una cartolina con questa semplice ma suggestiva frase: "Ho visto d'annunzio. In una fede!" La proposta di Rusconi ebbe un'importanza grande, tanto che si può dire che - come più tardi Frassetto esercitò un'influenza decisiva andando a Venezia a prendere d'annunzio ammalato - in quel primo tempo furono Grandjacquet e Rusconi che contribuirono in parti eguali, e assai più efficacemente degli altri "giurati", alla gesta di Fiume, il primo lanciando e sostenendo il progetto della rivolta, il secondo proponendo di metterle a capo d'annunzio, cioè darle una probabilità di successo. Evidentemente, se il Gen. Pittaluga, capo delle truppe italiane a Fiume, si fosse trovato davanti solo un manipolo di ufficialetti ribelli - e sia pure ribelli per patriottismo - non avrebbe esitato a farli arrestare con qualunque mezzo e a punirli. Ma si trovò invece dinanzi Gabriele d'annunzio che offriva alle fucilate il proprio petto. E la marcia di Ronchi fu vittoriosa. E Fiume fu salva.

Grandjacquet rischia di tradirsi

Ma non anticipiamo gli eventi. Grandjacquet doveva dunque partire per Venezia, recando un messaggio dei compagni che lo autorizzavano a parlare in loro nome e che si offrivano ad ogni rischio per la bella impresa. In un certo momento poco ci mancò che egli compromettesse ogni cosa, tradendo involontariamente il segreto. Si sapeva infatti che il reggimento doveva trasferirsi entro poche settimane al Campo di Oriolo Romano. E il maggiore Reina, quando Grandjacquet si recò da lui per congedarsi, gli disse: "Ci rivedremo a Roma". Al che l'impulsivo ufficialetto rispose incautamente: "A Roma o a Fiume!" Per fortuna Reina non ci fece caso o non capì che la frase aveva un significato preciso: e tutto avvenne come doveva avvenire.

Ma qui sarà bene lasciare la parola a Grandjacquet: "Era il pomeriggio del 4 settembre. Lasciavo gli amici nell'ansia dell'attesa, insonni sulle brande scricchiolanti, costretti dall'inerzia a martoriarsi il cervello con supposizioni, speranze e fantasie. Io fumavo beato. "Giunsi la sera a Venezia e mi fermai all'Hôtel Accademia. Dovevo parlare a d'annunzio, io che ho ribrezzo di scocciare la gente: non avevo la minima idea di come, entro le ventiquattro ore, ciò sarebbe avvenuto. Non sapevo dove abitava, la vita che faceva, non conoscevo i suoi servi e maggiordomi e amici, né i luoghi che frequentava. Come fare? Che dire? d'annunzio! Ripetevo il suo nome e poi il mio e ridevo come si ride in un bel sogno, come si sorride di una dolce illusione. Eppure sapevo che gli avrei parlato, perchè se mi avesse sbattuto la porta in faccia lo avrei cercato altrove, lo avrei sorpreso in un ricevimento, o magari fra le braccia di un'amante, avrei insomma provocato uno scandalo e mi sarei reso ridicolo. Ma io ero innamorato di Fiume e avrei parlato a d'annunzio. Lo avevo promesso ai miei compagni a Ronchi e avrei mantenuto la promessa". Una volontà netta, una fede cieca: ecco la più formidabile leva, che modifica gli eventi e crea la storia. Grandjacquet, la sera stessa, trova la Casetta Rossa, vi lascia un biglietto, ritorna l'indomani. È ricevuto.

Sulle orme di Oberdan

"d'annunzio mi chiese notizie della nostra partenza da Fiume e io gliene parlai con calore. Mi disse che gli avevo recato meraviglia, perchè Venturi gli aveva promesso che, allorché i granatieri sarebbero dovuti partire da Fiume, la città sarebbe insorta e lui aspettava quel giorno per correre a Fiume in aeroplano. "Io gli risposi meravigliandomi perchè Venturi sapeva che noi non volevamo partire, che anzi ci obbligò in certo qual modo proprio lui a partire non accettando la nostra ribellione e dicendoci che saremmo stati più utili alla causa di Fiume se avessimo fatto propaganda in Italia. d'annunzio fu colpito da tale circostanza. Come? - esclamò angosciato, quasi incredulo. E scrisse poi a Venturi una famosa lettera la quale incominciava con questa frase: "Che ardito sei che non ardisci?!" Ora Grandjacquet doveva entrare nell'argomento più delicato. Egli era andato da d'annunzio, come vedemmo, spinto da Rusconi, e con lo stato d'animo di un giocatore pronto a perdere ogni cosa. Non contava affatto di trovare un uomo già pronto ad un'impresa prestabilita. Incominciò a rincorarsi quando - appena ebbe nominato Ronchi, sede del suo battaglione - d'annunzio ricordò insistentemente Oberdan, arrestato colà con la bomba destinata all'Imperatore Francesco Giuseppe, quasi a trarne un incitante auspicio. "... Gli dissi che un impegno di soldati ci costringeva a tornare a Fiume perchè partendo l'avevamo promesso al popolo e perchè a Ronchi l'avevamo giurato a noi stessi. E aggiunsi che dovevamo ritornarci subito perchè altrimenti non ne avremmo più avuto l'occasione. Gli detti la lettera dei miei colleghi che mi autorizzava a parlar per tutti. Conclusi dicendogli ch'eravamo decisi ad affrontare la morte in campo, in mare, in piazza, la fucilazione nella schiena, e il ridicolo anche.

"Mi stette a sentire con la testa inclinata con dolcezza, e un sorriso dolce negli occhi chiari e poi, con voce chiara e tranquilla, come se nulla dicesse: - Ma vengo anch'io con voi! "E qui ebbi un colpo. Qui mi accorsi che d'annunzio aveva coraggio da vendere, a me e a tutti. Quell'accettare lo sbaraglio senza domandare, senza far calcoli mi piacque immensamente, quel prendere una grande decisione con voce pacata, chiara, con la voce di tutti i giorni, mi ammaliò. Immediatamente vidi tutto chiaro, tutto fuori del sogno, sentii che la sua decisione con la nostra avrebbe salvato Fiume".

Il 7 e l'11

d'annunzio, a sua volta, rimase profondamente colpito, anche perchè, con la sua fantasia, egli vide subito assai più di quanto fosse in realtà. Egli immaginò subito che migliaia di volontari sarebbero calati dal Trentino e gli sarebbero venuti incontro dall'Istria, al suo primo passo. In realtà egli non ebbe poi per sé se non le pochissime centinaia di granatieri di Ronchi, più i pochi volontari triestini. Grandjacquet, constatando che d'annunzio pensava a Fiume assai più che egli stesso non avesse immaginato, si lasciò andare a deformare un poco la verità, raccontando le cose come potevano essere più utili, cioè facendo supporre - pur senza dirlo apertamente - che l'iniziativa dei sette avesse il consentimento più o meno esplicito di tutto il battaglione e che il maggiore Reina fosse - non contrario all'impresa, ma, se mai, solo esitante. Subito il Poeta si affrettò a scrivere una lettera per Reina - che a Grandjacquet affidò - in cui gli diceva di conoscere "il suo travaglio" per Fiume, incitandolo a vincere ogni esitazione. (Poi Reina doveva attribuirsi il merito primo dell'azione! e nall'agosto 1920 sostenere una polemica col Comandante ricordandogli che gli "aveva dato il comando della spedizione" credendo che ci fosse più accordo circa i limiti dell'impresa). d'annunzio era stato anche favorevolmente impressionato dal numero dei congiurati, sette - tutti sanno come egli attribuisca enorme importanza ai numeri "fausti" e agli "infausti" - ed anche qui giovò un errore di Grandjacquet che, contandoli sulle dita, ne dimenticò uno e fu in questo profeta, ché in realtà, come dissi, uno degli otto non si mosse, e furono dunque effettivamente sette i granatieri che mantennero il giuramento. Quando poi si trattò di fissare la data della partenza, d'annunzio indicò l'11 perchè undici è appunto un altro numero fausto e un undici egli era stato a Buccari. Quanto a Grandjacquet, a sua volta, ne fu contento per una ragione assai più semplice: "perchè all'11 - dice - mancavano pochi giorni". Ed egli non pensava che ad agire, immediatamente. Per un momento d'annunzio riaffacciò l'altra idea: - Io posso andare a Fiume in velivolo". Ma Grandjacquet lo dissuase. Preferiva che entrasse in città coi granatieri. L'aeroplano serviva solo per scendervi in piena rivolta e a successo già per metà ottenuto; altrimenti d'annunzio avrebbe tenuto un discorso come a Roma e tutto sarebbe finito lì. Bisognava andarci in numero e con delle armi.

Restava inteso che, l'indomani, d'annunzio si sarebbe trovato a Ronchi per riparlar d'ogni cosa: e con tale intesa, pochi minuti prima del mio arrivo, Grandjacquet si era cogedato.

VIII

"DOVE FU ARMATA LA FEDE E FORZATO L'EVENTO"

Le giornate della vigilia - Origine del soprannome "Cagoia" - La donna del novilunio di settembre Un'intervista concessa e non pubblicata - "C'è una crisi di poesia nel mondo" - Il "Vittoriale", libro di dottrina politica - L'articolo "Italia o morte" - Le drammatiche ore di attesa dei congiurati - "Manca anche lui" - La bomba: "d'annunzio è partito per Ronchi!"

Dunque il cinque settembre, a Venezia, il Comandante mi venne incontro a braccia aperte, dicendomi: - È arrivato in buon momento. Mi è stato inviato un ufficiale dei Granatieri, da Ronchi, con un messaggio orale integrato da una comunicazione autorizzata e sottoscritta dai suoi compagni giurati. C'è qualche cosa di concretato per Fiume. Però, dopo, non ne parlò più. I giorni che passarono fra il generoso appello recato da Grandjacquet e la notte dell'azione furono certamente fra i più densi e tormentosi della vita di Gabriele d'annunzio. Non già che egli esitasse, per timore, dinanzi alla responsabilità enorme - di cui aveva piena coscienza - del gesto da compiere. Egli aveva già "gettato la propria vita al di là della meta", e l'esito dell'impresa, quand'anche fosse stato il meno fausto, non poteva recare alcun elemento nuovo di giudizio per chi "serviva la Causa dell'Anima".

Le estreme esitazioni

Ma altri dubbi, di ben diverso ordine e di natura strettamente spirituale, dovevano in quei giorni creare intorno al Poeta l'atmosfera tragica dell'eroe che, sapendo di essere arbitro del proprio destino, attende nel suo profondo un segno certo, un incitamento, una voce che gli indichino per quale via egli potrà veramente esser pari a se stesso.

Negli articoli precedenti abbiamo veduto con quale insistenza d'annunzio si rammaricasse di non aver più scritto un verso da oltre quattro anni. Lanciarsi nell'impresa di guerra voleva dire resistere ancora al demone della poesia che gli sussurrava dentro il suo comandamento sempre più imperioso. D'altra parte il progetto del volo Roma-Tokio - anche se egli non vi aveva mai impresso il suggello di una volontà determinata - non poteva non esercitare, come dicemmo, un fascino sottile e penetrante nell'anima del Poeta, che si proponeva di gettare le violette d'Italia sulla città imperiale dall'alto della sua Cicogna di fuoco, com'ebbe a scrivere allora al Poeta giapponese Harukici Scimoi. Chi pensi la sua magica facoltà di trasformare in oro puro anche la materia più vile e di trasfigurare in bellezza e in grandezza ogni cosa più umile, comprenderà facilmente quale prodigiosa esaltazione potesse suscitare nel di lui spirito il grande volo verso l'Asia, che già per se stesso, anche per il pubblico più miope e sordo, costituiva un'impresa ariostea. Pur ammettendo che per ciò che concerne l'azione di carattere nazionale d'annunzio in quei giorni si fosse deciso per Fiume, rinunciando definitamente alla Dalmazia e a Roma, questa costituiva pur sempre soltanto una fra le vie che gli si aprivano diversamente belle ed egualmente tentatrici, perchè in ognuna di esse egli poteva esprimere e "liberare" la sua passione d'italiano. Ché - s'intende - qui siamo in un'atmosfera, in cui il vantaggio dell'individuo - anche il più puro e legittimo vantaggio spirituale - non gioca più. quando non si tratti di quel "sacro egoismo" creativo che trascende la persona stessa del poeta e identifica il suo bene col bene della gente cui egli appartiene. Dopo aver voluto e determinato la guerra e dopo averla combattuta, Gabriele d'annunzio poteva dunque servire l'Italia in tre diversi modi: o ritornare nella sua solitudine di artiere della poesia, e batter sull'incudine infaticata nuove frecce d'oro per lanciarle contro il sole; oppure sollevare in volo, col suo aeroplano, l'anima intera della Nazione delusa dagli Alleati e dilaniata dalle contese intestine, liberandola dai reticolati della decrepita Europa e protendendola verso le vie del cielo ("Arma la nuova prora"); o inchiodarsi al martirio dell'Oriente immediato - la questione Adriatica e Fiume - e lacerarvisi le carni e l'anima. Poiché quest'ultimo modo era il più difficile e pericoloso, naturalmente il Poeta soldato lo prescelse.

Bozo e Cagaika

Ma, in quegli ultimi giorni, prima che il dado fosse gettato, io ebbi ancora una volta lo spettacolo dell'armonia sopraumana che regola ogni vicenda esterna ed ogni movimento interno della vita di Gabriele d'annunzio, e le imprime non so che prodigiosa levità, quasi di nume ellenico. Ricordo con quanto brio e quanta grazia egli scherzasse, proprio in quella stessa giornata, raccontandomi un gustoso episodio e ricavandone l'appellativo che doveva poi, con leggera deformazione, usare per l'allora Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, applicandoglielo in modo indelebile. - Ah, sapete, voglio darvi una primizia. Appunto. Ho letto in un giornale un comicissimo processo che s'è svolto a Trieste contro due sloveni imputati d'aver gridato in pubblico "Abbasso l'Italia". Al giudice risposero, per smentire le testimonianze, mentendo, che ciò era impossibile, che essi non s'occupavan di politica ma soltanto del mangiare e non sapevan nemmeno che ci fosse un'Italia. Uno dei due rinforzò la

loro tesi difensiva di non aver mai pensato a manifestazioni nazionali od antinazionali, esclamando con fierezza: "Ma se mi no go un pensier che per paura!" La frase fece sbellicar l'uditorio dalle risa. Ma il più bello viene adesso, e vi prego di gustarlo con me. Sapete come si chiamavano i due sozi? Uno Bozo e l'altro Cagaika! C'è un fato per i nomi. Non vi pare graziosissimo? Risi come dovevo. Colgo l'occasione per avvertire una volta per tutte che io non riporto, tranne in casi eccezionali, le parole testuali di d'annunzio, il quale è un narratore scaltrito e d'impeccabile forma, che riavviva con mille arti mimiche e d'accento qualunque lepidezza o almeno ne fa un brano di prosa memorabile; ma mi limito a esprimerne con parole mie il significato esatto ed essenziale. d'annunzio mi dichiarò subito che in Cagaika vedeva l'immagine caricaturale di Nitti e che voleva servirsene per un articolo. Non sapeva invece a chi meglio appropriare l'altro nome di Bozo. Gli suggerii Tittoni, che era Ministro degli esteri con Nitti, ma rimase incerto. E l'idea di Bozo doveva poi cadere, non so come. Ma sebbene d'annunzio lo neghi ancora adesso, potrei giurare che il primo nome da lui ricordato con me fu Cagaika e non Cagoia com'egli lo creò poi riferendo l'aneddoto in quel messaggio fiumano alle "Teste di ferro" che fruttò al Presidente del Consiglio d'allora il suo battesimo ridicolo e immortale. Chiesi dunque a d'annunzio la primizia dell'articolo che egli voleva intitolare "Bozo e Cagaika" e insistei sulla necessità di riattivare la propaganda in Piemonte soprattutto. Egli promise quell'articolo per più tardi e intanto un altro od altri due per Fiume, che infatti vennero. Mi promise anche, per il caso che io volessi abbandonare la Gazzetta del Popolo per un altro giornale, un'intervista personalissima, di cui volle gli buttassi giù le domande scritte.

Umano, troppo umano

Riprese quindi il tono patetico: - Com'è dolce questo principio d'autunno! E sempre mi riprendono a quest'epoca tutte le malinconie, tutti i desideri. Sapete che ogni anno in questi giorni una mia amica lontana non manca mai di portarmi o mandarmi il suo saluto, dovunque essa si trovi, in ricordo d'una lirica che le fu cara e che esprime, appunto, il fascino del prossimo novilunio. La conoscete? - Certo, È una delle cose sue che so a memoria e che mi commuovono sul serio, come, in altro piano di profondità, la "Morte d'un capolavoro"... "E non con le tue rondini o settembre..." - Ah! La conoscete. È bella, non è vero? Ma non indovinate come soffro di non poterle dar delle compagne. Mi riprende a tratti un bisogno impetuoso di creare, e di creare in poesia. Da quanto tempo non ho scritto un verso! E, ha ragione Palmer, c'è una crisi di poesia nel mondo. È strano questo effetto della guerra. Tranne la "Sagra di Santa Gorizia", ch'è una buona cosetta, questi anni non hanno ispirato ancor nessuno. Mi ritorna alla memoria un episodio della mia prima visita a Venezia - già narrato - quando il Poeta, accennando alle sue opere allineate nella scansia, mi disse: "Eppure qui c'è qualche parola che non morirà"... Anche adesso, come allora, sorride incerto, un po' confuso, virginalmente attendendo il mio elogio pur così insignificante. Quest'uomo che pare a tutti sì superbo, penso subito, lo è con uno sforzo,

perchè appunto in fondo dubita di sè tanto più quanto più afferma se stesso. È debole dove pare più forte, mentre in realtà è forte dove pare, anche a se stesso, più debole. Un momento umano, troppo umano, e non al di là del bene e del male; al di là piuttosto delle apparenze.

Hermione?

Proprio in quel momento - sono le due e mezzo del 5 settembre 1919 - il campanello della Casetta Rossa, squilla. d'annunzio tende le orecchie. Evidentemente aspettava qualcuno. Va di là, scusandosi. Sento gran fruscio di vesti e di voci, mi pare anche di sentir parlare inglese. Ho capito. Mi alzo per andarmene. Le voci attraversano l'altro salotto, la cui comunicazione con quello dove io sono, quasi sempre spalancata, era già precedentemente chiusa. Si odono passi nel giardinetto, la ghiaia scricchiola. Dalla terrazza rientra d'annunzio animatissimo, assente da me, da tutto il resto. Mi congedo subito. Il saluto dell'amica lontana? Hermione? Confesso che, in quel momento, l'inatteso intervento mi dà un attimo di disperazione sorda, quasi di rancore e di dubbio irriverente, che tutta la sognata impresa debba svanire nel nulla, distrutta dalla stessa complessità e ricchezza della vita del Poeta. "Il sogno eguagliò l'atto!" - brontolavo fra me questo verso dannunziano, aggirandomi sconsolato lungo i canali e per le calli, e aspettandomi nuove delusioni. Invece l'indomani trovai d'annunzio trasformato. Mi parlò ancora di Tokio, però ammise che il volo al Giappone avrebbe potuto venir dopo Fiume. Pressato da me, considerò anche l'eventualità che i "raid" aviatorio avvenisse - come poi avvenne - senza di lui, piuttosto che avesse il significato d'un "esilio". - Sono anzi deciso ad essere più che mai interventista per la pace come lo sono stato per la guerra. Voi mi avete chiesto di pensare a una organizzazione attiva per privincie. Io non credo alle solite organizzazioni, ma non esiterei a creare una "mano nera" antinittiana sul tipo di quella antinglese dell'Irlanda e dell'India.

"L'arte è sempre per me la prima cosa"

Gli sottoposi allora il questionario che m'aveva chiesto per l'intervista, in cui m'ero studiato di dare un posto politico prevalente a Fiume, nonostante la maggiore attualità giornalistica, in quei giorni, di Tokio, d'annunzio avrebbe dovuto riempire con le sue risposte quel questionario che invece, sopravvenuta fulmineamente la partenza per Ronchi, rimase interrotto e abbandonato sul suo tavolo fino allo sgombero della Casetta Rossa, dopo che d'annunzio stesso era già a Fiume! Egli però mi diede quella sera qualche gustoso anticipo verbale dell'intervista scritta che srebbe riuscita sensazionale e che perciò è bene sia rimasta così inedita. Ma di essa parlerò un'altra volta. All'ultima delle mie domande, che avevo aggiunta interpretando la sua malinconia di quel giorno, e che gli chiedeva "se non avesse avuto ultimamente alcuna crisi di poesia pura, oltre che d'azione", d'annunzio si

scosse dalla tensione di raccoglimento in cui le precedenti mie domande l'avevano tenuto e mi rispose con abbandono: - Vorrei cominciar dalla fine e restar soltanto a questo argomento. In fondo l'arte è sempre per me la prima cosa. Il mio più recente sforzo lirico è stato il "Notturno", un libro originalissimo che ho scritto durante la cecità e che si staccherà da tutta la mia opera per novità di illuminazione e anche di forma: non conosco nulla che possa fargli riscontro in nessuna letteratura. Ma devo ancora decifrarne e riordinarne il manoscritto sparso in migliaia di striscioline di carta, originalissimo anch'esso. Sarà questa la mia prima cura letteraria. Me ne aveva già accennato un anno prima a Torino ma il "Notturno", interrotto da Fiume come l'intervista, non uscì che due anni dopo! - E ho pronto non soltanto un volume in cui raccoglierò, con una prefazione inedita, i miei recenti articoli e che intitolerò "Contro uno e contro tutti", ma anche un altro libro di dottrina politica, "il Vittoriale". Era lo stesso titolo con cui aveva finito l'ultimo suo articolo per la "Gazzetta del Popolo", in contrapposizione ai volumi della "Inchiesta di Caporetto", ed era lo stesso nome che doveva prendere tre o quattro anni dopo la villa del ritorno, il monumento nazionale di Gardone. - E poi, sapete, io non posso rimanere più che pochi giorni in questa Casetta Rossa: devo restituirla al suo proprietario, il principe Hohenloe, che essendo di Duino e quindi fatto italiano dalla guerra, la richiede allo Stato che gliela confiscò e che me l'affitta. Trasporterò le mie cose al primo piano del Palazzo Barbarigo, anche sul Canal Grande. Non posso aver più sosta. Il trasloco avvenne infatti, ma avvenne dopo che d'annunzio fu insediato nel Palazzo governatoriale di Fiume. - Voi verrete con me. Scriverò al conte Orsi che vi mandi. Sarete lo storiografo della nostra impresa. Doveva dire a molti la stessa cosa, sebbene quasi sempre senza conseguenze. Io però ne fui inebriato. E oggi adempio la missione assegnatami, anche, da quell'investitura. - Appunto. Se m'aspettaste, potrei darvi oggi stesso un articolo che ho quasi pronto. Non posso però lasciarvene questa volta il manoscritto, che ho destinato ad un americano, e oggi non ho con me la persona che sa dattilografare. - Lo copierò io. - Allora lo finisco. Però dovete anche promettermi che non lo telegraferete né telefonerete a Torino. Temo troppo gli svarioni e poi desidero che sia pubblicato contemporaneamente, oltre che sul vostro giornale a cui sono ancora debitore, anche sulla Vedetta d'Italia, il nuovo quotidiano di Fiume. Andò su per la scaletta di legno e mi portò poco dopo molti grandi fogli riempiti dalla sua gran calligrafia e altra carta bianca a mano con e senza il motto "Io ho quel che ho donato". Curò egli stesso che il tavolino fosse libero, che avesse luce e tutto il necessario, comprese due penne d'argento con pennino quadro. Poi venne un rinfresco, mandato dalla cuoca Albina. Man mano che il Comandante finiva il suo lavoro, me ne passava i fogli per il mio. Alla fine confrontò i due testi. Corresse qualche virgola - sempre "gran virgolatore"! - chiedendo il mio parere. Firmò tutto.

L'appuntamento a Ronchi

Era la sera di sabato, 6 settembre. Anche perchè ebbi l'impressione che l'azione non fosse imminente, decisi di partire per Torino e ritornare. d'annunzio non mi trattenne. Egli aveva già deciso di rimandare almeno a lunedì l'appuntamento fissato coi granatieri di Ronchi per la domenica. Lo dimostra la lettera ch'egli mi diede allora per il conte Orsi e in cui erano tra l'altro queste parole che m'impressi nella memoria e che ricordo esattissimamente: "Affido questo articolo a Nino Daniele, che sempre mi fu ottimo compagno e che volle egli medesimo ricopiare il testo confuso. A questo articolo seguirà un secondo che le spedirò lunedì sera. Conviene pubblicarlo senza indugio. Conviene riaccendere il sentimento del popolo. L'Italia si disonora. È certo. "Per il volo di Tokio la preparazione è quasi compiuta. Se le piace, darò note precise a Nino Daniele, quando egli ritorni a Venezia com'Ella mi ha promesso". Contemporaneamente d'annunzio, che quello stesso giorno aveva ricevuto anche un futuro ministro di Fiume, il buon Prodam, inviava a mezzo suo a Iti Baccich e agli altri "compagni" della Vedetta d'Italia un'altra copia del mio articolo con queste parole un po' in contraddizione con le precedenti: "Seguirà un secondo, e forse un terzo. Non io vi abbandono. Anzi non mi do riposo. Io credo necessaria l'azione. E sono pronto, con i miei fidi. "Sarò domani a Ronchi per accordarmi con i più arditi e più ardenti dei reduci da Fiume. Ma voglio sapere se nella necessità dell'azione voi siete consenzienti e unanimi. Ecco che Edoardo Susmel oggi mi scrive della Martire: "Il suo destino è segnato. Il più piccolo atto d'ostilità la perderebbe". E allora? Toglietemi - vi prego - da questa perplessità angosciosa. Io, per me, sono pronto a tutto. Le parole che io vi mando non annunziano se non la violenza. Ma quali - secondo voi illuminati - saranno il modo e l'ora di prendere le armi? "Difficile è scrivere di queste cose roventi. Il nostro Prodam, vi riferirà. Coraggio sempre! - 6 settembre 1919. - Gabriele d'annunzio".

L'ansia dei granatieri

Quando mi congedai, d'annunzio, abbracciandomi, mi consegnò un oggetto involto in carta velina: era il portasigarette del volo di Vienna, oro e argento, con fuori inciso l' "Ibis redibis" e dentro incise la data e la firma. Passando da Milano feci un rapido giro preparatorio per i giornali ma trovai quasi dovunque indifferenza fino al fastidio per Fiume e per lo stesso d'annunzio. Il conte Orsi torse la bocca quando lesse la lettera. Non ci capiva più niente. Ad ogni modo l'articolo "Italia o morte", I°, apparve sulla Gazzetta del Popolo la domenica 8 settembre mattina, prima che sulla Vedetta

d'Italia, e valse a risollevare un po' la questione dimenticata: ma, come al solito, nessuno prese troppo alla lettera la troppo estetica veemenza dannunziana. Vediamo intanto ciò che avviene a Ronchi, fra i granatieri. Grandjacquet, appena di ritorno da Venezia, riferisce ai compagni, folli di stupore e di gioia, il colloquio col Poeta e reca il messaggio di d'annunzio a Reina, il quale, vinta infine ogni esitazione, accetta di partecipare al complotto e riunisce i suoi ufficiali per gli accordi. Decidono che ogni cosa deve rimanere strettamente nell'ambito degli ufficiali del 1° battaglione, facendo solo un'eccezione per Pigazzi, degli arditi, su cui sanno di poter contare con sicurezza e che viene infatti avvertito da Reina. Al mattino dell'indomani, domenica, deve arrivare d'annunzio. Ed essi trascorrono le ore dell'attesa in uno stato di ansietà lancinante. Ma a mezzogiorno d'annunzio non è comparso. Né alle due. Né in tutto il giorno. Egli è inchiodato a Venezia, come vedremo, da un attacco di febbre. Nei "congiurati" l'ansia si fa spasmodica, e si risolve poi in una crisi di disperazione. Sono momenti di dubbio torturante. Manca dunque anche Lui?

Il dado è tratto!

Grandjacquet, che aveva portato la promessa di d'annunzio, deciso a mantenere anche da solo il giuramento, partì la stessa sera per andare ad arruolarsi nelle legioni volontarie di Fiume. Egli avrà poi, l'8 settembre, rapporti col Comando del Battaglione Venturi e col Presidente del Consiglio Nazionale Grossich. Con quest'ultimo avrà anche una scena comica, che lo stesso Grandjacquet descrive nel suo diario. Grossich, informato delle intenzioni di d'annunzio, "trova il gesto altissimo e garantisce della sollevazione della città" ma poi comincia a fare la sibilla, gettandosi indietro nella poltrona e balbettando in estasi: "Vedo, vedo, il sacrificio di tutti questi giovani, è bello, è bello...", senza concludere, sì che Grandjacquet, che lo aveva immaginato un uomo risolutissimo, seccato di non trovar che un oratore, lo pianta in asso. Notevole anche, in quel colloquio, secondo Grandjacquet, che Grossich raccomandò all'informatore di non dir nulla della futura spedizione né a Zanella né a Vio, già sindaco di Fiume. Frassetto fu invece incaricato di andar da d'annunzio a Venezia. Di qui ritornò il 9 settembre con la grande "Fiat", portando due lettere del Comandante, una a Reina a Ronchi, dove prese sull'automobile Rusconi, e un'altra a Venturi a Fiume, donde ripartì subito con Rusconi, che lasciò a Ronchi, e ritornò a Venezia il 10. L'adunata a Ronchi era stat ora, con queste corse, sfuggite alla crescente sorveglianza poliziesca, definitivamente fissata per l'11 - anniversario della Beffa di Buccari. La seconda lettera di d'annunzio a Reina in data dell'8, lunedì, diceva infatti: "Sarò a Ronchi giovedì nel pomeriggio per partire verso il gran Destino". L'entrata in Fiume era fissata per l'alba del 12.

Il canotto dell'Ammiragliato

d'annunzio fece qualche preparativo: diede ordine al suo attendente Italo di preparare le cassette della biancheria, e disse al personale della casa che sarebbe forse andato in automobile a Roma. Quando però il 10 Frassetto si presentò per prenderlo, com'era inteso, seppe che d'annunzio era a letto: era ammalato, aveva avuto tre giorni d'orgasmo febbricoso. - Ma è necessario portarlo, anche a forza! Il Comandante non può mancarci. Copriamolo bene. Tutto è pronto. Senza di lui tutto è perduto! Italo salì dal suo padrone con una lettera urgente affidatagli da Frassetto. Questi però non fu ricevuto: dovette ritornare la sera. d'annunzio aveva 39 gradi di temperatura. Lo assicurò che sarebbe partito l'indomani. Erano alla Casetta Rossa anche il ten. medico Amaro Sanguinetti e il ten. aviatore Keller, quest'ultimo arrivato da Ronchi. Ancora tutto febbricitante, d'annunzio si alzò; mentre gli si procurava in fretta per telefono il motoscafo dell'Arsenale, chiesto in prestito all'Ammiragliato. Fu l'ultima beffa, aggiunta a quella del volo di Tokio. Partito alle ore 14 dell'11 settembre, vestito da tenente colonnello con su la solita casacca di cuoi della guerra e scortato dai suoi quattro compagni, d'annunzio sbarcav subito dopo a San Giuliano. Quando io giunsi alla Casetta Rossa deserta, vi trovai Amaro di ritorno appunto da San Giuliano, che mi diede questi particolari freschissimi. La sera stessa il mio giornale pubblicava un telegramma da Venezia con la bomba: d'annunzio è partito! Per mio suggerimento, intitolava poi la notizia sulle sei colonne della prima pagina: "L'impresa garibaldina di d'annunzio", completandola però così: "per tentar la salvezza di Fiume". Soltanto Mussolini sul Popolo d'Italia chiamò subito "gesto rivoluzionario" la partenza dannunziana e dei granatieri dalla Ronchi di Oberdan "per ignota destinazione", come ben diceva la Stefani. Il secondo articolo "Italia o morte", spedito da d'annunzio prima di lasciare il letto, era accompagnato da queste righe: "Quando Ella lo riceverà, io avrò già occupato Fiume con le armi". Giunse alla Gazzetta del Popolo, dopo la mia partenza, a fatto compiuto. Provvidenzialmente!

IX

PANORAMA DELLA MARCIA DI RONCHI: LA NOTTE LUMINOSA

Nella Casetta Rossa deserta - Peripezie di "dannunziani" - Oberdan e i cimiteri del Carso - Il tradimento di Salomone - "Dio d'Italia, i carri!" - Il colpo di forza a Palmanova - D'annunzio assume il comando - Due momenti di bellezza - "L'orazion picciola" del Comandante.

d'annunzio era appena partito per Ronchi, quando io arrivai alla Casetta Rossa.

Il nido vuoto

Dante mi aperse e mi fece entrare egualmente. Nei due salotti erano i segni, evidenti, di una partenza improvvisa. Ho nella memoria il quadro, fissato con esattezza fotografica: sul piano, aperto, lo spartito, aperto, di Schumann: Bei Paesi stranieri op. 39, n. 6; una lettera semistracciata sul tavolinetto di fumo; il caminetto con legna pronta; il sofà sovraccarico di cuscini in artistico disordine; sulla mensola del caminetto "L'Apologia di Socrate"; sul tavolino le candele e le candelette mal smoccolate delle catacombe di Roma; lo "Sva" d'argento e il posacarte di bronzo verde dai due amanti incrociati sulla cartella piena di fogli bianchi, molti col motto "Io ho quel che ho donato"; le bottigliette dimezzate dei liquori; il calamaio aperto ancora... I gentiluomini e le dame settecenteschi effigiati nei medaglioni del soffitto bassissimo sembravano improvvisamente invecchiati, vestiti di tempo e di stupore, forse un po' sdegnosi - o invidiosi? - di quel travolgente prorompere di una passione, per loro incomprensibile, nell'antico nido d'amore del serenissimo Principe austriaco. In quell'immobilità d'incantesimo, una sola cosa viva: la bianca gattina Miramar, raffusolata sulla soglia di quel finto giardinetto lagunare dove per ghiaia erano frammenti di conchiglia. Nessuna traccia del lupetto Sia. Travolto anch'esso nel gorgo dell'avventura? Certo i due amici nemici sembravan essere passati anch'essi nel regno della leggenda, assumendo ognuno un diverso carattere, corrispondente alla natura della specie: il cane, partecipe della sorte dell'uomo, lanciato nell'ignoto, allo sbaraglio; la gattina, indifferente, assorta nella sua contemplazione buddistica, distaccata da ogni evento, quasi stilizzata per i posteri. In un baleno mi fissai negli occhi e nel cervello quel piccolo mondo apparentemente immoto, in realtà sconvolto dalla raffica della nuova guerra. Poi fui preso dall'ansia spasmodica: raggiungere subito il Comandante! Solo nell'attimo in cui mi volsi per uscire, rividi sul tavolo, fra la carta bianca, gli azzurri moduli telegrafici con la mia intervista: forse l'ultima cosa cui d'annunzio aveva pensato, partendo. Mi ritornarono alla memoria le parole che egli mi aveva detto pochi giorni avanti: "In fondo, per me la prima cosa è sempre la poesia". E le collegai mentalmente ad un ricordo tanto più lontano; quello del mio professore di greco che insisteva a spiegarci l'origine del vocabolo poeta, da poiein: fare. Certo d'annunzio stava ora scrivendo il suo canto più bello.

All'inseguimento di d'annunzio

Lasciai in consegna a Dante la mia valigia - che non rividi mai più - e scappai al campo di S. Nicolò per veder di partire subito all'inseguimento di d'annunzio su un aeroplano della sua squadriglia. La vigilanza però era stata già intensificata e non mi fu possibile ottenerlo. Mi rammentai allora che l' "asso" Barberis era divenuto lo chauffeur aereo della Rubinstein, la quale aveva comprato un piccolo velivolo per i suoi viaggi da Parigi a Venezia, e lo cercai, ma inutilmente. S'erano uniti a me prima due volontari torinesi, i tenenti Pio Maria Bruno - morto poi di ferite - e Massimo Rava, gli unici che erano riusciti a partire da Torino quasi in tempo; e, poco dopo, un avvocato di Padova, il maggiore Lanari, che si rivelò anche lui seguace di d'annunzio. Per sfuggire ad ogni sospetto stettimo al porto in agguato tutta notte, travestiti da mozzi a spasso - uno di noi portava l'uniforme sotto una giacca pidocchiosa e chiusa con due spilli, comprata non senza violenza a un mendicante sbalordito - sperando di poter imbarcarci di nascosto sull'ultimo bastimento in partenza all'alba per la sponda ormai vietata. Anche questo tentativo, fallì. Finalmente - sebbene ormai individuato e pedinato - io, approfittando dell'ora piccola e perdendo di vista i miei compagni, riuscii ad attaccarmi a un treno in corsa, non senza sbucciarmi energicamente un ginocchio. Così lasciai dietro di me Venezia, ogni momento più sottosopra, divenuta in poche ore un nascondiglio brulicante di congiurati sospettosissimi uno dell'altro; e ciò dopo aver anche assistito rapidamente ad una riunione improvvisata e segretissima proprio di faccia alla Caserma dei carabinieri, nello studio dell'avv. Marsich, il quale parlò ancora tra l'altro dell'opportunità di qualche attentato a Roma per aiutar d'annunzio nella sua spedizione. È inutile ch'io vanti il mio va e vieni per il più difficile filtro sulla via di Trieste, l'arte con cui potei far perdere le mie traccie, l'aiuto alquanto perplesso e diffidente datomi da Coceancig e da Silvio Benco, la mala sorte di altri volontari e viaggiatori e giornalisti da me miracolosamente evitata al confine, ormai, dell'Irraggiungibile e tutte le altre peripezie del mio viaggetto. Fui fortunato: il portasigarette di Vienna mi servì una volta da lasciapassare e un'altra trovai un ferroviere degno del 48 che mi protesse nel "tender" della locomotiva. Giunsi insomma alla meta.

Ronchi dei Legionari

Mentre nei capitoli precedenti ho esposto fatti e particolari ignoti alla maggioranza del pubblico, l'argomento di questi due ultimi capitoli, che concernono la Marcia di Ronchi, fu ampiamente trattato a suo tempo dai quotidiani. Ma essi pubblicarono un tale cumulo di inesattezze che anche questi due ultimi capitoli - primo tentativo di ristabilire la genuina verità dei fatti e di darle una unità organica in mezzo alle infinite contraddizioni - vengono ad assumere un vero e proprio carattere di rivelazione. E questa volta, trattandosi di azione nella quale io non fui che una quantità infinitesimale perduta, e felice d'esser perduta, nella massa dei Legionari, trascurerò interamente la mia persona, di cui per una necessità

coloristica - ormai non più ammissibile - ho dovuto troppo occuparmi finora. Ora parla, nudamente, la storia. Ronchi - allora Ronchi di Monfalcone, ora Ronchi del Legionari - era un paese qualunque dei più distrutti dalla guerra, occupato e sgombrato, risgombrato e rioccupato dagli austriaci e dagli italiani. Ma era certamente un luogo adatto all'assunzione d'un eroe. Alle porte di Trieste, di là dalle contestate porte orientali d'Italia. Panorama eroico-tragico intorno. Anfiteatro carsico sconvolto dalle cannonate. "Case spezzate, smozzicate, sgretolate - parean file di scheltri in cimitero", come nella canzone di Legnano. Buche enormi e irregolari di 420 in terra, come crateri spenti, dove furono trincee, reticolati, batterie. Silenzio memore, dopo il tuono e il sangue. La valle della morte dominata dalle alture del gelo e del fuoco. Sei Busi. La sconfitta vendicata dalla vittoria. Tutto il fronte riassunto, tra l'alpe e il mare. La realtà d'oggi, tra il ieri e il domani. E il luogo sacro ad Oberdan, ribelle e martire. Donde meglio poteva partire una marcia di libertà e di liberazione? Il fatto che Ronchi avesse una piazza intitolata ad Oberdan dal giorno dell'occupazione italiana era passato inosservato a tutti noi, ma non a d'annunzio, che vi diede grande importanza subito. Egli ne creò la leggenda, che ora sopravvanza la storia. A Ronchi i granatieri erano accasermati nel Cotonificio, ogni piano una compagnia. Addosso a Ronchi c'erano i cimiteri. Il più grande pieno zeppo di cadaveri di ufficiali d'ogni nazionalità nemica oltre che di borghesi: e il più piccolo non era che un orto mal cintato e mal chiuso, e conteneva una brigata intera di morti nostri, migliaia di soldati anonimi sepolti a fior di terra in ogni direzione e uno sull'altro, i più senza nemmeno una cassa di legno marcio, tutti senza una pietra, con qualche croce e qualche cartello qua e là soltanto per qualche ufficiale superiore, senza fiori e con molta erbaccia dovunque. Su ogni raro cartello un nome diverso ma sempre e sempre lo stesso numero: il numero dello stesso reggimento! Non lontano da questo camposanto passò d'annunzio quella notte.

L'incontro con Reina

Partito da S. Giuliano, vicino a Mestre, alle 15 con la sua veloce Fiat guidata da Basso insieme con Keller, Frassetto e l'attendente Italo, dopo circa tre ore di corsa interrotta da qualche panne per scoppi di gomme, d'annunzio giunse a Ronchi verso il tramonto dell'11 settembre. Febbricitante, sofferente, un po' irrequieto, per tutta la giornata si nutrì e dissetò solo con un po' di caffelatte e un po' d'acqua minerale, sorseggiandoli ai due thermos che egli soleva sempre portare con sé in aeroplano e in treno. All'arrivo a Ronchi, trovò ad attenderlo Reina col quale ebbe un colloquio di circa un'ora in una casa diroccata. - Lei si azzarda di condurre il reggimento a Fiume? - gli chiese il maggiore dei granatieri. - Io sono pronto ad assumere il comando e tutta la responsabilità - rispose d'annunzio.

Il Comandante si chiuse poi in una stanzetta di contadini al primo piano, sgombrata allora in tutta fretta da un ufficiale in licenza: una lapide vi ricorda ora l'avvenimento storico. Senza toccar cibo si riposò su una branda. Italo lo aiutò a spogliarsi della casacca di cuoio e rimase quasi sempre di guardia alla porta, dopo aver deposto accanto al lettuccio sull'unica sedia, una candela e un grappolo d'uva di cui d'annunzio non succhiò neanche un acino. Intanto gli ufficiali comunicavano con l'autoparco di Palmanova, donde secondo gli accordi presi precedentemente avrebbero dovuto arrivare tutti i quaranta camions disponibili, indispensabili - e nemmeno sufficienti - al trasporto dei granatieri. Le compagnie si disposero ad attendere fuori delle caserme. Senonché a mezzanotte i camions non erano ancora arrivati...

Le forze opposte

A questo punto, prima di procedere nella narrazione, che intendo condurre a grandi linee sintetiche, sarà bene dare un quadro della situazione militare nella Venezia Giulia, cioè della realtà contro la quale d'annunzio andava a cozzare, per sconvolgerla, con la sua folle ed eroica impresa. Il generale Robilant, presidente della Commissione d'inchiesta interalleata che aveva fissato le umilianti sanzioni dopo i Vespri fiumani, era anche comandante d'armata ad Abbazia, dove il generale Gandolfo comandava il XXIV° Corpo. Altri comandi interessati alla zona di Fiume erano quelli del XVI° ed VII° Corpo. Fiume cadeva poi indirettamente, per la linea d'armistizio, sotto la giurisdizione del gen. Badoglio, commissario militare per la Venezia Giulia, oltreché comandante dell'VIII.a Armata, con sede ad Udine. Infatti la linea d'armistizio, come poi quella del blocco, doveva chiamarsi linea Badoglio. Sotto gli ordini del generale Robilant - dopo il richiamo del generale Grazioli - era Governatore di Fiume anche per conto degli alleati e comandante delle truppe d'occupazione italiane, il generale V. E. Pittaluga. Le truppe italiane a Fiume erano: una brigata di fanteria, o sei compagnie del IX° fanteria al comando del generale Ferrario, mi pare; uno squadrone di cavalleria e alcuni reparti speciali. Proprio il 12, cioè l'indomani, dovevan partire il VI° artigleria e le ultime truppe di bersaglieri, che invece poi vi rimasero. Dovevan anche partire i dragoni del Piemonte Reale, il cui primo squadrone ad ogni modo era stato proprio allora sostituito dal V° e, uscito poco prima che entrasse d'annunzio, non ritornò poi, almeno in blocco. Si diceva che la "Dante Alighieri" e l' "Emanuele Filiberto", avrebbero tolto l'ancora all'alba del 12.

Il piano d'azione

Il piano d'azione era dunque questo. Si era concordato che il capitano Salomone, comandante l'autoparco 15-ter, con sede a Palmanova, avrebbe fornito a tarda sera dell'11 quaranta autocarri sui quali gli uomini del 1° Battaglione granatieri sarebbero partiti da Ronchi a mezzanotte. Mezz'ora dopo, passando sulle

alture a monte di Trieste, la colonna doveva raccogliere tutti i volontari triestini pronti e proseguire con questi fino alle porte di Fiume, cioè al quadrivio Castua-Mattuglie, dove si sarebbe incontrata col battaglione fiumano di Venturi, per espugnare insieme Fiume all'alba del 12 settembre; e cioè coll'aiuto della popolazione che si sarebbe sollevata nel frattempo, creando soprattutto grande confusione in modo da impressionare i comandi alleati. Ma se venivano a mancare i quaranta camions promessi dall'autoparco di Palmanova, i granatieri, anche quando avessero voluto perseverare fino all'ultimo nell'impresa, avrebbero dovuto percorrere a piedi i 120 chilometri: cosa materialmente impossibile data la presenza dei comandi. In poche ore il Governo di Nitti poteva mettere in moto tutta la macchina militare e i generali Badoglio, Robilant, Pittaluga, Gandolfo, avrebbero con estrema facilità fatto fallire tanto l'azione esterna dei granatieri, quanto quella interna dei fiumani, "ristabilendo l'ordine". Vedremo nel capitolo successivo che infatti, ad un certo momento, per il ritardo di solo poche ore, lo stesso Host-Venturi e l'intera cittadinanza fiumana ebbero l'impressione che tutto fosse perduto. Certo, durante la tragica sosta nel casolare abbandonato di Ronchi, d'annunzio ebbe lucidissima coscienza che, in quelle ore, si giocava la partita decisiva. L'ansietà e la febbre si alimentavano a vicenda. E le ore passavano! Verso mezzanotte, d'annunzio, non potendo più reggere all'orgasmo, volle alzarsi dalla branda. La febbre non toccava i 39°; ma non era nulla in confronto dello spasimo interno. Apriva e richiudeva la finestra; spiava con ansia ogni rumore. - I carri! Dio d'Italia! - ripeteva forte come in un delirio. Verso l'una qualcuno si azzardò a telefonare all'autoparco di Palmanova; ma di qui risposero che prima di dare i carri, avevan chiesto ordini al comando di Trieste. Naturalmente non poteva giungere che un rifiuto, anzi un'inibizione perentoria. Era il disastro! Il maggiore Reina andò da d'annunzio e gli comunicò tremando: - Il capitano Salomone, comandante dell'autoparco 15-ter di Palmanova, rifiuta i camions. Dovevan esser qui per le undici. Siamo traditi! I granatieri, già appostati sulla via maestra per partire, eran fatti ritornare avviliti verso le caserme. Si moltiplicava tutt'intorno, ironico, il canto del gallo. d'annunzio, livido ma risoluto, ripeteva: - Io parto in ogni modo, io non ho tempo da perdere. Andiamo! Nella mia macchina ho posto per i miei compagni giurati! Ma la decisione disperata non avrebbe potuto avere altro valore che quello di un gesto magnifico e vano. Il capitano Sovera indusse d'annunzio ad attendere ancora. Il Comandante fu fatto passare in un'altra casa. Le ore della notte si sgranavano interminabilmente lente.

I cimiteri di Ronchi sembravano giganteggiare ed assumere un tremendo significato simbolico. La bella avventura doveva dunque morire così, sepolta, come tutta quella giovinezza in fiore, nel lugubre paesaggio di una desolazione lunare. D'un tratto, un ronzio prima lontanissimo, poi man mano più vicino e distinto. Poi il ronzio si fa rumore, strepito, rombo. Sono i camions! Sono i camions di Palmanova!

"I camions o t'ammazzo!"

Che era accaduto? Un atto di violenza, il primo, salvava l'impresa dal disastro sicuro. Quattro degli ufficiali che dovevano unirsi alla colonna alle porte di Trieste - il capitano Miani, il tenente aviatore Guido Keller, il tenente Pagano e il tenente Beltrani - impazienti di agire, appena seppero che d'annunzio era, d'accordo coi granatieri, a Ronchi, si erano precipitati là in automobile e là avevan saputo della defezione dell'autoparco. Allora decisero di agire di propria iniziativa e, saliti sulla rossa Fiat di d'annunzio, volarono verso Palmanova. Qui Miani, l'eroe del Vodice, tre medaglie d'argento, affrontò il capitano Salomone, l'ufficiale che aveva promesso i carri e che ora li rifiutava: "Dove sono i camions? Dov'è la tua parola?" Salomone oppose pretesti e ragioni, il suo timore e la sua disciplina. Gli fu spianata una rivoltella sul viso: "Ordina al parco i nostri camions o t'ammazzo!" Salomone impallidì, esitò, si decise: "Cedo alla violenza!..." E l'ordine fu dato. Il vinto restò due ore sotto la minaccia armata d'un semplice soldato, mentre venivano imbavagliate le sue sentinelle, tagliati i fili del telefono, baionettate le gomme d'ogni bicicletta reperibile, isolato il campo dai comandi regolari. Finché in colonna, precorsi dalla Fiat, i camions non strepitarono nel silenzio attonito di Ronchi. Keller, che aveva perduto il berretto e che pareva un'anima disperata, per primo, piombò con la notizia da d'annunzio, che s'era già rivestito della casacca di cuoio e che subito si trasfigurò. Anche la febbre sembrò improvvisamente svanire, come soffiata via da un gran vento marino. Il Comandante andò in automobile, con Reina ad attendere i camions ad un bivio in aperta campagna; là dove tanto avevano atteso i granatieri, coprendosi gli alamari e appiattandosi dietro le siepi.

"Eran trecento"

Un'altra ora andò perduta nei preparativi di partenza per quanto rapidi. I camions giunti non erano che una ventina, metà del previsto, un terzo del necessario. Sulle 15-ter potevano trovar posto al massimo quindici uomini con gli zaini; partirono quindi duecentoottantasei granatieri. I giornali stamparono allora ch'eran partite le quattro compagnie del II° reggimento al completo e tre compagnie mitraglieri (164.a, 856.a Fiat e 124.a St. Etienne) con tutti gli arditi della brigata, i quali ultimi, da soli, sarebbero stati duecento! In realtà partì quasi al completo soltanto la prima compagnia, quella di Grandjacquet col ten. Cianchetti; partì meno completa la seconda, quella di Frassetto, col cap. Dragoni e il ten. Adami; e partì soltanto qualche granatiere della terza, quella di Rusconi, col cap. Vinai e i ten. Brunelli e Brichetti. Si dovettero lasciare a terra per mancanza di veicoli due compagnie mitragliatrici di brigata, il reparto cannoncini del 2° granatieri e un reparto del 1° che attendeva a Nabresine, oltre che qualche reparto già pronto che aspettava lungo il percorso. Era l'alba del 12, quasi l'ora per la quale era stato fissato l'arrivo a Fiume, quando la colonna si mosse da Ronchi.

Tappe della marcia nella luce

d'annunzio non si era stancato di guardare l'Orsa Maggiore, le sette stelle della Buona Causa - che dovevan diventar lo stemma d'oro della bandiera rossa del Carnaro. Più tardi, in un discorso, fissò quel primo momento di bellezza "sotto un cielo di costellazioni fauste dove correva non so che spirito garibaldino... lo spirito di Ronchi, lo spirito balzato ebriosamente da quel mucchio di macerie e di sepolture su cui pende senza vincoli l'ombra di Guglielmo Oberdan". Precedeva d'un po' la colonna l'automobile in cui era montato Rusconi che doveva fare da staffetta, annunciando a Fiume l'arrivo dei liberatori. La Fiat con d'annunzio, Reina e Keller, fu alla testa della colonna quasi sempre: seguivano l'automobile dei triestini e i camions dei granatieri, con il cap. Sovera e sei dei sette giurati (mancava Grandjacquet che, come vedemmo, si trovava già a Fiume). La marcia si svolge dapprima in un silenzio solenne. Per la stessa via passano ininterrottamente altri veicoli, con carrettieri dormenti o trasognati e viandanti ignari che sogguardano forse per un attimo, senza capire, la colonna silenziosa e misteriosa. A tratti, balza rombando la Fiat di d'annunzio, che spesso ritorna addietro per ristabilire i collegamenti coi camions rimasti in panne (sette dei quali, con un centinaio di granatieri, si perderanno ancora per via) e poi ritorna all'avanguardia.

Gli autoblindo passano a d'annunzio

A Castelnuovo erano appostate sette autoblindate - sette come le stelle dell'Orsa, e come i compagni giurati - al comando del ten. Moscati. d'annunzio scese e persuase i loro ufficiali: il tenente dei bersaglieri Benagli, invece di sbarrare il passo, si pose con quattro macchine in testa e con tre in coda - in formazione d'assalto - alla colonna di Ronchi. In coda si aggregarono anche alcune decine di bersaglieri dell'VIII ciclisti. In quest'ordine si giunse al trivio dell'Osteria, all'incrocio tra le strade per Fiume, Trieste e Postumia (50° km. presso Dobrova) dove fu la seconda sosta per il gran rapporto e dove, secondo d'annunzio, fu "il secondo momento di bellezza... su la prateria di Mattuglie, in un cerchio di pietre bianche, quando avevamo sostato per serrare la nostra ordinanza di battaglia e io avevo tratto in disparte i comandanti per prendere nel mio pugno i loro cuori e per comprendere lo spirito della gesta in concise parole". Più tardi, al commiato da Fiume, d'annunzio stesso diceva ai granatieri: "Ahimé, non sapremmo più ritrovare quel posto!" Nel "Venturiero senza Ventura" d'annunzio rievoca il "sentimento eroico" concepito da lui stesso "cavaliere imbelle" galoppante presso Firenze un giorno del 1898, e immagina "la lussuria ossidionale" di certi capitani "quando, allo svolto d'una via, al varco d'un monte, appariva la faccia della città promessa". Nella prefazione poi del recente suo libro commenta: "Dopo ventun anno, in un mattino di settembre, quel medesimo cavaliere, armato d'armi raccogliticce ma invincibili come la sua fede, dopo ventun anno radunava la sua gente in un prato cinto di macerie, dove giungevano l'alito e l'anelito della città da prendere, della città da liberare, della città da sollevare alla cima di tutte le insurrezioni e le aspirazioni umane, al sommo di tutta la vita libera e di tutta la vita nova. "Non in sella ma co' piedi nell'erba riarsa, col sole e col vento del Carnaro in faccia, egli rivolse ai compagni la sua "orazion picciola", forse la più bella delle sue orazioni d'assalto. "Poi solo, contro le tre vecchie potenze barcollanti nell'ingordigia e le tre vecchie bandiere sventolanti nella vanagloria, prese la città, tenne la città".

"La mia meta non la dico"!

Il semicerchio degli ufficiali riuniti a gran rapporto non era ancora sciolto, quando si vide arrivare a precipizio un automobile: ne scese il ten. col. Ferrero, aiutante maggiore del gen. Pittaluga, governatore di Fiume. Egli rimase un momento in disparte, poi chiese a un ufficiale dei granatieri: "Vi fermate qui? Dov'è d'annunzio?" Si avanzò, si presentò. d'annunzio lo salutò, ma proseguì verso il suo automobile. Reina ripeté il suo ordine: "Allora tutti in macchina!" Il col. Ferrero chiese ancora: "Che fate? Dove andate?", seguendo d'annunzio che, già salito in automobile, lo udì e rispose, voltandosi di scatto: "La mia meta non la dico a lei!" e toccò col piede il suo chauffeur Basso, che partì, lasciando l'ufficiale a bocca aperta. d'annunzio ride ancora se ricorda che costrinse il disgraziato "ad accodarsi e a mangiare la polvere". Il col. Ferrero riuscì più tardi a passare avanti alla colonna per correre a riferire a Pittaluga. Ma egli, dal punto dov'era, aveva visto la colonna in modo che, per lo svolto della strada dovette parergli quella soltanto la testa, tanto più che al rapporto aveva potuto notare riuniti circa 25 ufficiali. Egli dovette valutare le forze dannunziane in conseguenza e questo forse, in parte, spiega l'impressione di Pittaluga e la nessuna resistenza successiva di Fiume. Questo errore fu un'altra fortuna della spedizione.

Poco più in là si incontra un reparto fiumano: altra sosta. "E Venturi?" Un piccolo e grasso tenente risponde: "È uscito da Fiume, si è nascosto perchè lo volevano arrestare o forse fucilare". In realtà il "capitanissimo" dopo essersi compromesso lasciando circolare i cittadini armati - che misero in allarme persino il Governatorato - e dopo avere mandato innanzi in pieno assetto le sue tre compagnie, aveva passato qualche ora con il solo Grandjacquet nella casa della quarantottesca famiglia Del Pino, vicino ai Giardini Pubblici. Ma tutto questo, per essere compreso, va inquadrato nella storia di quelle ultime ore di Fiume, che racconteremo un'altra volta.

IX

PANORAMA DELLA MARCIA DI RONCHI: LA NOTTE LUMINOSA

Nella Casetta Rossa deserta - Peripezie di "dannunziani" - Oberdan e i cimiteri del Carso - Il tradimento di Salomone - "Dio d'Italia, i carri!" - Il colpo di forza a Palmanova - D'annunzio assume il comando - Due momenti di bellezza - "L'orazion picciola" del Comandante.

d'annunzio era appena partito per Ronchi, quando io arrivai alla Casetta Rossa.

Il nido vuoto

Dante mi aperse e mi fece entrare egualmente. Nei due salotti erano i segni, evidenti, di una partenza improvvisa. Ho nella memoria il quadro, fissato con esattezza fotografica: sul piano, aperto, lo spartito, aperto, di Schumann: Bei Paesi stranieri op. 39, n. 6; una lettera semistracciata sul tavolinetto di fumo; il caminetto con legna pronta; il sofà sovraccarico di cuscini in artistico disordine; sulla mensola del caminetto "L'Apologia di Socrate"; sul tavolino le candele e le candelette mal smoccolate delle catacombe di Roma; lo "Sva" d'argento e il posacarte di bronzo verde dai due amanti incrociati sulla cartella piena di fogli bianchi, molti col motto "Io ho quel che ho donato"; le bottigliette dimezzate dei liquori; il calamaio aperto ancora... I gentiluomini e le dame settecenteschi effigiati nei medaglioni del soffitto bassissimo sembravano improvvisamente invecchiati, vestiti di tempo e di stupore, forse un po' sdegnosi - o invidiosi? - di quel travolgente prorompere di una passione, per loro incomprensibile, nell'antico nido d'amore del serenissimo Principe austriaco.

In quell'immobilità d'incantesimo, una sola cosa viva: la bianca gattina Miramar, raffusolata sulla soglia di quel finto giardinetto lagunare dove per ghiaia erano frammenti di conchiglia. Nessuna traccia del lupetto Sia. Travolto anch'esso nel gorgo dell'avventura? Certo i due amici nemici sembravan essere passati anch'essi nel regno della leggenda, assumendo ognuno un diverso carattere, corrispondente alla natura della specie: il cane, partecipe della sorte dell'uomo, lanciato nell'ignoto, allo sbaraglio; la gattina, indifferente, assorta nella sua contemplazione buddistica, distaccata da ogni evento, quasi stilizzata per i posteri. In un baleno mi fissai negli occhi e nel cervello quel piccolo mondo apparentemente immoto, in realtà sconvolto dalla raffica della nuova guerra. Poi fui preso dall'ansia spasmodica: raggiungere subito il Comandante! Solo nell'attimo in cui mi volsi per uscire, rividi sul tavolo, fra la carta bianca, gli azzurri moduli telegrafici con la mia intervista: forse l'ultima cosa cui d'annunzio aveva pensato, partendo. Mi ritornarono alla memoria le parole che egli mi aveva detto pochi giorni avanti: "In fondo, per me la prima cosa è sempre la poesia". E le collegai mentalmente ad un ricordo tanto più lontano; quello del mio professore di greco che insisteva a spiegarci l'origine del vocabolo poeta, da poiein: fare. Certo d'annunzio stava ora scrivendo il suo canto più bello.

All'inseguimento di d'annunzio

Lasciai in consegna a Dante la mia valigia - che non rividi mai più - e scappai al campo di S. Nicolò per veder di partire subito all'inseguimento di d'annunzio su un aeroplano della sua squadriglia. La vigilanza però era stata già intensificata e non mi fu possibile ottenerlo. Mi rammentai allora che l' "asso" Barberis era divenuto lo chauffeur aereo della Rubinstein, la quale aveva comprato un piccolo velivolo per i suoi viaggi da Parigi a Venezia, e lo cercai, ma inutilmente. S'erano uniti a me prima due volontari torinesi, i tenenti Pio Maria Bruno - morto poi di ferite - e Massimo Rava, gli unici che erano riusciti a partire da Torino quasi in tempo; e, poco dopo, un avvocato di Padova, il maggiore Lanari, che si rivelò anche lui seguace di d'annunzio. Per sfuggire ad ogni sospetto stettimo al porto in agguato tutta notte, travestiti da mozzi a spasso - uno di noi portava l'uniforme sotto una giacca pidocchiosa e chiusa con due spilli, comprata non senza violenza a un mendicante sbalordito - sperando di poter imbarcarci di nascosto sull'ultimo bastimento in partenza all'alba per la sponda ormai vietata. Anche questo tentativo, fallì. Finalmente - sebbene ormai individuato e pedinato - io, approfittando dell'ora piccola e perdendo di vista i miei compagni, riuscii ad attaccarmi a un treno in corsa, non senza sbucciarmi energicamente un ginocchio. Così lasciai dietro di me Venezia, ogni momento più sottosopra, divenuta in poche ore un nascondiglio brulicante di congiurati sospettosissimi uno dell'altro; e ciò dopo aver anche assistito rapidamente ad una riunione improvvisata e segretissima proprio di faccia alla Caserma dei carabinieri, nello studio dell'avv. Marsich, il quale parlò ancora tra l'altro dell'opportunità di qualche attentato a Roma per aiutar d'annunzio nella sua spedizione.

È inutile ch'io vanti il mio va e vieni per il più difficile filtro sulla via di Trieste, l'arte con cui potei far perdere le mie traccie, l'aiuto alquanto perplesso e diffidente datomi da Coceancig e da Silvio Benco, la mala sorte di altri volontari e viaggiatori e giornalisti da me miracolosamente evitata al confine, ormai, dell'Irraggiungibile e tutte le altre peripezie del mio viaggetto. Fui fortunato: il portasigarette di Vienna mi servì una volta da lasciapassare e un'altra trovai un ferroviere degno del 48 che mi protesse nel "tender" della locomotiva. Giunsi insomma alla meta.

Ronchi dei Legionari

Mentre nei capitoli precedenti ho esposto fatti e particolari ignoti alla maggioranza del pubblico, l'argomento di questi due ultimi capitoli, che concernono la Marcia di Ronchi, fu ampiamente trattato a suo tempo dai quotidiani. Ma essi pubblicarono un tale cumulo di inesattezze che anche questi due ultimi capitoli - primo tentativo di ristabilire la genuina verità dei fatti e di darle una unità organica in mezzo alle infinite contraddizioni - vengono ad assumere un vero e proprio carattere di rivelazione. E questa volta, trattandosi di azione nella quale io non fui che una quantità infinitesimale perduta, e felice d'esser perduta, nella massa dei Legionari, trascurerò interamente la mia persona, di cui per una necessità coloristica - ormai non più ammissibile - ho dovuto troppo occuparmi finora. Ora parla, nudamente, la storia. Ronchi - allora Ronchi di Monfalcone, ora Ronchi del Legionari - era un paese qualunque dei più distrutti dalla guerra, occupato e sgombrato, risgombrato e rioccupato dagli austriaci e dagli italiani. Ma era certamente un luogo adatto all'assunzione d'un eroe. Alle porte di Trieste, di là dalle contestate porte orientali d'Italia. Panorama eroico-tragico intorno. Anfiteatro carsico sconvolto dalle cannonate. "Case spezzate, smozzicate, sgretolate - parean file di scheltri in cimitero", come nella canzone di Legnano. Buche enormi e irregolari di 420 in terra, come crateri spenti, dove furono trincee, reticolati, batterie. Silenzio memore, dopo il tuono e il sangue. La valle della morte dominata dalle alture del gelo e del fuoco. Sei Busi. La sconfitta vendicata dalla vittoria. Tutto il fronte riassunto, tra l'alpe e il mare. La realtà d'oggi, tra il ieri e il domani. E il luogo sacro ad Oberdan, ribelle e martire. Donde meglio poteva partire una marcia di libertà e di liberazione? Il fatto che Ronchi avesse una piazza intitolata ad Oberdan dal giorno dell'occupazione italiana era passato inosservato a tutti noi, ma non a d'annunzio, che vi diede grande importanza subito. Egli ne creò la leggenda, che ora sopravvanza la storia. A Ronchi i granatieri erano accasermati nel Cotonificio, ogni piano una compagnia. Addosso a Ronchi c'erano i cimiteri. Il più grande pieno zeppo di cadaveri di ufficiali d'ogni nazionalità nemica oltre che di borghesi: e il più piccolo non era che un orto mal cintato e mal chiuso, e conteneva una brigata intera di morti nostri, migliaia di soldati anonimi sepolti a fior di terra in ogni direzione e uno sull'altro, i più senza nemmeno una cassa di legno marcio, tutti senza una pietra, con qualche croce e qualche cartello qua e là soltanto per qualche ufficiale superiore, senza fiori e con molta erbaccia dovunque. Su ogni raro cartello un nome diverso ma sempre e sempre lo stesso numero: il numero dello stesso reggimento!

Non lontano da questo camposanto passò d'annunzio quella notte.

L'incontro con Reina

Partito da S. Giuliano, vicino a Mestre, alle 15 con la sua veloce Fiat guidata da Basso insieme con Keller, Frassetto e l'attendente Italo, dopo circa tre ore di corsa interrotta da qualche panne per scoppi di gomme, d'annunzio giunse a Ronchi verso il tramonto dell'11 settembre. Febbricitante, sofferente, un po' irrequieto, per tutta la giornata si nutrì e dissetò solo con un po' di caffelatte e un po' d'acqua minerale, sorseggiandoli ai due thermos che egli soleva sempre portare con sé in aeroplano e in treno. All'arrivo a Ronchi, trovò ad attenderlo Reina col quale ebbe un colloquio di circa un'ora in una casa diroccata. - Lei si azzarda di condurre il reggimento a Fiume? - gli chiese il maggiore dei granatieri. - Io sono pronto ad assumere il comando e tutta la responsabilità - rispose d'annunzio. Il Comandante si chiuse poi in una stanzetta di contadini al primo piano, sgombrata allora in tutta fretta da un ufficiale in licenza: una lapide vi ricorda ora l'avvenimento storico. Senza toccar cibo si riposò su una branda. Italo lo aiutò a spogliarsi della casacca di cuoio e rimase quasi sempre di guardia alla porta, dopo aver deposto accanto al lettuccio sull'unica sedia, una candela e un grappolo d'uva di cui d'annunzio non succhiò neanche un acino. Intanto gli ufficiali comunicavano con l'autoparco di Palmanova, donde secondo gli accordi presi precedentemente avrebbero dovuto arrivare tutti i quaranta camions disponibili, indispensabili - e nemmeno sufficienti - al trasporto dei granatieri. Le compagnie si disposero ad attendere fuori delle caserme. Senonché a mezzanotte i camions non erano ancora arrivati...

Le forze opposte

A questo punto, prima di procedere nella narrazione, che intendo condurre a grandi linee sintetiche, sarà bene dare un quadro della situazione militare nella Venezia Giulia, cioè della realtà contro la quale d'annunzio andava a cozzare, per sconvolgerla, con la sua folle ed eroica impresa. Il generale Robilant, presidente della Commissione d'inchiesta interalleata che aveva fissato le umilianti sanzioni dopo i Vespri fiumani, era anche comandante d'armata ad Abbazia, dove il generale Gandolfo comandava il XXIV° Corpo. Altri comandi interessati alla zona di Fiume erano quelli del XVI° ed VII° Corpo. Fiume cadeva poi indirettamente, per la linea d'armistizio, sotto la giurisdizione del gen. Badoglio, commissario militare per la Venezia Giulia, oltreché comandante dell'VIII.a Armata, con sede ad Udine. Infatti la linea d'armistizio, come poi quella del blocco, doveva chiamarsi linea Badoglio.

Sotto gli ordini del generale Robilant - dopo il richiamo del generale Grazioli - era Governatore di Fiume anche per conto degli alleati e comandante delle truppe d'occupazione italiane, il generale V. E. Pittaluga. Le truppe italiane a Fiume erano: una brigata di fanteria, o sei compagnie del IX° fanteria al comando del generale Ferrario, mi pare; uno squadrone di cavalleria e alcuni reparti speciali. Proprio il 12, cioè l'indomani, dovevan partire il VI° artigleria e le ultime truppe di bersaglieri, che invece poi vi rimasero. Dovevan anche partire i dragoni del Piemonte Reale, il cui primo squadrone ad ogni modo era stato proprio allora sostituito dal V° e, uscito poco prima che entrasse d'annunzio, non ritornò poi, almeno in blocco. Si diceva che la "Dante Alighieri" e l' "Emanuele Filiberto", avrebbero tolto l'ancora all'alba del 12.

Il piano d'azione

Il piano d'azione era dunque questo. Si era concordato che il capitano Salomone, comandante l'autoparco 15-ter, con sede a Palmanova, avrebbe fornito a tarda sera dell'11 quaranta autocarri sui quali gli uomini del 1° Battaglione granatieri sarebbero partiti da Ronchi a mezzanotte. Mezz'ora dopo, passando sulle alture a monte di Trieste, la colonna doveva raccogliere tutti i volontari triestini pronti e proseguire con questi fino alle porte di Fiume, cioè al quadrivio Castua-Mattuglie, dove si sarebbe incontrata col battaglione fiumano di Venturi, per espugnare insieme Fiume all'alba del 12 settembre; e cioè coll'aiuto della popolazione che si sarebbe sollevata nel frattempo, creando soprattutto grande confusione in modo da impressionare i comandi alleati. Ma se venivano a mancare i quaranta camions promessi dall'autoparco di Palmanova, i granatieri, anche quando avessero voluto perseverare fino all'ultimo nell'impresa, avrebbero dovuto percorrere a piedi i 120 chilometri: cosa materialmente impossibile data la presenza dei comandi. In poche ore il Governo di Nitti poteva mettere in moto tutta la macchina militare e i generali Badoglio, Robilant, Pittaluga, Gandolfo, avrebbero con estrema facilità fatto fallire tanto l'azione esterna dei granatieri, quanto quella interna dei fiumani, "ristabilendo l'ordine". Vedremo nel capitolo successivo che infatti, ad un certo momento, per il ritardo di solo poche ore, lo stesso Host-Venturi e l'intera cittadinanza fiumana ebbero l'impressione che tutto fosse perduto. Certo, durante la tragica sosta nel casolare abbandonato di Ronchi, d'annunzio ebbe lucidissima coscienza che, in quelle ore, si giocava la partita decisiva. L'ansietà e la febbre si alimentavano a vicenda. E le ore passavano! Verso mezzanotte, d'annunzio, non potendo più reggere all'orgasmo, volle alzarsi dalla branda. La febbre non toccava i 39°; ma non era nulla in confronto dello spasimo interno. Apriva e richiudeva la finestra; spiava con ansia ogni rumore. - I carri! Dio d'Italia! - ripeteva forte come in un delirio.

Verso l'una qualcuno si azzardò a telefonare all'autoparco di Palmanova; ma di qui risposero che prima di dare i carri, avevan chiesto ordini al comando di Trieste. Naturalmente non poteva giungere che un rifiuto, anzi un'inibizione perentoria. Era il disastro! Il maggiore Reina andò da d'annunzio e gli comunicò tremando: - Il capitano Salomone, comandante dell'autoparco 15-ter di Palmanova, rifiuta i camions. Dovevan esser qui per le undici. Siamo traditi! I granatieri, già appostati sulla via maestra per partire, eran fatti ritornare avviliti verso le caserme. Si moltiplicava tutt'intorno, ironico, il canto del gallo. d'annunzio, livido ma risoluto, ripeteva: - Io parto in ogni modo, io non ho tempo da perdere. Andiamo! Nella mia macchina ho posto per i miei compagni giurati! Ma la decisione disperata non avrebbe potuto avere altro valore che quello di un gesto magnifico e vano. Il capitano Sovera indusse d'annunzio ad attendere ancora. Il Comandante fu fatto passare in un'altra casa. Le ore della notte si sgranavano interminabilmente lente. I cimiteri di Ronchi sembravano giganteggiare ed assumere un tremendo significato simbolico. La bella avventura doveva dunque morire così, sepolta, come tutta quella giovinezza in fiore, nel lugubre paesaggio di una desolazione lunare. D'un tratto, un ronzio prima lontanissimo, poi man mano più vicino e distinto. Poi il ronzio si fa rumore, strepito, rombo. Sono i camions! Sono i camions di Palmanova!

"I camions o t'ammazzo!"

Che era accaduto? Un atto di violenza, il primo, salvava l'impresa dal disastro sicuro. Quattro degli ufficiali che dovevano unirsi alla colonna alle porte di Trieste - il capitano Miani, il tenente aviatore Guido Keller, il tenente Pagano e il tenente Beltrani - impazienti di agire, appena seppero che d'annunzio era, d'accordo coi granatieri, a Ronchi, si erano precipitati là in automobile e là avevan saputo della defezione dell'autoparco. Allora decisero di agire di propria iniziativa e, saliti sulla rossa Fiat di d'annunzio, volarono verso Palmanova. Qui Miani, l'eroe del Vodice, tre medaglie d'argento, affrontò il capitano Salomone, l'ufficiale che aveva promesso i carri e che ora li rifiutava: "Dove sono i camions? Dov'è la tua parola?" Salomone oppose

pretesti e ragioni, il suo timore e la sua disciplina. Gli fu spianata una rivoltella sul viso: "Ordina al parco i nostri camions o t'ammazzo!" Salomone impallidì, esitò, si decise: "Cedo alla violenza!..." E l'ordine fu dato. Il vinto restò due ore sotto la minaccia armata d'un semplice soldato, mentre venivano imbavagliate le sue sentinelle, tagliati i fili del telefono, baionettate le gomme d'ogni bicicletta reperibile, isolato il campo dai comandi regolari. Finché in colonna, precorsi dalla Fiat, i camions non strepitarono nel silenzio attonito di Ronchi. Keller, che aveva perduto il berretto e che pareva un'anima disperata, per primo, piombò con la notizia da d'annunzio, che s'era già rivestito della casacca di cuoio e che subito si trasfigurò. Anche la febbre sembrò improvvisamente svanire, come soffiata via da un gran vento marino. Il Comandante andò in automobile, con Reina ad attendere i camions ad un bivio in aperta campagna; là dove tanto avevano atteso i granatieri, coprendosi gli alamari e appiattandosi dietro le siepi.

"Eran trecento"

Un'altra ora andò perduta nei preparativi di partenza per quanto rapidi. I camions giunti non erano che una ventina, metà del previsto, un terzo del necessario. Sulle 15-ter potevano trovar posto al massimo quindici uomini con gli zaini; partirono quindi duecentoottantasei granatieri. I giornali stamparono allora ch'eran partite le quattro compagnie del II° reggimento al completo e tre compagnie mitraglieri (164.a, 856.a Fiat e 124.a St. Etienne) con tutti gli arditi della brigata, i quali ultimi, da soli, sarebbero stati duecento! In realtà partì quasi al completo soltanto la prima compagnia, quella di Grandjacquet col ten. Cianchetti; partì meno completa la seconda, quella di Frassetto, col cap. Dragoni e il ten. Adami; e partì soltanto qualche granatiere della terza, quella di Rusconi, col cap. Vinai e i ten. Brunelli e Brichetti. Si dovettero lasciare a terra per mancanza di veicoli due compagnie mitragliatrici di brigata, il reparto cannoncini del 2° granatieri e un reparto del 1° che attendeva a Nabresine, oltre che qualche reparto già pronto che aspettava lungo il percorso. Era l'alba del 12, quasi l'ora per la quale era stato fissato l'arrivo a Fiume, quando la colonna si mosse da Ronchi.

Tappe della marcia nella luce

d'annunzio non si era stancato di guardare l'Orsa Maggiore, le sette stelle della Buona Causa - che dovevan diventar lo stemma d'oro della bandiera rossa del Carnaro. Più tardi, in un discorso, fissò quel primo momento di bellezza "sotto un cielo di costellazioni fauste dove correva non so che spirito garibaldino... lo spirito di Ronchi, lo spirito balzato ebriosamente da quel mucchio di macerie e di sepolture su cui pende senza vincoli l'ombra di Guglielmo Oberdan".

Precedeva d'un po' la colonna l'automobile in cui era montato Rusconi che doveva fare da staffetta, annunciando a Fiume l'arrivo dei liberatori. La Fiat con d'annunzio, Reina e Keller, fu alla testa della colonna quasi sempre: seguivano l'automobile dei triestini e i camions dei granatieri, con il cap. Sovera e sei dei sette giurati (mancava Grandjacquet che, come vedemmo, si trovava già a Fiume). La marcia si svolge dapprima in un silenzio solenne. Per la stessa via passano ininterrottamente altri veicoli, con carrettieri dormenti o trasognati e viandanti ignari che sogguardano forse per un attimo, senza capire, la colonna silenziosa e misteriosa. A tratti, balza rombando la Fiat di d'annunzio, che spesso ritorna addietro per ristabilire i collegamenti coi camions rimasti in panne (sette dei quali, con un centinaio di granatieri, si perderanno ancora per via) e poi ritorna all'avanguardia.

Gli autoblindo passano a d'annunzio

A Castelnuovo erano appostate sette autoblindate - sette come le stelle dell'Orsa, e come i compagni giurati - al comando del ten. Moscati. d'annunzio scese e persuase i loro ufficiali: il tenente dei bersaglieri Benagli, invece di sbarrare il passo, si pose con quattro macchine in testa e con tre in coda - in formazione d'assalto - alla colonna di Ronchi. In coda si aggregarono anche alcune decine di bersaglieri dell'VIII ciclisti. In quest'ordine si giunse al trivio dell'Osteria, all'incrocio tra le strade per Fiume, Trieste e Postumia (50° km. presso Dobrova) dove fu la seconda sosta per il gran rapporto e dove, secondo d'annunzio, fu "il secondo momento di bellezza... su la prateria di Mattuglie, in un cerchio di pietre bianche, quando avevamo sostato per serrare la nostra ordinanza di battaglia e io avevo tratto in disparte i comandanti per prendere nel mio pugno i loro cuori e per comprendere lo spirito della gesta in concise parole". Più tardi, al commiato da Fiume, d'annunzio stesso diceva ai granatieri: "Ahimé, non sapremmo più ritrovare quel posto!" Nel "Venturiero senza Ventura" d'annunzio rievoca il "sentimento eroico" concepito da lui stesso "cavaliere imbelle" galoppante presso Firenze un giorno del 1898, e immagina "la lussuria ossidionale" di certi capitani "quando, allo svolto d'una via, al varco d'un monte, appariva la faccia della città promessa". Nella prefazione poi del recente suo libro commenta: "Dopo ventun anno, in un mattino di settembre, quel medesimo cavaliere, armato d'armi raccogliticce ma invincibili come la sua fede, dopo ventun anno radunava la sua gente in un prato cinto di macerie, dove giungevano l'alito e l'anelito della città da prendere, della città da liberare, della città da sollevare alla cima di tutte le insurrezioni e le aspirazioni umane, al sommo di tutta la vita libera e di tutta la vita nova. "Non in sella ma co' piedi nell'erba riarsa, col sole e col vento del Carnaro in faccia, egli rivolse ai compagni la sua "orazion picciola", forse la più bella delle sue orazioni d'assalto. "Poi solo, contro le tre vecchie potenze barcollanti nell'ingordigia e le tre vecchie bandiere sventolanti nella vanagloria, prese la città, tenne la città".

"La mia meta non la dico"!

Il semicerchio degli ufficiali riuniti a gran rapporto non era ancora sciolto, quando si vide arrivare a precipizio un automobile: ne scese il ten. col. Ferrero, aiutante maggiore del gen. Pittaluga, governatore di Fiume. Egli rimase un momento in disparte, poi chiese a un ufficiale dei granatieri: "Vi fermate qui? Dov'è d'annunzio?" Si avanzò, si presentò. d'annunzio lo salutò, ma proseguì verso il suo automobile. Reina ripeté il suo ordine: "Allora tutti in macchina!" Il col. Ferrero chiese ancora: "Che fate? Dove andate?", seguendo d'annunzio che, già salito in automobile, lo udì e rispose, voltandosi di scatto: "La mia meta non la dico a lei!" e toccò col piede il suo chauffeur Basso, che partì, lasciando l'ufficiale a bocca aperta. d'annunzio ride ancora se ricorda che costrinse il disgraziato "ad accodarsi e a mangiare la polvere". Il col. Ferrero riuscì più tardi a passare avanti alla colonna per correre a riferire a Pittaluga. Ma egli, dal punto dov'era, aveva visto la colonna in modo che, per lo svolto della strada dovette parergli quella soltanto la testa, tanto più che al rapporto aveva potuto notare riuniti circa 25 ufficiali. Egli dovette valutare le forze dannunziane in conseguenza e questo forse, in parte, spiega l'impressione di Pittaluga e la nessuna resistenza successiva di Fiume. Questo errore fu un'altra fortuna della spedizione. Poco più in là si incontra un reparto fiumano: altra sosta. "E Venturi?" Un piccolo e grasso tenente risponde: "È uscito da Fiume, si è nascosto perchè lo volevano arrestare o forse fucilare". In realtà il "capitanissimo" dopo essersi compromesso lasciando circolare i cittadini armati - che misero in allarme persino il Governatorato - e dopo avere mandato innanzi in pieno assetto le sue tre compagnie, aveva passato qualche ora con il solo Grandjacquet nella casa della quarantottesca famiglia Del Pino, vicino ai Giardini Pubblici. Ma tutto questo, per essere compreso, va inquadrato nella storia di quelle ultime ore di Fiume, che racconteremo un'altra volta.

X

PANORAMA DELLA MARCIA DI RONCHI: L'ALBA TRAGICA

Il piano di Host-Venturi - Una strana assemblea elettorale - Concentramenti sulla strada di Fiume - Il quartier generale di Gaglioni - Denunzia del comando inglese - Via vai di truppe pro e contro d'annunzio I volontari disarmati dagli arditi - Parte la "Filiberto" - "I granatieri non vengono più" - Un colpo di fulmine: "Arriva la colonna di d'annunzio" - Gli arditi e i fanti s'aggregano - "A lei non resta che farmi fucilare" - Lo sfondamento dell'ultima barriera - La comica sorpresa del Governo e dei comandi - Il trionfo di d'annunzio.

Che cosa accadeva a Fiume mentre d'annunzio era ancora a Ronchi? La cronaca fiumana dei giorni precedenti, è presto fatta. Fin da prima che i granatieri sgombrassero la città, fin dal 20 agosto, appena fu previsto l'ordine di sgombero, d'annunzio aveva scritto a Venturi, annunziando "il più rapido dei suoi voli" sull'Olocausta per il giorno della rivolta promessagli. Ma i granatieri eran partiti e nessuna vera rivolta era avvenuta, tranne che di lacrime. Il 27 agosto nasceva in Fiume il quotidiano irredentista "La vedetta d'Italia", che inaugurava una propria sirena per dare un giorno o l'altro il nuovo allarme. E intanto d'annunzio non faceva avere che un breve messaggio alle donne fiumane. Il 3 settembre, infine, erano pubblicate le conclusioni della Commissione d'Inchiesta interalleata per i Vespri di luglio. Seguirono i giorni di accordi tra d'annunzio, i granatieri e i fiumani. Gli accordi per l'azione dell'11.

L'adunata di via Ciotta

Fin dal mattino dell'11 c'era fermento in Fiume. Nel giorno erano arrivati gli ufficiali trentini Castelbarco, piffer, Suster e poi Cattoi, autore anch'egli d'un suo Diario. Si sapeva che stavano per lasciar la città altri reparti e, si diceva, la "Dante" o la "Filiberto". La popolazione riparlava di rivolta. La "Giovine Italia" aveva bandito un'adunanza per le ore 21. Quella sera perciò Pittaluga aveva fatto consegnare tutte le truppe. L'adunata nella sala della Scuola di contro al Teatro Fenice, ex sede del XIII° reparto arditi, era apparentemente relativa alle elezioni cittadine, indette dal giorno prima per il 26 settembre. La lotta era impegnata già contro Zanella. Ma la riunione fu per quasi tutti una sorpresa. Durò poco. Venturi troncò le discussioni elettorali dall'inizio, fece uscire gli intrusi, disse alle donne, le quali eran molte - gli elettori inscritti a Fiume eran 9500, tra cui 5000 donne -: "Donne, andé a casa!" Fu insolitamente serio. Non parlò di d'annunzio né d'altro, ricordò soltanto i segnali dati da tempo (la sirena, il campanone comunale) al cui allarme tutti dovevano già saper che fare, e sciolse la seduta. Erano presenti i triestini e, credo, anche ufficiali rappresentanti degli arditi, dell'XIII° e del XXII° reparto, e rappresentanti della Sesia, che in ogni modo avevano avuto contatti prima con Venturi. Grandjacquet e il ten. Cattoi furono pure testimoni di quella strana assemblea elettorale, nella quale Venturi rivelò per la prima volta una parte del suo piano: decisa la lotta con gli alleati, se non partiranno spontaneamente; armate anche le donne se sarà necessario; esse intanto dovevan vegliare la notte a preparare i soccorsi per i feriti.

È molto strano però che il diario dei volontari fiumani - già evidentemente artefatto perchè fa incontrare Venturi con d'annunzio soltanto dopo l'ordine di partenza alle truppe e soltanto per decidere dopo il loro sgombero, mentre essi s'incontrarono, in mia presenza, a metà giugno - non accenni nemmeno a quell'adunata che da Venturi fu d'un tratto convertita in gran rapporto, con ordini, che parvero precisi, a ribelli: adunata che rialza la figura del "capitanissimo". Il piano di Venturi era questo: il capitano mutilato Gaglioni avrebbe preso il comando della città fino all'arrivo di d'annunzio, cioè da mezzanotte all'alba. Il battaglione fiumano, secondo gli accordi dei giorni precedenti, avrebbe dovuto incontrare il 1° battaglione granatieri poco fuori di Fiume per espugnare insieme la città prima dell'alba. Le tre compagnie fiumane, per vie diverse, avrebbero dovuto concentrarsi a Mattuglie. Esse furono mobilitate verso l'una di notte.

Un altro tradimento!

Poco dopo scoppiava il tradimento. All'ora stessa in cui Venturi - chiusa l'adunanza - usciva con Grandjacquet da Fiume in giro d'ispezione, già al comando inglese si copiava a macchina il suo piano d'azione. Il ten. col. di Stato Maggiore Roncaglia, appena arrivato a Fiume da uno dei comandi vicini, veniva informato dal tenente inglese Stevens che dopo mezzanotte i volontari fiumani avrebbero tentato un colpo di mano e che gli alleati erano indifesi. Due compagnie di fanti erano subito mandate a proteggerli. Il maggiore dei carabinieri Ramponi confermava poi l'allarme - tutti i carabinieri erano stupiti del gran movimento di quella sera; pareva che nessuno volesse andare a letto! - ed era inviato da Pittaluga con altri militi a fermare e disarmare i volontari che intanto si riunivano nella caserma di via Parini. Gaglioni, il cui quartier generale, due volte cambiato in fretta, è adesso una piccola stanza sul corso, dai suoi minuscoli ma insuperabili informatori fiumani apprende queste notizie e che i francesi sbarcano con mitragliatrici; una pattuglia d'un ufficiale e 10 uomini è già infatti stata inviata dalla "Condorcet" al Molo Stocco, e sarà poi appostata nel sottoportico di via Firenze. Comincia l'ansia e si prolunga nell'ora stessa in cui avveniva a Ronchi il tradimento di Palmanova. Dopo l'una, 150 volontari sono usciti dalla caserma di via Parini per andarsi a disseminare dietro i muretti degli orti. Avvistati verso Castua, sono raggiunti dal maggiore Ramponi che, dopo aver invano tentato di farli ritornare, rientra alle 3,30 tutto solo. Egli non suppone che dalle due fino alle tre, al boschetto di fronte al bivio per Cantrida-Fiume, ci fosse anche radunata di ufficiali e arditi dell'VIII, venuti su tre "camions", e il comando e le mitragliatrici someggiate del XXII - i due reparti gemelli - con le carrette ed ufficiali del 1° battaglione del 202° reggimento della brigata Sesia - appena attendati anch'essi a Mattuglie di ritorno da nove mesi di occupazione di Fiume. E già dalle ore 23 la 7.a batteria del 3° gruppo da montagna, gruppo Torino Pinerolo - una delle due che il 29 agosto avevano sgombrato improvvisamente Fiume e avevano anch'esse, come tutti i reparti esuli, versato di nascosto alla Legione fiumana moschetti e bombe a mano - aveva mandato da Prems (Bisterza) quattro pezzi da 65, munizioni e uomini su "camions" non suoi; giunta sola in piccola colonna alle tre sotto Clana, punto di ritrovo designato, proseguì sola oltre gli sbarramenti - vincendo con abilità le resistenze

stupefatte degli arditi e dei carabinieri - e fu poi pronta al Campo di Marte, per proteggere eventualmente l'azione legionaria, con obbiettivi il porto di Sussak e la caserma Diaz dei francesi. Il suo comandante, cap. Carlo Argan (uno dei due capitani piemontesi fratelli) si era messo d'accordo col ten. Vregoli, comandante una batteria da 149 O. P. C., sezione del 24° gruppo obici pesanti campali, fermatasi al di là della linea d'armistizio, che avrebbe dovuto postare appunto a Clana. Il cap. Argan aveva saputo degli accordi presi da Venturi per impedire alla polizia inglese di sbarcare quel mattino del 12 a Fiume dai suoi tenenti Bilà e Bassi, forse presenti alla riunione dell'11 sera o in contatto con Venturi da prima, come già il ten. Moroni degli arditi.

"Tutto è perduto"!

Appena pochissimi iniziati, finora, e vincolati dal segreto, sapevano del promesso arrivo dei granatieri. I quali però dovrebbero già stare presso Fiume mentre stanno ancora presso Ronchi! Pittaluga, preoccupato solo della misteriosa sortita dei volontari fiumani, telefona al generale Gandolfo ad Abbazia perchè mandi un battaglione su ciascuna delle strade da Volosca, Castua e Clana. Fa poi stampare nella notte un bando che commina una specie di stato d'assedio. Gandolfo gli telefonerà più tardi: "Vedi che tutto è finito in una bolla di sapone?" Alle cinque e mezzo del mattino, infatti, la "Emanuele Filiberto" partiva più o meno tranquillamente, pare lasciando sul fondo del porto l'ancora che il suo comandante aveva giurato di non portar via. Avrebbe dovuto partire la "Dante Alighieri", ma 40 sottufficiali e 170 marinai, la "guardia franca" dell'equipaggio, si ribellarono all'ordine guastando le macchine e, appreso dal sottotenente Castoldi che si maturava qualche novità, restarono nascosti a terre tutta la notte, insieme con alcuni marinai della stessa "Emanuele Filiberto" e del caccia "Nullo".

Fermate i granatieri!

Però, alla stessa ora, giungeva ai fiumani, chissà come, un falso annunzio: l'avvenuto arrivo dei granatieri. Erano in realtà per via, ma la voce non partiva che da una fantasia della speranza o da un proposito d'eccitamento. L'immediata delusione - appena si seppe che l'arrivo non era affatto avvenuto - fu perciò più forte. Lo Stato Maggiore di Gaglioni lasciò la sede. Le donne della casa si affrettarono a spazzare per disperder le traccie del lavoro e dell'andirivieni notturno. Alle sei Venturi aveva dato già i contrordini. Ma Gaglioni mandava ancora in perlustrazione Cattoi col sottotenente Briganti, sull'auto degli idrovolanti. Quando circola la parola d'ordine improvvisa che tutto è finito, che bisogna squagliarsi, che bisogna buttar via le armi - e c'è chi va anche in barca ad affondarle in mare - il panico e la tristezza sono enormi. Le strade si fanno subito deserte. Vi ritornano altezzosi gli ufficiali serbi ed altri. Si attende in giornata, da Malta, la polizia inglese.

Le tre compagnie Nòferi, Baccich e Angheben, mobilitate verso l'una di notte, invece di concentrarsi al luogo dato, avevano preso collegamento parziale e in ritardo, fra Castua e Rubesi, verso le cinque. Anche alcuni ufficiali dei reparti arditi VIII° e XXII° e della brigata Sesia, 201 e 202 fanteria, che abbiamo visto pronti, erano là. Dopo tante ore d'ansia, arriva l'ordine di Venturi: "L'azione è rimandata, i granatieri non vengono, non fatevi vedere". Però un sottotenente dei granatieri, mi par proprio Grandjacquet, viene quasi contemporaneamente ad annunziare al comando dell'VIII° arditi di Nunziante che la popolazione di Fiume, svegliata dalla sirena, accorre in massa verso Cantrida. Bisogna agire, anche senza i granatieri! Indecisione angosciosa. Alle sei tutta la truppa veniva ritirata nel boschetto al bivio per Cantrida-Fiume, mentre Repetto e i suoi ufficiali facevan la posta. La 1.a compagnia dell'VIII° si avviava allo sbarramento di Cantrida e la 2.a e la 3.a a quello di Lenci, mentre il XXII° e il comando del III° gruppo prendevano la via del ritorno per Castua. Nunziante consiglia ai volontari di consegnargli le armi e di rientrare da Cantrida. Un suo tenente in bicicletta batte le strade per avvertirli tutti in questo senso. Son le sette. Arriva questo fonogramma del Comando della Divisione di assalto: "I granatieri, in lunga fila di autocarri, con in testa d'annunzio, passeranno sugli sbarramenti. Devono essere fermati ad ogni costo. F. to: Gen. Zoppi". Gli arditi in conseguenza si ritirano in parte sulle loro posizioni facendo ritirare anche i volontari fiumani, in borghese e in grigioverde, almeno quelli più impacciati ed avviliti, senza arrestarli, ma in parte disarmandoli. Unico, il capitano Mrach, comandante della compagnia fiumana Baccich, gettati i suoi uomini pei boschi e assorbita la compagnia Angheben disgregata, decideva intanto di ripassare la linea d'armistizio e sollevare la città.

La disgrazia di papà Anfossi

L'impresa di Ronchi ebbe parecchi episodi comici. Ecco il più ameno. In assenza del ten. col. Giacchi, allora in licenza, il comandante interinale dei granatieri di Ronchi era il ten. col. Pericoli, che però abitava a Monfalcone. Il mattino del 12 settembre l'attendente di Pericoli lo sveglia con queste parole: - Colonelo, el regimento no ghe ze più! Il generale di brigata dei due reggimenti, "papà Anfossi", seppe anche lui nello svegliarsi all'ora solita quel che era avvenuto: si precipitò subito ad inseguire la colonna già partita da tre ore. Solo alla linea d'armistizio riuscì ancora ad acciuffare qualche ultimo "camion" rimasto indietro, tra cui quello della 134.a compagnia mitragliatrici, che ricondusse a Ronchi. Non riuscì ad altro. Fu poi silurato. Figurarsi da ciò la sorpresa che fulminò tutti i comandi! Essi vennero realmente sopraffatti dagli avvenimenti, come del resto il Governo. Il segreto era stato tenuto benissimo, sia a Fiume che a Ronchi e questo fu il maggior merito di tutti, fiumani e granatieri.

...Come ad Aspromonte...?

Alle nove e mezzo Cattoi s'incontrava con la Fiat di d'annunzio. Gli consegnò una sua bandiera di volo e lo informò dell'attesa della città e del tradimento. d'annunzio si voltò di scatto verso i suoi ufficiali: - Abbiamo pronta la risposta! - Ed estrasse la rivoltella. - Compagni, siete armati? Noi passeremo ovunque. Entriamo in Fiume! Cattoi procede per avvertire gli arditi sul percorso, passa gli sbarramenti un'ora dopo e porta l'allarme in piazza Dante. Suonano le sirene e le campane. Verso le nove, presso Sapiane, dopo i suoi volontari, sbucò da un bosco sulla strada Host-Venturi. d'annunzio l'abbracciò e qualcuno giura lo salutasse così: - Nino, Nino, perchè non hai osato? - Il resto non si udì: era intorno una gran confusione di truppe. E finalmente, alle ore dieci, giungeva al colonnello Bertolini del comando interalleato questo fonogramma del colonnello Dina del 1° granatieri, da Ronchi: "Il maggiore Reina ha caricato su autocarri il 1° battaglione per marciare su Fiume". Pittaluga manda in ricognizione i suoi dragoni per Castua e San Mattia verso Castelnuovo, mentre Gandolfo manda in senso inverso i propri fanti. Un maggiore dei carabinieri (Ramponi?) correndo da Fiume incontro alla colonna, dice: "Fermatevi per amor del cielo! Avete di fronte la truppa che ha ordine di sparare". Infatti di là la truppa apparve con mitragliatrici. Il maggiore fece però appena in tempo a scansarsi dai camions, che procedettero. Sul bordo della strada oltre Mattuglie erano sei grossi cannoni da 149. Sette autoblindo sbarravano l'entrata. Ma i legionari passarono da Lenci. Lo squadrone del Piemonte Reale sbarrò in realtà il passo a d'annunzio, lancie in resta. Reina scese dalla Fiat: "Ma come? i dragoni vorrebbero infilzare un vecchio dragone?" e abbracciò il comandante lo squadrone. Più tardi i cavalieri rivoltarono le briglie verso Fiume. Arriva in una bella "limousine" anche il general Gandolfo, comandante il corpo d'armata 24° d'Abbazia, excapo dell'VIII° reparto sul Piave, e dice a Nunziante che gli ordini devono essere eseguiti senza sparger sangue come ad Aspromonte. Qualche fiumano piange. Altri sotterrano i fucili e si sbandano. È la débacle definitiva? No. È l'ultima crisi.

L'incontro coi fiumani e gli arditi

Gli arditi del XXII° reparto, che avevano ordini di opporsi alla marcia, appena videro avanzare la colonna le si unirono precipitosamente ed in disordine da ogni direzione: il colonnello Repetto, corso a cavallo d'un bel

baio dietro a loro proprio al bivio di Castua, vista la scena, ebbe la presenza di spirito di gridare: "Avanti arditi, l'Italia ha ancora bisogno di voi!", poi discendere, abbracciar d'annunzio sceso anch'esso e ripetergli con enfasi: "Gli arditi d'Italia dalle Alpi al mare sono per Fiume con d'annunzio!" Il comandante lo prese subito sulla sua Fiat, dov'erano già Reina e Keller. Il Reggimento 201 della brigata Sesia, al comando del colonnello Benti, tenne invece rigidamente gli sbarramenti di Preluca e impedì la diserzione della II.a compagnia del 202°, ma la prima compagnia, sbandata, seguita dal reparto arditi reggimentali del tenente Moroni, entrò in Fiume dopo mezzogiorno condotta dal capitano Calosci e, poco più tardi, fu raggiunta dallo stesso maggiore Rigoli, comandante del 202°, che non aveva voluto unirsi subito ai legionari al passaggio di d'annunzio rimasto perciò un po' deluso. Poco dopo il maggiore Nunziante si unì alla colonna con la 3.a compagnia e coi mitraglieri del reparto gemello del XXII°, l'VIII arditi, senz'altro, buttando la sigaretta. Il general Gandolfo, incontrandolo, gli dice stupito ed addolorato: "Come, anche lei? Se cominciano loro, addio!" Da allora i canti di guerra e d'amore non finirono più. Son circa le dieci quando giunge presso Mattuglie la prima autoblindo col tricolore fiumano, coperta di verdi ramaglie impolverate, con a bordo il tenente dei bersaglieri Ranci; seguono le altre macchine, la Fiat, poi i granatieri con grappoli di arditi appesi ai camions, infine due autocarri destinati al servizio di polizia, che sono passati a d'annunzio. Ed ecco la via della marcia diventata come un torrente, con tanti affluenti dal versante del Carso: la sua ondosa massa umana si precipitava sopra Fiume da Trieste, per tutta la zona d'armistizio. Anzi, vi ritornava. Perchè eran quasi tutti vecchi ospiti, esuli da Fiume come da una loro patria, innamorati della città e... delle sue donne. Lungo la colonna andavano e venivano anche altre macchine, tra cui due autocarri mandati su e giù a corsa pazza a caricar pezzo a pezzo la compagnia del capitano Simeone; l'auto con Sovera e Rusconi; quella col capitano Cocco dei granatieri; e la vetturetta del tenente di marina Briganti con l'aviatore Cattoi, che fa opera preziosa di collegamento. Passano in senso inverso alla colonna il carreggio del Piemonte Reale cavalleria, entrato a Fiume primissimo coi granatieri il 17 novembre 1918 e che proprio quella mattina lasciava Fiume. E passano e ripassano veicoli di spettatori ignari e indifferenti, subito sommersi in una nuvola di polvere. Ora la colonna procede più lenta in quest'ordine: la terza compagnia e i mitraglieri dell'VIII°, poi elementi del XXII° e il personale del gruppo con gli ufficiali che hanno seguito il colonnello Repetto; quindi la Fiat rossa, gli autoblindo seguiti dalla fila degli autocarri sovraccarichi di granatieri e di arditi. Dietro, tutti i gruppi ritardatari.

Gli arditi contro Pittaluga

Ma poco prima di Lenci - saranno forse le undici - la compagnia dell'VIII° che ha distanziato il grosso, incontra il generale Pittaluga col suo Stato Maggiore: "Tenente, dove va quella compagnia?" Il sottotenente Narbona risponde: "A Fiume, signor generale". - "D'ordine di chi?" E fa cenno al colonnello dei carabinieri che è con lui: "Mi disarmi quella compagnia!" Ma il tenente grida: "Crociatet!" Gli arditi non esitano. Il generale cambia tono: "Figlioli, che volete andare a fare a Fiume dove ci siamo noi? Ascoltate me che son vecchio: ho esperienza, ho tanti anni di servizio e parecchie medaglie. Non ascoltate quel ragazzo!" Ma i ranghi restano serrati. Altro incontro: un capitano dei carabinieri che dice: "Colonnello d'annunzio, ho avuto ordine di arrestarla". d'annunzio si volta sorridendo: "Non si vergogna di pronunciare tali ordini?" - "Immagini lei se posso farlo. Ma lei mi aiuti e sono con voi". d'annunzio senza rispondergli rise e quello scomparve. Poi l'aiutante di campo del generale Pittaluga, che rinnovò il tentativo ben tre volte, ripetendo: "A nome di S. E., ordino di fermare la colonna". d'annunzio gli rispose una volta "Io non mi fermo". Un'altra: "Avanti sempre!" Poi scrollò le spalle. Infine ecco il maggior generale Ferrero, comandante della zona di Trieste, a Zamet, uno dei tre sbarramenti con Cantrida e Stefani; prima che la colonna scendesse in pianura. Egli intimò di fermarsi. La barra era alzata, chiudeva la via. Ranci scese dalla prima autoblindata ed andò a informare d'annunzio. Anche il generale Pittaluga si trovava allo sbarramento di Lenci in quel momento in cui s'era arrestata la colonna. Aveva mandato ad avvertire d'annunzio che voleva parlargli il comandante di Fiume e d'annunzio aveva risposto: - Non riconosco nessun comandante di Fiume. Il generale Pittaluga rimandò allora l'ufficiale con una più cortese richiesta: - Colonnello d'annunzio, S. E. la prega di andare da lui per un piccolo colloquio. d'annunzio rispose: - Dica al generale che io l'aspetto qui. La colonna era ferma di nuovo. Il generale si avvicinò.

Pittaluga cede a d'annunzio

Qui, come altrove, le versioni note del dialogo sono parecchie. La più cara alla leggenda è questa. Scambiati i saluti con d'annunzio affiancato da Repetto e da Reina, il generale Pittaluga, seguito da due altri ufficiali, esclamò concitato: - Così si rovina l'Italia! Quel che lei fa non è italiano... Senza lasciarlo finire, d'annunzio replicò secco:

- Lei, rovinerà l'Italia, se si opporrà che i suoi giusti confini si compiano, e si farà complice di una politica infame. - Ma non è ammissibile, comandante d'annunzio, un'azione contro gli Alleati. - Tutto è ammissibile per salvare la patria tradita. Io non accetterò mai di fermarmi. - Ma che intenzioni ha? - Non spareremo nemmeno un colpo - ho dato quest'ordine - giacché avremo il passo libero... - Io devo eseguire ordini precisi, devo impedire che si compia un atto che avrà conseguenze incalcolabili, che comprometterà irreparabilmente il nostro Paese. - Io, non ho tempo da perdere. Ho capito. Ella, generale, farebbe anche sparare sui miei soldati, fratelli dei suoi... Ebbene, alei non resta che farmi fucilare: prima che su loro, faccia tirare su di me. E d'annunzio mostrò il petto col distintivo dei mutilati e il nastrino azzurro stellato. Per due volte si picchiò il petto, nervosamente: - Nessun bersaglio è migliore di questo. Sì, qui faccia mirare. Io sono pronto a morire. Una grande commozione assalì tutti intorno, A questo punto lo stesso Pittaluga confessò poi di essersi arreso. - Non sarò io, figlio e nipote di garibaldini, che farò spargere sangue italiano! Sono fiero di questo incontro con il grande Poeta. Ma vorrei che il buon combattente obbedisse... - No, andrò a Fiume a qualunque costo. Compagni, avanti! Mentre Pittaluga voleva ancora discutere, la colonna si mosse. L'autoblindata di Ranci - come vedremo - aveva rotti gli indugi. Pittaluga investì Reina che non seppe rispondergli; poi, saltando sulla macchina in moto, raggiunse di nuovo d'annunzio. - Le chiedo almeno di rallentare e darmi qualche minuto di vantaggio - pregò - perchè io possa raggiunger le mie truppe prima che facciano fuoco ed evitare conflitti. - Badi bene, al primo colpo dei suoi soldati la mia colonna risponderebbe senza pietà. - Stia tranquillo, Comandante. Non accadrà nulla. E Pittaluga, sull'attenti, strinse la mano a d'annunzio: - Le auguro che il suo sogno sia compiuto e con lei grido: "Viva Fiume italiana!" d'annunzio, in piedi sull'automobile, gridò alla sua volta: - Compagni, liberatori di Fiume, salutate S. E. il generale Pittaluga! Un trombettiere di Repetto, vicino a d'annunzio, ebbe l'ordine di salutare il generale cogli squilli e tutti presentarono le armi.

È questa una versione postuma. Ma chi ricorda esattamente le parole? E, così, chi ricorda esattamente le ore? Forse soltanto chi, non essendoci stato, può ricostruire le une e le altre tirando una media risolutiva tra i contraddittorii riferimenti altrui, di chi c'è stato. In realtà il colloquio fu assai più breve e assai più drammatico alla presenza delle truppe immobili e silenziose: Pittaluga - Ho ordine di arrestare la sua marcia. d'annunzio - Non accetto ordini. Pittaluga - Ho ordini anche di sparare. d'annunzio - Allora ha due mire: la medaglia d'oro e la placca di mutilato (indicandole col gesto). Pittaluga - (commovendosi subito) - No, lei deve vivere per la grandezza d'Italia! Ecco un esmpio di come si ripulisce, vagliandola tra leggenda e cronaca, la storia; che, in fondo, non meno che di atti, è fatta anch'essa di parole.

La barra spezzata di Zamet

Intanto il tenente Ranci, risalito sulla mia prima autoblindata - poi battezzata la Gorgona - per ordine del Comandante, riaprì la marcia al grido "Me ne frego! - spaccando materialmente la barriera. Tutta la squadriglia e poi la Fiat e gli altri carri, lo seguirono. "Fu il terzo momento di bellezza: il più alto - proclamerà il Poeta. - Fu la sfida della pura forza lirica al mondo pazzo e vile. Queste sette macchine forbite erano le sole che mi precedessero, forme armate e sonore del mio proposito muto... Quando spezzammo la barra con le due branche dei tagliafili, non pensavamo che Fiume potesse mai divenire una comoda e stupida Prefettura... La salutammo Città di Vita. La volemmo Città di Vita. "Riudiamo dentro di noi lo schianto della barra all'urto risoluto - rievocherà il Comandante. - E a noi vale più di qualunque musica... Quattro potenze avevano concorso a squadrare quella barra per arrestar la marcia di un migliaio di folli italiani: Italia, Francia. Inghilterra, America! "È vietato l'ingresso alle persone non addette all'Intesa". C'era là, inscritto, il solito divieto degli appaltatori. Gli fu opposto il motto popolesco che rimane trapunto per sempre nel vostro gagliardetto blu, compagni". (È il gagliardetto "insolente" degli autoblindo col motto "Me ne frego", adottato poi dai fascisti). "La barra si spezzò come un sermento; volò in scheggie e in faville. Passò la prima macchina, rombando, con le mitragliatrici puntate. Passò la seconda. Tutta la gloriosa squadriglia del tenente Benagli passò, accelerando il suo ritmo d'acciaio: avanguardia temeraria. Sentivamo che la temerità aveva già preso Fiume aspettante..."

"Sono più di diecimila!"

Fu allora che Pittaluga corse avanti, dando ordini di lasciar passare la colonna e, giunto in città, arringò dal proprio automobile la folla già accorsa ai Giardini, associandosi coi suoi voti, salutando d'annunzio "il Liberatore" e aggiungendo: - Cittadini, ormai la vostra volontà si compie e nulla più può ostacolarla". Poi, agli ufficiali del Comando, allargando le braccia, turbato, diceva: "Mi hanno preso la mano. Erano d'accordo tutti! Non ci posso far nulla. Sono più di diecimila". Erano le informazioni del colonnello Ferrero? Era l'emozione del momento? Ma dopo lo sfondamento, i granatieri e gli arditi erano discesi dagli autocarri, disputandosi anche il primo posto per l'entrata in Fiume. Si erano poi disposti su due file; i granatieri a sinistra e gli arditi a destra. Così trafelati e impolverati, urlanti ed esultanti, toccarono le prima case di Fiume. Saranno stati certo un migliaio. Però le macchine che presero Fiume al passaggio degli sbarramenti portavano a bordo forse un 150 uomini. Non si dimentichi che i granatieri stessi partiti da Ronchi erano meno di 300 e che un centinaio eran rimasti per via. Ciò non impedì al generale di Robilant, il presidente italiano della Commissione interalleata d'inchiesta, di telegrafare a Nitti - che lo ripeté alla Camera - essere almeno 2600 gli uomini entrati a Fiume e su 40 autocarri gli uomini in marcia da Ronchi. Questo errore degli alti comandi non fu l'ultimo. Va con esso il più marchiano dell'Autorità politica. Alle 14 del 13 settembre, Pittaluga lasciava Fiume per andare a presentarsi a Robilant. Qualche minuto dopo la sua partenza, arrivava - con ritardo d'un giorno - un telegramma di Nitti: "d'annunzio marcia su Fiume con granatieri e arditi. Faccia il suo dovere". Il telegramma fu decifrato da un ufficiale del Comando ormai già dannunziano... All'arrivo della colonna, presso i Giardini, tutta Fiume venne incontro a d'annunzio, che ora marciava avanti a tutti, a bordo del primo carro. Il viale battezzato già 17 Novembre dal giorno della prima entrata, portava ancora le scritte dell'esodo d'agosto: "Granatieri di Sardegna, non ci abbandonate! Granatieri del Cengio, ricordatevi di noi!" Alle 11,40 del 12 d'annunzio entrava in Fiume. In piedi sulla sua vettura, stringeva al petto la bandiera. Fiori giuncavano le vie. Fiori piovevano dalle case. "Poi fu il clamore di tutto un popolo ebro. Poi fu, per tutta la terra di San Vito, il vasto odore del lauro trionfale e della maschia libertà".

SUPPLEMENTO

-A-

DOCUMENTI

Preistoria della Marcia su Roma

"L'INFORMATORE DELLA STAMPA", l'Agenzia politica diretta da A, De Tuddo, pubblicava a Roma il 10 giugno 1919 a mezzogiorno (anno III, N. 187, Fog. 2): "Il senso di viva attesa che si nota negli ambienti politici per la riapertura del Parlamento, è tanto più giustificato quanto maggiore è il desiderio di conoscere dalla viva voce dell'on. Orlando lo stato reale della nostra situazione diplomatica e i propositi del Governo sulla politica interna ed economica. E il bisogno di questo contatto fra il Capo del Governo e le forze politiche responsabili del Paese è pienamente legittimato da alcune oscure manovre insurrezionali, che, al di sopra e al di fuori di tutti i poteri costituiti, vanno preparando pochi ma violenti, spregiudicati ed esaltati irresponsabili, nella vaga speranza di far confluire le sane energie della Nazione allo sbocco disastroso della guerra civile.

Per un governo di combattenti

"Accennammo tempo fa a due distinti tentativi di crisi extraparlamentari finiti miseramente nella generale deplorazione di quanti hanno ancora in onore ed integro il senso delle responsabilità: esponiamo oggi quanto si va tramando ai danni del Paese attraverso una oscura congiura che, se non fosse vera e reale e non si andasse svolgendo nella stessa cerchia delle mura romane, sembrerebbe il parto di una esaltata fantasia. Si sa che è vivissimo ed occulto desiderio (cui nell'attesa risponde una palese irrequietezza di atteggiamento) dei gruppi nazionalisti, in unione con i fasci di combattimento creati da Mussolini, con l'U. N. U. S. e con l'Associazione degli Arditi, di sostituire al governo dell'on. Orlando - esponente di una situazione parlamentare e perciò costituzionale - un governo di così detti combattenti, che in linguaggio pratico vuol significare governo militare. L'organizzatore se non proprio l'ideatore di questo progetto, sarebbe un Generale i cui lauri del Grappa han fatto dimenticare il famoso discorso del 24 Ottobre 1917, quando egli declamava "essere il suolo della Patria sacro ed inviolabile", nello stesso momento in cui il nostro fronte franava dinanzi alla invasione nemica. L'attuazione di questo progetto, accuratamente studiato in tutti i suoi particolari, avverrebbe d'accordo con numerosi ufficiali e soldati ancora mobilitati e con l'assenso già ottenuto di un altissimo Personaggio, comandante di una gloriosa armata, e consisterebbe nella presa violenta di possesso dei poteri dello Stato. La prova generale dell'applicazione pratica del piano, secondo i suoi preordinatori, sarebbe fatta in occasione del ritorno dell'on. Orlando e degli altri delegati, cui si farebbe una dimostrazione ostilissima, che non risparmierebbe nemmeno l'on. Sonnino, ritenuto anch'egli, con l'on. Orlando, responsabile del fallimento delle trattative diplomatiche in seno alla Conferenza della Pace. "Dopo tale prova generale, per la cui completa riuscita s'intensifica in questi giorni l'attività dei capi del movimento, si passerebbe, secondo i piani prestabiliti in parecchi conciliaboli tenutisi a Roma e a Milano,

ad un vero e proprio assalto violento del Parlamento e di Palazzo Braschi, per sostituirsi ai poteri costituiti, dichiarando immediatamente decaduto il mandato politico dei deputati in carica e ordinando l'arresto in massa dei pretesi responsabili del disastro del Paese (?) e specialmente dei giolittiani ed affini e dei socialisti ufficiali. Contemporaneamente si ordinerebbe lo scioglimento di tutte le organizzazioni operaie socialiste, e si indirebbero le elezioni generali politiche, e quelle per la Cosituente, qualora la Corona si opponesse alla realizzazione del fantastico programma. A questo movimento interno, corrisponderebbe poi una ripresa bellica sulla nostra frontiera orientale.

"L'ardito programma dannunziano"

"Questa dunque nelle sue linee generali ed essenziali, sarebbe la congiura dei... pretoriani, e questa sarebbe la 15.a Battaglia e conseguente 15.a vittoria, cui si compiaceva alludere d'annunzio nel momento in cui abbandonava la Capitale, ov'è atteso in questi giorni. Il Poeta sarebbe infatti il Tirteo di questa impresa e a tal proposito egli ebbe diversi colloqui col nominato generale quando questi fu a Roma durante il soggiorno del Poeta. In quegli stessi giorni a Roma, in un palazzo sito nel centro, e propriamente in un vicolo che prende il nome da un principe romano, si tennero numerose adunanze segrete cui il Vate, che vi assasté solo in ispirito, fece però esporre ed approvare le sue idee a mezzo di speciali ambasciatori, tra i quali il più attivo era un giovane deputato di Roma. A tali riunioni parteciparono fra gli altri il direttore ed un articolista di un quotidiano romano della sera che segue quelle direttive, un ex-redattore dello stesso giornale ed ora corrispondente di un giornale di provincia, un noto ex-colonnello aspirante deputato per le sue benemerenze in fatto di plichi..., alcuni giovani consiglieri comunali di Roma, ed un capitano degli arditi. "A Milano poi analoghe e simultanee riunioni si tennero nella sede di un noto quotidiano perennemente interventista e alla quali non di rado vi partecipò il Generale ideatore della congiura, che dovrebbe essere elevato agli onori della dittatura. "Il piano organico e completo della grande impresa fu concretato il giorno precedente alla partenza del Poeta da Roma, in pieno accordo col Poeta stesso, col direttore del giornale romano, con quello del giornale milanese e col giovane deputato di Roma, il quale conta di avere consenzienti anche molti di coloro che appartengono al Fascio Parlamentare di Difesa Nazionale, e si assicura che la riunione che questo superstite gruppo ha tenuto ieri al Senato, deve mettersi anche in rapporto col movimento suesposto. "I due programmi quindi, il massimo ed il minimo, hanno avuto il crisma dell'approvazione di tutti i fascisti politici e militari del regno. Autori materiali del vasto e complesso movimento dovrebbero essere i componenti dei fasci di combattimento, costituiti da circa 800.000 iscritti, e che hanno a disposizione un primo fondo di circa 12 milioni, versati da noti e conosciuti industriali milanesi, liguri e piemontesi. "Queste notizie conosciute molto vagamente in qualche ristretto circolo politico, hanno giustamente suscitata una impressione di sdegno e di profondo disgusto. Se si può comprendere e in parte spiegare l'atteggiamento di uomini esaltati o spregiudicati, non si comprende né si spiega la condotta di uomini che fino a ieri hanno servito lealmente la Patria in armi, e oggi prestano il loro ausilio per tramare ai suoi danni congiure che, con la pretesa di voler salvare la Nazione da inesistenti malanni, provocherebbe inevitabilmente una violenta reazione della parte sana del Paese, mentre renderebbe sempre più grave il presente disagio economico, e ci porterebbe verso quel bolscevismo che i dirigenti di questo colpo di Stato affermano invece di voler evitare. Noi crediamo che, quali che siano le responsabilità politiche degli on.

Orlando e Sonnino, e di tutto il Governo, di fronte alla situazione internazionale ed interna, responsabilità che soltanto il Parlamento, e non le folle, dovrà a suo tempo vagliare in tutti i suoi complessi elementi, non v'ha chi onestamente non veda tutta la necessità d'impedire con qualunque mezzo che l'ardito programma dannunziano possa sia pure in parte realizzarsi.

Risposte al primo allarme

"Il governo che ci rappresenta - non gli uomini - è il governo che ci hanno dato i nostri liberi reggimenti di nazione civile, e non occorre davvero rimettere in onore sistemi sorpassati per pretendere di voler salvare la Patria. "Vigili dunque il governo perchè alle azioni teoriche dei congiurati non seguano le azioni pratiche; questo esige il supremo interesse del Paese che, se ha fatto la guerra sopportando per quattro lunghi anni i più duri sacrifici, non l'ha fatto certo per consegnarsi schiavo di una ristretta cerchia di ambiziosi irresponsabili, che ammantano il proprio tornaconto e quello delle loro clientele, col superiore interesse della Nazione vittoriosa! "E se qualcuno fosse agitato dal dubbio che quanto abbiamo esposto non risponda al vero, ne cerchi la prova irrefragabile in quanto reca oggi il giornale milanese esponente di tale movimento". Due giorni dopo, il 12 giugno, il Bollettino delle ore 18 della stessa Agenzia recav: "Le nostre informazioni sulla "Congiura" - della quale tutti dicono ora di avere avuto sentore da vario tempo - hanno determinato in ogni campo le più vivaci e strane polemiche. Le stesse smentite opposte dagli indiziati riaffermano sostanzialmente che qualche cosa si andava preparando - e forse si prepara ancora - per vincere la 15.a Battaglia. - ... Riteniamo non privo di un certo interesse, ai fini della prova del nostro asserto, di riprodurre quanto in proposito scrivono il "Popolo d'Italia" e il "Resto del Carlino". Dice il primo che "Noi siamo lealisti soltanto nei confronti dell'Italia e della Patria, la quale è per noi al di sopra di un governo, sia anche presieduto dall'on. Prof. Avv. Orlando, e di una dinastia, sia pure rappresentata da Vittorio Emanuele III di Savoia", - indi aggiunge: "Questi uomini sono esauriti. Devono andarsene. Basta di vecchie cariatidi che ingombrano la strada sulla quale devono marciare le forze nuove. Basta con i politicanti del Parlamento e dei Ministeri. Costoro vogliono gettare la Nazione nel baratro russo, attraverso un esperimento neogoilittiano, ma noi lo impediremo con qualunque mezzo. Anche questa settimana di grave crisi sociale economica passerà, ma si avvicina fatalmente il giorno della vera crisi nazionale quella politica, nella quale si assommeranno tutte le altre e allora i responsabili alti e bassi, i Pangloss di grosso e medio calibro dovranno pagare e pagheranno". Lo stesso Mussolini, rispondendo alla nostra pubblicazione, dice fra l'altro: "Il popolo non si presterà al giuoco indegno, e ciò che deve accadere, accadrà". Scrive poi il Bellonci, domandandosi se fosse tutto falso il nostro racconto: "Il programma dei fasci di combattimento non è ancora ben chiaro nella lettera, ma è chiarissimo nello spirito: combattere l'ultima battaglia all'interno, spazzare via i gruppi politici parassitari e dare al popolo, che ha vinto l'Austria, il modo di manifestare la propria volontà, quale essa sia, di scegliersi il proprio governo, quale esso debba essere". Rileva inoltre lo stesso Bellonci la "grande e forse decisiva importanza del fascismo che, fra le altre cose, è il solo che possa, in caso di bisogno, servirsi di armi". Così si discuteva pubblicamente in Italia, censura permettendo, tre anni prima della Marcia - che avvenne poi senza d'annunzio - su Roma.

-B-

LA SPEDIZIONE A ZARA (Dal "Piccolo". - Editoriale).

Al suo recente arrivo in Brasile, sullo stesso treno che lo portava dall'approdo di Rio de Janeiro alla residenza di S. Paolo, l'on. Serafino Mazzolini, incontrando l'autore di queste note, riconosceva in lui per primo un antico compagno di fede e di azione fiumana e dalmatica, chiamandolo per nome e salutandolo affettuosamente col "tu" di una volta. L'avevamo infatti conosciuto quando non era ancora console né deputato né capo fascista ma semplicemente giornalista e fiduciario dannunziano anche lui, sulla Piazza dei Signori di Zara, prorpio quel 14 novembre del 1919 in cui Gabriele d'annunzio compì con mille nuovi legionari la sua seconda spedizione: da Fiume in Dalmazia. Pochi sanno di quell'episodio ormai lontano ma indimenticabile per tutti coloro che vi presero parte.

Passione di Dalmazia

Gabriele D'Annunzio era appena sbarcato a Zara la Santa. Una flotta irregolare, composta del "Nullo", cacciatorpediniere del governo italiano passato al "nemico", del "66 P. N.", torpediniera del governo italiano passata al "nemico", del "Mas 22", della nave "Cortellazzo", giunta da Venezia con a bordo "disertori", come il capo del governo italiano aveva chiamato anche i legionari di Ronchi, era entrata a forza nel porto che invano aveva tentato di vietarle l' "Impavido", la torpediniera di Millo, governatore della Dalmazia per conto del governo di Roma. E il Comandante di Fiume, sbarcando, aveva conquistato anche Millo, l'eroe dei Dardanelli, che poi doveva tradirlo. Serafino Mazzolini ci rievocò le accoglienze che d'annunzio ebbe in Zara, accoglienze così commossamente entusiastiche quali raramente si verificarono in tutta la storia del mondo. Donne, bambini, vecchi, si inginocchiavano piangendo al suo passaggio. Si inginocchiavano piangendo e singhiozzando anche uomini provati a tutte le battaglie, che da anni ed anni avevano aspettato un garibaldi e che in d'annunzio vedevano il nuovo Dio della Patria, mentre tutte le campane di tutte le chiese venete sparse sulla costa dell'Adriatico, e quelle di Zara, la antica capitale veneta della veneta Dalmazia prima di tutte, sonavano a stormo, religiosamente.

In Santa Anastasia, la cattedrale, gli arditi alzavano i pugnali per saluto durante l'Offertorio. L'organo intonava la Marcia Reale, come simbolo patriottico. È proprio allora che uno di noi, inviato speciale della "Gazzetta del Popolo" ma soprattutto inviato, anzi ambasciatore segreto di d'annunzio, era stato presentato a Serafino Mazzolini - inviato speciale anch'esso dell' "Ordine" di Ancona, che a Zara mandava come supplemento il "Corriere Adriatico" - da un austriaco entusiasta dell'Italia, dal barone Schoenfeld, un libraio che aveva avuto l'ardore e l'ardire di equipaggiare una nave e di condurla in incognito da Zara a Fiume, poco prima, soltanto per conoscere d'annunzio e per indurlo alla nuova impresa. Un particolare simbolico tra i tanti: quando il Comandante di Fiume, trascinato con amore prorompente da una folla ebra, da cui noi dovevamo salvarlo con cordoni improvvisati, quando d'annunzio visitò il Museo di Zara, si fermò davanti ad una coppa di marmo sulla quale era scritto in greco: "Afferra la Vittoria". E questo motto il Poeta scrisse di suo pugno sull'album del Museo, prima di lasciarlo e di lasciare Zara, la Santa, conquistata.

Diplomatici e rivoluzionari

Era il tempo in cui essere "consoli" di d'annunzio significava qualche cosa di eroico più che di diplomatico. Era il tempo in cui si faceva i congiurati con ogni sacrificio, ma con un entusiasmo da ventenni e da apostoli. Ci dispiace di dover parlare di noi, ma la nostra persona può essere anche rappresentativa di quel che erano allora tutti gli italiani più vigili. Di quel che era anche Serafino Mazzolini, il fiduciario del nostro grande movimento in Ancona, dove non esisteva un delegato fiumano vero e proprio all'infuori di lui. Fiduciario di d'annunzio: quale titolo odierno può essere superiore a quello di allora? Si cospirava italianamente contro la Roma di Nitti e di Giolitti, si organizzavano e si armavano volontari, si raccoglievano e si spedivano fondi, si requisivano aeroplani, hangars, cannoni, munizioni, verghe d'oro, casse di reggimento, piroscafi mercantili e navi della marina da guerra, si faceva opera di contrabbando e di pirateria, si assaltavano treni in corsa e trasporti in pieno Adriatico, si portavano bottino e armati a Fiume, partendo da tutti i porti e da tutte le città dell'interno, da Torino come da Ancona. Qualcuno di noi è fiero di aver fatto evadere, tra l'altro, dalle carceri torinesi di Via Ormea alcuni nostri "uscocchi", condannati dalle autorità dell'esercito alla Fortezza di Fenestrelle, avviandoli appunto ad Ancona, donde poi, per Zara, potettero ritornare a Fiume. Che scene rocambolesche, che avventure romantiche, che eroismi leggendari! Non per nulla, un bel giorno, il governo italiano fece arrestare quel qualcuno come "dannunziano pericoloso" e lo trattenne un mese in carcere, intensificandone stolidamente la propaganda col dargli il diritto - che ancora ha e di cui si vanta - il diritto a sedici anni di galera per crimine di alto tradimento "contro la compagine dello Stato e contro la Patria".

Sì, contro quello Stato e contro quella Patria! Non sappiamo, e non gli abbiamo chiesto, se Serafino Mazzolini sia mai stato arrestato e condannato. Sappiamo ch'egli, allora giovanissimo, era considerato uno dei nazionalisti più equilibrati, uno dei giornalisti più responsabili. Ma un uomo di larghe vedute soprattutto, non suscettibile di basse influenze, conoscitore d'uomini e preparato a un'alta carica. Oggi la sorte gli ha dato l'occasione di rivelare le sue doti più che mai, più che altrove, in questo Brasile che è un mondo in divenire, in questa colonia italiana che è ancora, pressapoco, tutta da fare o da rifare. Con tutto il cuore di antichi commilitoni, di italiani d'avanguardia come lui, venuti qui prima di lui con l'occhio fisso al passato e all'avvenire, qui dove il mondo è nuovo, dove la Patria può esser nuova, dove l'individuo deve rinnovarsi o deve morire, secondo la parola del nostro maestro e del nostro Comandante, gli abbiamo dunque porto il nostro benvenuto. L'on. Mazzolini volle darci subito il particolarissimo piacere di ricordare l'episodio dalmatico: piacere che è anche un augurio, perchè noi crediamo che la questione della Dalmazia, anche e soprattutto se ora Zara è italiana come Fiume, sia tuttora tutt'altro che risolta. È bene dunque che i suoi precursori viaggino il mondo e non cessino d'esserne i fantori, come dall'Italia stessa, così dai centri d'italianità più lontana ma più ardente, quale è questo nostro centro d'America.

-C-

IL NATALE DI SANGUE

Ogni fine d'anno, Gabriele D'Annunzio, nel suo eremo di Gardone, celebra una data funebre e augusta, dolorosa e gloriosa: quella che troncò la sua gesta. Le Cinque Giornate di Fiume, meglio note sotto il nome riassuntivo di Natale di Sangue, dato loro dal Comandante, in realtà furono più o meno di cinque: culminarono nella festa cristiana, scelta per l'attacco dal governo di Giolitti anche perché in quella data sacra non uscivano giornali e non c'era pericolo di rivolte nazionali in difesa del fuoruscito del Carnaro, ma compresero otto giorni, in quanto le ostilità fra le truppe dannunziane e le truppe regie al comando del generale Caviglia durarono dalla sera del 24 dicembre fino al mattino del 31, data ufficiale della resa. Resa della città, non dell'esercito, resa che D'Annunzio accettò soltanto per risparmiare la popolazione dal cannoneggiamento minacciato ed iniziato da Caviglia e soltanto dopo aver fatto rinunzia solenne nelle mani del Podestà, il 29 dicembre 1920, dei supremi poteri conferitigli il 12 settembre dell'anno precedente.

Chi fu a Fiume in quei giorni come legionario, e ci fummo in alcune migliaia, non dimenticherà mai l'ansia d'amore disperato e, perché non dirlo?, d'odio, che accompagnò lo svolgersi della grande tragedia. Tragedia della patria, tragedia dell'umanità. Quando si potrà scrivere senza preoccupazioni contingenti la storia di questi ultimi anni, la storia non soltanto dell'Italia ma dell'Europa, ciò che vuol dire del mondo, bisognerà dare un posto di prim'ordine, per molte ragioni, alcune buone ed alcune cattive, a quella che fu chiamata giustamente la Passione di Fiume. E bisognerà citare largamente dai proclami dell'epoca di Gabriele D'Annunzio che, come Comandante e come Poeta, fu spesso un divinatore e un precursore, oltre ogni stessa previsione dei suoi entusiastici fedeli. Udite, o tutti miei connazionali non degeneri, udite a distanza di tanti anni, quel che allora non vi fu permesso di udire: "Per quindici mesi i cittadini e i legionari soffrirono e lottarono a gara... L'Italia preparò a Rapallo la morte nazionale della città italiana. Coperse con una maschera di libertà il più certo servaggio. Tuttavia... è indubitabile che Fiume ha dato alla Patria nemica il confine giulio. "Per quindici mesi il governo di Roma ci aveva combattuto con la fame. Deliberò infine di ridurci all'obbedienza con le armi. "I prepotenti ci aggredirono all'improvviso. "Per cinque giorni le truppe regie furono respinte. E questi cinque giorni vittoriosi sono tra i più alti della storia umana. Saranno conosciuti e saranno glorificati. "Io non posso imporre alla città eroica la rovina e la morte totale... Lascio il popolo di Fiume arbitro unico della sua propria sorte". Alla vigilia di Natale, Gabriele D'Annunzio aveva fatto lanciare da aeroplani fiumani il seguente appello ai regolari: "Nella storia italiana degli eccidi e delle vendette ci sono i Vespri Siciliani, ci sono le Pasque Veronesi. Italiani stanchi di patire e di servire si sollevavano contro gli stranieri oppressori e li cacciavano dalla cerchia delle città invase. ........................................................................................................................................ "Come potrebbe ciascuno di voi toccare la sua madre con le mani macchiate di eccidio fraterno? "Fratelli tristi, accogliete il nostro saluto, accogliete il nostro augurio e il nostro voto. "Il Dio rinato dentro la nuda caverna di Galilea ebbe nome Emanuele nel coro notturno degli Angeli. "Emanuele significa nel linguaggio d'Oriente "Colui che è il più forte". "E chi è più forte se non l'Amore? "Sia più forte di voi, sia più forte di noi, sia più forte d'ogni perdizione vostra e nostra". Ma ecco la tragica notte di Natale e il proclama terribile:

"Il delitto è consumato. "La terra di Fiume è insanguinata di sangue fraterno. "Resistiamo disperatamente uno contro dieci, uno contro venti. Nessuno passerà, se non sopra i nostri corpi. "Passiamo la notte santa nell'orrore del fratricidio. "E l'Italia non leverà un grido? non alzerà una mano? "Ecco che giunge l'intimazione brutale della resa con la minaccia del bombardamento! "Combatteremo tutta la notte. E domani, alla prima luce del giorno, speriamo di poter guardare in faccia gli assassini della città martire. "Viva la "nostra" Italia".

Insorgere è risorgere

Il 26 dicembre, poco dopo mezzogiorno, un cannone della corazzata "Andrea Doria" sparò contro la città e contro il palazzo del Comandante, nonché contro una finestra a cui s'era affacciato D'Annunzio. Ecco la sua tremenda risposta: "O vigliacchi d'Italia, sono tuttora vivo e implacabile. "E, mentre m'ero preparato ieri al sacrificio e avevo già confortato la mia anima, oggi mi dispongo a difendere con tutte le armi la mia vita. "L'ho offerta cento e cento volte nella mia guerra, sorridendo. Ma non vale la pena di gettarla oggi in servizio di un popolo che non si cura di distogliere neppure per un attimo dalle gozzoviglie natalizie la sua ingordigia, mentre il suo Governo fa assassinare con fredda determinazione una gente di sublime virtù come questa, che da sedici mesi patisce e lotta al nostro fianco e non si stanca di patire e lottare. "Il numero schiaccia. Abbiamo combattuto allo scoperto, senza punti d'appoggio, senza rinforzi, senza riserve, con scarsi viveri, con scarse munizioni, logori, laceri, scalzi. "Ma abbiamo vinto, ma vinciamo, ma vinceremo sempre. Nessuna violenza, nessuna frode ci può togliere questa vittoria fatta di anima, fatta di volontà, fatta d'intimo fuoco, fatta di tutte le più belle e più profonde forze umane. "In alto la fronte, in alto il cuore, o Legionari di Fiume! "L'Italia bastarda conosce e adopera oggi, per mano del suo vecchio padrone, ogni più vile e immonda cosa che ingombri la coscienza della stirpe e dell'uomo. "E v'è una cosa ch'Ella non conosce e non misura, e le sta contro: l'eroismo.

"L'eroismo solitario di pochi è oggi contro l'abiezione di tutto un regno. "La storia incide i vostri fatti nel bronzo romano, o Legionari. "Il martirio è contro il misfatto, il sacrifizio è contro il mercato. "Gloria nelle altezze a voi, o Legionari!" E infine: "Insorgere è risorgere. "Abbattuti, gl'insirti risorgeranno, non coronati se non del povero lauro di Fiume".

La Patria futura

Ma dopo le parole di fiamma, udite le parole di luce, all'indomani della pace, nel cimitero di Fiume: "Qui sono i nostri compagni e qui sono i nostri aggressori, fratelli gli uni e gli altri a noi e alla nostra angoscia, allineati nel silenzio perpetuo, agguagliati nella requie eterna. "Il martirio è semenza, e anche la colpa è semenza. "Li abbiamo tutti ricoperti con lo stesso lauro e con la stessa bandiera. L'aroma del lauro vince l'odore tetro, e la bandiera abbraccia la discordia. "Anche una volta, in questa Italia dilaniata, in questa Italia senza rimorsi e senza rimpianti, i fratelli hanno ucciso i fratelli! "E chi li cacciò innanzi ciechi a odiare e a omprecare e a uccidere non ha maledizione e punizione, laggiù, ma lode di ben remunerati servi. "L'odio non parla innanzi alla morte, né il dispregio. "Ascoltiamo l'uomo di Dio. Riceviamo nel nostro sacrifizio il raggio dell'immortalità. "Questi italiani hanno dato il loro sangue per l'opera misteriosa del fato latino, con terribile ebrezza d'amore i nostri, e gli altri con inconsapevole tremito. "Gli uni e gli altri si sono infranti nello sforzo inumano e sovrumano da cui sta per nascere quella grandezza che tuttora invocano la nostra passione e la nostra vittoria. "La martire Fiume, simile a quella sua donna che da ferro italiano ebbe tronche le sue braccia di fatica e non fece lamento, si solleva sui suoi piedi piagati e col moncherino sanguinante scrive nella muraglia funebre: "Credo nella Patria futura e mi prometto alla Patria futura". "Inginocchiamoci e segniamoci, armati e non armati. Crediamo e promettiamo.

"Davanti a questi morti che riconcilia la nostra speranza, o mie legioni eroiche, o mia forza inseparabile, giuriamoci per una lotta più vasta".1 Chi si stupirà, dopo questo, che ogni fine d'anno, anniversario della fine dell'Anno di Fiume, vibri un'eco profonda nel cuore rosso di ogni italiano degno, e specialmente di ogni degno legionario di Gabriele D'Annunzio? (Dal "Piccolo". - "Parole e sangue").

-D-

DUE TIPI DI LEGIONARI

Giuseppe Piffer (Dal "Fanfulla")

Chiunque ha conosciuto il capitano Piffer, anche se non gli è stato compagno né in guerra né a Fiume, difficilmente potrà dimenticarlo. E molti l'hanno conosciuto anche qui, in S. Paolo e nel Paranà, dove egli fu poco tempo addietro per in incarico ricevuto, oltre che per soddisfare la sua sete di esploratore dai larghi orizzonti e la sua fede di propagandista schiettamente italiano. Era uno di quei caratteristici tipi di trentini, ardenti e chiusi, che sotto l'Austria congiuravano per l'indipendenza nazionale e per la libertà sociale con Cesare Battisti e che, scoppiata la conflagrazione europea, si ribellarono all'impero per arruolarsi volontari nell'esercito italiano. Qualcuno di loro, fatto prigioniero, come appunto il Battisti, lasciò la vita sulle forche di Francesco Giuseppe. Il Piffer, sebbene più volte ferito, tanto che la sua salute ultimamente non era più quella di una volta, arrivò a vedere avverato il suo sogno: la redenzione della sua terra, restituita dalla pace all'Italia. Ma la sua anima d'idealista ribelle non era e non poteva essere ancora soddisfatta. Liberato il Trentino, rimaneva disputato a Versailles il confine del Brennero e, in più, tutto il confine giulio e la stessa Dalmazia del Patto di Londra e, finalmente, Fiume. Piffer, che conosceva e amava quest'ultima città, per esservi stato al principio dell'armistizio con i suoi alpini, si lanciò tra i primi nel movimento che doveva portare alla sua occupazione per volontà e per mano di Gabriele D'Annunzio.

1 Qui, per la solita paura dell'antifascismo o del fascismo, il giornale ha soffocato a mezzo la voce di D'Annunzio. La frase aborrita è questa: "Giuriamoci per una lotta più vasta e per una pace di uomini liberi".

Quando la Commissione d'inchiesta interalleata decise lo sgombero delle truppe regie italiane dall'Olocausta in seguito ai Vespri anti-francesi del luglio 1919, il movimento che già esisteva segretamente dal principio di quell'anno in Italia e specialmente nelle tre Venezie, scoppiò irresistibile e prese la mano anche ai capi. Due battaglioni dei granatieri di Sardegna, confinati dal governo a Ronchi, insorsero coi loro ufficiali più giovani e Gabriele D'Annunzio corse tra loro dalla sua Casetta Rossa e ne assunse il comando. Avvenne nella notte fatale dall'11 al 12 settembre quella Marcia dannunziana da Ronchi a Fiume, che rimarrà famosa nella storia non solo per la sua temerarietà e per il suo successo, incredibili entrambi, ma anche per i drammatici contrattempi che fu miracolo se non la fecero fallire a mezza strada e che sono fin ora da ben pochi conosciuti, non essendo ancora stati resi pubblici. Piffer era tra gli altri ufficiali, che, secondo il piano coordinato tra gli organizzatori dannunziani e quelli fiumani, avrebbero dovuto trovarsi con un loro nucleo di legionari a Trieste e di là unirsi alla colonna. Invece all'ultimo momento tutte le previsioni andarono sconvolte da un doppio tradimento e quasi tutti i nuclei prestabiliti non si presentarono o si sbandarono per via, sì che D'Annunzio giunse alle porte di Fiume con soli meno di duecento granatieri, a cui si aggiunsero fortunatamente quasi tutti gli arditi mandatigli contro a sbarrargli il passo. Ebbene, tra i pochi volontari giunti nonostante tutto a Fiume e là trovati da D'Annunzio al suo ingresso trionfale nella città, era Piffer. Freddo apparentemente, rude, rigido, preciso, puntuale, coscienzioso, disciplinato come un tedesco; quarantottesco, cospiratore, moschettiere fin nell'aspetto, e gentile e ascetico e sognatore e umanitario e rivoluzionario nel profondo dell'anima come un latino, come un veneto, come un italiano dei tempi migliori, il Piffer si attirava immediatamente ogni fiducia al primo sguardo, appena si presentava innanzi, col suo occhio azzurro pieno di franchezza e di risolutezza. A Fiume, nel momento del maggior pericolo, ebbe accanto a sé anche il suo fratello minore, un ragazzetto che gli somigliava e ch'egli adorava. d'annunzio apprese ad apprezzarlo proprio allora, quando aveva più bisogno di un uomo di fegato e di fede alsuo fianco, e gli affidò l'ordinamento del Comando, che negli ultimi mesi dell'impresa pose il Piffer al di sopra di tutti i comandanti di reparto, insieme col maggiore Vagliasindi e qualche altro, al di sopra degli stessi generali. E il Piffer, in quel periodo ascendente dannunziano che doveva essere così brutalmente troncato dal massacro natalizio del 1920, fu anche l'ideatore di quel disegno di un nuovo "codice militare" che D'Annunzio stese poi, sui suoi appunti, in un lobretto oggi divenuto introvabile e che rappresentò, in Fiume, una tale innovazione nella gerarchia dell'esercito, da essere, a Roma, accusato addirittura di bolscevismo... Dopo l'esodo del Comandante dalla Città di Vita, Piffer fu parecchie volte a Gardone per avere appoggi a una sua campagna politica, sempre nazionale e sociale insieme, in Trento, dove anche dirigeva un giornale di battaglia intitolato "La Fiamma Intelligente". Poi si trasportò a Roma con la madre, ma non più per lottare tra i partiti in voga, bensì per cercare il suo pane e la strada dell'avvenire. Cercò parecchie volte di dare il contributo prezioso della sua capacità ed esperienza di studioso e di tecnico per opere civili e per organizzare un'emigrazione, specialmente di gruppi di legionari, nelle terre d'oltreoceano. Conosceva varie lingue e varie terre. Era stato altre volte in America. Vi ritornò senza esitare. Disgraziatamente non fu forse allora abbastanza compreso e coadiuvato. Ritornò in Italia con egual coraggio, ma con minor speranza e, purtroppo, con la salute ormai minata.

Era un carattere ed un cuore. Era un cervello ed un'anima. Chi scrive queste righe lo conobbe molto da vicino e per lungo tempo e fa uno sforzo per parlare di lui come di un uomo che non incontrerà mai più nella vita. Era un amico, era il modello degli amici. Veramente i migliori di noi se ne vanno... E, con loro, scende sotterra sempre più il meglio della nostra stessa giovinezza.

ULISSE IGLIORI

Già che oggi, qui, parlano di fascismo tutti, come se l'avessero tenuto a balia, anche quelli che sono tuttora iscritti dormienti nell'ordine dei suoi vespilloni - ordine istituito da Numa Pompilio per interrare cadaveri durante la notte - voglio parlarne un po' anch'io, perbacco. Ed alla luce del giorno. Ulisse Igliori, un figlio d'ignoti, com'egli stesso si vanta di essere, ha passato la sua adolescenza nella strada, sulle banchine dei porti, alla grande macchia. Bisogna sentirlo come racconta il suo passato burrascoso di monellaccio, con impeto e con colore tosco! È un bel ragazzo, dagli occhi furbi e audaci, dalla voce suasiva e incisiva, dal fegato sano. Ha combattuto ferocemente la guerra. È stato eroe come l'eroe di cui porta il prenome. Si è conquistato la medaglia d'oro con una serie di azioni che si è conclusa in un brevissimo tempo e di cui resta indice massimo la motivazione della medaglia stessa. Dice, questo documento ufficiale, che il tenente Igliori si coprì di gloria in una delle nostre tante battaglie sul Carso rimanendo ferito una volta, due volte, tre volte, non so quante volte, e rimanendo tuttavia sul campo a comandare e a incitare i suoi uomini. In seguito a queste ferite, che invece di abbatterlo hanno esasperato il suo spirito aggressivo, che lo hanno fatto ribellare rabbiosamente a ogni invito ed anche ad ogni ordine di ritirarsi e di lasciarsi trasportare al primo ospedaletto di cura perfino sommaria, in seguito a queste ferite gravissime e dolorosissime, l'impavido ha perduto, oltre al resto, un braccio. E, infatti, di questo suo braccio mancante, trasformato in un troncone di legno e di ferro, egli si è valso poi sempre per minacciare e per colpire ancora, nel tempo cosiddetto di pace. L'ho visto, come Toti la sua gruccia, lanciare il suo moncherino contro il nemico a Fiume. Allora il suo nemico si chiamava Zanella. Mi piacciono questi giovani risoluti, siano con me o contro di me, perché giovani e perché risoluti. L'Italia potrà esser grande per questi, a parte il luogo della loro battaglia, assai più che per tutti quei flaccidi che non sanno nemmeno combatterli perché non sanno eguagliarli.

Gabriele D'annunzio nominò Igliori suo ufficiale d'ordinanza appena entrò nella Città di Vita. Poi gli affidò il comando della compagnia "Serenissima", composta di arditi degli arditi, tutte pellaccie, a guardia di Porto Barros, ribattezzato Porto Sauro, avamposto dell'Olocausta. E il tenentino, che poco prima, come ultima sua avventura bizzarra, era stato impiegato di banca, anzi del popolare Banco di Roma, assolse l'uno e l'altro suo compito mirabilmente. Come ufficiale di ordinanza del Comandante, credo averlo già detto, egli ha un giorno gettato alla porta l'ex-dittatore di Fiume, ex-deputato di Vienna, Zanella. Come comandante a sua volta della "Serenissima" di Porto Barros, egli ha un giorno vietato l'ingresso della propria caserma con le baionette incrociate della sue sentinelle, allo stesso Ispettore dell'esercito fiumano, e Capo di Stato Maggiore di Gabriele d'annunzio, il Generale Tamaio. Quest'ultimo andò a far rapporto, sdegnato, a Palazzo. d'annunzio chiamò il colpevole d'indisciplina, che gli rispose con più indisciplina ancora: accusando il Generale d'invasione nei suoi dominii. Ma Igliori sapeva che il Duce di Fiume lo avrebbe compreso. Igliori dominava i suoi arditi con lo staffile ma ne era adorato e poteva scagliargli contro qualunque bersaglio. La sua Caserma era tappezzata di scritte ultrarivoluzionarie. I suoi ragazzi giocavano con la morte come con una piccola amica. Una volta s'impadronirono di una nave da guerra "disertata" e la condussero a spasso nel Carnaro come un giocattolo, sparando a salve sulla città e divertendosi un mondo. Un'altra volta fecero esercitazioni di bombe a mano con tanta verosimiglianza di guerra, palleggiandosele a mezzo corpo, che parecchi rimasero feriti ed uno ci perdette la vita. Quando ad uno dei feriti mutilarono due dita, egli esclamò ridendo ch'era felice di aver dato un segno del suo amore a Fiume, e di portarne un ricordo. Questa era la tempra dei compagni di Igliori, dei seguaci di d'annunzio. Allegri, spavaldi, cavallereschi, come i cadetti di Guascogna, più che bersaglieri e garibaldini, pronti ad ogni impresa temeraria e geniale, purché di ribelli. Quando, oltre che la guerra, finì l'armistizio e, per loro, tutta la ragione di vivere, si buttarono ad altri sbaragli. Igliori prese il comando dei dodicimila che accamparono a Monterotondo alla vigilia della Marcia su Roma. Ed entrò nella Città Eterna a cavallo, con il Genarale Fara, altra medaglia d'oro, della guerra di Libia, divenuto suo aiutante di campo, e con alcuni cannoni. Poi, conquistata Roma e l'Italia, Ulisse Igliori si sentì perduto. La politica non era campo per lui. Eletto deputato al Parlamento, vi comparì poche volte. Si volse agli affari ed oggi è là uno dei più temuti concorrenti di appalti.

-E-

DUE TIPI DI AVVERSARI

Dialogo Ferro-Garibaldi

Roma, 10 Dicembre 1920.

- Fiume è. para mim, o throno de Gabriele D'Annunzio... - Isso não, isso não, meu querido amigo... Fiume e D'Annunzio não se confudem, não podem confundir-se... O general Pepino Garibaldi pronuncia esta phrase con energia, com severidade quasi. Ao nome de Gabriele, senti-o apertar bem, entre os dedos, a sua linha, a sua alvo. Suppunha Garibaldi um amigo de D'Annunzio. Não è. Garibaldi, todos os grandes homens de Italia, têm ciumes da gloria de D'Annunzio. Fazem mal. A patria tem coração para todos os seus filhos... Procuro emendar o erro inicial, convencido jà de que perdi a ligação com Garibaldi: - Esquecendo D'Annunzio, Fiume deu-me a impressão dum italianismo forte, invencivel, dogmatico... - Sem duvida. Os destinos de Fiume estão ligados à Italia. O tratado de Rapallo não podia esquecer essa bella cidade, como, na verdade, não esqueceu... Não sei que mais se pretende... - Perdôe-me v. excia., mas eu estou informado de que o porto de Barros, em virtude de accordos secretos, serà concedido aos yugo-slavos... Se è assim, creio eu, a indipendencia de Fiume è uma independencia platonica, risivel... O porto de Barros, em poder duma nacionalidade que promette ser forte, inutilisarà por completo, toda a vida commercial de Fiume... - Não sei, não sei nada... Parece-me, no entanto, que o porto de Barros não deverà ser um obstaculo à tranquillidade dos quarenta milhões de habitantes que a Italia tem... Garibaldi diz que não sabe nada - sabe tudo... O porto de Barros vae ser sacrificado. Pergunto agora, a medo, consciente jà de que eu, amigo de D'Annunzio, não ganhei um amigo em Garibaldi. - A regencia de Carnaro serà reconhecida? - Porque não? Esperemos que o Senado confirme o Tratado de Rapallo. Veremos depois... - O general esteve em Zara com Marconi? - Estive. Zara està resignada. Não acceita, na verdade, com alegria, a ideia de abandonar a Dalmacia. Cumpre, tristemente, o seu dever. A patria manda. Os tratados, quando se fazem, cumprem-se... Sorriu intimamente. Garibaldi - o nobre descendente duma familia de "condottieri", de indisciplinados, de legionarios do sonho, de aguias cortando o espaço, ao sabor das azas, o heroico Pepino Garibaldi que,

muito antes da Italia entrar na guerra, marchou para França à frente dum punhado de bravos, em defesa dos latinos, a proclamar-me, alli na sala do Excelsior, a obediencia aos tratados... Tenho um arrojo final, que embrulho no papel prateado dum sorriso: - Gabriele D'Annunzio não podia respeitar um tratado para que não foi ouvido... Garibaldi, aguardado, na sua mesa, por uma taça de chà fumegante, e por certa mulher a ferver de impaciencia, despede-se de mim, com esta phrase: - Verà... Gabriele D'Annunzio quebrar-se-à pouco a pouco... Talvez... Quando se quebrar, porèm, hão de restar os cacos.

(Antonio Ferro, "D'Annunzio e eu", Lisboa, 1922).

DIALOGO DANIELE-PIRANDELLO

S. Paulo, 26 agosto 1927.

- D'Annunzio non è un creatore. È un genio delle sensazioni, ma non ha creato nulla. Gli manca del tutto la fantasia. I suoi tipi, a cominciare dal maggiore, il superuomo, sono in altri autori, filosofi ed artisti. Egli compone arazzi meravigliosi come "La Morte del Cervo", musiche di parole come "La Pioggia nel Pineto", ma non ha sentimento come ne ha invece il Pascoli né segna alcuna traccia nel regno dello spirito... - Eppure ha creato due generazioni d'uomini, alcuni dei quali sono morti esaltandosi per imitarlo e per imitare i suoi eroi, ha creato il suo capolavoro in un'azione di vita e d'arte qual'è Fiume, ha dato origine a un movimento politico che non era, allora, soltanto materiale... - No. Il fascismo non deve nulla a lui, fuorché delle parole. Mussolini è l'uomo che ha creato nella realtà con la volontà del proprio spirito. Parlo spassionatamente! Tutt'al più D'Annunzio è un avventuriero dell'arte come della vita. Lo dice egli stesso di sé. Mi ricorda il Byron, che non era letterariamente che un pompiere, eppure entusiasmò il suo secolo... - Lei, conosce bene D'Annunzio? Gli ha mai parlato? - No, mai. - Permetta, maestro, di obiettarle una cosa sola. Mi pare, adesso, di averla colta in flagrante a fare lei della critica, e di quella che nega! - Io non nego il genio particolare di D'Annunzio, nego soltanto quello ch'egli si attribuisce e che non è il suo. - Per lui solo non è dunque vero che ciascuno è quello che si creda?

- Egli vuol essere quello che non è. - E se, sempre a proposito di critica, qualcuno giudicasse lei diversamente da quel che lei giudica se stesso? Iò "Fanfulla" pubblicò subito dopo una serie di critiche drammatiche che ebbero l'onore di far perdere a Luigi Pirandello, clamorosamente, la sua "spassionatezza".

-F-

D'ANNUNZIO E IL BRASILE

L'ultima volta che vidi D'Annunzio si parlò del Brasile. È una semplice coincidenza che ora mi viene in mente, ma chi non sa il valore che bisogna dare, misticamente, alle "coincidenze", quando si è vicini al Comandante, l'uomo più intuitivo e perciò più profetico che esista? Il genio dannunziano si manifesta forse più nei piccoli particolari della sua vita, che nelle grandi linee della sua arte. Già, per lui, arte e vita non hanno divario. Lo si è visto anche nella politica, da quando vi entrò come deputato ultraindipendente, a quando ne uscì dopo Fiume.

Una sera a Gardone

Ero andato a Gardone per salutarlo, ma senza ancora sapere che, in lui, stavo per salutare ultimamente l'Italia. Mi accolse com'egli unico sa fare, quando lo ispira la sua anima sola, e nessun altro o nessun'altra despote: mi accolse da sovrano e da amico, come tante altre volte per me indimenticabili, durante e dopo la guerra. Appena saputo del mio arrivo al solito alberghetto civettuolo sul Garda, mi mandò incontro il suo segretario architetto, il trentino ascetico Giancarlo Maroni, che mi è succeduto nella cura umile e devota della sua corrispondenza e delle sue visite e che in più lavora giorno e notte con sublime sacrificio al compimento minutissimo scrupoloso di quella"Santa Fabbrica del Vittoriale" che promette di eternarsi per lui quanto si eternò per Michelangelo la fabbrica stessa di San Pietro... Maroni, il timido frate artista, già rude soldato e rivoluzionario, mi prese con sé nella rossa "Fiat" di Ronchi, che ancora portava incise sotto il volante due date storiche: "Ronchi-Fiume: 12 settembre 1919 - FiumeRonchi: 12 gennaio 1921".

E salimmo di volata da Gardone di Sotto al Cargnacco, dove tra i bassi ulivi benacensi e gli alberi altissimi d'ogni razza - il più alto e ricco di una rara specie americana - si nasconde la villa che mi era parsa una canonica la prima volta che vi seguii l'esilio del Poeta dall'Adriatico, ed ora pare a tutti, anche a me lontano, una reggia. La reggia, appunto, d'un re in esilio.

La "Santa Fabbrica"

Sebbene fosse già sera inoltrata - che sera di profumi e di prodigi! - D'Annunzio mi aspettava. Conoscevo già bene la casa, per avervi passato infinite ore intense durante lunghi e troppo brevi mesi precedenti ed averne assistito alle trasformazioni anno per anno, sebbene non all'ultima. Infatti ora il Comandante ha acquistato tutt'intorno altre case ed altri terreni, recintando il piazzale prima libero e chiudendo anche quel torrente che una volta battezzò scherzosamente col mio nome. Il Cargnacco è diventato il Vittoriale e c'è posto per più d'un museo fiumano e per più d'un garage di lusso. Ma l'ex-rifugio prebellico dello scrittore tedesco Toede è rimasto quasi lo stesso nella facciata, sebbene ora lo elevi una nuova cerchia di gradini e l'abbassamento di una costruzione vicina e il confronto col recente stelo monumentale eretto, lì davanti, alla Madonnina di Dalmazia, della Dalmazia non mai dimenticata. Ora ornano la villa esternamente anche gli affreschi medioevali esumati sul muro centrale dal Maroni e l'antro dei pellegrini e l'uscio e le finestre della Prioria delle Clarisse - volgarmente, l'entrata di servizio - da una parte e le piante rampicanti sul piccolo balcone di mezzo e quelle traboccanti dal cancello del giardino cinquecentesco dalla parte opposta.

Un invito dall'America

Sulla porta era ancora la famosa scritta enigmatica: "Clausura - finché s'apra; Silentium - finché parli". La clausura s'aprì. Salii tra le bizzarre paia di corna del buon augurio sovrastanti la colonnina tortile che divide in due la scaletta interna dell'atrio, attraversai l'oratorio severo che fa da guardaroba, dove canta la fontanella di suor Acqua ed è sempre pronta la legna di ginepro per frate Foco sotto i tondi arcaici di San Francesco e di Santa Chiara, passai curvo e di fianco al di là dello stretto e basso vano che dà nella Biblioteca, dove non di deve penetrare, per reverenza, che così. Gabriele D'Annunzio, il Capo dei Legionari di Ronchi, era là. Sapevo di trovarvelo. Era al tavolone su cui studia quando non crea - ed allora è inaccessibile - al suo scrittoio, al primo piano donde può vedere laggiù nel lago lo scoglio di Manerba col profilo di Dante. Si alzò subito. Mi diede un grande abbraccio. Mi mise a mio agio immediatamente, con quel suo particolar modo di accogliere: non iniziando, ma uqasi continuando una conversazione interrotta un minuto prima. - Sei giunto in tempo. Ricevo adesso l'ennesimo invito dall'America. Un impresario mi offre tutto quel ch'io chieda, pur di esibirmi in giro nelle capitali del Nuovo Mondo, come una belva parlante. Credo che m'abbia preparata anche la gabbia... Il Comandante - a proposito, guai a chiamarlo Maestro o, peggio, Principe - sorrise come un bambino malizioso, guardandomi fisso e accompagnando l'ultima parola con quei caratteristici colpettini di tosse artificiale che sono come la punteggiatura della sua ironia.

Perché, aggiungiamo anche questo, per chi non lo sapesse, D'Annunzio è fierissimo non solo del suo spirito geniale, ma anche del suo spirito umoristico e perfino fredduristico. E molte volte si è lamentato con me che gli italiani non glielo riconoscano abbastanza.

Gli "Immortali" di Rio

- Avevo risposto una volta che mi occorreva ben altro invito che quello di un impresario per varcare l'Oceano. Questo hanno capito al Giappone, donde è partita a suo tempo una missione apposta per propormi, a nome del governo e dell'Università di Tokio, una nuovissima propaganda italiana ed europea, che per un momento mi aveva affascinato e quasi persuaso a ritentare il viaggio per l'Asia, già da me per primo ideato e organizzato subito dopo la guerra e da me abbandonato soltanto all'ultim'ora per salvare il Monte Nevoso e liberare l'Adriatico. E questo hanno capito al Brasile, per esempio, dove, prima di qualunque invito, hanno avuto il pensiero grazioso di eleggermi a far parte della loro Accademia. E chi sa che un giorno il mio demone non mi conduca a quelle terre, già visitate dalla mia inconscia nostalgia! Mentre il Comandante, fattosi serio, diceva queste parole - o piuttosto altre simili, molto più armoniose con quella sua magnetica voce intraducibile - io non pensavo ancora che proprio di qui avrei dovuto ricordarle, per augurare che esse presto diventino realtà. Se anche D'Annunzio venisse un giorno davvero nel Brasile...

"L'anno perfetto"

D'Annunzio parlò poi d'altro, rievocò i sogni antichi e comuni per il rinnovamento spirituale dell'Italia, mi chiese anche notizie di Roma. Ma una conversazione col Poeta-soldato è per molte ragioni irriproducibile. Non soltanto perché egli non vuole che la si riproduca tutta e perciò non concede interviste che scritte da lui stesso, pena la perdita della sua amicizia; non soltanto perché ripetere la sua eloquenza è deturparla, farne svaporare la freschezza e la grazia anche se si renda esatto il suo pensiero; ma anche e soprattutto perché questo suo pensiero è spesso ribelle e rivoluzionario oltre ogni limite, e nell'arte e nella vita, come dicevo in principio. Mi permetto una sola indiscrezione per finire. È noto che D'Annunzio è superstiziosissimo e non lo nasconde, anzi confessa di credere, più che a ogni altra cosa, alle suggestioni del mistero. Ebbene, prima che io mi accomiatassi da lui, e poi dalla piccola elegante Gardone e infine dall'Italia, l'ultima profezia di D'Annunzio, che ancora mi par di riudire nell'ultimo suo abbraccio, è stata questa: - L'anno perfetto, secondo la mia cabala e per la combinazione perfetta del suo numero, sarà l'anno prossimo!

Raccogliamo tutti l'augurio. (Dal "Fanfulla").

-G-

FIUMANESIMO E DANNUNZIANESIMO

LA CAUSA (Dagli ultimi scritti del Poeta)

Dottrina dello sforzo per lo sforzo, della continua lotta e della continua conquista sul mondo. Lotta per l'unità, che è forma di ogni bellezza e condizione di potenza perpetua. Lotta per il primato e l'impero, spirituale e temporale, della bontà militante. Lotta per la causa dell'uomo libero, dell'uomo rifatto intiero dalla libertà, in armonia profonda con l'universo intieramente rivelato e compreso. Spirito di sacrifizio: lo Spirito che fu il condottiero silenzioso della Marcia da Ronchi. Volontà di rivolta e volontà di rinnovazione. L'eroismo e la santità come energie creatrici dell'avvenire. Nella nuova Italia modello del mondo il nuovo Italiano modello del mondo.

LO STATO

(Dalla "Carta di Libertà" dell'Anno I di Fiume)

Motto della "Reggenza": "Si Spiritus pro nobis quis contra nos?" Bandiera: nel campo vermiglio l'antico emblema dell'eternità, il serpente d'oro che fa di sé cerchio perfetto e perpetuo; dentro il cerchio la costellazione dell'Orsa, le sette stelle fatali che dalla notte dei tempi conducono la navigazione della stirpe nostra; e nel cartiglio inscritta la parola del coraggio e della securità, la parola del diritto e della sfida: Quis contra nos? Governo: un governo schietto di popolo - "res populi" - che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo e per ordinamento le più varie forme dell'autonomia comunale. Il potere esecutivo

rappresentato da sette Rettori - uno "primus inter pares" - eletti per un anno dai due bracci del potere legislativo, composto di un Consiglio degli Ottimi, eletto per tre anni dai cittadini, e di un Consiglio dei Provvisori, eletto per due anni dalle Corporazioni. Il potere giudiziario affidato a una suprema Corte della Ragione e a vari giudici, penali, civili, e del Lavoro, eletti alcuni dai cittadini, altri dalle Corporazioni ed altri dall'Assemblea nazionale - l'Arengo - degli Ottimi e dei Provvisori. L'Arengo può, in soli casi estremi, nominare per un periodo prefisso, e poi giudicare, un cittadino qualunque scelto per Comandante, cioè dittatore politico e militare. Tutti i cittadini, senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione - tranne i delinquenti regolarmente condannati e i parassiti incorreggibili della comunità - appena compiuti i venti anni diventano elettori ed eleggibili per tutte le cariche; tutti hanno guarantiti tutti i diritti civili e politici, le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione, l'istruzione in scuole chiare e salubri, l'educazione fisica in palestre aperte e fornite, l'assistenza nelle infermità, nella invalitudine, nella disoccupazione involontaria, la pensione di riposo per la vecchiaia, l' "habeas corpus", il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abusato potere, il lavoro remunerato con un minimo di salario bastevole a ben vivere, l'uso dei beni legittimamente acquistati e l'esercizio del voto nei modi del suffragio universale diretto e segreto e con la regola della rappresentanza proporzionale. Le Corporazioni sono dieci: dalla prima alla nona vi sono rispettivamente inscritti gli operai dell'industria, dell'agricoltura, del commercio e dei trasporti, salariati o independenti; i tecnici di aziende private; gli impiegati di aziende commerciali; i datori d'opera purché non soltanto proprietari ma lavoratori; gli impiegati statali e comunali; gli insegnanti, gli studenti superiori e gli artisti di qualunque arte; i liberi professionisti; gli amministratori rappresentanti di cooperative; la gente di mare. Le Corporazioni sono rette da Consoli, ai quali nelle cerimonie pubbliche spetta il primo posto. La decima corporazione non è che un simbolo delle forze misteriose del popolo: è consacrata al Genio ignoto, all'avvenire, alla musica, al lavoro spiritualizzato, col motto: "Fatica senza fatica". I Comuni hanno il diritto di darsi proprie leggi, di concludere trattati fra loro, di amministrarsi liberamente in armonia con la maggioranza dei loro cittadini e con lo spirito della Costituzione della Reggenza. La Reggenza è secondo i casi loro mediatrice, protettrice o punitrice. Essa può accogliere nella sua cerchia nuovi comuni stranieri sinceramente aderenti. La Costituzione può essere riformata in qualunque tempo quando sia chiesto dal terzo dei cittadini; un quarto basta per proporre qualsiasi legge e per approvarne o no una qualsiasi già sancita; metà più un voto dei cittadini può rivocare chiunque dal suo officio. Nessuno può esercitare più di un potere; ciascun funzionario è penalmente e civilmente responsabile del danno che allo Stato al Comune alla Corporazione al semplice cittadino rechino le sue trasgressioni, per abuso, per incuria, per codardia, per inattezza. Un collegio di Edili cura la sicurezza, la decenza, la sanità delle case, impedisce il deturpamento architettonico delle vie, abitua il popolo alla bellezza, alla grazia, alla novità, allestisce le feste civiche di terra e di mare e le grandi celebrazioni corali e orchestrali offerte gratuitamente dallo Stato. Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali.

Nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; né può esser lecito che tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne disponga malamente, ad esclusione di ogni altro. Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro. Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole alla economia generale.

L'AVVENIRE

(Dagli ultimi proclami del Comandante)

L'orizzonte dello spirito di Fiume è vasto come la terra. È l'orizzonte dell'anima libera e vindice. Dov'è un oppresso che stringa i denti sotto la pressura, dov'è un insorto che vada armato d'un ramo d'albero o d'un sasso contro la mitragliatrice e contro il cannone, là giunge la luce di Fiume, di là si scopre la luce di Fiume. La passione di Fiume sopravviverà trasformata in splendore. Tutti gli insorti di tutte le stirpi si raccoglieranno sotto il nostro segno. E gli inermi saranno armati. E la forza sarà opposta alla forza. E la nuova crociata di tutte le nazioni povere e impoverite, la nuova crociata di tutti gli uomini poveri e liberi, contro le nazioni usurpatrici ed accumulatrici d'ogni ricchezza, contro le razze da preda e contro la casta degli usurai che sfruttarono ieri la guerra per sfruttare oggi la pace, la crociata novissima ristabilirà la giustizia vera. Perciò la nostra causa è la più grande e la più bella che sia oggi opposta alla demenza e alla viltà del vecchio mondo. Essa salda in una sola volontà di rivolta quanti uomini posseggano nelle ossa e nelle arterie sale e ferro bastevoli ad alimentare la loro azione plastica. Non tanto contro il nemico quanto verso l'avvenire. Ogni insurrezione è uno sforzo di espressione, uno sforzo di creazione. Non importa che sia interrotta nel sangue. Troppo fu tradito, fu troppo avvilito il mondo. Non più basta la violenza ottusa. Non più basta la frode aguzza. Il prossimo avvenire ha per il veggente un aspetto eroico e un aspetto ascetico. Giovani, liberiamoci. Da ogni servitù. Oggi le "primavere sacre" si propagano per l'aria come il polline.

La nostra bandiera si spiega al soffio della giustizia, si allarga al vento della libertà, si illumina nella promessa del futuro. La nostra stella è così alta che non la riflettono soltanto le acque dell'Adriatico. La rispecchiano i più lontani mari: ne rifrangono la luce i più profondi oceani. Italia, Italia, ti spanderai verso Occidente, e verso Oriente, e verso Settentrione, e verso Mezzodì, e tutte le nazioni della terra saranno riconciliate e riconsacrate in te, e nel tuo Genio.

C

MEMORANDUM DI NINO DANIELE A G. D'ANNUNZIO (marzo-aprile 1921)

L'originale del documento che qui pubblichiamo è conservato negli archivi del Vittoriale degli Italiani, a Gardone, tra le carte politiche "riservate" di Gabriele D'Annunzio; quelle che, come si è detto, dopo la morte del poeta, furono - per ordine di Mussolini - trasferite per un certo periodo a Roma per essere esaminate e catalogate. Nella "Relazione-Inventario" redatta in questa occasione da Antonio Bruers e Gaetano Cosentino il documento è collocato nel fascicolo IX: "Scritti vari di contenuto prevalentemente politico". In tale fascicolo il documento è ancor oggi conservato in una busta sulla quale, di pugno di D'Annunzio, è scritto: "Documenti comunisti". L'autografo occupa trentuno fogli, fittamente scritti, e non è firmato. Il contenuto del documento, con i suoi numerosi riferimenti alla persona dell'autore, e il confronto della calligrafia con la quale è vergato con quella di varie lettere autografe e sottoscritte di Nino Daniele, conservate anch'esse negli archivi del Vittoriale, non lasciano però dubbi su chi ne sia stato l'estensore. Il documento, datato in calce "Gardone Riviera, Febbraio-marzo 1921" è certamente stato scritto e trasmesso a D'Annunzio dal giornalista Antonino (Nino) Daniele. Nato a Lecce nel 1888, questi fu, nell'immediato dopoguerra, collaboratore della "Gazzetta del Popolo" di Torino e, successivamente redattore del "Mondo". Nel novembre 1926 emigrò in Brasile ove, a S. Paolo, fu per qualche tempo direttore del settimanale "Il Becco giallo" e redattore del "Fanfulla" e del "Piccolo". Tra il 1918 e il 1922 fu in stretti rapporti con D'Annunzio e, soprattutto nel '19-20, svolse per lui importanti missioni, connesse in particolar modo all'impresa di Fiume. Di alcune di esse è testimonianza nel volume D'Annunzio politico. Rievocazioni e rivelazioni che il Daniele pubblicò a S. Paolo nel 1928. Nell'ambito del microcosmo dannunziano Nino Daniele si collocò assai presto all'estrema sinistra, simpatizzando con le posizioni del gruppo torinese dell' "Ordine Nuovo". Secondo un suo scritto del 1933

(Fiume o la repubblica bifronte, "I quaderni della libertà", n. 4, S. Paolo, 25 gennaio 1933), ripubblicato parzialmente a cura di S. Caprioglio alcuni anni orsono (Un mancato incontro Gramsci-D'Annunzio a Gardone nell'aprile 1921, "Rivista storica del socialismo", gennaio-agosto 1962, pp. 263 sgg.) insieme ad una testimonianza di P. Togliatti confermante l'episodio, attorno all'aprile del 1921 Nino Daniele fu addirittura partecipe del mancato incontro a Gardone tra Antonio Gramsci e D'Annunzio "organizzato" da un altro dannunziano di sinistra, l'ex-legionario torinese Mario Giordano2. Il documento è di notevole interesse sotto varî profili. Da un lato costituisce una nuova, significativa tessera per ricostruire il complesso mosaico del dannunzianesimo politico nel primo dopoguerra e, in particolare, offre importanti elementi sia per valutare a quali posizioni la sinistra dannunziana approdasse negli ultimi tempi dell'impresa di Fiume e nel periodo immediatamente successivo ad essa, sia per comprendere il ruolo che essa avrebbe voluto che il "comandante" assumesse nella vita politica italiana. Da un altro lato il memorandum offre tutta una serie di elementi che, indubbiamente, debbono essere vagliati e confermati da ulteriori documenti, ma che - altrettanto indubbiamente - cosituiscono una prima indicazione di massima su quali fossero i gruppi dell'estrema sinistra che ebbero in qualche modo contatti con il dannunzianesimo di sinistra e (pur con le dovute cautele) sul loro atteggiamento verso D'Annunzio. Oltre a ciò, il memorandum di Nino Daniele può probabilmente offrire anche qualche elemento per meglio inquadrare la narrazione del mancato incontro Gramsci-D'Annunzio che lo stesso Daniele fece oltre dieci anni dopo e la testimonianza di oltre quarant'anni dopo di Togliatti. C'è anzi da chiedersi in che rapporto il memorandum fosse con il viaggio di Gramsci e Giordano a Gardone: lo precedette o lo seguì, o fu scritto proprio in occasione di esso? Voleva prepararlo o voleva evitare che il mancato incontro portasse ad un abbandono da parte di Gramsci del proposito di avere uno scambio di idee con D'Annunzio? Sino a quando non emergeranno nuovi elementi, una risposta a questi interrogativi è ovviamente impossibile. Ciò non toglie che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, il memorandum di Nino Daniele costituisce un documento prezioso, degno di essere portato a conoscenza degli studiosi e di essere sottoposto alla loro critica.

2 Sul mancato incontro Gramsci-D'Annunzio e, più in genere, sull'atteggiamento di Gramsci verso D'Annunzio, l'impresa fiumana e la sua posizione dopo di essa, sono da vedere anche alcune recenti testimonianze di militanti comunisti del tempo. Cfr. Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, a cura di M. Paulesu Quercioli, Milano 1977, pp. 123 (Andrea Viglongo), 138 sgg. (Renato Cigarini) e 236 (Gustavo Trombetti).