A nto ni o P o r ta
pa r t i ta

H GH 2 0 1 2

pa r t i ta .

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poussé à la pagaïe de detours en bocages et guettant ainsì la fin des jours et des jours s’offrir en plein à toute la lumière. C’est le moyen étouffant. Je renâclai.On peut s’y prendre de deux façons pour pénétrer dans la forêt. Ou alors subir la montée de la fleuve. soit qu’on s’y découpe un tunnel à la manière des rats dans les bottes de foin. bien tassé dans le fond d’un trone d’arbre. Louis-Ferdinand Céline. sans recours. . Voyage au bout de la nuit a L.

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alzandosi lo zampillo fino all’altezza degli occhi. senza arrestarsi. ci bagna subito i piedi. neppure attorno alla cintura. 7 . acquistando in forza di espansione allargandosi il foro in forza della pressione: è questo il momento di regolarlo bene. si regola con i suoni. non potrebbe riuscirci meglio. senza doverci stringere troppo: è lui che sta a guardare con il tappo in mano l’acqua salire lentamente dal foro molto piccolo rispetto al volume della barca. dimostra la sua inconsistenza trasformandosi in ruscello. quando è violetto. salendo fin sotto le ascelle in modo che il petto deve rimanere sommerso.Capitolo primo La barca sta affondando. senza urtarci. fin sopra le mammelle. non può vedere nulla. o semplicemente misurando al tatto il crescere su se stesso. è una gondola più larga e lunga del normale. sale lungo le gambe. al momento della maturazione della crescita. dipinta di bianco. sul fondo. soltanto gli gocciola un po’ di bava dalla bocca che tradisce lo sforzo. di colore verde. percorrendo il ventre con un moto di andata e ritorno. come tutti noi. osserviamo. l’opera di concentrazione. non gli impedisce. lambendoci con regolarità. è questo che vogliamo. come va dicendo. intiepidendo le grandi labbra. pianta di palude in crescita a vista d’occhio si liquefa in una frazione di secondo. calda. diventa purpureo. lambisce il culo. da dove soltanto in un primo momento sgorga con violenza. dove tutti possiamo stare seduti comodamente. lui deve controllarlo perfettamente. si è costretti a pensare. dove sediamo. di provare il piacere desiderato. deve impegnarci l’attenzione massima per non rovinare tutto facendosi prendere la mano della crescita del livello e non pare possibile che ci riesca a causa degli occhiali troppo unti. le lenti ricoperte da un liquido gelatinoso e opaco.

continuando a remare con l’altro. che appariva così nitida e chiara nel vento è destinata a scomparire ben presto dalla nostra vista trascinando con sé tutti coloro che poco prima sembravano conoscerci o avere qualche parte nella nostra vita. a volte quasi calda. al contrario. aironi e piccoli gabbiani. chiudendo gli occhi. continuano a pescare in pace. congiunti a tutte quelle piccole imbarcazioni che incontriamo avanzando. verso i quali esse sono guidate da un istinto sicuro. che 8 . formandosi dietro la barca una scia sottile. la marea sta montando insieme alla brezza da levante. che cercano di abbordarci e che affondiamo a colpi di remo. certi di avere imboccato il canale giusto l’acqua si mantiene profonda. senza neppure alzare gli occhi verso di noi: questi siamo noi a salutarli agitando un braccio. una corrente leggera ci aiuta alle spalle. così che anche i saluti. avvicinandoci alla laguna battuta dagli uccelli di palude. si cancellano da soli. non salutano. intersecati da ogni tipo di rami e di arbusti formanti quella rete vegetale i cui interstizi si riempiono di ogni tipo di secrezione che la città produce durante il giorno. se inghiottono l’acqua verde e tiepida muovere attorno al corpo ci avvolge e ci fa resistenza nello stesso tempo. non si avvicinano. a differenza di altri. percorsa da correnti molto fredde. appoggiate ai fianchi da gabbiani di cui si nota il battere delle ali per tenersi in equilibrio cercandovi ogni specie di cibo. sorridendo lungamente. più saggi. acquatici. se hanno presentito qualche pericolo inconsistente. non corriamo il rischio di arenarci. pronti a nascondersi in tutte le invisibili insenature. rimasti senza voce. tra i banchi di sabbia completamente ricoperti di fiori violetti. da una tradizione lontana. nel folto delle erbe più alte: ecco come una pianura piena di fiori violetti si nasconde nell’acqua. i voli brevi e gli immediati ritorni. quasi fastidiose.La città. bianca e schiumosa: è il momento delle anguille che arrivano fin qui dal mare aperto per raggiungere i rifiuti della città che galleggiano a banchi compatti. con pazienza. calmi.

sono i guizzi. il battere delle ali per arrestarsi qualche secondo a mezza altezza. fosse un giuoco che è puro istinto. illuminate di colpo dal sole obliquo o perpendicolare. noi chiudiamo gli occhi per remare più forte perché nella barca bisogna rimanere noi soli. movimenti indispensabili per avanzare. i salti. in su e in giù. ma dove si vedono luccicare le code o le teste guizzando. poiché questo è il risultato. necessità. a colpi di coda. a lottare per non cedere le prede già afferrate. si tuffano per raggiungerci a nuoto. contorcersi rapido e ordinato che significa nuotare. strisciando. ma ne sono soprattutto le anguille ghiotte in formazioni numerose si annunciano con il ribollimento delle acque. congiungendosi accelerano istantaneamente tutti i loro movimenti. spostandosi seguendo la navigazione dei banchi condotti dalle correnti deboli o dalla marea molto più forte e veloce. lo stridore dei gabbiani costretti ad allontanarsi. con quel brulichío continuo. aprono e chiudono migliaia di ventagli. il formarsi di un cerchio di agitazione da piccole trombe d’aria. quasi lo si sorpassa. un ovale allungato come fossero circondate da una rete e trascinate. si alzano tutti in volo contemporaneamente abbandonando loro il banco che lo riducono in breve al suo scheletro vegetale allontanandosi con il medesimo agitarsi della superficie delle acque. pieno di spruzzi. siamo costretti a pensare.cerchiamo di superare con energia aumentando la velocità che si fa sempre più sensibile dall’inizio desiderando di lasciarci al più presto alle spalle le case e le rive da dove molte persone cercano di salutarci agitando fazzoletti e copricapi senza ottenere alcuna risposta. così ci si avvicina molto allo scopo. continuando a remare con 9 . come se il trasferimento. anche gli aironi. di fianco. verso il mare aperto. perfino dall’acqua. per il sollevarsi degli spruzzi quando l’attacco si avvicina al culmine. come luccicano Le braccia devono rimanere libere per ricominciare a remare. invece. lucidissime e dunque assai riflettenti.

cercando un punto di riferimento per entrarci proprio nel mezzo. con la crescente agitazione. la cura delle acque. impedendole di affondare. occorre tenere gli occhi chiusi. per riceverne il più possibile nello scafo allagato. seduti sul fondo cerchiamo di farla avanzare. per non mancare il punto di massima densità. pur di non deviare. il senso di mancata ossigenazione. la scadente durata della reazione nervosa a stimoli di varia natura e intensità. lasciando che siano più loro che si avvicinano. di più violento ribollire. il tremore della lingua e il battito dei denti di Anna. se. di abbreviare il percorso all’interno del canale. dunque. che dentro la barca diventano frenetici urtando contro le pareti. in qualche residuo banco di immondizie disperso. respirare soltanto con il naso. l’accelerazione delle pulsazioni cardiache. lungo le braccia. rallentando la remata. l’immobilità degli 10 .la barca colma fino all’orlo. dove cadono in conseguenza dei loro guizzi continui non potendo interrompere mai quei movimenti convulsivi. circondandoci. e non si deve trattare di altro. sia pure lentamente. il fondo. nel suo caso. il petto. sotto le ascelle. riducendola all’indispensabile per continuare a galleggiare. portando la vogata a 25 battute al minuto preparandoci ad incrociarle. se il foro è stato definitivamente richiuso. con un numero adeguato di battute se si tratta di un piacere intenso ma breve. si trattasse di questo. data la limitata capacità di sopportazione. lo si capisce osservando il suo sguardo fisso. il rapido affaticarsi. non altro accelerando il ritmo delle battute. il respirare affannoso. scivolandoci sopra.

difendendosi con i seni alzati. a fendere gli agglomerati più compatti. se un’anguilla. pur avanzando. in nessun caso. l’acqua che si sbianca. così che solo a martellate possono venire asportati. cercando di trattenere quello che appare a tutti come un senso di repulsione.. tendendo ansimanti. due o tre contemporaneamente. accelerando il ritmo delle battute. si conservano intatte. il brulicare incessante. a morsi spaccano i denti. comprimendole i seni sullo sterno. con brevi grida. allo stremo delle forze. al più presto. pizzicandole i capezzoli per provocare un grido costante. è Anna una statua di marmo bianco. costrette a una masticazione automatica. accendendo una luce verde di avvenuto contatto. come è possibile. evitare il contatto con gli oggetti o gli animali più ripugnanti. accorgendoci della sua vicinanza per il calore che aumenta di intensità. impediti dai remi che si aggrovigliano facilmente occorre raggiungere la riva. data la necessità preponderante di continuare a remare. con le ginocchia incrociate e priva di braccia. il colore latteo diffuso che riusciamo a percepire in una zona molto vicina. quasi nero. verde cupo. tanto le linee. staccate. che tutti quegli impatti. pare che non siano suoi. in posizione seduta. vitrei e sabbiosi. 11 . né sembrano essere sorretti dall’acqua ma fenderla piuttosto. costretta a sospingere con il petto il materiale residuo. sono di pietra. alienandole alla remata.occhi e delle palpebre. non potendo. senza osare proteggersi con le mani. che non riusciamo a vedere. è un segnale non un’invocazione a quelli di noi che vogliono soccorrerla. disteso davanti alle chiese e ai palazzi ricoperti di marmo. luccicante. le braccia sollevate nel movimento della vogata. l’addenta. privo di qualsiasi articolazione. coperto di un velo di polvere. ci fa capire Anna. si fa grigia. portandolo a 25 al minuto. senza potere ripararsi con le mani e le braccia. non provochino effetti epidermici apprezzabili. sentendola sciacquare contro il marmo dell’approdo. senza possibilità di recuperi. come le case che sopra appaiono e scompaiono nell’alone di umidità alto come un muro insormontabile opposto alla brezza di ponente. non un richiamo né l’ordine di abbandonare tutto e di proteggerla formando una diga in opposizione alla corrente.

una verde patina diffusa su tutto il corpo. al tradimento imminente. che bisogna sbarcare. incomprensibile e insignificante.affondando lentamente. guardando verso l’alto. quanto meno si pensi all’inganno. appoggiandosi. stringendosi alla colonna. organi sessuali in grande evidenza e molto sviluppati. le venature quasi intatte. che si staccano adagio. a scaglie. costantemente fissato in una direzione imprecisabile. passandoci sopra le labbra. molti non possono ancora crederci. con il fondo di marmo verde. alzandosi e abbassandosi. risulta altamente insignificante il rimanere costantemente delusi. spinta 12 . così come ci appare. minaccioso e idiota. Data un’emozione tanto più effimera. Anna che si asciuga seduta sotto la colonna rosa e grigia. contro la nave che avanza nel bacino. premendola. leccandola piano. sia pure a misura umana. l’oriente. è meglio che se ne rendano conto. quanto più affetti e cariche emotive riescono a concentrarvi. è meglio rendersene conto. scoprendo il leone di bronzo dalle ali lunghe. premendoci le guance e la schiena. il rossore diffuso trasparente senza segni più particolari di incisione. destinati a sciogliersi uno di questi giorni. liquefacendosi per prima quella patina giallognola che li ha ricoperti durante il trascorrere di pochi secoli. con movimenti che senza aumentare la frequenza acquistano in intensità. asciughiamoci. vi penetra lentamente. che si preparino alla privazione di quel significato. è così fredda. rari segni di corrosione. aderendovi con tutta la sua pelle tutt’intorno lo sguardo dell’animale. che è violetto. in quelle ore del giorno e della notte. in proporzione alla cura con cui riesce a compierli. spostandosi da destra a sinistra e viceversa. sbarchiamo e basta. infine. dunque in gran parte inesatta. attenua il bruciore delle morsicature. seduti sul pavimento della piazzetta di marmo grigio e rosa. coda eretta. insisto. ci pare. senza rimorchiatori.

13 . tanto ci sovrasta distesi sulla banchina di pietra rosata. ascoltando il pianto rumoroso di Anna. tanto adagio da parere ferma.dalle sue eliche. alta e bianca. sopra l’acqua verde e scura che ci circonda. ci lascia fare. noi l’asciughiamo tutta. fin che è possibile. sia per l’estate scorsa. immobile per la rabbia che esprime a gridolini. asciugandole lacrime fredde e scure. così per un altr’anno. attorcigliandosi. candida da parere immobile dietro la chiesa eretta nell’isola di marmo incolore che ci sta di fronte eclissandosi protetta dalla cupola di rame affondando in quell’acqua riflessa viola della durata di centesimi di secondo ha quel colore irripetibile di gemma cadendo davanti alla folata di vento che l’ha provocata appena in tempo per alzare gli occhi sulla nave tappezzata di fiorami verticali scendendo sotto lo sguardo dell’animale che sbava a scaglie di bronzo si staccano foglie taglienti spostandosi piuttosto alla sua destra non può cogliere 1’attimo dell’affondamento totale comprendendo l’isola che la nasconde tanto rapido e inaspettato.

tra le gambe. tra i peli dei baffi. con il busto piegato in avanti. schizzando via le pere cadono sul pavimento rimbalzando dal tavolino. le gocce che si formano sui baffi. percorsi da fitte venature che lo dividono in infinite superfici. tra le saldature. gli alberi dalla chioma folta e leggera. in piedi. un prurito persistente. le linee di divisione spinge sù tra i punti di contatto. ocra e giallo. mentre può essere sudore. spinosi. scivolando con i gomiti. cercando di succhiare prima che il sugo gocci via sul marmo del tavolino. così aumenta l’irritazione. che sposta in avanti a scatti. a pezzetti rettangolari e triangolari. rischiando ad ogni istante di rompersi i denti con il collo della bottiglia. se non l’umido che persiste tra le gambe. dove filtra l’erba bagnata attraverso le screpolature del marmo. costringendolo a grattare. sulla terrazza. mentre può essere sudore. sui pantaloni di tela dove la macchia dilaga e scompare con le bollicine del vino bianco che lo fanno evaporare. caricata di foglie fino all’inverosimile. sopra le rotule se non è il sudore. sopra il tavolo di marmo. senza lasciare traccia. passandoci sopra una mano lasciando un alone rosa sulla pelle di irritazione. volendo pulirsi l’untume lasciato dal salame se è il sugo delle pere. se avesse dei baffi folti e curvi che si intingono nel bicchiere ogni volta che cerca di bere. tra i 14 . a mosaico. se è il sugo delle pere che addenta a scatti. versandone gran parte sulla camicia. con i gomiti saldamente appoggiati. bevendo con foga inadeguata. le gocce che si formano attorno alle labbra.Capitolo secondo lì.

dimenticando le scarpe su in camera. ieri. ne cade una. una almeno lo è. se sono spade. tra le dita. schiacciata sulla pelle. guardandola più da vicino alla luce della finestra. questa mattina. se è trifoglio nano. tutta bagnata si sente come puzza. buttate giù senza pensare che c’è il vaso. qui in campagna. che si usa ancora qui sulle colline. che bagna anche l’altra. devono essere bagnate. sulla pianta dei piedi. conoscendone l’esito 15 . dentro il vaso da notte. molto più verso il nero dove si schiaccia sotto le suole e ci rimane appiccicata. se è altro. evitando le punture. sotto il cuscino. no. senza poterlo svelare. dove è quasi impossibile. alzandola sopra gli occhi. sono sotto il letto. la guardi. esserci inciampato. dove ci vogliono anni. sulle pietre non ne rimane che il colore. dove la si calpesta. una forse meno dell’altra. a tastarle a lungo. cade l’altra. adesso. facendole cadere tutte e due insieme. ripetendo la prima mossa sbagliata. verde scuro e chiaro.punti di congiunzione delle pietre rettangolari e triangolari. perché ripetere quel primo movimento. no. dentro il comodino. per averlo dimenticato pieno. spinge sù tra le screpolature della venatura. sopra il letto. lo è veramente e quanto. penetrando in tutti i pori così cresce gialla. cadute dentro per caso. dove è più facile. tra le lenzuola. cadute di mano tirandole fuori dal comodino. cogliendo il meccanismo quando si inceppa. leggere che è come non averle. togliendole. bluastra e molto più verso il nero dove la si calpesta. si chiede. levandole. assonnato per l’ora tarda. sono proprio bagnate. sotto il calcagno. per il risveglio. altro sono quelle di canapa e tela. cercando di farlo.

di fianco. dallo stimolo fastidioso ormai indomabile. fra due o tre ore. li toglie insieme alle scarpe. dormendo ancora profondamente lo sente venire in sogno. quasi. l’ago della pipì. rotolando. come si mette una scarpa. cercandole con più affanno. dimenticandolo. che impedisce il rotolamento verso la caduta. il sangue a riprendere a circolare. costretto dalla necessità ormai improrogabile. in piedi appoggiata allo stipite della porta. sollevando il lenzuolo. dopo tutti i tentativi di continuare a dormire. dopo un risveglio troppo brusco. senza altre sensazioni collaterali. sta per farlo schizzare. a occhi chiusi.appena svegliato. costretto a correre. strappandolo via. rimanendo in uno stato di attesa passiva mentre sarebbe opportuno compiere qualche esercizio per aiutarlo. che pure è lì. appena sveglio. fra poco. continuando ad aspettarlo lui che non sta alzando la testa per dirglielo. è un momento di calma. è quasi buio. nel vaso. costretto a decidere di svegliarsi di colpo. strappandolo rotola. contro lo stimolo solo. cercando di toglierselo senza alzarsi. qui sotto il ginocchio. certo. è la lentezza esasperante delle cellule a risvegliarsi. pensando. per solo effetto del sonno. sempre più presto. osservando lo strappo che c’è. ha dei riflessi argentei 16 . sempre più frequentemente. infilandosi le scarpe sempre più in fretta. le scarpe non te le stai togliendo ma le cerchi per infilarle. cercando di infilarsi una scarpa di tela. al colmo dell’esasperazione. sente di essere punto più acutamente. tenendosele addosso anche bagnate. come si infila i pantaloni. a batterlo sul tempo. è estate. con tutte le fatiche di un simile risveglio. poiché punge molto forte. urtando gli stipiti delle porte senza sentirli subito. di farla finita. si lascia cadere giù spostandosi lentamente verso il limite estremo. ricoperta da una camicia di nylon rosa che arriva fino ai piedi. per dirlo a quella donna che pure chiama. per guardarla. lo butta giù dal letto. pensando che deve farlo cucire. immensa. di primo mattino. una mongolfiera di carne. aspettandolo. poi tutte e due. preparandosi per quando tornerà. spinto verso terra con violenza. se è tardo mattino. immobile.

soltanto per non provocarsi una slogatura. se non riesce quasi a sentire. con un dolore acuto. data la posizione d’equilibrio precario. senza segni di orgasmo. almeno la mano che sfila le mutandine. non la solleva. senza averlo mai provato. dove ha comperato quel reggiseno fuori misura. né tanto né poco. con le mani che non fanno presa. se ha uno stimolo continuo. che forma un riccio pietrificandosi. spinta contro lo stipite. né bene né male. lei lo guarda senza ansare. mai attaccaticcio. se lo ha fatto fare apposta. nemmeno cominciare. farci passare le cosce. con tutti i preamboli che non riesce. per chiederle perché è rimasta senza la sua camicia. se le ha strappate tutte. perché le mutandine sono di misura comune. nel momento del massimo inarcarsi della schiena. scorrevole Soltanto per reggersi in piedi è costretto a farle male. percorsa da rigagnoli di sudore sempre fresco. se vuole evitare i preamboli. con un vero strappo muscolare. uno strappo muscolare nell’estremo tentativo di non battere. per non cadere all’indietro battendo la testa sul pavimento. sudando ininterrottamente. necessità improrogabili. con le fasce che si arricciano. perché così si devono scostare solo un po’. senza il balzo. con la pelle che è molto scivolosa perché molto liscia. impossibile. servono per questo. è come se non ci fossero. quanto si poteva immaginare.Non alza la testa per dirglielo. che può capitare anche senza la caduta. con il peso che supera le possibilità di un uomo solo. sono piene di strappi. è un movimento che viene d’istinto. che non può portare a termine. deve piegarsi molto all’indietro. come ha potute infilarsele. tentando di raddrizzarsi di scatto. neppure per pochi secondi. pure senza respingerlo. può durare pochi secondi. se ha questa impazienza. naturale difesa che riesce ad arrestare l’emorragia interna. nemmeno scostare. troppo piccole. cercando di 17 . senza essere allenato. che si percorrono in minima parte Non può dire nemmeno una parola spalancando la bocca. proporzioni incommensurabili.

non roteanti. avvicinandosi la caduta. pizzicandola più forte che può. appena un po’ giallino. è lungo trenta centimetri. tutto il grasso contenuto nella soppressa in proporzioni molto superiori che nel salame comune. sempre trascinato verso il basso. con il tatto che conserva sensibile nonostante il grasso che si accumula sui polpastrelli. solo per pochi secondi. tocca lo strappo palpandolo un po’ senza aprire bocca. tanto è rosato. ancora aggrappato. non mostra di sentire il male. se si lava con un po’ d’acqua e basta. col talco si ingiallisce un po’ guarda questo strappo. che si coagula tra le dita. costretto a versarle tutto fuori sui piedi. senza distogliere la sua attenzione dalla soppressa. è il nostro vino bianco. provvedendo con regolarità a sostituire le fette cadute o divorate con quelle che ha pronte sul tavolino di marmo. intaccandola. non arrovesciati. che rimuove regolarmente servendosi di un bastoncino. con gli occhi fissi. è stato svegliandomi lui davanti a lui continua a stare zitto. con le unghie troppo corte che tanto può sembrare vino bianco. guardandolo senza alzare gli occhi dalle fette di soppressa che tiene appese sul petto. alternativamente. gli occhi chiusi. facendo più forza. sui pantaloni rimasti sospesi appena sotto le ginocchia. mantenendo l’espressione della normalità. tagliata a fette molto spesse. così. conservando la superficie compatta. che questa mattina non ho voglia di cambiarmi. sembra proprio che mi sia versato addosso il vino bianco. impotente a tornarci dentro. gli occhi socchiusi. piuttosto che rosso sangue e carne viva. avvicinandosi le spinte convulsive. solo pochi secondi. servendosi dello stesso bastoncino per 18 .stringerlo in sé. facciamo trentacinque. ti dico. e ricomponendola istantaneamente servendosi di una mano per intaccarla e dell’altra per ricomporla. se si diluisce subito. infilate con gli spilli. lascio lì la macchia.

comprimerle sugli occhi. molto più bianca del grasso della soppressa che si sparge dappertutto. applaudendo.infilarle in bocca. branchie. distruggendo le caverne a morsi. due. da dove si scava fuori e si mangia tutto. riuscendo a far cadere anche le fette nascoste tra le foglie. tutte le gallerie. infilandoci un dito. fissando immobile le creste. stringerle sul petto. anche. arrossandole. aurea la granceola si tiene sulle ginocchia. con un colpo netto. scavando fuori la mollica dal buco che ha fatto nella crosta. sogliole agganciate con rapidità. legata ai fili tesi tra un albero e l’altro. i buchi che si formano cuocendo. è così che si mangia il pane. intestini. polpa. lievitando esplodono. ascoltando con attenzione il rumore delle battute. data l’altezza che non permette l’uso delle braccia. con delle forbici da giardiniere fissate sulla cima di un’asta. è una soppressa tagliata grossa. molto bianca. così le fette di salame le tiene appese lì sopra. gettarle tra le foglie. con un arpione le scarica sulla lastra di marmo. battendo le alette spacca in due la forma di pane spalancando gli occhi. applaude battendo le mani aperte sul marmo del tavolo. respirando. della pelle sopra quello che è certamente 19 . sotto la crosta rugosa. avvicinandoli con la lente. quelle che non riesce a uncinare. solo un po’ più giallina della mollica. i crinali. che scattano tirando seccamente lo spago annodato alla parte mobile delle forbici che è indispensabile. anche correndo. da dove le stacca uncinando con un rampino. la fatica delle scale. tre. fitte. tagliando lo spago facendosele cadere addosso. le voragini. riducendo in briciole la mollica della grossa fetta di pane che tiene sulle ginocchia strette una all’altra. picchiando la superficie del tavolo con le mani aperte. provocando schiocchi. proprio attorno e sopra il tavolino di marmo rosa.

rendendolo dunque opaco. con ostinazione crescente. rosso scuro. con una spatola di legno a forma di coltello. ogni volta che accende una candela per leggere le etichette. penetrandovi le infinite gocce del vino bianco. potendone osservare lo spessore. schiacciandolo dentro la superficie crepata. con un’intensità che scambio per commozione. dal basso in alto. mai più di alcuni colori sfuocati. non molto più del variare dell’intensità della luce. anche senza cera è difficile credere che riuscirebbe a vedere. ogni volta senza riuscirvi. piena di polvere. rivelando la rete delle erosioni. spiaccicando il grasso sopra le infinite venature rivelate dal lavoro durissimo delle mole. con le lacrime agli occhi. evitando di farla gocciare. dello spostarsi delle masse più ingombranti invece mi accorgo che sta fissando la pianura. giallastro stendono sui tavolini di marmo la stessa cera che serve per sigillare le bottiglie del vino con un coltello di legno.un frammento di montagna levigato. senza la voglia di riuscirci. da questa piccola mammella. pare infinita. perché tutti si accorgono che lui non cerca di pulirli o vedono che lo fa senza successo. sciogliendo la cera spalmata sul marmo per farlo lucido. brulicante 20 . di farsela cadere sulle lenti degli occhiali quando si lavora agli scaffali più alti. batte con le mani aperte la superficie bagnata. asportando la cera superflua dal collo delle bottiglie. forzata dal formarsi del ghiaccio versa sul tavolo il vino effervescente. così che tutti sono convinti che lui non ci veda con tutta quella cera accumulata sugli occhiali. corrosa dalla pioggia. mormora. che si fa più rosa. soprattutto se sta in piedi di fianco a qualcuno.

già molto inclinati. con lo sguardo fisso verso l’alto. che per il variare delle tonalità dei colori. guardando attentamente attraverso gli archi. neppure nelle giornate di calma perfetta. in modo da formare un limite netto di demarcazione. quattro anni. con gli occhi ben spalancati Mentre sta dicendo queste cose mi accorgo che la cera si scioglie tenendo la testa in pieno sole e il resto del corpo all’ombra. così che anche l’ordine delle coltivazioni non appare mai tale. con le braccia tese davanti al busto e la testa bene eretta.Questa pianura non è mai assolutamente limpida e ben contornata. determinando quell’illusione percettiva che ne aumenta le caratteristiche di movimento e di espansione. si vedrebbe fino al mare la sua presenza nel punto in cui l’atmosfera diventa più cupa. disperdendo gli odori che vanno concentrandosi in queste nicchie. una volta ogni tre. se fosse più limpido. proprio lì dove dovrebbe essere e vedersi. dice. dicono. non finiranno col cedere. finché queste mura resistono e il marmorino che le ricopre non diventerà polvere impalpabile e i pilastri. se ci fosse molto vento. quello stesso punto di osservazione appare molto degradato dal punto in cui mi ha condotto spingendomi su per la salita con la testa nella schiena. le sue lenti spesse e inefficienti Dal punto più elevato allungandosi la pianura in proporzione geometrica. sudando abbondantemente. da brevi macchie. in sé e tra loro. girandomi di scatto verso di lui. sdraiato. non possono mai sembrare immobili. rialzandosi di scatto. lo si vede. intersecato come è dai filari degli alberi interrotto da piccoli boschi isolati. piegando le gambe. partendo dall’alto verso il basso. di là si vedeva così poco. così che non so spiegarmi come non 21 . seduti all’ombra di queste volte. aspettando con impazienza.

sui mattoni che scottano. piegandoci sulle gambe. una pressione sui reni. sono statue distese nell’erba. come facevano loro. voltando le spalle alla pianura. pisciandoci sopra continuamente. gli dico. come non appaia già il principio del fumo. qui è pieno di piume. spinti inciampando. distesi tra le ossa di pietra. cola con abbondanza. rovesciate. gira attorno alla gola. allargando le braccia. staccati a martellate. è il momento migliore. camminando. è la regola È un velo. i capelli perfettamente conservati. i cazzi. con la luce radente. mormoro. non si respira più. sperma. se ne sta formando un velo sulla retina. spuntano dalle narici. ricostruendolo nei pochi secondi presenti. non si spacchino. i piedi senza alluci. le rotule scheggiate. tutte quelle che stanno davanti al porticato. i capezzoli. ho i pantaloni molto bagnati. qualcuna caduta. una spinta alla nuca. dice. formando un cuscinetto sopra le orecchie. orinando sul muro. senza schizzare. sembra vino. scivolando agli angoli delle labbra. con un tremore che va accentuandosi al labbro inferiore. l’erba 22 . li descrive perfettamente. scivolando tra il bulbo e la retina. mormoriamo. con le dita mozzate. non si sente che un rombo prolungato. distesi per un vento che non c’è. né si può aspettarlo. è una mano che ci spinge in avanti sbriciola i mattoni battendoli l’uno contro l’altro formando mucchietti di polvere rossa.senta bruciare la retina. gocciolante come la cera. unito a una produzione anormale di saliva. sbriciolandoli veramente li vede come io li vedo. perché non cuociano subito. nel momento in cui si alza per guardarmi. non si senta l’odore della pelle ustionandosi gravemente. rovesciati a nostra volta. le dita. ricomponendoli usando per l’amalgama un’orina che mantiene sempre fresca. altre spinte. scivola lungo le mascelle. sul collo. si incollano alle labbra.

seppellendo l’asta della meridiana. è una freccia. fino a che diventa impossibile. uscendo da quelle ombre. scendendo per rivedere tutto dal basso. camminando all’indietro. chi inciampa. inservibili senza l’asta bene orientata. si rimane lì finché si vuole 23 . allontanandoci. dipinta di rosso. incomprensibili motivi di decorazione. occorre essere cauti non occorre alzarsi. fino ai bordi.che ci cresce in mezzo. dipinta di rosso come le cifre delle ore che sono perfettamente leggibili. fino all’evaporazione. si deve salire per tornare scendendo camminando all’indietro. con tutte le dita in bocca. che non ci stanchiamo di guardare. fuori dal porticato. qualcuno le avrà ritoccate di recente.

la memoria non c’entra. allontanandole e avvicinandole. il tempo di questo rito. questi vetri opachi e spessi. se è un guardare. radendoti o altro guarda dentro i vetri. tutto deformato. guarda dentro. senza saperlo con esattezza. falsificante. se non ricordi quasi nulla nel nume delle cose. ciò che hai creduto. guardati. nel fiume. se non c’era. puliti e opachi. falsificato. esplodono. esplodono insistere è idiota. dunque è soltanto il presente movimento al presente Guarda fuori dai vetri. non c’è.Capitolo terzo Bene nello specchio guardati. a volte di colpo a volte lentamente gonfiandole quando pare si stiano solo sciogliendo. delle cose: da questo punto fermo e in movimento si vedono muoversi quelli che parevano immobilizzati 24 . staccandoli e prendendoli in mano come lenti difettose. se è un fare Non è una memoria. al tempo presente. guardato o fatto. capace di filtrare ricostruendola l’immagine dell’esterno dentro il loro spessore. dilagando. ma quale fiume. fuori dai vetri. molto spessi ma ancora trasparenti. nitido. se ricordi qualcosa a volte certo a volte incerto.

alzandosi sopra il tavolino di marmo fin sulle punte dei piedi. spalancando gli occhi. viola. con tutte e due le mani. spingendolo fino in gola. arrivando fino ai rami caricandoli bene di là dei vetri di qua dei vetri puliti spessi opachi filtranti passando di continuo dall’esterno all’interno e viceversa a seconda delle necessità e dei bisogni a seconda dei movimenti istituendo un movimento regolandolo in forma di continuo in forma di presente 25 . ficcandolo in bocca con violenza. questo salame grigiazzurro c’è. biancastri. sulla terrazza di Asolo. sbarrati.È la terrazza di Asolo. stretto tra le mani. addentato con ingordigia C’è. addentandolo con ingordigia. il salame grigio-azzurro. biancastro. dove si vedono salire le bollicine del vino effervescente. tagliato a fette molto spesse.

guarda i collages. potendoci vedere bene attraverso. tanto aderenti da essere inserite nella pancia. con impronte venose diramate è come se sembrasse morto da un pezzo. in fila tutt’intorno al suo corpo. osservandoci attraverso le venature della lastra di marmo su cui sta sdraiato. pietrosi. soprattutto osservandoli contro luce. in modo da non opporre ostacoli al sole di mezzogiorno considerato teoricamente sulla verticale. distendendo le braccia e le mani lungo i fianchi. in modo da passare le braccia e le mani all’interno del suo corpo. quando mangiava e ruttava. gli organi vitali vetrosi. tenendole tanto aderenti da far scomparire la possibile emissione d’ombra di un istante. in modo da farne parte. annodando le mani sulla pancia. tutte le infinite venature rosa carnicino che si mescolano a tutte le sue vene più rosse. così come per gli altri corpi sporgenti. dice Màstica. in pieno sole. dimostrando in ciò la massima cura. che non se ne produca tra le pieghe. chiudendo bene gli occhi in modo da far notare le sue ciglia troppo corte.Capitolo quarto Matteo dice: guarda i collages. accorgendoci che gli sono rimaste solo le vene. calcificati. distendendosi sull’erba in mezzo a loro. ricoperti di un lieve strato di polvere tenendoli adagiati tutti fuori in ordine. le risponde Matteo. dice 26 . portandoli tutti fuori dal garage. l’assenza delle ciglia evitando di proiettare la minima ombra una volta completamente illuminato. sdraiandoci uno alla volta al suo fianco per guardarci attraverso. in modo da evitare. anch’essi molto trasparenti. in modo che non ne proiettino alcuna. e va bene. né all’interno né all’esterno di quelle. dentro. affondandoci dentro. davanti al porticato. opali di origine organica. distendendoli sull’erba. sembrava vivo un momento fa. qualsiasi tipo di ombra.

ricoprendone molte con le fette di salame che gli sono rimaste attaccate alla camicia. aiutata da me. sulle orecchie. tanto insensibili immobili da parere morta. prima mettiamoci gli occhiali. con una materia gommosa trasparente. delle mani libere. che ha le ciglia in disordine.Màstica. tanto sono sottili. incollandosi i capelli corti e sottili sulla fronte. nel tentativo di formare. attraverso quell’alone di unto che gli è passato fuori dai pantaloni bianchi. ti sono riconoscente. aiutata da un’abbondante salivazione. nel tentativo di allungarla fin sopra gli occhi tenendoli spalancati. nascondendo le lunghe mani nere tra le cosce. dicendo. cercando di far rientrare completamente sotto le labbra i suoi denti appuntiti. come. che schivo per distrazione attento solo a guardarli molto da vicino. siccome non c’è più nessuno dietro che se ne può servire le ho rotte tutte. dobbiamo pur vivere. tre. distendendosi a sua volta. sottile e dorata. inforcandoli. con la montatura e basta. dico io. cunei sottili lunghi verdi infilati sotto la sua fronte. così si frantumano. si digerisce bene. dico. è meglio che ne mangiamo un po’ tutti. svuotandone con cura parecchie paia. fissate in sù e in giù. perché sono già tutti rotti prima. ci salto sopra con gli stivali. trasparenti quel tanto che basta. che tira fuori dalle tasche. a non cadere subito per rimanere distesi lì in mezzo. in poche ore. quattro paia. ma di intatte non ce n’è. si vedono bene dal basso tutti gli occhiali che ha ammucchiato Matteo. aiutandola a bagnarsi bene i capelli con la saliva. piumosi. sopra le lastre di marmo sparse dappertutto. come fanno a crescere. lisciati al principio della fronte altissima. conservando frammenti di lente in casi particolari. a forare la pelle. se non c’è il sole sembra anche notte. dice. come fanno a essere tanto sottili. sul naso. rivolti all’insù. 27 . a salire. aiutata da me che uso della sua saliva e della mia. facendole passare dietro la schiena. che ho le mani libere. una frangia sulla fronte. dobbiamo pur bere. con i capelli troppo corti. dice Matteo. tutti svuotati. fissandole i capelli tirati in avanti al massimo. sono proprio di seta. facendole muovere le labbra sporgendole per darmi un bacio. se è notte o giorno.

di formare una superficie compatta capace di mettere in evidenza le punte dei raggi spezzati. così possiamo cominciare spaccando tutti i raggi e i cerchioni se i raggi sono già spaccati. domando. va bene tutto tutto quello che troviamo. grande. ordina. sì. atteggiando le labbra in modo sproporzionato. la ruggine va bene senza esagerare. coi cerchioni di legno e coi raggi di nickel. gommoso o legnoso. cerchioni sottili sono quelli da bici o da triciclo. almeno sembra che lo dica molto forte ma non lo si sente tanto. da corsa. alzandosi le gonne ci mostra che ha le mutande nere. anche i legni tirati a 28 . Anna. è una misura eccessiva. non ci vogliono solo quelle vecchie per via della ruggine. perché. ruote di bicicletta e di carretto. non contrariatela. tutti. è già meglio. il passaggio brusco tra un materiale e l’altro. non opporti così direttamente. in procinto di gridare. se è tutto che cosa vuoi che sia. non prenderla. ma servono anche quelle. servendosi delle vocali numerose. coi cerchioni larghi.muoviamoci. molto forte. cercando. la risposta non cambia. che stiamo un po’ attenti. muoversi. chiedendolo. scuotendoci contro le gonne. come quelle. coi raggi di legno. se sono ruote vecchie. anche quelle di auto a raggi. con le nuove ci vuole più forza. grida. ma non lo grida. anche le cromature vanno bene. di petto. voglio dire. che oggetti. ditemi che cosa. mettendo molto vicino una ruota all’altra in modo da farle aderire bene tra loro. gridandolo. dice Anna. che è ora. parlando normalmente. che è l’ora giusta ma cerchiamo bene. coi cerchioni cromati. per farne un grande mucchio. buttandoci addosso le briciole che ci sono rimaste dal dolce Ci si serve di chiodi nuovi e usati. aprendo esageratamente la bocca. dopo la sillaba muò finiamo anche il vino. grida e spalanca la bocca. che robe. già usate.

anche portiere. per fare la base. in questo caso il marmorino bianco. però. buttandole qui davanti. tutto ricoperto di marmorino bianco. cedono sotto il peso formando la base. intanto da sole ci terranno occupati per un bel po’. le particelle bagnate. soprattutto dove è esposto a nord. sedili. larga abbastanza perché deve diventare alto. che prima devono essere un po’ bruciate. una volta giunto al punto della massima tensione. risentendo del vento di mare tanto più corrosivo dopo avere intaccato le superfici. anche alle carrozzerie portanti. cominciando da quelle usate. state attenti. per questo è inutile. di cui occorre liberarsi all’inizio di ogni stagione servendosi di spazzole adatte di setola dura. poi si consolida. cominciando dagli angoli estendendosi a tutte le sue parti. se preferite. quello che ha un senso. anche quelle di legno tagliano. a dei telai di auto. proiettandoci in faccia. anche ai telai. cercare altri oggetti. più larga possibile. ammucchiandole lì davanti.lucido. diventando più distruttive di un acido. prima a caso. la sua base. non muoversi servendosi delle ruote. che resiste ancora. se preferite. non vi pare. magari insieme a dei carretti. a forza di portare ruote tutti si devono fermare. corroso prima di tutto dall’aria salmastra. ancora di più Il muro. così che d’inverno e in primavera spuntano vaste escrescenze saline. più alto di quello che adesso immaginate. non appoggiatele o appoggiatele. alzando l’intonaco. certo. formando grosse bolle in espansione. e naturalmente negli occhi. insomma è il mucchio che conta. che sono facili da portare via. per il momento. è portare ruote al mucchio. una montagna di ruote inutilizzabili o che siamo noi a renderle tali. cofani. 29 . per questo è indispensabile dedicarsi solo alle ruote. evitando che con queste operazioni di pulizia stagionale. per abituarsi. non c’è dito di Dio che tenga in mezzo alle nuvole. con le schegge che dalle chiappe non te le tira fuori più nessuno. prima di tutto. lo facciano esplodere. facendo mucchio. ma con infinite metamorfosi avvenute sia alla superficie che appena sotto di essa. eccetera. lo si capisce subito. tanto cadono subito. a un certo punto. anche da quelle già spaccate. così ognuno di noi cominci col portarci quelle che trova nei dintorni.

verde cupo. se non saltate nel canale. ancora in buone condizioni. chiazze vaiolose. se non vi mettete qualcosa sulla testa. colpi d’unghia o simili. avanzando sopra i chiodi spaccati che ci sono rimasti infissi. grigie. a nord. masticature. fresche. sollevando le ventose dei rampicanti strappati e dunque secchi. graffiature sistematiche. come è questo grande muro bianco e nitido che pare ripreso da poco. camminamenti. restaurato con cura. con tutti i vespai che ci sono stati attaccati e quelli che ci sono rimasti. salmastra e muffosa. già fissate. profonde. scavando molto al di sotto della superficie. tasselli inutilizzati. se non vi riparate la faccia. volendoli conservare sotto vetro. rose di cunicoli. serpentine piatte. resistendo in quel caso al sole pietrificandosi. quasi invisibili. come da istruzioni conclamate. color ruggine. se non li chiudete subito in tempo. calcificando. poiché il retro del porticato deve essere esposto a mezzogiorno permettendo la conservazione dell’ombra e del fresco dalla parte opposta. frammenti di fibre legnose. strette. dove i secoli passati lasciano la loro impronta intatta. labirinti apparentemente esatti. dice. vaste o meno vaste superfici muffose. marmorizzate. al primo colpo. sotto gli spaghi penduli. nero. coronandoli le muffe.se non fate attenzione agli occhi. fenditure lunghe. dove ci si può sedere e chiacchierare nelle ore più calde. altrettanto profonde. compenetrati. frantumazioni. verdine. con tutti i passaggi inafferrabili a occhio nudo da una forma all’altra. altre in via di consolidamento. tirandoli. stampigliando i rombi nel marmorino insieme formando altre abrasioni. in caso estremo. martellandoli via. se non gli voltate le spalle accucciandovi. sottili. usando gli stessi materiali degli antichi. a causa delle intemperie 30 . che si riducono a polvere. se non usate la cannuccia Resistono perfettamente le pareti esposte a mezzogiorno.

lasciando quello spazio vuoto circolare dove il sole continua a battere più che in tutti gli altri punti dell’intonaco a marmorino. dove l’ha cotta meglio. sulla parete. a sostenere un ritmo elevato di raccolta degli oggetti. cioè. riuscendo. davanti al quale. da appoggiare contro. perché quando si è in cima si rimane troppo distanti. saldando tutto assieme. direttamente. sono secoli di sole su questa parete che bisogna adorare. come facciamo a spostare o a rimuovere tutto quello che ci abbiamo ammucchiato contro incollandolo tutto. con gli oggetti incollati. tutt’intorno. da dove trasuda luminoso. in modo da cancellare ogni traccia. una certa distanza tra il cerchio solare e il cumulo delle sedie. ma è ben difficile pensare che ci riusciamo. seppellendo anche tutto il porticato. una volta amalgamato col resto della parete. per spingergliela contro. eretta a nord. di trasporto. 31 . senza aprirle. dunque. unendola con la prima. cercando di formare una superficie compatta capace di mettere in evidenza le punte dei raggi spezzati. dunque. inchiodati. a un metro di distanza. corroso o cromato. urgenti. preparando il terreno all’azione dell’ombra. dovendo pensare a ricoprire tutta la parete innalzandone un’altra. dove le venature delle crepe non si sono annerite. prendendo quelle normali. in modo da preparare il terreno all’azione dei rampicanti e delle muffe. mettendo molto vicino una ruota all’altra in modo da farle aderire bene tra loro. nel punto dove il sole ha battuto di più. scartando subito quelle fatte a triangolo. parete nord e sud. che adoriamo. dove il colore giallo arancione rosa rame dorato bianco si mette in luce costituendo un’unica pasta con la superficie della parete. non le sedie gettate contro o incollate l’una all’altra. in modo che sia proprio l’ombra a ricoprirlo. il passaggio brusco tra un materiale e l’altro. continuiamo ad ammucchiare le sedie per nasconderlo.Ci si serve di chiodi nuovi e usati. annerito. tenendo. che nessuno riesca più a riconoscere quel cerchio luminoso. metallo arrugginito. tutta saldata. gommoso o legnoso. per questo occorrono delle scale. infatti. al centro delle ruote incollate bene una all’altra. curando di lasciare libera la parte centrale della parete in forma di cerchio. in segno di adorazione. circa.

lunghi dieci centimetri. costringendoci a risponderle allo stesso modo. di isolare. sono le sue ultime parole. lo si capisce dall’ampiezza dell’ondata di fumo che ci avvolge. senza risultato. e vi dico se sa di sale. senza sapere se lo fa veramente. se Matteo. non serve altro. incapace di svegliarsi. rispondendo. riempiendoci di ribrezzo. gridando: dò fuoco io a tutto. a scambiarci dei segnali con quell’alfabeto di cui ignoriamo in gran parte i significati. dorme. sopra e sotto. un sacchetto pieno. continuando a strizzarli. a quello che avevamo ammucchiato contro la parete. in una circostanza tanto grave. ammicca Màstica. no. con il martello alzato sopra la testa. se continua così. dando l’impressione che non riesca più nemmeno a chiuderli. alzando di più la voce. attaccati dalla ruggine: ora lo sveglio io. le iridi marmorizzate. mormora Matteo. quando sarà bruciato. convinto. correndo dappertutto ad appiccare il fuoco insieme a Màstica che ci fa da guida. forse molto sfuocato. dando l’impressione di un sonno irresistibile che sta per travolgerlo. ancora per poco. come fosse di sale.voglio usare quelle a triangolo. così vedrete. ammiccandole noi per approvazione. immobili. con una insistenza che ha del grottesco. divenendo i bulbi come bulbi di fiore dissotterrati fuori stagione. evidentemente. che dentro non può riflettere più niente. del contrario. con il suo non-sguardo fissato al vigneto. può salvarsi: lo salvo io. che le palpebre siano rimaste paralizzate. dando fuoco a quello che troviamo vicino. quando Matteo non dà più segni di vita rimanendo saldamente in posizione eretta. perché fa dei segni nell’aria rivolto ai filari con il martello in mano. dice Màstica. appoggio quelle. gli occhi. mormorando: voglio chiodi nuovi. alternativamente. perché è 32 . il polso piegato come per picchiare: lo lecco io. che i cristallini si siano irrigiditi. ammicchiamo noi. con le spalle voltate verso il muro. bisogna proprio svegliarlo. leccandogli la faccia con molto vigore. pensiamo. di muoversi. cercando di scoprire. leccandogli la faccia con vigore. con lo sguardo così fisso al vigneto. dice. ammicca Màstica. di vedere le lingue di fiamma in mezzo al fumo denso. se non ha un moto di difesa contro quel sonno che lo stringe senza possibilità di difesa. come fosse opportuno strizzarci l’occhio.

che cigola buttando fuori tutta la sua umidità distillando gocciole di acqua bollente. dorme profondamente. anche il rumore è molto simile. la sua corsa con il soffietto di cuoio. di cui si nota la presenza osservando l’azione delle fiamme. solo un po’ più lunghe corrono in superficie. la densità del fumo. che si distruggono subito appena delineati. dice Mà 33 . dice Anna. vedendole chiaramente vicini alla parete Matteo è fuori pericolo. il fumo toglie l’ossigeno. la sera si preannuncia caldissima. quella linea che da destra si sta muovendo verso il centro. schiacciandoci addosso le fiamme. non ancora riconosciuti bene. avanzante come in una parete compatta di fogli. possiamo sentirli bene in azione. è così che crepita. il vento è molto debole. da un’estremità all’altra del muro curando quella striscia di fuoco. pare vano l’agitarsi di Màstica. quando arrivano i nemici. bruciando istantaneamente.roba che brucia lentamente. alimentato da venti che non riusciamo a sentire. ha la giacca un po’ annerita e basta. ci vuole tempo e pazienza. non dà segni di impazienza. tutto illuminato dai riverberi e con le braccia irrigidite lungo il corpo. è ingiusto svegliarlo. ammicchiamo. poi le fiamme. divaricando le gambe per farli passare. se è di sale. avendogli girato la faccia verso l’incendio. sembra una carta geografica dei film. il fumo stagnando sopra l’incendio rischia di soffocarlo. se possibile. se aumentano di intensità. senza essere disturbato dall’aumentata intensità della luce. appena visti. questi venti. senza compromettere la vitalità del fuoco. a seconda dei casi. aumentando. a passetti brevi. quando fanno vedere la guerra che dilaga. respirando con violenza. salgono sù per la parete. di cui è piena la zona superiore o quella di destra. radendo il suolo. così che si posson seguire tutti i percorsi che si delineano con l’avanzare del calore. inginocchiandosi per soffiare. nemmeno facendolo ruotare sui talloni. si scioglierebbe. ci vuol tempo prima che si possano vedere le prime fiammelle. dall’apparizione dei riverberi. diventa rapida.

merda. ripete lei. in modo identico al cemento. che si raccoglie e si tira sui vetri. che si tira via a manciate. 34 . salendo fino a schiacciare. un’infinità di volte. molto spesso. nemmeno per risponderle. salvandosi quegli abitanti che riuscivano a salire presto in collina. sono palle di merda. fidando della solidità del materiale in cui le fondamenta venivano affondate. pare. prima il piano terreno. non sapendo o dimenticando con facilità. col passare dei decenni. merda. continuando a pensarlo anch’io. stringendomi un braccio. perché nevica merda. dice Anna. letteralmente. affonda nello stomaco. la cui origine geologica è stata a lungo in forse. diventando praticamente inattaccabile. il livello merdoso stradale. guidandomi una mano. con l’incalzare delle intemperie e dei mutamenti di temperatura. che ci affondavano dentro con tutte le loro case sopravanzando. che cede. ripetendo: merda. che col passare del tempo. alzandosi sulle punte. dico. insieme tanto difficile e delicato dal punto di vista dei danneggiamenti provocati affondandovi le perforatrici. come volesse farmela toccare. lasciandosela alle spalle. penso alla merda e basta. che sembra fango e invece è merda.Sei proprio di merda. la merda in tutte le sue forme. smettendo di colpo. affondandola del tutto. A proposito della merda molti vengono tratti in inganno. preme. merda. premendola sul petto: guarda che è di merda. Per questo è tanto costoso intraprendere operazioni di scavo e. in qualche modo eterno. più e più si indurisce. Neppure sono rari i casi in cui sopra queste colline hanno costruito cittadelle fortificate. soprattutto quella molle. tanto che io non vedo nemmeno lei che mi sta di fronte. Sorgono così delle colline di media altezza. sotto lo sterno. sussurrando qualcosa che non si sente. il tetto sotto un peso immane. poi il primo piano. che le antiche città ci crescevano sopra. sigillo alla definitiva merdosa sepoltura. insieme alla mano. materiale che si comporta. che si raccoglie per le strade. che è una cartilagine molle.

a meno che tu non voglia farmi capire che non ci possiamo più reciprocamente abitare. che continua a salire e che anche fosse acqua si annega. se è la causa prima. quindi non avresti detto praticamente nulla. non credere di insultarmi. anche se me lo neghi continuamente. guarda i coprofagi continuando a premermi la mano sul petto. poi. evacuando bene. immagino. oltre a tutto. la disposizione familiare e casalinga. non l’avrai mica voluto dire. protetti. a meno che tu non volessi dirmi che sono io merda. volendomi fare osservare che lo strato degli escrementi è arrivato al limite e sta per soffocarci. come sanno anche i cani. perché questo mi seccherebbe troppo. che dovrebbe proteggerlo. conservati. con le suppellettili ancora al loro posto. con tutti i lavacri che mi faccio ogni giorno. perché è vero. per non 35 . ma perché vuoi avvertirmi che ce l’abbiamo fino al labbro. ho fretta di concludere. e in questo caso lo sbaglio sarebbe doppio. che. perché allora non scopriresti niente di speciale. per metterti dalla parte della società igienista e confinarmi. tanto è flessibile e fragile. dal momento che anch’io sono dalla parte dell’igiene. perché deve essere così. che tu avessi voluto dire che puzzo. merdolebbroso. da quella coltre stesa tanto lentamente e con tale densità. insomma. fra poco. quella che a me pare puzza. mi dà veramente fastidio. a meno che tu non usi la parola analogicamente. guarda i cani. apparentemente. sorridendo in quel modo idiota. non sopra lo sterno. questo è proprio vero. che protegge il cuore. perché sarebbe idiota. tutti gli strati successivi dei piani di abitazione. dalla parte opposta. come in un quadro verista. dato che le puzze sono talmente soggettive.ma è anche per questo che è possibile ritrovare. ma appena sotto. quella di merda. per colpa degli odori che non sopporto. di ogni nostro comportamento felice. indicanti. è ora che ci trasferiamo in posti diversi. perché la puzza. non puoi negarmelo. non tanto perché la merda susciti in te un ridicolo ribrezzo. sulla cartilagine che si stende lì appena sotto.

che questo premere è dunque un chiedere una risposta ad una asserzione mormorata all’infinito: che è finita. con questi inizi e queste fini. capisco che cosa vuol dire: che è finita. l’hai 36 . chiedermi se devo interpretarlo in senso positivo o negativo. al di là della quale ci troviamo. l’espansione e la contrazione. senza premere troppo. non l’ho già detto?. dice Anna. alternativamente e in ritmo. quel sibilo e che lei sta aspettando una risposta. dunque si elidono. ti chiedo. che solo con l’insistenza si fa capire. con evidenza: non è per questo che le storie del romanzo sono finite? se poi c’è stato o no un tradimento nella storia o se è solo un alibi. al primo urto. associando i suoni informi e indecifrabili con quelli ora più chiari. se non è nemmeno cominciato. cercando di esprimere uno stato di costernazione Non c’è perché non c’è stata una storia. premendoci sopra la mano e soffiando il fiato in bocca. capisco anche che non aveva smesso un istante di mormorarlo. non ci sono eccezioni. perché coincidono. capisco che è quello che mormorava anche prima. che sono solo apparenza. che questo significava quel ronzio. con certezza disperata. ora che ci penso. cioè se la dialettica storica ha un senso. tanto è cedevole continuando a farmelo sentire. sibilata. rispondo. adesso che è finita l’età borghese. immagino. vedremo dopo se non è possibile sfuggire alla condizione di esser costantemente traditi. perché serve anche in caso di asfissìa. è finita. altrimenti lo ammazzi. l’inizio e la fine coincidendo. soprattutto se è un bambino. mormorandomi in continuazione: è finita. ricordati dell’inizio che è la fine. ecco. ma cosa c’entra un cazzo. vedremo dopo se è vero. premendoci sopra due dita.forarlo. giustamente. è un verso che ho sentito e mi pare ormai inutile. eliminati. è questo il caso tipico. quella flessibilità che gli permette il movimento. bassissimo. afferma. dice Anna. ripetendolo con un ritmo da macchina da cucire. che sono poi apparenza. per cui bastano due dita premute troppo forte.

le dico. che sta morendo. costringendomi a correrle dietro anche senza legami. perché lei corre. aderente. io dico che è possibile. ammette Anna. grido. avvicinandosi l’umidità della sera. dice. che invece non grida ma chiude gli occhi rannicchiandosi. è così che mi pare bello correre. senza un motivo preciso. alzandosi sulle punte per soffiarmelo dentro le orecchie. certi giorni ha caldo. tenendole dietro. che ha ancora più caldo. da farmelo stringere. perché non smetto di strapparglielo via. delicatamente. sputandoli. in avanti. rendendomi estremamente faticosi quei passi che devo fare di corsa. risponde. così da farmelo toccare. che ha caldo perché è così. vedrai se non è possibile. ma è lei a dire che non ha freddo. trascinandomi per un braccio. per non sentire gridare lei. buttando le gambe in alto. sorridendomi con infinita tenerezza. dal momento che il fuoco è stato spento da qualcuno e non ci sono pericoli. tirandomi giù la mano tra i seni fino al ventre. costringendomi a inseguirla fino al vigneto. sopra la vulva allontanandosi di colpo. dice ha vergogna a dirmelo. e non me ne frega niente. 37 . per farsi spingere giù dal pendio. pulirsi il culo. contagiandomi con il suo modo di correre. standomi così attaccata da soffocarmi. notando che l’uva è ancora acerba. mi pare verde. che arriva fin sotto i seni. fin che rimane piatta. senza smettere di guardarmi. da farmelo strappare via. a pedate. mi sono accorta da un pezzo. liberato per un attimo. soffocando. con grida. ma è molto bello. mi pare bello che abbia caldo. è già un po’ che mi sta fissando. fin che è venuto tutto.già detto. certi ha freddo. ma lo dice. guardando la sottoveste che le è scesa sulle gambe. i grappoli sono già scuri ma non completamente maturi. non sa quali sono i migliori o i peggiori. proprio dietro il muro che fuma. dice lei. non è così dice. mostrandomi la sottoveste di pizzo. coi piedi. sussurrandomelo. giù verso il prato. togliendosi il maglione. dice. ho solo questo pizzo. li mando tutti a. con il suo culo basso. è così che deve essere. succhiandoli. da dietro. fermandosi al limite. mollandolo di colpo.

manca poco. dico. che bisogno c’è. morde Si sta spegnendo. schizzando tutte quelle scintille. animale gelatinoso si dilata. guai a pensarci. limitatamente alla possibilità delle articolazioni poco allenate. la ruota del carretto crepitando. spegnendone miriadi sulla camicia. se mi piace tenerli così premendo contro i denti. cancellando tutti i segni particolari degli oggetti. capace di amalgamare 38 . suggerendo. sporgendo le labbra. in avanti. dice Màstica. liquido trasparente e gelatinoso dilagante. proprio sono sciami di scintille tenendo gli occhi troppo chiusi. colando. passandola sopra le guance. dico. scuotendo i capelli per liberarsi. fai più rumore tu. sottili. galoppando via con le sue gambe basse. correndo tutt’intorno. che è durissimo. esplodendo a certi nodi ad altri no. di tutti gli insetti che si erano annidati. guarda!. all’improvviso. ma non ci credo più.mettendosi a sussurrare in continuazione. con un lungo frusciare. senza fiato. tu continua a tenerlo. sproporzionati all’attesa. non c’è tempo. quelli caldi. soffia. con la testa piegata. è proprio ora. con lo stridìo. mostrandomi il palato per invitarmi tra i denti. spingendola fuori a poco a poco sulla punta ficcandola dentro le narici. c’è pochissimo tempo. puntata. aprili bene!. senza ritmo. contro il palato. con tutti i movimenti che riesce a fare. come contorsionista. spingendola contro le gengive. voglio che guardi. passandomi tra le gambe. già anneriti prima di alzarsi e cadere. accovacciandosi. guarda la macchia sul muro. cessando per riprendere dopo lunghi intervalli. sei brava. fai forza. producendo tutti quei suoni impercettibili. spegnendosi. dice Anna. liquido bianco e opaco. si possono sentire i suoni che emette. soffiandolo. dico. dice Anna. riempiendomi la bocca per farmi mordere il più possibile. apri. con sciami di scintille deludenti. guarda dov’erano i seni. aprendo la bocca. è così. consumandosi con lentezza proporzionata alla durezza del legno. succhiandolo forte. dice. troppo stretti. volendo imporci il silenzio infilandoci un dito. ma mordi sul serio.

gli oggetti. con troppa saliva in bocca. custodendolo nel freezer. dove passa quell’arteria. incollate assieme alle braccia. tende al bruno. i minuscoli cigni sopra gli occhi. tante. assieme alle gambe. compreso il muro. guarda. tutto ricostruito sotto vetro. senza gridare troppo. soffiata con la cannula. dentro c’è la carne. annidate tra i capelli. delineando una vena incandescente ben visibile in trasparenza. come incandescente e luminosa. tra loro. sarà a 1. spostata un po’ a sinistra. lungo il corpo. stendendosi sul vigneto. tutto intero. facendo pipì nel prato. ne ascoltiamo il fruscìo.300 gradi. cercando di smettere. piegando la testa in avanti. senza staccarlo. dice Anna. sta a guardarci. facendoli scomparire. con dei fili d’erba incollati sulle labbra. ha molta energia. dura per un po’. scivolando verso di noi. amalgamando e basta. senza bollire. 1. Màstica. tremando per il vento che l’attraversa. voglio dire. tutto di vetro. resistenza portata a milioni di gradi. scoppiando a ridere. con la buccia di vetro. se la fa nel prato. cercando di risalire. circa. costatandone la temperatura elevata. bagna le scarpe di tela. scendendo. accovacciata. senza produrre bolle all’esterno. evitando gli spruzzi. lava violacea. si conserva a lungo. delimitando. che si trascina via all’interno. cola sulla camicia. non solo il lobo. inghiottendo tutto. sottovetro. con quelle pulsazioni. basta guardarla brillare. stiamo un po’ zitti. soffocando i singulti. come ricoperto dal ghiaccio. masticandole un orecchio. scuotendo. con i colori veri. allontanandosi. alzando le ginocchia fino alla fronte. traspare. vernice che si versa sopra per racchiuderli. tutto rimanendo trasparente. preoccupante. ingrossata. sull’erba non rimangono gocce. ricoperto di farfalle. tirandola indietro di scatto. soffiato. è incandescente. si è spento. è tesa. fa un buco per terra 39 .300 gradi. come non se ne sono mai viste. senza ridere.

è bellissimo. dico. ci saluta. mi fa montare subito ma non hai freddo. come si raggruma. dice Màstica. è una tartaruga. sono quasi bianchi. è Giovanni. invisibili. da come spira. guarda. non è leggero?. come fai a vederlo. a quest’ora. è venuto buio. non si vede bene. in modo contraddittorio. a passo di corsa al limite del vigneto. come c’era da aspettarsi. palpandole il vestito di seta.così tanto che chiudo gli occhi. seguono il flusso dell’aria. sono luminosi. sono piume. 40 . ha ciuffi di capelli alti sopra la testa. guarda la macchia come è colata. se cammina lentamente.

alzando questi occhi chiusi in direzione del rumore che fanno gli uccelli che ci fuggono davanti. cadere sull’erba già supini. dico. questi schiocchi improvvisi. inciampando. a chiuderli del tutto stringendo le palpebre. non ti trova nessuno qui. con una mezza giravolta ti faccio osservare gli infiniti toni di verde dipinti lungo le pareti di verde che fiancheggiano e delimitano questo prato. prima seduti poi supini di seguito. finiti già lontano. che sono gli infinitesimali dipinti verdi di foglie verdi. se osi sparare sulla scena. pensaci.Capitolo quinto dove il volume della luce è almeno dieci volte superiore a quello che riesce a filtrare tra le piante. ci sdraiamo su quel prato. predisposti ai necessari esercizi di entrata e di uscita. costringendoci a socchiudere gli occhi di colpo. differenziando tutti questi verdi. dai cupi-neri ai chiari-bianchi. sull’erba né umida né fredda. calda. preparati in un periodo non inferiore al milione di anni. ci fuggono da sotto i piedi. su queste pareti. 41 . è pieno di formiche e di insetti necrofori. uscendo dal sottobosco inciampiamo cadendo sul prato ripetendo questa uscita le volte necessarie a cadere fuori tutti e due nella posizione voluta. qui. bella scarogna. fa’ un po’ di attenzione uscendo dal sottobosco inciampando ci sediamo subito sul prato. tornando indietro per inciampare. molto prima di abituarsi alla nuova intensità della luce. sono autorizzato ad ucciderti. brutto stupido. supini. cercando di seguire questo battere improvviso di ali.

con un sibilo. spessi più degli altri. non. così si vede tutto in una luce tanto nitida da far venire la nausea mancando il contatto di una luce troppo forte e nitida che ti fa chiudere gli occhi. dice Matteo che mostra di vederci molto meglio con gli occhiali nuovi e intatti. sbucando dal sottobosco guarda le roncole. il verde ridiventa uniforme. la camicia. se tolgono solo i riflessi. provale. lì aspettare la selvaggina che fugga via tra i piedi. chiedo. lascia almeno che lo posi qui. hai sentito. credilo che se buchi le foglie con i pallini. andiamo dentro a cercare lì ci si deve appostare per la caccia. gettalo. strappando la fodera. se sforacchi le nostre pareti. lasciamo perdere. senza fatica. grido. bianco. che si posino gli stormi degli uccelli. un centesimo di secondo. scovare tutti quelli che rimangono nascosti. trinciando due o tre rami con un colpo solo. fumé contro i riflessi abbaglianti. ma sono taglienti uguali?. sono costretto a farti gettare il fucile. dalla violenza imprevedibile della richiesta. mettendogli le mani addosso per strapparglielo. assieme all’astuccio da violino dove lo tieni nascosto. tirandole fuori da sotto la giacca. solo quelli. impaurito dalle minacce. sopportabile. tenendoli aperti. non vedi tutto color terra bruciata?. balenando un po’ di bianco.coprofagi. grido. è seta. diffusa dappertutto provando le roncole. anch’io ce l’ho. divenuta normale. ma non stiamo andando a caccia. staccandoli via netti. proprio alla curva del sentiero. mormora nascondendolo sotto la panchina di pietra. appena prima di immettersi nel grande prato centrale. sollevando gli acquattati nelle buche. mormoro a Matteo. così. sopra una luminosità eccessiva. se ho nascosto il fucile. dieci metri dopo. 42 . lasciamelo.

paurosi dei cancelli elevati. quegli alberi che vengono creduti eterni e non durano mai più di due o trecento anni. gocciolando il midollo. per uscire. dico. dovendo differenziare l’età del bosco da quella delle piante. schiantandosi. lo stesso. assieme. potendo. se per la maggior parte non venissero tagliati seguendo i sistemi del razionale sfruttamento. della tela della camicia di Matteo Non si sa quanti anni abbia questo bosco dove si arriva attraversando la campagna che gli si stende davanti. non questo bosco completamente abbandonato. difesi da punte gigantesche. sono affilate alla perfezione. è Màstica. giudicando dalle piante attuali non superano i duecento anni. quello delle foglie strappate. dico sottovoce. alcune non più di cinquanta. verso Matteo. diciamo 43 . mormorandolo. riassorbiti dal suolo. che non è mai stato organizzato come colture. diffidenti per la maggior parte a causa delle mura che si alzano in prossimità dell’ingresso principale. le braccia strette alle ginocchia. come sta succedendo a lui. oscillando periodicamente. come sono affilate. non si è sentito che un sibilo. e mi cola un po’ di saliva. misurato lo strato del sottobosco inestricabile. così che lei è costretta a sorriderci e le guardiamo bene i denti porgendole subito una roncola ciascuno. la compattezza dei cespugli. dove si può rimanere distesi per giorni con le gambe rannicchiate sul petto. adatto alla caccia. le mammelle che lo tengono compresso verso il passo. guarda. avvicinato da pochi. vieni qui. in apparenza molto difficili da saltare. affettando. dopo alcuni giorni. pure violentemente attratti dal prato che lo attraversa dividendolo in due parti che sembrano uguali.lì nel folto. comunicare con i presenti a mezzo di queste oscillazioni ecco Màstica. dice. impedendogli di superare la mezza costa. non questi alberi. dove ci si muove con estrema lentezza. mineralizzandosi. soprattutto perché quasi sconosciuto. pronunciando quel nome sempre sottovoce. data la durezza del legno. verso le colline che lo sbarrano.

di un tono anche più cupo. come pare a noi supini perfettamente verde. meraviglioso. il manico. andiamo. la succhia forte. evitando di tagliarsi la lingua troppo presto. una costante violenza.assieme. col busto eretto. sovrapponendo le voci. perché si sa bene che le gocce possono diminuire anziché aumentare. provandole subito sulla mia giacca. continuando a mugolare. tanto era scarico. mormoriamo. stringendola tra le mani subito. cercando di tenere gli occhi il più possibile vicino al suolo. esce. disperati per un’attesa che può sembrare interminabile. curvato giusto per la mia mano. come pare veramente tale a noi che stiamo lì accucciati a guardarla. producendo sulla lingua numerose piccole ferite. cerca e basta. che è un latte molto denso. dice. che si devono avere. sia in volume che in ritmo di caduta. si deve rinunciare. sanguigno. grida lei. più bianca. per il quale occorre una infinita pazienza e applicazione perché le gocce aumentino. inginocchiata. ecco che può accadere. le forze necessarie. comincia a uscire il suo latte. l’ho chiuso nel suo astuccio e l’ho lasciato sotto la panchina. dopo l’inizio sempre faticoso. se non si butta via tutto all’improvviso. dissotterrandola rapidamente. di un verde di quelli molto chiari. correndo via. dice. osservandole controluce. tetete. trascinandole. di farla gocciare dalle due incisioni che vi ha praticato. muoviamoci. eccone una. poco abbondante. che. liberandosene un istante. vanno da dio. rosso cupo. quell’ostinazione. se non interrompe prima del tempo. incerto. coagulandosi spesso. se si ha quella pazienza che si deve. in cerca ho lasciato il fucile. Màstica. ride molto forte. se si rinuncia a gridare per lo sforzo. è fatto apposta. se continua a gocciare. verde anche lei. muoviamoci subito a scavare. 44 . deve capire lei. cercando di spremerla al massimo. spinti da una fiducia estrema. accade. cessare del tutto. tagliandola con due colpi secchi ai lati. di vedere Màstica felice. gli dice Màstica così forte che sento bene anch’io che sto camminando sui gomiti un po’ avanti. occorre trascorrere con determinazione. mettendo una mano su una radice affiorante. camminando sulle ginocchia. il palato infiammarsi inutilmente.

proprio sugli occhi. ti rimane nella mano una pelle già rinsecchita. a praticare due tagli laterali migliorando l’intensità di caduta del liquido permettendo che si succhi più forte. tutto acido solforico. c’è molto liquido. se succhi un po’ forte cola via di colpo. abbracciandole le gambe. gridiamo. a seconda che aggiunga delle erbe o della terra sputandoci sopra. rigida. sbavato. a seconda che usi la poltiglia del gambo o della cappella. dice Màstica. fino all’esaurimento delle forze. di succhiare. nel tendere tanto le braccia. stacca la cappella per vederlo bene. dice Matteo. il gambo è sodo. appena. già trasparente. perché è questo anche il nostro momento. muovere verso di lei per aiutarla. maschere bianche e verdi.continuando a cambiare colore. è il momento in cui si deve rinunciare. smettila. compensandosi meglio le pressioni. se li prendi a calci per farli scoppiare. è allora che si deve provare con i funghi questo posto qui è pieno. con la bocca priva di saliva. questi funghi non servono a un cazzo. sembra di legno. non lascia spazi vuoti. basta stringerli con due dita. gli occhi chiusi. rossastra. ridotto in briciole. proviamolo subito. insieme contro Màstica che ce li schiaccia sulla fronte. sorridendo. guarda questo. tutto in poltiglia. spalmandoli con due dita per parte. i bachi che ci brulicano svuotandolo. cosi possiamo scegliere tra i migliori. una volta che si è imparato a scartare subito quelle che appaiono poco promettenti a prima vista. poi. sembra perfetto. sputalo fuori. guarda questo. senza affrettarsi alle nostre grida. delle possibilità di resistenza fisica. tutto verde. non si può fare forza. spalmandoli sulle gote. guarda come è bianco dentro. se tagli un gambo a metà. le mani strette agli organi genitali siamo costretti a sospendere. tese. succhiandole le mani e i seni che ci lascia a disposizione tenendo le braccia in alto. dice lei. bisogna fare sempre più forza invece si ricava moltissimo liquido senza fatica. se non ci viene mai nessuno. la polvere che c’è. masticando delle foglie lucide. rinunciando a cercare per guardarla. stringendolo. perfino dietro le orecchie. il gambo marcito marrone. già nero. anche del vino 45 . sputandolo fuori tutto. non vediamo più un accidenti di un cazzo. tutti i labirinti che ci sono. con cura. scoprendo i denti. fumano.

con la sua lingua nera da cavallo. ti aiuto io. sarà a cento metri. si ostina con altri funghi. mossa con più rapidità. attorno alla bocca. tirandomi per le gambe. con tutta questa colla comincia a dare fastidio. sono tondi. c’è solo questo filo d’acqua qui e basta. è pieno di ciottoli. sdraiati. con ritmo accelerato rispetto ai passaggi della sua lingua. sono tutti levigati. seduti all’ombra. tenendoci fermi stringendoci alle braccia. lambendo le narici. incollameli sulla fronte. appiattiti. se era qui!. ci mettono solo qualche secondo in più a sfaldarsi. si incollano facilmente sulle gote. ma guarda che mi sporco tutto di verde. prima le mani. ma sono rovesciato. battendoli l’uno contro l’altro. 46 . gli angoli della bocca. sporco di tutto il verde con cui l’erba mi ridipinge. pressante da provocare degli inizi di ustione. ti dico che si possono. in piedi. sono tutti colori di cui non so dire il nome. largo un dito. di quelli che ti servano come le radici. guarda questi dice lei. adesso che resistono. guarda come si incollano. la punta del mento. anche. guarda che ti faccio vedere. implorandola. è così che piacciono. acqua non ce n’è più.dormendo Matteo. battendoli sui sassi. pieni di venature. cammina bene. perfino sul collo. alzandomi per le gambe. contro la sua lenta. dammi le braccia. ma è colla. fai bene la carriola. lasciano migliaia di frammenti sulle labbra. ovali. non arrivo dappertutto. chissà dov’è. costringendoci le braccia dietro le spalle. non basta. dice Màstica. leccati. striati. eccolo. seduto. non so liberarmene di tutta questa colla. deve essere poi vicino. soffiando dal naso. sono buoni. se una volta c’era un ruscello da queste parti. dietro le orecchie. sono lisciati. con le mani nel ruscello senza acqua. non ne troverai mai di buoni. salta su. ma lo dà veramente. ma così da solo. dice Màstica. dice lei. battili. dice Màstica. trascinandomi in giro sull’erba. leccandoci a vicenda. pare marmo. cammina bene così. contro la mia rosea. di quelle amare. implorandola. sono sicuro che c’era. sembra che sparino. leccandomi dove posso arrivare. guarda. se nessuno ci sta lasciando le penne.

dico a Giovanni in un fiato. allargando quel tanto che è necessario. imprimendo la massima velocità al movimento delle mani la sonorità è assordante. di lei. allargando le braccia per partire più da lontano e darci più forte. chissà. sdraiato accanto a me cercando di farmi capire di smetterla. gridando. così a mezza altezza. più cupo. dirigendolo verso di noi. da quella posizione non si vede proprio niente. allo stesso ritmo delle battute. per esempio. bisogna andare su. sussurrandomi con gli occhi socchiusi. dico a Giovanni che mi punge con dei rami che raccatta al volo. in uno spazio di rete sproporzionato al numero di prede che trattenendo deve sorreggere. fin dove arriva il suono degli schiocchi. si impigliano a migliaia la mattina molto presto. battendoli adagio. grida Màstica. con uno sbandieramento continuo. tanto assordante da coprire le nostre voci a noi stessi. diminuendo la frequenza delle battute e aumentando l’intensità della percussione. bisogna fare presto 47 . mettendo tutta la concentrazione nel colpire esattamente nel centro. lo sguardo velato. meno squillante. lentamente. è molto meglio di una cavalla.aspetta che non posso correre tanto. se le reti sono piene di uccelli. è Màstica che ci precede di corsa. è più snella. è meglio di un animale. la collina è quella. chissà perché. senza allargare troppo le braccia partendo anche da vicino. le reti sono piene di uccelli. chissà gridiamo a Giovanni richiamandolo. sempre più con forza. il vento si alza a scuoterle. che ci trascina dietro. conserva la stessa pelle nera battendo dei sassi grigi fanno un rumore diverso. che fa. sussurrandomi di ascoltarlo. schioccando con Màstica i sassi l’uno con l’altra. senza rispondere. è là in cima il roccolo. sempre più forte. in cima alla collina. fermo. costringendolo a correre. guardando davanti a sé come non si vedesse nulla. è questo. scuotendo le maglie invisibili in maniera frenetica. esausto. schioccando in segno di saluto. seguendo l’eco degli spari rimbalzante da un tronco all’altro.

non ne conosco bene la tecnica. non vado certo a strozzarli uno a uno. rivolta. scontentezza. non occorre neanche pulirli tanto non ce la fanno per molto. sia dal vento che dai movimenti spasmodici nel tentativo di liberarsi. con le mani biancastre. tanto non mi convinci a farlo. con intensità crescente sempre. accettazione. magari anche di freddo. guardandolo tutti sempre attentamente. di spostamento pericoloso di pesi tra poco la smetteranno. odio. dimostra soddisfazione. anche da due metri. probabilmente. 48 . dice Matteo. dice Giovanni. da sotto. con i frammenti dei funghi attorno alle labbra. pensi già a come mangiarteli. poi si raccolgono quasi pronti. aumentando l’effetto di sbandamento. prendendoli la corrente d’infilata. da dietro. tra poco la finiranno. dice Màstica. percorrendo il tratto di rete la scossa continua degli spasmi liberatori. rassegnazione. disprezzo.se si guardano da vicino. passando dal fare sorridente con cui inizia a parlare all’irrigidimento indecifrabile di quando sta parlando. rifiuto. così li fai morire di fame e di sete. guardandoli tutti senza capire se quando lo dice. che è l’effetto del passaggio della corrente elettrica liberando lo sfarfallìo delle piume. nessuno riesce a capire quando lo ha detto. stai tranquillo. hanno tutte le piume sollevate. perché non fa più troppo caldo. approvazione. si vede che non aspetta altro. a quella specie di gelo con cui conclude le sue frasi. cancellazione. questa o un’altra notte. lei ne mangia a grappoli. con uno sforzo assolutamente impari ai risultati che potrei ottenere. tra molto. sicuri di vedergli gli occhi un istante prima dell’appannamento subitaneo. fastidio. ineluttabilità. ci impiegherei un sacco di tempo. incertezza. si conservano bene. un po’ sulla rete. nessuno sa se lo sta dicendo come amico che vuole farti partecipe di qualche cosa o come nemico nel tentativo di distruggere con una rivelazione insopportabile e falsa. attratti dal luccichìo degli occhiali. con i ciottoli incollati sulle guance. maturano anche. gli rispondo.

sventolandola. bisogna vederlo. saltando verso l’alto. provocato. è lui quello che si sente con chiarezza. flettendo le ginocchia. ride. direttamente. alzandosi di scatto sulla punta dei 49 .stendendo quella superficie bianca. così domani siamo tutti pronti. ascoltando più attentamente. se non gli riesce bene il primo. che stia usando i sassi?. di danze apparentemente irregolari. aspettando qualche istante per il secondo colpo. dalla precisione del colpo. producendo un rumore più cupo. sarà pronto. in questo primo tempo dell’ascolto. è un po’ troppo lontano. divenendo in tutto simili alle palline di ghiaccio. senza schiocchi. piegandosi verso il basso. è lì che osserviamo Giovanni muoversi 1ungo la rete scegliendo qui o là tra gli uccelli impigliati con i sassi che tiene nelle mani senza staccarli dalla rete per schiacciarne la testa con uno o due colpi. schiacciando tutto trattandosi di animali più minuti. alzandosi la temperatura dilegua 1’ombra biancastra. è un rumore ovattato. sfilando gli spilli si possono sfilare gli aghi e rinfilarli negli aghi dello spiedo. dove sono attaccati con gli spilli. sicuramente gelatinosa. risultando alla fine più esattamente conseguenti. se non fosse per Giovanni. dipendendo dalla vitalità dell’animale. da un rapido variare della temperatura che si abbassa senza che gli occhi gli cadano per terra. seguendo un suo ritmo che riesce a mantenere nell’ambito di una sorta di ispirazione capricciosa. non riusciamo a individuarne la natura. se li batte si ascolta un suono simile a un tonfo. sfilarli giù dalla bandiera. domani sera. così ci facciamo un bell’arrosto. ma non cadono. al massimo. che sia albume. un bello spiedo. non uno sparo. dice Matteo. mancando di precisione assoluta. un bello spiedo. dice Màstica interrompendoci. è come ci fosse in mezzo del cotone tra un sasso e 1’altro. precipitando dalle formine battute contro il lavandino che si appanna. vuoi dire. pensano tutti. dalla parte opposta della rete. basta staccarli e pulirli quel tanto. dice Matteo. intanto lo montiamo subito.

senza intervenire. come fosse stato pestato da qualcuno. gli dà solo un ultimo colpo di tacco. Màstica. in pieno sulla faccia bagnata da dove schizza via. accucciandosi. con una macchia dilagante che a vista d’occhio. non potendo spostarsi in tempo per evitarlo senza mancare il colpo. la si vede crescere. inchinandosi e piegando le ginocchia. noi stiamo voltati a 50 . mi fai proprio male. con le sue possibilità di scatto. come schiaffi. provocando un suono largo. salendogli sulla faccia. Màstica soltanto seduta picchia il tacco per terra osservando attentamente i buchetti che fa. un tacco molto appuntito. nel momento in cui Giovanni smette dicendo basta. costretto a saltarci incontro sulla faccia si vede che ha più sangue che altro. praticamente. senza dire niente. saltando dopo una brevissima rincorsa. lungo un dieci centimetri.piedi nello sforzo di arrivare fino all’estremo limite consentito alla sua altezza. gli batte il tacco sulla fronte. inarcando la schiena. come si svegliasse in quel momento prendendo coscienza del luogo e dell’ora. piuttosto profondi basta. macchiandosi la camicia e le mutande di minuscoli brandelli. sempre accompagnato dal ciòc dei suoi colpi. come si attutissero. irrigidito. seduto noi stiamo zitti. come invece di difendersi avesse proteso la faccia verso chi lo sta picchiando furiosamente. ogni volta che si avvicina troppo con gli occhi alla zona dell’impatto. ciàc. sei un po’ stupida. con la lunghezza delle sue braccia che risulta notevole in proporzione al busto. capace di provocare dei piccoli fori. Màstica non lo picchia più. aggiunge. proprio al centro. debordare. che ha preso un sacco di pugni. inchinandosi senza piegare le ginocchia. mi stai facendo male. da spappolargli la faccia. da spaccargli la pelle con tanti minutissimi tagli.

si stanno dibattendo. di apprezzamento o di scontentezza. prima con dolcezza e lentamente. un po’ gliele beccano e lui li strozza con un piccolo laccio che tira fuori dalla tasca dei pantaloni. che servono. cioè pulendoli solo noi. disponendoli a tre a tre sull’erba non calpestata. per cui ha la massima cura. che non perde d’occhio durante il suo balletto. dice. leccandogli via tutto lo sporco che ci ha accumulato. contando quelli che ha già disposti. in fondo ci guadagna. notando come il suo volto diventa man mano più luminoso. sentendo che lei gli mormora in continuazione: in segno riconoscente 51 . se i numeri delle file e dei gruppetti risultano uguali o proporzionali. in modo che le sue combinazioni risultino impeccabili. poi con grande velocità. non molto forte. a quanti manca 1’alloro nella pancia. a intrecciarle secondo disegni sempre nuovi. lievitando i suoi capelli sottilissimi. riescono a beccargli le mani. certi facendo fatica a liberarli tanto si sono dibattuti. aiutandolo noi da accovacciati di fianco alle sue file. senza che lui si fermi ad aspettarla. lasciandola fare con cura. ci diciamo. furiosamente. quelli che sono rimasti. controllandoli. tutta quella roba che si è appiccicata. limitandosi Giovanni a disporre le file. naturalmente bianchi si tratta di movimenti talmente attraenti che perdiamo tempo a pulire e spennare per seguirli Màstica si alza con uno scatto correndogli incontro a leccargli la faccia. correndogli dietro per poter continuare. senza che lui dia segni. prendendoli in mano per vedere se sono puliti e pronti. quanti sono ancora da pulire. ci pare. a combinarle sempre in modo diverso.guardare Giovanni che stacca dalla rete gli uccelli ancora vivi. saltellando da un gruppetto di animali all’altro. puramente combinatorie. per infilarli più svelto negli spiedi.

li strozza. con gli uccelli preparati appesi alla cintura da cacciatore con tutti i piccoli cappi da dove li fa pendere. anche le mani. dunque assai umido. tenendo una mano appoggiata distesa sulla nuca.non sappiamo se ha gli occhi chiari o scuri. li pulisce tutto da sola. la faccia imbrattata. un po’ lontano di qui. al fondo del breve declivio dove convogliano tutte le acque. di quali. risponde. niente. dove questa luce riesce a filtrare e filtra utilizzando una serie di pareti mobili ritirandosi non appena raggiunge la massima ampiezza. smettendo di fare le sue combinazioni. di questi stupidi. perché dovrei preoccuparmene. se ho le mani luride. aspetta che mi alzi. ancora un po’ più 52 . dove gli alberi sono più fitti e si attenua la luce. sarà un po’ difficile. facendoli saltare tutti insieme ad ogni passo. qui. questa è la parte più bassa del bosco. di essere abbastanza pulito. dice. li spenna. ripete Anna. se guardano o fingono di guardare. penzolare davanti invece che sul culo come si osserva solitamente. che l’ultima è la più riuscita. dicendo. adesso. a quelli di noi che riescono a percepire quel movimento impercettibile. camminando lungo la rete mi viene addosso tutta tesa nell’operazione. impedendo che si asciughi mai completamente bisogna cercare della legna secca un po’ più in alto prima mi stava alle spalle dove c’è Anna che strozza degli uccelli. pare che le sorrida nell’istante in cui la guarda. forte. poi. dice. urtandomi afferrandomi mi trascina via di forza. è ora di accendere. di che cosa stai parlando. un po’ lontano dove. gliele ha leccate tutte. se sono pieno d’interiora di questi stupidi uccelli. mi pare. ti prego. proprio niente. ma proviamo. se a me non importa. come pare a noi accovacciati. ora basta. alzandomi a fatica con un gran male alle gambe accovacciato. come fosse sdraiato appoggiandosi a un braccio.

ripete. non posso che risponderle in quel momento giusto. le mani che si è già riempita di merda di uccello. ho l’impressione. sono costretto a risponderle incapace di star fermo ad ascoltarla. magari anche adesso. perché tu lo fai.in là va bene. siamo seduti a guardarci attorno. ma no ti basta Aristide. molte volte di seguito. tu lo voglia. le tengo sempre un seno. non è sempre così. cazzo. ripete. mi chiede. guarda che non voglio figli. non capisco perché. che ci sta alle spalle. stringendo sempre più forte. mi pare che vada meglio. che cosa c’entra. attento che mi venga bene. riesco a non vedere più Aristide. sei un idiota. le chiedo. con l’urlo. naturalmente. mormorando. naturalmente. le piace. dice. non me ne frega niente ma a lei non posso dirlo. cazzo. mormoro ripetendo. da illuminarci molto. è la paura che cominci a mancarmi il fiato. così che non posso fare a meno di fare lo stesso con l’altra mano e l’altra mammella. imbrattandosi la camicia impressa col segno delle dita che si sono strette. molte volte di seguito. naturalmente. sei geloso. togliendole dunque la camicetta per finire di pulirmi. mi accarezza forte la nuca. dice. me la lego un po’ davanti e basta 53 . dice. non è sempre facile. non capisco perché. qui sopra un prato. non capisco perché. sul prato ancora caldo. sono costretto a risponderle. sono costretto a risponderle. non. guarda la camicetta. non me ne frega niente. spero che sia solo orgasmo. guarda che non ne voglio. le piace. non c’è modo migliore. buttando fuori tutto il calore che ha assorbito nel momento di sole pieno. devo cercare solo di tirarne fuori il massimo. caldo ancora abbastanza da sentirlo bene sul culo. come fai adesso. continuo. almeno. così. da farci passare il calore da un corpo all’altro. Aristide. è così. mormoro con rabbia. con riconoscibile angoscia. non ne voglio più. tu lo vuoi. risponde. guidandomi la mano su una mammella. senza potere aprire bene gli occhi per il sole che ci sta davanti. ansando.

sì. mentre ci vuole subito molto sale e olio. era in trappola. ci sono riusciti. battendola con il pestacarne.Matteo ha una lepre in mano. cercando di sfibrarla un po’. non smetto di ungerla. potendosi raccogliere il sugo che li mischia e rimetterlo sulle carni in modo che non brucino: prima occorre scuoiarla con un crash solo. gridando inferocito. secondo necessità. per toglierle subito un po’ di puzza di selvatico. è stata viva solo un altro po’. l’odore della carne che brucia è insopportabile. lei mi è riconoscente. grida: al fuoco 54 . ungendoli. i pugni te li sistemo un po’ io. facendo attenzione che non sgusci di mano. toccaglieli un po’. tranne che per i lividi che ci mettono un po’ ad andare via. allontanandosi con le chiappe strette. Matteo non vuole. dico a Matteo. dico. non posso metterla la camicetta. vetrina del museo di storia naturale. è un suo desiderio. ma lei se lo aspetta. non ha resistito molto. di plastica rosa. di dipingerla. così cuociamo su anche lei allo spiedo va anche assai bene. mettendo in luce la lepre nascosta. avevo proprio voglia di mangiarne una. sorridendo. aggiungo. facendo conto di strappare un foglio di carta decisamente. ma le fa piacere. ne vale la pena. per lenire il bruciore. ma lui non vuole. liscia da sembrare bagnata o già unta. per fare maturare questa carne troppo lucida e incommestibile. giù hanno acceso il fuoco. dice non può. le ho spezzato le gambe. sentili. sono un metallo da conservare con cura. grido avvicinandolo. ne vale veramente la pena. prendendo il pennello e l’olio. anche assieme agli uccelli passandosi l’aroma l’uno con l’altro. tanto che i fasci muscolari paiono finti. guardalo. adesso. sorrido.

seduto poco lontano. bruciacchiandogli i pantaloni. i capelli arricciati davanti noi ce ne stiamo andando. non desiste. ma cosa stavi guardando. non me ne frega niente della conclusione. digrignante. battendo direttamente contro i tronchi. nel cielo orribilmente dorato. dice Giovanni. guardando indietro tutti quegli alberi che stiamo lasciandoci alle spalle. i supporti dello spiedo cedono. appoggiato al tronco. pensaci un po’ anche tu. tagliuzzato. i supporti dello spiedo sono di legno. gli chiedo dovevate fare attenzione. Matteo più di tutti correndo in giro senza gli occhiali rotti. avviandolo con calma. correndo tutti con i fazzoletti. dico a Matteo. immobile. a tutti quelli che si avvicinano a sentire che suoni sta emettendo con quel movimento di labbra continuo. battendo le mani sulle cortecce. prendendolo sotto braccio. prende più rincorsa. sventolandoli contro le fiammelle. bruciacchiandole tutte. senza peli. correndo in giro appiccicando il fuoco dove noi stiamo tentando di spegnerlo. gli uccelli cadono nella brace. acceso troppo vicino invece che nel posto più isolato possibile. un po’ al riparo. dobbiamo legarlo. svegliandolo. dice Giovanni. allontanandoci rapidamente. a un albero lì vicino. andiamocene in fretta. lasciamola correre dappertutto. alimentandole. è una sua tipica frase. di oro colante che si fonde 55 . si carbonizza tutto. il fuoco. dicendo: porca Anna. se il fuoco si appiccica ai pini vicini. dice Matteo. dico. ci mette più violenza.perché non mi aiuti. senza ciglia. avete sbagliato tutto. la colpa è di Matteo. la lepre è a sua volta brace. in due minuti siamo fuori. spruzza saliva. ma se sono stata io. dice Màstica correndogli attorno con dei bastoni ridotti a torce. tutti gli stracci che si fanno strappando le camicette e i vestiti di cotone. le camicie.

cadono a grappoli. di cui si vedono cadere le gocce infilandosi sugli aghi. seduti un po’ distanti per non prendersi qualche pigna in testa. una sotto e una sopra.sopra le cime. così che tutti ne mangiano con piacere. prima sembravano abeti. sotto candidi denti. dice Matteo. si sbucciano con cura cercando di sfilare staccandola con le unghie la buccia impalpabile viola. vengono fuori candidi. si spaccano con due pietre. gonfiano dall’interno le pigne le fanno scoppiare. perché adesso fa tutto il caldo possibile. pini marittimi che stanno colando nell’oro. non si capisce come resistano a questo clima d’inverno. riescono a caricarsi di pignoli violacei. dice Matteo. 56 .

spostato dal centro. se fosse costretto a una resistenza decisiva. per cui verrebbe spaccato. concentrandoli tutti di colpo. in cui affondano e si sollevano i grandi respiri di foglie. emettendo serie di suoni altamente incostanti. è più grande di una immensa quercia. è mobile. che ci mette più violenza. è l’ansare dei suoi vuoti e dei suoi pieni che attira e respinge il vento. spesso più di 80 centimetri. se non venisse risucchiato dietro nell’imbuto del viale di carpini. 57 . impotente opposizione frontale. si gonfia. aggredita da raffiche di vento sempre più frequenti. tra i verdi e i rossi e un nero tanto indecifrabile da mimare l’assenza di ogni colore.Capitolo sesto La magnolia viene sconvolta. abbandonata a un turbinìo caotico. è un uovo di plastica. mare di foglie lucide che si guarda dal basso in alto. se il vento non lo oltrepassasse aggirandolo sui fianchi. ancora più forte. a vari strati. riprende a respirare con una violenza imprevedibile. privata del ritmo della respirazione. trascinato via. sembrano praticare una respirazione artificiale. penetrandovi d’infilata. travolgendo e superando la magnolia gigantesca. mole che diviene debolezza e impaccio. a causa del rigido gigantismo. premendo con le mani sovrapposte appena sotto lo sterno. è un’immensa magnolia. scuotendosi in un brillìo frenetico. impossibilità di fuga e di agile difesa. con passaggi estremamente rapidi tra i toni lucidi e quelli cupi. estirpato fin dalle radici che rivelano in quel momento all’improvviso una grande fragilità. è il suo respiro che guida le mani inutili che vengono sbalzate via. in cui la pressione. svanendo ogni impressione di regola. più verso l’alto. la velocità dell’aria. neutralizzati condensando il nucleo principale. verso destra o verso sinistra. ostruendo il cunicolo che i carpini hanno formato saldandosi alle estremità dei rami in modo da costruire una galleria vegetale. è una palla. un soffitto curvo compatto di foglie intersecanti.

assecondando fin dove possibile le forze contrarie per non sprecare troppe energie. perfettamente silenziosi e immobili. dal lavorìo. togliendo opacità al tessuto. facendosi trascinare. tessendo sopra e dentro se stesso. percorrendo. a cercare rifugio. immoti nello spessore del fogliame intersecante dove il vento non c’è. data la posizione. così come si quietano di colpo. spingendo al massimo le ginocchia in avanti. in una zona di calma relativa. percepisce quei voli a brusche deviazioni. senza sottrarre luminosità all’interno della galleria. con una insistenza che mi costringe a guardarlo. con attenzione. pur mantenendo la stessa posizione inclinata. sovrapporsi e infiltrarsi di nuovi rami e di nuove foglie. man mano che lo spessore delle stratificazioni cresce acquistando le foglie un colore sempre più chiaro. sorreggendoci l’un l’altro per la schiena. superando. tanto che una volta accovacciati dentro. raggiungendola. allora. cercando di capire come se la cavano nel momento della massima violenza. il canale acquatico-vegetale. protetti dalle mura. turbinando. delle foglie che si alzano come peli. lasciandosi cadere. pur conservando la sua trasparenza. apparentemente non più necessario. per linee irregolari. in movimento. quando poteva sembrare tutto finito continuando la sua crescita. a trovarlo. spinti dall’alto. accucciati. forzatamente rivolto verso l’alto. osservando come sono costretti. permettendo di vedere tutti gli uccelli che ci volano attorno. a molti acquari sovrapposti. guardandolo mi pare in preda a un’ansia che non gli sospettavo. incapaci di reggere a lungo. tanto da far pensare al fluire di strati acquosi sovrapposti. 58 . improvvisi sbalzi di quota.resistente molto più di un intreccio progettato. di cui ero certo potesse non soffrire. chi come noi. stringendomi un braccio sempre più forte. frenato dagli strati esterni. data l’insistenza della casualità nel continuo. tuffandosi di colpo nell’istante di calma propizio. la barriera di un vortice. incapace di controllare quelle spinte emotive. dirigendoci verso la casa. io e Matteo non riusciamo a capire dove sono finiti. camminandoci. cadendo. col reciproco aiuto. in conseguenza della velocità delle foglie. sospinti dal vento e inclinati un po’ all’indietro per tentare una posizione di equilibrio con lo sguardo.

piegato in avanti. seguitando a scuoterlo. schioccandole: l’anticiclone. non c’entra affatto. sporgendo le labbra. gli occhiali spessi e sempre molto unti. perché sarebbe presto caduto. aumentando ancora quel ritmo. con tutta la serie dei suoi meccanismi di difesa. il giorno e l’ora. l’ora. portando le scosse a 120 al minuto. mugola. un’attenzione sproporzionata all’oggetto in sé. il mese e l’anno. il ciclone delle Azzorre è in ritardo. trascinandolo dentro. stringendola con quattro dita. dicendo. come un giocoliere. chiedo. due pollici e due indici. proprio così.sconfiggendole sul nascere. impedendogli di cadere. con gli occhiali legati con uno spago. è proprio così. i tappi di cera nelle orecchie a protezione del sonno. a pinza. atteggiando le labbra a culo di gallina. in un equilibrio quasi impossibile senza possedere scarpe speciali. secondo i suoi calcoli Entriamo. di inviare cartoline senza indirizzo e senza firma. è fin troppo evidente. talmente attrattiva da farlo piegare un poco in avanti. allora è vero. ripetendolo 60 volte al minuto. ripetendolo 30 volte al minuto. dico. con tre dita. forse non il minuto. è l’inizio più banale che potessi trovare. di non essere più visto per mesi. privo quasi di venature. osservandolo con fissità perfetta. mentre il braccio me lo stringe tanto da farmi male. afferrandolo per un braccio per impedirgli di correre al vialetto dei carpini che sta fissando con una intensità sproporzionata. che cosa. il giorno. infilandosi l’indice nella patta 59 . allontanandosi rapidamente verso il vialetto dei carpini. c’è qualcosa che ti preoccupa. la sua capacità di scomparire all’improvviso. ripetendolo 40 volte al minuto. per ciò va bene. chissà perché. è questo il momento. dicendo. scuotendolo. forse non il minuto. fermandosi un po’ a stringere il tronco di una pianta più giovane. gli cadono sul petto. quei sonni improvvisi e plumbei. volevo dire. che bastano per farmi male. passandoselo in mezzo alle gambe. liscio. deve fargli un male cane è questo il momento. l’ora e il giorno. controllandole metodicamente. per ciò l’ho trovato.

dei pantaloni. quel tanto che mi impedisce di dire: non mi piace affatto tutto così al buio. per quello che si può con questa poca luce. dicendo. risponde gridando a sua volta. circondati da pareti di legno. seduti quasi al centro della stanza su due poltrone di pelle scura che si fronteggiano o quasi. frugandosi con un bastoncino che si è portato dietro. ti dovrebbe essere tutto chiaro. colmo di ondulazioni. sotto un soffitto di legno. con i piedi appoggiati a un tavolino dondolante a causa delle irregolarità del pavimento di legno scuro. mangio. non c’è dubbio che ci invita a regalarle una pelliccia. in prevalenza. perché continui a frugarti!. grattandosi furiosamente. rispondendo. con un cagnolino nero che l’annusa stando sopra il tavolo. risponde fischiando dalla rabbia. posando sopra un pavimento di legno tirato a cera opaca e scurente. anche dello stesso tipo. fissandoci per invitarci. da animali. in certe occasioni. ripetendoci quest’invito in tutti i quadri dove questa scena è stata ripresa. anche molto scuro. circondata. volendo farci capire che le è stata regalata. per accertarmi. tanto si affonda. così che stiamo lì a guardarci. la mando a chiamare subito 60 . sbucando sempre nuda e violacea in mezzo ai fiori alti come un uomo che infila in speciali vasi di cristallo blu. in una luce da temporale lontano. dice. se è così chiaro. da dove emergiamo con gli occhi. magari di taglio un po’ diverso. così poi ti spiego. a travi. proprio perché sullo sfondo è stata sempre dipinta una grande vetrata. che riesce a filtrare fino a noi quel tanto che basta a farci emergere dalla oscurità. che facciamo dondolare. protetti alle spalle da alcuni quadri dove sono dipinti dei fiori alti come un uomo ma nascondono una donna sola lambita da una luce piuttosto violacea dipinta più volte nell’atto di fingere di ricoprirsi con una pelliccia. a turno. con le sue cortine di velluto alzate sopra una visione di prati ondulati e violacei. old style. gatti e pappagalli. mi piace vedere quello che. fai venire tua moglie. la sta leccando: è da questi quadri che ci viene questa luce attenuata. desiderosa di mostrarci la sua pelliccia non identificabile. più moderno. probabilmente ho frainteso.

che pungono forte anche lei. lei ha dei seni come le mele. sempre meno. sempre in penombra. allora sono gustosi. è così. Da un po’ lei ha spesso freddo. grido. con tutto il languore che c’è in una 61 . prova. come le mele renette.Ecco. che sono pericolosi per i denti. prova pure a rifarlo. ma di sapore intenso. ma se anche Matteo sta dicendo di sì. dice lei. prova pure ad assaggiare. proprio. provandolo. sai quelle che si mangiavano dieci anni fa. di colpo. ecco. che la pungono se li stringi solo un po’. tocca. gli grido. le dice Matteo. altrimenti è difficile farli uscire: non si devono tenere mai in pieno sole. si scalpellano via. vengono via le schegge a martellate. sono mele pietrificate. Anna. per esempio. Anna. senza neppure smettere di frugarmi con il suo bastoncino d’avorio istoriato. poi l’altro. è impossibile. come nel quadro. alzando un ginocchio. il tè. allora sì che va bene. quando diventano un po’ viola. ecco la prova. o anche di notte. che fanno il solletico alla mano. con la foga e le spinte di un vitello da latte Guardala. dopo avere bevuto qualcosa. con un braccio rimasto teso verso il soffitto e le dita che pendono verso il basso. certo. naturalmente. nel pomeriggio avanzato. pieni di puntini. se ci pensa lei a infilarci prima degli spilli. non abbondante. con un irrigidimento progressivo piuttosto rapido. continuando a negarmelo. non tanto sottili. non perfettamente lisci. appoggiata spingendosi con forza all’indietro per aderirvi al massimo. sono sassi. solo dopo un po’ che si dorme. è vero. quei seni lì. prendi un martello. lui ha torto. sono diventati immangiabili. ritirata addossandosi alla parete che abbiamo di fianco. per vederla proprio di fronte. vai a farglieli sentire. se sono pietre. negando. prima. è vero un cazzo. che allora erano di moda. tanto sono pericolose per i denti. pieni di puntini quasi invisibili. specialmente dopo averli intiepiditi. che allora hai già in bocca un certo sapore. così va bene. grido a Matteo che non vuole alzarsi lo stesso. girando le poltrone in modo da vederla bene. oramai. ripeto. così che dalla bocca fanno uscire il sugo.

senza timore di smentite è peggio se cerchi di tirarla su con le corde. ecco. muovendosi gli arti per conto proprio. le succhio un po’ e scopro che hanno un sapore di fragole troppo mature. perdendo i legamenti delle articolazioni ogni consistenza. non ce la faccio. piena di mele. nell’atto di grattare. guardatemi. è quello stato che si può proprio definire: sfatto. non c’è più collegamento. lasciala in pace. dando l’impressione che basti un’altra convulsione per provocargli un nuovo lieve attacco d’ansia. il tonfo che fa sul pavimento. disteso con la sua mela ficcata in bocca tutta intiera. guardami. senza elasticità. viene fuori tutto dalle orecchie. implora. dice Matteo. senza resistenza. che smette di usare il suo bastoncino di avorio istoriato alla cui sommità è stata avvitata una manina scolpita. lasciandomi togliere di mano il martello da Anna che lo posa sulla mensola del caminetto. pure d’avorio. scheggiandole via un pezzo di gonna plissettata. dice. dice Matteo cerca di accompagnarla fuori. correndo a raccoglierle per assaggiare. non può più alzarsi. dandole solo una lieve spinta per farla afflosciare sul pavimento. da una concentrazione di peso che una mela non potrà mai avere se non è di pietra tirandole contro il martello. senti. quando ne cade qualcuna dalla borsa. dico a Matteo. 62 . dico a Matteo.mano di pietra mentre l’altra. perdendo forma di minuto in minuto. adesso. Matteo. snodandosi la testa e le gambe. schiaffeggiandolo per tenerlo sveglio. infruttuosi movimenti indipendenti. di nylon intrecciato. come potete vedere. non vedi come sono sfatta. abbandonata lungo il fianco destro regge la borsa di rete per la spesa. sono andate a male. annerite. un pacco che si slega. sono sfatte. guardami anche tu. provocato da un peso.

dice, è chiaro che mi sta riducendo all’impotenza, dice, dopo aver ancora provato, con il suo bastoncino d’avorio con la manina: portala fuori, insiste, senti le mie pulsazioni, dille di uscire che ti racconto la mia storia, implora, così che sono costretto a farla uscire, ordinandole di trascinarsi sulle ginocchia, di aiutarsi con i gomiti, sollecitandola con dei piccoli calci, con la punta dura della scarpa, piano ma sempre con la punta, quel tanto che basta perché continui a trascinarsi via, aiutandola con una corda cui riesce a sostenersi. L’avanzare dell’ora si compensa con l’aumento, della luminosità esterna, come capita, certe volte l’estate scorsa, che ci si accorge di come c’è ancora il sole, ancora intenso, quando tutto sta per concludersi, è pacifico, nella sera molto vicina, come accade a una certa ora, d’estate, confondendo il buio dell’interno con quello dell’esterno, allontanandosi i temporali, liberandosi dalla foschia persistente a un vento improvviso: per questo posso ancora vederlo accucciato nella poltrona di pelle mentre parla, osservare come si muove, dove mette le mani, dove infila il bastoncino d’avorio: non mi è rimasto che il veleno, continua, e l’ho trovato, mostrando un cartoccetto che posa sul tavolo, aprendolo per farci annusare una polvere impalpabile, che non rimane neppure appiccicata sulle dita inumidite, sentite che non ha odore, e neppure sapore, così che posso usare i suoi cosmetici e nessuno si accorge di nulla, spargerlo su qualcosa che sta per mangiare, con una saliera finta, tanto è quasi invisibile, cioè diventa incolore appena lo si posa su qualcosa, è vero, dice Màstica, si deve fare così, glielo ho insegnato io, seguitando a darmi dei colpetti sulla fronte con le nocche, come se potesse servire a qualcosa, dice Ecco che cosa può essere successo, riprende, Matteo: prima avrei fatto fatica ad usarlo, preso da un’incertezza da farmi continuamente ballare di qui e di là, premuto con violenza dal bisogno di orinare, correndo da una stanza all’altra, da un angolo all’altro, di una stessa stanza, su e giù per le scale, contorcendomi mentre guido la macchina,

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tanto da sbagliare spesso i cambi, da cambiare all’improvviso quando non c’entra, a zig-zag, anche in curva, non posso prevedere quando, anche perché, nel momento in cui credo di avere deciso e mi preparo a metterlo sul rossetto, per esempio, mi fermano i suoi piedi, per esempio, che mi vengono in mente perfettamente nitidi, che mi leniscono, che me lo fanno tirare, come quando lo facevano e, per un attimo, spero che lo facciano ancora e non lo fanno più, ma io spero idiotamente, che è orribile nelle mie condizioni, quando quei suoi piedi piccoli e rosei mi stanno camminando sopra le gambe, si muovono per tutta la superficie del corpo provocando una specie di gorgoglìo, uno stridìo, un fischio, credo, che sale di non so dove o meglio non so come, dato che me ne sto completamente immobile, cioè senza muovere le corde vocali faccio uscire da qualche parte quello strido, quasi uguale a quello degli uccelli che allungano il collo e lo gonfiano, sibilando, con il becco da rapaci, sono i nibbi, mi pare, quando uniscono il richiamo all’invito a continuare, quando, insomma, sono certo che non accadrà più, così che a un certo punto devo trovarla la forza di usarlo, anche alla svelta, perché quei piedi lì lei li usa solo per tirarmi all’improvviso calci nei coglioni, se riesce a centrarli, tanto da farmi vomitare subito, in qualsiasi posto io mi trovi, calci e vomito immediato, sui vetri, sui tavoli, in faccia a qualcuno cui sto cadendo addosso piegato in due, così dove capita, è irrefrenabile, quindi decido di aumentare le dosi, non più di tanto per non essere scoperto, ma insomma comincio a usare dosi più abbondanti, doppie, pieno di lividi come sono, costretto a tenermi distante per sopravvivere, salgo e scendo dai tram, ripeto all’infinito quei pericolosi giri in macchina, fino al limite del sopportabile, ritornando al tram, anche per vedere un po’ di gente, per fare due chiacchiere con chiunque, rischiando di non farcela, proprio verso la fine, quando lei ha pochi giorni di vita, rischiando di commuovermi: è sempre un animale, lei, capace di farmi impazzire, come ha dimostrato, non posso dimenticarlo, almeno non completamente, solo con il massimo della violenza su me stesso posso arrivare fino in fondo, senza nemmeno poter contare su una precisione assoluta di calcolo sull’effetto delle dosi, non potendo contare su una precisione assoluta delle dosi stesse, dunque divento spasmodico, infine

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ce la faccio, entro limiti di errore perfettamente tollerabili, lei muore per insufficienza cardiaca, disturbi circolatori vari, collasso del sistema, ne aveva sempre sofferto, un po’ fragile, fragilità da cui derivava la trasparenza della sua pelle, senza che qualcuno si accorga di niente, nessuno se ne può accorgere in effetti, così che posso mettere in atto quanto ho immaginato, riposandomi prima per qualche tempo, per essere pronto a tutto, pensando solo a rimettermi in forma, nella quiete totale, solo qualche esercizio fisico, corse, scatti, rendendomi ben presto conto che con lei è scomparsa ogni causa di turbamento, ho ragione di credere che la mia attività possa riprendere normalmente, con quella violenza, le spinte alla corsa, i gorgoglii e i fischi che l’hanno sempre accompagnata, mentre col passare dei mesi la ripresa tarda a venire, il tempo trascorre senza che nella mia quiete, che ha funzionato come terapia d’urto, cominci a prodursi qualche variante, senza che dalla quiete totale nasca altro che quiete invece della guarigione prevista, cominciando a temere di avere raggiunto la pace dei sensi, ridendo comincio a credere che sia vero e anche se non ci credo è vero egualmente, non ne ho più nessuna voglia, mi rendo conto, spiegandomi questa immobilità con la paura non ancora sopita di provocare, con altri rapporti, una storia simile alla prima, compresa l’immane fatica del finale, decido di passare il mio tempo, approfittando della stagione favorevole e preparandomi ad una attesa non breve, registrando il canto degli uccelli, tutti i versi che fanno, non certo per ascoltarli, limitandomi a mettere in moto il registratore e ad aspettare, sordo, cambiando il nastro quando mi accorgo che è finito o sta per finire si accende una lampadina rossa: dunque la registrazione è un puro pretesto per andare sulle colline o anche per fermarmi in pianura, al limite tra gli alberi e qualche prato tagliato tra gli alberi, perfetto nei suoi colori chiari o scuri, a seconda del vento, nettamente delimitato dalle pareti compatte, delle foglie: è lì che metto in moto il primo nastro, ogni nastro dura venti minuti, circa, dunque la registrazione serve a misurare il tempo che divido per nastri e per intervalli tra un nastro e l’altro, mentre il mio cervello segue soltanto gli sguardi sempre più intenti fissati nelle pareti di verde, sempre più dentro il fitto delle vegetazioni, rimango lì, sordo, a vedere: ascolto più tardi, durante le dodici

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provocando quelle vibrazioni ad alta frequenza capaci di moltiplicare all’infinito le pareti di verde. capisco che bisogna guardare. mentre per la pioggia mi servo di tende che ho fissato qui e là. divenendo grigio. che tu sei il verde. magari proprio quando si è convinti che le varietà siano fissate definitivamente. lo stesso verde in cui ero immerso al momento della registrazione. rovesciandosi. nel momento di massima sfiducia. canti. legato ad esso nuovamente. sotto la tenda trasparente. in cui si può osservare l’apparizione di quel brillìo in cui i rimandi tra la luce e i verdi diventano tremendamente intensi. sento per la prima volta quei suoni usandoli quali strumenti adatti alla vista. interrotto dai rari momenti di sonnolenza più che di sonno vero e proprio. fischi. cioè sempre seduto e pronto per ricominciare.ore che passo a casa ciò che è stato registrato. dopo giorni di stasi. così che non mi impediscono di guardare. di plastica trasparente. ticchettii. a cambiare il nastro. il precedente rapporto udito-vista. tutti i giorni. ripetendomi 66 . tutt’intorno. nei luoghi più abituali. che la saliva è verde. sempre col terrore di perderlo. identificandosi quelle pareti con il velo della pioggia compatto. evapora il verde sotto certi scrosci troppo violenti. osservando come si diluisce. arrivando a soluzioni ritenute impossibili. di immobilità quasi perfetta. siano essi versi indecifrabili. incupendosi all’eccesso. salvandomi spesso con un vento di velocità lievemente superiore o lievemente inferiore alla media. a non perdere quell’istante. sotto di me. constatando ogni volta con sollievo che l’acqua ha soltanto lavato le foglie mentre sto pronto. che tu ci sei incollato sopra. per un riparo immediato se l’acquazzone è improvviso. borborigmi. perché è una frustata. aumentando in misura imprevedibile il numero delle combinazioni possibili tra tutti i verdi formanti una stessa parete o tra pareti diverse. che passo in poltrona. che il verde è lì. davanti a me. in altre parole. convincendomi a stare ancora seduto. rovesciando. permettendomi di ricostruire davanti agli occhi e tutt’intorno le stesse pareti di verde. acqua esso stesso. se la pioggia cessa all’improvviso.

perché il verde io non sempre riesco a vederlo bene. seduta sulle sue ginocchia. lasciamo che muoia di morte naturale. vedo subito il verde nitidamente e finisco in quel chiarore diffuso. così non cambia niente. arcade. meglio. io intanto porto il veleno. qualcuno deve pur morire per poterlo fare. dico infilando il cartoccio nel cassetto e buttando via la chiave. lo ferma Màstica. chiaro e naturalmente molto luminoso. con un’interruzione imprevedibile quando tutto faceva pensare che il racconto di Matteo le facesse piacere. ma sei proprio matta dovrà pur finire un giorno o l’altro. in quel grigio chiaro se è tutto il sogno di un castrato. togliendosi le mutande.Diventando arcade. tanto lo apro lo stesso. e dopo?. riprende. entrando. un breve luccichìo dietro le lenti. se ci riesci 67 . invece se tu riesci a vederci dietro un’altra. ride Màstica dandomi un calcio nei coglioni. ma il veleno non c’entra. letterario anche. non ne parliamo neppure. con un segno di gradimento in risposta. che evidentemente. con un dito sul cartoccio azzurro rimasto sul tavolo. dice Màstica. in senso stretto. dunque neppure il verde sovrapposto al verde. tirandomi giù le mutande fin sopra gli occhi È difficile dirlo. tanto le piaceva sentirlo. il veleno c’entra. gli ha fatto anche la pipì addosso. io glielo faccio bere. qualcuno poteva assaggiarlo. possibilità. perché questo la fa ridere da matti. intanto il tentativo di guardare riuscendo a vedere quel colore. dice Màstica. o. questo dipende da te. per fortuna nessuno è entrato. cioè mi si confonde tutto in un giallo diffuso. come zucchero. senza interrompersi. A questo ti serve. usato così.

mi sembra che sia quella. andando in direzione della Barbariga. in segno di riconoscenza 68 . contando sui decenni per arrivare a qualche risultato apprezzabile. nella zona più illuminata della stanza. per finire di tirarsele su. costretto a proteggersi la vista con una visiera. dice Matteo. sia a causa dei nostri spostamenti. come accade con le sculture di legno. bagliori che i vetri inviano secondo tutte le angolature possibili. quei rilievi. entrando di corsa nel parco. dico. formanti un sipario vegetale sovrapposto. capace di filtrare i rilievi più lontani. che conservano la suggestione di un movimento lentissimo. ricoperta dai rampicanti per tutta la sua superficie. disperdendosi ognuno per conto suo Matteo. così che se vogliamo andarci dobbiamo fare un giro per trovare il ponte o farci traghettare con una gondola: è proprio lei. una volta percorso il ponte di ferro. più o meno al centro del parco. capaci di esplodere. gambe. e cosce. sia perché vengono aperte e richiuse frequentemente da qualcuno che ci sta correndo all’interno a questo solo scopo.lascia che ti rimetta le mutande. con un breve balzo verso l’alto. i possibili visitatori del parco che si estende sul retro. i gonfiori solidificati usciti dall’interno premendo ancora per aumentare. da orinarci sopra. dove c’è sole. come le prealpi che ci stiamo lasciando alle spalle. più o meno al centro di un cerchio di cipressi giganteschi. per villa Barbariga. oltre il canale. con le loro rientranze e le nette incisioni. tanto che non si resiste all’impulso di accarezzarli. di percorrerli con le dita fino al fondo delle fenditure. con le cortecce spaccate in mille fenditure formanti. molto battuta dal vento che ha reso l’atmosfera perfettamente percorribile. ritagliate in mezzo a quella tela vegetale. invece lei se le infila da sola. riparandoci con le mani dai bagliori che le finestre della villa. seduto su una panchina di pietra. approfittando con perizia dell’ora dei raggi più obliqui di una giornata. accecando i passanti. dice Matteo. imprevedibile data l’ora se è la strada giusta quella.

ci pare di capire. dove predominano un colore o un altro a seconda dei movimenti determinati dall’intensità del vento. se riesce ancora a parlare. sedendosi. come fosse un nibbio. la richiude di scatto. mormoro. dico io assaggiando. dando la sensazione.Matteo. anche più forte. cercando di parlare. spalanca la bocca. un grúuuu prolungato capace di tenerla distante schiacciandola sotto il peso del ridicolo. perché sta cambiando di colore. 69 . come volesse spaventare e nello stesso tempo richiamare a sé. il soffio di un’anatra. congiungendole a imitazione dei cipressi. iride multiverde. soltanto mettendo un orecchio tanto vicino alla sua bocca da sentire il fiato. distendendo lentamente le braccia e le mani sopra la testa. sentendoli risuonare Matteo. si deve essere un po’ confuso. dall’argento al nero. lui si alza e si siede. guarda. senza che appaia alcun intervento della persona. ritornando vicino per correrci intorno. delle parole. il gorgoglìo di un inghiottire sempre più difficoltoso e ingorgato. talmente si è irrigidito. soffiandoci nelle orecchie. tanto che non resisto e gli batto le nocche sugli occhi. crollando furiosamente. qualcosa sta mormorando. dice Màstica. grida con chiarezza imprevedibile. si sta scurendo molto convergendo sulla testa la punta delle dita tese. se non riusciamo a decifrarle tutte. non ha molto odore ma è proprio quello. gridando non riusciamo a capire che cosa. ha gli occhi di un verde molto cupo. un dialogare con la morte. possiamo capire: non cammino più. i pantaloni ne sono inondati. non gli è riuscito troppo bene. dico. ad alta frequenza. Matteo non si siede più. sulla panchina di pietra. dice Màstica. corre via. corro a lavarmi. facendo un verso. ne ha le mani piene. tendendo al massimo le braccia sfruttando lo slancio alzandosi in piedi. non fisso e uniforme ma composto da un’infinità di verdi. nel momento che questi grúuuu diventano fortissimi. glieli gratto con l’unghia. molto più distante. si alza di scatto. poiché muove le labbra. alzandosi e rimettendosi a sedere. miele. spaccandosi in due riverso sulla panchina mentre cerchiamo di soccorrerlo. saltando in piedi. ce l’ha fatta davanti agli occhi. modulandolo. saltellando gradino per gradino. precisa di un linguaggio definitivo. salendo e scendendo rapidamente le scale esterne della villa.

ma di che cosa. mi si siede 70 . pulviscolo vegetale. che resistano. bisogna coprirle tutte con fogli di plastica trasparente. prova a sederti. sottili schegge di legno. poi evapora. non bastano né la pezzuola né l’acqua versata prima. è polvere di gesso. all’aperto. non è il momento di riverniciarla. adesso. prendendomi per le spalle mi costringe sulla sedia di lacca screpolata. sopra la sua venatura di lacca bianca. dice. dall’incessante pulviscolo vegetale. ti rimane tutto attaccato al sedere. voglio dire io. così è pulita. sono rimaste a lungo inutilizzate sotto un androne della casa. bisognerebbe fare un bel lavoro. adesso che l’ho un po’ pulita. spaccando la superficie in infinite superfici. laccate. bastano due o tre altri colpi di sedere per assestarla senza bisogno di riverniciare. ora che cerca di pulirne una stenta a riprendere il colore primitivo. come una pasta di vernice. dico. la lucentezza della lacca verde intaccata profondamente dal salmastro dell’aria. guarda qui. pesanti e di ferro. un assiduo vegliare. salta tutta la vernice lievitata. siediti un po’ qui. isolarle dall’umido. protette solo dalla pioggia. è meglio lasciarla così. hanno preso tanto sole che la vernice si è ritirata al massimo. siediti sulle ginocchia. queste sedie prive di stile. ci vuole con queste sedie. il momento è questo. se vuoi che ritornino verdi. una bella pazienza. a causa del vento. dice Màstica. cucirglieli sotto. mentre lei si allontana e si avvicina a una sedia da giardino cercando di pulirla con una pezzuola bagnata. una diuturna cura. tutte le screpolature che c’erano sotto la pasta. e non è solo polvere ma semi. a causa della lunga inutilizzazione. mentre lei saltella attorno a una sedia di ferro nel giardino. senti come crepita. segnando la linea di separazione tra l’una e l’altra con il bianco del fondo scoperto dalle crepe. tutto incollato sopra la vernice della sedia di metallo.Capitolo settimo Dice Màstica: questo è il momento di parlarti. perché c’è molta polvere continua a bagnare una pezzuola e a strizzarla. vien fuori tutto il bianco. minuscoli frammenti di foglie.

alta come è. le dico. ripetendolo seccamente. con i suoi piccoli seni neri. come fosse piena di latte. piacendole dire: ti scongiuro. volendomi raccontare qualcosa a tutti i costi. stringendomi le spalle per fissarmi le palpebre abbassate. battendo su tutte le sillabe con la stessa forza di accento. ti ho vista subito. ripetendo. assecondando la forza centrifuga della corsa circolare ansando. sono schiocchi.scuotendo i capelli a spazzola. . dice. fingendo di costringermi ripetendo: è il momento. sono pieni di puntini più neri sulla pelle nera. come volevo dire. saltami. né sfatte. saltami ieri non è stato un giorno come tutti gli altri. questo è il momento di non parlarmi. facendola fluire sulle ginocchia. piegandosi un po’ all’indietro. seguendo cerchi sempre più larghi. conducendola fin sullo stomaco. mi invita porgendoli. tu non ti accorgi neppure se Aristide sta arrivando o sta andandosene. dicendo: ti scongiuro. con tutti i movimenti bruschi che fa. neppure oggi lo sarà. 71 . ferma.sopra. vuole che li prenda in bocca. non fa che gridare: non ti accorgi!. è il momento. a correre attorno alla sedia. anche ricoperte di saliva. lei mi capisce dicendo: lo è. sommessamente. mi tira un calcio in bocca per dirmi. ti prego. accanto alla sedia. elastiche come sono. aggiunge: imbecille che sei!. girandosi e chinandosi. la strizzo forte. trova il punto che le piace di più. con la pelle scura da rana. premendomi. con due dita per parte. aggiustandosi in posizione scuotendo e saltellando. chiudendo gli occhi per accarezzarle quella coda che stringe tra le gambe passandola dal dietro al davanti. dico a fatica. ti ho riconosciuta subito. le fa molto male. grigi chiari. incitandomi con dei piccoli colpi. accarezzandole la coda. mammelle di cavalla. masticandomi il lobo di un orecchio. sa che mi fa impazzire con le sue urla. non potendolo fare subito vuole prepararmi dicendo: lo è. che non diventano viscide. spruzzo saliva dal naso. vuole che morda forte. impastando tutte le sillabe. oltre un certo limite.” trascinando la i. non si può capire nulla. con quella sua mania di gridare. costringendomi a saltare in piedi. scuotendo la testa. saltami. ossuta cavalla. staccando al massimo “ti” da “prego.

chi è Aristide. così che mi domando se devo crederci o no.perché è un buon modo di tenerla ferma e calma. le dico sibilando. pronta a scattare via appena alzo la voce. con una pressione sotto lo sterno. ti prego. mi impedisce di respirare. che cosa mi è mai importato. dalla violenza del muscolo cardiaco. quanto potrebbe succedere. se piace ad Anna. naturalmente. che Aristide è quasi calvo. salta un’altra volta. mi domando. sto pensando. istintivamente. terrorizzato dalle pulsazioni. con il male che fa. le sono grato perché non grida. saltandomi sopra la testa. a rialzarmi. soffiando saliva dal naso. prego 72 . è talmente prevedibile. costringendomi a chiedere una tregua. ti posso confermare che mi accorgo di tutto. me lo chiedo. con un ritmo di tre salti al minuto. se vuoi. accompagnami a comperare alcuni metri di elastico. stringendola pianamente alla vita. oltre la calvizie. di Aristide e di Anna. per esempio. chi era. quanto è probabile ciò che succede. lei non si stanca mai. rilassandosi quel tanto che basta per non correre. cosa mi importa. di mia moglie. a 220. ungendole le parti lisce con 1’olio di noce. perché è impazzita per lui. se adesso piace ad Aristide. adesso. che non ci sono interrompendomi sommessamente. anche questo sono costretto a chiedermi. che ha anche gli occhi bovini. fino alle ginocchia. convinto che tutta questa incertezza sia insignificante. lasciandosi scivolare sul petto. si vede dalla tensione in cui mantiene i muscoli. persuadendola con una serie di pizzicotti leggeri all’apice delle chiappe che lei muove fuori dei pantaloni allacciati sotto l’ombelico. riprendendomi proprio nell’istante della soffocazione. se ti diverte. senza correre. con gli occhi che si dilatano. chi è Anna. senza risposta. comprimendo la cartilagine. saltandomi sulle spalle. accarezzandole il pelo grigio chiaro. come è d’uso. infatti. costringendomi a sedere quando arriva all’altezza giusta. lungo lo stomaco. a me sì.

le piace così. eccetera. grati all’ombra di quegli alberi. lei dice che possa credere o vedere. o esiste come penso non si possa esistere. evidentemente. sei piena di ossa. se mi accorgo o non mi accorgo. a volte. qualche goccia cade.affettuosamente. piegandomi tutto in avanti per farmi capire meglio. che Anna mi deve essere piaciuta molto. a occhi sempre chiusi. evidentemente. quasi. sollevandola per farla procedere. di più. non dovrebbe fregartene niente. chi non c’è più. insomma. come puoi dirlo. se vedo o non vedo. anzi a confessarmelo. sporgendo le labbra. eccetera. le piace strisciare. ci permette di camminare talmente adagio che stiamo fermi nello stesso punto del viale. o presentire. lei non vuole voltarsi. domandandoti legittimamente se in qualche tempo o occasione è esistito in qualche modo accettabile. anzi niente. per esempio. con le gambe rilassate. chinando il capo. è alta come me. sporgendo i denti. chi. come stessi versandole dentro la saliva. eccetera. quando ti lasci condurre come adesso. mi pare Sono dunque costretto a domandarmelo. perché te lo chiedi continuamente anche tu. mentre le parlo camminando. a corpo morto non devo chinarmi troppo. sei troppo alta. per 73 . non vuole seguire quelle leggi dell’esistere. da dietro. eccetera. mi chiedo. capace di proteggerci. o vivere. è questo che mi piace. puntando la testa sui reni. spingendola. ma non so dire esattamente se mi piacesse più o meno di te. l’ho sposata. parlandole molto adagio prima in un orecchio poi nell’altro. trascinando i piedi. cosa vuoi che colleghi gli effetti alle cause. c’è un sole impossibile fuori. ho veramente creduto che mi piacesse. dà questa impressione. la tua docilità mi dà una grande calma. soffiandole solo nell’orecchio sinistro. anche se è più bassa di te. mi è facile parlarle nell’orecchio.

tutto questo elastico servirà pure a qualcosa. troppo impoverita. estremamente delicato. grigio. mi pare un diritto. dalla mia zona di impatto. ma il fatto che è così levigata. sempre più adagio. sia perché si sta allargando talmente da ridurla a proporzioni microscopiche. o lo è stato. non tanto l’odore. è muta. quando anche quest’altro è tuo. forse è anche per questo. poi. a Anna servono più o meno tutti questi metri. decidersi. può avere una grande influenza. sia perché la mia visuale si sta restringendo. perché di Aristide non capisco neppure che cosa dice. o il suo odore e. con questo caldo. me lo sto chiedendo. devo riconoscerlo se con lei ho proprio raggiunto il massimo. da distruggerla. se mi sottrae quello che penso che mi appartiene. inintelligibile. non posso. e soprattutto voglio deciderlo indipendentemente dai rapporti di Anna con Aristide. il suo sesso. con eccessi di saliva. è un filo. è intollerabile fino alla cancellazione. è vestita di seta?. non la sento più. forse una possibilità 74 . per me è inammissibile. la sua pelle. ho l’impressione che sia la sua pelle ad attirarmi. con un caratteristico ronzìo. è pur sempre apparenza. in prospettiva. forse perché Anna è uscita. è un monologo ininterrotto. rifiutandone un altro. e con chi. per fissare le tele. l’ombelico di Anna è capace di attirarmi?. evitando di unirli. per questo motivo non potevo. il che ha un valore relativo. delizioso. se non sbaglio. calvo e massiccio. voglio dire. è Aristide. minuscolo. sta muovendo verso di me?.esempio. fino a poco fa. per un modello. perché è ben difficile. per esempio. perché mi serve. in caso di risposta affermativa. quando è stato deve essere stato il massimo. continuo. immagino. mi pare che l’ombelico lo sia. che ci fosse qualcosa più in là. con un soffio sotto la voce. mettiamo dopo due o tre anni. nemmeno. che ero in grado di raggiungere in quei momenti là. è incredibile. per esempio. a voce bassa. quando me ne sono accorto. può avere avuto. rendermi conto se qualcosa o come sta succedendo. notare la presenza o l’assenza di Aristide. perché parla di continuo. senza riserve. apparentemente.

nella 75 . misurabile. scuotendo via i fiori. da come sta ridendo spinta verso la magnolia gigantesca dove si lascia trascinare non senza opporre una resistenza che le dà l’occasione di sviluppare una serie di movimenti acrobatici. capace di farmi sbavare come un bambino. il calvo non le piace per niente. a inseguirla. è sotto la magnolia mostruosamente sviluppata. costretto a fermare la mia attenzione su Anna che abbandona la sorella al suo destino. una volta riuscito ad afferrarla. con la sua coda di volpe stretta tra le gambe. a causa delle convulsioni. scattando ripetutamente. capace di quelle flessuosità. l’esito della lotta è incerto. la sorella di Anna. battendo ripetutamente la fronte sul tronco piatto della magnolia: questa è la prima parte del sogno. con la coda eretta alla rovescia. per il modo in cui sa muovere le gambe. è chiaro. costringendomi. appena Virginia è entrata non produce che sforzi disordinati per l’eccitazione. dall’ampiezza del movimento dei rami che supportano il cappuccio di foglie dove stanno nascosti a lottare. assieme a Virginia. lì concentra tutta la violenza del suo slancio. che non possa più evitarlo. procedendo a quattro gambe all’indietro a schiena in giù con i capelli che sfiorano la ghiaia. che sia decisa a farlo. corre verso di me. lì sta in agguato il calvo. arrotolandosi. portando la violenza dello scontro al limite massimo di sopportazione. scattando in piedi da una posizione impossibile. continuando a correre. nello stesso tempo.Anna se ne sta andando o sta tornando da qualche posto di cui non so. cercando di trattenerla. così che tutti si stringono attorno a lei. spiego a Màstica. chiunque può accorgersene. prevale Virginia. si diverte a farlo agitare fino agli spasimi. ardentemente desidero ascoltarla e fuggirla. dall’agitarsi delle foglie. da come le stringe e le accavalla. sul davanti. ho la sensazione precisa che voglia confessare. senza riuscire a conoscere la fine desiderata. dal modo in cui si rimane immobilizzati osservandola. cercando di sistemarla contro il tronco. i movimenti senza coordinazione di cui è capace in quel momento. alla totale mancanza di coordinazione. rotolando spinta da Anna. perché deve dirmi qualcosa. che ha già superato in altezza e larghezza la casa a tre piani che le sta di fronte. tanto che i rami vengono scossi in tutte le direzioni. contando sulla spinta della sua mole. assistendo dal di fuori. muovendosi le sue braccia e le sue gambe al limite delle slogature.

speranza di sentire e capire fuggendo, dal momento che sta gridando, è evidente che sta gridando, da come muove le labbra, spalanca la bocca, mentre il volume della voce rimane così poco elevato che si può dubitare stia emettendo dei suoni, è muta, con tutti gli sforzi che fa per gridare, consegnandomi in silenzio, con la bocca bloccata al massimo dell’apertura, la chiave di una vecchia cassapanca che tutti credevamo scomparsa, dicendo inaspettatamente: la conosci bene questa chiave, capisco che ha un’importanza fondamentale mentre la prendo in mano, osservando la ruggine che la sta consumando, sbriciolando, tanto che sul palmo della mano rimane la sua impronta rugginosa, osservando quanto la cassapanca è malridotta, sta disfacendosi, attaccata dai tarli la riducono in polvere di legno rossastra, tabacco, così che perfino il grande stemma a tutto rilievo è un labirinto di cunicoli ormai allo scoperto, passando i tarli in zone più profonde, non prima di aver distrutto la parete superiore dei cunicoli, lasciandosi dietro, cospargendone tutta la superficie della cassapanca, la polvere impalpabile rossastra, incollandola dove gocciano, dove colano rigandola, le lacrime di Anna che vuole confessare, ho la certezza che questo è il verbo giusto: confessare, stringendomi un braccio cercando il coraggio definitivo, con una mano stretta su di sé, perché io non sono lì, vicino alla cassapanca, isolata in un angolo del salone, ma ritto in piedi, le braccia distese lungo i fianchi, a cinque o sei metri da lei, premendomi la gola, perdendo a poco a poco la possibilità di comunicare con l’esterno, sigillato come sono sotto un pallone di vetro alto circa il doppio di me, dove so di poter respirare, sia pure con contrazioni affannose del torace, ancora per brevissimo tempo, aumentando in proporzione alla mancanza il ritmo e l’affanno delle inspirazioni, osservando Anna che apre la cassapanca, mentre aspirano fuori tutto l’ossigeno che ci poteva essere rimasto, creano il vuoto, con la bocca ormai serrata, senza neppure tentare la respirazione, mi impegno in quegli ultimi secondi nello sforzo di strappare i supporti di legno inchiodati al pavimento dove è fissato il pallone,

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ritto in piedi, con dei pezzi di legno ancora in mano e i chiodi luccicanti, vicino alla cassapanca che Anna è riuscita ad aprire, perché lì c’è la prova che vuole mostrarmi, rendendo inevitabile la confessione, lo ha fatto per amore mio, devo esserne certo, che mi ama disperatamente, è questo il motivo delle lacrime, persuadendomi, sempre più infuriato per il pericolo appena trascorso, tanto che dentro la cassapanca non riesco a vedere niente, non c’è proprio niente, lo sento bene, palpandone l’interno, ci trovo solo dei rami secchi, con delle foglie secche ancora attaccate, che si sbriciolano appena li sollevo, osservandoli bene anche da vicino, scoprendovi delle macchie, molte e irregolari, è un liquido trasparente, penso, che c’è stato spruzzato, raggrumandosi, deve essere vischio, dunque sono soltanto rami secchi, che pungono con le spine, mi tagliuzzano la pelle delle mani, cercando di staccarle, con le unghie troppo corte: è questa la seconda parte del sogno, i rami secchi li ho buttati via o a un certo punto non li ho più visti non c’è molta scelta, voglio dire, non hai, volevi dire, e invece malgrado te stesso e gli altri, proprio tutti gli altri, malgrado, dice con molta calma, molto gentile, malgrado, continua a dire, con la saliva rossa agli angoli della bocca, che mi fa colare sugli occhi, c’è, dice spruzzandomi tutto, vellicandomi la retina con delle foglie pelose, facendomene succhiare una, mi stringe la testa tra le ginocchia.

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Capitolo ottavo

Appena si raggiunge una figura ideale della costruzione subito si sfalda tra le mani, negli occhi si scioglie di colpo all’apparire di una finestra prima non individuata, si rivela con il bagliore dei vetri incidenti per un istante obliquamente con i raggi obliqui del sole, cambiando la posizione del sole o che qualcuno, un qualcuno di cui non si sospetta la presenza all’interno La Villa si chiama Barbariga, si distende sul fiume, allungata in successive costruzioni aggiunte, che la parte centrale, iniziale, prolifera in giorni e secoli successivi, più verde del fiume, tutta sommersa, tutta distesa dietro lo schermo dei rampicanti, tutta stretta metro per metro con adesione perfetta dalla vite canadese, tutta ricoperta da miriadi di foglie verdissime, cupe, rugginose, arancione, nella stagione volgente, alcune così chiaramente verdi, alcune così chiaramente affuocate da divenire trasparenti pur senza lasciare trasparire nulla, non certo la villa le cui forme, i cui profili, si devono indovinare dietro lo schermo delle foglie in perpetua agitazione, specchiandosi, riescono a far turbinare l’acqua verde-cupo dell’ansa del fiume Barca, compiendo lì una sua svolta, a gomito piuttosto stretto, rallentando molto il suo fluire, sembrando ancora più cupa, produttiva di quell’oscurità specchiante da dove si distoglie alla svelta lo sguardo, tanto pare trascinarti, travolgerti, ingorgarti, identificandosi, se non stai molto attento, a quella corrente senza fine che lì stabilisce il suo centro, costringendoti a caderci, nel momento stesso, come è accaduto, in cui si cerca di cogliervi il riflesso sparente della casa Barbariga, tanto difficile da delineare sotto la coltre di foglie sempre in movimento, tagliata

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tuffandosi nel fiume. tanto è frenetico il loro rincorrersi. si stagliano nettamente. le deviazioni e gli abbandoni precipitosi. aprendole e richiudendole. scomparendo oltre il fiume. pestando l’erba del prato. con le mammelle nere e gommose che rimangono quasi ferme. è un nibbio. partendo dalle statue alzate ai lati del timpano. potendo sommare gli uni agli altri soltanto quegli elementi che sia pure a fatica si possono individuate. così che tutta l’operazione di ricostruzione deve ricominciare da capo. salgono sulla sponda opposta. senza un criterio regolatore intersecantesi l’una con l’altra. ritornano sempre alla stessa alta velocità. libera le gambe lunghe e nere. rituffandosi. i comignoli e le statue erette sullo sbalzo del frontale. ai limiti del prato. piccole e tese come sono. come suonassero le trombe come segnale convenuto in mezzo alle foglie. strillando. le gonne legate alla vita. seguendo un percorso ellittico. tanti sono gli scarti nella corsa. velate soltanto da quelle ombre azzurrine che lo sfondo del cielo così terso dal vento rende inevitabili. devono soltanto correre. scendendo fino al prato che separa la facciata della Villa dalla sponda del fiume che scorre a un livello inferiore. dunque. non devono raggiungere il giocattolo. tornando per un secondo dicendomi di aspettarla seduto lì. come Màstica. scappando via di fianco con un guizzo.qui e là un po’ a caso. gli arresti subitanei. attraversandolo. sul basamento della statua scomparsa. in una zona in cui ha perduto le sue caratteristiche di fiume pensile. al contrario che nelle brevi corse con la lepre fantoccio. a rendere più problematica l’opera di ricostruzione visiva del complesso monumentale. dove corrono decine di cani. correndo secondo un’orbita ellittica. fissate sopra il grande architrave. una trentina di metri. non smettono mai. passandomi accanto ansimante gridando non so che cosa. come inseguendo lepri meccaniche in una gara di velocità. tanto è costante e accanito. largo. correndo da cavalla. i rettangoli di certe finestre. il triangolo di un timpano. abbastanza vicino alla 79 . quale è. sovrapponendo centinaia di otto e altri disegni indecifrabili. distruggendo un tracciato dopo l’altro. battendo un’infinità di piste. risalgono.

è pieno di crepe!. rischiano di essere seppelliti da un momento all’altro. rispondendo. allacciandomi con le braccia. qui non ci abita nessuno da molto. ci abita una donna sola. scattando in piedi. ma sì. impedendole di esplodere al centro. mi si appoggia alla schiena. ci ha invitati lei. dunque. non si può. larghe e profonde. salta addosso che mi bagna la schiena. ma non resisterà ancora molto. la padrona di casa. salta attorno si siede sulle ginocchia. tanto da poter scoprire con un po’ di attenzione le fenditure nascoste dalla trama del fogliame. loro hanno ingabbiato la casa con i rampicanti. ci asciughiamo assieme. a giudicare dalle crepe aperte nei muri. vuoi asciugarti anche il sedere su di me. dove tutti questi cani diventano lupi. 80 . dice lei. che ne permettono l’oscillazione. da asciugarlo di colpo. bagnata come è per i tuffi ripetuti nel fiume. alzandomi sulle punte.casa. che ormai non accadrà più. e io come mi asciugo. risedendomi. ma non sai che le crepe ci sono da duecento anni. c’è la padrona della casa. spalancando a pochi centimetri dai miei i suoi occhi luccicanti. l’elasticità indispensabile per piegarsi senza afflosciarsi definitivamente. alzandomi in piedi sul basamento della statua scomparsa. tendendomi verso l’alto. perché mi bagni?. pochi centimetri. in mobile equilibrio. ansimandomi sugli occhi. così larghe che ci passa la luce. un movimento da portare via anche il fiume. a meno di un terremoto. gridando riesco a capire distinguendo tra i suoni. da far scendere fino a qui i ghiacciai. li tagliano tutti gli anni alla base per farli morire senza riuscirci mai. fasciata dai rampicanti. penso. sono centinaia d’anni che sta per diventare polvere. per guardare più da vicino. almeno. chi lo sa. un giorno o l’altro. appoggiandosi con le mani sulle mie ginocchia rimasto seduto. sollevandomi leggermente da terra. ansimando. rubata. chiedendomi di dove vengono tutti quei cani. appiattendo le colline. nelle pareti della Villa. abbattuta per motivi di ordine pubblico. dondola. cadendo a pezzi. comprimendole sotto un grande campo di ghiaccio. imbecille. loro pensano sempre di toglierli. vai dentro a vedere. qualcuno deve pure averci invitati. grido.

questo fruscìo. ne approfitta per farmi la pipì addosso. calda. spiccando i suoi piccoli balzi impugnando il frustino con la destra cerca di tenere ferma con la sinistra una piccola parrucca rossiccia scivola da tutte le parti rischiando ad ogni istante di inciampare nel suo lungo vestito di seta grigio a strisce nere.una nuvola di polvere. colando in mezzo alle gambe. con i suoni 81 . pesante. salti in piedi. ti mette in cerca. spaccata in due. faticoso per la sua minuscola figura. l’ordine che li sta sollecitando. ti delude se il richiamo era casuale e al contrario ti segnala il momento giusto. sopra il groviglio dei rampicanti afflosciati. come fosse stata lei ad aver dato il segnale della partenza. verso un suo gregge di volatili obbedienti. per colpirli e indirizzarli. così vicini che ci sbattono addosso. con un frustino in mano. che fanno presa tra loro. comincio a crederci. poi subito tiepida zampillando fuori. ti fa rizzare le orecchie. provocando una precisa agitazione. saldandosi più stiamo attaccati più ci asciughiamo. seduta sulle cosce. con il suo piccolo viso di bambola rugosa di una miriade di rughe sottili e ben curata. che devono aver deciso di migrare fuori stagione. bene. il basamento è rimasto inclinato. senza che riusciamo a capire la ragione di un simile volare. anche i mattoni si alzano in polvere. è troppo presto. quando si sente. dunque può essere Vicino alla statua caduta. congiungendosi. passano molto vicini stormi di piccioni. me l’ha fatta sulle gambe. tanto la giornata ci pare calda e da godere. frusciando. ti desta. saltellando dietro le folate di piccioni. con il suo odore ti guida. un’esplosione. la padrona di casa. rossastra. come fingesse di avere qualche potere. la testa rotolata nel fiume. come li stesse spingendo lei. fingendo di incitarli. a volare il più rapidamente possibile.

di qualche centimetro verso l’alto. tendono a volare verso Est. senza trascinarla. è l’acqua del fiume. dietro la statua. risvegliandosi. inciampando con un suo minuscolo piede nelle mie gambe distese. nove. la sgrossatura. è una grossa palla di pietra. frugandoli. sta scendendo di là. non ero ancora abbastanza asciutta. paralizzata dall’attenzione.rauchi le escono dalla gola un po’ rigonfia per l’età. sempre al rallentatore. molto disorientati. quindi vi prego di andarvene. così ho freddo. non grida più. con la seta che fa da vela. dopo una ventina di metri. partendo da una martellata precisa sferrata al centro della schiena comincia il suo volo. al culmine di un minuscolo obelisco. costretta. filmata al rallentatore. in frantumi. volando in avanti. eretto ai lati del timpano. aggiunge. con il vestito di seta che le si gonfia sopra. spaccandosi prima in pezzi grossi. fa in tempo a dire. la frantumazione. diciotto. ancora in volo si scompone in pezzi sempre più minuti. infilzata su un puntale. ancorata con le mani affondate nella terra. molto simili a quelli di richiamo dei piccioni. la faccia compressa nell’erba. dice. premendole la schiena. molto più rapidamente di quanto le sue piccole gambe irrigidite permettano di fare. è impossibile perfino immaginarlo. seguita dalla statua. sono piuttosto sporchi di verde. inciampando nella seta. stai attenta a quella sfera. così che il pezzo più grosso 82 . senza staccare la mano sinistra dalla parrucca. riparandoci dalle raffiche più forti. vibrando quella martellata dal basso in alto. rimanendo infissa. indicando con il frustino il punto da cui sta spirando un gran vento. in un primo momento. sempre più minuti. esaminando da vicino i lunghi capelli di Màstica. sono state loro a sconvolgere. spaccata in quattro pezzi poi in otto. ma è così. è colpa tua. palpandoli. con una lieve scossa sotto il nostro ventre. così viene distesa per terra. dicendo: sembrano disorientati. dice. il volo della statua lo vediamo ripetersi più volte. sono tutte le bufere di questa estate. conclude. le dita a uncino. dove rimane supina. non riesco a tener giù le gonne. precipitando sul prato. staccandosi. che la spinge via. la osserviamo distintamente. poi i pezzi grossi in frantumi. le gambe si riempiono di bollicine.

stringendole un braccio più che posso. Màstica eccitata e in pace. dove in questa stagione si concentrano le anitre. a pochi centimetri dalla superficie. gli stemmi. risponde. proprio. grido. la prima a piegarsi in avanti. ripetendolo 83 . ma non ci sono più. staccata. per una frazione di secondo. intatto. che arruffano per un secondo le piume impermeabili e lucide. si ferma. verdissima. avanzando rapidamente. sento che dice: idiota. tutti i segni dei denti. l’aprirsi definitivo delle crepe. i telai delle finestre. passando quel soffio di polvere già impalpabile. lì vicino. Aristide è morto da due anni. anche stamattina. giapponesi. dicendolo. così mi allontano di qualche metro e con un dito puntato le ordino di togliersi la camicetta davanti a tutti. sta uscendo. lisce. dice qualcosa. non ci credo. perdendo il naso all’impatto col terreno. pensi sempre ad Anna?. ricomponendole con una scossa delle ali. increspando la superficie piatta. mi dice che è appena tornata dal mare con i bambini. con la certezza. felice di sentirsi raccontare qualsiasi cosa: incontro Anna dal parrucchiere. mi ha fatto eiaculare in sogno. provocando quella leggera increspatura dell’ acqua. sopravanzandomi di poco. aspettando da un momento all’altro il rigonfiamento delle mura. io so che è falso. così che quando si avvicina mi pare di incazzarmi molto. tra l’erba. che non è bene articolato. avanzando così lentamente che si dondola. mancandomi le forze necessarie. ma i bambini non sa dove siano. a grande velocità. la sogni spesso?. avanzando con grande lentezza e anche fermandosi spesso. poco prima di svegliarmi. intatta. protetti dagli alberi del parco. i vetri. meglio riparati dal vento.che cade sul prato è la testa. sento che i suoni sono favorevoli. lo sai bene. invece adesso ti racconto. ordino. i mattoni in schegge rossastre. lo scomporsi in mattoni. Come se questo fosse il segnale convenuto per la fine. riuscendoci in parte. assieme alle anitre. soffio di polvere estiva. i mobili. non ci sono. con un rapido ondeggiamento. viene via netto. calma. con un leggero moto rotatorio. le tegole. ingoiando al suo centro. lucenti. il turbinìo. verso le anse del fiume Merda. assieme alle altre statue grandi e piccole. intatta. mostra i morsi di Aristide. i fregi. le schegge in polvere rossa rosata.

staccano le pigne come nocciole. proprio in quel passaggio. devo solo andarmene a riposare. dove scoppiano. senza riuscire a sbucciarli mai. di cui devo essere orgoglioso. e le pigne. imperfetti ma trasparenti. penetrando facilmente. voltandole le spalle per rientrare in casa. rimanendo lì sotto con un corpo molto piccolo. forse dormiente. perché il mio compito è finito. non ho più nulla da aggiungere e ripeto: con lui. le allunga in proporzione. assicurandomi che sia chiusa bene. si gonfiano con forti scricchiolii a testimonianza dello sforzo della dilatazione che la corteccia. sotto le 84 . che sguscia fuori all’improvviso. più toglie gli strati di pellicola che ricoprono la mandorla bianca più si moltiplicano ricrescendo si capisce che la bianca nocciola non apparirà. dove si formano miriadi di vescichette. tronco e rami. così che per afferrarle occorrono riflessi prontissimi. l’androne della foresteria di sinistra. come il suo involucro a più strati. tutte schizzano via. osservando attraverso i vetri ottagonali. del volume: c’è Matteo lì sotto. fermandomi per respirare tranquillamente. ho fatto anche troppo. con la massima attenzione i pini marittimi lì davanti. salendo di corsa nella mia stanza. di una lucidità perfetta. di annunciare la soluzione di un problema che pareva insolubile. soffio.a bassa voce. le risputo in poltiglia. rapido. ustionano il palato. ho bisogno di essere soccorso. decido di attraversare il prato incamminandomi verso una zona di fresco. ormai al riparo. sotto i pini marittimi. sopportano con 1’aumento progressivo. alle mie spalle. retrattili. chiudendo la porta a chiave. mormoro. con quelle unghie ricurve e sottili. una volta afferrate tendono a schizzare fuori dalle mani. sdraiato. soffiando sempre più per diminuire il bruciore del palato. ostinandomi a cercarne una buona. sicuro di stare meglio raggiungendo l’ombra. l’ombroso passaggio tra il parco e gli orti. affrettandomi. lo sono. soffio sempre più forte. spessi. senza riuscire a sbucciarli del tutto. dove si moltiplicano i tagli. e invece che tenere e lievemente amare si rivelano subito immangiabili. alza le braccia verso la chioma dei pinus pinea. correndo alla finestra. schizza fuori. cilindriche. le minuscole piaghe. si alza in piedi. chiudendo la porta a chiave. che bisogna aspettarsene una viola. saltello. tanto che si notano soltanto le mani smisurate frugare nella chioma dei pini. con cui si estraggono i pinoli. senza aprirla. pinus pinea. crescono smisuratamente.

giusto sulla fronte guardando in alto e non sono neppure tanto rare. che non si possa respirare più. teste e code. sono le fiammelle dello Spirito Santo. tale da creare il vuoto attorno funzionando come un aspiratore pneumatico. se troviamo l’uscita. il prossimo inverno non lo passa. prendendola a calci. cadendo sul pavimento o sul tavolo sollevano nuvolette di polvere. ho le mani bianche. caprioli. ti schiaffeggiano. scende spirando un vento sempre più caldo. guarda gli uccelli. questa pioggia gli sarà fatale. cercando l’uscita a tentoni. basta che usciamo prima che ci cada tutto addosso. sono veramente pesanti. anche più fastidiosa della pioggia continua. che si vedono sempre meno. l’ossigeno che cerco di trattenere all’interno di un pallone trasparente di protezione diventa incandescente. maschera di fango raggrumato. che si formano concentrandosi sul soffitto. la polvere li sta seppellendo. non come fuori. per fortuna è marcia. a gocce enormi. basta che ti muovi subito. che accarezza una 85 . una volta raggiunto il peso giusto. c’è il casino di caccia. le grido. calce grigia. sono gocce isolate e gigantesche che ti piombano addosso. il soffitto non tiene quasi più. è incredibile. perfino sulle mani. secco. passandomi tra i capelli scende sul viso. volpi. altrimenti non si può capire come rimangano appesi alla parete tanti trofei di caccia. dice lei. se non lo salvano i rampicanti. ancora una volta. cinghiali. sembra calce. dico. plàc.vele dell’androne intonacato a calce fresca. qui è diverso. come se qui dentro non piovesse. respirando polvere. quasi senza poter respirare. scuote la camicia chiusa. bianco di polvere. con tutta quella polvere che si concentrano addosso. solo che è mezzo marcia. dice lei. incollati sui rametti che sembrano veri. si gonfia. come il cemento. galli. uccelli. solo che la porta non si apre. che brucia e fa presa subito. sfondandola a colpi di tacco. la casa si seppellisce da sola insieme a tutte le sue zampe. impregnandosi e cadendo a pezzi in poche ore. capace di sottrarmi tutta l’aria ancora respirabile. senti che ti fanno male colpendoti anche la nuca. le dico. che con tutta questa umidità sollevino tanta polvere. basta che usciamo prima. aderente. cede subito. porta la pioggia. c’è anche un cane.

crescente. trascino fuori Màstica che ride. dove mi libero con facilità della bolla di plastica trasparente che mi avevano legato attorno alla testa sigillandola al collo. al limite della soffocazione. Màstica dice: mi hai tagliato un dito con la porta. ma sarà venti anni fa. dal parco. che è stata uccisa due anni fa dice. anzi sei e 750 grammi. dove la respirazione riprende un ritmo più regolare. tagliente. si mescola ai peli che ne vengono via e volano via quando ci passa la mano. grido. sbriciolando sotto le suole le palline di vetro. per il sangue che cola sui tagli che mi ha fatto. pesava più di sei chili. crescendo la mia fretta crescendo gli scricchiolii. basta che usciamo. sono due. lei mi sta dietro col fazzoletto toglie la polvere dagli occhi di vetro della lepre imbalsamata. che lei mi apre la bocca e mi bacia cacciandomi in gola la lingua. rovescio tutto per terra. grido. butto giù la porta marcia a testa bassa. strumento di tortura anziché di soccorso. a presa rapida. dici poco. fino a farli luccicare. a manate. la maschera di polvere e peli si sta solidificando. basta che usciamo. come non potrebbero mai luccicare se non fossero occhi di vetro. me l’aspettavo. c’è scritto. nel colpirla sento la puntura sopra la rotula. così che la sua sparizione. proprio. una volta usciti fuori dal bosco. guarda. basso. non la sento neppure tanto è molle. questa. ho paura di averle fatto un po’ male. insomma. nel punto più aperto. trascinandomi. c’è la data. per un secondo. avrà avuto tre anni. era eccezionalmente pesante e vecchia. ridendo. involucro per palombari usato per privare dell’ossigeno. non ci vedo più. mormoro con gli occhi chiusi dai peli e dalla polvere bagnata. non fa che sollevare altra polvere. dico. mulinando le braccia in mezzo a quel formicolìo di peli e di polvere. concentrato nello sforzo della respirazione. che mi infilza. ricoperto di candida ghiaia di fiume che si stende davanti alla facciata interna della Villa. concentrato nell’intento di sputare quanto posso sulla ghiaia del giardino. camminando. costringendomi a succhiare polvere anche dalla sua lingua. due anni fa. faccio in tempo a dire: sono senza aria. con un calore al palato. il suo dissolversi in una 86 . costretto ad allontanarla con una ginocchiata al ventre. inganno fatale invece che garanzia contro la morte. sull’osso. carponi. penso. tutti gli occhi staccati dai trofei di caccia. accarezzando quella lepre. butto giù tutto dalle pareti.lepre imbalsamata. all’ombra.

nella calma improvvisa che ha circondato la sera estiva circondandola con un cerchio di sereno chiaramente individuabile a partire dalle prealpi comprendente una vastissima zona. sui vestiti. con quelle vibrazioni che conservano i frammenti appena strappati alla carne viva. togliendomi i peli rimasti incollati sulla pelle. minuscoli pezzetti di lingua e altro. con la progressiva liberazione dello sguardo dalle opache stratificazioni che l’impedivano. scomparsa proprio adesso che tutto appare nitidamente definito. bloccata perfettamente nel suo semplice disegno neoclassico settecentesco veneto. da dove vengono via a ciuffi. non appena la casa che mi sta di fronte riappare nelle sue linee semplici e nitide. cerchio ombelicale liberato dalle perturbazioni cicloniche. non appena smettendo di sputare sulla ghiaia. dentro le orecchie. eccetera. non più lontana. agitando una mano 87 . assieme ai cani. cintura di sicurezza capace di estendersi fino alla vicina Asia Europea. che stia nuotando nel fiume. poi per rimettere in funzione. coincidendo con alcune lente rotazioni della testa indispensabili prima per ristabilire la percezione. che lei si stia lavando. circondata da cani multicolori. scendendo giù per la schiena. sfumata. solidificata. concentrandosi attorno allo sfintere anale.lenta combustione. mucose. chiedendomi dove sia Màstica. tanto che non ci riesco. quelli di lepre. fingendomi che sia sangue. mescolandosi. se strappo con decisione. altri completamente bianchi a pelo corto. più o meno la fascia centrale dell’Europa. coincide con una ripresa vitale. ondeggiante sotto una coltre di rampicanti. liberazione che si può seguire anche dall’esterno. mi hanno fatto incanutire di colpo. le facoltà di rielaborazione. dopo circa un’ora di esercizi. dove i cani cambiano i colori opachi in tonalità squillanti scivolando nell’acqua specchiante Màstica ci sta nuotando può avere la sensazione di muoversi ondeggiando in una vasca di porcellana. avoriati. esattamente come dopo un sonno troppo prolungato.

allontanandosi come un’ombra. grida da una cinquantina di metri. luccicanti. egli alza per qualche istante gli occhi dal libro che sta leggendo o che finge di leggere trascinato da Màstica. al punto di incontro con i raggi inclinati sopra il piano inclinato del sole. forse è uscito improvvisamente dalla casa. la sua corona d’alloro. alzandoli lentamente. scintilla grondando scuote la gran massa dei suoi capelli corvini. rapidamente. per lui che fa fatica a correre. tutto ricoperto di ragnatele che deve aver raccolto dentro la Villa. gli dico. il suo elmetto da combattimento a fuoco: è una cresta bellissima. tu sei ancora cattolico e di colpo ho paura che sia vero e che sia vero anche il contrario ma io questa partita la sto giocando 88 . si appoggia a Giacomo stringendogli un braccio. senza una ragione. in grande quantità. tagliati corti. dove Màstica deve averlo preso per un dito trascinandolo verso di me a un passo inadatto. che Màstica si affretta a staccare. tu non sai vivere. appena arrivato. sullo stesso piano inclinato. scomparendo nel bosco con il suo libro sotto l’ascella. completamente. dice Giacomo. sventolandolo in segno di saluto. spinti da dietro dalla gran massa dei raggi obliqui del sole obliquo sopra un piano inclinato.di porcellana scura. guarda. con i capelli ricoperti di ragnatele umide. solo tra i capelli argentati. immobile in mezzo al prato. così che sorride passandosi una mano sulla testa dicendo: là dentro ma è chiaro. il suo berretto da ufficiale dell’esercito. ancora tutta bagnata. mora. gocciola. dice Giacomo. ne rimangono attaccate sempre meno. ridente. è talmente chiaro. volpe invernale. così contro sole. ergendosi in tutta la sua statura appoggiando sul piedistallo di pietra per non affondare nel terreno molle del prato. cercando di imporre la superiorità della sua mole gigantesca. tanto da formargli uno strascico che rischia di impigliarsi nei cespugli ad ogni passo. che non sia quella di indicare la sua presenza. penso.

è quello che temo. qui. incastrandosi l’uno nell’altro gli anelli di pietra sagomati. gigantesco puntale lavorato in molte sue parti a bassorilievo con frutti. li ho visti io. mi sento più calmo Anna ha torto con la sua gelosia. eretto in mezzo al prato di fianco alla Villa.con mia figlia mi trovo meglio. ma questo non basta: è un ornamento di pietra. sentili come gridano là dietro. li ho visti io. pungendole la schiena in modo da farla saltare su e giù. a quattro zampe. a quattro braccia. subito dietro la curva del vialetto. così quando svoltano ci vedono di colpo. conducendomi lei. non la lasci. in ogni caso non devi averne nemmeno l’intenzione guarda come si sta gonfiando. sono passati adesso là dietro. a perseguitarti così. ripariamoci là dietro. con le sue lunghe braccia. sai che lui vuole lasciarla?. in ogni caso. con due riccioli floreali accostati alla base non siamo nascosti affatto. anch’io sono geloso. lavorano come pinze. a farti rinchiudere perfino nel cesso. che si restringe un poco elevandosi. che lo passa da parte a parte. 89 . a piedi giunti. ma tu. senza staccarsi. posso sempre guardare fuori dalla finestra. tanto vedrai che Anna e Aristide non ci raggiungono mai. ci spruzza addosso si sono allontanati. che si conclude con una palla di pietra infilata sopra un puntale di ferro. andiamo a fargliela sotto gli occhi. fai piano a stringermi. mordendole le guance. si sta movendo.

con Màstica sottobraccio che ci camminano davanti. non capisci il nostro gioco. non farmi correre subito adesso. invece sei tu che non capisci o le regole vuoi fartele da solo. favorendo una respirazione più estesa. è con lui. non serve poi molto. è ancora calda dobbiamo andar loro incontro. mi fa la pipì sui piedi: con te non ci sono regole. ma non ti faccio. continuo gridando. anch’io mi sento bene è nitida e lucente come non mai. imbecille!. a rinchiudersi sopra le nostre teste. ma se non è un gioco. saranno costretti a fuggire. al colmo della rabbia. afferrandomi per un piede mi costringe a cadere. è meglio. gocciandomi addosso le ultime gocce. ma che cosa vuoi. porco!. con le mani e i piedi legati. tanto Anna diventa rossa. con te non si può vivere. restando un po’ a osservarmi. le labbra sbiancate. chissà per dire che cosa. scuotendomelo in faccia. altissima. alette che si aprono e richiudono riempiendosi di ossigeno lei non sembra morta. alterandosi. fino ad avvolgerci completamente. al contrario. così li incontriamo adagio.senza preavviso. la vedo crescere attorno a me. fermandolo per la camicia e scalciandolo con una rapidità di battuta che gliene tiro venti in trenta secondi. mi lamento. mi abbandona lì. sono come branchie. senza riuscire a capire se lo è con me o con Aristide. o a prenderci a pedate. Aristide con una mano allargata sul culo di Màstica. gli rispondo. gridando. ma andiamo pure adagio. ma senza impedirci di respirare. muove le alette del naso. sì. così che la calma di prima scompare quando credo di capire che Aristide sta guardando Màstica e che Anna ce l’ha proprio con lui. cercando di fargli tutto il male possibile. porco. facendo un salto in avanti. non ho più molto fiato. Anna è veramente infuriata. un ritmo più lungo. 90 . di nessun genere.

a piedi giunti. largo e tranquillo. cominciando proprio da quel filo ideale di divisione. ci sono degli affreschi. dicendo. qui. dalla linea ideale che le divide dalle pareti. con dei piccoli salti in alto. tanto si sono tese. al momento giusto per evitare le pedate di Anna che si fa più attenta. ripeto con calma. di tutti ce n’è pochi. guarda dove ha dipinto il fiume. in mezzo a tutti. la sua. guarda che lo faccio. da letto. far passare la punta del suo piede sotto le suole. come fa a tenderle a quel modo. guarda che ti spacco qualcosa addosso. risponde lei. molti fiumi e molti laghi. da dove. per entrare nelle stanze. un’occhio all’affresco e uno sulle scarpe a punta di Anna. buttandosi sott’acqua. le sferra all’improvviso. tende che si aprono e chiudono con due dita. parendo a tutti. dunque sei sleale. ma è sempre in mezzo alla gente. una giustificata immobilità d’osservatore. non siamo soli. si restringe e si allarga continuamente. mi sto domandando. con le labbra incredibilmente assottigliate. sbucano fuori tutti. ribatto. sceglie il momento giusto con determinazione. bianche. non è possibile continuare qui.Capitolo nono Smettila di punirmi. rende inevitabili le pedate 91 . alte. prendendomi a calci. da farli parere leggerissime pitture mobili. mormoro. fa quasi freddo. tutte le stanze. sotto le volte a vela. quasi inghiottite. conclude Anna. non è possibile che tu continui a vivere. costretto a ripetere la frase due o tre volte per renderla comprensibile. fingendo grande attenzione a tutto ciò che le sto mostrando. insisto. con la voce che si impasta fluendo a fatica. da quella striscia sottile riempita di frutta scendono gli affreschi. non vedi che ho le caviglie gonfie. circostanza che mi impedisce di reagire adeguatamente. il fiume-lago. con un soffio di vento. rende ancora più difficili le previsioni. dove trovano rifugio ermellini a frotte. devo controllarla con la coda dell’occhio per non mancare l’attimo in cui spiccare il salto.

insetti. con un lieve dolore. ordinando che corrano insieme. un lungo filo che le permette di volare appena sopra la sua testa mentre ne stringe un’altra tra i seni. se è un dio. protetto dai gioielli che li ricoprono in parte. così che non potrai mai capire se stanno inseguendo piccole prede. le volpi non vanno a branchi. data la mancanza di segni premonitori se la sua attenzione è costantemente assorbita dalle pitture a fresco. non un platano. la barba che le fa piacere. ricoprendola con i capelli in parte sciolti. così isolato. riversa. tutti si passano una mano sulla barba. può avere trecento anni. che è simile a un senso di tiepidità essendo l’animale molto piccolo. non è vecchio come può sembrare. appoggiato al tronco della quercia. tutti inclinando la testa all’indietro. affonda le mani nella criniera del leone che ama. ma una quercia. o cercano di sfuggire a delle ipotetiche volpi non dipinte. né bianca. l’unico che si veda. indicandola anche agli altri che si sono un po’ avvicinati. ottenendo consensi. ecco perché si fa crescere la barba. dice Anna. data la posizione distesa. correrle incontro con una rondine al guinzaglio. mormorii di ammirazione. provocando alcuni ondeggiamenti nel coro. proprio sotto lo sterno. dice Anna. soltanto un po’ molle. che sia una quercia.che mi colpiscono in pieno. insisto. dove galoppano gli ermellini scuri dell’estate. alla sua ombra. 92 . strofinandola adagio. altre cinque volte. ridendo per aver visto il servo. tutto piume o quasi. quella donna. formandole attorno un guscio di pelle molto delicata. lo fa adagiare nel suo grembo. prima di liberarlo. voltandosi di scatto verso di me per colpirmi con un manrovescio in pieno petto. la testa inclinata all’indietro. un po’ abbandonato. sorridente al vecchio che le sta sopra. sempre con l’approvazione generale. proteggendo le frotte degli ermellini in perpetua fuga senza essere inseguiti. perle e pietre verdissime. il pittore ha ingrandito la stessa scena più sopra. premendoli in modo da farne scaturire tutto il calore possibile. facendoli convergere in modo da chiudere ogni spiraglio. con uno schiocco notevole. lo ripeto cinque volte. dove sono particolarmente delicato. assolutamente è una quercia. basta dipingerne una. che fa voltare tutti. né grigia. o poco più lontano. dietro quel platano gigantesco. segnalando il viale di uscita della Villa. anch’esso legato a un filo-guinzaglio da affidare a un altro servo. che non impediscono la visione del collo perfetto.

bianchi. faccio in tempo a mormorare: ci cacceranno fuori. grido. correndo attorno alla stanza. osservando con paura che non si calma affatto. giù. dico supplicandola. di farmi perdere l’equilibrio. che è l’unico modo di evitare nuovi assalti. ferma in mezzo alla stanza. giraffe. dal basso verso l’alto. mi rompi i coglioni. 93 . la sua grande passione. ma guarda. vattene di qui. azzurri in un cielo più.immagino. lo vuole fare veramente. tentandolo. chiama il giovane dio. cercando in tutti i modi di sollevarmi. quasi invisibile. allacciati con un nastrino viola. scattando per raggiungermi davanti al balcone che dà sul precipizio. se non pesassi almeno venti kg. grigi e bianchi. rinunciando ad inseguirmi per osservarmi correre sempre attorno alla stanza. frotte di pappagalli completamente verdi. ecco i tuoi seni rugosi. che Anna mi strappa anche la camicia. rosso mattone e azzurra. distraendola per quell’attimo che è la salvezza. fortissimo per sopravanzare il rumore. migratori in passaggio battendo le ali a un ritmo precisamente determinato e dunque costante. circondata dal suo parco notturno illuminato dalle torce leggere. ma i capelli no. sparente. grido con un altro fortissimo capace di zittire il pubblico e di far sedere Anna per terra e in lacrime. soffia. mufloni. ti butto giù. anche con l’intenzione di impaurirla. le chiedo. gliela fa scorrere tra le gambe. sta così bene distesa. grida. mi stringe alla gola cercando di allontanarla a ginocchiate. ferma lì ad aspettarmi dopo avere allontanato una piccola folla di curiosi. per questo lei è tanto serena. azzurri e bianchi. guarda. è la nostra città. tanto l’ha dipinta bene. guarda. indicando la vecchia grinzosa. basta guardargli i capelli. dice lei. se non è vero. fermandola per qualche secondo. sei un idiota. pieni di solchi profondi che li attraversano da cima a fondo. bianca e grigia. è pieno di cammelli. sono proprio quelli. branchi di asini selvaggi. biondi e raccolti sotto la nuca. più di lei sarei perduto. dipinta affacciata al balcone. eccola. la città oltre il fiume. nessuno si accorge del nuovo colpo che è partito. tra gli applausi unanimi. è pieno di formichieri. come se strappando il tessuto potesse farmi male. rifletti. solo il naso è più curvo del previsto. accorrendo nel punto in cui gli elefanti traghettano sull’altra sponda numerosi passeggeri. chiaramente azzurro. ti prego. stanno tutti così attenti. sferrandomi un altro calcio. che è l’amico del pittore. dichiarando questa intenzione. zebre.

prima il destro poi il sinistro. sfiorando i candidi gradini. riuscendo anche a farmi vedere tutta la scena di Giacomo che rema alla rovescia con gli alberi sospesi come piumini che gli fanno il solletico agitati da un po’ di vento. di spingerlo a remare con foga. approfittandone immediatamente per bloccarla. verso il fiume. rapidamente. alzandola un poco da terra nella corsa. smetti di vivere. scoprendo. a battute lente. poiché Anna nuota male. Giacomo che rema lungo il fiume Barca scorre lungo il pendio su cui è stata costruita la Villa. il più a lungo possibile. metto tra me e lei lo spazio che riesco a percorrere con uno scatto prolungato nel tempo che impiega per alzarsi. prolungando al massimo l’istante di smarrimento. scattando ripetutamente nella mia direzione. a contare i graffi rimasti sui polpacci. dicendolo troppe volte.andiamo via. tentando di fare leva con le gambe sollevandomi i piedi. piegata in due. per impedirle di buttarmi giù. in un momento di riposo. non ha portato con sé le pinne. facendola ruotare su se stessa con il cambio continuo delle braccia. giustificandosi in sé. il mio vantaggio si è ridotto a non più di trenta metri quando vedo Giacomo prima dell’ansa del fiume trasportato. talmente lento da far pensare a un attrito fortissimo. con profonde inspirazioni tra una vogata e l’altra. con crescente stanchezza. spingendomi con tutte le sue forze con le mani strette attorno alla gola. a palparsi le caviglie gonfie per avere battuto trascinata contro i gradini. ha anche un lieve timore dell’acqua. trascinandola fuori. come punto di riferimento di una possibile fuga. giù per la scalinata. rassettandosi la gonna. assorbendo tutte le sue facoltà come ritmo e lento fluire. dice Anna. dalla massa di liquido verde in lento spostamento. pettinandosi per qualche secondo. attraversando alcuni istanti di incertezza come cercando di capire per la prima volta il significato di quella richiesta. di distaccarmi definitivamente. notando lucidamente che la sua remata segue un ritmo preordinato e dunque perfetto. con le gambe ripiegate. dove ho molte speranze di raggiungere Giacomo. continuando a pestarle i piedi per fermarla. fino a raggiungere la velocità massima consentita. non ho molto tempo da sprecare. guadagno il momento necessario per il distacco. di saltare nella sua barca. prendo subito un po’ di vantaggio. trattenuto potentemente dalle erbe cresciute sulle 94 . supplicando. abbandonandola. stringendole un braccio.

arrivo ancora più vicino alla barca. lo fa tornare indietro. senza crederci. dice: mi basta ammazzarti. mi raggiunge. provocando una specie di solletico. lo sento ridere forte e lui non mi sente. distante non più di trenta o quaranta metri. grido sopraffatto. le deviazioni improvvise che lo allontanano o che solo apparentemente lo avvicinano. non può tenermi in vita ancora per molto. si mantiene a una distanza costante. seguendo in casi più rari l’apice delle sponde. tanto che lascio avvicinare Anna. come per avvertirla che è molto pericoloso. sulle sponde. sfiorandomi le guance. grido anche a lei. particolarmente ruvide e collo se. non potendo inseguirlo attraverso le sponde troppo strette del fiume pensile. visto come è intento a seguire il volo dei migratori che passano bassissimi. se cado dalla stanchezza. sempre di corsa scendendo il piccolo ponte. sbattono un po’ dappertutto. rimangono a mezz’aria. che si rivela insufficiente. non abbandonarmi. tante sono le curve del fiume. si mescolano alle foglie. sopra assi di legno gettate sopra l’acqua. compreso nella remata perfetta.sponde. con contorni precisi. penso. se non lo raggiungo. quando tutto appare immobile. a volte passando a fianco del fiume. piombano giù da tutte le parti. in un turbinìo di piume che si staccano. adeguando Giacomo il ritmo del suo respirare in sincronia con la vogata. gridando inutilmente. non riesce a salvarmi. 95 . sulla barca. a volte attraversandolo sopra stretti ponticelli di legno. lo spinge verso di me. a volte tirando diritto per una scorciatoia in cui spero. costretto a percorrere un sentiero che mi trovo davanti e che ha tutta l’apparenza di essere quello giusto. ciò che fa ridere Giacomo. Anna mi ha quasi raggiunto. costi quello che costi. su Giacomo. gridargli dietro. riprendendo l’inseguimento di Giacomo che non sente. aumentando d’intensità. precipitando molti uccelli spiumati nel fiume. a portata di mano. insicuri della posizione Sud ritornano di continuo al punto di partenza. tentando di seguire lo stretto percorso delle sponde pensili. di lieve irritazione. senza che per questo mi sia più facile raggiungerlo. è un odore insopportabile che mi guida. che ferma Giacomo. temo. cercando di avvicinarlo con la voce. sto per cadere nel fiume. in quantità sempre più consistenti. fermandomi qualche secondo sul ponte in tempo per osservare Giacomo appena passato.

dice. insieme. per un po’. ci prende per un braccio. 96 . se non camminare in alto sopra la sponda pensile. avevo troppa pomata. senza riuscire a farmi rispondere. se non guardare nell’acqua. con una splendida parrucca rossa fissata con gli spilli. e vedrai. con le tue piume. me e Anna. sta lì a due passi. incamminandosi. sono rimaste tutte attaccate. propongo. non dice niente. dice. ce lo dice lui se le regole sono giuste o sbagliate. sono quasi tutte grigie. cercando di ripulirsi la testa dalle piume. ci battiamo solo poco quando Giacomo ci raggiunge scendendo dalla sponda. aspetta che diventi cosi. non fa più niente. in equilibrio. non posso farne a meno. guardandomi con le labbra che si articolano senza produrre suoni. guardando per terra.C’è una splendida vecchia calva con pochi capelli azzurri fissati con una colla scura. ma se stai bene così. soffiandogli sulla testa.

di chi pensa di avvicinarsi per scoprire solo un bagliore più violento. aumentando con progressione geometrica le vibrazioni diffondendone la luminosità tanto lontano che con minimi spostamenti sui fianchi si riesce a moltiplicarne all’infinito le direzioni. che siano alpi o prealpi o tutte e due insieme. fissandosi come poli d’attrazione nella fase di avanzamento in cui occorre impegnarsi con tutte le forze disponibili. di quella caduta ieri e cessata con il vento. come punti focali e di successivi sfocamenti.Capitolo decimo È merito del vento soffiando da ieri notte su questa zona preparando un mattino ideale e anche della pioggia. difendendo questa pianura contro l’azione abrasiva delle acque facendo scivolare verso di essa sassaie e prati. nitidissime. come accade in una giornata come questa. assottigliandosi. così che non ci si poteva aspettare niente di meglio per una giornata come questa. segnalandosi con prolungati bagliori. premendo molto più da vicino la zona dove muoversi. fissando il cristallino di chi si sta muovendo. i punti di sutura delle rocce tra loro e delle rocce con i primi declivi degradando in frane di ghiaia. chi avanza. circondati da quelle montagne. provandone. tanto da immaginare costruendolo un altro universo dal nostro. macinando ghiaia da secoli. insostenibile nell’istante in cui si concentra nel punto focale della tazza. che alzando gli occhi ogni volta permette di guardare con simile chiarezza. se ne osservano perfino i punti di congiunzione delle ultime pendici alla pianura. accecante. un’altra specie di benessere 97 . abbassandosi. indebolendo man mano i propri centri di resistenza in una consunzione lentissima di cui si osservano i segni attorno alle brevi o larghe conche dove si raccolgono le nevi formando quelle tazze di ghiaccio sempre innevato.

dilatando e concentrando. ho la certezza che è un mio dovere. permettendo e anzi sollecitando numerose spinte che rinuncio a decifrare. sia che i piedi battano il terreno. che non stende un velo impenetrabile davanti ai miei occhi. mantenendo proporzioni e rapporti apparentemente giustificabili. così da incoraggiare me stesso. che me lo impediscono numerose circostanze determinanti. perfettamente decifrabili. sia per tutte quelle parti del corpo che lo premono durante le spinte. senza rendermi ben conto del modo in cui procedo. cioè. notando tutte le sfumature. continuando. senza. di questo mio diritto. con tutti i contorni e i particolari in rilievo. superando di molto la forza di resistenza agli strappi di una comune dentatura e leva mascellare. trascinandomi. sia per la lingua che lo lambisce. fissata con un gancio da denti. così da incitare chi mi sta trascinando a non osare fermarsi. perfettamente giustificato da quel benessere che provo anche soltanto a causa della polvere che si solleva fatalmente al mio passaggio. spingendomi in avanti con i gomiti e le ginocchia. sto pensando. in questo caso. se è la mia faccia a strisciare per terra o la mia nuca. le mie leve primarie. con le sole mie forze. se non tutte chiare e decifrabili. tutti quei passaggi di tono che di solito si possono notare solo con una osservazione molto ravvicinata. ad avanzare. dunque. solo con l’uso di lenti. con colori brillanti. nel caso sia io. mi spingano al compimento. perché è il fatto stesso che sto avanzando a darmi la certezza di questo mio dovere. tanto raramente subisce delle sfocature prolungate. sono trascinato per i piedi col sistema di una fune appositamente annodata. potendomi muovere. non finisco mai di guardare 98 . leccando per terra o se. Devo. come è giusto che sia se mi tirano con una fune che devo tenere stretta tra i denti. sia che lo striscino per vincere l’attrito. tralasciando la visione di insieme per concentrarsi sul particolare microscopico.Ho la certezza di non potere fermarmi. di continuare. sia per i capelli che lo sfiorano. quella polvere che non mi impedisce in nessun caso di vedere. riuscire a stabilire se cammino o mi trascino con qualche mezzo. tanto ciò che riesco a osservare è nitido. sovrapponendo le due visioni.

circondate da alcune concentrazioni di fiori multicolori. divenendo abbondante nel momento in cui non riesci a vedere nulla. superando. i suoni dell’erosione che da millenni attacca la pianura dal mare. di un verde resistente e impenetrabile. foglie di pietra che ti colpiscono a sassate. durissime. lo strappo che mi trascina all’interno. si accartocciano a causa del calore che aumenta gradatamente. tenere. sfuocandomi la vista fino a impedirmi il movimento nell’incertezza sulla decisione da prendere che può essere una sola. mentre il succhiare 99 . munite di pungiglioni sulle punte. precipiti scomparendo nella spugna vegetale. che richiede sempre un istante di riflessione. nulla riesce più a sorreggerti. a forma di ventaglio. ti risucchia subito all’interno. ti hanno immobilizzato. costretto ad arrestarmi davanti agli ammassi di foglie e di fiori che non riconosco. fino a che non si sente la saliva gocciare agli angoli delle labbra. è una caduta rapida rallentando nel punto in cui la rete dei rami e delle foglie. soffice ed elastico. crespose. unica tua forma di percezione e di nutrimento. cupe. così che ci si può arrampicare dove il fragile intreccio sembra non sorreggerti mentre risulta agevole. spinate. evaporando a contatto con una fonte di calore intollerabile. evitando la soffocazione che sopraggiunge prima di adattarsi a un altro ritmo di respirazione. se non sentire quei fiori che ti premono la schiena contro le foglie. a cresta. raggiungendo la cima con pochi movimenti ben sincronizzati. arrestando la discesa in un imbuto di foglie arcuate e metalliche. nei primi istanti di adattamento.percorrendo gli stretti viali del giardino all’italiana. rosse. costruito al limite della pianura che discende da quelle tazze di ghiaccio innevato continuamente. scartando a destra e a sinistra. quella. a poca distanza. spingendo la testa dentro quei muri di colore. lucide. vincendo la sensazione di accecarsi. il residuo legame interiore con la posizione precedente. appena dietro le spalle. per avvertire chiara ed improvvisa la spinta. suonano se le stringi. per inserirsi definitivamente in quell’altro sistema di movimenti e di coordinazioni muscolari che viene richiesto. luccicanti. incidendo con serie di minutissimi tagli. uscendo dalle spirali le lame inserite nel groviglio dei rami che le sorreggono. di quell’ammasso verde compatto che occorre affrontare risolutamente. accartocciandosi. da dove si avvertono. di un verde trasparente.

rispondendo sempre a qualcuno che non vede mentre sta rientrando in casa. neppure per saltarmi con lo sguardo. mescolandosi al diapason della cresta di pietra divenuta rovente. con gli occhi. consumandosi in gocce. riempiti di piante grasse in fiore 100 . il produrre eccessive quantità di saliva masticando o lambendo tutto ciò che trovi alla tua portata. soprattutto radici e foglie. come sono vicino a casa. translucida. ti irrigidisce in catalessi. senza piegarsi. prodotti dall’iperattività di alcune ghiandole. non si volta dalla mia parte neppure per guardare oltre il punto dove sto accucciato. strette al suolo da rampicanti. senza sentirmi. neppure questo vuole fare. fino dal suo interno. senza fare il minimo sforzo per sentirmi. emergendone solo con i capelli. sono migliaia di ventose che vi passano sopra. uniforme e continuo. liquida. raggiungendo le sopracciglia muovendosi gli insetti tra i peli impediscono un lungo sonno ristoratore. unendosi all’azione ipnotica delle corolle in evaporazione. potendo a stento osservare Anna che entra in casa per uscirne immediatamente. in modo da rendersi conto ad ogni istante del livello raggiunto dalla consunzione. porta i guanti di pelle gialla. seduto sui talloni. portando sempre qualcosa. ripetendo almeno quindici volte questa scena. fingendo di non sentire questi richiami prolungati. producendo altre serie di suoni. accogliendone la penetrazione. pensi. rossa. fondono. tacendo nell’uscita. continuando fino alla fronte. eretta. trasformandosi le braccia in pietra. con molta lentezza. entrando e uscendo di casa portando dei vasi di terracotta sempre più piccoli. stendendo le braccia sempre più allungandole. mettendoti a sedere accorgendoti di quanto ti è cresciuta intorno. aderendo. solo emettendo una serie di suoni di cui non puoi udire che il ronzio uscendo da molte parti del corpo. spalancando la bocca atteggiandola come se dovessi emettere un suono prolungandolo fino al limite. sollecitandole mediante schiocchi delle labbra. fingendo di cercarmi se le sto di fronte. sorreggendo sempre qualche oggetto con le mani guantate. guardando ad altezza d’uomo per passarmi sopra. che non cessa di vibrare. che entra ed esce dalla casa seguendo un suo ritmo.la tua stessa lingua.

ho soltanto un gran freddo, risponde, ho i piedi gelati, lasciami un po’ in pace I bambini mi saltano sulla schiena, mi stringono il collo, mi strozzano, mi chiudono le vene, così inconsapevoli che se mi lamento stentano a lasciare la presa, costretto a staccarli di forza ci rimangono male, estranei all’assoluta necessità del mio gesto, scendendo e salendo dal collo irrigidito a difesa uno mi si addormenta sulla pancia, l’altro in mezzo alle gambe puntato al suolo con tutte e quattro le zampe, con le piume rossastre in erezione, inutilmente richiamando Anna nella speranza che guardi entrando o uscendo di casa, correndole attorno con difficoltà crescente, sbucciandomi braccia, gomiti e ginocchia, sicuro di una sua risposta negativa, tanto che perfino durante il sonno, in quell’istante di prevista delusione, il pensiero dominante è quello di riaddormentarmi, assieme ai bambini, perché quelli sì, quelli mi hanno raggiunto non appena mi hanno visto con la cresta eretta passare nell’erba alta, non ripete più gli avvenimenti precedenti il breve sonno pomeridiano, tanto che il cielo è notturno dove compaiono a grande velocità e da tutte le direzioni delle comete che si allungano e si accorciano, prevalendo sempre più chiaramente su ogni altro corpo celeste, finché rimangono sole, sgombrato lo spazio riservandolo per le evoluzioni da compiere sullo sfondo di quella porzione di universo che si intravede come un lontano fondale, ruotano a serpentina, congiungono i nuclei con le estremità delle code, riunendo i nuclei al centro, in modo da formare delle piste a otto dove i gas scivolano a velocità

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elevatissima, scomponendosi di colpo in miriadi di comete-spermatozoi, unificandosi in un’unica cometa che occupa tutta la scena per la prevista esplosione, formando istantaneamente un ricamo multicolore che occupa tutto il fondale inserendosi, in completa adesione, nella parete universale, fino a questo punto rimasta neutra e indecifrabile, moltiplicando e infittendo senza sosta le varianti dei disegni che non cessano di ruotare e di muoversi nel modo più adatto alla loro struttura, rivelandosi lo spazio delimitante non più impenetrabile, trasformato in tessuto, oltre che luminoso in tutte le sue trame, illimitatamente trasparente, mutando nel suo scorrere attraverso i canali formanti le tonalità e variandole all’interno di una stessa dominante, prevalendo le radiazioni rosse e quelle gialle, ocra e giallo sole, negli istanti di calma, preludio a più violente scosse e trasformazioni: l’universo è un tappeto persiano, è questa la rivelazione, non posso avere dubbi, osservandolo nelle pause di fissazione, di cui è naturalmente impossibile scoprire tutte le parti di cui è composto, disteso sopra uno sfondo formato dallo stesso tappeto illimitatamente trasparente, ecco l’Universo, penso e cerco di dirlo, producendo solo un moto delle labbra, scosso fino alle lacrime dalla commozione che mi ha invaso per la scoperta della straordinaria intelligenza dei Persiani che quei tappeti tessono da sempre, strozzato da una commozione che non riesce ad esplodere adeguatamente, soffocato fino sul punto di morire, ormai certo che la vita sta per essermi sottratta, reagendo a questo evento ineluttabile soltanto con lacrime più copiose, scorgendo attraverso le lacrime l’espandersi del tappeto, ancora più visibile mentre ricompare alle sue spalle un buio altrettanto infinito, in relazione al quale il Tappeto sembra esistere e manifestarsi, mettendomi a sedere, con la testa stretta dalle mani, le mani che si bagnano da come sto gocciando anche dal naso graffiano, mi introducono le dita nel naso, cercando di impedirmi il respiro, se non tenessi la bocca aperta dormendo, lì ci mettono il fazzoletto bagnato, mi costringono a balzare in piedi affrettando il ritmo della respirazione perduta per pochi secondi, rimettendomi

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sdraiato a occhi aperti, me li guardano così da vicino che me li fanno lacrimare: sono colorati?, ma perché tutto è colorato, quelli della mamma non sono colorati, ripeto, come non lo sono, dico, ricordando una superficie lattiginosa con dentro una pupilla flottante, è così, certe volte sono bianchi, perché certe volte, quando è arrabbiata, quando, quando vuole lei, guarda fuori dal cancello, va bene guardo, che cos’è quella gente che si vede, un funerale, perché portano via il morto, ma sono due funerali, è perché i morti sono due, è lo stesso un funerale solo, anche se è più di uno, allora li portano tutti e due sulle spalle, perché devono portarli via e basta, anche in bicicletta, anche con quella, sono un uomo e una donna, allora, si vede dai colori, quelli dei fiori, ma da quelli non si vede, dico io, sì che si vede, le donne li hanno rossi e gli uomini gialli, chi lo ha detto, il giardiniere, sono forse morti perché si sono punti, con un ago, anche con uno spillo, se ci si punge si muore, o anche è stato un camion, si sono punti insieme, con lo stesso spillo, o anche un’auto, o anche è stato quel camion che passa adesso, quando andavano in bicicletta, non si sa se andavano in bicicletta, andavano forse a piedi, per questo li portano sulle spalle, per portarli sotto terra, vanno lì a nasconderli, allora prima devono scavare un buco, una fossa, si chiama, col badile, sono i preti che la scavano, non sono loro, ma sono loro che li nascondono, ma chi la scava, sono degli altri che la scavano, altrimenti si sporcano, per riposare in pace, rispondo, per questo si dice l’Eterno riposo, sdraiati, perché rimangono dentro la cassa, come quelle di legno, allora le campane suonano in questo modo, si chiama cimitero, in fondo a destra, dove c’è quel muro alto, sì, è altissimo, più di quattro metri, dentro non ci abita nessuno, non vedono nessuno, non possono vederlo, ma se non hanno gli occhi, allora neanche la voce, non ci sentono e di lì non vengono mai fuori, nemmeno per una volta, così avranno paura, ci sono anche i topi sottoterra, non possono accendere la luce, perché non ce l’hanno, non la fanno mettere, perché a loro non serve niente, perché gli occhi li perdono, cadono giù, nessuno li raccoglie, non si trovano più, non si sa dove cadono, per questo si dice una preghiera, l’Angelo di Dio, no, l’Eterno riposo, e senza luce non chiamano mai, se non hanno la lingua, non lo suonano il campanello, sono i topi che la mangiano, assieme

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presto che sta scappando. gli uomini che tirano le roulottes. anche dentro alla cassa. non sono fatte con i sassi. allora il guidatore nell’auto non si bagna. si bagnano lo stesso. anche le macchine non corrono abbastanza forte per arrivare sulla luna. perché sono piccole. li trasportano con i carri. è tutta piena di buchi. è più forte dell’auto. davanti. più adagio. guarda dietro che c’è il trattore. tira senza correre. le roulottes sono fatte di ferro. le auto non scivolano se piove. quelle con i balconi. sopra non ci possono andare con le roulottes. ma sono più grandi. allora dove vanno. non sono uguali alle case. anche quello che c’è dietro vogliono vedere. per questo vanno in montagna con le roulottes. ci sono dei buchi. anche i camion sono forti. è di legno. perché assomigliano un po’ alle auto che le tirano. non vanno. no corre di meno. quindi non c’è nessuno. fino a dove c’è la neve. perché hanno i seggiolini coperti. così non entrano i ladri. un’altra montagna ancora. grida. ma si mettono l’impermeabile. che non si consuma mai.alle mani. perché non li tirano con l’auto. tante volte non basta. perché sulla luna non c’è ancora arrivato nessuno. perché tira di più. ma certo che si consuma. se è meno forte del trattore. ma le montagne no. dietro c’è un’altra montagna. non si sa proprio bene. sono fatte solo per loro. certo che chiudono la porta a chiave. allora corre di più. allora chiudono anche le finestre dei balconi. le auto tirano le roulottes. fino a là. le roulottes non hanno balconi. quelli sono i buchi. quelli che tirano con i trattori. quelli servono solo per le case grandi. ma dentro si dorme. quasi come i trattori. ma allora vanno più adagio. anche se piove non tirano le roulottes con i trattori. lì fuori del cancello. le roulottes non possono arrivare fin sulla luna. allora vanno. corrono più dei trattori. dentro ci dormono. sai quando sembra che abbia gli occhi 104 . rimangono lì a guardarle. né sopra né sotto. anche con i camion. quelli che tirano i sassi invece si bagnano. allora perché è più forte. come quelle. come le montagne che si vedono. neanche di dietro. le auto non tirano. non sono capaci di tirarle.

che corrono in direzioni sempre sbagliate. graffiandosi le dita. colti da accessi di rabbia si avventano contro le siepi. a forma di corte lame affumicate. lambendo. strisciando a ridosso 105 . fin sotto le ascelle. seguiti da urla. come contorcimenti e mezze giravolte. cercano di svellere le radici. nel tessuto delle piccole foglie dure e lucide. come per infliggere il meritato castigo per una crescita troppo compatta a protezione del percorso. così da sanguinare abbondantemente dopo aver provato una sensazione di strappo. provocando autentiche e profonde ferite fin sulle braccia.Capitolo undicesimo che si trovano nel labirinto. i muri vegetali. schiaffeggiando le pareti. con le labbra attaccate alla ferita. dopo un lieve urto. vanamente districandoli. incise dalle punte dei rami già spezzati. all’ombra dei bossi cresciuti per secoli. trattenendo le punte dei rami brandelli di pelle degli avambracci. nel tentativo di impedire l’infezione succhiando. che non sono arrivati a capire nemmeno i principi generali di una regola pur contraddetta. e dunque ridono oppure si disperano. ansimanti. di sollevarle almeno in parte nel tentativo di aprirsi un varco nella trama fittissima dei rami sottili del bosso. mentre le pareti vegetali si richiudono senza lasciare tracce visibili delle violenze Nel labirinto disegnato dagli antichi tutti entrano per fingere di perdersi. lacerando il palmo delle mani. provocando corse e movimenti in apparenza insensati. strappando pezzetti di rami neri e taglienti. dopo averne sentito il suono. scuotendoli come per scalzare la loro intollerabile impenetrabilità. nel buio degli angoli senza uscita. di lacerazione indolore. stretti come sono l’uno all’altro in numerosi tipi di intreccio. una puntura prolungata.

infine. determinato a caso. che si possa veramente parlare di scelta è dubbio. senza che sia necessariamente l’opposto.dei muri vegetali. dopo una serie di tentativi contrari. contorcersi. seguendo le false curve di un falso percorso. dovendosi convincere subito che il punto d’arrivo. sempre il suo punto di arrivo. più i passi sembrano sprecati. che assumendo il dietro-front come prima soluzione generalmente esatta si può credere di non perdere contatto. da che non si sa con precisione assoluta. costruito seguendo fedelmente un disegno millenario. sia costringendo al rovesciamento istantaneo delle idee tradizionali d’orientamento sia. muniti di strumenti in ogni caso inservibili. tutti sono perduti nel momento stesso di entrare affrontando il labirinto. assumendo. è soltanto illusorio e che il centro del labirinto. sbriciolarlo. assumendo come principio generale che si può sperare di avvicinarlo lasciandolo costantemente alle spalle. non deve essere considerato come centro ma situato in un punto qualunque. nel caso si fossero approntati strumenti capaci di funzionare in ogni frangente all’incontrario. costringendo alla resa questi ultimi strumenti particolarmente delicati. mentre tutti coloro che entrano devono saper rovesciare istantaneamente l’impulso di avvicinamento. rinunciando ad un passo in avanti apparentemente risolutore per scegliere in ogni occasione l’indispensabile dietro-front e i cento passi all’indietro. ma in ogni caso altro. di cui si sono sempre viste le lancette impazzire. i ritorni inutili. bucare il vetro. scegliendo. ma addirittura gratuita. solo un poco più accelerato. una scala a chiocciola che sale fino a una piattaforma dove è stata alzata una statua. una volta capito che la prima regola è quella di procedere girando in modo di spostarsi verso l’esterno. arretrare anziché avanzare. evitando sempre di svoltare verso 106 . il moto uniforme e incomprensibile delle lancette dell’orologio. dunque seguendo scrupolosamente il principio di casualità. la soluzione che non solo deve apparire abnorme rispetto ai comuni criteri di orientamento. più i giri si allargano.

Dopo essersi accertati della falsità anche della regola degli opposti. così che non si può veramente decidere nel momento in cui ci si rende conto della propria posizione. saltando quanti gradini si può. con la costruzione di barriere e 1’abbattimento di altre. battendoci sopra il sedere con uno scatto 107 . cioè. sedendosi per terra. raggiungendo con foga forsennata il piedistallo della statua. accresce il finto timore di chi dispera di arrivare alla soluzione. il finale. in modo che al suo interno divengono possibili tutti i giuochi. dove ci si installa. e i giuochi possibili conclusi in un numero fisso. con il dubbio aiuto del calcolo delle probabilità. l’intera serie secondo un ordine contrario alla ragione. la soluzione rimane legata a una serie di coincidenze che nessuno. quando. a chiamare il custode. una volta che un determinato percorso è divenuto troppo noto. poiché questo è il canone fondamentale imposto da chi ha immaginato e disegnato il labirinto. alla spirale di marmo della scala a chiocciola. così che nell’istante che segue il passo risolutore. infittendosi e elevandosi. esausto. risolvendosi a una soluzione che tutti cercano di evitare come il massimo del punteggio negativo nella sconfitta. riducendo quelle che erano le svolte risolutive ad angoli senza uscita. o quasi. senza averlo nemmeno presentito. senza contare l’aumento progressivo delle difficoltà determinato dalla crescita delle siepi di bosso che. dopo l’ultimo dietro-front alla cieca. costretto. aspettando il soccorso di qualcuno più fortunato o geniale. ansimanti si trova la forza di percorrerla correndo. sedendosi con violenza. aprendo altri falsi corridoi. secondo impulsi e spinte istintive che il più delle volte ingannano conducendo direttamente a cozzare contro le barriere più infittite. così che ogni movimento. nei casi estremi. permettendo sempre. ricostruendo. riesce a ripetere. cioè che per avvicinarsi occorre allontanarsi.l’interno. deve essere compiuto per caso. anche quello decisivo. i movimenti più liberi. sottraendo sempre più luce. di ritornare all’imprevedibilità con opportuni spostamenti e modifiche. cioè rifiutando la direzione normale della meta. ci si trova di fronte.

mai niente. ci vogliono dai venti ai quaranta secondi. gli ordino. che ci accompagni fuori immediatamente. ripeto. sempre a sinistra. non si mettesse a piangere. mai niente. suonando un campanello. costringendomi a raggiungerla e a sopravanzarla altre tre volte. ripete anche lei con me. aggiunge togliendosi la camicetta per mostrarmi i seni infiammati. continuando lei a battere i piedi per terra. te l’ho già detto tante volte. come primo movimento. conclude. raggiunta e subito abbandonata per provocazione. per giocare uno dei giuochi del labirinto: è questa la mia intenzione e potrei vederla realizzata se Anna. dice. prima a sinistra. basta che tenga su una camicetta per farmi credere sana. proseguo tenendola ferma per le spalle. salta a piedi giunti portando le ginocchia unite all’altezza del petto e batte con la massima determinazione i tacchi per terra. sempre a destra. che pare si perda e veramente si perde. sempre impedendole di seguirmi. aggiunge. ti prego accompagnarmi fuori. possibile che non capisca. possibile che tu non capisca. poi a destra. seguitando a gridare più che a piangere dopo che per tre volte le ho indicato la direzione sbagliata fingendo comprensione. non c’è niente. ti prego chiama il custode. non so che virus. venti se si corre.Anna in una piazzuola così da lontano non capisco subito perché sta immobile guardando per terra così che ridiscendo le scale quasi precipitando deciso a raggiungerla per non aiutarla. 108 . non c’è più niente da fare. proprio. basta sollevarla per capire di che si tratta. è un virus. che la regola è di fare l’opposto. tentando lei di mordermi le mani. è molto facile. perché eravamo d’accordo. sempre suonando il suo campanellino Lunghissima e limpida vasca rettangolare che unisce in senso longitudinale la Villa alle scuderie che chiudono lo scenario sullo sfondo. costringendomi a osservarla più da vicino e a toccare per accertarmi che scottano. basta togliermi la camicetta per capirlo. spiega. come vogliono le regole.

sforzandomi di avanzare con la massima agilità possibile. cominciando a spogliarmi per entrare osservando le strisce che partono dalla superficie proiettandosi verso il fondo e verso i lati senza attenuare la loro intensità. con delle manate energiche sulla superficie. mi fa molto bene rispondo. dipinti su lastre di ghiaccio azzurro. tentando di correre. data la maggiore resistenza dell’acqua più profonda. sempre con baffi filiformi. cercando di sollevare gli spruzzi più in alto possibile. nelle sue prospettive multiple. fin sopra la testa. fra poco. cercano di correre. si sono subito abituati a giocare. oscillando e incrociandosi. come veramente si perde. è perfetta. nel principio del nuoto toccando il fondo con la punta delle dita. una rete subacquea in trasformazione. dipinti all’interno di un blocco di ghiaccio che fa da pavimento. tanto trasparenti e luminose sono le sue acque. tanto che 109 . evitando il ritorno improvviso di Màstica. seguendo il movimento dell’acqua. al limite del tuffo. attraverso la quale passano alcuni pesci a macchie. una volta che ho finito di spogliarmi. muovendo le gambe fingendo il passo di corsa. dice Anna. avanzando più velocemente verso Màstica che si allontana.nel parco che lo circonda: mi pare che Anna cammini troppo lentamente. a causa dell’attrito. non avere paura. Graziella. non sarà a causa dei seni che hai paura. che si fermi troppo spesso. che si allontana di nuovo con le gonne legate sopra la testa come un turbante. penso. pur sempre di corsa. dal modo di alzare le ginocchia e di dare la spinta con la punta dei piedi. tenute separate e mosse come quinte sovrapposte in modo da figurare il moto dei pesci baffuti che si spostano sempre più rapidamente provocando più frequenti slittamenti delle quinte di plastica azzurra traslucida opportunamente lubrificate scivolano l’una sull’altra suscitando altri bagliori e strisce di luce a infittire la rete preesistente dove a mia volta cerco di scendere. ci sono già dentro tutti gli altri. chiamo. risponde lei scuotendo la testa mi fa capire che sta per entrare. tanto è limpida questa acqua. arrivando con lentezza a ricoprire il ventre. con filamenti flottanti sopra la bocca. le grido. bisogna fenderla appoggiando in avanti tutto il peso del corpo in posizione di caduta. altri uniformi e scuri. finisco col precederla e arrivare da solo al bordo della vasca che si perde. fissando. fermandomi con l’acqua fino al ginocchio. lentissimo. il tempo di spogliarmi.

appoggiato a lei. nascondendoci nel folto della vegetazione a due o tre km. aumentando il ritmo della respirazione. sollevandomi come un bambino. solo con quel movimento. stanno arrivando. mi tiene in braccio e fugge via. appagandomi. ecc. mi permette di raggiungerla prima di loro. stiamo per scomparire dalla loro vista. se vuole raggiungere l’effetto. serrandola. perché questo movimento delle mani richiede tutta la sua concentrazione. senza aprire la bocca. mentre ascolto. ansimando 110 . scattando in piedi. portandolo da 20 a trenta al minuto. battendomi brevemente con lei prima di liberarmi dice: attento che arriva Anna. camminando per cominciare ad allontanarmi. il suono confuso delle ultime parole di Màstica e Anna. mormorando alcune parole di circostanza: hai una pelle straordinaria. ecc.Màstica mi raggiunge. di distanza. sempre a occhi chiusi sono certo che è quella la direzione della casa. appena glielo chiedo.. di arrivare dove lei sta nuotando voltandomi a controllare il distacco da Màstica e Graziella che nuotano a circa 12 metri. Anna e Màstica mi svegliano insieme gridandomi nelle orecchie. sembra viscida. una per parte: cosa fàaaaa questo idiota. tanto forte da farla ridere. scuotendo un po’ il capezzolo Devo andarmene. senza nemmeno guardare in avanti. corro fortissimo senza voltarmi. mettendomi la testa sotto. smettendo di ridere. là sotto. che ha cura di svegliarmi per farmi succhiare ogni volta che desidera essere succhiata. portandomi via. fortissimo sta ridendo. tenendo sempre la testa voltata. ridendo perché Graziella cammina a grande velocità. nel tentativo di orientarmi riprendendo coscienza. dove le lascio fuori. ancora in sogno lo sento. gli occhi ancora chiusi. più veloce. perché lei ride e basta. mi stai togliendo il fiato. afferrandomi una gamba. mi pare un margine sufficiente se continuo così. senza ottenere risposta. hai dei seni identici alle mele. stringendomi a lei. di toccare per primo. perché è alta tre metri. dove lei può accarezzarmi la fronte con delle mani simili alle mie. chiudo tutti i cancelli. più abituata. che ha cura di tenermi sveglio durante l’atto. tale è il mio desiderio di avanzare. con tutte le forze che mi tornano. fino al punto di farmi addormentare.

ma proprio non capisci. è possibilissimo. come fa a finire tutto così. seduto. secchi. ripeto. non sanno se la salvano. domando. in questo momento. i seni sono diventati come prugne. è vero. se non ci sono loro è finita. morto. continuando a leggere insieme quel libro che tiene sulle ginocchia 111 .fino all’urlo asinino. mi pare. di fronte a Giacomo che legge seduto. è impossibile che si concluda tutto in questo modo. è successo proprio un’ora fa. cosa finisce. confermo. sedendomi accanto a lui. Anna è tornata dal medico. eco. ma i virus attaccano tutto. esattamente. da infiammati che erano. tutto. è possibile. conferma. un’ora fa. capisco anche troppo. proprio no. faccio eco. cadono. dovresti essere contento. ma proprio niente. in pieno sole. domanda Giacomo. c’è sui giornali. dice Giacomo. dico. con un fazzoletto legato con quattro nodi sopra la testa e un cuscino sotto i piedi: dicono che Aristide è morto. Màstica si è bucata una mano.

senza correre. con quella sua canna molto meno flessibile del previsto in certi punti riesce a farci del male. con tutti i morti che ci son stati. saltando tutt’ingiro a piedi uniti. non prima di averlo orientato verso gli alberi che colpisce furiosamente. se non ci preoccupiamo di abbassarle o di camminargli più lontano. indicandolo seduto sulle piastrelle davanti alla casa. diciamo. mi colpisce. legata dietro la nuca. come è. potendo stabilire la nostra posizione precisa dalle voci. poiché scomparsa è il principale sinonimo di morte. gioca a mosca cieca. a turno. 112 . è lui la mosca. sadico. così ci si diverte di più. seguendo la regola del laccio. ricordatevi il rituale. che dovevano esserci. non è mica un romanzo di memoria. osserva Matteo. gli scomparsi che ci sono. con tutti i suoi movimenti. come avesse un laccio alle caviglie. ma ci fai male. questo sì. frusta l’aria in tutte le direzioni. riuscendo a percepire esattamente la nostra posizione. senza sfuggirgli.Capitolo dodicesimo Se è vero che te ne vai. devo andarmene per almeno 130 giorni. servendosi di tutte e due le mani la ruota sopra la testa. è così che si torna. con tutta la forza che ci mette. incassando due o tre colpi duri. ci sente molto vicini. con una canna in mano. me ne vado anch’io. tutti coloro che sono scomparsi o stanno per scomparire. dice Giacomo. Vuoi vedere adesso che Matteo si mette a giocare. camminando sulla ghiaia a pochi metri. decidendo di sfuggirgli. sta un po’ fermo. siamo le mosche. deve. chiedo. con tutta la pericolosa precisione di un bendato. con una benda rossa stretta sugli occhi. ogni volta che è possibile. allora è vero. esserlo. con tutti i morti. è una pastorale quella che si mette in scena. risponde Giacomo.

non vai. immobili. costretto a interrompere il giuoco sciogliendo la benda rossa. dietro le bianche facciate. davanti alle quinte che delimitano i giardini divenuti parchi.spezzando la canna. priva del senso del tempo e dello spazio. riferendolo al suo sfondo. incerta se io posso ricomparire 113 . costretto ad aspettare. ovunque si voglia guardare. in qualsiasi momento succedano. sta per cadere ed essere sostituita e altre quinte. le quinte che circondano le foreste dietro le colline. senza poter liberare il piede. tanto che non si arresta neppure al punto del massimo declino. tu non vai via. tutte le cime degli alberi continuano a ondeggiare. non ci sono dubbi. nel momento in cui l’atmosfera celeste. seduto. l’azzurra riserva d’ossigeno non può che apparirci legata a tutti i finali che si possono immaginare. poi sull’altro Al di qua dello scenario. in attesa di quell’accadimento anche impercettibile capace di distrarla per un istante. vengono rimosse. terso e vuoto. cercando di camminare in fretta con la gamba impedita senza riuscire a farla smettere. perché così vengono dipinti. prima su un piede. saltellando attorno a chiamarci. dal momento che l’involucro del nostro respiro. a fermarmi. tu rimani qui con me. al di là dello scenario. questi sono indispensabili per applicare altre regole da immaginare. libera dai vapori che l’hanno velata. ma io rimango. tenendomi per una gamba mi impedisce di camminare senza smettere di dirmi: sì. in fuga da infiniti anni. con il verde più cupo dell’anno se si stende in un cielo terso e sgombro. da quelle mani stesse Rispondi a tua figlia. qui con me. ma io non vado. con tutti i colori e i contorni che sembrano fissati una volta per tutti mentre mai una fuga è stata tanto rapida. certo che devo. a scendere e a salire. tutte quelle vegetali. sicura che andandomene io smetto di esistere uscendo dal suo campo visivo. dal momento che il mese è molto avanzato. seguendo le necessità del racconto.

non ha incertezze. tirandomi addosso tutto quello che riesce a sollevare mi sputa negli occhi cercando di immobilizzarmi con le corde che servono a legare i vasi. lo stringersi del nodo delle corde vocali. infiammate di colpo. riesco a gridarle. lo è. terrorizzato dalla possibilità che l’encefalo sottoposto a uno sforzo eccessivo cominci a produrre ronzii udibili anche dall’esterno. l’ultimo movimento. lo è proprio. dico. inghiottendo le lacrime della rabbia me le risputa in bocca. scrollandola di dosso. di controllare fino al compimento la partenza in atto. il sospetto che questi continui rallentamenti stiano sciogliendo i freni inibitori. se è così. avvertendo uno strappo in gola. il finale programmato. aprendo esageratamente la bocca. dico. nel tentativo di 114 . battendomi con i pugni chiusi riempiti di ghiaia. ma è proprio inevitabile.lascio che cada per terra alzandomi di scatto. la buccia cerebrale distaccandosi a causa delle vibrazioni provocate dagli urli si susseguono senza tregua nell’impossibilità di ricevere ed elaborare i dati. disfacendomi e rifacendomi naturalmente. continuando. un ginocchio puntato contro il ventre disteso. rispondendo mi accorgo che la voce si è fatta più alta e stentorea. mi allontano accelerando occorre evitare il movimento falso provocando la serie dei singhiozzi deformanti sibilando Mio figlio è sulla porta di casa. lui consapevole della mia scomparsa. è talmente chiaro. ripetendo Anna. con una tonalità di voce che sta elevandosi. il momento di Anna. lui sicuro che se smetto di esistere uscendo dalla sua visuale sono capace di ricomparire sempre. se è così è cosi. è inevitabile?. sembri vera. perdendo la voce. che stiano togliendomi la capacità di fare presa su qualcosa.

tanto è evidente. in modo che l’esecuzione degli atti abbia a seguire subito. le chiede Giacomo. 115 . Hai perso. nascondendosi con il palmo delle mani. camminando piegata in due verso la casa. per regolarità. costretta a sedersi per terra.soffocarmi con gli occhi tanto vicini ai miei non possono più vedermi. si infila i pollici nelle orecchie.

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documenti .

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chiunque si avvii per attraversare il suo territorio desertico. Bisogna subito aggiungere che l’autore nutre qualche speranza che questa prova abbia esito positivo constatando che Partita. durante tutto questo tempo. in circostanze d’occasione. per di più a larga diffusione – elemento di non trascurabile importanza critica – ho cercato di rileggere il mio primo romanzo con occhio il più possibile «neutro» al fine di individuare i motivi essenziali che hanno. nel ricordo. tra molte argomentazioni e ipotesi critiche. intrecciandosi alle mie nuove e diverse reazioni. il personaggio di Màstica.Nota di Antonio Porta (edizione Garzanti 1978) Ripubblicare un romanzo in una collana di tascabili. tutto sommato. oltre le barriere coralline del ’68. ripartendo dalla poesia per risalire fino alla narrativa. anche la persistenza. Va da sé che. il più possibile critica. non ha mai cessato. da una parte. Per «autopresentare» questa nuova edizione. a undici anni dalla sua prima edizione. Tutti i lettori di Partita ne sono stati in qualche modo «conquistati» – fatto salvo chi ha trovato i personaggi del romanzo 119 . hanno risuonato nella mia mente. durante questa rilettura. alla lettera. significa sottoporlo a una prova decisiva di resistenza. Si è fatto quasi subito largo. pur subendo eclissi di interesse e momentanei occultamenti. le voci di coloro che hanno letto e amato Partita e che. di dare segni di vitalità che sono andati via via aumentando in intensità da quando le nuove generazioni hanno ricominciato a mostrare un interesse non superficiale al fare letterario. di certe immagini «chiave». a volte. tenuto in vita l’opera. per mancanza di respiro. e fuori dalle secche della narrativa italiana che rischia sempre di soffocare. mi avevano comunicato un giudizio o anche una semplice impressione e. con la prepotenza che gli è propria.

senza pause. di un personaggio a «tutto tondo». insieme delicati. «In fondo Partita si legge anche perché si vuole sapere come va a finire…» mi ha detto un lettore assai avvertito qualche tempo fa. la cui preoccupazione era anche non cadere nelle trappole che la ricerca «formale» degli anni sessanta tendeva a ogni passo. Se da una parte risultava «impossibile» raccontare. e insieme ne hanno subìto il fascino di emblema dell’arbitrio e del capriccio nei movimenti e/o comportamenti. qualche anno addietro. ricalcando schemi tradizionali. e anche aumentato. nella tundra gelata della letteratura. Ma basta pensare a come è nata la struttura del romanzo per convincersi che si tratta di «effetti comunicativi» voluti dall’autore. che l’avanguardia mirava. spesso. Màstica ha resistito. Di fatto veniva rivalutato un rapporto fondamentale per un romanzo: quello tra autore e lettore. secondo una sequenza dettata dalla trama (un rapporto coniugale tempestoso) e dal tema (metamorfosi e liberazione). Già la presenza di un simile personaggio o. non un romanzo…» Mi fa sempre piacere ricordare questa frase perché Màstica è stata identificata come donna molto più che come personaggio. di farla naufragare per andare a raccogliere tutti i frammenti utilizzabili. pur rimanendo nel campo di azione dell’avanguardia. di lacerare la narrazione a tessuto senza fine. mozza-fiato e quasi intollerabile per lo sforzo che richiedeva al lettore. a cancellare. di donnaaltrove. mi aveva come ammonito affermando: «Io su una donna come Màstica avrei scritto duecento poesie. la sua forza di donna-salvazione. L’iter è il seguente: la prima stesura dava un racconto «tutto filato». e un altro lettore. segna il distacco da altre operazioni di narrativa dell’avanguardia di quegli anni. possiamo anche dire. qualcosa di minimamente 120 . che è quella di una sottesa ma bene avvertibile trama. affettuosi e impudichi. la seconda stesura nacque allora dall’esigenza di fare esplodere questo involucro pesante. più «letterarie» – e si sa che l’eccesso di «letteratura» nuoce sempre e soprattutto a un romanzo – e innesca una seconda ragione di maggiore leggibilità. forse più «sperimentali» ma meno vitali. emersa da territori immaginati ma reali.genericamente «antipatici» – e hanno individuato in questa donna-cavalla la trave portante del racconto.

Né si può trascurare. come si accennava all’inizio) e riesce a dare valore erotico «positivo» a momenti («ne approfitta per farmi la pipì addosso. Certo. principio di contraddizione contro legge causa-effetto. Si tratta di punte di dialoghi tanto più decisive quanto meno il romanzo sembra aver voluto affidarsi al parlato. del periodo in cui Partita uscì. tra i caratteri «positivi» dell’opera – ricordiamoci che siamo in un momento in cui il «positivo» si gioca nella proposta di comportamenti altri – la carica di erotismo che mette in tensione senza allentamenti i rapporti tra i personaggi. gioco contro obbligo o. in animale. perché molte sono le pause e perché l’orgasmo tende a scaricare le proprie energie nella metamorfosi che. si fa luce dicendo: «Mi basta ammazzarti…». grida: al fuoco…». superfluo contro strutturale. e si chiede. o il passaggio: «lei mi è riconoscente. Ma il personaggio che vuole essere animale rimane come messaggio che resiste. fino a spingere un critico. a cominciare da una forte accentuazione del momento del dialogo e/o della pronuncia di alcune parole determinanti e conclusive. Si manifestano altre conseguenze di carattere «positivo». si chiedeva. anzi occorre accentuare. le chiede Giacomo. dall’altra era però necessario inventare nuovi impulsi comunicativi e si trattava dunque di pensare a non perdere l’attenzione del lettore anche al livello del «come va a finire» per conquistarlo definitivamente nei punti di maggiore tensione del cammino della narrazione. Anna. basti mettere in evidenza la frase finale e la sua immediata conseguenza: «Hai perso. dai movimenti e comportamenti dei suoi personaggi-guida. come proposta non ancora trascurabile (dopo il ’68. seduta sulle cosce») che per il loro carattere escrementizio 121 . un piccolo sforzo per ricostruirsi la trama ricomponendo il mosaico dello sfondo. in modo che l’esecuzione abbia a seguire subito…» o il punto in cui la moglie. al lettore. ma si ha poi l’impressione che questo piccolo sforzo venga ripagato nelle pagine in cui lo scopo finale del romanzo viene svelato dalle sue immagini più intense. marginale contro necessario. per usare altri termini. forse.attendibile. a sua volta si fa orgasmatica. cariche di senso nell’apparente banalità del fraseggio. esagerando. è vero. e lo scopo finale del romanzo è attuale: metamorfosi e liberazione. a parlare di «orgasmo continuo».

in Partita. non a un al di là – interrogazioni e insieme anticipazione del futuro animale e mentale dell’essere umano. perché anche la morte. come ha detto Max Ernst. racconti e elaborazioni di sogni decisivi. 122 . proprio nella sua insistenza/resistenza. In campo entrano sempre nuovi giocatori. ho avuto l’impressione. sembra presentarsi come momento del gioco delle trasformazioni. e l’emozione. «Col sorriso sulle labbra». E per concludere questa breve rassegna «autocritica» dei motivi che sembrano dare a Partita l’energia per resistere e per comunicare anche oggi con nuovi lettori. nella pornografia spicciola o sadica. come pausa. mi pare sia opportuno mettere in evidenza l’incisività di passaggi e/o pagine nettamente onirici. non come punto irrimediabilmente finale.hanno conservato – fuori di Partita. naturalmente. in senso minore – valore quasi esclusivo di sfregio o di degradazione. senza ombra di tragedia. rileggendo di trovarmi di fronte a segni/simboli del passaggio da questa a un’altra possibile e materiale esistenza – a un al di qua. Questa illusione sembra non finire e trovare una sua legittimità.

Vecchio o giovane asino cieco faccio girare la macina. proprio nel momento in cui. mi dicono. vengo accusato di calcolo e disonestà. 123 . Riesco ad amare la vita da moltissimi anni. solo alcuni intimissimi amici lo hanno letto bene e mi aiutano. altri che è un vero romanzo: e a me che cosa me ne importa? Niente. mi rimproveri il “tono (fatalmente perentorio) dei neo-padroni delle ferriere-cartiere” con cui ti ho “consigliato” di leggere PARTITA. forse antico-padrone non ho più nulla. tutti ne conoscono i limiti. piovono critiche infastidite al mio romanzo. non posso vivere dove e come vorrei.Lettera di Antonio Porta a Massimo Ferretti 7-1-1968 Caro Massimo. tutte le leggi italiane mi sono contro. credo nella rivoluzione nel black-power (i cinesi ormai sono su posizioni sclerotiche e destrorse). tutti sanno che è più facile risolvere il problema con il poema in prosa. dicono che ho fatto male a scrivere un romanzo da romanziere. sto cercando di uscirne con la professione sicuramente povera di traduttore. sono senza rapporti con la FAMIGLIA paterna. così scrivo un diario a-letterario a 1 Primo titolo di L’Imitazione del sogno (vedi introduz. R: in Lost Angeles) mai pubblicato. vivo in una casa non più mia perché due figli vogliono vedermi e sentirmi ogni tanto. ritenuto più imbecille di sempre. le contraddizioni. credo che scrivere sia un esercizio contro la letteratura (mentre il romanzo è ancora in parte letteratura) Così ho scritto un libretto di poesione e poesiole: L’OPPOSTA VISIONE1 che uscirà. tra due o tre mesi.

Odio il nome Paolazzi. e di altri determinismi scrivo altra volta. 124 .quattro mani. So che è la letteratura che “rovina” gli scrittori. così traduco trovandoci anche gusto tante volte perché i segni linguistici mi piacciano. perciò ti saluto con affetto e come PORTA Di pseudo-problemi ecc.

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antonioporta.Antonio Porta  /  Partita Tutti i diritti presso gli eredi di Antonio Porta www.org .it HGH 2012 ::: http://gammm.

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