Raccolta mensile di Articoli ed Opinioni redatta in proprio dalla delegazione di Biella del Movimento Politico

L’ARALDO di Biella
ITALIA REALE - STELLA e CORONA
Coordinamento redazionale : alberto.conterio@hotmail.com

(Anno VIII - Numero 05.2013)
L’ARALDO di Biella, piccolo contributo periodico alla diffusione dell’ideale Monarchico, non rappresenta una testata giornalistica ai sensi della Legge No. 62 del 07 marzo
2001. Esso è quindi una appendice cartacea del Sito http://biellamonarchica.blogspot.com/ che viene aggiornato quale raccolta selezionata di articoli ed opinioni rintracciati liberamente su Internet per Voi ! L’ARALDO di Biella, riconoscendo nell’Unità dei Monarchici un valore assoluto, fortemente auspicabile e necessario, aderisce al Progetto MONARCHICI IN RETE, facendo capo al portale Internet http://monarchicinrete.blogspot.com/

Maggio 2013

Non vogliamo vedere
Un genocidio : 400 Milioni di aborti in Cina, imposti dalla Legge del Figlio unico
di Antonio Socci 7 aprile 2013 Quella dei regimi comunisti, nel mondo, è una carneficina senza fine, che però continua a lasciare tutti indifferenti. Non sappiamo se il prossimo loro crimine sarà una guerra atomica scatenata in Asia dalla Corea del Nord, come si teme in questi giorni. Ma si sa che l’ultimo orrore è stato perpetrato e quantificato nei giorni scorsi dal regime cinese, protettore di quello nordcoreano, passando quasi inosservato, sebbene si tratti di un numero di vittime oceanico, senza eguali nella storia. _____________________________________________________________ una certa percentuale hanno anch’essi effetti abortivi). E’ vero che non si riesce nemmeno a focalizzare col pensiero una strage così immane. Infatti, secondo una cinica affermazione attribuita a Stalin, un morto è una tragedia, milioni di morti sono una statistica. Tuttavia ci troviamo di fronte a una cifra che deve sconvolgere: basti solo pensare che l’intera Seconda guerra mondiale fece 50 milioni di morti (compresi bomba atomica e lager). Marcello Flores, nel libro “Tutta la violenza di un secolo”, parlando appunto del secolo XX, indica la Seconda guerra mondiale, “con i suoi

Elezioni per il Campidoglio - Roma
Aggiornamenti e interviste - Pag. 10
Giù le mani dal tema in classe
di Dario Antiseri 18 aprile 2013 Ci sono ragazzi che, al termine della Scuola Media Superiore, non sanno scrivere neppure una lettera. E non sono pochi i laureandi per i quali la stesura della tesi rappresenta un ostacolo a volte insuperabile. E ciò non perché questi giovani non siano intelligenti o non conoscano i problemi e gli argomenti su cui scrivere, ma semplicemente perché non sanno più scrivere. E non sanno più scrivere perché disabituati a produrre testi argomentativi. La messa in secondo ordine o addirittura il sostanziale abbandono nelle nostre scuole del tema argomentativo è stato ed è l’equivalente di un furto formativo. È fondamentale comprendere che fare un tema significa risolvere un problema. È questa una premessa da cui discendono conseguenze come queste: 1) il tema a sorpresa va eliminato perché comunque diseducativo; 2) il tema in classe va mantenuto; 3) va mantenuto, ma deve venir adeguatamente preparato; 4) la composizione è uno dei momenti più formativi della scuola; 5) può coinvolgere più insegnanti in un serio e basilare lavoro interdisciplinare sia nel momento della preparazione che nel momento della “valutazione”; 6) il tema libero ha la sua rilevanza. Dunque: il tema a sorpresa va eliminato. E su questo argomento non è il caso di spendere troppe parole. A che serve un tema a sorpresa? Serve ad accentuare il distacco tra insegnante e alunni, stimola una poco precisata creatività, spinge gli alunni alla retorica («dove mancano i concetti – diceva Goethe – lì vengono fuori le parole») e li manda alla ricerca di quei libri dal titolo “Temi svolti”. ( Segue a Pagina 4 ) Società e Cultura - Pagina 3

Beppe critica i violenti Ma il filosofo dei grillini: "W la rivoluzione armata"
L’Opinione… - Pagina 5

Grillo, un gufo che porta iella
Ambiente e salute - Pagina 6

Son tornate le "mezze stagioni"
Dall’Estero - Pagina 9

Le vere malate d’Europa sono… le banche tedesche

Tempo di ripensare il Patto europeo
di L. Becchetti e G. Marini 17 aprile 2013 Essere europeisti non significa essere acquiescenti verso politiche macroeconomiche che rischiano di far naufragare la moneta unica. La prima cosa che il nuovo governo italiano, quando ne avremo uno, dovrà fare è richiedere un cambiamento radicale dei trattati e della governance europea. È inconcepibile che ricette di politica economica dimostratesi fallimentari continuino a essere riproposte anche con maggior forza, pur avendo causato recessione e disoccupazione insostenibili. Lo spirito europeistico delle origini, durato sino all’inizio anni 90, sembra ormai perso, con la risorgenza dell’ostinazione su rigore e austerità da imporre ai Paesi in difficoltà, anziché contribuire a far sì che gli sforzi di risanamento e delle riforme possano essere coniugati con politi-

Due settimane fa il Ministero della Salute di Pechino – con i toni trionfali di chi rivendica un grande successo – ha comunicato che negli ultimi quarant’anni, cioè in pratica da quando è stata imposta la famigerata legge sul figlio unico, sono stati fatti in Cina quasi 400 milioni di aborti. Il dato diffuso dalle agenzie parla infatti di 336 milioni di aborti (13 milioni nel solo 2012) a cui si dovrebbero sommare – dice l’agenzia Agi China – “403 milioni di donne sottoposte (spesso con la forza) all’introduzione di dispositivi anticoncezionali intrauterini” (le spirali in

cinquanta milioni di morti” come “l’evento più distruttivo del XX secolo e forse della storia umana”. Ebbene con la notizia diffusa dal regime cinese – per numero di vite umane soppresse – siamo davanti a quasi otto volte la Seconda guerra mondiale. E’ la più colossale strage di vite umane che sia mai stata compiuta da uno Stato. Infatti in questo caso si tratta di un orrore di stato perché non siamo di fronte ad aborti volontari, ma perlopiù imposti per legge dal regime, non di rado con modalità feroci. ( Segue a Pagina 3 )

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che più sensate e generose, come quelle che hanno consentito alla Germania dell’Est di recuperare rapidamente terreno rispetto ai cugini dell’Ovest.

La trappola delle eccessive imposizioni fiscali, così come originariamente formulata nel Patto di stabilità, è stata ulteriormente peggiorata dal Fiscal compact. Su queste colonne l’abbiamo argomentato più volte. Ma è bene ricordare che i famosi (e famigerati) parametri fiscali di Maastricht non hanno alcun fondamento teorico ed empirico. Non c’è alcun motivo per cui il rapporto deficit-Pil debba essere sempre e comunque inferiore al 3% e che il valore ideale del rapporto debito-Pil, a cui ogni Paese deve aspirare, debba essere il 60%. Questi valori sono stati scelti principalmente per il fatto che rendono il rapporto debitoPil costante nel tempo nell’ipotesi che il Pil nominale cresca del 5% l’anno. Questo è quanto accadeva all’inizio degli anni 90. Occorre ricordare, però, che soltanto il rispetto del vincolo sul deficit venne considerato necessario per partecipare all’Unione Monetaria, nella consapevolezza che il requisito sul debito non fosse realmente stringente. Non ha molto senso, infatti, concentrare l’attenzione sul rapporto tra uno stock (debito) e un flusso (Pil), in quanto qualsiasi manovra correttiva non potrà che avere effetti minimi su tale indicatore e tra l’altro, potrà soltanto peggiorarlo ulteriormente, come puntualmente accaduto negli ultimi anni. Manovre restrittive causano riduzioni del Pil (del 2,6% lo scorso anno) e pertanto un aumento anziché una diminuzione del rapporto debito-Pil. Perché allora insistere col Fiscal Compact? Perché continuare a prevedere che i Paesi con valori del debito-Pil superiori al 60% debbano ridurre di 1/20 ogni anno la parte che eccede tale rapporto, pur sapendo che non sarà possibile? Tenendo conto, oltretutto, che con i valori di crescita attuali il rapporto debito-Pil "ideale" sarebbe del 100% e non del 60% ? Come ha ricordato in questi giorni Paul Krugman in presenza di choc asimmetrici che colpiscono una sola parte dei Paesi membri le unioni monetarie tendono a sbilanciarsi verso politiche deflattive, utili per i Paesi in surplus, ma dannose per i Paesi in difficoltà. Il nuovo auspicato governo italiano, pertanto, dovrebbe avanzare poche semplici richieste tenendo conto di alcune basilari esigenze. 1) Riformulare il Fiscal compact, imponendo al più vincoli sulle uniche variabili controllabili dai governi, ov-

vero spesa pubblica e tassazione. 2) Debellare la speculazione destabilizzante con interventi illimitati della Bce a sostegno dei Paesi impegnati nel risanamento; tutto ciò al fine di eliminare lo spread che ha effetti negativi importanti sull’economia reale: in primo luogo, perché aumenta l’onere del debito dei Paesi in difficoltà e, in secondo luogo, perché rende maggiore il costo del credito per le aziende in questi stessi Paesi che di credito hanno, invece, più bisogno. Anche con lo spread più contenuto di questi ultimi mesi, infatti, i dati sul costo medio del credito indicano tassi medi sui prestiti molto più bassi in Germania rispetto a Paesi come Italia o Portogallo; ma soprattutto rilevano che la crisi sta generando restrizioni sui volumi del credito a imprese e famiglie assai severe nei Paesi del Sud Europa. 3) Accelerare senza più tentennamenti la costruzione di un’Unione Politica che preveda legami di fiducia e solidarietà simili a quelli esistenti tra gli Stati membri di Paesi federali come la Germania e gli Stati Uniti. Più lungimiranza e magnanimità da parte dei Paesi del Nord e più serietà e coerenza nel migliorare i sistemi economici nei Paesi del Sud sono le strade che possono consentirci di raggiungere quest’obiettivo. Tratto da : www.avvenire.it/

crescita è concentrata oggi nei Paesi in via di sviluppo, dove si espande soprattutto la popolazione giovane. Lo attesta qualche dato generale relativo a due Paesi "rampanti" come l’India e il Brasile: nel primo, nel 2008, quasi una persona su tre aveva meno di 14 anni, contro l’una ogni 7 dell’Italia. E in Brasile la quota di popolazione in età di lavoro è salita di oltre l’8% fra il 1985 e il 2008; in Italia invece è calata di quasi 1,7 punti.

Sul matrimonio gay la prima vera sfida: ma è del M5s al Pd
di Jacopo Iacoboni 8 aprile 2013 Potrà sembrare singolare per un Movimento che in campagna elettorale è stato accusato di ogni nefandezza, compreso flirtare con Casa Pound e i fascisti, ma la prima proposta di legge depositata in Parlamento (al Senato, per l'esattezza) dal Movimento cinque stelle è un testo, molto avanzato, sul matrimonio gay.

Meno giovani si traducono in una minor spinta all’innovazione: non per niente la Ue ha clamorosamente fallito l’obiettivo che si era data 10 anni fa, nella strategia di Lisbona, di portare almeno al 3% del Pil le spese in ricerca e sviluppo. All’estremo opposto, la Cina ha più che raddoppiato, dal 1996 a oggi, le risorse investite. È un fenomeno "oscurato", quello della correlazione fra un aumento moderato della popolazione e quello dell’economia, ma ogni tanto emerge. Negli Stati Uniti se ne sono occupate anche due autorevoli riviste come Forbes e Foreign Policy: su quest’ultima il demografo Phillip Longman ha sostenuto che il mondo oggi rischia la «sottopopolazione». Cioè l’inverso rispetto alla dimensione dominante finora: sono occorsi infatti oltre 50mila anni perché, circa 200 anni fa, la popolazione mondiale raggiungesse un miliardo di persone. Nel solo XX secolo, invece, si è quadruplicata. Ma lo sviluppo economico l’ha sopravanzata. E non c’è stata alcuna penuria di beni e servizi. Anzi, a livello pro capite, fra il 1950 e il 2000, si sono in media triplicati. Le teorie malthusiane sono state così sconfitte. E nel club mondiale degli economisti crescono gli studiosi "pro-incremento demografico": come il premio Nobel (nel ’92) Gary Becker, convinto assertore dei «vantaggi di una crescita moderata della popolazione». Anche per evitare di concentrare il carico fiscale sui più giovani, costretti a pagare più tasse per finanziare i servizi destinati alla quota crescente di anziani. E per scongiurare la prospettiva di ritrovarsi «pochi, più vecchi, più poveri», come fu già scritto da Avvenire in un’inchiesta (7 puntate). Correva l’anno 1987... Tratto da : www.avvenire.it/

Società e cultura
Sviluppo e demografia Così vacilla l'Europa: lo sboom nasce in culla
di Eugenio Fatigante 10 aprile 2013 Siamo tutti a rischio. Vittime di una rivoluzione demografica che sta terremotando le nostre esistenze senza che ce ne sia piena consapevolezza. La stessa Germania, alfiere del rigore in Europa ma anche protagonista di un fenomeno che vede da circa 35 anni la generazione dei figli ridursi a circa un terzo rispetto a quella dei genitori, secondo recenti dati Ocse potrebbe ritrovarsi a crescere meno dell’1% annuo. Sarebbe (se accadesse) il segno più eclatante dell’eclisse che si sta diffondendo nel Vecchio Continente. Figlia - è il caso di dirlo - di una recessione nata sulle piazze finanziarie di matrice anglosassone, ma che ha anche cause che vengono da lontano. I motori principali della crescita risiedono, nella teoria economica "classica", nelle tendenze del lavoro e del capitale e nella loro produttività. È su questi fattori che si affannano a dibattere politici ed economisti. Poi c’è il motore di riserva: la popolazione appunto, che esercita un benefico influsso tramite gli effetti della sua composizione. La

L'ha scritto Luis Alberto Orellana, che era anche il candidato per Palazzo Madama dei cinque stelle, e intende introdurre "modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell'accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso". Nomina esplicitamente la parola matrimonio, oggetto di molte polemiche, anche recenti, dentro il Pd. Ma proprio a questo proposito bisogna ricordare che a metà marzo Ivan Scalfarotto, del Pd, aveva presentato una proposta assai simile, volta a adeguare le norme del codice civile "al principio del matrimonio egualitario". In particolare, Scalfarotto chiedeva di "sostituire le parole 'marito e moglie' con quella di 'coniuge'. Merita ricordare che la parola coniuge, al singolare o al plurale, è utilizzata già numerose volte nei predetti codici e ricorre molto più frequentemente delle parole marito e moglie", stava scritto nel testo del deputato del Pd. Cosa significa questa interessante concordanza con M5s? Forse, è su una legge concreta che si potrebbe sperimentare il primo, vero dialogo in concreto - non inciucio - tra M5s e democratici. Sempre però tenendo conto del fatto che il M5s sulla materia ha già fatto una votazione interna, e è unito (non è casuale che esponga, come firmatario, Orellana, un suo nome significativo al Senato). Mentre ancora di recente il Pd si è assai diviso su questo argomento. A luglio, nell'assemblea nazionale, Paola Concia, Scalfarotto, Andrea Benedino e altri delegati chiesero che si mettesse ai voti un ordine del giorno che conteneva un impegno esplicito: inserire nel programma elettorale la proposta di estendere il matrimonio civile alle coppie omosessuali. L'ordine del giorno non venne neanche messo ai voti dalla presidente dell'assemblea, Rosy Bindi, il che a momenti scatenava il parapiglia. E non

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sembra venuta meno al momento la fiera opposizione dei cattolici democratici, un vasto fronte che va da Beppe Fioroni a Franco Marini Cosa succederà è difficile prevedere.E' chiaro, in ogni caso, che questo testo del M5s sfiderà, subito, la sinistra sui diritti; sarebbe paradossale, per la vecchia gauche, vedersi sorpassata da Beppe Grillo. Tratto da : www.lastampa.it/

Nota della Redazione
Non si può non notare come la proposta di legge in oggetto, sia definita da La Stampa “molto avanzata”, e questo serve a evidenziare bere come questo giornale sia schierato rispetto alle tendenze della politica e della società su posizioni omosessuali, ben oltre la tolleranza, ma diremmo, più su posizioni di vera approvazione! Tutto l’articolo in se poi, non è altro che bla bla bla sulle ipotetiche alleanze di convenienza su punti di interesse che alla prova dei fatti non hanno portato a nulla. Occorre credere e sperare che, le ormai stanche frange ex. DC presenti nel Partito Democratico odierno, abbiano ancora la forza di opporsi a queste amenità contro natura, per impedire che anche l’Italia venga globalizzata verso il peggio! Per fortuna, il Governo appena formato, vede nel suo esecutivo un buon numero di ministri schierati politicamente ed eticamente contro questo tipo di proposte. Per fortuna! ________________________________

mo mese di gravidanza. Si era opposta ai funzionari del Family planning arrivati mentre era sola in casa (il marito era a lavoro). Così fu picchiata e trascinata su un veicolo. Costretta ad abortire poi si trovò il piccolo corpo del figlio nel letto vicino. Sono storie da un mare di orrore. Chai Ling, coraggiosa voce del dissenso, ha denunciato: “E’ il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto, lo sventramento segreto e inumano di madri e figli, un Olocausto infinito che va avanti da trent’anni”. La caratteristica orripilante della tragedia cinese è proprio l’obbligatorietà degli aborti. Questo fra l’altro dovrebbe trovarci tutti unanimi nella condanna.

E l’Europa dove magari si solleva un caso contro il governo dell’Ungheria in cui non è stata fatta alcuna strage? E i paesi europei, così sensibili ai diritti umani da scatenare addirittura una guerra contro la Libia di Gheddafi che ha portato al rovesciamento del regime? E un uomo di principi umanitari e di fede cattolica come Romano Prodi – che è stato presidente della Commissione europea e oggi rappresenta l’Onu in Africa – ha forse alzato la sua voce indignata contro una simile tragedia di Stato? Non ce ne siamo accorti. Eppure Prodi ha rapporti storici con la Cina, come pochi altri leader occidentale (è anche professore alla Ceibs

E così l’Unione europea e Obama che si prendono i premi Nobel per la pace, ma non si sognano nemmeno di inviare al regime cinese un vagito delle loro diplomazie. Il cosiddetto mondo democratico digerisce tranquillamente, nella più completa indifferenza, l’orrore. Come l’opinione pubblica: lo facciamo continuando a rappresentarci come anime pure, progressiste e piene di ideali umanitari. L’antico silenzio degli intellettuali e dei media sui crimini del comunismo si somma oggi alla tranquilla accettazione della Cina comunista come nuovo potere planetario, con genocidi annessi. Cosa diranno di noi i posteri? Tratto da : www.libero.it/ Nota della Redazione Ci scusiamo con i nostri lettori per la crudezza dell’immagine pubblicata, ma riteniamo che questo abominio debba essere compreso e conosciuto per quello che è! ________________________________

Segue - Società e cultura
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Il genocidio che non vogliamo vedere
(Continua dalla prima Pagina) Con 1500 aborti ogni ora le storie orribili sono all’ordine del giorno. Il mese scorso è trapelata la vicenda di una donna di 33 anni e del marito, che vivono nella provincia orientale dell’Anhui. Avevano già un figlio, ma lei è rimasta di nuovo incinta. Per il regime questo nuovo bimbo era illegale. Così i due hanno provato a nascondere la gravidanza, che era già al settimo mese, quando un vicino ha fatto la spia e sono arrivati i funzionari. Per far vivere il bambino il regime pretendeva una multa salatissima che i genitori non erano in grado di pagare così venerdì 22 marzo la donna è stata presa a forza e su ordine delle autorità è stata fatta un’iniezione letale al bambino nel suo grembo. Il piccolo era totalmente formato e – se non fosse stato soppresso con quell’iniezione – poteva già nascere vivo. Il padre disperato ha fatto una foto al corpo del piccino e l’ha postata su internet facendo grande impressione. Anche la giovane Feng Jianmei, nella regione dello Shanxi, era al setti-

Perché pure i radicali – che hanno sull’aborto le loro idee – si trovano a condannare l’aborto imposto dal regime alle donne cinesi (ricordo di aver sentito Massimo Bordin su Radio radicale). Ma dunque perché, di fronte alle cifre oggi emerse, nessuno denuncia quest’immane carneficina? Oltretutto la disumanità del regime che sbandiera questa “statistica” come un successo è pure miope perché la voragine demografica che si è così prodotta sta provocando e provocherà in futuro una destabilizzazione, anche economica, oltreché negli equilibri sociali, dalle conseguenze incalcolabili (peraltro, siccome si è trattato perlopiù di un femminicidio, oggi in Cina c’è un eccesso di quasi 40 milioni di maschi e si ricorre a una “importazione” di donne dai paese vicini). Quello che più colpisce – a distanza di alcuni giorni dalla diffusione della notizia – è l’assoluta indifferenza del mondo. La Cina sta marciando a tappe forzate verso il traguardo di prima potenza mondiale e nessuno si permette di eccepire di fronte all’orrore. L’Onu che – con la sua Commissione dei diritti umani – solo due mesi fa ha condannato Israele per gli insediamenti in Cisgiordania invitando la comunità internazionale a valutare perfino sanzioni economiche e politiche contro Gerusalemme, ha forse proferito parola su quei 330 milioni di vite umane soppresse dal regime cinese? No, niente.

– “China Europe International Business School” – a Shanghai). Nel sito internet di Prodi c’è il resoconto del suo ultimo viaggio a Pechino, nel gennaio scorso, durante il quale, secondo Radio Cina Internazionale, “il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC Li Yuanchao ha positivamente valutato le relazioni sino-italiane e sinoeuropee… Dal canto suo, Prodi ha altamente apprezzato gli enormi risultati dello sviluppo acquisiti dal PCC alla guida del popolo cinese. Egli ha aggiunto che i vari ambienti italiani guardano con attenzione al rafforzamento delle relazioni con la Cina, e continueranno ad impegnarsi per promuovere lo sviluppo dei rapporti fra Italia e Cina e fra Europa e Cina”. Dunque Prodi ha “altamente apprezzato” gli “enormi risultati” conseguiti dal Partito comunista cinese. Ma non si potrebbe far sapere ai compagni cinesi che quella legge di cui menano vanto ha provocato un orrore incommensurabile e inaccettabile? Non si potrebbe sommessamente osservare che un genocidio di 336 milioni di vite umane innocenti è il più vasto crimine della storia che sia stato commesso da uno Stato? Il presidente Prodi, che da sempre professa saldi principi democratici, la difesa rigorosa dei diritti umani e ha una visione della società improntata a forti valori morali, non ritiene che una simile carneficina meriti almeno una parola di protesta?

Beppe critica i violenti Ma il filosofo dei grillini: "W la rivoluzione armata"
Grillo condanna la violenza Ma l'ideologo del M5S: "Viva la rivoluzione con le armi" Docente universitario è l'Antonio Gramsci grillino. Scrive spesso sul blog di Beppe e incita alla rivolta con la violenza: "Sputate ai politici, annientateli anche con le armi" di Ignazio Stagno 29 aprile 2013 Diciamolo subito il Movimento Cinque Stelle non c'entra nulla con il gesto violento di Luigi Preiti che ha sparato, ieri, a due carabinieri davanti palazzo Chigi. Beppe Grillo ha duramente condannato il gesto spiegando che il Movimento 5 Stelle è contro la violenza, ma occorre una riflessione. Il Movimento da anni ha tra le sue fila alcuni maitre a pensèr che in un modo o nell'altro sostengono la tesi di una rivoluzione violenta per spazzare via la classe politica della seconda Repubblica dal nostro Paese. Uno di questi filosfi prestati all'ideologia grillina è Paolo Becchi. Ospite fisso del blog di Beppe Grillo, è il guru degli intellettuali a Cinque Stelle. Qualche settimana fa Becchi affermava: "Rispetto al marciume in cui viviamo ci vorrebbe una grandissima pulizia, una totale tabula rasa. Anche con le armi, perchè le rivoluzioni non sono pranzi di gala". Beppe Grillo non gli ha impedito di scrivere sul suo blog. Becchi fa par-

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te del "cerchio magico" del M5s e detta la linea dall'alto dei suoi studi. Chi è Becchi - Docente di Filosofia del diritto all’università di Genova, è diventato l’intellettuale organico del Movimento. Una sorta di Antonio Gramsci del grillismo. Anche il guru dei guru, Gianroberto Casaleggio, lo ha istituzionalizzato. La Casaleggio Associati, infatti, distribuisce quel manifesto che mobilita i grillini per difendersi dal golpe e dai complotti. “Nuovi scritti corsari” è in vendita solo su Amazon, ed è la bibbia di Becchi e di tutti i Cinque Stelle. Nei suoi testi c'è tutto il glossario grillino. Quelle parole che Beppe pronuncia da ogni piazza d'Italia per aizzare le masse sull'altare del populismo. Becchi poco tempo fa invitava tutti a fare una cosa: sputare. "Sputare a Mario Monti e accerchiare il senza escludere l’annientamento del ceto politico esistente con qualsiasi mezzo anche con le armi". Becchi non ha armato la mano di Preiti, questo è sicuro. Però farebbe bene ad abbassare i toni. I suoi post sul blog di Beppe sono letti da migliaia di grillini e elettori dei Cinque Stelle. Grillo dovrebbe prendere le distanze da chi incita alla rivolta armata. Prima che sia troppo tardi. Tratto da : www.liberoquotidiano.it/ ________________________________

è infinita). Significa renderli spiritualmente più autonomi e non passivi davanti all’autorità dell’esperto; vuol dire renderli più capaci di vagliarne l’eventuale autorevolezza. Quindi il tema va mantenuto. Non va dato a sorpresa. E va preparato. Ma va preparato adeguatamente. E per una preparazione adeguata del tema non basta annunciarne il titolo in anticipo. Fare male una cosa, porta acqua o a chi questa cosa vuol abolire o a chi propone di farla peggio. In breve: sostenere che la preparazione del tema si riduce al solo annunciarne il titolo in anticipo non fa altro che portar acqua al mulino di quanti irresponsabilmente sostengono o che occorre abolire il tema ovvero che bisogna ancora darlo a sorpresa. Il tema non va abolito; il tema non va dato a sorpresa; il tema va preparato; ma adeguatamente preparato perché fare un tema significa risolvere un problema. E per risolvere un problema occorre essere adeguatamente attrezzati. E questi attrezzi occorre costruirli e imparare ad usarli. Dunque: svolgere un tema equivale a difendere una tesi; ad argomentare per una tesi contro altre tesi e proposte. E di problemi è pieno il mondo. Talché la scelta dei problemi da trattare in una scolaresca (come altrove) sarà sempre guidata da determinati valori e non si potrà mai evitare un atto di convenzionalità, diciamo di arbitrarietà. Tuttavia, un criterio per la scelta dei temi da trattare può essere quello di far responsabilmente e umanamente inciampare i ragazzi in problemi rilevanti, rilevanti per la loro formazione umana. E rilevanti in due sensi: nel senso che si scelgono temi la cui discussione e articolazione costituiscano delle buone «grammatiche» di lettura del mondo in cui si vive e della tradizione di cui si è eredi. Rilevanti quindi dalla prospettiva del contenuto (non evasivi, non retorici).Ma rilevanti anche dal punto di vista del metodo, in quanto impostati (bibliograficamente, storicamente, teoricamente) con tutte le cautele e quel corredo di regole procedurali utilizzabili nella soluzione di altri problemi. [...] Quindi: se fare un tema significa risolvere un problema, questo problema va allora impostato, va cioè situato storicamente. E va articolato teoricamente: si debbono enucleare le idee o teorie avanzate come tentativi di soluzione del problema, e si dovranno analizzare le prove di queste ipotesi, vagliarne la forza probante; si Il tema va scrupolosamente e sistematicamente preparato dovrà cercare materiale (magari appositamente occultato) che confuta o conferma la nostra o l’altrui tesi. In breve: si dovranno enucleare e mettere alla prova le teorie proposte per risolvere il problema che si è deciso di affrontare. Questo è quel che si intende quando si parla di articolazione teorica di un problema. [...]

Quindi: come si prepara un tema? Si prepara con una prima discussione in classe, con ricerche di informazioni su Internet e, per lo meno, con lettura, magari in gruppo, di qualche saggio presente nella biblioteca d’Istituto; la preparazione prosegue con una discussione allargata a quegli insegnanti che, per professione o comunque per competenza, sono ad esso interessati. E quando sia le tesi storiche che le differenti interpretazioni teoriche con i loro tipi di prove sono abbastanza ben delineate, allora si stabilisce il giorno del compito in classe. Ed è qui che l’alunno mostrerà le sue capacità sia per quanto riguarda la sua abilità di organizzazione mentale, sia per la sua forza argomentativa nel vaglio del peso delle diverse prove, sia per la sua abilità di critico nei confronti delle tesi che non condivide. Insomma: le discussioni e le letture precedenti avranno fornito al ragazzo quel materiale attorno al quale egli potrà esercitare le sue doti costruttive di consistenti argomentazioni da una parte e critiche dall’altra. Tratto da : www.avvenire.it/

pracitati signori, ma per fare davvero bingo gli manca un tassello fondamentale per noi tutti: portare a casa il programma economico promesso in campagna elettorale (Imu, Iva, sgravi eccetera) pur senza controllare direttamente i ministeri di riferimento. Ce la farà? Lo sapremo lunedì, quando Letta esporrà il suo programma alle Camere per la fiducia, ma qualche indizio mi fa ben sperare e se così non fosse si vanificherebbe in un colpo solo tutto il buon lavoro fatto negli ultimi mesi.

Politica interna
Governo Dc, fine dei comunisti
L’ala storica del Pd fatta fuori. Letta e Alfano varano una riedizione della Democrazia cristiana Brunetta avverte: tutto bene, ma se domani non annunciano l’abolizione dell’Imu io mi dimetto di Alessandro Sallusti 28 aprile 2013 E adesso ci si chiede: chi ha vinto? Vediamo. Il Pd ha perso un segretario (Bersani), due padri nobili (Prodi e Marini), un grande vecchio (Rodotà), un alleato (Vendola), la benevola copertura del presidente Napolitano, cinque punti di consenso elettorale, faccia e credibilità, dovendo alla fine governare con Berlusconi nonostante solenni giuramenti (vero Bersani, Gotor, Franceschini, Finocchiaro e compagnia cantante?). Ha perso la casta dei professionisti del moralismo: pagliacci alla Dario Fo, salottieri alla Barbara Spinelli, manettari alla Travaglio, inutili alla Flores D'Arcais, tromboni che non ne azzeccano mai una alla Lucia Annunziata. Perde Grillo, che avendo sprecato un paio di jolly come un dilettante ha ridotto il suo Movimento a un ininfluente fatto di costume. E, detto che Mario Monti aveva già irrimediabilmente perso nell'urna, ci chiediamo: il Pdl? Torna al governo, riconquista autorevolezza e assoluta centralità politica, guadagna cinque punti nei sondaggi, zittisce tutti i so-

Giù le mani dal tema in classe

(Continua dalla prima Pagina) Il tema a sorpresa è inutile, non serve cioè alla formazione dell’alunno; anzi è diseducativo. Provoca il disgusto della scuola. Ma tutto ciò non implica l’abolizione del tema. L’abolizione del tema è un tradimento che si perpetra nei confronti dell’alunno, rubandogli uno strumento essenziale di crescita. E rubandoglielo facendogli credere che questo è per lui un bene. L’abolizione del tema è un inganno di più. Il tema va mantenuto. Argomentare su di un “tema” è una delle cose che ci fa umani. Si ha civiltà perché alla guerra delle spade abbiamo saputo via via sostituire la guerra delle parole. E mentre il linguaggio espressivo e quello segnaletico sono comuni agli animali e agli uomini, il linguaggio descrittivo e quello argomentativo sono sostanzialmente ed essenzialmente tipici dell’uomo. La vita è continua soluzione di problemi. Argomentare pro o contro una tesi, discutere un argomento, sviscerarlo, tentarne una soluzione, dimostrare l’infondatezza di altre tesi (proprie e altrui) è compito che ci si ripresenta senza sosta. Ecco perché occorre allenare i giovani a fare il tema: significa attrezzarli non solo di contenuti ma soprattutto di una metodologia adeguata a risolvere problemi. Significa scaltrirli e al medesimo tempo renderli consapevoli di quell’oceano di ignoranza dinanzi al quale siamo tutti uguali (perché essa

Dicono che il Pd si sia consegnato al Pdl per non sfasciarsi del tutto e che Berlusconi, saggiamente, non abbia voluto stravincere. Il Cavaliere ha tenuto in panchina i cosiddetti falchi, ma questo non vuol dire che abbiano vinto le colombe. Un conto è la tattica, altro è la strategia, che a mio parere non cambia: tornare maggioranza, e quindi alle elezioni, nel più breve tempo possibile. Il risultato è il varo del governo Letta, un governo democristiano (democristiani nascono sia lui sia Alfano, Lupi, Mauro e chissà che in prospettiva non voglia dire qualche cosa di più) che lascia a casa in entrambi gli schieramenti le personalità ingombranti e i protagonisti delle ultime dure battaglie politiche e mediatiche. Napolitano, padre padrone del gioco, conoscendo i suoi polli (o vecchie volpi, scegliete voi) ha voluto evitare che finisse in zizzania già poche ore dopo l'insediamento. E resta comunque il fatto storico che destra e sinistra governano insieme. Non accadeva dai tempi della Costituente del 1946. Era per sostenere il governo De Gasperi mentre deputati e senatori stavano scrivendo la Costituzione. Potrebbe essere utile riprovare lo stesso schema, portando l'Italia in una Repubblica presidenziale non occulta, come ora, ma palese. Non mi faccio illusioni. Sono certo che la vendetta di Bersani e della componente comunista del Pd (esclusa da tutto per la prima volta) non si farà attendere a lungo. E sarà dura e cattiva, come nel loro stile. Non è il caso di abbassare la guardia su più fronti: anche la faccia da bravo ragazzo del Dc Letta non mi incanta. Ricordiamoci che fino a pochi giorni fa anche lui era in prima linea a urlare: mai con Berlusconi. Alfano vigili. Tratto da : www.ilgiornale.it/

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Ritorno alla realtà
di Massimo Franco 28 aprile 2013 L'immagine che immortala la nascita del governo di Enrico Letta non è quella solitaria del presidente del Consiglio mentre annuncia i suoi ministri. È l'altra di pochi attimi dopo, nella quale il premier stringe la mano con entrambe le sue a Giorgio Napolitano, apparso a sorpresa quasi per offrirgli un supplemento di legittimazione. Il capo dello Stato ha definito Letta «l'artefice» di una coalizione così inedita da cancellare vent'anni di Seconda Repubblica di «nemici». E ha chiesto di non cercare strani aggettivi per un governo semplicemente «politico», benché manchino tutti i protagonisti del passato. È vero, è politico, con Angelino Alfano vicepremier. Ma lo sfondo evoca qualcosa di più. Segna il primo esplicito tentativo di pacificazione dell'Italia dopo la parentesi dell'esecutivo dei tecnici di Mario Monti, alla guida di una maggioranza definita allora «anomala». Adesso, quella maggioranza assume contorni «normali» che fanno storcere il naso a sacche di un elettorato trasversale di destra e di sinistra. Ma proprio per questo suggerisce una svolta. È la conferma che non si poteva tornare indietro; e la conseguenza obbligata di elezioni senza vincitori né vinti, almeno dal punto di vista dei numeri: gli unici che contino in democrazia, mentre si gonfia un'onda populista minacciosa. L'equilibrio fra presenza maschile e femminile è evidente e positivo. Accanto però a esigenze altrettanto vistose di compromesso che lasciano trasparire qualche incognita sulla tenuta parlamentare. Esagerare il ricambio generazionale sarebbe riduttivo: declasserebbe un accorto bilanciamento di esperienze e sminuirebbe la scelta di rassicurare la comunità internazionale sul piano politico e finanziario. Emma Bonino alla Farnesina riflette un identikit atlantista sovrastato dalle sue storiche battaglie radicali, ma granitico. E Fabrizio Saccomanni all'Economia ribadisce il ruolo di garanzia di Bankitalia agli occhi della Bce, e non solo. Si può anche dire che ha vinto ai punti Silvio Berlusconi; e che il Pd appare sottorappresentato nei ministeri. Ma gridarlo significherebbe sbilanciare strumentalmente l'equilibrio raggiunto. Quanto sta accadendo grazie alla determinazione di Napolitano, alla tenacia del premier e al senso di responsabilità, o magari solo alla rassegnazione dei partiti, è un ritorno della politica alla realtà: tutti hanno rinunciato a qualcosa. E dal modo in cui Letta e gli alleati riusciranno a governare e a durare, si capirà se segna anche il ritorno della politica in quanto tale. C'è poco tempo per dimostrarlo. E l'attesa

dell'opinione pubblica è enorme e, a questo punto, giustamente impaziente. Tratto da : www.corriere.it/ ________________________________

Il Pd guarda avanti e si apre lo scontro (?)
di Ugo Magri 28 aprile 2013 «Certo, con Letta premier e un governo Pd-Pdl, serve tenere il campo della sinistra riformista e una segreteria affidata a Epifani eviterebbe di spalancare praterie a Vendola e ai grillini», dice uno dei pezzi grossi di nuova generazione, di area dalemian-bersaniana. Smaltita la pratica delle frasi di incoraggiamento al governo Letta, con Bersani in prima fila impegnato a «lodarne la freschezza e solidità» e ad augurarsi «il sostegno di tutto il Pd», nel Pd si guarda già avanti: a come gestire la ferita con gli elettori che soffrono il governissimo e a mettere al riparo la ditta dalle incursioni a sinistra. E che ora nel Pd si aprirà uno scontro su chi avrà la leadership fino al congresso è cosa sicura, a sentire cosa dicono i «compagni» di ogni ordine e grado. E ascoltando Renzi da Fabio Fazio su Rai3, «la lista dei ministri è migliore delle aspettative, questo è un governo che manda in pensione una generazione di big», si capisce che la bussola ormai è il rinnovamento e che anche la scelta di chi guiderà il partito non sarà indolore. Anche se il rottamatore si tira fuori. Lei è interessato a diventare il «reggente del Pd?», gli chiede Fazio. «Il reggente, l’autoreggente...», e giù scroscio di risate in sala. «È un periodo che vengo candidato a tutto. La risposta secca è no, perché non sono adatto. Voglio stare dentro il Pd, ma mi ci vede a fare l’equilibrista che tiene insieme spifferi e correnti? Sono più adatto a tentare di cambiare le cose nel paese». Ergo, se colui che viene ormai considerato il futuro leader non vuol essere della partita, è facile prevedere che la grande area trasversale che ormai fa riferimento a lui avrà qualcosa da ridire che a gestire il partito possa salire un ex segretario della Cgil, pur se fosse uno stimato riformista come Epifani. Non è un mistero che il suo nome sia in cima alle preferenze dello stesso Bersani per la «reggenza» del partito che sarà votata sabato prossimo dall’assemblea plenaria. L’ex leader si è speso nell’ultimo giro di boa per far entrare nel governo ministri a lui vicini, come Zanonato, la Carrozza e la Idem; insieme a Letta ha deciso di stoppare le ultime richieste del Pdl «che stava alzando troppo l’asticella delle pretese», raccontano i bersaniani. «Ora pure se ha prevalso il killeraggio al governo del cambiamento bisogna dare una mano a questo tentativo di Letta», sono i ragionamenti che fa Bersani con i suoi uomini. E il successo di questo tentativo «dipenderà dai suoi primi passi, perché Enrico l’imprinting di quello che doveva essere il nostro governo lo darà». Certo, ora è stata fatta la scelta di dar vita ad un esecutivo politico col Pdl e bisogna ridurre i danni.

Grillo: disprezzati otto milioni di voti a M5S
della Redazione ondine 27 aprile 2013 "Più di otto milioni di italiani che hanno dato il loro voto al Movimento 5 Stelle sono considerati intrusi, cani in chiesa, terzi incomodi, disprezzati". Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog, e protesta: "Il M5S non può governare, ma neppure avere i diritti minimi di chi fa opposizione". "Ora, dopo l'osceno colloquio notturno a tre, in cui due persone, Berlusconi e Bersani, hanno deciso tutto, governo, presidenze della Repubblica, programma, al cospetto dell'insigne presenza di Napolitano prosegue Grillo - il M5S non vedrà rispettati i suoi diritti di presiedere le commissioni del Copasir e della Vigilanza Rai. Andranno all'opposizione farlocca della Lega e di Sel, alleati elettorali di pdl e pdmenoelle. Un quarto degli elettori è di fatto una forza extra parlamentare". "Ci ridono in faccia e mostrano il dito medio in segno di disprezzo, come Gasparri, al riparo delle loro scorte" rincara il leader dei grillini, che sottolinea poi "gli attacchi vergognosi ogni giorno da giornalisti prezzolati". Non solo, "per il Palazzo è normale che questi parvenu della democrazia siano sbeffeggiati, insultati, derisi. Le mail private di molti parlamentari del M5S sono state trafugate, foto, filmati, corrispondenze. In un altro Paese sarebbe il primo titolo per giorni. Per il M5S solo scherno o silenzio. Anche il silenzio del presidente della Repubblica, del quale sottolinea velenoso Grillo - sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino". Tratto da : www.avvenire.it/

Un primo sondaggio tra i parlamentari alla vigilia delle assemblee dei gruppi di domani ha rassicurato i capigruppo e l’area del dissenso si prevede più contenuta del previsto. «Certo il documento critico come l’avevamo pensato ora è superato», ammette uno dei suoi promotori Sandro Gozi. Anche i «giovani turchi» al di là dell’ingresso nel governo di uno dei loro leader, Orlando, sono più tranquilli. «Avevamo chiesto a Enrico Letta una foto che guardasse al futuro e non al passato e per questo siamo soddisfatti: molti giovani competenti, molte donne e un generale rinnovamento», dice una «turca» emergente, la vicecapogruppo Silvia Velo. In ogni caso Bersani darà una mano per far rientrare i maldipancia e per evitare che si scarichino sul partito. Ed è convinto che dopo un governo di larghe intese ci sia bisogno di «assumere un profilo netto e di sinistra», per dirla col suo portavoce Stefano Di Traglia. Che non lesina gli aggettivi sulla figura di Epifani, «solido, di cultura politica, già a capo di una grande organizzazione, insomma uno su cui puntare». E nel frattempo si vedrà se il governo Letta avrà vita facile. Aiuterà la coesione del Pd o favorirà la scissione? chiede Fazio a Renzi: «Aiuterà a riflettere e sono ottimista e a quelli che dicono “non votiamo la fiducia” dico di darsi una calmata: guardate prima com’è, e che discorso farà il premier». Tratto da : www.lastampa.it/

Osservazione…
Sappiamo che la fiducia l’hanno votata tutti disciplinatamente, anche perché l’alternativa era ormai di offrire tutta la posta a Berlusconi, l’odiato nemico di sempre!

L’opinione di…
Grillo, un gufo che porta iella
di Giampaolo Pansa 27 aprile 2013 Un leader populista? Ma non scherziamo! Beppe Grillo non ha la statura per essere davvero un capopopolo, un rivoluzionario, un guerrigliero capace di assalire i palazzi del potere e conquistarli. L’inventore delle Cinque stelle è soltanto un menagramo, uno che maneggia profezie di sventura e spera nel disastro. Ben sapendo che, se accadrà, lui si sarà messo al sicuro in qualche paradiso lontano dalle macerie. Insomma, non siamo in presenza di un grillo, bensì di un gufo. E gufare, ossia fare il tifo perché avvenga il peggio e non il meglio, è il mestiere che preferisce.

Nota della Redazione
Oltre a non far più ridere nessuno da qualche anno, al “Sig.” Grillo, fa brutti scherzi anche la memoria, in quanto fino a ieri, tenuto in gran conto da Bersani, Lui ed il suo movimento …hanno sempre risposto di no con arroganza e ora si lamenta di essere stato dimenticato? L’errore l’ ha fatto Lui con la sua intransigenza cieca. Ora i partiti della vecchia guardia, hanno preso le misure, e sarà inutile lamentarsi.

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Se qualcuno non l’aveva ancora capito, gli sarà bastata l’ultima profezia del Super Gufo. Qualche giorno fa ha dichiarato che in autunno l’Italia farà bancarotta e la repubblica non potrà più pagare né gli stipendi dei dipendenti pubblici né le pensioni. Quando l’ho ascoltato predire il disastro, confesso di aver provato ribrezzo per lui. E mi sono fatto una domanda che molti altri si saranno posti. Com’è possibile che un presunto primo della classe si comporti così, tentando di seminare il panico? Per di più mentre due terzi del paese si danno da fare per costruire un argine alla crisi, si svenano pagando una montagna di tasse e cercano di mettere in piedi un governo? Eppure è proprio questo che fa il Gufo stellare, tutti santi giorni. Lo fa al riparo dei suoi miliardi e adoperando il web come un lanciafiamme. A lui non importa gettare nello sconforto gli ingenui che lo considerano un profeta. La sua specialità è seminare sfiducia, diffondere ansia. Il veleno della paura è il prodotto numero uno della ditta messa in piedi con Gianroberto Casaleggio. Qualcuno dovrebbe ribattergli che gufare è sempre un comportamento suicida. Prima o poi, chi lo fa finisce con il portare iella anche a se stesso. Purtroppo il dittatore stellare non è l’unico gufo in circolazione. L’elenco è lungo. Subito dopo di lui vengono molti dei suoi parlamentari. A cominciare dai due capigruppo, o portavoce, al Senato e alla Camera, il confusionario Vito Crimi e la petulante Roberta Lombardi. Mi ricordano due personaggi dei fumetti: Arcibaldo e Petronilla. Il meglio che si possa dire di loro è che sono dilettanti allo sbaraglio. Ma soprattutto impreparati e autolesionisti. Per l’incontro con il presidente incaricato, Enrico Letta, hanno preteso la diretta televisiva. Dimostrando di essere gufi con un cervello da gallina, pronti a mostrare il lato più scadente e grottesco dei cosiddetti colonnelli di Grillo. Meritano il titolo di gufo anche i colleghi del «Fatto quotidiano». Un giornale che fino a ieri era utile leggere, perché aveva uno stile e un punto di vista sempre inconsueti e sorprendenti. Oggi comincio a pensare che non ne valga più la pena. Dal momento che Antonio Padellaro e Marco Travaglio, i due direttori, hanno deciso di fare della loro testata il foglio di Grillo, l’organo di partito dei Cinque stelle. I risultati di questa scelta editoriale, forse decisa per conquistare un po’ di lettori grillini, cominciano a stufare. Il 25 aprile il titolo di prima pagina strillava: «Napolitano nomina il nipote di Gianni Letta». Un capolavoro di humour grossolano. Neppure il «Male», ai suoi tempi, era arrivato a tanto. Mi auguro che quando Padellaro diventerà il direttore del «Corriere

della sera», il «Fatto» non titoli che la Rizzoli ha nominato il figlio o il nipote di qualcuno ritenuto, magari a torto, impresentabile. Tuttavia il maggior numero dei gufi si annida tra le macerie del Partito democratico. Qui siamo di fronte a un dramma vero, che può avere conseguenze molto pesanti sull’intero sistema politico. Un giorno i politologi dovranno spiegarci perché mai una sinistra di governo abbia creduto di poter guidare una nazione come la nostra allevando una forza imponente di militanti e di elettori accecati da una sola pulsione fanatica: distruggere la controparte e il suo capo, Silvio Berlusconi, il maledetto Caimano.

stero più fitto riguarda le decisioni di Rosy Bindi, sempre più adirata come un Giove in panni femminili. Sarà vero che, come sostiene la sua addetta stampa, non promuoverà nessun documento dei dissidenti? Urge una visita al bunker bindiano di Sinalunga, in terra senese. Il gufismo è una malattia insidiosa che contagia anche big democratici che sembravano più furbi dei giovanotti alla Civati. È il caso del sindaco di Bari, Michele Emiliano, anni 53, già magistrato. Intervistato da una sveglia giornalista del «Fatto», Caterina Perniconi, ha sbroccato: «Avrei preferito un monocolore berlusconiano a questo duetto perverso. Mi auguro che nessuno dei nostri iscritti debba sedere in un Consiglio dei ministri con chi combattiamo da vent’anni. Se lo faranno, inviterò i nostri parlamentari a votare contro. Vogliono cacciare noi? Noi cacceremo loro». Infine ci sono i gufi baby. Sono i ragazzi del Partito democratico che in qualche città italiana occupano, si fa per dire, le sedi della loro parrocchia. Hanno copiato lo slogan dei ribelli americani: «Occupy Pd». Di solito sono studenti universitari o precari. Piccoli gruppi, a Torino non più di trenta. Mostrano cartelli scritti con il pennarello. Vedo le loro foto sui giornali. Hanno belle facce pulite, penso che potrebbero essere miei nipoti. Vorrei domandargli se si sono resi conto di scherzare con il fuoco. Gufare contro il generoso tentativo di Letta è una scelta suicida. Se la baracca Italia dovesse crollare, loro saranno i primi a essere condannati alla miseria. Andate meno in piazza e leggete qualche libro di storia in più. Imparerete che con questi chiari di luna il disastro sta sempre dietro l’angolo. Tratto da : www.liberoquotidiano.it/

ce i grandi numeri su cui gli scienziati del clima basano i propri studi. Stando alle statistiche più recenti le quattro stagioni reali (non quelle del calendario) oggi sono così divise: la primavera dura 92,76 giorni l'anno, l'inverno 88,99, l'estate 93,65 e l'autunno 89,84 giorni. Ogni anno la primavera si riduce di un minuto a vantaggio dell'estate e l'inverno si accorcia di un minuto e mezzo a vantaggio dell'autunno”. Nell’articolo nessuno definisce cosa s’intenda per primavera, estate, autunno e inverno, nella certezza che quasi nessun lettore noterà che non è scritto con esattezza quali grandezze fisiche e quali loro valori indicano l’inizio di una stagione. Nell’articolo però è possibile leggere quali informazioni si sono utilizzate: “Fiori e piante sono i "sensori" più sensibili per comprendere al meglio il cambio climatico. Gli studi botanici ci spiegano meglio di ogni altra cosa come la natura stia rispondendo al riscaldamento terrestre, ma sono studi che non possono essere fatti solo in laboratorio o con dati elaborati al computer. Un rapporto della Nasa dimostra come l'occhio umano (in questo caso quello di agricoltori, giardinieri, bird-watchers, naturalisti e animalisti) resti la scelta migliore. Quest'anno "sul campo" hanno studiato duemila specialisti e oltre 15mila volontari”. Avete letto bene: si spendono miliardi per comprare satelliti, computer, sofisticata strumentazione meteorologica e poi sembrano non essere indispensabili.

Eppure dei dirigenti avveduti avrebbero dovuto rendersi conto che la grande crisi italiana, già alle viste a partire dal 2009, avrebbe reso inevitabile trovare un’intesa con il nemico. L’errore fatale di Pierluigi Bersani, quello che alla fine ne ha provocato la disfatta e l’uscita di scena forse definitiva, è stato aizzare la propria truppa contro il Cavaliere. Nessuno avrà dimenticato che, pure in presenza di una vittoria a metà, alla fine di febbraio il leader del Pd annunciava che il suo primo atto di governo sarebbe stato dichiarare che Berlusconi era ineleggibile. E subito dopo varare una legge più restrittiva sul conflitto d’interessi. Scelte surreali e incaute, in un momento che vedeva già molte aziende chiudere e migliaia di persone restare senza lavoro. Il Pd ha seminato vento e adesso raccoglie tempesta. Mentre Letta tenta di varare l’unico governo necessario all’Italia, nel suo partito i gufi si sono messi a gufare all’impazzata. Laura Puppato, già sfidante di Bersani alle primarie democratiche, fa la schizzinosa e annuncia che non darà la fiducia al governo Letta se ne farà parte Alfano. Pippo Civati, sconosciuto alle masse, eppure diventato un piccolo leader, fa capire che è pronto a dire no a Letta. Lo stesso Sandra Zampa, l’addetta stampa di Romano Prodi quando il professore stava a Palazzo Chigi. Civati poi sostiene che saranno una cinquantina i refrattari al voto di fiducia. È una stima realistica? Nessuno è in grado di dirlo. Si racconta che sia pronto al no anche Corradino Mineo, l’ex direttore di Rainews, che diventato parlamentare ha riscoperto le sue origini antagoniste. Ma il mi-

Ambiente e salute
Son tornate le "mezze stagioni"
di Fabio Spina 5 aprile 2013 La bella notizia di fine marzo è che “c’è ancora la mezza stagione”. I catastrofisti da anni affermano che, a causa del riscaldamento globale, “non esiste più la mezza stagione”, qualcuno temeva anche per quella intera, si può invece stare tutti più tranquilli. In un articolo pubblicato su “La Repubblica” il 21 marzo 2013 a firma di Alberto Flores D’Arcais, c’è scritto addirittura che la lunghezza delle stagioni metereologiche è stata misurata fino alla seconda cifra decimale con esattezza. “Un risultato che solo apparentemente contraddi-

L’articolo lo scrive chiaramente: ”Per l'U.S. National Climatic Data Center la risposta è semplice: non fidarsi solo dei satelliti e dei grandi numeri ma studiare "sul campo", osservare le piante, i fiori e il comportamento degli animali”. La meteorologia è divenuta scienza passando dalla qualità alla quantità con l’invenzione degli strumenti meteorologici (potete leggere una descrizione storica nel libro “Fede e scienza: un incontro proficuo. Origini e sviluppo della meteorologia fino agli inizi del ‘900” di Luigi Iafrate) e nell’era della tecnologia ci propinano il qualitativo come modalità d’indagine, dando però come risultato dei numeri fatti credere scientificamente certi fino al minuto. Se si cambia località, agricoltori, piante, anno, i risultati quasi certamente saranno diversi, talvolta sensibilmente diversi, ma questo poco importa alla “scienza televisiva” alla quale non è richiesto di essere falsificabile. E dire che tutti dovrebbero sapere che non raramente le piante ci sorprendono.

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Si può ricordare ad esempio la fioritura in gennaio del biancospino al Beato Angelo, eremita medievale di Gualdo Tadino1, in provincia di Perugia, oppure dal 1336, tutti gli anni, a Bra, in Piemonte, un pruneto fiorisce fuori stagione, generalmente negli ultimi giorni di ogni mese di dicembre ma talvolta in occasione dell’ostensione della Sindone oppure non fiorisce in coincidenza di tragici eventi come le guerre mondiali2. I Miracoli e le fioriture fuori stagione non obbligano a credere, però quest’ultime potrebbero almeno far sorgere qualche dubbio alle certezze di tanti climatologi improvvisati che, trovando nei mass media la cassa di risonanza, dimostrano ciò che la gente è stata persuasa a pensare con metodi pseudoscientifici. Rispettare il Creato è cosa buona e giusta, purtroppo però in molti ecologisti “fondamentalisti” i dubbi non sorgeranno perché, come è scritto nel libro dal titolo “Il Tao dell’ecologia”(editore Muzzio), nel capitolo 16 dal titolo “l’ecologia è una fede” (pag.91): “[...] Ciò ha conferito alla classe sacerdotalescientifica il potere di impedire ogni indesiderata deviazione dall’ortodossia scientifica, esattamente come la gerarchia cattolica del Medioevo poteva scomunicare qualsiasi eretico il cui insegnamento costituisce una sfida alla sua autorità. In questo modo la scienza non ha bandito la fede: ha sostituito la fede nella scienza moderna alla fede in una religione tradizionale. L’ecologia, con la quale dobbiamo sostituirla, è anche’essa una fede.[...]“. Tratto da : www.lanuovabq.it/ E dopo questa perla di saggezza “scitifico-religiosa” diventa quasi divertente leggere il secondo articolo che proponiamo in questa rubrica…

ders si pone delle domande alle quali risponde grazie al contributo di 30 esperti. Si scopre così che per i prossimi 40 anni le cose potrebbero non andare benissimo: per il rapporto, infatti, «la causa principale dei problemi futuri è il modello politico ed economico predominante che è eccessivamente focalizzato sul breve termine. E’ improbabile che i governi approvino le leggi necessarie per costringere i mercati a destinare più fondi a soluzioni rispettose del clima, e non si deve credere che i mercati lavorino per il bene del genere umano. Viviamo in un modo che non potrà essere portato avanti dalle generazioni future senza importanti cambiamenti. L’umanità ha sfruttato le risorse della terra e, in alcuni casi, vedremo il collasso prima del 2052. Emettiamo, ogni anno, il doppio dei gas serra di quanto possa essere assorbito dalle foreste nel mondo e dagli oceani». Tre i nodi che attendono al varco l’umanità nel futuro: la risposta umana al processo di adattamento ai limiti del Pianeta potrebbe «essere troppo lenta per fermare il declino»; i poveri potrebbero arrivare a 3 miliardi, con una popolazione mondiale che toccherà il massimo «nel 2042» con 8,1 miliardi di persone, e calerà la fertilità nelle aree urbane; il Pil globale crescerà «molto più lentamente del previsto»; ma la CO2 emessa nell’atmosfera continuerà ad aumentare portando un incremento delle temperature di «2 gradi nel 2052 rispetto alla media preindustriale», raggiungendo i «più 2,8 gradi nel 2080». «Si dimostra - osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia e curatore dell’edizione italiana del volume come sia impossibile cambiare rotta se non viene impostata una nuova economia che metta al centro il capitale naturale». Tratto da : www.lastampa.it/

- cardinale Francisco Javier Errázuriz Ossa, Arcivescovo emerito di Santiago del Cile; - cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay (India); - cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga (Germania); - cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo); - cardinale Sean Patrick O’Malley, O.F.M. Cap., Arcivescovo di Boston (Usa); - cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney (Australia); - cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, S.D.B., Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), con funzione di coordinatore; - monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano, con funzione di segretario.

La Chiesa è malata di clericalismo
di Massimo Introvigne 13 aprile 2013 Il 18 aprile 2013 è stata resa nota la lettera che Papa Francesco ha inviato ai vescovi dell'Argentina riuniti nella loro Assemblea Plenaria a Pilar. Il documento si apre con un tocco di umorismo tipico di Papa Bergoglio, il quale afferma che avrebbe dovuto partecipare alla riunione di Pilar, ma che «impegni assunti di recente» non glielo permettono. Ma è come se ci fosse. I vescovi argentini avranno infatti riconosciuto nel messaggio del Pontefice un riassunto della sua diagnosi dei problemi della Chiesa, non solo argentina, esposta in tutti i libri del cardinale Bergoglio. La Chiesa è malata, ma non perché parla troppo o troppo poco di temi morali, non perché le sue liturgie siano più o meno belle ed entusiasmanti, benché non si tratti certo di problemi irrilevanti. La Chiesa è malata di autoreferenzialità e di clericalismo.

La prima riunione collettiva del gruppo è stata fissata per i giorni 1 3 ottobre 2013, ma il Papa, secondo quando comunicato da padre Lombardi, è sin d’ora in contatto con i cardinali. Il gruppo di otto cardinali avrà funzioni consultive ma "chi aiuta effettivamente il Papa a governare la Chiesa giorno per giorno con le diverse competenze che sono assegnate, è la Curia Romana, quindi i collaboratori stabili e permanenti nel governo della Chiesa che accompagnano il Papa". È quanto ha precisato Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana. "Questo - ha aggiunto Lombardi - mi sembra utile per evitare discorsi non pertinenti di messa in secondo piano del servizio della Curia o di diminuzione delle sue responsabilità: la Curia rimane con tutte le sue competenze e con tutte le sue responsabilità". Come si vede dalla lista, la composizione del consiglio è molto varia per provenienza geografica dei suoi componenti: in pratica, sono rappresentati tutti i continenti. Tratto da : www.avvenire.it/

Gli scenari globali di Jorgen Randers
di Roberto Giovannini 5 aprile 2013 «Se l’umanità continua il suo percorso di consumo eccessivo delle risorse con una visione a breve termine potrebbe non sopravvivere». Questo quanto si afferma nel nuovo libro di Jorgen Randers, «2052: Scenari globali per i prossimi quarant’anni», la cui edizione italiana è stata presentata a Roma dall’autore insieme con il Wwf e il Club di Roma in occasione della Aurelio Peccei lecture 2013. A 40 anni dal celebre volume «I limiti dello sviluppo», il primo rapporto del Club di Roma che nel 1972 mise radicalmente in discussione le teorie che ipotizzavano la praticabilità di una crescita economica continua e sostenibile all’infinito, nel nuovo rapporto che guarda al 2052 (pubblicato in Italia per Edizioni Ambiente) Ran-

Dal Vaticano
Un mese con Francesco Il Papa crea un consiglio della Chiesa universale
13 aprile 2013 Riprendendo un suggerimento emerso nel corso delle Congregazioni Generali precedenti il Conclave, il Papa ha costituito un gruppo di cardinali per consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per studiare un progetto di revisione della Costituzione Apostolica Pastor bonus sulla Curia Romana. Il gruppo è costituito da: - cardinale Giuseppe Bertello, presidente del governatorato dello Stato della Città del Vaticano;

Il Papa lo aveva detto con grande chiarezza nella Messa Crismale del Giovedì Santo: troppi preti, e anche troppi laici cosiddetti impegnati, passano il proprio tempo a discutere tra loro in gergo ecclesialese di problemi che interessano solo a loro, a frequentare e a organizzare corsi più o meno utili o inutili. Così si riducono a «gestori tristi» della fede, che non avvicinano, ma allontanano le masse maggioritarie che da anni hanno perso l'abitudine di andare in chiesa: i «poveri», che non sono solo quelli materiali, ma anche chi è povero di verità e di bellezza, le «periferie», che non sono solo quelle geografiche ma sono anche quelle «esistenziali» di chi è privo di sicurezza e di gioia, «dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni». In quell'occasione, non senza severità, Papa Francesco aveva affermato che «non è precisamente nelle auto-esperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore: i corsi di auto-aiuto nella vita possono essere utili, però vivere la nostra vita sacerdotale passando da un corso all’altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca

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unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di niente». C’è purtroppo oggi, aveva aggiunto, un «sacerdote che esce poco da sé, che unge poco», che non «è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale» e «invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore». E «tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore». Si parla tanto di sacerdoti insoddisfatti, e qui sta la radice del problema. Troppi preti «finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore”». «La malattia tipica della Chiesa ripiegata su se stessa - scrive ora Papa Francesco ai vescovi argentini - è l'autoreferenzialità: guardarsi allo specchio, incurvarsi su se stessa come quella donna del Vangelo. È una specie di narcisismo, che ci conduce alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato». La terapia che il Papa propone ai vescovi argentini e alla Chiesa tutta è sempre la stessa: «uscire da se stessi per andare verso le periferie esistenziali». O si fa così, o la malattia si aggrava. «Una Chiesa che non esce fuori da se stessa, presto o tardi, si ammala nell'atmosfera viziata delle stanze in cui è rinchiusa». Certo, uscire dalle sagrestie e andare a cercare nelle «periferie esistenziali» i nuovi naufraghi dell'esistenza, che non vengono in chiesa, espone anche a rischi. «È vero - scrive il Pontefice - che, come capita a chiunque, uscendo fuori di casa si può incorrere in un incidente. Ma di fronte a questa alternativa vi voglio dire molto chiaramente che preferisco mille volte una Chiesa incidentata a una Chiesa ammalata». L'autoreferenzialità e il clericalismo alla fine «non consentono di sperimentare la dolce e confortante gioia dell'evangelizzare». È vero, «questa gioia tante volte si accompagna alla Croce. Però ci salva dal risentimento, dalla tristezza e dalla solitudine clericale. Questa gioia ci aiuta a essere ogni giorno più fecondi, spendendoci e impegnandoci al servizio del santo popolo fedele di Dio; questa gioia crescerà sempre di più nella misura in cui prendiamo sul serio la conversione pastorale che la Chiesa ci chiede». Vale anche per i vescovi: «che il Signore ci liberi dal pericolo di macchiare il nostro episcopato con gli orpelli della mondanità, del denaro e del “clericalismo di mercato”», che vanno sostituiti dal gusto «dell'umiltà e del lavoro silenzioso e coraggioso che viene dallo zelo apostolico». E vale anche per il Papa, che chiede ai vescovi e ai fedeli di pregare «af-

finché non mi inorgoglisca – scrive – e sappia ascoltare ciò che Dio vuole e non ciò che voglio io». Tratto da : La nuova bussola quotidiana

cia devono imparare il francese». Stop. Inaspettatamente, la sassata di Compagnon ha scatenato una valanga. L’Académie française ha pubblicato una dichiarazione sui «pericoli di una misura che si presenta come un’applicazione tecnica quando in realtà favorisce una marginalizzazione della nostra lingua». Un’associazione per la difesa della lingua ricorda che quella francese, parlata da 220 milioni di persone, è la quinta del mondo e, insieme all’inglese, l’unica presente in tutti e cinque i continenti. Pierre Frath, docente a Reims, teme «che le giovani generazioni si troveranno rapidamente nell’incapacità di parlare delle loro conoscenze nella lingua materna». Akira Mizubayashi, professore (di francese) a Tokyo, lamenta che con la legge Fioraso «la Francia fa un passo in avanti nella rivoluzione neoliberale». Lo scrittore Frédéric Werst accusa la legge di violare l’articolo 2 della Costituzione («La lingua della Repubblica è il francese») e la deputata dei francesi all’estero Pouria Amirshahi, benché socialista, annuncia che non la voterà. La critica più radicale è arrivata dal filosofo Jean-Luc Marion, accademico di Francia e professore, oltre che alla Sorbona, a Chicago: «Invece di aprire il nostro insegnamento al mondo internazionale - tuona Marion -, questa decisione favorisce la sparizione di una delle rare voci e culture che resistono ancora al monolinguismo. Passare all’inglese significa, sia chiaro, rinunciare all’indipendenza intellettuale». Addirittura. Come quando l’apertura di Disneyland vicino a Parigi fu definita (dalla regista Ariane Mnouchkine) «una Chernobyl culturale». Per la legge sull’inglese all’università non butta bene. Pazienza: i francesi continueranno a insegnare e a imparare in francese. Il resto del mondo a farlo in inglese. Tratto da : www.lastampa.it/

Putin: stop adozioni a Paesi che riconoscono matrimoni gay
della Redazione online 26 aprile 2013 La Russia prenderà in considerazione di apportare modifiche all'accordo sulle adozioni con i Paesi che riconoscono le unioni e le adozioni per le coppie omosessuali, dopo che il Parlamento francese ha approvato la legge che le autorizza.

Dall’estero
L’ultima crociata dei francesi : “No alle università in inglese”
La proposta della ministra socialista dell’Educazione di introdurre le lingue straniere nelle scuole ha suscitato proteste da destra e da sinistra: «E’ sudditanza culturale» di Alberto Mattioli 18 aprile 2013 Macché globalizzazione. I francesi restano sempre gli stessi, come conferma l’ultima polemica che sta squassando il mondo accademico e provocando la ribellione degli intellettuali. Sotto tiro c’è la ministra socialista dell’Educazione superiore, Geneviève Fioraso, e il suo progetto di legge, approvato dal Consiglio dei ministri il 20 marzo scorso, che prevede di autorizzare l’uso delle lingue straniere (leggi l’inglese) nelle università e nelle grandi scuole.

Lo ha annunciato il presidente Vladimir Putin, secondo quanto scrive l'agenzia Itar-Tass. "Rifletteremo urgentemente su questo tema", ha detto Putin. "Dobbiamo reagire a ciò che sta accadendo intorno a noi. Trattiamo i nostri vicini con rispetto, ma chiediamo che questi rispettino le nostre tradizioni culturali, etiche, legislative e morali". Per questo, ha concluso Putin, "credo che abbiamo il diritto di presentare degli emendamenti" sull'accordo. Tratto da : www.avvenire.it/ ________________________________

C’è voglia di Monarchia in Europa ?
di Alberto Lembo 2 aprile 2013 Nel corso degli ultimi due decenni sono accaduti in Europa fatti ritenuti prima impensabili che hanno riproposto l’istituzione monarchica o, almeno, un collegamento dei popoli con le loro dinastie storiche. Prima vi è stato il ritorno in una Bulgaria al collasso di Simeone II e la sua assunzione di poteri di governo, durata dal 2001 al 2005 (comunque era stato “autorevolmente” avvisato di non pensasse ad una restaurazione monarchica), poi il ritorno di Re Michele in Romania, con la restituzione dei beni confiscatigli nel 1947 e l’attribuzione di funzioni di rappresentanza pubblica anche a livello internazionale col titolo di “Re”. Nel 1993 Leka I, Re degli Albanesi, proclamato sovrano da un governo anticomunista in esilio, risultò vincitore di un referendum istituzione per il ristabilimento della monarchia nel 1997 ma, per “ordini superiori” i risultati furono truccati, come testimoniatomi anche da parlamentari italiani componenti della delegazione di osservatori internazionali dell’O.C.S.E. e, dopo un ulteriore

Finora il Codice dell’Educazione era categorico: salvo precise eccezioni, negli atenei della République si insegna in francese e solo in francese. Fioraso giustifica la novità con due motivazioni: mettersi in linea con le norme internazionali e attirare studenti stranieri. Facendo, in sostanza, quello che si fa in tutto il mondo, dove alle future élite mondializzate si insegna in inglese perché in inglese lavoreranno. Altrimenti, ha detto Fioraso, «ci ritroveremo in cinque a discutere di Proust intorno a una tavola». Se però così fan tutti, così non vogliono fare i francesi. La legge e forse ancora di più la battuta della ministra hanno scatenato una protesta violentissima e del tutto bipartisan, perché lanciata da «Libération», quotidiano di sinistra, e proseguita dal «Figaro», quotidiano di destra. A dar fuoco alle polveri, un articolo di Antoine Compagnon, professore di Lettere al Collège de France e anche alla Columbia University, guarda caso specialista di Proust, che ha accusato Fioraso «di spararci nella schiena». Macché inglese: «Gli studenti stranieri che vengono in Fran-

Nota della Redazione
Ci associamo all’opinione del filosofo Jean-Luc Marion, accademico di Francia. L’idea che in futuro tutti utilizzeranno l’inglese e soltanto l’inglese per comunicare e lavorare è una prospettiva assai penosa, che andrà a minare alla radice le culture e la ricchezza del pianeta data dalle diversità. Spendiamo milioni di Euro per salvare insignificanti insetti dall’estinzione e poi condanniamo a morte la civiltà e la cultura dei popoli in nome della mondializzazione.

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breve esilio, Leka è tornato per morire a Tirana nel 2011. Fuori dall’Europa, ma noi europei, siamo presenti come forze di occupazione a sostegno di un governo fantoccio (altro che Quisling!) in Afghanistan, dove il ritorno dall’esilio di Mohammed Zahir Shah nel 2002, accolto da tutte le componenti tribali come punto di riferimento unitario, forse l’unica soluzione pacificatrice possibile, non si concluse con la restaurazione della monarchia per la netta e pervicace presa di posizione degli U.S.A. che imposero la soluzione repubblicana in favore del loro uomo Karzai, accettando solo che al vecchio sovrano, tornato a risiedere nel suo palazzo, fosse riservato il titolo di “Padre della Patria” come ricompensa per il suo sacrificio. Re Zahir è morto nel 2007 e come vadano le cose in Afghanistan è cosa ben nota a tutti, nonostante la cappa di disinformazione stesa dalla N.A.T.O. e dai suoi padroni. Due fobie prevalgono nei confronti dell’istituto monarchico: quella americana e quella massonica, che da sempre combatte i troni visti come un elemento di intralcio sulla via della “repubblica universale”. Questo pregiudizio è stato alla base del rovesciamento dei risultati del referendum istituzionale in Albania, del diktat nei confronti di Simeone II ed è oggi il motivo della disinformazione che oscura le notizie provenienti dalla Romania, dove manifestazioni popolari, caduto il governo, invocano il ritorno al potere di Michele I. Negli ultimi mesi l’Ungheria, altro Stato dell’Unione europea, orfana della “Corona di Santo Stefano” dal1946, ha addirittura cancellato la parola “repubblica” dalla sua costituzione, sollevando un vespaio di polemiche tra i Soloni “democratici” e in Serbia un recentissimo sondaggio informa che la grande maggioranza del popolo, sottoposto ad ignobili umiliazioni e a mutilazioni territoriali chiederebbe il ritorno sul trono della propria dinastia.

come ci sia una sostanziale parità numerica tra monarchie e repubbliche e che le monarchie non siano confinate ai margini essendo monarchie il Regno Unito e la Spagna, non solo Monaco e il Liechtenstein. Se poi consideriamo le repubbliche di tipo “bonapartista” come la Francia e la Federazione Russa, di fatto monarchie elettive. Se passiamo all’Italia i sostenitori di Carlo di Borbone sono sempre più numerosi al sud e nell’estate del 2010 schiere inattese di persone hanno reso omaggio a Piacenza e a Parma al defunto Duca, sepolto poi nella cripta della chiesa della Steccata a Parma. Ma vi è di più. Dove non è possibile un riferimento dinastico diretto, come nel Lombardo-Veneto, sono presenti gruppi che si rifanno nostalgicamente al dominio degli Asburgo, con cui mantengono stretti contatti. Nel Veneto, particolarissima realtà, il punto di riferimento è l’immagine della Serenissima Repubblica, realtà unificante per la maggior parte dei veneti, venendo ad assumere la valenza di una dinastia. In tutti questi esempi i popoli sentono che al di là di una cappa partitocratica e di un “abito” europeo indossato a forza, vi sono riferimenti interni e diretti che potrebbero assicurare la difesa dei diritti originari di libertà e autonomia. Che ci si riferisca al Regno delle Due Sicilie o alla Repubblica di Venezia si va oltre una cornice unitaria imposta a forza che oggi ha l’ulteriore aggravante di portare i popoli dell’Italia in una realtà sovranazionale ancora più alienante delle loro particolarità e libertà. Il problema è “chi” governa questa Europa e dove ci vogliono portare al di là delle rassicurazioni tecniche e delle proclamate “esigenze” dettate dai “mercati” e dalla globalizzazione. In conclusione: gli autonomisti repubblicani restino repubblicani, se ne sono convinti, ma non facciano inconsciamente il gioco dei nemici dei popoli combattendo, dove vi sono, istanze monarchiche che possono rappresentare un elemento in più di tenuta dei popoli nei confronti delle “razionalizzazioni” che ancora ci aspettano. Facciamo insieme la nostra battaglia e vinciamola…Poi i popoli sceglieranno liberamente le istituzioni che preferiscono! Tratto da : www.lindipendenza.com/

addebitare a Casa Savoia (non citata… guarda caso) dopo aver fatto gli elogi addirittura all’oligarchia della Repubblica di Venezia. Fatta questa puntualizzazione, ci viene assai difficile pensare che, fatta e vinta la battaglia contro la repubblica globale delle lobby massoniche o statunitensi, i popoli guidati dai valori espressi nell’articolo, siano effettivamente in grado di “scegliere liberamente” le istituzioni che ritengono migliori per loro e i propri Paesi. ________________________________

Quei 162 miliardi che la Germania deve alla Grecia
Secondo un rapporto di Atene, Berlino deve ancora saldare i debiti per l'occupazione nazista di Chiara Sarra 8 aprile 2013 La soluzione alla crisi greca? Che Berlino paghi i suoi debiti. A quanto risulta da un rapporto del ministero delle Finanze ellenico, infatti, la Germania dovrebbe pagare ben 162 miliardi di euro (circa l'80% del pil greco) come riparazioni di danni di guerra. Il rapporto è stato redatto da un comitato di esperti per un indagine avviata dal ministero delle Finanze e pubblicato in parte dal quotidiano ateniese To Vima e subito rimbalzati sulle pagine del settimanale tedesco Der Spiegel. Secondo il giornale greco, gli inquirenti avrebbero calcolato che la Germania dovrebbe restituire alla Grecia 108 miliardi di euro per danni causati alle infrastrutture durante l’occupazione nazista del Paese e altri 54 miliardi per un prestito che le forze del Terzo Reich obbligarono l’allora governo greco a richiedere per passarlo quindi alla Germania di Hitler. Tratto da : www.ilgiornale.it/ ________________________________

Le vere malate d’Europa sono… le banche tedesche
di Nicola Porro 6 aprile 2013 Se domani la sede legale di Unicredit o di Intesa-Sanpaolo o persino di Mps dovessero per magia essere spostate a Francoforte, il valore delle rispettive azioni salirebbe in un istante. Per il solo fatto di abbracciare i regolamenti creditizi della grande Germania. Se, al contrario, Deutsche Bank dovesse traslocare baracca e burattini a Milano, sarebbero guai seri, per la prima banca europea. In pochi oggi mettono in discussione la solidità del sistema creditizio tedesco. Eppure se c’è un rischio per l’Europa sono proprio le

Non dimentichiamo, di passaggio, che il Regno del Belgio si è pacificamente trasformato in stato federale proprio per la garanzia data a fiamminghi e valloni, rivali da sempre, dalla presenza della monarchia al vertice. In Croazia il cemento è costituito non da una Dinastia ma dalla religione cattolica fortemente diffusa che ne ha difeso le particolarità anche durante il periodo comunista. Se osserviamo il panorama europeo possiamo immediatamente rilevare

Nota della Reazione
Desideriamo puntualizzare che da queste pagine non offriamo a nessuno la possibilità di propagandare ideologie secessioniste del sud così come del nord, e che l’articolo è stato pubblicato in veste di panoramica europea, per il quale risulta sicuramente valido. Non condividiamo invece l’accusa di abito forzoso imposto alla penisola italiana dall’Unità d’Italia, che velatamente si vuole

banche della Signora Merkel. Che godono di immeritata reputazione. Intanto qualche numero. Delle circa duemila banche tedesche solo due di una certa dimensione sono private: Db e Commerz. Più di 1.100 sono banche cooperative, 450 sono casse di risparmio comunali e 10 casse di risparmio statali. Il sistema bancario teutonico è sostanzialmente pubblico. E le due reginette private sono davvero mal conciate. Deutsche Bank è stata investita da uno scandalo da far tremare i polsi. Negli anni della crisi, hanno confessato due suoi ex dipendenti, la filiale Usa avrebbe nascosto 12 miliardi di perdite in derivati. Per farla semplice, ogni banca deve dare un prezzo di mercato ai suoi investimenti, la Deutsche non l’avrebbe fatto. Grazie a questo escamotage, non ha fatto quegli aumenti di capitale che tutte le altre banche europee hanno invece dovuto faticosamente chiedere al mercato. La storia di Commerz è ancora peggiore. Un quarto del suo capitale è oggi ancora in mano allo Stato. Negli anni della crisi finanziaria si è beccata (tra azioni in mano al Tesoro e Tremonti Bond alla tedesca) circa 35 miliardi di iniezione di quattrini pubblici: il doppio di quanto richiesto dal default cipriota e 5 volte la sua capitalizzazione di Borsa. I tedeschi a metà del 2008 costruirono un Fondo (Soffin) per aiutare le banche in stato fallimentare che aveva una potenza di fuoco di 480 miliardi (un quarto del Pil italiano). Fondo che ha prestato quattrini e comprato azioni a più non posso (la citata Commerzbank, ma anche WestLb, Hypo Real Estate e Aarel bank solo per citare le più grosse). Stiamo parlando di un Paese che gode di una grande reputazione di solidità, ma che ha un sistema bancario sostanzialmente pubblico e praticamente incasinatissimo. Uno dei grandi manager di Unicredit ci ha confessato: «Ma secondo lei perché nel 2005 riuscimmo a comprare Hvb? Semplice: era in stato comatoso. Erano allora di moda le operazioni “cross border” e i tedeschi si volevano liberare di una zavorra». Ci sono quattro motivi per i quali le banche tedesche sembrano, a dispetto della realtà, così solide. E si devono tutti alla loro grande influenza sulle Autorità di regolamentazione bancaria europea. 1.La banca ha bisogno di capitale per vivere. Ma le metodologie di calcolo cambiano da Paese a Paese. Un euro di mutuo in Italia assorbe ad esempio (cioè si brucia contabilmente) più capitale di quanto faccia in Germania. Insomma da noi il mestiere della banca è più difficile che in Germania solo per un regolamento più duro. 2. Si continua a spacciare un numeretto (il core capital di gruppo) come magico: più alto è, più si è in forma. Ma come dimostra il caso di Deutsche bank in America le medie sono fallaci. Se Db Germania ha 10 e America ha 4, si può fingere di avere un rapporto di 7. Ma è falso. Gli americani pretendono che la control-

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lata tedesca a New York si ricapitalizzi, nonostante la casa madre stia in forma. È quanto successo a Unicredit che ha dovuto fare aumenti di capitale per l’Italia, nonostante la sua buona condizione in Germania. Per Mediobanca Securities questo problema in Europa ammonta a più di 100 miliardi di capitale mancante nelle capogruppo (deficit che non riguarda le banche italiane). 3. Le banche pubbliche tedesche (cioè la larga maggioranza) si finanziano a tassi statali di tripla AAA. Un tempo perché direttamente controllate proprio dai loro enti locali. Oggi perché finanziate dalla loro Cassa depositi e prestiti, che gode di un’ottima pagella. Insomma, la loro natura pubblicistica le mette in concorrenza sleale, ad esempio, con le nostre banche private che debbono andare a cercare i soldi sul mercato e non dalla nostra Cdp. 4. È inspiegabile come mai Deutsche Bank sia la banca europea più grande e, al tempo stesso, la più lontana dal soddisfare i criteri patrimoniali di Basilea 3. Non solo la lobby bancaria tedesca ha modificato nel proprio interesse tali criteri (rimuovendo ad esempio la leva finanziaria dai requisiti patrimoniali e mantenendo così la propensione anglosassone a fare i bilanci con i derivati), ma resta anche il Paese più in ritardo nell’adeguarsi a una tabella di marcia che gli istituti italiani già rispettano grazie a costosi aumenti di capitale. Tratto da : http://blog.ilgiornale.it/ algerini e di altri contingenti minori, senza dimenticare i volontari della brigata ebraica e i già nominati nippo-americani. Nelle file tedesche, d'altro canto, vi erano anche russi, ucraini, bielorussi, baltici, cosacchi, polacchi e turkmeni e, tra i partigiani, numerosi ex prigionieri di guerra, soprattutto inglesi, russi e jugoslavi. Tutti i popoli della Terra, eccettuati gli eschimesi, hanno combattuto qui e non si può ignorarlo per un malinteso patriottismo, come se la guerra contro il nazifascismo fosse stata condotta solo dai partigiani. E proprio la Resistenza andrebbe, finalmente, studiata e valutata non solo da un punto di vista politico ma anche militare, per il semplice fatto che questa era l'ottica di chi combatteva. Seguendo questo criterio si possono fare scoperte sorprendenti. La prima, per quanto ovvia, è che le prime bande partigiane furono organizzate da militari, soprattutto alpini, sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi. Ne consegue il livello di eccellenza delle formazioni cosiddette "autonome", organizzate da ufficiali monarchici del Regio Esercito non legate ad alcun partito. Erano i "fazzoletti azzurri" di Enrico Martini "Mauri", nelle quali militò il grande scrittore Giuseppe Fenoglio. Fu il Piemonte, legittimista, forte di tradizioni militari, cattolico, a dare il maggior contributo alla guerra partigiana, grazie anche alla sua conformazione orografica. Le altre formazioni dotate di notevole efficienza, ben organizzate, basate su una rigorosa selezione dei combattenti furono quelle di "Giustizia e Libertà". I garibaldini legati al Partito Comunista, a parte eccezioni notevoli, dovettero invece seguire direttive politiche che imponevano di aumentare gli organici a discapito della logistica, dell'addestramento e della qualità. Questo perché i comunisti non pensavano tanto a vincere la guerra in corso quanto a predisporre la futura presa del potere.

visione "Cichero" in Liguria. Una divisione Garibaldi, si badi, ma con un cappellano militare e una preghiera che merita di essere ricordata: “Vergine Maria, madre di Dio, rendimi un patriota intelligente e onesto nella vita, intrepido nelle battaglie, sicuro nel pericolo, calmo e generoso nella vittoria. Accetta i sacrifici e le rinunce della mia vita partigiana e concedimi di raggiungere, con purezza d'intenzioni, l'ideale che donerà alla Patria, con lo splendore delle antiche tradizioni, l'ebbrezza di nuove altissime mete”. Tratto da : "il Timone" n.120

dalla Redazione
Il partito monarchico si candida a Roma Dott. Angelo Novellino candidato sindaco
Agenzia - ANSA 26 aprile 2013 ‘Ne’ a destra, ne’ al centro, ne’ a sinistra. I monarchici per la gente’. Con questo motto e per simbolo una corona all’interno di una stella bianca su uno sfondo blu ‘Italia Reale’ ha consegnato questa mattina la lista per le prossime elezioni comunali. Candidato sindaco di Roma e’ il dottore commercialista Angelo Novellino. Tra i punti del programma dell’aspirante primo cittadino l’abolizione dell’Imu e dei consigli municipali, un assegno di 3mila euro per ogni neonato e l’introduzione di un canone per gli alloggi e le utenze nei campi nomadi. ”Hanno istituzionalizzato la corruzione – ha commentato Novellino – diffuso la miseria e l’incertezza per il futuro. Hanno venduto i risparmi e la nostra Patria agli affaristi dell’Euro. Serve una lista pulita per una Roma migliore. Dopo 40 anni rialziamo le corone presentando la nostra lista monarchica e liberale”.(ANSA)

Storia e tradizioni
Guerra in Italia 1943-45
di Alberto Leoni La guerra in Italia, nel biennio 43-45, ha visto combattere sul nostro territorio, tra le nostre case, fiumi e colline centinaia di migliaia di soldati provenienti da oltre quaranta Paesi, così che la Campagna d'Italia durante la Seconda guerra mondiale rappresenta un “unicum” negli annali della storia militare di ogni tempo. Stranamente solo gli italiani sembrano ignorare questa evidenza. Basta visitare un cimitero di guerra del Commonwealth (ce ne sono undici solo in Romagna) per rendersene conto. Osservando i simboli incisi sulle lapidi si riconoscono la foglia d'acero, emblema dei canadesi, la felce dei neozelandesi, la gazzella dei sudafricani e i pugnali incrociati dei gurkha. Certo, gli italiani combattenti erano da ambo le parti, al fronte e dietro di esso, impegnati nella guerra civile, o guerra partigiana che dir si voglia; ma è necessario ricordare i giovani statunitensi, inglesi, canadesi, neozelandesi, sudafricani, francesi, polacchi, brasiliani, indiani, nepalesi, belgi, jugoslavi, greci, senegalesi, marocchini,

Comunicato delle Presidenza
Avv.Massimo Mallucci 27 aprile 2013 Intervengo come Presidente del Partito “Italia Reale” e come candidato al Consiglio Comunale di Roma , a sostegno di Angelo Novellino Sindaco. Non posso non cogliere la tardiva sparata elettorale del Sindaco Alemanno che promette , alla vigilia delle elezioni, di togliere l’IMU a tutte quelle famiglie sotto i 15mila euro di reddito. Poteva pensarci prima e non uscire con una proposta discriminatoria, al limite della costituzionalità.Dobbiamo considerare il diritto

Ora, che i moderati, specie se cattolici, rinneghino implicitamente i tantissimi partigiani non comunisti o anticomunisti è un delitto che grida vendetta al cielo ed è da questa ignoranza crassa che deriva l'attuale disorientamento politico. Quanti cattolici tra le medaglie d'oro della Resistenza e che testimonianza hanno dato! Non si può dimenticare, uno fra cento, un eroe come Aldo Gastaldi "Bisagno", il giovanissimo capo partigiano, comandante della di-

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alla casa come un diritto garantito in qualunque paese civile, indipendentemente dal reddito. Tutto il resto crea discriminazioni e spot elettorali . La prima casa è un diritto per tutti, a parte il fatto che noi monarchici riteniamo che la proprietà non debba essere tassata in quanto tale ma solo per i redditi che produce. Il diritto all’abitazione è uguale per tutti. Tutto il resto è propaganda elettorale. Noi siamo monarchici di serie A perchè siamo scesi in campo a viso aperto come aveva definito gli uomini di Stella e Corona ( il nostro simbolo) il Re Umberto II. Per quanto riguarda l’area fascista,non ci riguarda. é stato il sistema dei partiti che oltre a creare privilegi mai visti per i politici e sperperare denaro pubblico, ha riesumato anche il fascismo e i fascisti, secondo alcune opinioni. Non ci riguarda. Per il momento vedo solo il nuovo asse Roma-Berlino fondato sulle Banche d’affari e sui maneggioni dell’Europa dell’Euro che hanno accumulato ricchezze per pochi e distribuito miseria per molti. Non è accettabile che il lavoro delle persone oneste ed i risparmi delle famiglie e dei pensionati vengano umiliati. Noi monarchici difenderemo i più deboli ad oltranza.

vare l’evidenza del conflitto di interesse e la necessità per il candidato Marchini di rappresentare la lobby dei costruttori romani? Nel caso di vittoria di Marchini dovremmo forse aspettarci come prima mossa un bella aggiunta di milioni cubi di cemento e aree verdi e agricole improvvisamente rese edificabili? La cosa tra l’altro sarebbe un colpo basso per la piccola proprietà edilizia e i risparmi di molti romani, mentre il mercato immobiliare crolla e gli cambi tornano indietro ai valori di trenta anni fa».

Lettere
Proponiamo la lettera/replica inviata dall’amico Pietro Pisu alla redazione di “Sardegna”, sul tema delle elezioni del Presidente della repubblica

Come almeno il 35-40% circa degli Italiani, secondo recenti sondaggi. Per tutti questi motivi, io propongo che al Quirinale venga eletto un fervente monarchico. Oggi, come nel 1946 e nel 1948. Cordiali saluti, Pietro Pisu Cav. Uff. Ordine al Merito di Savoia.

Informazioni
7 aprile 2013 La lettera a firma Agricola, apparsa sabato 6/4 mi offre la possibilità di dire che i Costituenti, nell'eleggere il monarchico De Nicola capo provvisorio dello Stato, forse ebbero un moto di imbarazzo nei confronti della maggioranza degli Italiani (che votò Monarchia). Maggioranza che venne defraudata grazie a dei brogli spudorati. E colgo l'occasione per dire che oggi, come nel 1946, a questa repubblica servirebbe un monarchico al Quirinale. Se andiamo a vedere con obiettività, a parte Re Umberto II (Capo di Stato di valore e sempre super partes), gli unici presidenti che si avvicinarono un poco ai livelli del Sovrano furono De Nicola ed Einaudi. Entrambi posero in essere una presidenza "monarchica". Dopo Einaudi,nel 1955 venne eletto Gronchi. E cominciarono le polemiche: perché i presidenti portarono al Colle il loro retroterra culturale e politico a scapito dell'imparzialità:che dovrebbe essere la base per ogni Capo di Stato serio. Prendiamo il sopravvalutato Pertini: nel 1982 in Giappone, criticò Hiro Hito parlando con la stampa. Tokyo chiese spiegazioni al ns. Governo. Ma lo stesso Pertini non ebbe problemi ad abbracciare il dittatore iugoslavo Tito, infoibatore di migliaia di Italiani! Non solo: Pertini, in visita a Trieste, si rifiutò di onorare gli Italiani morti nella Foiba di Basovizza. I triestini, giustamente, lo seppellirono di fischi... Se in Italia, dal 1946 in poi, ci fu una pacificazione, lo si deve all'alto senso dello Stato che il Re ed i monarchici seppero mostrare per il bene della Patria. Nonostante i brogli di cui sopra. I monarchici, in questi 67 anni, hanno servito con onestà e dedizione il Paese pur restando fedeli alla Casa Reale. Perché seguirono alla lettera le nobili disposizioni del Re, dall'esilio di Cascais. Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, l'Ispettore Raciti, il brigadiere dell'Arma Coletta (ucciso a Nassiriya), il giovane caporalmaggiore degli Alpini Miotto (ucciso in Afghanistan). E tanti altri... Tutti di fede Monarchica.

Roma: monarchici contro tutti (da Marchini… a Alemanno)
di Micaela Del Monte 29 aprile 2013 intelligo Contro la sinistra e contro la destra. Angelo Novellino, candidato sindaco di Roma per la lista dei Monarchici Italia Reale, si scatena contro i suoi due possibili rivali senza risparmiare colpi. Più sorprendente è invece il suo attacco al sindaco uscente Gianni Alemanno: «Alemanno dopo aver imposto a Roma e ai romani le aliquote Imu più alte d’Italia (5% e 10,6% ) ora si ravvede? Si è forse anche lui convinto che tra un mese non sarà più il sindaco di Roma? Come mai non ci ha pensato mesi fa quando furono deliberate le aliquote comunali? Perché allora non ha avuto la stessa sensibilità per la povertà diffusa? Roma merita di meglio». Lo scontro per le comunali si è acceso, i monarchici attaccano. Ora si aspettano le risposte. Tratto da : www.intelligonews.it/

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Avv. Roberto Vittucci Righini Casella Postale No. 1 10121 Torino Centro E-mail : info@alleanza-monarchica.com

Presidente Onorario

Presidente Nazionale
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Segretario Nazionale
Dott. Angelo Novellino Roma Studio.novellino@libero.it

Prevedibile la presa di posizione di Novellino contro Alfio Marchini, candidato per la lista civica del Movimento della Cittadinanza Romana: «Marchini ci fa sapere che l’emergenza che gli sta più a “cuore” è quella abitativa. E’ malizioso rile-

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