LO SPIRITO DEL TERRORISMO Subito dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, Jean Baudrillard scrisse un articolo

, "Lo Spirito del Terrorismo", pubblicato il 2 novembre 2001 su Le Monde, subito dopo tradotto e ampliato in uno dei testi più provocatori e controversi sul terrorismo, "Lo Spirito del Terrorismo: Requiem per le Torri Gemelle" (2002). In questo articolo, egli sosteneva che gli assalti al World Trade Center e al Pentagono costituivano un “evento forte”, che gli attacchi erano “l’evento principale, quello da cui sono derivati tutti gli altri, l’evento perfetto che unisce in sé tutti gli eventi che non sono mai accaduti”. Baudrillard affermò che “lo sciopero degli eventi” era finito e da allora in poi ha preso a concentrarsi più intensamente sulle dinamiche e gli accadimenti della società contemporanea. Per Baudrillard, gli attacchi dell’11 settembre rappresentano un nuovo tipo di terrorismo, che mostra una “forma di azione che sta alle regole del gioco, che le stabilisce, esclusivamente con l’obiettivo di infrangerle”. Ciò significa che i terroristi (chiunque fossero, ndr), nell’opinione di Baudrillard, hanno usato gli aereoplani, i computer e i media, associati alle società occidentali, per produrre uno spettacolo di terrore. Gli attacchi sono serviti ad evocare uno spettro di terrore che induce a credere che il sistema stesso della globalizzazione, il capitalismo e la cultura occidentali siano minacciati dallo “spirito del terrorismo”, da possibili attacchi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. LA MORTE NELL/DELL' 'IMMAGINE "Non c’è un grado zero dello sguardo (né l’immagine è allo stato bruto). Non c’è un documentario puro sul quale verrebbe a innestarsi in un secondo tempo una lettura simbolizzante. Ogni documento visivo è immediatamente finzione" (R. Debray, "Vita e Morte dell’Immagine. Una Storia dello Sguardo in Occidente", Il Castoro, Milano 1999). L’evento dell’11 settembre, l’attentato al World Trade Center di New York, è stato forse il primo evento di guerra mediatica su scala mondiale, progettato e portato a termine, oltre che per un fine eminentemente simbolico, allo scopo di colpire al cuore le certezze percettive dello sguardo occidentale, o meglio, per colpire l’Occidente nel punto nevralgico del suo sistema percettivo di organizzazione della realtà.

Come ha affermato Régis Debray, filosofo, politologo e teorico dell’immagine: "La fuga senza ritorno delle immagini che avviene giorno dopo giorno è un canale di ricambio per le memorie e una dissuasione per l’intelligenza […] essa feticizza l’istante, destoricizza la storia, scoraggia lo stabilirsi della minima serie causale". Régis Debray descrive il processo di mistificazione che riguarda l’effetto di realtà delle immagini che rappresentano il reale; in particolare, egli afferma che queste immagini si aboliscono in quanto rappresentate, interpretate, composte, diventando acriticamente “vere”, senza dubbio false. Perché c’è un soggetto dietro l’obbiettivo, c’è tutto un gioco di esibizione e di seduzione tra tutte le immagini prese in considerazione fra mille altre possibili e mostrate al loro posto, un gioco complicato di fantasie, di interessi e talvolta di rischi. Senza essere messe esplicitamente in discussione rispetto alla loro presunta obiettività, le immagini fotografiche e video che documentano la realtà si sostituiscono ad essa. Questo processo di mistificazione ha origine nel paradosso che riguarda queste immagini: nascono da un dialogo con la realtà, dall’apertura a qualcos’altro rispetto a se stesse, per diventare autoreferenziali: più si sostituiscono alla realtà che rappresentano più si allontanano dalla loro origine. In questo modo, si confonde l’esperienza del reale con quella del “reale virtuale” registrato dalle immagini, la "realtà fiction" che ogni documento visivo rappresenta. LOGISTICA DELLA PERCEZIONE Nell’era della simulazione, della rappresentazione virtuale del mondo, della sovraesposizione, lo stato della percezione si situa sempre un po’ prima e un po’ dopo rispetto agli eventi. Paul Virilio ha definito questo tendere oltre ogni limite del percepibile l' "incidente del futuro", un incidente continuo, uno stato perennemente borderline del regime percettivo, a rischio di deflagrazione proprio perché si situa in una zona di costitutiva anomalia spazio-temporale della percezione. È il tempo dello "spettacolo", che non funziona più nei termini del racconto, ma in quello della rappresentazione-sostituzionesimulazione. Ad esempio, la guerra del Golfo fu un’immensa operazione di costruzione della suspense, una guerra virtuale e mediatica, un immenso gioco di ruolo. Un "desert screen", uno schermo deserto, "pure war", guerra pura, alla velocità della luce.

Le immagini catturate dell’evento mass-mediatico non riescono più ad avere un vero e proprio valore di testimonianza, sono sottratte al proprio statuto storico, "trasmissione di effetti epidemici, emozione allo stato puro" (Debray) Nel saggio "Guerra e Cinema", Virilio chiama "logistica della percezione" la sostituzione della realtà con le immagini cinematiche che dominano la guerra di informazione. "Il mondo scompare nella guerra e la guerra come fenomeno scompare dagli occhi del mondo". Virilio compara la guerra delle immagini all'arte del cinema. Nella guerra di informazione, le immagini prodotte non hanno più come referente quelle della guerra reale, sono "de-realizzate", diventano autonome, assomigliano più ad una realtà virtuale, come quella del cinema, o dei videogiochi, che sempre più si assimigliano e si inter-scambiano. Similmente a Baudrillard, che provocatoriamente disse che la Guerra del Golfo non c'era mai stata in realtà ma che avevamo assistiso solo alla sua simulazione, ad un'illusione mediatica, Virilio sostiene che guerra, cinema e informazione sono ormai virtualmente indistinguibili. THE VISION MACHINE [...] Con la progressiva eliminazione di ogni punto di vista, il montaggio frenetico e quasi “a distanza” di Pietro Scalìa e una sceneggiatura interamente risucchiata dal caos dell’azione, “Black Hawk Down” manda in pezzi i collaudati meccanismi narrativi dei “war-movie” hollywoodiani, compresi i kolossal più recenti e i due film di Kubrick (“Orizzonti di gloria” e “Full Metal Jacket”) a cui lo stesso Scott dichiara di ispirarsi, spingendo la macchina da presa fra gli spazi urbani e desertici delle “modern wars” contro i poveri del nuovo millennio, contaminando lo schermo con suggestioni e visioni che sembrano fuoriuscire dal monitor di un macabro e crudele videogioco, uno “spara-e-fuggi” di carne e sangue dove i corpi sono figure, senza tempo né identità, pronte ad eliminarsi reciprocamente. la guerra all’epoca della “globalizzazione” che il cinema conosce per la prima volta con queste immagini di cinico e straordinario realismo catturate dall’occhio futuristico di Ridley Scott [...] " (Guglielmo Siniscalchi, Sentieri Selvaggi). [...] Seppur fedele alla funzione del "vedere", come atto aristotelico, primo e appagante nel desiderio di conoscere, le sue immagini perfette sembrano inchiodarsi nella mistificazione della realtà [...] (Francesco Russo, Tempi Moderni).

Ridurre eventi complessi come le guerre in categorie come la simulazione o l’iperrealtà chiarisce gli eventi mediatici alla luce della loro dimensione virtuale e tecnologicamente avanzata, ma ne cancella tutti gli aspetti concreti. L'unico modo, secondo Virilio, per monitorare gli eventi, è adottare un punto di vista estremamente critico, che tenga conto dei parallleli tra guerra, cinema e la logistica della percezione (è il tema del saggio "The Vision Machine") Gli sviluppi tecnologici della produzione culturale hanno portato ad una "pura percezione", hanno reso gli spettatori assuefatti ad una visione estatica, una "estasi della comunicazione" (Baudrillard), in cui la sostituzione del reale ("estetica della sparizione", Virilio) ha ridotto notevolmente le capacità della visione critica. Lo scopo della "pura percezione" è "registrare il declino della realtà". Le macchine della visione hanno l'effetto di accelerare una "visione senza vista" che altro non è che la mera riproduzione di una intensa cecità, ed è questa secondo Virilio, il nuovo stadio post-moderno e postindustriale: "l'industrializzazione del non-sguardo". L'ILLUSIONE VITALE "In te sta già nascendo la nuova carne. Adesso c’è l’ultimo passo, l’ultima trasformazione. Sei pronto Max? Io sono la videoparola che si è fatta carne". In "Videodrome", di David Cronenberg, film cult degli anni Ottanta, il rapporto tra spettatore e teleschermo, emittente e ricevente, tra figura e sfondo, non comporta disparità ma simbiosi. In tale rapporto si manifesta la totale invasività del medium video che insinuandosi nella realtà percepita diventa la "nuova carne" dell'individuo de-soggettivizzato. Nel nostro immaginario post-moderno, iper-moderno, postumano, la narrazione video, in tutte le sue forme, ha sostituito quella funzione che un tempo apparteneva al mito nelle sue forme rituali, orali, scritte, teatrali, musicali. Al suo posto, la

"videopoiesi", la produzione-creazione di simulacri, che, come predetto da Jean Baudrillard, ha assorbito il mondo reale, sostituendosi ad esso. Una "immagine-corpo", una "nuova carne", seducente e inquietante come i frammenti video diffusi in rete nel romanzo "Pattern Recognition" di William Gibson, tessere di un mosaico impossibile da ricomporre, patterns di una ricognizione post-umana, evidenza dell’incapacità biologica dell’uomo di ricostruire e comprendere tutti gli aspetti del reale. Ancor prima dell’11 settembre, Baudrillard già vedeva la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico produrre la standardizzazione e la virtualizzazione che stavano eliminando l’individualità, la lotta sociale, la critica e la realtà stessa, mentre sempre più persone venivano assorbite nelle realtà virtuali iperreali dei mass-media e del ciberspazio. Questa sparizione della realtà costituisce il “crimine perfetto” che è il soggetto del libro dallo stesso titolo e che venne approfondito ne "L’Illusione Vitale" (2000). In quest’ultimo lavoro, Baudrillard si presentava in veste di “investigatore privato” in cerca dell’autore del “crimine perfetto”, l’assassino della realtà, “l’evento più importante della storia moderna”. Se la distruzione e la sparizione del reale nel regno dell’informazione e delle immagini hanno creato un regno dell’illusione e dell’apparenza, in maniera nitzscheana, egli suggerisce di considerare da ora in poi la verità e la realtà soltanto come illusioni. Se è vero che le illusioni regnano sovrane, non ci resta altro che rispettare l’illusione e l’apparenza e rinunciare all’ingannevole ricerca della verità e della realtà. "Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!" ("Crepuscolo degli Idoli").
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