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ANNO ACCADEMICO 2010-2011 LAUREA SPECIALISTICA DISPENSE RELATIVE AL MODULO DI CRITICA LETTERARIA E LETTERATURA COMPARATA “COMPARARE LA CRITICA”

DENTRO L’ESTETICO: TRE PUNTI DI VISTA (BAUDRILLARD, JAMESON, RODRÍGUEZ)

A cura di Francesco Muzzioli Free download

INDICE

Premessa: Dentro l’estetico, con tre punti di vista ..................................................................p. 3 JEAN BAUDRILLARD Il destino del valore ..................................................................................................................p. 8 FREDRIC JAMESON Il piacere come problema politico ............................................................................................p. 11 JUAN CARLOS RODRÍGUEZ La visuale della moda ...............................................................................................................p. 23

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PREMESSA

PREMESSA: DENTRO L’ESTETICO, CON TRE PUNTI DI VISTA

1. Dentro l’estetico, con un esempio qualsiasi Il mio intento è quello di approfondire la questione dell’estetico attraverso i tre diversi contributi che sono qui raccolti e presentati per la prima volta in italiano. Ma perché – potrebbe obiettare qualcuno – cosa c’è da approfondire? Non è l’estetico una cosa semplice, nient’altro che la sensazione positiva che proviamo e che, in quanto tale, è un dato di fatto? Intendo mostrare che questo fatto non per niente “dato” e non è semplice come sembra. Per farlo, vorrei partire da un esempio qualsiasi, facilmente esperibile nella vita quotidiana di ognuno. Hai acquistato, poniamo, una maglietta. Se vuoi, in ossequio al linguaggio della moda, chiamiamola T-shirt. L’hai scelta personalmente in un mucchio presso il negozio o la bancarella. Perché hai scelto proprio quella tra le tante disponibili a parità di misura e di prezzo, non sapresti dirlo. Un “nonsoché” ti ha attirato e ti ha convinto che quella maglietta e non le altre era quella che avresti fatta tua e indossata volentieri. Quella maglietta, insomma, ti è piaciuta. Dico una maglietta (o T-shirt), ma la stessa cosa potrebbe avvenire per oggetti in apparenza più “intellettuali”, come un libro o un film, i quali ugualmente hai scelto perché ti sono piaciuti. Questo piacere – questo giudizio estetico – è un dato di fatto, che non può essere smentito. Nessuno può negare che, in quel momento, tu abbia provato una sensazione positiva, che è tua e soltanto tua. Ma andiamo avanti con la maglietta, visto che è lo stesso. Mettiamo che tu esca adesso a spasso con la tua maglietta, quelle che ti è piaciuta non sai bene perché, se per la tinta o per la forma, o per l’immagine (l’icona) o per la scritta (il logo), non importa, ti è piaciuta e basta (è un dato di fatto, come ho detto). E mettiamo che tu incontri adesso un’amica o un amico (a seconda) e che – immaginiamo proprio il peggiore dei casi, perché l’estremo è sempre istruttivo – ti faccia una smorfia e che ti dica proprio in faccia “ma che maglietta ti sei messa”, che quella maglietta è brutta, addirittura (esagerando in iperbole) fa schifo. Bada, che non ti dice che a lei/lui non piace e che non la indosserebbe, nel qual caso avremmo due sensibilità contrastanti, avremmo le sue sensazioni opposte alle tue, ma lo stato sarebbe di parità e in fondo non è lei/lui che se la deve mettere quella maglietta, ma tu. Dice, invece, l’interlocutore, che la maglietta o T-shirt è brutta
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PREMESSA
e fa schifo, quindi emette un giudizio che dovrebbe valere anche per te, per tutti, un giudizio che pretende l’oggettività. Allora, i casi sono due: uno, alzi le spalle e te ne impipi, sei tu che la devi indossare la maglietta, l’interlocutore pensasse alle sue; ma è probabile un secondo caso, perché tu tieni al giudizio di lei/lui in quanto a questa persona – per un motivo o per l’altro – tu dai importanza e connetti una certa autorevolezza (è la stessa cosa quando si ascolta il giudizio di un critico, che riteniamo esperto e professionalmente deputato a emettere giudizi di questo genere, validi per tutti: una autorità in materia). Tanto che tu butti via la maglietta che ti era piaciuta e torni, magari accompagnato da lei/lui in veste di consigliere ad acquistarne un’altra. Mettiamo anche che, come variante, tu ti trovi in un gruppo e che sia allora la quantità dei giudizi negativi (è brutta, fa schifo, ma cosa ti metti, come vai in giro vestito) a convincerti di avere sbagliato nella scelta. Come vedi, le cose si sono complicate: infatti, la tua scelta non era sbagliata in sé, tu non hai fatto altro, né altro potevi fare, che seguire la tua sensazione e riconoscere la più positiva: il problema è che quella sensazione non è affatto pura, come sembrava, ma è coinvolta in una rete di questioni che non sono più soltanto percettive, ma culturali e sociali: il valore della persona che emette il giudizio (in cui già si vede la disparità gerarchica e poco democratica della autorità critica, se ha un ruolo istituzionale, ad esempio), oppure il peso della maggioranza sul singolo. Le ragioni del rigetto della tua maglietta, quella che malgrado tutto ti era piaciuta tra le tante disponibili nel mucchio, possono essere di vario tenore: forse il colore era fuori moda o forse il taglio, ma forse la marca tradiva qualità scadente del tessuto, quindi il poco prezzo pagato denunciava il tuo scarso potere d’acquisto (ovvero il basso grado sociale); forse è stata solo questione di logo e sarebbe bastato cucirvi su un coccodrilletto finto per vedere cambiar giudizio. Forse è questione di simbolo, già. Hai visto come la sensazione estetica si imbrogli, già in mezzo ai tuoi amici, con il valore simbolico. E con la situazione: la tua maglietta, forse, puoi metterla in casa o per una merenda nel parco, ma ti sconsiglio (se è quella che mi immagino) di indossarla per venire a sostenere l’esame; è un problema di generi, di adatto/non adatto. Dunque quell’iniziale piacere, inoppugnabile certo, però deve sottostare a una gran serie di ulteriori verifiche. È proprio su queste ulteriori questioni, che amareggeranno, ci puoi scommettere, la soddisfazione che hai avuto nel portarti a casa la maglietta nuova, desiderata da tempo, ma la vita è fatta così e non si può avere tutto da lei, insomma dicevo – togliendo di mezzo, finalmente, quella sfortunata maglietta o T-shirt che sia – dicevo che è proprio su queste questioni che chiederemo lumi a tre autori importanti del panorama teorico internazionale: Jean Baudrillard, Fredric Jameson e Juan Carlos Rodríguez.

2. Dentro l’estetico, con una teoria senza aggettivi Anzi, no, aspetta, tieniti ancora un attimo la maglietta che ti è piaciuta. Hai visto da quanti lati possono venire gli argomenti pro e contro. Quello che piace o non piace, può dipendere da una propensione impalpabile (quel certo “nonsoché”), ma si intreccia però, e parecchio, con le “prese di posizione” di

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come vorrebbe il sistema del consumo. ovviamente. da cui hanno preso vigore e una parte di strumentazione: lo strutturalismo si è ispirato alla linguistica. non dico il Che. 5 . si è basata su di un allargamento assoluto. a voler andare fino in fondo. di fabbrica dei desideri. mentre invece la critica deve impegnarsi a sprigionare tutta la vitalità che il testo possiede. che incide radicalmente anche sull’estetica delle scritture. poi. oggi famosissimo nel mondo dopo una vita stentata da outsider. Succede allora (e lo dimostrano i casi degli autori qui raccolti) che il critico d’arte e di letteratura sia costretto ad occuparsi anche di molte altre cose. ci si accorge di un curioso testacoda. Vi sono costretti. la critica psicoanalitica ha trasferito sul testo le scoperte nate dalla cura delle patologie mentali. Per questo è impossibile considerare il critico come un “esperto del ramo”. Di alcune figure assai influenti. Nell’ultimo periodo. seguendo la pratica attributiva di Morelli. poi.PREMESSA ciascuno. ma anche quando il testo è sacralizzato. Sarà pure uno che ha letto tanti testi letterari. udite!) all’economia. E dunque. E infatti tutte le grandi tendenze metodologiche del Novecento si sono sviluppate sotto lo stimolo di discipline collaterali e anche (perché no?) distanti. di incanalamento dei “piaceri”. Altri livelli si insinuano da ogni parte e vengono a complicare la nostra scelta. nello stesso tempo. dove la teoria letteraria tendeva a perdere il suo aggettivo e a diventare teoria tout court. dalla rete dei particolari inavvertiti. non sapresti dire se si tratti di filosofi. tuttavia la voga della teoria letteraria. Lo stesso Walter Benjamin. deve saltare verso l’orizzonte globale dei problemi che ci stanno a cuore e ci assillano da vicino. I critici d’arte e di letteratura devono quindi ampliare la prospettiva del loro processo analitico e non aver paura di parlare di sistemi produttivi. e di un sistema di produzione di “valori”. se non si adattano semplicemente a subirne passivamente il fascino. alla sociologia e addirittura (udite. ma il giudizio sulla letteratura (altrettanto di quello sulla famigerata maglietta) non può essere discusso rimanendo esclusivamente nell’ambito letterario. venerato e però imbalsamato. la critica marxista ha chiesto lumi alla storia. se vogliono spiegare fino in fondo gli oggetti culturali e discorsivi che hanno intrapreso a studiare. rapporti sociali o pratiche dell’immaginario. ne converrai. ecco il punto: tenere l’estetica separata. di storici. è abbastanza brutto: dunque il brutto può piacere? come funziona questa estetica “sottosopra”?). parlava dei rimasugli e rifiuti dell’osservazione: «refuse – der Beobachtung»). una sfera a parte ben distinta (come i distinti di Croce) non è possibile. ma. come nel caso che su quella famosa e contestata maglietta ci sia un’immagine “impegnativa”. di critici o semplicemente di scrittori. ma anche soltanto Homer (il quale. è una figura decisamente “inclassificabile”. Finisce a sezionare un cadavere. Il critico impegnato a capire si deve intestardire a sviscerare le più piccole parti del testo. Insomma. che sembrerebbe l’ambito il più lontano possibile dai cieli della poesia. una carica che rimane inesplosa sia quando il testo è trascurato. sebbene non siano mancati i tentativi di un ritorno verso gli alvei tradizionali. quelle che potremmo chiamare le minutaglie (Freud. come Derrida e Foucault. Senza questo salto la filologia rimane inerte e ci allontana dal testo invece di avvicinarcelo. soprattutto proveniente dagli Stati Uniti e connessa ai cultural studies. di per sé.

perfino economia!) venga ritenuta una indebita intromissione e una turbativa alla sensibilità e al senso estetico del critico ben formato. In Italia il ritardo nell’aggiornamento di quello che succede all’estero sembra aumentare di giorno in giorno. brani inediti nel nostro paese. sebbene poi faticosamente certi testi finalmente arrivino anche nelle nostre latitudini. mentre si tratta di un autore che può stare validamente al pari degli altri due più noti. invece di testi già tradotti. solo alla Francia. forse. di ideologia e di struttura. (Bada che anche i fautori dei valori ideali. Per altro. seconda. ma bisogna dargliene atto – una delle migliori del mondo. rispetto agli Stati Uniti: loro hanno una letteratura che pesca poco (due secoli soli) e l’egemonia attuale nella produzione dell’immaginario. ho pensato che potesse essere un servizio per tutti presentare. È chiaro che la nostra situazione è invertita. e tutto dovuto alla mia opera di diffusione. E questo significa anche la conoscenza del dibattito internazionale della teoria. fa sì che quella della teoria – con la sua valigia piena delle più disparate discipline (linguistica. sociologia. dovendo rintracciare anche le edizioni italiane di tutti i testi citati) per poi ritrovarsi grossi volumi. se vogliamo che siano davvero “vivi” e non dei feticci irrigiditi. la forza dei classici deve essere dimostrata sul campo. Per questo l’allargamento dell’orizzonte è comunque necessario. noi una letteratura prestigiosa e subalternità nell’oggi. in termini economici. con materiali inediti Il problema dell’allargamento dell’orizzonte letterario all’intera produzione dell’immaginario collettivo è stata spesso ostacolata dal timore dell’appiattimento: come mettere sullo stesso piano i grandi capolavori del passato e gli abborracciati ed effimeri eroi dell’oggi? Omero con Homer. Quello ideologico lo accennavo prima: la direzione (che si può vedere anche nella maggioranza della critica accademica) di salvaguardare la purezza degli studi letterari e i loro specifici valori. 6 .PREMESSA 3. cioè facendo risaltare la loro attualità. La letteratura italiana è – non vorrei peccare di nazionalismo. poi parlano di “patrimonio”. tuttavia. iconologia. psicoanalisi. rilevanti sì. intercettandoli dalle aree linguistiche francese. che mi piacerebbe davvero poco. ma anche in questo caso. che ha fatto e continua a fare continuamente escursioni fuori delle mura ristrette dell’ambito letterario in quanto tale. mentre le posizioni di Baudrillard e di Jameson si potevano incontrare anche in numerosi altri testi disponibili in traduzione. Perciò dovremmo puntare sulla valorizzazione di quello che abbiamo. Il problema di struttura riguarda invece i costi vivi: stampare un testo teorico ha sempre per l’editore il sovrapprezzo del traduttore (che qui si pagare perché fatica il doppio. quindi). adozioni universitarie. sempre imponderabili. inglese e spagnola. per quanto riguarda Rodríguez c’è molto poco in italiano. ma con scarso mercato al di là delle. che orrore! Questo rifiuto è comprensibile in un paese come l’Italia che può vantare un patrimonio letterario con una eccellente profondità storica (sette secoli e passa) e un cospicuo numero di valide figure. C’è un duplice problema. Di fronte a questo stato arretrato. Dentro l’estetico.

come un trionfo dell’economico e l’avvenuto completo asservimento della vita intera come “forza di lavoro” e mezzo di produzione. rappresentano anche un ventaglio delle posizioni possibili. noi siamo sempre all’interno di un orizzonte sociale nel quale ogni scelta sia pur minima. come fa Rodríguez. dove l’estetica si divora l’economia. al di là del suo carattere specificamente tecnico. all’opposto. che tuttavia è il nome dato comunemente all’attrattiva che ci lega ai prodotti del consumo e che inoltre ci riporta alla questione del giudizio estetico (mi piace/non mi piace). Dall’altro lato è possibile. con il suo abbandono di qualsiasi punto fermo in una indifferenza confusiva. e quindi coinvolge sempre la nostra responsabilità. prende la questione da un altro lato. verso il fenomeno del ravvicinamento dell’economia alla cultura (nei vecchi termini marxisti della base materiale e della sovrastruttura). Da un lato è infatti possibile vedere. il centro e la sinistra. Ancora una volta si tratta di capire bene quello che sta succedendo (quindi senza l’illusione che il regno della letteratura e della poesia sia separato dalle brutture del mondo e quindi impermeabile alla strutturazione e configurazione del mercato). terminando poi sulla considerazione dei teorici (da Burke a Barthes) delle diversità interne al piacere stesso e quindi alla differenza tra il valore moderato della piacevolezza e l’oltranza del godimento trasgressivo. restituendo quindi alla critica (a un marxismo aggiornato e prensile) il compito di scavare dietro le apparenze di un soggetto solo di nome “libero”. per cui è il “valore” stesso che paradossalmente ha perso di “valore”. lo si voglia o no. appunto quelli di Baurillard. dal canto suo. Jameson. ma certamente assumono. di Jameson e di Rodríguez. di piacere e di valore simbolico. Dentro l’estetico.PREMESSA 4. e nello stesso tempo però sceglierà da che parte stare. ed è una posizione significativa di quello che si è detto il postmoderno. una scelta in senso lato politica. è anche inevitabilmente. vedere l’economicità dell’immaginario. Francesco Muzzioli (estate 2010) 7 . nell’importanza presa dalle pratiche del linguaggio e della cultura di massa la fine della centralità della produzione (è il consumo oggi che comanda) e l’estinzione stessa della realtà materiale nell’avvento dei feticci e dei simulacri – questa è la posizione di Baudrillard. poiché anche parlando di estetica. con un ventaglio di punti vista I tre punti di vista rappresentati. quello del “piacere”. degli atteggiamenti diversi. Il saggio di Jameson ci mostra le ambivalenze della considerazione del piacere e il passaggio storico che dalla rivendicazione antirepressiva del piacere agganciato al corpo e alle pulsioni porta al nuovo inquadramento nei canali del mercato consumista e della comunicazione mediatica. Non dico che siano proprio la destra.

BAUDRILLARD JEAN BAUDRILLARD IL DESTINO DEL VALORE La fine dell’economia politica. al di qua del Vero e del Falso. Al di qua del Bene e del Male. Perché. Poi l’abbiamo sognata contro Marx. del poker. la teoria dovrebbe eseguire un doppio salto mortale per conservare il vantaggio. del valore. involutiva. Si è realizzata. sconfitta dal suo stesso simulacro e da una logica superiore. che recupera a modo suo l’energia del potlach. cosa si può opporre a tale rilancio della posta. un gioco della catastrofe. non abbiamo più neppure bisogno di sognare questa fine. la produzione. è l’estasi del valore. Il grande pensiero nietzscheano della transvalutazione di tutti i valori è stato realizzato esattamente all’inverso. e costituisce in certo senso il passaggio alla fase estetica e delirante dell’economia – e non è questo il modo più singolare di mettere la parola fine. La speculazione non è più plusvalore. nella negazione dei postulati dell’economia – nell’alternativa radicale che negava qualsiasi primazia dell’economico e del politico. recessiva. Oggi. ironicamente in certo qual modo. È la forma pura e vuota. Non siamo passati al di là. ma dissoluzione e indistinzione. che l’economia politica manda in corto circuito qualsiasi alternativa. il plusvalore. mostruosamente. della sfida alla sua stessa logica. nell’involuzione di tutti i valori. la forma depurata del valore. verso un gioco di regole fluttuanti e arbitrarie. ma al di qua del Bene e del Male. invece. quella del mercato. L’economia politica svanisce da sola sotto i nostri occhi. con buona pace di Nietzsche. una mutazione regressiva. sia in prima che in ultima istanza: l’economia politica veniva semplicemente abolita come un epifenomeno. l’avevamo sognata attraverso Marx nell’estinzione delle classi e nella trasparenza del sociale. eccessiva. più originale anche delle nostre utopie politiche? Di fronte a questo salto acrobatico. Sognavamo una mutazione trasgressiva. L’economia politica ha raggiunto la sua fine. trasformandosi in una transeconomia della speculazione finanziaria e scavalcando la sua propria logica (la legge del valore. la logica stessa del capitale). al di qua del Bello e del Brutto – non in una dimensione per eccesso. che non lavora più che con la sua propria rivoluzione e circolazione orbitale. secondo la logica ineluttabile della crisi del capitale. È destabilizzandosi da sola. senza più riferimento alla produzione e alle sue condizioni reali. ma non come ci si attendeva – invece esasperandosi fino alla parodia. Non c’è stata né trasmutazione ne oltrepassamento. 8 . ma in una dimensione per difetto.

come oggi si fa. nella morale come valore. Anche se tentiamo. Lo stesso accade ai valori individuali: li abbiamo riabilitati. o una liquidazione totale. sul tipo della liberazione di energia che nasce dall’urto della materia con l’antimateria. quello che non sapremo più ricreare sono le scintille elettriche della loro contraddizione. di viralità del valore. alla loro trasfigurazione reciproca la loro indifferenza l’uno verso l’altro e la loro confusione. come se fossero capolavori in pericolo. che abbia deciso di andare al di là dei suoi propri fini. Persino la distinzione tra l’utile e l’inutile non può più essere posta. La congiuntura contemporanea di riabilitazione di tutti i valori e della loro commutazione indifferente è il peggio. Il vero scompare di fronte al più vero del vero. il falso attraverso il vero. Passati al di là della loro determinazione e del loro proprio principio. quella dell’immaginario. è l’illusione. il grado più basso dell’illusione. quando il vero perde la sua stessa energia contraria. Il falso si riassorbe nel troppo falso per essere falso – è la fine dell’illusione estetica. nell’ideologia come valore. quella del falso più dolorosa ancora di quella del vero. Al destino del valore non può essere opposto che quello della forma. Siamo lontani da una tensione e da una collisione dei valori. Lo stesso avviene in tutti i sistemi. Come dire: la loro trans-svalutazione. Tutte le categorie si cancellano in favore di una sorta di ipersincretismo. che corrisponda ad un aumento di potenza. diventano equivalenti. la politica non è più nella politica. Anche l’estetico è come un virus diffuso. Ma i valori stessi si degradano fino al 9 . Quando il reale assorbe tutta l’energia dell’irreale. sono dappertutto e altrove. piuttosto allo stesso titolo del sociale. Quando il bene perde l’energia del male. diventano metastatici. Così il sesso non è più nel sesso. nel troppo vero per essere vero – è il regno della simulazione. sostituibili a piacere gli uni agli altri. Di contro. non però nella loro tensione dialettica con il sociale. E la perdita del male è più dolorosa di quella del bene. Ciascuno sbircia da dietro l’altro. allora è la finzione. Degradazione nell’estetica come valore. o al contrario il segno dell’impossibilità di negarsi in quanto tale? Al di là del valore ci siamo in ogni modo. che alla fine arriva a investire o infettare tutto con un processo epidemico irresistibile – si tratta di un passaggio al di là del valore. a causa dell’eccesso di funzionalità che proviene dalla loro contaminazione – è la campana a morto per il valore d’uso. come le diverse forme di energia si degradano nel calore. Tutte le forme si sono una dopo l’altra degradate nei valori.BAUDRILLARD Alla trasmutazione abbiamo sostituito la commutazione dei valori. mediante la liberazione totale della sua energia nel vuoto. Strabismo generalizzato del valore. con i flussi delle borse e la deriva dei capitali – per non prendere che l’economia. allora è l’arte. una disperata fuga in avanti. Quando il falso recupera tutta l’energia del vero o all’inverso. allora è la simulazione. Svuotati dalla tensione negativa di opposizione. ivi compresi i sistemi di valori. Ma questa sorta di sopraffusione libera. d’omeostasi e d’indistinzione. caratterizzati dalla perdita del loro referente e dal superamento dei loro fini. d’irradiazione. il brutto attraverso il bello. e viceversa. il maschile attraverso il femminile. nel senso letterale di qualsiasi processo biologico che si irradia in tutto il corpo. Sarebbe l’utopia realizzata del valore? Sembra piuttosto che anche il valore abbia scelto una strategia fatale. il bene attraverso il male. Così traspaiono gli uni attraverso gli altri. di riabilitare tutti quei valori uno ad uno. è il grado più basso della morale.

che ogni valore è diventato confuso e indecidibile? Questa stessa domanda è indecidibile. loro. secondo una perpetua accelerazione simile al movimento browniano delle molecole. e ne consegue una svalutazione senza appello. in pro di una segnaletica indefinita. Tutto ciò che vive di valore. Perché se tutti i valori sembrano in via di sparizione secondo un processo irresistibile. Poiché non sappiamo più cosa è vero e cosa è falso. allo stesso modo ogni differenza sta sotto il segno dell’indifferenza. poiché l’umano non è più la parola fine della storia? All’ipotesi disincantata del valore si contrappone l’ipotesi incantata della forma. È quello dell’umano nell’inumano e viceversa. ad accumulare. Paris. delle idee le une nelle altre. poi il buon vecchio valore di scambio. Entropia fisica. morirà di equivalenza.BAUDRILLARD punto di confondersi. siamo costretti a immagazzinare tutto. le forme. ad aggiungere il reale al reale e l’informazione all’informazione. d. Così abbiamo perso il valore d’uso. La metamorfosi stessa è una catastrofe felice: è lo slittamento incessante di un sesso nell’altro. Tutto ciò che vive di senso morirà d’insignificanza. stiamo per perdere qualsiasi logica differenziale del segno a vantaggio della circolazione indifferenziata del software. conservare tutto. e stiamo ormai per perdere anche il valore-segno. sono tutte singolari e incomparabili. attraverso il ciclo completo delle apparenze. È perché non abbiamo più un criterio di valore. E la trappola è di volere a tutti i costi salvare i valori. l’animale. delle parole e dei colori. sta il gioco duale della forma: reversibilità e metamorfosi. Tutto ciò che vive della differenza morirà d’indifferenza. registrare tutto. ad esempio il linguaggio. Le forme non differiscono tra loro. l’umano1 – e perché non anche altre forme sovrumane. Né attivo né passivo. Grasset. mentre la perdita peggiore sarebbe quella delle forme. pp. Le destin de la valeur. ciò che è bene o è male. 1997. ciò che ha valore e ciò che non lo ha. sembrano indistruttibili. almeno in sogno. delle sostanze: il vegetale. che accumuliamo all’infinito. come una catastrofe felice – o come il dualismo incomparabile del maschile e del femminile.] 10 . entretiens avec Philippe Petit. né soggetto né oggetto. Contro il gioco differenziale del valore. 1 Questo è l’ordine dei “regni” nell’originale [n. entropia metafisica: ogni valore è collocato sotto il segno dell’entropia. 9-16. che non esistono altro che per sedursi senza mai riconciliarsi. nell’indifferenza e nell’equivalenza. Neppure il segno è quello che era una volta. o piuttosto perché ci siamo messi a immagazzinare. aleatorio e statistico. né singolare né plurale: così è il mondo plurale e reversibile che mantiene tra una forma e l’altra insieme una distanza radicale e una intelligenza segreta – un collegamento predestinato. scritto introduttivo a Le paroxiste indifférent. delle forme. nel quadro di universo frattale. È perché sono incomparabili che le viviamo. il minerale. t. delle tonalità. volatilizzato dalla speculazione.

in una passione. t. la società postindustriale. Assunto come un fine in sé. signor Jakob Schmidt / con trenta dollari. che tratta con le prostitute (Jenny gli risponde con la canzone: «Ma pensi un po’. pensi. o qualcun’altro del corteo che li accompagna nella galleria di ritratti dell’individualismo borghese. o concettualizzato – ma solo sperimentato “lateralmente”. e cristallizzate in grandi figure archetipiche come Don Juan o il Signor Jakob Schmidt2 – per niente edonisti. La parola “piacere” continua ancora ad esistere. un tipo come l’Avventuriero.] 11 . Bisognerà focalizzarsi sull’esperienza del piacevole e su ciò che essa può significare per la politica o può incidere sull’attività di tipo politico? Oppure c’è qualcosa d’altro in gioco. d. o in un momento successivo. il piacere smette di esistere e si trasforma impercettibilmente in qualcosa di affatto differente. non può mai essere guardato direttamente ad occhio nudo – non dico cercato come fine. celebrate in modo particolare da Sade. metafisiche “scelte esistenziali”. quello che Ernest Mandel chiama il “tardo capitalismo” – dovrà essere considerata nel contesto di una qualche discussione sulla relazione tra il piacere e la politica. ma solo di attività piacevoli. 2 Jakob Schmidt è un personaggio di Mahagonny di Bertolt Brecht. come qualcosa che è l’effetto di qualcos’altro. È possibile che siano scomparsi del tutto dalla società dei consumi. Mi fermo subito per registrare qui un’altra delle dimensioni della nostra problematica – e precisamente la storia stessa. e ciò suggerisce un’ulteriore articolazione del problema. [n. sovrumane. come la felicità o l’interesse. che ci piglia?». o di qualcosa come un pallido effetto di piacere secondario. in una di quelle grandi. ancor meglio. Quindi non si tratterà del piacere in sé. o. questi ultimi. la storicità della nostra propria situazione congiunturale.JAMESON FREDRIC JAMESON IL PIACERE COME PROBLEMA POLITICO Dunque il piacere. Ciò che mi colpisce è per prima cosa il fatto che nessuno abbia trattato recentemente uno di questi archetipi (maschili) da collezione. da un lato nella psicopatologia – così come è successo alla “golosità” – dall’altro lato come distintivo e segno del comportamento di una microcomunità – come nella promiscuità gay? In ogni caso è chiaro che la questione dell’originalità della nostra specifica situazione – il capitalismo consumista. quanto piuttosto “posseduti”. e che le loro trascorse passioni siano state ridotte o espanse. per dire.

un’importante ideologia politica. come affrontare la sua assuefazione? Chi può farsi avanti con la notizia che l’esperienza conscia dei prodotti per lo svago – il piacere conscio del consumo – non è altro che falsa coscienza? Di più. nuove domande: e subito si accampa davanti agli occhi.JAMESON precisamente l’idea di piacere. chi ha l’autorità – e in nome di che? – per affermarlo? Ciò che c’era di scandaloso nella soluzione di Marcuse potrebbe essere già misurato dal nervosismo dei liberali all’uscita della Tolleranza repressiva3. la contraddizione culturale del tardo capitalismo può essere colta nel modo in cui il sistema del consumo stimola nuovi bisogni e nuove domande. Secondo quest’ultima tendenza. molte delle quali sono senza dubbio ingannevoli o surrettizie. la forma del consumo mercificato impressa su quelli che erano i piaceri più intimi. per il quale può servire da motto la concezione recente di Rudolf Bahro di un “surplus di coscienza”. Questa analisi politico-culturale fa parte di un orizzonte più ampio. quell’altra tradizione ancor più influente nel pensiero della Scuola di Francoforte che insiste nel porre in relazione la mercificazione con quello che siamo tentati di pensare come piacere. e tuttavia. scopriamo qualcos’altro: che nel nostro recente passato ci sono stati diversi tipi di sinistra politica e di posizioni ideologiche sul piacere e l’edonismo. In altre parole. Per una sinistra anti-autoritaria. dal sesso alla lettura? Questa analisi insiste sulla descrizione sistemica generale di una prodigiosa espansione del tardo capitalismo che ora. t. a proposito della quale potremmo interrogarci a lungo sulla questione ben nota del suo potere sovversivo come “domanda” rivoluzionaria? Nuovi bisogni. d. vale a dire l’inconscio (l’altra sarebbe l’agricoltura precapitalista e la cultura di villaggio nel Terzo Mondo). che cominciava a sollevare le sue domande sul posto della verità 3 È il titolo di una saggio di Marcuse del 1969 [n. il valore politico degli slogan che alzano lo striscione di questa idea astratta. che cercava di mettere le mani sui media e sul diritto alla libertà di parola. sotto le spoglie di ciò che è stato variamente etichettato come “industria culturale” o “industria della coscienza”. perché? Cosa è cambiato attorno a noi rispetto agli anni Sessanta tanto da rendere questa particolare strategia politica – perché si trattava anche di questo – ormai arcaica e fuori moda? Se ricordiamo bene. Questo lo credevamo ieri: ma oggi? E se non lo crediamo più. minacciano di eccedere in quantità esorbitanti. quello che noi pensiamo potrebbe essere semplicemente un residuo di una di queste vecchie ideologie). (Infatti. Il primo è di tipo pratico-politico: se ciò che oggi la gente immagina essere il piacere non è altro che una droga della merce.]. come facciamo a distinguere tra il piacere autentico e il puro svago – la deformazione del riposo in questa merce molto diversa chiamata “tempo libero”. dal bagaglio culturale della loro “grande tradizione”. Stranamente la posizione marcusiana emerge dal suo proprio opposto. 12 . i contorni del Filosofo-re di Platone vivo e vegeto nella società dei consumi. una delle due enclavi precapitaliste della Natura. quella della nuova sinistra e soprattutto del suo versante marcusiano. a significare la sovraproduzione generale di surplus culturale di un sistema che. comunque. La considerazione della mercificazione comporta due problemi. le ideologie del piacere. penetra in quella che era rimasta. dal nostro recente passato. poiché la loro dinamica e pressione non può accordarsi fino in fondo con il sistema. e che dobbiamo confrontare un certo numero di queste posizioni prima di “decidere” come la pensiamo noi. Perché i liberali erano preoccupati di veder uscir fuori. genera da dentro se stesso il suo proprio Altro e la sua propria negazione. all’interno del sistema. in un modo nuovo e tuttavia classico.

sicché ciò che era accusato di mercificazione ora è presentato da Delueze e Guattari come la coscienza della schizofrenia ideale. È chiaro ad ogni modo che la problematica di nuovi bisogni e domande rivoluzionari e quella della mercificazione dei desideri e dei piaceri sono dialetticamente connesse l’una con l’altra. d. certo. risvegliare le proverbiali “doppie sensazioni”. la cultura non era sempre stata fin dall’inizio qualcosa di privo di valore e “femminile” in tutte le sue forme. è una concezione dell’alienazione.JAMESON e sui privilegi dell’interpretazione. è che del primo puoi fare a meno. dia poi tutto questo piacere – o se la coscienza del consumatore sia proprio così falsa e così poco riflessiva quando coscienziosamente percorre la ruota della sua civica responsabilità di consumare. per esempio. il fattore determinante delle modificazioni teoriche secondarie che abbiamo incontrato. al “mammismo” alla Philip Wylie4. e in particolare al romanzo Generazione di vipere (1942) [n. che si autoriproduce da sola. Dalla Manhattan e dall’Hollywood del consumismo e della modernizzazione nascenti. anche nel migliore dei casi. Da un punto di vista più popolare. dall’“alta” cultura europea alle gratificazioni sussidiarie dei libri popolari o a fumetti? Ciò che la Scuola di Francoforte ha teorizzato con repulsione e angoscia storica come il deterioramento della cultura e la feticizzazione della mente. Dietro a questo diametrale rovesciamento sta qualcosa di più di una semplice differenza nazionale o generazionale. Horkheimer e Marcuse. che non solo governa possessivamente tutti i nuovi prodotti del dopoguerra. Questa realtà possiamo identificarla ora con il capitalismo americano. probabilmente sono sempre stati lucidi nel considerare senza valore le immagini di declino che aleggiano davanti a loro. e al terrore psicoanalitico di una Mamma divoratrice. t. che va d’accordo con le favole più arcaiche. è stato celebrato in senso positivo di recente dall’altra parte del Reno. Quanto al lavoratore maschio spossato o all’uomo d’affari. 13 . le cui modificazioni storiche sono. questo consumo di basso grado viene assegnato alle donne. il “vero eroe del desiderio”. questo valido stereotipo. 4 Allusione allo scrittore americano Philip Gordon Wylie.]. nel “cuore del suo cuore”. delle immagini pubblicitarie delle cose al posto delle cose stesse. poiché nelle tradizioni della sinistra il sapiente platonico generalmente assumeva il nome assai diverso di “partito rivoluzionario”. Ma questo è certo qualcosa di cui il soggetto è in qualche modo sempre al corrente. Certo la concezione del consumatore ingenuo. a quelle che si è soliti chiamare le “casalinghe americane”. l’ingestione. la cui identità raramente emerge così com’è. ha detto una volta un terapista. Il modo di porre la differenza tra un piacere e una droga. la versione marcusiana della Scuola di Francoforte poteva. una fantasia di consumo con tanto di denti. Ma nel rozzo anti-intellettualismo del capitalismo americano. ma cerca di papparsi anche te. si potrebbe pensare. la falsa coscienza definitivamente mercificata del capitalismo da shopping center. si tratta di un miraggio generato dalla corrispondente concezione ideologica della coscienza “degradata” e del consumo mercificato. Se la prima è un miraggio ideologico. È ben noto che i teorici del poststrutturalismo francese hanno semplicemente cambiato di segno alla vecchia descrizione di Adorno. il problema può essere posto così: se il consumo ingenuo delle immagini televisive. entrambi puntano implicitamente a venire a patti con la stessa preoccupante e perentoria realtà. La genealogia risale indietro alle prime fantasie collettive sulla vita suburbana negli anni Cinquanta. Entrambi i motivi fanno capo ad un referente nascosto. in cui gli intellettuali esuli tedeschi con una certa perplessità conservarono il loro orgoglio culturale europeo e la connessa autocoscienza dialettica.

polimorfi e allucinogeni. è stato inteso cn la sigla di “anni Sessanta”. molto è cambiato. allusione al titolo di un libro dell’olandese Rem Koolhaas [n. contro cui Trilling tirava la sua linea divisoria. tutte in un modo o in altro. potete solo parlare “in” esso. associata ad un altro nome. del più tradizionale moralismo del Partito comunista francese e di un certo leninismo ortodosso. d. Einaudi. Nell’area della cultura e della teoria questo momento fu anche l’occasione per una serie di prese di posizione e di dichiarazioni programmatiche dissimulate che. affermare istericamente il vuoto del godimento». e me ne posso occupare qui solo di striscio. comunque. abrogavano il periodo precedente e i suoi valori ed istanze. come ad esempio in quel testo molto diverso. 20-21. Il piacere del testo. 1975.JAMESON alla “New York delirante”5 e al superstato della California della controcultura degli anni Sessanta. nella loro molto diversa situazione nazionale. 14 . Torino. Ma poiché la sua traiettoria è inscritta. Il piacere del testo risulta stranamente difensivo. t. niente sembrerebbe più distante dell’edonismo barthesiano e del compiaciuto e testardo impegno dello stesso Barthes verso l’istantaneità. con la alquanto diversa incidenza degli intellettuali di una Europa occidentale diminuita di peso. Barthes. con la sua difesa della tradizione e del canone e la sua preferenza per i grandi libri. sia del leggere che dello scrivere. Per quanto resti interessante nell’alternativa alla pietas dell’elitismo culturale anglosassone – che costituisce ancora il nostro particolare orizzonte istituzionale – a rileggerlo oggi. in maniera decisiva. in tutto il mondo. al quale è indispensabile riservare un certo spazio. R. ma ugualmente sintomatico. ne Il piacere del testo. in modo auto-indulgente. nel modo suo. solo che per Trilling la sinistra è incarnata dall’incombente ondata di barbarie degli studenti e del radicalismo nero. senza che sia detto qualcosa in proposito. io credo. Contrassegnato dalla drammatica rottura dell’emergenza della crisi petrolifera e dall’inizio di una crisi economica globale che è ancora con noi (ed espresso politicamente in fenomeni diversi come il colpo di stato in Cile e il “programma comune” della sinistra in Francia) il periodo che va dal 1972 al 1974 può essere visto come la fine definitiva di ciò che. per così dire. a guardarla oggi retrospettivamente. il godimento no. l’auto-espressione o “autenticità” nell’altro) diventano i 5 6 Delirious New York. la sua autoindulgenza (qui. In entrambi. Il carattere più significativo qui è che per questi due scrittori. pp. e cosa diventò. La più conseguente e importante controproposta francese sul tema del piacere è. la sua beata rinuncia all’“alta seriosità” e insomma al senso della vocazione morale della stessa critica che contraddistingue la critica americana – «il piacere è dicibile. scrive Barthes6. La stessa data di questa importante. trasformata in una vera teoria dell’auto-indulgenza). il significato simbolico di quel pamphlet non può essere colto. questi avversari apparentemente antitetici sono in entrambi i casi immaginati come i rappresentanti della sinistra dominante. sia pur frammentaria. i soggetti apparenti della gratificazione individuale (l’estetica nell’uno. allora. (…) non potete parlare “su” un testo del genere. Dal moralismo di quest’ultimo. compreso il piacere stesso e le sue immagini e funzioni. Cosa era Barthes. I suoi obiettivi polemici sono senza dubbio i “puritani del testo” e non i partigiani della autenticità degli anni Sessanta.]. per Barthes invece prende l’aspetto del gendarme marxista. che è Sincerità e autenticità di Lionel Trilling (1972). quello dell’ultimo Roland Barthes. dichiarazione – il 1975 – si carica di significato. Gli dettero un taglio. spesso nella forma del ritorno agli autentici valori morali che gli anni Sessanta avevano messo in dubbio. è un argomento complicato e interessante. entrare in un plagio disperato.

Se la sinistra è stata storicamente moralista o se c’è qualcosa nell’essenza autentica della mentalità rivoluzionaria che in qualche modo la condanna per sempre a una posizione puritana. La concezione del primato della lotta di classe e della coscienza di classe suggerisce che. Ma c’è un modo diverso di intendere la resistenza della classe lavoratrice verso gli slogan di una politica sessuale (sempre a partire dal fatto che tale resistenza esiste “empiricamente” ed è un fattore cruciale nella costruzione delle strategie politiche e ideologiche). dall’altro. generalmente intende parlare del sesso.JAMESON veicoli di una posizione politica e ideologica più profonda. ma piuttosto come altrettante ideologie di classe e come l’espressione collettiva di gruppi (come i giovani della classe media) che i lavoratori identificano con il nemico di classe. e del piacere fisico. mostra che il suo puritanesimo è stato una tattica: egli ovviamente amava Beethoven (su un altro piano. Certo. l’impressione che il marxismo tradizionale non fosse riuscito ad avvicinarsi a tutta una serie di problemi sostanzialmente 15 . questa linea di ricerca incontra la spinosa materia del rifiuto del modernismo e dei suoi specifici piaceri da parte della sinistra ortodossa). nella prospettiva della classe lavoratrice. Chiunque parli di piacere. in cui i valori del “decoro”. Qualunque possa essere il contributo di un’analisi freudiana in quest’area (per esempio. Sebbene questa linea di discussione non abbia bisogno di assumere la struttura giustificativa di una qualche teoria dello sviluppo per stadi della coscienza o di essere organizzata attorno all’analisi della relativa arretratezza della coscienza della classe proletaria in materia sessuale – “non sono pronti per la liberazione delle donne e dei gay e per l’aborto”. tra le altre cose. può essere opportuno richiamare le dimensioni strategiche e tattiche di tali svolte. ed è generalmente attorno alla fine della rivoluzione culturale propriamente sovietica nell’ultima parte degli anni Venti (rappresentata. sono chiamati in causa per confermare il rifiuto della sinistra politica da parte di due scrittori i cui metodi teorici hanno avuto qualche rapporto storico con le tradizioni della sinistra filosofica. comunque. l’interesse di queste materie è chiaramente parte di un più generale “sentire” che era emerso negli anni Sessanta. Allora potremmo dedurre che la discussione del piacere come fenomeno possa non avere molto a che spartire con la discussione assai diversa su piacere. liberazione sessuale. che hanno a che fare con la questione molto diversa dei problemi-chiave e degli slogan capaci di mobilitare (o alienare) le masse dei lavoratori. obbedienza. per quanto giustificative. che la rivoluzione culturale cerca di dissolvere. sugli atteggiamenti programmati di subalternità. corpo utopico o libidinale. sono centrali per qualsiasi discussione sulla stessa rivoluzione culturale. da un lato. le questioni della liberazione sessuale non possono essere comprese nei loro propri termini. ma che non può certo essere risolta empiricamente. e quant’altro. È il simbolismo di classe di tale questione. come slogan o valori politici. sulle attitudini inconsce profonde degli stessi leader bolscevichi). per esempio. è una questione centrale della presente problematica. La storia di Lenin. “prima hanno bisogno di una rieducazione culturale” – si noti che queste analisi. all’inizio del decennio 1930 dall’esclusione di Wilhelm Reich e dal blocco dei suoi esperimenti di “politica sessuale” vera e propria) che la discussione sul puritanesimo di sinistra deve tornare. È certo che uno dei meriti storici del libretto di Barthes è almeno quello di aver legittimato la discussione del piacere in quanto tema della sinistra (da mettere assieme ad altre discussioni magari meno famose come la nozione di Sebastiano Timpanaro di un “edonismo pessimistico”).

per tornare a lui un’ultima volta. tuttavia. la reintroduzione del “problema” del piacere nella sinistra (tirato fuori da Barthes dall’insieme della cultura teorica francese. il diritto di vedere e la difesa della liberazione sessuale. ha preparato la strada ad un interessante rovesciamento e ad un genere di argomento politico radicale contro il piacere di cui lo scritto di Laura Mulvey Piacere visivo e cinema narrativo contiene uno dei più interessanti assunti. Ho lasciato di proposito fuori dalla lista il problema politico in cui è avvenuta nel nostro tempo la più forte riaffermazione del puritanesimo di sinistra: il femminismo. infine il rapporto con la natura e l’ecologia. è basato sulla identificazione teorica del tradizionale piacere visivo del film con l’espressione simbolica del potere maschile nel “diritto di vedere”. che può essere chiarita se prendiamo Il piacere del testo come un ritorno al problema che ha occupato l’autore. e se fosse concepibile una politica della vita quotidiana. Anche secondo Barthes. allora la sua efficacia ideologica risulta piuttosto sminuita. del feticcio e così via) – è minacciata dalla struttura astorica della maggior parte degli approcci psicoanalitici. quando comincia la svolta per cui il valore del “piacere” come slogan politico non è solamente sgradito alla classe lavoratrice ma anche alle donne. la parte di psicologia del profondo dell’argomento può servire soprattutto a rafforzare la tendenza all’esame di coscienza ideologico. anni prima. l’intero continente dell’inconscio. è cioè qualcosa di molto diverso. Il libro precedente era ancora situato in una problematica essenzialmente sartriana. all’introspezione e all’autocritica. In ogni caso. tutta l’area della vita quotidiana e le sue qualità o modi di alienazione. è per le donne l’oggetto di una battaglia collettiva. Il risultato sembrerebbe essere che mentre il femminismo sembra un problema esistenziale agli uomini. la religione e l’utopia. La base più teorica dell’argomento – che insiste sull’assunto lacaniano della costituzione del soggetto maschile (in particolare il problema del “fallo della madre”. per paradosso. Qualcosa della politica di questo articolo può ancora. il concetto di “piacere” – o più precisamente di jouissance – riveste una funzione più complessa. dell’oppressore. In ogni caso.JAMESON esistenziali – la morte e il significato della vita. quella di 16 . ne Il grado zero della scrittura (1953). contrassegnata in particolare dalla psicoanalisi di Lacan). in una inusuale trasformazione delle vecchie pratiche religiose. e al viaggio nella colpa che. è spesso un modo interessante per l’intellettuale di sinistra isolato di “elaborare la sua salvezza personale” (paradossalmente. io credo. questa è anche la promessa dell’edonismo barthesiano). ma contrassegnati come simboli negativi (adesso in termini di “genere” invece che di classe) per le donne in quanto pratiche dell’altro. o meglio la donna come corpo. “la distruzione del piacere come arma radicale”. un diritto il cui oggetto ultimo diventa il corpo della donna. inclusa la pornografia e l’intera cultura dell’immagine libidinale in quanto tale – questi potrebbero essere slogan attraenti per i maschi. nella misura in cui configura una prospettiva nella quale la sessualità degli uomini sarà sempre formata in questo modo e sempre associata solo a tali impulsi scoptocratici e feticizzanti: il separatismo lesbico o quello delle Amazzoni sarebbe allora l’unica “soluzione” consequenziale. di una forma di oppressione analoga a quella del nemico di classe. essere discussa nei vecchi termini di classe riportati prima. Per i maschi di buona volontà. Mi sembrerebbe frivolo descriverlo come un problema esistenziale sebbene la tentazione di farlo dica qualcosa sui limiti delle correzioni o conclusioni del marxismo e della relazione delle categorie esistenziali con l’esperienza puramente individuale. Il suo programma.

insomma. anche la fuga dalla storia e dalla politica è una reazione rispetto a queste realtà e un modo di affermare la loro onnipresenza. Ora. dove tale sovversione è salutata come un atto in sé rivoluzionario. per la prima volta nella storia. è la pratica di un genere di neutralità utopica. né lo sembrano i successivi scrittori dell’allora nouveau roman. e la funzione sociale della jouissance. Diversamente dalle pur simili formulazioni di «Tel Quel» o della Kristeva. e cioè Camus. ma diventa più esplicita negli ultimi testi): ci insegna a leggere con i nostri corpi. In ogni caso. e spesso del pari a scrivere con essi. Disciplinarlo. l’operazione è condotta in modo diverso. Ma non si può concludere il discorso senza qualche valutazione finale sullo stesso Barthes e sulla sua ambiguità. qualsiasi posizione si assuma (puritana o edonista) rispetto alla risposta stessa. 17 . Per ironia. Atopia piuttosto che utopia: questo è il non-luogo della jouissance barthesiana. Allora Barthes immagina ingegnosamente un modo diverso di sfuggire all’“incubo della storia”. a noi oggi non sembra più tanto neutrale. fuori del tempo: l’esempio contemporaneo portato da Barthes. frammentaria e singolare. C’è bisogno di ricordare che il primo Barthes era politico. un pubblico davvero universale – viene esplicitamente designata come utopistica. Da qui. alla cui domanda Barthes dà una risposta assai diversa da quella di Sartre. che può irrompere in ogni testo. la scrittura più bianca è quella che si avvicina di più all’istituzione letteraria e a una pratica dei segni letterari nella loro specificità.JAMESON Che cos’è la letteratura? (1947). e che ci ha fornito (e libri come Miti d’oggi continuano a fornire) strumenti critici ed armi per una applicazione scopertamente politica? Ciò che l’ultimo Barthes vuol dire. sarà allora maggiormente in grado di raggiungere quella libertà da tutte le ideologie e da tutti gli impegni (della sinistra. non potrebbe essere altro che auto-indulgente. La soluzione ortodossa di Sartre – la conferma del proletariato come ultima classe. e precisamente la progettazione di un genere di scrittura da cui siano stati eliminati tutti i segnali di gruppo o di classe: scrittura bianca o cancellata. deriva l’inevitabile senso di auto-indulgenza e compiacenza che l’opera di Barthes può mostrare se guardata da una certa angolatura parziale. come la sola possibilità di far emergere. se si vuole. rendendo impossibile leggerla se non come risposta a un dilemma politico e storico. nel Piacere del testo. Il corpo libidinale. ma più ancora della destra) che il grado zero dei segni letterari in precedenza sembrava promettere. e l’immenso merito del saggio di Barthes è di restituire all’esperienza della jouissance un certo valore politicamente simbolico. in cui deve essere sovvertita l’ideologia dominante del discorso e della istituzione letteraria. nel mondo che noi conosciamo. che potrebbe garantire la fuga da questo lato (en deçá) dalla colpa collettiva intrinseca alla pratica di qualsiasi segno letterario in quanto tale. come campo e strumento unico della percezione. Barthes appare moderatamente cinico nel descrivere tali momenti di contaminazione con il potere in termini ancor più attraenti di quelli della resistenza locale della perversione e del perverso (leitmotive del suo saggio). Nel suo libro Sartre aveva mostrato che le necessarie restrizioni di tutti i linguaggi letterari a “segnali” di gruppi o pubblici locali o limitati (non universali) trasformano tutte le pratiche letterarie. pur condividendo la sua visione della storia come incubo di colpe sanguinose. può forse essere formulato come segue (la sua lezione è sempre stata a portata di mano. Adesso è attraverso la ricezione e non la produzione che la storia può essere sospesa. nella conferma simbolica della violenza di classe di questo o quel gruppo verso gli altri.

il puro gusto metallico di una frase musicale che non appartiene più alla sua propria idea ma è solo la vibrazione materiale e il timbro di uno strumento fisico. ascoltando le più vaghe sensazioni di un sensorio ormai abbastanza impoverito dalla razionalizzazione e dalla civilizzazione. l’assenso della vita nel corpo. L’opera di Sartre e Gramsci è qui a dimostrare tale posizione “al di là dell’idealismo e del materialismo”. (Almeno. sensibile ai messaggi di impulsi troppo immediati. questo “verde che colpisce in modo delizioso” (Baudelaire). improvvisamente un fattore “esterno” (tabù e inimmaginabile) interrompe il filo per un istante: questa fresca. danneggiarlo irreparabilmente. comincia ad imporsi il termine “materialismo”. Forse richiede una disciplina e una reattività di tipo diverso. Così. nelle loro immagini. si può facilmente ammettere che si è nel materialismo: sia o no la coscienza (il soggetto psicologico) sempre costituzionalmente e irrecuperabilmente idealistica in ogni momento della storia e dei modi di produzione. vorrebbe dire limitare le sue disponibilità o. Il piacere è. coimplicato con gli accessi della noia o dell’entusiasmo. mi sembra anche completamente fuorviante e inadeguato come sinonimo ideologico al posto di “materialismo storico”.JAMESON dargli degli obiettivi corretti e chiedergli di reprimere gli impulsi disordinati che prova. al contrario!). ma prima di tutto l’intera opposizione ideologica tra idealismo e materialismo. nei loro nomi. rende problematico l’ideale di un pensiero materialista. troppo riconoscibili come dispiacere o piacere – forse tutta questa disposizione corporea non deve essere descritta come auto-indulgenza. tale generalizzazione è probabilmente certa per noi. Sarebbe meglio assumere il marxismo e la dialettica come tentativo di superare non l’idealismo in sé. umida aria di primavera sul mio viso. la 18 . nella misura in cui il piacere viene implicato. Così la monade borghese continua senza requie a convertire le cose nelle idee delle cose. leggendo il mondo o i suoi testi con nausea o con jouissance. Indolente. come delle radici della terra. Per quante precauzioni si possano prendere. che si muove per l’appunto in una zona molto al di là della piacevolezza nel ristretto e culinario senso borghese. ancora peggio. Pure. qualcosa che assomiglia alla libera associazione (sottratta alle difese istantanee dell’io e dell’intelletto razionale) o al navigare. Semplicistico e ingannevole (come una soluzione del tipo “fronte popolare”) rispetto alle tensioni reali tra marxismo e femminismo. intuire e cavalcare con una minima applicazione. ma lo stesso corpo libidinale e la sua specifica politica. dai Beatles ad Edmund Burke sono d’accordo nel metterci in guardia dalle sue comodità e banalità). si finisce nel determinismo a partire dalla materia (vale a dire il corpo individuale e l’organismo isolato) piuttosto che – come nel materialismo storico – in una determinazione a partire del modo di produzione. ad un punto critico del processo. l’irriducibile mistero del sapore stesso. dopo tutto. o la calda e confortante febbre che la grande descrizione sartriana della sessualità chiama “in-carnazione”. finché. alla fine. un po’ alla volta. e se anche non si vogliono accettare le loro nuove soluzioni – poste sotto il segno della “prassi” – almeno sarebbe opportuno cercare qualcosa di altrettanto adeguato. Ho le mie ragioni per contestare alla sinistra oggi di moda l’uso di questo termine come uno slogan buono per tutte le occasioni. poiché le professioni di materialismo non sono incompatibili con gli habitus idealisti della mente – anzi. “Materialismo” come termine e concetto è ingannevole a causa della sua associazione funzionale con l’illuminismo borghese del XVIII° secolo e con il positivismo del XIX°. Forse proprio qui risiede il soggetto più profondo: non tanto il piacere (tutti.

Per Barthes questa era ancora un’esperienza della classe media. pasto vicino. Qui c’è già la grande opposizione barthesiana. provincia. più difficile di tutte. ancora una volta. non sarebbe opportuno esplorare ancora un attimo le relazioni storiche di queste nuove esperienze – che chiamerò il “piacere del simulacro” – con i loro oggetti estetici – d’ora in poi denominati “postmoderni” – così come con la loro originale situazione sociale e storica – la “società dei consumi”. a questo punto. con la politica in senso stretto. È solo una questione di soddisfazione materiale oppure è qualcosa di più irrimediabilmente scandaloso – come nell’“estasi” sessuale (la versione più forte della jouissance barthesiana). Di qui l’inquietante incontrollabilità della questione sessuale. sembra imporsi di nuovo. nel momento in cui l’esperienza piacevole del bello – descritto come una soddisfacente e quasi-sessuale relazione dell’organismo («quel rilassamento. il loro contenuto politico è più facilmente assimilabile a quello delle religioni o del fascismo – ancora un altro diverso “piacere” quest’ultimo! Il moralismo terapeutico. p. privata e in stile Biedermeier. (E allora. precisamente nell’opera di uno dei grandi nemici di classe più creativi e sempre affascinanti. di qualunque cosa la “mente” sia in quanto attività: la jouissance delle grandi intuizioni scientifiche. e le esperienze che li producono. inconscio ovattato»7. di non avere una utopistica prospettiva di un nuovo modo di vivere. la celebrazione di Bloch della famiglia contadina. Ancora abbiamo altre immagini di classe. prima di abbracciarlo. un’evasione colpevole. tuttavia. forse. quella del processo del pensiero stesso. 19 . ho trovato lo spostamento dei concetti di Barthes in un altro Piacere del testo. lampada. la “società dello spettacolo”? Davvero queste esperienze sono così nuove. la materializzazione di quanto è stato inteso in modo idealistico – la materialità delle parole. se questo è vero. un’esperienza caratteristica degli anni Sessanta? E. la società dei media. così. la jouissance barthesiana. e anche. Straordinario rafforzamento dell’io (tramite il fantasma). «casa. delle multinazionali. sarebbe opportuno provare a vedere cosa accadrebbe se provassimo a storicizzare questi dilemmi. presso Marcuse. Ciò che può essere osservato a proposito di questa visione del piacere corporeo non è tanto il suo non essere politica. 50. e senza antecedenti storici o analogie di alcun tipo? Personalmente. appartenuto a una precedente età di transizione.JAMESON riconciliazione – momentanea per quanto è possibile – con le necessità dell’esistenza fisica in un mondo fisico. il materialismo plebeo di Brecht a proposito della zuppa operaia o dei sigari. la famiglia dove dev’essere. quel 7 Ivi. in altre parole con la storia. Per esempio: non è forse l’estetica dell’estasi. E però tutto ciò rimane “soddisfacente” nel senso peggiorativo di Barthes. e delle immagini. cioè lontana e non lontana (…). o in quella materia ancor più oscura che è la volontà di potere nella dominazione sessuale? Si tratta di piaceri difficili da addomesticare. vale a dire Edmund Burke e la sua Inchiesta sul bello e il sublime (1756). l’«erotizzazione del processo di lavoro» con la sua reinvenzione del vecchio piacere materiale dell’artigiano in una età tecnologicamente avanzata. del “tardo capitalismo”. quell’intenerimento. quanto piuttosto il fatto che risolve solo la mia relazione individuale con il mio proprio corpo – vale a dire con la Terra (secondo Heidegger) e con ciò che di solito si chiama Natura – e non la molto diversa relazione tra me o il mio corpo e le altre persone. forse. o delle grandi “deduzioni” degli intrighi polizieschi.

146. 93. menoma. poiché la distinzione di Burke tra bello e sublime è già sulla strada per essere strutturale: immanenza vs. l’identità individuale? È possibile che l’interiorizzazione. al dolore. 1992. nella teoria del sublime di Burke. Ivi.. tranne che nel grado. accompagnata com’è da un corteo di esempi scontati (grandi palazzi o colonnati monumentali. offre uno strumento straordinario per la trasformazione del puro orrore (la morte. Quest’ultima. i piccoli piaceri della creazione (tanto per sviluppare il tema religioso). che consiste nella tensione o nella contrazione»9. propri di questo secondo tipo di paura possano avvicinarsi meglio a quanto Barthes designa. colpisce la vita umana individuale. e il lavoro è un superamento di difficoltà. l’urlo nietzscheano. op. il delirio. op. 1. provenendo secondo Burke dall’istinto di conservazione. l’oscurità. Palermo. La paura – la ricezione estetica della paura. non sembrerebbe al primo sguardo esattamente compatibile con l’estasi barthesiana – l’improvvisa irruzione della jouissance. la sua espressione artistica. che. l’ego. l’infinito e insieme le idee “infinite”. 20 . p. che sarà immancabile nella sensibilità romantica). Burke. Come si possa godere di una simile esperienza è indicato abbastanza bene dal riluttante apparire del divino stesso alla fine della catena delle sostituzioni di Burke: «Ho espressamente evitato. 10 R. certo. spinge il tenore corporeo a compattarsi in una reazione simile a un pugno. cit. distinta. giustizia e libertà. ma piuttosto semplicemente diversa. il lavoro del godimento. 11 E. Milton. sostituissimo la minaccia e la dissoluzione di quell’altra entità (la cui costruzione sul modello dell’immagine corporea è segnalata dal cosiddetto stadio dello specchio) che è il soggetto psicologico. la divinità. p. l’affermazione isterica del vuoto estatico – finché non si comincia a notare l’insistente negatività di queste formulazioni e a ricordarsi che Barthes prende da Hobbes una epigrafe. la personalità. in termini che deliberatamente escludono qualsiasi suggestione di banale piacevolezza. e come tale assomiglia in tutto. la divisione del soggetto. come onore. come jouissance? In questo modo il confronto può esserci di maggiore insegnamento. l’apprezzamento dello choc e dello sconvolgimento che la paura produce nell’organismo umano – è. nell’«esercizio o il lavoro. la dissoluzione schizofrenica del vecchio noioso soggetto borghese. la rottura. L’armamentario del sacro. è questo contrasto che potrebbe esser stato sottolineato. la percezione attraverso un dato oggetto estetico di ciò che.. Inchiesta sul bello e sul sublime. la scelta nietzscheana. un’esperienza non dialetticamente correlata a quella del sublime. trascendenza. cit. peraltro. assedia. Aesthetica. la dérive. è uno sforzo del potere di contrazione dei muscoli. p. Cosa accadrebbe se. comprese quelle politiche. (Per Burke 8 9 E. l’angoscia. lo scandalo. di introdurre l’idea di quel grande e terribile Essere come esempio in un argomento così chiaro come questo»11. al posto del fragile corpo umano individuale presente nello schema delle cose di Burke. però stranamente non ancora la “montagna”. Burke. minaccia. all’inizio di questa mia trattazione. la fragilità e lo scarso valore della vita) in una soddisfazione libidinale. nella sua dimensione terrificante.JAMESON languore che è l’effetto caratteristico del bello quando colpisce ogni senso»8) – è messa in risalto di contro alla “paurosa” esperienza del sublime. Barthes. il succedersi senza senso delle generazioni. 138. p. in cui la sua problematica coincide inaspettatamente con quella di Burke: «L’unica passione della mia vita è stata la paura»10. in un vecchio linguaggio filosofico – essendo la bellezza l’esperienza autosufficiente degli oggetti piccoli.

Il punto. ma è anche insieme nello stesso tempo assunto come la figura dell’utopia in generale. p. o per certe forme di liberazione sessuale. ma piuttosto nel tratteggiare la lezione di ciò che può essere un uso politico radicalmente differente del piacere come tale. altrettanto quanto la sua fondamentale ambiguità come esperienza socialmente simbolica. Barthes. cit. non si può osare. È di nuovo l’estasi della macchina. dolore. ma irrelati. per esempio. suprema forza del capitalismo emergente. l’appropriazione estetica del dolore. assume il suo oggetto come pretesto e occasione per intuire attraverso o al di là di esso una pura forza irrappresentabile. esperienze autosufficienti in qualcosa di più simile a una triade: piacere. o per l’accesso a certi generi di attività culturale. allora. comunque. come nel futurismo. mi sembra invece fuori questione. L’idea del computer sussume queste prime eccitazioni. è una questione molto diversa.JAMESON il piacere e il dolore non sono opposti. Che lo si possa fare per il sublime barthesiano. che il corretto uso politico del piacere deve essere sempre allegorico nel senso spiegato prima: trattare un piacere particolare come un problema politico (combattere. tuttavia oggi senza alcuna “ideologia” della macchina o alcuna originale rappresentazione dell’eccitazione propria delle sue prime grandi incarnazioni nel carro armato o nell’arma automatica (Marinetti) o nella fabbrica stessa (Diego Rivera. I logici del capitale hanno di recente avanzato la scandalosa ipotesi che quello che Hegel ha chiamato “Spirito Assoluto” doveva leggersi semplicemente come la interpersonale. non è di risvegliare una certa tendenza un po’ assopita nella sinistra a fare del moralismo su questo tipo di esperienze. Allora può iniziare una riflessione interessante per specificare la natura storica di questa forza terrificante di fronte alla quale il sublime. in cui il problema locale è significativo e desiderabile in e per se stesso.) Il sublime. senza una più meno ampia evidenza testuale. L’immensa cultura del simulacro la cui esperienza. (L’immaginazione non trova in o per sé una figura per questo potere terribile: anche l’«idea di Dio» di Burke non è che un sostituto). un puro potere. ma al di là di ogni concreta forma di rappresentazione (essendo ormai fisicamente il computer niente più di una scatola che intrattiene contatti con il suo cervello). la domanda politica si riduce ad un “problema” locale di più nella micropolitica di questo o quel gruppo 12 R. Suggerirò. op. il grande sistema sovrapersonale della tecnologia tardo-capitalista. e sotto pena del più crasso dogmatismo interpretativo. 21 . e della trasformazione rivoluzionaria dell’intero sistema sociale.. ecc. globalizzante. Sembra ormai chiaro che esiste una politica e una storicità della jouissance. indifferenza. un tipo di esperienza doppia o stereoscopica. Léger). o per una trasformazione estetica delle relazioni sociali o per una politica del corpo) deve sempre comportare una prospettiva a due facce. cioè. di affermare qualcosa dello stesso tipo per l’intuizione di Burke. d’altro canto (i piaceri della paura. che nel presente contesto preferirei chiamare “allegorica”. sul terreno dell’estetica della città. 13. ciò che colpisce l’immaginazione nel senso più letterale. costituisce un’intera serie di estasi quotidiane e di puntuali accessi di jouissance o di dissoluzioni schizofreniche – «è così! E ancor più: è questo per me!»12 – può essere giustamente interpretata come una quantità di punti inconsci di contatto con quella cosa ugualmente irrappresentabile e inimmaginabile che è l’apparato multinazionale.). in una sorta di affermazione nietzscheana – “scegli ciò che ti schiaccia!” – trova le sue gratificazioni e il suo abbandono estatico. Il sublime. Senza queste due dimensioni simultanee. ci piaccia o no.

Questo doppio livello “allegorico” è ciò che produce insieme l’unicità e le difficoltà del marxismo in generale in quanto concezione della trasformazione rivoluzionaria. se fuoriesce dalle soddisfazioni dell’edonismo – deve sempre in un modo o in un altro riuscire a essere valido anche come figura della trasformazione delle relazioni sociali nella loro interezza. puntuale o svariato che sia. Così una data domanda economica deve sempre essere in qualche modo una figura di una più ampia trasformazione rivoluzionaria. 2. pp. attorno al suo oggetto. La dialettica in se stessa è precisamente questo impegno a inventare dei modi per unire il qui-ed-ora della situazione immediata con la logica totalizzante della situazione globale o utopica. essere assumibile come un più generale contributo alla problematica marxista. Pleasure: a political issue (1983). Così. in entrambi i casi. Così ancora – per fare un esempio un po’ più familiare al pubblico della sinistra intellettuale – un dato brano di analisi testuale deve fare un rapporto. 61-74.JAMESON ristretto. senza che la concreta occasione locale si riduca ad un puro “esempio” di una struttura “astratta” (cosa che sarebbe meglio chiamare la prospettiva della totalizzazione). 22 . insieme nello stesso tempo. a uno specifico godimento delle potenzialità del corpo materiale – se non rimane solo questo. o del suo particolare interesse o specializzazione. infine. ma deve altresì. e ad uno slogan che una volta soddisfatto non incide più politicamente. se diventa autenticamente politico. E questo. in Ideologies of Theory. Minneapolis. senza di che è destinata a ricadere nell’economicismo. University of Minnesota Press. il diritto a un piacere specifico.1988. vol.

«A prima vista. ossia dalla relazione moda/morte o demonio/peccato. la merce “vista” e la merce come feticcio.RODRÍGUEZ JUAN CARLOS RODRÍGUEZ LA VISUALE DELLA MODA Parte prima Dal monopolio alla passerella (nonché il profumo Chanel n. La moda. Riflettiamo sull’inizio e sulla fine della frase di Marx. Il servo è punito per aver voluto 23 . abbiamo già tre punti di partenza per una analisi della moda: la merce in sé stessa. Né dobbiamo dimenticare il centro nevralgico della frase di Marx: l’analisi della merce dimostra «che è una cosa imbrogliatissima. una merce sembra una cosa triviale. e certo la moda è una cosa che si vede (allo stesso tempo si disegna. dunque. / così mi sto perdendo / per volermi uguagliare / nell’amore con l’amore». Indubbiamente la moda è una merce e. si legge o si scrive). e sebbene possa apparire incongrua questa attribuzione è quanto mai reale. Questo è un magnifico esempio della testualità feudale. 5) I 1. non è davvero un compito suggestivo? La merce è diabolicamente imbrogliata: e cominciamo allora dal diavolo. piena di sottigliezza metafisica»… L’analisi di una cosa tanto complessa e ricca di sottigliezze. Allora. ovvia. la fine parla di “capricci teologici”. come dice Marx nel primo Libro del Capitale. sembra facilmente comprensibile ma non è proprio così. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima. Scrive Jorge Manrique (1440-1479): «Così come Lucifero / s’è perduto per essersi / pensato uguale al suo Signore. come ogni altra merce. L’inizio dice: “a prima vista”. Perché il demonio è peccatore e perché incita al peccato? Evidentemente per orgoglio e così entriamo nella prima delle reminiscenze “o capricci teologici” di cui parla Marx. piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici». in quanto ci rimanda al feticismo della merce (e vedremo poi in che senso).

ossia le reminiscenze mitiche. ripeto. apparirà la moda.RODRÍGUEZ essere uguale al Signore. in un certo qual modo. ma lo allegorizzerebbe in astratto e lo indicherebbe come simbolo concreto dello spazio del proibito. il primo vestito. secondo la tradizione delle Scritture. Però anche la moda/vita come continua resurrezione dei corpi e delle cose. come in tanti codici del sec. insieme a questa “matrice ideologica”. sarebbe il simbolo concreto del sesso come luogo del peccato. come fa Walter Benjamin. ma anche. Questo è il guaio dei miti e delle leggende: che essendo per forza metaforici rischiano di raddoppiarsi in qualcosa di concreto quando entriamo nel senso dell’allegoria. Ma la relazione di servitù non scomparirà. L’allegoria della perdita della nudità – ossia dell’innocenza – e la metafora dell’esilio. non servirò. ma spesso è sostituita proprio dalle mani. E le mani sono già di loro desideranti. 2. la foglia di fico non coprirebbe solamente il sesso. Da parte sua. Lucifero si è solo rifiutato di servirlo. che io credo si possa concentrare in un’immagine: l’immagine biblica della foglia di fico. ma il punto è di essere uguale al Signore: il soggetto libero e l’idea dell’amore tra anime libere sta per apparire. La moda/morte come fugacità dell’istante. alle origini del vestire. L’iconografia classica della foglia di fico potrebbe essere l’esempio chiave di tutta la figurazione della cultura occidentale. si può chiamare simbolo o freccia segnaletica che ha l’unica funzione di indicare un luogo (in 24 . C’è inconscio mitico attorno alle leggende della moda. In una parola: la foglia di fico non è. dell’orgoglio del corpo e delle sue multiple possibilità di potenza e/o giochi possessivi. da un altro lato e però insieme. Questo aspetto concreto della metafora. Così oscilliamo tra il feticismo e i capricci teologici. perché ospita la morte in se stessa. Insomma. il demonio non ha cercato di farsi uguale al Signore. senza essere anche l’allegoria di un mondo perduto e il simbolo concreto. perché continuerà attraverso la moda su due versanti fondamentali: la servitù al desiderio e la servitù alla norma o alla legge. che la metafora si biforca in due rami: l’allegoria e il simbolo. La servitù alla norma o alla legge ci porterà a riflettere su uno dei conflitti fondamentali che riguardano la moda: il conflitto tra la norma e l’individualità. Ma quello che qui si incontra. Forse sarebbe meglio dire. seconda solo alla morte. la servitù al desiderio ci porterà nel cuore della moda. Si dice che la moda uccide. La sua metafora per eccellenza. In questa prospettiva benjaminiana. E. XV (soprattutto in Ausiàs March) è qualcosa di più cruciale: al servo non basta dire “non servirò”. la metafora come allegoria. al corpo. dunque. il segnale di una colpa che continuerà per sempre. Evidentemente non c’è bisogno di essere un esperto di Iconologia come Panofsky per farsi subito delle domande. In realtà. Così la foglia di fico sarebbe l’immagine allegorica della perdita o caduta. dell’origine della storia umana come erranza. ha detto “non serviam”. la foglia di fico e le mani più che una copertura del corpo sarebbero un segnale del desiderio del (o verso il) corpo. Se seguiamo l’iconologia di Panofsky possiamo iniziare una nuova catena simbolica: in effetti la foglia di fico non solo è tenuta su con le mani. Per esempio: come stava su la foglia di fico? È chiaro che doveva essere tenuta con le mani. alla tentazione (il serpente) e in definitiva alla morte.

al contrario: che sia il corpo il luogo del vestito? Attraverso questa dialettica paradossale torniamo alla nudità. con la configurazione del nuovo stato e della nuova guerra. Lo spazio della moda (e torno a riferirmi al vestito) suppone un luogo ovvio. un po’ come Cenerentola. Questo spazio si concentra sulla passerella. ha bisogno di una spazio in cui apparire e allo stesso tempo svanire.RODRÍGUEZ questo caso il sesso). d’altra parte. qui appare la prima contraddizione che dobbiamo affrontare: da una parte il simbolo del primo vestito. E forse – sebbene lontanamente – un tempo: il tempo indefinibile che non è mai esistito. Tuttavia. il luogo indicato dalla foglia di fico. C’è qualcosa di più metonimico. ciò che oggi esiste. letterale. come i due estremi della razionalità capitalista. la scarpetta che entra o non entra come il corpo nella taglia di un vestito. Lo spazio del vestito è il luogo del corpo. 25 . con l’apparizione delle città. la moda è tempo o non è. tra tutti i linguaggi possibili) risulta affascinante nell’ambito di una analisi della moda. però in un’altra maniera). Tuttavia. di più letterale che la forma della foglia di fico trasposta nel disegno di un bikini? C’è qualcosa di più metonimico di più letterale della camicia e dell’attillato pantalone da cowboy che Ana Rossetti ha cantato nel suo poema Chico Wrangler? La fusione tra tempo e spazio. Il mito di Adamo ed Eva. per la sua propria fugacità. altra significativa immagine mitica. La moda è tassativa. il “molti. lo spazio della moda non è solo metaforico o allegorico (sebbene lo sia senza dubbio nel senso più ampio: “essere alla moda” significa stare nel presente stesso della vita). domani è morto (sebbene possa resuscitare. se la moda nasce tra i secoli XIV e XVI. Ma questa è un'altra storia. secondo il fascino dell’ideologia scientificista del nostro tempo). la questione è chiara: la moda – e soprattutto la moda del vestito – non può definirsi senza la sua esistenza temporale. Per adesso riflettiamo sulla questione dello spazio della moda. il “c’era una volta” delle favole. per dispiegarsi nel tempo. quello della sua incarnazione. Cenerentola ci darà problemi perché comporta al contempo lo zero temporale (la mezzanotte battuta dall’orologio) e il residuo dello spazio. con l’apparizione del privato e del pubblico. seguire le tracce della moda come fatto storico ci porta ad un’ultima contraddizione inattesa: la relazione stretta tra la guerra e la moda. Ciò che passa in un istante per svanire nell’attimo seguente. Può indicarci una mentalità tribale e agricola. Oppure. tra metafora e metonimia (insomma. tra allegoria e simbolo. è anche un simbolo senza tempo. di uno spazio cosale: la scarpetta perduta che farà “resuscitare” il tempo passato. già domani non vale più. Quello che ci interessa sottolineare è che. ma anche spazio. il vino e il desiderio si unirebbero in una stessa scrittura. Insomma. E così inciampiamo nel suo senso metonimico. nel caso del vestito. la foglia di fico. Torneremo più avanti sul tema di Cenerentola. molti anni fa” (per quanto oggi trasposto nella mitologia delle prime pietre scheggiate e delle prime pelli indossate dagli ominidi. ma che ha imposto la sua presenza con tale forza che da sempre cerchiamo di raggiungerlo. di nuovo come la morte: ciò che vale oggi. Poiché la moda. E c’è una seconda contraddizione: la moda è tempo. del capitale finanziario e del mercato capitalista. oppure collegarsi con la storia biblica di Lot ubriaco e spogliato dalle figlie. Così il fico. il simbolo concreto.

ma anche in “passerella”). di 26 . ma fu anche sostenuta da migliaia di democratici e di persone di sinistra di tutto il mondo che si mobilitarono contro il pericolo dello sterminio totale. belle e anche pratiche. le isole Marshall nella Micronesia. Pensiamo al nuovo disegno della foglia di fico.RODRÍGUEZ 3. ma sempre in fiamme. La Duras scrisse poi una bella storia d’amore e morte su questo tema. in quelle isole sperdute. delle bombe sopra Hiroshima e Nagasaki. rappresentato dalla bomba. Ma c’è di più: la Guerra Fredda cominciò a raggiungere il suo primo apice quando solo gli americani avevano la bomba. cioè scoperta del senso. È un esempio fondamentale della relazione tra metafora e metonimia. Come forse si saprà. che i seni sono insieme “utili e piacevoli”. c’era sotto un’allegoria fondamentale di tipo imperioso: siamo noi che comandiamo. E potremmo anche andar oltre e parlare della apparizione massiccia del topless (non solo sulle spiagge. Se Nietzsche fece scalpore nella filologia dicendo che la filologia è sempre ermeneutica. ritornando all’esempio precedente. il che ci obbligherebbe a fare una digressione verso Nietzsche. Credo che ci si dovrebbe domandare se tutte le parti del corpo non siano così. di esplosioni. nel Così parlò Zarathustra. un simbolo specifico: i due sensi del termine (Bikini isola / bikini indumento) parlavano insieme di esperimenti. capace di far saltare tutto in aria. Poiché l’allegoria metaforica della moda/morte sottenderebbe una volta ancora un che di concreto. e ciò “raffreddasse” da allora la possibilità della guerra diretta tra i “grandi”. Non c’è bisogno di troppa immaginazione per associare l’allegoria del potere delle esplosioni sull’atollo di Bikini con il simbolo “esplosivo” del bikini femminile sulle spiagge. come finalità senza fine. Non dimentichiamo che la guerra fredda veniva dopo i danni terribili della seconda guerra mondiale compreso il finale atomico. E qui interviene tutta l’attività dell’inconscio immaginario della moda. là dove affermava. Il bikini femminile è un termine o un disegno che non solo funziona come metonimia diretta ma anche come metafora e allegoria di qualcosa di molto brutale e sinistro. E c’è di più. di fiamme. Non dimentichiamo che la bomba lanciata su Hiroshima era accompagnata da strane connotazioni affettive e sentimentali: il bombardiere B-27 che la lanciò aveva per nome Enola Gay. da distruzione totale. tuttavia esisteva un piccolo arcipelago. Una contraddizione la cui ambiguità deve essere analizzata. precisamente con la definizione del bello come il contrario del pratico. Ma a parte questo simbolo “commovente”. ossia all’inizio della Guerra Fredda. tra allegoria e simbolo. dove dal 1946 gli americani facevano i loro esperimenti nucleari e poi – come si è scoperto negli anni Cinquanta – quelli di una bomba ancora più potente.. Althusser lo ha descritto splendidamente nella prefazione al suo Per Marx. Ma rimaniamo per il momento sulla perplessità antikantiana di Nietzsche. vale a dire la moda femminile del bikini a partire dagli anni Cinquanta. c’era un atollo con un nome preciso: si chiamava Bikini. che era il nome della madre del pilota. ancora: sebbene molto presto anche i russi avessero la loro bomba. quella neokantiana dell’estetica. tuttavia i seni femminili fecero vacillare tutti i presupposti nietzscheani intorno al senso estetico. Negli anni Cinquanta la conferenza di Stoccolma a favore della pace fu promossa senza dubbio dall’URSS. Nietzsche si era trovato a fare i conti con la sua tradizione. la bomba all’idrogeno. nella sceneggiatura del film di Alain Resnais Hiroshima mon amour. e che il problema era come e con quali regole si stabiliva il senso (o il non-senso) dei testi.

Quattro canzonette spagnole della stessa epoca anni Venti ci mostrano i 27 . quando questi votò a favore della prima Guerra Mondiale. Oggi che l’Est non esiste più sappiamo che le guerre si inventano (quella del Golfo) oppure si fabbricano (quella dei Balcani). il motto “lavoratori di tutto il mondo unitevi” si era trasformato in “lavoratori di tutti i paesi. Per una volta la moda ricevette impulso dal basso. E così negli anni Venti belli e maledetti. il bikini e la minigonna furono lanciati dall’alto con gli slogan pubblicitari. come direbbe Scott Fitzgerald. Potrei dire: una volta ancora la questione di Freud con Eros e Thanatos. le calze colorate e il “sesso. Se la razionalità capitalista necessita di essere prodotta e riprodotta continuamente. I poveri le guerre le perdono sempre e le condizioni delle donne e dei bambini nelle fabbriche tessili dell’Inghilterra e dell’Europa erano sempre state estremamente misere. tuttavia fu la prima Guerra Mondiale a produrre gli effetti decisivi per la moda. degli oggetti “felici” come il frigorifero. Ma le due grandi guerre del scolo XX ebbero un altro significato: la prima Guerra Mondiale fu fatta perché i monopoli si dividessero la terra. 4. E però l’ambiguità del bikini simboleggiava e allegorizzava ancora qualcos’altro: le libertà occidentali e la presunta liberazione del corpo della donna e dei suoi colori individuali e democratici di fronte al mondo grigio e glaciale della monotonia dell’Est. come ogni altro tipo di moda (anche se certo cominciava ad esserci una certa liberazione della donna). Nel successivo mondo felice degli anni Cinquanta. Tutti i lavoratori stavano al fronte. la formula che si rifletté nello slogan di una delle prime marche veramente magiche nel mondo della moda: Coco Chanel («Dove metto il profumo? – Dove desidera essere baciata»). il televisore e l’automobile. Da una parte. se ha bisogno di consumare quello che produce per produrre qualcosa di nuovo. Le fabbriche erano rimaste vuote. le ragazze delle classi alte adottarono la formula di quelle delle classi basse. Senza dubbio. come spazio più visibile. Se la seconda Guerra Mondiale e il suo prolungamento nella Guerra Fredda comportarono l’avvento dei banchi del supermercato (o dei “grandi magazzini”). Ma quello che mi attrae è la retorica ambigua dei segni. non c’è dubbio che la guerra e la moda sono i due estremi di questo processo di rinnovamento continuo del mercato. Come dicevo. il risultato della seconda Guerra Mondiale implicò l’unificazione dei monopoli nel capitale globale che oggi chiamiamo il mercato-mondo. la metonimia diretta del disegno del bikini sul corpo. Le donne dovettero riempirle: i capelli lunghi e le gonne larghe erano di troppo. Ma ora le donne dovevano confrontarsi con le grandi industrie pesanti. Il modello si era invertito. con i grandi macchinari dell’industria di guerra. droga e rock-and-roll”. la pulsione di morte e la pulsione di vita fuse insieme nell’immaginario della moda. ma il caso della prima Guerra Mondiale fu molto più decisivo: lì la moda fu imposta dalle esigenze del lavoro più unto e più sporco.RODRÍGUEZ incendi e distruzioni. nelle trincee assediate dai topi e dai gas sul confine tra Francia e Germania. si accorciarono le gonne e addirittura si misero i pantaloni e il capello fu ridotto al minimo per non intralciare gli ingranaggi delle macchine e lavorare più comode. come direbbe Barthes. scannatevi”. Come scrisse Lenin a Kautsky. l’avvento dei corpi felici grazie alla minigonna. dall’altra parte l’allegoria globale dello scoppio del desiderio simboleggiato in concreto dallo scoppio delle bombe nelle isole Bikini.

Hay que ver las faldas que hace un siglo llevaba la mujer Creo yo que de una de esas faldas salen lo menos dos. “liberata”.. Il primo testo ha un tono ironicamente serio. si limita a constatare i fatti (con la stessa stoffa delle gonne di una volta adesso se ne farebbero due): Hay que ver mi abuelita la pobre las ropas que usaba. dalla caviglia (“tobillera”) al ginocchio (“rodillera”). con con el pelo ondulao Soy una chica bien soy una mujer chic y parece mi cara talmente de biscuit Il terzo testo è quasi profetico. rodillera que ayer fuiste tobillera pero al paso que tu vas seguro acabarás siendo muslera muslera e algo más. Che toilettes sono queste? La canzone lo precisa perfettamente: La chica del 17 gasta zapatos de tafilete. diciamo così.. medias de seda con espiguilla. Il quarto testo è forse il più significativo perché propone l’immagine della donna libera che fa del suo corpo quello che vuole – o può – e per la precisione enumerativa degli indumenti alla moda. la ragazza alla garçon. sombrero de gran copete y abrigo de petit-gris. del maestro Guerrero). Dice così: La chica del 17 de la plazuela del Tribulete nos tiene con su “toilettes” revuelta la vecindad. sugli sbalzi di lunghezza delle gonne.. fino alla coscia (“muslera”) e magari oltre: Rodillera. 28 .. e la ragazza..RODRÍGUEZ quattro segni fondamentali della nuova formula della moda: il “voglio vedere” (che ritroviamo in una operetta... parole di Durán Vila y Boixades e musica di Azagra. la ragazza con la gonna “al ginocchio”. Il secondo testo è tutto impregnato della frivolezza degli anni Venti e la donna maschilizzata: Soy la garçon. La Montería. Los guantes de cabritilla. La canzone è del 1929. con el pelo cortao Soy la garçon..

. come segnala Hobsbawn). le calze. Evidentemente la storia della moda si può trasformare in un’altra storia. Si tratta di un fatto così sintomatico che dobbiamo analizzarlo a parte.. Vale a dire. Armani e naturalmente Christian Dior. da cui si è prodotto un curioso doppio gioco di azione/reazione: la sparizione progressiva della coscienza di classe del proletariato industriale implicò l’apparizione di caste urbane “plebee” che imitavano i “patrizi” (già alla fine degli anni Cinquanta. quindi occorre specificare. SaintLaurent. cioè del modo di vedere. del punto di vista. allegorico. Lo abbiamo visto in Manrique (io sono come quel Lucifero che ha tentato di farsi uguale al suo Signore: l’“io sono” è il letterale. tutto questo fece sì. il cappellino. dall’inizio del mondo borghese. la città-faro della moda ma anche il simbolo delle avanguardie artistiche. Lucifero l’allegorico). Senza bisogno di dirlo. la moda cominciasse a trasformasi realmente in moda. In qualche modo. la pelliccia. seguendo il modello di massa della dialettica produzioneconsumo-riproduzione. continuano a farlo ancora oggi. le donne si vestono come Dior comanda. È stata la moda pop o la cosiddetta “moda giovane” degli anni Sessanta e Settanta. una relazione 29 . C’è tutto. Così quando le vicine mormorano «da dove li tira fuori / per distinguersi tanto». senza dubbio. le scarpe. Inoltre la scarpa di marocchino compensa in qualche modo la perdita – relativa – del feticismo della caviglia e della scarpa (che affascinava Buñuel) per via della gonna “al ginocchio”. si diceva negli anni Cinquanta. per esempio. e la cultura pop americana che si diffuse dappertutto (compreso il movimento hippie come reazione alla guerra in Vietnam e alla vita nelle città). II Da qui cominciano ad emergere una serie di elementi chiave. che nel 1965 per la prima volta l’industria delle confezioni femminili in Francia producesse più pantaloni che gonne (per le donne). però in un altro modo. lei risponde: «chi vuole prender pesci / si ricordi del proverbio». Qualcosa come il desiderio e l’annuncio di una certa impudenza di libertà repubblicana. con questi quattro campioni constatiamo come. È chiaro che continuava a esistere il referente della haute couture e dei negozi “fichi” o “chic”. la storia della “visuale”. Intanto la differenza tra la “visuale” medievale e quella borghese. pantalone era stata l’unico segno veramente fisso. delle avanguardie democratiche e naturalmente della liberazione femminile. E si pensi che la contrapposizione gonna vs. al passaggio degli anni Venti. i guanti. Versace. e il riferimento a Parigi. Parigi era allora. sotto i versi della canzone intravediamo un modo di vita storico sul punto di esplodere. Perché negli anni Sessanta era diventato necessario (economicamente e ideologicamente) massificare la moda. Ed è chiaro che continuavano a reggere il gioco le grandi marche: Courrèges. morale e anagogico) si fondono di fatto in due: il letterale e l’allegorico. unita con la prima presenza di massa della gioventù femminile nelle strade.RODRÍGUEZ pues viste la chiquilla como en París. Teniamo presente che i quattro punti di vista medievali (letterale.

Indubbiamente questa guerra portò al trionfo fondamentale del capitalismo sul feudalesimo e a partire da questo punto tutto cominciò a cambiare. ma anche paura perché quei segni potevano cambiare. le forme del desiderio. Insomma. è vero. qué fue de tanta invención como truxieron? Las justas y los torneos.. Un nesso che non è mai scorretto. perché la guerra si situa alla estremità opposta della razionalità capitalistica. In queste epoche le relazioni sociali erano fisse e anche i segni e le collocazioni delle cose. per non rovinarsi con investimenti all’esterno. i banchieri si vestono come dei nobili. anche riguardo alla moda. a configurarsi all’interno della struttura che conosciamo. La guerra dei mercati si trasforma sempre in senso bio-politico: oggi il mercato alimentare. nel letterale e nell’estetico. d’altra parte. I palazzi privati dei grandi Signori (nobili o borghesi) mostrano la tendenza ad assomigliare alla pubblica corte. il mercato genetico. Si impongono le sete e le spezie (senza le quali non ci sarebbe stata la scoperta dell’America). trasformarsi. ecc. ciò comincia forse con il disegno delle città e con l’apparizione della dicotomia tra il privato e il pubblico. nel caso della moda. da tutte le parti si impongono lusso e ostentazione al punto che. in un senso molto preciso: il vestito comincia. hanno effetti letali nel nostro mondo quotidiano. stabilita. bere. lavorare e fornicare erano rimaste intatte (ognuna a suo modo e con le sue relative modalità) nello schiavismo e nel feudalesimo. È chiaro che il tempo/spazio borghese si era già instaurato. la distruzione dell’Africa. paramentos. che in pratica occupò per intero tutto il secolo XVII. E qui dobbiamo di nuovo ricorrere alla connessione con l’arte della guerra. Da una parte il lusso e l’ostentazione manifestavano il potere. Ma si determina in particolare una cosa: la perdita di fissità del senso dei segni. E infatti possiamo dire che il cambiamento storico corrisponde alla cosiddetta Guerra dei Trent’anni. Forse la prima testimonianza del simbolo della moda lo troviamo nella poesia di Jorge Manrique: ¿Qué se hizo el rey don Juan? Los infantes de Aragón ¿qué se hicieron? ¿Qué fue de tanto galán. bordaduras y cimeras. i ricchi fiorentini si dedicarono a investire solo nella propria città (e qui sta il segreto della bellezza di Firenze. Le necessità materiali di mangiare. nel ciclo di produzione-consumo-riproduzione. ¿fueron sino devaneos? 30 . potremmo dire. la visuale borghese dovrebbe essere pienamente letterale (soprattutto nella relazione occhio/cosa). vestirsi. così unica da provocare la cosiddetta “sindrome di Stendhal”). nel secolo XIV. la guerra dei mercati si raddoppia sempre nella guerra vera e propria. A partire dal nodo chiave del XIV-XV secolo ci fu un completo rovesciamento. come ho già accennato. è quello il nodo epocale di cui tutti siamo figli. come abbiamo visto. Come accennavo. dal Rinascimento o già nelle Corti del XIV secolo. i loro effluvi o magnetismi. La moda intesa come la forma di rendere visibile/invisibile non solo il corpo ma anche l’immagine del corpo. ma tuttavia si biforca.RODRÍGUEZ che appare continuamente in Ausiàs March (io sono come quello che…).

aquellas ropas chapadas que traían? «Cosa ne è stato del re Giovanni? / Cosa sono oggi gli Infanti d’Aragona? / Chi fu altrettanto elegante? / Chi ebbe tanta fantasia / nel vestirsi? / Le giostre e i tornei. divisa in inventio. alla stessa data della poesia di Manrique. di una linea divisoria fondamentale: si stabilisce definitivamente il pantalone per gli uomini e le gonne (di diversi tipi) per le donne. le fiamme del danzare e del poetare degli amanti. La cosa è indiscutibile: il corpo del maschio venne diviso in due. è in qualche modo la volgarizzazione della retorica latina. gli accordi / che suonavano? / E dove è finito quel danzare / quelle belle vesti / che indossavano?». a partire dal distico centrale che spiega tutto sulla “fantasia” nel “vestirsi”. nel campo dei giochi e dei balli. ma lasciatemi appuntare a margine l’evidente contestualità politica dell’assunto. E non si tratta più dell’ubi sunt tradizionale (sebbene la poesia lo prenda come cornice) ma di qualcosa di più importante. i ricami / i pennacchi / furono solo capricci? / solo fronzoli dell’epoca? // Cosa ne è stato delle dame. forse comincia a declinare nel 1965) lo indica l’apparizione. fantasia. Certo questi versi sono stati commentati mille volte e potrebbero esserlo altre mille. Il nuovo. Più che di una moda (poiché questa suddivisione non cambierà per lungo tempo) si dovrebbe parlare di una forma di vestire e di sessualizzare. della dame e dei cavalieri.RODRÍGUEZ ¿qué fueron sino verduras de las eras? ¿Qué se hicieron las damas. con i suoi ornamenti. las músicas acordadas que tañían? ¿Qué se hizo aquel danzar. inventiva. elocutio: questo nuovo significato di «invención» è una vera parola magica. con i bei vestiti che indossavano. ricami. la constatazione di un fatto che non era mai stato accertato prima: il fatto di potersi inventare i segni indicava già una prima incrinatura nelle collocazioni fisse del feudalesimo. pennacchi per gli uomini e le pettinature. come abbiamo detto. delle armi e dei vestiti. sus olores? ¿Qué se hicieron las llamas de los fuegos encendidos de amadores? ¿Qué se hizo aquel trovar. e i profumi per le donne. dispositivo. Ma senza dubbio il primo grande ribaltamento nella costituzione della moda (quel ribaltamento che. A partire da qui qualcuno potrebbe mettersi un vestito da nobile e non essere nobile. dico. dice Manrique. i vestiti. tra il farsetto di sopra e sotto le calze che 31 . «Invención». sus tocados. gli abiti / i profumi loro? / E cosa sono diventate le fiamme / dei fuochi accesi / degli amanti? / E dove sono le poesie / le musiche. sus vestidos. non c’è dubbio che l’ampia e fantasiosa lista di Manrique. Per Manrique indica qui qualcosa di molto simile a quello che noi indichiamo nella moda. e ciò potrebbe riguardare sia i banchieri che i comici. / le pettinature. o un vestito da re e non essere re. e senza dubbio valgono come segnali di ammirazione. E la moda non sarebbe mai apparsa senza questa fondamentale perdita del senso delle collocazioni. l’inaspettato. / gli ornamenti. non sono che raddoppiamenti enumerativi. Potremmo tradurre con invenzione. tutti questi.

La moda e il desiderio si trasferiscono negli interni. Se la corte era sempre stata perversa rispetto al potere (come si vede in Machiavelli e Shakespeare). Se la guerra. un soldato di fanteria che portasse la gonna non potrebbe correre velocemente e sarebbe impacciato nella lotta. La trasformazione dell’arte della guerra comportò la progressiva sparizione della cavalleria a favore della fanteria. e la corte? Senza dubbio la corte si era separata dallo stato (tanto che Luigi XIV teneva a dire “Lo stato sono io”. più che essere un desiderio dei ricchi. sebbene venga dall’alto non è esclusiva proprietà dell’aristocrazia (la nobiltà che poteva e vedeva tutto). nel familiarismo borghese. Ma questa cessione di sovranità deve essere contrattata proprio per evitare la guerra di tutti contro tutti e ottenere la pace. della lotta per raggiungerlo e conservarlo.RODRÍGUEZ modellavano le gambe maschili (comprese le brache a sbuffo ostentate al tempo di Carlo V). le forme del desiderio. sia tra le immagini del desiderio e le immagini della guerra. diventa il desiderio magmatico delle classi medie. È chiaro che anche la donna viene divisa in due: bisogna mettere in risalto quelle sue parti che Nietzsche ha chiamato “utili e piacevoli”: i seni e i fianchi. segno che di per sé non lo era). da Locke fino alla “pace perpetua” di Kant) cercano di legittimare la relazione tra gli individui e il sistema mediante la cessione di sovranità. ma va insinuandosi come un serpente nell’inconscio borghese. nello spazio esterno. nella stanza da letto. Però. come nuova norma o codice del desiderio. C’è repressione e insieme stimolazione del desiderio. sia tra la famiglia borghese con il suo denaro e la corte con i suoi lignaggi e il sangue blu. Non c’è dubbio che tutti i teorici borghesi del contratto sociale (da Hobbes a Rousseau. Nelle città era più comodo andare in pantaloni per chi girava per le pubbliche strade – gli uomini maschi – mentre la gonna era più comoda per le donne – private. E questa doppia visuale. Perché il pantalone maschile si è imposto nel mondo occidentale. se esistono i grandi pensatori militari (Clausewitz. come sottolineava Foucault. lo era stata a proposito della quotidianità del potere. ma sempre con un riferimento alla guerra. e il fatto sintomatico è che esiste un interscambio tra la perversità del desiderio del familiarismo borghese e la perversità del desiderio nelle relazioni cortigiane (o di qualsiasi palazzo privato): non è strano che Laclos parli di “relazioni pericolose” e che Sade introduca la filosofia “nel boudoir”. per dire). che vivevano preferibilmente dentro casa –. nella sua perversità silenziosa. Adesso che non ha più potere. evidentemente. Ora. per dire) nondimeno l’interscambio tra interno e esterno è continuo. mentre lo stesso non è avvenuto nel mondo musulmano? Plausibilmente dobbiamo di nuovo riferirci all’apparizione delle città e alla trasformazione dell’arte della guerra. ma avviene un altro fatto basilare e sintomatico. È curioso come questa frontiera sessuale e sociale tra la gonna e il pantalone si viene a raddoppiare progressivamente in tutte le varianti della moda all’interno di quella che abbiamo chiamato la visuale letterale e estetica della borghesia. Juan Ruiz – e lo erano quasi tutte a quei tempi) la gonna era molto più comoda del pantalone. non è fatta di sterminio ma solo di campi di battaglia (Waterloo. questa moda che cerca di rendere visibile il potere attrattivo dei corpi. Le teorie del “contratto sociale” non sono altro che l’indice di ciò che vado mostrando fin dall’inizio: la guerra è l’estremo portato della razionalità 32 . per le “larghette di fianchi” (come le chiamava l’Arciprete di Hita. che tuttavia ha le sue regole e i suoi limiti: il desiderio. Allora. la corte (o le corti) può solo giocare dentro se stessa.

È curioso: quando la corte comincia a traballare si interiorizza. E. anche se non posso dimenticare la poesia di Manuel Machado al nostro re Filippo. Senonché la nuova norma estetica girava anche attorno ad altri due assi fondamentali: da un lato la relazione dialettica tra innocenza e perversità. tra il 1858 e il 1860. Laclos e i libertini. un elemento-chiave della moda. nei paesi dell’Est. ogni tratto del giardino tracciato col cordino. Ma torniamo a Versailles. Così. Quando la corte fa mostra di ostentazione di fronte all’ascetismo degli Stati Generali. la passerella cominciò ad affermarsi nella casa della modista. Solo la moda dei missili era comune. E perfino poteva parlare e difatti parlava con il corpo. ovviamente. Le bambole 33 . restano in piedi solo la fabbrica e la casa. Pascal parlava di esprit de finesse (acutezza. inventata nel XVIII secolo: l’estetica. la teoria della bellezza. perché la perfetta geometria dei giardini implica la possibilità del labirinto. un fattore decisivo che si sprigionò dappertutto e non solo in Sade. e l’esempio spesso riportato è quello della moda del “giardino all’inglese”: tanto artificialmente elaborato da sembrare pura natura. il pluslavoro che veniva richiesto ai lavoratori era assorbito dallo stato e da qui il grigiore e la mancanza di moda e di vetrine in quei paesi. i due nuovi assi portanti della moda. «sempre vestito di nero dalla testa ai piedi». la femminizzazione dell’abbigliamento maschile con aggiunta di parrucche. merletti e pizzi. Lo stile “rococò” francese o è perverso o non è nulla.RODRÍGUEZ capitalista tra produzione-consumo-riproduzione. E il consumo è. si trasformarono allora in saloni in cui il corpo scendeva dal quadro e in cui le bambole della camera da letto si trasfiguravano in splendide donne. Oggi. la moda non avrebbe potuto legittimarsi. raffinatezza) e di esprit de géometrie come chiavi di qualsiasi conoscenza. innocenza/perversità e naturale/artificiale. e il labirinto comporta sempre la perversità. mentre Versailles derivava da una moda cartesiana perfettamente geometrica. Al contrario. con i suoi vialetti le sue fontane e – ecco la sorpresa – i suoi labirinti. E così il plusvalore che il capitalismo estrae dalla forza-lavoro è in parte restituito nella forma del consumo: questo è lo specchio geniale dei colori di Benetton e del supermercato ad ogni angolo. Non parlo dei giardini barocchi spagnoli. belletti e nei. Ecco. I famosi saloni letterari o i saloni d’arte che tanto affascinavano Diderot. nella atmosfera di quella che si chiamò haute couture o sartoria creativa. Senza questi due nodi dialettici. il nero del XVII secolo. ho pronunciato un’altra parola magica. nell’immaginario della moda è fondamentale il fatto che lo stilista inglese Charles Frederick Worth aprisse una casa di moda con le prime sfilate di collezioni stagionali indossate da indossatrici in carne ed ossa. E questo sarebbe stato decisivo: il mondo capitalista si trasformava perciò nel rifugio della moda come visuale estetica. attraverso la televisione e il supermercato. come quello di Soto de Rojas (sbarrato e chiuso. Io credo che valgano anche come chiavi della moda. aperto solo da poco). che Dio lo conservi. Inaspettatamente la bambola vestita si era trasformata nella bambola magica che camminava e sorrideva. vuol dire che sta per crollare. Ieri. Da un altro lato girava attorno alla dialettica tra il naturale e l’artificiale. E però la fabbrica si trasformerà nel monopolio e la casa nella passerella. Senza il rinnovamento continuo il capitalismo non può esistere. Ma la bellezza non girava soltanto attorno al suo presunto asse centrale (la proporzione geometrica e l’efebismo ellenico “riattualizzati”). Questo è ovvio. quando crolla la corte. non parlo della “moda nera” spagnola.

per arrivare alla formazione della Prima Internazionale. L’aristocrazia. il capitale monopolista è diviso in segmenti che lo rafforzano. i ricchi. L’ossessione inconscia per “tenersi aggiornati” è la chiave di tutte le pratiche sociali e di tutte le pratiche discorsive: la filosofia e la letteratura di oggi non sono più che effetti integrali di questo riflesso della moda. la marca. la moda non sarebbe arrivata a “plebeizzarsi”. Per dire. tuttavia. 3) Evidentemente. Fino al dopoguerra della prima Guerra Mondiale (che fu la vera fine del secolo XIX). Le marche dei modelli sono inscritte nel monopolio. Intendo dire l’importanza delle marche (senza le marche la stessa moda western. che pure è sorta dal basso. ma che manca di centro: è globale come l’Impero attuale del mercato-mondo. mercantilmente parlando. venendo realmente dal basso. le corporazioni dei sarti artigianali tedeschi (soprattutto quelli esuli in Inghilterra) fossero quelle che maggiormente ispirarono Marx. gli artisti di fama accorrevano a questi saloni della moda per avere il sogno a portata di mano. la resa immediata. è normativo e popolare. Una moda che ormai non ha più il suo centro a Londra o a Parigi. Da una parte si crea e si materializza il desiderio fluttuante (tutto il sesso sta nella testa – e perfino nella 34 . fino alla Lega dei Comunisti. III A partire da quanto detto. la vera moda. fino agli anni Venti di cui ho parlato prima. attraverso la moda. e neppure in Italia o a New York o a Tokyo. come Marx aveva annunciato nel suo Manifesto. 4) Il capitale gioca. la marca Nike o Adidas nello sportivo. le marche italiane o francesi nella passerella dell’abbigliamento. È curioso che. dunque. La sartoria artigianale e la haute couture cominciavano a scontrarsi.RODRÍGUEZ meccaniche o falsamente vive che avevano tanto suggestionato nel XVIII secolo e all’inizio del XIX. al contempo. Il vestito divideva la società in due mondi. possiamo ora distinguere una serie di enunciati fondativi nell’analisi della moda: 1) Possiamo dire che la moda è il simbolo stesso. nel frattempo. non solo con il corpo. che la trasferisce nelle relazioni quotidiane: se non fornisce l’immagine richiesta dalla moda è perduto. è ciò che conferisce un senso estetico o unico a quello che. impossibile). è il monopolio che prolunga la passerella e la sua esibizione. segmenti attraverso i quali si rende visibile. a partire dagli anni Cinquanta del secolo XX. Di qui la piattezza della loro scrittura. E al contempo come relazione tra capitale costante e capitale variabile: la moda è la lotta per l’aspetto variabile. della circolazione del capitale come merce “feticizzata” fatta corpo. ma con il desiderio rispecchiato. a partire dalla Lega dei Giusti. erano diventate un sogno reale. sarebbe. dico. 2) Abbiamo parlato di produzione-consumo-riproduzione: evidentemente il consumo implica questa circolazione ostentata del dominio del monopolio sul corpo. E ovviamente la fusione tra le marche o il design creativo e la grande industria produsse il prêt-à-porter.

come aspettava Cenerentola. la visuale letterale e la visuale estetica del desiderio cercano di fondersi e nello stesso svaniscono sulla passerella. tra illuminazioni (come avrebbe detto Rimbaud) e epifanie (come avrebbe detto Joyce) o trasparenze velate. 7) Evidentemente è qui che comincia a farsi visibile il feticismo delle merci. Il corpo amico degli sconti o di ogni stagione: autunno/inverno. ecc. la sua bulimia e la sua anoressia. i consumatori della moda. nel supermercato con le sue taglie e i suoi sconti. una nuova presenza. «Il dolor dell’amor che non si cura / che con la presenza e la figura» (San Juan de la Cruz). La passerella come rappresentazione del mondo.RODRÍGUEZ visuale inconscia – direbbe Freud al riguardo) e dall’altra parte il desiderio concreto. la moda come valore ideologico non esisterebbe. Nella mescolanza tra haute couture e prêt-à-porter. donde tutto diventa possibile. a volte. nella congiunzione tra il desiderio fluttuante e il corpo concreto. come anime perdute che cercano un corpo. 8) Per la verità del feticismo delle merci si è discusso molto. ma nella pelle dell’abito. la pratica ideologica della moda implica addirittura un’immagine del mondo. È curioso come due pensieri materialisti (quello di Freud e quello di Spinoza) siano presi dalla magia del capitale. ciò che è in questione è configurare l’unità del desiderio fluttuante e del desiderio concreto. attraverso il momento della passerella. Ma mi pare che quello che ne ha detto Marx sia chiaro come il sole. Effettivamente. non solo si pensa con il corpo. tutto sommato. Senza il desiderio fluttuante di Freud e senza il corpo concreto di Spinoza. un new look. quel desiderio fluttuante di Freud. si mescola con quanto di più concreto ci sia: il vestito nella vetrina o l’immagine dei mucchi con tutte le misure che daranno (al corpo che li compra) un’anima nuova. primavera/estate. lampi dell’essere (come avrebbe detto Heidegger). con il passaggio dal monopolio alla passerella e dalla passerella al supermercato. Una volta ancora l’illusione di rendere visibile l’“eidetico” del nostro corpo. è il vero desiderio di tutti noi. Potremmo dire che il lavoro vivo che si esibisce sulla passerella sfuma nel lavoro morto degli scheletri della moda appesi nei supermercati a mucchi e senza corpo (al massimo. Prendiamo l’esempio basilare della camicia maschile: vorrei ricordare che l’uomo nudo più sexy degli USA è stato Marlon Brando con la camicia sudata in Un tram chiamato 35 . 5) Inclusi anche altri aspetti: dato che non c’è pratica senza ideologia (né ideologia senza pratica). Sono. sui manichini). Una volta di più. ma nel corpo. come specchi nitidi di se stessi nel continuo passare e ripassare dal virtuale al possibile e dal possibile al virtuale. 6) Ciò che svanisce sulla passerella è il feticismo della moda che poi va a sfociare nel prêt-à-porter. Il monopolismo capitalista è geniale in questa capacità di assorbire tutte le sue contraddizioni e risolverle introducendole al suo interno e traendo vantaggio da esse. la nostra anima non soltanto nella pelle. In questo circolo che appare e scompare. il desiderio fluttuante del consumo. il corpo e il vestito come doppi di se stessi. E il corpo che consuma si consuma fino a raggiungere quell’anima che sta lì appesa e che è in attesa di essere abitata. Mi azzarderei a chiamarlo spinoziano: tutto quello che avviene nella mente avviene per affezioni del corpo. Da questo punto di vista il potere capitalista della immagine della moda è di una intelligenza spaventosa.

siano oggi merci “alla moda”. centrate soprattutto sulla circolazione del capitale in forma di merce. Il monopolio lavora sul feticismo della merce/corpo e solo su quello nel caso della moda. La moda. del videoclip. Il modello veniva dalle cosiddette pin-up che i soldati nordamericani appendevano nei loro armadietti durante la seconda Guerra Mondiale. una “miracoleria” che è di questa epoca. Questo sembrerebbe separare la merce dal feticcio. come accennavo. E non c’è dubbio che il lorchismo. allora. in una automobile o in una carta di credito. che manca di valore reale nel nostro tempo. cambiamento. qua e là. da amici e parenti. “Play boy” divenne una rivista quotata in borsa e i finanziatori divennero milionari. Se il disegno è fondamentale (per esempio nella serie di Picasso Il pittore e la 36 . Non nega che la merce generi il suo proprio feticismo. da non vederla come un processo. o è mutamento. è analizzare il feticismo degli economisti inglesi e solo dopo spiegare il lungo processo della produzione di merci. e che costituì il numero zero di “Play boy”. il borgesismo. allora qui il feticismo consiste. 9) Ciò che ha creato problemi (per esempio ad Althusser) è piuttosto una questione epistemologica: il fatto che (almeno apparentemente) Marx nel Capitale analizza il feticismo prima del processo della merce. nel fatto che il corpo è per il vestito e non il vestito per il corpo. Ma l’importante è osservare che questo nudo si stacca su di uno sfondo colorato. E ancor di più la moda di massa (non penso ai “casi esclusivi”) del vestito. così “feticizzati”. In realtà però quello che fa Marx è mostrare come gli economisti classici inglesi fossero così ossessionati. un mondo semifeudale. Anche se bisogna ricordare il primo grande modello di feticcio rappresentato da un corpo nudo steso su di un lenzuolo di colore rosso. dalla merce. feticizzate al massimo. i suoi propri segni. tuttavia. Per quanto sia ovvio che il feticismo del nostro tempo ha cambiato radicalmente di segno. Così la rapidità dell’apparizione/sparizione del feticcio: la sparizione dello spot pubblicitario. Il corpo/merce aveva portato all’estremo ciò che era proprio delle altre riviste di moda: l’immagine e la scrittura giocavano con il feticismo di un nudo di donna. Specialmente attraverso la “linea d’ombra” che si costituisce attorno alla fusione tra desiderio fluttuante e desiderio concreto: qualcosa che può condensarsi in un corpo. ma che non è di questa epoca laica. La passerella della merce passa per tutti questi feticci. dei vari tipi di messaggi in internet o i continui cambiamenti delle regole del vestire. ma segnala fino a che punto gli studiosi della merce fossero “feticizzati” dal loro oggetto.. la vendita delle camicie calò in modo incredibile. e grazie all’esito del calendario. in un frigorifero. ma ci si dimentica che quando Clark Gable. Hefner riuscì a comprare e pubblicare il calendario con i dollari che raggranellò in prestito. Di qui nacque l’idea del famoso calendario di Marilyn Monroe. ai “capricci teologici” che dicevamo (come la Settimana Santa sivigliana o El Rocío). o non è nulla. levandosi la camicia apparve a torso nudo. I problemi del feticismo risultano ovvi. Detto in altro modo: il feticismo non è altro che il segno dell’inconscio ideologico nelle nostre relazioni di mercato. in un film senza molta importanza. Quello che fa Marx. uno sfondo rosso che sembra una diversa maniera di vestirsi. che Hefner acquistò per un pugno di dollari.RODRÍGUEZ desiderio. movimento. come molti studiosi di Lorca sono “feticizzati” da Lorca. non c’è dubbio che la merce generi il suo proprio feticismo. Dopo poco tempo. ma come un fatto quasi naturale. ecc. dato che il feticismo sembra riportarci a un mondo precedente. come indica il suo stesso nome.

in questo arcobaleno monopolista. arriviamo a una conclusione ovvia. un colore che nel sangue non c’è mai stato? Quale feticismo è più grande dei riflessi arcobaleno di una vetrina dei grandi magazzini? In ogni modo. feticcio anche della divisione di classe. Quale feticismo è più sorprendente della persistenza del sangue blu. Il capitalismo monopolista non solo presuppone l’eccitazione del desiderio. Più che come ostentazione. quella stessa che cercò di procurarsi legandosi con i due fratelli Kennedy o sposandosi con Arthur Miller. lo scrittore che l’avrebbe distrutta nel suo dramma Dopo la caduta. sebbene sia la stessa: la storia della moda non è altro che la storia delle nostre vite sottoposte al processo della merce. Di qui il ridicolo di chi fa il “pavone” nel mercato. Si potrebbe dire che la moda è la nuova anima dei corpi o dei linguaggi. in questo gioco di colori e tessuti. non è più Norma Jean che viene fotografata sopra una tela rossa per mettere in risalto il suo nudo. di dominio con o senza figure. 5. lei stessa (il suo stesso feticismo) che dà risalto al profumo. ma gioca con una immagine ancor più decisiva. l’unica cosa che si mette per andare a dormire. al contrario. scegliendo questo profumo francese. aggiungendo un aspetto inequivocabile: Hollywood l’ha costruita così bene che ormai non ha più bisogno di mettersi in risalto su uno sfondo rosso. Sebbene magari Marilyn. Un profumo forse eccessivo. nel labirinto dell’innocenza e della perversità. un valore che il sistema riassorbe immediatamente. vale a dire che genera valore nello sfruttamento del lavoro specializzato. E il fatto che il nostro linguaggio/sapere produce plusvalore relativo. Abbiamo cominciato con la foglia di fico e terminiamo con la ragazza da calendario. ma sappiamo bene che la volgarità ha serpeggiato sempre nel look hollywoodiano. per dare una qualche brillantezza a quella merce insignificante che siamo. è piuttosto. E arriviamo all’ultima contraddizione: in questo senso concreto di merci. volesse soltanto aureolarsi con una sfumatura un po’ più raffinata. ma è Marilyn Monroe che riafferma il suo nudo/merce. del naturale e dell’artificiale. l’aura della moda appare come un segno basilare di seduzione/alienazione. Già trasformata nel massimo sex-symbol. soprattutto nel mercato intellettuale dei linguaggi prefabbricati. la divisione tra poveri e ricchi secondo il colore della pelle. forse troppo fastoso. Ma questa è un’altra storia. di corpi e di linguaggi sfruttati. il gioco di colori e di tessuti è il pigmento della moda. la moda di massa di oggi si configura non solo come la fabbrica del “desiderio del desiderio dell’altro”. ma come la fabbrica della “fame della fame del desiderio”. allo stesso modo che la pigmentazione della pelle si trasforma in un feticcio razzista e classista: da qui la divisione tra sangue rosso e sangue blu. al Chanel n. le conferisce il suo senso.RODRÍGUEZ modella). IV E arriviamo alla conclusione. Parla della necessità di procurarci il nostro feticismo. ma senza dubbio anche un’arma per il linguaggio e il corpo: la norma invariabile si può rompere attraverso 37 . Questa immagine: il desiderio si fabbrica. la nostra aura personale.

di quali desideri. ma di lottare per il controllo della globalizzazione e per cercare di modificarla a nostro favore. attraverso la resistenza. 38 . domina il denaro e domina l’etere delle comunicazioni. ma nel potere onnipresente dei monopoli sulle stesse relazioni quotidiane. Sebbene in realtà – è ovvio – la resistenza o il contrattacco contro lo sfruttamento dei corpi. la potenza delle vite sfruttate. A partire da tali brecce. di quali linguaggi. si possono creare altri tipi di soggettività individuali e di soggettività messe in comune. ma come sappiamo tutti – l’Impero globale domina la bomba.RODRÍGUEZ le sue contraddizioni variabili. dei linguaggi e delle soggettività. è davvero molto più difficile rispetto al linguaggio della moda e “alla moda”. E se – come dice Negri. non si gioca sulla passerella (che si trasforma allora nello specchio della quotidianità). come la scommessa pascaliana in favore del quasi-impossibile. Ma questa scommessa. allora che fare? Di quale libertà. di quali soggettività stiamo parlando? Forse resta solo una via: la resistenza o l’alternativa non ci chiedono di de-globalizzarci né di ri-contadinizzarci.

E qui c’è una sorpresa: le imprese in cui si fabbrica la moda. Il postfordismo prevede il decentramento e il non-controllo diretto del lavoro. Questa caratteristica era messa in risalto nel titolo di un libro francese molto suggestivo: Des entreprises pas comme les autres. assorbita adesso nella multinazionale Inditex (considerata una delle tre grandi nel settore della moda. 1993. soprattutto la moda prêt-à-porter. imprese così simboliche della moda come l’italiana Benetton e la parigina Le Sentier si potrebbero definire attraverso una serie di caratteristiche basilari. prima di tutto. appare infinito. allo stesso modo tengo a sottolineare ancora il carattere non sostanziale né magico del mercato capitalista. Se ho teorizzato altre volte il carattere non sostanziale della letteratura o della filosofia. Voglio dire le caratteristiche proprie del funzionamento del postfordismo e del post-taylorismo. Yann Moulier-Boutang. Paris. che si sono generalizzate. che riassumo il più possibile: 39 . Ma con una fondamentale tappa intermedia: l’impresa o la rete industriale. per altro. Le questioni decisive in queste imprese che non sono come le altre (ma che indicano il cammino che le altre dovrebbero seguire) rappresentano prima di tutto una prova palpabile di qualcosa che ho sempre sostenuto: il carattere non-sostanziale del mercato. né può risolvere da solo alcun problema. e arriva alle prime pagine delle riviste o delle passerelle televisive. ma conserva un certo controllo sull’innalzarsi imprevisto dei prezzi. Le Sentier à Paris (Publisud. non sono imprese come le altre. È evidente che sposta milioni e miliardi nelle borse e nei mercati di tutto il mondo. il post-taylorismo significa il non-controllo del consumo. L’aspetto sintomatico di queste imprese è che portano all’estremo una serie di procedimenti che a mio parere indicano un fatto ormai generalizzato: si potrebbe analizzarlo in concreto in Spagna nel caso di Zara. ma la moda è. un affare. forse dovremmo cominciare affrontando un’altra questione. Il mercato capitalista non sa autoregolarsi. Toni Negri e Giancarlo Santilli). Il processo di produzione che parte dal cotone o dalla seta o da qualsiasi fibra artificiale.RODRÍGUEZ Parte seconda La fabbrica della moda e la fabbrica del desiderio I E però se volgiamo parlare di moda nella congiuntura attuale. In questo senso. Il mercato è solo una questione relazionale. è il concentrato dello sfruttamento e della sua espressione competitiva. dopo l’incrinarsi del modello classico industriale negli USA. che è fondamentale sul terreno della moda di massa. insieme alla svedese H&M e all’americana GAP). un tantino imprevista: in generale la moda ha sicuramente un valore simbolico. in cui realmente si fabbrica la moda. transazionale. gli autori del libro sono Maurizio Lazzarato. Benetton en Italie. estetico o come lo vogliamo chiamare.

le imprese della moda sono straordinariamente inquietanti. va sempre vestito del suo sfruttamento apparentemente invisibile. Mi riferisco al cosiddetto lavoro immateriale. insisto. all’epoca delle corporazioni). mediante il lavoro invisibile (ovvero. In realtà questi tre elementi (l’artigiano. dai più ai meno specializzati. Apparentemente l’immagine del moribondo di AIDS – lo scandalo più famoso – non ha nulla a che vedere con i colori di Benetton (di fatto. ma in realtà. ma la mostrano in tutta la sua nudità. ossia la congiuntura della opportunità o inopportunità del nuovo design. diremo che solo per chi non vuole vederlo questo mercato della moda (come il mercato in generale) è sempre nudo. dall’altra parte – e questo è il punto decisivo – il lavoro degli immigrati più o meno illegali. 40 . E ciò in quanto si basano sul lavoro invisibile e sul lavoro immateriale. proprio al contrario. che siamo soliti indicare quando parliamo di “economia sotterranea” o “sommersa”. ma in più. quello del Sud-Est asiatico o di certi settori dell’America Latina. è qualcosa che si dà per scontato (la consegna è: “spremere il limone”!). lo sfruttamento portato al massimo) non solo smontano la sostanzialità immaginaria del mercato capitalista. per esempio.RODRÍGUEZ 1) Per quanto siano ancora situate nei cosiddetti spazi industriali urbani. che corrisponde alla chiarissima lettura di certa pubblicità di Benetton. qualcosa di oltremodo fantastico almeno in un senso: individuare e progettare il momento esatto del cambio di gusto. Ma con il decentramento e l’esternalizzazione non si tratta di ritornare a un’epoca precedente il mercato del capitalismo compiuto (tornare. Per le imprese della moda non solo il time is money funziona più che in qualsiasi altro posto (la moda è il calcolo del cambiamento a tempo e luogo del “gusto”). da una parte la riappropriazione del lavoro delle piccole imprese e/o dell’artigianato tradizionale (su questo problema Saramago ha scritto il suo romanzo La caverna). si trovano più avanti della media del capitalismo attuale. 3) Ma insieme al lavoro invisibile (e alle sue varianti “sommerse”) le imprese della moda presentano un secondo fattore non meno decisivo. Per usare a rovescio la vecchia favola del “re nudo”. La “internalità” dello sfruttamento dei propri lavoratori. si tratta di un nuovo tipo di lettura e di scrittura iconica). Da questa prospettiva. L’informazione e la comunicazione (nei loro diversi linguaggi) producono plusvalore al punto che la produzione e la riproduzione si fondono: le imprese della moda. Insomma. ma solo essere espulsi. lo slogan si precisa: The design is money. e da ultimo il lavoro all’estero. in questo processo di lavoro immateriale. Vale a dire l’importanza (davvero chiaroveggente) dell’informazione e della comunicazione. 2) Il lavoro invisibile potrebbe distribuirsi attorno a tre fattori di base. che non possono avere voce. ma di radicare la questione nel suo stesso carattere contraddittorio: l’esternalizzazione e i modi di transazione di queste imprese della moda. questa referenzialità indiretta è oggi la chiave di qualsiasi spot pubblicitario. in realtà il loro funzionamento è completamente decentralizzato e deterritorializzato. l’immigrante e lo spostamento all’estero) sono i tre fattori chiave della esternalizzazione del mercato capitalista propriamente detto e della fallacia della sua sostantività. Di qui la dicotomia tra la percezione di un possibile cambiamento del gusto e la necessità di un nuovo gusto.

con una referenzialità diretta: la circolazione/informazione della moda riproduce quasi mimeticamente il processo di produzione della moda. per esempio) e la continua correlazione tra exit e voice. Furono lotte prodotte da molteplici istanze. In realtà non sono solo una versione ampliata della nuova forma di mercato. un tipo di lavoro (o di sfruttamento della forza-lavoro) invisibile o immateriale. di reincorporazione nel lavoro attivo di quanti avevano proclamato il loro rifiuto del lavoro sfruttato. ma che oggi sono un esempio per le altre) possiedono un ultimo carattere distintivo. in tutta la vita quotidiana che respiriamo senza accorgercene. un processo. giuridici e sindacali in tutto l’intero ambito sociale. Ma c’è un’altra verità che ho segnalato molte volte. entrambe concepite come struttura di cooperative. come pure la presunta presenza reale dei lavoratori “immateriali” (i giovani disegnatori. delineano una strategia molto sottile per “progredire” ben dentro allo sfruttamento. ma nello stesso tempo. con questo e per questo. e soprattutto. ma che finirono per esplodere con l’ultima grande crisi del capitalismo occidentale attraverso la crisi delle materie prime e soprattutto del petrolio. proviene la diramazione e il decentramento delle ditte come Benetton o Le Sentier. Ovviamente il capitale vive ormai così tanto di vita propria ed è così “impersonale” che necessita una gran quantità di abilità da prestigiatore per riuscire a controllare le tendenze inevitabili del rialzo o ribasso dei profitti. di questa transazionalità tra circolazione e informazione per modellare il gusto. attraverso il “mercato libero” dei contratti. tra espulsione e partecipazione. Voglio dire. Così soprattutto il carattere “informale” (vale a dire l’instabilità continua e la mancanza di difesa dei lavoratori). può sembrarci ripugnante. che le àncora al mercato capitalista. su di uno sfondo nero. che fanno da modello per la maggior parte dell’attuale capitalismo avanzato. il presunto paternalismo rispetto agli immigrati sarebbe stato solo un codice regolativo tra gli altri. insomma. Da qui. come 41 . Raddoppiare. e che però non ha mai ricevuto abbastanza attenzione. Le imprese della moda hanno cercato di controllare queste tendenze con le loro piccole dimensioni. in assenza di clausole sociali e dei sindacati. da questo riassorbimento della sconfitta dei lavoratori. In questo modo queste aziende della moda di massa. che agisce direttamente sull’inconscio ideologico e sul suo potere simbolico. ma il valore simbolico della moda Benetton ci ha già pigmentato la pelle. Una questione che abbraccia elementi politici. sono il prodotto dell’abilissimo riassorbimento da parte del capitalismo delle sconfitte delle lotte dei lavoratori negli anni Sessanta e Settanta. Le imprese della moda corrispondono in grande misura a ciò che la moda è in quanto valore simbolico: qualcosa di relazionale e transazionale. tuttavia. questa ermeneutica di sensi che svaniscono e però permangono. l’ossessione dell’AIDS e l’ossessione per i colori di moda. questa pratica di lettura e scrittura. che minacciò tutto il sistema politico-economico esistente a partire dai dintorni dell’anno 1973.RODRÍGUEZ 4) La questione della non-sostanzialità del mercato ci introduce a queste imprese della moda. ma con una ovvia eccezione: la loro diversificazione e il loro decentramento sono già una difesa che le può sottrarre a qualsiasi perdita finanziaria. a qualsiasi eventualità di ribasso della Borsa. Resta solo da risolvere un ultimo punto decisivo: chi sostiene queste imprese? Evidentemente il capitale finanziario. Queste imprese (che negli anni Ottanta non erano ancora “come le altre”.

E ripeto che non è altro che un abbozzo o uno schema. Esiste una sintomatica relazione dialettica tra il desiderio fluttuante e le aziende che si dedicano a dare la caccia a ciò che si profila (per questo gli impiegati sono ragazzi e ragazze giovani che annusano le nuove tendenze per le strade e nei campus: i coolhunters). Mc Donald’s o Nike sono evidentemente alcune delle marche fondamentali che figurano come clienti di queste aziende che creano il linguaggio del corpo. incorporare il modello visibile. “essere aggiornati”. che fanno passare dalla nevrosi al trauma e all’angoscia. aziende come Future Concept Lab o Youth Intelligence. dal nylon o dalle fibre plastiche o da qualsiasi altro tessuto artificiale. Ma la conclusione del percorso è ovvia: si tratta di far sparire con un colpo di bacchetta la merce prodotta. La norma viene interiorizzata e allo stesso tempo bisogna entrare in essa. ciò presuppone che feticismo e desiderio siano già coimplicati da sempre. nell’America Latina e in Asia. Il desiderio è ciò che ci attrae verso qualcosa che noi feticizziamo e che a sua volta ci feticizza. Visto che ho segnalato anche la necessità di tali imprese di cogliere il gusto e il cambiamento di gusto nel momento preciso per determinare un nuovo gusto. che lavora dal 1974. L’importanza che la postmodernità capitalista ha concesso al culto del corpo e alle superfici vitali è qualcosa che ha determinato alla base il circuito macchinico/robotico della circolazione e informazione dei gusti e dei desideri. sono realtà brutali. Calvin Klein. L’anoressia e la bulimia non sono degli scherzi. nella situazione delle aziende della moda. Chanel. II A questo punto occorre fare i conti con quello che intendiamo quando parliamo di gusto e del cambiamento del gusto. Ho detto che la merce genera il suo proprio feticismo e che il desiderio si fabbrica. Logicamente ho segnato alcune delle tappe di questo percorso nell’intervallo dei suoi passaggi problematici. Abbiamo indicato prima che dal cotone o dalla seta. La rapidità incredibile che serve per cogliere e costruire il gusto determina tutto lo spazio della moda. Una Ferrari rossa o una casa con vista sulla piazza possono essere una ossessione possibile oppure impossibile: ma senza dubbio la feticizzazione implica che vi dedichiamo la vita o almeno parte della vita. Ci si può immaginare senza difficoltà che ci sia un altro aspetto alquanto specifico delle aziende della moda: precisamente il carattere peculiare della loro merce. Le industrie della moda ci mostrano fino a che punto il nostro tempo capitalista è il tempo dello “sprint”. del fulgore e della sparizione. Nel prêt-à-porter della moda quello che si desidera è. In questo 42 . come dire. E mettiamoci anche il Dipartimento di moda dell’Università Bocconi in Italia. Ovviamente. o la veterana Brain Reserve. la disseminazione del lavoro – oggi generalizzata in tutti i settori – a partire dai cosiddetti sweatshops o fabbriche di sudore. Coca-Cola.RODRÍGUEZ dicevo. ci vuole un ben lungo percorso per arrivare alla copertina di “Vogue”. E non si tratta solo del corpo.

Se accettiamo che l’ideologia dominante “sappia” ciò che tutto il mondo vuole (dato che ha costruito l’“io sono” di tutto il mondo) allora vuol dire che questo stesso inconscio dominante conosce il percorso e la configurazione del desiderio che esso stesso ha fabbricato e che produce e riproduce di volta in volta. preferisco parlare di “agganciamento ideologico della libido”. Invece non è proprio così. potrebbe sembrare che lo siamo per la coazione o imposizione della Norma. la libido individualizzante. È il vero specchio in cui ci proviamo il vestito. variare la gamma dei colori in modo che il desiderio possa scorrere fino a configurare una nuova norma che si annuncerà come rottura. allora. risulta evidente che questo è il meccanismo che configura in concreto il desiderio di ogni “io”: anche il desiderio dell’io della moda. siccome ci sono sempre scissure e contraddizioni tra l’“io” e l’“io sono libero”. ma ha un piccolo difetto: sembra che la Norma o il Modello – per meglio dire – sia anteriore o esteriore all’individuo. se la libido narcisista dell’“io sono libero” è sempre corporale. Qualcosa di simile a quella relazione che la metafisica classica borghese poneva tra il Soggetto e il Sistema. L’inconscio ideologico dell’io sono libero (chiamiamolo la norma sociale) è quanto ci configura. Perciò. il mercato della moda tenderà ad essere marcato fin dal principio da segnali inevitabili. In tal modo la formula “soggetto libero+narcisismo libidinale” comprende tutta l’impalcatura ideologica del nostro mondo quotidiano e di conseguenza del nostro immaginario corporale della moda.RODRÍGUEZ senso sconcertante risulta ovvio che la moda gioca. ma si sogna attraverso le immagini concrete che condizionano la nostra vita (che lo si riconosca o no). ci apre la strada per esprimere il narcisismo dell’io. compresa la configurazione del “desiderio della moda”. La relazione soggetto/sistema non esiste in senso stretto. Il termine mi sembra adatto. E tuttavia. Vale a dire. La rappresentazione di un’individualità autentica e non di meno immaginaria. È l’ultimo desiderio che Freud ha descritto: il narcisismo libidinale. indovinarli al momento giusto per poter creare un nuovo aspetto dell’immaginario corporale riferito alla moda. Insomma. Anche se ammettiamo di essere soggetti frammentati e segmentati. sebbene non voglia scartare la formula del “dispositivo sociale del desiderio”. l’immaginario dell’“io sono libero di scegliere la mia moda”. per la necessità di incorporare il Modello. L’inconscio ideologico intercetta il nostro inconscio libidinale e lo configura e lo trascina verso un immaginario determinato: non si sogna una cosa qualunque. La ragione è chiara: ciò che si chiama norma o modello non è altro che il lato visibile dell’inconscio invisibile che ci intrappola sempre dal basso. vale a dire. se guardiamo oltre le apparenze. quelli che i “cacciatori di mode” cercano di cogliere prima degli altri. con quello che è stato chiamato il “dispositivo sociale del desiderio”. Poiché il massimo feticcio che ingenerano le relazioni capitaliste (e senza del quale non potrebbero funzionare) è l’immagine dell’“io sono libero”. 43 . è questo il vero specchio del meccanismo del desiderio e del gusto della moda. Poiché. lo specchio in cui ci riconosciamo come doppi di noi stessi. il mercato deve tener conto dei segni lasciati da tali contraddizioni e captarli. soddisfare l’immagine del corpo in sé come libero e migliore nell’immagine speculare. ma c’è piuttosto una permeabilità molle. Che il nostro doppio ci riconosca e che noi ci riconosciamo nel nostro doppio. ecc.

il suo “essere giovane” e non “mantenersi giovane”. Questo biologicismo doppio e tortuoso è inscritto di fatto nella ambiguità di ogni poro della pelle del mercato in generale e di quello della moda in particolare. che chiamiamo nevrosi. E questo vale per l’“essere giovani” o il “restare giovani”. è esattamente il non-giusto. le resistenze) provengono senza dubbio dal lato oscuro dell’io. il problema delle donne delle classi basse che tentano di incorporare il modello femminile imposto dall’alto. una divergenza tra il corpo e la mente. Guardarsi è controllarsi. Per altro. La questione dell’anoressia giovanile. sia essa morale o corporale. ma di un biologicismo che implica nello stesso tempo la necessità di mantener viva la forza-lavoro (per essere sfruttata meglio) e la necessità estetica di costruire se stessi attraverso l’immaginario del corpo. l’ambito nevrotico dell’impossibile che senza dubbio ricrea di volta in volta il linguaggio del mercato della moda e del culto del corpo nell’immaginario collettivo. d’altra parte. che può arrivare a trasformarsi in una patologia nevrotica o addirittura psicotica. solo se sei giovane puoi venderti ed essere soddisfatto della vendita. ecc. Da questo punto di vista si può accettare che “la lingua sia giusta”: il vecchio Aleixandre aspirava alla sua gioventù reale. Ciò. gli immigrati e. in quanto feticizza precisamente una libertà impossibile o corrosa fino al midollo. Il desiderio è sempre fluttuante e a volte non coincide con l’oggetto concreto. per una volta bisognerà essere d’accordo con l’istinto linguistico comune. È la soddisfazione del desiderio del proprio corpo in quanto desiderio del desiderio dell’altro. Con l’aggiunta ulteriore di un altro elemento di carenza morale: quell’apparenza di gioventù quasi eterna che viene proposta di volta in 44 . ma che non si può considerare mai realizzato. Quando questi scompensi si attaccano al corpo della donna (ma oggi anche a quello dell’uomo) viene fuori una “disfunzione” rispetto alla norma. È chiaro che quando la carenza psicofisica. (o che noi stiamo diventando pazzi: la schizofrenia secondo Deleuze o la paranoia per Jameson). non riesce a interiorizzare il modello (o.RODRÍGUEZ E qui subentra la seconda questione: le incrinature (le rotture. una fenditura nello specchio dell’io. per dire. Il biologicismo ideologico contiene un doppio aspetto: non si tratta di un biologicismo razzista. è diventata una malattia tremendamente seria proprio a causa dell’ansia inscritta nel desiderio di incorporare un modello immaginario che è stato interiorizzato. Un modo fantastico di regolare l’immaginario erotico sotto la maschera estetica che dissimula la necessità di potenziare al massimo la forza vitale della forzalavoro. Il mercato che ti compra e ti produce ti crea così un impossibile immaginario dell’io: siccome paghi l’immagine ti senti soddisfatto dello sfruttamento (lo specchio non ti riflette. angoscia. trauma. ma riflette solo la soddisfazione del tuo doppio). questa ossessione dell’essere giovani come l’unica maniera di essere. Quando si dice comunemente che il capitalismo è diventato pazzo e che il mercato è selvaggio. Ma questa ossessione per il rimanere giovani. più esattamente: non può incorporare il modello che ha interiorizzato) si produce un inevitabile disfunzionamento. non è altro che il raddoppiamento della norma o dello specchio: il feticismo che genera il proprio mercato non è altro che carenza morale. anche se non sembra. anoressia e bulimia. Il poeta Vicente Aleixandre diceva che la lingua è giusta. il necessario interclassismo e la onnisessualizzazione della moda si scontrano immediatamente con gli ambiti sociali più sfruttati: i lavoratori precari. La differenza tra «ser» e «estar» era decisiva per il vecchio Aleixandre erotico. ecc.

come avviene negli spettacoli musicali. a comprare. sotto un certo aspetto. L’emittente e il ricevente del discorso. il sociologo francese Pierre Bourdieu ha suggerito qualcosa di molto simile a proposito di quella che ha chiamato la Distinzione. della moda in generale. il discorso della moda e del suo sistema (come lo considerò anni fa Barthes) è qualcosa di molto più oscuro ed opaco. vale a dire il gusto stabilito dalle persone intelligenti e colte. Come avveniva nel teatro spagnolo del “Siglo de Oro”. stabilì fondatamente questa differenza che era stata appena intravista a livello teorico. come nelle variazioni del jazz. non si trovano mai nel vuoto. non vivono mai in uno spazio autosufficiente. chi vende e chi compra. Così come non si può parlare correttamente (sarebbe idiota) di un emittente e di un ricevente del discorso. mentre per quelli che vivono sul versante estetico dello sfruttamento risulta evidente che qualsiasi tentativo di incorporare questa norma biologicista di base (che è già senza dubbio interiorizzata) provoca il disordine e il trauma. ossia la norma del gusto e non la media del gusto. sono uniti in anticipo dallo stesso inconscio ideologico e/o libidinale. Il capitale costante non cambia. Senza riferirsi a questa sfumatura-chiave di Hume. come direbbe Lope) ed è evidente che. Il discorso non è altro che una costruzione mercantile e nel caso della moda (come della estetica poetica) ci si presentano questi squilibri inevitabili inscritti nel nostro inconscio. nel XVIII secolo. E qui entriamo in un’altra questione normativa: la sfumatura che differenzia il gusto con la minuscola dal Gusto con la maiuscola. Un obiettivo impossibile non solo per gli sfruttati ma anche – è ovvio – per molti giovani il cui sfruttamento è meno visibile. Le due figure. ma che fa vedere semplicemente quello che è. cambia solo il capitale variabile. della marca che vende e del consumatore che compra. nemmeno si può parlare di un soggetto che produce o che crea la moda e di un ricevente che prevede di essere attraente adottando la moda. il pubblico della passerella. Sia la marca che il consumatore. non esistono mai “in nuce”. Il messaggio del linguaggio del gusto. dove i “nostri” del Settimo Cavalleggeri arrivavano sempre in tempo. alla fine la norma finisce per imporsi. sa già quello che va a vedere. che un tipo di produzione sociale e di circolazione delle merci. a sentire. chiunque siano. è chiaro che oggi la possono conseguire solo i ricchi/e (precisamente solo quelli che vivono sul versante estetico del non-sfruttamento). i simbolismi o gli aspetti particolari. significa esattamente quello che dice. come è stato di solito male interpretato. Quindi possiamo sostenere che la lingua non è né giusta né ingiusta.RODRÍGUEZ volta come modello nel nostro mondo. Il linguaggio non è di fatto nient’altro. Hume lo indica esplicitamente. In questo piccolo particolare della varietà sembra risiedere il gusto (vi risiederebbe anche la bellezza. come nell’inconscio poetico di Aleixandre rispetto alla differenza essere/restare giovane. o nei film western. La norma del gusto significa ovviamente quella del “buon gusto” (dell’alta cultura e dell’alta sartoria). pieno di segnali e segni “decorativi” (lo ha segnalato anche Jameson a proposito della architettura 45 . Le regole sociali dell’attuale neoliberismo capitalista costringono a incorporare un capitale simbolico. Il titolo della sua famosa opera. E questo gusto dovrà poi essere imposto come norma di massa per il gusto sociale. The standard of taste. Hume. cioè le classi nobili e ricche. sebbene quello che abbiamo chiamato il lato oscuro dell’io generi sempre figure e contraddizioni.

Questa regola del capitale simbolico (del gusto che indica la normalità e la superiorità sociali) espellono e marginalizzano chi non può incorporare le regole. il tentativo di Nietzsche di estetizzare la vita. ecco l’allegoria del nostro mondo. schizofrenia. paranoia. 2003. La mirada de la moda. tra i diversi valori simbolici inclusi nella norma dominante. una serie di linee che marcano le regole della distinzione sociale. mentre bisogna capire che si stabilisce sempre una distanza tra il gusto propriamente “rispettabile” e il gusto di massa. ciò che nessuno domanda è chi impone le regole del gusto. finiscono per ignorare le vere regole del mercato. Logicamente.RODRÍGUEZ americana postmoderna). forse proprio un “antibiologicista” come Freud è stato colui che ha spiegato meglio il grottesco di questa relazione vita/morte. come se fosse sufficiente cancellare la distanza tra alta e bassa cultura. compreso il mercato della moda. a proposito dell’annuncio di una ditta di pompe funebri che egli dice di aver visto negli Stati Uniti: “Perché vivere se possiamo seppellirvi per soli 10 dollari?” Detto altrimenti: perché vivere se si sta fuori del mercato della moda? Come direbbe Benjamin. Granada. È qualcosa che crea concorrenza. pp. Il dialogo di Leopardi tra la moda e la morte. 46 . in Literatura. della incrinatura del doppio nello specchio. Investigación & critica de la ideología literaria en España. 45-72 [per facilitare la lettura degli studenti le note sono state soppresse o eventualmente inserite nel testo]. Poiché il biologicismo ideologico è decisivo nel capitalismo attuale. Ciò provoca il fallimento e il trauma della “autopercezione individuale”. di questa estetica dello sfruttamento nel mercato. anche se all’interno di un gusto di massa necessariamente interclassista per il mercato. moda y erotismo: el deseo.