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I disturbi alimentari

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sicap.it

Università degli Studi di Torino Facoltà di Psicologia Anno accademico 2003-2004

Materiali per il corso a cura degli studenti

I disturbi alimentari

a cura di

marisa clemente

I disturbi alimentari rientrano nell’organizzazione cognitiva di tipo psicosomatico poiché i soggetti interessati esprimono ciò che provano attraverso il sintomo, attraverso il CORPO infatti esprimono rappresentazioni intollerabili, questi disturbi sono caratterizzati da alterazioni del comportamento alimentare e rappresentano un modo per esprimere la propria sofferenza interna, focalizzandosi sul rapporto che la persona ha col cibo e con il corpo. Il cibo infatti, non è solo una fonte di energia per il nostro corpo, ma può assumere diversi significati e avere una rilevanza particolare per le patologie alimentari. Per le persone con disturbi alimentari, il cibo è sempre al centro dei loro pensieri e condiziona fortemente la propria vita. Per es. per le ANORESSICHE il cibo è uno strumento che permette loro di “acquisire” potere: riuscire a fare a meno del cibo è una dimostrazione d’indipendenza e autosufficienza; il suo rifiuto è la rappresentazione concreta di ciò che sentono e provano. Per le persone OBESE, il cibo può avere una funzione consolatoria nei momenti più difficili, oppure può rappresentare un modo per vincere la solitudine. Le persone BULIMICHE infatti, si nutrono di continuo in relazione alla sfera emozionale e non alla fame. Questi disturbi alimentari vengono suddivisi e classificati dal DSM IV in 3 grandi categorie: - ANORESSIA NERVOSA

- BULIMIA NERVOSA - DISTURBI ALIMENTARI NON ALTRIMENTI SPECIFICATI. A) La prima categoria è caratterizzata principalmente da: Peso corporeo al di sotto della norma Intensa paura di acquistare peso Percezione alterata del proprio schema corporeo Amenorrea ( perdita del ciclo mestruale). Troviamo inoltre 2 sottogruppi: ANORESSICHE RESTRITTIVE: son coloro che mangiano poco o niente, fanno diete ferree o attività fisica eccessiva. ANORESSICHE-BULIMICHE: sono coloro che fanno regolarmente delle abbuffate, compensando poi con attività fisica eccessiva o con condotte di eliminazione (vomito auto-indotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici, ecc….). B) La seconda categoria è caratterizzata da: Ricorrenti abbuffate (solitamente si tratta di cibi ipercalorici) seguite da attività compensatorie (digiuno, attività fisica eccessiva) o condotte di eliminazione. A differenza delle anoressiche-bulimiche, costoro riescono a mantenere un peso corporeo maggiore. Solitamente queste abbuffate avvengo di nascosto dagli altri, e son dovute a: stati d’umore depresso, condizioni di stress, fame dopo aver fatto una dieta drastica, sentimenti d’insoddisfazione. La crisi bulimica è dovuta alla perdita di controllo. Anche in questo caso troviamo 2 sottogruppi: BULIMICHE con condotte di eliminazione. BULIMICHE senza condotte di eliminazione (corrispondono all’OBESITA’). La terza categoria è rappresentata da quei disturbi che rispecchiano sia il quadro dell’anoressia che della bulimia, con alcune variante: per es. compare il ciclo mestruale (che non c’è nell’anoressia vera e propria) e non ci sono un numero di abbuffate così frequenti come invece accade per la bulimia. Tra questi disturbi compaiono anche I DISTURBI DI ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA (è il caso di molte persone obese), colpiscono più le donne che gli uomini, però rispetto all’anoressia e bulimia, gli uomini sono più numerosi.

CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE di una persona che ha un disturbo alimentare: Rispetto al CORPO : attenzione eccessiva al corpo disturbo dello schema corporeo percezione distorta della fame e della sazietà credenze disfunzionali sull’alimentazione e metabolismo Le persone con disturbo alimentare pongono eccessiva enfasi sulla forma e sul peso del proprio corpo, hanno una visione distorta del corpo, e un disturbo dello schema corporeo (è il risultato delle elaborazioni che il cervello compie in continuazione rispetto alle informazioni che gli arrivano dall’esterno e dall’interno del corpo stesso). Come diceva Freud abbiamo un “Io corporeo” come primo livello di conoscenza di noi stessi. Le persone con tali disturbi hanno una distorta percezione del corpo nello spazio e nel tempo, stimano in modo non corretto il proprio corpo, per es. le anoressiche lo percepiscono più grande di quello che è in realtà; al contrario ci sono persone che vestono in modo attillato pur essendo grasse. Notiamo che più è distorto lo schema corporeo e più grande è il problema. Per le anoressiche il corpo è lo strumento per raggiungere la perfezione, che corrisponde all’essere magre. Per l’obeso, il corpo rappresenta qualcosa di cui vergognarsi, un fallimento personale su tutti i fronti. Per quanto riguarda il disturbo nella percezione della fame e della sazietà, possiamo aggiungere che per es. le anoressiche non sanno “quando” hanno fame, e le bulimiche non sanno “quando” sono sazie, non hanno dei parametri adeguati. Ci sono anoressiche che dopo aver mangiato solo 2 biscotti dicono di sentirsi piene; ci sono invece bulimiche che non percepiscono la differenza nel mangiare una fetta di torta o tutta la torta, perché per loro è la stessa cosa. Inoltre esse hanno credenze disfunzionali sull’alimentazione e sul metabolismo, sembra un paradosso eppure sanno tutto sulle calorie dei cibi, ma non avvertono i rischi ai quali vanno incontro e ai danni che provocano all’organismo con il loro comportamento (di eliminazione, compensazione uso eccessivo di lassativi, diuretici, ecc…..)

Rispetto al DEFICIT DI AUTOCONSAPEVOLEZZA:

Ricollegandoci al discorso di prima, queste persone non sono consapevoli dei danni che possono autoprocurarsi; e ricordiamo che la denutrizione può causare alterazioni e scompensi seri agli organi del corpo. Altro aspetto importante da evidenziare è che esse hanno difficoltà nel capire i propri stati interni, le sensazioni che provano (come la fame, la sazietà, il senso di vuoto, il freddo , il caldo, ecc….), fanno difficoltà ad esplorare il proprio mondo interiore: sono incapaci di sentire, riconoscere, esprimere le proprie emozioni e i propri stati interni, sono incapaci di dare un significato, un nome alle emozioni), i propri desideri (non sanno bene COSA vogliono, hanno sempre bisogno di ricevere una conferma dall’esterno). Non dimentichiamo che le emozioni sono importanti e fondamentali per far sapere a noi stessi e agli altri come stiamo, cosa proviamo. Rispetto all’AMBIENTE: c’è il tema dell’INVASIONE-INTRUSIVITA’ del GIUDIZIO delle ASPETTATIVE e DELUSIONI della PERFEZIONE della SESSUALITA’ Per queste persone è fondamentale il ruolo dell’ambiente che li circonda proprio perché non riuscendo a capire le proprie emozioni, i propri desideri, le cose che vogliono, esse hanno bisogno di avere una continua conferma dall’esterno; ma allo stesso tempo sono molto sensibili a questa INTRUSIVITA’. Da una parte non possono fare a meno di essa (perché non saprebbero come e cosa fare), dall’altra però si sentono “invase”, perché non riescono a porre dei confini tra sé e il mondo. L’ambiente per loro è importante perché non sanno farne a meno (avendo sempre vissuto in modo che fossero gli altri a decidere per loro); si tratta di persone insicure, che non sanno ciò che provano, pensano, ecc……In terapia è importante che tali pazienti, imparino a costruirsi dei confini rispetto all’ambiente, poiché l’incapacità di porre dei limiti li porta spesso a sentirsi invasi dagli altri. Essi devono imparare a costruirsi una propria identità personale e non una risposta all’ambiente.

Rispetto al tema del GIUDIZIO possiamo dire che queste persone sono molto sensibili al giudizio degli altri nei loro confronti, ricercano sempre giudizi e conferme esterne, poiché sono indispensabili per conferirgli un valore personale, perché sono insicure rispetto all’immagine di sé. Ricevere un giudizio negativo sul proprio fisico, può innescare il famoso meccanismo di iniziare per es. una dieta ferrea, con il conseguente circolo vizioso dal quale è difficile uscirne.

Il concetto di valore come persona, non esiste per costoro; esse si sentono vuote ma in realtà non lo sono, il fatto è che non sono state abituate a guardare dentro di sé. Secondo loro, il valore di una persona dipende dalla prestazione e non dal proprio essere. Il famoso “vuoto” di cui parlano spesso le anoressiche , in realtà è un “pieno” non riconosciuto; esse hanno le sensazioni fisiche corporee, ma non sono abituate a sentirle. Per quanto riguarda il tema delle ASPETTATIVE e DELUSIONI, notiamo che le persone con disturbi alimentari hanno delle super aspettative su se stesse e sugli altri, e inevitabilmente rimangono poi deluse. Possono per es. rimaner deluse per aver idealizzato troppo l’altra persona e per averla investita solo di valori positivi, non facendo i conti con la realtà.

Sul tema della PERFEZIONE diciamo che i livelli di autostima di queste persone sono fortemente condizionati dalla forma e dal peso corporeo. L’essere magri o grassi condiziona la costituzione di una propria identità personale. Raggiungere la perfezione quindi diventa l’unico modo per ricevere giudizi positivi. Costoro si propongono delle aspettative molto alte, senza tener conto delle effettive probabilità di farcela. Il perfezionismo al quale tendono le anoressiche per es., le porta ad essere delle brave studentesse, le prime della classe. Ultimo tema: la SESSUALITA’. L’essere magre rappresenta una bellezza desessualizzata, non volgare, con la restrizione alimentare infatti, si cancellano le parti del corpo che potrebbero risultare erotiche (seno, sedere, fianchi, ecc….). Inoltre la mancanza di ciclo mestruale rende incapace la riproduzione, quindi scompaiono i segni della sessualità. Per queste persone la sessualità nei rapporti di coppia non è fondamentale; la persona obesa invece, vergognandosi del proprio corpo, cerca di evitare rapporti intimi, si è riscontrato poi che all’aumento di peso corrisponde un diminuito interesse per l’attività sessuale. I FATTORI CHE POSSONO PORTARE MANTENIMENTO DEI DISTURBI ALIMENTARI : ALLO SVILUPPO E AL

I FATTORI DI RISCHIO: sono quei fattori che vanno dal concepimento alla comparsa del comportamento. Si possono classificare in base al: GENERE: E’ stato riscontrato che i disturbi alimentari sono maggiormente presenti nelle donne; GRUPPO ETNICO: a seconda del gruppo di appartenenza c’è più possibilità di sviluppare il problema, esso infatti è tipico dei paesi industrializzati, dove c’è abbondanza di cibo;

CLASSE SOCIALE: rispetto alla classe non si rileva nessuna prevalenza particolare, oggi è un problema che riguarda classi omogenee, mentre un tempo si pensava appartenesse più alla classe medio-alta; CULTURA e SOCIETA’: vivere in una determinata società piuttosto che in un’altra, potrebbe essere un fattore di rischio. Noi viviamo in una società dove si è continuamente bersagliati da mass-media che valorizzano moltissimo l’immagine di donne magrissime (vedi le fotomodelle); L’ETA’: adolescenziale; l’età media d’insorgenza riguarda maggiormente il periodo

FATTORI FISICI: coloro che hanno avuto un problema gastrointestinale e coloro che hanno avuto problemi di obesità (o i loro stretti familiari), hanno maggior probabilità di sviluppare il disturbo alimentare; ABUSO SESSUALE e TRAUMI VARI: L’abuso è un fattore di rischio aspecifico (poiché non è detto che chi ha subito un abuso sviluppi questo problema), comunque può incidere molto; STORIA PSICHIATRICA FAMILIARE: C’è un rischio maggiore di sviluppare tale disturbo, se si hanno familiari di primo grado con un disturbo dell’umore o che hanno già avuto un problema alimentare; Fattori di rischio PSICHIATRICI-PSICOLOGICI DELL’INDIVIDUO: sebbene non ci siano studi che confermano in modo evidente l’incidenza di tali disturbi, un quadro psichiatrico che si rileva spesso nelle persone con disturbi alimentari è quello di tipo depressivo e ansioso. E’ emerso che alcune anoressiche hanno una struttura di base più ossessiva, mentre nelle bulimiche si riscontra una struttura più borderline; FAMILIARI: Si riferiscono alle dinamiche relazionali familiari. L’ambiente familiare è un fattore molto importante caratterizzato: dall’atteggiamento dei genitori nei confronti del figlio, dalle comunicazioni interpersonali, ecc….; possono esserci genitori eccessivamente invadenti o poco presenti, o addirittura assenti.

FATTORI PRECIPITANTI: sono quei fattori che aumentano il rischio di sviluppare il disturbo alimentare. Precipitante perché un evento di per sé normale o che tutti fanno (come per es. l’adolescenza) viene invece vissuto con un altro significato, che può far precipitare la situazione. Tutto dipende dal significato che la persona dà ad un certo evento. Questi fattori possono essere così riassunti: DIETA FERREA: le persone che attuano questo tipo di dieta presentano delle

caratteristiche cognitive particolari come l’essere perfezioniste e un pensiero “o tutto o nulla”, che condizionano maggiormente questo modo di fare la dieta. Questa dieta viene fatta o saltando i pasti (e poi perdendo il controllo) o riducendo le porzioni, cercando di eliminare certi cibi definiti “cattivi”, sono diete rigide, ipocaloriche. Ricordiamo che: la prima fase della dieta è chiamata “LUNA DI MIELE” proprio per evidenziare il fatto che tutto sembra andar bene, queste persone riescono a condurre una vita normale: avere un fidanzato, andare a ballare, in palestra, esser le prime della classe, ecc.. Nella seconda fase inizia l’ossessione per il cibo, si sente la fame, si tende a voler mangiare, con la paura però d’ingrassare, ed è qui che s’innesca il famoso meccanismo. Nella terza fase compaiono le emozioni negative quali: depressione, irritabilità, isolamento sociale, ecc…. Nell’ultima fase, scompare l’ossessione per il cibo, le persona è sempre in movimento, si è incapaci di star fermi e rilassati (iper-eccitazione). Spesso si viene ricoverati per il calo di peso eccessivo, il corpo non ha più risorse, possono comparire anche problemi psicotici, disturbi del sonno, ecc…. La PUBERTA’: essere in questa fase della vita porta di per sé dei cambiamenti fisici, psicologici, che ognuno di noi ha sperimentato, ma siccome si tratta di un momento particolare, può esser vissuto da alcuni con un certo significato, e da altri no. LASCIARE la PROPRIA FAMIGLIA o fare un VIAGGIO da soli: per es. allontanarsi da casa per andare a studiare in Inghilterra, può rappresentare per alcune persone un momento di distacco, che può esser vissuto in vari modi, a seconda della persona, e ciò potrebbe aumentare il rischio di sviluppare problemi alimentari. RICEVERE COMMENTI SPIACEVOLI sul proprio aspetto fisico, potrebbe esser la miccia per innescare il famoso meccanismo. Ricordiamo che stiamo parlando di persone molto sensibili, e un commento sul loro aspetto fisico, in un dato momento potrebbe esser percepito in modo negativo, ferendo la loro autostima. Un LUTTO di una persona cara e significativa: può rappresentare la mancanza, un vuoto lasciato da una persona amata che non si sa più come colmare, può far cadere in depressione e manifestare tali disturbi per esprimere la propria sofferenza. Tra gli altri fattori di rischio troviamo anche: l’affrontare una MALATTIA.

FATTORI PERPETUANTI: sono quei fattori responsabili di rendere il disturbo cronico, e non più lieve e transitorio: FATTORI COGNITIVI: le caratteristiche psicologiche delle persone possono

influire su tale comportamento. FATTORI INTERPERSONALI: riguardano le relazioni che si instaurano con le altre persone come: l’amicizia, l’amore, rapporti professionali, familiari, ecc……che possono incidere molto sul disturbo, soprattutto se si verificano crisi e rotture la situazione può bruscamente precipitare, mentre l’instaurarsi di una relazione significativa può aiutare a star meglio. FATTORI COMPORTAMENTALI: riguardano i comportamenti che si adottano come per es. i comportamenti di compensazione, i quali portano al mantenimento del problema e non a risolverlo, rafforzando maggiormente il meccanismo innescato.

Rispetto alla TERAPIA è importante aiutare queste persone a riconoscere i propri stati interni e le sensazioni propriocettive (caldo, freddo, fame, vuoto, ecc….), devono imparare a leggere i propri stati mentali, a riconoscere le emozioni (infatti hanno difficoltà nel distinguere: la rabbia, il dolore, la sofferenza, ecc….) permettendogli di esercitare le proprie scelte in modo autonomo. Il terapeuta da parte sua deve evitare di dar giudizi e opinioni che invece il paziente potrebbe far propri. Scopo del lavoro terapeutico è insegnare a sostituire un’azione impropria (es. l’abbuffarsi) con un comportamento adeguato al senso della compulsione (es. sentimenti di rabbia, paura, ecc….).E’ importante che una bulimica, dopo essersi abbuffata riesca a capire cosa l’ha spinta a riempirsi in quel modo sproporzionato, a identificare una circostanza emotiva. Il paziente deve imparare ad esprimere le proprie emozioni, la via somatica non dev’essere la sola via percorribile, deve ritrovare un equilibrio interno. Il trattamento consiste nel far evolvere il paziente da una condizione di confusione mentale in cui si trova, aiutandolo a identificare i propri bisogni e combattendo il senso profondo di disvalore che prova cercando di mantenere un controllo sul proprio corpo. La terapia non è basata sul sintomo, ma è indirizzata a ottenere cambiamenti interni, cercar di convincere il paziente che non è grasso o che non soffre di una malattia organica, è un lavoro inutile. Gli viene presentato un nuovo modo di entrare in relazione con gli altri, opposto a quello sperimentato fino ad allora, quando c’era una figura importante che gli spiegava cosa doveva fare e cosa doveva provare. Il paziente psicosomatico cercherà sempre di esprimere fisicamente cognizione ed emozione , invece deve imparare ad andare oltre il messaggio somatico. E’ fondamentale giungere alla capacità di esprimere emotivamente e se possibile anche linguisticamente i propri vissuti, è molto importante che riesca ad arrivare a una piena espressione di sé superando l’alessitimia.

La terapia deve fondarsi non su una modificazione sintomatica, ma sulla ristrutturazione di schemi emotivi e cognitivi. L’obiettivo è raggiungere un equilibrio interno.

I COMPORTAMENTI DI COMPENSO sono quei comportamenti che mantengono il problema: vomito auto-indotto (con le dita o con oggetti diversi; le più esperte riescono a procurarselo spontaneamente); ci sono ragazze che bevono tantissimo per favorirsi il vomito (son quelle che mangiano e poi vomitano fino a quando non vedono fuoriuscire un liquido bianco, ciò può causare uno scompenso elettrolitico), ma non sanno che vomitando si elimina solo una parte delle calorie ingerite, circa la metà. esercizio fisico eccessivo uso di diuretici e lassativi (fanno perdere molti liquidi). ALTRI SINTOMI: Quando queste persone sono molto sottopeso, possono presentare sintomi depressivi come: umore depresso, ritiro sociale, irritabilità, insonnia, diminuito interesse sessuale, ecc…. Molti sintomi depressivi possono essere secondari alle carenze alimentari. Altre manifestazioni che si riscontrano più frequentemente sono: sentimenti d’inadeguatezza, bisogno di tener sottocontrollo l’ambiente circostante, rigidità mentale, ecc…. Facendo riferimento alla Teoria dell’ATTACCAMENTO di Bowlby, la modalità di attaccamento/accudimento che più frequentemente si riscontra in questo tipo di paziente è un pattern INSICURO, che vede la figura di attaccamento come inaffidabile, indisponibile o intrusiva; probabilmente da piccolo è stato accudito da madre con pattern A o C. * Le madri EVITANTI (pattern A) nelle relazione trasmettono il messaggio : “cerca di cavartela da solo” , esse non sono mai disponibili alle richieste di affettuosità anche fisica. In questo pattern di attaccamento si trovano più facilmente disturbi come quello bulimico e obeso, per i quali l’attività consumatoria sembra assumere una valenza

distraente e di distanziamento dall’emozione. Infatti, il corpo in questi casi viene usato come alibi per non confrontarsi con profondi sentimenti di solitudine e di non-amabilità (è il mio corpo che gli altri rifiutano e non il mio Io). * Dalle madri AMBIVALENTI (pattern C) il bambino non sa mai cosa aspettarsi alla sua richiesta di vicinanza affettiva: “mi accoglierà o mi respingerà?” è un quadro tipico delle anoressiche, che usano il proprio corpo come strumento per gestire e controllare la relazione con la figura di attaccamento, ciò conferisce loro potere. L’adolescente psicosomatico deve sempre ricorrere all’altro per sapere chi è lui; acquisire una certa autonomia e indipendenza diventa difficile anche a causa delle ingerenze genitoriali. Nell’organizzazione psicosomatica emerge in modo eclatante l’incapacità di sentire i propri stati mentali. Nell’infanzia lo psicosomatico non ha avuto la possibilità di sperimentare e dare un significato personale a tutta quella gamma di emozioni che sono lo strumento principale di conoscenza che possediamo. Venendo a mancare il riferimento emotivo, la persona ricorre a sensazioni legate direttamente al corpo. Si sentono VUOTE, un vuoto psichico che può esser sentito come un vuoto fisico e scambiato per un senso di fame, con la conseguenza che tenterà di colmare questo vuoto mangiando. I confini tra sé e l’altro sono inesistenti, l’incapacità di porre limiti lo porta spesso ad essere invaso dagli altri, anteponendo gli altri a sé gli è difficile dire di no alle richieste altrui. Le anoressiche soprattutto, hanno difficoltà a capire dove comincia e dove finisce il proprio corpo, ricercano giudizi e conferme esterne che son temuti, ma allo stesso tempo indispensabili.

Riportiamo qui 2 ESPERIMENTI eseguiti per vedere cosa accadeva se veniva aumentata/diminuita l’alimentazione alla quale si era abituati di solito. Che conseguenze si ottengono a livello fisico, emotivo e cognitivo? ESPERIMENTO DI IPER-ALIMENTAZIONE: prima dell’esperimento, veniva studiata la condotta alimentare e psicologica delle persone prese in esame; poi venivano sottoposte ad aumento di alimentazione e si scoprì che: all’aumentare delle calorie ingerite non corrispondeva un aumento proporzionale di peso corporeo. Rispetto alle calorie introdotte, esse erano aumentate di peso solo del 25% in più, lamentano di sentire molto caldo e sudare tanto (a causa dell’aumento del metabolismo) e

per mantenere quel peso raggiunto dovevano mangiare molto. ESPERIMENTO DI DENUTRIZIONE: per i primi tre mesi l’alimentazione rimaneva normale, ognuno mangiava ciò cui era abituato, poi si cominciò a diminuire le calorie introdotte, fino ad arrivare a un 25% in meno del peso iniziale; cosa accadde? A LIVELLO EMOTIVO si riscontrò:depressione, ansia, irritabilità, rabbia, cambiamento di personalità, isolamento sociale. A LIVELLO COGNITIVO: diminuita capacità di concentrazione e pensiero astratto, apatia. A LIVELLO FISICO: debolezza, disturbi del sonno, disturbi gastro-intestinali, ipotermia, ipersensibilità ai rumori e alla luce, diminuito interesse sessuale, ecc…..

Bibliografia: - Seminario sui disturbi alimentari condotto dalla dott.sa Colla nel maggio 2003 - B. Bara, Manuale di psicoterapia cognitiva, Bollati Boringhieri, 1996 sicap.it

La cura - Disturbi alimentari

bulimianoressia.it 08 maggio 2013 - SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO - POTENZA Seguici su: Disturbi alimentari

I disturbi alimentari sono un modo per comunicare sofferenze e paure. Perdite affettive importanti, abbandoni, abusi e traumi infantili: il cibo diventa l’anestetico che permette di non sentire la sofferenza, un’auto-cura per non pensare. In questo modo, però, il dolore permane e la vita non viene vissuta. In Italia più di 3 milioni di persone ne soffrono, anche se il numero è in costante aumento. Nell’ 85% dei casi si tratta di donne adulte, adolescenti e bambine. Negli ultimi anni il fenomeno riguarda anche gli uomini. Questi disturbi non devono essere scambiati per malattie dell’appetito. Sono, infatti, disagi psicologici profondi. Attraverso il rapporto con il cibo – negato, cercato e rifiutato, o ingerito in quantità smodata – esprimono in modi diversi uno stesso bisogno: una disperata fame d’amore. “L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a trecentossanta gradi, del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo” (Fabiola De Clercq -1998- Fame d’Amore, Rizzoli).

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La cura

bulimianoressia.it 14 maggio 2013 - MESE DEL BENESSERE PSICOLOGICO - ANCONA Seguici su: Anoressia

Di solito si comincia con una dieta dimagrante: tutto ciò che si desidera, apparentemente, è migliorare e controllare la propria immagine. La persona anoressica non si sente mai abbastanza magra. Tra i sintomi, la fame viene negata, si cade nel calcolo ossessivo delle calorie e nel controllo spasmodico del peso. Ci si illude che cambiando il proprio corpo sia possibile cambiare anche la propria vita. Questo tipo di disturbo si manifesta in modo molto evidente: il corpo, scarno e denutrito, diviene una tela su cui dipingere l’immagine di un dolore interiore, un disagio che le parole non possono esprimere. L’anoressia può portare danni molto gravi alla salute come insufficienza renale, alterazioni cardiovascolari, perdita dei capelli e dei denti. Spesso si verifica il blocco del ciclo mestruale che, se permane a lungo, può causare l’osteoporosi. Spesso anoressia e bulimia si alternano ciclicamente: la persona anoressica, che non riesce più a controllare la fame, cede all’istinto e si punisce con il vomito autoindotto. “L’anoressia è la punta dell’iceberg, il sintomo di una sofferenza che ha cause psicologiche. Per questa ragione non può essere aggredito: è necessario invece cercare le cause senza tuttavia perdere di vista la gravità dei risvolti che possono mettere a rischio la vita. Il sintomo non viene soppresso ma si diluisce fino a scomparire solo quando la persona non sente più la necessità di adottare i comportamenti che ha dovuto cercare e usare come soluzione, quando riesce a esprimere e vivere i suoi sentimenti, quando a dispetto delle difficoltà trova dentro di sé gli strumenti per far fronte alla vita e alla sofferenza che ne è parte” (Fabiola De Clercq -1995-, Donne invisibili, Bompiani). Attraverso lo spazio di accoglienza, l’ABA offre un incontro gratuito durante il quale è possibile ricevere informazioni e consulenza da uno psicologo dell’Associazione.

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La cura - Obesità

bulimianoressia.it 29 maggio 2013 - MODI DI SOFFRIRE COL CORPO Seguici su: Obesità

Se si esclude quella che è conseguenza di disfunzioni metaboliche, anche l’obesità si associa a fattori psicologici, per questo viene definita psicogena. E’ una vera e propria malattia sociale che riguarda un numero sempre maggiore di persone di ogni età, anche bambini. Come nella bulimia, anche nell’obesità psicogena si è di fronte a una dipendenza, cambiano solo le modalità. Il cibo è scelto con cura e assunto fino ad aumentare di peso in modo spropositato. Viene inconsciamente considerato una soluzione magica alle difficoltà del vivere, un anestetico rispetto al dolore che si ha dentro. Il grasso rappresenta una barriera difensiva per proteggersi dalla propria depressione. In chi soffre di questo disturbo insorgono gravi danni alla salute quali patologie cardiocircolatorie e malattie metaboliche come il diabete. Possono essere seriamente compromesse anche la capacità di memorizzazione e concentrazione.

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17 aprile 2013 - NUOVI MODI DI AMARE I FIGLI E CONSEGUENZE NELLA COSTRUZIONE DELLA LORO IDENTITA’ Seguici su: Conseguenze fisiche

L’anoressia può portare danni molto gravi alla salute come insufficienza renale, alterazioni cardiovascolari, perdita dei capelli e dei denti. Spesso si verifica il blocco del ciclo mestruale che, se permane a lungo, può causare l’osteoporosi. La bulimia, nonostante spesso rappresenti l’altro lato della medaglia delle persone anoressiche che non riescono più a controllare la fame, lascia sul corpo segni meno evidenti: per questo è più difficile da riconoscere rispetto all’anoressia. Le conseguenze della bulimia sono altrettanto devastanti sulla salute di chi ne soffre: il vomito autoindotto causa problemi gastrici, erosione dello smalto dentale, disidratazione, ipotalassemia e disfunzioni cardiache. “Il vomito continuo con la conseguente risalita degli acidi gastrici fino alla bocca, provoca ulcerazioni all’esofago e consuma lo smalto dei denti; i capillari si rompono per lo sforzo del vomito e si verificano microemorragie; si gonfiano le ghiandole salivari; si soffre di calcolosi, dato che non si beve mai. Per via di squilibri ormonali la pelle si copre di una fitta peluria; le mestruazioni scompaiono perchè l’organismo non può più permettersi di perdere liquidi e sali minerali; possono insorgere forme di osteoporosi” (Fabiola De Clercq -1998-, Fame d’Amore, Rizzoli). In chi soffre di obesità insorgono gravi danni alla salute quali patologie cardiocircolatorie e malattie metaboliche come il diabete. Possono essere seriamente compromesse anche la capacità di memorizzazione e concentrazione.

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La cura - Nuovi malesseri

bulimianoressia.it 08 maggio 2013 - SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO - POTENZA Seguici su: Nuovi malesseri

Accade spesso oggi che accanto ai disordini alimentari vi siano altre sintomatologie come attacchi di panico, disturbi d’ansia, dipendenza da sostanze, depressione che talvolta può anche portare ad un tentato suicidio. Spesso è difficile riconoscere le risorse che possediamo per superare gli ostacoli della vita. In ABA si trova un aiuto per riscoprire strumenti utili a prevenire ed affrontare questi nuovi sintomi. Le sintomatologie che più frequentemente convivono con i disturbi alimentari sono le seguenti: Disturbi d’ansia. In questo caso l’ansia raggiunge un limite eccessivo, tramutandosi quasi in angoscia. La manifestazione più evidente è l’ attacco di panico: palpitazioni, sudorazione, tremore, vertigini e fastidio al petto. Spesso si associa all’agorafobia, la paura di trovarsi in mezzo alla folla, e arriva a impedire le relazioni sociali. Dipendenza da sostanze (alcol, droghe o farmaci). Anche in questo caso la sostanza rappresenta una soluzione illusoria rispetto a problematiche angoscianti. Nei suoi confronti si ha un atteggiamento ambivalente: droghe, alcol, farmaci, cibo sono amati e odiati. Ogni giorno si promette a se stessi di smettere senza però riuscirci e ogni fallimento getta in una depressione sempre più profonda. Depressione. In genere i sintomi sono una perdita di interesse in ciò che si fa e una riduzione dell’energia accompagnate ad alterazioni del sonno e dell’appetito. Prevale un senso di disperazione e possono presentarsi anche pensieri di morte, che potrebbero portare ad un tentato suicidio.

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Le parole di Fabiola De Clercq

bulimianoressia.it 02 maggio 2013 - TU NON SEI UN DISEGNO Seguici su: Le parole di Fabiola

Estratti dai libri di Fabiola

“Qualche mese fa mi sono immersa nell’acqua calda al termine di una giornata come un’altra. Il tepore dell’acqua, il soffitto bianco, il colore neutro delle pareti. Un benessere infinito mi ha avvolta. Mi sembrava di guardare per la prima volta sopra di me un paralume. Una palla in carta giapponese, in carta di riso e bacchette di legno rudimentali. Il risultato è perfetto. È essenziale questo pallone di carta. È enorme e leggero, gonfio di aria, sospeso. Forse per ricevere dentro di sé un’immagine semplice e forte si deve essere stati scavati dal dolore”.

(Presentazione di Fabiola De Clercq a L’ultima cena: anoressia e bulimia di Massimo Recalcati)

…“Oggi sono più afflitta che mai, tuttavia entrando in un gigantesco hangar pieno di automobili ho visto un merlo addomesticato dagli impiegati. Era commovente vedere, in quell’ambiente senza poesia, quell’uccello volare allegramente e, soprattutto, seguire il suo padrone. Mi ha dato un po’ di speranza. Possono accadere cose inattese, forse potrei anch’io vedere la mia vita cambiare!”… …“E’ soprattutto per arginare la depressione e la paura che mangio e vomito da diciassette anni. Ho cominciato a ingrassare a tredici anni. Non volevo accettare quella che era una normale metamorfosi dell’età. Mi sentivo gonfia e la certezza che non avrei mai più smesso di lievitare mi procurava una tale ansia che solo il cibo, paradossalmente, riusciva a colmare. Ero stata fino a poco prima una bambina normale e, tutt’a un tratto, dovevo convivere con un corpo che non riconoscevo”…

…“Solo raramente e per pochi attimi mi sentivo in accordo con me stessa, ma qualsiasi contrattempo faceva crollare un equilibrio già compromesso. Seguivo diete rigidissime, alternate a digiuni implacabili e, di conseguenza, il mio peso subiva oscillazioni enormi. Il mio umore era strettamente legato al mio peso”… …“E mi chiedo se una persona che non si ama come me possa amarne un’altra. Non ho nessun amore per me stessa, nessun rispetto per la mia vita e per la vita in genere. Non provo desideri per la paura di non poterli soddisfare o perché potrebbero essere frustrati. Mia madre, diversamente da me, ha sempre accaparrato tutto per non subire privazioni. Io sopravvivo a modo mio, in un modo terrificante, per contrastare mia madre. Ai troppi desideri di mia madre, io rispondo con le privazioni ad oltranza. Sono diventata l’anti-madre”… …“Mi sento la vittima designata della mia famiglia d’origine e, non a caso oggi, della famiglia che mi sono costruita secondo le modalità che ho sempre conosciuto. Il mio corpo è il bersaglio di tutta la rabbia che non riesco a tirare fuori”… …“La mia storia è un susseguirsi di riparazioni, di sensi di colpa. Qualcuno può spiegarmi quale incredibile danno io abbia arrecato e a chi? Di quale colpa io mi sia macchiata e fino a quando dovrò essere la bambina compiacente e gratificante per gli altri?” … …“Devo ancora proteggermi a tutti i costi dal pericolo che un corpo normale rappresenta. Sarebbe un corpo, quello, che contemplerebbe i desideri dai quali dovrei difendermi, visto che non so cosa significhi soddisfarli. Così minuta rimango una bambina che non sono potuta essere perché non faceva comodo a nessuno che lo fossi”… …“E se riuscissi a farlo questo salto, chi potrebbe restarmi vicino, molto vicino, nei primi momenti della mia nuova condizione? Ma so anche che tutto questo potrebbe accadere in un modo diverso. Potrei forse scivolare nella guarigione senza accorgermene, semplicemente accettando un cambiamento graduale, investendo un po’ delle mie energie in altre direzioni senza più lasciare che tutto si indirizzi sul mio corpo, sul cibo, negli stessi rituali ossessivi e sterili che da anni mi tolgono qualsiasi profondità di campo”… …“Ho voglia, si, di guarire completamente ma nell’unico modo possibile: attraverso la comprensione delle cause del mio comportamento. Per questo ho bisogno di un interlocutore, di un terapeuta”… …“Non riesco a convivere con il pensiero che qualcuno possa soffrire a causa mia, ma per questa ragione creo situazioni di estrema ambiguità che rasentano la malafede e, di fatto, sono fondamentalmente cosciente del mio comportamento. Dentro di me spezzo i legami con l’altro”…

…“Non ho ancora la possibilità di affidarmi completamente a qualcuno, per una profonda mancanza di fiducia che sopravvive a tutto. Ancora oggi non smetto di stupirmi quando, avendo suonato il campanello, la porta dell’analista si apre veramente, ho tutt’ora paura di essere dimenticata fuori”… (Fabiola De Clercq, -1990-, Tutto il pane del mondo, Sansoni)

…“Credere che si possa ottenere qualche cosa senza battersi contro ostacoli anche difficili, significa rischiare che questi moltiplichino anziché diminuire. Per molti anni, di fronte a qualsiasi difficoltà, usavo aggrapparmi al pensiero ossessivo del cibo: era una specie di anestesia. Oggi quello schema non mi consentirebbe di fare fronte in modo efficace a circostanze che invece posso affrontare. Mai come ora sento quanto i meccanismi di allora fossero aleatori”… …“Nonostante il dolore dobbiamo agire, collegare i pensieri, chieder aiuto alle persone giuste. Quando riusciamo a maneggiare questa sofferenza, ne usciamo lentamente più cresciuti. Nel disagio siamo soli, le decisioni devono partire necessariamente da noi, e le capacità che così sviluppiamo sono il risultato di un lavoro preciso svolto su noi stessi”… …“Presto un improvviso stato di allegria si affianca alla depressione e la trasforma in un evento quasi normale, al quale è possibile ora dare un senso. Viene il momento in cui si può sperare di tollerare lo sconforto, ci si può permettere di uscire di casa senza un motivo preciso, sdraiarsi sul letto e chiudere gli occhi. Cercare di occuparsi di sé, persino leggere o ascoltare musica, fare quelle cose che ci esporranno maggiormente a lei (all’allegria). La depressione passa, se ne va così com’è venuta, senza preavviso com’è arrivata, come un temporale estivo investe l’asfalto troppo caldo”… …“Incontriamo ogni giorno persone che fingono di essere distanti, immuni dalla malinconia, ma le rivelano senza volerlo a ogni gesto. Per anni io stessa ho usato questo comportamento, tanto era forte la paura di allontanare gli altri come fossi stata contagiosa”… …“È singolare quanto sia più facile dimenticare il benessere, la gioia, anziché il dolore”… …“Piccole bambine di tre, quattro anni sfilano sulla piazzetta di un villaggio turistico. Gonne con le balze, lustrini e body. Minuscole donne dal passo ancora incerto, il cui corpo è celebrato ed esibito, vestito, investito delle aspettative materne e paterne. È l’inizio di infinite richieste di prestazioni che non lasceranno spazio alla possibilità di entrare in contatto con se stesse.

Non provare desiderio, non sentire dolore né fame perché si decide da sé di non sentire niente. Questo stato paradossalmente galvanizza ogni comportamento, al punto che non se ne può più fare a meno. Alla paradossale richiesta di essere una figlia ideale, si risponde paradossalmente con la costruzione di un corpo ideale per sé e non per gli altri, unico spazio distinto da quello materno”… …“Ho creduto che costruendo la mia vita su basi diverse da quelle di mia madre avrei potuto trovare un’identità sufficientemente buona, solo perché questa sarebbe stata diametralmente opposta”… …“È difficile mettere in discussione la relazione con una madre di vetro, fragile e infantile, incapace a sua volta di avere una propria autonomia, una madre che pensa potrebbe spezzarsi qualora venisse disattesa, delusa e abbandonata”… …”Crescere e sperimentare emozioni, con il consenso di una madre in grado di tollerare la frustrazione dell’allontanamento dalla figlia, rende meno doloroso questo distacco, ma soprattutto permette, in un momento successivo, un nuovo incontro e la nascita di una relazione adulta, di apporto reciproco”… …“Mia madre, come tante altre madri che incontriamo all’ABA, vive proiettata nel passato: il presente non conta, solo io avrei potuto garantirle un futuro nella comunità dei suoi modelli di insegnamento”… …“Il cambiamento si manifesta nel non avere più l’angoscia e la fretta di cercare a ogni costo la soluzione a una mancanza, il sollievo immediato a un dolore. Chiedere non è più una debolezza, né la trasgressione a un ordine interno, severo e inflessibile. Ho compreso forse che tutto quello che è rigido è destinato a spaccarsi”… …“Sono diventata capace di entrare in relazione con gli altri: chiedere non è più estremamente fragilità, ma proporre uno scambio”… …“Lunghi silenzi alimentano rapporti dove non passa più niente di vitale, dove i malintesi prendono lo spazio dei movimenti che potrebbero ripristinare una comunicazione sufficientemente buona, oramai interrotta dai muri delle cose non dette”… …“Un giorno siamo grandi, l’indomani siamo piccoli, ma forse un giorno potremo crescere”… …“Ho confuso i miei bisogni con quelli dell’altro. Ho accolto tutti senza mai esserlo a mia volta, ne ho anticipato i bisogni senza mai rivelare i miei”… …“L’ascolto non sancisce necessariamente una condivisione, ma se avviene con

umiltà può ridare equilibrio a ognuno. Tutti portano dentro di noi il nostro dolore, scambiamo spesso la realtà per un incubo, e questo è comprensibile. Se gli incubi non sembrassero assolutamente veri non avrebbero gli effetti che conosciamo”… …“Il cuore non batte più per la paura ma per il desiderio, siamo come adolescenti disarmati di fronte a sensazioni negate da sempre. La sequenza di colori, di suoni, di innumerevoli accadimenti dai quali il malessere ci ha distolti per così a lungo, ora ci sorprende e ci incanta”…

(Fabiola De Clercq -1995-, Donne invisibili, Bompiani).

…“La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gattino dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a 360 gradi, del mondo sottostante. A un certo punto però la questione diventa scendere dall’albero: il gattino non sa più tornare a terra e deve stare sempre più attento a non perdere l’equilibrio, perché la caduta potrebbe essere mortale. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo”… …“L’anoressia-bulimia rappresenta una specie di schermo bianco, falsamente omogeneo, sotto il quale c’è ogni volta un soggetto diverso, con una storia diversa e non semplicemente il corteo, ormai ben noto a tutti, dei sintomi tipici”… “soffrire di anoressia è meno doloroso che vivere, quando vivere significa affrontare un dolore non controllabile”… …“Non basta rispondere ai bisogni del corpo. La fame anoressico-bulimica non è infatti una fame di cibo. Essa è piuttosto una fame anti-naturale, un’altra fame rispetto a quella del cibo, non fame di cibo, ma fame d’amore, scrive Fabiola De Clercq, fame, dunque, di un’altra fame, fame del desiderio dell’altro, fame che tutto il pane del mondo non può soddisfare perché ciò di cui ha veramente fame quest’altra fame, non è fame di pane, ma è, appunto, fame di un oggetto non commestibile, “fame d’amore”… (Fabiola De Clercq -1998-, Fame d’Amore, Rizzoli).

Le parole di Fabiola De Clercq

bulimianoressia.it 17 aprile 2013 - NUOVI MODI DI AMARE I FIGLI E CONSEGUENZE NELLA COSTRUZIONE DELLA LORO IDENTITA’ Le parole di Fabiola

LE TERAPIE di Fabiola De Clercq (ABA News n. 25, Anno VII, 2000)

Fino a dieci anni fa le donne che mi telefonavano dopo avere letto il mio primo libro Tutto il pane del mondo raccontano di non avere capito di avere un disagio psicologico, ma di avere creduto di essere incapaci a rinunciare ad un vizio, di non avere la volontà di interrompere le crisi bulimiche. Quest’ultime, pensavano, erano dettate da un eccessivo appetito, da un’attrazione esagerata per il cibo. Per queste, che vivevano solo come debolezze oscene, si sentivano moralmente in colpa sentendosi ancora più inadeguate, incapaci di rimettere, preferendo l’orrore della lavanda gastrica. Altre, devastate da altri effetti collaterali dovuti alla pratica del vomito autoindotto, come la tumefazione delle ghiandole fino all’infezione, recandosi dall’otorino laringoiatra, non gli rivelavano di procurarsi il vomito.[…] per ricominciare. Dieci anni fa le donne anoressiche erano ritenute ammalate perché riconosciute, visibili anche senza strumentazione diagnostica. Lo sapevano attraverso lo sguardo dell’altro. Tuttavia per loro non era facile perché riconosciute, visibili anche senza strumentazione diagnostica. Lo sapevano attraverso lo sguardo dell’altro. Tuttavia per loro non era facile perché il mondo scientifico non aveva individuato un approccio clinico che potesse promuovere una guarigione. Esisteva tuttavia la terapia famigliare dove il soggetto doveva inevitabilmente confrontarsi con tutti i componenti della famiglia come sistema ammalato, non trovando però uno spazio protetto perché la propria parola potesse essere accolta. In questo contesto doveva mettere in rilievo ciò che non gli permetteva evidentemente di vivere in modo adeguato la propria vita di adolescente. Esprimere il loro disagio, mettere sott’accusa un padre e una madre che anche amava. Il ritorno a casa era insopportabile anche se, come spesso accadeva, si riduceva a dire il meno possibile perché impaurite, angosciate al pensiero di destabilizzare i propri genitori, i quali si

sarebbero depressi, accusandole subito dopo. La scansione delle sedute, che si pro proponeva solo dopo diverse settimane, rendeva nel frattempo la vita impossibile. Senza peraltro che la persona potesse assumere la sua parte di responsabilità. L’approccio medico più utilizzato era quello ospedaliero dove l’alimentazione forzata riduceva la questione ad una malattia dell’appetito. Questa soluzione colludeva con il bisogno dei genitori di mantenere le distanze dalle proprie responsabilità, delegando tutto a questioni di ordine medico-internistico. La struttura ospedaliera si accaniva sulla paziente e sul suo appetito, con ogni mezzo, al fine di rettificarlo. Innescando quasi sempre un braccio di ferro con l’istituzione dove chi cercava di dire con il sintomo quello che non riusciva, non poteva metterlo in parole, vinceva.[…] Mesi di ricovero dove le pazienti sapientemente attrezzate mettevano, mettono in atto ogni astuzia per resistere e mantenere intatta la propria posizione, posizione che paradossalmente le permetteva, e permette, di vivere sopravvivendo.[…] Al loro rientro, spesso il calo ponderale era facilmente rinforzato, spinte da un bisogno irresistibile di accentuare la distanza tra un peso ideale e quello raggiunto sotto la pressione di un ricatto. Un ricatto che aveva solo tentato di cancellare il soggetto e il suo grido. La sfida successiva era, è inevitabile. La vendetta è in linea con il danno subito. Dieci anni fa l’anoressia e la bulimia non erano un sintomo ma una diagnosi. Erano una diagnosi anche di stupidità , di un capriccio che andava rettificato, e per alcuni, punito. Spesso con un aumento di peso tale da spingere le pazienti all’interno di una bulimia feroce, che ancora oggi, molte stanno cercando di fermare. La stessa psicanalisi si pensava, non era uno strumento di cura per questo disagio. Nonostante questo molto tempo fa mi rivolgevo lo stesso ad analisti. Ero io con il mio sintomo, con i miei sintomi, con il mio mal di vivere, e non il mio corpo, ad essere accolta. è stata la mia domanda di cura incessante, la spinta a capire, a dare un senso a quello che nonostante tutto facevo senza potervi rinunciare, a mettere i miei interlocutori nella condizione di dovermi trattare, per guarire finalmente. Ci sono voluti molti anni e ho dovuto cambiare molti terapeuti. Spesso il lavoro analitico si fermava lasciando intatto il sintomo, anche se nel frattempo alcune questioni si risolvevano e quando il lavoro ristagnava era perché, l’ho capito nel tempo, l’analista non interrompeva il lamento del sintomo, permettendo di definirmi attraverso un racconto interminabile di fatti relativi al quotidiano dove non mi interrogavo come soggetto. Ero vittima e solo vittima degli eventi e non responsabile delle complicità che con ogni mezzo cercavo e costruivo, per lamentarmene. In qualche modo, da qualche parte, trovavo nella sofferenza un godimento irriducibile. è il sintomo dunque che chiede al posto di un soggetto. è una persona che spesso non sa di esserlo, che non sa mettere in parole la sua domanda. Solo quando ne diventa consapevole, rende possibile una cura. L’operatore da parte sua va oltre il fenomeno anoressico-bulimico, lo tratta come un sintomo, un appello, non come una malattia. Si inoltra nella sua logica, ascolta il suo paziente permettendogli di ritrovare e individuare gli eventi all’interno della sua storia che non gli hanno permesso una crescita armoniosa. L’ascolto, e non le direttive, i consigli che non sono farina del sacco del paziente, promuovono una pensabilità e una presa di coscienza. La persona che parla e pensa, è

autore e protagonista della propria storia, terribile o banale, ma sua. Può mentire e omettere, ha le sue ragioni per farlo e ne subirà le conseguenze. L’analista accoglie e lavora con ciò che il paziente oggi gli porta, assumendo per intero la sua vita. L’ascolto guarisce perché mette il soggetto di fronte a se stesso. Ma l’ascolto analitico non deve essere un ascolto sterile. Il terapeuta deve sapere anche intervenire e fermare un suicidio quando il paziente ha un sintomo, che ha effetti devastanti sul corpo, un corpo che può morire. L’analista, nella cura del sintomo anoressico-bulimico deve spesso ricorrere ad un atto, ad atti, per non rendersi complice del suicidio del suo paziente. Questo è indispensabile e possibile se ha formulato una diagnosi e costruito partendo da questa, la cura. La cura costruita negli anni all’interno dell’ABA, attraverso ricerche, gruppi di studio, è ormai riconosciuta dal mondo scientifico. Questo anche grazie all’apporto di molti terapeuti che hanno creduto nel mio testo, e nei primi gruppi che dieci anni fa ho fondato con le lettrici di Tutto il pane del mondo prima ancora della fondazione dell’ABA.[…] L’ABA sostiene l’importanza della cura dei genitori delle pazienti anche se questi non hanno apparentemente sintomi e quindi nessuna domanda di cura. Tuttavia è attraverso i colloqui che propone loro che si evidenziano disfunzioni nella coppia genitoriale, spesso causati da loro questioni soggettive in grado di interferire nelle figlie che rispondono, apparentemente solo oggi, in modo sintomatico. La disponibilità dei genitori permette che la cura delle figlie sia più proficua e, se si può dire, più veloce. Il genitore curandosi, riconosce le proprie responsabilità, disinnescando spesso l’appello espresso dal corpo della figlia. Un appello infinito d’amore, quanto muto fino alla morte.

Le parole di Fabiola De Clercq

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NELL’ ANORESSIA E NELLA BULIMIA, IL CORPO MUORE di Fabiola De Clercq (ABA News n. 23, Anno III, 1999)

Il corpo è il luogo dove i conflitti psicologici non risolti si esprimono con una violenza inaudita, spesso inspiegabile. La mente, luogo dove si annidano le emozioni, i sentimenti, le paure, entra in conflitto con il corpo. La mente e il corpo, fino ad oggi alleati, entrano in guerra. Il corpo viene trattato come un nemico temibile che tutt’al più può essere tenuto a bada con strategie contro natura, che lo renderanno presto malato. L’ adolescente sperimenta con angoscia il maturare del suo corpo. Per tutta l’ infanzia la crescita è stata continua ma in fondo lenta e gestita dalla madre, che ha deciso ogni giorno come amministrarlo. É la madre che, bene o male, ha accudito il corpo decidendo come e quando nutrire, lavare, dispensare affetto. É la madre che ha concesso e represso. In poco tempo le cose cambiano. L’ adolescente cerca di conquistare spazi propri, rivendica il diritto di scegliere, di sbagliare e di potere ricominciare per conquistare una propria autonomia, per riavvicinarsi più tardi alle proprie figure genitoriali da posizioni diverse, adulte. Questo è il momento in cui la madre, soprattutto, dovrebbe sostenere la crescita della propria figlia, posando su di lei lo sguardo di approvazione di cui ha bisogno, che cerca disperatamente. La madre dovrebbe farle dono della femminilità che in lei inizia a sfiorire ed essere felice di vedere rinascere nella figlia. Guardarla con tenerezza e orgoglio ricordando i tempi in cui anche lei si affacciava al momento dell’ adolescenza, della trasformazione del proprio corpo, renderle le cose meno difficili mettendole a disposizione la sua preziosa esperienza, senza entrare in una intollerabile competizione con la figlia. La madre dovrebbe passarle quel testimone che è indispensabile ricevere da lei, perché la sua crescita sia armoniosa, accettare che la figlia possa fare senza di lei, restandole vicina, permettendole anche di tornare sui propri passi e beneficiare ancora per

un po’ dell’ esperienza dell’ adulto. É cosi che ha fatto anni fa quando, tenendola per mano, l’accompagnava mentre accennava i suoi primi passi. Crescere incute paura, terrore. La tempesta ormonale che investe chi è ancora bambina, precipita su di lei nell’ arco di pochi mesi e la costringe ad assistere, senza che sia perpetrata, alla metamorfosi di un corpo che cambia, si forma, cresce, si allunga e si allarga. Anche i volumi aumentano, si evidenziano i fianchi che prendono sembianze femminili, nasce il seno. Tutto cambia senza che niente cambi, senza che si acquistino contestualmente una maggiore solidità, certezze nei confronti della vita. Tutto e tutti sembrano ostili, si è soli a fare i conti con nuove realtà spesso insopportabili. Manca la capacità di elaborare tutto quello che sta accadendo mentre cresce l’ imbarazzo, la vergogna di apparire grandi senza esserlo, di mostrarsi sessuati senza avere sperimentato l’ incontro con l’ altro sesso, senza essere pronti perché questo possa accadere. Sentire lo sguardo di un coetaneo, ma più ancora quello dell’ adulto che spesso scambia il corpo adolescente per il corpo di una donna, senza potersi defilare da un’ intrusione spesso violenta che crea un costante malessere. Accorgersi di essere un richiamo sessuale per l’ altro senza avere gli strumenti per fermarlo causa angoscia. Ogni giovane donna è consapevole di essere in pericolo. Sente il proprio corpo inadeguato, non lo riconosce più come proprio. è cambiato cosi in fretta che la sua immagine non corrisponde più a quello che conosce di sé. è quindi il suo corpo a tradirla. La parte di sé più visibile mostra a tutti le sue inadeguatezze, la sua fragilità emotiva. É questo il momento in cui iniziano i confronti, il proprio corpo non è simile ad un altro. Si cerca un corpo ideale a quale si vorrebbe rubare quei tratti somatici che potrebbero restituire un’ immagine di sé sentita perfetta. Il corpo magro deprivato dei segni sessuali appare come un compromesso valido per entrare sulla scena della vita nel modo meno visibile, rendendo visibile, cosi si spera, il disagio psicologico. L’ ideale della magrezza entra in scena come un antidoto delle angosce che spesso le figure genitoriali non riescono a sostenere, non riuscendo a mostrare quell’ intesa, quel desiderio che dovrebbe circolare fra di loro, legittimando il passaggio dall’ infanzia all’ adolescenza. […]. Nella donna adulta il corpo magro ha una funzione simile. Diventa un valore, l’ unico in quanto mancano gli strumenti che permettono di spostare lo sguardo verso l’ amore, verso l’ incontro con l’ altro al quale fare dono del proprio desiderio, incontrando quello dell’ altro. Quando mancano questi presupposti è del proprio corpo che ci si innamora cercando in ogni modo di plasmarlo per renderlo simile ad un altro immaginato perfetto. Le donne si guardano per strada cercando nel corpo dell’ altra quello che credono manchi loro per essere più attraenti. Per attrarre lo sguardo di un uomo al quale forse si darà il proprio corpo ma non il proprio desiderio. Come le adolescenti, anche la donna adulta non ha appreso dai propri genitori come costruire un rapporto d’ amore. La paura del cambiamento del proprio corpo che lo specchio restituisce, quasi sempre in modo distorto, promuove la scelta anoressica-bulimica. […]. Di anoressia e di bulimia si muore. Senza tuttavia arrivare a simili estremi, si renderà il proprio corpo, prima perfettamente sano, ammalato. […]. Il paradosso del disagio anoressico-bulimico è fare ammalare il corpo sano per modificare quello che non piace di sé facendo confusione tra

la mente e il proprio corpo. Chi ha sottoposto il proprio organismo a deprivazioni drastiche e spietate, usando ogni mezzo per raggiungere un obiettivo incerto, farà presto i conti con una serie interminabile di disagi fisici anche molto gravi e dolorosi. All’ interno della logica del cedimento bulimico l’ assunzione seriale del cibo come disperato tentativo di sedare le angosce, mangiando e vomitando, assumendo lassativi e diuretici in modo continuativo, provocherà inevitabili conseguenze. […]. Per tentare quindi di rettificare la propria immagine, un’ immagine che per conflitti psicologici irrisolti non si accetta, si incorre in una serie infinita e davvero non più controllabile di sofferenze. Per questa ragione occorre interrogarsi soggettivamente evitando di perdere tempo, credendo che domani si potrà smettere senza elaborare le cause dei violenti maltrattamenti ai quali ci si sottopone. Il sintomo anoressico-bulimico è l’ espressione di un disorientamento, di una insoddisfazione nei confronti della propria immagine che ha le sue radici in tempi molto precoci. L’ inseguimento di un corpo idealizzato, che non ha niente di reale, che non trasforma per davvero quello che non si accetta di sé, può e quindi deve essere elaborato all’ interno di un lavoro psicoterapeutico. É cosi, e solo cosi, che si potranno prendere le distanze da altre sofferenze, recuperando le redini della propria vita, preparandosi, ad un incontro d’amore.

Le parole di Fabiola De Clercq

bulimianoressia.it 17 aprile 2013 - NUOVI MODI DI AMARE I FIGLI E CONSEGUENZE NELLA COSTRUZIONE DELLA LORO IDENTITA’ Le parole di Fabiola

IMPARARE A STARE di Fabiola De Clercq (ABA News n.3, Anno II, 1993)

Il pensiero del cibo e del corpo arreda la mente in ogni suo spazio. Mangio tutto, mangio niente, vomito, da domani non lo farò più, da lunedì non lo farò più, dall’ inizio delle vacanze non lo farò più. Per anni questo lavoro impedisce ottusamente che emozioni e desideri mettano a rischio la propria esistenza nonostante questo abbia costi altissimi. Questo comportamento sembra portare lo stesso supporto che una stampella costituisce per una persona con una gamba fratturata. Con l’ aiuto di una stampella si può raggiungere una discreta autonomia anche se si dovrà rinunciare comunque ad andare in bicicletta o a correre. Per la persona bulimica o anoressica il sintomo è quindi un equilibratore indispensabile, non giudica, non tradisce, non abbandona, un interlocutore ideale dl quale il terapeuta sembra volerlo separare senza avergli consegnato un altro strumento altrettanto affidabile di cui a tutt’oggi ha un bisogno vitale. Per questa ragione durante la terapia si nota spesso che in occasione di una crescita o di un cambiamento il sintomo paradossalmente sembra rinforzarsi. Si pensa che sia più facile rapportarsi con il dolore soprattutto se questo è procurato da se stessi, un malessere collaudato da anni che erige una barriera tra sé e gli altri possibili dolori che non potranno penetrarla. Per non soffrire a causa di emozioni impossibili è anche un anestetico. Continuando tuttavia il cammino della ricerca, insistendo nonostante la paura, a presentarsi agli appuntamenti utilizzando la rete di protezione che lo strumento terapeutico rappresenta, si trovano nel tempo altri strumenti che sono la conoscenza di se stessi, l’ accettazione dei propri limiti, il riconoscimento delle proprie capacità. Questo insieme di accadimenti dà luogo a una nuova identità. Ecco che piccoli progetti vengono ad arredare la mente, le giornate non sono più scandite da ritmi asfissianti e rituali mortificanti. Il respiro torna normale, si conquista la

possibilità di attendere senza riempire fittiziamente i vuoti, senza anticipare senza esorcizzarli, drammi accaduti altrove tanto tempo fa, ma sempre in agguato. Attraverso il lavoro della memoria sulla memoria un giorno ci si sente una persona intera, si impara a stare. Stare nell’ attesa, stare nel dolore come nella felicità, lasciandosi trasportare dai propri desideri, rischiando talvolta, spesso invece, raggiungendo il benessere, senza stampella.

Le parole di Fabiola De Clercq

bulimianoressia.it 29 maggio 2013 - MODI DI SOFFRIRE COL CORPO Le parole di Fabiola

ANORESSIA, BULIMIA E OBESITÀ: MALATTIE DELL’AMORE

Parlare di disturbi alimentari mette in gioco e in discussione la sfera emotiva e quella affettiva, i rapporti familiari e quelli interpersonali, creando spesso forti resistenze e incomprensioni. Eppure, anoressia e bulimia colpiscono più di 3 milioni di persone in Italia, in prevalenza donne giovani e meno giovani, ma sempre più anche i bambini e gli uomini: una vera e propria malattia sociale. Anoressia, bulimia e obesità non sono l’espressione soddisfatta o insoddisfatta di una fame di cibo, ma “di un’altra fame, fame del desiderio dell’altro, fame che tutto il pane del mondo non può soddisfare, perché ciò di cui ha veramente fame quest’altra fame […] è di un oggetto non commestibile, fame d’amore”. Queste le parole di Fabiola De Clercq, Presidente dell’ ABA - Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia, l’obesità e i disordini alimentari. → Chi è Fabiola De Clercq e come nasce l’ABA?

“Sono una donna che ha sofferto per più di vent’anni di anoressia e bulimia, in anni in cui ancora, per vergogna, paura, mancanza di interlocutori adeguati e di cultura, non se ne parlava. Dopo molti tentativi di cura fallimentari, che avevano esasperato il mio malessere e mi avevano fatto disperare la possibilità di una guarigione, sono guarita grazie alla psicoterapia. Nel 1991 ho deciso di raccontare in un libro la mia storia di sofferenza per aiutare tutte le persone che ancora non riescono a parlare del proprio dolore e non riescono a trovare una via di salvezza. Così è nato “Tutto il pane del mondo” e l’ABA, che accoglie e accompagna in un percorso di guarigione chi soffre di queste patologie. → Cosa sono i disordini alimentari?

“Anoressia, bulimia e obesità sono malattie gravi che si servono del corpo per esprimere una sofferenza profonda. La persona anoressica riesce con enorme fatica a non mangiare facendo del proprio corpo, ridotto all’osso, il teatro di una sofferenza interiore che le parole non riescono a dire; le conseguenze sono gravissime: si può morire. Chi soffre di bulimia, invece, sente dentro di sé un profondo vuoto che si illude di poter riempire col cibo. In breve tempo sviluppa nei confronti di questo una vera e propria dipendenza che lo costringe a ingerirne enormi quantità per poi escogitare pericolose condotte di eliminazione. L’obesità, ormai vera e propria malattia sociale, spesso rappresenta una barriera difensiva che la persona erige per proteggersi dagli altri e dalle sue emozioni.” → Quali sono le cause? E’ colpa dei modelli proposti dalla società e dai media? “La sofferenza correlata ai disordini alimentari affonda le proprie radici nella storia passata, unica e irripetibile, della persona. Tra le cause scatenanti ci sono lutti, perdite affettive, mancanza di uno dei genitori, ma anche abusi e maltrattamenti. Una società che attribuisce così tanto valore all’estetica di un corpo sempre più magro, può favorire l’insorgenza di pericolose modalità di relazionarsi al cibo, ma è assurdo pensare che una persona arrivi a mettere a repentaglio la propria vita soltanto per seguire un canone estetico promosso dai media: c’è certamente di più.” → Quali sono i primi segni di questo disagio e quali le conseguenze sul corpo? “Ci sono segni che riguardano il rapporto con il cibo e il corpo: privazioni o abbuffate, preoccupazione eccessiva dell’aspetto fisico, perdita di peso, terrore di ingrassare, iperattività. Ci sono poi segni che riguardano il modo di essere e di rapportarsi con gli altri: tendenza all’isolamento, irritabilità, insoddisfazione, depressione. Qualsiasi cambiamento che intervenga in una persona facendocela apparire improvvisamente diversa non va ignorato, così come non vanno sottovalutate le possibili ripercussioni, spesso gravissime, sul corpo: insufficienza renale, osteoporosi, alterazioni cardiovascolari, menopausa precoce, perdita dei denti e dei capelli, lesioni dell’apparato digerente, calcoli renali.” → Cosa possono fare gli amici e i familiari?

“Devono prendere atto di ciò che vedono e rivolgersi al più presto a chi può aiutare in maniera professionale il proprio congiunto. Anche per i familiari credo sia indispensabile prendere in seria considerazione la possibilità di rivolgersi ad un terapeuta che possa sostenerli nel momento difficile che stanno attraversando.” Chi desiderasse ulteriori informazioni su ABA e la sua attività, può visitare il sito

internet

www.bulimianoressia.it o telefonare al NUMERO VERDE 800.16.56.16

Le parole di Fabiola De Clercq

bulimianoressia.it 08 maggio 2013 - SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO - POTENZA Le parole di Fabiola

INTERVISTA A FABIOLA DE CLERCQ , FONDATRICE E PRESIDENTE ABA

→ Tra le persone che si rivolgono ad ABA, quante intraprendono e proseguono con voi il percorso terapeutico? In quale percentuale queste vedono migliorare la propria condizione? Non è semplice rispondere con precisione a questa domanda, l’ABA raccoglie annualmente migliaia di richieste di aiuto attraverso il Numero Verde Nazionale e il sito internet dell’Associazione. Molte richieste di aiuto emergono dopo attività di sensibilizzazione e prevenzione specifiche. Una percentuale importante non ha la possibilità di rivolgersi all’ABA per intraprendere un percorso di cura, poiché ad oggi l’ABA, non è presente in tutte le Regioni d’Italia. La maggior parte, direi il 95% delle persone che si rivolgono all’ABA guarisce, ciò è in parte dovuto all’approccio di cura ma anche al fatto che gran parte dell’attività dell’Associazione è focalizzata sulla sensibilizzazione, informazione e prevenzione. In questo modo la richiesta di aiuto intercettata e accolta, interessa molte persone che si trovano nella fase di esordio del sintomo anoressico bulimico. Minore è il tempo intercorso tra l’esordio del sintomo e la cura, maggiore è la possibilità di guarigione. → Nell’ambito della vostra esperienza, avete visto presentarsi nuove forme di DCA parallelamente alle evoluzioni della società? Se sì, quali? Nell’attuale contesto culturale e sociale si assiste ad un cambiamento delle modalità di manifestazione dei disturbi alimentari: si parla non più solo di anoressia, bulimia e obesità, ma anche di vigoressia, ortoressia, binge eating disorders,

drunkoressia. Denominatore comune di questi disagi non è più soltanto il rapporto col cibo la centralità del corpo. Per questo preferiamo parlare di Disturbi alimentari e dell’immagine corporea. La diffusione crescente che si registra negli ultimi anni ne definisce il carattere epidemicosociale, espressione radicalizzata di un disagio specifico prodotto in primis nelle società del benessere, un problema politico nel senso più ampio ed alto del termine. Nei DCA, ciascun corpo diventa il luogo attraverso cui esprimere un disagio profondo e legato al proprio vissuto personale. Tuttavia, queste patologie hanno in comune fattori di rischio modificabili e di diffusione fortemente influenzati e condizionati dal contesto sociale, dai condizionamenti del mercato e dalle politiche commerciali, oltre che dai comportamenti individuali. Questo non significa che la moda sia la causa dell’esordio di queste patologie, la causa è sempre legata a fattori personali e profondi, ma è indiscusso il fatto che la moda possa favorire, promuovendo certi canoni estetici, la diffusione di certi modelli in soggetti potenzialmente a rischio. → È corretto affermare che in passato i casi di DCA erano minori e che essi hanno avuto un recente forte incremento?

In parte ho già risposto a questa domanda, oggi si può certamente parlare di malattie sociali ed epidemiche proprio a causa della grande diffusione. Vero è che nel 1991, con la pubblicazione di Tutto il Pane del Mondo, in Italia molte donne hanno potuto finalmente dare un nome al proprio male e hanno trovato il coraggio di venire allo scoperto e chiedere aiuto. Ciò non significa che prima della pubblicazione del mio libro quelle stesse donne non esistevano! Dal punto di vista clinico e terapeutico si è sviluppata una cultura e preparazione adeguata in grado di decodificare e soprattutto accogliere le richieste di aiuto. Molto spesso i disordini alimentari convivono con altre sintomatologie come le dipendenze da alcol o droghe. Anche in questo caso la sostanza rappresenta una soluzione illusoria rispetto a problematiche angoscianti. In un recente libro sulla cocaina – Un Fiume di Cocaina - scritto da Furio Ravera, noto psichiatra e psicoterapeuta, fondatore con Roberto Bertolli della Comunità Terapeutica CREST, si considerano insieme gli effetti sinergici e congiunti dei disturbi del comportamento alimentare e l’abuso di cocaina. Nella maggior parte delle ragazze che si sottopongono ossessivamente a diete ferree che spesso non riescono a osservare, la cocaina rappresenta un rimedio perché annulla la fame e porta alla progressiva riduzione del peso. In molti pazienti, compiuta la detossicazione dalla droga e intrapreso un percorso di cura terapeutica, in realtà ci si trova a fare i conti con un disturbo dell’alimentazione. In entrambi i casi si tratta di espressioni di disagi più profondi.

Per tornare alla domanda, va detto che negli ultimi tempi queste patologie interessano sempre di più la popolazione maschile, ma l’aumento interessa anche altre variabili importanti e significative come l’età! → Può un individuo ammalarsi in età matura senza avere mai accusato prima tali disturbi?

Si è possibile, in molte campagne di sensibilizzazione e prevenzione l’ABA ha sottolineato come queste patologie colpiscano persone a partire dall’infanzia, ma possono manifestarsi anche in età adulta. Si registra infatti, un’allarmante allargamento delle fasce di età interessate, ciò significa non solo che sempre più giovanissimi o adulti si rivolgono all’ABA per richiedere aiuto, ma che l’età dell’esordio della malattia si è abbassata notevolmente e al tempo stesso si è innalzata. → In un’intervista rilasciata al free press “Metro”, lei segnala in preoccupante aumento i casi di anoressia maschile. Con ciò intende che sono aumentati i casi clinici, oppure sono aumentati gli uomini che comprendono il proprio disturbo e si rivolgono a strutture come ABA? Si parla spesso di incremento dei casi di disordini alimentari fra gli uomini ed i ragazzi; si tratta, piuttosto, di un aumento della capacità di chiedere aiuto, di rivolgere una domanda di cura alle istituzioni terapeutiche. E’ dunque diventato socialmente più “lecito” per un uomo chiedere aiuto. Gli uomini incontrano, comunque più delle donne, notevoli difficoltà a chiedere aiuto e a presentarsi all’ABA che è comunque considerato un luogo di “donne”, come tutti i contesti che si occupano di anoressia e bulimia. I mass media hanno rafforzato questo messaggio, fortificando l’identificazione fra universo femminile e disordini alimentari. Gli uomini hanno difficoltà ad accettare un disagio con questo significato, innestano sulla questione del corpo (da plasmare, da scolpire…) una questione femminile. Il corpo maschile, ostentato sulle riviste e nelle pubblicità, è un chiaro segnale che l’ossessione della forma fisica ha sconfinato nel mondo degli uomini. → Esiste una parola-chiave, un minimo comune denominatore, per i diversi DCA? La parola chiave o minimo comune denominatore secondo l’approccio teorico e la grande esperienza dell’ABA può essere individuato nell’espressione tanto ricorrente anche nelle varie campagne di informazione della nostra Associazione: “i disturbi alimentari e dell’immagine corporea sono fame d’amore” In ogni manifestazione di DCA il corpo si fa teatro di una sofferenza assai profonda che

le parole non riescono a esprimere. I DCA sono malattie che si servono del corpo per comunicare un dolore interiore, quindi in ciascuno di essi non si tratta di malattie dell’appetito ma di disagi psicologico profondi. Attraverso il rapporto col cibo, negato, cercato, rifiutato o ingerito in quantità smodata, si esprime attraverso modi diversi un medesimo bisogno: una disperata fame d’amore. Più precisamente sono una esasperata richiesta di fame di madre, fame dell’amore della madre, laddove l’amore materno si sia manifestato eccessivamente o in modo deficitario. Potremmo dire che non potendo avere tutta la propria madre il soggetto anoressico opta per il niente, cercando nel digiuno una autonomia drastica dal bisogno di tutto. Nella bulimia si mangia e si vomita cibo in modo seriale per mettere dentro e fuori la propria madre, in un’illusione devastante anche per il corpo che si possa stare con la propria madre. Nell’obesità sembra che il soggetto si metta un’intera madre nel proprio corpo ripetendo i gesti che probabilmente la madre, sin dalla prima infanzia, le ha proposto saturando la sua domanda d’amore con del cibo. Nei tre casi i DCA rappresentano una realtà drammatica nel nostro Paese che supera di gran lunga l’allarme della tossicodipendenza degli anni ‘70 declinandosi tuttavia al femminile → Quale modello di prevenzione ritiene sarebbe effettivamente efficace per i DCA? L’ABA porta avanti, da anni, numerosi progetti di prevenzione rivolti alle principali istituzioni responsabili del processo di educazione e crescita delle persone. Per questo consideriamo la scuola e le famiglie quali interlocutori principali a cui devono rivolgersi i nostri progetti di prevenzione. La scuola ad esempio, rappresenta un luogo dove si intrecciano molte storie di vita, dove i ragazzi intessono relazioni, dove avviene il primo incontro con il contesto sociale al di fuori della famiglia e dove il benessere e il disagio emergono nelle relazioni con gli insegnati e con i pari. All’interno dell’istituzione scolastica si giocano più livelli: c’è un piano del sapere – rappresentato dall’ apprendimento e dallo sviluppo di conoscenze – ed un piano relazionale – rappresentato dai vissuti, dalle emozioni. Affiancandosi alla famiglia nel delicato compito di aiutare i ragazzi a crescere, la scuola rappresenta dunque un importante e prezioso interlocutore. Per questo l’ABA dedica molta attenzione e molto impegno nell’attività di prevenzione nelle scuole. → Qual è il confine tra magrezza e malattia? Un corpo molto magro può certamente essere un segnale importante da non sottovalutare. L’estrema magrezza nell’anoressia è certamente uno dei primi segnali da non trascurare. Molto più difficile è rendersi conto del sintomo bulimico, la maggior parte dei pazienti bulimici presentano un corpo normopeso.

→ Molti italiani non conoscono i DCA, a suo parere questo è dovuto a una scarsa attenzione verso l’argomento da parte dei media? Direi piuttosto ad una scarsa attenzione da parte della politica e delle istituzioni e una cattiva informazione da parte dei media che tendono a parlare in toni allarmistici di disturbi alimentari enfatizzando molto di più i casi di morte che non la possibilità assoluta di guarigione attraverso la cura adeguata. Non ritengo che sia responsabilità propria dei media dover trattare questi argomenti, piuttosto che sia una loro responsabilità parlarne nella maniera adeguata, meglio ancora dare voce diretta agli esperti e alle realtà che si occupano in maniera professionale di studio, ricerca e cura dei disordini alimentari. → Quando i media affrontano l’argomento, lo fanno con sufficiente chiarezza e completezza? Assolutamente no!L’ABA è impegnata proprio per questo in un importante progetto di prevenzione nazionale assumendosi la responsabilità di svolgere un programma di informazione e sensibilizzazione rivolto proprio agli operatori della comunicazione (off line e on line). Dall’analisi dei contenuti di articoli di stampa e internet effettuata dall’Osservatorio ABA, emerge un uso improprio di immagini, concetti e termini, da parte degli stessi giornalisti, probabilmente perché privi di una preparazione scientifica adeguata per affrontare queste tematiche, dovuta alla difficoltà di accedere a fonti informative autorevoli. Esiste uno scollamento tra mondo della comunicazione e chi si occupa professionalmente di studio, ricerca e cura sui disordini alimentari. L’unico documento prodotto in Italia e messo a disposizione degli operatori della comunicazione risulta di difficile accesso non è mai stato pubblicato e diffuso in maniera capillare ed è disponibile solo on line. Da un’analisi della Rassegna Stampa ABA emerge che la popolazione italiana è passata da una totale disinformazione da parte dei Mass Media, che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni, ad un massiccio bombardamento allarmistico, scioccante, sui disordini alimentari. Sono per lo più le pagine di cronaca nera a parlare di disturbi alimentari. Nel 2007 le vicende che hanno suscitato attenzione e interesse mediatico rispetto ai disordini alimentari sono stati 3: spot commerciale di un brand di moda, sospesa a seguito della pronuncia dell’IAP. suicidio di un giovane ragazzo anoressico filmato di modella anoressica agonizzante, on line dopo pochi giorni dalla sua morte.

→ Stime parlano di circa 300.000 siti e blog dedicati all’anoressia e altri DCA (pro-ana,pro-mia) e dichiarano il fenomeno in continua ascesa. Sono molti i soggetti che si rivolgono alla sua struttura che utilizzano la rete come veicolo di confronto con altri malati (ad esempio con forum, istruzioni e decaloghi per un perfetto controllo del corpo)? Non sono ancora molte le persone che arrivano all’ABA denunciando di aver preso parte a forum o frequentato siti pro ana o pro mia, ma in rapporto al fatto che si tratta di un fenomeno recentissimo si può dire che sono già troppe le persone che denunciano e raccontano di aver visitato questi siti e aver interagito attraverso questi siti. Riteniamo che, considerato il fatto che si tratta di fenomeni recentissimi e di fortissima diffusione, nei prossimi anni saranno numerosi i casi di persone che racconteranno di aver preso parte a questi forum o diari virtuali. → Molti blog in rete citano come filosofie e amiche Ana e/o Mia. Essi proclamano la differenza tra queste e l’anoressia o la bulimia che invece sono viste come malattie e non come filosofie di vita. Come giudica queste affermazioni? Si tratta di siti deliranti ma la cosa più importante da sottolineare è che per la maggior parte dei casi le persone che frequentano questi siti sono malate che socializzano la malattia e al tempo stesso socializzano attraverso la malattia! Come Associazione che si occupa di studio e ricerca sui disordini alimentari, riteniamo di dover mantenere altissima la nostra attenzione su questi nuovi fenomeni emergenti, chiedendo la massima attenzione delle autorità competenti per ottenere la chiusura di quei siti che celebrano l’Anoressia e la Bulimia come fossero delle divinità. → ABA sta adottando misure, anche con la partecipazione delle istituzioni, nei confronti di questi blog/siti? Come dicevo prima, l’ABA è impegnata in un ampio progetto di prevenzione nazionale sui DCA assieme ad altre importanti realtà pubbliche e private che operano a livello nazionale sul fronte dei disturbi alimentari. Ciascuna realtà avrà la responsabilità di intervenire a scopo preventivo sui DCA, intervenendo in un determinato ambito di intervento. Uno degli ambiti principali risulta essere quello della Comunicazione e WEB all’interno del quale è compreso un progetto teso al monitoraggio completo dei siti pro ana in Italia e soprattutto incentrato sul controllo della comunicazione che viaggia nelle chat e nei blog. L’attore proponente e responsabile di tale progetto è l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma. → Oliviero Toscani ha dichiarato che l’immagine di Isabel Caro usata per la campagna pubblicitaria “No-Anorexia, No-Lita” era giusta al momento giusto

perché rappresentativa di un tema molto discusso in quel momento e che aveva il duplice scopo di incentivare la discussione e di fungere da monito, non per le ragazze anoressiche che devono essere seguite dallo psicanalista, ma per quelle ragazze che tentate da un preciso ideale di bellezza, nel rincorrerlo, rischiano di ritrovarsi come la donna raffigurata. Egli, aggiunge che la sua è arte su muro e che ci si sente aggrediti da quell’ immagine solo perché abituati a vedere un certo tipo di manifesti, usati solo per fini merceologici dagli addetti al marketing. Lei ha dichiarato all’Espresso che il manifesto potrebbe comportare l’emulazione e incentivare la voglia di magrezza. Questo vale esclusivamente per i soggetti anoressici o anche per le ragazze che Toscani vorrebbe allertare?

Il rischio di emulazione è presente soprattutto tra le persone malate, le persone così dette “non a rischio” presentano generalmente una reazione di disgusto. Non ritengo sia “allertare” la reazione che Toscani abbia voluto suscitare con questa campagna pubblicitaria, come con le precedenti. Credo piuttosto che il termine più opportuno sia “provocare”, ma la scusa della provocazione a fin di bene non regge, primo perché come si è già detto è noto che per le malate quel tipo di immagine è un’icona da emulare, mentre, lo ribadiamo, si è in presenza di una campagna pubblicitaria di carattere commerciale. Quando si affrontano temi sociali in pubblicità si ha il dovere di farlo in maniera Socialmente Responsabile: la Comunicazione Sociale può definirsi tale se contribuisce a risolvere problemi di rilevanza e natura sociale, se svincolata da fini commerciali, se efficace, e lo è quando raggiunge il proprio obiettivo. L’unico esito di questa comunicazione incentrata sulla mercificazione della sofferenza e della malattia, è l’orrore di chi non soffre di anoressia e l’emulazione di chi invece è già schiavo di questa patologia. → Lei avrebbe ritenuto più accettabile l’uso di tale immagine se legata, per esempio, a una pubblicità progresso, oppure il fatto che faccia parte di una campagna pubblicitaria di un marchio di abbigliamento è ininfluente? Direi che la risposta alla precedente domanda sottolinea il fatto che sarebbe stato ancora più grave l’uso di tale immagine se veicolato per mezzo di una campagna di comunicazione sociale che ha come sola finalità quella di essere socialmente responsabile. → Lei cosa ha pensato quando la ministro della Salute Livia Turco si è espressa positivamente sull’opera di Oliviero Toscani? Certamente la prima reazione è stata di sorpresa, non ci aspettavamo quel tipo di

risposta dal e le motivazioni portate risultavano comunque poco convincenti ed esprimevano un certo imbarazzo. Abbiamo lavorato molto bene con l’ex Ministero della Salute al quale va appunto il merito di aver siglato un protocollo di intesa con l’ex Ministero delle Politiche Giovanili e delle Attività Sportive grazie al quale oggi numerose realtà che in Italia si occupano di Disturbi alimentari lavorano insieme al più importante progetto di Prevenzione Nazionale sui DCA. Pochi giorni dopo le dichiarazioni del Ministro Turco è stata lanciata la campagna di comunicazione per celebrare i trent’anni del Servizio Sanitario Nazionale e la notissima Campagna di Comunicazione realizzata in occasione di questa “Pane, Amore e Sanità” era firmata Oliviero Toscani. La sorpresa è venuta meno e si è compreso l’imbarazzo del Ministero. → Come giudica il “manifesto nazionale di autoregolazione della moda italiana contro l’anoressia” (siglato il 22 Dicembre 2006 dal Ministero delle politiche giovanili, Camera nazionale della moda, Altaroma) e il progetto nazionale “le buone pratiche di cura e la prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare” (presentato il 3 marzo 2008, elaborato sulla base del precedente protocollo d’intesa Turco-Melandri)? Ritengo siano non solo dei segnali ma degli atti concreti. Il Manifesto supera i limiti delle soluzioni spagnole. In Spagna infatti, IMC (Indice di Massa Corporea) è l’unico parametro con cui si determina la presenza o l’assenza di un disturbo alimentare. In Italia si è arrivati alla stesura del Manifesto nazionale di autoregolazione della moda italiana contro l’anoressia attraverso un vera e propria sinergia tra mondo della Moda, Istituzioni ed esperti. Attraverso questo processo si è valutata la necessità di prendere seriamente in considerazione tutta una serie di altri parametri in grado di escludere disturbi alimentari conclamati nelle ragazze chiamate a sfilare o posare. Questo primo atto ha consentito di mettere in rete tutti i principali attori che lavorano in Italia nell’ambito dei disturbi alimentari, si è arrivati così ad un programma di Prevenzione completo che coinvolge ben tredici soggetti tra centri pubblici e associazioni private, tra cui l’ABA. Ciascuno porterà il proprio contributo, le proprie competenze e il proprio Know-how favorendo lo sviluppo di sinergie essenziali da convogliare in due grandi direzioni: le buone pratiche di cura e la prevenzione sociale. → Partendo dal principio che i DCA hanno radice psicologica, lei ritiene che comunque la moda dovrebbe adottare nuovi provvedimenti per disincentivare il perseguimento di modelli fisici impossibili, basati spesso sull’equivalenza tra bellezza e magrezza? Se sì, quali potrebbero essere realmente efficienti e al contempo rispettosi della dignità dei soggetti malati? Per quanto la moda debba impegnarsi nella promozione di modelli estetici

quantomeno diversificati e comunque positivi e solari per le tante ragazze che vedono nelle mannequin un modello da imitare, certamente la questione non può essere limitata alla Moda. → La Spagna ha vietato i défilé alle modelle con l’indice di massa corporea inferiore a 18 e ha concluso un accordo di collaborazione con i principali operatori della moda che contiene nuove norme comportamentali, tra cui quelle relative all’indicazione delle taglie. Lei ritiene quello spagnolo un esempio che anche l’Italia dovrebbe seguire o che questi provvedimenti servano comunque a poco? L’Italia ha intrapreso un percorso ben preciso, naturalmente sarebbe opportuno il confronto con gli altri Paesi, direi che trattandosi di malattie sociali ed epidemiche la politica, le istituzioni e gli esperti debbano sedere ad un unico tavolo all’interno di uno scenario internazionale. Il 15 aprile scorso in Francia l’Assemblea Nazionale ha approvato una proposta di legge che prevede multe fino a 40 mila euro e 3 anni di reclusione per chi incita persone a non mangiare, a vomitare il cibo o a mortificare il proprio fisico, mettendo a rischio la propria salute. → Qual è la sua opinione al riguardo? L’ABA raccoglie ormai da diverso tempo, le segnalazioni da parte di genitori, parenti e amici di persone che soffrono di disordini alimentari, che si sono imbattute in siti deliranti incentivanti e rinforzanti il delirio sintomatologico (es: diffusione di immagini di modelle scheletriche e materiali incentivanti). Fino ad oggi, risulta tuttavia impossibile riuscire a limitare o impedire la diffusione di questi siti proprio a causa della caratteristica di “non illegalità”. Per questo l’Associazione che presiedo ha più volte invocato l’intervento delle Istituzioni e le Autorità competenti. E’ necessario che queste prendano coscienza della gravità del fenomeno e attuino seri provvedimenti per colmare il vuoto legislativo vigente in tale ambito. Inoltre, per la tutela e la garanzia delle persone che soffrono di disordini alimentari, e che l’ABA rappresenta, riteniamo che l’oscuramento di questi siti un atto dovuto da parte di tutti i grandi portali Internet e delle imprese che si occupano di fornire pagine gratuite personalizzate. → Ritiene che l’Italia sia carente, dal punto di vista legislativo, nei confronti dei DCA? In riferimento a questioni recentissime, in continua evoluzione e diffusione come l’allarme siti pro ana e mia assolutamente si. Più in generale per ciò che concerne la

condizione della normativa italiana sui disordini alimentari va detto che nonostante il Decreto Ministeriale del Ministro Veronesi nominava anoressia e bulimia, malattie sociali e lasciava precise linee guida per affrontarne l’emergenza, le strutture deputate alle prime cure, come il Pronto Soccorso, rifiutano i ricoveri per paura della morte delle pazienti e le ASL si rifiutano di pagare le delibere dei ricoveri nelle rare comunità specializzate . L’Italia ha preso atto della gravità della tossicodipendenza negli anni ’70 e organizzato luoghi di cura e comunità mentre ignora la gravità di una patologia che colpisce prevalentemente le donne e in una percentuale molto più elevata della tossicodipendenza. L’anoressia e la bulimia ha effetti devastanti e permanenti sul corpo e preclude, quando non viene trattata precocemente con tecniche specializzate, la fertilità oltre che l’instaurarsi per la vita di malattie croniche come l’osteoporosi e danni renali. → Il suo libro “tutto il pane del mondo” è importante punto di riferimento per molte persone che affrontano il dramma della malattia. Anche lo spettacolo teatrale “la bambina con la pelliccia” tratto dalla sua opera ha avuto lo stesso effetto? Quali sono state le risposte del pubblico? Tutto il pane del mondo ha avuto un successo enorme da parte del pubblico non paragonabile al seguito avuto dallo spettacolo teatrale. Una ragione è nel fatto che attraverso un libro autobiografico per la prima volta si dava un nome ad un disagio profondo presente in moltissime donne. L’effetto immediato di Tutto il pane del mondo è proprio la nascita dell’ABA. L’Associazione è nata per dare un cappello giuridico istituzionale ad un movimento spontaneo sorto in conseguenza della scrittura del mio libro e del riconoscersi di moltissime donne che hanno cominciato a contattarmi da ogni parte d’Italia per richiedere aiuto. La seconda ragione risiede nel fatto che per quanto il teatro sia stato negli ultimi anni riscoperto dal grande pubblico, resta comunque legato, più di un libro, ad un pubblico di nicchia. L’importanza del teatro e per questo della collaborazione dell’ABA con diverse compagnie teatrali è comunque notevole. Oltre allo spettacolo “La bambina con la pelliccia” che ha avuto un successo di pubblico e di critica, l’altro grande spettacolo scritto con la consulenza scientifica dell’ABA è “Quasi Perfetta” della Compagnia Teatrale Quelli di Grock. L’efficacia del teatro e delle sue potenzialità comunicative trova riscontro nelle attività di prevenzione nelle scuole di ogni ordine e grado. Il teatro rappresenta un modo unico per stimolare la discussione e la sensibilizzazione sui DCA sia negli adolescenti, sia negli insegnanti, sia nei genitori. Diverse sono le persone che hanno espresso una domanda di aiuto dopo aver visto lo spettacolo teatrale che prevede l’intervento di operatori dell’ABA alla fine della messa in scena. Questo vuol dire che una buona comunicazione sia essa mediatica, artistica, giornalistica è tale se prevede la presenza o i riferimenti degli esperti che possano accogliere realmente la domanda di aiuto, altrimenti persa o ignorata.

NON DI SOLO PANE - Un approccio interdisciplinare ai Disturbi del Comportamento Alimentare In occasione del suo ventennale, ABA ha organizzato il 6 novembre 2010 una Tavola Rotonda, per discutere su come siano cambiati i disturbi alimentari negli ultimi anni e di come sia sempre più importante utilizzare nel trattamento un approccio interdisciplinare. Tra i relatori, saranno ospiti di Fabiola De Clercq, l’Assessore alla Salute del Comune di Milano Giampaolo Landi di Chiavenna, la prof.ssa Maria Rita Parsi e il prof. Vittorino Andreoli. L’evento si inserisce all’interno della campagna di comunicazione e sensibilizzazione che ABA ha creato con l’aiuto di Ogilvy in occasione dei suoi ventanni dalla fondazione, e a cui è stata conferita dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una propria targa di rappresentanza. Ha inoltre ottenuto il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia e del Comune di Milano, di assem (associazione servizi moda), della Camera Nazionale della Moda Italiana e dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Disturbi dell'Alimentazione: L’impulso alla magrezza a cura di Alessandra Delle Fave

ciboedisturbialimentari.blogspot.it Salve gentili esperti, sono una laureanda in Psicologia e stò scrivendo la mia tesi sul seguente argomento: impulso alla magrezza e ginnastica ritmica. Potreste aiutarmi a cercare un pò di materiale riguardo il costrutto dell’impulso alla magrezza? Grazie in anticipo per l’attenzione e il prezioso aiuto! Risposta Cara Cristina, come saprai il costrutto dell’Impulso alla Magrezza rientra tra le scale primarie dell’EATING DISORDER INVENTORY-2 (EDI-2), uno strumento frequentemente utilizzato per la valutazione dei sintomi associati all’anoressia e alla bulimia nervose. L’EDI-2 è composto nello specifico da 64 item che formano le 8 scale primarie e 27 che costituiscono invece le 3 scale addizionali. Tra le scale primarie troviamo: Impulso alla Magrezza: valuta l’eccessiva preoccupazione per la dieta, per il peso corporeo e la paura per l’aumento ponderale. la Bulimia: valuta la tendenza a pensare e ad avere attacchi di incontrollabile sovralimentazione. Essa differenzia il soggetto bulimico dal sottotipo anoressico. l’Insoddisfazione per il Corpo: misura la scontentezza per la forma del proprio corpo in generale e per le dimensioni di quelle parti corporee che sono maggiormente coinvolte nei disturbi dell’alimentazione. l’Inadeguatezza: misura i sentimenti di generale insicurezza, inutilità, vuoto e mancanza di controllo sulla propria vita, descrivendo lo schiacciante senso di incapacità che costituisce il disturbo psicologico alla base dei disordini di alimentazione. il Perfezionismo: misura il limite a cui una persona crede possano arrivare i propri risultati o successi, e cioè l’impegno che una persona profonde per tener dietro a standard perfezionistici di performance. la Sfiducia Interpersonale: valuta il generale sentimento di alienazione e di riluttanza a formare relazioni strette e a confidarsi con gli altri. la Consapevolezza Enterocettiva: misura la confusione e l’incertezza nel riconoscere e rispondere in modo preciso agli stati emotivi e nell’identificare certe sensazioni viscerali collegate alla fame ed alla sazietà. la Paura della Maturità: valuta il desiderio di rifugiarsi nella sicurezza dell’infanzia. Punteggi elevati alla scala “Impulso alla magrezza” (Drive for Thinness) suggeriscono preoccupazioni per il peso e la forma corporea e un eccessivo coinvolgimento nella dieta. Il soggetto probabilmente persegue in modo eccessivo la magrezza e/o ha una paura patologica di acquisire peso. Molti pazienti con anoressia nervosa o bulimia nervosa presentano punteggi elevati anche se non sono stati ad oggi ancora effettuati studi che abbiano chiarito se questi possono essere fattori predittivi di

tali patologie; infatti anche soggetti sottoposti a dieta estrema, pur non avendo un reale disturbo alimentare, possono presentare analoghi punteggi. Questa sottoscala viene ampiamente utilizzata ed è una valida misura psicometrica di self-report dei disturbi alimentari, riguardo soprattutto l’immagine corporea, il peso e la forma. L’impulso alla magrezza è costituito da componenti percettivi, comportamentali e attitudinali; è una caratteristica presente quando c’è discrepanza tra la forma corporea attuale e quella ideale e coinvolge un’insoddisfazione dell’immagine corporea (Sands, 2000). Questo alto desiderio di essere magro e di non aumentare il peso corporeo è stato studiato tra gli anni 80 e 90 in cinque ricerche. Garner, Garfinkel, Rockert, e Olmsted (1987) trovarono che un alto desiderio di diventare magri era predittivo del susseguente sviluppo di disturbi alimentari. Uno studio longitudinale di 10 anni su un gruppo di ragazze collegiali ha rivelato che la sottoscala Impulso alla Magrezza dell’Eating Disorder Inventory’s (EDI) (Garner e Olmsted, 1984) era un significativo predittore dei punteggi successivi alla sottoscala successiva della Bulimia dell’EDI (Joiner, Eatherton e Keel, 1997). Analogamente, Button, Sonuga-Barke, Davies, e Thompson (1996) trovarono che la paura di ingrassare sarebbe già un contributo indipendente per predire i successivi sintomi di disturbi alimentari. Tuttavia, gli studi di Killen e collaboratori (1994,1996) non hanno trovato che un alto desiderio di dimagrire sia un predittore significativo. Numerosi studiosi hanno ipotizzato che situazioni altamente stressanti possono condurre a comportamenti alimentari anormali e in personalità perfezioniste anche indurre disordini alimentari (Ruggiero, Levi, Ciuna e Sassaroli, 2003). L’unico studio che prende in esame la possibile relazione tra disturbi alimentari e ginnastica ritmica è quello di Klinkowski, Korte, Pfeiffer, Lehmkuhl e Salbach-Andrae (2008) i quali hanno analizzato caratteristiche di psicopatologia e distress psicologici in un gruppo di ginnaste ritmiche. A causa dell’enfasi sull’eccessiva magrezza negli sport estetici e i risultati contraddittori trovati in letteratura riguardo al ruolo dell’anoressia nervosa in alcuni sport, gli autori hanno messo a confronto le ginnaste (N=51) con pazienti anoressiche(N=55) e un gruppo di studenti di scuola superiore come gruppo di controllo (N=53). Riguardo gli aspetti fisici, le ginnaste ritmiche mostrano una posizione intermedia tra i due gruppi. In termini di psicopatologia, hanno trovato differenze significative tra ginnaste e pazienti anoressiche, mentre non hanno individuato differenze tra le ginnaste e il gruppo di controllo. I risultati mostrerebbero quindi che le ginnaste presentano una magrezza paragonabile alle anoressiche sul piano fisico ma non sul piano psicologico. Tale studio sottolinea come, nonostante le analogie con l’anoressia in un gruppo di ginnaste ritmiche sembrino ovvie, in realtà è opportuno fare un’attenta valutazione dei distress psicologici e la psicopatologia. Altri studi hanno analizzato soprattutto se alti livelli di attività fisica possono essere correlati o meno a disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia nervosa ( Beumont, Arthur, Russell, e Touyz,

1994; Davis, 1997; Solenberger, 2001) in considerazione del fatto che il livello di attività fisica tra i gruppi diagnostici è decisamente superiore rispetto alla popolazione non clinica. Altri studi hanno sottolineato come la presenza di disordini alimentari sia notevolmente superiore in donne che svolgono attività fisica rispetto alle donne che conducono una vita sedentaria ( Beals e Hill, 2006; Beals e Manore, 1994). Numerosi meccanismi psicologici sono stati proposti per spiegare gli alti livelli di attività fisica nei soggetti con disordini alimentari, in particolare si ritiene che venga data da questi pazienti un’elevata importanza al peso corporeo e alla forma, un’idea che in questi soggetti rimane piuttosto stabile nel tempo e difficile da cambiare anche durante il trattamento psicoterapico (Cooper, e Fairburn, 1993; Heatherton e Baumeister, 1991). Questi pazienti danno un grande valore al peso e spendono tutte le loro energie per modificare la loro forma corporea, l’ipotesi più ovvia sembrerebbe che questa attività fisica (e la conseguente diminuzione di calorie) sia uno dei modi per ottenere la desiderata magrezza ideale. L’impulso alla magrezza potrebbe essere quindi un importante motivazione per impegnarsi nell’attività fisica ( Davis, 1997; Davis, Kennedy, Ravelski e Dionne, 1994). Ti consiglio di consultare i seguenti articoli che descrivono numerose ricerche che analizzano i disturbi alimentari facendo particolare riferimento al costrutto dell’Impulso alla magrezza: Beals, K.A., e Hill, A.K. (2006). The prevalence of disordered wating, menstrual dysfunction, and low bone mineral density among US collegiate athletes. International Journal of Sport Nutrition and Exercise Metabolism, 16(1),1-23. Beals, K.A., e Manore, M.M. (1994). The prevalence and consequences of subclinical eating disorders in female athletes. International Journal of Sport Nutrition, 4(2), 175195. Behar, R., e Hernandez, P. (2002). Sports and feeding behavior disorders. Revista medica de Chile, , 130(3), 287-94. Button, E.J., Sonuga-Barke, E.J.S., Davies, J., e Thompson, M. (1996). A prospective study of self-esteem in the prediction of eating prblems on adolescent schoolgirls: Questionnaire findings. British Journal of Clinical Psychology, 35, 193-203. Cooper, M.J., e Fairburn, C.G. (1993). Demographic and clinical correlates of selective information processing in patient with bulimia nervosa. International Journal of Eating Disorders, 13, 749-757. Dobmeyer, A.C., e Stein, D. (2003). A prospective analysis of eating disorder risk factors: drive for thinness, depressed mood, maladaptive cognitions, and ineffectiveness. Eating Behaviors, 4, 135147. Garner, D.M., Olmsted, M.P., e Polivy, J. (1983). Development and validation of a multidimensional Eating Disorder Inventory for anorexia nervosa and bulimia. International Journal of Eating Disorders, 2 (2), 15-34. Garner, D.M., e Olmested, M.P. (1984). Manual of Eating Disorder Inventory (EDI).Odessa, FL: Psychological Assesment Resources. Gokee-LaRose, J., Dunn, M.E., e Tantleff-Dunn, S. (2004). An investigation of the cognitive organization of body comparison sites in relation to physical appearance related anxiety and drive for thinness. Eating Behavior, 5, 133-45. Hewig, J., Cooper, S., Trippe, R.H., Hecht, H., Straube, T., e Miltner, W.H. (2008). Drive for thinness and attention toward specific body parts in a nonclinical sample.

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