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Francesco Lamendola

La vera posta in gioco nella guerra in Afghanistan è la cooptazione nella modernità
Gli esperti di geopolitica, di economia e di cose militari possono fornirci svariate ragioni per le quali l'Occidente dovrebbe condurre sino in fondo la guerra in Afghanistan contro i Talebani, oppure per le quali dovrebbe ritirarsi - più o meno in buon ordine -, onde evitare il ripetersi dell'umiliazione subita dagli Americani in Vietnam nel 1975: opzione, quest'ultima, che gli strateghi del Pentagono nell'era Obama hanno già pomposamente battezzato «Exit Strategy»: un eufemismo camuffato da neologismo che, quanto a risibile incongruenza, potrebbe dare dei punti alla «non belligeranza» di mussoliniana memoria. Tuttavia, geopolitica, economia e scienza militare non possono cogliere, per loro stessa natura, che aspetti parziali e limitati della questione; e, in particolare, non hanno titolo per rispondere alla doverosa domanda di fondo - che, ovviamente, non è solo di ordine politico e sociologico, ma anche e soprattutto etico -: che cosa sono andate a fare, nelle vallate e sulle montagne dell'Afghanistan, le forze armate della coalizione occidentale, pur ammaestrate dal clamoroso fallimento dell'esercito sovietico fra il 1979 e il 1989? A questa domanda non possono rispondere i geopolitici, né gli economisti e neppure gli esperti di cose militari (questi, meno di chiunque altro); ma una prima, fondamentale indicazione ci viene dal fatto, forse non abbastanza considerato sino a questo momento, che quella che si sta combattendo in Afghanistan dall'ottobre del 2001 è, in assoluto, la più asimmetrica fra quante se ne siano mai viste: quella fra il Paese più ricco del mondo e il Paese più povero del mondo. Secondo i dati più recenti, gli Stati Uniti d'America hanno una mortalità infantile dell'8% e una speranza di vita di 75 anni per gli uomini e di 80 anni per le donne; l'Afghanistan, da parte sua, ha una mortalità infantile del 257% e una speranza di vita di 42 anni per gli uomini e di 43 anni per le donne. Gli Stati Uniti hanno un Prodotto Interno Lordo di 12.485.725 milioni di dollari, il che vuol dire una media di 42.101 dollari a persona; l'Afghanistan ha un Prodotto Interno Lordo di 7.139 milioni di dollari, pari a 199 dollari a testa. Gli Stati Uniti hanno un tasso di analfabetismo dello 0,5%e dispongono di 5,5 medici e 3,3 posti letto ogni 1.000 abitanti; l'Afghanistan registra un tasso di analfabetismo del 79,1%e dispone di 0,2 medici e 1,6 posti letto ogni 1.000 abitanti. Negli Stati Uniti si contano 676 telefonini cellulari e 762 personal computer ogni 1.000 abitanti; in Afghanistan i cellulari sono 48 su 1.000 abitanti, e i computer sono talmente rari (e costosi) che se ne contano pochissimi, al punto che manca un censimento in proposito. È necessario continuare? Sono cifre che parlano da sole e che rendono meglio l'idea, nella loro nuda e impersonale oggettività, di quale sia realmente la posta in gioco nell'odierno conflitto afghano, al di là di tutte le belle parole d'ordine occidentali come liberazione, stabilizzazione, democratizzazione, progresso, benessere e così via: si tratta, né più né meno, dell'ingresso a tappe forzate del Paese asiatico nel Paradiso della modernizzazione, se necessario (e lo è) a suon di bome: più o meno «intelligenti», ma sempre con un costo altissimo per la popolazione civile. Insomma, si tratta di qualche cosa di analogo alla collettivizzazione forzata delle campagne nell'Unione Sovietica voluta da Stalin, ove le vittime dell'operazione - dirette o indirette - furono
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nell'ordine di svariati milioni; con la significativa differenza che in quel caso fu la classe dirigente locale a decidere di effettuare il salto brutale nelle braccia della modernità, onde spezzare la potenziale resistenza interna dei «kulaki» e procedere all'industrializzazione in tempi brevissimi; mentre qui la decisione viene dalla superpotenza americana, determinata a eliminare i fattori di potenziale destabilizzazione rispetto alla sua «pax» imperiale. Non si dimentichi che l'attacco americano del 2001 non fu lanciato, almeno inizialmente, contro l'Afghanistan come nazione, ma contro un uomo solo: lo «sceicco del terrore» Osama Bin Laden. Strana guerra davvero: lo Stato più ricco e potente del mondo è sceso in campo contro un singolo individuo, un «vecchio della montagna» che pareva uscito dalle pagine de «Il Milione» di messere Marco Polo. È stato solo il rifiuto del mullah Omar di consegnare il fedifrago (ex alleato numero uno degli Americani proprio nello scacchiere afghano, in funzione antisovietica) a provocare l'estensione indiscriminata del conflitto. Quella estensione, tuttavia, prima o poi ci sarebbe stata comunque. Troppo povero e arretrato, troppo impermeabile ai valori (e ai capitali) dell'Occidente, l'Afghanistan rappresentava in se stesso una sfida alla dottrina americana dell'esportazione mondiale del mercato e della democrazia; e, al tempo stesso, costituiva - e costituisce - una fonte quasi inesauribile di manovalanza per il terrorismo di matrice islamica, sempre bisognoso si innestare kamikaze e bombe umane sulla solida base finanziaria fornita dai petrodollari sauditi. Vi è una singolare analogia con la guerra sudamericana della Triplice Alleanza, combattuta dal 1865 al 1870 da Brasile, Argentina e Uruguay contro il Paraguay, che ne uscì letteralmente distrutto. In quel caso, dietro la coalizione c'erano i potenti interessi finanziari e industriali della Gran Bretagna, la quale voleva aprire a forza il Paraguay, orgogliosamente autarchico, alle proprie merci e ai propri capitali (un po' come aveva fatto ai danni della Cina, ma agendo in prima persona, nella famigerata «guerra dell'oppio»); in Afghanistan, bisognava dare un esempio e, al tempo stesso, rimuovere lo zoccolo duro del fondamentalismo islamico, principale ostacolo all'attuazione della «dottrina Bush» sull'esportazione forzata del libero mercato e della democrazia. Il generale Carlo Jean, esperto di cose militari, intervistato nel corso del programma televisivo «Unomattina Estate» il 15 luglio 2009, nel rispondere a una domanda circa le prospettive di successo dell'operazione alleata, ha osservato: «Non si può trasportare in pochi giorni un Paese dalla pre-modernità alla post-modernità». Al che tutti quanti, ospiti e conduttori, si sono profusi nel magnificare l'importanza della strategia umanitaria, la costruzione di scuole, ospedali, linee elettriche e condutture d'acqua per rifornire le abitazioni private, come fattore decisivo nella lotta contro i Talebani. È stato osservato, ad esempio, che, dall'inizio delle operazioni militari, il numero degli studenti è salito da 1 milione a 6 milioni; e se ne è concluso - non senza una certa enfasi trionfalistica - che l'alfabetizzazione sarà la migliore alleata degli Occidentali per la vittoria finale. In tutti questi ragionamenti, o pseudo-ragionamenti, quel che si perde sistematicamente di vista è che i parametri di giudizio occidentali, a dispetto della tanto sbandierata globalizzazione dell'economia e della cultura, non sono affatto così universali come si vorrebbe credere, e far credere agli altri. Vi sono almeno un paio di miliardi di esseri umani che li rifiutano in modo radicale, metà dei quali di fede islamica; e, se 1.300.000 di Cinesi sono transitati «felicemente» nell'area del libero mercato (ma non in quella della democrazia e dei cosiddetti diritti umani, con grande scorno dell'Occidente), rimane pur sempre un enorme serbatoio di società ed individui che non sono per nulla ansiosi di farsi integrare nelle «magnifiche sorti e progressive» del capitalismo, ma, anzi, sono disposti a farsi uccidere, pur di difendere i propri valori. Lo stesso generale Jean, nel corso dell'intervista sopra citata, riconosceva che quella in Afghanistan è una guerra profondamente asimmetrica, anche a motivo del fatto che da una parte, quella afghana e talebana, sono in gioco fattori vitali, primo fra tutti la sopravvivenza; mentre dall'altra, no. Questo significa che la parte afghana e talebana ha messo in conto un elevatissimo numero di perdite e dei tempi di lotta decisamente lunghi; mentre gli Americani e i loro alleati - aggiungiamo noi - non
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sarebbero disposti né a sopportare un numero di caduti troppo elevato, né a prolungare lo sforzo militare (ed economico-finanzario) oltre un certo limite di tempo; anzi, si notano già - come, del resto, in Iraq - evidenti segni di stanchezza. Ecco un altro parallelo inquietante con il Vietnam: in un conflitto dove una parte lotta per la vita e per la morte, e l'altra lotta per obiettivi politico-strategici di tipo convenzionale, a dispetto della sproporzione tecnologica non vi è dubbio su a chi andrà la vittoria finale. Obama, che - a differenza di Bush junior - non è uno stupido, lo ha capito da un pezzo: è per questo che vorrebbe sganciarsi il più dignitosamente possibile, lasciando il governo di Kabul a sbrigarsela da solo. L'escalation militare americana (e britannica) non ha altro scopo che assestare gli ultimi colpi «utili» ai Talebani, in vista del trasferimento della difesa alle forze afghane pro-occidentali. Anche l'aumento del contingente militare italiano di 500 nuove unità, entro il mese di agosto, rientra in questa strategia che prelude a un graduale sganciamento. Ma i Talebani, consapevoli delle difficoltà in cui versano i loro avversari, non vogliono né possono perdere questa guerra: per essi è questione di pura e semplice sopravvivenza. Non sono in ballo soltanto questioni come il «burqa» o la coltivazione dell'oppio (che, pure, sono tutt'altro che irrilevanti, e non solo nei loro riflessi interni). È in ballo la possibilità, per le società pre-moderne che non vogliono farsi integrare dall'Occidente alle sue condizioni (e cioè con tutti gli oneri, ma con pochissimi vantaggi), di continuare ad esistere con le proprie strutture economico-sociali, con le proprie culture, con il proprio credo religioso. Prendiamo in esame l'aspetto economico. Non occorre essere degli esperti di economia per intuire che nessun popolo potrebbe sopravvivere realmente con un P. I. L. di 199 dollari pro-capite: questo è quello che dicono le statistiche, ma la cosa è semplicemente assurda. La verità - e ciò vale non solo per l'Afghanistan, ma per tutto il Terzo e Quarto Mondo - è che quei popoli sarebbero già morti di fame, dal primo all'ultimo individuo, se le loro economie non fossero articolate in maniera da consentire alla gente di sopravvivere a dispetto di tutte le teorie economiche occidentali, sfruttando canali produttivi e commerciali diversi da quelli del libero mercato, così come questo è inteso in Occidente. Esistono delle modalità di mutuo appoggio, di economia «sommersa», di baratto, di lavoro minorile (che non sempre è odioso e immorale, come non sempre lo era nella nostra società contadina), di riutilizzo dei prodotti di rifiuto, a cominciare da quelli alimentari: tutta una rete di attività, di solidarietà e di integrazione sociale che protegge, entro certi limiti, quelle società dal trauma devastante del passaggio al capitalismo puro. Tutte queste cose sfuggono ai rozzi parametri di rilevazione stabiliti dagli economisti e dai sociologi occidentali, semplicemente perché nel nostro mondo non esiste, o non esiste più, il loro corrispettivo: e, per la nostra cultura etnocentrica e arrogante, ciò che non esiste entro di essa, non esiste in assoluto. Questa, dunque, è la posta in gioco in Afghanistan: vedere se l'Occidente saprà imporre l'irruzione della modernità in tempi brevissimi, in un'area particolarmente refrattaria e, anzi, portatrice di una cultura diametralmente antitetica a quella del mercato e della democrazia. Tutto il resto, a cominciare dalle motivazioni geopolitiche (non si dimentichi che l'Afghanistan confina sia con l'Iran, sia con la Cina, sia con le ex Repubbliche sovietiche del Turkmenistan, dell'Uzbekistan e del Tadzikistan) ha certamente il suo peso, e anche notevole; così come la necessità di avere un nemico di turno che rappresenti il male assoluto (dopo la fine del nazismo e del comunismo): ma non è essenziale. Essenziale è vedere se gli Americani riusciranno a indurre gli Afghani a bere Coca-Cola, a navigare su Internet, a preferire il cinematografo (per vedere film occidentali) alla frequentazione delle moschee; insomma, a farsi assertori essi stessi della corsa verso la modernità, ossia del libero mercato e della democrazia parlamentare. Se ci riusciranno, vorrà dire che la globalizzazione è realmente un evento irreversibile e a senso unico, rispetto al quale ogni altra modalità di vita sociale, economica, politica e culturale, dovrà adeguarsi al più presto, pena la distruzione violenta.
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A quel punto, i signori dell'economia mondiale potranno rassicurarsi: superato l'ultimo test, si vedrà che Francis Fukuyama aveva ragione, dopotutto, e che la Storia è davvero giunta al capolinea. Con la vittoria del biglietto verde e della tecnologia occidentale.

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