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Francesco Lamendola

Una pagina al giorno: Un filosofo sul ring dei pesi massimi, di A. Pigna
Alfredo Pigna, napoletano, classe 1926, è un personaggio troppo noto al grande pubblico perché sia qui necessario tracciarne un profilo. Giornalista, scrittore, conduttore televisivo, dal 1970 al 1974 ha diretto «La domenica sportiva», succedendo a Lello Bersani; si è particolarmente occupato di sci; ha collaborato con i maggiori quotidiani e settimanali italiani, da «Il Corriere della Sera» a «Intrepido»; amico di Dino Buzzati, ha scritto con Ugo Tognazzi la sceneggiatura del film «Il fischio al naso», tratto da un suo racconto; nonché quella del mai realizzato film «Il viaggio di Mastorna», per Federico Fellini. È stato uno dei volti più noti del piccolo schermo; fra i suoi libri di cronaca e divulgazione sportiva, ricordiamo «Il romanzo delle Olimpiadi», «Miliardari in borghese», «A pugni nudi», «I padroni della domenica», «I re del ring». Non aggiungiamo altro; chi voglia informazioni più dettagliate, può consultare il suo sito ufficiale Internet. Dall'ultimo dei libri sopra citati abbiamo scelto un brano dedicato alla vicenda culminante, sia sul pisano professionale che su quello umano, di un pugile anomalo nel panorama della boxe mondiale: il campione dei pesi massimi Gene Tunney, vincitore del titolo il 23 settembre 1926 contro il campione in carica Jack Dempsey; e di nuovo vincitore, contro lo stesso avversario che cercava la rivincita, nello spettacolare match del 22 settembre 1927. Abbiamo detto un pugile anomalo: spieghiamo brevemente perché. Innanzitutto, Tunney - proveniente da una famiglia della buona borghesia newyorkese - era piovuto per caso nel mondo dello sport, scoprendosi pugile assai promettente mentre prestava servizio nel corpo dei «marines», col grado di tenente, durante la prima guerra mondiale, in Francia, e subito dopo la conclusione del conflitto. In secondo luogo, Tunney spiccava nell'ambiente pugilistico per la sua cultura e anche per il suo carattere riflessivo. Aveva ricevuto, in effetti, una notevole formazione culturale, e aveva frequentato il seminario (era di origine irlandese): dunque era un prete cattolico mancato. Comunque, quando cominciò a mettersi in mostra per le sue doti eccezionali - più di mobilità e di inventiva, che di potenza vera e propria - gli venne affibbiato il soprannome di filosofo, e non se lo tolse più. Un filosofo sul ring dei pesi massimi, nell'America a fortissimi chiaroscuri dei ruggenti anni Venti: l'età del jazz, delle pupe coi capelli alla maschietta, del proibizionismo. Era l'epoca dei sogni dorati, così ben rappresentati dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald «Il grande Gatsby»; ma era anche l'America del «red scare», della paura del rosso, che sarebbe tragicamente culminata nel processo e nell'esecuzione di Sacco e Vanzetti. Era l'America delle vacche grasse e dell'euforia incontenibile, ma che già recava in sé i germi della catastrofe della grande crisi del 1929: stagione unica, irripetibile, come un tramonto dorato che incendia i giardini e si riflette sulle cupole dei palazzi, mentre le ombre delle notte avanzano e si preparano a cancellare quell'evanescente mondo di sogno. Tunney aveva sconfitto il mostro sacro Dempsey, nell'incontro del 1926, con una classe, con una scioltezza, con una bravura eccezionali: ma il pubblico era rimasto deluso e contrariato: perché tutti avevano tifato per il gigantesco campione in carica, dal pugno leggendario, e quasi nessuno per
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l'audace sfidante, pochissimo conosciuto a livello nazionale, nonostante i numerosi combattimenti sostenuti vittoriosamente da un capo all'altro del Paese. E qui viene fuori la terza anomalia di Gene Tunney, campione mondiale dei pesi massimi del pugilato: la sua riservatezza, la sua austerità quasi puritana, il suo istintivo orrore per la popolarità facile e rumorosa, per i gesti plateali e fracassoni, per qualsiasi forma di cialtroneria. Di più: il suo carattere introspettivo, imbevuto di letture filosofiche - o, più propriamente, teologiche - aveva sviluppato in lui una rara forma di onestà intellettuale, una radicata esigenza di verità interiore. Mentre un altro, al suo posto, si sarebbe goduto il titolo mondiale il più a lungo possibile, sfruttando i lauti guadagni che ne derivavano, fu lui stesso ad affrettare i tempi della rivincita richiesta da Dempsey; annunciando, nello stesso tempo, che si sarebbe ritirato non appena avesse dimostrato a tutti, e anche a se stesso, di essere il più forte. Infatti, circolavano voci insistenti e malevole secondo le quali Tunney aveva vinto il titolo mondiale non tanto per merito proprio, bensì approfittando abilmente di un momento in cui Dempsey, il campione in carica, non era in piena forma, perché si era un po' troppo adagiato nella vita facile che la sua posizione gli aveva procurato; ma che, in realtà, il vero campione era pur sempre Dempsey, il beniamino del pubblico. Tunney, pertanto, volle affrettare il momento della verità, per sé e per gli altri: ebbe il coraggio di mettere tutto a repentaglio, affrontando, dopo solo un anno meno un giorno, il formidabile hook sinistro del rivale, famosi per i K.O. inflitti a tanti malcapitati. E questo in un ambiente in cui gli incontri truccati si sprecavano; tutti cercavano solo di arraffare più denaro possibile, con qualunque mezzo, lecito e illecito; e mentre la malavita organizzata stava già stendendo la sua tela vischiosa e crudele sul mondo del pugilato, ultima roccaforte delle antiche virtù sportive, dove il valore individuale si misurava da pari a pari con l'avversario, come in una arena (chi non ricorda lo stupendo e commovente episodio del pugile Entello, narrato da Virgilio nel quinto libro dell'«Eneide»?). Dal libro di Alfredo Pigna «I re del ring» (Milano, Sugar Editore & C., 1973, pp. 151-158): «La sconfitta di Jack Dempsey [la prima, quella del 1926] fu considerata, anche dai giornali più autorevoli, l'avvenimento più sensazionale dell'anno. La verità è che s'era creata, in tutta l'opinione pubblica americana, la convinzione che Jack Dempsey fosse invincibile. E furono davvero in pochi ad ammettere, nonostante il cristallino andamento del match, che aveva vinto il migliore. In pratica a Gene Tunney il pugile filosofo, l'ex eroico marine, fu negata la gioia del trionfo. Gli accadde, nella sostanza, ciò che trentaquattro ani prima aveva avvelenato la vittoria di Jim Corbett, reo di aver infranto l'idolo Sullivan. Da quel giorno, infatti, quasi dappertutto, Gene Tunney venne accolto, dovunque andasse, con freddezza, se non, addirittura, con ostilità. Accade così che, per la prima volta nel romanzo della boxe, fu proprio il campione a volere a tutti i costi, e al più presto, un incontro di rivincita. […] Era una notte umida e afosa. Gene Tunney, il suo procuratore Fugazzi e Billy Gibson [suo attuale manager] lasciarono l'auto all'angolo della Quinta strada e si diressero, a piedi, verso il ristorante. Da quella parte di Nuova York le strade erano quasi deserte. Erano circa le tre del mattino. In un altro quartiere della città, un enorme corteo scortava Jack Dempoesy inneggiando entusiasticamente alla sua vittoria su Jack Sharkey avvenuta, un paio d'ore prima, per fuori combattimento alla settima ripresa. La folla aveva ritrovato il suo idolo. Era la stessa folla che, prima del match tra Dempsey e Sharkey, aveva sonoramente e ingenerosamente fischiato Gene Tunney quando il campione, su invito dello speaker ufficiale, era salito, secondo l'uso, per stringere la mano ai due sfidanti e per raccogliere l'applauso del pubblico. Tunney, Fugazzi e Gibson camminarono a lungo in silenzio. Una cappa di piombo pesava su Nuova York. Afa e buio pesto. Gibson si tolse la giacca e se la gettò sulle spalle. Fugazzi si frugò nelle tasche, trovò un sigaro e se l'accese, aspirando rabbiosamente.

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Il locale dove approdarono era semideserto. La padrona, una vecchia signora di origine irlandese, come Gene Tunney, accolse i tre con un largo sorriso e li pilotò verso un tavolo d'angolo. Anche Jack Dempsey era di origine irlandese e anch'egli, in quello stesso momento, si trovava in un altro locale irlandese a festeggiare la sua vittoria su Sharkey. - I figli d'Irlanda sono sulla cresta dell'onda -, disse la padrona del ristorante. - Dopo la vittoria di Dempsey, di stasera, sarà comunque un figlio d'Irlanda a restare campione del mondo. La donna dava per scontato l'avvenimento che tutta l'America attendeva a quel tempo con un'ansia quasi isterica: l'incontro di rivincita fra Jack Dempsey e Gene Tunney. Tunney, Fugazzi e Gibson rimasero zitti. - .… ma sarai tu, figlio mio - aggiunse con tenerezza la donna, accarezzando Gene Tunney sui capelli - a restare sul trono del più forte. Tunney le sorrise e allora la donna, incoraggiata, continuò: - Perché tu, figlio mio, hai dalla tua parte anche la forza dell'intelligenza e della bontà. Ecco perché vincerai anche il tuo secondo match con Dempsey - Ti ringrazio - disse sempre sorridendo Tunney. - Peccato che tu sia l'unica, in tutta l'America, a pensarla così. Tunney guardò con intenzione Fugazzi. E Gibson i quali finsero un grande interesse verso le pietanze che erano state appena portate. Il ghiaccio, comunque, era rotto. Tutti e tre sapevano che, prima o poi, il discorso sarebbe caduto sul match di rivincita; e tutti e tre sapevano che le opinioni, in proposito, erano discordi. - Sei sempre dell'idea di stringere i tempi? -, chiese Fugazzi guardando dritto nel piatto. - Nessuno più di me apprezza il tuo modo di pensare, ma non ti pare che valga la pena di fare qualche altro match di rodaggio, prima di affrontare nuovamente Dempsey? Ne ha diritto, lo sai. Hai il sacrosanto diritto di far fruttare il tuo titolo di campione, prima di rischiare di perderlo con l'unico avversario che ti può strappare la corona. Gene Tunney tacque a lungo prima di rispondere. Fissava Fugazzi aspettando che sollevasse gli occhi dal piatto. Alla fine questi si decise ad alzare la testa. - Bene! - disse sempre sorridendo Tunney, - è arrivata l'ora di guardarci negli occhi e di raccontarci la verità. Tutta quanta. - Posò lentamente le osate, si nettò le labbra e proseguì. - Eravate presenti anche voi stasera al Madison, no? Avete sentito quei fischi… -… dei fischi deve infischiartene - cercò di scherzare Fugazzi.- la folla è un mostro senza cervello, è come un animale che segue soltanto l'istinto. La folla vuole il sangue e Jack Dempsey è, e resterà sempre, il suo idolo perché quando Jack sale sul ring, di sangue se ne vede fin troppo. Tu sei un purosangue. Non puoi pretendere che la folla, questo animale assetato di brutalità, apprezzi la tua intelligenza e la tua classe. Tu devi infischiartene.. -… invece non me ne infischio - l'interruppe Gene Tunney. - Non so che farmene del titolo del mondo dei massimi se la gente pensa che ci sia un altro, più meritevole di me, ad avere diritto alla corona, - fece una lunga pausa, questa volta, poi proseguì parlando molto lentamente. - Se sono arrivato a questo punto - disse poi - è perché avevo qualcosa da dimostrare a me stesso. Non agli altri. Voi sapete, perché ve l'ho già detto, che una volta raggiunto questo traguardo, io mi ritirerò dal ring. Che vinca o che perda, non ha alcuna importanza. - Balle! - intervenne Gibson. - Se è così, perché non ti ritiri adesso?, che sei il campione del mondo. Se avevi qualcosa da dimostrare a te stesso ci sei riuscito, no? - No - disse Tunney. - Non ci sono riuscito. - Che cosa vuoi dire? - intervenne Fugazzi. - Non ti seguo più. - Hai capito benissimo - disse con calma Tunney. Io non ho affatto dimostrato a me stesso di essere più forte di Jack Dempsey; io ho solo vinto un match con Jack Dempsey. E voi stessi sapete bene che Jack, a quel tempo, non era al meglio della condizione. Era spompato dalla belle vita e andicappato dalla presunzione. Soltanto il secondo combattimento potrà dire a tutti, me compreso, chi è il più forte. Avete capito, adesso, perché sono io a volere il match con Jack Dempsey?

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Ripresero a manovrare con forchette e coltelli. L'atmosfera s'era fatta pesante. Gibson faceva sempre più di frequente ricordo al fazzoletto per detergersi il sudore che gli colava dalla fronte. Gibson aveva, come del resto Fugazzi, un'idea fissa: Gene Tunney campione del mondo era una gallina dalle uova d'oro, per se stesso e per i suoi rappresentanti. Senza titolo sarebbe ripiombato, in breve tempo, nell'anonimato: una scomoda meteora che aveva guastato la festa a milioni di americani. - Quando? - chiese all'improvviso Tunney. Lui vorrebbe per settembre - rispose parlando in fretta Fugazzi. - L'accordo era che la rivincita si sarebbe fatta entro un anno rispetto alla data del primo match. - Bene! - disse Tunney. - Fissa il combattimento per il 22 settembre: un anno meno un giorno. Telefona al "New York Times". Adesso. -Ma scusa… - Adesso - ripeté Tunney, indicando a Fugazzi il telefono. Fugazzi guardò a lungo Tunney negli occhi, poi abbassò lo sguardo, si tolse il tovagliolo dal colletto della camicia e andò a telefonare. Tornò pochi minuti dopo. - Fatto! - disse laconico. - Non volevano credermi. La sera del 22 settembre 1927, 104.943 persone affollarono fino all'inverosimile il Soldier's Field di Chicago, versando nelle casse degli organizzatori la somma record, sbalorditiva, di 2.658.600 dollari, Niente di simile era mai accaduto in America e nel mondo. Il match, come il primo del resto, era stato fissato sulle dieci riprese. Jack Dempsey salì sul ring, per primo, accolto da un boato che durò almeno una decina di minuti. Era tirato a lucido e dava l'impressione di essere in perfetta forma. D'altra parte il combattimento con Sharkey, al qiuale si era preparato con estrema cura per evitare ogni imprevisto, e l'allenamento durissimo al quale si era sottoposto, memore dell'errore commesso un anno prima, erano le migliori garanzie che sul quadrato di Chicago, quella sera, l'idolo di milioni di americani si trovava nelle migliori condizioni per riconquistare quel trono che aveva lasciato per una breve vacanza. L'arrivo di Gene Tunney fu accolto con pochi applausi e molti "uhuhuhu" di disapprovazione. Gene Tunney era pallido, ma appariva calmissimo. Le notizie che i bookmaker davano strafavorito Dempsey, non lo avevano minimamente scosso Jack Dempsey scalpitava nel suo angolo e lanciava saluti alla folla che continuava ad incitarlo e ad applaudirlo. Al suono del gong Dempsey, com'era largamente prevedibile, si scatenò in una serie di attacchi a due mani. Gene Tunney non si scompose e iniziò il suo giuoco preferito, basato sul lavoro di gambe, su schivate al millimetro e sui suoi jab di sinistro precisi e velocissimi. Gene aveva sempre l'occhio attento all'hook sinistro di Dempsey. Ne aveva fatto la conoscenza durante il primo match e aveva basato tutta la sua preparazione per prevenire quello che, giustamente, considerava il colpo della domenica in possesso del suo avversario. Man mano che passavano i minuti, nella grande arena di Chicago cominciavano a mutare gli umori e i commenti del pubblico. Gene Tunney stava conquistandosi, round dopo round, l'ammirazione della folla. Comunque fosse andata a finire, Gene Tunney aveva ormai dimostrato di non essere un bluff, ma di essersi aggiudicato con pieno merito la prima battaglia contro l'invincibile Jack. E questo è il commento più onesto che si può fare, di quello storico match, fino alla conclusione del sesto round. In pratica Dempsey non era riuscito a piazzare un solo colpo consistente, mentre, al contrario, Tunney lo aveva centrato ripetutamente con i suoi jab. Inoltre, mentre Gene sembrava aumentare la velocità delle gambe e delle braccia Dempsey cominciava a dare qualche segno di stanchezza. Il fattaccio avvenne al settimo round. Jack Dempsey, sempre all'attacco, era riuscito a chiudere Gene Tunney alle corde scatenando una furiosa bagarre che si concluse, improvvisamente, con un violentissimo hook sinistro alla mascella. Tunney, in quella circostanza, non riuscì a evitare la mazzata. Si afflosciò lentamente al tappeto, dando a tutti la sensazione che non ce l'avrebbe fatta a rimettersi in piedi nei dieci secondi sacramentali.
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Ma fu Jack Dempsey stesso, involontariamente, a salvarlo. Il regolamento, tuttora vigente, prevede che durante il conteggio dell'arbitro, il pugile che ha colpito debba raggiungere l'angolo più lontano rispetto al posto dove giace il suo avversario. Dempsey, pronto a scatenarsi di nuovo contro Tunney, si sistemò nell'angolo più vicino e prima di capire che doveva andarsene, lasciò passare parecchi secondi. Quanti? Nessuno, questo è sicuro, lo saprà mai Quel che è certo, a ogni modo, è che Gene Tunney, risollevandosi al nove, aveva beneficiato di almeno tre o quattro secondi: quei tre o quattro secondi sufficienti a evitargli una sicura sconfitta per fuori combattimento. Da quel momento in poi, nonostante i suoi sforzi disperati, Jack Dempsey non riuscì più a centrare il suo avversario che, al contrario, col passare dei secondi, smaltì la "sbornia" e riacquistò in pieno tutta la sua lucidità. Al termine del decimo round l'arbitro alzò senza esitazione il braccio di gene Tunney in segno di vittoria. Dempsey, traballante e disfatto, appoggiò la testa sulla corda del ring in segno di disperazione. I suoi secondi annunciarono subito che avrebbero inoltrato reclamo per il lungo conteggio del settimo round. Ma la commissione respinse il ricorso sentenziando che, a entrambi i pugili, era stato ricordato il regolamento all'inizio del match. Dal canto suo Gene Tunney mantenne ciò che aveva promesso: difese una sola volta il titolo contro Tom Heeney a Nuova York e poi annunciò il suo ritiro dal ring. Ebbe la forza d'animo di abbandonare, imbattuto Campione del mondo, un forziere pieno di uova d'oro. Del resto l'aveva detto: e non si era dimostrato un bluff neppure in quello.» Abbiamo citato Virgilio e la gara di pugilato descritta nel quinto libro dell'«Eneide»; avremmo potuto fare riferimento anche al ventitreesimo libro dell'«Iliade», ove Omero narra la gara di pugilato svoltasi durante i giochi funebri indetti da Achille in onore dell'amico Patroclo. In ogni caso, l'atmosfera in cui ci immerge questa pagina di Alfredo Pigna ha un sapore marcatamente epico: e ricorda non solo quella dei due celebri episodi sopra ricordati, ma, più in generale, quella degli eroi che si affrontano, ad armi pari, sul campo di battaglia, come Ettore e Achille o come Turno ed Enea, in presenza dei due opposti eserciti schierati. Alfredo Pigna ha saputo rendere assai efficacemente questo aspetto del pugilato, nella particolare atmosfera degli Stati Uniti durante i dorati (e ruggenti) anni Venti; così come ha saputo delineare, con sobrietà e bravura, il carattere di Gene Tunney e le motivazioni psicologiche che lo spinsero a cercare egli stesso l'incontro della rivincita con Jack Dempsey, dopo avergli strappato il titolo mondiale dei pesi massimi. Il racconto di Pigna possiede l'asciutta sveltezza della saggistica di gran classe, e, al tempo stesso, la vivacità e la freschezza della narrativa vivace e intrigante, capace di coinvolgere il lettore nella vicenda: anche il lettore non specialista o non particolarmente interessato a quel particolare genere letterario che è la cronaca sportiva, in questo caso pugilistica. Quella notte afosa di New York, coi tre uomini che camminano nel buio, in silenzio; quella cena nel ristorante irlandese, con la vecchia padrona che quasi si commuove nel rivolgere il suo augurio al campione; quell'imbarazzato parlare con gli occhi dentro il piatto, con i due manager di Tunney che cercano di dissuadere il loro campione dal mettere tutto a repentaglio con un incontro affrettato contro il micidiale Dempsey; quella decisione immediata, frutto di una coerente e rigorosa esigenza interiore, di telefonare alla stampa per annunciare la data dell'attesissimo match: sono tutti pezzi di bravura, che non sfigurerebbero in un romanzo di vigorosa ambientazione realista. Infine, la descrizione del grande incontro, in quella notte affollatissima di settembre del 1927, a Chicago, con la folla enorme - oltre centomila persone! - che acclama fin da subito l'ex campione Dempsey e che fischia il campione in carica, Tunney; ma che poi, davanti alla bravura, all'intelligenza e alla tenacia di quest'ultimo, è costretta a ricredersi e a riconoscere il suo valore, iniziando gradualmente a fare il tifo per lui: tutto questo è narrato con piglio sicuro e per mezzo di un climax di notevole efficacia. Né manca il momento della estrema suspense, allorché il tremendo hook sinistro di Dempsey coglie Tunney alla mascella e lo manda dritto al tappeto, dopo di che l'arbitro inizia a contare
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inesorabilmente ed è già quasi arrivato al dieci. Tutto sembra perduto per il pugile filosofo e per i suoi recenti ammiratori: l'immensa platea trattiene il fiato, mentre i secondi si dilatano, si dilatano, come il maestro del western all'italiana, Sergio Leone, ha insegnato a fare nelle scene culminanti, ad esempio nel mitico duello finale tra il crudele pistolero al soldo delle ferrovie, Henry Fonda, e il vendicatore solitario Charles Bronson, nella memorabile sequenza di «C'era una volta il West». Siete dei lettori curiosi d'ogni genere di argomento, amanti di una scrittura pulita, semplice e senza orpelli? Provate a leggere «I re del ring» di Alfredo Pigna. Non vi siete mai interessati di sport, e meno che mai di storia del pugilato? Nemmeno questo è un problema. Perché Pigna è un narratore che sa farsi leggere e che è capace di afferrarvi già dalle prime pagine, e di condurvi per mano sino alla fine.

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