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Francesco Lamendola

Mettersi in armonia con il proprio mondo onirico per migliorare l'armonia della vita
Ciascuno di noi passa un terzo della propria vita dormendo; e, durante il sonno, sogna per la maggior parte del tempo. Il sogno, dunque, è un aspetto quantitativamente assai rilevante della nostra esistenza terrena: nel caso di una persona di mezza età, corrisponde all'intera vita di un ragazzo. Eppure, stranamente, la maggior parte di noi non prova alcuna particolare curiosità di comprendere ciò che avviene nel corso dei propri sogni, né si chiede se e in quale misura essi abbiano qualcosa da comunicargli, qualcosa di importante che dovrebbe sapere. Questo disinteresse è un fatto recente nella storia. Presso i popoli nativi e presso le civiltà antiche, il sogno era considerato il tramite fra il mondo terreno e il mondo celeste; pertanto, l'interpretazione dei sogni era una scienza di somma importanza; come si vede, ad esempio, nell'episodio biblico di Giuseppe che interpreta i sogni del Faraone (cfr. anche il nostro precedente articolo «Il sogno ci rivela l'illusorietà delle barriere dello spazio e del tempo», consultabile sul sito di Arianna Editrice). Poi è arrivato Freud, il quale ha applicato la visione scientista e positivista della natura al mondo dei sogni; e la cui teoria ha avuto un successo tale, da permeare di sé l'intera cultura contemporanea. A differenza di Jung, per Freud nel sogno non vi è assolutamente nulla che non sia già nella psiche del soggetto, e sia pure a livello inconscio; pertanto, basta studiare la psiche individuale, e i sogni ci riveleranno il loro messaggio nascosto. Non che ci sia molto da cercare, secondo lui: dato che l'intera vita dell'inconscio è dominata ossessivamente dalle pulsioni e dai turbamenti sessuali vissuti nella prima infanzia, è nel sesso che troveremo la chiave per capire tutto ciò che i nostri sogni ci mostrano. Con Jung, l'orizzonte si allarga: è come passare da una stanzetta claustrofobica, che sa di chiuso, a un libero orizzonte di montagna, che spazia su un vasto panorama tutto intorno. Mediante l'ipotesi dell'inconscio collettivo, non tutto il materiale onirico appare riconducibile alla psiche individuale: vi è, in esso, una parte che eccede sia le esperienze, sia le pulsioni del singolo, e rinvia ad un diverso e più ampio livello di realtà. Il sogno diviene, in questa prospettiva, il veicolo grazie al quale tutta la sfera interiore dell'uomo, comprese le sue parti più elevate, cerca di mettersi in sintonia con il mondo e, al tempo stesso, di raggiungere la propria completezza, l'armonia e la piena realizzazione. È possibile, peraltro - e varie scuole di pensiero lo fanno, specialmente orientali - spingersi ancora più in là, e vedere nel sogno non solo una via di accesso dalla sfera individuale all'inconscio collettivo e viceversa; ma anche l'indizio di una realtà radicalmente altra, rispetto alla quale sia il sogno, sia la veglia non sono che manifestazioni legate alla sfera del relativo e del contingente; l'indizio, cioè, di un piano di realtà assoluto, del quale noi possediamo, talora, come delle intuizioni o delle scintille (ad esempio nei sogni premonitori o chiaroveggenti), simili a lampi di luce che rischiarano, per un attimo, le tenebre dell'illusione. Secondo queste teorie, noi non possediamo dei sogni, bensì riceviamo dei sogni, mediante i quali ci viene consentito, a volte, di gettare un fugace sguardo su quella realtà assoluta, onnicomprensiva ed infinitamente armoniosa, di cui sia la nostra vita allo stato di veglia, sia la nostra vita onirica, non sono che dei pallidi e sbiaditi riflessi.
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Ora, se tutto questo ha un fondamento di verità, è chiaro che sognare, o meglio mettersi in sintonia con i propri sogni, diventa un'arte (e non una tecnica, come chiariremo più avanti); un'arte preziosa, il cui scopo ultimo è quello di consentirci di assumere un più elevato livello di consapevolezza sulla realtà e, in ultima analisi, un più elevato livello di benessere interiore e di pace con noi stessi. Ha scritto Manuela Pompas, studiosa di parapsicologia e medicine alternative, nel suo libro «I poteri della mente» (Milano, Rizzoli Editore, 1983, pp. 151-56): «Imparare a interpretare un sogno psichico serve a migliorare il carattere e a procedere sul cammino della maturazione, o se vogliamo dell'individuazione, integrando il proprio animus (anima) e l'ombra, fino ad entrare in contatto con il Sé, l'istanza superiore della personalità che per qualcuno corrisponde all'anima, o meglio, al proprio spirito guida. Questo è il cammino percorso dalla psicoanalisi e dalla psicologia di Jung, se pure con modalità e punti di riferimento diversi.. Ma qui il sogni rimane circoscritto alla dimensione psiche, e quindi a emozioni, stati d'animo, sentimenti, proiezioni, in una parola alle esperienze passate, quelle che ci legano alla Terra, causa prima dell'errore e quindi della sofferenza. Ma il sogno può diventare anche qualcosa di più, uno strumento di conoscenza totale, in collegamento con il futuro, con il destino, con le leggi che governano l'universo. In questo caso il sogno non è altro che uno stato alterato di coscienza, in cui la mente diventa ricettiva e capta con una perfetta sintonia i messaggi provenienti dall'esterno.. E nello stesso tempo è anche lo strumento per imparare a sdoppiarsi, mantenendo (per chi ha raggiunto questa possibilità) una discreta lucidità. (…) Molte persone che non hanno mai avuto esperienze paranormali sono state però protagoniste di sogni premonitori, soprattutto in vista di grandi eventi, una morte, un incidente, un incontro importante. Anche qui si tratta di ricordare, accettare e interpretare il messaggio, che spesso è simbolico. Anche per Platone si tratta di imparare a educare il sogno: se si tiene desta anche nel sonno l'anima razionale le orrende immagini create dalle bramosie e dagli istinti più bestiali non appaiono; al contrario si è messi in grado di conoscere la verità delle cose passate, presenti e future. Tutta la storia passata è piena di sogni premonitori: li ritroviamo nella Bibbia, nei testi sacri, nelle leggende. I Greci credevano addirittura che vi fosse un villaggio dei sogni, posto ai confini del mondo, dal quale bisognava passare per recarsi nell'aldilà. Questo popolo non "aveva" sogni, bensì "era vistato" dai sogni, durante i quali erano avvicinati dagli spiriti, che trasmettevano i messaggi degli Dei. La stessa credenza è condivisa dai Maori della Nuova Zelanda, che chiamano il regno dei sogni "reinga" e non hanno il verbo sognare, ma andare nel reinga, un vero e proprio viaggio dell'anima. Secondo gli Ebrei, "nel sogno, durante le visioni della notte, quando gli uomini cadono profondamente addormentati nei loro letti, allora Dio apre le orecchie degli uomini ( Giobbe, 33, 12), per comunicare direttamente con loro. Anche la nascita di Cristo fu comunicata a Giuseppe durante un sogno e a Maria in una visione: ma qual è la differenza in questo caso tra l'una e l'altra condizione? Sono semplicemente due stati di coscienza: nel primo l'uomo perde il contatto razionale, cioè il controllo della mente, nel secondo è vigile e consapevole. Ma anche qui basterebbe sviluppare quello che il don Juan di Castaneda chiama il sognare (in inglese egli dice "dreaming" per sogno lucido e "dream" per sogno 'normale'), cioè "il controllo conciso e pragmatico della situazione generale di un sogno, paragonabile al controllo che si ha su qualsiasi scelta". Questo tipo di credenza, che il sogno possa essere controllato, è tipica degli shamani e di molti popoli che appartengono a culture diverse dalla nostra. Per gli Senoi, che vivono nella giungla della Malesia, ogni persona può controllare il proprio universo onirico, domandando la cooperazione delle forze che vi operano, forze che essi considerano reali. (…) Raishneesh dice che l'uomo possiede, secondo l'insegnamento Indù e Islamico, sette corpi (fisico, eterico, astrale, mentale, spirituale, cosmico e nirvanico) ognuno dei quali sogna nella propria
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dimensione. Così, secondo le tradizioni esoteriche di ogni popolo, a partire dagli Egizi, di notte i corpi più sottili abbandonano il corpo fisico per entrare nel mondo dello spirito. Di questi viaggi astrali si conserva talvolta il ricordo: molti sensitivi sanno distinguere un sogno normale da uno cosiddetto lucido. In questi sogni si recano in altri Paesi, presso persone che devono comunicare con loro, oppure aiutano chi ne ha bisogno. In altri casi entrano nell'astrale, a contatto con altri livelli di esistenza, guidati da un'entità superiore. (…) … la dimensione del sogno è il legame che unisce il mondo fisico, materiale, a quello spirituale, o comunque animico; attraverso di esso gli abitanti dell'invisibile si rendono manifesti agli uomini e gli uomini salgono agli dei. Nel sogno l'uomo dimentica la materia per riappropriarsi della sua essenza ed avvicinarsi a ciò che era ed è. (…) Del resto molti stregoni africani usano il sogno per uccidere i loro nemici o per visitare terre lontane. Levi-Bruhl riporta l'esperienza di un capo tribù, che dopo aver sognato l'Inghilterra ed altri Paesi europei, al mattino si vestì all'europea e pretese le congratulazioni dal suo popolo per essere ritornato incolume.. Di sogni che si trasformano in viaggi astrali, fatti soprattutto durante lo stato di coma, o dopo un'anestesia per un'operazione, ne esiste una casistica abbondante. Lo stesso Jung, dopo essere stato colpito da un infarto miocardico, ebbe molte visioni, simili appunto a stati di sdoppiamento. "Mi pareva di essere sospeso in alto nello spazio, e sotto di me, lontano, vedevo il globo terrestre, avvolto in una splendida lue azzurrina, e distinguevo i continenti e l'azzurro scuro del mare. Proprio ai miei piedi c'era Ceylon e dinanzi a me, a distanza, l'India". Un'altra volta vide la moglie morta "in un sogno che era come una visione". Anche Jung ebbe la percezione del sogno come realtà esistente ad un altro livello e del mondo materiale come proiezione di una realtà prima. In un sogno egli vide uno yogi seduto nella classica posizione del loto assorto in meditazione. Avvicinandosi, vide che aveva la sua faccia e fu "vinto dalla paura. Poi mi ero svegliato col pensiero: "Ah, ah, allora è lui quello che mi sta meditando. Ho un sogno ed io sono quel sogno". Per lo psicanalista svizzero, questo sogno gli indicava il Sé, che si appartava per meditare l'essere uomo, cioè assumeva "la forma umana per entrare nel mondo tridimensionale, come qualcuno si mette lo scafandro per tuffarsi in mare". Scendendo sulla terra, il Sé rinuncia all'esistenza dell'aldilà, dice Jung, ma nella forma terrena può fare esperienza del mondo tridimensionale e quindi compiere con maggiore coscienza un ulteriore passo verso la realizzazione. Ed è propri questo il compito che abbiamo cercato di svolgere, che ci è stato dato: cercare di uscire dalle coltri dell'ignoranza, per compiere i primi passi verso la Luce, verso la coscienza, in un cammino di realizzazione. Il cammino dell'uomo, che non vive più come fosse una semplice unità fatta di corpo, mente ed emozioni, ma realizza una totale riunione con il Sé, con la propria anima.» Giunti a questo punto, dobbiamo però confessare di nutrire delle riserve circa la tecnica mirante ad esercitare una sorta di controllo consapevole sui nostri sogni. È vero che si tratta di una pratica antichissima, adoperata particolarmente dagli sciamani e, nelle antiche civiltà, dai sacerdoti: tanto è vero che costituiva parte importantissima dei culti misterici dell'antica Grecia. Si tratta, in effetti, di una pratica magica, nel senso più proprio della parola: ossia di una pratica volta a utilizzare, sottomettendole, le forze sconosciute della natura, per realizzare i disegni del soggetto. Può trattarsi di disegni più o meno disinteressati (tutti conosciamo, ad esempio, l'esistenza di una intera scienza divinatoria relativa all'interpretazione dei sogni per giocare i numeri del Lotto); quello che è certo, comunque, è che essi nascono da una volontà di dominio sulle cose, sulle persone o su se stessi. Ora, coloro i quali contrappongono l'attitudine "disinteressata" delle culture pre-moderne, di cui lo sciamanesimo sarebbe una tipica manifestazione, a quella strumentale e calcolante, propria di quella occidentale odierna, sorvolano troppo disinvoltamente - a nostro parere - sul fatto che lo sciamanesimo, così come, in genere, la magia, altro non è che una espressione della volontà di manipolazione e di dominio sulla realtà.
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Il Bagatto, la carta fondamentale dei Tarocchi, esprime bene questo concetto; tanto è vero che essa viene chiamata anche "il Mago", ed è il simbolo della volontà di autorealizzazione dell'uomo mediante il dominio esercitato dentro e fuori di sé. Giungiamo così alla logica conclusione - che certo non piacerà ai cultori di questa nuovissima versione del mito del "buon selvaggio" -, che la magia e lo sciamanesimo non sono affatto l'espressione di un modo radicalmente diverso di porre l'uomo di fronte al mondo, rispetto a quello proprio della moderna cultura occidentale, bensì sono una tipica manifestazione della volontà di dominio esercitata mediante la tecnica. Non è certo un caso, infatti, che uno dei più grandi antropologi e storici delle religioni, Mircea Eliade, considerasse la ricerca dell'estasi, obiettivo finale dello sciamanesimo, come una vera e propria "tecnica". Sorpresa: voltando le spalle alla ipertecnologica civiltà moderna, avevamo forse creduto di poterci concedere un lavacro rigeneratore nelle fresche sorgenti delle culture animiste, per attingervi un altro modo di porci davanti alla realtà; e scopriamo, invece, che la tecnica dello sciamanesimo e quella, ad esempio, della bioingegneria, differiscono per il grado, ma non per la filosofia che sta alla loro base. Ebbene: se davvero vogliamo liberarci dalla nefasta attitudine a porci in modo possessivo e manipolatorio di fronte alle cose, allora dobbiamo respingere non solo l'eccesso di tecnologia a di tipo scientista, ma anche l'eccesso di tecnologia di tipo sciamanico; anche perché, con buona pace dei vari Carlos Castandeda e Lobsang Rampa - che, non a caso, erano in realtà degli impostori occidentali -, è bene che ciascuno faccia il suo mestiere. Lo sciamano faccia lo sciamano: egli ha una lunga tradizione alle spalle, e un contesto culturale coerente; ma il borghese annoiato e in cerca di emozioni insolite lasci perdere questo genere di cose. Infatti lo sciamanesimo fai-da-te, praticato da un certo tipo di pubblico occidentale, oltre a non essere una cosa seria, rischia di diventare anche una faccenda pericolosa. Tanto andava precisato per chiarire i presupposti della nostra ulteriore riflessione. Tradotto in termini concreti, il senso di ciò che intendiamo dire è che voler controllare e dirigere i propri sogni somiglia molto, troppo, a quella smania compulsiva di controllo e di manipolazione sulle cose, che siamo così abituati a praticare nella nostra vita allo stato di veglia. Se, viceversa, siamo disposti ad ammettere che il sogno ci offra l'occasione di cogliere un altro aspetto della realtà, allora dobbiamo deporre ogni atteggiamento strumentale e calcolante e lasciare che i sogni vengano a noi, ci trasmettano il loro messaggio, ci interroghino liberamente. I casi sono due: o crediamo che il sogno sia una porta socchiusa su un'altra dimensione; oppure riteniamo (con Freud e con i positivisti) che esso non abbia null'altro da dirci, all'infuori della segnalazione dei nostri complessi, delle nostre angosce rimosse, di tutta quella parte della nostra vita psichica che il Super-Io non è disposto ad accettare. Se aderiamo a quest'ultima visione delle cose, allora non si vede perché dovremmo voler dirigere e controllare i sogni, che sono soltanto la forma mascherata assunta dai nostri impulsi rimossi o repressi. Se, viceversa, propendiamo per la prima ipotesi, faremmo bene a rinunciare alla volontà di imporre ai sogni la nostra logica, le nostre aspettative e i nostri obiettivi, per lasciare che siano essi a interrogarci. È vero che abbiamo ammesso che, in certi casi, il dominio sulla realtà onirica è ricercato allo scopo di un auto-perfezionamento. Molto bene: però, bisogna veder che cosa si intende con questo termine. Esistono svariati punti di vista su cosa sia la perfezione auspicabile per la vita interiore di un essere umano; e, anche in questo caso, tutto dipende dalla prospettiva che decidiamo di assumere. In linea generale, noi propendiamo a ritenere che (a dispetto delle teorie di Machiavelli), il fine non giustifica i mezzi; e che, pertanto, cercare di perfezionarsi mediante delle tecniche (scientifiche o magiche, non fa gran differenza), senza che ciò sia accompagnato da una ricerca interiore basata sul
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non attaccamento, sulla compassione e sull'equanimità, sia una specie di contraddizione in termini. Intendiamo dire che la persona spiritualmente evoluta non ha bisogno della magia (né, in generale, della tecnica); e che la persona che basa i suoi piani sulla tecnica, magia compresa, è, indubitabilmente, poco evoluta. Delle due, l'una: o si desidera rafforzare la propria capacità di dominio (anche su se stessi), di cui la tecnica è la tipica espressione, il che produce ancora più attaccamento e, quindi, ancora più ignoranza, illusione e sofferenza; o si persegue un disegno di effettiva evoluzione interiore: nel qual caso non si ha bisogno di tecniche, ma di un cuore puro, di una attitudine alla contemplazione e all'ascolto, di un distacco dai nostri impulsi al dominio e al controllo. Sì, anche la ricerca del dominio su di sé è l'espressione di una coscienza egoica, di un istinto di attaccamento e di contrapposizione; in una parola: di antagonismo e di dualismo. Perché mai dovremmo desiderare il dominio su di noi, se non perché vediamo in noi stessi un nemico da sfidare, da vincere e da incatenare? Ciò è l'espressione di una volontà scissa, di un io diviso e schizofrenico. E quello che ora vogliamo fare a noi stesi, domani lo faremo sugli altri e su tutto ciò che ci sta intorno: dominio chiama dominio; manipolazione chiama ancora manipolazione. È una logica basata sulla forza, non sulla compassione e sull'equanimità. Il sogno, dunque. Lasciamo che sia esso a interpellarci, a sollecitare delle risposte, a sfidare la nostra mania iperrazionalistica. Non sprechiamo anche le occasioni che esso ci porge, per uscire almeno un poco dalla nostra autoreferenzialità, dal nostro compiacimento volontaristico. Possibile che dobbiamo trasportare le nostre pretese di attaccamento e le nostre logiche di dominio perfino oltre la soglia del sonno? Non stiamo già esercitando questa attitudine, fin troppo, nel mondo della veglia, con risultati allarmanti, che sono sotto gli occhi di tutti? Possibile che, almeno quando il nostro corpo giace inerte sul letto, non possiamo mettere da parte il nostro piccolo io e lasciare che il nostro vero Sé si stupisca davanti al mistero dell'altrove, si interroghi, si apra alla rivelazione di una realtà di ordine superiore?

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