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Francesco Lamendola

Una pagina al giorno: la disfatta di un esercito, di Arnaldo Fraccaroli
Dal 26 agosto all'11 settembre 1914, sul fronte orientale della prima guerra mondiale, si svolse una delle più grandi battaglie della storia moderna: la duplice battaglia di Leopoli (tedesco: Lemberg; polacco: L'vov), combattuta fra Austro-Ungarici e Russi, con un totale di circa due milioni di combattenti e terminata, dopo alterne vicende, con la vittoria dei secondi e la ritirata dei primi fino alla linea del fiume Dunajec e alle pendici dei Carpazi. Ne abbiamo già descritto dettagliatamente la genesi, lo sviluppo e la conclusione nel saggio «Le battaglie di Leopoli, 26 agosto-11 settembre 1914» (consultabile sul sito di Arianna Editrice), evidenziando altresì gli errori di concezione e di esecuzione che portarono Conrad von Hötzendrof alla sconfitta; sconfitta che avvenne contemporaneamente a quell'altra, meno clamorosa ma decisamente più umiliante, subita dagli Austro-Ungarici nel loro primo, sfortunato tentativo di invasione della Serbia (cfr. F. Lamendola, «La prima campagna austro-serba, 12-24 agosto 1914», anch'esso consultabile sul sito di Arianna Editrice). Si trattò di una delle maggiori battaglie della prima guerra mondiale, che però - stranamente - è passata quasi sotto silenzio dalle storie generali della guerra 1914-1918, che dedicano il più ampio spazio a quella della Marna e a quelle di Tannenberg e dei Laghi Masuri (vedi, p. es., il classico "I cannoni d'agosto" di Barbara Tuchman). Le battaglie di Leopoli, terminate con il fallimento dell'ambizioso piano strategico di Conrad von Hötzendorf mirante a tagliare alla radice il "saliente polacco", accerchiandovi l'esercito russo, mostrarono l'incapacità dell'Austria a svolgere un ruolo primario sul fronte orientale. A partire da quel momento, la Germania dovette assumersi un ruolo militare crescente anche fra il Mar Baltico e la Romania, divenendo il vero motore trainante della macchina bellica degli Imperi Centrali. E la Russia, che aveva sconfitto gli Austriaci ma non aveva potuto sfruttare a fondo il successo per le sue deficienze industriali, logistiche e organizzative, si avviava a una guerra lunga e logorante, da cui il regime zarista sarebbe uscito distrutto. Lo storico inglese David Stevenson, autore di uno dei migliori libri sulla storia militare della prima guerra mondiale, «La grande guerra», traccia il seguente bilancio delle battaglie di Leopoli nel 1914 (titolo originale: «1914-118, the History of the First World War»., traduzione italiana di Milano, Rizzoli, 2004, pp. 114-15): «Conrad tentò senza successo un contrattacco al fianco russo nella battaglia di Rawa Ruska l'8-10 settembre, ma fu obbligato a ordinare una ritirata generale sulla linea dei Carpazi a sud e sul fiume Dunajec a est di Cracovia, dove alla fine di settembre il fronte si stabilizzò. A questo punto le armate settentrionali di Conrad erano state anch'esse già sconfitte, ma erano i russi, diventati a loro volta gli invasori, a dover combattere con strade allagate, ferrovie inadeguate e con scartamento diverso rispetto al loro e un nemico in rado di leggere i loro messaggi radio oltre a essere bloccati dalla grande piazzaforte di Przemysl, con una guarnigione di 100.000 uomini circondata da 50 chilometri di trincee. Potrebbe sembrare che, come altrove, lo stallo si fosse stabilito da solo, ma i russi avevano colpito gli austriaci più seriamente di quanto i tedeschi non avessero colpito i russi o i francesi. Di fatto, l'attacco di Danilov sul fianco orientale di Conrad fu l'unica offensiva dell'agosto
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1914 che raggiunse sostanzialmente i propri obiettivi: gli austriaci persero la Bucovina e gran parte della Galizia orientale, compreso il petrolio, ricca di terra arabile, le fortezze di Lemberg e Jaroslav e un trampolino di lancio verso il fianco meridionale della Polonia russa; ebbero circa 100.000 morti, 222.000 feriti e 100.000 prigionieri, oltre alla perdita di 216 cannoni , 1.000 locomotive e la falcidia tra le file degli ufficiali e dei sottufficiali. È difficile ora immaginarsi queste battaglie, molto meno documentate di quelle in Francia, in cui le truppe asburgiche avanzarono in un caldo soffocante attraverso pianure monotone, disponendo di una ricognizione della cavalleria poco efficace su entrambi i fianchi e finendo contro forze russe superiori la cui artiglieria impose un prezzo terribile. Le loro perdite furono dovute in parte agli attacchi frontali condotti con coraggio suicida condotti dalla propria fanteria, previsti dalla dottrina tattica precedente il 1914. Anche i Russi subirono circa 250.000 perdite (compresi 40.000 prigionieri), ma per un esercito più numeroso si trattava, in percentuale, di quantità inferiori. Il gran numero di prigionieri su entrambi i fronti rifletté in parte le caratteristiche delle operazioni di movimento, ma rivelava anche un morale incerto, soprattutto nell'esercito asburgico, le cui unità ceche, serbe e italiane si erano già dimostrate inaffidabili, mentre la scomparsa di tanti fra i loro effettivi migliori e gli ufficiali avrebbero aggravato il problema. L'Austria-Ungheria era già quasi nell'impossibilità di combattere i russi senza l'aiuto tedesco e sarebbe stato tale per il resto della guerra. Conrad ben presto si pentì di aver attaccato per conto proprio e lanciò molti appelli per ottenere aiuto, poi accusò la Germania della sconfitta e prese in considerazione una pace separata, ma più i tedeschi dovevano sostenere l'alleato sul fronte orientale, più difficilmente sarebbero riusciti a riunire forze schiaccianti a ovest.» Le battaglie di Leopoli ebbero un testimone d'eccezione nel giornalista italiano Arnaldo Fraccaroli, che, in qualità di inviato speciale del milanese «Corriere della Sera», attraversò l'Austria e l'Ungheria non appena la guerra ebbe inizio, fu ospite presso il quartier generale di Conrad e dell'Arciduca Federico (il comandante nominale dell'esercito austriaco) a Przemysl; e, infine, assisté direttamente ad alcune fasi della grandiosa battaglia, partecipando poi - con alcuni giornalisti di altre nazioni - alla ritirata verso il Dunajec. Giornalista di classe e scrittore dal piglio facile e sicuro, dalla parola chiara, capace di sbozzare personaggi, luoghi e situazioni con estrema evidenza e immediatezza, Fraccaroli ci ha lasciato una testimonianza preziosa ed unica nel suo genere, profittando della temporanea neutralità dell'Italia, che gli rese possibile - unico fra i giornalisti italiani - visitare il fronte austriaco (un altro italiano fu presente, proprio in quegli stessi giorni, sui campi di battaglia di Leopoli, ma sul fronte opposto: Concetto Pettinato, che giunse nelle retrovie della battaglia di Krasnik passando dalla Russia, via Varsavia e Lublino). Da quella esperienza, Fraccaroli trasse un libro, scritto di getto e pubblicato già prima della fine dell'anno, notevole non solo per la freschezza e la vivacità dello stile, ma anche per l'acutezza e l'imparzialità dei giudizi su uomini e cose. Riportiamo alcune pagine dal libro di Arnaldo Fraccaroli «La battaglia di Leopoli e la guerra austro-russa in Galizia»Milano, Fratelli Treves Editori, 1914, pp. 180-195): «Ho assistito all'epilogo di una battaglia formidabile: quella che, per diciassette giorni, austriaci e russi hanno disperatamente combattuto nella Polonia e in Galizia, dalla Vistola al Dniester, sopra una linea di quattrocento chilometri, con quasi due milioni di combattenti. Naturalmente, ho assistito a episodi singolari e limitati. In una grande battaglia moderna non è possibile vedere di più. Troppo esteso è il campo, troppo complessa l'azione. Le linee generali si raccolgono poi. Nel momento, si vive la vita tempestosa della battaglia, e anche il breve orizzonte sembra illimitato: vi romba dentro la morte, vi son segnati i confini della vita. E ciò che si vede e si sente, ciò che si svolge intorno a noi nella grande ora, si imprime nello spirito con una nitidezza portentosa. Sembra che, portata dal pericolo al suo più alto grado di percezione,. La nostra

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sensibilità acquisti una sovrumana potenza. Basta un richiamo della mente, ed ecco che, più tardi, la visione si ripresenta come si parò nel momento turbinoso, in una trasparenza mirabile. Si erano già svolte le piccole azioni di Kamionka Strumilowa e di Turinka, lo scontro di Krasnik. Da una parte, verso nord-ovest, il gruppo austriaco del generale Dankl battendo e rincorrendo i russi si era avvicinato a Lublino nella Polonia meridionale, a settantacinque chilometri in linea retta dal confine galiziano. Dall'altra, a nord di Leopoli, il generale Auffenberg passando vittorioso la frontiera russa a Tomaszow si spingeva con le sue truppe austroungariche fino a Krasnostaw a centoquaranta chilometri della capitale della Galizia, vincendo e ricacciando continuamente in piccoli combattimenti i russi, i quali si ritiravano combattendo e risalivano la Polonia. Queste azioni, quella specialmente del generale Auffenberg, furono salutate come grandi vittorie dall'esercito austriaco: esse confermavano quella tale ingannevole fiducia nella assoluta superiorità delle armi di Francesco Giuseppe su quelle dello Zar. E il vecchio Imperatore, chiuso nel suo studio di Vienna, curvo sulle carte a scrutare le mosse degli armati, si affrettò a inviare al generale Auffenberg una delle maggiori decorazioni degli Absburgo. Ancora una volta la fretta si dimostrava cattiva consigliera. Se il vecchio Imperatore avesse aspettato, la grossa decorazione sarebbe rimasta probabilmente nel suo cassetto. Il generale Auffenberg è senza dubbio un coraggioso soldato, ma le sue vittorie rincorse sulla pesta di un nemico astuto e ingannatore, in paese straniero, a settanta chilometri dal confine, a centocinquanta chilometri dalla capitale della Galizia che il grosso dell'armata dello Zar minacciava e stringeva, sono state il principio dell'insuccesso. In quel momento non bisognava mirar lontano: il pericolo era vicino. I russi per vincere con assoluta sicurezza nel cuore della Galizia avevano bisogno di dividere le forze austriache, di frazionarle. Offersero la lusinga di facili vittorie nella Polonia meridionale, senza troppo spreco di armi, ai gruppi Dankl e Auffenberg. E i gruppi Dankl e Auffenberg si lasciarono sedurre. Quando essi furono attirati lontano, i russi del centro si avventarono con impeto contro il centro austriaco indebolito che restava a far la barriera dinanzi a Leopoli, lo batterono, lo respinsero, occuparono la città, lo ricacciarono a quaranta chilometri ancora più all'interno: a centoquaranta chilometri della frontiera d'oriente. Allora il Comando austriaco si accorse dell'errore di quella azzardatissima incursione e richiamò Auffenberg e Dankl in aiuto, li richiamò in quel cuore della Galizia dal quale non si sarebbe dovuto distrarre alcuna forza per avventure offensive. Ma ormai era tardi. I russi, che avevano preparato il loro primo gioco terribile, prevennero questo secondo gioco dell'Austria. Si lanciarono immediatamente contro il gruppo austriaco centrale intorno a Leopoli sul quarto di cerchio Jaworow-Grodek-Mikolajow e lo tennero in combattimento, proiettarono altri grossi contingenti contro l'armata Auffenberg che discendeva a marce forzate e che dopo quattro giorni toccava Rawa Ruska, la assalivano il 9 settembre e la battevano. Nello stesso tempo una nuova armata russa calava da Lublino rincorrendo a ovest le truppe del generale Dankl per impedire che si unissero alle truppe di Auffenberg, e incuneva una folta massa alle spalle di Auffenberg, per tagliarle la via della ritirata. Assaliti sul fronte, ai fianchi, alle spalle, gli austriaci dovettero impiegare tutte le loro energie per sfuggire alla terribile morsa, per diminuire il disastro. Così nella notte dell'11 settembre, dopo una serie di combattimenti spaventosi, cominciò la ritirata generale. Gli austriaci battuti e incalzati abbandonavano altri cento chilometri di Galizia al nemico ritirandosi sulla linea fortificata di Przemysl. Gli allori delle rapide vittorie di Polonia si insecchivano molto presto. Si fanno molte domande e molte discussioni in questi tempi sul modo di combattere dei vari eserciti. - Come si battono i russi? - Come si battono gli austriaci? I soldati russi si battono molto bene. I soldati austriaci si battono molto bene. Comincio a credere che tutti i soldati di tutto il mondo si battano molto bene. Ci sono invece dei generai che si battono benissimo come combattenti, - che si lasciano battere come generali. L'esercito austriaco si è preparato mirabilmente bene a questa guerra. Gli strateghi da caffè sussulteranno a una
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dichiarazione simile: se gli austriaci sono battuti, vuol dire che sono male organizzati e che non sanno combattere. Non è vero. Si sono preparati bene, ma con soverchia fiducia. Avevano la certezza di vincere: di vincere facilmente. Tutte le vie della vittoria erano pronte: quelle della ritirata un po' meno. E ora stanno accorgendosi che questo è un errore. E si sfogano con una certa sorda irritazione contro la diplomazia, che non ha visto, che non ha saputo niente. Che faceva la diplomazia a Pietroburgo - pardon, allora si chiamava ancora Pietroburgo - che faceva se non riusciva nemmeno ad avvertire che la Russia aveva questa formidabile potenza militare rifatta, e una facile mobilitazione, e vulcaniche riserve di munizioni? Solo chi è stato sulla linea del fuoco in Galizia può avere un'idea della inesauribile risorsa di proiettili che devono avere i russi. Le loro artiglierie - eccellenti e magnificamente dirette e servite - non conoscono tregua. Nei duelli con le artiglieria austriache esse rispondono con tiri di batteria ai tiri isolati. Un proiettile austriaco? Quattro, sei proiettili russi! Ne ho sentiti arrivare e scoppiare di frequente intorno a me, qua e là. Erano granate e "shrapnels" lanciati via per assaggi, per cercare il nemico. I russi non tirano soltanto sulle masse: tirano anche sulla eventualità. E questo è un gioco che può dare a volte risultati inattesi e preziosi, ma è un lusso: non se lo può permettere un esercito che non sia ricchissimo. Alla battaglia di Grodek intorno a Leopoli, fra Bartatom e Kiermea, in quell'altipiano arso e bruciaticcio macchiato da rare oasi d'alberi magri, dove un continuo accavallarsi di dune dà al terreno l'aspetto rabbioso d'un mare gialligno sul quale le onde si sieno arrestate per prodigio al sommo del loro sforzo, un battaglione di fanteria austriaca moveva all'assalto. C'era davanti, oltre le dune, una batteria russa in azione, controbattuta da una batteria austriaca. La fanteria voleva assalirla. La massa di uniformi azzurrine si arrampicava cauta su per la scarpata di una duna,, ne copriva il ciglione, si distendeva a terra per sparare, poi si gettava con impeto in avanti. Ma molti rotolavano indietro, fulminati in quel loro movimento: alcuni soltanto feriti. Quei morti, quei feriti, restavano lì. La battaglia continuava. Chi sente nei campi della strage il grido della disperazione, del dolore? Chi raccoglie l'ultimo saluto, l'ultima parola affannosa? Non sempre i soldati della Croce Rossa possono accorrere, non sempre accorrono. E il sangue sgorga dalle ferite, e nuove raffiche di morte passano sui moribondi. Si raccontano molti episodi di dolcezza che fanno piangere, oltre che di dolore, anche di tenerezza. Sono rari. Alla guerra, generalmente, non si piange che di strazio. Un ferito che disperatamente invoca soccorso e muore senza ottenerlo è una cosa atroce. Cento ferirti che gridano commuovono infinitamente di più, ma la pietà si corazza dietro alla impossibilità. Come aiutarli tutti? E l'umanità passa: quella speciale umanità che si deforma sul campo di battaglia. Molte volte, quando i soccorsi arrivano, lo sventurato non ne ha più bisogno: la morte, più pietosa e più pronta, lo ha salvato dal lungo dolore. I soldati austriaci hanno nello zaino una piccola busta per i primi soccorsi, , per le fasciature sommarie. E molti arrivano con quella fino alle lontane città dove sono assegnati, prima che un medico li esamini e li curi. Troppe migliaia di feriti lasciano sul terreno queste battaglie! E troppe migliaia di morti! Quando si può, i morti vengono sotterrati nel cavo delle trincee: a micchi, così come sono, coi vestiti, con tutto. Si cerca soltanto un leggero astuccio di ottone, una specie di libretto, che ogni soldato ha in uno speciale taschino dei calzoni e nel quale è chiuso un foglio col nome e il paese e il reggimento del morto. Per l'annunzio ai parenti. E il pensiero dello strazio dei lontani che attendono, e attenderanno ormai per sempre, il pensiero di coloro per i quali questo morto anonimo confuso con gli altri è tutto un mondo, tutta una fede, e sarà tutto un dolore, adesso questo pensiero è una delle più tragiche sensazioni della guerra. Un attimo. Poi la bufera riprende, e sconvolge tutti i valori della vita. Quel battaglione di fanteria scalando le dune è riuscito col soccorso delle mitragliatrici a raggiungere la batteria russa, a prendere due pezzi. È arrivato decimato., ma in quel piccolo episodio ha vinto. E si è battuto rabbiosamente. Per chi? Per la patria? L'Austria è probabilmente l'unico paese dove non si può parlare di una patria. È un miscuglio di patrie e di razze e di religioni: austriaci, magiari, czechi, polacchi, italiani, serbi, sloveni, musulmani, ruteni. I soli che abbiano un singolare sentimento di patria sono i magiari. Gli altri vanno alla guerra perché c'è la guerra e sono soldati. Molti non sanno nemmeno perché la guerra ci sia. Manca quel fuoco dell'entusiasmo,
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quell'esaltazione della patria che sola accende una fiamma di poesia sulla brutalità bestiale della lotta. Quale vincolo può unire questa gente che non si ama, che non può nemmeno parlarsi perché non si capisce nella confusione babelica dei dieci linguaggi, che spesso si odia per vecchi rancori di razza? L'Austria non è una nazione: è una società anonima, e non sempre cooperativa. Eppure questi soldati si battono bene l'uno a fianco dell'altro. Per disciplina? Forse. Ma sopra tutto per una ragione: che portati alla guerra, dinanzi a un esercito che spara e vuol uccidere, anch'essi sparano e vogliono uccidere, per reazione, per quell'ardore che sorge istintivo nella lotta. Il difficile consiste nel portar questi popoli diversi a una sola guerra. L'Austria ci riesce. Poi, nella comunanza del pericolo, nasce una specie di fraternità rudimentale. Ma si fanno le graduazioni nazionali del valore e delle iniziative: i magiari esaltano il loro spirito nazionale, gli sloveni, i boemi, i moravi, i polacchi parlano del loro ardimento, giudicano di quello degli altri. In Galizia, come già in Serbia, la cavalleria ha lavorato moltissimo. Gli amanti della bella arma esultano: l'importanza della cavalleria risorge. La brillante cavalleria ungherese ha fatto prodigi, ma è stata falciata. Reggimenti interi sono scomparsi. E la cavalleria russa è meravigliosa, E i cosacchi… - I cosacchi hanno paura! - ho sentito dire da molti feriti. - Appena arrivano vicini a noi, scappano indietro. È un modo spicciativo e originale per giudicare questi soldati singolarissimi e famosi. La verità è che i cosacchi si lanciano contro le file nemiche: a una certa distanza balzano a terra, si fanno trincea del cavallo, sparano, risalgono e spariscono. Questo, quando non vogliano sfondare una linea. Allora si proiettano a fondo, e sono spaventevoli. Una loro carica è il turbine che passa: una raffica irsuta di lance, un flagello. Qualcuno cade? Non importa. Avanti! Ventate di palle falciano diecine di cavalieri? Non importa. Avanti gli altri! Vengono avanti disposti a triangolo puntando col vertice: una massa verdigna lontana che ingrandisce velocemente. Gli uomini sono curvi sui cavalli, innestati nei cavalli. Uomini e cavalli hanno un solo ritmo, sono portati dallo stesso soffio, disperatamente e allegramente lanciati in una sola volontà. Allegramente, sì, perché nella loro corsa c'è qualche cosa che sembra un gioco, un gioco tremendo che ha una posta suprema: la vita. I cavalli sono piccoli, sveltissimi, d'una curiosa tinta nocciola, son ferrati soltanto alle zampe anteriori. I loro passi veloci e stretti picchettano la terra come il battito secco della gragnuola. I cosacchi hanno la lancia lunga assicurata al piede destro: mirano e colpiscono con quello. Quando son vicini al nemico si aprono a ventaglio e si sprofondano chini sul dorso del cavallo e passano come la folgore. Un cozzo orribile. Urli, grida, nitriti. E poco dopo, il terreno flagellato di caduti. Ma qualche volta, dinanzi alla minaccia travolgente, le truppe si ritirano o si riparano. Al momento giusto, la carica dei cosacchi è irresistibile. Spesso gli austriaci hanno preso qualcuno di questi cavallini cosacchi. Ma non servono più a niente. Strumenti mirabili nelle mani dei loro cavalieri, non fanno più un passo se non sentono la voce conosciuta che li comandi. Il cosacco ha foggiato queste sue cavalcature a una fedeltà inverosimile. La sera dell'11 settembre la battaglia nelle vicinanze di Leopoli si illanguidiva in un tramonto pallido. Colonne di fumo si impennavano all'orizzonte: gli incendi provocati dalle artiglierie. Nell'aria grigia pareva di sentir palpitare la morte. Lì intorno gli austriaci avevano avuto un lieve sopravvento e sostarono sulle posizioni per passarvi la notte. L'indomani, all'alba, si sarebbe ripreso. Come al solito le prime nebbie del giorno sarebbero state lacerate dal cannone. I soldati affranti si avvolsero negli ampi soprabiti, si sdraiarono sulle trincee, col fucile accanto. Le sentinelle vigilavano. Ma l'indomani non si ricominciò. In tutto il resto della linea l'armata austriaca era sconfitta, rotta. Il gruppo Dankl si allontanava precipitoso non potendo allacciarsi al gruppo Auffenberg. Auffenber respinto da Rawa Ruska ripiegava in fretta per sfuggire all'altra minaccia russa che lo premeva al fianco sinistro e al rovescio. Sopra Leopoli i russi soverchiavano gli austriaci. Bisognava ritirarsi, subito, da ogni posizione.

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A una zona dell'armata l'ordine arrivò nella notte. Né lumi né rumori, perché la ritirata si potesse svolgere senza molestie. Così nell'ombra della notte stellata e scura l'esercito sconfitto sradicò dal suolo le sue tende e la sua speranza di vittoria e si incolonnò verso l'interno, verso Sadowa Wisznia, verso la linea di Przemiysl. Artiglieria, parchi di rifornimenti, carriaggi: lunghe colonne nere nell'ombra, senza un grido. Solo il rumore sordo delle ruote sulla terra molle dei campi. Al mattino su quella zona i russi cercarono inutilmente l'avversario.» Come abbiamo detto, Arnaldo Fraccaroli, nel suo libri sulle battaglie di Leopoli nel 1914, si dimostra osservatore avuto e imparziale, benché i suoi sentimenti fossero di scarsa simpatia nei confronti dell'Austria. Con obiettività, tuttavia, egli riferisce pregi e difetti di entrambi i comandi e non esita a rendere omaggio al valore del soldato austriaco, mal comandato, mal sostenuto dalla propria artiglieria, mandato allo sbaraglio contro un nemico superiore per numero e per mezzi. Riferisce, inoltre, della cortesia e della correttezza dell'atteggiamento delle autorità austriache e dei colleghi giornalisti di quel Paese verso di lui, unico rappresentante dell'Italia che, in quanto membro della Triplice Alleanza, nessuno poteva immaginare si sarebbe rivolta contro i suoi vecchi alleati. Bisogna anche tener presente che Fraccaroli, anche se si distinse, allora e in seguito, come inviato di guerra, a quell'epoca non era un esperto di cose militari; e, tuttavia, le sue osservazioni in materia sono fondamentalmente esatte, segno che aveva saputo utilizzare in maniera eccellente le scarse e reticenti notizie filtrate dall'ufficio stampa austriaco, nonché far tesoro degli elementi da lui stesso raccolti in qualità di testimone oculare della battaglia. Arnaldo Fraccaroli era nato a Villa Bartolomea il 26 aprile del 1882 e morì a Milano il 16 giugno 1956. Si distinse come inviato speciale del «Corriere della Sera» di Luigi Albertini, non solo sul fronte austro-russo, ma anche su quello balcanico, da cui inviò delle corrispondenze altrettanto preziose e illuminanti. Allorché l'Italia dichiarò guerra all'Austria Ungheria (e, nel 1916, anche alla Germania), collaborò al famoso giornale di trincea «La tradotta», fondato da Renato Simoni e illustrato dal pittore Antonio Rubino, avente lo scopo di mantenere alto il morale dei soldati al fronte. Continuava intanto a scrivere i suoi memorabili servizi sul «Corriere della Sera», interessando ed entusiasmando migliaia di lettori; tra i suoi "pezzi" più famosi, si ricorda quello dedicato, nell'ottobre del 1918, alla riconquista di Sacile, sul fiume Livenza, da parte dell'esercito italiano, nel corso della battaglia di Vittorio Veneto. Oltre che come giornalista, Fraccaroli si segnalò come saggista e come autore di teatro. Come saggista scrisse, fra l'altro, ben quattro volumi dedicati al musicista Giacomo Puccini, del quale fu intimo amico, fra i quali spiccano «La vita di Giacomo Puccini» (Ricordi, 1925) e «Puccini si confida e racconta» (apparsa postuma nel 1957). Fra le commedie, ebbero un largo consenso di pubblico «Ostrega, che sbrego!» (pubblicata nel 1907) e «Siamo tutti milanesi» (del 1952). Ricordiamo, infine, che dalla sua esperienza di inviato speciale sui fronti europei della prima guerra mondiale, Fraccaroli ricavò anche due volumi dedicati alla guerra nel settore balcanico: «La Serbia nella sua terza guerra. Lettere dal campo serbo» (Milano, 1915); e «Dalla Serbia invasa alle trincee di Salonicco» (Milano, 1916). Egli è stato un giornalista fra i più amati dal pubblico italiano, sia come inviato di guerra che nella sua normale attività in tempo di pace. Testimonianza eloquente di questo affetto fu la folla, veramente imponente, che si raccolse a Milano per rendergli l'estremo saluto, nel giugno del 1956. In un certo senso, si può dire che, con lui, si sia chiusa un'intera epoca del giornalismo italiano.

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