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Francesco Lamendola

Ci è stata data una bacchetta magica per entrare nel mondo con stupita gratitudine
Noi tutti, entrando nel mondo, abbiamo ricevuto in dono una bacchetta magica, grazie alla quale potevamo trasformare in oro tutto ciò che toccavamo; ma, di essa, siamo stati fatti gli unici custodi, e abbiamo finito per non credervi più e a non averne cura. Molti di noi l'hanno smarrita; alcuni, non si sono neppure resi conto d'averla avuta in mano. Quella bacchetta magica non è l'infanzia, ma qualche cosa che si trova dentro l'infanzia e che, pur esprimendosi con più forza e profondità in quella età della vita, nondimeno non le appartiene, più di quanto i cavalloni del mare appartengano alla conchiglia che teniamo posata sul tavolo, come oggetto di bellezza o come fermacarte. Che cos'è, allora, la bacchetta magica che abbiamo ricevuto, in una età in cui difficilmente potevamo capire ed apprezzare l'enormità del dono che ci veniva fatto; anche perché, se lo avessimo capito, esso avrebbe perduto irrimediabilmente gran parte del suo impalpabile incanto? La bacchetta magica è lo STUPORE, né più, né meno. Il bambino guarda al mondo con infinito stupore: tutto è, per lui, motivo di rarefatta meraviglia, perché tutto può divenire possibile. Lo stupore nasce dalla freschezza e conferisce all'anima il senso dell'indeterminatezza. Ecco perché l'adulto non gode mai quanto il bambino, neppure davanti alle cose più belle: perché l'adulto le vede comunque come definite, con un principio e una fine, con una superficie o un volume, che non oltrepassano certe dimensioni; mentre il bambino vede le cose come incommensurabili. Bisognerebbe essere molto cauti nel trarne la conclusione che la fortuna del bambino, dunque, è l'incosapevolezza: perché quella che, per l'adulto, è inconsapevolezza, ossia incapacità di cogliere cause, effetti, relazioni, e soprattutto misure e durata, per il bambino è un modo d'essere in comunione con il mondo; modo d'essere che si serve di canali diversi da quelli del Logos strumentale e calcolante. Nessuno ha il diritto di affermare che il bambino è felice, perché non sa come stanno realmente le cose; dal momento che ciò presupporrebbe che l'adulto lo sappia: ma qui, colui che sperimenta e colui che formula le leggi sono il medesimo soggetto, per cui l'intero procedimento è viziato dalla soggettività. Siccome l'adulto crede di sapere cosa sia il mondo, si permette di giudicare che il bambino non lo sappia (ancora) e, quindi, che il bambino viva in una felice ignoranza, mentre lui vive in una triste verità. Al contrario, nessuno può sapere davvero cosa sia il mondo; esistono, semmai, tanti modi di interrogarne il mistero, quanti sono gli esseri umani che vivono, che vissero o che vivranno (anzi, perché solo gli esseri umani?; anche questa è una presunzione antropocentrica). Ora, a parità di percezioni de mondo, quella del bambino non vale di meno, non è meno veritiera, in se stessa, di quella dell'adulto; è, semplicemente, diversa. E la diversità consiste, appunto, nella inesauribile capacità di provare stupore di fronte al suo spettacolo. È questo, e soltanto questo, che rende così azzurri i risvegli del bambino, al mattino, dopo che per tutta la notte ha sognato Babbo Natale che gli porterà i regali tanto desiderati; o, più semplicemente, in vista di una nuova giornata, che si presenta come vaga e indefinita, perché suscettibile di tutto il possibile, dunque d'infinite sorprese e novità. Potrebbe capitare qualsiasi cosa, ogni giorno: dalla più comune alla più straordinaria; e questo dà alla sua vita un profumo delizioso.
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Parliamo del bambino normale, naturalmente, e non di quel triste vecchietto di quattro, sei o nove anni, che si trascina con fatica sulle strade del mondo, viziato e annoiato fino al punto di non desiderare più nulla, scettico fino al punto di non credere più a nulla, che gli adulti della società consumista sono riusciti a produrre. Il campanello d'allarme c'era stato, ma noi non abbiamo saputo vederlo. Basta entrare in un grande negozio di giocattoli, per capire che cosa è avvenuto: è andata persa la bacchetta magica, è stato bandito e cancellato lo stupore dall'orizzonte del bambino. I giocattoli che ingombrano gli scaffali, quasi tutti tecnologici e quasi tutti costosi e prosaici, sono fatti apposta per sostituirsi alla fantasia e alla creatività del bambino, ossia per spossessarlo della cosa più importante del gioco. A quel punto, il bambino imparerà a giocare a dei giochi che non sono giochi, a giocare senza più fantasia, senza più stupore; peggio: a far giocare i suoi giocattoli, come un rito da assolvere in onore di una divinità superiore, esigente e implacabile. Giuocherà senza gioia e senza bellezza, imparando la stanca filosofia che il giuoco è un'attività profana come qualsiasi altra, e non la porta meravigliosa che immette nel regno incantato di un'altra dimensione. Dunque, la bacchetta magica è lo stupore: e non è detto che la si debba smarrire con la fine dell'infanzia. Ci è stata data in custodia insieme all'infanzia, ma nessuno ci ha ordinato di disfarcene, a un certo punto, per celebrare la solennità del passaggio all'età adulta. Se l'abbiamo smarrita, la colpa è solo nostra: non del fatto che l'infanzia sia finita - sia che riteniamo quella fine come un passaggio di cui andare fieri, sia che la guardiamo con infinita nostalgia, come il congedo dalla parte migliore di noi stessi. Ora, da che cosa nasce il sentimento dello stupore? Non certo dalla meraviglia, di cui è, piuttosto, la manifestazione e l'effetto; ma, semmai, di qualche cosa che ha a che fare con il sentimento della gratitudine. Gratitudine inconsapevole e indeterminata, sia ben chiaro; e, tuttavia, gratitudine, come per un dono ricevuto gratuitamente, senza averlo domandato e senza essersene ritenuti meritevoli: e nondimeno, di un dono che risponde a un'esigenza profonda ed essenziale. Né si dica che la gratitudine deve essere consapevole, o non sarebbe tale: perché esiste anche una gratitudine istintiva e irriflessa, tanto valida e radicale, quanto lo è quella razionale, che nasce da un ragionamento ben preciso e da una valutazione obiettiva, spassionata dei fatti. Vi sono ragioni del cuore, che la mente non conosce e delle quali nemmeno sospetta l'esistenza; e vi sono gratitudini profonde, che non scaturiscono da una mente raziocinante e calcolante, ma dall'assenso istintivo e immediato alla vita. Il bambino aderisce alla vita con tutto se stesso, non distingue fra sé e la vita e, quindi, non si chiede per quale ragione dovrebbe essere grato alla vita, o per quale ragione la dovrebbe odiare e maledire: lui e la vita sono una cosa sola. E in questo atteggiamento, in questa disposizione dell'animo, in questo modo di essere, consiste la gratitudine profonda e irriflessa, di cui abbiamo detto. Può darsi che somigli alla gratitudine dell'animale o della pianta, i quali - senza dubbio - godono di essere al mondo e riflettono istintivamente la gioia di esserci, in ogni singolo atto della loro vita. Non è un paragone da cui l'essere umano debba sentirsi sminuito; al contrario: è la conferma del profondo legame che lo lega a tutti gli altri viventi. Pure, ad un certo punto, quella gioia istintiva che nasce dallo stupore, quella gratitudine alla vita che scaturisce dal puro e semplice fatto di esserci, si appanna e dilegua rapidamente. Poiché ciò avviene, nella maggior parte dei casi, con la fine dell'infanzia e con il sopraggiungere dell'età adulta, si tende a istituire un nesso causale tra le due cose, e a considerare la perdita dello stupore e della gioia come l'inevitabile conseguenza della crescita. Ma, così facendo, si confondono gli effetti con le cause. Se lo stupore nasce dalla gratitudine esistenziale, e se quest'ultima è un prodotto dell'assenso alla vita, allora è chiaro che tanto lo stupore, quanto la gratitudine, cominciano a dileguare allorché l'anima smarrisce le ragioni del proprio assenso, immediato e radicale, al progetto esistenziale di cui essa fa parte, insieme a tutti gli altri viventi. È colpa della ragione, allora, come pensava - a un certo punto - Leopardi, la quale distruggerebbe le beate illusioni dell'infanzia?

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Niente affatto: anche perché il «sì» alla vita, istintivo e gioioso, non è affatto illusione, ma il modo d'essere di tutto ciò che vive; e la ragione non potrebbe incrinarne le basi, se non si fosse già alienata e separata dalla vita. Ma come avviene che la ragione, a un dato momento, scopre in sé la capacità di guardarsi come cosa estranea al processo vitale, e arriva a domandarsi se sia bene o male il fatto di esistere? La ragione, dunque, non ci è stata data come strumento di maggiore perfezionamento dell'anima, come mezzo per aumentare l'armonia che la lega al mondo; ma come pietra d'inciampo e come causa di scandalo e di disincanto? Queste domande ci conducono alle soglie del mistero dei misteri: quello della libertà del volere. La pianta o l'animale non conoscono la domanda di senso (almeno per quel che ne sappiamo: che, in verità, non è molto), per cui la loro armonia col creato è immediata e istintiva. Nell'essere umano, invece, la domanda di senso si configura come l'elemento decisivo della sua specificità, alla quale non potrebbe sottrarsi, senza tradire la propria natura. Eppure, anche qui, bisogna fare attenzione. Non è la domanda di senso la «responsabile» del dualismo fra l'anima e il mondo, da cui nascono disincanto e delusione; bensì il modo in cui l'essere umano la pone alla propria coscienza. Se la pone con «hybris», con dismisura ed arroganza (come l'Ulisse dantesco), troverà in essa la propria condanna, perderà le ali e precipiterà in basso, trascinandosi a fatica per le vie del mondo, straziato dai rimorsi e dai rimpianti. Se, al contrario, la pone con umiltà e con infinita apertura all'Essere, da cui è stata tratta all'esistenza e alla consapevolezza, potrà trovare in essa l'appagamento e la gioia. La domanda di senso non è straziante in se stessa, checché ne abbia detto e pensato Leopardi (fra l'altro, nel «Canto notturno di un pastore errante dell'Asia»); lo è solo quando essa divine simile a una ruota che gira vanamente su se stessa, irretita dal miraggio dell'autosufficienza, ossia della separazione. L'anima separata da se stessa e dal mondo, l'anima separata dall'Essere, è alienata e infelice, dunque rabbiosa e distruttiva; l'anima coesa e pacificata con sé, con il mondo e con l'Essere, si rasserena e ritrova, potenziate anziché diminuite, tutte le ragioni iniziali - ossia istintive e immediate, proprie dell'infanzia - del «sì» alla vita, del «sì» all'esserci. Noi siamo «esseri-per-la-morte», come affermava Heidegger, solo se ci distacchiamo dall'Essere, così come il tralcio che si stacca dalla vite non serve più a nulla, e - come è scritto nel Vangelo viene gettato a bruciare nel fuoco. Questo, dunque, è l'arcano: saper tenere insieme le ragioni della gratitudine, dello stupore, del grande «sì» esistenziale, con quelle della libertà, ossia della scelta consapevole del bene che è - per noi, come per ogni altro vivente - l'adesione totale e incondizionata al progetto complessivo dell'Essere, di cui siamo parte. Non c'è bene, per l'anima, se non nel ritorno alle sorgenti dell'Essere. Tutte le filosofie e tutti i comportamenti che conducono in questa direzione sono, di per se stessi, buoni; tutte le filosofie e tutti i comportamenti che vanno verso la pretesa dell'autosufficienza, e dunque della separazione, sono alienanti, cioè cattivi. Cattive filosofie e cattivi esempi quotidiani ci hanno traviati al punto da farci smarrire questa semplice verità. La bacchetta magica, dunque, è ancora nostra, se noi vogliamo veramente farne buon uso. Il bambino ne fa un buon uso istintivo, se il suo modo d'essere non viene pervertito dalle circostanze esterne. L'adulto può farne buon uso, se si ricollega consapevolmente a quello stupore ed a quella gratitudine, da cui scaturisce il «sì» iniziale. Tutte le cose, per il solo fatto di esistere, hanno detto «sì». L'Essere, infatti, le ha chiamate all'esistenza, non glie l'ha imposta con tirannica violenza. Solamente l'uomo adulto, facendosi tiranno di se stesso, ha la possibilità di spezzare il legame benevolo e necessario che esiste tra sé e la propria anima, tra sé e il mondo, tra sé e l'Essere, introducendo e diffondendo un elemento di disordine e di disgregazione. Eppure l'incanto del mondo, l'incanto della vita, è ancora lì, davanti a lui, come lo era quando egli aveva pochi anni, e guardava ogni cosa con infinito stupore e con illimitata gratitudine. Dipende unicamente da una sua decisione tornare a quelle sorgenti, e da nessun altro.
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