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Francesco Lamendola

La battaglia di Cornuda del 1848 come caso esemplare dei limiti del Risorgimento
Un giorno di parecchi anni fa, capitai nella sala consiliare del Comune di Cornuda, sulla destra del Piave, in provincia di Treviso. Un quadro di discrete dimensioni illustrava una battaglia risorgimentale della quale, nonostante la mia passione per la storia, non sapevo praticamente nulla e di cui ben pochi, al di fuori del Veneto, hanno sentito parlare; eppure si trattò di un fatto d’armi di una certa rilevanza, benché di esito sfortunato per le armi italiane, combattuto fra l’8 ed il 9 maggio del 1848, vale a dire nel corso della Prima guerra d’indipendenza, un mese e mezzo innanzi la fatale Custoza. La cosa mi aveva fortemente incuriosito e mi aveva spinto a documentarmi su quell’episodio, in se stesso secondario, e tuttavia non del tutto trascurabile nel contesto della nostra storia nazionale. In un certo senso, si era trattato di un fatto d’armi esemplare: perché da esso si possono ricavare della importanti conclusioni non solo sul piano strettamente tecnico-militare, ma anche, più in generale, sul piano politico e sociologico. La battaglia di Cornuda si inserisce nel quadro delle operazioni controffensive austriache dopo le insurrezioni di Milano e di Venezia, il temporaneo ripiegamento di Radetzky nel Quadrilatero, la campagna di Carlo Albero fra Lombardia e Veneto alla vigilia delle battaglie di Goito (30 maggio 1848) e di Custoza (22-27 luglio 1848). L’esercito austriaco era stato costretto, in seguito all’insurrezione di Udine, Treviso, Vicenza, Padova ed altre località, a sgomberare il Friuli e gran parte del Veneto, per ripiegare a Gorizia e sulla linea dell’Isonzo; da lì (curiosa anticipazione delle campagne del 1915-17), profittando della relativa inazione dell’esercito piemontese, che, indugiando sul Mincio, non aveva saputo sfruttare a fondo la crisi attraversata dal comando avversario, aveva ripreso ad avanzare per congiungersi col Radetzky, trincerato nel Quadrilatero fra Mantova, Peschiera, Verona e Legnago. Questa armata austriaca di soccorso era comandata dal generale Nugent, il quale, trascurando, per il momento, la fortezza di Osoppo, ma non quella di Palmanova, procedette velocemente verso il Tagliamento ed il Piave, debolmente contrastato da forze raccogliticce di volontari veneti e friulani, denominati “crociati” sull’onda dell’entusiasmo popolare per l’effimera partecipazione di Pio IX alla campagna antiaustriaca. Il Nugent aveva raccolto 10 battaglioni a Gorizia fin dal 10 aprile, con 7 squadroni e 10 pezzi d’artiglieria; e, contro il suo intendimento, era stato forzato dall’impaziente Radetzky a mettersi in marcia una settimana dopo, con altri 6 cannoni e un battaglione di rinforzo. Disponeva dunque di 12 o 13.000 uomini, contro poche centinaia di soldati italiani, molti dei quali erano ex militari austriaci dei presidi in un primo tempo abbandonati. Palmanova resistette all’assedio fino al 24 giugno, sotto la guida del generale Carlo Zocci; Udine, difesa dal colonnello Cavedalis, dovette alzare bandiera bianca il 22 aprile, dopo accaniti combattimenti a Porta Poscolle ed in altre località. Il 3 maggio Nugent era già presso la riva del Tagliamento, mentre l’ala destra occupava Ceneda e Serravalle per garantirsi il Passo del Fadalto e, con esso, la possibilità di sboccare eventualmente nella convalle bellunese fino al medio corso del Piave. In quel momento, raggiunto da ulteriori colonne provenienti dall’Austria, il Nugent poteva contare su circa 20.000 uomini e un discreto numero di cavalieri e di cannoni. Intanto, il comando supremo piemontese commise un imperdonabile errore di sottovalutazione dell’avversario. Ritenendo che la cacciata da Milano e da Venezia, la rivoluzione interna e la 1

sollevazione dell’Ungheria, avessero paralizzato le capacità offensive dell’esercito austriaco, i generali di Carlo Alberto si illusero che, per il momento, Radetzky non avrebbe potuto ricevere rinforzi, né dalla parte del Trentino, né, tanto meno, dalla parte del’Isonzo; sicché la rapida avanzata del Nugent giunse come un fulmine a ciel sereno. Quando le prime notizie arrivarono al campo piemontese, il generale Durando, comandante del corpo d’armata pontificio, ricevette l’incarico di procedere verso il Veneto orientale e di adottare tutti i provvedimenti necessari per bloccare l’avanzata delle colonne avversarie e per impedirne ad ogni costi il ricongiungimento con il grosso dell’armata nemica, attestata nel Quadrilatero. Durando si portò velocemente a Treviso, ove giunse il 29 aprile, passando il Po ad Ostiglia, mentre il La Marmora era inviato a Venezia per dirigere la difesa della città. Intanto una operazione laterale si sviluppava oltre la Sella di Fadalto, con l’occupazione austriaca di Belluno, il 5 maggio, dopo alcune scaramucce con i crociati locali. Pareva trattarsi di un’azione del tutto secondaria, invece si trattava dell’inizio di una svolta nell’intera campagna. Il 6 aprile il Culoz entrava in Feltre, col che l’avanzata austriaca verso il Piave si spostava in direzione di Bassano e di Quero, anziché lungo il basso corso del Piave, cioè direttamente su Treviso. Tutto questo avveniva mentre ogni tentativo austriaco di aprirsi la strada da Cortina d’Ampezzo verso Longarone veniva fieramente respinto dalle forze volontarie locali, sicché, aggirando il bastione del Cadore, gli Austriaci poterono affacciarsi agli sbocchi in pianura da un lato che risultava scarsamente presidiato dagli Italiani. Il Durando, in quei giorni, si trovava in uno stato di penosa incertezza rispetto alle intenzioni del’avversario; in particolare, egli ignorava se una ulteriore avanzata austriaca avrebbe avuto per direttrice la valle del Brenta, in direzione di Bassano, oppure la valle del Piave, in direzione di Quero, Pedrobba e Cornuda. In un primo tempo, Durando ritenne che il Nugent non avesse ancora occupato Feltre, e si portò fino a Quero; ma, quivi giunto, seppe che Feltre era già in mano al nemico; e tuttavia si convinse che quella fosse solo una finta e che il grosso delle forze austriache avrebbe puntato sul Bassano per la valle del Brenta. In seguito a questa erronea valutazione, impostò tutto il suo schema operativo e ordinò al generale napoletano Ferrari, giunto a Treviso da Padova, di portarsi a Montebelluna, per sorvegliare sia il Ponte della Priula, sia il ponte di Vidor presso Cornuda, ossia i due ultimi passaggi del Piave prima dello sbocco in pianura. Lui, personalmente, si tenne col grosso delle forze pronto a marciare verso Bassano, essendo persuaso che di lì si sarebbe pronunciata la manovra austriaca. Lettere si succedettero a ritmo frenetico, appuntamenti mancati fra i comandanti dei vari corpi d’armata, inutili spostamenti di questi ultimi da un luogo all’altro; e, soprattutto, vi fu una pericolosissima dispersione delle forze nei tre settori del basso Piave, presso Maserada e Breda, del medio Piave, presso Montebelluna e Cornuda, e dell’alto Piave, presso Bassano e Primolano. Oltre a questa fatale dispersione, colpisce l’assoluta ignoranza del Durando circa i movimenti del’armata principale austriaca. Dopotutto quest’ultima si stava spostando in territorio italiano, in mezzo a popolazioni ostili: possibile che nessun servizio d’informazioni fosse stato organizzato per riferire a Durando la direzione di marcia del Nugent? Se le truppe italiane si fossero trovate ad agire nel cuore di un territorio lontano, ostile e sconosciuto, come le montagne abissine, non avrebbero potuto rimanere altrettanto prive di notizie vitali sugli spostamenti dell’esercito nemico. E ciò appare veramente paradossale! Quando, infine, l’8 maggio, l’avanguardia del Culoz si presentò nei pressi di Onigo, oltre la stretta di Quero e già in vista di Cornuda, ultimo ostacolo prima dello sbocco in pianura, la sorpresa strategica fu pressoché totale. Eppure, nemmeno allora il Durando si rese conto di quel che stava succedendo, e non si smosse dalla sua tenace convinzione che occorreva tenersi pronti a parare il colpo dalla parte di Bassano, ove mantenne il grosso delle sue forze. Fra l’8 e il 9 maggio un’aspra battaglia si combatté sulle colline di Cornuda, tutto intorno al colle del famoso santuario mariano (a quota 350 metri sul livello del mare), fra boschi di querce, faggi e carpini. Le truppe del Ferrari su batterono bravamente, benché in condizioni di netta inferiorità numerica e di artiglieria, fino al pomeriggio inoltrato del secondo giorno. 2

Particolarmente gloriosa fu una carica, pressoché suicida, dello squadrone dei dragoni pontifici, che caddero quasi tutti mentre sciabolavano le fanterie nemiche, in mezzo alle quali erano riuscite a gettare un notevole scompiglio. Ma i rinforzi, per quanto insistentemente sollecitati, non arrivavano; solo dopo le 17 del 9 maggio, finalmente, un battaglione di rinforzo giunse a Cornuda: troppo tardi! Avvilite, depresse, stremate, le truppe del Ferrari si stavano ormai ritirando; una ritirata che non si sarebbe fermata nemmeno a Montebelluna, ma solo a Treviso, destinata anch’essa, del resto, a cadere dopo una gloriosa ma vana resistenza, in cui perse la vita anche il generale Guidotti. Posta sotto assedio il 12 maggio, il 14 giugno la città di Treviso era costretta ad arrendersi. Ha scritto Piero Pieri nella sua eccellente «Storia militare del Risorgimento» (Einaudi, 1962, pp. 378-380): «Il Ferrari, giunto a Treviso il 6 nel pomeriggio, non vi trovò il Durando, partito in direzione di Feltre; lo cercò il mattino del 7 a Montebelluna; ma anche di lì il Durando era partito. Allora di sua iniziativa conduceva a Montebelluna, dietro il Montello, a uguale distanza all’incirca da Cornuda e dal Ponte della Priula, 7 dei suoi battaglioni. Ma ora gli giungevano due lettere del Durando. Questi si mostrava sempre più persuaso che il Nugent volesse sboccare a Bassano, facendo una semplice finta lungo il Canal di Piave; di conseguenza, comunicava che avrebbe portato la divisione regolare a Bassano, e gli ordinava di portarsi a Montebelluna, così da poter osservare il Ponte della Priula e il Canal di Piave, mandando da questo lato un piccolo corpo d’osservazione fino a Pederobba. Con una terza lettera, infine, confermava la sua partenza per Bassano e il Canal di Brenta, ordinando al Ferrari di restare a Montebelluna, mandando un’avanguardia verso Feltre. Metteva a sua disposizione 5 cannoni e 100 dragoni. Alla mezzanotte del 7 maggio, il Ferrari riusciva finalmente a vedere il Durando: entrambi avrebbero dovuto sostenersi a vicenda, agendo offensivamente non appena si presentasse l’occasione. La mattina dell’8 il Durando era a Bassano e seppe che i crociati bassanesi s’erano urtati con gli austriaci. Era stata, in realtà, una piccola azione vittoriosa contro una cinquantina di croati in esplorazione da Feltre verso il Canal di Brenta (scontro di Fastro). Eppure esso valse a confermare il Durando nella persuasione che il Nugent tendesse a sboccare verso la valle del Brenta. E poche ore dopo l’entrata del Durando in Bassano, l’avanguardia del Nugent urtava invece contro gli elementi avanzati della divisione Ferrari! Questa si trovava ancora in fase d’assestamento sulle posizioni che veniva occupando al piano e al margine della montagna. A Montebelluna stavano 3.800 uomini con una avanguardia a Onigo, fra Cornuda e Pederobba, formata dai bersaglieri del Po, dai crociati bellunesi e da un centinaio di cavalieri, con 2 piccoli cannoni. Sul Piave, da Breda a Maserada, in posizione centrale fra Ponte di Piave e il ponte della Priula erano altri 2.500 o 3.000 uomini, agli ordini del generale Guidotti, che aveva sostituito il La Marmora nella difesa del basso Piave, insieme di elementi disparatissimi: 2 battaglioni di granatieri pontifici, un battaglione di civici mobilio bolognesi, i battaglioni volontari romagnoli, gli avanzi dei corpi veneti, 2 compagnie di volontari napoletani e siciliani. Ancora in marcia su Treviso, dove giungevano soltanto il 9, erano il 1° e 2° reggimento volontari. Dunque, il nucleo maggiore dei pontifici era a Bassano col generale Durando, un altro nucleo era a Montebelluna, a ventisette chilometri di distanza, col generale Ferrari, e un terzo minore ad altri ventidue chilometri di distanza, fra Breda e Maserada, a una decina di chilometri da Treviso. Questo mentre il Nugent aveva in val di Piave i tre quarti delle sue forze! Nel pomeriggio dell’8 maggio, l’avanguardia austriaca, forte di 6 compagnie, urtava negli avamposti del Ferrari a Onigo: 1.00 austriaci con alcune racchette e un plotone di ulani contro 300 volontari e 100 cavalieri. I volontari resistettero bravamente e da Montebelluna il Ferrari inviava 2 battaglioni di guardia mobile romana e uno di guardia mobile romagnola, il battaglione universitario, 2 cannoni, 40 carabinieri e lo squadrone di dragoni pontifici. Rinforzi giungevano pure agli austriaci e il Ferrari arretrava un po’ la difesa sul poggio di Cornuda, coll’antistante fiumicello Nassone, ultimo ostacolo naturale al nemico mirante a sboccare i pianura. 3

La sera alle dieci, con due lettere successive, il Ferrari avvertiva il Durando della situazione, ma non chiamava a Cornuda altre truppe né da Montebelluna né dal Piave che pure era in piena e non presentava pericolo di passaggio da parte del nemico. La mattina del 9 maggio cominciava lo scambio delle fucilate. Il generale Culoz portava in linea 13 compagnie, ossia circa 2.200 uomini, più 6 cannoni e 4 racchette. Verso le 8 giungeva al Ferrari una lettera del Durando da Bassano: ha mandato avanti un battaglione di cacciatori e spinta la brigata Estera a Crespano, in direzione di Valdobbiadene, mentre lui si prepara a porre il quartier generale ad Asolo. Ma alle undici arriva un’altra lettera. Sono state date le disposizioni per la marcia delle truppe, ma lui, Durando, nella serra tornerà per provvedere alla difesa di Primolano, e il battaglione cacciatori non giungerà che a sera. Il Ferrari fa rispondere che urgono pronti soccorsi, le truppe sono da sei ore al fuoco; mezz’ora dopo mezzogiorno arriva un biglietto del Durando da Crespano: “Vengo corredo”. Intanto gli austriaci erano rinforzati da un nuovo battaglione e il Ferrari, per poter resistere fino all’arrivo dei rinforzi del Durando, chiamava un battaglione romano di guardia mobile da Montebelluna, mentre, per guadagnar tempo, ordinava ai dragoni di caricare lungo la strada: a tale carica sarebbe seguito un attacco dei suoi granatieri, cacciatori e bersaglieri. I dragoni caricavano con mirabile slancio e il loro sacrificio valeva a fermare il nemico soverchiante; da di 50 non ne tornavano che 10. Alle tre, altri 2 battaglioni austriaci giungevano da Feltre e iniziavano un’azione avvolgente da Levada verso Cornuda: 6.000 austriaco con 6 cannoni e varie racchette incalzavano i 2.000 uomini del Ferrari, ormai stanchissimi, che correvano il rischio d’essere avviluppati e tagliati fuori. E allora, alle cinque pomeridiane, dopo che il combattimento si trascinava da ben dodici ore, il generale Ferrari si decideva, visto che nessun rinforzo appariva, a ordinare la ritirata. Il battaglione mobile chiamato da Cornuda incontrava per strada le truppe ormai in ritirata, stanchissime e esasperate per non aver visto giungere in tante ore nessun soccorso. All’avvicinarsi a Montebelluna comincia a spargersi la voce di tradimento, le file si sciolgono e la massa, anziché fermarsi, prosegue per Treviso. E finivano per retrocedere su Treviso anche le truppe che erano a guardia del Piave e gran arte di quelle rimaste a Montebelluna. In questo modo gli austriaci avevano ormai via libera oltre il Piave.» Non c’era un ragione strettamente militare per cui le cose dovessero finire in quel modo. La sconfitta italiana nella battaglia di Cornuda e l’esito delle successive operazioni della prima Guerra d’indipendenza, che culminarono nella disfatta di Custoza alla fine di luglio, non furono il risultato di una irresistibile necessità storica, ma di una serie di errori, di manchevolezze, di deficienze da parte delle forze italiane e specialmente dei comandi, ciascuna delle quali sarebbe stata, teoricamente, evitabile. Ancora una volta, come sarebbe accaduto in tante, troppe occasioni - da Custoza, a Novara, di nuovo a Custoza, a Lissa, ad Adua, a Caporetto -, al valore del soldato non corrispose la capacità professionale degli alti comandi: le truppe vennero gettate allo sbaraglio, costrette a battersi in condizioni di inferiorità, mentre il grosso delle forze italiane rimaneva inoperoso in settori non direttamente minacciati dal nemico. Né si trattò di errori e deficienze di natura puramente tecnica, ma del riflesso di errori e deficienze di natura politica e morale. Quei generali indecisi a tutto, che vanificavano l’ardimento dei loro soldati e ne mortificavano lo slancio combattivo, non sono altro che lo specchio fedele di una classe dirigente che non è mai stata, né allora, né oggi, all’altezza dei suoi compiuti; che ha sempre preferito vivacchiare, stringere compromessi, venire a patti con le difficoltà, piuttosto che trascinare le masse con il proprio esempio, pagando - se necessario - in prima persona, e fare appello a tutte le risorse di un popolo grande e generoso. Si voleva fare la guerra all’Austria, ma con obiettivi non chiari, né onestamente dichiarati: ingrandire il Piemonte o dar vita ad un’Italia libera e unita? E, in questo secondo caso, si era disposti ad accettare le conseguenze di un appello al popolo, in termini di riforme sociali e di autonomie amministrative, o si voleva semplicemente riprodurre il modello centralistico e autoritario di casa Savoia? Se gli obiettivi di guerra non sono chiari, neanche le risorse nazionali verranno sfruttate al meglio… 4