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Francesco Lamendola

Dietro il progetto delle Bermuda la battaglia di Berkeley contro i liberi pensatori
George Berkeley aveva intuito il pericolo: aveva visto, con estrema chiarezza, che la strada imboccata dalla cultura europea a partire dalla cosiddetta Rivoluzione scientifica, avrebbe portato verso il meccanicismo e verso il materialismo; che il nascente Illuminismo avrebbe cercato, intenzionalmente o meno, di sradicare non solo il cristianesimo, ma la religiosità stessa, dalla mente e dalla coscienza degli uomini; e che questi, inebriati dai trionfi della scienza e della tecnica, si sarebbero sostituiti a Dio nel creare una nuova morale, basata unicamente sul principio del piacere e sull’utilitarismo più sfrenato. Per questo condusse la sua battaglia filosofica contro i “liberi pensatori” e per questo accarezzò il progetto, che quasi tutti i moderni hanno giudicato severamente, bollandolo come fumoso e velleitario, di fondare un centro di formazione culturale per la rinascita dello spiriti cristiano nella lontana America, nelle Isole Bermuda, da cui muovere ad una rinnovata evangelizzazione del mondo. Ed è per questo, aggiungiamo, che Berkeley è così indigesto alla maggior parte degli storici della filosofia: non per il suo immaterialismo o per il suo platonismo; non per le aporie del suo percorso speculativo, che pure esistono; non, insomma, per delle ragioni autenticamente filosofiche, ma piuttosto - anche se non hanno il coraggio di ammetterlo apertamente - per il suo atteggiamento “tory”, conservatore, antimoderno e, soprattutto, anti-illuministico: sommo peccato e veramente imperdonabile, in una prospettiva culturale, quale è la nostra, che trae origine proprio dal paradigma illuminista e dai suoi corollari antitradizionalisti e antireligiosi. Si obietterà, naturalmente, che Berkeley semplificava troppo; che il deismo illuministico non è la stessa cosa dell’ateismo; che Locke non è Toland; e che, più in generale, occorre sforzarsi di cogliere gli aspetti propositivi del proprio tempo, specie quando si vive nel pieno di una rivoluzione culturale, invece di chiudersi in un atteggiamento puramente negativo, di rifiuto e di condanna senza appello. Queste obiezioni, a nostro avviso, non colgono nel segno e tradiscano, semmai, l’ipocrisia e la mancanza di onestà intellettuale di coloro che le sollevano. Berkeley ebbe la lucidità di cogliere le implicazioni materialiste e irreligiose del nuovo paradigma scientifico e culturale e non si fece sviare dai dettagli, ma comprese perfettamente, ad esempio, che tra la pretesa di Locke di mostrare la “ragionevolezza” del cristianesimo e quella di Toland di strappare dalla religione il manto del mistero, non v’è che un passo, del tutto logico e niente affatto imprevisto o arbitrario; che, dunque, una volta basato il conoscere esclusivamente sui sensi, non resta alcuna funzione all’idea di Dio, se non, forse, quella di aver caricato «ab initio» il grande orologio dell’universo, per poi ritirarsi - orologiaio disoccupato e sostanzialmente inutile - in disparte, lasciando che gli uomini facciano da soli. L’originalità di Berkeley come pensatore consiste nel fatto che egli accettò la sfida dei liberi pensatori e si confrontò con essi sul loro stesso terreno, prendendo d’assalto la cittadella lockiana della distinzione fra qualità primarie, universali e necessarie, e qualità secondarie, particolari e contingenti; e mostrando che non esistono qualità primarie nei corpi, ma che sono tutte secondarie, perché tutte sono percepite dai sensi, coi sensi e nei sensi. Quindi, dopo aver portato all’estremo il loro empirismo e aver spazzato via la credenza in una sostanza indipendente dalla mente, egli è tornato a Platone, indicando la via per uscire dal 1

solipsismo esasperato della gnoseologia empirista: ciò che noi vediamo e sperimentiamo con i sensi, non sono le cose, ma le nostre idee delle cose; mentre le cose in sé non sono che pensiero. Pensiero di Dio, da Lui pensato nelle nostre menti e, quindi, poggiante sulla imperitura garanzia di una Mente che non è finita e contingente, ma infinita e necessaria. Berkeley, quindi, rivolge contro l’Illuminismo e contro i liberi pensatori le loro stesse armi, l’empirismo, il sensismo, il rifiuto della metafisica Del resto, si osservino le date. Nel 1717 viene fondata a Londra la prima Gran Loggia della Massoneria, la cui ragion d’essere è la crociata contro l’oscurantismo religioso. Nel 1719 viene pubblicato il «Robinson Crusoe» di Daniel Defoe, opera simbolo del nuovo paradigma, basato sull’idea del self-made man felicemente approdato sull’isola della modernità. Nel 1728 Berkeley parte per l’America, ove resterà per quasi tre anni, nella vana attesa del finanziamento di 20.000 sterline approvato dal Parlamento, e tuttavia mai erogato, per la scuola missionaria che intendeva fondare alle Bermuda, le shakespeariane «still-vex’d [tormentate] Beermothes» donde Ariel, ne «La tempesta», ha portato a Prospero la rugiada. Né gli si può far colpa di non essere stato, oltre che uomo di pensiero, anche realistico uomo d’azione, se pure è vero che gli mancava il senso pratico per capire che una piccola isola situata a ben 1.000 km. dalla costa americana mal si prestava al suo progetto di evangelizzazione del Nuovo Continente, rivolto sia ai pellerossa che ai coloni europei. In compenso, durante quei tre anni scarsi, circondato dalla moglie appena sposata - una donna non ricca, ma di straordinaria bellezza, così come ci appare nel celebre quadro di John Smibert «The Bermuda Group» - e da un gruppo di fedeli amici, Berkeley compone la sua opera letterariamente più pregevole, tutta fresca e pervasa dal respiro incantato di un mondo verdeggiante, primigenio e ancor vergine: l’«Alcifrone», in cui, sotto forma di sette dialoghi sul modello platonico, conduce una implacabile requisitoria contro le nefaste conseguenze morali della filosofia introdotta in Europa dai liberi pensatori. L’impazienza, l’irritazione, l’insofferenza dei moderni storici della filosofia nei confronti di Berkeley emerge anche dalle pagine di quanti si sono particolarmente occupati di lui, come Mario Manlio Rossi. Questi, nella sua «Introduzione a Berrkeley» (Laterza, 1970), lo accusa continuamente di faciloneria e dilettantismo: nel suo amore per la musica e l’architettura, nei suoi progetti missionari, nella sua stessa opera di pensatore, che tende a ridurre al livello dell’apologetica religiosa e, là dove essa si sforza di tracciare delle strade nuove, di continui mutamenti e insanabili contraddizioni; fino a definirlo, con tono apodittico e non privo di una mal dissimulata acredine (p. 234) «filosofo, certo, di secondo rango, come oggi è ormai riconosciuto», pur se gli riconosce, avaramente, almeno il merito, forse, di aver (p. 235) «stimolato altri a cercare e guardare, senza essere in grado di guidarli veramente». Partiamo, dunque, dall’interpretazione che dà uno dei critici del Nostro, lo storico della filosofia Salvatore Tassinari, dell’«Alcifrone» e, in genere, del “periodo americano” della filosofia e della vita di George Berkeley, per sviluppare poi una ulteriore riflessione in proposito (da: S. Tassinari, «Storia della filosofia occidentale», Firenze, Bulgarini Editore, vol. 2, pp. 388-89): «Ripreso per alcuni anni l’insegnamento al Trinity College, Berkeley venne nominato nel 1724 decano della cattedrale di Derry, e cominciò a meditare un audace progetto. Egli disperava che la veccia Europa avesse in sé le energie spirituali per risollevarsi dalla caduta materialistica, che sembrava ormai condannarla ad una decadenza irreversibile, e si era andato convincendo che il futuro della religione e della civiltà umana dovesse essere ricercato fuori del vecchio continente; ad esempio, tra gli aborigeni americani, i quali, una volta convertiti al cristianesimo, avrebbero potuto rianimare con le loro forze giovani e genuine l’antico patrimonio dello spiritualismo cristiano. Venne pertanto adoperandosi per ottenere un finanziamento che gli consentisse di passare al’azione, utilizzando amicizie politiche e l’intervento di potenti protettori, fino ad ottenere dal parlamento 2

l’approvazione del suo progetto, che consisteva nella fondazione alle isole Bermude di un collegio, ove i giovani indigeni d’America venissero accolti ed educati. Nel 1728, dopo essersi sposato, salpava per l’America insieme a un gruppo di discepoli, e arrivato a Newport, nel Rhode Island, lì si fermava, nella vana attesa, che sarebbe durata quasi tre anni, dei finanziamenti disposti dal parlamento britannico. Nel 1731, deluso, avrebbe fatto ritorno in Inghilterra, senza aver tradotto nella realtà il suo progetto. Ma la “vacanza” americana non era stata senza frutto: nella tranquillità della sua casa, di fronte all’oceano, egli aveva composto l’”Alcifrone o il filosofo minuto, in sette dialoghi contenenti un’apologia della religione cristiana contro quelli che sono chiamati liberi pensatori”, che avrebbe dato alle stampe a Londra nel 1732. In un contesto dialogico di gusto platonico, reso con squisita grazia stilistica attraverso il confronto fra diversi personaggi, l’autore conduce un attacco frontale contro latitudinari, libertini, deisti, e sostiene che tutti costoro avanzano concezioni destinate a concludere ad un sostanziale ateismo, anche se questo non è mai apertamente professato nei loro scritti, ed anzi viene accuratamente occultato. Ciò che appare tendenzioso in questo scritto non è tanto il processo alle intenzioni che così Berkeley mette in atto - che, peraltro, non sembra privo di qualche fondamento, se è vero che spesso un filo rosso ha congiunto deismi e ateismo - quanto semmai il fatti che egli non tenga conto a sufficienza delle non secondarie differenze esistenti tra i “minuti filosofi” contro cui polemizza, sicché Collins, Toland, Tindal, Mandeville, Shaftesbury, cui si riferisce nascondendoli sotto nomi tratti dall’antichità greca - Cratilo, Diagora, Demilo, e così via -, finiscono col perdere la loro identità e differenza, sacrificati come sono in uno schieramento tanto compatto quanto poco attendibile. Soprattutto discutibile, e per certi aspetti odiosa, appare la tendenza a gettare su uomini e orientamenti culturali di ispirazione illuministica, solo per il loro dissentire dai valori religiosi tradizionali, l’ombra del sospetto di immoralità e di programmi denigratori dell’uomo e della sua natura. Come quando Critone, che è il personaggio, insieme ad Eufranore, che fa da portavoce del pensiero di Berkeley, accusa Alcifrone (“spirito forte”) e Lisicle, raffiguranti i liberi pensatori, di avere per scopo “di cancellare i principi di tutto ciò che è grande e buono dalla mente dell’uomo, di scardinare ogni ordine di vita civile, di minare le basi della moralità, e invece di migliorare e nobilitare la nostra natura, di abbassarci alle massime e al modi di pensare delle nazioni più ignoranti e barbare, e perfino di degradare la specie umana al livello delle belve selvagge”. In tal modo, mostrava Berkeley di non saper intendere la portata innovativa del deismo, il suo essere propositore di una nuova moralità, espressiva delle esigenze che andavano maturando nella società del tempo. Sono in particolare le figure di mande ville e di Shaftesbury ad uscire deformate dalla raffigurazione che ne fa l’”Alcifrone”. All’autore della “favola delle api” Berkeley rimprovera l’immoralismo di chi ha preferito apprezzare i vantaggi pratici dei vizi piuttosto che condannare questi ultimi, e non vuol rendersi conto che il punto di vista di Mandeville non era quello del moralista ma piuttosto, come oggi si direbbe, del sociologo o del’economista. Questi comunque avrebbe risposto nello stesso 1732 a Berkeley con una “Lettera”, nella quale gli avrebbe rimproverato il fraintendimento del suo pensiero, ed avrebbe espresso il dubbio che egli non avesse letto attentamente la “Favola”. Quanto a Shaftesbury, ne viene offerta un’immagine unilaterale, come di uno scrittore avverso al cristianesimo, e in particolare viene presa di mira la sua pretesa, presentata in modo schematico e irrigidito, di rendere la morale autonoma dalla religione. In essa Berkeley scorge un pericoloso incentivo all’abbbandono della virtù da parte degli uomini comuni, non più trattenuti dal timore dei castighi divini né più incoraggiati dalla speranza del’eterna ricompensa. A tutto questo egli contrappone una concezione eteronoma della morale, che ne vuole la fondazione sul’insegnamento e la prescrizione della religione ecclesia stia.

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L’”Alcifrone” non è propriamente un libro di filosofia, quanto piuttosto un’opera scritta da un prete anglicano simpatizzante per le posizioni della “Chiesa alta”, che utilizza certe proprie dottrine filosofiche – in questo caso, la teoria della visione del 1709 ripresa e aggiornata, piuttosto che direttamente la tesi immaterialistica, tenuta stranamente da parte -, in funzione di un’esplicita apologetica della religione positiva cristiana. Non che Berkeley voglia negare il fondamento naturale della religione, a riconoscimento del quale militava tutt’intera la sua speculazione precedente; piuttosto egli è ostile alla pretesa deistica di ridurre la religione a pura religione naturale, scorgendovi il primo passo verso l’ateismo, e rivendica la religione rivelata come conferma, sì, della religione naturale, ma insieme come superamento della sua mèra filosoficità. Delle Sacre Scritture viene rivendicata una rigida interpretazione letterale, mentre della religione, alieno com’è dalle sottili disquisizioni della teologia e dal suo teoreticismo, Berkeley soprattutto esalta, secondo quello che è stat detto ilo suo pragmatismo religioso, la funzione sociale, la sua utilità ed efficacia nel rafforzare l’ordinamento civile e politico della società, e nel guidare il comportamento morale dei cittadini, senza perciò metterne menomamente il fondamento di verità. Anche in questo egli si mostrava vicino alla cultura politica del partito “tory”.» In sostanza, Tassinari rimprovera a Berkeley, da un lato, l’eccessiva semplificazione e l’appiattimento deliberato delle posizioni dei suoi avversari, i liberi pensatori, pur ammettendo che, in sostanza, l’averli accomunati nell’accusa di ateismo esplicito o implicito non era affatto peregrina; dall’altro, l’incomprensione “storicistica” della cultura del proprio tempo, vale a dire dell’Illuminismo e, in particolare, del deismo, che sarebbe stato portatore di una nuova moralità, svincolata dalla religione. La critica di Tassinari, che, pur relativamente garbata nella forma, sfiora la denigrazione gratuita e velenosa, là dove sostiene che l’«Alcifrone» non può considerarsi veramente un libro di filosofia, ma l’opera di un prete che si serve di talune tesi filosofiche originali, peraltro selezionate in maniera opportunistica e tendenziosa, per condurre una ostinata battaglia culturale di retroguardia contro il nuovo che avanza e che egli, a quanto pare, non sa vedere. E tuttavia, forse, Berkeley ci vedeva benissimo, e comunque assai meglio non solo dei suoi critici contemporanei, ma anche di parecchi studiosi moderni: con occhio infallibile e con sicura intuizione aveva afferrato il nocciolo del problema della modernità, vale a dire la mutilazione di ciò che costituisce l’essenza della natura umana, sulla base di un pregiudizio materialistico, razionalistico e antimetafisico, che sacrifica una componente ontologica essenziale di essa: il richiamo verso la trascendenza. Una volta negato o rimosso quello, l’immagine dell’uomo non poteva e non può che risultarne orribilmente deformata; e le stesse basi della morale non potevano che ricevere una scossa disastrosa, dalla quale non si sarebbero mai più riprese, come ha mostrato il fallimento del tentativo kantiano e post-kantiano di fondare una morale sostanzialmente laica, autonoma ed autosufficiente per l’uomo moderno. Del resto, era inevitabile; filosoficamente inevitabile, vogliamo dire: allorché si sia negata la cosa in sé o la si sia dichiarata inconoscibile e irraggiungibile, che posto rimarrà mai per un’etica dei valori che vengano a perdere il loro fondamento ontologico, la loro sicura base metafisica, per trovarsi abbandonati in balia di tutti i venti e di tutte le correnti del secolarismo? E allora, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo apertamente: Berkeley, ancora ai nostri giorni, dà fastidio perché aveva visto giusto; perché la sua antimodernità - che, ad esempio, ha spinto Bertrand Russell a ironizzare sulla «Siris», riducendo quest’opera dalla concezione vastissima e straordinaria, al livello di una bislacca apologia dell’acqua di catrame, quasi il parto di un intelletto ormai vaneggiante - non è, come si vorrebbe far credere, ottusamente reazionaria, ma protesa a recuperare quanto di meglio il pensiero occidentale ha saputo elaborare nel corso dei secoli e dei millenni: il platonismo e il cristianesimo. Il che, a nostro avviso, non è certo una piccola gloria, per un filosofo. 4