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Arcadia

Iacopo Sannazaro
TITOLO: Arcadia AUTORE: Iacopo Sannazaro TRADUZIONE E NOTE: NOTE: Anche noto come Iacopo (o Jacopo) Sannazzaro. DIRITTI D'AUTORE: no LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/ TRATTO DA: Iacopo Sannazzaro, Opere Volgari. A cura di A.l Mauro, Bari, Laterza 1961 CODICE ISBN: informazione non disponibile 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 22 marzo 1999 INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilità bassa 1: affidabilità media 2: affidabilità buona 3: affidabilità ottima ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO: Roberto Gagliardi, jaufre@tin.it REVISIONE: Roberto Gagliardi, jaufre@tin.it Iacopo Sannazaro ARCADIA

Prologo Sogliono il più de le volte gli alti e spaziosi alberi negli orridi monti da la natura produtti, più che le coltivate piante, da dotte mani espurgate, negli adorni giardini a' riguardanti aggradare; e molto più per i soli boschi i selvatichi ucelli sovra i verdi rami cantando, a chi gli ascolta piacere, che per le piene cittadi, dentro le vezzose et ornate gabbie non piacciono gli ammaestrati. Per la qual cosa ancora, sì come io stimo, addiviene, che le silvestre canzoni vergate ne li ruvidi cortecci de' faggi dilettino non meno a chi le legge, che li colti versi scritti ne le rase carte degli indorati libri; e le incerate canne de' pastori porgano per le fiorite valli forse più piacevole suono, che li tersi e pregiati bossi de' musici per le pompose camere non fanno. E chi dubita che più non sia a le umane menti aggradevole una fontana che naturalmente esca da le vive pietre, attorniata di verdi erbette, che tutte le altre ad arte fatte di bianchissimi marmi, risplendenti per molto oro? Certo che io creda niuno.

Dunque in ciò fidandomi, potrò ben io fra queste deserte piagge, agli ascoltanti alberi, et a quei pochi pastori che vi saranno, racontare le rozze ecloghe, da naturale vena uscite; così di ornamento ignude esprimendole, come sotto le dilettevoli ombre, al mormorio de' liquidissimi fonti, da' pastori di Arcadia le udii cantare; a le quali non una volta ma mille i montani Idii da dolcezza vinti prestarono intente orecchie, e le tenere Ninfe, dimenticate di perseguire i vaghi animali, lasciarono le faretre e gli archi appiè degli alti pini di Menalo e di Liceo. Onde io, se licito mi fusse, più mi terrei a gloria di porre la mia bocca a la umile fistula di Coridone, datagli per adietro da Dameta in caro duono, che a la sonora tibia di Pallade, per la quale il male insuperbito Satiro provocò Apollo a li suoi danni. Che certo egli è migliore il poco terreno ben coltivare, che 'l molto lasciare per mal governo miseramente imboschire. Prosa 1 Giace nella sommità di Partenio, non umile monte de la pastorale Arcadia, un dilettevole piano, di ampiezza non molto spazioso però che il sito del luogo nol consente, ma di minuta e verdissima erbetta sì ripieno, che se le lascive pecorelle con gli avidi morsi non vi pascesseno, vi si potrebbe di ogni tempo ritrovare verdura. Ove, se io non mi inganno, son forse dodici o quindici alberi, di tanto strana et eccessiva bellezza, che chiunque li vedesse, giudicarebbe che la maestra natura vi si fusse con sommo diletto studiata in formarli. Li quali alquanto distanti, et in ordine non artificioso disposti, con la loro rarità la naturale bellezza del luogo oltra misura annobiliscono. 2 Quivi senza nodo veruno si vede il drittissimo abete, nato a sustinere i pericoli del mare; e con più aperti rami la robusta quercia e l'alto frassino e lo amenissimo platano vi si distendono, con le loro ombre non picciola parte del bello e copioso prato occupando. Et èvi con più breve fronda l'albero, di che Ercule coronar si solea, nel cui pedale le misere figliuole di Climene furono transformate. Et in un de' lati si scerne il noderoso castagno, il fronzuto bosso e con puntate foglie lo eccelso pino carico di durissimi frutti; ne l'altro lo ombroso faggio, la incorruttibile tiglia e 'l fragile tamarisco, insieme con la orientale palma, dolce et onorato premio de' vincitori. Ma fra tutti nel mezzo presso un chiaro fonte sorge verso il cielo un dritto cipresso, veracissimo imitatore de le alte mete, nel quale non che Ciparisso, ma, se dir conviensi, esso Apollo non si sdegnarebbe essere transfigurato. Né sono le dette piante sì discortesi, che del tutto con le lor ombre vieteno i raggi del sole entrare nel dilettoso boschetto; anzi per diverse parti sì graziosamente gli riceveno, che rara è quella erbetta che da quelli non prenda grandissima recreazione. E come che di ogni tempo piacevole stanza vi sia, ne la fiorita primavera più che in tutto il restante anno piacevolissima vi si ritruova. 3 In questo così fatto luogo sogliono sovente i pastori con li loro greggi dagli vicini monti convenire, e quivi in diverse e non leggiere pruove esercitarse; sì come in lanciare il grave palo, in trare con gli archi al versaglio, et in addestrarse nei lievi salti e ne le forti lotte, piene di rusticane insidie; e 'l più de le volte in cantare et in sonare le sampogne a pruova l'un de l'altro, non senza pregio e lode del vincitore. Ma essendo una fiata tra l'altre quasi tutti i convicini pastori con le loro mandre quivi ragunati, e ciascuno, varie maniere cercando di sollacciare, si dava maravigliosa festa, Ergasto solo, senza alcuna cosa dire o fare, appiè di un albero, dimenticato di sé e de' suoi greggi giaceva, non altrimente che se una pietra o un tronco stato fusse, quantunque per adietro solesse oltra gli altri pastori essere dilettevole e grazioso. Del cui misero stato Selvaggio mosso a compassione, per dargli alcun conforto, così amichevolmente ad alta voce cantando gli incominciò a parlare:

Ecloga 1 SELVAGGIO, ERGASTO SELVAGGIO Ergasto mio, perché solingo e tacito pensar ti veggio? Oimè, che mal si lassano

le pecorelle andare a lor ben placito! Vedi quelle che 'l rio varcando passano; vedi quei duo monton che 'nsieme correno come in un tempo per urtar s'abassano. Vedi c'al vincitor tutte soccorreno e vannogli da tergo, e 'l vitto scacciano e con sembianti schivi ognor l'aborreno. E sai ben tu che i lupi, ancor che tacciano, fan le gran prede; e i can dormendo stannosi, però che i lor pastor non vi s'impacciano. Già per li boschi i vaghi ucelli fannosi i dolci nidi, e d'alti monti cascano le nevi, che pel sol tutte disfannosi. E par che i fiori per le valli nascano, et ogni ramo abbia le foglia tenere, e i puri agnelli per l'erbette pascano. L'arco ripiglia il fanciullin di Venere, che di ferir non è mai stanco, o sazio di far de le medolle arida cenere. Progne ritorna a noi per tanto spazio con la sorella sua dolce cecropia a lamentarsi de l'antico strazio. A dire il vero, oggi è tanta l'inopia di pastor che cantando all'ombra seggiano, che par che stiamo in Scitia o in Etiopia. Or poi che o nulli o pochi ti pareggiano a cantar versi sì leggiadri e frottole, deh canta omai, che par che i tempi il cheggiano. ERGASTO Selvaggio mio, per queste oscure grottole Filomena né Progne vi si vedono, ma meste strigi et importune nottole. Primavera e suoi dì per me non riedono, né truovo erbe o fioretti che mi gioveno, ma solo pruni e stecchi che 'l cor ledono. Nubbi mai da quest'aria non si moveno, e veggio, quando i dì son chiari e tepidi, notti di verno, che tonando pioveno. Perisca il mondo, e non pensar ch'io trepidi; ma attendo sua ruina, e già considero che 'l cor s'adempia di pensier più lepidi. Caggian baleni e tuon quanti ne videro i fier giganti in Flegra, e poi sommergasi la terra e 'l ciel, ch'io già per me il desidero. Come vuoi che 'l prostrato mio cor ergasi a poner cura in gregge umile e povero, ch'io spero che fra' lupi anzi dispergasi? Non truovo tra gli affanni altro ricovero che di sedermi solo appiè d'un acero, d'un faggio, d'un abete o ver d'un sovero; ché pensando a colei che 'l cor m'ha lacero divento un ghiaccio, e di null'altra curomi, né sento il duol ond'io mi struggo e macero.

quante fiate il dì la nomini. ERGASTO Menando un giorno gli agni presso un fiume. Ella pentita. onde ho tal giogo al collo. che quando ella mi vide. c'a li suo' stridi corsero i pastori che eran di fuori intorno a le contrade. e 'l cor più m'arse. Sallo. il gregge mio. poi si sommerse ivi entro insino al cinto. fin al ginocchio alzata al parer mio in mezzo al rio si stava al caldo cielo. La pastorella mia spietata e rigida. e 'n dimandarti alquanto rassicuromi. e spesso indietro voltami le voci che sì dolci in aria sonano. che con due bionde trecce allor mi strinse. che d'altra salma non mi aggrava il peso. Così fui preso. sol per mostrarse in un pietosa e fella. poi si nascose in modo dentro all'alma. c'ognor piangendo e sospirando bramola. tal che per vinto io caddi in terra smorto. in voce alta cantando. Quest'alberi di lei sempre ragionano e ne le scorze scritta la dimostrano. Io vidi prima l'uno e poi l'altro occhio. lavava un velo. e per pietade ritentàr mill'arti. ch'il pruovo e sollo più c'uom mai di carne. e nell'orecchie il bel nome risoltami. e mi dispiacque che per più mie' affanni si scinse i panni e tutta si coverse. o ch'egli in selva pasca o in mandra romini. tal che a pensarne è vinta ogni alta stima. Qual è colei c'ha 'l petto tanto erronico. allor tornossi indietro. Oimè. ella già corse.SELVAGGIO Per maraviglia più che un sasso induromi. che t'ha fatto cangiar volto e costume? Dimel. udendoti parlar sì malinconico. poi ch'io mi riscossi. in fretta la canzonetta sua spezzando tacque. monti. che notte e giorno al mio soccorso chiamola. che già a tutt'ore ascoltami. Eco rimbomba. E per conforto darmi. e mi dipinse un volto in mezzo al core che di colore avanza latte e rose. che con altrui mai nol commonico. Ma i spirti sparti al fin mi ritornaro e fen riparo a la dubbiosa vita. sì piangendo a gridi. e sta soperba e più che ghiaccio frigida. . vidi un bel lume in mezzo di quell'onde. fiere et omini. e mi soccorse. ben sanno questi boschi quanto io amola. sannolo fiumi.

e parendomi omai per lo sopravegnente caldo ora di menarle a le piacevoli ombre. pasciute pecorelle. Or questo. Prosa 2 Stava ciascun di noi non men pietoso che attonito ad ascoltare le compassionevoli parole di Ergasto.5 Allora Montano. sì dolcemente sonando la sua sampogna. ciascuno nel mezzo de l'andare sonando a vicenda la sua sampogna. avendo io. come meglio poteva o sapeva. il quale similmente cercava di fuggire il fastidioso caldo. il poteo egli da me giamai impetrare. io ho un bastone di noderoso mirto. E per men sentire la noia de la petrosa via. se tu vorrai cantare. Ivi udirete l'alte mie parole . e ne la sua cima è intagliata per man di Cariteo. e i dannosi lupi non possano predare nei tuoi agnelli. 3 A cui io vago di cotal suono.c'a pianger spesso et a cantar mi spronano. omai che 'l sole sul mezzo giorno indrizza i caldi raggi. noi non sopportando che 'l misero Ergasto quivi solo rimanesse. non fu alcuno de la pastorale turba. fa che io alquanto goda del tuo cantare. Ma poi che egli si tacque. solo col viso pallido e magro. mi volse per quello dare un cane. Per lei li tori e gli arieti giostrano. cominciammo con lento passo a movere suavemente i mansueti greggi verso le mandre usate. insino che a le pagliaresche case fummo arrivati. ove col fresco fiato de' venticelli potesse me e loro insieme recreare. ma quelli intatti e di bianchissime lane coverti ti rendano grazioso guadagno. con voce assai umana dissi: 4 . quando per aventura trovai in via un pastore che Montano avea nome. così piacevolmente andando incominciò: Ecloga 2 MONTANO. si menava la sua mandra dinanzi. insegnandoli di molti rimedii. il quale quantunque con la fioca voce e i miserabili accenti a suspirare più volte ne movesse. sentendosi di vicino le tenebre de la notte. anzi ognuno era sì vinto da compassione. né per lusinghe o patti che mi offerisse. ammonirlo e riprenderlo del suo errore. chi raconsolando i cani. a cui bastasse il core di partirse quindi per ritornare ai lasciati giochi. con le corna sì maestrevolmente lavorate. animoso strangulatore di lupi. senza altri preghi aspettare. che men di un mezzo miglio vicina mi stava. non di meno tacendo. ne avrebbe potuto porgere di grandissima amaritudine cagione. che. URANIO MONTANO Itene all'ombra degli ameni faggi. 2 Ma passando in cotal guisa più e più giorni. sì come è costume de' pastori. Et acciò che tu non creda che le tue fatiche si spargano al vento. una testa di ariete. se le benivole Ninfe prestino intente orecchie al tuo cantare. mi pusi in camino verso una valle ombrosa e piacevole. chi chiamando le pecorelle per nome. . e che i fastidiosi grilli incominciavano a stridere per le fissure de la terra. di passo in passo gridando con la usata verga i vagabundi greggi che si imboscavano. Indi veggendo che 'l sole era per dechinarse verso l'occidente. quasi a forza alzatolo da sedere. Né guari era ancora dal primo luogo dilungato. ché la via e 'l caldo ne parrà minore. alcuno lamentandosi de la sua pastorella et altro rusticamente vantandosi de la sua. si sforzava di dire alcuna nuova canzonetta. et avendosi fatto un cappello di verdi frondi. pasciute le mie pecorelle per le rogiadose erbette. che parea che le selve piò che l'usato ne godessono. le cui estremità son tutte ornate di forbito piombo.Amico. avvenne che un matino fra gli altri. e le risonanti selve parimente si acquetarono. né che curasse di fornire i cominciati piaceri. pastore oltra gli altri ricchissimo. bifolco venuto da la fruttifera Ispagna. che dal sole il difendesse. si ingegnava di confortarlo. assai più leggieri a dirli che a metterli in operazione. fia tutto tuo. senza che molti scherzando con boscarecce astuzie. che Toribio. con li rabuffati capelli e gli occhi lividi per lo soverchio piangere. di passo in passo si andavano motteggiando. se non ti è noia.

mentre il mio canto e 'l murmurar de l'onde s'accorderanno. o che sian erbe o incanti che possedano. se non è sterpo o sasso. Qui son due strade: or via veloci e pronti per mezzo i monti. Nessun si mostri paventoso al bosco. Melampo et Adro. per ben guardar. il lupo è qui vicino. disteso in terra fatigoso e lasso. Ai greggi di costor lupi non predano: forse temen de' ricchi. nel farò spesso ritornare adietro. ché. erbette e fronde. che gli armenti furano. se 'l ver odo. e d'ogni tempo aumentano. quando i boschi son verdi e quando sfrondano. sempre n'abondano in latte e 'n lane. ch'io ben conosco i lupi. e mai non dorme seguendo l'orme de li greggi nostri. . Chi fia. ché s'un sol ramo mi trarrò da presso. più di me scarco? O pecorelle ardite. miei cani. Né mai per neve il marzo si sgomentano. a la statura et a le spalle. et un dir sì leggiadro. Ai panni. perché fuor la lascino. ite. ch'esto matino udi' romori strani. e i nostri col fiatar par che s'ambascino. e tutte le circondano.lodar gli occhi sereni e trecce bionde. che gli è di fuori il lupo pien d'inganni. Ai loro agnelli già non nòce il fascino. s'impetro da le mie venture c'oggi secure vi conduca al varco. le mani e le bellezze al mondo sole. o pecore e pastori. Così. così par che li fati al ben consentano. Alcun saggi pastor le mandre murano con alti legni. né perden capra. et a quel can che è bianco. se 'l giudicio mio non falle. egli è pur uom che dorme in quella valle. e ciò n'avviene per le nostre invidie. andate unite al vostro usato modo. cacciate il ladro con audaci gridi. andiamo. Or che vuol dire c'a nostre mandre per usanza ledano? Già semo giunti al luogo ove il desire par che mi sprone e tire. el par che sia Uranio. Egli è Uranio. cacciate il ladro. Fuggite il ladro. Io veggio un uom. e mille danni fa per le contrade. e voi di passo in passo ite pascendo fiori. il qual tanta armonia ha ne la lira. andiamo. Ite. ché nel latrar de' can non s'assicurano. che ben s'agguaglia a la sampogna mia. Nessun si fidi nell'astute insidie de' falsi lupi. ché 'l camin vi squadro. il qual sempre s'appiatta in questa fratta e 'n quella.

per mio amor. che canto. Così vuol mia ventura. MONTANO Vòi cantar meco? Or incomincia affatto. MONTANO Sì mi è dolce il tormento.per dar principio agli amorosi lai. e seguo un basilisco. o ver mio fallo. e cantando e ballando al suon languisco. ché come cera al foco o come foco in acqua mi disfaccio. come la notte? URANIO Montano. e 'n su la mezza notte questi can mi destàr baiando al lupo. déstati omai. non dormir. di' quella c'a mezzo di l'altr'ier cantasti in villa. e 'l pianger gioco. Uranio. qual esser deve. URANIO . né so che far mi debbia. MONTANO Or qual canterò io. e 'l pianger gioco. URANIO Io canterò con patto di risponder a quel che dir ti sento. E 'l gregge numerai di corno in corno. indi sotto questo orno mi vinse il sonno. qual esser deve. MONTANO Per pianto la mia carne si distilla sì come al sol la neve o come al vento si disfà la nebbia. Misero. più non dormii per fin che vidi il giorno. ond'io gridando "ALO". a che ti stai? Così ne meni il dì. sòno e ballo. io mi dormiva in quelle grotte. Or pensate al mio mal. ond'or tu m'hai ritratto. che n'ho ben cento? Quella del Fier tormento? O quella che comincia: Alma mia bella? Dirò quell'altra forse: Ahi cruda stella? URANIO Deh. URANIO Or pensate al mio mal. né cerco uscir dal laccio sì mi è dolce il tormento.

venite a me dolente. più che i ligustri bianca. più cruda di colei che fe' in Tessaglia il primo alloro di sue membra attratte. il cui colore agguaglia le matutine rose e 'l puro latte. e cerco un tigre umiliar piangendo. MONTANO Pastor. più fugage che cerva. et a me più proterva c'a Pan non fu colei che vinta e stanca divenne canna tremula e sottile. all'ombra desiate per costume alcun rivo corrente. in cui convien c'ognor l'incendio cresca dal dì ch'io vidi l'amoroso sguardo. che vo sempre cogliendo di piaggia in piaggia fiori e fresche erbette. MONTANO Ecco la notte. per guiderdon de le gravose some. felice inseme e miserabil mostro. E le mie pecorelle il bosco sgombrano inseme ragunate. . c'ogn'altro amor dal cor mi fe' lontano. URANIO Tirrena mia. Andiamo appresso noi. che sète intorno al cantar nostro. ché lor sen vanno. deh spargi al vento le dorate chiome. sol per rimedio del ferito core volgi a me gli occhi. o ver mio fallo. vegna a me salamandra.Così vuol mia ventura. che per fuggire il caldo estivo. MONTANO Fillida mia. dal dì ch'io vidi quella bianca mano. ove s'annida Amore. URANIO Pastor. e gli alti monti le contrade adombrano. ove ancor ripensando aghiaccio et ardo. s'alcun di voi ricerca foco o esca per riscaldar la mandra. più vermiglia che 'l prato a mezzo aprile. più veloce che damma dolce del mio cor fiamma. trecciando ghirlandette. che ben sanno il tempo e l'ora che la mandra ingombrano. e 'l ciel tutto s'imbruna. le stelle n'accompagnano e la luna. che d'ogni gioia e di speranza privo per gli occhi spargo un doloroso fiume.

lasciando Uranio quivi con duo compagni. altri sonavano sampogne. Ogni strada. Oltra di ciò li vagabundi fanciulli di passo in passo con le semplicette verginelle si videro per le contrade esercitare puerili giochi. che nessun male li potesse nocere né dannificare. e purgandoli con pietosi preghi. non si ricordava di pascere le erbe che dintorno gli stavano. nel quale solennemente celebrar si dovea la lieta festa di Pales. le zappe. vedemmo in su la porta dipinte alcune selve e colli bellissimi e copiosi di alberi fronzuti e di mille varietà di fiori. e già i compagni aspettano e forse temen di successo danno.Uranio mio. ponendo in su la porta una lunga corona di frondi e di fiori di ginestre e d'altri. E così passo passo seguitandole. il lume de la luna era sì chiaro. tra i quali si vedeano molti armenti che andavano pascendo e spaziandosi per li verdi prati. Tutti gli animali egualmente per la santa festa conobbero desiato riposo. i miei compagni non suspettano del tardar mio. quantunque appena svegliato a cantare incominciasse. le quali dietro un tronco di castagno stavano quasi mezze nascose. sì tosto come il sole apparve in oriente. ciascuno parimente levatosi cominciò ad ornare la sua mandra di rami verdissimi di querce e di corbezzoli. i rastri. al quale niente il sonno. non mi vedrai movere mentre sarà del vino in questa fiasca. In questo venivano quattro Satiri con le corna in testa e i piedi caprini per una macchia di lentischi . che a tanto diletto ne aveano sì impensatamente guidati. i fiochi fagiani per le loro magioni cantavano. in segno di commune letizia. che per quel giorno pensasse di adoperare esercizio né lavoro alcuno. Ma quel che più intentamente mi piacque di mirare. con sommo desiderio aspettando il novo giorno. 2 Per reverenza de la quale. Prosa 3 Già si tacevano i duo pastori dal cantare espediti. de le merite lode scemare potuto avea. ne ponemmo a seguitare le pecorelle. che di gran pezza avante sotto la guardia de' fidelissiini cani si erano avviate. ove con rustiche vivande avendo prima cacciata la fame. che per intendere a rodere una ghirlanda di quercia che dinanzi agli occhi gli pendea. E non ostante che i fronzuti sambuchi coverti di fiori odoriferi la ampia strada quasi tutta occupasseno. Io ho del pane e più cose altre in tasca. Con cotali piaceri adunque ne riconducemmo a le nostre capanne. li quali assai più dolci a tal maniera ne pareano. e ne faceano sovente per udirli lasciare interrotti i ragionamenti. con forse dieci cani dintorno che li guardavano. e poi con fumo di puro solfo andò divotamente attorniando i saturi greggi. ragionando de le canzoni cantate e comendando maravigliosamente il novo cominciare di Montano. andavamo per lo silenzio de la serena notte. ogni trivio si vide seminato di verdi mirti. gli aratri e i gioghi similmente ornati di serte di novelli fiori mostrarono segno di piacevole ocio. Né fu alcuno degli aratori. Al quale per non molti gradi poggiati. che se senza sì piacevole impaccio gli avessemo per ordine continuati. ne ponemmo sovra l'usata paglia a dormire. né credo che di me pensier si mettano. veneranda Dea de' pastori. e sì potrebbe ben tonare e piovere. ogni borgo. quando tutti da sedere levati. ma molto più il pronto e securo rispondere di Uranio. e tali vi erano. erano certe Ninfe ignude. Per la qual cosa ciascuna capanna si udì risonare di diversi instrumenti. ma tutti lieti con dilettevoli giochi intorno agl'inghirlandati buovi per li pieni presepi cantarono amorose canzoni. Et <alcuna> volta avveniva che mentre noi per via andavamo così parlando. tutti inseme di compagnia ne andammo al santo tempio. se vòi star meco. le pedate dei quali in su la polvere naturalissime si discernevano. ridendo di un montone. alcuni tondavano lane. Per che ciascuno ringraziava li benigni Dii. che non altrimente che se giorno stato fusse ne mostrava il camino. I vomeri. ch'io vo' che 'l gregge pasca. URANIO Montano. e i vaghi ucelli sovra li verdi rami cantarono dando segno de la vicina luce. che pareva che cantando si ingegnasseno di accordarsi col suono di quelle. De' pastori alcuni mungevano. 3 Ma per potermo divotamente offrire i voti fatti ne le necessità passate sovra i fumanti altari.

guarda i teneri agnelli dal fascino de' malvagi occhi de' invidiosi. avesse con la sua venuta turbate le sante Driade e i semicapri Dii dai sollacci loro. e le chiare onde poco o niente gli nascondevano de le bianche carni. appaga per loro le deità offese. ciascun per purgarsi lavatosi con acqua di vivo fiume le mani. e sempre erbe e frondi et acque chiarissime da bere e da lavarle ne soverchino. securissimo sussidio et aita de le timide pecore. et altre tante per noi tacitamente murmurato. porgi pietose orecchie ai preghi divotissimi de la circunstante turba. trovammo un sacerdote di bianca veste vestito e coronato di verdi fronde. si mettevano in fuga per lo folto bosco. inginocchiato e con le braccia distese verso l'oriente così cominciò: 7 . e per attentamente mirare duo forti tori che con le corna si urtavano. era poggiata sovra un càrpino. e per giudicare le ignude Dee che dinanzi gli stavano. il quale appoggiato ad un bastone di selvatica oliva guardava gli armenti di Admeto a la riva di un fiume. che sedendo ad una gran pietra con gonfiate guance sonava una sampogna. se non sapendo avesse seduto o pasciuto sotto alcuno albero che sacrato fusse. e se per necessità di erbe avesse con la importuna falce spogliate le sacre selve de' rami ombrosi. e per quello fuggivano notando. non la avea potuto ancora del tutto fornire. non schivando né pruni né cosa che li potesse nocere. 9 Ma porti i divoti preghi. e con ogni astuzia si ingegnava di ingannare lo occhiuto Argo. E poco più basso si vedeva pur Mercurio. che con le proprie mani uccise una bianca agna. né mai alcun de' nostri pastori si veggia piangendo riportarne a l'albergo la sanguinosa pelle appena tolta al rapace lupo. era lo accorgimento del discreto pintore. asciugandosi i bagnati capelli. La quale ti chiede umilmente perdono del suo fallo. stimai che Endimione fusse. di che elle avedendosi. sì come io stimo.O riverenda Dea. né di mezzo giorno il silvestre Fauno. Né più tosto ne vide intorno al sacrificio ragunati. sovra a quelli cominciammo tutti per ordine destrissimamente a saltare. Né consentire che gli occhi nostri non degni veggiano mai per le selve le vendicatrici Ninfe. De le quali una più che le altre presta. la cui maravigliosa potenzia più volte nei nostri bisogni si è dimostrata. e le interiori di quella divotamente per vittima offerse nei sacrati fochi. Discaccia da le nostre mandre ogni magica bestemmia et ogni incanto che nocevole sia. onde i pastori ricevano con gran letizia dilettevole guadagno. o vero se quelle per ignoranza avessono violate le erbe de' quieti sepolcri. e i solenni sacrificii finiti. gli furava le vacche. o se entrando per li inviolabili boschi. però che la Luna con lieto occhio il mirava. il quale a le divine cerimonie con silenzio mirabilissimo ne aspettava. sì come in sì lieto giorno et in sì solenne officio si richiedeva. indi di paglia accesi grandissimi fochi. acciò che il numero de le nostre torme per nessuna stagione si sceme. palesatore del furto. e poi spargendo un vaso di tepido latte. il quale. con odoriferi incensi e rami di casti ulivi e di teda e di crepitanti lauri inseme con erba sabina. e diffidandosi di fare Venere sì bella come bisognava.8 E questo quattro volte detto. dilungando sempre morbi et infirmità dai semplici greggi e dai maestri di quelli. 6 Ma entrati nel tempio. il quale avendo fatta Giunone e Minerva di tanto estrema bellezza che ad avanzarle sarebbe stato impossibile. per prenderle dopo le spalle. et un cane gli stava odorando la tasca che sotto la testa tenea. tenendo il dito disteso in gesto di dimostrante. che in abito pastorale. Dea pietosissiana. ove la imagine de la santa Dea si vedea. irato sotto ardente sole transcorre per li lati campi. e con gli occhi torti mirava una bianca vitella che vicina gli stava. E molte altre cose leggiadre e bellissime a riguardare. Et in quel medesmo spazio stava Batto. con una pelle di capra appiccata sotto al sinestro umero. ne si truove minore la sera al ritornare che 'l matino all'uscire. che con la falce avea cominciato a scrivere "Enone" a la corteccia di un olmo. Ma quel ch'è non men sottile a pensare che dilettevole a vedere. Appresso di costui era Paris. . per subvenire alle famulente pecorelle. transformato in sasso. corrumpendo de le acque la solita chiarezza. o turbati con li piedi i vivi fonti. e quindi con gesti e con parole pareva che increpare volessono coloro che giungere non le avevano potuto. et a l'altare pervenuti. la dipinse volta di spalle. de le quali io ora mal mi ricordo. vi vidi per diversi luoghi dipinte. per espiare le colpe commesse nei tempi passati. le altre si erano per paura gittate dentro un fiume. Sia lontana da noi la iniqua fame. e di ogni tempo si veggiano di latte e di prole abondevoli e di bianche e mollissime lane copiose. non si avvedea del sagace Mercurio. li quali. conserva la sollicita turba degli animosi cani. stavano assise da l'altra riva affannate et anelanti. né la ignuda Diana bagnarse per le fredde acque. 4 Et in un de' lati vi era Apollo biondissimo. quando da caccia tornando stanco. Tu. 5 Da l'altra parte giaceva appiè di un altissimo cerro un pastore adormentato in mezzo de le sue capre. uscimmo per un'altra porta ad una bella pianura coverta di pratelli delicatissimi. scusando il difetto con la astuzia. non erano stati giamai pasciuti né da pecore né da . e quindi con un ramo lungo in mano si difendea. Ma poi che si vedevano campate dal pericolo.pian piano.

Fra le quali Galicio veggendo forse quella che più amava. sonandogli il suo Eugenio la sampogna. suden di mèl le querce alte e nodose. sì belli e sì intatti si dimostravano. senza essere da alcuno di noi pregato. se ben ti ramenti. così suavemente cominciò a cantare. Valli vicine e lupi. acciò che tua sorella più che l'usato dorma. mostrane inanzi tempo con natural colore un bel fiorito e dilettoso maggio.capre. cipressi. né da altri piedi calcati che di Ninfe. Nascan erbette e fiori. e per le spine dure pendan l'uve mature. ché. tien più alto il viaggio. ma torni il mondo a quelle usanze prime. né credo ancora che le susurranti api vi fusseno nodate a gustare i teneri fiori che vi erano. dicea queste parole: Apri l'uscio per tempo. vidi di bianca oliva ornato e d'altre fronde un pastor. porgete orecchie a le mie basse rime: e non teman de' lupi gli agnelli mansueti. si sforzava ciascuna con maestrevòe arte di superare le dote de la natura. che 'n su l'alba appiè d'un orno cantava il terzo giorno del mese inanzi aprile. Fioriscan per le cime i cerri in bianche rose. e poi per la sua orma se ne vegna pian pian ciascuna stella. alni et abeti. et ei rivolto al sole. e fa vermiglio il ciel col chiaro raggio. Per mezzo dei quali trovammo molte pastorelle leggiadrissime. e li fieri animali . dopo alquanti sospiri ardentissimi. e quelle in mille strane maniere ponendosi sovra li biondi capelli. leggiadro almo pastore. che di passo in passo si andavano facendo nove ghirlandette. a cui li vaghi ucelli di sopra gli arboscelli con voce rispondean dolce e gentile. e le fontane intatte corran di puro latte. tacendo ciascuno: Ecloga 3 GALICIO Sovra una verde riva di chiare e lucide onde in un bel bosco di fioretti adorno. guardasti i bianchi armenti.

che di ascoltare l'amorosa canzone era vago. la qual tant'anni avea gittata a tergo. scherzando inseme pargoletti e 'gnudi. il quale constretto di nominare il mese a' greggi et a' pastori dannoso. le orecchie alle parole de lo inamorato pastore e gli occhi ai volti de le belle giovenette teneva intentissimamente fermati. sempre fia noto il nome. ridan li prati e le correnti linfe. mentre li vivi fonti correran murmurando ne l'alto mar che con amor li accoglie. per questo io scrivo e vergo i faggi in ogni bosco. e con abiti strani salten Fauni e Silvani. canzon. e le virtuti raquistaro albergo. quella c'adolcir basta ogni mio tòsco. gli occhi e le chiome di quella che mi fa sì lunga guerra. e di quelli ancora vi furono. Mentre per questi monti andran le fiere errando. quella per cui sospiro. e gli alti pini aràn pungenti foglie. Prosa 4 Piacque maravigliosamente a ciascuno il cantare di Galicio. Alcuni lodarono la giovenil voce piena di armonia inestimabile. poi con tutti lor studi canten le bianche Ninfe. mentre fra speme e doglie vivran gli amanti in terra. ma per diverse maniere. per cui quest'aspra amara vita m'è dolce e cara. sì come saggio evitatore di sinestro augurio in sì lieto giorno. che con più ammirazione estolsero la acutissima sagacità del suo avvedimento. Per cortesia. Ma io che non men desideroso di sapere chi questa Amaranta si fusse. atto ad irretire qualunque animo stato fusse più ad amore ribello. molti comendarono le rime leggiadre e tra' rustici pastori non usitate. per cui piango e m'adiro. tal che omai non è pianta che non chiami "Amaranta". le man.lassen le lor asprezze e i petti crudi. vegnan li vaghi Amori senza fiammelle o strali. In questo dì giocondo nacque l'alma beltade. altri il modo suavissimo e dolce. . tu pregherai quel dì fausto et ameno che sia sempre sereno. per questo il ceco mondo conobbe castitade. disse "il mese inanzi aprile". stimando per li movimenti di colei che dal suo amante cantare si udiva. e non si vedan oggi nuvoli intorno ai poggi.

Elpino di capre. e poi quando tempo li pare. e 'l caldo grandissimo sopravenire. cominciarono con le gelide acque a rinfrescarsi i belli volti da non maestrevole arte rilucenti. e da un vermiglio e grazioso colore accompagnato. Quindi a la marmorea e delicata gola discendendo. pettinandolo sovente per li puri fonti et ornandoli le ramose corna con serte di fresche rose e di fiori. si va il giorno a suo diporto vagabundo errando per le selve. tal che ognuna per sé e tutte inseme più a divini spirti che ad umane creature assomigliavano. non di meno a la più parte di noi piacque di volere udire Logisto et Elpino a pruova cantare. per mezzo de le quali si discerneva una vietta bellissima et oltra modo piacevole a riguardare. quell'altra biancheggiava di gelsomini. andava per li belli prati. e trovativi i vivi fonti sì chiari.O fortunato il posseditore di cotali bellezze! . e quasi essendo a se medesma uscita di mente. non più tosto ebbe dal cantante giovene udito "Amaranta" nominare. fra le quali. quella andava stellata di rose. ma forse pensando di meglio nascondere la sopravenuta rossezza che da donnesca vergogna li procedea. mostrava alcuna parte de' denti. A la quale in brevissimo spazio pervenute. con la bianca mano cogliendo i teneri fiori. 3 Ove come che molti vi fusseno et in cetere et in sampogne espertissimi. vidi nel tenero petto le picciole e giovenili mammelle. Per la qual cosa noi più divenuti volenterosi di vederle. pastori belli de la persona e di età giovenissimi. e per amor di lei con sollicitudine grandissima in continue delicatezze nudrito. scegliendo i fiori bianchi dai sanguigni e i persi dai violati. senza avvedersene ella. Ma volendo Logisto non senza pregio contendere. mostravano ignude le candidissime braccia. E 'l viso alquanto più lunghetto che tondo. et egualmente a cantare et a rispondere apparecchiati. ogni volta che parlava o sorrideva. le quali non poca bellezza alle tenere e delicate mani sopragiungevano. che suole tal volta il rubicondo aspetto de la incantata luna o vero ne lo uscire del sole la purpurea aurora mostrarsi a' riguardanti. però che ne le secrete parti si terminava. quasi come di altro non gli calesse. colei dovere essere la pastorella di cui sotto confuso nome cantare udiva. De' quali avendo già il grembo ripieno. verso una fresca valle piacevolmente inseme scherzando e motteggiandosi drizzarono i passi loro. di bella forma. ne vidi una che tra le belle bellissima giudicai. dicendo: 4 . . non si può veder sazio di lusingarme. presso al luogo ove elle stavano ne avvicinammo. che a guisa di duo rotondi pomi la sottilissima veste in fuori pingivano. depuse una bianca pecora con duo agnelli. ambiduo coi capelli biondi più che le mature spiche. senza molto indugiare. se la vittoria del cantare fia tua. Di che poi quasi ripresa accorgendosi. onde egli avvezzato di mangiare a la nostra tavola. di a quelle con più efficacia pensare mi fu cagione. presi quasi per fermo argomento. seminando la terra di forse venti varietà di colori. con bianchezza non spiacevole ma temperata. se ne ritorna a la usata casa. di tanto strana e maravigliosa leggiadria. che di purissimo cristallo pareano. reimpieva di vaghezza gli occhi che 'l miravano. 2 Ma lei dopo brieve intervallo di tempo fattasi de' racolti fiori una semplicetta corona. Da la qual cosa io che intento e sollicitissimo vi mirava. e con la diversità de' portamenti oltra misura le naturali bellezze augmentavano. e pazientissimo sostiene di farse porre il capestro e di essere tocco da le sue mani. ma se quella li benigni fati a me concederanno. è che conosce et ama sovra tutte le cose la sua donna. e quivi appiè di una altissima elcina ne ponemmo senza ordine alcuno a sedere. ambiduo di Arcadia. credo.dal giorno che prima a la lattante madre il tolsi.rispuse Elpino . Alcune portavano ghirlande di ligustri con fiori gialli e tali vermigli interposti. altre aveano mescolati i gigli bianchi e i pulpurini con alquante frondi verdissime di arangi per mezzo. che a ciò la astringesse. Le labra erano tali che le matutine rose avanzavano. lo ho sempre per la mia Tirrena riserbato. anzi di sua voluntà li para il mansueto collo . che a niuna altra cosa che ad orientali perle gli avrei saputo assomigliare. saltando e facendomi mille giochi dintorno. si bassò in terra da capo a coglierli. le quali similmente avendo spogliato lo onore ai prati e quello a sé posto. e retiratesi le schiette maniche insino al cubito. Ma quel che di lui più che altro mi aggrada. la quale. quasi al bruno dechinando. il tuo domestico cervo per merito de la guadagnata palma mi donarai. si mescolò tra le belle compagne. che abandonando le mani e 'l seno. li cui capelli erano da un sottilissimo velo coverti. ove trovando me che sollicitissimo lo aspetto. quantunque tardi sia. non altrimente che le chiare stelle sogliono nel sereno e limpido cielo fiammeggiare. Logisto di lanate pecore guardatore.poteria senza dubitazione alcuna comprendere. Et ella delicatissima e di gentile e rilevata statura.Il mio domestico cervo . sì come Naiade o Napee state fusseno.Ma veggendo elle il sole di molto alzato. altere con suave passo procedevano. Onde ella non per bisogno.Di questi farai il sacrificio a le Ninfe.5 . per che molti con maraviglia diceano: . divenne non altrimente vermiglia nel viso. tutti gli caddero. E con accorto sguardo or questa or quella riguardando. insino a questo tempo. di sotto al quale duo occhi vaghi e lucidissimi scintillavano.

ELPINO Pastori. armato di quattro corna. e contento di essere cavalcato da lei. che tu stesso. ELPINO LOGISTO Chi vuole udire i miei sospiri in rime.6 Allor Selvaggio. più si restringe seco la bella Ninfa.al giogo e tal fiata gli umeri a l'imbasto. con tutte sue forze intende a svilupparsi da lui. donne mie care. con due orecchie bellissime del medesmo legno. disposto totalmente di menare a fine il suo proponimento. che in ciò giudice era stato eletto. che giamai le mie labra nol toccarono. fa segnale al compagno che gli porga aita. che non rimbombe al mio continuo pianto. che nei nostri boschi venne da lontani paesi. il giudicarai non che bastevole. E così detto. legga per queste querce e per li sassi. ch'io non so ben l'ora né 'l giorno che fui rinchiuso in questa alpestra valle. di corpo grande. onde quella di ira accesa torcendo il volto indietro. l'altro con rabbiosi denti mordendoli la irsuta gamba. ché n'è già piena omai ciascuna valle. comandando a Logisto che cominciasse et ad Elpino che. ucel né fiera alberga in valle. . et a mal grado di lei la vuol basciare. ch'io no la calche mille volte il giorno. Di che il libidinoso idio poco curandosi. con quel dente di cinghiale che a guisa di una bianca luna dinanzi al petto gli pende. tiene nel suo mezzo dipinto il rubicondo Priapo che strettissimamente abraccia una Ninfa. che non conosca il suon de le mie rime. non si move dal suo lavoro per agiutarli. Per la qual cosa appena il suono fu sentito. quando il vedrai. E giuroti per le deità de' sacri fonti. Primeramente io ti dipongo un capro. né fior né erbetta nasce in questi campi. la porta umilissimo per li lati campi senza lesione o pur timore di pericolo alcuno. Dunque questo non vi porrò io. e l'angoscioso pianto. a vicenda rispondesse. ma il mio pegno sarà tale. e quanti passi tra la notte e 'l giorno spargendo indarno vo per tanti campi. che Logisto con cotali parole il seguitò: Ecloga 4 LOGISTO. con l'altra gli pela la folta barba. et usato di vincere spessissime volte ne l'urtare. barbuto. forse per rinchiudervi i cantanti grilli. E sonovi intorno a costoro tre fanciulli ignudi e pieni di vivacità mirabile. da ingegnoso artefice lavorato. aprendoli puerilmente ad uno ad uno le rustiche dite. et in mio nome gliel fa portare. il quale intento a fare una sua picciola gabbia di paglia e di giunchi. ma sempre lo ho guardato nettissimo ne la mia tasca. non volle che pegni si ponesseno. dicendo che assai sarebbe se 'l vincitore ne avesse la lode e 'l vinto la vergogna. Et è questo mio vaso di fuori circondato d'ogn'intorno d'una ghirlanda di verde pimpinella. né spelunca o caverna è fra gli sassi. ligata con un brieve che contene queste parole: Da tal radice nasce Chi del mio mal si pasce. e con la manca mano gli squarcia il naso. de' quali l'uno con tutto il suo podere si sforza di tòrre a Priapo la falce di mano. il quale. ma maggiore del tuo. Oltra di ciò un nappo nuovo di faggio. fe' cenno ad Ofelia che sonasse la sampogna. alternando. . E quel monile che ora gli vedi di marine cochiglie. il quale senza pastore bastarebbe solo a conducere una mandra quantunque grande fusse. LOGISTO Lasso. vario di pelo. lei per mio amore gliel puse. dall'ora che <per> una capra e due grandi fiscelle di premuto latte il comparai da un navigante.

con sì caldi sospir sì lungo pianto? ELPINO Ben mille notti ho già passate in pianto. ma piangendo in rime. fontane.né mi ricordo mai correr per campi libero e sciolto. che con altre rime riconsolar potrai la doglia e 'l pianto! Ma io lasso pur vo di giorno in giorno noiando il ciel. or posa in questi sassi. che di pianto vivesti un tempo. allor si sentirebbon per li campi torturelle e colombe in ogni giorno. o pur in questa o ver in altra valle.Elpino. per dio. Udiste in alcun giorno. sempre in fiamme son visso. ELPINO . ELPINO Monti. piagge e sassi vo cercand'io. che per lati campi vagando errate e per acuti sassi. tal che quasi paludi ho fatto i campi. se ciò fusse. or s'appressa un lieto giorno che ti farà cantar più dolci rime. tal ch'io credo che l'erbe e i fonti e i sassi. et ogni ucel ne pianga in ogni valle. al fin m'assisi in una verde valle et una voce udii per mezzo i sassi dirmi: . or qual mai piaggia o valle udrebbe tante e sì suavi rime? Certo io farei saltare i boschi e i sassi sì come un tempo Orfeo col dolce pianto. e col mio pianto ho pur mosso a pietà gli alberi e i sassi.Alma infelice. selve. udiste mai sì dolorose rime? Ditel. LOGISTO O fortunato. LOGISTO Fiere silvestre. ELPINO Deh. non che le selve e i campi. che murmurando van per mille campi. e le ghirlande còlte ai verdi campi al cener muto dii con le tue rime dicendo: . se pur potesse un giorno in parte rallentar l'acerbo pianto. ma ben veggi'or che solo in una valle trovo riposo a le mie stanche rime. LOGISTO Allora io cheggio che sovente il giorno il mio sepolcro onori in questa valle.

Per che essendosi le pastorelle di pari consentimento levate da sedere intorno a la chiara fontana. E senza poterli più comendare che comendati ne gli avessemo. e con quelle di passo in passo scoppiando e traendo pietre.Logisto. come a ciascuno parve. era. alcuni sanguigni. che un lieto fausto aventuroso giorno s'apparecchia a voltarti in riso il pianto. novelli piaceri a prendere rincominciammo. ora a dardeggiare con li pastorali bastoni. e le 'ncantate rime. sì come vincitore. parendo a ciascuno tempo di dovere omai ritornare verso la nostra villa. et ora leggierissimi a correre per le spiegate campagne. così con grandissima ammirazione furono da ciascuno egualmente comendate. sì come a tal gioco si richiedea. e massimamente da Selvaggio. ma pur sperando uscir de l'aspra valle richiusa intorno d'alti e vivi sassi. odanlo i fiumi. Indi di questo lasciandone. Prosa 5 Era già per lo tramontare del sole tutto l'occidente sparso di mille varietà di nuvoli. che di forbito e finissimo oro pareano. odanlo i sassi. in camino ne mettemmo. posto che con ogni arte et ingegno i colpi l'un de l'altro si sforzasse di superare. LOGISTO Allor le rime mie ben senza pianto che 'l giorno non dea luce ai lieti campi. ne diede et amministrò quella sera. a cui tutti con lieti gridi andammo applaudendo dintorno e facendo maravigliosa festa. ove qualunque per velocità primo la disegnata meta toccava. era di frondi di pallidi ulivi onorevolmente a suon di sampogna coronato per guiderdone. e voi 'l sapete. sì come tra' boschi spesse . al cui giudicio tutti consentemmo di commune parere. quali cerulei. al quale chi più si avvicinava. ora provandone a saltare. e 'l mar fia duro e liquefatti i sassi. amboduo giudicò degni di somma lode. non di meno tutt'i boscarecci diletti che per simili luoghi da festevole e lieta compagna prender si puoteno. prendemmo chi gli archi e chi le fionde. e i sassi teman l'aura in chiusa valle. Ergasto vincerà Titiro in rime. molto degli avuti piaceri ragionando. la notte vedrà 'l sol. canto con la mia canna or versi or rime. i duo amanti pusero fine a le loro canzoni. o campi. Le quali sì come con maraviglioso silenzio erano state da tutti udite. e tali sì rilucenti per la ripercussione de' raggi. le stelle il giorno. se pur l'erbe ch'io colsi a la mia valle non m'ingannaro. per alquanto spazio portato in su le spalle da colui che perdea. E primeramente avendosi nel mezzo de l'andare ciascuno trovata la sua piastrella. altri tra giallo e nero. quali violati. Ma discesi nel piano e i sassosi monti dopo le spalle lasciati. che di biade più volte han privi i campi. con passo lentissimo. ELPINO Se mai uom si nudrì d'ira e di pianto. pria che gli abeti e i faggi d'esta valle odan da la mia bocca altro che pianto. LOGISTO Li ignudi pesci andran per secchi campi. tirammo ad un certo segno. ne diportammo. 2 Il quale avegna che per la asprezza de l'incolto paese più montoso che piano fusse. e ripensando al ben che avrò quel giorno. quel un fui io. Oltra di ciò. il quale non sapendo discernere quale fusse stato più prossimo a la vittoria.

a guisa che sogliono sovente i lascivi Satiri per le selve la mezza notte saltare. che un de' pastori. 3 Né più tosto la bella Aurora cacciò le notturne stelle. porgerebbe di prima intrata paura inestimabile. Noi. ove dopo molto giocare. si rallegravano di vedersi specchiate dentro di quelle. significando l'ora che gli accoppiati bovi sogliono a la fatica usata ritornare. che a quella pervenimmo. e veda e senta puntalmente ciò che per noi oggi in sua ricordazione si fa sovra la nova sepultura. e quelli in qua et in là con nostri cani seguendo. e tanto per lo inviluppato bosco andammo. che al capo di un fiume chiamato Erimanto pervenimmo. quale pascendo un rubo. duo di sacro sangue. andò col rauco corno tutta la brigata destando. . però che quasi tutta la mia giovenezza in quella tra suoni e canti felicissimamente passai. che più di pascere che di riposarse erano vaghe. La qual cosa di lontano a chi solo vi andasse. cominciammo pian piano a poggiare il non aspro monte. Androgeo. movendosi d'una parte volpi. spargendo duo vasi di novo latte. rattissimi verso quella parte del monte onde il rumore si sentiva ne drizzammo. le quali per porre spavento agli animi di coloro che approssimare vi si volessono. nel quale erano forse mille tra cipressi e pini sì grandi e sì spaziosi. altra andava rodendo le tenere cime di querciole e di cerretti. e duo di fumoso e nobilissimo vino. essendo gran pezza de la notte passata. Per che alzatine da sedere. cominciarono ad andarsi appicciando per luoghi inaccessibili et ardui del selvatico monte. ne trastullammo. e certo al mio parere non poco dilettosa. Opico. nei quali io un tempo. cantava distesamente le lode del sepolto pastore: 7 .Se voi vorrete ch'io vostra guida sia. e copia abondevole di tenerissimi fiori di diversi colori. con la mia falce scrissi il nome di quella che sovra tutti gli greggi amai. il quale era più che gli altri vecchio e molto stimato fra' pastori. de la quale non posso non ricordarmi a tutte ore.Godi. che intorno al venerando sepolcro del pastore Androgeo in cerchio danzavano. De' quali un più che gli altri degno stava in mezzo del ballo. se apparecchiò con la biancheggiante alba a li novi piaceri. non ricordandone di cantare né di altra cosa. avrebbe di leggiero potuto credere che pendesseno per le scoverte ripe. io vi menarò in parte assai vicina di qui. con ciò sia cosa che per commune opinione de' circunstanti populi si tiene quasi per certo che in quel luogo abiteno le Ninfe del paese. ne ponemmo confusamente sovra la verde erba a sedere. Né guari oltra a duo milia passi andati fummo. E mentre così dubitosi andavamo. insino che agli usati alberghi da' compagni. che a la lieta cena n'aspettavano. col suo mormorio va fatigando le vicine selve. onde prego gli Dii che sempre le conservino in esaltazione e fama eterna di lei. prima di tutti levatosi. tu solevi . La qual cosa se è pur vera. ovunque felicemente dimori. perché stando a tale strepito non avriamo potuto né di parlare né di cantare prendere diletto. et ad un punto al suo volere rispondemmo essere apparecchiati. fummo ricevuti. trovaremo molti alberi. benigno prendi et accetta.volte addiviene. quale un arboscello che allora tenero spuntava da la terra. quando il sangue mi era più caldo.5 A tutti egualmente parve di seguitare il consiglio di Opico. concedemmo alle esercitate membra riposo. ne ponemmo con loro inseme a celebrare il mesto officio. in maniera che chi di lontano vedute le avesse. mescolato con molti gridi e voci altissime di pastori. lasciando il pigro letto. d'altra cavriuoli saltando. sì come io stimo. essendo il sole di poco alzato. or come può egli essere che a tanto chiamare non ne risponda? Deh. presso a l'alto sepolcro in uno altare novamente fatto di verdi erbe. e credo già che ora le lettere inseme con gli alberi siano cresciute. secondo lo antico costume. e i solenni onori. alcuna si alzava per prendere un ramo di salce. et accordandosi con suave e pietoso modo al suono de la sampogna e de' naccari. e sono ben insegnati di rispondere agli accenti de le voci mie. E quivi. Ove trovati da dieci vaccari. 6 La quali cose mentre noi taciti con attento occhio miravamo. ascolta le parole nostre. e per quello transcorrendo. E poi che fummo a la più alta parte di quello arrivati. Certo io creggio che la tua graziosa anima vada ora a torno a queste selve volando. ne parve subitamente da lungi udire un suono come di piva e di naccari. facciano quel suono così strano ad udire. quasi stanchi di piacere. Ove. bevendo per le chiare fontane. che ognun per sé averebbe quasi bastato ad umbrare una selva. andavamo pensosi imaginando ove con diletto di ciascuno avessemo commodamente potuto tutto il giorno pascere e dimorare. disse: 4 . i quali ora i tuoi bifolci ti rendono. il quale da piè di un monte per una rottura di pietra viva con un rumore grandissimo e spaventevole e con certi bollori di bianche schiume si caccia fòre nel piano. chi proponendo un luogo e chi un altro. e già i sassi che vi sono mi conoscono. molte. li quali di passo in passo con le loro campane per le tacite selve risvegliavano i sonnacchiosi ucelli. e certo non senza cagione. al suono del quale ciascuno. godi. aspettando che dai vicini fiumi escano le amate Ninfe. e 'l cristato gallo col suo canto salutò il vicino giorno. e se dopo la morte a le quiete anime è concesso il sentire. Ma le pecore e le capre. E cacciati da le mandre li volenterosi greggi e postine con essi in via.

susurreranno il nome tuo. le Muse ti donano versi. li quali mentre vivesti solevanosi dolcemente al suono di quella ruminare l'erbe sotto le piacevoli ombre de le fresche elcine. versi ti donano le Muse. quasi con le lacrime <in> su gli occhi. Tal che da ora inanzi sarai sempre del numero de' nostri Dii. che da' legami sciolta nuda salisti nei superni chiostri. E quel che maggiore è. che mai per queste contrade si taccia la fama tua. e i dolci fiori il faranno amaro. partendoti.col dolce suono de la tua sampogna tutto il nostro bosco di dilettevole armonia far lieto: come ora in picciol luogo richiuso. e di estate coglieremo le nere olive. tra freddi sassi sei constretto di giacere in eterno silenzio? Tu con le tue parole dolcissime sempre ripacificavi le questioni de' litiganti pastori: come ora gli hai. che nel tuo dipartire si partirono inseme con teco da questi campi tutti li nostri Dii. cantando sovente per le rive de' correnti fiumi dolcissimi versi? Oimè. gittate erbe e fronde per terra. da te per adietro tanto amate e riverite. mentre gli armenti pasceranno per questi boschi. se sarà freddo. così aperse le labra a cantare: Ecloga 5 ERGASTO Alma beata e bella. O discreto pastore. ove pari a te il troveremo? i cui ammaestramenti seguiremo noi? sotto quale disciplina viveremo ormai securi? Certo io non so chi ne fia per lo inanzi fidata guida nei dubbiosi casi. faremo al foco. lasciati dubbiosi e scontenti oltra modo? O nobile padre e maestro di tutto il nostro stuolo. schernendo i pensier nostri. e sì come a Bacco et a la santa Cerere. a le fresche ombre. mentre il mondo sarà. e di ogni albero maturi frutti. Ad invidia dei quali le convicine Ninfe. chi nei nostri boschi omai canterà le Ninfe? chi ne darà più ne le nostre avversità fidel consiglio? e ne le mestizie piacevole conforto e diletto. Oimè. 9 Queste parole finite. tante in vece di quello avemo ricolto lo infelice loglio con le sterili avene per li sconsolati solchi. subitamente prese a sonare una suave cornamusa che dopo le spalle li pendea. addio. e di ombrosi rami coprite i freschi fonti. la drittezza del vivere e la riverenza degli Dii? Le quai cose tutte sì nobilmente sotto le tue ali fiorivano. e tra pure fontane e sacri mirti . quasi un bel sol ti mostri tra li più chiari spirti. pastori. E i Fauni similmente con le inghirlandate corna. vengono ora tutte con canistri bianchissimi pieni di fiori e di pomi odoriferi a renderti i ricevuti onori. e con alte voci muggendo ti chiameranno per le rispondenti selve. e del quale più eterno duono a le sepolte ceneri dare non si può. et in luogo di viole e d'altri fiori sono usciti pruni con spine acutissime e velenose per le nostre campagne. prima di inverno si meteranno le biade. E quante volte dopo avemo fatto pruova di seminare il candido frumento. E questi pini e questi cerri e questi piatani che dintorno ti stanno. degli arbosti i racemi con tutti i pampini. come tu facevi. Oimè. e coi vestigii santi calchi le stelle erranti. che appena i nostri armenti sanno senza la tua sampogna pascere per li verdi prati. e carichi di silvestri duoni. però che così vuole che in suo onore si faccia il nostro Androgeo. e lieta ivi. quando mai più le nostre selve ti vedranno? quando per questi monti fia mai amata la giustizia. e noi con le nostre sampogne ti cantamo e cantaremo sempre. se caldo. così ancora a' tuoi altari i debiti sacrificii. eternamente addio! Ecco che il pastorale Apollo tutto festivo ne viene al tuo sepolcro per adornarti con le sue odorate corone. a la melodia de la quale Ergasto. ove con la tua stella ti godi inseme accolta. 8 Per la qual cosa. O felice Androgeo. E prima i velenosi tassi sudaranno mèle dolcissimo. quel che ciascun può ti portano: de' campi le spiche. e i tori parimente con tutte le paesane torme in ogni stagione avranno riverenza a la tua ombra. per maniera che forse mai in nessun tempo il riverendo Termino segnò più egualmente gli ambigui campi che nel tuo.

tanto dolse a ciascun l'acerbo fato. l'erbe pallide e smorte. altri monti. tal che in ogni stagione. ma per pastor diversi in mille altre sampogne e mille versi. et agli armenti il toro. e i tuoi cari pastori indi correggi. altri Fauni e Silvani per luoghi dolci estivi seguir le Ninfe in più felici amori. Dunque fresche corone a la tua sacra tomba e voti di bifolci ognor vedrai. né verrà tempo mai che 'l tuo bel nome estingua. Ahi cruda morte. tal che al chiaro et al fosco "Androgeo Androgeo" sonava il bosco. altri boschetti e rivi vedi nel cielo. né greggi andàr per monti né gustaro erbe o fonti. pianser le verdi rive. Quale la vite a l'olmo. e 'l sol più giorni non mostrò suoi raggi. Né sol vivrai ne la mia stanca lingua. e pesci in fiumi. e di rara dolcezza il cielo ingombra.pasci celesti greggi. né gli animai selvaggi usciro in alcun prato. i fiumi il sanno e le spelunche e i faggi. e l'ondeggianti biade ai lieti campi. . che cantando fra noi sì dolci rime sparga il bosco di fronde e di bei rami induca ombra su l'onde? Pianser le sante Dive la tua spietata morte. e chi fia che ne scampi. 61 mentre serpenti in dumi saranno. temprando gli elementi col suon de novi inusitati accenti. tale la gloria e 'l colmo fostù del nostro coro. Tal fra soavi odori dolce cantando all'ombra tra Dafni e Melibeo siede il nostro Androgeo. e più novelli fiori. altri piani. per bocche de' pastor volando andrai. quasi nova colomba. se con tue fiamme avampi le più elevate cime? Chi vedrà mai nel mondo pastor tanto giocondo.

le quali più che 'l giallo de la rosa biondissime dopo le spalle gli ricadevano. Ursacchio per tutta Arcadia era chiamato. E questo non bastando. se Titiro o Melibeo lo udissero. sì come poi mi avvidi. e dopo molti ragionamenti. satisfarve. 4 Allora Carino. al sinestro lato del quale pendea una bella tasca d'un picciolo cuoio di abortivo vitello. Ma posto che i lupi di quella privato non mi avessono. non potrebbono sommamente non comendarlo. n'andammo presso d'una chiara fontana. perdonemi egli. con ciò sia cosa che in su quell'otta avean per costume gli armenti di venirsene tutti a ruminare le matutine erbe all'ombra de' freschi alberi. 3 Il quale poi che in brieve spazio presso a me ove alcuni giocavano al versaglio fu giunto. aveva uno irsuto cappello. Il quale così mezzo sorridendo rispuse: 5 . senza punto stancarmi mai.Se spirto alcun d'amor vive fra voi. che 'l meridiano caldo sopravenisse. si puse a sedere sovra un tronco di faggio che dirimpetto ne stava. anzi peggio. al nostro Opico voltatosi. li quali potranno appieno. non però senza vini generosissimi e per molta vecchiezza odoriferi et apportatori di letizia nei mesti cori. molti. che saprebbono rispondere a qualunque pastore più di cantare si vanta. rendendo ad Opico le debite grazie. chi si diede a cantare. E perché la vacca da Carino smarrita mi fa ora rimembrare di cosa che poco mi aggrada. coronando sovente i vincitori montoni. il quale e per vostro et anco per nostro amore. che non gli fusse noia tanto indugiarse con esso noi. Finalmente io (al quale e per la allontananza de la cara patria. gli rispuse: 7 . se grave al presente non gli fia. e quivi ordinatamente cominciammo a mangiare le carni de' sacrificati vitelli. però che peloso molto e rusticissimo uomo era. il pregò amichevolmente che dovesse cantare. che da piè di un altissimo pino si movea. quando ne le alte selve. Fronimo. e per altri giusti accidenti. doloroso e scontentissimo oltra modo. domandò a quei bifolci se una sua vacca di pel bianco con la fronte nera veduta avesseno. querce frondose e folte. dimorava con la sua Ninfa. alcuni a giocare. A cui piacevolmente fu risposto. però che i lupi prima mi videro ch'io di loro accorto mi fusse. in quella prima rusticità. Niente di meno qui sono molti. tutte le terrene cose e l'animo ancora. canterà e daranne piacere. se di frassino o di bosso. con ciò sia cosa che se li cornilo stato fusse. ne portano seco gli anni e la devoratrice età. Et egli veniva tale. e ne la destra mano un bellissimo bastone con la punta guarnita di nova rame. fate ombra a le quiete ossa sepolte. sovra tutti i pastori ingegnosissimo. . et ora mi sono usciti di mente tanti versi. io mi sforzerò in quanto per me si potrà di obedirlo. vi mandarono un loro famigliare. che veramente. il colore me lo avrebbe manifestato. ogni allegrezza era cagione di infinito dolore) mi era gittato appiè d'un albero. in ciò che a me domandate. non di meno per non usare officio di uomo ingrato a chi. avvolto in un mantarro di quel colore che sogliono essere le grue. Ma come che dagli altri mi taccia. E' mi ricorda molte volte fanciullo da che il sole usciva insino che si coricava cantare. che veracissimamente pareva il troiano Paris. la scrisse in una verde corteccia di faggio. Prosa 6 Mentre Ergasto cantò la pietosa canzone. li quali son tutti nobilissimi e di grande sapere. la quale altre volte fuggendo era avezzata di mescolarsi fra li loro tori. e di quei frutti che la stagione concedeva. quando vidi discosto da noi forse ad un tratto di pietra venire con frettolosi passi un pastore ne l'aspetto giovenissimo. tra li semplici armenti. il quale. e castagne mollissime. ma di che legno egli era comprendere non potei. il capo canuto e 'l raffreddato sangue non comanda ch'io adopre ciò che a' gioveni si appertene. che costui la dovesse in quel mezzo andare per ogni luogo cercando. e quella trovata conducere ove noi eravamo. e quella di molte ghirlande investita appiccò ad un albero. contra ogni dovere di tanto onore mi reputò degno. di . chi a narrare favole. e sopra le lunghe chiome. che la voce tuttavia mi vien mancando. Per la qual cosa essendo l'ora del disnare quasi passata. si addormirono. qui è il nostro Serrano. quantunque celeste sia. e già gran tempo è che la mia sampogna pende al silvestre Fauno.6 Allora Serrano. ai nodi eguali l'avrei potuto conoscere.Figliuol mio. fatto. 2 Ma poi che con la abondevole diversità de' cibi avemmo sedata la fame. che così avea nome colui che la bianca vacca smarrita avea.Quantunque il più infimo e 'l meno eloquente di tutta questa schiera meritamente dir mi possa. di pelle di lupo. e latte in più maniere. che sovra la bianca sepoltura stendeva i rami soi. sopravinti dal sonno.

volsemi legar per giuramento. . e prendi il mio ramarico Nel mondo oggi gli amici non si trovano. c'ancor mi dole il cubito. e disse a me: . la fede è morta e regnano le 'nvidie. lasciando la vecchiezza e le scuse da parte. che ne può soccorrere! Due capre e duo capretti per malizia quel ladro traditor dal gregge tolsemi. ond'io per correre ne caddi sì. E voi.Serran. Opico. che 'l riso simula. quando al foco stàvamo. per vostra umanità. e frangasi. perché cantàvamo. quel che tal viva. ivi s'ascose. sii vecchio e carico di senno e di pensier che 'n te si covano. ond'esser mutolo conviemmi.8 E cominciò: Ecloga 6 SERRANO. deh piangi or meco. OPICO L'invidia. tal piange del mio mal. SERRANO I' 'l pur dirò: così gli Dii mi lascino veder vendetta de chi tanto affondami prima che i metitor le biade affascino! E per l'ira sfogar c'al core abondami. OPICO SERRANO Quantunque. ché non gli giova ombra di pino o d'acera. Opico mio. ma 'nanzi cena venne un pastor sùbito al nostro albergo. ma chi mel disse. se qui fusse alcuno. mi risponderete. sì signoreggia al mondo l'avarizia! Io gliel direi. vedi ch'io dubito che tue capre sian tutte -. figliuol mio. e i mal costumi ognor più si rinovano. così 'l veggia cader d'un olmo. tal ch'io di gioia e di pietà confondami! Tu sai la via che per le piogge affangasi. tal che 'l figliuolo al padre par che insidie. che lui stesso piangasi! Nessun vi riguardò. a cui ricorrere per giustizia potesse! Or che giustizia? Sol Dio sel veda. se stessa macera. Deh. se questo dolsemi! Del furto si vantò. che poi mi lacera dietro le spalle con acuta limula. Regnan le voglie prave e le perfidie per la robba mal nata che gli stimula. Tal ride del mio ben. le quali al mio parere son più soverchie che necessarie. . e si dilegua come agnel per fascino. quando a casa andàvamo. e pensa tu.quella intendo cantare. poi ch'ebbe avutolo.

tanto si può per arte il mondo involvere! OPICO Questo è Protèo. e Copia i frutti suoi sempre fea nascere. il qual par c'oggi termini l'umana vita. Non foschi o freddi. se 'l mondo aggravasi di male in peggio. Non si vedean queste rabbiose insanie. OPICO Quand'io appena incominciava a tangere da terra i primi rami. i campi eran commoni e senza termini. Non si potea l'un uom vèr l'altro irascere. in acqua. ma vaghi ucelli dilettosi e lepidi. I vecchi. et addestravami con l'asinel portando il grano a frangere. come or noi facemo. quando i buoi parlavano. Opico mio. Non era ferro. che tanto amavami. e di serpente in tigre transformavasi. ond'avvien c'ogni guerra e mal si germini. e non s'udivan ulule. e come fassi a quei che sono impuberi. Allora i sommi Dii non si sdegnavano menar le pecorelle in selva a pascere. le genti litigar non si sentivano. che di cipresso in élice. Ché se 'l vedea. e non eran zizanie. essi cantavano. il vecchio padre mio. La terra che dal fondo par che pulule . e feasi or bove or capra or fiume or selice. quando al fin più non uscivano per boschi. SERRANO Or vedi. per che convien che 'l mondo or si dilanie. magichi versi assai possenti e validi portava indosso. ché 'l ciel più grazie allor solea producere. e. di certo era impossibile uscir vivo da' cani irati e calidi ove non val che l'uom richiami o sibile. Tal volta nel parlar soleva inducere i tempi antichi. che 'l facean risolvere in vento. o si prendean la morte intrepidi. Erbe e pietre mostrose e sughi palidi. sovente all'ombra degli opachi suberi con amiche parole a sé chiamavami. in picciol tubo o félice. pensando al tempo buon che ognor depravasi. ond'io saggio riputolo. o con erbe incantate ingiovenivano. ma lucenti e tepidi eran gli giorni. e di tonsar le lane e munger gli uberi. il gregge m'insegnava di conducere. ossa di morti e di sepolcri polvere.ché sputando tre volte fu invisibile agli occhi nostri. e deiti pur compiangere.

quanto più invetera. in vista buon. non solo onorole con le parole. tal che ogni volta. Ov'è 'l valore. OPICO Oh oh. Tacer vorrei. sento il cor dividere di piaga avelenata et incurabile. e pur ancor non vendolo. Oh quanti intorno a queste selve nomeri pastori. era allor piena d'erbe salutifere. ma il gran dolor me inanima ch'io tel pur dica: or sai tu quel Lacinio? Oimè. oh dolce usanza vetera! Or conosco ben io che 'l mondo instabile tanto peggiora più. però che vive sol di latrocinio. o dolce amico affabile. farei con le sue selve i monti stridere. et ho corvati gli omeri in comprar senno. Oh pura fede. quel Cacco! oh quanti Cacchi bramano per questo bosco! ancor che i saggi dicano che per un falso mille buon s'infamano. OPICO Et io. deh non mi uccidere. ancor con la memoria. de le qual grida ogni famosa istoria. chinato a terra. ancor comprendolo. oh vita sollaccevole! Pensando a l'opre lor. Non era gelosia. per quel che veggio. SERRANO Deh. SERRANO Quanti ne l'altrui sangue si nutricano! I' 'l so. e di balsamo e 'ncenso lacrimevole. che son pur vecchio.atri aconiti e piante aspre e mortifere. di mirre preziose et odorifere. son cenere. che tutti furano . e 'l gallicinio gli è primo sonno. I lieti amanti e le fanciulle tenere givan di prato in prato ramentandosi il foco e l'arco del figliuol di Venere. et or ginebri e morole. non mel dir. ma sollacciandosi movean i dolci balli a suon di cetera. e tutti Cacco il chiamano. e col mio danno intendolo. c'a nominarlo il cor si esanima! Quel che la notte viglia. Ciascun mangiava all'ombra dilettevole or latte e ghiande. che 'l pruovo. ov'è l'antica gloria? u' son or quelle genti? Oimè. ch'io vi ripenso. ché s'io mostrasse quel che ho dentro l'anima. ond'oggi avvien che ciascun pianga et ulule. Oh dolce tempo. come sante adorole. per dio. tal che i miei cani indarno s'affaticano. e 'n guisa di colombi ognor basciandosi.

né avendo ancora ardire di discoprirmegli in cosa alcuna. al lito del mare posta. che di fuori mostrare non mi bisognava. era tra gli altri miei coetanei gioveni forse non il minimo riputato. Prosa 7 Venuto Opico a la fine del suo cantare. Perché parendomi lo amore. La quale da la naturale inconstanzia e mobilità di animo incitata. la benivolenzia e la affezzione grandissima da lei portatami. o vero. secondo che a la sua condizione si richiedeva. meritò per sua virtù di possedere la antica Sinuessa. che le forze di Amore a sentire incominciai. 5 Vegno a me adunque. niente di meno avendoli a racontare ora che in maggiore molestia mi trovo. mi era di maggiore noia cagione. di sanguinose battaglie nato et in povertà. quasi da necessità constretto. morto il Re Carlo e 'l suo legittimo successore Lanzilao. ma bella e leggiadra più che altra che vedere mi paresse giamai. senza punto di ciò avvedersi. inamorato. che naturalmente rifugge di farsi spesso toccare. in più adulta età et a li caldi desii più inclinata pervenimmo. senza che ne la fertile Lucania avea sotto onorato titulo molte terre e castella. appena avea otto anni forniti. in sì malvagia vita i cuori indurano. dopo un gran sospiro. capo di molta gente con la laudevole impresa del terzo Carlo ne l'ausonico regno venendo. e i monti Massici. secondo che per le più celebri parti di essa città le insegne de' miei predecessori chiaramente dimostrano. il dirò pure. ma perché lo sfogare con parole ai miseri suole a le volte essere alleviamento di peso. Né per tutto ciò la solita conversazione cessando. se a' principii si riguarda. di terremoto. 3 Napoli. lungo sarebbe a racontare. E lo avolo del mio padre. prese et ancora ritiene il venerando nome de la sepolta giovene. il quale in quegli estremi anni che la recolenda memoria del vittorioso Re Alfonso di Aragona passò da le cose mortali a più tranquilli secoli. famosa e nobilissima città. aratri e vomeri! D'oltraggio o di vergogna oggi non curano questi compagni del rapace gracculo. niente di meno famoso per la memoria de le sacrate ceneri del divino Africano. li quali avegna che per me poco lieti dir si possano. e Linterno. de le quali solo avrebbe potuto. mi domandò chi e donde io era. agli altri suoi pessimi fatti questo aggiunse. Per la qual cosa colei. in sì . da antichissima e generosa prosapia disceso. e quasi ad estrema perdizione ricondusse. nei quali duo luoghi ancor oggi le reliquie de la mia famiglia fioriscono. di ora in ora più con le sue eccessive bellezze le mie tenere medolle accendeva. di pestilenzia. se dirlo non mi si disconviene. Il quale. mi saranno accrescimento di pena e quasi uno inacerbire di dolore a la mal saldata piaga. e per qual cagione in Arcadia dimorava. ove non da oscuro sangue. fu oltra a la nobilità de' maggiori per suoi proprii gesti notabilissimo. intanto che con gli anni crescendo lo amore. che coloro i quali erano stati e dal padre e dal fratello con sommo onore magnificati. per non perdere in un punto quel che in molti anni mi parea avere con industriosa fatica racquistato. benché solitario. di giorno in giorno. inseme con la picciola terra sovraposta al lito ove il turbulento Volturno prorumpe nel mare. questo mio desiderio teneva occolto. sotto infelice prodigio di comete. rimanesse il vedovo regno in man di femina. da la estrema Ispagna prendendo origine. non senza gran diletto da tutta la brigata ascoltato. sampogne. grazioso pastore. sì come la mia stella e i fati volsono.rastri. anzi quella ognor più domesticamente ristringendosi. Ma la Fortuna. e conoscendo me avere altro nel petto.Non posso. pur c'abbian le man piene all'altrui sacculo. e de la vaghezza di una picciola fanciulla. zappe. e da alto sangue discesa. Carino piacevolmente a me voltatosi. in modesta fortuna nudrito. non essere a quel fine che io avrei desiderato. 4 In quella dunque nacqui io. Al quale io. La quale da popoli di Calcidia venuti sovra le vetuste ceneri de la Sirena Partenope edificata. è ne la più fruttifera e dilettevole parte di Italia. lei esterminando et umiliando annullò. ma. Oltra di ciò quante e quali fussen le necessitadi e gli infortunii che lo avolo e 'l padre mio soffersono. senza noia grandissima ricordarmi de' passati tempi. con gran parte de' campi Falerni. vivere abondantissimamente. volse che in discorso di tempo. con più diligenzia che ai puerili anni non si conviene. via più liberale in donare che sollicita in conservare le mondane prosperità. e di arme e di lettere felice forse quanto alcuna altra che al mondo ne sia. sì come ciascuno di voi molte volte può avere udito. fanciullescamente meco giocando. secondo i savii. benché. da la cisalpina Gallia. così rispusi: 2 .

8 Oh quante volte e' mi ricorda che vedendo per li soli boschi gli affettuosi colombi con suave mormorio basciarsi. per tanta longinquità di terra. i vagabundi armenti. che. quel che più credibile è. in maniera che a molti forse. . ove. veggio tra i fertili campi alcun toro magrissimo appena con le deboli ossa sostinere la secca pelle. mi corre amaramente ne l'animo con angoscia incomportabile. per poter meglio ne le solitudini pensare a' miei mali. i monti.fiera malinconia e dolore intrai. temerei che la dolente anima se ne volesse di fuori uscire. ora mi posso giustamente sovra ogni altro chiamare infelicissimo. Oltra a queste cose mi soviene che fuggendo tal ora io dal consorzio de' pastori. o con veleno. però che se allora. lasso. con vostra pace il dirò. Similmente niuna altra cosa vedere vi posso. che fusse sì savia che migliore di me sel sapesse nascondere. o forse. le valli. che 'l consueto cibo e 'l sonno perdendone. E quantunque nel letticciuolo de la mia cameretta molte cose ne la memoria mi proponesse di dirli. sì come per usanza ho preso in queste vostre selve. pensando un medesmo amore essere a me et a lui cagione di penosa vita. ai quali senza suspetto alcuno di gelosia è concesso dormire e veghiare con secura pace! Lungo sia il vostro diletto. credendo forse di lasciare amore e i pensieri inseme con quelle. e mirando i fronzuti olmi circondati da le pampinose viti. e veramente o con laccio. o che per innata bontà non se ne avvedesse giamai. che lo ha pruovato o pruova. veggendo e parlando sovente a colei che io tanto amo. da le care viti amati. con una compassione grandissima di me stesso. né dimorare in sì misera vita mi giovava. quasi da invidia vinto ne piansi. et io per tanto spazio di cielo. o che fusse di sì freddo petto che amore non potesse ricevere. Massimamente ricordandomi in questa fervida adolescenzia de' piaceri de la deliciosa patria tra queste solitudini di Arcadia. che veramente s'io nol desiderasse. in atti et in parole sovra di ciò semplicissima mi si mostrava. né di udirne novella che per me salutifera sia. non potendolami né notte né giorno quale stia fatta riformare ne la memoria. Elli mi viene una tristezza di mente incurabile. cotali parole dicendo: "Oh felici voi. non che i gioveni ne le nobili città nudriti. 6 Ma. il quale veramente senza fatica e dolore inestimabile non posso mirare. e gli alti arbusti risoneno sempre il nome di lei. con tutte le selve la chiamino. i quali. la quale non mi lascia pelo veruno ne la persona. e poi stanca gittarsi a la riva di alcun fiume. mossa da le intime medolle. Tra i quali alcuna volta trovandomi io. quantunque cognome a' miei predecessori onorevole stato sia. Ma lei. quantunque a pensarlo mi paia impossibile. e poi andare desiderosi cercando lo amato nido. la qual cosa quanto sia a me che simile vita sostegno noiosa a riguardare. dimenticata di pascere e di dar luogo a le tenebre de la oscura notte. E mi pare che le concave grotte. Niuna fiera né ucello né ramo vi sento movere. 9 Elli interviene ancora spesse fiate che guardando io. che non mi si arricci. ch'io non mi gire paventoso per mirare se fusse dessa in queste parti venuta ad intendere la misera vita ch'io sostegno per lei. quanto sia lo stato mio difforme da quello degli insensati alberi. e per le raffreddate estremità mi si move un sudore angoscioso. impallidiva. altro che un sospiro ardentissimo in risposta non gli rendea. mi riputava infelice. presi per partito di abandonare Napoli e le paterne case. con un palpitare di core sì forte. che prima non mi sia cagione di rimembrarmi con più fervore e sollicitudine di lei. la quale me continuamente tene suspeso a diverse cose. lunghi siano i vostri amori. Dal che rivolto il fiero proponimento in più regulato consiglio. Dunque per ultimo rimedio di più non stare in vita deliberai. i fonti. niente di meno quando in sua presenza era. che molto altrimente ch'io non avvisava mi avvenne. o vero con la tagliente spada avrei finiti li miei tristi giorni. varie e strane condizioni di morte andai esaminando. trovandomi per tanta distanza di paese assente da lei. più ad ombra di morte che ad uom vivo assomigliava. per lo fervente desio ch'io ho di rivederla. 10 Ma che più mi prolungo io in racontar quello che a ciascuno può essere manifesto? Io non mi sento giamai da alcun di voi nominare "Sannazaro". e pensando meco del modo. in continuo dolore e lacrime mi consumo. acciò che io solo di dolore spettaculo possa a' viventi rimanere!". se la dolente anima da non so che viltà sovrapresa. tremava e diveniva mutolo. diedi cagione di sospettare. E se a me non fusse altra tribulazione che la ansietà de la mente. che ciò vedeano. e forse senza speranza di rivederla giamai. ma appena mi si lascia credere che le selvatiche bestie vi possano con diletto dimorare. per tanti seni di mare dal mio desio dilungato. sol pensando che la cagione del mio penare a lei non era nota. colui solamente sel può pensare. Per la qual cosa io né di amarla mi sapea distraere. 7 Io non veggio né monte né selva alcuna. De la qual cosa molte volte da lei domandato qual fusse la cagione. si sarebbe ella grandissima. che tuttavia non mi persuada di doverlavi ritrovare. ho veduto la inamorata vaccarella andare sola per le alte selve muggendo e cercando il giovene giovenco. dimorano continuamente con quelle in graziosi abracciari. non fusse divenuta timida di quel che più desiderava.

O madre universal.13 E questo detto. e veramente da non senza compassione grandissima ascoltarsi. che o con presta morte. che gli occhi miei non versino amare lacrime. pur una sera gioiosa e bella assai m'apparve in sonno e rallegrò il mio cor. E per non andare ogni mia pena puntalmente racontando. Né odo mai suono di sampogna alcuna. se gli Dii ne le braccia ti rechino de la desiata donna. non com'altri animai m'acqueta il sonno. tornandomi a la memoria i lieti tempi. né voce di qualunque pastore. nulla festa né gioco mi può non dico accrescere di letizia. e lascia gli antri foschi.11 Rispose allora Carino al mio lungo parlare: 12 . così per lo inanzi la felice giovenezza tra sonore trombe di poeti chiarissimi del tuo secolo. nei quali io le mie rime e i versi allora fatti cantando. mentre scorgo il dì chiaro in su la terra. o con prospero succedimento ponga fine. non mi sia cagione di sospirare. ch'io già pavento a sera. campi di stecchi le fiorite piagge. poi quando al mondo sopravien la sera. tal che m'addorma in quella ultima sera. . non senza speranza di eterna fama trapasserai. a le quali io prego qualunque Idio esaudisce le voci de' dolorosi. la quale io con le mie mani colsi tra monti asprissimi e da le nostre ville lontani. Sincero mio. et io l'usata lira sonando così cominciai: Ecloga 7 SINCERO Come notturno ucel nemico al sole. per fin che 'l sole vegna a mostrar sua luce agli occhi foschi e mi risvegii da sì lungo sonno? Dal dì che gli occhi miei sbandiro il sonno e 'l letticciuol lasciai.ricordandomi da lei essere stato per adietro chiamato "Sincero". quali furon quelle rime. . .Vien. sua mercé. se da li fati non ti è tolto. del modo mi ricorderei. Fuggite omai. gittarmi in terra. con più alto stile canterai gli amori di Fauni e di Ninfe nel futuro. benigna terra. ove no splenda con suoi raggi il sole. ove non credo che voce giamai pervenisse di matutino gallo. E sì come insino qui i principii de la tua adolescenzia hai tra semplici e boscarecci canti di pastori infruttuosamente dispesi. Madonna. mi udia da lei sommamente comendare. per tema di dormir. stanchi di lacrimar mi chiude il sonno. Et io in guidardone ti donerò questa sampogna di sambuco. e non mi desti mai. vision crude et error vani e foschi m'attristan sì. fia mai ch'io pòsi in qua' che verdi piagge. cogli a le mie piagge qualche fioretto. ma allor mi desto a pianger per le piagge. Se mai quest'occhi tra boschetti o piagge. che non molto tempo è ti udii cantare ne la pura notte? de le quali se le parole non mi fusseno uscite di mente. per starmi in terra. ma scemare de le miserie. si tacque. che di suono privata l'avesse. sì come il sole suol dopo pioggia disgombrar la terra. lasso. dicendo a me: .Gravi sono i tuoi dolori. vo io per luoghi oscuri e foschi. tal che quando a' mortali aggiorna il sole. a me sì oscura in tenebrosa sera. con la quale spero che. pensier noiosi e foschi. niuna cosa m'aggrada. i dì seren mi fur turbidi e foschi. ma dimmi.

offerendogli ora la fiera testa del setoso cinghiale. 6 Ma come che di ogni caccia prendessemo sommamente piacere. Canzon. il quale se ora non del tutto lieto. Noi alcuna volta in sul fare del giorno.E come può egli essere? . i tordi. E questa ben maestrevolmente. rallegrando le propinque selve col suono de la suave sampogna? Per la qual cosa. almeno in parte scarico de le amaritudini dir mi posso. e quivi fra duo altissimi e dritti alberi tendevamo la ampia rete. benché sia ancora.disse egli e degli augurii e de le promesse degli Dii non si deve alcuno sconfortare giamai.rispusi io -. con ciò sia cosa che tu mai non ti mettesti in periglio di perdere quello che forse con fatica ti pareva avere racquistato. né di lacrime Amore. e quanto posso ti ricordo. Noi parimente nei boschi di opportuni instrumenti armati a la dilettosa caccia andavamo. e me sotterra ai regni foschi.Rallégrati . et ora le arboree corna del vivace cervo sovra gli alti pini appiccandoli. in brevissimo tempo ritornerai.mi disse . come si bisogna. se luogo alcuno hanno in te i preghi miei. ma di gran lunga avanza le sante Dee. e la turbidezza de l'animo. se 'l manifesto e lieto segnale che gli Dii ti mostrano non mi inganna. che di te stesso pietà ti stringa. però che certissime et infallibili tutte sono. ché veramente e a la dolce patria e a la donna che più che quella desideri.che fatto avete a me sì lunga sera. se non tanto quanto inseme eravamo. n'andavamo in qualche valle lontana dal conversare de le genti. verso quella parte ove la rete stava. come feci io. Né dubito punto. in più doloroso caso che tu non sei né fosti giamai. secondo che volsero gli Dii. Adunque confòrtati e prendi speranza di futura letizia. et io similmente nei boschi nato e nudrito era. gli altari de la santa Dea non avessemo con debiti onori visitati et accumulati di larghi doni.3 . ch'io vo' cercar le apriche e liete piagge. perché so ben c'uom mai fatto di terra più felice di me non vide il sole. facendo con le mani tumori spaventevoli. dal voluntario esilio in fuori. come è il proverbio. io ti prego. prima che 'n queste piagge io prenda sonno Prosa 8 Appena era io a le ultime note del mio cantare pervenuto.4 . né di rivi i prati. che in un punto ogni mio bene. e con bastoni e con pietre di passo in passo battendo le macchie. né capre di fronde. di sera in oriente il sole vedrai.napolitano pastore. ne moveamo da remote parti del bosco. et a le amare lacrime ponghi fine. che certo io spero che 'l tuo sperare non fia vano. come tu facesti. la quale però che dai teneri anni a' servigii di Diana disposta. che uno amore et una tenerezza sì grande ne nacque fra noi. da te discaccia. "Aragne" per nome chiamavamo. né mai da li cercati luoghi carichi di preda tornavamo. ogni mia speranza. che prima che quella tra noi divisa fusse. ti fo certo che io. le merule e gli altri ucelli . però che. quanto puoi. il quale ora sì fieramente ti preme. appena sparite le stelle. e sarò mentre lo spirto regerà queste membra.Certo sì . Non vedi tu il nostro Ursacchio tutto festivo da man destra venirne con la ritrovata giovenca. insino da la mia fanciullezza acceso ardentissimamente de l'amor d'una. . che sì come allora gli perdei. però che con più sollaccio e con assai meno fatica che nessuna de le altre si potea continuare. ora bastarammi tanto il vivere che io la riveggia? . 5 Era io adunque. ogni mia felicità commisi in mano de la cieca Fortuna. e. la quale sottilissima tanto che appena tra le frondi scernere si potea. fui in simile e forse. volentieri con meco et io con lei per le selve inseme ne demesticammo. rasserenando omai la malinconica fronte. E per porgerti ne le afflizzioni migliore speranza. così gli avrei ancora in eterno perduti. quando. che mai né l'uno né l'altro conosceva piacere né diletto. e quelli subitamente perdei. né api di novelli fiori si videro sazie giamai. tanto ne trovammo nei costumi conformi. se desperato mi fusse de l'abondevole grazia degli Dii. quando con allegra voce Carino vèr me esclamando: 2 . ordinata. prendendo in su l'erbetta un dolce sonno. per lo vicino sole vedevamo lo oriente tra vermigli nuvoletti rosseggiare. che al mio giudicio con le sue bellezze non che l'altre pastorelle d'Arcadia. quella de li semplici et innocenti ucelli oltra a tutte ne dilettava.

conveniva che a forza con lo inviscato canape una gran parte de la ristretta moltitudine ne tirasseno seco. si lasciava a le volte di botto in quella parte calare per agiutarla. 9 Or che vi dirò io de la cauta grue? Certo non gli valeva. quelli calando. ardire di discoprirmegli in cosa alcuna. che da quella che 'l soccorso aspettava. che tutte le convicine cornici faceva intorno a sé ragunare. la lunga e continua usanza si convertì in tanto e sì fiero amore. e spesso per ben fare ricevea mal guiderdone. che con stridenti voci gridava e palpitava sì forte. come la volante schiera verso noi si approssimava. Con ciò sia cosa che non sì tosto vi era giunta. dopo lunga festa sovra di ciò presa. unto di indissolubile visco legavamo. quando commodo stato mi fusse. ma lei che. il quale da' nostri ingegni guardandosi. E non una volta ma mille con instanzia grandissima pregandomi che 'l chiuso core gli palesasse. l'una e l'altra egualmente più de la propria che de l'altrui salute sollicita procacciarsi il suo scampo. che non che gli altri pastori ne parlavano. 7 Altra fiata. svilupparsi da' suoi artigli. quando nel fruttifero autunno le folte caterve di storni volando in drappello raccolte si mostrano a' riguardanti quasi una rotonda palla nell'aria. Li quali dinanzi a noi paurosi fuggendo. se in mezzo di quelle non si potea egli da le nostre insidie guardare? E tu misera e cattivella perdice. onde rara era quella volta che con li sacchi colmi di caccia non ne tornassemo a le nostre case. però che dai nostri assalti non vivea ancora di mezzo giorno secura. Ove quali trovati piangere. de le colombe. in una valle ombrosa. Niuno ne fu mai di tanta astuzia da la natura dotato. de le fluviali anitre. essendo io e lei soletti. per maniera che forse volentieri avrebbe voluto. quella di agiutarsi. né più né meno come se i corsi de le stelle avesse avuto a contemplare. Ma al fine veggendo la preda essere bastevole. avvenne una volta che dopo molto ucellare. ai piedi dei quali un capo di spaghetto sottilissimo. et in quelli inviluppati. ne riponevamo a l'usato luogo. quelle medesme note le selve iterando . sì come tu poco inanzi dicesti. sùbito con le uncinute unghie abbracciata e ristretta non fosse. che venendo. Per la qual cosa i miseri sentendosi a basso tirare. in tanta copia ne abondavano. ma che dipinta la sua bellissima e divina imagine.sgridavamo. lungo tanto quanto ciascuno il suo potea portare. dico adunque. ne ingegnavamo di avere duo o tre di quelli. la qual cosa di leggiero si potea trovare. Et al bianco cigno che giovava abitare ne le umide acque per guardarsi dal foco. alcuna di quelle ne capitava. era divenuto in vista tale. i quali di loro accenti facevano tutto quel luogo risonare. ne li nostri lacciuoli incappavi? Chi crederebbe possibile che la sagace oca. e racquetato alquanto il rumore. quasi con le lacrime in su gli occhi gli rispondea: a la mia lingua non essere licito di nominare colei. di tempo in tempo più crescendo la età. e 'l nome di colei che di ciò mi era cagione gli facesse chiaro. che non la lasciava punto da sé partire. Li quali subitamente a' compagni fuggendo. et ignorando la cagione che il volare li impediva. confusamente con le mal piegate reti ne li portavamo insino agli usati alberghi. si potesse lunga libertà promettere. temendo del caso di Fetonte. empiendo l'aria di dolorose voci. E di passo in passo per le late campagne ne li vedeamo dinanzi ai piedi cadere. 11 Et avendola con cotali parole molti e molti giorni tenuta. e quivi per le estreme punte de le ali la legavamo resupina in terra. La quale non prima si sentiva così legata. e fra quelli. quasi in più sacculi diversamente pendevano. Ogni fiata che tra le mani. tenendo in pugno la pietra. sollicita palesatrice de le notturne frode. 10 Et acciò che io ogni particella non vada racontando. come udito avete. gridavano fortissimamente. De le quali alcuna forse più de' mali de la compagna pietosa che de' suoi avveduta. Ma ciò era niente. sì come spesso addiviene. da capo attendendo che alcuna altra venisse con simile atto a radoppiarne lo avuto piacere. et udite come. noi subitamente n'andavamo in qualche aperta pianura. che mai pace non sentiva. farsi le notturne escubie. de le turture. a che schifavi gli alti tetti pensando al fiero avvenimento de la antica caduta. vi andavamo a spicciarle. cui io per mia celeste deità adorava. questa cercando di fuggire. se ne la piana terra. che molte volte fastiditi di ucciderli. però che quella la si stringeva e riteneva sì forte. Onde avresti in quel punto veduto nascere una nova pugna. quando più secura stare ti credevi. E non avendo. se possuto avesse. tra il canto di forse cento varietà di belli ucelli. non sapeva a se medesma le nostre insidie palesare? Similmente de' fagiani. 8 Ricordami avere ancora non poche volte riso de' casi de la male augurata cornice. Per la qual cosa noi che in occolta parte dimoravamo. mescolandosi. se non quanto di costei pensava. gli avrei dimostrata. quali semivivi giacere. sì come da desiderosa di scampare. di ciò nulla sapendo. e dagli altri pastori rimoti. sì come è lor natura. con dolore e pietà inestimabile ne stava maravigliata. e non avendo luogo ove tanti ne porre. io che del non potermi scoprire intolerabile noia portava ne l'animo. e degli altri ucelli vi dico. allentavamo appoco appoco i capi de le maestre funi. di bon zelo affettuosissimamente mi amava. e quindi. disavedutamente davano il petto ne li tesi inganni. così li lasciavamo in loro libertà andare.

non andai a la odiosa fontana. a cui vivo non hai voluto di una sola parola piacere. 13 Finalmente a la quinta notte desideroso oltra modo di morire. onde i pescatori sogliono da lungi scoprire i notanti pesci. Oh quanto allora le mie ossa quietamente riposeranno. Né vi era quel giorno ramo né fronda veruna caduta da' sovrastanti alberi. quante fiate allora mi giurasti per gli alti Dii. nol ridirebbe. Arcadi. il quale la mia lieta fortuna non ha potuto movere. Lasso. più dura che le annose querce. che quando senza me dimoravi. ove altra volta mi ricordai essermi nel seno di lei riposato. Ma certo io spero che 'l tuo core. la quale poco avanti blanda. Ai quali io niuna risposta facea. andava sì pianamente. come già era. né più né meno come se questa stata fusse medicina del mio furore. vide se stessa in quelle dipinta. sì come quella che altra volta provati gli ha. aggiungendo a questo col testimonio degli Dii mille giuramenti. il quale un tempo son certo mi portasti. dolorosi appo quelle reimpivano le circonstanti selve di lamentevoli muggiti. né chi a casa me ne portasse. et a' miei preghi più sorda che gli insani mormorii de l'infiato mare! Ecco che vinci già. e come può essere che 'l lungo amore. ciascuno. che più non avrai di vedermi fastidio. così dirottamente piangendo incominciai: 14 "O crudelissima e fiera più che le truculente orse. che mai ad alcuno. quasi per compassione piangere veduta avea. soli di cantare esperti. De la qual cosa io poco curandomi. e le tenere castagne da le pungenti scorze? Sèiti dimenticata tu de' primi gigli e de le prime rose. sì come quella che desiderava molto di vederla. Io per me non so se morto in quel punto o vivo mi fusse. ella si smarrì sùbito. quando tu per me andavi ornata di mille corone. ma tremante e sommessa. gittato ne la piana terra. e le mie vacche digiune non uscirono da la chiusa mandra. che appena avresti creduto che si movesse. onde i miseri vitelli sugando le secche poppe de le affamate madri. se io mal non mi ricordo. che quattro soli et altre tante lune il mio corpo né da cibo né da sonno fu riconfortato. così con lamentosa voce dicea: "Voi. Ove poi che alquanto avemmo refrigerato il caldo. sì bella la sua chiarezza nel selvatico luogo conservava.che essi esprimevano. i fiori non ti olivano. bassando gli occhi ne le quiete acque. a gran fatica mi ricondussi in una ripa altissima pendente sovra al mare. non già con la solita voce. cagione infelicissima de' miei mali. che la promessa effigie gli mostrasse. ove i piedi e la fortuna mi menavano. prima che 'l sole uscisse. sarai constretta a forza di biasmare la tua durezza. ecco che io moio. e senza cosa alcuna dire o fare. credendo me essere uscito dal senno. la misera il piegherà. tal che nessuno che veduto mi avesse nei tempi de la mia tranquillità. mi risponde pietosa. ad altro non intendeva che a piangere. e i fonti non ti rendevano il solito sapore! Ahi dolorosa la vita mia! E che parlo io? e chi mi ascolta. e tardi divenuta pietosa. ma non so pure ove . e dopo molto sospirare. senza che io il raconti. voi la mia morte nei vostri monti cantarete. le quali io sempre da le cercate campagne ti portava? tal che appena le api aveano gustato ancora i fiori. venivano i pastori di pecore e di capre. e tutti con pietà grandissima dimandavano qual fusse la cagione del mio dolore. e non trovandovi lo usato latte. e dagli alti faggi le saporose ghiande. rispusi che ne la bella fontana la vedrebbe. E dintorno a quello non si vedea di pastori né di capre pedata alcuna. cantarete nei vostri monti la mia morte. che quasi a cader tramortita fu vicina. ma quietissimo senza mormorio o rivoluzione di bruttezza alcuna discorrendo per lo erboso paese. che non altrimente che se di purissimo cristallo stato fusse. sia ora io tutto da te fuggito? Deh non ti tornano a mente i dolci giochi de la nostra puerizia. né gustarono mai sapore di erba né liquore di fiume alcuno. inseme con li paesani de le vicine ville. ma tanto vi dico. mi pusi a sedere. mi avrebbe per Carino riconosciuto. perciò che armenti giamai non vi si soleano per riverenza de le Ninfe accostare. Venivano i bifolci. ma al mio lacrimare intendendo. Oimè. lei con novi preghi mi ricominciò da capo a stringere e scongiurare per lo amore che io gli portava. e scolorisse nel viso per maniera. amicissima e di mie piaghe pietosa. ne ponemmo ambiduo a sedere a la margine d'un fresco e limpidissimo fonte che in quella sorgea. vedendomi da quella con ira e con cruccio lasciare. semplicemente senza più avante pensare. Arcadi. quando inseme andavamo per le selve cogliendo le rubiconde fragole. con turbato viso da me si partì. Il quale né da ucello né da fiera turbato. se non quando a me piacesse. A la quale io da abondantissime lacrime sovragiunto. 12 Ora quale mi dovesse io in quel punto rimanere. se la vostra sampogna a coloro che dopo me nasceranno dirà gli amori e i casi miei!". ma errando per boschi senza sentiero e per monti asprissimi et ardui. Per la qual cosa. appiè di una bella quercia. murmurando al suono degli accenti miei. contèntati. sel può considerare. altro che la risonante Eco? La quale credente a' miei mali. uscendo fuora de lo sconsolato albergo. a guisa che suole il candido cigno presago de la sua morte cantare gli esequiali versi. E quivi. La quale. desiderando almeno morto di veder colui. i secreti del translucido fondo manifestava.

CLONICO EUGENIO Ove sì sol con fronte esangue e palida su l'asinello or vaine. Dai quali io. e le dolenti voci che la tormentata anima manda fuori. senza dubbio alcuno conoscemmo essere lo inamorato Clonico. tanto con più diletto. formosissime donzelle de le alte selve. le cose desiate quanto con più affanno si acquistano. che la mia morte fra queste ombre non si taccia. se non sète inseme con la mia poco stabile fortuna mutate. lasciate ora il dominio degli alti monti e venite al misero. Per la qual cosa Eugenio. mi era alzato già per gittarmi da la alta ripa. E voi. quando subitamente dal destro lato mi vidi duo bianchi colombi venire. e sperare ne le avversità fermamente di potere ancora con la aita degli Dii venire in più lieto stato. che non viene ella ora ad accompagnarsi meco! O Idii del cielo e de la terra. o bellissime Oreadi. se non che allora in più tranquillo porto ne guidano. rimanetevi. rive. piagge verdissime e fiumi! Vivete senza me lungo tempo. porgendosi in breve spazio con affettuosi mormorii mille basci dolcissimi. e qualunque altri avete cura de' miseri amanti. abbiate sempre ne la memoria il vostro Carino. Uscite da' vostri alberi. sì come colui che tutte le sue amorose passioni sapea. e con lieto volo appoggiarsi a la fronzuta quercia che di sovra mi stava. o orsi. come tu dei sapere. abitatrici de' correnti fiumi. e non so come. ma sempre si estenda più di giorno in giorno ne li futuri secoli. pietose orecchie al mio lamentare. che suo amicissimo era. perché tardi gli si faceva. con li capelli biondissimi e lunghi pendenti dietro le bianche spalle. E non altrimente che farebbe pietosa madre nei casi del suo unico figliuolo. O lupi. ascoltate. il quale qui con la sampogna gli armenti. Addio. sollicite conservatrici di quelli. acciò che quel tempo il quale da la vita si manca. Il quale qui le sue vacche pasceva. cominciai con più saldo consiglio a colpare me stesso del folle proponimento che seguire voluto avea. da noi si partì. udendo ciascuno. e mentre murmurando per le petrose valli correrete ne l'alto mare. porgete. fattoglisi incontro a la via. se a' racontati casi porgi credenza alcuna. E. graziosissima turba de' riposti luoghi e de' liquidi fonti. o Napee. postasi la sua vacca dinanzi. alzate alquanto le bionde teste da le chiare onde. con chiome irsute e con la barba squalida? . che per li monti e per li boschi solea cantare. 15 E queste parole dicendo. così. sì come tenera de la mia salute. gli incominciò a dire: Ecloga 8 EUGENIO. Sincero mio. cioè di cacciare con cruda morte reparabile amore. a la fama si supplisca. E voi. e sei uomo come io credo.nascosa si stia. il quale qui i suoi tori coronava. che con più turbata tempesta mostrano di minacciarne? Per la qual cosa. sogliono esser care tenute. addio. e prendete le ultime strida anzi che io moia. quando si possedono. ti devresti omai riconfortare come gli altri fanno. O Naiadi. 16 Dunque che diremo noi de la ammirabile potenzia degli Dii. . dopo il lungo parlare. ché son certo vi porgerà pietà quello che a la mia cruda donna porge diletto. o Driadi.17 E così detto. addio! Ecco che più non vedrete quel vostro bifolco. la quale. per un sentiero che a la città conducea si fu indrizzato. sovragiunto da quella che di tutto ciò mi era cagione. prendendo speranza di futuro bene. e parate un poco mente al fiero supplicio che le mie mani testé mi apparecchiano. seppe sì ben fare. amorosamente piangendo e con dolci parole et accoglienze onestissime riconfortandomi. Il quale poi che da noi scostandosi. che da disperazione e da morte ne la vita e ne lo stato che voi mi vedete mi ricondusse. Né guari in questo pensiero stato era. Né pria si fu costui accomiatato da noi. o pietose Amadriadi. vi prego. e dicendo "Addio". sì come da prospero augurio. fate. che di sé ne fe' forte maravigliare. solea dilettare. mentre beveano. ché certo non può essere che fra tanti nuvoli alcuna volta non paia il sole. sovra un picciolo asinello venire un uomo sì rabbuffato e nei gesti doloroso. pastore oltra gli altri dottissimo e ne la musica esperto. e qualunque animali per le orrende spelunche vi nascondete. e malinconico. che io mi sentii. che vedemmo ad un punto tutti inseme da lungi tra quercia e quercia. le quali ignude solete per le alte ripe cacciando andare. le quali non una volta ma mille hanno i nostri pastori a prima sera vedute in cerchio danzare all'ombra de le fredde noci. vi prego. appieno ogni cosa da accolto luogo veduto et udito avea.

s'io potrò mai l'alma sciogliere o rallentar dal laccio iniquo et orido. e 'l vago vento spera in rete accogliere chi sue speranze funda in cor di femina. non può il vero scorgere: chi prende il cieco in guida. Se Amore è cieco. che spene aràn gli strani? E se 'l cor misero non può gioir. Lasso. il qual. CLONICO Eugenio. ragion è ben che arrequie. mal consigliasi.Qualunque uom ti vedesse andar sì erronico. . e i Satiri e i Silvani desterannosi per me dal lungo sonno. dal gran periglio evasimo"? EUGENIO Di state secchi pria mirti e giuniberi. in tanta amaritudine. e l'ore ladre i nostri beni involano? Dunque è ben tempo omai che si risentano i spirti tuoi sepolti anzi l'esequie nel fango. selva alcuna non fia né campo florido senza il mio canto. Le Naiadi. di duol sì carco. A che le menti cieche si consolano. e non potran goder de la mia cenere. E se a te stesso non dai qualche requie. Così. tal ch'io possa dal giogo il collo estogliere. Forse che per fuggir la solitudine or cerchi le cittadi. e le Tespiadi: e poi per mano in giro prenderannosi. e mille canzonette ivi uderannosi. come può porgere? Questa vita mortale al dì somigliasi. s'è ignudo. certo direbbe: . E 'l fier fanciullo e la spietata Venere. che 'n ciò pensando ognora spasimo: sarà mai di ch'io possa dir fra' liberi: "Mercé del ciel. pien di scorno all'occaso rinvermigliasi.Questi non par Clonico. Quante fiate del tuo error sorrisero i monti e i fiumi! e se 'l tuo duol compunseli. poi che si vede giunto al termine. onde convien c'al fin si pentano. tal che e Fauni e Driadi diran che viva ancor Dameta e Corido. quando vecchiezza avvien che termine i mal spesi anni che sì ratti volano vergogna e duol convien c'al cor si germine. s'e' nostri affanni un fumo al fin diventano. uom che non ha. sovra l'erbe tenere. si daranno il biasimo. vinti di doglia. ove Amor gemina suo' strai temprati ne la calda incudine? Nell'onde solca e nell'arene semina. discinti e scalzi. Napee et Amadriadi. e i fior vedrò di verno al ghiaccio sorgere. che tu mai impetri quel che in van deliberi.

sì che uom mai non ne trove orma. Talor per ira o sdegno volno incidere lo stame che le Parche al fuso avolgono. Quando io le vidi. oimè. Dirollo o taccio? In tanto il duol sospinsenli. tu che puoi. se può. o fiere. ch'io fui per appiccarmi sovra un piatano. O terra.quei corser per pietà. CLONICO Pur mi si para la spietata Amendola dinanzi agli occhi. tal che un dolce ridere et un bel guardo più c'un gregge apprezzano. e non si volgono. ma senza alcun dolor sempre si dolgono. pastor. et Ifi inanzi agli occhi Amor dipinsemi. terra. che sia nel mondo di mia morte indicio. questi s'affisero. ché chiaman libertade. io non comprendola. per dio. E pria mutan il pel. Correte. EUGENIO A quanti error gli amanti orbi non guatano! Col desio del morir la vita sprezzano. e più s'allacciano. c'a mal grado accumolo. CLONICO O felici color che amor congiunseli in vita e 'n morte. e vòl. farete meco in cenere risolvere. se questa è vita o morte. che muten voglia. se respirai non so. né per gelo agghiacciano. poi che s'avezzano. O fólgori che fate il ciel tremiscere. contentami: tranghiotti il tristo corpo in le tue viscere. Cercan fuggire Amore. venite a quel che ad alta voce chiàmavi. tanto a ciascun le sue sciocchezze aggratano. piangete il tristo esìcio di quel che con sua morte tutti infàmavi. né sentami. Se spirto al mondo di pietà ritrovasi. quest'alma liberar consentami. c'appena in terra i piè potean fermarnosi. né invidia o gelosia giamai disgiunseli! Sovra un grand'olmo iersera e solitario due turturelle vidi il nido farnosi: et a me solo è il ciel tanto contrario. sì amiche starnosi. né per foco arden. Allor le rime. e par c'al vento movasi la trista Filli esanimata e pendola. a quel che tanto bràmavi e voi. . Braman tornare adietro. e con amor da sé l'alma dividere. ché miglior vita del morir non provasi. e fra' cipressi mi farete un tumolo. in un voler non vano. e pur lo abbracciano. ma il duol sì avinsemi. di disamare addiscere. Voi userete in me il pietoso officio.

vergogna al senio. e non ti vinca il tedio. e con la piva e 'l crotalo intorno ai fonti i pastor lieti saltano. cantando. sentendo il tuo ramarico. Or pensa alquanto a le tue capre gravide. così si spregia il mondo e sue perfidie. e pianterai la neputa. e tendo insidie a la mal nata volpe. al mio sepolcro. E s'io le leggi al tuo signor prevarico. E forse alcuna volta mostrareteme a quella cruda c'or m'incende e struggemi. e 'ndarno al sordo sasso chiamareteme. Così si scaccia amor. e che ti fan dì e notte andar fantastico. sei ombra e polvere. l'aneto e 'l bel cucumero. Allora il nostro Pan colmo di grazia con l'alma Pale aumenterà 'l tuo numero. e spesso incappola. ché vivrai lieto e di tal peso scarico. l'asparago. ché 'n pochi dì convien che 'l sol percotalo. E non ti sdegnerai portar su l'umero la cara zappa. Allor vi degnarete i passi volvere. le parole mastico. E 'l tempo sol in ciò disponi e deputa. un leon ruggemi. che quasi d'ogni vena il sangue suggemi. E poi cominciarai col rastro a frangere la dura terra. ché al mondo mal non è senza rimedio. EUGENIO Un orso in mezzo l'alma.ornando di ghirlande il mesto cumolo. Ama il giocondo Apollo e 'l sacro Genio. tal che la mente tua ne fia ben sazia. quant'ei si reputa. . così le invidie de' pastor neghittosi si postergano. prendi il consiglio del tuo fido Eugenio. E pria ch'io parlo. ché non s'acquista libertà per piangere.Per troppo amar altrui. Vedi il monton di Frisso. che le crescenti biade suol tant'angere. Caccia i pensier che t'han già posto assedio. Clonico mio. et odia quel crudel che sì ti strazia. e tanto è miser l'uom. che per tema de' lupi che le assaltano fuggon da' cani. Clonico dolce. Così convien c'al tutto si dispergano l'amorose speranze ardite et avide. per non marcir ne l'ocio. Vedi le valli e i campi che si smaltano di color mille. che ne le menti semplicette albergano. e sterperai la lappola. ch'è danno in gioventù. Io con la rete ucello e con la trappola. più che cervi pavide. e segna e notalo. allor direteme: .

e ristorarle nel mondo. quando ad un tempo il cantare di Eugenio ebbe il suo fine. chi a racconciare la guasta sampogna. E drizzatine per un fuor di strada al camino del monte Menalo. il cielo. ove allora che estate era. e di imporre con sue parole legge al corso de la incantata luna. che non guari lontano ne stava. Iadi. 3 A cui il nostro Opico disse: 4 Ben credo. ma appena quando il sole fusse stato più alto. ma solamente in vece di quelle i notturni grilli succedendo si facevano udire per le fosche campagne. cacciammo dal chiuso vallone li nostri greggi e gli armenti a pascere ne le verdi campagne. saligastri. il sangue de la vipera. in forma di notturna strega. perché molta parte de la notte passata era. che più conforto porgere ti potesse. e di altre maniere di selvatichi arboscelli. Ergasto. col putrefatto sangue degli affogati vitelli. lentischi. e di convocare di mezzo giorno nel mondo la notte e li notturni Idii da la infernale confusione. cacciò del foco. E fra gli altri udette un luscignuolo. il misero Clonico si volse accomiatare da noi. 5 Oltra di ciò. con proponimento di visitare il riverendo tempio di Pan. il cerebro dei rabbiosi orsi e i peli de la estrema coda del lupo. con altre radici di erbe e sughi potentissimi. e 'l veleno del fiero Orione. che gli Dii de' quali tu sei divoto. era sì da ogni parte richiuso. i quali allora destati uscivano da le usate caverne. e con la forza di quelle soleva ne le più oscure notti andare per l'aria volando coverta di bianche piume. e menando Clonico con esso noi. e già ogni ucello si era per le sovravegnenti tenebre raccolto nel suo albergo. lo infatigabile sole. se ne sarebbe potuto vedere il cielo. intese presso all'alba chiaramente tutti i lenguaggi degli ucelli. che da nessuno altro luogo che dal proprio varco vi si potea passare. onde egli subitamente per paura destatosi. presentissimo Idio del selvatico paese. l'Orsa maggiore e minore. Pliadi. non che allora che notte era. ma al tempo de le guazzose piogge tutte le acque che da' vicini monti discendono. vestendoli di adottive frondi. ciascuno. ch'io spero che. A la quale. si andò a dormire. Il quale d'ogn'intorno circondato naturalmente di querciole. ti abbiano oggi qui guidato per farti a' tuoi affanni trovar rimedio. e i nostri greggi discesi da le alte montagne si ragunarono al luogo ove la sampogna sonava. tutte le stelle di che il cielo si adorna. se a mie parole presterai fede. richiamare le anime degli antichi avoli da li deserti sepolcri. quel che più maraviglioso è a dire et a credersi. . la terra. ebbe subitamente ricorso a quello che la commodità gli offeriva. dimora nei sacrificii di Pan nostro Idio. abandonati i suoi armenti. il mare. E perché gli usati focili per caso portati non aveamo. suberi. chi a saldare la non stagna fiasca. similmente di governare le mellifere api. e i raggi del sole apparendo ne le sommità di alti monti. il quale era più che gli altri esperto. cioè per trovare a' suoi mali rimedio con opra di una famosa vecchia. ne sarai lieto mentre vivrai. rallegrandosi di volare per la amica oscurità de la notte. dormendo egli in mezzo de le sue vacche ne la oscura notte. La quale poi che con assai diletto di tutti fu compita. e così per conseguente i tempi de l'arare. e quelli inseme per bono spazio fregando. rivoltare le correnti acque ai fonti loro. la crescente luna. le vacche de' paesani bifolci le più de le notti albergavano. Il quale dimandato qual fusse la cagione che sì presto a partirsi il constringesse. andar voleva.Prosa 9 Non si sentivano più per li boschi le cicale cantare. sagacissima maestra di magichi artificii. figliuol mio. Dotta sovra ogni altra di attraere dal cielo le offuscate stelle tutte stillanti di vivo sangue. tal che per le folte ombre de' fronzuti rami. in un lato de la picciola valle le nostre pecore e le capre restringemmo come sapemmo divisare il meglio. e con lungo mormorio rompendo la dura terra. di piantare le viti e gli ulivi. se estinte fusseno. Diana in sogno dimostrò tutte le erbe de la magica Circe e di Medea. duo dragoni gli leccarono le orecchie. chi si diede a mungere. di inestare gli alberi. e tale rimedio. non essendo ancora le lucide gotte de la fresca brina riseccate ne le tenere erbe. Per che con le stelle in cielo tutti inseme partendone da la via ove cantato si era. che al nostro Enareto? Il quale sopra gli altri pastori dottissimo. rispose che per fornire quello che la precedente sera gli era stato da noi impedito. 2 Ma venuto il chiaro giorno. e fermando i fiumi. fòra che i vespertelli. vi si sogliono ragunare. Ove alquanto discosto da le vacche. togliendo il veleno de le inamorate cavalle. secondo che egli per fama avea molte volte udito dire. e chi a fare un mistiero e chi un altro. a cui la maggior parte de le cose e divine et umane è manifesta. senza che. del metere. insino che la desiata cena si apparecchiasse. e con suoi incantamenti inviluppare il cielo di oscuri nuvoli. sapeva fare molte altre cose maravigliosissime et incredibili a racontare. Et a cui ne potresti gir tu. et a sua posta ritornarlo ne la pristina chiarezza. ne riducemmo in un valloncello assai vicino. dal quale poi che ebbe per diversi luoghi accese di molte fiaccole. e preso un legno di edera et un di alloro. cerretti.

a le piogge. se non cocesse. notissima erba nei nostri liti. le grandini et a li furiosi impeti de li discordevoli vènti. io e tutti costoro desiamo più tosto così caminando. li farebbe tutti i secreti in sogno parlando manifestare. e còrrevi sì basso il sole. non sarebbe mai abbaiato da' cani. sì bene gli teneva ne la memoria riposti. ma se per sòrte ad alcuno quella del suo sesso pervenisse ne le mani. che qualunque uomo di mangiarlo si arrisca. ma ne la mancante luna cade dal cielo. gratissimo sacrificio agli antichi altari. Appresso seguitò averli ancora veduta una pietra di cristallina specie.Deh non . In questo veniva una nera merla. e le nature. più in reverenza lo abbiamo. le quali veramente son tante e tali. cessando Opico dal suo ragionare. che si potrebbe di leggiero. se io mai non mi ricordo. fonti e stagni del mondo. la strana potenzia de la spinosa eringe. sarebbe senza lesione fuor di pena. la quale chi seco portasse. la radice de la quale ripresenta a le volte similitudine del sesso virile o femineo.7 . e trovassesi in sul fare del giorno sovra alcun monte. del sangue del quale chi bevesse un poco. non tirarebbe mai colpo in vano. né io ancora celarò a voi. in qualunque parte del mondo pervenisse. dimandando a le circonstanti selve aita. sarebbe indubitatamente contra ogni avversario vincitore. e quasi a terreno Idio gli rendiamo i debiti onori ne le nostre selve. . prima appiè de l'alto monte giungemmo. Ove poi che arrivati fummo. non è sì strano parlare di ucelli. e tutte le future cose indovinare. che qualunque cacciatore sel legasse al braccio. e fare quanto gli piacesse. . E questo detto. in Leucadia essere una alta ripa. che in qualunque fiume o lago gittata fusse. che nei sacri fonti non credeva celesti potenzie fusseno infuse. né penuria alcuna. cominciarono a racontarli le virtù di tutti i fiumi. che chi da quella nel mare saltasse. si lamentava del suo amore. per alleggerirne la fatica. che beati i pastori che quelle sapessono. a le nevi. che di averne dopo le spalle lasciato il piano ne fussemo avveduti. che in un paese molto strano e lontano di qui. udirlo da te. altra contra le perverse effascinazioni di invidiosi occhi. quando tutte piene di rogiada aprendosi ai primi raggi del sorgente sole ringraziano il cielo de le infuse grazie che in sé possedono. essere il fonte di Cupidine. mi disse ancora. E lasciando questo. a qualunque pastorella gli occhi volgesse. potrebbe a sua posta andare invisibile per ogni parte. A cui un passero all'incontro rispondea. disse. né sentirebbe fame. trovata nel picciolo ventre d'un bianco gallo.8 Allora il vecchio Opico. altra contra al freddo. la cui natura è tale. Poi racontò averneli veduta un'altra simile ad umana lingua. sete. 6 Significommi ancora per nome alcuni ucelli. tutte senza resistenza aperire. Similmente mi disse non so che animale. iena. e saràvi concesso udirlo da lui appieno racontare. del sugo de la quale qualunque si ungesse. benché di raro si trova. de la quale io ora non so il nome. e i paesi dove nascono e dove correno mi seppe dire. Appresso a questa soggiunse la religiosa verbena. del sangue dei quali mescolato e confuso inseme. dicendo in una terra di Grecia. E se la memoria non mi inganna. si trova una erba. E non partendosi da questo animale. chiunque indosso la portasse. che egli appieno non lo intenda. Ma che vo io affatigandomi in dirvi queste cose? Già il luogo ove egli dimora ne è vicino. 9 Così di una cosa in un'altra saltando. sarebbe senza dubbio in amore fortunatissimo. abondarebbe di tutte le cose. Né tacque quella la quale inseme legata con una certa erba e con alquante altre parole. il farebbe subitamente seccare. dimostrò che chi sovra la sinestra mammella di alcuna donna ponesse un core di notturno gufo. che non ve ne lasciò un solo. acciò che poi. pur che al tempo di coglierla fusse accorto. Oltra di ciò disse averli veduto tranghiottire un caldo core e palpitante di una cieca talpa.che cantando o più tosto piangendo sovra i rami d'un folto corbezzolo. con la mano toccare. chi i peli del muso con la pelle de le oscene parti nel sinestro braccio legata portasse. seguitò d'un dente tolto di bocca a la destra parte di un certo animale chiamato. dei quali lui appieno tutti i nomi. impetrarebbe da ciascuno quanto di dimandare gli aggradasse. ai tuoni. A cui il dolce uscignuolo suavemente piangendo e lamentandosi rispondeva ne le acque non essere virtù alcuna. si genera un serpe mirabilissimo. quando ne fia licito vedere questo tuo santo pastore. et altra. depone subitamente ogni suo amore. e riprendendolo de la sua sciocchezza. il quale dente è di tanto vigore. ma maggiore. senza paura di essere impedito da alcuno. un frisone et un lucarino. la quale non come l'altre nasce in terra. e quante chiusure toccasse. Al quale soggiunse una lodola. la quale chi seco ne le forti palestre portasse. et è non poco utile a li venerei lenocinii. ove molte erbe fusseno.disse Clonico -. Né celò egli a me. disse che chi sotto al piede ne portasse la lingua. sé avere ancora udito dal medesmo Enareto alcuni incanti da resistere a le marine tempestati. ponendosi sovra la lingua uno occhio di indiana testudine ne la quintadecima luna. del quale chiunque beve. si farebbe sùbito a mal grado di lei seguitare. . potrebbe pianamente intendere quelle parlare e manifestare le sue nature. ove nascon le genti tutte nere come matura oliva. tornando al lasciato ordine.

il potrai a tua posta udire. ad Opico voltatosi. mille pecore di bianca lana pasce per queste montagne. ELENCO. quasi per isdegno turbato si tacque. ne invitò all'ombra a sedere. Il quale come da presso ne vide. i quali egli più che altro oracolo verissimi rende ne la pura notte a' pastori in questi monti. che in un punto ad amore togliendolo.sì come la Fortuna volse. ponendo fra' pastor tanta zizania? OFELIA Forse fu allor ch'io vidi malinconico Selvaggio andar. subitamente a trovar lo andammo. con questi versi il constrinse a rispondere: Ecloga 9 MONTANO. questa tua greggia ch'è cotanto strania. subitamente nascondendo la sua lira. prendendo lo inamorato Clonico per mano. col quale confessaremo. Per la qual cosa il nostro Ofelia offeso da tanta selvatichezza. per la sampogna e i naccari che gl'involasti tu. OFELIA.La tua virtù. tutte le giocondità perdute esserne per te inseme restituite. Il quale. si argumentò con ingiuriose parole doverlo provocare a cantare. né di state né di verno mai li manca novo latte. trovammo il santo vecchio che appiè di uno albero si riposava. E veduto. Ove aperto un sacchetto che egli di pelle di cavriuolo portava maculosa e sparsa di bianco. . Et acciò che chi egli è occolto non ti sia. quando a le orecchie da le prossimane selve un dolcissimo suono con suave voce ne pervenne. ne trasse con altre cose una fiasca delicatissima di tamarisco. e fìati. bifolco antico. OFELIA Dimmi. Furasti il capro: ei ti conobbe ai zaccari. a le desiderose selve et a tutti noi il ritorni. ELENCO Ma con Uranio a te non valser baccari. che sonando dilettava la sua mandra. con la punta ritorta un poco. che mala lingua non t'avesse a ledere. all'incontro ne venne. Per la qual cosa non cerchiamo noi a tal bisogno i responsi del tuo e nostro Idio. il quale Elenco avea nome. da la quale usciva un lupo che ne portava uno agnello. Il quale ad Opico prima. e non ti irascere. ma solamente dimandamo la tua aita. il quale oltra al dovuto ordine amando. degno veramente di molta riverenza ne la rugosa fronte. Enareto mio. parlando Opico. il dimandò di quello che a fare così di schiera andassemo. e ne l'una de le mani avea di genebro un bastone bellissimo quanto alcuno mai ne vedesse a pastore. però che quando da amore liberato lo avrai. son certo. sì come colui che piacevolissimo era e grazioso a' preghi de' pastori. con la barba e i capelli lunghi e bianchissimi più che la lana de le tarentine pecore. dopo a tutti noi fatte onorevoli accoglienze. vedemmo in una picciola acquetta appiè d'un salce sedere un solo capraio. e mosso a pietà de la sua pallidezza. . riguardava il barbuto pastore. caprar novello. et a quella rivolti da traverso. sovra le altre singularissima. Ma colui. come ne vide verso il limpido fiumicello appressare. e non sapendo a se medesmo soprastare. che gli avresti i cani irritati appresso. e volle che in onore del commune Idio bevessemo tutti. Del suo cantare non dico altro. gratissimo. E così con un riso schernevole beffandolo. subitamente levatosi per salutarne.11 Il vecchio sacerdote. e la estrema necessità di questo misero pastore ne constrinse a venire in queste selve. perverso erronico. e quale insania ti risospinse a spezzar l'arco a Clonico. fatto di tanto artificio. si consuma sì forte come al foco la molle cera. chi te la diè sì follemente a pascere? ELENCO Dimmi. così rispose: 10 . si apparecchiava di rispondere. E dopo breve disnare.

Montan. ELENCO Vienne all'ombra. mentre le nostre tormora ruminan l'erbe. mostrando ai cani le latebre e l'ormora. Or ecco il nostro Eugenio: far non potrai sì ch'io non t'abbia a pungere. OFELIA Vienne. che sovente muggiola. che mi ornò di mirti e d'edere. ELENCO Scuse non mi saprai cotante aggiungere. . schernendo il buon giudicio d'Ergasto. nota il nostro cantar qual è più nobile. costui che meco a cantar provasi. ELENCO Cantando tu 'l vincesti? Or con Galicio non udi' io già la tua sampogna stridere. OFELIA Pon pur la lira. acciò che i monti omai conoscano quanto il secol perduto in voi rinovasi. pasti di timo e d'acetosa luggiola. ecco una pelle e duo cerbiatti mascoli. ove potrai le capre mungere. e 'l fiume mormora. e i cacciator s'imboscano. guarda le capre d'un pastore erratico.OFELIA Anzi gliel vinsi. et io porrò duo vascoli di faggio. che è più vicino al senio. come agnel ch'è menato al sacrificio? OFELIA Cantiamo a prova. ché l'aura mobile ti freme fra le fronde. ELENCO Pon quella vacca. e lascia a parte il ridere. Montan potrà nostre question decidere. ch'io non ti scopra. cantate fin che i campi si rinfoscano. pon quella lira tua fatta di giuggiola. ché questo tuo pastor par troppo ignobile. ché questi armenti a mia matrigna pascoli. e lui nol volea cedere al cantar mio. MONTANO Cantate. OFELIA Montan. né credo c'abbia sì sublime ingenio. OFELIA Io vo' Montan. Montan.

che transportar si fa dal cor fanatico.Chi dal mio fido amante or mi divide? ELENCO Un bel colombo in una quercia antica vidi annidar poc'anzi. ELENCO Fresche ghirlande di novelli fiori i vostri altari. OFELIA E tu. Cessate omai. se pietose sarete a' nostri amori. OFELIA Tirrena mia col sospirar m'uccide. comincia. il qual riserbo per la crudele et aspra mia nemica. che 'n tal guida trovasi! ELENCO Corbo malvagio. ELENCO La santa Pale intenta ode il mio canto e di bei rami le mie chiome adorna. avranno. cotesta lingua velenosa mordila. OFELIA Et io nel bosco un bel giovenco aderbo per la mia donna. Priapo. OFELIA Misera selva. ELENCO Quando tal ora a la stagion novella mungo le capre mie. per dio. MONTANO Oggi qui non si canta. Getta la lira omai. ursacchio aspro e selvatico. il qual fra tutti i tori incede con le corna alto e superbo. che nessun altro se ne può dar vanto. cessate alquanto. e tu rispondi. OFELIA E 'l semicapro Pan alza le corna a la sampogna mia sonora e bella. Elenco. al rinovar de l'anno . ché indarno accordila. mi scherne e ride la mia suave e dolce pastorella.Misera mandra. Ofelia. e corre e salta e fugge e poi ritorna. quando par che vèr me con gli occhi dica: . o sacre Ninfe. che coi gridi assordila! Fuggito è dal romore Apollo e Delia. anzi si prelia.

ancor vedrollo d'erbette rivestirsi in lieta pioggia. e se 'l mio sol presente non vi fusse or. e vuol già ch'io la veggia biancheggiar tra verdi fronde. OFELIA E tu. ELENCO O casta Venatrice. e vòle ch'io pur li canti a l'uscio. o biondo Apollo. celeste Bacco. ELENCO Quella che 'n mille selve e 'n mille fratte seguir mi face Amor. ELENCO Fillida ognor mi chiama e poi s'asconde. benché mi fugga ognor. OFELIA Ignudo è il monte. so che si dole. e getta un pomo e ride. e mi risponde con le sue dolci angeliche parole. dolce il mio lavoro in far sempre fiscelle all'ombre estive! OFELIA Oh se queste tue corna fussen d'oro. e più non vi si poggia. o bianco toro! ELENCO . e tu. ELENCO Oh s'io vedesse un fiume in queste rive correr di latte. quanto t'avrei più caro. se porrai fine al mio amoroso affanno. OFELIA Et Amaranta mia mi stringe. benché s'appiatte. e ciascun pelo molle e ricca seta. ma se 'l mio sol vi appare. fate ch'io vinca questo alpestro Cacco.onorato sarai di caldo latte. OFELIA Anzi Fillida mia m'aspetta al rio. fate ch'io porte la sua lira al sacco. Minerva. e poi m'accoglie sì suavemente. vedresti in nova foggia secchi i fioretti e le fontane spente. ELENCO Il bosco ombreggia. ch'io pongo il gregge e me stesso in oblio. per la faretra che vi pende al collo. per l'alma vite e per le sante olive.

e da le selve al ciel volando andrai! ELENCO Fauno ride di te da l'alta serra. ELENCO Dimmi. coppia gentil. OFELIA Corri. ché.dirà ch'il ciel tant'ama! OFELIA Beata te. ELENCO A te la mano. a te la lingua serve. a te l'ingegno e l'arte. ché ancor dopo mill'anni. omai ti esalta e gloria. eterna fia di te qua giù memoria.Beata lei . OFELIA Omai ti pregia. s'io dritto estimo la capra col leon non può far guerra. ELENCO Qualunque per amor sospira e brama. ché ben graditi son vostri accenti in ciascun sacro bosco. in viva fama. . Taci. . e vive al mondo senza pare alcuna? MONTANO Mal fa chi contra al ciel pugna e contende. alcuna parte portatene all'orecchie degli Dei. bifolco. qual è l'ucello il qual raguna i legni in la sua morte. e per purgarsi scende a la fontana? OFELIA Dimmi. che rinovar vedrai dopo la morte il tuo bel nome in terra. Taci. tempo è già da por fine a vostre liti ché 'l saver pastoral più non si stende. e poi s'accende. già sarai letta in più di mille carte.Oh quante volte vien gioiosa e lieta. in quel palustre limo e rappella a cantar di rana in rana. qual fera è sì di mente umana. che s'inginocchia al raggio de la luna. O chiara istoria. cicala. ché fra la schiera sarai forse il primo. e stassi meco in mezzo ai greggi mei quella che mi diè in sòrte il mio pianeta! OFELIA Oh quai sospir vèr me move colei ch'io sola adoro! O vènti. leggendo i tronchi ove segnata stai.

e la inequalità de la notte e del giorno. Et oltra a questo che governo si convegna a le barbute capre. Ma quel facondo Apollo. stellata di bianche macchie. inseme con la osservazione de le ore. e quali giorni son de la luna fortunati e quali infelici a le opre de' mortali. non poco necessaria a' viventi. che ne la entrata di quello sorgea. e quando vènti e quando grandini. Et entrati nel santo pineto. ad un ramo del quale una . bifolco. aveano dolcissimamente rimbombato. prendi i tuo' vasi. e dentro di quella. quasi contente. lieti cominciammo per la falda del monte a poggiare. appoggiata ad un lungo bastone di una intiera oliva. quando il mondo non era sì colmo di vizii. et in che modo gli agnelli vegnano bianchi o di altri colori variati. ma con religione grandissima. 3 Da l'un lato e da l'altro del vecchio altare pendevano due grandi tavole di faggio. quanto de' cani e de' pastori. se degno è di credersi. parlavano. li fusseno sempre propizii. il qual v'aspira. genera femine. 4 Dinanzi a la spelunca porgeva ombra un pino altissimo e spazioso. e quando il sole col suo nascimento denunzia serenità e quando pioggia. Ecco. fra' paesani populi si conservava inviolato per molti anni. passammo col destro piede avanti in segno di felice augurio. e qual rimedio sia a le solitarie pecore. Che 'l ciel v'accresca come erbetta in solco! Prosa 10 Le selve che al cantare de' duo pastori. come ne le occorrenti necessità future. scritte di rusticane lettere. Appresso vi erano scritte tutte le medicine appertinenti a' morbi. e le stagioni e i tempi atti a castrare i vitelli. e 'l sinestro mascoli. da le quali tutto quello che fra le selve oggi si adopra. si tacevano già. che per non mostrarsi agli occhi nostri nel latebroso bosco si nascondesse. Nell'una eran notati tutti i dì de l'anno e i varii mutamenti de le stagioni. acquetandosi a la sentenzia di Montano. con ciò sia cosa che con peccati andare in cotal luogo non era da religione concesso. cominciammo appoco appoco da lunge a scoprire il reverendo e sacro bosco. Indi adorato prima il santo Pan. forandoli il corno presso l'orecchia. e come legandoli il destro testicolo. sì come lui volse. del medesmo sasso un bello altare. caprar. e tu. e come i loro anni si possano ai segni de le noderose corna chiaramente conoscere. avea ad ambiduo i suoi pegni renduti. il quale ad Apollo. ciascuno tacitamente in sé pregandoli. né d'altra forma che sono quelli de le capre. 2 Al quale con lenti passi dal santo sacerdote guidati. dopo li non conosciuti Dii. abbia sol la vittoria. Sovra al quale si vedeva di legno la grande effigie del selvatico Idio. Il suo manto era di una pelle grandissima. si possa mitigare. mentre quello durato era. e quali e di che forma e di che etade. per non offendere le osservabili voluntà degli Dii. formato da rustiche mani di pastori. tutti i pini che vi erano. Per la qual cosa noi. col naso adunco amando amaro tòsco. le gambe e i piedi irsuti. la lira. ne lavammo le mani.ma temo che da Pan non siano uditi. non so se naturalmente o se da manuale artificio cavata nel duro monte. trovammo sotto una pendente ripa. E senza essere oltra a duo tratti di fronda andati. E. per paura de' vendicatori Dii. con argute note rispondendo a le amorose canzoni de' pastori. Similmente come la ferocità de' montoni. così in quel punto. e tu. tuttavia ridendo e ragionando de le contenzioni udite. che torna all'ombra pien d'orgoglio e d'ira. un tempo. tanto de' greggi. lasciando l'erbosa riva. donando lo onore e la ghirlanda de la vittoria. fra ruinati sassi una spelunca vecchissima e grande. continevano in sé le antiche leggi e gli ammaestramenti de la pastorale vita. in un picciolo fonticello di viva acqua. nel quale mai né con ferro né con scure alcuna si osava entrare. che per lo spavento de' tuoni non si abortiscano. con la faccia rubiconda come matura fragola. e le età idonee al generare et al parturire. e che ciascuno in ciascuna ora dovesse fuggire o seguitare. e li non falsi pronostici de le tempestati. e sovra la testa avea due corna drittissime et elevate verso il cielo. se alcuno ve ne era. Ne l'altra si leggeva quale dovesse essere la bella forma de la vacca e del toro. al mover de' rami il riconosco. per poterli poi nel giogo usare a le robuste opre de la agricultura. ebbe prima origine. sì come ad aguzzatore de' peregrini ingegni. le quali successivamente di tempo in tempo per molti anni conservate dai passati pastori. et in che tempo de l'anno et in che paese quelle siano più fruttifere.

come se mille milia naccari vi si sonassono. i circonstanti pini movendo le loro sommità li rispondeano. e così nascoso per occolta via corre nel mare. con questa medesma sampogna dilettandosi. porgi intentivamente le orecchie a le mie parole. e la dolcissima musa di Damone e di Alfesibeo. insegnò primeramente le selve di risonare il nome de la formosa Amarillida. egualmente di sotto e di sopra congiunta con bianca cera. porgendogliela. poco curando di rendere al mare il solito tributo. Per la qual cosa Titiro lieto di tanto onore. cominciò a congiungere con nova cera sette canne. sì come ora in essa medesma vedere potete. cinta d'ogn'intorno di solinghe selve e risonanti di non udita selvatichezza. come a questo un solo. porgendo sovente piacevoli ombre a le ascoltanti pecorelle. sovra le chiare onde de la compatriota Aretusa. con la qual poi gran tempo pianse in questi monti le sue sventure. dimenticate de la propria selvatichezza. udrete non di meno del luogo e del modo che a tenere avremo alquanto ragionare. si mostra solamente al mondo et in quel medesmo luogo si sommerge. e la emula contenzione di Dameta e di Menalca. il quale prima che alcuno altro ebbe ardire di sonarla senza paura di Pan o d'altro Idio. con altre cose di che le selve credo ancora si ricordino e ricorderanno mentre nel mondo saranno pastori. per poter meglio cantare le cose maggiori. si sentono sùbito strepiti orribilissimi. e non possendo di fuora uscire. De la quale dimandando noi qual fusse stato lo auttore. tanto vi si trova la via più ampia e la luce diventa minore. la cui simile forse mai non fu veduta a pastore in alcuna selva. in onore di questo Idio. dico. sì maravigliosa e strana. si trovò ne le mani. e le stupefatte fiere fermare fra' pastori. si conviene passare. Luogo veramente sacro. inamorato pastore. da volenteroso ardire spronati. e non contentandosi di sì umile suono. perché da divine mani composta et incerata la giudicavamo. e le forestiere querce. Indi pervenne. E tu principalmente. Et è fama che mentre costui cantava. Ma avendo costui da la natura lo ingegno a più alte cose disposto. una grotta oscurissima e grande vi si vede incontanente aprire di sotto ai piedi. poi che per la sùbita transformazione di lei si vide schernito. e degno. quando per queste selve da amore spronato seguitò la bella Siringa. la canzone di Sileno e 'l fiero amore di Gallo. la appiccò quivi. forse con isperanza di cantare appresso con più sonora tromba le arme del troiano Enea. che di primo aspetto spaventa con inusitato terrore gli animi di coloro che vi entrano. con tanta maiestà e riverenza si offre agli occhi de' riguardanti.grande e bella sampogna pendeva. di essere sempre abitato dagli Dii. ne la quale arrivando. e poi. ove ora la vedete. assiso presso a le pascenti capre. non si possono saziare di contemplarla. e non so come. con la quale potrai a tua posta riconciliare li discordevoli tauri. né di lui più si sa novella alcuna sovra de la terra. Ove per un solo luogo. 6 Ma perché il giorno tutto fra questi ragionamenti non trapassi. tentato lo abbiano più volte e tentino tuttavia. rendendo graziosissimo suono a li selvatichi Idii". che voi ora vedete. E così. Appresso al quale non venne mai alcuno in queste selve. 8 Or quivi. posto che molti. lo ardere del rustico Coridone per Alessi. che di attrecciare ghirlande non si affatigasse. e fare le selve degne degli altissimi consuli di Roma. vi cangiò quella canna che voi ora vi vedete più grossa e più che le altre nova. fatta di sette voci. fra deserti monti giace una profondissima valle. lo ordine de le quali veniva successivamente mancando. E con ciò sia cosa che ora per lo scemo de la cornuta luna il tempo molto atto non sia. i sospiri si convertirono in dolce suono. in guisa che stanno i diti ne le nostre mani. e i velocissimi fiumi arrestare dai corsi loro. l'opra e 'l saper mio così a tutt'i vostri bisogni. facendo sovente per maraviglia dimenticare le vacche di pascere. E quivi dentro in quella oscurità nasce un terribilissimo fiume. che quella sonare potuto avesse compitamente. sì come è. che nel cantare li avea prestato favore. in questa sola grotta. i quali poi che in quella per alquanto spazio rassicurati si sono. essere sempre non men disposto che apparecchiato. abandonavano i nativi monti per udirlo. appresso. né era Ninfa alcuna né Fauno in quelle selve. aggiungendo a questo la morte di Dafni. fe' di quella lo ultimo dono al mantuano Titiro. come la candida luna con ritonda . a chi il fatto più tocca. per ornarli di freschi fiori i giovenili capelli. Il quale poi da invidiosa morte sovragiunto. e quello strettissimo et aspro. "Il quale poi che abandonate le capre si diede ad ammaestrare i rustichi coltivatori de la terra. e per breve spazio contrastando ne la gran voragine.Questa canna fu quella che 'l santo Idio. tornando omai a quello per che venuti siete. 7 Non molto lunge di qui. Ma poi che al fondo di quella si perviene. e quanto più basso si scende. con ciò sia cosa che da la sua sommità insino a la più infima parte è da opache ombre di gioveni alberi quasi tutta occupata. il savio sacerdote così ne respuse: 5 . sospirando egli sovente per rimembranza de le antiche fiamme. li disse: "Tu sarai ora di questa il secondo signore. solo. fatti divinamente in quel luogo da non veduti spirti. ne le mani d'un pastore siracusano. sì bella. Niuna cosa non venerabile o santa vi si può giudicare. e così col mancante spirto. Ove.

e le tacite Stelle consapevoli de le occolte cose. e quello con gli estremi labri gustato. però che de l'impari numero godono i magichi Dii. e la moltiforme Luna potente nel cielo e negli oscuri abissi. ti menerò io primeramente a purgarti. ne trarrò veleni potentissimi. raccenderò la casta verbena e maschi incensi. e le vergini Ninfe generate da lui: cento che ne vanno per le selve. sovra la pelle di quella ti farò distendere. e 'l durissimo aspetto de la bruta Terra. et a due mani per sovra 'l capo gettarlati dopo le spalle nel corrente lume. con la destra parte del core d'un leone inveterato e secco all'ombra solamente de la piena luna. ne la ampia terra e ne lo undoso mare. dopo. Da poi ardendo un ramo di verde lauro. Appresso convocarò quanti Dii abitano ne l'alto cielo. senza fare dimora alcuna. Né dubito punto che saranno di tanta efficacia queste parole. a le serpi. versarò tutto in una fossa fatta dinanzi a l'altare. il grandissimo Erebo e le infernali Eumenidi abitatrici de le stigie acque. e 'l grandissimo Oceano padre universale di tutte le cose. e con la destra lo acuto coltello. Fauni. senza . Appresso a questo comanderò ai pesci. la quale continuamente discorrendo intorno al mondo. legarai una imagine di cera in tre nodi con tre lacci di tre colori. e 'l sommo Aere. dinanzi al quale io con la manca mano tenendo per le corna una nera agna. ma per intendere i loro secreti. farai così l'ultimo incanto: Rimanti. Et acciò che le strane e diversissime figure de' convocati Dii non ti spaventino. e alcuna altra deità è là giù. e la picciola carne rapita dal fronte del nascente cavallo prima che la madre di inghiottirla si apparecchiasse. gli altri rimanderò via ne le loro magioni. e gl'inganni che si apparecchiano a' pastori di fare. e così piegata sotterrandola ne la cavata terra. e farotti poi. Et ogni fiata che le dette cose farai. uno occhio et una spoglia di libiano serpente. con acqua lustrale e benedetta ti inaffiarò tutto. che con degno supplicio punisca le scelerate colpe degli uomini. con issopo e con la casta ruta. ma come chiaro giorno ti manifestino tutte le cose. ma secate con acuta falce al lume de la nova luna. soffumigandoti con vergine solfo. chiamarò ad alta voce trecento nomi di non conosciuti Dii. con oglio e latte inseme. Al fine. circondato di tre veli di diversi colori. e tre volte con quella in mano attorniando lo altare. vede senza impedimento veruno tutte le opere de' mortali. se di venirvi ti darà il core.faccia apparirà a' mortali sovra l'universa terra. senza voltare più gli occhi indietro. E così dicendo. iniqua e cruda. i quali potranno ancora al tuo bisogno commodamente servire. Il quale subitamente con le sue acque ne porterà il tuo amore ne l'alto mare. Lari. Da poi ti spargerò sovra al capo de la polvere. ti porrò indosso una lingua. aprendoli la gola col destinato coltello. e bagnato che ti avrò nove volte in quelle acque. farò venire erbe da tutta Arcadia. con tutta la frondosa schiera de' semidei. mescolarmi fra gli altri ne le deserte selve. Né lascerò li oscuri regni de li sutterranei Dii. e piegandola appoco appoco. D'ogni speranza ignuda. discinto e scalzo d'un piede. quando mi piace. i correnti Fiumi e i sorgenti Fonti. lasciandola sola andare. e lasciando i panni appiccati ad alcuna quercia. che siano tutte presenti al mio sacrificio. ma convocando la tergemina Ecate. che le tenebre de la notte al vedere non ti offendano. Indi prendendo io una bianca colomba. E fra queste cose. con altre erbe non divelte da le radici. e cento che guardano i liquidi fiumi. e la chiara faccia del Sole circondata di ardenti raggi. Dopo spargerò per tutto quel luogo acque tolte da tre fontane. dirai: Tutte mie pene e doglie Richiudo in queste spoglie. 9 E preparato che ti avrò in cotal modo. et oltra a questi. tacitamente dicendo queste parole: Colei pungo et astringo. Silvani e Satiri. a le fiere et agli ucelli (dai quali. lasciandolo ai delfini et a le notanti balene. la gitterò nel fuoco per primi libamenti. ove mula o altro sterile animale involutrato si sia. e sugo di nero aconito. Che nel mio cor depingo. e disvellendoli da mezzo le corna la fosca lana. 10 E se uscire da amore totalmente vorrai. coi quali a mia posta soglio io transformarmi in lupo. intendo e proprietà de le cose e gli occolti secreti degli Dii) che vegnano tutti a me di presente. acciò che ne goda la madre terra. riceverò in una patera il caldo sangue. non già per predare come molti fanno. sette volte attorniare il santo altare. sì come io ti insegnarò. farò di terra e di erbe un novo altare. prenderò un vaso di generoso vino e versarollo ne la fronte de la dannata pecora. vi aggiungerò il profondo Caos. sputerai tre volte. et in quello. 11 Ma se più tosto la tua nemica ad amarti di constringere tieni in desio. e sciogliendoti un per uno tutti i nodi che indosso avrai ti farò prendere la cenere dal sacro altare. e di sangue di nottola ti ungerò gli occhi con tutto il viso. Per la qual cosa quelli solamente retinendo meco che mistiero mi faranno. altre tante li pungerai il core con punta di omicida spada. poi che la avrai tutta spogliata. e tu tirandoli una per una le penne e gittandole ne le fiamme. e con quelli la riverenda Notte accompagnata da le sue tenebre. seguiterai: Di chi il mio bene ha in possa Spargo le carni e l'ossa. Et aperta la mia tasca. i stanti Laghi. Appresso avrai alcuna parte del lembo de la sua gonna. soggiungerai: Così strida nel foco Chi il mio mal prende in gioco. che.

la nostra Massilia ne avrà grazia nel cielo del nostro cantare. E questo ti affermo per la deità di questa selva e per la potenzia di quello Idio. Ove molti olmi. e vide l'alto sepolcro ove le riverende ossa di Massilia si riposano con eterna quiete. dopo molte grazie con parole renduteli. non altrimente che le furiose cavalle ne le ripe de lo estremo occidente sogliano i genitabili frati di zefiro aspettare. et in gran copia i sonnacchiosi papaveri con le inchinate teste. . Aiace e 'l giovene Croco con la amata donzella. madre di Ergasto. quando a' mortali denunzia pioggia. andavano cantanti ucelli vagandosi. 13 Ma parendone finalmente ora di ritornare a le lasciate mandre. e formatovi con le zappe un seggio pastorale. piangeva . 17 Le quali cose poi che di una in una avemmo fra noi maravigliosamente comendate. essendo il caldo grande e veggendone un boschetto fresco davanti. E per li ombrosi rami le argute cicale cantando si affatigavano sotto al gran caldo. la vedrai a te venire. dandogli per soggetto che lodasse il nobile secolo. dando modestamente ai vinti animo. intessute con mirabilissimo artificio. sì naturalmente che avresti detto: "Questa solca il tranquillo mare". non di pruni o di rubi. e per una via più breve postine a scendere il monte. e comendando con maravigliose lode i vincitori. e di tanti colori dipinta. il quale ora presente standone. quivi ligustri. però che di poco tempo avanti vi erano dal pietoso Ergasto stati piantati. bagnandosi per le fredde acque. in similitudine di esperti e destrissimi naviganti. il quale di tanti e tali pastori si vedeva copiosamente dotato. ne licenziammo da lui. pastori. ne ponemmo inseme con Ergasto in letti di alti lentischi distesi a giacere. per le cui latora. e le rubiconde spighe de l'immortale amaranto. vi andammo. Quivi gigli. e letto ne la bella sepoltura il degno epitafio. A queste bellezze se ne aggiungeva una non meno da comendare che qualsivoglia de le altre. con ciò fusse cosa che in nostra età ne era concesso vedere et udire pastori cantare fra gli armenti. rendevano inseme piacevolissimo suono ad udire. le quali fuggendo velocissime per le verdi erbe andavano a cercare il piano. puse silenzio a le sue parole. Onde drizzatosi in piedi disse: 14 . credo forse per dare diletto a le piacevoli Ninfe guardiane del luogo e de le sepolte ceneri. ai quali aggiungendosi ancora il mormorare de le roche onde. graziosissime corone ne l'orrido verno. le quali lei medesma. et udite come. se ne vedeno variare. Ove giunti. non ancora cresciuti a pare altezza de la bianca cima. 16 Era la bella piramide in picciolo piano sovra una bassa montagnetta posta. le quali quanto diletto porgesseno a ciascuno. quanto da' pastori in alcuna selva si avesse giamai. ma di genebri. Così ancora per mezzo degli alberi e de le sepi si vedevano fiere bellissime e snelle allegramente saltare e scherzare con varii giochi. deliberammo di volere udire alcuno de la brigata cantare. fatta solamente di vimini e di fronde di viva edera. le quali quattro erano. di rose e di gelsomini. andavamo con non poca ammirazione comendando lo udito pastore. Iacinto. per le sarte de la quale. non so come. Per la qual cosa Opico a Selvaggio il carco ne impuse. ne si moveano per sovra al capo. la mesta Filomena da lunge tra folti spineti si lamentava. le upupe e le calandre. ora nel temone et ora ne la alta gabbia. fra due fontane di acque chiarissime e dolci. mentre visse. E stando costui già per cominciare rivolse. essendo già viva. servando ancora gli avuti nomi: Adone. e quanti pastori ne la sua prosapia erano in alcun tempo stati famosi e chiari per li boschi.15 A tutti parve ragionevole quello che Selvaggio disse. avemmo tanto da contemplare e da pascere gli occhi. cantavano le merole. Per compassione del quale molti pastori ancora avevano il luogo circondato di alte sepi. ascolta il mio ragionare. anzi di terrene stelle. non è da dimandare.repugnanza alcuna fare. e con espediti passi. e di passo in passo alquante torri di rosmarino e di mirti. la quale sì dolcemente soleva un tempo tra noi le contenzioni decidere. aveva in onore de' suoi antichi avoli fatte dipingere. l'un dopo l'altro. quanti ne la pomposa coda del superbo pavone o nel celestiale arco. che dopo mille anni sarebbono desiati fra le selve. Finalmente quanti fanciulli e magnanimi re furono nel primo tempo pianti dagli antichi pastori. e sovra a quella offerte di molte corone. Incontro a le quali con gonfiate vele veniva una nave. la quale fu. si potevano vedere molte istorie di figure bellissime. molte querce e molti allori sibilando con le tremule frondi. E dintorno a quella porgevano con suoi rami ombra alberi giovenissimi e freschi. e fra questi il vano Narcisso si poteva ancora comprendere che contemplasse sopra quelle acque la dannosa bellezza che di farlo partire dai vivi gli fu cagione. molto con parole raconsolando il piangente Ergasto. Massilia. da' pastori quasi divina Sibilla riputata. gli occhi in un picciolo colle che da man destra gli stava. 12 E così detto. benché il sole fusse ancora molto alto. tanto che quasi al piano discesi. con ciò sia cosa che tutta la terra si potea vedere coverta di fiori.Andiamo colà. quivi viole tinte di amorosa pallidezza. con tutto il numero de' posseduti armenti. ché se dopo le esequie le felici anime curano de le mondane cose. con la punta elevata verso il cielo in forma d'un dritto e folto cipresso. tutti si vedevano quivi transformati fiorire.

E s'io passai per pruni. Indi incantar la luna m'insegnarono. non fia mai poi balen né tempo pluvio. a cui sovra la imposta materia il cantare toccava.Cerca l'alta cittade ove i Calcidici sopra 'l vecchio sepolcro si confusero. che di tornar al ben pur non si ingegnino. che tal più pute che ebuli et abrotano e par che odore più che ambrosia e baccari. E sì del fango ognun s'asconde i zaccari. le selve. e se timor mi pusero crudi orsi. sovra ai quali i bassi alberi coi gravosi rami stavano sì inchinati. ancor compungesi. mi fe' cercare un tempo strane fiumora. che 'n quelle dotte selve non conoscasi. Fronimo mio. che quasi vinti dal maturo peso parea che spezzare si volessono. E s'una volta avvien che si disdegnino. e più non pregian naccari. io fui tra Baie e 'l gran Vesuvio nel lieto piano. non si coronano. tal ch'io gli vidi nel mio ben veridici. com'uom crede. Onde Selvaggio. e quale è mobile. le sollecite api con suave susurro volavano intorno ai fonti. ruppe finalmente il silenzio in queste voci: Ecloga 10 SELVAGGIO. e ciò che in arte maga al tempo nobile Alfesibeo e Meri si vantarono. ove l'alma. Amor. ma quei fatidici pastor mel fer poi chiaro e mel mostrarono. aspre costumora! Al fin le dubbie sòrti mi rispusero: . del tutto mutole. e con vendetta ai boni insegnino sì come i falli de' malvagi notano. SELVAGGIO Amico. Questo non intens'io. e quale stella è fissa. le gambe il sanno. anzi risonano. perché. accolto in picciol fluvio. per ben cantar. ove col mar congiungesi il bel Sebeto. che mai dal cor mio non disgiungesi. Ond'io temo gli Dii non si riscotano dal sonno. Quivi la sera. de' quali tutto il suolo dinanzi ai piedi e per ogni lato ne vedevamo in abondanza coverto. oggi i pastor più non ragionano de l'alme Muse. FRONIMO Selvaggio. poi che 'l ciel rinfoscasi. . Ogni cosa redoliva de la fertile estate: redolivano i pomi per terra sparsi. FRONIMO SELVAGGIO Non son. urtiche e dumora. Né nasce erbetta sì silvestra ignobile.la solitaria tortora per le alte ripe. facendo con gli occhi segnale a Fronimo che gli rispondesse. pensando. tal che quasi all'antiche egual riputole. dure genti.

Non vedete la luna ineclissata? La fera stella armata di Orione? Mutata è la stagione e 'l tempo è duro. Lasso. ma Fauno a udir rimboscasi. . per isfogar la rabbia. Deh c'or non mi sovien qual nome avevano! So ben che l'un da più felici augurii fu vinto e morto . ha i raggi spenti. per non trovar pastura. ché si de' aver del sale in questo stato. così prese a cantar sotto un bel frassino. che 'l cor per doglia sospirando avampane. in quelle pratora. che 'n un momento io sudo e tremo e veramente temo d'altro male. perché 'l comanda il Fato e la Fortuna. Il qual un dì. Costui non imparò putare o metere. e 'l sol.or mi ricorda. vaccarelle. ma curar greggi da la infetta scabbia e passion sanar maligne e vetere. e già s'attuffa Arcturo in mezzo l'onde. Remo in su l'edificar de' lor tugurii.Proveda il ciel che qui vèr noi non passino malvage lingue. né so pur come o quando torne estate. inique. che ciascun caccia da la mandra propia. Erran per alpe incolte inabitabili. c'appena di mill'una càmpane.certa l'arte febea con la palladia. e ciascun vive in tanto estrema inopia. egli una gabbia: . Le qua' per povertà d'ogni altro edulio. Ringrazie dunque il ciel qualunque ha copia d'alcun suo bene in questa vil miseria. acciò che quando i boschi e i monti imbrunano. che non c'altri. per non veder oppresso il lor peculio da genti strane. e de le pampane si van nudrendo. Itene. le selve usate e le fontane amabili. come solevano fra quei primi pastor nei boschi etrurii. digiunano. inesorabili. che 'n sonar sampogne o cetere non troverebbe il pari in tutta Arcadia. oimè. ghiande pascevano per le lor grotte da l'agosto al giulio. Quanti greggi et armenti. Viven di preda qui. che per terra adunano! Lasso. ciascuna a casa ne ritorne satora. non già per aurea età. c'a noi s'asconde. io fiscelle tessendo. Ma a guisa d'un bel sol fra tutti radia Caracciol. e van per l'aria i vènti mormorando. e le benigne fatora fra questi armenti respirar mi lassino. I bifolci e i pastor lascian Esperia. E le nubi spezzate fan gran suoni. tanti baleni e tuoni han l'aria involta. ché 'l duro tempo glie ne dà materia.

o faretrate Ninfe. o fonti. ogni ucelletto che vi sgombrava il petto. Giove. Naiadi et Amadriadi. o Satiri e Silvani. e tu nol reggi. or sète sole. secche son le viole in ogni piaggia: ogni fiera selvaggia. Pale. o chiare linfe. o Fauni e Driadi. o aure. son morti. ma sospira. o antri foschi. o valli. o verdi rive. o fior novelli. ché di april né di maggio hai sacrificio. . Vertunno non s'adopra in transformarse. o semidee. or vi vien meno. E già Pan furioso con la sanna spezzò l'amata canna. e tien la sua faretra sotto ai piedi. per nostra pena. Dafni. o fiumi. e tu tel vedi? E non ha lira da pianger. il cieco errore entrò nel fiero core al neghittoso. Ahi. La saette. o Eco. e per campagne lassa le sue compagne senza guida. palme. quando. l'arco e 'l dardo. omai Diana dispregia. oimè. o arboscelli. E tu. che colpa n'hanno i greggi de' vicini? Che sotto gli alti pini e i dritti abeti si stavan mansueti a prender festa per la verde foresta a suon d'avena. lauri et olive. Apollo in Tauro o in Libra non alberga. che vede ognor al fondo gir le stelle. per cui la carne e l'osso or porta ignudo. se stesso riprendendo. o gloriosi spirti degli boschi. ti sdegni per l'oltraggio. e brama il giorno che 'l mondo intorno intorno si disfaccia e prenda un'altra faccia più leggiadra. né vòl che le man sante puten legni. Minerva il fiero scudo irata vibra. Pomona ha rotte e sparse le sue piante. la corda. edere e mirti.ch'io temo un'altra volta il mondo pera. o monti. O dolce primavera. o agresti Pani. né genebro né salce è che 'l ricopra. ma con l'usata verga al fiume Anfriso si sta dolente. Priapo è fuor degli orti senza falce. ché de la sua Siringa si ricorda. o piagge benedette. e la fontana ove il protervo Atteon divenne cervo. cotanto si disfida omai del mondo. o colli. E 'l misero Sileno vecchiarello non trova l'asinello ov'ei cavalca. Marsia senza pelle ha guasto il bosso. Ma s'un commette il vicio. o fresche erbette. Amor losinga. Mopso e Menalca. Oreadi e Napee. ond'or piangendo. assiso in una pietra. c'ogni animal fea tardo.

Lasso. quai non so s'un tempo in Menalo. Beata terra che 'l produsse a scrivere. Gran cose in picciol velo oggi restringo. o Parche rigide. e i boschi rintonavano con note. Io ne l'aria dipingo. predisselo. così gli Dii la libertà ne tolgono. or ch'è ben tempo. trunchesi. benché con cibi alpestri e vin sorbitico. Ahi fato acerbo! ahi ciel crudo e superbo! Ecco che 'l mare si comincia a turbare. che a morte desiar spesso rimenalo. ai quai sì spesso è dato intendere . pensando al mal che avvenne. degno assai più ch'io col mio dir non recolo. e 'n ogni parte farsi strada con la cruenta spada. Dormasi fuor del bosco. Tagliate tosto le radici all'ellere. e tal si stende che forse non intende il mio dir fosco. Ahi vita trista! Non è chi gli resista. Non aspettate che la terra ingiunchesi di male piante. Tal che assai meglio nel paese scitico viven color sotto Boote et Elice. fuor già d'ogni natia carità patria. non lasseranno i pini in alto eccellere. oimè. perché a Nettuno piacque esilio darli e col tridente urtarli in su la guancia. Or quando mai ne pensàr tanti guai bestemmie antiche? Gli ucelli e le formiche si ricolgono de' nostri campi il desiato tritico. Deh. e non è dubbio che la Sibilla ne le foglie scrisselo. perché non troncate. verrebbe a noi. che la temenza al mio cor fisselo. La donna e la bilancia è gita al cielo. la noce che con l'ombre frigide nòce a le biade. mia tela breve al dispietato subbio? Pastor. Un'orsa. un tigre han fatto il fier connubbio. Et è sol di vertù sì chiaro specolo. e 'ntorno ai liti stan tutti sbigottiti i Dii dell'acque. e i boschi. E se non fusse che 'l suo gregge affrenalo e tienlo a forza ne l'ingrata patria. fin che ogni ferro poi per forza adunchesi. ché 'l petto mi si fe' quasi una selice. in Parnaso o in Eurota s'ascoltavano. Già mi rimembra che da cima un'élice la sinestra cornice. che adorna il mondo col suo dritto vivere. lassando l'idolatria e gli ombrati costumi al guasto secolo.Bacco con la sua squadra senza Tirsi vede incontro venirsi il fiero Marte armato. Così cantava. ché se col tempo e col poder s'aggravano. pria che per anni il sangue si rinfrigide. e non tardate a svellere.

i superbi palazzi. perché la notte si appressava e le stelle cominciavano ad apparere nel cielo. per memoria degli odoriferi roseti de la bella Antiniana. e di ricco et onorato populo copiosa. sì tosto come il sole. commossono per forza le lacrime. 2 Ma finito il cantare. si sforzavano per . il fruttifero monte sovraposto a la città. di tanti studii. né curo io già. Per la qual cosa. Per la qual cosa. è finalmente a noi con opportuno passo venuto. oltra al piacere grandissimo. Così tutta quella notte tra fochi. le ossa de la vostra Massilia furono consecrate a la terra. perché vecchio era. senza moverli punto né battere palpebra mai. e se per lo coverto parlare fu poco da noi intesa. essendo per tutto oscurato. se col parlar mio crucciole. che da le mie facultà si puote espettare. i piacevoli laghi. di tante arti. ma qualsivoglia provincia. che con vostro commune lutto e dolore universale di tutte le circonstanti selve. e con pietoso aspetto vèr noi volgendosi disse: 3 . di tanti laudevoli esercizii? che veramente non che una città. et a le volte mandando fuori alcune rare lacrime. Et appresso a questo. de le feste. e con questo le alte torri. le dilettose e belle isolette. e poi tutto inseme raccolto passare soavemente sotto le volte d'un picciolo ponticello. i sulfurei monti. con gli occhi sempre fermati in quel sepolcro. e tra le altre cose. i maravigliosi e grandi edificii. secondo la nostra usanza. e sovra la cima di quella ne ponemmo una grandissima. ne la quale gli ucelli ancora. che sperando udir più. A questa cogitazione ancora si aggiunse il ricordarmi de le magnificenzie de la mia nobile e generosissima patria. e con le labra non so che fra se stesso tacitamente submormorando. volendo Opico con lui rimanere. fornita questa notte. universale albergo di tutto il mondo. anzi il mio napolitano Tevere. il quale. il quale per me sarà sempre acerbo e sempre con debite lacrime onorato. con ciò sia cosa che 'l giorno. qualsivoglia opulentissimo regno ne sarebbe assai convenevolmente adornato. Che già mentre quelli versi durarono. e compiesi dimane lo infelice anno. celebratissima Ninfa del mio gran Pontano. Che dirò io de' giochi. in diversi canali discorrere per la erbosa campagna. la canzone del quale. Né mi fu picciola cagione di focosi sospiri lo intender nominare Baie e Vesuvio. non è da dimandare. de le merite lode del mio virtuosissimo Caracciolo. mentre quel cantare durò. e le strade piene di donne bellissime e di leggiadri e riguardevoli gioveni. non picciola gloria de le volgari Muse. et a me non poco grazioso. del sovente armeggiare. contiene in sé il mirabilissimo porto. ma datigli alquanti gioveni in sua compagna. senza dormire. e con la cavata grotta la felice costiera di Pausilipo. quasi da lungo sonno svegliato. oltra al grande circuito de le belle mura. sì ratto fer dal ciel la notte scendere. con suavi e lamentevoli suoni si passò. averà con la sua luce cacciate le tenebre. e senza strepito alcuno congiungersi col mare. e vedere il placidissimo Sebeto. a modo di persona alienata.rime. . quasi studiosi di superarne. E sopra tutto mi piacque udirla comendare de' studii de la eloquenzia e de la divina altezza de la poesia. Ove ciascuno de la sua vittoria averà da me quel dono. Ergasto. A me veramente. non senza voluntà degli Dii la fortuna a questo tempo ne ha qui guidati. si drizzò in piedi. verrete qui a celebrar meco i debiti officii e i solenni giochi in memoria di lei. i grandi et onorati seggi de' nostri patrizii. Coi quali ancora mi tornaro a la memoria i soavissimi bagni. Altro che se forse da Ergasto. udendo sì ben ragionare de l'amenissimo sito del mio paese. abitata di ville amenissime e soavemente percossa da le salate onde.Cari pastori. la maggior parte di noi quella notte si restò con Ergasto a veghiare. Prosa 11 Se le lunghe rime di Fronimo e di Selvaggio porsono universalmente diletto a ciascuno de la nostra brigata. e da diversi in diversi modi interpretato. a chi 'l ciel non pòte il fin prescrivere! Ma l'empie stelle ne vorrei riprendere. i ricchi templi. non rimase però che con attenzione grandissima non fusse da ciascuno ascoltata. voi similmente convocando gli altri pastori. ricordandomi de' diletti presi in cotali luoghi. mi parea fermamente essere nel bello e lieto piano che colui dicea. vidi le lucciole. la quale forse da lunge a' riguardanti si dimostrava quasi una chiara luna in mezzo di molte stelle. La quale di tesori abondevole.4 E così detto. accendemmo di molte fiaccole intorno a la sepoltura. in una fissa e lunga cogitazione vidi profondamente occupato. sì come io stimo. e gli animali usciranno a pascere per le selve. non gli fu permesso.

Prendi questo cane. e tenendolo per le orecchie. se la inimica Fortuna il potere mi ha tolto di farve qui un sepolcro eguale a questi monti. Intorno a la quale i pastori ancora collocarono i grandi rami che in mano teneano. disse: 16 . i premii che già avuti avete. chi vino. basciando religiosamente la sepoltura. potrà e per dardo servire e per pastorale bastone. rischiarandosi tuttavia il cielo. Il quale. Logisto e Galicio. fe' le sante oblazioni. come se demesticati fusseno. le cui lane eran bianchissime e lunghe tanto che quasi i piedi gli toccavano. lo si avrebbe senza dubbio lasciato dopo le spalle. li quali tutti in schiera venendo vestiti e coverti di frondi. . quale darete? . mostrava il petto. Ergasto fe' venire un bel cane bianco. e dopo alquanto spazio. il quale sovra tutti i cani fedelissimo et .10 A queste parole si ferono avanti Ofelia e Carino. che ad un tempo tutti cominciarono a stendere i passi per la verde campagna con tanto impeto. Caduto Logisto. e con instanzia grandissima il dimandava. o per invidia non volendo che Logisto la palma guadagnasse. figliuolo di Opico. Appresso al quale ma di bona pezza seguiva Logisto. con Elpino e Serrano. e con la furia medesma che colui portava. 8 Allora Ergasto. ottenne. sorridendo disse: 12 E se a Logisto date il primo dono. cominciò Ofelia con maggiore studio a sforzare i passi per lo libero campo. che veramente saette o fólgori avresti detto che stati fusseno. Tal che arrivando finalmente al destinato luogo. ebbe il secondo pregio. e senza potere punto aitarsi. e 'l figliuolo di Opico chiamato Partenopeo.tutti gli alberi di quel luogo a cantare. convenevole instrumento al sordido Bacco. parea che con piacere maraviglioso ne ascoltasseno. per modo che movendo riso a' pastori. chi latte. che sono ora il terzo. a cui il gridare de' pastori e 'l plauso grandissimo aggiungevano animo a la vittoria. gli venne fallito un piede. fornito questo. e facendosi venire un bello e grande ariete. e se più lungo spazio a correre avuto avessono. Ma Carino con maravigliosa leggerezza era già avanti a tutti. 11 Qui con gridi e rumori cominciò Logisto a lamentarsi de la frode di Carino. e sovra a quelli ciascun matino cento vittime offrirvi. che quasi col fiato il collo gli riscaldava e i piedi in quelle medesme pedate poneva. E già vincitore Carino poco avea a correre. ad Ergasto voltosi. il cui nome è Asterion. propose i premii a coloro che correre volesseno. adorò prima il sorgente sole: dopo a la bella sepoltura voltatosi. non so come. parevano da lungi a vedere non uomini che venisseno. Il che vedendo Carino. Ofelia in contrario diceva esser suo. o che da vero levar si volesse. Le voluntà de' pastori in diverse parti inclinavano. ferono similmente i loro doni: chi uno agnello. non fu sì tosto dato il segno. chi più di me merita esser premiato? che senza dubbio sarei stato il primo. a le cui spalle era sì vicino Galicio.17 E dicendo queste parole. e tenendo sempre gli occhi fermi ove arrivare intendeano. e chiamando tutti ad alta voce la divina anima. il quale ornato di sì bel ferro. sì come desiderava. il quale opponendogli il piede. non vi onore. che più che gli altri appreso gli era. che la disegnata meta toccata avrebbe. a cui nel correre la sua velocità e la Fortuna concederanno il primo onore. significava a' mortali la venuta del sole. nato d'un medesmo padre con quel mio antico Petulco. Al secondo è apparecchiata una nova e bella fiscina. vedendosi già esser primo. ma una verde selva che tutta inseme con gli alberi si movesse vèr noi. . con rami lunghissimi in mano. 5 E già in questo la vermiglia Aurora alzandosi sovra la terra. quanto le forze si stendono. e 'l terzo rimarrà contento di questo dardo di genebro. disse: 9 . gli cominciammo a scoprire nel piano. Ergasto ponendosi in testa una corona di biancheggianti ulivi.Materne ceneri. E ciascuno postosi al dovuto ordine. e circondarlo tutto di ombrose selve con cento altari dintorno. si sforzava ciascuno di avanzare i compagni. chi uno favo di mèle. non so in che modo ne l'alzarsi gli oppose davanti una gamba. A la fine giunti sovra al colle ove noi dimoravamo. et altri lor compagni più gioveni e di minore estima. la prima palma. e i silvestri animali.Se tanta pietà hai degli amici caduti. cadde subitamente col petto e col volto in terra. e dopo Ofelia. . e dopo questi. E Galicio. donò a Logisto una bella pecora con duo agnelli. quando. così disse: 6 . quando Partenopeo. e molti vi offersono incenso con mirra et altre erbe odorifere. con pietosa voce.Questo sarà di colui. a me fia licito aver pietà de l'amico. e con ambe le mani si tenea per le corna il guadagnato ariete. o sterpo o petra o altro che se ne fusse cagione.13 A cui Ergasto con lieto volto rispose: 14 .15 E così dicendo.7 E così dicendo. e 'l terzo Partenopeo. . gioveni leggerissimi et usati di giungere i cervii per le selve. il fe' parimente a sé vicino cadere. ascoltando ciascuno.Piacevolissimi gioveni. vostri saranno. e voi castissime e reverende ossa. gli avea tolto il primo onore. non mi potrà ella togliere che con sincera voluntà et inviolabile amore questi pochi sacrificii non vi renda e con la memoria e con le opre. a me. quando di lontano a suon di sampogna sentimmo la brigata venire. intorno a la tomba giacendo. la faccia e la bocca tutta piena di polvere. non fusse a me stata contraria. disse: 18 . deposta la solita paura. se la medesma sòrte che nocque a Logisto.

E già per ogni membro ad ambiduo correva il sudore. e cercando di emendare quel fallo che nel trare del palo commesso avea cominciò a servirse de le astuzie. presolo. e con tanta tenerezza il mirava. disse: 23 . si ritornò a sedere. veggendo che nessuno ancora si movea. e 'l fanciullo ne l'una mammella poppava. benché molto vi si sforzasse. lattava un picciolo Satirello. con tutti i membri bellissimi. le risa e i gridi de' pastori furono grandi. meritò per la sua immatura morte essere da me pianto. Ma non possendosi in ultimo né gittare né dal luogo movere. e poi che fra sé molto bene esaminato ebbe il peso di quello. cacciavano per le bocche di quelli le picciole mani. si bassò in terra. Ma di fuori del vaso correva a torno a torno una vite carica di mature uve.Per duo anni non arà mistiero di andare a la città né per zappe né per pale né per vomeri colui che in trar questo sarà vincitore. non rincrescesse lo . offrendo di dare al vincitore un bel vaso di legno di acero. et aggiungendo alquanto di destrezza a la forza. e con l'occhio la si guardava. Il qual colpo fu sùbito segnato da Ursacchio. con grandissima prestezza il puse tra le cosce di colui che per attaccarsi con lui gli si era appressato. La espettazione de' circonstanti era grande. per qualsivoglia accidente. né però molto da sé il poteo dilungare. e sì lungo come era. Il perdere. cominciò Elenco ad alzare di terra il palo. Poco discosto da costoro si vedean duo fanciulli pur nudi. cominciò a mostrare le late spalle. i quali intorno stavano. sel gettò con le gambe in aere per dietro le spalle. sentendosi lui ancora scornato del ridere de' pastori. e ne l'un de' capi di quella un serpe si avolgeva con la coda. . ma pure stettono a vedere quello che i maggiori e più reputati facessono. e non possendosi altrimente aitare. due o tre volte dimenò la mano per quella polvere. e prima che il palo prendesse.Non possono tutti gli uomini tutte le cose sapere. con tutte sue forze si mise a trarlo. gliela diede. Ove si videro di molti belli e ridiculi tratti. ne l'altra mi basta avere ricoprato lo onore. e l'altro tenere alzato. Per la qual cosa Montano. vedendo duo tali pastori uscire nel campo. e bassando in un punto il capo. e le vene de le braccia e de le gambe si mostravano maggiori e rubiconde per molto sangue. ne l'altra tenea distesa la tenera mano. 22 Et Ergasto fe' cominciare il terzo gioco. in un impeto furiosamente si ristrinsero con le forti braccia. non ancora adoprata in alcuno esercizio. e sempre con sospiro ardentissimo nominato. tanto de l'una parte quanto de l'altra. Finalmente l'un verso l'altro approssimatosi. La maraviglia. e venendoli un pastore molto lungo davanti. quasi temendo che tolta non gli fosse. quanto due volte quello era lungo. avanzò di tanto tutti gli altri. Il terzo che 'l tirò fu Eugenio.19 Acquetato era il rumore e 'l dire de' pastori. ma tra l'altre una Ninfa ignuda. come vedemo spesse volte fare a le grue. l'altro caduto già in terra piangeva. dai piedi in fuori. con ammirazione lodando il bel tratto che fatto avea. e senza fargli pigliar fiato. i quali avendosi posti duo volti orribili di mascare.24 A cui Ergasto ridendo affermò che dicea bene. era toccare con quel piè che suspeso tenevano. picciola tanto. e ciascuno deliberato di non cedere. artefice sovra tutti gli altri accorto et ingegnosissimo. Incontro al quale un per uno similmente con un piè solo aveano da venire gli altri pastori.amorevole. Di che Ursacchio prendendo animo. dopo. e quasi davanti ai piedi sel fe' cadere. ove per mano del padoano Mantegna. de' quali l'uno fuggendo si volgea indietro e per paura gridava. . quanto solamente con un piè vi si potesse fermare un pastore. il distese in quella polvere. Finalmente toccando ad Ursacchio di guardare il luogo. parevano a vedere duo rabbiosi orsi o duo forti tori. e dubitando Uranio che a coloro. A cui tutti i pastori applausono. per porre spavento a duo altri che davanti gli stavano. presosi il palo. 25 E sùbito ordinò i premii a coloro che lottare volessono. La quale sovra un gonfiato otre sedendo. Ma Montano. si levò sùbito in piedi e spogliatosi il manto. che erano come quegli de le capre. 26 Incitò molto gli animi de' circonstanti a dovere lottare la bellezza di questo vaso. Egli di sua mano con un de' nostri bastoni fe' in terra una fossa. ché 'l medesmo palo gli sarà e fatica e premio.21 A queste parole Montano et Elenco con Eugenio et Ursacchio si levarono in piedi. che in quel piano combattessono. e passando avanti e postisi ad ordine. Se in una ho fallato. formava un bellissimo e strano manico da tenerlo. che parea che di amore e di carità tutta si struggesse. stendeva la mano per graffiarli. . il quale fu di tal sòrte. poi che per bono spazio riguardati si ebbero dal capo insino ai piedi. in terra. fattosi un poco avanti. il trasse per forma che fe' tutti ridere i pastori. e disse: 20 . eran dipinte molte cose. Per la qual cosa Uranio. quando Ergasto cacciò fuori un bel palo grande e lungo e ponderoso per molto ferro. e con la bocca aperta venendo a trovare il labro del vaso. Incontro al quale animosamente uscì Selvaggio. a cui l'ultimo tratto toccava. ora essendone cacciato uno et ora un altro. tanto ciascuno per la vittoria si affaticava. pastore notissimo e molto stimato fra le selve. e cavandosi dal lato una falce delicatissima col manico di bosso. e far prova di levarlo da quella fossa e porvisi lui. ma credendosi forse che in ciò solo le forze bastare gli dovesseno. il quale di bono spazio passò i duo precedenti.

animoso giovene. fu bisogno. volse la sua sòrte che al lupo. e benché indrizzasse bene il colpo verso la testa del lupo. il tardare.Fortissimo et animosissimo Selvaggio. quantunque molto vi si sforzasse. diede in la corda con che a l'albero legato stava. In questo parve a Clonico di dovere aspettare che 'l lupo si fermasse. . che con la pietra ferì ne l'albero presso a la testa del lupo. tirandosi indietro. ma di grandissima armonia nel sonare. si congratulavano. ebbe il secondo dono. facendo maravigliosa festa. non ebbe ventura in toccarla. è noioso: o tu alza me di terra. il fe' sùbito morto cadere. et a Clonico voltandosi. Appresso a costui tirò Fronimo. Montano adunque lieto ponendo una viva selce ne la rete de la sua fronda. Per la qual cosa Partenopeo. il quale fu una tasca da tenere il pane.aspettare. e poi coronandolo d'una bella ghirlanda di fronde di baccari.Troppo sarebbe oggi stata grande la tua ventura. e fortissimamente lasciando andare il sasso. ma vicinissimo andandoli. E i pastori tutti gridarono. e disse: 32 . e lui senza potere aitarsi gli cadde di sopra.Le vostre forze non son ora da consumarsi qui per sì picciolo guidardone. . per modo che chi veduta non la avesse. e 'l lupo tutto atterrito fe' movendosi grandissimo strepito. Montano. come tu vedi. a l'altro una cetara nova. udendola solamente parlare. si avrebbe per fermo tenuto che quella uomo fusse. l'altra appresso fu di Fronimo. a l'uno diede il bel vaso. o io alzarò te. et ad Opico volgendosi. vedendolo traversare per salvarsi in un bosco che da la man sinestra gli stava. Onde ciascuno di maraviglia rimase attonito. Di questo pensò Ergasto dover fare in quel giorno lo ultimo gioco. gli disse: 27 . con malo animo si apparecchiavano a la terza lotta. La quale furiosamente stridendo pervenne a dirittura ove mandata era.33 Allora Clonico e Partenopeo e Montano. e fa conoscere agli altri che tu ancora ami Ergasto. che tenea già la fionda in posta per tirare. rimase ad Ergasto un delicatissimo . invocò in sua aita i pastorali Dii. gli diede col talone dietro a la giuntura de le ginocchia una gran botta. la quale drittissima verso quello andando. gli disse: 30 . che già per la nova allegrezza piangea. il quale per niuna cosa ancora levato si era da sedere. Dopo dei quali toccava a Montano l'ultimo pregio. e poi sì tosto come quieto il vide. e senza farlo punto movere. la terza di Clonico. ma per lo gran peso e per la fatica avuta non possendolo sustinere. e forse a Montano avrebbe sovra al palo portata la seconda vittoria. fatta in forma di torre. adesso con la sua fionda in quel versaglio sel può guadagnare.31 E questo dicendo. Et Ergasto allora lieto fattosi incontro a Partenopeo. Ma Ergasto non volse che le ire più avanti procedessono. e la pietra passò via. il quale lietamente prendendola ringraziò. facendo maggiore sforzo. et ad una voce tutto lo spettacolo chiamò vincitore Partenopeo. a lui et agli altri mostrò il legato lupo. per modo che facendoli per forza piegare le gambe il fe' cadere sopino. e per una festa il tenean così vivo legato ad un di quegli alberi. e gliela diede. Appresso a Partenopeo. se così ne la fionda fossi stato felice. il prese con ambedue le braccia per mezzo. che in sua memoria non abbii di te a mostrare prova alcuna? Prendi. che ambiduo così giunti cadessono in quella polvere. Allora tutti i pastori maravigliati gridarono. et amichevolmente chiamatili. si mosse dal luogo ove stava. lavorata di lana mollissima e di diversi colori. Il terzo premio fu dato a Fronimo. la lasciò andare. con Fronimo cominciarono a scingersi le fionde et a scoppiare fortissimamente con quelle. gli diede per pregio un bel cavriuolo. non dimenticato de le sue astuzie. parimente di sotto e di sopra lavorata e di dolcissimo sòno. e con tutta sua forza rotandolasi intorno al capo. e così dicendo. la quale egli molto cara tenea per mitigamento e conforto del suo dolore. ferì ne la tempia sotto la manca orecchia. quella rumpesse. disse: . ammaestrata di chiamare per nome e di salutare i pastori. A l'ultimo alzatisi. sùbito incominciò a fuggire. poco avanti vincitore nel palo. liberò la pietra. Ma Selvaggio. si levò dal collo una bella sampogna di canna fatta solamente di due voci. se non che il lupo impaurito per lo romore. e così dicendo il sospese da terra. 35 Ma forniti i doni. diede in quel albero e levògli un pezzo de la scorza. Dopo questo. credendo che al lupo dato avesse: ma quello sentendosi sciolto. lo abbracciò. e del resto lassiamo la cura agli Dii -.E tu lasserai oggi così inonorata la tua Massilia. A cui Ergasto piacevolmente e quasi mezzo sorridendo disse: 34 . mansuetissimo e caro a tutti i pastori. il quale fu una gabbia nova e bella. come nel palo fosti -. . e fu cagione che il lupo. la quarta di Partenopeo. 29 Avevano per aventura la precedente notte i compagni di Ergasto dentro la mandra preso un lupo. cresciuto in mezzo de le pecore et usato di scherzare tra i cani e di urtare coi montoni. et eguali doni prenderete. quantunque al tirare stato fosse il primo. Clonico che rotto avea il legame del lupo. la tua fronda. e poi gittate fra loro le sòrti. con una pica loquacissima dentro. uscì prima quella di Montano. il quale con ogni sua forza intendeva a correre.28 E così dicendo.Chi per difendersi da le piogge del guazzoso verno desidera un cucullo o tabarro di pelle di lupo. toccando la sua vicenda a Selvaggio di dovere alzare Uranio. Eguale è di ambiduo la vittoria.

prendi la sonora sampogna. né fare altra prova.I privilegii de la vecchiezza. né paesano né forastiero si possette a me agguagliare. se io fusse di quella età e forza che io era. o non vogliamo. e piangendo narrate a questi sassi le nostre lacrimose aspre venture. e tu. ora sovra di me il tempo usa le sue ragioni. La dotta Egeria e la tebana Manto con sùbito furor Morte n'ha tolta. si rallegri oggi di udirti cantare: e dal cielo con lieta fronte mire et ascolte il suo sacerdote celebrare per le selve la sua memoria. ne le lotte. prese di man di Montano la sampogna che poco avanti donata li avea. che fra le selve occolta vivi. O erbe. a pianger volta. .bastone di pero selvatico. o Muse. e così mi vinse. fermate il corso e ritenete i passi. ululando venite a pianger nosco. avendo uno arco fortissimo con le punte guarnite di corno di capra. figliuol mio. possea con più securtà tirarlo che non facea io. Piangi. udisti alcuna volta umani affetti. sì come tu oggi facesti. fontane e rivi.37 A cui Opico allegro rendendo le debite grazie. Ma tu. acciò che questa festa da ogni parte compita sia. rispondi a le parole. Ivi vinsi Crisaldo. o fior. è stato il primo. dicendogli: 36 . depingi nel tuo manto i gigli oscuri e nere le viole. e fa che colei che si allegrò d'averti dato al mondo. Solamente nel saettare fui superato da un pastore che avea nome Tirsi. Eco mesta. e per suo amore prenderai questo dono. Piangete. Allora era io fra' pastori. che un tempo eccelsi e magni . Lacrimate voi. e voi. dubitava di spezzarlo. ove nessuno. che senza farli altra risposta. e quella per bono spazio con pietoso modo sonata. e ne la sua sommità investito d'un nero corno di bufalo. a me e gli anni e la natura impongono altre leggi. Ricominciate. vedendo ciascuno con attenzione e silenzio aspettare. il quale nel correre fu de' primi. e questo fu per cagione che colui. allora era io fra' gioveni conosciuto.E tu ancora ti ricorderai di Massilia. per lo quale non ti sarà mistiero lottare. non senza alcun sospiro mandò fuora queste parole: Ecloga 11 ERGASTO Poi che 'l soave stile e 'l dolce canto sperar non lice più per questo bosco. o vogliamo. E se tu. cave spelunche e grotte oscure. semo costretti di obedirli. e voi. riva. figliuol mio. or prego che accompagni la dolente sampogna. Or questo bastone Ergasto il donò ad Opico. sì lucente che veramente avresti detto che di vetro stato fusse. vi esercitate ne le prove giovenili. opaco e fosco. Muse. e nel trare de la fionda. Voi dunque a cui la età il permette. tutto pieno di intagli e di varii colori di cera per mezzo. 39 Parve ad Ergasto sì giusto quello che Opico dicea. così ancora nel correre mi lasciai dietro Idalogo et Ameto. son sì grandi. ricominciate. i quali eran fratelli e di velocità e scioltezza di piedi avanzavano tutti gli altri pastori. Piangete. così rispose: 38 . senza controversia. colle sacrato. figliuolo di Tirreno. valli abandonate e sole. che. faggi e querce alpestre e dure. il vostro pianto. fiumi ignudi e cassi d'ogni dolcezza. Assai per te ha oggi fatto il tuo Partenopeo. il quale di semplice tasso avendolo. E tu. e nel saltare passai di gran lunga il famoso Silvio. terra. quando nel sepolcro di quel gran pastore Panormita furono posti i premii. il vostro pianto. Oh quanto ben fra gli altri mi avresti in questo giorno veduto adoperare. né correre. e quant'io parlo per li tronchi scrivi.

re foste al mondo, et or per aspra sòrte giacete per li fiumi e per li stagni, venite tutti meco a pregar Morte, che, se esser può, finisca le mie doglie, e gli rincresca il mio gridar sì forte. Piangi, Iacinto, le tue belle spoglie, e radoppiando le querele antiche, descrivi i miei dolori in le tue foglie. E voi, liti beati e piagge apriche, ricordate a Narcisso il suo dolore, se giamai foste di miei preghi amiche. Non verdeggi per campi erba né fiore, né si scerna più in rosa o in amaranto quel bel vivo leggiadro almo colore. Lasso, chi può sperar più gloria o vanto? Morta è la fé, morto è 'l giudicio fido. Ricominciate, Muse, il vostro pianto. E mentre sospirando indarno io grido. voi, ucelletti inamorati e gai, uscite, prego, da l'amato nido. O Filomena, che gli antichi guai rinovi ogni anno, e con soavi accenti da selve e da spelunche udir ti fai; e se tu, Progne, è ver c'or ti lamenti né con la forma ti fur tolti i sensi, ma del tuo fallo ancor ti lagni e penti; lasciate, prego, i vostri gridi intensi, e fin che io nel mio dir diventi roco, nessuna del suo mal ragione o pensi. Ahi, ahi, seccan le spine; e poi che un poco son state a ricoprar l'antica forza, ciascuna torna e nasce al proprio loco. Ma noi, poi che una volta il ciel ne sforza, vento né sol, né pioggia o primavera basta a tornarne in la terrena scorza. E 'l sol fuggendo ancor da mane a sera, ne mena i giorni e 'l viver nostro inseme e lui ritorna pur come prima era. Felice Orfeo, che inanzi l'ore estreme, per ricoprar colei che pianse tanto, securo andò dove più andar si teme! Vinse Megera, vinse Radamanto; a pietà mosse il re del crudo regno. Ricominciate, Muse, il vostro pianto. Or perché, lasso, al suon del curvo legno temprar non lice a me sì meste note, ch'impetri grazia del mio caro pegno? E se le rime mie non son sì note come quelle d'Orfeo, pur la pietade dovrebbe farle in ciel dolci e devote. Ma se schernendo nostra umanitade lei schifasse il venir, sarei ben lieto di trovar all'uscir chiuse le strade. O desir vano, o mio stato inquieto!

E so pur che con erba o con incanto mutar non posso l'immortal decreto. Ben può quel nitido uscio d'elefanto mandarmi in sogno il volto e la favella. Ricominciate, Muse, il vostro pianto. Ma ristorar non può né darmi quella che cieco mi lasciò senza il suo lume, né tòrre al ciel sì peregrina stella. Ma tu, ben nato aventuroso fiume, convoca le tue Ninfe al sacro fondo, e rinova il tuo antico almo costume. Tu la bella Sirena in tutto il mondo facesti nota con sì altera tomba: quel fu 'l primo dolor, quest'è 'l secondo. Fa che costei ritrove un'altra tromba che di lei cante, acciò che s'oda sempre il nome che da se stesso rimbomba. E se per pioggia mai non si distempre il tuo bel corso, aita in qualche parte il rozzo stil, sì che pietade il tempre. Non che sia degno da notarsi in carte, ma che sul reste qui tra questi faggi, così colmo d'amor, privo d'ogn'arte; acciò che in questi tronchi aspri e selvaggi leggan gli altri pastor che qui verranno i bei costumi e gli atti onesti e saggi; e poi crescendo ognor più di anno in anno, memoria sia di lei fra selve e monti, mentre erbe in terra e stelle in ciel saranno. Fiere, ucelli, spelunche, alberi e fonti, uomini e Dei quel nome eccelso e santo esalteran con versi alteri e conti. E perché al fine alzar conviemmi alquanto, lassando il pastoral ruvido stile, ricominciate, Muse, il vostro pianto. Non fa per me più suono oscuro e vile, ma chiaro e bello, che dal ciel l'intenda quella altera ben nata alma gentile. Ella coi raggi suoi fin qui si stenda, ella aita mi porga, e mentre io parlo, spesso a vedermi per pietà discenda. E se 'l suo stato è tal, che a dimostrarlo la lingua manche, a se stessa mi scuse, e m'insegne la via d'in carte ornarlo. Ma tempo ancor verrà che l'alme Muse saranno in pregio; e queste nebbie et ombre dagli occhi de' mortai fien tutte escluse. Allor pur converrà c'ognuno sgombre da sé questi pensier terreni e loschi, e di salde speranze il cor s'ingombre. Ove so che parranno incolti e foschi i versi miei, ma spero che lodati saran pur da' pastori in questi boschi. E molti che oggi qui non son pregiati,

vedranno allor di fior vermigli e gialli descritti i nomi lor per mezzo i prati. E le fontane e i fiumi per le valli mormorando diran quel c'ora io canto con rilucenti e liquidi cristalli. E gli alberi c'or qui consacro e pianto, risponderanno al vento sibilando. Ponete fine, o Muse, al vostro pianto. Fortunati i pastor che, desiando di venir in tal grado, han poste l'ale! benché nostro non sia sapere il quando. Ma tu, più c'altra, bella et immortale anima, che dal ciel forse m'ascolti e mi dimostri al tuo bel coro eguale, impetra a questi lauri ombrosi e folti grazia, che con lor sempre verdi fronde possan qui ricoprirne ambo sepolti. Et al soave suon di lucide onde il cantar degli ucelli ancor si aggiunga, acciò che il luogo d'ogni grazia abonde. Ove, se 'l viver mio pur si prolunga tanto, che, com'io bramo, ornar ti possa, e da tal voglia il ciel non mi disgiunga, spero che sovra te non avrà possa quel duro, eterno, ineccitabil sonno d'averti chiusa in così poca fossa; se tanto i versi miei prometter ponno.

Prosa 12 La nova armonia, i soavi accenti, le pietose parole, et in ultimo la bella et animosa promessa di Ergasto tenevano già, tacendo lui, ammirati e suspesi gli animi degli ascoltanti; quando tra le sommità de' monti il sole bassando i rubicondi raggi verso lo occidente, ne fe' conoscere l'ora esser tarda, e da dovere avvicinarne verso le lassate mandre. Per la qual cosa Opico, nostro capo, in piè levatosi e verso Ergasto con piacevole volto giratosi, gli disse: 2 - Assai per oggi onorata hai la tua Massilia; ingegnaraiti per lo avvenire, quel che nel fine del tuo cantare con affettuosa voluntà gli prometti, con ferma e studiosa perseveranza adempirli. - 3 E così detto, basciando la sepoltura, et invitando noi a fare il simile, si puse in via. Appresso al quale l'un dopo l'altro prendendo congedo, si indrizzò ciascuno verso la sua capanna, beata riputando Massilia sovra ogni altra, per avere di sé a le selve lasciato un sì bel pegno. 4 Ma venuta la oscura notte, pietosa de le mondane fatiche, a dar riposo agli animali, le quiete selve tacevano, non si sentivano più voci di cani né di fiere né di ucelli; le foglie sovra gli alberi non si moveano; non spirava vento alcuno; solamente nel cielo in quel silenzio si potea vedere alcuna stella o scintillare o cadere. Quando io, non so se per le cose vedute il giorno, o che che se ne fusse cagione, dopo molti pensieri, sovrapreso da grave sonno, varie passioni e dolori sentiva ne l'animo. Però che mi pareva, scacciato da' boschi e da' pastori, trovarmi in una solitudine da me mai più non veduta, tra deserte sepolture, senza vedere uomo che io conoscessi; onde io volendo per paura gridare, la voce mi veniva meno, né per molto che io mi sforzasse di fuggire, possea estendere i passi, ma debole e vinto mi rimaneva in mezzo di quelle. Poi pareva che stando ad ascoltare una Sirena, la quale sovra uno scoglio amaramente piangeva, una onda grande del mare mi attuffasse, e mi porgesse tanta fatica nel respirare, che di poco mancava che io non mi morisse. Ultimamente un albero bellissimo di arangio, e da me molto coltivato, mi parea trovare tronco da le radici, con le frondi, i fiori e i frutti sparsi per terra. E dimandando io chi ciò fatto avesse, da alcune

sì come mi parve di comprendere. Dubitava io andargli appresso. senza rispondergli e non sapendo io stesso discernere s'io pur veghiasse o veramente ancora dormisse. et ogni timore da te discaccia. e dintorno a le mura per ornamento poste alcune marine cochiglie. interpretava in sinestro senso.Ninfe che quivi piangevano mi era risposto. Così passando avanti tutto stupefatto e stordito dal gran romore de le acque. I fiumi che tante fiate uditi hai nominare. risvegliando universalmente i mortali a le opre loro. Di che la mia Ninfa accorgendosi: 9 . vidi subitamente le acque da l'un lato e da l'altro restringersi e dargli luogo per mezzo. le cui volte. 5 In questo tanta noia et angoscia mi soprabondava. le inique Parche con le violente secure averlo tagliato. Così di passo in passo. questo altro è il vecchio Peneo. ove molti laghi si vedevano. e quello con sete di diversi colori intessevano in una tela di meraviglioso artificio. e come poi per ricoprarla discese a l'inferno. come che molto mi piacesse non esser così la cosa come sognato avea. mi trovava gli occhi bagnati di lacrime. voglio che ora vedi da che principio nascano. avrei per certo detto che di cristallo fusse. et in mano un vasel di marmo bianchissimo. in un punto mi si offerse avanti una giovene doncella ne l'aspetto bellissima. che sustinevano il non alto tetto. e con somma amorevolezza guidandomi. ché non senza voluntà del cielo fai ora questo camino. e da quella poi in un'altra. per forma che tutto bagnato di lacrime non possendo più dormire. cosa veramente strana a vedere. molte spelunche. andava mirandomi intorno. 8 Ma la Ninfa che mi guidava. che benché io non volesse. La quale per me umilmente adorata. onde un gran fiume si movea. senza altra risposta avere a le mie parole. che rifundevano acque. orrenda a pensare. Onde. Con ciò sia cosa che nel mio intrare trovai per sòrte che tra li molti ricami tenevano allora in mano i miserabili casi de la deplorata Euridice. e come con indeficiente liquore serbasseno eterni i corsi loro. per lo argomento che in sé contineva. quel altro è il gran Danubio. come avesseno tanta abondanza. questo è il famoso Meandro. togliendomi quindi. ch'io son Ninfa di questo luogo". e nei gesti e ne l'andare veramente divina. a cui tante volte fu lecito ascoltare il cantante Apollo. sì come nel bianco piede punta dal velenoso aspide fu costretta di esalare la bella anima. vedi Caistro. e già mi era per paura fermato in su la riva. mi fe' passare più oltre. uscire per le fosche campagne. con una nova ravolgetura di capelli. con un ruggito e mormorio mirabile. vedendo io questo. che non possendo il sonno soffrirla. e dicendo sovra lo amato troncone: "Ove dunque mi riposerò io? sotto qual ombra omai canterò i miei versi?". con bellissimi seggi da ogni parte. che attonito. massimamente in quella ora che altro romore non si sentiva. vedi il beato Eurota. è il freddo Tanai. vedi Acheloo.Lascia . e colonne di translucido vetro. e ricoprata la perdé la seconda volta lo smemorato marito. Quello che corre sì lontano di qui. senza avvedermi io come. 6 E stando qui per bono spazio. Ma dal vicino fiume. O mirabile artificio del grande Idio! La terra che io pensava che fusse soda. benché ancora notte fusse. la Aurora già incominciava a rosseggiare nel cielo. tra le quali in molti luoghi si vedevano pendere stille di congelato cristallo. e quanto vedeva. i quali per . parve che poco ascoltasse e men curasse le parole mie. fui costretto per minor mia pena a levarmi e.cotesti pensieri. De la qual cosa dolendomi io forte. e pregata volesse prosperare i miei sogni. che con bianchi e sottilissimi cribri cernivano oro separandolo da le minute arene. se non che morbido il vedea. e non senza qualche paura considerando la qualità del luogo ove io mi trovava. Ahi lasso. ricordandomi de' passati sogni! e non so qual cosa il core mi presagiva. ma a me. 7 Venimmo finalmente in la grotta onde quella acqua tutta usciva. la cui veste era di un drappo sottilissimo e sì rilucente che. mostrosa e forse incredibile ad udire. pervenni finalmente a la falda di un monte. richiude nel suo ventre tante concavità! Allora incominciai io a non maravigliarmi de' fiumi. guidandomi la Fortuna. E quivi dentro sovra verdi tappeti trovammo alcune Ninfe sorelle di lei. da le quali i fiumi che sovra la terra correno prendono le loro origini. augurio infelicissimo di future lacrime. in un luogo più ampio e più spazioso. tanto di venerazione e di paura mi porse inseme. sovra i quali una verde ghirlanda portava. mi sentii ne l'animo. mi vedeva tutto circondato da le acque. mi era da l'un de' canti mostrato un nero funebre cipresso. ma ella piacevolmente dandomi animo mi prese per mano. mi condusse dentro al fiume. pur non di meno la paura e 'l suspetto del veduto sogno mi rimase nel core. e quali percosse. Ove senza bagnarmi piede seguendola. E perché so che tu desideri vedere i tuoi. molte scaturigini.mi disse . mi pusi a seguitarla. forse pietosa di me. fu forza che si rompesse. non altrimente che se andando per una stretta valle mi vedesse soprastare duo erti argini o due basse montagnette. eran tutte fatte di scabrose pomici. e 'l suolo per terra tutto coverto di una minuta e spessa verdura. E giunto con lei sopra al fiume. Altre filando il riducevano in mollissimo stame. Costei venendo vèr me e dicendomi: "Séguita i passi miei. non sapendo io stesso ove andare mi dovesse.

se io ti dicesse che sovra la testa tua ora sta il mare? e che per qui lo inamorato Alfeo. sono Liri e Vulturno. non altrimente che qui sovra la terra essere vedemo. in la destra mano teneva una tenera canna. non solo quelle che da le arse pomici e da la mina del monte furon coperte. oppressi da gravissime montagne. alcuna altra si diffundea in aperte e larghe pianure. che in sì breve spazio di tempo potessemo da Arcadia insino qui essere arrivati. 13 Per tutto ciò i passi nostri non si allentarono. se non che dinanzi agli occhi mi vedea lo amato fiumicello. 14 Maravigliarestiti tu . perché di passo in passo il suo corso pareva che venisse crescendo et acquistando tuttavia maggior forza. così dissi: 11 . mancandoli credo sotto ai piedi il firmamento ove fundata era. il quale alcuna volta si restringea in angustissime vie. le genti vive vedersi in un punto tòrre dal numero de' vivi! Se non che finalmente sempre si arriva ad un termino. 17 E già in queste parole eramo ben presso a la città che lei dicea. I suoi vestimenti a vedere parevano di un verde limo. chiamata Pompei. che finalmente arrivato ad una grotta cavata ne l'aspro tofo. de la quale e le torri e le case e i teatri e i templi si poteano quasi integri discernere. Maravigliaimi io del nostro veloce andare. ma trovandomi ivi . e tutta pietosa vèr me volgendosi. la quale senza alcun dubbio celebre città un tempo nei tuoi paesi.15 Così dicendo.aventura ti son più vicini che tu non avisi.Ben lo vedrai tu disse ella quando li sarai più vicino. . e vedendomi senza la mia scorta. ma si potea chiaramente conoscere che da potenzia maggiore che umana eravamo sospinti.Omai per te puoi andare -. quando con tempestose fiamme con cenere coperse i circonstanti paesi. che volsero assalire il cielo son di questo cagione. la quale egli in assai gran copia facea maggiore con quella che dal volto. 18 Rimasi io in quella solitudine tutto pauroso e tristo. ti mostrarei il furioso Tifeo. se fra tanti e sì gran fiumi il mio picciolo Sebeto può avere nome alcuno. che non possendo più tenere il silenzio. E dintorno a lui con disusato mormorio le sue Ninfe stavano tutte piangendo. per occolta via ne va a trovare i soavi abbracciamenti de la siciliana Aretusa? .E volendo non so che altra cosa dire. appena arei avuto animo di movere un passo. ove li ignudi Ciclopi sovra le sonanti ancudini batteno i tuoni a Giove. senza mescolarsi con quello.O fidata mia scorta. io ti prego che tu mel mostri. vedendo io questo. ma continuando il camino. il quale non come gli altri è coronato di salci o di canne. i quali per li fertili regni de' tuoi antichi avoli felicemente discorreno. cominciammo da lunge a scoprire un gran foco et a sentire un puzzo di solfo. Ché adesso per la sua bassezza non potresti. mi disse: 16 . quando ne avvicinaremo al tuo Sebeto. Così ancora sotto il gran Vesevo ti farei sentire li spaventevoli muggiti del gigante Alcioneo. benché questi credo gli sentirai. in queste ardeno sempre di vive fiamme. sappi che quello a cui tutti gli altri fanno tanto onore. o bellissima Ninfa. Onde avviene che sì come in altre parti le caverne abondano di liquide acque. e senza ordine o dignità alcuna gittate per terra non alzavano i mesti volti. io ti farei vedere il superbo Encelado disteso sotto la gran Trinacria eruttar foco per le rotture di Mongibello. . e similmente la ardente fucina di Vulcano. i quali.10 Queste parole ne l'animo mio destaro un sì fatto desiderio. Così per occolto canale indrizzatomi. andava desideroso con gli occhi cercando se veder potesse il principio onde quella acqua si movea. ma di verdissimi lauri. Così a poco a poco cominciammo a vedere le picciole onde di Sebeto.disse la Ninfa . 19 Miserando spettacolo. fu per sùbito terremoto inghiottita da la terra. Al quale dopo breve spazio appressatomi. sì come ancora i sassi liquefatti et arsi testificano chiaramente a chi gli vede. Sotto ai quali chi sarà mai che creda che e populi e ville e città bilissime siano sepolte? Come veramente vi sono. da' capelli e da' peli de la umida barba piovendoli continuamente vi aggiungeva. Di che vedendo ella che io stava maravigliato. et irrigata da le onde del freddissimo Sarno. è il triunfale Tevere. si offerse agli occhi miei. trovai in terra sedere il venerando Idio. ma questa che dinanzi ne vedemo. per le continue vittorie de' suoi figliuoli. Di che vedendo la Ninfa che io mi allegrava. Gli altri duo che più propinqui gli stanno.12 . E se non che io temo che forse troppo spavento prenderesti. e dove monti. E così detto disparve. né più in là che a la morte si puote andare. la quale voi mortali chiamate Ischia. spirano ancora il celeste foco. . si tacque. e dove valli trovavamo. et in testa una corona intessuta di giuochi e di altre erbe provenute da le medesme acque. dal quale le estuanti acque di Baia e i vostri monti del solfo prendono il lor calore. col sinestro fianco appoggiato sovra un vaso di pietra che versava acqua. Strana per certo et orrenda maniera di morte. tanto in qua et in là andai. né più si mostrò agli occhi miei. et appresso poi sotto la famosa Enaria. con che furono consumati. disse: .Le pene de' fulminati Giganti. E già fra me cominciai a conoscere per qual cagione inanzi tempo la mia guida abandonato mi avea. andavamo per quel gran vacuo. mandò fuore un gran sospiro. Tempo ben fu che con lor danno tutti i finitimi li sentirono.

Io son colei cui tu poco inanzi vedesti. maladissi l'ora che da Arcadia partito mi era. e. deponga le arme. Così non molto discosto da loro. il quale a' suoi tempi.Questa. tanto il cangiato abito e 'l soverchio dolore mi aveano in non molto lungo tempo transfigurato. rettore di tanti armenti. mi piace sommamente con attenzione avergli uditi. l'una effundendosi per le campagne. Poi per manifestarmi chi esse fusseno. denominato da quel gran bifolco Africano. senza altro consiglio prendere. prendendomi per mano. mostravano di voler cantare. che con le tue chiare e freddissime acque irrighi la mia bella patria. quasi un altro Anfione. quasi dir mi volesse: . questo breve spazio. generosa progenie del vostro padre! Siate. benché con orecchie piene venisse de' canti di Arcadia. Onde mi si fa leggiero il credere. cominciò così a dire. mi pusero mezzo tra loro. e dagli altri paesi con amorevoli accoglienze e materno amore a sé tirati. Et essendo a me medesmo venuto in odio. e l'aviarsi per la coverta via. che da vero in alcun tempo le Sirene vi abitasseno. troverai ben tosto sotto le pendici del monte ove ella si posa. l'altra per occolta via andandone a' commodi et ornamenti de la città. pur per udire quelli del mio paese e vedere in quanto gli si avvicinasseno. Dio ti esalte! Dio vi esalte. col viso rivolto verso il compagno. il cui liquore tante volte insino al colmo da le tue lacrime fu aumentato. i quali con le loro gregge al tepido sole. e con la dolcezza del cantare detinesseno quegli che per la lor via si andavano. o Ninfe. Baste fin qui a la mia dura Fortuna avermi per diversi casi menato. propizie al mio venire. A la qual cosa mi porse ancor animo il vedere che da essi conosciuto non era. . Così tra pensieri. io ti giuro. De le quali una alquanto più che l'altra col viso levato. col suono de la soave cornamusa edificò le eterne mura de la divina cittade. famoso molto per la bellezza de l'alto tugurio che in esso si vede. mi disse: 22 . ma per allegrarmi del mio cielo. si erano retirati. massimamente non sapendo fra me stesso stimare. mi condussi a la designata fontana. le quali in ogni tempo nobilissimi pastori han da sé produtti. trovai per sòrte appiè de la non alta salita Barcinio e Summonzio. sovra la verde erba mi pusi a giacere. . o piacevole e grazioso Sebeto. ormai. non già per conferirli con quegli che di là ascoltai.O liquidissimo fiume. mi mostrò il camino. o Re del mio paese. e qualche volta intrai in speranza che quello che io vedeva et udiva fusse pur sogno. questa picciola dimoranza ancora aggiungere. fu una medesma cosa. quanto stato fusse lo spazio ch'io sotterra dimorato era. cominciò forte a bollire et a gorgogliare più che il solito. 21 Non avea ancora io fornito il mio dire. La quale sì tosto come mi sentì venire. Onde io. e con quali accenti i casi del misero Meliseo deplorasseno. è la bella Ninfa che bagna lo amato nido de la tua singulare Fenice. tutto lasso e rotto. mi menò verso la uscita. conceda.Per la qual cosa girandomi io da la destra mano. la qual tu ora da nubilosa caligine oppresso pare che non riconoschi. 24 E volendo io più oltre andare.E 'l dire di queste parole. e 'l convertirsi in acqua. però che vento facea. significandomi in mio arbitrio essere omai lo uscire. se quella deità che in fin qui di scriver questo mi ha prestato grazia. qui proprio assisimi. che ora ti parlo. e con lacrimosi volti vèr me venendo. o reconciliata o sazia de le mie fatiche. dolore e confusione. . Ma tornando omai ai nostri pastori. Me. non mi parve disdicevole il fermarmi. tutto doloroso e pien di sospetto mi inclinai a basciar prima la terra. e poi cominciai queste parole: 20 . stava per rispondergli attentissimo: Ecloga 12 BARCINIO. quando da quella mesta schiera due Ninfe si mossono. che io mi trovai in tal punto sì desideroso di morire. né confidandomi di tornare più indietro. che non del tutto vacue abbia voluto lasciare le sue selve. prego. immortalità agli scritti miei. che di qualsivoglia maniera di morte mi sarei contentato. né per porre queste canzoni con quelle. Ma rivolgendomi ora per la memoria il lor cantare. il quale similmente assiso in una pietra. 23 Lettore. e benigne et umane tra le vostre selve mi ricevete. vidi e riconobbi il già detto colle. per quanto dai gesti comprender si potea. ove quella picciola acqua in due parti si divide. e già fuora me. poi che Barcinio per buono spazio assai dolcemente sonata ebbe la sua sampogna. et a tanto altro tempo per me sì malamente dispeso. pastori fra le nostre selve notissimi.condotto. qualunque elli si siano. E quivi fermatasi. MELISEO BARCINIO Qui cantò Meliseo. SUMMONZIO.

cerca in quel nespilo. . vidi Filli morire. qui Diana ti lascia l'arco e 'l iacolo. prima scàlzati. che qui lasciando accorilo. ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo.Filli. e via più dentro al cor mi induro e inaspero. ma del mio lacrimar lo inerbi e incespilo.Vidi. né di ghirlande infiorilo. or non increspilo con le tue man. e non uccisimi. ch'io seguo. SUMMONZIO Dir non potrei quanto lo udir dilettami. Questo è l'altar che in tua memoria edifico. e depon qui la pera.quand'ei scrisse in quel faggio: . Se vuoi vederla. per poter a mia posta in quella piangere. SUMMONZIO Oh pietà grande! E quali Dii permisero a Meliseo venir fato tant'aspero? perché di vita pria non lo divisero? BARCINIO Quest'è sol la cagione ond'io mi esaspero incontra 'l cielo. deh non fuggir. ma destro nel toccar. or àlzati. il manto e 'l bacolo.Quel biondo crine. senz'altro ostacolo . BARCINIO Una tabella puse per munuscolo in su quel pin. BARCINIO Volgi in qua gli occhi e mira in su quel corilo: . forse a dir le mie pene oggi incitassimi! BARCINIO Mille ne son. quest'alto pino io ti sacrifico. SUMMONZIO .Filli.Filli. SUMMONZIO Quinci si vede ben. io misero. e con un salto poi ti apprendi e sbàlzati. anzi mi indrago e invipero. che qui vedere e tangere a tua posta potrai. pensando a quel che scrisse in un giunipero: . ma cerca ben se v'è pur altro arbuscolo. aspettami. o Filli. a cui null'altro equipero! SUMMONZIO Questa pianta vorrei che tu mostrassimi. nel tuo morir morendo lassimi. guarda nol frangere. quantunque il mio bisogno altrove affrettami. portane il cor. Ma per miglior salirvi. Oh dolor sommo.

se 'l più bel luogo il ciel destìnati. Qui sempre ti farò di fiori un cumulo: ma tu. dai quai per tanto spazio oggi mi dìvido. Scrissi i miei versi in su le poma puniche. Le rose non han più quel color vivido. A pianger col suo pianto ognuno incitimi ognun la pena sua meco communiche. agiùtati. e ratto diventàr sorba e corbezzoli. "Filli. mentre fra me ripenso. e vedrai scritto un verso in su lo stipite: "Arbor di Filli io son. amici pastor. pastore. E se per inestar li incido o spezzoli. Meliseo? Morte refùtati. come solea. tanta pietà il tuo dir nel petto esalami. SUMMONZIO Tanto i miei sensi al tuo parlar si ingordano. mandan sugo di fuor sì tinto e livido. SUMMONZIO Or non si mosse da' superni talami Filli a tal suon? ch'io già tutto commovomi. poi che 'l mio sol nascose i raggi lucidi. che mostran ben che nel mio amaro avezzoli. benché 'l mio duol da sé dì e notte invitimi. meco collacrime. e chi altro non può. ché ai primi versi poi gli altri s'accordano. Mostransi l'erbe e i fior languidi e mucidi. non disprezzar ciò che in tua gloria accumulo. de le quali il principio sol ritrovomi. né più. Filli" gridando tutti i calami? che pur parve ad udir cosa mirabile. BARCINIO . che temprar non gli so. e provomi se quell'altre sue rime or mi ricordano. lamenti e ritimi. lieta salùtati. inclìnati". i pesci per li fiumi infermi e sontici. e per ferirsi prese il ferro ancipite? Non gian con un suon tristo e miserabile. e gli animai nei boschi incolti e sucidi. quand'ei gittò precipite quella sampogna sua dolce et amabile.quest'è 'l tempio onorato. BARCINIO Or che dirai. poi che Filli t'ha posto in doglia e lacrime. Comincia. ciascun consacrime versi sol di dolor. .Che farai. sì son le sòrti mie mostrose et uniche. BARCINIO Taci. Vèr noi più spesso omai lieta avicìnati. e questo è il tumulo in ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico. Dunque.

né Pausilipo in te venir consentano!). e cangiar rastri. ov'io languisca. e tu perché degeneri? Perché ruschi pungenti in te diventano quei mirti che fur già sì molli e teneri? Dimmi. da qualche fratta. or le tue Ninfe appena in te si fidano. luoghi. abitata da lepri e da cuniculi? Non ti veggi'or più c'altra incolta et orida? Non veggio i tuoi recessi e i diverticuli tutti cangiati. stive. che 'l mio cor di dolor non sude e trepidi. Vedrem poi che di nubi ognor si offuscano le spalle sue. non ti vid'io poc'anzi erbosa e florida. O Cuma. con l'uno e l'altro vertice. Ma chi verrà che de' tuoi danni accertice Mergilina gentil. Sebeto. Ma pur convien che a voi spesso rivoltemi.Vegna Vesevo. e quanti populi morir vedrai di quei che in te s'annidano. pur non predissiti quel giorno. e i lauri tuoi son secche e nude pertice? Antiniana. . pria che mai sì bel volto in te si specoli. in carta scrissiti. e freddi quelli scopuli dove temprava Amor suo' ardenti spiculi? Quanti pastor. o fonti ameni e tepidi. miser. già ti onorava il grande Eridano. Né vedrò mai per boschi sasso o tabula ch'io non vi scriva "Filli". acciò che piangane qualunque altro pastor vi pasce o stabula. ascoltemi. che sì ti inceneri. perché non rompi e scapoli tutte l'onde in un punto et inabissiti. e 'l Tebro al nome tuo lieto inchinavasi. Morta è colei che al tuo bel fonte ornavasi e preponea il tuo fondo a tutt'i specoli: onde tua fama al ciel volando alzavasi. Nisida mia (così non sentano le rive tue giamai crucciata Dorida. aratri e capoli. né cosa verrà mai che 'l cor mi esilare. dolente e stupefatto al fin rimangane. c'allegro et ilare tante lode. poi che Napoli tua non è più Napoli? Questo dolore. poi che non trovo ove piangendo occoltemi. Dunque. forse pur novi incendii in lui coruscano. o patria mia. Or vo' che 'l senta pur Vulturno e Silare c'oggi sarà fornita la mia fabula. pria che la riva tua si inolmi o impopuli! Lasso. o Baia. cantando. Or vedrai ben passar stagioni e secoli. un tempo al mio cor soavi e lepidi. or non fia mai che alcun vi lodi o nomini. E se avverrà che alcun che zappe o mangane. Vedrem se le sue viti si lambruscano e se son li suoi frutti amari e pontici. oimè. e i suoi dolor racontici.

Forse qualche bella orma ivi recondita lasciàr quei santi piè. Non vedrò mai Lucrino. la terra e gli uomini. e forse i fior che lieti allor mostrarosi faran gir li miei sensi infiati e tumidi de l'alta vision ch'ivi sognarosi. e la notte la chiamo a gridi altissimi. se sentrai lamentar quella sua citera. Oh lasso. c'al dipartir sì sùbito non desiasse un cor di dura iaspide. Averno o Tritula. ove più rutta al ciel la gran voragine e più grave lo odor redunda et olfasi. SUMMONZIO Dunque esser può che dentro un cor si stampino sì fisse passion di cosa mobile. e con diletto in quel gran fremito tener le orecchie intente a le mie pagine. morta sospirola. sì cocenti sospir dal petto elicemi. quando fermarosi al suon de la mia voce aspra et incondita. che con sospir non corra a quella ascondita valle. veder mi par la mia celeste imagine sedersi. Il giorno sol fra me contemplo e mirola. e così verso lei gridar non dubito: "Qual tauro in selva con le corna mutile. ond'io stesso trafissimi. dove Vulcan bollendo insolfasi. tal sono io senza te. quasi vacca che piange la sua vitula andrò noiando il ciel. avrei poter di far pietoso un aspide. Ma come vedrò voi. Ond'io rimango in sul sinestro cubito mirando.E poi che morte vuol che vita abomini. Né grifo ebbe giamai terra arimaspide sì crudo. e quale arbusto senza vite o pampino. che gli occhi miei non sian bagnati et umidi? Però che ove quell'acqua irata ingolfasi. Sovente il dardo. e per quell'orme ancor m'indrizzo e insemito. e parmi un sol che splenda e rutile. e dicemi: "ECco il rimedio di tuoi pianti asprissimi". oh dì miei vòlti in pianto e gemito! Dove viva la amai. manco e disutile". che dal mio sogno ancor si intitula. qual sasso immobile tremar non si sentisse entro le viscere al miserabil suon del canto nobile? BARCINIO E' ti parrà che 'l ciel voglia deiscere. ardenti e fumidi monti. . mi mostra in sogno entro i begli occhi. E mentre star con lei piangendo licemi. oimè. tal che sovente in fin qua giù ritirola. e del foco già spento i sensi avampino? Qual fiera sì crudel.

Capre. qual'ombre o qua' difese omai vi salvano?". Ovunque miro. è or cagion ch'io mai non mi distenebre. Ischia. O ver quando in su l'alba esclama e modola: . o mirti. e dice: "ECco che i monti già si incalvano. in terra erba non pulule. mentre pur "Filli" alterna et itera. Talor veggio venir frisoni e merule ad un mio roscignuol che stride e vocita: "Voi meco. mi stava un tempo. qual vite che per pal non si statumina. Talor mentre fra me piango e ragionomi. e voi piangete. che al tuo grembo crebbesi. . perch'io ritorne a pascere gli armenti in queste selve? o perché struggami? o perché più vèr te mi possa irascere? Se 'l fai che al tuo venir la notte fuggami. o Lachesi. ecco le nevi e i tempi nubili.O Atropo crudel. sappi che gli occhi usati in pianto e tenebre non vo' che 'l raggio tuo rischiare o suggami. lasso. non vide mover mai lo avaro carcere di quelle inique Dee che la nascondono? BARCINIO . BARCINIO Vedresti intorno a lui star cigni et ulule. o Meliseo. deh consentite omai ch'io mi discarcere! SUMMONZIO Moran gli armenti. sopra un alvano secco.gridava -. Miseno e Procita". ché quel mio sol che l'altro mondo allumina. quando avvien che talor con la sua lodola si lagne. più non coronomi".Ingrato sol. poi che è pur ver che 'l fiero ciel non plachesi. o Filli. ché in verde già non poserebbesi. par che 'l ciel si ottenebre. SUMMONZIO Or dimmi. e per le selve vachesi in arbor fronda. Qual bove all'ombra che si posa e rumina. potesti parcere a Filli mia . per cui ti affretti a nascere? Tua luce a me che val. o ferule". a tanto umor che gli occhi fondono. amor ti sviscere. Ateneo. et or. Talor d'un'alta rupe il corbo crocita: "Assorbere a tal duolo il mar devrebbesi. e quella a lui risponda et ulule. ogni altra melodia dal cor mi oblitera. La tortorella. La qual. i pin "Filli" rispondono. sento la lira dir con voci querule: "Di lauro.e che pietà ti roda. s'io più non godola? Ritorni tu. e "Filli" i sassi. poi mi si mostra. o Cloto. o vacche. abandonomi.

perché ognor più ti onori e celebre. BARCINIO Un lauro gli vid'io portar su gli umeri. io per li tronchi scrivo e vergole. o lauro. poi che i suoi cantici son tai che ancor nei sassi amor nutricano. l'un arbor per pietà con l'altro assibili. a tal che poi. tacendo ancor. abbràcciati. SUMMONZIO Con gran ragion le genti s'affaticano per veder Meliseo. SUMMONZIO Se queste rime troppo dir presumile. muggendo. Fa che del vento il mormorar confortici. che coi rami ammantici. dal fondo del mio cor mai non discàcciati. BARCINIO Summonzio. la notte e 'l giorno intendoti. che. comprendoti. or mansueta et umile si sta sepolta in questa pietra frigida". mai rida o giubili? E' par che i tori a me. quante fiate a' suoi sospir movendoti ti parve di sentir suffioni o mantici. O Meliseo. mirando in questi cortici. per cui tanto dolor nel petto strangulo: "Quella che a Meliseo sì altera e rigida si mostrò sempre. sol per cagion che alcuna volta fustici. fa che si spandan le parole e i numeri.Chi fia che. faggio. o diva mia. Onde con questo mio dir non incelebre. BARCINIO Ben sai tu. tal che ne sone ancor Resina e Portici. E da' monti toscani e da' ligustici verran pastori a venerar quest'angulo. . SUMMONZIO Deh. ben veggio che col fiato un giorno allumile.Col bel sepolcro. tra queste basse pergole. mentre io semino qui menta e cucumeri. ancor farò tra questi rustici la sepoltura tua famosa e celebre. dicano: "Tu sei. che con sospir quest'aria annubili". E leggeran nel bel sasso quadrangulo il titol che a tutt'ore il cor m'infrigida. scribili. e dir: . e perché la lor fama più dilatesi. Barcinio. s'io vivo. Il cielo. non vuol ch'io tàcciati. udendo ciò. e sì fissi mi stan gli accenti e i sibili nel petto. per longinqui paesi ancor dispergole. Barcinio mio. se ti cal di me. anzi.

SUMMONZIO Degno fu Meliseo di sempre vivere con la sua Filli. che Filli il senta et a se stessa aggratesi. e mai per vento o grandine la capannuola tua non si disculmine. in su quel culmine. Non consentire. potrò cantar. ma chi può le sue leggi al ciel prescrivere? BARCINIO Solea spesso per qui venir chiamandola. Ma prega tu che i vènti non tel guastino. s'io pecco in ciò. vèr quella sacra edicola. se tu. e che i pastor di Mincio poi gli piantino un bel lauro in memoria del suo scrivere. ch'io mora indecore. BARCINIO Più tosto. SUMMONZIO Deh. non mi riprendere. per modo il cantino. ch'io ti farò fermar dietro a quei frutici. SUMMONZIO Io vorrei pur la viva voce intendere. onde. or davanti un altare. par che mi spolpe. o ciel.tal che farò che 'l gran Tesino et Atesi. per notar de' suoi gesti ogni particola. pur che a salir fin su l'ore ne bastino. BARCINIO Or via. SUMMONZIO Voto fo io. forse impetri che 'l ciel la grazia mandine. orsù. ché del bel colle e del sorgente pastino lui solo è il sacerdote e lui lo agricola. ancor che del gran Titiro si vantino. una agna dare a te de le mie pecore. che 'l ciel non mutici. con incensi si sta sempre adorandola. udendo Meliseo. ché farlo qui discendere leggier non è. qui sovra l'erba fresca il manto spandine. socio mio. come tu forse estimite. e starsi in pace amandola. snerve e mi disiecore. BARCINIO Poggiamo. che i fati a bon camin ne scorgano! Non senti or tu sonar la dolce fistula? . ché sol pensando udir quel suo dolce organo. Fortuna. agiutici. una a la Tempestà. e poi corri a chiamarlo in su quel limite. se vorrai che 'l finga et imite. se 'l ciel giamai non fulmine ove tu pasca.

e coi lutulenti piedi per isdegno conturbano i liquidi fonti. o rustica e boscareccia sampogna. prima che con esperte dite sappia misuratamente la tua armonia esprimere. misera vedova. Non si trovano più Ninfe o Satiri per li boschi. piagni. e quanto posso ti ammonisco. e spesso. in una cistula serbati tegno. coglie con isdegnosa mano i non maturi frutti dai carichi rami. E se mai pastore alcuno per sòrte in cose liete adoprar ti volesse. quand'io volgoli. né si degnano. Tu a la mia bocca et a le mie mani sei non molto tempo stata piacevole esercizio. di nudrire più i parti loro. 4 Le nostre Muse sono estinte. Io piango. Per la qual cosa io ti prego.Férmati omai. A la Sampogna Ecco che qui si compieno le tue fatiche. Né restar mai di piagnere e di lagnarti de le tue crudelissime disventure. palesare le indòtte note. secchi sono i nostri lauri. dovrebbe tanta fé Morte commovere. e poi con esperienzia e veracissimi effetti esser così gli dimostra. Deh pensa. Spesso gli lego e spesso. o Filli. e 'l mondo del mio mal tutto rinverdesi. per malvagio accidente da le mie labra disgiungerti. per tema che da serpi o da pastori non gli siano preoccupati. il quale dagli alti alberi inanzi tempo con tutti i nidi si affretta a prendere i non pennuti ucelli. che i can non se ne accorgano. poi con sospir gli asciugo. oimè. e inseme accolgoli. i duri et insensati . ma se 'l pianger in cielo ha qualche merito. che ne hai ben ragione. MELISEO I tuoi capelli. al bel viver preterito. né le superbe piazze de le populose cittadi. disciolgoli. gli adombrati favuri. 3 Dunque. piagni. infelice e denigrata sampogna. degna per la tua bassezza di non da più colto. insegnando le rispondenti selve di risonare il nome de la tua donna. atte più ad appagare semplici pecorelle per le selve. Piagni. e lascio sopra lor quest'occhi piovere. e lasciarti con la tua pace stare appiccata in questo albero. tra queste solitudini ti rimanghi. per forma che temendo egli di contristare le sue feste. 2 A te non si appertiene andar cercando gli alti palagi de préncipi. il cor mi passa una pungente aristula. fagli prima intendere che tu non sai se non piagnere e lamentarti. quali che elle si siano. ove io ora con sospiri e lacrime abondantissime ti consacro in memoria di quella. le valli e i monti per doglia son divenuti sordi. cagione efficacissima de le mie eterne lacrime e de la dolorosa et inconsolabile vita ch'io sostegno. et a te di sonare. ma da più fortunato pastore che io non sono. per la cui repentina morte la materia or in tutto è mancata a me di scrivere. poi che così i fati vogliono. priva di quella cosa che più cara dal cielo tenevi. i greggi e gli armenti appena pascono per li prati. Basse son queste rime. prego. esili e povere. gli ucelli fuggono dai dolci nidi. che de la tua selvatichezza contentandoti. mentre di te rimanga calamo in queste selve. e di piagnere amaramente con teco il duro et inopinato caso de la sua immatura morte. le selve son tutte mutole. per avere i sonanti plausi. et ora. o come il duro aratore. Assai ti fia qui tra questi monti essere da qualunque bocca di pastori gonfiata. imporrai a quelle con lungo silenzio forse eterna quiete. e. rendendo continuamente al suo soffiare mesto e lamentevole suono. sia costretto allontanartesi da la bocca. chi nel profondo de le miserie è sepelito. Il tuo umile suono mal si sentirebbe tra quello de le spaventevoli buccine o de le reali trombe. o le ventose glorie. sventurata. Le fiere similmente abandonano le usate caverne. che al tuo misero e lacrimevole stato son più conformi. falsi allettamenti. mandando sempre di fuori quelle voci. facendo sì come colui che offeso da notturni furti nei suoi giardini. stolte et aperte adulazioni de l'infido volgo. ruinato è il nostro Parnaso. esser sonata. vedendosi mancare il latte. Con ciò sia cosa che a me conviene. se pur si può dir che viva. o Filli. vanissime lusinghe. i pastori han perduto il cantare. che di avere infin qui scritto mi è stata potente cagione. il tuo spietato interito. piagni. che studiosi popoli per le cittadi. se nel passar di Lete amor non perdesi.

se tu tra le selve. non teme di cadere. il quale con pietà ascoltandoti mandi fuori qualche amica lacrimetta. non come rustico pastore ma come coltissimo giovene. lo essere in questo secolo stata prima a risvegliare le adormentate selve. niuno aratore trovarsi mai sì esperto nel far de' solchi. sì come io ti impongo. Ogni cosa si perde. se alcuno usato forse di udire più esquisiti suoni. dicano te in qualche luogo non bene aver servate le leggi de' pastori. 7 Ma se forse per sòrte alcun altro ti verrà avanti di più benigna natura. ogni speranza è mancata. Le misere api dentro ai loro favi lasciano imperfetto perire lo incominciato mèle. mentre quel fiato ti basta. senza danno si rileva. vi si condusse. che ne la sua felicità conservandolo. dolorosissima. 5 Non ti rimane altro omai. che con acuto giudicio esaminando le tue parole. Attrìstati adunque. sampogna mia. di se medesmo si ricorda. 6 Né ti curare. A questi. da queste nostre miserie lo allontane. ogni consolazione è morta. voglio che rispondi. e chi cade nel piano. e de' tuoi fati iniquissimi ti lamenta. con ischifo gusto schernisse la tua bassezza o ti chiamasse rozza. il che rare volte adiviene. miglior vive. che sempre prometter si possa. che senza invidia de le altrui grandezze. che insino a le orecchie de' romani consuli han sospinto il loro stile. che tal fatica a te non fia necessaria. secretamente e senza pompe star ti vorrai. Onde per cosa vera et indubitata tener ti puoi. Ma questi io dubito saranno rari e quasi bianche cornici.alberi inanzi a la debita maturezza gettano i lor frutti per terra. Senza che in altri tempi sono già stati pastori sì audaci. senza deviare. Con ciò sia cosa che chi non sale. non far mai altro che gridare. se non pregarti caramente. confessando ingenuamente la tua colpa. quando in Arcadia venne. pur che da' boschi e da' luoghi a te convenienti non ti diparta. . che chi più di nascoso e più lontano da la moltitudine vive. se non dolerti. benché sconosciuto e peregrino di amore. molto ben coprirti e difendere animosamente la tua ragione. Incontra ai quali io non so pensare quali altre arme dar mi ti possa. et a mostrare a' pastori di cantare le già dimenticate canzoni. di menarli tutti dritti. trovandosi in assai maggior numero copiosa la turba de' detrattori. porgi subitamente per lui efficaci preghi a Dio. E se tra questi rami il vento per aventura movendoti ti donasse spirito. con picciolo agiuto de la propria mano. ché veramente. né convenirsi ad alcuno passar più avanti che a lui si appertiene. e colui tra' mortali si può con più verità chiamar beato. e quanto più puoi. de la avara morte. Benché mi pare esser certo. Benché a te non picciola scusa fia. Ché veramente chi de le altrui avversità si dole. a sustinere con pazienzia le lor percosse ti disponghi. Ove ancora so che non mancheran di quegli. e notte e giorno con ostinata perseveranza attristarti. questa è la tua propria e principalissima lode. sampogna mia. e i teneri fiori per le meste campagne tutti communemente ammarciscono. sotto l'ombra de' quali potrai tu. se ben pensi. con modesto animo de la sua fortuna si contenta. che quanto più puoi rendendoti umile. del sordo cielo. Tanto più che colui il quale ti compose di queste canne. de le crude stelle.

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