Silvano fausti s.i.

UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI GIOVANNI

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Ai miei genitori e a quanti mi hanno testimoniato il Volto.

“Sappiamo che la vita e la salvezza dalla disperazione, […] la garanzia per l’intero universo si racchiudono nelle parole: Il Verbo si è fatto carne”(Dostoevskij).

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INTRODUZIONE Il Vangelo secondo Giovanni Gli altri tre vangeli sono un racconto storico-teologico della vita di Gesù. Quello attribuito a Giovanni è piuttosto come un teatro, uno “spettacolo” in cui si “vede” chi “parla”. È un intreccio di dialoghi e lunghi monologhi, con brevi indicazioni di luogo, di tempo e di azione; protagonista è la Parola stessa, diventata carne in Gesù, per manifestarsi all’uomo ed entrare in dialogo con lui. È il dramma dell’incontro/scontro tra l’uomo e la sua Parola, dalla quale e per la quale è fatto. Il nostro destino si gioca infatti nella parola scambiata: essa può fiorire in comunicazione, comunione e felicità, oppure abortire nell’incomunicabilità, nella solitudine e nell’angoscia. Per noi tutto dipende dalla parola, che può generare verità e luce, libertà e amore, dono e vita, oppure causare errore e tenebra, schiavitù e odio, possesso e morte. Il vangelo secondo Giovanni è come un “concerto”, una lotta (cum-certare = lottare con) tra queste realtà contrastanti, alle quali nessuno è indifferente. Si tratta di ciò che tutti desideriamo o temiamo, che ci dà o ci toglie la nostra identità. Nel racconto della creazione si dice che ogni vivente è creato secondo la propria specie; dell’uomo invece non si dice che appartenga a una specie. È infatti depositario della parola: “diventa” la parola che ascolta e alla quale risponde. Egli è libero di determinare la propria natura. Se ascolta la parola di Dio, partecipa alla natura di Dio; se ascolta altre parole, diventa a loro immagine e somiglianza. La parola ci pone in relazione con gli altri e ci mette a disposizione ogni realtà, nel bene e nel male. Essa ci entra nell’orecchio, accende l’intelligenza, riscalda il cuore e muove mani e piedi: “informa” le nostre facoltà ed energie, il nostro sentire e pensare, volere e fare, la nostra esistenza intera. La parola, come ci informa, così ci trasforma. Se l’uomo di sua “natura” è ascolto e risposta, Dio a sua volta è Parola, comunicazione di sé senza residui. Parlare è consegnare se stesso all’altro. Dio e uomo sono interlocutori: nel dialogo i due si scambiano tutto e diventano un’unica realtà, pur nella distinzione. Diventare come Dio! Il nostro sogno è lo stesso di Dio; e si realizza nell’ascolto della Parola che ci dà il potere di diventare figlio di Dio. Avvertiamo però che le cose non sono così semplici: la parola è per noi anche luogo di equivoci e fraintendimenti, fonte di ogni male. È come se fosse entrato un virus, che guasta il nostro programma. Il vangelo è come un antivirus, che corregge l’errore specifico che certe parole hanno per noi. Si tratta di parole fondamentali, come padre, figlio, verità, libertà, fiducia, amore, che riguardano la possibilità stessa della nostra esistenza umana. Il vangelo è un antidoto, che le svelena dalla morte e le restituisce alla loro autenticità. Oltre che terapeutica, la Parola è anche “maieutica”: come ripara il nostro codice genetico, così ci fa nascere progressivamente alla nostra identità di figli di Dio e di fratelli degli altri. Il vangelo secondo Giovanni, chiamato anche il quarto vangelo, mettendo come protagonista la Parola, ha questo intento. La forma del dialogo è la più adatta allo scopo. Chi lo legge è letto e reinterpretato da ciò che legge: la Parola dice ciò che accade in lui e fa accadere in lui ciò che dice. Alla fine il lettore si accorge di diventare lui stesso un nuovo racconto: quello della Parola che ha ascoltato. Se Marco dice che la Parola seminata cresce “automaticamente” (cf. Mc 4,28), Giovanni si premura di contemplare come avviene questo germinare e crescere sino al frutto pieno.

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Giovanni non contiene “esorcismi”, perché la Parola di verità è un esorcismo dalla menzogna. E non contiene neppure il racconto della trasfigurazione (cf. però 12,28b), risultato finale di ogni esorcismo, perché è il punto di vista dal quale fa vedere tutto. È infatti il vangelo della Gloria. Storicità del vangelo secondo Giovanni. In Giovanni “i fatti” sono ridotti al minimo: sono dei “segni”, brevemente raccontati, per lasciare ampio spazio al loro significato. Più che narrare, il quarto vangelo interpreta. Questo però non pregiudica la storicità. La storia non è solo un insieme di eventi accaduti, ma soprattutto il senso che essi hanno e cosa fanno accadere. Un fatto è storico perché determina l’inizio di un processo che modifica il modo di capire e di agire dell’uomo. La pera che cadde sulla testa di Newton è “storica” per l’interpretazione che ne è seguita. Tante altre pere sono cadute senza fare storia! Giulietta e Romeo sono personaggi storici non solo perché sono esistiti, ma perché ancora oggi, chi legge Shakespeare, li ritrova in se stesso. Del senso originario di un racconto storico fa parte anche il senso che esso ha originato nella storia. Il vangelo secondo Giovanni, ponendosi soprattutto come interpretazione, è quindi sommamente storico: non è tanto una finestra aperta sul cortile del passato per vedere ciò che è avvenuto allora, quanto uno specchio che fa vedere ciò che accade qui e ora in chi legge. Chi vuol tentare un commento al vangelo di Giovanni incontra una difficoltà particolare che non c’è con gli altri vangeli. Marco e Luca infatti sono una serie di racconti, altamente simbolici: basta spiegarli e chiarirli per comprenderli. Matteo, a sua volta, è strutturato “didatticamente”, ben diviso in cinque discorsi, seguiti da altrettante sezioni narrative, che mostrano come Gesù fa ciò che dice: in lui parola e azione si illustrano a vicenda. Giovanni invece è poco racconto e quasi tutto spiegazione. Da qui il problema: come spiegare una spiegazione, chiarire un chiarimento? È più penoso che parafrasare una poesia, più rischioso che sciogliere una sinfonia, più ridicolo che spiegare una barzelletta. Il vangelo secondo Giovanni è veramente, ma anche ingannevolmente semplice. Già una prima lettura è di suggestiva evidenza: si coglie subito che Gesù, con ciò che fa e dice per i fratelli, mostra l’amore del Padre. Quando però si cerca di capire meglio, le cose diventano complicate. Si ha l’impressione di nuotare nell’oceano o di voler abbracciare l’acqua. Non resta che immergersi dentro e giocare piacevolmente con le onde, perdendosi in un orizzonte senza orizzonte. È un vangelo nel quale bisogna entrare con ésprit de finesse, con l’occhio del contemplativo che gode dell’acqua e dell’aria, del moto e della luce. Va letto e riletto, masticato e ruminato, gustato e assimilato. Ogni frase è un’ondata dello stesso mare e riporta la stessa realtà infinita. Chi si abbandona ad essa, vive in una nuova dimensione e si trova a suo agio: ritrova la propria vita, come appunto il pesce nell’acqua o l’uccello nell’aria. Contenuto, articolazione e finalità. Il vangelo secondo Giovanni è composto di 15.916 parole greche e utilizza 1.011 vocaboli diversi. Sono termini semplici e primordiali, altamente evocativi, spesso accostati per opposizione, in ognuno dei quali risuona il tutto dell’esperienza umana. Il contenuto del vangelo è il Figlio che parla ai fratelli del Padre, che ancora con conoscono. “Padre” ricorre direttamente 136 volte, riferito 109 volte al Padre celeste, designato anche come “Dio”, “colui che invia/manda”, il “da dove” e il “verso dove”, o con altre espressioni. Figlio ricorre solo 55 volte, per lo più riferito a Gesù. Siccome però è sempre lui che agisce e parla, tutto il suo agire e parlare è nella coscienza di Figlio che conosce ed ama il Padre e i fratelli. Questa relazione Padre/Figlio è la Gloria (41 volte) da “sapere” e “conoscere” (141 volte), “da vedere” (110 volte, con quattro diversi verbi in greco): per questo c’è la “parola” e il “parlare” (99 volte), “il testimoniare” e “la testimonianza” (47 volte) della “verità”, di ciò che è “vero” e “veritiero” (48 volte), perché, attraverso la Parola, “il
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mondo” (78 volte) “creda” (98 volte), abbia “la vita” e “viva” (53 volte). Ciò avverrà nell’“ora” (26 volte) decisiva, quando Dio diventerà “dimora” (40 volte) nostra e noi sua. Credere ed accogliere la Parola del Figlio ci fa diventare ciò che siamo: figli amati dal Padre, che amano i fratelli. Come già detto, il testo riferisce poche azioni: in tutto sei “segni” (le nozze di Cana: 2,1-11; la guarigione del figlio di un funzionario regio: 4,46-54; la guarigione di un infermo: 5,1-18; il dono del pane: 6,1-13; la guarigione di un cieco: 9,1-41; la risurrezione di Lazzaro: 11,1-44) e sei “gesti simbolici” (la frusta nel tempio: 2,13-22; il perdono dell’adultera: 8,1-11; l’unzione di Betania: 12,1-11; l’ingresso messianico sull’asinello: 12,12-19; la lavanda dei piedi: 13,1-19; il boccone dato al traditore: 13,21-30). Questi segni e gesti simbolici introducono, fin dall’inizio, alla realtà significata: la Gloria, che si rivela nell’ora dell’innalzamento sulla croce. Questa è ampliamente sviluppata nella seconda parte del vangelo, che racconta l’ultimo giorno di Gesù. Il resto è tutto un dialogo, che “fa accadere” nel lettore la realtà che quel “segno” o “simbolo” significa. Talora, come con Nicodemo o la Samaritana, ma ancor di più nella seconda parte del vangelo, il segno è la Parola stessa che dialoga con noi. Le molte voci che entrano in scena si riducono a due: quella di Gesù e quella di tutti gli altri, che rappresentano le nostre varie reazioni davanti alla sua. Lui è il protagonista: la “Parola” eterna di Dio, il Figlio che rivela l’amore del Padre. Noi siamo gli antagonisti, suoi interlocutori, che un po' alla volta vengono alla luce della loro verità. Nel finale tutte le voci si armonizzano in un’unica Parola: quella del Figlio e di ogni fratello che ha riconosciuto e accettato il dono del Padre. È la soluzione a lieto fine del dramma, il nostro passaggio dalla morte alla vita. Il contenuto della “buona notizia” è quindi la Parola stessa che diviene carne in Gesù, il Figlio che si fa fratello di tutti gli uomini, perché credano all’amore del Padre ritrovino la propria identità di figli e diventino fratelli. L’articolazione del vangelo secondo Giovanni è estremamente lineare. Dopo l’inno iniziale, preludio dei temi da svolgere (1,1-18), e la testimonianza del Battista con quella dei primi discepoli (1,19-51), c’è una prima parte, chiamata “il libro dei segni” (2,1-12,36), che prepara la seconda parte. Questa, a sua volta, presenta l’“ora” in cui si compie ciò che i segni significano: la glorificazione del Figlio che ci ama fino all’estremo e ci comunica il suo Spirito (13,1-20,29). La prima parte si conclude con una considerazione teologica sulla fede/incredulità e l’appello di Gesù a credere in lui (12,37-43.44-50); la seconda è seguita da un epilogo che mostra la comunità nuova dei fratelli che hanno creduto alla Parola e continuano la stessa missione del Figlio nel mondo (21,1-25). Il fine del vangelo è credere che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio: chi lo accoglie ha la vita eterna, la vita di Dio (20,31; cf. 1,12), l’ineffabile amore tra Padre e Figlio che si effonde su tutte le creature. Il mezzo per raggiungere questo fine è la Parola stessa, testimoniata nel vangelo, che entra in dialogo con noi. Essa provoca uno scandalo e mette in moto una “crisi”, un processo di rivelazione di Dio e di salvezza nostra. Il vangelo secondo Giovanni rappresenta il dramma della scelta tra fede ed incredulità, la lotta tra la luce e le tenebre che c’è in ciascuno di noi. La Parola innesca e sviluppa, riproduce e risolve nel lettore un lento cammino di illuminazione. Le parole del vangelo, che si susseguono in libera associazione, hanno il potere di liberare il rapporto tra noi e la verità profonda del nostro cuore.

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Luogo, data di nascita e destinatari del vangelo Il vangelo secondo Giovanni è nato in una comunità giudeo-cristiana della diaspora, che si trova probabilmente ad Efeso, forse ad Antiochia di Siria, o in altre città che hanno una forte comunità ebraica in contatto con l’ambiente ellenistico. Il testo porta i segni del trauma subito dai primi giudeo-cristiani quando sono stati espulsi dalla sinagoga. La data quindi è dopo gli anni 90. L’“antigiudaismo”, tipico del quarto vangelo, è da leggere come una polemica contro coloro che si ritenevano i soli giudei, escludendo dalla loro comunione i seguaci del Cristo. Anch’essi si ritenevano e si ritengono giudei: sono quella parte di Israele che ha incontrato in Gesù il Messia promesso. Si tratta di una lite in famiglia, tra fratelli, nella volontà di essere riconosciuti tali. Purtroppo è stato letto in chiave “antisemitica”, con risultati tragici i cui effetti durano ancora. Essa è contraria agli intenti dell’evangelista: stravolge radicalmente la comprensione che i cristiani devono avere dei giudei e di se stessi, distruggendo il cuore del messaggio e dell’opera del Cristo. L’autore Si discute molto sulla composizione e sull’autore del quarto vangelo, che chiameremo con il nome di Giovanni. La tradizione infatti lo ha attribuito all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, identificandolo per lo più con “il discepolo che Gesù amava”: egli posa il capo sul grembo di Gesù nell’ultima cena (13,23.25), sta con la madre di Gesù ai piedi della croce (19,26), ha visto e testimoniato per noi (19,35), è il primo che crede nel Risorto (20,2.8) e, alla fine del vangelo, è accreditato come autore del libro (21,2.7.20.24). Qualunque autore scrive con l’intento di comunicare al lettore la propria esperienza: Giovanni vuol portarlo a riconoscersi nei vari personaggi del vangelo, per identificarsi alla fine con lui, il discepolo che ha conosciuto e creduto all’amore del Signore. Si può dire con Origene: “Occorre alfine avere l’ardire di affermare che primizia di tutte le Scritture sono i vangeli, ma che primizia dei vangeli è quello secondo Giovanni, il cui senso nessuno può cogliere che non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù”. Il vangelo secondo Giovanni è considerato, fin dall’inizio, “il vangelo spirituale” (Clemente Alessandrino). Suo simbolo è l’aquila. Il suo modo di procedere è infatti un planare: si eleva, senza battito d’ali, con giri sempre più stretti e più alti, in una corrente ascensionale, allargando di continuo l’orizzonte, fino ad abbracciare ogni lontananza nel cielo e sulla terra, in un tempo e un spazio senza fine che pervade ogni spazio e ogni tempo. Il futuro è già presente e il presente già futuro. Il dove si è, è anche il da dove si viene e il verso dove si va. Senza però mai perdere proporzioni e distanze; anzi, dando a tutto le giuste proporzioni e distanze, messe a fuoco con lo sguardo penetrante dell’aquila, come da un punto asintotico. È lo stesso di Dio, che tutto e ognuno vede e fa esistere nella sua realtà. Questo commento Questo commento è nato da una lettura continua del vangelo tenuta settimanalmente, per tre anni, nella chiesa di San Fedele a Milano. Ne porta le tracce, sia nell’intento che nello stile. Vorrebbe aiutare il lettore a entrare nel mistero della Parola diventata carne in Gesù, per lasciarsi sempre più coinvolgere nel dialogo con lui. Non sono state eliminate le ripetizioni, ritenute utili a chi accosta il libro con distensione di spirito e distanza di tempo tra un testo e l’altro. Giovanni stesso contiene molte ripetizioni, che ogni volta portano ad un livello più profondo di comprensione. Come i precedenti, anche questo commento, dopo un calco del testo greco, contiene di ogni brano una prima parte con il “Messaggio nel contesto”, una seconda con la “Lettura del testo”; la terza e
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quarta parte, “Pregare il testo” e “Testi utili”, sono indicazioni per il lavoro personale del lettore, al quale si spera sia venuto l’appetito di mangiare la Parola. Esprimo gratitudine e benedizione innanzitutto per chi ha ispirato e per chi ha scritto questo vangelo. Poi per tutti i commentatori e studiosi, antichi e recenti, che me ne hanno facilitato l’accesso. Un grazie particolare a Padre Filippo Clerici, con il quale mi sono imbarcato a leggerlo e proporlo. Un grazie anche ai partecipanti, che hanno occasionato il commento e l’hanno arricchito con le loro osservazioni. Un grazie infine a P. Cesare Geroldi, Graziella Ronchi, Enrica D’Auria, Franca Montagna, Barbara Centorame, Marina Galli e Beatrice Schiralli, che hanno collaborato in vario modo al lavoro. Come pregare il vangelo Il vangelo è scritto per essere letto, capito e vissuto. Se il commento può aiutare a leggerlo e capirlo, per viverlo bisogna farne oggetto di preghiera: tra il dire e il fare c’è di mezzo il pregare che, più che un mare, è un oceano infinito. Nel cammino di preghiera nessuno è maestro. Ma il Signore ci aiuta e ci istruisce con la Parola e con lo Spirito. Da parte nostra tuttavia è necessario disporci con metodo e impegno, lasciando però subito spazio all’azione di Dio quando si annuncia. Chi cerca con la lettura, trova con la meditazione; chi cerca con la meditazione, trova con l’orazione; chi cerca con l’orazione, trova con la contemplazione; chi cerca con la contemplazione, trova con l’unione. Ci permettiamo di indicare il seguente metodo, antico e collaudato, per la lectio divina. Come ogni metodo può sembrare macchinoso all’inizio. Ma, quando è praticato ed appreso, risulta più utile di quanto si pensi. METODO DI PREGHIERA a. Entro in preghiera − trovando pace: • • • • • − con un momento di silenzio respirando lentamente pensando che incontrerò il Signore chiedendo perdono per le offese fatte e perdonando di cuore le offese ricevute.

mettendomi alla presenza di Dio: • • • • faccio un segno di croce per lo spazio di un Padre nostro, guardo come Dio mi guarda inizio la preghiera, in ginocchio o come più mi aiuta chiedendo al Padre, nel nome di Gesù, lo Spirito Santo perché il mio desiderio e la mia volontà, la mia intelligenza e la mia memoria siano ordinati solo a lode e servizio suo.

b. Mi raccolgo −

immaginando il luogo in cui si svolge la scena da considerare.

b. Chiedo al Signore ciò che voglio
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sarà il dono che quel brano di vangelo mi vuol fare e che corrisponde a quanto Gesù fa o dice in quel racconto.

d. Medito e/o contemplo la scena – leggendo il testo lentamente, punto per punto – sapendo che dietro ogni parola c’è il Signore che parla a me – usando: • la memoria per ricordare • l’intelligenza per capire ed applicare alla mia vita • la volontà per desiderare, chiedere, ringraziare, amare, adorare. N. B. − − − − non avrò fretta, non occorre far tutto è importante sentire e gustare interiormente sosto dove e finché trovo frutto, ispirazione, pace e consolazione avrò riverenza più grande quando, smettendo di riflettere, inizio a parlare col Signore.

e. Concludo – con un colloquio con il Signore, da amico ad amico su ciò che ho pensato e sentito – finisco con un Padre nostro − esco lentamente dalla preghiera. N. B. – Dopo aver pregato, rifletterò brevemente su come è andata, chiedendomi: • ho osservato il metodo? • ho avuto qualche difficoltà? quale? perché? • quale frutto e quali mozioni spirituali ho avuto?

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− DIO NESSUNO MAI L’HA VISTO: L’UNIGENTITO DIO, CHE È VERSO IL GREMBO DEL PADRE, EGLI L’HA NARRATO 1,1–18 In principio era la Parola e la Parola era verso Dio e la Parola era Dio. Questa era in principio verso Dio. Tutte le cose furono (fatte) per mezzo di lei e senza di lei neppure una cosa fu (fatta). In ciò che è stato (fatto) (essa) era vita e la vita era la luce degli uomini; e la luce splende nella tenebra
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e la tenebra non la afferrò. Ci fu un uomo inviato da Dio, Giovanni il suo nome. Questi venne per una testimonianza, per testimoniare sulla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma per testimoniare sulla luce. (La Parola) era la luce vera che illumina ogni uomo venendo nel mondo. Nel mondo era e il mondo fu (fatto) per mezzo di lei; e il mondo non la (ri)conobbe. Venne nella sua proprietà e i suoi non la presero. Ma a quanti la accolsero ad essi diede il potere di diventare figli di Dio, a coloro che credono nel suo nome; i quali non da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo, ma da Dio furono generati. E la Parola divenne carne e s’attentò tra noi; e contemplammo la sua gloria, gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni testimonia di lui e ha gridato dicendo: Questi era colui del quale dissi: Colui che viene dopo di me è diventato davanti a me perché era prima di me. Infatti dalla pienezza di lui noi tutti accogliemmo grazia su grazia; poiché la legge fa data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità fu per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno mai l’ha visto: l’unigenito Dio, che è verso il grembo del Padre, egli l’ha narrato. Messaggio nel contesto

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“Dio nessuno mai l’ha visto: l’unigenito Dio, che è verso il grembo del Padre, egli l’ha narrato”. Vedere la madre è nascere, vedere Dio è venire alla luce del proprio volto. Nostalgia di colui davanti al quale è se stesso, l’uomo è desiderio di vedere Dio, suo volto nascosto. Ma nessuno l’ha mai visto, perché, fin dall’inizio, Adamo gli ha voltato le spalle. Non abbiamo di lui nessuna immagine, perché l’unica sua immagine e somiglianza siamo noi, se stiamo davanti a lui. È lui il nostro “luogo naturale”: altrove siamo fuori posto, doloranti come un osso slogato, estranei a noi stessi e a tutto.
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Gesù Cristo, l’unigenito Dio, che è verso il seno del Padre, con le sue opere e parole, con la sua vita e morte, ci ha mostrato Dio, sino a dire: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (14,9). È infatti la Parola, che per questo è diventata “carne”. Nel prologo l’evangelista, che secondo la tradizione chiameremo Giovanni, dice che, come e perché Gesù è venuto a manifestarci questo Dio. Lo fa solo annunciando i temi che saranno sviluppati nel seguito del libro. L’inizio del vangelo di Giovanni ci porta, con un colpo d’ala, sopra lo spazio e oltre il tempo, al di là di ogni creatura, per mostrarci chi è Gesù, l’uomo abilitato a pieno titolo a narrarci l’invisibile. Con sorpresa scopriamo che colui che amava chiamarsi Figlio dell’uomo e si proclamò Figlio di Dio, è la Parola che da sempre è presso il Padre ed è Dio. Essa, testimoniata da sapienti e profeti e mai conosciuta, divenne carne in Gesù, per rivelarci e donarci la sua stessa gloria di Unigenito del Padre, in modo che, in lui, possiamo scoprire di essere figli di Dio. Il prologo è come l’inizio di una sinfonia, in cui si preludono i motivi. Nella storia della teologia è come una miniera di pietre preziose, da cui sono state attinte le più importanti riflessioni sulla Trinità e sull’incarnazione. Si tratta di un inno alla Parola, luce e vita di tutto, dove ciò che si dice apre alle armonie dell’indicibile. Le sue radici, più che nella tradizione greca, pur presente all’autore, affondano nell’AT, in quei testi che cantano la Parola e la Sapienza, personificazioni di Dio all’opera nella natura e nella storia. Leggendo questo inno si ha l’impressione di essere trasportati a volo d’aquila verso un luogo elevatissimo eppure domestico, quasi fosse il nostro nido, dove ci sentiamo a nostro agio, come a casa. È infatti nella Parola rivolta al Padre che troviamo la nostra patria: il Padre stesso. Solo alla fine del vangelo si può capire pienamente il senso del prologo: la prima parola di ogni discorso è comprensibile dopo l’ultima. Tuttavia, come ogni libro, anche questo comincia e va letto dall’inizio, dove, per farsi capire, l’autore usa parole note a tutti e altamente evocative, che nel seguito saranno giocate in racconti nei quali esplicano le loro potenzialità inesplorate. I termini del prologo, secondo l’ordine della loro prima comparsa, sono: principio, essere, parola, Dio, tutto, nulla, essere fatto/divenire, vita, luce, uomo, tenebra, afferrare, inviare, testimoniare, credere, mondo, riconoscere, proprietà, prendere, accogliere, figli, sangue, carne, volontà, generare, attendarsi, contemplare, gloria, unigenito, Padre, grazia, verità, venire dopo/avanti/prima, legge, Mosè, Gesù Cristo, grembo, narrare. L’argomento del prologo è, dunque, la “Parola”, origine di ogni divenire, che a sua volta divenne carne in Gesù Cristo, per farci divenire figli di Dio, rivelandoci l’invisibile. L’azione di questa Parola sarà l’argomento di tutto il vangelo, nel corso del quale saranno svolti i temi qui accennati. Nel vangelo il termine Lógos (= Parola), personificato, esce solo nel prologo, sino al v. 14, dove si dice che diviene carne per manifestarci la sua gloria di Figlio unigenito. In seguito si parla di Gesù, dicendo perché e come si fa nostro fratello. Il testo si può articolare in molti modi, secondo diversi criteri e prospettive. Numerosissimi autori si sono cimentati ad analizzarlo, scoprendo strutture concentriche, parallele, spiraliformi, discendenti/ascendenti o altro ancora, evidenziando conseguenti divisioni. È bene comunque tenere presente che ogni testo è sempre un textus, un tessuto, un intreccio, anzi un’unità organica, un corpo vivo, dove ogni singolo elemento ha senso per la sua funzione nell’insieme, in connessione con ciò che precede e ciò che segue. Per questo è meglio parlare di articolazioni invece che di divisioni. Senza entrare in merito al complesso problema, ciò che il prologo dice è sufficientemente chiaro. L’inizio parla del Lógos presso Dio e del suo ruolo nella creazione e nella redenzione, il centro del suo diventare carne in Gesù, il finale del suo narrarci il Padre. Lo scopo di tutto è che noi, ascoltandolo e accogliendolo, possiamo diventare figli di Dio. Quel Gesù, che con segni e discorsi si manifesta a noi nel vangelo, ci potrà raccontare quel Dio che nessuno mai ha visto perché è la Parola di Dio, Dio stesso, che è diventato carne per dimorare tra noi. È autorizzato a presentarci il Padre perché è “il” Figlio. Aderire o meno alla sua persona, significa per noi accettare o rifiutare la nostra verità di figli. Questo è il giudizio che ogni uomo è chiamato a pronunciare sulla propria vita. Come si vede, Giovanni presenta una “cristologia alta”, che contiene il vertice della comprensione che la prima chiesa ha avuto di Gesù.
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Accostandosi a questo testo, si ha l’impressione di aggirarsi ai piedi di un massiccio altissimo, che va oltre le nubi, oltre il cielo stesso. È una montagna inaccessibile: è il Dio ignoto, la Gloria invisibile, il Nome ineffabile. Ci coglie un senso di stupore infinito, di vertigine abissale. Ma ci colma subito di gioia il fatto che il monte è sceso a noi, l’indicibile è Parola, la Gloria ha il volto del Figlio dell’uomo, il Nome si chiama Gesù. Tutto il vangelo esporrà e offrirà il dono di sé che Dio ci fa nella carne del Figlio, nella quale vediamo la Gloria di cui siamo il riflesso. Quando conosceremo come siamo da lui conosciuti – ciò che ora avviene solo imperfettamente, in specchio e per enigma (cf. 1Cor 13,12) –, allora lo vedremo faccia a faccia; il nostro volto risplenderà della sua luce e saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è (cf. 1Gv 3,2b). Allora “vedrò te nella tua bellezza e io mi vedrò in te nella tua bellezza. Che io appaia te nella tua bellezza e tu appaia me nella tua bellezza, e la mia bellezza sia la tua e la tua sia la mia; così io sarò te nella tua bellezza e tu sarai me nella tua bellezza, poiché la tua stessa bellezza sarà la mia” (S. Giovanni della Croce). Gesù è la Parola che è presso il Padre, Dio stesso, vita e luce del creato, che ha posto la sua tenda in mezzo a noi. È il Figlio unigenito, diventato “carne” per narrarci il Padre e restituirci, nel suo, il nostro volto di figli. La Chiesa è rappresentata dal “noi” di coloro che hanno visto la Gloria, creduto nel suo nome, accolto la dignità di diventare figli e ricevuto grazia su grazia. 2. Lettura del testo v. 1: In principio era la Parola. “Parola”, in greco Lógos, era il termine corrente per indicare la “ragione immanente del mondo”. L’evangelista ne arricchisce e specifica il contenuto, attribuendogli le caratteristiche della “Parola” e della “Sapienza” di Dio, proprie della tradizione biblica. La parola distingue l’uomo dall’animale. Principio di conoscenza e comunicazione, di lavoro e trasformazione, di amore e libertà, può essere volta in menzogna e inganno, distruzione e regressione, egoismo e schiavitù. Essa informa l’intelligenza e la volontà dell’uomo, determinandone l’essere e l’agire. Sia nel bene che nel male, l’uomo diventa la parola che ascolta. Essa è come un seme, che genera secondo la sua specie: la parola di Dio ci genera figli di Dio. La parola suppone uno che parla, si esprime e si dona, e un altro che lo ascolta, lo imprime e lo accoglie dentro di sé. La parola implica due persone che entrano in relazione dialogo. Essa nasce dall’amore di chi parla, corrisposto da chi ascolta: è generata dall’amore e genera amore. Per questo Dio, che è amore (cf. 1Gv 4,8), è anche Parola. L’inizio del vangelo richiama Gen 1,1ss, dove si dice che “in principio” Dio disse e ogni cosa “divenne”. Qui l’evangelista afferma che, quando il mondo ebbe inizio, la Parola già c’era; essa esiste già prima del mondo, da sempre: è Dio. All’origine di tutto non sta la necessità o il caso, la costrizione o la fatalità, l’azione o la produttività: c’è la Parola, che è volontà e razionalità, amore e libertà, comunicazione e ascolto, domanda e risposta. Ciò che c’era in principio caratterizza ciò che c’è ora e sarà in seguito: un modo diverso di vedere Dio comporta un modo diverso di vedere l’uomo, e viceversa. la Parola era verso Dio. In greco c’è un avverbio (prós), che significa “presso”, come di solito si traduce, ma anche “verso”, che suggerisce qualcosa di dinamico, tipico di ogni relazione. Preferiamo questa seconda traduzione, più adatta al contesto. La parola, infatti, è sempre rivolta a qualcuno. Inoltre nel testo greco, davanti alla parola “Dio”, c’è l’articolo “il”, che in italiano non abbiamo tradotto. Nel NT “il Dio” indica “il Padre”, mentre senza articolo è predicato (come nell’espressione seguente: “la Parola era Dio”). La Parola, che si rivolgerà al mondo per crearlo e salvarlo, è la medesima che da sempre è rivolta verso il Padre. Nell’unità di Dio c’è alterità e distinzione, che si fa comunicazione e comunione nel dialogo ineffabile Padre/Figlio. e la Parola era Dio. Il Lógos, che poi sarà chiamato l’unigenito Figlio, è Dio, uguale al Padre e distinto da lui. Si dice che la Parola è Dio, non che Dio è la Parola. Infatti Dio non è solo Parola (= Figlio), ma anche Padre e Amore tra i due. Nell’AT la Parola e la Sapienza sono personificati da Dio, suoi modi di essere. Qui la Parola è distinta da Dio, che è Padre: è rivolta a lui e insieme uguale a lui. Dio è uno, ma non solo. Ancor prima
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della fondazione del mondo, egli è relazione e dialogo; per questo la creazione, da lui compiuta, avrà le sue stesse caratteristiche. v. 2: questa era in principio verso Dio. Si ribadisce quanto già detto al v. 1 sulla Parola prima della creazione; si dirà subito dopo il suo ruolo nella creazione. v. 3: tutte le cose furono (fatte) per mezzo di lei . “Tutte le cose” indica l’universo, sottolineando che ogni singola realtà viene all’esistenza mediante la Parola e ritrova in lei il proprio principio. Il Logós, come già detto, indicava per i lettori di Giovanni la “ragione immanente del mondo”, che lo tiene insieme e lo ordina: la parola, oltre che distintivo dell’uomo, è il principio che regge l’universo. Usando questo termine, l’evangelista entra in dialogo con la cultura greca; ma nello stesso tempo lo arricchisce attribuendogli le caratteristiche ebraiche della Parola (cf. Gen 1,1ss; Is 55,10s) e della Sapienza che sta all’origine del creato (cf. Pr 8,22-31; Gb 28; Bar 3,9-4,4; Sir 24; Sap 6-9). Il mondo è creato dalla Parola e dalla Sapienza che lo precede, la progetta e lo fa, dandogli il suo “imprinting” di alterità e relazione, di ascolto e risposta, di accoglienza e responsabilità, di intelligenza e libertà. Solo in quest’ottica l’universo è positivamente sensato, destinato alla vita e alla felicità. Si dice che Dio creò con le lettere dell’alfabeto. Questo vuol dire che ogni realtà è comprensibile e comunicabile in parole. Chi sa “leggere” può capire, interagire e portare tutto al suo senso pieno. Dio, che con la Parola è principio di tutto, diventa il fine di tutto con l’uomo che la comprende. Solo in lui, creato al sesto giorno, la Parola, all’opera sin dal primo giorno, trova ascolto. Egli, con la sua risposta, porta il creato al settimo giorno, al riposo di Dio, diventando lui stesso come la Parola. La Parola creatrice non è un demiurgo o un’entità astratta, un dio dimezzato o un’idea: è Dio stesso, cha fa ogni cosa, mediante la Parola, che divenne carne in Gesù. “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e il vista di lui. Egli è prima di tutte le cose, e tutte sussistono in lui” (cf. Col 1,1b-17). Infatti è il Figlio, irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza (cf. Eb 1,3a). Mentre del mondo si dice che “fu fatto/divenne”, perché ebbe un inizio, del Logós si dice per ben quattro volte che già “era”. Tra l’essere e il nulla c’è il divenire o essere fatto. e senza di lei neppure una cosa fu (fatta) . Si ribadisce in negativo quanto è stato appena detto, secondo un procedimento tipico dello stile ebraico. “Tutte le cose furono (fatte) per mezzo di lei” corrisponde a: “Senza di lei neppure una cosa fu (fatta)”. La Parola è, dall’eternità, vita di ciò che esiste nel tempo; “senza di lei”, ogni realtà torna nell’abisso del nulla di sé, regredisce dall’essere al non essere (interessante l’interpretazione di Origene: “Separato da lei, divenne nulla ciò che era stato fatto”). Unico creatore è Dio: non c’è un principio buono e uno cattivo, uno dello spirito e uno della materia, uno del bene e uno del male. Il bene e il male non stanno nella creazione, ma nell’ascolto/risposta che l’uomo accorda o nega alla Parola di cui essa è portatrice. All’origine tutto è “buono” e l’uomo stesso “molto buono”, perché depositario della Parola (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). vv. 3b.4a: in ciò che è stato (fatto), (essa) era vita . La finale del v. 3 e l’inizio del v. 4 presentano tre possibili divisioni del testo: “e senza di lei non fu (fatta) nessuna cosa di ciò che è stato (fatto). In lei era la vita, ecc.”, oppure: “e senza di lei non fu (fatta) nessuna cosa di ciò che in lei è stato (fatto); era vita, ecc.”, oppure: “senza di lei nessuna cosa fu (fatta). Ciò che è stato (fatto), in lei era vita”. Ognuna si presta a una interpretazione propria. Scegliamo, con la maggior parte degli esegeti attuali, l’ultima divisione, proponendo però la traduzione di X. Léon-Dufour: “In ciò che è stato (fatto), (essa, ossia la Parola) era vita”. Il termine “vita” esce 37 volte nel vangelo di Giovanni su un totale di 133 nel NT, di cui 13 in 1Gv e 17 in Ap. Qui non significa la vita biologica, che cessa con la morte. La vita è Dio stesso, dal cui soffio viene l’esistenza dell’uomo (cf. Gen 2,7). Egli ha creato tutto per l’esistenza e non c’è veleno di morte nelle creature (cf. Sap 1,14). La morte, fatta dalle nostre mani e provocata dai nostri errori (cf. Sap 1,12), è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo (cf. Sap 2,24), la cui bocca menzognera uccide l’anima (cf. Sap 1,11). Già al centro dell’Eden Dio aveva posto “l’albero della vita” (cf. Gen 2,9). Questa è legata fin dall’inizio all’ascolto della Parola (cf. Gen 2,16), come verrà esplicitato nell’alleanza con Israele (cf. Dt 30,20). Ascoltando Dio, siamo in comunione con lui e partecipiamo alla pienezza della sua vita. La Parola è rivolta non solo al Padre, ma anche al mondo: come è amore e vita all’interno di Dio, è anche sorgente di amore e vita per ogni creatura.
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Gesù, Parola diventata carne, dispone della vita allo stesso modo del Padre (cf. 5,26). Essa è infatti il dono pieno del Padre al Figlio, che per questo dirà: “Io-Sono la vita” (14,6) e: “Sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (10,10). La vita, desiderio supremo dell’uomo, non è qualcosa da rapire: è da ricevere come dono, che il padre dà al figlio. Possedere la vita in proprio, staccandola dalla comunione con il padre, è negarne la sorgente: è distruggere la propria identità di figli. v. 4b: e la vita era la luce degli uomini. La Parola, ancora prima di diventare carne in Gesù, come è vita in ogni creatura, è luce per l’uomo. In lui, capace di ascoltare e rispondere, la Parola stessa viene alla luce nel mondo. Vita e luce si richiamano a vicenda. La luce rende possibile la vita fisica. Ma c’è anche una luce interiore, propria della Parola, che rende possibile la vita spirituale e dà senso all’esistenza. La medesima Parola, che in tutto è vita, si fa luce nell’uomo che la capisce. La vita non è un dato automatico: è dialogo con Dio, in un’esistenza responsabile, che liberamente ascolta e risponde. La Parola “è lampada per i miei passi, luce sul mio cammino” (cf. Sal 119,115). Ma, ancor prima di farsi legge esplicita in Israele, illumina già da sempre il cuore di ogni uomo, che è amore di verità, della verità dell’amore. Per questo è possibile il dialogo con ogni religione e con tutti quelli che pensano: ogni pensiero e ogni religione è desiderio di vita e di luce. Da qui anche la possibilità, e la necessità, di annunciare a tutti la Parola. Infatti chiunque ascolta senza pregiudizi, la riconosce: il suono della sua voce risveglia la luce che è nel cuore di ciascuno. Il prologo non dice che la luce (= la legge) è vita, ma che la vita è luce (= legge) degli uomini. Contro ogni legalismo, si dice non che la legge è principio di vita, ma che la vita è principio di ogni legge. Gesù dirà: “Io-Sono la luce del mondo: chi segue me non cammina nella tenebra, ma avrà la luce della vita” (cf. 8,12). Ogni religione cerca di scoprire la luce divina che è nell’uomo. L’illuminazione, per Giovanni, non è frutto di particolari tecniche o ascesi che liberino dall’opacità del corpo: è quell’ascolto e quella risposta alla Parola del Padre che costituisce l’essenza del figlio. L’illuminazione non è un monologo spiritualistico, ma un dialogo con il Padre nella carne del Figlio, che è anche la nostra. v. 5: e la luce splende nella tenebra. Nel libro della Genesi la creazione è presentata come vittoria della luce sulla tenebra (cf. Gen 1,2-4): Dio con la Parola trae tutto dal nulla all’esistenza. All’origine del mondo sta la Parola di luce del Padre, che niente può arrestare: né tenebre né morte, neppure il nulla. La creazione è essenzialmente e tutta “buona”, come chi l’ha fatta. E tale resterà, anche se l’uomo, ingannato, si è temporaneamente sottratto alla sua vocazione di rispondere alla Parola. e la tenebra non la afferrò. È il primo dei doppi sensi di cui è pieno il vangelo di Giovanni. Per l’uomo ogni realtà ha un senso doppio. Ciò che si vede indica sempre un invisibile, che va capito: è un segno di cui va letto il significato. Da qui nascono gli equivoci, che caratterizzano la nostra comunicazione. Giovanni usa spesso parole a doppio senso, per chiarire il malinteso in cui cadiamo. Qui afferrare significa sia comprendere che catturare. La tenebra non può comprendere né catturare la luce: è incapace di accoglierla, ma anche di distruggerla, divorarla e ridurla a sé. Se la prende, ne è presa e illuminata. v. 6: ci fu un uomo inviato da Dio, Giovanni il suo nome . I vv. 6-8 interrompono il ritmo dell’inno. Perché si parla di Giovanni in questo punto, dove si canta il Lógos creatore? Questi versetti anticipano il v. 15 e saranno sviluppati nei vv.19-34: se da sempre “la Parola era verso Dio”, ci fu e ci sarà sempre “un uomo inviato da Dio” che la testimonia agli altri. v. 7: venne per una testimonianza, per testimoniare sulla luce . Giovanni è figura dei sapienti e dei profeti che, ovunque e sempre, hanno risvegliato i fratelli alla luce. In nessuna epoca e in nessuna parte del mondo sono mancati e mancheranno uomini liberi ed illuminati, che sono come dei fari nella notte. affinché tutti credessero. Il fine della loro testimonianza è che “tutti” riconoscano la luce della vita ed entrino nel misterioso dialogo con Dio che li porta a vivere la loro verità. Diversamente, anche se la tenebra non arresta la luce, c’è solo un’esistenza spenta e crepuscolare, che tende alla morte.

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v. 8: non era lui la luce, ma per testimoniare sulla luce . Si sottolinea che i sapienti e i profeti, di Israele e di tutti i popoli, non sono la luce: sono illuminati dalla Parola e la testimoniano agli altri, affinché tutti accolgano la luce della vita. Un illuminato che si crede luce, è nella notte più profonda. Nei vv. 6-8 per tre volte si parla di “testimonianza”. Testimone (in greco si dice “martire”) è colui che “ri-corda”: ha nel cuore e vive la Parola, che proclama anche agli altri, perché non cada in oblio quella che è la vita di tutto. v. 9: (la Parola) era la luce vera . Il soggetto implicito è sempre la Parola, che è la luce “vera”, diversa dalla falsa luce di parole ingannatrici che portano alla morte. che illumina ogni uomo. Ogni uomo ha dentro di sé la luce della Parola. Nonostante il disascolto, è fatto per lei, perché fatto da lei e di lei. Nel suo cuore brilla una luce interiore, inestinguibile. È il desiderio di verità e di amore, che lo lascia inquieto fino a quando non ha la gioia di trovare ciò che cerca. venendo nel mondo. Può riferirsi a “ogni uomo” – specificazione inutile – oppure, meglio, alla luce che viene nel mondo. La Parola, che è verso il Padre, viene nel mondo come sua vita e luce. Ancor prima della promessa ad Abramo e della venuta del Messia, la luce della Parola è tra gli uomini come sapienza che li ispira al bene, illuminando dal di dentro la loro mente e liberando il loro cuore. Questa luce, che è in ciascuno, è il bene più inalienabile dell’uomo e offre a tutti, anche per le vie più personali e misteriose, di entrare in dialogo con il Padre. Nonostante le false luci, le menzogne e le schiavitù, ogni uomo è sedotto da una “bellezza antica e sempre nuova”, che almeno vagamente presagisce e della quale è incurabilmente malato. Per questo subito la riconosce quando gli si presenta, in qualunque modo, come la luce della sua vita. Ogni uomo è “molto bello” (cf. Gen 1,31), perché nella sua essenza più profonda è ascolto della Parola. E se risponde, il suo volto si accende della luce di Dio. v. 10: nel mondo era. La Parola, come era rivolta al Padre prima della creazione, dopo di essa è rivolta anche al mondo, per rivolgerlo al Padre, ancor prima del suo farsi carne. e il mondo fu (fatto) per mezzo di lei. Ribadisce quanto già detto al v.3, per sottolineare il controsenso di quanto segue. e il mondo non la (ri)conobbe. Il vangelo di Giovanni, oltre che di doppi sensi, è pieno anche di controsensi. Questo è il primo: dopo aver detto che tutto viene dalla Parola e che essa è rivolta a tutti come luce di vita, ci si aspetterebbe un suo riconoscimento spontaneo. Invece avviene esattamente il contrario. Il controsenso è un assurdo: qualcosa che non ci dovrebbe essere, eppure c’è. I doppi sensi, i controsensi e i fraintendimenti del vangelo di Giovanni evidenziano con ironia la situazione tragica dell’uomo davanti alla Parola. Il lettore vede descritte le sue reazioni davanti ad essa: quanto è scritto gli fa da specchio, facendo esplodere le sue contraddizioni, per portarlo a una comprensione superiore, già familiare a chi scrive. v. 11: venne nella sua proprietà e i suoi non la presero . Nel contesto la proprietà della Parola è il mondo intero, come poi lo sarà Israele. Infatti "del Signore è la terra e quanto contiene" (cf. Sal 24,1). Nonostante sia desiderata come vita e manifesta come luce, non è né riconosciuta né accolta; non è accolta proprio perché non riconosciuta. Il prologo presenta in greco un gioco di parole ( kata-lambàno, para-lambàno e lambàno) che in italiano non si può conservare; abbiamo tradotto con “afferrare” (v. 5), “prendere” (v. 11) e “accogliere” (vv. 12.16). L’accoglienza o meno della Parola, che fin dall’Eden è per l’uomo questione di vita o di morte, costituisce il tema fondamentale del vangelo di Giovanni. Qui si parla probabilmente della sorte della Parola tra gli uomini in generale, prescindendo dalla Parola rivolta a Israele e dal suo farsi carne in Gesù. v. 12: a quanti la accolsero, diede il potere di diventare figli di Dio . Chi accetta la Parola ha la “dignità” (il potere) della Parola stessa: “diviene” ciò che essa è. Si tratta di un processo di trasformazione: la Parola ci fa “diventare figli”, mettendoci in dialogo con il Padre. Se infatti la Parola è Dio, il suo ascolto fa essere come Dio, perché uno diventa la Parola che ascolta: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (cf. 1Gv 3,1a). Anche fuori di Israele e dalla chiesa, si dà la possibilità di ascoltare e rispondere alla Parola, che è misteriosamente presente nel cuore di ciascuno, attirandolo a ciò che è buono e bello. La “potentia oboedientalis”, la possibilità della fede che mette in comunione con Dio, è per ogni uomo.
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a coloro che credono nel suo nome. Credere nel Nome (= Signore) significa affidare la propria vita a Dio. Il “Nome” sarà poi, subito dopo, quel Gesù di cui tutto il vangelo parla. v. 13: i quali non da sangue, ecc. La nostra generazione a figli di Dio è opera di Dio stesso mediante la sua Parola. Non sarà sangue, carne o volontà di uomo a generarci figli di Dio, ma la carne e il sangue del Figlio dell’uomo, che fa la volontà del Padre. Qualche Padre della chiesa legge il testo al singolare: “il quale non da sangue, ecc.”. Allora questo versetto sarebbe da attribuire alla Parola e adombrerebbe la concezione verginale di Gesù, contro coloro che ne negano la divinità (ai tempi di Giovanni si chiamavano “ebioniti”). La forma al plurale invece è contro quegli gnostici che pretendono di carpire la figliolanza attraverso l’esercizio delle loro facoltà (allora si chiamavano “valentiniani”). v. 14: e la Parola divenne carne. In greco c’è un termine che significa “divenire, nascere, essere fatto, accadere”. “Divenire” è diverso da “essere”: è un “essere fatto”, come per lo più abbiamo tradotto. Il divenire carne della Parola è il punto di arrivo della storia di Dio che si comunica all’uomo. La Parola eterna, che era rivolta a Dio ed è Dio, in un momento preciso “divenne” carne. Cambia il modo in cui Dio comunica con noi: ciò che da sempre era ed è, “divenne” uomo, partecipe della nostra condizione mortale. L’amore o trova o rende simili. Dio è amore e chi ama si dona totalmente. Nel divenire carne, il suo dono è completo e definitivo. La Parola non prende “apparenza” umana, non indossa la nostra carne come un vestito: “diviene carne”, uomo, corpo. Dio assume con la sua creatura una nuova relazione, che è quella di mettersi alla pari con lei per comunicare pienamente con lei. Dio è “un” uomo! Non un uomo “divino e universale”, con un corpo etereo, fatto di luce. Dio è un uomo reale e concreto: Gesù. Ogni fragilità, debolezza e limite, l’essere-per-la-morte della nostra condizione, diviene la sua. E proprio la sua carne, e non altro, rivela la Gloria. Noi vogliamo essere come quel dio che pensiamo noi. Facciamo fatica a pensare un Dio che vuol essere come siamo noi. Se ci fa paura un pensiero debole, un Dio debole decisamente ci scandalizza. Quale sicurezza e affidabilità può offrire a noi, sempre in cerca di una roccia stabile su cui fondare la nostra esistenza? Dio è totalmente altro, altro anche dal nostro concetto di altro: talmente altro da essere come noi. La carne di Gesù – questo è lo scandalo – è quella di Dio, della Parola creatrice, della Sapienza che ci rende figli dell’Altissimo. Noi concepiamo Parola e carne in contrapposizione. In realtà ogni carne viene dalla Parola; a sua volta la Parola è vita e luce di ogni carne. si attendò. In greco c’è “eskénosen” (= piantò la tenda) che richiama l’ebraico “shekina”, la dimora di Dio con il suo popolo. La Sapienza trova casa tra noi non solo nella Parola e nella Legge (cf. Sir 24,22ss), ma addirittura nella “carne” di un uomo, che è la Sapienza e la Parola stessa. tra noi. Nel contesto universalistico del prologo, questo “noi” abbraccia tutti gli uomini. e contemplammo. Questo secondo “noi”, implicito, è la comunità di chi ha accolto Gesù. Sono i primi testimoni che hanno udito, visto, contemplato e toccato la Parola di vita che era fin da principio (cf. 1Gv 1,1). Nella sua carne infatti la vita eterna, che era presso il Padre, è diventata visibile (cf. 1Gv 1,2). Ora possiamo vedere la carne e i suoi limiti con occhio diverso e positivo: possiamo accettare finalmente ciò che siamo. la sua gloria. La Gloria è Dio stesso che si manifesta nella sua bellezza unica. Questa gloria è la “sua”, quella della Parola, che contempliamo nella ”carne”, nell’uomo Gesù. Giovanni non racconta la trasfigurazione (cf. però l’accenno in 12,28-30): tutto il suo vangelo è una trasfigurazione, un'epifania di Dio, una contemplazione della Gloria nella carne del Figlio. gloria di Unigenito dal Padre. D’ora in poi Giovanni non parlerà più del Lógos, ma del Figlio, e Dio sarà chiamato Padre. L’uomo Gesù è per noi la visibilità della gloria del Figlio, che è la stessa del Padre: vive pienamente da figlio del Padre la nostra condizione umana. Lui è l’Unigenito; noi diventiamo figli accogliendo lui. pieno di grazia e di verità. C’è chi traduce: “pieno della grazia della verità”. Il Figlio è pieno del dono (= grazia) della conoscenza del Padre (= verità). Per questo è il Figlio, che vuole e può comunicare il Padre ai fratelli.

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v. 15: Giovanni testimonia di lui. Giovanni, che nei vv. 6-7 rappresentava i sapienti e i profeti che hanno testimoniato la luce della Parola creatrice, ora è il testimone diretto della Parola diventata carne (cf. brano seguente). La sua testimonianza è qui messa al presente: vale ancora per noi oggi. ha gridato. Il suo grido, cominciato allora, continua ancora per chiunque voglia diventare discepolo di Gesù. questi era colui del quale dissi (cf. v.30). La testimonianza di Giovanni è già avvenuta quando è raccontata nel vangelo; ma il vangelo la rende presente a chi l’ascolta. Giovanni è assunto a emblema del testimone della Parola, sia prima, sia durante, sia dopo il suo essere diventata carne. È figura di quella testimonianza, sempre presente nella storia, che permette a tutti di accogliere la Parola di verità. colui che viene dopo di me, ecc. (= v.30). Giovanni riconosce in Gesù, che viene dopo di lui, colui che sta davanti, o meglio sopra di lui, e che era prima di lui: la Parola stessa di Dio. v. 16: infatti dalla pienezza di lui noi tutti accogliemmo . È la testimonianza, per noi lettori, del “noi” di coloro che, accogliendo la testimonianza di Giovanni, hanno seguito l’invito di Gesù che disse: “Venite e vedrete” (v. 39). Cosa hanno ricevuto dalla Parola divenuta carne? È il mistero che racconterà il vangelo. Già sappiamo però, fin dal prologo, che da essa riceviamo in dono tutto: il creato, il nostro io e Dio stesso. grazia su grazia. Significa una grazia dopo l’altra. La storia è tutta sotto il segno grazioso della Parola, che è comunicazione di Dio all’uomo, sino alla comunione piena con lui nella carne di Gesù. v. 17: poiché la legge fu data per mezzo di Mosè, ecc. La legge, data a Israele per mezzo di Mosè, è il punto d’arrivo della comunicazione di Dio prima che la Parola diventasse carne. la grazia e la verità fu per mezzo di Gesù Cristo. La Parola diventata carne ci fa vedere la gloria del Figlio, "pieno di grazia e verità", dal quale riceviamo il dono della conoscenza del Padre. Questa grazia della verità “fu” per mezzo di Gesù Cristo: “accadde” nella sua carne. Il prologo di Giovanni presenta l’autodonazione progressiva di Dio: dalla creazione alla sapienza, dalla sapienza alla legge, dalla legge alla libertà del Figlio, donata a noi nella carne di Gesù. Ad essa accediamo per mezzo della “testimonianza” di chi l’ha riconosciuta, dei sapienti, di Mosè, dei profeti, ed infine di Giovanni, prototipo di tutti, compreso il “noi” della comunità che ha visto Gesù. È sempre “la voce” del testimone che porta ad accogliere “la Parola”. La “testimonianza”, principio e fondamento della storia della salvezza, ci rende partecipi della vita del Figlio, il primo testimone che narra ciò che ha udito e visto dal Padre. Testimonianza, storia e salvezza stanno sempre insieme. La storia infatti non è altro che ricordo e racconto di esperienze precedenti, che rende possibile all'uomo di crescere e progredire. Non esiste cultura senza la testimonianza. Essa è la comunicazione, attraverso il tempo e lo spazio, del passato con il presente e dei singoli presenti tra di loro. Senza di essa non ci sarebbero né passato né futuro; anche il presente sarebbe inesistente, ridotto a puro punto di passaggio tra un vuoto e un altro. v. 18: Dio nessuno mai l’ha visto. La scintilla divina dell’uomo è il “desiderio di vedere Dio”. La Bibbia è pervasa dall’anelito di “vedere il Volto”, luce del nostro volto e nostro Dio. In lui troviamo la realtà di cui siamo immagine. Ma vedere Dio è impossibile. Non solo perché siamo peccatori (cf. Is 6,5), ma anche perché siamo limitati e mortali. Come può il limitato accogliere l’illimitato, senza esplodere? Tra noi e Dio, che è vita, c’è un velo: la morte. Questo velo sarà strappato e la morte distrutta (cf. Is 25,7-8) proprio attraverso la carne di Cristo. È vietato farsi immagini di Dio. Ma ne udiamo la Parola e possiamo vederne il volto in chi lo ascolta: nel Figlio, Parola diventata carne. l’unigenito Dio. Gesù, che è appena stato nominato per la prima volta (v.17), è l’unigenito Dio, il Figlio unico di Dio (v.14). Ciò che conosciamo di Dio, è quanto vediamo nell’uomo Gesù. Dalla sua carne impariamo chi è Dio. C’è sempre il pericolo di dire che Gesù è Dio, applicando a lui le nostre immaginazioni; bisogna invece dire che Dio, che nessuno mai ha visto, è Gesù. In ogni affermazione del vangelo Dio è sempre il soggetto, Gesù il predicato. Il soggetto è qualcosa che cerchiamo di conoscere, il predicato è ciò che di esso conosciamo. Dio è il “soggetto”, lo sconosciuto che nessuno mai ha visto; Gesù è il “predicato” che ce lo fa conoscere con la sua vita, i suoi gesti e le sue parole. La sua carne è l’unica notizia di Dio, criterio sicuro di verità del suo Spirito (1Gv 4,2s). La tentazione costante del nostro parlare di Dio è
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mettere Gesù come soggetto invece che come predicato, riducendolo a un attaccapanni delle nostre credenze religiose. che è verso il grembo del Padre. Il Figlio è in intimità assoluta con il Padre: “Io e il Padre siamo uno” (cf. 10,29). Il prologo termina riferendo a Gesù, Parola divenuta carne, quanto il v. 1 dice della Parola rivolta verso Dio. egli l’ha narrato. Il verbo “narrare” in greco (ex-egéomai) significa portar-fuori, esporre, spiegare, descrivere, interpretare, fare esegesi. L’uomo Gesù è pienamente abilitato a narrare il Dio invisibile: lo porta-fuori, espone, spiega, descrive, interpreta, perché è il Figlio, l’ermeneuta e l’esegeta del Padre. Al centro di ogni teologia cristiana c’è la “carne” del Figlio, l’umanità, la debolezza e l’umiltà di Dio. Qui Giovanni evita termini connessi con il “vedere”, quali sono: rivelare, mostrare, manifestare, ecc. Usa invece un termine connesso con l’ascoltare: Dio è “narrato”. Il vangelo, che racconta la storia di Gesù, narra l’invisibile Dio: coloro che l’hanno incontrato, lo raccontano a noi, perché partecipiamo della loro esperienza. Anche noi oggi, come loro prima di noi, possiamo vederlo e toccarlo se ascoltiamo la Parola di chi lo testimonia. La Parola, che era al principio, è e sarà sempre principio di comunione con Dio. Essa è autocomunicazione totale, sempre aperta ad altra comunicazione, in un dialogo di ascolto e risposta senza fine. L’evangelista Giovanni è chiamato “il teologo”. La sua “teo-logia” è un “parlare-di-Dio” in senso forte: chi parla di Dio è Dio stesso che parla. Ciò che Gesù farà, nel seguito del vangelo, è “narrare” il Padre, per donarci la sua stessa comunione con lui. Ciò che lui fa è “segno”, raccontato a noi, della gloria del Figlio e del Padre. Questo segno è per noi il testo del vangelo, sempre disponibile a chiunque lo legge. Si può affermare che il vangelo di Giovanni è la drammatizzazione dell’incontro della Parola con l’uomo, suo interlocutore. Chi lo legge si accorge che racconta esattamente ciò che accade in lui mentre lo legge: mentre lo legge, ne è letto, e in modo nuovo. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera − trovando pace: • con un momento di silenzio • respirando lentamente • pensando che incontrerò il Signore • chiedendo perdono per le offese fatte • e perdonando di cuore le offese ricevute. − mettendomi alla presenza di Dio: • • • • faccio un segno di croce per lo spazio di un Padre nostro, guardo come Dio mi guarda inizio la preghiera, in ginocchio o come più mi aiuta chiedendo al Padre, nel nome di Gesù, lo Spirito Santo perché il mio desiderio e la mia volontà, la mia intelligenza e la mia memoria siano ordinati solo a lode e servizio suo.

b. Mi raccolgo − immaginando il cammino di Dio per rendersi presente all’uomo e donarsi a lui: la creazione, la sapienza, la legge, la testimonianza, la carne della Parola. c. Chiedo al Signore ciò che voglio − qui chiedo e voglio comprendere quanto Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque lo accoglie abbia la vita eterna. Chiedo di comprendere l’umanità, la debolezza e l’umiltà di Dio, sua vera gloria.
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Medito e/o contemplo la scena − qui c’è da contemplare Dio che attraverso il Figlio, si dona all’universo come vita di tutto nella creazione, all’uomo come luce nella sapienza, a Israele come legge di vita nella Parola, a ogni uomo come grazia nella carne di Gesù. o leggendo il testo lentamente, punto per punto o sapendo che dietro ogni parola c’è il Signore che parla a me o usando: • la memoria per ricordare • l’intelligenza per capire ed applicare alla mia vita • la volontà per desiderare, chiedere, ringraziare, amare, adorare.

N. B. • non avrò fretta, non occorre far tutto • è importante sentire e gustare interiormente • sosto dove e finché trovo frutto, ispirazione, pace e consolazione • avrò riverenza più grande quando, smettendo di riflettere, inizio a parlare col Signore. Da notare: • in principio era la Parola • la Parola era rivolta a Dio • la Parola era Dio • tutto fu per mezzo di lei • la Parola è vita in tutto ciò che esiste • la vita è la luce degli uomini • la tenebra non arresta la luce • Giovanni prototipo di chi accoglie e testimonia la Parola • il mondo non riconosce la Parola; i suoi non la accolgono • accettare la Parola dà la dignità di diventare figli di Dio • la Parola divenne carne, un uomo concreto: Gesù • noi contempliamo la sua gloria • la gloria di Unigenito del Padre, pieno del dono della sua conoscenza • la testimonianza/grido perenne di Giovanni • la testimonianza del “noi” che l’hanno accolta • la legge fu data per mezzo di Mosè • la grazia della verità per mezzo di Gesù • Dio nessuno l’ha mai visto • l’unigenito Dio che è verso il seno del Padre ce l’ha narrato • Gesù, Parola divenuta carne, ci “narra” il Padre. − – – − Concludo con un colloquio con il Signore, da amico ad amico su ciò che ho pensato e sentito finisco con un Padre nostro esco lentamente dalla preghiera.

N. B. Dopo aver pregato, rifletterò brevemente su come è andata, chiedendomi: − ho osservato il metodo?
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− − 4.

ho avuto qualche difficoltà? quale? perché? quale frutto e quali mozioni spirituali ho avuto?

Testi utili Alla luce di quanto il prologo dice sulla “Parola” leggere: Sal 119; Gen 1; Is 55,10s; Pr 8,22-31; Gb 28; Bar 3,9-4,4; Sir 24; Sap 6-9, tenendo presente che la Parola, o Sapienza, è il Figlio eterno del Padre che diviene un figlio d’uomo e si chiama Gesù.

2. E QUESTA È LA TESTIMONIANZA DI GIOVANNI 1,19-34 19 E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti per interrogarlo: Tu, chi sei? E confessò e non negò e confessò: Io non sono il Cristo. E lo interrogarono: Che cosa dunque? Sei tu Elia? E dice:
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Non sono! Il profeta sei tu? E rispose: No! Gli dissero dunque: Chi sei? Perché diamo una risposta a quelli che ci inviarono. Cosa dici di te stesso? Disse: Io, voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia. E gli inviati erano dei farisei. E lo interrogarono e gli dissero: Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il Profeta? Rispose loro Giovanni dicendo: Io battezzo con acqua: in mezzo a voi sta colui che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, al quale [io] non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo. Queste cose avvennero in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava a battezzare. Il giorno dopo vede Gesù che viene verso di lui e dice: Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo! Questi è colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che è diventato davanti a me perché era prima di me. E io non lo conoscevo; ma proprio perché fosse manifestato a Israele io venni a battezzare con acqua. E testimoniò Giovanni dicendo: Ho contemplato lo Spirito scendere come colomba dal cielo e dimorò su di lui. E io non lo conoscevo, ma colui che mi inviò a battezzare con acqua, quegli mi disse: Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e dimorare su di lui, è colui che battezza nello Spirito santo. E io ho visto
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e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio.

1.

Messaggio nel contesto

“E questa è la testimonianza di Giovanni ”. Il testo precedente è sulla Parola, questo sulla testimonianza, che dà voce alla Parola qui e ora. Al prologo poetico segue un prologo narrativo, in forma di processo, con interrogatorio e risposte. In esso entrano in scena i personaggi del dramma. Da una parte ci sono i protagonisti e dall’altra gli antagonisti della Parola: da una parte Giovanni e Gesù, rispettivamente il testimone della Parola e la Parola testimoniata – l’uomo davanti a Dio e Dio davanti all’uomo – e dall’altra giudei, sacerdoti, leviti e farisei, il potere dominante, avversario della Parola. Questo processo, che inizia qui contro il Battista, continuerà contro Gesù e poi contro i suoi discepoli. È lo stesso che si svolge all’interno di chi, ascoltando la Parola, si trova nella situazione di essere suo avversario o suo testimone, chiamato a decidersi tra menzogna e verità, schiavitù e libertà, tenebra e luce, vita e morte. Gli altri sinottici descrivono Giovanni con maggiori dettagli. Qui tutto è essenzializzato, con il risultato di farne il tipico testimone della Parola: la attende, la intuisce presente, gli è rivelata in Gesù, la riconosce e la indica agli altri. In lui vediamo il cammino che porta alla scoperta del Lógos diventato carne, con le disposizioni necessarie per incontrare il Figlio unigenito, narratore del Padre ai fratelli, compimento di ogni promessa di Dio per gli uomini. Il Battista, totalmente aperto al dono di Dio, compie il passaggio dal desiderio al desiderato, dall’attesa all’atteso. È figura di ogni uomo che riconosce la luce della Parola che brilla nella creazione: è un “illuminato” che sa di non essere la luce. È insieme figura di Israele che riconosce, nel Messia, l’agnello di Dio, il Figlio di Dio, il suo Signore che viene a lui. È il sapiente e il profeta per eccellenza, l’ultimo dei profeti che vede ciò che è nato dallo Spirito e si fa suo testimone. In lui si vede la continuità tra le varie alleanze di Dio con l’uomo, tra quella della creazione e quella della rivelazione, tra quella della legge e quella nella carne di Gesù: per lui ogni promessa si compie. Promessa e realizzazione sono inscindibili: la prima apre il cuore al desiderio, la seconda lo appaga. Senza la prima, la seconda non è capita nella sua verità; senza la seconda, la prima è una illusione senza realtà. Il Battista è l’uomo dei desideri. Se il desiderio riguarda ciò che ci deve essere e ancora non c’è, lui si definisce innanzitutto come colui che “non è” (cf. vv. 20.21). Il suo essere è rivolto ad altro, all’Altro. È un uomo “eccentrico”, con il centro fuori di sé; da esso è attirato, sbilanciato e messo in moto. Giovanni è l’Israele che crede nel Dio che promette e sa che c’è un compimento alla sua promessa. È innanzitutto uno che cerca. Non si accontenta però del suo cercare – sarebbe una frustrazione –, ma trova ciò che desidera e comunica agli altri la gioia della sua scoperta. Il testimone è uno spirito libero, in contraddizione con la mentalità dominante È una coscienza inquieta e lucida, in ricerca della verità; una volta che l'ha trovata, la vive e proclama, anticipando ciò che, presto o tardi, sarà accolto pure dagli altri. Ma ci sono stati e ci saranno sempre anche testimoni di stupidità e schiavitù che, invece di far progredire l'uomo, lo fanno regredire. I falsi testimoni si riconoscono facilmente: sono fanatici e polemici, violenti con sé e gli altri. Il vero testimone invece è sommamente rispettoso dell’altro come di se stesso, non è polemico ed è capace di assorbire l’opposizione: è un “martire”, con le qualità dell’agnello di Dio, che si fa carico del male del mondo (cf. 1,29). Il testo inizia con una inchiesta condotta dai capi del popolo nei confronti di Giovanni. È l’anticipo del processo tra luce e tenebre che si compirà con Gesù. Il processo è il luogo proprio della “testimonianza”. Il brano, come un pezzo di teatro, è soprattutto dialogo, aperto a sorprese ed equivoci di ogni tipo, con brevissimi cenni sui personaggi e sulle circostanze. Cosa si può fare con la parola, se non
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comunicare, fraintendere o sottacere? Come nel prologo si parla di due testimonianze di Giovanni (vv. 6-8 e v. 15), qui ci sono due scene centrate su di lui, che, in quanto testimone, sposta l’accento sul testimoniato. Nella prima egli nega di essere il Cristo, Elia o il profeta: non è la luce né la Parola, ma testimone della luce e voce della Parola, la cui presenza percepisce, ma ancora non conosce ( vv. 19-28). Nella seconda, il giorno dopo, riconosce in Gesù, che già prima era venuto a farsi battezzare da lui, come l'agnello, anzi il Figlio stesso di Dio (vv. 29-34). A differenza degli altri, il quarto vangelo, non racconta la scena del battesimo: lo suppone già avvenuto e lo rivive attraverso la testimonianza del Battista. Egli ha capito chi è Gesù attraverso un lungo cammino che passa, dopo un primo incontro e la confessione della propria identità, a un successivo incontro con lui. Solo alla fine si rende conto che colui che già conosceva è colui che da sempre attendeva. Per conoscere l’altro, devo prima conoscere me stesso. Il testo sviluppa i due temi fondamentali del vangelo: l’identità di Giovanni e di Gesù, del testimone e del testimoniato, dell’uomo e della Parola. Il tutto si svolge in un dialogo che fa rivivere i fatti attraverso la parola del testimone, mostrando come lui stesso è giunto a capirli prima di testimoniarli. È quel processo che il testo vuol operare nel lettore mediante la lettura. Gesù è la luce, Giovanni il testimone della luce; Gesù è la Parola, Giovanni la sua voce. La Chiesa trova la propria radice in Giovanni che riconosce in Gesù la Parola di cui tutto è voce: a lui è svelato ciò che da sempre il creato nasconde e ad Israele fu promesso. Egli è l’icona dell’uomo vero, che esprime quel desiderio di Dio impresso in lui dalla Parola creatrice e dalla promessa ad Israele. 2. Lettura del testo v. 19: E questa è la testimonianza di Giovanni . Giovanni, già nel prologo, è figura sia del sapiente che coglie la luce che è in lui, ma non è lui (vv. 6-8), sia dei profeti d’Israele che hanno tenuto viva la promessa di Dio (v. 15). Ora è raccontata la sua testimonianza, che è sempre “attuale”: si dice infatti: “questa è la testimonianza”, non: “questa fu la testimonianza”. Il suo atteggiamento è, per tutti, la porta di accesso alla verità. “Testimone” è uno che ha visto, ricorda e racconta: la testimonianza è un’esperienza di vita che diventa parola e si trasmette ad altri. Senza di essa non c’è né comunicazione né comunione, non esisterebbe relazione “umana” né con il creato né con gli altri né con l’Altro. “Testimoniare” è l’atto che fonda la cultura e la storia, facendo sì che l’uomo sia uomo. Per questo la menzogna, che è una falsa testimonianza, costituisce il reato più grave, origine degli altri mali (cf. Gen 3,1ss). Uccide più la lingua della spada (Sir 28,18)! Se uno non pecca nel parlare, è un uomo perfetto (Gc 3,1-12). È stato anche detto che, chi usa dieci parole dove ne bastano nove, è capace di qualunque delitto. Il Signore infatti ha detto: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). La Parola, principio e fine della creazione, partecipazione alla vita e alla luce del Creatore, prende voce nel testimone, che la rende presente qui e ora. quando i giudei gli inviarono da Gerusalemme . “I giudei”, nel quarto vangelo, non sono di solito il popolo di Israele, ma i detentori del potere, da sempre in conflitto con gli inviati da Dio. Qui danno inizio al processo contro il testimone della luce, che poi continueranno contro la stessa luce del mondo (cf. 8,12s) e contro i suoi discepoli (cf. 16,1-4). Rappresentano la cecità di chi fa il male e odia la luce (cf. 3,20), di chi preferisce la propria posizione di prestigio e di dominio alla verità, facendosi vittima e autore di menzogna e schiavitù. per interrogarlo. Non è un interrogare per dialogare, ma un interrogatorio per accusare. Le autorità non vogliono perdere il controllo sul popolo: processano Giovanni, il cui prestigio minaccia il loro. Questa situazione violenta, che mette in gioco la vita, è l’ora della testimonianza, in cui l’uomo veritiero dice ciò che sa, mentre l’uomo menzognero, o ingannato, tace ciò che sa o dice ciò che non sa. tu, chi sei? È la domanda fondamentale per ogni uomo: gliela pone la presenza dell’altro, in relazione al quale scopre la propria identità. Chi risponde con verità è un testimone; e si espone all’accettazione o al rifiuto. v. 20: confessò e non negò e confessò. La ripetizione, di colore semitico, sottolinea che Giovanni non si sottrae alla testimonianza. Testimoniare è confessare la realtà conosciuta, senza negarla.

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io non sono il Cristo. Non gli era stata fatta questa domanda, che però era implicita. Sappiamo da Luca 3,15 che il popolo si chiedeva se egli non fosse il Cristo, anche se le autorità erano propense a ritenerlo un indemoniato (cf. Mt 11,18). Aveva riscosso grande successo e suscitato numerosi discepoli. Il testimone della luce viene subito al dunque. La sua autotestimonianza inizia con tre “no”: lui non è il Cristo, non è Elia, non è il profeta. Ciò che uno è, passa attraverso la negazione di ciò che non è: il “no” lo de-finisce, ponendogli i suoi limiti nei confronti dell’altro. È importante, per definire la propria identità, sapere ciò che non si è. Solo dentro i nostri confini siamo ciò che siamo e possiamo aprirci all’altro, trovando il nostro “sì” nella relazione con lui. L’uomo in realtà è innanzitutto ciò che non è: è attesa d’altro, dell’Altro, che gli sta a cuore e desidera. v. 21 sei tu Elia? Elia, padre dei profeti, era atteso prima della venuta del Signore per convertire il popolo (cf. Ml 3,23s). Marco 9,12 lo identifica con il Battista, considerato come un Elia redivivo. il profeta sei tu? “Il profeta”, pari a Mosè e predetto in Dt 18,15, era atteso per la fine dei tempi. Nel quarto vangelo il Battista non è né Elia, né il profeta, forse in polemica con circoli di suoi discepoli che c’erano a Efeso (cf. At 18,24-19,7) e che ritroveremo in Siria fin verso l’anno 300. Senza essere identificato con questi personaggi, il Battista è restituito alla purezza del “testimone”, figura di tutto l’AT che preannuncia il Cristo. v. 22: chi sei? Cosa dici di te stesso? Dopo aver sentito ciò che non è, ora, positivamente, sentiamo ciò che è. v. 23: io, voce. Non dice: “Io sono”, riservato nel vangelo a Gesù, bensì: “Io, voce”. Il suo “io”, la sua identità, è essere “voce” che grida la “Parola” della quale è il testimone. Giovanni presta voce all’attesa sia d’Israele, sia di tutta l’umanità in cerca della sua luce. Ogni grido d’uomo, che non ha cessato di sperare, trova in lui la propria voce. Per comprendere Gesù bisogna rispondere all’appello di Giovanni (cf. Mc 11,30p): accettare o rifiutare lui significa accettare o rifiutare il disegno di Dio (cf. Lc 7,29s). Giovanni è voce, la cui Parola è Gesù. Come non c’è parola udibile senza voce, così non c’è voce sensata senza parola: l’una è sempre nell’altra. Tutta la Scrittura – come pure il desiderio più profondo scritto nel cuore di ogni uomo – è voce che trova in Gesù la Parola. di uno che grida nel deserto (cf. Is 40,3). Il Battista si identifica con la “voce” del Libro della consolazione di Isaia, che si rivolge al popolo deportato in Babilonia per incoraggiarlo a un nuovo esodo. Se l’antico esodo fu l’uscita dalla schiavitù d’Egitto, opera di ingiustizia altrui, il nuovo è l’uscita dall'esilio di Babilonia, frutto amaro del proprio peccato. Il Signore infatti “rimette il peccato”, predispone “il ritorno” in patria e promette a “ogni uomo” di “vedere” la “gloria” del Signore “che viene” “a salvare” (cf. Is 40,2.3.5.10). Il Battista, come ogni profeta, dà voce alla Parola che perdona e fa tornare (= convertire, invertire marcia), per vedere la gloria del Signore che viene a salvare. Tutta la Bibbia vuol tener viva nell'uomo la sua umanità, perché non si rassegni alla schiavitù, all'ingiustizia e all'esilio. Per questo la Bibbia, a differenza dei libri di storia e dei mass-media, non giustifica l’esistente e non sta mai dalla parte dei potenti. Ne svela anzi la falsità e l'ingiustizia: dando voce agli oppressi, riaccende in essi quel desiderio di verità, di giustizia e di libertà, che i potenti cercano di soffocare. Si capisce perché il profeta, da sempre, soffre di una "malattia professionale": il taglio della testa! Anticamente era l'unico interruttore capace di spegnere voci scomode; dove è necessario o possibile, è ancora l’unico che funziona. preparate la via del Signore. La voce prepara la via del Signore, attraverso la quale noi andiamo a lui e lui viene a noi. Il profeta mantiene l’uomo sulla via di Dio che non è la nostra: è la via della libertà, che passa attraverso la verità e la giustizia. Chi non ha sete di libertà, di verità e di giustizia ( trinomio inscindibile: chi ne trascura uno, è come se togliesse all'uomo i polmoni, la testa o il cuore), non può conoscere né Dio né l'uomo. v. 24: gli inviati erano dei farisei. Giudei, sacerdoti, leviti e farisei sono le autorità riconosciute del popolo. Invece di farlo crescere nella via del Signore, lo soffocano sotto il loro potere. Il rapporto tra profezia e istituzione è sempre “critico”: il profeta infatti richiama a obbedire e servire la verità, non a servirsi di essa per farsi obbedire dalla gente e, se possibile, da Dio stesso. v. 25: perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, ecc . Giovanni è inviato per battezzare; solo dopo capirà il perché profondo (vv. 31-32). Egli proclama “un battesimo di conversione per il perdono
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dei peccati” (cf. Mc 1,4). Il suo battesimo può rientrare in un simbolismo religioso comune: immergersi e uscire dall’acqua significa morire a una vita morta per rinascere a un'esistenza bella e giusta. Se l’immergersi esprime la realtà della morte, l’emergere esprime il desiderio di vita. La stessa coscienza di morte e di ingiustizia è già protesta contro l’ingiustizia e la morte, aspirazione a una vita piena e giusta. Il battesimo è inteso qui come un gesto messianico: il Messia infatti porterà il perdono e rinnoverà il mondo. v. 26: io battezzo con acqua. Con il suo battesimo Giovanni intende preparare quello del Messia, che battezzerà nello Spirito (v. 33). Il battesimo esprime quel desiderio di conversione e di vita nuova, che costituisce la nostra disposizione ad accogliere il dono dello Spirito. Ogni rito, di qualunque religione, se non si chiude in sé, può predisporre l’uomo all’incontro con Dio. in mezzo a voi sta colui che voi non conoscete . Nel mondo c'è sempre una presenza dell’Ignoto che attende di rivelarsi. Giovanni la richiama a tutti. Lui stesso sa che c’è, anche se ignora chi è (cf. vv. 31.33): sa di non sapere. Essere coscienti dello scarto tra ciò che si sa e ciò che si ignora è il principio stesso della conoscenza, aperta all’infinito. v. 27: colui che viene dopo di me, ecc. “Colui che viene” è attributo del Signore. Noi possiamo andare a lui perché lui viene a noi. Solo “il giorno dopo” scopriamo che egli ci è già venuto incontro (cf. vv. 29ss). non sono degno di sciogliere, ecc. Con queste parole Giovanni ribadisce la superiorità di colui che viene (cf. vv. 15.30). L’espressione potrebbe alludere alla legge del levirato (cf. Dt 25,5-10; Rt 4,7-9), propria del diritto matrimoniale ebraico. Significherebbe che Giovanni, come Israele, è la sposa, il cui unico sposo è e resta il Messia, che nessuno può sostituire. È vero che morirà, ma proprio il suo sangue darà vita a un popolo numeroso e nessun altro pretendente ne prenderà il posto per suscitargli discendenza. v. 28: queste cose avvennero in Betania, al di là del Giordano . Non si tratta di Betania vicina a Gerusalemme (cf. 11,18): è al di là del Giordano, dove Giovanni battezzava (cf. 10,40). Può identificarsi con Ennòn, vicino a Salim (cf. 3,23): Betania potrebbe essere Beth’ennòn (= casa delle fonti). Importante è l’indicazione “al di là del Giordano”, il fiume che segna il confine della terra promessa. Il battesimo di Giovanni ne è ancora fuori: per entrare occorre attraversare il Giordano, paragonato al Mar Rosso (cf. Gs 4,23), con un nuovo esodo. Il suo battesimo conduce alle porte della terra e predispone ad entrare. v. 29: il giorno dopo. Come il racconto della creazione è ritmato in un susseguirsi di giorni, così anche quello della nuova creazione, opera della Parola diventata carne. Il primo giorno, non nominato, è quello in cui Giovanni confessa di sapere che c’è colui che non conosce. Deve passare “un giorno” (quanto lungo?) prima di poter riconoscere colui che già prima ha visto. C’è bisogno di tempo per giungere all’illuminazione: il tempo necessario perché il desiderio, purificato dall’ascolto, diventi occhio capace di vedere ciò che già è donato. vede Gesù che viene verso di lui. Il giorno dopo la sua testimonianza, Giovanni “vede” colui che già prima aveva contemplato, ma senza riconoscerlo (cf. v. 35). Anche il lettore ha già udito nel prologo che Gesù è l’unigenito Figlio di Dio; ma ci vuole tempo per riconoscerlo. Vedere Gesù che “viene” è vedere l’invisibile, la Parola diventata carne che mostra la Gloria. Giovanni l’attende, ma è lei che viene per farsi vedere. L’iniziativa dell’incontro è sua. Il Figlio, come è rivolto verso il Padre, così necessariamente si rivolge verso di noi, suoi fratelli. ecco. “Ecco”, in greco, si dice: “Guarda”. Giovanni, l’ascoltatore della Parola, finalmente “vede” ciò che già ha guardato senza vedere e dice con sorpresa: “Guarda!”. Non si rivolge a qualcuno in particolare – nel racconto c’è solo Gesù e lui –, ma a chiunque, come noi, ne ascolta la testimonianza. l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. La “voce di uno che grida nel deserto” (v. 23) suona consolazione, perché promette il perdono e reca la buona notizia: “Ecco il nostro Dio!” (cf. Is 40,1-9). Il perdono però non è solo per Israele, ma per “il mondo”, perché ogni carne veda la sua gloria (cf. Is 40,5). Si parla di “peccato”, non di peccati. Si tratta della peccaminosità, che è la non conoscenza di Dio, radice di ogni singola trasgressione. Chi toglie il peccato non può che essere Dio in persona (cf. Mc 2,7p).
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Gesù è chiamato “l’agnello”. La parola allude al Servo di JHWH, muto come un agnello condotto al macello (cf. Is 53,7); tanto più che la parola aramaica “taleya” può significare sia fanciullo/servo che agnello. In Apocalisse 17,14 il re dei re, trionfatore su tutti i nemici, è chiamato l’agnello. È anche un’allusione all’agnello pasquale, il cui sangue salvò Israele (cf. Es 12,1-14; 1Cor 5,7; 1Pt 1,19). Inoltre l’agnello era l’animale per il sacrificio quotidiano di espiazione e di comunione che si teneva nel tempio: Gesù, nuovo tempio (cf. 2,13-22), sarà per tutti riconciliazione con il Padre e comunione con lui e tra di noi. In queste parole di Giovanni risuona la stessa teologia degli altri vangeli, secondo i quali Gesù nel battesimo è proclamato dal Padre come il Figlio/Servo che, con il suo sacrificio, salverà il mondo (cf. Mc 1,11p). v. 30: questi è colui del quale io dissi, ecc . (cf. vv. 15.27). Per la terza volta Giovanni sottolinea la distanza tra se stesso e colui che viene: è al di sopra di lui e di tutti, perché era “prima” del principio di tutto (v.1). v. 31: io non lo conoscevo, ma proprio perché fosse manifestato, ecc . Nuovamente sottolineata la sua non-conoscenza di Gesù. Lo attende ma non lo conosce. Ma può conoscerlo perché lo attende. Si conosce solo ciò che si ama! Ora finalmente lo “vede" e capisce il senso di ciò che ha fatto e sta facendo: il suo battesimo serve a manifestarlo. Chiunque non accetta il suo battesimo, non può conoscere chi è Gesù (cf. Mc 11,2733p). Il battesimo nell’acqua – riconoscimento del limite creaturale e del proprio peccato, ma anche desiderio di rinascita a vita nuova – è il luogo di verità di ogni uomo, posto come sentinella tra il finito e l’infinito. Su questa soglia ogni carne incontra la “Parola” diventata carne. v. 32: ho contemplato lo Spirito, ecc. La scena del battesimo di Gesù è avvenuta in precedenza, in un tempo imprecisato. Non si dice quando, forse perché in ogni tempo la Parola “si battezza” e immerge nel mondo. Giovanni, come ciascuno di noi, ha bisogno di tempo per comprendere ciò che ha contemplato nella carne della Parola, solidale con ogni carne. Il battesimo rappresenta la scelta fondamentale di Gesù. Egli si rivela il Figlio perché si fa nostro fratello e si immerge nella condizione comune a tutti. È la prima immagine che Gesù ci offre del Dio che nessuno mai ha visto. Cosa significa un Dio che si mette in fila con i peccatori, ultimo della fila, solidale con noi là dove anche noi non siamo solidali con noi stessi e ci sentiamo soli? Un Dio che accetta la condizione di limite, di peccato e di morte, che diventa tutto ciò che noi siamo e non vorremmo essere, che è il contrario della proiezione dei nostri desideri! Il battesimo di Gesù mette in crisi ogni idea religiosa o atea su Dio (religiosi e atei hanno la stessa opinione su di lui: i secondi negano esattamente ciò che i primi affermano). Ci si rivela un Dio impensabile, scandaloso per tutti, credenti e non credenti: colui che riteniamo sopra le nuvole è qui in terra, il puro spirito è carne, l'immortale mortale, il santo tra i peccatori, il giudice con i condannati, l'onnipotente impotente, come tutti. Il Dio che Gesù presenta è la liberazione da quel dio diabolico che, da Adamo in poi, tutti ci immaginiamo, piegandoci o ribellandoci a lui. Il battesimo, anticipo della croce, rivela un Dio che è simpatia assoluta per ogni uomo, per quanto lontano, e si mette nella sua condizione per stare con lui. È un Dio che è tutto e solo amore: è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Lo Spirito che nella creazione aleggiava sulle acque primordiali, la colomba che si librava sulla terra appena emersa dal diluvio, scende su Gesù che si battezza nel Giordano. Non solo scende, ma “dimora” su di lui, sua casa. Sul Messia infatti riposerà lo Spirito del Signore (Is 11,2). Gesù è il Messia: il suo battesimo – la sua morte! – lo rivela a Israele e a tutti. v. 33: colui che mi inviò a battezzare, ecc. Direttamente da Dio per ispirazione interiore, o indirettamente per mezzo della Parola a lungo masticata, Giovanni conosce il segno per riconoscere “colui che viene”: è lo Spirito che scende e dimora su di lui. Tuttavia, anche per lui come per noi, c’è sempre una distanza tra il conoscere e il riconoscere, tra il vedere e il comprendere. v. 34: e io ho visto e ho testimoniato, ecc. Mentre gli altri profeti avevano previsto e predetto, Giovanni vede e dice: il compimento di ciò che fu promesso è già avvenuto in Gesù ed è presente a tutti nella testimonianza di chi ha visto e racconta. questi è il Figlio di Dio. Sulla bocca di Giovanni questa espressione può essere un’allusione al Sal 2,7, un canto messianico. Per il lettore, dopo il prologo, si tratta di una testimonianza sulla Parola
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diventata carne, sull’unigenito Figlio del Padre, che rivela la Gloria – come capiranno pienamente i discepoli nell’esperienza pasquale, quando avranno ricevuto il suo Spirito. La testimonianza che, secondo i sinottici, il Padre diede di Gesù in occasione del battesimo (cf. Mc 1,11p), diventa qui la stessa del Battista. Egli è presentato come l’Israele della promessa che vede il compimento, primo della serie di coloro che crederanno che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, per avere in dono la vita (cf. 20,31). 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito (cf. introduzione pg. 8). b. Mi raccolgo immaginando Betania, la casa delle sorgenti. c. Chiedo ciò che voglio: avere gli stessi desideri di Giovanni, accettare il suo battesimo e la sua testimonianza. d. Ascolto con attenzione la testimonianza di Giovanni su di sé e su Gesù. Da notare: • giudei, sacerdoti, leviti e farisei che interrogano • tu chi sei? • “non sono” il Cristo, Elia o il profeta • che dici di te stesso? • io, voce di uno che grida nel deserto • preparate la via del Signore • in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete • Giovanni battezzava a Betania, oltre il Giordano • il giorno dopo la testimonianza vede Gesù che viene verso di lui • ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo • non lo conoscevo • io venni a battezzare con acqua perché fosse manifestato a Israele • ho contemplato lo Spirito scendere e dimorare su di lui • questo è il segno di Dio che indica chi battezza nello Spirito • io ho visto e testimoniato che lui è il Figlio di Dio. 4. Testi utili Sal 2; Is 40; Mc 1,9-11; Mt 3; Lc 3; Mc 11,27-33; Lc 7,18-30.

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3. VENITE E VEDRETE 1,35-51 1,35 36 37 38 Il giorno dopo Giovanni stava ancora (là) con due dei suoi discepoli e, fissato Gesù che camminava, dice: Ecco l’agnello di Dio! E lo udirono i due discepoli mentre parlava e seguirono Gesù. Ora, voltatosi Gesù e visto che essi seguivano, dice loro: Che cercate? Ora essi gli dissero: Rabbì – che tradotto significa maestro –, dove dimori? Dice loro: Venite e vedrete! Vennero dunque e videro dove dimorava e presso di lui dimorarono quel giorno. Era circa l’ora decima. Era Andrea, fratello di Simon Pietro, uno dei due che avevano ascoltato Giovanni e lo avevano seguito. Egli incontra per primo il proprio fratello Simone e gli dice: Abbiamo incontrato il Messia – che si traduce Cristo –. Lo condusse da Gesù. Fissatolo, Gesù disse: Tu sei Simone, figlio di Giovanni: tu sarai chiamato Kefas – che si traduce pietra –. Il giorno dopo decise di partire per la Galilea e incontra Filippo. E gli dice Gesù: Segui me! Ora Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e Pietro. Filippo incontra Natanaele e gli dice: Incontrammo colui di cui ha scritto Mosè nella legge, come pure i profeti: Gesù, figlio di Giuseppe da Nazareth. E gli dice Natanaele: Da Nazareth ci può essere qualcosa di buono? Gli dice Filippo:
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Vieni e vedi. Vide Gesù Natanaele venire verso di lui e dice di lui: Ecco davvero un israelita in cui non c’è dolo. Gli dice Natanaele: Donde mi conosci? Rispose Gesù e gli disse: Prima che Filippo ti chiamasse, mentre eri sotto il fico, ti ho visto. Gli rispose Natanaele: Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu re sei di Israele. Rispose Gesù e gli disse: Perché ti dissi che ti ho visto sotto il fico credi? Cose più grandi di queste vedrai. E gli dice: Amen, amen vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo.

1. Messaggio nel contesto “Venite e vedrete”, dice Gesù ai due discepoli del Battista che ne hanno accolto la testimonianza. Seguendo lui, trovano ciò che cercano e dimorano presso di lui, che da sempre è presso il Padre. In questo brano il vocabolo “dire” ( con termini simili o connessi, come “parlare”, “rispondere”, “chiamare” e “ascoltare”) esce 24 volte, “vedere” e “fissare” 12 volte, “seguire” e “venire a” Gesù 9 volte, “incontrare” (o “trovare”) 4 volte, “dimorare” 3 volte, e “cercare” una sola volta. Queste parole definiscono il dinamismo interiore dell’uomo in cammino per giungere alla patria del suo desiderio. All’origine di tutto c’è il Battista: la testimonianza della luce è una catena ininterrotta che, attraverso i saggi e i profeti antichi, giunge con lui a riconoscere la gloria della Parola divenuta carne. Egli è il raccordo tra gli antichi e i nuovi testimoni, tra coloro che hanno intuito e predetto e coloro che hanno visto, ascoltato e toccato. Egli vede finalmente compiuta la promessa fatta ad Israele. Chi ascolta la sua testimonianza fa in prima persona l’esperienza del Figlio che narra il Padre e diventa a sua volta testimone presso gli altri, perché anch’essi, a loro volta, sappiano che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e nel suo nome abbiano la vita (cf. 20,31). Il brano presenta il diffondersi della testimonianza come un contagio, o, meglio, come un fuoco che si propaga dall’uno all’altro, accendendo tutti della stessa luce. Giovanni, “il giorno dopo” aver riconosciuto l’atteso (cf. vv. 19-34), lo indica a due suoi discepoli, che subito lo seguono ( vv. 35-39). Uno di loro, Andrea, conduce a Gesù suo fratello Simone (vv. 40-42). Il giorno dopo c’è l’incontro con Filippo (vv. 43-44) e questi, a sua volta, porta l’incredulo Natanaele, a “venire a vedere” Gesù di Nazareth (vv. 45-50). La testimonianza, di Giovanni e dei successivi, è la mediazione necessaria per giungere a Gesù; l’incontro con lui però è immediato e personale (cf. 4,41s). Il testo è un susseguirsi incalzante di brevi battute di domanda e risposta, dove, in un crescendo continuo, si raggiunge un livello di comprensione sempre più alto del mistero di Gesù. Chi per primo l’ha scoperto, porta un altro all’incontro con lui ed è spettatore di una nuova rivelazione che egli non aveva ancora colto. Il testo è tutto un dialogo su Gesù o con Gesù. Il nostro rapporto con Dio non può essere che quello di un dialogo, dato che in principio era la Parola e l’uomo è suo interlocutore.
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Sin dall’inizio il vangelo di Giovanni si presenta come il dramma dell’incontro tra l’uomo e la Parola, in una comunicazione piena di detto e non detto, di fraintendimenti e complicità, di equivoci e ironie, di resistenze e rese. Il lettore è fatto partecipe di questo dialogo, per fare pure lui l’esperienza della Parola che lo chiama e lo conduce, passo dopo passo, a vedere la sua dimora e a stare di casa con lei. Inizia così il cammino del discepolo, che lo porterà a posare il capo sopra il petto del Maestro (cf. 13,23-35), per cogliere il mistero di Dio e dell’uomo. Nella successione degli incontri l’evangelista presenta una sintesi graduale di chi è Gesù. Gesù è l’agnello di Dio, il Maestro, il Messia, il Figlio di Dio, il re d’Israele, il misterioso Figlio dell’uomo nel quale cielo e terra si incontrano. La Chiesa nasce dall’incontro tra Gesù e il Battista, che rappresenta insieme la sapienza dell’uomo in cerca della verità e la rivelazione di Dio in cerca dell’uomo. Chi, come lui, l’ha cercato e atteso, incontrato e riconosciuto, diventa suo testimone presso gli altri, perché ciascuno giunga in prima persona a dialogare con la Parola e vedere la luce della sua vita. 2. Lettura del testo v. 35: Il giorno dopo. Siamo al terzo giorno del racconto del vangelo (cf. vv. 19.29). Il Battista, che da sempre attende, in un giorno imprecisato, fuori dal tempo perché in ogni tempo, incontra l’atteso che viene a farsi battezzare; ma non lo riconosce. Solo più tardi, dopo aver risposto all’interrogatorio e aver confessato la propria identità (vv. 19-28), lo incontra nuovamente il giorno dopo e lo riconosce (vv. 29ss). Il giorno dopo ancora (v. 35), avendolo incontrato di nuovo, lo indica a due suoi discepoli. Ci vuole del tempo perché l’incontro diventi conoscenza, e la conoscenza testimonianza. Senza questo tempo essa non ha valore, perché manca del suo contenuto di esperienza. Giovanni stava ancora (là). Il luogo di partenza della testimonianza è Betania, al di là del Giordano, dove si riceve il battesimo di Giovanni (v. 28). Il luogo della verità dell’uomo è anche il luogo d’incontro con il Signore. due dei suoi discepoli. Uno è Andrea (v. 40). L’altro, anonimo, è per lo più identificato con Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”. Ma potrebbe anche essere Filippo (vedi al v. 43). Come sempre, ogni lettore può identificarsi con i diversi personaggi: rappresentano i vari livelli del suo incontro con il Signore. v. 36: fissato Gesù che camminava. Gesù comincia il suo cammino che, da oltre il Giordano, porta a Gerusalemme. In questo cammino si rivela: la verità si fa via per condurci alla vita. Il Battista, uomo dell’attesa, è il solo in grado di vederla e indicarla ad altri. La sua è la funzione perenne di Israele, depositario della promessa e del suo compimento nella carne dell’ebreo Gesù di Nazareth. Noi ci inseriamo in una storia che sempre ci precede: il presente è frutto del passato. Tagliarsi le radici, è perdere ciò che si è. dice. Il verbo è al presente, perché la sua testimonianza è sempre attuale. In greco c’è il verbo légô, da cui lógos (= parola), che significa originariamente “legare, raccogliere, mettere insieme, unire”. La parola infatti lega l’uomo alla realtà e gli uomini tra di loro. Ma anche i nostri verbi “dire” e “parlare” sono significativi: il primo è forse dalla radice di deíkô, che significa mostrare, manifestare, mentre il secondo viene da parabállô (da cui viene anche “parola” e “parabola”), che significa mettere, porre, gettare davanti, porgere, offrire, dare, consegnare. Chi parla, si dice e si espone: con la parola mostra e porge ciò che ha, o meglio ciò che è, per offrirsi e darsi all’altro. In Gen 1,1ss non si dice dell’uomo, a differenza degli altri viventi, di che specie è: è immagine e somiglianza di Dio, perché chiamato a rispondere alla sua parola. Questa lo distingue dall’animale e imparenta la terra con il cielo. Con essa l’uomo non solo collabora con lui, portando a compimento la creazione; addirittura diventa come lui, che è comunicazione e comunione, intelligenza e amore. All’inizio di ogni essere e agire c’è sempre un dire. Se tutta la natura è dalla Parola di Dio, tutta la cultura, con ciò che implica per la stessa natura, è dalla parola dell’uomo. Senza parola, nulla esiste. ecco l’agnello di Dio (cf. v. 29). Lo stupore della scoperta, già fatta e proclamata il giorno prima in modo assoluto, senza nominare uditori (vv. 29ss), ora si esprime davanti ai discepoli, invitati a guardare l’agnello inviato da Dio: è l’uomo Gesù, che cammina. L’ha visto, fin da piccolo – il primo
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incontro risale al grembo di sua madre (cf. Lc 1,41) –, eppure non lo conosceva ancora. Solo dopo averlo riconosciuto ne parla e lo testimonia agli altri. v. 37: lo udirono i due discepoli. Nessuno giunge alla Parola se non mediante l’ascolto di una voce che la testimonia. Ma la stessa Parola rimane inerte se non c’è un orecchio che ne ascolti la voce. L’udito è per la parola ciò che la terra e il grembo sono per il seme: lo accoglie e lo lascia germinare in sé. seguirono Gesù. Inizia l’avventura dei discepoli della voce, diventati discepoli della Parola. Seguire Gesù, fare il suo stesso cammino di Figlio, è la sintesi dell’esperienza cristiana. Il cristianesimo non è un insieme di belle teorie o imperativi morali; è la realtà di una persona: l’uomo Gesù, che si segue perché lo si ama. Chi segue lui non cammina nelle tenebre, ma ottiene la luce della vita (cf. 8,12). Con questi due, che seguono l’agnello, sorge il giorno del nuovo popolo: è l’inizio della chiesa. Il maestro, per il discepolo, è il modello da imitare: lo segue, anzi insegue e persegue sino a quando lo raggiunge e, possibilmente, lo supera. Imitazione ed emulazione, rivalità e concorrenza, sono il propellente della storia: “Ho osservato anche che ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono che invidia dell’uno con l’altro” (Qo 4,4). Ma l’invidia è un combustibile altamente inquinante: è la porta d’ingresso della morte (cf. Sap 2,24). Gesù ci offre un altro principio di azione: imitare lui, il Figlio che ama tutti con lo stesso amore del Padre, senza entrare in conflitto con nessuno. Se nel primo caso l’imitazione è principio di divisione e di morte, nel secondo è principio di comunione e di vita. v. 38: voltatosi. Gesù si volge a chiunque lo segue e gli rivolge la parola. Non può non dirsi e manifestarsi, perché è la Parola, che esiste in quanto detta. È però necessario che trovi chi ascolta. Alla nostra iniziativa di cercarlo, Gesù si volta. Non attendeva altro: è venuto per farsi cercare e trovare. che cercate? Per la prima volta Gesù apre la bocca e il lettore lo ascolta. La sua prima parola è una domanda, che attende risposta: la Parola suscita parola. La sua domanda è: “Che cercate?”. Gesù si rivolge a noi non con affermazioni o comandi, ma con un interrogativo che ciascuno deve porsi: “Cosa veramente cerco nella mia vita, nel mio lavoro, nelle mie relazioni?”. L’uomo di sua natura è domanda, ricerca e apertura all’infinito: desidera sempre di più. Sogna felicità e pienezza di vita, ma si sente limitato e monco: gli manca sempre altro, anzi l’Altro, senza il quale non è se stesso. Per questo cerca qualcosa che ancora non ha, ma che il suo cuore da sempre ama. Nell’orto Gesù chiederà ai nemici che vengono per catturarlo: “Chi cercate?” (18,4.7); nel giardino di pasqua chiederà alla Maddalena che vuole abbracciarlo: “Chi cerchi?” (20,15). Ciò che si cerca alla fine è una persona, che può essere catturata o abbracciata. Rabbì, dove dimori? L’uomo cerca dove sta di casa la Parola, luce della sua vita. Solo lì anche lui è a casa. La casa non è il covile o la tana, dove l’animale si ripara e nasconde: è luogo di relazioni e affetti, che rendono umana la vita. Altrove l’uomo è estraneo a sé e a tutti. “Dove abiti?” significa: “Chi sei?”. La prima parola che fu rivolta ad Adamo è: “Dove sei?” (Gen 3,9). Si era nascosto, non era più al suo posto. E il posto dell’uomo è Dio, davanti al quale è ciò che è: sua immagine e somiglianza. Per questo il suo cuore è nostalgia, desiderio di casa: lì è la sua patria, dove ritrova se stesso. v. 39: venite. Colui che viene, dice: “Venite”. Venire a Gesù significa aderire a lui, facendo il suo stesso cammino. Chi viene a lui non sarà respinto: vedrà il Figlio e avrà la vita eterna (cf. 6,37-40). Egli ci invita ad andare a lui per essere anche noi là dove lui da sempre è: presso il Padre. Gesù è il Figlio: ci tiene che i fratelli ritornino a casa. vedrete. Solo dopo averlo seguito, si vedrà dove porta il cammino. “Vedere” in Giovanni è carico di significato: è l’illuminazione di chi “conosce” il Figlio dell’uomo, mistero di Dio e dell’uomo (cf. v. 51), dove Dio è di casa con l’uomo e l’uomo con Dio. “Vedere” è azione dell’occhio. Come l’udito può sentire rumori o ascoltare parole, analogamente l’occhio può scorgere oggetti o vedere l’invisibile. Esso è la porta del cuore: fa entrare ciò che è fuori e uscire ciò che è dentro. Ed è sempre rivolto a ciò che si ama. Esso può vedere perché c’è la luce, prima realtà fatta dalla Parola. Ma c’è anche un occhio interiore e una luce interiore, quella che riverbera sul volto di chi è illuminato dalla Parola. Vedere è l’azione propria di chi nasce a una nuova condizione di vita, come il bimbo che viene alla luce. “Venite e vedrete” è l’invito che il vangelo fa al lettore, l’invito che la verità fa a chiunque la cerca.

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vennero e videro dove dimorava. Andando dietro lui, appagano il loro desiderio di vedere ciò che cercano. Il lettore si chiede: “Cosa videro?”. Il vangelo non lo dice subito: suscita la curiosità, per stimolare la voglia di cercare. Il seguito farà vedere anche a noi ciò che i primi discepoli videro. e presso di lui dimorarono. La loro esperienza è descritta con queste parole semplici e dense: dimorare presso di lui. Dimorare insieme è avere la stessa casa; anzi, farsi l’uno casa dell’altro. I discepoli sperimentano la gioia iniziale di una vita fruttuosa e realizzata, propria del tralcio unito alla vite (cf. 15,1-11). Amandolo e ascoltando la sua parola, sapranno che “io sono nel Padre e voi in me ed io in voi” (14,20), dice Gesù. Infatti lui stesso e il Padre verranno e prenderanno dimora presso di noi (14,23). Anche per il lettore il punto d’arrivo dell’esperienza sarà dimorare presso di lui, che dimora preso il Padre. quel giorno. Quel giorno (cf. 14,20), in cui dimorano presso di lui, è il “giorno lungamente atteso” in cui trovano ciò che da sempre hanno cercato. Non sono più “orfani”: sono finalmente a casa, di casa con il Padre ed il Figlio. era circa l’ora decima. Dieci è il numero del compimento. L’ora indimenticabile di quel giorno segna il passaggio decisivo: l’ansia di chi cerca si muta nella gioia di chi trova. Sono le quattro del pomeriggio, quando la fatica del lavoro lascia posto al riposo. È un’ora dopo la morte in croce di Gesù, secondo i sinottici (cf. Mc 15,34p). v. 40: era Andrea. Si dice il nome di uno dei due: il fratello di Simone. v. 41: incontra. Incontrare in greco significa anche trovare o scoprire. L’altro non può mai essere prodotto da un nostro fare: è sempre grazia di un incontro, ritrovamento e scoperta di uno che si manifesta. Ogni nostro agire è mosso o dal desiderio di incontrare ciò che si ama o dalla paura di fuggire ciò che si teme. il proprio fratello, ecc. Chi dimora presso il Figlio, incontra il fratello: è colui al quale comunica la sua esperienza. La vera fraternità sta nella parola scambiata. Chi ha incontrato la Parola, non può non comunicarla, come chi è illuminato non può non riverberare luce. Stando al testo, Andrea incontra il fratello il giorno stesso, in cui dimora presso il Figlio. abbiamo incontrato il Messia. È la sorpresa di chi ha scoperto il tesoro. Andrea comunica la sua gioia al fratello, perché gli interessa (inter-esse = essere dentro) sia Gesù che il fratello, al quale pure interessa il Messia. Il Messia (= unto, in greco Cristo) è il re che avrebbe realizzato ogni promessa di Dio e attesa dell’uomo. v. 42: lo condusse da Gesù. È il fratello che conduce al Figlio. Ognuno giunge a incontrare l’Altro per la mediazione di un altro che glielo testimonia. fissatolo. L’incontro è un gioco di sguardi che penetrano il cuore. tu sei Simone. Gesù dice il suo nome senza che alcuno in precedenza glielo abbia comunicato. Lui stesso è la Parola, che per primo ha detto il suo nome e lo fa esistere. È sempre l’altro, anzi l’Altro, che dice il mio nome. La mia identità è dono dell’altro che mi chiama e mi ama. Come uno è chiamato, quello è il suo nome. Kefas (cf. Mt 16,18). C’è un nome segreto, che nessuno conosce e solo il Signore rivela (cf. Ap 2,17; Is 62,2): è l’identità di una persona, la sua “vocazione”, che sarà la sua “missione”. Ognuno vive per realizzare il proprio nome. Kefas significa “pietra, roccia”. Detto di un uomo, ha un valore ambiguo: indica una personalità tenace e stabile, ma anche una testa dura che non capisce niente. Ogni nostro nome ha sempre una parte di luce e una di tenebra. Solo quando la nostra ombra si volge a Gesù, allora siamo pienamente illuminati. È ciò che capiterà a Simone: egli, nella propria infedeltà, sperimenterà la fedeltà del suo Signore. Allora il suo nome sarà “roccia”, attributo di Dio, perché il suo non capire Gesù diventerà il luogo del suo capirlo più profondamente. La traduzione del nome (cf. anche Rabbì e Messia, vv. 38.41) è per il lettore, al quale può non essere familiare la lingua ebraica. v. 43: il giorno dopo. Siamo al quarto giorno. Le diverse testimonianze, come il levar del sole, scandiscono il susseguirsi dei giorni. decise. Dall’andamento del testo, il soggetto implicito potrebbe essere, oltre che Gesù, ancora Andrea, che “per primo” ha incontrato Pietro (v. 41) e ora incontra Filippo. gli dice Gesù: segui me. Filippo riceve da Gesù l’invito a seguirlo, a differenza dei precedenti che già lo cercavano. Ogni vocazione è diversa secondo la situazione, ma uguale nella destinazione.
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v. 44: Filippo era di Betsaida. Andrea e Filippo sono spesso affiancati nella lista dei Dodici (cf. Mc 3,18; At 1,13). Ambedue intervengono, di seguito o insieme, nell’episodio dei pani e nella richiesta a favore dei greci (cf. 6,5-9; 12,22). Andrea e Filippo erano amici, dello stesso paese. Qualcuno ritiene che Filippo sia il secondo dei due che hanno udito Giovanni e hanno dimorato presso Gesù. Solo più tardi, in un secondo incontro, avrebbe superato le perplessità e si sarebbe deciso a seguirlo. v. 45: Filippo incontra Natanaele. Come sempre, anche qui la vocazione è segnata dall’incontro con chi ha già incontrato il Signore. Natanaele non appare nella lista dei Dodici. Può essere identificato con Bartolomeo. incontrammo colui, ecc. A nome degli altri tre, Filippo comunica la sua scoperta: ha visto in Gesù di Nazareth – il Figlio di Giuseppe che noi sappiamo dal prologo essere in realtà il Figlio di Dio – colui del quale la Scrittura parla. v. 46: da Nazareth ci può essere qualcosa di buono? Per uno che studia la Scrittura, non è così facile riconoscere che colui del quale essa parla è l’uomo Gesù, per giunta di Nazareth (cf. 7,27). Come può il Messia essere così ordinario e comune, uguale a ogni carne? vieni e vedi. Filippo rivolge a lui lo stesso invito che i primi due udirono da Gesù (cf. v. 39). v. 47: ecco davvero un Israelita, ecc. Gesù guarda dentro Natanaele: lo vede e conosce, senza che nessuno gli abbia parlato di lui. in cui non c’è dolo. Gesù fa di Natanaele l’elogio del giusto, che cammina secondo la parola del Signore. Il dolo è l’esca gettata al pesce per farlo abboccare. La menzogna è una parola ingannevole per intrappolare l’altro e impadronirsi di lui. Essa è verosimile, altrimenti non potrebbe ingannare. La Scrittura ci vuol liberare dalle parole dolose che distruggono ciò che la Parola ha creato. v. 48: donde mi conosci? È la sorpresa di essere scrutato e conosciuto fino in fondo (cf. Sal 139,1ss) mentre eri sotto il fico, ti ho visto. Nella tradizione del giudaismo il fico, albero della conoscenza della felicità e della sventura, può simboleggiare lo studio della legge, con il suo dolce frutto. Gesù lo ha visto mentre si applicava con impegno allo studio della Scrittura, che l’ha preparato all’incontro con colui del quale essa parla. Eppure, o forse proprio per questo, è anche quello che ha più resistenze iniziali, forse come il suo amico Filippo. v. 49: Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu re sei di Israele . Natanaele, come è riconosciuto da Gesù, lo riconosce. Probabilmente per Natanaele Figlio di Dio e re di Israele significano Messia (Sal 2,6s). Per il lettore invece è già l’anticipo del mistero profondo del Figlio. v. 50: cose più grandi di queste vedrai. In Mosè e nei profeti è nascosto ben più di quanto Natanaele ha intravisto: la carne di Gesù fa vedere la gloria del Figlio unigenito. v. 51: vedrete il cielo aperto, ecc. Gesù è il Figlio dell’uomo sul quale si apre il cielo (Is 63,19), come nel battesimo (cf. Mc 1,10p): su di lui scende e dimora lo Spirito (cf. v. 32). È un richiamo alla visione di Giacobbe che vede angeli salire e scendere su di lui a Betel (cf. Gen 28,12) e scopre che quel luogo è “tremendo”: è la porta del cielo (cf. Gen 28,17). L’alleanza con Dio, che Giacobbe avvertiva minacciata, è ristabilita e donata pienamente nel Figlio dell’uomo: lui sarà il nuovo tempio (cf. 2,13-22), la porta tra Dio e l’uomo, comunione tra i due. Egli, infatti, Parola diventata carne, è la dimora di Dio tra gli uomini e di ogni uomo in Dio. Con lui, vera scala di Giacobbe, è definitivamente aperto il cielo: Dio comunica con l’uomo e l’uomo con Dio. Questo versetto è l’apice della rivelazione di Gesù ai suoi discepoli, che sarà svolta nel seguito del vangelo. Nei primi incontri è già tracciato il cammino del discepolo: accogliendo la testimonianza del Battista e seguendo Gesù, vede dove dimora l’agnello di Dio, il Messia, il Figlio di Dio, il re d’Israele e il Figlio dell’uomo, dimora comune di Dio e dell’uomo. 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Gesù che cammina. Chiedo ciò che voglio: dove dimori? Contemplo i vari incontri, immedesimandomi con i vari discepoli.
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Da notare: • Giovanni sta ancora oltre il Giordano e dice: guarda l’agnello di Dio • i discepoli che lo ascoltano seguono Gesù • che cercate? • dove dimori? • venite e vedrete • dimorarono presso di lui quel giorno • Andrea incontra Simone • abbiamo incontrato il Messia • tu sei Simone: sarai chiamato Kefas • Andrea incontra Filippo • Gesù gli dice: Segui me • Filippo incontra Natanaele • abbiamo incontrato colui di cui ha scritto Mosè e i profeti: Gesù di Nazareth • ci può essere qualcosa di buono da Nazareth? • vieni e vedi • guarda davvero un Israelita senza dolo • donde mi conosci? • mentre eri sotto il fico, ti ho visto • tu sei il Figlio di Dio, il re di Israele • vedrai cose più grandi di queste • vedrete il cielo aperto e gli angeli salire e scendere sul Figlio dell’uomo. 4. Testi utili Sal 2; 110; 139; Gen 28,10-22; Mc 1,16-20.

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4. ATTINGETE ADESSO 2,1-12 2,1 2 3 4 5 6 7 8 E il terzo giorno ci fu uno sposalizio in Cana di Galilea ed era lì la madre di Gesù. Fu chiamato anche Gesù e i suoi discepoli allo sposalizio. E, venuto a mancare il vino, dice la madre di Gesù a lui: Non hanno vino. E le dice Gesù: Che a me e a te, donna? Non è forse ancora giunta la mia ora? E sua madre dice ai servi: Ciò che vi dirà, fatelo. Erano lì sei idrie di pietra poste per le purificazioni dei giudei, della capacità di circa due o tre misure. Dice loro Gesù: Riempite le idrie d’acqua. E le riempirono fino al colmo. E dice loro: Attingete, adesso, e portate al maestro di tavola. E quelli portarono. Quando il maestro di tavola gustò l’acqua diventata vino – e non sapeva da dove fosse, ma i servi lo sapevano, quelli che avevano attinto l’acqua –, il maestro di tavola chiama lo sposo e gli dice: Ogni uomo serve prima il vino bello e quando sono bevuti il più scadente. Tu invece hai custodito il vino bello fino a questo momento! Questo principio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria e credettero in lui i suoi discepoli. Dopo questo discese a Cafarnao, lui e sua madre e i [suoi] fratelli e i suoi discepoli, e lì dimorarono non molti giorni. Messaggio nel contesto

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1.

“Attingete, adesso”, dice Gesù ai servi che, ascoltando la sua parola, hanno riempito d’acqua le idrie per la purificazione dei giudei. “Adesso” è il momento in cui l’acqua diventa “vino bello”.
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Dopo aver parlato della Parola che si fa carne in Gesù, del Battista che si fa sua voce e dei primi discepoli che ne accolgono la testimonianza, il vangelo presenta l’avventura comune di Gesù e dei suoi. Questo racconto ci fa vedere “dove dimora” il Signore e la sua gloria: nella gioia e nell’amore, non nel recinto del tempio, ridotto a supermercato del religioso (cf. vv. 13-22). All’inizio dell’attività di Gesù troviamo due racconti sorprendenti, anzi disdicevoli dal punto di vista religioso: dare ebbrezza alle nozze e adirarsi nel tempio. Questa scena iniziale, come quella del battesimo nei sinottici, vuol subito farci comprendere che Dio è scandalosamente diverso da quello che noi pensiamo. Il primo “segno” del Figlio di Dio consiste nell’aggiungere più di 600 litri di vino a un banchetto! Cosa avrebbe detto il Battista, l’asceta del deserto? Con tutti i problemi di fame che ci sono al mondo, alcolismo a parte, non poteva fare qualcosa di più utile e meno futile? Inoltre, perché dare vino e gioia, invece di predicare astinenza e impegno? Forse Gesù ha mutato l’acqua in vino sapendo che i suoi devoti avrebbero poi abbondantemente trasformato il vino del vangelo nell’acqua della legge. La scena rappresenta Gesù che dà sovrabbondanza di “vino bello” a una festa nuziale che languisce e si sta spegnendo per mancanza di vino. Il fatto, liberamente elaborato da Giovanni, è letto come manifestazione della “sua gloria”. L’inizio dei segni richiama direttamente la fine del vangelo, quando viene l’ora in cui il Signore rivela la sua gloria amandoci fino all’estremo (13,1ss), donandoci il suo Spirito (19,30) e diventando lui stesso sorgente di acqua e sangue (19,34). È sulla croce che si compiono le nozze tra Dio e l’umanità. Nella Bibbia l’unione sponsale è il simbolo più alto dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Essa stabilisce tra i due un rapporto di interesse e cura, di complicità e appartenenza, con sentimenti di affidabilità e compagnia, di tenerezza e unione, che rendono bella la vita. Altrimenti è triste e brutta, disumana e fallita, ed è meglio non essere nati. Il grande comando infatti è quello dell’amore. Dio stesso è amore (1Gv. 4,8) e chi ama lo conosce e diventa come lui. Nella Bibbia lo sposo è Dio stesso, l’altra parte dell’uomo, che ama di amore eterno (Ger 31,3; cf. Os 2,1-9; Is 54,8). Il rapporto tra uomo e donna è il “grande mistero” (Ef 5,32), che rappresenta quello tra Dio e uomo (cf. particolarmente Gen 1,27; Os 2,16-25; Is 54,1-10; 61,10-62,5; Ez 16,1ss). In questo senso il Cantico dei cantici è l’apice della rivelazione biblica. Canta il nostro rapporto con Dio, iniziando con una richiesta abissale, da vertigine: “Mi baci con i baci della sua bocca”. Il seguito è tutta una reciproca ricerca di amore tra Dio e uomo. Ma quest’alleanza fu da sempre trascurata dall’uomo. La predicazione profetica ne denuncia il tradimento, richiamando alla conversione e promettendo un futuro in cui l’amore tra Dio e uomo sarebbe rifiorito nel pieno splendore. Il racconto non si ferma sul miracolo; si concentra invece sulla gratuità e grandezza del dono. I vari dettagli sono da interpretare alla luce di ciò che per l’evangelista avviene a Cana: la presenza di Gesù è il rinnovo dell’alleanza, l’inizio delle nozze escatologiche. Il testo parla di nozze, di vino che manca, di servi, di sei giare di pietra, di acqua e di vino bello, riservato fino a questo momento. Non si nomina la sposa; lo sposo appare indirettamente solo alla fine, come interlocutore del maestro di tavola. Se le nozze rappresentano l’alleanza tra Dio e popolo, il vino che viene a mancare significa l’amore dell’uomo che viene meno; le giare di pietra per la purificazione, che sono vuote, alludono alla legge non compiuta. L’acqua, elemento primo della creazione, diventa “vino bello”, dato alla fine, che possiamo attingere “adesso”. Il brano, sommamente suggestivo, è da leggere, dice lo stesso evangelista, non solo come “un segno”, ma come “il principio dei segni” (v. 11), che illumina ciò che in seguito il vangelo racconterà su Gesù di Nazareth. Segno qui non significa solo “una cosa che indica un’altra”, come un cartello stradale indica una città. È piuttosto un “simbolo”, che in qualche modo manifesta ciò che indica. Come la guarigione del cieco manifesta che Gesù è luce, il dono del pane che è cibo e la resurrezione di Lazzaro che è vita, così il vino bello manifesta la sua “gloria”: Gesù è lo Sposo. Con lui è giunta l’“ora” in cui si celebrano le nozze tra Dio e il suo popolo. La “carne” del Figlio dell’uomo è infatti apertura del cielo sulla terra, comunione piena tra Dio e uomo, come è appena stato detto a Natanaele (1,51). I singoli elementi del racconto, a loro volta, assumono il loro valore alla luce di questa rivelazione. Chiaramente, a chi conosce il seguito del vangelo, il racconto suggerisce altre allusioni. Però, a una prima lettura, è bene non supporre ciò che viene dopo, ma solo ciò che viene prima, pur tenendosi
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aperti a ulteriori approfondimenti. Nella dinamica di qualunque libro, ogni passo è il punto di arrivo dei precedenti e di partenza per i seguenti. Tuttavia, già dall’inizio si intravede la meta; il cammino invece lo si conosce di mano in mano che lo si fa. Non a caso la liturgia associa le nozze di Cana al Battesimo e all’Epifania. L’acqua delle giare, che diventa “vino bello”, è segno del battesimo nello Spirito e manifestazione del Signore che offre salvezza a tutti. C’è anche una chiara allusione all’eucarestia, in cui si compie l’ora della nuova alleanza, con il dono dello Spirito. È possibile anche una lettura mariologica ed ecclesiologica. Dal racconto emerge anche la continuità dell’unica alleanza, insieme antica e nuova, come il comando dell’amore (cf. 1Gv 2,7s). Si attinge infatti il vino bello del vangelo dalle giare di pietra, simbolo della legge. E quest’unica alleanza ha valore universale. Il vino infatti viene dall’acqua, elemento primordiale della creazione, e fa la sua prima apparizione con Noè, dopo il diluvio e il rinnovo dell’alleanza cosmica (cf. Gen 9,20). Il dramma di Israele, erede della promessa e popolo dell’attesa, è lo stesso di ogni uomo: la mancanza di vino. Dov’è l’amore, la gioia e la vita per cui siamo fatti e di cui ci sentiamo defraudati? Con Gesù, Parola diventata carne, ognuno può gustare il vino offerto in abbondanza. Con lui si realizza la benedizione promessa ad Abramo e, in lui, a tutte le genti (cf. Gen 12,2s). Con questo segno Gesù non ha guarito qualcuno da una malattia, come farà altrove; ci ha semplicemente salvati da quel male sottile che distrugge la nostra umanità: la mancanza di vino, l’assenza di amore e di gioia. Il racconto, come di solito in Giovanni, è intessuto di dialogo, con incomprensioni che aprono a nuovi orizzonti. Dopo l’introduzione (vv.1-2) c’è il dialogo tra Gesù e la madre ( vv. 3-4), l’ordine della madre ai servi (V. 5) e il duplice comando di Gesù di riempire le idrie e di attingere ( vv. 6-8), la constatazione del maestro di tavola e le sue parole sul vino bello ( vv. 9-10). Conclude il commento dell’evangelista (v. 11) e la discesa da Cana a Cafarnao (v. 12). Gesù, Parola diventata carne, Dio e uomo, è il cielo aperto sulla terra. La sua venuta è l’“ora”, ed è “adesso”, in cui si rinnova l’alleanza e noi viviamo la gioia dell’incontro con lo Sposo. La Chiesa è rappresentata dai discepoli ai quali è manifestata la gloria di Gesù: comprendono il segno del vino e credono in lui. Nella carne del Figlio dell’uomo si celebrano le nozze tra Dio e umanità e si rinnova l’alleanza antica fatta con Israele e quella, ancor più antica, stabilita con ogni creatura.

2. Lettura del testo v. 1: E il terzo giorno. Il terzo giorno è nei vangeli quello della risurrezione, dell’intervento definitivo di Dio (cf. Os 6,2). Qui siamo al terzo giorno dopo i tre precedenti dal riconoscimento di Gesù (cf. 1,29.35.43). Contando questi, siamo al sesto giorno, quello in cui fu creato l’uomo, fatto per il settimo giorno. La presenza di Gesù è l’“ora”, ed è “adesso”, in cui si passa dal sesto al settimo giorno. ci fu uno sposalizio. Le nozze sono l’immagine più bella dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, in un amore più forte di ogni infedeltà e della stessa morte. L’unione tra maschio e femmina è simbolo di quella tra uomo e Dio, quel Dio che è amore e ci ha comandato di amarlo con tutto il cuore (cf. Dt 6,5). La reciprocità d’amore è il “grande co–mando”, che ci “manda-insieme” verso la pienezza di vita. in Cana di Galilea. Cana richiama qanàh (= acquistare), allusione al popolo che Dio si è acquistato (cf. Es 15,16; Dt 32,6; Sal 72,4). era lì la madre di Gesù (cf. 19,25). La madre “era lì”, come le sei idrie di pietra (cf. v. 6), fatte per contenere quell’acqua che diventerà vino bello. Non si dice il suo nome: è chiamata “madre” dal narratore e “donna” da Gesù. Madre indica la relazione con il figlio, al quale dà la vita; donna (= sposa) la relazione con lo sposo, dal cui amore corrisposto viene la vita del figlio. Maria, in quanto madre rappresenta il popolo di Dio, dalla cui carne viene il Messia; in quanto sposa è la figlia di Sion, che ama e attende lo Sposo, il Signore. Per la sua premura la festa di nozze, invece di spegnersi, trova la sua pienezza. La madre di Gesù, chiamata “donna”, appare qui, nelle nozze, e ai piedi della croce (19,25), quando giunge l’ora in cui il Signore porta a compimento il suo amore per noi.
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v. 2: fu chiamato anche Gesù e i suoi discepoli. È importante invitare il Signore alla nostra festa. Diversamente manca colui che da invitato si fa, con delicatezza e discrezione, anfitrione, dandoci “il vino bello”. v. 3: venuto a mancare il vino. Se l’olio e il pane sono necessari per vivere, il vino, che rallegra il cuore dell’uomo (cf. Sal 104,13), è quel superfluo necessario per vivere felicemente. È immagine dell’amore tra sposo e sposa, tra Creatore e creatura, in cui si compie la creazione e l’uomo passa dal sesto al settimo giorno, a Dio stesso che è ebbrezza d’amore. Senza questo vino, l’uomo perde la propria identità, la somiglianza con Dio. non hanno vino. È quanto la madre dice a Gesù. La semplice constatazione è insieme richiesta e attesa. Nelle nozze tra Dio e uomo il vino è mancato sin dall’inizio, con Adamo (Gen 3,1ss). E, anche dopo, ancora prima che Mosè scendesse dal monte con le tavole dell’alleanza, il popolo già l’aveva rotta con l’adorazione del vitello d’oro (cf. Es 32). Amare lo Sposo, secondo i profeti, non è mai stata la virtù della sposa (vedi Ez 16). Maria, con il Battista e quelli che lo ascoltano, rappresenta l’Israele che sospira l’alleanza nuova, il cuore nuovo (cf. Ger 31, 31-34; Ez 36, 22-32) e le benedizioni promesse (cf. Ger 33,14-26). v. 4: che a me e a te? La risposta di Gesù è una domanda. L’espressione, a noi oscura, è presa dal linguaggio diplomatico dell’epoca, che significa: “Che c’è tra te e me?” Con queste parole si interpellano due alleati, richiamandosi al patto che esiste tra loro, quando c’è da chiarire qualcosa che lo mette in questione. Non esige risposta; fa solo riflettere sui doveri reciprocamente assunti. Al di là della semplice attesa di un intervento prodigioso, Gesù vuol spostare l’attenzione a questo livello. La sua preoccupazione non è quella del vino materiale; vuol far capire che è “l’ora” del vino eccellente del banchetto escatologico (cf. Is 25,6), in cui “dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline” (Am 9,13). Anche i demoni fanno la stessa domanda a Gesù, che risponde loro: “Taci!” (cf. Mc 1,24s). Infatti con lui cessa la presunta alleanza tra Dio e Satana: Gesù, con la sua croce, è venuto a sdemonizzare la nostra immagine di Dio. donna. Gesù non la chiama madre, ma donna (cf. 19,25). Oltre una parentela secondo la carne, ce n’è una più importante secondo lo Spirito, stabilita dall’amore (cf. Mc 3,33p; Lc 11,27). Donna significa sposa: è l’Israele fedele, la donna che ama lo sposo, la figlia di Sion che ascolta la Parola e attende il compimento. non è forse ancora giunta la mia ora? Nei manoscritti antichi non c’è punteggiatura. Alla solita traduzione: “Non è ancora venuta la mia ora”, preferiamo questa in forma interrogativa. Infatti quanto Gesù dice non è un diniego; lo si vede chiaramente da come lo intende Maria. È invece un richiamo al fatto che è giunta l’ora in cui lo Sposo manifesta la sua gloria. L’“ora” di Gesù, anticipata a Cana (cf. 5,25.28), ha il suo compimento con la morte, quando torna al Padre (cf. 13,1) e ci mostra cosa c’è tra noi e Dio: il suo amore, fedele e indefettibile. Gesù vuol far capire, alla figlia di Sion in attesa, che con lui è giunta l’ora in cui Dio compie la sua promessa. Da quando la Parola è diventata carne, ci sono le nozze tra cielo e terra: c’è solo da attingere, adesso! Le sue prime parole nel vangelo di Marco sono proprio: “Il tempo è compiuto” (Mc 1,15). v. 5: sua madre dice ai servi. La madre di Gesù si rivolge ai servi, che saranno gli “esecutori” del segno che Gesù darà. ciò che vi dirà, fatelo. La madre e i servi rappresentano il popolo che è disposto a mantenere l’alleanza e dice: “Tutto ciò che ha detto JHWH, noi lo faremo” (Es 19,8; 24,7; cf. Gs 24,24). Gesù è “il profeta” del quale Mosè ha detto: “A lui darete ascolto” (Dt 18,15). Giuseppe, del quale il re disse: “Ciò che vi dirà, fatelo” (Gen 41,55), procurerà il pane a tutti; Gesù, nuovo Giuseppe, donerà a tutti anche il vino. Lui infatti è il Figlio, del quale il Padre ha detto: “Ascoltate lui” (Mc 9,7p), perché “l’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò” (12,28). Gesù è la Parola: se ascoltiamo lui, l’acqua della nostra umanità si muta nel vino della sua divinità. v. 6: erano lì sei idrie di pietra, ecc. I dettagli (“sei”, “pietra”, “purificazione”) non sono superflui. Sono rispettivamente un richiamo alla creazione dell’uomo, compiuta al sesto giorno, alla legge scritta su tavole di pietra e ai riti che essa prescrive. Anche le idrie (= contenitori di acqua) sono “lì”, come la madre di Gesù. Richiamano il battesimo del Battista, che venne a battezzare perché fosse
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rivelato colui sul quale scende e dimora lo Spirito: Gesù non è venuto ad abolire, ma a compiere l’alleanza antica (Mt 5,17). due o tre misure Si sottolinea l’abbondanza del dono: sono sei idrie di due o tre misure l’una, e una misura è di 45 litri. Ogni idria contiene quindi da 90 a 135 litri. v. 7: riempite le idrie d’acqua. Le idrie, lo sappiamo adesso, erano vuote. Vuote come l’attesa che non ha incontrato l’atteso, come il comando dell’amore che non è adempiuto, come l’alleanza rotta dal peccato, come la sposa senza lo Sposo. La stessa legge può essere osservata in tutte le prescrizioni, come fa il fratello maggiore, ma con rancore e ira, senza amore e senza neppure sospettare che Dio sia gioia e festa, sinfonia e danza (Lc 15,28-32; cf. Gn 4,1ss). Queste idrie sono prive di ciò per cui sono fatte: sono vuote, senza acqua, elemento primordiale della vita. Il Signore ordina di riempirle: non farà il vino bello dal nulla, ma dall’acqua che riempie le idrie di pietra, dal desiderio di vita di ogni uomo, contenuto nella legge data ad Israele. Dio assume e valorizza tutto ciò che è dell’uomo e della sua storia: la salvezza che offre è salvezza dell’“umano”. Gesù ordina di riempire d’acqua le idrie: l’attesa di Israele va riempita dell’attesa di ogni uomo. In essa tutta la creazione si apre al suo futuro, al vino del settimo giorno che il Figlio dell’uomo offre in abbondanza. Guai all’uomo se rinuncia al desiderio di amore e di gioia per cui è fatto! È un contenitore vuoto, pieno di nulla, del nulla. v. 8: attingete. Si “attinge” da questa idrie come da un pozzo, che in 4,7 sarà simbolo della legge data a Mosè. La salvezza viene infatti dai giudei (4, 22). adesso. È adesso che si attinge: è giunta l’ora della salvezza (cf. 4,23; 5,25). Nel Figlio dell’uomo, infatti, si apre il cielo e si celebra l’unione tra Dio e l’uomo: questa è la cosa “più grande” appena promessa in 1,51. portatelo al maestro di tavola. Il maestro di tavola rappresenta Israele e i suoi maestri, intenditori della promessa, che constatano con sorpresa la bontà del vino che i servi hanno attinto. Anche noi conosciamo la bontà del vino bello solo attraverso Israele: comprendiamo la nuova solo dall’antica alleanza. v. 9: l’acqua diventata vino. Non si descrive il miracolo. I dialoghi però dicono le disposizioni attraverso cui tutto ciò che è umano diventa “vino bello”: innanzitutto riconoscere con la “madre” di non avere più vino, poi ascoltare la risposta di Gesù alla “donna”, il quale dice che con lui è giunta l’ora in cui si compie la promessa, infine “fare quanto egli dirà”, riempiendo le idrie di acqua e attingendo adesso. non sapeva da dove fosse. Il maestro di tavola, come i giudei, ignorano “da dove” viene il vino bello. È come lo Spirito, come Gesù stesso, che nessuno sa da dove viene e dove va (cf. 3,8; 8,14ss). i servi lo sapevano. Chi ha attinto l’acqua dalle idrie, sa che il tutto viene dall’aver obbedito a Gesù, seguendo le parole di Maria. il maestro di tavola chiama lo sposo. Solo ora compare lo Sposo, in attesa che, anche chi lo chiama, diventi sua sposa. v. 10: ogni uomo serve prima il vino bello, ecc. Questo avviene nel mondo: tutto all’inizio è bello, ebbro di vita e di amore. Poi tutto invecchia e decade: il vino si fa sempre più scadente, viene a mancare e la festa è finita. Fortunato chi è sufficientemente stordito da non accorgersene più che tanto! Non a caso gli spots presentano solo giovani: più che dei prodotti vendono la speranza di riesumare il passato, per il quale uno è disposto a pagare qualunque prezzo. tu invece hai custodito il vino bello fino a questo momento . La creazione non è un decadimento dal sesto giorno: è un cammino verso la festa del settimo. v. 11: questo principio dei segni fece Gesù. Il dono di nozze non è solo il primo, bensì il principio dei segni. Tutti gli altri scaturiscono come ruscello da questa fonte: Gesù ristabilisce l’alleanza e finalmente l’uomo ottiene, grazie a lui, il “vino bello”. A Cana inizia “il giorno” del Messia, che si rivela progressivamente fino alla risurrezione di Lazzaro, dove i suoi nemici si accordano per eliminarlo, perché compie molti segni (11,47ss). Ma proprio nella sua uccisione ogni segno diventa realtà: giunge l’ora in cui si rivela la Gloria. manifestò la sua gloria. A Cana si realizza la promessa fatta ai discepoli che avrebbero visto “cose ben più grandi” di ciò che avevano supposto (1,50s): vedono la gloria del Figlio dell’uomo, che è quella dell’Unigenito del Padre, da cui attingiamo adesso, in pienezza, grazia su grazia (1,14.16).
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credettero in lui i suoi discepoli. Tutti i segni servono per aderire a Gesù, sorgente della vita (cf. 20,31). La fede in lui è il fine di tutta l’opera di Dio (6,30). v. 12: discese a Cafarnao, ecc. Gesù non è più solo; oltre i suoi discepoli c’è anche Maria, che riapparirà ormai solo ai piedi della croce (cf. 19,25). La madre sta, da protagonista, all’inizio e alla fine dell’ora del Figlio. lì dimorarono non molti giorni. Ovunque lui va, chi è con lui trova “dimora”. La sua dimora definitiva apparirà nel racconto che segue: il tempio, “la casa del Padre mio” (v.16). 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginandomi a Cana, dove si celebrano le nozze. Chiedo ciò che voglio: attingere ora a Gesù, sorgente dell’amore e della vita. Contemplo la scena, considerando le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: • • • • • • • • • • • • • • • • le nozze era lì la madre di Gesù non hanno vino che a te e a me, donna? Non è forse arrivata la mia ora? ciò che vi dirà, fatelo le sei idrie di pietra per la purificazione, di circa 90/130 litri l’una riempite le idrie di acqua attingete adesso l’acqua diventata vino il maestro di tavola non sapeva da dove i servi lo sapevano hai custodito il vino bello fino a questo momento questo è il principio dei segni manifestò la sua gloria i discepoli credettero in lui la “dimora” a Cafarnao con la madre, i fratelli e i discepoli.

4. Testi utili Sal 45; Os 2,16,25; Is 54,4-10; 62; Ez 16; Cantico dei Cantici; Ap 21-22.

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5. SCIOGLIETE QUESTO SANTUARIO E IN TRE GIORNI LO FARÒ RISORGERE 2,13-22 2,13 14 15 Ed era vicina la Pasqua dei giudei e Gesù salì a Gerusalemme. E incontrò nel tempio chi vendeva buoi e pecore e colombe e cambiavalute seduti; e, fatto un flagello di cordicelle, tutti scacciò dal tempio, e le pecore e i buoi, e sparse le monete dei cambiavalute e rovesciò le tavole e a chi vendeva colombe disse: Togliete queste cose da qui, e non fate della casa del Padre mio una casa di mercato. Si ricordarono i suoi discepoli che sta scritto: Lo zelo della tua casa mi divorerà. Risposero dunque i giudei e gli dissero: Quale segno mostri a noi per fare queste cose? Rispose Gesù e disse loro: Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere. Gli dissero i giudei: In quarantasei anni fu costruito questo santuario e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ora egli parlava del santuario del suo corpo. Quando dunque risorse dai morti, si ricordarono i suoi discepoli che questo voleva dire; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù disse loro.

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1. Messaggio nel contesto

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“Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere” , dice Gesù nel tempio. A Cana ha mostrato “dove dimora”: nella gioia e nell’amore. Ora, venuto nel tempio, sua dimora per eccellenza, prende la frusta perché trova ben altro. Immagine cara a riformatori e contestatori di ogni stampo, per restauratori e conservatori di tutti i tempi è un’ombra inquietante e minacciosa, da dimenticare. Se i primi discepoli, invece di rimuoverla, l’hanno messa in posizione privilegiata, certamente avevano un’intenzione precisa, che non bisogna lasciar perdere. Per noi cristiani la cosa è tranquilla e scontata, perché pensiamo al tempio di Gerusalemme, che non c’è più, e parliamo di “purificazione”, che è un termine “devoto”. Per capire il gesto, come sempre, dobbiamo immaginare che Gesù compia ora ciò che ha compiuto allora. Cosa diremmo se lo vedessimo oggi con la frusta, nei vari templi religiosi o laici? Non diremmo che è un pazzo furioso, preso da raptus, o almeno un disadattato, fuori dalla realtà? Non metterebbe in crisi molte nostre pacifiche abitudini, che riguardano il tempio, cioè Dio stesso e il nostro modo di rapportarci con lui? Il suo gesto è profetico in due sensi. Primo: è sulla linea dei profeti, sempre critici verso le istituzioni, volte più agli interessi di chi detiene il potere che al fine per cui sono nate (cf. Is 1,10-17; Ger 7,1-15; Ml 3,1ss, testi che fanno capire perché il destino dei profeti sia quello così pittorescamente descritto in Eb 11,32-40). Secondo: è un “gesto profetico”, del tipo di quelli di Geremia (cf. Ger 13,1ss; 19,1ss; 27,1ss; 32,1ss), che anticipa simbolicamente la missione di Gesù. Il flagello, segno del male che cova nel tempio, si abbatterà su lui stesso: ciò che egli ora fa è una predizione in atto della sua morte e risurrezione. L’identità del popolo di Israele si fonda sull’alleanza, il tempio e la legge. I re e i sacerdoti ne sono i custodi e, come ogni custode, tendono a diventare padroni. Per questo in Israele, oltre l’istituzione dei re e dei sacerdoti, c’è l’anti-istituzione dei profeti. Questi sono il grillo parlante della coscienza, che richiama a uscire da ipocrisia, menzogna e oppressione. Come il loro, anche il ministero di Gesù ha un unico potere: quello della Parola. Con essa a Cana dà inizio all’alleanza nuova; ora, a Gerusalemme, si proclama nuovo tempio, per dare poi, nel brano seguente, la nuova legge. Se l’alleanza a Cana manca di “vino”, il tempio a Gerusalemme è ridotto a una spelonca di ladri (Ger 7,11; Mc 11,17). Gesù, come ha fatto dell'acqua “il vino bello”, così farà del tempio distrutto la casa del Padre. Lui stesso, Parola diventata carne, è il nuovo tempio, luogo di comunione tra Dio e uomo. I sinottici mettono questa scena alla fine del ministero di Gesù; Giovanni la pone all’inizio, dandole un senso programmatico, che sarà colto solo alla fine. È tipico del suo stile raccontare prima ciò che solo dopo sarà capito: la Parola precede l’avvenimento, perché tutto viene da lei. Ma, anche se noi la comprendiamo sempre dopo, non è un anticipo inutile: la Parola infatti promette al presente un futuro e, dopo il compimento, il ricordo di essa svela il vero significato di ciò che è accaduto. Questo testo è letto in chiave di “purificazione”, addirittura di “abolizione” del tempio da parte di Gesù. È vero che l’agnello di Dio (1,29.36), prendendo il posto di JHWH, entra nel tempio, ne purifica il culto (cf. Ml 3,1-3) e abolisce con il suo ogni altro sacrificio: il sacrificio di Dio all’uomo prende il posto dei tanti sacrifici dell’uomo a Dio. Gesù però parla di distruzione e ricostruzione: il vero santuario, per sovrimpressione, sarà il suo corpo, ucciso e risorto, dove si adora il Padre in Spirito e verità (4,24). Il tempio sarà distrutto, ma non da Gesù, bensì dai capi che, per mantenere il loro potere, distruggeranno lui come già hanno distrutto il tempio, facendone una casa di mercato. Gesù invece lo riedificherà, compiendo in se stesso ciò che il tempio significa. Purificare e distruggere il tempio è l’anticipo della sua opera di Figlio nei confronti di ogni nostra immagine di Dio, per rivelarci colui che nessuno mai ha visto e del quale dirà: “Chi ha visto me ha visto il Padre (1,18;14,9). Per questo la sua azione comincia dal tempio, e con la frusta! In tutte le culture il tempio rappresenta l’ombelico che congiunge terra e cielo, luogo del divino e sorgente dell’umano, deposito delle norme necessarie per mantenere la vita. Il tempio è il centro dello spazio e del tempo: struttura lo spazio abitabile, dividendo fanum e profanum, ritma il tempo con le celebrazioni e organizza il convivere tra gli uomini con la legge. Senza tempio, il cosmo “non gira”; si dissolve come una ruota senza mozzo. Buono o perverso, liberante o schiavizzante che sia, senza un suo tempio l’uomo non può esistere. Infatti, se l’animale è condotto dall’istinto, l’uomo è mosso dal desiderio di raggiungere un fine al quale subordina il resto. Il tempio è simbolo di quella realtà che dà senso al suo vivere, dando corpo al suo desiderio di felicità e ordinando le sue azioni e le sue istituzioni:
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è il luogo della festa, della gioia e della comunione. Ma tende sempre a diventare – solo il vero e il bene può essere pervertito in menzogna e male – anche luogo di mercanteggio con Dio e tra gli uomini, giustificazione di sacrifici e oppressioni, sino al sacrificio e soppressione dell’uomo in nome di Dio. Al centro delle antiche città c’è sempre il tempio, diventato nella cristianità il “duomo”, la casa comune. Oggi al centro troviamo la Borsa, con il culto del libero mercato e della new economy, nel cui nome si conduce una fanatica guerra santa, senza guardare in faccia niente e nessuno, distruggendo la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti (cf. Sal 24,1). L’operazione è condotta in modo indolore, grazie al narcotico prodotto in altri templi, del divertimento e dello sport, della salute e di quanti ognuno può inventarne, a vantaggio economico proprio e abbrutimento altrui. Dio, tempio e uomo sono tre realtà che si rispecchiano e hanno un volto diverso secondo l’immagine che si ha di Dio. Se Dio è colui che ha in mano tutto e domina tutti, l’uomo realizzato, simile a lui, è il potente; il tempio allora è l’avallo primo di ogni oppressione. Se Dio è uno che si consegna e serve, l’uomo vero è l’umile, come lui; il tempio allora è il luogo della comunione e dell’amore. Dio e tempio rappresentano l’universo di valori che uno persegue, secondo i quali ordina il proprio pensare, volere e agire, per ottenere una vita sempre più piena e degna di tale nome. Il Figlio dell’uomo, vero tempio, sarà ucciso proprio dall’inganno dell’uomo che fa consistere la sua felicità nel possedere cose, persone e Dio stesso, invece che nel dono reciproco di amore tra Padre e Figlio e dei fratelli tra di loro. Questa visita di Gesù al tempio mette in crisi la nostra idea di Dio e di uomo. Il tempio, chiamato da Gesù “casa del Padre mio” e poi “santuario”, è infine identificato con il suo “corpo”. La carne della Parola è ormai la “tenda” di Dio in mezzo a noi, dove noi stessi siamo di casa con lui. In Gesù il tempio raggiunge la realtà di cui è segno: è cielo aperto sulla terra, visione della Gloria e vita dell’uomo. È importante l’indicazione di tempo e di luogo: il tempo è la Pasqua, in cui si celebra la salvezza, e il luogo è il tempio di Gerusalemme (vv. 13-14a). A Gerusalemme, di Pasqua, si compirà l’“ora” di Gesù, che diventerà il nuovo tempio, da cui scaturirà salvezza per tutti. Il breve testo è un intreccio di gesti, parole e ricordi interpretanti, immediati o remoti, desunti dalla Scrittura e dalle parole di Gesù. La scena iniziale riferisce il gesto contro i mercanti e la parola sulla “casa del Padre mio”, che i discepoli intendono alla luce del salmo messianico 69,10 ( vv. 14b-17). Segue la reazione dei giudei con la richiesta di un segno e la risposta: “Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere”. Gesù sovrappone la distruzione del tempio alla sua uccisione da parte loro, dichiarando il suo potere di dare e di riprendere la vita (cf. 10,18). Ma i giudei ironizzano sulla sua pretesa (vv. 18-20). L’evangelista annota alla fine che il santuario di Dio è il corpo di Gesù ( v. 21). I discepoli, ricordandosi di queste parole, le capiranno dopo la risurrezione; allora crederanno alla Scrittura e alla sua parola, che ne è la sorgente e il compimento ( v. 22). Il brano è uno scorcio sul finale del vangelo, un po’ come Lc 2,41-51. Sin dall’inizio si mostra la fine: intravedere la meta è importante per iniziare il cammino. I temi principali del testo – la visita del Signore al suo tempio, la cacciata dei venditori, la richiesta di un segno, la discussione sull’autorità di Gesù e le parole sulla distruzione e ricostruzione del tempio – si ritrovano, sparsi e in ordine diverso, anche negli altri vangeli (rispettivamente: Mc 8,11p; Mc 11,1519p; Mc 14,58 e Mt 26,61; Luca pone il detto sulla distruzione del tempio, invece che nel processo di Gesù, in quello di Stefano: At 6,13s; questo detto si ritrova anche ai piedi della croce: Mc 15,29p). Giovanni riunisce questi elementi in un unico racconto, il cui significato scaturisce dalla loro connessione, dal contesto e dalle annotazioni aggiunte. Con l’agnello di Dio il culto è purificato: ai sacrifici rituali, succede il culto “logico” e gradito a Dio (cf. Rm 12,1ss), quello della Parola che si fa carne, nello Spirito e nella verità del Figlio. Egli, come il tempio, verrà distrutto dal peccato del mondo. Il segno divino che darà per autenticare la sua opera sarà la risurrezione, che lo legittimerà come nuovo e definitivo santuario. Gesù è il nuovo santuario: il suo corpo, distrutto dal peccato sulla croce, nella risurrezione diventerà comunione piena di vita tra Dio e uomo. La Chiesa è formata dai discepoli che aderendo a lui, pietra viva scartata dai costruttori, diventano anch’essi dimora di Dio che dimora in loro (cf. 14,19-24; 2Cor 6,14-18; 1Cor 3,16s; Ef 2,19-22; 1Pt
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2,4-6). Come in Gesù abita corporalmente la pienezza della divinità (Col 2,9), così anche il loro corpo è tempio dello Spirito (1Cor 16,19). 2. Lettura del testo

v. 13: Era vicina la Pasqua. Nella Pasqua si celebra la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, prefigurazione di quella definitiva che compirà il Messia. In Giovanni troviamo tre Pasque (2,13; 6,4; 11,55). Nell’ultima sarà immolato l’agnello di Dio per la salvezza del mondo. Il racconto inizia dicendo che la Pasqua è vicina e termina preannunciando la Pasqua di Gesù. Originariamente la Pasqua si celebrava in famiglia; in seguito, con la centralizzazione del potere, ci si recava al tempio, in Gerusalemme. Ai tempi di Gesù, in quella occasione salivano anche 100.000 pellegrini e si sacrificavano fino a 18.000 agnelli. dei giudei. Nell’AT la Pasqua è “del Signore”; qui è “dei giudei”. Per Giovanni essi sono i capi religiosi che controllano e opprimono il popolo, i cattivi pastori che sfruttano il gregge (10,1-10). v. 14: incontrò nel tempio. Il Signore è entrato nel suo tempio: “Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come fuoco del fonditore e lisciva dei lavandai. Sederà per fondere e per purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia” (Ml 3,1ss). I figli di Levi sono il clero: sarà purificato dal cloro e dal fuoco. Gesù inizia purificando il culto, perché in esso si celebra ciò che si vive: uno prega come vive (lex orandi, lex vivendi). I culti, religiosi o laici (questi ultimi sono più ottusi, perché stabiliti arbitrariamente dai potenti), sono degli spettacoli nei quali uno identifica il mondo dei suoi desideri. chi vendeva. Il tempio, luogo d’incontro con Dio, diventa facilmente un mercato. Particolarmente nel mese intorno alla Pasqua prosperavano gli affari, con lauti guadagni per la classe sacerdotale che, dal servizio del tempio, era passata al dominio su di esso e su chi lo frequentava. Ogni realtà buona si perverte in male quando è usata come strumento di potere. La migliore, come la religione, diventa allora la peggiore. Così è di ogni risposta falsa a una domanda vera. buoi e pecore e colombe. Sono gli animali per il sacrificio. Il dettaglio, non trascurabile, verrà ripetuto subito dopo. cambiavalute. I pellegrini accorrevano da tutte le parti, anche dalla diaspora, e portavano monete “impure”, con effigi e divinità straniere. Dovevano essere cambiate in moneta “pura”, che batteva il tempio stesso. Il cambio è da sempre sorgente di profitto. Non il lavoro fa guadagnare, bensì lo scambio. E più lo scambio è virtuale, più il guadagno è reale. Se allora il tempio di Gerusalemme era anche la banca centrale di Palestina, ora le banche sono il tempio al quale si sacrifica il mondo intero. Se una volta il tempio diventava mercato, oggi, senza alcuna maschera, il mercato è diventato il tempio. Basti pensare che, già una decina d’anni prima dell’anno 2000, per la Borsa, diventata ormai la city, il centro della città, passava in tre giorni circa l’equivalente dei beni mondiali scambiati in un anno. v. 15: fatto un flagello di cordicelle. Gesù viene a distruggere questo sistema di oppressione. Pagherà il costo con la distruzione del suo corpo. Il flagello di corde richiama i dolori del tempo messianico, quando il Messia sarebbe venuto per mettere fine al male. Il Signore entra nel suo tempio per purificarlo (cf. Ml 3,1ss). Il gesto di Gesù è simbolo del giudizio di Dio sul peccato del mondo: l’agnello mite svela l’ira del male, che porterà su di sé. tutti scacciò dal tempio, e le pecore e i buoi. “Pecore” in greco è neutro; “tutti” invece è di genere maschile. Chiaramente l’evangelista vuol alludere al popolo, il gregge che sta sotto i falsi pastori. Gesù è il Pastore bello, che li conduce fuori dal recinto del tempio, dove sono sfruttati e macellati, per condurli ai pascoli della vita (cf. 10,1-4). Il popolo viene al tempio per essere “derubato, immolato e distrutto” (cf. 10,10). Gesù è venuto a liberarlo, rivelando un Dio che non esige la vita dell’uomo, ma che offre la sua vita per lui. sparse le monete. Se il popolo è fatto uscire dal recinto, le monete sono sparse nel tempio che ne era invaso: è il dio effettivo che in esso si adora. v. 16: a chi vendeva colombe. Solo a loro è volto il rimprovero. La colomba era usata, soprattutto dai poveri (Lv 5,7), per olocausti propiziatori (Lv 1,14-17) e per sacrifici di purificazione e di espiazione (Lv 12,8; 15,14.29). L’arrivo dell’agnello di Dio, immolato per la salvezza del mondo, pone fine a ogni
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altro sacrificio. La propiziazione, la purificazione e l’espiazione viene da un’altra colomba: quella dello Spirito, che si posa sul Figlio. Gesù realizza pienamente ciò che il culto e il tempio significano, purificando innanzitutto il tempio stesso, perché non sia il contrario di ciò di cui è segno. Inoltre la colomba è simbolo di Israele e i venditori sono i capi del popolo, che lo svendono. la casa del Padre mio. Il tempio è chiamato da Gesù “la casa del Padre mio”. Poi sarà chiamato “santuario” (vv. 19,20.21), che è il luogo più intimo, dove sta “il Santo dei Santi”, inaccessibile a tutti, tranne una volta l’anno per il sommo sacerdote (Lv 16,2-28; Eb 9,7). Infine Gesù identificherà il suo corpo (vv. 19-21) con il santuario. Gesù chiama Dio: “Padre mio”; si proclama quindi suo figlio. Gli ascoltatori potevano intendere “Figlio di Dio” come attributo del Messia (cf. Sal 2,6s). Per il lettore è chiaramente il Figlio unigenito, la Parola rivolta a Dio dall’eternità, che è Dio stesso (1,1ss). una casa di mercato. La “casa del “Padre mio” è diventata “casa di mercato”. Se ne sono impadroniti i mercanti, il cui dio, il denaro, domina il tempio. Nella casa del Padre dovrebbe regnare la fraternità. Si è sempre cercato, e con successo, di usare Dio come avallo della cupidigia di chi opprime i fratelli. Solo in questo secolo si è potuto farlo, fortunatamente, senza scomodare Dio. Egli non tollera delitto e solennità (Is 1,10-15). Il tempio può diventare un mercato anche in senso figurato. Ogni religione tende a ridurre il rapporto con Dio in termini di scambio: le preghiere, le opere buone e i sacrifici servono per guadagnarsi i suoi favori (cf. Ml 3,13-15). Il tempio diventa così un luogo di compravendita con Dio. Con molta devozione si compie la somma empietà, di cui solo il religioso è capace. Dio infatti è amore: chi lo vuol pagare, va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta. Quando i profeti parlano di prostituzione nel tempio, intendono questo culto, tanto pio quanto offensivo di Dio. Il suo tempio non deve essere ridotto né a copertura di iniquità né a talismano di salvezza (Ger 7,10-11). Quando verrà il Messia, non ci sarà più nessun mercante nel tempio (Zc 14,21), né di beni spirituali né di beni materiali. Il tempio tornerà ad essere la casa del Padre, comunione con lui e tra di noi. v. 17: si ricordarono i suoi discepoli che sta scritto. Le azioni di Gesù richiamano i discepoli al ricordo delle Scritture, che già conoscono e che in lui, del quale esse parlano (cf. 1,45), finalmente capiscono. lo zelo della tua casa mi divorerà. È da un salmo messianico (Sal 69,10), dove si parla della sofferenza del Cristo, che lo zelo di Dio ha divorato, come il profeta Elia (Re 19,10.14). L’evangelista mette “divorerà”, invece dell’originario: “ha divorato”. L’amore per il Padre, dove Gesù dimora, lo “divorerà” il giorno della sua Pasqua. La scena apre già sul mistero di passione del Messia. Sulla croce (19,29) si alluderà ancora una volta a questo salmo che dice: “Quando avevo sete mi hanno dato aceto” (Sal 69,22). L’azione violenta che Gesù fa è semplicemente simbolica della violenza reale che i capi fanno contro il popolo, contro il Signore e contro il Figlio dell’uomo, che è venuto a fare del “mercato” la casa del Padre dove i fratelli vivono insieme. v. 18: risposero i giudei. In contrapposizione alla reazione dei discepoli, ai quali si aggregano molti del popolo (v.23), c’è la contestazione dei capi, che tengono la verità prigioniera dell’ingiustizia (Rm 1,18). quale segno mostri a noi ecc.? Chi non vuole credere, chiede sempre ulteriori segni (cf. Mc 8,11s p); ma non gli sarà dato altro segno, se non quello di Giona (cf. Mt 16,1-4). I capi del popolo chiedono un segno come credenziale dell'autorità di Gesù che si presenta col flagello. Ma questa autorità resta nascosta a chi non vuole accettare il battesimo di Giovanni, che chiama a conversione (Mc 11,27-33p). Quanto Gesù ha fatto è un segno che sarà comprensibile dopo la croce. v. 19: sciogliete questo santuario. Prima si parlava di “tempio”, che comprende tutto l’edificio con 1.500 metri di perimetro, ora di “santuario”. Il santuario è la parte del tempio riservata e segreta, dove sta il “Santo dei santi”, con l’arca dell’alleanza. Questo tempio, con il suo santuario e lo stesso “Santo dei santi”, sarà distrutto proprio dai capi del popolo che gli chiedono un segno. “Sciogliete” (sta per “distruggete”, ma è più vago) è un imperativo di tipo profetico, che svela ciò che i capi stanno facendo. La distruzione del tempio a causa dell’iniquità degli uomini fu preannunciata già da Geremia (Ger 7,1ss). Chi passerà vicino al tempio si stupirà e fischierà, domandandosi perché il Signore ha agito così con questo paese e con questo tempio. E la
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risposta sarà: "Perché hanno abbandonato il Signore, loro Dio” (1Re 9,9). Dio infatti è amore; e l’amore è presente dove è amato, distrutto dov’è strumentalizzato. La distruzione del santuario sarà la morte di Gesù, quando si squarcerà il velo del Santo dei santi (Mc 15,38p). Per questa sua affermazione i capi del popolo accuseranno Gesù di voler distruggere il santuario (Mc 14,58 e Mt 26,61); tale accusa suonerà come derisione anche ai piedi della croce (Mc 15,29p). e in tre giorni lo farò risorgere. Il santuario, distrutto dai capi che se ne sono impadroniti, sarà riedificato da Gesù. Egli non distrugge né abolisce, né sostituisce il tempio di Gerusalemme. Infatti dice di “questo” santuario: “ lo farò risorgere”. Sono i falsi testimoni a fargli dire: “Io ne edificherò un altro” (Mc 14,58). Gesù riedificherà proprio quel santuario che loro stanno distruggendo. Si sottolinea così l’unità tra l’antica e la nuova alleanza: la seconda “compie” la prima. Come il vino bello viene dall’acqua, così il nuovo santuario viene dall’antico. Con queste parole Gesù risponde alla domanda sul “segno”. Esso sarà offerto nella sua Pasqua: i “tre giorni” richiamano il giorno della risurrezione di colui che hanno trafitto (19,37). v. 20: in quarantasei anni, ecc. A meno che questa cifra sia simbolica o si riferisca alla ricostruzione del tempio dopo l’esilio ( cf. Esd 1,1-4; 4,24;6,15), si parla della sontuosa costruzione iniziata da Erode verso il 20 a.C., che continuò a lungo per le decorazioni. Qui si dice che erano già trascorsi 46 anni (siamo quindi verso il 28 d.C.): l’opera sarà perfetta nel 64 d. C., sei anni prima della sua distruzione per opera dei romani. v. 21: parlava del santuario del suo corpo. È la nota dell’evangelista per il lettore. Il corpo di Gesù, Parola diventata carne, è la tenda di Dio tra gli uomini, dimora dello Spirito (1,14.32), gloria del Dio invisibile (1,18). Da lui ci verrà lo Spirito e l’acqua di vita (7,37-39; 19,34): il Figlio dell’uomo è il cielo aperto sulla terra (1,51). La “carne” dell’agnello inviato da Dio è il nuovo santuario: in lui si compie ogni propiziazione, purificazione ed espiazione e siamo in comunione con Dio. Dimorando in lui, siamo nella casa del Padre, figli nel Figlio. v. 22: quando dunque risorse dai morti. La parola del Signore non è mai capita quando è detta, ma quando si realizza. Anche se non la si capisce, non è inutile; la si ricorda quando avviene il fatto, che senza di essa non avrebbe il suo significato. Dio dirige la storia con la sua parola, che non resta senza effetto (cf. Is 55,11) e si compie sempre a suo tempo (cf. Lc 1,20b). si ricordarono i suoi discepoli. Un primo ricordo delle parole del Sal 69,10 ha illuminato la “purificazione” del tempio e prefigurato la passione dell’agnello. Ora il ricordo della parola di Gesù illuminerà la sua risurrezione: i discepoli capiranno allora il significato della parola che ora hanno ascoltato. credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù disse loro . L’evento della risurrezione, preannunciato da Gesù, sarà il compimento del disegno di Dio di cui la Scrittura parla. Qui la parola di Gesù è messa sullo stesso piano della Scrittura. Lui infatti è la Parola diventata carne: anche le parole della Scrittura si capiscono da ciò che avviene nella sua carne, che passa dalla morte alla vita, realizzando ogni promessa di Dio. Ancora oggi ci parla dalla sua carne, che sono i suoi fratelli più poveri. C’è sempre il pericolo di fare della sua parola un feticcio del passato, senza accorgersi che ci parla “ora”. Questo diverso modo di concepire la parola fa la differenza tra gli scribi e i profeti. 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Immagino il tempio con tutto il suo traffico nel periodo di Pasqua. c. Chiedo ciò che voglio: vedere il corpo di Gesù, morto e risorto, come il vero tempio, comunione piena tra Dio e l’uomo. d. Traendone frutto, contemplo i personaggi: chi sono, che fanno, che dicono. Da notare: • Gesù sale a Gerusalemme per la Pasqua • il tempio • cosa c’è nel tempio
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cosa fa Gesù non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato si ricordarono i discepoli lo zelo della tua casa mi divorerà quale segno ci dai per fare queste cose? sciogliete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere parlava del santuario del suo corpo dopo la risurrezione i discepoli si ricordarono e capirono credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù disse loro.

4. Testi utili Sal 69; Ml 3,1ss; Ger 7,1-15; Gv. 10,18; 14,19-24, Mc 11,15-19; Eb 8-9.

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6. BISOGNA CHE SIA INNALZATO IL FIGLIO DELL’UOMO AFFINCHÉ CHIUNQUE CREDE IN LUI ABBIA VITA ETERNA. DIO INFATTI TANTO AMÒ IL MONDO DA DARE IL FIGLIO UNIGENITO, AFFINCHÉ CHIUNQUE CREDE IN LUI NON SI PERDA, MA ABBIA VITA ETERNA. 2,23 - 3,21 2,23 Mentre era a Gerusalemme nella festa di Pasqua molti credettero nel suo nome vedendo i suoi segni che faceva. Gesù però non si fidava di loro poiché conosceva tutti e perché non gli era necessario che alcuno gli testimoniasse sull’uomo; egli infatti conosceva cosa c’era nell’uomo. Ora c’era un uomo dei farisei di nome Nicodemo, capo dei giudei. Questi venne da lui di notte e gli disse: Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro: nessuno infatti può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui. Rispose Gesù e gli disse: Amen, amen ti dico: se uno non è generato dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Dice a lui Nicodemo: Come può un uomo essere generato quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel ventre di sua madre ed essere generato? Rispose Gesù: Amen, amen ti dico: se uno non è generato da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Ciò che è generato dalla carne è carne; ciò che è generato dallo Spirito è Spirito. Non meravigliarti se ti dissi: Bisogna che voi siate generati dall’alto. Lo spirito dove vuole spira e ascolti la sua voce; ma non sai donde viene né dove va.
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Così è chiunque è generato dallo Spirito. Rispose Nicodemo e gli disse: Come può avvenire questo? Rispose Gesù e gli disse: Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? Amen, amen ti dico: parliamo di ciò che conosciamo e testimoniamo ciò che abbiamo visto; ma non accogliete la nostra testimonianza. Se vi parlai di cose terrestri e non credete, se vi dico quelle celesti, come crederete? E nessuno è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti tanto amò il mondo da dare il Figlio unigenito affinché chiunque crede in lui non si perda, ma abbia vita eterna. Dio infatti inviò il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato attraverso di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi invece non crede è già stato giudicato, poiché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Ora questo è il giudizio: la luce è venuta nel mondo e gli uomini amarono piuttosto la tenebra che la luce; erano infatti cattive le loro opere. Infatti chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce, affinché non siano denunciate le sue opere. Chi invece fa la verità viene alla luce, affinché si manifestino le sue opere,
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che in Dio sono state fatte. 1. Messaggio nel contesto “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti tanto amò il mondo da dare il Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non si perda, ma abbia vita eterna”. Con queste parole Gesù ci permette di scrutare il mistero di Dio e la sua relazione con noi: Dio è abisso d’amore che si vuol comunicare al mondo intero. La “vita eterna”, quella vita pienamente felice che l’uomo desidera come compimento della sua umanità, non è il risultato di uno sforzo sovrumano: è dono gratuito del Padre della vita, che nel Figlio ci offre non solo di essere chiamati, ma di essere realmente suoi figli (1Gv 3,1). Chi crede nel Figlio e aderisce a lui, è generato da Dio (1,13), nato dallo Spirito, partecipe della vita divina, che è l’amore reciproco tra Padre e Figlio. Il brano contrappone la nostra pretesa di scalare e conquistare il cielo all’umiltà di Dio che scende in terra e si concede a noi. Unica è la via alla vita, come unica è la vita: Dio stesso, che dona ad Adamo e ridona ad Abramo di essere suo figlio. L’altra è la via della perdizione, alla quale il padre della menzogna, omicida fin dal principio (8,44), ha indotto Adamo e i suoi figli: il tentativo di impadronirsi di ciò che è donato. Dopo il confronto con l’alleanza senza vino, che ha ridotto il tempio a casa di mercanti, ora c’è quello con la legge, impersonata da Nicodemo, fariseo e capo dei giudei. Come l’alleanza e il tempio, anche la legge è buona: indica il cammino della vita. Ma né l’appartenenza al popolo, né il possesso del tempio, né l’osservanza della legge sono la vita. La vita è Dio stesso, nel suo amore di Padre verso i figli, di cui alleanza, tempio e legge sono segni e mediazione. Chi si ferma ai segni e non giunge al significato, fa di tutte le cose buone un idolo, una trappola mortale. Il comandamento fondamentale è: “Amerai il Signore tuo Dio” (Dt 6,6ss). Ma l’uomo, fin dall’inizio, non sa amare. L’alleanza è trasgredita prima di essere stipulata (Es 32,1ss) e il tempio è ridotto a spelonca di ladri (Ger 7,11). In questa situazione anche la legge diventa denuncia delle nostre infedeltà e prostituzioni (Os 1-2; Ez 16), quando non è stravolta in mezzo di auto-giustificazione. Per questo i profeti hanno promesso un’alleanza nuova (Ger 31,31), un cuore e uno Spirito nuovo (Ez 36,26), che soffi dai quattro venti, perché le nostre ossa aride e morte possano rivivere (Ez 37,9). Nel brano si parla otto volte di “essere generati”, dall’alto/dallo Spirito o dalla carne, e si contrappone un sapere celeste e uno terrestre. Il Figlio dell’uomo “innalzato” ci dona la sapienza celeste: ci fa conoscere il mistero di Dio nella sua passione per l’uomo e ci rivela di essere suoi figli, generati dall’alto. Credere in Gesù è accogliere il Figlio e nascere alla propria verità di figli. Come il serpente di bronzo, innalzato da Mosè nel deserto, guariva chi era morso dai serpenti (Nm 21,8s), così il Figlio dell’uomo innalzato ci guarisce dal veleno dell’antica menzogna che ci ha allontanati da Dio, facendoci ritenere invidioso, antagonista e vendicativo colui che invece è sorgente di vita e libertà (cf. Gen 3,1ss). Il cap. 3 di Giovanni, composito e con sviluppi a sorpresa, è un progressivo venire alla luce, un uscire dalla notte al giorno, dalla legge al vangelo, dalla condizione servile alla libertà di figli. Sono numerose le allusioni battesimali (credere, essere generati dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito, dalla morte di Cristo, diventare figli, avere vita eterna, ecc.). Il capitolo si articola in due parti principali ( 2,23-3,21 e 3,22-36), tra loro simmetriche, ciascuna con un racconto (2,23-3,2a e 3,22-26a), un dialogo (3,2b-12 e 3,26b-30) e infine un monologo (3,13-21 e 3,31-36). La prima parte è un confronto con Nicodemo, dove si dibatte il problema principale della salvezza: essa non viene dalla legge, ma è dono del Messia crocifisso. La seconda parte contiene, sulla bocca del Battista, la professione di fede, che nella prima parte era rimasta in sospeso. Il tema centrale del brano è l’origine della vita. Non è la legge, ma l’adesione al Figlio, che ci fa vivere da figli e compiere ogni legge. Le parole di Gesù a Nicodemo hanno l’intento di operare in noi quel passaggio al cuore nuovo, richiesto dalla legge e promesso dai profeti, che vediamo così ben descritto in Filippesi 3, dove Paolo racconta la sua esperienza di uomo della legge che incontra il Signore. Nei vv.12-21, escono i temi fondamentali del vangelo: il Figlio dell’uomo innalzato,
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credere/non credere, vita eterna, l’amore di Dio, il dono del Figlio unigenito, salvezza/perdizione, nongiudizio/giudizio, luce/tenebre, amore/odio, fare la verità/fare il male. Al centro del brano sta la persona di Gesù, che Nicodemo, fariseo ben disposto, riconosce come Messia. Ma chi è il Messia che viene a rinnovare l’alleanza e il tempio? Qual è il “flagello” con il quale trionfa sul male? Gesù è sì il Messia, ma non corrisponde all’attesa di chi sogna un messia potente che stermina i malvagi e premia i buoni (e chi si salverebbe?). È invece l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), il Figlio dell’uomo innalzato, il Figlio di Dio crocifisso, che ci dona l’amore del Padre e ci rende figli, capaci di amare come siamo amati. Gli attori del cap. 3 sono Gesù da una parte e Nicodemo con il Battista dall’altra: è il dialogo della Parola con la legge e i profeti, che fa comprendere il mistero del Figlio dell’uomo. Gesù è il Messia che, in quanto crocifisso, ci dà la vita, quella vita che la legge dice ma non dà e che i profeti solo promettono. La legge infatti prescrive ciò che bisogna fare; la profezia a sua volta denuncia ciò che non facciamo e annuncia ciò che Dio farà per noi. Legge e profezia sono, rispettivamente, richiesta implicita e promessa esplicita dello Spirito del Figlio. Gesù non è venuto per abolire la legge e i profeti, ma per portarli a compimento (cf. Mt 5,17). Il comando che ci darà, sarà insieme nuovo e antico (1Gv 2,7-11). La novità sta nel fatto che, ciò che è antico come il desiderio dell'uomo, finalmente si realizza. Per questo ci lascerà il comando dell’amore reciproco (13,1ss), pieno compimento della legge (Rm 13,10). Lo stile del brano, con un metodo caratteristico di Giovanni, è una progressione a salti, dove le incomprensioni e i fraintendimenti, vie interrotte e senza sbocco, servono alla Parola per condurre l’interlocutore a un livello superiore. Le note di questo dialogo, che si svolge nell’oscurità della notte, sono molteplici e sfumate, quasi incantate, come in un notturno. Sembrano eterogenee, con continui cambi di registro: sono i vari gradini che, uno sopra l’altro, portano a un orizzonte sempre più ampio, sino ad aprire, nel Figlio dell’uomo innalzato, la finestra sul mistero insondabile di Dio e dell’uomo, suo figlio nel Figlio. Come al solito i discorsi di Giovanni rivelano ciò che avviene nel cuore di chi legge: il lettore si accorge di essere letto da ciò che legge, perché la Parola, nel manifestarsi, con la sua luce risveglia la verità che già è in lui, come in tutti gli uomini. Gesù, il Figlio dell’uomo innalzato, è la luce che ci fa venire alla luce, il Figlio che ama i fratelli come è amato dal Padre. Egli è il compimento della legge, amore pienamente realizzato di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio. La Chiesa, guardando il Figlio dell’uomo innalzato, nella contemplazione della passione del suo Signore per lei, nasce come sua sposa. Eva fu tratta dal fianco di Adamo addormentato: la Chiesa è generata dalla ferita d’amore del suo Signore. 2. Lettura del testo

v. 23: A Gerusalemme, nella festa di Pasqua. Il luogo dove si parla della nascita dall’alto è Gerusalemme, il tempo è la Pasqua. Proprio lì, in quei giorni, il Figlio dell’uomo sarà innalzato, a salvezza di chiunque lo vede. molti credettero nel suo nome. Il tema del brano è “credere in Gesù”. Non solo come Messia, che rinnova l’alleanza e il tempio, ma anche come Figlio innalzato, che ci dà il cuore nuovo e lo Spirito nuovo. La parola “credere”, come “aver fiducia” o “aver fede”, ha molti significati. Se dico: “Credo che presto pioverà”, esco con l’ombrello. Se dico a uno: “Credo a quanto mi dici sulla bontà di quell’affare”, concludo l’affare. Se dico a una persona: “Ti credo quando dici di amarmi”, posso affidarle la mia vita. Allo stesso modo credo che il cibo non sia né guasto né avvelenato, che l’automobile non mi si sfasci in corsa, che il soffitto non mi crolli sopra o il pavimento non mi sprofondi sotto, che le tabelle dei calcoli non siano sbagliate, che gli scienziati e i medici non si ingannino né ingannino; lo stesso vorrei anche da commercianti e politici, come da tutti. I nostri rapporti, di ogni tipo, sono fondati sulla fiducia. Diversamente nulla sarebbe stabile e affidabile: non saremmo in grado di compiere alcuna azione. La fede è una valutazione ragionevole di ciò che non si vede, desunta da ciò che si vede; è un’ipotesi che giustifica la mia azione, che poi posso e devo verificare. Veramente l’uomo vive di fede! Il problema è dove riporre ragionevolmente la propria fiducia. A questo serve l’esperienza e l’intelligenza.
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Credere in Gesù significa fondare il senso della propria vita sull’affidabilità del suo amore di Figlio che rivela quello del Padre. L’alternativa è fondarla sulla propria osservanza di leggi o convinzioni che si ritengono giuste. È la differenza tra la “re-ligione”, che lega e ri-lega l’uomo ai suoi doveri, e la libertà di figli che amano come sono amati. vedendo i suoi segni che faceva. Oltre il segno del “vino” a Cana, Giovanni non ne riferisce altri, ma li suppone. Il dialogo con Nicodemo vuol far passare dai segni al loro significato: il Figlio dell’uomo crocifisso, che rivela l’amore del Padre. Chi lo vede e aderisce a lui, è generato da Dio e ha la capacità di diventare figlio di Dio (cf. 1,12s). La fede cristiana implica un passaggio dalle attese dell’uomo alla promessa di Dio, più grande di ogni fama (Sal 138,2). Dio non solo ci fa dei doni, ma ci vuol donare se stesso. In ogni promessa, si com-promette sempre anche colui che promette. v. 24: Gesù però non si fidava di loro. Credere e fidarsi in greco sono la stessa parola con complementi diversi. Anche se essi si fidano e si affidano a lui, di loro Gesù non può fidarsi, tanto meno confidarsi e affidarsi. Infatti lo credono il Messia che vincerà il male con la forza, ignorando che la sua forza non è quella di crocifiggere i malvagi, bensì quella del Figlio crocifisso, che porta su di sé la malvagità dei fratelli. Il dialogo con Nicodemo toglie l’ambiguità di fondo di ogni religiosità. Dio non compie i nostri desideri, che corrispondono alle nostre paure che ci hanno allontanato da lui; compie invece la sua promessa e si dona a noi così com’è: amore e nient’altro che amore. Troviamo quest’ambiguità (molto umana, anzi diabolica) anche nei discepoli dopo le tre predizioni della passione riferite dai sinottici (cf. Mc 8,31-33p; 9,30-32p; 10,32-40p): Pietro che, a nome di tutti, non accetta il Figlio dell’uomo innalzato, sarà chiamato satana (cf. Mc 8,33; Mt 16,23). v. 25: conosceva cosa c’era nell’uomo, ecc. Gesù ha lo Spirito di Dio (1,32), che scruta ogni cosa (1Cor 2,10). Il Figlio conosce i fratelli, anche là dove essi non si conoscono. v. 3,1: c’era un uomo dei farisei. Noi associamo “fariseo” a “ipocrita”. Gesù in effetti denuncia come tali quei farisei che, non amando né Dio né gli uomini, si servono della legge per far mostra di sé (cf. Mt 23). In realtà il fariseo è uno che ama la legge come espressione della volontà divina e si sforza di osservarla fedelmente. Gesù vuol portare questo fariseo a compiere la stessa esperienza che Paolo racconta in Filippesi 3. A chi segue la legge, luce per i suoi passi e via della vita, vuol mostrare se stesso come luce e vita (cf. 1,4-9). Gesù non è venuto ad abolire, ma a compiere la legge e i profeti (Mt 5,17). E il pieno compimento di ogni parola è l’amore (cf. Dt 6,4ss; Rm 13,10). Ma l’amore non è frutto di legge e di sforzo: uno può amare solo in quanto è amato gratuitamente. Sorgente dell’amore è Dio, che è amore. Egli ci ama con l’amore necessario della madre, con quello libero del padre e con quello responsabilizzante del partner. E in questo consiste l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che per primo ci ha amati e ci ha donato il suo Figlio (1Gv 4,10 vg). Egli ci mostra il suo amore incondizionato proprio perché, ancora quando eravamo peccatori e suoi nemici, ha dato la vita per noi (Rm 5,8). Nicodemo. Riapparirà più tardi per difendere Gesù (7,50s) e, alla fine, per deporre il suo corpo nella tomba (19,39). capo dei giudei. Appartiene probabilmente al Sinedrio, organo centrale del governo. v. 2: venne da lui. Come il giovane, osservante della legge, ricco e nobile (Mc 10,17-22p), viene di sua iniziativa da Gesù. Come passare dalla propria iniziativa ad accogliere quella di Dio? di notte. Non è un vigliacco, mosso da paura e da rispetto umano (cf. 12,42): è la notte che vuol venire al giorno, un dubbioso che cerca la verità. Le parole che Gesù dirà porteranno Nicodemo ad accogliere la luce, mostrando al “maestro di Israele” che è cieco (cf. 9, 40s). Solo così potrà venire alla luce e nascere dallo Spirito. La tenebra non si illumina producendo il sole, ma accogliendolo. Nicodemo, come Israele e tutti i discepoli di Gesù, deve confrontare la sua attesa di un messia potente con il Figlio dell’uomo innalzato. Nicodemo è figura emblematica del cammino di Israele e di chiunque cerca la luce della vita. Se all’inizio viene di notte, alla fine verrà verso il tramonto, per deporre
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nell’oscurità del sepolcro il corpo del Figlio dell’uomo innalzato. La notte, che desidera il sole, l’accoglierà solo quando esso entrerà nelle tenebre. Rabbì, ecc. Nicodemo chiama Gesù “Maestro”. Non è un semplice collega: sa che è “venuto da Dio”, come Mosè (Es 4,8); e, vedendo i segni che compie, conclude che “Dio è con lui”. Lo riconosce come Maestro e Messia, autenticato da Dio. Non dice cosa vuol chiedergli. Nella sua constatazione c’è la sorpresa di chi intravede il compimento della speranza di Israele: Gesù è il Messia, l’iniziatore del regno di Dio in terra. Dalla risposta di Gesù si capisce che la sua domanda implicita è sapere il modo di entrare in questo regno. Come il giovane ricco, intuisce che, al di là dell’osservanza della legge che ha sempre adempiuto, è necessario qualcos’altro per avere la vita eterna (cf. Mc 10,17-22p). v. 3: amen, amen ti dico. Gesù risponde con autorità divina. L’“amen” (= in verità) raddoppiato, è una particolarità di Giovanni (cf. 1,51; 3,3.5.11; 5,19.24.25; 6,26.32.47.53; 8,34.51.58; 10,1.7; 12,24; 13,16.20.21.38; 14,12; 16,20.23; 21,18). Quando parla il profeta a nome di Dio, dice: “Parola di Dio”. Quando parla Dio stesso, in prima persona, dice: “Amen, in verità”. Comincia qui il primo dei numerosi dialoghi del vangelo di Giovanni. La loro funzione è quella di coinvolgere il lettore. Gesù è la Parola, l’interlocutore sono io che leggo, nel quale la Parola produce esattamente ciò che dice: il dialogo mi racconta, e raccontandomi, mi trasforma. se uno non è generato. La parola greca significa sia “nascere” che “essere generato”. Preferiamo il secondo, passivo, che richiama colui che dà la vita (passivo divino). Infatti nessuno nasce da solo o da se stesso. Per otto volte di seguito esce questa parola. Chi è generato, vede finalmente il volto di chi lo genera: è l’ac-cadimento fondamentale, che lo fa cadere fuori dalla madre ed esistere distinto da lei, come suo figlio. dall’alto. La stessa parola greca significa sia “di nuovo” che “dall’alto”. Da qui l’equivoco tra Gesù e Nicodemo. Questi intende le sue parole come un nascere “di nuovo”. È il desiderio dell’uomo, il sogno dell’eterna giovinezza, principio di delusioni e frustrazioni. Gesù invece parla di un essere generati “dall’alto”, che consiste nell’accettare il dono di essere figli di Dio, di venire alla luce del suo amore perenne per noi. Questo è il desiderio di Dio per noi, che ci ama e ci vuol comunicare la sua vita. C’è una generazione dal basso, dalla carne, che ci dà la vita comune a ogni animale. Ma c’è anche una generazione dall’alto, che viene dal “vedere” il volto di chi genera. Questa ci dà la vita pienamente umana: ci fa figli che riconoscono la propria origine ed entrano con essa in relazione d’amore. Gesù vuol portare Nicodemo al di sopra della legge, che dice cosa fare. La vita non è prodotta dal nostro fare. Nessuno “si fa da sé”: ognuno è figlio, generato dall’altro. E diventa se stesso solo quando vede e crede all’amore di chi lo genera. Diversamente non ha la sua identità e cercherà all’infinito di trovarla altrove. Con molto danno per sé e per gli altri. Infatti è impossibile farsi da sé, come amarsi da sé: è sempre l’altro che ci genera e ci ama. Solo se accettiamo di essere generati e amati, siamo noi stessi, capaci di generare e amare, simili a chi ci ha generato. Voler essere madri/padri di se stessi – il complesso di Edipo è anche il peccato di Adamo – è distruggere se stessi e ogni rapporto autentico con gli altri. Ciò che vale per la vita umana in generale, vale anche per quella spirituale. Uno non può diventare figlio di Dio perché non trasgredisce nessun suo ordine (cf. Lc 15,29!); il suo sforzo non gli consentirà mai di farsi tale. Diventerà invece capace di ascoltare e osservare la sua parola quando saprà di essere figlio, da sempre amato. C’è una vita religiosa dal basso, che non giova a nulla: ciò che è carne, resta carne. Solo chi è generato dall’alto ha la vita eterna: ciò che è dello Spirito, è Spirito (cf. v. 6). Gesù conduce Nicodemo al di là della legge, sino alla sorgente stessa della vita: al dono del cuore nuovo e dello Spirito nuovo di cui parlano i profeti, che pure il fariseo conosce (cf. Ez 36,26s; Ger 31,31ss). Entrare nel regno di Dio non è opera dell’uomo, ma dono di Dio. non può vedere il regno di Dio. Chi non ha il cuore nuovo, resta nella notte, in quell’impossibilità di vivere e amare che la legge denuncia. “Il regno di Dio” è un’espressione che in Giovanni esce solo qui e al v. 5. Se Dio è madre/padre, il suo regno è l’amore corrisposto del Figlio. In questo regno di libertà entra non chi cerca di conquistarlo, ma chi accetta di essere figlio, chi diventa come un bambino (cf. Mt 18,3p), figlio nel Figlio. Allora sarà in grado di accettare anche il fratello. L’amore fraterno è il luogo in cui si realizza quello verso il Padre.
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v. 4: come può un uomo essere generato quando è vecchio, ecc.? Nicodemo mostra l’impossibilità per l’uomo vecchio di entrare una seconda volta nel grembo materno e nascere di nuovo. È vero: l’uomo, soprattutto se vecchio, deve morire. L’uomo nuovo nasce non entrando nella madre, ma volgendosi verso il cuore del Padre. Uno nasce a se stesso quando sa di essere amato com’è; solo l’amore fa venire alla luce della propria verità. v. 5: se uno non è generato da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Non c’è da entrare nel seno della madre, ma nel regno del Padre: solo così siamo figli. Se la madre è necessaria per nascere biologicamente, l’amore libero del padre è necessario per nascere come uomini. La generazione di cui Gesù parla non è dalla carne, dal basso, ma dall’alto, dallo Spirito. Il battesimo di Gesù, oltre che nell’acqua – che in Giovanni è simbolo della vita (4,14; 7,37-39; 19,34; cf. Ez 36,25-27) –, sarà nello Spirito, che è fuoco divino di amore (cf. 1,33). Uno infatti esiste come persona quando è amato: nasce dalla ferita del cuore di chi lo accoglie e lo lascia entrare in sé, amandolo così com’è, distinto da sé. In questo senso anche Eva, la donna, è generata da Adamo, il maschio. E solo così anche Adamo si risveglia dal sonno (cf. Gen 2,18ss). Infatti uno viene alla luce piena quando lui stesso ama. Lo Spirito di Dio, che nella creazione aleggiava sulle acque (Gen 1,2), sarà effuso su di noi dal Figlio innalzato per donarci la vita nuova. v. 6: ciò che è generato dalla carne è carne, ecc. Carne, in opposizione a spirito, indica ciò che ci accomuna alla terra: l’elemento debole, corruttibile e mortale. Spirito è invece ciò che ci imparenta con Dio: la forza perenne del principio vitale. Sin dall’inizio l’uomo è composto di argilla e di soffio divino (Gen 2,4bss), di terra e di cielo. La terra non può vivere che di cielo. v. 7: non meravigliarti. Come non stupirsi della più grande delle meraviglie: la sorpresa di vedere la luce, di esistere? bisogna che voi siate generati dall’alto. “Voi” siamo tutti noi, con Nicodemo, contrapposti a Gesù che da sempre è l’unigenito del Padre. “Bisogna” che noi siamo generati dall’alto; per questo “bisogna” che lui sia innalzato (v. 14). Al nostro bisogno di luce corrisponde il suo di illuminarci. “È per nascere che si è nati”, per nascere dall’alto. v. 8: lo spirito dove vuole spira. Qui spirito è inteso in senso originario: il vento che muove e vivifica tutto, quasi misterioso respiro di Dio sull’universo. Nessuno lo vede; eppure ognuno ne avverte gli effetti e lo sente risuonare in tutte le cose. È come il mistero della “Parola”, vita di tutto ciò che esiste: non la vediamo, ma ne ascoltiamo la “voce” attraverso i sapienti e i profeti che testimoniano la luce. La vita nessuno la vede; però fa esistere, vedere, capire e amare ogni realtà. Del vento non sappiamo donde viene e dove va; così di Gesù (cf. 2,9; 4,11; 6,5; 7,27). Per questo gli chiediamo dove dimora, per dimorare anche noi presso di lui e trovare la casa da cui veniamo (cf. 1,38s). così è chiunque è generato dallo Spirito. Ciascuno di noi, che accoglie Gesù, diventa come lui, figlio che gode la vita del Padre. Ci dà infatti il potere di diventare figli di Dio (1,12). Viene a questa luce chi accoglie la “voce” di chi la testimonia, senza scambiare la “voce” per la “Parola” (cf. 1,23ss). v. 9: come può avvenire questo? Chiarito l’equivoco che non si tratta di nascere di nuovo, ma di essere generati dall’alto, Nicodemo avanza il dubbio sulla possibilità di questa generazione. Infatti è impossibile per l’uomo; ma non per Dio (cf. Mc 10,17p; Lc 1,37; Gen 18,14). v. 10: tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? Un esperto di Scritture dovrebbe sapere che lo Spirito, principio della creazione, è la grande promessa dei profeti per la ri-creazione. Ma si può conoscere la legge e ignorare quale Spirito la anima; si può osservare ogni precetto e trascurare l’amore, che è “il” comandamento. Perché l’amore lo conosce non chi si sforza di amare sino allo spasmo, ma chi accetta tranquillamente di essere amato. v. 11: amen, amen ti dico. Comincia il monologo di Gesù davanti a Nicodemo (“ti dico”), che subito scompare dalla scena per dissolversi negli ascoltatori (cf. 12: “vi parlai”). parliamo di ciò che conosciamo, ecc. Da qui in poi Gesù svela il mistero di come avviene questa generazione dall’alto. Egli dice: “Parliamo, conosciamo, testimoniamo e abbiamo visto”, perché è il Figlio che parla di ciò che conosce e testimonia ciò che ha visto. I verbi sono al plurale perché con lui ci sono anche i discepoli, che hanno visto la sua gloria (2,11) e ne continuano la testimonianza. Tra costoro c’è l’evangelista stesso e la sua comunità (cf. 20,30s).
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v. 12: se vi parlai di cose terrestri, ecc. Gesù chiama “cose terrestri” quanto ha detto sulla nascita dalla carne e sulla necessità di una nascita dallo Spirito. Infatti ne parlano la legge e i profeti, chiamati terrestri perché testimoni di quella luce che da sempre è presente, nella creazione e nella storia di Israele. Essi danno voce al desiderio dello Spirito che è in ogni uomo. Se non si crede a questa voce, non si crede neanche alla Parola, che ci rivela le cose celesti. La legge infatti non è in cielo, ma vicina a ogni uomo (cf. Dt 30,12ss). Le cose “celesti” invece sono rivelate dal Figlio, disceso dal cielo. Gesù vuol aprire Nicodemo, maestro della legge, al dono dello Spirito, che l’uomo animale non comprende (cf. 1Cor 2,14). v. 13: nessuno è salito al cielo, ecc. Chi è salito al cielo e ne è ridisceso (Pr 30,4) o si è impadronito della Sapienza, per farla scendere dalle nubi (Bar 3,29; Sap 9,16ss)? Nessuno può, come Adamo, i Titani o Prometeo, dare la scalata al cielo per rapire le cose celesti o il fuoco. È invece il cielo che scende sulla terra, per donarci se stesso. Dio è amore che scende nel Figlio verso tutti i fratelli. Essere figlio non è oggetto di rapina, ma dono di amore. Il Figlio dell’uomo innalzato – su di lui è aperto il cielo, sia per scendere che per salire (1,51) – è il solo che può manifestarci la Gloria e raccontarci il Padre. In lui c’è la discesa di Dio verso l’uomo e l’ascesa dell’uomo a Dio. La “salita al cielo”, di cui si parla, non è tanto l’ascensione al Padre di Gesù risorto; per Giovanni è piuttosto il suo “essere innalzato” (cf. v. 14). v. 14: come Mosè innalzò il serpente nel deserto. Al popolo, morso dai serpenti, Mosè mostrò, elevato come stendardo, un serpente di bronzo (Nm, 21,8): “Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti” (Sap 16,7). Chi levava in alto lo sguardo, era guarito dal veleno mortale. Se Eva, alla suggestione del serpente, avesse “levato” lo sguardo a Dio, invece di fuggire e nascondersi da lui, certamente la storia sua e nostra sarebbe stata diversa. così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo. “Bisogna” che noi nasciamo dall’alto: per questo “bisogna” che il Figlio dell’uomo sia “innalzato”. Innalzato significa anche “glorificato” (in Is 52,13 i due termini sono accostati). Gesù è sì il Messia, come Nicodemo pensa, ma non è come lui pensa: lo è in quanto elevato sulla croce, come il serpente di bronzo sull’asta. Le tre predizioni sull’innalzamento del Figlio dell’uomo, che troviamo in Giovanni (3,14; 8,28; 12,32), corrispondono alle predizioni della sua morte e risurrezione, che troviamo negli altri vangeli. Però in Giovanni la croce è presentata come gloria sin dall’inizio, mentre nei sinottici lo è solo alla fine (cf. Mc 15,39p). Qui si dice che dal Figlio dell’uomo innalzato otteniamo la vita eterna; in 8,28 si dice che conosceremo “Io-Sono”; in 12,32 che tutti saremo attirati a lui. Contemplando il Crocifisso, siamo “svelenati” dalla menzogna del serpente che ci ha tolto la conoscenza del Padre e ci ha fatto fuggire da lui. In lui conosciamo la verità di Dio e nostra: egli ci ama e noi siamo l’amore che lui ha per noi. Volgendo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto (19,37), ai piedi della croce scopriamo questa verità che ci fa liberi (8,32) e nasciamo dall’alto. Come Eva, la sposa, nasce dal fianco di Adamo che dorme, così l’umanità nuova, sposa di sangue del suo Signore, nasce dalla ferita d’amore del suo Dio. Il Crocifisso è paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli è infatti l’agnello che porta il male del mondo (1,29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo più dubitarne. Inoltre “Serpente” e “Messia” hanno in ebraico lo stesso valore numerico: la somma delle loro lettere è 358. “Messia” ha però una lettera in più, la più piccola di tutte, che sta sospesa in alto: la jod, che è l’inizio del “Nome”. Nel Messia elevato l’uomo vede, oltre tutto il male, il sommo bene; in lui il Nome divino si manifesta al mondo: esce dalle tenebre e viene alla luce della propria identità, nascosta appunto dal male. La salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono, dove tutti, dal più piccolo al più grande, conosciamo chi è il Signore (Ger 31,34). v. 15: affinché chiunque crede in lui. Il fine del suo essere innalzato, che ci fa conoscere Io-Sono (8,28) e ci attira a lui (12,32), è aderire a lui, sorgente della vita.
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abbia vita eterna. La vita eterna, il dono che Dio fa ad ogni uomo nel Figlio dell’uomo, è lo Spirito, l’amore tra Padre e Figlio, la vita stessa di Dio. v. 16: Dio infatti tanto amò il mondo. Dio da sempre ama il mondo, anche se il mondo lo rifiuta. L’amore del Padre è gratuito e senza riserve. Il Figlio, che lo conosce e ne vive, ce lo testimonia dalla croce. Questo versetto ci presenta il centro del vangelo di Giovanni, che vuol portarci a confessare con meraviglia: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi”. Infatti “Dio è amore” (1Gv 4,16). Solo a questa luce possiamo comprendere correttamente tutta la rivelazione e correggere ogni sua interpretazione. da dare il Figlio unigenito. Perché il Padre manda il Figlio? Non poteva venire e farsi carne lui stesso? Ci ha dato il Figlio perché solo in lui, che ama come è amato, vediamo la nostra identità di figli del Padre. Gesù, essendo figlio, ha vissuto ciò che anche noi siamo chiamati a vivere: la “filialità” e la conseguente fraternità. Egli ci ama dello stesso amore che il Padre ha per lui (15,9) e ci assicura che il Padre ci ama come lui (17,23), con un amore che è prima della fondazione del mondo (17,24). chiunque crede in lui, ecc. La salvezza è credere in Gesù crocifisso, il Figlio dell’uomo innalzato: lui è la Parola, luce e vita di ogni uomo, diventata carne per narrarci l’amore assoluto del Padre. In lui ci è data la nostra identità di figli e noi siamo ciò che siamo. Al di fuori di lui, siamo ciò che non siamo, il nulla di noi stessi. Per questo accogliere lui, il Figlio, è trovare se stessi; rifiutare lui è perdere se stessi. v. 17: non per giudicare il mondo. Il Figlio ha lo stesso giudizio del Padre. Egli viene con il flagello nel tempio non per giudicare o condannare il mondo peccatore. È venuto a salvarlo proprio “purificando” il tempio, sdemonizzando con la sua croce l’immagine diabolica che l’uomo ha di Dio e di sé. In lui “innalzato” abbiamo la conoscenza vera di lui e di noi stessi, che la bocca del serpente ci aveva sottratta. Il “flagello” che purifica il tempio è la sua croce. La salvezza o la perdizione non è predestinazione divina. Dio ha creato tutto per la vita e non c’è veleno di morte nelle sue creature, se non quello che ci siamo procurati noi, credendo alle nostre paure invece che a lui (cf. Sap 1,12s; 2,24). Ma se abbiamo abbandonato lui, sorgente di acqua viva (Ger 2,13), egli non ci ha abbandonato; ci ha anzi manifestato nel modo più grande e indubitabile il suo amore, perdendo se stesso per noi. Nell’abbandono del Figlio sulla croce (cf. Mc 15,34p), nessun abbandono è più abbandonato: in ogni perduto il Padre vede suo Figlio, che di ogni perdizione ha fatto dimora della Gloria. v. 18: chi crede in lui non è giudicato. Aderire a lui è la “santità e giustizia” vera: è vivere del Figlio e da figli, partecipare alla gloria comune del Padre e del Figlio. chi invece non crede è già stato giudicato, ecc. Chi non crede all’amore assoluto offerto dal Figlio dell’uomo innalzato si esclude dall’amore e dalla vita. Chi non aderisce al Figlio, nega la propria realtà di figlio. La decisione di fede nei confronti della “carne” di Gesù ci fa nascere dall’alto: è la vita eterna. Il prologo non dice che chi lo rifiuta nella testimonianza dei sapienti e dei profeti è giudicato. Anzi, la Parola si è fatta carne per salvare questo mondo che non ha accolto la luce e si è condannato alle tenebre. Per questo ogni uomo, come Nicodemo, pur tra incertezze e difficoltà, va condotto a nascere dall’alto attraverso la conoscenza del Figlio. Il senso della storia umana è la rivelazione del Figlio, il suo crescere fino alla sua statura piena (Ef 4,13), perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Infatti, se è vero che la rivelazione è storia e carne, è altrettanto vero che la storia e la carne stessa sono rivelazione sempre più grande di Dio. v. 19: questo è il giudizio: la luce è venuta nel mondo, ecc. Il giudizio per chi, pur conoscendola, non accoglie la Parola diventata carne, è quello di preferire le tenebre alla luce, la morte alla vita. Il giudizio sull’uomo lo fa l’uomo stesso, non Dio. Come è possibile il rifiuto della luce, una volta conosciuta? È un mistero! Certamente l’accoglienza dell’amore è sempre un atto di libertà. Ma può la libertà rifiutare l’amore, se davvero è “liberata” dalla schiavitù dell’ignoranza e della paura? erano infatti cattive le loro opere. Queste “opere cattive” sono indicate come causa, non come conseguenza del rifiuto. Può la fede dipendere dalle opere, in modo che chi è buono è ben disposto e crede, mentre chi è cattivo è maldisposto e non crede?
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È fuori dubbio che siamo giustificati dalla fede, non dalle opere (Gal 2,16). Non può essere diversamente, perché la radice di ogni giustizia è accogliere l’amore gratuito di Dio per noi. È tuttavia vero che “Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (At 10,34s); come è altrettanto vero che l’uomo può tenere la verità prigioniera dell’ingiustizia (Rm 1,18). In realtà uno crede e ama ciò che ritiene bene per lui. L’occhio abituato alla tenebra è offeso dalla luce, per la quale è pur fatto. Fin che la nostra intelligenza e la nostra volontà restano schiave della menzogna e della paura – e del vizio che le alimenta – non possiamo accedere alla verità e all’amore. Qui Giovanni intende dire che, prima di ogni nostra opera e della decisione stessa riguardo alla fede, c’è una malvagità tenebrosa che porta alla diffidenza e all’incredulità. Egli non intende spiegare il male. Constata semplicemente che c’è e lo svela. Infatti esso è menzogna e viene alla luce solo davanti alla verità. Le opere tenebrose di cui l’evangelista parla sono quindi il peccato di incredulità, opera del malvagio, padre della menzogna e omicida sin dal principio (8,44), che ci impedisce di essere figli di Abramo, padre dei credenti. Per Nicodemo, come per tutti, è lento il travaglio che fa venire alla luce. Giungere alla verità è un cammino di liberazione progressiva, di piccoli passi. E lo compie la Parola stessa. Infatti solo quando giunge la luce, e non prima, si esce dalla tenebra. v. 20: chiunque fa il male odia la luce. L’odio della luce, frutto di paura, è causato dal male che facciamo; questo, sua volta, manifesta l’odio che lo precede. affinché non siano denunciate le sue opere. Il male vuole restare nascosto per non essere denunciato, come la menzogna per non essere sbugiardata. Da Adamo in poi c’è una resistenza, ereditaria e ambientale, nel credere all’amore di Dio per noi. Solamente davanti alla croce cessa l’inganno: conosciamo Io-Sono (8,28) e siamo attratti a lui (12,32). Allora muore l’uomo vecchio e nasce quello nuovo. Ma l’uomo vecchio è duro a morire! In ciascuno di noi c’è un agone interiore (cf. Rm 8,17ss): siamo contesi tra menzogna e verità, paura e fiducia, egoismo e amore. Siamo però gli arbitri: possiamo, giorno dopo giorno, aggiudicare la vittoria a chi vogliamo. Il nostro libero arbitrio può esercitarsi, almeno parzialmente all’inizio e poi sempre di più, solo nella misura in cui conosciamo la verità dell’amore che ci fa liberi. Per questo è importante levare lo sguardo e tenerlo sul Figlio dell’uomo innalzato. v. 21: chi fa la verità viene alla luce. Fare la verità è il contrario del “fare il male” o “le opere cattive”. Ma per fare la verità bisogna prima conoscerla. Per questo bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato: in lui vediamo l’amore con cui siamo amati. Credere in Gesù è “fare la verità” su di sé e su Dio. A chi chiede: “Cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”, Gesù risponderà che l’opera di Dio, che piace a Dio e lui stesso compie, è credere nel Figlio, inviato dal Padre (6,28s). affinché si manifestino le sue opere, ecc. Le opere “fatte in Dio” sono quelle di chi si unisce al Figlio e aderisce alla Parola. Sono le opere del Padre Abramo, che vide il suo giorno e gioì (8,56). L’opera di Abramo infatti è quella che piace a Dio: credette a lui e gli fu accreditato a giustizia (Gen 15,6). Egli compie il contrario di quanto fece Adamo, che diffidò di Dio. L’incredulità è la più grave ingiustizia: nega l’essenza di Dio e dell’uomo, la sua paternità e la nostra filialità. Chi crede nel Figlio è nato dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito, ed è passato dalle opere che la legge condanna alla vita nuova da figlio di Dio (cf. Gal 5,18-23) Il dialogo, laborioso, di Gesù con Nicodemo è una progressiva illuminazione della Parola per farlo venire alla luce, partendo da ciò che già sa per condurlo a ciò che ignora, eppure desidera. Nicodemo però non è ancora in grado di giungere alla fede. Dovrà vedere il Figlio dell’uomo innalzato prima di poterlo accogliere. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando la notte in cui Nicodemo viene da Gesù. Chiedo ciò che voglio: comprendere e accogliere il mistero del Figlio dell’uomo innalzato come segno indubitabile dell’amore di Dio per me. Traendone frutto, ascolto ogni parola di Gesù a Nicodemo.
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Da notare: • molti credettero nel suo nome; Gesù però non si fidava di loro • Nicodemo, fariseo e capo dei giudei, viene a Gesù di notte • lo riconosce come maestro, venuto da Dio: è il Messia, Dio è con lui • se uno non è generato dall’alto, non può vedere il regno di Dio • la differenza tra nascere di nuovo ed essere generati dall’alto • essere generati dallo Spirito è la promessa dei profeti • nessuno è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo • il serpente di bronzo innalzato e il Figlio dell’uomo innalzato • chi crede in lui ha la vita eterna • Dio tanto amò il mondo da dare il Figlio unigenito • il Figlio non è venuto per condannare il mondo • chi crede nel Figlio innalzato non è giudicato • il giudizio è non accogliere l’amore che si conosce • le difficoltà per giungere alla libertà di credere • l’odio e l’amore della luce. 4. Testi utili Sal 27; 131; Sap 9; Mc 10,17-31; 10,13-16; Gal 5,1ss; Fil 3.

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6. IL PADRE AMA IL FIGLIO. CHI CREDE NEL FIGLIO HA VITA ETERNA 3,22 - 4,3 3,22 Dopo queste cose venne Gesù e i suoi discepoli nella terra di Giudea e là si trattenne con loro e battezzava. Ora anche Giovanni stava a battezzare in Ennon vicino a Salim, poiché c’erano là molte acque, e venivano ed erano battezzati. Giovanni infatti non era ancora stato gettato in carcere. Ci fu dunque una disputa da parte dei discepoli di Giovanni con un giudeo circa la purificazione. E vennero da Giovanni e dissero a lui: Rabbì, colui che era con te al di là del Giordano, al quale hai reso testimonianza, ecco che egli battezza e tutti vengono a lui. Rispose Giovanni e disse: Non può un uomo ricevere neppure una cosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi rendete testimonianza che dissi: Non sono io il Cristo, ma sono stato inviato davanti a lui. Chi ha la sposa è lo Sposo; ma l’amico dello Sposo, che sta e lo ascolta, gioisce di gioia per la voce dello Sposo. Questa mia gioia è quindi piena. Lui bisogna che cresca, io invece che diminuisca. Chi viene dall’alto è sopra tutti; chi è dalla terra, è dalla terra e parla dalla terra. Chi viene dall’alto [è sopra tutti:]
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ciò che ha visto e udito, questo testimonia, e la sua testimonianza nessuno accoglie. Chi ha accolto la sua testimonianza confermò che Dio è veritiero. Chi infatti Dio inviò, parla le parole di Dio, poiché non a misura dà lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e ha dato tutte le cose nella sua mano. Chi crede nel Figlio ha vita eterna; ma chi non obbedisce al Figlio non vedrà vita, ma l’ira di Dio dimora su di lui. Quando Gesù seppe che i farisei avevano udito che Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni – sebbene Gesù stesso non battezzasse, bensì i suoi discepoli –, lasciò la Giudea e partì di nuovo per la Galilea. Messaggio nel contesto

“Il Padre ama il Figlio. Chi crede nel Figlio ha vita eterna”, dice Giovanni il battezzatore, facendo eco alle parole che Gesù ha appena proclamato. Il testimone della luce ne accoglie la testimonianza e compie la professione di fede, rimasta in sospeso nel racconto precedente. Gesù, il Figlio, è venuto a rivelarci l’amore del Padre. L’oggetto della fede cristiana non è una dottrina, una morale o un’ascesi: è l’amore, l’amore incredibile di Dio per noi, sorgente della nostra vita. L’amore è il pane di cui vive l’uomo ed è sempre oggetto di fede. Chi non crede di essere amato, ha la morte nel cuore. Questo amore è colto non da Nicodemo, maestro della legge, ma da Giovanni, ultimo dei profeti. La porta d’ingresso nel mistero del Figlio non è la sola legge, ma la legge insieme alla profezia. La figura di Giovanni campeggia nel testo. Però il vero protagonista è Gesù, che sta sullo sfondo. Di lui infatti si parla: il profeta ne è la voce. I discepoli di Giovanni sono infastiditi del grande successo di Gesù, che eclissa il loro maestro. Questi invece ne gioisce, vedendo il compimento delle sue attese. Il profeta sa che l’invidia, motore dell’agire umano (cf. Qo 4,4), è principio di morte (cf. Sap 2,24). Il testo è un confronto tra Gesù e il suo precursore: sono inseparabili l’uno dall’altro, appunto come la Parola dalla sua voce. Anche i rispettivi battesimi, pur diversi, uno nell’acqua e l’altro nello Spirito (1,31-33), sono in relazione. Quello di Giovanni infatti è finalizzato a far riconoscere Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,31.29), anzi il Figlio di Dio (1,34), dimora dello Spirito (1,32), che dona senza misura (v. 34). Nicodemo, fariseo zelante della legge e capo dei giudei, per accogliere Gesù deve passare attraverso la testimonianza di Giovanni: è il profeta, che apre le cose “terrestri” ad accogliere quelle “celesti” (v.12). Alleanza, tempio e legge non portano a Dio senza la parola profetica che ne dice il significato. Senza profezia ogni istituzione, anche la più santa, compresi i sacramenti cristiani, diventa un feticcio: l’alleanza rimane senza vino, il tempio senza Dio, la legge senza Spirito. Da “segni terrestri”,
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che rimandano a Dio, diventano fine a se stessi, segni che non significano più nulla. Tutto ciò che è, è dono di Dio; Dio compreso. Ma ogni dono può diventare un idolo, anche Dio stesso. Il profeta, portatore della Parola che di sua natura rimanda all’altro, coglie questo peccato, che stravolge in male ogni bene. È sempre critico verso le istituzioni; ma non per distruggerle, bensì per riportarle al senso originario. Non è quindi un semplice contestatore, perché le accetta. Ma neanche un conservatore, perché ne denuncia le deviazioni; e neppure un moralista, perché annuncia un’alleanza nuova e un cuore nuovo, capace di vivere secondo lo Spirito di Dio. I profeti, di cui Giovanni accoglie l’eredità, impediscono che le istituzioni si divinizzino, prendendo il posto di Dio. È facile sostituire Dio con le proprie sensazioni, azioni e istituzioni, con i propri doveri o piaceri! Giovanni, dice Gesù in Mt 11,11-14, è il più grande tra i nati da donna, punto d’arrivo della legge e dei profeti, l’Elia redivivo che deve venire per predisporre il popolo ad accogliere il Signore che viene (cf. Ml 3,23s). La sua grandezza è la sua autoinsufficienza: “troppo grande per bastare a se stesso”, è l’uomo che accoglie il dono per cui è fatto, terra aperta al cielo, finito schiuso all’infinito. Giovanni riconosce in Gesù la Parola che dà senso alla voce; vede in lui la sua altra parte, lo Sposo desiderato, e ne gioisce. Sa che in lui, il Figlio amato dal Padre, gli è donata quella felicità che il Dio fedele e veritiero ha promesso. Egli è il prototipo non solo del discepolo, ma anche di ogni uomo che giunge a quella pienezza di cui è insaziabile appetito. Né alleanza né tempio né legge né alcun’altra delle istituzioni più divine della terra può sostituirsi a Dio e dare vita all’uomo. Giovanni è testimone di un’incompiutezza radicale: tutto l’universo, mediante l’uomo creato al sesto giorno, aspira al compimento del settimo giorno e invoca la luce della propria vita; ma nessuna istituzione aiuta a raggiungerla, se non ascolta questa “voce”, che è nel cuore di ogni uomo e lo porta al di là di ogni creatura. Il battesimo di Giovanni, anche se viene prima, è presentato come contemporaneo a quello di Gesù. Il che significa che non solo i primi discepoli, ma anche noi oggi, dobbiamo passare da Giovanni per arrivare a Gesù: giungiamo alle cose del cielo attraverso quelle della terra, incontriamo Dio mediante ciò che è veramente umano. Il testo ha una struttura simile al precedente. Un racconto ( vv. 22-26a) dà inizio ad un dialogo (vv. 26b-30) che sfocia subito in un monologo (vv. 31-36), dove Giovanni fa sue le parole con le quali Gesù si è rivelato a Nicodemo (vv. 3-21): è davvero la voce che fa risuonare la Parola. Il battesimo di Gesù, posto all’inizio e alla fine ( 3,22s; 4,1s ), è il tema dominante: nascere dall’alto non è altro che accogliere, come Giovanni, la rivelazione di sé che Gesù ha fatto a Nicodemo. Gesù è lo Sposo, colui che viene dal cielo, il testimone del Padre, il Figlio unigenito in cui Dio mostra la verità di ogni sua promessa. Aderire a lui è la vita eterna. Questa è la professione di fede cristiana. Nicodemo, maestro della legge, sarà in grado di farla ascoltando Giovanni, il profeta. La Chiesa, seguendo le indicazioni del profeta, fa propria la testimonianza di Gesù e aderisce a lui come Figlio amato dal Padre. Questo è il “battesimo”, che la apre al dono dello Spirito e la fa nascere dall’alto come sua sposa. 2. Lettura del testo

3, 22: Dopo queste cose. L’evangelista vuol mettere in connessione la scena di Nicodemo con quella di Giovanni. Dopo il confronto con la legge, ora viene quello con la profezia. A Nicodemo, venuto di notte, Gesù offre di venire alla luce. La sua proposta trova risposta in Giovanni, il profeta che predica la conversione e attende lo Sposo. Il battesimo nell’acqua l’ha disposto a quello nello Spirito. venne Gesù. È la luce che viene nelle tenebre (cf. 1,6.9), la Parola che viene nella sua proprietà (1,11): prima a Gerusalemme, ora nel territorio della Giudea. e battezzava. Si dice che Gesù battezzava. Si specificherà poi che sono i discepoli a battezzare (cf. 4,2). Il testo vuol raffrontare il battesimo di Giovanni con quello di Gesù, mostrandone la continuità e la differenza. Contemporaneamente mostra, in Giovanni stesso, come si rinasce dall’alto attraverso la fede che fa aderire al Figlio amato dal Padre. v. 23: Giovanni stava a battezzare, ecc. Ora non è più al di là del Giordano (1,28), bensì ad Ennon (= le fonti), dove, tra “molte acque”, si entra nella terra promessa. Anche con la presenza di
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Gesù, Giovanni continua a battezzare. Il suo battesimo non è superfluo; rappresenta le disposizioni permanenti all’incontro col Signore: è finalizzato a manifestare l’agnello di Dio, il Figlio di Dio (1,31.34). Non è compiuto in sé, ma è attesa d’altro, dell’Altro. Il rito, come ogni istituzione, senza il profeta che lo apre al suo significato, resta sterile e morto: non fa nascere dall’alto. Dove il profeta battezza ci sono “molte acque”. Le idrie della purificazione invece erano e resteranno in sé sempre vuote. È la Parola che le riempie (cf. 2,6s). v. 24: Giovanni non era ancora stato gettato in carcere. Lo sarà presto, anticipando la sorte di colui che ha testimoniato (cf. Mc 6,17-29p). v. 25: ci fu dunque una disputa, ecc. La disputa parte dai discepoli di Giovanni con un “giudeo”. Altri codici hanno “giudei”. circa la purificazione. La discussione riguarda “le purificazioni” in generale. Si tratta di riti per la purificazione dai peccati. Ma il battesimo di Giovanni non è semplice rito di purificazione: è anche conversione e attesa dello Spirito. Quello di Gesù, invece, sarà il dono stesso dello Spirito. C’è quindi continuità, ma anche differenza di significati nello stesso gesto. I vari riti, comuni a tutte le religioni – come pure l’ascesi, le tecniche e gli sforzi umani per nascere dall’alto – non servono a conquistare il cielo. Sono necessari ma insufficienti: esprimono il desiderio, ma non sono in grado di realizzarlo. Giovanni, il sapiente e profeta, lo sa: è conscio del suo limite e sa che il rito è segno di un desiderio, che si compie solo quando l’Altro gli viene incontro. C’è una religiosità naturale, comune a tutte le culture, che è positiva solo nella misura in cui non si chiude in se stessa e resta aperta al dono di Dio. Diversamente si perverte in magia. v. 26: vennero da Giovanni, ecc. Solo Giovanni, il profeta, dice il vero senso delle istituzioni e dei riti. Mediante la sua parola le cose terrestri, invece di diventare idoli, rimandano a quelle celesti. Senza di lui la pratica religiosa si riduce a formalismo, senza relazione con Dio; diventa somma empietà. ecco che egli battezza. Giovanni aveva detto di lui: “Ecco l’agnello di Dio” (1,29). I suoi discepoli non hanno capito il significato del suo battesimo e considerano quello di Gesù una sleale concorrenza. tutti vengono a lui. All’inizio solo due, Andrea e un altro, hanno colto l’indicazione di Giovanni (1,35ss); ora “tutti”. “Venire a lui” significa credere in lui, il Figlio di Dio, e ottenere la vita eterna. v. 27: non può un uomo, ecc. Per prima cosa Giovanni riconosce che “venire a Gesù” è dono del cielo (cf. 6,37-39), che fa “nascere dall’alto”. Su di lui infatti si è aperto il cielo ed è sceso lo Spirito che dimora su di lui (1,32). v. 28: voi mi rendete testimonianza, ecc. Giovanni, i discepoli lo sanno bene, non è il Cristo (1,20-25), ma è stato inviato davanti a lui (1,23.29), testimone della luce, voce della Parola. v. 29: chi ha la sposa, è lo Sposo. Gesù non è solo il mediatore della nuova alleanza con Dio, come Mosè lo fu dell’antica. È lo Sposo, Dio stesso: “Il tuo sposo sarà il tuo creatore” (cf. Is 54,5). Il titolo di sposo, applicato solo a Dio, si applica ora a Gesù (cf. 2Cor 11,2; Mt 22,2s; 25,1; Ef 5,25-33; Ap 19,7; 21,2). l’amico dello Sposo. Giovanni è l’amico, che prepara la sposa per l’incontro con lo Sposo. È infatti il profeta: grazie alla sua parola critica, il tempio, la legge e il rito non si chiudono in se stessi, ma rimandano a Dio. sta e ascolta, gioisce di gioia, ecc. La promessa si compie nell’arrivo dello Sposo. Il profeta gioisce all’udire la sua voce, come Abramo che vide il suo giorno e gioì (8,56). Invece di rattristarsi per il successo di Gesù, Giovanni esulta, come al suo primo incontro con lui (cf. Lc 1,41). Vede compiuta la propria missione di profeta: mediare l’incontro con lo Sposo. v. 30: lui bisogna che cresca. “Bisogna” che Gesù cresca, sino a quando sarà “innalzato” (3,14). Allora attirerà tutti a sé (12,32) e si compirà in lui la benedizione fatta ad Adamo: “Crescete e moltiplicatevi” (Gen 1,28). io invece che diminuisca. Il suo diminuire non è lo scomparire, bensì il realizzarsi della sua missione. È necessario diminuire e farsi piccoli per lasciar posto a colui che viene. v. 31: chi viene dall’alto, ecc. Giovanni, da qui al v. 36, fa propria la testimonianza di Gesù davanti a Nicodemo. chi è dalla terra, ecc. Mosè e i profeti sono terra (v. 12). Da loro viene la legge (1,17) e la testimonianza della luce (1,6-9). Ma non sono la vita né la luce. Ciò che è generato dalla carne è carne
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(v. 6). Da Gesù invece riceviamo grazia su grazia (1,16), perché egli è la luce e la vita: da lui riceviamo il dono dello Spirito, che ci genera dall’alto e ci fa diventare figli di Dio. La terra non può salire al cielo, ma può attenderlo e accoglierlo, perché scende dall’alto. v. 32: ciò che ha visto e udito. Il Figlio unigenito, Parola da sempre rivolta al Padre, ora è rivolta anche verso di noi e ci testimonia ciò che nessuno mai ha visto (1,18). Lui infatti parla di ciò che sa bene (v. 11). la sua testimonianza nessuno accoglie. Se i suoi discepoli si lamentano che “tutti” vanno da Gesù (v. 26), Giovanni si lamenta che “nessuno” lo accolga. Invece di contristarsi per il suo successo, si contrista perché è scarso. v. 33: chi ha accolto la sua testimonianza. I termini “testimonianza” “dare/accogliere”, “sigillare” (confermare), “fedeltà” (essere veritieri), richiamano l’alleanza. Accogliere la testimonianza di Gesù è sigillare l’alleanza con Dio, confermando che lui è veritiero e mantiene la sua promessa. In lui infatti riceviamo il cuore nuovo, perché egli ci dà lo Spirito senza misura. v. 34: chi Dio inviò, ecc. L’inviato di Dio non è più solo un mediatore dell’alleanza: è l’alleato stesso, il Figlio unigenito, la Parola che esprime Dio, Dio stesso che si unisce al suo popolo. poiché non a misura dà lo Spirito. L’alleanza non è più stipulata con lettere incise su pietra, ma con lo Spirito del Dio vivente (2Cor 3,3), effuso nei nostri cuori (Rm 5,5b). Lo Spirito del Figlio dimora in chiunque dimora nel Figlio. v. 35: il Padre ama il Figlio, ecc. (cf. 5,20). Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito (v. 16), aveva detto Gesù a Nicodemo. Giovanni riconosce in lui, che porta l’amore del Padre ai fratelli, il Figlio amato dal Padre (cf. 10,17). “Il padre ama il figlio” è l’affermazione più ovvia che ci sia; ma è anche la più dimenticata e la meno scontata, sin dall’inizio! ha dato tutte le cose nella sua mano. “Mano” significa potere: tutto è nella mano sua come in quella del Padre (cf. 10,28.29; 10,17; 13,3; 17,2). Il Figlio riceve in dono ciò che il Padre è e dà: il Padre tutto si dona nell’amore, il Figlio tutto accoglie nello stesso amore. v. 36: chi crede nel Figlio. Credere nel Figlio è aderire a Gesù, dimorare in lui come lui in noi (“essere in Cristo”, direbbe Paolo) e portare i frutti del suo stesso amore (15,5). ha vita eterna. Essere in lui è vivere del suo amore reciproco con il Padre, che è la vita di Dio. Nel Figlio non solo siamo chiamati figli, ma lo siamo realmente (1Gv 3,1). chi non obbedisce al Figlio, ecc. L’ascolto della sua parola fa dimorare lui in noi e noi in lui. Chi non lo ascolta, si esclude da lui, sua vita. La nostra decisione pro o contro Gesù, il Figlio, è “il giudizio”, che noi stessi facciamo su di noi: è accettare o rifiutare la nostra identità di figli, la nostra realtà di uomini. l’ira di Dio dimora su di lui. Se uno non ascolta il Figlio, in lui non dimora il suo Spirito: dimora la rabbia di chi è privo della vita che pure desidera e gli spetta. Questa vita non è oggetto di rapina, come tentò di fare Adamo: è il dono di essere figli, che il Padre ci dà nel Figlio. In questo monologo del Battista prende “voce” la Parola, espressa nel monologo di Gesù davanti a Nicodemo. È la prima professione di fede piena in Gesù. Giovanni diventa per noi non solo testimone della luce, ma anche del modo di accoglierla, per diventare noi stessi luce. 4,1: quando Gesù seppe, ecc. Alcuni manoscritti dicono: “Quando il Signore seppe”. I farisei cominciano a preoccuparsi del successo di Gesù. Lo avvertono come una minaccia. Se Giovanni relativizza la legge, aprendola al dono dello Spirito, Gesù va ben oltre: dona senza misura quello Spirito che la legge non dà e che pure, secondo i profeti, richiede. Non basta l’osservanza della legge e delle pratiche religiose per essere generati dall’alto. Solo la legge di libertà (cf. Gc 2,12), che è l’amore del Figlio, ci fa diventare figli di Dio. v. 2: sebbene Gesù stesso non battezzasse. Dopo aver ripetuto che Gesù battezza (3,22.26), ora si specifica che non lui, bensì i suoi discepoli battezzano. Il loro battesimo infatti è lo stesso del Figlio, che ci immerge nell’amore del Padre e ci genera figli. v. 3: lasciò la Giudea, ecc. Dopo la puntata in Giudea, a Gerusalemme e nel tempio, cuore delle istituzioni di Israele, ora lo Sposo torna in Galilea, dove aveva dato principio ai suoi segni (cf. 2,1ss). Passerà attraverso la Samaria, dando anche ai samaritani la salvezza che viene dai giudei (cf. 4,22), e approderà a Cana, dove aveva inaugurato le nozze con i giudei. Lì darà la vita al figlio di un pagano (cf. 4,46ss).
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3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le rive del Giordano, ricco d’acqua, dove si battezza. c. Chiedo ciò che voglio: conoscere l’amore del Padre per il Figlio e unirmi al Figlio per vivere del suo stesso amore. d. Contemplo le persone: chi sono, cosa fanno, cosa dicono. Da notare: • la disputa dei discepoli di Giovanni con il giudeo sulle purificazioni • il dispiacere dei discepoli di Giovanni perché tutti vengono da Gesù • la risposta di Giovanni e la sua gioia per la voce dello Sposo • confrontare il monologo di Giovanni con quello di Gesù (vv. 13-21 e vv. 31-36). 4. Testi utili Sal 45; Os 2,21-25; Is 61,10-62,12; Mt 11,2-5.

8. SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO 4,4 - 42 4,4 5 6 Ora bisognava che lui passasse attraverso la Samaria. Viene dunque in una città della Samaria detta Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe. Ora c’era lì la fonte di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva così sulla fonte; era circa l’ora sesta. Viene una donna della Samaria ad attingere acqua. Dice a lei Gesù: Dammi da bere! I suoi discepoli infatti erano andati in città per comperare cibi. Dice dunque a lui la donna samaritana: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna, samaritana? I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani. Rispose Gesù e le disse: Se conoscessi il dono di Dio e chi è colui che dice a te: Dammi da bere, tu avresti chiesto a lui
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e ti avrebbe dato acqua vivente. Gli dice [la donna]: Signore, non hai con che attingere e il pozzo è profondo. Da dove hai tu dunque l’acqua vivente? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo ed egli stesso ne bevve e i suoi figli e i suoi armenti? Rispose Gesù e le disse: Chiunque beve da quest’acqua avrà sete di nuovo. Chi invece beve dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno; anzi l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua zampillante in vita eterna. Gli dice la donna: Signore, dammi quest’acqua, affinché non abbia sete e non venga qui ad attingere. Le dice: Va’, chiama tuo marito e vieni qui. Rispose la donna e disse: Non ho marito. Le dice Gesù: Bene dicesti: Non ho marito. Cinque mariti infatti avesti e chi hai adesso non è tuo marito. Questa cosa vera hai detto. Gli dice la donna: Signore, vedo che sei profeta, tu! I nostri padri su questo monte adorarono e voi dite che in Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare. Le dice Gesù: Credi a me, donna, viene l’ora quando né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete,
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noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza è dai giudei. Ma viene l’ora, ed è adesso, quando i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità. E infatti il Padre questi suoi adoratori cerca. Spirito è Dio, e i suoi adoratori in Spirito e verità bisogna che adorino. Gli dice la donna: So che viene il Messia, chiamato Cristo: quando lui verrà ci annuncerà ogni cosa. Le dice Gesù: Io-Sono, che parlo a te! E in questo momento arrivarono i suoi discepoli. E si meravigliavano che parlasse con una donna; nessuno tuttavia disse: Che cerchi, o: Che dici con lei? Lasciò dunque la sua idria la donna e andò nella città e dice agli uomini: Venite, ecco un uomo che mi ha detto tutte le cose che ho fatto. Che non sia lui il Cristo? Uscirono dalla città e venivano a lui. Nel frattempo lo pregavano i suoi discepoli dicendo: Rabbì, mangia! Ora egli disse loro: Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete. Dicevano dunque i discepoli gli uni agli altri: Che qualcuno gli abbia portato da mangiare? Dice loro Gesù: Mio cibo è fare la volontà di chi mi ha inviato e compiere l’opera sua. Non dite voi: Ancora quattro mesi e viene la mietitura? Ecco, vi dico,
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alzate i vostri occhi e contemplate i campi, poiché sono bianchi per la mietitura. Già / chi miete riceve la ricompensa e raccoglie frutto in vita eterna, cosicché chi semina gioisce con chi miete. In questo infatti è vera la parola: uno è chi semina e un altro chi miete. Io vi ho inviati a mietere ciò che voi non avete faticato: altri hanno faticato e voi nella loro fatica siete entrati. Ora da quella città molti dei samaritani credettero in lui per la parola della donna che testimoniò: Mi ha detto tutte le cose che ho fatto. Quando dunque vennero da lui i samaritani lo pregavano di dimorare presso di loro; e dimorò lì due giorni. E molti di più credettero per la sua parola. Ora dicevano alla donna: Non più per il tuo parlare crediamo; noi stessi infatti abbiamo udito e sappiamo che costui è veramente il salvatore del mondo. Messaggio nel contesto

1.

“Se conoscessi il dono di Dio” , dice Gesù alla Samaritana. Le chiede: “Dammi da bere” perché lei stessa gli chieda: “Dammi quest’acqua”. Si tratta dell’acqua viva: l’amore del Padre e del Figlio, che Gesù ha sete di donare a ogni sorella e fratello. Dopo l’incontro nella notte con l’uomo della legge e quello senza luogo né tempo – eterno come la promessa – con il profeta, c’è l’incontro meridiano con la donna di Samaria. Non è solo una versione al femminile del medesimo cammino di fede. Se Nicodemo e Giovanni rappresentano l’itinerario di Israele, tipicamente religioso, la donna rappresenta quello più universale, che parte dalla “sete” comune a tutti e dall’“acqua” che la appaga. Anche chi conosce la legge e la profezia approda a Dio solo attraverso la sete dei suoi desideri più profondi. Dopo il prologo, dove si fa l’elogio della Parola (I,1-18), protagonista di fondo del racconto evangelico è l’acqua, origine della vita. Ma c’è acqua e acqua, come c’è vita e vita. C’è infatti un’acqua stagnante, morta, e un’altra mossa dal respiro dell’amore, che zampilla in vita eterna. Nel c.1 c’è l’acqua del battesimo di Giovanni e quella del battesimo di Gesù, nello Spirito; nel c. 2 si parla dell’acqua delle purificazioni e del vino bello; nel c. 3 c’è la nascita dall’acqua e quella dallo Spirito; ora, al c. 4, vediamo
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Gesù e la donna che parlano di sete e di acqua; nel c. 5, alla piscina di Bethzathà, abbiamo la guarigione di uno della moltitudine di “essiccati”, in attesa dell’acqua prodigiosa, che tornerà in scena al c. 7, dopo il dono del pane. Insieme all’acqua si parla anche di aria e di fuoco, di spirito e di luce. Cos’è l’uomo se non terra, impastata di acqua e vivificata dal soffio di Dio, che l’ha voluto simile a sé, partecipe della sua gioia? Qual è la sete dell’uomo, se non la felicità e la pienezza di essere con colui del quale è l’altra parte? L’incontro tra Gesù e la donna avviene nella solitudine. Che Gesù le parli, suscita meraviglia a lei stessa, oltre che ai discepoli (cf. vv. 9.27). Un maestro non parlava con una donna per strada; anche a sua moglie si rivolgeva solo nell’intimità della casa. Al pozzo si va nelle ore fresche dell’alba e del tramonto. Perché questa donna viene a mezzogiorno, quando è sicura di non incontrare altre donne? Che acqua desidera nell’ora del caldo e della sete? La domanda che Gesù le rivolge pare strana alla Samaritana. Suona come l’avance di uno che vuole abbordarla. Ha capito bene. È proprio l’inizio di un corteggiamento. Ai bordi del pozzo il padre Giacobbe aveva corteggiato Rachele (Gen 29,9ss; cf. Gen 24) e Mosè le sette figlie di Reuel, per sposarsi Zippora (Es 2,10-22). Ma Gesù, a differenza da loro, non esibisce forza e coraggio. Stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la propria debolezza. Ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere. Anche qui, come e più che altrove, ogni parola, quando non è allusione nascosta, è equivoco palese. I fraintendimenti sono fondamentali per intendersi. Aprono infatti l’orizzonte al diverso: se si è disposti alla novità, i fra-in-tendimenti sono il principio dell’in-tendimento-fra le persone. Non bisogna quindi averne paura: anche se possono provocare chiusura, in difesa o attacco, sono in realtà luogo fecondo di intelligenza, di amore, di vita. Il testo inizia con un gioco di equivoci sull’acqua (vv. 7ss). Oltre il pozzo con l’acqua materiale, c’è quello della legge, la cui acqua è la parola di vita. Ma c’è anche quel pozzo profondo che è la donna e il suo cuore, che, a sua volta, rimanda a un mistero ancor più abissale, da cui scaturisce ogni esistenza. Così, oltre l’acqua che soddisfa la sete fisica, c’è un’altra che la donna, pur avendo avuto sei uomini, ancora non ha trovato. È l’acqua della quale pure Gesù ha sete: l’amore tra Sposo e sposa. Gli equivoci, dopo l’acqua, riguardano appunto i mariti e il marito (vv. 16ss); si trasferiscono in seguito sui vari luoghi e modi di adorare Dio (vv. 20ss), per raggiungere infine il cibo, la messe e il raccolto (vv.27ss). Acqua e pane, amore e Dio sono i bisogni fondamentali, luogo primo di fraintendimento e di intesa tra gli uomini. I vari temi sono intimamente connessi tra di loro, con un susseguirsi di immagini che si richiamano, in un ordine preciso dove quella che segue sviluppa quella che precede. Ogni equivoco sfocia in un’ulteriore comprensione dell’uomo Gesù, riconosciuto prima come colui che dà l’acqua viva (v. 15), poi come un profeta (v. 19), in seguito come il Messia e Io-Sono (v. 26) e, infine, come salvatore del mondo (v. 42). La scena è un incontro tra uomo e donna: stanno di fronte due desideri, ognuno dei quali è sete dell’altro e acqua per l’altro. Il tema iniziale, sviluppato poi con variazioni e richiami, è quello dell’acqua, simbolo primordiale materno, che dà la vita. Ma la vita è l’amore con il quale il Figlio è amato dal Padre e ama i fratelli. Come la donna non conosce quest’acqua, così i discepoli ignorano il pane di cui egli vive. Come detto, questa donna non è solo la versione “femminile” dell’approdo a Dio: è piuttosto il modello di ogni esperienza di fede, come incontro personale d’amore con l’Altro. La salvezza del mondo, che viene dai giudei, passa attraverso la legge e i profeti, ma, ancor più profondamente e universalmente, attraverso la sete e l’acqua, il desiderio di vita piena, comune a ogni uomo. Le figure e i simboli che entrano in gioco sono suggestivi e di per sé eloquenti: la sete e l’acqua, l’uomo e la donna, lo sposo e i vari mariti, il tempio in Spirito e verità e i vari templi, il cibo e la volontà di Dio, la fatica della semina e la gioia del raccolto. Sono realtà fondamentali che ognuno conosce e sulle quali ci si fraintende. Ognuno infatti ne ha un’esperienza limitata e propria, diversa da quella dell’altro. La parola, che ci rende simili a Dio, è sempre un po’ equivoca: con essa l’uomo dà alla realtà vari significati e li comunica all’altro. Se offro una rosa rossa a una capra, essa inequivocabilmente la mangia, senza dire alcuna parola che significhi qualcosa. Per noi invece, se non siamo ridotti a puri consumatori di cose e sensazioni, la questione è ben diversa. Un botanico classifica la rosa, un giardiniere la coltiva, un fiorista la vende… e un innamorato la dona alla sua donna. La quale, a sua volta, non la mangia né la
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classifica né la coltiva né la vende: ne gioisce come segno di ciò che dà luce alla sua esistenza. Quante diverse reazioni, e poesie, può ispirare la stessa rosa! Il racconto è una storia d’amore, un dialogo nel quale Gesù vuol portare la donna a conoscere il suo dono. Lo Sposo è in viaggio: viene da lontano, in cerca della sposa. Questa finalmente, che l’aveva abbandonato al crepuscolo del primo giorno, lo ritrova a mezzogiorno, all’ora sesta, l’“ora” quando tutto è compiuto (cf. 19,30). Dopo essersi rivelato a Nicodemo ed essere stato accolto da Giovanni, il Figlio parte dalla Giudea: suo cibo è fare la volontà del Padre, che ama il mondo e l’ha inviato per salvarlo. Per questo continua la sua opera, donando a tutti l’acqua viva che viene dai giudei – abbondante come quella che scorre dove Giovanni l’ha riconosciuto come Figlio amato. Dalla Giudea l’acqua viva, che genera dall’alto e disseta tutti, passa ora sui monti della Samaria, infedele e idolatra, per raggiungere poi, a Cana di Galilea, un pagano (cf. vv. 43ss). L’alleanza nuova, il tempio nuovo e la legge nuova, di cui si è parlato nei capitoli precedenti, trovano il loro compimento nel dono del Figlio. Il racconto è un dialogo tra la Parola e l’ascoltatore, raffigurato dalla donna. Questa ha cambiato vari mariti, ma non ha ancora incontrato lo Sposo, di cui pure ha sete. E lo Sposo, sorgente d’acqua viva, la incontra al pozzo. Numerose sono le allusioni all’AT. In primo piano sta il profeta Osea, il quale dice che il Signore attirerà e condurrà nel deserto la sua sposa infedele, parlerà al suo cuore e le restituirà il canto della sua giovinezza. Allora essa lo chiamerà: “Mio Sposo” e dimenticherà il nome degli idoli ai quali si è prostituita. In quel tempo il Signore concluderà un’alleanza universale, come quella con Noè: lei conoscerà il Signore e la sua terra darà abbondanza di vino, olio e grano. La non-amata sarà finalmente amata; il “non-mio-popolo” sarà chiamato dal Signore: “popolo mio” e gli risponderà: “mio Dio”. Così profetava Osea, in Samaria (cf. Os 2,16-25). Il racconto è un cammino graduale che culmina nel riconoscimento del salvatore del mondo. Si apre con Gesù, solo nell’ora sesta, affaticato dal viaggio e assetato, seduto sulla fonte. L’ora, la fatica, la sete e il luogo richiamano la sua passione, quando dal suo fianco aperto sgorgherà sangue ed acqua ( vv. 4-6). La donna viene al pozzo e Gesù inizia il dialogo con lei: la sua sete è dissetata quando la donna ha sete di quell’acqua che lui ha sete di dare ( vv. 7-15). Quando essa si apre al dono, inizia il discorso sui vari mariti che la donna ha avuto e non l'hanno dissetata; anche quello che ha ora, mentre viene al pozzo, non è suo sposo. Le parole di Gesù sono un garbato accenno alle sue delusioni amorose. L’intento non è denunciare, ma evidenziare una sete che niente può soddisfare, se non il dono che Gesù vuol farle ( vv. 16-18). La donna allora lo riconosce profeta e gli chiede come incontrare Dio, lo Sposo: dove lo si adora? Gesù le annuncia che è giunta l'ora, ed è "adesso”, in cui il Messia è presente – è lui stesso che le parla! – e inizia con lui il nuovo culto del Padre, in Spirito e verità ( vv. 19-26). La donna, ricevuta la rivelazione di Gesù, abbandona pozzo e brocca, per correre in città ad annunciare la sua scoperta ( vv. 27-30). Nel frattempo giungono i discepoli che si erano assentati per comperare cibo; Gesù parla loro del suo cibo di Figlio, che è l’amore del Padre da portare ai fratelli. Ciò che sta succedendo, la messe abbondante di samaritani che accorrono a lui, è il frutto della sua missione ( vv. 31-38). Infatti le folle escono dalla città verso il pozzo e trovano il dono: attingono alla sorgente d’acqua viva e credono in lui, salvatore del mondo (vv. 39-42). Senza soluzione di continuità il dialogo passa dall’acqua, che è l’amore, allo Sposo, che è il Signore, al culto del Padre, che è in Spirito e verità, e infine al vero cibo, che è compiere la missione del Padre. Gesù è la sorgente d’acqua viva, lo Sposo che cerca la sposa infedele per darle il suo amore. In lui si compie il vero culto: l’amore verso il Padre, che alimenta quello verso i fratelli, senza distinzioni religiose, etniche o culturali. La Chiesa, come la donna di Samaria, trova in Gesù lo Sposo che la riscatta dai suoi fallimenti e le dona il suo Spirito di Figlio, per amare il Padre e i fratelli. 2. Lettura del testo v. 4: Bisognava che lui passasse attraverso la Samaria. Per sé non occorreva passare per la Samaria. Gesù poteva seguire la via normale della Transgiordania, evitando questa terra infedele.
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“Bisogna” ha nel vangelo un significato teologico molto denso, in riferimento al Figlio innalzato (cf. 3,14.30; 9,4; 10,16; 12,34; 20,9), luogo in cui “bisogna” adorare il Padre (cf. vv. 20.24). La Samaria fa parte dell’antico regno del Nord, eretico e scismatico. Si era separato ai tempi di Geroboamo, nel 930 a. C., ed era stato colonizzato dagli Assiri nel 722 a. C., evento che segnò l’inizio di una religione sincretistica. “Bisogna” che lo Sposo passi per la Samaria, per incontrare la sposa perduta: “bisogna” che il Figlio vada incontro ai suoi fratelli lontani, per riportarli all’unica famiglia del Padre. Il suo è un viaggio missionario. v. 5: viene dunque in una città, ecc. Sicar, probabile corruzione greca di Sichem, richiama l’inizio della storia della salvezza: è il primo pezzo di terra promessa che il padre Abramo incontrò; lì, presso la quercia di More, costruì un altare al Signore che gli aveva rinnovato le promesse (Gen 12,6s). Ma Sichem è soprattutto legata a Giacobbe. Qui si parla del podere che egli aveva acquistato dopo l’avventuroso incontro con Esaù (Gen 33,19), il fratello che voleva vendicarsi di lui per la beffa subita circa la primogenitura. Ne aveva poi fatto dono a Giuseppe (Gen 48,22), il figlio amato, salvatore dei fratelli. Il ricordo di Giacobbe, padre delle dodici tribù, è un richiamo alla storia comune, prima di ogni divisione. L’accenno a Giuseppe è suggestivo: “Spogliate Giuseppe e troverete Gesù”. La sua storia di figlio, odiato a morte dai fratelli, che ristabilisce la fraternità infranta, è anticipo di quella di Cristo. A Sichem, che richiama schekem, la spalla, parte prelibata dell’animale sacrificato, fu sepolto lo stesso Giuseppe (Gs 24,32) e fu rinnovata l’alleanza, con la scelta di non abbandonare il Signore per servire altri dei (Gs 24,1428). Proprio su questo podere c’è l’incontro tra lo Sposo e la sposa. Il pozzo, dove Gesù e la Samaritana si incontrano, è davvero profondo; profondo come una memoria antica, da cui zampilla la storia dei padri. v. 6: c’era lì la fonte. La fonte – si parlerà poi di pozzo – rende possibile la vita. È luogo di incontri e scontri, di desideri e contese, di amori e guerre. Dal pozzo scaturisce e cresce la vita, che l’acqua rende possibile: attorno ad esso nascono le abitazioni, passano le vie e sorgono le città. La parola “fonte” invece di “pozzo” può richiamare il miracolo attribuito da una leggenda rabbinica a Giacobbe, che fece traboccare l’acqua dai bordi del pozzo. Inoltre si narra che Israele, pellegrino nel deserto, trovò “un pozzo, circa il quale il Signore dice a Mosè: ‘Raduna il popolo e gli darò l’acqua’. Allora Israele cantò questo canto: ‘Sgorga, o pozzo; cantatelo! Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni’. Poi dal deserto andarono a Mattana” (Nm 21,16-18). La versione greca dei LXX invece di “deserto” legge: “pozzo”, e traduce “mattana” con “dono”. Gli Israeliti, possiamo dire, andarono dal pozzo al dono! Il Targum commenta che il pozzo sgorgava mentre Israele cantava; e seguiva il popolo, salendo con lui sulle montagne e scendendo nelle vallate, facendo il giro per l’accampamento e abbeverando tutti, offrendosi a ciascuno all’ingresso della sua tenda. Paolo, alludendo a questa tradizione, dice che gli Israeliti nel deserto “bevvero tutti la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1Cor 10,4). Il pozzo è simbolo della legge, dalla quale sgorga la sapienza di vita. Nei tempi messianici, da Sion sgorgheranno acque perenni (Zc 14,8), dal fianco del tempio uscirà un fiume immenso, le cui acque risaneranno il mar Morto e feconderanno di frutti perenni la terra (Ez 47,1-12). Se il “pozzo” è la legge data a Mosè, il “dono” è lo Spirito di Gesù, da cui riceviamo grazia su grazia (1,17). Nel dialogo tra Gesù e la Samaritana c’è il passaggio dal pozzo al dono, dalla legge al vangelo, dalla fatica alla gratuità di ciò che il Figlio offre ai fratelli. affaticato per il viaggio. È bella questa presentazione di Gesù come un uomo stanco e affaticato dal viaggio. “Bisogna” che il Figlio, inviato dal Padre, visiti i fratelli: in questa sua missione sperimenta fatica (cf. v. 38); una fatica mortale, che lo porterà ad “essere innalzato”. sedeva così sulla fonte. Ricorda Mosè al suo arrivo nel paese di Madian, mentre il faraone cercava di ucciderlo (Es 2,15). In 1,51 Gesù si identificò con la “scala di Giacobbe”; in 2,21 con il santuario. Ora diventa, per sovrimpressione, la fonte del podere di Giuseppe, da cui i fratelli attingono salvezza: è lui che può soddisfare ogni loro sete (cf. 7,37-39). Il fiume, che purifica e vivifica tutti, scaturirà dal suo fianco aperto (cf. 19,34).

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era circa l’ora sesta. È mezzogiorno, l’ora in cui sarà condannato a morte e inizierà l’ultima fatica del suo viaggio (19,14). Qui al pozzo, come a Cana di Galilea, è anticipata quell’ora in cui l’acqua diventa vino per le nozze (2,4). E quell’ora è “adesso” (v. 23), in cui si adora il Padre in Spirito e verità. v. 7: viene una donna dalla Samaria. Se Nicodemo venne di notte (3,2), questa donna viene nel cuore del giorno. Viene ad attingere acqua e troverà la sorgente d’acqua viva, che la farà nascere dall’alto e venire alla luce. Si dice che viene dalla Samaria, non dalla città di Sicar: è infatti simbolo di tutto il popolo samaritano. dice a lei Gesù: dammi da bere. Come Giacobbe al pozzo corteggia la futura sposa (Gen 29,210), così il Signore attira a sé e seduce la sposa che ancora non lo conosce (cf. Os 2,16). Le chiede un favore: ha sete di essere accolto. La donna può soddisfare il suo bisogno. Una volta accolto, lui stesso disseterà per sempre la sete di chi è venuto al pozzo. Lui è assetato di dissetarla: la disseta con la propria sete di lei e si disseta con la sua sete di lui. Dalla sua fatica e dalla sua sete all’ora sesta scaturirà l’acqua che ristora tutti (19,28.34). Andando al pozzo come la donna, anche noi troviamo lui, la sorgente che ha sete di dare acqua, l’amore che ha bisogno di amare e di essere amato. Chiedendo: “Dammi da bere”, mostra il suo bisogno, perché anche noi scopriamo il nostro e gli chiediamo: “Dammi quest’acqua”. Così passiamo dal “pozzo” al “dono”. L’inizio di tutto è l’umiltà del Signore, che da sempre chiede all’uomo di amarlo (Dt 6,4bss). Se lo amiamo, noi troviamo la nostra vita e lui è dissetato. Gesù, a differenza dei profeti, non esordisce denunciando gli errori; semplicemente mostra la sua sete. Inizia il suo approccio non partendo dai sensi di colpa o dalla paura della morte, su cui si imbastisce tanta religiosità oscura, ma dal desiderio solare di amore e vita, che lui ha e pure noi abbiamo, al di là delle nostre insoddisfazioni e fallimenti. v. 8: i suoi discepoli, ecc. I suoi discepoli sono assenti, per comprare cibo. Come c’è un’acqua che la donna non conosce, c’è un cibo che essi non conoscono (v. 32) e che sarà donato nel c. 6. Gesù rimane solo con la donna: è l’incontro tra due solitudini, due seti che si scoprono. v. 9: come mai tu, che sei giudeo, ecc. La donna, con stupore, gli fa osservare che lui è giudeo e lei samaritana. I giudei evitano i samaritani. Neanche si degnano di bere alla stessa brocca, per non contaminarsi. Inoltre gli fa notare che lei è donna. Come mai quest’uomo non esige, ma chiede un favore? Che intenzioni ha? Così pensa la donna, esperta di uomini. Il lettore, a sua volta, vede che l’atteggiamento di Gesù supera le convenzioni e si pone ad un livello profondo, pienamente umano: esprime il suo bisogno. Gli steccati ideologici tra la donna e Gesù saltano: si incontrano sulla sete, comune a tutti. Un dialogo, soprattutto religioso, è falsato in partenza e finisce male, se parte da altri presupposti. v. 10: se conoscessi il dono di Dio. Gesù provoca un salto di qualità nel dialogo. In Giovanni è frequente il binomio conoscere/non conoscere. Questa donna, come tutti, non conosce il dono di Dio. C’è un inganno a proposito della nostra sete: tutti vogliamo la felicità che viene dall’amore. Ma non è un salario da guadagnare, come fanno le persone religiose che attingono con fatica al pozzo della legge. L’acqua vivente di cui abbiamo sete è dono di Dio, Dio stesso che si dona: è l'amore del Padre, che tanto ama il mondo da donare suo Figlio (3,16), perché in lui ognuno diventi figlio. La nostra sete è appagata solo se conosciamo l’amore del Padre per noi: uno vive e ama nella misura in cui si sente accolto e amato. Questo è il dono al quale Gesù cerca di aprire il cuore della Samaritana, perché glielo chieda. Solo così può darglielo. chi è colui che, ecc. Chi le chiede da bere è colui per mezzo del quale tutto esiste (1,1-4). Chiede ospitalità per dissetare la sua sete di darci la sua stessa vita. Né il pozzo dà l’acqua vivente, né Mosè dà il pane del cielo, ma il Padre, che dona il Figlio (6,32). Per aprirci a questo dono è necessaria da parte sua una fatica ben maggiore di quella che fece il padre Giacobbe per rotolare via la pietra che copriva la bocca del grande pozzo dove incontrò Rachele (Gen 29,10). Sarà la fatica pasquale della sua debolezza: rotolare via la pietra del sepolcro, che ci separa dalla vita (20,1). v. 11: Signore, non hai con che attingere, ecc. Ci chiediamo talora se Dio sia all’altezza di rispondere alle nostre esigenze; talvolta pensiamo che altri lo sappiano fare meglio di lui. La donna conosce la fatica di attingere dal pozzo profondo. Si chiede da dove venga l’acqua che Gesù promette. Ignora ancora che ci sono acque diverse, come nascite diverse: una dal basso, dal pozzo, e una dall’alto, dal cielo. L’acqua è vita; ma ciò che è generato da carne, è carne, ciò che è generato dallo Spirito, è Spirito (3,6 ).
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v. 12: sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, ecc. La donna ha il sospetto che Gesù sia più grande del padre Giacobbe. Conosce il dono del pozzo, ma non ancora quello, ben più grande, di Dio come padre. Conosce l’acqua che bevvero i figli e gli armenti di Giacobbe, non quella che bevono i figli di Dio. v. 13: chiunque beve da quest’acqua, avrà sete di nuovo, ecc. “Quanti bevono di me avranno ancora sete”, dice la Sapienza (Sir 24,20). Se l’acqua materiale estingue momentaneamente la sete, quella della legge dà addirittura fame e sete inestinguibile: fame e sete di Dio. Solo l’incontro con lui sazia e dà vita, perché di fame e di sete si muore. C’è un desiderio dell’uomo che il mondo intero non può colmare. Anche il tutto, una volta raggiunto, per lui è ancora niente: “Tutto è vanità!”. La molla del desiderio infatti è un “di più” aperto all’infinito; senza di essa il desiderio si estingue e cessa di essere tale. Questo “di più” (in latino si dice magis) è la “maestà” (maiestas deriva da magis) dell’uomo, quel di più qualitativo, incolmabile da qualunque quantità, che fa la differenza tra il desiderio e l’istinto, tra la specie umana e quella animale. L’uomo è un “animale desiderante”. E Gesù è venuto a ravvivarne desideri più profondi, spenti dalle delusioni e dalle paure. v. 14: chi invece beve dell’acqua che io gli darò, ecc. Il grande desiderio dell’uomo è trovare la fonte che disseti la sua brama di vita. Vorrebbe possedere stabilmente questa sorgente di felicità e si illude che, usurpando il posto del Padre, possa disporre dell’origine della vita. Questo fece Adamo, questo fece Edipo, con il tragico risultato che conosciamo. L’unica possibilità di vivere è accettare di essere ciò che siamo e “conoscere il dono” del Padre: siamo suoi figli amati. È la nostra essenza! L’essere figli e l’essere amati non è qualcosa che si possa rubare, o pagare, o mendicare. È un dono: chi lo ruba lo nega, chi lo paga lo distrugge, chi lo mendica non lo trova. Abbiamo tutti una certa esperienza, anche se fugace, di questo dono: è quella luce interiore che talora s’accende e nessuno può spegnere, quella felicità che sgorga dal di dentro, quella sorgente d’amore che trabocca dal cuore. Il tesoro che cerco è già dentro di me. Perché il mio io più profondo è la mia finestra su Dio, dove lui è me più di me stesso. Quando sono lì, trovo una gioia che nessuno mi può dare o togliere: sono alla sorgente della luce e della vita. Dice una regola fondamentale per discernere ciò che si muove nel nostro cuore, che è “proprio di Dio dare gioia”, ed è “proprio e solo di Dio dare gioia senza causa”, senza alcun ragionamento o avvenimento che la produca. Quando sento tale gioia, è perché sono lì dove sempre dovrei essere. Questo luogo è il mio cuore stesso, dove l’amore rende presente l’amato in colui che ama. È qui che trovo ciò che cerco e adoro Dio in Spirito e verità (v. 23). Qui infatti “Io-Sono” sta di casa e anch’io sono me stesso. Altrove sono nell’ansia e nell’angoscia; non mi sento al mio posto. L’acqua che Gesù promette e dona è lo Spirito, sorgente d’acqua viva che scaturisce dal cuore di ogni uomo che conosce il Padre (cf. 7,37-39): è l’amore reciproco tra Padre e Figlio, la nostra comunione di vita con Dio. “O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente. Perché spendete il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna” (Is 55,1-3). A quanti hanno abbandonato lui, “sorgente d’acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono acqua ” (Ger 2,13), il Signore promette: “Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3). Oltre il pozzo della legge – ridotta per la nostra inosservanza a cisterna, vuota come le idrie di Cana e come quella della donna – i profeti hanno parlato di un’acqua viva e pura: lo Spirito di Dio che rinnova (Ez 36,25-27), un amore ed una tenerezza infinita che fa tornare fedele la sposa infedele (Is 54,1-10) e rende i suoi figli “teodidatti”, istruiti da Dio (Is 54,13). Non c’è più bisogno di attingere a un pozzo esterno: ognuno ha la fonte interna della conoscenza e dell’amore, che lo rende capace di amare come è amato. Questa è la vita eterna, che zampilla già ora. E l’ora è “adesso”, quando incontriamo il Figlio che ha sete di darci l’acqua vivente. Essa sgorgherà dalla ferita d’amore di colui che abbiamo trafitto (19,34.37). v. 15: dammi quest’acqua, ecc. (cf. 6,34). La donna finalmente riconosce la sua sete di quest’acqua e la chiede in dono. Il dono non può essere né prodotto né conquistato; può solo essere desiderato. Anzi, il desiderio stesso è il dono più grande che Dio ci abbia fatto: scava in noi una voragine in cui lui può riversarsi e che solo lui può colmare. La donna, con questa domanda, soddisfa finalmente la sete di Gesù, chiedendogli ciò che prima non conosceva e che pure nel profondo presagiva. Ha capito
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che il suo vero bisogno è Dio: “Di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua” (Sal 63,2). v. 16: va’, chiama tuo marito, ecc. Ora c’è un cambio di registro: il gioco di equivoci passa dall’acqua al marito. Il nuovo tema è uno sviluppo del precedente. Infatti se l’acqua è l’amore, lo sposo è colui che ama la donna e che la donna ama. Gesù vuol far scoprire alla donna chi è lo Sposo, il cui amore è l’acqua che disseta. Lo Sposo dell’uomo è Dio, in contrapposizione ai molti mariti nelle cui mani la donna è caduta (cf. Os 1,2; 3,1; 2Re 17,29-32). I profeti hanno evidenziato pittorescamente i tradimenti della sposa, a sua volta sempre tradita (cf. Ez 16). La legge, che ci comanda di amare il Signore con tutto il cuore (Dt 6,4ss), denuncia il nostro prostituirci ai vari amori. I profeti però, a differenza della legge che commina la morte, annunciano il perdono (cf. Is 54). Anche se i samaritani considerano sacri solo i primi cinque libri della Bibbia e trascurano quelli sapienziali e profetici, possono constatare, con la donna, che la loro sete è inappagata, che il loro desiderio di vita è insoddisfatto. v. 17: non ho marito. La donna si vergogna della sua situazione e dice una mezza verità. Nonostante i vari mariti, la sua sete è insoddisfatta; le manca lo Sposo, che soddisfi il suo desiderio di essere amata e di amare. bene dicesti, ecc. Infatti si è prostituita ai vari idoli. Gesù, prendendo la parte di verità della sua dichiarazione, glielo fa riconoscere. Però, a differenza dei profeti, non denuncia il suo errore; evidenzia invece positivamente l’insoddisfazione della sua sete. È vero: la donna, che viene con l’idria al pozzo, non conosce ancora la gioia dello Sposo, pur avendola cercata dappertutto. Mentre i profeti denunciano il male nascosto, l’ipocrisia – come fa anche Gesù con coloro che si ritengono giusti –, il Signore toglie quei sensi di colpa che bloccano chi si è fatto male, leggendo la sua frustrazione come sete insoddisfatta di amore. v. 18: cinque mariti avesti, ecc. Gesù, come profeta, le mette davanti i suoi amori precedenti, i cinque mariti che non l’hanno appagata. Anche quello che ora ha, mentre viene al pozzo, non è suo marito. La donna, secondo la legge, non aveva diritto di divorzio; era solo l’uomo che poteva ripudiare la sposa (cf. Dt 24,1-4). Quindi sono i vari mariti che l’hanno sedotta e abbandonata. Essa non è una prostituta: non è colpa sua se i suoi mariti, in cui aveva riposto fiducia, l’hanno tradita. È anzi segno della sua dignità il fatto che essi non l’abbiano appagata e che lei non rinunci, pur tra tante delusioni, a cercare l’acqua di cui ha sete. I vari mariti sono le varie realtà in cui ha creduto di trovare ciò che cercava. Il male non sta in esse, ma nel fatto di averle assolutizzate, facendone degli idoli. È proprio dell’idolo sedurre e deludere, promettere e non mantenere. Quali sono i vari idoli ai quali anche noi ci rivolgiamo per estinguere la nostra sete di felicità? Sono esattamente sei! È il numero dell’uomo, fatto al sesto giorno, termine della creazione, per raggiungere il settimo, che è Dio stesso. I primi due idoli corrispondono ai nostri bisogni animali: cibo e sesso, che diventano Cerere e Venere. Ciò che dovrebbe mantenere e trasmettere la vita, è diventato ciò a cui immoliamo la vita. Dopo questi due mariti, i due secondi sono i nostri bisogni più tipicamente umani: sapere e arte. Ma anche questi diventano Minerva e Marte. Infatti il nostro conoscere e agire sono finalizzati al dominio e scatenano una guerra generale, nella quale l’altro è il nemico, l’inferno. Ciò che Dio ci ha donato per vivere da uomini, è diventato causa di morte. Il quinto marito può essere la constatazione che i primi quattro – e il mondo intero che è sotto il loro dominio – non soddisfano: sono “vanità delle vanità”. Non resta che sposare il quinto marito: la disperazione, l’infelicità, il nulla. La nostra epoca, almeno là dove ci sono più cose che desideri, sembra l’era del quinto marito, più che dell’acquario. L’angoscia che proviamo conduce, spesso per vie traverse, al sesto marito: si cerca la vita nel pozzo di una qualche legge, per uscire da ciò che promette vita e dà morte. Ma nessuna legge è lo Sposo. Infatti Gesù dice alla donna che viene al pozzo: “Chi hai adesso non è tuo marito.”. Solo Dio è lo Sposo. Capacem Dei, quidquid Deo minus est non implebit: chi può contenere Dio, non può essere riempito da qualunque cosa che sia meno di Dio! La Samaritana è invitata a scoprire la fonte della vita che siede sopra il pozzo: sopra la legge c’è colui che dà la legge. La nostra vita è amare lui (cf. Dt 30,20s). Solo alla sua luce tutto il resto ha la propria luce. Finisce così il dramma dell’uomo, che cerca ovunque e non trova mai pace, sino a quando non incontra colui del quale è sete.
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questa cosa vera hai detto. La donna è approdata a riconoscere la realtà: non ha amore, non ha marito. Ha sete di altro rispetto a quanto ha cercato e trovato. Gesù le svela l’insoddisfazione del suo desiderio: questa è la sua verità profonda, che la apre a un salto di qualità nella sua ricerca dell’acqua di cui ha sete. v. 19: sei profeta. La donna lo riconosce profeta perché le rivela la sua verità. A differenza però dai profeti, Gesù ha dialogato con la donna con finezza, senza il minimo rimprovero. Si sa, i servi sono più rozzi del loro Signore! Il riconoscimento di Gesù come profeta serve per introdurre il tema del vero culto di Dio. È infatti l’argomento più caro ai profeti, che denunciano come prostituzione le varie forme di idolatria – la peggiore delle quali è il culto al vero Dio senza amore né per lui né per i fratelli Anche i samaritani aspettavano “il” profeta, annunciato da Mosè (cf. Dt 18,15). v. 20: i nostri padri su questo monte adorarono. Per ben dieci volte nei vv. 20-24 esce la parola “adorare”. Adorare significa portare alla bocca e baciare: è la comunione con l’oggetto del proprio desiderio, quasi la sua introiezione, per assimilarsi a lui. L’uomo vive di ciò che adora. L’adorazione ha a che fare con l’acqua e con lo sposo, in quanto è appagamento di quella sete che solo lo Sposo può soddisfare. Il monte di cui la donna parla è il Garizim, dal quale furono pronunciate le benedizioni su Israele (Dt 11,29; Gs 8,33). Esso rimase un luogo di culto anche dopo la costruzione del tempio di Gerusalemme. A maggior ragione lo divenne quando ai samaritani si impedì di partecipare alla ricostruzione del tempio ordinata da Ciro (Esd 4,1-3). Come il Moira era diventato il monte di Sion, così si era identificato il Garizim con Betel (vedi il Targum di Gen 28,17), dove Giacobbe vide la scala del cielo. il luogo dove bisogna adorare. È importante “dove” l’uomo incontra e adora Dio: lì ritrova se stesso, il “suo luogo”. La donna pone l’alternativa tra i due templi, per lei antagonisti: Garizim e Gerusalemme. Gesù, dopo aver precisato che il Garizim è idolatrico e che la casa del Padre suo sta a Gerusalemme, dirà il vero e definitivo luogo di culto: il nuovo tempio, dove “bisogna” adorare, è il corpo del Figlio dell’uomo (2,21), che “bisogna” sia innalzato (3,16), perché scaturisca da lui lo Spirito e l’acqua viva (19,34), che diventa in ciascuno di noi fonte zampillante di amore. Qui si adora in Spirito e verità ( v. 23). v. 21: credi a me, donna. Il termine “donna” significa “sposa”. Esce ben tredici volte in questo racconto. Qui, per l’unica volta, Gesù la chiama così, indicando e provocando il salto di qualità che sta avvenendo nel loro rapporto. Questo appellativo è misterioso in Giovanni. Così Gesù ha chiamato sua madre quando le chiese se non era giunta la sua ora (2,4) e quando, giunta l’ora, le affiderà il discepolo prediletto (19,26). Così chiamerà l’adultera perdonata (8,10) e si farà riconoscere dalla Maddalena nel giardino (19,26). viene l’ora, ecc. L’“ora” del nuovo tempio, anticipata “adesso” (v.23; cf. 2,4.8) per la donna che incontra l’agnello di Dio (cf. 1,29), fa cessare sia il culto idolatrico di Garizim sia i sacrifici di Gerusalemme: il tempio è la casa del Padre suo (2,16), che diventa quella del “Padre nostro”, di noi che lo adoriamo. La casa del Padre è il Figlio che dice: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14,9). Al culto dei padri, Gesù contrappone quello del Padre, che ormai si compie nel Figlio che si fa fratello di tutti. Il Padre è l’origine della fraternità: per questo il suo vero culto è il reciproco amore tra fratelli (13,34). v. 22: voi adorate ciò che non conoscete. “Voi” sono i samaritani, che sono idolatri, perché adorano dèi che non conoscono (Dt 13,7). Inoltre non conoscono “il Padre”. La paternità di Dio infatti è esposta piuttosto nei libri sapienziali e profetici, che i samaritani non leggono. noi. Sono i giudei. Gesù è giudeo e si identifica col suo popolo (“noi”), depositario della promessa per tutti i popoli. Il più grande mistero di perversità della storia è l’antigiudaismo dei cristiani. Se tutti, “Erode e Ponzio Pilato con le genti e il popolo di Israele” (At 4,27), hanno ucciso il Messia, i cristiani, almeno quelli coscienti, sono persuasi di un peccato ancor più grande: abbiamo sterminato il popolo messianico. A questo è da aggiungere lo sterminio di tutti i poveri cristi della terra. Che dire delle discriminazioni di ogni tipo (il razzista non si considera uomo, perché si ritiene diverso dagli altri, che sono uomini), delle emarginazioni e ingiustizie crescenti che facciamo a cuor leggero, delle leggi di mercato che ci inventiamo e sposiamo a svantaggio dei poveri? Essi sono il corpo di Cristo! Infatti, ciò che facciamo a uno solo dei suoi fratelli più piccoli, lo facciamo a lui (cf. Mt 25,40).
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la salvezza è dai giudei. Il Messia, che viene dai giudei (cf. Is 2,2s) e sarà chiamato re dei giudei (12,13-16; 18,33-37; 19,19), è per tutti: è il salvatore del mondo (v. 42). v. 23: viene l’ora ed è adesso. L’incontro con Gesù, il Figlio, è l’ora in cui uno può entrare, se vuole, nella casa del Padre. Sembra che Dio ritardi a mantenere la sua promessa (cf. 2Pt 3,4). Essa è invece sempre anticipata “adesso” , qui e ora, per chi accoglie il Signore. i veri adoratori. C’è adorazione e adorazione: uno può ingurgitare la morte o accogliere il dono della vita. Si possono fare tante belle liturgie per “tenere buono Dio” e ottenere da lui soddisfazione dei propri egoismi, oppure celebrare il suo amore di Padre amando i fratelli. adoreranno il Padre. La nostra adorazione è rivolta al Padre. Essa non può essere che l’amore del Figlio, che ama come è da lui amato. in Spirito e verità. Lo Spirito è l’acqua viva, la sorgente che scaturisce in chi si accosta al Figlio (cf. v. 14; 7,37s), l’amore che ci fa gridare: “Abba” (Rm 8,15; Gal 4,6). Questo Spirito ci dà la verità nostra di figli e quella di Dio che ci è Padre. Il cuore di chi conosce il Figlio è il “dove” c’è la vera adorazione. Soltanto lì l’uomo trova la pienezza di vita che desidera. Noi conosciamo tante “adorazioni” che non sono in Spirito e verità. Quanta morte e menzogna ci beviamo quotidianamente dalla televisione e dalla stampa – la cui anima è la pubblicità, intesa a catturare consumatori che a sua volta consuma, lasciandoli sempre più aridi e avidi di vuoto. il Padre cerca. Il Padre “cerca” da sempre, e con quale fatica, tali adoratori: figli che vivano del suo stesso amore. Questa è l’unica acqua per la sete del Padre. Il nostro culto “logico”, conforme al Logos fatto carne, è la nostra stessa carne, che vive in conformità all’amore del Padre (cf. Rm 12,1s). Il nuovo culto non sarà più legato a un luogo particolare: nel dono del Figlio la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque il mare (Is 11,9) e il suo nome sarà grande tra le nazioni (Ml 1,11). v. 24: Spirito è Dio, ecc. Dio è Spirito significa che Dio è respiro e vita, come è amore e luce senza ombra. I suoi adoratori non si prostrano con sacrifici ed olocausti, ma si elevano a lui in Spirito e verità, come figli amati che sanno amare. Nell’amore abbiamo comunione di vita con il Padre e i fratelli, nell’unico Spirito che è la vita di tutto. Questo è il culto gradito a Dio. Il dialogo sul culto comincia con la domanda sul “luogo in cui bisogna” adorare e termina con la risposta di Gesù che bisogna adorare in Spirito e verità. Il nuovo luogo di culto è Gesù (cf. 2,21), piena comunione tra Parola e carne, tra Dio e uomo. La nuova adorazione è contrassegnata dal verbo “bisogna”, che richiama la necessità dell’amore: dare la vita. v. 25: so che viene il Messia. Anche i samaritani, pur riconoscendo solo i primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco), attendono il Messia, il nuovo Mosè che porterà a compimento ogni parola (cf. Dt 18,15). La donna è quindi ormai aperta ad accogliere il Messia. Gesù l’ha condotta a desiderare l’acqua viva, lo Sposo. Ora può rivelarsi. v. 26: Io-Sono. Questa espressione è frequente in Giovanni sulla bocca di Gesù, per rivelare la sua identità (cf. 6,35.41.48.51; 8,12.24.28.58; 10,7.9.11.14; 11,25; 13,19; 15,1.5). Dopo l’Io-non-sono del Battista (1,20; 3,28), per la prima volta risuona agli orecchi di questa donna la grande rivelazione: “IoSono”. Richiama il “Nome”, manifestato a Mosè (Es 3,14). che parlo a te. Chi è il Messia, lo Sposo, il Signore? “Io-Sono che parlo a te!”. È l’apice dell’incontro tra Gesù e la donna. La Samaritana sta ascoltando la Parola stessa fatta carne che le parla. È la medesima che anch’io ascolto: ciò che dice al suo cuore, lo dice anche nel mio, suscitando in me il desiderio che ha suscitato in lei. Anch’io, come chiunque, posso scoprire Dio solo in questo bocca a bocca con lui, che parla con me da amico a amico. Non lo capisco ragionando o parlando di lui, ma parlando con lui e amandolo, come avviene con ogni persona. Per questo la vera teologia è la preghiera; e la preghiera è essenzialmente ascolto di colui che parla con me. v. 27: arrivarono i discepoli, ecc. Si interrompe l’incanto: riappaiono i discepoli, assenti sin dall’inizio. Si meravigliano, ma non chiedono nulla. Forse temono di disturbare il Signore, che è solo con la sposa? Forse sono così stupiti che non hanno nulla da dire. Certamente sono sorpresi che sia abolita ogni separazione tra fedeli e infedeli, tra uomo e donna. che cerchi, o: che dici con lei? I discepoli non gli chiedono cosa cerca o dice con lei. Ma proprio questo è il mistero nel quale l’evangelista vuol portare ciascuno di noi: che cerca e che dice Gesù con la donna? È quanto cerca e dice con ciascuno di noi, attraverso quella parola che, in chi l’accoglie, opera quanto dice (cf. 1Ts 2,13).
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v. 28: lasciò la sua idria, ecc. La sua idria resta lì vuota, come quelle delle nozze di Cana, che i servi colmarono di quell’acqua e la Parola fece diventare vino bello (2,1ss). Come Rachele incontra al pozzo Giacobbe, così la Samaritana incontra lo Sposo; e, come i primi discepoli, corre ad annunciare agli altri colui che ha incontrato (1,35ss). v. 29: venite, ecco un uomo. Non dice un “giudeo”, ma un “uomo”. “Ecco l’uomo!” dirà anche Pilato al popolo (19,5). L’“uomo” Gesù è il centro di tutto. La sua umanità rivela il nostro volto perduto del quale siamo in ricerca, il Volto del quale siamo immagine e somiglianza. Noverim me, noverim te: che io conosca me, che io conosca te! mi ha detto, ecc. (cf. v. 39). Gesù è profeta, perché le ha svelato i suoi errori e, soprattutto, la sua sete più profonda, rivelandosi come lo Sposo che da sempre l’ha desiderata. Più che mostrarle le sue mancanze, le ha donato ciò che le mancava. Le ha detto quella sua verità che ancora non conosceva, le ha fatto scoprire l’acqua che cercava e non trovava. che non sia il Cristo? Il Cristo, il Messia, è colui che compie ciò che ogni uomo desidera, l’acqua che soddisfa la sua sete di felicità. Lei sa ormai chi è quest’uomo; ma lascia che gli altri lo scoprano. v. 30: uscirono dalla città e venivano a lui. È l’esodo dalla città infedele per venire a lui. È la prima messe abbondante della sua fatica. v. 31: Rabbì, mangia. Con la donna si parlava di bere, ora di mangiare. Il cibo, come l’acqua, mantiene la vita, ma non è la vita. I discepoli ignorano quel pane che è vita, come la Samaritana ignorava l’acqua vivente. Invitano il Maestro a mangiare, come Mosè al pozzo fu invitato da Reuel, che gli diede in moglie la propria figlia (Es 2,20s). v. 32: ho un cibo che voi non conoscete. Come dà l’acqua, così il Figlio ha un cibo che dà la vita eterna (cf. 6,48-51); come l’acqua zampilla, così questo cibo non perisce (6,27). v. 33: che qualcuno, ecc. Come la donna si interroga sull’origine dell’acqua, così i discepoli si chiedono da dove venga questo cibo. Pensano che si tratti di pane materiale, che qualcuno gli abbia portato. Il gioco degli equivoci si sposta ora dall’acqua al pane. L’acqua è simbolo materno; il pane, di cui si parlerà più ampiamente al c. 6, è piuttosto paterno. Infatti è frutto di lavoro e relazione, collegato con il “fare”, la “volontà”, la “missione” e il “Padre”. v. 34: mio cibo è fare la volontà di chi mi ha inviato. Se il cibo è la vita, il cibo di cui Gesù si alimenta è l’amore del Padre, che lo spinge verso i fratelli. compiere la sua opera. Al settimo giorno, Dio compì la creazione. L’opera del Padre è donare se stesso: in questo dono si compie l’opera del Figlio verso i fratelli. È quanto Gesù è venuto a fare. Per questo lavora di sabato (5,17s): per farci dono del settimo giorno. v. 35: ancora quattro mesi, ecc. Il gioco di equivoci ora si sposta dal cibo alla semina e alla mietitura, lavoro che procura il pane. La messe materiale è ancora lontana. La messe di cui Gesù parla indica l’ultimo giorno, il termine della fatica, il fine della missione, la gioia del raccolto, in cui si compie l’opera del Padre. Ma essa non è ancora compiuta: tanti ignorano ancora il dono di Dio. ecco, vi dico, ecc. I samaritani, che vengono a lui attraverso i campi, sono visti come la primizia della messe futura. L’ultimo giorno, l’“ora”, è sempre “adesso”, quando si accorre a lui. v. 36: chi semina gioisce con chi miete (cf. Am 9,13ss). Il tempo di Gesù è insieme semina e mietitura: lui stesso è seme che produce frutto (cf. 12,24), Parola che i discepoli semineranno per il mondo. È la medesima Parola che incontriamo anche noi qui ed ora, ascoltando il suo dialogo con la donna. La semina, anche per noi, coincide con la mietitura: chiunque accoglie la Parola, già gode del frutto di vita eterna. v. 37: uno è chi semina, ecc. Chi semina è sempre il Figlio, dono del Padre e seme di vita. Chi miete siamo noi, suoi discepoli, che raccogliamo il frutto e gioiamo con lui, che soddisfa la sua sete appagando la nostra. v. 38: vi ho inviati a mietere. Con Gesù è iniziato il tempo finale, quello della mietitura. In lui la nostra terra ha dato il suo frutto (Sal 67,7): la sua fatica e sete dell’ora sesta lo ha reso seme che germina vita per il mondo intero (12,24). Il ministero dei discepoli sarà semplicemente “mietere”. A lui la pena della semina, a noi la gioia del raccolto. v. 39: molti dei samaritani credettero. È il primo raccolto abbondante del vangelo. Gli empi, i samaritani, sono i primi che in massa accorrono alla sorgente dell’acqua di vita.
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per la parola della donna che testimoniò, ecc. (cf. Gen 24,29-31). Il primo livello della fede è credere alla parola di chi testimonia ciò che ha udito e visto. Ora, oltre il Battista, c’è pure la donna. L’asceta del deserto, preparato da una bimillenaria storia precedente e da una lunga fatica personale, è testimone della luce quanto questa donna che va al pozzo a mezzogiorno e riconosce subito lo Sposo. Le basta il breve tempo che i discepoli impiegano per andare a comperare pane. v. 40: lo pregavano di dimorare presso di loro. Su loro richiesta, Gesù “dimora” presso di loro. Con lui, il Figlio, scoprono dove stanno di casa. dimorò lì due giorni. In due giorni infatti il Signore ci farà rivivere (Os 6,2). Sono i due giorni di semina, che richiamano il “terzo giorno”, del raccolto. v. 41: molti di più credettero per la sua parola. È il secondo livello della fede: dalle parole della donna che testimonia, si passa alla Parola di colui che è testimoniato. Chi crede alle parole della donna fa la sua stessa esperienza: appaga la propria sete, sa chi e come adorare, incontra lo Sposo che dice: “IoSono, che parlo a te” e ha la gioia di comunicarlo agli altri. v. 42: non più per il tuo parlare crediamo. La fede non è solo credere come vere le parole che sono dette su Gesù: è incontrare lui stesso, presente nella Parola. Anche noi, attraverso la testimonianza di chi parla, “udiamo” la Parola stessa, che si comunica al nostro cuore. La fede non è cieca: è una proposta ragionevole, che risponde alla nostra sete, della quale possiamo verificare se è soddisfatta o no. Una fede che si sottragga alla verifica dell’esperienza non è che illusione, come quella che prestiamo agli idoli. Questa sì che è davvero ostinata e cieca! sappiamo che costui è veramente il salvatore del mondo. Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (3,16). Questi è l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (1,29). I samaritani, peccatori e infedeli, riconoscono che il dono del Figlio è la salvezza del mondo. La sorgente d’acqua viva, l’amore del Padre, è per tutti i figli, nessuno escluso, cominciando dai più lontani. Nell’affermazione corale dei samaritani, per l’evangelista dovrebbe risuonare la voce del lettore che, grazie al suo racconto, ha partecipato al dialogo di Gesù, solo con la donna sola. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito.
b. c. d. Mi raccolgo immaginando il pozzo, fuori dalla città di Sicar. Chiedo ciò che voglio: che io conosca il dono di Dio. Contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: • bisognava che passasse dalla Samaria • Gesù solo e affaticato dal viaggio, all’ora sesta, seduto sulla fonte • la donna viene ad attingere • Gesù le chiede: dammi da bere • come mai tu chiedi da bere a me • se conoscessi il dono di Dio • chi è colui che ti chiede: dammi da bere • il dono dell’acqua vivente • da dove viene la sorgente d’acqua zampillante nella vita eterna • dammi quest’acqua • chiama tuo marito • i vari mariti della donna • il luogo dove bisogna adorare • la salvezza viene dai giudei
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adorare il Padre in Spirito e verità Gesù si rivela alla donna: Io-Sono, che parlo a te l’annuncio della donna ai concittadini che vengono a Gesù il vero cibo di Gesù: fare la volontà del Padre, compiere l’opera sua la messe dei samaritani la nostra missione come gioia della mietitura, quella di Gesù come fatica della semina non crediamo più per il tuo dire sappiamo che questo è veramente il salvatore del mondo.

4.

Testi utili

Sal 45; 63; 67; Gen 24; 29; Os 2,16-25; Nm 21,16-18; Cantico dei Cantici; 1Cor 10,1-4; Ap 21-22.

9. VA’, IL TUO FIGLIO VIVE 4,43-54 4,43 44 45 Dopo due giorni uscì di là per la Galilea. Lo stesso Gesù testimoniò infatti che un profeta non ha onore nella sua patria. Quando dunque venne nella Galilea lo accolsero i galilei, avendo visto tutte quante le cose che fece a Gerusalemme nella festa; anch’essi infatti vennero alla festa. Venne dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove dell’acqua fece vino. E c’era un certo (ufficiale) regio il cui figlio era infermo in Cafarnao. Questi, udito che Gesù era venuto dalla Giudea nella Galilea,
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andò da lui e pregava che scendesse e guarisse il suo figlio; stava infatti per morire. Disse dunque Gesù a lui: Se non vedete segni e prodigi, non credete per niente. Dice a lui (l’ufficiale) regio: Signore, scendi prima che muoia il mio bambino. Gli dice Gesù: Va’, il tuo figlio vive! Credette l’uomo alla parola che gli disse Gesù e andava. Ora, mentre egli già scendeva, i suoi servi gli vennero incontro dicendo che il suo ragazzo vive. Chiese dunque loro l’ora in cui era stato meglio. Gli dissero dunque: Ieri, all’ora settima, lo lasciò la febbre. Conobbe dunque il padre che era quell’ora in cui Gesù gli disse: Il tuo figlio vive! e credette, lui e la sua casa intera. Ora anche questo secondo segno fece Gesù, venuto dalla Giudea nella Galilea. Messaggio nel contesto

1.

“Va’, il tuo figlio vive!”, dice Gesù al funzionario del re. E questi gli crede, sulla parola. Il racconto mostra che vivere è credere alla Parola. Essa infatti è vita di ciò che esiste e ha il potere di generare figli di Dio quanti l’accolgono (1,3b-4a.12s). Gesù torna a Cana di Galilea, dove aveva fatto quello che fu il “principio dei segni” (cf. 2,1ss). Lo scopo della sua attività è far conoscere il dono di Dio: Dio che si dona all’uomo. È di ritorno dalla prima visita “tra i suoi”, a Gerusalemme, dove non l’hanno accolto (1,11). Le istituzioni religiose – rappresentate dall’alleanza, dal tempio e dalla legge, di cui si è parlato nei capitoli precedenti – lo rifiutano. Le mediazioni di Dio sono infatti diventate fine a stesse: la promessa sostituisce il promesso, l’alleanza l’alleato, la legge l’amore, il tempio Dio. In una parola: il segno si è sostituito al suo significato. È ciò che i profeti da sempre hanno denunciato. Le istituzioni, sedimentazioni della cultura, sono un po’ come la tecnica: l’uomo l’ha inventata per difendersi dalla natura; ora il problema è come difendersi da essa e dai suoi effetti indesiderati. La Parola, che genera dall’alto chi l’accoglie, nel brano precedente è acqua zampillante: ora è vita. Il dono di Dio, annunciato in Gerusalemme a Nicodemo, accolto a Salim dal Battista e a Sicar dalla Samaritana, ora si offre a un ufficiale regio, che sappiamo da Mt 8,5-13 e Lc 7,1-10 essere un centurione, ovviamente pagano. Ma Giovanni tace questo particolare, perché vuol completare il quadro dell’accoglienza che la Parola ha avuto in Galilea. Questo “secondo segno”, che l’evangelista narra (anche se ne conosce altri: cf. 2,23; 4,45), chiude un primo cerchio dell’attività di Gesù, tutta incentrata sulla fede. Il dono della vita fisica, accordato al figlio, è segno del dono della vita eterna, accordato al padre per la fede in Gesù.
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La fede non chiede di vedere segni e prodigi; sa invece “leggere” il significato di quel segno che è la Parola, scoprendo cosa dice, chi la dice e perché la dice. La Parola del Signore, per il funzionario regio che sa leggerla, è certezza di vita. Anche noi, attraverso il racconto di ciò che è accaduto a lui, siamo chiamati a credere come lui, senza vedere il prodigio. Il vero prodigio che si narra è quello della fede del padre: la vita restituita al figlio ne è il riflesso speculare. Il funzionario del re è come Abramo, nostro padre nella fede: la sua vita è credere alla promessa del Signore. Il racconto ci mostra come anche noi, che non abbiamo visto il Signore come la Samaritana, possiamo incontrarlo direttamente attraverso la fede nella Parola. Questo racconto conclude la prima parte del “libro dei segni” e apre alla seconda, nella quale si compie l’esodo definitivo, alla sequela di Gesù. Per questo ci darà piedi per camminare (5,1-47), pane e acqua per vivere (6,1-71; 7,1-8,51), luce per illuminare le nostre tenebre e condurci verso la libertà (9,110,21). Al rifiuto da parte dei capi del popolo (10,22-42), il Signore risponderà con il dono della vita (11,1-54), che farà a prezzo della sua morte (12,1-50). Si tratta del “secondo” segno, che specifica il significato del precedente, avvenuto pure a Cana (cf. 2,1ss). I due segni si illuminano a vicenda, dando un senso compiuto all’opera di Gesù: la Parola dà “il vino bello”, l’amore, e questo amore è “la vita” stessa di chi l’accoglie. I due racconti hanno una struttura simile: rispettivamente una madre e un padre presentano la situazione di un terzo (v. 47=2,3), Gesù dà un ordine che è accolto (v. 50=2,7s), si constata il prodigio (v. 51s=2,9s) e ne consegue la fede (v. 53=2,11). Anche l’argomento è simmetrico: Israele, la sposa di Dio senza vino e senza amore, corrisponde all’uomo davanti alla malattia e alla morte. Tutti, con o senza legge, siamo privi della gloria di Dio (Rm 3,23)! Il tema di fondo poi è il medesimo: Gesù opera il prodigio del vino bello e della vita mediante l’accoglienza della sua parola, il cui effetto produce la fede degli astanti, che vedono come la Parola è viva ed efficace e opera ciò che dice in chi crede (cf. Eb 4,12; 1Ts 2,13). Il passo parallelo di Mt 8,5-13 e Lc 7,1-10 (cf. anche il racconto della sirofenicia di Mc 7,24-30 e Mt 15,21-28) sottolinea la fede nella Parola: essa, anche a distanza e in assenza di Gesù, fa ciò che dice. Questo vale, ovviamente, anche per Giovanni. Egli ha però un punto di vista particolare: si pone dalla parte del lettore, che, come il padre, non vede il segno, ma crede al racconto di esso (vv. 51-53; cf. 20,30s). Di lui infatti si dice due volte che crede: prima da solo (v. 50), poi, dopo il racconto del segno avvenuto, con tutta la famiglia (v. 53). Giovanni quindi mette l’accento sulla fede che viene dal “segno raccontato”: la Parola narra ciò che Dio nel suo amore ha compiuto e compie anche per noi che gli crediamo. Mediante la fede, Gesù, ormai distante nel tempo e fisicamente assente, è presente e agisce ora. La fede non pretende di vedere segni e prodigi, per verificare se il Signore ci ama; crede invece al suo amore sulla sola Parola, che racconta i segni che già ha operato. Questa fiducia è la vita stessa dell’uomo. Parola e fede, amore e vita sono inseparabili, come, d’altra parte, menzogna e diffidenza, infermità e morte. La fede è l’unico accesso alla Parola, che è vita. Cosa avverrebbe all’uomo se non potesse fidarsi di nessuna parola, neppure nel rapporto padre/figlio? È da notare la pluralità di nomi con cui sono chiamati i due beneficiari dell’intervento di Gesù. Il funzionario “regio”, che ha il figlio infermo e prega (vv. 46.49), diventa “l’uomo” quando crede alla Parola (v. 50) e infine “il padre” quando il figlio è guarito e lui crede in Gesù (v. 53); l’infermo/moribondo è chiamato “bambino” (paidíon = ragazzo o servo al diminutivo) dall’ufficiale regio (v. 49), “ragazzo” (paîs = ragazzo o servo) dai servi (v. 51) e “figlio” dall’evangelista e da Gesù (vv. 46.47.50.53). Queste variazioni di nomi suggeriscono un cambiamento di realtà: il funzionario del re diventa uomo e padre; il ragazzo, da servo, diventa libero e figlio. Infatti il male comune a tutti, origine di ogni altro, è la cattiva relazione padre/figlio. La guarigione, che Gesù è venuto a portare, è la fede, che fa passare da un rapporto di diffidenza a un rapporto di fiducia. La guarigione che avviene nel rapporto padre/figlio, è segno di quella che avviene, per la fede nella Parola, nell’ufficiale regio nei confronti del Padre. Questo episodio – come l’inizio e la fine della seconda parte del “libro dei segni” (cf. 5,1ss; 11,1ss) – è un contrappunto tra infermità/morte e guarigione/vita. Dalla Giudea e dalla Samaria, il dono del Figlio passa alla Galilea e si offre a ogni uomo che si confronta con i propri limiti, in termini di vita e di
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morte. Nessuno è estraneo a Dio. Anzi, solo chi non accampa meriti può ricevere ciò che è puro dono. Per tutti, vivere è credere all’amore con cui il Padre ama il Figlio: è lo stesso con cui è amato ciascuno di noi (cf. 17,23; 15,9). Conoscere questo è la vita eterna. A Cana, da dove era partito, termina il primo viaggio della Parola. Si è proposta al fariseo Nicodemo, al profeta Giovanni e agli infedeli samaritani, offrendo rispettivamente di rinascere, di riconoscere il Figlio di Dio e di incontrare il salvatore del mondo. Ora, all’ufficiale del re – il re rappresenta ciò che ogni uomo vorrebbe essere – offre un modo nuovo di essere uomo, libero dalla malattia mortale che lo insidia: la mancanza di fiducia, che rompe il rapporto vitale padre/figlio. Gesù, salvatore del mondo, dona la vita a chiunque crede in lui. La vita infatti è aderire a lui, il Figlio amato dal Padre che ama i fratelli. La Chiesa ha la sua origine nell’Israele che, come il Battista, lo riconosce. In questa radice sono innestati tutti gli uomini, mediante la fede nella Parola. Il centurione è come Abramo: figlio di pagani e padre dei credenti. Prototipo di ogni uomo che crede, è l’Adamo nuovo, guarito dalla diffidenza che a tutti procurò la morte. 2. Lettura del testo

v. 43: Dopo due giorni. Sono i due giorni che Gesù trascorre in Samaria (v. 40), dove è giunto dalla Giudea. Il primo segno a Cana avvenne “dopo tre giorni” (2,1). Giovanni sincronizza con esso non la guarigione del figlio, che avviene appunto “dopo due giorni”, ma la fede del padre che, il giorno dopo, al racconto della guarigione del figlio fatto dai servi, credette con tutta la sua famiglia. Di essa facciamo parte anche noi, che come lui ascoltiamo il racconto fatto dall’evangelista e da quelli che sono i servi della Parola. uscì di là per la Galilea. In Samaria Gesù si trova di passaggio: sta andando dalla Giudea alla Galilea (cf. vv. 3.47.54). v. 44: un profeta non ha onore nella sua patria (cf. Mc 6,4p). Per Giovanni la patria di Gesù è la Giudea, dove si concentrano le istituzioni di Israele. La Samaritana infatti lo chiama “giudeo”, e riconosce che la salvezza viene dai giudei (4,9.22). La Parola è venuta nella sua casa; mentre samaritani e galilei la accolgono, i suoi la rifiutano (1,11; Ger 12,6-8). È dolorosa l’incomprensione dei familiari. Eppure, chi pretende di conoscere una persona, ne ignora il mistero più profondo. v. 45: lo accolsero i galilei. All’ostilità incontrata a Gerusalemme (2,18. 24s) si contrappone l’accoglienza ricevuta in Galilea, dove è preceduto dalla fama di ciò che ha compiuto. v. 46: di nuovo a Cana di Galilea. Si sottolinea il ritorno a Cana per chiudere il racconto della prima attività di Gesù. Lì ha iniziato e i suoi discepoli, alla vista del segno operato dall’ascolto della sua parola, credettero in lui. Il vero prodigio è sempre l’accoglienza della Parola, principio di tutto. dove dell’acqua fece vino. È ricordato il primo segno per collegarlo con questo secondo. Gesù, come rinnova l’alleanza con Israele mutando l’acqua in vino, così rinnova l’alleanza con ogni uomo mutando la morte in vita. c’era un (ufficiale) regio. Nel testo c’è solo “regio”: un personaggio di corte, al servizio di Erode Antipa. È un subalterno al potere, che insieme subisce ed esercita. il cui figlio era infermo. Non si tratta di “un” figlio: è “il” figlio, unico. Come può essere il figlio di un uomo di potere, se non mortalmente malato? È il primo incontro tra il salvatore del mondo e un uomo di mondo. Ed è il primo incontro tra Gesù e il problema di ogni uomo: l’infermità e la morte. Davanti ad essa, nonostante ogni pretesa, nessun potente ha potere: sperimenta l’impotenza e riconosce la realtà. Dopo il confronto con le istituzioni di Israele, ora c’è il confronto con l’uomo in quanto tale, alle prese con il “suo” problema, al quale cerca di rispondere con i mezzi che ha a disposizione. Per altro senza riuscirci. La cultura non è altro che una macchina che l’uomo costruisce – e che a sua volta costruisce l’uomo – per esorcizzare il male e la morte. La constatazione del limite rappresenta quel principio di realtà che dà la vera conoscenza di sé e apre all’Altro. Si dice che il figlio è “in-fermo”: alla lettera significa “non sta in piedi” (vedi in 5,3 la massa di infermi che giacciono presso la piscina). Davanti al male e alla morte, nessuno regge: tutti vacilliamo, cadiamo a terra e diventiamo “umani”, ossia “humandi” (= da mettere sotto terra) dalla pietà altrui.
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v. 47: udito. La fede viene dall’ascolto (Rm 10,17) e ha sempre come oggetto la Parola. che Gesù era venuto. Gesù viene ovunque arriva la Parola, che risuona ovunque si parla di lui. andò da lui. Noi possiamo andare a lui, perché lui viene a noi. Andiamo a lui mossi dal bisogno di vita, perché la Parola è vita degli uomini. pregava. Il nostro rapporto con il dono è il desiderio, che si esprime nella preghiera. Uno desidera ciò che gli manca. La preghiera mette liberamente in comunione il desiderio e colui che può soddisfarlo. che scendesse. Gesù è pregato di scendere da Cana a Cafarnao, che dista 26 Km, giù sul lago. Scendere non ha solo un senso geografico: indica la con-discendenza del Figlio, disceso dal cielo (3,13). e guarisse il suo figlio. Quest’uomo domanda, come chiunque, la salute, che conserva la vita mortale. Otterrà invece la salvezza, che dona la vita eterna. stava per morire. È la prima volta che il vangelo parla di morte fisica, limite ultimo dell’uomo. Egli avverte in sé una contraddizione ineliminabile: desidera felicità e pienezza di vita, ma sa che la sua esistenza è triste e breve (Sap 2,1), posta sotto l’ipoteca della morte. Per lui la vita è l’unica malattia incurabile, anzi mortale. Questa contraddizione è il motore stesso della cultura; la quale a sua volta, invece di risolvere, esaspera la tensione tra desiderio e limite, a meno che si anestetizzi la coscienza dell’uno e/o dell’altro. Ma questo non è mai un bene: distruggerebbe ciò che rende umano l’uomo. Ci sarà pure un’acqua che soddisfi la nostra sete, una via d’uscita che dia alla nostra vita un fine che non sia la fine! v. 48: se non vedete segni e prodigi. Gesù si rivolge non solo al suo interlocutore, ma anche a coloro ascoltano. Dietro il funzionario regio ci siamo tutti noi, che abbiamo il suo stesso problema e ascoltiamo ciò che avviene. “Segni e prodigi” (cf. Es 7,3) è un’espressione usuale per indicare ciò che il Signore ha compiuto per liberare il suo popolo. In quanto “segni” significano l’amore di chi interviene, in quanto “prodigi” rivelano il suo potere. Il ricordo di essi è il fondamento della fede e della vita di Israele. Gesù rimprovera chi pretende un segno prodigioso e apodittico (cf. Mt 12,38sp). La fede non è chiedere un cumulo di segni, ai quali attaccarsi idolatricamente: è credere a Dio per quello che già ha fatto e che la Parola racconta. Il ricordo di ciò che ha compiuto nel passato, è motivo sufficiente per credere qui e ora a lui e camminare verso il futuro. L’intento del vangelo di Giovanni è dichiaratamente questo: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (20,30s). Chiedere altri segni, o condizionare la fede all’esaudimento delle proprie richieste, significa non credere all’amore di Dio per noi. La salvezza non è la salute, la pienezza di vita non è la rianimazione di un cadavere: la salvezza è la fede che fa aderire a colui che è la vita. Qui, come nel primo segno, Gesù non rifiuta di intervenire; chiede però un salto di qualità: il prodigio non è guarire nel corpo, ma credere alla Parola. v. 49: Signore, scendi. L’ufficiale regio esprime il desiderio di ogni uomo: che il Signore scenda e il suo potere di vita fecondi la terra. La sua preghiera sarà esaudita quando lui stesso, fiducioso nella Parola, scenderà verso il figlio (v. 51). prima che muoia il mio bambino. L’ufficiale insiste. Chiede a Gesù di intervenire prima che il bimbo muoia, per mantenerlo in vita. È persuaso che finché c’è vita c’è speranza: chi imbocca la porta della morte, lascia ogni speranza. Non conosce ancora il dono di Dio: ignora che c’è una parola che vince la morte. Il figlio è chiamato “bambino”, piccolo, che significa anche servo. Di fronte alla morte nessuno è libero: siamo tutti piccoli e impotenti, anche l’uomo del re e lo stesso re. v. 50: va’, il tuo figlio vive. Gesù non scende a guarire: dice solo che il suo “figlio vive”. Ma il funzionario del re ha appena detto che “il bambino sta per morire”! È la parola di Gesù contraria all’evidenza, oppure l’evidenza contraria alla realtà? Gesù non dà prove; semplicemente dice ciò che sa: vivere è credere alla Parola, che dà la possibilità di diventare figli di Dio. La guarigione che seguirà sarà il segno del cambiamento avvenuto nel padre: la sua fede farà sì che l’infermità/morte del bambino/servo si trasformi nella nascita del figlio libero. credette l’uomo alla parola. Il funzionario ora è chiamato uomo. Chi crede alla parola di vita non è più un funzionario del re, preso nell’ingranaggio mortale servo/padrone: è diventato uomo. Davanti alla morte ha visto il limite di ogni potere; eppure non ha perso il desiderio di vita. La fede nella Parola
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gli dà la sua umanità piena e lo fa risorgere: da “funzionario”, angosciato per la “morte” del “bambino/servo”, diventa un “uomo”, sicuro della “vita” del “figlio”. In Giovanni si parla della fede a vari livelli. C’è una fede idolatrica, che Gesù non approva, sempre in cerca di segni e prodigi (v. 48); c’è una fede, iniziale o solo imperfetta, che crede perché vede, come i discepoli a Cana (cf. 2,11), o addirittura solo se vede, come Tommaso (cf. 20,25.29a); c’è finalmente la fede dell’uomo che “crede alla parola” (v. 51), senza vedere segni e prodigi, che diventa, subito dopo, un “credere” al racconto del segno (v. 53), aderendo alla persona di Gesù senza, vedere (cf. 20,29b). A questa fede l’evangelista vuol portare il suo lettore. v. 51: mentre egli scendeva. È lui, e non Gesù (vv. 47.49), che scende verso il figlio, con la fede nella parola di vita. i servi gli vennero incontro, ecc. I suoi servi (in greco c’è “schiavi”) confermano quanto Gesù ha detto: “Il tuo figlio vive!”. Quest’uomo, come prima ha creduto alla parola di Gesù, ora crede alla medesima parola detta dai servi, che gli annunciano come si è avverata. Crede sia alla parola che promette, fidandosi della sola promessa, sia alla parola che racconta il compimento della promessa, senza vedere né segno né prodigio. La fede, come viene dall’ascolto, è sempre e solo fondata sulla Parola, che, raccontando la salvezza avvenuta, la dona a chiunque l’ascolta. Ed è questa fede il vero “prodigio”, che ci mette in rapporto di fiducia filiale con Dio, liberandoci dalla menzogna che uccide la verità, sua e nostra. v. 52: chiese l’ora. È il tema dell’ora, caro a Giovanni, già uscito una prima volta a Cana (2,4). ieri. Rispetto ai due menzionati all’inizio del racconto, siamo al terzo giorno, come nel primo segno di Cana (cf. 2,1). È trascorsa quindi la notte da quando l’uomo ha incontrato Gesù. Questa notte, illuminata dalla fede, conduce al terzo giorno, quello della risurrezione. Il segno avvenuto “ieri” produce “oggi” il prodigio del terzo giorno: la fede, che dona la vita a chi crede nel Figlio. all’ora settima. È l’ora dopo la sesta (cf. v. 6!), quando inizia la glorificazione di Gesù, innalzato sulla croce (19,14-16). La parola di Gesù è stata efficace all’istante (v. 53). La fede in essa ha fatto passare dalla notte alla luce del terzo giorno quest’uomo, primizia dell’abbondante frutto che produrrà il seme deposto sotto terra (cf. 12,24). v. 53: conobbe dunque il padre. Quest’uomo ora diventa padre, perché, per la fede nella Parola, è in cammino verso il figlio che vive. Ma è anche nostro padre nella fede, come Abramo, il primo che credette alla promessa. Di lui anche noi ci riconosciamo discendenti (cf. Gal 3,6-14). Il rapporto padre/figlio è segno del rapporto Dio/uomo, rotto dalla diffidenza. La fede lo ristabilisce, integro e sano. Dio torna ad essere ciò che è e noi ciò che siamo: lui è Padre nostro e noi figli suoi. Non è più un rapporto di violenza e schiavitù, ma di amore e libertà: non produce più morte, ma dà vita. era quell’ora in cui Gesù gli disse. L’ora della salvezza è la stessa della parola di Gesù: credere in lui è vivere, ritrovare la propria identità, perduta, di figli. credette. Per la seconda volta si dice che il padre credette: prima alla parola di Gesù (v. 51) e ora al racconto dei “servi” che gli parlano del prodigio avvenuto. È, come già detto, la fede che il vangelo propone al lettore. Il racconto di ciò che è avvenuto è sufficiente per operare il miracolo della fede, senza vedere. Questa fede in Gesù è appunto il passaggio dalla morte alla vita. È il miracolo che avviene al padre – e al lettore che, come lui, crede alla Parola che racconta il segno. lui e la sua casa intera. L’uomo non è mai solo: è un tessuto di relazioni, malate o sane. La fede nella Parola guarisce il rapporto padre/figlio. La “casa” è il luogo primo dei rapporti, che condiziona gli altri. Essa è guarita dalla fede, perché finalmente l’uomo ritrova la sua casa ed è di casa con Dio. Lo stare insieme non è più un gioco di dominio/sudditanza, ma è quello di una famiglia, dove si rispecchia tra le persone il rapporto che ciascuno ha con il Padre. La fede non ci fa diversi dagli altri: ci fa semplicemente “casa”, luogo vivibile e visibile, aperto a tutti gli uomini, generati dalla stessa Parola. Ora sia il padre che il figlio e i servi sono tutti fratelli nella fede. v. 54: ora anche questo secondo segno fece Gesù. A Cana ci fu il primo segno che rivelò la sua gloria; ora il secondo. Nel primo credettero i suoi discepoli, che videro quanto aveva operato la Parola tramite coloro che l’avevano ascoltata. Ora un uomo crede direttamente alla Parola, anche senza vedere. Allora fu dato “il vino bello”, ora “la vita”. Giovanni, parlando del “secondo segno”, ribadisce il legame stretto tra il vino bello e la vita (cf. anche v. 46): credere all’amore dello Sposo è la vita dell’uomo!
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Dopo questo “secondo”, Giovanni non numera più i segni. Questi due infatti contengono il principio e il fine di tutti gli altri, che è credere in Gesù per avere la vita. C’è un’allusione al libro dell’Esodo, quando il Signore opera due segni e dice a Mosè, incredulo sulla riuscita della sua missione presso gli egiziani: “Se non ti credono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo. Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l’acqua che avrai presa dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta” (Es 4,8s). A chi non crede al segno dell’amore e della vita, sarà dato il misterioso segno dell’acqua e del sangue (cf. 19,34)! 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il cammino di Gesù da Sicar a Cana e dell’uomo da Cana a Cafarnao. Chiedo ciò che voglio: non estinguere il desiderio di vita e credere a Gesù, sulla sua parola. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: • dopo due giorni • un profeta non ha onore in patria • di nuovo in Cana di Galilea • l’ufficiale regio e il figlio ammalato • la preghiera di venire a Cafarnao per guarire il figlio • se non vedete segni e prodigi, non credete • Signore, scendi prima che muoia il mio bambino • va’, il tuo figlio vive • credette l’uomo alla parola • scende e riceve la notizia che il ragazzo vive • il giorno e l’ora della guarigione è lo stesso in cui Gesù parla • credette, lui e la sua casa. 4. Testi utili Sal 27; Is 25,6-12; Mt 8,5-13; Lc 7,1-10; Mc 7,24-30; Lc 11,29-32.

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10. DESTATI, LEVA LA TUA BARELLA E CAMMINA 5,1-18 5,1 2 3 4 Dopo queste cose c’era una festa dei giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Ora c’è in Gerusalemme, presso la (porta) Pecoraia, una piscina chiamata in ebraico Bethzathà che ha cinque portici. In questi giaceva una moltitudine di infermi, ciechi, zoppi, disseccati [che aspettavano il movimento dell’acqua. Infatti un angelo del Signore scendeva in certi momenti nella piscina e turbava l’acqua: il primo che entrava dopo il turbamento dell’acqua diventava sano da qualunque malattia fosse posseduto]. C’era là un uomo che si teneva nella sua infermità da trentotto anni. Gesù, avendolo visto che giaceva e saputo che già da molto tempo (se la) teneva, gli dice: Vuoi diventare sano? Gli rispose l’infermo: Signore, non ho un uomo che, quando viene turbata l’acqua, mi getti nella piscina; quando arrivo io, un altro scende prima di me. Gli dice Gesù: Destati, leva la tua barella e cammina! E subito divenne sano l’uomo e levò la sua barella e camminava. Era sabato quel giorno! Dicevano dunque i giudei a colui che era stato curato: È sabato e non ti è lecito levare la tua barella. Ora egli rispose loro: Chi mi ha fatto sano, lui mi disse: Leva la tua barella e cammina. Gli chiesero dunque: Chi è l’uomo che ti disse:
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Leva e cammina? Ora colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era ritirato, essendoci folla sul luogo. Dopo queste cose, lo incontra Gesù nel tempio e gli disse: Vedi, sei diventato sano! Non peccare più, perché non ti avvenga qualcosa di peggio. Se ne andò l’uomo e disse ai giudei che è Gesù colui che lo fece sano. E per questo i giudei perseguitavano Gesù, perché faceva queste cose di sabato. Allora [Gesù] rispose loro: Il Padre mio continua ad operare sino ad ora e anch’io opero. Per questo dunque ancor di più i giudei cercavano di ucciderlo, perché non solo scioglieva il sabato, ma addirittura chiamava Dio padre suo, facendosi uguale a Dio. Messaggio nel contesto

1.

“Destati, leva la tua barella e cammina”, dice Gesù all’uomo che giace sotto il portico della piscina, presso la porta “Pecoraia”, dove confluiscono gli animali da sacrificare nel tempio. Il miracolo avverrà per opera dell’agnello di Dio che porta il peccato del mondo (cf. 1,29). Questo è infatti il sacrificio di Dio per l’uomo, che sostituisce il sacrificio dell’uomo per Dio. Il malato è “un uomo” (v. 5), immagine dell’umanità intera. Langue in mezzo a una moltitudine di suoi simili, tutti infermi, che non stanno in piedi. Sono “ciechi e zoppi”, che non hanno accesso alla città santa (cf. 2Sam 5,8), se non come carne da macello. Incapaci di “camminare” secondo la Parola, sono una riserva di dannati che la legge esclude dalla vita e condanna alla morte. La loro condizione è di “disseccati”, senza linfa vitale. “Ecco l’uomo!” (18,5). In questo carnaio entra la Parola di vita, diventata carne. La casa del Padre suo (2,16) sono ora questi fratelli. Gesù è il Pastore bello che viene a prendersi cura del suo gregge e guarire le sue pecore (cf. Zc 10,2s; Ez 34), comunicando loro il suo stesso rapporto con il Padre (10,1-21). Il cap. 5 è da leggere come un’unità articolata in quattro parti: una guarigione (vv. 1-9a) innesca una discussione sulla legge (vv. 9b-18), che culmina nella rivelazione del Figlio che dà la vita e compie l’opera del Padre (vv. 19-30), il quale dà testimonianza per lui con le opere che gli fa compiere e con la parola delle Scritture (vv. 31-47). È il secondo viaggio a Gerusalemme. Ora Gesù non punta sul tempio, dal quale ha espulso gli animali da sacrificare (2,15). Si trova invece tra gli esclusi. Alla fine lui stesso, escluso e sacrificato (vv. 16-18), sarà il nuovo tempio (2,18-22). Consideriamo insieme la guarigione e la discussione, perché stanno tra loro come segno e significato. All’inizio il testo parla di “una festa” dei giudei (v. 1), al centro del “sabato” (vv. 9-10) e, alla fine, dell’uccisione di Gesù (v. 18). Sarà questa “la festa”, nella quale dona a tutti la salvezza, simbolicamente descritta in questa guarigione. Con Gesù, il Figlio che viene verso i fratelli, giunge “il sabato”: l’uomo, creato al sesto giorno e incapace di raggiungere il settimo, finalmente “cammina” verso la pienezza di vita che da sempre ha desiderato.
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Con questo racconto inizia “il giudizio”, già accennato in 3,17ss: da una parte c’è il Figlio che dà la vita ai fratelli che l’accolgono, dall’altro ci sono i capi del popolo che gliela tolgono. Egli compie l’opera di liberazione del Padre per i suoi figli. Ma alcuni di questi, e precisamente i capi, si oppongono, come il Faraone. Si prepara così il nuovo esodo, che avverrà nel cap. 6. Davanti all’azione di Gesù in favore dell’uomo, si è posti nell’alternativa tra accettare il suo dono o rifiutarlo in nome della legge, restando nella propria morte e uccidendo colui che, mentre gli rubiamo la vita, ce la dona. La sua croce sarà il suo giudizio. Questo racconto sviluppa il precedente, dove Gesù fa vivere uno “che sta per morire” (cf. 4,47.49); contemporaneamente dà inizio alla seconda parte del libro dei segni, che culmina nella risurrezione di Lazzaro (cf. 11,1ss). La vita che vince la morte è la nota dominante del vangelo. L’uomo che Gesù ha davanti è uno che da sempre non sta in piedi; si tiene il suo male da trentotto anni, in un’esistenza inerte e mezza morta. A guarirlo non sarà l’acqua della piscina, simbolo della natura, né l’acqua del pozzo di Giacobbe, simbolo della legge. L’acqua viva, il dono di Dio, sarà l’amore del Padre verso il Figlio, che è lo stesso del Figlio verso i fratelli. Quest’uomo, come tutti, sa di essere destinato alla morte. La Parola gli dona di guarire da quella “malattia mortale” che è la vita. Il lavoro di Dio si compie proprio in quest’opera: è il sabato, festa di Dio e dell’uomo che si ritrovano insieme. Origine di questa condizione “inferma” è un “peccato” (v. 14), imprecisato ma dichiarato. Il peccato è la separazione dell’uomo dal suo principio e dal suo fine. La legge, che distingue vita da morte, non fa che evidenziarlo. Anzi, induce nel peccatore una rassegnazione al male, che gli fa dire: “Non può essere che così, Meglio non essere nati!”. La vita non è che un albero secco, sul quale crescono funghi velenosi. Chi invece si crede giusto, è semplicemente un cieco che crede di vedere (9,41). Il male del popolo è la rassegnazione, quello dei capi è la cecità. La discussione che segue il miracolo riguarda l’interpretazione della legge, di cui il sabato è simbolo. Tutto per noi è questione di interpretazione: l’uomo è l’interpretazione che dà di sé e del mondo, di Dio e della legge. La legge in sé è buona: mostra il bene e condanna il male. Siccome però tutti siamo peccatori, essa colpevolizza chi sa di peccare, facendolo sedere nella morte, e accieca chi non sa di peccare, imprigionandolo nell’autogiustificazione. In ambedue i casi la legge è interpretata come qualcosa di assoluto, al quale si sacrifica l’uomo. In questo senso la legge diventa per-vertita, volta in direzione contraria alla vita, ed è per la morte; e i suoi custodi hanno solo il potere di rendere l’uomo schiavo, come loro. Gesù ci libera dal male e dalla colpa, restituendo alla legge il suo senso positivo, a Dio il suo volto di Padre e a noi il nostro di figli. A questa sua interpretazione si oppone quella dei capi, che ne hanno fatto la garanzia del proprio dominio sugli altri. La conversione più difficile è il passaggio dalla legge al vangelo (cf. Fil 3,1ss), dal peccato al perdono, dalla colpa alla riconciliazione, da ciò che noi facciamo per Dio a ciò che Dio fa per noi, da ciò che vorremmo essere a ciò che siamo – che è molto meglio: siamo infatti figli di Dio! Questa conversione è credere all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16), che ci fa passare dalla morte alla vita. Nel testo ricorre cinque volte “sano” (vv. 4.6.11.14.15: in Gv solo qui e in 7,23, in riferimento a qui), una volta “guarire” (v. 13) e “curare” (v. 10); cinque volte “levare la barella e camminare” (vv. 8.9.10.11.12), e cinque volte “uomo” (vv. 5.7.9.12.15). Lo scenario è prima la cisterna, piena di infermi, ciechi, zoppi e disseccati, poi il tempio. Sullo sfondo c’è l’acqua, morta o turbata, del grande serbatoio, come nel cap. 4 c’era l’acqua del pozzo in contrapposizione all’“acqua viva”. L’azione di Gesù è “curare” e “guarire” l’“uomo”, in modo che diventi “sano”, capace di “camminare” e “levare la barella”, dalla quale prima era portato come prigioniero. La cornice è la festa, il sabato: la pienezza di vita di cui è priva l’umanità che sta ai bordi della piscina presso la porta delle Pecore. Gesù riporta all’uomo la sorgente d’acqua viva dalla quale si era allontanato (cf. Ger 2,13). L’attesa o l’eventuale rinvio della morte, che ci paralizza per tutta la sua vita (Eb 2,14s), diventa capacità di camminare nella libertà. Chi giaceva, ora si leva, sbloccato dal rigore cadaverico, mimesi della morte che teme: è risorto e torna ad essere “viator”, in cammino. E qual è il cammino dell’uomo, abitato da un inquieto desiderio che gli ruba il cuore e gli pone il suo centro fuori di sé? Il testo è ricco di simboli e allusioni, che saranno evidenziati nella lettura.
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Gesù è il Figlio che guarisce l’umanità dell’uomo. Nessun elemento naturale e nessuna legge religiosa, né l’acqua della cisterna né quella del pozzo, ma solo l’acqua viva, che egli dona, appaga la sete di vita propria di chi è cosciente di morire. La Chiesa si riconosce in quest’uomo, che giace presso l’acqua. E sa che la sua salvezza viene dal Figlio, che dà la vita a chi ascolta la sua parola. 2. Lettura del testo

v. 1: C’era una festa dei giudei. Non si specifica quale, a differenza di altre volte (cf. 2,13; 6,4; 7,2; 10,22; 11,5). Si dirà poi che è sabato (v. 9). Alla fine si parlerà dell’uccisione di Gesù. Questa festa è dei “giudei”, che in Giovanni sono i capi del popolo: non è la festa del popolo, ma dei gelosi custodi della legge e del tempio. Gesù salì a Gerusalemme. Era già salito una volta per la Pasqua (2,12ss). Salirà clandestinamente per la festa delle Capanne (7,2.10); ci tornerà per la festa della Dedicazione (10,22) e poi, per l’ultima volta, quando sarà la “sua” Pasqua (cf. 12,12).

v. 2: la (porta) Pecoraia. È il nome di una porta (cf. Ne 3,1), da dove entravano gli animali per il sacrificio del tempio. Sono le pecore e i buoi che Gesù aveva espulso nella sua prima visita a Gerusalemme (2,14s). Il Signore viene a prendersi cura del suo gregge (cf. Zc 10,2s; Ez 34). Il “Pastore bello”, che conduce le sue pecore fuori dai recinti, perché possano avere la vita (cf. 10,1ss), è anche “la porta delle pecore” (10,7). Infatti è il Figlio, l’agnello che sostituisce le vittime del tempio: attraverso di lui abbiamo accesso diretto a Dio.
una piscina. È un grande serbatoio a nord del tempio, presso la porta Pecoraia, che raccoglieva anche le acque piovane del tempio. chiamata Bethzathà. La seconda parte del nome varia nei codici. Il suo significato, incerto, può essere: casa “delle due fonti” o “degli olivi”, “delle pecore” o “della misericordia”, “del fosso” o “nuova”, secondo la lezione che si sceglie e come si interpreta la seconda parte del nome.

cinque portici. Quattro portici sono ai lati e uno al centro, che taglia in due la piscina. Nel numero cinque i Padri vedono l’allusione ai cinque libri della legge che racchiude l’umanità peccatrice, esclusa dalla vita. I “portici” richiamano quelli del tempio, dal quale sono fuori.
v. 3: giaceva una moltitudine di infermi. È una massa di umanità che “giace”, come animali al chiuso. Sono “in-fermi”: non stanno in piedi. Hanno perso la posizione eretta, da interlocutori di Dio. Ripiegati sulla terra da cui vengono e a cui tornano, non si alzano più verso di lui. In questa seconda venuta a Gerusalemme, il tempio, casa del Padre, è sostituito da questi fratelli infermi; nell’ultima sarà sostituito dalla carne di Gesù, tempio distrutto e riedificato in tre giorni.
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ciechi, zoppi. Sono le infermità dell’uomo che non cammina secondo la legge: la Parola non è lampada ai suoi passi e luce al suo cammino (cf. Sal 119,105). Chi non vede e non sa dove andare, non può camminare. Ciechi e zoppi hanno il divieto di entrare nella città di Davide (cf. 2Sam 5,8). disseccati. Questi infermi ai bordi della piscina sono secchi: non hanno più quella linfa vitale che viene dallo “stare ritti”, dal “vedere” e “camminare” alla luce della vita. Sono tralci secchi (15,6), legno secco (Lc 23,31), come la “mano secca” dell’uomo nella sinagoga (cf. Mc 3,1). Richiamano il popolo di ossa aride e secche (cf. Ez 37,1-14). aspettavano il movimento dell’acqua. L’acqua, simbolo di vita, si muoveva di tanto in tanto, quando si aprivano le chiuse per riempire la piscina. Ora è morta e stagnante. L’uomo spera sempre in un moto, un cambio di situazione, una sollevazione o una rivoluzione che ravvivi la sua esistenza. Peggio di così non può essere; se qualcosa si muove, non può essere che meglio. Questa parte del versetto e tutto il v. 4 mancano in molti manoscritti. Per sé sono necessari per capire il v. 7, che dice perché quella gente è lì. Si tratta di un’omissione per non indulgere a pratiche terapeutiche superstiziose, oppure di un’aggiunta per spiegare il v.7? v. 4: un angelo del Signore, ecc. Negli scavi di questa piscina sono stati trovati degli ex-voto. Essa era diventata un luogo di culto pagano, dedicato a divinità curatrici. Da sempre l’uomo ha cercato da Dio la salute. Ma l’acqua, anche se è terapeutica, non dà la vita; semplicemente mantiene o migliora la vita che c’è. La quale resta però sempre malata di morte. E non c’è rimedio che la curi, neppure l’acqua della piscina. Con tutto ciò che si inventa o immagina, l’uomo trova solo acqua, che sempre è “turbata” dalla paura della morte (cf. Eb 2,14). Se per caso qualcuno guarisce, è solo per breve tempo: rimane comunque votato alla morte.

Il dono della vita, che l’uomo desidera, non può venire da quest’acqua turbata, come neppure dal pozzo; viene da Gesù, Parola diventata carne. Dio è vita: la comunione con lui è la nostra vita (cf. Dt 30,20). v. 5: c’era là un uomo. Nella massa si evidenzia un uomo. È l’uomo! si teneva nella sua infermità. Quest’uomo “si tiene” nella sua condizione di nonstare-in piedi. È legato dal suo male ed è legato ad esso, ne è custodito e lo custodisce: se lo cura e coccola, facendone la sua identità. Gesù parlerà di “peccato” (v. 14). Non si tratta di peccato personale, ma di una “situazione di peccato”, di un’eredità che riceviamo e trasmettiamo, aumentandone il capitale. La stessa legge, in una situazione di male, non può che portare o alla rassegnazione o all’autogiustificazione. Se i capi si autogiustificano, il popolo si rassegna. Ognuno è solo con il suo male (cf. v. 7: “non ho un uomo”), escluso dalla festa, consegnato a quello che ritiene essere ormai il suo destino. Può accedere al tempio solo come vittima, espiando i suoi sensi di colpa e alimentandoli ulteriormente – l’espiazione è il miglior combustibile per il fuoco della colpa. Il sabato non è per lui gioia e riposo: è solo divieto, come tutta la legge (cf. v. 10: “non ti è lecito”). La sua vita è subire il male. I capi, invece, credono di far festa perché custodiscono i divieti della legge e li impongono agli altri. I capi sono vittime del sadismo, i sudditi del masochismo. da trentotto anni. Mancano due anni per fare quaranta. Quarant’anni è una generazione, una vita. Dt 2,14-17 parla dei trentotto anni di deserto per quelli che uscirono dall’Egitto e perirono senza raggiungere la terra promessa (Sal 95,10 e Nm 32,13 parlano di quarant’anni). Quest’uomo, come tutti, è nato per morire e attende la morte con la frustrante speranza di un’irraggiungibile acqua miracolosa. “Sta per morire” e Gesù viene “prima che muoia” (cf. 4,47.49). v. 6: Gesù, avendolo visto, ecc. L’occhio del Padre è verso il Figlio e quello del Figlio verso il fratello infermo. Gesù “sa” che l’uomo è così: lo sa perché è la Parola eterna di Dio, lo sa perché è carne come ogni carne.
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vuoi diventare sano? La domanda non è superflua. Quest’uomo è un malato cronico, nel quale si è spento il desiderio di vita. Ma il desiderio è la mano per ricevere il dono. Nella donna di Samaria Gesù risveglia il desiderio dell’acqua viva, in quest’uomo malato quello di una vita sana, alla quale ha rinunciato. Questo è il suo peccato: la mancanza di speranza! Dio è amore e vita, dono che si comunica: ognuno ne riceve nella misura in cui lo vuole. L’uomo privo di desideri è morto come uomo: resta immobile e non va da nessuna parte. Il desiderio è segno di qualcosa che manca, ma che è necessario, come la luce per l’occhio, che diversamente si atrofizza. A differenza di Maria (cf. 2,1ss), del padre (cf. 4,46ss) e delle sorelle di Lazzaro (cf. 11,1ss), quest’uomo non chiede nulla a Gesù, come il cieco di 9,1ss. È infatti facile vedere il male e desiderare il bene dell’altro, mentre è difficile vedere il proprio e volerne essere liberi. Il male altrui è deforme, il proprio invece è considerato conforme alla propria identità personale: “Son fatto così!”. v. 7: non ho un uomo, ecc. Quest’uomo non ha nessuno. Il suo bisogno l’ha chiuso nella solitudine. Sta ai bordi della piscina, senza mai entrarvi nel momento giusto. Come in un cattivo sogno, arriva sempre troppo tardi. Eppure continua a star lì, facendo il gioco del perdente, sapendo in anticipo che tutto è illusione che finisce in delusione. Sta lì in modo coatto: l’hanno messo lì gli altri. gli dice. Gesù agisce con la Parola. Essa all’origine disse: “Sia la luce”; e la luce fu. destati. La Parola, come crea, così ricrea: risveglia l’uomo morto e gli ridà vita (vv. 21.25). v. 8: leva la tua barella e cammina (cf. Mc 2,1-12). Questa espressione è il centro del racconto e della disputa: se ne parla cinque volte (vv. 8.9.10.11.12), come cinque sono i portici della piscina e i libri della legge. Il letto, per un sano, è luogo di riposo; la barella, per l’ammalato, è luogo di contenzione. Questa barella, dove giace l’infermo, è simbolo della legge: lo tiene prigioniero come trasgressore e lo conduce alla porta Pecoraia, fuori dall’acqua e dalla festa. Ora l’uomo la può portare, camminando sino al tempio, dove Gesù lo ritrova. Se prima era morto, ora è vivo e risorto, perché “cammina”, vive secondo la Parola. Se prima era bloccato, ora è capace di portare liberamente ciò che prima lo portava come prigioniero. La legge infatti, come porta alla vita chi la custodisce, così tiene in carcere chi trasgredisce. v. 9: divenne sano. Risorgere, osservare la Parola e camminare davanti a Dio: questa è la vita sana, libera dal veleno che il diavolo ha inoculato in chi gli ha prestato ascolto (cf. Sap 1,12-15; 2,24). È quanto la Parola dona all’uomo che non osava più sperare. era sabato quel giorno. Quando ciò avviene, è “sabato”, compimento della creazione e pienezza di vita. Gesù, Signore del sabato, giorno del Signore, è venuto a portare all’uomo il sabato di Dio. Perché il sabato è fatto per l’uomo (cf. Mc 2,27). v. 10: dicevano dunque i giudei. Questi giudei sono i capi, interpreti della legge, controllori del sabato, espressione massima degli obblighi della legge. è sabato e non ti è lecito, ecc. Non importa loro che l’uomo sia risorto e cammini. Occupati a dichiarare quanto non è lecito fare di sabato, non intuiscono che “levare la barella” non è una trasgressione, ma il simbolo stesso dell’osservanza della legge. Ci sono due modi opposti di intendere la legge: come divieto e condanna, oppure come custode della vita e della libertà dell’uomo (cf. Gen 2,16s). Il primo è quello di Adamo, che fin dall’inizio ascoltò la menzogna del serpente. Il secondo è quello voluto da
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Dio, che ama l’uomo di amore eterno (cf. Ger 3,3) e perdona, come un padre fa con il figlio. Questo è il senso originario della legge, al quale Gesù ci riporta: non l’uomo è per la legge, ma la legge per l’uomo. Le due diverse interpretazioni hanno come risultato due opposti modi di vivere. Non solo una volta, ma ancora oggi, nel nostro “villaggio globale”, il futuro dell’uomo dipende da come interpreta la legge, se stesso e Dio. Comunque, al di là di ogni osservanza o trasgressione, la sua umanità si gioca nel fare come Gesù, che si prende cura del fratello più debole. v. 11: chi mi ha fatto sano, ecc. Dinanzi ai custodi della legge, l’ex malato risponde che c’è un uomo che lo ha fatto sano; cosa che essi trascurano, perché non sono interessati all’uomo, ma alla legge. Proprio ascoltando la sua parola (“lui mi disse”) e non quella della legge (“non ti è lecito”), è in grado di “levare la barella e camminare”. v. 12: chi è l’uomo, ecc.? Chi è costui che sta sopra la legge e pone l’uomo sopra ogni legge? Si arroga il potere di Dio: è una bestemmia (cf. Mc 2,1-12p)! v. 13: non sapeva chi fosse. Quest’uomo non conosce Gesù. Il “prodigio” non è ancora letto come “segno”. Gesù infatti si era ritirato, essendoci folla. Gesù evita la prevedibile ressa di altri infermi in cerca di guarigione. Non vuol ripetere il “prodigio”; vuole invece che se ne colga il valore di segno. Ha guarito uno solo per indicare ciò da cui vuol guarire tutti: non da una malattia qualunque, ma da quel male di vivere che è l’idea che abbiamo di noi stessi, di Dio e della legge. Gesù non è venuto per dare alla Samaritana l’acqua che può trovare al pozzo, né per dare alle folle pane che perisce (6,26). Non è venuto a dare salute, ma salvezza. Questa salvezza è la comunione con Dio, che ci fa passare da una vita morta alla condizione di suoi figli (cf. v. 24). v. 14: lo incontra Gesù nel tempio. Come prima l’ha visto alla Pecoraia, ora lo incontra nel tempio. Ma non come pecora da macello. Infatti l’ha preceduto lui stesso, che presto decideranno di uccidere, vero agnello che libera il mondo dal suo peccato. La sua Parola l’ha fatto camminare fin lì, portando da sano la sua barella che prima lo portava da malato. Il tempio, casa del Padre, ora è il fratello vivo e risorto, come prima era il fratello malato e peccatore. non peccare più. Sembra strana questa affermazione, così diversa da 9,3. Qui Gesù pone un rapporto tra il peccato e la malattia: secondo lui, l’origine di questa infermità è un peccato, che egli ha perdonato (cf. Mc 2,5). Il testo sembra suggerire quale è il peccato: è il non voler guarire, la rinuncia al desiderio di vita, la disperazione cupa sul futuro, che fa vivere come “normale” l’esclusione dalla festa, come se Dio fosse cattivo e godesse della morte dell’uomo (cf. Ez 33,11). Questo peccato consiste nel porre la legge, che condanna e punisce, al posto di Dio che giustifica e perdona.
perché non ti avvenga di peggio (cf. Lc 11,24-26; Eb 6,4-8). È meglio giacere a terra infermi che precipitare dall’alto. v. 15: se ne andò l’uomo, ecc. La sua, probabilmente, non è una delazione, ma una testimonianza su Gesù, che può essere accettata o rifiutata. disse ai giudei che è Gesù colui che lo fece sano. Gesù significa “Dio salva”. v. 16: per questo i giudei perseguitavano Gesù (cf. Mc 3.1-6). Comincia lo scontro diretto tra Gesù e i capi del popolo. È in gioco l’interpretazione della legge, il rapporto tra uomo e Dio: questione di vita o di morte.

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v. 17. rispose. Invece del solito “apekríthe” (cf. vv. 7.11), qui Giovanni usa la forma “apekrínato”, che esce nel processo davanti al sinedrio (cf. Mc 14,61; Mt 27,12 e Lc 23,9). Inizia qui il giudizio contro Gesù, nel quale si rivelerà come il Figlio. È già l’anticipo del punto di arrivo. il Padre mio. Qui Gesù enuncia il tema della rivelazione del Figlio e della sua opera, di cui si parlerà immediatamente dopo (vv. 19-30). Gesù chiama Dio “Padre mio” (cf. 2,16). Padre indica non solo relazione di nascita, ma anche di amore, che si esprime nel fatto che Padre e Figlio sono uniti nel capire, volere e agire. continua ad operare sino ad ora. Dio è sempre all’opera nella creazione, per condurla al settimo giorno, nel quale si dice che “compì” il suo lavoro e “riposò” (cf. Gen 2,2s). Ma allora il settimo giorno Dio compì il lavoro o riposò? In realtà il suo riposo è compiere la sua opera, che è introdurre l’uomo nel proprio riposo. Gesù agisce di sabato non per dispetto verso le autorità. La sua non è trasgressione o provocazione; indica invece l’opera del Padre nel mondo: portarlo alla libertà del Figlio. v. 18: per questo cercavano di ucciderlo (cf. Mc 3,6). Il testo, iniziato con una festa, continua con il dono del sabato e conclude con uno squarcio sulla Pasqua ultima, quando il Figlio sarà ucciso e ci darà il suo Spirito. Il dono della vita gli costerà la vita. scioglieva il sabato. Il sabato prima era legato e legava, ora è sciolto, libero e liberante: è per l’uomo. Come il sabato, così ogni legge, anzi Dio stesso è per l’uomo! Da sempre l’unica legge è l’amore di Dio, principio di vita e libertà. È la cosa nascosta sin dalla fondazione del mondo, che Adamo non capì e il Figlio è venuto a rivelare. facendosi uguale a Dio. Il figlio è simile al padre non solo nell’agire, ma anche nell’essere. Farsi uguale a Dio è il peccato di Adamo (cf. Gen 3,5), del quale accusano ora Gesù. Eppure Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza! Il peccato di Adamo non fu quello di farsi uguale a Dio, ma di rapire ciò che non può essere che dono; volle possedere in proprio ciò che gli veniva dal Padre: non accettò di essere figlio. Gesù è il Figlio, il primo uomo che accetta di essere tale: amato dal Padre. Egli “incarna” la Parola eterna di Dio e dona a chi l’accoglie di essere (ri)generato figlio di Dio. 3. Pregare il testo. a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando la piscina, i cinque portici e la moltitudine di infermi. Chiedo ciò che voglio: la volontà di guarire da ciò che mi blocca. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che fanno, che dicono.

Da notare: • salì a Gerusalemme


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la piscina e la moltitudine di infermi
ciechi, zoppi, disseccati il moto dell’acqua un uomo che si trova nella sua infermità da trentotto anni vuoi diventare sano? non ho un uomo svegliati, leva la barella, cammina era sabato quel giorno i capi gli dicono: non ti è lecito il problema della legge: come la intende Gesù, come i capi? non peccare più la persecuzione contro Gesù il Padre mio opera e anch’io opero Gesù “scioglieva” il sabato si fa uguale a Dio
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• 4.

i capi vogliono ucciderlo. Testi utili

Sal 95; Sap 1,12 - 2,24; Mc 2,1-11. 23-28; 3,1-6; Gv 1,2-4; 4,1-42. 43-54; Fil 3; Eb 2,14-18.

11. IL PADRE AMA IL FIGLIO 5,19-30 5,19 Rispose dunque Gesù e disse loro: Amen, amen vi dico: il Figlio non può fare nulla da se stesso se non ciò che vede fare il Padre. Le cose infatti che egli fa, anche il Figlio ugualmente le fa. Il Padre infatti ama il Figlio e gli mostra tutte le cose che egli fa;
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e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché voi vi meravigliate. Come infatti il Padre desta i morti e fa vivere, così anche il Figlio fa vivere quelli che vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che l’ha inviato. Amen, amen vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a chi mi inviò, ha vita eterna e non va in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. Amen, amen vi dico: viene l’ora, ed è adesso, quando i morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha vita in se stesso così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso. E ha dato a lui il potere di fare il giudizio, perché è Figlio dell’uomo. Non vi meravigliate di questo, poiché viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri ascolteranno la sua voce e usciranno: coloro che fecero il bene per una risurrezione di vita, coloro che fecero cose cattive per una risurrezione di giudizio. Io non posso fare nulla da me stesso: come ascolto, giudico; e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà ma la volontà di chi mi inviò. Messaggio nel contesto

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“Il Padre ama il Figlio”, risponde Gesù a chi vuole ucciderlo (v. 18). Questa affermazione, insieme scontata e sconvolgente, è la grande verità, purtroppo mai intesa e sempre dimenticata, che sta a
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fondamento della nostra esistenza. Gesù è venuto a risvegliarne il ricordo, tragicamente rimosso. Dio è suo Padre, lui è “il Figlio”: ciò che il primo è e fa, anche l’altro è e fa, per dono suo. La relazione tra i due è di amore dato e corrisposto. L’amore reciproco è la loro vita: lo Spirito Santo, il “terzo” che fa dei due “uno”, identici nell’essere, nell’intendere e nel volere, quindi anche nel giudicare e nell’agire. Questo discorso descrive la relazione tra “Padre” e “Figlio”, questione di “vita” o di “morte”, con i verbi “fare”, “vedere”, “amare”, “mostrare”, “meravigliarsi”, “risuscitare”, “far vivere”, “volere”, “giudicare”, “onorare”, “inviare”, “ascoltare”, “credere”, “passare”, “vivere”, “avere”, “dare”, “uscire”. Questi verbi esprimono l’azione in cui la vita del Padre è data al Figlio e comunicata a noi. È un testo esemplare sul mistero trinitario e sul mistero dell’uomo. Con queste parole semplici e sublimi, ovvie e incomprensibili, tanto comuni quanto misteriose, Gesù svela l’identità di Dio che è anche l’identità profonda e nascosta dell’uomo, sua immagine e somiglianza. Ignorarla è la sofferenza essenziale di non sapere ciò che si è. Bisogna tener presente che sempre, volenti o nolenti, ogni concezione su Dio è una concezione sull’uomo e viceversa: l’una è specchio dell’altra. Gesù afferma, con autorità divina, che chi ascolta lui, ha la vita eterna. La sua parola infatti ci trasforma in figli, con lui assunti nella Trinità, partecipi dell’amore tra Padre e Figlio. Chi si affida al Figlio, entra nel suo stesso rapporto con il Padre, accetta la propria realtà di figlio e vive come tale: ama i fratelli ed è uscito dalla morte alla sua vita (1Gv 3,14). Con questo discorso di rivelazione il vangelo vuol compiere anche nel lettore la guarigione, appena narrata, dell’uomo che “risorge”, porta la sua barella e cammina. L’“opera”, che Gesù ha compiuto ai bordi della piscina, è “segno” di quanto queste parole, ascoltate e contemplate, accolte e gustate, operano in noi. Ciò che blocca l’uomo è la non conoscenza e la non accettazione della sua identità di figlio. Il non sapere di essere figlio – amato! – è origine del suo male: gli fa rifiutare il proprio principio e il proprio fine, ignorare da dove viene e verso dove va. Per questo conduce un’esistenza sospesa nel vuoto, insensata e assurda, come uno che viene dal nulla e torna ad esso. Intesa così, è veramente un male la vita. La coscienza del limite, invece di essere principio di sapienza, diventa terrore del nulla di sé. L’uomo, reso schiavo della paura della morte per tutta la vita (Eb 2,11s), con reazione da vertigine si getta nel baratro che teme. Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, è venuto a ridarci la verità che ci fa liberi (8,32): il nostro essere figli, uniti alla sorgente della vita. Ce ne eravamo allontanati, come Adamo, per scavarci cisterne screpolate che perdono acqua (Ger 2,13). Lasciando il Padre, abbiamo perso la nostra realtà di figli. Il testo rivela “il Figlio” nel suo rapporto con “il Padre”, aperto a chiunque lo ascolta; egli è infatti la Parola che ha il potere di generare figli di Dio quanti la accolgono (1,12). Questa parte del discorso si apre e si chiude con il “fare” del Figlio (vv. 19.30), che è quello di Gesù che parla. Infatti “il Figlio” del v. 19 diventa “io” nel v. 30. Il Figlio “vede e fa” ciò che il Padre gli “mostra”, e “giudica” secondo ciò che “ascolta” da lui. Si tratta di uno sviluppo del tema annunciato al v. 17, dove Gesù identifica l’agire suo con quello del Padre, facendosi uguale a Dio (v. 18). Quanto ha appena fatto presso la piscina è il compimento dell’opera di Dio nel suo amore per l’uomo: donargli la vita piena e introdurlo nel sabato. In questa parte del discorso è nominato 8 volte “il Figlio”, una volta “il Figlio di Dio” (v. 25), un’altra il “ Figlio dell’uomo” (v. 27) e 7 volte “il Padre”. Se nell’AT Dio è chiamato col nome di Padre 15 volte, nei Vangeli Gesù lo chiama così non meno di 170 volte, di cui 109 in Giovanni, 4 in Marco, 15 in Luca e 42 in Matteo. Qui si tratta di una variazione sul tema Figlio-Padre, centro del messaggio di Gesù e centro del quarto vangelo. Il Padre è colui che tutto dona al Figlio: gli dona lui stesso e se stesso (in ogni dono il donatore dona se stesso). Il Figlio è colui che tutto riceve: il proprio io e il Padre stesso. Il Figlio è uguale al Padre perché è amato e dice sì al suo amore. Ed è inviato al mondo per manifestargli questo amore e salvarlo (3,16s). L’opera di Gesù è rivelarci “il dono di Dio” (4,10), perché lo conosciamo e accogliamo, diventando figli suoi e fratelli tra di noi, con lui e come lui, il Figlio. Il testo parla delle due prerogative principali ed esclusive di Dio che ha la vita in se stesso: “risuscitare/far vivere” e “giudicare”. Le due azioni in lui però non sono diverse, perché il suo giudizio è dare la vita. Queste prerogative sono il dono del Padre al Figlio in quanto Figlio dell’uomo.

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Gesù ci rivela che l’“Unico” non è un solitario: Dio è Padre e Figlio, l’amore reciproco è la sua vita, il suo operare nel mondo è comunicarla a tutti. Questa novità è inaudita, eppure antica quanto il desiderio dell’uomo, che vuol essere come lui. La relazione padre/figlio fonda l’esistenza umana: ognuno è figlio di qualcuno. Il termine “padre” non è alternativo, ma complementare a “madre”: Lc 6,36 dice di diventare “materni” (misericordiosi, “uterini”) come il Padre. Mentre “madre” indica la necessità biologica di essere accolti per vivere, “padre” indica il riconoscimento e l’amore che si stabilisce con la parola, che fa vivere e crescere nella libertà. Il rapporto padre/figlio è vivibile solo se non è di rivalità, bensì di dono e uguaglianza, con pari dignità. Nel rapporto Padre/Figlio si rivela chi è Dio e chi è l’uomo. Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, è venuto a restituirci il nostro volto nascosto, che è lo stesso di Dio, facendoci prendere coscienza di quella relazione che rende possibile la vita. Egli ci dice che, qualunque sia la nostra esperienza negativa in proposito, c’è per tutti una paternità/maternità positiva, che risponde al nostro desiderio innato: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27,10). I vv. 19-21 presentano il “fare” comune del Padre e del Figlio: “destare i morti” e “far vivere” un’esistenza che non è più per la morte. Il miracolo dell’infermo è segno di questo dono, che introduce l’uomo nel settimo giorno, dandogli quella felicità per cui è fatto. I vv. 22-30 parlano del “giudizio”: onorare e ascoltare il Figlio è la salvezza, il passaggio da una vita morta, separata dal Padre, alla vita piena del Figlio di Dio. Questo giudizio avviene già “adesso” (v. 25), nella presa di posizione nei confronti della voce di Gesù, che raggiunge chiunque, anche il lettore che lo sente dire: “Destati, leva la tua barella e cammina”. Chi non l’ha udita, la sentirà certamente alla fine del mondo, quando aprirà i sepolcri. Allora ognuno sarà salvo nella misura in cui avrà o meno vissuto da figlio. Infatti la luce del Figlio viene al mondo per illuminare ogni uomo (1,9). Nel profondo del cuore ognuno ne porta il sigillo. Almeno in punto di morte, quando cadrà il velo dell’inganno, ogni carne la vedrà. Già in questa vita però ognuno è responsabile secondo la chiarezza che la sua coscienza ha raggiunto. Il “fare” e “giudicare” suppongono una norma in base a cui si agisce e si valuta. È il problema della “legge”, che esprime la volontà di Dio. Per Gesù la legge è sempre e solo quella dell’amore tra Padre e Figlio. Questo amore sarà il giudizio di Dio, rivelato definitivamente sulla croce, dove egli dona la vita a chi gliela vuol rapire. Si tratta di una “legge di libertà” (Gc 1,25; 2,12), che scaturisce dall’essenza di Dio, che è amore. L’uomo, come detto nel brano precedente, è l’interpretazione che dà di Dio e di sé, della legge e dell’altro. Se Dio è padrone esigente, allora lui è schiavo, obbediente o ribelle, la legge è divieto da trasgredire e l’altro è il contendente da eliminare. Un figlio, che pensa che il principio della sua vita gli sia contro, non può che essere contro di lui; di conseguenza sarà contro di sé e contro tutti. Considerare Dio come antagonista dell’uomo è il male originario, dal quale devono purificarsi tutte le religioni, per non sacrificare l’uomo a Dio e alla legge, distruggendo insieme e uomo e legge e Dio. La rivelazione del Figlio ci rende vivi e liberi. Lui, l’unico interprete visibile del Dio invisibile (1,18), ci manifesta con opere e parole il giudizio di Dio: egli è Padre amante e noi figli amati. La sua legge è per la vita, i suoi divieti contro la morte. In Gesù ritroviamo la nostra casa, che è quella del Padre. Accettare lui è guarire da una esistenza votata alla morte e avere la vita che ci spetta come figli. Opporsi a lui, è opporsi a sé, perdendo la propria identità. La nostra esistenza, qui e ora, è il momento della decisione: la vita e la morte sono nelle nostre mani (cf. Dt 30,15-20). Non è Dio a compiere il giudizio: siamo noi a “giudicare” Dio. Il nostro giudizio negativo su di lui sarà la nostra condanna – che lui stesso porterà sulla croce, dove ci rivelerà il “suo” giudizio, che sarà la nostra salvezza. Gesù, imputato e condannato a morte perché si dichiara Figlio di Dio, fa dell’imputazione la sua difesa. Proseguirà con la citazione dei testimoni (vv. 31-47). Con queste sue parole inizia “il processo”, che si svolgerà nel seguito del Vangelo. Gesù non è un altro Dio o un uomo blasfemo: è il Dio “altro”, il Figlio del Padre, che ci comunica la verità di Dio come Padre e la nostra come suoi figli.
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La Chiesa accoglie e ama il Figlio. La sua legge è la libertà di chi è amato: è l’amore stesso tra Padre e Figlio. Questo è già ora “vita eterna”, caparra di una vita sempre più piena. 2. Lettura del testo v. 19: Amen, amen vi dico. Con questa autorità divina – così nella Bibbia parla Dio in prima persona –, Gesù inizia il suo discorso rivolto a chi lo accusa di farsi uguale a Dio (v. 18). Ciò di cui lo si accusa è la verità: lui è il Figlio, uguale al Padre. il Figlio non può fare nulla da se stesso. Gesù è il Figlio, che non si appropria né di se stesso né del Padre: il suo fare, come il suo essere, è dal Padre. Il male radicale dell’uomo è non riconoscersi figlio, voler essere principio di se stesso, senza accorgersi che in questo modo nega la relazione che lo fa esistere. ciò che vede fare il Padre, ecc. Il Figlio è contemplatore e ascoltatore amoroso del Padre: lo “vede” e lo “ascolta” (v. 30), è da lui e compie la sua stessa opera. La sua posizione però non è di sudditanza: è infatti uno con lui nell’amore, nel quale il Padre dona se stesso e il Figlio riceve se stesso. Come un padre che non ama e non dà se stesso nega la propria essenza di padre, così un figlio che non riconosce e non ama il padre nega la propria essenza di figlio. Così accade di fatto tra gli uomini. Gesù è venuto a riparare questo guasto, offrendoci il suo rapporto di Figlio con il Padre. v. 20. il Padre ama il Figlio (cf. 3,35). Adamo, seguito dai suoi discendenti, non conobbe l’amore del Padre. Questa ignoranza è l’origine dei nostri mali: chi non si sente amato, non si ama e non sa amare. Gesù infatti dirà ai suoi accusatori che non hanno in se stessi l’amore del Padre (v. 42). Dio è amore del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre; e tutto ciò che esiste è partecipazione di questo amore. L’amore del Padre si è reso visibile in quello del Figlio per tutti gli uomini e si manifesta in coloro che, credendo in lui, considerano gli altri come fratelli. Solo se ci amiamo tra noi, l’amore è credibile. Esso non si può dimostrare: si può solo mostrare. gli mostra tutte le cose. “La legge” dell’agire del Figlio è vedere l’amore del Padre, il quale gli è sempre presente: gli “mostra”, qui e ora, come agire con i fratelli. Qualunque azione che non viene dall’amore, viene dall’egoismo e dà morte invece di vita. le cose che egli fa. “Egli” può indicare sia il Padre che il Figlio. Dal contesto pare indicare piuttosto il Figlio, perché si parla del suo agire. gli mostrerà opere maggiori di queste (cf. 14,12). “Queste” opere, che il Padre gli mostra e che Gesù ha compiuto, corrispondono a quanto i discepoli hanno visto, in particolare la guarigione dell’infermo. Le “opere maggiori” saranno quelle che seguono: il dono del pane (6,1s), della luce (9,1ss) e, in particolare, della vita a Lazzaro (11,1ss), figura della sua risurrezione. affinché voi vi meravigliate. Sarà la meraviglia del mattino di Pasqua, in cui si compirà nel Figlio l’opera del Padre a favore dei suoi figli. v. 21. il Padre desta i morti e fa vivere. Sono le due azioni del Padre, esclusive di Dio: far uscire dalla morte e dare pienezza di vita. È quanto Gesù ha fatto con l’infermo e la sua parola fa in noi che l’ascoltiamo. così anche il Figlio fa vivere. Quanto Gesù ha appena operato di sabato, è la stessa opera del Padre. L’infermo, che diventa “sano” ed esce da una vita di peccato (“non peccare più”, v. 14), è passato da una vita morta, separata dal Padre, a una vita piena. Infatti “si desta”, “leva la sua barella” e “cammina”. quelli che vuole. Come il Padre “vuole” (= ama) tutti e ciascuno dei suoi figli, così il Figlio “vuole” tutti e ciascuno dei suoi fratelli. Non si allude ad una arbitraria predestinazione; si indica solo che il “far vivere” è un atto libero di amore. Il Figlio infatti vuole ciò che il Padre vuole (v. 30b). Tra quelli che il Figlio vuole far risorgere e vivere, oltre l’uomo infermo appena incontrato, c’è ogni uomo che ne ascolta la parola, anche i suoi accusatori e noi lettori. v. 22: il Padre non giudica nessuno. Dopo aver parlato del fare di Dio, ora si parla del giudicare. Il suo giudicare, come il suo agire, deriva dal suo amore. Noi pensiamo un Dio giudice; lo vorremmo complice. Invece ci salva dal nostro male, perché è Padre e ci ama come ama il Figlio unico che ci ha
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donato (cf. 3,16s). Il giudizio del Padre è contro il male, non contro chi lo fa: un padre che condanna il figlio, è morto come padre e uccide il figlio. ha dato ogni giudizio al Figlio. Il giudizio è dato al Figlio e, come a lui, a tutti i suoi figli. Infatti la salvezza è accettare o rifiutare di essere figli. Questa non dipende certo da Dio, che ci ama tutti, ma dalla nostra libertà. L’amore infatti non può essere che libero. Dire sì o no al suo amore, tocca a noi. v. 23: perché tutti onorino il Figlio. In tutto il discorso l’accento è posto sul Figlio. Onorare lui, ascoltare la sua parola, essere uniti a lui, è tornare al Padre della vita: è diventare figli, ritrovare la propria essenza, vivere la propria verità. Onorare il Figlio è “onorare” il proprio essere figli, che si attua nell’amare lui, il Padre e i fratelli. Chi non fa questo, resta senza radice e senza frutto: nega la propria natura di figlio e fratello, uccidendo Dio come Padre, se stesso come figlio e gli altri come fratelli. v. 24: chi ascolta la mia parola, ecc. Chi “ascolta” la parola del Figlio, “crede” al Padre e “ha la vita eterna”, l’amore tra Padre e Figlio. I tre verbi sono al presente, perché la vita eterna è concessa già ora a chi ascolta Gesù: la sua parola ci “fa vivere” un’esistenza filiale e fraterna, affrancata dall’egoismo, dal peccato e dalla morte. non va in giudizio. (cf. 3,18). Giudizio qui significa condanna, il contrario di salvezza. Ascoltare il Figlio è salvare la vita; significa infatti diventare ciò che si è: figli. Non ascoltarlo è morire; significa infatti diventare ciò che non si è. è passato dalla morte alla vita. Per morte qui si intende la situazione dell’infermo appena guarito, che giace nel suo male e non cammina secondo la Parola. Questo è il suo peccato (cf. v. 14). “Passare” significa trasferirsi, cambiare domicilio. Chi accetta di essere figlio, esce dalla tenebra alla luce di una vita libera nell’amore: si è trasferito nel Figlio, che ha la sua dimora nel Padre. Adamo torna alla sua casa e riflette il volto di cui è specchio. Chi invece non ascolta il Figlio, rimane nella morte; conduce un’esistenza ripiegata su di sé, inautentica, insensata e infelice: è un morto vivente. Ascoltare il Figlio sarà in concreto osservare il “suo” comandamento di amare i fratelli (13,39): chi ama il fratello è passato dalla morte alla vita (1Gv 3,14). Questo non significa che non ci si ammalerà e non si morirà più. Significa invece che la malattia e la stessa morte, ogni limite che abbiamo come creature e come peccatori, tutto sarà vissuto come luogo di comunione, nel dono e nel perdono. Conoscere questo, che è “il dono di Dio” (cf. 4,10), ci fa vivere un’esistenza che non è più sotto l’ipoteca del nulla, ma è già nella pienezza di vita. v. 25: viene l’ora L’ora in Giovanni è collegata alla “glorificazione” del Figlio, che dà la vita (vedi finora 2,4; 4,23). ed è adesso. Quest’ora è anticipata “adesso”, mentre Gesù parla e io ascolto la sua parola, come alle nozze di Cana (2,8) e al pozzo di Sicar (4,23). Il momento presente è quello dell’incontro con lui e della decisione per lui: l’ora della salvezza. i morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio, ecc. I morti, che “adesso” odono la sua voce, sono quei morti viventi, come l’infermo della piscina, che lo stanno ascoltando, compresi noi che leggiamo. Dopo essersi chiamato “il Figlio”, ora Gesù si proclama “il Figlio di Dio”. In quanto tale, come il Padre, fa risorgere e dà la vita. v. 26: il Padre ha vita in se stesso. Il Padre ha in se stesso la vita: è la stessa che dona al Figlio. ha dato al Figlio di avere vita in se stesso. Il Figlio ha in se stesso la vita come dono del Padre. Ambedue hanno la pienezza di vita: il loro amore reciproco. Il Padre non tiene nulla per sé; la sua realizzazione è la relazione di amore e di dono al Figlio, al quale dà tutto. Il Figlio a sua volta dona tutto ai fratelli. A chi ascolta Gesù, è concesso di vivere la vita stessa di Dio. v. 27: ha dato a lui il potere di fare il giudizio. Il Padre non giudica nessuno (v. 22) e il Figlio fa ciò che vede fare dal Padre (vv. 19.20). Per questo non giudica nessuno, neanche chi lo vuole uccidere (v. 45). In che senso ha il potere del giudizio? In primo luogo il suo giudizio rivela quello del Padre: fa come lui, che fa risorgere dai morti e dà la vita. In secondo luogo il giudizio di salvezza o di perdizione si compie per noi nell’accettare o meno lui, il Figlio nel quale abbiamo la nostra identità di figli. Come già detto, il giudizio appartiene in ultima istanza a noi. Però egli ha il potere di giudicare secondo la volontà del Padre (v. 30), con un giudizio che ribalta il nostro. Il giudizio del Figlio infatti sarà la croce, dove porterà su di sé la condanna dei fratelli, rivelando così l’amore del Padre, che vuol salvare il mondo intero (cf. 3,16s).
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perché è Figlio dell’uomo. Il giudizio, che riguarda il nostro essere figli, spetta al Figlio perché è Figlio dell’uomo, uomo come noi. Con questa espressione Gesù allude a Dn 7,13s, dove “il Figlio dell’uomo” è un uomo che ha le prerogative stesse di Dio. Proprio grazie alla sua umanità, il Figlio può compiere il giudizio di Dio sugli uomini. Il Figlio dell’uomo innalzato (3,14) è il Figlio unigenito che il Padre ha dato per salvare il mondo (3,16s), nel quale conosciamo: “Io-Sono” (8,28). Nell’amore del Figlio per i fratelli vediamo infatti quello del Padre e scopriamo l’essenza di Dio come amore in sé e per noi: vediamo in lui la sua e la nostra realtà vera.

v. 28: non vi meravigliate. Quanto Gesù ha detto sul rapporto con il Padre è un panorama splendido, che mozza il fiato. È il giardino dell’infanzia, il sogno perduto che il Figlio, rivelandolo, risveglia e ridona; è la vera “ terra promessa”, che con stupore Mosè vide dal monte Nebo, nella quale il Figlio ci introduce. La meraviglia che l’amore, l’opera e il giudizio del Figlio suscitano in noi, più che incuriosire la mente, sorprende e sazia il cuore. viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri. Nel v. 25 si parlava dell’ora in cui i morti viventi odono la voce del Figlio e risorgono; ed è “adesso”, mentre io ascolto. La risurrezione era intesa in senso spirituale, come “passaggio” a una vita nell’amore: si tratta del giudizio presente, per chi non è ancora fisicamente morto. Nei vv. 28-29 invece si parla dell’ora ultima della storia, quando anche chi è già morto e sepolto, come Lazzaro, udrà la sua voce e risorgerà con il corpo: si tratta del giudizio futuro, per chi è già nel sepolcro, dove alla fine saremo tutti. Il Figlio, come è giudice del presente, lo è anche del passato e del futuro. Ogni uomo udrà la sua voce, che aprirà i sepolcri, dove il passato dà appuntamento al futuro. Allora tutti conosceranno chi è il Signore (Ez 37,13). Allora sarà vinta anche la morte corporea; e il sepolcro, bocca sempre aperta che inghiotte nel passato ogni futuro, restituirà la sua preda. Senza la speranza di una vittoria sulla morte, la nostra esistenza sarebbe un controsenso, un tunnel senza uscita. Sarebbe opera di un ingegnere sadico, non dono di un padre degno di tale nome. ascolteranno la sua voce. Il Figlio è il centro della storia, giudice dell’umanità. La Parola che creò al principio, alla fine ricreerà tutto; come chiamò ogni esistente dal nulla, così lo richiamerà dalla morte. v. 29. coloro che fecero il bene per una risurrezione di vita, ecc. Sono le parole di Dn 12,2s. Ogni uomo risorgerà e sarà giudicato in base a ciò che avrà fatto della sua vita terrena. Il nostro futuro è quindi lasciato alla nostra responsabilità presente. Fare il bene è agire da figli e da fratelli; questa è la vita eterna, che sboccerà nella sua pienezza oltre la morte. Fare il male è non amare; questa è già morte, anche se si è ancora in vita. Nella risurrezione tutto ciò che non è amore filiale e fraterno si rivelerà chiaramente e per tutti nella sua nullità. Il giudizio, che alla fine ci sarà, sarà pur sempre quello dell’amore, che è Dio (cf. 1Cor 3,10-16) . Anche coloro che non hanno conosciuto Gesù udranno la sua voce. Per essi la salvezza dipenderà dall’aver seguito la voce della Parola che viene nel mondo a illuminare ogni uomo (cf. 1,6). Ognuno infatti è chiamato dalla sua coscienza a vivere da figlio e da fratello, secondo le sue possibilità concrete. v. 30: io non posso fare nulla da me stesso, ecc. Il versetto finale chiude, come si era aperta (cf. v. 19), questa parte del discorso, sintetizzando quanto è stato detto. Ora “il Figlio” del v.19 è l’“io” di Gesù, il cui “fare e giudicare” viene dal Padre: “fa” come “vede” e “giudica” come “ascolta”. Il suo giudizio, a differenza di quello di chi lo condanna e lo vuole uccidere, è giusto. Giusto perché cerca la volontà di colui che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, non per giudicarlo, ma per salvarlo (3,14-17).
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Per questo il “suo” giudizio sarà l’opera somma di Dio, la glorificazione sua e del Padre: amore incondizionato che dà la vita.
3. Pregare il testo

a. b. c. d.

Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Gesù che parla con i fratelli che vogliono ucciderlo. Chiedo ciò che voglio: conoscere l’amore del Padre per il Figlio. Ascolto e “gusto” con il cuore le parole di Gesù, lasciando che si imprimano in me e risveglino il grande “ricordo” di cui vivo: l’amore del Padre verso il Figlio.

Da notare: • il Figlio non può far nulla da se stesso • fa ciò che vede fare il Padre • il Padre ama il Figlio • il Padre risuscita i morti e fa vivere • il Figlio fa vivere quelli che lo ascoltano • il Padre non giudica • il giudizio è dato al Figlio: la salvezza è onorare il Figlio
• a Gesù è riservato il giudizio, perché è insieme Figlio di Dio e Figlio dell’uomo

• • • • • • • 4.

chi ascolta Gesù crede al Padre e ha la vita eterna chi ascolta la voce del Figlio di Dio passa dalla morte alla vita il Padre ha in sé la vita, come pure il Figlio, come dono del Padre tutti usciranno dai sepolcri alla voce del Figlio il futuro di ogni uomo è legato alle sue opere da figlio valore della coscienza filiale e fraterna per ogni uomo il “giudizio” del Figlio è giusto, perché è secondo la volontà del Padre. Testi utili

Sal 27; 103; 2; 96; Gen 3,1ss; Dt 6,4-9; 30,15-20; Gv 3,14-21; 1Gv 3,1s; 1Cor 13,1ss; 3,10-16; 15,134.

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12. NON AVETE IN VOI STESSI L’AMORE DI DIO 5,31-47 5,31 32 33 34 35 Se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza non è vera. Altro è che testimonia di me e so che è vera la testimonianza che testimonia di me. Voi avete inviato da Giovanni e ha testimoniato della verità. Io però non ricevo la testimonianza da un uomo, ma dico queste cose perché voi siate salvati. Egli era la lampada che arde e splende, ma voi non voleste rallegrarvi un’ora sola alla sua luce. Ora io ho la testimonianza più grande di Giovanni; infatti le opere che il Padre mi ha dato perché le compia, le stesse opere che faccio testimoniano di me che il Padre mi ha inviato. E il Padre, che mi ha inviato, egli ha testimoniato di me. Di lui né la voce mai avete udito né il viso avete visto e non avete la sua parola che dimora in voi, poiché a colui che egli inviò, a lui voi non credete. Scrutate le Scritture perché voi pensate di avere in esse vita eterna; e sono esse che testimoniano di me. E non volete venire a me per avere vita. Non prendo gloria dagli uomini; ma vi ho conosciuto: non avete in voi stessi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e non mi prendete; se un altro venisse nel proprio nome, quello lo prendereste. Come potete credere voi, che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene solo da Dio? Non pensate che io vi accuserò presso il Padre: chi vi accusa è Mosè, nel quale voi avete sperato. Se infatti credeste a Mosè,
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credereste a me, perché di me egli ha scritto. Ora se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole? Messaggio nel contesto

1.

“Non avete in voi stessi l’amore di Dio”, dice Gesù a chi lo vuole uccidere, ribaltando così l’accusa di chi lo condanna. Dopo la guarigione e la discussione (vv. 1-18), c’è stata la rivelazione del Figlio che compie la volontà del Padre dando la vita ai fratelli (vv. 19-30). Le sue parole, che rimettono in piedi l’infermo, valgono per chiunque le ascolta: ”Destati, leva la tua barella e cammina”. Non siamo più schiavi della legge che ci condanna nel nostro male. La sua voce ci fa passare dalla morte alla vita: ci dà la libertà e la dignità di figli, che conoscono e vivono l’amore del Padre, salvezza presente e futura. Gesù è il Figlio che compie la stessa opera del Padre: farci diventare figli. Accettarlo o meno è salvezza o fallimento, venire alla vita autentica o restare nella morte. La sua pretesa non è somma trasgressione o bestemmia inaudita: è la volontà del Padre, la vita stessa del Figlio, la verità che ci fa figli. Ora Gesù dà le credenziali di quanto ha affermato, producendo una serie di testimoni a proprio favore: innanzitutto il Padre, poi Giovanni Battista che gli dà voce, infine le sue opere di Figlio e il suo potere di inviato (vv. 31-36). Il rifiuto che gli avversari gli oppongono viene dal fatto che non hanno accolto la rivelazione delle Scritture alle quali si appellano (vv. 37-40). Infatti, chi non ha in sé l’amore di Dio, non capisce le Scritture, che parlano dell’amore tra Padre e Figlio comunicato agli uomini ( vv. 4147). Queste parole di Gesù fanno venire alla luce le nostre resistenze, squarciano le tenebre che ci impediscono di accettare la Parola che ci salva. All’origine della nostra incomprensione c’è il male radicale dell’uomo, che cerca “gloria” dagli altri, invece che in Dio (v. 44). Non può credere in Dio e affidarsi al suo amore di Padre chi cerca in sé o da altri la propria identità. Gesù però non accusa nessuno: è la stessa legge, alla quale si appellano i suoi accusatori, che li accusa per la loro incredulità. Credere alle Scritture è credere in Gesù, il Figlio salvatore dei fratelli, perché esse non parlano che dell’amore del Padre. Il comando che riassume la legge è infatti quello di amare Dio (Dt 6,3-9), vita dell’uomo (Dt 30,15-20). La legge non è una serie di ordini impossibili e divieti mortali. Essa non va interpretata da schiavo, suddito o ribelle, ma da figlio, amato e amante. In questo senso Mosè, che ha formato un popolo libero per ascoltare la Parola e amare il Signore suo Dio, ha parlato del Figlio, salvezza di tutti i fratelli. La legge e i profeti trovano in lui il suo compimento. Perché i capi del popolo, “padroni” delle Scritture, non credono al Figlio dell’uomo e non ne accettano la testimonianza? Il mistero degli uomini che preferiscono le tenebre (cf. 3,18-21) e non accolgono la luce, ma neanche riescono a soffocarla (1,5), qui viene approfondito e troverà il suo sviluppo in 8,12-59. L’uomo che non ha in sé “l’amore del Padre”, non lo conosce. Invece dell’amore di Dio ha in sé l’amore dell’io: è schiavo dell’egoismo, chiuso alla verità dell’amore. Solo chi ama conosce, perché si conosce solo ciò che si ama. Principio di conoscenza è l’amore. Siamo al nocciolo del problema del male, che consiste nel non avere in sé l’amore di Dio. Gesù, salvatore del mondo (4,42) è venuto a vincere questo male. E lo vincerà come l’agnello di Dio che porta il peccato del mondo (1,29). In questo modo il Figlio, che ama come è amato, ci fa “conoscere il dono di Dio” (4,10), di un Dio che si offre a noi come Padre. Ogni nostro male viene dalla menzogna originaria che ci impedisce di accettare la nostra identità di figli. Vogliamo essere padri di noi stessi, principio della nostra esistenza: usurpiamo il posto del Padre e lo “uccidiamo”, tagliando la relazione con lui, fonte della nostra vita. In realtà il “parricidio” è uccisione della nostra verità di figli. La vita è dono: non è oggetto di conquista o di rapina, ma comunione d’amore con il Padre che la dona. Solo chi vive da figlio conosce il proprio principio e fine, sa da dove viene e dove va: conduce una vita sensata.
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Le Scritture, come pure la creazione con il suo linguaggio silenzioso (cf. Sal 19,1-4), non parlano che di questa meraviglia: noi, il creato intero e Dio stesso, tutto è dono d’amore. Ma noi siamo sordi a questa parola. Abita in noi un’altra parola, di menzogna, che ci ha avvelenato di morte la vita. I temi del brano sono sempre attuali: si parla della testimonianza, dell’oggetto della testimonianza, dei testimoni e dei destinatari della testimonianza. La testimonianza è il fondamento del rapporto tra gli uomini. Se si testimonia ciò che si conosce e si ama, si trasmette luce e vita; se si testimonia ciò che non si conosce o non si ama, si diffonde tenebra e morte. La testimonianza, di altri o ad altri, è vivificante o mortifera a seconda che sia vera o falsa, dettata da amore o da egoismo. L’oggetto della testimonianza in questione riguarda il bisogno fondamentale di ogni persona: essere figlio amato dal Padre. Dalla soddisfazione di questo desiderio primordiale dipende la realizzazione dell’umanità dell’uomo. Chi ignora questo amore, cerca in sé la propria identità o la mendica da altri: si chiude in un narcisismo egoistico, che lo fa annegare nell’autocompiacimento o nel tentativo di compiacere gli altri. I testimoni di questa verità, che è il sogno più bello che Dio abbia messo nel cuore dell’uomo, sono il Padre stesso, con le opere che fa compiere al Figlio, il Battista e Mosè con tutte le Scritture. La creazione e la rivelazione, tutta la storia, parlano dell’amore del Padre, che ci dona di essere suoi figli. I destinatari della testimonianza sono quelli che, in ogni tempo, la ascoltano. Essa mette in moto la loro intelligenza e la loro volontà. Devono però essere mentalmente aperti per capirla e sufficientemente liberi per accoglierla e trarne le conseguenze pratiche. In concreto la testimonianza del Figlio, che parla dell’amore del Padre, è riconosciuta da chi è in sintonia: da chi ha un cuore che ama. Con la sua requisitoria Gesù non accusa gli avversari (v. 45): “giudica” invece, da Figlio di Dio e dell’uomo, “il giudizio” perverso che ci tiene nella morte e ci porta a uccidere chi dà la vita. Gesù, il Figlio che ci rende figli di Dio, è il compimento di ogni dono, ciò di cui le Scritture parlano. La Chiesa accetta la testimonianza del Padre: il dono dello Spirito le fa accogliere il Figlio come compimento dell’opera di Dio a favore dell’uomo. 1. Lettura del testo v. 31: Se io testimonio di me stesso, ecc. C’è una contesa tra Gesù e i suoi avversari sul modo di intendere Dio, la legge e l’uomo. Per Gesù Dio è Padre, la legge è la libertà dell’amore e l’uomo è suo figlio; per i capi del popolo Dio è colui che legittima il loro potere, la legge ne è lo strumento e gli uomini sono ridotti a massa di esclusi, pecore da macello da sacrificare nel tempio. Gesù, accusato, ribalta sui suoi accusatori l’accusa di pervertire la religione autentica di Israele e prova la verità della sua posizione attraverso dei testimoni (cf. Dt 19,15). In una contesa la testimonianza a proprio favore non vale. Si richiede quella di altri. Il caso di Gesù però è particolare: testimonia con opere e parole la sua realtà unica di Figlio unigenito, inviato dal Padre (cf. 8,13s). Nessun altro, al di fuori di lui e del Padre, la conosce e può testimoniarla: è appunto venuto a mostrarci quel Dio che nessuno mai ha visto. La sua testimonianza è credibile in se stessa, perché, venendo dall’alto, risponde a ciò che cerca il cuore di ogni uomo libero per l’amore. Non ci sarebbe quindi bisogno di testimoni. Tuttavia Gesù, dopo aver accennato alla testimonianza del Padre (v. 32), che in seguito riprende e amplia, cita a proprio favore il Battista e le Scritture, che anche i suoi avversari dovrebbero comprendere. Per ben undici volte parla di testimonianza. L’uomo è parola e la parola è testimonianza, ri-cordo e martirio della verità che si conosce e si vive. Tutti i nostri rapporti sono di “testimonianza”. Quella di Gesù è vera perché le sue opere di Figlio corrispondono pienamente alla verità di quel Dio che “desta dai morti e fa vivere”, come la stessa Scrittura dice. In un’epoca che non è più di cristianità, bensì di minoranza, la nostra testimonianza di figli, fatta con dolcezza, rispetto e retta coscienza (cf. 1Pt 3,15s), sarà sempre più determinante per la trasmissione del vangelo e per la salvezza del mondo: più che di maestri, abbiamo bisogno di testimoni. v. 32: altro è che testimonia di me. Quest’altro è l’Altro, il Padre (cf. vv. 36-37 ), che testimonia del Figlio. È l’unica volta nel NT che il Padre è chiamato “altro”. Altro significa distinto, ma non
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diverso: Padre e Figlio sono distinti come persone, ma uguali e uniti nello stesso amore che anima il loro agire. Questa testimonianza, accessibile a chi ha l’amore del Padre, riluce in tutte le Scritture ed è accolta ovunque, come nel Battista, brilla la luce della verità. so che è vera, ecc. Questa verità filiale è la coscienza del Figlio, al quale il Padre mostra tutto (v. 20). Essa è la luce e la vita per cui ogni uomo è fatto, criterio ultimo di verità presente nel cuore di chiunque la cerca. v. 33: voi avete inviato da Giovanni, ecc. Gesù richiama Giovanni, che ha testimoniato della verità (cf. 1,19ss). La sua testimonianza, fatta allora, vale ancora: il verbo, al perfetto, indica un’azione compiuta nel passato il cui effetto perdura nel presente. v. 34: non ricevo la testimonianza da un uomo, ecc. Giovanni è un uomo; la testimonianza del Figlio invece viene direttamente dal Padre (cf. vv. 32.36). Ma Gesù ricorda Giovanni, perché è stato il primo ad accoglierla. Egli è il profeta che non si accontenta del culto della Parola, ma tiene sempre un occhio su chi parla e l’altro su di sé, per capire l’intenzione della Parola e viverla nella propria situazione. Il vero culto della Parola è l’ascolto diligente e l’esecuzione intelligente. Gesù richiama alla memoria Giovanni perché ne raccolgano l’eredità profetica, necessaria per essere “salvati”. v. 35: egli era la lampada. Giovanni non è la luce (1,8), ma la lampada ravvivata dalla luce che diffonde. voi non voleste rallegrarvi un’ora sola alla sua luce. Giovanni suscitò un grande entusiasmo, che subito si spense. La luce della sua testimonianza durò ben poco tra i suoi contemporanei. I figli di Abramo sono ben diversi da lui, che si “rallegrò” alla vista del giorno di Gesù, il Figlio (cf. 8,56): non visse per altro! I suoi figli invece cercano di ucciderlo. v. 36: io ho la testimonianza più grande di Giovanni. Giovanni, secondo il suo desiderio, “diminuisce”, perché lui cresca (cf. 3,30); così anche la sua testimonianza cede il posto ad una più grande. le opere che il Padre mi ha dato perché le compia. Ciò che si fa, testimonia ciò che si è. Gesù compie le stesse opere del Padre! Suo cibo è fare la sua volontà: in lui, il Figlio, si compie la sua opera a favore degli uomini. le stesse opere che faccio testimoniano di me, ecc. Queste opere sono i miracoli nei quali Gesù rivela che tanto Dio ha amato il mondo da dare il suo unico Figlio per salvarlo (3,16): rivelano Dio come Padre, lui come Figlio e noi come suoi fratelli amati. v. 37: il Padre, che mi ha inviato, egli ha testimoniato di me. Dopo aver parlato del Battista e delle proprie opere, Gesù torna alla testimonianza dell’Altro (v. 32). Il Padre ha testimoniato di lui non solo attraverso le sue opere di Figlio, come ha appena detto. Chi accoglie la Parola, dentro di sé ascolta la voce e vede il volto del Padre, che il Figlio è venuto a mostrarci. Questo avviene perché, se la Parola dimora in noi, il nostro cuore si illumina della sua verità: è la testimonianza interiore dello Spirito, concessa a chi ha in sé l’amore di Dio, che gli fa comprendere la Scrittura (vedi il v. 42). È quell’attrazione interiore del Padre (6,44), che rende l’uomo disponibile ad essere “teodidatto”, discepolo di Dio (6,45). Secondo una tradizione ebraica, un israelita, prima di nascere, conosce già tutta la Bibbia a memoria e i suoi misteri gli sono chiari. Ma alla nascita un angelo, con una pressione sulla fossetta del mento, gli fa dimenticare tutto, perché abbia la gioia e il merito di riscoprirlo attraverso la Parola. C’è infatti nell’uomo una conoscenza e un amore virtuale della verità, che si risveglia all’ascolto della Parola: appena la sente, riconosce che lì sta di casa. La stessa testimonianza degli uomini e della Scrittura è accolta come vera perché cade su un terreno fecondo: un cuore di figlio, che è nostalgia del Padre. Alla Parola esteriore sempre si accompagna un’attrazione interiore, che ci fa scoprire in essa la nostra verità nascosta. né la voce mai avete udito, ecc. Quando fu data la legge, il popolo vide la gloria e udì la voce del Signore (Dt 5,24). Gesù rimprovera i suoi accusatori di non essere aperti alla rivelazione che è stata loro concessa. Si sono fermati alla parola, senza sentire o guardare chi parla. È una forma di autismo spirituale: chi guarda alla parola senza entrare in comunione con colui che parla, nega il senso primo della parola stessa. v. 38: non avete la sua parola che dimora in voi, ecc. La parola del Signore non è troppo alta né troppo lontana, non nel cielo né al di là del mare: essa “è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”, viene detto al popolo (Dt 30,11-14). Gesù rimprovera i suoi
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accusatori di avere questa parola sulla bocca e non nel cuore. Se l’avessero accolta, dimorerebbe in loro: sarebbero figli e crederebbero al Figlio che il Padre ha inviato. v. 39: scrutate le Scritture. Può essere indicativo o imperativo. “Scrutare” (in ebraico darash: domandare, ricercare) significa lo studio attento della Parola. Dal v. 39 al 47 si parla della testimonianza delle Scritture e del perché la si rifiuti. Infatti si guarda allo scritto, che è un “segno”, senza guardare al suo “significato”, che è Dio stesso che si dona all’uomo. Si può interrogare la parola dimenticando colui che parla. Se mi ricordo solo della parola, in qualche modo “prendo” la parola; se mi ricordo di chi parla, sono preso dalla sua parola. pensate di avere in esse vita eterna. La Parola è vita eterna perché comunione con colui che parla. Si può però fare della promessa il proprio idolo, dimenticando chi promette. Può sembrare strano, ma è quanto normalmente succede. L’uomo per natura è incline a “prendere”. È infatti figlio, che tutto prende. Però, per un guasto di programma, tende a prendere male, ossia a “possedere” in proprio. La Parola, se dimentica l’Altro che parla, si presta ad essere oggetto di rapina e strumento di dominio. sono esse che testimoniano di me. Gesù dà della Scrittura un’interpretazione messianica di tipo filiale: il salvatore promesso è il Figlio di Dio, che ci comunica se stesso. D’altra parte se Dio parla, cosa può dire e dare se non se stesso? La Parola è sempre autocomunicazione: in ogni promessa è compromesso chi promette. Le Scritture, quindi, parlano di Gesù, il Figlio, che compie la promessa di Dio a Israele. “Ignorare le Scritture è ignorare Cristo” (S. Girolamo): la nostra ”radice santa” è Israele (Rm 11,16b). Ma ignorare Cristo, è non capire le Scritture. Uno scritto, se non si sa di cosa parla, resta oscuro. Anche la lettura dell’AT è come coperta da un velo, che solo in Cristo è rimosso, perché in lui si vede chi parla. Questo velo sarà tolto con la conversione al Signore (cf. 2Cor 3,14-16), che è Gesù, il promesso: in lui si capisce la promessa. v. 40: non volete venire a me per avere vita. L’invito della Sapienza (Sir 24,18) è lo stesso del Figlio. Nei vv. 41-44 si dice che noi non accettiamo il suo invito, perché accettiamo quello della stoltezza. v. 41: non prendo gloria dagli uomini . La gloria (kavod = peso) è la consistenza, l’identità di una persona, che viene dal suo riconoscimento. Si tratta di scegliere tra il riconoscimento degli uomini e quello di Dio, tra vana-gloria e gloria vera. Gesù non è in cerca di vana-gloria. La sua autostima gli viene dall’essere riconosciuto e amato dal Padre. La stoltezza è cercare altrove la propria gloria. v. 42: non avete in voi stessi l’amore di Dio. Chi non conosce l’amore del Padre, la preziosità di cui gode ai suoi occhi – l’uomo è per lui un prodigio, molto bello (Is 43,4; Sal 139,14; Gen 1,31) – ignora la propria identità, manca del suo “peso”. Il suo bisogno di stima resta vuoto e inappagato. Adamo, ignorando l’amore del Padre, si è allontanato da lui, cercando in sé la propria gloria. E si è ritrovato nudo. Infatti “quanto ciascuno è ai tuoi occhi, tanto egli è e nulla più” (San Francesco). Solo l’amore fa conoscere Dio: “Chi non ama non conosce Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8): la sua sapienza è elargita a quelli che lo amano (Sir 1,8b). E solo l’amore è credibile: l’argomento decisivo e ultimo della verità di ogni testimonianza è l’amore di chi la dà e di chi la riceve. v. 43: sono venuto nel nome del Padre mio e non mi prendete. Il Figlio viene nel nome del Padre. Chi cerca la gloria in se stesso, non prende quella del Figlio, che viene dal Padre. se un altro venisse nel proprio nome, ecc. Adamo cercò la gloria nel proprio nome; non volle essere figlio e fratello, ma uno che mette le mani sulla vita propria e altrui. Così “uccise” il Padre e diede inizio alla catena di violenza e morte di chi “viene nel proprio nome”. quello lo prendereste. Rifiutiamo il Figlio perché rifiutiamo di essere figli. “Prendiamo” invece volentieri tutti coloro che si presentano come “padroni”, perché vogliamo essere come loro. v. 44: come potete credere voi, che prendete gloria gli uni dagli altri? Non può dissetarsi chi butta via l’acqua, non può aderire al Figlio chi rifiuta la propria verità. La mancanza di fede è dovuta a una mancanza di libertà. Chi ignora la propria identità di figlio, la cerca altrove, nell’immagine che gli altri hanno di lui: è schiavo dell’occhio altrui (Ef 6,6; Col 3,22), nel tentativo di compiacergli per piacersi. La sua vita è una farsa, il suo volto la maschera che l’altro desidera da lui. E questa maschera ha sempre i lineamenti, in apparenza seducenti, di un “personaggio” al quale ognuno si adegua come può, sacrificandogli la propria umanità. La vanagloria è il vero Moloch che divora la nostra vita. Essa rende i nostri rapporti irrespirabili, pieni di falsità e prepotenza, violenza e morte.
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non cercate la gloria che viene solo da Dio. La gloria che ci viene da Dio è la nostra identità di figli, infinitamente amati dal Padre. Chi la cerca altrove, non conosce né le Scritture né se stesso. È cieco davanti alla Gloria, alla luce sua e di Dio. v. 45: non pensate che io vi accuserò. Al Figlio è dato il giudizio (v. 27). Ma il suo giudizio è secondo la volontà del Padre (v. 30) che non giudica nessuno (v. 22). Per questo il suo giudizio non sarà un’accusa contro di noi, ma la sua croce per noi. chi vi accusa è Mosè. Gesù ribalta l’accusa di chi si difende con la legge da cui spera salvezza. Essa lo accusa, dichiarandolo morto, incapace di portare la barella e camminare, capace solo di uccidere chi fa risorgere e camminare. Qui Gesù parla della funzione che la legge ha in un mondo privo di amore e libertà: essa svela l’errore per far tornare alla verità (cf. Gal 3,10-14. 22-25; Rm 2,17-24; 3,19s; 7,7-25). v. 46: se credeste a Mosè. Credere a Mosè, inviato di Dio, è credere a Dio stesso che parla e, parlando, si comunica. Credere alle Scritture è affidarsi a colui del quale parlano. credereste a me. Gesù è la Parola diventata carne, il dono di un Dio che ci comunica se stesso. L’incarnazione di Dio è il limite, scandaloso ma necessario, di un Dio che è amore e non può non comunicarsi. di me egli ha scritto. Le Scritture si comprendono solo alla luce del loro compimento, che è Gesù. La Scrittura, che tramanda la Parola, testimonia il dono di sé che ci fa colui che parla. v. 47: se non credete ai suoi scritti, ecc. Per credere alle sue parole, dice Gesù, bisogna credere agli scritti di Mosè. Ciò significa che i cristiani non capiscono Gesù se non conoscono la Scrittura. Ma chi conosce la Scrittura, non la può capire pienamente se non quando tutto si compie. Infatti il Messia, quando verrà, rivelerà ogni cosa (4,25!). Chi legge Mosè non si fermi allo scritto, facendone un feticcio; levi invece gli occhi al Signore e guardi a lui. Allora potrà avere in sé il suo amore; la Parola in lui sarà Spirito e vita, non gioco di autogiustificazione e ricerca di vana gloria. 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che parla a chi vuole ucciderlo. c. Chiedo ciò che voglio: avere in me l’amore di Dio, per accogliere la testimonianza del Figlio che mi fa conoscere il Padre. d. Medito tutte le parole di Gesù, con gli occhi del cuore fissi su colui che parla. Da notare: • un altro testimonia di me • io non ricevo testimonianza da un uomo • la testimonianza di Giovanni • la testimonianza delle opere • la testimonianza del Padre • la testimonianza delle Scritture • le Scritture parlano di Cristo • per capire la testimonianza è necessario avere in sé l’amore di Dio • credere a Dio o cercare la gloria dagli uomini • per credere alle parole di Gesù, bisogna credere a quelle di Mosè. 4. Testi utili

Sal 19; 103; 104; Dt 6,3-9; 30,6-14; Gv 1,19-39; 3,16-21.22-36; 8,13-30.31-59; 2Cor 3,1ss; Rm 2,1724; 3,19s; 7,7-25.
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13. DA DOVE COMPREREMO PANE? 6,1–15 6,1 Dopo queste cose, Gesù andò al di là del mare di Galilea, di Tiberiade. Lo seguiva molta folla perché vedevano i segni che faceva sugli infermi. Se ne andò sul monte Gesù e là sedeva con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei giudei. Gesù dunque, alzati gli occhi e visto che molta folla veniva a lui, dice a Filippo: Da dove compreremo pane perché costoro mangino? Diceva questo per tentarlo; egli infatti sapeva cosa stava per fare. Gli rispose Filippo: Duecento danari di pane non bastano loro perché ciascuno ne riceva un pezzetto. Gli dice uno dei suoi discepoli, Andrea, il fratello di Simon Pietro: 9 C’è un ragazzino qui che ha cinque pani d’orzo e due pesciolini; ma cos’è questo per tanti? 10 Disse Gesù: Fate adagiare gli uomini. c’era molta erba nel luogo; si adagiarono dunque gli uomini in numero di circa cinquemila. 11 Gesù prese dunque i pani e, avendo reso grazie, li distribuì a chi giaceva – similmente anche dei pesciolini – quanti ne volevano. 12 Quando furono saziati, dice ai suoi discepoli: Radunate i pezzi che sono in sovrappiù, perché non vadano perduti. 13 Radunarono dunque e colmarono dodici ceste di pezzi dai cinque pani d’orzo, che erano in sovrappiù
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a coloro che si erano nutriti. 14 Gli uomini allora, visto il segno che aveva fatto, dicevano: Questi è veramente il profeta che deve venire nel mondo. 15 Gesù allora, avendo conosciuto che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. 1. Messaggio nel contesto

“Da dove compreremo pane?”, chiede Gesù a Filippo. “Da dove” indica l’origine, la natura. Si tratta di un pane che il discepolo ancora non conosce, come la Samaritana non sa da dove viene l’acqua (cf. 4,11), Nicodemo da dove viene il vento (cf. 3,8) e il maestro di tavola da dove viene il vino (cf. 2,9). È un pane che, a differenza dell’altro, si mangia senza denaro e senza spesa (cf. Is 55, 1ss), che sazia e fa vivere. Abbiamo visto che la Parola, diventata carne (c. 1), rinnova alleanza e tempio (c. 2), fa nascere dall’alto (c. 3) e offre l’acqua (c. 4) che fa camminare nella libertà del Figlio (c. 5). Ora ci rivela da dove viene e qual è il pane che mantiene quest’esistenza nuova, in cui si beve “il vino bello”, si diventa “casa del Padre”, si riceve “il vento” dello Spirito, si beve l’“acqua viva” e si “cammina” nell’amore. Questo pane è Gesù stesso, il Figlio che si dona ai fratelli e li mette in comunione con il Padre. Il racconto è narrato sei volte nei vangeli, rispettivamente due volte in Mc e Mt e una volta in Lc e Gv. Al di là delle differenti accentuazioni – nello stesso diamante ognuno vede bagliori diversi –, tutti gli evangelisti interpretano il fatto in senso eucaristico: il pane prefigura il corpo di Gesù dato per noi, fine della sua e principio della nostra vita filiale e fraterna. L’eucaristia è il modo proprio di vivere del Figlio, il cibo di cui si nutre l’uomo risorto, che porta la sua barella e cammina nel sabato. L’episodio, situato nel tempo di Pasqua, presenta una grande folla che segue Gesù, in un passaggio che va oltre il mare, sul monte. Sono chiare allusioni all’esodo. Con Gesù si compie l’esodo definitivo: si pone “il mare” tra sé e la schiavitù della morte, si arriva sul “monte”, dove si riceve la Parola che diventa pane di vita. In questo cammino c’è sempre la “tentazione ” di sfiducia: come vivere nella libertà, quale cibo garantisce di non morire? Tutto il c. 6 è un gioco di equivoci sul pane, come prima con Nicodemo sul “nascere” e con la Samaritana sull’“acqua”. L’equivoco nasce da un doppio senso: una parola ha un significato comune, ma anche un altro più importante da scoprire, di cui il primo è segno. La lettura simbolica della realtà fa la differenza tra l’uomo e l’animale. Ogni cosa non è solo se stessa, ma anche rimando ad altro. Chi non lo coglie, è un “uomo animale”, che non capisce le cose di Dio (cf. 1Cor 2,14), ma neppure quelle dell’uomo. Il cibo e il sesso, per esempio, servono all’animale per conservare la vita dell’individuo e della specie; per l’uomo invece sono relazione all’altro e servono non per conservare, ma per dare la vita. In un caso sono beni da possedere per vivere, nell’altro sono da donare per amore. L’uomo infatti salva la vita se la dona e la perde se la vuol possedere. Il testo vuol chiarire che il pane, che sazia la fame dell’uomo, è la vita filiale e fraterna. Ne mangia chi accoglie Gesù, il Figlio amato dal Padre che ama i fratelli. Il c. 6 forma un’unità articolata, da leggere di seguito. Inizia con due racconti, uno sul monte (vv. 1-15) e l’altro nel mare (vv. 22-25); segue il discorso/dibattito sul vero pane (vv. 26-59), che porta all’accettazione o al rifiuto di Gesù, alla confessione di Pietro o al tradimento di Giuda (vv. 60-71). Come sempre, il fatto è un segno: il discorso/dibattito non solo ne chiarisce il significato, ma è l’impatto tra l’ascoltatore e la Parola, che opera in lui ciò che il racconto dice. La Parola, come è principio della creazione, lo è anche della ri-creazione: fa esistere ciò che c’è, mettendolo in relazione con la sua sorgente.
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Al centro del capitolo c’è “il pane”, nominato 21 volte (su 25 in tutto il vangelo di Giovanni). Come l’acqua da cui si nasce e l’aria che si respira, anche il pane è simbolo primordiale di vita: lo si mangia per vivere. Ma, a differenza dell’acqua e dell’aria, non è solo dono della terra e del cielo; è anche frutto di lavoro, condito di gioia e fatica, di speranza e sudore. In esso è iscritto, nel bene e nel male, il destino dell’uomo, unica creatura chiamata a collaborare con il Creatore per portare a compimento la creazione. Gesù ha già parlato ai discepoli del suo cibo, che è fare la volontà del Padre e compiere l’opera sua (cf. 4,32-34). Egli vive di questo cibo, che è l’amore del Padre da comunicare ai fratelli, perché passino dalla morte alla vita. Il suo pane è amare com’è amato; la sua opera è dare la vita ai fratelli. Il testo manifesta “da dove” viene questo pane. Solo allora si capisce cosa è, come lo si mangia e cosa produce. La domanda di Gesù a Filippo serve ad aprire la mente al mistero di ciò che sta per compiere. È facile scambiare il Signore per un fornitore di pane a buon mercato; per questo la gente lo vuole proclamare re. È invece difficile capire che il pane è segno del dono della sua vita di Figlio di Dio. Non si tratta né di comperarlo né di fare i conti con la propria insufficienza, bensì di accogliere colui che solo ha parole di vita eterna. Il racconto, parallelo al miracolo di Eliseo (cf. 2Re 4,42-44), richiama il dono della manna nel deserto (cf. Es 16,1ss) e ha sullo sfondo il banchetto della Sapienza (cf. Pr 9,1-6; Sir 24,18-25) e il banchetto messianico (cf. Is 25,6-10a; 55,1ss). Dio dà la vita; ma qual è la vita che dà, se non la sua? I vv. 1-4 presentano i personaggi (Gesù, folla e discepoli), il luogo (oltre il mare, sul monte) e il tempo (è vicina la Pasqua). I vv. 5-10 preparano la lettura del fatto con un dialogo tra Gesù, Filippo e Andrea. I vv. 11-13 raccontano il dono del pane, con chiaro riferimento alla cena del Signore. Gesù prende il pane, rende grazie e distribuisce; la gente mangia ed è sazia, mentre i discepoli sono invitati a radunare il sovrappiù. I vv. 14-15 mostrano l’equivoco delle folle: hanno mangiato, ma non hanno capito il pane. Il racconto inizia con Gesù che va oltre il mare fin sul monte, seguito dalla folla, e mette alla prova i discepoli per indurli a capire il pane che darà; termina con Gesù che abbandona la folla, si ritira da solo sul monte e sfugge alla tentazione di chi lo vuole re. Da questa lontananza, in intimità col Padre, soccorrerà i discepoli nel mare in tempesta (vv. 16–21); rivelerà di essere lui il vero pane, proprio perché non vuole regnare su nessuno, ma pone la sua vita a servizio di tutti. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non racconta l’istituzione dell’eucarestia, che ci dà la vita del Figlio. È infatti l’argomento di tutto il suo vangelo. Però nel c. 6 ne illumina il mistero e nei cc. 1317 ne esplicita le conseguenze per la chiesa che vive nell’attesa del suo Signore. Gesù è il Figlio che ha in sé la vita come dono del Padre. Ora la dona ai fratelli perché ne vivano. Il gesto che fa e le parole che dice illustrano la sua vita di Figlio: prende il pane, rende grazie e distribuisce ai fratelli, saziando la loro fame. La Chiesa vive di questo pane: è l’eucaristia, centro della sua vita. Non solo si sazia, ma ne raduna il “sovrappiù”, perché non vada perduto. È infatti la salvezza sua e del mondo intero. 2. Lettura del testo

v. 1: Dopo queste cose. È una connessione esplicita con il brano precedente, dove si parla dell’uomo risorto, che porta la barella e cammina (cf. 5,8.9.10.11), dell’uccisione di Gesù e della sua rivelazione di Figlio (5, 18-47). Si preannuncia la sua “ora”, quando darà la sua vita di Figlio ai fratelli. andò al di là del mare. C’è una rottura nel racconto: nella scena precedente Gesù era a Gerusalemme, ora lo troviamo in Galilea. È l’inizio del nuovo esodo, l’uscita dalla schiavitù del peccato alla libertà del Figlio. La decisione di ucciderlo è l’occasione di questo esodo, in cui darà il suo pane. di Galilea, di Tiberiade. Espressione insolita, che vari manoscritti interpretano. Non si tratta di una ridondanza: si intende quell’ansa del lago di Galilea che sta tra Cafarnao e Tiberiade, che può essere attraversata in barca o percorsa a piedi sulla riva (cf. Mc 6,33). v. 2: lo seguiva molta folla . Così avverrà dopo la risurrezione di Lazzaro (cf. 12,9) e nel suo ingresso a Gerusalemme prima della passione (cf. 12,12). Il popolo compie l’esodo al seguito del Figlio. perché vedevano i segni, ecc. Richiama i “segni” che Dio ha operato con Mosè.
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v. 3: andò sul monte. Mosè salì sul monte, dove furono date le dieci parole di vita. Ora la Parola stessa si darà come pane di vita. Solo su questo monte si può vivere la libertà offerta da Dio. Qui il Signore imbandirà il suo banchetto, strapperà il velo che copre la faccia di tutti i popoli, eliminerà la morte per sempre e farà vedere il suo volto (cf. Is 25,6-10). là sedeva con i suoi discepoli. Gesù è il Maestro, anzi la Parola stessa di cui tutti siamo discepoli. Come sedette sul monte per annunciare la volontà del Padre (cf. Mt 5,1ss), ora siede per compierla, offrendo il suo cibo. Così tutto si compie (cf. 19,30). v. 4: era vicina la Pasqua. Questa indicazione esplicita le precedenti allusioni all’esodo e illustra il significato del pane, donato nell’ultima Pasqua, quando Gesù istituì l’eucaristia. Nella prima Pasqua annunciò la distruzione e la ricostruzione del tempio (cf. 2,13-21); nell’ultima lo uccideranno (cf. 11,5557). Ora anticipa simbolicamente il dono che egli ci farà del suo corpo, perché ne viviamo e diventiamo nuovo tempio. v. 5: alzati gli occhi, ecc. Nei racconti paralleli si dice che “alzò gli occhi al cielo” (cf. Mc 6,41; Mt 14,19; Lc 9,6); qui invece li alza sulla folla. Gesù non leva gli occhi verso il Padre, perché li ha sempre rivolti verso di lui, per compiere la sua stessa opera (cf. 5,19ss). Alza gli occhi verso i fratelli (cf. Lc 6,20), perché si è posto più in basso di loro: si è fatto il più piccolo e servo di tutti. da dove. È la domanda di Gesù a Filippo. Ci sono pani diversi secondo l’origine diversa. La domanda di Gesù richiama quella di Mosè che si lamenta con Dio per il popolo che mormora e chiede “da dove” prendere la carne per sfamarlo (cf. Nm 11,10-15). compreremo. Tra gli uomini tutto è oggetto di compravendita. Tranne le cose essenziali: la vita, l’amore e il pane condiviso. L’invito al banchetto messianico, preparato dal Signore su questo monte per tutti i popoli (cf. Is 25,6ss), dice di comperare e mangiare senza denaro e senza spesa, di non spendere i propri beni per ciò che non sazia (cf. Is 55,1ss). In esso risuona l’invito della Sapienza a mangiare il suo pane, che fa vivere e camminare nella via dell’intelligenza (cf. Pr 9,1-6; Sir 24,18-25). pane. L’uomo ha la vita, ma non è la vita. La sua vita non è sua: viene da un altro e si mantiene con altro da sé, con il pane. Ma c’è pane e pane. C’è quello che si compra e si vende, per il quale si litiga e si uccide. Non è certo questo che fa vivere; ad esso, anzi, si sacrifica la vita. C’è però anche quello che si riceve dal Padre e si condivide con i fratelli, in reciproco amore, che fa dei nostri bisogni il luogo di relazione e di comunione. Questo pane non solo mantiene la vita, ma ci dona la vita stessa del Figlio. perché costoro mangino. Il fine del lavoro dell’uomo è mangiare: vivere. Ma come si mangia? L’animale consuma il suo pasto da solo alla greppia, o contende la preda con il rivale. L’uomo invece è fatto per mangiare abitualmente attorno alla mensa, con i fratelli. Il fast food, consumato in solitudine, soddisfa la fame dell’animale, ma non quella dell’uomo. La sua vita e la sua morte dipendono da come si rapporta con il pane. v. 6: diceva questo per tentarlo. Il pane è per noi il primo oggetto di tentazione, come lo fu anche per Gesù nel deserto. In Nm 11,13 Mosè tentava il Signore perché non sapeva come procurare il pane ed era sfiduciato. Qui il Signore “tenta” il discepolo per provocarlo a cogliere l’alternativa che egli offre “al pane che si compera”. Infatti sa cosa sta per fare. Dare questo pane è il senso della sua vita: è la sua carne data per noi. v. 7: duecento danari di pane, ecc. Servono duecento danari, duecento giornate lavorative, per procurarsi questo pane di sudore (cf. Sal 127,2). Il discepolo ignora “da dove” venga il pane che Gesù sta per dare. Non è da acquistare con fatica: è dono del Padre al Figlio, che a sua volta condivide con i fratelli. All’economia violenta dell’appropriarsi per possedere, Gesù sostituisce quella del Figlio che dà come riceve e ama come è amato. La prima è l’economia di morte del vecchio Adamo, la seconda è quella del nuovo Adamo, che fa risorgere i morti e fa vivere. v. 8: Andrea, il fratello di Simon Pietro. Dopo Filippo, si nominano altri due: sono i primi tre che seguirono Gesù. Nel dono del pane i discepoli hanno un ruolo importante. Stanno sul monte con Gesù, fanno le loro proposte, ricevono l’ordine di far accomodare la folla e, alla fine, di raccogliere il sovrappiù. Al centro sta il gesto di Gesù, che essi continueranno a fare in sua memoria.

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v. 9: c’è un ragazzino qui. Un ragazzino, insignificante, sta all’origine del dono per tutti. Ragazzo in greco significa pure “servo”. Questo piccolo ha messo il suo pane a servizio degli altri. È immagine di Gesù, il Figlio venuto per servire e dare la vita per i fratelli, chiamando i discepoli a fare altrettanto. cinque pani d’orzo. È il pane dei poveri. Richiama 2Re 4,42-44, dove uno offre ad Eliseo venti pani d’orzo e di farro per sfamare cento persone. Là ci sono venti pani per cento persone: un pane basta per cinque. Qui ci sono cinque pani per cinquemila persone. Il dono del Figlio è due volte cento maggiore di quello del profeta. È veramente eccessivo! due pesciolini. È il companatico del bambino. Quanto egli ha, è sufficiente solo per lui; è la sua vita di quel giorno. Ma, una volta donato, sarà cibo sovrabbondante per tutti. Questo piccolo è come Giuseppe, il fratello minore, che sfamerà i fratelli. Mentre Filippo fa i conti con ciò che si può comprare “da fuori”, Andrea fa i conti con ciò che è disponibile “dentro”. Se i soldi sono insufficienti per il pane che manca, il pane che c’è basta per una sola persona. Ma sarà proprio il dono di uno solo che sazierà tutti. Ognuno infatti, dando ciò che ha, realizza pienamente l’essere figlio del Padre e fratello degli altri. Questo, e non altro, è il pane che sazia. Non occorre averne di più; basta condividere quello che c’è: la vita del figlio è la relazione che viene dal pane condiviso. L’equivoco del pane è lo stesso della vita. Si pensa che manchi o si debba acquistarlo; quello che c’è, è sempre insufficiente: basta per uno solo e per un solo giorno. L’uomo pensa sempre a un pane da possedere, comprandolo e accumulandolo per domani. Ma è come la vita, che c’è solo “oggi” ed è un dono: c’è solo se la si dona. È come il respiro, che non può essere trattenuto o accumulato: c’è solo come dono e abbandono. Si può notare che i pani sono cinque e i pesciolini due: la loro somma è sette, numero che richiama il compimento della creazione. Questo poco cibo condiviso è la vita del settimo giorno, fine della creazione stessa. v. 10: fate adagiare gli uomini. Il Signore prende l’iniziativa del banchetto e agisce in prima persona. Mangiano adagiati, non semplicemente seduti: è un banchetto solenne, quello messianico. c’era molta erba. L’erba secca e appassisce, ma la parola di Dio dura sempre (cf. Is 40,7); anzi fa fiorire il deserto (cf. Is 35,1ss). Ciò che il Figlio sta per dare è un cibo che non perisce, ma che rimane interno (cf. 6,27). nel luogo. Il “luogo” del pane (cf. 6,10.23) richiama quello dove si adora il Padre in Spirito e verità (cf. 4,20) e dove il Figlio ha guarito il fratello infermo (cf. 5,13), quello dove Gesù fu catturato (cf. 18,2), condannato (cf. 19,13) e crocifisso (cf. 19,17.20.41), quello dove sono deposti i segni della morte (cf. 20,7) e dove sono le ferite del Risorto, da vedere e toccare (cf. 20,25). È il luogo dove l’uomo sta di casa, quello che Gesù è venuto a prepararci (cf. 14,2-3). circa cinquemila. Cinque sono i pani, cinquemila le persone. Un solo pane basta per mille, per un’infinità di persone. v. 11: prese i pani. L’uomo “prende il pane”, la vita. Si può prendere come Adamo, che rapì per possedere in proprio. Allora il pane è avvelenato di morte: ci divide dal Padre e dai fratelli. avendo reso grazie (alla lettera: avendo fatto eucaristia). Gesù prende in modo diverso da Adamo: è il Figlio, che tutto, anche il proprio io, riceve come dono dell’amore del Padre, anzi come il Padre stesso che si dona a lui. Si può prendere il pane con il morso dell’animale o il pugno chiuso nel possesso, oppure con la mano aperta che riceve e dona. Nel primo caso c’è l’arresto, nel secondo il fluire della vita. li distribuì. In quanto prende ringraziando, Gesù è il Figlio che ha in sé, come dono, la vita del Padre. Ma il Figlio non è solo uno che riceve passivamente: è uguale al Padre perché è capace, come lui, di distribuire ai fratelli ciò che ha ricevuto. È nel “distribuire” che si vede concretamente come uno “prende”, se come dono o come possesso. Il problema dei beni è sempre la distribuzione: da essa dipende la vita dell’uomo. Mentre gli altri vangeli parlano di Gesù che “spezza e dà” il pane, Giovanni dice solo che “distribuisce”. È implicito, ma non è detto, che abbia “spezzato”. “Spezzare” richiama la croce, la fatica della morte, “distribuire” sottolinea la gioia della vita partecipata, la risurrezione. In questo modo l’evangelista fa vedere la stessa croce come Gloria.
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“Prendere il pane”, “rendere grazie” e “distribuire” sono le parole dell’eucaristia, che restituiscono ad ogni pane la sua realtà profonda. Nell’eucaristia si compie la creazione e si realizza ogni desiderio di Dio e dell’uomo, ogni promessa sua e attesa nostra: riceviamo la vita del Figlio e diventiamo figli e fratelli. Queste parole trasformano in vita eterna ogni pane: sono come la farina che Eliseo mette nella pentola avvelenata della nostra esistenza, disinnescando la morte che nasconde (cf. 2Re 4,41). L’eucaristia fa, di ogni “briciola” di pane, la pienezza di vita. Per essa il creato torna ad essere “bello” come era al principio; proprio perché l’uomo che prende, rende grazie e distribuisce, è “molto bello” (cf. Gen 1,31), immagine e somiglianza di Dio. quanti ne volevano. Ognuno mangia di questo pane secondo il proprio appetito (cf. Es 16,17). Più uno ne desidera, più ne ha; senza esaurirlo, perché il dono è infinito. v. 12: furono saziati. Solo questo pane sazia la fame dell’uomo. Altro pane non sazia: dà nausea a chi ce l’ha e morte a chi non ce l’ha. Mangiare pane che non sazia è la grande maledizione, che oggi noi comprendiamo bene. Infatti gran parte dell’umanità non ha da mangiare perché una piccola parte accumula un pane che, più si mangia, più lascia affamati. Ciò che sazia è la relazione, ciò che fa morire è la sua assenza. radunate. È importante per il discepolo “radunare” il “sovrappiù” del pane. Se ne parla con insistenza in due versetti, primo come ordine del Signore e poi come esecuzione dei discepoli. Questi sono coloro che non si accontentano di saziarsi del pane: sono chiamati a radunare il sovrappiù, ciò che va oltre la sazietà materiale. “Radunare” (in greco synágo) richiama la “sinagoga”, l’assemblea, la comunità. Essa si forma attorno a questo “sovrappiù” di pane, che la raduna mentre lo raduna. i pezzi che sono in sovrappiù . La manna, raccolta in sovrappiù del bisogno quotidiano, si corrompeva e periva (cf. Es 16,4.20). Solo quella raccolta il sesto giorno si conservava per il sabato (cf. Es 16,21s) e solo quella posta nell’Arca, davanti alla Presenza, si conservava sempre (cf. Es 16, 32-34). Ciò che Gesù ci dà non è solo il pane quotidiano. In esso cogliamo qualcosa di più: è il cibo del sabato, che ci introduce alla Presenza, nell’intimità con Dio. Per questo ordina di radunare il sovrappiù. Infatti il pane diviso con i fratelli non solo soddisfa la fame animale dell’uomo; ha un’eccedenza – è la sua eccellenza – che deborda oltre ogni appetito. Di questo “sovrappiù” Gesù vuol suscitare il desiderio: di questo bisogna aver fame, non del pane che perisce (cf. 6,27). Il pane donato, come ogni dono, è “segno” di questo “sovrappiù”. perché non vadano perduti. Questo sovrappiù non deve andare perduto: è la vita del Figlio, salvezza di tutto e di tutti. v. 13: radunarono. I discepoli eseguono l’ordine e si disperdono tra la folla per radunare questo sovrappiù. Infatti c’è dappertutto, perché tutto fu creato per mezzo del Figlio ed è in lui, vita di tutto ciò che è. La comunità dei discepoli non è semplice custode di questo sovrappiù: è costituita dal suo cercarlo dappertutto. I discepoli eseguono l’ordine del Signore, anche se ancora non hanno capito. Chi mai può capire questo dono? Eppure lo conservano e ce lo tramandano giorno dopo giorno, pur senza capirlo bene, come vedremo subito dopo sulla barca. Dio si è già donato a noi; attende che viviamo di lui, come lui di noi. colmarono. Di “sovrappiù” c’è una pienezza stracolma, che indica la benedizione di Dio. dodici ceste. Dodici sono i mesi dell’anno, dodici le tribù di Israele: di questa pienezza ce n’è per sempre e per tutti. Del pane condiviso sovrabbonda una quantità perfetta, che abbraccia la totalità del tempo e delle persone. v.14: visto il segno (cf. v.2). Il fatto è intuito come un “segno” di Dio. Chi può infatti dare questa abbondanza di pane? Non hanno però capito il “significato”. Per loro questo vuol dire che potranno mangiare a sazietà pane che perisce. Non hanno colto il sovrappiù. Vogliono solo il pane, non la gioia di colui che dà la vita e la comunione con lui. È l’ambiguità di tutti i miracoli.
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è veramente il profeta. Identificano Gesù con “il profeta” simile a Mosè, promesso in Dt 18,15. Ma non gli danno ascolto; infatti non sanno che in quel pane c’è la vita del Figlio. v. 15: stavano per venire a rapirlo. Come si rapisce il pane, così si rapisce colui che lo dà, per avere le mani sulla sorgente della vita. È l’antico e ripetitivo gesto di Adamo, che vuol impadronirsi del dono, negando colui che dona. per farlo re. Il re è uno che ha le mani su tutto e su tutti. È l’uomo ideale, ciò che ognuno vuol essere. Gesù invece è il re, il Figlio uguale al Padre, perché si mette nelle mani di tutti, come il pane appena distribuito. Non domina nessuno; anzi pone la sua vita a servizio di ciascuno, perché sia libero. Difatti otterrà il titolo regale, scritto in ebraico, greco e latino, proprio sulla croce (cf. 19,20). si ritirò di nuovo sul monte. Ritirarsi, in greco anachoréo (da cui “anacoreta”), significa separarsi andando in alto, in una regione superiore. Gesù vince la tentazione di diventare re (cf. Lc 4,5-8), ritirandosi sul monte, in intimità con il Padre. Cerca la sua gloria, non la propria. E la gloria di Dio è l’uomo libero, a sua immagine e somiglianza. Gesù non si serve del pane per asservire gli uomini, ma si fa loro servo per liberarli. lui solo. Il Figlio, anche da solo, non è mai solo: è sempre con il Padre (cf. 8,16; 16,32). Per questo sa alzare gli occhi sui fratelli, condividendo con loro la sua vita di Figlio. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Gesù sul monte, di là del mare, con i discepoli e la folla. Chiedo ciò che voglio: cogliere il “sovrappiù” del pane. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: • Gesù si ritira al di là del mare; la folla lo segue per i segni che vede • siede sul monte con i discepoli: è vicina la Pasqua • da dove compreremo pane? • sapeva cosa stava per fare • duecento danari non bastano per un boccone a testa • c’è qui un ragazzino con cinque pani d’orzo e due pesciolini • cos’è questo per tanta gente? • c’era molta erba nel luogo dove Gesù dice di far adagiare la gente • erano cinquemila • Gesù prende il pane • rende grazie • distribuisce • ognuno mangia secondo la sua fame • l’ordine ai discepoli di radunare il sovrappiù: non vada perduto • i discepoli radunano dodici ceste piene • la gente lo acclama come il profeta e lo vuol proclamare re • Gesù si ritira, da solo, sul monte. 4. Testi utili

Sal 78; 106; 127; Es 16; Nm 11; Sap 16,20-29; Is 25,6-10a; 35,1ss; Mc 6,30-44p; 8,1-9p; 14,32-39p.

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14. IO-SONO, NON ABBIATE PAURA 6,16-21 6,16 17 Quando fu sera, discesero i suoi discepoli sul mare. E, entrati in una barca, venivano al di là del mare, a Cafarnao. Già si era fatta tenebra e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare, spirando un grande vento, si ridestava. Essendosi spinti circa venticinque o trenta stadi, vedono Gesù camminare sul mare e farsi vicino alla barca; ed ebbero paura. E dice loro: Io-Sono, non abbiate paura!

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21Allora volevano prenderlo nella barca;
e, subito, la barca fu sulla terra verso la quale se ne andavano. 1. Messaggio nel contesto

“Io-Sono, non abbiate paura”, dice Gesù ai suoi nella barca. Hanno raccolto, ma non hanno colto “il sovrappiù” del pane: hanno visto il segno, ma è loro sfuggito il significato. Non hanno capito il fatto dei pani, commenta Mc 6,52. Il seguito del c. 6 ci farà entrare nel mistero del pane che Gesù ha dato: è il dono supremo del Figlio, che ci offre la sua stessa vita. Anche i discepoli, come la folla, volevano che Gesù diventasse re. Finalmente sarebbe garantito il pane, e senza sudore. Ignorano il suo cibo, che è fare la volontà del Padre (4,34). Vogliono un re che domini su di loro (cf. 1Sam 8,1ss; Gdc 9,7-15), non il Figlio che fa camminare i fratelli verso la libertà. Vogliono solo mangiare, ma ignorano quel pane che li porta ad amare come sono amati. Eppure la loro barca ne è stracarica, sino ad andare a fondo. Possiamo infatti supporre che abbiano portato con sé le dodici ceste piene. Anche Paolo viaggerà, prigioniero, su una barca carica di frumento. I duecentosettantasei passeggeri stavano digiuni da quattordici giorni, sbattuti dal vento e dalla tempesta. L’Apostolo li esorta a prendere cibo, necessario per la loro salvezza. E “prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiarne. Tutti si sentirono rianimati, e anch’essi presero cibo” (At 27,34-37). Quel poco di frumento, preso con rendimento di grazie, condusse tutti gli uomini in salvo, a terra. Il resto del carico finì nel mare, quasi un’eucaristia cosmica, capace di placare l’abisso. La situazione dei discepoli è simile a quella che sempre incontrerà la comunità cristiana, anzi la comunità degli uomini. Siamo infatti tutti nella stessa barca, carcerati e carcerieri, come Paolo e i suoi compagni di viaggio. Gesù ha dato il suo pane: la sua vita per noi. Di questo cibo è pieno il mondo. Ma serve solo ad andare a fondo, sino a quando non lo si prende rendendo grazie, lo si spezza e lo si dà a tutti. Questa è la sua nuova presenza da quando è scomparso sul monte, ritornato in comunione con il Padre. I discepoli, dopo che Gesù si è ritirato, sono rimasti sul posto con gli altri, aspettando che tornasse. Ma non succede nulla. Si sentono soli e abbandonati: viene la sera e abbandonano il Signore.
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Se ne tornano in città, facendo a ritroso il cammino dell’esodo. Per questo sono presi dalla tenebra. Dopo una giornata di luce, ritornano alla schiavitù dalla quale erano usciti. La delusione li ha indotti ad abbandonare il luogo del pane; la tentazione li ha vinti. Il Signore, dov’è? Non pensa più a loro? Fanno un’esperienza di morte, anticipo dello smarrimento che li coglierà quando Gesù avrà consegnato il suo corpo come pane per la vita del mondo. La barca dei discepoli si trova immersa nel buio, tra cielo e abisso – nella notte non si distingue l’uno dall’altro e pare di essere sospesi nel vuoto –, con il pericolo di essere sommersa dall’acqua. Infatti un grande vento, mentre la spinge verso il basso, le solleva contro il mare. È un vento ben diverso dallo Spirito che fa nascere dall’alto. Anche se hanno abbandonato il loro Signore, egli non li abbandona: li ama e non li lascia in preda alle tenebre. Viene loro incontro come colui che cammina sulle acque, vittorioso sulla morte. È lui, “IoSono”! Come al mattino di pasqua, si squarcia la notte che avvolge i discepoli: lo accolgono sulla barca e subito, come d’incanto, raggiungono la meta. Questo racconto, incastonato tra il fatto dei pani e il discorso sul pane di vita, mostra la potenza divina di quel “sovrappiù” che va oltre la sazietà materiale: è la misteriosa presenza dell’assente, il Signore stesso che ci comunica la sua vita, ci salva dall’abisso e ci dà la forza di giungere alla meta desiderata. Il passaggio dal mare alla terra è il passaggio dalla morte alla vita. Il testo inizia con la “sera” e la “discesa” dei discepoli nel “mare”, sorpresi dalla tenebra e termina nella luce di “Io-Sono”, con il quale “se ne vanno” sino alla “terra”. Questa traversata è metafora dell’esistenza umana: sera e tenebra, barca e mare, vento e terra, scendere e venire, camminare sulle acque e andarsene, sono parole evocative per tutti. Gesù è assente, sul monte presso il Padre. Dopo il dono del pane è presente ai suoi, che non lo hanno capito e lo abbandonano, come colui che viene loro incontro camminando sulle acque, per portarli a salvezza. La Chiesa, simboleggiata dalla barca, in assenza di Gesù sperimenta la solitudine, la paura e l’incapacità di compiere la traversata. Ma sperimenta anche la sorpresa della presenza di lui che cammina sulle acque, il ricongiungimento con lui e l’approdo sicuro. 2. Lettura del testo

v. 16: Quando fu sera. Dopo il suo dono, Gesù è scomparso; si è ritirato, in solitudine, sul monte. I discepoli sono rimasti per un po’ in attesa del suo ritorno, forse sperando in una sua manifestazione spettacolare – come quella propostagli da satana sul pinnacolo del tempio – che avrebbe confermato che Dio è con lui. Allora le folle lo avrebbero acclamato re e avrebbero avuto il tanto sospirato Messia. Le tre tentazioni che Gesù ebbe nel deserto (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), per Giovanni si concentrano qui, attorno al pane, che dà sazietà, potere e gloria. Come sono sue, sono anche nostre. La situazione dei discepoli è la stessa della chiesa, che aspetta il ritorno glorioso del suo Signore. Ma viene inesorabilmente la sera. Ogni realtà, avvolta nell’ombra da cui il giorno l’ha tratta, quasi mangiata dal nulla, perde i propri contorni e scompare nella notte. Come per i nostri padri, così anche per noi e per tutti viene la sera. E ci chiediamo: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione” (cf. 2Pt 3,4). In realtà il Signore ha fatto ciò che ha promesso; aspetta solo che noi scopriamo quel pane che ci ha donato in abbondanza, perché viviamo come lui che “prese, rese grazie e distribuì”. discesero i suoi discepoli sul mare. Egli è salito sul monte; essi scendono al mare. È una defezione, una separazione da colui che sembra essersi separato. Ma cosa può fare l’uomo, giunta la sera, se non scendere nel mare, tornare là da dove è uscito? I discepoli compiono, a ritroso, il cammino che li ha portati sul luogo del pane. v. 17: entrati in una barca. Questo temine esce otto volte nei vv. 16-24. La barca – instabile, piccolo appoggio di legno che fluttua tra l’alto e il basso – è simbolo della chiesa. Affidata all’acqua che la sostiene e al vento che la muove, ciò che la sostiene è lì pronto per sommergerla, ciò che la muove è lì pronto per rovesciarla. Ma questa è pure la condizione di ogni uomo. Tutti infatti compiamo la medesima traversata incerta, con il desiderio di approdare e la paura di naufragare, segnati dallo stesso destino. Ce lo richiamano incessantemente il comune desiderio e la comune paura.
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venivano al di là del mare. Con Gesù hanno compiuto l’esodo da Cafarnao a Tiberiade, fin sul monte dove hanno ricevuto il dono del pane. Ora, senza di lui, fanno il controesodo. Sono caduti nella tentazione costante dell’uomo: non vivere la libertà, tornare alla schiavitù di prima. già si era fatta tenebra. Venuta la sera sono colti dal buio: “li aveva afferrati la tenebra”, dicono importanti codici. La tenebra non soffoca la luce (1,5), né chi segue Gesù (8,12; 12,46); prende però l’uomo che non crede in lui e non diventa figlio della luce (12,35-36). Gesù non era ancora venuto da loro. Nell’attesa del suo ritorno, abbandonano il monte e vanno là da dove erano partiti. Non sanno che la presenza definitiva dell’assente non è il pane consumato o da consumare, ma l’amore che si fa condivisione con il fratello. Questo è il “sovrappiù”, che va oltre la sazietà materiale ed è cibo che non perisce. È infatti la vita stessa del Figlio, che ci mette in comunione con il Padre e i fratelli. Dove la Parola si fa pane, dove si ascolta il suo comando di amarci gli uni gli altri (13,34), lui e il Padre vengono per prendere dimora presso di noi (14,23). v. 18: il mare. È nominato tre volte (vv. 16.18.19). Richiama le acque primordiali del caos, vinte da Dio nella creazione, e le onde del Mar Rosso, aperte per lasciar passare il popolo. L’acqua del mare, salmastra e infeconda, si oppone all’acqua sorgiva, dolce e feconda, che disseta e dona vita. Uscire dalle acque è nascere; entrare nelle acque è regredire nella morte. spirando un grande vento. Come c’è acqua e acqua, così c’è vento e vento, spirito e Spirito. Lo spirito dei discepoli, che abbandonano il Signore, è opposto a quello che li ha condotti sul luogo del pane. In noi sperimentiamo sempre i due spiriti: quello che apre alla vita e quello che conduce alla morte. Chi non conosce l’acqua e il pane del Figlio, conosce il mare e il vento di morte. Questo è lo spirito minaccioso che insidia la nostra traversata. si ridestava. La parola greca indica il ridestarsi e sollevarsi tumultuoso delle onde, ed è un composto della parola “destarsi” che indica la resurrezione. Ma qui non è la vita, bensì la forza di morte che si risveglia, per risucchiarci nell’abisso. Se abbandoniamo il Signore della vita, giunta la sera siamo catturati dalla tenebra, in balia dell’abisso e del vento. È una situazione di smarrimento, che tutti proviamo. Sarà particolarmente forte la burrasca che sperimenteranno i discepoli dopo che Gesù, fattosi pane, si ritirerà definitivamente. Sarà la tenebra del venerdì santo. v. 19: venticinque o trenta stadi. Sono circa cinque chilometri. La barca è quindi a metà del lago, nella situazione più critica, lontana sia dal punto di partenza che da quello di arrivo. vedono Gesù. È un’epifania di luce, vista dalla parte dei discepoli. Vedono Gesù solo ora; ma lui di fatto è sempre stato con loro. Prima, immersi nella tenebra, sentivano solo il mare, che apriva sotto di loro la bocca, e il vento gagliardo che dall’alto ve li scagliava dentro. Quando i discepoli vedono Gesù, non si nomina più né tenebra né vento né burrasca, neppure per dire che sono cessati. Giovanni mette in evidenza non tanto il miracolo delle acque che si placano, quanto il placarsi dei discepoli alle parole di Gesù. Sarà la sorpresa del mattino di Pasqua, che muta la loro veste di sacco in abito di gioia (Sal 30,12). camminare sul mare. Solo Dio cammina sulle acque: ha il dominio perfetto sul caos e sulla morte (cf. Gb 9,8; Sal 77,20; Is 51,10). Camminare sulle acque è il sogno impossibile dell’uomo, suo limite invalicabile: vincere la morte, avere la vita piena. È quanto dona quel pane che essi non hanno ancora capito e che Gesù spiegherà subito dopo. È quel pane che lui stesso ci dona attraverso la sua morte e risurrezione. I discepoli sono chiamati a mangiarlo, per camminare come lui ha camminato e passare dalla morte alla vita. farsi vicino alla barca. Il Signore si fa vicino a chi si è fatto lontano da lui. La sua apparente lontananza – la sua morte – sarà la sua massima vicinanza a noi: si farà nostro pane. ebbero paura. I discepoli passano dalla paura della morte alla paura del Signore della vita. È la reazione che coglie l’uomo non solo davanti a ciò che teme, ma anche davanti a ciò che desidera. Questa paura è antica quanto il peccato, quanto la sfiducia nel Padre (cf. Gen 3,10). v. 20: Io-Sono. Gesù rivela la sua identità. I sinottici dicono che lo credono un fantasma e fanno della scena un miracolo di salvezza. In Giovanni tutto è concentrato sul “vedere” e riconoscere Gesù presente. “Io-Sono”, espressione cara a Giovanni, richiama “il Nome” con cui il Signore si rivelò a Mosè (Es 3,14). Non è un’illusione il pane che Gesù ci ha dato: è Dio che salva. non abbiate paura. Se l’uomo, fin dall’inizio, ha paura di Dio, sempre Dio, quando appare, dice: “Non aver paura”. Dio è amore; e l’amore perfetto scaccia il timore (1Gv 4,18).
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v. 21: volevano prenderlo nella barca. Questo prenderlo non è un “rapirlo”, come al v. 15; è invece il modo stesso con cui Gesù “prese” il pane al v.11. I discepoli prendono Gesù: anche se ancora non lo comprendono, lo accolgono con sé. Si aprono così al mistero che “Io-Sono” rivelerà subito dopo a Cafarnao. Quando lo “vogliamo prendere” perché ci interessa lui, invece di rapirlo perché ci interessa il pane, allora giungiamo subito alla terra. subito la barca fu sulla terra. Come in un sogno, si annulla ogni distanza. Con Gesù non c’è più né notte né mare né vento: c’è subito la terra. La terra è dove si vive: con lui la nostra barca approda subito alla vita (cf. Sal 107,30). È lui, infatti, il pane di vita. verso la quale se ne andavano. La “discesa” dei discepoli al “mare” termina con l’approdo alla “terra” verso la quale “se ne andavano”. Questo verbo indica il cammino di Gesù verso il Padre (7,33; 8,21; 13,3.33.36; 14,4-5.28; 16,5-10.17), da cui è disceso (3,13). Lui stesso è il cammino che conduce al Padre (14,4-6). Il dono del pane, che ha appena fatto, è il viatico di questo cammino. Anche di Lazzaro Gesù dice: “Scioglietelo e lasciate che se ne vada” (cf. 11,44). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come il solito. Mi raccolgo immaginando il mare e la barca dei discepoli. Chiedo ciò che voglio: vedere il Signore in ogni pane che si riceve e si dà. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che fanno e che dicono.

Da notare: • fu sera • i discepoli scendono sul mare e tornano a Cafarnao • li sorprende la tenebra • Gesù non è ancora venuto • la barca in mezzo al mare, agitata dal vento • vedono Gesù camminare sulle acque • Io-Sono! Non abbiate paura • lo prendono sulla barca • la barca fu subito alla terra, verso la quale se ne andavano. 4. Testi utili Sal 77; 107; Mc 6,45-52; Mt 14,22-33; 1Cor 11,17-34; At 27,13-44.

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15. IO-SONO IL PANE DELLA VITA 6,22-47 6,22 Il giorno dopo la folla rimasta al di là del mare vide che non c’era là altra barchetta se non una sola e che Gesù non era entrato con i suoi discepoli nella barca, ma i suoi discepoli se ne erano andati da soli. Altre barche[tte] vennero da Tiberiade vicino al luogo dove mangiarono il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era là, né i suoi discepoli, essi entrarono nelle barchette e andarono a Cafarnao per cercare Gesù. E, trovatolo al di là del mare, gli dissero: Rabbì, quando sei venuto qui? Rispose loro Gesù e disse: Amen, amen vi dico: mi cercate non perché vedeste dei segni, ma perché mangiaste dei pani e foste saziati. Operate non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dimora per la vita eterna, quello che il Figlio dell’uomo vi darà. Su di lui infatti il Padre pose il suo sigillo. Allora gli dissero: Che facciamo per operare le opere di Dio? Rispose Gesù e disse loro: Questa è l’opera di Dio, che crediate a colui che egli inviò. Allora gli dissero: Ma che segno fai tu, perché vediamo e crediamo in te? Cosa operi? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come sta scritto: Pane dal cielo diede loro da mangiare. Allora disse loro Gesù: Amen, amen vi dico: non Mosè ha dato a voi il pane dal cielo, ma il Padre mio dà a voi il pane dal cielo, quello vero.
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Il pane di Dio infatti è colui che scende dal cielo e dà vita al mondo. Allora gli dissero: Signore, dacci sempre questo pane! Disse loro Gesù: Io-Sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Ma vi dissi che, pur avendo visto [me], tuttavia non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me; e chi viene a me non (lo) espello fuori, perché sono sceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di chi mi inviò. Ora questa è la volontà di chi mi inviò: che di quanto mi ha dato, nulla perda, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Allora i giudei mormoravano di lui perché disse: Io-Sono il pane sceso dal cielo. E dicevano: Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, di cui conosciamo il padre e la madre? Come può dire ora: Sono sceso dal cielo? Rispose Gesù e disse loro: Non mormorate gli uni con gli altri. Nessuno può venire a me, se il Padre che mi inviò non lo attira; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. È scritto nei profeti: E saranno tutti ammaestrati da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato, viene a me.
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Non che alcuno abbia visto il Padre, se non colui che è da presso Dio: questi ha visto il Padre. Amen, amen vi dico: chi crede [in me] ha vita eterna.

1. Messaggio nel contesto “Io-Sono il pane della vita”, dice Gesù alla folla che è accorsa da lui. Il suo è un linguaggio “mistico”; illustra infatti un “mistero”, quello dell’eucaristia, centro della fede cristiana. Mistica e mistero evocano per noi qualcosa che sa di magia e irrealtà. Ma questa non è che una deviazione, purtroppo facile, del grande destino dell’uomo: l’uomo è di sua natura un mistico, alla ricerca del mistero celato in ogni cosa. Per lui infatti ciò che vede è da capire e interpretare: è un segno del cui significato lui solo tiene in mano la chiave. L’universo è un libro aperto, che è tale se qualcuno lo sa leggere. Nell’uomo il segno trova il suo significato, la realtà la parola che la fa venire alla luce. In lui giunge a compimento l’opera della creazione, che ritrova quella parola dalla quale e per la quale fu fatta. Quando Gesù afferma di essere il pane della vita, ovviamente dice una metafora. Metafora significa che “porta al di là”. Il linguaggio è sempre metaforico: porta al di là di se stesso, sino alla realtà da capire e da comunicare. Se non siamo dei mistici che colgono il mistero dei segni, non siamo ancora essere umani; sentiamo solo dei suoni che associamo a un oggetto o a una serie di oggetti, come fa anche il nostro cane. Una certa mentalità positivistica non va oltre questo livello, anche se conosce molte più associazioni, che le permettono di dominare, ma non certo di capire il mondo. Gesù dice che il pane, simbolo della vita, è lui, il Figlio che ama il Padre e i fratelli. La vita dell’uomo infatti è costituita da quelle relazioni di amore che la rendono umana e vivibile: “Chi non ama dimora nella morte” (1Gv 3,14b). Gesù applica a sé le caratteristiche del pane, che è insieme dono del cielo e frutto di lavoro: umile e utile, appetibile e disponibile, semplice e gustoso, faticoso e gioioso, forza di chi lo assimila e comunione tra chi lo mangia. Le folle cercano Gesù perché hanno mangiato. Vogliono garantirsi la vita materiale; non hanno ancora capito che la vita dell’uomo è entrare in relazione con lui e vivere come lui, il Figlio che si fa pane per i fratelli. Non desiderano tanto lui, quanto ciò che da lui viene; e vogliono impadronirsi della sorgente del pane. Sono come i polli, che vanno dietro alla massaia per amore del becchime. Sono ancora animali, intenti al cibo che perisce. Ignorano il pane che non perisce, quello che mette in comunione con Dio e con gli uomini. Israele, il primo giorno che entrò nella terra promessa, disse: “Che buono Dio!”; e danzò e tacque di stupore. Il secondo giorno disse: “Che buono Dio, che ci ha dato la terra!”; e cantò e guardò con gioia il cielo e la terra. Il terzo giorno disse: “Che buona la terra che Dio ci ha dato!”; e guardò con piacere la terra e il cielo. Il quarto giorno disse: “Che buona la terra!”; e guardò con avidità la terra. Il quinto giorno tacque, dimenticò il Padre e guardò con invidia il vicino. Nel sesto giorno ognuno cominciò a litigare con il fratello, per ampliare i propri confini. Così ebbe inizio, e continuò, tutto ciò che leggiamo nei libri di storia e sui giornali: furti e omicidi, imbrogli e menzogne, violenze e ingiustizie, oppressioni e mali di ogni tipo. Il giardino divenne deserto e tutti finirono in esilio, senza terra, senza Padre e senza fratelli. Il pane che Gesù vuol darci è quello del settimo giorno, che ci riporta dal deserto al giardino, dall’esilio alla patria. Questo pane è la sua stessa vita: il suo amore di Figlio per il Padre e per i fratelli. Solo questo ci mantiene liberi e ci fa abitare in tranquillità la terra (cf. Lv 25,18s). Ad ogni uomo il Signore ha fatto tre doni. Il primo è l’universo intero, il secondo è il suo proprio io, il terzo è Dio stesso. Fine di ogni dono infatti è il dono di sé. Tutto gli è dato gratuitamente, senza che faccia nulla; sta però a lui riceverlo con gratitudine e vivere in esso il dono che Dio gli fa di se stesso. Il pane alimenta la vita, ma non è la vita. La vita è accogliere il mondo e il proprio io come dono d’amore di Dio. La relazione con lui è la felicità che ognuno desidera: la vita eterna è dire sì a chi da sempre è sì per ogni sua creatura.
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Chi fa del pane, di se stesso o di qualunque altra cosa, compresa la legge e l’alleanza, il proprio feticcio, è come uno che si innamora dell’anello di fidanzamento e non di chi gliel’ha dato. Allora ciò che è segno perde il suo significato, ciò che è mezzo diventa fine: la vita si riduce a un accumulo di segni senza significato e di mezzi senza scopo. Si mangia pane che perisce. Anzi, pane avvelenato, che fa perire. Il pane, che Gesù ha “preso rendendo grazie e distribuendo”, è lui stesso, il suo corpo dato per noi. In quanto “pane”, egli ci conferisce la sua vita di Figlio; “mangiarlo” significa assimilarlo, o meglio, esserne mangiati e assimilati, per vivere di lui e come lui. Nel dialogo sono strettamente intrecciati il pane e la fede in Gesù. In un lungo discorso che occupa il resto del capitolo, Gesù spiega cos’è questo pane (vv. 22-47) e come lo si mangia (vv.48-58). Più che un discorso è, come sempre in Giovanni, un dialogo tra la Parola e noi che ascoltiamo. Nel dialogo escono le varie reazioni, che alla fine determinano la presa di posizione nei confronti di Gesù: o si decide per lui o ci si recide da lui, che solo ha la parola di vita eterna (vv. 5971). Il testo è unitario e articolato, con una progressione continua ma graduale, verso un livello sempre più alto. Questa prima parte inizia con la folla che, non trovando più né Maestro né discepoli, va in cerca di Gesù (vv. 22-24). Quando lo trovano, Gesù li rimprovera di cercarlo per il pane che perisce e li esorta a darsi da fare per quello che non perisce, che porta su di sé il sigillo del Padre ( vv. 25-27). Per procurarsi questo pane bisogna credere in lui (vv. 28-29). Alla richiesta di un segno, simile alla manna, perché possano credere in lui (vv. 30-31), Gesù risponde che la manna del deserto, come il pane che hanno appena mangiato sul monte, è segno del vero cibo che viene dal Padre: il dono del Figlio che dà la vita al mondo (vv. 32-33). Alla domanda di avere questo pane, Gesù rivela: “ Io- Sono il pane della vita”, che sazia pienamente la fame e la sete dell’uomo ( vv. 34-36), perché è il Figlio che fa la volontà del Padre, testimoniando il suo amore per i fratelli sino a dare la vita; aderire a lui è avere la vita eterna ( vv. 37-40). Per credere in lui bisogna superare “lo scandalo” della sua carne, nella quale si compie ogni dono di Dio all’uomo (vv. 41-47). Gesù cerca di far cogliere, a folla e discepoli, il “sovrappiù” del pane che hanno mangiato. Ci sono due modi opposti di considerare il cibo, che sono due modi opposti di vivere: l’animale lo fa oggetto di preda e lo contende al vicino, il figlio lo prende come dono d’amore del Padre e lo condivide con il fratello. Il primo nega l’umanità dell’uomo: gli dà fame di sempre altro pane che, lungi dal saziarlo, lo fa morire, rendendo impossibile la vita sulla terra. Il secondo realizza la sua umanità: lo sazia, rendendolo figlio del Padre e fratello di tutti. La nostra esistenza quotidiana può essere un inferno o un paradiso: possiamo vivere da homo homini lupus, oppure da homo homini Deus! Gesù dice di sé: “Io-Sono il pane della vita”. È infatti il Figlio che comunica ai fratelli la vita del Padre, il suo amore. Questo non è qualcosa di impalpabile e vago, ma il modo concreto di “mangiare il pane”, ogni pane: invece di consumarlo in solitudine, lo si condivide con i fratelli attorno alla mensa del Padre, “prendendo, rendendo grazie e distribuendo”. La Chiesa vive in pienezza sempre maggiore il “sovrappiù” del pane che ha raccolto nel dono di Gesù. Facendone memoria, compie un continuo esodo da un egoismo che disumanizza a un amore che divinizza l’uomo, dandogli la sua vera identità di figlio nel Figlio. 2. Lettura del testo v. 22: Il giorno dopo la folla rimasta al di là del mare, ecc. La folla è rimasta sul luogo del pane, in attesa del seguito di ciò che aveva sperimentato. Si accorge però che l’unica barca, sulla quale Gesù era venuto con i suoi discepoli, non c’è più. Il Maestro è scomparso da solo sul monte per non diventare re; i discepoli nel frattempo se ne sono andati per conto loro, delusi della sua assenza. Gesù, discepoli e folla, uniti nel dono del pane, sono ora separati tra di loro. Il testo, un po’ complesso nella formulazione, può sembrare superfluo: ai fini del racconto basta il v. 24. In realtà sottolinea bene lo smarrimento della folla che non sa più dove trovare il Signore quando
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la sua comunità abbandona “il luogo” del pane. È lo sconcerto di chi vede noi, suoi discepoli, lontani da quel pane che ci fa testimoni del Signore. Nei vv. 22-24 si parla quattro volte di “barca”. L’attenzione è tutta sulla barca dei discepoli, scomparsa senza il Maestro, e sulle altre barche che vengono per cercare Gesù. v. 23: altre barche[tte] vennero da Tiberiade, ecc. Anche altra gente ha saputo ciò che è capitato e accorre sul “luogo” del pane. Ci si aspetta una ripetizione dell’evento. Ma il Signore non viene incontro alle loro attese. Attorno al pane Giovanni concentra le tre tentazioni che i sinottici pongono nel deserto, dopo il battesimo di Gesù: quella del pane (cf. v. 5s), quella del potere (v. 15) e ora quella di un segno dal cielo (v. 30). mangiarono il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Con un linguaggio, che per il lettore è chiaramente eucaristico, si riferisce in sintesi ciò che è accaduto il giorno prima: “mangiare il pane” (non i pani!) e “rendere grazie”. Gesù è chiamato “il Signore”, cosa eccezionale fuori dal discorso diretto (solo qui e in 11,2; 20,20; 21,12). Nel dono del pane infatti il popolo saprà chi è il Signore suo Dio (cf. Es 16,12b). v. 24: quando dunque la folla vide ecc. La folla, venuta sul “luogo”, vede che non c’è né Gesù né i suoi discepoli: non trova ciò che attende. Allora torna a Cafarnao, da dove era partita. Lì, come da una mano invisibile, sono riunificati quelli che hanno partecipato al dono del pane. Il dialogo, che Gesù farà con loro nella sinagoga, li porterà a cogliere il significato di ciò che era avvenuto il giorno prima. per cercare Gesù. La folla cerca Gesù, come già i primi due discepoli (1,38) e poi Giuda e la Maddalena (18,8; 20,15). La ricerca ha esito diverso, secondo lo spirito che la muove: può portare a dimorare presso di lui e abbracciarlo, oppure a rapirlo e tradirlo. v. 25: trovatolo al di là del mare. Nel suo lavoro di liberazione dei fratelli, il Figlio è paziente con loro: li conduce nell’esodo, ma li segue e si fa trovare anche nel controesodo. gli dissero. È la prima volta che la folla parla con Gesù. Il pane del Figlio, di cui tutti abbiamo bisogno, ci fa tutti suoi interlocutori. quando sei venuto qui? Cercano di conoscere i movimenti di Gesù. Vogliono, se non possedere, almeno controllare la sorgente del pane. v. 26: amen, amen vi dico. Gesù non risponde alla loro domanda, ma a ciò che la muove. Sposta l’attenzione a un altro livello: è il Signore che parla, con l’intento di raddrizzare l’ambiguità della loro ricerca. mi cercate. Cercare Gesù è cercare il pane, la vita. non perché vedeste dei segni, ecc. Si può cercare Gesù solo perché garantisce il pane materiale per sopravvivere, oppure perché si è visto nel pane il “segno” di lui che si dona. Si può cercare il dono del Signore oppure il Signore del dono. Gesù vuol “e-ducarli” (e-ducare = e-ducere, tirar fuori: questo è il vero esodo!) dal loro orizzonte egoistico perché accolgano il suo amore. v. 27: operate non per il cibo che perisce. L’uomo è chiamato a “coltivare e custodire” la terra (Gen 2,15), a faticare, dopo il peccato, per procurarsi il pane (cf. Gen 3,17b-19). Ma questo pane perisce, come anche chi lo mangia. ma per il cibo che dimora per la vita eterna. La vita dell’uomo infatti è la comunione con Dio (Dt 30,19s). Questa è data a chi, nel suo lavoro quotidiano, opera secondo la sua parola. Il cibo che dà la vita è l’ascolto della “legge di vita e di intelligenza” (Sir 45,5). L’uomo infatti non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cf. Dt 8,3). “Non le diverse specie di frutti nutrono l’uomo, ma la tua parola conserva quelli che credono in te” (cf. Sap 16,26); “Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca” (Sal 119,103). Il vero cibo dell’uomo, che lo distingue dall’animale, è la parola, che dà senso ad ogni realtà e crea relazione tra le persone. Per questo dice la Sapienza: “Venite e mangiate il mio pane”, “abbandonate la stoltezza e vivrete” (Pr 9,5s). Il cibo di cui si parla non è un’ambrosia o un nettare che garantisce l’immortalità; è invece un modo concreto di vivere il pane di ogni giorno, come parola d’amore scambiata con il Padre: è il dono dello Spirito, che ci fa vivere da figli e da fratelli. quello che il Figlio dell’uomo vi darà. Questo cibo è il dono del Figlio dell’uomo, sul quale si apre il cielo (1,51). Ce lo “darà”, al futuro, nel suo “corpo dato per noi”. Il pane che hanno mangiato il giorno prima è segno anticipato di questo dono. Esso viene solo da lui e lo ottiene chi aderisce a lui: è lui stesso, la sua carne.
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su di lui il Padre pose il suo sigillo. Il sigillo indica consacrazione, appartenenza, autentificazione. Si tratta del segno che il Padre ha posto su Gesù nel battesimo: il dono dello Spirito, che lo autentica come Figlio (3,33). v. 28: che facciamo per operare le opere di Dio? La folla capisce che deve cercare il pane che non perisce e che esso consiste nell’osservare la parola del Signore, “operando le opere di Dio”. Per questo chiedono cosa fare per eseguire il suo beneplacito. In altre parole: come vivere in concreto il comando dell’amore, suo precetto fondamentale? È la domanda, e il dramma, di chi vuol essere giusto (cf. Rm 7,14ss). v. 29: questa è l’opera di Dio. Alle tante opere nostre, Gesù contrappone “l’opera” di Dio, quella che veramente a lui piace e che lui stesso compie in noi (cf. v. 37). che crediate a colui che egli inviò. La grande opera che Dio fa è che accogliamo il dono del Figlio (cf. 3,16), in cui si compie la salvezza della creazione intera. Accogliere Gesù, Parola del Padre, luce e vita del creato (cf. 1,1ss), è realizzare il disegno di Dio, che ci vuole tutti figli nel Figlio. v. 30: che segno fai tu? La richiesta di un segno è vista dai sinottici come incredulità (cf. Mt 12,38; 16,1; Mc 8,11; Lc 11,16). Gesù ha appena offerto il segno del pane; invece di darne uno nuovo, dà la spiegazione di quello che ha operato, perché vediamo in esso il compimento dell’opera di Dio e crediamo in lui. v. 31: i nostri padri mangiarono la manna nel deserto. Come la Samaritana al pozzo parla dell’acqua data dal padre Giacobbe (4,12), come più avanti si parlerà del padre Abramo (cf. 8,53), la folla parla ora dei “nostri padri”, ai quali fu data la manna. Gli interlocutori di Gesù riconoscono l’azione di Dio nel passato, ma sono incapaci di vederla nel presente. Non colgono che ciò che Dio ha compiuto per i padri è segno di ciò che compie ancora per noi. È questo il salto della fede, che permette di guardare oltre il semplice fatto per leggerlo come segno della mano e del cuore del Padre, sempre all’opera per i suoi figli. sta scritto: pane dal cielo diede loro da mangiare. Questa citazione non c’è alla lettera nella Bibbia. Si parla di pane dal cielo in Esodo 16,4 e nel Salmo 78,24 (cf. Sap 16,20; Sal 105,40). Si tratta della manna, il cibo dell’esodo, che sta al centro del dialogo tra Gesù e la folla. v. 32: amen, amen vi dico: non Mosè ha dato a voi il pane dal cielo, ma il Padre mio dà a voi, ecc. Gesù sposta l’attenzione da Mosè a Dio stesso (chiamato “Padre mio”), dal passato (“vi ha dato”) al presente (“vi dà”) e dai “padri” a “voi”, gli ascoltatori. Il pane dal cielo non viene da un uomo, non è qualcosa di passato e non riguarda i nostri padri: è dal “Padre mio”, che lo “dà” al presente a “voi” che mi ascoltate, dice Gesù. il pane dal cielo, quello vero. Per tre volte di seguito si nomina “il pane dal cielo”. La manna è un pane dal cielo, ma non quello vero. Essa è un segno che preannuncia il pane vero, quello che non perisce e dà vita eterna. Gesù aiuta i suoi ascoltatori a leggere i doni del passato come rimando a ciò che Dio opera adesso per loro. v.33: il pane di Dio è colui che scende dal cielo e dà vita al mondo. Invece di “è colui” si può tradurre anche “è quello”. Però nel v. 35 c’è l’identificazione tra il pane e Gesù. Egli non è solo “pane dal cielo”, ma “pane di Dio”: è Dio che scende dal cielo e si fa pane per comunicare la sua vita al mondo intero (cf. 3,16; 4,42). v. 34: dacci sempre questo pane. Come la Samaritana chiese l’acqua che zampilla per la vita eterna (4,15), questi chiedono quel pane che compie l’opera di Dio e dà vita al mondo. L’andamento del dialogo nella sinagoga di Cafarnao è simile a quello davanti al pozzo di Giacobbe: è un gioco di provocazioni e reazioni, che culmina nell’autorivelazione da parte del Signore e nel desiderio del suo dono da parte di chi lo ascolta. v. 35: Io-Sono il pane della vita. Gesù identifica se stesso con il pane di Dio che scende dal cielo e dà la vita al mondo. È tipico di Giovanni far dire a Gesù: “Io-Sono”, seguito da un predicato (6,35.51; 8,12.18.23; 10,7.9.11.14; 11,25; 14,6; 15,1.5), oppure anche senza (8,24.28.58; 13,19; cf. anche 6,20; 18,5.8). “Io-Sono” è “il Nome” con il quale Dio si è rivelato a Mosè (Es 3,14). Il predicato, quando segue, rivela chi è e cosa fa questo Nome. Qui il predicato è il pane, che comunica la sua vita a chi lo mangia. Siamo al livello più alto della comprensione del segno. Il pane, la vita che desideriamo e riceviamo, è Gesù stesso, il Figlio che dà la vita per noi.
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chi viene a me. Venire a Gesù indica il movimento della fede, che si compie nel “mangiare e bere” lui, per vivere di lui. non avrà più fame/sete (cf. 4,14; 7,37-39). Fame e sete indicano quel bisogno di vita, felice e piena, cui l’uomo aspira. “Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete”, dice la Sapienza (Sir 24,20), sottolineando la qualità del suo dono, che suscita sempre maggior desiderio senza mai nauseare. Qui invece Gesù sottolinea l’appagamento; diversamente sarebbe una frustrazione continua. È saziato addirittura il desiderio originario di Adamo: diventare come Dio (Gen 3,5). v. 36: pur avendo visto [me], tuttavia non credete. I suoi ascoltatori “vedono” il pane della vita, di cui quello nel deserto e quello sul monte sono segno, e tuttavia non credono in lui. La loro non è semplice ignoranza del dono (cf. 4,10). Hanno visto i segni e ne hanno ascoltato il significato. C’è nel loro cuore un impedimento a credere, che non c’era nella Samaritana. Il Signore non può essere il loro pane, fino a quando altri pani sono il loro signore: non possono credere in Dio, finché il loro dio è il proprio io (5,44). Preferiscono la tenebra alla luce, perché le loro opere sono malvagie (3,19ss). Le resistenze che abbiamo nel credere al Figlio vengono dalla menzogna che ci impedisce di accettare che Dio è Padre e noi suoi figli. v. 37: tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me. L’opera di Dio, in quanto Padre, è attirare tutti, nessuno escluso, al Figlio, nel quale lui ci è Padre e noi gli siamo figli. Venire al Figlio e unirsi a lui è il fine dell’uomo, fatto al sesto giorno perché in lui la creazione attinga il settimo e Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). non (lo) espello fuori. Gesù non “espelle” e “non perde” (v. 39) nessuno dei suoi fratelli che il Padre gli ha dato. Anzi, dà loro la vita eterna e li risusciterà nell’ultimo giorno (vv. 39-40). v. 38: perché sono sceso dal cielo. Gesù è il pane che scende dal cielo, inviato dal Padre e sempre in comunione con lui, per comunicarci la sua vita. La sua discesa è il suo divenire carne per manifestarci e donarci il Padre. v. 39: questa è la volontà di chi mi inviò, ecc. La volontà del Padre è comunicare la propria vita ai suoi figli. Gesù, scendendo dal cielo, compie l’opera del Padre, perché non vada perduto nulla di quanto egli ama, così che l’ultimo giorno sia per tutti vita e non morte. v. 40: questa è la volontà del Padre mio ecc. Lui è il Figlio (“Padre mio”), che conosce la sua volontà. Questa parola esce quattro volte nei versetti 38-40. “Volontà” significa amore, non solo come passione, ma anche come capacità di azione. La volontà del Padre è darci il Figlio, perché in lui “vediamo” il suo amore per noi e lo accogliamo. lo risusciterò nell’ultimo giorno (cf. v. 39). Aderire al Figlio è avere già ora la vita eterna, che consiste nell’amare il Padre e i fratelli. Questo amore è vittoria sulla morte e caparra della risurrezione futura: uniti a lui, siamo in comunione con il principio stesso della vita. v. 41: allora i giudei mormoravano. Gli ascoltatori, anche se siamo in Galilea, sono chiamati “giudei”, che in Giovanni ha una connotazione negativa. Infatti “mormoravano” contro il Signore, come il popolo incredulo nel deserto. Alle sue mormorazioni per la mancanza di cibo (Es 16,2.7.8.12), Dio risponde inviando dal cielo pane e carne, in modo che conoscano che il Signore è il loro Dio (Es 16,11). Il popolo si lamenta che i suoi occhi “non vedono che questa manna” (Num 11,6), senza accorgersi che è un cibo pieno di ogni delizia (Sap 16,20). Qui i giudei mormorano contro “il pane” che vedono, chiedendo come possa essere disceso dal cielo: non colgono nell’umanità di Gesù la rivelazione di Dio. Eppure, se Dio vuole comunicarsi a noi, non può che farsi carne e sangue, come noi. v. 42: non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe ecc. Gesù è uomo: come può essere di origine divina? Come mai chiama Dio: “Padre mio” e promette agli uomini la vita di Dio? Come può un uomo farsi eguale a Dio (5,18)? È il mistero di Gesù. Egli è carne, come tutti noi. Però è la Parola diventata carne, il Figlio di Dio che si è fatto Figlio dell’uomo, scandalo inevitabile perché ogni figlio d’uomo diventi figlio di Dio. v. 43: non mormorate. Gesù non si giustifica né corregge. Chiede di non mormorare e di accettare questo scandalo, necessario alla nostra salvezza. v. 44: nessuno può venire a me, se il Padre ecc. Gesù ribadisce che accogliere lui è dono del Padre, la sua opera per eccellenza (cf. vv.29.37): egli attira ogni uomo al Figlio, perché diventi figlio.
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Quest’attrazione del Padre, anche se misteriosa, è innata nell’uomo, proprio perché suo figlio; si esprime nelle molteplici richieste di senso che ciascuno si pone. v. 45: è scritto nei profeti: e saranno tutti ammaestrati da Dio (Is 54,13). Tutti siamo istruiti direttamente da Dio, discepoli della voce interiore che testimonia della Parola, luce vera che illumina ogni uomo (1,6-9). Siamo “teodidatti”, ammaestrati da Dio (Is 54,13): egli agisce nel cuore di ogni uomo attirandolo verso la luce e la vita, verso il Figlio nel quale si dona a noi come Padre. Se prima c’era la legge, scritta su tavole di pietra, ora Dio stesso scrive nei nostri cuori la sua parola (cf. Ez 36,26s; Ger 4,4; 2Cor 3,2s), mettendo in noi un cuore nuovo, pieno del suo amore. Chi ascolta questa attrazione interna, aderisce al Figlio e conosce il Padre. Senza di essa è assolutamente incomprensibile come uno possa diventare cristiano. Non certo per via di indottrinamenti o di crociate! v. 46: non che alcuno abbia visto il Padre se non colui, ecc. (1,18). L’attrazione interna non ci fa vedere direttamente il Padre; ci porta invece al Figlio, l’unico che vede il Padre e lo può rivelare (1,18): vedendo lui, vediamo il Padre (14,9). Solo nel Figlio si conosce il Padre, perché lo si può conoscere solo in quanto figli. In fondo non possiamo conoscere se non ciò che siamo. v. 47: chi crede [in me] ha vita eterna. Chi crede nel Figlio ha vita eterna: la sua vita di Figlio, che è la medesima del Padre. Perché la vita eterna, il pane della vita, il pane disceso dal cielo, è il Figlio stesso che ci dona la sua comunione con il Padre. I versetti seguenti avranno il tono di un’omelia eucaristica, che ci rivela come si “mangia” questo pane (vv. 48-58). 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi nella sinagoga di Cafarnao, dopo il dono del pane. c. Chiedo ciò che voglio: riconoscere in Gesù, nella sua carne data per me, il pane che mi comunica la vita del Figlio. d. Traendone frutto, medito e assaporo ogni parola di Gesù. Da notare: • la folla resta in attesa sul luogo del pane • la folla non vede più la barca: i discepoli sono partiti da soli, abbandonando Gesù sul monte • altre barche vengono e, tutte insieme, fanno ritorno a Cafarnao per cercare Gesù • non hanno capito il segno: vogliono solo pane • operare per il pane che rimane per la vita eterna, non per quello che perisce • come compiere le opere di Dio • l’opera che Dio compie: credere in Gesù come il Figlio • la richiesta di un segno, come la manna • la risposta: leggere la manna data ai padri come segno di ciò che ora Dio dà a loro • il pane di Dio è colui che scende dal cielo e dà la vita al mondo • Io-Sono il pane della vita • credere in lui è la sazietà divina che l’uomo cerca • si può “vedere” senza credere • Gesù compie la volontà del Padre comunicando la sua vita di Figlio ai fratelli: per questo è pane di vita • questo pane dona vita eterna ora e la risurrezione nel futuro • lo scandalo della carne di Gesù è proprio ciò che ci salva • l’attrazione interiore del Padre verso il Figlio • si conosce il Padre e si ha la sua vita solo nel Figlio. 4. Testi utili
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Sal 78; 105; 136; Es 16; Dt 8,1ss; 30,15-20; Sap 16,20-21.

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16. IL PANE CHE IO DARÒ È LA MIA CARNE PER LA VITA DEL MONDO 6,48-59 6,48 Io-Sono il pane della vita.

49I vostri padri nel deserto
mangiarono la manna e morirono. Questo è il pane che scende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia.

50

51Io-Sono
il pane vivente che è sceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

52Allora i giudei litigavano tra loro
dicendo: Come può costui darci la [sua] carne da mangiare? Allora disse loro Gesù: Amen, amen vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi stessi.

53

54Chi mastica la mia carne
e beve il mio sangue ha vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

55La mia carne infatti è vero cibo
e il mio sangue è vera bevanda.

56Chi mastica la mia carne
e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui.

57Come il Padre, il vivente, ha mandato me
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e io vivo grazie al Padre, così chi mastica (di) me, anche lui vivrà grazie a me. Questo è il pane che è sceso dal cielo, non come (quello che) mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mastica questo pane vivrà in eterno.

59Queste cose disse in sinagoga
insegnando a Cafarnao. 1. Messaggio nel contesto “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” , dice Gesù dopo aver detto che lui è il pane della vita. Sin qui ha portato la folla a cercare quel pane che non perisce, che è lui. La manna, come ogni dono, è segno di quel pane che Dio vuol dare a tutti: la vita del Figlio, che ci fa figli. Ma la folla non accetta che lui possa essere il pane disceso dal cielo, che dà vita eterna. Non riconosce la sua origine divina, perché è un uomo, come tutti. Gesù rivela allora che la vita ci viene proprio dalla sua umanità, dalla sua carne offerta per la vita del mondo. Essa è il dono totale di sé che Dio fa all’uomo. Gesù infatti è la Parola diventata carne, perché in lui ogni carne ritrovi la Parola. I termini “carne, carne e sangue” sostituiscono la metafora del pane; “mangiare, masticare e bere” sostituiscono il verbo credere. Credere in Gesù, pane vivente, è mangiare e masticare la sua carne, bere il suo sangue. Dieci volte si parla di “mangiare” o “masticare”, sei volte di “carne” e quattro volte di “bere il sangue”. “Carne”, come “carne e sangue”, significa l’uomo nella sua umanità concreta. “Mangiare” non solo mantiene in vita – la funzione del cordone ombelicale è sostituita prima dal succhiare e poi dal masticare –, ma, ancor più profondamente, è un atto di comunione tra chi dà la vita e chi la riceve. Ciò che distingue il mangiare umano da quello animale è il suo essere comunicazione d’amore interpersonale, che culmina nella parola scambiata con l’altro. “Non di solo latte vive il bambino, ma di ogni parola che esce dalla bocca della madre”, disse qualcuno parafrasando il detto biblico: non di solo pane vive l’uomo, ma di quanto esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3). Mangiare la carne e bere il sangue – masticare e bere lui! – è un linguaggio molto crudo e duro (cf. v. 60). Ma ciò che significa è ancor più sorprendente: mangiare il Figlio dell’uomo significa assimilare il Figlio di Dio, sino a vivere di lui. Mangiare infatti è assumere, metter dentro e assimilare il cibo. Credere in Gesù, aderire a lui e amarlo, qui è chiamato “mangiare”. L’uomo diventa ciò che mangia, o, meglio, ciò che ama. Il Figlio di Dio ci ha amati fino ad essere divorato dal suo amore per noi (cf. 2,17!) e diventare Figlio dell’uomo innalzato; noi, amando e mangiando lui, diventiamo figli di Dio. Il testo ha due livelli di lettura. È sempre possibile una seconda lettura, perché ogni parola dice altro e, alla fine, dice l’Altro. Questo vale segnatamente per il vangelo di Giovanni, che, invece di raccontare la trasfigurazione, ne fa le lenti attraverso cui guardare tutto il resto. Osserva infatti con l’occhio e il cuore nuovo di chi ama, che in ogni cosa vede il volto dell’amato. Questa visione, lungi dall’essere “visionaria”, è la più reale di tutte, perché è fatta alla luce di colui che è luce e vita di quanto esiste. Il primo livello di lettura, per quanto scandaloso, è comprensibile anche per gli ascoltatori di Gesù. Affermando che lui è il pane di vita e che la sua carne è la vera manna del nuovo esodo, Gesù si attribuisce le prerogative della Parola. Si rivela così come il compimento di ciò che l’esodo e l’alleanza, e ancor prima la creazione, significano: il disegno di Dio di comunicare la sua vita all’uomo. Mangiare e assimilare lui, Figlio amato dal Padre che ama i fratelli, è la nuova legge. Si tratta di una ripresa del tema precedente, con uno sviluppo ulteriore e decisivo: a chi non crede che lui possa dare vita eterna perché è uomo, risponde che proprio la sua umanità è la rivelazione definitiva di Dio. Per questo chi non accetta lui, non compie le opere di Dio e non riceve la vita.
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Il secondo livello di lettura è trasparente al lettore cristiano: si tratta di una vera e propria omelia sull’eucaristia. La sua carne non è metaforica: è realmente il suo corpo dato per noi. Chi mangia la sua carne, pane vero, e si alimenta di lui, riceve il dono supremo di Dio: il corpo e il sangue del Figlio, che lo mette in comunione di vita con lui e con il Padre. Giovanni, secondo lo stile che gli è proprio, non racconta l’istituzione dell’eucaristia, che i lettori conoscono; preferisce invece farne comprendere il mistero profondo, esplicitando ciò che gli altri vangeli lasciano implicito. Parlando di carne e sangue si allude alla croce, dove Gesù darà il suo corpo e verserà il suo sangue. Proprio la sua umanità dona all’uomo ciò di cui tutto è segno: Dio stesso come dono di sé. Per essa entriamo in comunione con il Figlio di Dio che è diventato Figlio dell’uomo. Ogni altro pane è simbolo di questo, che è la realtà. Per questo prendiamo ogni briciola di pane – ogni realtà, per quanto piccola sia – come segno d’amore del Padre, rendiamo grazie a lui e condividiamo con i fratelli, facendo circolare in tutto e per tutti la vita del Figlio. L’eucaristia è davvero salvezza nostra e del mondo intero. Infatti ci rende figli nel Figlio, in comunione con il Padre, con i fratelli e con tutto il creato. Ciò che non è oggetto di eucaristia, è morto e infetto di morte. Questo finale del dialogo ci fa entrare nel mistero di quel “sovrappiù” di pane che ormai è presente in ogni frammento del creato: è Dio stesso che ci dona di vivere di lui, del suo amore. Giova ripetere: chi dà una cosa, in realtà dà se stesso. Ogni dono, infatti, implica il dono di sé. Nel dono della carne e del sangue del Figlio si svela e si compie il dono di Dio: accogliamo lui come Padre e noi stessi come figli. E di questo gioiamo dicendo: “Amen”. Creazione, esodo e alleanza trovano nell’eucaristia la loro pienezza: è la festa del settimo giorno, la libertà dei figli, le nozze tra Creatore e creatura, il riposo dell’uno nell’altro. Davanti a un Dio che si dona a noi – come può non donarsi, se è amore? – non c’è che stupore e gioia senza fine. Gesù dà la sua carne e il suo sangue come cibo e bevanda del nuovo esodo. La sua umanità, totalmente offerta a noi, rende visibile quel Dio invisibile che è tutto e solo amore: in lui si celebra l’alleanza nuova e definitiva tra cielo e terra. La Chiesa mangia e beve di lui, vero pane che ci assimila a lui e ci rende capaci di amare con lo stesso amore con cui siamo amati (13,34; 15,9; 17,23). Partecipiamo così della vita trinitaria, amore eterno tra Padre e Figlio che si espande su tutte le creature (cf. Sal 145,9), perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). 2. Lettura del testo

v. 48: Io-Sono il pane della vita. Il pane richiama la parola di Dio, principio di vita. Il vero pane è Gesù, Parola diventata carne. Nell’AT si parla di mangiare al banchetto della Sapienza (Pr 9,5s; Sir 24,18-33; Is 55,1ss), addirittura di mangiare il rotolo della Parola (Ez 3,3). Le parole di Gesù sono comprensibili alla luce di questa tradizione biblica. v. 49: i vostri padri nel deserto mangiarono la manna e morirono. La manna è il cibo dell’esodo. I “vostri padri” ne mangiarono, ma non giunsero alla terra promessa (Nm 14,21-23; Gs 5,6; Sal 95,8ss); fallirono nel cammino e non ottennero la vita eterna, perché non ascoltarono il Signore. Gesù parla dei “vostri padri”, in opposizione al “Padre mio”, della “manna” in opposizione al “pane che scende dal cielo” e del “morire” in opposizione alla “vita eterna”. v. 50: questo è il pane che scende dal cielo. La manna venne dal cielo, ma solo nel passato; inoltre chi ne mangiò non ottenne la vita. Il pane di cui Gesù parla invece “scende” ora dal cielo, al presente, e chi ne mangia non muore. affinché chi ne mangia, non muoia. Credere in Gesù, pane di vita, diventa ora “mangiarlo”: assimilando lui, Parola diventata carne, non moriamo, a differenza dei nostri padri. v. 51: Io-Sono il pane vivente. Gesù, pane della vita (cf. v. 48), qui è il “pane vivente”, vivo e vitale, capace di trasmettere vita. La vita che è in lui è la stessa del “Padre vivente” (cf. v. 57). che è sceso dal cielo . Al v. 50 si dice “che scende”, qui “che è sceso”, per indicare quel momento preciso della storia in cui si è offerto: è l’ora della croce, anticipata nel suo farsi carne. se uno mangia di questo pane vivrà in eterno . Chi ne mangia, ha vita eterna: vive da figlio e sarà risuscitato l’ultimo giorno (cf. vv. 40.54). Non si dice che non subisca la morte fisica, ma che questa sarà
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seguita dalla risurrezione (“vivrà in eterno”). La vita eterna, che già ora ha chi mangia di lui, è la comunione d’amore con lui; la morte, lungi dall’interromperla, la compirà pienamente. il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Si passa dal pane, che richiama il dono della manna, alla carne, che richiama il sacrificio dell’agnello. Sono allusioni all’esodo e alla pasqua. Il pane che Gesù darà, quando sarà giunta la sua ora, è la sua carne: il suo corpo dato per noi. È un preannuncio della passione e del suo frutto. Gesù è l’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo (cf. 1,29), diventando, nel suo sacrificio, sorgente di vita e di benedizione per tutti (cf. 19,34). La carne di Gesù, la sua umanità offerta sulla croce come dono totale di amore, è l’epifania di quel Dio che nessuno mai ha visto. In lui la Parola è diventata carne perché la carne stessa diventi Parola, racconto di Dio, presenza del suo Spirito che anima il mondo. Caro salutis cardo: la carne è il cardine della salvezza! L’espressione: “la mia carne per la vita del mondo” corrisponde a quella di Lc 22,19: “il mio corpo dato per voi”, che Gesù ha detto nell’ultima cena (cf. Mc 14,22; Mt 26,26). Giovanni preferisce “carne” a “corpo”, come nel prologo; esplicita “per” con “per la vita” e dice “mondo” invece di “voi” (cf. “molti” di Mc 14,24, riferito al sangue): chiarisce, con termini a lui cari, il significato dell’eucaristia che la comunità celebra in memoria del suo Signore. v. 52: i giudei litigavano. Se nel v. 41 mormoravano, ora c’è una discussione più vivace, un litigio. come può costui darci la [sua] carne da mangiare? Prima mormoravano perché Gesù, essendo uomo, si fa come Dio dicendo di essere “dal cielo”. Ora litigano perché dice che la vita divina viene dal mangiare la sua carne di uomo. È lo scandalo fondamentale dell’incarnazione: Gesù è Parola e carne, Dio e uomo. La salvezza viene proprio dal fatto che lui è insieme Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. v. 53: amen, amen vi dico. Invece di rispondere, Gesù ribadisce la sua affermazione con autorità divina. Quanto ha detto è chiaro e vero. È solo da accettare. se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo . Gesù non solo è il vero pane, cibo per il cammino dell’esodo; in quanto Figlio dell’uomo crocifisso, è anche “carne” dell’agnello, cibo che ci fa uscire dalla schiavitù (cf. Es 12,1-14). Solo chi lo mangia ha la vita che Dio vuole dargli. e non bevete il suo sangue. È un richiamo alla morte in croce, da dove scaturisce il sangue dell’agnello che salva dalla morte (cf. Es 12,13). Il sangue per i semiti è la vita e la vita appartiene a Dio; per questo è vietato “bere” il sangue. Gesù invece afferma che chi “mangia” la carne del Figlio dell’uomo, “beve” il suo sangue: chi assimila la sua vita di Figlio di Dio, è ebbro del suo Spirito. non avete vita in voi. Mangiare la carne e bere il sangue del Figlio dell’uomo ci comunica la sua vita di Figlio, che, come il Padre, ha in se stesso la vita (cf. 5,26). Partecipiamo alla vita del Padre e del Figlio, al loro amore reciproco. v. 54: chi mastica la mia carne, ecc. Gesù ribadisce in positivo ciò che ha appena detto in negativo: lui, e solo lui, il Figlio, ci dona la vita eterna. Qui “mangiare” (in greco è “ phágô” o “esthíô”) diventa “masticare, triturare con i denti” (in greco “trôgô”). La sua carne è da masticare per essere assimilata bene, in modo da ricevere la sua energia vitale. Queste espressioni, per quanto crude, sono comprensibili agli ascoltatori di Gesù come metafore del credere in lui, inviato dal Padre per darci la parola di vita. Per il cristiano invece sono pienamente trasparenti: nell’eucaristia mangiamo e viviamo del Figlio, siamo veramente divinizzati, come dice 1Gv 3,1: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente”. ha vita eterna. Il pane dà la vita fisica a chi lo mangia. Il Figlio di Dio dà la sua vita a chi lo mangia: già nel momento presente lo fa vivere del suo amore eterno per il Padre, che si rivela a noi in quello che ha verso i fratelli. e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Gesù ribadisce che il dono del Figlio non è solo vita eterna al presente, ma anche risurrezione nel futuro. La vita eterna consiste nel vivere da figli amando il Padre e i fratelli, con un amore più forte della morte. Questo amore è pegno di risurrezione nell’ultimo giorno: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, se amiamo i fratelli” (1Gv 3,14a). Infatti, se è vero che “chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14b), è altrettanto vero che chi ama non rimane nella morte, perché dimora in Dio, che è amore (1Gv 4,8b).

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v. 55: la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda . Ogni altro cibo e bevanda sono “segno”, simbolo o metafora, della carne e del sangue del Figlio, la “realtà” che ci dà la vita ed è la nostra vita (cf. 1,1ss). Per il popolo che camminava nel deserto la manna era il cibo che garantiva la vita fisica, la legge era il cibo che garantiva la vita eterna. Ora Gesù si propone come vero cibo e vera bevanda, compimento della vita che ha nella creazione il suo inizio, nell’esodo il suo riscatto e nella comunione con Dio il suo fine. v. 56: chi mastica la mia carne e beve il mio sangue. Si ripete che è necessario mangiare, anzi masticare e assimilare la sua umanità, per bere il suo Spirito. dimora in me e io in lui . Il frutto del mangiare e bere lui è il dimorare nostro in lui e suo in noi. È la prima volta che esce “dimorare in” (cf. 15,4.5.7.9). Significa la comunione di vita, propria dell’amore. L’amore infatti non è mai con-fusione che annulla le persone, né cannibalismo per cui uno sopprime l’altro. È invece comunione tra due che restano distinti. Qui si parla di reciproco dimorare dell’uno nell’altro : amare significa accogliere l’altro in se stesso, farsi sua casa. Questa è la presenza reale dell’uno nell’altro, nell’amore reciproco. Per questo un bue che mangia pane eucaristico non entra in comunione con il Signore, perché non lo ama né lo capisce – come tanti che partecipano all’eucaristia senza sapere quello che fanno. v. 57: io vivo grazie al Padre. Gesù, il Figlio amato e inviato ai fratelli, è tutto “dal” e “del” Padre: vive grazie a lui, di lui e per lui. Egli è venuto a comunicarci, come nostra vita, questa sua relazione con lui, che è la sua essenza di Figlio. chi mastica (di) me, vivrà grazie a me . Masticare lui è necessario per vivere “grazie” a lui: da lui, di lui e per lui. Mangiando lui, siamo come mangiati e assimilati da lui. Questo è il mistero dell’amore: l’amato diventa la vita di chi lo ama, “informando” tutto il suo essere, dal suo sentire al suo pensare, dal suo volere al suo agire. Dice Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Realmente questo cibo ci dà la vita del Figlio! v. 58: questo è il pane che è sceso dal cielo. È la battuta riassuntiva del dialogo (cf. vv. 32.48.50). Gesù ha parlato del vero pane che comunica all’uomo la vita di Dio: quel pane è lui, la sua umanità di Figlio di uomo data per noi, perché diventi la nostra umanità di figli di Dio. non come (quello che) mangiarono i vostri padri e morirono (cf. v. 49). A chi gli aveva chiesto un segno dal cielo come la manna, Gesù risponde che questa è un segno transitorio di ciò che lui ci dà. Il pane, che il giorno prima hanno mangiato sul monte, è ben più eccellente della manna: bisogna raccoglierne e coglierne il “sovrappiù”. Questo sovrappiù è la realtà stessa di cui il dono del pane, come ogni altro dono, è segno: il dono di sé che Dio fa ad ogni carne nella carne del Figlio dell’uomo. chi mastica questo pane vivrà in eterno (cf. vv. 50-51a). La vita eterna è la pienezza di vita, propria di Dio. Essa è data a chi “mastica” di questo pane, che è il Figlio, e vive di lui, sino a dire: lui è la mia vita (cf. Fil 1,21). v. 59: queste cose disse in sinagoga, insegnando a Cafarnao . Alla fine si dice il luogo della rivelazione. Questo pane, come è concreto, così lo si capisce in un tempo e un luogo concreto: in quel tempo e in quel luogo in cui ascoltiamo queste parole. Gesù le ha dette a Cafarnao, in sinagoga (cf. v. 22), dove si ascolta la parola di Dio, vita dell’uomo. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la sinagoga di Cafarnao. c. Chiedo ciò che voglio: mangiare la carne di Gesù e bere il suo sangue, dimorare in lui come lui in me, vivere per lui come lui per il Padre. d. Mastico, bevo e gusto ogni parola, perché diventi in me Spirito e vita. Da notare: • Io-Sono il pane della vita
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chi mangia questo pane vivrà in eterno il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo come costui può darci la sua carne da mangiare? la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda chi mastica la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui chi mangia me, vive per me, come io per il Padre queste cose disse a Cafarnao, in sinagoga.

4. Testi utili Sal 16; 63; Es 12,1-14; Mc 14,22-24; 1Cor 11,17-34; Gal 2,20.

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17. QUESTO VI SCANDALIZZA? 6,60–71 6,60 Allora molti dei suoi discepoli, avendo ascoltato, dissero: Dura è questa parola! Chi può ascoltarla? Ora Gesù, conosciuto in se stesso che i suoi discepoli mormoravano su questo, disse loro:

61

Questo vi scandalizza?
62 63 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire dove era prima? Lo Spirito è colui che dà vita, la carne non giova a nulla. Le parole che ho detto a voi sono Spirito e sono vita.

64Ma ci sono tra voi
alcuni che non credono. Gesù infatti conosceva dall’inizio quelli che non credono e chi è colui che lo tradirà. E diceva: Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me se non gli è dato dal Padre. Da questo momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non camminavano più con lui. Allora Gesù disse ai Dodici:

65

66 67

Non vorrete andarvene anche voi?
68 69 70 Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna! E noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio. Rispose loro Gesù: Non ho scelto io voi, i Dodici?

Eppure uno tra voi è un diavolo.
71 Ora Gesù parlava di Giuda di Simone Iscariota; questi infatti stava per consegnarlo, uno dei Dodici!
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1. Messaggio nel contesto “Questo vi scandalizza?”, chiede Gesù ai suoi discepoli di allora e di sempre, che all’improvviso subentrano ai “giudei” che prima “mormoravano” e poi “litigavano” (vv. 41.45). Gesù ha parlato di sé come del pane sceso dal cielo (vv. 32-47): mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci fa vivere del suo amore verso il Padre e i fratelli (vv. 48-58). Ora che si è pienamente rivelato, chiede adesione a sé. Trova però il muro dell’incredulità non solo presso i giudei, ma anche presso i discepoli. Sono colti da una crisi che porta molti ad allontanarsi da lui. Dono di Dio e incredulità dell’uomo hanno una storia antica che tende a ripetersi, soprattutto davanti a quel dono supremo che è il dono di sé. Già la caduta di Adamo nel giardino e di Israele nella terra promessa è l’incredulità davanti al dono. Questo comunque è originario e irrevocabile, come l’amore da cui scaturisce. Gesù, dopo l’entusiasmo suscitato, ha deluso le loro attese messianiche. Oltre che un fatto storico, è un ammonimento alla comunità cristiana. Si può essere affascinati dalle sue opere, ma non accogliere la sua persona ed essere apostati, lontani da lui. Addirittura tra i Dodici serpeggia il tradimento (vv. 64b.71). Giuda rappresenta per la comunità il risvolto ultimo, oscuro e minaccioso, dell’incredulità. È un dialogo serrato tra Gesù e i suoi, messi in crisi dal fatto che il pane di cui si vive è la sua “carne data per la vita del mondo” (v. 51). La salvezza dell’uomo passa attraverso la croce del Figlio dell’uomo! Neppure Pietro l’ha accettata (cf. Mc 8,31-33; Mt 16,21-23) e nessuno dei discepoli l’ha capita (cf. Lc 9,44s; Lc 18,31-34). Lo scandalo, che toccò ai discepoli davanti alle predizioni della passione, colpisce anche noi davanti all’eucaristia. Infatti mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci assimila a lui. Lo scandalo è duplice: da una parte Gesù non realizza, ma capovolge i nostri sogni messianici, dall’altra noi siamo chiamati ad essere come lui. Sia per i giudei che per noi, sia per i discepoli che per i Dodici, la croce è il fallimento estremo. Invece del Messia glorioso, che ha in mano tutto e tutti, Gesù si mette nelle mani di tutti, come il pane. Invece di dominare si pone a servire e la sua realizzazione è la sua uccisione, in cui offre la sua vita per amore. Sono in gioco due concezioni opposte di Dio e di uomo. Noi, come Adamo, vogliamo essere come quel dio sul quale proiettiamo il nostro egoismo, con la brama di avere, di potere e di apparire. Lui invece ha il volto dell’amore: è condivisione, servizio e umiltà. Noi vorremmo un dio a immagine e somiglianza della nostra carne, insufficienza in cerca di autosufficienza; siamo invece salvati se la nostra carne diventa immagine e somiglianza della sua, che è dono di sé fino alla morte. La carne del Figlio dell’uomo, che tanto ci scandalizza, lungi dal contraddire la sua origine divina, la rivela totalmente nel suo farsi dono d’amore, a salvezza di ogni carne. Veramente la sua “carne è il cardine della salvezza”. Chi l’accetta conosce chi è il Signore e ritrova la propria verità; chi non l’accetta, si allontana dalla vita e si pone nell’inautenticità. Noi oggi possiamo non percepire lo scandalo della sua carne: possiamo celebrare l’eucaristia come un bel rito, senza riconoscere in essa il corpo del Signore e senza assimilarci a lui. Allora mangiamo e beviamo la nostra condanna, come quelli di Corinto (cf. 1Cor 11,29). Se non accettiamo di vivere della sua carne data per noi, non abbiamo il suo Spirito nella nostra carne; siamo ancora nella morte, come quei discepoli che si allontanano dal pastore della vita, come Giuda che lo tradisce. Ma questo è il grande mistero: chi lo rifiuta (e chi lo accetta davvero?) confeziona il “suo” pane. Infatti lo uccide. Ma lui dona la sua vita a chi gliela toglie e si fa pane per tutti. Innalzato sulla croce, manifesta la sua gloria e si rivela “Io-Sono” (8,28), perché chiunque lo vede e crede in lui, abbia la vita eterna (3,14s). Guardando a colui che abbiamo trafitto (19,37), vediamo quanto Dio ama il mondo, fino a dare il suo proprio Figlio unigenito per salvarlo dalla morte (3,16). Nei vv. 60-63 Gesù conferma, senza mezzi termini, lo scandalo della croce. Nei vv. 64-66 denuncia l’incredulità di alcuni discepoli, che poi diventano “molti” (vv. 64a.66); nei vv. 67-69 provoca i Dodici a riconoscerlo, insieme con Pietro, come il Santo di Dio, che ha parole di vita eterna. Eppure, anche tra loro, Gesù sa che c’è un traditore (v. 70s).

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Gesù è il Figlio dell’uomo che dà la sua carne per la vita degli uomini. Lo scandalo della croce è giudizio e salvezza del mondo: ne svela la menzogna e lo salva, rivelandogli un Dio che ama sino a dare la propria vita per chi lo uccide. La Chiesa patisce questo scandalo come tutti. Davanti all’eucaristia è chiamata a vivere della sua carne, che mangia. Anche se lo riconosce, è sempre esposta al rinnegamento e al tradimento, come Pietro e come Giuda. 2. Lettura del testo v. 60: Allora molti dei suoi discepoli . Prima erano i giudei, ora sono i suoi discepoli, distinti dai Dodici, a non accogliere la Parola; alla fine sarà anche “uno dei Dodici”. La resistenza dei discepoli è la stessa del lettore davanti a quanto Gesù ha appena detto, la stessa che prova davanti all’eucaristia chiunque comprenda ciò che celebra. dura è questa parola, ecc. La durezza sta nella sua parola o nel nostro cuore che non la accoglie? La sua parola di amore si scontra inevitabilmente con il nostro egoismo; esso ci acceca talmente che il bene ci sembra male e il male bene. Per questo dice il Signore: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8). v. 61: Gesù, conosciuto in se stesso, ecc. Gesù conosce la nostra reazione in se stesso, ancora prima che dalla nostra parola: “La mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta” (Sal 139,4). Il Figlio conosce l’incredulità dei fratelli davanti all’amore del Padre: è il male dal quale è venuto a guarirli, a costo della sua vita. questo vi scandalizza? La parola “scandalizza” esce in Giovanni solo qui e in 16,1. Oggetto dello scandalo è che il pane di vita sia la sua carne data per la vita del mondo. È lo scandalo della croce. Essa, per i discepoli come per il mondo, è debolezza e stoltezza estrema, naufragio di ogni speranza; ma per Dio è la forza e la sapienza estrema dell’amore. Accettare la carne di Gesù data per noi è la nostra salvezza. È però importante avvertire lo scandalo, per superarlo. Chi non lo avverte, neppure si accorge della novità assoluta che ha davanti e la ridurrà sempre a qualcosa di ovvio. L’ovvietà religiosa è il primo nemico di Dio, che di sua natura è altro – è l’Altro! Lo riduce infatti a semplice proiezione dei deliri dell’uomo. v. 62: se vedeste il Figlio dell’uomo salire dove era prima? Prima il Figlio dell’uomo era in cielo, da dove è sceso (cf. vv. 33.38.41.42.50.51.58). La sua discesa è la sua venuta tra noi, il suo farsi carne. La sua salita è il suo ritorno, la sua glorificazione, che per Giovanni è la croce, dove il Figlio dell’uomo si fa pane di vita. Lo scandalo, che i discepoli subiscono nella sinagoga di Cafarnao, anticipa quello che subiranno il venerdì santo, quando lo vedranno innalzato. v. 63: lo Spirito è colui che dà vita; la carne non giova a nulla . Il senso immediato è evidente: la vita viene dallo Spirito, non dalla carne, che è viva solo per lo Spirito. Ma l’affermazione si riferisce a Gesù o ai discepoli? Dovrebbe essere una spiegazione del versetto precedente, che parla del Figlio dell’uomo che sale dove era prima e da dove manderà lo Spirito. La sua carne terrena non può darci lo Spirito prima di “salire”, prima di dare la vita per noi. Il chicco di frumento, se non muore, non porta frutto (cf. 12,24). Potrebbe però riguardare anche i discepoli. Essi, per superare lo scandalo, devono prima vederlo innalzato sulla croce; solo dopo possono gustare la sua carne e bere il suo sangue, ricevere il suo Spirito e vivere di lui. le parole che ho detto a voi sono Spirito e sono vita. Ci sono parole che tolgono il respiro, chiudono il cuore e uccidono; le sue parole, che noi consideriamo dure e inaccettabili, ci danno in realtà il respiro di Dio e ci aprono alla sua vita: sono parole di vita eterna, come dirà Simon Pietro (v. 68). Chi supera lo scandalo e accoglie la sua parola di Figlio, ha il dono dello Spirito e della vita di Dio. v. 64: ci sono tra voi alcuni che non credono . Al suo amore si oppone il nostro egoismo: uno capisce solo il proprio linguaggio, presta fiducia a ciò che conferma quanto già pensa. I motivi della fede e dell’incredulità non stanno nella testa ma nel cuore, non nella ragione ma nella situazione concreta che si vive. Solo chi è sufficientemente libero dall’egoismo e dalle paure, è capace di aprirsi a parole di amore e fiducia. Gesù infatti conosceva dall’inizio, ecc. Si sottolinea, come spesso in Giovanni, la conoscenza divina di Gesù. Egli conosce il nostro male, che è l’incredulità. Il Maestro sta parlando ai discepoli; non
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si tratta quindi dell’incredulità del mondo, ma della chiesa stessa. Si può infatti celebrare l’eucaristia e non riconoscere il corpo di Cristo, perché il nostro agire è opposto al suo (cf. 1Cor 11,20-22). Si può essere discepoli a parole, senza credere alla Parola, alla Parola della croce che ci salva. Si può addirittura stare alla sua mensa e tradirlo (cf. 13,2.11.18.21-30). Eppure il Signore ci ha chiamati e amati, sapendo in anticipo chi siamo. Non i sani, ma i malati hanno bisogno del medico (cf. Mc 2,17p). v. 65: nessuno può venire a me se non gli è dato dal Padre. (cf. v. 44). Gesù ribadisce che credere al Figlio è dono del Padre. Questo dono è offerto a tutti i suoi figli. Se così non fosse, Dio non sarebbe il Padre di tutti e Gesù non sarebbe il Figlio, per il quale tutto è stato creato (cf. 1,3). L’incredulità è il grande mistero della libertà dell’uomo, che, schiavo dell’ignoranza e del vizio che ne consegue, è incapace di rispondere all’amore con l’amore. La “colpa” dell’incredulità, sia qui che al v. 44, sembra addossata al Padre più che ai suoi figli. È un paradosso attribuire a Dio la responsabilità ultima del nostro male; ma è anche l’unica possibilità di risolverlo. Se infatti a lui spetta l’ultima parola, è chiaro che non sarà cattiva come la nostra. Per questo il Figlio, che conosce il Padre, si addosserà sulla croce il male del mondo. Se è Dio che dà la fede, tanti si chiederanno: “Perché a me non la dà?”. Se però fanno questa domanda, significa che già hanno il desiderio della fede. Si tratta di un seme, innato nel cuore di ogni uomo, che presto o tardi germinerà. Meglio presto che tardi. v. 66: da questo momento molti dei suoi discepoli . Molti suoi discepoli, non solo “alcuni” (v. 64), non credono, perché trovano dura e scandalosa la Parola. si tirarono indietro, ecc. Invece di andare dietro a Gesù, si tirano indietro da lui. Invertono la direzione della loro vita e non camminano più “con lui”: si allontanano dalla compagnia del Figlio, abbandonano la propria verità e tornano nelle tenebre. Questa crisi colse molti di quelli che all’inizio lo seguirono con entusiasmo, fino a quando videro che non realizzava le loro attese. La stessa crisi, anche inavvertitamente, prende ogni discepolo che non vive ciò che celebra nell’eucaristia. L’eucaristia infatti può essere un puro far memoria del Signore senza fare ciò che lui ha fatto. Per questo nell’ultima cena Giovanni non racconterà l’istituzione dell’eucaristia, bensì la lavanda dei piedi (13,1ss), per mostrare cosa essa comporta per la vita di ogni giorno. Questi discepoli, pur avendo finora seguito il Signore, non hanno ancora il cuore convertito. Pensano e agiscono come gli altri: sono ancora “dal mondo”. È lento il cammino verso la libertà, con molte soste e cadute. v. 67: Gesù disse ai Dodici: Non vorrete andarvene anche voi? I Dodici sono distinti dagli altri discepoli. Gesù chiede se lo vogliono abbandonare anche loro. Non è che voglia provocare una crisi: li provoca invece a riconoscerla, per risolverla. I più grandi tradimenti si consumano nell’incoscienza: il male è il frutto amaro del dolce sopore dell’oblio. v. 68: rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. La risposta di Pietro, a nome dei Dodici, è un’adesione di fede, parallela a quella che Marco e Matteo pongono alla fine della sezione dei pani (cf. Mc 8,27-29; Mt 16,13-16), e Luca immediatamente dopo il fatto dei pani (cf. Lc 9,18-20). Pietro aderisce a lui e alla sua promessa di vita, anche se non ne capisce e condivide il modo (cf. Mc 8,31-33; Mt 16,21-23). Ama veramente Gesù e le sue parole, anche se non le comprende. Il suo è un inizio di fede, che si completerà nell’esperienza successiva, attraverso fughe e rinnegamenti. Solo dopo capirà chi è Gesù e cosa significano le sue parole. v. 69: noi abbiamo creduto e conosciuto. Credere è qui esplicitato come conoscere, altrove come vedere. La fede è conoscenza e visione, non irrazionalità e oscurità. Chi non ha fiducia nel Figlio e nel Padre, non conosce la realtà: non vede sé come figlio, né gli altri come fratelli, né il creato come dono del Padre. Conosce e vede solo i propri deliri e le proprie paure, che proietta su tutto e su tutti. il santo di Dio. L’espressione indica la massima vicinanza a Dio e corrisponde a “Figlio di Dio” (cf. Mt 16,16: “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”). “Santo di Dio” e “Figlio di Dio” in Mc si trovano sulla bocca dei demoni, che conoscono l’identità di Gesù (cf. Mc 1,24; 3,11; 5,7). Il nostro modo di concepire Dio è sempre diabolicamente ambiguo: sarà sdemonizzato solo dalla croce, dove conosceremo “Io-Sono” (8,28). La fede di Pietro, pur nella sua ambiguità, è valida; rappresenta quell’attaccamento alla persona di Gesù e alle sue parole che, dopo la croce e il dono dello Spirito, potrà decantarsi dalle sue impurità e fiorire nella sua verità.
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v. 70: non ho scelto io voi, i Dodici? Eppure uno tra voi è un diavolo . Nonostante che Gesù abbia scelto i Dodici e questi l’abbiano riconosciuto, anche tra di loro c’è un diavolo. Egli infatti ci sceglie tutti, così come siamo, perché suoi fratelli (cf. 13,18). Sta a noi scegliere lui. Dopo il primo annuncio della passione, Pietro diventa “scandalo” per Gesù (cf. Mt 16,23) ed è chiamato “satana”, perché non accetta la croce (cf. Mc 8,33; Mt 16,23). Giovanni, come pure Luca, non racconta questa scena; ma certamente la ricorda e vi allude. Parla di elezione in un contesto di defezione e tradimento, per mostrare che essa è irrevocabile: il Signore rimane fedele in eterno, al di là di ogni nostra infedeltà. Tra i Dodici c’è sempre il diavolo; si manifesta in Giuda (cf. 13,27), ma insidia tutti (cf. Lc 22,31). Pietro e Giuda sono le due anime che sempre convivono in ogni credente: l’adesione a Gesù e il rifiuto della sua carne data per noi. Se non si accetta la sua carne, non si ha il suo Spirito (1Gv 4,2) e si fa della sua persona l’attaccapanni delle proprie false attese. v. 71: Gesù parlava di Giuda di Simone Iscariota, ecc. Il c. 6, che è tutto sul pane di vita, si chiude con Giuda di Simone che tradisce. La sua figura, posta nel finale, acquista particolare rilievo. Il suo tradimento ha un ruolo determinante nel farsi pane di Gesù. “Tradire” (= consegnare) in Giovanni indica l’azione di Giuda (cf. 6,64.71; 12,4; 13,2.11; 18,2.5; 21,20) e la consegna di Gesù al tribunale e alla morte (cf. 18,30.35; 19,11.16), ma anche l’atto supremo di Gesù che ci consegna il suo Spirito (19,30). uno dei Dodici. Si pone l’enfasi sul fatto che Giuda è uno dei Dodici. Il lettore capisce che anche lui, come loro, è sempre aperto al tradimento. E in molte forme, che non è facile svelare. Comunque il dono del pane viene proprio attraverso il nostro tradimento: la croce è lo scandalo in cui il nostro rifiuto, sordo e ostinato, diventa il suo dono, consapevole e incondizionato. 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando di essere nella sinagoga di Cafarnao. Chiedo ciò che voglio: riconoscere lo scandalo della croce. Medito e contemplo ogni parola che Gesù dice.

Da notare: • dura è questa parola • questo vi scandalizza • il Figlio dell’uomo sale dove era prima • lo Spirito dà la vita • la carne non giova a nulla • le parole di Gesù sono Spirito e vita • Gesù conosce l’incredulità e il tradimento dei discepoli • credere a Gesù è dono del Padre • molti discepoli si tirano indietro • non vorrete andarvene anche voi? • tu hai parole di vita eterna • tu sei il Santo di Dio • uno tra voi è un diavolo. 4. Testi utili

Sal 23; Gdc 7,1-8; Is 55,1-11; Mc 8,27-33; Mt 16,13-23; 1Cor 11,17-34.

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18. IL MIO MOMENTO NON È ANCORA VENUTO 7,1-10 7,1 E dopo queste cose Gesù girava per la Galilea; non voleva infatti girare per la Giudea, perché i giudei cercavano di ucciderlo. 2 3 Era vicina la festa dei giudei, quella delle Capanne. Allora gli dissero i suoi fratelli: Trasferisciti di qui e va’ in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli possano vedere le tue opere che fai. 4 Nessuno infatti agisce di nascosto, ma cerca di essere noto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo! 5 6 Infatti neppure i suoi fratelli credevano in lui. Allora dice loro Gesù: Il mio momento non è ancora venuto; ma il vostro momento è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; odia invece me, perché io testimonio di lui 8 che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio momento non è ancora compiuto. Ora, dette loro queste cose, egli dimorò in Galilea. Quando però i suoi fratelli salirono alla festa, allora salì anche lui, non manifestamente, ma [come] di nascosto.
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1.

Messaggio nel contesto

“Il mio momento non è ancora venuto”, risponde Gesù ai suoi familiari che non credono in lui e gli dicono: “Manifesta te stesso al mondo”. I cc. 7 e 8 formano un’unità che culmina nella domanda: “Chi sei tu?” (cf. 8,25) e nella risposta: “Io-Sono!” (cf. 8,58). Si tratta di una successione movimentata di scene, che hanno come tema l’identità della persona di Gesù. È un dialogo, o meglio un concerto sinfonico, una lotta a più voci tra la Parola, che si rivela come fonte di salvezza, e il timido assenso, il dubbio o l’incredulità degli ascoltatori. Alla fine le varie voci si unificano davanti alla chiarezza di una parola che si può solo accogliere o rifiutare. Giovanni riprende dal finale del c. 6 il tema dell’incredulità nei confronti di Gesù; lo sviluppa ampiamente in due capitoli, per giungere, nel c. 9, alla fede esemplare del cieco guarito, che vede colui che è la luce del mondo. L’unità di tempo, di luogo e azione è rigorosa: il tempo è la festa delle Capanne, il luogo è il tempio e l’azione è quella della Parola che chiede risposta. La Parola, luce e vita degli uomini, viene tra i suoi; ma i suoi non l’accolgono (cf. 1,5.10.11). Cercano anzi di catturarlo, di ucciderlo. Il processo a Gesù, che negli altri vangeli si svolgerà l’ultimo giorno davanti al Sinedrio, per Giovanni accade qui e ora, mentre il Signore parla e noi lo ascoltiamo: il giudizio è accogliere o rifiutare la Parola, con la quale egli si identifica. Il giudizio, suo e nostro, avviene mentre lui si rivela; e lo compiamo noi che ascoltiamo. Giovanni presenta lo scandalo che tutti ci coglie davanti alla Parola diventata carne. La Parola ha posto la sua tenda tra noi (cf. 1,14b) e offre pienezza di vita: perché la rifiutiamo? Come mai, anche in seguito, incontrerà la medesima resistenza da parte di tutti, compresi i cristiani ? Come sempre in Giovanni, è difficile fare cesure precise. Il “testo” infatti è un “tessuto” unico di intrecci: chi lo taglia, recide i fili e lo lacera. Anzi, possiamo dire che è un organismo vivo: chi lo divide in brani, lo “sbrana” e lo uccide. È bene lasciare il testo com’è e vedere le articolazioni del suo movimento vitale. Per comodità di lettura, senza separare le varie parti, articoliamo il c. 7 come segue: i vv. 1-10 presentano l’andata di Gesù a Gerusalemme per la festa, i vv. 11-36 il dibattito tra lui e gli interlocutori, i vv. 37-52 la sua rivelazione come sorgente di acqua viva e le varie reazioni. Ci troviamo alla terza salita di Gesù a Gerusalemme. Nella prima, in tempo di Pasqua, entrò nel tempio con la frusta e si rivelò a Nicodemo, attirandosi l’ostilità dei capi, preludio della sua Pasqua (cf. 2,12-3,21). Nella seconda, durante una festa, guarì il paralitico e si rivelò a tutti come il Figlio, guadagnandosi persecuzione e odio mortale (cf. 5,1-46). In questa terza, come poi nella quarta (10,32ss), anticipo dell’ultima, c’è il processo ufficiale contro di lui, con i tentativi di arrestarlo e di eliminarlo (7,1.30.31; 8,59; 10,31.39). Dopo la defezione di molti discepoli e il riconoscimento da parte di uno dei Dodici (6,66ss), Gesù gira per la Galilea, evitando la Giudea perché vogliono ucciderlo ( v. 1). È vicina la festa dei Tabernacoli o delle Capanne, in cui si ringrazia per la raccolta dei frutti della terra ( v. 2). Gesù miete incredulità anche tra i suoi, che non accettano il suo nascondimento: lo provocano a salire a Gerusalemme, per manifestarsi al mondo (vv. 3-5). Gesù risponde che il momento opportuno della sua manifestazione non è ancora giunto; è infatti diversa da quella che essi desiderano (vv. 6-8). Rimane, quindi, in Galilea e sale poi di nascosto a Gerusalemme (vv. 9-10). L’inizio del capitolo dà il tema: il manifestarsi di Gesù che dà la vita svela la nostra incredulità che lo uccide. C’è un contrappunto tra nascosto/pubblico, vostro/mio momento. I suoi “fratelli” ritengono che sia l’ora giusta di esibirsi e ottenere successo. Essi la pensano come il mondo: vogliono un Messia glorioso e non lo accettano come colui che dà la sua carne per la vita del mondo (6,51). Questi fratelli, a livello di lettura, siamo noi cristiani che non viviamo ancora di quel cibo che riceviamo nell’eucaristia: non accettiamo la sua debolezza come forza, il suo nascondimento come rivelazione, la sua croce come glorificazione, la sua “carne” di Figlio dell’uomo come nostra vita. In fondo, anche se lo amiamo, non lo accogliamo: davanti a un Dio che tanto ha amato il mondo da dare suo Figlio, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (3,16), in ciascuno di noi, come in Pietro, c’è il satana dell’incredulità (cf. Mc 8,32s; Mt 16,21-23). Anche noi, come i suoi nemici, cerchiamo di impadronirci di lui e piegarlo al nostro volere. Ne è testimone la storia della chiesa, che non
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solo ora, ma sempre sente il bisogno di dire mea culpa. Infatti ha esercitato ed esercita, in nome del Signore, una violenza che la oppone a lui, mite ed umile, che dà la vita per i suoi nemici. Anche se non osiamo confessarlo apertamente, pure noi, come i suoi familiari, pensiamo che è fuori di sé (cf. Mc 3,20s). Non ci accorgiamo invece quanto noi siamo fuori da lui e dal suo Spirito. Pur essendo nella sua squadra, in realtà giochiamo contro di lui, a favore del nemico. Ancora oggi, dopo duemila anni, non accettiamo il mistero del suo nascondimento che rivela la sua identità divina; sogniamo sempre che sia giunto il momento di un trionfo mondano, ignorando che il suo trionfo sul mondo è quello di un amore che si consegna. Gesù non è compreso neppure dai suoi familiari. C’è un modo umano di vedere Dio che è molto umano, anzi diabolico. Gesù ci offre invece un modo divino di vedere l’uomo, che ci rende figli a immagine del Padre. La Chiesa è, come i familiari di Gesù, contrassegnata dall’incomprensione della sua “carne”. L’incredulità, che ne segue, è il grande mistero di iniquità, che porta al giudizio della croce, condanna sua e salvezza nostra. 2. Lettura del testo

v. 1: Dopo queste cose, ecc. Dopo il discorso tenuto a Cafarnao, in cui si è rivelato come vero pane in quanto dà la sua carne per la vita del mondo (6, 51-56), Gesù rimane in Galilea. Non sale a Gerusalemme, perché da tempo vogliono eliminarlo (5,18). La volontà omicida nei suoi confronti fa da inclusione ai cc. 7 e 8: all’inizio cercano di ucciderlo (7,1), alla fine raccolgono pietre per lapidarlo (8,59). La sua morte fa da cornice alla rivelazione della sua identità di Messia e di Figlio di Dio. La luce che si dona e la tenebra che la vuole sopraffare sono il tema del concerto che si svolge: è la lotta tra luce e tenebre. Al centro c’è la persona di Gesù, soggetto di autodonazione e oggetto di violenza. Le due voci si armonizzano in lui che, dando vita, riceve morte e, ricevendo morte, dà vita. v. 2: la festa dei giudei, quella delle Capanne . Insieme alla Pasqua e alla Pentecoste, è una delle tre grandi feste celebrate nel tempio, che comportano un pellegrinaggio a Gerusalemme. È chiamata anche “la festa dei Tabernacoli” o “la Festa” per antonomasia (cf. 1Re 8, 2-65). Originariamente era una festa agricola, come la Pasqua era una festa pastorizia, che assunse poi significati storici. Essa cade a settembre e conclude la stagione dei frutti (cf. Es 23,16b; 34,22c), in particolare dell’uva (cf. Gdc 9,27; 21,20s): è un ringraziamento per la stagione passata e un’invocazione per quella prossima. Ha avuto un’evoluzione progressiva e composita. In essa si celebra la fine dell’esodo con la lettura della legge, si dimora in capanne a ricordo del soggiorno nel deserto (cf. Dt 31,10-13; Ne 8,14-18), si commemora la dedicazione del tempio di Salomone (cf. 1Re 8,2-65), si rinnova l’alleanza (cf. Dt 26) e si canta la regalità di Dio, ravvivando le attese messianiche. Si celebra “il giorno del Signore”, nel quale tutti i popoli nemici si sarebbero convertiti e sarebbero convenuti a Gerusalemme per adorare il Signore: allora il Signore sarà re di tutta la terra e sarà l’unico Signore (cf. Zc 14,1.16-19.9). La festa durava sette giorni, ai quali fu aggiunto un ottavo, conclusivo e ancor più solenne. Di notte il tempio era illuminato e si danzava alla luce di lampade e torce; di giorno, al canto del Sal 118, si svolgeva la processione attorno all’altare agitando il lulab, un mazzo di rami di palma, salice e mirto nella mano sinistra e un frutto di cedro nella destra. È una festa gioiosa, di luce e di acqua, che precede l’inverno e celebra la pienezza del dono della terra promessa, che ha dato i suoi frutti (Sal 67,7), sia materiali che spirituali: è compimento di ogni aspirazione dell’uomo e di ogni benedizione di Dio. Questa solennità fa da contesto alla rivelazione di Gesù: è in lui che si compie l’esodo, si rinnova l’alleanza e viene il Regno. I fiumi d’acqua e la luce del mondo, di cui Gesù parla (7,37; 8,12), alludono all’acqua di Siloe e alla luce del tempio. Gesù salì al tempio una prima volta a Pasqua e purificò il tempio (2,13ss), una seconda, forse a Pentecoste, e guarì il paralitico (5,1ss); ora sale alla festa delle Capanne (7,1ss) e guarirà il cieco (9,1ss). Ci tornerà per la Dedicazione del tempio (10,22ss) e, infine, per la “sua” Pasqua (11,55ss), per farci dono della sua vita. Tutta la sua attività in Giovanni è da leggere alla luce di queste feste: Gesù compie ciò che esse significano.

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Anche i tre segni compiuti in Galilea (2,1ss; 4,43-54; 6,1ss) e la promessa fatta in Samaria (4,1ss) illuminano ciò che avverrà a Gerusalemme, nella sua “ora”. La risurrezione di Lazzaro ne sarà il preannuncio (11,1ss). Dopo il dono del pane, che richiama la manna, si comprendono bene i temi di questa festa che si compendiano in Gesù: con lui si conclude l’esodo, si vive del frutto della terra promessa e si ottiene l’acqua e la luce, principio terrestre e celeste di fecondità. Quello terrestre, l’acqua, implica anche la morte; quello celeste, la luce, è il trionfo della vita. v. 3: gli dissero i suoi fratelli. I fratelli di Gesù, già comparsi in 2,12, sono i suoi parenti. Sono tali secondo la carne, non ancora secondo lo Spirito. Infatti non credono in lui (v. 5). In 20,17 sono chiamati fratelli i discepoli; in 21,23 tutti gli altri credenti. Suo fratello, infatti, è chi compie, come lui, la volontà del Padre (cf. Mc 3,35p). trasferisciti di qui e va’ in Giudea, ecc . Lo esortano ad andare in Giudea perché i suoi discepoli, anche potenziali, vedano le opere che è capace di compiere. In Galilea ha dato il vino, la vita e il pane, i frutti desiderati della terra. In Gerusalemme ha fatto camminare l’uomo; ora gli darà occhi per vedere il dono di Dio. Seguirà ancora, come ultimo miracolo, il dono della vita a Lazzaro. La loro richiesta è una provocazione. Hanno rimosso ciò che Gesù ha appena detto a Cafarnao. Lo considerano un po’ come un campione da fiera, da esibire nelle feste. Il suo successo sarebbe poi ricaduto su di loro. v. 4: nessuno infatti agisce di nascosto, ecc . È una constatazione di buon senso: se uno cerca fama, deve mettersi in mostra. Così fanno i venditori e i politici. Ma come può credere in lui chi cerca la gloria degli uomini e non quella che viene da Dio solo (5,44)? Chi cerca il proprio io, non trova Dio; solo chi cerca Dio, trova il suo vero io. se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo. La festa delle Capanne, con le folle che accorrevano a Gerusalemme, era il momento opportuno per una ripetizione del gesto del pane, un numero che gli era riuscito così bene in Galilea. Doveva però evitare in futuro le spiegazioni incresciose, che sempre dava. In verità “ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37); ha commesso però, secondo i suoi, un solo errore: parlare! Senza parole avrebbe potuto convincere le masse che lui era il Messia e prendere in mano il potere. È l’attesa comune a tutti. Chiedono opere che si vedano (v. 3) e mettano in “mostra”, che non lo lascino “nascosto” e lo “manifestino”, con risonanza addirittura “mondiale”. v. 5: infatti neppure i suoi fratelli credevano in lui. Il movente (“infatti”) che Giovanni dà di questa proposta è l’incredulità. Credere in Gesù significa accettare la sua carne data per la vita del mondo (6,51). Anche noi possiamo essere suoi fratelli e non accettare il mistero della croce. È l’incredulità satanica che si annida in tutti, anche in Pietro. Come è un dato di rivelazione la sua fede in Cristo e la promessa a lui fatta, così è un dato di rivelazione anche il “ Vade retro, Satana!”, che Gesù gli ha detto (cf. Mt 16,16-23; cf. Mc 8,27-33). Anche per lui è necessario, come per tutti, discernere in sé il pensiero diabolico da quello divino, senza confonderli, sapendo che ci sono sempre ambedue. Ora come allora. La fede non è dire: “Gesù è il Messia che aspetto”. Devo piuttosto dire: “Il Messia che aspetto è Gesù crocifisso, che proprio non mi aspettavo”. v. 6: il mio momento non è ancora venuto . “Momento”, in greco kairós (= momento opportuno), ricorre solo in questo contesto (vv. 6.8) e in 5,4. Gesù in Giovanni usa invece di frequente la parola “ora”, con la quale indica la sua glorificazione sulla croce. Non è ancora il momento di dare la sua carne. Per adesso si rivela; la sua rivelazione porterà all’“ora” in cui tutto sarà compiuto (19,30). il vostro momento è sempre pronto. Tra lui e noi c’è un contrasto. Per noi è sempre il momento di cercare la nostra gloria; Gesù invece sta facendo, e facendoci fare, il cammino inverso, in cerca della gloria di Dio, che si compie nell’ora stabilita dal Padre. Il loro momento è quello del mondo, ben diverso da quello di Dio. Il momento di fare il male è sempre pronto; e siamo paurosamente liberi di farlo ora e sempre. Lo schiantarsi di un albero è di un secondo e può avvenire in ogni istante, la sua crescita è lenta e secolare. Il momento di Dio è quello della vita, con ritmi diversi da quello della caduta e della morte. v. 7: il mondo non può odiare voi. Infatti essi sono ancora dal mondo e il mondo ama ciò che è suo; li odierà quando non saranno più dal mondo (cf. 15,18s). Gesù avverte i suoi con severità: sono
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amici del mondo e nemici di Dio (cf. Gc 4,4). Odio e amore sono sempre secondo la “consonanza” interiore. odia invece me. Gesù invece è odiato perché non è dal mondo. Infatti chi agisce male odia la luce e non viene alla luce, perché non siano svelate le sue opere, che sono malvagie (cf. 3,19s). io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie . Gesù è odiato perché si oppone alla malvagità del mondo, dalla quale lo vuole salvare (cf. 3,16s). Vivendo da figlio e da fratello, svela la tragica menzogna che conduce alla morte. I suoi, come il mondo, non conoscono ancora la verità che fa liberi (cf. 8,32). v. 8: salite voi alla festa. In questa festa vedranno la sua rivelazione pubblica, così diversa da quella che attendevano. Spiegherà infatti il mistero della sua persona, provocando la reazione che porterà alla sua Pasqua. io non salgo a questa festa. Gesù salirà a Gerusalemme per un’“altra” festa, quando si manifesterà al mondo dalla croce e attirerà tutti a sé (cf. 12,32). Quella sarà la “sua” festa. il mio momento non è ancora compiuto. Il momento del suo manifestarsi dalla croce non è ancora giunto. Per ora si rivela in modo tale che decideranno la sua condanna, eseguita poi nell’ora stabilita da Dio. v. 9: dette queste cose, dimorò in Galilea. Gesù fa quanto ha appena detto al versetto precedente. Ma come si può concordarlo con quello che segue? L’espressione “io non salgo a questa festa” può essere intesa come uno degli equivoci di Giovanni, carichi di ironia: Gesù non sale, con loro e come loro, a questa festa. v. 10: quando però i suoi fratelli salirono alla festa, allora salì anche lui, ecc. Gesù sale a Gerusalemme, ma da solo; non obbedendo ai fratelli, ma al Padre; non seguendo le loro attese, ma la volontà di chi l’ha inviato; non in pubblico, ma di nascosto. Il suo salire non è lo stesso dei suoi fratelli, come la sua festa sarà diversa dalla loro: in essa si svolgerà il giudizio che lo porterà alla croce. E sale dopo di loro, apparendo solo a metà della festa (v. 14), per rivelarsi poi definitivamente nell’“ultimo giorno” (v. 37). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando i parenti di Gesù che parlano con lui. Chiedo ciò che voglio: capire la differenza tra i suoi pensieri e i miei pensieri. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: • i giudei lo cercano per ucciderlo • la festa delle Capanne • cosa hanno capito di Gesù i suoi fratelli • la proposta di dare spettacolo a Gerusalemme • agire di nascosto/essere in mostra • manifestati al mondo • i suoi fratelli non credono in lui • il mio momento non è ancora venuto • il vostro è sempre pronto • il mondo non può odiare voi • odia me, perché testimonio contro la sua malvagità • io non salgo a “questa” festa • salì non manifestamente, di nascosto.

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Testi utili

Sal 67; 118; Es 23,14-19; 34,21-23; Dt 16,13-17; 26,1-11; 31,10-13; 1Re 8,2.64-66; Zc 14,1-19; Mc 3,20-35; 6,1-6; Lc 4,16-30.

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19. DOVE SONO IO, VOI NON POTETE VENIRE 7,11-36 7,11 Allora i giudei lo cercavano nella festa e dicevano: Dov’è lui? 12 E il mormorio su di lui era molto tra le folle; alcuni dicevano: È buono! Altri [invece] dicevano: No, ma inganna la folla! 13 14 Nessuno tuttavia parlava in pubblico di lui per paura dei giudei. Ora, già a metà della festa,

Gesù salì nel tempio
e insegnava. 15 Allora si meravigliavano i giudei dicendo:

Come costui sa di lettere
senza essere stato a scuola? 16 Allora Gesù rispose loro e disse: Il mio insegnamento non è mio, ma di colui che mi inviò. Se qualcuno vuol fare la sua volontà, conoscerà se l’insegnamento è da Dio o se io parlo da me stesso. 18 Chi parla da se stesso cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di chi lo inviò, costui è veritiero e in lui non c’è ingiustizia. 19 Mosè non vi ha dato la legge? E nessuno tra di voi fa la legge. Perché cercate di uccidermi? Rispose la folla: Hai un demonio: chi cerca di ucciderti? Rispose Gesù e disse loro: Una sola opera ho fatto e tutti vi meravigliate.
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Per questo (vi dico:) Mosè vi ha dato la circoncisione – non che sia da Mosè, ma dai padri – e di sabato circoncidete un uomo. 23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia violata la legge di Mosè, voi vi sdegnate con me perché di sabato feci sano un uomo tutto intero? Non continuate a giudicare secondo apparenza, ma giudicate (con) giusto giudizio. Allora dicevano alcuni dei gerosolimitani:

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Non è questi
colui che cercano di uccidere? 26 Ed ecco parla in pubblico e non gli dicono nulla! Hanno forse i capi veramente conosciuto che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo da dove è; il Cristo invece, quando viene, nessuno sa da dove è. 28 Allora Gesù gridò insegnando nel tempio e dicendo: E me conoscete e sapete da dove sono; eppure io non sono venuto da me stesso, ma è veritiero colui che mi inviò, che voi non conoscete. 29 Io lo conosco, perché sono da presso lui ed egli mi mandò. Allora cercavano di arrestarlo; e nessuno mise la mano su di lui, perché non era ancora venuta la sua ora. Allora molti della folla credettero in lui e dicevano: Il Cristo, quando verrà, farà più segni di quelli che egli fece? 32 I farisei udirono la folla
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che mormorava su di lui queste cose; e i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono degli inservienti perché lo arrestassero. Allora Gesù disse:

Ancora per poco tempo
sono con voi e me ne vado da chi mi inviò. 34 Mi cercherete e non [mi] troverete; e dove sono io, voi non potete venire. Allora i giudei dissero tra loro: Dove sta per andare costui, che noi non lo troveremo?

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Sta forse per andare
nella diaspora dei greci a insegnare ai greci? Cos’è questa parola che disse:

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Mi cercherete
e non [mi] troverete; e dove sono io, voi non potete venire? 1. Messaggio nel contesto

“Dove sono io, voi non potete venire” , dice Gesù a quelli che, con intenzione omicida, chiedono: “Dov’è lui?” (v. 11). Gesù giunge di nascosto a metà della festa, direttamente al tempio, e si mette ad insegnare. Se ne era andato da Gerusalemme subito dopo la guarigione del paralitico, quando avevano deciso di ucciderlo (cf. 5,18). La minaccia delle tenebre che vogliono catturare la luce domina questo terzo soggiorno a Gerusalemme; si acuirà nel quarto (10,22ss) e si compirà nell’ultimo. Il testo inizia con i nemici che lo cercano per sapere dove è (v. 1) e termina con la loro domanda su cosa significano le parole: “Mi cercherete ma non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire” (v. 36; cf. v. 34). La folla ha su di lui pareri opposti. C’è chi lo ritiene buono (v. 12a), lo riconosce come il Cristo (vv. 26.31) e crede in lui (v. 31), ma ha paura a dichiararsi in pubblico a causa dei giudei (v. 13); c’è chi lo ritiene un ingannatore (v. 12b), un indemoniato (v. 20), uno da arrestare (vv. 30.32) e da uccidere (vv. 19.20.25). Ciò che Gesù è, fa e dice non può lasciare indifferente nessun uomo: o lo si accetta o lo si elimina. Non possono stare insieme tenebra e luce, menzogna e verità, schiavitù e libertà, morte e vita. O c’è l’una o c’è l’altra. Esiste però un processo di illuminazione e di ricerca, di liberazione e di gestazione: è il lento cammino della fede. Il dialogo sincero è ciò che lo innesca e produce, mettendo in gioco l’esistenza autentica di ogni persona, con tutte le sue contraddizioni. Gesù riappare a Gerusalemme nel bel mezzo della festa delle Capanne. Non compie prodigi per mostrarsi al mondo, come gli avevano chiesto i suoi fratelli (v. 4). Il segno che dà è la Parola, per spiegare le sue opere e rivelare il mistero della sua persona. Solo alla fine della festa guarirà il cieco (9,1ss), primizia di coloro che sono illuminati da colui che è la luce del mondo (8,12).
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L’argomento del testo è il “dove” si trova Gesù, che implica il “da dove” viene e il “verso dove” va. “Dove” indica il luogo in cui uno abita. Normalmente è la casa dove è nato, “da dove” viene e “verso dove” va. Dove uno vive determina la sua identità: è la sua origine, che sarà anche la sua destinazione. Dopo la domanda iniziale: “Dov’è lui?” e le varie opinioni contrastanti su Gesù ( vv. 11-14), si chiede da dove prende la sua dottrina, se non ha frequentato nessun maestro ( vv. 15-18), da dove viene il suo modo di intendere la legge e il sabato, che sembra violare ( vv. 19-24), da dove viene lui, che si dice il Cristo (vv. 25-29). Al tentativo dei capi di arrestare colui che la gente semplice intravede come il Messia (vv. 30-32), Gesù risponde dicendo enigmaticamente che, dove è lui, noi non possiamo venire (vv. 33-36). Nel testo seguente ci mostrerà come accedere a questo luogo segreto (vv. 37ss). Vari commentari pongono i vv. 15-24 subito dopo il c. 5, a conclusione della disputa con i capi del popolo dopo la guarigione del paralitico. Vi sono effettivamente molti richiami. Tuttavia si possono lasciare anche dove sono. I suoi nemici, come anche i lettori, non hanno certo dimenticato le provocazioni gravi della prima e poi della seconda sua comparsa a Gerusalemme. Il centro del dibattito è l’identità di Gesù, da non giudicare secondo le apparenze, ma secondo un giusto giudizio (v. 24), che viene dal confronto delle sue parole con le sue opere. Gli interrogatori, che si susseguono a ripetizione, sono per Gesù il momento opportuno per rivelare che la sua opera, la sua Parola e la sua stessa persona è di origine divina. Dove lui è, noi non possiamo venire, a meno che non accogliamo il suo grido: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva!” (v. 37). Egli è il Figlio, da sempre presso il Padre, che ci chiama a ricevere il dono del suo Spirito. Se lo ascoltiamo potremo essere anche noi dove lui è (cf. 14,3; 17,24), nella nostra vera casa, quella del Figlio. Le domande della folla e le reazioni dei capi nei confronti di Gesù sono le medesime che incontra anche la prima comunità cristiana. Ma sono pure quelle che la Parola suscita in chiunque l’ascolta, in ogni epoca: come può un uomo dire parole che non vengono da uomo, ma da Dio stesso? Come può mettersi al di sopra della legge e del sabato, ordinamenti divini, in nome dell’amore e della vita? Come può venire da Dio e pretendere di essere Dio, sino a chiamarlo: “Padre mio”? È lo scandalo irriducibile di Gesù, che l’evangelista, fin dall’inizio, presenta come il Figlio unigenito di Dio, diventato carne per mostrare ai fratelli il volto del Padre che nessuno mai ha visto (cf. 1,18). In Gesù c’è un’umanità come la nostra, che ben conosciamo. Per questo siamo in grado di vederne le opere e ascoltarne le parole. Ma tutto ciò che di lui è noto è segno della “Gloria”, un rimando al mistero ignoto di Dio, che può capire solo chi accoglie la sua persona. La forma del testo, come al solito in Giovanni, è un dibattito drammatico tra Gesù e vari personaggi: è il dramma, divino-umano, che si svolge tra la Parola e noi che l’ascoltiamo. Essa infatti interpella ora come allora, suscitando ogni volta ciò che ha suscitato nei primi ascoltatori. Il suo intento è farci uscire dalla schiavitù della menzogna e dalla tenebra di morte per farci entrare nella libertà della verità e nella luce della vita. Il testo narra – e contemporaneamente opera – il lento cammino di liberazione che la Parola porta avanti in chi l’ascolta. Il dialogo presenta una raffica di domande, alle quali Gesù risponde con precisione puntigliosa. Ma lo fa come da un piano superiore: è quello del Padre, che il Figlio vuol far conoscere ai fratelli. I suoi interlocutori conoscono le Scritture. Ma quando Dio realizza ciò che ha detto, non sono in grado di capirlo. La sua promessa è più grande di ogni fama (Sal 138,2); infatti il dono promesso è lui stesso che promette. O ci si apre ad accogliere lui, sorgente della vita, o lo si rifiuta, restando nella morte. In Gesù, uomo e Dio, si gioca il dramma di vita o di morte dell’uomo. In esso è coinvolto anche Dio, che lo ama più di se stesso. La pretesa di Gesù di essere Dio (cf. 5,18) non è la stolta presunzione di Adamo, che volle rapire l’uguaglianza con lui (cf. Gen 3,6): è la sua condizione di Figlio, che tutto riceve in dono dal Padre e dona ai fratelli, realizzando così la sua natura di Figlio uguale al Padre. Gesù è il Figlio di Dio, la Parola eterna, Dio stesso! Nessun fondatore di religione si è ritenuto tale, a meno che si tratti di un pazzo blasfemo, di un ingannatore o di un ingannato – che comunque è da “eliminare per il bene comune”, come dicono e faranno i capi del popolo (11,49). Ma la sua uccisione, invece di stroncare la follia sul nascere, non farà che mettere sotto terra il seme che spunterà in messe sempre più abbondante. La sua Parola e le sue opere, la sua vita e la sua morte, con ciò che ne è seguito e ne segue ancora, testimoniano a suo favore. È impossibile uccidere la verità, come è inutile sotterrare una talpa.
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Il messaggio e l’azione di Gesù, che per amore dona la sua vita ai fratelli, lo rivelano come il Figlio. Per questo sarà condannato. Ma la croce confermerà definitivamente la sua parola e compirà la sua opera: lo rivelerà come il Signore della vita proprio mentre dà la vita. Gesù è la sapienza di Dio: la sua legge è l’amore per ogni vivente. Per questo è il Cristo, l’inviato da Dio per salvare il mondo dalla morte. La decisione di ucciderlo non lo eliminerà; anzi lo glorificherà, mostrando la sua origine divina, alla quale torna ormai con la nostra carne umana. La Chiesa si riconosce nella folla che progressivamente scopre l’identità di Gesù, passando tra i dubbi propri di chi cerca di conoscere il mistero di Dio e le resistenze mortali proprie di chi lo rifiuta perché crede di conoscerlo. Lettura del testo v. 11: Allora i giudei lo cercavano. Il cercare è fondamentale per ogni vivente: la pianta cerca acqua, l’animale cibo e l’uomo felicità. Ma la felicità non è una cosa; dipende piuttosto da ciò che muove la ricerca. Si può infatti cercare per prendere e uccidere, come l’animale fa con la sua preda, oppure per incontrare e accogliere ciò che si desidera e si ama. dov’è lui? È la domanda di quelli che lo cercano per ucciderlo. Il “dove” è il luogo che uno “ora” occupa. “Dove” e “ora” sono le coordinate di spazio e di tempo con le quali si può individuare qualunque esistente. Mentre l’“ora” è la stessa per tutti e fluisce di continuo, sottratta alla nostra libertà – solo Dio determina “l’ora” (cf. v.30b) –, il “dove” è diverso per ciascuno e più stabile per ognuno, disponibile alla nostra libertà. Indica normalmente la casa dove uno dimora, che è anche il da dove viene e verso dove va. Il “dove” è quindi l’incognita che differenzia una persona dall’altra. Dove si è, da dove si viene e verso dove si va sono le domande fondamentali dell’uomo sull’uomo. “Dove sei?” è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo, che, dopo l’esperienza del male, non è più al suo posto (Gen 3,9). Infatti “il posto dell’uomo è Dio”. Chi non è al suo posto, non è felice! “Dove dimori?” domandano i primi due discepoli a Gesù che chiede: “Che cercate?”. La sua risposta sarà: “Venite e vedrete” (cf. 1,38). Qui si cerca Gesù non per “dimorare con lui”, ma per strapparlo con violenza dal suo dove e portarlo là dove tutti siamo condotti. “Dove l’avete posto?” chiederà Gesù di Lazzaro: “Vieni e vedi”, gli risponderanno indicandogli il sepolcro (cf. 11,34). Esso sarà il luogo “dove” sarà deposto anche lui (cf. 20,12.13.15), che è venuto di persona a vedere dove è stato posto l’amico. Più avanti Gesù indicherà un “dove” che noi ignoriamo: “Dove sono io, voi non potete venire” (v. 34). Verrà lui ad aprirci l’accesso a questo “dove”, che è il suo posto, quello del Figlio che è di casa presso il Padre, dal quale ci siamo allontanati. v. 12: alcuni dicevano: È buono. Il giudizio su Gesù divide la folla. Ognuno vede con il suo occhio e giudica secondo il suo cuore: se è buono, dice che è buono, se è cattivo, dice che è cattivo. Per questo il giudizio giudica chi lo compie. Questa opinione positiva su Gesù è il primo germe della fede, che fa aderire alla sua persona. È il giudizio di chi giudica secondo giudizio, senza pregiudizi: dal frutto capisce la bontà dell’albero. no, ma inganna la folla. Di Gesù si può dire che è buono, sino a riconoscere in lui l’unico buono (cf. Mc 10,17-18), oppure che è il peggior ingannatore della storia, che continua a ingannare anche a distanza di duemila anni. L’inganno è la non corrispondenza tra intenzioni, parole e/o opere. In Gesù intenzioni, parole e opere rivelano con coerenza chi egli è; non si può separare la sua persona da ciò che dice e fa. Egli è il Figlio, il suo “dove” è il Padre: da lui viene e verso di lui va, portando con sé i fratelli che lo accolgono. v. 13: nessuno tuttavia parlava in pubblico di lui, ecc. Quelli che approvano Gesù hanno paura dei capi del popolo. La stessa cosa capiterà anche alla prima comunità cristiana di origine giudaica (cf. 16,2). v. 14: a metà della festa . Gesù non viene all’inizio della festa, come volevano i suoi. Arriva a metà, per rivelarsi pienamente l’“ultimo giorno” (v. 37). Gesù salì nel tempio. Gesù vi era già salito alla prima festa, preannunciando il nuovo tempio distrutto e riedificato, che sarà il suo corpo (cf. 2,13ss). La seconda volta si era fermato fuori, presso la
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piscina di Bethzathà (cf. 5,1ss). Questa terza volta, senza nominare Gerusalemme, Gesù sale direttamente nel tempio. Da esso uscirà (8,59), dopo aver manifestato se stesso come il vero tempio. insegnava. In Giovanni solo Gesù insegna. Egli è il Maestro, la Sapienza stessa di Dio fatta carne. Noi tutti siamo discepoli. Si parla anche del Padre che insegna a lui l’essere Figlio (8,28) e dello Spirito che insegna a noi ciò che Gesù ha detto (14,26). L’insegnamento di Gesù è il centro del vangelo. Esso è opera rispettivamente del Figlio, del Padre e dello Spirito: siamo istruiti direttamente da Dio (cf. 6,45), Padre, Figlio e Spirito santo. v. 15: come costui sa di lettere senza, ecc. Gesù insegna senza essere stato a scuola da nessun maestro. Di che scuola è, “da dove” gli viene la conoscenza delle Scritture, se non l’ha appresa da altri uomini (cf. Mc 6,1-6a; Mt 13,53-58; Lc 4,16-30)? Non c’è maestro peggiore di chi si inventa le cose che dice. Che credenziali di verità può offrire? v. 16: il mio insegnamento non è mio. Spesso si cerca di essere originali a tutti i costi, senza rifarsi a tradizioni o maestri. Gli inventori di dottrine, soprattutto in ambito religioso, sono pericolosi: sacrificano la verità alla vanagloria, senza rispetto né per cose né per persone. Anticamente ogni maestro si rifaceva ad un altro, inserendosi in una catena di verità collaudate dall’esperienza, alle quali aggiungeva il suo anello. ma di colui che mi inviò. Gesù non è un maestro normale: è il Figlio istruito direttamente dal Padre (cf. 8,28). Più che un maestro, è un inviato che dice ciò che l’altro gli ha ordinato. Non è un insegnante che spiega, ma uno che rivela ciò che gli è stato detto, con l’autorità stessa di chi l’ha mandato. Si presenta come il Figlio che fa l’“esegesi” del Padre (cf. 1,18), che lui ben conosce, perché anche noi impariamo ad essere figli e fratelli. v. 17: se qualcuno vuol fare la sua volontà, conoscerà se l’insegnamento è da Dio. Gesù afferma esplicitamente che il suo insegnamento è da Dio. Lo conosce solo chi vuol fare la sua volontà. C’è connessione tra conoscenza e volontà, tra intelligenza e amore. Uno conosce solo ciò che vuole, capisce solo ciò che ama. La fede, o il suo rifiuto, non è questione di verità teorica, ma di volontà pratica. L’ateismo, dal punto di vista teorico, è poco critico e molto dogmatico: respinge “a priori” ciò che una fede illuminata (da non confondere con la creduloneria, assai più diffusa) accetta per motivazioni valide, “a posteriori”. La fede si basa infatti su dei segni che portano a cercare e trovare una verità che poi l’esperienza conferma come tale. Si parla talora di irrazionalità della fede, senza tener presente che è più ragionevole del suo contrario. Se c’è la sete, è ragionevole pensare che ci sia l’acqua, come è irrazionale rifiutare la possibilità che ci sia. Tuttavia le cose contro ragione hanno ragioni profonde: quelle del cuore, che la ragione stenta a riconoscere. Il rifiuto di Dio non viene dall’intelligenza – a meno che sia una reazione inadeguata alla creduloneria –, ma da un cuore non ancora libero dalle paure che gli vietano i suoi desideri più profondi. S. Agostino diceva: “Credo per capire” e “Capisco per credere”. Per conoscere una persona bisogna avere una fiducia iniziale in lei; come, per aver fiducia piena in lei, bisogna conoscerla bene. Principio della conoscenza è la fede, fine della conoscenza è una fiducia confermata. Fede e conoscenza vanno sempre insieme. La priorità è comunque della fede, perché uno conosce solo ciò che è disposto a conoscere. Senza una fede ragionevole è impossibile una vita che sia umana. v. 18: chi parla da se stesso cerca la propria gloria, ecc. (cf. 5,44!). Si trova ciò che si cerca. Chi cerca il proprio io, sacrifica all’interesse la verità; chi cerca la verità, è libero per incontrarla. Chi cerca la propria gloria è menzognero e ingiusto; chi cerca la gloria di Dio è veritiero e in lui non c’è ingiustizia, come si dice del Servo di JHWH (cf. Is 53,9). v. 19: Mosè non vi ha dato la legge? La parola “ingiustizia” del versetto precedente richiama il tema della legge, che dice ciò che è giusto e ingiusto. Qui si cambia argomento: si passa dall’origine della sapienza di Gesù alle sue pretese violazioni della legge. È la prima volta che sulla bocca di Gesù troviamo la parola “legge”. Già alla fine dell’episodio del paralitico (5,46), qui ricordato, Gesù parla di Mosè che accusa quelli che, invece di credere, lo accusano (cf. 5,46). nessuno tra di voi fa la legge. Uno può osservare tutti i precetti come il fratello maggiore (cf. Lc 15,29), essere irreprensibile come Paolo (cf. Fil 3,5s), e tuttavia non “fare” la legge, che è la volontà di Dio (cf. v. 17). Infatti essa consiste in concreto nell’amare Dio e i fratelli, non nel sacrificare l’uomo a delle norme.
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perché cercate di uccidermi? I suoi accusatori non osservano la legge, perché cercano di uccidere Gesù che, di sabato, dà la vita a un uomo mezzo morto. A differenza di loro, egli ha colto e vissuto la legge e il sabato. v. 20: hai un demonio. La folla non conosce ancora, tranne alcuni, l’intenzione omicida dei capi. Qui l’espressione vorrebbe dire: “Ma sei matto? Noi non vogliamo ucciderti!”. In Mc 3,21-22 i familiari di Gesù invece lo ritengono un pazzo e gli scribi un indemoniato. Il modo che ha di intendere Dio e l’uomo è sconcertante per i benpensanti, addirittura demoniaco per i religiosi. Senza rifarsi ad alcuna scuola, presenta un Dio che è a servizio dell’uomo e un uomo che è chiamato ad essere libero come Dio. È un trasgressore: la sua non è la stoltezza blasfema del primo uomo, ingannato da satana (Gen 3,5)? v. 21: una sola opera ho fatto, ecc. Gesù si riferisce alla guarigione del paralitico (cf. 5,1ss), che gli ha suscitato contro l’odio mortale dei capi (cf. 5,18). v. 22: di sabato circoncidete un uomo, ecc. Dopo aver parlato di Mosè e della legge, Gesù parla della circoncisione, ben più antica di Mosè, che risale ad Abramo (cf. Gen 17,9-14). Se di sabato si circoncide senza con ciò trasgredire il precetto, a maggior ragione non lo trasgredisce chi salva interamente un uomo. v. 23: voi vi sdegnate con me ecc. I suoi avversari sono incoerenti nel loro sdegno contro di lui. Ciò che ha compiuto alla piscina non è la trasgressione della legge e del sabato, bensì il loro compimento: è la vera circoncisione, che fa entrare l’uomo nella promessa di Dio. v. 24: non continuate a giudicare secondo apparenza. Solo apparentemente Gesù ha violato il sabato: in realtà ha compiuto ciò di cui il sabato è segno. giudicate (con) giusto giudizio. Bisogna comprendere bene, al di là dei pregiudizi, cosa è il sabato e la legge per valutare ciò che Gesù ha fatto. Allora ci sarà il giusto giudizio: lui non solo è buono (v. 12a), ma compie la legge, portando la creazione al sabato di Dio e dando all’uomo la pienezza di vita. Come si vede, a un diverso modo di intendere la legge corrisponde una diversa concezione di Dio e dell’uomo: Dio può essere concepito come un potente che assoggetta a sé l’uomo con la legge, oppure come un padre che dona la libertà ai figli, per renderli uguali a sé. Dalla concezione di legge che si propone, si vede anche quale Dio e quale uomo si suppone. Religione servile e ateismo ribelle, al di là delle apparenze, si corrispondono: hanno la stessa immagine negativa di Dio, rispettivamente affermata o negata. v. 25: non è questi colui che cercano di uccidere, ecc. ? La folla non sa, ma “alcuni” di Gerusalemme sanno che i capi vogliono uccidere Gesù. Sono forse quelli che sono stati mandati per arrestarlo (cf. vv. 30.32.44-49). Chi ha una certa concezione di legge, di Dio e di uomo, non può che eliminare come sovversivo del potere costituito quest’uomo che propone una legge di libertà. v. 26: egli è il Cristo? Vedendolo parlare in pubblico senza impedimenti, viene loro il dubbio che i capi abbiano cambiato parere su Gesù. Il Messia non è colui che viene a donare la libertà all’uomo? Se prima si parla dell’origine della sua sapienza, ora si passa all’origine della sua messianicità. v. 27: costui sappiamo da dove è. Il Messia, secondo le concezioni dell’epoca, sarebbe stato sconosciuto sino al ritorno di Elia, il primo profeta, che lo avrebbe manifestato. È quanto avvenne nel battesimo ad opera di Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti. Qui il problema non è che Gesù sia da Nazareth invece che da Bethlem. Questo sarà dibattuto nei vv. 41-42. La questione è il “da dove” del Messia, che dovrebbe essere misterioso e ignoto, mentre quello di Gesù è ben noto. v. 28: Gesù gridò nel tempio, ecc. Gesù grida (cf. 7,37; 12,44). È un grido che risuona ancora. A chi dice di conoscere da dove viene, risponde che lo sanno, ma solo a metà: conoscono da dove viene come uomo, ma ignorano la sua origine divina. non sono venuto da me stesso, ecc. Gesù viene da uno che essi non conoscono e che nessuno mai ha visto (cf. 1,18). L’origine della sua persona è la medesima del suo insegnamento: Dio stesso (cf. v. 17ss). v. 29: io lo conosco, perché sono da presso lui . Gesù conosce chi l’ha mandato. Egli è la Parola che era prima del mondo, che era presso Dio ed è Dio; ora è presso di noi per donarci la possibilità di diventare figli di Dio (cf. 1,1ss). Tutto il Vangelo di Giovanni è uno sviluppo di questi temi, già annunciati nel prologo.
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v. 30: cercavano di arrestarlo, e nessuno, ecc. La risposta alla proposta di Gesù non lascia scampo: o lo si arresta per ucciderlo, o lo si accoglie per vivere di lui (cf. v. 31). Ma le tenebre non possono arrestare la luce. non era ancora venuta la sua ora. L’ora del Figlio non è determinata dagli uomini, ma dal Padre, che ne farà l’ora della sua glorificazione. Per il momento non è ancora giunta: siamo solo al giudizio, che porterà alla croce. v. 31: il Cristo, quando verrà, farà più segni di quelli che egli fece? La parola “segni” richiama quanto Dio ha operato con Mosè per liberare il suo popolo. Molti della folla credettero in Gesù a causa dei “segni”. Questi sono le azioni che egli compie, perché si creda che lui è Messia e Figlio di Dio (cf. 2,23; 3,2; 6,2.14; 9,16; 11,47; 20,30s). v. 32: i farisei udirono la folla, ecc. I farisei sono i capi religiosi riconosciuti dal popolo; essi, dopo la caduta del tempio nel 70, divennero gli unici punti di riferimento. Insieme ai capi dei sacerdoti decidono l’arresto di Gesù e mandano alcune delle guardie del tempio. Queste però torneranno con le mani vuote e con qualche dubbio in testa, attirandosi le imprecazioni dei loro mandanti (cf. vv. 44-49). v. 33: ancora per poco tempo sono con voi. A coloro che chiedono di lui: “dov’è” (v. 11), Gesù risponde: “Sono con voi”, ma per poco tempo. “Ancora per poco tempo la luce è con voi. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce” (cf. 12,35a.36a; 13,33; 14,19; 16,16-20). Sarà per poco tempo con loro, perché presto l’uccideranno. Questo è il tempo loro concesso per convertirsi a lui. me ne vado da chi mi inviò. Inizia il cammino di Gesù, che torna al Padre suo dal quale è venuto (cf. 13,3; 16,28). È il cammino della Gloria (cf. 13,31s; 17,1), che apre anche a noi (cf. 14,3s). La sua uccisione sarà il ritorno del Figlio al Padre che l’ha inviato ai fratelli. v. 34: mi cercherete e non [mi] troverete. Infatti non sono convertiti dalla loro incredulità, tranne pochi e paurosi (cf. 12,37-43). Cercare e non trovare è la tragica condizione di chi non segue la via della Sapienza: su lui incombe la rovina (cf. Pr 1,20-33). È la grande maledizione di chi è affamato e assetato della Parola e la cerca dappertutto, ma non la trova da nessuna parte, perché non si converte dalle sue azioni malvagie (cf. Am 8,11s; Os 5,6). Bisogna cercare il Signore mentre si fa trovare (cf. Is 55,6); e si fa sempre trovare da chi lo cerca con cuore semplice (cf. Sap 1,1-15). dove sono io, voi non potete venire (cf. 13,33). Lui abita un “dove” che a noi è inaccessibile, perché fuggiamo da esso. Questo “dove” è anche il luogo “da dove viene” e “verso dove va”: è il Padre, principio e fine del Figlio. A lui Gesù vuol condurre tutti i fratelli, che ancora non lo conoscono. Se ne va da noi per prepararci un luogo e torna a noi per prenderci, perché siamo anche noi dove lui è (14,3). v. 35: dove sta per andare costui, ecc.? Qui avanzano l’ipotesi che scompaia tra i giudei della diaspora per far proseliti tra i pagani. È uno dei soliti equivoci di Giovanni, carichi di verità: la sua chiesa infatti è una comunità giudaica in ambito pagano. Più innanzi faranno anche l’ipotesi che si uccida (cf. 8,22), proiettando su di lui il loro desiderio omicida. Ma lui non si toglierà la vita. Darà invece la sua vita a coloro che gliela tolgono, per poi riprendersela di nuovo. Questo è il “suo potere” di Figlio, secondo il comando ricevuto dal Padre (cf. 10,17s). v. 36: cos’è questa parola, ecc. Per la terza volta in tre versetti esce il mistero del dove lui è e noi non possiamo andare. Ci potremo andare solo se ascolteremo il suo grido, che viene subito dopo: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, ecc.” (vv. 37ss). 1. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Gesù nel tempio che insegna a metà della festa. Chiedo ciò che voglio: conoscere il mistero di Gesù: dove è, da dove viene, dove va. Medito sul testo, considerando la sapienza e l’opera di Gesù, che lo rivelano come il Figlio in comunione con il Padre.

Da notare:
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dov’è lui? è buono inganna la folla la paura di riconoscerlo in pubblico da dove è la sua sapienza il mio insegnamento non è mio chi vuol fare la volontà di Dio, saprà che viene da lui chi parla da se stesso cerca se stesso: è falso e ingiusto chi cerca la gloria di Dio è veritiero e giusto nessuno tra voi fa la legge l’azione di Gesù non viola, bensì compie la legge e il sabato: dà la pienezza di vita il mistero del Messia che è noto e ignoto, di origine umana e divina non possono arrestarlo perché non è ancora venuta la sua ora molti della folla credono in lui per i segni che fa ancora per poco tempo sono con voi mi cercherete e non mi troverete dove sono io, voi non potete venire.

4. Testi utili Sal 14; Am 8,4-12; Os 5,6s; Pr 1,20-33; Is 55,1ss; Mc 3,20-30; 6,1-6a; 1Cor 2,1-16.

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20. SE QUALCUNO HA SETE, VENGA A ME E BEVA 7,37-53 7,37 Ora, nell’ultimo giorno, quello grande della festa, Gesù stava in piedi e gridò dicendo: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come disse la Scrittura, fiumi d’acqua vivente fluiranno dal suo seno. 39 Ora questo disse dello Spirito che stavano per ricevere quelli che credono in lui. Infatti non c’era ancora (lo) Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato. Allora, dalla folla, avendo udito queste parole, dicevano: Questi è veramente il profeta! Altri dicevano: Questi è il Cristo! Ma altri dicevano: Viene forse dalla Galilea il Cristo? 42 Non disse la Scrittura che il Cristo viene dal seme di Davide e dal villaggio di Bethlem, dove era Davide? 43 44 Allora ci fu una divisione tra la folla a causa di lui. Ora alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise la mani su di lui. 45 Allora gli inservienti del tempio vennero dai capi dei sacerdoti e dai farisei e quelli dissero loro: Perché non lo conduceste? Risposero gli inservienti: Mai un uomo parlò così! Allora risposero loro i farisei: Anche voi siete stati ingannati? Forse che qualcuno tra i capi credette in lui, o tra i farisei? Ma questa folla, che non conosce la legge, sono maledetti!
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Dice loro Nicodemo, quello che precedentemente era venuto da lui, che era uno di loro: 51 Forse che la nostra legge giudica l’uomo, se prima non lo ascolti e non conosca cosa fa? Risposero e gli dissero: Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedi che non sorge profeta dalla Galilea. E andarono ciascuno a casa sua.]

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1. Messaggio nel contesto “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva” , grida Gesù nell’ultimo giorno della festa dei Tabernacoli. Lo Spirito, simboleggiato nel vino di Cana (2,1ss), che Giovanni vide scendere e dimorare su di lui (1,32s), che fa nascere dall’alto (3,1ss) e nel quale si adora il Padre in verità (4,23s), è ora promesso a quanti aderiscono a lui: la sua vita di Figlio, il suo amore verso il Padre e i fratelli, sarà offerto a tutti coloro che crederanno in lui quando sarà glorificato. Ha appena detto che noi non possiamo andare dove è lui (vv. 33-36). Ora però ci invita a venire da lui e ci dona il mezzo per raggiungerlo, perché anche noi possiamo essere dove è lui. Il mezzo che abbiamo è, a prima vista, un non-mezzo: la sete. Essa non è solo mancanza di acqua: è anche desiderio di essa. Il desiderio è l’unica capacità per attingere al dono: non produce nulla, ma accoglie tutto. Il grido di Gesù è lo stesso della Sapienza che chiama l’uomo ad abbandonare la via della rovina e prendere quella della vita (Pr 9,6). La sua voce echeggia attraverso la storia e risuona ancora, adesso come allora; non lascia indifferente nessuno e scatena in ciascuno la lotta tra adesione e rifiuto, fede e incredulità, amore e odio, accoglienza e violenza, vita e morte. La rivelazione si svolge nell’ultimo giorno, quello solenne e conclusivo della festa. Ogni giorno della settimana delle Capanne si riempiva una coppa d’oro, attingendo dalla piscina di Siloe, e la si portava in processione cantando: “Attingete con gioia acqua alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3). La folla in festa agitava il lulab (un mazzetto di rami di palma, salice e mirto e un frutto di cedro) ed entrava per la porta della fonte (cf. Ne 3,15), cantando l’Hallel a ricordo della liberazione d’Egitto (Sal 113-118). Entrati nel tempio, il sacerdote saliva all’altare e spargeva l’acqua al suolo attraverso un imbuto d’argento. L’ultimo giorno della settimana il sommo sacerdote la versava oltre le mura di Gerusalemme, come segno della benedizione che da Israele si riversava su tutti i popoli, secondo la promessa fatta ad Abramo (Gen 12,3). Era il culmine della festa: allora esplodeva la gioia del popolo, con le sue attese messianiche e il suo desiderio di libertà e di dominio universale. Durante la festa si leggeva Ezechiele 47, che parla della sorgente che esce dal tempio e diventa un grande fiume di acqua vivificante, sulle cui rive crescono alberi da frutto di ogni specie (Ez 47,1-12). Il tempio era visto in relazione alla roccia che Dio spaccò, facendo scaturire acque come dall’abisso (Sal 78,15). Questa pietra sorgiva, che secondo la leggenda seguiva l’accampamento di Israele nel deserto (cf. 1Cor 10,3s), fu identificata con la roccia su cui era fondato il tempio. Oltre a Ez 47, si leggeva pure Zc 13, con la promessa che in Gerusalemme sarebbe zampillata una sorgente per lavare peccato e impurità (Zc 13,1). Lo stesso profeta, poco prima, descrivendo la liberazione e il rinnovamento di Gerusalemme, parla della contemplazione di un misterioso trafitto (Zc 12,10), che l’evangelista identifica con Gesù (cf. 19,33s.37), quando sarà glorificato (cf v. 39). Proprio allora sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva. Dopo aver rivelato la sua origine e la sua destinazione (vv. 25-29.33-36), Gesù annuncia ora il dono del suo Spirito, che ci può dare proprio a causa della sua origine di Figlio di Dio e della sua destinazione di Figlio dell’uomo.
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Il dono dello Spirito è il compimento dell’opera di Dio creatore e liberatore: comunica all’uomo la sua vita e la sua libertà. Così l’uomo nasce dall’alto (cf. 3,3-5) e diventa figlio di Dio (cf. 1,12). Per questo Dio l’ha creato. Tutti i grandi temi della Bibbia, dalla creazione all’esodo, dall’alleanza alla legge, dalla terra promessa al tempio, dal Messia/Sposo al suo trionfo finale, si compiono nel dono dello Spirito: la creazione raggiunge il settimo giorno, l’uomo gode la libertà del figlio, Dio è per lui e lui per Dio, la sapienza dell’amore regge il mondo, la terra diventa giardino, la presenza di Dio pervade l’universo, risuona il canto dello Sposo e della sposa e ogni creatura è in comunione con il suo Creatore. Le reazioni alla rivelazione di Gesù sono diverse e contrastanti. La violenza, con la quale i capi risponderanno, sarà vinta dall’amore del Figlio, il quale fa il dono della sua vita a coloro che gliela tolgono. Lo sfondo – il luogo è il tempio, il tempo è l’ultimo giorno – evidenzia il significato che l’evangelista dà alle parole di Gesù: alludono alla sua glorificazione, quando tutto sarà compiuto (cf. 19,30a). Gesù realizza la grande promessa di Dio e il desiderio segreto dell’uomo. Con lui inizia l’epoca definitiva, quella dell’acqua e dello Spirito, dove l’acqua di vita è lo Spirito stesso di Dio che è amore. Gesù grida che in lui è data all’uomo ogni benedizione. Non sta seduto, come lo scriba; è ritto in piedi, come l’araldo. E grida come la Sapienza, che chiama al banchetto della vita (cf. Pr 1,20; 8,1ss; 9,1ss). Il testo inizia con Gesù che grida di venire a lui, sorgente di vita ( vv. 37-39); continua con le reazioni positive della folla (vv. 40-43) e prosegue con quelle negative dei capi contro le guardie e la gentaglia (vv. 44-49), per concludere con la difesa di Nicodemo che viene insultato (vv. 50-52). Gesù è la Sapienza di Dio, il nuovo tempio, la roccia da cui sgorga la fonte d’acqua viva aperta in Gerusalemme. Tutto ciò sarà chiaro dopo che sarà “glorificato” e ci avrà dato lo Spirito. La Chiesa nasce dall’alto, come creatura nuova, dall’acqua dello Spirito, con la capacità di amare con l’amore con cui è amata.

1.

Lettura del testo

v. 37: Ora, nell’ultimo giorno. L’ultimo giorno della festa dei Tabernacoli assume un particolare significato: allude all’ultimo giorno di Gesù, quando compirà la sua opera di Figlio donando ai fratelli il suo Spirito (19,30). gridò dicendo. Gesù, in piedi, grida come la Sapienza e sollecita gli ascoltatori a superare i propri pregiudizi e a volgersi a lui per ricevere il suo Spirito (cf. Pr 1,23). se qualcuno ha sete. L’uomo è ricerca di vita e felicità: è sete di Dio, come terra arida, deserta e senz’acqua (Sal 63,2). La sete è il bisogno più radicale: è desiderio di ciò che è assolutamente necessario per vivere. È un vuoto specifico, che non può essere riempito da nessun surrogato. La sete dell’uomo è illimitata e non può avere altra acqua che la pienezza di vita. L’uomo è bisogno di Dio: “Chi è capace di Dio, niente che sia meno di Dio potrà riempirlo”. venga a me. Gesù si identifica con ciò di cui l’uomo ha sete. Lui stesso, assetato, si sedette al pozzo, perché la Samaritana capisse la propria sete che lui solo può dissetare (cf. 4,1ss). e beva. È lui la fonte d’acqua viva: è infatti vita di tutto ciò che è (cf. 1,3-4a), la roccia percossa da cui scaturisce l’acqua nel deserto (cf. Sal 78,15; 1Cor 10,3s), il nuovo tempio dal quale esce il fiume d’acqua fecondo (cf. Ez 47,1ss), la sorgente che purifica e rigenera Gerusalemme (cf. Zc 12,10; 13,1ss). Lì siamo tutti chiamati ad attingere con gioia alle sorgenti della salvezza (cf. Is 12,3). Dal suo fianco trafitto, ferita d’amore di Dio per l’uomo, veniamo generati e sappiamo dove stiamo di casa. Lì beviamo e ci dissetiamo di lui (cf. 19,34). v. 38: chi crede in me. Secondo la punteggiatura che si sceglie, si può riferire queste parole a ciò che precede o a ciò che segue. Nel primo caso si dice che, a questa sorgente di vita, beve chi crede in Gesù. Nel secondo caso, invece, si dice che chi crede in lui riceve il suo Spirito.
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come disse la Scrittura, fiumi d’acqua vivente fluiranno dal suo seno . Questa citazione non si trova alla lettera in nessun testo biblico, ma è il senso di tutta la Bibbia: Dio ci ha creati per la vita e vuol comunicarci se stesso, pienezza di vita. Dio è amore e, come tale, comunica tutto ciò che è. Se si unisce “chi crede in me” a quanto precede, queste parole si applicano a Gesù: dal suo grembo di Figlio scaturisce la vita per tutti i fratelli, creati in lui, per mezzo di lui e in vista di lui. In lui tutto ritrova la sorgente della propria esistenza. Se, invece, si unisce “chi crede in me” a quanto segue, queste parole si applicano al credente: egli, trasformato da ciò che la sua sete beve, diventa figlio nel Figlio. Infatti tutto ciò che il Padre ha creato è suo verbo nel Verbo, figlio nel Figlio, dal quale viene quella vita che diventa nel credente sorgente d’acqua zampillante (cf. 4,14). I due sensi, in Giovanni, non si escludono, anzi si completano. Queste parole di Gesù sono comprensibili dopo la sua rivelazione a Nicodemo, in cui parla di come si nasce dall’alto (cf. 3,1ss), dopo il dialogo con la Samaritana, nella quale ha suscitato la sete del suo dono (cf. 4,1ss) e dopo il discorso a Cafarnao, dove offre di mangiare il suo corpo e di bere il suo sangue, per vivere di lui come lui del Padre (cf. 6,1ss). v. 39: questo disse dello Spirito, ecc. È il commento dell’evangelista: la sorgente d’acqua viva è lo Spirito che stanno per ricevere quelli che credono in Gesù. Non l’hanno però ancora ricevuto: sarà il dono definitivo, che ci farà nell’ultimo giorno, quando ci consegnerà il suo Spirito (19,30). non c’era ancora (lo) Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato . Lo Spirito, la vita di Dio, è l’amore. Non c’è amore sulla terra, se non come desiderio e sete. Infatti il Figlio dell’uomo non è ancora stato innalzato e glorificato. Solo guardando lui, elevato sulla croce, conosciamo “Io-Sono” (cf. 8,28): riconosciamo e crediamo all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16). Prima di allora fuggiamo da lui, sorgente d’acqua viva, per scavarci cisterne, cisterne screpolate che non tengono acqua (Ger 2,13). Quando leveremo gli occhi verso il Figlio dell’uomo elevato (3,14) e volgeremo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto (cf. 19,37), solo allora comprenderemo quanto Dio ha amato il mondo, sino a dare il suo Figlio unigenito per noi (cf. 3,16). Allora comprenderemo da dove veniamo, scopriremo la sua e la nostra verità e saremo tutti attirati a lui (12,32). Il v. 39 connette direttamente il dono dello Spirito con la croce, l’ultimo giorno di Gesù. v. 40: dalla folla, avendo udito queste parole, dicevano. La promessa di acqua non lascia indifferenti. Per ottenerla è però necessario capire chi è colui che la dona e aderire a lui, sorgente di vita. È importante che io lo conosca e mi dichiari per lui. Infatti desidero secondo ciò che conosco e ottengo secondo ciò che desidero. questi è veramente il profeta (cf. 4,19). Qui c’è un primo riconoscimento di Gesù come “il profeta”, promesso da Mosè, al quale dare ascolto (cf. Dt 18,15-18): infatti dice la parola di Dio. La prima cosa da capire in una persona è la sua parola: se è in nome di Dio, dice la verità che dà vita; se è falso profeta, come il serpente, dice la menzogna che dà morte. v. 41: questi è il Cristo (cf. 4,29). Un secondo livello di conoscenza di Gesù è riconoscerlo non solo come il profeta che parla in nome di Dio, ma anche come il Cristo, che compie ogni sua parola, realizzando il Regno promesso. Il titolo di Cristo va oltre quello di profeta: il Cristo non solo dice la Parola, per altro sempre inascoltata, ma la compie, restituendo l’uomo alla sua verità. Vince infatti il male che la Parola denuncia e fa il bene che essa annuncia. viene forse dalla Galilea il Cristo? È l’obiezione dei giudei ai primi cristiani: il Messia è dalla Giudea, dalla casa di Davide (cf. 2Sam 7,1ss). Gesù in realtà è dalla Giudea, anche se i suoi abitavano a Nazaret (cf. 4,9; Mt 1,1; 2,22s; Lc 1,27; 2,1-11; 2, 39). L’obiezione però ha un senso più profondo, che vale anche per noi. Ci chiediamo infatti come mai il Messia venga dalla Giudea e non per esempio dall’India, dal Tibet o dalla Brianza. Ciò che scandalizza, allora come adesso, è che Dio sia un uomo concreto, particolare e unico, ben definito. Ma proprio questo suo essere una carne, uguale alla nostra, è salvezza di ogni altra carne. Noi preferiamo sempre – forse perché non accettiamo la nostra umanità concreta – un essere divino che sia un uomo universale, non legato al contingente, un po’ vaporoso e inconsistente. Ma questo è non prendere in considerazione né l’uomo né Dio. Il mio io è unico e non può annullarsi nel generico. Dio stesso è personale e prende corpo nella singolarità di una carne. Questo è per lui l’unico modo per essere veramente con noi e per noi l’unica possibilità di essere con lui.
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v. 42: non disse la Scrittura, ecc.? Secondo la Scrittura (cf. 2Sam 7,12; Sal 89,4s; Is 11,1) il Messia viene da Davide, originario di Bethlem. L’evangelista non risponde a questa domanda. La lascia in sospeso; vuol lasciar scoprire al lettore che il Messia, figlio di Davide secondo la carne, è Figlio di Dio secondo la Spirito (cf. Rm 1,3s). Ma questo può essere capito solo nello Spirito, che fa pure comprendere come il Messia non solo è figlio di Davide, ma anche suo Signore (cf. Mc 12,35-37p). v. 43: ci fu una divisione tra la folla a causa di lui . La divisione (in greco c’è schísma, da cui viene la nostra parola “scisma”) all’interno di Israele avviene nell’identificazione di Gesù come Messia. Anche per gli altri uomini la vera differenza sta nel diverso modo di concepire e vivere il rapporto con Dio, se nella carne del Figlio diventato nostro fratello oppure in altri modi. v. 44: alcuni di loro volevano arrestarlo, ecc. Oltre le reazioni di riconoscimento o di dubbio ce ne sono altre decisamente avverse. C’è chi viene a lui per appagare la propria sete e chi lo vuole arrestare e uccidere. Davanti al Figlio, come davanti al fratello, c’è amore oppure odio, non indifferenza. nessuno mise le mani su di lui (cf. v. 30). È l’ultimo giorno della festa, anticipo del suo ultimo giorno, che peraltro non è ancora venuto (v. 30). Ci sono però già le premesse. L’“ora” tuttavia non è determinata dall’uomo, ma da Dio stesso: è la “sua” ora. v. 45: gli inservienti vennero, ecc. I capi dei sacerdoti e i farisei avevano mandato gli inservienti per arrestare Gesù (v. 32). Sono sorpresi e sdegnati perché tornano a mani vuote e chiedono il motivo. v. 46: mai un uomo parlò così. Ottengono una risposta inattesa che sa di ironia: chi doveva prenderlo, è stato “preso” da lui. La sua parola li sorprende e cattura. Non riferiscono cosa ha detto. Il suo stesso dire e la sua persona non hanno confronto con nessun altro uomo. Ascoltandolo sono affascinati dalla Parola che era sin dal principio. La luce entra nelle tenebre e le tenebre non possono catturarla (cf. 1,5). Ne sono illuminate. v. 47: risposero loro i farisei. Si nominano solo i farisei, perché la comunità di Giovanni ha a che fare con loro. Dopo la distruzione del tempio nel 70, scomparsi i capi dei sacerdoti, essi resteranno l’unico punto di riferimento religioso. anche voi siete stati ingannati? La Parola di verità è ritenuta un inganno da chi, con tutta la buona fede possibile, è schiavo della menzogna (cf. 8,31ss). Sarà l’argomento del c. 9, che mostrerà la cecità di chi non accoglie Gesù, per procedere poi all’illuminazione del cieco. I farisei rimproverano gli inservienti di essere ingannati “anche” loro, oltre la folla. v. 48: forse che qualcuno tra i capi, ecc. Mentre la folla e gli inservienti sono disponibili a cogliere il mistero di Gesù, i capi del popolo restano chiusi nella loro autosufficienza. Come può credere chi cerca la gloria che viene dagli uomini e non quella che viene da Dio (cf. 5,44)? v. 49: ma questa folla, che non conosce la legge, sono maledetti . I maestri, invece di osservare la legge (cf. vv. 50s), maledicono le folle che riconoscono colui di cui essa parla. È la maledizione che toccherà ai primi cristiani, come già al loro Maestro, da parte di chi detiene il potere religioso (cf. 16,14). È grande la cecità dell’uomo che crede di possedere la verità, senza voler fare la fatica di ricercarla. v. 50s: dice loro Nicodemo, ecc. È anche lui un fariseo, anzi uno dei capi. È “uno di loro”. È lo stesso che venne da Gesù di notte, per essere illuminato (3,1ss); riapparirà alla fine per chiedere il suo corpo e deporre il seme del Regno sotto terra (cf. 19,39ss). La divisione avviene anche all’interno dei farisei. Nicodemo prende la legge nella sua integrità, non come difesa del proprio potere. Ritorce così l’accusa ai farisei: sono loro a trasgredire la legge, perché condannano una persona senza ascoltare cosa dica e verificare cosa faccia (Dt 1,16s). Giudicano in base a pregiudizi, stravolgendo la legge: da strumento di giustizia, ne fanno la croce del giusto. La Parola o è ascoltata o è uccisa. v. 52: risposero e gli dissero, ecc. Invece di rispondere alla sua domanda, gli lanciano un duplice insulto. L’insulto è copertura di malafede o incapacità di ascoltare ragioni che siano diverse dalle proprie. Gli chiedono se è anche lui un galileo, facente parte di quel popolo impuro; gli raccomandano poi, a lui che è maestro, di studiare la legge per scoprire che dalla Galilea non è mai sorto un profeta. E si dimenticano – l’odio acceca – che proprio da lì sorse un certo profeta di nome Giona (2Re 14,25), “quando il Signore aveva visto l’estrema miseria di Israele, perché non c’era né schiavo, né libero, né chi potesse soccorrere” (2Re 14,26). Anche Nicodemo, come chiunque altro, quando si espone a favore dell’uomo, è vicino al Signore: diventa in qualche modo “testimone della verità”, come il Battista, e ne paga le conseguenze.
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[v. 53: andarono ciascuno a casa sua.] La casa è il luogo dove si è nati, dove c’è il proprio padre e i fratelli. Gesù tornerà presto al Padre suo e Padre nostro. Ma prima svelerà ai suoi accusatori il loro errore: hanno un falso padre, il padre della menzogna e della morte (cf. 8,44), verso il quale stanno andando. Questo versetto, come il racconto che segue, è omesso dai più antichi testimoni. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Gesù che, dritto in piedi nel tempio, grida. Chiedo ciò che voglio: accogliere il suo invito di venire a lui e bere per dissetare la mia sete. Medito e contemplo la scena, vedendo cosa dice Gesù e come reagiscono le varie persone.

Da notare: • l’ultimo giorno • Gesù, ritto in piedi, grida • se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me • fiumi d’acqua vivente scaturiranno dal suo seno • questo disse dello Spirito che sarà donato dalla croce • è un profeta • è il Cristo • viene forse dalla Galilea il Cristo? • la divisione a causa di lui • alcuni volevano arrestarlo • gli inservienti del tempio • mai un uomo parlò così • l’accusa dei farisei: è un inganno credere in lui • la difesa di Nicodemo • gli insulti contro di lui. 4. Testi utili Sal 63; 78; Ez 47; Zc 13; Is 12,3; Ez 36,22-38; 36,1-14; Gv 4,1ss; 19,28-37; 4,1ss; 5,45-47; 16,1-4.

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21. NEPPURE IO TI CONDANNO 8,1-11 [8,1 2 3 4 Ora Gesù andò al monte degli Ulivi. All’alba però si presentò di nuovo al tempio e tutto il popolo veniva da lui; e, seduto, insegnava loro. Ora conducono, gli scribi e i farisei, una donna sorpresa in adulterio e, postala in mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa sul fatto stesso, mentre faceva adulterio. Ora, nella legge, Mosè ordinò di lapidare quelle così. E tu, che dici? Ora dicevano questo per tentarlo, per avere di che accusarlo. Ora, chinatosi, Gesù scriveva col dito per terra. Come insistevano nell’interrogarlo, si drizzò e disse loro: Chi di voi è senza peccato, per primo getti su di lei la pietra! E di nuovo, chinatosi, scriveva per terra. Essi allora, avendo udito, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più vecchi; e rimase solo e la donna che era nel mezzo. Ora Gesù, drizzatosi, disse a lei: Donna, dove sono? Nessuno ti condannò? Ora ella disse: Nessuno, Signore. Ora disse Gesù: Neppure io ti condanno. Va’ (e) da ora non peccare più].

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1. Messaggio nel contesto “Neppure io ti condanno!”, dice Gesù alla donna sorpresa in adulterio. Questo splendido racconto ci porta al cuore del messaggio di Gesù, il Figlio che non giudica nessuno (cf. 7,19.23.24.51; 8,15.17) e che per questo sarà giudicato. L’imputato vero non è la donna, ma Gesù; l’adultera è solo l’esca per trovare un motivo di condanna contro di lui. La sorte della donna toccherà a lui: se lei deve essere lapidata per il suo peccato di adulterio, alla fine tenteranno di lapidare lui per il suo peccato di bestemmia (cf. v. 59).
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Il testo è un misto tra disputa e racconto (come, ad esempio, Mc 2,1-12), con sapore e vocabolario sinottico, di stile lucano. La maggior parte degli antichi testimoni – manoscritti, versioni e Padri – lo ignorano. Per questo l’abbiamo messo tra parentesi quadra, insieme a 7,53. Ci sono però testimonianze, accolte da Ambrogio, Gerolamo ed Agostino, che lo riportano, qui o altrove. Il concilio di Trento ne definì la canonicità. Resta però aperto il problema dell’autore. Tuttavia, nonostante le origini controverse e le testimonianze problematiche, è il testo evangelico più commentato dai padri latini. È infatti uno dei pezzi più affascinanti del vangelo, che mostra come Gesù dona lo Spirito, che fa nuove tutte le cose (Ap 21,5): lui stesso, dal suo fianco trafitto, sarà sorgente zampillante che lava ogni peccato e impurità (Zc 13,1). Agostino ritiene che questo brano sia stato eliminato dal vangelo di Giovanni perché “alcuni fedeli di poca fede, o meglio nemici della fede, temevano probabilmente che l’accoglienza del Signore per la peccatrice desse la patente di impunità alle loro donne”. Altri ritengono che il testo sia “una perla sperduta nella tradizione antica”, recuperata nel III° secolo e posta qui come fondamento di una prassi penitenziale meno rigorosa e più evangelica: davanti al peccatore siamo chiamati a comportarci come Gesù con questa donna. Il racconto dice, bene ed in breve, ciò che conosciamo di più caratteristico dell’atteggiamento di Gesù verso i peccatori. Egli è amico di pubblicani e peccatori (cf. Lc 7,34). Accusato di bestemmia perché perdona i peccati (cf. Lc 5,21 e pp.), accoglie una peccatrice e mostra al fariseo Simone che l’importante non è essere giusti, ma amare di più; e amerà di più colui al quale è stato perdonato di più (cf. Mc 2,7p). Dato che siamo peccatori, il nostro peccato non è da nascondere, ma da scoprire come luogo di perdono e di conoscenza più profonda di sé e di Dio. In questo brano emerge il conflitto, centrale nella vita di Gesù, tra i custodi della legge, che giustamente denuncia il male, e colui che dà la legge, il Padre che necessariamente perdona. Il tema del perdono dei peccati, fondamentale nella Bibbia, raggiunge in Gesù la sua espressione piena. Normalmente pensiamo che Dio perdoni perché noi siamo pentiti. In realtà noi ci possiamo pentire perché Dio ci perdona sempre e comunque. Egli non si volge a noi perché noi ci siamo rivolti a lui: egli è da sempre rivolto a noi, perché noi possiamo volgerci a lui. Effettivamente è lui che “si pente” e sente il dolore del nostro male, perché ci ama (cf. Is 54,6-10). La croce di Gesù, che ormai si va profilando all’orizzonte, è il “pentimento” e la pena di Dio per il male del mondo. Il suo giudizio sarà l’essere giustiziato per giustificare gli ingiusti. Il racconto si incastona bene in questo punto del vangelo: è un interludio, delicato e drammatico, nel quale risuonano i temi di cui si sta parlando, visualizzati in modo indelebile. Gesù perdona il peccatore: per questo è condannato da chi si attiene alla legge. Il suo perdono gli costerà caro: sarà ucciso, lui innocente, per salvare dalla morte il colpevole. E chi è senza colpe, anche tra coloro che si ritengono giusti (v. 7)? Questo racconto ci fa entrare, in modo semplice e immediato, nel mistero di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (cf. 3,16), perché chiunque ha sete, venga a lui e ottenga l’acqua viva (cf. 7,37; 4,13s). Quest’acqua, purificatrice e vivificante, promessa da Ez 47,1ss e Zc 13,1, è il suo amore, che si manifesta pienamente nel perdono – neppure nominato nel testo, tanto è ovvio e discreto. In esso noi conosciamo chi è il Signore (cf. Ger 31,34; Ez 36,23ss): è colui che apre le nostre tombe, ci risuscita dai nostri sepolcri e ci dona il suo Spirito (cf. Ez 37,13s). Dopo una breve introduzione (vv. 1-2), che lo aggancia bene al contesto, il racconto è un breve dramma in tre scene. Nella prima la donna, da uccidere perché sorpresa in adulterio, serve da pretesto per andare contro Gesù, che, si suppone, non approverà la condanna ( vv. 3-6a). Nella seconda Gesù non risponde e si china a scrivere col dito per terra, poi si drizza e chiede agli accusatori chi di loro sia senza peccato e non si trovi nella stessa condanna che vogliono infliggere alla donna ( vv. 6b-7). Nella terza c’è l’effetto della sua domanda: gli accusatori se ne vanno, cominciando dai più vecchi, mentre chi perdona e chi ha bisogno di perdono restano, da soli, in dialogo tra di loro ( vv. 8-11). Gesù è il Figlio che dona l’acqua viva dello Spirito di Dio: è l’amore del Padre, comunicato ai fratelli che ne hanno sete. I peccatori sono i primi ad accoglierlo, perché sono quelli che ne hanno bisogno. La Chiesa si identifica con questa donna: da sempre adultera, perché non ama il suo Sposo, giorno dopo giorno è rinnovata dal suo perdono. In ciascuno di noi c’è però sempre lo scriba e il fariseo
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che ci accusa, la coscienza del male che ci vuol lapidare. Solo l’incontro con lui, che resta solo con noi, ci giustifica e ci riempie di gratitudine per il suo amore. 2. Lettura del testo v. 1s: Gesù andò al monte degli Ulivi. All’alba però si presentò di nuovo al tempio, ecc . L’annotazione richiama Luca 21,37s: Gesù, nell’ultima settimana a Gerusalemme, passa la notte fuori città, verso il monte degli Ulivi, per tornare il mattino ad insegnare nel tempio, dove il popolo accorre presso di lui. Non si dice cosa insegni: l’insegnamento è lui stesso, con ciò che è e ciò che fa. Infatti è lui “la Parola”, il nuovo santuario, la presenza di Dio, di quel Dio che ora si rivela pienamente nel perdono. v. 3: conducono, gli scribi e i farisei, una donna sorpresa in adulterio . Secondo la legge tale donna doveva essere uccisa (cf. Es 20,14; Dt 5,18; 22,22; Lv 18,20; 20,10), ma era controverso il modo di esecuzione. Ai tempi di Gesù si discuteva se si dovesse lapidare o strangolare. Gli scribi e i farisei, che portano la donna, sono persone rispettivamente dedite allo studio e all’osservanza della legge. A noi meraviglia che si condanni a morte un’adultera. In realtà l’adulterio è un omicidio: uccide il partner nella sua umanità più profonda, nella sua relazione d’amore. Lo Sposo infatti porterà su di sé la morte dell’infedeltà dell’uomo. postala in mezzo. La legge, con i suoi divieti e comandi, rischia di porre al centro dell’attenzione il male, da denunciare e da punire. In realtà Dio aveva posto al centro del giardino l’albero della vita, non quello da cui sarebbe derivata la trasgressione e la morte (cf. Gen 2,9.17). Fu il nemico, l’accusatore, a porlo al centro (cf. Gen 3,3). La croce riporterà al suo posto l’albero della vita, sempre fecondo in ogni stagione e capace di sanare ogni ferita (cf. Ap 22,2). La peccatrice, chiusa dagli zelanti della legge in un cerchio di morte, vedrà alla fine dileguarsi i suoi accusatori e resterà nel mezzo, sola con Gesù, che le aprirà l’orizzonte della libertà e dell’amore. v. 4: Maestro, questa donna, ecc. Si espone il capo d’accusa. Il caso della donna, presentato a Gesù, non ha nulla di problematico: è chiaro che la legge ordina di sopprimerla. Se mai è in discussione il modo. v. 5: nella legge, Mosè ordinò di lapidare. La lapidazione è una forma di assassinio collettivo, del quale nessuno si sente responsabile. Essa esige l’unanimità della folla: tutti collaborano e sfogano la loro aggressività contro il trasgressore, per lo più presunto, che raffigura ciò che tutti travaglia e che si vuol levare di mezzo. Il risultato dell’eliminazione del malvagio è quello di sentirsi uniti, rappacificati e ripuliti dal male, permettendo alla società di andare avanti: è l’effetto del capro espiatorio, che dev’essere possibilmente un estraneo o un nemico, un diverso o uno sconfitto, che diventa ostia e vittima designata. Così hanno sempre funzionato e funzionano le cose, nei processi alle streghe e ai nemici del popolo, fino allo sterminio di interi popoli identificati col male. Lo stesso meccanismo si mette in gioco anche ai nostri giorni nelle condanne a morte di singoli e nelle rappresaglie internazionali, nei partiti politici e nelle squadre di calcio, come pure nelle relazioni interpersonali: per vincere l’insopportabile senso di colpa che il male produce, invece di riconoscerlo in se stessi, lo si attribuisce all’altro, che viene soppresso. Così ci si sente confermati nella propria presunta innocenza, senza mai vincere il male che sta nel cuore di ciascuno. Questo infatti, nei momenti di crisi, riesplode, provocando come risposta lo stesso meccanismo, in una coazione a ripetere senza via di uscita. In questo modo la società contiene e legittima la violenza che minaccia la sua esistenza e rende possibile – fin che è possibile! – la convivenza tra gli uomini, che ritrovano la loro coesione contro il nemico comune, identificato come il malvagio. Questi deve essere espulso fuori le mura ed eliminato; così si sta relativamente tranquilli fino a quando un nuovo momento di lotta fa riemergere l’aggressività che è sempre latente, anche se controllata dal potere – che, ovviamente, appartiene al più violento di turno, destinato a sua volta ad essere vittima quando perde la forza di imporsi. A molti pare che questo aureo sistema su cui si regge il nostro convivere, l’undici settembre 2001, dopo il crollo delle Torri Gemelle, abbia mostrato i piedi di argilla e la propria debolezza. Forse sta calando la maschera e mostrando il suo volto orrendo; comunque è chiaro che neppure il più potente è oggi capace, con la forza, di garantire sicurezza, né a sé né ad altri. È un fatto nuovo nella storia. Per la prima volta il potente subisce il male; per la prima volta può anche capirlo. Questo ci dovrebbe
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portare a ripensare un modo radicalmente diverso di stare insieme. Perché ormai nulla è come prima: se anche il forte è vulnerabile, o ci distruggiamo tutti o siamo costretti a cambiare gioco. tu che dici? Gli uomini della legge interrogano Gesù non per sapere se sia favorevole alla lapidazione piuttosto che allo strangolamento. Chiedono il suo parere per tendergli una trappola, come subito l’evangelista annota. v. 6: dicevano questo per tentarlo, per avere di che accusarlo (cf. Mc 10,2p.; 12,13p). In che cosa consiste il trabocchetto che gli tendono per accusarlo? Agostino dice che Gesù, inviato da Dio, possiede le sue tre qualità: la verità, la mansuetudine e la giustizia (cf. Sal 45,5). Se la prima non è in discussione – si tratta di un fatto evidente – gli pongono un dilemma sulle altre due. Se ordinerà di lapidarla, mancherà di mansuetudine; se dirà di lasciarla, mancherà di giustizia. In concreto è costretto a rinnegare o la misericordia o la legge. Nel primo caso smentisce se stesso e il suo messaggio, alleandosi con gli scribi e i farisei; nel secondo – è ciò che sperano – si oppone alla legge e lo si può accusare come trasgressore. Probabilmente qui si nasconde anche un altro tranello. Infatti, se la donna è già stata condannata dai giudei secondo la legge, Gesù è posto in un secondo dilemma: se accetta il verdetto del tribunale giudaico, si oppone ai romani che si erano riservati la pena capitale; se non lo riconosce valido, accetta implicitamente il dominio romano, mettendosi contro il popolo e le sue attese. Nel primo caso poteva essere accusato di sovversione, nel secondo non sarebbe stato il Messia che avrebbe liberato la nazione. Il tenore dell’insidia è simile a quello posto nella domanda sul tributo a Cesare (cf. Mc 12,13ss p). Le pietre degli scribi e dei farisei, più che contro la donna posta nel mezzo, sono mirate contro colui che è al centro della legge e dei profeti, del quale le Scritture rendono testimonianza (cf. 5,39-47). chinatosi, scriveva col dito per terra. Il fatto è rilevato ben due volte (vv.6.8). In un racconto così sintetico, non è trascurabile. Certamente ha un primo significato evidente: Gesù non affronta né provoca la folla, sfidandola a viso aperto. L’avrebbe inferocita ancora di più. Si rende invece come assente e si china su se stesso, come in una pausa riflessiva, per non farsi travolgere dalla violenza collettiva. È quanto inviterà a fare anche gli altri, presentando loro un altro modello da imitare, diverso da quello della violenza dei capi che li sta trascinando. Sono corsi fiumi d’inchiostro su cosa Gesù abbia scritto, dimenticando però che l’evangelista non spreca una sola parola in proposito. C’è chi ritiene il gesto di Gesù un’allusione a Geremia 17,13 che dice: “Quanti si allontanano da te, saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore”. Il contesto fa capire chi sono costoro. L’ipotesi, già di Ambrogio, Agostino e Girolamo, è suggestiva e rispettosa del testo: lo ritiene un gesto profetico, senza entrare in merito a ciò che è scritto. Più recentemente alcuni studiosi pensano che, secondo l’uso romano, Gesù abbia scritto per sé la sentenza, prima di pronunciarla. Altri pensano che Gesù abbia scritto i peccati degli accusatori, comuni a tutti gli uomini, perché ognuno smetta di giudicare l’altro. Infatti solo chi è giusto può giudicare giustamente (cf. Es 23,1-7). Altri ancora pensano che si tratti solo di una pausa narrativa. Ma in questo caso non si spiega il peso che nel racconto ha il fatto, ripetuto, dello scrivere. Nella spiegazione bisogna, attenendosi al testo, interpretare solo il gesto dello scrivere, senza dire ciò che è scritto, alla luce del contesto immediato, inserito nella tradizione biblica. Per questo è utile ricordare una cosa ovvia: scrivere è l’atto con il quale uno vuol comunicare qualcosa a un altro che legge. Nella tradizione tutta la Scrittura è comunicazione di Dio all’uomo; a sua volta la legge fu scritta dal dito di Dio su tavole di pietra (cf. Dt 9,10). È da notare che Gesù non scrive sulla sabbia, ma sulla pietra del lastricato; la scena infatti si svolge nel tempio. Se non teniamo presente “il dito” di colui che scrive e non entriamo in comunione con lui, la stessa Scrittura diventa un feticcio che ci impedisce di entrare nel pensiero di Dio. La Scrittura è l’autocomunicazione del Dio amante della vita, che non disprezza nessuna delle sue creature; ha compassione di tutti e non guarda ai peccati degli uomini, in vista del pentimento (cf. Sap 11,23-26). Se la Scrittura denuncia il peccato, non è per condannare il peccatore: l’intenzione di chi scrive è quella di salvarlo. La legge è data per la vita e non per la morte, per la conversione e non per la disperazione, per il perdono e non per la condanna. Siccome però, sin dall’inizio, abbiamo trasgredito la legge, tutti la percepiamo come condanna di noi e delle nostre azioni. Ma i profeti hanno promesso che
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verranno giorni in cui Dio ci toglierà il cuore di pietra e ci darà un cuore di carne; inciderà la sua legge non con il dito sulla pietra, ma con lo Spirito sul nostro cuore, che finalmente sarà un cuore nuovo, capace di vivere in pienezza il dono di Dio (cf. Ger 31,31-34; Ez 36,26-27). Il gesto di Gesù può alludere a questi testi, che si compiranno quando lui ci darà il suo Spirito (19,30). Proprio sulla croce, dove “sarà scritto” il titolo della sua condanna – in ebraico, latino e greco (cf. 19,19-22) – comprenderemo ciò che Gesù ora scrive: il Signore non condanna, ma giustifica e salva per grazia. Questo è il senso di tutta la Scrittura. Allora saremo noi stessi la lettera di Dio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito di Dio; non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei nostri cuori (cf. 2Cor 3,3). Come si vede, ognuno può aggiungere la sua goccia al fiume di parole versato per commentare questo gesto di Gesù. Il quale, in modo più ecologico, scrive con il dito sulla pietra, senza spreco di carta o d’inchiostro, lasciando a ciascuno l’opportunità di pensare ciò che più giova. v. 7: si drizzò. Nel v. 10 Gesù si drizzerà davanti alla donna; ora si drizza davanti ai suoi accusatori. Essi persistono nelle loro interrogazioni, che guardano solo allo scritto e non allo scrivente. Per questo si drizza e mostra loro la sua persona: è lui che ha scritto. chi di voi è senza peccato, per primo getti su di lei la pietra. Il peccatore che vuol giudicare è come quei vecchi che opprimevano gli innocenti e assolvevano i malvagi, fino a condannare la casta Susanna che non si era piegata alle loro voglie (cf. Dn 13,52s). Ma per il profeta Daniele la cosa fu più facile: Susanna non aveva peccato e si trattava di provarne l’innocenza. Questa donna invece ha peccato e Gesù non può provare il contrario della verità. C’è però un’altra verità nascosta in ciascuno, che Gesù ricorda a tutti: ognuno guardi in se stesso e veda con onestà nel suo cuore, poi chi è senza peccato scagli contro di lei la prima pietra. Il primo che scaglia la pietra è il testimone (cf. Dt 17,7); egli si assume la responsabilità di chi sta, volutamente e coscientemente, all’inizio della violenza che poi gli altri imitano automaticamente, come le iene che fiutano sangue. È lui che si pone come modello, seguito poi dagli altri per imitazione. Chi osa opporsi, o capovolge la situazione facendo lapidare chi voleva lapidare, o finisce lapidato anche lui. La violenza, “giustificata” dal consenso, una volta scatenata deve comunque scaricarsi su qualcuno. Con queste parole Gesù chiama ciascuno alla responsabilità e alla coscienza personale, rompendo all’origine il male che poi contagia tutti. Egli rimanda ognuno degli interlocutori a indagare su di sé, applicando a se stesso il giudizio che vuol infliggere alla donna. Solo allora potrà accorgersi del male che è nel suo cuore e vedere la propria cecità (cf. 9,41), per scoprirsi bisognoso di misericordia e perdono. Uno smette di giudicare gli altri quando comincia a giudicare se stesso. Allora capisce che la Scrittura persuade l’uomo di peccato per fargli accogliere il giudizio di chi scrive, l’unico giusto che giustifica. Gesù non nega la legge e il giudizio. Si appella però a colui che dà la legge e si riserva il giudizio, ben diverso dal nostro. Dio infatti ha mandato il suo Figlio per salvare il mondo (3,17); per questo bisogna non giudicare né condannare, ma assolvere e dare, per diventare misericordiosi come il Padre (cf. Lc 6,36-38). Il giudizio del Padre è dettato dall’amore che ha verso tutti i suoi figli. È il giudizio stesso del Figlio, che sulla croce darà la vita per i fratelli. Questa parola di Gesù, mentre convince il mondo di peccato, rivela il giudizio e la giustizia di Dio (cf. 16,8), che è amore senza condizioni. v. 8: di nuovo, chinatosi, scriveva per terra. Il gesto di scrivere, che precede e segue la sua risposta, le dà anche il suo significato. Il suo intento non è quello di gettare pietre sui peccatori, adultera o farisei e scribi che siano. Non vuol uccidere nessuno. Vuole solo che ognuno prenda coscienza seria di sé e del suo peccato, scopra il proprio cuore di pietra per ricevere il dono di un cuore di carne, pieno dello Spirito del Signore, capace di vivere secondo la sua parola. Proprio per questo suo atteggiamento Gesù diventerà bersaglio dei nostri cuori di pietra, che, come vogliono lapidare la donna, cercheranno di lapidare lui (v. 59). v. 9: se ne andarono, uno per uno, cominciando dai più vecchi . Tutti abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio (cf. Rm 3,23; Sal 14,3; 130,3; 143,2). Nessuno può mentire a se stesso: la coscienza del proprio male è il primo dono di Dio, che ci rende diversi dagli animali. Probabilmente costoro se ne vanno contrariati, in attesa di rivincita; loro se ne vanno, ma le pietre restano lì, pronte per essere scagliate. I “più vecchi” (in greco “presbiteri”) esce solo qui nel quarto Vangelo. La stessa parola, normalmente tradotta con “anziani”, è usuale nei sinottici per indicare la parte più potente del Sinedrio.
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Gli anziani sono anche coloro ai quali, per la loro provata onestà ed esperienza, è riservato il giudizio. La scena non è priva di ironia: coloro che hanno la funzione di giudicare sono i primi rei confessi. rimase solo e la donna che era nel mezzo. La donna era stata posta nel mezzo dagli zelanti della legge che condanna. Ora essa rimane sola con il solo Gesù, nel mezzo della sconfinata misericordia di Dio. Il peccato è il luogo dove si manifesta la sovrabbondanza della sua grazia (cf. Rm 5,20). Dice Agostino: “Sono rimasti due: la misera e la misericordia”. Alla fine ciò che rimane di ogni uomo è l’incontro della propria miseria con la misericordia di Dio. Maggiore è l’abisso del peccato, maggiore è l’amore che si riceve e la conoscenza di Dio e di sé che si ottiene. E maggiore sarà la capacità di amare (cf. Lc 7,42b.43a). Gesù, l’unico senza peccato, non se ne va. Rimane con la peccatrice: è il Figlio, misericordioso come il Padre. Se condanna il peccato perché è e fa male, assolve e ne slega il peccatore perché lo ama. C’è in ciascuno di noi la parte adultera e la parte di chi vuol lapidarla. Invece di lapidarla, bisogna riconoscersi in essa: è il luogo d’incontro con il Signore. v. 10: Gesù, drizzatosi. Prima si drizzò per mostrarsi agli accusatori come colui che scrive la legge; ora si drizza per mostrarsi all’accusata come il Signore che perdona. Il dialogo tra i due è semplice, di poche parole, e sublime. donna, dove sono? Gesù la chiama “donna”, come Maria (cf. 2,4; 19,26), la Samaritana (4,21) e la Maddalena (20,15). È il suo vero nome, quello della sposa, che ora incontra lo Sposo. È stata, come tutti noi, adultera: non aveva conosciuto né amato lo Sposo (cf. Ez 16), colui che ha comandato, anzi supplicato, di amarlo con tutto il cuore (cf. Dt 6,4ss). Le chiede, senza neppur più nominarli, “dove sono” quanti la accusano. nessuno ti condannò? Le chiede se sia rimasto un giusto che possa condannarla. v. 11: nessuno, Signore. Nessuno è rimasto che la possa condannare. Uno però è rimasto: l’unico giusto, che la giustifica! Scomparsi i nemici, è rimasto colui che la ama di amore eterno (cf. Ger 31,3), nel quale riconosce il suo Signore, perché la perdona (cf. Ger 31,34) e la fa uscire dalla morte (cf. Ez 37,12). Si stabilisce tra i due la nuova alleanza, scritta ormai non più sulla pietra, ma nel cuore (cf. Ger 31,31-33). neppure io ti condanno. Gli altri non ti possono condannare, anche se lo vogliono, perché ingiusti. Ma neppure io, che sono giusto, ti condanno, perché non posso condannare nessuno: sono venuto infatti per salvare, non per condannare il mondo, quel mondo che il Padre ha tanto amato da dare per lui il Figlio (cf. 3,16s). Il giudizio di Dio non è mai condanna per il peccatore, ma salvezza dal peccato. Per questo svela il peccato – è la funzione della legge – e perdona il peccatore. Noi siamo tentati di condannare il peccatore e giustificare il peccato, almeno quello nostro. Il solo giusto, invece, perdona il peccatore e porta su di sé la condanna del peccato. Il peccato degli accusatori della donna, che non accolgono il perdono, si riverserà ben presto su di lui: tenteranno di lapidarlo (v. 59) e lo eleveranno poi sulla croce. Ma proprio allora conosceranno “Io-Sono”. Colui che opera così, infatti, è il Figlio, che non fa nulla da se stesso, ma parla e agisce come il Padre gli ha insegnato (v. 28). va’ (e) da ora non peccare più. Questa donna è perdonata senza previo pentimento. Il pentimento infatti segue il perdono e consiste nel non chiudersi dentro la gabbia delle proprie colpe, per aprirsi alla gioia di un amore più grande. Il perdono, che precede ogni pentimento, è un atto creatore: schiude un nuovo futuro, nella libertà di non peccare più e di amare di più. L’amore, che la peccatrice riceve nel perdono, la “giustifica”: la rende giusta. Uno infatti diviene giusto nella misura in cui sperimenta l’amore di un giusto che non lo condanna. Allora può amare come è amato. E l’amore è pieno compimento della legge (Rm 13,10b). 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando la scena, all’alba, nel recinto del tempio. Chiedo ciò che voglio: conoscere nel perdono chi è il Signore. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.
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Da notare: • Gesù insegna nel tempio • gli scribi ed i farisei portano nel mezzo la donna colta in adulterio • la legge dice di lapidarla • cosa dice Gesù • vogliono tentarlo, per accusarlo • Gesù, chinato, scrive per terra col dito • Gesù si drizza • chi di voi è senza peccato, per primo scagli la pietra • di nuovo, chinatosi, scrive per terra • se ne vanno, cominciando dai più vecchi • Gesù rimane solo, con la donna che è in mezzo • donna, dove sono? • nessuno ti condannò? • nessuno, Signore • neppure io ti condanno • va’ e da ora in poi non peccare più.

4. Testi utili
Sal 14; 53; 103; Ez 16; Os 2,16-25; Is 54,1-10; Ez 36, 22-27; Lc 6,36-38; 7,36-51.

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22. IO-SONO LA LUCE DEL MONDO 8,12-20 8,12 Allora Gesù parlò loro di nuovo dicendo: Io-Sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nella tenebra, ma avrà la luce della vita. 13 Allora gli dissero i farisei: Tu testimoni di te stesso: la tua testimonianza non è vera. 14 Rispose Gesù e disse loro: Anche se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove venni e dove me ne vado. Voi invece non sapete da dove vengo e dove me ne vado. 15 Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno. 16 E se poi io giudico, il mio giudizio è veritiero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi inviò. 17 Ora anche nella vostra legge è scritto che la testimonianza di due uomini è vera. Sono io che testimonio di me stesso e testimonia di me il Padre che mi inviò. 19 Allora gli dicevano: Dov’è il padre tuo? Rispose Gesù: Non conoscete né me né il Padre mio. Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio. 20 Queste parole parlò nel (luogo della) cassa del tesoro insegnando nel tempio; e nessuno lo catturò perché non era ancora giunta la sua ora. 1. Messaggio nel contesto “Io-Sono la luce del mondo”, proclama Gesù nel tempio, dopo aver gridato di essere la sorgente della vita, che disseta chiunque crede in lui (cf. 7,37). Gesù si è rivelato nel simbolo delle nozze e del vino, del tempio e del vento, dell’acqua e del pane; ora si proclama luce. Lui, nel quale si compiono le nozze tra Dio e l’uomo, è sorgente di vino,
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vento, acqua e pane, perché lui stesso, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, ha in sé la vita (1,4; 5,26) ed è la luce degli uomini (cf. 1,4s.9). Tutto ciò che esiste parla di lui, perché tutto è fatto per mezzo di lui e in lui ha la sua consistenza (cf. Col 1,15–17). La luce non solo è principio di creazione, che fa uscire il cosmo dal nulla: come fa esistere, così fa vedere, conoscere e gioire di tutto. Vedere la luce vuol dire uscire dalle tenebre e venire alla luce: vedendo Gesù, il Figlio, noi nasciamo alla nostra realtà di figli di Dio. Nel c. 3 si parla di una nascita “dall’alto”: è l’illuminazione di chi contempla l’amore del Padre nel Figlio, donato per la vita del mondo. In lui veniamo alla luce come figli, che conoscono l’amore da cui vengono e di cui vivono. Gesù luce del mondo è come il titolo del c. 8. Questo è uno sviluppo articolato del c. 7, che riprende numerose espressioni del c. 5 e sfocerà nel c. 9 con l’illuminazione del cieco. La forma non è quella di un dialogo sereno, come quando due cercano la verità; è piuttosto una lotta tra la verità che si propone come luce e la menzogna che si oppone come tenebra: è l’incontro/scontro tra l’offerta e il rifiuto della vita. Il c. 8 presenta un corpo a corpo tra il Figlio, che è Parola/verità/luce/vita, e i suoi fratelli ancora chiusi nella menzogna, schiavi nelle tenebre di morte. È un resoconto teologico di ciò che è avvenuto tra Gesù ed i suoi contemporanei, offerto alla chiesa di Giovanni perché non si scoraggi se deve affrontare le stesse incomprensioni e opposizioni. Più in profondità possiamo dire che il testo, come al solito, riproduce ciò che avviene in chi ascolta la Parola: nell’interlocutore si scatenano le resistenze delle tenebre che vengono squarciate, perché lui stesso possa diventare luce. Nel corso del capitolo, pieno di tensioni e contraddizioni, intervengono undici volte gli oppositori della luce e tredici volte Gesù, la luce. A lui, che era in principio, spetta la prima e l’ultima parola. Al centro del capitolo sta “il Padre”, nominato direttamente ventitré volte e altre volte indirettamente come “colui che mi inviò” e “da dove vengo e dove vado”. Il Padre implica necessariamente il Figlio. Questi, anche se nominato solo in nei vv.28.35.36, è il protagonista: è Gesù stesso, che sta rivelando la propria identità. Per il Figlio, il Padre è origine della sua missione verso i fratelli, principio e fine della sua esistenza. Gesù chiama “Padre mio” colui che Abramo, ritenuto dagli interlocutori loro padre, considera suo Dio. Chi rifiuta lui, rifiuta il Padre e non ha come padre Abramo, ma il diavolo. Figli di Abramo sono quanti accolgono la testimonianza del Dio di Abramo attraverso il Figlio, che è venuto a illuminare i fratelli sulla loro realtà di figli. Padre significa origine e appartenenza, amore e conoscenza, affidabilità e sensatezza di vita. Il Figlio è venuto per portare ai fratelli la luce della loro vita: la conoscenza del Padre. L’identità di ogni uomo è infatti la conoscenza e l’accettazione della propria radice. Nella rivelazione del Figlio come luce del mondo, le tenebre vengono allo scoperto nella loro malvagità. La tenebra non è il nulla: è menzogna che si oppone alla verità, egoismo che non accetta l’amore, morte che uccide la vita. Ma la luce, proprio quando sarà catturata, verrà posta sul lucerniere. Allora colui che ha detto: “Io-Sono la luce del mondo” (v. 12), diventerà il Figlio dell’uomo che ci fa conoscere “Io-Sono” (v. 28): lui stesso, il Figlio, è Io-Sono, uguale al Padre! Quest’espressione è il culmine dell’autorivelazione di Gesù, il punto d’arrivo della sua manifestazione che risponde alla nostra domanda: “Tu chi sei? Che fai di te stesso?” (vv. 25a.53a). Inoltre in questo capitolo c’è la massima concentrazione di termini che indicano il parlare: ben ventinove volte in quarantasette versetti (vv. 12-59). La Parola è vita e luce, che si comunica proprio parlando. Davanti alla Parola è possibile una duplice reazione: quella dei figli della luce e quella dei figli delle tenebre. Da una parte c’è ascolto, fiducia e conoscenza, con il frutto di verità, libertà e vita; dall’altra c’è rifiuto, incredulità e ignoranza, con il veleno della menzogna, della schiavitù e della morte. L’argomento del capitolo tocca l’umanità di ogni uomo, chiamato a scoprire il senso dell’esistenza, a sapere da dove viene e dove va, a conoscere e accettare la sua realtà di figlio. L’unica condizione per vivere è non tagliarsi dalla propria sorgente. Articoleremo il testo in tre parti: vv. 12-20. 21-30. 31-59. La prima parte – delle altre diremo dettagliatamente in seguito – inizia e termina con Gesù che parla (vv. 12.20). Al centro c’è la sua rivelazione come luce e le reazioni della nostra tenebra.
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Alla sua solenne affermazione in cui si offre al mondo come luce ( v. 12), segue l’opposizione degli uomini di legge che non accettano la sua testimonianza ( v. 13). Gesù risponde che essa è vera, perché egli sa da dove viene e dove se ne va ( v. 14). La sua è, infatti, la testimonianza del Figlio, che è da e per il Padre: è luce di vita proprio in quanto Figlio, che comunica ai fratelli la loro identità perduta. Chi è nella tenebra non ammette questa testimonianza perché non accetta la propria verità di figlio: giudica secondo la carne, da uomo che non si apre allo Spirito. Gesù, invece, non giudica nessuno: è venuto infatti a salvare il mondo, illuminando ogni carne del suo Spirito ( v. 15). Eppure la sua rivelazione, che ci testimonia il nostro essere figli del Padre, provoca su di noi un giudizio. Questo però non viene da lui; viene invece da noi e riguarda lui: accettarlo o rifiutarlo è il giudizio che ogni uomo compie su di sé, accettando o rifiutando se stesso come figlio e Dio come Padre ( vv. 16-18). A chi gli chiede dov’è il Padre, Gesù risponde che solo chi conosce il Figlio conosce il Padre ( v. 19). Gesù parla nel “tesoro del tempio”; cercano di prenderlo, ma invano, perché non è ancora venuta la sua ora ( v. 20). Queste parole del Signore sono molto confortanti: le resistenze che proviamo in noi e attorno a noi, sono le stesse che la luce del mondo ha incontrato sin dall’inizio e incontrerà sino alla fine. Gesù non è un “illuminato”: è la luce che illumina ogni illuminato, facendolo uscire dalla tenebra. Egli infatti, Parola di vita e Figlio di Dio, è luce di ogni uomo che viene al mondo. Alla sua luce vengo alla luce (cf. Sal 36,10); è lui la salvezza del mio volto e mio Dio (cf. Sal 42,12; 43,5). La Chiesa accoglie l’invito di venire al Figlio, credere in lui e seguirlo come luce della propria vita. “Svégliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà” (cf. Ef 5,14): diventerai “figlio della luce” (cf. 12,36). L’illuminato che si crede luce, è come Lucifero: nega la stessa luce che lo illumina. Il fondamento, ineliminabile, di ogni vera illuminazione è vedere la propria tenebra. 2. Lettura del testo v. 12: Gesù parlò di nuovo. Ci troviamo ancora nel tempio (cf. v. 20). Siamo dopo l’ultimo giorno della grande festa, quando Gesù gridò, a chiunque ha sete, di venire a lui (cf. 7,37). Io-Sono la luce del mondo. Il tema della luce, come quello dell’acqua, è collegato alla festa delle Capanne, quando, durante la notte, fiaccole accese illuminavano a giorno la città santa. La luce è la metafora più bella di Dio: “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1Gv 1,5b). A sua volta l’uomo, creato a sua immagine, è chiamato a riflettere a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria del Signore (2Cor 3,18), trasfigurandosi secondo l’icona del Figlio (Rm 8,29), la bellezza del cui volto è apparsa ai discepoli quando il Padre disse di lui: “Questi è il Figlio mio, l’eletto. Ascoltate lui!” (Lc 9,28-36pp). La sua parola infatti è lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (Sal 19,105). Giustamente la parola, che distingue l’uomo dall’animale, è la luce della sua vita: le conferisce il suo senso, rendendola specificamente umana. Una vita senza parola è bestiale, infernale: è solitudine e incomunicabilità. La luce richiama anche “il giorno del Signore”, che sarà “un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno, né notte, verso sera risplenderà la luce” (Zc 14,6s; cf. Ap 21,22-22,5). “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”, dice Isaia 9,1 parlando della pace definitiva che porterà la vittoria del Messia (Is 9,1-6; cf. Gdc 7,15-25). E dice ancora, a Gerusalemme: “Alzati, sii luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te” (Is 60,1). Gesù si propone come luce non solo per Gerusalemme, ma per tutte le nazioni, nella linea di Is 9,1-6; 60,1ss (vedi anche i canti del Servo: Is 42,6s; 49,6-9). Nell’affermazione di Gesù si concentrano molti richiami biblici, con risonanze messianiche (cf. Is 42,6s; 49,6; 9,1-6; 60,1ss), sapienziali (cf. Bar 4,2; Sap 10,17; 18,3s; Sal 119,105), teofaniche (cf. Es 13,21ss, Is 60,19-20; Sap 18,3) ed escatologiche (cf. Mi 7,9; Ab 3,4; Zc 14,6s). La luce infatti è principio di vita e intelligenza, di rivelazione di Dio e salvezza dell’uomo. Gesù è la luce del mondo perché è il Figlio che rivela l’amore del Padre: fa vedere a ogni uomo da dove viene e dove va, riscattandolo dal buio dell’insensatezza. Un Figlio, che ignora l’amore del Padre, cerca la propria identità in surrogati che, lungi dal soddisfarlo, sono, presto o tardi, causa di sofferenze maggiori.

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chi segue me. Normalmente Giovanni parla di “venire” a Gesù o “credere” in lui. Qui, come negli altri vangeli, si parla di “seguire”. La luce non è solo conoscenza intellettuale; è un cammino dietro una persona. Gesù si identifica con la Legge, con Dio stesso, l’unico che va seguito. Egli è come la colonna di nube che guidò Israele nell’esodo: luminosa per chi la segue e tenebrosa per chi la insegue (cf. Es 13,21). Essa lo accompagnerà e condurrà, tappa dopo tappa, nel cammino dalla schiavitù alla libertà (cf. Nm 9,15–23). Ogni uomo che segue Gesù esce dalle tenebre e viene alla luce di figlio di Dio (cf. 1,12). non cammina nella tenebra. Come la verità è luce e vita, la menzogna è tenebra e morte. “Camminare nella tenebra” è un’immagine molto espressiva. Chi, nella notte e senza torcia, cammina nel bosco o in città durante un black-out, sa cosa vuol dire camminare nella tenebra. Significa errare, inciampare e cadere, in preda all’angoscia di non sapere dove si è; ogni realtà, anche buona, si trasforma in pericolo e minaccia mortale. Tutti abbiamo esperienza del “buio interiore” e sappiamo che una vita senza luce è peggio della morte. ma avrà la luce della vita. Il futuro indica che questa luce, che già c’è perché in essa si cammina, sarà per sempre. In Gesù è donata definitivamente all’uomo la luce interiore della sua realtà: la conoscenza di essere figlio del Padre. Gesù garantisce, a chi segue lui, di non camminare nella tenebra e di avere la luce della vita. Come facciamo a sapere se la sua affermazione è vera o falsa? Delle affermazioni scientifiche possiamo avere una verifica sperimentale; ma per ciò che riguarda i valori fondamentali dell’esistenza, che verifica abbiamo? In questo caso, vero o falso si traduce concretamente in bene o male. Per distinguere l’uno dall’altro abbiamo due criteri, che ciascuno di noi deve imparare ad applicare, per vivere in modo sensato. Il primo è interno a noi. Ogni uomo infatti è “programmato” per la verità, l’amore e la libertà: quando ascolta e capisce un’affermazione, dalla reazione che essa suscita in lui può vedere se corrisponde o meno a ciò che nel profondo desidera. Avverte infatti un moto di consenso o di dissenso, di chiarezza o di confusione, di pace o di inquietudine, di gioia o di tristezza. Da questi sentimenti capisce, per consonanza o dissonanza interiore, la bontà o meno di ciò che ascolta. Nessuno infatti può mentire al suo cuore. Ma la cosa non è così semplice. Infatti ognuno di noi, anche se ha il desiderio del vero e del bene, è schiavo della menzogna e delle abitudini cattive che ne derivano; e di conseguenza sbaglia nel valutare e nell’agire. In questo caso però il nostro cuore resta insoddisfatto e diviso in se stesso, in una lotta interiore che rimane fino a quando non ci apriamo a ciò per cui siamo ciò che siamo. Il secondo criterio è esteriore: comprendiamo di non camminare nella tenebra ma nella luce quando la nostra vita diventa sempre più luminosa e sensata: l’esterno tende a corrispondere all’interno, ciò che si fa tende a realizzare ciò che si desidera. Per questo è importante che ciascuno impari a leggere e discernere ciò che ogni parola ascoltata muove nel suo cuore, guardando anche il frutto che essa porta nella sua vita concreta. La verifica dei fatti è sempre importante. Del senno di poi sono piene le fosse, si dice. Ma queste fosse, piene di sapienza, sono un buon humus per l’albero dell’esperienza. v. 13: gli dissero i farisei. Qui i farisei rappresentano coloro che scambiano ciò che è scritto con colui che scrive: scambiano la Scrittura con colui che l’ha data. La legge tiene il posto di Dio: è diventata un idolo a cui sacrificare la vita. Sono oppositori della luce perché non conoscono ancora Dio come Padre e se stessi come figli. Anche Paolo era uno di questi: irreprensibile nell’osservanza della legge (cf. Fil 3,6), sarà avvolto dalla luce di Cristo che gli si rivela mostrandogli la sua cecità (cf. At 9,1-9). Il c. 8 vuol convincere di cecità l’uomo della legge, perché, come il cieco nato, possa vedere la luce (cf. 9,40s). tu testimoni di te stesso, ecc. I farisei non accettano ciò che Gesù testimonia di sé. Si accetta ciò che un altro dice quando corrisponde a ciò che si ha nel cuore. La luce, che egli è e manifesta, è il contrario della tenebra che i farisei hanno nel cuore. Per questo la rifiutano, preferendo le proprie tenebre (cf. 3,19-21). Un occhio chiuso non ama la luce: ne è offeso e se ne difende. v. 14: la mia testimonianza è vera. Gesù è Parola e luce, verità e vita, perché testimonia l’amore del Padre per il mondo (cf. 3,16s). La luce testimonia di se stessa illuminando, senza essere illuminata da
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altro, come la parola testimonia di se stessa parlando. Chi ascolta, sente dentro di sé che questa parola è vera e viva, perché lo rende vero e vivo: lo Spirito stesso testimonia al nostro spirito che siamo figli di Dio (cf. Rm 8,16). Nel nostro cuore, quando è sufficientemente libero dalle paure, c’è una testimonianza interiore di verità, che lo porta a riconoscere spontaneamente ciò per cui è fatto. so da dove venni e dove me ne vado . Chi è schiavo della tenebra non accetta questa testimonianza, perché ignora da dove viene e dove va: non sa chi è. Gesù definisce qui il Padre come principio e fine del suo cammino: è il Figlio, nato dal Padre, che vive del suo amore. Gesù è luce del mondo proprio perché, in quanto Figlio che conosce l’amore del Padre, comunica agli uomini la verità loro e di Dio: Dio è Padre e noi suoi figli. v. 15: voi giudicate secondo la carne. Giudizio secondo la carne è quello di colui che pone al centro di tutto il proprio io, chiuso nella sua fragilità e nel suo limite, senza aprirsi allo Spirito che dà vita. È un giudizio dettato dalla paura della morte e dall’egoismo, che rifiuta l’amore e la vita. Forse però qui significa che i giudei giudicano Gesù, che è Parola diventata carne, solo secondo la sua origine umana e non anche secondo la sua origine divina. La coscienza di essere “il” Figlio di Dio, centrale nella sua rivelazione, sarà il motivo della sua condanna e della nostra salvezza. io non giudico nessuno. Come appare chiaro dal racconto precedente (vv.1-11), Gesù non è venuto per giudicare, ma per salvare il mondo (3,17). Il suo giudizio è quello del Padre della vita, che non giudica, ma giustifica (cf. 5,26.30). v. 16: se poi io giudico. Queste parole, come spesso in Giovanni, sembrano contraddire quanto è appena stato detto: “Io non giudico nessuno”. Gesù non giudica come l’uomo, secondo la carne, ma giudica come Dio, secondo il suo Spirito, che è amore. E il suo giudizio è veritiero, a differenza del nostro. Questo suo giudizio sarà la croce, salvezza di ogni carne. perché non sono solo, ma io e il Padre che mi inviò . Il motivo della verità del giudizio di Gesù è che lui non è solo. Lui è il Figlio, il cui essere è relazione al Padre. Non c’è l’uno senza l’altro. È il mistero dell’unità e della distinzione tra Padre e Figlio, la cui vita è l’amore reciproco. Padre e Figlio sono due, eppure uno. Gesù dirà infatti poco dopo: “Io-Sono” (v.58; cf. 10,30; 14,9), attribuendosi ciò che è esclusivo di Dio. v. 17: nella vostra legge è scritto, ecc. Una testimonianza, per essere accolta in un giudizio, deve essere di due persone (cf. Dt 19,15). v. 18: sono io che testimonio di me stesso e testimonia di me il Padre . La testimonianza del Figlio è sempre, insieme, anche quella del Padre: l’ha inviato ai fratelli proprio per mostrare loro il suo amore. Le opere di Gesù in favore degli uomini raccontano il Padre (cf. 1,18); e l’opera del Padre è che gli uomini credano nel Figlio che ha inviato (cf. 6,29). Gesù è luce del mondo proprio perché ridà agli uomini il loro volto di figli e di fratelli, mostrando loro, nel suo, il volto stesso del Padre. Con lui finisce l’epoca dell’ignoranza e della schiavitù, il mondo del padre/padrone, e inizia l’epoca della verità e della libertà, il mondo dei fratelli che si amano con lo stesso amore del Padre. v. 19: dov’è il padre tuo? Richiama la domanda che farà Filippo: “Mostraci il Padre e ci basta” (14,8). Chiedono dove sia il padre. Conoscere la propria origine è il desiderio di ogni uomo, che è sempre in cerca della propria identità. non conoscete né me, né il Padre mio, ecc. Non conoscere Gesù, il Figlio, è non conoscere Dio come Padre. Conoscere lui, è conoscere il Padre: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (cf. 14,9). La carne della Parola rivela la Parola che è in ogni carne. Gesù chiama Dio “Padre mio”: per chi accoglie e segue lui, diventa “Padre nostro”. v. 20: queste parole parlò. Queste parole sono luce: sono Spirito e vita (cf. 6,63.68). nel (luogo della) cassa del tesoro. È il luogo dove si custodisce il tesoro del tempio. Il dio mammona aveva invaso la casa di Dio. Ora il nuovo tempio è Gesù stesso (cf. 2,13-22), in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cf. Col 2,9), con tutti i tesori della sapienza e della scienza (cf. Col 2,3). Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia (cf. 1,16), persino quella di diventare figli di Dio (cf. 1,12). nessuno lo catturò. Il verbo catturare esce otto volte in Giovanni, delle quali quattro in questa sezione (cf. 7,30.32.44; 8,20). Anche la Parola “uccidere”, che ne è la conseguenza, esce dodici volte, della quali sei in questa sezione (cf. 7,19.20.25; 8,22.37.40). Le tenebre vogliono spegnere la luce.
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non era ancora giunta la sua ora. La sua ora non è ancora giunta, ma è ormai chiaramente annunciata. 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Gesù nel tempio, vicino alla cassa del tesoro. Chiedo ciò che voglio: seguire lui per uscire dalle tenebre e avere la luce della vita. Mi lascio illuminare dalle parole di Gesù, luce del mondo.

Da notare: • Io-Sono luce del mondo • chi segue me non cammina nelle tenebre • avrà la luce della vita • la mia testimonianza è vera, perché so da dove venni e dove me ne vado • voi giudicate secondo la carne • io non giudico nessuno • se poi giudico, il mio giudizio è veritiero • perché non sono solo, ma io ed il Padre che mi inviò • dov’è il padre tuo? • se conosceste me, conoscereste il Padre • nessuno lo catturò • non era ancora giunta la sua ora. 1. Testi utili Sal 27; 36; 42; Nm 9,15-23; Is 9,1-6; 60,1ss; Gv 3,16-21; 1Ts 5, 4-11; Ap 21,22-22,5.

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23. QUANDO AVRETE INNALZATO IL FIGLIO DELL’UOMO, ALLORA CONOSCERETE CHE IO-SONO 8,21-30 8,21 Allora, di nuovo, Gesù disse loro: Io me ne vado e mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove io me ne vado, voi non potete venire. Dicevano allora i giudei: Forse che si ucciderà, perché dice: Dove io me ne vado voi non potete venire? E diceva loro: Voi siete dal basso, io sono dall’alto. Voi siete da questo mondo, io non sono da questo mondo. Vi dissi dunque che morirete nei vostri peccati. Se infatti non crederete che Io-Sono, morirete nei vostri peccati. Allora gli dicevano: Tu chi sei? Disse loro Gesù: (Io sono fin) dal principio proprio quello che vi dico. Molte cose ho da dire e giudicare su di voi; ma chi mi inviò è veritiero e io, le cose che ascoltai da lui, queste dico al mondo. Non conobbero che parlava loro del Padre. Allora disse loro Gesù: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io-Sono e da me stesso non faccio nulla, ma, come mi insegnò il Padre mio, queste cose dico; e colui che mi inviò è con me: non mi lasciò solo, perché io faccio sempre le cose a lui gradite. Mentre egli diceva queste cose, molti credettero in lui.

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Messaggio nel contesto
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“Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io-Sono”, dice Gesù rivelando l’identità sua e di Dio. Il Figlio, luce del mondo, sarà rifiutato e innalzato dai fratelli sulla croce; ma proprio da lì si manifesterà e sarà riconosciuto come “Io-Sono”. L’espressione “innalzare il Figlio dell’uomo” corrisponde alle predizioni della passione e risurrezione degli altri vangeli (cf. Mc 8,31; 9,31; 10,33sp). Mentre in questi ritmano la seconda parte del racconto, in Giovanni ricorrono invece nella prima parte (3,14; 8,28; 12,32a). Inoltre i due momenti distinti della passione e della risurrezione sono resi con l’unica parola “innalzare”. Infatti Giovanni vede fin dall’inizio la croce come gloria. Infine, ogni volta che parla di innalzamento, dice anche uno dei frutti che esso produce: il dono della vita eterna a chi crede nel Figlio che rivela l’amore del Padre (3,15s), la conoscenza di “Io-Sono” come unione intima tra Padre e Figlio offerta a ogni uomo (8,28) e, alla fine, la vittoria sul nemico e l’attrazione al Signore di tutto il mondo (cf. 12,31s). L’opposizione a Gesù raggiunge il suo vertice. La luce entra, come lama, nella profondità delle tenebre: la verità del Figlio si scontra con la menzogna che è nei fratelli. La croce è ormai all’orizzonte. La morte di Gesù può essere vista sotto vari aspetti. Il primo è il fatto che Gesù, mortale come ogni uomo, vive questo evento naturale in modo nuovo: come ritorno del Figlio al Padre. Noi invece, che ignoriamo di venire dal Padre e di tornare a lui, la percepiamo come separazione e privazione della “nostra” vita. Non accettando di essere figli e volendo essere principio di noi stessi, avvertiamo la morte come la fine di tutto ciò che noi siamo. Per questo, nell’inutile tentativo di salvarci da essa, siamo suoi schiavi per tutta la vita (cf. Eb 2,14s). La paura di perderci ci chiude in noi stessi: ogni nostro rapporto non è più di amore, comunione e dono, ma di egoismo, violenza e distruzione. Questo è “il peccato” che sta all’origine dei nostri mali e che Gesù disinnesca, vivendo la morte non come la fine di tutto, ma come il ritorno al Padre della vita. Il secondo aspetto è il fatto che Gesù non muore, ma è ucciso in nome di dio, perché ha testimoniato un Dio altro da quello che noi pensiamo. Egli è “il” Figlio di Dio che ci mostra il vero volto del Padre, che è amore e servizio, perdono e salvezza per ogni perduto. All’origine della sua uccisione c’è l’ignoranza di Dio come Padre e di se stessi come figli. Infatti chi ignora il Padre, non accetta di essere figlio e uccide sé come figlio, gli altri come fratelli e, alla fine, lo stesso Figlio. La croce è il punto d’arrivo del “peccato del mondo”: è la consumazione ultima del male, oltre cui è impossibile arrivare. Che si può fare di peggio che uccidere il Figlio stesso di Dio? Il terzo aspetto è il fatto che, proprio in questa uccisione perpetrata dagli uomini, il Figlio rivela chi è Dio e che lui stesso è Dio. Dio non è, come pensava Adamo, invidioso della sua vita e antagonista della sua libertà, padrone potente che condanna quanti non si sottomettono a lui. Quel Dio che nessuno mai ha visto, ce lo racconta il Figlio unigenito (1,18): è amore assoluto, che porta su di sé il male dell’uomo che ama, sino a far dono della sua vita a chi gliela toglie. Solo dalla croce conosciamo veramente “Io-Sono”; ogni altra conoscenza di Dio è sempre idolatrica. La croce, stoltezza e debolezza agli occhi del mondo, è sapienza e potenza di Dio a salvezza di ogni uomo (cf. 1Cor 1,18-25). Essa sdemonizza definitivamente la nostra immagine di Dio, purificandolo da ogni nostra proiezione; gli restituisce la sua identità, mostrando, in modo palese e inequivocabile, la sua essenza profonda: amore incondizionato, più grande di ogni violenza e morte. La croce, abisso di male senza limiti, è l’unico contenitore capace di accogliere quel bene infinito che è Dio. Punto d’incontro tra la nostra resistenza e la sua benevolenza, essa rivela la verità di “Io-Sono”, il Dio che libera dalla schiavitù e dall’esilio (cf. Es 3,14-16; Is 43,10). È vero quanto Giuseppe, prefigurazione di Gesù, disse ai suoi fratelli: “Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20). L’andamento del dibattito è drammatico. Le dure accuse di Gesù ai suoi oppositori sono da intendere come minacce profetiche, che vogliono evidenziare quel male da cui ci vuole salvare. Come spesso avviene nel vangelo di Giovanni, il testo è un gioco di equivoci, con una progressione a salti, ma senza soluzione di continuità. Infatti l’incomprensione provoca una rivelazione ancor più profonda, che accresce l’incomprensione stessa; alla fine l’incomprensione estrema provocherà la rivelazione estrema. La Parola, come uno specchio (cf. Gc 1,23), fa vedere al lettore la sua cecità davanti alla luce del mondo, perché possa essere guarito, come avverrà al cieco del c. 9.
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Gesù esordisce dicendo che lui se ne va – sa bene che vogliono ucciderlo – e i suoi ascoltatori lo cercheranno inutilmente: moriranno nel loro peccato, che è quello di non ascoltare lui, il Figlio ( v. 21). Gli avversari reagiscono proiettando su di lui quel male che è nel loro cuore: chiedono se voglia uccidersi (v. 22). Gesù ribatte che essi non possono comprendere dove lui va, perché sono “dal basso”, “da questo mondo”, non “dall’alto”, dal Padre (v. 23). È questo il peccato che li fa morire. Solo se credono in lui come “Io-Sono”, il Figlio che rivela il Padre, possono avere la luce della loro vita; diversamente muoiono nei loro peccati ( v. 24). Alla domanda sulla sua identità, appena dichiarata, Gesù ribadisce di essere appunto ciò che ha detto e da sempre dice ( v. 25). Ha molte cose da dire, e rimproverare, ai fratelli; cose che ha udite dal Padre ( v. 26). Ma essi neppure si accorgono che parla del Padre, annota l’evangelista (v. 27). Gesù conclude con la grande promessa: quelli che ora non capiscono e presto lo uccideranno, lo riconosceranno dalla croce come “Io-Sono”, il Figlio che parla e agisce in comunione con il Padre (vv. 28-29). Il finale annota che a queste parole molti credono in lui ( v. 30): sono l’anticipo delle moltitudini che volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (cf. 19,37). Gesù, il Figlio, è luce del mondo. Rifiutare lui è uccidere se stessi come figli e gli altri come fratelli. Questo rifiuto ha come conseguenza estrema la sua croce. Ma proprio lì si rivelerà come IoSono, Signore e salvatore di tutti. La Chiesa sperimenta in sé stessa la lotta tra le tenebre e la luce. Vive, attraverso il racconto del vangelo, il dramma della Parola di vita che svela le sue resistenze di morte; ma, nella contemplazione del Figlio dell’uomo innalzato, coglie il mistero dell’uomo e di Dio: capisce quanto Dio ha amato il mondo, sino a dare suo Figlio, perché per mezzo di lui abbia la vita (cf. 3,16ss). 3. Lettura del testo

v. 21: Allora, di nuovo, Gesù disse loro. Gesù, dopo la festa delle Capanne, riprende a parlare nel tempio ai giudei. Ha appena salvato la donna adultera, da loro condannata a morte secondo la legge; per questo condanneranno lui, secondo la stessa legge. io me ne vado. Ripete quanto ha detto in 7,33s e ribadirà nell’ultima cena anche ai suoi discepoli (13,33.36; 14,19; 16,16-19). Il suo andarsene – Gesù non dice mai “io muoio” –, carico di significati che abbracciano la totalità del suo messaggio, può essere visto da prospettive diverse: da parte nostra è un’uccisione, da parte sua è il dono della vita e il compimento della sua missione (cf. 19,30b), da parte del Padre è la glorificazione del Figlio e la rivelazione in lui di “Io-Sono”. mi cercherete (cf. 7,34a). L’uomo è sempre in cerca di luce e verità: è ricerca di Dio, che è suo Padre. La Bibbia presenta un Dio che da sempre è in cerca dell’uomo, perché anche l’uomo lo cerchi e trovi la sua felicità. Cercare il Signore e non trovarlo è la tragica situazione di chi vive nell’ingiustizia, la maledizione che prelude il giorno del Signore (Am 8,11-12), del quale la croce è l’ora decisiva. Il tempo per cercarlo è quello in cui egli è tra noi. Lo trova solo chi crede in lui, luce del mondo, e lo segue (v. 12). morirete nel vostro peccato. Invece di ripetere, come in 7,34b, “non mi troverete”, dice loro che moriranno nel loro “peccato”, al singolare; nel v. 24 parlerà di “peccati”, al plurale. Peccare significa fallire, mancare il bersaglio. Il “peccato” per eccellenza è l’idolatria: la falsa immagine di Dio, che fa orientare la vita in direzione contraria a lui. È il peccato di chi non riconosce più Dio come Padre e se stesso come figlio. Esso viene dalla menzogna antica che presenta Dio come padrone geloso delle sue prerogative ed invidioso di chiunque altro. Per questo Adamo si allontanò da lui. L’uomo, staccato dalla sua sorgente, si attacca agli idoli, che gli succhiano la vita sino a ridurlo a loro immagine (cf. Sal 115,5-8). Non accettare Dio come Padre e se stessi come figli ci svuota della nostra identità. La morte, che ne deriva, non è punizione di Dio, ma stipendio del peccato (cf. Rm 6,23; cf. Sap 1,13). Morire qui non indica la morte biologica – siamo di natura mortali –, ma il modo insensato di vivere proprio di chi, non sapendo da dove viene e dove va, considera la morte come la fine di tutto. Nei vv. 24.28s Gesù presenterà la via di uscita per non morire nei propri peccati: credere in lui come “Io-Sono”.

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dove io me ne vado, voi non potete venire. Gesù va al Padre, perché è il Figlio. I suoi ascoltatori non possono ancora venire al Padre. Non perché non vogliono, ma perché non “possono”: devono prima vedere il Figlio che lo rivela. v. 22 forse che si ucciderà? In 7,35 si chiedono se andrà nella diaspora a far proseliti tra i greci; qui, invece, si chiedono se intenda uccidersi. Andare contro la vita, per il giudaismo, è escludersi dal mondo che viene: “Le anime di coloro, le cui mani hanno infierito contro la loro vita, saranno accolte nell’Ade più tenebroso” (Giuseppe Flavio). I giudei si chiedono se Gesù intenda andare all’inferno, sotto terra, nelle tenebre, lui che si è proclamato luce del mondo. In realtà sono loro stessi a fare ciò che malignamente suppongono di lui: non accettando la luce del Figlio, sprofondano nelle tenebre. A ben guardare, in ogni giudizio proiettiamo sull’altro ciò che siamo noi. v. 23 voi siete dal basso. Il v. 23 contiene una duplice contrapposizione tra “voi/io”, secondo una duplice paternità, una “dal basso” e “da questo mondo”, l’altra “dall’alto” e “non da questo mondo”, una dal diavolo e l’altra da Dio, come verrà sviluppato in seguito (cf. vv 31-59). “Da” indica origine e appartenenza. Gesù rimprovera i farisei di non avere la loro origine dal Padre della luce e di non appartenere a lui: sono dal padre della menzogna e appartengono alla morte. Per questo non possono venire dove lui va: per loro la morte, invece che un ritorno al Padre, è un fallimento di tutto, un morire nei peccati. io sono dall’alto. Gesù è dall’alto, dal cielo, da Dio, da cui viene e a cui sale (cf. 3,13.31; 6,32s.41s.50s). voi siete da questo mondo. Essi invece hanno la loro origine e appartenenza in questo mondo chiuso in sé, estraneo a Dio e al mondo che deve venire. io non sono da questo mondo. Gesù è in questo mondo, ma non da questo mondo: è dal Padre e torna da questo mondo al Padre (cf. 13,1). Anche il suo regno non è da questo mondo (18,36); e i discepoli, come lui, sono in questo mondo, ma non da questo mondo: riconoscono nel Padre la loro origine (cf. 15,19; 17,14.16). “Questo mondo” invece è sotto il dominio del padre della menzogna, omicida fin dall’inizio (cf. vv. 44-47). v. 24: se infatti non crederete che Io-Sono, ecc. Si può uscire dal fallimento e dalla morte solo conoscendo il vero volto di Dio e indirizzando verso di lui la propria vita. C’è quindi uno spiraglio di luce per non morire nel peccato (v. 21a) o nei peccati (v. 24b): credere in Gesù, il Figlio, che rivela “IoSono”. “Io-Sono” richiama il Dio che libera dall’Egitto (cf. Es 3,14) e salva dall’esilio (cf. Is 43,10). Ma questa fede in Gesù è possibile solo quando, a causa del nostro rifiuto, lo uccideremo e lui darà la vita per noi. Proprio allora avverrà il grande mistero di salvezza: conosceremo finalmente “Io-Sono” (cf. v. 28). “Io-Sono” è il Nome, nel quale Dio si rivela come un “Io” che parla e si comunica. Se il padre o la madre dicono al figlio: ”Sono io!”, non fanno un’affermazione vuota; esprimono una presenza rassicurante, che fonda l’io del figlio e gli insegna a dire “tu”. La rivelazione del Nome come Io-Sono segna l’inizio del dialogo tra Dio e uomo, in una storia comune, ricca di avventure e sorprese, con le sue interruzioni e riprese. v. 25: tu, chi sei? Gesù ha appena detto: “Io-Sono”. Per questo gli chiedono chi è lui, chi pretende di essere. È colta, e insieme rifiutata, la sua pretesa divina, che lo condurrà alla morte (cf. 5,18; 7,1.19.30.32.44; 8,20b.36.59). La sua rivelazione di Figlio provoca la sua uccisione; ma la sua uccisione realizzerà la sua rivelazione: è il Figlio, uguale al Padre perché dà la vita per amore. (io sono fin) dal principio proprio quello che vi dico . Tenendo presente che su questo punto ci sono varianti nei codici e che anticamente non c’erano segni di interpunzione, sono possibili varie traduzioni. Proponiamo questa, secondo la quale Gesù conferma di essere da sempre, dal principio, ciò che sta dicendo: “Io-Sono”. Si può anche tradurre: “(Io-Sono) il principio, proprio ciò di cui vi parlo”. Un’altra traduzione intende “dal principio” come “innanzitutto”; allora il testo suona: “(Sono) innanzitutto ciò che ancora vi sto dicendo”. Altre due, tra le possibili traduzioni, sono: “Perché sto ancora a parlare con voi?”, oppure: “E io sto ancora a parlare con voi!”. In queste ultime due traduzioni Gesù, constatando il rifiuto di capire, dice che non vale la pena di parlare a chi non vuol ascoltare. v. 26: molte cose ho da dire e giudicare su di voi. Su di sé Gesù non ha altro da aggiungere: è impossibile dire di più di quanto ha detto con l’espressione “Io-Sono”. Avrebbe invece da dire molto su
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chi l’ascolta. Ma non lo fa, perché non giudica nessuno: è venuto per salvare, non per giudicare (cf. v. 15b; 3,17; 12,47). Queste parole esprimono bene il suo atteggiamento verso coloro che poco prima volevano lapidare la donna (cf. vv. 1-11) e preparano il suo modo di rivelarsi a coloro che lo innalzeranno sulla croce (cf. v. 28). chi mi inviò è veritiero. Gesù si appella alla testimonianza del Padre (cf. v. 16): il suo parlare e giudicare è lo stesso del Padre, che tanto ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per salvarlo (3,16s). v. 27: non conobbero che parlava loro del Padre. È un’annotazione dell’evangelista: gli interlocutori ignorano il Padre perché non accolgono il Figlio che lo rivela. La non conoscenza del Padre è il peccato dal quale ci guarirà il Figlio dell’uomo innalzato. v. 28: quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo (cf.3,14; 12,32a). “Il Figlio dell’uomo” richiama la figura gloriosa di Dn 7,1ss, ripresa con caratteristiche personali e trascendenti nel primo libro di Enoch, un apocrifo dell’AT; “innalzato” allude alla glorificazione del Servo di Is 52,13, che in Giovanni corrisponde all’innalzamento della croce (cf. 3,14; 12,32.34). L’espressione “innalzare il Figlio dell’uomo” condensa e applica a Gesù crocifisso numerose citazioni bibliche, connettendole strettamente con la rivelazione di “Io-Sono”. Altrove “innalzare” è al passivo e indica l’azione di Dio che esalta il Figlio. Qui, invece, è all’attivo e indica l’azione dell’uomo che lo appende alla croce, proprio perché non capisce il suo parlare del Padre. allora conoscerete che Io-Sono. Noi non riconosciamo Gesù come Figlio perché non conosciamo il Padre; per questo lo innalzeremo sul patibolo, come bestemmiatore. Ma proprio così conosceremo “Io-Sono”, il Nome: Dio è amore assoluto per l’uomo! Nel Figlio dell’uomo innalzato conosciamo la verità nostra e di Dio: lui è amore incondizionato per noi e noi siamo infinitamente amati da lui. Come Israele nel deserto, guardando il serpente di bronzo innalzato, guariva dal morso dei serpenti (cf. Nm 21,4-9), così ogni uomo che guarda il Figlio dell’uomo innalzato, guarisce dal veleno mortale che il serpente antico inoculò in Adamo e in ogni suo figlio (cf. 3,14s). Il Figlio dell’uomo innalzato ci attira tutti a sé (12,32): mostrandoci il suo amore, sbugiarda la menzogna che ci fece fuggire da Dio (cf. 3,16). A coloro che ancora non possono conoscere (cf. v. 27), Gesù promette un futuro sicuro dopo la croce: “allora conoscerete”. Quando contempleranno colui che hanno trafitto (cf. 19,37; Zc 12,10), vedranno finalmente ciò che occhio mai non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo (cf. 1Cor 2,9): “il Figlio unico”, che viene a comunicarci la sua stessa relazione con il Padre (cf. vv. 28-29). da me stesso non faccio nulla, ecc. Allora capiranno che il Gesù terreno, che hanno davanti, è il Figlio del Padre: il suo agire e il suo dire ha in lui la propria origine. v. 29: colui che mi inviò è con me (cf. 16,31). Allora capiremo anche l’unione piena del Figlio e del Padre: sono infatti uno (cf. 10,30). In questo testo “il Padre mio” (v. 28) è chiamato anche: “dove io me ne vado” (v.21), “colui che mi inviò” e “colui che non mi lasciò solo” (v.29). Sono espressioni che descrivono l’ineffabile relazione di amore tra Padre e Figlio: il Padre è il fine perché è il principio del Figlio e del suo cammino verso i fratelli. non mi lasciò solo. Noi abbiamo esperienza di solitudine. Il Figlio non è mai solo: è sempre dal e verso il Padre. Per lui anche la morte – nella morte tutti ci sentiamo estremamente soli – non è solitudine, ma glorificazione sua e del Padre (cf. 12,23; 13,31s). perché io faccio sempre le cose a lui gradite . Il motivo della sua unione con il Padre è l’amore, che gli fa compiere ciò che a lui piace. Ciò che al Padre piace si manifesterà pienamente nel Figlio dell’uomo innalzato: manifestare e donare a tutti i figli il proprio amore. v. 30: mentre egli diceva queste cose, molti credettero in lui . Dopo la dura requisitoria e le reazioni negative, c’è un finale a sorpresa. I molti, che credono in lui mentre dice “queste cose”, sono l’anticipo della moltitudine che attirerà a sé quando sarà innalzato (cf. 12,32). Dio raggiunge il suo scopo di salvare l’uomo nonostante la sua opposizione; anzi proprio attraverso di essa. 3. Pregare il testo
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a. b. c. d.

Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il tempio, dove Gesù parla. Chiedo ciò che voglio: conoscere nel Figlio crocifisso dal mio male chi è Dio e chi sono io. Medito sulle parole di Gesù e dei suoi avversari: le prime sono dette a me, le altre dette da me.

Da notare: • io me ne vado • voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato • forse si ucciderà? • voi siete dal basso / io sono dall’alto • voi siete da questo mondo / io non sono da questo mondo • se non credete che Io-Sono, morirete nei vostri peccati • tu chi sei? • ciò che ancora sto dicendo! • molte cose ho da dire e giudicare su di voi • io dico ciò che udii da chi mi inviò • non conobbero che parlava del Padre • quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, conoscerete che Io-Sono • conoscerete che non faccio nulla da me stesso • colui che mi inviò è con me • non mi lascia mai solo • io faccio sempre ciò che a lui è gradito • a queste parole, molti credettero in lui.

4.

Testi utili Sal 115; Es 3,13-15; Is 43,8-13; Gv 3,14-31; 1Cor 2,1ss.

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24. PRIMA CHE ABRAMO FOSSE, IO-SONO 8,31-59 8,31 Allora Gesù diceva ai giudei che avevano creduto a lui: Se voi dimorate nella mia parola, siete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi libererà. Gli risposero: Siamo stirpe di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come dici tu: Diventerete liberi? Rispose loro Gesù: Amen, amen vi dico: chiunque fa il peccato è schiavo [ del peccato ]. Ora lo schiavo non dimora nella casa per sempre; il figlio dimora per sempre. Se dunque il Figlio vi libera, sarete davvero liberi. So che siete stirpe di Abramo; ma cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico le cose che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate le cose che avete ascoltato dal padre [vostro]. Risposero e gli dissero: Il nostro padre è Abramo. Dice loro Gesù: Se siete figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ma ora voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità che ha udito dal Padre. Questo, Abramo non fece. Voi fate le opere del padre vostro. Gli dissero [allora]: Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo Padre: Dio. Disse loro Gesù: Se Dio fosse vostro padre, amereste me: io infatti da Dio uscii e vengo; non sono infatti venuto da me stesso, ma egli mi mandò. Perché non comprendete il mio linguaggio?
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Perché non potete ascoltare la mia parola! Voi siete da quel padre (che è) il diavolo e volete fare i desideri del padre vostro. Quello era omicida dall’inizio e non è stato nella verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice la menzogna, parla dal suo, perché è menzognero e padre della menzogna. Io invece, che dico la verità, non mi credete. Chi tra voi mi convince di peccato? Se dico (la) verità perché voi non credete a me? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non mi ascoltate: perché non siete da Dio. Risposero i giudei e gli dissero: Non diciamo bene noi che tu sei un samaritano e hai un demonio? Rispose Gesù: Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi disonorate me. Ora io non cerco la mia gloria: c’è chi (la) cerca e giudica. Amen, amen vi dico: se qualcuno osserva la mia parola non vedrà affatto morte in eterno. [Allora] dissero a lui i giudei: Adesso abbiamo conosciuto che hai un demonio. Abramo morì e pure i profeti, e tu dici: Se qualcuno osserva la mia parola, non gusterà affatto morte in eterno. Sei tu forse più grande del nostro padre Abramo, il quale morì? Anche i profeti morirono. Chi fai di te stesso? Rispose Gesù: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla. È il Padre mio che glorifica me, quello che voi dite che è il vostro Dio. E non lo avete conosciuto, io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei simile a voi, menzognero;
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ma lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, il vostro padre, esultò alla vista del mio giorno; e lo vide e si rallegrò. Gli dissero allora i giudei: Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo? Disse loro Gesù: Amen, amen vi dico: prima che Abramo fosse, IO-SONO! Presero allora pietre per gettarle su di lui. Ma Gesù si nascose e uscì dal tempio. Messaggio nel contesto

1.

“Prima che Abramo fosse, IO-SONO”, afferma Gesù alla fine di questa lunga discussione con i giudei che hanno creduto “in lui” (cf. v.30) o, meglio, “a lui” (cf. v. 31). Credere “a lui” è dar credito alle sue parole, credere “in lui” è aderire alla sua persona. Si può dar credito al suo messaggio, senza accettare la sua persona. Ma la verità è sempre “carne”; per questo, quando si rivela in Gesù, è rifiutata dall’ideologia religiosa. Non si può accettare il suo messaggio su Dio e sull’uomo, se non si accetta che lui stesso è il suo messaggio: è la carne della Parola, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Nel testo si affrontano i temi della verità, della libertà e della paternità, fondamentali per ogni uomo. La verità, che dà la libertà, è la conoscenza del Padre e l’accettazione di essere figli. La verità di Dio come Padre rende liberi; la menzogna di un dio padrone, al quale servire o ribellarsi, rende schiavi. Infatti la relazione padre/figlio condiziona tutte le altre. La rivelazione di Dio come Padre, possibilità ultima di riscatto da ogni cattiva esperienza nei confronti del padre terreno, è l’argomento dominante del testo. La verità sta nella parola che fa venire alla luce una realtà conosciuta; l’errore sta nella parola che non corrisponde alla realtà; la menzogna sta nella parola errata, appositamente detta per indurre un altro in errore. La parola – vera, erronea o menzognera che sia – determina il fare dell’uomo: ognuno agisce, anzi diventa secondo la parola che accoglie. Se è vera, la parola dona la libertà di entrare in comunione con chi parla e in armonia con la realtà; se è errata, rende schiavi dell’inganno; se è menzognera, è una trappola per piegare l’altro ai propri intenti. Dove c’è verità, c’è libertà e amore; dove c’è errore, c’è buio e ignoranza; dove c’è menzogna, c’è violenza e schiavitù, oppressione e morte: “Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua” (Sir 28,18). La parola governa tutti i rapporti degli uomini tra di loro e con le cose; la lingua è come il timone di una nave (cf. Gc 3,3-10): può condurla in porto o farla naufragare. La verità più importante riguarda l’uomo stesso: chi è l’uomo, qual è la sua realtà profonda? Gesù, il Figlio, è venuto a rivelarci che siamo figli di Dio, simili al Padre. Egli, nel tempo in cui è vissuto tra noi, ci ha manifestato quel Dio che nessuno mai ha visto. La parola “verità” è particolarmente cara a Giovanni: nel suo vangelo esce venticinque volte (tre volte in Marco, tre in Matteo e tre in Luca). Così pure “vero” esce dieci volte (sette volte in Marco, una in Matteo e nessuna in Luca), mentre “veritiero” esce nove volte (una volta in Luca e nessuna in Marco e Matteo). Per Giovanni la verità non è un’idea, ma una persona concreta: Gesù. Egli, con ciò che fa e dice, è la verità dell’uomo: rivela sé come Figlio e noi come suoi fratelli. Da questa verità nasce la nostra libertà di figli, che è quella di essere come Dio stesso, nostro Padre. La libertà è la caratteristica più propria e cara all’uomo, ma anche la più ambigua. Insieme all’amore, è la realtà più adulterabile e adulterata che ci sia.
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L’idea di libertà del giudaismo-cristianesimo è diversa da quella che propongono le varie culture, antiche e moderne, almeno là dove essa è presa in considerazione. Queste, semplificando, hanno due concezioni opposte. La prima considera libero l’uomo potente, che può fare ciò che gli pare e piace, mentre gli altri sono schiavi, possibilmente suoi. Questo modo di pensare, sempre attuale e antico quanto il mondo, pone come principio di azione la ricerca del proprio piacere. Si può obiettare che questo criterio, se è sufficiente per l’animale, programmato dall’istinto, per l’uomo è il fallimento della sua umanità: resta schiavo dell’egoismo, asservendo ad esso tutto e tutti. La seconda, al contrario, considera libero il sapiente o l’asceta, che sa e fa ciò che deve, mentre gli altri sono schiavi dell’ignoranza o dell’incapacità di fare ciò che sanno. Questo modo di pensare – più aristocratico del precedente, comune a filosofi e religiosi – pone come principio di azione il proprio dovere, che altro non è che il piacere, tipicamente umano, di essere giusti e corretti, senza sottostare a condizionamenti. È la libertà di Diogene davanti ad Alessandro Magno. Ma questa libertà, per quanto più nobile della prima, lascia ancora l’uomo schiavo del proprio io o super-io. Secondo la Bibbia, invece, l’uomo è libero perché immagine e somiglianza di quel Dio che è amore: è libero perché suo interlocutore e partner, capace di rispondere all’amore con l’amore. Il vincolo personale con lui, l’assoluto, lo assolve (= slega) dal dominio del proprio piacere o del proprio dovere, rendendolo capace di agire secondo l’amore che conosce. Il principio della libertà è quindi l’amore, che ci rende simili a Dio. La libertà cristiana consiste nell’amare come e perché siamo amati, mettendoci ognuno a servizio dell’altro (cf. Gal 5,13). Questa libertà non è frutto di ricerca intellettuale o ascesi morale; viene piuttosto dall’accettare la verità di ciò che siamo: figli amati. È quanto Gesù, il Figlio, è venuto a donarci, per liberare la nostra libertà. L’uomo ha bisogno di essere accettato: vive o muore secondo che è accettato o meno dall’altro. Fino a quando non conosce un amore incondizionato, cerca necessariamente di guadagnarsene almeno delle briciole. Esse sono però insufficienti alla sua fame: ciò che è parziale e guadagnato non è amore, perché l’amore non può essere che totale e gratuito. Solo chi si sa amato senza condizioni, è libero di amare se stesso e gli altri. Per questo il principio della nostra libertà è la verità di Gesù, il Figlio amato, che ci rivela la nostra identità di figli amati dal Padre. Questo concetto di verità e libertà, centrato sull’essere figli, implica necessariamente la paternità: la verità che rende libero l’uomo è la conoscenza dell’amore del Padre, che gli permette di accettare la propria realtà di figlio. Per ben quattordici volte in questo testo esce direttamente la parola “padre”, con numerose espressioni equivalenti. Ma anche la paternità è un termine ambiguo. Si può infatti pensare il padre come colui che toglie la libertà e schiaccia il figlio, oppure come colui che gli dà la vita e la libertà. Anche se fino a poco tempo fa si pensava che si potesse essere figli di un solo padre, ognuno di noi ha sempre avvertito dentro di sé una “doppia paternità”, una buona e una cattiva. Infatti oltre l’immagine di un Padre buono, c’è in noi anche una cattiva opinione su Dio che non ci fa accettare lui come Padre e noi stessi come suoi figli. Rifiutiamo la sua paternità perché nel nostro cuore ne è subentrata un’altra, surrettizia e fraudolenta: quella del diavolo (= divisore), che ci divide dal Padre, da noi stessi come figli e dagli altri come fratelli. Nella Bibbia questa paternità malefica, che tutti sperimentiamo, deriva dall’aver dato ascolto alla menzogna che ci dipinge un dio invidioso della nostra vita e felicità (cf. Gen 3,1ss). Come può vivere un figlio che considera in questo modo suo padre? Uno diventa l’immagine che ha del padre/madre. All’origine dei mali dell’uomo, ora come allora, c’è sempre una menzogna, un “delitto semantico”. In questo modo, parole come Dio, padre, amore, verità, libertà, giustizia, felicità – più necessarie del pane per vivere –, diventano avvelenate di morte. Come la verità ci rende liberi, così la menzogna ci rende schiavi del non-senso e del caos, preda della paura e delle tenebre. Gesù, luce del mondo (v. 12), luce vera che illumina ogni uomo (1,9), è venuto a liberarci dalla menzogna, per restituire a Dio, a noi e ad ogni realtà il suo volto. La lotta tra verità e menzogna, libertà e schiavitù, si riduce in ultima analisi nell’accettare o meno la realtà di Dio come Padre e di noi stessi come suoi figli. Essa emerge allo stato puro nell’adesione o nel rifiuto del Figlio. Non aderire a lui significa uccidere la verità nostra e di Dio. L’uccisione del Figlio, apice del male, ne è anche la fine. Sia perché non può andare oltre, sia perché in essa “Io-Sono” si rivela per quello che è (cf. v. 28). Se noi uccidiamo Gesù, egli, dando la vita
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per noi, manifesta chiaramente chi è Dio: amore infinito per noi. Per questo il Figlio dell’uomo innalzato è la vittoria definitiva della luce sulla tenebra (cf. 3,14-16). Il testo si articola in tre parti. Gesù invita coloro che hanno creduto a “dimorare” nella sua parola di Figlio, per conoscere la verità che fa liberi. Si può essere figli di Abramo, e anche cristiani, restando schiavi della menzogna che non fa dimorare in questa parola ( vv. 31-36). In realtà siamo figli della parola che ascoltiamo e viviamo. Si vede di chi siamo figli da ciò che facciamo. Se non accogliamo il Figlio o vogliamo ucciderlo, non siamo figli né di Abramo né di Dio, al quale Abramo credette: siamo figli del diavolo, padre della menzogna e omicida (vv. 37-47). Ai ripetuti insulti, Gesù replica che chi ascolta la sua parola non muore in eterno. I suoi ascoltatori gli chiedono chi pretenda di essere, se tutti i servi della Parola, da Abramo ai profeti, sono morti. Gesù risponde proclamandosi colui il cui Padre è quello che essi chiamano loro Dio. Egli è il Figlio, che era al principio: è “IO-SONO”. La sua rivelazione provoca il tentativo di lapidazione (vv. 48-59). Gesù è la verità che ci fa liberi. È infatti il Figlio che rivela l’identità nostra come figli e di Dio come Padre, liberandoci dalla menzogna che ci rende schiavi di una falsa immagine di lui e di noi. La Chiesa, pur credendo in Gesù, scopre in sé una doppia paternità, che si manifesta rispettivamente come fiducia/ascolto o sfiducia/non-ascolto del Figlio.

2.

Lettura del testo

v. 31: Gesù diceva ai giudei che avevano creduto a lui . Questi giudei hanno creduto “a lui”, ma ancora non credono “in lui”. Si possono, infatti, accettare le parole di Gesù su Dio, senza accettare che lui stesso è Dio. È una fede incipiente, che, se non fiorisce nell’adesione alla sua persona, abortisce nel suo contrario (vedi v. 59!). se voi dimorate nella mia parola. Per aderire a Gesù, non basta dar credito alla sua parola: bisogna “dimorare” in essa (cf. 14,21.23s; 15,1-10). La parola è la casa dell’essere. Il discepolo ha come dimora la parola del Figlio (cf. v. 31). È Gesù stesso la Parola, che lo “informa” e gli dà il potere di diventare quello che è: figlio di Dio (1,12). In concreto, dimorare nella parola significa osservarla e farla. Si può ascoltare la parola per possederla e manipolarla, oppure per esserne presi e trasformati. siete veramente miei discepoli. Discepolo non è colui che conosce e dice la Parola, ma colui che la fa, o, meglio, “è fatto” da essa (cf. Mt 7,21-27; Lc 6,46ss). v. 32: conoscerete la verità. Dimorare nella Parola significa avere con essa quella familiarità che ci assimila a Gesù, il Figlio, e ci fa progressivamente conoscere chi è lui e chi siamo noi. La verità è conosciuta solo da chi la vive e nella misura in cui la vive. la verità vi libererà. La verità del Figlio ci fa liberi perché ci ridà la nostra identità di figli. Gesù intende portare chi lo ascolta a dimorare nella sua parola per conoscere la verità che gli apre la sua vita autentica, nella libertà di figlio di Dio e di fratello dell’altro. “Conoscerete” e “libererà” sono al futuro: è il futuro, senza fine, concesso a chi dimora nella sua parola. Il fine della parola di verità è la libertà. Però, come la verità è insidiata dalla menzogna, la libertà è prigioniera dell’abitudine alle varie schiavitù. La nostra intelligenza è sempre esposta a errori e la nostra volontà è in ostaggio dei suoi vizi. Essere discepoli è un lento cammino di illuminazione dell’intelletto e di liberazione della volontà, che ci viene dal dimorare nella Parola. Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi (cf. Gal 5,1ss). È costante il pericolo di ricadere nella schiavitù. Come per Israele uscito dall’Egitto, così anche per noi la libertà è minacciata dalle difficoltà e dalle prove del cammino. v. 33: siamo stirpe di Abramo, ecc. Abramo, nominato undici volte in queste righe, è il primo uomo che, a differenza di Adamo, ha creduto e dimorato nella parola di Dio, diventando suo figlio. L’uomo è figlio di colui nella cui parola ripone fiducia: vive di fiducia nel padre. Gli ascoltatori di Gesù presumono di essere liberi perché discendono da Abramo. Ma non sono suoi figli, perché non agiscono come lui. Di fatto siamo tutti figli di Dio; suoi veri figli sono però quelli che si comportano come tali. non siamo mai stati schiavi di nessuno . Nonostante le varie dominazioni straniere, i giudei si ritengono interiormente liberi, perché discendenti di Abramo, eredi della promessa. Però la vera libertà non è possedere Abramo e le promesse, ma essere, come lui, in comunione filiale con Dio che promette.
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Il religioso facilmente pone fiducia nella propria appartenenza, osservanza o dottrina, trascurando il suo rapporto personale con il Padre e con i fratelli. v. 34: chiunque fa il peccato è schiavo [del peccato] . Le opere dimostrano in quale parola si dimora. Chi fa il male non dimora nella verità e non è libero: vive nella menzogna, schiavo del male che fa. “Il peccato” per Giovanni è non credere nel Figlio, non vivere da figli e fratelli. Per credere bisogna essere sufficientemente liberi dai pregiudizi e dai vizi che ci tengono schiavi dell’ignoranza e dell’egoismo. v. 35: lo schiavo non dimora nella casa per sempre, ecc. La metafora mostra la diversa condizione dello schiavo e del figlio. L’uno sta in casa, ma come schiavo, e poi se ne va; l’altro invece vi dimora come libero e per sempre. La persona pia e religiosa può stare nella casa del Padre da schiavo e non da figlio, considerandolo come padrone e non come Padre. È il caso del “fratello maggiore” (cf. Lc 15,29), prototipo delle persone per bene che giudicano gli “altri”. v. 36: se il Figlio vi libera, sarete davvero liberi. La libertà del figlio non è oggetto di rapina: è dono del Figlio. È infatti il suo amore verso di noi, al quale noi rispondiamo amando lui e i fratelli. v. 37: so che siete stirpe di Abramo, ecc. Sono discendenti, ma non “figli” di Abramo, perché non sono simili a lui: vogliono uccidere il Figlio, alla cui vista Abramo esultò (cf. v. 56). perché la mia parola non trova posto in voi. Il motivo per cui cercano di uccidere Gesù è perché la sua parola non trova spazio in loro. Il loro cuore è ancora occupato da un’altra parola. v. 38: io dico le cose che ho visto presso il Padre. Gesù è la Parola, il Figlio che racconta il Padre (1,18). anche voi dunque fate le cose che avete ascoltato dal padre [vostro] . Se si elimina “vostro”, ben attestato nei codici, e si intende “fate” come imperativo, queste parole sono un’esortazione a compiere opere degne del padre Abramo. Nella versione offerta, più probabile dal contesto, si tratta di una constatazione negativa: mentre Gesù dice ciò che ha “visto” presso il Padre, essi fanno ciò che hanno “ascoltato” dal padre loro (v. 41), il diavolo (v. 44). v. 39: se siete figli di Abramo, fareste le opere di Abramo, ecc. Abbiamo lasciato anche in italiano la costruzione errata che c’è in greco. Si dovrebbe dire: “Se siete, fate”, oppure: “Se foste, fareste”. Il significato è chiaro: “ Siete figli di Abramo, ma solo secondo la carne; perché, se lo foste davvero, fareste le opere di Abramo”. Alla loro pretesa di avere Abramo come padre, Gesù risponde che non si comportano da suoi figli. L’agire rivela l’essere. Abramo è il nuovo Adamo, l’uomo che torna ad essere figlio perché crede a Dio e dimora nella sua promessa. Essi, al contrario, hanno davanti il Figlio della promessa, anzi Dio stesso che ha promesso, e non lo accolgono. v. 40: voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità, ecc. La menzogna non può uccidere la verità. Uccide però chi la dice, il quale in questo modo diventa martire e la testimonia con la vita. Il Figlio è necessariamente ucciso da chi, schiavo della menzogna, non accetta la propria verità di figlio. questo, Abramo non fece. Abramo è presentato come modello di fede in Dio e nella sua parola (cf. Gal 3 e Rm 4). v. 41: voi fate le opere del padre vostro (cf. v. 38b). Non sono figli di Abramo, perché non compiono la sua opera, che è la fede: “Egli credette; e questo gli fu computato a giustizia” (cf. Gen 15,6). Infatti credere che Dio è buono è la giustizia fondamentale dell’uomo, che gli dà un rapporto corretto con sé e con tutto. non siamo nati da prostituzione, ecc. Gli ascoltatori reagiscono dicendo che conoscono il vero Dio come Padre e non sono “figli di prostituzione”: non sono idolatri, ma hanno la fede genuina. v. 42: se Dio fosse vostro padre, amereste me. Chi ha Dio come Padre ama il Figlio che lo fa conoscere. Altrimenti ama una sua idea di Dio, un suo idolo: è figlio di prostituzione. io, infatti, da Dio uscii e vengo. Gesù è uscito e venuto dal Padre tra i fratelli per salvarli con la verità che fa liberi. La verità radicale dell’uomo è quella di essere figlio: ognuno è nato da un altro e il rapporto con chi gli ha dato la vita è decisivo per la sua esistenza. non sono infatti venuto da me stesso. Gesù non è un uomo che “si è fatto da sé”, come dicono i potenti: è figlio, fatto dal Padre, nel cui amore trova la propria origine ed il proprio compimento.
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v. 43: perché non comprendete il mio linguaggio? La resistenza dell’uomo alla parola di verità è un mistero che sconvolge il Signore stesso. “Adamo, dove sei?” (cf. Gen 3,9), perché non sei più di casa nella tua verità? È la prima domanda di Dio in cerca dell’uomo, che si è nascosto dalla luce e dalla vita. È avvenuto un incidente grave, che gli impedisce di capire la Parola da cui e per cui è fatto. C’è in lui una menzogna che lo tiene schiavo della paura, nelle tenebre di morte. perché non potete ascoltare la mia Parola. Non siamo in grado di ascoltare la parola del Figlio: nel nostro cuore è subentrata un’altra parola, che ci fa vivere contro la nostra verità. v. 44: voi siete da quel padre (che è) il diavolo . Non sono figli del Padre della verità: loro padre è il diavolo, la cui menzogna li ha divisi dal Padre. volete fare i desideri del padre vostro. Il loro agire è mosso dai desideri del divisore, che sono omicidi, perché fuori dalla verità. Il vero omicidio è togliere all’uomo la sua realtà di figlio: alienarlo dal Padre è renderlo estraneo a sé e a tutto. quando dice la menzogna, ecc. Il diavolo è un ottimo comunicatore, come qualunque disonesto che voglia accalappiare l’altro (cf. Gen 3,1ss). All’origine dei mali dell’uomo c’è una menzogna che uccide la sua realtà di figlio. Il divisore infatti gli presenta un dio che nessuno vuol avere come padre: un dio contrario a ciò che è buono, bello e desiderabile, antagonista della sua libertà e invidioso della sua felicità. Con gran fede l’uomo credette, e crede ancora, a questa menzogna; per questa fede cieca rifiuta il Padre, diventando lui stesso simile al padre detestabile che si è raffigurato. v. 45: io invece, che dico la verità, non mi credete. Non si crede al Figlio perché non si dimora nella Parola, ma nella menzogna. v. 46: chi tra voi mi convince di peccato? Gesù è il Figlio, che vive pienamente la verità di Dio come Padre. Pecca chi non dimora nella verità, chi ha per padre il diavolo, menzognero e omicida. se dico (la) verità, perché voi non credete a me? Ritorna la domanda angustiante del v. 43. v. 47: chi è da Dio ascolta le parole di Dio, ecc. Solo chi dimora nella verità e ha Dio come Padre, ascolta la parola del Figlio che lo manifesta. Chi ha prestato fede alla menzogna, non può dare ascolto al Figlio. L’ascolto è sempre filtrato da ciò che si ha nel cuore. v. 48: tu sei un samaritano. Gesù è chiamato samaritano (= eretico), perché non approva il loro culto. Infatti li accusa di aver come padre il diavolo. hai un demonio. È un’accusa ancor più forte: Gesù è un pazzo, perché pretende di essere come Dio. Proprio lui, che li accusa di avere il diavolo come padre, ha l’orgoglio e la stoltezza folle del diavolo, il nemico di Dio, che vuol usurparne il posto. v. 49: non ho un demonio, ecc. La sua non è follia o arroganza: onora il Padre proprio rivelandosi come il Figlio che ama i fratelli. I suoi accusatori, disonorando lui, disonorano il Padre; non conoscono Dio. v. 50: non cerco la mia gloria. Gesù non è come loro, che cercano la gloria l’uno dall’altro e per questo ignorano la gloria di Dio (cf. 5,44). c’è chi (la) cerca e giudica. Il Padre cerca la gloria del Figlio, che è la sua stessa. E alla fine lo glorificherà, giustificando le sue parole (cf. v. 28). v. 51: se qualcuno osserva la mia parola, non vedrà affatto morte in eterno. Dicendo così, Gesù pretende di essere Dio: la vita eterna è data a chi osserva la parola di Dio (cf. Dt 30,15-20). Chi ascolta lui, ha vinto il peccato e la morte: anche se muore vivrà (cf. 11, 25). v. 52: adesso abbiamo conosciuto che hai un demonio, ecc . Questa sua affermazione è per loro una conferma della loro accusa. Abramo ed i profeti sono morti: chi è lui, da porsi sopra la promessa, l’alleanza e la legge? v. 53: sei tu forse più grande del nostro padre Abramo? Gesù pretende di essere superiore al padre dei credenti, che pure morì. chi fai di te stesso? Chi crede di essere l’uomo Gesù, se sta sopra tutti coloro che credettero alla Parola? Chi può essere, se non la stessa Parola, alla quale Abramo credette? La risposta, chiara, sarà detta subito dopo, in un crescendo di rivelazione. A questo punto Gesù voleva condurre il dibattito. v. 54: se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla . Se uno glorifica se stesso, è vanaglorioso e ignora la vera gloria, quella che viene da Dio (cf. 5,44). è il Padre mio che glorifica me, quello che voi dite che è il vostro Dio. La gloria di Gesù, il Figlio, viene dal Padre suo, che è colui che essi chiamano loro Dio.
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v. 55: voi non l’avete conosciuto. Infatti vogliono uccidere il Figlio che lo rivela. io invece lo conosco. Gesù lo conosce ed è venuto a mostrarcelo, perché anche noi lo conosciamo. se dicessi che non lo conosco, ecc. Essi mentono quando dicono di conoscerlo; lui mentirebbe se dicesse di non conoscerlo. v. 56: Abramo, il vostro padre, esultò alla vista del mio giorno . Il riso di Abramo, negli antichi commenti, è interpretato anche come espressione di gioia. Gesù fa una “rilettura cristiana” del suo riso per il figlio promesso (cf. Gen 17,17): Isacco è visto come figura del Messia, il discendente nel quale saranno benedetti tutti i popoli. “Il mio giorno” è quello dell’esistenza di Gesù tra noi: Abramo, per la fede nella promessa, ha creduto e “visto” questo giorno. v. 57: non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo? Chi può aver visto Abramo se non colui che Abramo, nella fede, vide e credette? v. 58: prima che Abramo fosse, IO-SONO! Abramo prima non era, poi è venuto all’esistenza e infine è morto. Prima di lui, e prima di tutto, c’è “Io-Sono”. “Io-Sono” è il Nome, la rivelazione del Dio fedele e liberatore (cf. Es 3,14), che conosceremo dal Figlio dell’uomo innalzato (cf. vv. 24.28). Queste parole sono il vertice della manifestazione di Gesù: è il Figlio, uguale al Padre, che ci rivela Dio come Padre suo e nostro. v. 59: presero allora pietre, ecc. Quando il Figlio si rivela come “Io-Sono,” chi non si accetta come figlio lo vuole uccidere. Infatti l’ha già ucciso in se stesso. Il Figlio però, dando la vita per amore, rivelerà “che è” Dio e “chi è” Dio. La sua morte, stipendio ultimo del peccato, sarà anche il prezzo del riscatto: ci libererà da ogni male, che viene dalla non conoscenza di Dio. Il capitolo si apriva con il tentativo di lapidare la donna che aveva peccato (v. 5); ora si chiude con il tentativo di lapidare il Figlio che porta ai fratelli il perdono del Padre. Gesù si nascose e uscì dal tempio. Il nuovo tempio, pieno della gloria di Dio, è il Figlio, in cui si adora il Padre in spirito e verità (cf. 4,23). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il tempio, dove Gesù parla. Chiedo ciò che voglio: dimorare nella sua Parola e osservarla. Medito su ogni parola, vedendo chi la dice.

Da notare: • i giudei avevano creduto a lui, ma non ancora in lui • dimorate nelle mie parole • conoscerete la verità • la verità vi libererà • siamo liberi: stirpe di Abramo • chi fa il peccato è schiavo del peccato • la differenza tra il figlio e lo schiavo: dimorare o no per sempre nella casa • se il Figlio vi libererà, sarete liberi • chi cerca di uccidere ha come padre il diavolo • Gesù è ucciso perché dice la verità • Dio è Padre di chi ama il Figlio • la parola del Figlio non trova posto in noi • abbiamo dentro un’altra parola: la menzogna omicida • chi è da Dio, ascolta le parole di Dio • sei un samaritano, hai un demonio
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• • • • • • • 4.

chi ascolta la mia Parola, non morirà in eterno Abramo e i profeti morirono: chi crede di essere Gesù? mio Padre è quello che voi dite essere vostro Dio, senza conoscerlo Abramo vide il mio giorno ed esultò prima che Abramo fosse, IO-SONO! tentano di lapidare Gesù Gesù si nasconde ed esce dal tempio.

Testi utili

Sal 8; Gen 3; Gen 12,1-3; 15, 1ss; Gv 3,14-21; Gal 3, 6-14; Rm 4,1ss; Gal 5,1ss; Fil 3,1ss; 1 Gv 3, 1ss.

25. SONO LUCE DEL MONDO 9,1 - 41 9,1 2 E, passando, vide un uomo cieco dalla nascita. E gli chiesero i suoi discepoli dicendo: Rabbì, chi peccò, lui o i suoi genitori, per essere nato cieco? Rispose Gesù: Né lui peccò né i suoi genitori, ma affinché si manifestino le opere di Dio in lui. Noi bisogna
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che operiamo le opere di chi mi inviò mentre è giorno; viene la notte, quando nessuno può operare. Finché sono nel mondo, sono luce del mondo. Dette queste parole, sputò a terra e fece del fango con lo sputo e unse con il suo fango sugli occhi e gli disse: Va’, lavati alla piscina di Siloe – che si traduce: inviato –. Andò dunque e si lavò e venne che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo vedevano prima che era mendicante dicevano: Costui non è forse quello che sedeva e mendicava? Alcuni dicevano: È lui. Altri dicevano: Proprio no, ma gli somiglia. Quegli diceva: Io sono! Gli dicevano allora: Come mai ti si sono aperti gli occhi? Quello rispose: Quell’uomo, chiamato Gesù , fece del fango e unse sui miei occhi e mi disse: Va’ a Siloe e lavati! Andato dunque e lavatomi, ci vidi. E gli dissero: Dove è quello? Dice: Non so. Lo conducono dai farisei, quello (che) una volta (era) cieco. Era infatti sabato il giorno in cui Gesù fece il fango e aprì i suoi occhi. Allora di nuovo lo interrogavano anche i farisei come ci avesse visto. Egli rispose loro:
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Fango pose sui miei occhi, e mi lavai e ci vedo. Dicevano allora alcuni farisei: Non è da Dio quest’uomo, perché non osserva il sabato. Ma altri dicevano: Come può un uomo peccatore fare tali segni? E c’era divisione tra di loro. Allora dicono di nuovo al cieco: Che dici tu di lui, che aprì i tuoi occhi? Egli disse: È un profeta. Allora i giudei non credettero riguardo a lui che fosse cieco e ci avesse visto, fino a che non chiamarono i genitori di colui che aveva cominciato a vedere. E li interrogarono dicendo: È questo il vostro figlio, che voi dite che è nato cieco? Come mai ora ci vede? Risposero allora i suoi genitori e dissero: Sappiamo che costui è nostro figlio e che è nato cieco. Come mai ora ci veda, non sappiamo, né chi gli aprì gli occhi, noi non sappiamo. Interrogate lui: ha l’età, parlerà lui di sé. Queste cose dissero i suoi genitori perché temevano i giudei; già infatti si erano accordati i giudei che venisse espulso dalla sinagoga chi lo confessasse (come) Cristo. Per questo i suoi genitori dissero: Ha l’età, interrogate lui. Allora chiamarono per la seconda volta l’uomo che era cieco e gli dissero: Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è peccatore. Quegli allora rispose: Se è peccatore, non so; una cosa sola so: essendo cieco, ora ci vedo.
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Gli dissero allora: Che ti fece? Come aprì i tuoi occhi? Rispose loro: Già ve (lo) dissi e non ascoltaste. Perché di nuovo volete ascoltare? Volete forse pure voi diventare suoi discepoli? Allora lo ingiuriarono e dissero: Tu sei discepolo di quello, noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; costui invece non sappiamo da dove è. Rispose l’uomo e disse loro: In questo infatti è lo straordinario, che voi non sapete da dove è, e aprì i miei occhi! Sappiamo che Dio non ascolta dei peccatori; ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, questi lo ascolta. Mai si ascoltò che uno abbia aperto gli occhi di un cieco nato! Se questi non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla. Risposero e gli dissero: Sei nato tutto nei peccati, proprio tu insegni a noi? E lo espulsero fuori. Ascoltò Gesù che egli era stato espulso fuori e, incontrandolo, disse: Tu, credi nel Figlio dell’uomo? Rispose quello e disse: E chi è, [Signore,] affinché creda in lui? Disse a lui Gesù: E lo vedi: colui che parla con te è lui stesso. Ora egli disse: Credo, Signore! E lo adorò. E disse Gesù: Per un processo io venni in questo mondo, affinché quelli che non vedono
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vedano e quelli che vedono diventino ciechi. Ascoltarono queste cose [alcuni] dei farisei che erano con lui, e gli dissero: Siamo forse ciechi anche noi? Disse loro Gesù: Se foste ciechi, non avreste (alcun) peccato; ma

adesso (che) voi dite: Vediamo! il vostro peccato dimora.

1.

Messaggio nel contesto

“Sono luce del mondo”, risponde Gesù ai discepoli che gli chiedono perché l’uomo che hanno davanti è cieco, dalla nascita. Di notte nessuno ci vede; siamo tutti ciechi. Quando però viene la luce, c’è chi chiude gli occhi e resta nelle tenebre, c’è chi li apre ed è illuminato. Nel prologo si dice che la Parola, vita di tutto ciò che esiste, è luce degli uomini (1,4). Gesù, Parola diventata carne, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, si è rivelato nei cc. 5-8 come vita; ora, nel c. 9, si manifesta come luce. Vita e luce sono intimamente connesse: venire alla luce significa nascere. Inoltre ogni realtà è conosciuta e utile per l’uomo quando viene alla luce della sua intelligenza. Infine l’amore dà una luce particolare al cuore, che fa vedere con occhi nuovi. La luce è principio di tutto: fa esistere e conoscere, godere e amare. Il contrario della luce è la tenebra e la notte, la cecità e l’inganno, la tristezza e l’odio: la morte. In questo capitolo si presenta l’itinerario battesimale: è un cammino di illuminazione che ci fa uomini nuovi, nati dall’alto (3,3), da quell’acqua che è lo Spirito (3,5). I battezzati sono chiamati “illuminati” (cf. Eb 6,4; 10,32); un antico inno battesimale dice: “Svégliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14). Si dice spesso che la fede è cieca, confondendola con l’irrazionalità della creduloneria, equamente diffusa tra chi crede di credere e chi crede di non credere. La fede cristiana è essenzialmente un “vedere”. Non si tratta di avere visioni singolari o strane: si tratta semplicemente di aprire gli occhi sulla realtà. L’uomo infatti è cieco dalla nascita: i suoi occhi, più che finestre sull’altro, sono specchi che riflettono i suoi fantasmi, scambiati per verità. Il buio e la paura gli hanno chiuso gli occhi e gli fanno proiettare sulle palpebre le sue paure. Solo la luce dell’amore gli permette di aprire gli occhi e vedere ciò che c’è. Il testo inizia con un cieco che vede e termina con dei presunti vedenti che restano ciechi. In mezzo c’è il processo di illuminazione dell’ex cieco. La conoscenza che egli ha di Gesù come “quell’uomo” (v. 11), diventa sempre più chiara e profonda: è un profeta (v. 17), è da Dio (v. 33), è il Figlio dell’uomo, è il Signore che vede e adora (vv. 35-38). Dall’iniziale “non so dove sia” (v. 12), giunge ad accoglierlo come quello che parla con lui (v. 37). Le resistenze che l’ex cieco incontra – sono fuori o dentro di lui? – lo portano a scoprire la sua identità: diventa una persona libera di pensare senza pregiudizi, indipendente dalle pressioni altrui e capace di contraddire chi nega la realtà. È un uomo nuovo, che torna a rispecchiare il Volto di cui è immagine: è “io sono” (v. 9), che sta davanti a “Io-Sono”!

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Nel racconto noi siamo come i vari personaggi. O ci identifichiamo con il cieco, per fare la sua stessa esperienza di luce, o siamo tra quelli che vogliono restare ciechi, perché presumono di non esserlo (v. 41). Dopo questo segno, le cui implicazioni sono sviluppate nel c.10, segue nel c.11 la risurrezione di Lazzaro, espressamente collegata alla guarigione del cieco (11,37). “Vedere” infatti è rinascere a vita nuova. La Parola, luce e vita di tutto, testimonia di se stessa semplicemente mostrando ciò che è in ciò che fa: comunica se stessa illuminando e facendo vedere ogni realtà nella sua differenza. La sua venuta provoca una crisi, con un duplice esito: c’è chi l’accoglie e chi la rifiuta. Questo è il giudizio, di vita o di morte, che l’uomo compie su se stesso. Il testo evangelico ci pone davanti agli occhi questo processo perché lo conosciamo e, liberati dall’inganno, possiamo giungere alla verità che ci fa vivere. L’ostilità incontrata dal cieco illuminato è la medesima che ha dovuto sostenere Gesù da parte dei suoi contemporanei. È la stessa che deve sostenere la chiesa di Giovanni da parte del suo ambiente e ogni credente da parte del mondo. Il vangelo è eterno e racconta una storia sempre attuale: in ogni tempo c’è un cieco che viene alla luce e mostra ai presunti vedenti che sono ciechi, perché aprano gli occhi sulla loro situazione. La luce fa breccia nelle tenebre di una persona concreta: gli altri sono chiamati a fare la stessa esperienza, superando le proprie resistenze uguali a quelle che emergono nel racconto. Le parole ricorrenti danno continuità alla narrazione e ne offrono la chiave di lettura: cieco (13 volte), aprire gli occhi (7 volte), vedere (8 volte), vedere di nuovo (4 volte), lavarsi (5 volte), fango (5 volte), generare (5 volte), genitori (6 volte), conoscere (11 volte), peccare (2 volte su un totale di 4 in Giovanni), peccatore (4 volte, solo qui in Giovanni), come (6 volte), dove (2 volte), chi e che cosa (6 volte). Inoltre, ci sono vocaboli unici oppure rari in Giovanni: nascita, sputare, sputo, fango, ungere, timorato di Dio, straordinario, mendicare, essere espulsi dalla sinagoga, adorare e confessare. Questi termini illustrano cos’è il battesimo, come avviene e cosa comporta. Dal punto di vista formale il racconto, introdotto da un dibattito sul peccato (v. 2s) ripreso più avanti (v. 25s), è ben congegnato: al segno ( vv. 1-7) segue prima l’interrogatorio del cieco da parte della folla (vv. 8-12) e da parte dei farisei ( vv. 13-17), poi quello dei suoi genitori da parte dei giudei ( vv. 1823) ed infine quello del cieco da parte dei giudei (vv. 24-34). Il tutto si conclude, come all’inizio, con un incontro con Gesù (vv. 35-38) e un giudizio: la luce del mondo è venuta a dare la vista ai ciechi e a convincere di cecità chi crede di vedere (vv. 39-41). C’è una “lotta continua” nell’uomo, sia per chi viene alla luce sia per chi resta nelle tenebre. Chi viene alla luce deve sostenere l’opposizione delle tenebre; chi resta nelle tenebre avverte il dilagare della luce, che non riesce ad arrestare. È una lotta interiore a ciascuno di noi: “la carne infatti ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste” (Gal 5,17). Infatti quando vogliamo il bene, sentiamo le resistenze del male; quando facciamo il male, sentiamo il rimorso della coscienza, perché siamo fatti per il bene. È il dramma dell’uomo, in cui si compie il faticoso passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Oggi, come allora, le “tenebre” sono da individuare in quel sistema di “omologazioni” che ci impedisce di vivere la libertà di essere noi stessi. Gesù è luce del mondo: ci fa venire alla luce della nostra verità, che è la sua stessa di Figlio. La Chiesa si riconosce nel cieco e nel suo lento cammino battesimale, che la illumina e la porta a vedere e seguire il pastore della vita.

2.

Lettura del testo

v. 1: E, passando. La congiunzione “e” lega questo capitolo al precedente, dove Gesù ha mostrato la propria identità. Siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo: il periodo è quello attorno alla festa delle Capanne e ci troviamo ancora nelle vicinanze del tempio, dal quale Gesù sta uscendo. Infatti, dopo essersi rivelato come “Io-Sono”, cercano di lapidarlo (8,58s). In questo capitolo l’ex cieco è il primo discepolo che subisce lo stesso processo del suo maestro (cf. cc. 5-8). vide. L’iniziativa, come già con l’infermo di 5,6, è di Gesù, che non è cieco: è il Figlio che, come vede il Padre, vede anche i fratelli. Il racconto inizia con lui che vede il cieco e si conclude con l’ex cieco
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che vede e adora lui (v. 37s). Non è l’uomo che vede Dio, ma Dio che vede l’uomo e gli dà la capacità di vedersi nuovo, col suo stesso sguardo. Ogni religione intende o pretende di portare all’illuminazione. Ma questa non può essere che dono della luce. un uomo. Quest’uomo, come l’infermo, rappresenta ogni uomo che, oltre a non camminare, non vede; anzi, non può camminare perché non vede e non sa dove andare. L’umanità si divide in due categorie: c’è chi non cammina e chi crede di camminare, chi è cieco e chi crede di vedere. cieco. È uno che non vede, né sé né l’altro. È nelle tenebre, non ancora venuto alla luce, come un non nato. Il non vedere fisico è preso come immagine per indicare la cecità spirituale, propria di chi non sa dov’è, da dove viene e dove va. Questa cecità ci impedisce di vedere la verità che ci fa liberi (cf. 8,32). È il male che, da Adamo in poi, ha colpito ogni uomo, il quale non vede più Dio come Padre, se stesso come figlio e l’altro come fratello. Per questo vive una vita puramente biologica, non ancora umana. Il non vedente è spesso un veggente, che vede l’invisibile! La cecità interiore invece è quella di chi non ha incontrato la Parola. La Parola infatti, oltre che essere vita di tutto, è anche luce per l’uomo (cf. 1,4-5), unico depositario della Parola, con la quale comprende il creato e risponde al suo Creatore. La condizione iniziale di questo uomo è analoga a quella dell’infermo del c. 5. Il risultato però è diverso: illuminato dalla fede, sarà testimone della luce, prima pecora che il pastore della vita conduce fuori dall’oppressione, verso la libertà (cf. 10,1ss). dalla nascita. Il termine nascita, posto all’inizio, dà il senso di ciò che segue: l’illuminazione del cieco è il dono di una nuova nascita. Quest’uomo, da sempre cieco, non ha mai visto la luce né può desiderarla, pur essendo fatto per essa. Fino a quando non viene il sole, nessuno ci vede. Solo quando viene, è offerta la possibilità di vedere. Ma non è cosa scontata né senza difficoltà! Infatti, davanti al sole, l’occhio abituato alle tenebre si chiude. v. 2: rabbì, chi peccò, ecc. Spontaneamente noi associamo malattia a colpa. Ai tempi di Gesù si riteneva che, anche senza colpa, Dio potesse mettere alla prova, ma solo per amore, a scopo educativo (cf. Pr 3,11s, LXX). Questa prova, però, non deve in nessun caso impedire lo studio della legge, che contiene le parole di vita. La cecità quindi deriverebbe sempre da una colpa, perché toglie la possibilità di leggere. Allora, nel caso di un cieco, o ha peccato lui prima di nascere, come Esaù e Giacobbe che lottavano già nel grembo materno (Gen 25,22s), o hanno peccato i suoi genitori. Un proverbio, citato e contestato da Geremia ed Ezechiele, dice: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati” (Ger 31,29; Ez 18,2). Sulla bocca dei discepoli troviamo l’opinione comune. v. 3: né lui peccò né i suoi genitori. Peccare significa “fallire il bersaglio, mancare il segno”. L’uomo peccatore è un uomo mancato, fallito nella sua umanità: è come un occhio che non vede. Gesù non solo ritiene, con Ger 31,30 ed Ez 18,1ss, che uno è responsabile delle proprie azioni e non di quelle dei suoi padri (cf. v. 41), ma nega anche ogni connessione tra malattia e colpa. In tutte le religioni si afferma che il bene è benedizione di Dio per i buoni e il male è sua maledizione per i cattivi. È quanto si sforzano di far capire a Giobbe i suoi amici, con un autentico accanimento teologico. Il risultato di questa teoria è una grave mistificazione: i ricchi e sani sarebbero buoni e benedetti da Dio, mentre i poveri e sofferenti sarebbero cattivi, maledetti dal cielo. In realtà chi ruba è ricco, il derubato è povero; chi affama mangia bene, l’affamato sta male; chi ferisce non sente dolore, il ferito soffre. Noi pensiamo che la povertà, la fame e la sofferenza siano dei mali, anzi “il” male da cui guardarci con ogni cura. Per questo rubiamo, affamiamo e feriamo impunemente. Quando comprenderemo che il male non è essere poveri ma rubare, non essere affamati ma affamare, non soffrire ma far soffrire? Questa associazione tra male e colpa giustifica i potenti che fanno il male – e più ne fanno, meglio stanno (cf. Sal 73). Per questo Dio prende sempre la difesa dei poveri e dei perseguitati. Questa sua prerogativa, che esce con evidenza nel discorso della montagna e si mostra palesemente sulla croce di Gesù, è il filo rosso di tutta la Bibbia, che narra la liberazione dei poveri e degli oppressi dalla mano dei potenti. Noi tutti, poveri e ricchi, siamo ciechi dalla nascita, perché abbiamo i medesimi desideri. Per questo ci contrapponiamo gli uni agli altri e diventiamo, alternativamente, carnefici e vittime. In quanto potenti siamo carnefici, autori del male e nocivi agli altri; in quanto poveri siamo vittime, oggetto del male e innocenti (= incapaci di nuocere).
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Il Messia viene a liberarci da questa cecità, per farci camminare per vie sconosciute e guidarci su sentieri ignoti, trasformando davanti a noi le tenebre in luce (cf. Is 42,16). Egli è il Servo di JHWH (vedi i cantici del Servo: Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11s; 52,13-52,12), il giusto che non fa alcun male e per questo porta su di sé il peccato degli altri. In questo modo egli pone fine al tragico gioco di morte al quale giochiamo e dal quale siamo giocati. Quindi non è peccatore il cieco che sta male (vv. 3.34), né Gesù che fa il bene (v. 16.24s), né l’ex cieco che ha ricevuto il bene (v. 34). Peccatore è chi impedisce il bene, opprimendo gli altri e credendo di essere in regola con la legge (v. 41), che lui stesso, secondo opportunità, interpreta o addirittura inventa. Questa è la cecità colpevole, dalla quale il vangelo vuol liberarci. affinché si manifestino le opere di Dio . Il male, di qualunque tipo, non è mai l’ultima Parola; è invece il luogo dove si manifestano le opere di Dio (cf. 5,17), il cui lavoro è salvare l’umanità dell’uomo (cf. Sal 146). Non che il male sia necessario al bene: la tenebra non serve alla luce. Si vuol solo dire che il male evidenzia per contrasto il bene ed è vinto dal bene, come la tenebra è dissolta dalla luce (cf. Rm 5,20). v. 4: noi bisogna, ecc. Gesù non è solo: c’è il “noi” dei discepoli, con i quali si identifica. Sono i suoi fratelli, generati dalla parola di verità che fa liberi (cf. 8,32), figli capaci di compiere, come lui, le opere del Padre a favore dei fratelli. A questo “noi” si contrappone il “noi” finale dei farisei ciechi (v. 40), che compiono le opere del padre loro, menzognero e omicida dall’inizio (8,44). Il termine “bisogna” è connesso con l’opera per eccellenza, quando il Figlio dell’uomo, innalzato, donerà la vita al mondo (cf. 3,14). mentre è giorno. Il giorno è quello in cui è venuto Gesù, quello che Abramo vide ed esultò (8,56). Mentre vive, il Figlio compie le opere del Padre. Il tempo della sua vita terrena è il giorno che ha illuminato e illumina ogni uomo, mostrandogli la sua realtà. viene la notte. La notte rappresenta la fine del suo giorno, quando la tenebra catturerà la luce. La notte è la condizione del mondo senza di lui, sua luce; è la condizione stessa dalla quale sarà liberato il cieco. v. 5: finché sono nel mondo, sono luce del mondo (cf. 8,12). La vita di Gesù sulla terra, dalla sua nascita alla sua glorificazione, è luce del mondo, per tutti e per sempre. Con queste parole Gesù si presenta come il Servo di JHWH, luce delle nazioni, che apre gli occhi ai ciechi (cf. Is 42,6s; 49,6). Fino a che è nel mondo, egli manifesta ai fratelli l’amore del Padre. Quando sarà elevato da terra, finirà il suo giorno e verrà la notte; allora non farà più nulla. Ma resteremo grandemente stupiti: allora si compirà l’opera del Signore descritta in Is 52,13-53,12. Sarà “l’ora” nella quale egli ci amerà fino alla perfezione (13,1) e noi vedremo l’agnello/servo che toglie il peccato del mondo (1,29.36), il serpente di bronzo innalzato che ci guarisce dal veleno mortale (3,14), il Figlio dell’uomo che rivela Io-Sono e attira tutti a sé (8,28; 12,32). Proprio la sua notte sarà per noi fonte di luce perenne. Il miracolo che segue è il “segno” di Gesù come luce del mondo. v. 6: sputò a terra. Lo sputo, fluido ed intimo, richiama il fiume d’acqua viva dello Spirito (7,37s), il sangue e l’acqua che scaturiranno dal suo fianco aperto (19,34), l’acqua viva promessa alla Samaritana: è lo Spirito, che ci fa nascere dall’alto (3,3). Questo Spirito, mediante la Parola fatta carne, è ormai comunicato a ogni carne. fece del fango con lo sputo. Il gesto richiama la creazione dell’uomo, fatto dalla terra (Gen 2,7; Is 64,7). Ma è una creazione nuova quella che Gesù pone davanti agli occhi del cieco: il fango non è più impastato con acqua, ma con lo Spirito. Questo è il progetto originario di Dio, che fece Adamo con terra animata dal suo soffio: lo fece suo figlio. L’uomo è un animale singolare: è imparentato con la terra e con il cielo, partecipe delle caratteristiche del creato e insieme del Creatore. Questa condizione lo rende essenzialmente “eccentrico”: il suo corpo è terra, ma il suo cuore sta altrove. Dio stesso, l’Altro da tutto, è la sua vita; per questo si sente “estraneo” a tutto e, pur essendo nel mondo, non è del mondo. Il fango però richiama anche la perdizione: affondare nel fango, come Geremia nella cisterna, è l’esperienza peggiore (cf. Ger 38,6). Ma chi può togliere dal fango della morte l’uomo che è fango e in essa sprofonda, se non quel fango che è impastato di Spirito e vita? unse con il suo fango sugli occhi. La parola ungere (qui usata in un verbo composto che significa “unger sopra, spalmare”) richiama l’Unto, il Cristo. Il “suo” fango, quello di Gesù, è la sua
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umanità, simile alla nostra ma anche divina. Egli è insieme uomo e Dio, il Figlio che vive dello stesso Spirito del Padre. La sua carne è l’unzione messianica che restituisce a ogni carne la sua umanità piena; il “suo” fango è l’umanità di Dio, che ci salva dal fango in cui affoghiamo. Gesù pone davanti agli occhi del cieco se stesso, l’uomo nuovo (cf. Gal 3,1!), perché apra gli occhi, lo guardi, lo lasci entrare nel cuore e diventi così sua vita. Per quattro volte si parla di “fare il fango” (vv. 6.11.14.15), mentre “l’unzione” dei vv. 6.11 diventerà successivamente “aprire gli occhi” (v. 14) e “vedere” (v. 15). Questo “fare il fango” per i farisei è una trasgressione del sabato (vv. 14.16), per il cieco e per Gesù invece è l’azione sabbatica, la nuova creazione. v. 7: va’, lavati. I termini cieco, nascita, peccare, peccatore, genitore, notte, giorno, luce, sputo, fango, ungere, lavarsi, piscina, inviato, richiamano i riti di iniziazione battesimale. Gesù non guarisce il cieco. Gli ordina, come Eliseo al lebbroso, di andare a lavarsi (cf. 2Re 5,10). Gli ha messo sopra gli occhi il suo fango, gli ha posto davanti l’uomo nuovo. Sta ora al cieco dire sì o no alla proposta: la sua vita dipende dalla sua libertà di ascoltare o meno la Parola. La fede è risposta libera dell’uomo al progetto liberante di Dio. L’illuminazione è insieme azione di Dio, che rende possibile la libertà, e dell’uomo che liberamente l’accoglie. alla piscina di Siloe – che si traduce: inviato. I proseliti pagani venivano battezzati in questa piscina, posta fuori dalle mura e legata alla memoria di Davide, padre del Messia. Ora anche chi è nel tempio deve uscire per incontrare il Signore. Gesù si è già identificato con questa sorgente (cf. 7,37ss), dalla quale si attingeva l’acqua per la festa delle Capanne. “Siloe” è tradotto dall’evangelista come “inviato”, uno dei titoli di Gesù, il Figlio inviato dal Padre (cf. 3,17.34; 5,36.38; 8,42; 11,42; 17,8.21-25). Da lui viene (3,13.31; 6,38.42.46; 7,29; 8,42: ecc.) per dire le sue parole (3,34; 7,16; 8,26-28; 12,49s; 14,24; 17,8.14), per fare la sua volontà e compiere le sue opere (4,34; 5,17; 9,4; 10,32-37; 14,10). Gesù ordina al cieco di lavarsi, di immergersi in lui, inviato dal Padre, che si è presentato ai suoi occhi. La fede è accogliere lui, il Figlio venuto dal Padre per donarci la nostra verità di figli. andò dunque e si lavò. Il cieco obbedisce, è il caso di dirlo, “a occhi chiusi”! Doppiamente chiusi: dalla propria cecità e dal fango. Ma obbedisce a ragion veduta: il fango, di cui i suoi occhi sono unti, è Gesù stesso, luce del mondo, e l’acqua in cui si lava è il Figlio stesso, inviato dal Padre. venne che ci vedeva. È inimmaginabile la sorpresa e la gioia della luce, soprattutto per chi non ha mai visto nulla. È lo stupore mattinale di Adamo, che vede per la prima volta la creazione, appena uscita dalle mani di Dio. La fede in Gesù lo ha illuminato. Vedere, forma piena del conoscere, in Giovanni è credere nel Figlio. Chi crede in Gesù, conosce la verità che lo fa libero e viene alla luce come figlio. Il dono della vista ai ciechi è l’azione messianica per eccellenza (cf. Sal 146,8; Is 29,18ss; 35,5.10; 42,6s; 49,6.9; cf. Lc 7,22). Il mondo non è da fare o da cambiare: è da vedere con occhi nuovi. L’uomo infatti vive ed agisce secondo la sua visione delle cose. Se ascolta la Parola di Gesù, guarda il “suo” fango – il Cristo crocifisso che Paolo così bene aveva posto davanti agli occhi dei Galati (cf. Gal 3,1) – e si battezza in lui, nasce come uomo nuovo: è un “illuminato”, che vede la realtà. Prima invece era come i suoi idoli, che hanno occhi e non vedono (Sal 115,4-8). Canta il grande Salmo che tesse l’elogio della Parola: “Aprimi gli occhi, perché io veda le meraviglie della tua legge” (Sal 119,18). La legge, per chi ha gli occhi chiusi come i farisei, è un feticcio mortale, un vincolo che tiene seduti nelle ombre di morte; per chi apre gli occhi è segno di colui che parla e rivela il volto del Padre della vita. v. 8: costui non è forse quello che sedeva e mendicava? Finora è avvenuta solo la guarigione fisica del cieco, nella quale però sono impliciti vari significati, che in parte abbiamo visto. Essa non è solo un’opera prodigiosa, tantomeno magica. Ha il suo principio in Gesù e nell’unzione del suo fango, fatto con la sua saliva e posto sugli occhi del cieco, e avviene per l’ascolto della Parola che ordina di andare alla piscina dell’Inviato e di lavarsi in essa. Gesù infatti è la luce del mondo: il suo fango, terra impastata con lo sputo, è la sua umanità di Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, che, posta davanti ai nostri
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occhi, ci illumina sulla verità dell’uomo e di Dio; la fede che salva è proprio l’ascolto della Parola che ci immerge nel Figlio, inviato dal Padre ai fratelli. La guarigione esteriore è “segno” di quella interiore. Questa avviene attraverso il dialogo che spiega e fa accadere, sia nel cieco che in chi legge con i suoi occhi, la realtà che il segno significa: l’illuminazione viene guardando semplicemente la realtà senza pregiudizi. Nel dialogo che segue, la Parola, luce degli uomini, appena brillata agli occhi del cieco che se ne fa testimone, si confronta con le voci delle tenebre. Ora cominciano gli interrogatori all’ex cieco, iniziando dai “vicini e conoscenti”, ai quali era ben nota la sua condizione precedente. Per chi è abituato a vederlo seduto a mendicare, la nuova situazione pone un problema: è lui o un altro? La sua condizione precedente è descritta con le parole “sedere” e “mendicare”: era immobile e dipendente dagli altri. Ora invece cammina ed è libero. Qual è la sua identità? È importante come l’altro mi vede: sono come sono visto. L’uomo è relazione; e la relazione cambia quando anche l’altro mi vede altro da come mi vedeva “prima”; altrimenti resto inchiodato al suo giudizio precedente, al suo pre-giudizio, appunto. Ogni identità vera è dinamica e vitale; diversamente è falsa e mortale. v. 9: alcuni dicevano: È lui. Altri dicevano: Proprio no, ma gli somiglia. È in gioco l’identità dell’ex cieco. Le opinioni su di lui divergono: è o non è il cieco di prima? Effettivamente è lui e non è lui: è lui, ma liberato dalla sua cecità, nella quale, sia per lui che per gli altri, consisteva la sua falsa identità. io sono. L’ex cieco accetta come sua la nuova realtà. La cosa, per quanto sembri assurdo, è sempre difficile, perché uno tende a identificarsi con il suo male. All’infermo ai bordi della piscina di Bethzathà Gesù chiede: “Vuoi guarire?” (5,6). Infatti non è così ovvio che uno sia disposto a uscire dalla sua condizione abituale. Per quanto disagiata, gli è anche comoda: ci convive. Anzi ne vive, muovendo gli altri a compassione. Ognuno vive dell’attenzione altrui: se non la ottiene proponendosi con il bene, la trova di sicuro imponendosi con il male. L’ex cieco ora può dire: “Io sono”, usando l’espressione di Gesù per indicare se stesso (cf. 4,26; 6,20; 8,24.28.58). La luce lo ha illuminato: è lui stesso luce, perché è venuta la sua luce (cf. Is 60,1s). L’ex cieco è finalmente venuto alla luce, nella sua verità integra di uomo autosufficiente e libero, anche se nessuno gliela vuol riconoscere. Non è più il cieco seduto e mendicante, in balia degli altri perché non sa dove andare; ora cammina e parla, in libertà. v. 10: come mai ti si sono aperti gli occhi? Il problema di tutto il capitolo è lo stesso di Nicodemo: come è possibile nascere di nuovo (cf. 3,1s)? Il dialogo che segue è un processo contro l’ex cieco, nel quale egli diventa, progressivamente, testimone della luce. In lui ci si mostra come avviene la nostra nascita; e, mentre la vediamo, veniamo noi stessi illuminati, passando dalle tenebre a una luce sempre più piena. In noi accade come in lui: ricordando quel fango e quell’acqua dell’Inviato, recuperiamo la vista interiore e riconosciamo sempre meglio chi è il Signore. Il ricordo di ciò che è avvenuto è la via della comprensione e dell’illuminazione. v. 11: quell’uomo, chiamato Gesù. L’ex cieco non ha verità da dimostrare: ha una novità evidente da mostrare. E lo fa ricordando e raccontando la sua esperienza. Il punto di partenza è quell’uomo, chiamato Gesù, che ha messo in moto la sua nuova identità, con il suo fango e la sua parola. Gesù significa: il Signore salva. Il cieco ne ha fatto l’esperienza, eseguendo la sua parola che gli ha ordinato di lavarsi nell’acqua dell’Inviato. ci vidi. L’ex cieco ripete con stupore l’avvenimento nuovo, sempre sognato – cosa e come può sognare un cieco dalla nascita? – e mai sperato. Che bello essere fuori dalla tenebra e vedere la luce! Qui, come nel v. 18, in greco c’è anablépô, che significa: “guardare in alto” verso qualcuno. Al v. 7 c’è solo blépô, che significa “guardare” e al v. 37 c’è invece il perfetto di oráô, che significa “vedere”. v. 12: dove è quello? “Dove” è un termine ricorrente in Giovanni: indica la dimora, la casa, le relazioni, l’identità. La prima domanda rivolta a Gesù dai discepoli è: “Dove dimori?” (1,38). La sua risposta è: “Venite e vedrete”. Ma come posso venire, se non ci vedo, e come posso vedere se non vengo da te? Ora il cieco ci vede. Gesù però, compiuta la sua opera, se ne va altrove. Attende che liberamente lo cerchi per sapere “dov’è”. Solo così conosce “chi è” e può dimorare con lui e aderire a lui (v. 36). Il dialogo con gli altri, favorevoli o contrari, mette l’ex cieco sulla strada per cercare e trovare la luce.
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non so. L’ex cieco non sa ancora dove dimori Gesù. Lo saprà grazie ai suoi avversari. Nel processo che gli faranno, guardando e riguardando sempre di nuovo ciò che gli è accaduto, crescerà la sua conoscenza di lui. Anche la sua testimonianza, come quella del Battista, parte dalla dichiarazione di non sapere chi è Gesù (1,34). Ogni sapere nuovo suppone un non sapere; chi crede di sapere, non impara. L’ovvio è la tomba di ogni conoscenza e progresso. v. 13: lo conducono dai farisei. Inizia una seconda tappa, la più feconda, del cammino di illuminazione. La gente conduce l’ex cieco dai farisei. Questi, conoscitori e osservanti delle tradizioni, dopo la distruzione del tempio nel 70 d. C., scomparso il culto e finita la nazione giudaica, rimasero gli unici capi accreditati, in grado di garantire l’identità del popolo. Fariseo significa “separato”: conduce una vita diversa, staccata dal mondo, che gli permetta di vivere le proprie convinzioni religiose. Non tutti i farisei furono ostili a Gesù e alla comunità cristiana. Nicodemo (3,1ss; 7,50-52; 19,39ss) è il prototipo dei farisei e dei capi che credettero in lui (cf. 12,42s). Tuttavia, da 7,32, i farisei diventano i suoi nemici dichiarati. Qui intentano contro l’ex cieco un processo, nel quale si compirà anche il suo cammino di illuminazione. Il processo della fede è lo stesso dell’incredulità; solo che l’una resta nelle tenebre dei propri pregiudizi, l’altra giunge a godere la luce della verità. Il processo ha tappe successive, che immergeranno sempre più i protagonisti nelle tenebre o nella luce. I farisei partono da un pregiudizio, per loro indubitabile. Gesù, facendo del fango in giorno di sabato, ha trasgredito la legge divina (cf 5,10-17): è un peccatore. Chi non è disposto a cambiare il proprio concetto di sabato e di legge, non può pensare diversamente, anche se non tutti sono d’accordo (vv. 13-16). A corto di argomenti, cercheranno di negare il fatto della guarigione (vv. 18-23); non potendolo negare, si imporranno poi con il peso dell’autorità, sempre invocata dove manca autorevolezza (vv. 24-27), e alla fine lo espelleranno dalla comunità (vv. 28-34). La storia è sempre uguale. Nulla di nuovo sotto il sole, a tutte le latitudini e in tutte le istituzioni; soprattutto per chi resta chiuso nell’armadio delle proprie convinzioni. Ma l’opposizione e le difficoltà sono per l’ex cieco come le “doglie del parto”: lo espellono definitivamente dalle tenebre alla luce. Così egli nasce come discepolo, pronto all’incontro e capace di riconoscere in quell’uomo, che l’ha guarito, il Signore stesso (vv. 35-38). I farisei invece restano nelle tenebre e saranno dichiarati ciechi e peccatori, perché rifiutano l’evidenza della luce (vv.39-41). v.14: era infatti sabato. La guarigione del cieco, come quella dell’infermo del c. 5, è operata in giorno di sabato. Là Gesù aveva ordinato una trasgressione, dicendo di portare la barella (5,8); qui compie lui stesso una trasgressione, facendo del fango. Ma ciò che per i farisei è trasgressione, per Gesù è compimento del sabato (cf. 5,18). Gesù fece il fango e aprì i suoi occhi . Ai farisei interessa che lui abbia fatto del fango in giorno di sabato. Trascurano il fatto che proprio così abbia aperto gli occhi al cieco. Il fariseo rappresenta la persona religiosa, ligia alla legge, ma senza interesse per l’uomo: ignora che Dio è amore. La sua legge è libertà e vita, l’unico suo divieto è contro la schiavitù e la morte. L’immagine che il fariseo qui descritto ha di Dio e della sua legge è la stessa che satana suggerì al primo uomo (cf. Gen 3,1s). La sola differenza è che qui la menzogna è travestita di pietà e devozione, invece che di autonomia e ribellione. Ma il presupposto è uguale: si pensa che dio sia contrario all’uomo e alla sua realizzazione, addirittura antagonista della sua integrità fisica. Quando le persone devote, delle varie religioni, sapranno che ciò che è contro l’uomo è contro Dio? Anche Paolo fece fatica a capirlo: dovette scoprirsi cieco (At 9,1-9), lui che, irreprensibile nell’osservanza della legge, per zelo uccideva quelli che poi vide essere suoi fratelli (Fil 3,6). Gesù, facendo il “suo” fango proprio di sabato, ci apre gli occhi sul sabato e su Dio: il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato (cf. Mc 2,27p), la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge, perché Dio stesso è tutto per l’uomo. L’illuminazione battesimale è scoprire, in quel fango che è Gesù, la verità che noi siamo figli e Dio ci è Padre. v. 15: lo interrogavano anche i farisei, ecc. Dopo i vicini e conoscenti, che lo hanno condotto dai farisei, ora sono questi a continuare il processo. Per la gente semplice il problema era solo l’identità del cieco e come avesse ottenuto la vista. Per i farisei, invece, il problema è un altro: che Gesù abbia trasgredito il sabato. L’ex cieco racconta di nuovo la sua storia del “fango” posto sui suoi occhi, ricordando per la terza volta ciò che Gesù ha fatto per lui. L’opposizione dei farisei rinnova la memoria di ciò che è avvenuto. Ogni interrogatorio è per lui occasione di ulteriore ri-cordo e nuova
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comprensione, che lo coinvolge sempre di più con chi l’ha guarito. La sua, da testimonianza sulla propria guarigione, diventa testimonianza sulla luce che lo ha illuminato. Il suo vedere sarà segno del suo incontrare, conoscere ed adorare il Signore Gesù, luce della sua vita. v. 16: non è da Dio quest’uomo, perché non osserva il sabato . Secondo Dt 13,1-6 si deve condannare chi fa prodigi per screditare la legge. Per i farisei Gesù ha guarito il cieco disprezzando il sabato. Per loro è chiaro che Dio, ma soprattutto la sua legge, stanno al di sopra di ogni cosa. Non capiscono però che Dio è a servizio dell’uomo e ha dato la sua legge solo dopo aver liberato il popolo, per mantenerlo nella libertà (Es 20,1s; Dt 6,1-3). Anche per Adamo, l’unico divieto fu quello di non mangiare quel frutto che l’avrebbe fatto morire (Gen 2,16s). Al centro del giardino sta l’albero della vita (Gen 2,9); fu il nemico a porre al centro quello della morte (cf. Gen 3,3). Il Signore ci ha dato il comando di amarlo per essere simili a lui, che per primo ci ha amati e liberati (cf. Dt 6,4ss). In questo processo, che porta all’illuminazione battesimale, è in gioco proprio l’immagine di Dio e di uomo: il punto di arrivo è vedere, con occhi nuovi, lui come Padre e noi come figli, grazie al “fango” di Gesù. ma altri dicevano, ecc. Per altri Gesù non è un trasgressore della legge: ciò che ha fatto al cieco e ad altri – si parla di “segni” al plurale – segnala l’intervento di quel Dio liberatore che pure i farisei conoscono dalla storia di Israele. c’era divisione tra di loro. Divisione in greco è “schisma”, da cui la nostra parola “scisma”. Sarà ciò che avvenne tra la chiesa primitiva e il giudaismo. I primi cristiani, e ancora la comunità di Giovanni, si ritengono a pieno titolo giudei, come Natanaele, chiamato da Gesù vero israelita (1,47). Lo scisma non riguarda tanto la concezione di Dio, che pure i farisei riconoscono dalla storia d’Israele come il liberatore, bensì la domanda se la liberazione sia circoscritta al passato oppure si allarghi anche all’oggi: Dio ha operato una sola volta, oppure opera ancora a favore dell’uomo? Questo è lo scisma più profondo, che sempre c’è anche all’interno della chiesa. Pur professando la stessa fede, può essere radicalmente diverso il modo di intenderla e di viverla. Si può avere una dottrina corretta – a prova di qualunque Santo Uffizio di qualunque epoca o tradizione religiosa! -, che però imbalsama Dio relegando lui e la sua azione nel passato, senza riconoscere che la sua gloria è l’uomo vivente. Si può essere devotissimi e conoscere la tradizione sacra, con precisione di termini e zelo di osservanze, ed essere, nel contempo, empi uccisori dell’uomo in nome di Dio, nemici di Dio stesso. Basta pensare ai roghi passati, presenti (e futuri!), e alle guerre “sante” o “giuste”, nelle quali la diversità è principalmente di vocaboli. Si nega infatti a Dio di esistere oggi com’è ed è sempre stato, nel suo amore e nella sua grazia, al di là della nostra idea su di lui. È questo il peccato, la tenebra e la cecità dalla quale il battesimo nello Spirito ci vuol guarire, per farci incontrare “oggi” il Signore. La fede che salva non è credere correttamente in Dio (cf. Gc 2,19), ma affidarsi a lui, qui e ora, facendo ciò che dice. In questo senso tradizionalismo e dogmatismo sono contro la “traditio fidei”, contro il “sentire” di Dio proprio della fede cristiana. Esso è necessariamente un “sentire cattolico”, universale, capace di percepire e rispettare ogni “differenza” come segno della prima “differenza”, che sta all’origine di ogni esistenza. v. 17: che dici tu di lui, che aprì i tuoi occhi? L’ex cieco è chiamato a testimoniare di Gesù in prima persona. L’unico abilitato a parlare del Signore è chi ne ha fatto l’esperienza. Altrimenti è come un non vedente che parla di colori. L’ex cieco è invitato a riflettere non più sulla guarigione, ma su chi l’ha guarito. Proprio gli avversari lo inducono a leggere il segno. Le tenebre non accolgono la luce, eppure non riescono a soffocarla; anzi, la evidenziano. è un profeta. Per lui “quell’uomo chiamato Gesù” non è un peccatore, ma uno che parla ed agisce in nome di Dio. Il processo che subisce gli rivela Gesù come “profeta” (cf. 4,19). È il primo livello di fede, che gli fa riconoscere “chi” è quell’uomo che l’ha guarito: non è un trasgressore del sabato, ma un profeta, colui che coglie il vero significato della Parola, perché ha l’occhio per vedere Colui che parla. v. 18: non credettero riguardo a lui che fosse cieco . Non sapendo che spiegazione dare, i farisei cercano di negare il fatto. In genere neghiamo esistenza a quanto non vogliamo o possiamo comprendere. Per lo più lo facciamo inavvertitamente. In questo modo eliminiamo tutto ciò che non
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entra nei nostri schemi. Siamo arrivati anche a eliminare persone e interi popoli. Oggi neghiamo perfino il diritto di esistere a ciò che non è a norma, omologato o omologabile. Invece di mettere in crisi i principi che governano le proprie spiegazioni, è più comodo rimuovere ciò che non si può spiegare. Ci vuole libertà e coraggio per dubitare di ciò che si crede certo, per aprirsi alla faticosa ricerca della verità. Bisogna rinunciare a falsi prestigi, scendere dal trono della presunzione, togliersi i paludamenti di ovvia sapienza e scoprirsi ignoranti sulle cose principali. È, questa, la “dotta ignoranza”, madre del sapere. Il sapere, non solo nella scienza, ma anche nella politica e nella religione, contesta sempre la posizione di chi detiene il potere. Ed è frutto di umiltà, la quale “è assai più di un sentimento: è la realtà vista con un minimo di buon senso”. chiamarono i genitori. Genitore è chi genera, fa nascere. È un termine ricorrente in questo testo battesimale. Vedere è venire alla luce e vedere il volto di chi ci ha generato. Chi ci fa venire alla luce e ci genera figli? La legge, che ci vuole schiavi, o l’opera del Figlio dell’uomo, che ci rende liberi? v. 19: li interrogarono dicendo: è questo il vostro figlio, ecc.? Per i genitori è una minaccia se costui, che ora ci vede, è loro figlio. Paradossalmente per loro la disgrazia non è che sia nato cieco, ma che ora ci veda. Secondo le autorità dovrebbero negare che sia loro figlio o che sia stato cieco. v. 20: noi sappiamo che costui è nostro figlio e che è nato cieco. I genitori confermano l’identità del figlio e la sua cecità. Ma essi sono in regola: l’hanno generato cieco e non è colpa loro se ci vede. v. 21: come mai ora ci veda, noi non sappiamo, né chi gli aprì gli occhi . Invece di gioire, hanno paura della sua guarigione (cf. v. 22). Non vogliono sapere come e chi gli abbia aperto gli occhi. Ignorano come sia venuto alla luce e non vogliono avere a che fare con chi gli ha dato la luce. interrogate lui. I genitori non vogliono né possono testimoniare: sono ciechi, con gli occhi chiusi per paura dei capi. ha l’età, parlerà lui di sé. L’ex cieco ha l’età, è adulto; e parla da sé, è responsabile. Infatti ci vede: è venuto finalmente alla luce della verità. Per questo, a differenza di chi l’ha generato nelle tenebre, è libero e non sottostà alla paura dei capi. v. 22: queste cose dissero i suoi genitori perché temevano i giudei. La paura nei confronti dei capi rende i genitori schiavi del loro modo di pensare. Arrivano a dissociarsi dal figlio che ci vede e da colui che gli ha dato di vedere. si erano accordati i giudei che venisse espulso dalla sinagoga chi lo confessasse (come) Cristo. Ciò che è capitato al cieco, è letto come anticipo di ciò che capitò alla chiesa di Giovanni: i giudeocristiani furono espulsi come eretici dai giudei nel concilio di Jamnia (90 d. C.). Fino ad allora erano vissuti insieme, come fratelli: i cristiani erano semplicemente quei giudei che avevano riconosciuto in Gesù il Cristo promesso. La chiesa di Giovanni è ancora sotto choc per essere stata esclusa dalla sinagoga a causa della sua fede nel Messia (cf. 16,1ss). Questa espulsione sarà letta positivamente al c. 10 come azione del “pastore bello”, che porta le sue pecore fuori dagli ovili dove sono rinchiuse e sfruttate, per accedere in libertà ai pascoli della vita. v. 23: per questo i suoi genitori dissero, ecc. Si ribadisce il motivo della paura che induce i genitori a rifiutare la complicità con il figlio. Si scomunica chi ci vede ed è libero. Vedere ed essere liberi è un crimine tra persone chiuse nei loro pregiudizi o schiave della paura. Le prime sono accecate dall’interesse, le seconde dal timore. Il potere accieca chi lo esercita e chi lo subisce. Ma, se uno comincia a vederci, il buio si incrina e la tenebra si dissolve, come la notte quando nel cielo, ad oriente, appare la luce dell’alba. v. 24: chiamarono per la seconda volta l’uomo che era cieco. Il pregiudizio sulla legge ha impedito di leggere la guarigione del cieco nell’unico modo plausibile: come segno messianico. Non potendo più negare il fatto, si rinuncia a capirlo e si cerca di imporne una lettura distorta, diffondendo una versione secondo la “verità ufficiale”, funzionale al potere costituito. Si vuol di screditare Gesù, per dissociare da lui il neo credente e scoraggiare altri a credere in lui. da’ gloria a Dio. L’azione dei capi è subdola: piegarsi al loro dominio è, ovviamente, dare gloria a Dio. L’ex cieco invece darà gloria a Dio liberandosi da loro e dicendo la verità. In situazioni di falsità il dissenso, per quanto faticoso, è sempre meglio del comodo consenso. Ciò che non corrisponde alla realtà, non c’è e non può dar gloria a Dio. La menzogna è sempre contro di lui.

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noi sappiamo che quest’uomo è peccatore. I capi fanno valere il peso della loro autorità: hanno il monopolio incontestabile della verità. Al di là di ciò che è accaduto, “quest’uomo”, mai nominato, deve apparire come peccatore, altrimenti crolla il loro potere di guide indiscusse del popolo. L’opposizione dei capi sortisce l’effetto opposto e farà vedere meglio l’ex cieco: capirà che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Al “noi sappiamo” dei capi, oppone l’“io so” di un uomo che ci vede e non vuol rinunciare a dire ciò che sa. I capi vogliono ridurlo al silenzio. Il potere deve far tacere, con ogni mezzo, le voci discordanti. La verità è sempre altra rispetto a quella ufficiale. I nemici della luce accusano come peccatore colui che è la luce del mondo. Per difendere il proprio potere, o per paura di chi ha il potere, si dichiara peccato vedere e, soprattutto, far vedere: è meglio essere ciechi che vedenti, amare le tenebre più della luce! Questo è il processo all’incredulità, che si è avviato con la guarigione del cieco. v. 25: se è peccatore, non so. L’ex cieco mette in dubbio la loro autorità e il loro sapere, perché è contro il dato di fatto, che lui conosce bene: si tratta di ciò che è capitato a lui. Per lui non è evidente che Gesù sia peccatore; anzi, gli è sempre più chiaro il contrario. una cosa sola so. L’ex cieco parte da una constatazione: non ci vedeva ed ora ci vede. Ma ha pure un principio acquisito con l’esperienza: è meglio vedere che non vedere. A lui va bene la sua nuova identità di uomo libero e integro, venuto alla luce. Partendo da un fatto concreto e da un principio evidente, quest’uomo semplice mette in crisi l’autorità dei capi e la loro impalcatura ideologica, giungendo a una nuova immagine di Dio e di uomo. L’importante è partire dalla realtà, non dalle verità indubitabili, che tali sono perché assai sospette e dubbie. Ciò che è indiscutibile, è sempre da discutere, per vedere che fondamento ha. Se è vero, guadagna in credibilità; se è falso, si smaschera. In genere invece, sia nelle religioni che nei partiti, almeno da parte di chi è ottuso (ma chi non ottunde il potere?), si nega ciò che non corrisponde alle proprie idee. Ciò avviene anche nelle discussioni tra le persone: si tengono fermi i propri principi; se poi i fatti non corrispondono, peggio... per i fatti! È una visione sclerotica della verità: la si scambia con le proprie certezze, che coincidono con i propri privilegi acquisiti, ma non sempre puliti. Ogni discussione onesta su religioni e dottrine, su partiti e idee, deve innanzi tutto smontare i pregiudizi e guardare la realtà, discernendo tra ciò che fa crescere l’uomo verso una maggior libertà e ciò che lo opprime. che ti fece? come aprì i tuoi occhi? C’è un nuovo interrogatorio, ossessivo, con le stesse domande. Sotto c’è la coscienza, non confessata, che aprire gli occhi è un’azione messianica (cf Is 42,7). Ciò che è taciuto e lasciato in ombra, ha l’effetto di una sottolineatura, che rende sempre più evidente la verità: Gesù è proprio quel Messia che essi vogliono negare! v. 27: già ve lo dissi e non ascoltaste. Sono parole che alludono a Is 42,18, dove Dio si lamenta con il suo popolo, ostinatamente cieco e infelice perché non cammina secondo le sue vie: “Sordi, ascoltate; ciechi, alzate gli occhi e guardate”. volete forse pure voi diventare suoi discepoli? La battuta dell’ex cieco sa di ironia mordace. Nel frattempo lui stesso sta giungendo alla piena luce: sa che il miracolo è diventare “suoi” discepoli, discepoli della Parola fatta carne e fango. Il processo contro di lui diventa per lui un cammino di testimonianza e di fede. Chi non nega e testimonia ciò che conosce, alla fine riconosce la verità in modo più pieno. v. 28: lo ingiuriarono. Se l’ironia è l’argomentare proprio del debole, l’insulto è proprio del potente a corto di argomenti. tu sei discepolo di quello, ecc. Evitando di dirne il nome, gli danno la patente di suo discepolo. Loro, invece, si professano discepoli di Mosè, senza sapere che Mosè parla del Cristo (cf. 5,46s). Questi infatti realizza la volontà di Dio espressa nella legge: dare la vita. Ancora oggi il criterio per capire la verità o meno di una religione è chiedersi che Dio e che legge professa: un Dio e una legge che è per la libertà o l’oppressione, per la verità o per la menzogna, per la vita o per la morte, per la luce o per la tenebra? v. 29: a Mosè ha parlato Dio. È vero! Ma Dio non è morto e sepolto nel passato: vive nella storia di liberazione dell’uomo. La sua parola non è un reperto archeologico: dietro c’è lui che parla e agisce, ora come allora.
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costui non sappiamo da dove è. Questa è la questione: da dove è e da chi è inviato? Se non si sa la risposta, non si deve eliminare la domanda e chi la pone. Così fa chi si chiude in ciò che sa e non si apre alla novità. v. 30: in questo è lo straordinario. Ciò che meraviglia l’ex cieco è che i competenti, invece di capire, sono ciechi sulla cosa fondamentale: non sanno neppure chi è colui che dà la luce. E resteranno sempre più ciechi fino a quando, grazie al “fango” del Figlio dell’uomo, non cambieranno la loro idea di Dio. v. 31: sappiamo che Dio non ascolta dei peccatori, ecc. L’ex cieco, illuminato, si fa teologo e si pone al loro livello. Al “noi sappiamo” della classe dotta (v. 24), contrappone il “sappiamo” del buon senso popolare: se Dio ascolta i giusti, l’opera di Gesù lo rivela da Dio, perché è giusta. Il punto di partenza dell’ex cieco è un fatto concreto e il suo significato più evidente: è meglio vederci che essere ciechi! È un buon inizio di metodo teologico. Non vale però per chi ha interesse che lui non ci veda. v. 32s: mai si ascoltò che, ecc. L’ex cieco sottolinea la novità assoluta di ciò che a lui è capitato. L’insistenza sull’espressione “aprire gli occhi ai ciechi” è il motivo dominante del testo e indica l’azione messianica per eccellenza: far nascere a vita nuova. Questo non può essere che opera di Dio. È anzi la “sua” opera, con cui fa nuove tutte le cose. v. 34: sei nato tutto nei peccati . Chi è ancora cieco accusa l’ex cieco di essere totalmente nei peccati, proprio ora che in lui si sono manifestate le opere di Dio (cf. v.3). proprio tu insegni a noi. I capi vogliono restare gli unici detentori del sapere che fonda il potere, riducendo a ciechi e peccatori gli altri. Proiettano su di loro la propria realtà (cf. v. 41). e lo espulsero fuori. Chi è libero dalla paura e dalla schiavitù, chi ha aperto gli occhi sulla verità che fa liberi, è espulso fuori da chi è ancora nelle tenebre. Le opposizioni l’hanno fatto crescere e, alla fine, staccato dalle tenebre: è nato alla luce della libertà. C’è un regista invisibile che, lasciando fare agli attori ciò che vogliono, si prende la libertà di tessere una storia bella anche dagli avvenimenti più impensati, anzi incresciosi (cf. Gen 50,20; At 4,27s; Rm 8,28). La commedia umana è ormai sempre anche una commedia divina. Ora l’ex cieco, espulso fuori dalla tenebra di chi lo vuole cieco alla luce di chi gli ha ridato la vista, può incontrare il Volto. v. 35: ascoltò Gesù che era stato espulso fuori . Gesù ha ascoltato ciò che gli è accaduto: per causa sua è stato insultato e bandito dalla comunità, reso partecipe della sua stessa sorte (cf. 16,1-3). Ora, diventato come lui, avrà la beatitudine di vederlo. incontrandolo. La chiamata dei primi discepoli è una serie di incontri (cf. 1,41b.43.45bis). Ora anche l’ex cieco, come l’ex infermo (5,14), incontra Gesù, perché cercato e trovato direttamente da lui. Noi lo possiamo trovare e incontrare perché lui per primo ci viene incontro per cercarci. tu, credi nel Figlio dell’uomo? All’ex infermo Gesù dice di non peccare più, perché non gli capiti di peggio (5,14). Là Gesù era presentato come colui che toglie il peccato; ora invece è colui che completa la creazione, facendo nascere dall’alto. L’ex cieco, infatti, ha già rotto con il male: è stato espulso! A lui Gesù propone la piena luce: la fede in lui, il Figlio, vita e luce del mondo. Quella di Gesù è una domanda retorica, che suppone una risposta positiva. Ma è anche una domanda misteriosa. Il titolo “Figlio dell’uomo” è un’allusione al Figlio dell’uomo di Dn 7,13s, che viene per giudicare il mondo (cf. v. 39, dove si parla di giudizio). Ma in Giovanni, su dieci volte in cui esce questa espressione, solo in 5,27 si parla di giudizio; altre otto riguardano vari aspetti dell’opera di salvezza che il Figlio dell’uomo compie: l’apertura del cielo sulla terra (1,51), la sua discesa e ascesa al cielo (3,13; 6,62), l’innalzamento sulla croce (3,14; 12,34), la sua glorificazione (13,31) e il dono del pane (6,27.53). Qui è l’unica volta in cui l’espressione “Figlio dell’uomo” è usata in modo assoluto, senza nessuna azione che la specifichi: indica tutto il mistero del “suo” fango, quello che Gesù ha posto sugli occhi del cieco e che ora l’ex cieco vede davanti a sé. All’ex cieco, dopo l’esperienza che ha fatto, Gesù domanda di credere al Figlio dell’uomo. v. 36: chi è, [Signore,] affinché creda in lui? La domanda può significare “qual è” oppure “chi è” il Figlio dell’uomo. “Quale” sia, l’ha appreso dalla sua esperienza; “chi” sia, è ora in grado di vederlo, perché gli ha dato la vista. La domanda di Gesù serve ad esplicitare il suo desiderio di conoscerlo e credere in lui. Il miracolo della vista è segno della fede, che è vedere lui, il volto del Figlio dell’uomo, vero volto di ogni figlio d’uomo.
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v. 37: e lo vedi. In questo racconto “vedere ” si dice per otto volte blépô o anablépô; qui, invece, si dice oráô, con un perfetto che ha valore di presente. Gesù si manifesta normalmente dicendo: “Io-Sono”. Ora invece dice: “Tu lo vedi!”. La rivelazione si compie solo quando lui si manifesta e uno lo vede, quando lui parla e uno lo ascolta. Il punto di arrivo della rivelazione di Dio è che uno finalmente lo veda, lo ascolti e lo accolga. colui che parla con te, è lui stesso (cf. 4,26!). Il vedere è sempre connesso al parlare: visione e parola sono inscindibili. Il principio del vedere è la parola: il cieco, ascoltando l’ordine di Gesù, ha aperto gli occhi e, testimoniandolo davanti a chi lo interroga, l’ha riconosciuto come l’inviato da Dio. Ora, nel dialogo con lui che lo incontra e lo invita alla fede in lui, il cieco lo vede. Il Figlio dell’uomo si definisce come “colui-che-parla-con-te”. E lo vedi, perché ti ha aperto gli occhi. Sta parlando anche con il lettore, che lo “vede” attraverso il racconto del processo al cieco. La fede nella parola diventa visione. Eppure colui che si vede resta sempre anche Parola: è “colui che parla con te”. È la Parola che fa vedere la verità; essa, come è principio, così è fine della rivelazione. v. 38: credo, Signore. Gesù gli chiede se crede nel Figlio dell’uomo; l’ex cieco risponde: “Credo, Signore”. È questo il momento in cui il cieco è pienamente illuminato: vede il Signore che parla con lui e aderisce a lui. Colui che gli ha donato la vista, è il Signore della vita: quell’uomo, chiamato Gesù, che gli ha aperto gli occhi, è il Signore che gli ha aperto il cuore ad accoglierlo. La vista è stata per il cieco il segno, la fede il significato: vedere il Signore che parla con lui. In ciò che quell’uomo ha fatto per lui, l’ex cieco vede l’invisibile: il racconto di sé che il Padre gli fa attraverso il Figlio. lo adorò. Il Figlio dell’uomo è il nuovo tempio, la dimora di Dio tra di noi. Credendo in lui e aderendo a lui, il Figlio, adoriamo il Padre in Spirito e verità (cf 4,20-24). La fede è vedere Dio nel Figlio dell’uomo, che cambia la nostra visione di Dio e di uomo. v. 39: per un processo io venni in questo mondo . Per l’unica volta qui Giovanni usa la parola kríma col significato di “processo”, nelle sue varie fasi. Altrove significa giudizio o condanna, come risultato di un processo. Il Figlio non è venuto per condannare, ma per salvare il mondo (3,17). E lo salva mediante questo processo che abbiamo visto nel cieco: egli viene alla luce, primogenito di numerosi fratelli. La venuta di Gesù, luce del mondo (8,12), compie in noi un processo che è l’opera di Dio: un uomo è illuminato e mostra la cecità di chi vuol restare nelle tenebre. Per il cieco è stato un “cammino” di visione sempre più chiara, per gli altri un accecamento sempre maggiore, in modo che riconoscano la loro cecità e possano essere guariti. affinché quelli che non vedono, vedano. È la grande opera di Dio: far passare dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita (cf. Is 42,5-7). e quelli che vedono diventino ciechi (cf. Is 6,9-10). Quando viene la luce, chi apre gli occhi per accoglierla è illuminato; chi la rifiuta rimane nelle tenebre. L’arrivo della luce svela la cecità dello spirito, che la rifiuta. L’evangelista, con il suo racconto, pone anche davanti ai nostri occhi “il fango” di colui che è la luce del mondo: ci presenta la carne della Parola. Se, come il cieco, l’ascoltiamo, veniamo illuminati. v. 40: ascoltarono queste cose (alcuni) dei farisei che erano con lui . Anche noi, che siamo stati con lui nel racconto, ascoltiamo queste parole di Gesù; gli facciamo la stessa domanda e riceviamo la medesima risposta. siamo forse ciechi anche noi? È la domanda che facciamo anche noi che leggiamo il vangelo: che immagine abbiamo di Dio e dell’uomo, della sua parola e del nostro rapporto con lui? Qui ovviamente si parla di cecità spirituale. Se ci riconosciamo ciechi, siamo già sulla via della guarigione. I farisei presumono di essere illuminati e non vogliono cambiare la loro immagine di Dio e di uomo; per questo restano schiavi delle tenebre e rifiutano di nascere nello Spirito. v. 41: se foste ciechi, non avreste (alcun) peccato . Né il cieco né i suoi genitori hanno peccato. Siamo tutti ciechi dalla nascita: non conosciamo Dio. Ma il nostro occhio è fatto per la luce e, quando essa viene, rivela in noi l’opera di Dio, che apre gli occhi ai ciechi (vv. 1-5). Quest’opera di Dio è il “fango” che Gesù ci pone davanti agli occhi: il suo modello di uomo, il Figlio. Siamo esortati a immergerci in lui, l’inviato dal Padre, per ascoltare la sua parola. Chi l’ascolta, viene alla luce (vv. 6-7): ha la sua vera identità di uomo libero, con una nuova immagine di sé e degli altri, di Dio e della sua legge (vv. 8-12). Questa vista giunge alla luce piena attraverso l’opposizione dei farisei, che
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rappresentano “l’altro” modo di vedere Dio e l’uomo (vv. 13-34). Una volta espulsi dalle tenebre, c’è il faccia a faccia con il Figlio dell’uomo e l’adesione a lui (vv. 35-41). voi dite: vediamo. I farisei ritengono che il loro modo di vedere sia quello giusto. Hanno assolutizzato la legge, che pur viene da Dio, sacrificando ad essa e Dio e uomo: con dei buoni mattoni, si sono costruiti una prigione invece di una casa. il vostro peccato dimora. Invece di dimorare nel Signore, e lui in loro, dimorano nella falsa visione di Dio e dell’uomo. Riconoscere questo peccato è opera costante dello Spirito di verità, perché possiamo accogliere la luce (cf. 16,7-8). La fine di questo capitolo ci riporta all’inizio. Attraverso il racconto del cieco, nato tale senza colpa, il Signore ci vuol guarire da quella colpa che accieca il nostro spirito. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginandomi al tempio, il giorno di sabato. Chiedo ciò che voglio: riconoscermi cieco e accogliere la luce. Traendone frutto, contemplo i personaggi: chi sono, che fanno, che dicono. • cieco dalla nascita • chi peccò? • nel cieco si rivela l’opera di Dio • io sono la luce del mondo • sputò per terra, fece del fango, unse col suo fango gli occhi • va’, lavati alla piscina di Siloe • andò, si lavò, venne che ci vedeva • è lui / non è lui? • io sono! • come è avvenuta la guarigione • i farisei e la loro preoccupazione per l’osservanza del sabato • la “visione” che l’ex cieco e i farisei hanno di Dio e dell’uomo, del sabato e della legge • come reagiscono i suoi genitori • le pressioni dei farisei sull’ex cieco per staccarlo da Gesù • la libertà dell’ex cieco nell’ammettere la realtà e nel leggerla • la sua espulsione dalla tenebra • il suo incontro con Gesù e la sua venuta alla luce • credi nel Figlio dell’uomo? • lo vedi: colui che parla con te è lui stesso • credo, Signore • il processo che la luce compie: fa vedere i ciechi e mostra la cecità di chi presume di vederci. 4. Testi utili Sal 14; Rm 3,21-26; Gv 5,1ss; Mc 8,22-26; 10,46-52; 1Gv 1,5-2,2.

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