42. ADESSO GLORIFICAMI TU, PADRE, PRESSO TE STESSO.

CON LA GLORIA CHE AVEVO PRESSO DI TE PRIMA CHE IL MONDO FOSSE 17,1-5 17,1 (Di) queste cose parlò Gesù e, levati i suoi occhi verso il cielo, disse: Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo affinché il Figlio glorifichi te, 2 così come gli desti potere su ogni carne, di dare loro – a quanto gli hai dato – vita eterna. 3 Ora questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che mandasti, Gesù Cristo. 4 Io ti glorificai sulla terra, avendo compiuto l’opera che mi hai dato perché (la) facessi; 5 e adesso glorificami tu, Padre, presso te stesso, con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. 1. Messaggio nel contesto “Adesso glorificami tu, Padre, presso te stesso, con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse”. Le parole di Gesù prima della sua passione sono uno squarcio di luce:
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rivelano, come il Prologo (1,1-18), il mistero profondo della sua relazione con Dio e con il mondo, che, a questo punto del Vangelo, siamo in grado di intravedere. È la finestra che il Vangelo ci apre sull’io più intimo di Gesù, Figlio di Dio e fratello di ogni uomo. Per non smarrirci in questo vasto mare, è necessario accostarci con occhi aperti e purificati dall’amore. Il c. 17 è una ripresa finale, sinfonica, dei vari temi del Vangelo. Si tratta di una melodia divina – una variazione modulata sull’amore ineffabile tra Padre e Figlio, comunicato ai fratelli –, che conclude il “testamento” di Gesù. Come ogni testamento, dichiara agli eredi i beni che lascia. Più si scava in questa miniera inesauribile, più si trova. A questo punto si è presi dalla sensazione non solo di trovare qualcosa di prezioso, ma di trovarsi addirittura nella stanza del tesoro, anzi dentro un diamante, grande come l’universo, infinito come Dio stesso. Ogni parola ne è una rifrazione diversa e abbagliante, che suscita sempre nuovo stupore. Il tema dominante è la Gloria, del Padre, del Figlio e di noi suoi fratelli. Il lettore, trasportato a volo d’aquila nelle profondità del cielo, è quasi schiacciato dall’immensità di ciò che sente; ma il testo è come due potenti ali che lo sollevano e immergono nell’abisso del mistero, suo e di Dio. Il commento, a questo punto più che altrove, appare superfluo e ridicolo. Come detto nell’introduzione, due cose paiono inutili e poco intelligenti: parafrasare una poesia e spiegare una barzelletta. E una terza sa addirittura di profanazione: commentare queste parole di Gesù, la cui bellezza va oltre il sublime. Il farfugliare confuso, che su di esse si può fare, vuole soltanto essere un segno, più importuno del solito, per richiamare l’attenzione al testo – un po’ come il gracchiare del corvo sul luogo dove banchetta il re e c’è sazietà per tutti, anche per i suoi simili. Ciò che il Figlio ci lascia in eredità è il suo stesso rapporto con il Padre. Le sue parole sono una preghiera: si rivolge a quel “Tu” che fa esistere l’io. Si tratta di un dialogo tra il tu del Padre e l’io del Figlio, non tra l’io e il tu. Prima dell’io c’è sempre il tu, in relazione al quale mi viene la mia identità. Gesù è il Figlio amato che ama dello stesso amore il Padre e i fratelli: il suo sguardo è rivolto insieme al cielo e alla terra, al Padre e a tutti i suoi figli. La sua carne di Figlio dell’uomo infatti lo rende solidale con ogni uomo. Per questo i poli del dialogo sono tre: “Tu”, “io” ed “essi”. Insieme al Padre e al Figlio siamo coinvolti anche noi, che alla fine diventeremo “uno” con lui e con il Padre, nell’unico amore. Il Vangelo di Giovanni contiene altre due preghiere di Gesù al Padre. Nella prima, davanti a Lazzaro morto (11,41s), lo ringrazia in anticipo di fronte a tutti perché, chi lo ascolta, creda in lui come inviato dal Padre e veda la gloria di Dio (11,40; cf. 11,4). Nella seconda, davanti alla propria morte imminente, gli chiede di glorificare il suo nome (cf. 12,27s). Anche questa terza e ultima,
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molto più lunga e articolata, ha come argomento la gloria del Padre e del Figlio, che ormai è comunicata ai fratelli. Ciò che la preghiera chiede, è donato nella preghiera stessa. La glorificazione di Gesù avviene “adesso”, mentre è in dialogo con il Padre. Anche quella dei suoi non avverrà solo dopo la morte, in un futuro imprecisato. Accade al presente: chi aderisce a lui e prega in lui, partecipa alla gloria che lui da sempre ha presso il Padre. Fin dall’antichità è stata chiamata la “preghiera sacerdotale”. La denominazione è vera, ma qui i sacrifici sacerdotali lasciano il posto all’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29). Nella carne di Gesù, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, ogni carne è in comunione diretta con Dio. Questa preghiera può essere letta come la versione giovannea del “Padre nostro”: è una lode al Padre, seguita da varie richieste, nella quale Giovanni elabora e approfondisce i dati della tradizione. Se la si confronta con il “Padre nostro” di Mt 6,9b-13, si ritrovano numerose corrispondenze. Dio è invocato come “Padre” sei volte (vv. 1.5.11.21.24.25; cf. Mt 6,9b), e ha come dimora “il cielo” (v. 1, cf. Mt 6,9b); si parla del suo “nome” (vv. 6.11.12.17.19.26; cf. Mt 6,9c) e si ricorda il dono della vita eterna (vv. 2-3), che equivale a: “Venga il tuo regno” (Mt 6,10a); l’espressione: “Voglio che, dove sono io, anch’essi siano con me, ecc.” (v. 24), richiama: “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (Mt 6,10b) e l’insistenza sul verbo “dare” (ricorre diciassette volte: vv. 2tris.4.6bis.7.8bis.9.11.12.14.22bis.24bis), richiama: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11); si parla di rottura col mondo, di osservanza della Parola, di appartenenza al Figlio e al Padre (vv. 6-11) e di unità nell’amore (vv. 20-23), che esplicitano il significato del perdono ricevuto e accordato (cf. Mt 6,12a.12b); si chiede infine l’aiuto nella tentazione, perché nessuno si perda (v. 12; cf. Mt 6,13a), e la custodia dal maligno (v. 15; cf. Mt 6,13b). Nella preghiera del Figlio è presente ogni fratello, che, in lui e con lui, si rivolge al Padre con il suo stesso amore. Il Padre, al quale Gesù si rivolge, è più che mai “nostro”. Tutto ciò che uno desidera, gli è già dato se prega così. Da qui l’insistenza sul verbo “dare”. Esso caratterizza il rapporto tra Padre e Figlio e il nostro rapporto con il Figlio stesso, che ci “dà” se stesso come vero pane di vita. Pur avendo appena parlato della defezione dei discepoli (cf. 16,32), Gesù li considera fedeli. La sua fedeltà di Figlio dell’uomo a Dio e di Figlio di Dio all’uomo, è la fonte indefettibile del nostro essere figli e fratelli. Con questa preghiera Gesù dà la chiave per entrare nel mistero della sua passione e ne anticipa i frutti. Gli avvenimenti che seguono scaturiscono dal suo amore per il Padre e per noi. Gesù si affida totalmente al Padre, sapendo che farà brillare in lui e in noi la sua gloria. È la Gloria, che egli da sempre ha come Figlio di Dio, alla quale ora torna come Figlio dell’uomo.
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Non è facile articolare il testo. Si possono seguire criteri lessicali, stilistici, letterari o tematici, rilevando aspetti diversi. Senza mai dimenticare che in ogni testo la singola parte gioca in connessione con il tutto, proponiamo l’articolazione più usuale. I vv. 1-5 sono una preghiera al Padre, con la richiesta della glorificazione sua e del Padre, e della nostra in lui; i vv. 6-23 sono un’intercessione per quanti credono e crederanno nel Figlio; i vv. 24-26, conclusivi, sono un bilancio della vita di Gesù alla luce della Gloria, che ormai si sta svelando compiutamente. L’argomento dei vv. 1-5 è appunto la Gloria. All’inizio Gesù chiede al Padre di glorificare il Figlio, perché il Figlio glorifichi il Padre (v. 1); alla fine dice di aver glorificato il Padre e gli chiede di glorificarlo della sua gloria eterna di Figlio ( vv. 4-5); al centro spiega che la glorificazione di ambedue consiste nel fatto che il Figlio ha ricevuto dal Padre di dare ai fratelli la vita eterna, cioè la conoscenza del Padre e del Figlio (vv. 2-3). Il sostantivo “gloria” ricorre una volta, il verbo “glorificare” quattro volte. Si tratta della gloria comune del Padre e del Figlio: la gloria dell’amore. Essa si manifesta nell’umanità di Gesù, Parola diventata carne, che la comunica a ogni carne. In lui, il Figlio, ogni uomo conosce Dio come Padre: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14,9). La croce glorifica il Padre che, nel Figlio, si manifesta come amore per tutti. A sua volta glorifica anche Gesù, mostrandolo come Figlio uguale al Padre. Infine glorifica anche noi, suoi fratelli. Infatti la glorificazione, che Gesù chiede per sé, non è tanto il culto che gli renderanno i credenti, quanto il suo stesso ritorno al Padre, con il quale trasmette a noi il suo Spirito, che ci fa figli. La Parola infatti, diventando carne, è entrata nello spazio e nel tempo per aprire ogni spazio e tempo alla Gloria. I verbi “dare”, “glorificare” e “compiere” richiamano il c. 13 (cf. 13,1.26.29.31.32.34), che sta all’inizio dell’“ora”; contemporaneamente rimandano alla croce, dove tutto è compiuto (19,28.30). Questi versetti iniziali saranno ripresi, con variazioni, nel finale (cf. vv. 24-26). Gesù è il Figlio che ha rivelato al mondo il nome di Dio come Padre. Compiuta la sua missione, ritorna a chi l’ha inviato. Ma non se ne torna da solo, bensì come primogenito tra molti fratelli (cf. Rm 8,29b), grazie alla sua carne solidale con ogni carne. La Chiesa è la comunità di quelli che hanno visto la gloria dell’Unigenito: conoscendo lui e il Padre, hanno la vita eterna. 2. Lettura del testo v. 1: (Di) queste cose parlò Gesù. La preghiera che segue è strettamente unita a “queste cose” di cui Gesù ha parlato nell’ultima cena: ha fondato la comunità indicando la via dell’amore (cc. 13-14), tracciandone la missione, con le sue difficoltà e i suoi frutti sorprendenti (cc. 15-16). Ai
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discepoli, inviati a continuare la sua opera nel mondo, ora dona la sorgente dell’amore: il suo rapporto con il Padre. levati i suoi occhi verso il cielo . Dal cielo è sceso il Figlio (cf. 3,13.31; 6,32.33.38.41.42.50.51.58) e lo Spirito sopra di lui (1,32). Dal cielo venne anche la voce del Padre (12,28b). Ai discepoli Gesù aveva promesso che avrebbero visto il cielo aperto sul Figlio dell’uomo (1,51). Il cielo indica la sfera divina, il Padre stesso, dal quale il Figlio viene e al quale torna, dal quale riceve lo Spirito che donerà ai fratelli quando sarà elevato da terra (19,30). Il cielo aperto, comunione piena tra Dio e uomo, sarà il suo fianco squarciato, dal quale si riversa sul mondo il mistero di Dio (cf. 19,34). Padre. Con questo nome Gesù chiama Dio: è il Figlio amato che ama il Padre. Gesù, rivolgendosi a lui davanti ai discepoli, apre loro il suo stesso rapporto con lui. “Padre”, in ebraico abbà (= papà), è il primo balbettare del bambino, che illumina il volto del padre e del figlio. Questa parola, carica di affetto, esprime relazione di amore corrisposto, sicurezza e forza. “Padre” è la Parola: detta dal Figlio, dice il Padre. In essa è donata, a chiunque ascolta, la realtà di Dio: rivela che Dio ci è Padre e noi siamo suoi figli. L’invocazione “Abbà” è il grido dello Spirito in noi (cf. Gal 4,6; Rm 8,15). Dire “Padre” a Dio in Spirito e verità, nello Spirito del Figlio che è la nostra verità, è il vero culto (4,23s), l’ineffabile gioia di scoprire l’identità sua e nostra. In questa parola finalmente Dio è per noi ciò che è da sempre in se stesso; e noi diventiamo ciò che, grazie a lui, siamo. In questa preghiera Gesù invoca sei volte il Padre. Attende che questo nome fiorisca dal nostro cuore sulla bocca: è la settima invocazione, che ci costituisce figli. Allora passiamo dal sesto al settimo giorno. La creazione è finalmente compiuta: Dio riposa e noi entriamo da figli nel suo riposo di Padre. E con noi la creazione tutta, che attende con impazienza, nelle doglie del parto, la rivelazione della gloria dei figli di Dio (cf. Rm 8,19-25). Gesù ha invocato il Padre una prima volta quando, risvegliando Lazzaro, ha mostrato che la gloria di Dio è l’uomo vivente. E l’uomo vivente è colui che aderisce a Gesù, Figlio inviato dal Padre (11,40-42). Una seconda volta l’ha invocato nel suo turbamento davanti all’“ora”, quando gli chiede di glorificare il suo nome (12,27-28a). Proprio in quel momento la voce dal cielo lo glorifica davanti agli ascoltatori (12,28b). Ora, nell’imminenza della croce, sgorga dal suo cuore questa preghiera, che è un compendio di tutta la sua esistenza di Figlio. è venuta l’ora. È l’ora della glorificazione del Figlio dell’uomo, preannunciata a Cana (2,4), iniziata dopo l’unzione di Betania (12,23) e pienamente accettata da Gesù, nonostante il turbamento che comporta (12,27). È infatti l’ora del seme che muore per fruttificare (12,24). Il Figlio la vive
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come espressione piena del suo amore per il Padre e i fratelli (13,1), manifestazione della Gloria (cf. 13,31s). glorifica il Figlio tuo. L’espressione, ripresa nel v. 5, fa da inclusione al testo. Nei primi tre versetti Gesù parla di se stesso in terza persona. Questa forma impersonale, più solenne, rende l’io di Gesù universale: è il Figlio unigenito, principio di tutto, che tutti abbraccia. Il Figlio chiede in dono al Padre la Gloria. L’uomo nulla desidera più della gloria. Esiste infatti in quanto riconosciuto e amato, importante per qualcuno. Tutto facciamo per contare agli occhi altrui, fino a diventare schiavi dell’immagine che gli altri ci danno di noi. Nella Bibbia “gloria” non indica la fama che uno gode presso gli altri. Questa è vana-gloria, che va e viene secondo lo spirare del vento. La gloria che nessuno ci toglie è il valore che abbiamo agli occhi di Dio: valiamo quanto lui stesso, che è amore infinito per noi. “Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo”, dice il Signore (Is 43,4). In ebraico la parola kavod (= gloria) è il “peso”, la consistenza che una persona ha in sé, il suo valore intrinseco. La gloria di Dio significa ciò che egli è, che si rivela a noi nello splendore di ciò che fa. In Giovanni la Gloria è la bellezza dell’amore perfetto, che si rivela e si dona a noi dalla croce. La gloria del Figlio è la stessa del Padre (cf. 1,14), che nessuno mai ha visto e che Gesù ci manifesta (cf. 1,18). Il Padre glorifica il Figlio innanzi tutto mediante le opere che gli ha dato di compiere, come esplicitamente si annota nel primo e nell’ultimo segno (cf. 2,11; 11,4). Ora lo glorificherà dalla croce, dove, nel suo amore incondizionato, rivelerà “Io-Sono” (8,28). affinché il Figlio glorifichi te. L’espressione, ripresa nel v. 4, fa da seconda inclusione al testo: al Figlio interessa la gloria del Padre, come al Padre quella del Figlio. Il fine della glorificazione dell’uno è quella dell’altro, e viceversa. Con la sua azione e, soprattutto, con la sua passione, il Figlio glorifica il Padre perché manifesta al mondo il suo amore (cf. 3,16). Gesù chiede al Padre che, attraverso il dono della sua vita (10,18), tutti lo conoscano come amore infinito: è la gloria di un Dio che si mette a lavare i piedi dell’uomo (13,5) e si dona a chi lo tradisce (13,31s). La gloria di Dio è salvezza dell’uomo e di tutto il creato: è la sua bellezza, amore reciproco tra Padre e Figlio, che in Gesù si comunica a ogni creatura. Se la Parola, che era presso il Padre, è principio di tutto, la Parola diventata carne riporta tutto al suo principio. Gesù infatti è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), il Figlio mandato per salvare il mondo (3,16s), il salvatore del mondo (4,42), la cui carne è data per la vita del mondo (6,51). v. 2: così come gli desti potere. Il verbo “dare” esprime l’azione propria dell’amore: chi ama dà tutto, fino a dare se stesso. Ricorre tre volte in questo versetto e diciassette volte in tutto il capitolo. Il numero 17 corrisponde in ebraico al valore numerico della parola tov (= buono, bello),
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l’esclamazione di Dio che guarda le opere della sua creazione (cf. Gen 1). Infatti il potere “dato” al Figlio di “dare” ai fratelli vita eterna nella conoscenza del Padre, rende la creazione bella e buona, come Dio l’ha vista fin dal principio. La glorificazione, sulla terra, del Padre e del Figlio ha la sua origine nel “potere” dato al Figlio. Egli ha lo stesso potere del Padre, che ha in se stesso la vita (5,26): è il dono che riceve in quanto Figlio. Questo suo potere si rivela nell’amore che dà la vita. Infatti, proprio dando la vita, diventa principio di vita come il Padre. Questo è il “comando” che il Figlio riceve dal Padre (10,18). su ogni carne. Nulla di ciò che è stato fatto esiste fuori dalla Parola (cf. 1,3); ora, nella carne della Parola, ogni carne ritrova la propria gloria. L’umanità di Gesù è salvezza di ogni uomo, comunione tra Creatore e creatura, compimento della creazione stessa. Il “potere” del Figlio su tutto il creato è quello dell’amore: è il potere di chi si fa servo, perché anche noi possiamo lavarci i piedi gli uni gli altri (13,13s), amandoci con lo stesso amore con il quale egli ci ama (13,34). di dare. Il suo potere non è quello di possedere, ma di “dare”, come il Padre. Se il possedere è causa di divisione, rivalità e morte, il dare è principio di comunione, amore e vita. loro. Designa i discepoli, i fratelli che il Padre ha dato al Figlio, attirandoli a lui (cf. 6,44). Non sono un gruppo chiuso: sono le primizie del chicco di grano, dei tralci che, uniti a lui, porteranno molto frutto (12,24; 15,5). a quanto gli hai dato. La sgrammaticatura (“quanto” invece di “quanti”), è voluta. I discepoli sono considerati come “una cosa sola” (vv. 11.21.22.23; cf. 10,16.30; 11,52). Sono uniti tra di loro, perché uniti al Figlio e al Padre. Quest’unione è il compimento dell’amore, attraverso il quale “il mondo” conosce il Figlio e l’amore del Padre (cf. v. 23). vita eterna. Il dono del Figlio è la vita del Padre. Ogni carne è destinata a vivere del soffio di Dio, lo Spirito Santo, amore reciproco tra Padre e Figlio. L’espressione “vita eterna” in Giovanni sostituisce quella di “regno di Dio”, usuale negli altri Vangeli. Gesù ci dà il potere di diventare figli di Dio (1,12), di nascere dall’alto per vedere il regno di Dio (3,3). Il regno di Dio, che è Padre, è la fraternità dei suoi figli nel Figlio. v. 3: questa è la vita eterna. Gesù specifica in cosa consiste la vita eterna che ci comunica: il suo stesso rapporto di conoscenza e amore con il Padre. Il v. 3, unitamente ai vv. 7-8.10, richiama il “detto giovanneo” di Mt 11,25-27 e Lc 10,21s. che conoscano te. La vita è “conoscere” Dio come Padre, avere di lui la stessa conoscenza del Figlio (cf. v. 25). Non si tratta di semplice conoscenza intellettuale, ma di esperienza vitale. “Conoscere” esprime la relazione intima di amore tra Padre e Figlio. Gesù è venuto a manifestare il nome del Padre (v. 6), a farcelo conoscere (v. 26bis), perché contempliamo la sua gloria di Figlio (v. 24): ci vuol dare il suo stesso rapporto con il Padre. Questi infatti ama noi come ama lui, il
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Figlio unigenito (v. 23), il quale, a sua volta, ci ama con lo stesso amore con il quale è amato dal Padre (cf. 15,9). I due sono uno nell’amore e ci vogliono partecipi della loro stessa unione, per manifestare al mondo la Gloria (cf. vv. 21-24). Lo stupore infinito e il gaudio indicibile di ogni persona è conoscere di essere amato dal Padre con lo stesso amore con il quale ama il Figlio. Qui, appagato ogni desiderio, si compie il sogno impossibile di Adamo, che voleva essere come Dio. La vita che Gesù ci dà è la sua stessa conoscenza e comunione di Figlio con il Padre. Infatti “conoscere te è giustizia perfetta e riconoscere la tua potenza è radice di immortalità” (Sap 15,3). Il Vangelo è scritto per farci conoscere il dono di Dio (cf. 4,10). In quanto uomini, noi viviamo secondo ciò che conosciamo. Chi non conosce il Padre, ignora sé, gli altri e il mondo – sé come figlio, gli altri come fratelli, il mondo come dono del Padre. Da qui l’importanza, e l’insistenza, del “conoscere”. Per Giovanni la fede è “conoscenza”; ciò che non si conosce non è affidabile. Per fidarsi, bisogna prima aver saggiato la fedeltà dell’altro. l’unico vero Dio. L’espressione “unico vero” designa Dio in contrapposizione agli idoli, molteplici e falsi, che promettono, ma non danno vita. L’unico vero Dio è quello che conosciamo attraverso il Figlio: è il Padre che ci ama come figli e che amiamo come Padre. e colui che mandasti. Gesù si pone sul medesimo piano dell’unico vero Dio: è il Figlio, mandato dal Padre per salvare il mondo mediante la conoscenza del suo amore (cf. 3,16.17). È infatti la conoscenza dell’amore che salva. Non si può conoscere il Padre senza il Figlio che lo rivela (cf. 1,18), né il Figlio senza il Padre che a lui ci attira (cf. 6,44). Gesù Cristo. È l’unica volta che Gesù chiama se stesso “Gesù Cristo”. Si nomina Gesù Cristo solo in 1,17, dicendo che da lui ci viene la grazia della verità. In 20,31 l’autore dice l’intento del suo scritto: “ Affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”. Gesù, il Messia, ci rivela l’unico vero Dio come Padre di tutti: è il Figlio da lui inviato per rivelarci il suo amore. In questo amore il Messia ci ha annunziato ogni cosa (cf. 4,25). v. 4: io ti glorificai sulla terra (cf. v. 1c). Il discorso passa dalla terza alla prima persona: Gesù ha rivelato ai fratelli la gloria di Dio, la bellezza dell’amore tra Padre e Figlio. avendo compiuto l’opera che mi hai dato perché (la) facessi. Gesù, che ha levati gli occhi al cielo (cf. v. 1), ora li rivolge sulla terra, guardando l’opera compiuta (cf. v. 26). Ha glorificato il Padre: ha manifestato il suo amore dando vita e libertà ai fratelli, aprendo gli occhi ai ciechi e lavando i piedi ai discepoli. La sua fatica raggiungerà tra poco il suo fine, quando consegnerà lo Spirito (19,30). L’opera del Figlio è la stessa del Padre: renderci fratelli per essere figli.

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v. 5: adesso glorificami tu, Padre, presso te stesso (cf. v. 1b). La glorificazione di Gesù è un processo storico, come il diventare carne della Parola. Germoglia visibilmente nel suo battesimo, cresce nel suo operare per gli uomini e si compie adesso nel suo innalzamento, quando dona la vita. Il Gesù terreno, attraverso la croce, è esaltato alla destra di Dio: esplica pienamente la potenza del Dio amore. Il suo innalzamento è la sua elevazione presso il Padre, la pienezza del suo potere di amare e dare vita. Questa è la Gloria che i discepoli presto contempleranno (v. 24; cf. 1,14b). Gesù, ormai prossimo alla croce, chiede che il Padre lo glorifichi “adesso”, manifestando in lui il suo eterno amore per il Figlio e per tutti i suoi figli. con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse (cf. v. 24). Gesù, in quanto Parola diventata carne, ha una gloria che è prima del mondo: è il Figlio di Dio. Ma anche in quanto Figlio dell’uomo, carne della Parola, è predestinato da sempre a rivelare a ogni carne la gloria dalla quale e per la quale è stata fatta. In altre parole: l’uomo Gesù, già prima della fondazione del mondo, è predestinato ad essere il Figlio, per rivelare ad ogni uomo che è figlio di Dio. Egli è l’Unigenito (1,14; 3,18), dalla cui pienezza attinge chiunque lo accoglie (cf. 1,16), diventando lui stesso figlio (cf. 1,12). Non si può staccare la gloria eterna di Dio e la sua rivelazione storica dalla carne di Gesù di Nazareth, il Cristo, il Figlio unigenito: egli ci ha esposto il mistero di Dio, che nessuno mai ha visto (cf. 1,18). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Gesù, davanti ai discepoli, che alza gli occhi al cielo. Chiedo ciò che voglio: conoscere il Padre come lo conosce Gesù, il Figlio. Contemplo la scena, lasciando risuonare in me ogni parola di Gesù.

Da notare: • • • • • • • levati i suoi occhi al cielo Padre è venuta l’ora glorifica il Figlio tuo affinché il Figlio glorifichi te gli desti potere su ogni carne il potere di dare loro – a quanto gli hai dato – vita eterna
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• • •

questa è la vita eterna: conoscere te, l’unico vero Dio, e colui che mandasti, Gesù Cristo io ti glorificai sulla terra avendo compiuto l’opera che mi hai dato da fare adesso glorificami tu, Padre, presso di te, con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.

4. Testi utili: Sal 27; 84; Es 33,18-23; Gv 1,14-18; 1Cor 2,1-16.

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43. TUTTI SIANO UNO, COME TU, PADRE, IN ME E IO IN TE, […..] AFFINCHÉ CONOSCA IL MONDO CHE TU MI MANDASTI E LI AMASTI COME AMASTI ME 17,6-23 17,6 Manifestai il tuo nome agli uomini che mi desti dal mondo. Erano tuoi e li desti a me e hanno custodito la tua parola. 7 Adesso hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai dato sono da te, 8 perché le parole che desti a me, (le) ho date loro ed essi le accolsero e conobbero veramente che da te uscii; e credettero che tu mi mandasti. 9 Io per loro chiedo, non per il mondo chiedo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi; 10 e le cose mie tutte sono tue e le tue mie; e sono stato glorificato in loro. 11 E (io) non sono più nel mondo: essi sono nel mondo, ma io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, ciò che mi hai dato,
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affinché siano uno, come noi. 12 Quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, ciò che mi hai dato; e li conservai e nessuno di loro si perse se non il figlio della perdizione, così che si adempisse la Scrittura. 13 Adesso vengo a te e (di) queste cose parlo nel mondo affinché abbiano la gioia, quella mia, completa in se stessi. 14 Io ho dato loro la tua parola e il mondo li odiò perché non sono dal mondo, come io non sono dal mondo. 15 16 17 18 19 20 Non chiedo che li levi dal mondo, ma che li custodisca dal maligno; dal mondo non sono, come io non sono dal mondo. Santificali nella verità: la tua parola è verità. Come mandasti me nel mondo, anch’io mandai loro nel mondo; e per loro io santifico me stesso, affinché siano anch’essi santificati in verità. Ora non solo per questi chiedo, ma anche per quelli che credono in me per la loro parola, 21 affinché tutti siano uno, come tu, Padre, in me e io in te, affinché anch’essi siano [uno] in noi, affinché il mondo creda
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che tu mi mandasti. 22 E io la gloria che hai dato a me (l’)ho data a loro, affinché siano uno, come noi (siamo) uno, 23 io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’uno, affinché conosca il mondo che tu mi mandasti e li amasti come amasti me. 1. Messaggio nel contesto “Tutti siano uno, come tu, Padre, in me e io in te, […] affinché conosca il mondo che tu mi mandasti e li amasti come amasti me” (vv. 21a.23b): il Figlio prega che i fratelli siano una cosa sola nell’amore, affinché possano essere suoi testimoni davanti al mondo. Il brano è un ringraziamento per l’opera che il Padre gli ha dato di compiere e un’intercessione per i fratelli che la continueranno dopo di lui. Questa preghiera, che si estende per tutto il c. 17, è il vertice della rivelazione di Gesù ai discepoli, direttamente coinvolti nel suo dialogo di Figlio con il Padre. Come precedentemente abbiamo detto, sei volte esce dalla bocca di Gesù la parola “Padre” (vv. 1.5.11.21.24.25), in attesa che ciascuno di noi, in lui, dica: “Padre nostro”. Questa settima invocazione spetta a noi. È l’atto che ci rende “liberi”. Liberi, in latino, significa figli, la parte libera della famiglia in contrapposizione agli schiavi. Diventando figli del Padre e fratelli tra di noi, glorifichiamo così il suo nome sulla terra come in cielo. Il Figlio benedice il Padre per ciò che in lui è già compiuto: la manifestazione della sua gloria al mondo. Insieme però anche chiede (vv. 9bis.15.20) – e vuole (v. 24) ciò che chiede – che i suoi vivano e testimonino ciò che lui ha già compiuto. Tra poco Gesù se ne va al Padre; ma non ci lascia orfani (14,18). Ci consegna ciò che lui è: la sua gloria, la sua conoscenza del Padre. In queste parole ci rivela il suo volto di Figlio, che dona a ogni fratello. A questo dono corrisponde il libero assenso di chi lo accoglie, oppure la resistenza e l’odio del mondo, non ancora conquistato dall’amore.
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Questa preghiera è “un’eucaristia cosmica”. In gratitudine al Padre, il Figlio fa memoria dell’opera da lui compiuta, che prosgue nel tempo attraverso i suoi fratelli, fino a raggiungere “tutti”. Perché tutti, mediante la testimonianza dell’amore, saranno attirati a lui (cf. 12,32). Il destino del mondo è la manifestazione della Gloria: l’amore del Padre e del Figlio, progressivamente ma inarrestabilmente, brillerà nel cuore e sul volto di ogni uomo. Di questo Gesù ringrazia; di questo anche noi ringraziamo, facendo memoria della sua glorificazione. Il fatto che già la comunità dei discepoli partecipi alla Gloria, non comporta un trionfalismo mondano: è il trionfo dell’amore, di un Dio che si fa servo dell’uomo. Al centro della preghiera c’è l’“essere uno” dei discepoli, presenti e futuri. È il dono del Figlio, che ci rende figli e fratelli. Mentre Gesù se ne va, i discepoli restano “nel” mondo. Ma non sono “dal” mondo: sono proprietà di Dio (vv. 6.9), appartengono al Padre come figli e al Figlio come fratelli. Questa preghiera, con richiami stilistici e tematici a 1,1-18, è come un prologo che anticipa l’innalzamento di Gesù, dove Dio esprime la sua gloria. Esprimere significa spremere-fuori: il Figlio spreme-fuori di sé, in noi, la sua essenza di Figlio del Padre. La Parola, da sempre, precede e crea ciò che poi avviene nel tempo. Su 500 parole che ricorrono in questa preghiera, 100 sono dei verbi. Il verbo indica azione. La relazione Padre/Figlio, comunicata a noi, è dinamica e attiva, come la vita. Predomina il verbo “dare” (17 volte): ogni relazione d’amore è un dare, fino al dono di sé. I verbi al passato indicano l’azione terrena di Gesù, ormai compiuta. Da questa scaturiscono i verbi al presente e gli imperativi, che indicano come l’azione del Figlio sarà sempre presente attraverso quella dei suoi fratelli. Come già detto nel brano precedente (cf. messaggio nel contesto), queste parole di Gesù sono una versione giovannea del Padre nostro. Poste tra la cena e l’arresto, costituiscono anche una rilettura “gloriosa” del dramma Padre/Figlio, che gli altri Vangeli pongono nell’orto. Questa preghiera ci introduce nella passione, dandole il suo significato profondo e mostrandone i frutti. In Giovanni tutto è visto dalla fine. Il fine, “ultimo” nell’esecuzione, è sempre “primo” nell’intenzione di chi lo persegue. Alla luce di questa preghiera, comprendiamo il senso profondo della storia e dei suoi attori dal punto di vista di chi l’ha messa in moto. Al principio c’è “il Padre” che “dà” tutto al “Figlio” e lo “glorifica”, “custodendo” e “santificando nella verità” i suoi discepoli; il Figlio, a sua volta, “dà” ai discepoli “vita eterna”, le sue “parole”, la “Parola” e la “Gloria”, “manifestando” e “facendo conoscere” il “nome” del Padre, perché giungano a “essere uno” tra di loro, con lui e il Padre, partecipando alla sua “gioia completa” di Figlio, affinché “il mondo” (nominato ben 18 volte) lo “conosca” come il Figlio “mandato” a “manifestare” l’“amore” del Padre. Queste semplici parole racchiudono insieme il destino della terra e del cielo, del tempo e dell’eternità: l’universo intero è
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attirato e pervaso dalla Gloria. Alla fine tutti saremo figli, conosceremo l’amore del Padre e potremo dire: “Abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16). Il fine e il mezzo della missione, sia per Gesù che per i suoi discepoli, è sempre e solo l’amore. L’unità dei discepoli è vista come un dono: non è da costruire, ma da accogliere e custodire. Anche se noi siamo infedeli, l’amore e l’alleanza di Dio non vengono mai meno. Anzi, la nostra infedeltà evidenzia allo stato puro la sua fedeltà indefettibile. La divisione tra i cristiani è “il grande peccato”: l’uccisione del corpo di Cristo. Noi cristiani delle varie Chiese, se non ci riconosciamo a vicenda, perpetuiamo l’assassinio di Caino. Abele, il fratello rifiutato e ucciso, è il Figlio che ci ama come il Padre, fino a dare la vita per noi. Non c’è filialità senza fraternità e non c’è fraternità senza rispetto dell’altro. La filialità è negata da chi pretende di essere l’unico figlio e non riconosce il fratello nella sua differenza da lui. Quanto vale per il rapporto tra le varie Chiese, vale anche per il rapporto tra la Chiesa e Israele. Il nostro essere “uno” nell’amore – l’unione d’amore è sempre nella distinzione, mai nella soppressione dell’altro – rivela al mondo il nome di Dio come Padre e compie il suo disegno di salvezza. Questo è ostacolato dalle nostre divisioni. Il diavolo, divisore per definizione, ha da sempre cercato di dividere gli uomini. Il suo metodo usuale è unire “contro” qualcuno, straniero o eretico, cattivo o diverso. Oggi – anche se favorisce la solidarietà contro “l’asse del male”, costituita da quelli che si oppongono ai nostri interessi – preferisce agire con la confusione più che con la divisione: unisce gli uomini in un frullatore, omologando e omogeneizzando tutto, anche gli opposti. Infatti suscita in loro gli stessi desideri e propone un unico modello, ben diverso dal Pastore bello che dà la vita (cf. 10,1-21). Comunione e distinzione si oppongono a divisione e confusione come vita e morte. In una persona viva testa e corpo sono uniti, ma distinti; se per caso sono divisi o con-fusi, è capitato un incidente mortale. La globalizzazione, processo culturale inevitabile, può essere sotto il segno dell’omogeneità imposta o della diversità accolta. Diceva un uomo saggio che la Chiesa non è fatta di mattoni, possibilmente della stessa argilla e di uguale cottura. È fatta di “pietre vive” (1Pt 2,5), tutte diverse; ognuna è presa com’è e lavorata secondo la sua posizione rispetto alle altre. Sull’unità nell’amore è sempre esemplare il testo di 1Cor 12-13. Un’unione viva e vitale tra le persone, le Chiese e i popoli, esiste solo se mantiene distinzione e alterità. In questo si gioca non solo l’essenza della Chiesa e la credibilità della sua missione: è in gioco il destino stesso dell’uomo e della sua umanità. Il testo, incentrato sul tema dell’unità, si articola in due parti diseguali. La prima è una richiesta al Padre per la comunità presente (vv. 6-19), la seconda per la comunità futura (vv. 20-23). Ambedue iniziano ricordando l’adesione al Figlio, frutto, rispettivamente, della sua testimonianza
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(vv. 6-8) e di quella dei suoi discepoli (v. 20). La preghiera di Gesù, anche stilisticamente, è come il moto di un’onda spinta dal vento che si propaga, ravvivando successivamente tutta l’acqua del mare. Le numerose ripetizioni, sia nel testo che nel commento, non sono superflue: sono un continuo ritorno alle parole di Gesù, perché rimangano impresse in chi ascolta. Gesù è inviato al mondo per manifestare il “Nome”: è il Figlio che ci mostra il Padre, amandoci con lo stesso amore con il quale è amato da lui. La Chiesa, unita al Figlio e al Padre, continua la missione di Gesù. Rivela chi è Dio e chi è l’uomo: Dio è amore tra Padre e Figlio, l’uomo è sua creatura destinata a vivere di questo amore. L’unione tra i fratelli è la “Gloria”, il cielo che si riflette sulla terra: Dio si rivela al creato e lo deifica, a lode sua e salvezza nostra. Questa unione tra i fratelli è infatti la continuazione, nello spazio e nel tempo, dell’incarnazione del Figlio. 2. Lettura del testo v. 6: Manifestai il tuo nome. “Manifestare il nome”, nel senso di far conoscere la persona, non si trova in altra parte della Bibbia. Gesù ha manifestato agli uomini il “Nome”: l’inconoscibile, Colui che è quello che è, si chiama Abbà, papà. Dire questo nome significa entrare con lui nella sua relazione d’amore di Figlio con il Padre: Dio è mio papà, mio papà è Dio! Padre dice alterità e identità, natura e relazione, origine e destinazione. La carne di Gesù, la sua umanità, è l’epifania o, meglio, l’“enfania” del Padre. Ciò che il Figlio ha fatto e detto, ci ha fatto conoscere che il Padre è nel Figlio: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14,9). agli uomini che mi desti dal mondo. Sono i discepoli, che già hanno rotto con “il mondo”: tirati fuori dalle tenebre, sono venuti alla luce come figli. Essi sono la primizia di quelli che, per la loro testimonianza, crederanno nel Figlio. Questi infatti è stato inviato al mondo (3,17) come salvatore (4,2), perché ogni uomo diventi ciò che è: figlio del Padre. erano tuoi. Non appartengono al mondo, ma al Padre: sono sua proprietà (Es 19,5), suoi figli. li desti a me. Il Figlio considera come dono del Padre quelli che aderiscono a lui (cf. 6,44): sono suoi fratelli. hanno custodito la tua parola. La parola del Padre è il Figlio stesso, che rivela il suo amore. I suoi discepoli sono quelli che l’hanno accolto e custodito (cf. 15,9s). Il verbo custodire, in greco, significa osservare, guardare bene (cf. vv. 11.12.15): l’occhio va dove è il cuore. v. 7: adesso hanno conosciuto. Il verbo “conoscere” domina i vv. 6-8 (cf. anche vv. 3.23.25.26). Questa conoscenza è un’esperienza vitale di relazione con Gesù come Figlio del Padre.
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Conoscere è amare e amare è conoscere. Chi ha accolto la Parola, conosce “adesso” la rivelazione del Figlio. tutte le cose che mi hai dato sono da te . Conoscere significa avere la stessa esperienza del Figlio, che riceve dal Padre il suo essere e il suo sentire, il suo parlare e il suo agire: tutto ciò che il Figlio è e ha, è dal Padre, dono del suo amore. v. 8: perché le parole che desti a me, (le) ho date loro. Gesù ci ha manifestato il Padre e noi l’abbiamo conosciuto, “perché” ha dato a noi le parole che il Padre ha dato a lui. Le parole ricevute dal Figlio si sintetizzano nel comando dell’amore. Gesù l’ha compiuto alla perfezione e lo lascia in dono ai suoi discepoli (cf. 13,1-17.34; cf. Mt 11,25-27; Lc 10,21s). essi le accolsero. I discepoli sono quelli che “accolgono” le parole che Gesù “ha dato” loro. In realtà la Parola è una: il Figlio che ama come è amato dal Padre. Ma la parola d’amore si articola in molte parole, anzi in ogni parola. Accoglierla è l’atto di libertà dell’uomo, che lo genera figlio di Dio (cf. 1,12). conobbero veramente che da te uscii. Chi accoglie le parole della Parola diventata carne, conosce Gesù come il Figlio uscito dal Padre. credettero. Il conoscere diventa credere: conoscere è fondamentalmente credere all’amore. Le parole d’amore sono conosciute da chi le accoglie con amore. Chi non ama, non capisce. Solo l’amore contiene verità e vita, la verità della vita. che tu mi mandasti. L’oggetto del conoscere/credere è Gesù come Figlio inviato dal Padre per manifestare ai fratelli il suo amore. v. 9: io per loro chiedo. La domanda di Gesù esprime un desiderio. È sicuro che sarà esaudito, perché è il medesimo del Padre. È espresso ad alta voce, davanti ai suoi discepoli, perché anch’essi lo conoscano e desiderino (cf. 11,41s; 12,30). non per il mondo chiedo. Gesù non chiede per il mondo. “Il mondo” qui è inteso come quella struttura di menzogna che domina i nostri rapporti. In quanto tale va distrutto e vinto (cf. 16,33c), come un tumore, per salvare il malato. Quando invece il mondo è inteso come l’insieme degli uomini schiavi di questo sistema, allora si dice che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, per salvarlo (3,16s). Gesù infatti è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), il salvatore del mondo (4,42), colui che dà la sua carne per la vita del mondo (6,51), colui che è luce del mondo (8,12), la luce che viene nel mondo per illuminare ogni uomo (1,9s; cf. 1,4). ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Gesù intercede per gli uomini che il Padre gli ha dato come fratelli. Si sottolinea nuovamente la loro appartenenza al Padre (cf. v. 6). v. 10: le cose mie tutte sono tue e le tue mie . Il Figlio riconosce che quanto ha ed è gli viene dal Padre, come il Padre a sua volta gli dà quanto lui stesso ha ed è. Questo dono è la “conoscenza
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reciproca” tra Padre e Figlio, la loro relazione di amore ineffabile (cf. Mt 11,27; Lc 10,22), nella quale siamo inclusi anche noi, che apparteniamo al Padre come figli e al Figlio come fratelli. sono stato glorificato in loro. Gesù è stato glorificato nei discepoli, perché l’hanno riconosciuto come Figlio, ricevendo la sua stessa relazione con il Padre (cf. Mt 11,25; Lc 10,21). In concreto è glorificato attraverso il loro amore di fratelli che custodiscono la Parola del Padre (v. 6), appresa dalle sue parole di Figlio (v. 8). In questa sua richiesta Gesù considera come già avvenuto ciò che avverrà più tardi, dal mattino di Pasqua in poi. Sa infatti che tutto quello che si chiede nella preghiera, con fede di averlo ottenuto, sarà accordato (cf. 11,22.41s; Mc 11,24). v. 11: (io) non sono più nel mondo. Gesù sta compiendo la Pasqua, il suo passaggio da questo mondo al Padre (13,1). Finisce la sua vita sulla terra, nella quale ha manifestato agli uomini il Nome (cf. v. 6a). È bene per noi che se ne vada, perché ci manderà il Consolatore (16,7): va a prepararci un posto, perché anche noi siamo dove è lui (14,2s). essi sono nel mondo. Pur non essendo “dal” mondo (cf. v. 6b; 15,18s), i discepoli restano nel mondo, per continuare la sua stessa missione. L’essere “nel” mondo, sia per il Figlio che per ogni suo fratello, è la condizione in cui si gioca il ritorno al Padre. “Qui e ora” siamo chiamati a vivere da figli del Padre. L’essere figli di Dio non è evasione dai limiti dello spazio e del tempo, ma impegno a vivere nella carne secondo lo Spirito, per nascere dall’alto. Padre santo. Il Padre ora è chiamato santo, più avanti giusto (v. 25). Santo significa separato, diverso, altro. È attributo esclusivo di Dio, altro da tutto: lui solo è santo. Eppure vuole che tutti siamo come lui: “Siate santi perché io sono santo” (Lv 11,44). Paradossalmente Dio, essendo amore, è talmente altro da diventare come noi perché noi siamo come lui. La proprietà di Dio, Padre santo, è quella di santificarci: ci rende simili a lui, diversi dal “mondo”, perché, essendo Padre, ci fa suoi figli e fratelli tra di noi. custodiscili nel tuo nome. Il nome è la presenza, la persona. Attraverso il Figlio che ce lo ha manifestato (v. 6a), il Padre ci custodisce in sé, in comunione con lui come nostro Padre. In lui custodiamo la nostra verità di figli. ciò che mi hai dato. I discepoli sono ciò che il Padre ha dato al Figlio (cf. vv. 6.9). C’è il singolare, perché sono considerati un’unità (cf. anche vv. 2.12), quell’unità nell’amore che è la gloria di Dio e la sua rivelazione al mondo. affinché siano uno. Il fine della preghiera del Figlio al Padre è che i fratelli siano “uno”, una cosa sola (cf. Ef 1,2-6). Il tema verrà ripreso e ampliato nei vv. 20-23. L’essere uno è il desiderio fondamentale dell’uomo: è la realizzazione dell’amore, fonte di gioia e vita. Se il male divide e uccide, l’amore unisce e fa vivere. È un’unità nella distinzione, che non sopprime, anzi suppone l’esistenza dell’altro. La vera santità che il Padre vuole dai suoi figli è
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l’unità nell’amore, una fraternità dove ogni diversità è accolta e ogni miseria oggetto di misericordia. Infatti, riformulando il comando: “Siate santi, perché io sono santo” (Lv 11,44), Luca dice: “Diventate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). La santità, la perfezione di Dio (cf. Mt 5,48), ciò per cui Dio è Dio e solo lui, è la misericordia. Questo attributo rivela la sua essenza come onnipotenza di un amore assoluto, che crea e ricrea ogni creatura a sua immagine e somiglianza. Una santità o perfezione senza misericordia è satanica. La misericordia è la santità e perfezione propria di Dio, comunicata a noi nel Figlio. Essa ci rende uno con lui e come lui, figli del Padre e fratelli tra di noi (cf. Mt 5,43-48; Lc 6,35), capaci di vincere il male con il bene (Rm 12,21) e di ricomporre in unità ogni frattura e divisione. come noi. L’unione che c’è tra i fratelli è la stessa che c’è tra Padre e Figlio, la cui vita è l’amore reciproco. Gesù ha già detto che lui e il Padre sono una cosa sola (10,30). Altrove esprime lo stesso concetto come immanenza reciproca: l’uno è nell’altro (cf. v. 21; 10,38; 14,10.23). L’unione tra Padre e Figlio, comunicata a noi dal Figlio, riunisce in “uno” i figli di Dio dispersi (11,52), facendo un solo gregge, un solo pastore (10,16). La divisione tra i cristiani è il grande male che si oppone alla glorificazione del Padre e del Figlio sulla terra: divide la tunica “inconsutile” (cf. 19,23s), dilania il corpo del Figlio. La via all’unione tra le varie Chiese è leggere e rileggere queste parole di Gesù, fino a quando non scompare dal nostro cuore la cecità e l’animosità che viene dal divisore. Allora saremo uniti anche a Israele; e la Gloria si rivelerà a tutti. Da Dio non può venire la divisione, sinonimo di morte. Da lui viene solo l’unione, nell’accettazione della diversità e nel discernimento, che distingue l’azione sua da quella del nemico. Da lui viene soprattutto il perdono, che sana ogni divisione. “Due sono le ragioni per cui un uomo può essere continuamente ricoperto di zelo contro la condotta degli altri: l’orgoglio e la stupidità. Al di fuori di queste due [ragioni] che muovono l’uomo allo zelo, quest’ultimo non si dà” (Isacco di Ninive). v. 12: quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, ciò che mi hai dato, ecc. Gesù ormai non è più nel mondo (v. 11). Mentre sta andandosene, ricorda ai discepoli che lui ha fatto ciò che chiede al Padre: li ha custoditi e conservati nel suo nome, con la cura del pastore per le sue pecore. nessuno di loro si perse. Infatti il Pastore bello dà la sua vita in favore delle pecore. Esse non andranno perdute: nessuno può strapparle dalla sua mano, che è la stessa del Padre (10,28s). se non il figlio della perdizione (cf. 2Ts 2,3). Il figlio della perdizione significa il figlio perduto. Di solito è riferito a Giuda. È un detto inquietante, perché sembra parlare della sua dannazione e della sua predestinazione ad essa. Ma bisogna tener presente che tutta la Bibbia, dalla
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Genesi all’Apocalisse, è una parabola della ricerca del figlio perduto e ritrovato, morto e tornato in vita (cf. Lc 15,24.32). Con lui si è identificato il Figlio stesso, che si è fatto per noi maledizione e peccato (2Cor 5,21; Gal 3,13): egli è l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo (Ap 1,8; 21,6; 22,13), il primo che si è fatto ultimo (cf. Mc 9,35p;10,31.43sp), il minimo tra i fratelli (Mt 25,40.45), per essere con tutti e in tutti. La perdizione, non va dimenticato, è l’orizzonte stesso della salvezza: si può salvare solo ciò che è perduto (Lc 19,10). Giuda, in questo caso, rappresenta l’uomo che è ancora sotto l’influsso del diavolo (6,70; 13,2.27), dal quale il Figlio è venuto a liberare i suoi fratelli: è il prototipo dell’uomo perduto, che il Figlio è venuto a salvare. Queste parole di Gesù vanno lette alla luce del c. 13. Y. Simoens invece identifica il figlio della perdizione non con Giuda, ma con satana, chiamato “l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, l’avversario” (2Ts 2,3). Secondo Giovanni è lui l’autore del tradimento di Giuda (13,2.27), il capo di questo mondo (cf. 12,31), colui che per primo non ha custodito la Parola, diventando menzognero e omicida (8,43s). Ma anche lui è “figlio perduto”, creatura di Dio; come tale resta infinitamente amato. Fino a quando l’odio potrà resistere all’amore, se l’amore è infinito? così che si adempisse la Scrittura . Richiama 13,18-21, dove Gesù cita il Sal 41,10. Questo non significa che male, il cui apice è la croce di Gesù, sia voluto da Dio. È però previsto da lui, che ne farà il luogo in cui rivela l’assolutezza del suo amore. v. 13: adesso vengo a te e (di) queste cose parlo nel mondo. Gesù, prima di tornare al Padre, ci lascia queste parole, che sempre parleranno al mondo, attraverso i suoi discepoli. In particolare attraverso il discepolo che Gesù amava, il quale le ricorda e racconta a noi nel suo Vangelo. affinché abbiano la gioia, quella mia, completa in se stessi . Le sue parole, che ci fanno “uno” nell’amore, hanno come fine la nostra gioia (cf. 15,11). È la stessa del Figlio, amato dal Padre. Gesù vuole che essa sia in noi in misura sempre maggiore, fino a essere completa. Tutta l’azione di Dio punta alla gioia dell’uomo. La gioia è la firma d’autore, il sigillo di Dio su ogni opera sua. v. 14: io ho dato loro la tua Parola . Il dono di Gesù, il Figlio, è lui stesso, Parola del Padre. È la Parola che ci purifica e monda (cf. 15,3), la verità che ci fa liberi (8,32), la luce che ci fa uscire “dal” mondo, inteso come appartenenza alla tenebra. Questa Parola è Spirito e vita (cf. 6,63): comunicandoci il suo stesso amore per il Padre e i fratelli, ci rende figli di Dio. e il mondo li odiò, ecc. (cf. 15,18-25). Il mondo ama ciò che è suo (cf. 15,19): la tenebra odia la luce, la menzogna odia la verità (cf. 3,20). I discepoli sono odiati allo stesso modo di Gesù, perché egli non è dal mondo, ma dal Padre, e dice la verità (8,45). Chi è dal mondo ha un altro padre: il diavolo, omicida e menzognero fin dall’inizio (cf. 8,31-47). La gioia che i discepoli hanno
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è quella del Figlio, che non è “dal” mondo, ma “dal” Padre, il quale non lo lascia mai solo (16,32). Anche nelle afflizioni gode sempre della sua consolazione (cf. 2Cor 1,3-7). v. 15: non chiedo che li levi dal mondo. I discepoli devono restare nel mondo, senza essere dal mondo. Così possono continuare la sua missione, per la salvezza del mondo. Essi sono nella carne, ma non vivono della carne. Vivono, in questo mondo e in questa carne, da figli della luce (12,36). ma che li custodisca dal maligno (cf. Mt 6,13). Il Padre santo, custodendoli nel suo nome, li rende uno nell’amore. In questo modo li preserva dal maligno, il diavolo che li divide dal Padre e dai fratelli (cf. 1Gv 2,14-18), per imprigionarli nelle tenebre, in solitudine e tristezza. v. 16: dal mondo non sono, come io non sono dal mondo . I discepoli, come Gesù, riconoscono la loro origine dal Padre, del quale fanno le opere. Per questo hanno gioia e vivono da figli e da fratelli. v. 17: santificali nella verità. Il Padre “santo” ci rende santi come lui, stabilendoci nella verità sua di Padre e nostra di figli. Siamo santi come lui, se amiamo i fratelli con lo stesso amore suo e del Figlio. la tua parola è verità . La Parola del Padre è il Figlio unigenito, che ci manifesta il nome del Padre. Da lui riceviamo la grazia della verità (1,17), della verità che ci fa liberi (8,32), figli e fratelli. v. 18: come mandasti me nel mondo, anch’io mandai loro nel mondo (cf. 3,16s; 20,21). La missione del Figlio, mandato nel mondo per rivelare l’amore del Padre e salvarlo (3,16s), diventa ora la stessa dei suoi discepoli (cf. 20,21). Ogni figlio è tale perché si volge verso gli altri come fratelli. Chi non diventa fratello, non è neppure figlio. Per questo la “missione al mondo” non è riservata a qualcuno: è costitutiva per ogni credente che, nel Figlio, abbia scoperto l’amore del Padre verso tutti. v. 19: per loro io santifico me stesso . Gesù è santificato dal Padre per la sua missione di Figlio (cf. 10,36) mediante lo Spirito (cf. 1,33s). A sua volta Gesù santifica se stesso come Figlio amando i fratelli con lo stesso amore del Padre, sino a esporre, disporre e deporre la propria vita in loro favore (cf. 10,11.15.17.18). Questa “santificazione” si compirà sulla croce, quando la sua carne, diventata epifania del Santo, manifesterà l’amore perfetto e ci offrirà il suo Spirito (19,30). affinché siano anch’essi santificati in verità. “In verità” significa “veramente”. Ma richiama anche “nella verità” del v. 17. Il Padre santifica il Figlio e il Figlio santifica se stesso perché anche noi siamo santi come lui. Ciò che ci santifica è la verità dell’amore che Gesù ci rivela. Il fine dell’azione del Figlio è santificare i fratelli, rendendoli figli a immagine del Padre.

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v. 20: non solo per questi chiedo, ecc. Gesù, dopo aver chiesto per i discepoli presenti, chiede le stesse cose per quelli che crederanno in lui attraverso la loro parola. Tra questi siamo anche noi, gli attuali lettori del Vangelo. Come il futuro dei fratelli presenti, così anche i fratelli futuri sono già presenti nella preghiera del Figlio, che tutti abbraccia e a ciascuno dona il suo rapporto con il Padre. v. 21: affinché tutti siano uno (cf. vv. 11.22.23). Gesù chiede, anche per i discepoli futuri, che siano una cosa sola. L’essere uno nell’amore rivela sulla terra la santità di Dio, unico Padre di tutti. Nell’unione tra i fratelli si conosce il Padre e il suo amore. I vv. 21-23, con le variazione dei vv. 24-26, sono una ripresa sinfonica del v. 11b: coloro ai quali è stato manifestato il Nome (v. 6) siano una cosa sola. Questa è la glorificazione sua e del Padre, che Gesù chiede all’inizio della sua preghiera (vv. 1-5). come tu, Padre, in me e io in te . L’origine e il modello della nostra unione è quella tra Padre e Figlio, espressa qui come immanenza reciproca: chi ama è dimora dell’amato, abitato da chi accoglie. affinché anch’essi siano [uno] in noi. I discepoli, pur restando nel mondo, uniti a Gesù come i tralci alla vite, sono “uno” nel Figlio e nel Padre. Vivono della stessa vita, immersi nell’abisso senza fondo del loro amore reciproco, grembo unico di tutto. Sono “uno” in Dio, in cielo; per questo sono “uno” anche sulla terra (v. 22). affinché il mondo creda. La credibilità di Dio è affidata alla nostra testimonianza di essere “uno”. Attraverso il nostro amore fraterno tutti gli uomini possono conoscere Dio come Padre; nessuno escluso, perché tutti siamo suoi figli amati. Il frutto della nostra missione viene dalla nostra unione con il Figlio (cf. 15,1-12), che ci unisce al Padre e tra di noi. La missione non è che l’irradiamento della Gloria: il mondo vede il Padre nel volto dei fratelli di colui che ha detto: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14,9). v. 22: la gloria che hai dato a me, (l’) ho data a loro . Gesù ha riversato su di noi l’amore che ha ricevuto dal Padre. Per questo abbiamo la sua gloria: siamo figli e possiamo amarci come lui ci ha amati. affinché siano uno, come noi (siamo) uno. La gloria dell’amore ci fa essere “uno” tra di noi, come il Padre e il Figlio sono uno: realizza sulla terra la presenza di Dio. v. 23: io in loro e tu in me . Si riprende il v. 21, spiegandolo. Il Figlio è nei credenti che lo amano perché li ha amati. Il Padre a sua volta è in noi come nel Figlio che lo ama. L’amore infatti rende presente l’amato in chi lo ama. Siamo “uno” come Dio (cf. v. 21), perché in noi dimora il Figlio e anche il Padre, che in lui dimora come lui nel Padre. affinché siano perfetti nell’uno. Gesù ripete quanto detto al v. 21, aggiungendo il concetto di perfezione e compiutezza, che sottintende un cammino per raggiungere la meta desiderata.
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affinché conosca il mondo che tu mi mandasti (cf. v. 21). Nella misura in cui i discepoli crescono nell’unità fraterna, manifestano al mondo il volto del Figlio inviato dal Padre. L’unione tra gli uomini sarà possibile quando i cristiani saranno uniti tra di loro: la loro unione è sacramento di salvezza per il mondo. e li amasti come amasti me (cf. v. 26). L’unione tra i discepoli fa conoscere al mondo l’amore che il Padre ha per il Figlio: è lo stesso del Figlio per i fratelli (15,9) e dei fratelli tra di loro (13,34; 15,12). La rivelazione di Gesù tocca qui il suo vertice: noi siamo una cosa sola con il Padre, che ci ama con lo stesso amore unico e totale con cui ama il Figlio. Il credente è davvero “entusiasta” (= respira in Dio), perché è nel Padre e nel Figlio, che lo amano di amore eterno. Nella sua risposta d’amore, Dio è in lui come lui in Dio (cf. 1Gv 4,16b). Di questo amore infinito tutti abbiamo sete: è necessario come l’acqua per vivere. Desideriamo che ci sia, ma temiamo che non ci sia. Gesù è venuto a donarcelo. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù davanti ai suoi discepoli, che alza gli occhi al cielo. c. Chiedo ciò che voglio: una comunione sempre maggiore con i fratelli, perché tutti, nel nostro amore di figli, conoscano quello del Padre. d. Ascolto e lascio entrare in me ogni parola di Gesù. Da notare: manifestai il tuo nome agli uomini che mi desti dal mondo erano tuoi e li desti a me le parole che desti a me, le ho date a loro essi le presero e conobbero veramente che uscii da te le cose mie sono tue e le tue mie; e sono stato glorificato in loro io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo Padre santo, custodiscili nel tuo nome siano uno, come noi quando ero con loro, li conservai nel tuo nome nessuno si perse, se non il figlio della perdizione abbiano la gioia, quella mia, completa in se stessi il mondo li odiò perché non sono dal mondo
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custodiscili dal malvagio santificali nella verità come mandasti me nel mondo, anch’io mandai loro nel mondo per loro santifico me stesso siano anch’essi santificati in verità chiedo anche per quelli che credono in me per la loro parola siano uno, come tu, Padre, in me e io in te affinché il mondo creda che tu mi mandasti la gloria che hai dato a me, io l’ho data a loro siano uno, come noi siamo uno: io in loro e tu in me siano perfetti nell’uno affinché conosca il mondo che tu li amasti come amasti me. 4. Testi utili:

Sal 103; 117; Mt 11,25-30; Mt 18, 19-35; 1Cor 12-13; Ef 3, 14-21; 1Pt 2,4s.

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L’AMORE DEL QUALE AMASTI ME SIA IN LORO E IO IN LORO 17,24-26 17,24 Padre, quanto mi hai dato, voglio che, dove sono io, anch’essi siano accanto a me, affinché contemplino la mia gloria, che mi hai dato, perché mi amasti prima della fondazione del mondo. 25 Padre giusto, anche se il mondo non ti conobbe, io invece ti conobbi; e questi conobbero che tu mi mandasti; 26 e feci loro conoscere il tuo nome e (lo) farò conoscere, affinché l’amore del quale amasti me sia in loro e io in loro. 1. Messaggio nel contesto “L’amore del quale amasti me sia in loro e io in loro” . Sono le ultime parole di Gesù prima della passione. In essa ci comunicherà l’amore con il quale il Padre ama lui; così anche noi lo ameremo e lui sarà in noi come noi da sempre siamo in lui. Si sottolinea il nesso tra gloria e amore, che sottende la seconda parte del Vangelo. Infatti la Gloria, la bellezza assoluta che fa sì che Dio sia Dio, è l’amore tra Padre e Figlio, che il Figlio dell’uomo innalzato riverserà su chiunque lo contempla. Gesù non solo chiede (cf. vv. 9.15), ma anche vuole (cf. v. 24): la sua volontà di Figlio è la stessa del Padre che l’ha inviato al mondo per far conoscere il suo amore e salvarlo (cf. 3,16). Non è
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velleitarismo: il suo “voglio” (v. 24) è davvero l’erba che cresce nel giardino di quel re che ha potere su ogni cosa (v. 2). La volontà del Padre e del Figlio sono in perfetta sintonia: il loro amore reciproco vuole donarsi a ogni creatura. In Mc 14,36p Gesù sostiene una lotta per dire al Padre: “Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. È la sua pasqua interiore, il passaggio dalla volontà dell’uomo a quella del Dio amore. In Giovanni, che guarda con occhio retrospettivo, questa tensione, appena accennata in 12,27 per indicarne il superamento, è ormai risolta nella Gloria. Il nostro futuro di discepoli è sicuro, perché ancorato al “voglio” del Figlio che è lo stesso del Padre: nessuno ci strapperà dalla sua mano (cf. 10,28s). In quest’ottica si capiscono gli inni delle lettere agli Efesini e ai Colossesi, che cantano il mistero dell’universo in Dio e di Dio nell’universo, creato attraverso il Figlio, in lui e per lui, principio e fine di ogni esistenza (cf. Ef 1,314; Col 1,15-20). Nel finale della preghiera il Padre è invocato due volte (vv. 24.25), come all’inizio (vv. 1.5). Queste ultime battute, simili alle prime, sono una sintesi dell’intercessione di Gesù ( v. 24) e di tutta la sua opera (vv. 25-26). Il Figlio “vuole” che i suoi discepoli – e, attraverso la loro testimonianza, tutti gli uomini – siano dove lui è, presso il Padre, per contemplare la sua gloria. Questo è il fine della sua missione, ormai al compimento. Anche se il mondo non conosce il Padre, e per questo rifiuta il Figlio, Gesù ha conosciuto il Padre e si è rivelato ai discepoli come il Figlio che lo manifesta. Lo farà conoscere compiutamente nella sua glorificazione in croce, quando consegnerà loro l’amore estremo che il Padre ha per lui. Allora anche il Figlio sarà in loro. Sarà la sua glorificazione piena, che d’ora in poi continuerà nella storia, grande e piccola: sarà la sua presenza nei fratelli, che si amano del suo stesso amore. Essere “dove” è Gesù, “con” lui, per contemplare la sua gloria, è una realtà presente oppure solo futura, dopo la nostra morte o, addirittura, dopo il suo ritorno? Per Giovanni è la condizione attuale di chi ama Gesù, di chi vive e crede in lui. Essa però conosce un cammino: cresce nel corso della storia personale e universale, per raggiungere il suo compimento, che è il fine di tutto al di là della fine di tutto. È l’unione mistica del discepolo con Gesù, “il mio Signore e il mio Dio!” (cf. 20,28). In questa unione con lui la morte perde il suo pungiglione (cf. 1Cor 15,56) e diventa “insussistente”. Infatti Gesù ha detto: “Chi vive e crede in me, non morirà in eterno” e “anche se muore, vivrà” (11,26.25). Uniti a lui come il tralcio alla vite (cf. 15,1ss), “sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui” (1Ts 5,10). Per noi, come per lui, la morte sarà il cambiamento di domicilio, il trasferirci da questo mondo al Padre, compimento dell’amore e svelamento della Gloria (cf. 13,1ss).
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Gesù vuole che noi siamo con lui dove è lui, presso il Padre. Ci fa conoscere il suo nome, perché il suo amore sia anche in noi. La Chiesa è la comunità dei fratelli che ha contemplato, riconosciuto e ascoltato, nella carne di Gesù, la gloria del Figlio (1,14; cf. 1Gv 1,1-4): l’amore del Padre, concesso in lui a ogni uomo. 2. Lettura del testo v. 24: Padre, quanto mi hai dato. Gesù sta parlando al Padre dei discepoli, considerati come un’unità (cf. vv. 2.21). Sono gli uomini che il Padre gli ha dato dal mondo, come suoi fratelli (v. 2): sono diventati figli, perché hanno accolto il Figlio e sono una cosa sola con lui e con il Padre (vv. 11b.21). L’essere “uno” nell’amore è il desiderio fondamentale dell’uomo, analogo alla forza di attrazione per la materia. voglio. Prima Gesù chiedeva. Ora vuole ciò che chiede: vuole che si compia la volontà del Padre, “come in cielo, così in terra”. Suo cibo di Figlio è fare la sua volontà (cf.4,34). Egli dà la vita a chi vuole (5,21); e la sua volontà è la stessa del Padre che l’ha inviato (5,30) a salvare il mondo (3,16s). Questa volontà del Padre e del Figlio è il loro amore reciproco, lo Spirito che il Figlio comunica ai fratelli (7,39; 19,34; 20,22). Esso vivifica ormai la nostra storia di maledizione e di peccato, portandola efficacemente alla riconciliazione: ci fa passare dalla divisione alla comunione d’amore. dove sono io, anch’essi siano. Il Figlio vuole la comunione piena dei fratelli con lui. Il “dove” di Gesù è il Padre: in lui dimora, da lui viene, a lui va, in lui e di lui vive. Come Dio chiese al primo uomo: “Dove sei?”(Gen 3,9), così i primi discepoli hanno chiesto a Gesù: “Dove dimori?” (1,38). Il racconto del Vangelo ci ha mostrato “dove” il Figlio sta di casa: nell’amore del Padre, che dischiude ai fratelli. Qui anche noi troviamo la nostra casa di figli del Padre e fratelli tra di noi. È la patria da dove Adamo era fuggito, abbandonando il suo luogo naturale. Lontano da esso, l’uomo è lontano da sé, fuori dal suo posto: è uno spostato, estraneo a sé e a tutto. accanto a me. Accanto a lui, posti al suo fianco come i suoi due compagni sul Golgota, partecipiamo al suo trionfo (cf. 19,18). Il nostro essere presso il Padre avviene nella nostra comunione con il Figlio. In compagnia sua, anche noi ritroviamo il nostro luogo di origine: finisce l’esilio e regniamo con lui. Entriamo nella famiglia di Dio (Ef 2,19); però non più da schiavi, ma da liberi, figli nel Figlio. affinché contemplino la mia gloria. Da qui contempliamo la sua gloria di Unigenito, quella che i discepoli hanno visto nella Parola diventata carne (1,14). Se “l’uomo vivente è gloria di Dio, la visione di Dio è vita dell’uomo”. La sua gloria risplende sul nostro volto, trasfigurandoci a immagine del suo (cf. 2Cor 3,18).
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La “visione” della quale Gesù parla non è solo una realtà futura, dopo la morte o dopo il suo ritorno: chi è a sua fianco, “conosce” il suo amore reciproco con il Padre. Questa è la vita eterna, che già ora otteniamo: nella nostra condizione terrestre, come Gesù nella sua carne, viviamo la vita celeste. Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente, anche se in modo ancora velato (cf. 1Gv 3,1s). Questa visione presente non esclude quella futura, che ne sarà il disvelamento pieno. La stessa morte è ormai “insussistente” come morte: diventa il travaglio del parto. Infatti la conoscenza del Padre vince il peccato, pungiglione della morte che ci avvelena l’esistenza (cf. 1Cor 15,56). La nostra vita non è più per-la-morte, ma è un passaggio da questo mondo al Padre, un venire alla luce nella nostra condizione di figli (cf. 11,4.40). Posti accanto a Gesù, siamo suoi compagni: morti e risorti con lui, camminiamo in una vita nuova (Rm 6,4; Col 2,12). Siamo addirittura seduti alla destra di Dio (Ef 2,6): la nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Già su questa terra ci è dato di contemplare la gloria dell’amore, ma come in uno specchio (1Cor 13,12a). Quando però si manifesterà Cristo, nostra vita, anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (Col 3,4) e lo vedremo faccia a faccia (1Cor 13,12b), così come egli è. Allora la nostra trasformazione, già in atto, sarà compiuta (cf. 1Gv 3,2). Giovanni comunque sottolinea il “già” più che il “non-ancora”: la gloria del Figlio è già comunicata ai discepoli dalla croce di Gesù. che mi hai dato. Il Padre ha dato a Gesù la gloria del Figlio, come gli ha dato la corona dei fratelli: la gloria “che hai dato a me” si rivela in coloro “che hai dato a me”, e che sono “accanto me”, “dove sono io” (v. 24a). perché mi amasti prima della fondazione del mondo. La gloria del Figlio è l’amore eterno del Padre. Gesù ci rivela che è donata anche a ciascuno di noi. Infatti ha appena detto di noi al Padre: “Li amasti come amasti me” (v. 23b). Conoscere l’amore del Padre è ritrovare la propria identità di figli, avere la vita autentica. Chi non conosce il Padre, non si può sentire figlio: è privo di ciò che lo costituisce tale. “Prima” della fondazione del mondo significa prima del tempo: da sempre il Padre ama il Figlio e anche noi. Il suo amore, che è prima, è anche durante e oltre ogni tempo (cf. Sal 117): è il fondamento stesso della creazione, suo principio e suo fine. v. 25: Padre giusto. Prima il Padre era chiamato santo, perché ci custodisce nella sua santità, nell’amore che ci fa essere una cosa sola con lui e tra di noi (v. 11). Ora è chiamato giusto, perché ci giustifica, facendoci giusti come lui è giusto. La giustizia richiama il giudizio. Il Padre giusto esercita la sua giustizia amando incondizionatamente i suoi figli. Questa giustizia si rivela nel “giudizio” del Figlio uguale al Padre: la croce, dove, dando la vita per i fratelli che lo uccidono,
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rivela la gloria dell’amore. Vedendo questo giudizio, tutti diventiamo giusti, perché comprendiamo di essere figli amati. Questo, e non altro, è il giudizio e la giustizia di Dio, che ci fa santi e giusti nell’amore, come lui. Nella sua ultima preghiera Gesù invoca il Padre per la sesta volta. Attende, lo ripetiamo ancora, che la settima volta siamo noi a chiamarlo con lo stesso nome. È l’invocazione che ci fa diventare figli, fratelli suoi e tra di noi. anche se il mondo non ti conobbe . Il “mondo” significa la struttura di menzogna che domina i rapporti umani. Il mondo è tale perché non conosce il Padre. Per questo è nelle tenebre. Ma quando lo conosce, cessa di essere “mondo”, come la notte si dissolve quando viene il sole. Conoscere il Padre è non essere “dal” mondo. Il Figlio, che non è “dal” mondo, è venuto nelle tenebre per essere luce del mondo (1,9; 8,12). Anche i suoi discepoli restano “nel” mondo, senza essere “dal” mondo, per continuare la sua testimonianza di verità (cf. vv. 13-19). io invece ti conobbi. La conoscenza del Padre fa sì che il Figlio sia tale. Da qui l’insistenza sul verbo “conoscere”. La coscienza di Gesù come Figlio di Dio è la sua conoscenza dell’amore del Padre, di cui vive e che ci rivela. Se Gesù non avesse avuto coscienza di essere Figlio di Dio, non lo sarebbe; e non si capirebbe nulla di ciò che ha fatto e detto. Infatti non rivela altro che il suo essere Figlio, epifania o, meglio, “enfania” del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (14,9). questi conobbero. I discepoli, a differenza del mondo, hanno ricevuto la conoscenza del Padre attraverso Gesù Cristo, suo Figlio (cf. vv. 2-3). che tu mi mandasti. La prima conoscenza dei discepoli è quella di Gesù, come “mandato dal Padre”, Figlio inviato ai fratelli. Tutto ciò che egli ha fatto e detto per noi, ci schiude la Gloria, del Padre e sua. v. 26: feci loro conoscere il tuo nome. Il Figlio, facendoci conoscere Dio con il suo nome di Padre, ci dà la vita eterna, la nostra verità di figli (vv. 3s). Far conoscere il nome del Padre esprime, in modo sintetico, l’essere e l’agire di Gesù. Ogni agire manifesta l’essere: il suo agire per i fratelli manifesta il suo essere Figlio e fa conoscere il Padre. e (lo) farò conoscere. Gesù ha glorificato il Padre con ciò che ha detto e fatto. Tra poco lo glorificherà all’estremo con ciò che gli faranno sulla croce. Lì il Padre sarà pienamente conosciuto nell’amore perfetto del Figlio, che ci consegnerà il suo Spirito (19,30). Allora sarà espulso il capo di questo mondo, che ci accecava gli occhi e induriva il cuore (12,31.40a): saremo tutti attirati al Figlio e, volgendoci a lui, guariremo dalla menzogna che ci ha nascosto il volto nostro e del Padre (12,32.40b). Questa conoscenza del Padre, palese a tutti sul Golgota, sarà accolta dai discepoli che, a loro volta, la comunicheranno agli altri. Il senso della storia è la rivelazione inarrestabile dell’amore che si è reso visibile nella carne del Figlio crocifisso. Coloro che, per primi, hanno in lui riconosciuto e
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creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16), lo testimonieranno a tutti, perché partecipino della loro gioia (1Gv 1,1-4). Conoscere il Padre è la vita, per ogni figlio (cf. v. 3). affinché l’amore del quale amasti me sia in loro (cf. v. 23). L’amore totale e assoluto che il Padre ha verso il Figlio (cf. v. 24b), è lo stesso che egli ha verso ogni uomo (cf. v. 23b), suo figlio nel Figlio. Con la sua vita da fratello, Gesù è venuto a donarcelo; e non a misura (3,34), ma in modo completo (19,30). Attraverso di lui anche noi conosciamo il Padre. Allora il suo amore è anche in noi. Infatti, vedendo l’amore di Gesù che ci ama con lo stesso amore del Padre (15,9), gli apriamo il cuore. Così diventiamo figli, capaci di amare come siamo amati. Il fine dell’azione di Gesù è che noi, contemplando la sua gloria (v. 24), abbiamo in noi stessi l’amore che il Padre ha per lui, in modo che anche noi ne viviamo. e io in loro. Da sempre noi siamo nel Figlio, perché ci ama; quando accogliamo il suo amore, allora anche lui sarà in noi, perché lo amiamo. L’amato infatti dimora in chi lo ama, diventando sua vita (cf. Gal 2,20). Dio abita ovunque gli si apre la porta. Volgendo l’occhio alla ferita di colui che abbiamo trafitto (19,37), il nostro cuore di pietra si aprirà. E accoglierà l’amore, rispondendo con amore. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù davanti al Padre e ai discepoli. c. Chiedo ciò che voglio: avere in me l’amore che il Padre ha per il Figlio. d. Lascio risuonare in me ogni parola di Gesù. Da notare: ciò che hai dato a me voglio che, dove sono io, siano anch’essi con me affinché contemplino la mia gloria mi amasti prima della fondazione del mondo il mondo non ti conobbe io ti conobbi questi conobbero che tu mi mandasti feci loro conoscere il tuo amore e lo farò conoscere l’amore del quale amasti me sia in loro e io in loro . 4. Testi utili
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Sal 34; 100; 1Gv 1,1-4; 4,7-5,4; 1Cor 13,1ss; Rm 8,28-30; Ef 1,3-14; Col 1,15-20.

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45. IO-SONO 18,1-11 18,1 Dette queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, in cui entrò lui e i suoi discepoli. 2 Conosceva il luogo anche Giuda, quello che lo stava consegnando, perché molte volte lì si era riunito Gesù con i suoi discepoli. 3 Allora Giuda, preso il manipolo e dei servi (mandati) dai capi dei sacerdoti e dai farisei, viene lì con lanterne, torce e armi. 4 Allora Gesù, sapendo tutte le cose che stavano per venire su di lui, uscì e dice loro: Chi cercate? 5 Gli risposero: Gesù, il Nazoreo. Dice loro: Io-Sono! Ora stava anche Giuda, colui che lo consegnava, accanto a loro. 6 Allora, come disse loro: Io-Sono, indietreggiarono e caddero a terra. 7 Allora di nuovo li interrogò: Chi cercate? Ora essi dissero: Gesù, il Nazoreo. 8 Rispose Gesù:
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Vi ho detto che Io-Sono. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano. 9 Affinché si adempisse la parola che disse: Di quelli che mi hai dato, nessuno persi di loro. 10 Allora Simon Pietro, avendo una spada, la tirò e colpì il servo del capo dei sacerdoti e recise il (lobo del) suo orecchio destro. Il nome del servo era Malco. 11 Allora Gesù disse a Pietro: Getta la spada nel fodero. Il calice che mi ha dato il Padre, non lo berrò proprio? 1. Messaggio nel contesto “Io-Sono”, è la risposta a coloro che cercano “Gesù, il Nazoreo”. Questa scena è un prologo narrativo al racconto della passione, dove si rivela la Gloria. Richiama il prologo iniziale, che preannunciava le resistenze dell’uomo contro la Parola, ma anche la vittoria pasquale. Infatti “la luce splende nella tenebra e la tenebra non la afferrò” (1,5), venne nella sua proprietà e i suoi non la ricevettero (cf. 1,11); ma “a quanti la accolsero, a essi diede il potere di diventare figli di Dio” (1,12) e dalla sua pienezza noi tutti accogliemmo grazia su grazia (cf. 1,16). Per questo la comunità dei credenti, primizia della moltitudine di coloro che saranno attratti dal Figlio dell’uomo innalzato (12,32), esclama: “Contemplammo la sua gloria, gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (v. 14) Dopo aver parlato nei cc. 13-17 della Gloria, finalmente la vediamo all’opera. Il salvatore del mondo (4,42; cf. 3,16s) si presenta al mondo: da una parte c’è lui con i suoi discepoli, dall’altra Giuda con i rappresentanti del potere romano e dei capi dei giudei. È il confronto ultimo tra amore e odio. La luce viene nelle tenebre; fiaccole e lanterne illuminano la notte e fanno luccicare le armi.
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Anche qui Giovanni si discosta dagli altri Vangeli. Racconta la stessa vicenda con ottica diversa, tralasciando o aggiungendo dettagli significativi. Innanzi tutto non racconta l’agonia nell’orto, anche se non la ignora (cf. 12,27). Come gli altri Vangeli accenna al “calice” (v. 11; cf. Mc 14,36p), ma non parla dell’angoscia e della paura di Gesù davanti ad esso. Al contrario dichiara la sua piena volontà di berlo, mentre Pietro vorrebbe impedirlo. La scena rappresenta la rivelazione del re, non l’arresto di Gesù. Questo segue immediatamente dopo, dove si dice che presero (= concepirono) Gesù (v.12). Il testo è pervaso dalla maestà di “Gesù il Nazoreo”, il re che sarà intronizzato sulla croce (cf. 19,14.19). Con questo titolo lo chiamano i suoi stessi nemici, mentre lui manifesta la sua gloria, dicendo: “Io-Sono”. Invece dell’agonia e dell’arresto, Giovanni presenta il trionfo di Gesù: è il Figlio che, nel suo amore sovrano, si consegna ai fratelli. Gesù, in tutta la passione secondo Giovanni, non è “oggetto” della violenza del mondo: è “il soggetto”, che conosce e dirige tutto, fino al compimento pieno dell’amore. Il racconto si svolge in “un giardino”. Richiama quello delle origini, dove Dio pose l’uomo (Gen 2,8) e avvenne il primo scontro tra verità e menzogna (Gen 3,1ss). Ciò che qui inizia si concluderà in un altro giardino, ai piedi dell’albero che ha ridato vita all’uomo (cf. 19,41). Lì vicino ci sarà anche l’incontro con Maria Maddalena, principio dell’umanità nuova (cf. 20,11ss). Gli altri Vangeli, con l’aiuto di testi biblici, cercano di decifrare l’enigma della croce del Figlio, riprovato dagli uomini che lo uccidono e approvato da Dio che lo risuscita da morte: è la passione del Giusto, del Servo sofferente, del Messia che porta la salvezza di Dio. In Giovanni invece il cammino di Gesù è visto, fin dall’inizio, come manifestazione della Gloria, che, rivelata da Cana a Betania attraverso segni, dal giardino degli Ulivi a quello del Calvario si fa vedere faccia a faccia. Il Gesù che affronta la passione è già glorioso. Questo non mette in ombra la sua umanità, ma la fa apparire come riverbero della luce di Dio. Infatti Gesù, Parola diventata carne, è insieme Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Nel NT non è mai messa in dubbio né l’umanità né la divinità di Gesù. Però, mentre gli altri Vangeli fanno vedere in lui l’umanità di Dio, Giovanni fa vedere in lui la divinità dell’uomo. Gli altri Vangeli guardano dalla parte dello spettatore, che alla fine riconosce il Figlio di Dio. Il discepolo prediletto invece osserva come Gesù vede ogni vicenda con la sua coscienza di Figlio, che conosce l’amore del Padre. Non a caso riporta la testimonianza di colui che, adagiato nel grembo e poggiato sul petto di Gesù, alla fine contemplerà il Trafitto (cf. 13,23.25; 19,34.35). Come al solito, mentre gli altri Vangeli sono un racconto che procede dall’inizio fino al termine, qui si parte dalla fine e si rilegge tutto alla luce di ciò che già si è capito. I primi seguono un ordine didattico, ottimo per giungere a capire; il quarto Vangelo è per chi sa le cose e le contempla ormai come sono, in profondità.
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Non a caso Gesù, tranne che nella metafora del chicco di frumento (12,24), non dice mai che muore; dice invece: “vado” (poréuomai: 14,2.3.12.28; 16,7.28), “me ne vado” (hypágo: 7,33; 8,14.21.22; 13,3.36; 14,4.28; 16,5.10.17), “sono innalzato” ( hypsóomai: 3,14; 8,28; 12,32.34), “sono glorificato” (doxázomai: 7,39; 11,4; 12,23; 13,31.32). L’ora della croce, prevista dall’inizio (2,4), è per lui il momento di trasferirsi da questo mondo al Padre (13,1), il ritorno a colui dal quale è uscito (13,3): è la “sua” ora (7,30; 8,20), quella della glorificazione (12,23), della nascita dell’uomo (16,21). Se per l’osservatore la morte di Gesù è l’ora della sua glorificazione, per Gesù la glorificazione è l’ora della sua morte, quando manifesta al mondo, in modo compiuto, l’amore eterno di Dio. In breve: per tutti i Vangeli la carne crocifissa di Gesù è gloria di Dio e salvezza dell’uomo. Mentre però gli altri guardano con gli occhi dello spettatore, il discepolo prediletto vede con l’occhio stesso del Maestro. Per questo la passione è sotto il segno della Gloria. In essa il Figlio realizza “la passione di Dio” per questo mondo perduto ed esprime, insieme, la sua essenza di amore estremo. La sua gloria, manifestata dal primo all’ultimo segno (2,11; 11,4.40), rivelata simbolicamente nel lavare i piedi e nel dare il boccone a Giuda (13,1-30), comunicata ai fratelli nella preghiera al Padre (17,1ss), ora, mentre si consegna ai nemici, raggiunge tutti. L’autodonazione di Dio, già totale ma implicita nella creazione, si esplicita nel dono della legge e attende di essere riconosciuta da un cuore nuovo, capace di amare come è amato (cf. Ger 31,31-34; Ez 36,24-27). Questo cuore nuovo è opera del Figlio dell’uomo innalzato, che ci dà vita eterna (3,16), perché ci fa conoscere Io-Sono (8,28) e ci attira tutti a sé (12,32), dopo aver gettato fuori il capo di questo mondo (12,31). Finalmente, dall’alto della croce, il Signore regna su tutti, rivestendo della sua bellezza ogni creatura. Il testo inizia presentando da una parte Gesù con i suoi discepoli, dall’altra i suoi avversari riuniti insieme (vv. 1-3). Al centro c’è la domanda di Gesù, la sua rivelazione e la reazione dei nemici (vv. 4-7). Segue la sua preoccupazione per i discepoli ( vv. 8-9) e il gesto di Pietro, che vuole impedirgli di bere il calice che il Padre gli ha dato (vv. 10-11). Gesù, più che essere catturato, cattura tutti. Come già detto, ciò che segue sarà la sua consegna volontaria ai fratelli. È il dono d’amore, che le tenebre prendono. Così lo concepiscono (cf. v. 12) e diventano gravide di luce. La scena del giardino raffigura la lotta tra luce e tenebre. L’esito è scontato, come per la notte che affronta il sole. L’iniziativa è tutta di Gesù, luce del mondo. Lui interroga e i nemici confessano di cercare “il Nazoreo”, titolo del re dei giudei (19,19). In quanto re, non subisce, ma conduce il processo e, alla fine, compie il suo giudizio. Gesù, il Nazoreo, è il re promesso. Consegnandosi agli uomini, rivela la gloria e la potenza del Dio amore.
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La Chiesa è fatta da quanti hanno capito di essere tra coloro ai quali Gesù si consegna. 2. Lettura del testo v. 1: Dette queste cose. Il racconto della passione è allacciato a “queste cose”, che Gesù ha appena esposto nella preghiera al Padre (c. 17) e nel testamento ai discepoli (cc. 13-16). Quanto ha detto, soprattutto nei cc. 13 e 17, è la Parola da cui scaturisce il seguito del Vangelo, che rivela la Gloria. Ma è anche un’introduzione, e un commento, che dà al lettore la luce per comprenderla. Gesù uscì (cf. v. 4). Il verbo, quando è applicato a Gesù, indica la sua uscita dal Padre (cf. 8,42; 13,3; 16,27.30; 17,8), che l’ha inviato per salvare il mondo (3,16). Anche Giuda “uscì”, nella “notte” (13,30). Ora Gesù, luce del mondo (8,12), esce per entrare nella notte del mondo, dove incontra Giuda e i suoi fratelli. Esce per immergersi nelle tenebre, nella morte: è la Parola creatrice, uscita da Dio, al quale non tornerà senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata (cf. Is 55,11). con i suoi discepoli. I discepoli non sono ancora con lui, ma lui è già con loro: sono i fratelli che il Padre gli ha dato. È con loro nella città per portarli dove è lui, nel giardino. Lì era Adamo, quando stava con Dio. al di là del torrente Cedron. Gesù esce oltre il torrente Cedron. Come il re Davide che sfugge a chi cerca di ucciderlo (cf. 2Sam 15,14.22ss), abbandona la città. Vi tornerà per essere proclamato e intronizzato re da quelli che lo vogliono eliminare. Così il nuovo Abele regnerà, a modo suo, sulla città fondata dal fratello Caino. L’allusione a Davide mette in rilievo la regalità di Gesù il Nazoreo, il virgulto di Iesse, che si rivelerà proprio nella sua passione. dove c’era un giardino. I Padri hanno visto un’allusione al giardino delle origini, dove Dio aveva posto l’uomo. Lì iniziò la perdizione, lì inizia la salvezza. Nell’Eden si affrontarono verità e menzogna; con inganno, vinse la menzogna. Ora la luce appare nelle tenebre e fa vedere l’inganno. La rivelazione della Gloria inizia in questo giardino, il Getsemani, posto ad oriente della città. Ad occidente c’è il Golgota, l’altro giardino, dove il re, elevato da terra e messo sotto terra, feconderà di vita il grembo della morte. Ambedue i giardini sono fuori le mura. Nel passaggio dall’uno all’altro, Gesù compie la sua Pasqua . È infatti l’Agnello, il cui sangue risparmia il popolo dallo sterminio (Es 12,13). “È la Pasqua del Signore”, la notte in cui fa giustizia di tutti gli dei: è lui il Signore (cf. Es 12,11s). in cui entrò. Gesù, uscito dal Padre, entra nel giardino per compiere la sua missione e liberare l’uomo. lui e i suoi discepoli. Non si dice che i discepoli entrano “con lui”. Anche se Gesù è con loro (cf. v. 2), essi non sono con lui. Infatti Pietro, loro rappresentante, porta con sé la spada, come quelli che vogliono prendere Gesù. È ancora nella logica di Caino. Per questo lo lasceranno solo (16,32).
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v. 2: conosceva il luogo anche Giuda, quello che lo stava consegnando . Questo giardino è “il luogo”. Il termine è connesso con il tempio, “il luogo” per eccellenza, dove Dio dimora (cf. 4,20). Richiama “il luogo” dove Gesù guarisce l’uomo essiccato (5,13), “il luogo” dove dona il pane (6,10), “il luogo” che il Figlio ci prepara presso il Padre (14,2), “il luogo” del Golgota dove si compie la rivelazione del Dio amore (19,17), “il luogo” del giardino (19,41) dove il chicco di grano, caduto nella terra, porta molto frutto (12,24). perché molte volte lì si era riunito Gesù con i suoi discepoli . Il giardino è frequentato da Gesù con i suoi discepoli. È “il luogo” della riunione (in greco: sinagoga!), dove lui è con loro perché anch’essi siano con lui. Secondo Luca, nel suo soggiorno a Gerusalemme, Gesù pernottava sul monte degli Ulivi (Lc 21,37), dove andò, come “il solito”, anche dopo l’ultima cena (Lc 22,39). v. 3: allora Giuda. Dopo che Gesù è entrato nel giardino con i suoi discepoli, entra in scena anche Giuda, con la schiera degli avversari. Dove sono i figli della luce (cf. 12,36), entra colui che era uscito nelle tenebre, con quelli che ne sono vittime. Gesù stesso aveva detto a Giuda di fare presto ciò che voleva fare (13,27). Nel giardino c’è lo scontro tra la Parola, che tutto crea, e la menzogna, entrata in Giuda come in Adamo, che tutto distrugge. Giuda, seguito dagli altri, è “attore”, non “autore” di ciò che fa. Autore è il diavolo, entrato in lui (cf. 13,2.27) e in quanti gli hanno prestato ascolto. Il dramma però non è concluso: è una storia aperta. Nel giardino, oltre l’autore del male, c’è anche l’autore del bene, che tiene la regia. L’ultima parola spetta alla Parola, principio e fine di tutto, che tutto porta al bene previsto (cf. Rm 8,28). preso il manipolo. Secondo alcuni si tratta della terza parte di una coorte, secondo altri della coorte stessa, composta da 600 a 1.000 uomini (760 fanti e 240 cavalieri), comandata dal “chiliarco” (= capo di mille uomini, cf. v. 12). Nei sinottici si parla di una folla anonima. In Giovanni invece sono truppe romane, distinte dalle guardie mandate dai sacerdoti e dai farisei. Gesù, salvatore del mondo (4,42; cf. 3,16s), si incontra con tutti, lontani e vicini, riuniti contro di lui: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” (At 4,27s). Il numero enorme di soldati indica la grandezza e la vastità dell’odio del mondo contro colui che porta il peccato del mondo (1,29). La violenza smisurata del male evidenzia la forza dell’amore e fa brillare la Gloria. Nominando i soldati a servizio dell’imperatore del mondo, si sottolinea per contrasto la regalità universale di Gesù, il Nazoreo. Egli sta affrontando il capo di questo mondo, che non ha alcun potere su di lui (14,30): adesso sarà spodestato (cf. 12,31).
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dei servi (mandati) dai capi dei sacerdoti e dai farisei . I capi dei sacerdoti e i farisei mandano, insieme alle truppe romane, dei servi armati, addetti alla guardia del tempio (cf. 7,30.32.44s). viene lì. Dove si trova Adamo, interviene il serpente: dove è Gesù con i suoi discepoli, si concentra la potenza del male, sotto la guida di Giuda, nel cui cuore è entrato satana (13,27). con lanterne, torce e armi. Negli altri Vangeli, vengono con “spade e bastoni” (cf. Mc 14,43p), per prendere colui che fu venduto per danaro (cf. Mc 14,11p) e consegnato con un bacio (cf. Mc 14,44sp). Danari, spade, bastoni e coppe (= casa, intimità, bacio) sono le carte con cui l’uomo da sempre gioca, e si gioca la vita: sono i mezzi con i quali si impadronisce di tutto, scrivendo la monotona storia di violenza che libri e cronache tramandano ai posteri. Giovanni, oltre le armi che servono per uccidere, nomina “lanterne e torce”, che servono a far luce. Queste luci nella notte fanno vedere ciò che è in gioco: il confronto tra luce e tenebre, verità e menzogna, amore e odio, vita e morte. Suggeriscono anche, visivamente, da che parte sta la vittoria. Cosa può capitare alle tenebre se prendono la luce del mondo (cf. v. 12)? v. 4: Gesù, sapendo tutte le cose che stavano per venire su di lui . Gesù sa ciò che capita (cf. 13,1.3.11.18). Il male che sta per abbattersi su di lui, lo conosce bene: conosce le resistenze dei fratelli all’amore del Padre. uscì (cf. v. 1). Egli, che nella sua incarnazione è uscito dal Padre, ora, nel giardino, esce incontro ai fratelli immersi nella notte. chi cercate? “Che cercate?” è la prima parola che Gesù rivolge ai discepoli (1,38). Sanno già, per indicazione del Battista, che egli è l’agnello di Dio. Vogliono sapere dove “dimora”, per dimorare con lui (cf. 1,39ss). Qui invece la domanda è: “ Chi cercate?”. È in questione l’identità della persona. Sarà anche la domanda del Risorto alla Maddalena, che non riconosce nell’uomo del giardino colui che è stato crocifisso (20,15). Nessuna ricerca è neutra: mossa da odio o da amore, è per la morte o per la vita. v. 5: gli risposero: Gesù il Nazoreo. L’espressione “Gesù il Nazoreo” apparirà sulla croce, con la specificazione “il re dei giudei” (19,19). Al lettore richiama colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe da Nazareth (cf. 1,45), che Natanaele riconosce come il Figlio di Dio, il re d’Israele (1,49). La denominazione “Nazoreo”, che per assonanza ricorda Nazareth, è in relazione all’ebraico neser, virgulto, ramoscello. È il virgulto della radice di Davide, che nascerà dal suo ceppo e porterà al mondo ogni benedizione di Dio (Is 11,1ss). Richiama il “germoglio” di Davide (Ger 23,5; 33,15), il Servo/germoglio, inviato da Dio (Zc 3,8), che ricostruirà il tempio del Signore (Zc 6,12). Questi testi erano applicati al Messia, il re promesso da Dio. Anche per Matteo in Gesù di Nazareth, “chiamato il Nazoreo”, si compie ciò che è stato detto dai profeti (Mt 2,23).
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Il tema dominante della passione secondo Giovanni è la regalità del Signore che si manifesta a tutti i popoli. Sulla croce sarà affisso il titolo regale, in ebraico, latino e greco, leggibile per tutti (19,19s). Qui, come poi anche Pilato, sono i suoi avversari a confessarlo re (vv. 33-38). dice loro: Io-Sono. Nel testo questa espressione esce tre volte (vv. 5.6.8). Qui significa: “Sono io Gesù, il Nazoreo che voi cercate”. Gesù conferma la sua identità di Nazoreo, di re dei giudei. Ma anche afferma di essere re in modo nuovo: è Io-Sono, il Signore stesso che regna. L’espressione infatti richiama la sua identità divina: “Prima che Abramo fosse, Io-Sono” (8,58; cf. 8,28). Nei sinottici Gesù proclama: “Io-Sono” nel processo davanti al Sinedrio (cf. Mc 14,62p). L’espressione fa eco alla rivelazione del Signore liberatore dell’Esodo (cf. Es 3,14): “IoSono, questo è il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri” (Is 42,8; cf. Is 43,10). È il nome del Signore, che tutti conosceremo, dal più piccolo al più grande, quando egli ci avrà perdonato, concludendo l’alleanza nuova e dandoci un cuore nuovo (cf. Ger 31,31-34). stava anche Giuda, colui che lo consegnava, accanto a loro . Giuda non è “accanto” a Gesù (cf. 17,24), ma “accanto” ai suoi nemici. Appare per l’ultima volta in questa notte, mentre ascolta la rivelazione di “Io-Sono”. Dopo, folgorato dalla luce, scompare dalla scena. Appositamente Giovanni non racconta più nulla di lui, a differenza di Matteo (cf. Mt 27,3-10). Cosa ne è della tenebra investita dalla luce? v. 6: come disse loro: “Io-Sono”, indietreggiarono e caddero a terra . Davanti al Signore i nemici indietreggiano e cadono (cf. Sal 27,2; 35,4; 56,10; 70,3). È gesto di adorazione e di resa del nemico davanti al Figlio di Dio, come fanno i demoni negli altri Vangeli. Il capo del mondo non ha alcun potere su di lui (14,30). Gesù si consegna di sua spontanea volontà, gettandolo così fuori dal mondo (cf. 12, 31-33). La croce di Gesù non è la fine di un criminale abbandonato da Dio. È vittoriosa rivelazione della Gloria: velata nel primo giardino, in questo si svela. Il nemico, che aveva mentito, indietreggia e cade davanti a lui, vinto dalla verità. v. 7: di nuovo li interrogò: Chi cercate? Gesù rifà la domanda e ottiene la stessa risposta (cf. v. 5). La ripetizione vuol sottolineare l’identità di Gesù come Nazoreo, dando rilievo alla sua regalità. Questa si mostrerà in modo sempre più pieno, fino al suo compimento perfetto, quando sarà intronizzato ed emetterà il suo giudizio. v. 8: vi ho detto che Io-Sono. Gesù ribadisce di essere Nazoreo, dicendo: “Io-Sono”. È il Signore dell’universo, che tutto crea e dispone secondo la sua volontà di amore. se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano . Gesù è il Pastore bello, che espone, dispone e depone la sua vita per salvare le pecore da lupi, ladri e briganti (cf. 10,1ss). Ordina di lasciare che i discepoli se ne vadano. Allo stesso modo aveva detto di Lazzaro, appena uscito dal sepolcro: “Lasciate che se ne vada” (11,44). “Andarsene” in Giovanni indica il
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cammino di Gesù verso il Padre. Se adesso i discepoli fossero catturati, a differenza di lui, non potrebbero “andarsene”. Non sono ancora in grado di seguirlo; lo seguiranno dopo (cf. 13,33.36). Infatti, come Pietro, non hanno capito la gloria di colui che lava i piedi (cf. 13,7.37s); sono ancora nella logica del nemico (cf. v. 10). v. 9: affinché si adempisse la parola, ecc. In quel momento i discepoli, se l’avessero seguito, si sarebbero smarriti, come si vedrà a proposito di Pietro nel racconto che segue (cf. vv. 15.17.2527). Gesù invece aveva detto: “È volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato” (6,39; cf. 10,28s; 17,12). Qui l’evangelista introduce un detto di Gesù con la formula abituale con cui si cita la Scrittura. Le sue parole infatti hanno autorità divina (cf. 2,22): è lui la Parola. v. 10: Simon Pietro, avendo una spada. Pietro non ha quella spada a due tagli che è la Parola di Dio (cf. Eb 4,12). Ha invece uno strumento di violenza, come i nemici di Gesù. Per questo lo rinnegherà. Egli non accetta la gloria del Messia crocifisso, anche se l’ha riconosciuto come il Santo di Dio (cf. 6,69). la tirò. Il verbo “tirare” (elkýo) è lo stesso di Gesù quando dice: “Nessuno viene a me, se il Padre non lo (at)tira” (6,44) e “quando sarò innalzato da terra, (at)tirerò tutti a me” (12,32). Dopo Pasqua, invece della spada Pietro “tirerà” le reti piene di pesci (cf. 21,11). colpì il servo del capo dei sacerdoti . È probabilmente il prefetto delle guardie del tempio, che, come i sacerdoti, non doveva aver nessun difetto fisico. Tra i difetti c’è anche l’orecchio tagliato, che rende il viso deforme per difetto (cf. Lv 21,18). recise il (lobo del) suo orecchio destro. Questo gesto dichiara simbolicamente decaduta la funzione di Malco e dei suoi capi, alludendo contemporaneamente a un nuovo sacerdozio. Infatti, nella consacrazione del sacerdote, si bagnava il suo orecchio destro con il sangue dell’agnello (cf. Es 29,20). Al di là dei possibili significati, il gesto di Pietro fa vedere che pure lui usa la violenza. Ma non così si vince il male: non si può rendere giustizia con la violenza (cf. Sir 20,4). Pietro, senza saperlo, è contro Gesù e presto lo rinnegherà. Se Gesù dice: “Io-Sono”, Pietro dirà: “Non sono” (vv. 17.25). Inoltre l’orecchio è l’organo dell’ascolto. Il gesto di Pietro è profezia eterna. Anche i suoi successori, quando bramano il potere ed esercitano violenza, sono come lui: non accettando il Messia crocifisso, invece di portare la parola di salvezza, tolgono la possibilità di ascoltarla. il nome del servo era Malco. Malco ha la stessa radice di melek, che significa re. v. 11: Gesù disse a Pietro: Getta la spada nel fodero . Pietro, usando la spada, vuole un messianismo che si impone con la forza delle armi. È contro la regalità di Gesù, il Figlio che consegna la sua vita ai fratelli: gli è pietra di scandalo, perché non pensa secondo Dio, ma secondo
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gli uomini (cf. Mt 16,23). La sua durezza è opposta a quella della pietra scartata dai costruttori (cf. Sal 118,22; cf. Mc 12,10p), della roccia che ci salva (cf. Sal 89,27; 95,1). Gesù, dal Giordano al Calvario, considera tentazione diabolica ciò che noi riteniamo mezzo opportuno, o addirittura necessario, per realizzare i nostri desideri di bene. Egli è il re, vittorioso perché cavalca l’asinello (cf. commento a 12,12ss). Così fa scomparire cavalli e carri da combattimento, spezza l’arco da guerra e porta pace da mare a mare, da un confine all’altro della terra (Zc 9,9s). Mentre Pietro si lascia vincere dal male, Gesù vince il male con il bene (cf. Rm 12,21). Usare “a fin di bene” ciò che non è bene, è il male peggiore: è la perversione del bene stesso. Ciò avviene frequentemente, addirittura sistematicamente, più di quanto si creda. A chi ha tanta buona volontà, il nemico accieca l’intelligenza, perché si adoperi, alacremente e stupidamente, a fare il male che crede bene. il calice che mi ha dato il Padre, non lo berrò proprio? È il calice dell’ira e del furore, pieno del male del mondo: il calice di ingiustizia, che al giusto tocca bere (cf. Sal 75,9). Se negli altri Vangeli Gesù è angosciato e lotta per accettare questo calice (cf. Mc 14,36p), qui l’agnello di Dio (1,29) dichiara la sua disponibilità a berlo (cf. però 12,27): è il dono che il Padre gli ha fatto insieme ai fratelli che gli ha dato. Bere questo calice è “il potere”, la gloria del Figlio che è la stessa del Padre: amare di un amore più forte di ogni male e della stessa morte. Questo è “il comando”, che il Figlio ha ricevuto (10,18). Lo compirà quando, alla sua sete, daranno da bere aceto (19,30). 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il giardino, dove Gesù entra, seguito dai discepoli, per incontrare Giuda e quelli con lui. c. Chiedo ciò che voglio: conoscere la maestà di Gesù, il Pastore bello, che è re in quanto si consegna liberamente ai fratelli. d. Contemplo la scena e i personaggi: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron entrò nel giardino conosceva il luogo anche Giuda Giuda prende il manipolo di soldati e le guardie del tempio
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viene lì, con lanterne, torce e armi Gesù sa tutte le cose che stanno per venire su di lui chi cercate? Gesù il Nazoreo Io-Sono indietreggiarono e caddero a terra lasciate che questi se ne vadano non persi nessuno di quelli che mi hai dato Simon Pietro estrae la spada recide il lobo dell’orecchio destro di Malco getta la spada nel fodero il calice che il Padre mi ha dato, non lo berrò proprio? 4. Testi utili:

Sal 2; 93; Is 11,1-16; 42,1-9; At 4,23-30; Rm 12,17-21.

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46. PERCHÉ INTERROGHI ME? 18,12-27 18,12 Allora il manipolo e il capo di mille e gli inservienti dei giudei presero (= concepirono) Gesù e lo legarono 13 e condussero, prima, da Anna. Era infatti suocero di Caifa, che era capo dei sacerdoti in quell’anno. 14 Ora Caifa era quello che aveva consigliato ai giudei: Conviene che un solo uomo muoia per il popolo. 15 Ora seguiva Gesù Simon Pietro e un altro discepolo; ora quel discepolo era conosciuto al capo dei sacerdoti ed entrò con Gesù nel recinto (=cortile) del capo dei sacerdoti. 16 Pietro invece stava presso la porta, fuori. Allora uscì il discepolo, l’altro, quello conosciuto al capo dei sacerdoti, e parlò alla portinaia e introdusse Pietro. 17 Allora dice a Pietro la ragazza, la portinaia: Non sei forse anche tu dei discepoli di quell’uomo? Dice quello: Non sono. 18 Ora stavano in piedi i servi e gli inservienti che avevano fatto brace perché era freddo e si scaldavano. C’era poi anche Pietro accanto a loro,
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che stava in piedi e si scaldava. 19 Allora il capo dei sacerdoti interrogò Gesù circa i suoi discepoli e circa il suo insegnamento. 20 Rispose a lui Gesù: Io apertamente ho parlato al mondo; io sempre insegnai in sinagoga e nel tempio, dove tutti i giudei convengono, e in segreto non parlai di nulla. 21 Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno ascoltato di cosa parlai loro. Ecco, questi sanno le cose che dissi io. 22 Ora, avendo egli detto queste cose, un astante degli inservienti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: Così rispondi al capo dei sacerdoti? 23 Gli rispose Gesù: Se male parlai, testimonia circa il male; se invece bene, perché mi percuoti? 24 25 Allora Anna lo mandò, legato, da Caifa, il capo dei sacerdoti. Ora Simon Pietro stava in piedi e si scaldava. Allora gli dissero: Non sei forse anche tu dei suoi discepoli?
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Quegli negò e disse: Non sono. 26 Dice uno dei servi del capo dei sacerdoti, che era parente di colui al quale Pietro aveva tagliato il lobo dell’orecchio: Non ti vidi io nel giardino accanto a lui? 27 Allora di nuovo negò Pietro e subito un gallo gridò. 1. Messaggio nel contesto “Perché interroghi me?”, chiede Gesù ad Anna. L’interrogato non è lui, ma chi lo interroga: giudicato è chi lo giudica, condannato chi lo condanna. Non perché lui giudichi o condanni (cf. 5,22.27.30): è venuto per salvare tutti (cf. 3,17). Ma chi giudica e condanna lui, vita e luce di tutto ciò che esiste, si separa dalla luce della propria vita. Il rifiuto del Figlio è il peccato del mondo, che ignora il Padre. L’agnello di Dio è venuto a toglierlo (1,29), portando su di sé il giudizio e la condanna di chi, giudicandolo e condannandolo, giudica e condanna se stesso. La croce dell’uno solo, che muore per il popolo (v. 14), sarà il giudizio di Dio: il Figlio, che dà la vita per i fratelli, rivelerà la gloria del suo amore assoluto. Il testo mette in risalto l’unicità di colui che non è mai solo, perché è sempre con il Padre (cf. 16,31s). Lui, che è per tutti, ha tutti contro di sé, dai capi ai servi, dai giudei ai pagani, da Giuda a Pietro, rappresentante di ogni discepolo. La Parola diventata carne dà a chi l’accoglie il potere di diventare figlio di Dio (1,12). Chi non l’accoglie rimane nelle tenebre di morte, nel “non sono” come Pietro, nella violenza come il servo del sommo sacerdote. Ma colui che si dona a noi, non si ritrae. Il rifiuto fa brillare la luce del dono, che si rivela incondizionato. Tutto avviene nella notte. La tenebra, riscaldata da un braciere, è in attesa del sole. Questo racconto, come del resto tutto il Vangelo di Giovanni, non narra il processo a Gesù, ma il suo processo al mondo: la Parola si rivela e gli uomini la rifiutano, tutti insieme, a eccezione di “un altro discepolo”. Ma questi non è solo: è “entrato con” Gesù (v.15) e rappresenta quanti poi si uniranno alla sua testimonianza. Gli altri Vangeli ignorano questa comparsa di Gesù davanti ad Anna. Riferiscono invece ampiamente l’interrogatorio davanti a Caifa, dove Gesù si rivela, condannato dai capi, dileggiato dai servi e rinnegato da Pietro. Il processo davanti a Caifa è per i Sinottici il culmine della
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rivelazione di Gesù come Cristo e Figlio di Dio, causa della sua croce. Giovanni lo accenna solo (v. 24). Non ha bisogno di raccontarlo. Infatti il suo Vangelo è un unico processo. Gesù, fin dal suo primo apparire al Battista e ai discepoli (1,29-34.35-51), e poi nelle nozze di Cana e nel tempio (2,1-12.13-25), ha rivelato la sua gloria, in un crescendo continuo. Ma ha incontrato resistenza crescente da parte dei capi, con vari tentativi di arrestarlo, catturarlo e lapidarlo (5,18; 7,25.32.44; 8,59; 10,39; 11,8.16). Però senza esito, perché le tenebre non possono vincere la luce (1,5). Qui è lui stesso che si concede, perché è giunta la sua ora. Infatti, dopo la risurrezione di Lazzaro, dove la stessa morte è per la gloria di Dio, Caifa aveva decretato la sua condanna a morte (11,50-53). Giovanni ha anticipato altrove ciò che i Sinottici raccontano nel processo davanti a Caifa: Gesù già ha predetto la distruzione del tempio (2,19-21; cf. Mc 14,58p), si è proclamato Messia (10,24s; cf. Lc 22,67-69), è stato accusato di bestemmia (5,18; 10,33; cf. Mc 14,64p), si è rivelato come Io-Sono numerose volte, le ultime due nel giardino (vv. 5.8; cf. Mc 14,62p). Per questo Giovanni tralascia il processo davanti alle autorità religiose e dà più spazio al processo politico, davanti a Pilato (18,28-19,16a). In questo modo la regalità universale del Nazoreo diventa il tema centrale della passione. Questo brano è da leggere in continuità con il precedente: lo scontro tra Gesù e il capo di questo mondo si sposta dal giardino al recinto del capo dei sacerdoti. Particolare rilievo è dato a Pietro: il suo estrarre la spada per impedire a Gesù di bere il calice (vv. 10-11) sfocerà inevitabilmente nel suo rinnegamento. Anche lui, come tutti, non accetta la gloria del Figlio dell’uomo innalzato. Se si considerano le scene del giardino e del palazzo come un tutt’uno, al centro sta la profezia di Caifa sulla morte di Gesù come salvezza del popolo (v. 14). Se invece si tengono distinte, si possono unire i vv. 12-14 a ciò che precede, evidenziando la libera consegna di Gesù ai nemici; oppure si possono unire i vv. 10-11 a ciò che segue, evidenziando maggiormente l’intreccio tra Gesù e Pietro. Le due figure infatti si alternano di continuo (cf. vv. 9s.11.12.15.19.25). Ogni testo è sempre un insieme, organico e vivo. A seconda di come lo si considera, si mettono in risalto aspetti diversi. Se nessun testo esaurisce le possibili letture della realtà (cf. 21,25), nessuna lettura esaurisce i possibili significati di un testo. Proponiamo, con molti autori, di distinguere i vv. 1-11 dai vv. 12-27. All’interno di questi, i vv. 12-16 presentano tutti i personaggi riuniti attorno a Gesù, nel recinto di Anna. Egli si è consegnato, è stato preso, legato e condotto fuori dal giardino da quelli che vi erano entrati con armi. Anche Pietro lo segue ed entra dalla porta grazie all’altro discepolo. Il seguito del testo ( vv. 17-27) è una rapida sequenza di scene a struttura concentrica, a più strati, come una cipolla, dove Gesù rimane sempre al centro, oggetto o soggetto delle varie azioni. Si può osservare la seguente struttura (proposta da I. de la Potterie):
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Pietro rinnega Gesù (vv. 17-18) Anna interroga Gesù sui suoi discepoli e la sua dottrina (v. 19) Gesù parla della sua rivelazione e interroga Anna (vv. 20-21) un servo dà uno schiaffo a Gesù (vv. 22) c’ b’ a’ Gesù interroga il servo (v. 23) Anna manda da Caifa Gesù (v. 24)

Pietro rinnega altre due volte Gesù (vv. 25-27).

All’inizio e alla fine Pietro rinnega Gesù (vv. 17-18.25-27): il suo “non-sono”, che misconosce la luce di “Io-Sono”, è l’involucro che racchiude la sequenza. Nel secondo cerchio Anna interroga Gesù che a sua volta lo interroga; poi, invece di rispondere alla sua domanda, lo manda da Caifa (vv. 19.24). Nel terzo cerchio, delimitato dal rifiuto dei capi dei sacerdoti, iscritto a sua volta nel rifiuto di Pietro, Gesù parla della sua rivelazione compiuta e interroga sia il capo dei sacerdoti che il suo servo (vv. 20-21.23). Al centro c’è lo schiaffo (v. 22), visibilizzazione della violenza che Gesù subisce da parte di quanti lo circondano. Dopo il rifiuto dei capi del popolo con i loro servi e il triplice rinnegamento di Pietro, entreranno in scena anche i pagani, impersonati da Pilato: sono i vari capi, agli ordini del capo di questo mondo, del quale siamo tutti schiavi. In questa sequenza Pietro è la persona di spicco, in contrappunto con Gesù. Egli, come tutti, non capisce la Gloria: la capirà solo dopo aver capito di non capirla (cf. 13,7). L’interrogatorio di Anna a Gesù riguarda i suoi discepoli e il suo insegnamento (v. 19). Anche Pietro sarà interrogato se è suo discepolo (vv. 17.25.26). Gesù risponde che ha sempre “parlato” (= rivelato), “apertamente”, “al mondo” e ha “insegnato” in “sinagoga” e nel “tempio”, dove convengono “tutti i giudei”, senza alcun “segreto”: è il rivelatore di Dio, la Parola rivolta al mondo, il Figlio che fa conoscere ai fratelli l’amore del Padre. Tutti ormai l’hanno ascoltato e sono chiamati a rispondere. Pietro nega di essere suo discepolo, il capo dei sacerdoti lo manda da chi lo può uccidere e il servo lo schiaffeggia: tutti, amici e nemici, padroni e servi, sono contro di lui. La ridda dei personaggi ostili che si muovono attorno a lui mostra quanto vasta sia l’opposizione delle tenebre (1,10.11). Solo un misterioso “altro discepolo” prelude la sorte di quanti l’accoglieranno e diventeranno figli della luce. Gesù, Parola eterna diventata carne, Figlio unigenito di Dio e Figlio dell’uomo, è il rivelatore del Padre. Schiaffeggiato e ucciso dai nemici, è consegnato e rinnegato dagli amici. La gloria di “Io-Sono” si è rivelata nella sua carne fin dall’inizio. Velo alla divinità non è la sua umanità, che anzi ne è il disvelamento. Unico velo è la nostra cecità: abbiamo occhi oscurati dalla menzogna (12,40). Ma il Signore ci è fedele oltre ogni nostra infedeltà, perché non può rinnegare se stesso (cf. 2Tm 2,11-13).
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La Chiesa è rappresentata da Pietro, protagonista in quanto antagonista di Gesù. Il racconto presenta il cammino battesimale del discepolo, che lo porta a scoprirsi tra i nemici del Maestro, tra coloro per i quali egli dà la vita. Così può vedere la Gloria e riconoscere il Signore: è colui che perdona (Ger 31,34). Dopo aver sperimentato il suo amore gratuito, diventerà come “l'altro discepolo”, che segue Gesù. Per essere illuminati, bisogna prima vedere la propria cecità: per essere discepoli, bisogna capire di essere come gli altri, per i quali il Signore sarà innalzato. 2. Lettura del testo v. 12: Allora il manipolo e il capo di mille e gli inservienti dei giudei . Il manipolo è la terza parte della coorte, forse la coorte stessa. Il “capo di mille” è il tribuno al comando della coorte romana. Gli inservienti dei giudei sono le guardie del tempio (cf. v. 3). Il “capo” di questo mondo è rappresentato dai vari capi e dai loro accoliti: il tribuno militare è chiamato “capo” di mille, il sommo sacerdote “capo” dei sacerdoti. La parola “capo”, in greco (árchon), richiama la parola “principio” (arché): il capo di questo mondo, con la sua menzogna, si è messo al posto della Parola, principio di tutto (cf. 1,1), rendendo tutti suoi schiavi. Presero (= concepirono). Non si dice che arrestano o catturano Gesù. “Prendere” qui è synlambáno (= con-cepire: cf. Lc 22,54; Mc 14,48; Mt 26,55), lo stesso verbo che si usa per indicare la concezione di Gesù (cf. Lc 1,31). Il Signore da sempre cerca di stare con l’uomo, che fin dall’inizio si è allontanato da lui; ora finalmente realizza il suo desiderio. Proprio facendosi prendere raggiunge il suo obiettivo: l’odio concepisce l’amore, la tenebra è gravida di luce, la morte pregna di vita. La parola “concepire” è la chiave di lettura dell’arresto di Gesù con la passione che segue: mostra in quale modo tutti gli uomini “concepiscono” Dio, per loro altrimenti inconcepibile. legarono (cf. v. 24). Legare rende innocua la forza di chi è legato. Gesù, legato, manifesta la potenza del suo amore: incapace di nuocere ad alcuno, si consegna a tutti. v. 13: condussero, prima, da Anna, ecc. Gesù, “consegnato”, “preso” e “legato”, è “condotto” da Anna, che poi lo “manda” da Caifa (v. 24), per essere “condotto” da Pilato (v.28): il dono di Dio passa di mano in mano, fino a raggiungere vicini e lontani. Anna era stato capo dei sacerdoti dall’anno 6 all’anno 15, quando fu destituito dai romani. Anche per questo godeva di grande prestigio presso il popolo. Cinque suoi figli ricoprirono lo stesso ruolo; pure Caifa era marito di sua figlia. Anna è “padre” dei vari capi dei sacerdoti che gli succedono nella carica. L’incontro diretto è con lui, rappresentante del capo di questo mondo, che sta dietro le quinte; gli altri sono suoi agenti, quasi sua filiazione. Essi hanno fatto della casa del Padre un luogo di mercato (2,16) e hanno deciso di uccidere il Figlio.
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v. 14: Caifa era quello che aveva consigliato, ecc . Caifa aveva consigliato l’uccisione di Gesù (11,49s), realizzando il desiderio del padre suo, il menzognero e omicida dall’inizio (cf. 8,44). Ora, insieme al proposito omicida del diavolo, si realizza anche il disegno di Dio: dare il Figlio per salvare il mondo (cf. 3,16). Il nemico di Dio e dell’uomo esegue, inconsapevolmente, il disegno di Dio a salvezza dell’uomo. Si ricorda qui il senso della morte di Gesù, già profetata da Caifa dopo la risurrezione di Lazzaro (11,49-53). v. 15: seguiva Gesù Simon Pietro. Gesù aveva detto poco prima a Pietro: “Dove vado io, adesso non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Alle sue proteste di volerlo seguire, fino a dare la vita per lui, Gesù aveva risposto parlando del suo rinnegamento (13,36-38). Pietro è davvero disposto a morire per Gesù: ha impugnato la spada per difenderlo, con il rischio di essere ucciso. Non ha ancora capito che il Signore deve morire, per lui come per tutti. La salvezza non è che io muoia per lui, ma che lui muore per me. Non devo guadagnarmi il suo amore. Il suo amore per me è incondizionato e gratuito; il mio per lui viene dopo, come risposta al suo per me. Pietro lo segue per vedere come vanno a finire le cose (cf. Mt 26,58), pronto a fare di più perché non muoia. Lo vuole vittorioso sui nemici. È qui di sua iniziativa, per dargli il suo aiuto e mostrargli la sua amicizia a tutta prova. Non è ancora discepolo del Maestro che lava i piedi, del Pastore bello che dà la vita, del Figlio dell’uomo innalzato che rivela “Io-Sono”. Ama Gesù, ma non può seguirlo nel suo cammino. Il suo modo di pensare e agire è mondano: usa la violenza, come i ladri e i briganti. È anche lui ingannato dal padre della menzogna. Diventerà discepolo dell’Agnello solo dopo aver rinnegato colui che non lo rinnega. Per questo, dopo l’elenco dei nemici, si parla anche di Pietro. È nominato otto volte (vv. 15.16bis.17.18.25.26.27), di cui due volte come Simon Pietro (vv. 15.25). Con tale nome appare anche in contesti dove si parla di Giuda (cf. 13,6.8.9.24.36), figlio, guarda caso, di Simone (13,2.26). Pietro ha molto in comune con Giuda. Infatti rifiuta che il Signore gli lavi i piedi (13,8), come rifiuta la sua croce. Per questo è chiamato satana (Mc 8,32sp), come Giuda (cf. 6,70;13,2.27). Pur seguendo Gesù, è ancora sotto l’influsso del capo di questo mondo. Desidera un Messia potente, come satana aveva suggerito nelle tentazioni (Mt 4,1-11p). Secondo lui Gesù dovrebbe fare proprio ciò che ha rifiutato come diabolico: vincere i nemici con le loro stesse armi. Per questo ha estratto la spada. E per questo lo rinnegherà. Pietro e Giuda vogliono le stesse cose. La differenza, emblematica, sta nel fatto che Pietro, pur non comprendendolo, ama Gesù più delle proprie idee su di lui. Questo gli permetterà di cogliere l’amore che ha per lui quel Gesù che ha rinnegato. Capirà che il Signore è morto per lui, suo nemico (cf. Rm 5,6-11). Allora diventerà come quel “discepolo altro” che lo segue, in modo ben diverso dal suo. Infatti capirà per esperienza che nulla mai potrà separarlo dall’amore di Dio. Non dal suo amore per Dio, ma dall’amore di Dio per lui in Cristo Gesù (cf. Rm 8,39), il quale lo ha
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amato e ha dato se stesso per lui (Gal 2,20). È infatti venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali anche lui fa parte (cf. 1Tm 1,15). Grazie alla sua caduta, quando si sarà ravveduto, potrà confermare nella fede i fratelli (cf. Lc 22,32). Saprà che la fede è certezza non della nostra fedeltà al Signore, ma della sua a noi. un altro discepolo. Sei volte il testo parla di discepoli (vv. 15bis; 16.17.19.25). Inoltre sia l’interrogatorio di Gesù (v. 19) che quello di Pietro (vv. 17.25.26) riguardano l’essere discepoli. Questo discepolo, identificabile con quello che “Gesù amava” (cf. 13,23.25; 20,2.4; 21,7.20), è “altro” rispetto a Pietro e agli altri. È tra coloro che hanno ascoltato e accolto ciò che Gesù ha detto (v. 21); è quindi capace di seguirlo, affrontando con lui l’odio del mondo (cf. 15,1816,4a). Sarà ai piedi della croce con Maria (19,26), testimone del fianco trafitto (19,35), e giungerà per primo al sepolcro. E per primo crederà (20,2ss), come per primo riconoscerà il Signore nella pesca sul lago (21,7). Per questo resterà fino alla fine, modello dei discepoli (21,22ss). Infatti rappresenta quel discepolo altro che ciascuno di noi è chiamato a diventare, perché ha coscienza dell’amore di Gesù e lo testimonia a tutti (cf. 1Gv 4,1-6). quel discepolo era conosciuto al capo dei sacerdoti. Anche nel versetto seguente si ribadisce il suo essere discepolo e il suo essere noto al capo dei sacerdoti. Questo discepolo è conosciuto come tale. Pietro invece no e, quando sarà interrogato, negherà. Il tema del testo riguarda l’essere o meno discepoli di Gesù, seguaci di lui e del suo insegnamento. Vero discepolo è colui che conosce il suo insegnamento e osserva il suo comando, quello dell’amore. entrò con Gesù nel recinto. Questo discepolo può andare dove va il suo Signore: ha poggiato il capo sul suo petto e conosce l’amore con cui è amato. Può entrare nel recinto con il Pastore bello che osserva il comando ricevuto dal Padre: dare la vita per le sue pecore e riprenderla di nuovo (cf. 10,18). Molte parole di questa scena richiamano la parabola del Pastore bello: “entrare” (10,1.2.9), “recinto” (10,1), “porta” (10,1.2.7.9) e “portinaio” (10,3). Questo discepolo può “entrare e uscire” (cf. 10,9): ha la libertà di chi è con Gesù e sa amare come è amato. v. 16: Pietro invece stava presso la porta, fuori. Pietro non è in grado di seguire il Signore. Sta fuori dalla porta. Questa porta è Gesù stesso: chi entra attraverso di lui, sarà salvo (cf. 10,9). uscì il discepolo, l’altro, ecc. L’altro discepolo invece entra con Gesù ed esce poi verso i fratelli. Esce per introdurre anche Pietro in quella porta, dove può vedere la testimonianza del Figlio. Lì conoscerà la verità, su di sé e su di lui, e potrà alfine diventare discepolo. parlò alla portinaia. In greco la stessa parola è sia maschile che femminile. Ricorda il portinaio del recinto, che apre al pastore perché lo riconosce (10,3). Così apre anche a quelli che sono con lui, ma non agli estranei.
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introdusse Pietro. L’altro discepolo introduce Pietro nel luogo della testimonianza: a lui, che lo rinnega, il Pastore bello testimonierà la propria fedeltà oltre ogni sua infedeltà. v. 17: dice a Pietro la ragazza, la portinaia. Pietro deve dichiarare alla portinaia la sua identità: sta con il pastore o con i ladri e briganti? non sei forse anche tu dei discepoli di quell’uomo? A Pietro è chiesto se “anche” lui, oltre quell’altro che l’ha introdotto, è discepolo di quell’uomo chiamato Gesù. non sono. Se Gesù aveva risposto: “Io-Sono” (vv. 5.6.8), Pietro risponde: “Non-sono”. Nega la sua identità di discepolo. Sembra mentire. Invece afferma, per la prima volta, la verità: non è discepolo del Maestro e Signore che lava i piedi. Secondo lui, Gesù non deve fare questo (cf. 13,68). Pietro, non ancora illuminato, è cieco e non può dire, come l’ex cieco: “Io sono” (9,9). Invece di “io” dice “non”: il suo io non c’è più. Non appartenendo a colui che è, nega ciò che lui stesso è. Giovanni Battista, alla domanda se fosse lui il Cristo, rispose: “Non sono” (1,21). E così rese testimonianza alla luce, proprio perché lui non era la luce (cf. 1,8). Anche Pietro, grazie al suo rinnegamento, diventerà come lui, testimone della luce che ha vinto la sua cecità. Il “non-sono” è l’unico luogo dove l’uomo può accogliere “Io-Sono”. v. 18: stavano in piedi i servi e gli inservienti . Sono schiavi, a servizio del capo di questo mondo. avevano fatto brace. Anche Gesù risorto farà brace per offrire il suo cibo ai discepoli (21,9). Ora lo sta preparando: è la sua carne per la vita del mondo (6,51), consumata dallo zelo del Padre (cf. 2,17), bruciata dall’amore per i fratelli. La brace, adatta per cuocere e riscaldare, è persistenza di fuoco non estinto, che dura oltre la fiamma. perché era freddo e si scaldavano. Questa brace c’è a causa del freddo. Il freddo richiama l’inverno in cui vogliono lapidare Gesù (10,22.31.39), la notte in cui Giuda uscì (13,30). Gelo e tenebra sono rotti dalla brace, posta al centro, che tutti riscalda. c’era poi anche Pietro accanto a loro. Pietro sta lì, in piedi tra gli avversari di Gesù, come Giuda quando lo ha consegnato (cf. v. 5). Anche se vuol seguirlo, non è “con Gesù”, ma “accanto a loro”, i suoi nemici. Infatti, più che lavare piedi, preferisce maneggiare spade. si scaldava (cf. v. 25). Anche Pietro si scalda a quel fuoco, amore che si offre a amici e nemici. v. 19: il capo dei sacerdoti interrogò Gesù circa i suoi discepoli e circa il suo insegnamento. Comincia l’interrogatorio di Anna. Pietro è interrogato dai servi circa il suo essere discepolo di Gesù, Gesù è interrogato dal capo circa i suoi discepoli e il suo insegnamento. Non si
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formula accusa né si offrono prove. Tutta la sua vita pubblica è stata una rivelazione: lo si conosce bene e si è già deciso di ucciderlo. Davanti ad Anna non si svolge un processo a Gesù, ma a quelli che l’hanno ascoltato, Anna compreso, per vedere se sono suoi discepoli. In loro ormai continua la sua storia (cf. At 9,4s). La lotta contro di lui, quando si scrive il Vangelo, è trasferita sui suoi discepoli e la sua dottrina (cf. 15,18-16,4). v. 20: rispose a lui Gesù. Ormai alla fine della sua missione, Gesù risponde facendo una considerazione complessiva sul suo insegnamento. apertamente. La prima caratteristica del suo insegnamento è l’essere pubblico, aperto a tutti. Non è esoterico: “dice-tutto” (parresía) francamente, senza nascondere nulla. Gesù non è come quei guru che avvolgono la loro vita nel mistero. Il fascino dell’ignoto che non c’è e la copertura dell’inganno che c’è sono il miglior mezzo per conquistare adepti. Da sempre. ho parlato. Il verbo, al perfetto, indica un’azione compiuta il cui effetto perdura. La parola “parlare”, in greco laleín, connessa con lógos (= parola), indica un parlare di rivelazione (cf. 3,11.34; 6,63; 7,17.26; 8,12.20.25.30.38; 12,49; 14,10; 15,3; 16,4.33). al mondo. Gesù si distingue dal mondo: ne è il principio, la Parola attraverso la quale fu fatto, il Figlio inviato dal Padre per rivelargli il suo amore (3,16). Egli fa conoscere Dio: la sua esistenza è manifestazione e racconto dell’amore del Padre offerto a tutti. Gesù rivela di essere il rivelatore di Dio, Dio stesso che si rivela: lui in persona è la Parola che dice e dice la Parola che è. Qualcuno afferma che l’unica rivelazione di Gesù è che lui è il rivelatore di Dio. Questo è vero, se si tiene presente che rivelare significa comunicare se stessi e che tale dono avviene nella “carne” di Gesù. sempre insegnai in sinagoga e nel tempio . Tranne i discorsi fatti ai discepoli nell’ultima cena, Gesù ha insegnato nella sinagoga e nel tempio, rispettivamente luogo della Parola e della Presenza. Oltre che nella sinagoga di Cafarnao (6,22-70; cf. 6,59), il suo insegnamento, dal c. 3 in poi, si è svolto a Gerusalemme, nell’ambito del tempio, ad eccezione che nei cc. 4 e 11. dove tutti i giudei convengono. Tutti i giudei, compresi i capi, lo hanno ascoltato, proprio in quel luogo che fonda l’identità del popolo di Dio. in segreto non parlai di nulla. Il Signore non ha parlato in segreto o in un luogo oscuro (cf. Is 45,19). Gesù non tiene nascosto nulla: rivela il mistero di Dio. Non la verità, ma la menzogna ha bisogno di restare coperta. È proprio del nemico dell’uomo agire nelle tenebre. Infatti teme la luce della verità, che lo sbugiarda. v. 21: perché interroghi me? Gesù, interrogato, si fa interrogatore. Egli ha detto tutto a tutti. Ora attende risposta. Il Signore non va interrogato, ma ascoltato. Se lo interroghiamo, non otteniamo risposta alcuna. È lui che parla e interpella; noi ascoltiamo e rispondiamo.
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Spesso interroghiamo Dio e ci interroghiamo su di lui. Ma inutilmente. Non capiremo nulla di lui fino a quando non taciamo e ci lasciamo interrogare da lui. Come in ogni rapporto, non è mettere in questione l’altro che ce lo fa capire, ma lasciarci mettere in questione da lui. Capire è sempre, innanzitutto, un patire. interroga quelli che hanno ascoltato, ecc. Chi lo ha ascoltato, è chiamato a rispondere se è o meno suo discepolo, se accetta o meno la sua parola. Tutti, dal capo dei sacerdoti a Pietro, sono chiamati a pronunciarsi nei suoi confronti. Gesù ha rivelato l’identità sua e del Padre, che tocca la verità di ogni uomo: tutti siamo figli. Però diventiamo tali se accettiamo il Figlio come nostro fratello. Il processo che facciamo a lui è in realtà fatto a noi stessi: accogliamo o rifiutiamo la parola di vita? questi sanno le cose che dissi io. L’ignoranza, è vero, scusa tutti; ma ci rende come bestie. La conoscenza invece responsabilizza; e ci rende uomini, capaci di rispondere. v. 22: un astante degli inservienti diede uno schiaffo a Gesù. È una delle guardie del tempio, servo dei capi. Sua identità è l’essere suddito, obbediente e cieco. La risposta di Gesù è per lui una ribellione al potere. Effettivamente la verità fa liberi (8,32): è contraria alla falsità che opprime. Alla sua domanda, invece della risposta Gesù riceve uno schiaffo. Così il potere risponde alla verità. Lo schiaffo è un tipo di violenza particolare, che sottolinea l’inferiorità dell’altro. Solo tra pari si lotta con impegno, per piegare a proprio vantaggio l’esito incerto. Altrimenti un semplice schiaffo è sufficiente per umiliare e schiacciare l’altro, convincendolo della sua impotenza e dissuadendolo dal levare il capo. L’ideale del potere è mostrarsi tanto forte da tenere assoggettato l’altro senza la necessità di misurarsi con lui. In questo schiaffo si può leggere il male più profondo della storia: lo strapotere di chi tiene in schiavitù tutti, servendosi degli schiavi per punire chi è libero e dimostrare a tutti che non vale la pena di opporsi. Posto al centro del racconto, questo schiaffo corrisponde al rinnegamento di Pietro. Anche lui ha rinnegato perché ha confidato nella spada e non nella Parola. Il rifiuto della rivelazione ricade su Gesù stesso: lo schiaffo è anticipo simbolico della croce. Se un servo dei capi dà uno schiaffo al suo Cristo, come non pensare ai milioni di cosiddetti cristiani che hanno sterminato l’intero suo popolo e sterminano i poveri della terra, suoi fratelli? È una vergogna, abominio senza fine: la consumazione del male. così rispondi al capo dei sacerdoti? Gesù ha risposto con una domanda: la verità interroga tutti. Ma chi ha il potere non accetta di mettersi in questione: è sempre irresponsabile. Non avendo forza di argomenti, risponde con l’argomento della forza. v. 23: rispose Gesù. Gesù ha detto di non opporsi al malvagio (Mt 5,39p). Al male però bisogna opporsi, senza cadere nella tentazione di ripagare il malvagio con la stessa moneta. Bisogna
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non lasciarsi vincere dal male, ma vincere il male con il bene (cf. Rm 12,21). Per giungere a questo è necessario ingaggiare una grande lotta: “uno deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri”. Gesù, alla violenza che viene dalla menzogna, risponde con la forza della verità, interpellando la coscienza. L’appuntamento con essa, moralmente ineludibile, fonda la dignità dell’uomo. Ma risulta che eludere l’ineludibile sia lo sport preferito delle masse e dei loro capi, almeno per ciò che riguarda la coscienza. se male parlai, testimonia circa il male . Gesù invita il servo a usare la ragione, a guardare la realtà senza pregiudizi. Chi detiene il potere scambia verità con interesse, giustizia con difesa di privilegi. Lo schiavo poi, fin che resta tale, è più ottuso e zelante del suo padrone, come chiunque può constatare anche oggi. Per questo Gesù lo esorta a discernere il bene dal male, primo presupposto per essere uomo, pensante e libero, capace d’intendere e di volere. Gli chiede che, se ha fatto qualcosa di male, glielo dimostri. se invece bene, perché mi percuoti? In queste parole di Gesù risuona il lamento di tutti i giusti, vittime del male. È il lamento di Dio stesso, che chiede al suo popolo cosa gli ha fatto per essere trattato così male (cf. Mi 6,3). L’ingiustizia ricade sempre sul Giusto. Gesù è il Servo, che porta su di sé la nostra iniquità e ci giustifica (cf. Is 52,13-53,12). v. 24: allora Anna lo mandò, legato, da Caifa. Anna non risponde alla domanda di Gesù. Il potere non conosce dialogo. Non intende altra ragione che la propria, come i matti. È infatti una forma di delirio, pericolosa e nociva più di quanto pare. Può sterminare popoli interi, fare carneficine che nessun pazzo omicida riesce a compiere. E per di più si autogiustifica e si propone come modello, addirittura divino! Anna manda Gesù da Caifa, marito di sua figlia. Si sottolinea di nuovo che è legato (cf. v. 12). Il Figlio, inviato dall’amore del Padre per salvare i fratelli, è legato dal loro odio e inviato a chi lo vuole uccidere. Ma colui che è schiavo e legato, è l’amore sovrano, il sovrano dell’amore, libero e vincitore del male. Giovanni si accontenta di questo accenno al processo di Caifa: si è svolto lungo tutto il Vangelo e si è già concluso con la condanna a morte (11,49-53). v. 25: Simon Pietro stava in piedi e si scaldava (cf. v. 18). Dopo lo schiaffo, riappare Pietro. Il suo rinnegamento è stato per il Maestro lo schiaffo peggiore. È ancora lì, nello stesso luogo e nella stessa posizione dei nemici di Gesù, “accanto a loro” (cf. v. 18), pronto a rinnegare ancora. Nel freddo della notte, la luce di un fuoco riscalda il rinnegatore. non sei forse anche tu dei suoi discepoli? Prima la portinaia, ora i servi lo interrogano sul suo essere discepolo di Gesù.
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non sono. Pietro nega per la seconda volta. Si identifica con coloro che non ascoltano e non seguono la sua parola. Sta rendendosi conto della verità: non è discepolo di Gesù, non ascolta le sue parole. Finora ha seguito una sua immagine di lui, non lui. Ora gli è chiaro: il Maestro non è ciò che lui pensava, non è quel capo che voleva. Pietro finalmente vede di non vedere. Il rinnegamento non è presentato come frutto di paura o vigliaccheria: Pietro ha sfoderato poco prima la spada per difenderlo, esponendo per lui la vita. Inoltre ha avuto il coraggio di seguirlo e di entrare nel recinto, per stargli vicino. Ora si accorge di non essere “con” Gesù, così diverso da ciò che lui credeva e desiderava. Pietro è come gli altri: non accetta il Signore che lava i piedi, il Figlio dell’uomo innalzato, l’IoSono come crocifisso. Essere con Gesù significa fare le sue scelte, avere il suo stesso Spirito. Si può essere cristiani patentati, discepoli e apostoli, vescovi e papi, ed essere in realtà contro Gesù. Ciò avviene ogni volta che trascuriamo i poveri cristi, sua presenza costante tra di noi (cf. 12,8p; Mt 25,31-46). v. 26: non ti vidi io nel giardino accanto a lui? È vero quello che dice il parente di Malco: Pietro era nel giardino. Era “accanto a lui”, ma non “con lui”: era “contro di lui”, per impedirgli di bere il calice e fargli usare le stesse armi dei nemici. v. 27: di nuovo negò Pietro. Per la terza volta Pietro, negando di essere con Gesù, dice la verità. È finalmente un cieco che dice di non vedere. E il suo peccato può essere perdonato (cf. 9,41). un gallo gridò (cf. 13,38). Al canto del gallo impallidisce la notte e irrompe la luce. Per Pietro cessa la menzogna e comincia la verità, su di sé e sul Signore. Finalmente capisce di essere tra i nemici di Gesù. Proprio così conosce il suo amore; lo conosce come gratuito: “A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,7s). Pietro scopre che non lui muore per il Signore, ma il Signore per lui. Guarisce dal “complesso di Cristo” e si ritrova uomo, come tutti gli altri. Vede che la salvezza non è amare Dio fino a dare la vita per lui. Di amore si muore: è dell’essere amati che si vive! E lui, amore infinito, ci ha amati per primo (1Gv 4,19). Per questo ognuno di noi può dire con Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Tale evidenza interiore è la fede; per essa sono in grado di vivere un’esistenza che sia risposta d’amore all’amore ricevuto. Se Pietro non avesse rinnegato, avrebbe sempre potuto pensare che il Signore lo amava con riserve, solo se lo meritava. Ma l’amore meritato è meretricio. Qui comincia per lui il battesimo: accettare di essere amato di amore gratuito e incondizionato. Come per Abramo, padre nella fede, credere nel Signore è la sua giustizia (cf. Gen 15,6). Il giusto infatti vive di fede (Rm 1,17; Ab 2,4) nella fedeltà di Dio, che promette e dona vita.
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La sua sarà una conversione dalla legge al Vangelo, la difficilissima conversione di Paolo, testimoniata in Fil 3,1ss. Solo qui conosciamo ciò che differenzia il cristianesimo da qualunque religione: l’essere amati gratuitamente, non in base ai meriti, ci dà la libertà di vivere da figli di Dio. Questa è la salvezza, la scoperta dell’identità nostra e di Dio, che avviene nel nostro peccato e nel suo perdono. Pietro, dopo il rinnegamento, si trova nell’alternativa di Giuda: guardarsi con i propri occhi o con quelli del Signore, vivere della propria sconfitta o del suo perdono. Se si chiude in se stesso, è l’inferno; se si apre a lui, è la salvezza. Questo è il principio del battesimo, per Pietro e per tutti: immergersi nell’amore gratuito del Signore invece che nell’amarezza del proprio fallimento. Da qui in poi Pietro può diventare discepolo di Gesù. Se finora aveva seguito se stesso, ora capirà che bisogna seguire lui. Ha sperimentato che “qui se ductorem sequitur, seductorem sequitur”: chi segue se stesso come guida, segue un seduttore. Giovanni tralascia il ricordo della predizione e il pianto (cf. Mc 14,72p). Riporta solo il triplice rinnegamento. Da questo punto Pietro scompare dal racconto della passione. Ma è sommamente presente: è ormai con il suo occhio che può essere contemplata. La scena avrà il suo epilogo dopo la risurrezione, con la triplice domanda di Gesù: “Mi ami?”. Allora potrà seguirlo (cf. 21,17): grazie al suo rinnegamento avrà scoperto l’amore con cui è amato. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il cortile del palazzo di Anna. Chiedo ciò che voglio: confessare, con Pietro, che non sono discepolo di Gesù, non conosco il suo insegnamento e non sono con lui. Contemplo la scena, guardando i personaggi: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: i nemici “prendono” (= concepiscono) Gesù lo legano lo conducono da Anna, suocero di Caifa Simon Pietro vuole seguire Gesù l’altro discepolo, noto, entra ed esce dalla porta Pietro è interrogato se è discepolo di Gesù non sono Pietro sta con i servi e si scalda al braciere
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il capo dei sacerdoti interroga Gesù sui suoi discepoli e il suo insegnamento Gesù sintetizza la sua opera presentandosi il “Rivelatore”: il suo insegnamento è lui stesso, il Figlio che rivela il Padre non tocca a lui rispondere a noi, ma a noi rispondere a lui: accettiamo o no le sue parole, siamo o no suoi discepoli? lo schiaffo del servo la risposta di Gesù Anna manda Gesù da Caifa, legato Pietro, per la seconda volta, dice: Non sono Pietro, per la terza volta, nega di essere con Gesù gridò il gallo.

Testi utili: Sal 32: 94; 117; 136; Is 52,13-53,12; Ger 31,31-34; Gv 11,49-53; Gv 13,36-38; Gv 15,18-16,4; Rm 5,6-11; Rm 8,31-39; Gal 2,20; Fil 3,1ss; 1Tm 1,15s; 2Tm 2,11-13.

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47. GIOISCI, RE DEI GIUDEI 18,28–19,16a
a. (fuori dal pretorio): dialogo tra Pilato e i capi su Gesù, consegnato per essere crocifisso

18,28 Allora conducono Gesù da Caifa al pretorio. Era l’aurora. Ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi ma poter mangiare la Pasqua. 29 Allora Pilato uscì fuori verso di loro e dice: Che accusa portate [contro] quest’uomo? 30 Risposero e gli dissero: Se costui non fosse uno che fa il male non te l’avremmo consegnato. 31 Allora disse loro Pilato: Prendetelo (= accoglietelo) voi e giudicatelo secondo la vostra legge. Gli dissero i giudei: A noi non è lecito uccidere nessuno. 32 Affinché si adempisse la parola di Gesù, che disse indicando di quale morte stava per morire.
b. (dentro nel pretorio): dialogo tra Pilato e Gesù sulla vera regalità

18,33 Allora entrò di nuovo Pilato nel pretorio e chiamò Gesù e gli disse:
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Tu sei il re dei giudei? 34 Rispose Gesù: Da te stesso tu dici questo o altri te (lo) dissero di me? 35 Rispose Pilato: Sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti consegnarono a me. Che facesti? 36 Rispose Gesù: La mia regalità non è da questo mondo. Se da questo mondo fosse la mia regalità, i miei servi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei. Ora però la mia regalità non è da qui. 37 Allora gli disse Pilato: Dunque re sei tu? Rispose Gesù: Tu lo dici, che sono re. Io per questo sono stato generato e per questo sono venuto nel mondo, per testimoniare per la verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. 38a Gli dice Pilato: Cos’è la verità?
c. (fuori dal pretorio): dialogo tra Pilato e icapi, che preferiscono il brigante al vero re

18,38b E, detto questo, uscì di nuovo verso i giudei;
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e dice loro: Io non trovo in lui colpa alcuna. 39 Ora è usanza per voi che vi liberi uno per la Pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei giudei? 40 Gridarono allora di nuovo dicendo: Non costui, ma Barabba. Ora Barabba era un brigante.
d. (?): incoronazione del “re dei giudei”

19,1 2

Allora dunque Pilato prese (= accolse) Gesù e (lo) flagellò. E i soldati, intrecciata una corona di spine, (la) imposero sul suo capo e lo avvolsero di un manto di porpora

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e venivano innanzi a lui e dicevano: Gioisci, re dei giudei! E gli davano schiaffi.

c’. (fuori dal pretorio): Pilato dice: “Ecco l’uomo” e i capi rispondono: “Crocifiggi”

19,4

E uscì di nuovo fuori Pilato e dice loro: Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che nessuna colpa trovo in lui.

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Allora Gesù uscì fuori, portando la corona di spine e il mantello purpureo;
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e dice loro: Ecco l’uomo! 6 Quando dunque lo videro, i capi dei sacerdoti e gli inservienti gridarono dicendo: Crocifiggi, crocifiggi! Dice loro Pilato: Prendetelo (= accoglietelo) voi, e crocifiggete(lo). Io infatti non trovo in lui colpa. 7 Gli risposero i giudei: Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire, perché si fece Figlio di Dio. 8 Quando dunque Pilato udì questa parola, ebbe maggior paura.
b’. (dentro nel pretorio): dialogo tra Pilato e Gesù sul potere e chi lo detiene

19,9

Ed entrò di nuovo nel pretorio e dice a Gesù: Da dove sei tu? Ma Gesù non gli diede risposta.

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Allora gli dice Pilato: A me non parli? Non sai che ho potere di liberarti e ho potere di crocifiggerti?

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Gli rispose Gesù: Non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi consegnò a te ha un peccato più grande.

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Da allora Pilato cercava di liberarlo.
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Ma i giudei gridarono dicendo: Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, contraddice Cesare.
a’. (fuori dal pretorio): Pilato dice: “Ecco il vostro re”, i capi rispondono: “Crocifiggi”

19,13 Allora Pilato, udite queste parole, condusse fuori Gesù e sedette sullo scanno verso un luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbata. 14 Era la preparazione della Pasqua, era verso l’ora sesta; e dice ai giudei: Ecco il vostro re! 15 Allora gridarono quelli: Leva, leva, crocifiggilo! Dice loro Pilato: Crocifiggerò il vostro re? Risposero i capi dei sacerdoti: Non abbiamo re se non Cesare! 16a Allora dunque lo consegnò loro affinché fosse crocifisso. 1. Messaggio nel contesto “Gioisci, re dei giudei”, dicono i soldati romani a Gesù. Il re promesso è crocifisso da tutti, lontani e vicini. Crocifisso in quanto re, è re in quanto crocifisso: è il re della verità che fa liberi (cf. 8,32). Dopo che il potere religioso ne ha predisposto l’intronizzazione sulla croce, quello politico ne proclama la regalità con la condanna a morte. Il testo è un gioco di ironie. Ciò che è detto per
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burla, è vero; ciò che si ritiene vero, è una burla. Stupida e tragica. La menzogna stessa, senza volerlo né saperlo, afferma la verità: il re crocifisso crocifigge alla sua vacuità ogni potere di morte. Siamo allo scontro definitivo. Le tenebre sono uscite allo scoperto, riunite insieme per giudicare e condannare il Nazoreo. Ma la luce del mondo dissolve la tenebra che l’ha presa. Gesù infatti esegue sovranamente il giudizio di Dio: invece di condannare qualcuno, dà la vita per tutti. Contro il Figlio, inviato dal Padre, si sono riuniti tutti i potenti, per compiere ciò che la mano e la volontà del Signore aveva preordinato che avvenisse (At 4,27s): manifestare a tutti il suo amore, gloria sua e salvezza nostra. Il tema del testo è la regalità universale di Gesù, proclamata davanti al luogotenente di Cesare, suprema autorità mondiale, primo rappresentante del capo di questo mondo (cf. 12,31). Il re è l’uomo ideale, ideale di ogni uomo. Libero e potente, vuole ciò che gli piace e fa (fare) ciò che vuole: rappresenta Dio in terra. La concezione che abbiamo di re corrisponde a quella che abbiamo di Dio: è l’uomo realizzato, sua immagine e somiglianza. Il confronto con Pilato occupa circa un terzo del racconto della passione: oltre il processo, continua fin sulla croce (19,19-22) e nella deposizione (cf. 19,31.38). Il suo potere si esercita dalla condanna all’esecuzione, dall’uccisione alla sepoltura del Giusto. Svela così la sua essenza ingiusta e mortifera. Un giardino vide la creazione dell’uomo e la sua caduta, la nascita e la morte di Adamo, re del creato. Lo scontro della regalità dell’uomo con la regalità di Dio avviene tra la cattura in un giardino (cf. 18,11ss) e la crocifissione in un altro giardino (19,41). In questo vedremo la creazione del nuovo Adamo, il “giardiniere” che ha trionfato sulla morte (cf. 20,15). Tra il giardino della cattura e quello della croce c’è la città, dove il re della gloria passa, vittorioso sui capi di questo mondo. Dopo l’interrogatorio in casa di Anna e la sosta in quella di Caifa, segue il processo nel pretorio. Accusatori sono i capi religiosi; giudice è il rappresentante dell’imperialismo, allora romano. Il processo è “politico”. La regalità di Dio, anche se non è da questo mondo, è in questo mondo. L’uomo è un “animale politico”: dal modo in cui organizza la sua vita con gli altri, dipende la sua realizzazione o il suo fallimento. La politica infatti è l’arte di dar corpo a quei valori che l’uomo si pone come fine del suo esistere. Questi, giusti o sbagliati che siano, sono sempre “religiosi”, appunto perché si pongono come fini, quindi assoluti. Quando poi la politica arriva a porre se stessa come valore supremo, allora raggiunge l’apice della funzionalità e della cecità: è puro esercizio di dominio. L’idolo prende il posto di Dio: il potere diventa unica religione, totalitarismo che ha mano libera per distruggere tutto e tutti.
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La regalità di Gesù, come vedremo nel processo, smantella la nostra immagine pervertita di uomo e di Dio. Non bisogna farsi immagini di Dio, né dell’uomo, perché l’unica sua immagine è l’uomo, vero e libero. Nella sua semplice solennità, il processo davanti a Pilato è un compendio, sublime e disincantato, di “teologia politica”, una miniera inesauribile sulla verità dell’uomo e di Dio. I “giudei”, nominati 22 volte, non sono il popolo, ma i suoi capi. Rappresentano l’opposizione alla luce, tipicamente “religiosa”, che è in ciascuno di noi. L’origine del male infatti è sempre un’immagine negativa di Dio, di ciò che comunque ci proponiamo come modello da imitare. Per questo, nel racconto della passione, il rappresentante del mondo politico non fa che eseguire, in un gioco di ipocrisia e ricatti reciproci, la stessa volontà perversa della quale è succube il mondo religioso. Quando Giovanni parla di “giudei”, giova ripeterlo, non intende il popolo giudaico, come funestamente molti hanno voluto intendere. Anche Gesù, gli apostoli e la prima comunità, come pure gli evangelisti, sono giudei. Il termine “giudei”, usato in senso negativo, indica i capi, il cui unico interesse è tenere il popolo sotto il proprio dominio (cf. 9,1ss): secondo la critica profetica (cf. Ez 34), non sono pastori, ma ladri e briganti (cf. 10,1ss). Sono chiamati polemicamente “giudei”, perché considerano tali solo se stessi, escludendo gli altri, che pure lo sono. Comunque anche tra i capi non tutti sono così (cf. 10,19-21; 12,42s), come Nicodemo (3,1ss; 7,50-52; 19,39), Giuseppe d’Arimatea (cf. 19,38; Mc 15,43p) e Gamaliele (cf. At 5,34ss). Il testo inizia con Gesù condotto dentro il palazzo e termina con Gesù condotto fuori da esso. Dentro/fuori diventa una distinzione teologica: dentro sta la Parola di verità e vita, fuori l’urlo di menzogna e morte, orchestrato dai capi religiosi. Pilato, come il lettore che segue la sua vicenda, fa la spola tra dentro e fuori: chiamato a rispondere alla rivelazione che sente dentro, cede inevitabilmente alla violenza che avverte fuori. È l’unico modo per mantenere il potere. Quel tipo di potere che non è a servizio della verità e della vita. Il processo è una sequenza di sette scene, scandite dall’uscire e dall’entrare di Pilato. Il dentro e fuori dal palazzo dà al racconto un ritmo a struttura concentrica, con la coronazione di spine nel mezzo. Il succedersi delle scene si può visualizzare così (I. de la Potterie): a. (fuori): dialogo tra Pilato e i capi su Gesù, consegnato per essere crocifisso (18,28-32) b. (dentro): dialogo tra Pilato e Gesù sulla vera regalità (18,33-38a) (fuori): dialogo tra Pilato e i capi, che preferiscono il brigante al vero re (18,38b-40) d. c.’ b.’ a.’ (?): incoronazione del “re dei giudei” (19,1-3) (fuori): Pilato dice: “Ecco l’uomo”; i capi rispondono: “Crocifiggi” (19,4-8) (dentro): dialogo tra Pilato e Gesù sul potere: chi lo detiene e quale (19,9-12)
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(fuori): Pilato dice: “Ecco il vostro re”; i capi rispondono: “Crocifiggi” (19,13-16a).

La scena centrale (19,1-3) sembra che si svolga fuori dal palazzo, come la precedente. Però, nella successiva, sia Pilato che Gesù escono (19,4s). Quindi l’incoronazione accade dentro, anche se al lettore, mentre si svolge, sembra che accada fuori. Non si tratta di una distrazione, ma di una finezza dell’autore: suggerisce che quanto avviene nel palazzo riguarda tutti. L’incoronazione, anche se “fatta in casa” dai servi del potere, è sempre un fatto eminentemente pubblico: è il riconoscimento del re, il capo con il quale tutti idealmente si identificano. L’evangelista evidenzia così che Gesù è re universale, incoronato davanti al mondo proprio dai suoi nemici. Per questo motivo anche il titolo sulla croce sarà scritto da Pilato in ebraico, latino e greco, proclamato in ogni lingua, leggibile ai detentori di ogni potere, religioso, politico e culturale (19,19-22). Commenteremo nella lettura del testo il significato delle singole scene, centrate sulla regalità di Gesù che, proclamata nel processo, si eserciterà dall’alto della croce. A proposito di Pilato e di quanti hanno ucciso Gesù, è utile osservare che essi provocano in noi repulsione: non riusciamo a “digerirli”. È infatti difficile digerire se stessi! Il problema non è mangiarli, ma riconoscerci in loro – ci fanno da specchio – e accettare il dono che il re fa a noi, come a loro. All’inizio Gesù è presentato dai capi religiosi al capo politico, perché sia innalzato su quel trono da dove, vittorioso, attirerà tutti a sé ( 18,28-32). Segue il dialogo sulla regalità di Gesù, che è a servizio della verità e che nessun potente conosce (18,33-38a). Per questo Pilato lo ritiene innocuo e vuol liberarlo; ma i capi religiosi – avviene per lo più così – preferiscono il brigante al vero re (18,38b-40). Al centro i soldati, incoronando per scherno Gesù di spine, mostrano che brutto scherzo sia la regalità mondana. Questa, messa in crisi nel suo mettersi in scena, è violenza gratuita sul vero re, sull’uomo libero (19,1-3). Poi Pilato di nuovo esce, e anche Gesù, con la corona e la porpora: “Ecco l’uomo” (19,4-8). Il potere politico vorrebbe salvarlo, ma non può. Schiavo della cecità religiosa, è solo in grado di uccidere, non di liberare l’uomo ( 19,9-12). Alla fine Pilato conduce di nuovo fuori e presenta il re, il Figlio di Dio, che il potere religioso rifiuta. In obbedienza a questo, anche se contro voglia, il potere politico esegue la condanna (19,13-16a). Gesù è il re universale, l’uomo libero che libera tutti, proprio in quanto crocifisso dal potere religioso e politico. La Chiesa è chiamata a riconoscere in Gesù la verità dell’uomo e la verità di Dio, per testimoniare al mondo la libertà da ogni dominio dell’uomo sull’uomo.
NB: Per comprenderla meglio, leggeremo la sequenza del processo tutta di seguito, evidenziando con titolo e breve introduzione le singole scene.

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Lettura del testo
a. (fuori dal pretorio: 18,28-32): Dialogo tra Pilato e i capi su Gesù, consegnato per essere crocifisso. Conclusa la rivelazione davanti ai capi religiosi, Gesù è consegnato al rappresentante del potere romano, perché ne esegua la condanna a morte, da loro già decisa. Si compie così “la parola di Gesù, che disse indicando di quale morte stava per morire” (v. 32). Se infatti l’avessero ucciso i giudei, l’avrebbero lapidato; i romani invece l’avrebbero crocifisso. Nella vigilia di Pasqua i potenti si uniscono insieme per immolare l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29). Le forze delle tenebre si alleano per innalzare sulla croce il Figlio dell’uomo, colui che dà vita eterna (3,14s), rivela Io-Sono (8,28), espelle il capo di questo mondo e attira tutti a sé (12,31s).

v. 28: Allora conducono Gesù da Caifa al pretorio . Giovanni, a differenza degli altri Vangeli, non racconta il processo davanti a Caifa. Lo accenna solamente, dopo l’interrogatorio davanti ad Anna. I capi dei sacerdoti e i loro servi (cf. 18,35; 19,6), chiamati anche “i giudei” (cf. 18,31.36.38b; 19,7.12), conducono Gesù al pretorio. È la residenza dove il governatore romano, nelle feste, dimorava per tenere sotto controllo le folle che venivano a Gerusalemme. Il loro afflusso costituiva sempre pericolo di disordini. Ai giudei era lecito giudicare secondo le loro leggi. Potevano anche emettere sentenze di morte, ma non eseguirle. I romani riservavano a sé la pena capitale, tranne che nei casi di profanazione del tempio e, forse, di adulterio (cf. 8,1ss). L’uccisione di Stefano (At 7,58) è probabilmente un linciaggio e quella di Giacomo (At 12,2) un’eccezione. Gesù è quindi condotto dall’autorità romana, perché esegua la condanna già decisa dall’autorità religiosa, senza alcun processo (11,47.53). In questo modo l’agnello di Dio passa dai capi d’Israele al capo dei pagani: è il salvatore del mondo (4,42), che viene dai giudei (4,22). era l’aurora. Dopo il canto del gallo (v. 27), finiscono le tenebre e irrompe la luce. Per contrasto, l’espressione richiama: “era notte”, quando Giuda uscì per consegnarlo (13,30). Dopo il rinnegamento di Pietro, cessa anche “il freddo” (vv. 18.25). Al braciere che riscalda la notte, succede il sole, che accende il giorno. Il processo politico di Gesù si svolge dal mattino all’ora sesta (19,14), da quando il sole si leva all’orizzonte fino a quando sta nel punto più alto del cielo. La luce che viene nel mondo rompe le tenebre e cresce fino a raggiungere il suo pieno fulgore sulla croce. Qui si manifesta il re della gloria. Siamo alla vigilia del sabato (cf. 19,31.42), al sesto giorno (cf. 12,1), quello della creazione dell’uomo: sulla croce sarà creato l’uomo nuovo. È inoltre vigilia della Pasqua (19,31.42; cf. 13,1ss; 18,39), quando l’agnello viene immolato.

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Era l’aurora anche quando Abramo si incamminò per il sacrificio del figlio, che al terzo giorno fu salvato (cf. Gen 22,3ss). Sarà anche l’ora dell’incontro con il Risorto, di Maria al sepolcro (20,1) e dei discepoli sulla riva del mare (21,4). essi non entrarono nel pretorio. I capi dei sacerdoti e quelli con loro restano fuori dal pretorio. Gesù entra per rivelarsi anche ai pagani. Ne uscirà dopo l’incoronazione di spine (19,5) e, alla fine (19,13), per l’intronizzazione in croce. Pilato fa la spola tra dentro e fuori. Il suo uscire ed entrare delimita le varie scene. Dentro/fuori non ha solo valore spaziale: dentro c’è la rivelazione di Gesù alle genti, fuori l’opposizione del potere religioso. In mezzo c’è Pilato, il potere politico, chiamato a scegliere tra luce e tenebre, verità e menzogna, re e brigante, vita e morte. La sua scelta è scontata. Ha fatto del potere la sua religione, come i sacerdoti hanno fatto della religione il proprio potere. Per questo, anche se in perenne conflitto tra loro – così avviene quando si vogliono le stesse cose e si usano gli stessi mezzi –, vanno sempre d’accordo nell’uccisione dell’innocente. La distinzione tra sfera religiosa e politica è fondamentale per evitare opposti fondamentalismi, religiosi o politici. È necessaria inoltre per la libertà della religione, che diversamente diventa succube del potere politico, sua giustificazione ideologica e strumento di oppressione. Ma è necessaria anche per la politica. Questa, se non vuol diventare una macchina disumana che amministra se stessa, deve trovare fuori di sé la fonte dei valori e l’istanza critica dei suoi disvalori. per non contaminarsi. È l’unica volta che esce questa parola nei Vangeli. I capi religiosi non vogliono correre il rischio di contrarre impurità legale. In casa di un pagano potevano esserci sepolture di bambini nati morti. Chi teme contaminazione da cadavere, non si fa scrupolo di uccidere. Questa mentalità legalista tiene “fuori” dal luogo in cui si rivela la verità. ma poter mangiare la Pasqua. L’annotazione serve all’autore per connettere l’evento con la Pasqua. Siamo alla vigilia, quando si prepara l’agnello pasquale. Chi vuole mangiare la Pasqua, sta uccidendo l’agnello senza difetto né macchia (1Pt 1,19). v. 29: Pilato. Fu governatore romano dal 26 al 36 d. C. Descritto dagli storici come uomo autoritario e crudele, fu deposto da Vitellio. Nel racconto traspare la sua durezza con i giudei; ma anche la sua fragilità, che lo porta a cedere ai loro ricatti. Durezza e fragilità si sposano bene. uscì fuori verso di loro. Il rappresentante del potere politico si volge ai capi religiosi. Lui, che si crede onnipotente, alla fine non farà che eseguire la loro volontà. dice. Nel processo il “dire” di Pilato ricorre ben 11 volte; ed è sempre un interrogare o un comandare. Sono gli altri che devono rispondere ed eseguire. Quando ciò che ascolta lo interroga, invece di rispondere, domanda ancora (cf. v. 38). Il potere preferisce non rispondere: tende a essere irresponsabile. Se rispondesse e si lasciasse porre in questione, diventerebbe umano e responsabile.
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Non sarebbe più dominio e oppressione, ma servizio e promozione dell’uomo. Tutti i crimini più grandi contro l’umanità, come anche l’uccisione di Gesù, sono frutto di potere irresponsabile. che accusa portate [contro] quest’uomo? Pilato sa chi è Gesù. Ha concesso le truppe per arrestarlo (18,3). Sa anche che i capi lo vogliono uccidere. Chiede quale accusa producono, che ne giustifichi la condanna. Il potere stabilisce, a proprio vantaggio, delle norme precise e condanna chi va contro di esse. Anche se vorrebbe, non può (sempre) affidarsi all’arbitrio, che porterebbe al caos. Mette invece in atto un complesso, oculato e funzionale, di leggi mirate a creare una “legalità” che, per quanto ingiusta, è utile al mantenimento dell’ordine conveniente. Pilato richiama i capi dei giudei alla legalità, che sempre tutela gli interessi dei più forti: “Il giusto altro non è che l’utile del più forte”, disse un antico filosofo, sempre attuale. v. 30: se costui non fosse uno che fa il male . La risposta dei capi tradisce irritazione. Se glielo conducono, è un malfattore. Anche loro conoscono la legge, meglio di Pilato. Sanno che va condannato a morte. A Pilato spetta solo l’esecuzione. I capi hanno deciso da tempo l’uccisione di Gesù (cf. 5,18). Vogliono però che formalmente sia Pilato a deciderla. Sia perché non possono uccidere, sia per lasciare a lui la spiacevole incombenza, che avrebbe attirato l’odio del popolo. Gesù è definito come “uno che fa il male” (cf. Lc 23,32: “conducono con lui altri due malfattori”). L’innocente, che testimonia la verità e non si piega alla menzogna, per chi detiene il dominio è il malfattore più pericoloso. Non è, come Barabba, un semplice concorrente da eliminare per vincere. Infatti ha la forza di sottrarsi al gioco; proprio così lo distrugge in radice, svelandone la stupidità e malvagità. Per questo l’innocente, che non si piega all’ingiusizia, è il malfattore più pericoloso. E per questo colui che non conobbe peccato fu trattato da peccato in nostro favore (2Cor 5,21): è diventato maledizione per riscattarci dal nostro male (Gal 3,13). Nel Getsemani Gesù stesso dice che sono venuti a catturarlo come un brigante (Mc 14,48), lui che è innocente. Proprio così si compiono le Scritture (Mc 14,49), che dicono come il Servo sia annoverato tra i malfattori (cf. Lc 22,37), addossandosi le nostre malefatte (cf. Is 53,12). non te l’avremmo consegnato. Il verbo “consegnare” (= tradire) era riservato a Giuda. Ora è detto anche dei giudei che lo consegnano a Pilato e poi di Pilato che lo consegna alla croce (19,16a), da dove lui consegnerà a tutti il suo Spirito (19,30). La stessa azione maledetta che compie il potente, per la forza dell’innocente diventerà fonte di benedizione per tutti. v. 31: prendetelo (= accoglietelo) voi e giudicatelo secondo la vostra legge . Pilato non ratifica la condanna senza motivi specifici. Sarebbe scivolare nell’arbitrio, dannoso al potere costituito. Se lo ritengono malfattore, lo giudichino legalmente. Si nota una forma di disprezzo quando sottolinea che la legge è “vostra”, non “nostra”.
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Inoltre, dicendo di giudicarlo, ricorda loro anche che sono sudditi dei romani: non hanno il diritto di spada. Anche se lo vogliono, non possono. E che potere è quello che non può dare la morte? È impotente, destinato a perire. a noi non è lecito uccidere nessuno. I capi scoprono la loro intenzione, senza però formulare nessuna accusa: lo vogliono uccidere. Per questo lo hanno portato da Pilato: che lo uccida lui. Non dovrebbe giudicarlo, ma solo condannarlo. Alla fine farà proprio così. Il potere politico esegue, volente o nolente, il giudizio di quello religioso. L’innocente, che testimonia la verità, alla lunga è l’unica vera minaccia per ogni potente. I capi religiosi ammettono, con dispiacere, la loro dipendenza dai romani. A loro è permesso, come in tutti i territori occupati, giudicare secondo le proprie leggi. Non possono però irrogare la pena di morte, riservata a Roma. Dietro l’espressione “non è lecito uccidere” risuona il grande comando: “Non uccidere” (Es 20,13; Dt 5,17). Eppure quanto essi vogliono è proprio un assassinio. Compiono infatti le opere del padre loro, menzognero e omicida fin dal principio (8,44). Questo “non è lecito” richiama anche la legge e l’interpretazione in senso proibitivo che essi ne danno, intendendola come oppressione dell’uomo (cf. 5,10). Dal dialogo si vede che Pilato può ma non vuole uccidere Gesù, mentre i capi lo vogliono ma non possono. Alla fine i religiosi faranno ciò che non possono e i politici ciò che non vogliono. Con sorpresa, gli impotenti risultano onnipotenti nel male e gli onnipotenti impotenti nel bene. Ironia della sorte o legge della storia? v. 32: affinché si adempisse la parola di Gesù, che disse. In questo modo Giovanni introduce il compimento delle Scritture. Qui le Scritture sono le parole stesse di Gesù (cf. 2,22). di quale morte stava per morire. I capi, consegnando Gesù a Pilato perché lo uccida, credono di manovrare il potere per il loro fine. Ma non fanno che compiere la parola di Gesù sulla propria morte. Infatti se l’avessero ucciso loro, l’avrebbero lapidato (cf. 8,59). È la loro forma per eliminare dal popolo il male. I romani invece lo innalzeranno sulla croce, proprio come Gesù aveva predetto del Figlio dell’uomo (3,14; 8,28; 12,32s). In questo modo, davanti ai capi religiosi e politici, si introduce il tema fondamentale del racconto di Giovanni: il vero re, che dirige la storia, è Gesù, il Nazoreo. Nel suo essere “innalzato” ci mostra l’amore del Padre, ci fa conoscere Dio, vince il capo di questo mondo e attira tutti a sé. I nemici, che lo vogliono morto, sono strumento involontario e inconsapevole della sua regalità: lo metteranno sul trono, dove si rivelerà sovrano su tutti, perché dà la vita per tutti.
b. (dentro il pretorio: 18,33-38a): Dialogo tra Pilato e Gesù sulla vera regalità.

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In questa scena Gesù rivela la regalità di Dio davanti a chi rappresenta l’imperatore romano. Pilato è chiamato ad ascoltare la sua voce, per conoscere la verità che fa liberi (cf. 8,32). Altrimenti resta schiavo della menzogna. La regalità di Dio non si fonda sulla violenza e sull’oppressione, ma sull’amore e sul servizio. Non viene da questo mondo, ma da Dio stesso. Gesù è venuto a portarla in questo mondo, per restituire all’uomo la sua umanità. Il modo di concepire la regalità determina i rapporti degli uomini tra di loro e con la natura; e varia secondo l’idea che si ha di Dio e dell’uomo, sua immagine. Se dio è colui che tiene in mano tutti, allora l’uomo realizzato è colui che riesce a mettere le mani su tutti; se Dio è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che si mette nelle mani di tutti, allora l’uomo realizzato è colui che si fa solidale con tutti. È stata lenta, anche nella Bibbia, l’evoluzione dalla prima concezione, dura a sparire, alla seconda. Per lo più parliamo di potere in senso negativo, perché logora innanzitutto chi ce l’ha. Per sé il potere è un valore: indica possibilità, capacità. Può essere usato bene o male. La storia però insegna che i capi, e quanti con essi si identificano, lo esercitano non proprio per servire, ma piuttosto per asservire gli altri (cf. Mc10,42-45p). Questo però non vuol dire che il potere politico sia un male, più o meno necessario. Infatti, quando è volto al bene comune, è la forma più alta di servizio all’uomo. Il cristiano si impegna nella politica: pienamente responsabile di questo mondo, testimonia in esso la verità dell’amore. Così, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, gli impedisce di chiudersi nell’autodistruzione e lo apre al suo futuro.

v. 33: Allora entrò di nuovo Pilato nel pretorio . Pilato, uscito dal palazzo per parlare con i capi religiosi, rientra per il faccia a faccia con Gesù. Il processo entra ora nel vivo e tocca l’essenza del potere: è per la verità o contro di essa? Nessun potere sta sopra o al di fuori della verità; altrimenti diventa automaticamente menzogna e morte. tu sei il re dei giudei? Pilato interroga Gesù se è vera l’accusa mossagli dai capi, che Giovanni non riferisce (cf. però 19,22), a differenza degli altri Vangeli (cf. Mc 15,2p). La domanda inizia con un “tu” enfatico: proprio tu, che sei un condannato, legato e giudicato, sei il re!? Il messianismo di Gesù è emerso frequentemente nel Vangelo (1,41.49; 3,28s; 6,15; 7,26.41s; 9,22; 10,24; 12,13.15.34; cf. 18,5.7: “il Nazoreo”). Le folle, dopo il dono del pane, volevano farlo re (6,14s); dopo il dono della vita a Lazzaro, lo avevano acclamato re d’Israele (12,13). Non avevano capito che dà il pane facendosi pane, che dà vita dando la vita. Il titolo della condanna, scritto sulla croce, sarà: “Re dei giudei” (19,19; cf. Mc 15,26p). Gesù è accusato di essere uno dei vari messia che fomentavano la ribellione contro i romani, per liberare il popolo. È vero che lui è re. Ma in modo diverso. Per questo i suoi l’hanno rifiutato e i romani crocifisso. Se non avesse deluso i loro desideri, i suoi l’avrebbero accolto; e i romani si sarebbero sottomessi o sarebbero stati crocifissi. La Bibbia è da sempre critica nei confronti della regalità (cf. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss). Presso tutti i popoli il re è l’ideale dell’uomo, l’uomo ideale che ciascuno vorrebbe essere: libero e potente, che domina su tutti. È un dio in terra! Ma Dio vieta che ci facciamo immagini di lui, perché l’unica sua vera immagine è l’uomo libero. E l’uomo libero è colui che ascolta la parola del Padre, per vivere da figlio e da fratello. Questa è la verità, che ci fa uscire dalla schiavitù e ci rende liberi.
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Volere un re che ci domina, significa rinunciare a Dio, il re che ci fa liberi (cf. 1Sam 8,7). L’ambivalenza dell’idea di re è la stessa di quella di Dio e di uomo. Dio non è un padrone che schiavizza l’uomo, ma un Padre a servizio della fraternità dei suoi figli; e l’uomo realizzato, simile a lui, è chi fa altrettanto. Gesù, con la sua regalità, ci rivela la verità di Dio e dell’uomo. Egli è il Messia promesso a Davide (2Sam 7,12). Libera non solo il popolo di Israele, ma il mondo intero, perché rifiuta di dominare e si mette a servire. Ci toglie dall’oppressione non con la potenza di chi opprime di più, ma con la forza di chi ama di più. Gesù, gridato Messia dalle folle (12,13), è rifiutato perché, invece di carri o cavalli, sceglie l’asino, mite e umile come lui (cf. 12,14). Ma proprio così ci strappa da ogni potere di morte. Pilato chiede dunque a Gesù se è lui il Messia. v. 34: da te stesso tu dici questo o altri te (lo) dissero di me? Il senso immediato della domanda è da che parte viene l’accusa, se da lui o dagli altri. Il senso più profondo è un invito a riflettere su quanto ha detto, per capire in prima persona cosa significhi il suo modo di essere re. Chi capisce la sua regalità, diventa “uomo”, libero. v. 35: sono forse io giudeo? L’accusa non viene da Pilato, ma dai capi dei sacerdoti. Eppure anche lui, come tutti i capi, è chiamato a prendere posizione nei confronti di questo re. Come al solito, Pilato interroga invece di rispondere. la tua gente e i capi dei sacerdoti ti consegnarono a me . L’attore primo della consegna è il diavolo, responsabile della decisione (13,2). È entrato in Giuda (13,27) e ha agito in lui, che ha “consegnato” Gesù ai capi. Ora agisce mediante i capi che lo “consegnano” a Pilato, poi mediante Pilato che lo “consegna” alla croce (19,16). Da lì il Signore ci “consegna” il suo Spirito (19,30). che facesti? Glielo hanno consegnato come uno che pretende di essere il Messia. È accusato di voler prendere il potere, turbando l’ordine costituito. È un malfattore (v. 30): si oppone ai padroni per diventare lui padrone. Pilato gli chiede cosa ha fatto. Tutto il Vangelo è risposta a questa domanda. I segni che Gesù ha operato manifestano la sua regalità, che restituisce all’uomo la sua realtà di figlio di Dio. Ha donato vino bello alle nozze (2,1-11) e salvezza a chi stava per morire (4,46-54); ha rialzato il paralitico (5,1ss), offerto il pane (6,1-13) e camminato sulle acque (6,16-21); ha dato vista a ciechi (9,1ss) e vita a morti (11,1ss). Questo ha fatto. La sua sovranità è la stessa di Dio, che dà ciò che è: amore e vita. Questi sono i segni della sua regalità, che brillerà pienamente dalla croce. v. 36: la mia regalità. Il termine greco basileía indica sia regno come territorio, sia regalità come potere regale. Gesù è re, ma diverso dagli altri (cf. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss). Non è come i capi delle nazioni, che tiranneggiano, schiavizzano (cf. Mc 10,42p) e amano esser chiamati benefattori del popolo (Lc 22,25). È il re promesso da Dio alla discendenza di Davide, che regnerà
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in eterno (cf. 2Sam 7,8-16): il suo potere è lavare i piedi (13,1ss), la sua dignità essere tra noi come colui che serve (Lc 22,27). Non è un ladro o un brigante, ma il Pastore bello, che libera le sue pecore, esponendo, disponendo e deponendo per loro la vita (cf. 10,1-21). non è da questo mondo. “Da” indica provenienza, origine, natura. La sua regalità è come lui: è dal Padre, non da questo mondo chiuso nella menzogna omicida (8,23.44). È il Figlio, la cui libertà si realizza nel farsi fratello. Per questo rifiuta il dominio su chi lo vuole re (6,14s) e darà la sua vita a servizio dell’uomo. se da questo mondo fosse la mia regalità, i miei servi avrebbero lottato, ecc . Se Gesù fosse come i re di questo mondo, i suoi servi avrebbero lottato contro i servi dei potenti che venivano per arrestarlo (cf. 18,3.12). Avrebbe potuto dispiegare più di dodici legioni aeree di schiere celesti (cf. Mt 26,53). Ma è impossibile ristabilire la giustizia con la violenza, come dice pittorescamente Sir 20,4. La regalità del Signore è mitezza e umiltà, giustizia e amore: servizio alla vita. Per questo fa rinunciare Pietro alla violenza (18,10s), che fonda e mantiene ogni potere di morte. Egli trasformerà le spade in vomeri e le lance in falci (Is 2,4). Allora il lupo dimorerà insieme all’agnello e la sapienza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare (Is 11,6a.9b). La sua regalità non è “da” questo mondo, ma è “in” questo mondo. E, dove si rivela, espelle implacabilmente colui che si è posto a capo di questo mondo, tenendolo schiavo nella menzogna e nella morte (cf. 12,31). Gesù non prende il potere con la violenza, perché vuol liberarci da essa. È pastore in quanto agnello immolato, è re in quanto servo innalzato. Il suo modo di regnare restituisce all’uomo la sua verità di figlio, la sua libertà di fratello che sa amare come è amato. La lotta contro “l’asse del male” è condotta con armi opposte a quelle del male: non ricchezza e potere, orgoglio e rabbia, menzogna e oppressione, ma povertà e servizio, umiltà e giustizia, verità e libertà. la mia regalità non è da qui. Non è dal basso, dalla menzogna, dalla tenebra e dalla morte. È dall’alto: dalla verità, dalla luce e dalla vita (cf. 8,23). La sua regalità non è quella dei ladri e briganti, propria dei re che tutti vogliamo (essere). Gesù, giudicato e condannato come re, mette definitivamente in crisi ogni sistema politico che si fonda sull’oppressione. Non a caso la festa di Cristo Re fu istituita nel XX secolo, epoca di grandi totalitarismi. La sua regalità ha una rilevanza politica inesauribile: non è avallo, ma critica di ogni dominio dell’uomo sull’uomo. La sua regalità è “in” questo mondo non solo in modo spiritualistico, come meta ideale della storia. È un modo concreto di vivere la quotidianità, che testimonia a tutti la bellezza di un’esistenza autentica.

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v. 37: dunque re sei tu? Pilato all’inizio aveva chiesto: “Tu sei re dei giudei?”. Ora, con stupore, chiede conferma del suo modo inconcepibile di regnare. Con il pronome “tu” iniziò la sua prima domanda; con lo stesso pronome termina questa seconda. Il potere di Dio e del capo di questo mondo sono diametralmente opposti. Pilato, come ogni uomo, è chiamato a uscire dalla schiavitù al capo di questo mondo verso la libertà del Figlio di Dio. tu lo dici, che sono re. Gesù conferma di essere re. Non solo dei giudei, ma di tutti. È il re divino, che viene da lassù (cf. 19,8-12). per questo sono stato generato. Gesù è il re che ci fa re: è la Parola diventata carne per mostrarci la sua gloria di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (1,14), il Figlio di Dio che ci dà il potere di diventare figli di Dio (1,12). per questo sono venuto nel mondo. La Parola, l’unigenito Figlio di Dio, è venuto nel mondo: si è fatto come noi per farci vedere chi è lui e chi siamo noi. per testimoniare per la verità. Gesù è un re il cui padre è Dio (cf. 8,54). Egli ci rivela la verità che ci fa liberi (8,32): ci mostra che siamo figli di Dio, amati dal Padre. Così sbugiarda la menzogna che ci ha resi schiavi del diavolo, omicida fin dal principio (8,44). Questa rivelazione sarà palese tra poco, quando sarà innalzato. Allora, per chi non chiude gli occhi, la verità dissolverà automaticamente la menzogna, come la luce spegne l’incubo delle tenebre. La regalità di Gesù è quella del “martire”, del testimone: viene unicamente dal conoscere e testimoniare la verità; a proprie spese, come i profeti. Il martire cristiano non impugna mai le armi per difendere la (presunta) verità: non è un kamikaze, suicida e omicida, ma uno che dà la vita per i fratelli, innanzi tutto a favore di coloro che lo uccidono, per risvegliare in loro la verità dell’amore. Proprio così ridimensiona ogni potere e gli dà il suo giusto significato, senza sovrapporsi o sopprimerlo. Questa regalità è analoga al “quarto potere”, quello dei mezzi di comunicazione, se fosse come dovrebbe essere. Quanto è bello quando lo è e quanto è nocivo quando non lo è! Esso infatti ha il potere stesso della parola: crea o distrugge, risveglia o addormenta la coscienza. “Io tremo davanti a questa situazione: oggi il massimo potere si unisce al massimo vuoto; il massimo di capacità va insieme con il minimo sapere riguardo agli scopi ultimi della vita” ( Jonas). Già ai tempi di Elia, contro un solo profeta libero, ce n’erano quattrocentocinquanta stipendiati dal regime (1Re 18,22). Fa impressione vedere persone intelligenti che dicono e scrivono le assurdità più stupide; e con grande convinzione, almeno sembra. La prima sensazione è che abbiano venduto il cervello e il cuore al miglior offerente. Ci si chiede come mai possano osannare ai potenti di turno, anche quando fanno le cose più criminali che uomo abbia potuto pensare. Davvero “l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,13.21). Infatti non può capire la giustizia chi tenta di sfuggire alla giustizia, facendosi leggi apposite; non può capire la libertà chi
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ne fa una bandiera per opprimere gli altri. Solo chi subisce ingiustizia e cerca giustizia capisce la giustizia; solo chi subisce oppressione e chiede liberazione capisce la libertà. I potenti e i loro servi, se all’inizio possono essere in malafede, alla fine sono semplicemente ottusi, accecati: sono animali che periscono, come le persone che hanno fatto perire, prima che venga il loro turno. Il vero profeta è quel quarto potere che non si vende mai. Solo così il potente non può opprimere impunemente e, alla fine, potranno baciarsi giustizia e libertà. Oggi un profeta denuncerebbe come criminale chi fa terrorismo e i capi di stato che lo sostengono. Ma dichiarerebbe criminale anche chi, con una “guerra preventiva”, risponde al terrorismo sterminando persone innocenti. Inoltre si chiederebbe se sia più criminale un kamikaze che sacrifica la vita per uccidere qualcuno, oppure un capo di stato democratico (!) che usa il suo immenso potere per mettere tutto e tutti sotto il proprio dominio. Ma perché, invece di starsene seduto tranquillo nella stanza dei bottoni, non va a fare il kamikaze, liberando il mondo da una persona pericolosa, con molto minor numero di vittime? Si sente nostalgia dei tempi degli Orazi e dei Curiazi. A chi obietta che la realtà è oggi molto complessa, si può rispondere che i potenti vi entrano con mentalità sempre più stupidamente semplificatoria: aumentano la violenza, usando come medicina dosi sempre più massicce di veleno. Bisogna davvero prestare più attenzione alla complessità dei problemi, cercando di rispettare la dignità intangibile della persona umana, chiunque sia, cominciando dagli ultimi. I poveri sono il tribunale permanente del Crocifisso che giudica la storia: ciò che facciamo o meno per loro, salva o distrugge noi stessi (cf. Mt 25,31ss). chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce . Pilato è chiamato, come tutti, a uscire dalla menzogna e ascoltare la voce di colui che è la verità. “Io-Sono la via e la verità e la vita” (14,6), aveva detto Gesù. La sua voce è quella del Pastore bello: viene a liberare le sue pecore; e le sue pecore l’ascoltano (10,3.16.27). Chi dimora nella sua parola, conoscerà la verità (8,32). Chi preferisce il potere alla verità, non può né ascoltarla né capirla. Essere “dalla verità” significa accettare la verità come principio della propria vita. Chi fa così, si dispone ad ascoltarla: aprendole il cuore, apre gli occhi sulla realtà e guarisce dai suoi deliri. La verità ha una voce, con la quale ci chiama: è quella dell’innocente colpito dal male. Senza questa voce che la esprime, noi brancoliamo nell’incoscienza. Nessuna parola infatti esiste senza una voce che la incarni, ed è la voce stessa che la rende vera o falsa, conforme o difforme dalla verità. v. 38a: cos’è la verità? Pilato, invece di rispondere, domanda ancora. Il potente, come detto, è sempre irresponsabile. Se rispondesse alla verità, diventerebbe uomo, libero. In concreto la verità è la persona che gli sta davanti. Il fratello innocente, oppresso, flagellato e crocifisso, è per tutti la voce della verità: è il re, l’uomo a immagine di Dio, il Messia che giudica e salva. Chi l’ascolta diventa figlio e giunge al Padre (14,6).
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“Cos’è la verità?” è la domanda che da sempre l’uomo si pone. Ogni potere che opprime la lascia inevasa, perché si fonda sulla menzogna e sulla violenza: tiene la verità prigioniera dell’ingiustizia (cf. Rm 1,18; Am 8,4-12). La domanda rimane rivolta al lettore, a tutti. O si risponde ad essa o si uccide la verità, come Pilato. Egli ha capito qualcosa; per esempio che Gesù è innocente. Se si fosse esposto per difendere questa verità, avrebbe capito il resto. Chi prende le difese del debole, presto o tardi esce dalla cecità e conosce la verità.
c. (fuori dal pretorio: 18,38b-40): Dialogo tra Pilato e i capi, che preferiscono il brigante al vero re. Gesù, presentato dai religiosi come un malfattore (vv. 28-32), si è rivelato a Pilato come un re che ha il solo potere di testimoniare la verità (vv.33-38a). Non è perciò un concorrente del suo potere: è innocuo. Pilato propone quindi, come “grazia pasquale”, la sua liberazione. Ma “la grazia pasquale”, offerta a tutti, sarà proprio l’uccisione dell’innocente, l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29). La proposta di Pilato è “politica”: vuol essere una via di mezzo, compromesso tra verità e opportunismo. Ma rivelerà presto la sua debolezza intrinseca. Non prendendo posizione secondo la propria coscienza, il potente si piegherà inevitabilmente all’ingiustizia. Emerge in questa scena lo scandalo fondamentale della storia: perché l’innocente soffre, perché gli ingiusti sono liberi e i giusti oppressi, perché ci sono i cirenei, che portano la croce del Messia? Che mistero è nascosto nella passione del Giusto, che porta su di sé l’iniquità degli altri? Come mai al vero re tocca in sorte la pena del malfattore? Che fare davanti a questa situazione? Il Giusto sofferente è la presenza stessa di Dio nel mondo, suo giudizio su tutti e salvezza per tutti. Il confronto tra il vero re e un brigante, con la preferenza data a questo, evidenzia il peccato dell’uomo: all’amore e alla verità preferisce la violenza e la menzogna. E la verità dell’amore prende su di sé la violenza della menzogna, senza cadere nella trappola di usare gli stessi mezzi.

v. 38b: Detto questo, uscì di nuovo verso i giudei. La posizione di Pilato è non prendere posizione. Per questo “esce” dal luogo dove si manifesta la verità. Invece di restare dentro, cercando di risponderle, va fuori con la domanda: “Cos’è la verità?”. La interroga, invece di lasciarsi interrogare. Alla fine, volente o nolente, starà dalla parte di chi è contro di essa. Pur senza lasciarsi mettere in questione dalla verità intuita, Pilato cerca tuttavia di esercitare il suo potere per salvare l’innocente (cf. anche Mt 27,19). Forse è un barlume residuo di coscienza; certamente è volontà di affermare che lui è il capo. Ma non ci riuscirà. Infatti non gli interessa la verità, ma il mantenimento del proprio dominio, che per lui è la verità suprema da non mettere in pericolo. Ed è sempre l’innocente che ne paga i costi. io non trovo in lui colpa alcuna . Pilato è polemico con i capi dei sacerdoti. Dice: “Io, a differenza di voi, non trovo colpa”. Gesù è dichiarato a più riprese innocente (18,38b; 19,4.6): la sua innocenza è il tema dominante del processo, causa della sua eliminazione e della nostra salvezza. Gesù si è proclamato re. Ma la sua regalità non è come quella degli zeloti: non entra in
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competizione con il potere costituito. Non usa la violenza. È uno che non può nuocere: è innocuo, innocente. Pilato però non ha capito che la verità, nella sua innocenza, distrugge ogni potere di oppressione, mostrandone la falsità. La luce è la fine delle tenebre. Gesù è per Pilato “politicamente” innocente. Per i sacerdoti invece è “religiosamente” colpevole perché, essendo uomo, si è fatto Figlio di Dio (19,7). La sua regalità è la stessa di Dio, incompresa dai politici e rifiutata dai religiosi. Infatti non si oppone a quella dal mondo: semplicemente la contraddice. v. 39: è usanza per voi che vi liberi uno per la Pasqua . Pilato cerca di liberare Gesù. Nei Vangeli si nota la tendenza apologetica di provare l’innocenza politica di Gesù, per non offrire al potere romano pretesto di persecuzioni. Per questo si scarica la decisione di uccidere Gesù sulle autorità religiose. Pilato decide di fare a Gesù “la grazia pasquale” (cf. Mt 27,17; Lc 23,16); in Mc 15,8 l’iniziativa parte dalla folla. In occasione delle celebrazioni pasquali si usava graziare un condannato. Pilato propone di graziare il re dei giudei. Il suo gesto, anche se può sembrare opportuno, è contraddittorio. Se Gesù è innocente, perché graziarlo? Chi vuol graziare l’innocente, implicitamente lo ha già condannato. Si grazia solo un colpevole. Alla fine non gli resterà che togliere la maschera al tipo di potere di cui è vittima e rappresentante: farà grazia al colpevole e condannerà l’innocente. Il potere, così come lo conosciamo dalla storia, ha “della volpe e del leone”: nasce, si mantiene e si giustifica per la sua capacità di distruggere, con astuzia e violenza, chi lo trasgredisce. I fondatori di città, Caino e Romolo, eliminano rispettivamente Abele e Remo: da sempre le mura del nostro convivere si ergono sul cadavere del fratello sacrificato. L’unica differenza – abissale – è che i libri di storia, scritti dai potenti, danno ragione all’uccisore, mentre la Bibbia dà ragione all’ucciso. Solo una coscienza che sa interrogarsi capisce questa verità, nascosta fin dalla fondazione del mondo. Se Pilato voleva graziare il re innocente, alla fine lo ucciderà. E l’uccisione dell’innocente sarà la grazia che salva tutti. Questa allusione alla “grazia pasquale” conferisce alla scena tutto il significato della Pasqua ebraica, quando il popolo oppresso fu salvato dallo sterminio e iniziò l’esodo verso la libertà (Es 12,13): lo scambio tra Gesù, agnello immolato, e Barabba, brigante salvato da morte, è la “grazia pasquale”. Il Giusto, che si è liberamente offerto per amore (cf. 13,1ss), porta su di sé il gioco di morte che noi tutti facciamo e che, alla fine, ricade su ciascuno. L’Innocente muore per il colpevole, il Giusto per l’ingiusto – non solo a causa dell’ingiustizia (cf. Is 52,13-53,12). Il Giusto è uno che ha capito cos’è la vita: non è un bene da rubare, ma un dono da ricevere e trasmettere, come fa il Signore della vita. Egli sa dare la vita per l’altro: la vita è sacra e vale la vita, ricevuta e data. L’empio invece è uno che toglie la vita ad altri per impadronirsene: si fa signore della morte, la cui vita vale morte. Ma anche l’ingiusto diventerà innocente, quando,
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sconfitto da un altro, gli toccherà subire violenza. Infatti, alla fine, il brigante perdente è “innocente” perché “non può più nuocere” – come Barabba, di tutto colpevole, fuorché della propria uccisione, né voluta né desiderata. Il Giusto invece è innocente in vita e in morte, perché “non vuol nuocere”, anche se potesse (cf. v. 36). volete dunque che vi liberi il re dei giudei? Pilato vuol giocare di astuzia. In realtà sarà giocato. v. 40: gridarono allora di nuovo dicendo. Gridano “di nuovo”, perché si suppone che abbiano gridato già prima, presentando Gesù come malfattore da uccidere (vv. 30-31). Le folle gridavano pochi giorni prima, al suo ingresso a Gerusalemme, proclamandolo re (12,13). Adesso i capi e i loro servi gridano di togliergli la vita (cf. 19,6.15). Anche Gesù gridò quando diede la vita a Lazzaro (11,43). Ora il grido, che condanna a morte chi dà la vita, libera un condannato a morte. Quando si dice che la giustizia è “in nome del popolo”, è una cosa bella, ma non è detto che sia giusta. Da sempre i capi e i loro servi influenzano il popolo e ne sono i rappresentanti, oggi per lo più eletti con manipolazioni tali da chiedersi dove sia andata a finire la libertà. Non bisogna dimenticare che, dai linciaggi primitivi ai massacri moderni, dai genocidi alle guerre preventive, dal nazismo allo stalinismo, nelle dittature e nelle democrazie, ogni ingiustizia è stata, è e sarà sempre perpetrata dai “capi e dai loro servi” con il consenso, tacito o esplicito, del popolo. Il consenso del popolo è di sua natura ambiguo. È giusto a due condizioni: se è ottenuto nel rispetto della libertà altrui e se decide qualcosa che rispetta la dignità dell’ultimo. Diversamente, con buona pace dei tutori della “legalità” a ogni costo, “l’obbedienza non è più una virtù”. Può venire l’ora in cui, senza usare violenza, si è costretti a subire prigione e spada: “Chi ha orecchi, ascolti” (Ap 13,9s). Unico antidoto all’ingiustizia, sempre in agguato in ogni decisione, anche plebiscitaria, è che ciascuno giudichi secondo coscienza, retta e illuminata. Dentro il suo cuore ognuno sa ciò che non vuole che gli altri facciano a lui: non lo faccia agli altri, senza piegarsi a nessun ricatto! Chi non ascolta la voce della coscienza, rinuncia a essere uomo. non costui, ma Barabba. La scena di Barabba, in Giovanni, è ridotta all’essenziale. Barabba, il brigante, ottiene la grazia pasquale in cambio dell’innocente. “Bar-abba” significa “figlio di padre (ignoto)”. È il nome che si dava a chi è figlio di nessuno. Luca specifica che era stato gettato in prigione per una rivolta avvenuta in città e per omicidio (Lc 23,19). Non è da escludere che gli altri due appesi con Gesù fossero i rivoltosi in carcere con lui (Mc 15,7), chiamati, come Barabba, “due briganti” (Mc 15,27). Per Mt 27,16 Barabba è prigioniero “insigne”, famigerato. È probabile che fosse un bandito, appartenente agli zeloti, che volevano opporsi al potere romano con violenza uguale e contraria. Se Barabba fosse riuscito nell’improbabile rivolta, non
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sarebbe un brigante condannato, ma un re acclamato. Il re non è forse un bandito che è riuscito a uccidere il suo predecessore e a bandire i suoi concorrenti meno capaci di nuocere rispetto a lui? Barabba, brigante sconfitto, è l’immagine “negativa” del potere regale “da quaggiù”, “da questo mondo”; l’immagine “positiva” è il re vittorioso, che altro non è che il brigante più potente che ha prevalso sul re precedente. Barabba rappresenta ciascuno di noi, tutti re falliti nei confronti dell’unico riuscito. Ma rappresenta anche ogni regnante che, presto o tardi, diventerà come lui. Infatti il re del momento è da sempre vittima designata a cadere sotto i colpi di uno più forte di lui, in una catena senza fine. Così, secondo la legge della giungla, va avanti la storia: il più prepotente di turno elimina il precedente e ne prende il posto, per cederlo al seguente, che eliminerà lui. Fino a quando viene il re della verità, innocente, eliminato da tutti. Barabba, figlio di nessuno e fratello di nessuno, omicida, prigioniero della violenza, prima fatta e poi subita, in carcere e in attesa di essere privato della vita, oltre che una persona concreta, è un personaggio universale: rappresenta il nostro modo tragico di concepire la vita. Così la falsa immagine di re, presto o tardi, riduce ogni uomo. Gesù invece, il Pastore bello, libera dall’oppressione chi ascolta la sua voce: dando la vita per le sue pecore, dà loro la sua stessa vita, la conoscenza e l’amore del Padre (10,14s). Per la grazia pasquale il figlio di nessuno diventa figlio del Padre. E il Figlio del Padre diventa figlio di nessuno. È il divino baratto che ci salva: il Signore della vita prende su di sé la nostra morte e noi, liberati dalla morte, siamo riconsegnati alla vita. Vita per morte e morte per vita! Gesù è il Servo, “trafitto per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). Barabba, come ogni uomo, ha già ricevuto la “grazia pasquale”, anche se ignora cosa sia e cosa comporti per lui. Capirà quando penserà al fatto che lui doveva morire e non muore, mentre chi doveva vivere è morto al suo posto. La salvezza dell’umanità è già donata dalla croce del Giusto e di tutti i giusti. Per vivere un’esistenza nuova, salvata, c’è solo bisogno della Parola che annunci il fatto e aiuti a comprenderlo. Barabba era un brigante. Gesù aveva detto che tutti coloro che sono venuti prima di lui erano ladri e briganti (10,1.8). Il Pastore bello, re della verità, offre la sua vita per i ladri e i briganti che lo uccidono: è il Figlio che ama i fratelli con lo stesso amore del Padre. Per questo è il vero re, l’uomo a immagine di Dio. A questo punto Gesù è sovrano assoluto: è amore che vince ogni inimicizia. In lui Dio regna sulla terra e rivela la sua gloria. Noi vediamo ancora oggi questa gloria negli affamati e assetati, emigrati e spogliati, malati e carcerati, in tutti gli innocenti che, come il Cireneo, portano la croce di Gesù (Mc 15,21). Essi sono qui per salvarci: ciò che facciamo per loro, salva noi stessi (cf. Mt 25,31-45).
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d. (dentro/fuori: 19,1-3): Incoronazione del “re dei giudei”. L’incoronazione di Gesù sta al centro del processo. La scena sembra svolgersi “fuori”, davanti ai capi, come la precedente. Non si dice infatti che Pilato sia rientrato nel palazzo. Solo dopo sappiamo che è avvenuta dentro, perché al v. 4 si dice che esce. L’autore vuole suggerire che “fuori” accade sempre ciò che prima avviene “dentro”. Gesù, presentato dai capi come malfattore (18,28-32), si è rivelato come il testimone della verità (18,33-38a), il Servo innocente la cui morte libera chi è prigioniero della violenza (18,38b-40). Proprio così è il vero re, vittorioso su tutti i nemici perché sa dare la vita per loro. Gesù ora è incoronato re dai soldati. Ciò che secondo loro è una burla, è la nuda verità, che smaschera la regalità di questo mondo. Questo breve racconto “temprando lo scettro ai regnatori / gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue”. Ci troviamo davanti alla pagina più eloquente di filosofia della storia, scritta non con inchiostro sulla carta, ma con sangue sulla carne del Giusto. Chi non ascolta la voce del Pastore bello, si comporta da brigante: flagella l’uomo e lo corona di spine, riducendo il saluto a insulto, l’onore a schiaffo. Gesù è giustamente rivestito delle insegne regali: è tanto libero e potente nell’amore da portare su di sé il male del mondo. È incoronato subito dopo la grazia pasquale, quando è messo a morte al posto di Barabba, che rappresenta tutti noi, suoi simili: è re perché espone, dispone e depone la sua vita a favore degli altri, per riceverla di nuovo, pienamente realizzata. Questo è il comando che il Figlio ha ricevuto dal Padre (cf. 10,1-18). Quando comprenderemo che l’uomo flagellato, coronato di spine, deriso e percosso, è il nostro re, allora sarà il regno di Dio sulla terra: liberi dagli idoli, vedremo la Gloria e la nostra umanità sarà salvata. La vera lotta, che dura tutta la vita, è contro i nostri idoli: sono “l’asse del male” che sta dentro di noi. I sette vizi capitali sono i sette nemici, antichi e sempre presenti, che popolano la terra che il Signore ci ha dato: non vanno sposati o venerati, ma sterminati, per non perdere la libertà di figli di Dio (cf. Dt 7,1ss).

19,1: Pilato prese (= accolse) Gesù. Nel prologo si dice che le tenebre non afferrarono la luce (1,5) e che i suoi non lo ricevettero (1,11). Afferrare e ricevere (in greco kata-lambáno e paralambáno) sono un composto di “prendere” (lambáno). Le tenebre, anche se non afferrano né ricevono la luce, tuttavia la prendono (= accolgono), anzi la “concepiscono” (18,12: syn-lambáno). Pilato aveva detto ai capi: “Prendetelo (= accoglietelo) voi” (18,31; cf. anche 19,6). Infatti non vuole assumersi la responsabilità di uccidere l’innocente. Ora anche lui “prende” Gesù. Prendere è l’atto costitutivo dell’uomo: tutto ciò che è e ha, l’ha preso da un altro (cf. 1Cor 4,7). Ma si può prendere per giudicare, condannare, flagellare e crocifiggere (cf. 18,31; 19,1.6), o per accogliere in eredità le vesti e la madre, il corpo e lo Spirito (cf. vv. 23.27.40; 20,22) di colui che accoglie il nostro aceto (19,30). L’ambiguità del prendere è la medesima del “consegnare”: può essere per possedere o per ricevere in dono, per la morte o per la vita. Alla fine, comunque, trionfa l’amore di colui che offre la vita a chi gliela ruba. Nel racconto della passione si mostra come tutti i nemici lo “prendono” con violenza, per ucciderlo. Proprio così lo concepiscono (18,12) e comprendono (cf. 8,28).
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Pilato, per la sua irresponsabilità, sta ormai facendo il gioco del brigante. Chi non ascolta la voce della verità, è tra coloro che sopprimono il giusto. La responsabilità di ogni potente è la sua irresponsabilità di fronte all’innocente. Per questo è colpevole del male che gli infligge. (lo) flagellò. Sembra che Pilato in persona prenda e flagelli Gesù, anche se in realtà lo fanno i suoi servi. In Mc 15,15 la flagellazione è direttamente connessa alla crocifissione: ne è un anticipo, che accelera la morte del crocifisso. In Giovanni invece fa parte dell’incoronazione del re. La flagellazione è una punizione per schiavi o soldati colpevoli. Può anche servire per estorcere confessione di delitti (cf. At 22,24). Ma qui la verità è chiara: Gesù è re, e la sua regalità innocua. È quindi punito in quanto innocente. Perché Pilato flagella Gesù, se in lui non trova colpa alcuna? Secondo Lc 23,16 vorrebbe commuovere i suoi nemici, per poterlo liberare. Secondo Giovanni invece si tratta piuttosto di un’irrisione: presenta ai capi il loro Messia come un re da burla. Tuttavia, a livello più profondo, anche se inconsciamente, Pilato compie ciò che dice la Scrittura. Gesù infatti è re in quanto Servo di YHWH, flagellato e schiaffeggiato (cf. Is 50,6 LXX): è il giusto che porta su di sé l’ingiustizia (cf. Is 53, 4-7), l’agnello che toglie il peccato del mondo (1,29). La flagellazione e gli schiaffi fanno da inclusione all’incoronazione regale di Gesù: evidenziano il rifiuto del re che testimonia la verità. Ma egli è re proprio perché è l’innocente percosso dal male del mondo. v. 2: i soldati. Il potere si ottiene con la forza e il danaro, frutto in buona parte di violenza accumulata e ormai “pulita”, eventualmente candeggiata nelle banche svizzere. Si mantiene poi con leggi appropriate, finalizzate alla sua stabilizzazione e crescita. In momenti di crisi, quando ciò non basta, si ricorre di nuovo ai soldati, che sono violenza allo stato puro. L’unico loro potere è quello di nuocere, fino a dare la morte. Sono quindi il fondamento della regalità “da” questo mondo, che ha come capo il menzognero e omicida dal principio (cf.12,31; 8,44). Che potere è quello che non ha la possibilità di farsi rispettare con la forza? I soldati sono servi della violenza di morte, diversi dai servi del re che dà la vita (cf. 18,36). intrecciata una corona di spine, ecc . A differenza di Mc 15,17 e Mt 27,28s, in Giovanni la corona precede la porpora. La corona, la porpora e il saluto fanno parte del rito di incoronazione. Essa è compiuta dai soldati, che acclamano il loro capo, il brigante/bandito vittorioso che prende il potere. I soldati, inscenando questa farsa, rappresentano in realtà l’essenza della regalità “da” questo mondo. Se Gesù ha detto di essere re, inviato da Dio, testimone della verità, essi lo incoronano. La corona, d’oro e a raggera, è segno di gloria, irradiazione divina, come il sole. Quella che pongono sul capo di Gesù è fatta di spine. Sono le pene che i dominatori infliggono ai loro sudditi. Richiamano la regalità del rovo, tribolo per chi in lui si rifugia e rogo per chi a lui si ribella (cf. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss). La gloria di questo mondo è stare sopra gli altri, mettendoli sotto i piedi. La
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gloria del Signore invece è servire e lavare i piedi. Da una parte c’è la gloria del potere, violenza che prende e possiede, opprime e uccide, svuotando l’uomo della sua umanità. Dall’altra la gloria di Dio, amore che dona e si dona, libera e dà vita, restituendo all’uomo la sua dignità di figlio di Dio. Ciò che fanno i soldati ricorda certe rappresentazioni di carnevale in cui, facendo la parodia del re, si dice la verità circa il potere dell’uomo sull’uomo. Gesù, coronato di spine, smaschera la regalità dei ladri/briganti e mostra la solenne maestà del Pastore bello: è il Figlio uguale al Padre, perché si fa servo dei fratelli. Quando capiremo che la cosiddetta gloria del mondo è un brutto scherzo? Vera gloria è l’umiltà di chi ama e serve. Contemplare il Signore dell’universo, coronato di spine, ci libera dalla vana-gloria, principio di ogni nostra azione, che distrugge la nostra identità di figli e fratelli. Gesù aveva detto: “ Come potete credere voi, che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene solo da Dio?” (5,44). Questa ricerca di gloria mondana ci fa porre la nostra identità nell’immagine che gli altri hanno di noi: ci rende schiavi dell’occhio altrui (Ef 6,6; Col 3,22). Diventiamo così dediti al culto della nostra immagine, alla quale sacrifichiamo la gloria nostra e altrui. Culto dell’immagine, in greco, si dice “idolatria”. Oggi siamo idolatri allo stato puro: uno è ridotto alla sua immagine. L’unica lotta, veramente violenta (cf. Rm 7,14-25; Gal 5,13-26), è contro il male che è in noi stessi. Anche in questo senso “il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12). lo avvolsero di un manto di porpora. Per Mt 27,28 si tratta della clamide del soldato romano: il rosso del sangue diventa lo scarlatto del manto imperiale. L’imperatore deve al sangue che ha sparso la sua veste di porpora. Ha il colore delle ferite aperte del Figlio dell’uomo, rivestito della violenza altrui, che versa il suo sangue per la vita del mondo. Non si dice che a Gesù verrà levato questo manto: è immagine del suo corpo, percosso e piagato, le cui ferite ci guariscono (Is 53,5). Questo vestito di sangue richiama il telo di cui si è cinto per lavarci i piedi. È la veste che ci lascerà sulla croce: la sua umanità, la sua carne di Figlio dell’uomo, posta a servizio di ogni uomo. A questo punto, secondo Mt 27,29, i soldati mettono nella mano destra di Gesù una canna: è lo scettro, che dopo la prostrazione, il saluto e gli sputi, servirà per colpirgli il capo (Mt 27,30; cf. Mc 15,19). Come la corona, la porpora e l’acclamazione, anche lo scettro, la prostrazione e il bacio di venerazione, che qui diventa sputo, fanno parte del cerimoniale di corte per l’incoronazione. Lo scettro è il bastone del comando, il potere del capo, prolungamento della sua mano. È la sua possibilità di agire anche a distanza, impartendo ordini ai sudditi, che obbediscono ed eseguono la sua volontà. Diversamente sono colpiti come trasgressori. Cos’è il comando del più potente se non la percossa sul capo di chi dice la verità? Cos’è la prostrazione di sudditanza se non un detestabile
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piegarsi a chi toglie la libertà? E cos’è il bacio di venerazione al potente se non uno sputo sulla propria dignità? v. 3: gioisci, re dei giudei. È il saluto di acclamazione per il re, appena incoronato e rivestito di porpora. “Gioisci” è il saluto greco, equivalente allo “shalom” ebraico, al “vale” romano e al nostro “salve”. La scena presenta una regalità capovolta: la corona è di spine, la porpora di sangue, il saluto di scherno. È la regalità dell’uomo, spine, sangue e scherno per ogni uomo. E rivela la misteriosa regalità di Dio, amore che si fa carico della nostra disumanità. Questa scena proseguirà fuori dal palazzo, nella presentazione pubblica del re, e culminerà nell’intronizzazione sulla croce. Al lettore, fin qui, pare che la scena avvenga in pubblico. Infatti in 19,1 non si dice che Pilato sia rientrato. Solo in 19,4, quando Pilato esce, si capisce che era dentro. Non è una distrazione dell’autore: ciò che si svolge nel palazzo del potere è specchio di ciò che si svolge nel mondo. In politica il dentro e il fuori si corrispondono, nel bene e nel male: l’identità dell’uomo è data dalla sua relazione con l’altro. Per Pilato e per quanti non ascoltano la voce della verità, Gesù è un re da burla. Per gli altri, è la grande rivelazione: tragica burla è il nostro modo di concepire il re. Contemplare il nostro re flagellato, coronato di spine, rivestito di porpora, deriso e schiaffeggiato, ci fa capire la menzogna del mondo e la verità di Dio. Suscita stupore la vista del Servo, vittorioso, onorato, esaltato e innalzato in questo modo (cf. Is 53,13): “Così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, perché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito” (Is 52,15). Quando riconosceremo il nostro re e Signore nell’uomo colpito, disprezzato, piagato, deriso e schiaffeggiato, allora non saremo più autori e vittime di violenza. Allora sarà espulso il capo di questo mondo e saremo tutti attirati a lui (12,31). Il nostro ritorno a lui, che se ne è andato in questo modo, è ormai il suo ritorno a noi, la seconda venuta. Così il mondo torna ad essere bello, riverbero della Gloria. gli davano schiaffi. Come le piaghe della flagellazione, così anche gli schiaffi evocano la figura del Servo di YHWH (Is 50,6 LXX). Questa scena, ripetizione di 18,22, richiama quella finale dopo il processo davanti al Sinedrio, che gli altri Vangeli propongono in modo più ampio (cf. Mc 14,65p). In essi, dopo la presentazione del volto di Gesù sputacchiato, velato e colpito, risuona l’imperativo, rivolto al lettore: “Profetizza”, indovina chi è colui che colpisce! Non sono tanto i servi o i soldati a colpirlo, ma la violenza stessa del mondo che si riversa su di lui, l’innocente colpito dal nostro male. Questo volto, velato dal nostro male, è rivelazione pura, parola che salva il
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mondo, profezia che dice tutto su Dio e sull’uomo: è il Volto, salvezza del mio volto e mio Dio (Sal 42,6.12; 43,5), alla cui luce vedo la luce (Sal 36,10).
c.’ (fuori dal pretorio: 19,4-8): “Ecco l’uomo!”, “Crocifiggi!”. Gesù, denunciato dai capi come un “malfattore” (18,28-32), ha mostrato a Pilato la sua regalità: non è “da questo mondo”, perché testimonia la verità (18,33-38a). Egli è re perché sa dare la vita per i fratelli perduti, rappresentati da Barabba (18,38b-40). Incoronato nel palazzo dai servi del potere (19,1-3), è ora presentato con le insegne regali a tutti, perché lo acclamino. La scena è un nuovo dialogo tra Pilato e i capi, che richiama e sviluppa 18,38b-40, con il quale fa da inclusione immediata all’incoronazione. Gesù, in quanto innocente che muore al posto del malfattore, è il re: rappresenta Dio in terra. E’ il Figlio, che ama i fratelli con lo stesso amore del Padre: è il Volto, verità di Dio e dell’uomo. L’ostensione di un uomo flagellato e coronato di spine, nell’intenzione di Pilato che vuole liberarlo, intende mostrare l’inconsistenza delle accuse contro di lui: è un Messia ridicolo e impotente. In realtà è un’epifania regale; manifesta a tutti il vero re: “Ecco l’uomo!”, immagine di Dio. Essere uomo così significa essere Figlio di Dio: in lui brilla la Gloria, la cui libertà è servire, il cui potere è amare, con un amore più forte della morte. Quest’uomo innocente, preso e legato, condotto come malfattore e colpito da flagelli, coronato di spine e vestito di violenza, quest’uomo è Dio e Signore, Verbo fatto carne e Figlio uguale al Padre. Alla sua apparizione, noi gridiamo: “Crocifiggi!”. Abbiamo infatti nel brigante il nostro modello di uomo. Questa scena, che segue l’incoronazione, prepara l’intronizzazione sulla croce, decisa dai potenti e approvata dai presenti: Gesù diventa il re universale, posto da tutti su quel trono da dove compirà il suo giudizio.

v. 4: Uscì di nuovo fuori Pilato. Sappiamo solo adesso che l’incoronazione è avvenuta dentro il pretorio. Ora, per tre volte di seguito, si parla di “fuori” (vv. 4bis.5). “Fuori” si riconosce sempre ciò che avviene “dentro”. ve lo conduco fuori, affinché sappiate che nessuna colpa trovo in lui. Pilato dichiara lo strano motivo per cui l’ha flagellato e ha lasciato che i soldati inscenassero l’incoronazione di spine: per mostrarne l’innocenza. È paradossale, ma vero, per due motivi. Primo, perché un uomo così mal ridotto non può attentare al potere. Secondo, perché la violenza del potente è sempre portata dall’innocente. La sua innocenza, costantemente affermata, sottolinea che Gesù è il Giusto sofferente (cf. Sap 2,12ss), il Servo che salva le moltitudini (cf. Is 52,13-53,12). È un modo nuovo di essere re, proprio di colui che lava i piedi: rivela l’amore, vera essenza di Dio (cf. 13,1ss). Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Sapete che quanti sembrano comandare i popoli, li tiranneggiano e i loro grandi spadroneggiano su di loro. Ora non così è tra voi. Ma chi vuol diventare grande tra voi, sarà vostro servo; e chi vuole tra voi essere primo, sarà schiavo di tutti. E infatti il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,42-45). Alla

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fine del testo parallelo di Luca, posto nell’ultima cena dove i discepoli litigano su chi è il più grande (Lc 22,24-27), Gesù dice: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). v. 5: allora Gesù uscì fuori, ecc. Non è Pilato a “condurre” fuori Gesù: è lui che “esce”, come sarà lui a prendere la croce (19,17). L’iniziativa è sua. È l’apparizione pubblica del Messia, con le sue insegne regali, davanti ai capi del popolo. In questa uscita, come nella successiva (19,13ss), c’è il rifiuto delle tenebre che non amano la luce. ecco l’uomo. L’intento di Pilato rimane quello di non venire incontro alle richieste dei capi: mostra l’inconsistenza delle accuse contro Gesù. “Ecco l’uomo” suona sarcasmo: il vostro re è sfigurato e dileggiato, uomo dei dolori, che ben conosce il patire (Is 53,3b). È innocente: certamente non può essere re. Pilato, volendo irridere i capi, senza saperlo irride anche Cesare, il capo di cui lui stesso è servo: credendo di burlare l’altro, smaschera se stesso e i suoi pari. Dice infatti la grande verità: ecco l’uomo, come lo riduce il potere dell’uomo sull’uomo. Ecco cosa fa il re di ogni uomo. Per il lettore quest’espressione è carica di significato: Gesù, parlando di sé come Figlio dell’uomo, allude alla figura divina di Dn 7,13-14, il cui regno non sarà distrutto. Parlando di Figlio dell’uomo “innalzato” (3,14; 8,28; cf. 12,32), associa questa figura gloriosa al Servo di YHWH sofferente, il quale, tra lo stupore di tutti, “sarà onorato, esaltato e molto innalzato” (Is 52,13). Il suo essere appeso sulla croce, obbrobrio e sofferenza massima, è, realmente e visivamente, il suo essere onorato, elevato e molto innalzato: “Si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito” (Is 52,15): la gloria del Figlio, che è la stessa del Padre. “Ecco l’uomo”: Gesù è l’uomo pienamente realizzato. Il suo modo di essere uomo rivela chi è Dio e che lui è Dio: uno che ama fino all’estremo. Ecco l’uomo, ecco Dio: il vero uomo, il vero Dio! La sua umanità è manifestazione definitiva di Dio, libertà di un amore che si fa carico di ogni violenza e morte. In lui, Figlio dell’uomo e giudice dell’universo (cf. 5,27), vediamo il giudizio di Dio, salvezza di ogni uomo. “Mostrami la tua gloria!”, è la domanda di Mosè. Dio rispose che nessuno può vedere il suo volto e restare in vita (Es 33,18-23). Infatti lo vediamo solo nel Figlio dell’uomo innalzato (cf. 8,28), dal quale volgiamo lo sguardo, “come uno davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,3c). In lui si compie il grande desiderio: vediamo il Volto, dal quale abbiamo vita e nel quale ritroviamo noi stessi. La sua carne rivela il grande mistero: egli è il Messia (cf. 4,29), che guarisce la nostra cecità (9,11), il Pastore bello che ci porta ai pascoli della vita (10,1ss). In lui noi abbiamo udito, veduto, contemplato e toccato il Verbo della vita (1Gv 1,1), la Parola diventata carne, la gloria dell’Unigenito dal Padre pieno di grazia e verità (1,14), il Figlio che ha mostrato quel Dio che nessuno mai ha visto (1,18): “Chi ha visto me ha visto il Padre” (14,9). Questo uomo è, sulla terra,
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l’erede del Nome, il Figlio di Dio, irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, che tutto sostiene con la potenza della sua parola: egli ci libera dal male e sta assiso alla destra della maestà (cf. Eb 1,3s). In lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Nella sua carne noi vediamo l’unico e solo Dio: il sovrano dell’amore. v. 6: quando dunque lo videro, i capi dei sacerdoti e gli inservienti . Nella passione secondo Giovanni non compare mai il popolo. Quando si parla di giudei, si intendono i loro capi – sacerdoti e farisei durante la vita di Gesù, sacerdoti e inservienti durante la passione. Gli inservienti sono le guardie armate del tempio, che avevano partecipato con i soldati romani alla cattura (18,3.12.18.22). È da notare che ai tempi di Giovanni i sacerdoti avevano perso la loro funzione: il tempio, identificato da Gesù con il proprio corpo, già era stato distrutto (cf. 2,19s). Il popolo, in quanto tale, non è responsabile della morte di Gesù. Lo sono i capi, giudei e romani. Proprio in quanto capi, hanno una falsa immagine di uomo e di Dio: sono sotto l’influsso del capo di questo mondo, come Giuda che tradisce e Simon Pietro che estrae la spada e rinnega. Il popolo, come ogni uomo, è chiamato, con l’uomo del c. 9, a scegliere tra la cecità dei capi e la luce della verità, a preferire il Pastore bello ai ladri e briganti. gridarono dicendo: Crocifiggi, crocifiggi. Gesù è crocifisso perché è un re coronato di spine, un poveruomo uguale a tutti i poveri della terra, oppressi da coloro che detengono il potere. Così l’ha ridotto Pilato con i suoi soldati. I capi religiosi ne vogliono la morte perché pretende di essere inviato da Dio, suo Figlio. Se fosse venuto con potere, violenza e denaro, l’avrebbero acclamato. Tutti noi vogliamo un re che sia come anche noi vogliamo essere: dio in terra. Questo “ecce homo” ci inquieta. Ma gridiamo: “Crocifiggi!”, perché il velo della menzogna ci impedisce di vederlo come nostro fratello. La contemplazione di questo uomo come nostro simile ci restituisce la nostra umanità: ci rende umani. Nel grido unanime: “Crocifiggi!”, ognuno può sentire la propria voce. Infatti siamo disumani. Non accettiamo la verità di un Dio che è umiltà e servizio; non accettiamo il vero re, suo rappresentante sulla terra, il povero cristo che paga il conto dei potenti e dei violenti. La croce, patibolo dello schiavo ribelle, sarà l’“innalzamento” del Signore, che si manifesta come tale: servo della vita, schiavo per amore. La croce sarà il suo trono, dove ucciderà il nemico ultimo dell’uomo: l’egoismo e la morte. prendetelo (= accoglietelo) voi e crocifiggete(lo) . Pilato non vuol piegarsi alla volontà dei capi religiosi. Ma, preso nel vortice, non è più padrone del gioco. Non avendo accolto la voce della verità, resta schiavo della menzogna, come gli altri. Dopo che l’ha flagellato e deriso, tutto precipita. Pure lui, con i suoi soldati, ha lo stesso modello di re e di dio che hanno i capi religiosi con i loro servi: tutti preferiamo il brigante all’innocente.
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Si può essere briganti in molti modi, secondo le tante possibilità di nuocere all’altro. La tipologia è varia quanto quella dei crimini, tutti perpetrati a proprio (presunto) vantaggio e piacere. In comune hanno la caratteristica di attentare alla vita dell’altro, sia essa spirituale, morale o fisica. È criminale chi uccide il corpo o toglie all’altro i mezzi per vivere; ma è ancor più criminale chi uccide lo spirito, togliendo l’intelligenza per ragionare e la libertà per decidere. Oggi, con i massmedia a sua disposizione, il potente può compiere qualsiasi delitto. E per di più con mani pulite e approvazione di tutti, anche della legge, piegata al proprio arbitrio. Pilato, dicendo ai capi religiosi di prenderlo e crocifiggerlo, ricorda loro con sarcasmo che non possono ucciderlo (cf. 18,31b): il vero capo è lui, l’unico che ha potere di dare morte. In realtà è solo ingranaggio terminale di una catena malefica di cui, prima che autore, è vittima (cf. 1Cor 2,8). non trovo in lui colpa. Pilato sottolinea nuovamente l’innocenza di Gesù, l’uomo che porta colpe altrui. È il Messia promesso che libera l’uomo, il Giusto che porta il male del mondo, il Figlio solidale con i fratelli. v. 7: gli risposero i giudei. Non si tratta del popolo, ma dei capi dei sacerdoti e degli inservienti (cf. v. 6). Queste persone, come sempre in Giovanni, sono personaggi universali, che rappresentano tutti e ciascuno di noi lettori. È doveroso ripeterlo, per non fare ciò che in passato abbiamo tragicamente fatto: imputare ad altri, possibilmente innocenti, l’uccisione del Messia. noi abbiamo una legge. Già nei cc. 5 e 9 era emerso che la legge può essere per la morte o per la vita, per l’oppressione o per la libertà, per l’istupidimento o per l’intelligenza dell’uomo. La scelta dell’uomo si gioca nel suo modo di pensare Dio e legge, che rappresentano i valori per cui vive: possono essere veri o menzogneri, portare salvezza o perdizione. secondo la legge deve morire. Grazie a Dio oggi ci si interroga se sia giusta la pena di morte e se la guerra non sia un omicidio collettivo. Tuttavia ogni omicida, anche il più pazzo, cerca sempre una giustificazione “legale”, perché si sente contro il comando fondamentale di Dio: dare vita, e non morte. Per questo le uccisioni, singole o collettive, avvengono in nome della legge, a tutela della sacra triade: “dio, patria e famiglia”. Se uno però guarda meglio, dio è il denaro, la patria è l’egemonia di mercato, la famiglia è l’interesse privato. Ogni uccisione è sempre in nome di un presunto valore assoluto; il quale, essendo contro la vita, non può che avere il nome di morte. perché si fece Figlio di Dio. Figlio di Dio è chiamato il Messia, suo rappresentante in terra (Sal 2,7). Gesù si è rivelato Messia in quanto Servo di YHWH. Ma “è troppo poco che tu sia mio servo” (Is 49,6): come detto chiaramente nel prologo (1,1-18), egli è l’Unigenito del Padre, Dio stesso nella persona del Figlio (cf. 5,18; 8,54-55; 10,33). C’è un dio potente e nocivo, modello di ladri e briganti, che uccide gli innocenti. Il nostro Dio è l’innocente ucciso, l’agnello/servo che porta il peccato del mondo e ci guarisce con le sue
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ferite. Noi, con la nostra falsa immagine di dio e di uomo, uccidiamo Dio e l’uomo. Gesù, uomo vero, Figlio del vero Dio, regna sovrano nel suo amore proprio dando la vita per noi. Il motivo della condanna di Gesù è il suo essersi proclamato Figlio di Dio: essendo uomo si fa Dio (10,33; cf. 5,18). Se è ucciso in quanto Dio, in quanto ucciso si rivela Dio. Si tratta di un Dio radicalmente diverso da quello che, da Adamo in poi, l’uomo immagina. Il “Dio crocifisso” fa la differenza tra il cristianesimo e ogni religione. Differenza di importanza capitale, che è gloria sua e salvezza nostra. Un Dio crocifisso è la fine di ogni religione oppressiva dell’uomo e di ogni politica che pretenda giustificazione al proprio dominio. Su questo punto ogni religione e ogni politica devono interrogarsi. La croce infatti è “teologia” in senso forte : non è parola dell’uomo su Dio, ma parola di Dio su di sé, crisi di ogni nostro parlare su di lui. Ed è teologia “politica”, istanza critica a ogni potere oppressivo, che non può trovare in essa legittimazione alcuna. Per questo la croce è liberazione per tutti; e mal si accorda con i vari tentativi, sempre insorgenti, di restaurare regimi di “cristianità”. Sono sforzi apprezzabili per la loro buona volontà, ma non per la loro intelligenza evangelica. Infatti usano, “a fin di bene” e come mezzi privilegiati, quelli che Gesù ha rifiutato come tentazioni diaboliche: cercando di dare rilevanza al cristianesimo, ne distruggono l’identità. I mezzi di potere, che si ritengono una scorciatoia, in realtà fuorviano: la “cristianità”, invece di essere offerta di salvezza per tutti, è arroccamento di difesa e attacco contro il resto del mondo, in posizione uguale e contraria alla sua. v. 8: quando dunque Pilato udì questa parola, ebbe maggior paura . Pilato, anche se non capisce, ascolta “questa parola”: Gesù è il Figlio di Dio. Ma chi può comprendere tale mistero (cf. 1Cor 2,6-10)? Tuttavia cresce in lui un sacro timore. Non dei capi, che disprezza; ma di questo “ecce homo” che gli sta davanti. Ha intravisto in lui un potere diverso dal suo. Da qui in poi c’è uno scambio di ruoli: Pilato, il giudice, è giudicato; Gesù, giudicato, è il giudice. Invertita la scala di valori, cambia il giudizio e il giudice.
b.’ (dentro nel pretorio: 19,9-12) Il potere: chi lo detiene e quale. Questo nuovo dialogo tra Pilato e Gesù corrisponde al primo (18,33-38a), con il quale fa da seconda inclusione all’incoronazione di spine. Avendo sentito che Gesù si è proclamato Figlio di Dio, il governatore romano, preso da timore, lo interroga sulla sua origine. Non riceve risposta, perché non ascolta la voce della verità. Alla sua affermazione di aver potere di vita e di morte, il Signore, esercitando la propria regalità, si erge a giudice. Innanzi tutto dichiara che il potere di Pilato è limitato: gli viene “dall’alto” e deve rispondere a un altro, anzi all’Altro. Inoltre il suo modo di esercitarlo è fallimentare: lo rende colpevole di peccato, pari al grado di responsabilità che ha nell’uccisione dell’innocente. Pilato, luogotenente dell’imperatore, crede di poter fare ciò che vuole. In realtà non può liberare l’innocente, anche se vuole, ed è costretto ad ucciderlo, anche se non vuole. È schiavo, vittima e autore di violenza: incapace di fare

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ciò che ritiene giusto, è costretto a fare ciò che ritiene ingiusto. Al suo potere, impotente nel fare il bene, si contrappone quello del Giusto, onnipotente nel farsi carico di ogni male. L’ecce homo è il Volto, Dio che “viene a giudicare la terra” (Sal 96,13). La Gloria compie “dall’alto”, o meglio dal basso, dall’ultimo degli uomini, la sua opera: convince il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (cf. 16,5-15). Questo volto noi lo vediamo ancora oggi nei “più piccoli” dei fratelli, nei poveri cristi, nei “dannati della terra”, nei “popoli crocifissi” che pagano il benessere del primo mondo – cristiano! – , nei cirenei che portano con Gesù la croce dell’ingiustizia altrui. Essi sono il Signore della storia, che ci giudica e ci salva. Se apriamo gli occhi, la nostra è più che mai un’epoca di martiri, testimoni della verità. Oggi per noi ci sono miliardi di persone che incarnano il Messia.

v. 9: Entrò di nuovo nel pretorio e dice a Gesù: Da dove sei tu? È il faccia a faccia tra l’ecce homo, salvatore del mondo, e il rappresentante di Cesare, padrone del mondo. Pilato, udito che Gesù si è proclamato Figlio di Dio, preso da paura, entra nel pretorio e lo interroga sulla sua origine. Gesù gli ha già risposto sulla sua regalità: non è “da” questo mondo (18,33-38a). Ora, dopo un silenzio pieno di maestà, gli rivelerà il proprio potere, sovrano su ogni altro. Il “da dove” indica origine, natura, identità. Il “da dove” di Gesù, il Figlio, è il Padre (cf. 8,14-19), al quale sta ritornando con la gloria che gli compete da prima della creazione del mondo (cf. 17,24). Come la sua regalità, così anche lui non è da questo mondo, dal basso, ma da Dio, dall’alto. La domanda e il timore di Pilato lasciano supporre la risposta, che il lettore conosce. Pilato però non è in grado di capire. Infatti sempre domanda e mai risponde. Il potente è preda del delirio di credersi al di sopra del bene e del male, padrone di vita e di morte. Invece è solo un morto vivente, che sparge attorno semi di morte. Gesù non gli diede risposta. Questo silenzio è una risposta eloquente, che dice molte verità. Prima: è inutile rispondere a chi non ascolta. Il tacere evidenzia, con discrezione, l’indisponibilità ad ascoltare, propria di chi vuole solo interrogare. Seconda: Gesù ha già risposto sulla sua regalità, diversa da quella che Pilato conosce: non è “da” questo mondo, perché testimonia la verità. È Pilato che deve dare risposta a questa proposta. Fino a quando non risponde, resta schiavo del capo di questo mondo, menzognero e omicida dal principio (cf. 8,44): non può che produrre falsità e morte. Terza: la proposta di Gesù non può essere imposta. La verità può solo essere testimoniata da uno capace di esporre, disporre e deporre la propria vita a favore dell’altro, offrendogli la libertà di rispondere. La libertà non conosce violenza, se non come il suo contrario; sua madre è la verità che illumina la mente, suo padre l’amore che seduce il cuore. Gesù si rivela come il Messia/Servo: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53,7).
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Quarta: il silenzio di Gesù rivela la maestà di Dio, principio di tutto. Egli è la Parola, noi la risposta che diamo. Non lui deve rispondere a noi, ma noi a lui. Il silenzio di Dio è in realtà la nostra non risposta, che equivale alla nostra morte: “Non restare in silenzio, mio Dio, perché, se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa” (Sal 28,1). Il suo silenzio è la vera tragedia dell’uomo. Ma anche di Dio, che lo ama. v. 10: a me non parli? Il potente persiste nell’interrogare. Non si mette mai in questione. Ha l’irresponsabilità propria di ogni potere “da” questo mondo che, nel suo ambito, dal più ampio al più ristretto, tende a dominare invece che a servire. Non tiene conto della verità e della vita dell’altro: ha come pastore la morte (cf. Sal 49). non sai che ho potere di liberarti e ho potere di crocifiggerti? Pilato ricorre a parole intimidatorie per provocare Gesù. Si dichiara padrone della vita, come se fosse nelle sue mani. Invece non è che una marionetta nelle mani di un potere di morte, che lo muove a suo piacimento. La scena è piena di tragica ironia. Che libertà può offrire Pilato a chi testimonia la verità che fa liberi? L’unica sua libertà è liberare i briganti, suoi compari, per condannare l’innocente. Ciò che la regalità “da” questo mondo può offrire ai suoi sudditi è la schiavitù (cf. 1Sam 8,1ss). È come l’ombra del rovo che vuol regnare sugli alberi della foresta: spine per chi la cerca e rogo per chi la rifiuta (cf. Gdc 9,15). Pilato non ha il potere di liberare, ma solo di crocifiggere come schiavo chi è libero. Un potere che non risponde alla verità, anche se non vuole l’ingiustizia, non può che produrla. Ci sono due modi contrari di concepire la regalità: uno di amore e verità, di libertà e vita, l’altro di violenza e menzogna, di schiavitù e morte. Pilato, come ognuno di noi, è chiamato a scegliere. Gesù è il testimone della scelta per la vita. Pilato, se non risponde, non ha altra scelta che la morte. v. 11: gli rispose Gesù. Dopo il suo silenzio, il re apre la bocca. Non perché intimidito, ma per convincere Pilato del suo peccato, presupposto perché conosca la giustizia e il giudizio (16,811). Gesù, da giudicato, ora diventa giudice. Ma è un giudice particolare: senza minacciare violenza, lo pone davanti alla verità, facendo esplodere in lui il conflitto di coscienza. Per questo gli fa innanzi tutto constatare che il suo potere non è suo: gli è dato dall’alto. Inoltre è limitato: non ha capacità di liberare, ma solo di uccidere, partecipando ad una catena di male nella quale è meno colpevole di altri perché meno libero. non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto . Pilato non ha altro potere, se non quello che gli è stato “dato” dall’alto, da un altro che sta sopra di lui. È improprio ricavare dal testo una teoria generale sul potere, che non è assoluto e indiscriminato, bensì derivato e condizionato: viene “dall’alto”, da Dio, ed è finalizzato al bene comune (cf. Rm 13,1ss; Tt 3,1; 1Pt 2,13-17). Quando però pretenda di essere assoluto, ignorando la
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sua origine e il suo fine, allora diventa il dominio della bestia, emissaria del drago (cf. Ap 13,1ss). Cosa che capita più spesso del previsto, in ogni epoca. Qui si tratta semplicemente del potere che Pilato dichiara di avere su Gesù: può liberarlo o crocifiggerlo. Ma la realtà dei fatti dimostra che l’unico suo potere è quello di crocifiggerlo, nonostante che non debba e non voglia. Infatti l’ha più volte dichiarato innocente: se fosse libero, dovrebbe rilasciarlo. Invece è schiavo di un meccanismo che gli toglie la libertà di agire secondo coscienza: è sotto l’influenza del “capo di questo mondo”. Ma anche questo potere gli viene dall’alto. Questo “alto” è Dio stesso, che ha dotato l’uomo di “libero arbitrio”. Egli non vuole il male, ma rispetta la nostra libertà: ci ha posto innanzi il bene e il male, la vita e la morte, perché potessimo responsabilmente aderire al bene e conseguire la vita (cf. Dt 30,15-20). Se però facciamo il male, lui rimane talmente libero da farsene carico. Così ci rivela il suo amore e libera la nostra libertà. Anche il male che facciamo ricade, alla fine, sotto il suo potere: lo porta su di sé per donarci il suo bene. L’espressione “dall’alto”, alle orecchie di Pilato, può anche significare il suo capo, il divino Cesare. Ma anche per lui, come per tutti, vale la stessa cosa: Dio gli ha dato il libero arbitrio, per scegliere coscientemente e responsabilmente il bene. Alla fine Pilato, non rispondendo alla voce della verità, non ha alternativa: crocifiggerà Gesù, innalzerà il Figlio dell’uomo. Proprio così realizzerà sorprendentemente l’opera di Dio, che vuol salvare il mondo (cf. 3,14-16; 8,28; 12,31). per questo chi mi consegnò a te ha un peccato più grande . Gesù dice che “per questo” il peccato maggiore non è di Pilato. “Per questo” pone una connessione di causa/effetto tra il fatto che il potere venga dall’alto e il peccato. Peccare significa fallire il bersaglio, mancare l’obiettivo, il fine desiderato. Chi non risponde alla propria coscienza, è un fallito: è contro la propria verità. Uno non è padrone del bene e del male, come non è padrone della propria coscienza: questa condanna chi non realizza ciò che ha capito come bene. Pilato sta usando il suo potere senza libertà: obbedisce, contro la sua coscienza, alla volontà omicida dei capi e del “capo di questo mondo”, che gli hanno consegnato Gesù per ucciderlo. Per questo commette “peccato”. Il nostro libero arbitrio è di fatto uno “schiavo arbitrio”. La sua radice però rimane sempre nel nostro cuore: anche se sbagliamo, abbiamo la possibilità di riconoscere il nostro errore. È la nostra dignità più alta, in qualche misura inalienabile, anche se “gli infelici fanno di tutto per allontanare da sé il libero arbitrio e pongono tanta cura per commutare la libertà con la schiavitù” (Sincletica). Quello che Pilato sta commettendo è il sommo peccato: consegnare a morte l’autore della vita (cf. At 3,15). Il governatore romano, davanti all’ ecce homo, è un uomo fallito, come i suoi pari:
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è schiavo del potere di morte. Gesù rivela al governatore il suo peccato. Si tratta di un peccato minore, proporzionato alla sua limitata responsabilità. Il peccato maggiore è di “chi consegnò” l’innocente a Pilato. Questo “chi”, al singolare, non è tanto Giuda che lo consegnò ai capi, e neppure i capi che lo consegnarono a Pilato: è il capo di questo mondo, che sta all’origine dell’ingiustizia (cf. 13,2). Gesù, denunciando il peccato, emette il giudizio contro il capo di questo mondo (cf. 16,11), che verrà espulso (cf. 12,31). È lui infatti che ha reso ciechi gli occhi e indurito il cuore di tutti (cf. 12,40), perché non credessero nel Figlio e nel Padre. Gesù pronuncia il suo giudizio: Pilato sta condannando l’innocente perché è un povero peccatore, un uomo incapace di fare il bene e svenduto al male, anche controvoglia (cf. Rm 7,1423). Se Pilato, con la sua domanda, ha provocato Gesù a rispondere, Gesù, con la sua risposta – il suo potere è responsabile – provoca Pilato a riconoscere la propria responsabilità, perché possa essere liberato dal male. v. 12: da allora Pilato cercava di liberarlo . Dopo il giudizio di Gesù, cresce il conflitto interiore di Pilato: è riconsegnato alla sua coscienza, che voleva eludere. Un lebbroso può essere insensibile alla fiamma del fuoco. Ma nessun uomo, per quanto perduto, è insensibile alla voce della verità. Quando la ode, il suo cuore ne è toccato: è fatto per essa. In Pilato si risveglia un barlume di luce, sepolta nel suo intimo: cerca di rispondere a ciò che ha intuito. La sua buona volontà di liberare l’innocente, chiara fin dall’inizio, da una parte sminuisce la responsabilità sua e di Cesare, dall’altra però mostra come il potere, interessato al proprio mantenimento, sia incapace di agire secondo giustizia. i giudei gridarono. Anche se non vuole, il potere politico ascolta la voce dei capi religiosi. Infatti è succube dell’ideologia religiosa, a meno che si erga lui stesso a mostruosa ideologia totalizzante. Ogni menzogna sull’uomo, immagine di Dio, ha sempre origine da una menzogna su Dio. Il problema, sia per chi crede che per chi non crede, è sempre in quale Dio e in quale uomo crede o non crede. se liberi costui, non sei amico di Cesare . Ora si nomina direttamente il divino Cesare, il più alto potere di questo mondo, riconosciuto da tutti. “Amico di Cesare” è il titolo dei senatori. Pilato era solo “cavaliere”. Desiderava raggiungere l’apice della sua carriera, diventando “senatore”, ovviamente a vita. Se avesse liberato Gesù, avrebbe potuto compromettere l’ambita promozione. chiunque si fa re, contraddice Cesare. Gesù si è proclamato re e Figlio di Dio. Ma la sua regalità non è come quella di Cesare: ha solo potere di vita, non di morte. Se Pilato libera Gesù, si allea con lui e trascura Cesare: da padrone della morte, diventerebbe servo della vita. I capi religiosi, a loro volta, sono schiavi del capo di questo mondo: pur odiando Cesare come loro antagonista più potente, pensano dio come Cesare e Cesare come dio. Ogni volta che si
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trascura la verità, la cui voce è sempre quella dell’innocente che si ha davanti, ci si pone contro Dio e contro l’uomo, per servire il grande o piccolo Cesare di turno… Fino a quando!?
a.’ (fuori dal pretorio: 19,13-16a): Ecco il vostro re! Crocifiggilo! Quest’ultima scena, come la prima (18,28-32), è un dialogo tra Pilato e i capi, che raggiungono il loro scopo: uccidere Gesù. Le due scene fanno da cornice generale al processo, al cui centro c’è l’incoronazione. Gesù, presentato come malfattore (18,28-32), è innocente: è il re che testimonia la verità (18,33-38a), perché dà la vita per i fratelli perduti (18,38b-40); incoronato di spine (19,1-3), è “l’uomo”, il Figlio di Dio (19,4-8) che giudica e salva il mondo (19,9-12). Dopo i soldati, adesso anche Pilato lo proclama re: “Ecco il vostro re!”. I capi religiosi lo acclamano: la loro acclamazione è il grido che lo intronizza sulla croce. Da lì regnerà su tutti e per sempre. È il culmine della rivelazione. Davanti a lui non si può non prendere posizione: a tutti si dona e tutti lo prendono, per accoglierlo o per ucciderlo. I potenti, religiosi e civili, non lo accolgono. Il giudizio che ognuno fa su di lui, lo fa su di sé. Ma proprio in quanto rifiutato e crocifisso, il Cristo regna sovrano nell’amore e compie il giudizio di Dio, che salva tutti. La scena è premessa e anticipo della crocifissione. Voluta dal potere religioso, per il quale dio è dominio, è eseguita dal potere politico, per il quale il dominio è dio. Per questo i potenti sono contro il Figlio dell’uomo e contro ogni figlio d’uomo. Anche il lettore, di oggi e di sempre, è coinvolto in questo processo di Gesù. È infatti il giudizio di Dio sul mondo, che continua nella storia sino alla fine dei tempi: davanti all’ ecce homo siamo chiamati a scegliere quale re, quale uomo e quale Dio vogliamo. Qualunque sia la nostra risposta, il Crocifisso, testimone della verità, ci rioffre di continuo la vita: la croce ci tiene eternamente aperto il bivio del bene, perché liberamente lo seguiamo (cf. Dt 30,15-20).

v. 13: Pilato, udite queste parole. Pilato, riconsegnato da Gesù alla sua coscienza, si trova tra due voci, quella della verità e quella opposta. Ma, volendo diventare “amico di Cesare”, non è libero: i suoi occhi sono accecati, il suo cuore indurito (12,40). Sarà quindi, contro coscienza, costretto a scegliere la via della menzogna: ucciderà l’innocente. Ma Dio vuol salvare tutti. “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,33): egli trae il rimedio contro la cecità e la durezza di cuore proprio dal danno da esse causato. Con Gesù accade come con Giuseppe: se i suoi fratelli hanno pensato di fargli del male, Dio ha pensato di farlo servire a un bene (cf. Gen 50,20). Infatti il Figlio dell’uomo innalzato sulla croce, male estremo, rivelerà l’amore estremo con il quale Dio ama l’uomo, fino a dare la vita per chi lo uccide. Divina “omeopatia”: il male che facciamo è l’unico rimedio efficace contro il veleno mortale che abbiamo dentro. Pilato è un personaggio complesso ed emblematico: distingue il bene dal male, vuole il primo e non il secondo, ma cade inesorabilmente nel secondo. Ed è un potente, la massima autorità

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locale, diretto rappresentante della somma autorità mondiale. Il lettore facilmente si rispecchia nel suo dramma interiore (cf. Rm 7,14ss). condusse fuori Gesù. Pilato conduce, o meglio fa condurre fuori Gesù, davanti ai suoi nemici. Tenta l’ultimo gioco di scaricabarili, nel quale succede sempre il peggio. Non vuole ucciderlo; sarebbe contro la sua coscienza. Ma non usa il suo potere per liberarlo: lascia decidere agli altri. Questa rinuncia alla libertà di decidere è “il peccato” di cui è responsabile. Ogni peccato è fallimento della libertà. sedette sullo scanno. Si tratta dello scanno del tribunale, seggio del giudice. Presso gli antichi il potere di legiferare, governare e giudicare era in mano alla stessa persona: il re era contemporaneamente legislatore, governatore e giudice. È ciò che tende a fare ogni potente. La distinzione dei poteri è la prima cosa che un dittatore vuole abolire, anche oggi. Se non altro punta a squalificarli e indebolirli, per realizzare impunemente i propri deliri. A una prima lettura pare che sia Pilato a sedere sulla scanno. Ma il verbo “sedere” può anche significare “far sedere”. In questo caso Pilato farebbe sedere Gesù, rivestito delle insegne regali, come giudice. Sarebbe un prendere in giro lui, ma soprattutto i suoi nemici e i loro ideali messianici. Lo accusano infatti di voler essere re. Ma insieme sarebbe anche trasformare il tribunale romano in un teatrino da farsa. Se questa non è certamente l’intenzione di Pilato, potrebbe essere quella suggerita dall’evangelista. In questo caso però il testo dovrebbe dire: “lo sedette”, non semplicemente: “sedette”. È forse meglio leggere – con un soggetto sottinteso, come troviamo anche altrove in Giovanni (6,15; 11,45; 13,6; 19,5) – che Gesù stesso “sedette sul seggio”. C’è un paradosso nel testo, come in tutto il contesto: Gesù, percosso e giudicato, è il re giudice, che porta a compimento la legge d’amore. Il processo davanti a Pilato è un rivelarsi progressivo della sua sovranità, che si esprimerà pienamente dalla croce. Il suo giudizio è senza parole. Allora come adesso, si svolge in un silenzio divino: il volto muto dell’ ecce homo, visibile in tutti i senza volto, è la Parola, il giudizio di Dio su ogni uomo. Il termine greco “seggio” (bêma) richiama il baldacchino del re Salomone, figura del Messia/Sposo: il suo “seggio” è di porpora, come il manto di Gesù appena incoronato (cf. Ct 3,10s LXX). verso un luogo chiamato Litostroto, in ebraico Gabbata . Questo seggio allude alla croce, il trono del re. Infatti la struttura di questa espressione richiama 19,17, quando Gesù, portandosi la croce, uscì “verso il luogo chiamato Cranio, che in ebraico si dice Golgota”. Il termine lithóstrotos (= lastricato, intarsio o mosaico di pietre) richiama ancora il seggio del re Salomone, seduto sul trono “intarsiato” (cf. Ct 3,10). Richiama inoltre il luogo dove tutti si prostrano riconoscendo la gloria del Signore, buono e misericordioso in eterno (cf. 2Cr 7,2s).
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La parola “luogo” ricorda il luogo per eccellenza, il tempio. Questo ora è il Calvario, dove sta per essere innalzato il corpo di Gesù, nuovo santuario (2,21). Inoltre “Gabbata” non è traduzione di lithóstrotos, ma significa “altura, promontorio”, che richiama il “Golgota” (= cranio, cucuzzolo, rilievo), dove si ergerà il trono sul quale sarà scritto: “Gesù il Nazoreo, il re dei giudei” (19,19). Dal seggio, posto su questa altura, irradia già la gloria della croce. v. 14: era la preparazione della Pasqua. Si dice il giorno del giudizio del re: la vigilia della Pasqua. È il giorno in cui si immola l’agnello. Il suo sangue libera dalla morte quelli che ne sono aspersi, quando il Signore passa per far giustizia di tutti gli idoli (cf. Es 12,12s). Giovanni Battista lo aveva proclamato l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29.36): in quanto agnello sacrificato, egli è Messia e Figlio di Dio (1,34), che ci immerge nello Spirito Santo (1,33). era verso l’ora sesta. Si dice anche l’ora del giudizio. È “l’ora”, verso la quale il Vangelo tende dall’inizio (cf. 2,4): la stessa ora sesta nella quale Gesù, stanco, sedette al pozzo per offrire l’acqua zampillante dello Spirito (cf. 4,6). È mezzogiorno, quando il sole brilla nel suo pieno fulgore: è l’ora in cui appare nel mondo la Gloria, principio e fine di tutto. “Da quell’ora” inizia la nuova umanità dei figli di Dio (cf. v. 27). dice ai giudei: Ecco il vostro re . Il governatore romano presenta ai capi dei giudei il loro re: è il Giusto sofferente, schiacciato dalle nostre iniquità, il cui castigo ci salva e le cui piaghe ci guariscono (Is 53,5). L’espressione “ecco il vostro re” richiama ancora il Cantico: “Ecco il re Salomone”. Egli porta sul capo “la corona che gli pose sua madre, nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore” (Ct 3,11). In questa dichiarazione su Gesù risuonano i vari titoli emersi lungo il racconto del Vangelo: egli è il Messia, l’Agnello, il Servo, il Figlio di Dio, il Giudice, lo Sposo. Dire sì al suo eterno sì è accogliere la salvezza, entrare con lui nella Gloria, diventare figli di Dio. Non è nominato chi dice questa espressione: potrebbe essere chiunque, da Pilato a Gesù stesso. È la rivelazione e proclamazione del Messia al mondo. Ciò che per Pilato vorrebbe essere un oltraggio ai capi dei giudei, sul piano teologico è la verità: questo, e non un altro, è il nostro re, Dio che regna (cf. Sal 5,3; 29,10; 44,5; 47,3.7; 48,3; 74,12; 84,4; 89,19; 145,1; 149,2; Is 6,5; 33,22; 44,6; Zc 14,9). “Ecco l’uomo” (v. 5), “ecco il vostro re”: ecco Dio, ecco lo Sposo, l’altra parte dell’uomo. Egli si presenta sempre, in ogni tempo, con le stesse sembianze: è l’uomo coronato di spine, che ci testimonia la verità nostra e di Dio. v. 15: leva, leva. La nostra risposta è di levarlo, toglierlo di mezzo. Così l’agnello, che leva il peccato del mondo (1,29), è levato di mezzo, con oppressione e ingiusta sentenza (Is 53,8).
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crocifiggilo. La nostra risposta è il grido di crocifiggerlo. Così egli, intronizzato re, libera noi che lo condanniamo: “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui” (Is 53,5c). Ormai il processo volge al termine. L’odio del mondo raggiunge il suo fine: crocifiggere Gesù. In questo modo si adempie la sua parola, che disse di quale morte stava per morire (cf. 18,32). Il re, rifiutato e innalzato, dall’alto compirà il suo giudizio: manifesterà l’amore del Padre (3,16), mostrerà Io-Sono (8,28), eliminerà la menzogna che elimina lui e ci attirerà tutti a sé (12,32). crocifiggerò il vostro re? Pilato non ha interesse a crocifiggere questo re innocuo; e neppure desidera piegarsi alla volontà altrui. Lui può crocifiggere, ma non vuole; gli altri vogliono, ma non possono. Con un atto di reciproca sottomissione tra potere religioso e politico, dove il primo determina il da farsi e il secondo lo esegue, verrà crocifiso il re della verità. risposero i capi dei sacerdoti: Non abbiamo re se non Cesare . I capi dei sacerdoti rinunciano al loro Messia, per sottomettersi a Cesare. Essi portano a compimento la ribellione dei loro padri: per essere come tutti gli altri popoli, rifiutano il Signore che libera per un re che domina (cf. 1Sam 8,1ss). A Dio, preferiscono il capo di questo mondo. Per questo sono ladri e briganti, come lui. v. 16a: allora dunque. È la conseguenza inevitabile della premessa. Pilato, il potente, deve subirla, perché non ha deciso secondo coscienza. lo consegnò loro affinché fosse crocifisso. Gesù, senza essere stato condannato, è consegnato alla morte di croce. Pilato, rappresentante del potere politico, sacrifica la giustizia e perde la sua legittimazione: si riconosce ingiusto. Il suo lavarsi le mani (cf. Mt 27,24), non lo giustifica. Evidenzia la sua colpa: davanti all’innocente, nessuno può lavarsene le mani, tantomeno il potente. A loro volta i capi dei sacerdoti, rappresentanti del potere religioso, sacrificano il loro Messia: si dichiarano sudditi di Cesare, perdendo la legittimazione di guide del popolo. Alla fine del processo, Pilato fa ciò che non vuole: condanna l’innocente. Ma anche i capi fanno ciò che non vogliono: si riconoscono sudditi di Cesare. Nessuno fa ciò che vuole; ognuno fa ciò che l’altro vuole da lui. Così collaborano nel fare ciò che è male, sino a compiere il massimo male: l’uccisione del Giusto. In questo modo tutti insieme, senza saperlo né volerlo e per le vie più storte, realizzano il disegno di Dio (cf. At 4,27s): intronizzano il re della Gloria. Il vero re, giusto e libero, compie così la sua e la nostra Pasqua. Mostrandoci quel Dio che nessuno mai ha visto, ci libera dall’accecamento che ci tiene schiavi della morte. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
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Mi raccolgo, immaginandomi dentro o fuori il pretorio, secondo le varie scene. Chiedo ciò che voglio: voglio e desidero riconoscere Gesù come mio re e Signore. Ognuna delle sette scene ha un dono specifico da offrirmi per comprendere la sua regalità. Contemplo ogni singola scena, lasciando risuonare in me ogni parola del testo. 4. Testi utili:

Sal 90; 95; Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss; 2Sam 7,1ss; Dn 2,1ss; Dn 7,1ss; Is 2,1ss; 11,1ss; 42,1-9; 49,17; 50,4-11; 52,13-53,12; Zc 9,9s; 1Pt 2,19-25; Mt 25,31-46.

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48. GESÙ IL NAZOREO IL RE DEI GIUDEI 19,16b-22 19,16b Ricevettero dunque Gesù 17 e, portando per se stesso la croce, uscì verso il luogo detto del Cranio, che si dice in ebraico Golgota, 18 dove crocifissero lui; e accanto a lui altri due, di qua e di là, e Gesù nel mezzo. Ora scrisse anche il titolo, Pilato, e pose sulla croce. Era scritto: Gesù il Nazoreo, il re dei giudei. Questo titolo lessero dunque molti dei giudei, poiché era vicino alla città il luogo dove fu crocifisso Gesù; ed era scritto in ebraico, latino e greco. Dicevano allora a Pilato i capi sacerdoti dei giudei: Non scrivere: Il re dei giudei, ma che quegli disse: Re sono dei giudei. Rispose Pilato: Ciò che ho scritto, ho scritto.

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Messaggio nel contesto Gesù il Nazoreo, il re dei giudei. La scritta di Pilato, titolo della condanna posto in cima alla croce, ha grande rilievo in Giovanni: è la proclamazione del re, intronizzato insieme con due compagni. Ciò che per Pilato è irrisione e vendetta ultima contro coloro al cui volere si è piegato, per il lettore è la Parola, pienamente realizzata: il Figlio dell’uomo innalzato è il re della Gloria, il Verbo diventato carne a salvezza di ogni carne. Siamo al punto di arrivo del Vangelo. In due versetti, brevi e densi, protocollo dove nulla è superfluo e può essere tralasciato, Giovanni riferisce la via crucis e la crocifissione: è il corteo regale e l’intronizzazione del re con la sua corte. La scena precedente nel pretorio (vv. 13-16a) è anticipo e prefigurazione di ciò che avviene ora sul Golgota. Le somiglianze sono visualizzate bene in questo schema di I. de la Potterie: Pilato fece uscire Gesù verso il luogo detto Lithóstratos, in ebraico Gabbatà. Egli (lo) fece sedere nel tribunale. Pilato disse: “Ecco il vostro re”. Essi gridarono: “Leva, Leva!”. Gesù uscì dalla città verso il luogo detto Calvario, in ebraico Golgota. Essi lo crocifissero nel mezzo. Pilato scrisse: “Il re dei giudei”. Essi dissero: “Non scrivere…”.

Giovanni narra la crocifissione in modo essenziale e solenne. La spiega poi, come al solito, ampiamente: prima attraverso la scritta, sulla quale si ferma per quattro versetti, e poi attraverso le scene della tunica (vv. 23-24), della madre (vv. 25-27), delle ultime due parole di Gesù (vv. 28-30) e del suo fianco trafitto (vv. 31-38). Gli altri Vangeli riferiscono la scritta sulla croce in altri luoghi e solo con un breve accenno. Giovanni invece lo fa subito dopo la crocifissione, aggiungendo una lunga digressione sul suo significato: la scritta di Pilato presenta il Messia/Sposo crocifisso come compimento della Scrittura. Per sei volte ricorre il verbo “scrivere”. In quel corpo, inchiodato sulla croce, prende carne quanto è stato scritto: è la settima Scrittura, definitiva e immutabile, dove tutto è chiaro e realizzato. Il Crocifisso è “il Libro”: presenta tutto ciò che è scritto e Dio stesso che ha scritto. La sua carne e il
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suo sangue, dati per la vita del mondo, sono trasparenza piena del Verbo: rivelano l’amore estremo, comunicazione e autodonazione di Dio all’uomo. Sulla croce ogni promessa diventa realtà. La Scrittura non è più lettera che condanna, ma Spirito che dà vita: Dio stesso, che promette, si offre a noi. Gesù crocifisso è il re atteso, in cui vediamo compiersi ogni promessa di Dio. Tutta la Scrittura parla di lui (5,39.46; cf. Lc 24,26s.44-47). La Chiesa riconosce nel Crocifisso la gloria di Dio, salvezza dell’uomo. Per questo Paolo dice con forza: “Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1Cor 2,2). Lettura del testo v. 16b: Ricevettero dunque Gesù. In greco è para-lambàno, che ricorre altre due volte in Giovanni. Nella prima si dice che i suoi non “ricevettero” la Parola (1,11); nella seconda Gesù dice ai discepoli che li “riceverà” con sé (14,3). Anche quanti non vogliono riceverlo e lo prendono per ucciderlo (cf. 18,31; 19,1.6), a questo punto lo ricevono, perché lui si è consegnato. Anche chi lo rifiuta, si ritrova tra le mani il Messia: lo prende come il Pastore bello, che dispone e depone la sua vita in favore di chi gliela toglie (cf. 10,1-18). v. 17: portando per se stesso la croce . Giovanni non racconta del Cireneo (cf. Mc 15,21p) e delle donne che l’accompagnano (cf. Lc 23,27-31). Presenta invece Gesù che solleva e porta il peso della croce di sua spontanea volontà. E lo fa “per se stesso”, a suo vantaggio. Infatti al Figlio interessa portare il legno che salva i fratelli. Non si parla del Cireneo per sottolineare il suo gesto d’amore, libero e sovrano. La croce qui è solo il patibulum, la traversa sulla quale stenderà le braccia. Il palo, sul quale sarà innalzato, sta già infisso sul luogo. Gesù, portandosi la croce, compie il comando del Padre: ha il potere di dare la vita (cf. 10,18). Si realizza così pienamente come suo Figlio, uguale a lui: rivela la sua gloria. Come Isacco portò la legna dell’olocausto, così Gesù porta la croce (Origene). La porta “come un re il suo scettro, segno della sua gloria, della sua sovranità universale su tutti (…). Come un guerriero vittorioso il trofeo della sua vittoria” ( Tommaso d’Aquino). Gesù porta sulle spalle i segni del trionfo (Crisostomo): sulle sue spalle riposa la sovranità (Is 9,5). uscì. Gesù non è “condotto via” (Mt 27,31; Lc 23,26), né “portato” (Mc 15,22) al Golgota. Esce per sua libera decisione, come uscì dalla città per andare nel giardino (18,1), come uscì per andare incontro alle tenebre (18,4), come uscì dal pretorio per mostrarsi con le insegne regali (19,5). Ora esce per entrare in un altro giardino, dove l’albero della vita darà il suo frutto e si celebrerà il
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trionfo dell’amore. Per questo è uscito da Dio (8,42; 13,3; 16,27.30), dal Padre (16,28; cf. 17,8). La sua vita di Figlio è da sempre necessariamente un “uscire”. verso il luogo detto del Cranio, ecc. “Golgota” (= Cranio) significa rilievo, altura. Una tradizione antica pone ai piedi della croce il teschio di Adamo. Colui che prese dall’albero la morte, ora, ai piedi della croce, riceve la vita. La via crucis è il corteo del re verso il suo trono. “Il luogo” richiama il tempio: sul Golgota ci sarà il nuovo santuario, il corpo del Figlio (2,21), dal quale scaturisce il fiume d’acqua che ravviva la terra (cf. Ez 47,1ss). L’espressione richiama – oltre che per il giro di frase, anche per il significato e il suono di Golgota, simili a Gabbata – il luogo dove Gesù fu proclamato re da Pilato (v. 13). Là fu presentato, qui è intronizzato. v. 18: dove crocifissero lui. Il re, il Messia/Sposo, giudice del mondo, nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbata, sedette sul seggio. Ora, nel luogo detto Cranio, in ebraico Golgota, sale sul suo trono: la croce. Qui il Figlio dell’uomo, innalzato e glorificato, porta a termine la sua missione. Chi volge lo sguardo a lui, ha vita eterna (3,14s): vede quanto il Padre ha amato il mondo (3,16), conosce Io-Sono (8,28) – sa chi è Dio e che Gesù è Dio –, è liberato dal capo di questo mondo ed è attratto verso colui dal quale è fuggito (12,31s). I discepoli, all’inizio, gli hanno chiesto: “Dove dimori?” (1,38). Ora vedono dove dimora il re d’Israele, il Figlio di Dio: sulla croce. La croce è congiunzione di opposti: cielo e terra, oriente e occidente. Segno di ordine e comunione, unisce alto e basso, abbracciando ogni distanza. In essa si incrociano le quattro dimensioni del cosmo: è il centro di tutto. È però anche segno di disordine e caos: è il patibolo dello schiavo ribelle, la morte atroce di chi è progressivamente privato del suo respiro, il tormento dell’uomo che ha abbandonato Dio, sua vita. “Dove sei?”, sono le prime parole di Dio ad Adamo (Gen 3,9). La sua ricerca, iniziata nel giardino, termina sull’albero della croce. Qui trova ogni uomo. Lo Sposo incontra finalmente la sposa e si unisce a lei in un amore più forte della morte. La croce, trono del grande re, è anche il talamo nuziale, dove consuma il suo amore per l’uomo. Lì appare, nel suo pieno fulgore, la Gloria. accanto a lui. Il re intronizzato non è solo. Al suo fianco ci sono altri due compagni, che sono come lui. Sono la primizia di quelli per i quali Gesù ha detto: “Voglio che dove sono io, anch’essi siano accanto a me, affinché contemplino la mia gloria” (17,24). Rappresentano tutti noi che, nella morte, siamo in compagnia di Gesù. Siamo vicini a lui perché lui è vicino a noi. Essere “per sempre con lui” è il sommo desiderio dell’uomo, suo destino di gloria (cf. 1Ts 4,17). Lui è la nostra vita; per questo il morire non è più una perdita, ma un guadagno (Fil 1,23). altri due. Non sono altri da lui, ma “altri due”, oltre a lui, che sono nella sua stessa condizione: sono a fianco di colui che sta sul suo trono. Due è principio di molteplicità. Questi due
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rappresentano tutti i crocifissi della storia: i poveri e gli affamati, gli afflitti e i perseguitati, quanti sono come Cristo (cf. Mt 25,35-40.42-45), anche senza saperlo, addirittura senza conoscere lui. A costoro si aggiungono quanti, per Cristo, ne prenderanno le difese e subiranno la stessa sorte (cf. Lc 6,20-26; Mt 5,3-12). Tutte le vittime del male, ognuno della moltitudine dei “servi sofferenti”, formano la corte del Signore e Dio nostro. Posti sul suo medesimo trono, sono nostri giudici e salvatori (cf. Mt 25,31ss). Giovanni non dice che sono briganti (cf. Mc 15,27; Mt 27,38) o malfattori (cf. Lc 23,33.39ss). È bello pensare che, in punto di morte, tutti diventeremo finalmente innocenti. Infatti non potremo più nuocere. Anche Cesare e Pilato con i loro soldati, anche Anna e Caifa con i loro servi non saranno più in grado di nuocere. La morte ci pone tutti vicini a lui, l’unico Giusto, il Pastore bello che è venuto a darci la vita, e in abbondanza (10,10). Nella morte, qualunque essa sia, il Figlio è solidale con noi e noi con lui. Lui è il re e noi regniamo con lui; lui torna al Padre e noi ritroviamo in lui la nostra casa. Ora il Figlio è con ogni fratello, per quanto lontano e maledetto. Ogni nostro limite, compreso quello della morte di malfattori, diventa comunione con lui. Appeso all’albero, è diventato lui stesso maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). La croce, lontananza estrema da Dio, diventa sua vicinanza a ogni lontananza da lui. È quanto, in Lc 2,40, l’altro malfattore dice al primo. di qua e di là. Se il palo della croce colma l’abisso tra cielo e terra, la traversa unisce, di qua e di là, tutti i fratelli. I due siedono a fianco del Figlio, uno a destra e l’altro a sinistra della sua gloria, come desideravano i figli di Zebedeo (cf. Mc 10,37p). e Gesù nel mezzo. Nello svolgersi del processo, che si protrae lungo tutto il Vangelo, l’amore e la verità stavano al centro dell’odio e della menzogna. Ora, alla fine, il Figlio sta ancora nel mezzo. Ma come trionfatore, circondato da quelli che ormai sono con lui e come lui nel suo regno. È sempre in mezzo a loro che lo vediamo, adesso come allora (cf. Mt 25,40.45). v. 19: Pilato scrisse. Come prima disse: “Ecco il vostro re” (v. 14), qui “scrisse” che Gesù è il re. Pilato, senza saperlo, dice e scrive la Parola, anzi la compie. La storia è veramente nelle mani di Dio, non dei potenti. Nei vv. 17-18 Giovanni descrive l’intronizzazione/elevazione del Figlio dell’uomo e di ogni figlio d’uomo, suo fratello. Usa poche parole, senza commento, rilevando i fatti. Il loro significato sarà esplicito nelle scene seguenti. Prima però si ferma per ben quattro versetti a spiegare teologicamente la scritta affissa alla croce. Intende dichiarare che su di essa c’è il compimento della Scrittura. Anzi: lì, appeso, c’è Dio nella sua gloria. il titolo. Parola presa dal latino, indica il motivo della condanna (cf. Mt 27,37). Scritta da Pilato a dileggio del Messia e dei capi giudei, ora diviene titolo di gloria.
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Caifa, essendo capo dei sacerdoti, aveva profetizzato, senza saperlo, la morte di Gesù come salvezza del popolo (11,51). Ora Pilato, capo politico, profetizza, lui che è pagano, la sua regalità universale (cf. 11,52s). pose sulla croce. La croce è il trono di colui che è venuto sull’asinello. Il titolo, posto in alto, è l’epigrafe (Mc 15,26; Mt 27,37; Lc 23,38), la didascalia, la parola che ne svela la verità. era scritto. Con questa espressione Giovanni introduce le citazioni bibliche. Per sei volte nei vv. 19-22 ricorre il vocabolo “scrivere”. Richiama la “Scrittura”: quanto in essa è scritto, è pienamente comprensibile dalla croce, chiave di lettura di tutta la rivelazione. La carne del Crocifisso realizza ogni parola di Dio: è la Parola stessa. Il Crocifisso è la nuova Scrittura, da leggere e contemplare, da masticare e assimilare: in essa si manifesta l’amore estremo di Dio. Tutto ciò che è stato scritto, lì è compiuto: ogni lettera è diventata Spirito e vita. Per questo Paolo dice di non conoscere altro, se non Gesù, il Messia crocifisso (1Cor 2,2). In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3), in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). La sua carne è l’epifania di Dio. L’annuncio di Paolo non fa che “de-scrivere”, dipingere al vivo, il Crocifisso (cf. Gal 3,1). Egli è tutta la Scrittura. La croce è il distintivo necessario di Dio nel suo amore per questo mondo perduto. “Bisogna” che il Figlio dell’uomo sia innalzato (3,14): solo la sua vista è antidoto al veleno della menzogna antica. La croce è infatti la distanza infinita che Dio ha posto tra se stesso e ogni nostra immagine di lui. Gesù. Gesù significa “il Signore salva”. Sulla croce Gesù realizza il suo nome: è il Signore che salva l’uomo. Tutta la Scrittura si capisce alla luce del mistero pasquale di Gesù (cf. 2,22; 13,19; 14,29; 16,4): Mosè , i Profeti e i Salmi parlano della necessità della passione del Messia (cf. Lc 24,26s.44-47). il Nazoreo. È l’epiteto di Gesù di Nazareth, il re (cf. 18,5.7). il re dei giudei. Il Messia viene dai giudei e salva il mondo (cf. 4,22b.42). Il Pastore regna in quanto agnello che toglie il peccato del mondo (1,29). La sua croce rappresenta insieme l’odio del mondo e l’amore incondizionato di Dio, che vince il male con il bene. Questo è il suo modo di essere re. La croce, debolezza e stoltezza di Dio, è più forte dei potenti e più saggia dei sapienti: convince di debolezza i potenti e di stoltezza i sapienti del mondo (cf. 1Cor 1,17-31). La non conoscenza di Dio è causa della croce; ma la croce, a sua volta, dà la vera conoscenza di Dio. Sulla croce si compie quanto profetò Zaccaria: “Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome” (Zc 14,9). Dio regna dal legno ( S. Giustino): la croce è il suo trionfo. Chi la rifiuta, rifiuta Dio. Ma il suo rifiuto è causa della croce, dove egli si dona a chi lo rifiuta.
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La croce è l’albero della vita, il luogo dove c’è il giardino (cf. v. 41): è la gloria di Dio, glorificazione del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre (cf. 12,28; 13,31; 17,1). Chi la vede, è libero dal male (cf. 3,14s). In questo modo, e non in altro, Dio regna sul mondo. v. 20: questo titolo lessero dunque molti dei giudei. La croce palesa a tutti la gloria del re, cominciando dai giudei. era vicino alla città il luogo dove fu crocifisso Gesù. Questo luogo è fuori dalla città, come il giardino in cui Gesù fu preso (18,1ss). Le esecuzioni capitali sono la messa in scena del potere, macabre liturgie con cui esso celebra la sua forza terrificante. Devono essere ben visibili, esemplare deterrente per tutti. Per questo si svolgono in un luogo frequentato, di passaggio, su un rilievo vicino alla porta della città; però fuori da essa, per non contaminarla. Nel luogo d’infamia dell’uomo appare la gloria di Dio. era scritto in ebraico, latino e greco . La nuova Scrittura è leggibile in ogni lingua. Come la carne esposta, come l’odio e l’amore. È scritta in ebraico, lingua della promessa, perché i religiosi non presumano ma accolgano la salvezza; in latino, lingua dei potenti, perché siano convinti di impotenza; in greco, lingua dei sapienti, perché conoscano la propria stoltezza. Così tutti siamo salvati per grazia. Guardando la croce, ogni lingua proclama che Gesù è il Signore, “il Nome” che è al di sopra di ogni nome (Fil 2,9.11). v. 21: dicevano allora a Pilato i capi, ecc. I capi dei sacerdoti non riconoscono il loro re. Dicono a Pilato di cambiare il titolo, scrivendo che è un sedicente re dei giudei. v. 22: ciò che ho scritto, ho scritto. Pilato non cambia: la scritta resta immutabile. Sulla croce non c’è un re fallito, ma il Pastore bello, che ci salva dai briganti, offrendo la vita per amore. Questa è la nuova Scrittura, universale ed eterna . Ciò che è stato scritto allora, rimane valido per sempre: chi contempla il Crocifisso vede, a viso scoperto, la Gloria. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginando Gesù che esce per essere crocifisso sul Calvario. Gli chiedo ciò che voglio: riconoscere in lui il mio re. Traendone frutto, contemplo Gesù, intronizzato con altri due. Da notare: presero Gesù portando per sé la croce uscì verso il luogo del Cranio
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lo crocifissero con lui altri due Gesù nel mezzo sulla croce era scritto Gesù il Nazoreo, il re dei giudei era scritto in ebraico, latino e greco non scrivere: il re dei giudei ciò che ho scritto, ho scritto. Testi utili: Sal 22; Lc 24,26s.44-47; 1Cor 2,1ss; Gal 6,14-16; Fil 2,5-11; 3,17-21; Ef 2,13-22; Ap 5,9-14.

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49. SPARTIRONO PER SÉ LE MIE VESTI E SOPRA LA MIA VESTE GETTARONO LA SORTE 19,23-24

19,23

Allora i soldati, quando crocifissero Gesù, accolsero (= presero) le sue vesti e fecero quattro parti, a ciascun soldato una parte, e la tunica. Ora la tunica era senza suture, tessuta dall’alto, per intero.

24

Allora dissero tra loro: Non squarciamola, ma gettiamo la sorte su di essa, di chi sarà. Così si adempì la Scrittura che dice: Spartirono per sé le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte. Da una parte dunque i soldati fecero queste cose.

Messaggio nel contesto “Spartirono per sé le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte”. Così dice dei suoi nemici il Giusto, sofferente e trionfante (Sal 22,19). Così fanno i soldati con Gesù. Questa scena forma un dittico con la seguente: il re della Gloria, dal trono della croce, comincia il suo giudizio su tutti. Ciò che qui avviene con i lontani, anticipa ciò che avviene subito dopo con i vicini: il Nazoreo regna non impadronendosi dei beni altrui, ma donando i propri. Il suo è un giudizio di salvezza universale: a chi lo crocifigge dona le sue spoglie, alla madre il discepolo, a questi la madre e a tutti il suo Spirito. L’albero della vita, che al principio stava nel centro del giardino, ora torna in mezzo agli uomini e porge il suo frutto: sulla croce il Figlio offre se stesso ai fratelli.
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Durante il processo e la crocifissione si alternano di continuo giudei e pagani. I loro destini si unificano: il re dei giudei è anche salvatore del mondo, di quel mondo che si è alleato contro di lui per compiere ciò che la mano e il cuore di Dio avevano preordinato che avvenisse (At 4,28). La croce realizza la profezia di Caifa: Gesù dà la vita non solo per la sua gente, ma per ricondurre all’unità i figli di Dio dispersi (11,51s). Il Pastore bello libera le pecore da tutti i recinti, per fare un solo gregge di fratelli, liberi come lui, il Figlio (cf. 10,14-18). Coloro che lo uccidono stanno “da una parte” (cf. v. 24b), “dall’altra parte” (cf. v. 25a) quelli che lo amano. Tutti, riuniti sotto la croce, costituiscono l’unico popolo della nuova alleanza, misteriosamente accomunati nel riceverne l’eredità. Infatti il nuovo popolo è fatto da quanti, riconoscendosi in coloro che “prendono” il Figlio per ucciderlo, “accolgono” alla fine l’amore di colui che si consegna. Gli uccisori di Gesù ereditano le sue vesti di Figlio; quando capiranno il dono, diventeranno come il discepolo che Gesù amava: accoglieranno anche sua madre e diventeranno suoi fratelli (cf. vv. 26-27). Pure gli altri Vangeli raccontano la spartizione delle vesti (Mc 15,24p). Ma in Giovanni la narrazione è più ampia, arricchita da dettagli, con una citazione biblica di compimento e relativa interpretazione. Gesù è re universale, sia dei pagani che dei giudei. Il titolo sulla croce è scritto in ogni lingua. Egli è immagine di Dio perché ama i fratelli: per loro depone la vita come ha deposto le vesti per lavare i piedi dei discepoli. Il nuovo re, nudo e senza vergogna come Adamo prima del peccato, è icona perfetta del Padre: è il Figlio che compie il suo comando, diventando come lui, datore di vita (10,18). Dopo il peccato, in sostituzione delle foglie di fico, Dio aveva fatto per i suoi figli una tunica di pelle (Gen 3,7.21). Ora, dalla croce, dona loro la veste originaria, quella del Figlio. La veste è simbolo del corpo. Gesù aveva promesso di dare la sua carne per la vita del mondo (6,51b). Come ha dato il boccone a Giuda, ora dà se stesso a chi lo crocifigge e gli trafigge il fianco. I vari indumenti, tranne la tunica, sono distribuiti tra i suoi uccisori, in modo che ognuno abbia parte (= eredità) con lui. Le parti sono quattro, come i punti cardinali, come le dimensioni della croce e del cosmo: Gesù il Nazoreo è re di tutta la terra. Infatti egli dona a tutti la sua vita, e in abbondanza (cf. 10,10). La sua tunica però non può essere spartita come le altre vesti né può essere divisa; deve rimanere intera. Il corpo del Figlio, donato a tutti, è tutto per ciascuno. Ogni fratello riceve l’eredità del Figlio: diventa come lui, figlio capace di amare i fratelli. Se le vesti distribuite in quattro parti indicano l’universalità, la tunica indivisa indica la totalità del dono e l’unità che ne consegue. Per aver parte all’eredità del Figlio, bisogna non dividere la tunica: per essere figli è necessario amare i fratelli, come per amare i fratelli è necessario
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essere figli. La tunica intatta rappresenta il dono di essere figli e fratelli: è segno della nostra comunione con Dio e tra di noi. Gesù è il chicco di grano che muore e porta molto frutto: il re, ucciso, costituisce re quelli che lo uccidono. La Chiesa regna con lui: riceve la sua eredità di Figlio, il corpo dato per noi. In esso ognuno è unito al Padre come figlio e a tutti gli uomini come fratelli. 2. Lettura del testo v. 23: Allora i soldati. Ai piedi della croce compaiono per primi i soldati, il picchetto dei quattro che hanno crocifisso Gesù (cf. At 12,4). Agli esecutori della pena capitale spetta ciò che il giustiziato indossa. Questi soldati, pagani, vengono nominati all’inizio e alla fine della scena. I servi della violenza ereditano le vesti dell’Agnello. quando crocifissero Gesù. Solo ora sappiamo che Gesù, consegnato ai capi dei giudei per essere crocifisso (cf. v. 16), in realtà è stato crocifisso dai soldati pagani. accolsero (= presero). Coloro che lo “prendono” per ucciderlo (18,31; 19,1), ora “accolgono” le sue vesti di Figlio (cf. 1,12). In ambedue i casi abbiamo lo stesso verbo ( lambàno), che abbiamo tradotto prima “prendere” e d’ora in poi “accogliere”. Il nostro prenderlo per distruggerlo è il modo primo che abbiamo di accogliere colui che si consegna. le sue vesti. Gesù, lavando i piedi, aveva deposto le vesti (13,4), per rivestirsi di servo, sua gloria perenne. Queste vesti, in contrapposizione alla tunica di cui si parla dopo, sono i sandali, il copricapo, la cintura e, come pezzo rilevante, il mantello. Giovanni, come non dice che a Gesù sia stato tolto il mantello di porpora, così non dice che gli siano state tolte le vesti. Di fatto nessuno gli può togliere la vita, ma lui la dona, da se stesso (10,18). Si può solo prenderla per poi accoglierla. Le vesti sono simbolo del corpo; il mantello, in specie, è anche simbolo del regno (cf. 1Re 11,30-31) e ricorda quello che Elia gettò su Eliseo, trasmettendogli il suo spirito. I pagani sono i primi eredi del Figlio. Ricevono le sue vesti e il suo mantello (1Re 19,19; 2Re 2,1ss): il suo corpo, il suo regno e il suo Spirito. Gesù dalla croce regna e compie il suo giudizio, cominciando dai lontani. Questi sono i primi a essere “rivestititi di Cristo” (cf. Rm 13,14). Sta scritto: “Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, e di questi io sono il primo” (1Tm 1,15). “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10), perché il Padre non vuole che alcuno perisca (2Pt 3,9; cf. Mt 18,14). Tra questi lontani ci troviamo tutti, perché tutti, con o senza legge, abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio (Rm 3,23). fecero quattro parti. Il numero quattro allude ai quattro punti cardinali e significa la terra intera. Tutta l’umanità peccatrice riceve l’eredità del Figlio, “ha parte” con lui (13,8). A tutti e a
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ciascuno è dato di partecipare: il dono del Figlio è universale, il suo corpo è offerto per ogni fratello. Gesù, il salvatore del mondo (4,42), ha dato se stesso per la vita del mondo (6,51). Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (3,16), perché “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). La parola “parte” richiama l’eredità: il Signore è mia parte di eredità (Sal 16,5). Con la propria nudità, il Figlio dona all’umanità intera le sue vesti regali: ci riveste di lui, rendendoci figli di Dio. La “vendetta” del Figlio, che conosce l’amore del Padre, è lasciare i suoi beni ai fratelli che lo uccidono. Questo è il giudizio di Dio, Padre e Figlio nell’unico Spirito. e la tunica. Dopo aver parlato delle vesti, Giovanni ricorda la tunica, lasciando la frase interrotta. La sospensione è a effetto: crea attesa su ciò che si dirà di questa tunica, come specificazione complementare di quanto si è detto sulle vesti. Come è chiaro il significato delle vesti, così è misterioso quello della tunica. Essa è la parte più intima delle vesti, che si porta sotto il mantello. La cura con cui è descritta denota l’importanza che l’autore le attribuisce. La tunica, come le vesti, indica il corpo, la persona. Tuttavia i dettagli, riferiti su di essa, evidenziano un intento particolare. Gli antichi autori vedevano raffigurato nelle vesti e nella tunica il mistero della Chiesa, corpo di Cristo, rispettivamente nella sua universalità e nella sua totalità/unità. Le vesti, distribuite in quattro parti, indicano l’universalità: il corpo del Figlio è per tutti i fratelli. La tunica invece indica il mistero della totalità/unità: l’unico corpo donato rende ognuno figlio, unito al Padre e ai fratelli. Infatti, se il dono è per tutti ed è tutto per ciascuno – Dio è amore e non può dare meno di se stesso –, essendo Dio unico, ne consegue che tutti noi siamo una cosa sola con lui e tra di noi (cf. 17,11.21-23). Cipriano scriveva: “Il sacramento dell’unità, il vincolo dell’unione indivisibile, è presentato nel Vangelo: la tunica del Signore Gesù Cristo non viene né divisa né strappata a pezzi, ma essi la tirano a sorte per sapere chi potrà indossare Cristo. La veste deve essere ricevuta nella sua interezza, intatta; deve essere posseduta come un bene personale (…). Non si può possedere la veste di Cristo se si arriva a scindere e a dividere la Chiesa di Cristo”. Dopo di lui dirà Agostino: “La veste del Signore Gesù Cristo, divisa in quattro parti, raffigura la sua Chiesa distribuita in quattro parti, cioè diffusa in tutto il mondo: (…) gradualmente essa vi realizza la sua presenza nelle singole parti. (…) Quanto alla tunica tirata a sorte, essa significa l’unità di tutte le parti, saldate insieme dal vincolo della carità”. la tunica era senza suture ecc. L’espressione “senza suture” è unica nella Bibbia. Il termine greco per sé indica la sutura delle ossa, non degli abiti. Si allude chiaramente all’equivalenza vestito-corpo.
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La tunica senza cuciture, secondo una testimonianza ( Isidoro), era l’abito tipico dei galilei; secondo altri era un abito insolito e pregiato. tessuta dall’alto. “Dall’alto”, in Giovanni, indica l’origine divina (3,31; cf. 3,3.7), come “dal cielo” (cf. 3,13.27; 6,31.32s). Questa tunica è il suo corpo, carne tessuta interamente dall’alto, Verbo stesso di Dio diventato carne. per intero. Questa tunica non è fatta di pezzi separati, cuciti tra di loro. Si tratta di un’unica stoffa: è “una cosa sola”, come unica è la persona di Gesù, insieme Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, come il Figlio e il Padre sono uno (cf. 10,30). È l’unità d’amore che il Figlio offre ai fratelli come frutto della sua passione per loro (cf. 17,11.21-23). v. 24: non squarciamola. Questa tunica non va squarciata, a differenza del velo del tempio che si squarcerà (cf. Mc 15,38p). Deve restare unita, integra: tessuta da Dio stesso, partecipa della sua unità. L’unità della Chiesa, corpo del Figlio, non deve quindi essere infranta. Il verbo “squarciare” (skízo) richiama “scisma”, divisione. Ricorre anche nella pesca miracolosa, in un contesto chiaramente ecclesiale: la rete, nonostante il grande numero di pesci, non si squarciò (21,11). Chiunque riceve le vesti di Gesù, è rivestito di lui e forma un solo corpo con lui e con gli altri. Uniti al Figlio, siamo una cosa sola con lui, con il Padre e tra di noi (cf. 17,11.21-23). Tutti abbiamo le vesti del Figlio e siamo figli, a condizione di non rompere la tunica, la fraternità. Chi la rompe non è figlio perché non è fratello. Se ricevere le vesti di Gesù significa diventare figli, l’indivisibilità della tunica indica l’unità d’amore con i fratelli, necessaria per essere figli. Non squarciare la tunica significa quindi non dividerci tra di noi. Nell’unione con i fratelli è in gioco la nostra identità di figli. La tunica, se divisa, non è più una tunica: un corpo vivente, se diviso, è morto. Un’altra interpretazione vede nelle caratteristiche della tunica un’allusione alla veste del sommo sacerdote, senza cuciture. Essa indicherebbe allora il sacerdozio di Cristo. Effettivamente il suo corpo è il vero santuario (cf. 2,13-22). In esso, Parola diventata carne, mediazione tra Dio e uomo, si celebrano le nozze tra cielo e terra. Se il velo del primo santuario si squarciò nel mezzo (Lc 23,45), dall’alto in basso (Mc 15,38; Mt 27,51), il corpo di Gesù, nuovo santuario (2,21), tessuto interamente dall’alto, sarà squarciato dal basso, con una lancia, per aprirci il mistero di Dio. Un’altra interpretazione (I. de la Potterie) specifica che la tunica significa l’unità della Chiesa realizzata ai piedi della croce: prima il popolo era diviso nei confronti di Gesù (7,43; 9,16; 10,19), ora la sua morte ricompone in unità i figli dispersi, come profetò Caifa (11,51s). L’unione tra i fratelli è la grande opera del Figlio crocifisso: egli è venuto a portare pace ai lontani e ai vicini, per fare dei pagani e dei giudei un popolo solo, per creare in se stesso, dei due,
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un solo uomo nuovo (Ef 2,14-17). L’“essere uno” nell’amore è il dono che Gesù ci ha ottenuto con la sua morte: è il compimento della sua vita, la Gloria che riluce sulla terra (cf. 17,11.20-26). Questa unione, anche se noi facciamo di tutto contro di essa, non potrà mai essere “squarciata”. Già perfetta nel Figlio, attende di essere accolta dai fratelli. L’unità tra i discepoli è l’unica testimonianza credibile dell’amore del Padre; il Figlio è venuto a offrirla a questo mondo diviso, perché raggiunga alfine ciò che sta al suo principio (cf. 17,23). Che dire delle divisioni tra le Chiese e delle varie lotte al loro interno? Sono “il” peccato: smembrano e uccidono il corpo del Figlio. Ma il suo corpo, immolato da noi e per noi, riapre continuamente la nostra storia al mistero dell’unità. Un’ulteriore interpretazione (X. Léon-Dufour) parla della tunica come del corpo di Cristo che, essendo tessuto da Dio, non può essere diviso dall’uomo. Mentre la spartizione delle vesti richiama l’evento della morte, dove il Figlio dà la vita per tutti, la tunica, che resta intatta, richiama la risurrezione, che spetta al corpo di Gesù in quanto carne del Verbo: “Distruggete questo santuario e io in tre giorni lo farò risorgere” (cf. 2,19). La tunica di Gesù fa pensare a quella insanguinata di Giuseppe (Gen 37,31). In lui, spogliato e dato come morto dai fratelli omicidi, mentre in realtà è vivo, si compirà il disegno di Dio: “Far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20). Questa unificazione dei popoli sotto la croce, dalla quale il Figlio attira tutti a sé, è quanto Luca descrive nella Pentecoste (cf. At 2,1ss). In Giovanni è anticipata sul Golgota, dove Gesù consegna il suo Spirito. così si adempì la Scrittura. Nel racconto della glorificazione del Figlio si moltiplicano le citazioni della Scrittura. La croce infatti è il compimento (cf. v. 30a), alla cui luce viene capita ogni promessa (cf. 2,22; 13,19; 14,29; 16,4). spartirono per sé le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte (Sal 22,19). È una citazione dal Salmo 22, che parla del Giusto sofferente, nel quale si mostra la grande opera del Signore, re di tutte le nazioni (Sal 22,29.32). La citazione dice il significato della morte di Gesù: a noi, peccatori, è offerto il corpo del Figlio che ci rende figli e fratelli. Ai piedi della croce avviene il grande scambio: lui indossa la nudità del nostro peccato e noi la sua veste di innocenza. Le due frasi del Salmo, secondo lo stile poetico ebraico, dicono in realtà la stessa cosa in due modi diversi. Giovanni però applica la prima alle vesti e la seconda alla tunica, la veste per eccellenza. Questa interpretazione fa vedere il valore che l’evangelista dà all’eredità delle vesti e della tunica. Questo Salmo, insieme a Is 52,13-53,12, traspare in filigrana da tutte le pagine della passione, come segno di autenticazione divina. Marco e Matteo danno l’intonazione all’evento della croce ponendo sulla bocca di Gesù l’inizio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22,2; cf. Mc 15,34 e Mt 27,46). Giovanni mostra il frutto di quest’abbandono: il dono del Figlio per i fratelli perduti.
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da una parte dunque. Il “dunque” è una conclusione che si riferisce a quanto precede; mentre l’espressione “da una parte” rimanda a quanto, “dall’altra parte”, segue (cf. v. 25a). I soldati da una parte e le donne con il discepolo amato dall’altra costituiscono due scene complementari, da leggere insieme. i soldati fecero queste cose. Senza saperlo, gli uccisori di Gesù compiono la Scrittura: a nome del mondo intero, ricevono in eredità le sue vesti e sorteggiano la sua tunica. Il Figlio, inviato dal Padre per salvare il mondo (cf. 3,16), dà la sua vita a coloro che lo spogliano della vita.

3.

Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando i soldati che hanno in eredità le vesti e la tunica. c. Chiedo ciò che voglio: accogliere il dono del Figlio e della fraternità. d. Traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: • • • • • • • • 4. i soldati accolsero le sue vesti fecero quattro parti a ciascun soldato una parte la tunica senza cuciture, tessuta dall’alto, per intero non è squarciata, ma ereditata intera così si compie la Scrittura spartirono per sé le mie vesti e sopra la mia veste gettarono la sorte questo fecero i soldati. Testi utili:

Sal 22; 133; Gv 17,11.20-26; Ef 2,11-22; 4,1-32; At 2,1-11.

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50. ECCO IL TUO FIGLIO ECCO LA TUA MADRE 19,25-27 19,25 Stavano, dall’altra parte, presso la croce di Gesù la sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena. 26 Allora Gesù, vista la madre e, stante appresso, il discepolo che (egli) amava, dice alla madre: Donna, ecco il tuo figlio. 27 Poi dice al discepolo: Ecco la tua madre. E, da quell’ora, la accolse (= prese) il discepolo tra i suoi beni. 1. Messaggio nel contesto “Donna, ecco il tuo Figlio / Ecco la tua madre” . Sono le ultime parole che Gesù rivolge alla madre e al discepolo amato. Il re della Gloria continua il “suo giudizio”: ai crocifissori dona le vesti, alla madre il discepolo e al discepolo la madre. “Dopo questo” sa che tutto è compiuto (v. 28): portata a termine la sua missione di Figlio, consegnerà lo Spirito (vv. 29-30). Gli altri Vangeli guardano ciò che avviene in croce di riflesso, nelle reazioni degli spettatori – negative quelle di capi, soldati e di uno dei due crocifissi con lui, positive quelle dell’“altro” malfattore, delle folle (Lc 23,40-43.48) e del centurione (Mc 15,39p). Tranne che nel suo duplice grido prima di spirare (Mc 15,34p), Gesù è contemplato indirettamente, attraverso le parole dei presenti. Giovanni invece, con un rapido susseguirsi di scene, punta direttamente l’occhio sulla Gloria: osa fissare faccia a faccia la luce del mondo. Sul Golgota c’è una sequenza di cinque scene: l’intronizzazione (vv.16b-22), il dono di vesti e tunica (vv. 23-24), della madre (vv. 25-27) e dello Spirito (vv. 28-30), di sangue e acqua (vv. 31-37). Più che di scene da vedere, si tratta di icone da contemplare. L’icona, a differenza del quadro, non propone un’immagine della realtà; è piuttosto la stessa realtà che rivela la propria luce
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e, grazie a una prospettiva rovesciata, l’osservatore è osservato: non è il punto di vista esterno, ma entra in scena come colui che è visto da ciò che vede. Il linguaggio, sobrio ed essenziale, non tradisce emozioni: in poche parole presenta realtà così grandi che, di fronte ad esse, tutto tace. Davanti al sublime c’è solo estasi, silenzio di panico coinvolgimento. Le ultime tre icone riportano brevi istanti dove la durata del racconto tende a corrispondere a quella del fatto: tempo narrante e tempo narrato coincidono in tempo reale. In questo modo si ottiene l’effetto di far partecipare il lettore all’evento. Questi è presente alla scena, immerso in un tempo senza tempo: tocca l’Eterno, vede l’Invisibile, si inabissa nella Gloria. Questi brevi racconti tirano le fila del Vangelo, con un intreccio di allusioni portato all’impossibile. Ogni parola è una luce attraverso la quale, come dal buco del Piranesi, si apre una prospettiva che non solo fa vedere la cupola di Michelangelo, ma, con un gioco di rimandi a specchio, riflette ogni angolo del Vangelo e dell’intera Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse. In effetti la Parola, ogni parola, è come una finestra: non guardi lei, ma attraverso di lei. Allora ti apri all’Altro; e l’Altro si apre a te: esiste per te e tu per lui, entra in te e tu in lui, fa parte di te e tu di lui. Si può dire che, come nel “linguaggio di Adamo”, nella singola parola echeggia il tutto. Questa narrazione, posta al centro delle cinque che rappresentano ciò che avviene sulla croce, è splendida e, nell’economia di Giovanni, ha un valore definitivo. In essa sono ripresi e risuonano insieme, in pienezza armonica, i temi del Vangelo: è “l’ora” verso la quale tutto tendeva, l’ora della luce, che raggiunge e illumina l’universo. Si tratta di uno dei testi più affascinanti e studiati del Vangelo, con molteplici interpretazioni. Quella più antica, durata fino al medio evo, si fermava al senso ovvio del testo, traendone un’istruzione morale: Gesù, prima di morire, manifesta il suo amore provvedendo alla madre che, già priva dello sposo, sta perdendo il figlio unico. Nel secolo XII, con la teologia monastica, Maria appare come immagine della Chiesa, insieme donna/sposa e madre feconda. Tale considerazione, pur vera, è insufficiente a esprimere la ricchezza del testo. Il racconto è un pozzo inesauribile, come la profondità del mistero che presenta. Nei Vangeli le persone sono sempre anche “personaggi”, figure tipiche nelle quali ognuno si riconosce. A livello storico la madre di Gesù e le altre donne sono le persone che amano Gesù, mentre il discepolo è la persona (che sa di essere) amata da Gesù. A livello simbolico generale, madre e donne da una parte e discepolo amato dall’altra sono rispettivamente figura dell’amore dato e dell’amore ricevuto. La madre, con le sue compagne, rappresenta chiunque dà amore. Questi è innanzi tutto il Padre nei confronti del Figlio, poi Dio nei confronti del mondo, il Figlio nei confronti dei fratelli, Gesù nei confronti del discepolo, Israele nei
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confronti della Chiesa, la Chiesa nei confronti del mondo, e così via fino alla più piccola delle creature: chiunque dà amore è immagine del Padre, amore amante. A sua volta il discepolo amato rappresenta chiunque riceve amore. Questi è innanzi tutto il Figlio nei confronti del Padre, poi il mondo nei confronti di Dio, i fratelli nei confronti del Figlio, il discepolo nei confronti di Gesù, la Chiesa nei confronti di Israele, il mondo nei confronti della Chiesa, e così via fino alla più piccola delle creature: chiunque riceve amore è immagine del Figlio, amore amato. Ma di amore dato si muore e di amore ricevuto si soffoca: si vive solo quando l’amore amante è amato e l’amore amato è a sua volta amante. Questo amore corrisposto, che “circola” tra Padre e Figlio (perichóresis), è lo Spirito Santo, danza di Dio e vita di quanto esiste. Gesù, amore amato, è amante del Padre e dei fratelli: ha la pienezza dello Spirito. Ora che se ne va, per chi lo ama e per chi è da lui amato è l’ora della separazione (16,32s). Per questo, prima di andarsene, si prende cura di loro. Affidando il discepolo alla madre, la madre ha chi amare e il discepolo chi lo ama; affidando la madre al discepolo, la madre chi la ama e il discepolo ha chi amare. Così compie la sua opera di Figlio: comunica ai fratelli il suo Spirito, amore amante e amato perfettamente corrisposto. Maria e il discepolo, con l’universo – sì, proprio l’universo intero! – che essi rappresentano, si amano reciprocamente con lo stesso amore con cui Gesù li amò, il medesimo che Padre e Figlio hanno tra di loro e verso tutti: è il compimento del comando dell’amore. Per questo la consegna reciproca madre e figlio contiene ogni mistero del cielo e della terra, di Dio e dell’uomo, dell’uomo in Dio e di Dio nell’uomo. Infatti l’evangelista commenta dicendo che, “dopo questo”, Gesù sa che “tutte le cose già sono state compiute” (v. 28). A livello simbolico specifico, come vedremo meglio dal contesto, Maria di Nazareth, chiamata donna, è la sposa, l’Israele che attende lo Sposo. Ora che è venuto, diventa madre e genera l’uomo nuovo, il popolo messianico, la Chiesa. Questa è impersonata dal discepolo amato, che non morirà: resterà in eterno, testimone dell’amore fino al ritorno del suo Signore (cf. 21,2224). Il discepolo è affidato alla donna come figlio e la donna è affidata al discepolo come madre: ambedue sono consegnati reciprocamente l’uno all’altro. Si realizza così il “molto frutto” del chicco di grano che non rimane solo (12,24; cf. 15,8): dal suo morire sotto terra, germina sulla terra l’unità d’amore tra Israele e tutti i figli di Dio dispersi (11,50-53; cf. 17,11.20-24). Il testo, avendo un significato universale, è necessariamente e volutamente a contorni sfumati, che l’occhio mette lentamente a fuoco nella contemplazione. Addirittura non è chiaro il numero delle donne del v. 25. Esse poi, nel v. 26, si dissolvono in una, la madre, e appare all’improvviso il discepolo prediletto. Circa il numero, le donne possono essere quattro, tre o due. A una prima lettura sono quattro, appaiate a due a due: la madre di Gesù e sua sorella, Maria di Cleopa e Maria di
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Maddalena. Ma possono essere anche tre, se si legge: “la madre di Gesù e sua sorella, (cioè) Maria di Cleopa, e Maria Maddalena”. Possono però essere anche solo due, indicate prima in termini di parentela e poi per nome, se si legge: “la madre di Gesù e sua sorella, (che rispettivamente si chiamano) Maria di Cleopa e Maria Maddalena”. Il testo permette le diverse letture e dal punto di vista storico non è facile dire quale sia da accettare. Le donne quindi possono essere quattro, come i soldati; oppure tre, alle quali si aggiunge poi il discepolo prediletto; oppure due. In quest’ultima ipotesi, oltre i soldati e la madre, ai piedi della croce, ci sono Maria Maddalena e il discepolo amato, che riappariranno insieme al sepolcro nel mattino di Pasqua. Ogni ipotesi si presta a interpretazioni diverse, che non necessariamente si escludono. Per cogliere bene il significato del testo bisogna, come sempre, vedere il contesto immediato, che precede e che segue, e quello generale. Ogni racconto va capito alla luce di ciò che viene prima e assume senso pieno da ciò che viene dopo. Solo così si colgono le infinite suggestioni di cui il testo trabocca. In relazione alla scena precedente, queste donne richiamano i soldati. Insieme a loro, che si spartiscono le vesti di Gesù, anch’esse ne raccolgono l’eredità. La madre di Gesù, a sua volta, richiama la tunica indivisibile: tocca in sorte a uno, il discepolo che Gesù amava. Si riprendono così e si sviluppano i temi dell’universalità della salvezza (cf. 11,50-52) e dell’unità del popolo di Dio (cf. 17,11.21-23). In relazione alla scena seguente, qui è anticipata “l’ora” del compimento, che viene subito dopo, quando Gesù consegna lo Spirito (v. 30) e dal suo fianco scaturisce sangue e acqua, di cui il discepolo amato è testimone (vv. 34s). In relazione al contesto generale del Vangelo, questa scena richiama “l’ora” della gloria di Gesù e della fede dei discepoli (cf. 2,11). Iniziata nelle nozze di Cana alla presenza della “madre di Gesù”, questa “ora” è il tema che sottende e unifica il racconto di Giovanni. Adesso che è venuta, “da quell’ora” (cf. v. 27b) comincia il tempo nuovo. La madre di Gesù appare solo a Cana e qui: apre e chiude “l’ora” del Figlio. In tre versetti è indicata ben sei volte come “madre”, cinque direttamente e una indirettamente, con il pronome “la”. L’evangelista la chiama due volte “madre” e altre due “sua madre” (di Gesù), mentre Gesù la chiama “tua madre” quando la presenta al discepolo che “la” accoglie. L’evangelista vuole così suggerire che “sua” madre diventa “tua” madre, di te che leggi, se “la” accogli. I personaggi, che in questo racconto hanno un ruolo esplicito, non sono chiamati per nome, ma secondo la loro relazione: madre/donna, figlio/discepolo amato. Questa narrazione segna il passaggio dall’ora del Figlio al tempo dei fratelli, che comincia “da quell’ora” in cui il discepolo accoglie la madre. L’apice è costituito dalle parole di Gesù, che a
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sua madre dona come figlio il discepolo amato e a lui dona, come sua, la propria madre. In questo modo avviene la sostituzione/identificazione tra lui e il discepolo. Il testo vuole innanzi tutto dire che Gesù, lasciata a noi la sua veste di Figlio (scena precedente), rivela che “da quell’ora” il discepolo diventa come lui, nato dall’alto, dallo Spirito. Maria, madre della Parola diventata carne, lo è anche di chiunque accoglie la Parola che ci dà il potere di diventare figli di Dio. Inoltre Maria, in quanto madre del Figlio e dei suoi fratelli, è segno dell’unità realizzata dalla croce, che abbraccia insieme il popolo dell’antica e della nuova alleanza, aperta a tutti. Infine, in quanto donna, è la sposa, la figlia di Sion, il popolo della promessa che attende il suo Signore. Ora che è venuto, gli genera il popolo messianico (cf. Is 66,8; 60,4-5; Sal 87,5s LXX). Ai piedi della croce giunge l’ora delle nozze prefigurate a Cana: la donna incontra lo Sposo e diventa madre feconda di figli. “Da quell’ora” inizia l’era del vino bello e abbondante, in cui tutti riconoscono la Gloria: il Signore è unico re, di tutti i popoli. Concludendo possiamo dire che Maria, oltre che figura universale di chi ama – correlativa al discepolo, figura di chi è amato –, rappresenta Israele, donna/sposa del Signore, madre del Messia e del suo popolo, compimento di Israele e principio della Chiesa. Israele riconosce la Chiesa come sua figlia e la Chiesa riconosce Israele come sua madre: c’è continuità e unità tra antica e nuova alleanza, come tra madre e figlio. Gesù, Verbo diventato carne, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, è il Messia, lo Sposo della figlia di Sion, che genera figli di Dio quanti lo accolgono. Ma è anche nostro fratello: ci dona la sua stessa madre e il suo stesso Spirito. La Chiesa è rappresentata dal discepolo, figlio della vergine di Sion, la donna che ha accettato la Parola del suo Dio e ha generato al mondo il Figlio. Essa accoglie come sua madre l’Israele della promessa e dell’attesa: è sua figlia. 2. Lettura del testo v. 25: Stavano, dall’altra parte. Da una parte i soldati ereditano le vesti del Figlio, dall’altra “stanno” (= stanno in piedi) queste donne. Le due scene si rimandano a vicenda la luce che splende dalla croce, posta al centro. In alto sta Gesù con i suoi due compagni, in basso quattro soldati da una parte e, probabilmente, quattro donne dall’altra, più il discepolo: sul Calvario, attorno a Gesù, sono riunite dodici (!) persone, nemiche o amiche. Eredi del Figlio sono tutti i fratelli, lontani e vicini, cominciando dai lontani. I discepoli sono fuggiti (cf. 16,32; Mc 14,50p). Rimangono però le donne, “che stanno in piedi”, segno di
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fedeltà e attesa. Esse, che generano corpi mortali, hanno pratica di vita e morte: conoscono l’amore, la sua forza debole e vulnerabile, la sua sapienza folle e audace. Anche Giovanni il Battezzatore “stava” là dove l’agnello di Dio si era immerso nell’acqua; dalla sua attesa nacquero i primi due discepoli dello Sposo (1,35ss). Pure la Maddalena “stava” là dove il chicco di grano era stato posto sotto terra; la sua attesa fu premiata dall’incontro con il suo Signore (20,11ss). Queste donne stanno là dove il Figlio dell’uomo è elevato da terra. È qui ormai che l’occhio e il cuore devono sostare. presso la croce di Gesù. “Stare presso la croce di Gesù” è un’espressione unica in tutto il NT. È la posizione di chi contempla il Figlio dell’uomo innalzato, la posizione del discepolo che nella croce vede il mistero di Dio e dell’uomo. Fin dall’inizio il Vangelo puntava a farci stare presso la croce di Gesù: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia vita eterna” (3,14). Qui vediamo che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (3,16); qui conosciamo Io-Sono (8,28) e, vinto il capo di questo mondo, siamo attirati a lui (12,31s). Tutti i Vangeli concordano nel porre la nascita del nuovo popolo ai piedi della croce. Gli altri Vangeli presentano le donne dopo la morte di Gesù, mentre osservano da lontano. Giovanni invece, con la sua ottica contemplativa – l’amore vede tutto vicino, nello specchio retrovisore del ricordo –, le nota già prima della morte, mentre stanno vicine. Esse vedono e ascoltano quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo. Queste cose ha preparato Dio per coloro che lo amano (1Cor 2,9). Perché la madre e le donne, alle quali si aggiunge il discepolo amato, stanno “presso la croce di Gesù”? Quando non c’è più nulla da fare, l’amore non si eclissa. Nell’impotenza diventa “com-passione”, unica forza capace di varcare la soglia ultima della solitudine: non abbandona l’amato neppure nella morte e crea comunione con lui in ogni suo limite. La compassione, origine di ogni azione, è la qualità divina più alta, che fa sentire l’altro come se stesso. Dalla compassione di Dio per l’uomo perduto nasce la “necessità” della sua croce; dalla compassione di queste donne per un Dio crocifisso nasce l’uomo nuovo. “Stare presso la croce di Gesù” è l’origine della Chiesa: la croce è la natura, canone e norma, del nuovo popolo. Per ciò Paolo di essa si gloria e si vanta (cf. Gal 6,14-16). la sua madre. È colei che ama Gesù, immagine di chiunque ama. Era presente alle nozze di Cana, quando l’acqua diventata vino anticipò l’ora della Gloria. L’episodio delle nozze non è solamente principio dei segni, ma chiude la prima rivelazione di Gesù come agnello di Dio (1,29.36), Figlio di Dio (1,34.49), Messia (1,41), re d’Israele (1,49), Figlio dell’uomo (1,51). A Cana Gesù è lo Sposo: anticipa simbolicamente le nozze, che qui si compiono.
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La madre di Gesù rappresenta l’Israele che attende, la sposa fedele che dice: “Fate ciò che vi dirà” (2,5). È quanto fa lei stessa, accettando la “sua gloria”, la croce. In quanto madre rappresenta l’alleanza antica che genera il popolo dell’attesa; in quanto donna rappresenta l’alleanza nuova, la sposa che si unisce al suo Sposo. Maria, donna/sposa e madre, è la convergenza dell’antico e del nuovo popolo, il fine dell’antica e l’inizio della nuova alleanza. Essa appare al principio e al compimento dell’opera del Figlio. In quanto donna/sposa diventa madre che genera in una sola volta una nazione intera (cf. Is 66,8; 60,4s). È addirittura madre di tutti i popoli (Sal 87,5s). È la nuova Eva, madre dei viventi (Gen 3,20): al posto di Abele il giusto, ucciso dal fratello, riceve un altro figlio, il discepolo che Gesù amava (Gen 4,25). Come è madre del Messia (Ap 12,5) minacciato dal drago, così lo è anche degli altri figli che resteranno fedeli. È la donna di cui Gesù, poche ore prima, ha parlato: afflitta per le doglie del parto, presto tramuterà la sua tristezza in gioia (16,21). Al di là di questi echi biblici che risuonano nel contesto, la madre di Gesù assurge, come già detto, a figura universale: rappresenta chiunque ama, da Dio alla più piccola delle sue creature, dal Padre celeste alla madre del corvo che cura i suoi piccoli. e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena. Nell’ipotesi, probabile almeno per simmetria, di quattro donne, Giovanni non dice il nome della sorella della madre di Gesù; ne mette in rilievo solo la relazione di parentela. Nell’ipotesi di tre donne, sorella di Maria di Nazareth è Maria di Cleopa. Nell’ipotesi di due donne, la madre di Gesù sarebbe Maria di Cleopa, così designata con il nome del padre; sua sorella, in senso lato, sarebbe Maria Maddalena. Il gruppo di queste donne, reso più suggestivo dall’indeterminatezza del numero, è là dove tutti siamo chiamati a stare, per vedere il mistero di Dio. Qui, infatti, si rivela l’amore estremo, si celebrano le nozze e nasce l’umanità nuova. Da un lato i soldati nemici si spartiscono le vesti del Figlio, dall’altro le donne amiche si imprimono nel cuore la sua passione. Le due scene sono strettamente connesse, come le figure di Giuda e del discepolo amato nell’ultima cena. Chi si riconosce in Giuda, amato gratuitamente, diventa come il discepolo prediletto: chi si riconosce nei nemici diventa come queste donne, che accolgono il suo amore gratuito. Ai piedi della croce tutti sono uno, lontani e vicini, nemici e amici (cf. Ef 2,13-18). La salvezza del Figlio è universale, come il dono del suo corpo e del suo Spirito. v. 26: allora Gesù, vista la madre. Giovanni non dice che le donne guardano Gesù. È lui che “vede”. Nella sua morte il Signore è sovranamente attivo. La morte, come la nascita, è separazione. In quell’“ora” uno è sensibile a sé e non all’altro, oggetto e non soggetto di compassione. Ma il Figlio non è mai solo; è sempre con il Padre (16,32). Per questo la sua morte è atto di amore e comunione con i fratelli. In quell’“ora”, turbato per il loro dramma, Gesù non si
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preoccupa per se stesso, ma per loro. Chi lo ama e chi è amato si sentono abbandonati e soli, perso ognuno dietro le cose sue (eìs tà ídia: 16,32; cf. v. 27). Il loro vivere resta senza senso, più tragico del morire. Questa è la vera morte, non quella di chi dà la vita per amore. L’occhio segue il cuore. Quello di Gesù va verso la madre e il discepolo. Nel brano precedente si parlava delle vesti, spartite tra i soldati, e poi della tunica inconsutile, tirata a sorte. Ora, dopo aver parlato delle donne sotto la croce, l’attenzione si concentra sulla madre. Essa corrisponde alla tunica, che toccherà in sorte al discepolo amato. La gloria di Dio è per tutti; ma è unica e ciascuno la riceve intatta. Come lo Spirito, che subito dopo viene dato. Il testo si presta a diverse interpretazioni. In una poesia ogni parola suscita molte evocazioni; più ne risveglia, più è bella e trasformante per chi la legge. e, stante appresso, il discepolo che (egli) amava . È colui che è amato da Gesù. Questo discepolo ha fatto la sua prima comparsa in 13,23-25, mentre posava sul grembo e sul petto del Signore, depositario del suo segreto. Nominato come “l’altro” rispetto a Pietro, riappare nel processo davanti a Caifa (18,15s). Ora, stando presso la madre che sta presso la croce, vede ciò che aveva intuito quando poggiava il capo sul cuore del Maestro. Questo discepolo, testimone di ciò che ha visto sulla croce (19,35), giungerà per primo al sepolcro e crederà (20,8), riconoscerà dalla barca il Risorto (21,7) e resterà con noi fino al suo ritorno (21,20-24). Egli che, attraverso il suo Vangelo, canta l’amore del Figlio, è l’uomo nuovo, colui che riceve la tunica. Anche questo discepolo assurge a figura universale, complementare a quella della madre: rappresenta chiunque è amato, dal Figlio di Dio alla più piccola delle sue creature. Con la morte di Gesù, la madre che ama e il discepolo amato resterebbero ambedue privati dell’amore, rispettivamente dato e ricevuto. Ma Gesù, affidandoli reciprocamente l’uno all’altro, realizza sulla terra l’amore compiuto. Tra madre e discepolo inizia a circolare l’amore corrisposto, gloria di Dio e vita dell’uomo. Per questo è bene che lui se ne vada, e in questo modo, altrimenti non viene a noi lo Spirito (16,7). Il Calvario è il luogo dove il Figlio dell’uomo nasce in cielo alla gloria di Dio e il discepolo amato nasce in terra come figlio di Dio: è suo fratello, ha la stessa madre e lo stesso Padre, la stessa carne e lo stesso Spirito. Egli riceve la tunica inconsutile, che lo rende figlio nel Figlio. dice alla madre. C’è chi vede una scena di adozione. È meglio intenderla una rivelazione: Gesù le apre gli occhi sulla nuova realtà che nasce ai piedi della croce. donna, ecco il tuo figlio. “Ecco” in greco (íde) significa: “vedi, guarda!” (cf. 1,29.36). Gesù dice alla madre di guardare il discepolo come suo figlio, uguale a lui, che lo riconosce fratello.
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È strano l’appellativo “donna” rivolto alla madre. Appare già nelle “nozze” di Cana, quando c’è sete di vino bello e si parla dell’“ora” (2,14). Così Gesù si rivolge anche alla Samaritana dai sei mariti e senza sposo (4,21; cf. 4,7.11.15.17.19.25.27.28.39.42), quando c’è sete di acqua viva ed è giunta “l’ora” in cui si adora il Padre in Spirito e verità (4,23). Così Gesù si rivolge pure all’adultera (8,10; cf. 8,3.4.5.9), la cui sete d’amore l’ha condotta a morte. Così chiamerà infine la Maddalena piangente, in cerca dello Sposo (20,15; cf. 20,13). Maria di Nazareth è la donna afflitta dalle doglie, perché è giunta la sua “ora” (16,21). Nella Bibbia si parla della figlia di Sion, sposa del Signore e madre di tutti i popoli (Sal 87). Dopo l’esilio di Babilonia la salvezza è descritta come un tornare tutti insieme al monte di Sion. Questo è rappresentato come una donna che raccoglie attorno a sé i suoi figli. È come se nascessero tutti all’istante, attorno alla madre: “Chi ha mai udito una cosa simile, chi ha visto cose come queste? Nasce forse un paese in un giorno: un popolo è generato forse in un istante? Eppure Sion, appena sentiti i dolori, ha partorito i figli” (Is 66,8). “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio” (Is 60,4). Il popolo è una schiera immensa che si raduna in Gerusalemme: è la riunione dei figli dispersi, che tornano dall’esilio. A loro si aggiungono tutti i popoli (cf. Is 60,6-14). Ai piedi della croce si forma l’unità di Israele e di tutti i popoli, che accorrono a Sion. La madre è Israele, la donna/sposa il cui Sposo è il Signore. Da lei nasce l’uomo nuovo, rappresentato dal discepolo prediletto, primo dell’innumerevole schiera di coloro che seguiranno. Infatti “il piccolo diventerà un migliaio, il minimo un immenso popolo; io sono il Signore: a suo tempo farò ciò speditamente” (Is 60,22). La madre di Gesù è insieme “compimento della Sinagoga e inizio della Chiesa”. Ai piedi della croce la “donna” incontra lo Sposo e finalmente diventa “madre”: gli genera l’umanità nuova che è “uno” nell’amore (cf. 17,11.21-23). Si compie così la promessa antica: in Abramo sono benedette tutte le famiglie della terra (Gen 12,3). A Israele, la madre che ama, è rivelato nel discepolo amato il popolo messianico, la Chiesa. Con queste parole Gesù affida a Israele la Chiesa, perché la riconosca come il figlio promesso. v. 27: dice al discepolo: Ecco la tua madre. A sua volta la Chiesa, popolo messianico, raffigurata nel discepolo amato, è chiamata a guardare Israele, la donna/sposa del suo Signore. Come ha detto alla madre: “Vedi il tuo figlio”, così dice al discepolo: “Vedi la tua madre”. Con i possessivi “tuo” e “tua”, il Signore trasmette ciò che più è intimamente “suo”: il discepolo alla madre e la madre al discepolo. Con queste parole Gesù affida alla Chiesa Israele, da riconoscere come propria madre e radice santa (Rm 11,16). L’amore reciproco tra di loro realizza il comando: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Questa è la Gloria, l’essere di Dio nel mondo e del
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mondo in Dio, compimento del suo disegno di amore, anelito della creazione (Rm 8,19-23) e fine della storia (cf. Rm 11,1ss). Il destino di Israele, primogenito, contiene quello di tutti i fratelli. Dalla croce nasce l’unità tra Israele e Chiesa, fondata nel riconoscimento dell’alterità originaria madre/figlia, che fa esistere entrambe. Quando Israele accetterà la Chiesa come figlia e la Chiesa accetterà Israele come madre, allora si compirà la promessa ultima dell’AT: ritornerà Elia, che converte il cuore dei padri verso i figli e dei figli verso i padri (cf. Ml 3,23s). Allora anche le varie Chiese accetteranno la loro identità relativa e saranno sorelle, perché figlie dell’unica madre. La loro unità testimonierà finalmente al mondo l’amore del Padre che il Figlio è venuto a portare ai fratelli (cf. 17,23). Allora ogni cosa, in cielo e in terra, sarà ricapitolata in Cristo (Ef 1,10) e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). da quell’ora. Nel Vangelo c’era un prima, che era l’attesa di quest’ora (2,4; 12,27; 13,1; 16,4.21.32; 17,1). Adesso, con l’affidamento del figlio alla madre e della madre al figlio, tutto è già compiuto (v. 28). “Da quell’ora” c’è un “dopo” che da essa scaturisce. “L’ora” della croce sta al centro della storia comune tra Dio e uomo: tutto porta ad essa e da essa parte. È il cuore del tempo, l’incrocio di passato e futuro con Colui che è, eterno presente. Finita la missione del Figlio, comincia quella di coloro che, come lui, sono figli del Padre. Essi continuano la sua stessa opera nel mondo: nella loro unione di amore riveleranno la Gloria (cf. 17,21.23), fino al suo ritorno (21,22). la accolse (= prese) il discepolo. La parola lambàno in greco significa prendere, ricevere, accogliere (cf. 1,11s). Come i soldati “accolgono” la sue vesti (v. 23), ora il discepolo prediletto “accoglie” la sua stessa madre. Dopo che Gesù avrà “accolto” il nostro aceto (v. 30), noi “accoglieremo” il suo corpo (v.40) e, alla fine, “accoglieremo” il suo Spirito (20,22). Il finale del Vangelo è dominato dall’intreccio “consegnare/accogliere”, corrispondenza tra amore dato e ricevuto, vita di Dio comunicata a tutti. tra i suoi beni. L’espressione greca (eìs tà ídia) significa casa propria o cose proprie. Qui è da intendere in senso profondo: il discepolo accoglie la madre di Gesù come sua madre, casa e bene supremo, da cui deriva la propria esistenza. L’“ora” dell’afflizione, in cui si nasce e si muore, non è più solitudine e separazione, dove ciascuno si perde dietro le proprie cose ( eìs tà ídia: cf. 16,32): è l’ora in cui diventa nostro ciò che è proprio del Figlio, l’ora della gioia in cui la “donna” diventa “madre” e dà alla luce “il figlio” (16,21). È l’“ora” in cui tutto è compiuto (cf. v.30): chi ama e chi è amato sono “uno” nell’unico amore. Accade finalmente in terra, tra gli uomini, ciò che avviene in cielo, tra Padre e Figlio. La madre e il discepolo sono il seme della Presenza, che abbraccerà tutti gli uomini. Attraverso di loro il mondo conosce Gesù come mandato dal Padre e sa di essere amato come il Figlio unigenito (17,22s).
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Quella di Gesù non è morte, ma fecondità di vita. Il Figlio dell’uomo elevato da terra è come il chicco di grano posto sotto terra: non resta solo, ma porta molto frutto (12,24). Grazie a lui il deserto della morte (deserto viene dal latino deserere = abbandonare) diventa il giardino delle nozze (cf. Os 2,16s). In alcuni manoscritti della Vulgata si dice che il discepolo la accolse “in suam”, invece che “in sua”. Significa che accoglie la madre non solo in casa sua, ma come sua madre: si considera figlio suo e fratello di Gesù, sia nella carne che nello Spirito. Perché la Parola si è fatta carne. Pregare il testo a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b. Mi raccolgo immaginandomi ai piedi della croce. c. Chiedo ciò che voglio: accettare “la madre”. d. Traendone frutto contemplo la scena. Da notare: • • • • • • 4. stavano presso la croce di Gesù la sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena Gesù vede il discepolo prediletto presso sua madre donna, ecco il tuo figlio ecco la tua madre da quell’ora il discepolo l’accolse tra i suoi beni. Testi utili

Sal 87; Gen 12,2-3; Is 66,6-12; Gv 2,1-12; 16,19-33; 17,20-24; Rm 11,1ss; Ef 2,11-22; 1,1ss.

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51. È STATO COMPIUTO 19,28-30 19,28 Dopo questo, sapendo Gesù che tutte le cose già sono state compiute, perché si compisse la Scrittura, dice: Ho sete. Un vaso giaceva, pieno di aceto; allora, posta una spugna piena di aceto attorno a un issopo, la porsero alla sua bocca. Allora, quando accolse (= prese) l’aceto, Gesù disse: È stato compiuto! E, chinato il capo, consegnò lo Spirito. 1. Messaggio nel contesto “È stato compiuto”. È l’ultima parola di Gesù che, donate le vesti ai soldati e affidato il discepolo alla madre e questa al discepolo, ha appena bevuto il nostro aceto. Così è compiuta la sua missione: mostrando la Gloria dell’amore estremo, ci consegna lo Spirito, che in lui ora vediamo e conosciamo. Giovanni è davvero il “Vangelo spirituale”, la buona notizia che lo Spirito, vita di Dio, è comunicato agli uomini. Con la sua morte Gesù non giunge alla fine, ma al fine della sua esistenza. Dopo la croce comincia il settimo giorno, quando Dio, portata a termine la creazione, finalmente riposa dalla sua fatica (Gen 2,2): il Figlio dell’uomo è generato al cielo, ai suoi piedi nasce l’umanità nuova dei figli di Dio. Gesù, mentre torna al Padre con la nostra carne, dona a ogni carne il suo Spirito, che ci fa suoi fratelli. Ciò che sul Golgota è stato compiuto, resta per sempre a nostra disposizione nel
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memoriale eucaristico, dono permanente della sua carne e del suo sangue, del suo corpo e del suo Spirito. Gesù, da protagonista attivo, vive coscientemente la sua morte e dirige il momento ultimo del suo passaggio da questo mondo al Padre. Come ha lasciato in eredità ai nemici mantello e tunica, lascia al discepolo – e in lui a tutti – la madre e lo Spirito, il sangue e l’acqua. Alla fine, invece del grido di abbandono (Mc 15,34; Mt 27,46; cf. Sal 22,1) o di affidamento (Lc 23,46; cf. Sal 31,6), c’è l’annuncio: “È stato compiuto”. Il Messia sofferente in Giovanni è presentato esplicitamente come il re della Gloria: il Crocifisso è vittorioso. L’andarsene di Gesù, culminante nel dono dello Spirito, è sotto il segno del compimento: tutto è consegnato e accolto. All’inizio c’è la coscienza che ogni cosa è compiuta (v. 28a), alla fine la parola che lo rivela a tutti (v. 30a) e nel mezzo la considerazione dell’evangelista che dichiara il compimento della Scrittura (v. 28b). In greco “compiere” è reso con due verbi simili ( teléo e teleióo), derivanti dalla stessa parola (télos = fine), con il significato di condurre a fine, a perfezione, all’estremo limite. Il Figlio, terminato il suo cammino tra i fratelli, proprio andandosene, compie la sua opera: inviato a mostrare l’amore del Padre nel suo amore di Figlio, sulla croce lo realizza eìs télos, sino all’estremo limite, oltre il quale è impossibile pensare, perché illimitato (cf. 13,1). Dopo la scena precedente (“dopo questo”), tutte le cose sono “già” compiute per quanto riguarda Gesù. Ha vissuto l’amore alla perfezione, fin dentro la morte. Infatti, seguendo il comando del Padre, ha deposto la vita in favore dei fratelli (10,18); consegnando poi al discepolo la madre e questa al discepolo, ha donato ai mortali la reciprocità dell’amore. Di più non può darci: ci ha dato Dio stesso, che è amore reciproco tra Padre e Figlio. Questo è tutto e, al di fuori di questo, non c’è nulla. L’ora della Gloria, verso cui la sua vita tendeva, è venuta. La creazione nuova è compiuta: è lui stesso la creatura nuova, il Figlio che ama dello stesso unico amore Padre e fratelli. Ma ciò che sulla croce è portato a termine, ai piedi della croce è appena cominciato con la madre e il discepolo amato. Quanto è già perfettamente completato in lui, “da quell’ora”, deve continuare a compiersi in noi fino al suo ritorno. Anzi, il suo ritorno è ormai il crescere in noi del suo amore: il suo tornare a noi è il nostro tornare a lui. Per questo il discepolo prediletto, testimone dell’amore, non morirà mai (21,23): l’amore non avrà mai fine (1Cor 13,8), ma crescerà per noi all’infinito. Infatti Dio è amore (1Gv 4,8.16). È “l’ora sesta” (cf. v. 14): il sole brilla nel suo pieno fulgore, senza oscurità alcuna (cf. invece Mc 15,33p). Come al pozzo di Sicar, Gesù, stanco del viaggio (4,6), ha sete di darci l’acqua viva. La sua sete di Figlio, che ama i fratelli come il Padre, è che anch’essi vivano dello stesso amore. La sua fame è fare la volontà del Padre e “compiere” la sua opera (4,34); la sua sete è bere il
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calice che il Padre gli ha dato (18,11), la spugna piena di aceto che noi gli porgiamo. Proprio bevendo questo calice “compie” la sua opera: in risposta a chi lo abbevera di vino andato a male, consegna il suo Spirito. Così compie ogni Scrittura: rivela l’amore incondizionato. Come è stato ripetutamente detto nel corso del Vangelo (cf. 3,14; 8,28; 12,32s), nel Figlio dell’uomo innalzato si realizza il disegno di Dio. Il Vangelo di Giovanni è fin dall’inizio un gioco di anticipi dell’“ora” della croce. Questa a sua volta anticipa la Pasqua, sua e nostra, che viene “da quell’ora”. Nel giardino del Calvario è gettato il seme del futuro: è consegnato lo Spirito (20,22), raffigurato nel flusso che scaturisce dal fianco aperto (cf. scena seguente). “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua zampillante per la vita eterna” (4,14). Gesù vuole dare a tutti quest’acqua, come alla Samaritana. Suo desiderio di Figlio è consegnare ai fratelli la sorgente della vita, la sua comunione con il Padre: “Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (7,37s). L’evangelista annota espressamente che queste parole di Gesù si riferiscono al dono dello Spirito, che avrebbero ricevuto i credenti in lui dopo la sua glorificazione (7,39). “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (16,7). Lo Spirito, che prima dimorava presso di noi nella carne di Gesù, ora è consegnato a noi e dimora in noi. Non siamo più orfani (14,17b.18a), ma figli nel Figlio. Il testo, come gli altri che rappresentano l’“ora” di Gesù, suscita infinite evocazioni con pluralità di interpretazioni. Come metodo di lettura, che resta sempre aperta, bisogna guardare con attenzione i vari aspetti e livelli del testo: a) i fatti stessi, narrati con immagini altamente simboliche, che presentano la morte di Gesù come compimento dell’amore. b) gli echi biblici, evocati con cenni il cui significato è colto dalla memoria comune tra autore e lettore. c) i continui rimandi che l’autore opera all’interno del Vangelo. Sono evidenti i richiami alle nozze di Cana (2,1-12), punto di arrivo della prima rivelazione di Gesù, l’agnello di Dio, il Rabbì, il Messia, colui di cui parlano la legge e i profeti, il figlio di Giuseppe di Nazareth, il Figlio di Dio, il Figlio dell’uomo sul quale si apre il cielo (1,35-51) e che battezza in Spirito santo (1,33). Ritornano i temi della visita al tempio (2,13-22), della nascita dall’acqua e dallo Spirito (3,1ss), dell’acqua promessa alla Samaritana (4,1ss), dell’opera del Figlio che dà vita ai fratelli (5,1ss), del dono della sua carne e del suo sangue (6,1ss), dell’acqua viva del suo Spirito (7,1ss), della luce vera che ci fa figli (8,12ss), uomini nuovi (9,1ss), che seguono il Pastore bello (10,1ss), risurrezione e vita nostra mediante la propria morte (11,1ss). A questa luce sono da vedere anche l’unzione di
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Betania e l’ingresso in Gerusalemme (12,1ss), la lavanda dei piedi ai discepoli con il boccone dato a Giuda (13,1ss) e, infine, la promessa dello Spirito che ci unisce al Figlio, al Padre e ai fratelli, rivelando nel e al mondo la Gloria (cc. 14-17). Come si vede, ogni singolo dettaglio del Vangelo è, volutamente e coscientemente, anticipo della Gloria, che splende dalla croce. C’è una tensione rigorosa, senza sbavature, nel racconto di Giovanni: tutto punta a questa “ora” come al suo pieno compimento. Ogni azione di Gesù è vista come “segno” dell’amore, che qui è completo. L’amore c’è sempre tutto in ogni singolo gesto, per quanto minimo; però è colto solo alla fine, nell’ora in cui esso diventa per noi tutto. Come sulla vetta convergono i displuvi del monte, così nel punto ultimo si unificano e si vedono tutti i cammini di una vita. Il suo andarsene da noi è “l’ora” in cui vediamo il Signore come tutto e solo amore, come tutto l’amore. Per questo il suo non è un congedarsi da noi, ma un consegnarsi a noi: ci dà tunica e madre, corpo e Spirito, sangue e acqua – tunica, corpo e sangue sono segno di vita donata fino alla morte; madre, Spirito e acqua sono offerta di vita oltre la morte. d) il contesto immediato, nel quale ogni testo è punto d’arrivo di ciò che sta prima e di partenza per ciò che viene dopo. Qui siamo all’ultimo istante dell’esistenza terrena di Gesù, che la esprime tutta. Dopo non ha più nulla da dire. Infatti il corpo del Figlio, Parola diventata carne, è ormai carne diventata Parola, esegesi perfetta del Padre (cf. 1,18): “Chi ha visto me ha visto il Padre” (14,9). Proprio dal suo costato aperto fluirà subito dopo l’acqua viva che ha sete di darci. Gesù è il Figlio dell’uomo innalzato, nel quale si compie il disegno di Dio: manifesta la Gloria. Il re dell’universo, dal suo trono, completa il suo giudizio: accoglie il nostro aceto e ci offre lo Spirito. La Chiesa, raffigurata dalla madre e dal discepolo presso la croce, contempla il Figlio dell’uomo innalzato e vede in lui l’amore di Dio per il mondo. Generata da questo amore, ne vive e lo testimonia a tutti. 2. Lettura del testo v. 28: Dopo questo. Giovanni non dice: “Dopo queste cose”, bensì: “Dopo questo”. Mette ciò che segue in connessione stretta con la scena precedente, sottolineandone la centralità. Quest’espressione richiama le altre volte in cui essa ricorre: dopo le nozze di Cana (2,12), prima di visitare il tempio, e dopo l’annuncio della malattia e della morte di Lazzaro (11,7.11), prima di risuscitarlo. Normalmente Giovanni usa l’espressione più generica: “Dopo queste cose” (3,22; 5,1.14; 6,1; 7,1; 13,7; 19,38; 21,1). Il compimento inizia “da quell’ora” (v. 27) in cui il discepolo prende la madre di Gesù come sua madre, diventandogli fratello. La scena presente esplicita come si diventa suoi fratelli: il
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Figlio ha “sete” di darci il suo Spirito, che ci fa vivere come lui. L’“ora” in cui per lui tutto è compiuto, è per noi principio di tutto: è il centro della storia, approdo del passato e apertura a un futuro senza fine. sapendo Gesù. Gesù non subisce la passione. Ne è protagonista, cosciente e libero (cf. 13,1.3; 18,4). Prima sa che tutto è compiuto, poi lo dice e infine lo fa. La sua parola precede il fatto: “la Parola” fa quanto dice e torna a colui che l’ha inviata non senza aver compiuto ciò per cui fu mandata (Is 55,11). tutte le cose già sono state compiute . Il compimento è in relazione a quanto precede. La consegna dello Spirito, che subito segue, ci offre la sorgente perenne di quanto già ci ha donato: “O voi tutti assetati, venite all’acqua” (Is 55,1). La parola “compiere”, ripetuta al v. 30, richiama 13,1 dove Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi, li amò fino a compimento. Adesso porta a termine quanto prefigurò nella lavanda dei piedi e nel boccone dato a Giuda: rivela l’amore estremo di un Dio che si consegna all’uomo. perché si compisse la Scrittura. Qui la parola “compiere” in greco è diversa dalla precedente, anche se deriva dalla stessa radice (télos): è teleióo invece che “teléo”. Giovanni introduce normalmente l’adempimento della Scrittura con il termine “ pleróo” (cf. 12,38; 13,18; 15,25; 17,12; 19,24.36). Qui però non parla dell’adempimento di un passo della Scrittura, ma del fine di tutta la Scrittura, annunciato in 7,38, quando il Figlio realizza pienamente la volontà del Padre (cf. 4,34; 5,36; 17,4.23). Questo si rivela nei fatti che seguono: se alla sua “sete” di donarci acqua viva noi gli diamo aceto, lui accoglie il nostro aceto e ci consegna lo Spirito. ho sete. La sete, bisogno assoluto ancor più della fame, è bisogno di acqua, desiderio di vita. Dio, essendo amore perfettamente amante e amato, è desiderio di amare. Il compimento della Scrittura sgorga da questa sua sete. Per sé l’espressione non è una citazione biblica. Molti Salmi parlano della nostra sete di Dio (cf. Sal 42,2-3; 63,2); qui però si tratta della sete di Dio nei nostri confronti, fonte della nostra sete di lui. La parola di Gesù, nel contesto, allude al lamento del Giusto sofferente: “Quando avevo sete, mi hanno dato aceto” (Sal 69,22). Questo Salmo fu già citato in 2,17 (“Mi divora lo zelo per la tua casa” = Sal 69,10) e in 15,25 (“Mi odiarono senza ragione” = Sal 69,5). Questa sete è quindi da leggere innanzi tutto alla luce della prima visita al tempio, identificato con il corpo di Gesù morto e risorto, divorato dal fuoco di quella casa del Padre che sono i fratelli (2,13-22): è sete di dare lo Spirito, che ricorda quando Gesù, stanco e seduto sul pozzo, chiede da bere – era l’ora sesta! – (4,6; cf. 19,14) e promette alla Samaritana l’acqua viva (4,10.14). Questa sete è poi da leggere alla luce dell’odio gratuito del mondo contro di lui che è amore gratuito (cf. 15,18-25).
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La scena richiama anche il grido di Gesù al tempio nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa: “Chi ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno ” (7,37s). Questo fiume di acqua viva è lo Spirito che i credenti in lui riceveranno quando sarà glorificato (7,39). Ora che ci ha aperto gli occhi sulla Gloria (cf. brano precedente), ci donerà l’acqua dello Spirito. La sete di Gesù non è solo fisica, straziante per uno appeso alla croce. È la sete di un Dio che tanto ha amato il mondo da dare suo Figlio: è desiderio della nostra salvezza. Gesù ha sete di donarci ciò che ci disseta, desidera offrirci ciò che desideriamo: essere come Dio, avere la sua stessa vita. Anche qui Gesù, come a Sicar, mentre chiede, offre da bere: dalla Roccia percossa uscirà presto l’acqua che ravviva l’universo (cf. v. 34). In Samaria non si dice che abbia bevuto l’acqua; qui invece beve l’aceto che gli è offerto. Proprio così mostra il suo amore e compie il disegno del Padre. Se la sua fame è saziata da un cibo che i discepoli non conoscono (cf. 4,34), la sua sete si disseta nell’amare in modo compiuto chi gratuitamente lo odia. v. 29: un vaso giaceva. È l’unico punto di Giovanni in cui ricorre il termine vaso. Questo vaso che “giace” richiama le idrie di pietra delle nozze di Cana (2,6) e quella abbandonata dalla Samaritana al pozzo (4,28). pieno di aceto. Il vino è simbolo di amore e vita piena. L’aceto è vino andato a male. Se a Cana mancava vino, questo vaso è pieno d’aceto. Alla mancanza di amore corrisponde la pienezza di odio. L’uomo è un vaso sempre pieno o vuoto, di odio o di amore. Questo vaso è il calice che il Padre gli ha dato da bere, quello che gli offrono i fratelli (18,11): per lui trabocca di furore e ira, per noi di salvezza (Sal 75,9; 116,13). Nel testo per tre volte si parla di aceto e altrettante di compiere. Il compimento delle Scritture sta nel fatto che lui beve il nostro aceto e ci abbevera del suo Spirito: bevendo il nostro odio e la nostra morte, ci disseta del suo amore e della sua vita. posta una spugna piena di aceto attorno a un issopo . Se il vaso è il mondo, “pieno” di aceto, ciascuno di noi è una spugna, a sua volta “piena” dello stesso aceto. A Gesù è presentata la pienezza del nostro male. Il gesto di dargli aceto – non si dice chi lo compia – potrebbe indicare pietà. L’aceto è bevanda dissetante. Tuttavia il contesto, con i termini sete e aceto, richiama il Salmo 69,22, già citato dall’evangelista due volte (2,17; 15,25), a proposito dell’amore che divorerà il suo corpo, oggetto di odio immotivato. Il gesto quindi significa l’offerta di odio e morte a colui che dà amore e vita.

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L’issopo – una canna in Mc 15,36 – allude al sangue dell’agnello che toglie il peccato del mondo: lui è il vero agnello pasquale, il cui sangue, asperso con issopo, risparmia dalla morte (cf. Es 12,22s). la porsero alla sua bocca. Anche qui non si dice chi la porga. Volutamente, perché siamo tutti e ciascuno. v. 30: quando accolse (= prese ) l’aceto . Gesù accoglie l’aceto di cui è pieno il vaso dell’umanità, di cui è piena la spugna: beve la nostra vita andata a male. Al suo accogliere corrisponde il suo consegnarsi nel dono dello Spirito. Accogliere non è consegnarsi e consegnarsi accogliere? Gesù accetta “attivamente” la morte che gli diamo: per la terza volta si nomina l’aceto che noi gli porgiamo e che lui accoglie. Il Figlio “compie” così tutta la Scrittura: disseta la sua sete infinita di amore accogliendo ogni male dell’amato. È bene per noi che lui se ne vada in questo modo. Solo così viene a noi lo Spirito (cf. 16,7). è stato compiuto. Il verbo, come nel v. 28a, è al perfetto. Indica un’azione compiuta nel passato, i cui effetti permangono al presente. L’espressione richiama il racconto della creazione, quando Dio portò a compimento il cielo e la terra e ogni sua schiera (cf. Gen 2,1s). Il verbo compiere è anche qui al passivo. È il “passivo divino”, proprio di colui che nella sua passione si esprime pienamente come Dio, onnipotenza di amore ricreatore. In Giovanni è l’ultima parola di Gesù in croce. È un grido di trionfo. Il Figlio ha portato a termine la sua missione: bevendo l’aceto, ci ha amati sino all’estremo. La creazione è finalmente compiuta: colui dal quale, nel quale e per il quale tutto è stato fatto, ha svuotato l’universo dall’odio per colarlo del suo amore, ha bevuto la nostra morte per dissetarci della sua vita. chinato il capo. Gesù china il capo sulla madre e sul discepolo, sulle donne e sui soldati, su Gerusalemme e sul mondo intero. La croce, innalzamento del Figlio dell’uomo alla gloria di Figlio di Dio, è il chinarsi di Dio su ogni figlio di uomo. consegnò lo Spirito. Gesù non muore: ci consegna lo Spirito, la sua stessa vita. L’amore, più forte della morte, non finisce, ma si compie nel dono totale di sé. È l’anticipo della Pentecoste, che in Giovanni sarà la sera di Pasqua, quando i discepoli accoglieranno lo Spirito (20,22), che qui viene consegnato. “Consegnare” è la stessa parola usata per Giuda e per i nemici che consegnano Gesù a morte. Tra il consegnare e il ricevere passa del tempo: è il tempo della storia, affidata alla nostra libertà. Consegnare (in greco paradidónai) indica anche tradire e trasmettere. Al nostro consegnarlo a morte corrisponde il suo consegnarci la vita. Nel nostro tradirlo con odio, lui tradisce il suo amore assoluto. Di questa tradizione noi viviamo e facciamo memoria giorno dopo giorno. La nostra risposta alla sue sete è porgergli aceto; la sua risposta è “accogliere” il nostro aceto e consegnarci lo Spirito. È lo Spirito creatore del principio, che alla fine rinnova tutte le cose
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(Ap 21,5), quello del Messia promesso (Is 11,1ss; cf. Is 61,1ss; Lc 4,18s), che soffia dall’alto e ravviva in basso le ossa aride di Adamo, di ogni adamo (cf. Ez 37,1ss). È lo Spirito che ci dona il cuore nuovo: ci toglie il cuore di pietra e ci dà un cuore di carne, capace di amare e abitare la terra (cf. Ez 36,26ss). È il sigillo della nuova alleanza, dove tutti, dal più piccolo al più grande, conosciamo chi è il Signore (Ger 31,31.34). È il dono dei doni: lo Spirito che grida in noi: “Abbà” (Gal 4,4-7; Rm 8,14-17) e ci trasforma, di gloria in gloria, nel Figlio (cf. 2Cor 3,17s). Per Giovanni è lo Spirito che ci genera dall’alto (3,1ss), sorgente d’acqua zampillante per la vita eterna (4,14), fiume di acqua che ci sgorga dall’intimo (7,37ss), Spirito di verità che ci fa liberi, figli del Padre (8,32). Egli rimane per sempre con noi, anzi in noi (14,15-17): ci insegna ogni cosa, ci fa ricordare tutto ciò che Gesù ha detto (14,26), ci rende testimonianza che lui è il Figlio e ci rende capaci di testimoniarlo (15,26s). È lo Spirito che giudica il mondo (16,7-11), l’amore che ci guiderà nella verità tutta intera e glorificherà in noi il Figlio (16,12-15), facendoci figli. È lo Spirito che il Risorto alita sui discepoli, supplicandoli: “Accogliete lo Spirito” (20,22). Proprio così è compiuta la missione del Figlio verso i fratelli. È l’ora della Gloria, prefigurata nel principio dei segni: è donata l’alleanza nuova, il vino bello, l’amore perfetto dello Sposo. Sono le nozze tra Dio e uomo: nella carne di Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, l’uomo ama pienamente Dio come è da lui amato. 3. Pregare il testo

Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginandomi ai piedi della croce. Chiedo ciò che voglio: il dono dello Spirito. Traendone frutto, contemplo e ascolto ciò che Gesù fa e dice. Da notare:
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Gesù sa che tutto è compiuto ha sete di comunicare a noi ciò che è compiuto in lui il vaso pieno d’aceto e la spugna piena d’aceto gli porgono l’aceto Gesù prende l’aceto è compiuto Gesù china il capo consegna lo Spirito.
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4.

Testi utili

Sal 69; 42; 63; Is 11,1ss; 55,1ss; Ger 31,31-34; Ez 36,26ss; 37,1-14; Gv 4,1ss; 7,37-39; 14,1226; 15,26-27; 16,7-15; Gal 4,6s; Rm 8,1-17.

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52. GUARDERANNO VERSO COLUI CHE TRAFISSERO 19,31-37

19,31

Allora i giudei, poiché era la preparazione (della Pasqua), affinché non rimanessero sulla croce i corpi nel sabato – era infatti grande il giorno di quel sabato – chiesero a Pilato che spezzassero loro le gambe e fossero levati.

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Allora vennero i soldati e al primo spezzarono le gambe e all’altro crocifisso con lui.

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Ora, venuti da Gesù, come lo videro già morto, non spezzarono le sue gambe,

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ma uno dei soldati, con la lancia, forò il suo fianco e uscì subito sangue e acqua.

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E chi ha visto ha testimoniato e la sua testimonianza è veritiera e quegli sa che dice cose vere affinché anche voi crediate.

36

Avvennero infatti queste cose affinché si adempisse la Scrittura: Osso di lui non sarà rotto.

37

E ancora un’altra Scrittura dice: Guarderanno verso colui che trafissero.

1.

Messaggio nel contesto “Guarderanno verso colui che trafissero”. Con queste parole il testimone dell’amore ci fa

volgere gli occhi al Crocifisso. Qui il suo Vangelo puntava fin dall’inizio: “Come Mosè innalzò il
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serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna” (3,14s). Dopo la morte, si dice, non succede più nulla. Finita la vita, si torna, per mani altrui, alla madre terra. Ma Gesù non è morto; proprio dopo il suo innalzamento accade ciò che fu promesso: il suo andarsene al Padre è per lui il compimento e per noi l’inizio di tutto. Dopo lo spirare di Gesù, nei tre sinottici c’è lo squarciarsi del velo del santuario (cf. Mc 15,38; Mt 27,51a), che Luca mette prima (Lc 23,45), e il riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio (Mc 15,39b; Mt 27,54), il Giusto (Lc 23,47). Matteo 27,51b-54 parla anche di terremoto e risurrezione di giusti, mentre Luca 23,48 nota la conversione delle folle che assistono allo “spettacolo” (theoría) della croce. Gesù, “innalzato da terra”, espelle il capo di questo mondo e diventa centro di attrazione per tutti (cf. 12,32): dopo il ritorno del Figlio al Padre, inizia, dietro di lui, quello dei fratelli. Giovanni pone come fonte di questo cammino la contemplazione del Trafitto. Il Figlio dell’uomo squarciato dalla lancia è l’apertura del cielo su ogni figlio d’uomo (cf. 1,51). Attraverso la fessura del suo fianco esce l’acqua che ci disseta e noi entriamo nel mistero di Dio. Noi cerchiamo segni e prodigi. Il Vangelo ci presenta invece il prodigio di un Dio che ama così. Il colpo di lancia non serve ad accertare la morte di Gesù, già constatata a vista. Produce invece la ferita dalla quale scrutiamo l’abisso di amore da cui veniamo, il sangue da cui nasciamo e l’acqua di cui viviamo. Questa scena sviluppa la precedente, dove Gesù ci consegna lo Spirito, e forma un dittico con la seguente, dove il suo corpo, come chicco di grano deposto sotto terra, produce molto frutto (12,24). I pagani, insieme ai giudei che hanno loro consegnato Gesù (18,28), sono visti come esecutori del disegno di Dio (cf. At 4,27s; Ap 17,17). Già lo hanno proclamato re (cf. 18,33-19,16) e intronizzato sulla croce (19,17-22), si sono spartiti le sue vesti e sorteggiata la tunica (19,23-24). Ora lo trattano, senza saperlo, da agnello pasquale, al quale “osso non sarà rotto” (cf. v. 36; Es 12,46; Sal 34,21), e ne fanno il misterioso Trafitto, dal quale si riversa uno Spirito di grazia e di consolazione su quanti lo contemplano (v. 37; cf. Zc 12,10). Da lui infatti scaturisce per Gerusalemme una sorgente zampillante, che lava peccato e impurità (Zc 13,1). Allora il Signore dirà del suo popolo: “Questo è il mio popolo”; e questo dirà finalmente: “Il Signore è il nostro Dio” (Zc 13,9b). “In quel giorno non vi sarà né luce, né freddo, né gelo: sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte; verso sera risplenderà la luce. In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare orientale e parte verso il Mediterraneo, sempre, estate e inverno. Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome” (Zc 14,6-9).
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Il corpo di Gesù, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, è il vero santuario (2,21). Il suo fianco trafitto è il lato del tempio da cui fluisce il grande fiume che risana e fa rivivere terra e mare, producendo alberi che fruttificano dodici mesi l’anno. I loro frutti sono cibo a ogni fame, le loro foglie medicina a ogni male (cf. Ez 47,1-12; cf. Ap 22,2). L’apertura del fianco del Crocifisso corrisponde allo squarciarsi del velo del santuario ricordato negli altri Vangeli: abolendo ogni separazione, stabilisce comunione tra Dio e uomo. La lancia del soldato apre la porta del grande passaggio, dal quale Dio esce verso l’uomo e l’uomo entra in Dio. Inizia la Pasqua definitiva e la nuova alleanza, la nuova creazione e l’effusione dello Spirito. Ciò che in Gesù è compiuto, inaugura il nostro futuro. Dal Figlio infatti viene l’acqua viva per i fratelli. “Da quell’ora” essi continueranno nel mondo la sua stessa missione, in cammino verso “l’ora”, che deve compiersi in tutti, come in lui e grazie a lui. Il racconto inizia con la richiesta a Pilato di far rompere le gambe ai crocifissi, perché non restino esposti il giorno grande di quel sabato. I soldati spezzano le gambe ai due con Gesù (vv. 3132). Ma non a lui, perché già morto. Un soldato però gli trafigge il fianco, dal quale esce sangue e acqua (vv. 33-34). Ciò è di somma importanza per l’autore: è il centro del racconto, tre volte testimoniato da chi ha visto, perché i lettori credano in Gesù ( v. 35). In genere nel Vangelo si vede un segno e si testimonia il suo significato (cf. 2,11). Giovanni il battezzatore, per esempio, vede lo Spirito scendere come colomba su Gesù e testimonia che lui è Figlio di Dio (cf. 1,33s). Qui invece l’evangelista testimonia direttamente ai lettori, chiamati “voi”, il fatto stesso del sangue e dell’acqua: non si tratta di un segno, ma della realtà di cui tutto è segno. Le gambe non spezzate e il fianco colpito sono invece letti come segni di adempimento della Scrittura: Gesù è l’agnello pasquale, del quale non bisogna rompere le ossa ( v. 36), e il “Trafitto”, del quale parla il profeta Zaccaria (v. 37). Del sangue e dell’acqua, pur dando triplice testimonianza, l’evangelista non offre spiegazione alcuna. A questo punto del racconto ritiene che il lettore capisca. Come vedremo nella lettura del testo, il sangue che esce da Gesù è simbolo di tutta la sua esistenza di Figlio profusa in favore dei fratelli; l’acqua è la fonte viva che scaturisce dalla sua vita offerta per noi. Nella scena precedente il Crocifisso aveva sete di darci il suo Spirito. Ora, dal pozzo del suo cuore trafitto, zampillano il sangue e l’acqua che aveva sete di donarci. Si parla prima di sangue, poi di acqua. L’acqua dello Spirito viene infatti dal sangue della sua morte come dono della vita: “Per mezzo del sangue noi abbiamo l’acqua dello Spirito” (Ippolito). Dall’acqua che viene dal sangue, dallo Spirito che viene dalla carne offerta per noi, nasce la Chiesa. Essa è generata dall’alto (cf. 3,3). Non da volontà di uomo, né da carne, né da sangue
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(1,13), ma dall’amore di Dio nella carne del Figlio che, versando il sangue, dà il suo Spirito. Così anche noi possiamo continuare la sua opera: vivere l’amore del Padre verso i fratelli. Gesù, dando la vita, ci dà la vita. Il suo andarsene al Padre realizza per noi il sabato, la Pasqua e la Pentecoste: compie la creazione e la liberazione, nel dono dello Spirito. L’apertura del suo corpo e l’uscita di sangue e acqua è una scena di nascita: da lui è generata l’umanità nuova. La Chiesa, contemplando la ferita d’amore dello Sposo, nasce come sposa del suo Signore e madre dei viventi. 2. Lettera del testo v. 31: Allora i giudei, poiché era preparazione (della Pasqua) (cf. v. 42). Siamo alla vigilia, alla preparazione della Pasqua, quando è immolato l’agnello. affinché non rimanessero sulla croce i corpi nel sabato. Non si può lasciare esposto il condannato a morte, poiché è maledizione di Dio e contamina la terra: “Maledetto colui che pende dal legno” (Gal 3,13; cf. Dt 21,22s). L’evangelista però non accenna a questo motivo. Sottolinea invece l’aspetto del sabato, compimento della creazione, e di quel sabato particolare che è anche Pasqua, compimento della liberazione. Infatti parlerà dell’Agnello e del Trafitto. L’espressione “sulla croce i corpi” indica, con potenza, la solidarietà del Signore con ogni carne. In croce si compie l’incarnazione del Verbo: Gesù è corpo, assimilato a quello degli altri crocifissi con lui. Ma questo corpo distrutto è carne del Verbo, vero santuario (2,21), dimora di Dio tra noi (cf. 1,14). era infatti grande il giorno di quel sabato . Per Giovanni la Pasqua di Gesù cade in giorno di sabato: creazione e liberazione coincidono. Con la sua croce il Signore ha portato a compimento tutto e si riposa dalla sua fatica. L’espressione richiama 7,37, quando nell’ultimo giorno, “quello grande della festa” (di Pentecoste), Gesù, ritto nel tempio, grida: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come disse la Scrittura, fiumi di acqua vivente fluiranno dal suo seno” (7,37-38). Nel Crocifisso c’è una sovrimpressione tra sabato, Pasqua e Pentecoste: creazione, liberazione e dono dello Spirito si realizzano nella rivelazione dell’amore estremo, nel dono dell’acqua che viene dal sangue. chiesero a Pilato che spezzassero loro le gambe e fossero levati . Rompere la gambe a un crocifisso significa farlo morire subito: non potendo più sollevarsi, muore asfissiato. Finisce la tortura di vivere, viene il riposo della morte. L’intenzione è farli morire e toglierli prima del tramonto. Per i capi lo spettacolo “osceno” deve concludersi prima della festa. Ma c’è un corpo che non contamina la terra. Al contrario ne lava ogni abominio, penetrando fin dentro i suoi abissi.
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v. 32: allora vennero i soldati e al primo spezzarono le gambe e all’altro crocifisso con lui. I soldati spezzano le gambe all’uno e all’altro dei “crocifissi con lui”. Prima erano “accanto a lui” (v. 18). Ora che lui è andato a preparare loro un posto, li può accogliere presso di sé, perché siano anche loro dove lui è (cf. 14,3): “con lui”, presso il Padre. Sono ancora vivi. Entreranno nel regno del Padre dopo che il fianco aperto del Figlio ne avrà dischiuso l’accesso. v. 33: venuti da Gesù, come lo videro già morto . È l’unica volta in cui si dice che Gesù è “morto”. L’annotazione sottolinea, per contrasto, la fecondità del chicco di grano che, se muore, non resta solo (12,24). Essere morto è la condizione necessaria per risorgere. A Gesù però nessuno può togliere la vita. Il Figlio, vita di quanto esiste (1,3b-4), ha in se stesso la vita, come il Padre che gliela dà (5,26): lui ha potere di darla come l’ha ricevuta e di riceverla di nuovo come l’ha data (10,17s). non spezzarono le sue gambe. È inutile rompergli le gambe: ha già esalato lo Spirito. Il non fatto, molto significativo, verrà spiegato come compimento della Scrittura (cf. v. 36). v. 34: uno dei soldati, con la lancia, forò il suo fianco. Nel racconto il colpo di lancia non è accertamento di morte, già constata (cf. v. 33), ma accanimento e odio gratuito. Per l’evangelista ha un valore teologico che compendia, in un’icona, il senso della vita e della morte di Gesù: come alla sua sete offrirono aceto e lui ne bevve per dare lo Spirito, ora, alla trafittura della lancia “più pungente dell’aceto”, risponde dando sangue e acqua. All’odio mortale risponde con l’amore che, dando la vita, offre vita. uscì subito sangue e acqua. Il Figlio “uscì” dal Padre perché da lui uscisse per noi “sangue e acqua”. L’avverbio “subito” fa vedere che quel sangue e quell’acqua premevano per uscire: il Figlio, fin da prima della fondazione del mondo (cf. 17,24), vuol comunicarci l’amore del quale il Padre ama noi come lui (17,23). Come da una sorgente profonda, sgorga il suo dono. È l’effetto, su quel corpo, del colpo di lancia. Mentre l’evangelista commenta la non rottura delle ossa e la trafittura del fianco, non commenta il sangue e l’acqua. Ne fa però oggetto della testimonianza solenne che subito segue. In questo sangue e in quest’acqua è racchiuso il mistero del Vangelo di Giovanni. Il sangue, vita quando sta nel corpo, quando è versato diventa segno di morte. Questo sangue effuso evidenzia che la vita del Figlio è tutta offerta ai fratelli, fino al dono di sé sulla croce. Così Gesù si realizza pienamente come “il” Figlio, uguale al Padre, principio di ogni dono. In questo sangue è venuta l’“ora” in cui tutto è compiuto: il Figlio ha amato i fratelli oltre ogni limite, oltre la morte. Dal suo sangue, dalla sua vita donata a noi, nasce la nostra risposta di amore: riceviamo lo Spirito, simboleggiato dall’acqua che irriga la terra, quella terra arida che è l’uomo. Gesù aveva sete di darci quest’acqua (v. 28), che ci consegna con la sua morte (v. 30). Erompe dal suo fianco la
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fonte zampillante promessa alla Samaritana (4,14), il compimento di ciò che aveva gridato, nel tempio, l’ultimo giorno della festa (7,37s). Gesù è il nuovo santuario, dal cui fianco fluisce il grande fiume dello Spirito (Ez 47,1s; cf. Zc 14,8; Is 44,3), la piscina di Siloe, la cui acqua ci lava dalla cecità e ci fa vivere alla luce (cf. 9,7). Sangue ed acqua, oltre a richiamare la Pasqua e la Pentecoste, la salvezza e il perdono, l’alleanza nuova e il dono dello Spirito, sono anche simbolo di nascita. Nasciamo dall’alto (cf. 3,1ss), da acqua e Spirito (3,5) generati dall’amore di un Dio crocifisso. “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato”: chi volge lo sguardo a lui, è guarito dal veleno del serpente e ha vita eterna (3,14). Come dal fianco di Adamo addormentato viene Eva, così dal fianco del Signore addormentato esce la sposa. L’umanità nuova, che risponde all’amore con l’amore, nasce dalla ferita d’amore di un Dio trafitto. L’uomo esiste come uomo e sa amare solo quando si sa amato così: allora diventa l’altra parte di Dio, suo interlocutore. Veramente questo sangue e quest’acqua contengono ogni mistero di Dio e dell’uomo. Dalla roccia, percossa da Mosè, il Signore diede al suo popolo da bere come dal grande abisso (Sal 78,15s; cf. Es 17,1-7); la vera Roccia, colpita da un pagano, dona a noi tutti l’acqua che disseta la sete sua e nostra, la sua di amore amante all’estremo e la nostra di essere amati senza condizioni. Infatti è acqua che viene dal sangue, vita che sgorga da una vita donata a chi gliela toglie. v. 35: chi ha visto ha testimoniato e la sua testimonianza è veritiera e quegli sa che dice cose vere. È così importante ciò che ha visto uscire dal Trafitto, che l’evangelista lo testimonia per tre volte. Si completa qui la testimonianza, iniziata dal Battista, su Gesù, il Figlio di Dio (1,34) che ci battezzerà nello Spirito Santo (1,32s). Non si dice chi ha visto. Ovviamente è il discepolo amato (19,26; cf. 21,24). Solo l’amore vede. Il suo racconto vuole portare anche noi a “vedere” questo sangue da cui viene l’acqua dello Spirito. affinché anche voi crediate. È la prima volta che ricorre il “voi” dei lettori, destinatari della testimonianza (cf. 20,31). Anche sui nostri occhi cade il sangue e l’acqua del Trafitto, che ci guarisce dalla nostra cecità. Per questo, secondo i Sinottici, il centurione che sta davanti a lui sarà il primo che viene alla luce della Gloria: vede nel Crocifisso il Figlio di Dio (cf. Mc 15,39p). Dopo il racconto della morte di Gesù, anche il “voi” dei lettori è chiamato a far parte del “noi” di quelli che dicono: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16). Questo noi abbraccia quanti hanno visto, di persona o attraverso la testimonianza del Vangelo, la sua gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e verità (cf. 1,14b). Sono coloro che nella sua carne hanno visto la Parola che ha posto la tenda in mezzo a noi (1,14a). Il discepolo prediletto è il prototipo di questi “noi”, che propone al “voi” dei lettori la propria esperienza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi,
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ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la vostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,1-4). Ciò che l’evangelista ha scritto è perché “(voi) crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio perché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (20,31). Per il dono di questo sangue e di questa acqua, l’evangelista è uomo nuovo, primo fratello del Figlio, inviato a testimoniare agli altri il suo stesso amore. Il dono dello Spirito, appena ricevuto, gli testimonia chi è Gesù e lo rende capace di testimoniarlo (cf. 15,26-27). Attraverso il foro della lancia vede sprigionarsi sul mondo la Gloria che già aveva intuita quando poggiava il capo sul suo petto. v. 36: avvennero infatti queste cose affinché si adempisse la Scrittura . L’evangelista spiega, con una citazione biblica, perché non gli abbiano rotto le gambe. “Scrittura”, al singolare, significa normalmente un passo della Bibbia. osso di lui non sarà rotto (Es 12,46; Sal 34,21). Giovanni ricorda continuamente la Pasqua giudaica (2,13.23; 6,4; 11,55; 12,1; 18,28.39; 19,14). Fa da sottofondo alla vita e alla morte di Gesù, indicato fin dal principio come l’agnello di Dio che leva il peccato del mondo (1,29.36). Il suo è veramente il sangue della vittima che salva il popolo dallo sterminio (cf. Es 12,13) e libera il mondo dalla schiavitù del peccato. Senza saperlo, i soldati hanno rispettato la prescrizione di non spezzare le ossa all’agnello pasquale (cf. Es 12,46; cf. Nm 9,12). La citazione può alludere anche al Salmo 34, dove il giusto sofferente loda Dio, proclamando fiducia nella sua liberazione. In questo Salmo si dice: “(Il Signore) preserva tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato” (Sal 34,21). È la certezza che Dio preserva il giusto e gli garantisce vittoria. L’evangelista può alludere ad ambedue i testi. v. 37: e ancora un’altra Scrittura dice: Guarderanno verso colui che trafissero. La citazione, presa da Zc 12,10b, evoca la sorte del re Giosia, che aveva rinnovato il culto e la celebrazione della Pasqua (2Cr 35,1ss; 2Re 23,21-30). Di lui è scritto: “Prima di lui non era esistito un re che come lui si fosse convertito al Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima e con tutta la forza, secondo tutta la legge di Mosè; dopo di lui non ne sorse un altro simile” (2Re 23,25). Eppure, nonostante la sua giustizia, Dio lo lasciò perire: trafitto da arcieri egiziani a Meghiddo, fu portato a morire a Gerusalemme (2Cr 35,23-25). L’uccisione di questo re è il punto più inquietante della storia di Israele, come di ogni storia: è la sconfitta del giusto, vittoria del male sul bene. Pensando a lui, Zaccaria parla della contemplazione di un trafitto da cui si effonderà uno spirito di grazia e di
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consolazione su tutti (Zc 12,10a). È ciò che avviene “in quel giorno”, in cui una sorgente zampillante purificherà il popolo (Zc 13,1) e sgorgheranno da Gerusalemme acque vive ed eterne. Allora il Signore sarà re di tutta la terra (Zc 14,8s). La salvezza del re trafitto è universale, come la sua regalità: “ E ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto” (Ap 1,7). Questo trafitto è chiamato figlio unico, primogenito (Zc 12,10c). In quanto trafitto, l’unico diventa primogenito tra molti fratelli (cf. Rm 8,29): sono quelli che lo guardano innalzato e accolgono la testimonianza del suo amore, lasciandosi generare dal suo Spirito. Fine del Vangelo di Giovanni è portarci davanti al Trafitto, per scrutare attraverso la fessura della lancia. L’occhio, e il cuore, del lettore è tutto verso questa ferita da cui zampilla sangue e acqua. Chi la guarda, diventa raggiante (cf. Sal 34,6). Chiunque, anche il vecchio Nicodemo, può entrare in essa e trovare la propria dimora. Da qui anche lui, come il discepolo amato, ha accesso dal grembo al cuore di Dio e viene alla luce della sua vita: nasce “dall’alto” e vede il Regno (cf. 3,3). Chi contempla il Trafitto, comprende l’amore estremo; si sente compungere il cuore e chiede: “Che fare?” (cf. At 2,37). La sua vita diventa ormai risposta a ciò che ha visto. In un quadro, che raffigura il paradiso con tutta la sua gloria, appare in basso un certosino che fissa lo sguardo su un crocifisso, senza guardare altro. È l’unico modo possibile di “vedere e gustare” (cf. Sal 34,9) ciò che occhio umano mai non vide (1Cor 2,9). Dal pozzo di Giacobbe bevvero i nostri padri e i loro armenti (cf. 4,12); da questa fenditura della Roccia l’universo intero attinge la vita del Figlio. Basta accostare ad essa la bocca: “O voi assetati, venite all’acqua” (Is 55,1). È l’invito della Sapienza, della Parola fatta carne, che non torna senza aver compiuto ciò per cui fu mandata (Is 55,11). 3. Pregare il testo

A Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b c d Mi raccolgo immaginandomi ai piedi della croce. Chiedo ciò che voglio: guardare verso colui che ho trafitto. Traendone frutto, contemplo ciò che avviene dopo la morte di Gesù.

Da notare:
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era la parasceve, preparazione della Pasqua era sabato ed era grande il giorno di quel sabato la richiesta di spezzare le gambe e togliere i corpi dalla croce spezzarono le gambe ai due crocifissi con lui
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Gesù è già morto un soldato gli fora il fianco con la lancia subito uscirono sangue e acqua chi ha visto ha testimoniato, perché anche noi crediamo osso di lui non sarà rotto guarderanno verso colui che trafissero. Testi utili:

4. 39.

Sal 34; Es 12,1-14.46; 2Cr 35,23-25; Zc 12,1ss; 13,1ss, Ez 36,23-36; 47,1ss; Gv 3,1-17; 4,1ss; 7,37-

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53. IL CORPO DI GESÙ 19,38-42 19,38 Ora, dopo queste cose, Giuseppe, [quello] d’Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma nascosto per la paura dei giudei, chiese a Pilato di levare il corpo di Gesù. E permise Pilato. Venne dunque e levò il suo corpo. 39 Ora venne anche Nicodemo, colui che prima era venuto da lui di notte, portando una mistura di mirra e aloe, circa cento libbre. 40 Accolsero (= presero) dunque il corpo di Gesù e lo legarono in lini, con gli aromi, come per i giudei è uso seppellire. 41 C’era nel luogo dove fu crocifisso un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo nel quale ancora nessuno era stato posto. 42 Lì dunque, a causa della preparazione (della Pasqua) dei giudei, poiché era vicino il sepolcro, posero Gesù. 1. Messaggio nel contesto “Il corpo di Gesù”, santuario non fatto da mano di uomo, è l’offerta che Dio fa di sé agli uomini: è il Verbo diventato carne, sua tenda tra noi (1,14). Da noi distrutto, risorgerà in tre giorni
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(2,19-22). Infatti colui che ha offerto la vita ha potere di darla e riceverla di nuovo (cf. 10,17s). Anche qui, come al solito, nel Vangelo di Giovanni ogni parola è una finestra aperta su tutto il Vangelo. Ora che siamo nel finale, è possibile rilevarlo: nel corpo di Gesù, carne del Verbo, è contenuta tutta la narrazione di Dio Questa scena forma un dittico con la precedente, quasi un contrappunto tra ciò che i nemici e gli amici fanno al “corpo di Gesù”. I nemici l’hanno messo in croce, abbeverato di aceto e trafitto; in risposta dona loro vesti e Spirito, sangue e acqua. Oltre la madre, cosa offrirà agli amici che lo levano, accolgono e depongono avvolto di lini e profumi? I vv. 31-42 costituiscono un’unica sequenza incorniciata dall’espressione “preparazione della Pasqua” (vv. 31.42). Ciò che avviene al corpo dell’Agnello tra la sua morte e la sua risurrezione è preparazione al cammino pasquale, all’Esodo definitivo: il Signore della vita e dell’amore entra negli inferi e affronta le tenebre della morte, stipendio del peccato (cf. Rm 6,23). Come il santuario di Dio è figura del corpo del Figlio, così la Pasqua antica prefigura quella nuova. Il suo corpo, dato per noi, è la nuova Pasqua. In essa avviene la nostra liberazione e inizia il riposo del Signore. Infatti è anche sabato quel giorno (cf. v. 31). L’ora del compimento è venuta. La carne del Verbo, riposando nel grembo della terra, la lievita della sua vita e dà inizio al mondo nuovo. L’eredità del Figlio deve essere accolta da tutti i fratelli, come dal discepolo amato. Nel frattempo è preparazione della Pasqua. Il dono di Dio è già perfetto. Ma per noi è ancora nascosto, come il seme sotto terra. Questa terra ormai è ciascuno di noi, che prende e mangia il suo corpo dato per noi. Il tempo che ci è dato di vivere, è ormai “preparazione” della Pasqua, nostra e di tutto il creato. La creazione intera geme nelle doglie del parto, in attesa della rivelazione dei figli di Dio. Essa infatti “nutre la speranza di essere, lei pure, liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (cf. Rm 8,20s). Quando e come finirà questo tempo di preparazione? Quando il pianto della semina si muterà in riso di giubilo (Sal 126), il nostro lamento in danza e la veste di sacco in abito di gioia (Sal 30,12)? La “preparazione” finirà quando, guardando il Trafitto, accoglieremo il suo corpo, per avere l’acqua dello Spirito. Allora inizierà per noi l’esultanza pasquale: con il discepolo amato vedremo e crederemo (20,8), con la Maddalena sentiremo dalla sua bocca il nostro nome e lo abbracceremo (20,16s), con i discepoli gioiremo al vedere le sue ferite e riceveremo il suo Spirito, che ci farà risorgere con lui, risorto e vivo in mezzo a noi (20,20-23). Allora anche noi, con l’incredulo Tommaso, metteremo il dito nel buco dei chiodi e getteremo la mano nel foro della lancia, per toccare l’umanità di Dio e confessare: “Il mio Signore e il mio Dio!” (20,26ss).
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Tutto il Vangelo parla del corpo di Gesù: racconta ciò che ha fatto, fino a ciò che si è fatto per noi in ciò che noi abbiamo fatto a lui. Quel corpo, sedimentazione di tutta la sua esistenza, porta il sigillo dell’amore compiuto, visibile nelle mani e nel fianco. A questo punto Gesù realizza il discorso fatto a Cafarnao, dopo aver sfamato le folle: il pane di vita, vera manna dal cielo, è la sua carne data per la vita del mondo (6,48-51). Chi ne mangia, dimora nel Figlio come il Figlio in lui, vivendo di lui come lui del Padre (6,56s). La preparazione della Pasqua è il tempo della contemplazione del Trafitto, che ci fa entrare nel mistero del Figlio dell’uomo innalzato, gloria di Dio e vita nostra. In compagnia di Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, con venerazione togliamo dalla croce quel corpo da cui uscì sangue e acqua; lo avvolgiamo in panni di lino e in profumi, per deporlo dentro la terra del giardino. E il giardino del Signore è Adamo, l’uomo, terra dalla quale è germogliato il Figlio dell’uomo. Suo sepolcro è il nostro cuore, “sarco-fago” (= mangia-carne) che mastica la sua carne e beve il suo sangue, per rifiorire della sua vita. In questo sepolcro il Signore vive il Sabato santo, Pasqua dell’Agnello. La nostra storia è ormai tutta un Sabato santo in cui il Signore, deposto in noi, illumina i nostri abissi e ci fa venire alla luce del suo amore. Il racconto della passione puntava a farci volgere lo sguardo verso il Trafitto. E chi lo contempla per primo, se non chi lo trafigge? Non è solo “uno dei soldati”, ma chiunque si identifica con lui: chiunque, contemplando il suo amore, si sente trafiggere il cuore (At 2,37). Chi lo guarda, diventa come Giuseppe e Nicodemo: prende quel corpo da cui scaturisce la vita e lo Spirito. “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto per voi. Prendete e bevetene tutti, questo è il mio sangue versato per voi e per tutti, in remissione dei peccati”. Se uno mangia questo corpo e beve questo sangue, ha vita eterna (cf. 6,51-58): dal suo grembo zampilla il fiume d’acqua viva (7,37; 4,14) che rinnova l’universo (Ez 47,1-12). È importante guardare il corpo di Gesù, in vita, in morte e dopo morte: è il dono di Dio per noi. Contemplandolo, accogliamo in noi lo Sposo che dorme, in attesa che il nostro cuore si svegli al suo amore. Ormai il nostro risveglio a lui è anche il suo in noi. Chi guarda il Trafitto è attirato da lui: preso da lui, lo prende con sé. Giuseppe, discepolo nascosto e pauroso, osa andare da Pilato per levarlo dalla croce. Nicodemo, simpatizzante notturno, accorre carico di aromi. Sono i primi due, presi da questo corpo, che lo prendono. Così preparano la Pasqua, sua e loro. Il corpo dell’agnello pasquale va “mangiato” nella notte (Es 12,8): è il cibo dell’Esodo, per camminare verso la libertà. Come la croce del Figlio dell’uomo è la sua esaltazione, anche il suo essere messo sotto terra profuma di misteriosa vittoria. L’“ora” del Figlio dell’uomo è sotto il segno della Gloria, che, “da quell’ora”, passa a ogni fratello.

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L’uomo, fatto di polvere, in polvere torna (cf. Gen 3,19). Anche Gesù, come tutti, muore ed entra nel sepolcro. Ma il Figlio dell’uomo è Figlio di Dio: con lui la fonte della vita entra nelle profondità della terra. Scendendo negli inferi, abbevera i morti e fa germogliare il giardino. In greco le parole corpo e segno suonano rispettivamente sóma e séma. Séma innanzi tutto significa tumulo. Questo è il primo segno, inventato dall’uomo per indicare la presenza di un altro corpo che l’ha preceduto nel cammino. Sóma e séma si richiamano. Infatti il nostro corpo, nella sua unicità e limite cosciente, è il segno originario: rimanda ad altro, all’Altro. Il corpo di Gesù è il segno perfetto del Dio amore. La carne del Figlio crocifisso ci ha “esposto” il Padre, riversando dall’alto la Gloria. Ora è posto nel sepolcro. Sepolcro in greco si dice mnemeîon, monumento, che ha la stessa radice di memoria e di morte. Anche se rimossa, la sepoltura è il fatto umano più significativo: ci rende “umani” (= humandi, da seppellire), compresi della nostra solidarietà comune con la terra. Ora però, nel luogo della memoria di morte, dorme il Signore della vita, colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi (cf. Gal 2,20). Per questo ora possiamo condurre un’esistenza affrancata dalla paura della morte e dall’egoismo che ne consegue, libera di gioire di tutto e amare tutti. Là dove ogni uomo, da ogni parte, arriva e incontra gli altri, già convenuti in attesa di chi ancora non è giunto, ora c’è il Verbo creatore. Diventato carne, entra nelle oscurità della terra e si unisce a ogni carne. Giovanni, oltre a connettere la sepoltura con la trafittura, ne descrive il modo regale con cui si svolge. È il sonno del re vittorioso, dello Sposo nel suo letto. Il suo essere messo sotto terra, come il suo essere elevato da terra, non è la fine di tutto, ma il compimento del dono di sé. Finalmente Giuseppe e Nicodemo rispondono al suo amore e gli preparano la stanza nuziale. La quantità sovrabbondante del profumo – come fu sovrabbondante il vino a Cana e il pane sul monte –, i lenzuoli di lino, il sepolcro nuovo: tutto è preparazione al mattino dell’ottavo giorno. Il profumo rimanda alla scena sponsale di Betania, che anticipava la sua sepoltura (cf. 12,7). Se la tomba di Lazzaro mandava cattivo odore, tutta la casa di Betania fu riempita di profumo (12,3). Ora il sepolcro stesso, casa di ogni uomo, è pieno di profumo. La morte di Gesù è in verità l’effusione del Dio amore: profumo effuso è il suo Nome (Ct 1,3). Il suo corpo profuma di vita persino la morte: Dio è tutto in tutti (1Cor 15,28). Grande è il mistero del Sabato santo: l’amore, più forte della morte (cf. Ct 8,6), raggiunge l’inferno e porta salvezza a tutta la storia, passata, presente e futura (cf. 1Pt 3,18-22), colmando di luce ogni memoria di morte. È l’evangelizzazione del nostro inconscio. Noi conosciamo tre tempi, che caratterizzano il nostro vivere: del dolore, dell'attesa e della gioia. Conosciamo l’oscurità del Venerdì santo e la luce del mattino di Pasqua; in mezzo c’è il
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Sabato santo, tempo di preparazione. In esso Dio ci dà come segno la sua stessa realtà: il corpo del Figlio dell’uomo. In Giovanni la sepoltura è vista come preparazione all’incontro. È il “poco tempo” in cui non vediamo il Signore (cf. 16,16ss). Lo cerchiamo e non lo troviamo, perché lui è venuto a cercarci là dove noi siamo e non vogliamo essere. È per noi un momento di afflizione, come per la donna prima di partorire. Ma sono doglie che fanno venire al mondo l’uomo nuovo. Allora ci rallegreremo e nessuno ci potrà togliere la nostra gioia (cf. 16,20-23): sarà per noi, come per Maria Maddalena, l’abbraccio con lo Sposo. E sarà mattino di Pasqua, il primo dei sabati (cf. 20,1ss), ottavo giorno senza fine. Anche il racconto della deposizione, secondo il modo di procedere di Giovanni che solo alla fine si coglie pienamente, è tutto un gioco di rimandi a specchio. Come già detto, ogni parola diventa una finestra aperta su tutto il Vangelo, anzi sull’infinito. Gesù è il suo corpo dato per noi: in esso conosciamo e accogliamo Dio, amore estremo per l’uomo. La Chiesa è rappresentata da Giuseppe e Nicodemo, che accolgono questo corpo e lo custodiscono con amore. Da lui germinerà la vita. Lettura del testo v. 38: Ora, dopo queste cose. L’espressione, usata anche in 3,22; 5,1.14; 6,1; 7,1; 13,7; 21,1, congiunge la sepoltura con la scena precedente: l’azione di Giuseppe e Nicodemo scaturisce dalla contemplazione del Trafitto. L’amore, dimostrato da Gesù, fa breccia in loro: sono i primi due che “accolgono” il suo corpo dato per noi. Giuseppe [quello] d’Arimatea. È nominato solo qui in Giovanni. È noto dagli altri Vangeli come uomo ricco e discepolo di Gesù (Mt 27,57), nobile consigliere che attende il regno di Dio (Mc 15,43), persona giusta che non ha approvato la condanna di Gesù (Lc 23,51). Giovanni non gli dà altra qualifica che quella di discepolo clandestino. Ne fa il prototipo di ogni discepolo, che solo dopo aver visto il Crocifisso vince la paura ed esce allo scoperto. era discepolo di Gesù, ma nascosto per la paura dei giudei . Marco sottolinea che “osò andare da Pilato per chiedere il corpo di Gesù” (Mc 15,43). Giovanni suggerisce la stessa cosa: è un discepolo “nascosto per la paura” dei nemici, come i discepoli chiusi nel cenacolo ancora la sera di Pasqua (20,19). La contemplazione del Trafitto dà a Giuseppe il coraggio di uscire dall’ombra: da quella ferita della sua carne tutti veniamo alla luce. Egli è il primo che supera pubblicamente lo scandalo della croce, rompendo il tacito consenso generale all’esecuzione di Gesù. Egli riconosce che il
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Crocifisso non è un malfattore (cf. 18,30), il maledetto che pende dal legno (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), ma il Santo, il Giusto, l’autore della vita (At 3,14s), che passò tra noi “ beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” ( At 10,38), il Figlio del Benedetto, che è diventato capro espiatorio per liberarci dal nostro male (cf. 1,29). Il suo linciaggio non è approvato da tutti: qualcuno ora capisce la verità, si dissocia dagli altri e si dichiara apertamente per lui. È il “principio del ritorno”, della conversione, davanti alla Gloria. Dietro di lui inizia il movimento degli altri, che alla fine abbraccerà l’umanità intera, attratta dall’amore della verità, dalla verità dell’amore. chiese a Pilato. Il dono va chiesto: non può accoglierlo chi non lo desidera. Giuseppe desidera il corpo di Gesù, dono definitivo di Dio all’uomo. Anche Giuseppe d’Arimatea, come Giuseppe di Nazareth, non deve temere di accogliere ciò che viene dalla carne di Maria: è il Figlio, l’Emmanuele (cf. Mt 1,20ss). di levare. La richiesta fu già avanzata dai nemici (v. 31), perché i corpi non profanassero quel grande giorno di festa. Qui invece quel corpo viene chiesto perché profumi di vita anche la morte. Esso non profana, ma realizza il sabato e la Pasqua. È il corpo dell’agnello che, levando il peccato del mondo (1,29), leva la pietra di ogni sepolcro, dal suo a quello di Lazzaro (cf. 20,1; 11,39.40). il corpo di Gesù. È la prima volta che si usa l’espressione “il corpo di Gesù”, assimilato nel v. 31 agli altri corpi. Questo corpo, che nella sua morte ci ha dato sangue e acqua, è protagonista del Vangelo. Solo ora che lo prendiamo, lo comprendiamo. In lui tutto “è compiuto”: è il disvelamento del Dio amore. Chi lo vede, vede il Dio invisibile. La carne del Figlio, esposta sulla croce, è racconto vivo del Padre. Questo corpo è il vero pane preannunciato a Cafarnao: la vita del Figlio, donata per la vita del mondo (6,51). permise Pilato. I corpi dei giustiziati normalmente sono sepolti senza onoranze. Pilato, come acconsentì alla domanda dei giudei, adempiendo così le Scritture, ora acconsente a quella di Giuseppe, che prepara la nuova Pasqua. levò il suo corpo. “Il corpo di Gesù” (vv. 38a.40), “il suo corpo” (v. 38b), è la persona stessa di “Gesù” (v. 42): in lui Dio si è donato agli uomini. Giuseppe “leva” dalla croce l’agnello che “leva” il peccato dal mondo (1,29). Ha tra le mani “il suo corpo”; vede quelle ferite che guariscono i nostri mali (cf. Is 53,5). Con cura materna lo lava, come lui ha lavato i piedi ai discepoli. Si prodiga su di lui, con un amore che va oltre la morte. Ha una conoscenza tattile, “manuale”, del Signore: tocca con le mani il Verbo che si è fatto carne, carne e sangue. Vede e tocca colui che è stato trafitto. Chiede: “Perché quelle piaghe in mezzo alle tue mani?”. E sente la risposta: “Queste le ho ricevute in casa dei miei amici” (Zc 13,6). Ne fa lutto come per il figlio unico, piange come si piange il primogenito (Zc 12,10b). E comincia a riversarsi
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su di lui lo Spirito di grazia e di consolazione, che si effonderà sulla casa di Davide e gli abitanti di Gerusalemme (Zc 12,10a). v. 39: venne anche Nicodemo, che prima ecc. Nicodemo è fariseo e capo dei giudei. Andò da Gesù nel buio della notte per venire alla luce e vedere il regno di Dio (3,1ss). Ora ha tra le braccia il corpo del re. Ai primi tentativi di arrestare Gesù, Nicodemo aveva timidamente preso parte per lui, appellandosi alla legalità (cf. 7,50-52). Ora vede da vicino colui che ha difeso. I nemici glielo hanno consegnato nelle mani. Nicodemo significa “vincitore del popolo”. Accogliendo il dono di Dio, è vincitore sulla morte e sul popolo dei morti. Risponde infatti all’amore con un gesto simile a quello di Maria (cf. 12,1ss). Contemplando il Trafitto, entra nella ferita da cui può rinascere nuovo, generato dall’alto, da acqua e Spirito (cf. 3,3-5). portando una mistura di mirra e aloe, circa cento libbre . Questa scena fu già anticipata sei giorni prima a Betania, dove Gesù disse che il profumo, là versato, serviva per il giorno della sua sepoltura (12,7). La scena ha lo stesso significato nuziale e celebra la vita. Il banchetto per la risurrezione di Lazzaro, con il servizio di Marta e il profumo di Maria, anticipa questo banchetto. In esso il corpo di Gesù, posto in bocca alla madre terra e offerto in lei a tutti i suoi figli, è onorato con il servizio di Giuseppe e il profumo di Nicodemo. Nicodemo unge Gesù: lo riconosce e consacra Cristo (= Unto) proprio in quanto dà la vita. Con Maria è il primo “cristiano”, unto dallo stesso profumo con cui unge il suo Signore. Questo corpo è il santuario di Dio (2,19.21), presenza dello Sposo che dà abbondanza di vino bello (2,1-12). Questa abbondanza è rappresentata dalle cento libbre (= Kg 33) di profumo. Il profumo (in ebraico shemen) richiama il Nome (in ebraico shem). Dio è amore: profumo effuso è il suo nome (Ct 1,3). Il profumo di sua natura si dona, impregnando tutto della sua essenza. Di profumi è pieno il Cantico dei Cantici, che racconta l’amore tra Dio e uomo (cf. Ct 3,6; 4,6.14; 5,1.13). Il profumo, di cui odorano le vesti del Messia/Sposo (Sal 45,9), si espande ora dal suo corpo. Con aloe e mirra si profumava l’alcova (cf. Pr 7,17): grazie al gesto di Nicodemo, il sepolcro diventa stanza nuziale. v. 40: accolsero (= presero) dunque il corpo di Gesù . Il corpo di Gesù, che ha “accolto” il nostro aceto (v.30), è finalmente “accolto”, come le vesti e la madre (cf. vv. 23.27), come, più tardi, lo Spirito (20,22). “Prendete (= accogliete) e mangiate, questo è il mio corpo, dato per voi” (Mt 26,26p). La “preparazione” della Pasqua ha due fasi: la prima è la “consegna” del corpo, già compiuta da Gesù, la seconda è la sua “accoglienza”, da compiersi in noi. Giuseppe e Nicodemo, secondo la legge, sono contaminati; non potranno celebrare la Pasqua. In realtà stanno facendo la “preparazione” della vera Pasqua.
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lo legarono in lini. Invece della sindone (cf. Mc 15,46p), ci sono dei “lini”. Il termine greco, al plurale, significa lenzuola di lino. Il mattino di Pasqua questi lini saranno trovati misteriosamente distesi (20,5). Con essi “legano” Gesù, come venne legato Lazzaro, prigioniero della morte (11,44). Infatti è morto, in piena solidarietà con il nostro destino terreno. Non si parla però di bende; del sudario si dirà in seguito, dopo la risurrezione (20,7). È fasciato in lenzuola di lino, presagio che lo Sposo, diventato piccolo come tutti, il più piccolo di tutti, dorme. Quando si risveglierà, sarà lui a slegarle e distenderle per l’incontro. Nella Passione secondo Matteo di Bach, la deposizione nel sepolcro suona come una ninnananna per il figlio che dorme. come per i giudei è uso seppellire . Gesù non è sepolto in fretta, ma con cura, secondo l’usanza comune dei giudei. Ma la sua sepoltura non è comune. È avvolto in lini, insieme ai migliori aromi. Il suo corpo, che ha dato sangue e acqua, è quello del re: la sua morte è l’effusione del profumo, del Nome. Ora l’amore è amato: qualcuno lo accoglie e si libera il suo profumo. v. 41: c’era nel luogo dove fu crocifisso un giardino . Il nuovo giardino, l’Eden delle origini, sta “nel luogo dove fu crocifisso” Gesù. Al suo centro si erge l’albero della vita, dove Dio stesso si offre all’uomo come suo cibo e vita. Non ne mangiava più da quando si era allontanato da lui per mangiare la morte. Ora lui, da questo albero, gli dona il suo corpo, frutto maturo dell’amore. Il Messia/Sposo, come fu preso in un giardino (18,1ss), ora è posto in un altro giardino. Qui ci sarà l’abbraccio (20,11ss). Nel Cantico dei Cantici il giardino dello Sposo è la sposa (cf. Ct 4,12.13.15.16; 5,1; 6,2). La terra, che ora accoglie quel corpo, rappresenta l’umanità intera, l’altra “parte” del Dio/Sposo. Possiamo anche dire che il vero giardino, il paradiso dove si celebra l’amore, è il corpo stesso di Gesù, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio: in lui cielo e terra si sposano. Il giardiniere del mattino di Pasqua (cf. 20,15) è anche il giardino, l’albero e il frutto. Ora comprendiamo perché il “principio dei segni” sono le nozze di Cana, dove Gesù rivelò la sua gloria (2,11). Tutti i segni diventano realtà nel suo corpo, carne in cui si consuma l’unione tra Dio e uomo. e nel giardino un sepolcro nuovo. Nel giardino c’è un sepolcro, cavità della madre terra, da cui veniamo e a cui torniamo. Ora sta per ricevere il corpo dello Sposo. Il sepolcro, da memoria di morte, diventa la stanza dove la madre ci ha concepito: qui ci è insegnata l’arte dell’amore (Ct 8,2). Gesù è il primo che entra in questo sepolcro: è nuovo. Nuovo come la sua morte, compimento di amore e dono di vita; vergine come sua madre, che accolse il Figlio di Dio. nel quale ancora nessuno era stato posto. Non è ripetizione di quanto detto, bensì l’affermazione che “ancora” nessuno è stato posto; “da allora” tutti saremo posti in esso. E, come tutti siamo sepolti con lui, con lui tutti risorgeremo (cf. Rm 6,3-11). C’è ora sulla terra un sepolcro nuovo, che non è più memoria di separazione e morte, ma di comunione e vita: in esso Giuseppe e Nicodemo hanno posto il corpo di Gesù. È il loro stesso cuore
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questo sepolcro. Tumulare infatti, gesto supremo di ri-cordo, è mettere-nel-cuore e vivere la memoria di chi ci ha amato. La sepoltura di Gesù fa passare gli abissi del nostro cuore dalla schiavitù della morte alla libertà dell’amore: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14s). v. 42: lì dunque. In questa semplice espressione di luogo confluisce il racconto: “(Adamo), dove sei?”, sono le prime parole di Dio all’uomo (Gen 3,9). “Maestro dove dimori?” sono le prime parole dell’uomo al suo Signore (1,38). “Dove l’avete posto?”, chiede Gesù dell’amico Lazzaro (11,34). Dove si è nascosto Adamo e ogni adamo, dove è stato posto Lazzaro e tutti i suoi amici, “lì dunque” sta anche il Verbo creatore, il Figlio inviato dal Padre per ritrovare i fratelli fuggitivi e dispersi. Diventato carne come ogni carne, dà a quanti lo accolgono il potere di diventare figli di Dio (1,12). Lì dunque, nel sepolcro, vicino alla croce, il Verbo entra negli inferi, per comunicare a tutti la sua vita. La Parola, che al principio dal caos creò l’universo, entra nelle tenebre di morte e rifà nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5). a causa della preparazione (della Pasqua) dei giudei. La “preparazione della Pasqua”, è la chiave per entrare in quanto Gesù ci ha donato: incornicia le due scene dopo la sua morte (vv. 31.42). Quanto in esse avviene – il suo corpo che dà sangue e acqua, poi i discepoli che lo chiedono, levano, accolgono e legano in lini con aromi – è preparazione della Pasqua. poiché era vicino il sepolcro. Quando Gesù diede il suo pane, era vicina la Pasqua, la festa dei giudei (6,4). Ora che dà il suo corpo, è vicino il sepolcro. La Pasqua sboccia da questo sepolcro, vicinanza di Dio a ogni lontananza dell’uomo, come e ancor più della croce. La croce è solidarietà con tutti i vivi, destinati alla morte; il sepolcro è solidarietà con tutti i morti, che ricevono vita. posero Gesù. Gesù è posto dove fu posto l’amico Lazzaro (cf. 11,34), dove sono posti tutti i suoi fratelli: il Signore della vita è ora in comunione con ogni uomo. Non si dice che posero “il corpo” di Gesù, ma “Gesù”, il Figlio rivelatore del Padre che abbiamo contemplato in tutto il Vangelo. Con la parola “Gesù” si compie il racconto della passione di Dio per l’uomo: da lui riceviamo grazia e verità (1,17), la grazia della verità, nostra e di Dio. Il sepolcro, pieno di profumo, contiene la carne del Figlio, che toglierà la pietra della morte per mostrare a tutti la gloria di Dio (cf. 11,39s). Giovanni non dice che la pietra è posta sul sepolcro. La nomina solo il mattino di Pasqua, come definitivamente levata (20,1). Con la sepoltura di Gesù, il cielo raggiunge le profondità dell’inferno: le tenebre finalmente “concepiscono” la luce (cf. 18,12). È il grande mistero: la discesa agli inferi, salvezza universale (cf. 1Pt 3,19s). Un antico Padre disse che i migliori evangelizzatori, quando muoiono, sono mandati
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all’inferno, per illuminare quelli che ancora non hanno creduto. Il Padre, nel Figlio, ama di amore eterno ogni creatura e vuole che nulla vada perduto di ciò che in lui ha fatto. Il Cantico dei Cantici inizia con le parole ardite della sposa: “Mi baci con i baci della sua bocca” (Ct 1,2). È il desiderio da vertigine che ognuno porta nel cuore: la comunione di respiro con lo Sposo. Il sepolcro di Gesù è il bacio di Dio sulla bocca dell’uomo. Finalmente, come Mosè, possiamo trovare riposo ed entrare nell’intimità di colui che ci ama e amiamo. 3. a b c d Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginando Giuseppe e Nicodemo nel giardino, sul Calvario e al sepolcro. Chiedo ciò che voglio: prendere il corpo di Gesù, come Giuseppe e Nicodemo l’hanno preso con cura e amore. Traendone frutto, contemplo il corpo di Gesù, tolto dalla croce, preso, avvolto in lini e aromi, deposto nel sepolcro nuovo, nel giardino. Da notare: • • • • • • • • • • • • • 4. “ora, dopo queste cose” viste nella scena precedente, continua la “parasceve”, la preparazione della Pasqua Giuseppe, discepolo nascosto per paura dei giudei chiede a Pilato di togliere il corpo di Gesù viene e toglie il corpo di Gesù viene anche Nicodemo, con cento libbre di mirra e aloe presero il corpo di Gesù lo legarono in lini gli aromi nel luogo dove fu crocifisso c’era un giardino nel giardino c’è un sepolcro nuovo in questo sepolcro “ancora” nessuno era stato posto è la parasceve dei giudei lì dunque posero Gesù. Testi utili
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Sal 45; 126; 131; Gv 3,1-21; 6,48-58; 11,1ss; 12,1-8.20-32; Eb 2,14s; 1Pt 3,18-22.

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54. LEVARONO IL SIGNORE DAL SEPOLCRO E NON SAPPIAMO DOVE LO POSERO 20,1-10 20,1 Il (giorno) uno (= primo) dei sabati (= della settimana) Maria la Maddalena viene all’alba, mentre era ancora tenebra, al sepolcro; e guarda la pietra levata dal sepolcro. 2 Corre allora e viene presso Simon Pietro e presso l’altro discepolo, del quale Gesù era amico, e dice loro: Levarono il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo posero. 3 Uscì allora Pietro e l’altro discepolo e venivano al sepolcro. 4 Ora correvano insieme i due; ma l’altro discepolo corse innanzi più veloce di Pietro e venne per primo al sepolcro 5 e, chinatosi, guarda i lini stesi; tuttavia non entrò. 6 Viene allora anche Simon Pietro, seguendo lui, ed entrò nel sepolcro e contempla i lini stesi 7 e il sudario, che era sulla sua testa,
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non steso con i lini ma separato, avvolto in un (determinato) luogo. 8 Allora entrò dunque anche l’altro discepolo che venne per primo al sepolcro e vide e credette. 9 Infatti non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che lui risorgesse dai morti. 10 Allora se ne andarono di nuovo, (ognuno) presso di sé, i discepoli. 1. Messaggio nel contesto “Levarono il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo posero” . È il grido di Maria Maddalena, che cerca e non trova l’amato del suo cuore. Morto per mano dei nemici, sepolto da mani amiche, ora è assente dal sepolcro. Siamo al primo giorno dopo il sabato. Nel sesto giorno Dio compì la sua opera. Dopo le doglie del parto, è nato l’uomo nuovo (16,21), Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, che, con sangue e acqua, ha comunicato ai fratelli la propria vita. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo hanno risposto con amore al suo amore: “preparano” la grande festa deponendolo nel sepolcro. Qui, nel settimo giorno, il Signore riposò dalla sua fatica, compiendo il Sabato e la Pasqua. Ora siamo al primo giorno della settimana, che è diventato il giorno del Signore, la domenica. La grande sorpresa del mattino della nuova Pasqua è il sepolcro vuoto. Come mai il Signore non è dove è stato posto, dove ognuno è o sarà posto per sempre? È un’assenza indebita, più angosciante della stessa morte: infrange l’unica certezza indubitabile. Infatti nasciamo per caso, ignoriamo come e quanto viviamo; siamo però sicuri di tornare alla terra dalla quale veniamo. Il sepolcro è il luogo di convegno universale. Lì gli uomini sono riuniti, tutti ugualmente sconfitti, preda della morte. L’unica differenza, per altro momentanea, è tra i già e i non ancora morti. Maria, come i discepoli, ignora che il grembo della madre terra ha accolto lo Sposo. Il Crocifisso, Signore della Gloria, è sceso nell’inferno, è entrato nel regno della morte, per farle restituire alla vita il suo bottino. Il sepolcro vuoto è il presupposto della fede cristiana, che pone come destino dell’uomo non la morte, ma la risurrezione. “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”, dice Paolo ai Corinzi (1Cor 15,14). Chi nega la risurrezione dei morti, nega anche quella del Figlio, primizia di ogni fratello. “Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo
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soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,19). Crociate a parte – le cose migliori sono ottimo pretesto per le peggiori –, l’amore per il Santo Sepolcro è intuizione del grande mistero. Dio, amante della vita, nulla disprezza di quanto ha fatto (Sap 11,26.24): tutto ha creato per l’esistenza (Sap 1,14). Non la morte è un male, bensì il nostro modo di concepirla. Il suo pungiglione, che ci avvelena l’esistenza, è il peccato (1Cor 15,56). Se faccio del mio io il mio dio, principio e fine di tutto, allora per me la morte è la fine di tutto. L’uomo, essere corporeo, è delimitato dallo spazio e dal tempo: occupa un certo luogo per un certo numero di giorni. Ma il limite del suo spazio non è luogo di lotta, bensì di alleanza con gli altri; il limite del suo tempo non è la fine di tutto, ma la comunione con il suo principio. Il Vangelo di Giovanni è, ancor più esplicitamente degli altri, una rilettura della vita di Gesù alla luce della sua risurrezione. Ciò che egli, già nella prima parte del racconto (cc. 1-12), fa e dice è “segno” della sua gloria, offerta a noi. Nella seconda parte, con il suo ritorno al Padre, apre a noi la via della verità e della vita (cc. 13-17), che si compie sulla croce nella consegna dello Spirito (cc. 18-19). Ora, nei cc. 20-21, avvengono gli incontri con il Gesù risorto, che realizzano in noi quanto egli ha prefigurato nei cc. 1-12, promesso nei cc. 13-17 e compiuto in se stesso nei cc. 18-19. I racconti pasquali illustrano il modo in cui giungiamo alla fede, mostrandone nel contempo i vari aspetti. Il c. 20 presenta all’inizio due esperienze personali, rispettivamente del discepolo prediletto (vv. 1-10) e della Maddalena (vv. 11-18); prosegue poi con l’esperienza comunitaria (vv. 19-23), che si estende anche a chi non c’era (vv. 24-28), per ampliarsi alla fine a quanti, senza aver visto, crederanno sulla parola dei testimoni (v. 29), fino a raggiungere il lettore del Vangelo (vv. 3031). Nei racconti pasquali i Vangeli si diversificano molto, pur avendo in comune gli elementi fondamentali. Questi sono il sepolcro vuoto, l’annuncio della risurrezione e gli incontri con il Risorto – dapprima non riconosciuto e poi riconosciuto attraverso la Parola e il Pane –, che fanno risorgere chi lo incontra. L’intenzione, comune a tutti, è quella di qualsiasi autore: coinvolgere il lettore nell’esperienza raccontata, perché diventi sua. Ogni evangelista ha però un’ottica particolare: accentua un aspetto piuttosto che un altro, evidenziando della stessa realtà sfaccettature diverse. Si può dire che i quattro evangelisti ci offrono una visione quadridimensionale del mistero cristiano. Marco vuol portare alla fede nell’evangelo: chi ascolta la Parola, incontra direttamente il Signore che parla e opera in lui quanto dice. Matteo, supponendo questo, che è il fondamento della fede, mette in luce l’aspetto comunitario: la Parola del Figlio ci rende fratelli tra di noi. Luca, a sua volta, sottolinea la dimensione apostolica: la fraternità ci apre a tutti gli uomini, sino agli estremi confini della terra. Ciò che in un evangelista è implicito, è esplicitato dall’altro.
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Giovanni, consapevole di essere l’ultimo tra quelli che hanno visto Gesù, dichiara l’importanza del “credere senza vedere”. Ogni evento, unico e irrepetibile, è visto solo da chi è vicino nel tempo e nello spazio. Tuttavia la parola di chi lo testimonia lo rende presente anche a chi l’ascolta. Tema di Gv 20 è il rapporto tra “vedere e credere” (vv. 8.29): si vede un fatto e si crede a ciò che significa. L’uomo è colui che sa leggere la realtà: ogni evento è un segno, che è significativo solo per chi lo intende. La fede non è cieca: è intelligenza che coglie il significato dei fatti e si rende conto del perché siano così e non diversamente. Credere non è creduloneria, ma l’interpretazione più ragionevole della realtà. I primi discepoli, contemporanei a Gesù, credono in lui non solo perché lo hanno visto risorto, ma anche perché hanno sperimentato cosa significa per loro che lui sia risorto. Noi, che veniamo dopo, crediamo sulla loro parola: accogliendo la loro testimonianza, vediamo con i loro occhi. Tuttavia chiunque crede, abbia o non abbia visto, fa la medesima esperienza: aderisce con amore al Signore risorto e vive del suo Spirito. Chi ha scritto l’ultimo Vangelo sa che vanno scomparendo i testimoni oculari. E sa anche che tutti gli uomini sono chiamati, per la testimonianza di chi ha udito e visto, a essere in comunione con loro, la cui comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo, per partecipare alla loro stessa gioia (cf. 1Gv 1,1-4). È in quest’ottica che Giovanni scrive il suo Vangelo (cf. 19,35; 20,30s; 21,24s). Egli si pone sulla soglia tra chi ha udito, visto e toccato il “Verbo della vita” e chi lo ascolta, vede e tocca mediante la Parola. Nel periodo in cui Gesù è stato tra noi, ci ha aperto il cammino verso il Padre. Dopo inizia una nuova presenza. Se prima era presso di noi, ora è in noi mediante la Parola e lo Spirito, il sangue e l’acqua, che ci fanno avere parte con lui e continuare la sua stessa missione. Non a caso le scene del c. 20 si svolgono di domenica, il giorno del Signore, in cui la comunità si riunisce per far memoria e ringraziare, leggendo la Parola e spezzando il Pane. Anche quelli che hanno visto e toccato il Signore nella sua esistenza terrena e nel breve tempo in cui si è manifestato dopo la risurrezione, devono accogliere la Parola che dà il potere di diventare figli di Dio (cf. 1,12). La Parola è diventata carne e ha posto tra noi la sua dimora per farsi nostro cibo e comunicarci la propria vita. In tutti i Vangeli la vicenda di Gesù è descritta come discesa e ascesa, abbassamento e innalzamento, umiliazione e glorificazione. Per Marco, Matteo e Luca il moto verso il basso si compie nella crocifissione e nella sepoltura, quello verso l’alto nella risurrezione e nell’ascensione al cielo. Per Giovanni invece la discesa è il diventare carne del Verbo, mentre tutta la vita di Gesù è un’ascesa del Figlio al Padre, che culmina nella rivelazione della Gloria. L’esaltazione sulla croce è l’inizio dell’ultimo giorno, che continua per noi nell’incontro con il Risorto, nella recezione del suo
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Spirito e nella missione verso i fratelli. Sulla croce il dono di Dio è già perfetto: i cc. 20-21 mostrano come lo riceviamo. Il testo presenta Maria Maddalena che va al sepolcro e lo trova vuoto ( v.1). Il racconto potrebbe continuare direttamente nei vv. 11ss, che descrivono il suo incontro con l’amato. Invece è interrotto dal suo ritorno al cenacolo per annunciare ai discepoli la scomparsa del Signore ( v. 2). L’effetto è l’entrata in scena di Pietro e del discepolo amato, che constatano la verità di quanto Maria ha detto. Così l’autore suggerisce come il sepolcro vuoto e l’amore siano i due elementi indispensabili per incontrare il Risorto. Inoltre i due discepoli vedono i lini stesi e il sudario a parte, avvolto in un luogo. Davanti a questi segni, il secondo “vide e credette” ( vv. 3-8). L’evangelista commenta dicendo che ancora ignoravano la Scrittura, che parla della risurrezione di Gesù dai morti (v.9). È infatti dal suo compimento che ogni Scrittura è compresa (cf. 2,22; 14,25s). Il testo conclude con il ritorno dei discepoli (v. 10). Il racconto di Maria al sepolcro è ricordato anche negli altri Vangeli; il sopralluogo di Pietro è accennato in Lc 24,12.24. Gesù non è più nel sepolcro: amore più forte della morte (Ct 8,6), è il Figlio uguale al Padre, che desta i morti e fa vivere (5,21) mediante lo Spirito (v. 22; cf. 6,63). Il sepolcro è il letto nuziale dove si è unito a ogni uomo, comunicandogli il suo profumo. La Chiesa nasce da una duplice assenza dello Sposo: ucciso dai nemici sulla croce e nascosto dagli amici nel sepolcro, prima è assente perché posto dove non doveva essere, poi è assente da dove l’hanno posto e doveva essere. La sposa non vede lo Sposo e lo cerca. Vedendo la sua prima e seconda assenza, nell’incontro con lui capirà che proprio così ha realizzato l’amore di cui ha dato prova nel tempo in cui era tra noi. L’amore è il principio della conoscenza di fede, come di qualunque relazione tra persone. Infatti rende presente l’amato in chi lo ama. 2. Lettura del testo v. 1: Il (giorno) uno (= primo) dei sabati (= della settimana) . L’espressione “il (giorno) uno”, tradotta di solito “il (giorno) primo”, richiama “il giorno uno” della creazione, quando Dio separò la tenebra dalla luce (Gen 1,5). È quel giorno che contiene ogni giorno. A sua volta “sabato”, al singolare, è il giorno ultimo della creazione, mentre “sabati”, al plurale, significa settimana. L’evangelista, ricordando insieme il primo e l’ultimo giorno, allude al fatto che siamo entrati nel giorno del Signore, compimento di tutto in Dio e di Dio in tutto: Dio, creando il mondo, aveva in vista la risurrezione del suo Figlio, nel quale l’universo intero è riscattato dalla morte. Prima della sepoltura si parlava della preparazione di “quel sabato, che era un giorno solenne”, cioè la Pasqua (19,31.42). Di questo giorno, apparentemente vuoto, non si dice nulla; sappiamo solo che il corpo di
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Gesù è nel vuoto del sepolcro. Dicendo nulla, l’evangelista suggerisce molto. Infatti il Verbo creatore, entrato negli inferi, si è inabissato nel caos: accogliendo la carne del Figlio dell’uomo, la terra e ogni carne accoglie il Figlio di Dio. Creatore e creatura finalmente si incontrano e inizia la gioia senza fine dell’ ottavo giorno. Questo primo giorno della settimana è la “domenica”, il giorno del Signore, nel quale si compiono insieme Sabato, Pasqua e Pentecoste. In esso la creazione raggiunge il riposo di Dio: è nuova, riscattata dal male e piena dello Spirito. Per questo il cristiano “sabbatizza” ogni giorno, vivendo la quotidianità nella festa, alla luce del Signore risorto. Maria la Maddalena. Gli altri Vangeli ricordano anche altre donne (Mc 16,1p). Giovanni nomina solo Maria Maddalena, facendone la figura tipica del discepolo. Infatti è stata ai piedi della croce (19,25; cf. Mc 15,40p), sotto l’albero dove lo Sposo l’ha svegliata (cf. Ct 8,5b). Il suo nome richiama Maria di Betania, che vide la gloria di Dio (11,4.40) e profumò il Signore (11,2; 12,1-8): è la sposa, conquistata dall’amore estremo dello Sposo. Ora, dopo averlo visto elevato, lo cerca dove l’hanno posto. Luca dice che da lei erano usciti sette demoni (Lc 8,2): purificata dall’amore, è la prima che ha occhi per vedere il Signore. viene all’alba, mentre era ancora tenebra. L’alba, ultima veglia della notte, è l’ora in cui c’è insieme luce e tenebra: il sole già illumina il cielo, ma ancora non appare sulla terra. È la condizione interiore di Maria, che cerca lo Sposo. In lei c’è la luce dell’amore, ma anche lo smarrimento di non vedere l’amato. al sepolcro. Nel sepolcro l’avevano posto (19,42). Lì fu posto anche l’amico Lazzaro (11,34), lì è o sarà posto ogni uomo. Maria si aspetta di trovarvi il corpo di Gesù. Il sepolcro, memoria fondamentale dell’uomo, è costruito dall’affetto di chi vive per chi è morto. Ciò che di lui resta è il ricordo di chi lo ama. Nei vv. 1-10 si menziona il sepolcro per ben sette volte: è, ossessivamente, il protagonista del brano. La memoria di morte che, incutendoci terrore, ci tiene schiavi per tutta la vita (cf. Eb 2,15), diventa il luogo in cui incontriamo il Risorto. guarda. Nei vv. 1.5 c’è la parola blépo, (= guardare), nei vv. 6.12.14 theoréo, (= contemplare) e nei vv. 8.18.20.25bis.27.29bis oráo, che è il “vedere” proprio delle fede. C’è come un’educazione dei sensi per vedere il Risorto, che ormai è tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28): si passa dal guardare al contemplare e, infine, al vedere. L’occhio è la porta del cuore. La realtà è per l’uomo come la vede: il Risorto “è visto” da chi lo guarda e contempla con amore. Perché solo l’amore ha occhi per vedere la verità. la pietra levata dal sepolcro. Gesù aveva fatto levare la pietra dal sepolcro di Lazzaro (11,39.41). Ora l’agnello di Dio che leva il peccato del mondo (1,29), entrato lui stesso nel sepolcro, leva definitivamente la pietra che ci separa dalla vita.
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Giovanni, a differenza di Marco e Matteo, non dice che questa pietra fu messa sul sepolcro; la nomina solo ora che è misteriosamente levata. La gloria del Crocifisso ha fatto esplodere l’inferno. v. 2: corre allora. Ciò che Maria vede è segno dell’inconcepibile. Questa pietra levata, leva all’uomo l’unica certezza. Maria non può capire. Corre ad annunciare la scomparsa di Gesù. Pensa che l’abbiano rubato. Non ha ancora compreso che l’amore ha vinto la morte. viene presso Simon Pietro. Pietro, che ha rinnegato (13,36-38; 18,12-27), è nominato per primo. È posto come primo dei discepoli, perché ha sperimentato ciò che ci fa discepoli: la fedeltà del Signore alla nostra infedeltà. e presso l’altro discepolo. La ripetizione della proposizione “presso” indica che i due, anche se vicini, non abitavano nello stesso luogo. Questo discepolo appare insieme a Pietro nell’ultima cena (13,23-25) e nel processo (18,15ss). Riappariranno insieme nell’ultimo capitolo. L’“altro discepolo” non è semplicemente l’altro tra due, ma l’altro, il diverso. Infatti ha appoggiato il capo nel grembo e sul petto di Gesù (13,23-25), che ha visto trafitto (19,34s). del quale Gesù era amico. Normalmente è chiamato “il discepolo che Gesù amava”. Adesso che l’ha visto sulla croce, è chiamato amico. L’amicizia è amore reciproco. Gesù chiama i discepoli “amici” se compiono il suo comando (15,14), che è amarci l’un l’altro come lui ci ama (13,34; 15,12.17). Chi ama può incontrare e credere nel Risorto, perché lui stesso è passato dalla morte alla vita (1Gv 3,14). Non a caso anche Lazzaro, il morto/risorto, è chiamato amico (11,3.11). levarono il Signore dal sepolcro. Maria non parla del “corpo” di Gesù, ma del “Signore”. Ignora che non “levarono” il Signore dal sepolcro: è lui che ha levato, e per sempre, la pietra dal sepolcro. non sappiamo dove lo posero. “Dove l’avete posto?”, domandò Gesù a proposito di Lazzaro (11,34). Questa scena degli amici al sepolcro di Gesù richiama quella di Gesù al sepolcro dell’amico Lazzaro, quando manifestò la sua gloria. La scoperta del sepolcro vuoto apre una ricerca verso l’ignoto. La morte cessa di essere la meta infallibile, e il fallimento sicuro, di ogni cammino. Il Signore, posto nel sepolcro, non è più lì e non sappiamo dov’è – né Maria né le altre donne (cf. Mc 16,1p), non menzionate da Giovanni, ma suggerite dal plurale “non sappiamo”. Maria pensa che i nemici l’abbiano messo altrove. Si ribalta la diceria su un trafugamento di Gesù da parte dei suoi discepoli (cf. Mt 28,11ss). Ciò che è capitato è incomprensibile a tutti, amici e nemici. Lo può capire solo chi conosce le Scritture e la potenza di Dio (Mc 12,24; Mt 22,29). v. 3: uscì allora Pietro e l’altro discepolo, ecc . Dopo l’annuncio di Maria, Pietro e l’altro discepolo escono per andare al sepolcro. Il rapporto tra queste due figure, sempre così vicine e diverse, sarà ripreso e chiarito nel c. 21.
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v. 4: correvano insieme i due; ma l’altro discepolo, ecc. Pietro e l’altro corrono insieme. Ma questi è più veloce. Arriva prima al sepolcro, come giunge per primo a credere (v. 8) e a vedere il Risorto (21,7). Infatti il cuore mette ali ai piedi e alla mente. L’amico, che ama come è amato, precede colui che è il primo dei discepoli: il primato è sempre dell’amore, come si vedrà nel c. 21. v. 5: chinatosi, guarda i lini stesi. Il discepolo amico non entra, ma attende Pietro, come segno di stima per lui. Guarda però dentro e vede i lini stesi. Nella sepoltura di Gesù non si nominano le bende che legavano mani e piedi a Lazzaro. Si nomina solo al v. 7 il sudario (cf. 11,44), che però non è più sul volto. Qui l’attenzione è sui lenzuoli: non sono abbandonati in disordine, come se il cadavere fosse stato sottratto. I lini, che avvolgevano il corpo di Gesù, sono stesi: il sepolcro è diventato il letto nuziale, apprestato dallo Sposo per chiunque entrerà in esso. E tutti, prima o poi, entriamo. Lì però non incontriamo il dominio della morte, ma la comunione piena con il Signore della vita. La morte non è più morte: il nostro limite assoluto è comunione con colui che è amore assoluto per noi. tuttavia non entrò. L’altro discepolo dimostra di essere “altro” perché dà la precedenza al fratello e lo aspetta (cf. Rm 12,10; Fil 2,3; 1Cor 11,33b). v. 6: viene allora anche Simon Pietro, seguendo lui, ecc . Pietro viene al sepolcro seguendo l’altro discepolo, che già l’aveva preceduto nella casa di Caifa (18,15s). Seguendo chi ama, si è introdotti nel mistero di Gesù, nella sua passione per noi. entrò nel sepolcro e contempla i lini stesi. Pietro entra e vede ciò che anche l’altro ha visto stando fuori. v. 7: il sudario, che era sulla sua testa, ecc. Il sudario è il velo della morte, la coltre che copre tutti i popoli (cf. Is 25,7). Esso era avvolto anche intorno al viso di Lazzaro (11,44). Per Gesù invece si dice che era sulla sua testa, come il lembo del mantello di uno che dorma. Ora che si è svegliato, se lo è tolto. Non è però con i lini stesi, ma messo a parte, avvolto in un luogo determinato. Il “luogo” per eccellenza è per gli ebrei il santuario. Di esso Gesù aveva detto: “Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo farò risorgere”. Il velo della morte avvolge ora il vecchio santuario. Dio non è più lì. La Gloria dimora nel corpo di Gesù, nuovo santuario, dove Dio toglie ogni velo al volto suo e nostro. In lui vediamo faccia a faccia “Io-Sono”. È quanto i discepoli capiranno dopo la risurrezione (cf. 2,19-22). Una cosa ovvia non è detta nel testo. Il lettore certamente l’avverte, come anche i due discepoli: da quei lini emana il profumo delle cento libbre di mirra ed aloe, nominate poco prima nel racconto (19,39). v. 8: entrò anche l’altro discepolo. Dopo la constatazione di Pietro, anche l’altro discepolo entra nel sepolcro.
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vide e credette. I lini stesi, con il sudario a parte, sono i segni che il Signore non è lì e non è stato rubato. Vedendo questo, il discepolo amato crede in Gesù, Signore della vita, pur senza averlo visto. Egli è il prototipo di quelli che, dopo di lui, crederanno in Gesù senza vederlo (v. 29), attraverso i segni raccontati dall’evangelista stesso (vv. 30-31). Questo discepolo “altro” vede con il cuore. L’amore è il principio della fede, che dà vita. La connessione tra vedere e credere vuol dire che la fede, lungi dall’essere cieca, è occhio ben aperto sulla realtà. Di Pietro non si dice niente. Si può supporre, senza far violenza al testo, che l’autore voglia mostrare in lui l’aspetto oggettivo della fede: il sepolcro è vuoto e il corpo non fu trafugato. Nel discepolo amato invece evidenzia l’aspetto soggettivo della fede: l’amore “vede” i segni e “crede” in Gesù risorto, senza averlo visto. In Maria, infine, seguita dagli altri discepoli e da Tommaso, è riferita l’esperienza fondante riservata a coloro che ci trasmettono l’annuncio della risurrezione: essi vedono e toccano il Risorto. Infine veniamo noi, che crediamo sulla loro testimonianza. Per chi non crede rimane irrisolto l’enigma del sepolcro vuoto – il sogno più allettante dell’uomo, che in questa direzione volge ogni sua energia. Gli rimane anche l’interrogativo che proviene dalla testimonianza di chi, nell’incontro con il Risorto, è passato lui stesso a una vita nuova nell’amore. v. 9: non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che lui risorgesse dai morti . Qui si intende tutta la Scrittura o un singolo passo? Sono possibili ambedue le ipotesi. Se si tratta di un singolo passo, può essere un’allusione a Is 26,19-21 LXX, dove si parla di risurrezione dai morti, quando il Signore, dopo un breve tempo (cf. 16,16!), uscirà dalla sua dimora. Tuttavia l’espressione “bisognava che risorgesse dai morti”, che è di sapore sinottico (cf. Mc 8,31p; 9,31p; 10,34p; Lc 24,7.25ss.46) e viene dall’annuncio primitivo della fede, esprime il senso globale della Scrittura, più che di un singolo passo. Questa osservazione sembra in dissonanza con il “vide e credette” che precede. Giovanni intende forse parlare solo degli altri che, a differenza di lui, non hanno capito? La cosa non sarebbe espressa bene. Intende forse dire che nessuno ha creduto alla risurrezione, neppure lui? Allora l’espressione “vide e credette” significherebbe che egli “vide” che non c’era Gesù e “credette” alla Maddalena che pensava ad un furto di cadavere. Ma questo è contrario all’uso di “vedere e credere” nel quarto Vangelo e all’insistenza sui lini stesi con cura e sul sudario avvolto in un determinato luogo. Se si considera il testo come un edificio ben costruito, prescindendo da che cava vengano le pietre, sembra meglio ritenere che il discepolo amico, con l’anticipazione tipica dell’amore, ha sempre sufficienti segni per credere all’amato. Egli “vide” (i segni) e “credette” (nel Risorto): è il primo che, senza aver visto il Signore, ha in lui quella fede che propone ai suoi lettori (cf. vv. 2931). Uno non può proporre un’esperienza che lui non ha fatto. La Scrittura non riporta speculazioni o deduzioni, ma il vissuto personale di chi scrive.
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Probabilmente nel v. 9 l’autore vuol dire, ovviamente al lettore, che solo dopo la risurrezione di Gesù, accertata dai testi oculari, è possibile capire la Scrittura, che tutta parla di lui (5,39). La promessa del Signore è comprensibile solo dopo il suo compimento e alla luce del suo Spirito d’amore (cf. 14,26). Per questo i discepoli possono credere alla Scrittura e alla parola di Gesù solo dopo la sua risurrezione (cf. 2,22; 12,16). Rimane sempre un velo sul volto di chi legge la Scrittura, che viene eliminato dalla conversione a Cristo Signore (cf. 2Cor 3,12-16). E questa è donata a chi ha contemplato il suo amore e lo ama. I primi discepoli, che hanno incontrato il Risorto, lo testimoniano a noi nel Vangelo, che racconta e rende presente la carne del Verbo, realizzazione di ogni promessa di Dio. Per noi, che veniamo dopo i primi che l’hanno visto e toccato, i Vangeli e l’intera Scrittura diventano come il corpo di Cristo: sono il segno in cui lo incontriamo e vediamo Risorto. v. 10: se ne andarono di nuovo, (ognuno) presso di sé . I due discepoli, anche se nella stessa casa, non stanno insieme. Ognuno torna da dove è venuto: Pietro nel sepolcro delle sue perplessità, sapendo però che il Signore non è lì; l’altro nella luce di chi ha veduto e creduto all’amore del suo Signore. Maria invece resta presso il sepolcro vuoto a cercare il Risorto, fino a quando non lo trova. Da qui inizia quella ricerca d’amore che porta all’incontro con il Vivente, datore di vita. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b. Mi raccolgo immaginando il sepolcro. c. Chiedo ciò che voglio: l’amore del discepolo che vede e crede. d. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che fanno, che dicono. Da notare: • Maria la Maddalena viene all’alba, mentre era ancora tenebra • scorge la pietra levata • corre da Simon Pietro e dall’altro discepolo, del quale Gesù era amico • levarono il Signore dal sepolcro • non sappiamo dove lo posero • Pietro e l’altro discepolo corrono al sepolcro • l’altro discepolo, più veloce, giunge primo al sepolcro • scorge i lini stesi
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• non entra • Simon Pietro lo segue ed entra nel sepolcro • guarda i lini stesi • il sudario non è con i lini, ma separato, avvolto in un determinato luogo • anche l’altro discepolo entra nel sepolcro • vede e crede • non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che lui risorgesse • i discepoli tornano presso di sé. 3. Testi utili Sal 16; Is 25,6-8; Ez 37,1ss; 2Mac 7,22s; Lc 20,27-40; At 2,22-36; 23,6-11. 26,1-28; 1Cor 15,1ss.

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55. VA’ DAI MIEI FRATELLI E DI’ LORO: SALGO AL PADRE MIO E PADRE VOSTRO E DIO MIO E DIO VOSTRO. 20,11-18 20,11 Maria invece continuava a stare (in piedi) presso il sepolcro, fuori, piangente. Mentre dunque piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e contempla due angeli in bianche (vesti) seduti uno alla testa e uno ai piedi dove giaceva il corpo di Gesù. 13 E le dicono quelli: Donna, perché piangi? Dice loro: Levarono il mio Signore e non so dove lo posero. 14 Dette queste cose, si voltò indietro e contempla Gesù che sta (in piedi) e non sapeva che è Gesù. 15 Dice a lei Gesù: Donna, perché piangi? Chi cerchi? Quella, pensando che fosse il giardiniere, gli dice: Signore, se tu lo portasti, dimmi dove lo ponesti, e io lo leverò. 16 Le dice Gesù:
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Mariam! Voltatasi, quella, gli dice in ebraico: Rabbuní! che si dice: Maestro. 17 Dice a lei Gesù: Non (continuare a) toccarmi; infatti non sono ancora salito al Padre. Ora va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro. 18 Viene Mariam la Maddalena annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore e che le disse queste cose. 1. Messaggio nel contesto “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro” . Chi ha visto il Signore, riceve questo messaggio da portare ai suoi fratelli. Maria Maddalena è la sposa che cerca lo Sposo, figura della comunità che cerca il suo Signore. Finalmente i due si incontrano. Nel giardino, dove s’innalza l’albero della vita, c’è anche la stanza nuziale, dove lo Sposo si è unito all’umanità con un amore più forte della morte. Qui la sposa lo abbraccia. È la scena più bella, “entusiasmante” del Vangelo. Come nel Cantico dei Cantici, i due si ritrovano, anticipando le nozze di Ap 21-22. Dio raggiunge il fine che si era proposto dal principio: nel giorno “uno dei sabati” (cf. v. 1) si compie la creazione nuova. Gesù e Maria sono la nuova coppia originaria. Questo racconto sviluppa il precedente, dove si parla del discepolo amato che “vide e credette” (v. 8). Si può guardare senza vedere: solo chi ama, vede. Infatti l’amore ha occhi nuovi, perché ha cuore nuovo; come sta scritto: “Vi darò un cuore nuovo” (Ez 36,26) e allora “tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande” (Ger 31,34). L’amore è principio di fede e di conoscenza: uno crede e conosce solo ciò che ama. Ma chi ama rimane nella tenebra fino a quando non ascolta il proprio nome dalla bocca dell’amato. Egli conosce personalmente le sue pecore ed esse riconoscono la sua voce (cf. 10,3s). Per loro ha esposto, disposto e deposto la propria vita; per questo ha il potere di riprenderla di
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nuovo, vincendo la morte (cf. 10,1-18). Ma, fino a quando il Risorto non si manifesta, Maria resta nel pianto. Il suo cuore è un sepolcro, dove l’amato è presente come morto e assente come risorto. Solo quando lui la chiama per nome, esce dal lutto al pascolo della vita, e della vita in abbondanza (cf. 10,3.9.10). Il discepolo amato, che “vide e credette”, rappresenta l’essenza della fede come risposta alla domanda che pone a tutti il sepolcro vuoto. Con Maria si esplicita un ulteriore aspetto: la fede è amore che vede, tocca e ascolta il Signore stesso. Se del primo si dice che “vide” – non Gesù, ma i segni – e “credette” in lui, di Maria si dice che “ha visto il Signore”. Si passa ora dal vedere i segni che fanno credere, al vedere il Signore che rende credibili i segni. Le due scene hanno in comune l’amore. Il racconto è riportato da Matteo 28,9-10, con espressioni simili. Giovanni però non è preoccupato di annunciare che Gesù è risorto e si farà vedere in Galilea. Spiega invece, come al solito, cosa significhi per noi il suo farsi vedere. In Maria vediamo come l’amore diventa esperienza del Risorto: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (14,21b). L’amore infatti rende presente e manifesta l’amato a chi lo ama. “Vedere e toccare” il Signore, riservato a Maria e ai primi discepoli, è anticipo dell’incontro finale e, insieme, rivelazione del suo nuovo modo di essere sempre con noi: è la presenza, spirituale e gloriosa, di colui che, salito al Padre, ci dà il suo Spirito, perché anche noi, andando verso i fratelli, andiamo dove lui è. Il giorno di Pasqua in Giovanni è già il suo ritornare a noi, come aveva promesso (cf. 14,3.19-20; 16,16-20), per vivere in noi come noi in lui. L’opera del Figlio, già perfetta in lui, continua nei suoi fratelli: il suo ritorno al Padre sarà pienamente compiuto quando anche noi tutti avremo fatto il suo stesso cammino. Allora la nostra casa sarà piena di profumo: il sepolcro odorerà di vita e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). La presenza dei due angeli nel sepolcro, descritta pure dagli altri evangelisti, è ricordata da Giovanni come di passaggio, per sottolineare il lutto di Maria. La parola dell’angelo (= annunciatore), testimone della risurrezione, è necessaria. Ma qui, come nel racconto della Samaritana, si evidenzia l’importanza di giungere all’incontro personale con il Signore (cf. 4,41s): la fede è quel credere alla Parola che diventa esperienza diretta di Colui che parla. Ogni parola infatti comunica sia ciò di cui si parla, sia colui che parla. Il Vangelo di Giovanni inizia proclamando l’identità tra Gesù e le sue parole: egli è la Parola stessa, il Figlio rivelatore del Padre, che si volge a noi per comunicarci se stesso. Ogni parola esteriore suscita una parola interiore: dicendone il nome, fa venire alla luce ciò che è sepolto nel cuore. Così la parola del Figlio, che ascoltiamo nell’orecchio, risveglia in noi la nostra verità profonda: siamo suoi fratelli, figli dello stesso Padre.
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Maria, piangente per l’assenza dello Sposo, è restituita alla gioia dalla sua presenza. È triste perché ama Gesù e non lo trova. La sua scomparsa dal sepolcro inquieta tutti, amici e nemici, anche se in modo diverso (cf. Mt 28,11-15). È il fatto più sorprendente avvenuto nella storia, che restituisce all’esistenza il suo senso, liberandola dall’ipoteca della morte. Nel racconto precedente si è accennato all’importanza dell’amore per vedere e leggere i segni del Risorto. Ma chi ama, finché non vede l’amato, è triste. Solo l’incontro con lui fa passare dal pianto alla gioia. Il passaggio dalla tristezza alla gioia è la nostra stessa risurrezione, frutto dell’incontro con lui. È proprio di Dio dare gioia; è proprio e solo di Dio dare gioia senza altro motivo che il suo annunziarsi al cuore. Allo stesso modo è proprio del nemico combatterla con tutti i mezzi. La gioia, corona dell’amore corrisposto, è manifestazione di Dio, segno sicuro della sua presenza: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16b). Dove non c’è gioia, non c’è Dio; anche se ci fosse perfetta osservanza e giustizia, c’è morte. “Vedere” il Risorto è questione di “discernimento”: il cuore puro vede Dio (cf. Mt 5,8), che è sempre all’opera in noi e fuori di noi. E ciò che purifica il cuore è l’amore, che dà luce agli occhi. Il racconto comincia con il pianto di Maria che resta presso il sepolcro ( vv. 11-13). Gesù, di sua iniziativa, si fa riconoscere e la invia ai fratelli ( vv. 14-17). Essa proclama loro d’aver visto il Signore e annuncia il messaggio ricevuto (v. 18). Gesù viene incontro a Maria, che lo attende con amore, e si fa riconoscere da lei chiamandola per nome. La Chiesa, rappresentata da Maria Maddalena, è la sposa che trova l’amato del suo cuore. Inizia così il cammino con il quale lo Sposo la attira a sé (cf. Ct 1,4a) e la porta ad essere sempre là dove lui è (cf. 14,2-4). 2. Lettura del testo v. 11: Maria invece continuava a stare (in piedi) presso il sepolcro . Dopo la seconda notte di angoscia, ai primi chiarori dell’alba, Maria è uscita. Ha attraversato la città per andare al sepolcro dove è deposto il suo amato. L’ha cercato, ma non l’ha trovato. È tornata indietro ad avvisare gli altri e di nuovo è uscita per vedere dove riposa. La scena allude alla sposa di Ct 3,1-4. A differenza dei discepoli, che se ne sono tornati presso di sé (v. 10), lei non si stacca dal luogo che costituisce l’ultimo ricordo di colui che ama. Lì ha dormito il suo sonno. Ma ora non c’è più e resta di lui, unica compagnia della sposa, il vuoto e il desiderio. Maria non può abbandonare il luogo dove lui, nel suo amore estremo, è arrivato. È ormai la sua casa. Qui, dove finisce ogni ricerca, comincia l’attesa. Oltre il sepolcro vuoto – oltre la morte
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della morte (questo significa in realtà il sepolcro vuoto) – non c’è più nulla da cercare. C’è solo da attendere che il Signore della vita riappaia là dove è scomparso. Il chicco di grano fruttifica là dove è caduto sotto terra. fuori. Pietro e il discepolo amato sono entrati per constatare l’assenza di Gesù e per vedere i segni. Maria, vedendo scoperchiato il sepolcro, rimane fuori. Non cerca segni, ma il suo Signore. piangente. Gesù aveva detto: “Piangerete e gemerete voi (…). Voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza diventerà gioia” (16,20), perché “di nuovo vi vedrò e si rallegrerà il vostro cuore e la vostra gioia nessuno può levare da voi” (16,22b-23a). Dopo il breve tempo in cui lo vedono sulla croce e il breve tempo in cui non lo vedono più (16,17), dopo la tristezza e l’afflizione del parto, giunge il tempo della gioia piena: è venuto alla luce l’uomo nuovo (16,21). Le lacrime sono acque natali, da cui vien fuori il suo amato. Ci sono delle cose che vedono solamente gli occhi che hanno pianto. Il pianto inconsolabile di Maria è come quello per la morte di Lazzaro, che da Maria di Betania si comunica a tutti, fino a far lacrimare Gesù stesso (cf. 11,33-35): “Vedi, come lo amava!” (11,36). È lutto per l’assenza del suo Signore e desiderio della sua presenza. Il pianto è la prima forma di preghiera, propria del bambino: trova sempre un orecchio che l’ascolta (cf. Gen 21,16s). mentre dunque piangeva. Si sottolinea il pianto di Maria, tenace come il suo amore. Essa rimane accanto al suo sepolcro, vicino al luogo dove fu crocifisso e trafitto (cf. 19,41). Qui è stato posto. Dov’è ora? Le lacrime di Maria, come quelle di Gesù (cf. 11,35), irrigano la terra e fanno germogliare l’amato. L’amore infatti muore dove non è corrisposto e vive ovunque è amato. si chinò verso il sepolcro. Il suo sguardo, mentre piange, torna al sepolcro, pieno di vuoto. v. 12: contempla due angeli in bianche (vesti) . I due angeli, a differenza che negli altri Vangeli, non recano alcun messaggio. Hanno solo la funzione di indicare dove era il corpo di Gesù. Annunciatori del mondo divino, sono come i due cherubini dell’alleanza, posti nell’arca, da dove Dio parla con l’amico Mosè (cf. Es 25,17-22). La Presenza ormai è in quel corpo assente, che ha realizzato l’amore estremo. Gli angeli sono in bianche vesti. È il colore della luce, vittoria sulla tenebra, vita senza ombra di morte. v. 13: le dicono quelli. I due angeli non dicono ciò che sanno; solo interrogano Maria, preparandola all’incontro con Gesù. La loro presenza la lascia indifferente. Non è interessata a loro; cerca solo l’amato del suo cuore (Ct 3,3). donna, perché piangi? La stessa domanda le rivolgerà anche Gesù (cf. v. 15). Maria piange perché è malata d’amore (Ct 2,5; 5,8). Il suo diletto è scomparso: “Io venni meno per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non m’ha risposto” (Ct 5,6). Gli
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angeli sanno che è risorto. Perché non glielo dicono? Quand’anche Maria sapesse che è risorto, non le basterebbe: vuole incontrarlo. La ferita d’amore è guarita solo dalla presenza dell’amato. levarono il mio Signore. Se il Signore fosse lì, Maria lo piangerebbe come morto. Ma se è altrove – fosse anche risorto – ne sente ancor di più la mancanza. Se è morto, dov’è? Se è risorto, perché non le si fa incontro? e non so dove lo posero. Maria suppone ancora che sia stato trafugato (cf. v. 2). Cerca dove sta il suo Signore. Anche i primi discepoli domandarono a Gesù: “Dove dimori?” (1,38). Insieme al Cantico dei Cantici, la chiamata dei primi discepoli (cf. 1,35-39) fa da sfondo a questo racconto. Questo suggerisce l’identità tra il Crocifisso e il Risorto: l’uomo che essa incontrerà è la stessa persona conosciuta in Galilea, non una larva o una proiezione dei suoi desideri. v. 14: dette queste cose, si voltò indietro. Maria percepisce una presenza alle spalle. Si volta, allontanando lo sguardo dal sepolcro. Deve guardare dalla parte opposta al luogo della morte per incontrare il Signore della vita. Non bisogna cercare tra i morti il Vivente (cf. Lc 24,5): “Guardate a lui e sarete raggianti” (Sal 34,6). Il Signore sta sempre alle spalle, perché è lui che viene a cercarci. Se noi lo cerchiamo, non lo troviamo; a meno che ci fermiamo e ci voltiamo per lasciarci trovare. e contempla Gesù. In greco c’è la parola contemplare (theoreĩn). Il termine si usa per gli spettacoli, nei quali si guarda con sorpresa ciò che appare sulla scena. Gesù che sta (in piedi). Il suo corpo, che giaceva nel sepolcro, ora sta fuori, ritto in piedi. È il vincitore della morte. non sapeva che è Gesù. Maria, dopo essere andata oltre gli angeli, guardie del sepolcro, trova l’amato del suo cuore (cf. Ct 3,4a). Ma non lo riconosce, anche se è presente. Dio è sempre una presenza misconosciuta, perché sommamente discreta, come l’amore. Tutti i racconti di risurrezione sono narrazioni di “riconoscimento”. Lui è il Vivente: tutto è in lui e lui in tutto. L’illuminazione non è vedere altro da ciò che c’è, ma avere occhi nuovi e cuore nuovo per vedere l’Altro che c’è . I nostri occhi non lo vedono, perché sono rivolti verso il sepolcro. Anche questo è ormai pieno di profumo. Eppure noi continuiamo a guardare le paure che abbiamo nel cuore. v. 15: donna. Come gli angeli, anche Gesù interpella Maria col nome di “donna”. Così chiamò sua madre alle nozze di Cana e sul Calvario, la Samaritana al pozzo e l’adultera perdonata nel tempio. perché piangi? Si dà molto rilievo al pianto di Maria. Ricordato due volte dall’evangelista nel v. 11, ora Gesù, come poco prima gli angeli (v. 13), le domanda perché piange. Sa bene perché piange. Per lui, per la sua morte, per la sua scomparsa dal sepolcro. Le lacrime, che sgorgano dal suo abisso di dolore, le purificano gli occhi per vedere colui che cerca;
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anzi colui che l’ha cercata e l’ha trovata. Ma, se non cessano, fanno da velo. La tristezza che muove a cercare Dio è buona, ma impedisce di trovarlo a chi già lo cerca. chi cerchi? La seconda domanda di Gesù a Maria richiama la prima rivolta ai discepoli: “Che cercate?” (1,38). È la stessa rivolta ai nemici nel giardino degli olivi: “Chi cercate?” (18,4). L’uomo è desiderio, sempre in cerca di quanto lo possa soddisfare. Ma si può cercare il Signore per prenderlo o per esserne presi, per togliergli o per ricevere la sua vita. Nella cappella degli Scrovegni si possono confrontare, l’uno di fronte all’altro, i due abbracci, di Giuda e della Maddalena. Il tema cercare/trovare è connesso con quello della Sapienza, sposa del sapiente: “Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prenderla come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza” (Sap 8,2). “Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà; la troverà” (cf. Sap 6,14). Ma non dentro il sepolcro, bensì fuori di esso. Infatti è sapienza di vita, non di morte. Maria si è alzata ed è corsa di buon mattino per le strade e per le piazze della città, in cerca del suo amato (Ct 3,2). pensando che fosse il giardiniere. Dove si innalza l’albero della croce, c’è un giardino con un sepolcro nuovo, nel quale nessuno ancora è stato posto, prima di Gesù (19,41). La passione del Signore, iniziata in un giardino (18,1), si conclude in questo giardino. Il giardiniere richiama Adamo, il primo uomo, partner di Dio, chiamato a coltivare e custodire l’Eden (Gen 2,15). Maria pensa che Gesù sia il giardiniere. Come tutti gli equivoci del quarto Vangelo, anche questo è carico di significati. Infatti Gesù è il giardiniere/Sposo, sceso nel suo giardino per incontrare la sorella sua sposa e inebriare tutti del suo amore (cf. Ct 5,1). Nelle acque della morte ha passato la notte; per questo il suo corpo è bagnato di rugiada, i suoi riccioli di gocce notturne. Ora è lì, dalla sua diletta, e bussa (Ct 5,2) perché apra gli occhi e lo riconosca. Il giardino, con i suoi odori, fa da scenario al Cantico dei Cantici. La sposa stessa è per lo Sposo un giardino pieno di profumi, “con mirra e aloe e tutti i migliori aromi” (cf. Ct 4,12-16). Anche lo Sposo, a sua volta, è per lei sacchetto di mirra e grappolo d’uva (Ct 1,13s), melo tra gli alberi del bosco (Ct 2,3). Signore. Maria lo chiama Signore, anche se ancora non sa che è colui che va cercando. se tu lo portasti. Proprio lui, lo Sposo che ha dinnanzi, ha portato il suo corpo nella notte e l’ha immerso nello Sheol, dando prova del suo amore più forte della morte (Ct 8,6b). dimmi. Maria interroga l’unico che è in grado di darle risposta. E gli chiede: “Dimmi, amore dell’anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni” (Ct 1,7). Non vuole che lui. Senza di lui è vagabonda. Non trova casa presso nessuno dei suoi compagni, fossero anche luminosi come angeli.
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dove lo ponesti. Il corpo che Maria cerca, senza nominarlo tanto è per lei ovvio, non è più dove l’abbiamo posto noi (19,42), dove fu posto Lazzaro (11,34) e dove, presto o tardi, tutti siamo posti. Il Signore ha portato il suo corpo fin dentro la morte per porlo davanti agli occhi di Maria, come sua vita. e io lo leverò. Come può, lei da sola, levare quel corpo che due uomini levarono dalla croce per porlo nel sepolcro? Ma l’amore è capace di portare ogni peso, perché nulla al mondo pesa quanto l’amore. Solo se Maria leva il corpo del suo Signore, è levata la pietra da quel sepolcro che è il suo cuore. v. 16: le dice Gesù: Mariam! Se finora nel racconto è chiamata Maria, adesso Gesù la chiama in aramaico: “Mariam!”. È il suo nome, detto da una voce familiare e inconfondibile: “Una voce, il mio diletto!” (Ct 2,8a). Egli viene come un cerbiatto, saltando per i monti e balzando per le colline (Ct 2,8b): viene per tirar fuori dal recinto di morte la sua amata. Egli la conosce e la chiama per nome; e lei riconosce la voce di colui che ha esposto, disposto e deposto la sua vita per lei, per riprenderla di nuovo (cf. 10,1ss). Prima di lei solo Lazzaro (11,43) e Filippo (14,9) sono stati chiamati per nome. Seguirà “Simone di Giovanni”, chiamato nel finale per tre volte (21,15.16.17). All’ascolto del proprio nome dalla bocca del Verbo, Lazzaro esce dal sepolcro alla vita, Filippo dall’ignoranza alla conoscenza del Volto, la sposa dal lutto all’incontro con lo Sposo, il discepolo rinnegatore alla gioia del perdono. Nella voce del Signore che ci chiama per nome, scopriamo chi siamo noi per lui: “Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1b), “Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,4a). Non solo do tutto per te (cf. Is 43,4b): do anche me stesso. Chiamare semplicemente per nome, senza aggiungere altro, significa dire: “Tu sei per me e io per te”. Questa chiamata si compirà pienamente alla fine, quando il Signore ci chiamerà a sé e ci darà il nostro nome nuovo (Ap 2,17). Ma già ora questo nome, uscito dalla sua bocca (cf. Is 62,2), ci fa passare dalla morte alla vita: ci fa venire alla luce della nostra verità. Nasciamo come creature nuove, perché “il mio diletto è per me e io per lui” (Ct 2,16; 6,3; 7,11). voltatasi. La sposa si era già voltata verso il giardiniere (v. 14). Ora si volta ancora: “Volgiti, volgiti, Sulammita; volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti” (Ct 7,1). Lo Sposo, e anche noi suoi amici, vogliamo ammirare la bellezza di chi lo cerca e lo trova. rabbuní. Mariam lo riconosce al suono della voce che dice il suo nome; e gli risponde in aramaico. Il giardiniere è il suo Gesù che conosce. L’identità di voce è l’identità di persona, inconfondibile come un melo tra gli alberi del bosco (Ct 2,3). Non lo chiama “Gesù”, ma “rabbuní”, nome che si dà, oltre che al maestro, anche allo sposo. Maria ha davanti Gesù di Nazareth, suo maestro e sposo.
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Nel giardino risuonano “grida di gioia e di allegria, la voce dello sposo e quella della sposa”. Ad esse segue il canto di coloro lodano l’amore eterno di Dio, che ristabilisce la sorte del suo popolo (Ger 33,11). Qui si compie infatti la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. Mariam e Gesù sono la coppia primordiale dell’umanità nuova, soli nel giardino al mattino di Pasqua. Anche il loro letto è verdeggiante (Ct 1,16b) che si dice: Maestro. L’evangelista traduce per il lettore la parola rabbuní, sottolineando che significa maestro. Intende così evidenziare che Mariam è discepola di Gesù. In lei si compie il cammino del discepolato. I primi due discepoli, alla domanda: “Che cercate?”, avevano risposto: “Rabbí (che si dice Maestro), dove dimori?” (1,38). Ora sappiamo che dimora nell’amore compiuto. Questo amore è la nostra vera dimora (cf. 15,9). Il Signore, Sposo e Maestro, è Gesù, la Parola diventata carne, il Figlio venuto incontro ai fratelli per riportarli al Padre. In lui si compie l’alleanza definitiva tra Dio e uomo: il cielo è aperto sulla terra (cf. 1,51), la creazione si congiunge con il suo Creatore. v. 17: dice a lei Gesù: Non (continuare a) toccarmi. L’imperativo presente negativo ordina di interrompere un’azione in corso: smettila di toccarmi. Il verbo “toccare” in Giovanni ricorre solo qui. Nel corpus giovanneo lo troviamo ancora in 1Gv 5,18, dove si dice che il maligno non “tocca” chi è nato da Dio. Mariam, dopo essersi alzata nel buio e aver attraversato la città in cerca dell’amato del suo cuore, oltrepassate le guardie, lo trova: “Lo strinsi fortemente e non lo lascerò, finché non l’abbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice” (Ct 3,4). La sposa finalmente abbraccia lo Sposo. Ma Gesù le dice che questo è solo il fidanzamento, anticipo dell’unione definitiva. Questa sarà dopo. Ora c’è un cammino da fare – il suo stesso – per essere con lui. infatti non sono ancora salito al Padre. Queste parole non sono di immediata comprensione. Per Giovanni la stessa croce è la Gloria, l’ora del suo trasferirsi da questo mondo al Padre (cf. 13,1). Come mai adesso, che è già risorto, dice di non essere ancora salito al Padre? In realtà il Figlio è già asceso al Padre. Con la sua morte è andato a prepararci un posto e ha promesso che sarebbe venuto a prenderci con sé, perché anche noi siamo dove lui è (14,2s). Ora che è risorto compie la promessa: torna a noi con la forza del suo Spirito, perché anche noi andiamo là dove lui da sempre è. Solo quando saremo anche noi nella dimora del Padre suo e nostro, ci sarà l’abbraccio definitivo. La “salita” al Padre, della quale parla, non è tanto la sua, quanto quella dei suoi fratelli, ai quali ha mostrato la via (14,4). Questa via, che è la verità della vita (cf. 14,6), è il Gesù terreno, il Maestro: la sua “carne” insegna a ogni carne il cammino verso il Padre. Tutta la storia, personale e universale, ormai non è che il ritorno del creato al suo Creatore, nella carne del Figlio.
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Non dobbiamo trattenere Gesù per condurlo nella stanza della nostra madre. Lo riporteremmo ancora nel sepolcro, la terra da cui è appena uscito. Dobbiamo invece seguirlo nella casa del Padre suo celeste, che è ormai anche nostro. Lì si consumano le nozze. Solo al termine del cammino, nostro e di tutti, ci sarà l’unione piena, anticipata nell’abbraccio della Maddalena e di quanti, come lei, lo amano. ora va’ dai miei fratelli . L’abbraccio con il Risorto diventa invio verso i suoi fratelli. È l’unica volta che Gesù chiama i discepoli “i miei fratelli”. Ci ha resi tali assumendo la nostra carne e vivendo in essa la pienezza dell’amore. Compiuta la sua missione di Figlio, comincia la nostra di suoi fratelli, che diventiamo figli amando come lui ci ha amati. Egli non è più visibilmente con noi. Ma è presso di noi, anzi in noi, con il suo Spirito (14,16s) perché, andando verso gli altri, compiamo la nostra “salita” al Padre. Il Cristo totale, il corpo del Figlio nella sua statura piena (Ef 4,13), sarà presso il Padre quando tutti gli uomini, suoi fratelli, saranno uno nell’amore ( cf. 17,22s). di’ loro. Mariam è inviata ad annunciare a coloro che sono inviati ad annunciare: è apostola degli apostoli, super-apostola. È la donna sposa e madre, figura della Chiesa, che con il suo annuncio apre agli altri la propria esperienza di vita. Le sue parole, secondo Luca 24,11, parvero agli apostoli un “vaneggiamento” e non le credettero. Fino a quando uno non fa esperienza personale, tutto è senza senso. salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro . L’innalzamento di Gesù sul Calvario è già il suo ritorno al Padre. Il tempo dopo la sua croce è il tempo della nostra risurrezione. In esso, accogliendo il suo amore, noi passiamo dalla morte alla vita perché amiamo gli altri (cf. 1Gv 3,14). Proprio così diventiamo suoi fratelli e figli del Padre: il Padre suo diventa Padre nostro, il Dio suo Dio nostro. “Padre vostro e Dio mio e Dio vostro”, senza articolo, sono attributi dell’espressione “il Padre mio”, con l’articolo. Con questo nome Gesù chiama Dio. Mariam, come la Chiesa, annuncerà ai fratelli quel Dio che nessuno mai ha visto: è “il Padre mio” di Gesù, il Figlio unigenito che si è fatto nostro fratello perché il Padre suo diventi anche Padre nostro e Dio nostro. È l’alleanza definitiva: il Signore diventa nostro Dio e noi il suo popolo (cf. Ger 31,33). Con queste parole Gesù ci fa comprendere, attraverso Mariam, il suo nuovo modo di essere con noi. Noi ora lo “tocchiamo” andando verso gli altri e testimoniando quanto lui ha detto. Il testo seguente specificherà che è una testimonianza di amore e di perdono, che scaturisce dalla pace e dalla gioia dello Spirito. Così si realizza nella storia la salita del Figlio al Padre con tutti i suoi fratelli, fino a quando la sua casa sarà piena (cf. Lc 14,23) e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

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v. 18: viene Mariam la Maddalena. Nel suo volgersi ai fratelli, la Maddalena è chiamata Miriam: realizza il nome con il quale Gesù l’ha chiamata. Sembra che lasci l’amato. In realtà il suo andare verso gli altri è compimento della presenza di colui che è amore. annunciando ai discepoli: Ho visto il Signore. Se gli angeli nel sepolcro non annunciano il Risorto, Mariam stessa diventa l’angelo della risurrezione e annuncia: “Ho visto il Signore”. L’altro discepolo vide i segni e credette che il Signore è risorto (v. 8). Mariam invece ha visto il Signore stesso; e continua a vederlo (il perfetto indica un’azione compiuta, il cui effetto perdura). “Vedere”, termine che esprime l’incontro dei testimoni oculari con il Risorto, è un vedere reale, anzi realissimo, e insieme trascendente: “Il Signore operò negli occhi del loro corpo ciò che si operava in loro con gli occhi del cuore” ( Gregorio Magno). Vedere il Risorto con gli occhi della carne è proprio dei primi testimoni, vederlo con gli occhi del cuore è per chiunque lo ama. L’incontro con Gesù fa risorgere Mariam. Lei lo vede, secondo la sua promessa: “Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete” (14,19). E la nuova vita è la sua stessa di Figlio, rivolto ai fratelli come al Padre. Mariam, come poi i discepoli al v. 25, sintetizza la sua esperienza dicendo: “Ho visto il Signore!”. Però nel racconto, più che il vedere – al v. 14 si parla di contemplare, ma senza riconoscere –, l’autore pone in risalto quegli aspetti che portano anche il lettore a incontrare il Signore: l’amore che sosta al sepolcro, il piangere (vv. 11bis. 13.15), il cercare “dove” sta l’amato (vv.12.13.15), il volerlo levare con sé e, infine, il chiamarsi per nome, il toccarlo e la missione di annunciare ai fratelli la salita al Padre. e che le disse queste cose. L’annuncio di Mariam passa dal discorso diretto a quello indiretto. “Ho visto il Signore” è la testimonianza del suo incontro, che fonda la nostra fede. “Queste cose”, che le ha detto, sono le parole sulla sua salita al Padre, che riguardano la missione di ciascuno di noi. I racconti della risurrezione iniziano con Maria che cerca il Signore e non lo trova. Non è più nel sepolcro e non sa “dove” l’hanno posto. La domanda del “dove” pervade il primo incontro con il Risorto come il primo incontro con il Gesù terreno (cf. 1,35-39). Ora Mariam sa “dove” è il Signore. Il suo luogo è ogni luogo dove c’è un fratello, con il quale salire al Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro. Qui si chiude il primo incontro con Gesù Risorto. Potrebbe finire anche il Vangelo, perché sappiamo che la storia continua nella testimonianza di chi l’ha incontrato, fino a quando al mondo c’è un fratello che ancora non conosca di essere amato dal Padre con lo stesso l’amore del Figlio (cf. 17,23).
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Ma l’evangelista vuol mostrare il modo in cui questa testimonianza prosegue. Dopo l’aspetto personale esplicita quello comunitario e mette in rilievo i grandi doni del Risorto: la pace e la gioia, lo Spirito e il perdono. Per questo la storia degli incontri prosegue lo stesso giorno per i fratelli riuniti a Gerusalemme, si ripete l’ottavo giorno per chi allora non c’era e si prolunga nella missione dei sette discepoli sul mare di Tiberiade. Ogni incontro evidenzia come la gloria del Figlio, data ai suoi fratelli (cf. 17,22), si propaga per il mondo intero per giungere fino a noi, lettori e a nostra volta annunciatori del Vangelo. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo immaginando il giardino, vicino al sepolcro. Chiedo ciò che voglio: l’incontro con il Signore. Traendone frutto, guardo e ascolto le persone: chi sono, cosa fanno, cosa dicono.

Da notare: ● ● ● ● ● ● ● ● ● ● ● ● ● ● 4. Maria piangente fuori dal sepolcro si china e vede due angeli nel sepolcro dove giaceva Gesù donna, perché piangi? levarono il mio Signore e non so dove lo posero si voltò indietro e vide Gesù, in piedi, senza riconoscerlo donna perché piangi? chi cerchi? Signore, se tu lo portasti, dimmi dove lo ponesti e io lo leverò le dice Gesù: Mariam! Rabbunì! non continuare a toccarmi non sono ancora salito al Padre ora va e annuncia ai fratelli salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro Mariam annuncia ai discepoli: Ho visto il Signore. Testi utili Sal 30; 45; Cantico dei Cantici; Ger 31; Ez 36,1ss; Ap 21-22.

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56. COME IL PADRE HA MANDATO ME, ANCH’IO INVIO VOI 20,19-23 20,19 Essendo dunque la sera (di) quel giorno, (il giorno) uno dei sabati (= della settimana), ed essendo sprangate le porte dove erano i discepoli per la paura dei giudei, venne Gesù e stette (in piedi) nel mezzo e dice loro: Pace a voi. 20 E, detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. Allora gioirono i discepoli, avendo visto il Signore. 21 Allora disse loro [Gesù] di nuovo: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io invio voi. E, detto questo, insufflò e dice loro: Accogliete (= prendete) Spirito Santo. 23 A chi rimettete i peccati, gli sono rimessi; a chi li ritenete, sono ritenuti. 1. Messaggio nel contesto “Come il Padre ha mandato me, anch’io invio voi” . Il Figlio, compiuta la sua missione, è presente nei fratelli con il dono del suo Spirito, perché continuino la sua opera: testimoniare l’amore del Padre suo, che è anche nostro.
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Dopo il racconto del sepolcro vuoto e dell’incontro con Maria, c’è la visita di Gesù ai suoi discepoli. Nell’ultima cena aveva detto che non li avrebbe lasciati orfani: sarebbe tornato (14,18) per donare loro la sua pace (14,27) e la sua gioia (16,20.22) e renderli suoi testimoni in forza dello Spirito (15,26s). Ora mantiene la parola. L’episodio, simile a Luca 24,36-49 (cf. anche Mt 28,1620), culmina nel dono dello Spirito che Gesù aveva promesso (14,15-29; 15,26-27; 16,7-15). In questo modo la Pentecoste (cf. 7,37-39), già anticipata sulla croce (19,30.34), avviene la sera stessa di Pasqua. Il Vangelo di Giovanni è tutto un intreccio di anticipi e compimenti della stessa realtà. Come nel tessuto della nostra esistenza, ciò che oggi è dato è presagio e seme di ciò che domani fiorisce e matura. È un testo densissimo, che fa da raccordo tra l’ora del Figlio e quella dei fratelli, tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa. Protagonista è sempre lo Spirito. All’inizio si posò e dimorò sull’agnello di Dio che toglie il peccato (1,12.13.16.29.32-33). Adesso è alitato anche su di noi, perché continuiamo la sua opera di riconciliazione. L’epoca dello Spirito, inaugurata nella carne di Gesù, prosegue in noi: la gloria del Figlio è trasmessa alla comunità dei fratelli. Alla presenza del Risorto il sepolcro delle nostre paure si apre alla pace e alla gioia. La Parola, diventata carne in Gesù e tornata Parola nel Vangelo, ora anima anche la nostra carne. La sua parola infatti è Spirito e vita (6,63). I discepoli, pur sapendo che il sepolcro è vuoto ed avendo ricevuto l’annuncio della Maddalena, non hanno ancora incontrato il Risorto. È necessario, ma non sufficiente, che qualcuno l’abbia visto e annunciato. Bisogna giungere all’incontro con lui. Il c. 20 rappresenta, in modo graduale, il cammino di Pasqua. È innanzi tutto un cercare Gesù nel sepolcro e trovarlo vuoto (v. 1), un contemplare i segni del suo corpo assente, vederne il significato e credere in lui e nelle sue parole (vv. 2-10); poi è un incontrarlo, abbracciarlo ed essere inviati ad annunciarlo (vv. 11-18). Ora c’è il suo ritorno definitivo con il dono dello Spirito, che ci fa creature nuove, capaci di amare come lui ha amato (vv. 19-23). Da “come” avviene l’incontro, si passa a vedere “cosa” avviene nell’incontro. Senza questo dono restiamo ancora nel chiuso delle nostre paure. Il Pastore bello entra nel nostro sepolcro, ci mostra nelle mani e nel fianco i segni del suo amore e ci tira fuori dalla prigione. Il Crocifisso non è un fallito, sconfitto dal male: vincitore della morte, è realmente in mezzo a noi nella sua gloria. Ci mostra quelle ferite da cui sgorga la nostra salvezza. Sono le stesse che ci testimonia il Vangelo, perché anche noi le contempliamo e tocchiamo. In esse vediamo il Signore, da esse fluisce quella pace che trabocca in gioia. E questa gioia è la nostra risurrezione. Infatti la gioia del Signore è la nostra forza (cf. Ne 8,10) per una vita nuova: ci fa uscire dalla tomba, ci comunica il “profumo” del Risorto e ci fa vivere del suo amore per noi. In queste ferite scopriamo quanto Dio ha amato il mondo (3,16). In esse troviamo la nostra
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dimora e la nostra identità di figli: è l’amore del Padre che il Figlio ci ha donato. Ma l’amore è sempre “missione”; infatti è relazione, che manda la persona fuori di sé, verso l’altro. L’amore del Padre e del Figlio ci spinge verso i fratelli (cf. 2Cor 5,14), perché anch’essi lo scoprano e lo accolgano. Allora Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28), come tutto e tutti da sempre sono in Dio. Perché possiamo compiere questa missione, Gesù ci dona il suo soffio vitale: la vita di Dio diventa anche nostra. È lo Spirito nuovo, che ci toglie il cuore di pietra e ci dà un cuore di carne, capace di vivere secondo la parola di Dio e di “abitare” la terra (cf. Ez 36,24ss). Questo Spirito fa rivivere le ossa aride (Ez 37,9ss) e ci fa conoscere il Signore: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri” (Ez 37,13). È quel soffio che Dio alitò nel vecchio Adamo (Gen 2,7) e che il nuovo Adamo ci consegnò dalla croce, facendo scaturire dal suo fianco sangue e acqua (19,30.34). È lo Spirito del Figlio, che ci rende capaci di vivere da fratelli, vincendo il male con il bene (cf. Rm 12,21). Per questo la missione dei discepoli consiste nel perdonare i peccati. Il perdono verso i fratelli realizza sulla terra l’amore del Padre. In questo modo la Chiesa, sacramento di salvezza per tutti, continua la missione dell’agnello di Dio che leva i peccati del mondo (1,29). In questi racconti di risurrezione Gesù crea la comunità messianica, primizia della creazione nuova. Il testo contiene allusioni eucaristiche, che saranno ampliate nel seguito del presente capitolo e nel successivo. Il luogo è il cenacolo, dove Gesù anticipò il dono di sé; il tempo è la sera, quando la comunità si riunisce per far memoria del suo Signore; il Vivente sta al centro, mostrando le ferite della sua passione; la pace e la gioia che ne scaturiscono sono il frutto dello Spirito, che abilita i discepoli alla loro missione di riconciliazione. Il corpo di Gesù, crocifisso e risorto, forma il corpo della Chiesa: è sorgente aperta in Gerusalemme, che lava peccati e impurità (Zc 13,1). Il testo si articola in due parti. Nei vv. 19-20, con il riconoscimento di Gesù, inizia il tempo della gioia messianica, compimento della Pasqua. Nei vv. 21-23, con il dono dello Spirito, inizia la creazione riconciliata, compimento della Pentecoste. Gesù, risorto e tornato al Padre, è presente nei fratelli come fonte di pace di gioia. Con il dono del suo Spirito, li invia a continuare nel mondo la sua missione. La Chiesa esce dal sepolcro contemplando, attraverso le ferite, l’amore del suo Sposo: nasce dal sangue e dall’acqua, dal dono della vita di Gesù e del suo Spirito, che la invia per testimoniare al mondo l’amore del Padre nel perdono dei fratelli. La sua “nascita” indica la sua “natura” permanente. 2. Lettura del testo

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v. 19: Essendo dunque la sera. Per gli ebrei la sera è l’inizio del giorno nuovo. Qui invece è il compimento del giorno “uno”, “quel giorno” che è l’“oggi” di Dio, sempre presente nella Parola. Infatti chi la ascolta si trova davanti a lui che parla. Affrettiamoci dunque a entrare in questo oggi (Eb 4,11). La sera, inizio della notte, richiama la Pasqua, quando la nube illuminò la tenebra (Es 14,20). Se il brano precedente, all’alba, presenta l’incontro con Gesù come inizio della nuova creazione, questo, di sera, lo presenta come la nuova Pasqua, che libera l’uomo dal male (v. 23). Richiama la sera e la tenebra che cadde sopra i discepoli nella tempesta, dopo che Gesù ebbe donato il suo pane (cf. 6,16-21). Adesso la luce torna a visitare la notte dei discepoli e tutte le notti dell’uomo. È l’ora, dopo il tramonto del sole, in cui i primi cristiani si riuniscono per celebrare la memoria della passione del Signore. (di) quel giorno. Questa notte appartiene a “quel giorno” nel quale “non ci sarà né giorno né notte; verso sera risplenderà la luce” (Zc 14,7). La notte ormai è diventata giorno. il (giorno) uno dei sabati (cf. v. 1). Siamo sempre al “giorno uno” della creazione (cf. Gen 1,5). “Quel giorno” è un unico giorno che non conosce tramonto, appunto perché la luce brilla verso sera: è l’ottavo giorno senza fine, il giorno del Signore. Ormai viviamo sempre in quel giorno. Ma c’è buio fino a quando non apriamo gli occhi alla luce del mondo, che viene per stare in mezzo a noi. essendo sprangate le porte. La scena non è più fuori, nel giardino, dove sta la Maddalena. Siamo invece dentro, nel cenacolo, dove Gesù anticipò il dono di sé e donerà il suo Spirito e la sua missione. I discepoli ne hanno fatto una tomba. Il sepolcro di Gesù è aperto e vuoto; la loro casa sprangata e piena di morte, come il loro cuore. Le pecore sono rinchiuse, in attesa del Pastore bello che le conduca ai pascoli della vita. Sono in questa situazione perché non hanno dato credito all’annuncio della Maddalena (v. 18; cf. Lc 24,9-11). dove erano i discepoli. Non si dice che i discepoli stanno “insieme” (cf. At 1,14). Non sono in comunione. Sono tutti orfani e soli, a porte chiuse. Dopo il Venerdì e il Sabato santo, morto e sepolto Gesù, anch’essi sono morti e sepolti, in preda alla sfiducia e alla disperazione. Fin che c’è speranza, c’è vita; dove non c’è speranza, regna la morte. Giovanni non parla di apostoli, ma di discepoli, termine più ampio che abbraccia tutti i credenti in Gesù, di ogni tempo. Dice “i” e non “alcuni” discepoli, per indicare che essi si trovano e si troveranno sempre tutti in questa situazione, fino a quando non incontrano il Signore. per la paura dei giudei (cf. 7,13; 19,38). La paura divide le persone; ognuno, chiuso in se stesso, è in difesa o attacco contro gli altri. Essa impedisce ai discepoli di stare insieme tra loro e di aprirsi agli altri. Paura e fiducia, come tristezza e gioia, muovono ogni azione, rispettivamente chiudendo nella morte o aprendo alla vita.
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venne Gesù. In questa situazione, per molti aspetti opposta a quella di Maria, viene Gesù. Egli non si vergogna dei suoi fratelli (cf. Eb 2,11), anche se l’hanno abbandonato, rinnegato e tradito. Li ha scelti e si è legato a loro non perché siano bravi e forti, ma perché sono piccoli e deboli (cf. Dt 7,7), bisognosi di lui. Alla Maddalena che lo cerca, Gesù si fa trovare. Dai discepoli invece viene di sua iniziativa, non cercato, anche se amato. Mentre il popolo è chiuso, ognuno nella sua stanza, il Signore esce dalla sua dimora e viene a visitarlo (Is 26,20s). Nessuna chiusura ferma il Risorto: la luce entra nelle tenebre dei discepoli. Il Signore non li salva dalla morte – non ha salvato neanche se stesso – , ma nella morte in cui si trovano. Il tempo che va dalla sepoltura a questo incontro è il breve tempo in cui non lo vediamo (16,16). Ora lo vediamo di nuovo, perché lui vive e noi vivremo (14,19). Infatti non ci ha abbandonati: il suo andare al Padre nella carne è il suo tornare a noi con il dono dello Spirito. stette(in piedi) nel mezzo. Gesù non entra dalla porta, sprangata. Non è un ostacolo per lui, come non lo è stato il muro della morte né la pietra del sepolcro. È lui stesso la porta della vita (cf. 10,7-10). Sta ritto in piedi, vittorioso sulla morte (cf. v. 14). È nel mezzo, al centro dei discepoli e nel cuore di ciascuno: è luce che dissolve le tenebre, amore che scaccia ogni paura (1Gv 4,18). Dove prima regnava la morte, ora c’è il Vivente. Colui che ci ama fino all’estremo, mostra la sua gloria. Dio è in mezzo al suo popolo. Il Signore vuol stare sempre con noi, addirittura in noi (cf. 15,4-11; 17,17-26). Per questo è entrato là dove noi eravamo: nella morte e nel sepolcro. È quanto avviene ancora oggi, quando la comunità si trova riunita non più nel proprio nome, lamentando i propri guai, ma nel suo nome, celebrando il suo amore. Giovanni qui non racconta tanto un’apparizione di Gesù, che si rende visibile e poi torna invisibile. Narra piuttosto l’inizio di una nuova presenza: mentre prima era con noi, ora stabilisce la sua dimora in noi (cf. v. 17). dice loro: Pace a voi. “Pace” (ebraico shalom) non è semplicemente il saluto abituale degli ebrei. Indica la pienezza di ogni benedizione messianica. È il dono di Gesù che dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (14,27), quella pace che il mondo non conosce. È la pace dell’amore che vince l’odio: “Abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo; ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (16,33). v. 20: mostrò le mani e il fianco. Le mani forate e il fianco trafitto sono l’identità del Risorto: è il Crocifisso, il Verbo diventato carne, che ha esposto, disposto e deposto la sua vita e l’ha ripresa di nuovo (10,11-18), dopo aver affrontato il regno della morte. Le sue ferite sono la sorgente di questa pace: riportano all’unità i figli di Dio dispersi (cf. 11,52). Sono le piaghe che ci guariscono (Is 53,5), ostensione del suo amore estremo.

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La mani sono segno di potere: con esse l’uomo fa e disfa tutto. Nelle sue mani sta ogni potere che il Padre ha dato al Figlio (cf. 3,35; 13,3). Esse, che hanno lavato e asciugato piedi, sono inchiodate all’amore e al servizio di ogni perduto. Sono quelle mani dalle quali nessuno può rapirci (10,28). Sono infatti le stesse del Padre (10,29): “Io e il Padre siamo uno” (10,30). Il suo fianco squarciato è carne da cui nasciamo, ferita da cui siamo generati. In coloro che guardano a colui che hanno trafitto, si riversa uno Spirito di grazia e di consolazione (Zc 12,10). Dalla fessura della roccia che ci salva sgorga la sorgente zampillante (cf. 4,14), aperta in Gerusalemme per lavare peccato e impurità (Zc 13,1; cf. 14,8). Da lì viene il fiume d’acqua viva, che sgorga dal fianco del tempio. È il fiume immenso che feconda la terra e risana le acque amare, facendo rivivere quanto è morto. Sulle sue rive cresce ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiscono e i cui frutti maturano ogni mese; e i frutti sono vita e le foglie medicina per l’uomo (Ez 47,1-12). “Se qualcuno ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come disse la Scrittura, fiumi d’acqua vivente fluiranno dal suo seno” (7,37s). “Quel giorno”, verso sera, la tenebra diventa luce (cf. Zc 14,7), come il giorno “uno” della creazione (cf. Gen 1,3-5). I discepoli, contemplando le mani e il fianco, memoria perenne dell’amore di Dio, vedono la luce del mondo, ricevono pace e gioia imperitura. Allora “il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome” (Zc 14,9). Qui Gesù è presentato come l’agnello pasquale, che toglie il peccato dal mondo (1,29): il suo sangue ci libera dalla morte e il suo corpo è nutrimento per l’esodo (Es 12,8-13). Quel giorno è ormai l’oggi in cui viviamo pure noi: celebrando l’eucaristia, facciamo memoria dell’amore del Signore, riceviamo il suo Spirito e siamo inviati nel mondo a portare riconciliazione. La comunità mangia e beve, mastica e assimila il cibo e la bevanda di vita, che fa dimorare lui in noi come noi in lui (6,53-58). Il tema del memoriale eucaristico, qui solo accennato con le ferite del Crocifisso, sarà sviluppato nella scena seguente e in 21,12ss. allora gioirono i discepoli. La gioia del Signore è la nostra forza (Ne 8,10): scaccia paura e morte. La gioia è propria di chi dimora nell’amore: uniti a lui, come il tralcio alla vite, la sua gioia è in noi e la nostra gioia è piena (15,10.11; 17,13). Dopo un breve tempo la tristezza dei discepoli è mutata in danza: è nato l’uomo nuovo (16,20s), il Signore che viene a noi (16,22). Questa gioia nessuno ce la può rapire (16,23). Viene infatti da un amore che ha resistito allo Sheol: è un fuoco che le grandi acque non possono estinguere (cf. Ct 8,6s). In quel giorno i discepoli non gli domanderanno più nulla (16,23); da lui infatti ricevono tutto: pace e gioia, Spirito e capacità di perdono.

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avendo visto il Signore. Ora anche i discepoli, contemplando le ferite della sua passione per noi, hanno visto e riconosciuto il Signore. Questo sarà il modo nel quale si renderà visibile anche a noi nella fede, mentre facciamo memoria di lui nella celebrazione eucaristica. I discepoli, raccontando a Tommaso la loro esperienza, diranno: “Abbiamo visto il Signore!” (v. 25; cf. v. 18). Eppure l’evangelista, più che sul vedere, insiste sul gioire. Infatti “avendo visto” è un participio passato subordinato all’indicativo “gioirono”, che pone direttamente la gioia come segno dell’incontro con il Risorto. Nel racconto i verbi all’indicativo che descrivono l’azione di Gesù sono: “venne/stette e dice, mostrò e disse, insufflò e dice”. La Parola stessa dice ciò che dà. Anche qui, come sempre, l’autore scrive ciò che accade anche al lettore. v. 21: disse loro[Gesù] di nuovo. C’è una successiva comunicazione del Risorto. Nella prima viene, sta nel mezzo e mostra la sua identità nei segni delle piaghe, dove vediamo il Signore e gioiamo. Da questa contemplazione e comunione d’amore, propria dell’eucaristia, viene il dono dello Spirito e scaturisce la missione. pace a voi. Il Risorto si presenta come datore pace (vv. 19.21.26). La gioia e la pace, pace gioiosa e gioia pacificante, è il modo proprio della presenza del Signore, che ci assimila a lui. come il Padre ha mandato me, anch’io invio voi . Dopo aver gioito alla vista del Signore, i discepoli lo ascoltano. Se l’occhio vede e il cuore gioisce, l’orecchio ascolta: la contemplazione si fa amore e obbedienza. La missione dei fratelli è la stessa del Figlio, che ha lavato i piedi e ha detto: “Vi diedi un esempio, affinché come io feci a voi, anche voi facciate” (13,15) e: “Vi do un comandamento nuovo: (…) come io amai voi, anche voi amatevi gli uni gli altri” (13,34). I discepoli sono inviati, come lui, a testimoniare l’amore del Padre (cf. 3,16; 17,6.26): “(Padre,) come tu mi mandasti nel mondo, anch’io li mandai nel mondo” (17,18). Per questo li ha scelti (cf. 15,16). L’invio rende gli inviati uguali a chi invia: “Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me” (13,20). Colui che è mandato, è chiamato a fare come lui: amare e lavare i piedi (cf. 13,13-17), compiendo le sue stesse opere (14,2). Associato al suo destino, è come il chicco di grano che cade sotto terra e porta molto frutto (12,24; cf. 15,5).

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La missione verso i fratelli esprime la natura del Figlio: è amando il fratello che si diventa figli. Se il Figlio è necessariamente inviato dall’amore del Padre verso i fratelli, chi a sua volta va verso i fratelli conosce l’amore del Padre e diventa figlio. La relazione che c’è tra Gesù e il Padre (“come il Padre ha mandato me”), è la stessa che c’è tra lui e noi (“anch’io mando voi”). È come dire: “Voi siete me, se fate ciò che io ho fatto a voi: come avete ricevuto pace e gioia, date pace e gioia, perdonando anche voi”. I suoi discepoli non sono superuomini. Sono come noi, pavidi e infidi, segnati da fragilità e peccato. Ma proprio in questa nostra situazione lui ci viene incontro e ci salva. Per questo Paolo si gloria della sua debolezza, in cui ormai dimora la potenza del Risorto (cf. 2Cor 12,1-10). v. 22: detto questo, insufflò. “Insufflare”, parola unica nel NT, ricorre due volte nell’AT: Dio, soffiandogli dentro il suo alito vitale, crea l’uomo (Gen 2,7; cf. la ripresa in Sap 15,11) e fa risorgere le sue ossa aride (cf. Ez 37,9). È lo Spirito della nuova ed eterna alleanza, stipulata nel perdono (Ger 31,33s), che ci dà un cuore nuovo, capace di vivere secondo la Parola (cf. Ez 36,25ss). accogliete (= prendete) Spirito Santo. Gesù parla di “Spirito Santo”, senza articolo (vedi anche 1,33), non perché sia una realtà vaga e indeterminata. Lo Spirito Santo è il suo amore: ce lo dona in pienezza, non a misura (cf. 3,34). Ma noi ne abbiamo quanto ne accogliamo; e possiamo accoglierne sempre di più, senza determinare limiti a ciò che è smisurato e infinito. Gesù ci chiede di accoglierlo. La forma imperativa “accogliete” è una supplica pressante del Figlio alla nostra libertà, perché accogliamo il dono che ci fa essere ciò che siamo: fratelli suoi e figli del Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro. È quello Spirito che il mondo non può accogliere, perché non lo conosce. I discepoli invece lo conoscono perché ha dimorato presso di loro in Gesù e ora desidera dimorare in loro (cf. 14,17). Sulla croce già ci ha consegnato lo Spirito (19,30.34). Ma non basta: ogni dono è tale solo quando qualcuno lo accoglie. Ora i discepoli, contemplando le sue ferite, si arrendono al suo amore e lo “accolgono”. Nel dono dello Spirito si realizzano le promesse di Gesù nell’ultima cena (cf. 14,15-26; 15,26s; 16,7-15). La sua gloria è trasmessa ai discepoli, che diventano una cosa sola tra di loro (cf. 17,22), per testimoniare al mondo l’amore del Padre. Si realizza così per grazia l’antico sogno dell’uomo che fallì per ingano: diventare come Dio (cf. Gen 3,5). La sera di Pasqua accogliamo la sorgente di acqua viva promessa nel grande giorno della festa di Pentecoste (cf. 7,37-39): accogliamo lo Spirito del Figlio e diventiamo figli di Dio (1,1213), perché capaci di perdonare i fratelli. Dopo che Gesù ha ricevuto il “suo” battesimo sulla croce, anche noi siamo battezzati in Spirito Santo (cf. 1,33). Immersi nel suo amore, possiamo amare come lui ci ha amati. Il fine dell’opera del Figlio è che noi partecipiamo sempre più al suo amore per il Padre e per i fratelli.
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Per Giovanni la Pentecoste, iniziata sulla croce, esplode nel giorno di Pasqua, quando i discepoli ricevono il suo Spirito. Da allora comincia l’epoca dello Spirito; in essa vive chiunque contempla la Gloria, aperta a tutti nelle ferite del Trafitto. v. 23: a chi rimettete i peccati, gli sono rimessi (cf. Mt 18,18). Lo Spirito del Signore è perdono. Infatti se l’amore è dono, il per-dono è un super-amore. La comunità dei discepoli riceve il potere esclusivo di Dio: perdonare i peccati (cf. Mc 2,7p). Le è donata la possibilità di separare, slegare e assolvere il peccatore dal suo peccato, liberando il presente da ogni ipoteca del passato. Perdonare i peccati è miracolo più grande che risuscitare i morti. Chi perdona fa vivere l’altro, perché gli la libertà di figlio di Dio; così nasce lui stesso come figlio uguale al Padre, perché ama come lui (cf. Mt 5,44-48; Lc 6,35-38). Lo Spirito, amore che tutto crea e ricrea, è principio di creazione e di redenzione: il perdono fa nuove tutte le cose. sono loro rimessi. È un passivo divino. Dio rimette ciò che noi rimettiamo: affida a noi il suo servizio di perdono. La nostra missione è fare in terra ciò che lui fa in cielo: donare e perdonare. Ciò che il Padre fa di sua natura, è il compito di noi, suoi figli, per diventare ciò che siamo. Il perdono dei peccati, insieme alla morte/risurrezione di Gesù e alla conversione, fa parte del primo annuncio cristiano (cf. Lc 24,47) ed è strettamente connesso con la risurrezione: “Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati”, dice Paolo a quelli di Corinto (1Cor 15,17). In verità noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita se amiamo i fratelli (cf. 1Gv 3,14): l’amore svela la sua essenza di gratuità e assolutezza proprio nel perdono. a chi li ritenete, sono ritenuti. Queste parole, complementari alle precedenti, possono essere intese in vari modi. A noi è dato il potere divino di perdonare; tuttavia, mentre Dio sempre e solo perdona, noi invece – l’esperienza lo dimostra – possiamo anche non perdonare. Gesù ci ammonisce circa l’importanza del nostro perdono, perché ciò che non perdoniamo non è perdonato. Ma, se non perdoniamo, siamo ancora nel nostro peccato: non viviamo il perdono di Dio (Mt 6,14s; Mc 11,25). L’amore del Padre vive in noi se amiamo i fratelli. Si può intendere anche che la comunità ha il potere di dichiarare quando il peccato rimane o non rimane, quando il peccatore accoglie o non accoglie il perdono (cf. 3,18s.36b). Anche Gesù dichiara ai farisei che il loro peccato rimane, perché non accettano il perdono (9,41). È un grande atto di misericordia denunciare il male, perché uno desideri di uscirne. Infatti lo Spirito convince il mondo di peccato (16,8): la denuncia/conoscenza del peccato è fondamentale per la salvezza.

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In Giovanni si vedono i vari atteggiamenti di Gesù nei confronti dei peccatori, che tutti ama e vuol liberare. Al paralitico dice: “Non peccare più, perché non ti accada di peggio” (5,14). Infatti non è così dalla nascita: la sua condizione di paralisi è collegata alla sua connivenza con il male (cf. 5,6s). Solo chi ascolta la Parola del Figlio ha vita eterna e non va incontro al giudizio: è passato dalla morte alla vita (5,24). Al cieco dalla nascita invece, che non è tale per colpa sua, il Signore si rivela aprendogli gli occhi con il suo fango (cf. 9,1ss). Ai farisei infine, che non ammettono la loro cecità, Gesù dichiara che il loro peccato rimane (9,41), perché non accettano il dono della luce. Inoltre la coppia di verbi opposti “rimettere/ritenere” indica la totalità del potere, come legare/sciogliere (Mt 16,19), entrare/uscire (10,9b). Gesù ci conferisce la pienezza del potere di perdono. Nella misura in cui non lo usiamo, abusiamo di Dio, amore infinito, e impediamo la sua glorificazione nel mondo. Questo potere è concesso ai “discepoli” (cf. v. 19), a ogni discepolo, non ad alcuni in particolare. Paolo intende la sua missione come “ministero della riconciliazione”: si dichiara “servo” e “ambasciatore” di colui che fu fatto “peccato in nostro favore”, perché noi ottenessimo in lui “la giustizia di Dio” (2Cor 5,18-21). Il perdono, ricevuto e accordato (cf. Mt 18,21-35), costituisce il mondo nuovo, la comunità dei fratelli che vivono la pace e la gioia di Gesù. Chi perdona, diventa figlio, uguale al Padre; chi è perdonato, se accoglie il perdono, diventa a sua volta figlio, capace di perdonare e dire in Spirito e verità: “Padre nostro” (Mt 6,14s). L’amore e il perdono del Padre sono sempre mediati dal Figlio e da chiunque si riconosce suo fratello. Il testo parla del perdono, senza specificare come lo si esercita. I modi di celebrarlo possono essere diversi: il battesimo, il sacramento della riconciliazione, il perdono fraterno. In verità il pane quotidiano, che rende possibile la vita tra gli uomini, è il perdono ricevuto e dato non sette volte al giorno (cf. Lc 17,4), ma settanta volte sette (cf. Mt 18,22). Il cristianesimo non è legge: è la buona notizia del perdono del Padre e della libertà dei figli. “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione” (2Cor 5,19). Da qui l’appello rivolto a tutti: “Lasciatevi riconciliare” (2Cor 5,20b): “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza” (2Cor 6,2). Quando l’uomo accetta l’amore del Figlio, è riconciliato con Dio, con sé e con gli altri. È rinsaldata la frattura originaria, che ci divise da lui, da noi e tra di noi. Allora “il lupo dimorerà con l’agnello” (Is 11,6) e “la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9).

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Tutta la creazione geme da sempre nelle doglie del parto, in attesa che nell’uomo si riveli la gloria del Figlio (cf. Rm 8,19-23). Questa si manifesta quando noi, perdonando, diventiamo suoi fratelli. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo. b. Mi raccolgo con i discepoli nella stanza del cenacolo. c. Chiedo ciò che voglio: gustare la gioia di chi riconosce il Signore dalle ferite del suo amore, accogliere il suo Spirito di perdono e perdonare. d. Traendone frutto, con i discepoli guardo e ascolto Gesù. Da notare: • è la sera di quel giorno • le porte sprangate e la paura dei discepoli • Gesù viene e sta nel mezzo • pace a voi • Gesù mostra le mani e il fianco • i discepoli gioiscono a vedere il Signore • come il Padre ha mandato me, anch’io invio voi • Gesù insufflò • accogliete lo Spirito Santo • se rimettete i peccati, sono rimessi • se li ritenete, sono ritenuti. 4. Testi utili

Sal 23; Zc 14,1ss; Gv 7,37-39; 10,1-18; 14,15-26; 15,26s; 16,7-15; 17,17-26; Gal 5,22; Mt 18,2135; 2Cor 5,14-6,2.

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57. IL SIGNORE MIO E IL DIO MIO 20,24-31 20,24 Ora Tommaso, uno dei Dodici, quello detto Didimo (= gemello), non era accanto a loro quando venne Gesù. 25 Dicevano dunque a lui gli altri discepoli: Abbiamo visto il Signore. Ora egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani l’impronta dei chiodi e non getto il mio dito nell’impronta dei chiodi e getto la mia mano nel suo fianco, non crederò affatto. 26 E, otto giorni dopo, di nuovo erano dentro i suoi discepoli e Tommaso accanto a loro. Viene Gesù, a porte sprangate, e stette (in piedi) nel mezzo e disse: Pace a voi. 27 Poi dice a Tommaso: Continua a portare il tuo dito qui e vedi le mie mani; e continua a portare la tua mano e gettala nel mio fianco. E non continuare a diventare incredulo, ma credente. Rispose Tommaso e gli disse:
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Il Signore mio e il Dio mio! 29 Gli dice Gesù: Perché mi hai visto, hai creduto: beati quelli che non videro e credettero. 30 Certo molti altri segni fece Gesù al cospetto dei [suoi] discepoli che non sono scritti in questo libro; 31 questi però sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché credendo abbiate vita nel suo nome. 1. Messaggio nel contesto “Il Signore mio e il Dio mio!” , dice a Gesù Tommaso, detto Didimo. Quest’espressione costituisce l’apice della fede in Gesù, proposta anche noi attraverso l’annuncio dei primi che lo hanno visto e accolto. Didimo significa gemello: è gemello di ciascuno di noi, increduli come lui, chiamati a diventare gemelli di Gesù mediante la fede. Tommaso non c’era quando gli altri lo videro; ed è tentato di non credere alla loro testimonianza. Vuol vedere di persona il Signore. Gli sarà concesso, ma all’interno della comunità. Però Gesù gli rimprovererà di non aver creduto alla testimonianza altrui e proclamerà beati coloro che, a differenza di lui, crederanno senza aver visto. Questo racconto conclude il cammino di fede dei primi discepoli, aprendolo a quanti in futuro crederanno sulla loro testimonianza. Oltre a sottolineare l’identità tra il Risorto e il Crocifisso, il testo sviluppa il rapporto tra “vedere e credere”, appena accennato nel v. 8 a proposito dell’“altro discepolo”. Tommaso non solo ha dubbi sul Risorto, come anche gli altri che l’hanno visto (cf. Mt 28,17; Lc 24,11.38.41), ma esclude il valore stesso della testimonianza. È il primo fallimento
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dell’annuncio pasquale, anzi il secondo, dopo quello di Maria Maddalena riportato da Lc 24,11. Non accettare per principio la testimonianza distrugge ogni relazione e rende impossibile ogni trasmissione di conoscenza: senza fiducia ragionevole nella parola dell’altro, non esiste l’uomo, la cui natura è relazione e cultura. Tommaso ama Gesù: è disposto a morire accanto a lui (11,16) e vuol sapere dove va, per essere dove lui è (14,4s). Ma, quando il Signore viene dai suoi, insieme a Giuda è l’unico dei Dodici che manca (v. 24). Si può supporre che fosse assente perché, forse più coraggioso degli altri, ha osato uscire all’aperto, da solo o con altri più intraprendenti, come Cleopa e il suo compagno (Lc 24,13ss). Si trova fuori dalla comunità dei fratelli che vedono il Risorto e accolgono il suo Spirito. Anche lui vuole vederlo: è in gioco la sua vocazione di uno dei Dodici, chiamato ad essere testimone diretto del Crocifisso risorto (cf. At 1,21s). Per testimoniarlo deve poter dire: “L’ho visto anch’io!” (cf. 1Cor 15,8–11). È una fortuna per noi che sia stato assente; così comprendiamo meglio che cosa sia la fede. Gesù si mostra a Tommaso; ma dice anche che siamo più beati noi che crediamo senza averlo visto (cf. anche 1Pt 1,8!). Sia per i primi che per i successivi discepoli, la fede è identica nella sostanza. Il modo però nel quale si attua è necessariamente diverso. I primi, essendo contemporanei di Gesù, l’hanno visto; per questo hanno creduto e possono testimoniarlo. Noi, che veniamo dopo, non possiamo vederlo, ma possiamo credere in lui mediante la testimonianza di chi era prima di noi. L’esperienza dei primi compagni di Gesù ha un aspetto unico e irripetibile, un altro comune e trasmissibile. Unico è il fatto che l’hanno visto. Comune invece è la loro esperienza di fede, che con l’occhio dello Spirito legge come segno della “Gloria” ciò che vedono con gli occhi di carne. Ogni evento passato, pur essendo irrepetibile, è tuttavia trasmissibile per mezzo della parola, la cui funzione è rendere presente ciò che è assente. Come i fatti raccontati, anche il racconto dei fatti è segno della Gloria. Chi accoglie la parola che li testimonia, si trova davanti al Signore della vita che gli parla. Il tema del testo è la fede, che sempre vuol “vedere e toccare” il Signore. Ma c’è un vedere e toccare materiale, riservato ai contemporanei di Gesù, che vale solo nella misura in cui si aderisce a lui. Infatti l’hanno visto e toccato anche quelli che l’hanno messo in croce! C’è invece un vedere e toccare interiore proprio di chi crede in lui e lo ama: è la comunione con lui, che trasforma la vita. Incontrare il Risorto non significa solo che lui è risorto, ma essere risorti con lui, vivo e presente nella comunità con il dono del suo Spirito. I suoi contemporanei hanno visto e toccato il suo corpo. Noi oggi lo vediamo nella Parola che lo racconta e lo tocchiamo nel Pane, memoriale della sua passione per noi. “Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (2Cor 5,16b): lo conosciamo secondo lo Spirito, che ci fa vivere di lui e come lui. Per questo lo vediamo e tocchiamo anche nei
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fratelli, con i quali forma un unico corpo. Il Figlio, salito al Padre, torna a noi nella Parola, nel Pane e nell’amore dei fratelli, per salire con tutti al Padre. Il testo inizia dicendo che Tommaso non era con gli altri quando videro il Risorto. Per questo non crede se non vede e non tocca ( vv. 24-25). Il Signore, otto giorni dopo, viene tra i suoi discepoli e dice a Tommaso, mentre è insieme agli altri, di guardare e toccare le sue ferite ( vv. 2627). Tommaso risponde: “Il Signore mio e il Dio mio”. Alla sua fede di uno che crede perché ha visto, Gesù contrappone la beatitudine di coloro che crederanno senza aver visto ( vv. 28-29). È la nostra beatitudine. Infatti noi crediamo sulla parola di coloro che lo hanno visto e raccontato nel Vangelo, perché anche noi potessimo accedere alla fede in Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, e avere in lui vita eterna (vv. 30-31). Il c. 20 termina con la prima conclusione del Vangelo, che dichiara l’intenzione dell’autore: egli, che ha visto Gesù, lo testimonia a noi che non l’abbiamo visto, perché pure noi aderiamo a lui per avere vita, la sua vita. Chi scrive il quarto Vangelo sa di essere l’ultimo teste oculare. Con lui si chiude l’epoca di chi ha visto il Verbo della vita e si apre il cammino di chi crederà senza aver visto (cf. 1Gv 1,1-4). La Parola eterna di Dio, diventata carne in Gesù, è tornata Parola nel racconto del Vangelo per farsi carne in ogni carne e offrire a tutti la possibilità di diventare figli di Dio (cf. 1,12). Così dice il Prologo, dichiarando ciò che avviene al lettore: il Verbo è sempre all’opera per creare e salvare l’uomo e, in lui, la creazione tutta. Ciò che fu il corpo di Gesù, ora è per noi il racconto evangelico: mostrandoci la carne del Figlio, ci dona lo Spirito del Padre. Infatti mostrare, o rivelare, significa donare se stessi. Nel succedersi degli incontri con il Vivente, Gv 20 delinea le tappe del nostro cammino di fede: attraverso l’ascolto della Parola contempliamo il sepolcro vuoto con Pietro, vediamo i segni e crediamo con il discepolo amato, incontriamo personalmente il Signore con Mariam, riceviamo lo Spirito e la missione con gli altri discepoli, vediamo e tocchiamo il suo corpo come Tommaso. Gesù risorto è apparso ai primi nella sua carne crocifissa, perché potessero conoscerlo e aderire a lui e, a loro volta, testimoniarlo a noi. La Chiesa ha la beatitudine di aderire a lui mediante la testimonianza dei primi, per avere la sua vita di Figlio che ama il Padre e i fratelli. 2. Lettura del testo v. 24: Tommaso, uno dei Dodici. In Giovanni il termine “Dodici” ricorre solo qui e altre due volte dopo il dono del pane (6,70); l’espressione “uno dei Dodici” è riservata, oltre che al traditore (6,70b), solo a Tommaso. Giovanni non racconta la chiamata dei Dodici, né offre la lista. In genere
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usa il termine “discepoli”, dal significato più ampio, applicabile a chiunque aderisce a Gesù e alle sue parole. quello detto Didimo (= gemello). Didimo significa gemello, che fa un paio con l’altro, anche in senso spregiativo. Tommaso è gemello di molti fratelli. Innanzitutto di Giuda: come lui rischia di perdersi nella notte dell’incredulità, tagliato fuori dalla comunità al cui centro sta il Crocifisso risorto. Inoltre è gemello nostro: è nella situazione di tutti noi, che non eravamo con quelli che hanno visto il Signore e siamo chiamati alla fede dalla loro testimonianza. Infine è anche gemello di Gesù, il suo alter ego, la sua anima gemella. Infatti è disposto a morire al suo fianco (11,16), a differenza di Pietro disposto a “dare la vita per” lui (13,37). Ama Gesù e vuole seguirlo fino alla morte. Ignora però che non la morte, bensì la vita è la parola definitiva. Non sa che Gesù non muore: torna al Padre proprio mettendosi in comunione con i fratelli, obbediente alla loro condizione umana fino alla morte, e alla morte di croce (cf. Fil 2,8). Ora, attraverso le sue ferite, lo conoscerà come la via della verità che porta alla vita (cf. 14,5s). Per ora il suo è un amore senza speranza, la dannazione peggiore che ci sia. Solo quelli ai quali il Padre ha concesso di sedere alla destra e alla sinistra del suo trono, accanto a lui sulla croce, vedono la morte come Gloria (cf. 19,18; 17,24). non era assieme a loro. Tommaso, non essendo con i fratelli, non incontra il Figlio. È solo. Se nella creazione tutto è bello e buono (Gen 1,4.10.12.18.25.31), ancor prima del “peccato originale” Dio dice che non è né bello né buono che l’uomo sia solo (Gen 2,18). L’isolamento è il male radicale. Radice di ogni male è infatti vivere il proprio limite come luogo di solitudine invece che di relazione con gli altri e con l’Altro. Mentre gli altri erano nel cenacolo, ammucchiati dalla comune paura, Tommaso, il gemello, ha osato uscire, sprezzante del pericolo. Con il suo agire contraddice il suo nome. Paradossalmente proprio lui, il cui nome implica “essere con il suo simile”, non è accanto agli altri. Non è solidale con loro: non condivide la loro fragilità e paura. Per questo si esclude dagli altri, tagliando la relazione con loro. È gemello di quella parte più profonda di noi stessi che non accetta il limite, ma, con la forza della disperazione, reprime la paura stessa, chiudendosi in una solitudine tanto eroica quanto distruttiva. Non crede alla vita: vive la morte come unico orizzonte possibile. In questo è gemello di ogni uomo che, da Adamo in poi, è schiavo della paura, palese o inconfessata, della morte (cf. Eb 2,14s). quando venne Gesù. L’evangelista riserva l’espressione “aver visto il Signore” ai primi discepoli e alla loro testimonianza (cf. vv. 18.20.25). Nel racconto preferisce però mettere in risalto il fatto che Gesù viene e sta in mezzo a loro, per farsi riconoscere attraverso la Parola e i segni della passione impressi nel suo corpo. Evidenzia così quell’aspetto della fede che è comune a loro e a noi.
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v. 25: abbiamo visto il Signore (cf. anche vv. 18.20). L’annuncio dei discepoli, identico a quello di Mariam (v. 18), richiama il loro primo incontro con Gesù: “Abbiamo trovato il Messia” (1,41.45). Ora “trovare il Messia” diventa “vedere il Signore”. In questo ultimo incontro si compie ciò che è iniziato nel primo. “Abbiamo visto il Signore” è l’annuncio della comunità. Vedere il Signore, fondamento della vita nuova, comporta il passaggio dalla paura alla fede, dalla tristezza alla gioia, dalla morte alla vita, dalla chiusura alla missione, dall’accusa al perdono. Visio Dei, vita hominis: vedere Dio è la vita dell’uomo. Il fuoco brucia, la luce illumina: l’incontro con il Risorto fa risorgere. La comunità vive perché ha incontrato il Vivente. Trasformata in lui dall’incontro con lui, è in grado di testimoniarlo. È infatti una cosa sola, con lui e con il Padre, nell’unico amore: ha accolto lo Spirito e vive della sua gloria, che testimonia al mondo (cf. 17,22s). se non vedo nelle sue mani l’impronta dei chiodi . “Impronta” in greco è týpos, che deriva dal verbo “colpire” e significa anche “sigillo”. Il “colpo” dei chiodi impresso sulle sue mani è “sigillo” della sua identità e autentificazione del suo potere (= mano) di Crocifisso. Tommaso non crede a chi ha visto. Non accetta la testimonianza della Parola e dello Spirito; non riconosce la vita nuova della comunità e non si inserisce in essa. La credibilità del Figlio e del Padre è affidata ai fratelli che vivono la comunione dell’amore reciproco (cf. 17,20-23). Lì incontriamo il Verbo diventato carne. La fede viene dall’annuncio di chi prima di noi ha incontrato il Signore ed è risorto a vita nuova. Chi lo accoglie, fa la medesima esperienza. È quanto dicono alla Samaritana i suoi concittadini (4,42). Tommaso vuol “vedere” e “toccare”, per far parte dei “Dodici”, testimoni del Risorto. A lui, come poi a Paolo (1Cor 15,8-11), sarà concessa questa esperienza. Ma ciò che conta, dirà Gesù a Tommaso, non è averlo visto per quel breve periodo in cui si è fatto vedere. Non è possibile a tutti essere nel posto dove sgorga la sorgente; ma chiunque ha sete può bere di quell’acqua viva che ormai scorre su tutta la terra. Chi fu presente dove è scaturita, la canalizza fino a noi con la sua testimonianza, perché ognuno possa dissetarsi. L’esperienza personale del Risorto, concessa a tutti, è accogliere la Parola e lo Spirito della comunità, testimonianza viva del Vivente. e non getto il mio dito nell’impronta dei chiodi, ecc . Tommaso, oltre che vedere, vuole anche toccare: gettare dito e mano nelle ferite del Crocifisso. È segno di incredulità, ma anche desiderio di certezza e di comunione più profonda con il mistero delle sue piaghe. Esse non saranno chiuse fino a quando non vi sia entrato l’ultimo degli uomini, tutti feriti a morte dalla paura della morte. Anche qui il gemello rivela un’audacia notevole. non crederò affatto. Tommaso, dicendo di non credere se non vede di persona, anticipa per contrasto le parole del Risorto: “Beati quelli che non videro e credettero” (v. 29). Tommaso è gemello di quella parte di noi che accetta anche la morte, destino supremo dell’uomo, ma non crede
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alla possibilità di un amore che vinca la morte. È disposto però a essere smentito dai fatti, se sono contrari alle sue certezze – onestà intellettuale tanto necessaria quanto rara. v. 26: otto giorni dopo. Ha lo stesso significato della nostra espressione “oggi otto”, che significa “tra una settimana”. È quindi ancora al primo giorno della settimana, il giorno “uno” dei sabati (v. 1), “quel giorno” che è il giorno del Signore: è la domenica, quando la comunità si riunisce per celebrare l’eucaristia (cf. At 20,7; Ap 1,10; Didaché 14,1). È insieme il giorno primo e ottavo, quell’unico giorno senza tramonto, fonte di vita senza fine. Tutto è ormai illuminato dalla sua luce. Non a caso nel capitolo seguente, che racconta la terza manifestazione (21,1.14), non si indica più alcun tempo. Ormai viviamo sempre in quel tempo. Nella liturgia infatti iniziamo la lettura del Vangelo con l’espressione “in quel tempo”, perché il racconto ci ri-presenta l’evento, facendoci contemporanei a esso. L’eucaristia è il luogo per eccellenza in cui si incontra il Risorto. Bisogna “far eucaristia in ogni cosa” (1Ts 5,18), perché la nostra esistenza concreta diventi il vero culto spirituale gradito a Dio (cf. Rm 12,1). di nuovo erano dentro i discepoli. “Dentro” non è più un luogo di tenebra e paura (cf. v. 19), ma di comunione nella pace e nella gioia, dove il frutto dello Spirito fiorisce e matura in missione, perdono e testimonianza. È quel “dentro” di chi, essendo figlio, è inviato verso il “fuori” del mondo, per continuare l’opera di Gesù. In questo luogo i fratelli vivono il memoriale del Figlio, che li rende “uno” e li proietta fuori, testimoni del Padre comune presso il mondo intero. Tommaso accanto a loro. La domenica precedente non era presente (cf. v. 24). Anche se non condivide la loro fede, ora è tra i fratelli, uniti e vivificati dall’incontro con il Signore. Qui potrà fare anche lui l’esperienza del Figlio e diventare suo “gemello”. viene Gesù (cf. vv. 19.26; 21,13). Gesù viene sempre l’ottavo giorno, quando la comunità si riunisce per celebrare la memoria del suo amore. E così viene di continuo, fino a quando ascenderà al Padre con tutti i suoi fratelli (v. 17; cf. 21,22.23). a porte sprangate. Le porte sprangate non sono più segno di paura (cf. v. 19), ma di separazione dal mondo: i discepoli, anche se sono “nel” mondo, non sono “dal” mondo (cf. 15,19; 17,15s); per questo sono inviati “al” mondo. stette (in piedi) nel mezzo (cf. v. 19). Gesù sta in piedi, ritto. È la posizione del Vivente, il cui corpo “giaceva” nel sepolcro (v. 12). La stessa parola greca “stare”, in un suo composto, significa “ri-sorgere” (an-ístemi: stare su). Il morto giace, posto a parte; il Risorto sta ritto, nel mezzo. pace a voi (cf. vv. 19.21) La venuta e il saluto del Signore sono riferiti come nel racconto precedente. Egli si rivolge innanzitutto alla comunità intera – dice infatti: “Pace a voi” –, nella quale ora c’è anche Tommaso. Si suppone che l’autore, citando l’inizio dell’esperienza precedente,
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intenda riportarla con ciò che segue, nella sua globalità. Ogni incontro con il Vivente ci fa vivere “quel giorno”, godendo degli stessi doni. v. 27: poi dice a Tommaso. Dopo essersi manifestato alla comunità, Gesù si rivolge personalmente a Tommaso. Non vuole infatti perdere nessuno di ciò che il Padre gli ha dato (cf. 17,12). Rivolgendosi a lui, mostra che non solo conosce i pensieri del suo cuore, ma che era presente quando lui esprimeva la sua incredulità e il desiderio, ritenuto impossibile, di vederlo e toccarlo. Gesù è umile: si mette a disposizione di Tommaso, della sua sorda chiusura agli altri e alla vita. Questa condiscendenza lo renderà disponibile a credere in lui, fino a giungere al punto più alto dell’espressione di fede. continua a portare il tuo dito qui e vedi le mie mani, ecc . Gesù esorta Tommaso a realizzare il suo desiderio: toccare e vedere il segno dei chiodi che lo hanno sostenuto sulla croce, la ferita della lancia che gli ha aperto il fianco. La presenza del Risorto è sempre connessa con le sue ferite, ricordo della sua passione, memoria perenne del suo amore per noi. Se Tommaso può mettere il dito nel buco dei chiodi e gettare la mano nel foro della lancia, è perché le ferite restano misteriosamente aperte anche dopo la risurrezione: sono la porta sempre spalancata attraverso la quale Dio esce verso noi e noi entriamo in lui. L’esortazione è rivolta anche al lettore, gemello di Tommaso. Come lui, anche noi siamo chiamati a toccare e vedere il corpo del Figlio, per entrare in comunione con lui. Vedere le ferite del Crocifisso, immergerci e battezzarci in esse, significa per noi respirare l’amore più forte della stessa morte, trovare la fonte della vita. Come la vista e il tatto hanno mosso il cuore dei primi discepoli, dando loro una vista e un tocco spirituale, così la Parola mette in moto i nostri “sensi spirituali”, per vedere e toccare il Signore. Anche noi possiamo così contemplare la gloria del Verbo fatto carne, l’Unigenito dal Padre (1,14), la gloria di quell’amore per noi che è prima della fondazione del mondo (17,22-24). Questo incontro tra Gesù e Tommaso richiama l’ultimo della serie dei primi incontri, quello con Natanaele (1,48-51). In entrambi si passa dall’incredulità iniziale alla fede. non continuare a diventare incredulo, ma credente . Il Signore dice a Tommaso di smettere di diventare incredulo e lo esorta a diventare credente. Credenti o non credenti non si nasce, ma si diventa. In noi ci sono due semi: la fiducia del Figlio e la sfiducia del divisore. Portano rispettivamente alla vita o alla morte. Sta a noi coltivare l’uno o l’altro. Se ci dividiamo dagli altri, coltiviamo inevitabilmente la sfiducia. Questo è comunque per tutti il punto di partenza, dato che non si può partire che da dove si è. Se però stiamo accanto agli altri, cominciamo a coltivare la fiducia. v. 28: il Signore mio e il Dio mio! Tommaso prorompe in un grido. L’espressione (cf. Sal 35,23, LXX) indica il passaggio dall’incredulità alla fede: Gesù è proclamato Signore e Dio. Nei cc.
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1-19 i discepoli lo chiamano Signore 16 volte (6,68; 11,3.12.21.27.32.34.39; 13,6.9.25.36.37; 14,5.8.22), sempre in discorso diretto. Nei soli cc. 20-21 lo chiamano Signore per ben 14 volte, 7 in discorso diretto (20,15.28; 21,15.16.17.20.21) e 7 in discorso indiretto (20,2.13.18.25; 21,7bis.12). Il Signore, che è anche lo Sposo da amare e il Maestro da imitare (cf. v. 16), è colui che lava i piedi ai discepoli (13,13s). Questo titolo gli spetta pienamente dopo la risurrezione, quando è finalmente capita la sua regalità di Crocifisso. Gesù è il Kýrios, il sovrano dell’universo, che riconosciamo nel buco dei chiodi e nel foro del costato, accesso definitivo al mistero di Dio. Il termine “Signore” traduce in greco il “Nome”, JHWH. Per Tommaso Gesù è il Signore “mio” e il Dio “mio”: è ormai la sua vita. L’aggettivo possessivo sottolinea il legame di affetto: il mio diletto è per me e io per lui (Ct 2,16; 6,3; 7,11). In questa appartenenza d’amore reciproco si realizza il progetto di Dio sull’uomo Questa acclamazione di Tommaso richiama il “mio Signore” di Maria (v. 13) e le parole a lei rivolte da Gesù: “Dio mio, Dio vostro” (v. 17b). Ora si capisce l’esclamazione iniziale di Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu il re d’Israele” (1,49). Qui Gesù è chiamato per la prima volta Dio da una persona, come il prologo l’ha proclamato fin dall’inizio (1,1.18). In Giovanni è usualmente chiamato “il Figlio di Dio” o “il Figlio” (cf. 1,34.49; 3,16.18, ecc.). Accusato di farsi uguale a Dio (5,18), di farsi Dio (10,33), Gesù si rivela come il Figlio, uguale al Padre (5,23), una sola cosa con lui (10,30). Infatti è “Io-Sono” (8,58), che tale si rivela nel suo innalzamento sulla croce (8,28). Gesù è Signore e Dio. Quel Dio che nessuno mai ha visto, si è rivelato nelle sue ferite d’amore. Gesù aveva detto: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (14,9). Tommaso proclama la divinità del Figlio, uguale al Padre. La certezza gli viene dall’aver visto e toccato le mani e il fianco di Dio, un Dio che non può essere che Crocifisso. Un Dio che muore per amore è la morte di ogni dio che l’uomo afferma o nega: è rivelazione della Gloria, che ridà senso all’assurdo del nostro morire e del nostro vivere. Siamo al vertice della fede in Gesù, alla quale il Vangelo vuol portare il lettore. v. 29: perché mi hai visto, hai creduto. Tommaso, come Maria e gli altri, ha visto il Signore. Ma non basta vederlo. Maria lo vedeva, ma non lo riconosceva. Il discepolo prediletto invece, senza vederlo, solo osservando i segni, crede in lui, prototipo di quelli che verranno dopo. È necessario che i primi discepoli abbiano visto e riconosciuto Gesù risorto, per poterlo testimoniare. Tommaso fa parte di loro; per questo il Signore si è fatto vedere da lui. Però non c’era quando gli altri lo videro; per questo è anche simile a noi, chiamati a credere attraverso la testimonianza altrui. Tommaso è l’anello di congiunzione tra i primi e noi, che sperimentiamo il Risorto attraverso il loro annuncio (cf. 1Gv 1,1-4).
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beati quelli che non videro e credettero. I verbi in greco sono all’aoristo perché, quando l’evangelista scrive, i suoi lettori erano tra quelli che credettero senza aver visto. Può però anche trattarsi di un “aoristo gnomico”, che esprime una sentenza che vale in ogni tempo. Allora significa: “beati i non vedenti e credenti”. Ciò non significa che la fede è cieca. Al contrario: i credenti, in quanto non vedenti, hanno una fede incondizionata e i non vedenti, in quanto credenti, hanno una vista più penetrante. Hanno infatti aperto l’occhio del cuore, che solo vede la realtà. Questa beatitudine è per noi, lettori del Vangelo, che esultiamo di gioia indicibile e gloriosa, perché, pur non avendo visto il Signore, lo amiamo (cf. 1Pt 1,8). È la beatitudine della fede, che si completa con l’altra beatitudine: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” (13,17). Anche noi sappiamo queste cose: Gesù ci ha lavato i piedi ed è il Signore: è morto e risorto per noi. La nostra beatitudine non è fare un incontro straordinario con lui, ma, grazie all’ascolto della Parola, condurre una vita nuova nell’amore, camminando come lui ha camminato (1Gv 2,6). Noi, come il discepolo prediletto, crediamo nel Risorto. Lo vediamo nei segni lasciati dalla sua risurrezione nella comunità che lo testimonia con la vita e con l’annuncio: essa è un sepolcro vuoto di morte e pieno di vita. Lo vediamo e tocchiamo spiritualmente attraverso la Parola, che ci fa entrare nelle sue piaghe e ci invita al suo banchetto (cf. 21,12s), per nutrirci di lui e vivere di lui (cf. 6,54). Queste parole del Risorto aprono il futuro a ogni esperienza di lui. Il finale del Vangelo non ci presenta l’andarsene di Gesù. Egli non si separa da noi. È invece sempre presente in noi nella memoria della sua passione, dalla quale scaturisce pace e gioia, missione e Spirito di perdono. Essa ci inserisce nell’esperienza di fede dei discepoli che ci hanno preceduto e ci rende capaci di essere suoi testimoni davanti al mondo intero. Da qui l’importanza dell’eucaristia, “fonte e culmine di tutta la vita cristiana”. Se è vero che la Chiesa fa l’eucaristia, è altrettanto vero che l’eucaristia fa la Chiesa. Quando un cristiano la trascura o ci va solo per precetto, è come uno che non mangia o lo fa solo per comando. Se non è già morto, poco gli manca. v. 30: certo molti altri segni fece Gesù. (cf. 21,25). È la conclusione dell’autore, che spiega il contenuto e il fine del libro: il contenuto sono i “segni” che Gesù ha compiuto, il “fine” è che noi possiamo credere in lui e incontrarlo attraverso la sua parola, che è Spirito e vita (6, 63). Nei segni Gesù ha manifestato, fin dall’inizio, la sua gloria (cf. 2,11): l’amore estremo di Dio, che sulla croce si è rivelato faccia a faccia. Questi segni diventano per noi la Parola che ce li testimonia: tutto il Vangelo è segno della Gloria, che si manifesta ed entra in comunione con chi l’accoglie. Se la prima parte del Vangelo si chiudeva ricordando, dopo la risurrezione di Lazzaro, l’incredulità nonostante i grandi segni (12,37), dopo l’innalzamento di Gesù è possibile la fede.
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Scacciato il capo di questo mondo con la sua menzogna, anche noi siamo attratti dal Figlio e possiamo aderire a lui (cf. 12,32). Nei vv. 30-31 l’autore dà al lettore la chiave per entrare nella sua opera: essa è scritta perché giungiamo alla beatitudine della fede. Un libro, per essere capito, deve cogliere l’intenzione di chi l’ha scritto. al cospetto dei [suoi] discepoli. Questi discepoli sono i testimoni oculari, dei quali l’evangelista è l’ultimo. che non sono scritti in questo libro. L’evangelista mostra di conoscere altri racconti su Gesù. Conosce anche gli altri Vangeli: sa di non essere l’unico testimone. v. 31: questi però sono stati scritti . Ovviamente l’autore ha fatto una selezione: tra i “molti altri segni” ha scelto di scrivere “questi”, con un intento preciso. Chi scrive non dice il proprio nome: l’evangelista non è un inventore di fatti, ma uno che ha visto e/o raccoglie la testimonianza della comunità e dello Spirito. Nel nostro caso è uno che ha visto e testimoniato; “e la sua testimonianza è veritiera e sa che dice cose vere, affinché anche voi crediate” (19,35). È il discepolo anonimo che Gesù amava (forse uno dei primi due, pure anonimo, di 1,35-40), il quale ha ricevuto sotto la croce il dono della Madre (19,26) e l’ha visto trafitto (19,34s). È lui che ha scritto il Vangelo, come conferma il redattore dell’epilogo finale (cf. 21,24). I segni compiuti agli occhi dei discepoli sono ora anche sotto i nostri occhi nel racconto che li ri-presenta. Lo scritto evangelico è il segno di ciò che è scritto: la Parola che si comunica a noi. Data l’identità tra Gesù e la Parola, accogliendo questa accogliamo lui: “Il Verbo è comunicante ed è tanto comunicante che non ha nulla che non comunichi comunicando se stesso” (Maddalena de’ Pazzi). affinché crediate (cf. 2,23). Il fine per cui il Vangelo è scritto è la fede, che è conoscere, amare e seguire Gesù, attraverso l’ascolto della Parola. Chi lo legge diversamente, manca il bersaglio. L’autore si rivolge al “voi “dei lettori. Tra questi ci siamo anche noi oggi. Non è tuttavia secondario conoscere chi sono i primi ai quali l’evangelista si rivolgeva. Sono cristiani da confermare nella fede, oppure giudei invitati a riconoscere in Gesù l’atteso, oppure pagani/samaritani chiamati ad accogliere la salvezza che viene dai giudei? Non è facile determinare i destinatari del libro. Anche perché chi licenzia un libro, se pure ha presente il suo lettore tipo, sa che chiunque può aprirlo. Anche noi oggi lo leggiamo. Il fine di un libro è comunque suscitare in chi legge le emozioni che vuol comunicare. Giovanni vuol suscitare la fede in Gesù. Una fede fondata e affidabile, critica e sincera, come quella di Tommaso. che Gesù. Oggetto della fede è Gesù, l’uomo concreto la cui storia ci è ri-presentata nel racconto del Vangelo.
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è il Cristo. La sua umanità, in tutto simile alla nostra, realizza ogni promessa di Dio e ogni desiderio dell’uomo. il Figlio di Dio. La sua carne è infatti quella del Verbo, da cui viene a noi la grazia della verità (1,17). Gesù è l’unigenito Dio che ci ha raccontato il Padre (1,18). In lui, nostro fratello, conosciamo chi siamo noi e chi è Dio; uniti a lui, il Figlio, diventiamo come lui. È la fede stessa di Marta, che dice a Gesù: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che deve venire nel mondo” (11,27). e affinché credendo abbiate vita. Avere vita è quel desiderio profondo che muove ogni pensare e agire dell’uomo. Se il fine del Vangelo è la fede in Gesù, apertura del cielo sulla terra (1,51), il fine della fede è la vita piena, partecipazione alla vita di Dio. nel suo nome. Il nome è la persona, vista come relazione. La vita è essere in lui, il Figlio, vita di quanto esiste (1,3b-4a): accogliere lui ci fa diventare figli di Dio (cf. 1,12). Qui termina la testimonianza del discepolo prediletto, che ci vuol comunicare la sua esperienza. Seguirà, nel c. 21, la testimonianza della prima comunità che ha accolto la sua testimonianza e la trasmette a noi. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come suggerito nel metodo. Mi raccolgo nel cenacolo con i discepoli. Chiedo ciò che voglio: incontrare il mio Signore e il mio Dio. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, cosa fanno, cosa dicono.

Da notare: ● ● ● ● ● ● ● ● ● ● ● Tommaso, uno dei Dodici, detto Didimo, gemello non era con loro quando venne Gesù non crede alla testimonianza degli altri per credere vuol vedere e mettere il dito nelle mani forate e la mano nel fianco trafitto otto giorni dopo Tommaso è con loro Gesù viene a porte sprangate, sta nel mezzo e dice: Pace a voi dice a Tommaso di vedere e toccare le sue ferite e di credere Il Signore mio e il Dio mio! perché hai visto, hai creduto beati quelli che, non avendo visto, credettero Gesù fece molti altri segni
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● ● ● 4.

questi sono stati scritti perché crediate la fede è accettare e amare Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio accettare lui è avere la vita.

Testi utili

Sal 16; Gv 1,1-14; 17,20-23; 1Pt 1,6-9; 1Gv 1,1-4.

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58. MI AMI? 21,1-25 21,1 Dopo queste cose, si manifestò ancora GESÙ AI DISCEPOLI sul mare di Tiberiade. Ora si manifestò così. 2 ERANO INSIEME SIMON PIETRO e Tommaso, detto Didimo, e Natanaele, quello di Cana di Galilea, e quelli di Zebedeo e altri due dei suoi discepoli. 3 Dice loro Simon Pietro: Me ne vado a pescare. Gli dicono: Veniamo anche noi con te. Uscirono ed entrarono nella barca; e in quella notte non catturarono nulla. 4 Ora, venendo già l’alba, Gesù stette (in piedi) sul litorale; tuttavia non sapevano i discepoli che è Gesù. 5 Allora dice loro Gesù: Figlioli, avete qualcosa di companatico? Gli risposero: No! 6 Ora egli dice loro: Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. Allora gettarono e non riuscivano più a tirarla per la moltitudine dei pesci.
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Allora quel discepolo che Gesù amava dice a Pietro: È il Signore! Allora Simon Pietro, udito che è il Signore, si cinse la veste – era infatti nudo – e si gettò nel mare.

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Ora gli altri discepoli vennero con la barchetta – non erano infatti lontani dalla terra, ma circa duecento cubiti –, trascinando la rete dei pesci.

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Quando dunque discesero sulla terra, guardano brace distesa e pesce sopra e pane.

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Dice loro Gesù: Portate dei pesci che avete catturato adesso.

Allora Simon Pietro salì e tirò la rete sulla terra piena di grandi pesci, centocinquantatré; e, pur essendo così tanti, non si squarciò la rete. 12 Dice loro Gesù: Venite, pranzate. Ora nessuno dei discepoli osava chiedergli: Tu, chi sei? sapendo che è il Signore. 13 Viene Gesù e prende il pane
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e lo dà loro; e similmente il pesce. 14 Così, già per la terza volta, si manifestò Gesù ai discepoli, destato dai morti. 15 Quando ebbero dunque pranzato, dice Gesù a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli dice: Sì, Signore, tu sai che ti sono amico. Gli dice: Pasci i miei agnelli. 16 Gli dice ancora una seconda volta: Simone di Giovanni, mi ami? Gli dice: Sì, Signore, tu sai che ti sono amico. Gli dice: Pascola le mie pecore. 17 Gli dice la terza volta: Simone di Giovanni, mi sei amico? Si contristò Pietro perché gli disse la terza volta: Mi sei amico? E gli dice: Signore, tu sai tutto: tu conosci che ti sono amico. Gli dice Gesù: Pasci le mie pecore.
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Amen, amen ti dico: Quando eri più giovane, cingevi te stesso e andavi dove volevi; quando però diventerai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti cingerà e condurrà dove non vuoi.

Ora questo disse significando con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, gli dice: Segui me. 20 Voltatosi, Pietro guarda seguire il discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si coricò addirittura sul suo petto, e disse: Signore, chi è colui che ti tradisce? 21 Avendo dunque Pietro visto costui , dice a Gesù: Signore, e (di) lui, cosa (sarà)? Gli dice Gesù: Se voglio che lui dimori finché vengo, che (importa) a te? Tu segui me. Uscì allora questa parola tra i fratelli, che quel discepolo non sarebbe morto. Ma Gesù non gli disse che non muore, ma: Se voglio che lui dimori
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fin che vengo, che (importa) a te? 24 Questi è il discepolo che testimonia su queste cose e che scrisse queste cose. E sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Ora ci sono anche molte altre cose che fece Gesù, che se si scrivessero ad una ad una, penso che neppure il mondo conterrebbe i libri da scrivere. 1. Messaggio nel contesto “Mi ami?”. Sono le parole di Gesù, morto e risorto, a Pietro. Ogni lettore le sente rivolte a sé, come fine, o meglio, principio di tutto il Vangelo. Il racconto del quarto Vangelo è già perfettamente concluso con il c. 20. Ma il c. 21 non è un’aggiunta, più o meno superflua. È come il ripetersi successivo di quell’ondata che Gesù ha messo in moto; ora essa si ripercuote nei discepoli e, tramite loro, si allarga all’infinito, vivificando del suo Spirito il mondo intero. Questo capitolo si può chiamare un “epilogo” del Vangelo, iniziato con un “prologo”. Il prologo ci ha presentato “la preistoria di Gesù”: il Verbo eterno di Dio, vita e luce del mondo, è diventato carne. Il racconto del Vangelo ci ha presentato “la storia di Gesù”: la sua carne ci ha rivelato il Padre e ci ha donato di diventare suoi figli. L’epilogo ci presenta “la storia dopo Gesù”: i discepoli continuano la sua opera e lo testimoniano al mondo. Nel c. 20 i discepoli hanno visto il Risorto, accolto il suo Spirito, ricevuto la sua missione e creduto in lui, Signore e Dio, per avere vita. Ora vediamo come Gesù si “manifesta” loro mentre continuano la missione loro affidata. Egli è presente nella “pesca” (vv. 1-8), che raffigura la loro attività apostolica rivolta ai fratelli, e nel “banchetto” (vv. 9-14), che richiama l’eucaristia, principio e fine di ogni missione. Particolare attenzione è rivolta ai due aspetti essenziali della comunità, ambedue fondati sull’amore e sulla sequela: la dimensione “istituzionale”, rappresentata da Pietro (vv. 15-19), e quella “carismatica”, rappresentata dal discepolo che Gesù amava (vv. 20-23). Sono due istanze diverse, una pastorale, più attenta alla struttura e conservatrice, l’altra creativa, più attenta alle persone e libera. Il conflitto inevitabile tra i due aspetti trova qui una soluzione ideale,
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legittimando ambedue e dando la priorità all’amore e alla libertà. Alla fine il redattore conclude indicando nel discepolo che Gesù amava l’autore del Vangelo (vv. 24-25). Troviamo parte di questo materiale anche nei sinottici: la pesca (cf. Lc 5,1-11; cf. Mc 1,1620p), il pasto con il Risorto (Lc 24,30s.41-43), il ruolo di Pietro (Mt 16,18) e l’invito alla sequela. Tutto è liberamente rielaborato e intrecciato sul tema dell’amore. Probabilmente è materiale giovanneo, redatto da altri e posto nel finale, con somiglianze e differenze di vocabolario, di stile e di temi rispetto al resto del Vangelo. Il c. 21 sta al Vangelo di Giovanni come gli Atti degli Apostoli al Vangelo di Luca. Dopo il racconto di ciò che Gesù ha fatto e detto (At 1,1), si narra in modo sintetico e paradigmatico ciò che essi fanno e dicono. Nel Figlio dell’uomo innalzato tutto è compiuto: la “cristologia” dei cc. 1-19 culmina sulla croce, dove Gesù rivela l’amore estremo e consegna lo Spirito. Nel c. 20 la cristologia diventa “pneumatologia”: i discepoli vedono il Risorto, accolgono lo Spirito e sono inviati al mondo. Nel c. 21 cristologia e pneumatologia diventano “ecclesiologia”: chi ha visto la carne di Gesù e accolto il suo Spirito, diventa figlio e continua nel mondo la missione di rivelare il Padre. Ora i discepoli sono all’opera. Non sono più di sera e al chiuso in Gerusalemme (20,19), ma di mattina e all’aperto sul lago di Tiberiade, luogo della vita quotidiana, loro e di Gesù. Il tempo e il luogo sono significativi: l’alba è il limite tra notte e giorno, il litorale è il limite tra mare e terra. Alba e litorale sono il tempo e il luogo tipico dell’uomo, posto tra due realtà contrarie, chiamato a varcare la soglia dalla tenebra alla luce, dalla morte alla vita. I discepoli sono usciti da dove il Signore ha lavato loro i piedi (cf. 14,31) e affrontano con lui e come lui il mondo. Dopo il dono di Gesù, che li ha amati fino a dare se stesso ed è tornato mostrandosi vincitore della morte e principe della vita, inizia il giorno del Signore: è ogni giorno, da vivere ormai nell’amore del Padre e dei fratelli. Per questo i sette vanno a “pescare uomini per la vita” (cf. Lc 5,10). Come ha fatto Gesù, anch’essi strappano i fratelli dall’acqua dove annegano, per comunicare loro la sorgente d’acqua viva. Questa pesca è il “molto frutto” (15,5) che Gesù aveva promesso a chi è unito a lui, obbedendo alla sua parola e osservando il suo comando di amarci come lui ci ha amati (15,1-17). Chi non è unito a lui, rimane nella notte, come Giuda. Ogni sua fatica è infeconda e mortifera. Comunque ormai la tenebra è sconfitta e la luce è venuta: il Signore già ha fatto dono della propria vita e ha preparato il suo banchetto. Non a caso la scena si svolge sul lago di Tiberiade, dove la Parola era diventata Pane (cf. c. 6). Anche qui la missione culmina in un banchetto (cf. Mc 6,7-13.30-44p), al quale i discepoli danno il loro contributo. Chi mangia il corpo del Signore, vive di lui e in lui: riceve il suo Spirito, che gli fa riconoscere il Risorto e lo rende capace di testimoniarlo (cf. 15,26-27). Uniti a lui e
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ascoltando la sua parola – questa è la sottolineatura del testo – la nostra pesca diventa feconda, anche più della sua (cf. 14,12). Il centro di tutto, come si vede nella triplice domanda rivolta a Pietro, è l’amore per Gesù, che lo fa dimorare in noi. Ma l’origine permanente del nostro amore per lui è il suo amore per noi, come ci testimonia il discepolo prediletto, che ha contemplato il Trafitto. Posto alla fine del Vangelo, questo capitolo più che una conclusione, è un’apertura. Dischiude infatti al mondo intero l’orizzonte della vita nuova che il Figlio offre ai fratelli. Alla luce di quanto abbiamo già visto nel Vangelo, la ricchezza di questo breve capitolo è inesauribile: si potrebbero scrivere tante cose che non basterebbe il mondo intero per contenerle (cf. v. 25). Trasformando il versetto finale del Vangelo, possiamo dire che ormai il mondo intero altro non è che la riscrittura, anzi il diventare carne della Parola, mediante la testimonianza dell’amore dato/ricevuto e corrisposto nella “pesca”, che alimenta di nuovo cibo il banchetto imbandito dal Figlio. La storia del mondo è ormai storia di Dio, manifestazione progressiva della Gloria. Dio è entrato nel creato perché ogni creatura entri in Dio: il Verbo di vita è diventato carne perché ogni carne partecipi alla vita del Verbo. La Chiesa, chiamata da Paolo “corpo di Cristo”, ne è la pienezza anticipata (cf. Ef 1,1-23); come la carne di Gesù, dove tutto è compiuto. Attraverso di essa si rivela e, rivelandosi, si comunica a tutti il dono di Dio (cf. 17,22s): “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (1Gv 3,1). Il c. 21 è composto di due parti principali, a loro volta molto articolate, dove si riprendono i temi fondamentali della vita di Gesù, che risuonano ormai in quella dei discepoli. La prima parte mostra i discepoli nella loro missione, con la presenza del Signore in mezzo a loro, e culmina nell’eucaristia (vv. 1-14); la seconda riabilita Pietro e il suo ruolo pastorale, fondato sull’amore e sulla sequela (vv. 15-19), armonizzandolo con il ruolo del discepolo amato, testimone dell’amore (vv. 20-23). La conclusione finale (vv. 24-25) riprende 20,30s, identificando il discepolo amato con l’autore del Vangelo. Attraverso questa aggiunta, il Vangelo, come tutta la Scrittura, si dichiara esplicitamente come uno “scritto aperto”, da riscrivere all’infinito. Gesù ha compiuto l’opera del Figlio: amare i fratelli con lo stesso amore del Padre. Ora, salito a lui, torna a noi, anzi in noi, con il suo Spirito perché portiamo avanti la sua opera. La Chiesa, attraverso la testimonianza apostolica vitalmente ricevuta e trasmessa, diventa una “riscrittura” progressiva del Vangelo eterno di Dio nel mondo: è realmente “il quinto” Vangelo, il Vangelo vivo. Così dice Paolo alla comunità di Corinto: “Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2Cor 3,3). Nell’ascolto di quanto Gesù ha vissuto e il Vangelo ha raccontato, la nostra storia diventa storia di Dio, rivelazione della Gloria.
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2.

Lettura del testo v. 1: Dopo queste cose. L’espressione richiama Gesù che dona il pane (cf. 6,1) e lava i piedi

a Pietro (cf. 13,7). È un’indicazione di tempo che rimanda a un prima. Il tempo successivo viene “dopo queste cose” accadute “quel giorno”: è il “giorno uno” (cf. 20,1.19), da cui tutto fluisce, come l’acqua dalla sua sorgente. È un tempo senza tempo, perché è ormai ogni tempo. si manifestò ancora Gesù ai discepoli . È un’ulteriore manifestazione di Gesù, diversa dalle precedenti. La parola “manifestarsi”, usata da Giovanni 9 volte, è applicata 3 volte agli incontri con il Risorto e tutte in questo racconto (vv. 1bis.14). Manifestare (phaneróo) significa rendere chiaro. Suggerisce un uscire dall’oscurità per venire alla luce: egli è ormai sempre presente e “si manifesta così”. Questo sarà d’ora innanzi il suo modo di essere con i suoi discepoli. Mentre noi siamo nel mare del mondo a compiere l’opera che ci ha affidato, lui è già a riva, sulla “terra”. Da lì ci assiste e si manifesta nella Parola che rende fruttuosa la nostra pesca e nel banchetto che condivide con noi. In altre parole il Signore Risorto è sperimentato nella Parolamissione e nell’eucaristia, che ci fanno partecipare alla sua fecondità di vita. sul mare di Tiberiade. Il dono del pane avvenne al di là del “mare di Galilea, di Tiberiade” (6,1). Qui è chiamato solo “Tiberiade”, evidenziando il nome pagano della capitale della Galilea, costruita in nome dell’imperatore Tiberio. Questo incontro con il Risorto non è nel cenacolo, dove i discepoli hanno ricevuto il pane, lo Spirito e la missione. Siamo all’aperto, tra i pagani. L’eucaristia che seguirà (v. 13s) è ormai una “messa sul mondo”, all’alba e in riva al mare, dove si arriva alla fine di una notte di fatica. si manifestò così (cf. v. 14). Questo incontro con il Risorto, diverso dai precedenti, avviene sulla soglia tra mare e terra. Su questa riva, luogo di partenza e di approdo di ogni missione, il discepolo fa una spola continua tra il mondo da salvare e il Salvatore del mondo. Si dice inoltre che Gesù “manifestò se stesso”, non che i discepoli lo “videro”. Lo incontrano ormai come colui che si rivela attraverso l’ascolto della Parola ed è riconosciuto attraverso l’amore del discepolo prediletto e il dono del pane. Queste parole, riprese al v. 14, fanno da inclusione alla prima parte del testo e sottolineano il “così”, che è il modo nuovo di presentarsi del Signore, ancora e sempre, ai discepoli. v. 2: erano insieme. Dopo il dono di Pasqua, i discepoli sono “insieme”. Si parla di sette discepoli. Non sono i Dodici (cf. 6,70), che rappresentano le tribù d’Israele. Sono sette, numero di totalità, che rappresenta le nazioni pagane. È ormai la comunità delle sette chiese (cf. Ap 2-3), aperta al mondo.
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Simon Pietro. Gesù gli aveva promesso che, “dopo queste cose”, avrebbe capito il suo gesto di lavargli i piedi (13,7). Simone, fratello di Andrea, è uno dei primi che lo ha incontrato, ricevendo il nome di Pietro (1,42). È lui che, dopo il discorso sul pane di vita, dice a nome di tutti: “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (6,68s). Lo ritroviamo nell’ultima cena a più riprese: non vuole che Gesù gli lavi i piedi (13,6-9), chiede all’altro discepolo di domandare chi è il traditore (13,24) e dichiara di essere disposto a seguire il Signore fino a morire per lui (13,36-38). Nel giardino estrae la spada per difenderlo (18,10s) e nel cortile, dove l’ha introdotto il discepolo amato, lo rinnega (18,15-27). Lo incontriamo, ancora insieme a lui, nella corsa mattutina al sepolcro (20,2-10). L’intreccio del loro cammino continua anche in questo racconto (cf. vv. 1-14) e trova nel finale – come sintesi di tutto il Vangelo – la sua spiegazione (cf. vv. 15-24). Tommaso, detto Didimo. Tommaso si dichiara disposto a morire accanto a Gesù (11,16). Nell’ultima cena gli chiede inoltre dove va; e ottiene la risposta: “Io-Sono la via, la verità e la vita” (14,5s). Riappare nel racconto precedente come l’incredulo che raggiunge la piena fede, esclamando: “Il mio Signore e il mio Dio” (20,28). Natanaele, quello di Cana di Galilea. È il vero israelita che, superando i suoi dubbi (1,46), per primo riconosce Gesù come Figlio di Dio e re d’Israele (1,49). Si precisa che è di Cana di Galilea, dove Gesù fece il primo segno e “manifestò la sua gloria” (2,11). quelli di Zebedeo. È l’unica volta che nel quarto Vangelo ricorre quest’espressione. Sappiamo dagli altri Vangeli che sono Giacomo e Giovanni (cf. Mc 1,19p), coloro che, con Pietro, partecipano alla pesca di Lc 5,1ss. Nella tradizione il secondo di questi fratelli è stato identificato con il compagno anonimo di Andrea (cf. 1,35-40), “l’altro discepolo”, quello che Gesù amava, autore del quarto Vangelo. altri due dei suoi discepoli. Chi sono questi due altri discepoli? Inutile chiederselo, perché sono anonimi. Sappiamo che sono due, principio di molti. Rappresentano i discepoli che verranno in seguito, chiamati “altri”, come l’“altro discepolo”, quello che Gesù amava. v. 3: dice loro Simon Pietro. Nel c. 21 Simon Pietro ha un ruolo di preminenza: prende l’iniziativa della pesca (v.3), si butta nel mare (v. 7b) e tira a riva la rete piena di pesci, senza che si rompa (v. 11). A lui, dopo il pasto, Gesù si rivolge direttamente per affidargli la sua missione di Pastore bello (vv. 15ss). Però è l’“altro discepolo” che per primo riconosce il Signore (v. 7a; cf. 20,8) e resta come testimone perenne di colui che viene (vv. 22-24). me ne vado a pescare. Simon Pietro non ordina agli altri di pescare. L’autorità non è comando – “armiamoci e partite!” –, ma un modello da imitare. L’imitazione dell’altro, il cui esempio dà corpo ai desideri di ognuno, è principio di ogni agire umano, nel bene e nel male.
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Come Gesù se ne va al Padre, Simon Pietro se ne va verso i fratelli. I discepoli sono scelti e inviati a portare avanti la missione del Figlio: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (15,16). C’è una stretta parentela, con numerosi punti in comune, tra questo racconto e la pesca di Lc 5,1-11, dove Pietro riceve la promessa: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10; cf. Mc 1,17; Mt 4,19). veniamo anche noi con te. Gli altri decidono spontaneamente di andare con lui. Non sono dei subordinati, più o meno insubordinati, ma persone in comunione, per libera decisione dello Spirito. Questa comunione tra di loro resta però sterile fino a quando non è comunione con Gesù, obbedienza alla sua parola. La preposizione “con” (= sýn), che indica appunto comunione, appare solo altre due volte in Giovanni. Si parla di Lazzaro, risorto, che giace a mensa “con” Gesù (12,2) e di Gesù che entra nel giardino “con” i suoi discepoli (18,1). Per Tommaso, che dice di essere disposto a morire accanto a Gesù, si usa la preposizione greca “metá”, che indica piuttosto l’essere a fianco (cf. 11,16). uscirono ed entrarono nella barca. Gesù è uscito dal Padre per venire nel mondo incontro ai fratelli. I discepoli escono dal luogo dove si trovano ed entrano nella barca, in mezzo al mare. La loro è la stessa missione del Figlio: pescare uomini perché vivano. Nell’acqua infatti muoiono. quella notte. Finora si è parlato di “quel giorno” (cf. 19,31; 20,1.19). Ma qualunque giorno rimane notte fino a che non si manifesta la luce del mondo: “Noi bisogna che operiamo le opere di chi mi inviò mentre è giorno; viene la notte, quando nessuno può operare. Finché sono nel mondo, sono luce del mondo” (9,4s; cf. 11,9s). Lui è ormai sempre nel mondo, ma non lo vediamo fino a quando la Parola ascoltata e il Pane condiviso non ci aprono orecchi e occhi. non catturarono nulla. L’iniziativa comune di Pietro e degli altri è senza risultato: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (Lc 5,5a). Infatti “Il tralcio non può portare frutto da se stesso se non dimora nella vite, così anche voi, se non dimorate in me (…). Chi dimora in me e io in lui fa molto frutto” (15,4s). Lui dimora in noi come noi in lui, se ascoltiamo la sua parola: “Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio lo amerà e verremo da lui e faremo dimora presso di lui” (14,23). Gesù può manifestarsi perché l’amore, che è concreta osservanza della sua parola, ce lo rende presente: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io amerò lui e a lui mi manifesterò” (14,21). Ogni iniziativa apostolica, con tutte le reti e le fatiche del mondo, se non scaturisce dalla comunione con il Signore, resta infruttuosa. Senza l’amore, tutto è nulla (cf. 1Cor 13,1-3). v. 4: venendo già l’alba. È preferibile leggere, con molti codici, “venendo” invece che “venuta” l’alba. Infatti la notte finisce e viene l’alba con la presenza di Gesù. Con lui inizia il giorno nuovo (20,1), che dissolve la tenebra in cui si trovano i discepoli.
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Gesù stette (in piedi) sul litorale. Gesù è ritto in piedi sulla riva, come prima nel cenacolo (20,19.26). Al v. 13, descrivendo il gesto eucaristico, si dirà che “viene”, come in 20,26. non sapevano i discepoli che è Gesù. Gesù, compiuta la sua missione, è già arrivato a riva. Da lì è presente ai discepoli che continuano la sua missione. Ma questa rimane sterile, e lui non riconosciuto, fino a quando non osservano la sua parola. v. 5: dice loro Gesù: Figlioli. È un appellativo affettuoso, usato per il figlio del funzionario regio che sta per morire (4,49) e per l’uomo nuovo che viene al mondo (16,21). In questo racconto è salvata da sicura morte la comunità nascente ed è generata l’umanità nuova. avete qualcosa di companatico? Gesù interroga i discepoli sulla fatica notturna: chiede loro del “companatico”. Il “pane” c’è già: è lui, che ha dato se stesso per la vita del mondo. Manca il “companatico” da aggiungere a questo pane: è la risposta al suo amore, che solo noi possiamo dare. Essa consiste nel nostro andare verso i fratelli in obbedienza alla sua parola. Il nostro cibo è il medesimo del Figlio: compiere l’opera del Padre (4,34), che vuol salvare tutti i suoi figli, con l’ultimo dei quali Gesù si è identificato. Nell’ultimo dei fratelli infatti vediamo il Figlio da amare. gli risposero: no! Gesù aveva promesso ai discepoli che avrebbero compiuto le sue opere e anche di più grandi (14,12). La loro risposta è un secco “no”, pieno di delusione. Quante volte, nonostante il nostro darci da fare con perizia e fatica, brancoliamo nella notte e non peschiamo nulla (cf. Lc 5,5). Se la missione è senza frutto, significa che non siamo uniti a lui, che non ascoltiamo la sua parola. v. 6: gettate la rete dalla parte destra, ecc . Gesù ordina di gettare la rete da una parte precisa, l’unica che può essere feconda di vita. Per questo ci ha dato un preciso comando, il “suo”, offrendoci il potere divino (richiamato dall’espressione “la parte destra”) di amarci a vicenda con lo stesso amore con il quale lui ci ha amati. Solo l’obbedienza a questo comando fa dimorare lui in noi e ci dona la sua vita. Come Maria disse: “Avvenga a me secondo la tua parola” (Lc 1,38), anche il discepolo dice: “Sulla tua parola, getterò le reti” (Lc 5,5b). e non riuscivano più a tirarla per la moltitudine dei pesci, ecc . In obbedienza al “comando” del Signore la loro pesca è abbondante: si può “catturare” alla vita solo mediante l’amore. Il termine “moltitudine”, che in greco indica “pienezza” (plēthos), ricorre a proposito degli infermi ai bordi della piscina che attendono salvezza (5,3). Nella rete tirata a terra c’è una “moltitudine” di uomini salvati dalle acque, una “pienezza” che abbraccia l’umanità intera. È il molto frutto del tralcio unito alla vite (15,5). La missione non è opera nostra, ma dello Spirito che Gesù ci ha donato (cf. 20,22s). Dal frutto si riconosce l’albero (cf. Mt 7,20). allora quel discepolo che Gesù amava. È colui che conosce l’amore di Gesù: posava il capo sul suo grembo e sul suo petto quando Pietro gli chiese di informarsi sul traditore (13,23ss). Egli introdusse Pietro nel luogo in cui Gesù dava testimonianza (18,15s) e corse con lui, precedendolo,
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al sepolcro (20,2ss). Egli inoltre stava con la Madre ai piedi della croce (19,26) e contemplò il Trafitto, che testimoniò a noi nel Vangelo (19,35). dice a Pietro. Questo discepolo, come già detto, appare sempre vicino e in contrappunto a Pietro. è il Signore. È lui che notifica a Pietro la presenza del Signore. Solo l’amore vede (cf. 20,8) e segnala, a Pietro come a tutti, la via migliore (cf. 1Cor 12,31-13,13): quella di Gesù, verità della vita, che è l’amore. Simon Pietro, udito che è il Signore, si cinse la veste, ecc. Questo versetto contiene vocaboli altamente evocativi. Saranno ripresi nei vv. 18-19, quando si dirà che anche Pietro, finalmente, può seguire Gesù e diventare come lui. Simon Pietro si cinge la veste e si butta nel mare, come prima era entrato nel sepolcro (20,6). Gettarsi in acqua e risalire, nudità e veste sono allusioni al battesimo. Simon Pietro seppellisce il suo passato, affogando presunzioni e colpe, per risalire a riva e incontrare Gesù. La parola “cingersi” esce nella lavanda dei piedi, quando Gesù si cinge il panno del servo (13,4s). Qui la veste di Pietro è chiamata “sopra-veste”, che egli mette sopra la sua nudità. È la veste del Signore stesso, che lo avvolge nel suo amore e gli permette di affrontare il mare. Proprio qui, “dopo queste cose”, anche lui riconosce chi è il Signore e Maestro (13,7.13). Sembra strano cingersi la veste per gettarsi in acqua; ma quando si pesca di notte, per proteggersi dal freddo, si indossa sulla pelle un camiciotto che di giorno si toglie. Pietro si cinge di questo indumento, che ha un profondo significato: la veste con la quale si battezza nel mare per risalire a terra richiama l’eredità che il Crocifisso lasciò ai suoi crocifissori (19,23). v. 8: gli altri discepoli vennero con la barchetta. Mentre Simon Pietro scompare nell’acqua, gli altri vengono con la barchetta, portando la moltitudine di pesci. Le due barche di Lc 5,7 sono diventate una e, per giunta, piccola. La Chiesa è una sola e abbraccia tutti; rimane però sempre una barchetta e non diventa mai un transatlantico. non erano lontani dalla terra. “La terra”, per antonomasia, è la terra promessa, dove Gesù è già arrivato e i discepoli approdano con il frutto della loro missione. circa 200 cubiti. I 200 cubiti richiamana i 200 denari necessari per sfamare la folla (6,7). La distanza dal mare alla terra ha un costo: quello del pane che Gesù ha offerto gratuitamente. La gratuità è l’unico prezzo della vita. trascinando la rete dei pesci. Come la barchetta, anche la rete è unica: i vari discepoli compiono la stessa missione, in obbedienza al comando dell’amore. La rete – nominata 4 volte (cf. vv. 6.8.11bis), numero di totalità – è ciò che raccoglie in “uno” gli uomini, per portarli a salvezza: tutti gli uomini sono uniti, in libera comunione tra di loro.
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v. 9: quando discesero sulla terra. “La terra” è dove ormai Gesù sta e si manifesta: è da dove si parte per la missione e dove si torna portando nuovi fratelli. È il luogo dell’eucaristia, vera terra promessa, dove si vive da figli e da fratelli. guardano brace distesa e pesce sopra e pane . Non si dice che vedono Gesù, ma brace con pesce e pane. La brace, evocando il rinnegamento di Pietro (cf. 18,18), prepara il seguito della scena. Pesce e pane – c’è una sovrimpressione tra Gesù e i doni eucaristici – richiamano il fatto dei pani e dei pesci, quando Gesù anticipò la sua Pasqua (6,9-11). Ora i discepoli capiscono il suo discorso fatto nella sinagoga di Cafarnao sul pane di vita (6,26-59): Gesù è il pane offerto. Anche il pesce, che vive nell’abisso e viene sulla terra per essere cotto e diventare cibo, è lui: “Il pesce arrostito sul fuoco rappresenta Cristo nella passione” ( S. Agostino). Infatti il pesce vive nella morte (= mare) e, morendo sulla terra, si dona come vita per gli altri. Piscis assus, Christus passus: Gesù, proprio in quanto rinnegato e ucciso, è cibo per tutti. Ora che lui ci ha amati fino al dono di sé, anche noi abbiamo il suo Spirito e possiamo fare come lui. Dall’eucaristia del Figlio, celebrata in solitudine sulla croce, scaturisce la nostra eucaristia di fratelli, partecipi della sua missione e del suo frutto. Dall’eucaristia si parte da figli verso i fratelli, all’eucaristia si torna con nuovi fratelli che diventano figli, capaci di andare a loro volta verso altri fratelli. E così via, finché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora i figli di Dio, dispersi, saranno raccolti in unità nel Figlio (cf. 11,51s). E il Padre suo diventerà Padre nostro, di tutti (cf. 20,17). v. 10: portate dei pesci che avete catturato adesso. La nostra pesca, prima infruttuosa (cf. v. 3), “adesso” è feconda perché abbiamo ascoltato il comando dell’amore. La parola “cattura” finora era riferita a Gesù, che si consegnò a chi voleva catturarlo (cf. 7,30.32.44; 8,20; 10,39; 11,57). Anche altri fratelli, “catturati” dall’amore grazie alla nostra testimonianza, sono diventati come lui, che si fa cibo per la vita del mondo. Questo è il frutto della missione, che trasforma gli uomini in figli che sanno amare i fratelli come il Figlio li ha amati. L’imperativo è al plurale, come nel v. 6: “Gettate le reti”. Tutti i discepoli partecipano, per ordine diretto del Signore, alla fatica e al frutto. Pietro si distingue per la sua iniziativa di dare il buon esempio e di mantenere l’unità della rete (cf. v. 11). v. 11: Pietro salì. Pietro ora sale dall’acqua dove si è immerso, come Gesù nel suo battesimo (cf. Mc 1,10). Ora Simone diventerà Pietro, con il suo nome nuovo. tirò la rete sulla terra. Pietro non “tira” più la spada per uccidere (18,10), ma tira verso la vita la grande moltitudine di uomini, perché anche lui, come tutti, è stato (at)tirato dall’amore del Crocifisso (cf. 12,32). La rete tiene unito il frutto della pesca, mentre è trascinato sulla “terra” dove sta il Figlio. Questi infatti aveva pregato il Padre affinché i fratelli fossero “uno” nell’amore (17,11.21-23).
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piena di grandi pesci, centocinquantatré. Si sottolinea l’abbondanza della pesca. Questi pesci, attratti dal Figlio innalzato (12,32), sono assimilati a lui, pesce e pane offerto per la vita del mondo. La cifra ha certamente un significato. Ci sono varie interpretazioni, nuove e antiche, più o meno plausibili. Ne offriamo alcune per mostrarne l’infinita varietà. S.Gerolamo, commentando Ez 47,6-12, dice che gli zoologi contavano 153 specie di pesci. La cifra indicherebbe quindi la totalità degli uomini. S. Agostino nota che 153 è la somma dei numeri naturali da 1 a 17. Il numero 17 a sua volta è la somma di 10 e di 7, che rappresentano rispettivamente il Decalogo della legge e lo Spirito con i suoi doni. Il numero 153 indicherebbe tutti i salvati: essi, con la grazia dello Spirito, osservano la legge, che non è più per la morte, ma per la vita. Si può inoltre osservare che 10 è il numero della comunità e 7 il numero della moltitudine: la rete, simbolo della Chiesa, è la comunità che contiene la moltitudine degli uomini portati a salvezza. Un’ulteriore interpretazione richiama l’attenzione sul fatto che 17 è la somma di 5 e di 12, cifre che richiamano il dono del pane a Tiberiade, dove dei 5 pani sovrabbondarono 12 ceste (cf. 6,9.13): grazie alla missione, la moltitudine degli uomini diventa eucaristia, assimilata al corpo del Figlio. Ancora partendo dall’intuizione di S. Agostino: tenendo presente che in ebraico ogni lettera dell’alfabeto corrisponde a un numero (a=1, b=2, c=3, ecc.), 17 è il valore numerico della parola ebraica tov (= buono, bello); allora 153, che contiene tutti i numeri da 1 a 17, allude a quella bontà/bellezza che abbraccia in unità ogni singolarità. Un’altra interpretazione dice: “Il significato della cifra può chiarirsi prestando attenzione ai dati del Vangelo e al linguaggio di quella cultura. 153 è la somma di tre gruppi di 50, più un 3 che è appunto il moltiplicatore. Il numero 50, posto in relazione con i 5.000 dell’episodio dei pani, designa una comunità come profetica, la comunità dello Spirito (vedi commento a 6,10). Ciascun gruppo di 50 pesci ‘grandi’ corrisponde perciò a una comunità di ‘uomini adulti’ (6,10; cf. 9,20-21), la creazione dei quali cioè è completata dallo Spirito. Il numero tre, che moltiplica la comunità, è il numero della divinità, e qui potrebbe rappresentare Gesù (20,28: ‘Signore mio e Dio mio!’). La cifra 153 indicherebbe pertanto che le comunità dello Spirito (il frutto) si moltiplicano esattamente in proporzione alla sua presenza” (J. Mateos – J. Barreto). Facendo calcoli più complessi, si possono dare altre interpretazioni: in ebraico 153 è il valore numerico delle espressioni “la Chiesa dell’amore”, “il mondo che viene”, “figli di Dio”, ecc. Al di là di ogni possibile interpretazione, non sappiamo con certezza cosa l’autore intendesse. Sembra che voglia lasciare più che mai spazio alla fantasia: chi più ne ha, più ne metta,
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se gli giova. Certamente vuol indicare “il molto frutto” (cf. 12,24; 15,5) della missione di colui che è il salvatore del mondo (4,42) e tutti vuol attrarre a sé (12,32). pur essendo così tanti. Tutti gli uomini – e sono “così tanti” –, sono “in rete”, collegati in unità. La missione del Figlio è riunire in “uno” i fratelli (10,16; 11,52; 17,11.21-23). Questa unione, è utile ribadirlo, non è mai uniformità e omologazione, quasi un frullato indistinto di individui, ma libertà nella distinzione, propria delle persone che si amano. non si squarciò la rete. Il verbo squarciare (skízo) richiama “scisma”, la divisione all’interno della comunità. Quest’unità non si lacera, perché è nell’amore che accetta e mantiene ogni diversità. Non va squarciata, come la tunica inconsutile, tessuta dall’alto in basso, tutta di un pezzo (cf. 19,23). Dividersi tra fratelli è dividere il corpo del Figlio. Anche per questo le sue ferite resteranno aperte, fino a quando un solo uomo al mondo sarà escluso dalla comunità dei fratelli. Nell’ultima cena Gesù aveva pregato perché fossimo “uno” con lui e il Padre, “perfetti nell’unità”, “perché il mondo sappia che tu mi amasti e li amasti come ami me” (cf. 17,20-23). Solo attraverso l’unione dei fratelli si conosce il Padre comune: la credibilità di Dio è affidata all’amore tra di noi. Le scissioni al nostro interno sono il grande peccato: oscurano al mondo la Gloria, unità perfetta tra Padre e Figlio nell’identico Spirito. v. 12: venite, pranzate. Gesù invita al banchetto: è il pasto eucaristico che, unendoci al Figlio e al Padre nell’unico amore, ci fa entrare in seno alla Trinità. Quando il servo torna dal lavoro, è il suo Signore che lo invita a tavola, si cinge la veste e si mette a servirlo (cf. Lc 17,7s). Colui che ci ha lavato i piedi è sempre in mezzo a noi come colui che serve (Lc 22,27). Il Signore non può essere che servo: chi è tutto non ha bisogno di nulla, chi è amore dà tutto se stesso a servizio degli altri. La missione parte dall’eucaristia e porta all’eucaristia. In essa, “fonte e culmine di tutta la vita cristiana”, si mangia e si ringrazia di ciò che è stato donato, anticipo di ciò che sarà ulteriormente donato in forza di questo mangiare e ringraziare. nessuno dei discepoli osava chiedergli. Per chi partecipa all’eucaristia, ricevendo e dando amore, è evidente “che è il Signore”: incontra Dio, che è amore. Il riconoscimento di Gesù viene dalla comunione con lui, dal mangiare e vivere di lui. Allora lo vediamo, perché lui vive e noi viviamo (cf. 14,19). Spezzare il pane, facendo memoria e vivendo del suo amore per noi, ci apre gli occhi e ce lo fa riconoscere (cf. Lc 24,30s.35). In quell’ora c’è una gioia che nessuno ci può togliere, perché attingiamo alla sorgente dell’amore. È giunto “quel giorno” nel quale non gli chiediamo più nulla (16,22s), perché abbiamo tutto. La nostra gioia è completa, perché è la sua gioia (17,13).

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tu, chi sei? Era la domanda rivolta al Battista (1,19) e poi a Gesù (8,25). Il Battista rispose: “Io-non-sono” (1,20) e Gesù rispose: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete Io-Sono” (8,27). sapendo che è il Signore. Come il discepolo amato (v. 7), ora anche gli altri riconoscono IoSono, il Signore. È il banchetto delle nuova alleanza, che ci salva dal mare dei nostri fallimenti, offrendoci il perdono dei peccati. Qui tutti conosciamo il Signore, dal più piccolo al più grande (cf. Ger 31,31-34): è colui che fa rivivere le ossa aride, apre le nostre tombe e ci fa riposare sulla terra. “Allora saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò. Oracolo del Signore Dio” (Ez 37,13s). Ora che quanto fu preannunciato è compiuto, vedendo il suo amore anche noi lo amiamo e osserviamo il suo comando di amarci gli uni gli altri (14,15). In questo sta il suo ritorno a noi, che ce lo fa vedere perché lui, il Vivente, vive in noi che lo amiamo (14,18). L’evangelista evita di dire che i discepoli vedono il Signore: si dice per tre volte che “si manifesta” (vv. 1bis.14), preludio del suo manifestarsi successivo ai credenti che non l’hanno visto (cf. 20,29). I primi l’hanno visto con gli occhi della carne e hanno saputo con il cuore che è il Signore. Anche noi, come i discepoli di questo racconto, sappiamo che il Signore è presente. Con gli occhi vediamo solo brace, pane e pesce: il banchetto da lui preparato. Ma lo riconosciamo dall’abbondante frutto dell’obbedienza al suo comando, che ci fa partecipare attivamente al dono che lui fa di sé nel suo pasto (cf. v. 13). v. 13: viene Gesù. Prima Gesù stava ritto a riva: è il Risorto, già arrivato sulla “terra”, tornato al Padre e presente ai fratelli. Ora si dice che viene, come in 20,26. Infatti il Risorto viene a noi nell’eucaristia. Egli è “il Veniente”, che di continuo viene a noi nel memoriale del suo amore. Attende solo di essere accolto, per accoglierci con sé in seno al Padre. prende il pane e lo dà loro; e similmente il pesce . L’espressione richiama il dono dei pani e dei pesci (6,11). “Prendere il pane e dare” sono le parole dell’eucaristia, dove riceviamo il pane del cielo che dà vita eterna: chi lo mangia entra in comunione con lui e vive di lui, come lui del Padre (cf. 6,48-58). Questo pane ci rende capaci di amare come lui ci ha amati: allora lui dimora in noi come noi in lui (cf. 14,20-23). È il compimento in noi del dono del Figlio. I verbi, coniugati al presente (cf. invece 6,11, dove sono al passato), indicano che la Presenza è ormai sempre presente. In questo banchetto, oltre al pane e al pesce che Gesù ha donato, c’è anche quanto noi abbiamo pescato (v. 10), che serve da companatico (v. 5), da aggiungere al cibo che lui ci dà. Questa “aggiunta” è la nostra risposta al suo dono, che ci fa partecipare pienamente alla sua natura di Figlio che, come riceve dal Padre, così dà ai fratelli amore e vita. L’eucaristia coinvolge noi e coloro ai quali ci rivolgiamo, fino ad abbracciare il mondo intero, raffigurato nella moltitudine di pesci. C’è una stretta relazione tra eucaristia e missione: non c’è messa senza missione (cf. 20,19214

23) e non c’è missione senza messa (cf. v. 10). Per questo ogni discepolo è inviato ai fratelli, per portare loro l’amore del Padre. v. 14: così, per la terza volta, si manifestò Gesù ai discepoli (cf. v. 1). “Così”, in questo modo, per la terza e definitiva volta – dopo la prima alla sera di Pasqua e la seconda otto giorni dopo –, si manifestò il Signore ai discepoli riuniti insieme. Le tre manifestazioni “graduali” indicano il passaggio da quella riservata ai primi, che “vedono e credono”, a quella rivolta a noi che “non vediamo e crediamo”. In mezzo c’è l’esperienza di Tommaso, che sta tra il primo e questo terzo modo di presenza del Risorto. Si parla delle tre manifestazioni ai discepoli, tralasciando quella a Mariam. Non perché sia unica e riservata, ma perché indica la dimensione profonda di ogni incontro con Gesù, che si compie nell’amore. destato dai morti. L’incontro con Gesù, destato dai morti, ci ridesta dalla morte, comunicandoci il suo amore per il Padre e i fratelli. Qui finisce la prima parte del c. 21, che mostra il modo nel quale ormai il Signore si manifesta perennemente alla sua comunità. v. 15: quando ebbero dunque pranzato. Inizia la seconda parte del racconto che, dopo la missione e il banchetto eucaristico, tocca il nodo dei rapporti all’interno della comunità. La partecipazione al corpo dato è per i discepoli principio di comprensione e norma di azione: il Pane apre gli occhi sul Signore, ma anche su di sé e sugli altri. Per questo, dopo il banchetto, si chiariscono i rispettivi ruoli di Pietro e del discepolo amato. La loro differenza emerge già nella pesca: Pietro prende l’iniziativa che gli altri seguono (v. 3), si butta in mare e tira a terra la rete senza che si laceri (vv. 7b.11), mentre l’altro discepolo riconosce per primo il Signore (v. 7a). In questa seconda parte si esplicita il rapporto di Pietro con Gesù e con i fratelli (vv. 15-19), in particolare con l’altro discepolo (vv. 20-23). Si tratta del servizio di Pietro, della sua sequela e del suo martirio. Il suo ministero è visto in stretta relazione con l’altro discepolo, quello che Gesù amava. Ogni aspetto istituzionale è animato e misurato dall’amore, altrimenti non ha nulla a che fare con Gesù e il suo comando. La Chiesa è un’istituzione che ha l’amore come principio e come fine la libertà. dice Gesù a Simon Pietro. C’è un dialogo serrato, con dieci scambi di parola tra Gesù e Simon Pietro. Tema è il suo ruolo di guida e custode dell’unità, già emerso durante la pesca. Dopo il dialogo, centrato sull’amore, c’è la chiamata a seguire il Pastore bello che dà la vita per le pecore. Gesù si rivolge a Pietro all’interno della comunità dei discepoli. Rimane ancora aperta la ferita del suo triplice rinnegamento, che Gesù aveva predetto (13,38). Ma questa non è la parola definiva. Il suo peccato lo apre a una storia nuova: lo rende capace di capire il mistero del Signore come perdono e della debolezza, propria e altrui, come luogo di maggior amore.
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Simone di Giovanni. Gesù lo chiama con il nome suo e di suo padre, come all’inizio (cf. 1,42a). Dopo l’esperienza dell’amore e della fedeltà del Signore per lui, diventerà Pietro, come gli fu detto nel primo incontro (1,42b). mi ami tu più di costoro? Colpiscono queste parole rivolte a Pietro e a ciascuno di noi che le ascoltiamo. Fa tenerezza un Dio che mi chiede: “Mi ami tu?”. Dopo averci svelato sulla croce il suo amore estremo, può ormai esporre senza pudore questa richiesta, fondamentale per chiunque ama: l’amore desidera essere amato. La domanda di Gesù può significare: “Ami me più di quanto ami costoro?”, oppure: “Ami me più di quanto costoro mi amano?”. Certamente l’autore intende il secondo senso, alludendo alla pretesa di Pietro che disse: “Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò” (Mc 14,29p). Gli aveva infatti protestato il suo amore fino a dare la vita per lui (13,36s); si era esposto per difenderlo nell’orto (18,10) e l’aveva seguito dentro il cortile di Anna, disposto a tutto, tranne che a rinnegarlo (18,15ss). Gesù usa la parola agapáo, che indica l’amore originario e gratuito con il quale Dio tanto ha amato il mondo da dare suo Figlio (3,16), l’amore estremo con il quale Gesù ci ha amati (13,1), che è lo stesso con il quale il Padre ama noi (15,9). È l’amore con il quale ora anche noi possiamo amarci gli uni gli altri (13,34; 15,12.17), fino a dare la vita (15,13). È quell’amore la cui forza è la debolezza di chi espone, dispone e depone la propria vita per l’amato, gli lava i piedi e gli si dona senza riserva, come nel boccone offerto a Giuda. Gesù chiede a Pietro se ha accolto l’amore che gli ha mostrato. Ora, dopo la croce, può capirlo. Gesù chiede a Pietro se lo ama “più” degli altri per ridimensionare la sua pretesa di essere migliore degli altri. Ma non solo: l’amore ha come molla il “più”. È infatti sempre una competizione; ma non con gli altri, bensì con se stessi, per vincere egoismo, orgoglio e paura. L’amore è sempre un di “più” – se non cresce, diminuisce – nell’umiltà e nella dedizione. È la nostra partecipazione al magis proprio della “maestà” (majestas deriva da magis = più) del Dio amore, a immagine del quale siamo creati. Il nostro cuore infatti è spinto dal desiderio insaziabile di un di più senza fine. Ciò che finisce è finito, ma non perfetto. Questo “di più”, marchio divino dell’uomo, è il suo tormentoso destino, di felicità o di dannazione: segna il progresso della sua storia se investito nell’amore, il regresso se investito nell’egoismo. La scena, alludendo al rinnegamento di Simon Pietro, richiama la parola di Gesù a Simone il fariseo a proposito della peccatrice: “Chi amerà di più?”. La risposta è: “Colui al quale è stato perdonato di più” (Lc 7,42s). Nessuna persona religiosa è in grado di capire quest’ovvietà, perché intenta alla propria perfezione e al proprio amore per Dio più che alla perfezione di Dio e al suo amore per lui. Pietro, pur disposto a morire per Gesù, non era disposto ad accettare che lui gli lavasse i piedi.
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Il nostro amore è risposta all’amore ricevuto, proporzionato ad esso. E l’amore ricevuto si realizza massimamente nel perdono, dove rivela la sua essenza di gratuità, amando ciò che non è amabile. sì, Signore, tu sai che ti sono amico . La risposta affermativa di Pietro non si fonda sulla sua sicurezza di dare la vita per Gesù (cf. 13,37). Si fonda su quanto il Signore sa: gli aveva predetto la sua defezione (13,38), ma pure che lo avrebbe seguito più tardi (13,36b). Pietro lascia perdere l’emulazione con gli altri: non risponde al “più di costoro”. Inoltre non usa la parola di Gesù (agapáo), bensì philéo, che significa essere amico. Non è una semplice variazione stilistica. Il verbo agapáo indica l’amore che dà la vita: origine di questo amore è solo lui, il Signore. Quando accettiamo che lui ci lavi i piedi, allora anche noi possiamo amare come lui. Il verbo philéo aggiunge sfumature di amicizia e reciprocità affettiva, ormai possibile perché abbiamo accolto il suo amore assoluto. “Nessuno ha un amore più grande di questo, che qualcuno ponga la propria vita per i suoi amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando” (15,13s), amandovi gli uni gli altri con l’amore con cui io ha amato voi (15,12). pasci i miei agnelli. Grazie all’esperienza di amore ricevuto, Pietro è associato alla missione del Pastore bello. L’essere pastore non è onore, ma onere. Scaturisce dal pondus amoris, da quel peso di amore noto solo a colui al quale è perdonato di più. Pietro è posto a servizio dell’unità tra i fratelli perché, nel suo peccato perdonato, ha coscienza dell’amore di Cristo. Per questo il suo ministero sarà contrassegnato da perdono e riconciliazione. La sua preminenza non è nel dominio, ma nel servizio di misericordia e perdono (cf. 20,21-23). Istituzione e amore non vanno mai separati. Senza amore ogni istituzione è perversione; anzi, più l’istituzione è perfetta, più grande è la perversione. La Chiesa è un’istituzione che ha come fine quello di amare l’uomo perché sia libero di amare. Cristo ci ha liberati per questa libertà (cf. Gal 5,1.13) La parola “pascere” è in connessione con la pastura, il cibo da procurare al gregge. Il vero cibo è la carne di colui che ha dato la vita per i fratelli. Parola e pane sono il cibo da garantire: quella Parola che si è fatta pane, quel Pane che la Parola stessa dà. “Agnelli” richiama l’“agnello di Dio” (1,29.36): i discepoli di Gesù sono identificati con lui. Qui si parla di “agnelli”, piccoli, e poi di pecore, grandi. I due termini contrapposti indicano la totalità, che coniuga insieme distinzione e uguaglianza. Pietro è chiamato ad essere pastore al seguito di Gesù, entrando per quella porta che è lui stesso (10,9). Come il nostro Pastore è l’Agnello che ha portato su di sé il peccato del mondo, così ogni pastore è una pecora che sa come il Pastore bello ha dato la vita per lei. Pietro è pastore sotto il segno del perdono, prima ricevuto e poi accordato.

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v. 16: gli dice ancora una seconda volta. Non basta una volta: la domanda di Gesù sarà ripetuta sempre un’altra volta. La coscienza del suo amore deve essere senza limite, come la nostra fragilità e capacità di oblio. Simone di Giovanni, mi ami? Gesù ripete la stessa domanda, tralasciando il “più di costoro”. Pietro, nella sua esperienza di tradimento, è già sufficientemente guarito dalla pretesa di essere meglio degli altri. Però non è ancora guarito dalla sfiducia che gli impedisce di amare. Il più dell’amore è proporzionato al meno dell’orgoglio, ma anche al più della fiducia; altrimenti l’umiltà diventa maschera di pusillanimità invece che stimolo alla magnanimità (cf. il Magnificat). Le parole tra Gesù e Simone di Giovanni sono un dialogo di guarigione. Il vecchio Simone, tanto generoso e volenteroso quanto fragile e presuntuoso, viene alla luce come Pietro; diventa stabile come la Roccia da cui è tratto (cf. Is 51,1), fratello di colui che è la Pietra (cf. 1Cor 10,4), scartata dai costruttori e diventata pietra angolare (cf. Mc 12,10; At 4,11). sì, Signore, tu sai che ti sono amico. La seconda risposta di Pietro è identica alla prima. Conferma la propria amicizia, fondata però non su di sé, ma su di lui che sa ogni cosa. Gesù, oltre al tradimento di Giuda, sapeva anche del suo rinnegamento, prima che lui ne sospettasse la possibilità. La sua conoscenza divina è elemento comune alle tre risposte di Pietro. pascola le mie pecore. Gesù gli ripete la sua fiducia in lui. Rispetto al v. 15 c’è “pascola” invece di “pasci” e “pecore” invece di “agnelli”. Pascolare, termine più ampio di pascere, indica l’azione del pastore che guida il gregge (cf. Sal 23). Gesù affida a Pietro piccoli e grandi, agnelli e pecore, perché provveda loro cibo, guidandoli ai pascoli. Pietro è associato al servizio di Gesù, senza però sostituirsi a lui. Non gli dice che è pastore: unico è il Pastore, l’Agnello che ha dato la vita per tutti e a tutti. Pietro deve condurre il gregge a quel pascolo dove il Signore è pastore e pastura. Questo servizio è connesso alla sua esperienza dell’amore gratuito di colui che gli ha lavato i piedi. Gesù parla sempre di “miei” agnelli (v. 15) e di “mie” pecore (vv. 16.17). Agnelli e pecore sono sempre e solo del Figlio e del Padre, non di Pietro. Il gregge non appartiene a lui: non è il padrone, ma il servo della sua fede (cf. 1Pt 5,1-4). Il gregge è di Dio stesso, che comunica a tutti e a ciascuno la Gloria. Il servizio di Pietro è dare l’esempio (cf. 1Cor 11,1; 1Tm 4,12) e conservare l’unità nella diversità. Infatti l’essere “uno” nell’amore è la testimonianza al mondo della Gloria (cf. 17,20-23). v. 17: gli dice la terza volta. Questa terza volta è sottolineata nella sua diversità dalle altre e richiama il triplice rinnegamento (13,38; 18,17.25-27). Simone di Giovanni, mi sei amico? Gesù ora lo interroga su ciò che due volte Pietro ha affermato: è sicuro di essergli amico? Vuole fargli esplicitare che questa sicurezza c’è; ma non deriva dalla sua bravura, bensì dall’esperienza del triplice rinnegamento. Grazie a esso ha
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sperimentato il perdono di colui che lo conosce meglio di quanto lui conosca se stesso, perché lo ama più di se stesso. Solo allora è sicuro che nulla lo può ormai separare dall’amore di Dio. Non dal suo amore per Dio, ma da quello di Dio per lui in Cristo Gesù ( cf. Rm 8,32-39). La sua sicurezza non è più presunzione, perché è fondata sul “tu sai”. si contristò Pietro perché gli disse la terza volta, ecc . Pietro si contrista al ricordo della sua infedeltà. Eppure propria questa è il fondamento del suo “amare di più”, come Gesù gli ha chiesto all’inizio. È nella sua infedeltà che sperimenta chi è il Signore, fedele e misericordioso. Pietro considera ancora la sua infedeltà come ombra, fonte di tristezza, non come luce e gioia del perdono. Per questo Gesù continua con lui il dialogo di giarigione. Il servizio di Pietro, che mantiene l’unità dei fratelli nella fedeltà del Signore, continuerà anche dopo di lui. Quest’unità sarà sempre garantita da un “di più” nell’amore, che scaturisce da un “di più” di perdono nella coscienza del proprio peccato. L’unità tra i fratelli non può fondarsi che sul perdono. Signore, tu sai tutto. Pietro amplia la prima parte delle due risposte precedenti. Tu, Signore, sai tutto di me (cf. Sal 139); e io so che sei tu a dare la vita per me, non io per te. Tu sai che io ti rinnego e sai che, nella tua fedeltà a me, anch’io saprò riconoscerti e amarti. tu conosci che ti sono amico. Tu sai che il mio esserti amico non è capacità mia, ma dono tuo, che mi hai promesso che capirò ciò che tu mi hai fatto (13,7) e poi ti seguirò (13,36b). pasci le mie pecore. Per la terza volta gli è confermata la fiducia. Quest’ultima risposta di Gesù sintetizza le altre due: dice “pasci” come la prima volta e “le mie pecore” come la seconda. Pietro, con e come il Pastore bello, pasce le sue pecore nell’amore, perché ci sia un solo gregge libero, un solo pastore (cf. 10,16b). Egli ha l’iniziativa nella missione e conserva l’unione del frutto abbondante, perché non si laceri l’essere “uno” dei salvati. Il ricordo della sua infedeltà e del suo peccato lo rende “sacramento” di unità nel perdono. Pietro ricorda a tutti l’amore del Pastore bello, che nessuno esclude. Questo amore per noi è il centro della nostra fede: “Abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16). v. 18: amen, amen ti dico: quando eri più giovane, ecc . Gesù predice a Pietro che ora sarà in grado di seguirlo e andare dove lui stesso è andato (cf. 13,36). Il testo è un contrappunto giovane/vecchio, cingersi/essere cinto, andare/essere portato, volere/non volere. C’è una differenza tra il vecchio Simone, che da giovane si cingeva la veste credendo di andare dove voleva, e il nuovo Simone, che da vecchio sarà cinto della veste da un altro e sarà portato dove non vuole. È proprio quello il luogo dove prima voleva, ma non poteva andare (cf. 13,36): è lo stesso dove il suo Signore e Maestro è andato, ponendo la propria vita a servizio dei fratelli.
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Se Pietro voleva dare la vita per Gesù, Gesù ha dato la vita per lui. Lavandogli i piedi, gli ha dato la libertà di amare come è amato. Per questo “tenderà le mani” e sarà condotto a morire accanto a Gesù, come i due malfattori. Infatti, crocifisso nel 64 d. C., stenderà le mani sul patibolo della croce. Eusebio dirà che fu crocifisso a testa in giù. Solo in questo capovolgimento si raddrizzerà. Allora si compirà il suo battesimo, iniziato nel suo buttarsi in mare cinto della veste (cf. v. 7). Crocifisso con Cristo (cf. Rm 6,6), deporrà definitivamente l’uomo vecchio e rivestirà l’uomo nuovo: diventerà come il Pastore bello che sa dare la vita (10,11). Così gli sarà veramente amico (15,13). v. 19: questo disse significando con quale morte avrebbe glorificato Dio . È il commento del redattore: Gesù ha predetto il martirio del suo discepolo. Come era stato promesso, la Gloria che il Padre ha dato al Figlio, questi l’ha data ai discepoli (17,22). Ora anche per Pietro l’andarsene dal mondo non sarà più un morire, ma un glorificare Dio (cf. 11,4), manifestando in sé il suo amore (cf. 12,26-33). segui me. Come Filippo all’inizio (1,43), ora anche Pietro è chiamato dal Signore a seguirlo. Se prima non poteva (13,36), adesso può, perché nel perdono conosce il suo amore. Pietro non è il pastore da seguire, ma l’agnello che segue l’Agnello, fino al martirio. Con la sua testimonianza offrirà ai fratelli il cibo di cui lui stesso si è nutrito. Seguire Gesù è un’espressione che dice in sintesi tutta la vita cristiana: si segue chi si ama, per essere con lui e come lui. v. 20: voltatosi, Pietro guarda seguire, ecc. Simone di Giovanni ora è davvero Pietro. Dopo queste parole “si volta” e vede l’altro discepolo, quello che Gesù amava. Mentre Pietro è chiamato a seguire Gesù, quest’altro già lo segue, perché conosce l’amore. Adesso può volgersi a lui e vederlo, perché anche lui è convertito all’amore grazie al perdono ricevuto. Pietro comprende adesso il ruolo dell’altro discepolo. I due sono sempre stati nominati insieme, tranne che in 6,68, dove Simone parla da solo, e ai piedi della croce (19,26-35), dove l’altro discepolo è senza Simone. Ora anche Pietro può identificarsi con lui, perché ha compreso chi è colui a causa del quale il Signore muore. Nell’ultima pagina del Vangelo Pietro si volge a lui perché è diventato come lui. Le due figure, intrecciate nel corso del racconto, ora sono una. Il v. 20 richiama 1,38, dove Gesù, voltatosi, vede seguire Filippo e un discepolo innominato, nel quale la tradizione ha visto l’autore del quarto Vangelo. quello che nella cena si coricò addirittura sul suo petto (13,23-25). Questo discepolo è chiamato epi-stéthios (= colui-che-sta-sul-petto). È la definizione del discepolo amato, testimone dell’amore e autore del Vangelo. Sta sul petto del Figlio come il Figlio verso il seno del Padre (1,18). Per questo è in grado di narrarci il Figlio che ci narra il Padre. Ora anche Pietro, come lui, sa che il Signore lo ha amato e ha dato la vita per chi rinnega e per chi tradisce, per chi capisce e per
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chi non capisce. Conosce quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per salvarlo (3,16). In questi versetti, dopo aver riabilitato Pietro e il suo ruolo, facendolo diventare come il discepolo che Gesù amava, si stabilisce nuovamente la priorità dell’amore su ogni istituzione. Il c. 21 presenta la soluzione del contrappunto Pietro/Giovanni: l’unità nella comunità è data dall’amore che accetta la diversità. Al di là del significato storico che il testo poteva avere allora – riabilitazione di Pietro davanti alle comunità giovannee e/o di Giovanni davanti alle comunità petrine? –, come al solito il racconto propone in personaggi diversi quegli aspetti contraddittori, sommamente fecondi, che ogni persona ritrova in se stessa. v. 21: Signore, e (di) lui, cosa (sarà)? Pietro interroga Gesù sul futuro dell’altro discepolo, che nel Vangelo non dice parola alcuna. Solo si autopresenta alla fine come testimone oculare del Trafitto (19,35) e autore del Vangelo (cf. 20,31), come conferma anche il redattore (cf. 21,24). Pietro si preoccupa per lui. Certo gli fa problema la presenza di uno così “altro” da lui, che sempre lo anticipa. Pensa forse di seguire lui, perché lui segue davvero il Signore (cf. v. 20; 18,15ss)? v. 22: se voglio che lui dimori finché vengo, che (importa) a te? Non è semplice allusione alla longevità dell’evangelista del quarto Vangelo (cf. v. 23). Gesù vuole positivamente che questo discepolo “dimori” finché lui viene. L’amore è infatti testimonianza duratura della venuta nel mondo di quel Dio che è amore (cf. 1Gv 4,8). In lui si svela il mistero profondo della storia: la venuta del Signore consiste nell’accogliere il suo amore per noi, da cui scaturisce la nostra risposta d’amore per lui e i suoi fratelli: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16b). La venuta del Signore è l’amore stesso, che ci fa sua dimora. tu segui me. Gesù si rivolge ancora a Pietro, non all’altro, che è sempre sullo sfondo. Non dice a Pietro di seguire lui; gli ripete invece: “Tu segui me” (cf. v. 19). Appunto come l’altro discepolo che rappresenta, al di là di ogni funzione, l’essenza stessa del discepolo. Egli non è da seguire, ma da imitare. Segue infatti la via migliore, quella dell’amore, corona della fede e della speranza, che mai tramonterà (cf. 1Cor 12,31-13,13). S. Agostino così spiega le due figure di Pietro e Giovanni: “La Chiesa conosce due vite, che la predicazione divina le ha insegnato. Una di queste è nella fede, l’altra è nella chiara visione di Dio; una appartiene al tempo della peregrinazione in questo mondo, l’altra alla perpetua dimora nell’eternità; una si svolge nella fatica, l’altra nel riposo; una nelle opere della vita attiva, l’altra nel premio della contemplazione; una cerca di tenersi lontana dal male per compiere il bene, l’altra non deve più evitare il male perché non c’è più nessun male da evitare, ma soltanto un immenso bene di cui gioire; una combatte con il nemico, l’altra senza più nemici regna; una è forte tra le sciagure, l’altra non conosce sciagure; una lotta per tenere a freno le passioni carnali, l’altra riposa nelle gioie
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dello Spirito; una si affanna per vincere, l’altra gode tranquilla, in pace, dei frutti della vittoria; una chiede aiuto sotto l’assalto delle tentazioni, l’altra, libera da ogni tentazione, sta in letizia nel seno stesso di colui che aiuta; una corre in soccorso a chi ha bisogno, l’altra vive dove bisogno non c’è; una perdona le offese per essere a sua volta perdonata, l’altra non subisce offese da perdonare, né ha da farsi perdonare alcuna offesa; una è sottoposta a dure prove che la preservano dall’orgoglio, l’altra è così ricolma di grazia che è liberata da ogni afflizione, così strettamente unita al sommo bene, che non è esposta ad alcuna tentazione d’orgoglio; una distingue il bene dal male, l’altra non vede che il bene. Di conseguenza una è buona, ma è ancora in mezzo alle miserie, mentre l’altra è migliore perché beata. Questa vita terrena è raffigurata nell’apostolo Pietro, quella eterna nell’apostolo Giovanni”. Sono le due dimensioni che troviamo in ciascuno di noi, pellegrini sulla terra e cittadini del cielo. Chi dimentica di essere cittadino del cielo, non è più pellegrino: si fa padrone della terra. Chi dimentica di essere pellegrino sulla terra, trascura il comando dell’amore fraterno, che ci fa cittadini del cielo. v. 23: uscì allora questa parola tra i fratelli, che quel discepolo non morrebbe . Si pensava che quel discepolo non sarebbe morto prima della venuta del Signore (cf. Mc 9,1p). La sua morte aveva creato turbamento nella comunità. Per questo si diceva che Giovanni, ormai molto vecchio, si era semplicemente addormentato in attesa della venuta del Signore. Secondo testimonianze di persone degne di fede, come riferisce S. Agostino, la terra sulla sua tomba ad Efeso si solleva, come se lui fosse vivo e respirasse. S. Agostino commenta dicendo che di sicuro Giovanni è morto. Secondo lui, invece di fare supposizioni strane sul perché la terra si sollevi, è meglio controllare quale sia la causa naturale di tale fenomeno. Anche questa credenza, come sempre avviene, cela un significato profondo: non solo la terra sopra la sua tomba, ma l’universo intero respira e vive oltre la morte là dove sta uno che ha sperimentato l’amore di colui che è vita di tutto ciò che esiste (cf. 1,3-4a). Conoscere lui è infatti vita eterna. ma Gesù non gli disse che non muore, ma ecc . C’è la rettifica sulla credenza della comunità. Gesù non dice che il discepolo amato “non muore”; vuole semplicemente che egli “dimori” sulla terra fino al suo ritorno. Egli infatti rimane come testimone del Signore, il cui ritorno a noi sta ormai nella nostra risposta d’amore all’amore ricevuto. Giovanni è davvero immortale. Conoscendo l’amore del Signore, indica a tutti la sorgente dell’acqua che zampilla per la vita eterna (cf. 4,14; 19,34.35). La sua presenza, indefettibile come il Dio amore, richiama Pietro e tutti a quell’amore che è principio, mezzo e fine di tutto. Lui, che ha poggiato il capo sul petto del Figlio, rimane tra noi per indicarci la via del suo ritorno a noi, che è ormai il nostro ritorno a lui amando i fratelli. Senza la
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sua presenza la Chiesa è come un corpo morto, senz’anima, e non può che produrre frutti di morte, come ogni istituzione che non è vivificata dall’amore. v. 24: questo è il discepolo che testimonia queste cose e che scrisse queste cose . Si ribadisce, da parte della comunità, che il discepolo amato è testimone e autore del Vangelo (cf. 19,35; 20,30s). Ciò non esclude che, come il presente capitolo, sia stato redatto da un altro, sulla base della sua testimonianza. sappiamo che la sua testimonianza è vera . La testimonianza della verità è passata da Gesù (18,37) al discepolo amato (19,35) e da questo alla comunità che la testimonia a noi, perché noi la testimoniamo ad altri. È la verità dell’amore, che fa liberi (8,32). Chi l’ha scoperta, è a sua volta inviato, con e come il Figlio, a testimoniarla al mondo. La comunità ratifica come vera la testimonianza del discepolo amato: il “sappiamo” dei fedeli fa da eco al “sa” dell’evangelista (cf. 19,35). Il “voi” dei lettori del Vangelo (cf. 20,31), invitati ad accogliere il racconto dei segni per fare esperienza del Signore risorto, diventa il “noi” di quelli che già ne hanno ricevuto la testimonianza e hanno sperimentato che è vera. È l’ultima eco del prologo che dice: “Noi contemplammo la sua gloria, gloria di unigenito del Padre, pieno di grazia e verità” (1,14). Corrisponde a quanto dicono alla Samaritana i suoi concittadini: “Non più per il tuo parlare crediamo; noi stessi infatti abbiamo udito e sappiamo che costui è veramente il salvatore del mondo” (4,42). Il libro si chiude con un’apertura: la comunità testimonia la verità della testimonianza ricevuta. Essa diventa il Vangelo vivo (cf. 2Cor 3,3), il profumo di Cristo che fa percepire al mondo intero la differenza tra salvezza e perdizione, vita e morte (cf. 2Cor 2,14ss). Tutto il Vangelo è testimonianza della verità dell’amore tra Padre e Figlio, che dona vita eterna: a chiunque l’accoglie, dà il potere di diventare figlio di Dio (1,12). Come si può sapere – è il problema fondamentale di ogni rapporto – se una testimonianza è vera? Basta accordarle fiducia e guardare poi se ciò che dice risponde alla realtà che si vede. Lo stesso vale per il Vangelo: se gli accordo fiducia, posso vedere che la Parola mi risveglia alla mia verità. L’uomo è fatto per la Sapienza, “emanazione della potenza di Dio”, “effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente” (Sap 7,25): appena se la trova davanti, subito riconosce, come in uno specchio, il suo vero volto (cf. Gc 1,23-25): “In essa c’è uno Spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti” (Sap 7,22s). Il nostro occhio interiore sa distinguere la voce della Sapienza da quella dell’insipienza, come la luce dalla tenebra, la gioia dalla tristezza, la paura dalla fiducia, l’amore dall’egoismo, la vita dalla morte, Dio dall’idolo. Mentre lo leggo, il Vangelo mi legge. La grande scoperta è che il suo racconto mi racconta a me stesso in ciò che lo Spirito mi
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testimonia essere il mio desiderio più profondo, liberato da illusioni e delusioni. Accogliere la Parola, trasmessa da chi prima di noi l’ha ricevuta, è il nostro “natale”: nasciamo come figli di Dio (cf. 1,14). v. 25: ci sono anche molte altre cose che fece Gesù . Il redattore ribadisce le ultime parole dell’autore (20,30). Certamente la comunità conosce gli altri Vangeli insieme ad altri fatti e detti di Gesù. Non ripete perché questi sono stati scritti; è ormai chiaro che sono stati scritti perché crediamo che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché credendo in lui, abbiamo vita nel suo nome (20,31). se si scrivessero ad una ad una, penso che neppure il mondo stesso conterrebbe i libri da scrivere. Il redattore (dopo il “sappiamo” della comunità, c’è il “penso”, al singolare, del redattore) chiude l’epilogo del Vangelo con un’iperbole. Si può intendere in senso materiale: i libri, che si potrebbero scrivere sulla Parola diventata carne, non ci starebbero materialmente nel mondo intero. Come si può dire tutto di colui che è tutto in tutti, e infinitamente oltre il tutto? L’universo è nei suoi confronti come granello di “polvere sulla bilancia”, “stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra”. Eppure su di esso riversa tutto il suo amore (cf. Sap 11,22-26). Infatti tutto è stato fatto da lui e ha in lui la propria esistenza (1,3s). L’universo intero è un libro, aperto e inindagato, che attende un lettore che sappia leggervi lo splendore dell’Infinito: è un linguaggio silenzioso che canta la gloria di Dio (cf. Sal 19,1-4) Si può intendere in senso spirituale. “Contenere” allora significa “capire”: non siamo in grado di capire il mistero abissale dell’amore di Dio per noi. L’importante allora non è saper tutto, ma cogliere il significato, in modo da aderire a Gesù e amarlo, per essere in lui, nostra vita. La ricchezza che dal Vangelo scaturisce è inesauribile, come l’acqua da una sorgente. Il lettore, dopo essersi accostato alla Parola, se ne accorge con stupore e ammirazione. Tutto ciò che è scritto e non scritto su Gesù, ce lo suggerirà il suo Spirito, che ci renderà capaci di testimoniarlo (cf. 14,26; 15,27; 16,12-15), scrivendolo nella nostra vita. Il Padre ci ha rivelato tutto in Gesù, carne del Figlio. In lui “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3): da lui, splendore della Gloria (Eb 1,3), riverbera l’infinito splendore della verità. Tutta la creazione, la storia e la Scrittura parlano di lui, principio e vita di quanto esiste (cf. 1,3s; 5,39.46). Però noi lo conosciamo solo progressivamente, giorno dopo giorno, imparando con modestia dalla creazione, dalla storia e dalla Scrittura. Chi pretendesse di conoscerlo pienamente, è stolto ed empio: è un idolatra, che confonde Dio con le proprie idee su di lui. Tutti i fanatismi vengono da qui. Chi è saggio, oggi come sempre, cerca umilmente di porsi in ascolto di ogni persona, cultura e religione, per conoscere il Signore di tutto e di tutti. Solo il cammino della storia – per questo continua ancora, anche se è già conclusa nella carne del Verbo – è in grado di farci cogliere ciò che lui già ci ha donato.
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Piace terminare con queste parole di S. Efrem: “Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto più ciò che ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché quelli che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla. La sua parola è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto che divenne, per ogni uomo da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, disse l’Apostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (cf. 1Cor 10,2ss). Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ciò impoverita. Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per la immensità di essa. Rallegrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la sua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bere di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere l’impudenza di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere prelevato se non a più riprese, e non allontanarti da ciò che potresti ricevere solo un po’ alla volta”. La parola del Figlio è Spirito e vita per tutti i fratelli (6,63). Come altrove si è detto, l’uomo è terra impastata di acqua, che vive di aria e di luce. Ma la nostra acqua è l’oceano zampillante di vita, la nostra aria il respiro stesso di Dio, la nostra luce il suo amore. Non possiamo afferrare il dono di Dio. Possiamo però accoglierlo ed esserne accolti: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). E a questo punto sia permesso, come Paolo, citare un poeta: “Il naufragar m’è dolce in questo mare”. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come suggerito dal metodo.
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b. Mi raccolgo immaginandomi i discepoli prima alla pesca e poi sulla riva del lago. c. Chiedo ciò che voglio: conoscere l’amore di Gesù. d. Contemplo le varie scene, con cura, guardando e ascoltando le persone: chi sono, che fanno, che dicono. Da notare: • si manifestò ancora Gesù ai discepoli • chi sono i cinque discepoli nominati • altri due • me ne vado a pescare • veniamo anche noi con te • in quella notte non catturarono nulla • venendo già l’alba, Gesù stette sul litorale • figlioli, avete qualcosa di companatico? • no! • gettate la rete dalla parte destra • la gettarono e non riuscivano più a tirarla per la moltitudine di pesci • il discepolo prediletto dice a Pietro: è il Signore! • Simon Pietro si cinse la veste e si gettò in mare • gli altri vengono a terra con la barchetta, trascinando la rete piena • sulla terra vedono brace e, sopra, pesce e pane • portate del pesce che avete catturato • Pietro tira la rete sulla terra, piena di 153 grandi pesci • la rete non si squarciò • venite, pranzate • tutti sapevano che è il Signore • viene Gesù, prende il pane, lo dà loro e similmente il pesce • Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? • sì, Signore tu sai che ti sono amico • pasci i miei agnelli • Simone di Giovanni, mi ami?
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• si, Signore, tu s ai che ti sono amico • pascola le mie pecore • Simone di Giovanni, mi sei amico? • si contristò Pietro alla terza domanda • Signore, tu sai tutto: tu conosci che ti sono amico • pasci le mie pecore • quando eri più giovane, cingevi te stesso e andavi dove volevi • quando diventerai vecchio, stenderai le mani, un altro ti cingerà e condurrà dove tu non vuoi • segui me • Pietro guarda il discepolo prediletto, quello che si posò sul petto di Gesù • Signore, di lui cosa sarà? • che importa a te se voglio che dimori finché io vengo? • tu segui me • l’equivoco sulla non-morte del discepolo amato: l’amore è eterno • questo discepolo è testimone perenne del Vangelo • la comunità conferma la verità della sua testimonianza • il mondo non può contenere i libri che si possono scrivere su Gesù. 4. Testi utili

Sal 33; 117; 130; 136; Gv 13,1-19.31-38; 15,1-17; Lc 7,36-50; 2Cor 3,3; Prima lettera di Giovanni; 1Cor 12,31-13,13; Rm 8,31-39.

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