ALMA MATER STUDIORUM – UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

Dottorato di ricerca in Musicologia e Beni musicali XIX ciclo

I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli

Dottorando NICOLA BADOLATO Coordinatore prof. ANGELO POMPILIO Relatore prof. LORENZO BIANCONI Correlatore prof.ssa ANNA LAURA BELLINA

Esame finale L-ART/07 Musicologia e Storia della Musica Anno 2007

RINGRAZIAMENTI

A conclusione di un triennio di studio, desidero ringraziare innanzitutto Lorenzo Bianconi e Anna Laura Bellina, che con disponibilità, rigore e competenza mi hanno guidato nella ricerca: a loro devo gli ammaestramenti, i suggerimenti, le sollecitazioni, gli stimoli che mi hanno permesso di completare questo studio. Ringrazio di cuore inoltre Carlo Caruso per gli spunti e le occasioni di approfondimento che mi ha fornito nell’ultimo anno di lavoro. Un ringraziamento va inoltre a tutto il Collegio dei docenti del dottorato in Musicologia e Beni musicali, ai coordinatori Paolo Gozza e Angelo Pompilio, a tutti i colleghi che mi hanno accompagnato nel percorso dottorale. Un grazie particolare alla Fondazione Bottrigari di Bologna, che ha sostenuto il primo biennio del mio dottorato. Il lavoro di questi anni non sarebbe stato possibile senza l’appoggio paziente e incondizionato della mia famiglia e di mia moglie Maria.

INDICE (1) INTRODUZIONE 1a. Giovanni Faustini e Francesco Cavalli 1b. Le fonti di Faustini 1c. Le tecniche di scrittura 1d. Sulla morfologia delle arie p. 9 p. 12 p. 33 p. 55

(2) I LIBRETTI 2a. Criteri di edizione 2b. 2c. 2d. 2e. 2f. 2g. 2h. 2i. 2j. 2k. 2l. La virtù de’ strali d’Amore (1642) L’Egisto (1643) L’Ormindo (1644) La Doriclea (1645) Il Titone (1645) L’Euripo (1649) L’Oristeo (1651) La Calisto (1651) La Rosinda (1651) L’Eritrea (1652) Nota ai testi p. 71 p. 73 p. 113 p. 147 p. 187 p. 229 p. 257 p. 297 p. 327 p. 363 p. 393 p. 429 p. 434

(3) Bibliografia

INTRODUZIONE

NICOLA BADOLATO, I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Giovanni Faustini e Francesco Cavalli

1a. Giovanni Faustini e Francesco Cavalli
Per l’entità, la regolarità e la qualità della sua produzione, Francesco Cavalli (1602-1676) è senza dubbio figura dominante per i primi trent’anni del teatro d’opera veneziano. La carriera teatrale di Cavalli ha inizio nel 1639 con le Nozze di Teti e di Peleo (su libretto di Orazio Persiani) e scorre ininterrotta fino al 1673 col Massenzio di Giacomo Francesco Bussani. Oltre a lavorare per i principali teatri d’opera di Venezia, nei primi anni ’50 incrementò il suo prestigio con numerose commissioni in Italia e all’estero (Milano 1652, Firenze 1654, Parigi 1659). La sua fama di operista, sia in vita sia nei primi anni dopo la morte, è testimoniata anche dalle numerose attribuzioni di testi anonimi.1 Cavalli di fatto musicò una trentina di melodrammi, quasi tutti conservati in partiture manoscritte provenienti dalla collezione privata del patrizio veneto Marco Contarini successivamente acquisite nel 1843 dalla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia.2 Nel primo decennio della sua attività teatrale Cavalli lavorò al Teatro S. Cassiano, sede della prima rappresentazione d’opera veneziana: attivo come compositore, finanziatore e organizzatore, egli si inserì nella compagnia del poeta-librettista fiorentino Orazio Persiani, della cantante Uga di Roma (che proveniva fra l’altro dalla compagnia di canto che già aveva allestito l’Hermiona di Padova e l’Andromeda del S. Cassiano nel 1637) e del ballerino Giovanni Battista Balbi. Sui primi anni ’40, contestualmente all’impegno al S. Cassiano, Cavalli fu coinvolto anche nella direzione del S. Moisè, nella cui prima stagione era stato rappresentato il suo Amore innamorato (1642). La decennale collaborazione con il giovane librettista-avvocato Giovanni Faustini prende avvio proprio nel Teatro S. Cassiano con la Virtù de’ strali d’Amore (1642); oltre a quest’opera nel medesimo teatro allestiranno insieme altri quattro dei loro dieci lavori: Egisto (1643), Ormindo (1644), Doriclea e Titone (1645). Insieme al fratello Marco, Giovanni Faustini (1615-1651) fu senza dubbio una figura di rilievo anche nella gestione economica dell’opera. Figli di Angelo Faustini e Isabetta Vecellio (sorella del pittore Cesare Vecellio cugino di Tiziano), entrambi intrapresero gli studi giuridici presso l’università padovana e come giuristi trovarono impiego, seppur con alterne vicende, presso gli uffici amministrativi di Venezia. Marco, il maggiore dei due (1606-1676), svolse a tutti gli effetti la professione di avvocato presso il Magistrato del Sal, organo preposto al controllo dei traffici commerciali del sale, e dal 1628 divenne membro della Scuola Grande di S. Marco. A partire dal 1633 anche Giovanni entrò nella stessa influente confraternita, e di lì in poi divenne assiduo frequentatore degli uffici di molti cittadini veneziani3 comparendo regolarmente su molti atti notarili, pur senza mai dedicarsi toto corde alla professione di avvocato. Dal 1631 i fratelli Faustini affittarono una casa nei
1 Sono di dubbia paternità Deidamia (1644), Il Romolo e ’l Remo (1645), La prosperità infelice di Giulio Cesare dittatore (1645), Torilda (1648), Bradamante (1650), Armidoro (1651) e Helena rapita da Teseo (1653). Sicuramente illegittime Narciso ed Ecco immortalati (1642, forse di Marco Marazzoli) e Alessandro vincitor di se stesso (1651, di Antonio Cesti). 2 Si veda a questo proposito il contributo di T. WIEL, I codici musicali contariniani del secolo XVII nella R. Biblioteca di S. Marco in Venezia, Venezia, 1888. Sulle partiture manoscritte di Francesco Cavalli si veda P. JEFFERY, The Autograph Manuscripts of Francesco Cavalli, Princeton University, diss., 1980. 3 Quello di cittadino era uno dei tre status sociali in cui si suddivideva la popolazione di Venezia nel Seicento. Al vertice della gestione della città stava la nobiltà, i cui membri sedevano nel Maggior consiglio, tra i Provveditori sopra le Pompa, nel Senato, fra i Dogi. I cittadini si collocavano nel gradino immediatamente successivo: lavoravano soprattutto come avvocati, notai, segretari spesso al servizio delle famiglie patrizie o impiegati nella pubblica amministrazione (dunque ancora alle dirette dipendenze della nobiltà). Alla base della piramide sociale, i popolani. Maggiori ragguagli in D. E. QUELLER, Venetian Patriciate: Reality and Myth, Urbana, University of Illinois, 1986 e in A. ZANNINI, Burocrazia e burocrati a Venezia in età moderna. I cittadini originari. (sec. XVI-XVIII), Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Memorie, Classe di Scienze morali, lettere ed arti, vol. 47, Venezia, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, 1993.

9

NICOLA BADOLATO, I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Giovanni Faustini e Francesco Cavalli

pressi della Parrocchia di S. Vidal, strategicamente poco distante dai due principali poli amministrativi e commerciali della città: S. Marco e Rialto (Francesco Cavalli abitava poco lontano). Nel 1647 Giovanni Faustini è l’impresario e il librettista di quel Teatro S. Moisè dove Cavalli aveva già lavorato cinque anni prima. Il contratto privato tra il librettista e Almorò Zane, proprietario del S. Moisè, fu firmato nel settembre 1647 e impegnava Faustini ad allestire opere nei successivi tre anni:4 nella stagione 1647/48 scrisse e produsse l’Ersilla (musica di vari compositori fra cui, forse, lo stesso Cavalli) e l’anno seguente (1648/49) andò in scena l’Euripo. Portato a termine il contratto col S. Moisè, Faustini assunse la gestione del Teatro S. Aponal, di proprietà di Francesco Ceroni e Zanetta Diamante, recentemente dato alle rappresentazioni operistiche;5 Cavalli lo seguì per mettere in musica l’Oristeo (1651), la Calisto (1651) e la Rosinda (1652). Per quell’ultima stagione teatrale 1651/52 Faustini aveva steso anche il libretto dell’Eritrea, ancora con Cavalli: ma la morte lo colse già nei preparativi della Calisto6 e il controllo della compagnia fu assunto totalmente dal fratello Marco, che era già entrato nell’impresa almeno a partire dall’estate precedente per rimanervi fino al 1657. Nell’arco di pochi anni Marco Faustini allargherà i propri interessi prima sul S. Cassiano (1657-1660) e successivamente sul SS. Giovanni e Paolo (1660-1668).7 Le opere su libretto di Faustini rappresentano il tronco della produzione di Cavalli e coprono, come s’è visto, l’arco cronologico 1642-1652. Il decennio del sodalizio FaustiniCavalli si dimostrò cruciale per la codificazione e il consolidamento delle principali tendenze di scrittura del teatro musicale veneziano: le tecniche di composizione degli intrecci, molto diversificate agli esordi dell’opera, sono sottoposte da Faustini ad un processo graduale di standardizzazione.8 Il dramma è costruito sulla base di alcuni loci letterari comuni che vengono inseriti in una scrittura duttile e sempre permeabile alle esigenze della varietà musicale. Gli intrecci propongono la struttura che di lì in poi diverrà canonica della doppia (in qualche caso tripla) coppia di amanti dapprima divisi infine ricongiunti dopo mille peripezie; il libretto assume definitivamente la forma in tre atti; colpi di scena, canti nel sonno, lettere falsamente rivelatrici, coppie intrecciate, liete agnizioni
4 Dettagli in B. L. GLIXON, J. E. GLIXON, Marco Faustini and Venetian Opera Production in the 1650s: Recent Archival Discoveries, «Journal of the American Musicological Society», X, 1992, p. 49. 5 Sulle vicende di questo teatro si veda J. GLOVER, The Teatro S. Apollinare and the Development of Seventeenthcentury Venetian Opera, diss. di laurea, Università di Oxford, 1975. B. L. GLIXON, J. E. GLIXON, Oil and Opera don’t Mix: The Biography of S. Aponal, a Seventeenth-Century Venetian Opera Theater, in S. PARISI, (a cura di), Music in the Theater, Church and Villa: Essays in Honor of Robert Weaver and Norma Wright Weaver, Warren, Mich., Harmonie Park Press, 2000, pp. 131-144. 6 «Mentre una finta morte d’Eritrea lusingherà a V. S. Illustriss. dolcemente l’orecchio, la purtroppo vera del Sig. Giovanni Faustini le commoverà dolorosamente l’anima. Morì pochi giorni sono questo celebre litterato, e dopo la tessitura di undeci opere ha lasciato sotto il torchio quella della sua cara Eritrea. Questa povera Regina, tutta abbattuta per gl’incontri sinistri, per la stravaganza delli accidenti, compare alla fine alla luce obligata d’ubbidire a quel genitore che la promise nella Calisto.» Così il tipografo Giacomo Batti nella prefazione all’Eritrea, qui a p. 393. 7 Dettagli sui primi anni ’50 e sulle dinamiche di gestione impostate da Marco Faustini in B. L. GLIXON, J. E. GLIXON, Marco Faustini and His Companies, in Inventing the Business of Opera: The Impresario and His World in Seventeenth-Century Opera, New York, Oxford University Press, 2005, pp. 34-65, in part. 34-40. Degli stessi autori cfr. anche Marco Faustini and Venetian Opera Production in the 1650s, cit., pp. 48-73 e Oil and Opera don’t Mix: The Biography of S. Aponal, a Seventeenth-Century Venetian Opera Theater, in S. PARISI, (a cura di), Music in the Theater, Church and Villa: Essays in Honor of Robert Weaver and Norma Wright Weaver, Warren, Mich., Harmonie Park Press, 2000, pp. 131-144 8 Cfr. almeno P. FABBRI, Il secolo cantante. Per una storia del libretto d’opera nel Seicento, Bologna, Il Mulino, 1990 (in particolare le pp. 147-244) ora Roma, Bulzoni, 2003; J. GLOVER, The Peak Period of Venetian Public Opera: The 1650s, «Proceedings of the Royal Musical Association», vol. 102, 1975-76, pp. 67-82.

10

NICOLA BADOLATO, I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Giovanni Faustini e Francesco Cavalli

costruiscono la narrazione e diventano man mano convenzioni irrinunciabili. Solo apparentemente creati dal nulla – come si avrà modo di vedere nei capitoli successivi di questo lavoro – gli intrecci derivano più probabilmente dall’abilissimo mascheramento di soggetti analoghi precedenti, nei quali si riconoscono gli stilemi narrativi tipici delle forme letterarie e teatrali più in voga nella prima metà del Seicento. Il presente lavoro affronta le problematiche relative allo studio e alla restituzione critica della produzione di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli: dieci drammi musicali concentrati nel decennio 1642-1652. Lo studio mira ad approfondire le caratteristiche stilistiche di testi letterari destinati alla realizzazione musicale e teatrale, gli ipotetici “segreti di bottega” che ne hanno guidato la stesura, il ruolo del librettista in rapporto al lavoro del compositore e dello scenografo, il legame tra l’attività letteraria e quella musicale e teatrale nel processo di istituzionalizzazione del teatro d’opera avviato a Venezia nel corso del quarto e quinto decennio del Seicento. I primi capitoli propongono un approccio essenzialmente analitico che si articola 1) nell’indagine sulle fonti dei soggetti modellati da Faustini, nel tentativo di ricostruire l’orizzonte letterario e culturale entro il quale si muove il librettista e gli eventuali modelli di riferimento; 2) nella formalizzazione degli intrecci e delle tecniche di scrittura; 3) nell’analisi morfologica delle arie. Ai capitoli di stampo analitico segue l’edizione dei testi rigorosamente guidata dai principii della filologia italiana arricchiti dalle competenze necessarie alla riproduzione dello statuto esecutivo del testo, nel rispetto delle sue peculiarità e nella distinzione delle sue caratteristiche tecniche.

11

NICOLA BADOLATO, I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini

1b. Le fonti di Faustini
Nella storia del teatro d’opera solo di rado il librettista si pone lo scrupolo di palesare al lettore-spettatore le fonti alla base delle proprie scelte poetiche. L’insieme dei materiali che i librettisti possono sfruttare in vista delle loro rielaborazioni drammaturgiche è estremamente eterogeneo: oltre che alle fonti antiche (note solitamente sia per via diretta sia per scelta antologica o per citazione di seconda mano), gli autori si rivolgono anche alla scienza antiquaria, all’erudizione sul mondo antico, al teatro contemporaneo, alla commedia dell’arte, alla novella, al romanzo. Agli esordi del teatro musicale veneziano i librettisti si limitano sostanzialmente a rimodellare soggetti perlopiù mitologici o magico-romanzeschi, sceneggiando linearmente le situazioni in cui si scandiscono quelle storie affollate di personaggi in ambientazioni sceniche spesso mutanti. I primi testi di Benedetto Ferrari come L’Andromeda (1637), La maga fulminata (1638), L’Armida (1639), Le nozze di Teti e Peleo di Orazio Persiani e La Delia di Giulio Strozzi (entrambe del 1639), Il Bellerofonte di Vincenzo Nolfi (1642) e La Venere gelosa di Niccolò Enea Bartolini (1643) confermano questa propensione. Ben presto però i drammi musicali manifestano un’inclinazione per intrecci più aggrovigliati e per procedimenti drammaturgici più articolati, analoghi a quelli di strutture narrative più sofisticate e di più consolidata tradizione, prima fra tutte la commedia nelle sue varie sottospecie: pastorale ridicolosa improvvisata, di cui l’opera in musica si avvia a prendere il posto tanto nel favore degli spettatori quanto, materialmente, nelle sale in cui avvenivano le recite. Varianti e filoni diversi dello stesso soggetto, anche mitologico, entrano nei drammi musicali per trasformarsi in altrettanti spunti di variazione e divagazione rispetto all’intreccio originario. Storie e racconti differenti sono intrecciati o addirittura fusi insieme nello stesso titolo attraverso procedimenti combinatori estremamente vari. Per i soggetti più antichi i librettisti potevano basarsi tanto su compilazioni erudite e sillogi quanto sulla lettura diretta delle fonti. Di certo gli scrittori veneziani del Seicento dovettero avere ben presenti i contributi della grande tradizione antichistica dell’Umanesimo e del Rinascimento europei. La presenza della poesia latina, ad esempio, resta decisiva anche nelle biblioteche dei letterati dediti al teatro musicale. Le Metamorfosi di Ovidio e di Apuleio costituirono a lungo serbatoi assai fecondi e fonti primarie di ispirazione per la costruzione delle trame operistiche basate su soggetti desunti dal mito. Circolavano ampiamente ancora nel Seicento due delle più celebri volgarizzazioni del testo ovidiano: Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Gio. Andrea dell’Anguillara in ottava rima, di nuovo dal proprio auttore rivedute e corrette con gli Argomenti di m. Francesco Turchi (Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi sanese, prima edizione 1561) e le Trasformazioni di Lodovico Dolce (Venezia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari, 1557).1

1 Altre traduzioni molto diffuse sono: NICCOLÒ DEGLI AGOSTINI, Tutti li libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral al volgar verso con le sue allegorie in prosa, Venezia, Nicolò Aristotele Zoppino, 1522; GABRIELE SIMEONI, La vita et metamorphoseo d’Ovidio figurato ed abbreviato in forma d’epigrammi, Lione, Giovanni di Tornes, 1559. Sull’influenza delle Metamorfosi nell’arte barocca, e dunque anche nel teatro in generale e nell’opera barocca in particolare si veda G. ROSATI, Narciso e Pigmalione. Illusione e spettacolo nelle Metamorfosi di Ovidio, Firenze, Sansoni, 1983; C. MARTINDALE, Ovid Renewed. Ovidian Influences on Literature and Art from the Middle Ages to the Twentieth Century, Cambridge, Cambridge University Press, 1998; E. PARATORE, L’influenza della letteratura latina da Ovidio ad Apuleio nell’età del manierismo e del barocco, in Manierismo, barocco, rococò: concetti e termini, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1962, poi in ID., Antico e nuovo, Roma-Caltanissetta, Sciascia, 1965; F. W. STERNFELD, The Birth of Opera: Ovid, Poliziano and the «lieto fine», «Analecta musicologica», XIX, 1978, pp. 48-50. A proposito dei soggetti storici nell’opera veneziana cfr. G. MORELLI, Il filo di Poppea. Il soggetto anticoromano nell’Opera veneziana del Seicento, osservazioni, in Venezia e la Roma dei Papi, Milano, Electa, 1987, pp. 245274.

12

La Nuova Italia. 3. Arsaldi e M. pp. al secolo Ludovico Maria Ricchieri (Venezia. Natale. forse vicino all’ambiente dell’Accademia degli Incogniti.NICOLA BADOLATO. vero e proprio trattato mitografico in volgare che narra le infinite vicende dei più diversi personaggi divini o eroici del mito e della storia antica. M. 19862. M. Firenze 1551). Olschki. pp. Pastore Stocchi. 131-162. BERTELLI. L’armonia del sapere: i “Lectionum antiquarum libri” di Celio Rodigino. pp. Neri Pozza.4 Cenni biografici su Conte in R. a cura di A. società nel Polesine tra ’500 e ’600. L’accademia degli Incogniti di Giovan Francesco Loredan. diffusa nel secolo XVI nella traduzione latina di Romolo Amaseo (Veteris Graeciae descriptio. Minelliana. V. i testi racchiusi nel trattato di Conte vengono compulsati e sintetizzati attraverso un’esposizione in latino. tipografo molto famigliare agli Incogniti. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini Riesce tuttavia difficile credere che gli autori di drammi per musica ricorressero regolarmente alle edizioni di testi classici quale fonte per i loro libretti: dati i tempi stretti cui di norma la produzione librettistica soggiaceva e considerati gl’intenti innovativi dei librettisti nel trattare i miti più celebri. Aldo Manuzio. Il Seicento. Firenze. XXVIII. Auzzas. in Eresie. 1989. Ribelli. MANCINI. Mitologia e Mitografia. Torino. Le Accademie. in Storia della cultura veneta. Martignago. ogni passo riportato nell’originale greco viene puntualmente tradotto in latino. Un altro prodotto tipicamente umanistico della mitografia rinascimentale italiana (da cui Cartari dichiara di aver tratto molte delle informazioni riportate nel suo lavoro) sono i De Deis Gentium libri sive syntagmata XVII del ferrarese Lilio Gregorio Giraldi (princeps Basilea. Firenze. RIGO. 1997. Istituto Veneto di Scienze.3 Come la stragrande maggioranza degli autori di drammi musicali Giovanni Faustini non dichiara apertamente le fonti di cui si serve. Pastore Stocchi. voce Conte. Ricerca dei libertini. 1973. compendi. La Calisto e L’Eritrea (1652) furono poi stampati e venduti presso Giacomo Batti. Si vedano. pp. Lettere ed Arti. La teoria dell’impostura delle religioni nel Seicento italiano. Sull’Accademia degli Incogniti e sul clima culturale libertino cui si possono ascrivere le esperienze intellettuali in essa maturate si vedano S. La narrazione di Natale Conte è comunque soltanto un derivato di una tradizione di studi particolarmente florida in area veneta già da un secolo a quella parte: le varie edizioni delle Lectiones antiquae di Celio Rodigino. P. Roma. diretto da V. SPINI. F. 4/1. tipografo e libraio anch’esso legato alla consorteria del Loredan e già processato nel 1648 dal Sant’Uffizio per la stampa di libri proibiti. magia. La narrativa libertina degli 13 2 . Rigo (Vicenza. libertini e ortodossi nella storiografia Barocca. le Imagini dei dèi degli antichi di Vincenzo Cartari (numerose edizioni veneziane dal 1556 al 1674). Olivieri. Detestanda libido. Rovigo 21-22 novembre 1987. fornendo sovente ampie ed appropriate informazioni iconografiche. Venezia (1630-1661). Tra le fonti più feconde di questa come di tutte le altre compilazioni vi è di certo la Periegesis di Pausania. siano stati stampati i libretti faustiniani del Titone (1645) e dell’Ersilla (1648). Atti del 13° Convegno di Studi Storici. MARCHETTI. vol. Secondo la tradizione del genere. 1983. M. 176 e 188. 4 Cfr. a cura di G. Si farà qui riferimento all’edizione padovana del 1637. Branca. ad un uditorio certamente esperto di poesia e letteratura. in Dizionario critico della letteratura italiana. Firenze. ristampati almeno fino all’edizione Frambotto del 1637 – rappresentano quanto di più meticoloso e accessibile un lettore di metà Seicento potesse reperire a proposito di informazioni desunte da fonti antiche e medievali. traduzioni. Rovigo. Vicenza. già cinquecentesca. MIATO. pp. è di gran lunga più plausibile che gli autori ricorressero a miscellanee. La Nuova Italia. Probabilmente non è un caso (o forse lo è) che presso Francesco Valvasense. a questo proposito. vol. 3 Le Imagini del Cartari si leggono in una buona edizione moderna a cura di G. Le sessualità anomale nei “Lectionum antiquarum libri” di Ludovico Ricchieri. In questa prospettiva i Mythologiae sive Explicationis fabularum libri decem di Natale Conte – prima edizione Venezia 1568. G. Neri Pozza.2 Deve molto all’opera del Conte un altro compendio assai diffuso nel Seicento. In più. 1559) documentano un’indagine enciclopedica condotta sulla cultura antica. 455-457. in Dizionario biografico degli italiani. 182-194. 1548) il quale peraltro associa spesso al tesoro delle fonti libresche il soccorso delle immagini. la sua opera tuttavia denota una serie di aderenze letterarie probabilmente comprensibili e visibili soltanto ad una ristretta cerchia di intenditori. volgarizzazioni. 1983. Per un’introduzione generale ai mitografi rinascimentale si veda P. N. Istituto della Enciclopedia italiana. MARANGONI. 1983. Einaudi. 23-31. RICCIARDI. 1996). 1998. A. Venezia.

Pozzi e L. di argomento propriamente mitologico sono Il Titone (1645) e La Calisto (1651). 1971 e sgg. 6 Il Cupido cruciatus si legge oggi nell’edizione di A. Eliodoro. Ciapponi. PASTORINO. In opposito vidi Venere irabonda. 1643.5 Il riferimento va al poemetto Cupido cruciatus di Decimo Magno Ausonio. si mostrano più vicini al poema epico-cavelleresco L’Ormindo (1644). Apollonio Rodio. ti confesso d’averlo tolto d’Ausonio con quella licenza ch’usarono i poeti latini di togliere l’invenzioni da’ greci per vestire le loro favole ed i loro epici componimenti. Cento novelle amorose dei signori Accademici Incogniti divise in tre parti. Milano. soluta cum uno armigero da uno fatale rete el filiolo per le ale prenso havea vindicabonda et volevalo dispennare.6 Il tema della flagellazione di Eros ripreso nell’Egisto è molto caro alla tradizione letteraria antecedente a Faustini. | onde il garzon sovra l’etade astuto | dalla materna man pianse battuto». dei dieci drammi scritti per Francesco Cavalli La virtù de’ strali d’Amore («opera tragicomica» musicale del 1642) e L’Egisto («favola dramatica musicale» del 1643) paiono riallacciarsi più chiaramente alla tradizione pastorale. (a cura di). 2. 129-139. il quale avverte il lettore di esser giunto alla scrittura dopo aver ammirato la scena della flagellazione di Eros dipinta in un affresco a Treviri. 113). COLONNA. ACCADEMIA DEGLI INCOGNITI. 1643-1651. Opere di Decimo Magno Ausonio. Pietro Miloco. a cura di G. 203-229. Nonno Panopolita. Dal libretto dell’Egisto (1643) ricaviamo ad esempio il passo seguente: L’episodio d’Amore che vola a caso nella selva de’ mirti dell’Orebo [II. Dove però Cupido è percosso dalla madre Venere adirata. pp. Torino.C. L’Euripo (1649) e La Rosinda (1651). Una buona edizione del testo si legge in F. 1980. si leggono nell’Adone di Giovan Battista Marino e nell’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna. Venezia. FAUSTINI. misterioso romanzo pubblicato a Venezia da Aldo Manuzio nel 1497 e attribuito a Francesco Colonna. 1982. il fanciullin crudele | Giove di nova fiamma acceso avea. 1985. UTET. XXVI. si trova una scena di bassorilievo rappresentante Cupido bastonato dalla madre (tabella secunda dextra del tertio caeleste triunpho k8r): «Nella faccia anteriore vedevasi el potente Cupidine che. ove lo prendono quelle Eroide ch’uscirono per amore miseramente di vita. 3 (qui a p. gelò la sua gelosa dea. | Arse di sdegno e ’l cor d’amaro fiele | sparsa. PORCELLI. pp. Due accenni.. 7 L’episodio di ‘Amore battuto’ compare nel canto I dell’Adone: «Amor pur dianzi. havendo già pieno el pugno delle volante plumule et il fanciullo piangendo uno cum gli talari mandato dallo excelso Iove sopra di uno throno sedente. A. quali lo vogliono far perire di quella morte ch’egli fece loro morire. Nell’Hypnerotomachia Poliphili. 14 . dalle forcie materne illaeso lo liberava et poscia cusì ad quello l’offeriva». Ben poco si può dedurre dalle dichiarazioni di Faustini ai suoi lettori: le sue sporadiche indicazioni si riferiscono perlopiù a singoli episodi contenuti nei drammi. Incogniti. Il libello latino è preceduto da una dichiarazione dell’autore. L’Egisto. cum l’aurea sagitta sua verso li stelliferi caeli trahendo gutte d’oro amorosamente faceva piovere et una infinita turba di omni conditione vulnerata stavano di ciò tanto stupefatti. «Forum Italicum». Stazio. 596-605. 5 G. La Doriclea (1645). in «Studi secenteschi». oltre a Ovidio. IX-X]. p. Hypnerotomachia Poliphili. soprattutto nel genere del romanzo ellenistico: tra il 1620 e il 1670 circolavano infatti a Venezia numerose traduzioni di romanzi greci e latini nonché miscellanee ancora cinquecentesche contenenti frammenti di Achille Tazio. | e ’ncontro a lui con flebili querele | richiamossi del torto a Citerea. Le novelle degli Incogniti: un esempio di «dispositio» barocca. Editrice Antenore. dai toni più propriamente romanzeschi L’Oristeo (1651) e L’Eritrea (1652). Al lettore. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini Ad uno sguardo preliminare. B. Venezia. Tipologie e forme.NICOLA BADOLATO.7 Tali agganci potrebbero testimoniarci alcuni ammiccamenti di Faustini alla raffinata cultura alessandrineggiante tanto in voga nei circoli letterari veneziani – Incogniti in testa – e alle loro numerose frequentazioni nella letteratura erotico-erudita. pp. poeta della tarda latinità attivo alla corte dell’imperatore Valentiniano come istitutore del di lui figlio Graziano tra il 364 e il 383 d. Guerrigli. oltre alla dichiarata derivazione da Ausonio.

DARETE Ohimè. II.NICOLA BADOLATO. Oltre al testo latino l’Eneide era nota anche nella celeberrima traduzione di 15 8 . alla voce Amore tormentato: l’autore dapprima sintetizza l’argomento del libello di Ausonio e poco oltre lo traduce in terza rima. versi 599-610 – è vittima di un incantesimo operato per vendetta dalla maga Ericlea. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini Lucano. Ancora Davide Conrieri nel suo saggio La rielaborazione teatrale di romanzi nel Seicento. VI): Eh troppo al suo demerito pia sono e mite vindice de le offese mie proprie. CORO DI MAGHE Sì sì. Achille Tazio. CORO DI MAGHE Degn’è d’eterni guai. 10 L’episodio di Polidoro mutato in cespuglio di sterpi si legge nell’Eneide. ei vola. ‹ERICLEA› L’impianto dell’episodio richiama da vicino quello che nell’Egisto sarà della flagellazione di Eros. 1987.chi amato non amò. del virgiliano Polidoro e del dantesco Pier delle Vigne?10 Qui però l’intento di Faustini è certamente parodistico: la triste condizione di L’antologia Il romanzo antico greco e latino. Marte. s’abbrucia omai.. DARETE Ohimè. Galatina. 1982). cit.9 Quanto al tema della flagellazione in generale. ei fugge. pp. Cataudella) reca testimonianza di alcune traduzioni ed edizioni a stampa cinque-secentesche di Senofonte Efesio. 9 V. Roma. cit.. 685-691): VENERE Prendilo. chi accese e non ardè. Claudiano. op.. Dell’episodio sfruttato nell’Egisto e della sua fonte originale riferisce invece Vincenzo Cartari nelle sue Imagini dei dèi degli antichi. in Sul romanzo secentesco. ed è arricchito di precedenti illustri. Longo Sofista. né giovò mai nulla. 455-462. DARETE Ahi... Imagini. 124. XIII. in forza del quale si ritrova trasformato in una pianta entro una Selva orrida incantata (si veda la didascalia in I. Atti dell’incontro di studio di Lecce. provò ne l’aurea culla i miei rigori. DARETE Ahi. si noterà poi che la scena della ‘tortura’ di uno dei personaggi era già presente nella Virtù de’ strali d’Amore (1642).. Salerno Editrice. opera prima di Faustini per Cavalli: il giovane Darete – siamo nell’ultima scena del prim’atto. e nel fuggir è tanto ardito che ci mira sdegnoso e morde il dito. citando Gli straccioni (1543) di Annibal Caro e I morti vivi (1576) di Sforza Oddi dalle Avventure di Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio e La Carichia (1627) di Ettore Pignatelli dalle Etiopiche di Eliodoro. Oh quante volte. 29-100. Silori. amiche. pp. oh quante. CORO DI MAGHE . Eliodoro. Giambico. 22-46. quello di Pier delle Vigne nell’Inferno dantesco.. p. sù sù con queste fiaccole..8 Un riferimento al tema della Venere flagillifera si ha peraltro ancora in Faustini nella Virtù de’ strali d’Amore (II. 1973 (a cura di Q. fiero scempio facciassi di questo empio.. 25 sg. Del Caro si può leggere anche in edizione moderna la traduzione degli Amori pastorali di Dafne e Cloe (a cura di L.. per la verità ben più tragica. Firenze. parla espressamente di episodi di “derivazione di testi drammatici da romanzi ellenistici” tra Cinque e Seicento. Pastorino. Congedo. Come non affiancare infatti la condizione di Darete a quella. CORO DI MAGHE . Per la diffusione del testo di Ausonio in edizioni e traduzioni dal secondo Quattrocento al tardo Cinquecento si rimanda alla Nota bibliografica nelle Opere di Decimo Magno Ausonio a cura di A. Sansoni. III. CARTARI. acciò cangiasse il perfido costume.chi d’Ericlea sprezzò le preghiere e la fé.

I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini Darete è infatti destinata a risolversi felicemente (Virtù III. Soccorretemi. CORO TERZO Il mio senso de’ vostri è più crudele: esposto ignudo a’ rai del sole ardenti lo divorin le vespi unto di mele. XI-XII) per dar corso al canonico lieto fine delle vicende intrecciate nell’opera. BIANCONI.11 Ancora nel Titone (1645) il giovane ritroso è incatenato ad una roccia e flagellato dai Venti per volontà di Zefiro che lo ritiene amante della consorte Flora (III. Tanta arroganza. Tieste aveva raggiunto la figlia Pelopia a Sicione e aveva progettato di compiere l’incesto durante le feste di Atena. cadendo macchia il suo abito col sangue della vittima sacrificale. Diverso è il caso dell’Egisto. 11 A proposito dell’impiego degli sdruccioli si veda W. 12 L’usurpatore Atreo durante un falso atto di pace aveva propinato al fratello Tieste la carne dei figli e aveva in un secondo tempo reso edotto il fratello dell’orribile fatto. inesperti che siete. Etimologicamente legato ai significati di ‘sveglia’/‘veglia’ ma anche legato al significato di ‘nutrito da una capra’. emerge uno scarso impiego di soggetti propriamente mitologici: soltanto Il Titone (1645) e La Calisto (1651) si rifanno apertamente a questa tradizione. con cui Faustini rivela sì la conoscenza di una tradizione classica assai complessa. L’Egisto del mito è il frutto di un atto incestuoso tra Tieste e la figlia Pelopia. In più la scena assume i connotati tipici del topos operistico dell’incantesimo: Ericlea. CORO SECONDO Tropp’è mite il castigo: a poco a poco di bitume e di zolfo un misto fatto in più giorni s’abbrusci a lento foco. Pelopia stava guidando la danza delle giovani. 923-948): Cielo. Pelopia viene sedotta dal padre completamente vestito e col capo avvolto in 16 . mentre sta lavando le sue vesti. Ohimè. pp. morrà questo mal nato com’Africo ha narrato. 77-162. completata ed edita tra il 1563 e il 1565 (ora in Versione dell’Eneide di Annibal Caro. 1986.NICOLA BADOLATO. TITONE TITONE Dalla disamina complessiva del corpus dei libretti composti per Francesco Cavalli. 1954). si esprime come tante sue ‘colleghe’ in quei versi sdruccioli che convenzionalmente identificano sulle scene operistiche sia i personaggi infernali sia quelli dotati di poteri magici sia quelli appartenenti alla sfera dionisiaca (satiri e satiretti del corteo di Dioniso e di Pan). OSTHOFF. TITONE CORO PRIMO Acchetatevi voi. a qual orrido fine ohimè m’hai destinato. in Faustini il personaggio ha caratteristiche completamente Annibal Caro. tanta tu racchiudi nel petto? Vo’ ch’il tormento mio l’uccida a tuo dispetto. UTET. e al mio parer cedete. un atto generativo incestuoso. II. CORO SECONDO Da superbo tu parli. CORO TERZO Amboduo v’ingannate. Musica e versificazione: funzioni del verso poetico nell’opera italiana. maga. nell’accezione di una fabula chiaramente desunta dal mito classico. Torino. Bologna. La drammaturgia musicale. A questo punto l’oracolo di Delfi istruì Tieste a compiere con la figlia sopravvissuta. l’antico nome di Egisto richiama alla mente una storia di lotte fratricide per la conquista del potere. o stelle. CORO PRIMO Vo’ che tra doglie acerbe a un tronco avvinto lasci costui la delicata pelle: così fece di Marsia il dio di Cinto. cielo spietato. in L. Il Mulino. per farlo impazzire. ma decide di non sfruttarla appieno. Al fiume. (a cura di). a cura di A.12 Ora. Pompeati. ch’odo infelice.

che sorge di buon mattino. 18 OMERO. 19915. fu figlio di Laomedonte e fratello di Priamo. pur tuttavia non è portatore di alcun contenuto mitografico.. Tale mito di antropofagia a sfondo politico condito di una vicenda famigliare a sfondo incestuoso. di cui dicono che per l’avvenenza sia stato amato da Aurora. pp. 14 Si veda per questa impostazione di analisi il programma di sala di G. 17 PROPERZIO. Il rapimento di Titone da parte di Aurora è nelle fonti antiche. 2.16 La figura di ‘Titone antico’ si è imposta successivamente.NICOLA BADOLATO.. MORELLI. È però raccontata con ampio gusto romanzesco e teatrale nelle Fabulae attribuite a Igino. patetico. fraterque Priami. che fa riferimento al per nulla noto fratello di Meleagro e Deianira.. Scompiglio e lamento (simmetrie dell’incostanza e incostanza delle simmetrie): “L’Egisto” di Faustini e Cavalli.. nella variante maschile Climeno. che nella Mythologia così riporta la fabula di Titone: Tithonus.] E in verità. Il nome di Ipparco è forse il più ‘classico’ di tutti. Càssola.15 Il mito greco originario si legge nell’inno omerico ad Afrodite. dove canta quattro strofe di endecasillabi e dove. dimorava presso le correnti dell’Oceano. ‘condottiero’).] Inquiunt Tithonum in coelum Titone. III. Tra i testi dedicati ad Aurora citiamo L’Aurora ingannata di Ridolfo Campeggi (intermedi per il Filarmindo. non viene considerato adatto ad essere trasmesso da Eschilo.17 e poi beninteso nel nostro medioevo con Dante. FAUSTINI.14 Analogo destino tocca. soltanto nelle pagine di Diodoro Siculo. cit. ed è poi strettamente connesso al dono dell’immortalità – ma non dell’eterna giovinezza – concesso da Giove al fanciullo. Bologna 1608 e Venezia 1625-27-28). derivando da una felice costruzione etimologica che accenna al tono regale e al ruolo del personaggio (etimologicamente ‘guidatore di cavallo’ ossia per estensione ‘capo’. Faustini però farà propria soltanto la prima parte del mito.. Inno ad Afrodite. ora invaghita di Cefalo. Non si hanno però notizie di traduzioni. godendo l’amore dell’Aurora dai fiori d’oro. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini opposte. 218-9 e 225-227. Egisto. come è noto [. 16 OMERO. 218-276.18. anche agli altri personaggi della vicenda. pp. 271. della vostra stirpe [di Afrodite]. p. non è direttamente l’oggetto del desiderio di Aurora. Inno ad Afrodite. Milano. ma anzi risulta una sorta di antieroe. Ne avranno parlato certamente i soliti manuali di mitologia cinque e secenteschi. l’Aurora dai fiori d’oro rapì Titone. I. né latine né volgari. addirittura fragile di nervi. simile agl’immortali. G. vv.. 13 «Io nacqui in Delo e pronepote io sono | di quel Nume che ruota il quarto giro. dove la dea è sì autrice di un rapimento ma ai danni di Cefalo. ai confini della terra. quella dell’unione amorosa tra Aurora e Titone. Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori. Laomedontis fuit filius.] Dicono che Titone sia stato elevato in una fascia. Il nome di Climene non possiede la forza storiografica di Egisto: esso compare. fin quando egli era nella molto amabile giovinezza. Non ha infatti origini così oscure. 15 Prima di Faustini. quem ob corporis elegantiam amatus fuisse ab Aurora inquiunt. onomasticamente. | de le stelle rettore. in Inni omerici. op. Venezia. vendicatore e assassino della saga micenea. che infatti non vi fa alcun cenno nell’Orestea. anzi si proclama della genìa d’Apollo13 e dimostra presto di non aderire affatto al destino che il nome gli vorrebbe assegnato. maggio 1982.. 595 sgg. l’altro è poco più di un toponimo. Certo è che proprio nei versi di Omero è ravvisabile lo spunto dell’argomento del dramma: Così. 17 . o edizioni degli inni omerici in epoca rinascimentale. ut fama est [. a partire da Properzio. 271-275. Non solo l’Egisto faustiniano non è il personaggio tragico. A Clori e Lidio tocca un destino simile: la prima porta il nome della Niobide madre di Nestore di Pilo. però. Teatro La Fenice. buono. Titone compare sulle scene musicali soltanto nel Rapimento di Cefalo di Gabriello Chiabrera. | abisso di splendore». a cura di F. [.18 La tradizione antica è anche in questo caso filtrata da Natale Conte. e L’Aurora di Dionisio Rondinelli (favola pastorale del 1628). poi. 177-180. in Inni omerici.

I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini fuisse portatum cum ab Aurora amaretur: illique a Parcis immortalitatem fuisse impetratam: sed cum oblita fuisset Aurora petere etiam ne senesceret. in cigno per starsi con Leda. come quando si mutò in toro bianco per portarsene via Europa. CONTE. Ameni siti e “cannose paludi”: le favole pastorali.21 e la Mythologia di Natale Conte. ne discognosceretur. Zoppini e nipoti 1599. in pioggia d’oro per passare a Danae. figlia di Licaone. 514 23 Le edizioni. e che la madre . 22 Callisto Lycaonis filia in ursa conversa et cur in N. in fuoco per ingannare Egina. ac matrem ad sempiternam memoriam in Iunonis contemptum in ursam maiorem conversam nitere inter sidera.. 18 19 . la figlia di Driope. Qualche ragguaglio sulla Calisto e su altre favole pastorali del Groto in M. quam etiam inquit in gratiam Iunonis fuisset sagittis transfixam: cum Dia etiam Dryopis mater filia eius fuerit. V.. cit. ut scripsit idem Hecataeus.] Così narra Orazio nel secondo libro dei Carmina. tutte veneziane.. 1586. trasformata nell’orsa maggiore in eterna memoria del disprezzo di Giunone. Giovanni Andrea dell’Anguillara (1572). scacciata dalla dea proprio a causa della seduzione divina. trasformata in orsa per punizione e infine elevata al rango di costellazione celeste – ci parla Ovidio nelle Metamorfosi (II. 303).NICOLA BADOLATO. in aquila per rapir Ganimede e per avere anco Asteria. seppur molto fugacemente e in modo indiretto raccontando di Giove. ossia La Calisto nova favola pastorale di Luigi Groto Cieco di Hadria. 409-530). mi stupisce che dica esser stata Calisto tra tanti maschi l’unica figlia di Licaone.. 21 Così si legge nelle Imagini: «Delle molte favole ancora che si leggono di Giove argomento di farlo in molti modi. Alii putant illum quem ferebat in utero. percioché raccontano che ei si cangiava sovente in diverse forme per godere de’ suoi amori. e che Giunone abbia ottenuto dal fratello Nettuno ch’essa non potesse scendere tra le onde.. PIERI. e da lei nacque Arcade.22 Così dunque Calisto. Delle vicende di Calisto – ninfa del seguito di Diana sedotta da Giove. Il primo a desumere dalla fabula di Calisto un testo drammatico è Luigi Groto: sua una favola pastorale intitolata per l’appunto La Calisto. Poiché lo scrive Pausania nelle Arcadiche. Mercurio datum esse servandum. in Anfitrione per giacersi con Alcmena. Alcuni ritengono che il bambino che portava in grembo sia stato affidato a Mercurio affinché lo salvasse.. Sic etiam Callisto Lycaonis filiam in ursam conversa est. in Diana per godere di Calisto. p. si dice che Titone sia invecchiato a tal punto da piagnucolare agitato come gli infanti in culla [.] Hanc fabulam ita attigit Horatius lib. in Luigi Groto e il suo tempo (1541-1585). 152. de qua natus est Arcas. Il testo ovidiano circolava tra Cinque e Seicento nelle traduzioni di Ludovico Dolce (1557). Si ha notizia di due rappresentazioni: nel 1561 e nel 1582 (24 febbraio). p. e dice anche che sia stata trafitta dalle saette per volontà di Giunone: essendo Dia. 1586. et in altre figure assai tanto bestiali che umane».. affinché non fosse scoperta. miratus sum cur dicat unicam tantum filiam fuisse Lycaoni inter tot mares. nuovamente stampata. in Vinegia. scritta intorno al 1561 e ristampata fino al 1612 a Venezia. Rovigo. nota 1 per i riferimenti bibliografici. sua madre. Gregorio Giraldi. risplendesse tra le costellazioni. 20 Cfr. L’esemplare qui preso a riferimento riporta l’ultima versione del testo voluta dall’autore. ut infantulorum more in cunis agitatus quiesceret [. Imagini. op. Turrino 1612. Mythologia. quia cum venaretur cum Diana a Iove fuit compressa. fu trasformata in orsa. Niccolò degli Agostini. p. Interessante il riferimento ai Carmina di Orazio. 19 cielo essendo amato da Aurora: e che per lui sia stata impetrata l’immortalità dalle Parche: ma essendosi Aurora dimenticata di chiedere anche che non invecchiasse.23 Nella Calisto del Groto l’azione vede triplicato il tema dell’Amphitruo Si veda il capitolo intitolato Tithonus raptus ab Aurora ac immortalitatem adeptus nella Mythologia di Conte (op. quam obtinuit tantum Iuno non posse in unda descendere a Neptuno fratre. cit. Appresso Fabio e Agostin Zoppini fratelli. come scrisse lo stesso Ecateo. Atti del convegno di Adria 27-29 aprile 1984. 2 Carminum. Id cum scribat Pausa in Arcadicis. poiché mentre era a caccia con Diana era stata sedotta da Giove. della Calisto di Luigi Groto sono: Zoppini 1583. op. Tithonus in tantam venisse senectum dicitur.20 Del mito danno notizia anche il già citato Cartari. CARTARI. cit.

Eurilla e Satiro (quasi a sostituire le altre due coppie del Groto. Il libretto ferrarese è temporalmente molto vicino a quello veneziano: il primo andò in scena il 15 gennaio del 1651. ricorrendo al solo espediente plausibile di trasformarsi rispettivamente nella stessa Diana e nella sua devota ancella Isse. XIV. INTERLOCUTORI ONESTÀ.| In Ferrara. 1586 CALISTO | INGANNATA. 317-336. 19 . pp. Su piani secondari agiscono altre due coppie di innamorati: Elisa e Florindo pastore. INTERLOCUTORI LA NATURA L’ETERNITÀ IL DESTINO GIOVE. Appresso Fabio. anche Isse trova marito nel capraio Melio. quello dell’inganno di Zeus en travesti. il dio ricopre il ruolo comico (che in Faustini sarà affidato al Satirino) di corteggiatore respinto dalla vera Isse. LA | CALISTO | DRAMA PER MUSICA | DI | GIOVANNI FAUSTINI. ripristinato infine da Giove nei suoi attributi soprannaturali. 24 «Qui parleran gli dèi. & Ago. | Si vende da Giacomo Batti Libraro | In Frezzaria. Calisto. Calisto e Selvaggia. «Rivista italiana di drammaturgia». Al loro piano lungamente concertato si mescola Apollo. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini plautino. | DRAMA | Del Signor Dottore | ALMERICO PASSARELLI | Recitato in Musica in Ferrara. meno intricata di quanto non lo fosse per il Groto ma pur sempre più tortuosa della versione di Faustini. dopo una girandola di equivoci e colpi di scena di matrice più boccacesca che pastorale (compreso un tête-à-tête amoroso fra Apollo e Mercurio creduto Isse) soccombe alla prepotenza del dio. Prologo. Prologo. questa volta si tratta di un dramma musicale recitato nel teatro degli Obizzi.| stin Zoppini Fratelli. Felici e riconoscenti essi consentiranno un matrimonio riparatore che sistema le cose. | IN VENETIA. | A l’Illust.NICOLA BADOLATO. il secondo a Venezia il 28 novembre dello stesso anno. Prologo. Sig. dopo essere stati variamente respinti ed aver meditato i soliti propositi suicidi. 6 sgg. 1987. L. Nello stesso anno dell’opera di Faustini-Cavalli (1651) va in scena a Ferrara la Calisto ingannata di Almerico Passarelli. GIOVE. GROTO. che rappresenta l’archetipo del genere tragicomico insieme al Ciclope euripideo ed è citato esplicitamente dallo stesso Groto tra i suoi modelli. che dapprima si tramuta in una fonte. LA | CALISTO | NOVA FAVOLA | PASTORALE | DI LUIGI GROTO | Cieco di Hadria | Nuovamente stampata. cit. Minelliana. | e come ne le selve già parlarono». Marchese | PIO ENEA OBIZZI. | In Vinegia. | e Privilegio. sarcastico commentatore fuori campo dell’intera vicenda. come già in Plauto. MDCLI | Per il Giuliani. |Con Licenza de’ Superiori. p. e in ID. La vicenda. 1651. SILVIO pastore. | FAVOLA DECIMA. & Eccel. 1979. A questo intreccio ‘divino’ si affianca il plot pastorale: due fedeli innamorati delle ninfe.24 In un’Arcadia che ancora si chiama Parrasia Giove e Mercurio scendono sulla terra per sedurre due castissime ninfe del séguito di Diana. Il “laboratorio” provinciale di Luigi Groto. Anch’ella. | Con licenza de’ Superiori. poi in Diana. PERSONE CHE PARLANO GIOVE in forma di Diana. Monsignor | PIO DI SAVOIA | CHIERICO DI CAMARA &c. per Gioseppe Gironi. sono raggirati dagli dèi e convinti da Apollo di aver mutato la volontà delle amate nei loro confronti. Riportiamo di seguito i frontespizi e l’elenco dei personaggi delle tre Calisto (nell’ordine cronologico di pubblicazione: Groto-PassarelliFaustini). MERCURIO in forma d’Isse Ninfa. sconcertata dagli incontri col suo doppio Mercurio. 7. pp. | NEL TEATRO | De l’Illusts. | Dedicato.. ISSE Ninfa. arricchisce il corteggiamento di Giove nei confronti di Calisto di un doppio tentativo di inganno da parte del dio. esiliato sulla terra e privato dei suoi attributi divini a causa dei disastri combinati da Fetonte. e Rev.. Mercurio-Selvaggia e Apollo-Isse). AMORE.

BALLARIN. DIANA innamorata d’Endimione. pp. ELISA damigella di Calisto. P. DIANA in varii intermedii fra gl’atti. GIBBONS. Fabbri. Bramante Editrice. p. l’inganno de l’adultero celeste. 89-92. Milano. CALISTO figliuola di Licaone. Nell’omonima tela di Sisto Rosa Badalocchi (Parma 1585 – Bologna 1647) l’episodio effigiato è invece quello in cui Diana scopre incinta Calisto. CALISTO. L. PUPPI. 1968. MERCURIO. prima della cacciata della ninfa ingravidata. 76-77. 1-2. SATIRO. Il Dosso e Battista ferraresi. Fabbri. The Golden Century of Venetian Painting. Dosso Dossi: la pittura a Ferrara negli anni del ducato di Alfonso I. Luce per l’Arte. 1965. LUCCO. 1965. Il racconto ovidiano aveva goduto di una nuova fortuna pittorica dopo che Annibale Carracci – o più probabilmente i suoi allievi – aveva scelto di effigiarlo su una delle pareti della Galleria Farnese (1604-6). Cassa di Risparmio di Ferrara. fu recitata la favola in Hadria nel 1561. MARIACHER. 77. Si vedano A. Ferrara Arte. Ferrara. GELOSIA. Palma il Vecchio. SILVANO dio delle selve. Galleria Borghese. Roma. 60-61. EUGENIO sacerdote. Cittadella. LINFEA seguace di Diana. Milano. P. INGANNO. e nel lavacro e nel bosco e nel Cielo. COLIVA. Palma il Vecchio. 1968. Antonio Marcello. 349. ché ’l vago simulacro ti mostra. i dipinti. regione del Peloponneso che fu poscia detta Arcadia da Arcade figliolo di Giove e di Calisto. cioè della Luna. scoprendo al fonte sacro. Cambridge University Press. I maestri del colore. CALVESI. Los Angeles. 116-119. CALISTO. EURILLA vecchia serva di Calisto. ma poi è stata riformata dall’Autore e recitata pur in Hadria del 1582 il 24 di Febraio la festa di San Matthia sotto il Reggimento del Claris. Sig. MELIO Capraio. 1995. HUMFREY. 1965. ENDIMIONE pastore innamorato di Diana. Milano. UN SATIRETTO. DIANA. Recensione a Gibbons 1968. Pittore di corte a Ferrara nel Rinascimento. DELLA PERGOLA. pp. pp. Si rappresenta la favola ne’ contorni di Pelasgia. 1998. 1994. Ferrara. Cambridge. PIGNATTI. GIUNONE. Re di Pelasgia. Coro di menti celesti. vergine di Diana. 203-212. MONTANO ministro. A. Princeton. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini GEMULO pastore. Dosso Dossi. GIUNONE. 1480-1528)25 tra il 1525 e il 1528 dipinse una tela intitolata Diana e Calisto: in essa è raffigurata la dea col suo corteggio al bagno. Dosso Dossi. in “Storia dell’Arte”. Roma. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. pp. dipinge una Storia di Callisto tra il 1529 e il 1530: il dipinto è ora conservato alla Galleria Borghese in Roma. 1979. PANE dio de’ pastori. FLORINDO abitatore di selve d’Arcadia. 64. M. spogliata a forza de la propria veste. La scena è in Parrasia. che nella Galeria (1620) cita una Calisto di Guido Reni: Calisto di Guido Reni Non languir. 26 A. M. gennaio-giugno 1969. Princeton University Press. ROSALBA. Il soggetto della Calisto ebbe una discreta fortuna anche nell’arte figurativa: Palma il Vecchio (ca. Verginella. 168-174. 20 25 . Los Angeles County Museum of Art. MERCURIO. 247. Palma il Vecchio. FEBO in forma di pastore. BALLARIN. assistito dal fratello Battista. Dosso Dossi. 132. p. Dosso and Battista Dossi: Court Painters at Ferrara. p. 252. T.26 Di una pittura su soggetto analogo ci è testimone anche Giovan Battista Marino.NICOLA BADOLATO. GIACINTA e MIRTILLA Ninfe. pp. P. MEZZETTI. Coro di Ninfe. G. LE FURIE. RYLANDS. La Galleria Borghese. F. 1992. che si chiamò poi Arcadia. A. Bertoncello Artigrafiche. 1994-95. Coro di Ninfe arciere di Diana. APOLLO e MUSE.

Mustellaria (Nicolò d’Aristotile Zoppino. COLLENUCCIO. Sul teatro plautino si vedano almeno G. del quale G. 28 27 21 . FRAENKEL. La fortuna del teatro plautino nel Cinque-Seicento è testimoniata da numerose traduzioni.. Un’ottima traduzione del testo si legge ora in T. Comedia [. tutte pubblicate a Venezia: Asinaria (Pentio 1528 e Nicolò d’Aristotile Zoppino 1530).] tradotta dal latino al volgare. protettore dei ladri e dei mercanti è presente anche nel trattato di Vincenzo Cartari. Pieri. Non v’è menzione di Mercurio né in Apollodoro né in Igino. 1530. Nicolò d’Aristotile detto Zoppino. 1755. In Vinegia. M. che all’epoca erano accessibili ai non grecisti solo attraverso i repertorii mitografici – come colui che salva il figlio Arcade (capostipite della popolazione dell’Arcadia) da Calisto morente o morta e lo dà a Maia per allevarlo. 24. che ‘parola’ significa. 1530. Il dio agisce invece solo a partire da Luigi Groto come assistente di Giove nell’ordire l’inganno ai danni della ninfa. Ciò lascerebbe supporre che proprio della pastorale del Cieco d’Adria o del dramma in musica di Passarelli sia quantomeno giunta notizia a Faustini. e Ninfa ed Orsa e Stella. naufragi nella commedia plautina. PETRONE. il quale parimente non solo Giove ma di altri dèi ancora fu nuncio e messaggero secondo le favole [. Elementi plautini in Plauto. Imagini. Drammaturgia accresciuta e continuata fino all’anno MDCCLV. La Galeria. 1979.. RAFFELLI. per Niccolò d’Aristotile detto Zoppino. 87 con riferimento all’Amphitriona. Menechmi (Pentio 1528). si è visto. in Venezia. a cura di R. it. ad esempio scolii. Anfitrione. trad. C. Pasquali. p.. R. Maschere. avendolo per lo dio non solamente de i nunci ma che al guadagno ancora fosse sopra. 1991. Bettini. Il Penolo (Bidoni e Pasini 1526).27 Mercurio coadiutore di Giove è naturalmente in diverse avventure della tradizione classica.. MARINO. Venezia. 1530). et nuovamente stampata. dell’amore tra Diana ed il pastore Endimione. 29 V. Oniga. commedia di Plauto tradotta dal latino al volgare (in terzine).28 L’immagine di Mercurio messaggero divino. Marsilio. 277. CARTARI. cit. Verso un’antropologia dell’intreccio e altri studi plautini. Adriatica. QUESTA. il quale avrebbe poi fatto propri alcuni spunti dei suoi predecessori per comporre un libretto decisamente più snello.. essa si rifà solo genericamente al mito. Firenze. Venezia. noto nel CinqueSeicento anche attraverso la traduzione del pesarese Pandolfo Collenuccio. dove i due fanno coppia fissa. p. orditore di inganni. 1992. Palumbo. scrive a Ferrara e per un teatro di Ferrara. Anfitrione. Urbino. ALLACCI. Posta su un piano secondario dell’azione. che cita Plauto a conferma di ciò: Avevano i favolosi dèi de gli antichi così partiti gli offici fra loro. ancora mitologica. L’uno era Mercurio nuncio di Giove e l’altra Iride che serviva a Giunone [. 1960..] Ma lasciando queste sposizioni per ora. E.NICOLA BADOLATO. veggiamo come la vana credenza de gli antichi lo fece. e con luce immortal sempre più bella. secondo che egli di se medesimo dice appresso di Plauto: Hanno a me gli altri di concessa e data la cura de i messaggi e del guadagno. Teatro antico e inganno: finzioni plautine. 1983. La fonte ovidiana risulterebbe dunque ‘mediata’ da due suoi impieghi successivi. PLAUTO.30 Non compare in nessuna delle due ipotetiche fonti di Giovanni Faustini (Groto e Passarelli) la vicenda. Bari. Nella storia di Calisto Mercurio entra solo al termine – e solo in versioni trasmesse da fonti rare. di M. Cassina (Zoppino 1530). Quattroventi. prologhi. per Pandolfo Colonnutio. M. 30 P. La Nuova Italia. Padova.] e per le cose più piacevoli [Giove] mandava Mercurio. Il riferimento plautino è all’Amphitruo. entrambi di area estense..29 E proprio con Plauto per la prima volta Mercurio appare sulle scene come orditore di inganni al fianco di Giove. 1984. a cura di M. et con ogni diligentia corretta. Palermo. Luigi Groto scrive da Adria per le scene ferraresi: nella lettera prefatoria alla princeps il poeta dedica La Calisto al duca Alfonso d’Este. Luigi Groto lascia pensare che tale immagine del messaggero degli dèi sia giunta ai lettori dei secoli XVI e XVII attraverso l’Amphitruo. riportato in L. BETTINI. p. 11-12. Almerico Passarelli. che a duo solamente fu dato carico di portare le divine imbasciate. introd. Liviana. B. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini con forma umana e con ferino velo.

I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini esistono peraltro versioni differenti. e perché dormiva il dì e vegghiava la notte fu detto che la Luna pigliava piacere di lui. che da’ sommi innargentati seggi il tuo Vago vagheggi. Hic. Mythologia. ut scripsit Nicander in secundo Europae. per poterlo visitare e baciare ogni notte senza ch’egli lo sapesse.32 O forse bisogna rivolgersi ancora una volta alla Galeria: in due occasioni il Marino cita dipinti che raffigurano il pastore Endimione nelle sue due attività principali.] Cicero tamen Libro primo tuscolanorum disputationum perpetuo dormientem Endymionem in Latmo Cariae Monte a Luna adamatum dicit sola oscula Lunae accepisse. rielaborando il mito secondo le esigenze del dramma in cui vuole inserirlo. Un’altra tradizione immagina che Endimione stesso avesse chiesto a Giove l’eterno sonno per rimanere eternamente giovane e non cessar di piacere a Selene/Diana.» Segue una lunga disputa sul sonno di Endimione. ut scribit Pausanias in Prioribus Elicis. X Endimione è sconvolto dall’indifferenza di Giove nelle vesti di Diana). op. cum tamen alii tre tantum filios inquiant. 50-54). figlio o nipote di Zeus. 174-175. 32 V. ex qua filias quinquaginta suscepisse fabulantur. e verso il chiuso suo con pigra sferza il bifolco l’armento invola ai lupi: sol tutto solo in fra solinghe rupi in Lathmo (o Cinthia) Endimion si posa. nella Caria... 109.] Fama est hunc in Latmo Cariae monte in antro quodam vesari solitum.. Tu.] Et tutte sono favole. et cum Endymione congredi. cit. a Luna fuit amatus. 305. N.31 Endimione... cit. Ecco allora che l’amore tra la dea e il pastore interagisce. CONTE. 12. un scherza. che sarebbe in contrasto con altre fonti che vogliono il giovane pastore attento nelle speculazioni notturne. ubi civitas erat Heraclea. ma che hanno però qualche sentimento di verità. CONTE. scendi. CARTARI. p. un dorme. con la vicenda principale. p... Paeonem. 136 e ss. Imagini. Dicunt Lunam in illud antrum venire solitam. Forse la conoscenza del mito da parte di Faustini può essere ricondotta ancora a Cartari. op. la sua bellezza sedusse Diana che da allora ritornò ogni notte presso di lui. fu condannato al sonno eterno e all’eterna giovinezza per aver tentato di sedurre Era. Sol de la greggia insieme e del Pastore vigila in guardia Amore: d’un fanciullo un fanciullo. Il riferimento ad Alessandro di Afrodisia (Probl. incrementando il gioco degli equivoci (in II. 31 Così Natale Conte: «Endymion autem fuit Aetheij filius et Calices. vel Chromia. Et Alessandro Afrodiseo dice ne’ suoi Problemi che Endimione fu uomo molto studioso delle cose del cielo e che cercò con diligenza grande d’intendere il corso della Luna e le cagioni de i diversi aspetti che ella ci mostra. cit. vel Hyperippe illum suscepisse [. Epeum ac Aetolu. Mythologia. Ma. seppur marginalmente.. mentre dormiva sul monte Latmo. ovvero il sonno impostogli da Giove e l’osservazione della luna: Endimione che dorme di Lodovico Civoli Sorge la notte ombrosa. come riferisce Pausania. che fai? deh scendi.. perché Plinio scrive che Endimione fu il primo che intendesse la natura della Luna e che perciò fu finto che fossero innamorati insieme.NICOLA BADOLATO. 135) rimanda a Poliziano e Giraldi (De deis gent. altro vi fu che basci fra loro. pp. Faustini in realtà sembra non accettare in pieno nessuna delle varianti sopra citate: piuttosto lavora per sintesi. Secondo un’altra versione del mito fu Selene (facies notturna di Diana) ad addormentare Endimione. in N. perché dicono alcuni che ei ne ebbe cinquanta figliuole [. Leandri [. 22 . pp. Per Cartari la Luna è personificazione notturna di Diana: su questa identificazione si veda anche il capitolo Dianam et Lunam eamdem esse putat Cicero. quod ita attigit Ovidius in Epist. filiam Eurydicem ex Asterodia. che cita per sommi capi la figura di Endimione nel capitolo delle sue Imagini dedicato a Diana: Questo dice perché le favole finsero che la Luna [Diana] s’innamorasse di Endimione pastore e l’addormentasse sopra certo monte solo per basciarlo a suo piacere.

dato che l’intreccio di base del dramma per musica prevede di solito una doppia coppia di amanti.34 In ogni caso la presenza di Endimione nel dramma potrebbe svolgere la funzione di una tacita condanna della severità di Diana: votata alla castità. cit. a’ tuoi raggi di gelo nel petto amante a nutrir fiamme imparo.NICOLA BADOLATO. p. rifiutò ’l vero. E con selvaggio e rustico sorriso l’ombra additando del macchiato argento. 16 G. 16.. Quando CARLO il ritrasse. B. cit. Là gl’atlantici monti traboccando le rote Febo del carro ardente omai tramonti. che lavora continuamente per sintesi di elementi eterogenei purché utili alla costruzione del dramma (e in effetti. p. Astro mio vago e caro. MARINO. Endimione-Diana potrebbero svolgere il ruolo della seconda). a ben guardare. la dea predicava bene ma razzolava male. Baciatrice baciata. Lucidissima face. Qual sopor repentino a dolce oblio m’invita su quest’erta romita? Sonno. O forse occorre semplicemente arrendersi al fatto di un Faustini “creativo” o “contaminatore”. ed abbracciò l’imago. notava sol fra cento raggi e cento le stampe de’ suoi baci entro il bel viso. la dea per cui arde d’amore (II. La Galeria. 700724). La Galeria. di Tessaglia le note non sturbino i tuoi giri e la tua pace. B. Il mio lume nascente illuminando il cielo più bello a me si mostri e risplendente. almeno nel sogno. cortese sonno. lungo l’armento stavasi Endimion col guardo intento il suo notturno Sol mirando fiso. MARINO. vv. Subito dopo la contemplazione dell’astro notturno il pastore si affida al sonno sperando di ravvisare.33 Endimione che risguarda la Luna di Carlo Viniziano Sotto il freddo seren su l’erba assiso presso il fidato Can. deh fa’ tu che dormendo amorosi fantasmi mi felicitin l’anima svegliata. s’a le lusinghe tue pronto mi rendo. 33 34 G.. e del suo Vago correndo Cinthia al dilettoso errore. I. Il madrigale e il sonetto mariniani rimandano assai verosimilmente alla prima scena del second’atto di Faustini: sulla cima del monte Liceo Endimione sta scrutando la luna alta nel cielo ed immagina di scorgervi il viso dell’amata Diana. E la scorgea per mezo il folto orrore rotar il carro lampeggiante e vago rossa di scorno e pallida d’amore. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini e la cura ne prendi: ché ’ntanto là nel Ciel per l’ombra oscura prenderà del tuo carro Amor la cura. 23 .

«Rassegna europea di letteratura italiana». p. stilistico. nel 1647 presso il Tomasini. 1997. 9-34 e ID. 36 G. che non potete ora mai di quiete trovar fra tante doglie. F. «Aprosiana». Bibliografia delle opere a stampa di Giambattista Marino. pp. 24 . 8. ad accordare ad Aurora il suo supporto.. Ora. nel 1664. Rimanendo dentro l’ipotesi che il librettista avesse sottomano la Galeria. sembra possibile ravvisare almeno un altro nesso Giovanni Faustini–Giambattista Marino nel libretto del Titone (1645). 1620) seguirono numerose altre edizioni. fino al primo Ottocento. 71-89. p. quello del Titone introduce il lettore-spettatore all’argomento del dramma: sin dal principio siamo informati dell’amore di Aurora per il ritroso Titone. Marino: 1 (esordio) e 624 (epilogo). I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini mandami in sen la diva mia crudele e stringendo i tuoi lacci in dolci inganni fa’ che morto in tal guisa io viva gl’anni. Quest’ultimo. X. e taci? Non può forse chi pote al fratel de la Morte dar la vita. ‹Si addormenta. op. op. nel prologo. religiosi e biografici che contiene ben si presta ad essere considerata come fonte accessoria per un librettista come Faustini. miseri amanti. cit. cit. nel 1674 presso il Pezzana (cfr. mitologici.NICOLA BADOLATO. Firenze.37 35 Giambattista Marino muore il 25 marzo 1625. 21. come la consorte. accessorio. o voi. non comparirà più nel corso dell’opera. 2000.. pp. perché ritieni a la favella il freno. MARINO. La Galeria. Ciotti. io non mi meraviglio: del Silenzio sei figlio. 2002. MARINO. B. B. linguistico e metrico per la poesia epigrammatica ecfrastica in lingua volgare. timido amante. un modello tematico. 60-69).. 37 G.› Alla princeps della Galeria mariniana (Venezia. 1667 e 1675 presso il Brigonci. il ‘quadretto’ iniziale di Pasitea e Morfeo si lascia ipoteticamente agganciare a due componimenti della Galeria: Il Sonno in grembo a Pasithea d’Hippolito Andreasi Or che piegate l’ali il dolce Oblio de’ mali in braccio accoglie de le tre Grazie l’una che tutte in sé le grazie insieme aduna. che nel bel seno di Pasithea ti giaci. Maggiori ragguagli in C. CARUSO. B. senza nesso alcuno con la vicenda del Titone. per il cui felice coronamento la dea si rivolge alla divina coppia Pasitea e Morfeo (il Sonno per Faustini). GIAMBONINI. ma la sua Galeria è ristampata nel 1626. La Galeria. 22. Considerato dunque autonomamente. ma farà in tempo. nel 1653 presso il Baba. s’avete di posar desire nol venite a rapire?36 Il Sonno in grembo a Pasithea d’Hippolito Andreasi Sonno. segno che per Faustini l’episodio ha un significato puramente ornamentale. ma per il suo carattere enciclopedico e per la gran quantità dei soggetti artistici. nessuna fonte antica lega il ratto di Titone ad un qualsiasi intervento di Pasitea o del consorte Morfeo. a la lingua spedita articolar le note? Ah se non parli. anche postume:35 l’opera costituì certamente. Saggio di commento alla “Galeria” di G. pp. Olschki. perché. Lasciata da parte la funzione puramente decorativa o encomiastica di altri prologhi faustiniani. Retrospettiva mariniana. 1630 e 1635 ancora presso il Ciotti.

Dei dieci qui trattati sei sono i libretti in cui Faustini rende edotto il lettore degli antecedenti alla sua fabula: l’Ormindo (1644) reca un Argomento dell’azioni alla favola precedenti. cit. Onde venne che le favole lo finsero marito di Flora. La citazione continua di toponimi. delusi dagl’albor novelli. cit. B. op. la salutan gl’augelli.40 anche il Cartari dà di questi rapide notizie. MARINO. Pur l’essere insassita col mio Vecchio importuno almen mi giova. 233.38 L’Aurora di Michelangelo Buonarroti Scarpel non fu. op. MARINO. Il Cartari ben conosceva la storia di Flora e Zefiro essendo stato. qualor m’appressa.39 Tra gli interlocutori del Titone figurano anche Zefiro e Flora. La Galeria. CARTARI. la Rosinda (1651) e l’Eritrea (1652) una Delucidazione della favola. cit. nomi propri di personaggi e situazioni belliche testimoniati dalle fonti antiche lascerebbe ancora una volta ipotizzare una più o meno G. Imagini. p. Opere di Publio Ovidio Nasone. Clori o Cloride per i Greci. cit. o Ponente secondo i moderni. il cui lieve spirare si sente con una aura temprata e soave dall’Occidente. UTET. il quale perciò di primavera veste la terra di verdi erbe e fa fiorire i verdeggianti prati.. nota 44): I Fasti di Ovidio tratti alla lingua volgare per Vincenzo Cartari regiano. anche la loro unione è frutto di un rapimento. V. p. vie più fredda di lui. La Galeria.41 Nesso che invece è architettato da Faustini. l’Oristeo. p. la Doriclea (1645) un Argomento.. il traduttore dei Fasti ovidiani (v. Ma canto d’altri augei non le conviene che de’ Cigni di Pindo e d’Hippocrene. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini Anche Aurora e Titone hanno trovato posto nella Galeria. Stok. La fabula è narrata da Ovidio (Fasti. che fa trasportare dalle Aure il giovane pastore proprio nei giardini di Flora. 39 38 25 . 22).). B. la imagine della quale fu di bella ninfa [. ed è ampiamente testimoniata tanto dalle fonti antiche quanto dalla mitografia rinascimentale. dato che provoca soventi fughe di Aurora dal talamo. 41 «Il quarto [dei venti]. 1551. che m’ha di marmo espressa. pp.] Zefiro e Clori sono ricordati peraltro anche nella Galeria mariniana (Zefiro e Clori del cavalier Giovanni Baglioni. quella in cui per un intervento imperfetto di Aurora Giove rende Titone immortale ma non eternamente giovane. p. che già dicemmo adorata da gli antichi come dea de i fiori. veggendomi non più di bei colori ma di bianchi pallori Alba vestita. avvenimento che susciterà ben presto le gelosie del di lei consorte Zefiro. G. op. op. in Venetia. questa volta però ai danni della donna.. a cura di F. 1999.. 38. ma come altre fonti antiche i dipinti parafrasati da Marino ricordano la fase successiva al rapimento. V. appresso Francesco Marcolini. 288. in dubbio s’io son dessa. Due i componimenti su questo soggetto: Aurora che fugge da Titone del Cavalier Giovanni Baglioni Dal freddo sen del suo canuto amante spunta sì bella fuora per la purpurea porta di Levante del mio BAGLION l’Aurora. pochi anni prima della stesura delle Imagini. 361-363. La ricerca dei modelli letterari degli altri libretti di Giovanni Faustini prende avvio dalla lettura delle amplissime Delucidazioni premesse ad alcuni drammi. IV. l’Euripo (1645).. 40 Flora per i Romani. vol. perché mi trova. [cfr. Fasti e frammenti.NICOLA BADOLATO.]». senza però postulare alcun legame con la fabula di Titone rapito da Aurora. Torino. fu rapita da Zefiro e da costui elevata al rango di dea ‘primaverile’ in un giardino eternamente fiorito.. è Zefiro. ma stupor di me stessa. che già. 195 sg.

non conosce per padre l’Oceano. 818-819. cangiato l’antico nome in Mengrellia. Dissertationes Bernenses. Bari. 1576. Porro. Laterza. identificabile con l’Artabano III in conflitto con Tigrane d’Armenia (della dinastia regnante dal 159 a. Leoniceno (Venezia 1526) e due traduzioni in edizione veneziana di Tacito Le historie augustali di Tacito novellamente fatte italiane. Mengrellia. sembrano tuttavia voler sintetizzare luoghi generici ricorrenti nelle sillogi e nei prontuari.2 e Storie V. 5. LVIII. 1544. Artabanos III und seine Erben.NICOLA BADOLATO. 2.45 che peraltro dovette risultare utilissima anche per i numerosi excursus storici.2).46 Simile è l’impostazione editoriale e contenutistica delle Isole più famose del mondo di Tommaso Porcacchi. 1563. 48 G. superati i gioghi di Pindo. la Propontide e giunto nell’Eusino approdò a Colco. fatto Colco isola. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana. nuovamente tradotti in lingua toscana da G. FAUSTINI.. 297. Tacito de’ fatti e guerre de’ Romani etc. 8. 1606. 1587) o i due libri Delle cose notabili della città di Venezia (ancora Venezia. Bern.43 Di questi conflitti antichi parlano dettagliatamente Dione Cassio (Storia romana. passò in Tessaglia e sù per le rive del Sperchio arrivò a Tebe: di là imbarcatosi solcò l’Egeo. ed insieme quello di Terra Santa da Gioseppe Rosaccio con brevità descritto [. ser. a prima vista puramente inventate. Indi inoltratosi nell’Iberia passò fra gl’Albani e di là per l’Ircania al Mar Caspio ad Ircano.C. Vaugris.. Galignani e G.C. Guerra. lo scopo è forse quello di indicare attraverso di essi ambientazioni sceniche e sostrati pseudo-storici credibili e funzionali alle esigenze drammatiche delle pièces. Storia greca. Oristeo. 46 Viaggio da Venetia a Costantinopoli per mare e per terra.. dove raddoppiò i stupori per l’imperizia di quei medesimi che. Così ad esempio le vicende della Doriclea (1645). 45 Si veda la nota 2. fasc. KAHRSTEDT. come trasformare una regione in isola o far di un lago un mare.47 Che Faustini dovesse conoscere bene la trattatistica geografica antica e coeva lo si può evincere ad esempio da quanto precisato nella Delucidatione dell’Oristeo (1651): Così. N. dove stupì della inerudizione di quei geografi che fecero isola quella regione. l’Ellesponto. circondato da’ suoi vastissimi giri è a sembianza di un lago e tributato da propri fiumi. Appresso Giacomo Franco. essendo ella.44 La conoscenza di luoghi anche remoti è suffragata dalle ambientazioni citate nelle fonti tanto classiche quanto coeve: per la topografia del mondo antico non va sottovalutata la traduzione latina della Periegesi di Pausania (Romolo Amaseo 1551). A. XI. guadate l’acque del soggetto Acheronte.C. Delucidatione della Favola. 43 D.42 Simili riferimenti. in part. MUSTI. La competenza del nostro librettista in materia geografica deriverà forse dalla consultazione dell’abbondante letteratura di viaggio: Colco. S. 27. pp. antropologici e mitologici. 1950. Gli annali di Corn. corredate di brevi nozioni storico-descrittive.48 Faustini si stupisce dell’«inerudizione» e dell’«imperizia» di quei «geografi» che commettono errori grossolani. 8.). Francke. ora detto con nome barbaro di Bacù. richiamano reali fatti storici: agiscono nel dramma personae attestate come il Re Artabano della dinastia degli Arsacidi regnanti sulla Partia dal 128 al 23 a. 44 Sia Dione Cassio sia Tacito erano diffusi in traduzioni italiane nel Cinque-Seicento: la traduzione di Dione Cassio ad opera di M. notissimo continente. Venezia.] in Venetia. 26 42 . 1. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini approfondita lettura delle stesse o quantomeno un’altrettanto rapida consultazione di scrupolosissime compilazioni erudite che ne riportassero qualche notizia. Venezia.1-3. non avendo commercio con altro mare. il Mar di Bacù sono Soprattutto negli ampi e dettagliati resoconti di numerose battaglie e conflitti tra popolazioni antiche sembra di poter ravvisare l’eco di testi come la Dichiaratione di tutte le istorie che si contengono nei quadri posti novamente nelle Sale dello Scrutinio e del Gran Consiglio del Palazzo Ducale della Serenissima Repubblica di Vinegia (Venezia. 1587) del fiorentino Girolamo Bardi. Felice Valgrisio.3) e Tacito (Annali. Dati. tanto frequenti quanto allusivi ed enigmatici. 1989. U. ma anche altri trattati coevi come ad esempio il Viaggio da Venetia a Costantinopoli di Giuseppe Rosaccio.2 e 26. al 2 d. in cui sono riportate numerose carte geografiche dei luoghi principali del mediterraneo. LIX. posero le navi tessale a varcar quell’onde e fecero che di là si potesse navigare in Grecia. Felice Valgrisio. qui a p. 47 Venezia. corsivi miei. avendo udito da nativi nocchieri che quel mare.

sotto il sereno.NICOLA BADOLATO. Avevano già finito di pranzare. mezzo selvatico. per elemosinare. quasi in guisa d’intermedi. 1967. STEGAGNO PICCHIO. lo espone nel Convito Platone. Mi dichiaro per i semplici. Marziano. gli dèi si trovavano a banchetto e... Faustini fa riferimento al capitolo XXIII del Convito: Quando nacque Afrodite. trad. Priscianese Fiorentino 1544 e Venezia. davanti agli usci e nelle strade. 50 G. c’era anche Poro. si trova in questa condizione: anzitutto è povero e tutt’altro che delicato e bello. s’addormentò. 231-232. mezzo ubriaco com’era.49 Ancora dall’Oristeo si ricavano un paio di riferimenti alle fonti utilizzate da Faustini. violento.52 È plausibile che Faustini abbia letto il dialogo platonico in una traduzione commentata che già dalla metà del Cinquecento circolava in almeno due edizioni.] se ne uscì nel giardino di Giove e. tra gl’altri. amante del bello perché bella è Afrodite. amico del sapere. “Navigationi et viaggi” di Giovanni Battista Ramusio. 1978-88. Per parte del padre. una romana e una veneziana: si tratta del Commento di Marsilio Ficino sopra il Convito di Platone. Torino. di N. anzi è grossolano. In quel mentre Poro. accioché la novità della Genealogia di questo Cieco non gli rendesse confusa l’intelligenza dell’episodio. 297. è fatto per insidiare ciò che è bello e buono. tutta la vita dedito a filosofare. per il fatto che Amore è figlio di Poro e Penia. vagabondo. Amore e il suo sèguito si rifugeranno presso un altro signore. 478-516. qui a p. Il convito. invece. sempre afflitta dalle sue angustie. I materiali sono organizzati secondo un criterio di riferimento geografico. Soltanto dopo le lunghe insistenze delle Grazie il dio si risolverà. Milanesi. 50 Quanto a Platone. cioè del Consiglio e della Povertà. in Letteratura italiana. Giovanni Farri e fratelli 1544. Le opere. Guglielminetti. FAUSTINI. a servirla in povertà. in virtù delle umili origini del dio. D’altro canto. e se ne rimase sull’uscio. e così gli si stese al fianco e restò incinta di Amore. audace.. a sciogliere le fila della vicenda amorosa d’Oristeo. Milano. necessitano dell’intervento di Amore che. essendo di natura virile. ricco di espedienti. a cura di M. ma anche in questo caso la fonte originale sarà stata filtrata dalla tradizione rinascimentale. UTET. quando giunse Penia. esperto di veleni. non vuole più obbedire ad altri comandi che a quelli di Pluto. II.51 il figlio di Metide. un plot secondario che inscena la ribellione di Amore e degli Amorini del suo corteggio alla ‘tirannia’ di una Venere che li obbliga. perché ha la natura della madre. Critone. 51 Dio dell’abbondanza e personificazione della prudenza. Alla vicenda principale del dramma si intreccia. 6 voll. Allora Penia. sofista. Roma. pp. con l’aggiunta di altre relazioni di viaggio. pp. come i più se lo figurano. abilissimo imbroglione. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini descritti in maniera corretta già nell’amplissima e notissima miscellanea di Giovambattista Ramusio Navigazioni e viaggi. e che Pluto sia il datore delle ricchezze lo narra in Timone Luciano. nello stesso tempo. L’opera originariamente fu pubblicata in tre volumi tra il 1550 e il 1559 nelle edizioni Aldine. gonfio di nettare. Il riferimento a Pluto è ricondotto da Faustini al Timone di Luciano di Samosata. in Apologia di Socrate. gran cacciatore. Per questo Amore è compagno e ministro di Afrodite: perché fu concepito nel giorno della sua nascita ed è. Einaudi. et esso Convito tradotti in lingua toscana per Hercole Barbarosa da Terni. Oristeo. I volumi raccolti furono ristampati più volte fino al 1613. sempre pronto a tramare inganni. Sulla letteratura di viaggio nel Seicento si veda l’antologia Viaggiatori del Seicento. 52 PLATONE. 27 49 . intestarditosi. 1993. Il convito. F. sempre scalzo. come ultimo dono a Venere. ben più ricco e generoso: il dio Pluto. dato che sontuoso era stato il banchetto. Torino. Dedica. Dal Cinquecento al Seicento. Sennonché le Grazie e la Bellezza. L’opera si legge ora nell’edizione curata da M. pensò se non le fosse possibile avere un figlio da Poro. Fedone. Su Ramusio si veda L. [. per favorire la sorte del loro protetto Oristeo – e qui i due fili si intersecano –. dorme sempre per terra allo scoperto. Garzanti. Faustini attinge i quadri mitologici da due fonti principali: Che Amore sia figlio di Poro e di Penia.

87-91.. fu però diverso da lui. chi sei tu che di servi civili.. Gabriel Giolito de’ Ferrari. percioché dicesi che nel dare le ricchezze a’ malvagi egli è presto e veloce. ma anco zoppo e che vadi con lettica talora. ma che quando le porta a’ buoni va a passi tardi e lenti. perché lo chiamarono Pluto. Pentesilea e le Amazzoni sono citate anche nell’Eneide virgiliana (I. come a punto son io. Le prime notizie sul popolo delle Amazzoni si hanno nelle Historiae di Erodoto di Alicarnasso (Libro IV. noto tra Cinque e Seicento nella traduzione di Matteo Maria Boiardo: Herodoto Alicarnaseo historico Delle guerre de greci et de persi. alato nel rapirle. che è proprio anco della Fortuna. 4).. L’Iliade d’Homero tradotta in lingua italiana. Padova. 55 V.NICOLA BADOLATO. questa volta quella dell’Euripo (1649). presso Gratioso Perchacino. op.]. riserbando i parti del loro sesso alla vita ed all’armi». in Venegia.55 Paragrafo che Faustini sembra condensare nei pochi versi dell’autopresentazione del dio: AMORE PLUTO Deh dimmi. le facete espistole di Luciano philosopho di greco in volgare nuovamente tradotte et historiate) e pubblicata per la prima volta a Venezia da Nicolò di Aristotele detto Zoppino. 57 L’espressione è tratta ancora dalla Delucidazione dell’Euripo: «Noti sono gli amazonichi riti: per propagare la loro generazione si mescolavano quelle femine co’ vicini popoli e. Bindoni 1536 e 1543. CARTARI. La vicenda che Faustini ci introduce in questo libretto ha la pretesa di riallacciarsi nientemeno che alla guerra di Troia: in aiuto di Priamo – leggiamo nell’Iliade – accorrono le Amazzoni guidate dalla loro regina Pentesilea e le armate di Licia guidate da Sarpedonte e Glauco (Faustini avrà letto il poema omerico nella traduzione di Pado la Badessa da Messina. 54 53 28 . Imagini. 91. Zoppo ne l’apportarle.53 Non è citato direttamente da Faustini invece il Pluto di Aristofane. ricca di dotti riferimenti all’antichità: Benché ne avessero un altro ancora i Greci de i dei delle ricchezze.54 Sempre nelle Imagini del Cartari si legge un’ampia pagina dedicata proprio a Pluto. 20. la cui traduzione fu pubblicata a Venezia nel 1545 da Bartolomeo e Pietro Rostini. cit. FAUSTINI. Luciano parimente lo fa non solo cieco. 2). in Vinegia. Lelio Bariletto 1565 e Gabriel Giolito de Ferrari 1575. Plutarco (Lyc. 110-115). il quale bene ebbe quasi un medesimo nome con questo [Plutone]. barbare. Apresso Vicenzo Vaugris. Gli amori improvvisi tra Glauco e Pentesilea daranno i natali ad Euripo. 16. le vere narrationi. 1645. 969-974). Tradutte di Greco in lingua comune d’Italia. Oristeo. cieco nel dispensarle. assistiamo ad un altro saggio di contaminatio da parte del librettista. XIII. noto nel Rinascimento per via della traduzione di Tommaso Porcacchi: Giustino historico nelle historie di Trogo Pompeo tradotte per Thomaso Porcacchi. a ’l segno d’Erasmo. 257. 56 G. Venezia. I. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini L’opera di Luciano era stata tradotta nel 1525 da Nicolò da Lonigo (I dilettevoli dialogi. Il Pluto è la prima delle Comedie del facetissimo Aristofane. sugl’occhi delle parturienti le destinate a quell’ufficio ferino sbranavano i pargoletti innocenti. nutri vaghezze? Il dio delle ricchezze. 10. pp.56 AMORE PLUTO Sempre partendo da una Delucidatione. Il passo del trattato prosegue nella descrizione di Pluto con altri riferimenti a Pausania (Perieg. 33). quello a Luciano al Timone. Il riferimento ad Aristofane va al Pluto. Pluto tu sei? Son Pluto. 1564). Qui a p. 9. perché Aristofane lo descrive uomo cieco e dice che Giove gli cavò gli occhi [. Stobeo (Flor. 252 sg. Giovann’Antonio di Nicolini di Sabbio. almeno di imagine. e talora che sia tutto spedito e veloce nel caminare. tradotto di greco in lingua italiana per il conte Mattheo Maria Boiardo. alla nascita presentato dalla madre col nome di Argea affinché non fosse soppresso in ossequio agli «amazonichi riti». tutte veneziane: ancora Zoppino 1529. 569-576. 1561. 1533 (successivamente in altre tre edizioni veneziane: Bernardino Bindoni 1539. per Bartolomio e Pietro Rostini de Prat’Alboino.57 Da questo primo travestimento Almeno tre le edizioni successive.) Altri ragguagli sulle origini delle donne guerriere in Pompeo Trogo. Esiodo (Theog. 5. 491-492 e XI 655-662).

diss. L’identità di quest’ultima è confermata dalle fonti antiche: è quella regina delle Amazzoni che corre tra le schiere troiane allo scoppio della guerra d’Ilio e che poi sarà uccisa presso le rive del fiume Xanto da Achille. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini scatta la molla del dramma intero. nessuna fonte ci conferma la loro unione. padre di Bellerofonte che combatté a Troia a fianco di Priamo per essere ucciso da Aiace Telamonio. 6) il figlio di Ippoloco. Ma anche la Camilla virgiliana (Eneide VII 803 ss. Seguì però il cambiamento. come mostravano l’armi cambiate. e credendo. Nel contesto più specifico del teatro musicale si veda W. Femmine guerriere: amazzoni. Venere mosse le Amazzoni. chiamò al soccorso o vero alla vendetta. a ispirare i librettisti furono in primis le vicende di Rinaldo e 29 58 . per il mito classico ne è il figlio). 47-55. Accertata l’identità dei due amanti. RAJNA. e riconosciuto l’errore. Nel Seicento peraltro circolava un’ulteriore variante del mito di Pentesilea. ed in ogni modo Pentesilea vinse ed uccise Asbite. 3) un semidio amato da Circe e trasformato da questa in mostro marino.. pp. con copia di riferimenti alla tradizione storiografica delle Amazzoni ma anche ad eroine storicamente attestate come Giovanna d’Arco. cit. trafisse Pentesilea. codificata nella tragedia intitolata per l’appunto La Pentesilea di Francesco Bracciolini (Firenze. cavalli e cavalieri da Camilla a Clorinda. e tra loro vennero a duello per artifizio d’Ulisse. TASSO. Maria da Pozzuoli. Heroism and Allure: Women in the Opera of Seventeenth-Century Venice. 5): Ucciso che fu Ettore per mano d’Achille. Ancora una volta siamo costretti a riconoscere la prassi combinatoria e sincretistica di Faustini. ed egli di lei. credendo di trafiger Asbite. 1996. 1614). Brandis University.NICOLA BADOLATO. regina loro. PhD. sopra).58 La prima agisce entro una cornice pseudo-storica ricostruita ad hoc da Faustini partendo da fonti storiografiche sicure (v. 5) un figlio di Sisifo ucciso dai propri cavalli infuriati dopo aver bevuto ad una fonte stregata in Beozia. 59 Quella della “donna guerriera” è un’immagine assai viva e presente nella tradizione del poema epico cavalleresco. Corcira). 4) un figlio di Minosse guarito da Asclepio. «Intersezioni: rivista di storia delle idee». HELLER. Firenze. 60 La fonte letteraria principale è ovviamente T.60 Dal Tasso potrebbe derivare anche il Uno sguardo rapido a simili figure letterarie in P. Di Glauco invece il mito ci consegna almeno sei identità differenti: 1) un pescatore Beota trasformato in dio marino. Il Glauco di Faustini ci sembra assimilabile a quest’ultima versione (Bellerofonte a parte: quello che per il librettista è un avo di Glauco. Forse dalla tradizione storiografica delle Amazzoni o più probabilmente da quella del poema epico-cavalleresco derivano le figure di Doriclea e Rosinda. 1975. Gerusalemme liberata. Ma soffermiamoci al momento sulla premessa: l’unione tra Glauco e Pentesilea. la seconda in un mondo più o meno inventato dentro poche generiche coordinate geografiche (Corinto. entrambe saranno coinvolte negli immancabili equivoci originati dall’abito virile. la cui immagine era all’epoca diffusissima tanto nella letteratura quanto nell’arte figurativa. e pur del medesimo Achille s’innamorò Asbite amazzone.59 Il modello a prima vista più vicino ai connotati delle due eroine faustiniane sembrerebbe la Clorinda dalla Gerusalemme liberata del Tasso. 1995. Trascrivo di seguito l’Argomento della Tragedia (op. e le guidò Pentesilea.. Ma si cambiarono l’armi. ed Asbite che fu affrontata da lei negò di combattere mentre ella teneva quel vantaggio dell’armi. Corse Achille. II. II. p. Bona Lombarda. Creta. perché quelle di Pentesilea erano fatate. Giunti. XI 432-898) presenta gli stessi connotati. pp. Sansoni. Chastity. DI SACCO. Intanto nel tempo di tregua ella s’innamorò d’Achille. Al fine del duello sopragiunse la nutrice di Pentesilea. L’impatto del poema tassesco sul teatro musicale fu peraltro notevole. e tra la Regina e lei nacque vicendevole gelosia. 275-289. 2) il costruttore della nave Argo nonché timoniere degli Argonauti. né di conseguenza la nascita di un figlio (il nostro Euripo). Entrambe imbracciano le armi e assumono una nuova identità (mascolina) per seguire le imprese dei propri innamorati. per disperazione volle uccider sé medesimo. ed anch’esso ingannato dall’armi. 38-55. da lui amata. che vennero al soccorso di Troia. Le fonti dell’“Orlando furioso”. Ne dà un dettagliato resoconto P. che Pentesilea fussi uccisa.

di esseri mostruosi. ove volendo sintetizzare la dedica al lettore nella Rosinda si afferma: «è un puro romanzo. FAUSTINI. 59. A.61 arricchita di ben venti incisioni di Giacomo Franco e Agostino Carracci su disegni di Bernardo Castelli.64 Nel dramma di Faustini troviamo poi una forte componente ‘magica’: Nerea e Meandro sono due maghi e.. Nel corso dei poemi ricorrono con notevole frequenza descrizioni di giardini incantati. da cui i titolo della pastorale. oltre ad essere in grado di risolvere situazioni altrimenti disperate o di complicarne altre troppo banali. fu la Gierusalemme liberata di Torquato Tasso con le figure di Bernardo Castello e le annotationi di Scipio Gentili e di Giulio Gustavini. Amore e Ninfe di Rinuccini (Firenze 1619). 61 Genova.62 Che cosa intende precisare Faustini indicandoci questa duplice derivazione? Alessandra Chiarelli e Angelo Pompilio prendono la parola «fonti» nell’accezione letteraria. L’Erminia sul Giordano di Rospigliosi (Roma 1633) – e Clorinda: La Clorinda. Girolamo Bartoli. nella Rosinda. Bologna. di creature dotate di poteri magici: la prova che l’eroico guerriero deve sostenere di fronte all’imponderabile. ci sono maghi e maghe nell’opera eroica Rosalba incantatrice. Ora. POMPILIO. BALSANO. Olschki. p. 64 Così la voce Rosinda del dizionario I nomi di persona in Italia. Cenni di poetica nei libretti veneziani (circa 1640-1740). A. pp. qui a p. CHIARELLI. Figure per le quali del resto esiste anche una copiosissima tradizione iconografica. avventurosa. Bologna. Le sue peripezie e le sue azioni lontane dal naturale e del verisimile sono figlie di due verghe e di due fonti. «Or vaghi or fieri». condite assai di frequente di elementi legati alla sfera del ‘meraviglioso’. Tragicomedia pastorale del sig.NICOLA BADOLATO. Il magico poi. al pari di Armida). 1613. a partire dalle raffigurazioni contenute nelle edizioni della stessa Gerusalemme. anno di pubblicazione. colui che si muove per andare in guerra’. Il Tasso e l’opera nel Seicento: una «Gerusalemme ‘interrompue’» nella “Comica del canto” di RospigliosiAbbatini. al sovrannaturale ostile. BRUMANA. La musica. che racconta di amori dapprima non corrisposti e poi ricomposti tra figli maghi di maghi nemici. 2) che ne dichiari assai ambiguamente la derivazione da «due verghe» e da «due fonti». e dunque leggono la dichiarazione di Faustini come un accenno a modelli non palesati. CLUEB.» G. 363. 30 . in particolare l’appendice II del contributo di B. molta fortuna ebbero anche Erminia – L’Erminia di Mannarino (Venezia 1610). alcuni di questi si leggono nel Teatro delle favole rappresentative di Flaminio Scala: nell’Arbore incantato c’è un mago (Sabino) che esercita le sue arti magiche per mezzo di pozioni miracolose («l’acqua dell’oblio») e tramite i frutti di un melo stregato. 87. amorosa. come l’Armida del Tasso. 63 Cfr. Vengono alla mente a questo proposito anche alcuni canovacci a sfondo magico-romanzesco in circolazione nell’ambiente del teatro all’improvviso. di apparizioni sovrannaturali. TH. Ma nella premessa allo spettatore della Rosinda (1651) due dati catturano l’attenzione: 1) che l’autore definisca l’opera un «puro romanzo». Spettatore. quasi che l’autore volesse ‘stuzzicare’ i suoi lettori a scoprire donde fosse tratta la sua invenzione. La Rosinda. L’Armida di Ferrari (Venezia 1639). Maggiori ragguagli in M. 1101. WALKER. 1590. 62 «La Rosinda è un puro romanzo. p. Bartolomeo Cocchi. che però puntualmente rifiutano. 2004. 1988. gloria’ e ‘guerriero. Dizionario storico ed etimologico. In primo luogo: l’etimologia del nome ‘Rosinda’ – come del resto le vicende di cui è protagonista nel dramma – avvicina il personaggio all’immaginario epico-cavalleresco: il nome ha origini germaniche ed è un composto legato alle radici di ‘fama. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini modello per la maga Nerea (abbandonata dall’innamorato. Firenze. Silvestro Branchi bolognese il costante Academico Ravvivato. è uno dei loci obbligati nel genere cavalleresco. (a cura di). 2 voll. le vicende di base di ogni romanzo epico-cavalleresco sono di natura prevalentemente guerresca. L’Amore trionfante dello Sdegno (Ferrara 1641-2). i musicisti. Il Rinaldo innamorato di Caccini (Firenze 1623). Una delle più diffuse a partire dal 1590. 2005. Torino. Tasso. in cui peripezie e azioni lontane dal naturale e dal verisimile derivano da due fonti diverse (non citate)». A. le loro avances. malgrado tutto. sfruttano i propri poteri per sedurre i loro innamorati. UTET. è un elemento narrativo indispensabile per dilettare e Armida: Armida. 85.63 Ma credo che tale motivazione sia frutto di una lettura superficiale. 137-164.

sulla linea Boiardo-AriostoTasso. Notizie in W. Firenze. del boivre amoreux è poi fra i più celebri temi romanzeschi: «ci dà la passione irresistibile. sfuggito all’incantesimo. sunt qui non corpora tantum | verum animos etiam valeant mutare liquores». op. IV. agli interpreti e ai versi cantati.. III. 69 A. 21. Tolto direttamente dalla tradizione cavalleresca. scena XIII). 92. XV. L’esemplare qui utilizzato è custodito presso la Biblioteca Universitaria di Bologna (coll.. XVII. 54. 4359. 147/7). 1993. Si tratta comunque di 65 È del resto lo stesso Tasso a definire “romanzi” l’Innamorato. 31-38) Angelica si disseta alla fonte dell’amore e si accende per Ranaldo. 66 Tutto il poema del Boiardo è disseminato di riferimenti alle due magiche fonti. minuziose descrizioni delle scene e dei costumi impiegati per lo spettacolo. Dopo una serie di peripezie. KIRKENDALE. per Pietro Cecconcelli. 22. Olschki. III. XV. Metamorfosi. e il lieto fine sarà compiuto. 1. Nel poema (I. SALVADORI. OVIDIO. qui a p. 25. direi quasi condensato: dopo aver bevuto ad una fonte «che con occulta qualità smorzava le fiamme attuali d’amore e n’accendeva di nove»67 Rosinda e Clitofonte dimenticano la fede data rispettivamente a Tisandro e Nerea e s’innamorano l’un dell’altra. vedremo ripristinate le coppie iniziali. il tema del doppio innamoramento è leggermente variato. A. Ranaldo. IX. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini stupire il lettore. festa d’arme e di ballo fatta in Firenze da dodici Signori Accademici Rugginosi [. contro la quale non può nulla la volontà. Definendo la Rosinda un «puro romanzo» ci sembra dunque che Faustini rivendichi immediatamente una più o meno diretta filiazione del suo dramma dal genere epico-cavalleresco. 61.66 In Faustini. 5.NICOLA BADOLATO. le «due fonti» di Faustini sembrano rimandare all’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (o all’Ariosto che lo imita). ma quest’ultima ha bevuto a quella dell’odio. 611-613. Arrivati nella foresta delle Ardenne Ranaldo beve alla fonte dell’amore.»68 E l’argomento ha radici molto antiche. 10 ss. p. se si vuole. RAJNA. Angelica convince allora il mago Malagigi a rapire Ranaldo sulla via di Parigi e a trasportarlo su un’isola incantata.]. e non senza l’intervento di Meandro che somministrerà ai due un’altra acqua prodigiosa dall’effetto opposto alla prima (nel terz’atto del dramma. chiaramente deducibili già dalla Delucidazione d’apertura. a sua volta incalzata da Orlando. Le fonti d’Ardenna. Orlando accorre in aiuto della fanciulla e uccide il feroce pretendente. il tema delle fontane incantate era stato trattato da Andrea Salvadori nel 1623 in una “festa d’armi e di ballo” intitolata Le fonti d’Ardenna e realizzata a Firenze dagli Accademici Rugginosi su musiche di Marco da Gagliano. in Firenze.69 Dall’argomento della festa fiorentina si ricavano per la verità poche coincidenze con la Rosinda (Merlino e Melissa sono avvicinabili a Meandro e Nerea. il quale ha bevuto alla fonte del disamore. inseguito da Angelica. 2. Si vedano i Discorsi dell’arte poetica. non possono nulla gl’impedimenti di qualsivoglia natura. Tutti questi elementi sono parte integrante della nostra Rosinda. Intanto Agramante sta assediando Parigi. il re tartaro Agricane. cit. e si ritorna così al punto di partenza. Accademici Rugginosi il Carnevale dell’anno 1623 in essa contenuta è firmata dal “Rugginoso percosso” Simoncarlo Rondinelli e riporta. 67 Delucidazione. Subito Ranaldo parte per la Francia. si mette alla ricerca di Orlando per convincerlo a ritornare con lui in Francia. I.. 31 . The Court Musicians in Florence during the Principate of the Medici. 68 Così P. che risalgono addirittura alle Metamorfosi ovidiane («Quodque magis mirum. pp. Tab. cessando d’amare la principessa che poco prima adorava. oltre ai personaggi. L. 317-8).65 In secondo luogo: se le si prende alla lettera. a partire dal Libro II. 26. della Fons Cupidinis. la Descrizione della festa d’arme e di ballo fatta il Firenze da SS. dove due fontane (dell’amore e del disamore) provocano un innamoramento “incrociato” per molti versi accostabile a quello della Rosinda. poi ritorna nel Cataio dove è assediata da un altro innamorato respinto. a posteriori ribaltato. 363. XX. le due fonti di Merlino alle due acque magiche di Meandro). 44. II. ripristinando i suoi sentimenti iniziali per Angelica. Quello della fonte miracolosa. il Furioso e implicitamente la sua Gerusalemme liberata. Le fonti dell’“Orlando furioso”. 1623.

72 Trascrivo dalla Descrizione delle Fonti d’Ardenna (cfr. 71 «[Nerea] adopiata la verga e mormorati i carmi infruttuosamente [. nota 70) modernizzando la grafia e normalizzando la punteggiatura. E ancora: «Può esser dunque una medesima azione e meravigliosa e verisimile: meravigliosa riguardandola in se stessa e circonscritta dentro a i termini naturali. la quale è una virtù soprannaturale. dovendo l’epico cercare in ogni parte il verisimile (presuppongo questo come principio notissimo). strumento proprio di chi è dotato di poteri straordinari. un’affermazione dunque che scaturisce dal di dentro del dramma stesso. non sia stata scritta e passata alla memoria de’ posteri con l’aiuto d’alcuna istoria. non è verisimile ch’una azione illustre quali sono quelle del poema eroico.NICOLA BADOLATO. I primi. Ma molto meglio è. sperando. nella sua cagione. potente e avezza ad operar simili meraviglie. Discorsi dell’arte poetica. le quali con autorità di bellezza e con gentil maniera di ballo. attirandola nel suo palazzo e cercando di ripristinare in lei l’amore per Tisandro (è la «seconda verga» in II. I. sconsigliata. o si finge. non foss’altro per la presenza di quelle due fonti cui quest’ultimo accenna: La Selva Ardenna con le due fonti di Merlino. essendo gli argomenti di natura diversa legati alla capacità inventiva del poeta. ossia ai due effettivi tentativi magici di Nerea? Pare dunque di poter dire che le poche righe prefatorie di Faustini non siano altro che la giustificazione di una materia così lontana «dal naturale e del verisimile». I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le fonti di Faustini un antecedente interessante. sforzino qualunque passeggiero a ber (suo malgrado) nella fontana dell’odio. Brandimante e Mandricardo felicemente dalle lor donne aggraditi.71 Oltre ad indicare un attributo regale. s’armino a distruzione dell’infelice fonte e de’ suoi sdegnati protettori. Ibidem. il termine ‘verga’ assume qui l’altra sua connotazione di ‘bacchetta magica’. che argomento può ancora comodamente chiamarsi. e allora par che il poeta abbia parte non solo nella scelta ma nell’invenzione ancora.» Cfr. e non da oscuri ed ipotetici antecedenti letterari. p. TASSO.» T. si noterà che una verga «adopiata» è fornita nella Delucidazione della Rosinda come utensile magico di Nerea. 4. Che dunque le «due verghe» di cui parla Faustini facciano semplicemente riferimento all’intreccio. e che Melissa (persuasa da Merlino) conduca nel fervore della battaglia sei bellissime donzelle toscane. Delucidazione. poi tenta senza frutto le sue arti su Rosinda. 32 70 . con la tutela di Cupido e delle Grazie. VIII). Nel dramma Nerea incanta dapprima Clitofonte. inducano lo stesso Sdegno a disperatamente precipitar il suo idolo e sommergersi nel suo medesimo fonte. 363. 7 [corsivi miei]. 1-9) e alla sua prodigiosa verga “raddoppiata”. che per l’appunto definisce così tutto ciò che deriva da fonti attestate. o si toglie dall’istorie. aborrendo sì barbara violenza. a mio giudicio. storiche.. il quale per opera di detto Merlino vien nell’istesso tempo col fumo e col fuoco delle sue acque violentemente dalla terra inghiottito. ammorzando il rancore degli irati cavalieri. 72 «La materia. ed i secondi.70 A proposito delle «due verghe»: a parte un implicito riferimento biblico a Mosè (Esodo.. 4. verisimile considerandola divisa da questi termini. tentando invano di recuperarne l’amore (è la «prima verga». [corsivo mio]. Rodomonte ed Alceste male avventurati in amore e Ruggiero. incitati dallo Sdegno e dalle Furie. TASSO. perché. Forse con l’aggettivo sostantivato ‘verisimile’ il librettista raccoglie l’eredità di Torquato Tasso. che dall’istoria si prenda. di cui si parla nell’antefatto). fingendo che sopraggiuntivi da Campi Elisi Orlando.» T. I. di ritrovare in quella dieta consiglio e rimedio all’acerbità de’ suoi casi.] convoca orrendo concilio di maghe amiche su la solitudine d’un scoglio a Corcira vicino.

DI BENEDETTO. VI. come Giovanni Faustini (che pure era stato avvocato prima di dedicarsi toto corde all’attività di drammaturgo). L’approdo del teatro per musica a Venezia e il suo inserimento nel sistema delle sale aperte al pubblico con ingresso a pagamento addusse modifiche sostanziali a questa nuova forma d’intrattenimento.3 Le soluzioni dovevano essere tanto rapide quanto A questo proposito cfr. Bissari e poi Minato. PIPERNO. qui a p. in «Early Music History». in Il sistema produttivo e le sue competenze. Dolfino e Vendramin). almeno in linea di principio. in C. B. 221-252) e F. non cessando mai dalle sue instigazioni mi necessita alle assidue fabriche di varie tessiture». Mecenatismo e committenza musicale in Italia tra Quattrocento e Settecento. Badoer. Bologna. WEINBERG.L. DIFFLEY. almeno L. La produzione quasi seriale dei drammi musicali dovette certo implicare tecniche di scrittura assai consolidate. 1984. Oxford University Press. pp. New York. BIANCONI.2 La natura stessa dell’organizzazione impresariale del teatro musicale mal si conciliava col concetto di un’attività poetica intesa come otium: nella stesura del dramma il librettista doveva infatti fare i conti con le esigenze pratiche del palcoscenico. ciò sollecitava i letterati a prestazioni poetiche frequenti e concorrenziali. History of Literary Criticism in the Italian Renaissance. Questa onorata pazzia. la primaria ragion d’essere. dell’impresario. P. Come ogni altro dramma. che però risultano sostanzialmente prive di robuste teorizzazioni poetiche (ciò in netto contrasto col coevo e antecedente dramma parlato. 1997. Poetiche e polemiche. che cominciò quasi ad assalirmi uscito da’ vincoli delle fascie. Inventing the Business of Opera. 1961. B. in L. Torino. per tentare s’ella potesse inalzarmi sopra l’ordinario ed il commune degl’ingegni stupidi e plebei. riproposta ancora in pieno Seicento nel Dialogo sopra la poesia drammatica (1638) del poeta e librettista Ottaviano Castelli. 319-326). University of Chicago Press. di regola. quest’ultimo è autore nel 1642 di una traduzione del trattato aristotelico (vedi R. tanto nel discorso verbale quanto nello svolgimento spettacolare. Storia dell’opera italiana. 1-76. accanto a questi comparvero però anche letterati di professione. Strozzi. Illustrissimo Signor mio. sottoponendoli spesso a ritmi produttivi assai sostenuti. a cura di. ANNIBALDI. L’Oristeo. (a cura di). GLIXON. diversamente dai suoi colleghi ‘dilettanti’ quest’ultimo mostrerà in più occasioni di scrivere per ottenere il successo e primeggiare tra gli altri. lo arricchisce. Il “Dialogo sopra la poesia drammatica” di Ottaviano Castelli. a cura di Lorenzo Bianconi e Giorgio Pestelli). Torino. e J. anche il dramma per musica avanza pretese di coerenza sul piano narrativo. WALKER. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura 1c. EDT. Chicago. All’Illustrissimo signor Alvise Duodo. XXXVIII. in «Studi secenteschi». 3 ss. di cui finì per diventare il fulcro. La regolarità della vita teatrale veneziana esigeva annualmente nuovi testi da mettere in musica. 1986 pp. non sopravvivevano per più di un ciclo di recite. 297 3 Le teorizzazioni in materia teatrale sin dal primo Cinquecento danno origine ad una lunga tradizione criticoletteraria sull’interpretazione della Poetica di Aristotele. BONORA.1 Da subito si dedicarono al teatro musicale con amplissima libertà d’azione alcuni esponenti dei rami cadetti delle principali famiglie aristocratiche veneziane (Busenello. DI CEGLIE. G. 1993. The Impresario and His World in Seventeenth-Century Opera Venice. 2006. pp. TH. 2 «Io non son di quelli. Bisaccioni. A Venezia lo spettacolo musicale si inseriva istituzionalmente negli annuali festeggiamenti per il carnevale. Il sistema produttivo. oltre ad accettare le tacite convenzioni di una produzione destinata principalmente allo svago e dunque sottoposta ad un rapido consumo. che poteva vantare una lunga tradizione teorica). Torino. pp. Critica e letteratura nel Cinquecento. 209-296 (parzialmente tradotto in Forme di produzione del teatro d’opera italiano nel Seicento. pp. IV. I meccanismi di gestione impresariale contribuiscono alla nascita del concetto di ‘stagione’: i prodotti presentati annualmente nei teatri erano soggetti a rapidissimo logoramento e. E. 1964.NICOLA BADOLATO. 1987 (Storia dell’opera italiana. Giappicchelli. PESTELLI. Si veda B. BIANCONI. Production. Consumption and political Function of Seventeenth-Century Opera. lo potenzia senza esserne però. FAUSTINI. Il Mulino. La musica e il mondo. EDT. La musica lo adorna. G. del compositore. Le tecniche di scrittura Il dramma per musica del Seicento è innanzitutto un dramma tout court. Un quadro complessivo sulle influenze delle teorizzazioni di poetica nell’ambito del teatro musicale si legge in R. fino al 1780. le confesso la mia ambizione. Paolo Beni’s Commentary on the 33 1 . II. dei cantanti. che scrivono per dilettare il proprio capriccio: affatico la penna.

XIX. Della poesia rappresentativa et del modo di rappresentare le favole sceniche. Teoria e tecnica. Stamperia imperiale. Teatro e spettacolo nel Seicento. a cura di F. Firenze.6 Accanto a queste tendenze a Venezia comparvero intrecci più attorcigliati e complessi. 1598. DORIGO. MURARO. MAROTTI. 1962. Antico e nuovo. 275. 1981. B. Panini.NICOLA BADOLATO. Bari. ed. M. F. Ovid Renewed. 1990.7 “Poetics” and its Relationship to the Commentaries of Robortelli. 1956. T. Maggi. Firenze. Milano. Milano. Della poesia rappresentativa e del modo di rappresentare le favole sceniche. in Lyra barberina. ma anche i testi di Apollonio Rodio e Valerio Flacco sono i serbatoi più fecondi cui attingere per la costruzione delle trame operistiche. Guerrieri Crocetti. 1974. 1998.. 35-89. PINELLI.5 Il mondo fantastico dei personaggi mitici veniva poi sovente incrociato con quello tragicomico. A. Drammaturgia. L. 1598. pp. in «Studi secenteschi». Favole mitologiche ad ambientazione boschereccia come La Dafne (1598) e L’Euridice (1600) di Ottavio Rinuccini o Il rapimento di Cefalo di Gabriello Chiabrera (1600) avevano aperto il ricchissimo capitolo della pastorale in musica. Roma. Ferrara. pp. L. CURNIS. GIRALDI CINZIO. LOMBARDI. COMES. ZORZI. FABBRI. A. Lo spettacolo dall’Umanesimo al Manierismo. MURARO. Gori. Ricciardi. Discorso over lettera intorno al comporre delle commedie e delle tragedie. rococò: concetti e termini. Ulteriori ragguagli nel capitolo dedicato alle fonti di Faustini. Feltrinelli. Le nozze degli dèi. T.» A. DE SOMMI. sieno con i cori. (a cura di). Il Polifilo. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura efficaci. Milano. dilettano a maraviglia altrui. Tomo II. MAROTTI.. Bulzoni. Tra le fonti coeve per i librettisti veneziani del Seicento figurava molto probabilmente la corposa silloge di N. 1973. Sansoni. in Manierismo. in Scritti critici. DONI. Poliziano and the «lieto fine». A. XII/1. 1763. barocco. In particolare per l’area veneta cfr. The Birth of Opera: Ovid. 1974. L. L. STERNFELD. Sansoni. XXV. Teoria e tecnica. W. Un saggio sul grande spettacolo italiano nel Seicento. Roma-Caltanissetta. 34 . Si vedano inoltre V. Olschki. Marotti. CARANDINI. F. Sciascia. Vettori and Castelvetro. (a cura di). Firenze. 48-50. poetica. L’influenza della letteratura latina da Ovidio ad Apuleio nell’età del manierismo e del barocco. che co ’l verso soave e colla sentenza delicata sono gratissime agli orecchi ed all’intelletto [. nella Galatea di Chiabrera e nella Morte d’Orfeo di Landi. vicini alle strutture narrative più consolidate come la commedia (nelle sue varie sottospecie: pastorale ridicolosa improvvisata). 271-308 e in M. pp. Accademia Nazionale dei Lincei. S. «Vantaggioso patto toccar con gl’occhi e rimirar col tatto».. rivolgendosi al vastissimo corpus delle favole mitiche e delle invenzioni pastorali: le Metamorfosi di Ovidio e Apuleio. 1983. Mythologiae sive Explicationis fabularum libri decem.. B. FASSÒ (a cura di). B. pp. 53-99. Marzorati. Aristotele. sieno senza. W. Firenze. De’ trattati di musica. G. Illusione e spettacolo nelle Metamorfosi di Ovidio. Narciso e Pigmalione. Cambridge. Il Corago o vero alcune osservazioni per metter bene in scena le composizioni drammatiche. «Analecta musicologica». Apollonio Rodio e Valerio Flacco sono citati come fonte principale del Giasone di Cicognini-Cavalli in M. Baldini.. in F. 1973. nell’Aurora ingannata di Campeggi. Orazio e Vitruvio sono presenti nell’anonimo Corago (P. a cura di A. POMPILIO. Cicognini. Quattro dialoghi in materia di rappresentazioni sceniche. Trattato della musica scenica. moderna in F. 1968. p. Lo spazio dello spettacolo dal teatro umanistico al teatro dell’opera. ROSATI. Modena. Studi sul teatro veneto fra Rinascimento ed età barocca. 2004. I teatri. Si tratta di fabulae a sfondo eminentemente mitologico che sceneggiano linearmente le situazioni in cui si scandivano quelle storie. genere che aveva incontrato larghissimi favori sulla scena aristocratica italiana. (a cura di). Storia documentaria del teatro italiano. Vittorio Baldini. MOLINARI. E. Ferrara. assumendone anche la dolcezza dello stile e le attitudini meliche culminanti nelle effusioni lamentose. 1965. MARTINDALE. 1968. 1550. 1978. abbiano o non abbiano intermedi. 1989. 6 Si vedano ad esempio i ‘lamenti’ nella Favola d’Orfeo di Striggio. Cambridge University Press. Teatro del Seicento. dunque basarsi su modelli più o meno standardizzati per la costruzione della fabula e del plot. A. Ossature più o meno fisse che pure prevedessero un certo numero di varianti. Ovidian Influences on Literature and Art from the Middle Ages to the Twentieth Century. Firenze. I soggetti portati in scena nel primo Seicento e le loro ambientazioni manifestano un rapporto strettissimo in primis con la tragicommedia pastorale. Olschki. Per i trattati: G. 7 Sulle varie tipologie di spettacolo teatrale maggiormente in voga nel Seicento e sull’evoluzione dei generi classici si vedano C. Laterza. PARATORE. 4 «Restano adunque le pastorali. Roma. 1567 e Padova 1637. in «Musica e storia». 1984. poi in ID. C. M. 5 Sull’influenza delle Metamorfosi ovidiane nel teatro in generale e nell’opera barocca in particolare si vedano: E. INGEGNERI. MAGGI. le quali con apparato rustico e di verdura e con abiti più leggiadri che sontuosi riescono alla vista vaghissime. a cura di C. Venezia. INGEGNERI. Feltrinelli. Vanno citate anche le riflessioni di G. Milano.4 Da qui partiranno i poeti dediti al teatro musicale del primo Seicento. Milano-Napoli. Lo spettacolo dall’Umanesimo al Manierismo.] e che in somma come mezzane fra l’una e l’altra sorte di poema. In Aristotelis librum de poetica communes explanationes. ZORZI. 1983. retorica nel “Giasone” di G. DOGLIO.

pp. A. Dell’arte rappresentativa premeditata ed all’improvviso. Atti dell’Incontro di studio di Lecce (29 novembre 1995). O. Congedo Editore. Il rapporto tra l’opera veneziana e la commedia dell’arte è stato oggetto di numerosi studi tra i quali ricordiamo: C. pp. in «Nuova rivista musicale italiana». XI. varie G. lettere falsamente rivelatrici. La Biennale di Venezia.NICOLA BADOLATO. CAPUCCI. 2 (1984). 35 . 1971. Maschera e musica. Antenore. La commedia dell’arte o il teatro dei commedianti italiani nei secc. Il romanzo del Seicento. 129-139. dall’inno omerico ad Afrodite) arricchendoli di continue citazioni letterarie e filosofiche condite di scene mitologiche accessorie. M. 443-498. F. Enciclopedia della musica. La novella barocca. 1976. Roma. questi ultimi saranno effetti e cause di circostanze avventurose ancora più immaginose o meravigliose. UTET. Il Seicento. 205-274 e XII. pp. in «Studi secenteschi». A. Sul romanzo secentesco. Einaudi. Il Seicento ‘en enfer’.. derivano più probabilmente dall’abilissimo mascheramento di soggetti analoghi precedenti. che paiono perlopiù creati dal nulla. Olschki. canti nel sonno. XV.8 In essi sembra di poter riconoscere alcuni stilemi narrativi tipici delle forme letterarie e teatrali più in voga nella prima metà del Seicento. 2004. in ID. La narrativa libertina del 600 italiano. La Nuova Italia. FANTUZZI. Bologna. Gli intrecci. la cui sproporzionata lunghezza rispetto alle dimensioni dell’azione scenica vera e propria consentirà grandi improvvisazioni narrative ai comici via via che i fatti drammatici si sveleranno. 1978. 177-194. Zanichelli. Bulzoni. (a cura di). I teatri pubblici di Venezia. 1967. 1987. PIRROTTA. M. XVII si vedano L. VV. V. coppie intrecciate. I. BEER. RIZZO. 1970. pp. XVII e XVIII. Galatina. Storia e testo. editoria teatrale nel Seicento. Venezia (1630-1661). SPERA. pp. I. Cento novelle amorose dei signori Accademici Incogniti divise in tre parti. ROSAND. R.. PORCELLI. 8 Per maggiori ragguagli si veda il capitolo sulle fonti di Faustini. G. Venezia. Firenze. N. pp. Firenze. 1987. M. (a cura di). 1975. Milano. ID. 1969. Guerrigli. 1643-1651. K. Commedia dell’arte e opera. La commedia dell’arte. B. 1987. pp. Storia della musica europea. Edizioni il Polifilo. dalle Metamorfosi ovidiane. BRANCA. dilettanti. Gli scenari Correr. 185 e 253-254. Faustini a prima vista inventa scenari non derivati dalla tradizione cólta (uniche chiare eccezioni La Calisto. RIZZO. Liguori. Venezia. D. 1961. Torino. Milano. La commedia dell’arte a Venezia. IV. Marsilio. ACCADEMIA DEGLI INCOGNITI. Padova. PERRUCCI. Roma. Torino. Sansoni. 1988. OSTHOFF. in «Rivista di Letteratura italiana». 9 Sul romanzo e sulla novella del sec. Gli esordi del teatro pubblico a Venezia: dal teatro di corte al teatro d’opera a pagamento. Romanzi di cavalleria. Le novelle degli Incogniti: un esempio di «dispositio» barocca. pp. ormai convenzionalmente riconosciute sui palcoscenici veneziani. Commedia ridicolosa.. PANDOLFI. a cura di A. Meccanismi narrativi del romanzo barocco. 1982. (a cura di). Firenze. L’accademia degli Incogniti di Giovan Francesco Loredan.. La rielaborazione teatrale di romanzi nel Seicento: considerazioni e prime indagini. Così avviene anche nell’opera di Faustini: il lavoro del poeta sembra vòlto soprattutto alla ricerca di giustificazioni fabulatorie per le cosiddette ‘scene tipiche’. Colpi di scena. MARITI. Un importante serbatoio di scenari per la commedia dell’arte si legge in F. «Industria» e «arte giocosa» della civiltà barocca. Catalogo della mostra. 6 voll. W. in AA. MARCHI. 1981. 351-367. Marsilio. 1971. Fra queste vanno annoverate sicuramente la narrativa (il romanzo e la novellistica. a cura di F. TESSARI. M. G. Napoli. Novelle italiane. Olschki. liete agnizioni finali costituiscono i contenuti ri-combinati in modi sempre diversi. In particolare vengono sfruttati e inseriti nella narrazione numerosi personaggi di ascendenza regia. 1891. 29-100. Il teatro delle favole rappresentative. 1985. 16-44. Saggio di bibliografia. Atti dell’Incontro di studio di Lecce (29 novembre 1995). 1962. Garzanti. pp. MIKLASEVSKIJ. e il Titone. Sulla commedia dell’arte in generale si vedano: L. Comici di professione. in V. 1969. La prassi della commistione e del sincretismo è altamente consolidata nell’opera di Faustini. Roma Bulzoni. F. Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del Seicento. 403-414. TAVIANI. Bragaglia. Barocco europeo e barocco veneziano. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura I drammi musicali composti da Giovanni Faustini per Francesco Cavalli sono sottoposti ad una standardizzazione crescente intorno ad alcuni loci letterari divenuti comuni e inseriti in una scrittura poetica duttile e sempre permeabile alle esigenze della varietà musicale. (a cura di). CONRIERI. 9 Nella commedia all’improvviso di norma vengono proposti amplissimi antefatti. N. XXVI.. Venezia. XVI. Sansoni. specie quelli dell’esperienza della veneziana Accademia degli Incogniti) ma allo stesso tempo il teatro di prosa e il canovaccio dei commedianti. MIATO. PRATO. SCALA. 2001. ALBERTAZZI. ALBERTI. Sul romanzo secentesco. 1987. Romanzieri del Seicento. 1998. Firenze. in G. Marotti. GETTO. 1974. Bulzoni. Alcuni fondamenti teorici nel trattato di O. I. 1996. pp. Congedo Editore. MANCINI. Roma. La commedia dell’arte nel Seicento. Galatina. Bulzoni. E. Scelte poetiche di musicisti. 147-170. La fascinazione del teatro. G. in «Studi secenteschi». Il romanzo veneto nell’età barocca. Il Settecento. La commedia dell’arte e la società barocca. Firenze. A.

i doppi tradimenti. combinando relazioni fra Re. concomitanze ed equivoci. principi e principesse che dall’intricata esposizione degli antefatti giungeranno inevitabilmente allo scioglimento e alle agnizioni finali. I prototipi dell’opera impresariale veneziana – così come viene codificata nella feconda collaborazione di Faustini con Cavalli – sono i generi più vitali della prima metà del Seicento: l’opera regia. La necessità di ereditare la sensibilità culturale e i modi ideali della classicità portano al ricorso alla cultura teatrale rinascimentale dotta. la pastorale drammatica. M. Dall’opera regia. MORELLI. Alinea. propri tanto dell’opera regia quanto del romanzo e della novella barocca. i richiami al nucleo narrativo principale della storia e del perché dei fatti. 36 . commedie. della Poesia e della Musica che si autoritraggono o elogiano appaiono in perfetto equilibrio adulatorio con le prestazioni cortigiane della committenza. esse vanno assunte come vere e proprie unità pre-linguistiche. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura peripezie avventurose (rapimenti naufragi magie). Firenze. ovvero un insieme ricco ed eterogeneo di materiali prelavorati. canovacci. potrebbe derivare l’attitudine a giocare sulla capacità di intrecciare rapporti tra figure genericamente buffe. In essa il canto e le situazioni musicali trovano giustificazione narrativa. l’unità di luogo e tempo. scene di follia formalizzata.. tragedie. ovvero dal repertorio specifico della commedia dell’arte italiana. Teatro La Fenice. Faustini ri-organizza i suddetti materiali. mai esplicitamente dichiarati. il rituale umanistico. i drammi per musica imperniano le relazioni tra i personaggi sulla materia amorosa. molto utile per l’approccio metodologico e teorico esplicato). sovrapposizioni drammatiche di fatti diversi. Scompiglio e lamento (simmetrie dell’incostanza e incostanza delle simmetrie): “L’Egisto” di Faustini e Cavalli. la tendenza dell’eloquio a cercare riflessi o rapidi scatti extra argomentativi. Firenze. (a cura di). In generale sulle prassi di riscrittura e rivisitazione di testi e topoi derivanti da tradizioni diverse da quella specifica dell’opera in musica cfr. l’uniformità linguistica degli eloqui ne sono i tratti principali. spesso associate alla buona trattazione del soggetto mitologico: le apparizioni di allegorie dell’Arte. 1996 e ID. il tutto teso allo scioglimento finale di solito attraverso gli espedienti dell’agnizione o del deus ex machina. pre-testuali. ossia all’opera principesca e al rituale umanistico. La tendenza a far avvenire buona parte degli avvenimenti fuori. maggio 1982.NICOLA BADOLATO. Nel solco della commedia. Il modello è naturalmente quello del guariniano Pastor fido. 2000 (con particolare riferimento ai rapporti tra il teatro italiano e quello spagnolo. (a cura di). La pastorale drammatica è caratterizzata da una scena naturale fissa dove avvengono i cambiamenti dei personaggi. Gli ‘eroi’ delle scene veneziane sono impegnati in imprese nient’affatto eroiche. novelle. Le categorie dei personaggi e i nuclei drammatici principali della commedia vengono assimilati dal teatro per musica. pre-spettacolari. La ripetizione e sospensione delle situazioni. deriverebbero le ambientazioni mutanti e i personaggi esotici spesso presenti anche sulle scene musicali veneziane. la figura che emerge agli esordi del teatro musicale veneziano è 10 Una simile impostazione di analisi è derivata dallo studio di Giovanni Morelli sull’Egisto di Faustini e Cavalli (Venezia 1643) che si legge in G. PROFETI. da un’altra parte. Regine. Materiali variazioni invenzioni. gli amori doppi. Tradurre riscrivere mettere in scena.10 La prassi stilistica di scomposizione di materiali appartenenti ad un sistema di testi diversi e materiali noti (appendici di testi storiografici. patetiche. Dalla tragicommedia: evoluzione della pastorale. ingegnose. Alinea. Venezia. Assecondata anche dall’aura libertina della produzione Incognita. gli sdoppiamenti. erudite. le frequenti apparizioni immotivate. la tragicommedia. G. anche qui abbondano le alternanze suggestive di realismo e di aura fiabesca. il sistema del racconto dentro il racconto attraverso il recupero di fatti omessi dal dramma (flashback) derivano da una continua ibridazione di forme spettacolari di ascendenza rinascimentale. sdoppiamenti. romanzi) si concretizza in una continua riscrittura fondata sul gioco della combinazione di codici differenti.

Giasone nell’omonimo dramma di Cicognini (1649). Riducendole all’osso. 12 Una struttura simile si ha anche nella Calisto (1651): la ninfa votata alla castità e devota a Diana viene sedotta da Giove con l’inganno/travestimento. anziani tutori. venivano fatte ruotare macchine drammaturgiche anche di complessa fattura. e si sforzerà di mantenere chiari allo spettatore il filo principale della vicenda e l’identità delle persone in mezzo a tanta sgargiante dispersione di scene e personaggi. quel cor che mai non volle uscir da questo petto per non viver soggetto. Alessandro negli Amori di Alessandro Magno e di Rossane (ancora Cicognini 1651). La struttura più semplice è quella di tipo bipolare. va su tutte le furie e accecato dalla Gelosia condanna Titone alla tortura. che con lo stratagemma del rapimento riuscirà a conquistare l’oggetto del suo desiderio e a convertirlo all’amore. Aurora. consiglieri) le trame di quei soggetti si lasciano agevolmente disporre in sistemi policentrici con più o meno nodi a seconda delle numerose e complesse relazioni imbastite tra i protagonisti. “effemminato”. Chi vuol veder stupori or venga in questo loco: versa lagrime vive il mio bel foco. se ’l chiederai. la fanciulla adirata si ritirerà dalle scene (appena alla terza scena del prim’atto) per lasciare il posto ad Aurora. Il drammaturgo prediligerà i fraintendimenti nati dalla misteriosa o falsa identità (non di rado anche alla classica risorsa della perfetta somiglianza dei due protagonisti) di un personaggio. L’intreccio dovrà sanare questa situazione e ricomporre correttamente le tessere. qual premio mi darai? Il cor. a tanto capriccioso intersecarsi di piani narrativi. basato cioè sull’adolescenziale rifiuto d’amore:12 l’amadriade Calisto ama invano Titone. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura quella dell’eroe innamorato o. quello che desti a Flora? Ti prometto quel core che sdegnò sempre amore. 1071-1086): AURORA (Più mentire io non posso. nutrici. 37 11 .) S’io ti snodo cortese.NICOLA BADOLATO. filosofi. ghermite dalla di lui bellezza. oppure da un oggetto. IV. decidono di trasportare l’ignaro giovane non già nelle dimore della dea bensì nei giardini di Zefiro e Flora. ma che sarà ostacolata da un imprevisto: le tre Aure incaricate di rapire Titone. Aurora lo salverà ottenendo l’amore in cambio della salvezza (III. una frase o un gesto equivocati o ambigui. che ad esempio nel Titone (1645) riprende lo schema tipico delle tragicommedie pastorali. tolte le digressioni create dai personaggi di contorno (servi. tutto preso dalla sua attività di cacciatore. TITONE AURORA TITONE Nerone nell’Incoronazione di Poppea di Busenello (1643). (O tre volte beata s’ei non t’inganna. il suo aiuto a Titone. Achille nella Finta pazza di Strozzi (1641). Coll’uscita di Calisto se ne va anche l’unica possibile antagonista di Aurora. Pericle nel Pericle effemminato di Giacomo Castoreo (1653) ne sono alcuni esempi. Dopo l’ennesimo rifiuto di Titone. Quest’ultima viene còlta dal consorte nell’atto di offrire. Il dramma prende dunque l’avvio da un’iniziale situazione di squilibrio: due coppie di amanti sono state separate da accadimenti che la narrazione ci preciserà nel corso del dramma attraverso il racconto retrospettivo di un personaggio. Il tutto sarà fondato essenzialmente sul gioco continuo degli equivoci. che ha dunque campo libero. secondo la dizione dell’epoca.11 Attorno ad un tal tipo di protagonista ed ai suoi casi sentimentali. con una stretta di mano. Zefiro equivoca.) E qual cor mi prometti.

Nell’Ormindo i personaggi divini si pronunciano appena nel prologo (Armonia) e in I. L’Oristeo si apre col prologo del Genio buono e Genio cattivo d’Ormindo. il lamento. IV-V Amore e Morfeo. il servo che compiange il proprio padrone). Le interferenze con altri possibili partners o addirittura con ulteriori coppie complete subalterne o coprotagoniste consentono a Faustini di sbizzarrirsi nei più vari sviluppi. Il pubblico sarà avvezzato allo standard della scansione in tre atti (1° esordio. Già presente nelle Virtù de’ strali d’Amore questa tendenza si affermerà in seguito a mano a mano che gli intrighi romanzeschi prevarranno. Penia. Nell’Euripo Giove e Bellona «fanno» il prologo. Ira. In simili circostanze la mancata corrispondenza d’affetto può produrre catene amorose innumerevoli: nella Virtù de’ strali d’Amore Erabena ama Meonte che ama la sdegnosa Cleria a sua volta amata da Pallante. Virtù. in parte derivate dalla tradizione del teatro parlato. Virtù) e II. indifferentemente quello maschile o quello femminile. scioglimento finale) e assumerà come familiare una struttura organizzata per gruppi di scene. soprattutto nell’interazione tra la coppia principale con una coppia subordinata. Plutone e Proserpina in I.): ritrosa sulle prime. Bellezza. Amore). 3° epilogo. le Grazie). Fra queste ve n’erano certo alcune cosiddette “obbligate”: la scena d’amore fra personaggi dello stesso rango. introdotte per alleggerire o variare l’azione. Grazie. Attorno ad uno dei due centri. nella cornice decorativa del prologo o dei finali d’atto da dove poco interferivano con gli svolgimenti tutti umani della vicenda posta in scena. l’intervento di quest’ultima poteva anche limitarsi ad arricchire la trama conducendo plots paralleli a quelli più importanti senza intersecarne gli sviluppi o al massimo risultandone qua e là tangenti. X-XII (Venere. in II. dai quali erano stati allontanati a causa di un incontro con una banda di pirati. Mercurio. 2° nodo. Interesse. gli Amorini e la Frode amorosa e in III. XI-XII (Venere. e si arricchisce di una vicenda ‘divina’ accessoria portata avanti in maniera consequenziale tra I. L’idillio tra Lidio e Clori nell’Egisto è turbato dai loro innamorati di un tempo. Ma anche entrambi i poli della relazione d’amore principale possono circondarsi contemporaneamente di pretendenti-satellite. I. Il pubblico italiano del teatro d’opera avrà ben presto assunto dimestichezza con trame molto complesse. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Tiene un comportamento simile a quello di Titone anche la Cleria della Virtù de’ strali d’Amore (I. nell’Eritrea. in parte sorte come risposte a specifiche esigenze del genere operistico. Discordia. II. Nella Rosinda le Furie compaiono nel prologo. Le soluzioni escogitate potevano risultare anche artificiose e sottili. IV (Mercurio). i soliloqui comici. come si constata ad esempio nell’Ormindo. nell’Oristeo. Amorini. II. il formulario di base rimarrà pressoché costante. Ignoranza. Una volta stabilito.13 Nel costruire i loro drammi i librettisti (e conseguentemente i compositori) si servivano dunque di un ampio ventaglio di convenzioni. VI-VII invocati da Nerea. Le aspettative del I personaggi divini sono ancora piuttosto cospicuamente presenti nella Doriclea – Prologo (Ambizione. IV-VI). XII-XV (Amore. Furore. VII. coro di Amorini). VII-XII (Grazie. rispettivamente Climene ed Egisto. Gloria). II.NICOLA BADOLATO. 431 e ss. da questo si scateneranno le immancabili gelosie e competizioni. Pace) – anche se il loro intervento nella vicenda è piuttosto quello di dei ex machina. I-II cantano Amore. 38 13 . XIV-XVIII (Pluto. pur contemplando una serie di possibili deroghe e variazioni. nell’Ormindo l’antagonismo di Ormindo e Amida a motivo di Erisbe da entrambi concupita è complicato dal fatto che quest’ultimo aveva precedentemente intrecciato una relazione con Sicle. tanto più che spesso venivano utilizzate coppie palesemente ausiliarie. può disporsi una costellazione di pretendenti. XXII (Venere. Amorini. diverrà poi l’amante di Pallante (III. complicazione. Di conseguenza le scene che prevedevano l’intervento di personaggi “astratti” e divini erano poste via via ai margini della rappresentazione. Marte) e III. Nell’Eritrea l’unica scena ‘divina’ consiste nell’intervento di Borea e Iride nel prologo. le scene dialogiche tra personaggi di ceti sociali differenti (la nutrice che consiglia la sua pupilla. Ne scaturiscono intrecci cosiddetti ‘a più fili’ e arricchiti di episodi spesso ‘in serie’: quadri o pannelli che si alternano uno dopo l’altro come tasselli di un puzzle costruito via via. XI-XII (Amore e Destino).

IV).15 Qui però l’iscrizione è chiarissima. Il protagonista dell’Oristeo consegna a Diomeda un piccolo ritratto di Corinta che teneva con sé: per non rivelare la sua vera identità – a tutti è infatti noto come il giardiniere Rosmino – inventa che esso era stato preso dal di lei marito Trasimede (I. Alla scoperta dell’iscrizione sopra citata. che ha abbandonato per coltivare il nuovo amore: glielo rivelerà Albinda. 15 Le citazioni sono tratte dalla Delucidatione della favola premessa alla Rosinda (v. la quale altri non è che la tradita Corinta (II. LIDIO. navigante. 363) 16 Rosinda. I. Nell’Egisto (I. I. 39 14 . qui giace. Climene vi vede l’impeto amoroso di Lidio. mentre Egisto interpreta «VIVE. 105) Clori scolpisce sulla corteccia di un albero un messaggio amoroso per il nuovo amante Lidio: «VIVE LIDIO PER TE CLORI DI DELO». In due casi gli equivoci hanno origine dal fraintendimento di un’iscrizione. Ritratti e monili scambiati Monili scambiati e ritratti capitati nelle mani sbagliate attivano macchinazioni assai efficaci perché arricchite da effetti di sorpresa. IV.”16 Però Tisandro non è realmente morto. Rosinda lo tradì. Amor l’estinse. anche se tutti lo credono tale (quando compare allo scudiero Rudione questi lo scambia per un fantasma):17 i suoi propositi suicidi sono infatti stati bloccati dall’intervento magico di Meandro.NICOLA BADOLATO. che invece non ne sa nulla e viene ingiustamente rimproverato dalla dama (II. II. abbandonato dall’amata Rosinda che si è invaghita del guerriero Clitofonte per effetto d’un’acqua portentosa. 157-163. disperato morì. o requie o pace. mantenendo l’ambiguità che origina le due differenti letture. ovvero alla variata ambientazione scenica. III) che è appunto quello di sua moglie. rivale di entrambi perché nuova fiamma di Rosinda e al contempo amato da Nerea. e non si presta all’equivoco della precedente: “Infelice guerriero. ti prego. entrambi finiranno per interpretare e adattare il messaggio ai casi propri: Egisto lo legge come una dichiarazione accorata di Clori. CLORI DI DELO». Fuggi a vele piene da queste infauste e maledette arene. giunti a Delo per ricongiungersi con i due compagni di un tempo (Clori e Lidio per l’appunto). che ha deciso di spingerlo ad eliminare Clitofonte. Iscrizioni fraintese Un equivoco o una serie di equivoci conseguenti turbano l’equilibrio iniziale e costruiscono il dramma. L’autore gioca in questo caso proprio sull’ambiguità della frase: basta spostare una virgola per dare ora a Lidio ora a Clori il ruolo di soggetto della proposizione: Climene legge «VIVE LIDIO PER TE.14 Egisto e Climene. II). V). Qui e nell’edizione del libretto il testo dell’iscrizione è volutamente riportato in maiuscoletto e senza segni d’interpunzione. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura pubblico si estendono anche agli aspetti visivi della performance. li ritroveranno vicendevolmente infatuati. E Trasimede sarà ancor più sbalordito quando potrà ammirare il ritratto incriminato (II. II. 17 Rosinda. non li pregar. PER TE CLORI DI DELO». da equivoci e da incomprensioni. Un espediente simile è sfruttato anche nella Rosinda: Tisandro. decide il suicidio e scolpisce sul tronco d’una quercia la sua «disperazione» e la «cagione della sua morte». p.

loro malgrado. in I. La falsa identità introduceva sulla scena garbugli aggiuntivi. dalla regina Erisbe (I. ma allo stesso tempo rendeva il pubblico complice delle intenzioni del drammaturgo: lo spettatore. per amore di Trasimede. Questo espediente porta i personaggi a dover simulare sentimenti o viceversa a ostentare indifferenza. 4) nell’omonimo dramma Euripo si presenta come l’amazzone Argea. messo a conoscenza di dettagli ignoti agli stessi attanti. credendo di donarlo al marito Olpenore dopo la prima notte di nozze (il particolare si legge nella Delucidazione della favola). XI) Eurinda può invaghirsi del falso Ciro (che in realtà è la stessa Doriclea infiltrata nel campo nemico). Un procedimento analogo avviene anche nell’Euripo. fino all’agnizione. XIII) l’esortazione di Eroneo alla sorella Cirene affinché uccida Olpenore che l’ha sedotta e ingannata lascia sgomenti Nissea – di Olpenore segretamente innamorata – ed Euripo che lo sa innocente. e ricambiati. Per attribuire una falsa identità ai suoi personaggi Faustini ama in genere ricorrere al travestimento che implica anche il mutamento di sesso. i quali sono sì presenti a questo incitamento all’omicidio ma impossibilitati ad intervenire in quanto noti a tutti come Corspera e Argea. molto più anziano di lei – nell’indecisione. in quanto a tutti nota come Ciro). per non scoprirsi. grazie al quale i fili della vicenda possono essere annodati pressoché all’infinito: 1) nella Virtù de’ strali d’Amore Erabena si finge il valletto Eumete per star vicino all’amato Meonte. 7) Eritrea assume l’identità del fratello Periandro per motivi dinastici. In qualità di imposturale maga egizia simulando di leggere la mano al fedifrago Amida e alla sua nuova bella Erisbe. Ormindo e Amida scopriranno che Erisbe – la quale ha per marito Ariadeno. dove la falsa Argea (Euripo) ed il finto Corspera (Nissea) sono oggetto delle attenzioni rispettivamente di Eroneo e Lisira. è costretta ad assecondare l’affetto che Eurinda prova per lei (o meglio. decidono di mostrarne l’effige al compagno: scopriranno. 3) la protagonista della Doriclea catturata dai nemici è fatta passare per Ciro. VI e III. Così ad esempio nella Doriclea (II. III). Il falso Periandro (Eritrea) rimprovera ad Eurimedonte di avere a suo tempo colpevolmente abbandonato la ‘sorella’ (II. di essere entrambi innamorati. Una funzione ugualmente rivelatrice è affidata all’anello che Cirene consegna ad Euripo (nel dramma omonimo). II. stessa sorte sceglie anche Corinta. Così l’intero groviglio degli equivoci è 40 . ha rispetto a questi ultimi un numero maggiore di elementi per comprendere il senso di situazioni particolarmente complesse. e ciò rivelerà l’inganno e il tradimento allo stesso Olpenore. ha accolto le avances di entrambi i pretendenti. obbligandoli a reticenze e censure che trovano sfogo negli a parte. 93-147). mentre all’opposto la regina delle Amazzoni Nissea si cela sotto gli abiti del valletto Corspera. coadiuvato da Mercurio. Travestimenti e cambi di identità Ancor più utilizzato è il procedimento dell’assunzione di una falsa identità. 6) nella Calisto Giove. talora cercando invano di non lasciarsi sfuggire allusioni e mezzi discorsi. V). E Doriclea. ciò gli permette di giocare ulteriormente con le tensioni generate dall’ambiguità erotica. conosciuta come Albinda. per tentare di riallacciare una relazione. Nell’Euripo (II. Sicle nell’Ormindo può rimproverare direttamente all’amato che non la riconosce il suo vergognoso tradimento (II.NICOLA BADOLATO. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Ormindo e Amida (nell’Ormindo) sono legati da fraterna amicizia. che avviene alla tredicesima scena del terz’atto. Mentre elogiano le grazie della propria bella. indossa i panni di Diana per sedurre la figlia di Licaone. Euripo cederà a sua volta l’anello a Corspera (Nissea. Essi conservano gelosamente il ritratto della propria amata. II). lui che era dapprima promesso sposo poi ripudiato dalla stessa Diomeda. 2) nell’Ormindo Sicle viene a cercare l’amato traditore Amida in abito di maga egizia. per vivere nell’ambiente di chi si ama. 5) il re dell’Epiro Oristeo nel dramma che porta lo stesso nome vive come giardiniere nella reggia dell’amata Diomeda. L’assunzione di mentite spoglie ha quasi sempre motivazioni amorose: la necessità di appressarsi all’amato/a per saggiarne la fedeltà. per lui.

almeno nei libretti per Cavalli. p. Nella prefazione al lettore dell’Egisto: «L’ho fabricato con la bilancia in mano ed aggiustato alla debolezza di chi lo deve far comparire sopra la scena. ma in altre ancora che si riserbano gl’anni venturi. Si pensi ad esempio alla prefazione dell’Eupatra. come mi disse lei una volta. perché non hanno giamai inventato. che così ha sempre professato l’autore non solo delle dodici opere sin’ora stampate. 393. sapendo che ben presto saranno in qualche modo sciolti. ma gl’intendenti e studiosi l’ammirano. ci parla della propria attività di drammaturgo. e lo scambio d’abiti e d’identità dà origine a sempre continue complicazioni del plot. Ogni volta che Faustini. e ch’egli è. ad esempio nei Menaechmi di Plauto: lì però i due gemelli sono dello stesso sesso e si scambiano continuamente tra di loro. 1655. FABBRI. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura quanto mai apprezzato dallo spettatore. un filosofare» [corsivi miei]. poveri d’invenzioni o per dir meglio dissipatori dell’altrui. fa sempre riferimento ad un lavoro faticoso e impegnativo. Delucidazione della Favola. cit. S. Lo scambio d’identità o d’abito tra fratelli è già presente anche nel teatro antico. da che. 41 18 . Venezia. in P. Nella dedica della Doriclea a Maurizio Tirelli egli scrive: «Tocca a V. trattano l’arti della maledicenza tentando di deturpare le composizioni degl’ingegni migliori de’ loro. Il secolo cantante. dell’Euripo e dell’Ormindo. soprattutto per quanto riguarda la necessità di soddisfare il pubblico dei teatri (v.18 La sostituzione fa letteralmente uscir pazzo il principe Teramene. non sapendo queste Piche la difficoltà dell’inventare. Giovanni Faustini era considerato un vero maestro nel costruire intrecci basati su tali congegni. La conseguenza più immediata degli intrecci fondati su tecniche simili sarà l’agnizione finale. il quale è a conoscenza della ‘realtà’ delle cose. Favola duodecima. avendo egli sempre applicato tutto l’animo all’invenzione. composto in genere da tutti o quasi i personaggi che hanno agito nel corso dell’opera. innamorato di Eritrea e afflitto dalla (finta) morte di lei: per tutto il corso del dramma questi continuerà a scorgere Eritrea nelle vesti di Periandro: la circostanza è comprensibile solo allo spettatore. i primi vagiti nelle sue braccia. per il Ginammi. Il teatro e la novellistica prodotta in seno all’Accademia fondata dal Loredano da sempre aveva manifestato una particolare propensione per le componenti erotiche: il travestimento con mutamento di Eritrea.20 Il gusto per siffatti espedienti. opera postuma di Faustini: Agl’idioti paiono oscure quelle favole che solo si svelano nell’ultime scene. dove i due gemelli in scena sono maschio e femmina. 19 È il caso della Doriclea. si può dire. Eccellentissima. qui a p.NICOLA BADOLATO. come amico del padre e per l’affetto che porta a questa Amazone quale ha tratto. poiché in simili composizioni devono tenersi sospesi anco gl’ingegni più curiosi. denota peraltro una chiara ascendenza Incognita. mentre gli altri personaggi lo prendono per pazzo. assecondando i piani della madre Mirsilla che aveva inscenato la morte della figlia al posto di quella del maschio. gl’ori e le porpore ingannano gl’occhi e fanno parere belli li oggetti defformi». cit. né la voce ingrossata dal tempo e da dissordini o la lanugine del mento poteva far discernere l’equivoco». anche la citazione dall’Oristeo alla nota 2). op. per la continua ed incessante applicazione. che sa come si sono svolti realmente i fatti e dunque può godere dei fraintendimenti che si originano sulla scena. Drama per musica di Giovanni Faustini. Differente è il caso della Calandria. Toccherà al coro finale. ad assicurarle il sentiero ed a diffendere la sua riputazione contro la sfacciata ambizione di certi rozzi versificatori che. ne derivò l’origine di sua infermità che troppo acerbamente in età di trentadue anni gli levò la vita. fornire la definitiva spiegazione al pubblico. I teatri vogliono apparati per destare la meraviglia ed il diletto. 172.. Periandro ed Eritrea sono gemelli «cresciuti così simili di statura e d’effigie che solo nell’apparenza gl’abiti distinguevano i sessi. Al lettore. potenziati al massimo proprio da Faustini e da lui quasi istituzionalizzati. e talvolta i belletti. Alla morte del fratello Periandro Eritrea ne assume il ruolo e le vesti. Lo scioglimento dell’inganno e del travestimento viene spesso protratto fino alle ultimissime scene. e sul culmine drammatico degli eventi innescati dagli equivoci (magari sempre dato da scene in cui i protagonisti si ritrovano a rischiare la vita)19 la matassa è rapidamente sbrogliata. 20 L’Eupatra.

meglio se arricchite da rapimenti e fughe dalla prigionia. Nella Virtù il sopore temporaneo di Amore dà modo ad Eumete/Erabena di giocare un brutto tiro al dio. con le loro avventure prefissate (tempeste. così come avviene nell’Argiope di Fusconi.21 Il sonno in scena Un altro topos molto sfruttato è quello del sonno in scena. salvataggi miracolosi. Quando Doriclea si addormenta (II. È facile accorgersi. poteva venire dalle parole sfuggite ad un personaggio nel dormiveglia. colpendolo con una delle sue stesse frecce magiche (II. VIII). Nell’Egisto il protagonista racconta brevemente alla compagna d’avventure Climene come il destino l’ha portato a condividere con lei l’esperienza della prigionia. II. che fu sempre de la stirpe del Sole implacabil nemica. I. anche se non di rado la tecnica del flashback consente all’autore di introdurre riferimenti all’esperienza del viaggio fatta da uno dei personaggi. II). Il sonno di un personaggio poteva fornire al librettista lo spunto per ordire simultaneamente sul palcoscenico azioni parallele. da cui l’intero sviluppo della vicenda e la giustificazione del titolo del dramma. e se talora – specie nei romanzi – gli autori fanno riferimento a paesi e popoli lontani. e ciò avvia la spassosa scena della dichiarazione d’amore che il servo moro fa alla sua regina. 185-206): Venere. III. ciò consente agli autori di cogliere i personaggi in situazioni imprevedibili lusingando la fantasia del lettore con la presenza di paesaggi remoti e favolosi. è solo per meravigliare chi legge rifacendosi ai vecchi itinerari del romanzo greco. II) Sabari è spinto a baciarla. Euripo confesserà l’inganno che ha ordito ai danni di Cirene e di Olpenore (III. Cirene e Nissea per assassinarlo ritenendolo – quale Argea – l’amante di Olpenore.) Vengono così di volta in volta riproposti schemi narrativi convenzionali che vedono i protagonisti del dramma coinvolti in spedizioni avventurose o reduci da navigazioni disastrose. Il resoconto di queste avventure solitamente è affidato alla prosa introduttiva degli antefatti. La tragedia. il romanzo e la novella amano sovente servirsi del viaggio per allargare la scena della loro azione. VII). 42 . però. Egisto paleserà inaspettatamente la propria passione per Clori (I. V-VIII) mentre attorno a lui si avvicendano Eroneo che vorrebbe baciarlo ravvisando in lui l’amata Argea. etc. XV). Titone nell’omonimo dramma è rapito per conto di Aurora proprio mentre si è assopito (I. la commedia. connessa in maniera inscindibile al sonno. Un’ulteriore risorsa.NICOLA BADOLATO. Il viaggio Molti generi letterari barocchi ricorrono alla dimensione spaziale del viaggio per sviluppare o variare la loro trama narrativa. mentr’io scherzavo al lido con la mia cara amica. Il protagonista dell’Euripo dorme per l’intero corso di quattro scene consecutive (III. che l’origine di questo continuo movimento nello spazio non deriva da un’autentica esperienza di viaggiatori. I). della fuga e dello sbarco a Zante (I. divisero i pirati 21 Nel Romolo e ’l Remo di Strozzi si leggono numerose le allusioni a doppio senso (I. anche molteplici e piuttosto complesse. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura sesso è di certo l’espediente più sfruttato per le possibilità di allusioni maliziose che consente. Nella Calisto Endimione può abbracciare l’amata Diana solo mentre dorme e sogna (II. incontri coi corsari. oprò che da corsali fussimo noi rapiti. IV).

il culmine dei conflitti che la vicenda ha scatenato nell’animo della protagonista. non avendo commercio con altro mare. qui a p. tanto da essere percepita dallo spettatore come un’entità unitaria ed autonoma. nelle quali si avvicendano affetti contrastanti (disperazione.» Delucidazione della favola. notissimo continente. si partì sconosciuto senza avisare i più domestici e cari dal regno per provare se lontano dalla Caonia potesse levare il pensiero dalle sue fisse imaginazioni amorose. The Descending Tetrachord: An Emblem of Lament. fatto Colco isola. 90-115). dei viaggi da lui compiuti Faustini fornisce un ampio resoconto nella Delucidazione della favola. essendo ella. Essa è la scena della disperazione-imprecazione–autocommiserazione dell’eroe/eroina. un monologo risolutivo cantato nel momento di crisi delle vicissitudini del dramma. sì ria. dove stupì della inerudizione di quei geografi che fecero isola quella regione. Sulla resa musicale del lamento cfr. Nella Virtù Pallante accenna molto rapidamente alle peregrinazioni che ha dovuto affrontare per rincorrere l’amata Cleria (I. Così. circondato da’ suoi vastissimi giri è a sembianza di un lago e tributato da proprii fiumi. ora detto con nome barbaro di Bacù. minaccia di violenta vendetta) quasi sempre conclusi dalla costernazione per la crudeltà delle proprie parole. 1998. 297 23 Si vedano a questo proposito le considerazioni di L. rinfacciamento delle promesse non mantenute. dove raddoppiò i stupori per l’imperizia di quei medesimi che. or che mercé d’impietosita stella fuggiti siam dal signor nostro crudo. ROSAND. ed io condotto fui da Callia. Torino. e con la varietà de’ pellegrinaggi ch’avea proposto di fare. 219-235. sanare l’infirmità del core penante.NICOLA BADOLATO. autocommiserazione. guadate l’acque del soggetto Acheronte. Indi inoltratosi nell’Iberia passò fra gl’Albani e di là per l’Ircania al Mar Caspio ad Ircano. La fonte primaria deriva dalle Metamorfosi di Ovidio volgarizzate e interpolate da Giovanni Andrea dell’Anguillara. come tu sai. Si tratta in genere di monologhi recitativi suddivisibili in più sezioni. pp. Convenzioni formali e drammaturgiche. o Climene. in Il Seicento. 346-359. EDT. I. superati i gioghi di Pindo. 55. e ch’a le patrie case t’ho condotta. nella quale coglie anche l’occasione per dare sfoggio delle proprie conoscenze geografiche. non conosce per padre l’Oceano. Oristeo compirà numerosissimi viaggi prima di tentare di persuadere nuovamente Diomeda a divenire sua sposa. l’Ellesponto. sotto giogo penoso di servitù. La scena-lamento viene percepita e riconosciuta come tale per le sue caratteristiche drammatiche e letterarie prima ancora che per le sue peculiarità musicali. evocazione delle gioie passate. posero le navi tessale a varcar quell’onde e fecero che di là si potesse navigare in Grecia.23 Il prototipo dei numerosi lamenti che comparvero sui palcoscenici dell’opera è sicuramente da ricercare nel Lamento d’Arianna di Monteverdi (1608). I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura le prede infra di loro. vedutosi abbandonato dalla fortuna e d’Amore. BIANCONI. pp. dolente e lagrimoso più de la sorte altrui che de la mia. 1979. avendo udito da nativi nocchieri che quel mare. cangiato l’antico nome in Mengrellia. E. pellegrino d’Amore vo’ cercare il mio bene sin dove nasce il Sole e dove more. supplica all’amante. l’amato mio tesoro toccò in parte a Micíade. Tanto il lamento d’Arianna quanto la sua progenie cameristica e teatrale ci avvicinano all’orizzonte delle aspettative che lo spettatore seicentesco portava con sé a teatro. fattosi preda d’una tenace melanconia. Il lamento.22 Il lamento Il lamento di uno dei protagonisti (maschile o femminile) rappresenta una situazione drammatica convenzionale ben consolidata. la Propontide e giunto nell’Eusino approdò a Colco. «Musical Quarterly». 43 22 . passò in Tessaglia e su per le rive del Sperchio arrivò a Tebe: di là imbarcatosi solcò l’Egeo. Quest’ultimo dichiara apertis verbis di essersi rifatto al lamento d’Olimpia «Oristeo.

sconoscente. un giorno. ond’io succhiai dolce umor per l’alma inferma. Sulla stessa lunghezza d’onda Faustini si muoverà almeno in altri due drammi: nella Doriclea (III. circa venti edizioni tra il 1555 e il 1630). Clori. Ah quei labri. Ecco. ogni calma tranquilla divenghi a’ vostri danni di Cariddi voragini e di Scilla. 550 ss. già a partire dalla Virtù de’ strali d’Amore (I. 198 ss. 25 Dal lamento di Doriclea scaturirà poi un’altro momento topico. vi sia sempre nemico il monarca de l’acque. II. II). si fanno i pesci umani e da’ più cupi seni de l’ondosa Amfitrite. 198-226 Deh lasciate aver fine col finir de la vita al mio martire. mentre voi disumanate i cori. porgetemi quel ferro che rapiste a la destra. I. questo premio ha il mio servire? Dimmi.24 Difficile ipotizzare che non vi siano rapporti tra la vasta produzione letteraria sopra accennata e la propensione di molti librettisti a inserire nei loro drammi per musica scene basate sul lamento del protagonista. Mettiamo a confronto i due esempi appena illustrati: Virtù. lasciatemi morire. Nel Seicento si diffuse poi la moda letteraria della “lettera eroica”. Ciò induceva il pubblico a riconoscere nell’invettiva di un personaggio il culmine d’uno spettacolo musicale.) il librettista esprimerà la disperazione del protagonista con un’aria strofica. Mai credei mirar rubelli di mia fé gl’astri lucenti di dui lumi innamorati che pietosi m’influivano riposi. altri lo solca. d’adorarmi eternamente? Odi: il cielo anco ha saette per chi infida inganna amanti. 44 24 . Le Heroides ovidiane ebbero un vasto successo nella versione in versi sciolti di Remigio Nannini detto Fiorentino (Delle epistole di Ovidio. dalla Gerusalemme liberata e dall’Adone. non è più mia. Faustini dimostra di conoscere molto bene le potenzialità del topos del lamento.25 mentre nella Rosinda il lamento della maga Nerea è addirittura distribuito tra due scene contigue (la quinta e la sesta del terz’atto). Lasciatemi morire. ingrata e sconoscente. nell’Egisto (II. perfida gente. “lettere” in metro elegiaco di eroine antiche ai loro amanti infedeli. Ah malvagi nocchieri. con una evidente citazione al terzo verso dell’incipit rinucciniano. 20-34). incostante. e gli Scherzi geniali di Giovan Francesco Loredan (molte edizioni dal 1632 e il 1676). di stampo ovidiano: fra tutte citiamo le Epistole eroiche di Antonio Bruni (molte ristampe tra il 1627 e il 1678) ricavate dall’Orlando furioso.NICOLA BADOLATO. A sua volta Ariosto dedusse il modello del pianto di Olimpia dalle Heroides ovidiane. Egisto. molli baci a tutte l’ore? In quel sen. altri il gode. recheranno ad altro amante oh dolore. ohimè. e contro il vostro legno s’armin d’orgoglio e sdegno i più superbi e più feroci fiati che tiene sotterrati ne l’alpestri caverne Eolo severo. I. lasciatemi ferire. ch’è un mar di latte. di nuotar non ho più speme. rotto ha il nodo e il foco spento. punirà tue colpe tante. vengono a divorarmi. la scena del sonno (Doriclea. invaghita d’altro oggetto. 550-579 Lasso io vivo e non ho vita. oh tormento. udito il suon de’ miei dolenti carmi.). III. sono questi i giuramenti. ogni porto sicuro. 1318-1353) la protagonista si duole del suo stato e della lontananza dell’amato. I. oh martire. apprendeste dal mare e da’ venti spietati ed infedeli ad essere crudeli. I. III. che. e ne fa uso in alcuni dei suoi drammi. e le promesse. la sua destra un giorno. o spergiura. III. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura nell’Orlando furioso (X. Ma se nei casi appena citati il lamento è espresso in forma di recitativo.

L’Ergasto. trasportata dal comico nel dramatico musicale. nella Pazzia di Panfilo (Ferrara 1614) di Livio Rocco e in diversi canovacci dei comici dell’arte. un tempo sua promessa sposa ora invaghita di Lidio. Egisto. le parole e le azioni appropriate. V. va annoverata fra i più fortunati topoi operistici: dalla prefazione al lettore dell’Egisto apprendiamo come questa sia riconducibile ad un filone molto apprezzato e pertanto già ampiamente consolidato sulle scene musicali: Se tu [lettore] sei critico. perché le preghiere autorevoli di personaggio grande mi hanno violentato a inserirla nell’opera per sodisfare al genio di chi l’ha da rappresentare. Faustini lavorerà molto più superficialmente. 1988. ne sono esempi eloquenti quelli riportati nel Teatro delle favole rappresentative di Flaminio Scala (Venezia.1431). nella Pazzia d’Orlando di Prospero Bonarelli (1635). 1513.27 I librettisti del resto potevano leggerne esempi numerosissimi nella tradizione teatrale di fine Cinque – inizio Seicento: scene simili sono nella Pazzia di Giovanni Donato Cucchetti (Ferrara 1581 e Venezia 1597). FAUSTINI. non si rassegna ai continui rifiuti dell’amata Clori. qui a p. 1310. Dotato di straordinaria competenza drammaturgica. poi parzialmente riversata nella Finta pazza del 1641). il drammaturgo ottiene un efficace effetto parodistico di ridicolizzazione del suo ruolo. Giovan Battista Pulciani. Il teatro delle favole rappresentative fu pubblicato nel 1611 ed è l’unica raccolta a stampa di canovacci e scenari.NICOLA BADOLATO. discendente nientemeno che della stirpe di Apollo. dove il paladino Orlando è condotto alla follia proprio dopo la lettura di un’iscrizione che gli rivela che la donna da lui amata è unita ad un altro. Olschki. Marotti. L’edizione moderna di riferimento è la seguente: F. sciocche canzonette (III. FABBRI. Flaminio Scala fu attore di professione nelle più apprezzate compagnie italiane tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. è divenuto stolto. non detestare la pazzia del mio Egisto come imitazione d’un’azione da te veduta altre volte calcare le scene. G. morto nel 1624. limitandosi a riportare ciò che gli è più utile in termini rappresentativi: il dialogo irrazionale. disconnesso. Ma se in Ariosto la follia è presentata con una profonda sensibilità di analisi psicologica. XXIII. Maggiori ragguagli in P. L’arbore incantato. ciascuno secondo il proprio personaggio. l’ospite Egisto l’intelletto ha travolto. 27 26 45 . nella Didone di Giovan Francesco Busenello e nella Ninfa avara di Benedetto Ferrari (1641). 113. enumerando ad una ad una le azioni sconsiderate che l’eroe va compiendo. L’opera tra Venezia e Parigi. filastrocche insensate. e se ne esce a metà del terz’atto con una lunga ‘tirata’ di gesti esagitati. L’ispirazione per le frequenti scene di pazzia è spesso fatta derivare dal celebre episodio ariostesco (Orlando furioso. in M. Firenze.1526): CINEA Signor. 1976. MURARO. (a cura di). SCALA. T. Milano. 28 Nato tra il 1547 e il 1552. inappropriato. Le azioni di Egisto furente sono annunciate molto sinteticamente nell’ottava scena del terz’atto per bocca di un servitore (vv. a cura di F. Edizioni il Polifilo.26 Ben noto al teatro parlato. Egisto. oltre a recitare ordiva le sceneggiature comiche e tragiche sulle quali gli altri attori intrecciavano. 129-136). Il teatro delle favole rappresentative. prima di approdare nell’Egisto di Faustini (1643) il topos della scena di pazzia aveva trovato felice accoglienza nel teatro cantato già nella Licori finta pazza innamorata d’Aminta di Giulio Strozzi (1627. Alle origini di un «topos» operistico: la scena di follia. da tradurre in un canto altrettanto informe. vera o presunta. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura La follia La scena di follia. Al lettore. 28 Faustini certamente conosceva molto bene questa tradizione ed era pienamente consapevole del peso che un tale episodio avrebbe avuto all’interno di un dramma: precipitando uno dei personaggi principali – quasi sempre di elevata estrazione sociale se non addirittura regale – nello stato ridicolo del folle che si esprime in frasi scombinate ed incoerenti. 1611): La finta pazza.

Anzi la sua follia sembra assurgere a principio costruttivo di buona parte del dramma.. LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE Invocazioni Tra le aspettative del pubblico dell’opera di metà Seicento figurava di certo anche il topos dell’invocazione. Combatterò.. or geme ed or sospira. ohimè. Faustini prosegue la ‘tradizione’ delle scene di follia anche nell’ultima sua fatica. sopra) deriva dalla finta morte di Eritrea e si sviluppa progressivamente nel corso del dramma: egli parla ad un’Eritrea che è tale ma che tutti riconoscono come Periandro. padron. la comicità del brano qui è potenziata dall’interazione con il paggio Lesbo (II. or tace e bieco mira.de’ rivali. . . . Sì con un marmo io parlo. a’ tronchi. padrone? Immerso è ne’ deliri: incensano i defonti i suoi sospiri. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura or di furor ripieno la campagna trascorre.NICOLA BADOLATO. V-VI. Prencipe mio. il verso sdrucciolo.. il nostro Amore. né ti ritrovo. eccoti il prencipe.. Essa coinvolgeva diverse componenti dell’opera: dal punto di vista del testo letterario. or s’arresta e discorre a sterpi..... o in generale di una scena che contemplasse un incantesimo o comunque il riferimento al mondo infernale. Signore.. L’impiego dei versi sdruccioli per le scene di invocazione o per i 46 . or ride e va cantando sciocche e immodeste rime e talvolta di Clori il nome esprime. A titolo esemplificativo ne riportiamo un passaggio tratto dalla quinta scena del second’atto. Punto da serpi.. 805-842): LESBO TERAMENE Oh Lesbo.. L’Eritrea (1652).intente. quasi fossero il nodo principale attorno a cui si sviluppa l’intera vicenda. eroso arso da interne faci turberò queste paci. Questi campi trascorsi.con le squadre. i cui toni ci sembrano piuttosto simili a quelli già letti nell’Egisto. Gli esempi dei deliri di Teramene sono sparsi lungo tutto il dramma. dal punto di vista spettacolare apportava una repentina mutazione scenica..e vincitore mi farà. signor. Ad Ettore. fido vostro. Che forse a me t’asconde in braccio a qualche eroe ricetto ombroso? Signor. . Il delirio di Teramene (cfr.. ad Achille il possesso di voi contenderò. Le schiere.. né conosce mirando... era inscindibilmente associata ad una specifica tipologia metrica. Signor. a’ venti con vari e impropri accenti. Belle faville. Fanno strazio di me gelosi morsi.. di me non vi scordate. padron.

31 B. Paris. GLIXON. pp. l’opera veneziana propose un’articolazione spaziale di gran lunga più articolata. metro convenzionalmente legato proprio al mondo ferino e infero. Musica e versificazione: funzioni del verso poetico nell’opera italiana. LEOPOLD. 1983. 1986. cit.L. Dell’associazione fra verso sdrucciolo e mondo infernale discute W.. GLIXON. pp. 75-127. Bologna. pp. da cui ho tratto e tradotto la tabella qui riportata. 1991. 14. ROSAND. individuando circa una dozzina di schemi tipici:32 Cfr. in ID. in B. pp. (a cura di). in E. Argomento e Scenario delle Nozze d’Enea in Lavinia. The Mechanics of Scenery. Opera in Seventeenth-Century Venice. 1979. 227-8 e W. Per l’associazione col mondo pastorale si vedano invece S.29 Già a partire dal primo Cinquecento con l’istituzionalizzazione del teatro parlato. pp. Madrigali nelle egloghe sdrucciole di Iacopo Sannazzaro. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura personaggi legati al corteo dionisiaco si giustifica come imitazione del trimetro giambico latino. cit. 30 Anon. endeca sillabo e talvolta il pentasillabo. p.. Inventing the Business of Opera. BELTRAMI. F. Dichtungsformen in der frühen italienischen Oper (1600-1640). nella commistione di scene buffe e scene serie.120. G. La drammaturgia musicale.. 1978. §§ 10. consegnata ad un coro di spiritelli). 101-141 (in part. 1991. in ID. Inventing the Business of Opera. p. La metrica italiana. «Quelle bazzicature poetiche appellate ariette». Berkeley. op. Diversamente dalle prime commedie rinascimentali. nella Rosinda il prologo è affidato alle Furie. nel gusto per l’aleatoria interruzione dell’azione in corrispondenza di mutazioni sceniche. che si esprimono costantemente (sia nelle arie che nei recitativi) in versi sdruccioli.. cit. 571-604) la scena è dominata da Ericlea e dal suo corteo di maghe in procinto di tormentare il povero Darete. 77-162. L’opera fa propria questa tendenza. 18-19.119. che è stato dalle stesse trasformato in una pianta. Versificazione italiana dalle origini ai nostri giorni. 168-174. per le quali la rigorosa applicazione delle unità aristoteliche comportava una certa fissità scenica. VII. in L. pp. Claude-François Ménestrier classificò nel 1681 le principali tipologie sceniche diffuse nei teatri veneziani. Le Monnier.. § 166 e ss. Bologna. Mutazioni sceniche I primi soggetti operistici veneziani subiscono più o meno direttamente l’influsso della commedia d’indole romanzesca innanzitutto nei frequenti cambiamenti di tempo e di luogo. maghe e divinità infernali. menadi. prologo a parte. mi son servito di più metri di versi. e J. e ancora in III. I blocchi comprendono generalmente da due a cinque scene e sono resi più compatti dall’impiego della liaison des scènes. l’uscita sdrucciola viene considerata popolareggiante dai teorici.NICOLA BADOLATO. III. ELWERT. 113-119) e ID. in «Hamburger Jahrbuch für Musikwissenschaft». con almeno due/tre mutazioni per ogni atto.L. T. tra i personaggi della Calisto compaiono anche Pan e un Satirino del suo seguito. Il Mulino. Firenze. University of California Press. ben sapendo che gli buoni tragici toscani non hanno usato altro che l’epmsillabo. come testimoniato anche dall’Anonimo prefatore delle Nozze d’Enea in Lavinia (1640): E così per accomodarmi alle persone ed agli affetti che devono da loro esprimersi. com’a dire dando la sdrucciola a persone basse ed il breve e tronco ad adirati. The Cration of a Genre. e J. organizzate come una serie di pannelli che alternano azioni svolte in luoghi chiusi ad azioni collocate all’aperto. «Rivista Italiana di Musicologia». per le quali il settenario sdrucciolo è il linguaggio più consono (stesso discorso per la nona scena del prim’atto. Venezia. OSTHOFF. P. X. op.. 245. pp. pp. 1681. Des représentations en musique anciennes et modernes. BIANCONI. 229 e ss.. 47 29 . MÉNESTRIER. cit.31 L’impalcatura del dramma dovette di conseguenza basarsi su blocchi di scene in successione. 1168-1179 parla in sdruccioli la maga Nerea. Il Mulino. The Mechanics of Scenery.30 Faustini fa uso di versi sdruccioli in almeno tre dei drammi cavalliani: nella Virtù de’ strali d’Amore (I. 32 C.411. 1640. quindi adatta a costituire l’espressione di satiri e satiretti.

dell’onore. macchine belliche. statue. vallate. altari. cielo.NICOLA BADOLATO. nella Rosinda e nell’Eritrea entrambe le coppie sono riunite nel corso di un’unica sequenza. porti. gallerie. battaglie navali Palazzi. Tessaglia. accampamenti. arsenali. negli altri testi Faustini fraziona il lieto fine in due sequenze distinte. grotte sacre. generalmente con battibecchi tra gli (ex) innamorati e vari espedienti ed equivoci. artigiani. il tempio della morte. campagna nelle varie stagioni. della fama. giardini. una al principio e una alla fine dell’atto (si vedano i diagrammi in appendice a questo capitolo). l’inferno. artiglieria. Scorrendole si noterà come le ambientazioni siano perfettamente sovrapponibili alle tipologie poc’anzi riassunte. lampi. palazzi in costruzione. appartamenti. Tasso Palazzi e isole incantate. nuvole. quartier generale Montagne. scuola di pittura In appendice riportiamo dieci tabelle che recano l’articolazione delle scene nei dieci drammi in questione. rovine Città particolari come Roma. seguono uno o due brevi episodi di ulteriore conferma della separazione. praterie. tempeste. Se confrontiamo la scansione delle mutazioni sceniche sopra esposta nelle tabelle con la segmentazione degli atti in sezioni. botteghe di mercanti. di Teti. Ariosto. del Cocito. scogli. i campi Elisi. dell’Acheronte Librerie. studi di pittori. isole. nel Titone. Costantinopoli. foreste. ambientazioni in Grecia. noteremo che queste ultime coincidono quasi sempre con le prime. Alla metà circa del second’atto Faustini colloca l’acme della vicenda: è il momento in cui la tensione è massima. prigioni. troni. la reggia di Plutone. di Eolo. cavalli Strade. della Curiosità. pioggia. Tebe. utile a stemperare i toni più accesi e intensi. Le fila della vicenda (ossia il ricongiungimento ultimo delle due coppie di innamorati) si sciolgono dunque nel corso del terz’atto: nella Virtù. l’antro della Sibilla Palazzo del Sole. coperta di neve. 48 . gabinetti con uomini e libri e strumenti matematici. campi. villaggi. di solito preceduto o seguito da un altro episodio collaterale. mostri marini. case incendiate. sole che sorge o tramonta. cioè sul finire del dramma. allegorico. sale. scultori. caverne. fiori. oracoli. vestali Città assediate. tempesta Templi. le rive dello Stige. antiquarii. colonnati. soldati. alberi da frutto Mare. Proprio attraverso l’abbondanza e la frequenza delle mutazioni sceniche si strutturano le fasi narrative che costituiscono i drammi e il loro deflusso temporale. Virgilio. crocchi di streghe. deserti orribili popolati da demoni. deserti. corona l’atto un episodio accessorio (mitologico. fontane. In generale l’atto primo è suddiviso in due sezioni principali concluse o interpolate da una breve sequenza mitologica (corrispondente grosso modo a due/tre scene): la prima sequenza presenta la situazione iniziale di separazione delle due coppie d’innamorati. della Fortuna. pianeti. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Tipologia CELESTE SACRA MILITARE RUSTICA O CAMPESTRE MARITTIMA REALE CITTADINA STORICA POETICA MAGICA ACCADEMICA Breve descrizione Assemblee di dèi. descrizioni desunte da Omero. La componente visiva assume dunque un ruolo che va oltre quello di semplice sfondo e cornice alle vicende rappresentate. comico) che “distrae” momentaneamente l’attenzione dello spettatore sospendendo la vicenda principale sino all’incipit dell’atto successivo.

i personaggi e le ariette sentenziose che costoro cantano. prima dei due balli che tanto il libretto quanto la partitura prescrivono. Si veda a questo proposito E. 346. soltanto nel caso della Calisto le scene aggiunte sono segnalate in partitura.35 Si veda il libretto della Doriclea qui edito. (a cura di). 35 Si veda a questo proposito A. 919-1). 367-390. Venezia 1663) e della Circe (libretto di Ivanovich. Cavalli non scrive la musica per le scenette comiche aggiuntive. dopo la sesta del second’atto e dopo la quarta del terzo. Leggermente dissimile è il caso dell’Eritrea. For Nino Pirrotta on his 80th Birthday. Lo scenario è conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Cristoforo Ivanovich librettista e storico dell’opera veneziana. Cassiano) e del 1651-52 (S. in nuce. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Scene aggiunte Le due coppie di drammi scritti per le stagioni del 1645 (S. VIII. le due successive – cantano un’altrettanto anonima Innada e un’Oreada – si innestano nel Titone. che ha per protagonista una generica Fanciulla.NICOLA BADOLATO. The Opera Scenario. 2. DELLA SETA. Olschki. non però con parti musicali bensì con la dicitura «Qui va la scena del Bifolco». 2000. Brevità. Similmente nella Calisto si leggono due brevi sketch condotti da un Bifolco e dalla Linfea che compare nel dramma (da posporre rispettivamente a II.34 In quest’ultimo caso un Parasito e una Nana di corte battibeccano alla fine del primo e del second’atto. in F. L. Firenze. 227. 34 33 49 . gli episodi supplementari ricordano. IV e III. è da inserire dopo la terza del prim’atto dello stesso dramma. frequenza e varietà. intermezzi di Sbarra. Una simile usanza di inserire nei drammi per musica episodi comici aggiuntivi non sarebbe del tutto isolata: i quattro esempi tratti dai drammi di Faustini possono considerarsi indicativi di una tendenza veneziana destinata a culminare negli intermedi di argomento mitologico dell’Amor guerriero (Cristoforo Ivanovich. 1989. BELLINA. o perlomeno i manoscritti delle partiture superstiti non ne recano indizi. Aponal) sono accomunate dall’aggiunta di scenette comiche accessorie. III). per la quale non è il libretto a riportare le scenette comiche aggiuntive bensì uno scenario a stampa che Ellen Rosand ricollega ragionevolmente alla prima rappresentazione dell’opera. Per le situazioni descritte. Vienna 1665). p. 1638-1655: a Preliminary Survey. PIPERNO. F. pp. In calce al libretto della Doriclea compaiono tre scene «composte per dilettare gl’uditori e per aggradire a’ rappresentanti»:33 la prima. ROSAND. In cantu et in sermone. una sorta di intermezzi. (Dramm. p. in «Musica e Storia».

9-10 Atto III. 9-10 Atto III. 1-4 Atto III. 4-9 Atto III. 1-8 Atto II. 1-3 Atto III. 6-10 Atto III. 11-16 Tabella 1 Mutazioni sceniche della Virtù de’ strali d’Amore (1642) La reggia del Capriccio Bosco e lido di Cipro Selva orrida incantata Bosco e lido di Cipro Boschereccio dilettevole Cortile regio di Salamina Si tramuta la scena in prati ameni ‹Vedi sopra› Ritorna la selva incantata Tabella 2 Mutazioni sceniche dell’Egisto (1643) Atto I. 8-10 Atto II. 7-11 Atto III. 6-10 Atto II. 3-4 Atto II. 11-12 Boscareccia Palagio di Venere Villaggio Selva de’ Mirti dell’Erebo Boschereccia deliziosa Cortile del palagio d’Ipparco in villa Parte selvosa e parte maritima Tabella 3 Mutazioni sceniche dell’Ormindo (1644) Piazza di San Marco. 7-12 Atto II. 1-6 Atto I. 5-9 Atto II. 5-9 50 . nelle cui cime si rimira il tempio della Gloria Scena alpestra e sassosa Città d’Artassata Deserto tra l’Armenia e l’Assiria Cortile del palagio supremo d’Artassata. 2-4 Atto II.14 Prologo Atto I.NICOLA BADOLATO. 6-8 Atto III. 1-10 Atto III. alloggiamento d’Artabano Reggia di Marte Giardino Altro cortile del palagio supremo d’Artassata Stanze reali Appartamenti d’Artabano Varie prospettive di villaggi e di cittadi Armene Tabella 5 Mutazioni sceniche del Titone (1645) Abitazione del Sonno Selva Idea Giardini di Flora Alpestra Prati Prologo Atto I. 1-5 Atto I. 1-5 Atto III. 1-5 Atto III. loco solitario ed inabitato Arsenale Cortile Sala regia Tabella 4 Mutazioni sceniche della Doriclea (1645) Monte della Virtù. 10-12 Atto III. 10-16 Atto III. 17-21 Atto III. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura APPENDICI Prologo Atto I. 5 Atto II. 1-2 Atto II. ultima Prologo Atto I. 1 Atto II. 1-12 Atto II. 1-8 Atto III. 1-6 Atto II. parte più cospicua della città di Venezia Città d’Anfa Giardino regio Atrio reale Dilettevole riviera dell’Oceano situata fuori delle mura d’Anfa Mura di dentro della città. 1-8 Atto II. 11. 1-7 Atto I. 6-10 Atto III.

12-15 Atto II. 7-16 Atto III. 5-15 Atto III.NICOLA BADOLATO. 1-7 Atto III. 1-7 Atto III. attendato su le spiaggie dell’Ionio Tabella 8 Mutazioni sceniche della Calisto (1651) L’antro dell’Eternità Selva arida Foresta Le cime del monte Liceo La pianura dell’Erimanto Le fonti del Ladone L’Empireo Tabella 9 Mutazioni sceniche della Rosinda (1651) Con la scena della tenda velata Selva sul deserto d’un scoglio a Corcira vicino La spiaggia d’una delle Strofadi La reggia di Dite Bosco Palagio incantato ‹Vedi sopra› Cortile del sopradetto palagio Tabella 10 Mutazioni sceniche dell’Eritrea (1652) Scena orridamente nubilosa Le spiagge sidonie La reggia di Sidone Cortile del palagio L’atrio della reggia Sala reale L’essercito egizio con le spoglie della città saccheggiata Atto I. 1 Atto I. 4-10 Atto III. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Tabella 6 Mutazioni sceniche dell’Euripo (1649) Cortile che divide le stanze di Cirene da quelle di Olpenore Le stanze di Olpenore Altra facciata dell’antecedente cortile ‹Vedi sopra› I steccati de’ Lici e la campagna di Bixia Logge precedenti il giardino ‹Vedi sopra› Giardino La piazza della rocca Tabella 7 Mutazioni sceniche dell’Oristeo (1651) Atto I. 2-5 Atto I. 1-11 Atto I. 14-18 Atto II. ultima Prologo Atto I. 1-3 Atto II. 8-15 51 . 1-4 Atto II. 6-8 Giardino Bosco tugurio di Penia Cortile La reggia di Pluto La piazza della fortezza Il campo degli Epiroti. 9-16 Prologo Atto I. 1-14 Atto II. 10-16 Atto III. 1 Atto III. 5-14 Atto III. 1-4 Atto II. 7-15 Atto II. 1-6 Atto II. 12-13 Atto I. 1-11 Atto I. 15-18 Atto III. 1-6 Atto I. 6-9 Atto II. 6-14 Atto II. 4-9 Atto II. 1-5 Atto III. 1-3 Atto III. 1-5 Atto I. 11-14 Prologo Atto I.

NICOLA BADOLATO. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Schemi Atto Primo Sequenza iniziale informativa: separazione delle due coppie Ulteriori complicazioni: espedienti varii Scene accessorie (mitologiche. screzi fra personaggi umili) Virtù de’ strali d’Amore 1-5 6-9 10 Egisto 1-5 6-7 8-10 Ormindo 1-6 7-10 11-12 Doriclea 1-3 4-10 11-12 Titone 1-4 5-8 Euripo 1-6 7-8 9-11 12-13 14-18 Oristeo 1-4 5-6 7-9 10-11 12-15 Calisto 1-6 7-9 10-11 12-15 Rosinda 1-5 6-9 Eritrea 1-6 7-14 52 .

NICOLA BADOLATO. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Schemi Atto Secondo Ulteriori complicazioni: espedienti vari Scene accessorie (mitologiche. screzi fra personaggi umili) Nodo Virtù 1-2 3-4 5 6-7 8 9-10 Egisto 1-3 4-7 8 9-10 Ormindo 1-4 5-6 7-10 11-12 Doriclea 1-4 5-9 10-12 Titone 1-6 7-8 Euripo 1-2 3 4-6 7-9 10-13 14-15 Oristeo 1-6 7-12 13-14 15-18 Calisto 1-4 5-9 10-12 13-14 Rosinda 1-4 5-6 7-11 12-16 Eritrea 1-4 5-9 10-15 53 .

NICOLA BADOLATO. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Le tecniche di scrittura Schemi Atto Terzo Ulteriori complicazioni: espedienti vari Scene accessorie (mitologiche. screzi fra personaggi umili) Scioglimento e ricongiungimento coppia/e Virtù 1 2-3 4-6 7-8 9-10 11-15 a+b 16 Egisto 1-2 3a 4 5 6-8 9-10 b 11-12 Ormindo 1-2 3-5 a 6-8 9-10 11-12 13-14 b Doriclea 1-3 4-6 7-9 10-11 12-14 a 15-16 17-21 b 22 Titone 1-3 4a 5-8 b 9 Euripo 1-3 4-5 6-8 a 9-10 11-13 b Oristeo 1-2 3-5 6-8 a+b Calisto 1-4 5-7 8 Rosinda 1-2 3-4 5-7 8 9-11 12-16 a+b Eritrea 1-3 4-5 6-7 8-11 12-15 a+b 54 .

77-162. perfette simulazioni della prosa nonché amplificazioni del parlato e delle sue qualità foniche. La nascita dell’opera in musica. Nel suo Discorso critico intorno alla poesia dramatica Francesco Fulvio Frugoni vantava la funzionalità di tali ingredienti: Ma ne’ poemi che sono melodramatici. in Storia dell’opera italiana. 1980 (ora ristampato in Roma. PIRROTTA. «Vi sono molt’altre mezz’arie. 241-258. 1968. Bologna. la stoffa di base dei drammi per musica è costituita da lunghe sequenze di versi sciolti interrotte convenzionalmente da organizzazioni strofiche più brevi che possono avvalersi di misure diverse dall’endecasillabo e dal settenario: i prologhi.. FABBRI. Bianconi e G. Essays in Honor of Donald J. Torino. Olschki. Ithaca. Einaudi. Dichtungsformen in der frühen italienischen Oper (1600-1640). Princeton. Grout.3 La rifinitura eufonica delle ariette e le loro capacità stuzzicanti dal punto di vista metrico diventano componenti obbligate della scrittura teatrale destinata al canto. 39-107 (trad. Chiabrera und die Monodie: die Entwicklung der Arie. Einaudi. e perciò imbanditi alla musica [. in Li due Orfei. in P. (a cura di). Firenze.Y. FABBRI. «Quelle bazzicature poetiche appellate ariette». pp. 2a ed. A. 3 P. Istituti metrici e formali. Sulla poesia melica italiana e sulla favola per musica. Tradizionalmente denominata “recitativo”. Bologna. pp. (a cura di). 2004. VI. come riconoscevano agevolmente i teorici non ostili a questo tipo di produzione letteraria. a cura di L. risultano congeniali ai dialoghi e ai monologhi teatrali per l’estrema mobilità delle loro articolazioni metriche interne e del loro sistema accentuativo. C. it. POMPILIO. 1975. 1951. in Studies in Music History: Essays for Oliver Strunk.. 1986. LEOPOLD. FABBRI. 276-333). a cura di William W. Per una storia del libretto d’opera nel Seicento. Austin. 2003).».. come con la rima. Ginami. S. in Enciclopedia della musica. Sulla morfologia della arie Sin dalle origini del teatro musicale la disposizione versificata dei testi assume come struttura di base il metro tipico della pastorale cinquecentesca: la misura endecasillabica piana nelle sue varianti intera (l’endecasillabo vero e proprio) e spezzata (il settenario). 101-141. pp. BIANCONI. pp. Rime e ritmi ne costituiscono le risorse più fertili.] stimo non sol espediente. le arie. pp. 2 Cit. OSTHOFF. 175. a cura di Harold Powers. 1968. p. Il Corago o vero alcune osservazioni per metter bene in scena le composizioni drammatiche. 75-106. I sistemi. ma ancora preciso il legarne i numeri così bene col metro. ad ogni affetto si confarà il suo metro particolare. in questo pare che sia più ragionevolmente permesso e lodevole per dare occasione al musico di uscire dall’uniformità: per lo che se si potrà. parte II. N. pp.. in «Studi musicali». 1983. III. 1981. 55 1 . CALCATERRA. Bologna. 70 [corsivi miei]. Torino. Torino. Zanichelli.2 Anche l’anonimo autore del Corago afferma: In quanto al metro. 1623) simili versetti risulterebbero particolarmente adatti all’intonazione musicale in quanto «i musici con migliore diletto di chi ode e con loro minore fatica meglio variano le note sui versi piccioli che sui grandi: e tanto più quanto sono più tra loro diseguali di numero e di tempi». REINER. Cornell University Press. 380-402. Bulzoni. Princeton University Press. S.NICOLA BADOLATO. 1986. Poesia e canto. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie 1d. in New Looks at Italian Opera. X. Il Mulino. Da Poliziano a Monteverdi [1969]. EDT. ID. FABBRI. se in altro genere di poesia è lecito o conveniente l’usare varietà e stravaganza.. Musica e versificazione: funzioni del verso poetico nell’opera italiana.1 I trattati di metrica italiana del XVII secolo non mancano di giustificazioni all’impiego di metri differenti dall’endecasillabo (e settenario) in combinazioni strofiche eterogenee ed in stanze assai varie. in «Hamburger Jahrbuch für Musikwissenschaft». N. Il secolo cantante. P. Storia della musica europea. i cori.. Early Opera and Aria. secondo il Discorso delle ragioni del numero del verso italiano di Ludovico Zuccolo (Venezia. Sulla metrica si vedano W. quali ammettono le canzonette di diverse arie e danno notabile spinta al compositor musico per uscire in bizzarrie armoniche. Il Mulino. La drammaturgia musicale. in L. Le combinazioni di endecasillabi e settenari sciolti. pp. IV. Pestelli. et è stato questo osservato particolarmente nei cori. Degli aspetti strutturali del libretto d’opera nel Seicento e della sua evoluzione nell’arco di questo secolo tratta P.. 1978. p.

costituisce dunque l’esempio più evidente del legame testo/musica nonché la caratteristica strutturale di ogni scrittura librettistica. gli andamenti della musica dovranno assecondare i raggruppamenti verbali. idonea a riprodurre un tessuto dialogico.] 5 La necessità di piegare la poesia lirica italiana alle esigenze della “musica nuova” (in primo luogo Peri e Caccini) era stata avvertita già da Gabriello Chiabrera sul finire del Cinquecento con l’introduzione di versi differenti dal settenario e dall’endecasillabo a ritmo trocaico e giambico. esemplificate nella celebre canzonetta «Belle rose porporine». lo schema può prevedere rime irrelate. a questo proposito P. costituiscono un amplissimo repertorio di schemi non riconducibili ad un modello univoco. gli autori perciò potevano lavorare agilmente sulla base di una tradizione assai consolidata. Garzanti. L’epulone. Per uno sguardo più generale si veda M. e così via). La metrica italiana..7-8). La configurazione delle arie si orienta sempre più verso la malleabilità metrica della poesia melica canzonettistica. che dal punto di vista della musica presenta un assetto di gran lunga più formalizzato e più denso del recitativo. Da un lato l’adozione dei versi sciolti per “recitare cantando” è suggerita dal carattere dinamico e fluido della loro stessa struttura. FABBRI. 1675. spesso addirittura sovrapponibili a quelli della canzone-ode. per cui il testo è articolato in stanze dalla combinazione sillabica (tipo e ordine di verso) e schema di rime identici. unità semantica minima su cui si concentra l’attenzione dei musicisti e degli spettatori.. con rime solo ritmiche. 122-3.4 La netta distinzione tra le parti di svolgimento dinamico (il recitativo) e quelle di stasi dell’azione (prologhi. p. 347-370. sdrucciole o tronche. La poesia melica italiana offriva ai librettisti un ventaglio molto ampio di soluzioni utilizzabili. G.. Sono frequenti da Chiabrera in avanti configurazioni strofiche del tipo a8a4b8 c8c4c8. L’aria. cori) organizzate in schemi ritmici formalizzati. in ID.] Or ciò supposto è indubitabile (come anco l’esperienza insegna) che la rima renda il componimento melo-dramatico più armonioso. 1991. appartenente al genere francese della mignardise. pp. Venezia. ben presenti ai librettisti. i versi sono preferibilmente brevi e ammettono tutte le misure e tutte le combinazioni. anzi che ’l renda melo-dramatico. Gli impianti formali sono estremamente differenziati e in molti casi l’elemento della ripetizione melismatica sembra assumere un ruolo preponderante: il tasso di musicalità del tessuto verbale è oltremodo accentuato dall’impiego frequente di versi refrain. prevedendo spesso inserzioni di versicoli dimezzati (ad esempio quaternari in successioni di ottonari. arie. La metrica. assurge nell’economia dell’opera a momento saliente. Bologna. componimento leggiadro e grazioso coltivato in Francia verso la metà del Cinquecento dai poeti della Pléiade e divenuto di moda in Italia proprio grazie a Chiabrera tra il 1590 e il 1606 circa. 6 Cfr. FRUGONI.5 Le forme dell’ode-canzonetta. Se le strutture strofiche sono pensate per suggerire al musicista il profilo ritmico del canto. nucleo essenziale.NICOLA BADOLATO. dall’altro l’aria rappresenterà l’espressione di un unico affetto realizzata in una breve e sintetica struttura verbale chiusa. Il Mulino. tronche in consonante o sdrucciole. trasmessa in almeno tre tendenze principali: 1) forme classiche costruite sulla ripetizione: la canzone a ballo o ballata con schema regolare (ripresa/piedi/volta/ripresa) e la barzelletta quattrocentesca (con le sue varianti che 4 In F. Milano. si vedrà circolare un’ampia casistica di modelli. ovvero a testi strofici che ammettono l’uso di ogni tipo di verso (preferibilmente breve e cantabile) e perfino la commistione di parisillabi con imparisillabi. Combi e La Noù.6 Se si guarda alle forme dell’aria nel melodramma di metà Seicento. Le forme metriche italiane (in particolare i paragrafi 4. 56 . le rime possono essere piane. Il principio fondamentale è quello strofico. F. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie accioché risuonino più armoniosi all’intento [. BELTRAMI. p. 196 [traggo la citazione da P. essendo la rima una parte (non dirò essenziale) molto integrale della melodia. cit. 1984. RAMOUS.. Il secolo cantante.

a cura di. non va dimenticato che quelle ripetizioni erano pure un elemento costitutivo della melodia del testo poetico. 2) arie e cori polistrofici con ritornello ripetuto dopo ogni strofa: forme già adottate dal melodramma delle origini (Rinuccini. di accensioni. p. FABBRI. di proposte. il novello madrigale forniva al melodramma – a parte il contenuto e il lessico – sia il modello di un tipo di aria simmetrica col da capo (due membri irregolari di cui il primo è più breve e sentenzioso. 196.NICOLA BADOLATO. Studi sulla poesia melica italiana e sulla favola per musica. Chiabrera. 1970 e di P.9 Sulle origini e forme principali del madrigale in Italia vanno tenuti presente almeno i lavori di A. 3) forme madrigalesche con ripetizione finale del primo verso: quelle della vecchia polifonia trasferita alla monodia. poi in ID. La ripetizione del segmento iniziale del testo è tipica anche della ballata e della barzelletta. La melica italiana dalla seconda metà del Cinquecento al Rolli e al Metastasio. 8 Madrigale di Gabriello Chiabrera cit. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie potevano ridurre l’eredità della ballata alla sola ripetizione in fine strofa della rima del ritornello o interiorizzavano il ritornello nel finale di strofa). si era imposta a musicisti e poeti adattatori e inventori di forme nuove perché rispondeva alla necessità di una forma stabile. 8 La tradizione madrigalistico-ballatistica diffonde fin dalla metà del Cinquecento forme autonome (perché non necessariamente determinate dalla musica) basate sulla ripetizione o sul ritornello. The Italian Madrigal. Striggio) che a loro volta risultavano dalla commistione di forme tradizionali e forme “moderne” chiabreresche (pertanto già rinnovate rispetto alla lirica colta). Princeton University Press. 1951. Il madrigale tra Cinque e Seicento. di lamenti. correnti già dal Cinquecento avanzato e nate dalla collusione fra madrigale. Bologna. Torino. l’eco popolaresca e amorosa di insistenti ripetizioni. aveva aperto la strada ad una moltiplicazione di forme ritornellate. Sembrerebbe pronta ad essere trasformata in arietta da melodramma la strofa di ottonari tronchi che riportiamo di seguito: Deh credete donna a me ch’altra già non amò più se mai fede in alcun fu la vedrete in me qual è. strofa di ballata (la quale aveva dato origine ad un organismo monostrofico con ritornelli) e forme nuove della monodia (canzoni o canzonette moderne. Mentre infatti si riconosce il ruolo primario del ritornello di ballata e di tutte le forme successive di ripresa nella musica o nel ballo. io ben come desio ognor posso adorarti. dolcissimo ben mio. Poesia e canto. CALCATERRA. 1926. UTET. 1988. che assurgesse ad emblema di facile musicabilità. Princeton. EINSTEIN. pur non avendo nulla a che vedere con lo schema di ballata. ma non posso lodarti. Deh credete donna a me. ROLLI. E la ripetizione poté trasformarsi da iterativa appendice in chiusura ad anello. Zanichelli. All’interno di questo patrimonio di forme nuove. in C. conservano la ripresa dei primi versi inserendola in una forma libera. Liriche. Bologna. saggio introduttivo a P. 57 7 . con ripetizioni dei primi versi dentro o fuori la strofa). codificata e ampiamente diffusa. di risposte. vero e proprio elemento costitutivo e costruttivo della strofe.7 La coesistenza di madrigali con adeguamento della strofa allo schema di ballata insieme ai madrigali che. Sull’esempio del madrigale che segue: Dolcissimo ben mio. pronto per essere ripetuto) sia una forma più simmetrica con ripetizione del primo verso. Il Mulino..

III. La melica italiana. Alcuni pezzi chiusi. Amsterdam. 2050-2056. in N. GLOVER. 1697). 905-920. 831-840. The Recitative Soliloquy. deh non stringete tanto la rete. in particolare nelle forme brevi. pp. Olschki. III. Il continuum drammatico si compone attraverso le attenuazioni dei limiti degli istituti del recitativo e dell’aria: da un lato sono inseriti nel recitativo brani in forma lirica – spesso madrigalistica – con blocchetti di endecasillabi e settenari a schema vario di rime. XXXII. VIII. È possibile che a polarizzare l’attenzione sulla prassi tutto sommato popolare e facile del ritornello e della ripetizione. in C. Comic Contrast and Dramatic Continuity: Observation on the Form and Function of Aria in the Operas of Francesco Cavalli. VI. nell’Egisto: I. III. Aria and Closed Forms in the Operas of Francesco Cavalli. 32.10 Nei drammi di Giovanni Faustini scritti nel decennio 1642-52 la commistione recitativo/aria è continua. I. 293-304. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie La melica da camera offriva dunque già pronte al melodramma quelle che sarebbero state le prime forme dell’aria col da capo: indicativa è questa “canzonetta” di quinari. Firenze. MURARO. IX. III. Anche in Francia era stata la ricerca del nuovo a portare all’arcaico. I. S. d’amor tesoro. ROSAND. I. H. capelli d’oro. 45-73. V. II. in M. BENSERADE. E d’altro canto Voiture era stato a Firenze e Roma nel 1638 dove poteva aver tratto suggestioni dalle forme ritornellate italiane. III. (a cura di). Li due Orfei. p. pp. 56-71 e 75-91. Torino. nell’Eritrea: II. Inizio dell’opera e aria. 167-172. 1976. cui però non si accompagna un’altrettanto netta distinzione formale con altre parti del testo trattate dal compositore alla stessa stregua.. 701-718. 864-871. 957-974. I. a scanso di equivoci. 12 Alcuni esempi nella Virtù de’ strali d’Amore: II. (a cura di).. Métamorphoses en rondeaux imprimez et enrichis de figures [1667]. Venezia e il melodramma nel Seicento. XV. II. M.NICOLA BADOLATO. 284-293. spesso di difficile catalogazione. di temi lievi e spesso amorosi. voi m’allacciate. 1299-1313. VI. V. ad esempio all’inizio o alla fine della scena. Il rondeau in Francia gode di una fortuna ininterrotta fino agli anni ’70 (ad esempio con la pubblicazione di I. CALCATERRA. sono accompagnati dall’esplicito titolo di Aria. P. Mortier. MURATA. in «Journal of the American Musicological Society». 75-96. 10 9 58 . XI. III. op. diffusa da poeti famosissimi e pubblicatissimi come Voiture (la cui prima raccolta è del 1649 ma che aveva iniziato con queste forme alla fine degli anni Trenta) e Benserade. dall’altro vengono interposti nell’aria elementi discorsivo-narrativi nei metri canonici del recitativo ma con strutture strofiche e riprese interne. Aria as Drama in the Early Operas of Francesco Cavalli. 1349-1364 (recitativo nel libretto). VIII. E. Le arie non sono sempre di immediata riconoscibilità né si prestano ad essere facilmente isolate nel flusso del testo. voi mi legate. 1976. T. Einaudi. Da Poliziano a Monteverdi. 107. 1. 1064-1083. in più non hanno collocazioni fisse. musicabile e legata alla prassi di intrattenimento sociale di una società galante. pp. 11 Per le problematiche relative alle forme dell’aria e del recitativo nell’opera veneziana fino alla metà del Seicento e in particolare nelle partiture di Francesco Cavalli si vedano J. II. p. 1969. 885-898. 1976. 307-69. 1426-1446 (ridotta ad una sola strofa). Ibidem. ROSAND. con il recupero di forme abbandonate perché considerate troppo facili e poi inserite nei generi della poesia galante e scherzosa. Luigi Rossi. 1418-1423. Da questa pratica sortiscono forme ambigue a metà fra i due modelli. nell’Oristeo: I. POWERS. IV. PIRROTTA.11 Naturalmente il ricorso alle partiture permette di accertare la presenza di arie e ariosi all’interno dei più ampi recitativi. pp. E. III. perch’io mi moro. 92 sgg. in «Music Review». 1780-1803. 37. nella Rosinda: I. VI. A Parigi avevano transitato Giulio Rospigliosi. abbia contribuito anche la moda francese del rondeau: con questo si identifica una forma ritornellata con doppio refrain. 37-55. in «The Consort». II. pp. III. Marco Marazzoli. XXXVII.12 Soltanto in un caso la dicitura Aria risulta particolarmente Cit. capelli d’oro. cit. VI. XIV. tratta da una raccolta primo seicentesca di Remigio Romani: di struttura popolaresca (alla villanella) presenta rime baciate con doppia ripetizione del primo verso: Capelli d’oro.

L’espediente della ripetizione può manifestarsi in diversi modi e coinvolgere uno o due versi. [X] [A1] Risulta costante e varia la presenza di forme di derivazione madrigalesca. vuol che casto e romito stia de’ figli i vagiti ad acchetare. Feminil scortesia. Ecco ch’a noi sen riede con fretoloso piede. 495-518) e «Stolto chi fa d’un crine» (I. cinque nella Calisto. altrettanti nell’Ormindo (escludendo un caso con refrain in I. Cleria smarrita. Tra queste. con dolce offese vendicando l’onte. e mentre ella s’adorna e s’abbellisce per farsi vagheggiare. Far si devrian di some così amare come fece colui: gettarle in mare. Nella Virtù de’ strali d’Amore ritroviamo almeno quattro forme di madrigale costituite da più strofe dalla stessa struttura. [A] 59 . VII – II. [X] S’irrita minacciata. VIII – III. ninfe. VI – I. il duol si freni. qualche abbellimento melismatico nella seconda) e concluse dal medesimo ritornello strumentale (X). il duol si freni.NICOLA BADOLATO. III). ciò avviene tanto nel recitativo (dove talvolta sono isolabili entità strofiche sufficientemente compatte) quanto nelle arie (sia con gli schemi di endecasillabi e settenari già canonici del nuovo madrigale sia con la forma dove si ripetono il primo o i primi versi). V. VI. Il compositore realizza un’aria in due strofe musicalmente quasi sovrapponibili (AA1. benché brutta e canuta. VIII. due arie affidate al personaggio di Erino – «Desia la verginella» (I. sola il piacere del commercio d’amor vorria godere. cinque nell’Oristeo. peggio divien battuta ed al rigido suo che l’ha oltraggiata fa lunata la fronte. ninfe. perché identifica la trasformazione attuata da Cavalli di un passo che il librettista aveva inserito in una scena intera di recitativo. Nell’Egisto vi sono almeno altri quattro casi di arie ‘madrigaleggianti’ (I. ogni ciglio or si sereni. ogni ciglio or si sereni. tre nella Rosinda. evidenzio la struttura musicale tripartita desunta dalla partitura): CORO [A] [B] Ninfe. 1349-1364).): un refrain di due ottonari in rima baciata incornicia una strofa di quattro settenari (tra parentesi quadre. [A] Sempre garisce e grida la donna col marito. X). con guancia scolorita. Un esempio in un coro dalla Virtù de’ strali d’Amore (I. sei nell’Euripo (di cui tre con versi ritornello). cinque nella Doriclea. Le due arie risultano peraltro speculari sia nella posizione sia nel contenuto: la prima lamenta la stoltezza femminile in amore e la seconda fa lo stesso sul versante maschile. enunciati al principio e ripresi alla chiusura dell’aria. IX. La partitura accentua la vicinanza dei due testi: il medesimo ritornello strumentale precede l’identica intonazione di ogni strofa. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie significativa (Eritrea. Ninfe. a margine del testo. 538-565) – sono formate da quattro strofe con la stessa struttura (abAbCC). III. 365-372. Cleria. In tutti questi casi il compositore ricava arie strofiche ideate secondo il modello prima enunciato.

tutti basati sul modello ABA. IX. I. Zefiro mio» (Flora nel Titone. con una quadrupla riproposizione del distico iniziale: (1) al principio dell’aria. 13 Un procedimento simile si riscontra nell’aria «Torna. vuo’ trar piacere senza adorare superba beltà.13 [X] [X1] [X1] In altri casi la ripetizione avviene in modo ancora differente. V. Non vo’ penare. Al primo modello appartengono arie come «O quanto impero avete» (Doriclea. Spirto là giù nel Tartaro non è di questo arciero più crudo e fiero. II. In questo caso sono previste in egual misura sia la ripetizione dello stesso verso (o distico) a mo’ di intercalare tra strofe differenti. la strofa successiva apre e chiude con un distico-variazione del precedente [X1]: CLEANDRA [X] Infelice quel cor che fa suo nume e suo tiranno Amor. ancora dalla Virtù (II. 873-900). 1469-1483). Alcuni esempi nelle arie «Questo strale» (Egisto. «È spedito» (Calisto. III. sia la ripresa dei versi iniziali al principio e alla fine della strofa in cui sono proposti. correte. s’amar volete. I. Cupido. Chi vuol viver felice e notte e dì de la sua face non sia seguace. (2) alla fine della prima strofa e (3-4) al termine di ogni strofa successiva: MERCURIO (1) Donne. V. 1134-1147).NICOLA BADOLATO. infido. Zefiro bello». I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie Altrove è un’intera strofa ad essere ripetuta. 60 . 369-381). X. II. 1122-1142). O beato quel cor che non soggiace a l’impietà d’Amor. «Se nel sen di giovanetti» (Ormindo. 1069-1081). VIII. Zefiro caro» e «Torna. il mio piè giamai te seguirà. dove l’incipit è riproposto al principio e alla fine delle strofe seguenti nelle varianti «Torna. O beato quel cor che non soggiace a l’impietà d’Amor. L’aria che riportiamo di seguito è tratta dalla Doriclea (III. IV. 457-466). il mio piè giamai te seguirà. venite qui. voglio godere. Infelice quel cor che fa suo nume e suo tiranno Amor. L’aria di Cleandra. infido. rientra invece nella seconda tipologia: i primi due versi della prima strofa sono riproposti letteralmente a conclusione della stessa [X]. anche in questo caso tra parentesi quadre è suggerita la struttura musicale data da Cavalli: ORINDO [A] Cupido. VII. [B] [A] La ripetizione di un singolo verso (o distico o terzina) è inserita tanto nelle arie monostrofiche quanto in quelle polistrofiche.

Da colei che più belle le luci ha de le stelle un lascivetto sguardo io chiedo sol. correte. La varietà del metro impiegato e la molteplicità delle formule iterative adottate si traducono in plurimi stimoli per il compositore. Donne. Così dirà Crescimbeni nel 1698: «Siccome né meno è invenzione moderna l’uso del ritornello in dette arie. venite qui.. perloché l’ultimo verso di essa rimava con quello nel quale si faceva l’antidetta posata». dove a variare è soltanto la parte centrale dell’aria (B1). imperciocché il ritornello vien dalle ballate. correte. Ma s’alcuna donare mi vuol cose più rare accetterò ciò che donar mi vuol. La strofa risulta così musicalmente tripartita. veri sian gl’amorosi e dolci sì. l’essenza dell’aria con refrain si colloca in testa. in P. e la tripartizione ribadita tale e quale ad ogni strofa che successivamente riprenda l’intercalare. CRESCIMBENI. con chiaro riferimento all’antecedente della ballata. quindi associando ai versi ritornellati la medesima veste. Sempre sempre piagate e gl’amanti adulate con lusinghe mentite: amate un dì! Siano veri i sospiri. e si chiudeva il canto col ripetersi da capo fino alla prima posata o parte della ballata. lo schema è sintetizzabile nella formula ABA+AB1A. II. 61 14 . G.NICOLA BADOLATO. s’amar volete. 1780-1803) (2) (3) (4) La ripresa era nota ai contemporanei di Faustini come “intercalare” o “ritornello”. la loro dispositio interna non si limitava a recuperare quella madrigalistica: laddove quest’ultima concentrava il suo senso nel motto finale (sovente un distico di endecasillabi). Anche se spesso le arie con intercalare o refrain mostravano di preferire la struttura a strofe unica. Istoria della volgar poesia. s’amar volete. 235. op. p. Lorenzo Basegio. Donne. 69. Ma da chi più vezzosa ha la bocca amorosa in premio del mio colpo un bacio io vuo’. IX.14 Nell’ambito della poesia per musica al madrigale cinque-seicentesco si era definitivamente affiancata l’iteratività multistrofica della canzonetta. l’incipit della prima strofa impianta il refrain che sarà riproposto al termine della stessa e della successiva. VII. cit. 194-203). che quindi può basare il suo lavoro su di un testo assai formalizzato. Venezia. correte. M. 15 Cfr. L’intonazione musicale tende a rispettare il più possibile la simmetria suggerita dal testo verbale. 1731 (nuova edizione). 412-424) e in «Verginella io morir vo’» (Calisto nell’omonimo dramma I. p. siano veri i martiri. Il senso del pezzo è dunque imposto da subito in esordio con immediatezza ed efficacia per poi essere ribadito una o più volte nel corso della medesima aria. in un incipit destinato ad essere ripetuto nella chiusa. Due esempi paralleli si ritrovano nell’aria di Clori «Non sa quel ch’è diletto» (Egisto I. s’amar volete. Il secolo cantante. III. le quali anticamente cantavansi. Le arie presentano una struttura musicale sovrapponibile (varia soltanto il numero di versi compresi nelle sezioni musicali).15 Nei drammi qui analizzati la percentuale delle arie con refrain si attesta mediamente attorno al 27%: gli schemi di aria senza intercalare (o ritornello o refrain) rimangono percentualmente maggioritari. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie con gli strali d’Amor v’impiagherò. Entrambe le arie constano di due strofe. (Virtù. ma quello della ripetizione appare senza dubbio un procedimento in via di consolidamento. FABBRI. anche l’aria di Mercurio citata poco sopra. cit. Donne. venite qui. venite qui.

IV. Verginella io morir vo’. III. 17 L’indicazione del compositore è chiarissima: pur musicando per esteso soltanto la prima strofa dell’aria. 183-193). Non sa quel ch’è diletto chi non alberga un cieco dio nel petto. uno per ciascuna strofa. Il secolo cantante. Amor. Verginella io morir vo’. P. Un esempio si ritrova nell’Oristeo (Diomeda in I. 16 MUSICA TESTO Verginella io morir vo’. Cfr. Ci si imbatte talvolta in arie polistrofiche in cui si alternano due distinti refrain. Amor. al termine di questa Cavalli prescrive «Da capo l’aria un’altra strofe». seguita dalla prima entrata del refrain (B). I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie TESTO Non sa quel ch’è diletto chi non alberga un cieco dio nel petto. purché il testo presenti simili simmetrie. dove Cavalli replica nella seconda strofa la struttura tripartita ABA della prima:17 [A] [B] [A] [A] [B] [A] Dimmi. dovrò sempre languir? celibe invecchierò? Dimmi. quel bel viso che già spento Due versi dotati di senso compiuto costituiscono il ritornello collegato spesso da una ripresa di rima alla sezione centrale della canzonetta. In partitura Cavalli introduce con un ritornello strumentale (X) l’intonazione della prima strofa (A). p. ch’a la fine il vincerò. che mi consigli tu? Un caso ancora differente si ha nell’aria «Dolce frode» dall’Eritrea (III. Quella che Paolo Fabbri individua come una «specie di ballata sui generis contenuta entro una sola strofe». A B Stanza e nido per Cupido del mio petto mai farò. che farò? Che mi consigli tu? Mi serpe in sen l’ardor. 234. Qui il principio della ripetizione è moltiplicato: nelle due strofe principali Faustini riespone il medesimo incipit («Dolce frode») e conclude con tre versi refrain (decurtati di uno nel finale). Donzella che sospira. Non sa quel ch’è diletto chi non alberga un cieco dio nel petto. 1260-1281).NICOLA BADOLATO. cit. 62 16 . L’amorosa ferita apporta a l’alma e refrigerio e vita. A Le arie con refrain o intercalare musicate secondo il procedimento appena descritto sono numerosissime. vuol che viva il timor vergine in gioventù. alla seconda strofa corrisponde la medesima formula (XAB): [X] [A] Dolce frode. Prova l’amante core che pende da un bel viso gioie di paradiso. E la tecnica è la medesima tanto per le arie monostrofiche quanto per quelle polistrofiche. amante riamata. A A B1 Scocchi Amor. op. è felice e beata. che farò? bramosa di gioir. FABBRI.. scocchi se può tutte l’armi per piagarmi.

soldati? Olà.. resa adorna di sue spoglie. Virtù ed Egisto presentano appena il 12%. viceversa un dramma con un numero minore di pezzi chiusi meglio si presta alle ripetizioni e ai prolungamenti del canto. si sono individuate due tipologie principali: (1) arie con refrain e (2) arie senza refrain. The Teatro S. 48-73 e J. In generale il numero delle arie munite di versi refrain è inversamente proporzionale al numero totale di pezzi chiusi contenuti nel libretto. Fra le motivazioni. inteso forse a contenere la durata dell’esecuzione: un’opera molto ricca di arie comporta già di per sé lunghi tempi d’esecuzione. tutto sommato una percentuale non trascurabile). Maggiori dettagli in B. in «Journal of the American Musicological Society». né si segnalano particolari ‘picchi’ in determinati periodi. pp. 63 18 . Dalle tabelle derivano i grafici successivi. soldati? Olà. ossia i drammi più ricchi di arie sono quelli con la minor percentuale di forme iterative: Ormindo.18 Malgrado le enormi spese affrontate dai fratelli Faustini per allestire l’opera al Teatro S. Università di Oxford. Apollinare and the Development of Seventeenth-century Venetian Opera. La distribuzione delle arie con intercalare o refrain non sembra seguire un criterio cronologico: il loro numero non cresce progressivamente nell’arco del decennio tra il primo e l’ultimo lavoro. X. anche se non è escluso che proprio l’elevato numero di pezzi chiusi. e J. Fa eccezione solamente la Calisto: a fronte di un numero elevato di arie (57) presenta 16 arie con refrain (ossia il 28% del totale. lieto sposo tra sue spoglie fa’ che goda ancor la moglie. di qua volgete il piè. la Calisto fu un vero e proprio flop: alla sua prima rappresentazione (28 novembre 1651) seguirono soltanto undici recite.NICOLA BADOLATO. 26 e 29 arie delle quali il 45%. [B] [A] [B] Nelle tabelle in appendice sono riassunti i dati relativi alle arie contenute nei dieci drammi della collaborazione Faustini-Cavalli. Aponal. Marco Faustini and Venetian Opera Production in the 1650s: Recent Archival Discoveries. 34% e 31% ha forme con ripetizioni). I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie per tormento rimirai lugubre amante or spirante ne’ suoi fregi a me ritorna. Le scelte di Faustini in questo senso sembrano rispondere ad un criterio “economico”. al marito fa’ che splenda il volto amato che spirato mi raviva Amor pietoso. GLOVER. di qua volgete il piè se di viver bramate. forse la scelta di proporre un soggetto mitologico ad un pubblico ormai avvezzo agli intrighi romanzeschi. Partendo dall’analisi del libretto. 1992. che verrebbero ulteriormente dilatati dalla presenza di numerosi ritornelli. L. di bei serti il crin fiorito. Alcun non v’è. fa’ che baci ancor la moglie. 1975. Armi. GLIXON. così lontano dallo standard di quegli anni. Doriclea e Rosinda sono le opere più ricche di arie con refrain. All’interno di ciascun raggruppamento l’analisi si suddivide ulteriormente in arie monostrofiche e polistrofiche. Armi. che permettono di visualizzare e valutare l’incidenza delle diverse tipologie sul totale dei pezzi chiusi. pur essendo tra le più povere di pezzi chiusi (contengono rispettivamente 22. 21% e 20% di arie con refrain a fronte di 24. diss. di laurea. possa aver contribuito al mancato gradimento. [X] Dolce frode. 32 e 35 arie totali. viceversa Oristeo.

Rosinda. Titone con l’eccezione sopra menzionata della Calisto) abbondano di arie senza refrain. Eritrea) mentre i soggetti mitologici o pastorali (Virtù.NICOLA BADOLATO. Doriclea. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie È interessante inoltre segnalare che i drammi più ricchi di arie con refrain sono quelli di argomento romanzesco o epico-cavalleresco (Ormindo. Egisto. 64 .

9 20 45.NICOLA BADOLATO.3 75 75 87. 9 68.5 34.5 65.5 71.2 80 54.6 25 25 12.9 72 monopolistrofiche strofiche 12 13 3 16 17 11 13 29 15 10 13 15 9 4 4 10 8 12 5 8 La Virtù de’ strali d’Amore Egisto Ormindo Doriclea Titone Euripo Oristeo Calisto Rosinda Eritrea 65 .5 28 31 28 monostrofiche 3 5 4 4 1 3 0 12 6 3 polistrofiche 4 2 6 5 6 4 3 4 3 4 Prospetto 2: Arie SENZA REFRAIN anno 1642 1643 1644 1645 1645 1649 1651 1651 1651 1652 opera totale arie 32 35 22 26 28 28 24 57 29 25 arie senza refrain 25 28 12 17 21 21 21 41 20 18 % 78. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie APPENDICI Prospetto 1: Arie CON REFRAIN anno 1642 1643 1644 1645 1645 1649 1651 1651 1651 1652 opera La Virtù de’ strali d’Amore Egisto Ormindo Doriclea Titone Euripo Oristeo Calisto Rosinda Eritrea totale arie 32 35 22 26 28 28 24 57 29 25 arie con refrain 7 7 10 9 7 7 3 16 9 7 % 21.

1: Sintesi arie monostrofiche con refrain polistrofiche con refrain monostrofiche senza refrain polistrofiche senza refrain 60 12 50 40 30 13 20 12 10 0 4 3 La Virtù de’ strali d’Amore (1642) 2 5 Egisto (1643) 13 29 15 4 9 3 6 4 5 4 6 1 Titone (1645) 4 10 8 16 17 11 13 4 3 Euripo (1649) 12 3 Oristeo (1651) Calisto (1651) 4 15 10 3 6 Rosinda (1651) 4 3 Eritrea (1652) 5 8 Ormindo Doriclea (1644) (1645) Grafico n. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie Grafico n. 2: Sintesi arie monostrofiche con refrain polistrofiche con refrain monostrofiche senza refrain 29 polistrofiche senza refrain 30 25 20 16 15 10 5 5 0 La Virtù de’ strali d’Amore (1642) Egisto (1643) Ormindo Doriclea (1644) (1645) Titone (1645) Euripo (1649) Oristeo (1651) Calisto (1651) Rosinda (1651) Eritrea (1652) 3 4 2 6 4 3 4 15 12 13 13 11 10 9 5 4 1 6 4 3 4 3 4 8 6 3 5 3 4 13 12 12 10 8 17 15 66 .NICOLA BADOLATO.

NICOLA BADOLATO. 4: Arie con refrain monostrofiche e polistrofiche 16 14 4 12 10 8 6 6 3 5 4 6 6 12 4 polistrofiche monostrofiche 2 4 4 5 2 3 4 4 1 3 3 3 0 La Virtù de’ strali d’Amore (1642) Egisto (1643) Ormindo (1644) Doriclea (1645) Titone (1645) Euripo (1649) Oristeo (1651) Calisto (1651) Rosinda (1651) Eritrea (1652) 67 . 3: Arie con refrain sul totale dei pezzi chiusi numero pezzi chiusi arie con refrain 60 57 50 40 35 32 26 22 28 28 24 16 10 7 9 7 7 7 3 9 7 29 25 30 20 10 0 La Virtù de’ strali d’Amore (1642) Egisto (1643) Ormindo (1644) Doriclea (1645) Titone (1645) Euripo (1649) Oristeo (1651) Calisto (1651) Rosinda (1651) Eritrea (1652) Grafico n. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie Grafico n.

I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Sulla morfologia delle arie Grafico n. 6: Arie senza refrain monostrofiche e polistrofiche 30 29 25 20 17 15 15 16 13 11 12 10 8 15 mono-strofiche 12 10 13 13 10 8 5 poli-strofiche 9 5 3 4 4 0 La Virtù de’ strali d’Amore (1642) Egisto (1643) Ormindo (1644) Doriclea (1645) Titone (1645) Euripo (1649) Oristeo (1651) Calisto (1651) Rosinda (1651) Eritrea (1652) 68 . 5: Arie senza refrain sul totale dei pezzi chiusi 60 57 50 41 40 35 32 28 25 22 26 21 17 12 21 28 28 24 21 20 18 29 25 numero pezzi chiusi arie senza refrain 30 20 10 0 La Virtù de’ strali d’Amore (1642) Egisto (1643) Ormindo Doriclea (1644) (1645) Titone (1645) Euripo (1649) Oristeo (1651) Calisto (1651) Rosinda (1651) Eritrea (1652) Grafico n.NICOLA BADOLATO.

I LIBRETTI .

Il secolo cantante. 1977. Antenore. XVIII (e anche oltre). 1972. 1994. Modena. 1987. Problemi testuali del libretto d’opera fra Seicento e Settecento. G. di versi e strofe. BELLINA. oscillazioni ambigue fra i segni esclamativi e interrogativi. 1989. collocazione imprecisa (o assenza) delle didascalie. vol. in «Il Saggiatore musicale». 1988.NICOLA BADOLATO. Filologia dei testi a stampa. 81-105. Immagini e fantasmi. 7-20. 1980 (ora anche Roma. Criteri di edizione Il libretto per musica è un testo destinato ad una doppia vita: il suo impiego nel contesto musicale da un lato. Libretti d’opera: testi autonomi o testi d’uso?. Il formato ridotto della pagina favorisce poi la dislocazione e compressione dei versi. i copisti e i tipografi tanto nella stesura quanto nella trascrizione e nella stampa. BIANCONI.. 1 Sugli aspetti filologici generali cfr. Il Mulino. nel segno della fretta: i tempi stretti degli allestimenti teatrali condizionano i librettisti. Trevi. Scena e lettura. FABBRI. Roma. pp. 3 voll. Per una casistica delle questioni filologiche e delle problematiche legate alla restituzione critica dei testi a stampa si veda P. duetti e concertati) e dei segni che indicano quali porzioni del testo sono da cantare simultaneamente.. Ciò ha comportato la necessità di conservare le grafie tipografiche. (a cura di). Bologna. Ancora fondamentali le osservazioni di M. ora alla volontà del letterato-librettista. XXIX. pp. Storia del libretto nel teatro in musica come testo e pretesto drammatico. 212225 (ora in ID. Bergamo. Problemi di scrittura e recitazione dei testi teatrali. Bologna. Università degli Studi. 2003). la sua fruizione autonoma tramite esemplari a stampa pubblicati in occasione dell’allestimento teatrale e destinati alla lettura privata degli spettatori dall’altro. risultano subordinate ora alle esigenze della partitura. L. ROCCATAGLIATI. la caratterizzazione dei personaggi. in «Quaderni del Dipartimento di linguistica e letterature comparate». 3 Per una casistica ampia e dettagliata delle strutture metriche dei libretti per musica del Seicento si veda P. pp. in «Acta Musicologica». La filologia dei testi italiani per musica. ancorché implicato nel meccanismo del teatro d’opera. ACCORSI. L. STOPPELLI. le strutture metriche. Sulle caratteristiche del libretto come testo letterario si veda A. 1-21. pp. presentano spesso refusi e omissioni. inoltre l’attenzione del curatore si è di volta in volta confrontata sia con l’opportunità di uniformare la grafia e la lingua all’uso moderno. I problemi relativi alla restituzione critica dei libretti d’opera sono oggetto di studio abbastanza recente della ricerca filologica. 143-154 e G. 71 . soprattutto nelle forme chiuse (arie.2 La distinzione tra le parti di svolgimento dinamico dell’azione (recitativo).. Torino. 1990. sia con quella di rispettare la veste linguistica degli originali. Bulzoni. Hors-d’oeuvre alla filologia dei libretti. pp. normalmente in versi sciolti privi di uno schema ritmico prefissato. caduta di sillabe. gli aspetti tematici. 6. e ancora ID. solitamente organizzate in schemi metrici precisi (successione di versi legati da rime ben definite). Mucchi. Per una storia del libretto d’opera nel Seicento.1 La redazione dei libretti per musica avviene. Ciò non è senza conseguenze sulla correttezza dei manoscritti e delle stampe: sottratti nella quasi totalità dei casi alla cura dei loro autori e a una riposata correzione delle bozze. Padova. Teorie e tecniche. LXVI. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Criteri di edizione 2a. non quelle d’autore. Il Mulino. LA FACE BIANCONI. Rassegna di studi sul libretto d’opera (19651975). Questa edizione si propone di restituire al loro statuto esecutivo i dieci drammi scritti da Giovanni Faustini per Francesco Cavalli nel decennio 1642-52: gli esemplari utilizzati per l’edizione sono le editiones principes. ne fanno 1) un sussidio all’ascolto e 2) un testo letterario autonomo. in Storia dell’opera italiana. 2 Questa scelta riflette spesso una delle caratteristiche principali della tradizione dei libretti per musica fino alla fine del sec. BRAGAGLIA.. il trattamento dei testi librettistici richiede competenze particolari e in parte supplementari rispetto a quelle normalmente chiamate in causa dalla filologia italiana. Istituti metrici e formali. VI. Principi di critica testuale. 2002. ora alle pretese dei cantanti. Sulla filologia del libretto cfr L. in «Lettere italiane». D’ARCO S. e quelle di stasi dell’azione (arie). Le forme narrative. 1970-1991. in «Giornale storico della letteratura italiana». 1994. pp. 49-72). come è noto. CLXVI. quella cioè di essere documentata quasi esclusivamente da testi a stampa. A. EDT.3 rappresenta la prima sfida per l’editore del libretto. AVALLE.

cambi di scena e gestualità degli attori non sono sempre di immediata deduzione. svolgimento dell’azione. messaggiero ecc. Tre punti tra parentesi quadrate [. di un seppur minimo apparato di didascalie e indicazioni sceniche che offrano al lettore gli strumenti per penetrare appieno gli aspetti specificamente teatrali dei testi (vicenda. La scrittura presenta un’evidente patina veneta. 230-249. distinzione di u da v. ROSPIGLIOSI. A tal proposito si veda D. in vano. gli Interlocutori dell’azione. eccezion fatta per i casi in cui essa comporterebbe raddoppiamento fonosintattico (dunque de le e non delle.. 2002. gli avvisi al lettore. su i=sui.. 72 . l’intervento esplicativo del curatore che a margine del testo “suggerisce” al lettore i movimenti e i gesti scenici del personaggio risulta spesso utile quando non indispensabile.). Studio Editoriale Fiorentino. omissione della i dopo la consonante palatale nei nessi scie. Le dediche dell’autore. cie. conservazione della i nelle forme -iero e -ieri (leggiero. mantenimento della grafia separata dell’espressione a dio per addio.4 4 Per convenzione nel Cinque-Seicento. si sono emendate grafie riconducibili ad errori tipografici o alla fonetica dialettale del copista. La distinzione delle forme metriche (arie-recitativi) nel libretto trova un riscontro visibile a livello grafico attraverso un gioco di rientri che consentono di distinguere le scansioni metriche originali dei versi e dei nuclei strofici: le forme chiuse sono rientrate rispetto ai recitativi. preceduti dalla trascrizione diplomatica dei frontespizi delle principes. co ’l=col ecc.più vocale. IX. I drammi musicali di Giovanni Faustini per Francesco Cavalli Criteri di edizione I criteri editoriali adottati sono i seguenti: normalizzazione della h. Le parti del testo tra parentesi uncinate ‹ › indicano interventi dell’editore atti a colmare lacune o a introdurre didascalie esplicative o ricostruttive dei gesti e movimenti scenici. Oltre ai consueti interventi di ammodernamento interpuntivo e grafico.dei nessi -ti. inserire una numerazione continua dei versi dal prologo all’ultimo atto. Firenze. pur conservando le forme dotte o semidotte e quelle correnti nell’uso del periodo. gli Argomenti o Delucidazioni della favola. riduzione di j a i o doppia ii. gie. stampati in primis come sussidio ad una rappresentazione nella quale lo spettatore poteva seguire l’azione dal vivo. normalizzare l’interpunzione. 1998 sul «Saggiatore musicale». leggieri. Il testo è stato munito. normalizzare e correggere l’uso improprio di consonanti scempie o doppie quando non si tratti di voci attestate. Ciò vale a maggior ragione per i libretti d’opera.). cambi di scena).] indicano passi corrotti e non ricostruibili ope ingenii nemmeno col ricorso alle partiture. sono restituiti con il testo nella loro posizione originale. Per il lettore moderno ambientazioni. - È risultato inoltre necessario: disciplinare l’uso delle maiuscole e delle minuscole. indicandole nella Nota ai testi. riduzione a -zi. recensione a G. a cura di Danilo Romei. ne le e non nelle ecc. e degli avverbi composti da sintagmi come in fine. a ed prima di vocale. DAOLMI. riduzione di et ed & a e prima di consonante. pp. introdurre l’uso della dieresi laddove il ritmo del verso non bastasse a suggerirla. per quanto stringato e sintetico. in vero. dei segni diacritici e dell’accento (introducendo quest’ultimo almeno in tutti i casi in cui la prosodia si prestasse ad equivoco). l’autore di un testo teatrale affida alla parola scritta il compito di esplicitare tutto ciò che è necessario alla perfetta comprensione letteraria: gesti e movimenti scenici vanno di volta in volta intuiti o ricostruiti a partire dal testo. congiunzione della grafia separata nelle preposizioni articolate (de i=dei.e -tti.NICOLA BADOLATO. laddove necessario. i cambiamenti di metro sono segnalati da mezza riga di spazio.). Melodrammi profani.

Di V. incantato da Ericlea. MDCXLII. S. Cassiano. ERICLEA reina di Tessaglia istrutta nelle magie. CLARINDO pastore. Teatro S. Illustrissima questi affetti del mio core. SATURNO figurato per il Tempo. sconosciuta in abito di valletto sotto finto nome d’Eumete. Illustrissima divotissimo servitore Giovanni Faustini. IL PIACERE PALLANTE prencipe della Tracia amante di Cleria. DARETE figlio di Evagora. VENERE. ERABENA figlia del re d’Atene innamorata di Meonte. & Eccel. e Privilegio. GIOVE. 73 . CLERIA figlia d’Evagora. | Con Licenza de’ Superiori. Coro di Nereidi e di dèi marini. AMORE. ERINO suo scudiero. | Fù dell’Illustrissimo. Non ho voluto che passi per via della stampa alla luce questi pochi tratti della mia penna senza dedicarli al nome di V. CLITO LEUCIPPE compagne di Cleria. | Presso Pietro Miloco. Illustrissima. padre di Darete e di Cleria. nemica di Darete. | All’Illustrissimo Signor | IACOMO CONTARINI. Marinari primo e secondo. ILLUSTRISSIMO Signor mio. INTERLOCUTORI IL CAPRICCIO Coro di Capricci fanno il Prologo. MERCURIO.GIOVANNI FAUSTINI La virtù de’ strali d’Amore (Venezia. 1642) LA VIRTÙ | DE’ STRALI D’AMORE. Coro di Ninfe. CLEANDRA amica di Meonte dotta nelle arti magiche e nelle scienze astronomiche. Coro di Spirti taciti.| lentissimo Signor Bertuzzi. PSICHE. S. S. che per fine li bacio umilmente la mano. EVAGORA re di Cipro. Aggradisca V. sicuro che sotto la Sua protezione non ritroveranno il sepolcro ne’ loro natali. | OPERA | Tragicomica Musicale | DI | GIOVANNI FAUSTINI. Cipro sarà il teatro di quest’opera. Coro di Maghe. | IN VENETIA. MEONTE amante di Cleria. LA FAMA.

mentre ci armiamo di ferro il sen per dimostrare quale sia la virtù de l’amoroso strale. ognuno trovi capricci novi per sua pompa e suo diletto. Il volubile Franco io vïolento a cangiare le voglie. Io son colui che più d’ogn’altro altèro di sorvolar presume ogni trito costume con modi inusitati e col pensiero. chiedete il Piacer fuori. mentre apprestate i scenici apparati. io son quel ch’in cento guise il crine vi consiglia a intrecciare per farvi rassembrare capricciose agl’amanti e pellegrine. Or voi. o spettatrici belle. ma non confuse. mie turbe liete. Coro di Capricci. CAPRICCIO Qui del tempo le fugaci ministre ancelle. o Piacere. De’ vostri volti a’ taciti stupori comprendo che desia saper ognun ch’io sia. o spettatori. egli. il PIACERE. Donne. sù sù traete sol fra canti e scherzi e baci.PROLOGO La scena si finge la Reggia del Capriccio. e a queste spettatrici illustri schiere 74 5 10 CORO 15 CAPRICCIO 20 25 30 35 40 45 50 CORO 55 . Il CAPRICCIO. seguaci miei fidi e canori. Bacisi. Il Capriccio son io: di me vedrete opra su questa scena d’accidenti ripiena e d’azioni pria meste e poscia liete. Mentre ci orniamo di socchi dorati. Chi d’amor ferito ha il petto in strani modi il suo ben godi. agl’auditori grati ingombri di diletto con l’armoniche voci il core e il petto. Melpomene e Talia furo mie Muse. saran con le mortali le divine e infernali cose in lei miste sì. cantisi. scherzisi e l’ozio sferzisi con questi studi l’ingegno sudi ad imitare con pronta fé il genio vario del nostro Re. di manti gemmati. l’ore sì snelle. a varïar le spoglie in ridicoli eccessi in un momento. vieni.

per il tuo sdegno di Cipro il tuo bel regno. Aspersa è la vita d’assenzio e di fele. Abbracciate. ERINO. che piace e diletta. perch’io provassi in vita una morte infinita fé che d’ogni valore foss’io trionfatore: 75 95 100 105 110 . 60 PIACERE La vita è un baleno. EUMETE. fuggii rapido a volo per la tua ferità. PALLANTE. un breve splendore. e per uscir di guai disperato cercai fra spade più famose e più temute larghe vie di morire. godete. Cleria inumana. pigri e lenti poi canuti sospiransi invano li gusti perduti. ATTO PRIMO 65 70 75 80 85 SCENA PRIMA Bosco e lido di Cipro. ha poco sereno e nata sen more. pria ch’il crine sia di brine tempestato procuri il mortale di viver beato. arene a me sì care ch’amato dal mio bene in voi più tosto dimorar vorrei. marinari primo e secondo. sù sù me seguite insino ch’avete le guancie fiorite. Godete. s’estingua la sete. o viventi. tra gioie e contenti.apporta intanto dolcezza a l’alme lor con il tuo canto. apprezzate del Piacere il sano consiglio. festosi. or venghi condita da voi col mio mele. ch’impotenti. che ne’ celesti giri di stellati zaffiri spirto beato con gl’eterni dèi Cleria. a l’idol mio crudel soggette arene. felici. io sono il Piacere. vago del mio martire. i giorni sì corti varcate. ma quel crudo d’Amore. nel mondo tiranno ripieno di frode non splende altro bene che quel che si gode. col dolce ch’alletta. 90 PALLANTE Io vi ricalco pure. l’amico parere.

PALLANTE. EUMETE MEONTE Sei ferito. dolente e mesto. che venne a queste rive spronato ohimè da lo spietato amore. traditore. che veste l’armi indegnamente chi la gloria mercando con sudore e con sangue non soccorre chi langue. io vengo meno. 150 155 160 76 . ladrone. EUMETE.115 120 125 EUMETE 130 135 140 or ritorno di novo a farmi scopo de le tue fierezze. Marinari primo e secondo. MEONTE. benché sdegnato. parla. MEONTE ‹che tenta di violare Cleria›. Cleria. del tuo volto adorato che può. io chiudo i lumi a questo ciel sereno. che pensi. CLERIA PALLANTE 145 Così. l’impietade temprar del mio destino. io vengo. ch’io più soffrir non posso così lungo digiun de le bellezze del tuo volto divino. di qualche lagrimetta bagna le fredde ossa. quando sarò morto. SCENA SECONDA CLERIA. mi s’ottenebra il Sole. così. Generoso guerriero. articolar parole. che mai da l’empia sorte impetra pace. e da questa ferita devo spirar la vita: tu. dimmi? Quai mordaci cure ti turbano la mente? S’a sollevarti val questo mio brando. son più giorni ch’attende questo picciolo legno il mio signore. Eumete. Marinari primo e secondo. che per Cleria morì”. Ma più non posso. onde il verme del duolo l’anima mi divora per sua lunga dimora: so quanto a’ vari e lagrimosi casi la nostra frale umanità soggiace. copri di qualche arena il corpo essangue ed in un tronco incidi o in qualche cote con la mia spada queste poche note: “Qui Meonte sen giace. si rapiscon donzelle? Ohimè qual voce nota mi ferisce l’udito e passa al core? Lasciala. ERINO. signor? Ferito io sono. SCENA TERZA EUMETE. dal tuo ferro onorato del mio mal la salute ah non dipende. Ma tu. se mai Fortuna ti guidasse a questa fossa.

porgetemi quel ferro che rapiste a la destra. spergiurata e schernita. che tenti disperato? Esser vuoi tu nemico ed inumano a te stesso. lasciatemi morire. Lasciatemi morire.EUMETE 165 170 Occhi per pianger nati. si fanno i pesci umani e da’ più cupi seni de l’ondosa Amfitrite. Ecco. ogni calma tranquilla divenghi a’ vostri danni di Cariddi voragini e di Scilla. Ferma. Deh lasciate aver fine col finir de la vita al mio martire. lasciatemi ferire. Ma che da l’altrui mano vo mendicando quel che può la mia darmi prodiga e pia? Alma forse or dolente de la fede tradita. ohimè. l’anima mia perdé ogni diletto. Eumete. stillate in lagrimoso umore il sangue tutto. stillate in lagrimoso umore il sangue tutto. Ah malvagi nocchieri. il core. Ah scaccia dal tuo core con l’armi di ragione il rio dolore. Occhi per pianger nati. e contro il vostro legno s’armin d’orgoglio e sdegno i più superbi e più feroci fiati che tiene sotterrati ne l’alpestri caverne Eolo severo. il core. perfida gente. questo mio seno ecco che sveno. a natura che con provida cura s’affanna e suda in conservar chi è nato? Lo stesso tuo defonto là giù di Flegetonte entro i ricetti aborrirà del tuo furor gl’effetti. che. la mano. Barbaro cavaliere che vanti aver in sen pietoso affetto. ritorna e immergi il ferro in questo petto. apprendeste dal mare e da’ venti spietati ed infedeli ad essere crudeli. Meonte mio è morto. vi sia sempre nemico il monarca de l’acque. convertite. convertite. mentre voi disumanate i cori. 77 175 180 185 MARINARI 190 195 EUMETE 200 205 210 215 220 . ogni porto sicuro. o dio. per viver teco in morte eternamente.

così qui venni per rapirlo a morte e serbarlo a colei ch’ognor sospira i suoi delusi amori e la sua sorte.225 230 MARINARO primo MARINARO secondo MARINAI udito il suon de’ miei dolenti carmi. 240 245 250 EUMETE 255 260 CLEANDRA 265 SCENA QUINTA EUMETE. L’anima che dal ciel la sua origine tra’.› Ma che stupori io miro? Che prodigi contemplo? O che portenti? Da le fauci voraci de le belve marine hanno i natali animati mortali. accetta. ‹Dal mare sorge Cleandra. dàtti pur pace. vengono a divorarmi. de le sue piaghe il cavalier sanato sarà qui in Cipro a raddolcir tuo stato: tu lieto intanto vivi. essempio di costanza. 78 . previdi il caso fiero de l’amato guerriero. Seguirlo a te non lice. CLEANDRA 235 Rasciuga il pianto. O tu che solchi questo impero ondoso con pino mostruoso e che de l’esser mio gl’arcani accenni. già che vivo io lo trovo non de’ morir. concedimi ch’io segua il mio languente. EUMETE. accetta Eumete nel tuo guizzante abete. se ben spirante ei giace. SCENA QUARTA CLEANDRA. il tramortito. e tu da questo lito non torcer piede. Marinari primo e secondo. servi. che non varca di Lete e del nero Acheronte l’onde fervide e triste il tuo Meonte. MEONTE. Eumete. Dàtti. Marinari primo e secondo. Sogno? Son desto? O strane meraviglie. Io. che leggo a mia voglia de le immobili stelle e de’ pianeti i fatali decreti. alimentando il cor d’alta speranza. pria che giunga a l’occaso il novo Sole. se come Eumete a languir solo ei nasce. Ma che si tarda? In nave arrecate voi. mentre ch’involta sta nel material suo vel. Eumete. EUMETE 270 MARINARO primo O colui fortunato che rimane affogato dal suo fin ne la cuna e ne le fasce. che nel regno d’amore sanerà fato amico il tuo dolore.

pria ben scolpita in mezo al core l’imagine di lei. a lui ben noto. in mare. se tu sei preso morrai. e il misero successo del suo ardir sconsigliato è poi palese a te quanto a me stesso. Eh quanto è lieve il consolar gl’afflitti. Se ruoti il Cielo al tuo voler conforme. invan tu sei di te tiràn. infelici le primiere radici. Accese il cavaliero ignota fiamma e il non veduto bello di Cleria. in mare. né l’uman pianto val a franger suo rigor: tu gemi invano. in nave. pochi cor san soffrire. fuggi con noi l’ire d’un Rege offeso. ch’era con poche Ninfe e timidette in qualche bosco a la città remoto contro le fere discoccar saette: così. per darsi aita o per finire con la morte il languire. Cleone. si fece nel suo seno amor fanciullo un gigante di foco che struggea l’infelice a poco a poco. Cleone. ch’ogni cosa qua giù deriva di là sù. a chi vive per lui schiava in catena.275 MARINARO secondo 280 285 EUMETE 290 MARINARO primo dev’ella ogni martir paziente soffrir. Il periglio ancor tu deh fuggi. onde. pur non fia ch’io tel neghi. di già mi pare. Troppo amaro racconto a dispiegar mi preghi. benché innocente. che non si trova più rimedio a quel che fu. figlia di chi tien l’impero di quest’isola amena. ogni lingua sa dire. Eumete. di già. in nave. in Cipro venne. né troppo ardua l’impresa rendea l’uso di Cleria. appaga il mio desio: narra di questi eventi sfortunati. poté garrula fama con il lodar costei far che rubello divenisse Meonte a chi pur l’ama. vedi. diamo a’ venti le vele pria ch’il Re mandi armata gente al porto a vendicar de la sua figlia il torto. per l’altrui colpa e per l’altrui delitto. l’isola sollevata a’ nostri danni. È sordo il fato ognor a’ gridi del mortal. ti conosce il guerriero ch’ha il tuo signor trafitto: 79 295 EUMETE 300 305 310 315 320 MARINARO secondo 325 330 MARINARO primo 335 . pensò rapir la sua novella amante. ch’in Asia vide d’un famoso pennello opra e valore.

Trascurato desio il nostro fu di rimirar lontano i colpi di sua mano. Cleria ove sei? Ah Cleria. Cleria. allor che lei seguia vicino al tempio de la bella Diva la fera fuggitiva. LEUCIPPE. per cui solo io vivo. ohimè compagne. LEUCIPPE. 360 LEUCIPPE 365 CORO 370 SCENA SETTIMA CLERIA. ma respirar non posso: il petto mio per la fugga affannato non mi concede il fiato. A questo marmo s’asciughi il sudor. ninfe. CLITO. ogni ciglio or si sereni. Coro di ninfe. attender quivi in Cipro io vo’ l’arrivo del mio Meonte. Clearco. che Cleria qui non è. rinata oggi son io. che di morte il timor me non sgomenta. che narrerai tu poi gli acerbi casi tuoi. del giaccio disciolto 80 CORO 385 . marmo che spunta li strali ad Amor. SCENA SESTA Selva orrida incantata. Amara penitenza facciam noi de l’errore. con guancia scolorita. CLITO. ogni ciglio or si sereni. il periglio ancor tu deh fuggi. Coro di ninfe. il duol si freni. discaccia la stanchezza originata dal vïolente moto. Ecco ch’a noi sen riede con frettoloso piede. Fabro di sue sciagure è l’ostinato. pera chi vuol perire: al fuggire. solo dal vicin speco a noi risponde l’Eco. Ninfe. di seguirla veloci era la nostra cura. che smarrir ne la fece. Ite pur voi felici. il duol si freni. Ah Cleria? Invano diamo fiato a la voce ed affannati abbiamo i nostri piè. ninfe. CLITO LEUCIPPE CLITO LEUCIPPE 350 CLITO 355 Cleria. Eumete. e se il piede peccò tormenta il core. CLERIA 375 LEUCIPPE 380 Compagne. Che sarà mai? Su questo tronco or siedi. al fuggire. Cleria smarrita. fuggiam per l’onde chete.EUMETE 340 MARINARO primo 345 sù. Ninfe.

dal tempio di Citera sin dove sbocca questa selva al lito mi condusse la fera. che stelle? Non vïolenta la superna forza l’arbitrio de’ mortali. di Giove clemente non eccitar i fulmini severi: tu brami. con labra audaci. l’odiato amante. ivi. portandomi al mar. Che note ascolta Clito da una vergine bocca ed innocente! Ah. che più non la miro. ne l’Ircania in che tana. Che tirannia. mentre che d’ira avampo il viso. oh dio. dove s’insegna. a questo marmo s’asciughi il sudor. ferità così strana? Tiranneggiati sono gl’animi da le stelle. più che grido e l’ingiurio. Già dove l’attendea il suo legno era giunto con me sua preda il predator vilano. L’accuse sue non curo. calpesto il suol sospiro. io. tenacemente presa io mi ritrovo da ignoto cavaliero a l’improviso. elettivi sono ne’ petti nostri odio ed amore. in che scola fra’ Sciti. di me pur si quereli: pria caderanno i cieli da le spalle d’Atlante ch’io mai divenghi amante. l’aborrito Pallante – lo conobbi a lo scudo ed al scudiero – assalì quel ladrone. sì che del tuo rigore gli astri non già ma Cleria incolpi il Trace. imprecando la morte al straniero malvagio e al mio soccorso. 390 CLERIA Da’ miei strali ferita. derivano da lor l’odio e l’amore. trovandomi sciolta da quei lascivi e temerari lacci. così. qual. diedi al mare le spalle. quando del trace impero il fiero erede.che stilla il bel volto nel sen di neve assai più freddo ha un cor ch’accender nol puoté il fuoco d’amor. il piede al corso. 81 395 400 405 410 415 420 CLITO 425 430 CLERIA 435 LEUCIPPE 440 CLERIA 445 . cred’io nel suo covil celato da fronde e da virgulti. in forse di sua vita. ei mi dà baci. che per difesa ricorrendo a l’armi fu costretto lasciarmi. sì che del mio rigore Cleria non già ma gl’astri incolpi il Trace. volontari. fuggì de l’arco mio gl’ultimi insulti: io. tu brami ch’una spada nemica del tuo liberatore il sangue beva? Dove.

ERINO. spesso cela del cor l’ampia ferita e col rigor del volto a’ baci invita. Agl’ardenti sospiri è sorda e cieca a’ pianti. benché d’amor rubella si mostri e disdegnosa. È ben ver che più fiera è la nemica mia d’ogni altra fera: impietosita ogni aspra tigre avrei con i lamenti miei. il suo gioir sperato. la perfida Ericlea. tu ardisti far tue prede e rapine bellezze alme e divine? Tanto osò la tua mano di rapirmi il conforto? Erino. arderà contro te d’odio immortale. PALLANTE 465 Del proprio sangue tinto cadé lo scelerato e pagò tosto il fio del suo peccato. tiene incantato la tessala Regina iniqua e rea. giacia spirante. e vuol ch’altri l’intenda e che la miri. e non fui già bastante far lei men cruda almen. Sacrilego. il caro mio fratel. Le fere più spietate al lor benefattor non sono ingrate. sopragiunta è la sera. via di qua. Via. Desia la verginella che la forza amorosa colga il suo fior. fuggiam veloci e snelle. se spirato non è. pria che venghi la notte da le tartaree grotte a vomitar in lei larve funeste a passeggieri infeste. sorelle. sorelle. se non amante.450 455 460 Ma via di qua. Pur qual ragion ti persuade mai ch’ella ne l’odio contro me s’induri. bramando odia gl’amanti 82 470 ERINO 475 PALLANTE 480 485 ERINO 490 495 500 . credi tu ch’egli sia morto? Credo che l’infelice. fuggiam veloci e snelle da quest’orrida selva. mentre colui che l’involava uccise. in cui Darete. SCENA OTTAVA PALLANTE. e credo e il cor mi dice che Cleria più che mai. perché atterrato da la destra mia sia stato quel ladron che la rapia? Il diletto interrotto ch’ogni donzella sotto il suo violator piangendo gode il tuo ferro recise. da questa selva dico. per esser stato di quel suo predator tu micidiale.

per meditar colei ch’invano adoro. per uscir di tormenti. la perfidia. rapisca ogni amatore. con dolce tosco uccide la ragione. io concentrar mi voglio nel più folto e più chiuso di queste solitudini selvaggie. Cangia stile in amare. e mentre veste il suo desio d’asprezze. Contende. se non vuoi tormentare. né farà del mio seno 83 545 550 555 560 . che. ch’è tirannia la signoria d’amore. 520 525 PALLANTE 530 535 SCENA NONA ERINO. Chi rinchiude nel seno anima vile vili ha i concetti e l’opre. ma tu. il negato diletto se può rapir. sol la bugia s’annida e il tradimento. il tormento. già che ricopre con l’ali sue l’ombrosa notte il mondo. gl’appresta eterne e misere ruine: Amor è un precipizio e morte alfine. d’una infida sirena amando l’empio bello ed omicida. Avidamente il sangue sugge a’ suoi da le vene a poco a poco per empirle di foco. Sfortunato quel piede che errando va per l’amoroso impero in cui. che solo. e le contese sono mute favelle ch’invitano a gioir l’alme ch’accese co’ rai de le sue stelle. se foss’io Pallante schernito da costei. Mai beverà il mio lume ne la coppa d’un bello il suo veleno. A la modestia nido non faccia del suo petto chi brama trar piacer dal suo Cupido. Ah. non i lamenti. acciò da la prigione non consigli a fuggir colui che langue: è Amor fiamma vorace e rigid’angue. qui dormi e qui riposa.505 510 515 ed a goderla in cara e lieta pace per condur chi la segue è sol fugace. come soglio. già che m’arreca il sol pensare a lei a lo spirto dolente alto ristoro. ‹ERINO› 540 Stolto chi fa d’un crine a la sua libertà laccio e catena. scacciato il vero. il lungo affaticar senza mercede: Amor è fele al core e non ha fede. vuol che rapite sian le sue bellezze. anch’io la forza usar. mentre l’alma affida. giuro al ciel che vorrei.

Tu sdegnar temerario d’amor le fiamme e gemiti i sospiri e le lagrime d’una a la qual s’umiliano le corone de l’Asia più belliche e‹d› indomite? D’una che può costringere con la natura gl’inferi a partorir miracoli. Degn’è d’eterni guai. Ohimè... il dolce sonno del faticar diurno chiama il corpo al riposo. amiche. fiero scempio facciassi di questo empio. Ahi. col suo vorace ardore.. Ma con l’umor leteo spruzzandomi le tempie. ad oprar cose incredule? che sempre in mano ha il fulmine come il tiràn de’ Superi.. per convertir in cenere la nemica superbia? O furie! o Stigie! o Trivia! che non chiamo da l’Erebo l’Aquila di Prometeo o l’avoltor di Tizio a lacerar famelico queste membra odiosissime? che non conduco Cerbaro od Eurinomo squalido da’ regni de le tenebre a divorar le viscere a questo ingrato barbaro? Eh troppo al suo demerito pia sono e mite vindice de le offese mie proprie. l’origine di cui sdegni e de’ casi infelici di Darete narra a Pallante Clarino pastore nella scena IV dell’atto II. Viene per l’aere Ericlea accompagnata da Maghe amiche sopra il dorso de’ mostri a tormentare con le faci Darete fratello di Cleria da lei incantato in quella selva dentro una pianta..565 un mongibello a’ danni del mio core.. DARETE incantato. .chi d’Ericlea sprezzò le preghiere e la fé. ERINO. sù sù con queste fiaccole. io qui m’adagio e poso. Coro di Maghe.. Ahi. formar non vo’ d’ogni mia luce un fiume: Amor del pianto e del dolore è il nume. Sì sì. s’abbrucia omai. 575 580 585 590 595 600 605 CORO DI MAGHE DARETE CORO DI MAGHE DARETE CORO DI MAGHE DARETE CORO DI MAGHE 610 DARETE 84 .. Coro di Spiriti taciti. ERICLEA Quel che superbo semina dispregio d’alma nobile non miete altro che ingiurie. 570 SCENA DECIMA ERICLEA.chi amato non amò. chi accese e non ardé. Ohimè. .

Deh rendi Cleria amante. AMORE. Non è petto così algente che non arda a un sol mio sguardo. Pallante more in disperato ardore. Non è cor di fiera gente che non punga questo dardo. Fa’ che costei si aveda e sappia un poco che. VENERE. al godere. questa è Citera per cui di fiamme tumido portiamo il seno in mezo al freddo e a l’umido. Al gioire. Son vostri trofei e gl’uomini e i dèi: per voi tutto spira. langue Pallante: pietà del suo languir. Coro di Nereidi e di dèi marini. Non saria cielo il ciel povero del mio bel. non resiste il suo giaccio al tuo gran foco. al piacere. Amor. al gioire. io posso trasformar con il mio viso l’inferno in paradiso. al piacere. VENERE. MARTE 645 Amor. CORO Questa è la dea ch’ogn’alma bea. del suo morire. beato quel core che per le vostre grazie ognor sospira.Dato fine a’ tormenti. AMORE. formano un ballo con atti di scherno verso Darete. ATTO SECONDO SCENA PRIMA Ritorna il bosco e lido di Cipro. al fruire. AMORE 640 SCENA SECONDA MARTE. da’ quali Erino viene portato per l’aria. al piacere. Che l’età mai rinfiora e il tempo ha l’ali. che piove amori qua giù ne’ cori da la sua sfera. al fruire. non è valor ferire di molle carne un core. al gioire. Coro di Nereidi e di dèi marini. 615 VENERE 620 AMORE VENERE 625 AMORE 630 CORO 635 VENERE. intrecciano questa danza vari spiriti in orridi aspetti. Io rendo dolce il mal al misero mortal. al godere. anch’io posso cangiar la terra in cielo col dorato mio telo. 85 650 655 . al fruir sù sù mortali. Bellezza ed Amore. al godere. s’ella armata di rigor ti sprezza. ma de l’orgoglio ad onta ed a dispetto di dura selce e di diamante un petto.

fa’ che per lui la vergine sospiri: pietà. sicario de’ viventi. bella Citerea. onde de’ tuoi favor fatti al guerriero io sarò l’obligato invitto arciero. se tu m’ami. io non so con qual ardir sfacciato ti mostri interessato nel mio regno e ne’ vassalli miei. MARTE 700 CORO Figlio del Re di Tracia è il tuo seguace. attendi in compagnia di Morte. PALLANTE. quasi Marsia novello. né giovò mai nulla. così si parla a un dio che può con una sferza. ah prepariamo il core a le saette de l’irato Amore. ohimè! Qual timore t’assale? Credea che ritornati fossero i spirti a riportarmi a volo. ERINO PALLANTE ERINO 710 PALLANTE Ohimè. Tu. si guardi ognun d’Amore. mio bene. mia vita e foco mio. Amor. Che tanti preghi. fàllo. e nume io son del trace custode e tutelare. acciò cangiasse il perfido costume. scocca pur.› Prendilo. provò ne l’aurea culla i miei rigori. Oh quante volte.660 665 VENERE 670 AMORE 675 680 MARTE 685 VENERE 690 MARTE 695 VENERE VENERE. Amor. Marte. Venere mia. non son premi d’Amore altro ch’amori. egl’è dio del diletto. signore. da la madre è fuggito pien di rabia e furore. Amor. Fanciul malvagio e rio. ERINO. di cadaveri a empir la sepoltura e lascia degl’amanti a me la cura. 86 . e nel fuggir è tanto ardito che ci mira sdegnoso e morde il dito. oh quante. prega Cupido ancora che di Pallante mio Cleria innamori. deitade amata? Non nacque Amor d’Aletto. Per te il penar mi sarà sempre caro. ei fugge. Attendi. Si guardi ognun d’Amore: da la madre è partito. mia speme e mio desio. trasformarti di sangue in un ruscello? ‹Amore fugge volando. farà gioir chi brami. Or che di novo egli è tornato in Cipro. de’ suoi martiri. Narra un poco distinto questi tuoi sogni orribili e confusi. 705 SCENA TERZA Si muta la scena in boschereccio dilettevole. scocca ne’ petti nostri ogni tuo stral pungente che le ferite sanerà la bocca. pietade. Marte. ei vola.

CLARINDO 760 Alcun più di me felice non è. poi da quelle voragini profonde uscì de’ ciechi abissi il Re severo. non voglio col racconto de le sciagure mie perdere il pelo. SCENA QUARTA CLARINDO pastore. a le cui sponde oggi tu m’hai trovato. a cui corona fero. degna d’un cavaliero che calca di virtù l’erto sentiero e ch’avido di palme ognor più brama eternar la sua fama. Alcun più di me 87 765 . ERINO. a la cui rimembranza ancora io gelo. Che follie? Tosto esponi i veduti portenti. se pur tu non deliri. Oh misero chi serve: a pena un lieto sonno m’avea sopiti i sensi. quei paventosi aspetti de’ Spirti maledetti.ERINO 715 PALLANTE ERINO 720 PALLANTE 725 ERINO 730 735 740 745 750 PALLANTE 755 Sogni sì. pria che teco m’adiri. ed in quel fiume cader poscia lasciato. Pallante. fiamme e faville da le lor gole immonde. PALLANTE. armati di facelle. meraviglie ascolto: qualche strana aventura è certo questa. io suggo da un labro di fino cinabro vital nutrimento. Or come io non sia morto a l’orride apparenze e al tatto loro è prodigio. cagionati da’ caldi vapori de’ precïosi vini e delicati o da’ cibi migliori de la superba cena. ove a riposo io ti lasciai la notte? Sinché non passa il termine prescritto. io mai non tormento fra pene e martiri. ahi lasso io porto lacerate le membra e l’ossa infrante. Pur s’estinto non sono. baciante baciato. da’ quali fui girato per l’aria. e sono i sospiri che m’escon dal petto vapor di diletto. Perché non m’attendesti insino al giorno. quando s’aprì la terra e parturì mille fantasme e mille ch’eruttavano. ohimè (temo a narrarlo a fé). Se il ver tu narri. Amante riamato. fumo.

Fortunato amatore. donna ch’il crine porta di neve e pien di rughe il volto. ond’ella. ed ha così libidinoso il core ch’altro non fa ch’amare. Tu di Cipro non sei. 88 775 780 CLARINDO 785 PALLANTE 790 CLARINDO PALLANTE CLARINDO 795 800 805 810 815 820 825 ERINO PALLANTE 830 . per la Tessaglia errava: di lui tosto s’accese la Regina lasciva. ma che sventure l’inquïetano mai? Tranquillo al mio partire io lo lasciai. De l’amico Darete al pietoso accidente lagrima il cor dolente. nata in un momento fra gli dirupi di città distrutta. e in quella selva. quanto. ch’avvenne al cavaliero? Siede nel trono altèro di Tessaglia Ericlea. in cui la notte pare che Plutone traslata abbia la sede. da tessale maghe accompagnata. poiché a te sono ignote le sventure del regno. ed io languisco solo. giunse Darete che. per la fierezza de la mia tiranna. ma l’ingiurie del tempo e le ruine con mentiti colori celar procura e più difforme appare con le porpore finte e co’ candori. sopra il dorso de’ spirti venga quasi ogni notte a tormentarlo. cercando imprese. Ma se di gelosia nembo importuno mai non turbi il seren de le tue gioie. ma quando l’aere annera. Di’ tosto. Ella ne l’arte maga è poi sì dotta che con carmi possenti suscita da le tombe anco i defonti. oh dio. A la sua reggia. cangiando spesso amore. ancor non son sei lune. quanto in amore è dissimile al tuo lo stato mio: tu sempre godi fra lusinghe e baci. incantato lo pose.770 PALLANTE felice non è. tutto molle di pianto e in grembo al duolo. mutò in odio l’affetto. Or chiude l’anno il giro che di Cipro partii. sì ripiena di larve allor si vede. irata. e sapendo ch’in Cipro fatto egli avea ritorno. dimmi che selva è quella in riva al mare. i sozzi amori de l’amante canuta egli derise e si partì da lei. femmina disprezzata. sfortunato colui che là si trova. ove si dice che. Odi caso funesto del prencipe Darete. Ben io lo so per prova. il dì sicuro al passaggiero è il loco. lo fé rapir da stigio mostro un giorno.

che nel regnar si prova alto diletto. d’amicizia la legge anco il richiede. quale. da costui stuzzicati.› Ma che miri. È fama ch’egli sia racchiuso in una pianta invisibile a noi. a voi m’invio. e de la gloria l’onorata sete. mia figlia. fratel di Cleria mia. si turbino i riposi a le più crude fiere. sfogheran contro me l’ira e il furore. a fatiche guerriere le membra essercitiam con questi studi. SCENA QUINTA La scena si tramuta in un cortile regio di Salamina. Per sollevar la mente ognora oppressa da mille cure ch’il dominio arreca. 89 875 880 885 . Cleria. Clarindo? Ah non è quella Dalinda tua ch’ha de le belle il vanto. ne l’ozio e ne la pace ancor si sudi. ove la selva forma quasi un teatro. finirà l’incanto. forza infernale. Ora sì che i demòni.835 CLARINDO 840 845 850 PALLANTE 855 860 ERINO 865 PALLANTE ERINO pur gli rasciuga il pianto lusinghevol speranza di trarlo da l’incanto. Temi di spirti ancor? Meco pur vieni. contro cui non resiste incantato poter. a dio. Erino. che per sembrare ancora a te più bella si consiglia col fonte a ricamar di fiori il seno e il crine? O vaghezze divine. calamite amorose. a dio. Oh quanto volentieri cangerei con la tua la mia fortuna. oggi libero sia da’ scherni e da le furie d’Ericlea per la virtù del brando mio fatale. con il suo fiero oggetto. CLERIA. i corsi e gl’ircani. che l’amato Darete. Intanto a Salamina andrò veloce ad arrecare al Re di te novella. se non potranno contro il suo valore. e che del pino a le radici un’urna arca marmorea chiuda d’incantesmi ripiena. spezzata. Amore. EVAGORA. ti lascio. ‹Scorge di lontano Dalinda. gl’indi. 870 EVAGORA È un grave pondo il regno a chi con retta lance fra giustizia e clemenza in equilibrio il rende. eternamente pende sopra il capo del Re ferro pungente che turba quel. per la caccia apprestate i più feroci cani. E tu. Comanda.

(Pria ch’io sia di Pallante ‹A parte. Ch’ha da far Cinzia in Cipro? Tu seguir una dea a Venere nemica? O numi. bramar quel che desio. Esser vuoi tu ribelle a quella deità per cui sol regno? Di chi può tormi la corona e il scetro non irritar lo sdegno: celibe ed infeconda esser vorrai ne l’amoroso impero? Cangia. per avvisarti che dolente e mesta tu piangerai la libertà cattiva e il vïolato onore. o stelle. lascia che segua solo la mia verginità belve fugaci. amar conviene. M’è legge il tuo volere. non risplendano mai di lascivo imeneo per me le faci. ti merta il suo valore. quando vuoi tu che liete tragga felice l’ore co’ nepoti scherzando il genitore? Disponti omai. se tu non segui Amore. Padre e signor. Empia così non sono e irriverente ch’il nume di Ciprigna io non adori.890 895 CLERIA 900 905 EVAGORA 910 915 CLERIA 920 EVAGORA 925 930 935 940 CLERIA 945 unica posso dirti poiché l’altrui malvagità mi priva del tuo fratel Darete. a la cui pura e immaculata diva già me stessa sacrai. se ben la casta dea seguo ed onoro? Non è peccato il riverire i dèi. cangia pensiero.› e consorte ed amante. vo’ ch’egli sia gradita compagnia di tua vita. ed or ch’è giunto il bellicoso Trace a queste arene. o Cleria. L’interesse di Stato non ammette ragione. saran del viver mio l’ore sì corte che sposerò la morte. da’ talami lontana concedimi ch’io viva seguace di Dïana. la sua real fortuna e la sua fede: s’egli ti fé lasciare al predatore.) 90 . giusto è che ei goda le ritolte prede. ma di che gravi errori incolparmi può lei. che sei nel fior degl’anni. ogn’ombra di sospetto è ribellione. Opra di Citerea fu del ladron straniero che ti rapì la vïolenza ingiusta. eternar ne’ tuoi figli il sangue mio.

mentisce amori e fé d’angelo ha il volto e d’una furia il cor.SCENA SESTA Si tramuta la scena in prati ameni. O che viver giocondo. io sdegno il Ciel. la madre mia lasciva che poté per un drudo obliare l’amor del figlio Amore e gridar ch’il prendesse al traditore. con questi lumi. Mi vergogno esser nato d’una femmina rea. AMORE. Ma qual placido rio con dolce mormorio. se viver senza lei potesse il mondo. se viver senza lei potesse il mondo. se ben ella è una dea. O che viver giocondo. io vo’ che Pallante provi infelici amori or più che mai. O che viver giocondo. vende al senso il suo bel. quai zeffiri soavi scherzando tra le fronde di queste verdi piante mi lusingano il sonno? Più gl’occhi miei non ponno pertinaci resistere a l’oblio. Libia. riserbandomi in te quella vendetta che l’ira brama e al tuo fallir s’aspetta. sospiri il vento al mio tormento. ‹AMORE› Non si stuzzica l’angue. EUMETE 995 Piangete. Marte. 950 955 960 965 970 975 980 985 990 SCENA SETTIMA EUMETE. Peste al mondo non è de la donna peggior. se viver senza lei potesse il mondo. qui la faretra appendo e l’arco mio. che stuzzicato punge e versando il velen su la ferita chi stolto l’irritò priva di vita. nemica è di pietà né in sen fuor che perfidia altro ha di ver. Mercenaria e venal. 91 . lei fa crudo il mio stral perch’ella in Ciel annida. o fiumi. AMORE. Libia non ha angue di lei più fier. Voglio ch’ancor pentiti sian d’avermi schernito ed oltraggiato e l’adultero Marte e la sua diva. e in questo prato ameno tempestato di fiori del piacevole dio cedo a’ sopori.

Di quel crudele che m’è infedele. o venti. son Erabena nido di pena. o venti. d’ogni tua doglia acerba spietatissimo autore? Sì ch’egli è desso. è questi Amore che dorme in grembo a l’erba. A’ miei lamenti piangete.1000 1005 1010 1015 1020 1025 cortese l’Eco si dolga meco con tronche note. Ma poco è al tuo demerto ed a far le vendette degl’offesi mortali il privarti de’ strali: voglio che provi ancor quanto pungenti sono le tue saette. delusa moglie. colei che porta per te morto il core. ne l’alme a incrudelir. Ah malvagio fanciullo. A’ miei lamenti piangete. o fiumi. del mio dolore empia cagione. la sua faretra e l’arco. del Re d’Atene unica spene. perché sì ingordo sei del mio male? A’ miei lamenti piangete. schernita amante. egl’è bendato e ha l’ali. e da quei rami ombrosi che l’ascondono al Sol. seguo le piante: ohimè Meonte. Questo ti dona. o fiumi. o fiumi. Amore. o venti. Ahi crudo Amore. ‹Scaglia un dardo su Amore. e sospirate. tu m’hai piagato. 92 1030 1035 1040 1045 1050 1055 AMORE ‹svegliandosi› EUMETE . con finte spoglie. e sospirate. fé veder Diomede ne l’età prisca là ne’ Campi Ide che son soggetti a le ferite i dèi. e sospirate. pende il suo incarco. questo è quel punto in cui vuole il tuo fato che resti disarmato. bellissima Erabena. Tu mi conosci eh. al varco ora sei giunto. questo.› Ohimè. figlia diletta. Non son Eumete come credete. Ma che miri. o fiumi. e sospirate. o venti. senza ragione aspide sordo. Erabena? O cieli. A’ miei lamenti piangete. scelerato? or va’ mostro di ferità.

Oscure profezie. di cui potenti assai più de le mie erano le magie. e morirà vivendo. voi date vita a Cleria. e miracolo fu da quelle fiamme. medica mia cortese. che nel breve fuggir d’ore volanti di ferita mortal sano mi rese. a non restar consunto e incenerito. che vanterà reali gl’illustri suoi natali. Erabena! Erabena! SCENA OTTAVA MEONTE. ma d’un altro megliore tosto t’arricchirà la savia amica. invido del mio ben. MEONTE 1070 Ben fu l’erba salùbre. ah Cleandra. Lasso. onde per tua salute osservo gl’astri ed uso arti d’inferno. CLEANDRA. allor che tu sarai col gran Leone a feroce tenzone. Oh qual dolcezza spirano al mio core quest’aure temperate! Aure dolci ed amate. il non tuo genitore. 93 CLEANDRA 1075 1080 MEONTE 1085 1090 1095 1100 1105 CLEANDRA 1110 1115 MEONTE . Non varcherà de l’orizonte i campi il luminoso apportator del giorno che felice godrai de la viva defonta i vaghi rai. che strette al petto avea ben troppo ardito. credo ch’il mio destino. ch’è senza strali e reso inerme Amor. se ben io credo che le fonti amare che chiudo in me di lagrimoso umore in parte mi salvar dal loro ardore. il passo frena. a quanti mi sottrasse il tuo amore! Di quante vite io son tuo debitore! Allor che mi traesti da l’orrida pregion del vecchio Oronte. se puoi ferir. ed ella a voi comparte i suoi tesori. Feritrice mia bella. Ah Cleandra. allor dico. Festeggi ogni amator. ond’armò il Cielo contro di me l’onnipotente mano. le mie forze in eterno restaro a te devute. di già tutt’ardo in virtù del mio dardo. prendesse corpo per atterrarmi allor ch’in braccio avea la mia vezzosa e idolatrata dea. o Meonte. o pur fu colpa mia ch’osai profano divinità rapire. mentre che lei vi bee di preziosi odori: perciò cedano a voi l’aure sabee.1060 AMORE 1065 feri. A quanti eccessi di perigli.

ma vere. Io ti lascio. perir di sete: se desta il mio digiuno in voi pietà. Non ha seno colei ch’annida nel suo petto amor di giovanetto. Vedova e notte e giorno ei star mi fa: chi. chi m’insegna Amor. O beato quel cor che non soggiace a l’impietà d’Amor. Psiche son io.CLEANDRA 1120 1125 MEONTE 1130 Oscure sì. tu trova Eumete e il misero consola che. Spirto là giù nel Tartaro non è di questo arciero più crudo e fiero. Psiche. errai: per amar un fanciullo io vivo in guai. con il suo volto bel vuo’ vendicarmi. vuo’ darli tanti baci quante con le sue faci vibrò fiamme al mio cor per abbruciarmi. CLEANDRA 1135 1140 1145 SCENA NONA PSICHE. Di dolcezze digiuna ei star mi fa: chi. O beato quel cor che non soggiace a l’impietà d’Amor. insegnatelo a me. il cui letto il crudel repudia e sdegna. se bramate costante il marito o l’amante. ‹PSICHE› 1150 Mortali. 94 1155 1160 1165 1170 . chi m’insegna Amor. Ara l’onda fugace. Infelice quel cor che fa suo nume e suo tiranno Amor. credendoti estinto. Chi vuol viver felice e notte e dì de la sua face non sia seguace. io cerco Amor: pietoso al mio dolor chi me l’insegna? Moglie di questo dio. A me sarà mai sempre Eumete caro. voi che nel sen degl’anni nel seren amor chiudete. non incolpi già lui ma il fato avaro che fé ch’egli sia nato e di ricchezze povero e di stato. ben me n’avedo. Infelice quel cor che fa suo nume e suo tiranno Amor. e s’egli aver non può dal suo signore premio eguale al suo amore. per carità? S’io trovo l’infedel. il tuo spirto seguir volea fra l’ombre da fiera doglia vinto: degna è di gran mercede l’amorosa sua fede. Meonte. né di fame languir. i cui sensi or profondi e tanto ignoti tosto saranno a te svelati e noti. per carità. per carità? Belle.

che narri? Oh dio. in qual lido si trova il mio Cupido? Egli in Cipro dimora senz’arco e senza strali. o dea loquace: mi tormenti a sua voglia il mio bel nume. a par di quel d’amor ch’un petto ingombra. tanto prova spietate al suo desio. quanto ei t’è crudele. che. dimmi dove. che giova. sempre intatte saran le nostre piume. PSICHE. Che giova a me. di bellezze mortali idolatra fedele. eh semplicetta. ed a ragion. mentre egli saetta. Ogni diletto è di diletto un’ombra. che. che sì che lieta passerò con suo scorno con li giovani dèi la notte e il giorno? che sì. FAMA 1185 Psiche. farò nel letto suo l’altrui vendetta? Ma scherza la mia lingua. con le sue saette e la sua gloria sprezza e la sua pena la superba Erabena. lascia. che mi vale esser fatta immortale e di Cupido moglie. se fameliche sempre ho le mie voglie? SCENA DECIMA FAMA.1175 1180 semina ne la polve donna che si risolve d’un garzon amatore far tributaria l’alma e servo il core. né val ch’egli sia dio. fatta arciera. tu che tutto miri e per tutto t’aggiri tutta occhi e tutta penne. oggi nel mondo aborriti da l’uso e dal costume. lascia i lamenti. tu m’hai resa immortale sol perché sempre io viva al pianto e al male. Ohimè. Deh. Eh folle. nume d’amore. che istorie dolorose odo infelice del mio caro tiranno? Amor nel proprio foco abbrucia e sface? Amor fatto è seguace di novelle bellezze? Così tradisce Amore quella misera Psiche che con tante fatiche il comprò per marito? Ah perfido destino. tu ti quereli. figlio de la Beltà. di quel crudel ch’adori. che sì che. i tuoi solinghi e sfortunati amori ti fan provar le furie anco ne’ cieli. Che sì. che mi val. Onorati pensieri. tu fabrichi a te stessa aspri tormenti. 95 1190 PSICHE 1195 FAMA 1200 PSICHE 1205 FAMA 1210 1215 PSICHE 1220 1225 FAMA 1230 . tu stessa rendi il tuo destin maligno.

Mercurio. seco. godi festosa con graditi amator pace amorosa: il perduto piacer già mai non riede. Io. 96 1250 GIOVE 1255 1260 1265 PSICHE 1270 SATURNO 1275 1280 PSICHE SATURNO GIOVE 1285 . che medico e sano ogni piaga del core. è disonor del Cielo ch’un dio così potente venghi schernito da bellezza umana. se per me sola de le grazie il fonte rende secco il mio fato e inaridito? Chi mi darà il marito? Monarca de le cose. Avrai ciò che prometto. ch’io sarò casta moglie e fida amante. Questi lascivi errori segua pur Citerea. s’a miei comandi il fiero riverente qua sù spiegasse l’ale: ma tu sai pure che con lui non vale severa sferza. questa diva dolente nel mio gelido sen desta pietade. ed a le stelle. di quei diletti. che d’adulterio rea il suo Vulcan fregiò de’ disonori. e nel mirar amante il tuo bel nume chiedi che lo richiami a questi giri. che tenti di velar con altri affetti. priva di quei piacer. o bella. Negletta e abbandonata ognor sospiri punta da gelosia l’incolte piume. mi sia pur crudo Amore ed incostante. che formo l’etade di momenti insensibili e col dente edace. rapir mi vanto Amore. ATTO TERZO SCENA PRIMA PSICHE. a chi fede non ha rompi la fede.1235 PSICHE 1240 abbandona i sospir. porta l’arco amoroso e le quadrelle. Lassa. i tuoi languori. non che mite impero. MERCURIO. GIOVE. Deh supremo motore. godi. che ti nega l’ingrato e arreca a’ cori. che farò dunque. Coro di dèi taciti. PSICHE 1245 Deh supremo motore. richiama a l’etra Amore. SATURNO. Io lo farei. Felicissima Psiche s’a le proposte tue segue l’effetto. adamantino divoro i bronzi e le città ruino. richiama a l’etra Amore. io. Scendi. dissecca i pianti. poiché ferito avran l’infido amante e fatta Cleria sposa al suo Pallante. Ben io comprendo. ch’una destra profana contamini quei dardi sin da te riveriti.

repudierò la moglie e farò ch’Imeneo teco m’annodi. amor d’Amore: un dio per te sen more. Chi vuoi tu amar. ecco che viene. arresta il piede. se tu consenti a le mie voglie. e nel lieve fuggire i marmi spezza. arresta.› MERCURIO 1300 1305 1310 Questo vecchio rapace che rassembra sì lento. EUMETE. crudele. se tu non ami Amore? Forse quel traditore che. MERCURIO SATURNO 1295 Rapido essecutor de la tua mente verso la terra drizzerò le penne. E pur. ogni bellezza. Si battino l’ali. Pria ch’ei del viso i fiori vi rubi. Al nostro motore s’arrechino i strali. per rapirlo qui sui vanni librato in aria attender lo vogl’io. senti ch’io sono. Per me la vita hanno i viventi dagl’elementi. Che vuoi da me? Pietà.MERCURIO SATURNO 1290 MERCURIO SATURNO. Replicano a due ‹Si libra in volo. AMORE EUMETE AMORE EUMETE AMORE Odimi almen. Pietà non merta chi pietà non ha. tosto sciolto il verginal tuo cinto. ogni affetto rapisce. per me le faci de l’alte stelle brillan sì belle. rapiscasi Amore. il pargoletto innamorato dio: tu scendi. ecc. SCENA SECONDA AMORE. siate ancelle degl’amori. che fatte vecchie non avrete amanti. Si battino l’ali. son il maggiore d’ogn’altro dio. padre fecondo d’ogni piacere. io reggo il mondo. o donne belle. seguace del suo bene. il poter mio vince il Motore. godete or che son verdi i bei sembianti. più del vento è fugace. Mercurio. resi concordi fra le discordi nemiche paci. 97 1315 1320 1325 1330 1335 1340 . d’altra bellezza vinto ti lasciò disperata in abbandono? Senti.

Senti. anima mia? Ma di te sempre adorator m’avrai. Torna. né può Radamanto a l’alme nocenti dar duolo maggiore di quel che tu. AMORE 1370 Credo che nata sei tra i gelidi rifei e che di pietra ti formò natura. Amore. Ch’io baci quella bocca che succhiò da le poppe 98 1350 1355 1360 1365 1375 EUMETE 1380 1385 1390 AMORE 1395 1400 EUMETE . funesta radice di pena infinita. per te non ha pace il mondo infelice. che ti conosco. glorïar non ti dei. torna a le fasce ed a la cuna. e se nol fai. Vedi come il bambino s’addottrinò ne le menzogne ardite de’ falsi adulatori. di giaccio sei formata. Arrechi a’ viventi ognora tormenti. spegni. un bacio. Ma pur i marmi ancora l’onda cadente fora. ma qual giaccio potria non liquefarsi a’ miei sospir di foco? Ah tu sei di diamante. Deh s’amarmi non vuoi. t’accuserò a la mamma. Tu là di Cocito ne’ tetti infernali traesti i natali da l’empia Megera. uno che mai satolle ha de’ pianti de’ suoi l’avide brame: questo demone infame (t’apprendi al mio consiglio) fuggi. sei troppo delicato e troppo molle per seguir d’empietade e di dolore uno spirto infernal chiamato Amore. o figlio. spietata e severa. spegni la fiamma. e tu divieni al pianto mio più dura. un bacio solo mi farà lieve il duolo. Così tu mi schernisci. apporti al seguace. EUMETE 1345 Vanti mentiti sono i vanti tuoi: con me. Più tosto esser vorrei nud’ombra in Dite tra le faville e il gelo che tua consorte in Cielo. de’ poeti amatori. sei morte e non vita. senti chi sei. baciami almeno.ti renderò divina e del Ciel cittadina. deh fuggi. schernimi quanto sai. né l’onda o il foco è contro te bastante. sei nume del pianto.

s’han virtù di fare le sue saette amare. Fo gioir. misero. ohimè. signore. sputar mai sempre. e tu. da te. cagion d’ogni tu’ errore. Qui Saturno rapisce Amore. Il nodo sì indegno recidasi omai con l’armi di sdegno. voglio che m’ami.1405 AMORE EUMETE AMORE EUMETE AMORE EUMETE AMORE EUMETE 1410 1415 1420 1425 de l’Eumenidi crude il mortifero latte? No che non voglio. mio core? Sù sù. Così da lor ci dividesse il mare. di costei si fugga il rigore. non ho più core. sciolto da’ lacci miei. Io son tutto dolcezza. anzi che tale umore dà più vita a l’incendio e ’l fa maggiore. che son ferito a morte e semivivo.› 1450 . mi tiene fra’ ceppi e fra catene tenacemente avvinto la sua beltà che m’ha trafitto e vinto. Arresta il passo. Noi dunque costanti soffriam la prigione lontani da’ pianti. ah lasso. pargoletto caro. ERINO. degl’occhi la piova al nostro mal non giova. sì sì. rendermi fuggitivo. maestro. come polve al vento. Torna in Cipro Meonte. Che vengono i demòni? A dio. è così breve che. SCENA TERZA AMORE. ‹AMORE› Che pensi. Tu sei tutto fierezza. Fai penare. Dove. amaro. fuggi com’io ti fuggo gl’irati amanti in qualche rupe alpestre o ne’ regni d’orror. 1430 1435 1440 1445 SCENA QUARTA PALLANTE. svanisce in un momento. O vaghissimo oggetto 99 ‹Vede giungere Cleria. e se talora qualche piacer apporti. ch’a dispetto d’Amore. imbelle e dissarmato. PALLANTE ERINO PALLANTE ERINO PALLANTE Vicini siam de le fantasme a’ nidi. se ben cred’io che Stige non vorrà mostro sì rio. Crudeltade da me? Da te. né meno potrei. per baciarti. dove apprendesti l’arte di crudeltà? Da te.

del mio destino. Pallante. più che non fugge partica saetta da l’arco discoccata. de l’alma appassionata refrigerio e ristoro. Cleria ver noi sen viene. LEUCIPPE. incolto: or ch’il tuo volto vago fiorisce di gigli e rose. Nascondiamoci. egli dà senso a chi non l’ha per fare a le cose insensate ancora amare. nel mirarvi in quel viso godo in terra beato il paradiso. ed in soave ardore ardono pur le fere più selvaggie e severe. Il tutto spira amore. miseri amanti. musico garuletto. se ben liete ver me spietate e ree. la fera mia fuggirà. come la sua diletta a’ piaceri d’amor cantando alletta! Mira là quel colombo 100 1480 1485 CLERIA 1490 1495 CLITO 1500 LEUCIPPE CLITO 1505 LEUCIPPE . deh lasciale corre da mani amorose. perché quando gl’anni faranno rapine di quella bellezza ch’or viene adorata. Le pietre inanimate amano riamate. invan piangerai schernita e sprezzata le dolcezze aborrite e il crin di brine. Coro di Ninfe. io ti miro e non moro sommerso nel piacere? O mie bellezze altère. LEUCIPPE. Erino. CLITO È beltà senza amor qual rugiadoso fior che su lo stelo infracidisce negletto. Odi quell’augelletto. Ecco. SCENA QUINTA CLITO. di furtivi sguardi alimentano il cor. CLERIA. Non avrà quell’infido di Cupido mai ricetto nel mio petto: goder vogl’io la cara libertà. se ci vede. il mio core per lui non languirà. più belle assai de le più degne Idee. Che deggio far? Fra queste ombrose piante contemplarò furtivamente almeno nel suo volto sereno.1455 1460 ERINO PALLANTE 1465 1470 ERINO 1475 de l’alma innamorata. nel suo vago sembiante la fierezza d’amor. quanti come tu solo. Quanti.

un duce ch’è cieco seguire io non vo’. che le nevi animate de la mano irrigate. Ch’ascolto. non pare ch’egli le dica: “Amiam. ama sù sù. ama. Come acuta hai la punta? Ohimè. SCENA SESTA PALLANTE. ama ancor tu. seguace d’amor distempra il rigor. ostri fumanti che gl’avori spiranti. ch’amano i dèi. CLITO 1515 che baciando l’amata è ribaciato. cara mia vita? Qual novo e dolce ardore corre veloce da la piaga al core? O sanguinose stille. No che non voglio amar: il procelloso mar del vostro crudo fanciullo ignudo io mai varcherò. liquefatti rubini. vedi. spero con te di belve impoverir le selve. Che sospiri. PALLANTE CLERIA 1540 PALLANTE Che miro. CLITO. Pallante! Cleria! Eh dio. e più non esce il sangue da la parte che langue. ama folle. me dolente? Ferita sei tu. ancora un giorno pentita io ti vedrò del pertinace no.› Lo strale che vede Cleria in terra tra’ fiori è quello stesso che ferì Amore. Cleria. 101 1545 CLERIA PALLANTE CLERIA PALLANTE 1550 CLERIA 1555 LEUCIPPE . Oh gradita saetta. Eccomi resa amante: ah Pallante. contro di lui discoccato d’Eumete nella scena VII dell’atto II. Ancora. CLERIA 1520 LEUCIPPE 1525 CLERIA 1530 1535 ‹Si punge con lo strale. Oh qual aurato strale miro giacer tra fiori? Di faretra mortale egli pondo non fu. ben mio? È lieve il male. tante fiamme voi siete che nel centro del cor l’anima ardete. ah Pallante. LEUCIPPE. ERINO. vedi.1510 LEUCIPPE. Coro di Ninfe. CLERIA. semplicetta che sei. nel cui primo ferire fa me da me partire. cadé dal cielo a la dea sagittaria o al dio di Delo. stupore. Clito? È Cleria innamorata? Meraviglia. che legge è amare”? Ama. Un angue fu lo strale velenoso e letale.

Ah crudel quanto bella. fui ingrata a la tua fede.1560 CLITO PALLANTE 1565 1570 1575 CLITO ERINO CLERIA 1580 PALLANTE CLERIA 1585 PALLANTE 1590 CLITO. che pria che venghi a riverir tuo padre. errai pur troppo. Felici. ti consacro ad Amore. CORO a tre Questi son de’ miracoli d’Amore. la mia fugga saria mio fallo e tua vendetta. So che merto ogni pena perché son. godrai che mirino qua giù d’Apollo i rai. Ma voi. Erino. Onnipotente arciero. per schernir chi t’adora amor tu fingi. Va’ seco. LEU. io mi dissarmo il petto. CLERIA 1600 ERINO PALLANTE 1605 1610 1615 CLERIA PALLANTE CLERIA ERINO . idol mio fiero. quelle note che formi son più dolci e soavi che le canne di Cipro e d’Ibla i favi. E tu. Ah non partir. Desterebbe una tigre egli a pietà. non è piè sì leggiero che ti possa fuggir. morto al dolore: appeso a questo ramo. lo giuro a’ dèi. Lo confesso. Cleria. eccoti il ferro. godiamo sì sì: oh per noi lieto e luminoso dì! Consorte il più fedel. se di punirmi hai tu diletto. che timor mi percote e gelosia. Pallante. a la città m’attendi. malvagie femine. Cleria. Discenda Imeneo dagl’orbi stellati e con eterni mirti annodi i nostri spirti. beati. mio sole? Confermi questa destra i detti miei: io sono e sarò tua. Pure. ma tanto io t’amerò quanto t’odiai. dal carcere incantato voglio Darete trar suo figlio amato. Non son sì tosto amante. Oh lingua amorosetta. Aventurato strale. penitente la mia mercé ti chiede. figlio di Citerea. di lui nemica e di fierezza ancella? A sottopormi io torno al tirannico impero de la tua crudeltade. non già. sì pronte hai l’ali. mia sposa. S’ad un’alma pentita si conviene il perdon de le sue colpe. Son veraci parole queste che formi tu. sono le tue saette a noi fatali. da te fuggito: ma s’a te noti fossero i tormenti ch’infelice da te provai lontano. per te solo cred’io esser nato al gioir. Breve l’indugio fia. schiavo tuo. (Odi la ritrosetta e disdegnosa come fatta è pietosa: si strugge di desio 102 1595 PALLANTE. errai.. o vaga mia.

voi le mie colpe a me rimproverate. di lagrime soggiunse: “Erabena son io. perfido ingannatore.” Che pianto è quel che versi? e che sei forse negl’affetti de l’ombre interessato? Quest’Erabena amai ch’or estinta sen giace.) Odi portento: già la passata Aurora col pennel de la luce alta pittrice ne le tele del cielo il dì abbozzava. per goder il marito entro le piume. del Re d’Atene unica prole amata.) SCENA SETTIMA MEONTE. onde convien che fuor per gl’occhi ei sgorghi in lagrime di gioia e di diletto. per Cleria la sprezzai: io lo confesso. qual me tu vedi.) O Meonte. MEONTE 1625 EUMETE MEONTE EUMETE Per ritrovar Eumete. rallegrati. Tu come fatto sei saettatore? (Or tempo è di scoprirmi. “Ah scelerato. del tradimento Idea?” Così tu parli? Egli così dicea. (Anima innamorata. Poi con voci pietose con luci rugiadose. che lui guerrier privato del mio fior verginale ahi feci degno. così mi disse: “Dov’è quel traditore del tuo caro signore? Erabena lo sfida a battaglia crudele. e dispettoso e fiero. o quel feroce che spirante mi rese. quando m’apparse un giovanetto arciero tra la vigilia e il sonno. Fidelissimo Eumete! Eumete mio! De l’immenso contento che nel trovarti io sento angusto vaso è il petto.1620 che l’ombra de la notte uccida il lume. che sollevai l’ingrato a speranza di regno. ma de l’errore 103 1630 1635 MEONTE EUMETE 1640 1645 1650 MEONTE 1655 EUMETE MEONTE EUMETE 1660 1665 1670 MEONTE 1675 . o larve. EUMETE ‹che indossa l’arco e la faretra d’Amore›. o signore. o sogni. e vendicarmi de le ferite e de le perse prede invano aggiro il piede. mio core. le torve luci sue tenendo fisse in me. ch’or piango abbandonata l’infedeltà de l’empio e sconoscente per Cleria disprezzata. dov’è quest’infedele?” O voci. È sanata la piaga? Sana mercé de la cortese amica che d’erba in lei stillò vitale umore. ah mancator di fede. è ver. ecco il tuo nume.

in cui corrono l’api a farvi il mele. sei morto! Ei m’ha ferito. ella placa lo sdegno. defonta no. che con spoglia mentita. perché non traggo da quel barbaro sen l’anima rea?” Che temerario! Egli così dicea. Non più. che ferir? Ben mio. Cleria.) Faccia la sua vendetta quest’aurata saetta. e mi trovai svegliato. eccoti a’ piedi un reo: punisci tu. o care pene 104 . Intenerito a le sue note. Se costei fosse viva. sconosciuta errante. Forza e virtù de l’amoroso strale. ella è d’Amore. perché. Rinovato sospiro traditor di tua fede e del tuo bello. sol amo. Ohimè qual foco va per le fibre al core? Eumete. bocca purpurea ed odorata. ferisci questo crudo che t’offre il collo ignudo. e ch’egli in mano l’arco suo mi ponesse e i strali al fianco. non più. come tu vedi – o meraviglia – armato. te. “I fulmini divini puniran rigorosi i tuoi spergiuri. vuol la nostra turbar d’odio seguace. più non ti bramo. vo’ che sian le ferite colpi solo de’ baci. d’Erabena campione. degno di mille morti. che con veste servil per ogni arena l’arme tue seguo. onde vuol la ragione ch’incatenata io segua il trionfante. Meonte mio.EUMETE 1680 MEONTE EUMETE 1685 1690 MEONTE 1695 EUMETE MEONTE 1700 EUMETE MEONTE EUMETE 1705 MEONTE 1710 EUMETE 1715 1720 MEONTE 1725 1730 EUMETE 1735 MEONTE EUMETE non è già mia la colpa. Meonte? No. non temere: ardo d’amore.› Ah disleal. mio desio. Questo de l’infelice sarà lo spirto misero e vagante che. parmi ch’io li chiedessi l’armi giurando di punirti. ravivaresti tu le fiamme antiche? l’ameresti. lassa. deh taci. schernita. ch’a Cleria mia bella esser non può l’anima rubella. Meonte. O fortunati affanni. ‹Scaglia una freccia su Meonte. ed invece che l’onta accresca l’ira. (Costui fuori è di senno. ch’io riconosco il sembiante celeste ed in quei lumi del mio foco primiero e del novello l’origine rimiro. ma viva io son quell’Erabena da te. Che punir. ne la guerra d’amor fui tua prigione. vendicando i miei torti. non avendo pace. Or dunque io ti disfido in sanguinoso agone.

EUMETE. ah che non lice trattar con man mortali armi divine. s’amar volete. Deponi le saette. Senti strano accidente: io vidi Amore dormir in grembo a’ fiori. è quello stesso che ferì Amore. che felice godrai de la viva defonta i vaghi rai”. Ma da chi più vezzosa ha la bocca amorosa in premio del mio colpo un bacio io vuo’. poiché miran confusi i lumi miei di Giove teco favellare i dèi. Or. ch’a tutti è padre e a tutti Giove. allor che venni a trovar te che sotto gl’onorati vessilli del Re spartano militavi ardito. 1745 1750 MEONTE 1755 EUMETE 1760 MEONTE SCENA OTTAVA MERCURIO. che Mercurio ripone nella faretra amorosa. Questo strale. L’isola omai fuggiamo de la rivale mia: si vadi al porto in qualche pino ad imbarcarsi. là dove sconosciuta mi condusse l’affetto ad esserti valletto. che la piagò e che fu poi da Pallante sopra d’un ramo consacrato a lo stesso Amore nella scena VII di questo atto. neghittoso che fai su questo ramo? Ne l’antica faretra ora ritorna. 105 1780 1785 . Erabena. Empio quel cor che nega tributi al Ciel d’ossequio: eccoti i strali che per la bocca tua chiede il Tonante. MEONTE. ciò t’impone colui che grazie piove qua giù. che fu ritrovato da Cleria. MERCURIO Erabena.per te sofferte. Cleandra. venite qui. comprendo le voci tue profetiche e indovine: “Non varcherà de l’orizonte i campi il luminoso apportator del giorno. or che vittrice del tuo forte guerrier sei fatta alfine. Certo derivi tu da’ regni santi. MEONTE 1740 EUMETE Da che seme nacque la fama di tua morte? Da l’esser io fuggita con questi panni mascherata e sola prese forse partito il genitore di publicarmi estinta per occultare il disonor commune. Andiamo. ‹MERCURIO› Feritor del tuo nume. già che l’alma di Cleria hai resa amante. correte. o messaggier volante. 1765 EUMETE 1770 MEONTE EUMETE 1775 SCENA NONA MERCURIO. Donne. con gli strali d’Amor v’impiagherò.

MARTE. correte. che le lucide sfere ed immortali calca rapito da Saturno Amore. ‹PALLANTE› 1830 Sacrilego chi offende con empia bocca Amore. foco divin che l’alme accende. 106 1835 . correte. a le stelle. VEN. O nepote d’Atlante. A le stelle. il mele i boschi stillino. Ma s’alcuna donare mi vuol cose più rare accetterò ciò che donar mi vuol. A le stelle. qual del fato rigore dissarma il nostro Amore? Egli dove si trova? Dammi tu qualche nova.. Sempre sempre piagate e gl’amanti adulate con lusinghe mentite: amate un dì! Siano veri i sospiri. Spirano odori più grati ne’ prati i vaghi fiori. s’amar volete. veri sian gl’amorosi e dolci sì. a le stelle.1790 1795 1800 Donne. latte i fonti zampillino: non sarà più l’alma del mondo imbelle. venite qui. siano veri i martiri. Donne. MERCURIO. Amor. Da colei che più belle le luci ha de le stelle un lascivetto sguardo io chiedo sol. forse di lui novella ei ti darà più certa. A le stelle. Donne.. PALLANTE. a le stelle. Amorosa Ciprigna. Fortunato quel dì ch’impregionomi un crine. SCENA DECIMA VENERE. Ecco Mercurio. or la tua pace più non turbi il dolore. correte. venite qui. ch’un raggio sol m’accese e mi ferì. ch’a prezzo di dolore vende una gloria incomprensiva al core. Replicano a tre 1815 MERCURIO 1820 VENERE 1825 MER. venite qui. SCENA UNDECIMA Ritorna la selva incantata. s’amar volete. e questi sono i suoi possenti strali. e sono mie sventure i fieri suoi destini e sue sciagure. egli è pur di me nato. MAR. s’amar volete. VENERE 1805 MARTE 1810 VENERE Benché iniquo sia Amore e scelerato.

e le vie sì confuse de l’obliquo sentiero come calcare senza errar potei io dir non lo saprei. diluvia dal cielo tempesta. sol col pensiero intento a la mia Cleria amante. ombre fallaci e vane? Ad onta di Cocito la selva svanirà da questo lito. accompagnata da strepitosi tuoni e da folgori. possino andar le Maghe e le Magie. È Amor vital veleno. PALLANTE. ed apparisce Darete dissincantato fra le ruine di antichi edifici. ha il fin sereno. E che pensate a paventarmi il core. mirandosi di lontano la città di Salamina. Come quest’urna va che in sé nasconde cose malvagie e rie. e s’orrido ha il principio. Gettata l’urna in terra. carcere del guerriero. e parmi aver sofferto un infernal tormento. è questi Cipro. DARETE 1880 PALLANTE DARETE 1885 Da qual sonno profondo. son in mezo a la selva e dove a punto siede l’invisibile pianta in cui rinchiuse la Maga il Cavaliero. da qual letargo io mi risveglio. ecco il macigno a piè de la sua scorza che cela de l’incanto in sé la forza. 107 PALLANTE . ha dolce il fine. in cui sei stato da la Reina tessala incantato. chi sei? Un tu’ amico. Da’ lumi lieto pianto gronda e m’irriga il seno: l’idolo è mio che sospirato ho tanto. Or diasi fine a la prigione indegna de l’amico Darete. larve. non che voi. è tempo omai da canto di trar la spada e di finir l’incanto. s’oscura l’aere. dimmi guerrier.1840 È Amor rosa tra spine. invano sarian di questi orrori custodi e difensori. 1845 1850 1855 1860 1865 1870 1875 SCENA DUODECIMA DARETE. e s’ha il principio amaro. e quale languidezza m’assale? Dove sono? in che mondo? Darete. la selva si dilegua in nebia. Come per sogni torbidi io ramento le mie sciagure. ma se per la tua spada libero son da’ fieri casi miei. Gl’anguipedi Titani che contro il Cielo guerreggiaro in Flegra. Pallante. Ma colma d’allegrezza l’anima innamorata fa che la mente non sia guida al piede. Ecco l’arbore eccelso. al mio contento.

e s’ei mi giura di non fuggir. PALLANTE. Opra fu di ladrone il rapir Cleria. che vedete? Ohimè ch’il giunge quella punta ch’inganna e finge e passa che l’anima mi punge. e per la sua ferita io. il suo rigore più non tem’io. SCENA DECIMATERZA MEONTE. a’ colpi di quadrelle ho vinto il mio ribelle. Nova lieta m’apporti. cred’io che quel guerriero sia a punto quell’istesso che mi ferì: sì sì. come feroce è quel crudele: ei con un colpo sol fa due ferite e in una vita ucciderà due vite. sei pur mio. Occhi miei. EUMETE. ad onta d’Amore crudel. s’il desio di vendetta non m’inganna. ch’a l’armi è desso. medica ogni mortale il suo presente male con la speme del bene. già che giunger tu brami a l’ultim’ora. DARETE. o mirti amorosi.› Darete. Di cavalier scortese opra vilana fu l’assalirmi al lido: a novella battaglia io ti disfido. che t’accieca il furore.DARETE 1890 1895 PALLANTE DARETE 1900 O valoroso. EUMETE 1905 Cingetemi il crine. E dove hai l’armi? La cittade è vicina. Erabena diletta. ebbi la vita. Ancor mi sei nemico. già ridotto a morte. tu prendi errore. Di Cleria il cor di sasso spezzò Cupido. la real donzella. Che? costui la sorella con temeraria mano osò rubarmi? È mia questa battaglia. per loro andrò veloce. o fato atroce? Un generoso piede mai le risse fuggì: quando punito avrò questi ch’ardito m’assalì già. Oh che funesti incontri! Odi. per teco celebrare i suoi imenei. 108 1910 MEONTE 1915 EUMETE 1920 MEONTE PALLANTE 1925 DARETE PALLANTE DARETE 1930 EUMETE MEONTE 1935 PALLANTE EUMETE 1940 . ‹Duellano. ferma e mira come la spada mia ha da sanar costui de la pazzia. or la memoria debole e languente non ti raffigurò: con qual diletto io mi ti stringo al petto! Quanto piacere avrei che cangiasse voler Cleria ostinata. Oh dio. pugnerò teco ancora. perch’hanno i lor periodi anco le pene.

germi reali. Ben a’ talami tuoi si convien regio innesto. mio Cratillo. quanto. Io più godo in trovarti un uom sì degno che s’avessi acquistato un novo regno. che bambin fu rapito con la nutrice da pirati al lito. PALLANTE. ben si conosce al tuo valor che sei di nostra regia stirpe alto rampollo. ella è mia moglie. ecco Pallante. io pur t’unisco al seno 109 . cessate da la pugna. la scancellò dal core. Nel suo bel volto. EUMETE. 1945 CLEANDRA Cessate omai. Deponete da’ cor gl’odi mortali. abbracciatevi omai. la figlia: vedi come la guida Amor con queste spoglie. EUMETE. Pallante: Amore. 1950 1955 1960 MEONTE PALLANTE 1965 EUMETE 1970 DARETE CLEANDRA 1975 MEONTE 1980 PALLANTE 1985 MEONTE 1990 PALLANTE MEONTE 1995 SCENA DECIMAQUINTA EVAGORA. DARETE. EVAGORA DARETE EUMETE Darete! amato figlio! Genitor riverito! Io pur t’abbraccio. è scritta la tua colpa e il tuo perdono. anch’io raccoglio da’ semi di martir messe di gioie: Cleria. di fedeltade essempio. Il mio stolto ardimento ch’osò predare la tua donna amata scusa. MEONTE. o saggia donna. e tu sedasti a tempo de’ valorosi l’ira. Cleandra. CLEANDRA. è fatta mia e di crudele divenuta pia. e solo per giovar gli spirti invoco. e del sangue fraterno ah non macchiate le vostre spade disdegnosi e fieri: Pallante.SCENA DECIMAQUARTA CLEANDRA. o Pallante. De le vostre allegrezze a parte io sono. Cortesissime stelle. quanto io mi sento a voi devuta del felice evento. Ecco del Re di Atene. fratel. io sono de la virtude e del valore amica. MEONTE. ecco Cratillo il tuo germano. se la scolpì. PALLANTE. DARETE. A te vinto mi rendo. coppia onorata. o fratello. Prencipe illustre. Si dà per cortesia vinto il vincente: Cratillo. in cui siede ogni grazia come in proprio trono. Meonte. o guerrieri. Or di tua profezia circa il mio genitor. a pieno l’essito mi disvela i sensi oscuri. figlio del trace Re tuo genitore che ti è padre Atamante di natura non già ma ben d’amore: egli da que’ corsali ti comprò pargoletto. per cui sol spiro.

de’ miei trionfi al carro preceder per te sol vidi pregione il Cretense domato. invittissimo eroe! Per te sen cade ogni mia doglia lacera e trafitta. da’ tuoi martiri indegni i pianti miei. Ma verso la città si drizzi il passo. ch’ami ed onori. gioisci sù sù. voce loquace. signore. Mio core respira. son vago d’esser tuo cavaliero: sin ch’avrò spirto in core e core in seno. Mio core respira. Al tuo merto non giunge il premio nostro. l’Egizio debellato. come da un fonte. Il guiderdone a le fatiche segua ed a’ sudori: oggi Cleria fia tua. il mio silenzio sia de la tua cortesia un facondo orator. se la lingua tace.2000 DARETE 2005 EUMETE 2010 2015 PALLANTE 2020 2025 DARETE PALLANTE 2030 EUMETE MEONTE 2035 EUMETE 2040 2045 DARETE CLEANDRA 2050 EUMETE ad onta di colei che fece scaturir. libero dagl’incanti è qui del trace prencipe valore. questi che vedi è mio germano. Nel giubilo confuso de le tue grazie io sono. Ch’io respiri. 2055 110 . Signor. né so esprimer concetto al tuo favore eguale e al mio diletto. gioisci sù sù. pur. Di quel che chiedo oggi dal Ciel più impetro: campion. ei molto vale. Il nostro destino tenore cangiò. ospite nostra sarai. Vogl’esser spettatrice de l’imeneo felice. Mai da buon seme non traligna il frutto: effigïata nel suo volto al vivo del suo buon genitor miro l’imago. or mi ravvivi il figlio. andiam Meonte. la spada vibrerò per lo tu’ impero. Qual io mi sia. nemico al tu’ ardire il Ciel non è più. Cleandra. gioisci sù sù. con forti nodi e degni di sangue uniam tenacemente i regni. Oh quanto devo a la tua destra invitta. che pria che Febo pallido e tremante precipiti nel sen de la sua Teti. Fortuna incostante la ruota girò. Mio core respira. vo’ che fastosi e lieti celebriamo i sponsali de’ giovani reali. nemico al tu’ ardore il Ciel non è più. il picciol pargoletto che rubò quel corsale: a te l’offro e consacro. sarà mia gloria aver unito il tuo ferro famoso a lo mio scettro. Vieni ancor tu.

il Tempo mi sanò. bella mia genitrice.› Replicano a tre 2070 VENERE 2075 AMORE PSICHE 2080 AMORE 2085 PSICHE 2090 VENERE. Nubiloso e sereno ‹fu per me questo dì: un mio stral mi piagò. Così. Per l’onda stigia io giuro. acciò la punizion segua a l’errore. devo ognor sconsolata languir da te sprezzata? Se tu brami dolcezze. non sol di non turbare a’ lieti amanti la quïete felice. ma pria vuol che prometti di non intorbidare i loro effetti. Dolcissimo rigore. PSICHE. il Tempo mi rapì. e di Marte poni in oblio le risse. così. 2095 111 . Prendi l’armi. VEN. ma ne le piaghe lor gradite e care ogni dolce stillare.SCENA DECIMASESTA AMORE. Involontaria colpa non s’ascrive a peccato: ad amar fui da lo mio stral sforzato. perché da me ten fuggi? Disciplinata da tua madre io sono forse in darle più scaltra e sagace d’ogn’altra. il Tempo mi sanò. Dolcissimo rigore. AMORE 2060 VENERE 2065 AMORE Nubiloso e sereno fu per me questo dì: un mio stral mi piagò. mia speme. egli a l’offese invita. de le viscere mie germoglio e parte. Le tue scuse fallaci io non accetto: voglio far sopra te le mie vendette unita bocca a bocca e petto a petto. Oggi dal sen vadi sbandita ogn’ira. PSIC. VENERE.. l’eterno Giove per me t’invia le tue saette e l’arco.. Figlio. AMORE AM. il Tempo mi rapì.

BELLEZZA. AMORE. Coro di serve di Climene. scusa la qualità del suo essere. Cassiano. VENERE. Teatro S. Se tu sei critico. trasportata dal comico nel dramatico musicale. quali lo vogliono far perire di quella morte ch’egli fece loro morire. INTERLOCUTORI LA NOTTE che tramonta Prologo. ERO. EGISTO acceso di Clori. Per non lasciar perire la Doriclea ho formato con frettolosa penna l’Egisto. | Con Licenza de’ Superiori. La favola si rappresenta nel contado di Zacinto. Coro di servi armati d’Ipparco. FEDRA. e Privilegio. perché. 1643) L’EGISTO | FAVOLA | DRAMATICA | MUSICALE | DI GIOVANNI | FAUSTINI. gl’ori e le porpore ingannano gl’occhi e fanno parere belli li oggetti deformi. ti confesso d’averlo tolto d’Ausonio. CLORI innamorata di Lidio. APOLLO. CLIMENE infiammata di Lidio. IPPARCO fratello di Climene. MDCXLIII. I teatri vogliono apparati per destare la meraviglia ed il diletto. CINEA servo d’Ipparco. L’episodio d’Amore che vola a caso nella selva de’ mirti dell’Orebo. ove lo prendono quelle Eroide ch’uscirono per amore miseramente di vita. isola del mare Ionio oggidì detta Zante. L’AURORA che sorge LIDIO amante di Clori. L’ho fabricato con la bilancia in mano ed aggiustato alla debolezza di chi lo deve far comparire sopra la scena. SEMELE. Vivi felice. LE GRAZIE taciti seguaci di Venere. non detestare la pazzia del mio Egisto come imitazione d’un’azione da te veduta altre volte calcare le scene.GIOVANNI FAUSTINI L’Egisto (Venezia. LETTORE. con quella licenza ch’usarono i poeti latini di togliere l’invenzioni da’ greci per vestire le loro favole ed i loro epici componimenti. DIDONE. nella stagione di primavera. ORE quattro ministre di Apollo. ‹DEMA vecchia serva d’Ipparco›. | Presso Pietro Miloco. si può chiamare più tosto sconciatura che parto dell’intelletto. perché le preghiere autorevoli di personaggio grande mi hanno violentato a inserirla nell’opera per sodisfare al genio di chi l’ha da rappresentare. VOLUPIA. 113 . Coro di Amorini Coro di Eroide morte infelicemente per amore. nato in pochi giorni. | In VENETIA. quale getto nelle braccie della fortuna: s’egli non sarà meritevole de’ tuoi applausi. e talvolta i belletti.

114 45 50 . che spiegate possenti i miei trofei. ah non tardar. Là ne l’altro emispero il Sol s’accampa da luminosi rai stipato e cinto. ombre guerriere. Lucidi albori. a le vittorie usate: seguite me. Teti lasciata. di rugiadosi vitali umori prodiga dispensiera a l’erbe e a’ fiori. o fidi orrori. sin dove ruota il messaggier de’ dèi inalzate i vessilli ardite e fiere. e a’ papaveri miei gl’allori suoi. ATTO PRIMO 5 10 15 AURORA 20 25 30 35 SCENA PRIMA Boscareccia. vostra Reina e duce. a le palme. vieni al boschetto. EGISTO. L’AURORA. Già gli infocati destrieri alati. a la pugna. Da l’Oriente sorgo ridente. ti dia l’ali il suo penar. O vezzosetta. avete vinto. aurette belle. o bella. aurette mie. Di già vittrici trionfate voi de le schiere di Febo. d’aurei colori quest’orizonte tosto fregiate. LIDIO. e susurate che sen viene il die. quivi t’aspetta il tuo diletto. De la nemica e debellata luce i conquistati alloggi omai lasciate. Al mio martire. volto divino. già veder parmi estinta ogni sua lampa. per mirar chi mi ferì anch’io sorgo a par del dì. Spiegate altère l’ali leggiere. LIDIO 40 Or che l’Aurora spargendo fiori il mondo indora co’ suoi splendori. cedano al vostro nero i suoi splendori. CLIMENE dormienti. NOTTE Tenebrose mie squadre.PROLOGO LA NOTTE. a l’armi. a l’armi. sferza il Sol biondo: destisi omai l’addormentato mondo. e le stelle sbandite od ammorzate. vieni.

quel che sormonta là è di questa beltà un picciolo splendore: o cara speme. per trattar vezzi amorosi. io son verace: epilogata nel tuo vago viso hai l’Aurora non sol. amante. quella che sorse già fu di questa beltà un luminoso albore: o dolce speme. SCENA SECONDA CLORI. lascivetto. lascivetto. il ruscello qui per me col mormorio ti richiama al praticello: pargoletto. O bellissima Clori! O Lidio. 55 CLORI I riposi de le piume. non vo’ mentirti: di modesto rossor dipinta il volto l’adulatrici e false lodi ascolto. ma il Paradiso. o vita del mio core.” Nel gran regno d’Amor 115 60 65 70 LIDIO CLORI LIDIO 75 80 CLORI 85 90 LIDIO 95 CLORI 100 105 LIDIO . ti dia l’ali il mio penar. ecco il Sole. dio pietoso. Lidio. festeggiate. lascio. EGISTO. Tua son qual io mi sia. arcier bendato. Tu scherzi amorosetta. dio pietoso. ecco l’alba. o vita del mio core. al novo lume: pargoletto. Musici della selva. LIDIO. Amor mio. ecco Clori. ecco Lidio. augelletti canori. tu mi scorgi il caro amato. e da le luci tue brillanti e belle a scintillare apprendono le stelle. fiori di Flora prole. Amor cortese le mie preghiere intese. sù spargete. arcier bendato. vedi che non è pianta in questo loco in cui da me non siano state impresse queste note d’amor col proprio telo: “VIVE LIDIO PER TE CLORI DI DELO. o bella. tu mi scorgi il caro amato. gioia de l’alma mia.odo languire ogni augellino. sù cantate. Odorati vapori. CLIMENE dormienti. diffondete. ah non tardar. vieni.

Ah Clori ingrata. ah Clori. che funesto le sia questo sentiero. Ohimè. serba. Egisto. sorgi. 130 CLORI LIDIO CLORI 135 LIDIO 140 CLORI LIDIO CLORI LIDIO 145 SCENA TERZA CLIMENE. infedele. mio foco. e son. non fingono il sonno. Ohimè. serba la fede ad altro amante. Qui t’assidi. che sarà mai? Ah non errò chi disse ch’il diletto mondan termina in guai. Ei nel sogno delira. cred’io. qual fiera doglia m’assalì.CLORI 110 LIDIO ‹a due› EGISTO dormiente CLORI LIDIO 115 CLORI 120 EGISTO dormiente LIDIO 125 più felice amator – Ne l’impero d’Amor più fortunato cor del mio – – di me – – non fu. scorta da venti fidi. Lassa. ahi ahi che vidi. Se non m’inganno queste voci esprime un di quei passaggieri che dormon dolcemente a piè de’ faggi. per gl’occhi tuoi sì luminosi io giuro. quai crude larve con oggetti a me fieri e dolorosi m’hanno turbato i placidi riposi! Quai maligni fantasmi l’anima t’inquietaro? In braccio ad altro amante 116 . io non amai. di quella nave ch’ieri. non vedi? Ohimè. O ci schernisce di dormir fingendo. Eh. Che gelosi sospetti? In Zacinto già mai. abbandonarmi per novello amante? Ei sogna. ed io qui dormo ancora? Non meritò giamai d’esser delusa la mia fé costante. No no. se ciò è vero. Egisto. ma voglio. EGISTO. sorgi. Ah crudele. Così stato foss’io sordo a quei detti. Mio bene. ch’il giorno ha fatto a noi ritorno. bella quant’incostante. così tradisci i nostri amori? Ingrata Clori? Udisti? Eh troppo udii. approdò a questi lidi. partiamci pure. qual cordoglio improviso dal tuo celeste viso or ti rapisce i fiori e ti leva a te stessa? Ah Clori. altri che te. non è. CLIMENE EGISTO dormiente 150 CLIMENE EGISTO 155 CLIMENE EGISTO Già da le salse piume è sorto Febo. ah Clori.

Venere. per colei ch’in stretta prigionia l’alma ti tiene. mentr’io scherzavo al lido con la mia cara amica. o che pena. un giovinetto. e mai contezza ebbi de l’esser tuo. sì ria. l’amato mio tesoro toccò in parte a Micíade. narrami chi tu sei. sferzò l’empio dolore questo misero core quanto in vedere che la falsa imago de la mia dea terrena abbracciasse e baciasse un altro vago: o che pena. Speranze de’ mortali. or che mercé d’impietosita stella fuggiti siam dal signor nostro crudo. ed io condotto fui da Callia. de le stelle rettore. oprò che da corsali fussimo noi rapiti. Del tuo sinistro fato i rigori provai: vicina al mare quegl’istessi pirati ch’infestaro quel anno ogni isola de l’Ionio e de l’Egeo mi fero serva il giorno che s’avea a celebrar il mio imeneo con Lidio. deh. divisero i pirati le prede infra di loro. 117 . per goder il mio sposo dentro letto amoroso. Io nacqui in Delo e pronepote io sono di quel Nume che ruota il quarto giro. Poderoso scongiuro. son fatta prigioniera da gente perfidissima e straniera. pellegrino d’Amore vo’ cercare il mio bene sin dove nasce il Sole e dove more.160 165 CLIMENE 170 175 EGISTO 180 185 190 195 200 205 CLIMENE 210 215 220 mi parea di mirar l’amata mia. con maggior tirannia mai. abisso di splendore: arsi per Clori. quanto voi siete frali! Mentre attendo la notte che venga a noi da le cimeree grotte. Ma vedi. dolente e lagrimoso più de la sorte altrui che de la mia. noi siam stati un anno intero di servitù compagni. come tu sai. e Clori vicendevoli fiamme accese in seno a’ miei cocenti ardori. che fu sempre de la stirpe del Sole implacabil nemica. sotto giogo penoso di servitù. di Zacinto il più nobile e il più bello. Climene. o Climene. So come afflige il core un geloso pensiero a gentile amatore. e ch’a le patrie case t’ho condotta.

infida? Crudel. sprezzar mia fede? Folle chi a donna crede. destin. Ohimè. guidami a un mio palagio a noi vicino. Ancor sarai tu lieto. delusi e disprezzati. Amor. or che vezzeggia e ride la gioventù de l’anno di smeraldi adornata. vendetta. il mio affanno. io son schernita. Traditrice. più volubil de’ venti. ch’ascolto? Clori è in Zacinto e vive. Spietata e iniqua fiera. o sogni. di me pietà. di fiori ingirlandata. CLIMENE 255 Or consolar ti dei: accolta tu sarai con baci e con affetto dal tuo Lidio diletto. che poi seguir potrai. ch’è di qui lungi assai. o Rege alato. Mostro di tradimenti. o cielo: “VIVE LIDIO PER TE CLORI DI DELO”? Ahi misera. al tuo trono dorato gridano. Senza condurmi a la cittade. Stolta ch’in uom si fida. vendetta”.EGISTO 225 230 CLIMENE 235 EGISTO 240 CLIMENE EGISTO 245 CLIMENE EGISTO CLIMENE 250 EGISTO CLIMENE EGISTO CLIMENE EGISTO CLIMENE EGISTO CLIMENE 260 EGISTO. Lidio per altra spira? Ahi chi mi porge aita? Il dolore m’uccide. Amor. Punir le nostre ingiurie a te s’aspetta: vendetta. ma l’infelice Egisto misero che farà? Astri. o core. la cittade abbandono e qui drizzo le piante. Andiam. qui dove ognor dimora 118 275 . Spergiuro. “Vendetta. Egisto. due cori innamorati. più di fronda leggiera. per trovar chi t’accende. IPPARCO 270 Or che del Ciel ne le stellate piagge su l’indomite terga del Toro il Sol s’asside. che miete rose alfine chi nel terren d’Amor semina spine. o sogni. il tuo camino. 265 SCENA QUARTA IPPARCO. Abbandonarmi. per novello amatore? Siamo traditi. che leggo? “VIVE VIVE LIDIO” e non moro? Che dici tu di Lidio? O cielo. Credo che mai termineranno i miei pianti. sorte. costante sì ma non gradito amante.

perirà. frena. priva di libertà. Sì mal nato furore frena. che Micíade il corsale ad Alcistene ohimè te. la tua donna crudele. vo’ col tuo sangue scemar l’asprezza a’ crudi miei martiri. ostinata è costei nel suo rigore.› Ah ch’un teatro orribile e funesto de le mie pene è questo in cui leggo. hai tu nemico Amore. SCENA QUINTA DEMA. infelice. o vaga Clori. ch’aborrisce superba i miei sospiri. usai preghiere. sol Lidio onora ed ama. Lidio solo ella brama. le mie preghiere? perché Lidio accarezzi e me fuggi e disprezzi? ‹Legge l’iscrizione sul tronco. Lidio. vendé. da la sua sorte sarà condotto a morte. Questa tiranna. frena signore. Per le vie del piacer l’emulo mio d’Amor. Invan diedi consigli. mi fece prigionier la tua beltà: ma perché sì crudele sdegni gl’affetti miei. e Lidio qui. morrai. morirà. né più soffrir poss’io 119 315 IPPARCO 320 DEMA 325 330 IPPARCO . Amarissimo fele beve il mio cor de sue dolcezze al mele. Per me fu ben fatale quel giorno. DEMA IPPARCO DEMA 305 IPPARCO DEMA 310 Ipparco? Dema? Clori ha cangiato volere. Sì mal nato furore frena. Errano per le selve sfogando infra di loro l’amoroso martoro. è di giaccio e di sasso! Lidio è la sua pupilla. il nome del rivale idolatrato da l’idol mio spietato: Lidio. Lidio. a dispetto d’Amor tu non godrai. da la città per consolarla è giunto. IPPARCO.280 285 290 295 300 colei ch’il core adora. ahi lasso. sua preda. signore: per sì lieve cagione inferocir tu vuoi contro d’un innocente che già fu destinato consorte a tua sorella? Di sì enorme peccato ti prego non gravar l’anima bella. sono dui giorni apunto.

Questo pensier sospendi. Dunque tua cura fia di ripregar di novo questa crudel che mi divenghi pia. vi potranno dar molti un gran piacere. 380 CLORI Amor. chi ti diè l’ali a fé che non errò. Amor chi ti diè l’ali a fé che non errò. noi siam instabili. forse. Pazze voi che sdegnate esser da molti amate. dieci in un dì vi leveran d’affanno. Prendete i miei consigli. Sin che di rose e gigli la vaga età. intero il cor prigion d’un amator. indegne d’esser belle? Poiché voi fate intero. chi sa? noi siam mutabili.335 DEMA 340 345 IPPARCO DEMA che da la fonte de l’altrui piacere abondante zampilli il duolo mio. vorrei ch’amor sciogliesse ancora il piè a chi serbate fé. che fugge in un balen. poverelle. forse. torme d’innamorati aver vorrei. Misere. e che foss’impotente il vostro crine a incatenar più gente. Egisto. SCENA SESTA DEMA. s’io fossi giovinetta e bella come lei. lascia ch’io torni a favellar con Clori. Mi feriro i tuoi strali. dividetelo in cento ch’avrete più diletto e men tormento: e se un amante vi sarà tiranno. 350 DEMA Clori ancora è fanciulla e non sa amare: per questo ella rifiuta gl’amanti superbetta. v’orna le gote e il sen. perché pentite poi vivrete in pianti: s’amate per gioire e per godere. non rifiutate amanti. sovente le parole da scaltra bocca uscite movono un’ostinata volontà. ch’allor v’udirei dir. vinte dal duolo: “È gran sciocchezza il darsi preda a un solo”. Farò quanto richiede il tuo grave tormento e la mia fede. soffri in pace 120 385 . 355 360 365 370 375 SCENA SETTIMA CLORI. ma novo ardor le piaghe a me sanò.

Mi feriro i tuoi strali. amar non ti poss’io. 400 405 410 415 420 425 SCENA OTTAVA Di boschereccia si tramuta la scena nel palagio di Venere. dispensiera d’amori io diedi al bel Cupido i dolci strali. BELLEZZA. Non sa quel ch’è diletto chi non alberga un cieco dio nel petto.390 395 le vicende d’un dio più del vento leggiero e più fugace. o Lidio. BELLEZZA Col mio volto lusinghiero chi mi guarda ardo e innamoro. Di gioie tesori arreco a’ mortali. la lontananza. cred’io. il tempo han smorzato quel foco ch’accese nel mio seno il tuo sembiante. Amor. amante riamata. Amor. Amor. chi ti diè l’ali a fé che non errò. né v’è alcun che non sia vago d’esser punto da’ miei dardi. è felice e beata. ma del novo desio da la fiamma nemica incenerito ritornò a sepellirsi entro l’oblio. chi segue il mio vessillo 121 430 VOLUPIA BELLEZZA 435 VOLUPIA 440 . Non sa quel ch’è diletto chi non alberga un cieco dio nel petto. Da’ labri io distillo il nettare. VOLUPIA. Svenni quand’io ti vidi perché l’estinto affetto risuscitò il tuo volto in questo petto. Se dagl’occhi io vibro sguardi alme infiammo e petti impiago. Giorno lieto e sereno fu per me quello. Prova l’amante core che pende da un bel viso gioie di paradiso. ma novo ardor le piaghe a me sanò. Donzella che sospira. in cui sul lido mi presero i corsali. o Clori fortunata. del mio crin co’ lacci d’oro faccio il mondo pregioniero. là gli drizzò le vele perch’egli a te m’avea già destinata. L’amorosa ferita apporta a l’alma e refrigerio e vita. chi ti diè l’ali a fé che non errò. il mele. son fatta d’altri amante. Non sa quel ch’è diletto chi non alberga un cieco dio nel petto.

e l’armonico moto del ciel rotante il mio poter fa noto. ogni nume ho soggetto bench’io sia nudo. AMORE 460 Questo strale. BELLEZZA. A’ giochi. le mie prove non son nove. alma del mondo. Non ha il Caucaso grotta o Ircania tana che non rimbombi le tue glorie altere. chi non ama amerà un dì. benigni e cari influssi il ciel del volto mio piove al vivente. a’ vezzi. s’apre ognora al vezzo e al riso. i miei vanti. Bambino. BELLEZZA 445 VOLUPIA Tra le rose del mio viso giace Amore e l’arco scocca.nel mar d’alto piacer spiega le vele. Noi tempriamo con dolcezza infinita l’amarezza de la vita. son tali i pregi tuoi che con ragion festoso andar tu puoi. lascivetta questa bocca. A’ giochi.VOLUPIA. Fanciulletto divino. cieco e pargoletto. Questo strale ch’è fatale ecc. abbruciano i tuoi fochi anco le fere. i tuoi vanti. dal baratro d’orrori ti rende ognor tributo d’infiammati sospiri il fiero Pluto. ch’è fatale. sin ne l’umido grembo de l’ocean profondo agl’algosi immortali incenerisci i cori. ferirà chi non ferì. Tra pompe e tra lussi festeggio ridente. le tue prove non son nove. a’ vezzi. BELLEZZA 122 . 465 BELLEZZA 470 VOLUPIA 475 480 AMORE 485 490 VOLUPIA. A’ giochi. Mi lodano le stelle con infocate lingue. 450 BELLEZZA. VOLUPIA 455 SCENA NONA AMORE. a’ vezzi ecc. a’ canti. a’ canti. Felice chi di noi si fa seguace amando sol quel che diletta e piace. L’universo soggiace a la fiamma immortal de la mia face.

i bei colori. diletto figlio. il giovine di Delo trarre da quegl’abissi a questa luce. Copia di voi più degna in sé non chiude il Cielo: il tuo volto. Da figlio sì possente dipendon le mie glorie. sol per te vado armato di fervide facelle. 545 VENERE 123 . Qual acerbo cordoglio. in dispregio del Sole come già fece d’Inaco la prole. spietata. 505 VENERE 510 AMORE 515 520 525 VENERE AMORE 530 BELL. a’ tuoi lucenti lumi il pianto elice? Di’. di pungenti quadrelle. amata genitrice. ed a’ miei detti vedrai ch’in breve seguiran gl’effetti. egli ferisce e tu i feriti bei. Non pensar che mai torni de l’aborrito Egisto amante Clori sin ch’io tratto quest’arco e questi ardori. Di tue guance divine gl’impalliditi fiori ravivino. per te spiego le penne. VOLUPIA. BELLEZZA. 535 VENERE 540 VOL. AMORE. Ah se ciò fia. BELL. VENERE 495 AMORE 500 Amor. ch’egli da Clori sia di novo amato. o Ciprigna. Se ciò avvenisse. già mai. E per farti più lieta vo’ scender d’Acheronte ne le triste paludi ed una Furia ad agitar. sì ch’egli errando vada per la terra feroce e furibondo. o pregi miei. amorosetto dio. chi t’offese? Vendicar ti voglio.SCENA DECIMA VENERE.. ha rotto i lacci di dura servitude ond’io lo posi. tu qui festoso ten stai con queste dive. il suo telo adorano anco i dèi. avrò sereno il ciglio. io trionfo per lui di cori e d’alme. così nemico ho il Fato. L’odiata propagine del Sole. sono le sue vittorie mie chiare e illustri palme. sen va per consolarti Amore a volo. ed in Zacinto giunto parmi veder. giubilo non sarebbe eguale al mio. Egisto. O gloriosi vanti.. da te scaccia ogni duolo. A l’impresa m’accingo. VOL. e a me lagrime vive manda fuori per gl’occhi il cor doglioso.

ohimè. molli baci a tutte l’ore? In quel sen. altri il gode. or. ond’io succhiai dolce umor per l’alma inferma. che non può star beltà priva d’amore. altri lo solca. Lasso io vivo e non ho vita. tosto raviverà gl’estinti ardori. rotto ha il nodo e il foco spento. selve amiche. or v’invita. di nuotar non ho più speme. e quivi solo vengo per disfogare il mio gran duolo. Mai credei mirar rubelli di mia fé gl’astri lucenti di dui lumi innamorati che pietosi m’influivano riposi. questo premio ha il mio servire? Dimmi. o spergiura. ospiti miei. ch’è un mar di latte. EGISTO. Ma di chi mi lamento? con qual ragion di Clori io mi querelo? Credendo che di vita io fossi spento avrà di nova fiamma acceso il core. Ah quei labri. ‹EGISTO› D’Ipparco e di Climene. scorgendomi vivo.) Chi sei tu che vita m’appelli? Un vostro fido amante. 124 .. sono questi i giuramenti. oh martire. occhi miei belli. ingrata e sconoscente. e le promesse.. EGISTO. sconoscente. CLORI 590 EGISTO CLORI 595 EGISTO Piagge apriche. non è più mia. la sua destra un giorno. oh tormento. un giorno. 550 555 560 565 570 575 580 585 SCENA SECONDA CLORI. il tuo Egisto son io. incostante. d’adorarmi eternamente? Odi: il cielo anco ha saette per chi infida inganna amanti. ch’Egisto è questi. punirà tue colpe tante. recheranno ad altro amante oh dolore. fingerò non conoscerlo. via si ricerchi e si ritrovi Clori.ATTO SECONDO SCENA PRIMA Rappresenta la scena un villaggio. Oh mia vita. (Ohimè. Clori. invaghita d’altro oggetto. fuggo l’alte accoglienze.

ora ritorno al carcere bramato da cui rigido Ciel m’avea levato. Ed io di lui son l’anima vagante che rimprovera a te la rotta fede e l’ingrata mercede ch’a l’amor suo tu dai. Ferma. quel che vivo ti fingi è un’ombra errante le cui ceneri ho piante. crudel. la scitica fierezza ch’in te. E che facc’io. dammi il cor mio. ma vaneggiar più teco non vo’. E l’incostanza tua fu l’omicida. abbandonato insin dal tuo pensiero? Tragico avvenimento. così trista novella chi t’arrecò. tanto difforme io sono da l’esser mio primiero che non mi raffiguri? o pur son io. ma l’infelice è morto privo di libertade e di conforto. cor mio. or a te sono ignoto poich’hai te stessa offerta a Lidio in voto. a dio.CLORI 600 EGISTO 605 610 CLORI EGISTO 615 620 CLORI 625 EGISTO 630 635 640 645 CLORI 650 EGISTO 655 CLORI EGISTO CLORI Clori. Tu sei degno di riso. ha quell’Egisto estinto e incenerito. povero mentecatto. Io non ti vidi mai. rimanti. a te. Misero. fallace amante: non mi conosci no. mi fece servo il pirata protervo. volessi passar l’ore di sì dolce desio mendica e casta. Clori. vedova rimasta del primo amor nel giovanil mio fiore. hai nova effigie eretta a cui fatta soggetta l’inchini. mio bene? Fuggo da le catene e. Sarei per sciocca ben mostrata a dito se. tu vaneggi. certo impazzir t’ha fatto. da l’ara del tuo core l’imago mia che vi scolpì Cupido. Ah non m’uccise no. s’annida. è ben vero ch’amai un Egisto di Delo. macello de’ cori? Oh miserello: 125 . dammi il cor mio. che non vo’ che lo sbrani col tuo rigor natio: ferma. abbattuta dal tempio del tuo petto. deh vani sian gl’auguri. Clori. pregioniero de la tua bellezza. Crudel. io ti ridico: Egisto è stato ucciso. l’idolatri e la profumi de’ tuoi caldi sospir co’ grati fumi. Il tuo cor chiedi a me? A te lo chiedo. perché. No che morto io non sono. che viver non potea se non da te gradito.

no. Perfida gelosia. che da lui spera il mio penar mercede. e sento l’angoscioso tormento? Arresta il piede. ritorna. salma dissanimata ahi lasso io sono. Perfida gelosia. lungi da l’alma mia. ma vola. 126 700 705 710 . non m’apportar più pena. che da profonda e gemina ferita indivisa col sangue esca la vita. Lidio. infedele non vo’ creder Lidio. Perfida gelosia. Gl’assalti tuoi raffrena. onde qui per vederlo io mossi il piede. nel mar d’Amore fuggi questa Sirena: col bello ingannatore alletta e poi divora chi di lei s’innamora. oh portenti. SCENA TERZA EGISTO. ‹EGISTO› Oh scherni troppo amari. Ma di morir che dico? Non ha ragion la morte ne’ cadaveri essangui. Egisto sventurato. per quanto intesi. ohimè. col tuo letal velen non infettarmi il sen. anco Lidio dimora. poiché del mio morir ti mostri ingorda con l’avermi tradito. errante scoglio. di questa ingrata.660 665 or la cagion di tua follia comprendo: a più gradito amante ha concesso l’impero di sue bellezze la tua donna. arresta. 670 675 680 685 690 SCENA QUARTA CLIMENE. no. ferità senza pari. Furia umanata. il tuo perverso fato piangi. animato diaspro. 695 ‹CLIMENE› Ipparco il mio germano trovato ho nel contado in cui. deh piangi tanto sin che tu affoghi nel tuo proprio pianto. è vero? Odimi e ti consola: da chi ti fugge non fuggir. anzi volanti? Ed io qui senza spirto ho il moto. ritorna qui. io voglio. sono mobili i sassi. lungi da l’alma mia. a tradimento ucciso da la perfidia. oh portenti.

guerreggiò meco altra bellezza. crudel.) Così accogli la sposa? così accorri e m’abbracci e di mia libertà festeggi e godi? tra le colpe tu aggiacci de le svelate frodi: quanto. Clori gentile. (Ohimè che non fu vano il mio timore. Clori vezzosa? E di Climene or più non ti soviene? (Che miro? Invida sorte per turbarmi il diletto tratta ha costei da le servil ritorte. lungi da l’alma mia. LIDIO 720 Clori. tu sai pure: altri tempi. Clori. e dimostran le penne di cui gl’omeri veste che sa lieve fuggir com’egli venne: t’amai quanto amar puossi. s’ebbe il natale. con il canto m’uccide il traditore. quanto era meglio servire incatenata al barbaro signore che vedermi. Clori. e la memoria antica de’ passati piaceri anco m’è dolce. Perfida gelosia.) Clori. altre cure. la bocca ha di rubino e l’or lucido e fino ne la chioma pomposa. né mia fé tradirà. è mortale. L’antico e comun detto. Clori gentile negl’occhi ha il Sol diviso. CLIMENE. tradita. non è eterno. SCENA QUINTA LIDIO. Clori vezzosa. Fosti un tempo mia luce e spirto mio. il fraudolente? Amor. Clori. oh dolore.715 lungi da l’alma mia. e vinse. Così libero sciogli la lingua scelerata a narrare sfacciata l’empie tue fellonie? E le miserie mie? 127 CLIMENE 725 LIDIO 730 CLIMENE LIDIO 735 CLIMENE 740 745 LIDIO 750 CLIMENE LIDIO 755 760 CLIMENE 765 . Climene. ma novello desio il vecchio ardore estinse. ei come fu sarà. Clori vezzosa. Come parla l’iniquo. in libertà gradita da te. Forse ch’egli disprezza la seguace bellezza. e tiene nel bel viso un adorato Aprile.

e tu consenti sì enormi tradimenti? Quando in braccio t’accolsi e che mi disciogliesti. Piangete. ahi lassa. o Lidio traditore. la zona verginale. non ha flagel Cocito eguale al tuo peccato: inventi pure. anzi che per gioire nel seno m’accogliesti: l’amor tuo fu interesse. Son tuo? nol seppi mai. non vorrei che venisse il mio bene. tu per fruirmi solo mi donasti te stessa. e al flebil pianto mio pianga la fonte e il rio.770 LIDIO CLIMENE 775 780 LIDIO 785 790 Così ardito dileggi degl’uomini e de’ dèi l’intemerate leggi? mal tuo grado mio sei. e l’altrui tradimento. e le tue cortesie désti ad usura. inventi novi strazi e tormenti il giudice d’Averno. occhi dolenti. non voglio guiderdoni: ma parto. quando? O Giove. quando mi ti donai? Quando. 128 800 805 810 815 820 825 . poiché d’un puro bacio in un momento ne ricevevi cento. malvagio. al mesto mio lamento e Progne e Filomena accompagnino i loro queruli e tristi canti. e la sciagura mia de’ suoi spergiuri essempio ora vi sia. per non ingelosirlo. non credete a promesse di giovane amatore ch’ha volubile il core. articolate accenti frondose e mute piante de’ miei casi infelici selvagge spettatrici. Ah simplicette amanti. o disleale. ah ingrato. SCENA SESTA CLIMENE. troppo è grave il tu’ errore. or rifiuto i tuoi doni. A dio Climene. Se godei tu godesti. che non potrà in eterno con feroce martire le colpe tue punire. ‹CLIMENE› 795 Ah miscredente. E narrate pietose a chi di qua sen passa l’empia mia sorte.

né lascia invendicata l’offesa alma onorata: le lagrime rasciuga e l’animo tranquilla. Di Cerbero il produsse lo pestifero seme. porti mesta la fronte. L’onta cancella l’onta. o doglie troppo acerbe e sempiterne. ma da più acuto rostro d’alato e fiero mostro vengono divorate le mie viscere interne. in libertà tornata. Climene mia? sorella? Qual pioggia lagrimosa cade dagl’occhi tuoi precipitosa? Qual torbido vapore. Va’ ch’in breve vedrai quanto i scherni comuni mi furono importuni. Ah s’io l’avessi in mio poter. A ragione mi lagno e di pianto mi bagno: l’ingrato Lidio nega d’esser mio sposo. mi deride e sprezza con superba fierezza. qual nube di dolore dimmi l’ha generata? Chi mi ti rende afflitta e sconsolata? Tu. vorrei degl’ingrati ad essempio far di lui stragge e memorando scempio. Così aggiunge costui a l’offese d’Amore gl’oltraggi de l’onore? sa pur che la mia destra fulmina le vendette. l’oltraggiatore indegno 129 830 835 CLIMENE IPPARCO 840 845 850 CLIMENE 855 860 IPPARCO 865 CLIMENE 870 IPPARCO 875 880 . IPPARCO Rabida gelosia. ch’emular dovresti di primavera il riso. novo Tizio son’io. l’aura tanto bramata. umido il ciglio? Cagion troppo possente ti conturba la mente.SCENA SETTIMA IPPARCO. nemico amore con flagelli inuditi a me squarciano il core. derelitta son io fin da la speme. sa pur che la mia spada punisce chi m’offende. vedi se scaturir può la mia pena da più feconda e dolorosa vena. or che respiri sotto il clima natio. CLIMENE. sa pur che chi m’accende col focil de l’ingiurie ad ira il core estingue col suo sangue il nato ardore. Sagittario lo sdegno l’arco ch’ha teso scocchi.

Ipparco. Piacque a me sempre più la vaga gioventù d’ogn’altra etade. credilo a me. 890 895 900 905 910 915 920 925 930 130 . Labro lanoso a me un sol bacio non diè che mi ricordi. quella beltà ch’insuperbire ora ti fa. sempre quella beltade mi porse più contento che non avea ruvido pelo al mento. Chi ha provato ecc. Chi ha provato il mio amor mi dica. celibe tu vivrai: il ripregar non giova. SCENA OTTAVA DEMA. o sdegnosetta. Chi ha provato ecc. sospiri e preci cedero a’ giovinetti che non vendei. un cor desiri ingordi […] ambrosie care da guance tenerelle ognor succhiare. Così tu sprezzi chi il cor ti diè? Ten pentirai. Ho solo dispiacere non trovar cibo a l’avido desio per potere di novo anco godere. 885 ‹DEMA› Ten pentirai. com’io già feci. né co’ capei d’argento di non aver goduto ora punto m’accora il pentimento. sol di lui si compiace: s’io fui sempre nemica di quella continenza e ferità. non credo udir giammai. l’età prisca lo sa. O ritrosetta. se non hai altra amante che Clori. il ritentare è vano. vedrò rapire dal tempo edace ch’il tutto sface. ori.ne’ precipizi ch’ei si fé trabocchi. errai? Non credo un sì. mercai bensì diletti. credilo a me. Bellezze non gustò colei che non amò. lei sol per Lidio si consuma e sface.

Canace. scelerato. SEMELE 935 FEDRA 940 DIDONE ERO SEMELE FEDRA DIDONE Che non fugga il crudel. Nel foco m’abbruciasti. de la morte rivale. ch’il foco è parzïal de l’inumano. e trovo. Contro d’un innocente. i precipizi miei. oh rio. ne l’insidie cadé l’astuta volpe. a cruci. non v’è pietà per me? Di noi l’avesti tu? Al flagellarlo. 131 945 950 SEMELE 955 CORO AMORE 960 ERO SEMELE FEDRA. per te si trova a tal partito il tuo germe. chiudamli ’l varco olà. perché se nel mar Venere nacque. a l’onte. il generò Vulcano. Gettamolo nel mare. ahi misero Cupido. per li tuoi sdegni del perduto Cocito ne’ tenebrosi regni scesi a l’altrui ruina. No.SCENA NONA Si trasforma la scena nella Selva de’ Mirti dell’Erebo. Didone. Coro di Eroide. No. sù. a’ tormenti. Ma le nostre sciagure vendicheremo or ora. ricetto di quell’Eroide che per amore miseramente perirono. Invan tenti fuggir. a le stragi. sù. SEMELE. ohimè. Malvagio. a te. Lasso. Col ferro il sen ci apristi. di qua. Al flagellarlo. Lascia l’arme omicide. che con bocca di latte forma indistinte voci. sì l’aere umido e grave di questa selva nubilosa e oscura le penne agili e preste ora le preme. o dea di Gnido. Questo il castigo sia del traditore. A’ tormenti. o dèi. Diamolo al foco ardente. Quasi l’ho preso a fé. ne l’onde m’affogasti. a cruci. esser volete voi barbare e atroci? E che mai vi fec’io? Oh temerario. non lo sommergeranno amiche l’acque. a le stragi. AMORE ‹che tenta di sfuggire›. Egli volar non puote. Madre. Chi mi soccorre. una spada pungente le passi il petto e le trafigga il core. i dovuti castighi il fiero teme. a l’onte. Fedra. DIDONE 965 AMORE 970 FEDRA CORO AMORE 975 ERO SEMELE 980 DIDONE 985 FEDRA AMORE . L’hai colto pur. FEDRA. DIDONE. il tuo figlio. ERO. Clizia. aspe infernale. e questa face che per arder il mondo dentro fiamma vorace accendesti spietato in Flegetonte. sei giunto in parte dove non troverai pietade a le tue colpe. crudo garzone. A te.

Come. errate: egl’è innocente. I ferri. se ben fosse reo. Amor. Solo ristoro vogl’apportar. Dagl’Elisi vicini il tu’ infortunio intesi. 132 995 AMORE 1000 DIDONE 1005 APOLLO 1010 1015 AMORE 1020 APOLLO 1025 1030 ERO SEMELE 1035 FEDRA DIDONE APOLLO 1040 AMORE 1045 . ERO. DIDONE. Si conceda il cattivo a un tanto dio. l’empio fanciullo. se vendicar credete sopra d’Amore i vostri fini amari. e men severo gl’acuti dardi aventa. 990 APOLLO Amor. degl’errori non suoi trovi il perdono e. FEDRA. e oblia le offese. saette d’oro sol vo’ scoccar. i mari per essizio vi diè fato inclemente. A intercessor sì degno non si neghi. che se illeso ritorno da l’ire di quest’alme al puro lume farò che riaccenda i spenti ardori e che languisca per Egisto Clori. AMORE. Eroide generose. Sedata in parte l’ira. Amor crudele più non sarà. Inver fu del destin forza immortale che ci spinse a morir. non lo suo strale. Coro di Eroide.SCENA DECIMA APOLLO. come il malvagio tenta fuggir le meritate pene. che disporre d’Amore potrai tu poi come di lui signore. comprendo il vero anch’io. tu. o vago arciero. Per l’acque invïolabili di Stige. Didon. ma. tu prigioniero? Ove son le saette. che reggi le stelle. che sei tanto audace. ove la face? Tu. cortesissimo nume. piangi le tue sventure con tenerezze tali e cor s’imbelle? Sovengati che tieni del domato universo il vasto impero. degli misfatti altrui non punite costui. vel chieggio in dono. Amor. i fochi. tu prigioniero? Deh di schernirmi invece aitami cortese. SEMELE. vo’ che libero torni agl’eterei soggiorni. sciolto tu sei. e qui veloce venni del tuo dolore per esser spettatore. se mi prometti d’oprar che rieda Clori qual fu d’Egisto mio pietosa amante. prendi l’arco e la face. cangiato parer. o luminoso Apollo.

Fuggite il suo seren. perch’egli è un mentitore. Non li credete no. LIDIO. mercé d’un aureo tel. SEMELE 1060 SCENA PRIMA Sparisce la selva e viene una boschereccia deliziosa. DIDONE. Non li credete no. languendo. Dolci. LIDIO 1065 È grato il penare. è vita il morire per bella pietosa. d’averti fatto tributario il cor. morendo rinasco qual arabo augello tra ’l rogo d’un bello. le sue dolcezze elette passano in un balen. ma dolce e pia. e che mirassi in quei superni cori i divini stupori. di gioie mi pasco. sitibondo de’ pianti. CLORI. onde per ricercarti 133 CLORI 1070 LIDIO 1075 CLORI 1080 LIDIO 1085 CLORI 1090 1095 LIDIO . per bella amorosa. non son tanto felici negl’Elisi beati i spirti fortunati quanto l’anima mia mentre ti mira. Penando. ella da te lontana sempre con te delira. D’Amor la signoria tirannica non è. Amor. O Clori mia. Ogn’ora più festosa io me ne vado. io per prova lo so. è caro il languire. amanti. FEDRA 1050 Non li credete. averei men contento di quel che nel vederti io godo e sento. son finte le promesse. caldi vapori ch’usciro da’ miei lumi i tuoi bevero. ATTO TERZO APOLLO 1055 ERO. ma dolce e pia. Fuggite il suo seren che tempeste promette. Non li credete. È la tua signoria tirannica non già.il mio fedele Sol goderà. bugiardo e traditore. Senza spine la rosa e senza amaro il mel colsi e gustai. S’io vedessi del cielo le porte di zaffiro dischiuse e spalancate. amanti.

Vive. chi d’esser preda è degna de l’eccelso Tonante e non di voi.. entrar vietano a te di lei negl’orti: accheta. ancor costei sia presa. l’anima amante ne l’amato oggetto. masnadieri? Non temete. SCENA SECONDA IPPARCO ‹che si scaglia contro Lidio e agguanta Clori›. a te s’aspetta. CLORI. più che bacio io mi struggo. Col tradimento il traditor si vince. e quando fia ch’a le mete amorose io giunga lieto? Quando sarà quel giorno che ne’ giardini Esperidi d’Amore io colga il frutto d’oro. non è de la vedetta bevanda più gradita: a chi ti dispregiò togli la vita. Mi sono i baci cari. contentati de’ baci. per cui sperando io moro? Onore ed onestate. LIDIO. Che fate. Più che da la tua bocca il zucchero e la manna i’ libo e suggo. ma sai ch’il bacio è il fomite del senso. non proferire il nome di costei. Coro d’Armati. Questo ferro. Soffri. 134 1135 1140 IPPARCO CLORI LIDIO CLIMENE 1145 IPPARCO 1150 . Climene. che eseguono. perfido Ipparco. Rammentati l’offese. come ti è noto. sembianze alme e divine. o speme mia. Oh Clori. o perverso che sei. prendilo coraggiosa. Legatelo a quel tronco. nel ritrovarti ogni piacere io provo poiché trovando te l’anima trovo. ladroni. Taci. CLIMENE. vigilanti custodi di mia virginitade. soffri ch’un dì. notizia avran le genti: son l’armi tue l’insidie e i tradimenti.› Oh Lidio. Rilasciate. E quando. ‹Agli Armati. 1125 IPPARCO CLORI IPPARCO CLORI IPPARCO 1130 LIDIO Sei morto.. Ohimè. impuri ed inumani. accheta le tue voglie audaci. Se tenti temeraria difesa. a le rapine. e sento nel baciarti un godimento immenso. Amor m’induce a’ furti.1100 CLORI 1105 LIDIO 1110 CLORI 1115 LIDIO 1120 CLORI il cor s’affanna e langue poiché trovando te trova il suo sangue. tronche vi sian le mani con i cui tocchi arditi chiuso de la materia in vago velo contaminate un cherubin del Cielo: de la tua fellonia.

tanto che sia a vendicar gl’oltraggi miei bastante. vibra quel ferro. non posso. Quanto indugi. LIDIO. ‹Agli Armati. Via disfoga. mora. Già che le luci mie ver me sì crude mi negano la morte. 135 1180 CLIMENE 1185 LIDIO CLIMENE 1190 1195 LIDIO CLIMENE 1200 LIDIO 1205 CLIMENE LIDIO CLIMENE 1210 . Ne la tua destra armata anco l’ingiurie mie poso e rimetto. qual occulta potenza timido ti trattiene? Tempo non è d’essercitar clemenza con un ingrato. ohimè vado da la barbarie altrui condotta a forza.1155 CLIMENE IPPARCO 1160 1165 CLORI IPPARCO CLORI 1170 LIDIO stringi la spada e lo sleale offendi. Lidio. mia sospirata. SCENA TERZA CLIMENE. a chi vivo tel dà morto lo rendi. immergimi nel sen quella tua spada. Conducetela voi. mora. voi a la man vacillante date forza e vigor. Faccia il sangue nemico lo fiorito terren tepido e rosso. te ne prego. Climene. Eh ch’io t’uccida non consente amore.› Ti seguirò con l’alma. che se tu perdi un cor avezzo ad essere infedele. Non mi tener più a bada. Mio bramato diletto. e da te derelitta e di te priva egli non vuol ch’io viva. CLIMENE 1175 LIDIO Tosto sì sì la seguirai con l’alma. prendi l’ultimo addio. io le chiudo. Vo’ che lacero il miri. i tuoi furori. Ohimè. andiam. Io vengo teco. o spirto mio. Neghittosa. la tua vista è un incanto che mi leva la forza onde ferire ardisce e tenta invano l’innocente mia mano. Assassin scelerato. che fai? Braccio imbelle e codardo. Giuste mie furie. mora l’infido. ‹Gli Armati la conducono via. non posso. Clori. che tardi? vibra. Ohimè. tu ritrovi un amante ch’ha la fé di diamante.› Graditi sono a me gl’oltraggi tuoi. ch’in breve questa spada ti farà per seguirla un’ampia strada. Ha l’istessa virtude il tuo bel volto ignudo. Coprilo. teco non verrò mai corpo animato. ei sia da te percosso. ecco. Clori. Lidio. Mentre il crudel mi mira ei mi placa lo sdegno e vince l’ira. Non mi mirar se tu desii morire. mora l’infido. vo’ che per cento bocche il fiato ei spiri. i colpi attendo.

già che non puoi l’offese mie punir. acciò ch’il tuo ritratto. a l’alma che t’ama anco tradita prega. per celebrarmi i funerali. Climene. O bellissima mia. Che credi lusingarmi con parolette finte? Conosco le tue frodi. supplichevol ti chieggio 136 . intatto lassi. non dica ognun del fine mio dolente: “Il traditore uccisa ha l’innocente”. pietoso almeno a me trapassa il seno. Non far. La Parca invece. ombrosi lidi. che deve darmi al sepolcro. Parla il cor su la lingua. ‹Fa per trafiggersi il petto. viene ad abitar in voi. Ti perdonino i Cieli gl’inganni tuoi crudeli. oh dio.› Ferma. A queste voci ogni mio duol svanì. ch’impresso anco ho nel core. Mira e godi. ch’è tutto fiamma. io lo merto. fuggir de l’inumano li strazi con la morte a me conviene. Climene. deh prega pace. ch’esser ti diè la sua memoria amara. Un’amante ingannata. ferma. o contro me rivolgilo. ma temo che. del tuo stame vitale quasi ha reciso il mio. ah me. lungi da te quel ferro. spruzzandoti di qualche infocata sua stilla. Che mi fermi? o spietato. in te. rimanti. ma per quello che porti a la tua cara. in breve sotto la destra poppa io vo’ che passi. Goditi la tua Clori. Ti lascio. Vo’ caderti vicina. Tu m’ami? Io t’amo sì. a dio.1215 1220 1225 1230 1235 1240 LIDIO CLIMENE 1245 LIDIO 1250 1255 CLIMENE 1260 LIDIO 1265 CLIMENE LIDIO CLIMENE LIDIO 1270 ferro. vittima innamorata. Questa punta. Lidio. ritrovata estinta e te disciolto. me fiedi. accenda di pietà piccol favilla. là d’Amore inviato a farti noto come in un istante è ritornato tuo devoto amante. acciò ch’il sangue mio. non dirò per l’amor che mi portasti. per vedermi a languir non vuoi ch’io mora? Ma che non mi sottragga da le fierezze tue procuri invano. di me più fortunata. Pria di morir ti scioglierei. Da’ lacci disperati avvinta e stretta libero la mia spene mentre disciolgo a te queste catene. io ch’al dispregio diedi la tua candida fede.

Lidio di novo. così colpo simil farà che Clori riami Egisto. S’io ministro non fossi de la natura. per Climene ho ferito. cortese venia e pace. pavento ancora di quelle donne irate. in cui viver beato il mio cor spera. tu mai di crudeltà non cangi stile. A tua voglia partiamci: il giubilo m’abonda la gioia il cor m’inonda. per quanto artificiato e falso bianco puote farti parer di latte le membra contrafatte. 1295 ‹AMORE› A queste pure regioni asceso. vorrei che mai non ti mirasse alcuno col trovar modi ed arti di far l’uomo goder senza adorarti. 1300 1305 1310 1315 1320 137 . che vo’ nel tuo germano spegner quel che mi porta odio e rancore e congiungermi seco in novo amore. Amor. con giusta violenza ti leva a Clori e ti rilega e annoda a talami sprezzati di Climene. Amato e vago Lidio. l’intercessor mio nume vedrà felice il suo nepote amato. amante sospirato. sua vita. Ohimè. allora ch’ei vessato sarà da folli errori. le mie ragioni udite. dopo cotanti errori qual fiume al fonte io riedo a te. intenta a propagar per te di spezie il mondo.1275 CLIMENE 1280 1285 LIDIO 1290 CLIMENE de l’averti delusa e vilipesa. con invisibil dardo per Climene ho colpito. vorrei trarti l’orgoglio per quanto solimato t’avelena le gote. io pure ad onta de la beltà rivale t’abbraccio come mio. che tanto per te. andiamo. qui tra gl’arbuscelli. Andiam. ha sospirato e pianto. mia bella. mia sfera. fatto d’altre sembianze parziale e seguace. giudice pio. SCENA QUARTA AMORE. povero Amor se non giungeva Apollo: sesso perfido e vile.

inghiottitela. e in questo petto desta incendio tal che cada in polvere converso l’idolo di colei che m’è fatta nemica. Ira guerriera ardita calpesta. ah cor malvagio. e pure ancora il mio cor. leoni Getuli. sommergetela. abbrusciatela. sospendi i vanni. ceda oh dio del Lirico il cordoglio al duolo mio. ah che ne dite. che tardi. onde vastissime. o piante? Ceda pur. Fermate. calpesta. castigarla tu dei: tu ridi? e de’ miei mali crudel ti prendi gioco? va’. ah core. Germogli della terra ch’or vestite di verde i tronchi e i rami ond’io l’alma ne spoglio. inghiottitela. non l’oltraggiate. piogge de pianti. adora: ah cor malvagio. le foglie pullulanti convertite in orecchie.SCENA QUINTA EGISTO ‹delirante›. Abbrusciatela. sommergetela. esci via. m’ha tradito costei. che non vo’ dar ricetto a un traditore. che in cenere l’ali possa ridurti de lo sdegno il foco. più caro seno accoglie la mia donna incostante. divoratela. non l’offendete no. deh fermate. ‹EGISTO› 1325 Celesti fulmini. e la ragione invitta 138 1330 1335 1340 1345 1350 1355 1360 1365 1370 1375 1380 . se sradicaste il piede per gir veloci ad ascoltar del Trace le canore querele e i mesti canti. odi le voci mie. ah core fuori di questo petto. cupe voragini. udite aspri e maggiori. divoratela. involatela al dì. reso a me ribelle. e i miei dolori udite prego. Amor. Amor. Ma che vivrà? Sì sì. Non mi nega l’inferno la sospirata moglie. via. t’estinguano la face degl’infelici amanti turbini de’ sospir. over spegni quel foco onde ancor ardi.

dite dov’è: ree d’una stessa colpa me la celate invano. Hai tu ragione. ah perché la sputi? Assaggiarla anch’io vo’. fuggi pur. fuggi pure. uscita fugge. frettoloso tragitta. Clori non è con voi? Insegnatela a me. Da le più dure coti 139 1435 CLORI . approda al lido. che fai? ah. a dio Caronte. Tantalo? prendi il fuggitivo pomo. la troverò ben io. 1430 IPPARCO La ferità deponi. che richiamar mi voglio de l’ingiustizie che commette Amore. affretta il remeggiar. men torbide ed irate a me rivolgi. ella è ben troppo amara. e me su l’altra riva. togli de l’acqua avara. o portentosi mostri? Non m’arrecò terrore fantasma e mostro rio di voi maggiore. IPPARCO. Oh di Danao omicide e malnate figliole. o Clori. o Clori bella. iniquo spirto. SCENA SESTA Si finge la scena un cortile del palagio d’Ipparco in villa. Ecco la scelerata che dal concavo vostro faticoso strumento in cui s’era celata. a un disperato. o pallide fantasme. di lei compagne felle.1385 1390 1395 1400 1405 1410 1415 1420 1425 l’arco ingiusto ti spezzi e le saette de l’atra bave de l’Erinni infette. prodotta non sei stata da durissima selce ed insensata. dite. CLORI. anima afflitta. che non m’affonda. ch’io seguirò le tue fugaci piante sin ne le gole del mastin latrante. de le tue luci e l’una e l’altra stella. Aprite il varco. la vo’ tanto sferzar con queste serpi sin che desti pietà del suo martire ne le furie sorelle. aprite. Ohimè come sdruscita è questa nave. siamo a terra pur giunti. quante forme rimiro in un commiste in questi de la morte atri ricetti: che credete atterrirmi. l’acqua per tutto inonda. o disperati imperi. né de le caspie e maculate fere allattasti le mamme aspre e severe. approda o di questa palude pigro e curvo nocchier la stigia barca. bevi. se il Ciel m’aiuti. avanti il suo signore. Quanti orribili oggetti.

l’offese cancellate. sol di liete armonie rimbombate canori: a me Lidio ritorna e lascia Clori. alberghi amati. SCENA SETTIMA CLIMENE. de l’odio che ti porto è assai minore. (È Lidio che ragiona o una fantasma?) Di gelosia e d’onore in me sanati i morsi. il tuo lascivo amore. ho ridonato a la mia sposa il core. (A me Lidio ritorna e lascia Clori?) È questo il corpo estinto e lacerato del tuo nemico odiato? Hai tu sì vendicati i nostri torti? Dunque spirano i morti e son de l’ire tue questi i trofei? Va’ che femmina sei. Pria senza tosco l’angue per le libiche arene serpeggerà con tortuosi giri. per Amore.1440 IPPARCO 1445 1450 CLORI 1455 1460 IPPARCO 1465 del Rodope aggiacciato io per te nacqui. CLORI. ti chieggio. Onde. Amor. un lampo è il bel ch’in te fiammeggia perché imitar non vuoi la bontà del Motore che prodigo ti dona i fregi suoi? Crudel. 140 1485 CLORI IPPARCO LIDIO 1490 1495 . agl’occhi miei. figlio incostante e leggiero e vagante. LIDIO. O parole crudeli nate da quella bocca che può i defonti ravivar baciando. mostruoso oggetto. deh. di sdegni ostili il varco. a torto m’uccidete. Qual meraviglia è questa. amore. ch’io pieghevol mi renda a’ tuoi desiri. Le Prische cicatrici Clori m’aprì de’ fati. portò seco l’affetto del core a te soggetto. sanguinoso tiranno. chiuder forme celesti alma d’abisso? Gl’angeli son clementi e pure ha il Ciel prefisso ch’un angelo m’oltraggi e mi tormenti: se del volto di Giove un raggio. IPPARCO. Fu men orrido certo a’ secoli passati il teschio viperin di quel che sei tu. non m’avrai più rivale. siano l’ire smorzate. Omai chiudasi. sotto l’antico giogo m’ha ritornato Amore. CLIMENE 1470 CLORI IPPARCO 1475 LIDIO 1480 Rallegratevi meco. Ipparco. s’io t’abbandono volubile io non sono. deh men fiere e più benigne siete.

troppo io per te le devo. Rendetemi Euridice. è divenuto stolto. or s’arresta e discorre a sterpi. IPPARCO. a’ tronchi. l’ospite Egisto l’intelletto ha travolto. CLORI. che Stige ingombra via più felice. CINEA 1515 Signor. Per Giove albergatore. ardano a’ tuoi sponsali le tede furïali e t’apprestino il letto Tesifone ed Aletto. Per amar l’incostanza il misero ho tradito. CLORI. a’ venti con vari e impropri accenti. che de’ lugubri suoi fieri accidenti l’istoria io ti narrai. tu lo sostieni? O Cieli. SCENA OTTAVA CINEA. IPPARCO. Per gl’amori di Clori al sicuro impazzì questo infelice. LIDIO. EGISTO 1540 Rendetemi Euridice. che de’ malvagi è reo costume scusar con il destino i lor misfatti: le tue nove dolcezze sian d’Aconito sparse. or di furor ripieno la campagna trascorre. o dèi. o Climene. egli per mia cagion va forsennato. Non più. or geme ed or sospira. CLIMENE.1500 CLORI 1505 1510 è volubil chi regge de’ mortali il volere con tirannica legge. Orfeo son io ch’il vostro rio passai d’ogn’ombra. 141 1545 CLORI . LIDIO. che pareggia il dolore di questa nova al giubilo provato del tanto desiato tuo ritorno. or tace e bieco mira. né conosce mirando. CLIMENE. Il pazzo viene. Quanto ei l’ama lo sai. or ride e va cantando sciocche e immodeste rime e talvolta di Clori il nome esprime. come tu m’hai tradita ti tradisca costei: terra. invece de le faci del ridente Imeneo. 1520 1525 CLIMENE 1530 IPPARCO 1535 CINEA SCENA NONA EGISTO.

che? Tu menti a dire che de l’orco i secreti io venga a discoprire.EGISTO 1550 LIDIO 1555 IPPARCO EGISTO 1560 1565 1570 CLORI CLIMENE 1575 IPPARCO EGISTO 1580 1585 LIDIO CLORI EGISTO Or ch’il mondo è in scompiglio. siete. Non si derida la miseria altrui. né dipender dal Ciel vuol più Fortuna: s’armino i Briarei. egli viene di là. ho stabilito. Oh dio non è da credere. Pensato e ripensato. che s’indugia. no no. donne. ma noi seco al sicuro impazziremo. a discacciarlo dal suo proprio loco. e ancora stabilisco. Amico. ratifico e confermo. Da la pietade in me risorge e nasce Amore intempestivo. Qual ardente pietade al gelido mio core soministra calore. pur di novo ripenso. Pronostici non lieti a le mie nozze profetiza un pazzo. o riamato Egisto? Io vo’ narrarvi un caso: l’inganno per camino 142 1590 1595 1600 CLIMENE 1605 CLORI EGISTO . Egl’è di capo scemo. tremendi numi. siete pur sciochi. Clori. di guerreggiar con Giove io vi consiglio: fatevi in giro. l’arco dorato porto nel ciglio. o populi di Dite. correte. fatevi in giro e non badate più. ohimè. io vi protesto e dico che de la luce io son fiero nemico. quanto mi fate ridere. Ohimè fuggiamo. Egisto. Accostiamoci a lui e secondiam la sua pazzia per gioco. Io son Cupido che per la terra vo mascherato. né vogliono seguire più da l’orto a l’occaso il mobil primo. prodotti. Ribellate si sono al Sol le stelle. che se lo taccio io moro: che tu se’ il becco da le corna d’oro. non mi vedete? Per vagheggiarmi. Mira quai frutti acerbi ha la tua crudeltà. Il pentimento mio nulla ti giova. che lo dica? il vo’ dire. udite novelle di là sù. via. io son vermiglio. gl’Enceledi e i Tifei. dunque un uom sì saggio qual tu sei sì vaneggia? In te rivieni. l’aere fa guerra al foco. fermate il piè. ah ah ah ah. congiurato con l’acqua e con la Luna.

t’amai per mia sventura. Ritenetelo. serica veste non m’adorna. ORA PRIMA 1660 Ecco del mio signor l’alto retaggio. Ve ne vo’ dire un altro che ne l’orbe stellato è intervenuto: il Leone Nemeo dal Cancro è stato morso. e che chiedete? Oro non ho che possa satollarvi la sete. Egisto mio. onde a molti la fede egli rassembra. Oh più di questa ruota che raggira Ission. o del sasso di Sisifo più dura. Queste scintille sono del perduto senno. CLORI ‹piangente›. lungi da lei tosto fuggiamo. Afferratelo in modo ch’infruttuoso sia l’impito insano. germe d’Apollo. mai oggi creduto avrei di dovermi incontrar ne la bugia. con il Toro il montone a terra pose e nel vicin Triangolo s’ascose. ond’ei co’ suoi ruggiti pose tanto terror ne l’inimico che nel fuggir retrogrado ch’ei fece fé cader i Gemelli. In sé rinviene. Più che l’ascolto e miro. e addotto ne la cittade ei sia in cui medico dotto risanarlo potrà da la pazzia. più di mia ferità meco m’adiro.1610 1615 1620 1625 IPPARCO LIDIO CLORI EGISTO 1630 CLORI CLIMENE IPPARCO 1635 CLORI EGISTO 1640 CLORI IPPARCO 1645 EGISTO 1650 LIDIO 1655 IPPARCO s’incontrò ne la fede qual svaleggiata fu da l’assassino. Furibondo egli tenta libero uscir da le tenaci mani. Meravigliosi avisi. compagni incauti. CLIMENE. Lungi. a questa verga in cui l’aviticchiato serpe tanta virtù possiede che può togliere a morte anco le prede. che stolto egli discorre il vero. Lungi da questa ria. 143 1665 IPPARCO CLIMENE . Clori incostante. Lo soccorre una diva? Egli dal Ciel deriva. Ahi che giusta cagione ha di fuggirmi. LIDIO. Ohimè. Adaggio. EGISTO. Ah ti conosco. Curiosi ragguagli. e poi s’io fossi tutto gemme e tutto bisso mi lascereste voi. ei de la veste candida rubata si ricoprì le membra. SCENA DECIMA ORA PRIMA. egli ritorni saggio del medico divin. IPPARCO. andiamo.

LIDIO EGISTO CLORI EGISTO 1670 CLORI EGISTO CLORI 1675 1680 EGISTO IPPARCO 1685 1690 EGISTO ORA PRIMA 1695 EGISTO CLORI EGISTO. ora ti dono: io di beltà immortale meritevol non sono. mio riacceso ardore. Lidio. Comando imperïoso a voi ci toglie. Deh credetelo a me. Amanti sperate. Ah se tu non m’inganni io son felice. per voi sian le radici svelte de le sciagure. Clori. Amore è fanciullo che tosto s’aggira e alfin appaga chi per lui sospira. Amore? Per Lidio egli esser deve. Pacificati sposi.. Egli è per te. A dio. al partire. errate. tu ben sì. CLIM. Non più indugio. LID. egli sembra e non è. ei per te divenuto è un Mongibello e pria di più lasciarti stabilisce e risolve di convertirmi in polve. crudo ei sembra e non è. angoscia fugace e la sua guerra alfin termina in pace. Ite. Amanti se credete che Amore sia crudel. l’anima tua da’ guai. o favorevol sorte. O speranze risorte. ite felici. Mirami e scorgerai ne le sembianze mie se dice il vero il cor puro e sincero. CLORI IPP. Amici? Ohimè che scorgo. e chiara luce produce. voi v’ingannate. La sua nera procella fa pullular contenti. Dono tanto pregiato ogn’obligo cancella. per quella cortesia che tu usasti a Climene nel condurla a la patria.. entrate: è tempo omai di ristorar. che divin vanti il natale. vaga Climene. sorella. 1700 IPPARCO 1705 LIDIO Nel sentimento primo egli ritorna. 144 1710 CLIMENE 1715 LIDIO CLIMENE 1720 . ch’è in mia balìa. e a’ talami vostri siano propizi i numi. ho la nemica mia piangente a canto? Che dinota quel pianto? Amore. o mie gioie rinate. seguitemi ch’in Delo fia mia cura condurvi per le strade del cielo. Ipparco. Apporta scherzando brevissimi affanni.

scendiamo.. e si sprezza quando perde il suo verde. Eunomia e la sua prole. Perir deve foco e neve. sì cantiamo che ritorno farà il giorno a quel niente ond’egli uscì. Giovanetta. il suo vago e il suo seren. È bellezza breve balen. ORA QUARTA 1755 ORA TERZA 1760 1765 1770 ORA SEC. ORA SECONDA. Intelletto qua giù non ha 145 1745 1750 ORA TERZA. Nate siamo noi con il dì. CLIMENE 1725 A l’amare. ORA SECONDA 1730 ORA TERZA 1735 ORA QUARTA 1740 ORA SECONDA Scendiamo qui. il suo vago e il suo seren. SCENA UNDECIMA Si finge la scena parte selvosa e parte maritima. ORA QUARTA. Dolci sorelle. come ci impose il Sole. è questo il loco in cui attender noi doviamo. LIDIO. che chi non segue di Cupido l’orme provar non può delizie immense e rare. Nate siamo noi con il dì. perirà ancor nostro stame e nostro fior. ciò ch’il fato ha creato. snodiam la lingua al canto.deh credetelo a me. sì cantiamo che ritorno farà il giorno a quel niente ond’egli uscì. e si sprezza quando perde il suo verde. a l’amare. a l’amare. È bellezza breve balen. intanto che qui attendiamo de l’eroe l’arrivo. godi pur col tuo fedel. A l’amare. ORA TERZA. mentre alletta qual narciso il tuo viso adorno e bel. Veleno spirerà la dea de la beltà quando noto le fia che Clori amante e sposa del nostro Egisto divenuta sia. ORA QUARTA 1775 ORA QUARTA .

. de l’ire divine andiam trionfanti su’ carri volanti. di rancori il suo petto ognora fa. ORA TERZA 1790 chi ricetto di dolori. CLORI 1805 EGISTO O felice pazzia in cui con l’armi di pietade Amore per me ti vinse. T’abbraccio.1780 1785 ORA SECONDA. o mortali. liete lampeggino. TERZA e QUARTA. è più grato il fruir: mia spene. Clori. Di rai più fulgidi le vie de l’etera liete fiammeggino. EGISTO. 1810 ORA SEC. ti annodo Amore mai più mi sciolga da te. De la patria il ritorno con te. per l’aeree campagne sarete trasportati. 1795 EGISTO ORA PRIMA 1800 EGISTO. Intelletto qua giù non ha chi ricetto di dolori. L’allegria con voi stia. ORA TERZA EGISTO 1815 1820 ORA PRIMA. ti sciolga da me. CLORI. Di rai più fulgidi le vie de l’etera liete lampeggino. ch’abbiam l’ali e al nostro vol brina siete a’ rai del Sol. amorosetta mia. ORA QUARTA 146 . ti godo. o fortunati. di rancori il suo petto ognora fa. SCENA ULTIMA ORA PRIMA. liete fiammeggino. ti stringo. a me sembrano secoli quest’ore. Dopo un lungo soffrir di pene. ORA SECONDA. Sopra il carro ascendete che di Zacinto in Delo. mio core.

Teatro S. è però di così parche fortune che sarebbe inabile di venire al cimento privo dell’autorevole patrocinio di V. 147 . ambizioso d’ottenere le palme per adornarsi il regio diadema. IL DESTINO. S. questo prencipe. Coro di damigelle d’Erisbe. Custode dell’arsenale d’Anfa. Anfa è la scena. LA FORTUNA. ORMINDO ignoto figlio d’Ariadeno. 1644) L’ORMINDO | FAVOLA REGIA | PER MUSICA. Illustrissima degnarsi d’essere il nume tutelare d’Ormindo. ARIADENO Re di Marocco e di Fessa. Coro di soldati Mauritani. almeno di non restare stordito dai sibili del dispregio. S. e Padron Colendissimo il Signor Lunardo Bernardo. S. Di V. | Con Licenza de’ Superiori. Spera. fu dell’Illustrissimo Sig. | & Privilegi. INTERLOCUTORI L’ARMONIA fa il Prologo. città del regno di Fessa della Mauritania Tingitana e Cesariense fabricata da’ Romani sul lido del Mare Atlantico.GIOVANNI FAUSTINI L’Ormindo (Venezia. Prego dunque V.mo Signor mio. Illustrissima. Coro di soldati d’Ormindo. peraltro difficili e perigliose. Sebastiano. della quale. | IN VENETIA | M DC XLIV. AMIDA prencipe di Tremisene. OSMAN capitano d’Ariadeno. I VENTI. NERILLO suo paggio. | Presso Francesco Miloco. Non ardisce Ormindo di comparire nel certame di gloria per cimentarsi con i più saggi e famosi Re della Grecia senza consacrarsi prima al nome di V. e non invano. MESSO. All’Illustriss. ora a pena si mirano le ruine. ERICE sua nutrice ERISBE moglie d’Ariadeno. AMORE. Coro di soldati d’Amida. SICLE principessa di Susio MELIDE sua damigella in abito Egizio. Egli. se non lo gonfieranno l’aure della vittoria. Cassiano. MIRINDA sua dama confidente. alla quale per fine bacio le mani. Giovanni Faustini. quale se bene vanta regi natali. mentre campeggierà nel teatro caratterizzato con il titolo di suo. non teme punto le prove. Illustrissima devotissimo servitore. S. protetto dalla di lei gentilezza.| DI GIOVANNI | FAUSTINI. già distrutta dalle armate di Portogallo. Illustrissima.

fintasi insieme con loro di quelle femine che si vantano di presagire dalle linee della mano la sorte degl’uomini. la pianse amaramente e. dopo aver scorse le regioni africane ed immortalata la sua memoria con azioni illustri e valorose. prencipe suo figliuolo. ferita di doppia piaga amorosa ardeva in gemina fiamma per Ormindo e per Amida. e giunta in Tremisene intese guerreggiare Amida a favore d’Ariadeno. Sicle. a cui Amida prima ch’amasse Erisbe aveva dato il possesso del core e la fede d’esser suo. Fatto vecchio s’innamorò d’Erisbe. accompagnati da molte navi. sorella della moglie del Re di Tunisi. onde. diede a credere al Re suo marito d’averlo prodotto: crebbe Ormindo e. come ad una guerra commune e quasi sacra inviarono soccorso all’amico Ariadeno: Maamete Re di Tremisene mandò Amida. fin che il tempo gli sparse di neve il crine ed amore di fiamme il core. che per la morte del Re suo consorte reggeva lo scettro di Tunisi. attendeva a deliziare per la vittoria con li principi guerrieri. addolorato. prencipe d’ambe le Mauritanie. quali con secrete accoglienze ella separatamente nutriva di dolci speranze. quale spirò l’anima invocando l’amato nome del suo Ariadeno. Ormindo. passò le asprezze del monte Chiaro. che spronato d’acuti stimoli di gloria s’era celatamente partito di Tunisi per seguire l’aventure dell’Africa. con il quale aiuto. debellate l’armate spagnuole. pervenne in Anfa apunto all’ora ch’Ariadeno. e la prese per moglie. così. attese a festeggiare i prencipi amici ch’innamorati l’uno di nascosto dell’altro d’Erisbe sua moglie ritardavano la loro partita. avea in quel punto medesimo con disuguale sciagura partorita estinta la prole. Ariadeno. e Cedige. Dagl’amori secreti d’Ariadeno. Intanto l’Ibero. capitano dell’armi paterne: per il che preso il camino delle Mauritanie. divenne il più bravo guerriero dell’Asia. Cedige la Reina. giovane e bella. attendendo invano un lustro intero la sua venuta. Re del picciolo regno di Dara. giovane la più bella di quelle parti. e di Nearbe. fattosi di nascosto arrecare il pargoletto Ormindo. fu richiamato da’ sudditi per la morte del Re suo padre alle corone di Marocco e di Fessa: ivi giunto ebbe i lugubri avisi della perdita della sua cara Nearbe. cominciò ad infestare le città maritime di Fessa. con la quale sperava di vivere una vita beata tra le grandezze dell’ereditato impero. agitata dalle furie d’amore e di gelosia. 148 . negl’amori de’ quali comincia la favola. cupido di soggettare al suo trono i mauritani diademi. vittorioso ritornato in Anfa e disarmate le navi e ripostele nell’arsenale. onde Ariadeno per rintuzzar l’orgoglio all’offensore nemico radunò una grossissima armata in Anfa. città posta sopra l’Oceano: duo regni più potenti dell’Africa. Erisbe. consapevole degl’amori della sorella. detto dagl’antichi Atlante. affrontata Ariadeno l’armata ostile. la ruppe e costrinse l’Ibero ad accettare da lui dure condizioni di pace. passò gl’anni più verdi della sua età giovanile senza gustare le dolcezze d’alti connubii. disciplinato nell’arti regie. si pose con due dame sue confidenti in abito egizio e. che dalle radici dell’Atlante s’estendono sopra le rive del Mare Mediterraneo. figlia d’Asane.ARGOMENTO dell’azioni alla Favola precedenti. infastidita de’ freddi talami e degl’insipidi allettamenti del canuto consorte. nacque Ormindo: i suoi natali apportarono il feretro all’infelice Nearbe.

mi feriro: ma benedetto il dì 149 40 45 . bevei per latte l’acque d’Ippocrene e le custodi mie fur le Sirene. a fasti tui. ahi. o pompa o fasto eguale. Ora dal bel Permesso. immortali bellezze. Amoroso portento. vinta la Grecia e doma. ch’hai di cristal le mura in cui vagheggi la tua beltà che l’universo ammira. a ricalcare i tuoi teatri io vegno. vivo di vita spento con luci di zaffiro. vergine Serenissima e immortale. i regni. L’ARMONIA. non vidi a le tue pompe. io che condotta fui. ORMINDO.PROLOGO Rappresenta la scena la piazza di San Marco. ‹ORMINDO› 35 Ben fu per me felice l’influsso di quell’astro sanguinoso e guerriero che costrinse l’Ibero a coprir gl’ampi giri degl’atlantici mari di bellicosi legni. per farsi tributari di Marocco e di Fessa i scettri. ATTO PRIMO 5 10 15 20 25 30 SCENA PRIMA Città d’Anfa. È già varcato un lustro che su palchi dorati in te risplendo e le mie glorie illustro. da’ vincitori a Roma. o città gloriosa. tra gl’incendi d’Aletto un cieco pargoletto ne le viscere mie vibrò la face e ne la guerra ritrovai la pace. ‹L’ARMONIA› Non m’è patria l’Olimpo né dolce figlia io sono di quell’acuto e di quel grave suono che lassù dove splende eterna luce il moto de le sfere ognor produce. del gran Febo la cetra a me fu cuna e del suo crin per fasce ebbi gl’allori. Io nacqui in Elicona de le Castalie dive da’ concenti canori. parte più cospicua della città di Venezia. Io che bambina passeggiai d’Atene con gemmati coturni in su le scene. de le grazie e d’amor famoso regno. di novi fregi adornano i miei crini l’alme tue Muse e i cigni tuoi divini.

deh perché non poss’io. Come i mirti a le palme ambo intrecciamo. che non m’assorba il mar del pentimento. Innamorato Amida. io temo. Di palesar concordi le pregiate vaghezze non si mostrino avari amici così cari. occhi de l’idol mio. tra le vittorie abbiam perduto il core già compagni di Marte. 150 70 ORMINDO AMIDA 75 80 ORMINDO 85 90 AMIDA ORMINDO AMIDA 95 ORMINDO 100 AMIDA 105 . ed Icaro novello troppo inalzo le piume verso l’amato lume. Idolatra adorato. Se tu osassi mirare del mio nume il ritratto ch’anch’io nel petto arreco a tutte l’ore in difesa del core. Ardisci.) Ohimè troppo presumo. ardo lieto amatore da’ martiri lontano in dolce ardore: o benedetto il dì ch’un raggio del mio sole il sen m’aprì.50 55 ch’un lor guardo di foco il sen m’aprì. ah perché non mi lice. AMIDA 60 ORMINDO AMIDA 65 Cari globi di fiamme. Ormindo invitto. padre di precipizi è l’ardimento. s’ardo farfalla in voi sorger fenice? (De lo stesso mio duce segue l’amico l’onorate insegne. Ormindo? Amo. ardisci e spera. vivo ognor fortunato. bench’amante riamato. che prende il moto da l’arbitrio mio: ma. ardisci e spera. d’aurea saetta vincitor trafitto elitropio d’un sol fatto son io. ora d’Amore. ORMINDO. ti sia propizia la tua donna e fida. NERILLO ‹in disparte›. da’ lampi suoi ferito cadresti qual Fetonte incenerito. Ami tu ancora. SCENA SECONDA AMIDA. ed amo in un volto l’esquisito del Ciel chiuso e raccolto. qual Tantalo ne l’onde. dover perir di sete o mia penosa quete. su l’ali del coraggio sen vola amante saggio di Venere a la sfera: ardisci. ne l’Ocean vorace l’Ibera armata audace. Eh se de la mia Diva tu vedessi l’imago che come sacra in questo seno io porto stupido rimarresti immoto e morto. Da che affogò l’orgoglio.

È vero. al tuo vago splendore la lor fede lasciata e giunti in su le labra i miei spirti vitali tuoi devoti e seguaci ti vogliono animar con dolci baci. né permette il tacer la nostra fede. dirai se l’ostinato e cieco amoroso interesse la ragion non t’ingombra. togli. mora il rivale.110 ORMINDO AMIDA 115 ORMINDO 120 125 AMIDA 130 ORMINDO AMIDA 135 ORMINDO 140 AMIDA ORMINDO 145 AMIDA ORMINDO AMIDA ORMINDO AMIDA ORMINDO 150 155 AMIDA 160 165 l’uno a l’altro scopriamo i simulacri amati de le dee ch’inchiniamo. vedrai qual trionfo riporta del tuo ben vivo una pittura morta. Oh del mio puro ad umanato ardore ‹Osservando il ritratto fra le mani. lo spirto mio. Ma non consenta Giove che l’amicizia nostra resti svenata in sanguinose prove: de le nate contese facciam arbitre Erisbe e. ma la spada mi regge amor guerriero. contro di te co’ dardi suoi mi sprona. ‹Si scambiano nuovamente i ritratti. prendi. Pera l’emulo mio. Scopriamli sì che l’amicizia il chiede. non si vagheggia il Sol se non piangendo. Prendi. o tu errasti. Amida. ohimè. ‹Osservando il ritratto fra le mani. questo ritratto è il mio. Quanto mi spiace. errai. Erisbe disleale. Tu le sue violenze a me perdona.› Ahi che veggio? Ahi che miro? ‹Mirando la medesima effigie.› La mia donna comparte ad altri i rai? Si divide in duo petti il mio sospiro? Ah che veggio? Ahi che miro? Erisbe ingannatrice. Oh di colei per cui beato io moro. Vibrerà questa destra in riparo del core strali d’amore e fulmini d’orrore. lo sa il Ciel. la mia bellezza è del tuo bello un’ombra. la mano di sì lucida gemma e preziosa divenuta gelosa per non impoverire anco per breve istante del tesor che possede la volontà ingannando il tuo ti diede.› immagine spirante. io ti rimiro e ploro? Ah la cagion comprendo. egli. ‹Si scambiano i ritratti.› O tu scherzi. adirato e fiero. lo sa dio. perseveri in amarla e l’altro ceda 151 . dover trarti dal seno quel core in cui s’annida. qual di noi sarà da lei gradito.› effigie essanimata. Togli.

forse si troverà nel giardin regio il contenduto e riverito pregio. Beltà mentita e vana che per far lacci a’ cori va rubando i capelli a’ teschi infraciditi entro gl’avelli: ma che parlo de’ morti se con vezzi lascivi pela spietatamente insino i vivi? O sagace chi sa fuggir come il suo peggio la donnesca beltà. oh dèi. Perditor si dichiara. Aprite. che se non fate ingegno bevrete in penitenza acqua di legno e gridarete invan stesi nel letto: “Perché non diedi fede al giovanetto?” Aprite ecc. Ma vo’ di qui partire perché rapide e snelle voleranno le sedie e le pianelle. la donnesca beltà.) SCENA TERZA NERILLO ‹uscendo dal suo nascondiglio›.) (Saranno i suoi disprezzi i miei trofei. Ti seguo.) Trabocchiam le dimore.ORMINDO 170 AMIDA ORMINDO AMIDA ORMINDO 175 AMIDA da sue speranze e del suo amor schernito. 185 190 195 200 205 210 215 220 152 . che con malvagi incanti levano il senno agl’infelici amanti. aprite gl’occhi. come il suo peggio. perché. Aprire scola io voglio per dar a’ miserelli effeminati utile documento. o sciocchi. credete. più di quel ch’ognun crede in questo io so. O sagace chi sa fuggir. (Ho vinto. (Sconsigliato consiglio è per lui questo. Credete a me. se bene il mento ruvido ancor non ho. (Ei non s’avede che per giungere il male l’incauto suo desio gl’affretta il piede. o sciocchi amanti. o sciocchi.) A’ tuoi detti m’apprendo.) (Saranno i scherni suoi le mie venture. 180 ‹NERILLO› Quel che creduto io non avrei pur vidi: per cagione d’Amore Ormindo e il mio signore si sono quasi uccisi: sian maledetti i visi del sesso feminile. e stimate un gran che quando baciate labra di minio e guance attosicate. O sciocchi amanti. i vostri idoli belli son fatture de l’arte e de’ pennelli.

Io lo comprendo. come d’Amore anch’io seguace. sì l’ignoto passato t’espone e manifesta.) (È fra le corti avezzo. Merta maggior flagello. Ciò che narri io previdi. ma dir non ti saprei 153 NERILLO 230 235 ERICE MELIDE SICLE NERILLO SICLE 240 245 NERILLO 250 SICLE NERILLO 255 SICLE NERILLO 260 SICLE ERICE MELIDE NERILLO SICLE 265 ERICE SICLE NERILLO SICLE NERILLO 270 MELIDE SICLE . Ah crudo. (Come è fatto scaltrito. se per poca mercede brami che ti palesi il tuo destino: ogni cosa indovino. Tu devi anco sapere. Ah scelerato. l’amorose carte. È Riamato? Che richiedi. Erisbe. Tu per poco guadagno. Ah traditore. o sciocca? Ella non è indovina? L’arte mai non apprese.. arresta il frettoloso piede. Avete molto gl’altrui casi a core. SICLE. onde cred’io che gelosia l’accori. Nerillo. cingaretta gentil. NERILLO. È desso. Al ravivar ne la memoria mia de l’innocente i torti sciolsi. MELIDE ERICE SICLE 225 Se non m’inganno.. il suo bramato vago avince e impiaga. stupito. hai tu ricco mestiere per vincere il disaggio.. io t’assicuro. poiché il tutto t’è noto. Or la misera crede esser da lui delusa poiché è passato un lustro e a lei non riede. lo vo’ vedere. L’ama Erisbe. nova Sibilla o dotta maga è questa.› Tu nel regno di Susio in Torodenta a principessa amante fomentasti l’ardore. ERICE. O bel giovane. mostri il futuro? Togli. ma or ora ei scoperto ha un rivale.. contro l’ingannator la lingua audace.di Fessa alta Reina. (Ohimè. che non sospira del suo mal presaga invan quella meschina.) Tu di Fessa non sei.SCENA QUARTA MELIDE. cosparte di vive fiamme. e del nevoso Atlante varcasti i gioghi garzoncello errante. Meraviglie. egl’è Nerillo. (Come lo sa costei?) ‹Tra sé.) . mentre del tuo signore semplice messaggiero gl’arrecavi.

ancora Amida. de le sciagure mie? chi. pellegrina tradita. Frena il cordoglio. ERICE. Reina di Tunisi. corri. prese umane sembianze. frena. Ammutite. e lieta. ancora. SCENA QUINTA SICLE. SICLE Perfidissimo Amida. con sì vani conforti consolarmi credete? Ammutite. t’uccida. rimiro chi con sferza inclemente de’ paggi tremiseni i trascorsi castiga acerbamente. Perfidissimo Amida. Ormindo. tacete. per novello desio languire. il mio crudo martire. Rasserena la fronte. e per monti scoscesi e per deserte arene sotto spoglie mentite gira le piante ardite per trovar il tuo bene. empio. di Cedige. verremo. se tanto fiere siete. di te scordato. dove sai ch’egli dimora. Angosce aspre ed acerbe. prese umane sembianze. tacete. Ma con voi più dimora far non poss’io. gran figlio: come Amida ei qui venne in soccorso del Re con molte antenne. In tempo più opportuno de l’avvenir ti predirò la sorte. il più prode guerriero che sia dal Mauro a l’Indo. lascia di Susio il suo bel regno delicata donzella. frena. t’uccida. Verremo sì. Frena il cordoglio. carnefice pietoso. il mio crudo martire. Oh dio. empio.275 NERILLO 280 285 SICLE 290 NERILLO ERICE l’emulo suo come s’appella. amante disprezzata. Oggi v’attendo in corte. prencipessa schernita. Lascia. cancellerà co’ baci i sprezzi e l’onte. chi mi toglie al die. MELIDE. Rasserena la fronte. ohimè. Chi. chi mi toglie al die. mercé d’Amore ancora vedrò cangiata in gioia ogni tua pena. che lo ritroverai. perché non m’uccidete? 154 295 300 305 310 MELIDE 315 ERICE 320 SICLE 325 330 .

ERISBE 370 Se nel sen di giovanetti l’alma mia sol desia di trar diletti. Mai volsi ch’il mio core mi volasse dal petto. Sicle. ne l’incostanza mia sempre costante. il cor d’ardore. ERISBE. è pazzia da vero amare. Io. Famelica e digiuna di dolcezze veraci. 350 355 360 365 SCENA SETTIMA Si tramuta la scena nel giardino regio. godei contenta e mai fei di mia libertà tiranno altrui. Ah ch’a le mie querele ogni cosa è insensata. chi mi toglie al die. così va ch’in lui spera ed a lui crede. ma. anzi crudele. se potete gioir senza penare. se non vuole esser colta da feroci cordogli e poi derisa. con sospiri interrotti passo le triste notti. era tra baci ognun l’anima mia. Chi è saggia ami in tal guisa. sazia di freddi e di sciapiti baci. da catene disciolta. MIRINDA. donne belle. né feci mai ricetto. troppo a’ scongiuri ingannevoli de l’uomo. in una forma amai ch’i tradimenti suoi poco curai. chi mi toglie al die.335 340 MELIDE De la sua vita priva non viva più la misera. pasco sol di desio l’avide brame ed a mensa real moro di fame. che fui più d’ogn’altra sempre aveduta e scaltra. vecchio Re per marito il ciel mi diè. troppo credula. ‹ERICE› 345 Verginella infelice. Chi. SCENA SESTA ERICE. 155 375 380 . amai solo il diletto e non l’amante. de le sciagure mie? chi. non viva. sovente. Odi. ohimè trabocchi in pianto liquefatto il cor per gl’occhi. ch’ha del vetro più fragile la fede. per tema d’abbruciarlo. Trabocchi. dal sen m’uscia. Se nel sen di giovanetti ecc. svanito il piacer. né preda d’un restai. carnefice pietoso. L’amo di mille io fui.

fida Mirinda. Ti giuro. O prencipi diletti. Ormindo. Se mi cinge. i più ricchi tesori. Vedi là quella rosa che negletta ed incolta infracidisce in su la siepe ombrosa. e per fede egli diede a ciascuno un paradiso. che brillate ne la fronte de’ miei cieli. ERISBE. voi siete che struggete di mia sorte i crudi geli. Quivi chiuso e celato tra gli folti arboscelli ed odorati 156 430 435 ORMINDO . sono i tuoi doppi amori esca gradita che l’alma ti nutrisce e ti dà vita. Ti compiango.MIRINDA 385 390 ERISBE 395 400 MIRINDA 405 Mal si conviene invero congiunger treccia d’oro a crin d’argento: ne l’agone d’Amore povera di vigore senza poter ferire ha la pigra vecchiezza il sol ardire. o vaghezza. Per contemplarti un Argo esser vorrei. Reina. Non han forme sì belle in cielo i dèi. ERISBE 410 415 420 425 SCENA OTTAVA AMIDA. le memorie più care. a lato del consorte gelato se doppiamente amore non m’accendesse il core. io gelerei. al suo lo stato mio quasi è simile: ella sfiorisce in su lo stelo. il contento doppio sento. Ben Ormindo ed Amida a ragione tu adori. Il mio core fu d’Amore con un dardo in duo diviso. equalmente voi siete d’Erisbe innamorata le delizie più rare. costretta a passar gl’anni del tuo aprile ridente con un vecchio aggiacciato ed impotente. O bellezza. doppia gioia io provo e godo. voi. ORMINDO ‹nascosti tra i cespugli›. se mi stringe doppio laccio e doppio nodo. ed io in talamo senile. MIRINDA. Luci amate. AMIDA ORMINDO AMIDA ORMINDO ERISBE Eccola a punto. le speranze migliori.

‹Si scopre e va verso Erisbe. Ormindo? O Cielo. il mio nume clemente a te mi riconduce.) Per te ne le mie gote porporeggia la rosa e ride il giglio. Fonte di pura luce. oh martire.AMIDA 440 ORMINDO 445 MIRINDA ERISBE ORMINDO ora vedrai s’io son da Erisbe amato. O delicati fiori. (Di schernirmi ha ragione. io parto. o tormento.) Io parto. ‹Con tono di scherno verso Amida. in breve vedrò tarpati a la tua speme i vanni ed il tuo ciglio a lagrimar gl’affanni. vidi sovente a voi rapir i dolci umori da torme lusinghiere di lascivi amoretti. esser da te ferita ognor son vaga. sitibondo. vittorioso. (Troppo ardito ei ragiona. Amor. tra sue angosce si strugga e tra sue pene. centro de’ miei sospiri. Scopriti pure. purché tu miri e goda. i favi. languente. per te che sei meta de’ miei desiri. (Foss’io sordo. (Ah mia fede sprezzata!) Piante fiorite. acciò con gl’occhi io beva tanto del tuo splendore sin che divenga ebro di gioia il core. e se tra vostre fronde qualche invido s’asconde.› Ecco Ormindo.) Nel vagheggiarti. meco gioite. sazia pure i tuoi guardi. per te. che volarono poi festosi e lascivetti ne le vicine labra rugiadose e soavi a fabricarvi. 157 450 AMIDA ERISBE 455 460 AMIDA ORMINDO 465 470 475 ERISBE 480 AMIDA ERISBE 485 AMIDA ORMINDO 490 495 AMIDA ORMINDO . (Ohimè. Reina. Le dolcezze formaro per te ne la mia bocca i vaghi amori. Erisbe. o bella. Piante fiorite.) A te nulla si nega. movo il piè baldanzoso. mira e impiaga. sotto gl’auspici tuoi.› meco gioite. miro come ogni fiore che ti lambisce il piede a’ fiori del tuo volto i pregi cede. fammi morire. come l’api. che non è questo semplice complimento: o tormento. dolor. guardi de l’alma mia pungentissimi dardi. invido del mio bene. mira pur.

sen va il piè. io parto. prodigo e cortese de la tua dolce vista. ne la tua salma. con diluvii di gioie.) (Egli si scopre. ne’ rimproveri miei le sue bugie.) Erisbe? Erisbe? Non dirò più mia ch’esser tale non dei poiché d’Ormindo sei: Erisbe? Erisbe? Oh nome anco soave ne’ tradimenti amari. Fortunato mio cor. ch’altro ristoro non ha l’anima amante che di mirare il tuo divin sembiante. cerca de’ scorni suoi prove più chiare.› mendace lusinghiera più de l’aura leggiera: se gl’Amorini alati per me formaro il mele ne’ labri tuoi. almeno udirà la sleale ne le doglienze mie. ‹Uscendo nuovamente allo scoperto. ‹Ormindo torna a nascondersi. ostinato. (Importuno. ombra vagante. così tu impari da la frode a mentire.500 ERISBE 505 510 ORMINDO 515 ERISBE 520 AMIDA 525 530 ORMINDO AMIDA 535 540 545 ORMINDO ERISBE 550 ORMINDO ERISBE ORMINDO 555 troppe fiamme sorbiro da’ tuoi lumi di foco i miei voraci. Fortunato mio cor. non son tua? tua non sono? (Ohimè ch’ascolto?) Io tradirti incostante? T’amerò poca polve. scaccia da me sovente col gemino orïente che ne la fronte arrechi de la mia ecclisse i tristi orrori e ciechi. tu. Erisbe. così. perché altri inviti e alletti 158 . Ah bugiarda bellezza. non già l’alma che vive. mio bene. lasso. tempra l’incendio tuo benigno amor. Indivisibilmente esser teco vorrei. è vinto e pur non cede. incenerir tem’io fra tante faci. partirmi? che più ricerco? spettatore io fui de l’incostanza altrui: ma qual nova speranza grida con mute voci: “Ardito avanza”? Voglio scoprirmi. da l’inganno a tradire? così d’Amore imìti l’incostanza del volo? Ah che ramingo e solo tra i deserti di Barca gir me ne voglio. Ramentati. almeno non troverò per quelle immense arene omicide sirene. Io parto. come sai.) Vezzoso mentitore.› (Che deggio far? scoprirmi o pur. che del tu’ oggetto priva convien che mesta io viva. crudele.

.. ARIADENO O de l’anima mia anima sospirata. e i gelosi furori omai sedate.. Dividere lo scettro.ne l’amoroso seggio. AMIDA ERISBE 600 605 610 a gustar le mie ambrosie. o tiranna mia bella. domo dagl’anni e stanco. fatto d’arcier scultore. A vicenda io v’adoro. partite. o destin mio. oh barbarica legge. . ahi lasso io deggio? Oh comando severo. Ambo sperate. A dio. MIRINDA. A dio. oh crudo impero. per quel sentiero dal giardino uscite... effigiati l’industre man d’Amore. Pure convien tacere e far che la prudenza persuada la lingua a fabricare menzogne allettatrici ed adulare. udite. Sen viene il Re. partite..ahi lasso. vi trafige la pace. Ohimè che pena avere mai sempre un vecchio al fianco. Voi concordi rivali di gentil foco accesi non sdegnate che sia equalmente divisa tra di voi l’alma mia. O crudo impero. dal tuo volto diviso il mio petto diviene 159 615 .. non veduti ancora..560 565 ERISBE 570 575 580 585 ORMINDO AMIDA ORMINDO AMIDA ORMINDO AMIDA ORMINDO. AMIDA MIRINDA 590 595 ERISBE ORMINDO. Sen viene il Re.. i miei diletti? Ma che? Mal cauto io fui. .. SCENA NONA ARIADENO. Con le fortune altrui modeste e parche cangerei la corona e il regio manto.. . Sempre ho la noia a canto. Acconsentir compagno. ch’appaga sol la moglie d’ottima volontà: chi lo provò lo sa.. sradicate dal petto quel mordace sospetto che già d’acute spine avelenate. e.. udite.. Reina idolatrata. ERISBE. come trovar fedele credei celeste viso se non entra la fede in paradiso? Già che il Ciel non consente che la doppia ferita del mio fervido cor stia più secreta. mie pupille amate. O barbarica legge. ch’ambo v’ha nel mio seno scolpiti. miei Soli.del possesso del core.

da l’ire ostili illeso come me lo togliete voi. iniqua e ria: “Forse il tuo Re diletto amante d’altro oggetto pende da un crin novello a la tua fé rubello. Pria produrranno l’ombre il lume ed il calore ch’io ti sia traditore: scendano pur dal Cielo vestite d’uman velo le sostanze più belle. Tu gli prencipi amici. Ohimè taci. non per ambiziose brame di glorie vane.ERISBE 620 625 630 ARIADENO 635 640 645 MIRINDA ERISBE 650 ARIADENO 655 660 ERISBE 665 670 ARIADENO 675 un inferno di pene. ben mio. Talor la gelosia l’interno mi percote. tra lagrime e lamenti traggo l’ore e i momenti. mia vita? Ahi che d’esser sprezzata il pensier solo dà l’armi in mano. che parli.” Chi nel seno chiudea la più vezzosa dea che nel mar nacque non potea. bella mia per cui vivo. è vero. che con più d’una prora da’ loro genitori furo inviati in nostra aita. che tu sei giorno e notte il mio pensiero. oh dio. e con sagaci note mi dice. preda real di vincitor lascivo. Amore? E pur è vero. ben mio. Ohimè taci. ma perché tu non fossi. al duolo. qual deità non fu da me invocata perché a te. Oh quanti voti a la fortuna ho fatti perché vittoriose decretasse le mie de l’armi ispane. – gridavo – il mio marito amato e fido. speme mia.) Chi crederebbe. che parli. oh dio. Amore. acciò mi uccida. Quando sopra l’armata tu del vasto Oceàn solcavi il dorso. onora. oh dio. desse soccorso? “Lagrimosa sul lido a voi consegno. signor di questo core. che tra le nevi avesse giovane donna sepellito il core? Ch’il crederebbe. 160 . voi me lo rendete. oh dio. (Con qual dolcezza ei beve le bugie de la moglie. Ed io da te lontana.” E chi sa che tradita non sia da te. che non potranno mai de le tue vaghe stelle ritormi infido a’ rai. o Cieli. no. perire in grembo a l’acque.

) Con i fiori scherzando più de’ fiori vermiglia quivi rimanti. Non fia ver che tu parta ed io qui resti. voi d’essere amati. vi sia salubre essempio una Reina. se ne ride di voi la gioventù. e con acqua di pianto convien ch’ognor si lave l’immonda faccia sua di sozze bave. Di lascivi pensier l’alma spogliate che tosto diverrà la vostra pigra età preda del fu. (Riverente consorte. Per ministre ho le stelle e la natura. Con amare bevande l’arida sete accresce. ‹Esce con Erisbe. Giovanette leggiadre. e invan fuggir procura 161 730 . Da’ tuoi voleri il mio voler dipende: riceveran da me gl’ospiti egregi. s’a insterilir dolenti presso vecchi impotenti il Fato vi destina. onorati favori. dite. come di tua salute invitti difensori. Oh colei sfortunata ch’ad un gelido vecchio è maritata. ‹DESTINO› Di quell’eterna ed increata mente che dal ventre del niente trasse del tutto la pomposa mole io son la prole. io sono da’ regi affari richiamato al trono. credete? Il giaccio non accende. Oh colei sfortunata ch’ad un gelido vecchio è maritata.› SCENA DECIMA MIRINDA. Vecchi. voi che nutrite sotto la neve il foco. non torrei per marito un uom canuto. ditemi un poco. 695 ‹MIRINDA› Se del Perù le vene d’oro ricche e feconde d’immense verghe e bionde mi dessero tributo. simplicetti che siete. Vieni. voi. vieni d’amor caro il mio pegno. né torbida pupilla destò giamai d’amor picciol favilla. 700 705 710 715 720 725 SCENA UNDECIMA Il DESTINO. ah.680 ERISBE 685 MIRINDA ARIADENO 690 ERISBE ARIADENO da le lor destre generose e forti nacquero le vittorie infra le morti. da te disgiunta io sono vite senza sostegno. ah.

il DESTINO.735 la prudenza mortal da’ miei fatali rapidi strali. è tuo quest’arco e questa face. Soave tirannetta sforza allettando. ATTO SECONDO 750 755 AMOR DESTINO SCENA PRIMA Svanisce il giardino ed appare l’atrio reale. MIRINDA 760 Auree trecce inanellate. e nel sforzar diletta. a godere indicibil piacere. signor degl’elementi. ERISBE. Ed io fendo le nubi e vado al polo. A trionfi ecc. ch’incatenai con poderosa mano l’arbitrio umano. AMOR 740 DESTINO 745 Inevitabil nume che con decreti eterni reggi il mondo e governi. Di discordie gelose spensi gl’accesi sdegni e sotto duro giogo di diamante accordai pure e l’uno e l’altro amante. MIRINDA. Bella bocca ecc. imponi. De la vergine errante ritorni Amida amante. Re degl’eventi. abbiano fine omai gl’amorosi suoi guai: venga solo da Erisbe Ormindo amato. Auree trecce inanellate. Ad obedir tu’ imperi velocissimo io volo. A’ trionfi è sempre avezza la bellezza. Il Destino son io. che non fate? Voi rendete concordi con tenaci legami alme discordi. Stupida l’opre eccelse vo’ che l’Africa ammiri oggi del Fato: per funesto camino la coppia innamorata sarà da me guidata a fruire. ERISBE. SCENA DUODECIMA AMOR. a te soggiace. 765 770 775 ERISBE 162 . che non fate? Bella bocca con sue note che non pote? Con melata catena sino i rivali unisce e l’ire affrena. Amor. ch’impera a l’alme.

) (Ardita inoltrati e discopri al cospetto d’Erisbe i tradimenti suoi. Ne’ miei tu la perdesti? o pure in quei d’Ormindo ohimè la riponesti? Ama ch’amato sei. bieco del maligno Saturno. bellissima Reina. (Oggetto doloroso. MIRINDA. vista funebre. il ciel sia teco. a scolorar ten vai con i begl’occhi tuoi del Sole i rai? Con quei begl’occhi arcieri che saette di luce scoccano ad or ad or dagl’archi neri. ERISBE. i nostri casi quest’egizie vaganti che di vere presaghe si dan titoli e vanti. che fate? Lo spergiuro abbrusciate. Vo’ che spieghino. Amida. non ti miri giamai il lume invido. MELIDE. ohimè. AMIDA. in cui l’anima mia lassa perdei. né mescer con il nettare d’amore l’amarissimo fele di gelosia crudele. Melide. Consenti che primiero intenda mie venture. mia bella aurora. con quei begl’occhi ardenti del cui vivace ardore Pirausta alata è l’augellin d’amore.” (Perché di basilisco non ho il guardo letale per uccider l’indegno.) De’ tuoi dolci desiri. MIRINDA. il disleale?) Qual è di voi più dotta in su la mano di palesare le fortune altrui? La più antica esser deve.SCENA SECONDA AMIDA. AMIDA 780 Dove. ERICE AMIDA SICLE 805 MELIDE (Vedi là l’infedele e la sua vaga. 163 SICLE 810 815 ERISBE 820 AMIDA 825 SICLE AMIDA 830 ERISBE . SICLE.) Un duro freno al mio pensier tu poni.) (O neghittosi fulmini. s’a lor fia noto il vero udirai che diranno: “Tu vivi per amore in grave affanno. vita de la mia vita. ERISBE. Su le riviere amene de l’Ocean m’invita oggi solenne pompa. 785 ERISBE 790 795 AMIDA ERISBE 800 SCENA TERZA ERICE. ogni mente il suo cerchio amica giri. Ma che ragioni tu degl’occhi miei? Gl’encomii ch’a lor dài sono de’ tuoi.

del nato soglio predir l’inevitabil fato. i segni. il petto mio restò ferito a morte. e quando in Torodenta uccisi Asane il forte. Eccoti qui la destra a’ tuoi presagi esposta. (Udrem ciò ch’ei dirà. Ora tu menti. in cui chiare vegg’io le cose oscure. (Ah miscredente. Infedele? Infedele. Amida? È vero. come già usava il mio sapiente Egitto. Non solo de la mano e de la fronte i caratteri. tinta infin di livore. questa avien che rivele la tua natura perfida e infedele. e quelle che del medio vicine a la radice verso il monte si mirano inclinate. Come saggia discorre. altr’arti più profonde e più nascoste appresi da fanciulla e in loro crebbi. crudo guerrier t’addita. scorsi i regni mori e penetrai sin donde i chiari fonti son de le negr’onde.) Il principio mi piace.) (Pensoso tace. le linee e i punti io sono a interpretare avezza. e ch’in steccato orribile e mortale rimanesti aspramente impiagato nel petto. Dove Giove è locato figuretta sen giace a un D simile.) Queste linee che sono qui ne l’angolo destro di croce in forma intersicate. ma con maggior certezza collocando i pianeti con l’imagini fisse entro dodici case ch’il zodiaco comprendono.ERICE 835 SICLE 840 845 850 MIRINDA AMIDA SICLE 855 860 MELIDE ERICE MELIDE SICLE 865 870 ERISBE AMIDA 875 880 MIRINDA SICLE 885 ERISBE SICLE AMIDA SICLE Vaghezza mai d’indovinar non ebbi. (Ah sconoscente. pellegrin marziale. Malvagio. non ramenti 164 . (Oh traditore. remote region scorrer ti fero. Se con linee retrograde de’ punti ne l’arena con l’indice formate in sembianza di fiamma. Di gloria alto desio partir mi fé da Tremisene.) Quanto ella espone è vero. mostrano ch’infiammate voglie d’onor guerriero. pure di punti fabricar figure.) La mensale ch’al monte de l’indice s’estende non interrotta e di color di foco. Come chiude costei sotto acerbetta età scienza verace? Cose vo’ dirti più distinte e chiare.

e che gli disse?) Ne la reggia t’attendo al novo Sole. Un tesoro darei per ragionar con lei. Io sarò teco il rinascente die.cotanto amasti e poi tradisti. il fraudolente? Dell’atto empio e villano tenta scolparsi invano.890 ERISBE SICLE MELIDE ERISBE MIRINDA AMIDA ERISBE 900 AMIDA 905 SICLE di quella principessa ch’a punto in Torodenta. Ma vorrei. (Più placata ragiona. ‹Si appartano con Sicle. che dir le vole la falsa maga e ria?) Non l’udir. qual ardire regii secreti a penetrar ti sprona. giurasti pur di non aver l’insegne seguite mai d’Amore. (Cangiata è in volto Erisbe. ma in seno brame non chiudo avare: esser ricca mi pare quando tanto possedo ch’alimentare io possa l’affaticata vita con le compagne mie. che l’arte mia non mente.› Scostati. i precipizii tuoi sono vicini. D’udirti avida sono. non li creder. o scelerato. Reina. che dirà Erisbe? Oh dèi. S’al suo mentito amor tu crederai. finge d’amarti. (Ei si scolora?) . premii di tue fatiche sì preziosi avrai ch’agl’alberghi natii ricca d’oro e di gemme andar potrai.) S’io non erro. Qual martir cruccioso il cor mi preme? È bugiarda colei.. Quai note non intese mormori? Che ti dice. ingrato? Ti punirà Nemèsi. perverso cavaliero? Temerario tu sei quanto leggiero. amante mentitore.... come l’altra già fé. se t’aggrada. il ver diss’io. Povera son. (Con qual audacia mi rampogna e sgrida. Se felice esser brami opra ch’Ormindo solo il tuo cor ami.) Udisti? Udii. chiede il discorso mio più cauto loco. mia speme. Al molto ch’ho da dirti ho detto poco. quale per ingannarti. 165 895 910 915 ERISBE AMIDA ERISBE 920 SICLE 925 AMIDA SICLE 930 935 AMIDA ERISBE 940 SICLE 945 .) Vedi come svelate ha questa egizia le tue frodi indegne. (Ohimè. senti i miei vaticini. alma mia. (L’Erebo iniquo vomitò costei. tu adori quel prencipe incostante. alquanto ragionare circa gl’affetti tuoi quivi in disparte.

speranza mi lusinga e mi mantiene. vicini a l’alte mura che mirano la Libia.) S’il mio carme è possente d’impallidire il sole.) Dunque.. Ami questa Reina. io me n’avidi: farò che l’otterrai. Intanto 166 960 965 SICLE ERICE MELIDE ERICE 970 AMIDA 975 980 SICLE MELIDE ERICE 985 990 995 AMIDA SICLE MELIDE SICLE ERICE 1000 . oggi verrai pria che nel mar Febo si corchi. turbatrice crudel de’ miei riposi. s’innocente costei ti colmò di cordoglio. Ti possa. SICLE. sforzando la Parca a rifilare i tronchi stami.. e.) Signor deponi l’ire.› (Che tenti? Ferma.. ERICE. disdice a nobil cor la crudeltade.) (Malvagio. e di colei che volubil schernisti abbi pietade.› ‹Se ne va con Mirinda. empio.) (Si tema il suo furor. turbare Africo irato gli arenosi flutti per sepellirti entro quei mari asciutti. Tue promesse son piene di pregiato ristoro. è questo. di trar la luna insanguinata a terra. ne le braccia l’avrai. (Più soffrir nol poss’io. lascia ad Erice oprare. tu resta. il tuo ramingo piè mai non si posi: de la patria le stelle ti neghino il ritorno e possa il primo giorno che tu calchi deserti sconvolgere. MELIDE. (È questo. avresti per mercede quant’oro desiare può l’istessa avarizia e satollare. altretanto giovarti amica io voglio. che di scoprirti or non è tempo. ‹Vuol rivelare la sua vera identità.› SCENA QUARTA AMIDA.. ‹Ad Amida.) (Acchetati.950 ERISBE Partir di qui degg’io.) Odi: fra quei dirupi inabitati. (Deh taci.) (Lascia a me dire. avrà virtude ancora di porti in braccio il sospirato ardore: può la magia violentare Amore. Ah se tanto talento t’avesse il Ciel concesso di farmi possessore di colei che possede il mio dolente core. se le porte desserra de la perduta Dite. adduce ne’ corpi i spirti a riveder la luce. AMIDA 955 Perfida maliarda.

chi mel saprebbe dire? Chi mi saluta e accenna. né so il perché capire. Mille perigli e mille mi sovrastano al giorno. onde il cor sbigottito di non innamorarsi ha stabilito. che malie promettesti al Lestrigone? Vien meco.AMIDA 1005 SICLE ERICE io là men vado a preparar l’incanto. ‹Se ne va. no. Tendi l’arco a tuo volere. le tue reti occulte io veggio. Amor. che non conosco a pena seco cortese ognun m’invita a cena. che città. 167 1040 1045 1050 . vanne felice. Vo’ che tu finga. ma vedo che chi serve Amore. le saprai. che gente sfacciata ed insolente. L’esser tuo m’è troppo noto. non mi avrai fra le tue schiere. chi mel saprebbe dire? Tal le guance mi tocca. fèri. Tuo poter non temo. credi a me: non amerò. Verrò. che città. Spiritello. di te rido e prendo gioco. no. fammi ogni peggio. che costumi. Tuo poter non temo. ‹NERILLO› 1035 Che città. del tuo foco nulla stimo i globi accesi. 1015 1020 1025 1030 SCENA SESTA NERILLO. Oggi la mia fortuna mi fé inciampare in quest’incantatrice. che costumi. quanto tu vuoi. 1010 ‹MELIDE› Volevo amare anch’io. nulla curo i lacci tesi. né so il perché capire. scocca pure i strali tuoi. credi a me: non amerò. riceve in guiderdon doglie proterve. chi finge avermi conosciuto altrove. ho cento insidiatori ogn’or d’intorno. le tue insidie andranno a vòto. fammi pur. Tuo poter non temo.› SCENA QUINTA MELIDE. Ch’incantesmi sognasti. chi m’addimanda nove. ingiusto dio. credi a me: non amerò. Che città. no. che gente sfacciata ed insolente: ognun meco la vole con fatti e con parole.

che città. l’altr’idolo rinego. ERISBE 1065 Chi semina in un petto volubile. A te solo consacro l’anima intera.1055 1060 né so il perché capire. ERISBE.› Oh dolore. ma come partirò senza morire? Oh dio. ORMINDO 1085 ERISBE ORMINDO 1090 ERISBE 1095 ORMINDO 1100 Erisbe amata.. più non amare un core assuefatto ad ingannare. partire? come potrai soffrire lasciarmi in preda a’ dispietati omei? oh dio. Lassa. che città. trista messe raccoglie di disperate lagrime e di doglie. che città. deggio. chi mel saprebbe dire? Ognun tace e lo sa. No no. No no. non vo’ più amare un core assuefatto ad ingannare. chi d’amor segue Ippocrito mendace i suoi refugi alfin sono i lamenti. ‹Estrae una lettera.› 168 1105 ERISBE ORMINDO . io deggio. MIRINDA. di questo inchiostro il lugubre tenore la genitrice mia scrive. Non vedo l’ora che ritorni Amida in Tremisene per partir di qua. Ormindo. MIRINDA. incostante. che gente sfacciata ed insolente. SCENA SETTIMA Si cangia il cortile in una dilettevole riviera dell’Oceano. ERISBE. deggio partire. Ahi che la voce m’opprime il duolo atroce. che fia quel pianto? da qual fonte ha l’origine. seme di caldo affetto. ohimè. Senti. No no. Leggé l’occhio sagace nel suo volto smarrito i tradimenti. che costumi. più non l’amare. “D’Algeri il Re superbo. partir tu dei? tu dei partir. No no. Che città.. perversissimo Fato da questo suol mi spianta il piede abbarbicato. ‹Legge. situata fuori delle mura d’Anfa. Erisbe. mio bene? Deggio da queste rive sciogliere. l’armata. partir tu dei? Dura necessitade. non vo’ più amare un core assuefatto ad ingannare. 1070 MIRINDA 1075 ERISBE 1080 MIRINDA SCENA OTTAVA ORMINDO. con più forti catene a te mi lego.

in breve cadran prive d’aita e di sostegno. che mi ruba la vita. Ah no. Crudele dipartita che mi leva la speme. sono le colpe mie colpe d’Amore. 169 . Poiché tu di seguire hai stabilito il prencipe guerriero. non diano aviso in corte. mentre lieti il mar solcate. ch’il mio ben seco adduce. Vo’ venir teco. Se tu sei la mia stella. Vieni.” Giudica tu se devo queste sponde lasciar: colà mi chiama de la madre l’amore. insolenti. e servi piangerai la madre e il regno. e nutrirà il mio petto mostri de’ suoi maggiori.1110 1115 ERISBE 1120 1125 ORMINDO 1130 1135 ERISBE 1140 ORMINDO ERISBE ORMINDO ERISBE 1145 MIRINDA ORMINDO 1150 ERISBE 1155 MIRINDA 1160 ORMINDO da la tua lontananza preso ardire e baldanza. e Giuno. Per fuggir il concorso di quei giochi festivi. in fiumi. s’io son tua calamita. sì. tenga le sue procelle incatenate. vieni. né manca altro al partire che consegnar spiegati a l’aure i lini. S’abbandono il consorte è scusabil l’errore. Cieco fanciul. e tra i liquidi solchi di quei disciolti argenti andrò disseminando i miei tormenti: di caldi umori amari daran vasti tributi al monarca de’ mari i miei piangenti lumi cangiati in rivi. A te restar conviene per trattener le dame accioché. crudele dipartita. come le menti acciechi. figli de’ miei dolori. l’onore. che parlo. Di gir. io calcitrar non posso ove mi trae l’intelligenza mia. con oste numerosa d’arabi mercenari e navi armate ha le mura di Tunisi assediate. Mirinda. Stanno allestiti i pini. onde se qui non volgi ratto le vele. Con vomere spalmato arerò l’Oceano. non venghi mai turbata la calma a voi da’ venti orgogliosi. Me beato. Verrò. accorte del mio fuggir. va’ da Giove guidata. esser da’ moti tuoi deggio rapita. la libertà de’ sudditi. che mi priva di luce.

qui qui. nulla. vuol che destando lor nembi e pruine rigettino nel porto i pin fuggenti. ministra e serva del Destin sovrano. o venti. moglie del curvo tempo e del difetto. che farà? S’avedrà tardi che le mogli belle stima non fan d’insipide carezze. anch’io farei così. Col nerboruto amante fuggì Erisbe. son la Fortuna. De’ nostri abeti amor sia Tifi accorto. 1175 1180 1185 1190 1195 SCENA DECIMA FORTUNA. Ei d’Ormindo e d’Erisbe a le ruine quivi mi volge acciò ch’appelli i venti. anch’io dipendo dagl’altrui voleri. s’avessi un vecchio. no. che farà l’innamorato Re quando di questa fuga ei nova avrà? che dirà. il cui poter riceve invïolabil legge ognor dal Fato. fuggì. troverei ben chi avria di me pietà. d’amanti arricchirei la mia beltà. egli ci guidi fortunati in porto.1165 ERISBE. Scusimi l’onestà. morire di rabbia e di dispetto. volto asciutto e rugoso. venite. ‹FORTUNA› Io che de l’aere più del turbo lieve scorro le vie sovra corsiero alato. Bocca gentile e vaga che dolci ridonare sapesse i baci miei vorrei baciare. Non vorrei. o voi che riempite inqueti di procellosa guerra l’aere. SCENA NONA MIRINDA. Furie di tre elementi. ORMINDO di qui volgiamo ad imbarcare il piede. udite. l’acqua e la terra. Vero essempio di fede. Chioma di brine aspersa. e ch’imprudente è la vecchiezza imbelle se ripone il su’ onore in un brillante e giovanetto core. Scusimi l’onestà. 1200 1205 1210 170 . Scusimi l’onestà. ‹MIRINDA› 1170 Che dirà. no. renderei paga la mia fresca età. né di scettro assoluto orno la mano. Udite. turbarebbe il mio riposo. A mio talento non dispenso imperi.

che chiedi? vuoi sobissato il cielo. Non è privo di luce quest’antro. entrate.SCENA ULTIMA Coro di Venti. togli cotesti addobbi. loco solitario ed inabitato. Ti fé provida il caso. Poveri quegli amanti ch’apunto come Amida per far le donne lor divenir pie 171 . l’onde sconvolgansi. Per te sorgerà ancora un dì sereno. per accreditare i miei mentiti incanti. entrate. Spiri contrario a Ormindo il vostro fiato. il timor discacciate. tutto il suolo di circoli segnare. Che vuoi far di quest’acqua? Nol sai? Mondarle il volto che spruzzato le abbiam di succhi erbosi per trasformargli la nativa effigie: ma non s’indugi. Rimanesse il mio duolo qui sotterrato almeno. che chiedi? Non vo’ da voi sì faticose imprese: dimori il ciel nel loco suo supremo. 1235 ERICE Quanto esclamasti. quanto perché meco arrecai questi regi ornamenti. entriamo. Sicle. terribili ingombriam l’etera di soffi e sibili. ATTO TERZO 1220 FORTUNA 1225 CORO 1230 SCENA PRIMA Sparita la riviera. Sù sù. che chiedi di’. FORTUNA. entrate. che chiedi di’. 1240 SICLE MELIDE ERICE 1245 MELIDE 1250 SICLE ERICE SCENA SECONDA ERICE. splendan le stelle eternamente accese. si finge la scena una parte delle mura di dentro della città. conforme il concertato in questa cava. hanno pur da servire a’ nostri intenti. vuoi ch’inalziamo i mari per sommerger le stelle e il dio di Delo? D’Astreo dai fieri eredi che brami olà. e ritornati al lido i drudi dolgansi. riconducete le sua navi in Anfa. così v’impone per mia bocca il Fato. ERICE. ‹ERICE› 1255 Vo’. Sù sù terribili ingombriam l’etera di soffi e sibili. MELIDE. CORO 1215 D’Astreo dai fieri eredi che brami olà. SICLE.

godono solo i donatori amanti. AMIDA ERICE 1290 È questo. l’amore ora si vende né più moneta di sospir si spende. Invan spendete l’ore. chi fiammelle amorose in sen non cova. non è più il tempo che chioma profumata possa allacciar co’ fili suoi l’amata. s’oro voi non avete non entrarete no. Dimmi. Perché privar mi vuoi de l’assistenza tua? Perché sì lice. Sollecitasti l’opra. ove si trova. posar il piè convienti a’ miei scongiuri. correr gli facci in sen precipitose le vaghe drude al lor desio ritrose. Negl’animi reali non può destare amore altri ch’amore. Opportuno qui giungi. a cento questi solinghi orrori. ch’una figura fatta di vergin cera e ch’abbi d’aghi pungenti trapassato il core. Non è. per roder guanti mai sarete amati. s’io non erro. in guardia diedi a cento spirti. Il tuo desio m’è sprone. ma ne’ cori volgari nasce da l’oro amor. io non credea pur qui trovarti. a lei narrerai le tue pene e porgerai preghiere. Nova legge è d’Amore: entri chi dona e chi non dà stia fuore. ostinati. il loco stabilito. ella non comparisce.1260 1265 1270 corrono per suffragio a le magie. 1275 1280 1285 SCENA TERZA AMIDA. Han persa la virtude i versi. non entrarete. i canti. facendo partita. acciò ti facci la tua bella avere. narcisi innamorati. quanto chiede l’incanto io preparai: di possenti caratteri il terreno e di figure sferiche vergai. e credono. e la terra spruzzai di stigii umori. ti lascierò solo con l’ombra. da ingannevole amante alma tradita de l’orco qui verrà da’ regni oscuri. ecco la maga. di questi offici esser degg’io teco rappresentante o spettatore? Nel centro di quell’orbe formato in tua difesa. cresce con l’oro e l’oro impetra quanto vuol da loro. ERICE. 172 1295 AMIDA ERICE AMIDA 1300 ERICE 1305 1310 AMIDA ERICE . arrostita pian piano a foco lento. i suoni. Io.

de l’ingannata e innamorata schiera per breve tempo un’alma chieggio a Dite.. O anima infelice ‹Riprende l’incantesimo. Del dannato Cocito tenebroso monarca. ogni cosa turbasti. se non farò che de la lingua mia provi gl’empi flagelli entro quei chiostri. de le furie nocenti 173 .. Lasso. chiuder la bocca. Morì Sicle. O anima infelice ‹Riprende l’incantesimo.. vieni. O anima infelice che dal crudo ingannata fuggisti disperata dal bel corpo di Sicle.. Ma se formi più nota sopra inospiti monti da numeroso stuolo de’ spirti rei vo’ far portarti a volo. segui... Vieni.› che dal crudo ingannata fuggisti disperata dal bel corpo di Sicle. le mie parole udite. Qual alma invochi? Un’alma che di Susio nel regno albergò regia salma.› che dal crudo ingannata fuggisti disperata dal bel corpo di Sicle. che sì? Segui pur.› che dal crudo ingannata. vedrai l’effetto. s’uccise poich’intese esser sprezzata dal suo malvagio amante. estinta giaci? Che sì. se provar tu non vuoi de l’atre cittadine. che tardi. Importuno tu sei. Come lo sai? La vidi angonizante col ferro conficcato nel petto delicato. Ma non giova a l’incanto saper qual fu la misera. Entra nel cerchio e taciturno attendi. ch’intesi? Ahi Sicle. Taci. di negarli l’uscita alcun de’ vostri temerario non sia. a te tocca. Di Sicle? Ohimè che parli. or qui non siamo per specular gl’arcani degl’abissi tremendi. esci da quei terrori e quivi ascendi a ministrare amori.AMIDA 1315 ERICE 1320 1325 1330 1335 AMIDA ERICE AMIDA ERICE 1340 1345 AMIDA ERICE 1350 AMIDA ERICE 1355 1360 AMIDA ERICE AMIDA ERICE 1365 1370 E come potrà mai spirito sconsolato ch’ebbe nemico Amore farmi in amor beato? Non più. Ecate nera. mentre l’appello qui. O anima infelice ‹Riprende l’incantesimo. morì? Deh narra il come.

ella sen viene. ivi di te fatt’io seguace indivisibile e consorte. core inumano. non venite. Ancor indugi. uscite. il so. SCENA QUARTA SICLE. ti seguirò per il tartareo impero. Questo pianto che sgorga da’ canali degl’occhi ti faccia fede. Ohimè t’amo e non spero di possederti mai. come sdegnosa accenni. O vendetta d’amore giusta quanto inudita. a poco a poco il petto mio si riempì di foco. Mi parto. ingratissimo Amida. nova del tuo morire. io ti farò. e in quel petto incostante i Chelidri aventate. per non aver mai pace son sforzato ad amar ombra fugace. Affligete il fellone e tormentate.1375 le sferze viperine. de le sue reità quasi innocente. Furie. anco tradita il traditore adoro. ministre del martoro. ancora? O non temi le pene. che la quiete tua. per turbar qui non venni. piange colui che lacerò col dente: così. traditor scelerato. AMIDA. alma leggiadra e bella. sono l’ombre sì belle? Vien costei da l’inferno o da le stelle? Ancor sazio non sei. no. Ah no. di turbarmi spietato gl’inquieti riposi? ancora gl’odiosi alberghi de la luce de’ carmi a forza rimirar mi fai? Oh non t’avessi mai conosciuto né amato. non ebbi mai. AMIDA SICLE 1380 Che rimiro? O stupore. so che tu fingi. ritroverò la vita entro la morte. Uscite. così per una adultera lasciarmi? Ma che? Qui t’attendea per vendicarmi. Sicle. alma amorosa e vaga. D’ingannar anco tenti i miseri defonti? anco esserciti meco i tradimenti? Spendi le voci invano. così tradirmi. da la maga or l’intesi e per dolore in lagrime e sospiri io sparsi il core. Da che ti rimirai. 174 1385 AMIDA 1390 1395 SICLE 1400 1405 1410 AMIDA 1415 1420 1425 SICLE . Anco l’angue del Nilo.

che t’abbracci consenti. Qual egro tu deliri. magico carme mai rimirar non ti sforzi o di Cinzia o di Febo la faccia luminosa.1430 AMIDA 1435 SICLE AMIDA 1440 SICLE 1445 AMIDA SICLE 1450 AMIDA 1455 1460 SICLE 1465 AMIDA 1470 SICLE 1475 AMIDA 1480 SICLE 1485 1490 AMIDA SICLE AMIDA S’a te fosse concesso di penetrare entro il mio sen col guardo. pur troppo fatta sei abitatrice de la regia ombrosa. Lasso d’ogni speranza l’inesorabil baratro mi priva. T’amo. la mia felicità sarebbe tale ch’invidia non avrei de l’immortale. perché non sei tu viva? Viva son se tu m’ami. ne l’amor suo costante animata e spirante. tocca. ne’ miei sonni interrotti. Deh. Non son. T’amo. Va’ in pace. e s’a quel ch’odi e vedi tu non dai fede. ombra vezzosa. egra d’Amore. corpo d’aere formato. o mia vita. amato Amida. Dunque corporea sei? Te lo diran gl’abbracciamenti miei. e di Cocito mai non vidi o calcai l’orrido lito. Va’ in pace. ho ne le vene il sangue. se quale rassembri e qual d’esser vaneggi ora tu fossi. così mi ti rendesse l’Erebo sordo. ombra vezzosa. son viva e spiro. la vecchiarella Erice. scorgeresti la fiamma onde tutt’ardo. Qual fatica è la mia per farmi creder viva: eh lascia omai pensier sì pertinace. O mia fida. spirito caro. Ah Sicle mia. Ah. al tatto. son palpabile. vieni talora se per mirarti tu non vuoi ch’io mora. Oh così fosse. ombra vezzosa. ah tu paventi? Va’ in pace. anima mia gradita. Qual ti rassembro io sono. se m’ami. ti prego non mi privar le notti de la tua bella imago. spirito caro. non son. al tatto credi. sotto egiziaco manto per ritrovarti in Anfa venni: io sono la cingara ch’espose in presenza d’Erisbe i tuoi spergiuri. Eccoti la tua Sicle. morta se mi disami. Io Sicle sono e non di Sicle l’ombra. avaro. 175 . non ho d’Arpia le piante. qual credi. io non vaneggio no. ne le vigilie mie torbide e triste fantasma innamorata a consolarmi vieni. Non seppe mai d’incanti la finta maga: ell’è la mia nutrice.

1495 o mia bella tradita. fra quanti cingono la fronte d’attortigliate e riverite bende. parmi vedere aperto il paradiso. O Re. Le sue note. ARIADENO. e calpestato dal crudo piè del Fato: lungi da te lo scettro scaglia. SICLE. SCENA QUINTA ERICE. Che non m’uccida il core la troppa gioia. che tardate. gl’abeti al mare. date a l’acque i pini. al mar via consegnate. rendi eterni gl’ardori ch’infiammano il mio ben. saetta. OSMAN. e vinti legni e vinti io ti prometto pronti al veleggiar prima ch’il dì tramonti. ARIADENO 1520 Solchi l’onda ogni nave e di concavi bronzi ogni nave divenga onusta e grave: ah pigri. Sì digiuna mi rese de l’amoroso cibo la tua fiera incostanza. a le querele con il farti ottenere il tuo crudele. che mai non mi satollo di circondarti con le braccie il collo. Via. 1515 ERICE SCENA SESTA Arsenale. saetta co’ strali del piacere i nostri cori. seguasi a volo la coppia fuggitiva ed infedele. ERICE AMIDA MELIDE 1500 SICLE 1505 AMIDA 1510 SICLE. stuoli di gente in questi offici da l’altra parte sudano anelanti. MELIDE. o mio rinato amore. Amida? Se invece d’invocar larve maligne chiami dal cielo gli angeli. Amor. Sù. ah infida. AMIDA. Amor. Ed io mentre contemplo il tuo bel viso. squarciati il manto e nasconditi al sole. segua. Non dubitar ch’in breve da l’arco d’una bocca t’accorgerai come le frezze ei scocca. di candide penne vestite omai l’antenne. Saetta. Saetta. i suoi carmi t’han pur tolta a’ singulti. la mia diletta. se tosto tu non fai d’opra così nefanda 176 1525 CUSTODE 1530 ARIADENO 1535 1540 . Mai seppi che tu ne la magia fossi sì dotta. CUSTODE. il più schernito. AMIDA Così s’abbraccian le fantasme. ai pin le vele. Signor.

Vado. mio Rege. o sorte. parte. o del mio disonor vindici dèi. quando turbi improvisi l’infestaro nemici: parte di lor restaro da quei soffi sommerse tra le montagne ondose. Erano a pena fuori de la fauci del porto le navi predatrici. o Sire. che tardate. (A chi mi diè la vita deggio apportar la morte? O cieli. fugge la traditrice. spinte furo a le rive. nove liete ti apporto: son stati presi Ormindo. Osmano. CUSTODE. SCENA SETTIMA MESSO. Ma mentre qui mi lagno vilipeso. signore? Gl’adulteri il veleno or ora uccida. Cento schiere de’ nostri assalirono a l’ora d’Ormindo il franto legno. ma il Re lo ferma. Signor? Grido a chi piange e di lagrime il core le viscere mi allaga. sdruscite e degl’arnesi prive. o Fati. Prencipe sfortunato. gl’abeti al mare. Erisbe in porto. i rei. ‹Fa per partire. fumino eterni odori. O quanto giusti siete o numi. e con Erisbe Ormuce prigionier te l’adduce.› Osmano. Osmano. vado. Son prigioni i lascivi? Ch’apporti? E come al lido rivolsero le prore? Li gettarono i venti quasi de’ torti tuoi vendicatori. ARIADENO. Avelenati siano. al mar via consegnate. dal faticar le turbe. oh dio fe’ degl’assalitori il cavaliero. Ah pigri.1545 vendetta memoranda. Ormindo ohimè deve morir. m’inorridisce anco il pensiero: pur le sue genti estinte. 177 1565 1570 1575 ARIADENO 1580 1585 OSMAN ARIADENO OSMAN 1590 ARIADENO OSMAN ARIADENO OSMAN ARIADENO 1595 . signor.) Che dimore. che pianti? Un mio sol cenno ti renderà pentito d’esser stato sì lento e così umano. oh dio. che stragge. fu preso alfine. non è d’uopo d’abeti. o voi che del superno Olimpo le colpe de’ mortai qua giù scorgete: vo’ che su’ vostri altari ardano eterni lumi. infelice. MESSO 1550 OSMAN ARIADENO 1555 MESSO 1560 Cessino pure. OSMAN.

” Che vaglion le corone a crin di donna bella s’a l’impotenza è confinata in braccio? Non appagano amore i lussi loro e nulla giova a l’egro il letto d’oro. il labro irsuto. Anco il Rege dovea specchiarsi e rimirare la canizie. poteva errare ed occultar l’errore. Osmano. e prudente lasciare nel letto maritale un sostituto. baciando esser baciata. Potea pur la Reina addoppiar la corona al marito tremante ne la città con un secreto amante. il so. – un’amante mi disse – amando esser amata. Va’ pur. Povero Ormido. MIRINDA. o quanto.1600 1605 OSMAN ARIADENO 1610 OSMAN ARIADENO OSMAN fatta un torrente la sua cupa piaga. Signor? Forse rapita a forza fu dal traditor predone. ‹MESSO› 1615 Un Argo fu chi fece talpa Amore. le rughe. che mi lusingo insano. Amor pietà mi chiede. Signor? Mòrano dico. Un Argo fu chi fece talpa Amore. Un Argo fu chi fece talpa Amore. e la bellezza sua m’addita e spiega. Osmano. ‹MIRINDA› In grembo al caro amato Erisbe solca il mare. Un Argo fu chi fece talpa Amore. egli falso e mendace gioie promette e arreca poi dolore. invidio la sua fuga ed il suo stato. 1620 1625 1630 1635 SCENA NONA Ritorna il cortile. ma il lasciarsi acciecare da un dolce affetto in lui fuor di stagione li produsse l’infamia e ’l disonore. SCENA OTTAVA MESSO. Osmano. Eh volontaria elesse la fuga. 178 1640 1645 . per Erisbe mi prega. mòrano. “O quanto è dolce. ah non ti fossi amico. i tributari suoi ei partecipi fa de la sua cecità. Eh non s’oda il lascivo motor de le sue colpe. lo scacci la ragion da me lontano: essequisci l’imposto. forse non è de’ scorni miei cagione.

Io non t’amo. 179 1665 MIRINDA 1670 1675 OSMAN MIRINDA 1680 OSMAN 1685 MIRINDA OSMAN MIRINDA 1690 OSMAN 1695 MIRINDA 1700 OSMAN . o notte. infausti. cred’io. e de la stessa morte seco Erisbe morrà: così m’impone il Re ch’essequir facci. OSMAN 1660 Ne l’Ocean trabocchi di sanguigno rossore macchiato il Sol. e Reina sì grande che regie bende tributarie avea. non t’arresti il timore. del suo foco nel sen per l’acque va. MIRINDA. ti fuggo e non ti voglio. sono i tuoi frutti questi. Ora non mi lamento de la tua crudeltà.1650 1655 Era Reina Erisbe. O promesse. Ohimè che intesi. biasma te stesso ch’amar vuoi chi ti sprezza. piango l’ore vicine de la morte d’Ormindo. pure vogl’io o salvargli o morir. un’infelice eguale a me ne l’Africa non è. ohimè. Al lor tragico fine non v’è rimedio. ti fuggo e non ti voglio. Ormindo de’ morire? Deve morire. o notte. e pure mi dicea: “Mirinda. con quai stimoli acuti ora pungete il mio desio fervente ed accrescete. miserabili e funesti: perfido Amor. e la notte vicina vestita di caligini infernali copra il mondo con l’ali. Sempre tu ti quereli d’Amor. che mi vale lo scettro s’appresso un vecchio impetro infastidita ne l’etade più bella e più fiorita?” Ora. miseri amanti. O giorno. memore sono di quanto Ormindo fé per mia salute alor ch’ei trasse l’alma al fier Corcute. Non dier le vele a’ venti i navili d’Ormindo? I venti a punto li rigettaro al lido inermi e infranti. Osman? È troppo offesa la maestà real. pensier cangiato avrà. D’opra sì generosa me stessa in premio avrai. sono i tuoi frutti questi. portentosi vapori s’accendano ne l’aria. o giorno. SCENA DECIMA OSMAN. Ohimè che narri. infausti. or non comprendi tu la tua stoltezza? Non possono i sospir mover un scoglio. cruda Mirinda. miserabili e funesti: perfido Amor. può ciò che vuole un risoluto core. o promesse. Io non t’amo. tutto spirante orrore.

Di te. Vanne e i pensieri tuoi sian dal Ciel favoriti.. io vado. iniqui venti. così t’è noto a tante prove. o salvargli o morire. ERISBE 1715 ORMINDO 1720 ERISBE 1725 ORMINDO 1730 ERISBE 1735 ORMINDO 1740 SCENA DUODECIMA OSMAN. ORMINDO 1710 Di te. più de’ venti crudeli assai crudele. oh destin fiero. Ormindo. o l’alto Atlante? Lugubre messaggiero t’apporto. Cada l’ira del Re sopra il mio capo. o l’arena di Libia. Di te. o bella. cor mio. pien di speme e d’ardire. ERISBE. O deità fallace. legge immortale ch’essangue tu rimanga e ch’io respiri aure vitali. Sola poss’io morir. ah tolga un istesso feretro ambo n’accolga. di te mi pesa. Erisbe cara. così scorgesti i tuoi devoti al lido? O deità fallace. Ormindo amato deploro il tuo destino e ’l mio non curo. SCENA UNDECIMA Sala regia. invidi voi di sì pregiate prede de le perdite mie foste istromenti. slega. ORMINDO. O tiranni de l’onde. di te mi pesa. mi turbano i tuoi casi. di te mi duole. Di te. ERISBE. O tiranni de l’onde. OSMAN Perché da te non mi divide. la macchia del suo onor lavi il mio sangue. ORMINDO. o l’Ocean spumante. Morir cosa sì bella? Levi gl’auguri il Cielo. Amore infido. Erisbe cara. bella mia. di te mi duole. tu resti mi saran cari i roghi e non molesti. A te questa che miri velenosa bevanda 180 1745 ORMINDO 1750 OSMAN . Ormindo amato. iniqui venti. Pure che viva. ahi dir nol posso. così reggesti tu le nostre vele.1705 MIRINDA Mi parto. d’Ormindo il cor? Cessa dal pianto. a tante. per tua sciagura a’ tuoi begl’occhi ardei e le fiamme t’apprestar la bara. ah tolga il Cielo.. Conosco gl’apparati: tu m’arrechi la morte e proferir non l’osi? Osmano. atri cipressi i mirti miei ti furo e l’eccidio il mio ardor ti ha preparato. Osmano. snoda la lingua e i tuoi messaggi spiega. Coro di soldati taciti. pur se decreta il tuo fine. il modo d’essequirli egli t’additi. Coro di soldati taciti. non i miei. scocchi in me sol la morte il negro telo. bugiardi a par d’Amore e senza fede. Amore infido.

se terrore produce a noi partorirà stato giocondo contro il costume suo madre di luce. non morrai solo. Ch’io morir deggia è giusto. spiriti uniti eternamente e fidi. ei fé l’aere sereno. la colpa è mia. languire. anima mia. ci chiuda le palpebre un istesso occidente in un medesmo punto. Non ti doler d’Amore. che fai? Come intrepida il beve? Vo’ pria di te morire per non vederti. Non ti doler d’Amore. non è ragione. Così vano timore 181 . che nel varcar di Lete non spenga in te l’ardor l’acqua d’oblio. mio core: sua mercede godrem gioia infinita ne’ felici giardini di veraci riposi unichi nidi. non l’oltraggiar. ma che mora costei non è giustizia no. l’altro deve in poche ore uccidermi la vita in grembo al core. Ah timido.1755 ORMINDO 1760 ERISBE 1765 ORMINDO OSMAN ERISBE 1770 ORMINDO 1775 1780 OSMAN ERISBE 1785 1790 ORMINDO 1795 1800 ERISBE 1805 1810 1815 ORMINDO ed a la bella Erisbe il Rege manda. egli crudel ci preparò quel tosco. divenir fosco. voli altrove al tuo spirto il mio congiunto. Quanto questo veleno è dissimil da quello ch’io con gl’occhi libai già dal tuo bello: l’uno di vita rïempimmi il seno. mio core.› Oh dio. che tardo? Porgetemi quel tosco. Ma temo ohimè. con le rapine mie troppo l’offesi. Ah questo è l’imeneo che ci promise d’Amatunta il dio? Son queste le sue faci ch’arder doveano intorno a’ nostri letti per infiammarci maggiormente i petti? O di superbo e dispietato nume traditrice natura. procuri invan ch’io viva. ‹Prende il veleno e beve. Con quai forti legami l’Amor l’anime unisce. No no. ben mio. con violente sforzo a l’onor d’Ariadeno insidie tesi. aprirà un dì lucente perpetuo e permanente: l’ombra ch’or vela il mondo. empio costume. non l’oltraggiar. si deve a me questo velen. Sì sì che questa notte. in virtude d’Amore a le nostre alme. per negarci il fuggir. querelati del Cielo contro di noi d’ostilità ripieno. la forza mia fu del suo error cagione. fu la fuga elettiva: io ti seguii.

1820 OSMAN ERISBE ORMINDO ERISBE 1825 ORMINDO 1830 1835 OSMAN ERISBE 1840 ORMINDO 1845 ERISBE ORMINDO 1850 1855 1860 OSMAN 1865 da te scaccia. Venere ch’è morta. Opprime a poco a poco ancor i miei la morte. sugl’omeri mi cade languido il capo. accumulate i strali. Ohimè. Ben a ragion piangete. amori. Ormindo? Erisbe? Io sento di mortifero sonno gravidi gl’occhi. ecclissato è il mio Sole. Rallegriamci che corte le vigilie saranno del nostro crudo e tormentoso affanno. fatta ne le fierezze sue la morte pia. Prendi. di già prende lo mio spirito amante le licenze dal corpo angonizante. io vengo. Piangete. e per formarle l’adorata pira spennacchiatevi l’ali. Ahi spirò la mia vita. de la Parca l’acciaro trattener più non poss’io. aspetta. Ti seguo. Ormindo è morto. al Re tu la darai. ah raddoppiate il pianto. Spettacolo pietoso. Sol di bellezza vera in cui menda non era. Erisbe. Io moro. Ormindo a dio. giace estinto de l’armi il pregio e il vanto. Ti seguo. io vado. negl’Elisi t’attendo. Osman. anima mia. ch’al Re l’invia la genitrice mia. 182 . poco pria ch’io spiegassi le vele agli Euri infidi me l’arrecò quel messaggiero istesso che venne ad appellarmi a la difesa del mio regno cadente e quasi oppresso. anima mia. questa carta. bastante a intenerire l’istesse tigri armene e le rigide selci ad ammollire. spezzate gl’archi. valorosi soldati. non consente che viva più la mia salma. Tenero affetto a lagrimar m’induce. Farò quanto m’imponi. tutto l’ondoso umore di quel profondo e smemorato fiume non potrà mai smorzare una favilla sola de la fiamma che m’arde e mi consola. gelida mano le palpebre mi serra. mia speme.

“Ramentare ti dei quando approdasti di Tunisi a le rive cavalier giovanetto.” Acerba conoscenza. Ormindo ti trasse di periglio. ‹Legge la lettera. ERISBE. O ne l’età cadente miserabile Re. 1870 ARIADENO OSMAN ARIADENO 1875 Son morti questi adulteri? Pur ora intrepidi spiraro. miro estinto il mio amore. Ormindo questa carta mi porse e m’impose. salvò la prole il padre: egli è tuo figlio.” O figlio. notizia intempestiva e tardo aviso.” Ohimè.. ch’a te la dessi. e in un punto morio l’infelice nel parto e il parto mio. arse il tuo petto. Per calpestar qui venni i cadaveri impuri. e a pena giunto a sì tragico oggetto la pietade m’accese il freddo petto: scorgo essangue colui che il regno mi salvò col suo valore. Così ne l’arti regie Ormindo crebbe e te lo rendo or tale qual lo vedesti entro il furor navale. “Di tue vittorie io godo. Io son umano alfine e non trassi il natal da balze alpine. o dèi.. OSMAN. qual dolor sarà il tuo quando saprai del tuo figlio la morte. 183 1880 OSMAN 1885 ARIADENO 1890 OSMAN 1895 ARIADENO OSMAN ARIADENO OSMAN ARIADENO OSMAN 1900 1905 ARIADENO OSMAN 1910 1915 ARIADENO 1920 .. come scrivi. segui. Io son umano alfine. e che di mia sorella. signor. egli è tuo figlio. tutto sdegno e rigore. O Cedige. di Nearbe la bella. “. o Cedige. Coro di soldati taciti.” Salvò la prole. doloroso conforto. Pria che morisse. Ne’ vostri occulti amori in cui le desti la fede maritale fu generato Ormindo. ritrovo il figlio dopo averlo ucciso. e non trassi il natal da balze alpine. Che leggo? Ohimè ch’intendo.SCENA DECIMATERZA ARIADENO. Te la manda Cedige. ORMINDO. Aprila e leggi.il padre.. “Ei nacque a punto a l’ora ch’io partorito avea. ingiustamente Ariadeno ingrato appellerai. Io per regi interessi del nato infante mio celai la morte e ’l tuo bambin vezzoso mentii d’aver prodotto al Re mio sposo.› Se.

misero me se l’uccideva il tosco. Il preparato umore che meco adduco. è la tua frode degna di premio immenso e d’alta lode. È d’essa. È quel ch’a me tu desti. sonnifero vi porsi contro gl’ordini avuti per trarvi dagl’avelli. Ormindo mio. leggi. Non bramaro il mio duol l’eccelse sfere. o ministro fatale de’ decreti del Cielo. Ne’ loro sentimenti ritornino i dormienti. 184 . O ne le vite loro ravivato Ariadeno. Abbraccia il genitore. (Non s’indugi a scoprir l’inganno ignoto per consolar l’afflitto. non ebbi? Spente l’accesse voglie t’avrei cessa la moglie. or ora discaccierà da le lor tempie il sonno. e tu sei d’Ariadeno unico figlio. ti salvaro gli dèi per consolar gl’estremi giorni miei. con quai deboli mezi opri nel mondo. Erisbe. Erisbe. di quanto è stato quasi fabro il tuo tacere. e con la moglie il diadema e ’l regno: o figlio. Aventurosa notte tra le cui nebbie oscure il mio figlio ritrovo e riconosco. Son queste illusioni? Non morii? No. che miro? Mi par questa la scena de la nostra tragedia.1925 OSMAN ARIADENO 1930 OSMAN 1935 1940 1945 ARIADENO 1950 OSMAN 1955 ARIADENO 1960 1965 OSMAN ORMINDO ERISBE ORMINDO ERISBE ORMINDO ARIADENO 1970 ORMINDO 1975 OSMAN ORMINDO ARIADENO OSMAN 1980 versò sopra di te Pandora il vaso: o figlio. d’avvelenarlo con Erisbe invece sonnifero li porsi con pensiero di trarli dal sepolcro e serbarli a fortuna migliore: non sono estinti. o Re. o lagrimevol caso. Negligente Cedige. di quanto mal. Perché di te contezza. o caro figlio illustre e degno. Ormindo. ogni tuo arcano come. figlio. come è profondo. Fortunata vecchiezza ch’avrà sì forte appoggio. se trasgredii gl’ordini tuoi per ricever la pena eccomi pronto: obligato ad Ormindo. È d’essa.) Sire. dormono. Eccoci pure uniti. Cominciano a svegliarsi. ma dove siam. m’appelli? Leggi quel foglio. Con quai note di figlio. signore. Providenza divina. Ormindo.

2025 AMIDA I graditi ragguagli di sì lieti successi quivi ci han tratti. Coro di soldati taciti. lasciato di Susio il patrio regno. Fur sempre generose l’opre tue. i nostri amori corsero a’ loro desiati fini per strade ignote e precipizii alpini. OSMANO. so la forza d’Amore: questa. Riconosci. e quando lo generasti? Giovane guerriero in Tunisi approdai e l’ebbi da Nearbe. È d’imperio maggiore la tua virtù capace. Ma de la mano imbelle non è lo scettro grave proporzionato pondo. NERILLO. al seggio d’oro accrescerai splendore. Ormindo è tuo figlio? E come. ERICE. dimmi. SCENA ULTIMA AMIDA. SICLE. quest’egizia presaga? Ella. suo contumace. Principessa gentile. Reina. MIRINDA. L’essere che a me desti ora radoppi. o genitore offeso da la perfidia mia.ARIADENO 1985 ERISBE OSMAN 1990 ERISBE ARIADENO 1995 ORMINDO 2000 2005 ARIADENO 2010 2015 ORMINDO 2020 ARIADENO Reina. su le spalle d’Atlante è più sicuro che su quelle d’Alcide il vasto mondo. Come stupido legge i caratteri noti? Deh. Da’ nostri avvenimenti 185 2030 ERISBE 2035 SICLE . ora che meco Erisbe unisci. la cui fama per l’universo si diffonde e spande e ti dichiara eroe famoso e grande. da la mente mia sgombra la meraviglia. sorella di Cedige. MELIDE. io ti consegno e ti rinunzio con la moglie il regno. Non si parli d’offese. pur non vogl’io che la memoria mia serbi sì indegni eccessi. a debellarmi. resti pur teco avinta con un nodo più forte. che del tuo core posseditrice è fatta. accoppi. i tuoi trascorsi furono gravi invero. perdona a le mie colpe. in te destando i spiriti clementi mi suggerì Cupido i tradimenti. sia tua regia consorte. ORMINDO. O ritrovato padre ne’ miei novi natali. E perché gl’anni miei m’invitano a la quete. qui di beltà con l’armi venne. ella gl’oblia. aventurati amanti. ERISBE.

il nodo ei ne strinse e l’alme ci bea. Saran pur terminati i miei dolori. Felice Osmano. Premio de l’opra sia sol l’opra istessa. Or che per opra sua salvi vi veggio per marito lo chieggio. ERISBE 2075 186 . Amico Osmano. martiri. egli usa a’ suoi fideli arrecar pria tormenti per render poi più dolci i lor contenti. amoroso diletto. i residui del duolo scaccia da’ nostri cori e regna solo. fuggite dal seno. SICLE ORMINDO.2040 ORMINDO 2045 OSMAN MIRINDA 2050 2055 ERISBE OSMAN ERISBE MIRINDA OSMAN scorga l’ingegno umano quanto puote in un petto tenero e molle l’amoroso affetto. D’amor non si quereli quel cor che vive in pene. ERISBE 2065 AMIDA. cessate. ampia mercede. 2060 AMIDA. Consenti che la destra riverente ti baci a tai favori. svanite. Per marito l’avrai. Un talamo ed un letto ne sarà pur comune. Amor che n’avinse ci pasce e ricrea. Non avrà già ne’ nostri petti. Volate. come per te possede il suo bene adorato. SICLE 2070 ORMINDO. la gelosia più albergo. Ed avrà la tua fede. Amida. Riverita Reina. dogliosi sospiri. Mirinda. ne le grandezze sue sarà memore Ormindo com’è per te rinato. io promisi ad Osmano il mio imeneo se de la morte rea da le fauci voraci ei vi traea.

e ch’egli è. voi meritate i colossi per tanti conservati individui. ma dopo varii eventi ora di prospero ed ora d’avverso Marte. | Presso Francesco Miloco. Cassiano. desideroso d’uguagliare la gloria de’ suoi antenati con dilatare i confini di quel vasto dominio con novi acquisti. ch’io per fine le bacio le mani. | MDCXXXXV. l’altro per la libertà dell’Armenia. accompagna. dopo aver posto il giogo a’ popoli di Battro ed a’ Sogdiani confinanti con i fiumi Oxo ed Iaxante. Questi. quasi un folgore. drizzò l’armi vittoriose e fortunate contro Tigrane Re dell’Armenia. s’ora regnassero le favolose deitadi di Omero. ch’avea voluto essere sempre a parte di tristi casi del suo caro consorte e tra gl’esserciti e nelle mischie errare armata e combattere per la sua vita. Ella. che pertinace nell’affetto del suo signore avea sola fra tutte l’altre cittadi armene sprezzate le sue vittorie e negato di rendere tributo alla Partia. onde a imitazione di Menecrate potete usare il titolo di Giove avendo più volte a guisa d’Esculapio ravivati i cadaveri: e s’Antonio Musa ebbe d’Augusto una statua per l’ottenuta salute. | Con Licenza de’ Supe. Non posso più raffrenare. i primi vagiti nelle sue braccia. SURENA capitano de’ Parti. Semplice.mo signor Maurizio Tirelli. l’emulazione interessata e l’ignoranza pretendente. 1645) LA | DORICLEA | DRAMMA | Musicale: | DI | GIOVANNI | FAUSTINI. Giovanni Faustini. un filosofare. | All’Eccellent. ORONTE soldato armeno. fu rotto e. | IN VENETIA. guidata dalla cieca scorta del suo ardimento. Combatterono ostinatamente ambo gl’esserciti nelle campagne Arassene in faccia degl’assediati. S. fugge. non sapendo queste Piche la difficoltà dell’inventare. Dalla rotta dell’essercito armeno e dalla fuga di Tigrane e di Doriclea principiano le azioni della favola. perché non hanno giamai inventato. e Privilegi. dissipate a fatto le reliquie delle sue squadre. benché pigra al corso. formidabile alla grandezza romana.|riori. CLITODORO medico regio. trattano l’arti della maledicenza tentando di deturpare le composizioni degl’ingegni migliori de’ loro. ad assicurarle il sentiero ed a diffendere la sua riputazione contro la sfacciata ambizione di certi rozzi versificatori che. si parte dalle mosse per giungere alle mete di una gloria immortale. non paventa gl’Alcidi che la sfidano e non mira l’insidie apprestatele per impedirle il camino da due potenti nemiche. reso qual Anteo più vigoroso nelle cadute. Consegno dunque a V. INTERLOCUTORI L’AMBIZIONE L’IGNORANZA Prologo. Teatro S. Mi vaticina il core che con la spada saprà schermirsi dalle clave degl’Ercoli. ella è giovane e. poveri d’invenzioni o per dir meglio dissipatori dell’altrui. ARGOMENTO Artabano.GIOVANNI FAUSTINI La Doriclea (Venezia. pronepote di quell’Arsace che costituì l’impero de’ Parti. LA VIRTÙ LA GLORIA DORICLEA moglie di Tigrane. gettò un ponte sopra l’Arasse ed andò ad assalire fino nelle trincere il nemico. S. Coro di soldati armeni. Prosperi il cielo per la prosperità degl’uomini V. EURINDA sorella di Artabano. Eccellentissimo signor mio. aperse l’ordinanze parte ed atterrando chi tentava d’opporsi al suo coraggio. nata del sangue reale di Ponto. radunati di novo gli avanzi delle sue perdite. sconfitto più volte dal bellicoso Artabano e persa Tigrane certa fede reale. Eccellentissima Doriclea e mi do a credere ch’ella sarà per vivere una vita gloriosa nella serie de’ futuri secoli mentre verrà protetta dall’Ippocrate de’ nostri tempi. Tocca a V. fece conoscere al Parto che le sue saette non erano valevoli a paventare un core che non temeva punto quelle dell’implacabil fortuna: alla fine. 187 . ARTABANO Re de’ Parti. e invero. Era Artabano intento all’oppugnazione d’Artassata. S. gl’empiti generosi di Doriclea: intollerante di rimanere sepolta nell’angustezze della casa paterna. penetrò nel centro dell’essercito ostile ed ivi ad onta di mille ferri ferì Artabano: pure veduto abbandonato da chi regge le cose umane l’ardire armeno. si può dire. mortole sotto il destriero e ferita da più saette nelle parti più nervose de’ piedi. Eccellentissima. Eccellentissima. TIGRANE Re d’Armenia. come amico del padre e per l’affetto che porta a questa Amazone quale ha tratto. voi sareste il loro Peone. la fortuna del vincitore. la fuga dell’amato Tigrane. seguito da pochi. ma temo che non inciampi il suo piede ne’ lacci tesile da queste due femine pazze e inviperite. fece sconosciuta quel giorno prove di valore inudite. provò il generoso ed infelice Tigrane non dissimili da’ primi i fati di quella giornata. Doriclea. l’uno per la gloria. come mi disse lei una volta.

Coro di cittadini d’Artassata. L’IRA ministri di Marte. IL FURORE LA DISCORDIA MARTE.MELLOE dama d’Eurinda. parte nella città d’Artassata. paggio di Farnace. MESSO. Coro di soldati di Surena Coro di soldati parti pretoriani taciti. FARNACE Prencipe ibero. 188 . LA PACE. Coro di damigelle d’Eurinda Parte della favola si rappresenta sopra le rive dell’Arasse. VENERE. ORINDO nano. Coro d’Amorini. SABARI Moro scudiero di Farnace. MERCURIO.

Ohimè com’impedita e da tronchi e da sterpi è la salita! Quei macigni pendenti. ecco il monte. non si ritardi. la GLORIA. Son pur tutta bellezza non caduca ma eterna e il mondo non mi mira e non m’apprezza. 189 10 AMBIZIONE 15 20 IGNORANZA 25 AMBIZIONE IGNORANZA 30 AMBIZIONE 35 IGNORANZA AMBIZIONE 40 IGNORANZA AMBIZIONE VIRTÙ 45 50 . L’AMBIZIONE. T’aviliscono i lussi. quell’erte rupi ruinose. men vo negletta per le selve errando.PROLOGO Fingesi la scena il Monte della Virtù. l’IGNORANZA. Di porpora adornato in trono il Vizio siede riverito dal Senso ed adorato. Io voglio che sien le spoglie sue prede di noi. E che credevi forse che si salisse qui come ten vai per le cittadi in carro d’oro assisa con la Fortuna a lato? Il piè calloso convien di fare. Ma giunte a l’erta. avezza a le mollizie. ed io che beni sempiterni arreco ho da pascermi a pena. Sciagurata la brama che di salire de la Gloria al tempio qui da le regge ov’alberghiam mi trasse: e tu perché mi fosti. a’ voli. Sì sì. Insino che s’avicini ascose starem noi dietro a queste querce annose. o secol cieco. orrende promettono i sepolcri a chi v’ascende. sorella. io non potrei orma stampar. agevolmente ingannerai le custodie del tempio ed entrerai. onde di lor tu poi vestita. Oh s’io non erro ecco de’ tuoi timori. onde pavento di repulse e di sferze. Che non ci vegga. la VIRTÙ. È la Virtù colei. Non avrò cor giamai di calcar questa via così scoscesa e. nelle cui cime si rimira il tempio della Gloria. ecco i rimedi. AMBIZIONE IGNORANZA 5 Terminato è ’l viaggio. mal saggia Ambizione. Avveduto ritrovo. io che l’alme sollevo e al ciel le mando. ha da sudar la fronte pria ch’al tempio si giunga e varchi il monte. d’impresa disperata e guida e sprone? Ben tu sei l’Ignoranza. e come m’introdurrò nel tempio? Io ravisata sarò da’ suoi custodi. che se ne viene al monte? È dessa. a’ voli. Al Delubro immortale ti condurrò su l’ale. in lei. benché volessi.

e chi t’oltraggia? Prendi cotesto sole. ite a franger. Al tempio de la Gloria l’Ignoranza. in lui vivrete ad onta di Saturno immortalati a’ secoli venturi. sen ride alor che da mia bocca intende che la felicità da me dipende. e il Tonante. precipitate da quest’aeree region beate. agli inganni. Con la tua destra la mia destra afferra. fuggi. Quest’effigie Febea cingiti al seno. o fortunati. come vedete già di gemme fregiate e carche d’ori. o mortali. Al vestirti. Note. veneti eroi. indegne di rimirare il Sol. affrettati. come già fece a Encelado. O depravata età in cui da l’Ignoranza è discacciata la Virtù dal su’ albergo e ignuda va: o depravata età.› Non gridar. ‹Ignoranza e Ambizione aggrediscono Virtù. cadenti. tanto prede mendiche allettan voi che possedete in corte ampii tesori? Troppo garrula sei. pàrtiti. vi danni tra dirupi sepolte a viver gl’anni: sol ricetti del monte sono le sacre sommitade apriche d’anime illustri e di virtude amiche. Che volete voi far di queste vesti? Non son. Spogliati. A forza di percosse resti nuda costei. Stringimi sì che non trabocchi a terra. 190 100 105 . quelle selci. Non vedi se pigra io sono? Appresta pure i vanni. Taci ti dico. Ah povera Virtude. Pàrtiti via di qui. taci. spettatrici belle. Di voi. questa notte vedrete di Gloria onusto il vostro sesso imbelle. Ohimè. Eccola nuda.55 60 IGNORANZA VIRTÙ IGNORANZA AMBIZIONE VIRTÙ 65 AMBIZIONE IGNORANZA 70 VIRTÙ AMBIZIONE IGNORANZA AMBIZIONE IGNORANZA AMBIZIONE VIRTÙ 75 AMBIZIONE 80 IGNORANZA AMBIZIONE IGNORANZA 85 Chi m’incontra e mi vede sì povera e mendica non vuol seguirmi ed al mio dir non crede. AMBIZIONE. note a me siete. Raddoppia l’orme. sen vola d’Ambizion su l’ali da Virtù mascherata oggi. Voi. le cui virtù sublimi volan dal freddo Borea a’ caldi Eoi. o fraudolenti. Lascia questa d’alloro verdeggiante corona. di voi nido è il tempio. IGNORANZA GLORIA 90 95 Precipitate.

ma non è già bastante a dar il moto al tardo piè trafitto. ti prego. e il tiranneggio indarno perché mi renda ancor. non eran paghi a pieno gl’arbitri ingiusti de le cose umane d’averti tolto il regio trono armeno senza condurti in seno. o crudi fati. di tua salute il precipizio amaro. TIGRANE. languida e ferita. ben mio. sfortunati guerrieri. Infelice Tigrane. città dell’Armenia. o caro. Siedi. Voi che pugnaste coraggiosi e fieri per la patria commune.110 e in un comprenderete che non solo egli puote debellare amoroso con l’armi del bel viso i cori e l’alme. fiume che. Segui il corso primiero. pria di qui partiranno questi immobili sassi ch’altrove io drizzi i passi senza di te che sei spirto de’ spirti miei. né su questo sentiero al Parto vincitor tanto vicino de la tua Doriclea pietà t’arresti. Coro di soldati armeni. di questo braccio. DORICLEA ‹ferita›. dopo aver irrigate le campagne d’Artassata. nato nel monte Tauro. 191 120 TIGRANE 125 130 135 DORICLEA 140 TIGRANE 145 150 155 . divisa dall’Arasse. che pugnò per tua vita? O d’astri imperversati empii rigori. egli imbelle s’arresta e vacillante. o crudi fati. ma col ferro apprestarsi ancor le palme. DORICLEA 115 Può la virtù del core ne le sciagure invitto superar de le piaghe il rio dolore. e la pianura Arassena sbocca nel mare Caspio. o dio. quella bella ch’adori. ATTO PRIMO SCENA PRIMA Si figura la scena alpestra e sassosa. dolce consorte. ora detta Servan. forse custodia avran di lei quei Cieli che giran sempre a le tue glorie infesti. Deh non fermar del tuo fuggire il volo. non sieno i casi miei. indi rivolgendosi per l’aspetto settentrionale verso Occidente e congiuntosi con il Ciro. tra le tue fugghe. siedi. scorre per lunghissimi tratti per Oriente sino nella Media Atropazia. Fatti appoggio. ben mio su questo sasso. o dio. compagna di tua fugga e di tua sorte. Ch’io parta e t’abbandoni? ch’io fugga e qui ti lassi di vita in forse e de’ nemici in preda? Ah che non son già nato d’una gelata rupe né da le poppe di rabbiose lupe nutrimento di latte ho mai succhiato.

Non timor del nemico il cor n’ingombra. che vedran come sa vibrare il ferro. ORONTE 165 Cessate. fuggiamo sì. Tigrane. che de l’infamia a vergognose mete vi condurrà la via per cui correte. che tempo hai di fuggir. qui la vostra Reina esposta a morte. frettolosi quel ponte or dissipate. cessate di distruggere il ponte e non mi contendete il varco. fuggiamo sì. Doriclea. io son amico. signor. SCENA SECONDA ORONTE. lasciate. Coro di soldati armeni. DORICLEA. rivolte a’ nostri mali temiamo di là su l’ire immortali. un core innamorato: vo’ che l’Arasse apporti. le fortunate e vittoriose spade col sangue nostro a lastricar le strade: cozzar con il destino è follia. io son Oronte. gonfio di sangue umano. l’han guadato i nemici de la costa del monte a le radici. Cedi. Non render disperato di libertade a’ nostri Armeni il seme. che la tua fuga 192 170 175 180 CORO 185 190 TIGRANE 195 200 205 DORICLEA 210 215 . cedi a quella dea che da te volse il crine. Saranno a un caso istesso soggette. Via. signore. via di qui fuggiamo rapidi. vivi e del regno serbati la speme. Via. che Parta è divenuta a tue ruine. Fuggite pur. se noi tardiam la fuga. orribili tributi al mare Ircano. recider palme e funestar trofei un braccio disperato. via di qui fuggiamo rapidi. olà.160 già che posta in un fiume ogni nostra salute han le stelle adirate. TIGRANE. Le speranze abbandona che nel fiume hai riposte. Fuggi a l’Assiro amico e a me. le nostre vite. e qui saranno or ora. Fuggi. Fuggi or. vengano pure ardite da le vittorie lor fatte più fiere qui le partiche schiere. non virtude e non valore. indegni di titolo guerriero. deh fuggi se tu non vuoi da ferrei lacci avvinto restar preda de’ Parti o pure estinto. vili sudditi.

generoso ardisci fiero ne la pietade. quest’infausto giorno spettator non sarà di sì inudita e barbara impietà. Misero. a’ servil lacci infra quest’erme arene. ardir. deh mi rapisca un colpo sol. se ti levò l’armeno scettro. pietosa crudeltade. ecco che spunta una squadra de’ Parti omai dal colle. Amor ceda e pietà. Viva. ch’oprai? Che barbarie commisi? Ahi vista. animo grande. Doriclea? bella mia? Ah. ma che giamai vi fece quest’anima innocente? Se per castigar me sferzate lei. che badi tu. ardir. d’Armenia la Reina. a tesser manti del Re nemico a le lascive amanti. ‹Fugge con Oronte. che formar più accenti non mi lascia il dolore. ancora l’onor ti tolga? Ah mora pure. né Parca sia del suo stame vital la spada mia. eh che tardi. fuggiam signore. sono inutili i pianti. o mio diletto. Ma che parlo. Non più dimora. del governo del mondo indegni siete. Numi eterni del cielo. ahi.220 225 ORONTE TIGRANE 230 235 240 ORONTE DORICLEA 245 250 TIGRANE 255 260 265 270 ORONTE DORICLEA 275 TIGRANE più seguire non posso. oh dio. eccoti inerme il sen.› 193 . Non vada in Partia prigioniera e serva la moglie di Tigrane. ah mora: ma lasso infra l’orrore impetro e gelo di sì atroce pensiero. ahi. Tigrane. Oh magnanimo core. s’io v’offesi. o crudo Cielo. a ragion punite voi con rigido flagel l’empio nocente. dolor ch’in pianto mi distilla il core. che farò. Eh che piangi. arco e face d’amore. sia ministra d’onor la crudeltà. Avrei di marmo il petto s’al di lui pianto non sgorgassi anch’io di lagrime dagl’occhi un caldo rio. precipitano l’ore e il Parto di te avaro a noi sen viene. Sù. che fai? Ferisci. ohimè. uccidi e fuggi. trafiggi e svena il petto. effeminato amante. che dico. crudelissimi dèi. dunque quel bel sembiante. ad apprestare i letti. sen’andrà prigioniero ad infiammar del rio tiranno il core? Che vuoi tu ch’Artabano. ti prego. dannose le dimore. Fuggiam. Che feci. folle marito. ne le viscere amate il ferro immergerò? No. sù. vinci te stesso.

vomita pure. Chi mi richiama a’ vivi? chi nega agl’infelici varcar de’ regni inferni i tetri rivi? Dispietati nemici. ecco chi trasse con poderosa mano il sangue da le vene ad Artabano. che l’opre egregie e i valorosi ammira. che tue ingiurie non curo e non pavento. egli ne le sue perdite ostinato fu dal soglio real precipitato. cavaliero. sì di regia fortezza armato ho il seno. commilitoni. amici. arresta ne le fibre il sanguinoso e tepido torrente che seco del languente l’alma onorata adduce. a’ fuggitivi veste il timor di lievi penne il piede. estinto ei giace. onde riunito osi tentar novella pugna ardito. qui l’onda arrecate: e tu. si debelli a pieno quest’indomito armeno. Spargi sopra di me. Sia questo il giorno estremo de le sue guerre. Quanto era meglio al vincitor clemente soggettar la corona che resister pugnando audacemente. né ricovro sicuro abbia ne la sua fuga. Misero. a le tende. l’ardir accieca e ciecamente père chi non ascolta la ragion verace: così cadde Tigrane dal suo valore oppresso. Che rimiro. generosa pietà m’induce al pianto. DORICLEA. Aita. A le tende. sei prigione d’un Re ch’a gloria aspira. aita. fatto. pio con i vinti e co’ superbi altero. Tosto al fiume volate. il tuo veleno. alfin terminò in polve ogni suo vanto. lievi fiati egli spira. abbiam gran prede. egl’apre al Sol la luce. mi togliete al mio fin per riserbarmi trofeo de le vostr’armi? Non temer.SCENA TERZA SURENA. 285 290 295 300 305 310 315 DORICLEA 320 SURENA 325 330 DORICLEA 194 . si segue invan chi fugge. ecco il guerriero ch’eternò sé stesso con la strage de’ nostri. SURENA 280 Il cor feroce è un consiglier mendace. pietra salubre. soldati? Se non mente l’insegna oggi illustre e famosa. Come bella è la morte in quel sembiante. qui. egli ha nel petto ancor spirto di vita. o malvagia Fortuna. egli riviene.

che si dice? È ritornato a’ padiglioni illeso da le spade nemiche o pure offeso? Mi sono. d’ogn’opra sua immortal fatti seguace. MELLOE. e perditor crede aver vinto. E con ragione. Di picciola ferita egro Artabano volge contro Artassata il campo invitto. riedi in guerra. o Sire. la concedo a l’incendio e a le rapine se negl’affetti suoi stasse ostinata: lei che mirò sconfitto il suo Tigrane. sarà di lui fuggace spettacolo funesto. e rivolgi di novo a corona mural l’oste vittrice. s’un rampollo tu sei del grand’Arsace. oggi Artassata ne l’amor del suo Re sì pertinace da l’armi tue.SCENA QUARTA ARTABANO. Eurinda. o bella. Riedi pur. or moro. Ma non spendiam qui neghittosi il giorno. o Melloe. 360 EURINDA Qual cruda stella. ignote del cavalier le militar fortune. oh quanto ratta spiega lugubre fama i tristi vanni e neri. a la città assediata apportiamo ruine. signor. scuoti da la tua mente i rei pensieri. e pria che cada in grembo a Teti il giorno lo scorgerai di nove palme adorno. Chi superbo resiste oppresso resti in sanguinosa guerra. del mio caro guerriero. CLITODORO. sia debellata. ne l’amoroso stato orma non stampa amante 195 365 CLITODORO EURINDA 370 375 MELLOE 380 EURINDA MELLOE 385 . Sì gelosa son io del mio tesoro che fra tema e speranza or vivo. o Clitodoro amico. segui la tua fortuna. 340 ARTABANO 345 350 355 CLITODORO SCENA QUINTA EURINDA. CLITODORO. Confusa ancor la mente a le vedute prove de l’ignoto guerrier che m’ha piagato da stupori non cessa. de l’amato Farnace. oh come forte per viver da la fama immortalato sprezzò i perigli ed affrontò la morte. divenuta di foco una fornace. CLITODORO 335 Lieve è la piaga. il mio german. Marte propizio il miri e quest’altera barbara gente alfin distrutta pera. ma bene io spero. il mio signor mi rende tra le vittorie del suo sangue tinto? Per averlo svenato i voti appende l’Armeno. Ma del Prencipe Ibero. eroe felice.

pugna contro l’amico in tuo favore. SCENA SETTIMA EURINDA. udite. tutto manna assaggio amore. quasi mossa dal Ciel. osasti nobilitar l’ignobil ferro e vile col sangue degl’Arsaci? L’ira m’infiamma il sen con le sue faci. Io là mi volgo dove egli drizza i vessilli ad alte prove. MELLOE. Che dite voi ecc. non violar l’uso di guerra antico: 196 DORICLEA 420 425 430 EURINDA 435 MELLOE . 395 400 405 SCENA SESTA SURENA. Vedi se t’ama: ei che fanciul nutrito fu con Tigrane ne la corte armena. Ah s’a fronte foss’io di colui che lo scettro indegnamente a lo mio duce usurpa. temerario. Da ingiuriosa bocca alma servile soffra pure i dispregi. egl’è quel cavaliero che lo ferì ne la mortal tenzone. la sorte di rapirlo al mio brando ed a la morte. DORICLEA. tra le schiere d’amor non si trova del mio più lieto cor. E benché io sia languente e semivivo. 415 EURINDA Tu. cieco dio co’ strali d’oro mi saetta e non m’offende.390 EURINDA di lui più degno e ne la fé costante. chi m’avvinse avvinto giace. bastante non sarebbe. tra le schiere d’amor si può trovar del mio più lieto cor? Del mio foco io son l’ardore. MELLOE. È la mia destra avezza d’arrecare a’ tiranni. non mi rode il duol vorace. che dite. Eurinda. A la tua cura lascio questo prigione. come già fu. persuaso d’amore. SURENA EURINDA SURENA 410 Il Re dove si trova? Or or s’invia per oppugnar le mura de la città nemica. io vo’ punire gl’oltraggi del german: pèra il fellone. DORICLEA. EURINDA. vorrei che gl’estinguesse una volta per sempre il stigio Lete de le tiare altrui l’iniqua sete. Che dite voi. egl’è prigione. Dolce fiamma il sen m’accende. amanti. è diletto il mio martoro. mortali affanni. Udite.

onde il natio rigore deposto il fier da le nemiche offese per non offender lei salvo mi rese. DORICLEA. diva del suo signore. meta e sostegno. (A la partica reggia l’Iberia è ben fatale. il ferro. EURINDA.) 197 455 EURINDA 460 465 FARNACE 470 475 480 DORICLEA EURINDA 485 FARNACE 490 EURINDA . MELLOE. il crudo ferro. che la scorse sì bella e da mille amorini custodita e difesa. (Oh come è bello. è Doriclea. o pur dagl’occhi sagittarii esperti. da quei begl’occhi a cui il mio cor si rese l’arte di ferità la destra apprese? Se la morte di questi è il tuo desio l’estinguo or or. e Ciro egli s’appella. la sembianza immortale la credé di Ciprigna. Poiché tu sei tanto di morte vago. istrumento di Marte. E tu che snodi ardito l’audace lingua. egli ti fu custode e difensore. doppia saetta di tosco aspersa il sen mi fere e infetta. oh vita per cui pero. Oh de le mie speranze base.) SCENA OTTAVA FARNACE. dal tuo ceppo reale trasse quel prigioniero il suo natale? Lo trasse. di Tigrane infelice amico fido. (Ah Tigrane. ah Tigrane. Eurinda bella.) Non s’usurpi la gloria al tuo valore. oh ben per cui sospiro. i prigionieri. Fu mio riparo e scudo la tua divina imago ch’adornata di raggi di bellezza infinita ho nel petto scolpita. i tuoi desiri appago. chiaro ne l’armi e di famoso grido. oh forza. Ma che dici. perché sforzi a l’onte innocente donzella? Chi desia di morir così favella. oh mio dolce pensiero. Eurinda. benché del mio rettaggio egli sia un germe e de l’Iberia un raggio. oh d’amor caro pegno. Lassa. dagl’oltraggi di Marte intatto io pur ti miro.) Eurinda. di due luci il furore in me s’ammorza. Farnace. tu in atto d’omicida? Amor cangiato in ferro ha la facella ed a guerra crudel l’alme disfida.440 DORICLEA EURINDA 445 i popoli più barbari e più fieri non offendono i vinti. FARNACE 450 (È dessa.

poi che lo vide a pena negl’assalti primieri e rotto e vinto. Oh Reina. chi piange sul mattin ride la sera. Son in odio al destino. è meglio col morire uscir di pene che vivere e mirare il mio consorte circondato da lacci e da catene. SCENA NONA DORICLEA. s’ei colà giunge. Core. De l’arabo Sabari vo’ lasciarti a la fede ed io seguire ver l’Assiria Tigrane. al signor vostro. spera. senz’anima mi trovo e senza core. come io ti scerno fatta de la fortuna e gioco e scherno. Reina.495 FARNACE 500 EURINDA FARNACE EURINDA 505 FARNACE 510 Deh. Addio Farnace. io parto. soldati. Spera. Come del Rege prigionier l’accetto. che da’ spirti miei animata tu sei. Che pensieri di morte. spera. spergiurati di lega i sacri patti. ma con avversi influssi ei pur m’uccida ch’alfin sarà trofei degl’odii suoi corruttibile spoglia e fragil salma che di sue tirannie non teme l’alma. dìcalo Amore. Reina. chi piange sul mattin ride la sera. Tigrane è salvo? Ei drizza verso l’Assiria amica il piè fugace. riserbar fia mia cura il prigioniero. core guerriero. perché? L’Assiro. o dolce oggetto. Ohimè. molle del proprio sangue. l’impiagato ibero concedi a me soltanto ch’a le sue piaghe acerbe refrigerii e conforti medica destra apporti. spera. Ancor non cessa. Ite ancor voi. malvagio e fraudolente s’unì col vincitor secretamente. FARNACE. DORICLEA FARNACE 515 DORICLEA Oh Farnace. da le minacce il Cielo? Deh s’hai pietade in petto. Oh Re più ch’infelice a cui ricorri per lo tuo scampo. Va’. opra ch’io mora. l’invierà prigione a l’amico Artabano il Re fellone. Dal procelloso mar di tanti guai 198 520 FARNACE DORICLEA FARNACE DORICLEA FARNACE 525 530 DORICLEA 535 FARNACE 540 545 DORICLEA . come. ancora. Mira com’egli langue. ma come non lo so. Libero tel concedo. acciò l’incauto nel suo grave essiglio fugga il vicin periglio. onde.

si tramutano alfin tue rose in spine e l’eminenze tue sotto ruine. a l’armi. Coro di Amorini. de l’amazone regia sin ch’io rieda sarai tu medico e custode. a l’armi. Famosi arcieri. DORICLEA. signor. invitti Amori. campioni forti. VENERE 590 CORO VENERE 595 Amori. mira qui de l’Armenia ogni splendor raccolto. conosci questo volto? Ecco qui Doriclea. 199 CORO . 565 SABARI 570 FARNACE 575 580 DORICLEA SABARI DORICLEA 585 SCENA UNDECIMA VENERE. a’ furori. A l’armi. Giove t’indrizzi e guidi. a l’armi. l’aere rimbombi bellici carmi. Alta Reina. FARNACE. Che veggio? Oh mondo lusinghiero e fallace. A l’ire. SABARI 555 FARNACE 560 Ogni forte guerriero che pregio brama e che d’onor si cura or s’invia per tentar d’esser primiero salitor de le mura. a le morti. al sangue. Mira. non ti volgi colà rapido e prode? Troppo abbiam combattuto per cagione d’Eurinda a pro de’ Parti. è tempo d’apportare a tue ferite ristoro e medicina. e in breve di ritornare io spero felice messaggiero. Sabari. segni di perfidia abbiam noi mostri. ch’avido sei di lode. Doriclea. a l’ire. A lasciar questi alloggi necessità mi sforza. solo avvien che sospiri e che di carne io sia agl’infortunii de la vita mia.550 al mio cor quasi absorto per le promesse tue spirano omai aure dolci di speme e di conforto. Insensibil son fatta a’ miei martiri. a’ furori. ahi. vado. prodi guerrieri. SCENA DECIMA SABARI. e tu. tu ch’a pien sai qual erbe dan salute a le piaghe e con qual carme il lor duol si consoli e disacerbe. troppo d’Amor seguaci contro gl’amici nostri. Amori.

suda anelante? 200 650 655 . sotto incarco sì grave geme. 605 610 615 CORO CORO PRIMO 620 625 VENERE 630 635 640 CORO SECONDO SCENA DUODECIMA MERCURIO. e di lui far potrai lo strazio che vorrai. Regga in pace il Tonante l’impero de le stelle. vedrai Marte. Chi sopra sacri altari m’accende eterni lumi. o Furie. piove di guerra atra procella. a l’armi. oh Stige. perché noi siam possenti di rendere soggetti a’ mirti tuoi e le sfere e gl’abissi e gl’elementi. ma sopra il falso Trace fate pria memorabili vendette. l’aere rimbombi bellici carmi. La mia lucida stella più non diluvia amori. Ciprigna? Che prodigi? Tu armata? Eh lascia il ferro. ch’io son offesa ne l’armene ingiurie? Oh numi. Ei che dipender giura. E dove guidi e dove questa schiera bambina? Non t’avvedi ch’avezza di trattar solo ignuda la faretra sonante. scuoti da la cervice i gioghi amari. Scendo da la mia sfera nume d’odio e di sdegno per render a Tigrane il patrio regno di pacifica dea fatta guerriera. Con speme di vendetta il duol si tempri. a le morti. ch’armi più poderose hai nel bel viso. scacciar d’Armenia i vincitori audaci. il fellon che t’ha sprezzato a’ tuoi piè supplicante incatenato. vedi pur s’in te ferve desio di farti serve del ciel le pure e fiammeggianti faci. 645 MERCURIO Che rimiro. non s’annidano in me voglie rubelle: preparate pur l’aste e le saette contro il Parto predace. da queste mie bellezze. Amori. A l’armi. contro i devoti miei essercita crudel le sue fierezze? Non sa. a l’armi. È lieve impresa. a l’armi. Coro d’Amorini. ma qual cometa che minaccia orrori versa.600 VENERE al sangue. Amori. VENERE. o diva. chi pio m’incensa ognor d’arabi fumi. ah mentitor. questo spergiuro. lo so ben io che ne restai conquiso.

io scendo. Odi. Amori. egli sa ben che Sparta. Coro di cittadini. Venere. ARTABANO. questa città ne la difesa. Per chi del mondo a la gran cura siede rapido messaggier batto le piume. signor. o Sire. per altro nume. Ostinata sarebbe. E or questa fé. qual feroce Bellona. ATTO SECONDO 695 CORO SCENA PRIMA Città d’Artassata. Noi per punire il traditor di Marte. io volo. ancor mi vide di scintillante acciar tutta cosparta. chiedi pur ciò che vuoi. Di schernirci è tanto ardito questo ladro? Ei sia punito. 201 700 705 . al suolo io vado. Venere. vinto io sono. SURENA. vo’ far che queste labra ti dian baci più dolci e saporiti di quanti mai sa dispensar la rosa d’una bocca lasciva ed amorosa. Mercurio. A l’armi. a l’armi. s’a mio favor tu spieghi l’ali. a l’armi. soffra gl’indugi miei il monarca de’ dèi. ch’adunco rostro li divori il core. CORO Chi non serba incorrotta al suo signore la fedeltà. Opra sia tua che ’l cavaliero ibero trovi Tigrane.CORO PRIMO 660 VENERE 665 MERCURIO 670 VENERE 675 MERCURIO 680 VENERE 685 MERCURIO VENERE 690 L’usbergo ancor a te nega i respiri. il Cielo a’ miei disegni arride a te quivi drizzare ei fece i voli acciò m’aiti in parte e mi consoli. Per meritare i guiderdoni. a l’armi. che le sciagure ha dome. o del nemico Marte l’offese e non l’orror di morte. tu deliri. L’impeto de lo sdegno olà si freni. anco il confessa. Non pallidi disagi. acciò l’occulte frodi gli facci note dell’Assiro infido. scherza Cillenio. sì ch’ei di servitù fuggendo i nodi rivolga il passo errante ad altro lido. ho le penne soggette a’ cenni tuoi. ma Tigrane è già vinto e nel perire gl’ha la fortuna ogni speranza oppressa. e rivolgerle altrove a la mia fede non lice. Citerea. Amori. l’aere rimbombi bellici carmi. ver la Tracia sproniam veloci e snelli nostri canori augelli. ch’or non corruppe o intimorì Bellona. come Prometeo esposto al gelo. potero farti aprir le porte difese ognor dal nostro omaggio antico. nel folgorar del cielo merta.

pria che mercar la pace con un lieve tributo spronato a guerreggiar da pazzo ardire ha voluto perire. ciascuna sia contro di me severa. e bench’offeso io l’amo. Forza de la virtù che spinge il core ad amar l’offensore. Per suddita l’accetto e ben m’aggrada d’aver scorto di lei prove sì forti. scorri. al tuo gran nome. che festi 202 755 760 . Surena. e per me sol pestiferi e nocenti de l’Eleusina dea sian gl’alimenti. 730 735 SURENA 740 ARTABANO 745 SURENA SCENA SECONDA Deserto tra l’Armenia e l’Assiria. uccisi una innocente. Siami il tutto inclemente. TIGRANE. Ma tu. Oh quanto bramo di rimirarlo. che se giusto punisce e premia altrui. Sol per me avvelenati l’aure spirino i fiati. o invitto. ferro. Sarcano. Belve. or esule e ramingo spargendo indarno le querele al vento deve aver per compagno il pentimento. se qui annidate. Dentro le mura alloggi il campo vincitore. o Cieli. apra le fauci e tra perpetue ecclissi Ope mi mandi ad abitar gl’abissi. Di vassallaggio in segno Artassata. e chi depreda o uccide. A ragion l’orgoglioso e superbo Tigrane da la real grandezza sospinto ed abbattuto misero a terra giace. Così vanno coloro che ne le lor follie son pertinaci e senza forze inutilmente audaci. eccedono le pene i premii sui. tu scorri ogni via. me crudel divorate. e tu. signor. ucciso sia. io danno i torti. Da man rapace e d’adirata spada la città resti intatta. Avrete un Re che quasi ciel benigno più che folgori ha tuoni. chiuda ventre ferino un cor di fera. ‹TIGRANE› 750 Con infocati teli fulminatemi. con la mia bocca umil ti bacia questa man possente che pose il giogo al collo a l’Oriente. Siami il tutto ecc. Siami il tutto ecc.710 ARTABANO 715 CORO 720 SURENA 725 ARTABANO al destino cedendo a te si dona e si consacra. a me conduci Eurinda e quel guerriero che facesti prigione.

l’Iberia afferro. fatto più forte risorgerà de l’armi assire armato. quasi libico Anteo. or cedo già che il Fato mi toglie al coraggio l’acciaro. Indarno fuggi. uccidi. resti in vita o mora. che tento? Ombra e polve insepolta il Parto mi vorrebbe. non cesserà di molestarlo ognora. O Farnace? O Tigrane? Te ricerco. O di leale amico espression d’affetto. a te vengo per svelarti gl’inganni de l’Assiro malvagio e traditore col Parto vincitore. indarno tra deserti m’aggiri. cavaliero villano. morrai per questa mano. Su l’esecranda testa de l’Assiro infedele versate ogni castigo. quando fia mio l’impero. fammi tu spirto errante. e divider prometto. a gl’esterminii tuoi s’ha collegato. acciò turbata non gli fosse la pace e l’usurpata corona armena dal suo crin ritolta: vivrà Tigrane e ne le sue cadute. che mi dimori neghittoso al fianco? Al loco più vital la man ti guidi. 785 MERCURIO FARNACE 790 TIGRANE FARNACE 795 Guerrier. teco l’aurea corona e il trono ibero. uccidi. TIGRANE. Agl’editti del Cielo piegar convien la volontà. io lascio il ferro. s’armeno sei un armeno difendi da la Partica rabbia e salvo il rendi. SCENA TERZA MERCURIO ‹travestito da soldato armeno›. te scorto da la sorte abbandonato. A militar co’ Parti. FARNACE. o disprezzati e spergiurati dèi. 203 TIGRANE 800 FARNACE 805 810 TIGRANE 815 820 FARNACE . e vendicate i vostri oltraggi e i miei. Ah dal duolo agitato che ragiono. più che cortese. e da brama fervente di vendetta spronato turberà suoi riposi acerbamente. Qual naufrago a cui l’oro il mare avaro e le merci inghiottì.765 770 775 780 le campagne arassene oggi laghi di sangue. Tigrane: la paterna mia reggia ne l’indegno tu’ essiglio io t’offro per assilo e per ricetto. il potere a le voglie. placherà l’alma bella con il suo sangue e. per ora il Parto ha vinto.

204 870 875 . e la speranza in te raviva. donne belle. È viva Doriclea? È viva e ignota ne le tende parte le medica le piaghe il mio scudiero. ver lui ruotino pure a lor volere maligne o pie le sfere. egli è sparito. Scusar meco non dei ne l’opre tue le mie. che l’arbitrio di noi sforza violente.825 TIGRANE 830 FARNACE 835 TIGRANE FARNACE TIGRANE 840 FARNACE 845 TIGRANE 850 FARNACE 855 860 TIGRANE 865 ad offender le leggi de l’amicizia amor m’indusse. andiamo. Credo che qui ti scorse amica deità per liberarmi da’ tradimenti assiri e a dar essilio in parte a’ miei martiri. che sovente il mortale cangia fortuna col mutar del pelo e varia spesso anco tenore il cielo. ‹MERCURIO› Sotto forme mentite e armene spoglie appagai pur di Citerea le voglie. ch’estinta ohimè sen giace. Invincibile il core avrà Tigrane. Ma come a te pervenne l’anima mia ferita? Per il camin darotti ampia contezza. SCENA QUARTA MERCURIO. Sieno di pianto le tue luci prive. anch’io pugnai contro il mio caro Idaspe per colei ch’or estinta. o dio Farnace. E le stelle in lor fisse ed inchiodate sono ancor lor sforzate influenze a cangiar cangiando loco. Mira. Che non impetra un amoroso volto? Egli m’ha fatto trascurar di Giove gl’alti comandi e spiegar l’ali altrove. che rendete beate l’alme da’ rai del vostro bel ferite. e lo sapete. Fra tante stelle a’ miei desii moleste ha pur cura di me qualche Celeste. D’umanità vestito certo un nume fu quello ch’a le sponde del fiume con assalti improvisi pria provoconmi a l’ire poi si diede a fuggire intimorito. ah. Giran di là dal foco gl’orbi puri e lucenti con incessante moto eterne menti. v’è noto che nel viso vi splende il paradiso. colei che morta piangi e spira e vive. che dolente l’alma a’ colpi piangeva in mezo al core. amore. più non si vede. ma se feria la destra. ora lei mi prepari le promesse dolcezze e i baci cari. O quanto impero avete sopra noi.

ARTABANO. per rieder tosto al polo e d’amor tra gl’amplessi e i scherzi estremi ottener da Ciprigna i dolci premi. voi di noi siete intelligenze e menti. dunque è Ciro il cavaliero? Ciò mi disse Farnace. non merta. ARTABANO EURINDA 910 Del regio sangue ibero. DORICLEA. 905 SCENA QUINTA Cortile del palagio supremo d’Artassata. voi spronate agl’errori i seguaci più saggi e più prudenti. signor. sono infocati dardi vostri lascivi sguardi. egli debole e stanco appoggia a un legno il non ben sano fianco. con i quali impiagate i petti di macigno e di diamante. Mira com’ei non perde la maestà reale tra le sciagure e il male. donne belle. non merta 205 915 ARTABANO EURINDA 920 SURENA DORICLEA ‹Artabano si ritrae. O quanto impero ecc. EURINDA. o Sire. voi date legge a’ cori. Amor m’abbaglia ohimè con tanta luce. Perché neghi ch’io baci. O quanto impero avete sopra noi. quella man generosa e così forte che fabrica i sepolcri anco a la morte con l’ergerti di gloria a l’alte cime? Non vo’ dal tuo valore sudditi ossequi e ligi. ben si dovea mercar di sangue a prezzo tua conoscenza in marziale arringo. voi l’armate de’ strali mortiferi e vitali. Col poderoso piede sì mi premono il dorso i rei destini ch’avvien ch’umile il mio nemico inchini. SURENA. Quest’è il guerriero. seppe ferito i cori anco ferire. Ma frettoloso io vado ad essequir gl’imperi del supremo Monarca. o Re sublime. Eurinda. e lo sapete. com’amico t’abbraccio e al petto stringo. m’onori. La vostra bocca puote incantar la ragion con dolci note. Avezzo ad impiagare. MELLOE.880 885 890 895 900 onde fastose andate e per cotante glorie insuperbite. no. ecco ch’a te Surena languidetto il conduce. Troppo. Il mondo a voi soggiace. e con il crin predate ogni più cauto e più sagace amante.› 925 ARTABANO 930 DORICLEA . alloggiamento d’Artabano. al vostro volto accende Amor la face. O quanto impero ecc.

) (Che non concentri ’l ferro. sfortunato quel core ch’è de l’empio in balia.) Più che ti mostri di virtù fecondo più ti pregio e t’ammiro: andianne. (Di Citerea l’arciero ognora più dagl’occhi suoi vitali m’aventa acuti strali. SCENA SESTA MELLOE. commette i tradimenti anima vile.935 ARTABANO EURINDA 940 DORICLEA 945 ARTABANO 950 DORICLEA 955 SURENA 960 EURINDA ARTABANO 965 DORICLEA EURINDA privato cavalier tanti favori. oh dio. Principessa leggiadra. dona gl’imperi l’un. qual improviso mesto pallor ti rende essangue il viso? O Melloe. Ti ricevo per mio.) Sarai de’ miei più cari.) (La signoria de l’alme a lui sol piace. stimando affettati i rapporti de l’occhio. Che parli. o Melloe mia. trafiggi ardita e presta. da me gl’avrai di tanti regni abondo. l’altro rifiuta. Che novitade esprimi? Qual nascente fiammella render ti tenta al vecchio ardor rubella? Contempla tu di Ciro il pallidetto viso. è un gran tiranno Amore. non voglio ch’aurei pesi mi ritardin la strada per cui d’eternità vassi al delubro: scettro de la mia destra è questa spada. D’offerte così vaste grazie ti rendo immense. O Melloe. ‹ORINDO in disparte. è un gran tiranno Amore.› 970 MELLOE Qual fervido sospiro e repentino a infiammar l’aere invii. De l’anima i tuoi fregi meritevoli sono d’essere riveriti insin da’ Regi. sfortunato quel core ch’è de l’empio in balia. (O magnanimi eroi. EURINDA. 206 EURINDA 975 980 MELLOE EURINDA 985 990 . o Melloe mia. gentil guerrier. Doriclea? Le voglie arresta. pigra mano. e sempre al fianco siami la gloria trasformata in Ciro. m’offro tuo cavaliero. e se natura avara non t’adornò di diadema il crine né ti diede a la destra aurato pondo. pallido sì. ma bello in cui lo spiritello di Cupido crudel dimora assiso saettando quell’alme che. in quel seno che nutre un core ostile? Trafiggi via.

207 1040 1045 . Io t’offesi. Non rimarranno a Ciro dentro ’l silenzio ascose le tue pene amorose. osserva del guerriero come le stelle erranti e luminose scoccano ardenti ed amorosi rai ch’allor chi m’innamora ah tu saprai. ti prego. ei così vuole. la volontà il nutrisce. fidati in donna tu. Consigli? Medicina a chi languisce. il mio desio. In te confido. EURINDA 1025 1030 1035 SCENA SETTIMA ORINDO. faconda messaggiera al vago mio deh palesa. oh ch’intesi. errar vo’ teco. Oh che intesi. Amor. sprezzata è la sua fé. In te confido ecc. Amor dal bello nasce. affogalo prudente entro le fasce. ch’altri ch’il mio Farnace Eurinda amasse. s’amareggiasti raddolcisci il cor. non cangi affetto e desiderio il core. perdon. S’ami tu. Amor. Felice mai non è chi non inciampa ne’ tuoi lacci il piè: non ha nume a te egual l’eterno e puro dì. Così dunque volubile qual fronda a lo spirar de’ zefiri volanti offri il petto di neve a nova face? così dunque incostante segui novello amante e tradisci la fé del tuo Farnace? Ritorna al primo ardore. benedetto lo stral che mi ferì. In te confido. oh ch’intesi. mercé. Già che ti vela un cieco il lume di ragione. Eurinda. la crudele poté volgersi ad altro amor. tradito è il mio signor. Non si può calcitrare a le leggi d’Amore. Avrei più tosto creso a chi detto l’avesse ch’il giaccio s’accendesse. che la fiamma gelasse. io non ho spirto più. io non ho fiato. Melloe. ‹ORINDO› Oh ch’intesi. lo so. lingua che t’oltraggiò ti loderà. s’amareggiasti raddolcisci il cor.995 1000 MELLOE 1005 EURINDA 1010 MELLOE EURINDA 1015 MELLOE 1020 corrono abbandonati i vitali ricetti a mirar loro stesse d’alte bellezze i non creduti oggetti. pietà. tenti invan ch’io disami il mio bel sole.

fidati in donna tu.. e l’ardor celato convien ch’in seno io serbi ond’egli più mi coce. 1055 1060 1065 1070 SCENA OTTAVA SABARI. Sazio di tue follie di già son io. fidati in donna tu.1050 io non ho fiato. Meraviglie tu fai come s’avessi rimirato un uomo volare al ciel senz’ale: è cosa naturale come ’l salir de’ spiriti leggieri a la donna il mutar voglie e pensieri. ORINDO. una legge farei che colei che smorzasse le primiere faville sen vivesse digiuna in braccio a mille. o Sabari. lei. credo ch’avete una lupa nel ventre e ne la gola. io non ho spirto più. il nostro Prencipe Farnace. io non ho spirto più. oh ch’intesi. oh ch’intesi.. io non ho spirto più. io non ho fiato. Io non ho fiato. o belle. over. È tradito? e da chi? Da Eurinda ingrata. io non ho spirto più. O Sabari. Che gl’avvenne? È tradito. Con gl’amanti garrite se i vedete a mirar altra bellezza. tu non sai.. d’un altro amor s’accese.. da me pàrtiti omai. se stasse a me le vorrei tutte uccidere 208 1090 SABARI 1095 1100 ORINDO . sconoscente e a la sua fé scortese. e ciascuna di voi dieci accarezza: di lusinghe mentite. io non ho fiato. Maledette le femine che son tanto volubili. voi che tradite i poverelli. Donne. di vezzi menzognieri. donzelle.. che non vi sazia una vivanda sola: il ritratto voi siete di quel meschino antico da la fame agitato che più che si cibava era affamato. fidati in donna tu. E ch’intendesti? Gran cose. E sai di cui? di quel guerrier ferito di quel bel giovanetto che di sue piaghe quasi hai tu guarito. o fati acerbi.. di voci inzuccherate tutti pascete né pur uno amate. SABARI 1075 ORINDO SABARI 1080 ORINDO SABARI ORINDO 1085 SABARI ORINDO SABARI ORINDO Ardo. fidati in donna tu. Tu non sai. S’io fossi Amor vorrei farvi caste morire.

O vaghezze. a rivederci. Concordemente. Ma pera il mondo. SCENA NONA SABARI. dispietata innocente. io moro. o mio bel sole? S’arde e per te sospira chi ti vagheggia e mira. E come. non m’avrete no. io ti do la salute e tu m’uccidi? Io ti sano le piaghe e son da te ferito con luci ardenti e di mia morte vaghe? S’io diedi a te la vita. che far deve colui che fortunato non sol contempla il bello che t’arricchisce il volto. sovente chi prega ottien né impetra mai chi tace. taciturno amator morir non voglio. deh porgi a me ristoro. voglio di questi amori investigar più a pieno e notte e giorno per avisar Farnace al suo ritorno. Eurinda. ne la vostra rete non mi colgerete. ma del candido seno osserva e palpa i palpitanti avori? O portenti d’amor. la sorte amica è de l’amante audace. perché non è concesso baciar a questa innamorata bocca ciò che la destra ancor medica e tocca? Ah Doriclea crudele. vo’ che la mia guerriera sappia ch’io per lei vivo in pianti amari. ardiamo noi tra fiamma disperata: tu d’Amore ingannata l’impossibile segui e negano al mio foco di refrigerio onda non sol ma stilla la nemica fortuna e la natura che mi dier vile cuna e faccia oscura. e pera l’infelice Sabari. ella non è di scoglio né chiude in petto un’anima di fera: chi sa. da le nevi dal ciel quaggiù fioccate. no. no. Vostri inganni a prova io so. Sabari. io moro. vostri inganni a prova io so.1105 SABARI ORINDO SABARI ORINDO 1110 o nel più cupo e vasto mar sommergerle. Bugiarde e perfìde. O sciocco. chi sa. Osserva bene il tutto. 209 1120 1125 1130 1135 1140 1145 1150 1155 . o bellezze. 1115 ‹SABARI› Chi non s’accenderebbe de’ tuoi begl’occhi a’ soli. suggo il veleno con i sguardi da’ gigli e traggo ardori da le nevi animate.

VENERE. uscite. udite. compagni. or or vedrassi quanto è bugiardo a le prove ogni tuo vanto. A quel che soglio oprar poc’io ragiono. o miei guerrieri. VENERE 1170 Ecco del disleale la reggia. Discordia. voi qui l’offese mie avete da punire. ma non ritoglie il bello a la forma il colore. Ardisci dunque. 210 . quai discordie civili e quai furori? Emuli valorosi serbate a dimostrarvi allor ch’a fronte sarem di Marte in vindicarmi l’onte. DISCORDIA. O de la reggia abitatori insani ch’avidi ognor di sangue i mortali uccidete. ei cadrà qual imbelle a’ colpi miei. io t’assicuro. forse è qui tal che tace e non si gloria e che pender da lui può la vittoria. a la tua inferma l’empie ferite. udite. che ’l suo valor non curo. De l’amante ribelle trionferai. Rispetti da codardo. le città distruggete. sovente chi prega ottien né impetra mai chi tace. se bene egl’è di ferro impenetrabil cinto. medico languente. qui venite e ciascun desti sue furie del nostro duce per punir l’ingiurie. uscite. FUROR. O mie forze. son di merito ricco appresso lei. Troppo ti vanti e troppo parli audace. Coro di Amorini. Chi sa.1160 1165 Moro son io. IRA CORO PRIMO IRA 1205 CORO SECONDO Olà chi siete e che chiedete? Dov’è quel traditor del tuo signore? Vendetta. ardisci e scopri omai a la tua feritrice. o cari amori. Furore. Coro d’Amorini. SCENA DECIMA Reggia di Marte VENERE. o mie spemi. la sorte amica è de l’amante audace. Cieca ne’ tuoi disdegni questo colpo t’atterra. di già l’ho debellato e di già vinto. chi sa. Ciprigna. apprestate l’ardire. CORO PRIMO 1175 1180 CORO SECONDO CORO PRIMO 1185 CORO SECONDO 1190 VENERE 1195 1200 SCENA UNDECIMA IRA. e se di terre e d’oro poveri furo li natali miei. e se non fosse qui la nostra dea sapresti quanto vaglio e quale io sono.

1215 DISCORDIA 1220 IRA. Deh girami cortesi i rai. Temerari fanciulli. o di Marte più cara e miglior parte. FURORE. Incomincisi l’opra. vedrete come indarno la vostra destra effeminata e molle il grave scudo impugna e l’asta afferra. lasciva dea. io diverrei. ferirà. Coro d’Amorini. Vuoi tu che questo cerro passi l’usbergo e il core al falso adulatore? No. O voci replicate. t’agiterò nemica. Tu ch’ovunque ten vai. guerra. MARTE 1225 VENERE Che gridi e che tumulti. guerra. Che apportano costoro. amor mio. IRA. qual crucciosa Aletto. DISCORDIA SCENA DUODECIMA MARTE. armi. ma con novi diletti premiar ti vorrei. guerra. divenir vittrice l’Armenia vinta e respirar felice. Gradivo. confesso. così l’Armenia a me devota s’oppugna e si fa serva de’ popoli stranieri? Così de’ culti miei difensore tu sei? Sprezzata amica cangio in odio l’affetto e. udiamo pria de le discolpe sue l’alta bugia. e tu. taci. guerra. mia diva. Armi. ma fui costretto a guerreggiar dal Fato: che perdesse l’Armeno egli avea decretato. sì. DISCORDIA FURORE Armi. armi. Or che libera lascia a me la spada vedrai. mentisci. è vero. quante pene in un punto ahi m’arrecate. VENERE O se questo credessi non sol lieta. armi. risse! Con scempio loro or si combatterà e strage si farà. Tu con finte parole e finti vezzi me credula accarezzi e poi tradisci. ferma. di’? Tu mi tradisci. Così. guerra. o forsennati? O Venere. a tua voglia il trace dio. Taci. Armi. deh mirami placida omai. FURORE. VENERE. 211 1230 1235 CORO PRIMO VENERE 1240 MARTE VENERE MARTE 1245 1250 1255 1260 MARTE 1265 . DISCORDIA. guerra. Per il Parto pugnai. Io ti tradisco.1210 IRA FURORE. pugnerà.

e quale amorosa follia nel petto alberghi? Ti delude un fanciullo. vola tosto tra’ Sciti che quasi fuor del mondo chiuse Alessandro il grande. il mio caro amato dio abbia baci e non ferite. allor lieve a me fia di far ch’al giogo si sottragga l’Armeno. pur temo d’esser riconosciuta. Deh girami cortesi ecc. e accompagnata da mille gravi ed agitanti cure. e fa’ sì che. Con il vento de’ sospiri raviviamo ora gl’ardori. tra solitarii e taciti soggiorni tra remoti silenzii io traggo i giorni. sforzate le porte Caspie. inondino feroci ne la Media Atropazia e ch’ogni loco di quella region suddita al Parto sia di lor preda o lo divori il foco. 1280 MARTE 1285 1290 Commosso il Parto da l’incendio interno. 1295 VENERE CORO PRIMO e SECONDO 1300 VENERE. Fuggan l’ire al gioire. il mio tosco infetterà. ATTO TERZO SCENA PRIMA Giardino. volgerà l’armi a raffrenar lo Scita. più lieve ancora a me sarà di far che i campi istessi in cui nacquero pria le sue vittorie germoglino funesti i suoi cipressi. Eurinda.1270 1275 DISCORDIA semini risse ed a la guerra incìti. e disperate sono le tue speranze: in mezo a l’onda arida sarai sempre e sitibonda. a’ dolci amori. 212 1310 1315 . Fuggan l’ire al gioire. MARTE CORO PRIMO e SECONDO 1305 Sdegni fuggite dal petto mio. ‹DORICLEA› Se ben mai non mi vide questa città. la mia face accenderà. io spargerò. onde m’involo a le regie adunanze. e s’Artabano andrà per castigar de’ tuoi fedeli il ribellante ardir. Di già la Media allaga lo Scitico torrente. di già la meda gente a la fiamma s’invola ed a la piaga: Semi di guerra apporterò. a le paci. Eurinda. DORICLEA.

traditore. O sopra umane forme del regno de le stelle cittadine più belle. Deh voi. mio ben. o luci luminose. lo sa bene il mio core che vive salamandra in tanto ardore. de l’empio Assiro prigione io ti rimiro? Dov’è lo scudo e l’asta? Chi mi dà l’armi olà. stanchi di lagrimar l’angosce mie. SABARI 1355 Osservai che qui venne la mia bella Reina. indarno io grido. cortesi. superbissimi Astrei. ohimè. dove ella andò? Ditelo. Dove il piede drizzò? Ditelo. vi prego. o ciel. DORICLEA. V’annodin sempre adamantini serri. invece d’apportarle a lui secrete a l’aere le gettate e disperdete? Ne le concave rupi Eolo vi serri. piante. Avide labra mie. ohimè. l’Assiro. Che vaneggio infelice? E quai mi detta funesti auguri il duol? La speme sia de l’egro spirto mio medica pia. o venti. Indarno. Eccola. o zefiretti a me. Ma lasso io non la miro. urne del pianto. ‹Si addormenta.1320 1325 1330 1335 1340 1345 1350 A che bado? a che penso? E la memoria puote essercitarsi in cose così leggiere e vane e abbandonar Tigrane? Fuggi. che dolcemente dorme. non pon gl’accenti miei giunger dove tu sei. Ma che sarebbe mai se lo baciaste? 213 1360 1365 1370 1375 . al mio consorte. lascialo. queste voci dolenti. egl’è nostro nemico. Ohimè Tigrane. di mille fiori in sen lasciano il die. e qui vegn’io per narrargli le pene e il pianto mio. ritorni in libertà il mio caro signore. ohimè fuggilo dico. aurette. Dove.› SCENA SECONDA SABARI. Ah plebe degli dèi. Ma qual oblio di Lete m’alletta i sensi al sonno e a la quiete? I lumi. voi arrecate. voi dal sonno ecclissate ancor vibrate fiamme amorose. raffrenate le brame. baciar non lice a l’ombre il volto al sole.

Tu..) Si chiama l’empio e lo spietato Amore. no. Quivi a che vieni? E quale aggiacciato timor ti fiede il petto? Un mio fiero nemico d’arco armato mi segue per rapirmi la vita. Vedilo.› Sabari? Ohimè.. È parta o pure armena? Tu quella sei che m’ardi co’ raggi de’ tuoi lumi. de’ miei cocenti ardori. da voi baciata sia quella dolce bocca ed odorata. se mai più tant’ardisci spegnerai con il sangue il foco osceno ed ogni accento ti sarà mortale. 214 . aita. che l’ali porta agl’omeri ’l crudo . via. Come? (Fugga il timore. e mi consumi: so che da te. bella guerriera.. No. l’uccido... Seguiamlo.. Doriclea. Concentra nel più cupo del seno sì temerarie voci. ben hai l’infame spirto a par del volto adusto. che non gustò giamai timido core le dolcezze d’amore. mia Reina. Doriclea. Sù sù. Ami tu dunque? Adoro. ‹Doriclea si sveglia. baciate. Fors’è questi un augel? Tu mi schernisci. Me n’avidi ben io che tu scherzavi. Chi? Tu vuoi sapere troppo de’ miei dolori. mia diva. ma come ei ti mirò veloce egli fuggì né pugnar teco ardì. Dov’è costui. Rapido va così che sembra alato. E qual è la tua dea? Tu. dillo.. Qual importuna tema vi sconsiglia ’l baciar? Via.1380 1385 DORICLEA SABARI DORICLEA SABARI 1390 DORICLEA SABARI 1395 DORICLEA SABARI 1400 DORICLEA SABARI DORICLEA SABARI DORICLEA SABARI DORICLEA 1405 SABARI DORICLEA SABARI DORICLEA SABARI 1410 DORICLEA SABARI DORICLEA SABARI DORICLEA SABARI DORICLEA SABARI 1415 DORICLEA 1420 1425 Voi non siete Ceraste per destarla co’ morsi e avvelenarla. Dillo. Chi? Tu l’amata mia conosci ed ami. che chi dorme è un defonto e nulla sente.. Come s’appella? Amo. vilissimo plebeo di cento morti reo: scelerato. baciarete pian piano e lievemente. chi fu? T’adirerai s’io il dico? No.

amiamo. e che sarà? A scherzi lascivetti. il mio piè giamai te 215 . Voglio provar anch’io che cosa è amor. Voglio che sia l’anima mia. 1445 1450 1455 1460 1465 SCENA QUINTA ORINDO. più pazza io non sarò. amare io vo’. infido. ‹SABARI› 1430 Perfidissimo servo e disleale? Geli. amare io vo’.perfidissimo servo e disleale. e che sarà? Se quest’Amore apportatore è di piacere. e di già fiamme ei spira. mio core. amare. ‹Se ne va. 1435 SCENA QUARTA Altro cortile del palagio supremo d’Artassata. tra gioie vere si goderà. amiamo. Dal seme omai de l’ira l’odio germoglia e nasce. Sù sù. il mio diletto un giovanetto che sceglierò. geli il tuo petto. MELLOE. 1440 ‹MELLOE› Voglio provar anch’io che cosa è amor. Sù sù.› SCENA TERZA SABARI. Ciascuna “ama” mi dice. mio core. spezzisi il laccio indegno. Di questa dispietata al sen gelato. ingrata io t’aborrisco e d’averti adorata inorridisco. amare io vo’. ORINDO 1470 Cupido. Ciascuna “ama” mi dice. MELLOE. a le lusinghe del vago Ciro e de la bella Eurinda ohimè ch’il sangue mi s’accende e bolle. Ogni donzella sciocca m’appella perch’a un sembiante di vago amante mai diedi il cor. divenuto gigante entro le fasce. amante vilipeso e disprezzato. d’amor trionfi in questo cor lo sdegno. O quattro volte folle chi non prova in amor la sua fortuna e del suo dolce vuol morir digiuna.

intero. s’altra m’alletterà. vuo’ trar piacere senza adorare superba beltà. O Melloe mia. tra noi non sia mai gelosia. quasi. senza alcuna tua doglia appagherò mia voglia: questo sarà senza tormenti vero piacer. tienlo per te: si può bene gioir col core in petto senza farci d’amor schiavi penanti. tu vaneggi. (Cotesto suo pensiero non mi dispiace invero. non temo lui né quanti equali sui tormentano i dannati entro gli abissi. voglio godere.) Vedi. parlo. che ’l dissi: odi. godiamci e non ci amiamo. Non vo’ penare. (Che sa costui d’Eurinda?) Cha parli? che vaneggi? O fai la semplicetta. vorrei donarti il core intero. Cupido. senza lamenti vero goder. Egl’è.1475 1480 seguirà. godendo e non amando. se noi felici esser vogliamo. (Vo’ scherzar con costui. Non voglio amar da fiera. S’altri ti piacerà. egli è un dio che punisce chi l’offende e schernisce. il mio piè giamai te seguirà. MELLOE Che mai ti fece Amore che così lo disprezzi? Orindo. l’accoglierai come vorrai.) Se d’amor tu non fossi nemico così fiero. 216 1485 ORINDO 1490 MELLOE 1495 ORINDO 1500 1505 MELLOE ORINDO 1510 1515 1520 MELLOE 1525 ORINDO MELLOE 1530 ORINDO . questo consiglio prendi un poco da me: non dar ad altri il cor. infido. tutte così fanno le donne grandi d’oggidì. parlo d’Eurinda che di Ciro s’accese. E poi tradirlo tu com’ha fatto Farnace Eurinda infida? Mentecatto colui ch’in voi si fida. vo’ ritrovar amante ne l’affetto costante. non mentirei se ti dicessi che tutte. non t’arrossir ch’il tutto è a me palese. Melloe.

Orindo. ti prego. voglio far le vendette del mio signor sprezzato. Orindo.. è ver. Taci. io salirò il palagio per ritrovare o la Reina o ’l moro. l’ama Ciro? Più che le sue pupille. o Ciro. ma te lo dico.1535 MELLOE ORINDO MELLOE ORINDO MELLOE 1540 1545 ORINDO MELLOE Come sai tu di quest’amori? Il tutto udii nascosto e intesi. il cavaliero io miro. saranno ancora Sabari e Doriclea. Ma dimmi. bramo sì di mirar l’amata moglie ch’ogni timor l’alto desio discioglie. che farai? 217 1565 TIGRANE 1570 1575 FARNACE 1580 TIGRANE . o crudel. Pera Eurinda incostante e Ciro ingrato: or che Melloe costoro insieme aduna. Libidine insaziabile ha costei.. Precipita gl’indugi. ad accusarli al Re vo’ gir veloce. in secretezza. Tu qui m’attendi. 1555 SCENA SETTIMA FARNACE. o stolto. Ma s’ella fosse estinta. il pianto: se alcun ti ravisasse. SCENA SESTA ORINDO. principessa sì grande e così bella? Ella. o quanto a venir tra perigli. ogni momento se lo vorrebbe a canto ed or m’invia a ritrovarlo e ricondurlo a lei. farò ch’ei li ritrovi in sugl’amori. E chi vuoi tu che non amasse. O scelerato. dimmi. siamo tra parti. ma che sospiri? Il mio regno ch’è servo e ch’invan. colpa di tua fierezza. FARNACE TIGRANE 1560 FARNACE Quivi alloggiando il Re. il loco le tue querele a raffrenar t’invita. sù sù paghino il fio de’ loro errori. va’ tosto e tosto riedi. da mal cauti consigli nasce sovente il precipizio. TIGRANE. ti salverebbe? Chi vuoi tu mai che raffiguri e noti fra tante squadre e tante sotto partiche spoglie il mio sembiante? Ne l’Iberia io potea attender Doriclea da te condotta. taci. Ti lascio. e che sarebbe? Qual umano poter da’ ceppi indegni. Aspetta Ciro. ‹ORINDO› 1550 Chi tradisce Farnace ne’ tradimenti suoi cada tradito. o quanto errasti. ma non avrei mai potuto soffrir tanta dimora.

. la mia caduta opprima o l’adultera moglie o il Re lascivo.1585 Ombra fra l’ombre di seguir tu l’hai. Troppo. de l’opre mie voi testimonii invoco.) Amor la fece nota. già che le trecce l’occasion mi porge. Vive la mia consorte? Io son Tigrane. Oh Doriclea spietata. TIGRANE. Che. Sabari? Le leggi maritali sprezzò la tua Reina. il nero di Doriclea custode. ma qual nume avverso ti fa errar fra nemici? Sovrasta ogni sciagura agl’infelici. Col tacer tu m’uccidi. è stata sotto manto viril sempre celata? (Di questa sconoscente vendicar mi vogl’io. e che fia mai? O Giuno.. SCENA OTTAVA SABARI. Per condur Doriclea ne l’Iberia qui vengo. o dio. di lui privo. abborro d’esser vivo: ascenderò il palagio ed a dispetto de le guardie Reali chi l’onor mi trafisse e deturpò con ferite mortali ucciderò. 218 . abissi. SABARI La superba bellezza che sdegnò le mie fiamme vedrà quanto potranno in alma delicata i suoi disprezzi. ora d’inferno con qual opre oscuri i scorsi lustri tuoi limpidi e chiari? Lasso che sei? Che dissi? Profondatimi. o Sabari. o dèi ch’a talami assistete. O signor? Vive. ohimè. Ohimè. Cieco furor mi ti consacro e dono. che dissi? Amor la fece nota? Ohimè. Ecco l’arabo. troppo ho dett’io. Odio non è maggiore di quel che nasce da un corrotto amore. Tigrane io più non sono. 1590 TIGRANE SABARI 1595 TIGRANE SABARI 1600 TIGRANE SABARI 1605 TIGRANE 1610 SABARI TIGRANE SABARI 1615 TIGRANE SABARI TIGRANE SABARI TIGRANE 1620 1625 SCENA NONA SABARI. che narri? E le notti festosa tragge con Artabano amante amata. or dimmi. ch’intesi. voi dite a questo Re se gl’imenei casti gli riserbai sin che potei. 1630 ‹SABARI› O Sabari. Sabari? Chi sei tu? Non mi soviene d’averti mai veduto. E a chi la discoprì? Rispondi. Cieco furor mi ti consacro e dono.

che sei? Che dissi? Profondatimi abissi. con il loro splendore m’hanno abbagliato sì ch’altre vaghezze rimirar non poss’io fuor che le tue divine. Se per me vivi.) Poiché v’ho unito. fui. io son pur troppo avvinto. negar nol voglio. lieti scherzate. anima mia. i baci accoglierà l’anima amante. MELLOE. io parto. o bella. o mio tesoro. esser da me schernita? paventi ch’il mio foco. idolo mio. DORICLEA. per penitenza de le tue colpe. caro il mio Ciro. fosti correo degli misfatti loro? Sì. giusta e severa? Lasso. EURINDA DORICLEA EURINDA 1655 DORICLEA EURINDA 1660 DORICLEA 1665 Ben mio? Mio cor? Lontano sempre da me dimori? vuoi tu forse ch’Eurinda provi sferza crudel de’ tuoi rigori? T’amo più che me stesso. 219 1670 1675 EURINDA DORICLEA EURINDA DORICLEA EURINDA 1680 . 1650 SCENA UNDECIMA EURINDA. conosciuto il lor valore. amanti. sia finto? Ah vezzosetta. Se tu m’ami. gl’apporterà per medicina al core. non vo’ ch’i vostri vezzi destino in me prorito e pizzicore già che non ho amatore che m’abbracci e accarezzi. e l’alma. DORICLEA MELLOE 1645 (Per non sembrar scortese convien al mesto addolorato core mentir piaga d’amore. Dimmi. io t’adoro. DORICLEA. se ti dettasse amore note sì dolci al mio languente core. Che temi tu. gl’occhi tuoi mi feriro. e bramo eternamente esserti appresso. ma dimmi il ver. SCENA DECIMA Stanze reali. bacia a me la bocca. e chi m’avvinse in testimonio invoco: chiedilo a tue bellezze se puote Ciro simular l’ardore. Dunque. O fortunata amante. mia vita. io per te moro. voglio anch’io dentro un seno esser accolta.1635 1640 Quale tragedia fiera rimirerà per mia cagione il mondo? In qual loco m’ascondo a la spada d’Astrea. ma giurai ben al cielo di non esser più stolta. EURINDA.

ah furia. farò de’ baci i tuoi desir satolli. e dove gl’apprendesti mai? Ne la scola d’Amore da un labro precettore. disonesta donzella. De’ più dolci vorrei. me li saprai ben dare. omai di tue lascivie è pieno il mondo. perfida Doriclea. femina lasciva. Proviamli tutti ad uno ad uno. Tigrane? Ch’ascolto? Meraviglie. ah mostro orrendo e immondo. DORICLEA. Io perfida. o idolatrato nume. ORINDO ARTABANO 1710 Ecco i drudi sfacciati. amor mio. DORICLEA. O dèi. in femine si tramutano gl’uomini? A me son note le tue colpe impure. che la difesa del tuo vago or le scopre e le palesa. languidi e molli. SCENA DUODECIMA ORINDO. fermati. 220 1725 1730 . Ma come i brami tu. io per me bacerei: o vaga Eurinda. Ah. e Ciro è Doriclea? Oh che prodigi. EURINDA. ma dopo il bacio. Qual congiure son queste? Egli è de’ miei. 1715 SCENA DECIMATERZA TIGRANE. indegna donna d’esser nata Reina e d’esser viva. malvagia. né le puoi tu negar. o pur fieri e mordaci? vuoi tu che neghittosa stia la lingua amorosa o la desii ne la tua bocca bella tutta ristretta in sé guizzante e snella? Ohimè quanti ne sai? e dove. come vuoi. Fermati. Quest’è Tigrane. ORINDO. signore? Pur troppo io son quel misero tradito da la tua fede ingannatrice e rea. con diletto maggiore entro le piume. Bacisi. ho per sorella una che de l’infamia è fatta preda? O del sangue d’Arsace empia rubella. che si farà? Ritornaremo ai baci insin ch’i sensi potranno in lor capir tanta dolcezza. Ohimè.1685 DORICLEA 1690 EURINDA 1695 DORICLEA EURINDA 1700 DORICLEA EURINDA DORICLEA 1705 S’altro non vuoi che baci. che predo la gloria. io lascio a te baciare. ARTABANO. sei tu. Ah fera. traditor. EURINDA. i lor trofei l’impudico tu’ amor con fiamma impura? Io. così tu gl’avi imìti? O pur così procura d’incenerir. ARTABANO. 1720 TIGRANE DORICLEA EURINDA ARTABANO TIGRANE DORICLEA TIGRANE DORICLEA ARTABANO EURINDA ARTABANO ORINDO TIGRANE 1735 Chi mi tolse l’onor lasci la vita.

contro di te 221 1775 1780 EURINDA DORICLEA 1785 1790 .DORICLEA ARTABANO EURINDA 1740 TIGRANE 1745 DORICLEA TIGRANE 1750 DORICLEA TIGRANE 1755 DORICLEA TIGRANE 1760 ARTABANO 1765 TIGRANE 1770 A così enormi accuse gela il sangue repente e impetra il cor pudico ed innocente. in che peccai? La prudenza raffreni. Ammutisci. O casi. So che per goder tra delizie e paci l’amante usurpator del regno mio vorrai ch’io mora. trionfa e godi. SCENA DECIMAQUARTA DORICLEA. O cieli. Non ti conobbi. O fortuna. de l’adultero tuo. vile servo de’ sensi e non signore. dolcissimo marito. Tigrane. sempre te solo amai. E tu. così tu mi schernisci. Ah taci. malvagia. fortuna. Tigrane. oh dio. in che peccai? Amerà prima la natura il vuoto. Ma spirto errante e crudo con le Ceraste e con le tede ardenti t’agiterò tra gl’impudichi amori e con larve ed orrori io renderò funesti i tuoi contenti. pria de le sfere arresterassi il moto. ne l’abito mentito. alzar gli umili e calpestare i Regi. donna infedele. valorosa Reina. sono i tuoi studi egregi. DORICLEA Ne le vene gelate disciolgasi l’umor. errò la mano e lei l’occhio ingannò. vado ai ferri ed a la morte. EURINDA. malvagia. in che peccai? De l’innocenza mia senti le grida: io ti fui sempre fida. Tigrane. Amor crudele. crudo tiranno. Ammutisci. Che parli. malvagia. voci gridate. Tigrane. uno spirto nemico di tradigion la spinse. del tuo nemico prigioniero il marito. che rea di colpe tali io sia giamai. perversa. il tuo cordoglio. con l’Armenia mi togli anco l’onore? Tra le miserie sue costui delira: conducetelo altrove e custodito sia con occhiuta guardia entro il palagio. ohimè che parli? Ammutisci. Vado. odi. no. così tu mi ferisci? Ecco. la giustizia del ciel vendicatrice sarà un dì de’ miei torti: o traditrice.

Ohimè ch’ascolti Eurinda. così ingannasti un core? con qual arti novelle di crudeltà. i tuoi natali miraro. EURINDA. ch’io non estinguerò giamai l’ardore. bellezza più gradita. in che peccai? SCENA DECIMAQUINTA EURINDA.1795 a difesa del Re: d’accusarmi nocente di lascivi delitti con fallaci argomenti ragion. Riedo al nodo mio primiero. Ma che? D’altra invaghito di lasciarmi son questi mendicati pretesti: segui pur. qui giunto a pena. per qual cagion da me volgesti il piede? Perché da la tua fede leggiera ed incostante foss’io deluso. O stolto chi mai crede che sia femina amante. FARNACE 1815 EURINDA FARNACE EURINDA 1820 FARNACE Sventurato Tigrane. il finto Ciro. 222 EURINDA 1825 FARNACE 1830 EURINDA 1835 1840 . t’amerò più che mai benché tradita. crudel. come de la tua stirpe. discortese. d’una volubil dea miserabile essempio. gl’amori tuoi mi furo: or del tuo Ciro amato la strana metamorfosi sospiri e con Amore ingannator t’adiri. 1805 1810 SCENA DECIMASESTA FARNACE. ragion non hai. Noti. Amai con puro affetto. Potea chieder ben io mercede a l’idol mio. lascio l’ombra e seguo il vero. Stille abondanti e pronte di dolce umor per il mio ardor sperai d’arida fonte. Tigrane. credo. ‹EURINDA› 1800 Cupido traditore. ne’ più crudi aspetti Marte o Saturno apportator de’ mali. la libertà usurpi a le donzelle? Riedo al nodo mio primiero. crudele. chi t’adora infedele? Estinta tu mi vuoi. lascio l’ombra e seguo il vero. Farnace? Eurinda? E dove.

no più nostri diletti amareggi gelosia: bella fiamma. FARNACE Deh rasserena il ciglio. in breve tutte vedrai quelle province arse e distrutte.FARNACE 1845 EURINDA 1850 FARNACE EURINDA FARNACE EURINDA 1855 EURINDA. o cara vita. da la forza domato. non versar più. volto idolatrato. spirito sì guerriero. e vo’ di questa gente drizzar alti trofei sin sui monti Iperborei e sui Rifei. Io son placata. Surena. No. Sei più meco adirata? Mi credi tu innocente? Sì. SURENA. MESSO. ti prego. udisti. Per adornar lo Scita le nostre tempie di novelli allori suscita risse e semina rumori: ah ch’a le sue ruine egli m’invita. a noi partir conviene da le regioni Armene. dolce foco. 1860 ARTABANO SURENA MESSO 1865 O donna gloriosa. voglio che corra sangue la Volga. mio tu sei. e se tu non reprimi con l’armi tue famose e fortunate l’ardir suo temerario. cor sì fiero. ARTABANO. Ch’io seguace sia mai d’altra beltade? Pria da l’artico polo lungi s’aggirerà la calamita ch’io per altra te lasci. il Tanai. il Boristene algente. Chi avrebbe mai creduto in sesso imbelle tant’ardir. le porte ferree a l’improviso sforzate e prese ambe le Medie. SCENA DECIMASETTIMA Appartamenti d’Artabano. o quante quell’oste in sé contiene. tu m’avvivi. oh quante schiere. tu mi bei. Perché mi strazi tu di gelosie con sospetti mendaci? Perché fervide troppo aventa nel mio petto Amor le faci. Sire. conservar poss’io sotto l’impero mio? D’Armenia i capi alteri ch’indurre a ribellion posson l’insana e volubile plebe 223 1870 1875 ARTABANO 1880 1885 1890 SURENA 1895 . tu sei mia. inonda lo Scita audace. i tumidi torrenti e le lor vene non hanno a la sua sete umor bastante: il barbaro inumano ciò che la spada sua svenar non puote sacrifica a Vulcano. or con quai mezi questo novo regno. sopra l’anima mia calde rugiade. ch’ancor da le sue piaghe distilla il sangue.

Empii consigli. de la grandezza tua zelo ed amore. non è Re ma tiranno. ella tua fia. te la chiede Farnace. ARTABANO Quel Re che non imìta ne la clemenza Giove qual sì prodigo piove a l’ingrato mortale i suoi tesori. puoi deporre lo scettro e terminare di dar leggi a la Partia e di regnare. ma non ho cor sì di fierezza cinto ch’offender possa un infelice. ARTABANO. signore. Tigrane e Doriclea fian qui condotti. Ben a ragion si spande del tuo nome la fama altera e grande ovunque bagna il mare e splende il sole. no. Politica sì barbara e sì fiera i miei regi antenati non mi lasciar col regno. intenta sempre a sollevar quei stessi che giustamente ha la mia destra oppressi. No. chi con tal arte impera è di corona indegno. possedi pure ciò che ragion di guerra a te concede. pietade d’un povero geloso. Prencipe illustre. Ad obedirti io vado. Generose parole. ma chi a resister da l’audacia è spinto desta a’ suoi precipizii i miei disdegni: tale tu fosti. A l’Armenia ti dono. 1930 SURENA ARTABANO Or or sarà qui la guerriera addotta. FARNACE. un vinto. Tigrane. FARNACE. Se disposto foss’io di castigar Tigrane. io diverrei pietoso.ARTABANO SURENA 1900 ARTABANO 1905 1910 SURENA tosto insieme raduna e li recidi da’ busti loro e il Re prigione uccidi. degno ch’i giusti e vindici rigori l’alta divinità drizzi a suo danno. 1915 FARNACE 1920 ARTABANO 1925 FARNACE SCENA DECIMANONA SURENA. ma in questo petto annido alma indulgente. a chi s’umilia io lascio i regni. e vinto e prigionier ti mira il mondo. E i dèi? Quando hai del Ciel rispetto. Ciò mi fa dir. bastami averti doma l’alterezza natia. SCENA DECIMAOTTAVA ARTABANO. a tue richieste. TIGRANE. a’ doni riconosco il donatore: non vo’ che intercessore 224 1935 1940 1945 TIGRANE . Artabano. e tale de le sciagure immerso insino al fondo. Ora contro di te rigidamente le tante mie vittorie usar potrei.

SURENA. Testimonio son io del regio detto. Avrebbe ucciso il core la destra avezza ad onorate imprese s’ad impudico amore avesse dato il traditor ricetto. già che per tua mercede al regno io torno. che possa oprar per te gran cose un giorno. un vezzo. perdono. FARNACE. Che t’indusse a formar queste menzogne? Contro di lei concetto ingiusto sdegno. Io giuro a quel Tonante. originaro quasi i tuoi tradimenti calamitosi e tragici accidenti. Troppo credulo sei. scelerato. che mai per Doriclea conobbi Ciro. È la tua Doriclea casta e innocente. ma se seppi tradire. 1970 FARNACE ARTABANO SABARI TIGRANE ARTABANO 1980 TIGRANE SURENA 1975 SCENA VIGESIMAPRIMA TIGRANE. Tigrane amato. l’avrei mandato fuori in largo rio. io t’oltraggiai.1950 FARNACE ARTABANO 1955 TIGRANE 1960 SURENA TIGRANE sia stato di Tigrane a mieter glorie avezzo de la moglie impudica un bacio. Bellicosa Reina. Agl’amanti spergiuri il ciel perdona. Se ne vien Doriclea. Fermati. ti concedo il tuo caro e a lui libero lascio il soglio armeno. pentito de l’errore saprò con questo ferro anco morire. SABARI 1965 Parti degl’odii miei furo i finti adulteri. errai a creder macchia impura in una stella. Quanto la gelosia puote in un petto. Le memorie infelici si profondino in Lete. or gl’impressi pensieri cancella da la mente. supplicio più crudel mertan tue frodi. SABARI. FARNACE. or siamo amici. SCENA VIGESIMA SABARI. Omai sotto il sereno 225 1995 TIGRANE ARTABANO 2000 . disserrate le vene. Testimonii nemici io non accetto. io sono un traditore. ch’ode le nostre voci sin dal superno giro. ARTABANO. errai tradito. io non vo’ su le chiome vergognosa corona. Io sono innamorato. O perfido Sabari. DORICLEA. Giove mi dia talento. ARTABANO. TIGRANE 1985 DORICLEA 1990 Innocente mia bella. se fosse stato infetto d’amoroso veleno il sangue mio. SURENA. TIGRANE. EURINDA.

SCENA ULTIMA Varie prospettive di villaggi e di cittadi Armene. I falli. la PACE. FARNACE 2030 DORICLEA. Eurinda. Tu che fecondi i desolati campi. a’ scherzi amorosi.. non più contro mortali s’adopri spada e scudo. la luce a l’ombra succede alfin. si cangia e muta insino il destin. Agli strali. TIGR.. agli strali. A le faci. Fortunato marito. non più Marte prepari i suoi furori. TIGRANE 2035 EUR. e non temete mai di nemiche offese: sempre a vostre difese l’invitta mia fortuna e l’armi avrete. Sabari. scendi su questi Armeni amici lidi 226 2045 CORO 2050 VENERE 2055 . ciascun ritorni ignudo. in un letto ti avrebbe dato Ciro anco diletto. Cessati i martiri torniamo a’ riposi. TIGRANE d’un pacifico cielo regnate.. FAR. Nel mare d’amore al porto approdiamo. Eurinda mia: se per l’aureo mio trono il tuo sangue versasti. i falli miei sol degni sono di trovar inclemenza e non perdono. Impensati accidenti e fortunati sciolti i nodi servili hanno agl’armeni. gode la libertà chi fu soggetto. Vivremo noi sotto gl’auspici di te felici. d’usbergo il petto. Doriclea? Doriclea? Misera me se povera d’amori altr’amante che Ciro io non avea. non potea darmi il Cielo imeneo di più pregio e più gradito. VENERE.2005 DORICLEA. non più d’elmo le tempie arminsi amori. il mio ti dono. al duolo il canto. al ferire de’ cori. VENERE 2040 Non più d’asta la man. Coro d’Amori. DOR. premio de’ merti tuoi ora divenga e fia la progenie d’Arsace. torni la stella mia d’oro a’ baleni e ad influire i suoi tesori usati. Valoroso Farnace. Forse. festosi godiamo. Fra cotante allegrezze non siam di grazie avari: a le tue colpe perdoniam. 2010 ARTABANO 2015 FARNACE TIGRANE 2020 SABARI EURINDA 2025 DORICLEA EURINDA. tu ch’apporti ogni bene ove t’annidi. Il riso al pianto. agl’ardori.

Una fanciulla nelle tende de’ Parti. e sento un certo che che tosto al cor mi va. quel lieto dì. tosto dal petto m’esce un sospiro e sento un certo che che tosto al cor mi va. sono state composte per dilettare gl’uditori e per aggradire a’ rappresentanti. e sempre al fianco duo ne vorrei. 2065 LETTORE Questa scena. Co’ fanciulletti bei mai di scherzar mi stanco. a’ lampi. ove conviene ch’ascolti tante morti e tante pene. LA PACE 2060 A la discesa mia da questi climi armeni il ciel si rassereni. cantata dopo la terza dell’atto primo di questa favola e le due seguenti poste in quella del “Titone”.da cui fuggisti al suon de l’armi. assai più di cento baci da sua bocca avrò. ricevo il dono e lo ribaccio. sospiro afflitta e piango priva d’ogni conforto. bramo in un dì di crescere così. che satollar potrò la volontà. né saprei dir io già che cosa egl’è. che noi per gire da quest’aere al polo de’ nostri cigni ora spieghiamo il volo. ‹FANCIULLA› Sfortunata quell’ora che con la madre io venni a’ servigi d’Eurinda tra i disagi e tra l’armi. sen verrà quel dì. ond’io che gran contento provo in esser baciata bramo. Mi sembra sì gentile questa forma de l’uomo che senz’alma rimango. Verrà pur. Vorrei che destinato avesse il Cielo che lontan da le risse egli solo nascesse e mai morisse. 227 . S’alcun mi dona un bacio scortese anch’io non sono. né saprei dire io già che cosa egl’è. Quando incontro e rimiro qualche bel giovanetto. Parmi d’avere inteso che per lui nata io sono e che quando sarò grandicella. tornin fertili. si rallegri la terra. amene dal foco de la guerra l’incenerite arene. quando ch’a dire ascolto: «Il tale è morto».

1645. Coro di Innadi. 229 . Illustriss. Dell’Illustriss. LA GELOSIA. | Presso Francesco Valvasense. Teatro S. | Con lic.GIOVANNI FAUSTINI Il Titone (Venezia. Sig. FLORA. S. acciò non resti incenerito da’ fulmini dell’Invidia. ha per Tifi e per Palinuro la prudenza civile. e Privilegi. Sig. Gerolemo. S. Teme più questo eroe cacciatore i Momi del presente secolo che le fere più rabbiose del frigio Ida. Coro di matutini crepuscoli. 1645) IL | TITONE | DRAMA | PER MUSICA. Illustrissima bacio le mani. Coro di venti occidentali. Appoggio agl’allori crescenti di V. CALISTO amadriada. Illustriss. S. perciò ricorre alla protezione di V. | IN VENETIA. Cassiano. Servitore Giovanni Faustini INTERLOCUTORI PASITEA. L’AURORA. ALL’ILLUSTRISSIMO Signor Patron Colendiss. il Signor ALVISE DUODO. S. AURA PRIMA. Illustriss. il mio Titone. Fu dell’Illust. | DI | Giovanni Faustini. come quella che in una età giovanile nel procelloso Egeo della vita in cui l’umanità trascorre da mille turbolenze agitata. AURA SECONDA. Illustriss. IL SONNO. più orribili di quelli che formano i suoi molossi. Alvise. de’ Sup.. S. Prologo. Di V. quale le presagisce le porpore più illustri che ammantano quei saggi che con politica inimitabile rendono eterna questa gloriosa republica: spero di essere ossequioso ammiratore di questi avverati vaticini ed a V. Non potea meglio ricoverarsi questo giovane semideo che sotto la grazia di V. sicuro di non rimanere atterrito da’ loro latrati. ancelle di Flora tacite. Coro di amadriade. Si comincia la favola nelle selve Idee e si termina ne’ giardini di Flora. ZEFIRO. TITONE figliolo di Laomedonte Re di Troia. Divotiss. taciti seguaci dell’Aurora.

mi parea. t’accuso di perfidia e di frode. Che ti val. che ’l mio ben mi rapite. mio core tu da bugiarde forme allettato. essere del tuo nume la sospirata dea s’in oziose piume egli sommerso ognora tra’ sonni suoi dimora? Apri gli occhi ecc. l’AURORA. e l’anima traea da quei baciati e molli soavi rubinetti 230 5 10 15 20 25 30 35 PASITEA 40 45 50 . Vezzeggio chi non sente. misera.PROLOGO Abitazione del Sonno. SONNO 55 Or di baciarti a punto. mio bel sposo sonnacchioso. l’ombra vana e fuggace? Ahi de le larve istesse mi fa gelosa Amore: dimmi. Empio Morfeo. un cadavere abbraccio. che ’l mio ben mi togliete. ne le braccia ti stringo e tal dolcezza io provo con la tua finta imago che sonni eterni di dormir son vago. apri gl’occhi amorosetti. bella mia. Pasitea. partite da quelle luci amate che rendete ecclissate. Apri gl’occhi amorosetti. ei dorme. per te resta deluso il tuo signore e mio. dimmi. SONNO O di quel foco in cui ardo e vivo felice facelletta e radice. ed io per il tuo falso oggetto una statua di carne ho sempre in letto. Dunque vie più del corpo l’ombra t’alletta e piace. ed io. amoreggio un defonto. altri che te non veggio. dar ti vo’ de’ baci eletti. Apri gl’occhi ecc. partite omai. PASITEA Importuni letarghi. sempre tra’ miei riposi con te sogno e vaneggio. chiamo chi non risponde.. il SONNO. PASITEA. Apri gl’occhi ecc. ho sete in mezo a l’onde. ti bacio e ti lusingo.. che dormi? O pena.

ah non dormire. destato da’ suoi sonni.. son desto. a la tua cara speme. de le sue ambrosie mai si sazia il core. aita avrai. ch’immerso e profondato da te resti desio ne l’onde de l’oblio. ora ritorno. sarà breve il soggiorno. O quanto è dolce amore: credo che lo compose schiera d’api da’ succhi de’ gigli e de le rose. vado e riedo. Son violenze queste e non preghi. e tosto del tuo trionfator trionferai.PASITEA 60 SONNO 65 L’AURORA 70 75 SONNO 80 L’AURORA 85 90 SONNO 95 100 PASITEA 105 110 sovraumani diletti. i baci tuoi già la mia bocca aspetta. che mai più non possa egli volar da me. Deh per l’amor che porti. Questi rapir vogl’io. Mentre amante assetata il labro inaridito accosto a la bramata acqua amorosa. il mio nume. colomba mia diletta. ferisci. Vo’ che provi qual sia differenza in baciar bocche sognate over labra veraci e innamorate: voglio farti sentire. o Sonno.. Or ch’io godea. Pasitea. mordi. o grato Sonno. 231 115 . Amo Titon crudele. quando torna vogl’io così tenacemente incatenargli il collo con queste braccia. Tosto in grembo l’avrai addormentato. inventa novi baci. influssi di conforti ognor sovra di voi la bella Citerea da’ giri suoi. ella da me sen fugge e nel fuggir vie più m’asseta e strugge. che dormi? O pena. ed or ch’egli infestando lungi da’ suoi custodi sen va le fere idee. amanti amati. alma guerriera. il cui seno aggiacciato resiste ad ogni ardore e rende ottuse e inermi le quadrelle d’Amore. drizza le piume. figlio del Re Troiano. che l’ombre uccidi col vibrar de’ rai. Grandini. o del Sole lucidissima nunzia. ohimè. Chiedi pur quanto brami. concedi breve aita a la mia fé schernita. m’esce di grembo e altrove spiega. pungi. Baciami pur.

son leggiadra. Vagheggia. volano l’ore. Altri chi ’l vago mio. ogni fierezza. Son bella. O quanto è dolce amore. non amar chi ti disprezza. tributario il tuo bel viso solo sia di chi l’apprezza. e che giova s’a l’amoroso mal non ha rimedio il cor? Se mai ti prendo ecc. CALISTO. vo’ spennacchiarti l’ali. Scioccarella quanto bella. Scioccarella quanto bella. Amor voglio spezzarti i strali. non amar chi ti disprezza. vo’ spennacchiarti l’ali. sorelle. voglio spezzarti i strali. vieni tosto a libare da due labra vezzose uniche gioie e care. Non far. invan lusingo e prego. vagheggiata semplicetta ostinata. non tardiamo a goder. ATTO PRIMO SCENA PRIMA Selva Idea. CALISTO Se mai ti prendo. crudel. Perché. 130 135 140 145 SCENA SECONDA Coro di amadriade. non far. benché crudo egli sia. ch’un rio martire eterno quasi gelido verno con oltraggiosi algori 232 150 CALISTO 155 CORO 160 CORO PRIMO 165 . riedi. Amo fiera beltà.120 125 O quanto è dolce amore. al riso. Calisto. al vezzo. CORO Non amar chi ti disprezza. torna al canto. Amor. Se mai ti prendo. e che mi val. amar non posso e non vogl’io: del mio caro Titone ogni scherno m’è dolce. invan chiede pietà l’acerbo mio dolor. Riedi. perché vuoi tu ch’adori un angue? Dunque senza mercé dovrò languire ognor? Se mai ti prendo ecc. CALISTO. mia vita.

170

175 CALISTO 180 CORO SECONDO

185

190 CORO PRIMO e SECONDO CALISTO 195

200

CORO PRIMO e SECONDO CALISTO

205

ti dissecchi nel volto i freschi fiori. Con fervido amator passa contenta i giorni degl’anni tuoi nel fior, che colei che non gode in su l’età fiorita piange il perduto ben vecchia aborrita. Odia colui che t’odia, ama chi t’ama. Vagheggia, vagheggiata semplicetta ostinata. Amor, cieco a’ perigli, non riceve consigli; languisco amando, godo penando. Ah se tu fossi accolta da desioso amante dentro il seno una volta, diresti ben, pentita de la passata vita: “Pazza colei che versa lagrime e getta l’ore d’intenerir sperando d’un vivo sasso il core.” Fuggi chi ti disama, prova quel ch’è gioire, ama chi t’ama. Vagheggia, vagheggiata semplicetta ostinata. Clizia del sol ribelle pria diverrà ch’io drizzi ad altre stelle la mia beltà. Fiero è ’l mio bene, e così fiero il voglio, un giorno forse ei deporrà l’orgoglio. Vagheggia, vagheggiata semplicetta ostinata. Incostante e infedele alma non ho, sprezzi pur mie querele, io l’amerò. Il pianto mio gl’ammollirà l’asprezza: stilla d’acqua incessante i marmi spezza. Scioccarella, quanto bella non amar chi ti disprezza.

CORO PRIMO e SECONDO 210

SCENA TERZA
TITONE, CALISTO, Coro di amadriade. TITONE CALISTO 215 TITONE Tè, tè, Tigrino mio, Tigrino mio, tè, tè. (Sen vien Titone, ahi mi si spezza il core. Soccorso, aita Amore.) Ninfe, se mai non svella rustica mano o sfrondi i vostri patrii rami, se mai fiera non roda vostre natie cortecce, se mai turbo arrogante non schianti vostre piante, deh se l’avete, deh, il mio caro Tigrin rendete a me; 233

220

225 CALISTO TITONE CALISTO 230

235 TITONE 240

245 CALISTO 250 TITONE

255

260 CALISTO

seguitando una belva entrò dentro la selva, e l’ho smarrito. De se l’avete, deh, il mio caro Tigrin rendete a me. Qui non venne Tigrino. (Ed ecco l’importuna.) O tigre mia, tigre che più t’irriti agl’amorosi inviti, deh se Cinzia ti guardi dagl’arrabbiati denti di silvestri portenti, girami almen benigno de le tue luci un guardo, tempra la fiamma ond’ardo. Folle, tu gridi al vento, tu preghi ’l sordo mar, io non ti voglio amar. Rido del tuo tormento, e rido perché so ch’Amor da la bugia de l’ingannar altrui l’uso imparò. Io non ti voglio amar, folle, tu gridi al vento, tu preghi ’l sordo mar. Ohimè dunque non credi a questo pianto? il vedi pure, il vedi. Anzi, più che ti vedo a sparger lagrimette, io men ti credo. Sempre negl’occhi un oceano avete voi, donne ingannatrici, e allor tradite altrui quando piangete. Bench’io sia giovanetto, le vostre frodi lusinghiere io so, e invan di voi più d’una per adescarmi i falsi vezzi usò. Io non ti voglio amar, folle, tu gridi al vento, tu preghi ’l sordo mar. Anterote immortale, castiga tu, castiga di costui l’alterezza. Scioccarella quanto bella, non amar chi ti disprezza. Che si di amor, che si farà, che mi ami un dì? Gran speme ti lusinga, e pur saper dovresti a tante prove, a tante, che ’l tuo bastardo infante non ha dardi per me. Ma che più bado qui? Tigrin tè, tè. Ferma, spietato, ferma, vo’ finir col morire il cordoglio, il languire; ferma, voglio che miri de la tua crudeltade i trofei sanguinosi, i spettacoli atroci e lagrimosi. Ecco arrestato il passo; via, di morir t’affretta 234

265

CORO PRIMO e SECONDO

CALISTO 270 TITONE

275 CALISTO

280 TITONE

285 CORO PRIMO CORO SECONDO CALISTO 290

se per uscir di guai morte t’alletta. O barbara impietade. O cor villano. Lupi famelici, cinghiali rabidi, orsi fierissimi, lasciate l’orride tane; qui pregovi venite rapidi e laceratemi, e divoratemi. Miri l’incredulo l’estremo essizio di quella misera che sparse gemiti, che versò lagrime, che trista e flebile sospirò l’anima sol per commovere, e invan, de l’empio il sen di rovere. Eh tardi tu morrai s’aspetti ch’a sbranarti vengan dagl’antri cupi gl’orsi, i cinghiali e i lupi. Se di morire hai voglia, questo ferro pungente prendilo pure ardita, ti levarà la vita. Passa, passati il petto, che di piangerti morta io ti prometto. O più crudo e feroce de le fiere invocate, ti generò, cred’io, del mare siciliano i mostri orrendi, sazia le voglie tue, svenami, prendi. Maledetta la face, maledetto lo strale che di te m’infiammò, che di te mi ferì. Sia maledetto il dì che l’occhio ti mirò: già la ragion si sbenda e conosce l’errore, già la tua crudeltade uccide Amore, già lacerato cade né soccorrerlo può la tua beltade, già già da la sua morte la mia salute è nata e la mia libertà risuscitata. ‹Fugge via adirata.› O saggio quel core che da la ferita sottrarsi a tempo sa del perfido Amore.

295

300

305

TITONE

310

315

CALISTO

320

325

330

CORO PRIMO e SECONDO 335

SCENA QUARTA
TITONE. TITONE Addio, così si more? Così dunque veloci 235

340

i cadaveri essangui hanno le piante? Credete voi, credete a bocca amante. Puro interesse è amore: promette per avere, inganna per godere, mentisce i sospiretti, sparge di mele i detti per gioir con un core; puro interesse è amore. Giovani, non credete a colei che vi dice: “Ardo, moro infelice”; è bugiardo il suo dire, non sa quel ch’è morire, è finto quell’ardore; puro interesse è amore. Altro mai non s’impara ne le veneree scole che falseggiar parole; quest’aforismo ognora legge in voce sonora l’inganno a l’uditore: “Puro interesse è amore.” Ma del mio fido cane, smemorato ch’io sono, non mi ramento? Tigrino. O quale sonno improviso le mie luci assale. Tigrin, Tigrin, vacillo e le palpebre oppresse da sonnifero dolce si racchiudono al giorno. Quivi sotto quest’orno verdeggiante ed ombroso mi do in preda ’l riposo.

345

350

355

360

365

370

SCENA QUINTA
L’AURORA, AURA PRIMA, AURA SECONDA, TITONE addormentato. L’AURORA 375 Placido il sonno sopito ha i sensi in dolce oblio al crudo mio. Aure, tacete, non lo svegliate, ohimè non fate ch’egli abbandoni l’acque di Lete; aure, tacete. Ma che dic’io: con i sussurri sì sì rendete i suoi riposi più sonnacchiosi. Per non vibrare a’ cori fieri e cocenti ardori deh dormite, non v’aprite, pupille languidette, luminose stellette. Crude, se vi girate, 236

380

385

AURA PRIMA, AURA SECONDA 390

395

400 L’AURORA

mill’anime piagate. Deh dormite, non v’aprite, pupille languidette, luminose stellette. O bello orgogliosetto, de le dee più vezzose tormentoso diletto, tu sarai pure, ad onta de la tua feritade, d’una diva sprezzata preda cara e bramata; saran pur mie rapine, crudel, le tue bellezze sdegnosette e divine. Ohimè di voglia io moro di baciarti, ben mio, ma raffreno il desio; non vo’ da bocca immota, da labri semivivi rapir baci furtivi. Ti bacierò ben’io colà ne l’oriente da’ sopori destato nel mio ricetto aurato in amoroso agone, superbetto garzone. Lucido Apollo ch’in aureo carro di raggi adorno arrechi il giorno al mondo cieco, cèlati omai che più bei rai, che più bel Sole più chiara luce ne l’alta mole l’Aurora adduce. Cedi a lui, cedi pur la quadriga, celeste auriga. Ohimè di voglia io moro di baciarti, ben mio, ma raffreno il desio. Via portatelo voi, pennute ancelle, ne’ miei nidi Eoi: ad assidermi intanto sopra il carro men vo, vi seguo or ora. O cara preda, o fortunata Aurora.

405

410

415

420

425

430

435

440

SCENA SESTA
AURA PRIMA, AURA SECONDA, TITONE addormentato. 445 AURA PRIMA AURA SECONDA 450 PRIMA Sù sù, sorella, sia nostro peso forma sì bella. Per trar d’affanni la nostra dea spieghiamo i vanni. (Ahi come in un balen 237

SECONDA 455 PRIMA SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA A due SECONDA PRIMA 470 SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA SECONDA 480

460

465

475

485

490

495

500 PRIMA

505

interne fiamme io covo.) (Mi serpe ohimè nel sen un non so che di novo.) (Qual incognita forza l’alma mi trae dal petto?) (Qual non inteso affetto a sospirar mi sforza?) (Ardo.) (Gelo.) (Che fia?) (È forse questi amor che nasce in me?) (Amore, amore egl’è.) Da che mirai quel viso... Da ch’osservai quel volto... ...sagittario bendato il cor m’ha còlto. Qual repente languore tinge di pallidezza il tuo vermiglio e natural colore? Qual parosismo strano ti fa svenire? Hai tu la febre? O come, o come il cor ti palpita! Che miri, che gemi, che sospiri? Amo, sorella. Anch’io. (Che sì che di Titone è fatta amante?) (Che sì ch’ama costei l’idolo mio?) Qual oggetto, deh dimmi, l’anima t’involò. Vedilo. Ohimè. Quel bel fanciul ferimmi. Ma qual ‘ohimè’ dolente da la bocca t’uscì? Di te mi duole ch’invaghita ti sei de la stessa fierezza: ami una fera sitibonda di pianti e segui un sordo che non ode d’amor alta preghiera. Le ninfe più gentili de le prossime fonti, l’amadriade più vaghe, l’Innadi più odorose, le Napee più vezzose supplicarono invano il crudel, l’inumano. Così bella è l’Aurora che quand’esce dal Gange anco ’l cielo innamora, e pur vedesti come con repulse e con sprezzi derise egli i suoi vezzi, che disperata alfine si volge a le rapine. Amor cangia e pensiero. Non amar quest’altero. (Come rende costei, oratrice faconda, di gelosia la sferza.) Eh mal s’asconde e cela fiamma immensa in un petto tenerello e ristretto: il male che m’afflige e quel che ti tormenta 238

510 SECONDA

515

PRIMA

Titone ambe n’accende, amanti ambe ci rende. È vero: amo Titone, quel rigido garzone che ti dipinse al vivo la mia lingua gelosa, che chiude in petto alpino alma ritrosa. Ma intempestive amanti che farem noi? Conviene porre ne l’altrui braccia il nostro bene. Odi ciò che mi detta industre Amore.

SCENA SETTIMA
L’AURORA, AURA PRIMA, AURA SECONDA, TITONE addormentato. 520 L’AURORA SECONDA L’AURORA PRIMA Che pigrizie son queste? (Ecco l’Aurora.) Che tardanze moleste? Ragiona in basse note; tra i legami del sonno egli si scote, che si svegli temiamo. Di novo susurriamo. Lievi calcate il suolo con il tenero piè, che non si desti ohimè. Per non vibrare a’ cori fieri e cocenti ardori deh dormite, non v’aprite pupille languidette, luminose stellette. Dorme? Sì, dorme in un balen, va’ pure, sarà da noi rapito. Non m’uccidete più con la dimora. O cara preda, o fortunata Aurora

525 L’AURORA

AURA PRIMA e SECONDA 530

535

L’AURORA PRIMA L’AURORA

SCENA OTTAVA
AURA PRIMA, AURA SECONDA, TITONE addormentato. SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA Partì? Sì sì, partì. Amor che ti dettò dì tosto, dì. Vo’ che portiam Titone non già ne l’oriente a’ tetti de l’Aurora, ma là ne l’occidente ne’ giardini di Flora, ove Zefiro amico n’accetterà cortese: ivi le voglie accese potrem, concordi amanti, in grembo a’ fiori sfogar col giovanetto in dolci amori. Per sì sagace aviso vo’ baciarti le guance. E non la bocca? Eh tu non sei Titon. Ma non è tempo, sorella, di scherzare: al rapire, al predare.

540

545

550 SECONDA PRIMA SECONDA 555

239

A due

560

Al predare, al rapire, al rapire, al predare, se tra dolcezze rare bramiam noi di gioire. Al rapire, al predare, al predare, al rapire. ATTO SECONDO

SCENA PRIMA
Giardini di Flora. FLORA. FLORA 565 Fiori odorati, stelle de’ prati, de’ miei giardini gemme pompose, viole e gigli, ligustri e rose, germinate, pullulate. Zefiro mio gentile, Zefiretto soave, è già passato aprile e tu non riedi ancora? T’aspetta la tua Flora. Deh vieni, amato vento, a temprar col tuo fiato l’ardor del mio tormento; ritorna a chi t’adora. T’aspetta la tua Flora. Amor, da questo petto esci volando, trova il mio pigro diletto e dilli: “Che dimora? T’aspetta la tua Flora.” Che veggio? L’Aure a volo hanno quivi portato giovanetto assonnato. Ei si sveglia e risorge, e l’ignote vaghezze del fiorito giardin stupido ammira, parla con l’Aure e ver me i passi gira. Voglio nascosta udire qual caso o voglia il mena in questa parte occidentale amena.

570

575

580

585

590

SCENA SECONDA
TITONE, AURA PRIMA e SECONDA, ‹FLORA in disparte›. 595 TITONE Ove son io? Chi siete? Dormo ancora o son desto? Non son, non son già queste le patrie Idee foreste: qual invidia mi toglie a le mie cacce liete? Ove son io? Chi siete? Noi siam due verginelle prigioniere d’Amore, 240

600 AURA PRIMA e SECONDA

605

e le tue chiome belle n’incatenaro il core. Noi siam due verginelle prigioniere d’Amore. TITONE Contro tante lascive Diana oggi m’aiti. Vedi come son vaga. Mira come son bella. Ho nel labro il rubin. Porto l’oro nel crin. Di zaffiri pregiati ho gl’occhi fabricati. Ho di perle la bocca che stilla ambrosia e fiocca. Questi natii tesori ch’avare altrui neghiamo prodighe a te doniamo, o Re de’ nostri cori. (Col rifiuto scortese parer già non vogl’io d’esser stato nutrito tra selvagge capanne over tra giunchi e canne.) Vostre ricchezze accetto, e perché il tempo, ingordo del nostro bello umano, ladro non me le rubbi, le vo’ dal vostro volto or ora sradicarle e racchiuse serbarle. Sono le nostre gioie a sembianza d’un fiore che, dal materno stelo reciso, langue, infracidisce e more. Godile ove son nate a punto pria ch’il vecchio da’ prestissimi voli né le calpesti o involi: prendi, prendi di loro con le labra il possesso, bacia e fuggi baciando, acciò che resti impresso de la tua signoria il carattere, il segno, anima mia. T’arretra, olà t’arretra, baldanzosa lasciva, se de la mia faretra non vuoi nel seno ricettare un telo; t’ingoi la terra e incenerisca il cielo. Così sdegnoso e crudo sei tu verso chi t’ama? Eccoti il petto ignudo, anch’io t’amo, ferisci, ferisci a tuo talento, o mio dolce tormento. Questo seno morbidetto, questo latte candidetto, queste poma acerbe e intatte la Natura ha per te fatte. 241

610

AURA PRIMA AURA SECONDA PRIMA SECONDA PRIMA SECONDA AURA PRIMA e SECONDA

615

620 TITONE 625

630

PRIMA 635

640

645 TITONE 650 SECONDA 655

660

665

Impiaga, ma sia saetta la lingua, arciera la bocca. Che tardi, che tardi? Quadrelle deh scocca.

SCENA TERZA
FLORA, TITONE, ‹le AURE subito scacciate da Flora›. FLORA 670 Impudiche, sfacciate, questi casti soggiorni più del folgore preste abbandonate. Ite, o sozze, di Cipro a le lascive e disoneste sponde a disfamar le vostre brame immonde. A tempo qui giungesti, ch’avea spezzato il freno a la pazienza mia coppia sì rea, di sì adorne contrade o genio, o dea. Ma dimmi: ove son’io? Qui venni e non so come, fammi noto il tuo nome. Flora son io, de’ fiori produtrice e Reina; quivi, con la sua schiera de’ venti occidentali, meco Zefiro impera. Ohimè, che narri, o diva? Terra così remota da la troiana riva, da la Frigia, soggetta al Re mio genitore, ahi mi ricetta? Qual turbine maligno addormentato mi portò qui sui vanni? Lasso, quando andrò mai, peregrino inesperto senza guida o compagno, per sì lungo viaggio e sconosciute strade a la reggia del padre? Forse più non vedrai la giovanetta prole, o cara genitrice di Troia imperatrice; troppo vasti confini, tratti d’immensi mari ci dividono. Oh sorte, venga, venga la morte. L’umido ciglio asciuga, giovane sconsolato, dal mio Zefiro alato, che riederà ben tosto ai desiati nidi, ti prometto di farti sopra de le sue penne condurti al patrio regno. Prendi mia destra in pegno.

‹Le Aure se ne vanno.›

675

TITONE

680 FLORA 685 TITONE 690

695

700

705 FLORA 710

715

SCENA QUARTA
ZEFIRO, FLORA, TITONE. ZEFIRO Prendi mia destra in pegno? 242

720 FLORA 725 ZEFIRO

730

TITONE 735

Ohimè, col vago a lato così dunque raccolto da te, perfida, io vegno? Prendi mia destra in pegno? Acchètati, mio core, né gelosia ti morda con le vipere il seno. Questi che miri... Taci, spergiura, udir non voglio le tue scuse mendaci. Così mentre ch’è intento agl’officii del mondo il tuo sposo, il tuo vento, ne’ suoi tetti raccogli, traditrice, incostante, un delicato amante? (Del geloso adirato voglio ’nvolarmi a’ sdegni.)

‹Si allontana non osservato.›

SCENA QUINTA
FLORA, ZEFIRO. FLORA Amor, del mio consorte fede candida e pura, onestade incorrotta ch’indivisibilmente ognor m’accompagnate, narrate voi, narrate, se colpevole è Flora od innocente. Senti, senti i lor gridi che t’accusano rea degli misfatti infidi. In tal guisa, impudica, l’amor mio guiderdoni? Così ad altri ti doni spenta la fiamma antica? Io che ti fei de’ fiori, ingratissima Clori, dominatrice, alfine ho per premio le spine? Io ti resi immortale perché fossero eterne l’alte vergogne mie? Sfingi, pitoni, arpie, venite a mille, a mille da le spelonche averne a sbranare quel petto d’infedeltà ricetto. Perché foco non spiro qual mongibello ardente per abbrusciar l’indegna? Sdegno, rabbia, rancor solo in me regna. Timido, fuggitivo, ecco di già partito il novo Ganimede, ma indarno egli commette la sua salute al piede. Vo’ pria vedermi sazio col devuto suo strazio e poi di qui sì ratto andar tanto lontano 243

740 ZEFIRO 745

750

755

760

765

770

775

ch’il nome non arrivi de’ tuoi falli lascivi. Resta, malvagia, resta, e teco l’odio mio sen resti insieme, né mai di rivedermi aver più speme.

SCENA SESTA
FLORA. 780 FLORA Flora infelice, Flora, qual grave pena e dura di non pensato errore ria stella, empia sciagura t’arreca, ingiusta, al core? Mostro nero infernale, che turbi ed avveleni d’amor le paci vere, tra gl’orridi confini del Tartaro tremendo ti chiuda il Re severo di quel profondo impero, e qual Tizio novello ti facci divorare da famelico augello con eterno dolore l’invidioso core, in quella guisa a punto che tu squarci agl’amanti le viscere, crudele, e le spargi di fele. Fiori, miei vaghi germi, s’aveste per nutrici matutine rugiade, or rugiade stillate e meco lagrimate: spargete, ohimè spargete arabiche fragranze, odorosi sospiri a’ miei fieri martiri. Zefiro, ascolta, ascolta la tua Flora innocente, né dar fede, ti prego, a l’empia fraudolente che tra l’anime amanti germina risse e pianti qual Eumenida stolta. Zefiro, ascolta, ascolta.

785

790

795

800

805

810

815

SCENA SETTIMA
L’AURORA. L’AURORA 820 Amoretti sbendati, raccogliete le penne, qui, qui la coppia ribellante venne. Qui, qui l’Aure predaci il tesoro involato, se la fama è verace, hanno portato. Tra questi giardinetti il bel Titon s’annida, è forse ’n grembo, ohimè, d’un’Aura infida. Forse a tante vaghezze, 244

825

830

835

840

raddolcito ’l rigore, fuori, ohimè, del mio seno arde d’amore. O in clima così puro diva imperante, o Flora, a te la vita sua chiede l’Aurora. Per riaver il furto e le ladre, al tuo regno de’ crepuscoli miei su l’ali io vegno. Ma da Flora che spero? Interna voce io sento che dice: “Di Titon Flora è ’l contento.” Se quest’è ver, ch’indugio? Cada chi mi s’oppone, mi renderà la forza il mio Titone.

SCENA OTTAVA
La GELOSIA. GELOSIA 845 A quest’ali vermiglie tutt’orecchie e tutt’occhi, a la veste intessuta di sì varii colori, a le spine, a’ pallori, d’esser riconosciuta da mille amanti io credo. Ma perch’agl’atti io vedo ch’a chi non sente amore ancor nota io non sono, voglio dir qual mi sia: io son la Gelosia. Spiritello volante, d’aere formato io fui, e qual Ate ho le piante sì molli e tenerelle che quasi sempre albergo nel sen di donne belle, over men sto tra’ cori di veraci amatori. Tutta gelo son io, e pur il giaccio mio del fanciullin di Gnido rende il foco maggiore e gl’accresce calore. Zefiro ingelosito, dopo brevi intervalli, godrà con più dolcezza de l’alma sua bellezza, e di Titon l’Aurora, tocca da la mia sferza rigorosa e pungente, s’accende maggiormente. Amor pigro, amor lento punto da queste spine sfid’a correre il vento: ei per me vive, e in fasce con le mie nevi si nudrisce e pasce. Tra le cure mordaci, tra i sospetti e i pensieri rendo più dolci i baci; sferzo, e sferzando apporto alimento al piacer, esca al conforto. 245

850

855

860

865

870

875

880

885

Chi è di saper bramoso s’i vanti miei son veri, ami e venga geloso. Grande è la gloria mia. Viva, viva d’amor la gelosia. ATTO TERZO

SCENA PRIMA
Alpestra. ZEFIRO, Coro di venti occidentali, TITONE. 890 ZEFIRO Voi de’ miei disonori siate vindici crudi; per uccider il reo novi strazii inventate, e se non ritrovate martire cruccioso che s’adatti al su’ errore, prendete il mio dolore. D’aspri patiboli, di pene acerrime, di crucci orribili sarem noi, Zefiro, fabri e carnefici. D’un aborrito fallo, d’un delitto che mai non commisi, degg’io far penitenza? O Giove, e l’innocenza mia non ti commove? Vi lascio, o fidi; fate che la fama m’apporti, ovunque io sarò andato, del prigion lacerato le dolorose morti. O Zefiro infelice, o Flora ingannatrice.

895

CORO 900

TITONE 905 ZEFIRO 910

SCENA SECONDA
Coro di venti occidentali, TITONE. 915 CORO Si laceri, si maceri, uccidasi, recidasi, s’estermini, s’annichili la libidine di Cupidine. Cielo, cielo spietato, a qual orrido fine ohimè m’hai destinato. Vo’ che tra doglie acerbe a un tronco avvinto lasci costui la delicata pelle: così fece di Marsia il dio di Cinto. Tropp’è mite il castigo: a poco a poco di bitume e di zolfo un misto fatto in più giorni s’abbrusci a lento foco. Il mio senso de’ vostri è più crudele: 246

920

TITONE 925 CORO PRIMO CORO SECONDO 930 CORO TERZO

935

TITONE CORO PRIMO CORO SECONDO

940

CORO TERZO 945 TITONE CORO PRIMO CORO TERZO 950

955

CORO SECONDO

CORO PRIMO 960

965

970

CORO SECONDO CORO TERZO

975

CORO PRIMO CORO SECONDO CORO PRIMO

980

esposto ignudo a’ rai del sole ardenti lo divorin le vespi unto di mele. Ohimè, ch’odo infelice. Acchetatevi voi, inesperti che siete, e al mio parer cedete. Da superbo tu parli. Tanta arroganza, tanta tu racchiudi nel petto? Vo’ ch’il tormento mio l’uccida a tuo dispetto. Amboduo v’ingannate, morrà questo mal nato com’Africo ha narrato. Soccorretemi, o stelle. Non fate ch’io m’adiri, io vi farò... Che soffi? che minacci? Vedrai, e il vedrà Coro ancora, s’ei ripugna al mio intento, quanto io superi voi di forza e d’ardimento. A le prove, a le prove, udite di battaglia il rauco invito, il grido, a guerra ambo vi sfido. Fermate, il nostro sdegno non ritardi la pena ch’a costui dar si deve; rapidissimo e lieve ciascun di noi sen voli ove Zefiro stassi ed a lui si richieda per qual strazio egli vuole che di spirito privo se ne resti il cattivo. Il tuo consiglio approvo. Anch’io, non perché tema di voi, ma perché resti del bel Favonio in breve punita e vendicata l’onta enorme e sfacciata. Dimori incatenato a questa selce, insino che torniamo, il meschino. Annodalo ben stretto. Che temi tu, ch’ei fugga? Si slacci pure; indarno per fuggir i tormenti involerassi a’ venti.

SCENA TERZA
TITONE ‹incatenato›. TITONE 985 Addio, tetti reali, addio, parenti, addio, sono gl’ultimi accenti questi ch’ora v’invio: fatemi i funerali, le facelle accendete, piangete pur, piangete, 247

bella quanto clemente. eccolo a un sasso avvinto. non vada almeno errando per gli fetidi e ombrosi argini di Acheronte lo mio spirito afflitto. Il silenzio rompete. Addio.) Ardisce dunque ed osa la stessa crudeltade di supplicar pietade? Trovar clemenza spera alma inclemente e fiera? Dimori pur. spezza queste catene. TITONE ‹incatenato›. o ingrato. voglio tra l’orridezze di tenebrose grotte viver l’eternità. pietà. la mia beltà? L’Aurora è questa? O dea. addio. Ohimè de la mia morte il calpestio già sento. trovi Giove altro nume che trabocchi la notte da le polari altezze. (Vo’ fingermi adirata. deh quand’io sarò estinto qualche sepolcro date a le membra squarciate. il vostro regio arciere a saettar le fere. dimori da quei lacci legato. ohimè. Del timor. e se ’l sapete ditemi: è spenta. del terrore in su la ruota io sono un dannato Isione. Se le proterve stelle hanno estinto il mio lume. né li neghi ’l tragitto l’atro nocchier Caronte. selve mie care. Queste son le vendette 248 1020 1025 TITONE AURORA 1030 TITONE 1035 AURORA 1040 1045 . macigni. Ohimè. O ciel. 1015 AURORA O funeste novelle. se nutrite nel vostro petto alpestro scintilla di pietade. SCENA QUARTA L’AURORA. o discortese. ecco sen viene il vento.990 995 1000 1005 1010 destin crudele a torto il vostro figlio ha morto. pietà. non foss’estinto. Questi nodi deh sciogli. un povero innocente. più non vedrete. Oreadi. sfortunato Titone. da le tenebre togli. parmi d’udire di Titone la voce che di pietà mi prega.

ferma. or ora ti scioglierei. per l’aere che respiro. no. (Taci. O bella. se ’l chiederai. o cara. crudel. o pia liberatrice mia.) Parto. la mia fede. tu resta a’ guai. per il cielo che m’ode che tu avrai per mercede de l’opra tua pietosa l’amor mio. per il sol che rimiro. e s’idolatra io fui infruttuoso e vano. Ite. Ah no. e ch’io te lo rivele troppo lo sai. di queste selci al pari alpestre e duro. quello che desti a Flora? Ti prometto quel core che sdegnò sempre amore. come a ragion l’orgoglio abbassi. Se di partire ho voglia. amor tu ’l sai. adorai. Chi vuol veder stupori or venga in questo loco: versa lagrime vive il mio bel foco. (Più mentire io non posso. Fermati diva. come.) S’io ti snodo cortese. S’io ti credessi. lingua bugiarda: adoro più che mai. quel cor che mai non volle uscir da questo petto per non viver soggetto. ti mova il pianto mio. Non adoro. indegne catene. gloriose catene. amor tu ’l sai. tu resta a’ guai. Se di partire ho voglia. qual premio mi darai? Il cor. Dar vi vo’ mille baci. se crudele ti fui 249 . per voi godo il mio bene.1050 TITONE 1055 AURORA 1060 1065 TITONE 1070 AURORA 1075 TITONE AURORA 1080 TITONE 1085 AURORA TITONE 1090 1095 AURORA 1100 1105 TITONE che fa ’l ciel de’ superbi: parto. (O tre volte beata s’ei non t’inganna. Aurora. ad allacciar di Flegetonte i rei. ohimè sospendi il passo e per colui ch’adori non mi lasciare esposto qui de’ venti a’ furori. è sacrilegio il fare offesa a’ dèi.) E qual cor mi prometti. crudele. O dio t’arresta. Ti giuro per la terra che calco. o dio. come stan bene uniti i sassi a’ sassi. s’un angelo annodaste d’essere collocate tutte carche di stelle nel ciel voi meritate. che ragiono.

laccio. o mia furia. di qua non siamo lenti pria che tornino i venti. torna. Non temer. e desio: se fedele ti fui sempre ti sarò fida: tu sarai la mia scorta. sei tu solo il mio sole. tra rose e tra viole vien chi t’ama a fruire. Zefiro bello. Zefiro mio. è intatto il nostro letto. Zefiro mio. 1130 1135 1140 SCENA SESTA ZEFIRO. io la tua guida. vago mio tortorello.1110 AURORA 1115 TITONE 1120 AURORA or grato mi ti dono: mia dea.) O Zefiro. Ancor t’ange e flagella timor fallace e rio l’anima e ’l core. deh torna a chi ti chiede. o di Flora fiato e spirto immortale. O Flora. tuo sono. tutta frode ed inganno. torna. FLORA 1125 Torna. splendor degl’occhi miei. ti prego. dea mia. deh lascia l’ire. o sospirato dio. FLORA. torna. non m’esser di te avaro. più con l’arco allentato Amor perché non parta ahi mi percote. FLORA. Torna. con bocca ingannatrice. Zefiro bello. SCENA QUINTA Prati. non mi lasciar qui sola. che mi consola pietoso del mio male. O vago. o falsa Flora. o mio ardor. Deh di partir. luce. ZEFIRO 1145 FLORA ZEFIRO 1150 FLORA 1155 ZEFIRO (Più che sdegno m’inalza e le pene mi scote. lascia. Zefiro caro. Zefiro caro. Torna. o mio danno. raggio. meco sei. non è saggio chi crede a geloso sospetto. Ohimè. con scaltre parolette dar vita a quel ardore ch’estinse nel mio petto de le tue colpe oscene 250 1160 . deh rivolgi qui l’ale. anima mia. o dolce. mendace allettatrice. cor mio? E che pensi di novo.

s’ho volubili i fiati. goder co’ drudi amati. i ferri. Tu mi brami? Bugiarda. o cruda. le ruote. ferma. non lasciarmi in preda a tristi lai. Zefiro. O dio ti miro ancora. ho i pondi a l’ale. Odiar vorrai chi t’ama? fuggir da chi ti brama? Tu m’ami? Menzognera. crudelissima Flora? Sù sù. (Ohimè volar non posso. ma che. piangi a questi tristi avisi: il tuo furtivo amante o lacerato or giace o stassi angonizante per saziar le gole con le carni sbranate de le belve digiune ed affamate. i zolfi. Nega ch’io fugga amore. piangi pur. e senza andar lontano con la tua propria mano tormenta a tuo piacere d’aspre ritorte cinta la mia innocenza. i fuochi. e qui l’Aure leggiere l’averanno condotto vinte da tue preghiere. e s’hai voglia di straziarmi fa’ che Stige ti presti i giacci. ho i pondi a l’ale. (Ohimè volar non posso.) Non fuggir.1165 FLORA 1170 ZEFIRO 1175 1180 FLORA 1185 ZEFIRO 1190 1195 FLORA 1200 1205 1210 ZEFIRO 1215 il rimirato oggetto? S’ho leggiere le piume. gl’angui. Ha morto un innocente la tua rabbia gelosa: qui da l’Aure portato il misero sen venne da le frigie foreste. Brami ch’Eolo mi chiuda ne’ suoi sassi forati per poter meglio. (Ancor tra pene involto la fraudolente ascolto?) Sù sù spieghisi ’l volo lungi da questo polo e da questa sleale. Sen venne a tue richieste. spieghisi ’l volo lungi da questo polo e da questa sleale. e come di fuggir Zefiro crede se qual augel prigione ha il laccio al piede?) 251 . ho ’l pensiero costante di così dure tempre che t’odierò mai sempre. Estinta.

) Eccoti la tua ancella liberata da l’ire. Flora mia. innamorato è il core. gelide gelosie. finge la lingua. 1220 AURA PRIMA Non vuol che mora il crudo in sì tenera etade amorosa pietade. i folgori sospendi. annodami. (Non ti sdegnare.) Ahi che parli. figlie d’un caldo affetto. Pace. Zefiro. lo sdegno da te scaccia e la tua fida Flora. ZEFIRO. abbracciami. pietade. a torto uccidi il giovane straniero: ei venne a questi lidi da noi rapito. abbraccia. uccidami ’l tormento.SCENA SETTIMA AURA PRIMA.) Flora? Flora ancor chiami? e con languida voce di medicar presumi le piaghe che. Trova pur nova sposa. e Amore a rapirlo n’indusse. tranquilla il tuo sereno e perdona a le mie. prostrato. Deh stringemi. ahi che sento. Amore. lascia il rigore. Volgimi gl’occhi belli men sdegnosetta e pia. o mio cielo adirato. 252 1225 1230 ZEFIRO FLORA 1235 ZEFIRO 1240 FLORA ZEFIRO FLORA 1245 1250 1255 ZEFIRO 1260 1265 AURA SECONDA FLORA 1270 1275 ZEFIRO . AURA SECONDA. pace ti cheggio supplicante. a l’onestade mia fé la tua gelosia? Crudele. Deh pungimi. feroce. io vo’ sottrarmi da le tue tirannie. geloso vento. FLORA. l’anima impietosita al suo pianto doglioso. deh mordemi. E di che gli fu porta la bianca destra in pegno? Di farlo al teucro regno da te condur su l’ali. Lascia. più bella e più pudica: ti ripudia l’antica.) (Più non poss’io mentire. (Di vergogna il rossore se gl’accampa nel volto. (Chi non s’ammollirebbe? Ella è già vinta. Ohimè mirar non oso la mia dea vilipesa.

. per le bellezze di quel volto che miri. E tu. più vaga e fiammeggiante. da te. A te. o dea. suo caro amante. Qual morte.. SCENA OTTAVA Coro di venti occidentali. AURA PRIMA. olà tacete. FLORA.deh baciami. l’AURORA. 253 1305 TITONE 1310 ZEFIRO 1315 TITONE 1320 AURA PRIMA .. AURA SECONDA. Che sì ch’è morto il miserello? O duolo Discordi in trar di vita l’estranio prigioniero. 1285 CORO TERZO 1290 ZEFIRO 1295 FLORA 1300 SCENA ULTIMA TITONE. Discordi.. il suo soave nettare divino. ti voglio amico e ti concedo pace. FLORA. a te veniamo acciò che proferire tu debbi di qual morte egl’abbi da morire. a l’alma. regio petto d’odio non è capace. Zefiro. Comincia a far libare.. ribaciata da te. deh. Coro di venti occidentali. Qual insania v’agita. Zefiro. Fermate il piè. CORO PRIMO CORO SECONDO CORO TERZO CORO PRIMO CORO SECONDO CORO TERZO 1280 CORO SECONDO CORO PRIMO ZEFIRO Qual morte. Silenzio voi. A te.. Silenzio tu. Tacete.. deh depenna il nostro errore. AURA SECONDA.. fermate. ZEFIRO.. e lasciate che parli Africo solo. o mia diva immortale. ecco che con l’Aurora egli sen viene. Protettore e custode de l’innocenza è il cielo: per salvare il troiano da l’ultimo martoro ei mandò la discordia infra costoro.. giovane augusto. ZEFIRO.. o superbi che siete? Tacete. amor bambino. riamata. per le celesti vie apporterà l’Aurora al mondo il die. AURORA Più lucente e serena.. De l’offese a te fatte dal mio furore ingiusto pronto io sono a soffrire qual castigo tu vuoi. sua dolce pena. Sciolto da le catene qui tosto l’arrecate. AURA PRIMA. Discordi.

Un’INNADA. per tutti questi fiori ch’adornano il giardino a me sì cari. Chiari albori l’ali aprite e da terra ci rapite. e grave pena merta il vostro demerto. colma d’alto diletto. Amo così fanciulla e appresi a farmi bella per esser vagheggiata entro la culla. in un drapel tutti lieti andiamo al ciel. pure in sì lieto giorno. De la fonte e del specchio so prendere i consigli. la ribellione e i furti io vi rimetto. dolce bocca. A me tocca. per un lieve sospetto da’ gelosi abbandonate. di penar non credo più. per non avvelenar la pace mia. povere innamorate. FLORA 1350 AURORA 1355 . al riso. di languir per tua beltà. e cantate e narrate de l’Aurora gl’imenei. Se tra guai io penai sallo Amore e lo sai tu. Povere innamorate. SCENE AGGIUNTE [si trovano in calce al libretto della Doriclea] Dopo la scena sesta dell’atto secondo. Augelletti garruletti deh canori applaudete a questi amori. do legge a’ sguardi. né vorrei mai vedere gli amanti cor languire lontani dal piacere. non vorrei ch’al mio Zeto entrasse in seno. dramma di gelosia. Bell’aralda del sole. so stendere i vermigli su le nevi del viso. con saette le vendette de’ suoi scherni Amore or fa. gioisco al tuo gioire.AURORA 1325 FLORA 1330 ne persuase i latrocinii Amore. o mercé di tua fé. 254 AURORA 1335 1340 TITONE 1345 ZEFIRO. Erraste. di Cupidine i trofei.

di lor pianti. Goderò de’ sospiri. costanza. 255 . Mentirò parolette vezzosette: spargerò da quest’occhi e rivi e fiumi. quando sarò grande. vorrò che mille a fé sospirino per me. costanza. nutrite il cor di speranza. per te mi uccide amore. costanza. Più saporiti fa i frutti di Cupido il sal di crudeltà. l’affetto ostinato fa il core beato. ma di speme i nutrirò. vidi l’anima ingrata del bel Titone riamare amata. costanza. Amanti. 1360 Dopo la scena quarta dell’atto terzo. Il sì vien dopo il no. Schernirò mille cori d’amatori: riderò di lor pene. figlia di questi sassi. Un’OREADA Cittadina de’ monti.” Oh. L’amor pertinace. Il dir ‘non t’amerò’ è un mantice al desio. de’ martiri: giurerò ma giurando ed affidando su la fede io tradirò. mio core. ma piangendo ingannerò. Chi dura in amore trionfa festosa de l’alma ritrosa. Amanti. nutrite il cor di speranza.so dir: “Ben mio.

drizzava l’aquile contro Eroneo. fece lo stesso Euripo. la salvezza del dolce figlio. vietatagli la fuga da Demofonte e da Aiace. abbandonò con Alcida Creta e drizzò la prora della nave fuggitiva verso la Licia. giunse alle rive della Tracia in tempo che. Fu nutrito il bambino con vigilanza sì cauta che non entrarono né pure i sospetti di quella frode nell’amazonico essercito: ed in breve. parte uccise le consapevoli. che pretendendo ragione sopra la corona de’ Traci. 1649) L’EURIPO | DRAMA | Per Musica: | DI GIOVANNI | FAUSTINI: | Favola Settima. ond’era gridata per formidabile dall’oste amica ed avversa la finta amazone. fuggì Nissea con le reliquie dell’essercito dalle fatali campagne e ritornossene al regno. lagrimavano. | IN VENETIA. ritardata da contrarii venti. ed accompagnò le proposte con promesse e con preghi. DC. generato da Giove. ritrovò all’ombra delle sue querce attendato Olpenore. generata da Orosde ferocissimo Re de’ Sciti. così denominato dall’avo ed erede di quel Reso che chiamato da’ fati a’ Campi Idei era stato sepolto ne’ letarghi del sonno svenato da Diomede e da Ulisse. volte le spalle al mare. ove la tromba di Olpenore riempiva l’Europa e l’Asia d’inviti guerrieri. armava navi e radunava amazoni per condurle al soccorso del desiderato prencipe. gettolo salvo l’onde alle foci del fiume ma Alcida. riserbando i parti del loro sesso alla vita ed all’armi. con il quale lagrimando Euripo per affogato ritornò al Termodonte. Nissea. Con questo andatosene in Tracia. dissipate dagl’Achei folgori l’ordinanze delle Amazoni. XLIX. non i connubi. le navi cariche del sacco troiano la portarono insieme con l’alunno in Creta. cosa insolita di quei lumi avezzati alle stragi delle proprie viscere. Alcida la balia e Nissea la sorella. la gelosia la persuadeva a credere che Argea ottenesse dal prencipe ciò ch’ella desiderava. su le sponde del Xanto essercitando contro le falangi greche i suoi feroci talenti. Spiegati i vessilli. s’innamorò di Glauco. si racchiuse in Bixia. Armata volò la Grecia con l’ali di mille navi per li spazi dell’acque a ritogliere la sua Venere al predatore: sino dalle calde fonti del Nilo e dalle fredde scaturigini del Termodonte corsero Mennone e Pantasilea a difesa delle prede dell’innamorato troiano. ma incenerita questa dalle fiamme Pelasge. Teatro S. lontana dalle severe costituzioni del regno. avesse per sepolcro le proprie ruine. ed avolta la prole in fasce gemmate. Costei. Moisè. rapita dalla fama della bellezza di Olpenore. libera dal giogo del matrimonio ambiva gl’abbracciamenti. e. armato all’uso amazonico. Doppo molti tentativi e sortite si concluse alla fine la pace con questo. s’incamminò verso Olimpo per le amene sponde del fiume e giunto al bosco Enio. trafitto a’ primi sguardi dagl’occhi della vergine. barbare. divenne il terrore de’ Traci. per eternare la discendenza: erangli ben sì amari i commerci intrinsechi d’Olpenore con Euripo. che Olpenore se ne passasse alle nozze di Cirene.GIOVANNI FAUSTINI L’Euripo (Venezia. quale con il consenso di quel canuto senato che da’ Campi Temiserii l’avea seguita a quelli di Troia. baccavano ne’ cori de’ Traci l’allegrezze della pace. uditi i rimbombi degli oricalchi licii. O fosse che lontane dagl’aliti nocenti del natio rigido clima raddolcissero i spiriti con i respiri più temperati d’aure soavi. serva d’Idomeneo. Il giorno fu semiviva da un legno che drizzava verso il Ponto le vele raccolta. veduti inteneriti i petti delle annose obligate. propose. che furono poche. Eroneo. su la soglia del padiglione la dimostrarono al campo e chiamandola Euripo la publicarono femina per la voce di cento trombe. La rapina di Paride divise il mondo in parzialità bellicose. figliuolo di Sarpedonte. dolcemente più di una notte tra le braccia l’accolse. Non era nata al mondo la più bizarra principessa di questa: risolse di vedere l’amato prencipe in abiti vili e mentiti: si vestì da valletto e lasciata governatrice dell’armata Alcida con commissione che dopo alcuni giorni la seguisse e la scoprisse alla tracia reggia. invitatolo a splendide cene sotto de’ padiglioni reali. Divenne a quei scherzi amorosi da dovero tumido il ventre alla bella Reina. Pantasilea. atterrata e ferita da Achille Pantasilea e da Diomede gettata nello Scamandro. errò la notte per le turbolenze dell’acque sostenuta da un’asse della nave sdruscita. con orrore delle confidenti astanti figliò il più vezzoso bambino che mai allovatrice mano accogliesse. perché giudicando l’ignoto germano guerriera suddita. l’eccidio del vago infante. | CON LICENZE. venuto di Licia con Sarpedonte. la vide il prencipe e stupì alle meraviglie di quel bello di cui lo dichiaravano possessore le leggi d’Imeneo e di Giunone. vinto più volte con il presidio di fortissime squadre. Era questi prencipe coetaneo di Euripo. o che la vaghezza del nato umanasse i cori dell’ostetrici. la più bella giovanetta di quelle regioni. inorridita a’ spettacoli tragici della povera genitrice. ove ritrovò che regnava Nissea. prencipe della stessa fazione che. l’armigera Reina. sugl’occhi delle parturienti le destinate a quell’ufficio ferino sbranavano i pargoletti innocenti. non punto ingelosita delle sue nozze come quella che. Euripo. se n’andò in Bixia e chiamandosi Corspera si pose a’ servigi di Olpenore. rimase solo l’arcano del sesso mentito tra l’imperatrice madre. Intanto. | E PRIVILEGI. non potendo afferrare il lido. Alcida. Euripo naufragò vicino alle spiagge ove sbocca il Limiro. che dalle gonne deluso teneramente l’amava. Giunto nel mare asiatico. Assentirono l’impietosite alle richieste della loro Reina. gloriavasi d’aver avuto per avo Bellerofonte. da’ ferri grechi e parte da’ reali veleni. inespugnabile rocca de’ Re de’ Traci. e giunta l’ora da Lucina prefissa a disprigionare dall’utero il parto. a’ stipendi di Priamo. | Presso Francesco Miloco. DELUCIDATIONE della Favola. | M. sorella di Eroneo. sospirando i sponsali dell’amico Licio. sdegnando l’animo generoso di vivere tra gl’ozii d’una fortuna servile. seguendo i costumi del patrio regno. Non erano ancora apprestati gl’apparati che doveano 257 . Noti sono gli amazonichi riti: per propagare la loro generazione si mescolavano quelle femine co’ vicini popoli e. traeva i sospiri dal petto d’Eroneo. decretando chi commanda a le cose umane che Troia. precipitando dal trono della sua superba grandezza. cessate le strida della sanguinosa Bellona. tramutato il nome di Euripo in Argea. Colà fatto adulto Euripo. si salvò con Euripo in Troia. Aggradì l’eroe gl’affetti della guerriera.

per la strage d’Iti e per la trasformazione di Filomena e di Progne. come quello che s’avea mercate le affezioni del suo signore con scherzi giocosi e con vezzi lusinghieri e faceti. sorse dal letto ed adoprando nel congedo poche voci e sommesse. tendeva insidie alla vita di Olpenore: fu avvertito della notturna unione de’ sposi da Lisiro. amorzato il lume. MORFEO. quando Euripo. intepiditi e sospesi dalla fama dell’armata amazonica. fu guidata dal caso agl’alloggiamenti del Nero. chiamata Corspera. NISSEA. finto Amazone sotto nome di Argea. Re della Licia. Avea favorite l’armi deboli e collettizie d’Eroneo Telasio. si cinse la spada e coperto d’uno de’ manti d’Olpenore che come femina custodiva. fratello di Cirene.servire per la celebrazione delle nozze. l’introdusse. figliuolo di Pantasilea e di Glauco. guidatrice della stella di Marte. non era proibito alcun adito. Amazone nutrice di Euripo. CIRENE. incauto della minacciosa sua sorte nell’atrio scende. Coro di paggi d’Olpenore. dove sconosciuta né osservata udì strepiti d’armi e susurri della congiura da quei feroci destinati alla morte del suo diletto: corse tosto all’albergo. damigella di Cirene. TELASIO. ch’a quelle spiagge approdata ingelosiva la Tracia. Né il mentito Corspera. Coro di soldati licii pretoriani. fidatissima dama della principessa. che trasferitosi alle stanze di Cirene. un prencipe il più superbo dell’Etiopia ch’andato con Mennone alla guerra d’Ilio poscia sdegnando la sterilità de’ patrii terreni s’era posto a popolare le fertili pianure che sono intorno le rupi dell’Orbelo. Prologo. ed egli. era il mezo di quella unione. quando assalito Olpenore da una improvvisa efimera. ALCIDA. L’età pari del rappresentante. ELIBEA. INTERLOCUTORI BELLONA. Benedì Amore il fervido amante dell’offerta occasione. tentato invano ogni mezo per intorbidare la pace. ricevuto per testimonio delle godute dolcezze da Cirene un preziosissimo anello. stella influente ed errante. Coro di Amori. spettatore di quegl’empiti febrili. impose Telasio ad alcuni fidati etiopi che con la scorta di Lisiro attendessero il ritorno di Olpenore dalle stanze di Cirene e che lo trafiggessero nell’atrio. OLPENORE. ERONEO. paggio eunuco di Telasio. sorte le notturne caligini. un suo sagacissimo paggio eunuco. GIOVE. ELEO. gettò le gonne. prencipe Etiopo invaghito di Cirene. ignara della repentina infermità d’Olpenore e dell’inganno d’Euripo. principessa della Tracia destinata sposa di Olpenore. sposo di Cirene. credutolo Olpenore. Giunta la notte concertata. Una figlia del giardiniero. 258 . le svisceratezze da sposo. capitano di Eroneo. Coro di soldati etiopi. Coro di damigelle di Cirene. Re della Tracia. sogno che rappresenta gl’aspetti umani. Coro di soldati di Eleo. circondato dall’ombre s’aviò alle camere della principessa: Elibea. s’armò frettolosa e volò alla custodia del prencipe. Elibea. Giunse la notte e l’ora destinata. dove la Macedonia si congiunge verso Occidente con la Tracia. fortissima rocca de’ Re della Tracia. EURIPO. famosa per lo stupro di Tereo. Costui aspirando alle nozze di Cirene. AMORE. Cominciavano l’aure dall’Oriente a presagire la nascita dell’alba. colorirono ed occultarono la frode. Coro di giovanette giardiniere. Coro di Amazoni. sempre insospettita del Barbaro che con publiche voci bestemmiava la mescolanza di quei sangui reali. si coricò a lato della bella ingannata. non escluso l’innamorato Euripo dall’intelligenza di quei maneggi. innamorata di Olpenore. LISIRO. La favola si rappresenta in Bixia. Entrò nel cortile non veduta dagli etiopi di già arrivati e si pose non lontana da quelli per esser più vicina a reprimere i loro assalti. al quale per esser lo scherzo della reggia. quando impazienti nelle dimore i giovani sposi terminarono d’unirsi senza la saputa d’Eroneo. LA FRODE AMOROSA. si conobbe impotente d’adempire il concertato: pregò Euripo. la bocca non a formare lusinghe o note ma solo intenta a dare ed a ricevere baci. Reina delle Amazoni e sorella di Euripo. avisandola de’ repentini languori. Nissea. creduta valletto. lo discolpasse dell’interrotto appuntato.

voi ch’a l’empia Luna de l’acciar co’ baleni funestate i sereni. O troppo care li sono le dimore tra le lusinghe e i baci. voi. diero l’ultima Parca al tiranno monarca. chi d’Oliva incatenò la guerra? chi del furor tenta fiaccar la forza? Che forse. Con sferze di Chelidri e di Ceraste andrà Bellona a lacerar la pace. coronata di palme. lasciato il freno ad animar rumori. scherne gl’algori? Scenderò da quest’orbe a la sua stella. la Pace accoglierete e in sen del sempre sarete illustri a par del Sol vivendo. assorda il mondo col latrato. mole in grembo a la sua bella. figli de la Gloria. Vo’ che di rea fortuna disprezzate i rigori. e i lumi vezzeggiati dal sonno vigilar più non ponno. eroi guerrieri. caldo d’amor. ‹LISIRO› E pur non viene. voi che de l’onde nere tra i patrii giri e i barbari confini i minacciami pini pavidi racchiudeste onde le fere. di quella stella sanguinosa ad onta che fremendo tramonta. genitrice di risse. né mi lice col canto il sopor che m’assale da le tempie fuggar. ATTO PRIMO 5 10 GIOVE 15 20 25 30 35 40 SCENA PRIMA Cortile che divide le stanze di Cirene da quelle di Olpenore. assorda. Marte. Germineranno i tuoi furori indegni messe cadente di rancori e d’armi. la virtù sempre vince anco perdendo. Latra pur. voi. imperante quest’astro in aurei marmi darà sepolcro ai rinascenti sdegni. L’alba è vicina e da le regie sale ancor costui non scende. disarmate le destre. farà ch’i Caducei tornino in baste. diffuse al vento sien tue rabbie e vane. animi invitti. dilagato il velen nel lor covile. aspra e ferace.PROLOGO BELLONA. 259 45 50 . BELLONA Chi laggiù del Bifronte il tempio serra? chi. augusti. LISIRO. chi d’Aletto l’atra face ammorza? chi.GIOVE. latra. in breve. o delle menti insane Furia di sangue uman fumante e lorda.

SCENA SECONDA EURIPO. 80 ‹EURIPO› Sorgi. composto di due salme. e di rose rugiadose quelle piume orna ed infiora. e mirando i miei trofei bacia il letto ov’io godei. e i raggi d’oro scintillando. Esci. Coro di soldati etiopi taciti. venturoso seguace di quel nume bambino ch’in coppa di rubino porge ambrosia vitale a chi per lo suo strale langue e languendo gode. di lui geloso. ‹Euripo è assalito dai soldati etiopi. fortunato sagace. quanto dolce licore l’ape de la tua frode ti fabricò. quelle piume ove d’amore senza spine io colsi il fiore. sin che nel cielo l’aurea face avampi. ulula in petto di mal gradito amante. vo’ darne aviso a’ Neri.) 70 75 LISIRO SCENA TERZA EURIPO. 260 . NISSEA 95 A l’armi. a l’armi. Certo egli arriva tra i silenzi e gl’orrori a insanguinar i ferri insidiatori. Amore un inesto tenace vuole. Invidio la sua sorte come del mio signore compatisco il furore: so come Amor lattante. EURIPO. che resti aviticchiato al suo riposo. EURIPO Ingannator felice.› restin tra le caligini e sepolti questi indegni di vita: or al tuo brando hai la mia spada unita. sazio. LISIRO. Parmi udir calpestio. (Sì ch’Olpenore è questi.55 60 65 o pur. esprime i goduti piaceri. Estinti ‹In difesa d’Euripo. ti distillò nel core. Ei. invece di vagire.› 85 90 SCENA QUARTA NISSEA. o bella Aurora. sorgi. accioché del destin la rabbia ei scampi. o cavaliero. fiammeggiando stendi e drizza al mio tesoro. o Sole.

Amore. Orbe ch’in picciol sfera giri le mie speranze. onde rimanga pur tra l’ombre ignoto. dono del mio bel vezzo: la lingua garruletta de l’affetto ch’io porto al tuo signore esprime la qualità sublime. Cento volte baciato omai riposa. ‹Porge a Nissea l’anello di Cirene. Aurora ridente che l’uscio gemmato al sol già destato e cinto di rai aprendo ten vai. il nume tutelar che mi soccorse. trasformò la nota voce. Giunta sul Termodonte vo’ eregerti delubri. EURIPO Cortese difensore. e da quei cori de l’arco tuo sprezzanti ed indevoti offrir vittime farti e appender voti. a’ dolci fervori d’un’alma amorosa nel latteo foglio con rosea penna 261 120 125 130 135 140 145 . qui cingolo amato. bacio il primo e ribacio. o l’assalto feroce anelandogli il petto tal gli la rese. Dirò sol: t’ha soccorso un cor devoto. d’avermi tu guidata a l’empio tetto per scoprir le congiure de l’adusto tiranno sempiterne memorie in me vivranno. acciò mi fia palese qual s’impiegò con sovrauman valore formidabile destra a mie difese. e perch’altrove la seconda non voli.SCENA QUINTA EURIPO.› L’uno e l’altra io ricevo. ‹NISSEA› 115 Per celarsi il mio caro alterò. Io non ti sprezzo. entro del seno tenacissimamente io l’incateno. da tenebre svelato. Almen con questo dono prendi d’un obligato l’anima generosa: un giorno ei forse m’additerà. brillando vezzosa co’ lucidi albori. Oscuro è l’esser mio. oh quanto è più vivace de la tua gemma che scintilla e splende il foco che m’accende: de l’oro che ti forma più pura è la mia fede. 100 NISSEA EURIPO 105 NISSEA 110 SCENA SESTA NISSEA. scoprimi il nome. NISSEA.

155 160 165 170 175 SCENA OTTAVA LISIRO. ‹ELIBEA› Con l’alba che risorge da la porta eritrea sorge ed esce Elibea. d’esser baciata: grato m’era l’inganno. M’è fuggito dagl’occhi pavido il sonno. il desio mi scherniva. Viva Cupido”. De’ sposi a le dolcezze. Garzoncelli tenerelli senza senno amar non vo’. SCENA SETTIMA ELIBEA. hai stemprato il tuo rigor? Con le faci sue vivaci t’arde il petto ancora Amor? Né ritroso né sdegnoso come credi il cor non ho. ritrosetta. se ciò fai. Amor che fai? un eunuco m’arrechi? Se i lumi tuoi son ciechi per trovarmelo intatto. LISIRO 180 Feci a la libertade un giuramento: di non servir mai più. son sbigottito. ELIBEA. chi vedo? Amor. s’avea più tardo il piede ero spedito.150 imprimi e scrivi: “Viva di Gnido il foco e l’arco. 262 ELIBEA 185 LISIRO 190 195 ELIBEA 200 . lascio il letto infecondo e. perché non adoprasti il tatto? Sdegnosetta. in sen di qualche amante da fantasmi ingannata mi parea di baciar. del vaneggiato ben vedova e priva. Di tanti e tanti amanti. poscia maggior l’affanno quando invece del vago palpando l’ombre m’accorgevo alfine che tra sterili piume. ti prometto sul volto del diletto tra languidi e mordaci offrirti cento baci. nato a pena il lume. immaginate ho tra vigilie eterne. arciero spiritello. Oh oh. perché. sorta. Or. tratte l’ore notturne e intenerita dal pensier contemplante. fa ch’incontri il più bello. io spero di goder da dovero. ed a tornarvi io credo che starà gl’anni intieri.

Vanne.LISIRO 205 210 ELIBEA 215 220 Dolce bocca non distilla assenzio o fele. che no. de la felicità può dirsi imago. crudeltade orrido il rende. core annodato a core da la destra d’Amore con vincolo di rosa. insulso affetto. La natura. omei bugiardi non han dardi per sforzarmi a dir di sì. Se lo guadagno. va’. Vada il cor. ohimè non più. Non vincerai. consolata signora. se vinco il tuo lo martirizerò. LISIRO 225 ELIBEA LISIRO ELIBEA LISIRO 230 ELIBEA LISIRO 235 ELIBEA LISIRO SCENA NONA CIRENE. se crudele negro ciel fulmini scocca. I numi del diletto ti eternino nel petto sempre. sospiretti. sì sì. si tranquilli omai. Perderai tu. i tuoi contenti. Tua bellezza è un ciel che splende. Ora ch’il mio la tua fierezza udì. innamorata sposa ch’avida alfine ottiene il possesso del bene del sospirato vago. sù sù. Lascivetto. Che sì. de’ fanciulli fé leggiera. no no. io vo’ tenerlo schiavo in ceppi e notte e dì. ch’a te mercede mai non chiederò. ch’ancora a me hai da chieder de’ sprezzi e invan mercé. sempre ridenti. senza nembi e senza brine riede alfine nel seren come già fu. Che no. Amor non vuole ch’un imbelle a stampar prole in amar si getti il dì. CIRENE Spirto allacciato a spirto con catene di mirto. Vada il cor. Non più strazii. la speranza in te s’annulli. ELIBEA. via di qui. pegno. de l’abbracciato caro a l’anima sembraro? Fu tra l’ombre beata più che se sciolta dal terren suo velo a le mense del cielo 263 240 245 ELIBEA 250 CIRENE 255 . via. Il deposito fatto sia ne le man d’Amor. Come dolci gl’amplessi de l’introdotto sposo.

Qual rabido furore il cor t’assale? Sol de l’antico peso sinor sostegno è stato il letto immaculato a la prole di Reso. cruda Cirene. le viscere ti roda augel vorace. Reina. donna superba. verginella. ELIBEA. Ti parvero soavi le lusinghe del drudo? Così accogliere ignudo. mi contamini il sangue. non sa. sono d’averti il patrio trono 264 290 295 CIRENE 300 305 310 TELASIO . CIRENE 270 275 280 SCENA DECIMA TELASIO. Non è cosa più grata che ’l tortorello suo baciar baciata. e. Non è cosa più grata ch’il suo colombo ribaciar baciata. Di casto letto e puro legittimo è il piacere. Vo’ con un sposo anch’io render pago il desio. verginella. senza del regio scettro aver tema o rispetto. Da fellone tu formi e calunnie e querele.260 ELIBEA 265 bevuto avesse. un nemico nel letto? Lo saprà il Rege. a destra del Motore. Non più. il cor languisce a sì tenere voci. non più. CIRENE. ebra di loro. con i diletti mi flagelli e nuoci. Queste le ricompense. ti sbranerò sugl’occhi il Licio mio rival. Càngiati i sdegni ostili in calme e in pace: Olpenore m’è sposo. in coppa de la gloria ambrosio umore. TELASIO 285 Ne l’allegro del volto in mezo al vezzo e al brillo vibra la tua lascivia il suo vessillo. e troppo sciolto contro l’onor reale lasci a la lingua il freno invido e stolto. Lasciarsi infracidire sovra stelo romito. vendice severa fatta questa mia mano del schernito germano e de l’empie mie pene. amar come le fere or questa belva or quella è follia. languir senza marito ne l’etade più bella è pazzia. non sa spiegare come seppe baciare. barbaro dispettoso. Le gustate dolcezze la lingua.

inonorate restino le sue furie e disprezzate. sconoscente Cirene? Ah ch’impiega il talento in sollevar animo ingrato oppresso con danno di sé stesso getta e diffonde il beneficio al vento. Mertano i detti tuoi temerarii e villani che di replica invece io m’allontani. i sguardi nel vostro duce? A incavernarvi andate ne le grotte Rifee. non rimango. i sozzi centri oscuri non saranno rifugi a te sicuri. vili e impotenti. Ah se mai da lo sdegno mi verran sciolti i lacci. mi tormentano uniti. ed aborrito amante mi proverai in eterno aspe agitante. arditi. ‹TELASIO› Partì la cruda. misero. Amore e Gelosia de l’empia sorte mia a la rota funesta il cor legato carnefici mi sono. quasi quasi per gioco col gelo e con il foco. dagl’assalti del letto reso languido e stanco e come osate fissar. ove da tigre o d’orse bevesti il latte. nel sferzar incessante ho meco il duolo. morta a la luce e seppelita al giorno. e solo. Tempesterò mai sempre il tuo tranquillo. spirti codardi. io che le squadre achee desertai trionfante. privo d’aura di speme e di conforto. aspro fanciullo. e ovunque porto il piede incatenato. SCENA UNDECIMA TELASIO. de le spelonche Ircane o de le Caspie tane. un giovanetto. Io che de’ greci eroi sostenni i colpi in su l’arene Idee. a uccidermi un imbelle.315 320 325 330 ELIBEA CIRENE 335 che crollava difeso da l’Erinne guerriere di tante licie schiere? Così di queste tante volte e tante per le porpore tue recise vene ti son grati i favori. vinto da ignudo infante occulto a la pietà piango la libertà. 265 340 345 350 355 360 365 370 . spruzzerò di veleno i tuoi contenti. Cecità sotterranee e cavernose merta aver la viltà per suo soggiorno. Ma voi. produrrò sempre nembi al tuo sereno. Lasciam ne’ suoi rancori agitarsi quel mostro.

E poi che? Dir non voglio quel che passò tra noi.. de la mia difesa fu quello il guiderdon. messaggieri d’Amore ite.) Tu. e sovente. Una falange intera era fragil ritegno al mio valore: pugnai sotto di Paride. signor. la greca Elena bella mi baciava e poi. OLPENORE. Felice impresa. e de’ fervori che m’arsero le fibre anco di nuovo susurrando i languori. e antiche a la notizia altrui. (Oh come apprese da politica saggia l’arte del simulare. a’ furori di cento assalitori ignoto cavalier che già partiva da la goduta diva illeso io tolsi.) Da genio bellicoso dunque tu retto tratti l’armi? Nove m’arrivan le tue prove. Tu ch’in Frigia pugnasti. il militar sudore tergendomi. Nove a te apunto. NISSEA. OLPENORE 375 Precorrendo il mio piede.. vedesti mai questa Nissea che scorre con tante vele per il mar del Trace generando i sospetti a nostra pace? L’amazoniche tende di rimirar frequente ebbi fortuna. Noto è Corspera d’Ida a le spiagge amiche. Avezzo l’occhio a l’indiche vaghezze mai non vide il più bello. o sospiri. Coro de’ paggi. non sbigottite. 266 380 NISSEA 385 390 ‹Mostra l’anello. Dal lascivo piacere ancor intatta e pura. languidetto giacesti in piume ed io.› OLPENORE 395 NISSEA OLPENORE 400 NISSEA 405 410 OLPENORE NISSEA OLPENORE 415 NISSEA 420 425 . bellezze idolatrate: sano dal mal notturno a voi sen viene ma ben egro amoroso il vostro bene. ardea. d’Argea le scuse autenticate e dite: “No no.” (La cagion non comprendo perché d’aver goduto a l’ombre il suo bel Sole meco celar si vuole. rotando il ferro agl’empiti.SCENA DUODECIMA Le stanze di Olpenore. e di quelle guerriere n’ingravidai più d’una. e di tua fama al bello languia lontana. a la bella ch’adoro. Egli saprà regnare. m’è la vergine conta d’imago e di statura a me simile.

ma a te. d’Encelado e di Ceo la garrula germana. Sparsero gl’incentivi su le viscere ardenti. OLPENORE. O mie pigre dimore: il debito tardai. se tu sapessi quai per te covo in sen fiamme voraci. loquace. uditi del Licio Marte i risonanti inviti. NISSEA. Sire. le speranze interrotte. Ed io. ascrivasi l’errore. grazie a Giove ritrovo e sano e sorto il Sole. d’Apollo a’ piè. la tua sposa Cirene. (Del fallo penitente voglio aver per impaccio di condurti Nissea spogliata in braccio. il cupido desio. e udii che da remoti climi venia la prode in tuo soccorso. bugiarda e vana. e forse il mar turbato avrà l’arrivo al suo desio negato. Invece di grondar sui spirti accesi acque refrigeranti. signor. contrarie al male. de’ baci tuoi cortesi avida più che mai l’anima non sanai. raddolciria la ferità del foco. le forze sue primiere impetraro al mio Re: o pur de’ falsi mali la reggia riempì. idolo mio.430 OLPENORE 435 NISSEA 440 445 CORO OLPENORE 450 NISSEA e sovente dicea: “Cor mio. un suo custode m’i fé palesi. a te viene la tua cara Reina. de l’antico vigore porto ripieno il core. il medico d’Amor. sia pur come si vuole. or. Ma come ti son noti questi de la guerriera? Un eunuco reale. 267 460 465 OLPENORE 470 CIRENE 475 480 OLPENORE . Non potea della luce il dio sovrano a bellezza emulante i suoi fulgori negar chiesti favori. CIRENE 455 A l’orbe quarto ascese le mie calde preghiere del fisico divin. Coro de’ paggi. tua mercede. e pur è poco. Sire.) SCENA DECIMATERZA CIRENE. Corspera. Egro languii la notte. Un bacio.” In esplicar affetti non hai pari. prodigo de’ tuoi dolci e ambiti amplessi su questa bocca improntaresti i baci. l’ore di questa notte. versò sopra di loro pioggia di fiamme onde avampando io moro. ELIBEA.

Siamo stati traditi. o mia speme. Reina. Non venni. oh dio. le tenebre passai tra ’l lieto e ’l mesto. io l’ho godute. Vai scherzando. oh dio. T’accolsi pur nel letto mio. Oh stelle. no. Anch’io.485 CIRENE 490 OLPENORE 495 CIRENE 500 OLPENORE 505 510 CIRENE OLPENORE 515 CIRENE 520 OLPENORE CIRENE OLPENORE CIRENE OLPENORE CIRENE 530 OLPENORE CIRENE OLPENORE 535 CIRENE OLPENORE CIRENE 540 OLPENORE CIRENE 545 525 o mie bellezze rare. ch’anelando languiva? A le sue languidezze anch’io languendo. Come dolci? E del sposo deh non ti soveniva. Scherzo? Che neghi forse il fruito diletto? Da che la notte sorse languii dentro quel letto. sopra di noi spargendo dal suo ciel Citerea di Giove un nembo anzi godea che mi spirasse in grembo. Quando Argea ti fé nota l’efimera crudel che m’assalì. abbracciato e baciato. anco indefesso. sempre deluso da vaghe imaginette ne’ febbrili fervori. piagata d’auree quadrelle acute. infermo. De quai baci tu parli? De’ notturni passati. Argea. Che. dì. come rimase il cor? Dì. deh non venne a baciarti e delle mie impotenze ad avisarti? Usurpare non volse la vergine al tuo labro i dolci offici. al labro tuo che da’ tremori oppresso fu nel baciar. Oh stelle. tremante. dolcissime. che traditi. consorte del suo fato. Siamo stati traditi. De’ baci imaginati? Ch’imaginati? veri. Sì di schernir ti affidi l’onor del sangue trace? Ne le perfidie audace neghi d’avermi sciolto 268 . mandata dal mio labro febricitante. Argea non vidi. spiegato il manto suo l’ombrosa diva. bella. Veri? E come lontane si pon baciar le bocche? Lontane? Tu lo sai se disgiunte son state le bocche innamorate. vi sembrarono amare? Amare? E come puote gustar bocca che sugge d’Ibla e di Imetto il mele l’amarezze del fele? Moribonda. In seno sempre pur ti sostenni. ingannato cor mio. non venni. d’egre cure e d’amori fabricato un inesto.

Merta trovar pietade Amor sagace. Che rumori. so che tu dirai: “Perdono. parla. Pur s’a te par scoprire l’ardito amante e di trovar clemenza. o man. sei la beatitudine umanata. ministra trascurata. ERONEO Oh valorosa Argea. nego dolente il fior non colto. Corspera?) (Forse nove dolcezze a l’insatolla saran state negate. EURIPO. o Re. Ah no. 269 600 . EURIPO. sospiro. cadano gl’auguri: de’ tuoi delitti il delinquente io sono. fatto il talamo tuo sozzo ed impuro da lascivie. Cirene. per farmi scopo e segno de’ tuoi spietati e luminosi arcieri. che sdegni? Signor. Fuggi l’empio. e tanto basta. ti do licenza. crede ancor la mia frode aver la pace.› SCENA DECIMAQUARTA 570 ‹EURIPO› 575 Altra facciata dell’antecedente cortile. in braccio di colei che ti consola corri veloce e vola. che festi? Del cor senza il consenso.” Eh che di più palpare. il don de la mia vita donasti al difensore? Cieca nel cieco orrore so. sagittarie stellette. Amor crudele. benché sleale? Nego. ‹Fugge adirata. Illustre pondo non sarà mai ch’aggravi un letto immondo. coraggio. che dico. Espongo volentieri. reso de’ passi miei tiranno e duce. Lavi macchia d’onore umor di sangue. che mai non vi saziate?) Ed ecco il varco ad altro marte aperto. 580 585 590 595 SCENA DECIMAQUINTA ERONEO. feritrice famosa e d’anime e di salme. Qui l’anima repudio. col traditor m’adiro. ti vo’ dir mio. ed imprimendo in su quel latte i baci il tradimento e ’l traditor deh taci. (Che fia questo. a te qui mi conduce. Con lo scudo e l’asta sarà teco Corspera. prodiga inavertita. Amoroso pensiero. Lo scettro del german non torpe e langue. Che festi. Ti concedo il perdono. Euripo.OLPENORE 550 CIRENE 555 ELIBEA NISSEA 560 OLPENORE NISSEA 565 il cinto verginale. errai.

io ferito.605 EURIPO 610 615 ERONEO 620 625 EURIPO 630 635 il petto a le saette. saneremo i languori? Merta l’egro ostinato. tu tutta fiamma ardente. in voi che diffondete alti conforti da la gemina vena per dar qualche ristoro al cor che pena. I sospetti svaniti ch’arrecano a’ tuoi regni del Termodonte i legni che del vicino mar radon le rive. TELASIO ERONEO 655 T’è rigida costei? tutta alterezza forse. 640 ERONEO 645 EURIPO ERONEO 650 EURIPO SCENA DECIMASESTA TELASIO. medicine salubri a’ nostri mali. incompianto. Soffri e spera. soffri e spera sì. Tu penante. ti sprezza? Sono rigidi gl’angui. alterigia non serba. ma quella bocca. m’ucciderete. a le voci festive del reale Imeneo desto il bendato. (Va cercando costui dura Fortuna. soffri e spera sì. deriso.) Sitibonda e digiuna a voi. In voi fisso lo sguardo. quivi drizzando l’ali. Lusinghiera ti promette sanità. ond’ardo. Soffri. Beltà. ERONEO. apporterà. or con il doppio lampo delle sue stelle m’influisce e piove uniche gioie e nove. io tutto incenerito: e quando e quando mai tempreremo gl’ardori. 270 660 . qual cerva a fonte corro anch’io. mia vezzosa? Dillo. EURIPO. sì. S’indomita e superba mi fu nemica in campo. medicherem le piaghe. Soffri e spera. Eroneo. andar di morte a seguitar le prede. Soffri. luci. spirando ne la mia spirti vivaci. gioiremo. Tra gelosie di guerra sovra l’ombra frondosa del mirto amor riposa. dì. io languente. Goderemo. cor infermo: il dì verrà che severa la tua bella ah non sarà. se medico non chiede. susciterà l’estinto al suon de’ baci. ch’è un raggio del divin splendore. tu piagata.

Chiuso a la fuga il varco Olpenore s’arresti. EURIPO. D’un nemico politico e sagace sempre finta è la pace. 271 690 695 ERONEO 700 705 TELASIO EURIPO TELASIO 710 ERONEO 715 . Vendetta. spesso l’errore è padre del consiglio e precettore. SCENA DECIMASETTIMA CIRENE. vendetta. tu. di finta oliva coperto l’odio. Lo scettro trace così delude audace? così. io ti chiedo. lasciva negl’errori. TELASIO. al generoso sdegno eh poni il morso. Argea. d’aver colto e sfiorato il regio onore. poiché nega. germano. Non ha. cada l’ira nel corso a’ miei preghi placata e qui non sparga. ignuda e incatenata nel suo letto t’avrei fatto condur da’ miei. non ha necessità di prova noto valor che chiara fama approva. ELIBEA. lo sposo destinato sposa. Ma leggiero e lento il castigo non fia. Troppo osasti. accolsi intempestiva. Divini son stati i miei presagi e i vaticini. barbaro vantatore. con il ginocchio prono e vendetta e perdono. i semi di civili rumori: conte tue palme son. rapita. che sì che come un vile. e troppo ardisce il licio ingannator. CIRENE 685 Sire. conti gl’allori. Cirene.EURIPO 665 TELASIO EURIPO 670 ERONEO 675 680 E se rigida e altèra l’avessi disprezzato. ERONEO. Né tu né quanti adusti nutre l’arsa Etiopia avrian vigore. E qual delitto commise il reo? (Le frodi mie). stimolata. amante furtiva. e con funesti scempi atterrirà la fellonia degl’empi. Che sì. quest’armi. Tardo il conosco. crede con libidini oscene lordar di Reso e profanar la fede? Purgheran le sue vene l’illustre reggia. signor. di scingermi e di trarmi queste spoglie. tradita. spergiuro e non curante de’ pronubi celesti il traditore. tu ch’avresti oprato? Di quell’armi spogliata. stolta Eumenida. Perdon se dal desio troppo infiammata. oh dio.

per te combatte la prospera fortuna contro la rea. querele e lai. LA FRODE Sovra i cigni materni. Coro di Amorini. festoso Amor. ancor godrai.) (Vo’ l’amico innocente avisar del periglio. ATTO SECONDO 730 735 740 745 SCENA PRIMA AMORE. Coro di Amorini. (Oh fiero Amor. partecipi resi de le speranze mie. Voi. e di perdere il regno de le nozze reali a me più degno diè modeste repulse. potrà forse pentito ratificar ciò ch’egli nega ardito. spento l’emulo. i piaceri. che non s’uccida. 750 755 SCENA SECONDA La FRODE AMOROSA. il latte ch’al labro amareggiato da l’assenzio d’Amor t’accosta il fato. Troppo obligò la destra il trace diadema.CIRENE 720 ELIBEA EURIPO 725 Disciplinano i Re gl’anni e l’evento. acciò repente fugga a l’armate tende e resti intatto de la pena che merta il mio misfatto. ah sol la tema. Telasio. di mie grazie o dispensieri. Dolente e deflorata ama l’ingannatore anco ingannata. Mutan tenor le stelle. AMORE O bendati. AMORE. Sù piovete. difondete. Sire. coronate di verde il crespo crine ed a sperati giorni miei tranquilli fate che l’allegrezza in sen vi brilli. Qui cade un ballo di soldati Etiopi.) SCENA DECIMAOTTAVA TELASIO. Le sembianze rubelle. scorri de l’aria i calli 272 . saettati sian da voi con aurei strali i mortali. e più non peni. ‹TELASIO› Di risorta speranza bevi. Si sereni core amante. ancora. Si sereni cor amante. Ammutirete pur. Per te. e più non peni.

ch’altrove vo’ che tessi altri inganni e frodi nove. A quell’oggetto orrendo atterrita discendo: mi piaccion quegl’agoni dove crea la natura non gl’orridi macelli dove strugge la morte i meschinelli. ma quanto dolci sian queste contese è. Il fugace.760 765 770 AMORE 775 LA FRODE 780 AMORE e non curi o discerni qual sinistro sovrasta a’ tuoi vassalli? L’impostomi adempito. o deità che reggi sovra infocati seggi de’ monarchi fratelli i vasti regni. sol qui risuona fremito di Gradivo e di Bellona. a voi palese: quell’è il vero conforto: veder l’amante in braccio a divenir di giaccio e restar morto. Frode amorosa. ‹ELIBEA› Non può contrario affetto svellerlo a forza fuore del cor nel centro. Sagace essecutrice sarò de’ tuoi disegni. Feritrice guerriera fatta talvolta anch’io pugno col caro mio. Dove passa e vola Amore nasca il mele e sorga il fiore. ingannata Cirene in letto accolse l’Olpenore mentito. Amazoni amorose. con l’armi di beltà 273 795 800 805 810 815 . pregando per la vita del sleal fuggitivo i cieli. accesa. Di qua per trarti io drizzo de l’ozioso sonno a’ muti ostelli l’ali di questi augelli. donne. fate omai ch’i cigni stendino. i dèi tutti i colpi indrizzati al traditore su l’anima riceve e se ne more. radicato Amore. o vaghi Amori. e le faci i loro ardori grandinando ogn’alma accendino. Su le piume. Più che mai del suo ardor fervida. Giove assiste al nepote destinato a Nissea da’ miei decreti: d’avvenimenti lieti genetrice sarai. or che sarà del vero? A’ traci sdegni innocente soccombe e a strazii indegni. Di non vagar più ascosa per questa rocca è tempo omai. su torre eccelsa ascesa la sprezzata tradita. seguito da l’irato Eroneo. 785 790 SCENA TERZA ELIBEA.

o voi. incatenate. A terra steso t’ha pur. OLPENORE. donne. Oh quanti estinti il vederli è una vaghezza. l’innocenza s’opprime come nocente e rea? Che dorme neghittosa in cielo Astrea? 840 OLPENORE TELASIO 845 850 ERONEO 855 OLPENORE 860 SCENA QUINTA ELEO. Oh fortuna crudele. A lei. Velocissima e snella. Vinto abbiamo. Questo piacer riserbo a l’oltraggiata. soggiaci pur. Gran guerriera è la bellezza. soggiaci de la vendetta a’ colpi. raddolcirà de’ scherni suoi l’acerbo. olà. Così. ERONEO. Ah brando neghittoso. l’empia belva trafitta. o quanto. l’indegno. vibrate i strali. sfere maligne.guerreggiamo ancor noi. S’ingiuria l’impotente per macular l’onor del poderoso. Vendichi destra offesa il proprio torto. Ergete. gl’altri ripari non difendono più del Licio infido la perfidia rubella. Il perfido odioso qui. 820 Sieno i sguardi nostri dardi. scorre de’ Traci la vittoria. Non si ritardi più. qual pigrizia t’arresta? Tronca l’infame testa. o quanto aggrada sotto del ferro vincitor vedere con spettacolo orrendo il suo nemico angonizar morendo. Sta serbato a lo sdegno de l’ingannata sposa. il traditor spiri conforto. de le tue colpe il peso. OLPENORE. tinta di poco sangue per i presi steccati. Langue 274 865 . ERONEO 830 TELASIO 835 ERONEO L’orgoglio omai fiaccato. spirando l’anima. TELASIO. TELASIO. qui lacero cada. ELEO Sire. ERONEO. fellon. con il riso resti ucciso chi contende né si rende. Ella ne’ sdegni invitta. 825 SCENA QUARTA I steccati de’ Lici e la campagna di Bixia. sù sù. Lo scorno di Cirene è a te indrizzato: l’opprobrio de l’imbelle offende e sferza te più sensibilmente.

conducete l’avinto.870 ERONEO 875 880 885 ELEO OLPENORE 890 dal valor calpestata l’ostil fortuna vinta in sì brev’ora. ‹LISIRO› 915 Alfin l’esser fanciullo è un gran disavvantaggio: esposto ad ogni oltraggio. Eleo. E perché pera e spiri la vittima. l’invio. O dèi spietati. i raggi adombrati da l’error suo. ministro di vendetta. conduci il prigioniero e dilli che da cento zampilli facci che versi il sanguinoso umore il suo defloratore. e la tua imago entro i vessilli adora. A la rocca men volo. Sia pur infuso di virtù. Olà soldati. nascono repentini alti perigli. ERONEO. Misero quel regnante che ne l’avversa sorte è di chieder costretto aita al forte. Ma chi è nutrito da mollizie a l’ago ha solo ardir di vezzeggiare il vago. Ella. Io ti vedrò di nuovo anco pentito de’ tuoi stolti consigli. Del Termodonte i germi fan bugiardo il tuo senso e l’han confuso. A l’offesa germana. Son gran maestri l’essercizio e l’uso. Del superbo Etiopo le superbe parole che soffra senza sdegno debolezza di regno or così vuole. e sempre tocca al paggio a star di sotto. Protege la ragion chi lance impugna ne la reggia sovrana. Ha generoso cor salma reale. scoccando contro il reo dardi di morte. di voi mi dolgo solo che nel superno polo sovra troni eminenti sferzate gl’innocenti e favorite i rei. il brando mio. ritorni a la corona col braccio ardito e forte. 905 ERONEO 910 SCENA SETTIMA LISIRO. trangugio al giorno cento affronti e inghiotto. Da soldati rapaci 275 . Che regnano lassù forse i Tifei? SCENA SESTA TELASIO. TELASIO 895 ERONEO TELASIO ERONEO 900 TELASIO Una femina molle vuoi tu ch’osi svenar guerriero amante? Sempre folli pensier nutrisce il folle. diviene in petto feminil languido e frale.

Questa è l’età de l’oro. il crudo no. donne. Stile ch’inver mi piace. non è gentile? Nega quel ch’assaggiò. Secolo benedetto dove repulsa o sdegno non rendea fuggitiva la lusingata diva. dove si va sì furibondo. 276 965 970 LISIRO 975 . Senza il giogo di Giuno sì grave e sì importuno. alor nato non era colui che poscia amore amareggiò. NISSEA Mira. e vinti e desolati d’Olpenore i steccati.920 925 930 935 940 945 950 e sgridato e sbattuto. LISIRO. rapir non ho potuto di tante e tante saccheggiate tende una misera spoglia. Questa d’oro è l’età. Questa d’oro è l’età. de l’Amazone sua segue lo stile. se ne va prigionier d’ira fremendo de le catene al peso. Rassomiglia quest’uso a quel de l’aurea età. da te indifeso. pigro Corspera. quel che godè. Addio. mercé di vostra cortesia. in cui con libertà ciascun godea. qual rammento poetica chimera che mai fu né fiorì. a ragion rabbia ultrice il cor ti rode. bracciar chi ti consola in lascivette piume: o che dolce costume. baciava la bella ch’adorava. Ma sciocco. è questo il secolo dal sì. 955 960 SCENA OTTAVA NISSEA. quel drago velenoso. Di non esser qua giunto opportuno ne’ Traci a inferocir del tuo signor custode. Ho speme un dì di star anc’io di sopra e far così. È questo. Egli. accrescete dolcezza a la dolcezza con quella finta asprezza: la negativa il vostro cor non ha. che ti par del vinto Re? Non è. dove? Chi volete che Giove incensi più se senza aver pietà distruggete così l’umanità! Quel crudo ferro al fianco omai ritorni. signor soldato. Lisiro. Fatte ad arte ritrose. l’antica è una bugia: s’accommuna a ciascun vostra beltà.

che spero d’ottenere? Ei d’Argea dalle reti è preso e colto. e sempre invitto. Chi nasce vile è sottoposto a l’onta. che l’idol suo racchiude e lui si sferri. ma taci. amante. E di notte e di giorno passai vari emergenti. di lunghe e grosse picche. sorsi trafitto. Amore unisca i carmi. affretta il lento passo e de la tua Nissea l’oste famosa qua conducendo la prigion s’atterri. Credo che mille e mille perigli abbiate scorsi in smisurati aspetti. Di lance nerborute. E pure non avete da sbigottir le schiere rigido volto. partite. Orsù. Gelosia. qual africano Anteo. senza ch’alcun vi scuoti o v’impauri avrete sostenuti incontri duri. Alcida. celato. genti vi son sì temerarie e ardite che non si sbigottiscono di spade. o duolo. Ma come del mio Re mi scordo il danno? Affretta. partite ancora voi. in forme orrende. a tai rumori. Ohimè son morta. 1015 1020 1025 1030 277 .NISSEA 980 LISIRO 985 NISSEA 990 LISIRO 995 NISSEA LISIRO 1000 NISSEA LISIRO 1005 Quanti n’avete ucciso a’ vostri giorni? Stancai del curvo vecchio che tragitta i defonti il negro remo. Ma libero e disciolto. Fortuna vi fu scudo al bel volto. avezzo a tai perigli. tanti mandai di Stige al passo estremo. Pur se restar volete. o mio risorto Achille. SCENA NONA NISSEA. al suon de l’armi fa che. T’odo sì. amica. vi guardi stella pia da’ traditori. giudico bene a l’alte vostre prove che ne celiate di profonde altrove. signor. Più di quelle che credi. avido solo de’ suoi commerci. taci. Al mio languor la medicina ho pronta. vo’ trar i piedi da queste sanguinose orride strade. Ella. la spietata rival che mi tormenta vedrai lacera e spenta. Pensalo tu. 1010 ‹NISSEA› Tristo fanciul! Gl’esserciti valletto malvagio a par di lui più non avranno. sempre seguace de l’amato suo Rege. onde di cicatrici deturpato non l’han cave infelici. in campo a bruno ciel sotto le tende. Per lei l’affascinato ripudiata ha Cirene.

ho sempre teco. Tu. vive l’infido. vive. ite a rubare. se non chi lo gustò da ingannata beltà. è morto. Oh notte amica. o divi. avolta in spoglie nere.SCENA DECIMA Logge precedenti il giardino. amanti. vo’ vegliar teco rinegando il die. hai condito il piacere. Olpenore. Occhi. o dive. più bella de l’amorosa stella. EURIPO. oscura protettrice de le rapine mie. de’ cari furti miei manto felice. a’ biasmi ed a le pene. incatenollo e la ragion per sciorlo più d’una volta l’ha vibrato e scosso: quel che vorrei non posso. colei mirate da cui voi ricevete e lume e moto: con lo sguardo devoto 278 1075 1080 EURIPO . d’Olpenore mi sono ignoti i casi amari. Se ’l volete provare. morto è il crudele. CIRENE Presi i Licii ripari. fatti ladri. equivocato il reo. non sa se non chi lo rubò. Che cosa sia diletto non conosce. ‹EURIPO› Scusa. ma se sedete nel sublime Olimpo giudici inessorabili del torto. Cirene. la frode l’istruì. scusa l’inutili impotenze d’un arbitrio prigione? Quel superbo garzone che per far schiavo il mondo vola di lacci armato. ma sgridaro a la destra Amor. o notte. Proteger con la spada io volea le mie colpe di cui soggiaci. il volante pensier. tu d’un ladro amante. di furto Amor nascé ed a rubar così a pena ferma il piè. O Cirene. EURIPO. dolce mia face. 1035 1040 1045 1050 1055 1060 1065 1070 SCENA UNDECIMA CIRENE. Chi non le sa rubare non puol condite l’esche sue gustare. Se voi le preci mie avete accolte e i voti. Accorto ladroncello. adorator seguace.

Potreste duo. o vergine feroce. la neve palpitante ei ti devea. Dolcissimi ti furo gl’abbracciamenti. del delinquente il grave error cancella. ti vaticino ancora sposa del fraudolente. narra. (Gran monarca di Gnido.) Ah che miri. Cirene? Vedo. Son stati dolci i baci? Ohimè che chiedi? Più che la manna e ’l zucchero. Reina. Argea. Se ne la notte non godeste. e perché forte non ho la destra e vigoroso il core per difender la vita al traditore? De le grate lusinghe la rimembranza. il tuo signore antico? così segui l’amico ne l’avverse fortune? Animo illustre fellonie non protege. del tuo vago tiranno? Rammentato piacer scema l’affanno. vedo annodato chi legata mi tiene. non potresti spiegare più al vivo il suo baciare. ma l’alma che delira ahi non gli approva. Ah se ciò fia dieci te ne prometto saporiti e melati di quei baci imparati. sono i provati vezzi. numerarmene a conto? Perché ti baci il vaticinio hai pronto. or gl’occhi ed or del petto l’avorio morbidetto. or la bocca.1085 CIRENE EURIPO 1090 1095 CIRENE 1100 EURIPO 1105 CIRENE 1110 EURIPO CIRENE 1115 EURIPO 1120 CIRENE 1125 EURIPO CIRENE 1130 EURIPO CIRENE 1135 EURIPO CIRENE 1140 a quel volto correte e lo baciate. non spiegar con la voce si pon le tenerezze. Meditar con l’idea. de l’infedel spergiuro. Sotto i materni tuoi rigidi climi perché non nacqui a l’armi. e non s’impiega ferro onorato in favorir la colpa. omai satollate il digiun vibrando i rai. ne’ baci anco incostante. tributario devoto in te confido. Baciarti or le guance. Cirene. o bella. Veri concetti esprimi. no. Argea tel giuro. Consolati. quando il tempo verrà ti bacierò. Dove perfidia spiega infami insegne e contro onor le gira non milita guerrier ch’a glorie aspira. Inespressivi. Oh se tu fossi stata la baciante baciata. Non son semplice. 279 . Vo con questa speranza. così difendi. torpendo in ozio.

spargi acque di pentimento. di scettro invece un ferro a la sposa tu porti incatenato? Così. più che mai t’amo e t’amerò sepolto. e mira il brando e i lacci.SCENA DUODECIMA ELEO. CIRENE. senza scemarne dramma. lagrimoso. vittima lo destina de la tua mano. Onor a punto. ELEO 1145 CIRENE 1150 Ecco il vinto. Che te uccida? Eh sai bene ch’ucciderti non posso. compagne scelerate. ecco il reo ch’il vincitor ti manda. OLPENORE. di cui son fatti sudditi i Re. Bellissimo mio volto. e che t’uccida. tramutar degl’amplessi onde godeste in catene funeste le catene animate? Da’ protervi letarghi svegliati. a’ preghi suoi inessorabil son. Ecco la spada. Onor. Insanguinato ei cada. mio fato. del deluso Imeneo ceppi e legami. Uccidi pure. Così. 1155 1160 OLPENORE CIRENE 1165 1170 OLPENORE 1175 1180 CIRENE 1185 OLPENORE 1190 1195 CIRENE 280 . Allontanati. supplicante per me preci ti porge. onore doloroso. egli mi sgrida. sospirante. Eleo. io ti perdono. alta Reina. o disperata mia barbara speme. e mai non chiede incolpevole core umil mercede. così perfidia e fellonia. uccidi. mio Re. Spargi dagli occhi. non ti doma la sorte contraria e minacciante? Qual infernal livore con le spume di Cerbero latrante t’estinse mai l’ardore? Più che mai viva e più che mai serpente. Pertinace negante. Da te ferito io morirò beato. L’onta susciti l’ira. Cadavere onorato esser vo’ pria che spirar aure infame e indegno regnator de’ Licii lidi: uccidi pure. uccidi. recide del nostro amor lasciati intatti i stami. porto l’antica fiamma. Arrotato e pungente con lo stral più che mai l’ignudo arciere mi stimola e mi fere. o Sire. che ne veda una stilla e ti sprigiono. Non versa occhio innocente pianto sovra il delitto. se ritroso le sprezzi.

Uccido il traditore. EURIPO. dolce foco. a le difese desta l’arte e la forza appresta. CIRENE. per i tuoi tradimenti egli non scenda a’ stagni di Cocito. (Oh d’affetto verace evidenza inudita. Ch’il laceri? Villano. ferma. Signor. mi sento intenerita. di Paffo il nume a le tue brame arrida da tua clemenza al vinto Argea la fida. infeste l’alte rote così lasci girar contro il nepote? (Di nuovo ecco sospese 281 1215 NISSEA CIRENE 1220 EURIPO NISSEA 1225 OLPENORE TELASIO 1230 1235 ERONEO EURIPO 1240 1245 NISSEA ERONEO ELEO ERONEO 1250 OLPENORE TELASIO . Amor. ti vedo: ma onor che sia più di costei non vuole. (Salva. ti sarà se non sposa almen ancella. lusinghiera? Quell’anima spergiura fugga dal terreo nido. Non si nega ad Argea grazia o richiesta. via.) Ti vedo. Deflorata verginella t’amerà. alto desio. Cirene.) Signor. ELEO. mostro aggiacciato. Eleo. di fé vendicatrice altera. OLPENORE. e la tua testa pagherà la sua fuga. riedi. Ah Giove. mi rende aspide sordo a tue parole. il tradito. Alfin. lasciva. riedi. SCENA DECIMATERZA ERONEO. torna mio. torna ecc. Destra del tuo signore. da te l’estinta io sono. se non t’uccido. Che tardi? uccidi. Più spirante in me stessa sen vive il fier per trucidarmi il core. uditele guerrieri. Giove. Euripo. queste son le tue prove. deh fa’ ch’impetri pochi giorni di vita. Non tel dissi io c’ha troppo senso umano femina nata a’ lussi? Ordina la vendetta a questa mano. TELASIO. ti appago. Olà trabocchi or ora essanimato a’ piedi di costei lo scelerato. Sire. Ohimè.1200 1205 Riedi. NISSEA. ERONEO 1210 Di vibrar l’armi invece dentro quel seno infido adopri il vezzo? così sei de lo sprezzo d’onor. di trafigere inermi e prigionieri. Custode di costui ti decreto. Riedi.

1265 CIRENE NISSEA CIRENE 1270 1275 NISSEA 1280 1285 CIRENE NISSEA SCENA DECIMAQUINTA Introduzione al ballo. e de le mie le sue bellezze. NISSEA 1260 Oltre l’averti. serto odoroso ottenerà da me. se donna ell’è. o stelle. e dove siete. perfida. impallidite. le sfronderò l’alloro. pomposi augelli? Chi insegnar me gli vuole di narcisi e viole per adornarsi il crin. anco ti scherne. o pavoni miei belli. Confido al tuo coraggio la vendetta e commetto. pomposi augelli? Da l’adorato e dal fiorito nido vagabondi fuggiti vi cerco invan. ti scherne. Ama Olpenore Argea? S’ama la druda oscena chiedi stupida? L’ama e in guisa tal l’apprezza che te ripudia e sprezza. rapito l’affetto del marito. Una FIGLIA DEL GIARDINIERO. Corspera. riporteran la palma? Ah non andran sul Termodonte altere de le vittorie loro. Reina. Col vostro rauco grido dove vi ritrovate? Qualche segno almen date. smarriti. Ohimè. decoro del giardin. Egli ha lingua che tace. sprezzante e baldanzosa questa libidinosa. sfiorate. troppo li pesa di vede il suo Re servo e cattivo di un sembiante lascivo. decoro del giardin. 1290 ‹FIGLIA› E dove. 282 1295 1300 1305 . Neghittoso omai l’ardir accingi a memorande imprese. sferze novelle mi flagellano l’alma. SCENA DECIMAQUARTA NISSEA. CIRENE. core audace. e dove siete. o pavoni miei belli. Con intrepido petto consola tu l’afflitta. E dove. Argea giace trafitta. scenderanno a invaghir l’ombra di Dite. pronta man.1255 EURIPO le mie speranze.) Cirene. chiudi al lagrimar la vena: procellosa Giunone Iride rasserena. Troppo. Sei vendicata. Sottoposto a’ tuoi cenni è.

in guiderdone quattro baci avrà. I nostri lini per stender i confini del Termodonte non si diero a’ venti. Prima Pausa del ballo. Lascivo e snello il piè festeggi. ERONEO.Ma se maschio egli fia de la sua cortesia da la mia bocca. tramuterà in argento l’alchimista de l’anno: dal volto fuggiranno. o portento. De la rota pomposa che dispiega fastosa questa truppa d’augelli men dureranno i belli che rigide ci fanno e superbette. sorelle. leggiadra e nova. amori. 1340 ALCIDA Nutrì vani sospetti. Amiam sin che siam belle e giovanette. de’ nostri legni la Tracia amica: non fia mai ch’alletti cupidigia de’ regni l’Amazonico ferro. ardori. Trattiam. è la bellezza: verrà l’egra vecchiezza a far d’amor sprezzato alte vendette. Terza. SCENA DECIMASESTA Esce un Coro di giovanette con i ritrovati pavoni. compagne amate. 283 1345 . di rughe arato. il piè gareggi col venticello. i ribaldelli e fuggitivi abbiamo ritrovati de la gran fonte ai tripartiti rivi. 1310 CORO Sorella. Leggiere a prova danza formate. 1335 Del crin l’oro. 1330 SCENA PRIMA ALCIDA. ATTO TERZO FIGLIA DEL GIARDINIERO 1315 1320 Qui comincia il ballo. che soavi i dà. Seconda. i rugiadosi fiori. Amiam sin che siam belle e giovanette. o Re. A due 1325 Più lieve e più volante di quelle vostre piante. Vedili qui per pena incatenati. giovani e belle.

SCENA SECONDA TELASIO. Lagrimo ancor la mia Reina. come polve il vento. di leggiera tenzone nostre spoglie saran scettri e corone. Tu. e parmi vederla traboccar da l’alta riva ne lo Scamandro da la furia Argiva. Nissea smarrita cercando andiam scorrendo e terre e mari. Di cose dolorose non si ramenti. le sparga il tempo. La nostra Imperatrice Nissea. Se la lor ferocia meco impiegar tu vuoi. (A quali imperi questo adusto aspira? O che trama congiure o che delira. indiademata. signor. o Telasio. La pacifica oliva di cui portate adorno e l’elmo e l’asta ospizio impetri. il tristo evento. inciderà con l’armi memorie de’ favori in cento marmi. sarai da la fortuna anco ammirata. Ricalcando le piante il suol nativo. l’oste vagante. E da quai gravi casi sospinta abbandonò le navi? Armata da la reggia. Ora d’Eoli contrari combattuta e sdruscita là nel lido vicin l’armata errante insin che si ristori e si rinovi porto. di Nissea la Reina novo l’error ci giunge. o Re. vi sieno patria intanto i nostri lidi. Indarno poi difesa fu da noi la bella in Ida. TELASIO ALCIDA 1385 TELASIO ALCIDA 1390 TELASIO Alcida. il perché ignoto. uscì notturna e sola. e su la tracia riva de l’onde peregrini sieno pur risarciti i vostri pini. Obligata si chiama a le tue grazie. Da così forti e numerose squadre che cerchi qui stipata? V’approdai naufragata. amica Alcida! O Telasio. Era lassù prescritto ch’Ilio consunto incenerisse il piano.1350 1355 ERONEO 1360 1365 ALCIDA ERONEO 1370 ALCIDA ERONEO 1375 ALCIDA 1380 Solo d’ergerci palme abbiam pensiero: queste eternano i nomi e non l’impero. Reina imperante. ALCIDA. Dunque sopra gl’abeti degl’algosi cristalli non solcava con voi lubrichi i calli? Come del mare i campi sul legno tracciator scorrer potea la cercata Nissea? Loquace qui diffuse sue menzogne la fama e ci deluse. 284 1395 ALCIDA TELASIO 1400 ALCIDA . Il Ciel dov’ella sia v’indrizzi e guidi. nostro valor qua trovi. Alcida. Non può vigore umano sforzar le stelle.

e ’l traditor fellone de le sue schiere ad onta donar ai Re prigione. MORFEO. io. quel sogno sì gentile. MORFEO 1435 Aure spiranti. tutte odorose ite annunziando ch’Amor. ‹ALCIDA› 1420 Salma sì tenebrosa albergar non potea ch’anima sozza e rea. Non chiude vaso immondo balsamo illustre. Ora attendete. Sudi ogni tronco licore Ibleo. vinceremo. or risolvo il tuo voler seguire. e de l’Eoe maremme non cinge piombo vile ricche gemme. Ci spiani pur la strada che guida l’aureo soglio inganno o spada. Ricovro più secreto stabilirà l’impresa. che in sen le crude. Chi di salir per torte vie presume. qui. ch’accende Teti nel mare. Pria ch’io scopra Nissea vo’ disperdere i semi del tradimento. sì vivamente v’appresento a la mente amorosette forme. spiri ogni fiore fiato Sabeo. AMORE. vi pone ignude. genitor. prive del lor velen. il mio desio ti disprigiono e sciolgo. amanti. ho voglia anch’io di dar le leggi al volgo. Io son del sonno un sogno.) Dubbia. Alcida. Chi sia. pieno di cortesia. io di liete larve produttor. Independente in alta sede assisa. avrai pronti i destrieri e pronti i lini. più temperate or vaneggiate. e Lici e Traci tributarii avremo. trabocca e incontra le cadute alfine. qui discende. sprezzando le ruine.1405 1410 TELASIO 1415 Vo’ secondarlo e udire de’ suoi pensieri i fini. AMORE. avrete gran diletto in saperlo. e de le rose l’odor predando. 285 1440 AMORE 1445 MORFEO 1450 1455 . 1425 1430 SCENA QUARTA Giardino. SCENA TERZA ALCIDA. chi sia costui che porta il biondo crine di papaveri cinto.

calcitrar non vogl’io pronto mi dono al tuo soave oblio. Così vo’ questa notte con mendaci sembianti appagar cento amanti ch’in povera fortuna seguono inutilmente. ‹Si addormenta. Tu. Io la lingua assonnata li desterò perch’egli esprima e spieghi l’illusion sognata. già altrove avertito e del tempo e del modo. È questa che vien qui l’Amazone mentita? È dessa. gran valore voler estinto un core che trae da’ vostri sguardi il suo ristoro. Oh qual sonno repente. In simil guisa varie fiamme ho spente. A trovar li custodi e difensori l’emergente prevedo. allettato verrà quando fia l’ora da lusinghiere e dilettose forme. Amico. occhi omicidi. io peno. troppo barbari siete. e per lei l’eroe ch’arriva morto nel sonno addormentato viva. addio. gran trofeo. Questa viperea verga.1460 AMORE 1465 MORFEO AMORE 1470 1475 1480 MORFEO AMORE che l’alma che non dorme lusingando deludo. ora m’invio. dorme. morto voi mi volete: serbate i dardi a debellar gl’infidi: Cessate dal piagarmi. occhi omicidi. le lor donne venali. tocchi da acuti e disperati strali. In nova guisa e strana averrà che si scopra de la mia frode in breve il gesto e l’opra. e perché Euripo sveli il suo furto a Cirene né più. prendi. sì. 286 1490 1495 1500 MORFEO 1505 1510 . SCENA QUINTA EURIPO. l’ho qui condotto. io moro. prendi. io peno. Egl’è ministro mio più che del sonno. Lontananza non giova. io moro. e per novella ed improvisa piaga sospirerà la sua delusa vaga. MORFEO ‹in disparte›. entro de’ lumi mi stilla acque di Lete dator de la quiete. onde baciando le vostre vaghe amate sognando anco vegliate. A rivederci. che da Cillenio a tale effetto ottenni. Lontananza non giova. né più si celi. EURIPO 1485 Cessate dal piagarmi. chiamandomi al riposo.› Dorme il guerriero. immersa in Lete. resta del dolce inganno a sciorre il nodo. Amore.

Ma che vaneggio. empìto di piacere da le fantasme mie mendace e vano. sen venne. Languidette e tranquille dormite pur. ma a vostra voglia querelatevi pure. poverelli. EURIPO addormentato. Bacio: scocca pur. bramo a’ meschini medicar la doglia. che fia? Stendi quell’arco. A custodir Euripo Amore un Re qui manda? Conviene che mi celi. sia tra noi pace. ERONEO. NISSEA. ecclissate. dormite. 287 . e grida il cieco accorto: “Lungi da lei. Amor. (D’Olpenore col paggio che cerca qui costei?) Reina. non m’arderete no. stelle adorate. Vedila là che dorme. Serpa ancora il tuo sopore né s’arresti. se non pavento voi. o sonno. pavento il volto. sorse satollo e sano. De le vostre crudeli.1515 1520 1525 Si pose egro e famelico a giacere taluno. rendi i tuoi legami. Ma di saette carco vo’ baciare. Rigido in quel bel viso di chi dorme a custodia è Amore assiso. Ahi tu m’uccidi. mi commovono assai le lor sventure. certo: a entrar la vidi. o mie pupille. s’ami. non la desti il corallo baciatore. La tua grazia. eccola addormentata in grembo a’ fiori. ERONEO 1530 Termini il piè gl’errori. o stolto. il balsamo salubre ha questa bocca. EURIPO addormentato. Sano baciando io sono. Oh sì. SCENA SESTA ERONEO. a dispetto verrò a trovarvi questa notte in letto. Donne. io giurerei che l’occhio t’ingannò con altre forme: ella non v’è. più tenaci rendi. io ti perdono.” Le saette co’ gridi accompagna il crudele. 1535 1540 1545 1550 SCENA SETTIMA CIRENE. scocca. non fo per voi. perch’io baci. e in sul mattino. Così chiuse. chi se gli accosta è morto. 1555 CIRENE ERONEO NISSEA 1560 CIRENE NISSEA Certo. lo so.

Cirene. silenzio. Chi mi chiama? . S’uccida sì. Di lascivie più sozze pavento i disonori. sepolta in sonno eterno calchi le vie d’Averno. È poderosa giunta a la rocca Alcida. che miro.. Di mille e mille larve informi ed indistinte porto la mente infusa: sbigottita e confusa d’un incerto timor tra i geli io tremo. chi ti diè questa gioia? Amore. non vo’ scoprirmi ancora.di nuovo.CIRENE NISSEA 1565 1570 ERONEO NISSEA CIRENE ERONEO CIRENE ERONEO NISSEA ERONEO NISSEA CIRENE NISSEA ERONEO CIRENE 1575 1580 ERONEO CIRENE 1585 NISSEA ERONEO 1590 NISSEA 1595 Pria che si svegli. Oh cielo. Ohimè. Amore? Amor per cui sospiro.. Sogna l’addormentata. non devo. s’uccida l’emula sonnacchiosa. (De l’equivoco io rido ch’accresce al Re lo sdegno e Cirene scolora. Non mi legate. ‹Fa per uccidere Euripo ma Eroneo la blocca. verrò dove volete. ferma.. morta costei. Ferma.. A forza di rigori più distinto e svelato dirai da chi l’avesti. che congiure? Giove. . Ah Cirene. che tenti? Il Re? Che rabbie. Chi tel diede? Il mio bene... sicario scelerato. Di nota frode occulto peggio io temo. orrore. EURIPO addormentato. CIRENE 1600 Ammutisce la lingua..) SCENA OTTAVA CIRENE.› Perfidissimo. Chi te la diede? chi? La man che mi ferì. Giove..in questo letto io provo. 288 1605 EURIPO addormentato CIRENE EURIPO addormentato CIRENE EURIPO addormentato 1610 . Temer l’ira reale. Del goduto Imeneo sì la porgesti ad Olpenore in pegno? De lo stellante regno i pronubi celesti testimonii mi sono: l’ebbe il mio sposo in dono. E come di costui sì ricco arnese divenne mai? Nol sa spiegar Cirene. o voi genti indiscrete. l’anima inorridisce e affanna il core pensier.

Anch’io dal sonno desta a punto te ricerco. ‹Risvegliandosi. addormentato il senso vegliò l’anima teco in lieto sogno. colma d’oblio? Abbracciami. cor mio. perché non ponno dormir sempre quest’occhi? Oh dio.) 289 . Che vaneggia costei.” (Ah garrula mia guida. t’ascolto. Perché lasciarmi. pazza con lei sogno e deliro. l’ha ingannata? Ma perché placidetta vagheggia il traditore e non s’adira? Come. Scoprirò con arte se quella forma bella è di sesso virile o di donzella. stringi. son stato co’ tuoi sogni beato. o mio diletto.1615 CIRENE EURIPO addormentato CIRENE 1620 EURIPO addormentato CIRENE EURIPO addormentato 1625 1630 CIRENE 1635 1640 1645 EURIPO 1650 1655 CIRENE EURIPO CIRENE 1660 EURIPO CIRENE 1665 1670 EURIPO dolcissima ingannata. Euripo il fraudolente. e faccia Amor che novo Ermafrodito a la Salmace mia rimanga unito. dov’è il sognato letto? Svegliato. sepolto ne’ sepolcri degl’occhi. Se d’Olpenore invece Euripo abbracci? Stringi. amante arguto. A udir t’appresta parti de’ miei riposi. Di Lete il dio. mia vita. lasso me. Ella si sveglia. Argea la traditrice. fu. Abbracciami. le delizie d’Amore. Di sognare fingendo mi schernisce costei. Sdegnosa esser non dei. o bella. bacia. Cirene. non t’adirare. mio core. Argea mentita. fu. Reina. l’Amazone rivale in guerrier tramutata la tradì. chi mi vuole? Argea? Ah Reina. stupori portentosi. o sonno. dove sei? Chi. come soave egli respira. bacia. esprimer vo’ parlando la virtù de’ tuoi baci. Che fia questo Cupido? Ohimè sospiro. così serbi i secreti? Eh non ha senno chi in fanciulli si fida.› sonno mio lusinghiero? Perché. ti perdei. deh stringi i palpitanti lacci se d’Olpenore invece Euripo abbracci. mi parea che scotendo l’arco e la face Amore sì mi dicesse: “Olpenore è innocente. anco dormendo pensando al traditore. Pazza. Oh ch’ascolta Cirene. Incomincia. Stringi. Di zefiretti a guisa con l’ali vaghe i suoi custodi amori li asciugano i sudori. ah non voglio più muto gustar diletti.

Or di’. Sù sù sia questo de le prede il giorno. che s’uccelli e si prenda chi vola qua d’intorno. mercé. le ferite che ti dà sì. che spera e crede di risarcir le perdite. (Che tu ti scopra vuole Amor. scopriti omai. in porto di Venere la stella alfin m’ha scorto. che sarà mai? Scopri. giuro al Ciel. Sì sì scocchi da quegl’occhi le quadrelle il faretrato. quella tua bocca. 1710 EURIPO 1715 CIRENE. esca de le mie fiamme al lido. EURIPO 1720 SCENA NONA ELIBEA. Illustre prole di Glauco il bellicoso e di Pantasilea. ingannatore amante lagrimoso a’ tuoi piedi e supplicante. S’acconci in lacci il crine e l’insidie di fuori 290 GIARDINIERA 1730 . ti sanerà fatto medico il mio labro. indulgente il perdon ti concede.” Indi. Ah doppiamente ingannatrice Argea. Ambo impiaghi saettando. ma le piaghe che mi fa il crudel mi sconterà. fiato de’ miei sospiri. gran nume hai per custode: difende la tua frode né ch’io corra a le sferze egli acconsente. costui t’è conto? Il sogno è sogno ma vegliando la mente si sogna il ver sovente. Che saetti lascia pur l’arcier del fabro. Novi strali la tua guida al sen mi scocca. O dolcissima sposa. La divina medicina seco porta il labro amato. Cirene.) Poscia con un sorriso così soggiunse: “Argea questo Euripo conosce. Amor ci comanda che la rete si stenda.CIRENE 1675 1680 EURIPO 1685 1690 1695 CIRENE 1700 EURIPO 1705 CIRENE (Tra sé discorre e accresce minio al viso.) Quest’Euripo m’è noto. ben mio. e onor. L’ardir suo. volò del cielo al luminoso tetto. la GIARDINIERA. ELIBEA 1725 Donne. la salute avrem baciando. gl’è sorella Nissea che lo scettro materno ora sostiene. la sua fé mercé grida. ciò detto. vedilo qua.

corro a chi m’invita: s’ad amarlo un bel m’incita mai mi sazio e mai m’appago. se t’aggrado e se son bella. GIARDINIERA 1775 ELIBEA 291 . il canto chiami gli augelletti semplicetti che si gettino sui rami. amanti. ceda a te la rosa. 1740 SCENA DECIMA LISIRO. la GIARDINIERA. da tua bocca il mel si stilla. più d’uno non ne vo’. Quest’augel non fa per me. Così spero. Nova Flora e mio diletto. Volano qui d’intorno augei minuti. Scocchi. privo d’interna rabbia. tuo prigioniero. Venga qui chi vuol diletti. avvertita ei viene a te. ceda. tu m’aggradi e ’l dono accetto. abbelliscasi il viso e sia l’esca ch’alletti il sguardo. ELIBEA.si coprino di fiori. preso da le tue panie uccello in gabbia. LISIRO Del diletto avido e vago corro. Si gettò. la tua stella ti guidò nel giardinetto. Donzelletto. scocchi omai la rete. ELIBEA. bella mia. esche avrai di tuo piacere. Mia pupilla. T’ho pur colto. 1745 ELIBEA GIARDINIERA 1750 LISIRO 1755 ELIBEA 1760 GIARDINIERA LISIRO GIARDINIERA 1765 LISIRO GIARDINIERA 1770 LISIRO. Non ritrosa o superbetta mi ti dono amorosetta. Mia vezzosa. GIARDINIERA 1735 In più modi reti e nodi tesi abbiamo. mi accenna a punto Amor che sito io muti. più lieto avien che canti. il riso. Vo’ raccoglier le reti. Felice prigionia d’Amore è quella. son preso a vago volto. Non temere. vado con questa preda che ne’ lacci inciampò. Tira le sete. Compagna uccellatrice. Sì.

se non s’adopreran fiamme e torture. signor hai troppa bile. ERONEO. e credo. OLPENORE. Io temo ch’egli sia stato il delusor ch’infetto abbi libidinoso il nostro letto. Così le vostre amate come poss’io possiate voi servire. La potenza oltraggiata deride anco. deride l’audace sciagurato? Vo’ che da caspie fere e da numide vivo sia divorato. 1785 OLPENORE 1790 1795 NISSEA ERONEO NISSEA 1800 OLPENORE 1805 NISSEA 1810 ERONEO OLPENORE 1815 NISSEA OLPENORE ERONEO 1820 NISSEA 1825 ERONEO 1830 292 . a punto quella notte del tradimento in don quest’aurea sfera da ignoto cavaliero da te difeso in crudo assalto e fiero? L’ebbi. sia con tua pace. il ver vi vo’ scoprire. NISSEA. già che voi lo tracciate. O questo sì. io nol dirò. Corspera è l’adultero certo. è la colpa evidente. che nuoce s’il taci o s’il palesi? Dillo pur. non sorta ancor l’Aurora. dillo pure. ERONEO 1780 Il negar non ti giova. Adagio. Olpenore nocente. deh credi. Costui fole inventando occulta il vero. che quel che me la diè con lei giacque e godé. a questi perché. Corspera. In loco? O questo no. Anch’io pavento sceleragini oscene. Eroneo. pegno de la sua fede. Di tormento severo gusti l’amaro. se non m’obliga a dirlo il mio signore.SCENA UNDECIMA La piazza della rocca. Non avesti. un po’ di flemma. Che giova a me. o Re. e giurerei. La gemma che ti diede. Ei lasciava a l’ora la sua vaga abbracciata. Noto gl’era il concerto. Nel vicino cortile che conduce a Cirene ebbi la gemma. Io dormii con Cirene. la tua Cirene quella notte. e ch’ambo siamo stati da lascivo ingannati credi. perché la desti? Gioia non ebbi o diedi.

ALCIDA NISSEA ALCIDA 1835 Non temete più. or da’ lacci ammonito indarno ei langue. Scagliate pure. che. Corspera de l’Amazoni Reina? Qual stella peregrina ti fé? Quella d’Amore. che.SCENA DUODECIMA ALCIDA. insidie ascose. i vostri strali. NISSEA 1870 OLPENORE 1875 ERONEO 293 . 1840 OLPENORE ERONEO 1845 1850 TELASIO SCENA DECIMATERZA NISSEA. NISSEA 1855 ALCIDA 1860 ERONEO OLPENORE ALCIDA NISSEA ERONEO 1865 Intenti a’ vostri casi vi scordate de’ miei. OLPENORE. Ora di questa Sfinge Edipo io sono. fé voto costui di aprir le vene al vostro sangue. TELASIO. Io di te ligio reso voglio l’asta portarti. tu in sembianza di rea? Costui Nissea? Ch’intendo. Alcida. troppo disgiunti siam. Al tradimento. Deh perdona a l’errore. non men fido io spero seguir la sua Nissea fatto scudiero. errante? Seguo il mio caro amante. decida la vostra amica Alcida. e se fedele mi fu Corspera. nell’Olimpo sicuri. Di gemer più tiranneggiato e servo del Barbaro non tema il Licio. O Reina. o prencipi. ERONEO. Di spume velenose lordando le catene avinto giace l’insidiator protervo. Di queste ferree funi dal ciel su la tua colpa il pondo è sceso. ERONEO. ascosa sotto vesti plebee che cerchi. Regi. o ne l’opre anco difforme. dimmi. se perdi Corspera. Da la discordia nostra di soggiogar i regni inavertiti la strada gli fu mostra. ALCIDA. S’io sia nocente decida ora. vergine bellicosa. Tra più rigidi ferri la carcere lo serri. Qui. Preda di sue lascivie il Licio infido diede la gemma al suo Corspera in dono. Olpenore. OLPENORE. fatta vagabonda. Ragion. qui celata. NISSEA. ovunque andrai Nissea seguace avrai. alti immortali. il Trace. rubello a me t’ha reso? Tu taci? Il fallo enorme t’ammutisce. o Nissea. Alcida arriva. ragion avete.

sepolta entro il tuo nome. ALCIDA. NISSEA. abbraccia. ERONEO. CIRENE. Ecco reciso alfine il groppo de l’inganno. sospirato defonto. e che fiamme cangiando arderà l’ore del suo mortale in più modesto ardore. Euripo. Il don che chiede. che concesso gl’avete. da te spronata ho quasi nel petto del fratel la spada immersa. già ch’il mio tiranno. Che bugie nel giardino mi dicevi. ad Argea cedo il Sole: 294 1890 OLPENORE ERONEO ALCIDA 1895 NISSEA 1900 EURIPO NISSEA 1905 CIRENE 1910 ERONEO 1915 EURIPO ERONEO EURIPO 1920 OLPENORE EURIPO 1925 1930 ERONEO OLPENORE . il tuo germano Euripo è questi che. Già ch’Argea ti fu grata. pianto da l’onde assorto ti bacio pur risorto. colui legato? A lagrimar tra ceppi di ribellion mal cauta il reo peccato. schernendomi. la tua Nissea. Sire. Che vedo? tu. dove de le sue pene si serbava il ristoro. Già.SCENA ULTIMA EURIPO. l’amica. Nissea? Chi t’ha vestite queste spoglie mentite? Il mio Rege. Corspera. è di mercede. Da saetta amorosa la misera ferita. e quel dio che con scettro di foco a l’alme impera che m’appellassi m’insegnò Corspera. Pronto a le grazie io sono. Abbraccia. Euripo. o sospetto? Col finto giovanetto potea dormir sicura. fuggendo di Creta. vivi? Alcida. De lo stesso ti prega. Oh Giove salvatore. sì vuole. per non lasciar la vita sen corse frettolosa nel letto di Cirene.) Reina. Avrà il favor: le sue richieste or spiega. 1880 EURIPO ERONEO ALCIDA 1885 EURIPO ALCIDA E dove vien condotto. Un uom costei? (Stupore. Alcida? Euripo. OLPENORE. a la memoria sua concedi un dono. da l’acque l’hai serbato? Euripo. tu m’hai deluso. il cor ti giura ch’amerà Argea. Amore. Così vivo sperando e così spero amando. del Limiro a la foce meco fé naufragare il mar feroce. Ah gelosia perversa. Olpenore.

onde donata mi fu da te la gemma baciata e ribaciata. Vo’ regnar pria serva del mio bel Re ch’il crin portar lucente di corona assoluta e independente. 1975 ALC. Ingannatrice audace resti. dolce gemito. Di doppia vita a la tua destra io sono. non sfavillino che d’Amor l’ardenti faci. La clemenza reale de l’onte la membranza e sprezzi e franga. Qui de’ baci de’ colombi sol rimbombi casto fremito. ER. OLP. NIS. Viva dunque il rubello e li sia la conscienza aspro flagello.1935 NISSEA 1940 ERONEO 1945 1950 CIRENE EURIPO 1955 NISSEA 1960 1965 EURIPO ERONEO OLPENORE EURIPO ALCIDA NISSEA ERONEO 1970 e a te. o germana.. Olpenore credendoti. Nissea. resti punita. a’ tuoi flagelli Argea soggiace. la face. Col crudo cieco unita castigherò ben io la traditrice ardita. v’han le stelle. Cirene. Quel sono oscuro difensore ch’al barbaro rigore ti tolsi degl’adusti.. Ben unite. ALCIDA 295 . che a torto volea il moro fellone essangue e morto. la fune l’aurea benda d’Amore. obligato. Tanto rigidi alfine voi non sarete. anime belle. CIRENE 1985 ERONEO. 1980 EURIPO. rivolto. Per restar teco avinta l’Amazonico scettro oggi rifiuto. Generosa virtù condona il male. il foco ed egli essecutore. Ben unite. De l’empio incatenato che si dee fare. Su le nostre allegrezze occhio non pianga. anime belle. v’han le stelle. De le vostre dolcezze cagion son io. Impietositi ancora mi darete le rose e non le spine. I suoi tormenti sien de’ baci. che m’accetti ti prego per Re vassallo. amici? Abbi il perdono. Questo giorno qui d’intorno non scintillino. e s’Imeneo t’aggrada al suo giogo soccombo e a te mi lego..

di notte e sola fuggì la perfidia del ribello e mosse il piede verso l’Acaia. tributato da proprii fiumi. fatto Colco isola. ed Eccell. non avendo commercio con altro mare. si partì per accoglierla nel viaggio con fasto pari alle sua affezioni. Pellegrinando Oristeo. riserbando a tempi più lieti ed a teatri più maestosi l’Eupatra. l’Alciade ed il Meraspe. intesa la mossa. ch’io per fine le bacio le mani. la Propontide e giunto nell’Eusino approdò a Colco. posero le navi tessale a varcar quell’onde e fecero che di là si potesse navigare in Grecia. tormentata da’ stimoli del nato affetto e da quelli della costanza de’ suoi proponimenti. vedutosi abbandonato dalla fortuna e d’Amore. e chi sa che non ricevino. figlia di Tespiade Re di Locri. Mentre Corinta attendeva l’arrivo del suo Trasimede. 1651) L’ORISTEO | Drama | PER MUSICA | DI | GIOVANNI FAUSTINI | Favola Ottava. pianse la morte del povero Evandro. non cessando mai dalle sue instigazioni mi necessita alle assidue fabriche di varie tessiture. accioché la novità della Genealogia di questo Cieco non gli rendesse confusa l’intelligenza dell’episodio. che scrivono per dilettare il proprio capriccio: affatico la penna. con publicare l’innocenza del suo delitto le chiese mille perdoni. l’Ellesponto. e Diomeda. come da cadaveri. MDCLI. avendo udito da nativi nocchieri che quel mare. eroi usciti d’embrioni e quasi perfezionati. sanare l’infirmità del core penante. figliuola d’Evandro. Sig. Re di Epiro. ed accolto da Diomeda. gettato poco tempo nella loro creazione. Girolamo. Chiedendo ad ogni 297 . imprigionatole il padre. dopo aver pianta la morte della Reina Eripe. se non altro. e con la varietà de’ pellegrinaggi ch’avea proposto di fare. Questa onorata pazzia. ma è anco verissimo che da loro. cangiato l’antico nome in Mengrellia. Indi inoltratosi nell’Iberia passò fra gl’Albani e di là per l’Ircania al Mar Caspio ad Ircano. vivea in amarissime angosce. Apollinare.GIOVANNI FAUSTINI L’Oristeo (Venezia. cortesissima li dia l’anima. inavertiti vennero all’armi. s’innamorarono gli ospiti l’uno dell’altro. lo ritolse dalla speranza di esser più sua. che faranno questi prencipi senza moto e senza spirito se. Oristeo. ripudiando le nozze infauste dell’Epirota. | Appresso Gio: Pietro Pinelli | Stampator Ducale. Che Amore sia figlio di Poro e di Penia. ripudiati dal padre. S’incontrarono nell’imbrunir della notte nel folto di certa selva gli Epiroti ed i Caonii. fattosi preda d’una tenace melanconia. nella quale comparsero Ersilla ed Euripo e dove di poi dovevano farsi vedere questi gemelli. Acconsenta V. composi però senza l’impulso dell’ambito fine l’Oristeo e la Rosinda. amato né mai veduto. spronato dall’impazienza di attenderla nella reggia. e Privilegio. è il palco da me eretto per decapitare l’ozio della instituzione del mio viver libero. circondato da’ suoi vastissimi giri è a sembianza di un lago e. ed Oristeo. smarrita tra la confusione del caso repentino e crudele. alla protezione di questi regii pupilli agl’essempi della sua generosa republica già di Re grandi tutrice. Teatro S. ritornò dolorosa in Caonia. essendo ella. le confesso la mia ambizione. per sgravarmi dalle obligazioni che inavertito mi avevano racchiuso tra le angustezze d’un teatro dove. Telasione. sotto la di lei tutela. sedato il tumulto e conosciuto l’errore e l’estinto. insperate acclamazioni e non venghino illustrati dalla sua Pallade. ed inviatolo con pompa reale a Diomeda. morì nella zuffa Evandro. dove raddoppiò i stupori per l’imperizia di quei medesimi che. onde la misera. e che Pluto sia il datore delle ricchezze lo narra in Timone Luciano. l’occhio avezzato alla vastezza di scene reali s’inviliva nella vicinanza dell’apparenze. destinata sua sposa. Illustrissimo Signor mio. si fece tiranno. Così. Mi dichiaro per i semplici. essangui ed a pena formati. notissimo continente. prencipe di Caonia. lo espone nel Convito Platone. È vero che non dissimile dall’orchestra sudetta. superati i gioghi di Pindo. gli abbandona il loro Prometeo? Ella con i raggi del sole di quella virtù che comincia a disciplinarsi nelle scole politiche di questo Serenissimo governo. | Con licenza de’ Superiori. si partì sconosciuto senza avisare i più domestici e cari dal regno per provare se lontano dalla Caonia potesse levare il pensiero dalle sue fisse imaginazioni amorose. S. | IN VENETIA. sperando colà nelle braccie del dolce sposo di ritrovare il porto che l’assicurasse dalle procelle della contraria fortuna. DELUCIDATIONE della Favola. giunse in Caonia Trasimede prencipe dell’Acaia. S’incaminò accompagnata la sposa dal padre verso l’Epiro. passò in Tessaglia e su per le rive del Sperchio arrivò a Tebe: di là imbarcatosi solcò l’Egeo. guadate l’acque del soggetto Acheronte. che cominciò quasi ad assalirmi uscito da’ vincoli delle fasce. rifiutate le discolpe d’Oristeo. un sedizioso locro. Trasimede con le fiamme del nuovo amore incenerì le memorie di Corinta. Illustrissimo Signore. s’innamorò di Diomeda. non conosce per padre l’Oceano. GIOVANNI FAUSTINI Io non son di quelli. ora detto con nome barbaro di Bacù. cangiate le faci de’ suoi sponsali in funestissime pire. che dopo i tristi eventi de’ suoi primi maritaggi avea determinato di morir celibe. e con efficaci ambasciate la dimandò al padre per moglie. Oristeo. per tentare s’ella potesse inalzarmi sopra l’ordinario ed il commune degl’ingegni stupidi e plebei. stipato dalla nobiltà del regno. fuggì Diomeda i fragori di quel Marte improviso ed intesa la morte del padre. Illustriss. confermossi con le risoluzioni paterne. dove stupì della inerudizione di quei geografi che fecero isola quella regione. tolti seco certi doni che volea inviare col suo ritratto al desiderato marito. Diomeda accettò con diluvi di lacrime il paterno cadavere e. persuasa dalla fama delle virtù d’Oristeo. All’Illustrissimo Signor ALVISE DUODO Dell’Illlustr. Ora. non pretendo di trarre voci d’applauso. cioè del Consiglio e della Povertà. Evandro acconsentì alle richieste del Re vicino e Diomeda. Oristeo.

La VIRTÙ. L’ira implacabile della principessa. la fierezza del suo destino e la crudeltà del suo tiranno. Confusi i Molossi dalla tacita e furtiva partita del Re loro. Piansero gl’Epiroti le perdite del Re ed Eurialo. posto da Oresde alla coltivazione degl’orti. intese da un pellegrino caonio i suoi letargi amorosi e come adorava Diomeda. giardiniero regio. ripudiato Oristeo. anzi con il moto de’ suoi viaggi agitando ed accrescendo maggiormente il suo foco. Intanto si diffuse una fama. prestò fede a quella bugia. Coro di soldati molossi pretoriani. PENIA dea della povertà. ORESDE giardiniero regio. con core moribondo udì sovente. Le GRAZIE. TRASIMEDE prencipe d’Acaia. inviarono esperti esploratori in varie parti per intendere nove di Oristeo. che per seguirlo avea l’ali. dove timida di scoprirsi all’affascinato veniva ogni giorno martirizata da oggetti troppo feroci. ed improviso per mare portatosi in Caonia. PLUTO dio delle ricchezze. li scoprì l’altezza della sua nascita. sconosciuta sotto nome d’Albinda. sprezzate le nozze di Corinta. Ebbe ricovero la sconosciuta infelice nella casa della madre di Oresde. La BELLEZZA. quando ricorrendo Eurialo per aiuto all’ingegno datosi a formare occulte e sotterranee caverne dove il sasso non impediva la mina. impiegato ne’ suoi lavori. Già la vicinanza del verno disperava l’impresa e la forza non poteva superare la natura inespugnabile del loco. 298 . il non ritrovarsi Oristeo nel mondo. madre di Amore. fu Eurialo incoronato ed assunto al torno. ERMINO paggio di Trasimede. innamorata del suo sprezzatore Trasimede. da dove originata non si seppe. creati tutori a Eurialo. Oristeo. desiderosa delle vendette del padre. quale. Stordita da quelle nove. La favola si rappresenta in Emira. sperava di felicitare il fine di quel tentativo ed impiantate le palme della vittoria in Emira inaffiarle con il sangue de’ traditori. di età di duo lustri. Coro di soldati di Nemeo. ama Trasimede. fortezza della Caonia. tralasciati i pensieri di navigare il Caspio squalido. Coro di damigelle di Diomeda. Coro di Amorini. NEMEO capitano di Eurialo. figlio de lo smarrito e nato d’Eripe. AMORE figliuolo di Penia. creduto giardiniero sotto nome di Rosmino. fortezza della Caonia situata a’ piedi de’ monti Acrocerauni. giunto al decimo quarto armò il regno. vestita di panni proporzionati alla condizione del suo deplorabile stato. Il GENIO BUONO DIOMEDA prencipessa della Caonia. L’INTERESSE. il padre e Corinta. Le lagrime incessanti lo manifestarono amante all’innamorata Corinta. gl’amori sviscerati del principe. in cui sapeva ritrovarsi con la rivale il suo delirante. che Trasimede avesse ucciso Oristeo a’ comandi di Diomeda.passaggiero ragguagli di Trasimede. poco discosta dalle riviere dell’Ionio. Questi ritornati al regno dopo il corso delle loro pellegrinazioni senza notizia del ricercato. non mai abbandonato d’Amore. EURIALO figlio d’Oristeo. Il GENIO CATTIVO d’Oristeo. oggidì detti Cimeraci. CORINTA principessa di Locri. ORISTEO Re di Epiro. girò il passo e. allegra tra le tristezze dell’anima di aver trovato un compagno alle sue passioni. Il sito della rocca posto alle radici degli Acrocerauni e l’altezza del suo circuito la difesero dagl’empiti degl’assalitori. augumentando con gl’anni il desiderio di castigare i micidiali del genitore. tramutato di effigie ed in abito rustico se n’andò anch’egli in Emira e. aspira a quelle di Diomeda. INTERLOCUTORI. amante e sposo repudiato da Diomeda. se n’andò in Emira. assediò in Emira gl’amanti. l’infiammate querele dell’emulo e le lusinghiere speranze che li dava la sua bella nemica.

con imperita man coglie le spine. occhi arcieri. d’un empio e d’un divin sotto il governo. e con il velo de l’ali tenebrose de l’allegrezze sue coprisi ’l cielo. TRASIMEDE.PROLOGO Il GENIO CATTIVO. A l’impresa. voli per l’aria e strisci infesta a lui. funesta o lieta. Natura al peggio inclina e sembianza di dolce il senso alletta: ne l’etade imperfetta l’umanità sovente. consiglier disleale. BUONO ‹BUONO› ‹CATTIVO› ‹BUONO› ‹CATTIVO› ‹a due› 45 SCENA PRIMA Giardino. morte a nome de’ grandi. CATTIVO Vomita con il foco sul capo d’Oristeo. tu da l’Inferno. deluso ne’ tuoi vanti. Trionfati i tuoi fasti di te più sono e vigoroso e prode. insidiose trame ordisci pur contro il mio Rege. Ti soccorra il tuo Giove. invece di carpire il fior ridente. Sferza che sproni al male. DIOMEDA 50 Non vibrate. ti vedrà vinto il mondo da’ miei salubri avisi. Impotente custode a quella testa che difendi oppressa. scorta che guidi l’uom degl’empi a’ regni. o vita infame. Tuo Dite guerreggi. drago volante. DIOMEDA. tosco che gl’avveleni. Io derivo dal Ciel. a le prove. ordisci. voce che sempre instighi a fatti indegni. Vinto ti schernirò. tua serpe il corpo immondo. ma de l’opra mortal si preggia il fine. e scenderai. Li venga di pietose stelle impedito ogni cortese influsso da la scagliosa sua viperea mole: per lui squalidi sieno i rai del Sole. 299 . Crinita minacciante de l’orride tue luci li fia l’infausta fiamma. A l’impresa. in questo seno. che gl’attristi degl’anni i dì sereni. il GENIO BUONO d’Oristeo. che mie le palme sieno omai confessa. scorgerassi a qual meta Oristeo giungerà. non scoccate. a le prove. a’ patrii lai. Perditor ti vedrò. ATTO PRIMO 5 10 BUONO 15 20 25 CATTIVO 30 BUONO 35 40 CATTIVO.

ERMINO Sì. Non uscir. e m’uccidete. a l’armi. precipiti scagliato. dolce vita. Chi è ribelle. gl’arrotasti le saette acciò ch’io mora. signor. da le lusinghe fa’ passaggio a l’ire. La superbia d’Epiro ancor non doma cerca novi sepolcri in questi campi? Del nostro ferro fulminata a’ lampi cadrà snervata. Voi piagate. e lasciate al nemico spiantar la rocca. e poi dite che languite? Morto io son. e da la regia chioma persa la benda. medicina e non fierezza. perché il cor tuo fedel gusti gl’amari. Gl’inviasti. o mio bel Sol. sì. Tenti pur. TRASIMEDE. o mia bellezza. tenti insano per restar vincitor le vie del vento. occhi crudeli. il suo tiranno infante vedrò nel proprio sangue agonizante. signor. mira d’alato stuol la tirannia. Egli langue e pur t’adora.55 60 TRASIMEDE 65 70 DIOMEDA 75 più quei strali che fatali sparse Amor del suo veleno. Già fuor de lo steccato de le mura i tormenti frettoloso conduce. il salitor. trattate là tra mirti e fiori teneri vezzi e amori. non più piaghe. TRASIMEDE 80 85 SCENA SECONDA ERMINO. rigor merta e i vostri teli: alma fida non s’uccida. Luci vaghe. mie bellezze. DIOMEDA. Di bendati faretrati turba ria ch’il pianto alletta gl’archi tende e ci saetta. da la tua destra al piano. son estinto: non più guerra. Uscir quei sagittari dagl’occhi tuoi. Son già vinto. 300 90 95 TRASIMEDE 100 DIOMEDA 105 . non più guerra. la rea voi siete. crudel. egli s’avanza armato. chiare stelle. A l’armi. non ci lasciar perire. Che l’omicida io sia t’inganni. dal cor spronato a rintuzzar l’orgoglio del molosso arrabbiato. fulminate.

mio ben. D’Amor difeso va’. sì sì. sì sì. se tosto il piede non imbarca e spiega i lini. in braccio de l’angoscia io spirerò. già di Borea i furori comincieranno ad infestar la spiaggia. egro prudente. cibo di vanità condito in niente. potresti ritornare in libertà? Di forti lacci armato Amor sen va. rimanerà schernito. ERMINO 140 Chi vive di speranza empie di vento il ventre. Sperando si va. signora. non pascereste me sol di promesse. E come. voi credete col crin far schiavo il mondo. I vogliono le donne sì puri e semplicetti. 120 DIOMEDA TRASIMEDE 125 DIOMEDA 130 TRASIMEDE DIOMEDA ‹a due› 135 ‹DIOMEDA› ‹TRASIMEDE› SCENA TERZA ERMINO.110 115 che. che catene. mentre porta digiuno e asciutto il dente ognora. spera mercé. si pasce d’aria e. 301 145 DIOMEDA 150 ERMINO 155 DIOMEDA ERMINO 160 . Già del gelido verno son vicini gl’algori. Sperando si va. Vivi sperando. che non vorrebbe il cor. E quando mai l’avrò? peno. TRASIMEDE Campion di tua beltà. L’avrai. frena i desir lascivi. mio ben. dimmi. avide di sospiri e di singulti.) E che faresti tu se ti porgesse la tua bella amata di speme lusinghiera esca melata? Non l’amerei mai più. Sperando men vo. vano ogni ardimento. tal lo promette tua virtute e ’l sito. mi struggo e moro e non vedo il ristoro. e la vostra bellezza è un’opinione. conviene che di fame alfin sen mora. Le vostre fila d’oro son d’allacciar augelli anco mal buone. arbitre de’ piaceri e de le pene. gelarsi l’oste ed abissarsi i pini. spera. volgo a le mura il piè. E quando mai l’avrò? L’avrai. e come. Sperando men vo. stretto da aurate chiome. Che chiome. il vostro è un interesse. onde vedrem. A fé. Il duol mi scemò chi speme mi dà. vivi. DIOMEDA. de’ legitimi amplessi aspetta il dì. (Odi lo sciagurato.

in dolci modi del secondo Imeneo rifiuta i nodi. DIOMEDA Ferma. DIOMEDA. l’idea qui del bello dipinse. no. Giamai non creò Natura sembiante più vago di te. che mi consigli tu? 175 180 185 190 SCENA QUINTA ORISTEO. E te. mi struggo e pero. signora mia. Rosmino. Non posso. Dagl’infausti sponsali del defonto Oristeo l’alma atterita. Amor. formò. Amo. e non vuol che consoli me.165 DIOMEDA ERMINO 170 Ti guardi il ciel da crudeltà d’amante.) ‹Tiene in mano un ritratto. dovrò sempre languir? celibe invecchierò? Dimmi. SCENA QUARTA DIOMEDA. la tua cruda adorata. ‹DIOMEDA› Questo fanciul scaltrito fu da la sceleragine nutrito. sposo aborrito. la tua pena animata. pavida d’altri mali. Povera amante. arde per me il guerriero. vorrei lasciarti over goderti in letto. il guerrier mio padrone. Oristeo. che farò? bramosa di gioir. ecco. 302 200 205 210 215 . ferma. quasi moribonda. da un bell’umore. figura illustre e più pura di quel che sei tu. In cielo non è sostanza. più fissare lo sguardo nel tuo bel seren: ti pongo nel sen che nido ti fo. Ma essercitar del vago suo t’invita la lontananza omai per Corinta e per te la frode ordita. Divino ecc. da donnesco rigore. Amor.› Divino pennello. e lui penante onestade e timor. il tuo diletto. timida d’altri fati. ORISTEO 195 (Ecco. Se foss’io Trasimede. Dimmi. che farò? Che mi consigli tu? Mi serpe in sen l’ardor. vuol che viva il timor vergine in gioventù.

Indegno ecc. Vorace Arpia. Ohimè taci. baciator instancabile. scardinate le porte. inavertiti. mori. per te sospira il cor tra fiamma immensa e disperata. (Ah dispietata. tratta l’imago che tra l’usbergo e ’l sen tenea nascosta. sei qui? Prendilo e mira una dea qui dipinta. l’occhio immortal del dì non vide la più bella da che ruota lassù. Dimmi. Osservo la caduta e ’l passo affretto. Ma da cui quest’effigie avesti tu? Ti dirò. ‹ORISTEO› Da le furie amorose flagellata. lo raccolgo ammirato e da quelle vaghezze anch’io resto trafitto e innamorato. e torna a’ baci. o de l’Epiro bellicose schiere.) S’il pennel non mentì lineamenti e colore. questa. ti roda sempre il cor la Gelosia. sposa inclemente. giurasti a me? Atterrate le torri. va’ pur. no. qui. la ribacia. perfida. Dal giardiniero se n’uscìa Trasimede. la bacia. e pur arde per te. Oh padrona. o dèi. questa rival beltade. perch’odii un innocente? Se tra ’l notturno orrore da’ miei ferri vassalli. oh dio chi mi conforta (Ah tra le gelosie di quei malnati amori mori. morirò volentieri. nel riporlo nel petto lasciò cader l’aureo ritratto al piano.) Cessato dal baciar l’avida bocca. Lassa. testimonio Amor. qui rabide e fiere fulminate le morti sovra i creduti rei: non vo’ più vita.ORISTEO 220 DIOMEDA 225 ORISTEO 230 235 DIOMEDA ORISTEO 240 245 250 DIOMEDA 255 260 265 vo’ vagheggiare anch’io quel ritratto divino. come fosse di quel bello il vago. Indegno traditor. e. Ah da le spade nol salvi. bugiardo adulatore. del piacere del core ebra la mano. questa è la fé che. lassa son morta. SCENA SESTA ORISTEO. 303 270 . quando. a la bocca l’accosta. purché pera il ribello. purché mora l’infido ch’idolatra altro bello.

udite miracoli d’Amore: io vivo senza core. e mi consolo. ond’a ragion vendicator del torto da la fama avertito drizzò il figlio i vescilli a questo lito. Quel crudel che m’infiammò. perché reo son io? La caligine incolpa. che mi strinse. incrudelito dio. Tiranno Amor. ohimè? Di queste luci. fa’ che gema a’ miei sospiri: colosso d’oro al tuo gran nume eretto girlandato di rose io ti prometto. di’. 290 295 300 305 SCENA SETTIMA CORINTA. Udite amanti ecc. m’hai morto. Lucida stella.275 280 285 il tuo buon genitore cadde trafitto. e pur non voglio. e con mio danno vuol ch’io soffra i tuoi vezzi Amor tiranno. povera fuggitiva da la paterna riva. accusa l’ombra e maledici il caso che traboccò l’amico a eterno occaso. di tue pure colombe al destro volo. Con barbarie inudita congiurata ed unita col vago tuo m’hai morto sì. aborro i tradimenti. Potrei svenarti in seno le tue care delizie. il mio cor rendi felice. placabil non ti rende il doppio rio? Tu d’Amor o genitrice. Dea benigna e cortese. adempito ho l’inganno. CORINTA 310 Udite. addio. ORISTEO. perché tanto mi strazi. Corinta. L’avermi tu svelati 304 315 ORISTEO 320 CORINTA 325 ORISTEO . senza speranza adoro. il mio nome rinegò. Addio. originata al male renderti non può premio a l’opra eguale. Venere bella. così vivendo io moro. ria beltà che mi dà ribellata aspri martiri. che sieno state intese le mie preci comprendo. che m’avinse. oh dio. amanti. Oh Rosmino gentile. Il tuo ritratto de la rivale il petto di gelido veleno ha reso infetto.

e ti darò rimedio al pizzicore. in scherzi ridenti. d’alta pietade al tuo destin mi lagno. CORINTA. uditelo amanti. si cangiano in pianti. sì. Non ha pena a la mia l’inferno equale. de le sciagure tue quasi compagno. Simile caso è il mio. io l’ho trovato. poltrone. e sospirar mi fa leggiadretta beltà. Godé chi lo seguì. goderete. Da suddito rubello piango il stato rapito. assai cortesi guiderdoni gli stimo. alfine dogliosi. aspe ostinato. o che cambio gentile. al grido. ancora Trasimede avrai per caro. no. D’Amor i contenti. Albinda. 360 365 SCENA OTTAVA ORESDE. Penarete. per nutrir lautamente quei che vivono in me. né ti sarà di sue dolcezze avaro. vuol che mangi e che beva almen per tre. amoreggi? A lavorar. ORISTEO 355 de l’esser tuo gl’arcani ed al silenzio mio depositati de l’anima gl’affetti. che fate? Di coltivar invece il giardino. signora. seguitelo. pur non dispero: è fanciul che si muta il nostro arciero. fuggitelo. e la disgrazia mia. I spirti accesi. Amore e Gelosia porto nel petto. 305 370 375 ORISTEO CORINTA ORESDE 380 385 ORISTEO .) (Che bell’innamorato. godé chi lo sprezzò. Qual cor di selce alpina a’ tragici miei casi molle non diverrebbe? E pur l’infido di lor s’assorda.330 335 CORINTA 340 345 ORISTEO 350 CORINTA. Consòlati.) Che fate qui. Seguitelo. alfine festosi. Sudato dal lavoro. Oresde il padron nostro. le pene d’Amore. Fuggitelo. ORISTEO. che se prendo un bastone ti leverò dal capo l’umor di far l’amore. ORESDE Sospiro notte e dì. sospiro il genitor tra ceppi involto. (Oresde. e fatto d’altro volto seguace lusinghier vedo il marito: rotavano imperanti gl’astri qui turbolenti al mio natale.

andate. Addio. le membra delicate a ristorare in letto. Occhi belli. quattro rime che feci sul desco agl’occhi tuoi con poetica vena. Intendo. ti prego. Senti.. ‹Fa per andarsene. ladroncelli. di caligini. ‹Deridendolo. questo rozo indiscreto. Un lascivo folletto racchiudi tu nel petto. Va’. A rivederci. altri che te. dolce speranza. Albinda. amor... partiti via di qui. villano. ORESDE 400 Che saluti son questi? Ohimè non ho più fiato: ahi sicaria crudel. l’alma innamorata? Vezzosetto amoroso. CORINTA. tu m’uccidesti. spiriti miei. e n’ho terrore. sozzo. di fuligini fatti neri in volta andate e di giorno anco rubate. Son spiritato. Dille. SCENA NONA ORESDE. se ben di RE MI FA punto non so. (Non aditar. diventare assassino anch’io vorrei. Son spiritato e lo mio spirto è Amore. Son ritornato vivo. Rosmino mio. mio bene. Un cadavere io sono e se parlo e ragiono è portento e stupore. Sei molto morbidetto. E cantar le vo’.. se non ti sbrano. addio. Brutto.) Perché sei il padrone soffro l’ingiurie e parto. con voi.› signor andate. o quanta gran possanza hanno due parolette di labra amorosette. Deh tingermi lasciate 306 CORINTA ORESDE 405 CORINTA ORESDE CORINTA 410 ORESDE 415 420 425 CORINTA ORESDE 430 435 . Oresde.ORESDE 390 CORINTA 395 ORISTEO CORINTA prendo un po’ di ristoro. Son spiritato. sì temi di mia fé? Non voglio. Ma qual rancor geloso t’agita. satollo e doppo cena pien di doppio furore.› Ferma. Furo le Muse mie Bacco ed Amore. Suggerito dal vino essere il metro tuo deve divino.

450 CORO ORESDE CORO ORESDE CORO EURIALO 455 460 465 470 ORESDE 475 CORO ORESDE 480 EURIALO SCENA UNDECIMA Coro di Molossi. mi sgriderà. torna. ORESDE 445 Chi vien. se non qui trucidato 307 . Dove valor non giunge arte s’inalza. se m’abbandoni tu moro di novo a fé. se vien di qua. Da la scabrosa balza de la rupe scoscesa questa rocca difesa per sotterranee cave. ORESDE. SCENA DECIMA ORESDE. Orsù più non s’indugi. vedo l’antica tua. Coro di Molossi. Taci. Ma partir mi conviene.› Morto sei tu se formi voci o grido. via l’oro. o luci amate. Di’ pure. di mantenermi in vita ha sol virtù quel tuo viso seren. Io te la do. Alte ruine i cieli sovra i rei mandano alfine. arresta il piè. s’apra il varco a l’essercito e vincenti portiamo le catene ai delinquenti. sospettosa di te. Taci. dove risiede Diomeda la rea. torna. Ella uscì dal giardino guari non è. CORO 485 L’oro. mio ben. S’abbattino le porte. se non t’uccido. Costui vuol ch’io stia zitto: s’impetri la licenza e parlerò. sù sù. ma dove ora si trovi non lo so per Giove. per i ciechi meati di sviscerata terra industre ingegno de le nostre vittorie ha colto il segno. ne’ lor guadagni.con il vostro carbone. nol tener più celato. Dove. Non parlo. Di suddito innocente non bramo il sangue: de la coppia infida solo annodi la man laccio inclemente. EURIALO. ben mio. ‹Un soldato lo agguanta. Ohimè. CORINTA 440 Non vogliono compagni gl’occhi ne’ furti lor. chi viene? La tua vista mentisce. il crudel Trasimede? Non rispondi? Non posso. Cadrà sui scelerati del mio Re genitore empi omicidi la pena del delitto. entri qui l’oste a schiere e non s’uccida.

Eredità paterna solo il consiglio abbiamo e. onde bever convienci de’ cristalli degl’occhi de le turbe meschine e innamorate per non ber acque pure. e sino a quando se n’andremo tremando esposti ignudi al gelo. SCENA DUODECIMA Bosco tugurio di Penia. in saettar Tonanti a la druda di Marte abbiam servito. acque stillate. M’additerai. a la mia povertà non dar impaccio. seguiam l’ingratitudine. servi di Citerea? Si ricompensa a l’uso di quaggiù chi serve in cielo? Noi che tant’anni e tanti in arder divi. Così parli. signor soldato. Sotterrato l’avrai.ORESDE 490 495 CORO ORESDE 500 CORO ORESDE CORO 505 ORESDE l’anima spirerai. che gl’era in mercé de le nostre incessanti fatiche de’ suoi manti sdrusciti farci le spoglie o di sue gonne antiche? Penia. si muti signoria. Vientene pur. per carità. io ti perdono. Lasso di tema io gelo. Sin che siam giovanetti pur troppo trovaremo caritativa man. mendico villanaccio. de’ nascosti tesori il segno e il loco. ma chi m’accerta ch’in età sì fiorita 308 515 520 525 530 535 540 . Fratelli. la genitrice. AMORE. Dove nascosto l’hai? Oro giamai non ebbi. costretto da la fune e dal foco. Cercami pur per tutto. sconsigliati. Coro d’Amorini. dentro angusta capanna fatta di paglia e canna di pascerci ha fatica. increato? Pietà. Altro non sotterrai dal dì che nacqui in qua che del mio ventre la necessità. vedimi in abbandono e se trovi un quatrino dammi mille ferite. di sostanze mendica. Deh deh. in soggettar mortali. AMORE 510 Pargoletti germani. da le man di costui mi tolga il cielo. usanza ingrata: quella fé che più suda è men premiata. Che gl’era mai. un povero vestito non avem meritato? O de le corti mostruosa avarizia. che l’oprar senza premio è una follia.

avari. per saettar mortali drizzasti altrove l’ali? O pur. Pluto tu sei? Son Pluto. S’egli ci sarà ingrato lo lascierà schernito un batter d’ale.› 560 AMORE PLUTO 565 AMORE 570 PLUTO 575 AMORE PLUTO AMORE 580 585 SCENA DECIMAQUARTA PENIA. SCENA DECIMATERZA PLUTO. Zoppo ne l’apportarle. brami rollarti a la mia servitù? Deh dimmi. qui mi condusse. pentito alfine sospira in povertade i dì gettati. vo’ che proviamo questo novo signor tanto adorato da l’animo mortale. pargoletto lascivo. Coro di Amorini. gioia de’ cieli. caro ben. cangiando padrone. alato nel rapirle. de l’arco e de le penne. Amor mio. A la notizia mia il tuo nome pervenne: voglio esser tuo. disponi de la face. come ho fatt’io. qual d’astro sterile e mendico influsso acerbo e crudo viver ti sforza ignudo? Nevi sì delicate e così belle in sì tenera etade non ricopre pietade? Chi signori indiscreti. e s’accumuli tanto che s’anco Giove. Il fato. mutar fortuna. ingrati serve.545 550 sempre scorra la vita? È volontà di Giove la nostra adolescenza. cortese a’ tuo’ desiri. ‹PENIA› Dolce bambin vermiglio. AMORE. chi sei tu che di servi civili. dove sei? Che forse fuggitivo. Orsù cerchiamo più prodighi signori. cieco nel dispensarle. nutri vaghezze? Il dio delle ricchezze. vago figlio. come a punto son io. Brami. ‹Se ne va con gli amorini e Pluto. Vo’. bel fanciullo alato. PLUTO 555 Garzon. instabile. volesse ritrattare il prescritto aver possian ne la vecchiezza il ritto. Fratei. pur trovo ch’è prudenza il non fidarsi in grandi. luce degl’occhi miei. 309 590 .

vuol ch’adoprando l’auree quadrelle Amor. rispondi. attonito a’ rimbombi de le trombe d’Epiro? Come entrò. accolti i voti del supplice Oristeo. Amor. L’ultime mie preghiere almeno accolga raddolcito il fato e facci. dove m’aggiro. ch’io ti spiri a lato. diffondo i gridi a l’aure. da me sparì. Amor. Ma dove di trovarlo ne porgi tu speranza? Nella bocca. GRAZIE Discese da le stelle. nel cor di bella donna abitar suole. de la dea Citerea seguaci verginelle. or ora il tristarello da me fuggì. O sfortunata me.595 600 per gioco a me ti celi? Per consolarmi a pieno ritorna in questo seno. torni sua preda l’irata Diomeda. La fortuna sia guida del nostro passo errante e ne drizzi le piante ov’egli annida. È stolto quel pensiero che di trovar presume del mio Cupido l’orme. Una stilla di pianto da le tue luci uscita sarebbe funerale 310 635 640 . ‹TRASIMEDE› 630 Dove. né ’l trovarete mai s’egli non vuole. TRASIMEDE. dove sei? Ti perderò col sangue e forse tolto mi sarà di morir presso il tuo volto. SCENA DECIMAQUINTA Le GRAZIE. Leggiadretto drapello. PENIA. Venere. ATTO SECONDO 605 PENIA 610 GRAZIE 615 PENIA 620 GRAZIE PENIA 625 SCENA PRIMA Cortile. come venne qui l’audacia nemica? A’ nostri danni l’impennò forse invido cielo i vanni? Bella mia. Proteo novel si cangia in mille forme. o cara. Egli non v’è. negl’occhi. qui tra ’l fosco del tuo bosco d’Amor cerchiam novelle.

il cor fa voti e le tue grazie implora. o traditore. Le perdite non curo de le patrie fortune. io mentitore? Taci. non m’atterrisce il mio destino oscuro. ‹TRASIMEDE› 675 Qual rabbia velenosa t’arde l’interno. pieno più che di rai d’alti stupori. da’ gigli e da le rose de l’Aurora i colori tolse destra immortale e ti compose. o traditore. Taci. l’acciar non mi sgomenta che me cerca fervente e minacciante: troppo credula amante d’esser stata delusa ahi sol mi pesa. chiudi quel labro. Qual delitto. Disperata. o de le mie speranze angue nocivo. sleale. Rimanti e prendi de l’adorato bene la persa imago: in questo giro angusto la tua perfidia ecco dipinta al vivo. o dolce vita. chinando le palpebre l’occhio devoto il tuo divino adora. negletta. no. 650 TRASIMEDE DIOMEDA 655 660 TRASIMEDE DIOMEDA 665 ‹Getta il ritratto. qual furore. 680 685 690 311 . Amor. TRASIMEDE. a’ ferri. spergiuro.› 670 TRADIMEDE DIOMEDA SCENA TERZA TRASIMEDE. più non ti vale simular fiamme ed adular mendace. ardi per altra face e poi. incostante. SCENA SECONDA DIOMEDA. Sovrumana pittura. certo cred’io che sia questo il sembiante: al suo guerriero amante che da nubi sanguigne rota l’armi maligne de l’Epiro a favore cade dal sen tra gl’empiti e il furore. chiudi quel labro. Mia fiamma. no. chiudi quel labro. a le catene volontaria men vo. – che fai? – la nostra offesa.troppo insigne e reale a vita agonizante. mio core? Taci. 645 DIOMEDA Infedele. falso e bugiardo. Vendica. o traditore. giuri ch’incenerisci ad un mio sguardo? Oh mio ben. anima mia gelosa? Ma che ritratto è questo? Qual effigie celeste stupido il lume qui dipinta ammira? Di quella dea che gira l’orbe amoroso e pio certo.

signor. l’infido mio consorte?) La mia speme adirata ‹Ammirando il ritratto. Gelosa del tuo vago. la sposa derelitta ch’abbandonata e afflitta. aspro.) Le dipinte fattezze quanto simili sono al tuo sembiante: se di spoglie reali io ti vedessi. sprezzator de’ perigli e de la morte. (Parla col mio ritratto?) Or che scorre baccando per gl’acquisti il nemico. rozo ne’ vezzi. illustra. fatto talpa. rendi placata. O cieco ne’ disprezzi. del regno. qui contemplando a le sciagure immobile che stai del tuo foco dipinto i finti rai? Di sembianze non conte tra l’alte meraviglie stupido i spirti e i sensi ohimè perdei. agl’Imenei? Ma scusa. gl’ornamenti cangiati. 695 CORINTA TRASIMEDE 700 CORINTA 705 (Che fa qui neghittoso. barbaro negl’amori. non vede il merto. ti crederei Corinta. 312 TRASIMEDE 710 CORINTA 715 TRASIMEDE CORINTA TRASIMEDE CORINTA 720 725 730 TRASIMEDE 735 740 CORINTA 745 TRASIMEDE 750 CORINTA . Con piacevole frode abbiam festose. Albinda. Di Corinta? O Giove eterno. prendilo e mira epilogato e accolto de l’Empireo il decoro entro quel volto. i deliri d’un core. scortese negl’affetti. eccelsa imago reo di perfidia il suo pensier m’ha fatto.SCENA QUARTA CORINTA. che rimiro. Amore. vassene errando: questo. (Consolata rimango a queste tenerezze. ma più quelle del cor. (Li dissi quasi ‘crudo mio diletto’.› rendi. È questa di Corinta l’effigie. così gl’indegni errori compiangi di colei destinata al tuo letto. TRASIMEDE. le perdite piangendo e sospirando del genitor. o imaginetta. questo è ’l ritratto ch’inviar ti volea con altri doni pria ch’avversa procella tempestasse la calma a’ giorni sui: ciò ti so dir perché fidata ancella ne le prosperità sempre le fui. adorna e cinta.) Togli. Fa’ parte agl’occhi miei de l’ammirando oggetto. che scerno? La tua Corinta è questa.

) Ad essequir l’impresa eccomi pronto. vola meschino. i tuoi tuguri a grandezze di corte speranza ti assicuri. è consiglio e non viltade. sorella. che farai? L’uomo senza ricchezza è un cadavere al mondo. son queste? Fuggi l’insanguinate e vincitrici spade. Prencipe. Di condurti in sicuro ti prometto. ben d’inalzar co’ merti il tuo povero stato. Come un cane da caccia il nemico di te vassene in traccia. 313 765 TRASIMEDE CORINTA 770 TRASIMEDE 775 780 CORINTA 785 ORESDE CORINTA 790 795 ORESDE 800 805 CORINTA . O che fai qui. Meglio è morir da forte che viver da codardo. no costui non vuole. CORINTA. che s’indugi un tantino te n’anderai prigione. ti giuro. ma generoso e invitto. padrone? Fuggi. sì. insano ardire ti consiglia a perire invendicato. questi intrichi. l’amico cielo per tua salvezza a perigliose prove. SCENA QUINTA ORESDE. Ma che dimore inutili e dannose. gloria la morte. signor. Con piede immoto sostenerò gl’incontri e in fier conflitto morirò. egro finto o ferito costui fuor degl’aguati ti condurrà di tracciator soldati.755 i genitori suoi spesso ingannati. conosciute l’insegne e custodita deve da mille armati esser l’uscita. Vo’ tentar la mia sorte e viver da dovero o aver la morte. avrai d’oro e di gemme ampia mercede. che fuggire il periglio è prudenza. TRASIMEDE. No. Alma codarda e timida dispone. Pur se ceder volessi. (Oresde. Timor d’esser scoperti punto non ti sgomenti. È la fuga viltà. Venga. Cedi a sorte acerba e la tua destra a le vendette ah serba. signor. Disarmato e vestito di rozze spoglie e vili. come ceder potrei? L’armi son note. ORESDE 760 Quella destra rapace m’ha pur lasciato in pace. Se custodito il prencipe e serbato sarà da la tua fede. morto al viver giocondo. oh poverino me se la milizia scoprisse la malizia.

le GRAZIE. leggiadre verginelle. 845 850 SCENA OTTAVA La BELLEZZA. sorde non rispondete? Voi. io ti chiedo perdono s’impotente al soccorso or t’abbandono: attendi. BELLEZZA La dolcezza in seno annido. e in loco remoto da sospetti con amorosi detti gli farò noto il nome. SCENA SESTA CORINTA. dateci in cortesia di lui novelle. il dardo. Sperar degg’io! Commosso da tenerezza a’ casi miei si lagna: la pietade è d’Amor guida e compagna. Dolcissimo mio foco. Amanti giovanetti. ‹GRAZIE› Tre donzelle noi siamo ch’Amor cercando andiamo. Or sì che questa volta un satrapo divento o appeso ad un troncon gioco del vento. 314 855 . L’Egeo di Cupido da turbi agitato. quando rido fochi accendo e stempro geli. Speranza mi dice che core costante.810 TRASIMEDE 815 ORESDE 820 Vanne e sieno tue scorte Amore e Giove. che fé di diamante Amor mai tradì. sin ne’ cieli quel che tuona a me s’inchina: son de’ cori io la Reina. Discortesi tacete. Ancor del mio sereno il dì verrà. vecchi innamorati. Al mio vicino albergo a spogliarti quell’armi andiam veloci. deh per le vostre belle dateci in cortesia di lui novelle. ‹CORINTA› 825 Del mio crudel lontana seguirò l’orme. il foco. idolo amato. 830 835 840 SCENA SETTIMA Le GRAZIE. alfine placato il porto ci dà. attendi in breve la vendetta de’ torti: il regno armato condurrò per ritorti a le funi nemiche. verrà del mio tranquillo il dì. Verrà.

nel core. la Virtù. Chi tiene Amore nel sen. grato premio si bandisca. Vergine invitta. li sgridai. 870 875 SCENA DECIMA La VIRTÙ. avisa. perché in ardor del suo più fier peni l’altier che con severa legge regge gl’abissi e a l’alma impera. ma quando il vidi infetto da lascivi costumi e con osceni e intemperati numi conversar notte e giorno. GRAZIE 885 VIRTÙ 890 895 SCENA UNDECIMA Le GRAZIE. per un momento fuori lo scacci che cento e cento 315 900 .GRAZIE 860 BELLEZZA 865 (È costei la Bellezza? Or sì ch’abbiam troncato l’arcier tanto cercato. SCENA NONA Le GRAZIE. VIRTÙ 880 Calchi le vie d’Alcide chi di viver desia vita immortale: a la gloria non sale chi del senso fellon segue le guide. Lo persi un giorno. dove volò questo garzon? Certo scendé ne la region dove sol è notte d’orror. le GRAZIE.) Così d’Amor divisa ten vai pellegrinando? Dove lasciato l’hai. Calchi le vie d’Alcide chi di viver desia vita immortale. Venere. Anch’io cercando vo questo spirito cieco e non lo trovo. contro i colpi del Fato. veduto avresti il sagittario alato? Solea negl’anni primi del mondo venir meco il pargoletto. Con la Lascivia or ha commun la stanza e di star con il Vizio ha per usanza. ‹GRAZIE› Dove andò. ‹GRAZIE› Per trovar il fuggitivo si prometta e s’offerisca. or dove sia non so. La Virtù. lo scacciai dal mio soggiorno.

s’il volete trovar. Il trovarete cangiato sì ch’a pena non lo conoscerete. io vo. le brame di scoprirti al dolce figlio. o tenerezza. sospendi. le GRAZIE. e chi n’insegna dove egli sta. forse. figlio diletto. deh cessa dagl’impulsi e dal consiglio. oh dio. Figlio. ella è innocente. SCENA DUODECIMA L’INTERESSE. gl’impeti acqueta. dolci ma puri. La mia pratica è nova. i tuoi moti affrena. venite. Temerario venale. deh lascia. se n’assicuri. tu vuoi saver dove si cela Amore? Va’. Amor in questa età costui conoscer deve. Ma. Vivo son io.905 910 da tre divine e porporine rose vivaci otterrà baci. trovato avete il lusinghier garzone. ma morto 316 940 945 950 955 . 935 ‹ORISTEO› Core. che tieni incatenata trionfante e vincente. non m’uccider. andiamo. INTERESSE 915 GRAZIE INTERESSE GRAZIE 920 Preparate pur. e Amor non è qual era. anima lieta. morto aborrito dal suo vivo Sole ahi ch’Oristeo risuscitar non vuole: sarà sino che gira propizio al suo rivale ombra vagante cadavere insepolto e spirto amante. con la dolcezza. chi sa. no. Or lo seguiamo. non m’affogar nel pianto. Chi sa. del mio pellegrinaggio adulto e forte dopo un lustro ti vedo e glorioso del genitor vendicator pietoso. ma che miro? Affetto. sangue. va’. Colei che rea tu credi. 925 INTERESSE 930 GRAZIE SCENA DECIMATERZA ORISTEO. Chi sei tu che ti vanti di saver dove alberga il nostro dio? L’Interesse son io. belle. Non più parole. che non pratica Amor con l’Interesse. mendace vantatore. il guiderdone: il mio piede seguite. Muta il tempo le cose. lo stesso avrà. False e bugiarde sono le tue promesse. andiamo.

quasi fatali spensi le faci a’ lacrimosi avisi: ei se n’andò vagando. alta signora. Tu. e la consolo. Se l’incauto t’offese. Di Nemesi divina a la spada arrotata non ha scampo il misfatto. e so che l’innocenza non soggiace a la pena. uscite pur di novo. servo antico. Su le teste tiranne piove il flagello. reo di pietoso officio. che nove le arrechi. Se del mio genitore fosti l’Atropo. temerario villan? La morte irriti. oppressa dal duol. o scelerata. l’ordine tu gli desti. barbari spirti uniti. attendi dal mio fiero dolor castighi orrendi. abbi il perdono. a l’onte. quai repentini 317 965 DIOMEDA 970 EURIALO 975 ORISTEO 980 DIOMEDA 985 EURIALO 990 995 ORISTEO 1000 1005 EURIALO ORISTEO 1010 EURIALO . e sì mi disse: «A la tua Diomeda dirai ch’un suo nemico difensor le sarà. fabra d’omicidi. non son le tue ruine in ciel prefisse. Così concludo anch’io. (Ohimè. dunque de la vendetta aspetta il dardo. centro perduto al giorno. o rocca alpina. (De l’amata mia prole l’amor comprendo. del profondo Acheronte descenderete a’ tenebrosi liti. e chi de l’altrui sangue ha sete. ‹Oristeo si palesa. ingiusta alfin nel proprio ei langue. DIOMEDA. So che non l’uccidesti: il tuo drudo l’uccise.) Oristeo. io non l’uccisi. SCENA DECIMAQUARTA EURIALO. s’il turbo non l’invola.› Non temer le minacce.» In sussurri secreti e non uditi di’. Lagrime liete. EURIALO 960 Non difende la colpa. Di pietà riverente il debito sodisfo ed al suo duolo lagrimo. io sono. ORISTEO ‹in disparte›. Ma s’ei di qua non vola del vostro impuro amor su l’ali assiso.al riso ed al conforto. e chi l’offende de l’alta onnipotenza l’arco e ’l dardo immortal contro si stende. aspetta. o Sire. se nol rapisce a le catene. destinato a’ miei sponsali. che si conforti e che speri la vita aver da’ morti. Ignoto cavaliero m’arrestò. che giusto venga a trapassarti il core. Oh qual letizia io provo. amai più che me stessa. non è molto. di quel fanciullo altero. ma poich’il padre egli m’estinse.

Che miriam noi? portenti? Del volto i lineamenti. SCENA DECIMAQUINTA La reggia di Pluto. Or chi argento non ha non s’innamori. 1030 1035 1040 1045 SCENA DECIMASESTA L’INTERESSE. da Venere fuggite forse a viver venite con il vostro bambin liete e felici? Se sacra fame di ricchezze avete. Or chi argento non ha non s’innamori. De’ vostri morti anco tra’ nodi io rido. Vedete quanto vale e quanto giova servir signori prodighi che ponno affogar la miseria in aurea piova. Fratelli. non ha più l’arco e i strali. ricco padron s’elegga e liberale. siamo pure di povertade usciti: Pluto. non mi lusingarete. le GRAZIE. Ma dov’è l’arco? De la faretra scarco dov’ha la benda. e quale barbarico ornamento gli ricopre le membra? Agl’occhi nostri un altro Amor rassembra. ‹AMORE› 1025 Amor non è più cieco. vuol sacrificii d’ori. farò ch’a mille a mille 318 1055 AMORE 1060 1065 . Amore è quello. In te. Pluto in un punto hacci arricchiti. carico di tesori. mortali. Chi è costretto a servir dal suo natale. santa innocenza. AMORE. Di ricche spoglie adorno non porta più la face. chiedete. vedete il cercato donzello. Altro che viver schiavi d’una fallita dea. Coro d’Amorini. ravisatelo pure. vedetelo. AMORE. ah sol confido. Che sarà questo.1015 DIOMEDA 1020 assalti il cor mi move l’aspetto di costui rustico e oscuro. l’essere alato ci ’l dinotano Amor. Oh dilette nutrici. o Giove?) Di nemico guerrier folli speranze infelici pur siete. INTERESSE GRAZIE 1050 Vedete là. chiedete omai. di Genio ingrato c’ha per marito e vago un fabro vile ed un meschin soldato. Tante saette a l’anima mi furo le voci sue. Coro d’Amorini. l’età. sospir più non li piace. del crin l’oro filato.

1070 1075 GRAZIE 1080 1085 AMORE 1090 1095 qui le conche Eritree mandino i parti e che dal salto sen. per la memoria de l’impiego antico. Amor. o Grazie. o troppo avaro? non sai ch’ogni usuraro proibiscon le leggi? Ingiusto è il patto. Sottrattosi da saggio Amor dal suo servaggio. ove andate? Pria che partir baciate le promesse adempite. per voi cerulea man svelga il corallo. Perché gl’antichi ardori. baci. Per posseder tesori. Di servigio sì lieve vuoi così vaste usure. Pur vuole. sù sù. Ei che s’elesse la compagnia venal de l’Interesse. doni. in questa avara età sarà l’arco d’Amor ch’impiagherà. spesso tribunal incorrotto e giusto foro. Ecco la bocca. 1100 1105 SCENA DECIMASETTIMA Le GRAZIE. e a lei li riferite. l’INTERESSE. udite. l’oro. che de le mie fatiche l’ultimo don fia questo e più non speri avermi essecutor de’ suoi pensieri. che l’acerbo nemico. Di Creso e Mida vi darò le verghe. Dite a Venere. non le parole. Diomeda raccolga e in letto abbracci. Illecito contratto laceran spesso. I miei novi decreti. e sovente da loro 319 1110 INTERESSE 1115 GRAZIE 1120 . altro che mercenario esser non può. Fermatevi. l’ammorzata facella riacenda la bella che regge la Caonia e torni sposa dell’amante Oristeo. e perché resti a pieno ogni vostro desio satollo e pago. ministro esser non deve di ripudiata signoria. che baciar pria le tocca. farò che gl’Arimaspi e ’l biondo Tago per voi svenino i monti e d’or ripiena l’altro v’arrechi la preziosa arena. ma non sospiri. Il corruppe l’amico e l’infettò. rinnodati i suoi lacci. del Re d’Epiro. la dea che di rubin sparse la rosa. che del Gargaro Ideo sul fertil giro di beltà vinse il bello in paragone. Venere a te ci manda e ciò t’impone. senza intervallo. amiche. te non cerchiamo. GRAZIE Chi conversa con belve apprende gl’ululati. Quelli amante che vuole uccidere i martiri.

Fermati. Il camino seguiam con piede ardito. ed io deluso da queste scaltre resto e in un confuso. m’ammazza un batticuore. ATTO TERZO 1130 1135 1140 1145 SCENA PRIMA La piazza della fortezza. Su tripartito legno per mia. ORESDE. più non s’indugi. già vicina è l’uscita. amico Oresde. invece di comprar vende il piacere. Se gl’avessi donato gemma splendida o d’oro. ma l’ingordo appetito copre con vel modesto al cor che l’ama. vi verrebbero dietro in modo strano le donne per le vie con l’oro in mano. Quando incontro un soldato par che veda un carnefice che porti. giunto al regno. vedo la mia ruina. Brama lasciva. vendereste a contanti. SCENA DECIMAOTTAVA L’INTERESSE. Coraggio. canapi attorti. che se ci quereliam tu sei spedito. ohimè. sta’. TRASIMEDE. brama più de l’uom scaltra donna il dolce invito. io no. tornate qui. chi trema. signore. Esser vorrei digiuno di sì amara bevanda e medicina. l’anima tramortita raviva omai raviva. sta’ pur zitto. che tremi? Chi paventa. trammi da questo luogo. 1125 ‹INTERESSE› O schernitrici ingrate. così. grazie e contenti. Oh come grande ti vo’ far. 1150 TRASIMEDE ORESDE TRASIMEDE ORESDE 1155 Che paventi. 320 TRASIMEDE 1160 ORESDE 1165 1170 TRASIMEDE . per far ch’in alto io stia. ove ne gite? Ma se le porta il vento. per mia sciagura d’inalzarmi pur troppo ho gran paura. baciate. Voglio ch’il mio sia mio e per un van desio comprar il pentimento a fé non vo’. posto da parte il verginal decoro m’avrebbono baciato e ribaciato. troppo tenero senso è il vostro. e. Siam troppo incontinenti. ma che donassi a queste avare. amanti. Ti vedo sbigottito. Orsù. così fuggite.castigato ne sei. insuperbita da l’altrui preghiere. più virili in Amor.

Trasimede? Sì sì. io son ferito e del mio debol piede appoggio e duce a la patria capanna ei mi conduce.ORESDE 1175 movi il passo. (Spirto vile e codardo or or mi scopre. così. Prencipe. Per le prese contrade anelante te cerco. soldati. è colui Trasimede.) Il tutto. giuro. Pietà. i tormenti chi vuoi che tra le selve e tra gli armenti sappi cicatrizzare e raddolcire de la cruda ferita! Così aborri la vita? Famoso erbario ho il padre. TRASIMEDE. Or consolàti con la preda bramata andiam.) L’infermo che sostieni è caonio. E pur l’ha tuo fratello. se non t’affogo. così tu menti? narra. (L’ho detto. t’aspetto. ove si va? Siamo agresti fratelli. io vado. SCENA SECONDA NEMEO. Oresde disgraziato camina un appicato. È questo il ver. ei con medici succhi in pochi giorni farà che saldo e sano il fianco torni. Lavoro per mercede.) Olà soldati. Che tremi essangue? Ah rustico bugiardo. se mi perdonerai. villan. Che stia lontano fate costui. fune.) Così sprezzi languente la cura cittadina? Le latebre. è straniero. (Oh se vado in sicuro voglio. NEMEO ORESDE NEMEO TRASIMEDE 1180 ORESDE 1185 NEMEO ORESDE NEMEO 1190 ORESDE NEMEO 1195 Chi sei tu? (Morto sono. quanto era meglio 321 TRASIMEDE 1200 NEMEO ORESDE NEMEO 1205 TRASIMEDE ORESDE 1210 NEMEO ORESDE NEMEO ORESDE NEMEO 1215 1220 TRASIMEDE . di’. chi è costui senza tormenti. ti narrerò. Ohimè. troppo nobile aspetto altri il palesa. Un giardiniero io sono. non ti valse per il ferro fuggir veste mentita né di finta ferita falso languor t’assicurò le strade. Hai tu padre? Egli è morto. ORESDE. Il perdono ti do. Morte. fortuna mia. Quanto.) (L’egro non è villano. se vuoi ch’io giuri. appender mille voti a la tua cortesia. seguimi.

Oresde poverino. CORINTA. s’amar non mi vuoi tu 322 1270 1275 . il fato. mio caro. Da l’antro custodito ascendi al sole. Femina ingrata. Ti seguirò tra l’armi. trammi di pene. Trasimede dov’è? Dov’è il mio bene? Trasimede è il tuo bene? O donna infida. Dov’è l’anima mia? Oresde. ti chiuderò quegl’occhi che fiamme m’aventaro. Oh dio son morta. a spolpar perfido un uomo. credete. pur in bocca non son de la mia dea. e con tre gole ingiotti quest’infido. o tartareo latrante. sono tutte bugie. I singulti. restasse prigioniera.1225 morir da generoso. qui qui sorga Eurinomo a scarnar. Tronco. Trasimede. gracchia pur. o da lo stesso lido. Oh traditrice guida. gracchia. a morte indegna di real cavaliero ahi mi consegna. divorator de’ morti. cruda mia fera. Io che d’esser credea solo. 1245 CORINTA 1250 1255 1260 1265 SCENA QUARTA ORESDE. ‹ORESDE› Credete poi. di me non ciberai. ORESDE 1230 CORINTA 1235 ORESDE CORINTA 1240 ORESDE Oresde. sicura è la tua testa. poscia morrò del tuo bel corpo a canto. a’ giuramenti. lodato il ciel. o donne mie. chi lassa te la rapì? Costei non vidi mai. Quest’è l’affetto vero e più che fino che giuravi portarmi? Amor per vendicarmi fé che l’anima tua. oh scelerata scorta. passata è la tempesta. tu l’hai data al nemico. i lamenti e le vostre carezze. SCENA TERZA ORESDE. omai respira. solo nel core. trammi. reciso il crine povere essequie ti farò col pianto. brutta cornacchia. che nel petto non l’hai? Ohimè lasciamo i scherzi. amanti. Oresde. invidioso de l’ultime mie glorie. Vivo. funesta spettatrice del tuo fato infelice. va’.

Coro di Molossi. Intenerir mi sento. né che goda la colpa il ciel consente. figlio d’un fabro. Trasimede. 1290 1295 1300 1305 1310 1315 SCENA SESTA Il campo degl’Epiroti. Ma perché l’alma ingombri. Lieto core sempre gode e mai non more. Ermin. EURIALO 1320 D’Astrea la destra ultrice ambo v’incatenò. se vuoi giocare. di meste cure? Non medica dolor l’altrui sventure. per seguire due stelle. e so bene che tu. le scuri del castigo. Vidi andar prigioniero il meschino. ‹ERMINO› 1285 Amor. Femina ingrata. Ho mille che mi pregano. Che sospiri? Oh questo no.1280 seguir non voglio più anch’io la tua beltà. pazzo dio. Per un viso dipinto. del tuo torbido mar naufrago è fatto. va’. EURIALO. con loro appagherò la mia lussuria. Canto e riso mai da me non sia diviso. attendato su le spiaggie dell’Ionio. mille che mi lusingano. SCENA QUINTA ERMINO. TRASIMEDE. gioco quel che vuoi tu. per un labro ed un sen il cui candor è finto. Il reo peccato non può fuggir. Andava il poverino afflitto e a capo chino senza formar un doloroso accento. che non sei buon di fare ch’io viva in servitù. Che sospiri? Oh questo no. belve omicide. Già più non vi difende o vi divide recinto inespugnabile e scosceso dagli strali d’Epiro. di donne come te non s’ha penuria. iniquo arciero. DIOMEDA. Invendicato non va sangue innocente. che porta a’ piedi il peso. Le tue panie fuggirò. il mio prencipe infelice. il cui minio è velen. Meco stia il contento e l’allegria. Oh del mio genitor anima diva 323 1325 . o mentecatto. le tenaci catene li fabricasti su la patria incude: la radice de’ mali in te si chiude. non penerò.

rendino l’ira tua vinta e placata. così tu vuoi con vane gelosie de la Parca assistente la falce già cadente spargermi di veleno? Ah luci mie. Coro di Molossi. nega l’udito empia inclemenza. i vostri strali. o troppo infido e mentitore? L’imago c’hai nel core. anzi divina difenderà da morte il tuo mortale. cruda. Corinta? La tua speranza. fate che consolato m’acconci a’ teli ingiusti con sguardi di pietà da voi mirato. SCENA SETTIMA CORINTA. Al feretro vicini i traditori contendono d’amori. EURIALO. non voglio avvelenarti. perché sapete voi che quei begl’occhi d’innamorar la morte hanno possanza i volete velar? Scocchi pur. arcieri. TRASIMEDE. cinta di ritorte. a torto. CORINTA 1380 Che rimiri. Che chiedi. l’essizio. già che morir degg’io incolpevole. cada da fera. Dal tuo sleale inganno pregne le luci di vipereo tosco altro che morte parturir non sanno. ti supplico ch’almen tranquillo e pio in quest’ultimo punto del mio vital respiro a me ti mostri e degl’affetti nostri le memorie portando. di cui per appagar l’occhio rubello formar festi il modello. e se da fera oprò. DIOMEDA. la coppia rea di sangue aspersa pera. da quei stellati giri quaggiù rivolgi i lumi e i sacrifici vedi de’ tuoi nemici: le vittime ch’io t’offro. t’assisterà serena a l’agonie vicine. Ov’è la benda? Omai deh chiudetemi i rai.1330 TRASIMEDE 1335 1340 1345 DIOMEDA 1350 1355 EURIALO TRASIMEDE 1360 1365 DIOMEDA 1370 EURIALO 1375 che de l’Olimpo assisa in luminosa sede il tutto miri. è cadente? Perfidissima gente. adorato mio volto. a te rivolto. Terminin le contese. scocchi l’arco crudel (ma non si bendi il sole) 324 . infinita. overo cittadina de’ regni luminosi al patrio polo l’anima tua porterà seco a volo. alma beata. anco agl’Elisi de l’eterno indivisi viver potiam la vita immortale. Ohimè. Già già ch’a l’innocenza chiude.

Coro di Molossi. Ben. e pur vagai. prostrato ti bacio pur questo ginocchio amato. che t’abbracci mi nega Amor vendicativo. ben conobbe il sangue l’ignota fonte. Nel patrio soglio che t’ingombra il tiran. ecco il vostro Oristeo. TRAS. che gl’innocenti si condannino. EURIALO. pria ch’a lui passi il core. oh di me stesso parte più cara. avrà ricetto. Di costoro a difesa da region remota e strania banda peregrino guerrier il ciel mi manda. Oh figlio sospirato ne’ miei lunghi viaggi. e in prova di certa colpa non s’elegge il brando né si trova campion d’atto nefando. Al nobil piede l’eredità depongo. la tua sposa qua vedi. sdegnoso de’ miei disprezzi.. Amato Trasimede. che tardate. o saette? non fate ch’altri usurpi i vostri uffici: de le mie colpe infide la conscienza m’uccide. Ma che badate voi? De la quadrella date il volo a le penne. CORO EURIALO 1430 1435 ORISTEO . mio signore. SCENA ULTIMA ORISTEO. 325 1415 EURIALO 1420 CORINTA ORISTEO 1425 COR. In questo petto. l’empia man mi lega. riporti io voglio. mai non vidi in parte alcuna. Mira le tue vendette. Si spezzi a l’innocenza il nodo reo. DIOMEDA. e simpatia ne diede a le viscere aviso. Costei. Corinta. Oh mio Re. Oristeo vive? Oh Sire. Noto è ’l delitto. In questo dolce amplesso de le sfere la gloria in me si stilla.1385 1390 EURIALO DIOMEDA TRASIMEDE 1395 1400 EURIALO 1405 CORINTA di Scizia i dardi.) Pietoso difensore Amor t’invia. ti stringo pur. costei di Locri la principessa? Albinda è la rivale? degna è ben di morir salma sleale. vivon. e uccida poi se puole. Di fama mentitrice non credete a’ rapporti. (Di tenerezza nova si distrugge al calor l’anima mia. se perdi un traditor. vivono i morti. vergine bella. la raminga Corinta del locro regno erede. Egli. Ah Corinta. Querelar non ti dei. DIO. ORISTEO 1410 Sire. e se ne viene per morir teco e spalancar le vene. e di regnante torno vassallo al genitore inante.. oh deplorato padre. CORINTA. TRASIMEDE.

Perirà l’indegno. e in Oristeo cangiato. ti ripongo nel core. De le vostre dolcezze partecipe è Rosmino. condonate. a le mie furie: da paterna pietà nacquer l’ingiurie. le stelle d’Amore n’han morto il dolore. 1495 326 . raggio e pupilla di questi lumi idolatranti e schiavi del tuo vago sembiante. Lusinghiero mio dolce. l’ira troncando con la fiamma in mano il suo nemico sdegno del mio petto dal regno fugga. nato a pena. DIOM. Salite inaspettate di spirto. illustri sposi. o bella.. ti perdono e. Prencipi.1440 1445 1450 1455 DIOMEDA 1460 1465 ORISTEO CORINTA 1470 TRASIMEDE 1475 CORINTA ORISTEO 1480 1485 COR. mio ben. E coltivando il tuo real giardino. pentito de’ deliri. Sparite. traboccato da la fede d’Amor. EURIALO 1490 ORISTEO Ma tu. Da le tue rigidezze ‹A Diomeda. mi laceraro il cor spine infinite. contro lo scelerato ch’usurpandoti il regno il padre t’incatena voglio. de l’estinta face ravivato l’ardore.. voi. È scusabile il fatto. a te mi dono. pari al valor in te si chiude. e in questo loco giubili l’allegrezza e scherzi il gioco. vi prego.. scaccia lontano. TRAS. Oristeo. e mentre al sen ti stringo. a te m’annodo. Godi.› disperato. ORIS.. l’alma ti faccio ancella. COR. svanite tempeste. o Re. a te tornai Rosmino. sana al misero tu l’aspre ferite. voi mi fate da l’infelicità sorger beato. Generosa virtude. cercai regni remoti e sotto climi ignoti l’involontario error purgai col pianto: volto cangiato e manto. mia vita? Sì. che godo. signore? Or ora. Corinta. Consolato Oristeo bacia la sua placata. perdona a un supplicante. Ed io quando abbracciata sarò da te. pure l’oblio l’assorba. TRAS. procelle. Risuscita l’affetto e. che da quest’arena si drizzin l’armi. Sai ben che de la morte del tuo padre diletto è rea la sorte.

| Per il Giuliani. frequentato da Diana per la copia delle fonti. l’uno deposto il folgore e l’altro con la verga i tallari. più non potendo bacio a V. ma più per il suo bello Endimione. S. per ristorarla de’ torti ricevuti. trovano nelle loro geniture Giove nella casa primiera. per il numero delle selve ripiene di fiere. S. vedute intatte le sfere dalle fiamme solari.GIOVANNI FAUSTINI La Calisto (Venezia. trasformarsi in un lupo. sconosciuto andava peregrinando il mondo per notare la sceleragine umana. | IN VENETIA. INTERLOCUTORI LA NATURA L’ETERNITÀ Prologo. È aforismo astronomico di Sconero e di Ringelbergio che nella casa antedetta questa giovevole intelligenza rende il genito grande e de’ fratelli maggiore. publicando le communi obligazioni e facendo di loro depositarie le nostre memorie. cioè della Luna. Apollinare. Questa fanciulla tenera e semplice. Il primo suolo che calca è il Pelasgio. ENDIMIONE pastore innamorato di Diana. Giove. Illustrissimo mio Signore. Noto è l’ardire magnanimo di Fetonte e come. perciò sperano Calisto ed Eritrea di divenire più illustri de’ loro reali germani. figliuola del Re Licaone. provocandosi contro l’ira di quella maestà. |Con Licenza de’ Superiori. vergine di Diana. Si confida più Calisto di restar eternata sotto la direzione di V. amato da lei con affetti secreti. ridendosi de’ miracoli di Giove quando. non potranno se non vivere felicissime a guisa di quei nati che. Queste due principesse gemelle. Alcune scene inestate nella favola per dilettare fuori della sua tessitura. All’Illustriss. UN SATIRETTO. MERCURIO. quasi che ’l Fato la spingesse ne’ boschi fatti nidi del padre transmigrato per inalzarla a le stelle. PANE dio de’ pastori. Giovanni Faustini. Suo Patron Colendissimo. Marc’Antonio Corraro. Si rappresenta la favola ne’ contorni di Pelasgia. | e Privilegio. 327 . generate e partorite quest’anno sotto gl’auspici della sua protezione. votò la verginità a Cinzia. GIUNONE. LINFEA seguace di Diana. mal sapendo reggere i paterni destrieri. | Si vende da Giacomo Batti Libraro | In Frezzaria. Re di Pelasgia. DIANA innamorata d’Endimione. le leggerai nel fine del drama. padre di queste Reine. LE FURIE. abbandonati i lussi reali e datasi alle selve. custodite da mente sì nobile treplicatamente conspicua per nascita. con orribili conviti vide tutta foco la reggia ed egli. LETTORE. intento alla conservazione delle cose prodotte. | FAVOLA DECIMA. per fortuna e per spirito. Illustrissima che dalle onnipotenze del suo Giove. SILVANO dio delle selve. 1651) LA | CALISTO | DRAMA PER MUSICA | DI | GIOVANNI FAUSTINI. Sig. DELUCIDAZIONE della Favola. scende con il nepote Mercurio in terra. CALISTO figliuola di Licaone. IL DESTINO GIOVE. divenne per la salvezza del mondo ardente segno del fulmine. di quel Licaone che. Teatro S. regione del Peloponneso che fu poscia detta Arcadia da Arcade figliolo di Giove e di Calisto. Io. prosperati da un Fato parziale. MDCLI. Era il decoro dello stuolo delle vergini faretrate seguaci della dea cacciatrice Calisto. altra volta sceso dall’Olimpo. Illustrissima le mani. ed Eritrea più si promette dal suo favore che dalla custodia degl’assiri dèi tutelari. atterrito nella fuga. Coro di Ninfe arciere di Diana. Coro di Menti celesti.

Sono i decreti miei arcani anco agli dèi. Al firmamento nova forma s’accresca ed ornamento. eccelsa virtù a quest’alta cima i spirti sublima. e post’il freno al senso i spazii de la vita correte illustri. LA NATURA. diviniza la Natura. terminato il corso. Diva che eterni e divi con stellati caratteri nel foglio del sempiterno i nomi noti e scrivi. perché resti scolpita ne l’antro adamantino. produttrice ferace di ciò che dentro gl’elementi ha vita. IL DESTINO. dal serpentino tuo sferico soglio eterniza Calisto. è la strada alpestra e dura. NATURA. NATURA Alme pure e volanti che dal giro che forma il serpe eterno annodando i principii uscir devete. Chi la chiama a le sfere? Qual merto l’immortala? Il mio volere. fatte aurighe. Gran madre. L’ETERNITÀ. Di rai scintillanti i vaghi sembianti s’adornino eterni. 5 10 ETERNITÀ 15 20 NATURA. Ai poli superni s’accreschin fiammelle. Ma sassosa. ETERNITÀ 25 DESTINO 30 NATURA 35 DESTINO 40 ETERNITÀ DESTINO 45 ETERNITÀ. Non si chiede ragione di ciò che ’l Fato termina e dispone. scese. Immutabil garzone più vecchio di Saturno e più di me. tua nobile fattura quivi ascende il Destino. ottima duce. al governo de’ corpi misti. Calisto a le stelle. giuste siedete. DESTINO 50 328 .PROLOGO L’antro dell’Eternità. Chi qua sale immortale vive vita infinita. antica augusta. faticosa è la via che qui invia. acciò virtù sul dorso qui vi ritorni. Calisto a le stelle. Il calle d’Alcide conduce quassù. entra che ’l varco non si vieta a te.

Essalazioni e fumi mandano al cielo inariditi i prati. e sfioriti e schiomati vivono a pena i boschi. chi viene? Qual ninfa arciera in queste parti arriva? Oh che luci serene. che poscia con le squadre de’ ribelli e nocenti di Licaon rinoverò gl’essempi. è costei prole illustre.› 95 MERCURIO 100 105 GIOVE . a l’arido. votarsi a l’infecondia. ogn’orbe è intero. febricitante. Pria si renda il decoro a la gran madre. GIOVE. ben l’infimo emispero serba caldi vapori ancora ardente. di Licaone a punto ch’ulula per le selve il suo misfatto. Ma Mercurio. padre. Semplici giovanette. e in modi novi non distruggi e rinovi la progenie de’ sassi depravata. il fòlgore disprezza e tu ch’il mandi. alti soccorsi. ch’avem del mondo e providenza e cura. tu monarca del tutto. tra vizi abominandi. Più che mai scelerata l’umanità. e d’arco armata segue la faretrata Cinzia severa e anch’ella. già la terra languente con mille bocche e mille chiede. più luminose non le vidi mai: il caduto Fetonte e i saettati rai ricoverò negl’occhi e su la fronte. GIOVE 55 Del foco fulminato non stempraro le fiamme de le sfere i zaffiri. Tem’io che qui disceso. non uccidi il penante. al distrutto da le cime beate de l’Olimpo sublime tornar le pompe prime e le sembianze belle potevi pur senza lasciar le stelle. e per le selve disumanarsi in compagnia di belve. ristorar gl’egri e risarcir natura. non men del casto e riverito nume de la face amorosa aborre il lume. MERCURIO. Or tocca a noi. signore de le cose composte ed increate. Tu. invece d’apportare al mal ristoro. e tu. abbandonati i corsi ne l’urne lor s’hanno racchiusi i fiumi.ATTO PRIMO SCENA PRIMA Selva arida. 329 60 65 70 MERCURIO 75 80 85 GIOVE 90 ‹Vede arrivare Calisto. rigida quanto bella. Del Re cangiato in lupo.

De la tua dolce bocca amorosetta. dove giro. Cillenio. inudite – e dai lor centri ad irrigar le mandi le sponde incenerite? Chi sa cose maggiori far con un cenno. o bella. se potessi morir. e fisico imperito l’egra t’inferma: nel smorzar a pieno il colpevole ardor. Caramente rubello al suo fattor quel viso. quasi serve. 330 115 120 125 MERCURIO GIOVE 130 135 MERCURIO 140 CALISTO 145 GIOVE 150 155 CALISTO 160 GIOVE 165 MERCURIO . ‹Fa sgorgare acqua da un sasso. Scenderanno da’ cieli per ricrearti. or deserti del bel verde. la fonte. vaga mia languidetta. che sceso dal ciel per medicar la terra ch’arde. De l’offese del foco la bella ti fa reo. Scendesti per sanare. Refrigerio e salute a le viscere mie chi porgerà? M’arde fiero calor e per me stilla di salubre umor il torrente. dove sono i vostri onori? Vaghi fiori da la fiamma inceneriti. io vi sospiro. il rio non ha. dal foco de’ tuoi rai mi trovo acceso. t’accendi il seno con fiamme di Cocito. Inclemente sì chi tuona arde la terra? Non più Giove. trovo l’onda rifuggita entro la fonte. calda il piede e sitibonda.SCENA SECONDA CALISTO. Di questa scaturigine profusa son l’acque anco perdute. m’avrebbe ucciso. né la fronte bagnar posso o ’l labro ardente. Gl’astri e gl’elementi struggendo inovar posso in momenti. le menti eterne e. colli e liti di smeraldi già coperti. MERCURIO. Chi sei tu che comandi a l’acque – o meraviglie alte. GIOVE. ah non più guerra. ahi che poteo un raggio di quel bello la mia divinità render trafitta. Arciera vezzosa. 110 CALISTO Piante ombrose. Giove son io. ne l’onda uscita immergi i bei coralli.› Vedi de la sorgente in copia scaturir fredd’i cristalli. a gara t’arrecheran l’ambrosia a’ dèi sì cara.

MERCURIO 175 CALISTO 180 ricorri amorosa di Giove nel sen. e di ridurla amante l’onnipotenza mia non è bastante. acceso a mortal lume di deflorar procura i corpi casti e render vani i voti di puri cori a Cinzia sua devoti? Tu sei qualche lascivo. Dunque Giove immortale che proteger dovrebbe. che con detti melati persuadi. Dunque che far degg’io per dar ristoro a l’amoroso affanno? Seguire il mio consiglio: usar l’inganno. ricorri amorosa. il verginal costume. Resta co’ tuoi stupori. Stanza e nido per Cupido del mio petto mai farò. or vola dietro la fuggitiva. scocchi se può tutte l’armi per piagarmi. L’Empireo seren de’ dolci tuoi baci per premio darà. torna quell’onda ne lo speco natio. Altro che parolette vi vogliono a stemprare di queste superbette pertinace il rigor. GIOVE 205 Come scherne acerbetta le lusinghe costei del dio sovrano.170 GIOVE. 185 190 195 200 SCENA TERZA GIOVE. rendendola priva del casto orgoglio. Girlandata de’ mirti Venere mai non mi vedrà feconda. MERCURIO. santo nell’opre. ch’a la fine il vincerò. Verginella io morir vo’. libidinoso mago. Donna pregata più si rende ostinata. Delizie veraci tuo spirto godrà. or corri. Verginella io morir vo’. ammolisci. Mercurio facondo. Di Giove nel sen. che bever non vogl’io de’ miracoli tuoi. che libero creai l’animo umano. e. Scocchi Amor. Verginella io morir vo’. il tuo signor consola. Addio mio vago. Tu. E come? 331 210 215 MERCURIO 220 GIOVE MERCURIO GIOVE . Torna. e la natura sforzi con carmi maghi ad ubbedirti. arciera vezzosa.

godi l’amata ascoso: non fuggirà gl’amplessi la rigida romita de la diva mentita. Mercurio caro. Potrà il rimedio tuo. bevanda il fiume. Chiuso in forme mentite. Non è maggior piacere che seguendo le fere fuggir de l’uomo i lusinghieri inviti. al portamento la dea del ciel d’argento. e sotto quel sembiante. ed io ch’indarno aggiro sitibonda. il caro. il caro. che sì dolce contento non lascierei per cento garre e cento. SCENA QUARTA CALISTO. Viver in libertade è il dolce. Da le canore piume a formar melodie tra i boschi imparo. Ben de le frodi sei artefice sagace. MERCURIO. CALISTO. Viver in libertade è il dolce.MERCURIO 225 230 GIOVE 235 MERCURIO GIOVE 240 De la figlia. 250 255 260 265 270 SCENA QUINTA GIOVE trasformato in Diana. Grazie a la fonte ogni languor sanai. Fa’ ch’ogn’altr’onda anco dimori ascosa.› Oh come pochi sorsi del dolce e freddo umore m’estinse con l’ardore quell’ingordo desio che volea diseccar l’onde d’un rio. m’è grato cibo il mel. a la forma. de la silvestre dea prendi l’imago. e se note le fian. Tirannie de’ mariti son troppo gravi e troppo è il giogo amaro. MERCURIO Chi non ti crederebbe agl’arnesi. Giuno non saprà già le mie dolcezze. garrisca in lite. Di questo giaccio sciolto fatto lavacro al volto e in lui le braccia immerse i bollori del sangue raffreddai. 332 . felicitar gl’amori al Re de’ dèi. il piè per il contorno. anelante. amatore ingegnoso. a ber qui l’acque scaturite or torno. ‹Beve alla fonte. inventor raro. Di fiori ricamato morbido letto ho il prato. Non s’allontani da la fonte il passo ch’ancora qui verrà questa ritrosa la sete ardente ad ammorzare al sasso. ‹CALISTO› 245 Sien mortali o divini i lascivi partiro.

280 285 CALISTO 290 GIOVE IN DIANA 295 CALISTO 300 305 GIOVE IN DIANA 310 CALISTO.275 GIOVE IN DIANA MERCURIO GIOVE IN DIANA Ecco l’orgogliosetta colta incauta ne’ lacci. dea che impera a la sfera. va’ seco. va’ pur. ‹MERCURIO› 320 Va’ pur. Va’ pur. Rispettoso amator. che circonda al foco il giro. In ricovro più ombroso. va’ pur. O Febea mia gran dea. bella. nume adorato. verginella più che bella. al mormorar che fa l’umor cadente di trovata sorgente più limpida di questa e più gelata. Non s’indugi. mi partiro dal tuo lato belve ree. Sien del dì liete al core tutte l’ore col goderle in dolci paci. seguace amata. GIOVE IN DIANA 315 SCENA SESTA MERCURIO. 333 325 . sì sì. Quanti ne vuoi te ne darà. che non l’abbracci? O decoro del mio coro. a’ baci. a baciarsi le bocche portiam. se non trovano le preghiere e i vostri pianti ne le ingrate adorate cortesia. Or l’amarezza de la dimora. ristora con la dolcezza de’ baci tuoi. A baciarsi andiam. sentite amanti: ricorrete a la frode. a’ baci. tanto lungi a la tua diva? Di te priva perdo il lieto de le prede e mai m’accheto. in loco più frondoso. ten porgerà devoto il labro che d’invocare ha per costume sempre il tuo nume. va’ seco ch’altro che suon de’ casti baci e puri publicherà per la foresta l’Eco. Se non giovano.

onde senza speranza i passi nostri traccian de’ boschi i mostri.330 335 ch’ingannatore amante è quel che gode. LINFEA. son più grate. Sui declivi de’ monti. che miro? ‹Vede giungere Diana. Ma lasso me. Divina mia sorte. ‹ENDIMIONE› 340 Improvisi stupori. Il Ladon. Le blandizie. mentre che gode il mondo i suoi ristori. nascono a gara i fiori. seguaci arciere stanno ancora le fere. e quelle bellezze che spirano asprezze furtivo amatore contempla. ENDIMIONE. Ricorrete a la frode ch’ingannatore amante è quel che gode. 334 375 LINFEA 380 . 345 350 355 360 365 SCENA OTTAVA DIANA. Serenati. al tuo bel sembiante respira il penante. saporite. le delizie di Cupido a ladro ingegno più condite. Solo al correr de’ fiumi corre il mio pianto. io ve l’insegno. ENDIMIONE. o core. germina il verde e veste per l’aride foreste ogni pianta di fronde ombroso manto. l’acque ne’ lumi. e ristora con qualche diletto quel duol che nel petto ti cova la morte. l’Erimanto sgorgando i chiusi umori di novo van precipitosi al mare. Costrette da la sete verranno al rio corrente pria che ne l’occidente il luminoso tuo german tramonti. sbigottite da le fiamme piovute ne le caverne lor. e sempre ho le fiamme nel cor. 370 DIANA Pavide.› Sen viene il mio sospiro. mi multiplica il foco in sen gl’ardori. Io ne le doglie amare refrigerio non sento e di secche speranze il verdeggiar dispero: divorator severo. SCENA SETTIMA Foresta.

occulto vago. Sia la piaga immortale come nel petto mio nascer io sento da la doglia il contento.) A partire anco tardi? Ti scaccieranno i dardi. diva. (Ohimè.) Pastorello gentile. fissa nel cor l’imago che de le mie fortune l’orrido rasserena: lieto ne la mia pena m’udran le piante. fatto cieco dal pianto. e porto partendo tacito idolatrante. gl’augelletti. Fuggi da casti oggetti. Fuggi da casti oggetti misero. il tuo tiranno è Amore.) (Occhi non v’abbagliate a quei raggi d’argento. vi prego resistete ch’or mediche discrete mi tolgon quelle luci ogni tormento. Agl’effetti che narri del soave dolore. Parto. e del mio foco l’origine divina ognora invoco. Dura necessità. sparisca in un baleno. e l’anima languendo adora e benedice la cagion del suo male. tu nel verde degl’anni nutrisci tanti affanni? Son martire felice. vedo il mio bene. affascinato. i venti 335 . sozzo. Di qua ’l piede allontana. né mi querelo de le sue rigidezze.DIANA 385 ENDIMIONE 390 DIANA ENDIMIONE 395 DIANA 400 405 ENDIMIONE 410 DIANA 415 ENDIMIONE LINFEA 420 DIANA 425 430 LINFEA DIANA 435 ENDIMIONE 440 sui sentier de la selva attendiamole al varco: scoccherem pria ch’imbruni i strali e l’arco. Amor. punto da interni morsi. belve. tu che de la mia sfera i volubili moti dotto investigatore osservi e noti. Da peste cos’impura infetto questi il seno. errar per la foresta fere veduto avresti? Colmo di casi mesti. i nostri petti. (Come. fisso ne’ miei pensieri. non scorsi. Tu che la gloria sei de l’Erimanto. come costei interrompe importuna i piacer miei. nemico di Diana. servo d’affetto reo. rigorosa onestà vuol che rigida io sia verso l’anima mia. de’ tuoi sospiri il fiato non contamini. quel ben per cui beata io vivo in pene.

t’adoro e per te. DIANA 450 Non è crudel. il dolce. benché fiero. Onde cotanto allegra. or or lasciaste meco nel primo orror lo speco e in spazio così breve le dolcezze scordate de le beltà baciate? Impazzita è costei. soavi. volasse. Amerò. DIANA. il tormento. CALISTO Piacere maggiore avere non può un core s’in ciel andasse. di quel che l’alma mia gustò. LINFEA. che. regia mia verginella? Ardita ne la selva in aspra e fiera belva insanguinasti il dardo o la quadrella? Giubilo immenso e caro le dolci labra tua nel petto mi stillaro. il diletto e un strano misto fa d’allegro e tristo. Se ne viene Calisto. di baci dati e resi? Vergine più scorretta io non intesi. va’. Che parli tu di speco. 455 LINFEA 460 SCENA DECIMA CALISTO. il mio destino. LINFEA. m’al mio desio contende votata castità. ben mio. mio foco. Come chiude nel petto costui l’amaro. chi da sé ti discaccia: egual modo m’allaccia. ma cosa sia non so. SCENA NONA DIANA. o dea cortese. Ohimè forse ti schivi. 336 465 470 DIANA 475 CALISTO 480 DIANA CALISTO 485 490 LINFEA DIANA 495 CALISTO . nata eterna. Va’ pur. ma la mia bocca il guiderdon ti rese. se tu adori il mio divin. pari fiamma m’accende. ognor mi moro. E quando ti baciai? Quando? Lucidi rai.445 a formar questi accenti amante pellegrino. Fur pure. quei baci che mi desti. oh dio. di dolcezze godute.

abbracciata. e temo di parlare. luci dolenti.. lasciva. 337 540 545 . fui baciata più d’una e d’una volta. disonesta. ‹LINFEA› Interprete mal buona son di questa libidine che l’orme di cupidine mi sono ancora ignote. pur agl’impulsi suoi resisto ancora. ohimè. ma. ch’oda e sappi Linfea i fruiti piacer. Eh chi mi sente? Così non credo di voler morire.500 505 DIANA 510 515 520 diletta. qual pensiero t’appanna il senno? Eh torna de la ragion smarrita in sul sentiero. qual deliro osceno l’ingegno ti confonde? Come. immodesta. Taci. lo vorrei dire. Ti prego non stancare quei celesti rubini altre labra in baciare: a me serba indefessi i vezzi. né più tra i casti e virginal miei cori ardisci conversar. il bacio nega ed io non so perché. fuggi. amata dea. SCENA UNDECIMA CALISTO. sospirate. perch’anc’a lei partecipar tu dei de la tua bocca i favi sì grati e sì soavi. e nel fuggir del piede alato t’accompagni il rossor del tuo peccato. donde profanasti quel seno con introdur in lui sì sozze brame? Qual meretrice infame può de’ tuoi. e se ben mi percote lo stimolo d’Amore dolcemente talora l’inesperto mio core. formar detti peggiori? Esci da la foresta. ohimè. Calisto. 525 LINFEA 530 CALISTO 535 SCENA DUODECIMA LINFEA. Nel vago seno accolta. CALISTO Piangete. taci. putta sfrenata: dal senso lusinghier contaminata va’... Ma.. mi son rubelle ed io non so perché. spirti innocenti: allettatrici ingrate le mie bellezze. Qual. LINFEA... Or la baciante. i baci.

550 555 560 “L’uomo è una dolce cosa che sol diletto apporta. So perché mi ripudia l’ingorda tua libidine: perché garzone semplice mal buono a gl’essercizii di Cupido e di Venere ancor crescente e piccola porto la coda tenera. gravida di favi soavissimi. che Narciso. che bel viso. Sì ruvido consorte ch’avessi in letto mai tolga la sorte. Io son. ma su le guance candide i ligustri mi ridono. SCENA DECIMATERZA Il SATIRINO. aspetto ferino. Al sì m’appiglio e do ripudio al no. ben tu. in braccio pigliami: tutto.” Così mi disse la nutrice annosa. Selvaggetto lascivo. Ama dunque le capre e con lor vivi. che mormora di marito il tuo genio? S’il mio sembiante aggradati in grembo. né pur anco m’adombrano il mento lane morbide. nata esser dei tra gl’asini o da parenti simili. In legittimo letto forse provar lo vo’. Un certo sì mi chiama e sgrida un no. Ne le mandre ad amar va’. io son d’origine quasi divina e nobile. LINFEA. villana e rustica. Questa mia bocca. SATIRINO 565 LINFEA SATIRINO 570 Ninfa bella. e sopra lor s’innestano rose vive e germogliano. vuol goder la mia beltà. ti vedo quel che sei. ti porgerà del nettare. che volontaria ho da languire? Voglio. tutto mi t’offero. dunque. 338 575 580 LINFEA 585 SATIRINO 590 595 LINFEA 600 . che l’anima conforta. voglio il marito che m’abbracci a mio pro. fanciullo caprino. Mi sento intenerire quando c’ho per oggetto qualche bel giovanetto. Molle come lanugine e non pungenti setole son questi peli teneri che da membri mi spuntano. senza che t’abbellisci e ti descrivi: certo di capra nato esser tu dei.

e caccia il torbido. SILVANO PANE 655 . over snervata e debile. cantate flebili la mesta nenia: Amor ch’è un aspide con il suo tosico ha morto il misero. il SATIRINO. custodi e genii di boschi mutoli. a un acero vorrei legar l’Ippocrita. Conforti deboli sono i vostri. umide Naiade. render la sua lascivia.605 Ne le mandre ad amar va’. Risuscita. SILVANO. ‹SATIRINO› Son pur superbe e rigide queste ninfe di Trivia nel conversar con gl’uomini. roze Amadriade. ne la fé serpe pestifera. sconsolato. disperse e lacere le chiome a l’aria. ch’implacabile e fiera vipera a’ miei prieghi è fatta Delia: né ramentasi 339 635 640 645 SILVANO 650 SATIRINO. Al tuo bene salutifera la speranza ancora suscita. La tua diva ha ’l petto morbido. e se ben che le bramano le carezze disprezzano più de’ cervi selvatiche. negl’assalti instancabile. PANE 630 Numi selvatici. o come state fosser prodotte da le selici. 610 615 620 625 SCENA DECIMAQUINTA PANE. Le saria questo un gran dispetto amabile. Risuscita. SCENA DECIMAQUARTA Il SATIRINO. S’avessi braccia indomite e nerborute. e rotto e franto e macero con un ramo di sorbolo l’orgoglio suo barbarico e trista farla e flebile. in volti squallidi sopra il cadavere del dio di Menalo. Sforzate esser vorrebbero per discolpar il fomite de la loro lussuria con la sofferta ingiuria. sassose Oreade.

Là gl’atlantici monti traboccando le rote 340 700 705 . più vaghe e morbide colga il mel de le delizie. tra singulti amari e queruli mi stempro l’anima. Escono sei orsi dalla foresta e compongono il ballo. a baciarmi il labro rigido. Pane. SATIRINO 690 SCENA PRIMA Le cime del monte Liceo. sarò spia sempre instancabile. Io temo e dubito che da gote più piacevoli. accorto d’indole. coi fremiti da’ morte a’ gemiti. misero. le variate forme de la stella d’argento lusingando e baciando di chiare notti tra i sereni orrori su la terra e sui sassi i suoi splendori. Pane. SILVANO S’esplori. consolati ch’in letto morbido di fiori il torbido svanir vedremoti. io per monti ermi ed altissimi de’ tuoi dubbi. s’investighi di questa tua ruvida l’amore ch’imagini. ATTO SECONDO 670 675 SATIRINO 680 PANE 685 SILVANO. soccorso chiedoti e fa’ ch’in braccio torni al mio giaccio: fallo deh pregoti. di Tessaglia le note non sturbino i tuoi giri e la tua pace. Lucidissima face. ‹ENDIMIONE› 695 Erme e solinghe cime ch’al cerchio m’accostate de le luci adorate.660 665 del bel don di lane candide che la fé scendere dal suo giro argenteo e lucido. in voi di novo imprime contemplator secreto Endimione l’orme. vezzosa e fulgida. ed io qui. e il vago che rubati al core ogni giubilo in braccio a la perfida squarciandolo uccidasi. Io per grotte ombrose e gelide. Amore aitami. io per boschi ignoti ed orridi. ENDIMIONE.

dolce il tormento.› 735 740 745 750 ENDIMIONE 760 DIANA ENDIMIONE ‹Nel sonno. spiran d’Arabia i fiati queste labra di rose. che mi procura amareggiare il soave pensiero? Io vo’ baciare. temo ch’egli si desti. s’a le lusinghe tue pronto mi rendo. contemplarvi. mi son condotta. Che prodigi son questi? 341 ‹Parlando nel sonno. e qui solinga in solitario loco per ardere al mio foco. a’ tuoi raggi di gelo nel petto amante a nutrir fiamme imparo. Ma che parli de’ baci. Ohimè. il costo.› SCENA SECONDA DIANA. Il mio lume nascente illuminando il cielo più bello a me si mostri e risplendente. Oh aliti odorati. Baciatrice baciata. DIANA 730 Candidi corridori. non per scoprirmi amante. cervi veloci.› ‹Risvegliandosi.› . Oh Cinzia fortunata. il gemino Levante del tuo Sole. che cerchi. senza rossor baciarvi. Non posso dislacciarmi. 715 720 725 ‹S’addormenta. sonno. e aure preziose m’invia più che m’accosto il cinnamomo. ti bacio e godo. Ascender qui ved’io il pastorello mio. ENDIMIONE ‹dormiente›. deh fa’ tu che dormendo amorosi fantasmi mi felicitin l’anima svegliata. o casta Delia? ah taci. ENDIMIONE 755 DIANA Bella quanto crudele. al vostro moto.710 Febo del carro ardente omai tramonti. Ammirabili forme. al corso. deh mai non si svegliasse e il mio divin restasse incatenato sempre al suo diletto. ecco che dorme. Viso eterno. Non fuggirai più no dal tuo fedele. Sogna e mi stringe al petto. su ’l vertice Liceo si ponga il morso. e sento nel baciarti. mia dea. ignota adoratrice vi potrò pur felice vagheggiar. Astro mio vago e caro. Qual sopor repentino a dolce oblio m’invita su quest’erta romita? Sonno cortese. mandami in sen la diva mia crudele e stringendo i tuoi lacci in dolci inganni fa’ che morto in tal guisa io viva gl’anni.

765

DIANA ENDIMIONE

770

DIANA 775 ENDIMIONE DIANA ENDIMIONE DIANA 780 ENDIMIONE 785 DIANA 790 ENDIMIONE 795 DIANA ENDIMIONE DIANA ENDIMIONE DIANA ENDIMIONE DIANA 805 ENDIMIONE DIANA ENDIMIONE ‹a due›

Ohimè ch’ei s’è svegliato. Oh dio, che dormo ancora? del sonno supplicato l’illusioni amabili anco abbraccio? Tormentoso mio laccio, chi mi ti rende amorosetto e pio? Sacrilego son io che le menti del Cielo e stringo e tocco, ma di goder cotanta gloria parmi che prima di lasciarle io vo’ dannarmi. Rallenta questi nodi, mio conforto. Mio che? Ardor, mio foco. Ohimè m’uccide la dolcezza. Lasciami, mia bellezza, e già che Amor sagace nel tuo seno mi pose, paleso la mia face, ti confesso la piaga. Ah diva Artemia e vaga, formano le tue fiamme il rogo a la mia vita, moro a la tua ferita. Vivi, vivi a’ nostri amori. Rasserena la tua pena raddoppiando i nati ardori. Vivi, vivi a’ nostri amori. Moribondo, eccomi sano. Tristo duolo ratto a volo da me fugge, va lontano. Moribondo, eccomi sano. Partir devo. Addio, rimanti. Tu mi lasci? Io riedo a’ pianti. Così chiede il mio decoro. Torna indietro, o mio martoro. Breve la lontananza sarà, rasciuga gl’occhi, o mia speranza. Quando più ti vedrò? Presto, presto, mio ben. Lieto rimanti; io vo. Teco l’anima vien. Mio sole... Cor mio... ...addio.

800

SCENA TERZA
ENDIMIONE. 810 ‹ENDIMIONE› Dipartita crudele, su le dolcezze mie diluvi il fele. A pena, qual avaro che sogna aver del Re di Lidia l’oro, palpato mi svanisce ogni tesoro. Ditemi un poco, amanti, qual è maggior tormento: la sua donna crudel non goder mai, 342

815

820

825

o perderla, goduta, in un momento? Dite, ditelo omai. Provarla sempre acerba è più dolore. Siete, siete in errore. Avezzo al mal sofferto non sente tanto fiere de la nemica il cor le rigidezze. Ma chi d’antico duol passa al piacere e perde le dolcezze, nol può vessar martir più crudo e novo. Io vel so dir, ch’il provo.

SCENA QUARTA
Il SATIRINO. ‹SATIRINO› 830 Alfin la tanto rigida, quella ch’è de le vergini l’imperatrice e satrapa, è come l’altre femine soggette al senso fragile; e che sempre s’appigliano al male, al peggio, al pessimo. Pane, ch’è un dio sì nobile, costei repudia, e gettasi ne le braccia d’un rustico. Se gl’occhi lo spettacolo veduto non avessero, mai non avrei credutolo. Voglio avisar il languido, ei vi porrà rimedio. Chi crede a femina, mai sempre instabile, ne l’acque semina; e prima svellere potrà man tenera antica rovere, che mai commovere suo cor che genera fede mutabile. Chi crede a femina, mai sempre instabile, ne l’acque semina.

835

840

845

850

855

SCENA QUINTA
La pianura dell’Erimanto. GIUNONE. ‹GIUNONE› Da le gelose mie cure incessanti lacera, stimolata, a questo suolo de’ miei pomposi augelli io piombo il volo, fatti del mio furor compagni erranti. Stupri novelli a susurrare intesi. Abbandonata la celeste corte ignoto qui dimora il mio consorte, chiuso in stranieri ed indecenti arnesi. Sempre per ingannar fanciulle belle novo Proteo si cangia in forme nove. Aspetto un dì che questo mio gran Giove mi conduca le drude in su le stelle.

860

865

343

SCENA SESTA
CALISTO, GIUNONE. CALISTO 870 Sgorgate, anco sgorgate, fontane dolorose, luci mie lagrimose quell’umor che dal cor ascendendo a voi sen vien. M’è sparito in un balen il conforto, restò morto quel piacer che già gustò da dea pia l’alma mia. Sin che vivo io piangerò. Che lagrime son queste, o bella faretrata? Piango mia sorte ingrata. Le tue noie funesti a me scopri, che posso, moglie del gran Motore, sanarti ogni dolore. Oh Reina del Cielo, scusa l’irriverente, io non conobbi la tua divinità nel terreo velo. Cinzia, che seguo e onoro, mi scaccia dal suo coro. La cagion? Mi condusse in antro dilettoso e mi baciò più fiate come se stata fossi il vago, il sposo. Le mie labra baciate le sue baciaro a gara, stretta da le sue braccia. Or ella nega il bacio e me discaccia. (Tocca la terra a pena, temo d’aver trovata del adultero mio la nova amata.) Altro che baci, di’, v’intervenne, vi fu tra la tua Delia e te? Un certo dolce che che dir non tel saprei. Non più, non più. (Le forme de la figlia, uso a la frode, prese il mio buon consorte per appagar il perfido appetito. Grazioso marito.) Deh, se mai non discenda il tuo Giove del ciel per ingannare le vergini innocenti, raddolcite e clementi di Diana alterata rendimi l’ire e fa’ ch’omai placata giri ver me le luci sue serene. Ecco a punto che viene. (Certa son del inganno, in quelle forme è Giove. 344

875

880 GIUNONE CALISTO GIUNONE 885 CALISTO 890 GIUNONE CALISTO 895

900 GIUNONE

905 CALISTO GIUNONE 910 CALISTO 915

920 GIUNONE

925

A Mercurio il conosco, al scaltro suo messaggio, al ladro accorto, che fabro del mio torto ha per me sempre ne la bocca il tosco.)

SCENA SETTIMA
GIOVE IN DIANA, MERCURIO, GIUNONE, CALISTO. GIOVE IN DIANA 930 Esprimerti non posso il goduto piacere. Tal la sù ne le sfere e ne le glorie mie nol finisco, nol provo: io, che regolo e movo i cerchi erranti e che sostengo il mondo, con diletto giocondo, ben che ne l’operar sempre indefesso, con le fatture mie ricreo me stesso. Tu non dovevi, o facitor sovrano, già che sì ti diletti de’ generati aspetti, independente far l’arbitrio umano. Se fosse a te soggetto chi vive in libertade, senza tante mutanze e tanti inganni di sembianze e di panni godresti ogni beltade. (Oh consiglio prudente. Esser non può costui più miscredente.) Alta Reina, io voglio pria che per me la tua bontà s’impieghi in suppliche ed in preghi, provar s’è la mia diva anco di scoglio. Troverai, placidetta, va’ pur, la tua diletta. ‹Si pone in disparte.› Calisto, anima mia! (O sferze, o gelosia.) Mio conforto, mia vita! Mia dolcezza infinita! Mio ristoro. Mio martoro. Mio sospiro. Mio respiro. Mio desio. Onde vieni? A te ben mio. (Di dolce parolette lasciva melodia.) (O sferze, o gelosia.) Dove da l’urna sua scaturisce il Ladone i suoi cristalli vanne, vanne mia cara, e di novo prepara la bocca a guerreggiar co’ miei coralli. Io tosto là verrò. Rapida me ne vo. Ma chi è costui che ti risiede appresso? Del mio buon padre il messo. Volea, poch’è, facondo farmi preda di Giove; ma, resa sorda a’ lusinghieri inviti, 345

935 MERCURIO 940

945 GIUNONE CALISTO 950 GIUNONE 955 GIOVE IN DIANA GIUNONE CALISTO GIOVE IN DIANA CALISTO GIOVE IN DIANA CALISTO GIOVE IN DIANA CALISTO GIOVE IN DIANA CALISTO MERCURIO GIUNONE GIOVE IN DIANA 970

960

965

CALISTO 975 GIOVE IN DIANA CALISTO

980

985 GIUNONE

furo lasciati ambo da me scherniti. Eccelsa imperatrice, la cagion non le chiesi del procelloso nembo e del tranquillo, li sdegni ha la mia dea placidi resi; tutta fasto in contento il cor distillo. ‹Parte.› (Vo’ che tu cangi presto quel tuo lieto in funesto.)

SCENA OTTAVA
GIOVE IN DIANA, MERCURIO, GIUNONE. GIOVE IN DIANA 990 MERCURIO GIUNONE MERCURIO 995 GIUNONE 1000 GIOVE IN DIANA 1005 MERCURIO GIUNONE 1010 Trar da quelle vaghezze bramo, Cillenio mio, dolcezze nove. Giunon, Giunone, o Giove. Mercurio, ove lasciasti, teco quaggiù disceso a consolar la terra, il mio marito? Il ristoro adempito de l’egra madre accesa, ritornò de l’Olimpo agl’alti nidi. Di là vengo, né ’l vidi. Forse ch’ei t’ha ingannato e deviando da già presi voli tra le selve celato, amator fraudolente, deve, deve ingannar ninfa innocente? (Qualche notizia ha certo de la mia dolce sorte la gelosa consorte.) Sempre maligno e gelido sospetto ti tiranneggia il petto. Porge poca credenza l’esperienza mia al dio de la bugia. Ma voi, celeste e vergine matrona, ‹Rivolgendosi a Giove in Diana.› che fate qui con ladri e con mezani? Accoppiamenti strani: l’onestade vid’io con la lascivia. E che volete, Trivia, che si dica di voi? che lingua dotta con retorica rea v’abbi corrotta? Lo discacci di qua la vostra castità. Non può macchia o sozzura render nera mia fama e farla impura. Senza oscurarmi l’onorato grido poss’io conversar l’ore con Venere ed Amore. E baciar le donzelle. (È scoperta la frode e de la frode il fabro.) Non è negato il bacio a casto labro, bocca pura e pudica può baciar senza biasmo la verginella amica. Sì, ma negl’antri lecito non gl’è condur le semplicette, e farle poi ‘un certo dolce che’ come fatto gustar gl’avete voi. (Lo diss’io.) Giuno, Giuno, ove trascorre 346

1015

1020

GIOVE IN DIANA

1025

GIUNONE MERCURIO GIOVE IN DIANA

1030 GIUNONE 1035 MERCURIO GIOVE IN DIANA

1040 GIUNONE 1045

1050

1055

la lingua disonesta? Esprimi più modesta concetti degni de l’udito mio, o la selva abbandona ove sol voci caste Eco risuona. Non v’alterate no, triforme lascivetta, i vostri vezzi io so; e crederei che Giove sotto quelle sembianze scordato il firmamento errasse per le selve a’ lussi intento. Ma, fatto continente, più non segue od apprezza la caduca bellezza; e poi d’averlo visto afferma, attesta quel suo buon messaggiero volar al trono del sublime impero. Orsù, voglio lasciarvi, né importunarvi più. Dentro li spechi nettare più soave amor v’arrechi.

SCENA NONA
GIOVE IN DIANA, MERCURIO. GIOVE IN DIANA 1060 MERCURIO Chi condusse costei dal cielo a investigare i gusti miei? La Gelosia che vede con cento lumi e cento, ch’agile come il vento penetra il chiuso e il tutto osserva e crede. Ululi, frema e strida qual belva inferocita agl’amorosi torti la moglie ingelosita, non farà mai che lasci i miei conforti. È spedito quel marito che regolar le voglie si lascia da la moglie. Con quello che piace si smorzi la face del nato appetito, e poscia il rigore accheti il rumore. È spedito quel marito che regolar le voglie si lascia da la moglie.

GIOVE IN DIANA 1065

MERCURIO, GIOVE IN DIANA 1070

1075

1080

SCENA DECIMA
ENDIMIONE, GIOVE IN DIANA, MERCURIO. ENDIMIONE 1085 Cor mio, che vuoi tu? che speri, che brami, che chiedi di più? Più lieto di te, ch’il cielo baciasti, in terra non è. S’Amor m’impiagò, 347

1090 GIOVE IN DIANA MERCURIO 1095

fu d’oro lo strale ch’al sen mi scoccò. (Mercurio, che disfoga in amorosi carmi il chiuso ardore?) (De le Pelasgie selve l’ornamento, l’onore, pastor che, non di belve vago o di pascolar gregge ed armenti, con lodevoli studi vol che l’ingegno sudi in specolar del ciel gl’astri lucenti.) O splendida mia dea, felicità de l’alma, mia fortuna, mia calma, dal mio Liceo felice ove, mercede tua, lasciai la pena ti trovo sceso a pena? Il core Amor ringrazia e benedice. Ma chi è colui ch’è teco? Ohimè fiero tormento nato da gelosia nel petto io sento. (Cinzia fa poi la casta e pur anch’ella ha di secreti amanti.) (Questi falsi sembianti con gl’arnesi mentiti signor deponi, che di vaghe invece troverai di mariti.)

1100

ENDIMIONE

1105

1110

GIOVE IN DIANA MERCURIO

1115

SCENA UNDECIMA
Il SATIRINO, PANE, SILVANO, GIOVE IN DIANA, ENDIMIONE, MERCURIO. SATIRINO Se tu nol credi, vedila di novo unita a l’emulo. Quell’agreste ch’accennoti il drudo è di Trigemina. Scelerato, dai vincoli stretto di questi muscoli non fuggirai le Eumenide del doglioso ramarico ch’in sen per te mi pullula. Lasciami, chi t’offese? Ch’ingiuria t’ho fatt’io, o semicapro dio? Qual Furia agita Pane? Ecco il tuo vago, o perfida, incatenato e fattomi prigion da Fato prospero, sugl’occhi tuoi ch’aborrono la figurata e mistica mia mostruosa imagine. Quei livori che vedonsi ne le tue guance candide sono pur le memorie de’ baci soavissimi ch’i labri tuoi mi dierono. Or perché sprezzi e fuggimi incostante e contraria? Ahi che nota è l’origine de l’amor tuo volubile. Costui ch’in pianto stillasi è del mio mal la causa: 348

1120

PANE

‹Si scaglia su Endimione.›

1125

ENDIMIONE GIOVE IN DIANA PANE

1130

1135

1140

1145

1150

MERCURIO GIOVE IN DIANA

1155

ENDIMIONE

ma far di lui spettacolo funesto e miserabile voglio a quei rai che fulmini fatti per me m’uccidono. (Da questi intrichi usciamo, partiam, Giove, partiamo.) Satiro dispettoso, uccidi pur, carnefice, a tua voglia, non avrai mai salute a l’aspra doglia. Dove vai, diva? Aita. Parti? Perdo la vita.

SCENA DUODECIMA
PANE, SILVANO, il SATIRINO, ENDIMIONE. PANE, SILVANO 1160 Fermati, o mobile a par del turbine; così tu l’anima lasci a l’arbitrio di cor ch’infuria? D’acerba ingiuria feroci vendici quel duol ch’annidasi nel petto lacero si estirpi e uccidasi con l’altrui strazio di vendetta il desio sen resti sazio. Oh dio, così abbandoni su ’l margo del sepolcro il tuo fedele? oh dio, così crudele, mi lasci agonizante? mira almen la mia morte, amata amante. Miserabile, che credevi a donna instabile? Variabile è sua fede e detestabile. Miserabile, che credevi a donna instabile?

1165

ENDIMIONE 1170

PANE, SILVANO, SATIRINO 1175

1180

ENDIMIONE

Amor, se non m’ascolta la dispietata mia, qui drizza l’ali, difendami i tuoi strali. Miserabile, dunque speri in dio mutabile? Egl’è inabile, né ti sente arcier vagabile. Miserabile, dunque speri in dio mutabile?

PANE, SILVANO, SATIRINO 1185

ENDIMIONE 1190 PANE 1195 ENDIMIONE

Uccidetemi, dunque, da le speranze mie povero derelitto; tolga il martir la morte ad un afflitto. Poiché morir desideri vo’ che tu formi gl’aliti per eternarti il flebile privo di libertà. O dèi, che crudeltà. Pazzi quei ch’in Amor credono. Son baleni che spariscono le dolcezze, e in fiel forniscono 349

PANE, SILVANO, ENDIMIONE 1200

o stelle gemine. Il core confessa che più non può stare anch’egli ad amare. Compagne. soccorretemi. SCENA DECIMATERZA Il SATIRINO. pazzo è il mondo che l’illecito suo gioir segue sollecito. Uscite. Non vo’ più tra selve seguire le belve nemica a me stessa. Pazze son tutte le femine. 1220 1225 SATIRINO 1230 LINFEA 1235 1240 SATIRINO 1245 LINFEA Alle voci del Satirino escono dalla foresta duo satiri ed a quelle di Linfea quattro ninfe armate di dardi. Non vo’ insterilire sul vago fiorire degl’anni ridenti: i dolci contenti che l’uomo sa dare anch’io vo’ provare. (Ad impazzir principia la sprezzatrice rigida. D’aver un consorte io son risoluta.suoi piaceri o mai si vedono. figurano un ballo il cui fine è la retirata de’satiri. Pazzi quei ch’in Amor credono? Pazze son tutte le femine che con piante ancora tenere lo ricevono con Venere ne le luci. amici satiri. e questi di schermirsi da’ ferri minacciosi. ti prego che vago e gradito mi trovi un marito. 1210 SCENA DECIMAQUARTA LINFEA. Vo’ castigar l’ingiuria con vendetta di zucchero.) Amore. quali con attitudini di voler ferire le semibestie. il SATIRINO. D’aver un consorte io son risoluta. Pazzi quei ch’in Amor credono. 1215 LINFEA D’aver un consorte io son risoluta. voglio esser goduta. questa fera prendetemi. voglio esser goduta. Pazzi sono tutti gl’uomini. né v’è cor che non lo nomini. 350 . voglio esser goduta. ‹SATIRINO› 1205 Pazzi quei ch’in Amor credono? Sono pazzi tutti gl’uomini.

LE FURIE. soffrire. unito il suon de’ baci al suon de l’onde. tutta terrore altrove il piede giro. smorzata l’accesa tua rabbia. moro ne la dimora. disponi de’ nostri veleni. insino che s’abbia spiantata. Qual orridezza miro? Non la possono gl’occhi. neghitosa. credi fuggire degl’adultèri tuoi sozzi e nefandi i castighi sovrani e memorandi? Ora ne le mie piume ti conduca il tuo Giove. con spine il cor me pungi. speranza. al vostro gorgoglio la mia divina ed io. ben. 1290 1295 . luminosa. ohimè. GIUNONE 1270 Da le sponde tartaree a questa luce Gelosia vi conduce non men Furia di voi. Fonti limpide e pure. le labra sue che generaro il mondo. Anima. triste sorelle. ‹CALISTO› Restino imbalsamate ne le memorie mie le delizie provate. pigro e lento mio contento. Putta sfacciata e rea. CALISTO. CALISTO. moro ne la tardanza. gl’aspidi preparate. daremo. m’intorbidi i sereni. ci bacieremo a gara e formaremo melodie soavi qui dove con più voci Eco risponde. T’aspetto e tu non vieni. Imponi. tormento non lento al tuo contumace porremo. Deh vieni e mi ristora. 351 1275 FURIE 1280 CALISTO GIUNONE 1285 Calisto in orsa. Mi si fa gelo il sangue. rese impure. impera severa al foco. A’ fremiti indistinti che formerà quella tua bocca oscena i sospiri accompagni e.ATTO TERZO SCENA PRIMA Le fonti del Ladone. T’attendo e tu non giungi. L’acherontee facelle. Il mio dolore vo’ medicar col tosco e col rigore. 1250 1255 1260 1265 SCENA SECONDA GIUNONE. a la face. coppia diletta e cara. e in libidini nove da le tue sordidezze tragga le sue dolcezze.

chi tormentar dovete. Errerai per le selve e per i monti fatta d’orsi compagna. ogn’angue nel sangue ammorzi la sete: s’offenda l’orrenda ch’offese Giunone. ferventi la fera accendete. Perché noi non gridiamo ci dan de’ baci insulsi e senza mele. noi sempre siam l’offese e abbiamo il torto: lasciate dal conforto. ve la consegno.1300 baci de la sua fera il volto immondo. semplicetta ingannata dagl’effetti amorosi di quel supremo dio che regge il mondo. CALISTO ‹in orsa›. In guisa tal si devono punire del letto marital l’offese amare. sien da voi flagellati i colpevoli mostri. stanchi ne’ gusti loro i rei mariti. La notte ne le piume. sazi d’elle. 1310 ‹GIUNONE› Racconsolata e paga torna a l’Etra Giunone: a la punita vaga del tuo sleal Tonante hai sciolto il gelo. non ti sarà più tormentoso il cielo. e così castigare. Bella mia sospirata. la dea ciò n’impone. gelosa. ancora osate di tormentar le contentezze a Giove? Scendete a’ vostri abissi e ripiombate. 1305 SCENA TERZA GIUNONE. Sarà il giogo soave quando sapremo oprare audaci e scaltre ch’il nostro dolce non trapassi ad altre. Ecco. MERCURIO Perfide. germane inferne. stan sempre sonnacchiosi o risentiti. dovrebbero le donne i lor mariti che. se potessero ancora. 1315 1320 1325 1330 1335 SCENA QUARTA MERCURIO. e le nostre querele sprezzano quasi di serventi o schiave. sdegnosa. le FURIE. i rei dannati. Mogli mie sconsolate. andate e per colli e foreste ella agitate. ognora ravivano nel sen novi appetiti. GIOVE. e sempre teco per boschi e per caverne sarà lo sdegno mio rabido e cieco. da l’intimo e profondo del latteo sen scaccia il terror che fiero l’anima ti sgomenta: entro del core 352 1340 GIOVE ‹Scaccia le Furie.› 1345 . FURIE A mille faville del nostro Acheronte ardenti. moriam spesso di sete in mezo al fiume.

accorla ti degnasti nel tuo seno beato. 353 1405 GIOVE MERCURIO GIOVE. onde tu lieta poi piena d’alto ristoro in forma vil non sentirai martoro. È questa la strada che rende immortale. pure di tua bontade d’inalzar l’opre sue sempre è costume.CALISTO 1350 1355 GIOVE 1360 1365 1370 CALISTO 1375 GIOVE 1380 1385 1390 1395 1400 CALISTO t’infonde le sue glorie il tuo motore. per i patrii contorni in orsa errando insin che si consumi l’influsso reo che registrato vive negl’eterni volumi. albergar. Eccomi ancella tua. l’immortale bellezza de l’Empireo in cui devi. Al cielo si vada. invisibile custode. Degl’aspidi nocenti più le rabbie non provo. di colei che creasti. io mi rinovo. MERCURIO GIOVE . Mio foco fatale. Tanto caduca e frale creata umanitade non merta ottimo nume. de le favelle ardenti mi s’ha l’incendio estinto. o mia dolcezza. o mio gran Fato. Al cielo s’ascenda. che con frode felice. i miei pensieri e rai. e sempre avrai teco. vestita di zaffiri. fatta diva. Disponi a tuo piacere. di stelle indiademata. Regolar del Destino anco Giove non puole i gran decreti: sotto il manto ferino convien che tu ritorni. ‹Calisto in sembianze umane. con la prole commune ad onta di Giunon divinizata accrescerai Piropi al firmamento ed al dolce concento di celeste armonia l’ambrosia beverai. monarca de le sfere. Termineran poch’anni di serpi loro in globi i presti corsi che su quei che tu miri eterei scanni. il Sole. Il futuro cordoglio di tuoi selvaggi errori preziosi licori raddolciranno. formo voci e parole riumanata. e miro ne la prima figura il cielo. gelosi. Ma pria ch’il velo irsuto ti ricopra le membra. ricreata mi sento al tuo divino accento. mostrar ti voglio. resa infinita e del mio sempiterno eterna vita. t’assisterà Mercurio. Sempre però.› O re de l’universo.

Svenatemi. 1425 SILVANO 1430 PANE 1435 ENDIMIONE 1440 1450 SCENA SESTA DIANA. esser puoi libero col negare Amore e l’idolo che di te cura non prendono. s’amano l’ombre. Che non l’ami bramate? Non posso. 1420 TUTTI SCENA QUINTA ENDIMIONE. al cielo. non li credete. Il fulgido suo volto. anco amerò sepolto. e Delia misera qui venga poscia a far l’essequie a la sua requie. Uccidete. e non si possono scior così d’Amore i vincoli. e morir prima desideri che formar questo repudio? Porta il vento come polvere giuramenti. Dunque a un sì dovrasi credere di quel reo che vive in carcere? S’a punto traditrice degli affetti del core vi rispondesse la mia bocca un sì di rinegar la dea che mi ferì. mia tradita. Il piè caprino v’inselvi o vi ritragga agl’antri cupi sconosciuti dal Sol tra gl’orsi e i lupi. Più che sciocco. qui arriva la mia lucida diva. 354 1460 . SILVANO. Al cielo. Me felice. no. ENDIMIONE. ne le grotte apprendeste da le fere compagne ad esser rei. Lasciate gl’innocenti se i miei dardi pungenti irritar non volete. A questi ardori scocchi. Beata mi sento a questa salita. uccidete. O dolce amor mio.1410 CALISTO GIOVE CALISTO GIOVE. doppi splendori l’arcier di Delo. CALISTO MERCURIO 1415 son Giove e tormento. SILVANO. Io morir vo’. Per te. no. PANE. Mercé del mio dio. SILVANO Legato agl’aceri costui si maceri. baleni. 1445 PANE. svenate. PANE. Pria morir vo’. ENDIMIONE Che non l’ami volete? Non posso. DIANA ENDIMIONE 1455 DIANA Numi vili e plebei.

Torna piacevole. pena mia risplendente. 355 1505 ENDIMIONE 1510 1515 DIANA ENDIMIONE . la casta dea. vi dico. clemente. io calcherei quell’orme saettatrice fiera. Vivo per te. ma non vo’ lasciar solo tra questi orror selvaggi chi mi dà luce a’ raggi. perché al mio gemere tuo core impietrasi? Perché al mio piangere tuo petto indurasi? Perché volubile sdegni quel nobile del mondo. Mentite. Rapiti da la furia. semibelve. Tanto dunque tu m’ami? Chi me l’attestarà? Il cor che teco sta. Silvan. e s’ama ama l’indole acuta e la virtude di nobile pastor che stende i voli de l’intelletto suo di là da’ poli. fabricate. Pria che te rinegare morir.PANE 1465 1470 SILVANO. e calunnie sfacciate tessete. tutta è lussuria. simbolo che lusinghevole baciasti un secolo? Torna piacevole. 1500 DIANA Ti segua questo dardo. spiro per te. arciera. Cinzia. coppia sozza e difforme. Ma partite. morir volea martirizato. Pane. DIANA 1480 1485 SILVANO 1490 1495 PANE SILVANO. Non amò Cinzia. PANE SCENA SETTIMA DIANA. Partiamo. ENDIMIONE. pietosa. PANE 1475 O cruda Trivia. si publichi di costei la libidine da un contrario cupidine. l’ore si gettono a trar il mel dagl’aspidi. bella Trigemina. e per vendetta gridasi de la mordace ingiuria: “Cinzia. gioia mia luminosa. e gioie semina nel sen d’un languido a cui ti fecero doni pieghevole. o dea. la casta dea. e col suo astronomo quest’orgogliosa lascisi. vendicatrice. o dèi villani. tutta è lussuria.” Sì sì. e sfogate de’ cori con pari forme i disonesti ardori.

Io vivo essanimato e cor non ho. Ch’indugi e dimore? Il labro ch’è fabro di tanta dolcezza sen vada a baciare. mio ben. ENDIMIONE 1560 1565 1570 SCENA ULTIMA L’Empireo. se liberi gl’affetti con troppo arditi detti la lingua innamorata esprime e spiega: l’umiltà del mio stato e l’espressiva inalza e affida la tua grazia. occhi miei chiari e belli. felice. Se son qual tu mi chiami. un nettare siete che sempre le faci d’amor accrescete. la gioia è infinita. Il bacio. Il bacio che more al bacio dà vita. mia bellezza. Incatenare io voglio. contentezza maggiore la deitade mia provar non puole quanto sentir le dolci tue parole chiamarmi ‘anima’ e ‘core’. Scusa. Là del Latimio eccelso secretarie le cime de’ nostri ardor faremo. GIOVE. son del senso signore né foco vil m’incenerisce il core. non chiedo il resto. Gelosa del tuo bene condur ti voglio su le Ionie arene.1520 DIANA 1525 ENDIMIONE 1530 1535 DIANA 1540 1545 1550 ENDIMIONE 1555 con l’alma congiurato nel tuo petto volò. perché meco complisci. anima mia. Coro di Menti celesti. CORO Le stelle più belle sfavillino 356 . o diva. MERCURIO. il bacio basta ad amatore onesto. questi vostri ribelli: temo ch’a voi tornati vadino in altro seno per essere adorati. il bacio sol desio. del core. Ma vo’ che tu abbandoni questi boschi Pelasgi e questi monti per fuggire i rigori de’ numi de le selve e de’ pastori. Sarà la prigionia de l’anima. DIANA. mio dolce amore. CALISTO. o cor mio caro. Dolcissimi baci. o mio vezzoso? Lusinghiero amoroso. tu modesto ed io casta lassù ci bacieremo.

resto. Anima. Vaga amante.. senti qual stanza rara a te prepara.parto. Il ciel rida a’ contenti de la fida al gran dio degl’elementi.. . e ne le glorie immersa.. destinata già stella.. per l’erta e per il piano seguirai l’orsa bella.. . ignoto al lume umano... Le stelle più belle sfavillino e brillino. 357 1585 1590 GIOVE 1595 1600 CALISTO 1605 CORO 1610 1615 GIOVE 1620 1625 MERCURIO CALISTO GIOVE CALISTO GIOVE CALISTO GIOVE MERCURIO CALISTO 1630 .... e difensore. Vanne. Mio Tonante. disciolta la compagine del mondo.. o Giove. .. e ne la doppia carcere terrena raddolcita la pena.. Arciera mia. D’obbedirti mai stanco gl’assisterò. dio tutelare. ho pieno il petto di diletto. oh pompa.mesto.1575 1580 e brillino. oh bellezza. Dive menti ancor noi la melodia raddoppiamo e l’armonia. in quest’alto soggiorno fatto di pure e incorrotibil tempre meco bella vivrai gl’anni del sempre. estinto il Sol che biondo la terra indora e che gl’arreca il giorno. . A Giove cara quassù goderai vestita di rai. d’esser quassù rapita in breve attendi. de la patria divina la notizia già persa chiusa ne la materia in parte acquista. L’alto motore novo splendore al ciel prepara.. discendi. al fianco. né puoi tu nel cor mio capire or più. seco.lieta. oh vista. e morta anco la morte.. Oh splendore. premio d’amor. terrena pellegrina. CALISTO È l’anima incapace di tante glorie.. il tuo motor? Allegrezza. Questi alberghi stellati fiano tuoi nidi. Mercurio. Presto il Fato v’unirà. Vado.

Ohimè. va’ beata da questo polo. Oh. ti goda il naso. Va’. ma dal corso lasso.. Ma non v’è. Ma qual pigrizia è questa? S’entri ne la foresta. Ma. Io così non la voglio. Oh vino. Vo’ con Endimione intendermi al sicuro. nel petto soave il diletto. Chi beve riceve nel core. ch’in breve a volo tutta adornata d’eterni rai ritornerai. ‹BIFOLCO› Al lupo. UN BIFOLCO d’Ermione. Oh quest’è un grand’imbroglio. audace. l’ho smarrito: uscì da la pianura... Ei si smarrì. Vòto è rimasto il vaso. oh. se li tolga la preda. Vo’ attendere a l’armento né aver di gregge cura. Ah poverino me.GIOVE CORO 1635 O bella.. Dopo la quarta dell’Atto secondo. al lupo. io così non la voglio. Quel piè che spremé licore sì eletto sia pur benedetto. al lupo. Pria che s’imboschi e vada al nido cupo. oh. ed io qui stanco resto e in un schernito. sugl’occhi l’involò del can custode. tolto in mano chi serba il mio ristoro. per te spiro il fiato. dàlli... io così non la sento. SCENE INSERITE NELLA FAVOLA. Ei ristorato sarà dal furto grato. goccia goccia. si torni a le capanne. sì sì: gustoso libamento. al lupo: un’agna ci rubò il ladrone vorace. 358 . dàlli. più non getta il bottaccio. S’il palato ti perde. Dolcissimo Lieo.. a Pan lo giuro. va’. bevendoti ogni spirto in me ricreo. prezioso amor mio. ne l’odorar le tue reliquie io sento de le perdite tue dolce il tormento. m’assido sovra il sasso. forza nel piè non ho. oh. ohimè. al lupo.. rubino da Bacco stillato.

. Quest’urna mi dà mi versa. ma. comincia il mio cor quel dolce a sentir ch’arreca il gioir. mi piove dolcezze che Giove in cielo non ha.. di più. Con voi.. Ma che dimoro teco. LINFEA Soave pensier principio d’amor. Ve. di Pan la luna accesa in terra. (Ecco. Di più. deposito il cor in te che mi spiri graditi sospiri. di più: il Sol dal carro suo cade a l’ingiù. vaghe piante.Ma che. tu sei de l’acqua amica ed io del vino. ve.. sorella cara. ve. Tra i balsami tuoi starassene ei teco insin che di greco ricolmo verrai. Bottaccio che vuoto ti sento d’umor. Ma terra. amor cosa sia ancora non so. raffrena i tuoi moti. Ch’egli m’entri nel seno? Taci. stravaganze novelle: cadono con il Sole anco le stelle. ma che. ve. BIFOLCO. umida Luna? Ci separi e divida un colle alpino. la purpurina e distillata manna. ve. 359 BIFOLCO LINFEA BIFOLCO LINFEA BIFOLCO . in terra è scesa.) Addio vago pastore. Ah lento. Vo’ che per questa canna solo mi vada a rallegrare il core del mio Bacco il licore. mi vorresti tu amare? Amare non vo’. vo’ vivere amante.. Amare non vo’. ma che? Non mi vacilla il piè. Se vuoi sentir diletto ricevilo nel petto. voglio con lui scherzare. ho pur la testa scema: è la terra che trema. vo cercando amatore.. d’Endimione ecco il bifolco. amor cosa sia ancora non so. LINFEA. ma. che fai? A empirti men vo. ve. ho inteso a dir ch’egli è una cosa amara.

Versa la botte il vin. ‹BIFOLCO› Gira. empito sei. chi la sbucò? Qual Licurgo maligno spande d’Osiri per disprezzo il sangue? A tue ferite. dopo la Scena terza dell’Atto terzo. A bevere s’attendi. mi son condotto alfine a la cantina. Ma terra. farfalle che m’orbavano. A ber. ma. che vuoi lasciarmi? Vieni. Entra. Ah meschinaccio me: acqua.. vo’ vivere amante. torno a voi. ma. del mio cor buon licor. Di qual esser vuoi pieno. Se bene nel sen non chiudo l’arcier ch’è fiamma.. io bevo. al tugurio lontano certo costui non giunge ed ebro e sano. 360 . sù sù. entra: ti ricevo. Che strada maledetta: io non formava passo che non nascesse un sasso. è calor pensando al su’ ardor.. tronchi incontrai che caminavano. Ma fuori di periglio non vo’ pensarvi più. sterpi. che vuoi tu. Spirto. caro vuoto mio vaso? del biondo o del vermiglio? Io voglio il tuo consiglio. Oh maledette strade. zanzaroni giganti a torme ed a masnade. acqua quest’è. Con voi. principio a goder. camina. dolci pensieri... Qual inspido è questo? Io sono assassinato. amici dèi. il nero con tua pace a me più aggrada e piace. vieni a ristorarmi. Dolce vita saporita. Ma vo’ mutar bevanda questa volta a capriccio. Quasi ne l’entrar de la selva il capo franse. Bottaccio. Fiasco mio. son morto avelenato. tutto m’arriccio. vaghe piante. fiato non ho. né porta a le sue paglie i membri interi. volta. il meschin langue. Il BIFOLCO nelle fonti del Ladone. Ohimè. o doglio. LINFEA Pane l’aiti.ancora ti scuoti? Il piede cadrà. gorgoglia.. Torno a voi. Vi lascio in cura il resto.

Da tosco tale infetto da me. lontan va’. Per un bicchier di vino tutto il mare darei de’ ricchi Nabatei. 361 . al vin. e ’l vino forma il sangue più fino. Vo’ bevendo morir ne la cantina e farmi sepellire entro una tina. Ma chi beve non more. che vive più chi beve. va’. viver più deve: al vino. bottaccio reo. l’anima è il sangue. Acqua nel ventre mio non entrerà. Dunque chi beve più.

NEREA Reina di Corcira. secondo. spento quel foco che per Nerea. onde fattolo rapire da un turbine mentre lusingava l’amata guerriera. abbandonati nelle tende i sergenti. il più valoroso prencipe di quel secolo. | Con licenza de’ Sup. Coro primo. terzo di Maghe. conosciuto l’emulo. Impose Meandro a quelle intelligenze ch’invisibili reggevano il natante serpente che lo facessero arrivare a quei lidi accioché Tisandro. DELUCIDATIONE della Favola. con il dono d’una spada incantata inviolla sopra d’una nave in forma di spaventevole serpe alla liberazione del sospirato. Scese su l’incoltivato sasso il dolente. non potendo più vivere taciturno. navigando il Ionio per andarsene a Corinto desideroso d’aver nove della sua bella. Questi. ROSINDA prencipessa di Corinto amata da Tisandro ed innamorata di Clitofonte. CLITOFONTE prencipe di Creta. | Per Gio: Pietro Pinelli. Mi dichiarai nell’antecedente Oristeo che questi duo drami furono da me composti per disobligazione di debito. Coro di spiritelli. in Scizia. MEANDRO mago. quale. Attendi alla favola. dal quale intese la infedeltà della prencipessa ed i suoi recenti amori con Clitofonte. non per avidità d’applauso. s’innamorò del guerriero presente. Coro di mostri di Meandro. adopiata la verga e mormorati i carmi infruttuosamente per ritenerlo. amante di Clitofonte. Meandro. Dissipò l’innamorata con la virtù del ferro ogn’incanto e. Un gigante tacito. scudiero di Rosinda. Coro di spiriti in forma di soldati di Nerea. famosissimo mago. SPETTATORE. sconsigliata. giunse con Clitofonte. balio di Nerea. AURILLA fanciulla di Nerea. avezzata all’armi e per prove famosa. acceso di Rosinda. Le sue peripezie e le sue azioni lontane dal naturale e del verisimile sono figlie di due verghe e di due fonti. Coro di nani. Apollinare. RUDIONE scudiero di Rosinda. PROSERPINA. ambo là tratti dalla fama d’una difficile impresa: beverono dentro una selva dell’acque di certa fonte che con occulta qualità smorzava le fiamme attuali d’amore e n’accendeva di nove. erede dello scettro di Creta. di ritrovare in quella dieta consiglio e rimedio all’acerbità de’ suoi casi. raccolti gl’amanti. intagliò nel tronco della pianta caratteri di disperazione con i quali esprimeva la cagione della sua morte. Reina di Corcira. in pochi sorsi lavata dal core l’imagine di Tisandro. tradito d’amore. su quel deserto separato da’ vivi. PLUTONE. CILLENA dama confidente di Nerea. tormentato nelle fredde impotenze dell’età da acuti stimoli amorosi per l’allieva. si spogliò l’armi ed appesele in forma di trofeo ad una quercia. destarono lo sdegno nel savio vecchio. Ella avvedutasi della fuga di Clitofonte. sperando. spendendo però invano ogni allettamento per ricuperare dall’ammalliato le perdute dolcezze. istrutta nelle magiche discipline da Meandro il balio. Tramortì al funesto di quei ragguagli Tisandro. all’improviso sospirò per Rosinda. 1651) LA | ROSINDA | Drama | PER MUSICA | DI | GIOVANNI FAUSTINI | Favola Nona. La Rosinda è un puro romanzo. ritrovò su la spiaggia Rudione. e stabilito di morire. Rosinda. e giunta la notte. TISANDRO prencipe d’Argo. montò sopra d’un pallaschermo e si diede all’arbitrio del mare che gettollo alle deserte arene d’una delle Strofadi. Nerea. 363 . tradito amante di Rosinda.GIOVANNI FAUSTINI La Rosinda (Venezia. superata dalli studi del Balio convoca orrendo concilio di maghe amiche su la solitudine d’un scoglio a Corcira vicino. l’uccidesse per addolorare con la strage del suo adorato Nerea. errando com’era l’uso in quei tempi de’ cavalieri a difesa degl’impotenti e per sradicare dal mondo i malvagi. M DC LI. battendo l’ali per l’acque si volse verso le Strofadi dove disperato dimorava il prencipe d’Argo Tisandro. VAFRILLO paggio di Nerea. l’ardeva. Rosinda. Teatro S. sprigionate le sue viscere. scoprì il suo male alla bella Reina. ritornò al serpentino vascello che. intese le spurie svisceratezze del suo caro. in un delizioso loco di Corcira incantollo. approdata la nave a Zacinto. prencipessa di Corinto. INTERLOCUTORI Le FURIE Prologo. Le rigorose repulse ch’ebbe. e Privilegio. ritrovata Rosinda che lagrimava le perdite del novo amante. e Clitofonte. gettate l’arti. | IN VENETIA.

che si finge sopra un scoglietto vicino a Corcira. intendendo di quelli mostruosi e voraci augelli ch’avevano que’ giovanetti Argonauti colà fuggati sin dalla Tracia dalle mense del cieco Fineo. avertiti da Iride di non seguire più i cani di Giove. dette di prima Plote poscia Strofade dal ritorno che fecero Calaino e Zeto. 364 .Eccettuata la prima scena. significando Strofe in greco ritorno. si rappresenta la favola in una delle Strofadi. figliuoli di Borea. che sono due isolette del mar Ionio già nidi di Celeno e dell’altre Arpie.

Portano con loro volando la tenda. da servaggio sì reo libera il piede. Nerea. NEREA 15 De la magica tromba i fiati. Sù sù. favorita. e i scherni e l’onte non posso vendicar. Coro primo. Chi d’Amor non conosce la fatal forza. da Meandro il ribello e lo sleale protetta. Udite. Le FURIE. e sciolti i nodi fa’ che fuor del tuo petto Amor s’involi. questa tela si laceri e la pompa terribile fra le selci e tra gl’aceri si facci omai visibile. Rosinda. Ahi consigliate voi questa dolente. svegliati omai da’ tuoi sonni amorosi. i chiodi. maga impotente. chi l’aspetto ottenebra? Squarcisi questa tenebra. m’ha tolto il core. la guerriera rivale. su quest’aride spiagge tra i sacri orrori e tra i silenzi amici di questo bosco annoso. gl’aspidi. perché noto vi sia del mio penoso cordoglio repentin l’aspre ferite v’invitar risonanti. io lagrimosa il vedo. sorelle Eumenide al sibilar degl’aspidi tosto l’opra essequiscasi. o sagge. il suo valor non crede. NEREA. che de la gelosia le sferze. A medicar l’angosce ch’arreca lo suo strale ragion punto non vale: 365 20 25 30 35 CORO PRIMO 40 45 NEREA . m’ha rapito la vita. L’amato Clitofonte sovra orribile pin con lei sen fugge. ATTO PRIMO 5 10 SCENA PRIMA Selva sul deserto d’un scoglio a Corcira vicino. udite. ratto il velo rapiscasi. secondo. Quell’anima è insensata ch’amante e non amata vuol languir volontaria in mezo a’ lai. D’un incantato brando con il don che le fece il traditore de l’arti mie troncando la fanciulla virtù. i geli. ‹FURIE› Del magico concilio chi vela li spettacoli? Dei tartarei miracoli chi.PROLOGO Con la scena della tenda velata. terzo di Maghe. ohimè Rosinda. il fier seco portando ti lascierà d’alto conforto erede.

ogni lido la spada n’assicura. mia speme. Padrona mia. mio bene. Da’ luminosi superi sì sì. m’affogo. scendiamo pur. adopra l’armi. bella per mia ventura. Ove pugna l’inferno cade ogni uman vigore. il tuo tesor s’acquisti e si ricuperi. De l’empio protettore. di Ecate a’ centri orrendi precipita. RUDIONE. o terra. discendi. SECONDO e TERZO SCENA SECONDA La spiaggia d’una delle Strofadi. Quando l’empia magia 366 . scendiam. Più che ti osservo e miro. aita. Da’ luminosi superi sì sì. Con il Lirico Trace la pietade a quei stagni un dì discese e col suo foco insin le Furie accese. io scender voglio a Dite. Di Persefone amica. il tuo tesor s’acquisti e si ricuperi. Ogni terra. padrona. Apriti. più dolcemente peno e più sospiro. Se cado in questo luogo vado nel mar. quanto temei che m’ingiottisse intero. a pro di tua salute. 75 NEREA 80 CORO PRIMO.50 CORO SECONDO 55 NEREA 60 CORO TERZO 65 70 CORO PRIMO e SECONDO troppo è il suo laccio adamantino e forte. aita. Sei pur. poderosa Reina. a lei le tirannie esponi dal cadente e i tuoi languori. le falangi tartaree egli ha devote. CLITOFONTE. le sotterranee strade. Ite sul dorso alato de’ vostri mostri a le natie contrade. né sanar può sua piaga altri che morte. sei pur dappoco: per sbarcare da un legno anco chiedi il sostegno? Legno chiami quel drago? Egl’è un diavolo vero. m’appresto di calcar con piante ardite. Clitofonte. ROSINDA. implora i suoi favori. Se non vagliono i carmi contro magie canute. si piomba agl’inferi. del vecchio miscredente troppo l’arte è possente. cedon le nostre verghe a le sue note. approvando il consiglio. si piomba agl’inferi. Quest’incognite arene del nostro navigar sono le mete. bella guerriera. ROSINDA 85 CLITOFONTE 90 RUDIONE 95 ROSINDA RUDIONE 100 ROSINDA Il serpentino abete qui s’arresta.

che tardi? Li vibro. di gelosia provai tutti i tormenti. Fermati.” Ossa un tempo dilette. la disperda il vento. Vedrem chi meglio sa piagar la sua beltà. così si doma il domator de l’alme. ti prego. Arrotata saetta ohimè mi passò il petto. drizza quei sguardi a’ sguardi miei. Un dardo mi ferì. degl’importuni e disprezzati vezzi la membranza si spezzi. e se son viva del tuo nome invocato. Anco de’ miei nel trono s’asside un faretrato che le superbie atterra. il piè s’inoltri. o requie o pace. Qual trofeo sospende là quel tronco? E chi lo pose? Queste l’armi famose son di Tisandro. fatta polve. disperato morì. Oh luminosi.) Rosinda. aspetta. Tu qui ci attendi. Dolce. Incise a’ piè del legno. non più. del mio cor sospirato. 367 . ed io per il terror passato anco mi moro. dolce contento il mio digiun ricrea. a guerra sì. (Non fan altro costoro ch’amoreggiarsi. benché chiamato. ‹A Rudione. e. non vi vorrei venir. che non a caso qui ci drizzò chi de la nave ha cura. o caro. Amor l’estinse. Così credo. che dicon quelle note? “Infelice guerriero. oh dio. qui giace. ‹Legge. De’ dileguati incanti. lucidi arcieri. È sparito il pino alato. Lasso son quasi estinto. Rosinda lo tradì. oh mia fiamma infinita. pur ti cedo le palme. io son già vinto. Quest’altro aspetta. Così. a guerra. s’uccider mi sapete io vi perdono. del generoso pianto già de le vostre lucide pupille. ma se di strali armato Amore in lor s’annida.105 110 CLITOFONTE 115 120 ROSINDA CLITOFONTE 125 130 ROSINDA CLITOFONTE ROSINDA CLITOFONTE ROSINDA CLITOFONTE 135 140 ROSINDA RUDIONE 145 CLITOFONTE ROSINDA 150 RUDIONE CLITOFONTE ROSINDA 155 CLITOFONTE 160 ROSINDA 165 de l’emula Nerea prigionier ti tenea.› Andate. Fuggi a vele piene da queste infauste e maledette arene. fu la virtù che mi mantenne in vita. eccoli. alta aventura serba l’isola a noi. o belli volanti spiritelli.› navigante. A guerra. non li pregar. A guerra dunque. guarda ch’ei non t’uccida.

note al mondo. frangerei spolpato un osso. a cibarsi di lui qui qui gl’invito. oh me meschino. morir mi sento. Piangere anch’io lo vo’. ‹RUDIONE› 180 Tisandro è qui sepolto? Rosinda l’ammazzò. quando vi miro. Colossi e marmi eternino i tuoi gesti onor de l’armi. io son dal vostro oggetto a singhiozzar costretto. lasciato il signor vostro. affamato morendo così tosto dicendo lascio del mar. Per gloriose prove voi. Se l’isola è deserta. Le chiome eoe di funebre cipresso e degli Sciti i crini s’incoronino omai. Ma lagrimar non posso: mi disseccò degl’occhi il mesto umore de la fame il calore. il capo mi s’aggira. non vi sarà vicino ch’abbi d’un poveretto forastier carità: al sicuro di fame ei perirà. Ora dove è penuria d’ogni umano alimento il mio destin m’ha spento.” 185 190 195 200 205 210 SCENA QUARTA TISANDRO. dentro del basilisco non vidi una vivanda.170 CLITOFONTE 175 ricevete le stille. mancar. pietà vi piange e intenerisce un petto chi vi lasciò per più gradito oggetto. l’occhio torbido mira. a le balene il corpo mio. Se ’l cibo mentre vissi mi fu giocondo e grato. 368 . Se qui d’intorno voli. TISANDRO 215 Armi. oh cieli. vo’ morto esser mangiato. roderei. tanto terror avei di quella furia. e se vi fosse stata io non l’avrei mangiata. ombra del grand’eroe. Di già vacilla il piede. del lito a’ corvi. che mangiò qual lupo e divorò. SCENA TERZA RUDIONE. voglio far testamento: “Rudion. inulto. sovra scoglio inculto nidi d’infausti augelli or dimorate. RUDIONE. mira del tuo rival nel volto impresso del tuo fato il dolor.

va’ in pace. Clitofonte? . Rosinda.. il servo infido. ‹RUDIONE› La fantasma sparì. Rosinda mia. Il vostro nume invoco. O Tisandro.. oh furie. chi ti vomitò su questo lido? (Ohimè. Non più.di là or se ne vanno a punto. oh stelle. e chi? Rosinda e Clitofonte. Chi. 369 260 265 270 275 . ti giuro con un addio lasciarti e a la capanna mia di far ritorno. oh voi che con le tedi e gl’angui flagellandomi il sen m’ardete il core. la tua Rosinda e Cli. Per dove? per di qua? Sì sì sì. Del guerrier morto è questa l’ombra. Già già da me prende licenza il pelo. prendo l’armi e li cerco. Rosinda. Son tutto gelo. Oh quanto si consola il vòto ventre e l’affamata gola. angui agitanti. e son stato vicino a spiritarmi. SCENA QUINTA RUDIONE..220 225 RUDIONE TISANDRO 230 RUDIONE 235 TISANDRO RUDIONE 240 TISANDRO RUDIONE TISANDRO RUDIONE TISANDRO RUDIONE TISANDRO 245 250 255 A la crudel troncate le novelle speranze esser deveano. Sento gente che parla? Egl’è un uomo.) Che fa l’empia? dov’è? Non rispondi? Che sì. con diavoli e con larve ha d’esser la mia pratica in eterno? C’ho da far con l’inferno. Ohimè. che ti gettò nel mar? Spirto. speravo ristorarmi creduto un uom quell’ombra.. questo sol mi dispiace: pelarmi da poltrone. allegrezza.. se mai giungo in sicuro ti giuro a fé. Povero disgraziato. L’erma spiaggia è conforme a’ vostri merti. non più percosse. mi darei pace.. per di là. Se l’avessi lasciato almen da buon soldato in un lascivo agone non mi lamenterei. e poi di sangue asperse eleggersi i deserti. Tisandro. de la tua donna infida mira il caro scudiero. Disprezzato d’Amore sugl’occhi a la sleale vo’ sbranare il rivale da voi spronato e da lo sdegno invitto: poscia cader trafitto da la mia destra a la rivale inante.

di quanto foco chiude il mio loco ha più virtù sceso quaggiù l’aureo tuo strale e più mortale. vo’ star dove si mangia e scaldarmi col vin sin che potrò. più m’infiammo e più m’offendo. La tua bocca.280 Non vo’. il languor t’addolcirà. PROSERPINA. Quanto è soave. caro vin mio. quanto lagrimar per dolcezza di dolce Bacco tracanando il pianto. non vo’ ch’un giorno. il demonio mi porti a le case de’ morti. diva mia bella. la mia fé. Oh mia fortuna avara. dolce mia vaga. o Re. bacia. vivo presomi in spalla. la mia bocca or te la dà. Gusto maggior non ho quando formo bevendo il clò clò clò. Quando prendo a baciar quel tuo divino bel rubino. ti cedo una sol dramma de la tua fiamma. quel tuo clò clò clò clò? 285 290 SCENA SESTA La reggia di Dite. le faville nel mio seno aventa e scocca. avampa ferito. non dove a l’aria bruna si languisce di sete e si digiuna. cor fedele. e rinforza il piacer col suo cinabro. PLUTONE. Se crudele t’impiagò la mia beltà. Se tu vuoi la sanità. che regge la Parca. per offendere 370 300 305 310 PROSERPINA 315 320 PLUTONE 325 330 . fa maggior piaga. Per accendere. per te quel monarca ch’impera a Cocito. quando bacia a mille a mille. Il mio labro nutre umor ch’il foco ammorza. dove m’hai tu condotto a veder acqua sola ed acqua amara? Quando più sentirò. PLUTONE 295 Amor.

signor. De’ suoi gelidi affetti l’Erebo non infetti: Questa d’Averno. non pietà. Il soccorso che chiedo è che sordo Cocito renda del traditor vani gli accenti. PROSERPINA. rieda a la luce. SCENA SETTIMA NEREA. Gl’affanni tuoi dispiega. Io. calpesta la tenebrosa ria colma di gelosia. ascendi lieta. rieda. per il tuo Re de’ popoli defonti da’ salubre ristoro al mio tormento. Amorosa. per l’orbe tuo d’argento. sdegnato a’ miei rigori. bella mia. tra i singulti e tra ’l pianto a l’emula lo toglio e sovra ameno scoglio tra delizie l’incanto. triforme dea. d’altra beltà seguace m’abbandonò fugace. e rese imbelle con la mia verga il mormorar de’ carmi. a le repulse mie fé che Rosinda con le perdite sue per tormentarmi il caro m’involasse. di gelosa 371 340 PROSERPINA 345 NEREA 350 355 360 365 370 PLUTONE 375 380 PROSERPINA 385 PLUTONE . questa. Ecate mia. questi di pari ardore mantenne acceso il core. le mie note impotenti sovrastino a le sue come agl’incanti. tremenda maestade.335 baciar vuoi. Amante addolorata. gl’osceni amori. Per l’ombre de le selve e de le fonti. Ratto sgombri costei l’infernal chiostro. PLUTONE. l’arti essercitando che tua mercè possedo. Efficaci scongiuri l’innamorata maga per te. disperazion d’amore a voi mi porta e di torni una preda io non pretendo. D’oltraggiarmi il fellon più non si vanti. In tuo favor le mie potenze avrai. Meandro. La grazia si conceda. mi prega. ferità è la tua barbara e ria. poscia infido. Amo guerrier gentile. a me scoperti. scoprimi la tua piaga. ascendi e scaccia i guai. temerario vassal. oh martire. NEREA Non col ramo di Cuma o con la scorta. spietata mia. or qui discendo.

Qui dove il lamento assorda col grido di Stige ogni lido. Speranze fugaci. In fieri crucii gl’altri s’impieghino e l’ombre esprimino tra i lor patiboli accenti queruli. noi. 395 ‹NEREA› Qui. Amor ci conduce. 372 . scocchi né mi tocchi la crudel con il suo gelo. 415 ‹CORO› Ora che rapido chi sferza Cerbero l’atrò de l’Erebo sgombrò con Trivia. qui dove non può sperar chi v’entrò tra gli urli e le faci in mezo a le pene vi trovo anco vive. e l’ozio codardo e misero si batti e maceri. i suoi dardi di là sù scocchi pur.390 peste Amore il cor mi guardi. festevoli fendendo l’aria carole al giubilo tessiamo. d’immenso diletto fo centro il mio petto. 400 405 410 SCENA NONA Coro di spiritelli. si torni. nell’inferno io godo il cielo. Su me fuggitive a l’alme e serene magion de la luce a’ chiari soggiorni s’ascenda. il piè ch’è libero da’ ligi ossequii formi con giubilo danza festevole. noi. 420 425 430 Sei spiritelli formano il ballo. qui dove inonda il pianto ogni sponda mi brilla il contento. SCENA OTTAVA NEREA.

Di raddolcirlo almeno procura. o de l’anima mia cielo sereno. Attendimi. e vuole l’uso che con i baci s’autentichin le paci. interessata ne la prigion del mio. ed a sforzarlo io temo che. qui dove imbosca orridamente il scoglio. o belva o mostro. ove si pose? Volò ne la tua bocca e si nascose. entrar lo vidi e ne l’entrar scoccò l’arco curvo il feroce. Placidetto s’asside su l’uscio de la bocca. viene: a l’armi. Mostro a punto volando ver noi. Ragion comanda. ROSINDA 440 CLITOFONTE 445 ROSINDA CLITOFONTE ROSINDA CLITOFONTE 450 ROSINDA CLITOFONTE 455 ROSINDA 460 CLITOFONTE ROSINDA 465 CLITOFONTE SCENA SECONDA RUDIONE prigioniero d’un gigante. Sol d’infeconde piante nutre boschi spinosi il scabro sasso. anima del mio petto? Non sono scherzi i miei. l’uccida il valor nostro. né può vagar senza fatica il passo. scaccialo fuori. ROSINDA. e ride. e fa’ che sia pace tra noi. eccolo. SCENA TERZA CLITOFONTE.ATTO SECONDO SCENA PRIMA Bosco. Rosinda. dov’è? Nol miro. Dunque vuoi dar ricetto a’ miei nemici. quel villano assassin punire io voglio. Dov’è. incoltivato il pian di sterpi ha l’erta. aspetta. egli è sicuro. Ei va sì che rassembra una saetta. non le squarci adirato e inviperito. CLITOFONTE. aiuto. al brando. sceso ne le viscere e fuggito. ROSINDA. e m’impiagò! Se timido il volante tra ’l mio labro si chiuse. Così scherzi. o bella. ladron. l’affida il loco né vorrà uscire. CLITOFONTE ROSINDA CLITOFONTE ROSINDA Non par. 373 475 . Quivi annidar si deve infesta a’ naviganti. Clitofonte. o diletto. CLITOFONTE. Rosinda. CLITOFONTE 435 L’isoletta è diserta. No. ROSINDA. RUDIONE 470 Padrona. a’ traditori? Scaccia. L’impresa a me si deve. no. aiuto. non par che voli quella mole corporea e smisurata? Ladron. questo diavolo irsuto a l’inferno mi porta.

o pure uscisti dagl’avelli per farti de le belve esca e d’augelli? Per celarti al mio ferro non ti giovar le fosse in questo lido. Tisandro ambo vi sfida. o destra. Anch’io. la spada tronchi del nemico rival l’odiata testa. Quell’Arcier scelerato che ciecamente ti protegge e guida a tuo favor. farà svanire ogni custodia il brando. io son un dolce amaro. non vedi? E guerra avrai: che. Spirito del mio spirto. guerra. che chiedi? Guerra. Un guerriero. 505 TISANDRO CLITOFONTE 510 TISANDRO CLITOFONTE TISANDRO 515 Tisandro. invisibile al lume. Amor mio caro. 374 520 CLITOFONTE 525 530 .480 485 De la spada incantata la virtù vincitrice più che la forza e il core m’inanima a seguire il predatore. io vado e torno. che mi consolo se bene io non ti miro. SCENA QUARTA CLITOFONTE. bugiardo ed incostante. Per tornar ne’ sepolcri risuscitasti. Amor. pugnando entri in steccato. ‹CLITOFONTE› 490 Se parte il mio respiro deh non mi lasciar solo. il corso arresta. battaglie non ricuso. è questi? Reggi la spada coraggiosa. e fragile ritegno diverrà forte usbergo al mio disegno. S’il suo nido nefando sarà difeso da’ malvagi incanti. Lascivetto mio nume. 495 500 SCENA QUINTA TISANDRO. De la tua diva indarno ti salverà la vita quella imago che porti in sen scolpita. un guerriero? Il ferro impugna? O là chi sei. Il famoso Tisandro è questi. di ferir l’avversario è gran maestra. sfidato e solo. posto da parte il foco meco ragiona un poco. Incatenar lo vo’ con suo gran scorno. Sento mille querele di questo e quell’amante che ti fanno crudele. Sei tale o pur son queste calunnie manifeste? Rispondi. CLITOFONTE. s’il piede la tracciò. nato a l’armi ed uso. or ti disfido. Bersaglio de’ miei colpi sarà quel loco.

S’affretti il passo. lenti ci incaminiamo. Io vi volea congiunti. Il traditore troppo è possente e forte. Sarà condotta a morte se tardiam la guerriera. vi scorgerò de l’empio. L’infame tetto. TISANDRO. Prendete pur vigore. Egli si trovi e col suo fine al pellegrin si giovi. le superbie domate. Ei non uccide: vive brama le prede ed ha diletto tormentarle in prigion. De la mia codardia vo’ che ragguaglio questo acciar ti dia. e lena di reggersi sul piè conserva a pena. o cavalieri. la pugnante piagata è quella dispietata che tradì la mia fede. 375 . Non più ragion. Ohimè.TISANDRO 535 Del valor di Tisandro i superati incanti. Indebolito e lasso esser ciascun di voi deve per la contesa. non si neghi il soccorso a la ferita. e quando su questo scoglio abitator sì crudo? Che vi fosse mai seppi. quest’è Rosinda. CILLENA. La tenzon differita. son prove note al mondo e celebrate. gl’atterriti giganti. ove i lor fieri casi piangon donzelle e cavalieri. se la lite è decisa. comprendo lo stimolo ch’a nove contese ora ti move. obligo. SCENA SESTA VAFRILLO. il ciel v’unisce: andiam. 545 CLITOFONTE 550 TISANDRO 555 560 CLITOFONTE VAFRILLO 565 570 CLITOFONTE VAFRILLO 575 TISANDRO 580 SCENA SETTIMA Palagio incantato. Io vo’ ritorla di quel mostro al furore. e poi che veda lei passarti il core. 540 VAFRILLO Sospendete quell’ire. CLITOFONTE. tutte lacere l’armi e insanguinate ha la guerriera. sproporzionata guerra con ardita fanciulla è in pugna atroce. E quando giunse. Gigante il più feroce di quanti mai ne parturì la terra. accorrete pietosi ov’io vi guido. NEREA Su queste solitudini sassose raggiunsi i fuggitivi. cortesia di cavalier ci chiama a l’opra pia. NEREA.

Sperar voglio d’assaggiar di novo il mel. il mio core. cadesti. empia. Reina. aperto sempre il varco. svanirà la mia pena? Spero. Cadesti. entrasti. semiviva finta Rosinda e tolto al ferro irato di Tisandro il feroce. ROSINDA. Tra dolci pensieri svanisca il martir. dal tuo crudel baciata e ribaciata. Per levarmi il tormento ogni rimedio io tento. virtù possente dissanima la gente. seguendo il gigante che le conduceva prigione il suo Rudione. indifesi e privi de la verga impotente del lestrigon tiranno. 610 NEREA 615 Lusingare una tigre è vanità. CILLENA. Amando si speri d’aver a gioir. perfida. spero vederti consolata. ch’al rigor del martir mi lascia e dona. Cillena. Placabile è Amor. NEREA. ch’eressero a’ miei cenni in un baleno spirti architetti. sempre amare le bevande Amor mi dà. che di scoglio non ha il petto il mio crudel. ne’ laberinti miei. CILLENA 635 NEREA De l’incantato suolo forza. 620 CILLENA 625 NEREA 630 SCENA OTTAVA Rosinda. Lusinga che prega distempra il rigor. la rivale or or qui arriva. 376 . Sperar voglio d’assaggiar ecc. la coppia infida ricettando in seno li negherà l’imbarco. del lor Meandro in mia balia verranno. Lusinga che prega distempra il rigor. Vafrillo. Amando si speri d’aver ecc.585 590 595 600 605 CILLENA ora. appena tocca il limitare dell’incantato palagio che tramortita sen cade. Che credi tu. L’incantato palagio. il mio fiato per cui vivo e respiro a me s’invia con l’incauto prigion che m’imprigiona. Lusingare una tigre ecc. Le gigantee fantasme seguendo. bambino si piega.

Tra le regge e da’ Regi nacque Nerea. SCENA NONA CILLENA. facci il ciel. questo villano? Con disarmata mano l’affogherò. il colosso cercato le sembrerà l’amato. Chi m’ha levato il ferro? Dov’è questo predon. tra la tema e ’l desio gela avampando: le rigide bellezze e troppo avare cominciano i sospiri a salutare. pietà. De l’essangue meschina pietà. alfin giungesti a vomitarli a la vendetta in grembo: ti minaccia naufragio orrido nembo da le cadute sue. Si cela? Chi di voi mel rivela? Tacete? Se nol trovo. CLITOFONTE. VAFRILLO CILLENA Ecco li prigionieri. facci Amore de le delizie mie che sorga il fiore. e ’l sangue ne le fibre natie fatto è di neve.640 645 CILLENA NEREA 650 655 660 665 CILLENA 670 ROSINDA 675 Tu che mi divorasti le delizie. Comincia a respirare. Le notizie perdute. con il nascoso il loco farò ch’ardente incenerisca il foco. Reina. e gl’amorosi errori scemano i miei rigori. L’anima ch’è racchiusa ne’ stupidi soggiorni agl’essercizi suoi la verga torni. Nerea misera langue. La beltà del mio bello scusa il suo fallo. delusa. CILLENA NEREA 680 Come rapida corre! Non può tardar l’arrivo del mio bel fuggitivo. avvicinar si deve. i contenti. 377 . TISANDRO. non tra Bistonie selve da immansuete belve: inferocir non vo’ contro la rea. NEREA. l’anima trema. apre gl’occhi e risorge. CILLENA. NEREA. Vo’ che pena le sia per gl’atrii e per le sale infaticabilmente andar vagante in traccia del gigante. e Tisandro il fuggito per Clitofonte abbraccierà. A quei tuoi svenimenti svanisca il mio martoro e provi l’alma amante il secol d’oro. A l’immobile passo. 685 SCENA DECIMA VAFRILLO. Palpita il cor.

Un guardo pio. CILLENA. ribellanti. o caro. toschi invece di nettare beviamo. Ahi che di novo de la carcere antica. sempre ti provo. dov’è la spada? Ove mi trovo? In regie costrutture non abitan ladroni. i nostri amori andiamo. ma importuna onestà le sgrida e affrena. sempre. degl’occhi sprezzatori i rai scortesi? O pur del tuo peccato. i nostri pianti han la vena commune. 378 740 745 . Prencipe. o stupore. oh sorte. sconoscente. incessante flagello. oh dio. A la mia pace ognor tu guerra apporti. Ti perdono l’offese. NEREA. Quest’è Nerea l’abbandonata. non sembrano di sasso. volgimi i tuoi splendori. Amore. calco le porte. non ardiscon fissarsi ne la loro tradita? Luce bella e gradita ch’in due stelle divisa abbagli i cori. costretti. SCENA UNDECIMA TISANDRO. ti seguiti il mio duolo e non mai stanco sempre ti sia con le sue spine a canto. TISANDRO 735 NEREA Colei che di Corcira sostien lo scettro è questa. non posso amarti. Raccogliete quei ferri. ho di strali novelli il petto carco. non voglion. non più rallenta l’arco. andiamo. altro viso mirar ch’il lor diletto. A raddolcir soletti. sfortunato amator. Per baciar la sua pena l’alma da suoi recessi al labro è giunta. Che mi vuoi morta? Ohimè rallenta. o nemico od amante. de la tua fellonia complici resi. Amorose fortune con egual tirannia ci avvelenò l’ambrosia.690 NEREA 695 700 705 CILLENA 710 TISANDRO CLITOFONTE 715 NEREA 720 725 CLITOFONTE 730 a la ferma attitudine. Anco mi neghi. Obligate le luci ad altro oggetto. Contro di me la verga adopra e l’arti. Oh mio dolce spietato. queruli. oh mio fuggace. o bello. che tra fiamma funesta per chi mi tolse l’alma arde e sospira? Così barbaro parti. non so come raccorti. Dov’è. Nerea. ingrato. Animate si sono queste statue guerriere. Il semimorto senso del magico letargo da le catene omai si sciolga e sferri. te l’affermo. mi neghi? Oh crucio. onde.

ciascuno ti lacera e ti chiama con barbari epittéti ingiusto dio. anzi di te mi lodo. e pure. semplicetta non sono: s’alcun me la sa fare. la mia Reina amante. mi spiace d’essermi qui ridotta tra gl’eremi e tra i sassi a viver casta. invece di schernir sarà schernito. Ei si smarrì. Castigar lo voglio affé. Mi spiace sol. lo vo cercando. 760 765 SCENA DECIMATERZA AURILLA. Amor superbo con fierezze ridenti udirà l’armonia de’ cor dolenti. m’anch’io. Se crede il ribaldello con maniere ritrose spezzarmi il core a colpi di martello. 379 775 780 785 790 795 . tutta ripiena d’amorose cure il passo affaticando. se non m’inganno. io gli perdono. Ti seguo pur anch’io. Affé getto i riguardi se tardo sul deserto. lo vo. SCENA DUODECIMA CILLENA. So ben io come si fa. Lascio chi non mi vuole e così godo. schernitor de la beltà. Qui con Vafrillo il bello mi condusse di corte dentro nube volante la maga mia. accordati singulti fieno i nostri. Egli è bene scaltrito. sempre va lungi da me. né sorte ho di trovarlo.TISANDRO 750 Unisoni sospiri. Più leggiero del pensiero sempre sta. e col periglio de la sua lunga coda ad un m’appiglio. ‹CILLENA› 755 Povero Amor. 770 ‹AURILLA› Castigar lo voglio affé. De le soglie incantate più d’un spirto ministro con mentite vaghezze alletta i sguardi. o Reina. Mi tormenta e contrasta il lascivo desio ch’in petto io covo: con chi sfogare il pizzicor non trovo. né tal ti provo. So ben io come si fa ne l’amare a domare crudo cor.

Povere donne mie. più de le pietre dure. Amor quante ecc. postevi in abbandono. (Certo. posto d’altra amante in libertà. Sen viene il vagabondo. Aborrendo la reggia senza decoro. Come il focil trae da la pietra il foco.) AURILLA 380 (Ei m’ha veduto 810 815 820 825 830 835 840 AURILLA VAFRILLO 845 AURILLA VAFRILLO 850 . vo’ scolorir le sue sembianze belle. Vo’ con Aurilla anch’io fingermi rigidetto. a guisa di baccante la bella delirante i rimedi che sa prova per ritenere il fuggitivo che. e discorre tra sé. Per udir ciò che dice vo’ qui in disparte ritirare il piè. Povere donne mie. i disprezzi di tanti a vendicar.) È ben più che stolto chi adora un sol volto. pon le fiamme destar le battiture. Amor quante pazzie vi sforza a far. e bisogna con voi l’asprezza usare. AURILLA in disparte.800 805 Fanciulla anco mi vanto ne l’arti astute addottorar scolari. o donne care. Per una sola mai non arderò. sorga l’ardore. è dell’amor primiero e sano e privo.) (Udrem ciò che sa dir questo ritroso. t’accorgerai s’io son di quelle. sì. acciò maggiore in lei cresca il desio. e giocondo in amor vincer dal pari.) (Eccola a punto. Mille leggiadri amanti non saranno bastanti a farvi amar. Amor quante pazzie vi sforza a far. io dieci ne vo’. Voglio finger di non vederla e per mio gioco far che giaccio geloso cada sopra il suo foco. Di rado v’accendete. certo m’ha inteso. (Sì. così da voi. l’ammollisce il rigore e spesso un legno in voi ritrova Amore. la vostra ostinazion vie più s’indura: per renderla matura non vi vogliono impiastri e lenitivi. ‹VAFRILLO› Povere donne mie. Alfine un solo è buono. Per farci correr dietro vi vuol la rigidezza. SCENA DECIMAQUARTA VAFRILLO. ma quando poscia ardete siete troppo tenaci in adorar. È spedito chi prega.

” Se pensa alcun ecc. Per scherzo amoreggio.) VAFRILLO Udì certo costei i miei proponimenti 381 ‹Se ne va. è voce mentita “mio spirto. misero me. Feci patto con Cupido di piagar senz’ardor mai. degl’amanti io me ne rido. more il finto rigidetto.) Se pensa alcun ch’in core nutri incendio amoroso. mia fiamma. così si fa. Voglio amare e godere in libertà. son finti i sospiri. Oh falsa speme mia. VAFRILLO AURILLA VAFRILLO AURILLA Aurilla.) Se crede alcun ch’Amore alberghi nel mio seno. il vantatore. l’amante beffeggio con dirli “mia spene. E pur con queste voci amorosette beffeggiando mi vai. il core ed il cervello. egl’è in errore. Son falsi i martiri. mia vita”. così ti vanti di schernire gl’amanti? Sarei ben senza senno ch’amassi da dovero: non ho così leggiero. Derelitto da te Vafrillo che farà? Altra ritroverà che più sinceramente li sanerà cortese il cor languente. Sempre vezzi falseggiai. (Tormentoso sospetto le dee gelare il petto. egl’è in errore.) Non vo’ ch’il mio bene sia posto in catene d’alcuna beltà. (Se non è morto. Se crede alcun ch’Amore alberghi nel mio seno. pargoletto mio bello.› . a te: sen cada morto a’ tuoi piè costui da la sua spada. egl’è in errore. mio bene. voglio in sagacità vincer l’astuto. VAFRILLO AURILLA (Ohimè costei che dice?) (Cade trafitto omai questo infelice. Vafrillo! Così. 860 AURILLA 865 870 875 880 885 VAFRILLO 890 AURILLA VAFRILLO 895 AURILLA 900 905 A domar questi tiranni de la nostra libertà. belle mie.) (Aurilla. Son tanto avezza a mentir parolette ed adulare che senza lusingar non so parlare. addio.855 VAFRILLO e canta in questa guisa.

RUDIONE 945 Rallegrati. In questo escono dalle coppe de’ nani spaventevoli serpi. Forz’è che io lo confessi: donne. condite. ne la disgrazia mia di nuovo inciampo. VAFRILLO. qui mi condusse un gigante. RUDIONE VAFRILLO RUDIONE 925 VAFRILLO 930 RUDIONE Ohimè non ho più scampo. Partito Vafrillo. chi sei. Queste communi e simulate asprezze ci condiranno i baci e le dolcezze. farlo cibare. quivi arrecate vivande a l’affamato. quali vomitando fuoco necessitano a la fuga il povero affamato. mia gola. Cado. Mi torna il cor nel petto. ci superate. i nani intrecciano un ballo. che cerchi e com’entrasti? Son scudier di Rosinda. 950 VAFRILLO 382 . e questi accenti forma imitando i miei per vincermi in rigore e in gelosie d’accortezze natie. ma dentro queste mura che fai. Ma placherò ben io l’alterato cor mio. 935 VAFRILLO 940 SCENA DECIMASESTA Appariscono sei nani e s’accostano con sei coppe. C’hai tu? di che paventi? Io credea che tu fossi quell’orrendo gigante e maledetto. VAFRILLO. e il vostro ingegno sol di far star gl’amanti aspira al segno. vo’ saziarti. numerose e delicate. qui da la spiaggia. O vivande mie belle tanto desiderate. Ah.910 915 920 ch’eran d’ingelosirla. t’ingannò la statura. voi siete il mio ristoro. ah. a Rudione. Vi prendo e vi divoro. o là. non ho più lena. Di poco almeno errasti. SCENA DECIMAQUINTA RUDIONE. per letizia gridate semivive budelle. Coro di nani taciti. ventre mio ti consola. Non temer. RUDIONE. s’a mangiar son sfidato io vinco Alcide. e cerco alcuno che ristori e che cibi il mio digiuno. la fame ohimè m’uccide. ripiene di varie vivande. Vo’ seguitare il deriso meschino e da dovero farlo.

ATTO TERZO SCENA PRIMA ROSINDA. senti.) Non potea. si trionfa del forte. né so dove ella s’intana. vaga dea. Mi caverò l’usbergo. o codardo ladrone? Timido. (Clitofonte mi crede. esci armato. vilissimo assassino? O che morrai ne le tane profonde ove viltà ti asconde. Anco non vieni e temi. ‹ROSINDA› 955 Onde partii ritorno. 960 965 970 SCENA SECONDA TISANDRO. l’incanto la delude. Fugace e sbigottita sempre da me seguita fu quella belva umana. Ma tu lo spirto lasso con la gemina stella a ristorar ne vieni. getterò lo scudo e con il corpo ignudo. il mio core star disgiunto dal suo centro e dal suo punto. esci pur. (Già ch’a Tisandro Amore con barbaro rigore fuggitivo li rende il suo piacere. Disse Amore che là solo pien di duolo 383 TISANDRO 980 ROSINDA 985 990 TISANDRO 995 1000 . Sì vasta mole piena di codardia tolgasi al sole. seguisti addolorato l’orme del piede armato. o ch’io ti sbranerò. ohimè Rosinda. dov’è l’antica fede?) Non può chi si nasconde inciampar ne la morte. in singolar steccato entrerò teco. dolce tormento. ROSINDA. TISANDRO ROSINDA 975 Rosinda l’incostante. vuol come Clitofonte almen godere. Qual di questo soggiorno latebra a me ti cela. entrò qui. anima bella. Ti fé la mia tardanza temer d’infausto evento onde. O bellezze mie crude. mi trarrò l’elmo. coperto sol quanto onestà richiede. Oh de la vita mia vita immortale. la tenzone con disarmata vergine paventi? Senti il mio grido.

Ecco il gigante indegno. partiamo. CLITOFONTE 1020 Non cadi. ah. perché la pena non mandi il ferro a far grondar la vena. Sì. audace? Così di pigro ardire armi quel petto infame? Preparati a la pugna ed al morire. ecco il rapace. scintillanti e brillanti sien per me quei splendori e di mia fé le delizie e la mercè. colui che mai da te parte indiviso. sospirato caro arrivi. Lasciam questo codardo. sì. Ladron. Co’ tuoi soli mi rallegri e mi consoli. ah. ROSINDA. qual. Mio bel fato. qual tartareo oblio la conoscenza mia ti sommergé? La memoria dov’è de’ nostri dolci amori. ah. Rosinda. uomo non già. tua crudeltade appaga. A lei lo dono. Eccomi genuflesso. il fellone. Libero colà parmi Rudione veder. non fuggirai per mentir personaggio estremi i guai. mio foco. ma femina assassina? (Di novo delirante. conoscer non ti dee.) Ah Rosinda. le sembra Clitofonte il cercato gigante. no. SCENA TERZA CLITOFONTE. Dov’è la tua rapina? Ov’è lo mio scudiero. si finge ‹A Tisandro. la codardia tiene in quel seno il trono e spiega le sue insegne. ROSINDA 1025 1030 TISANDRO 1035 CLITOFONTE 1040 ROSINDA CLITOFONTE ROSINDA 1045 TISANDRO 1050 ROSINDA CLITOFONTE TISANDRO 1055 ROSINDA 384 .» Così scorto io vengo a te. Ah. sì tardi. Chi sei tu? Clitofonte.› te. ah. TISANDRO. idolo mio? Da lo sdegno costui mi tragge il riso. Sempre vivi. Clitofonte? L’angoscia non t’uccide? le tue bellezze infide abbraccian lusinghiere e lusingate il tuo rivale? Ah traditrici ingrate. No. Il vuoi più vile? Andiamo. Ah.1005 ROSINDA 1010 1015 mi scorgé: «Che fai qui? segui il mio piè. Non si lordi la mano di sangue sì villano.

SCENA QUARTA CLITOFONTE. sempre infesta a la mia pace? Arsi un tempo per te. Ferma. pria che di mie querele non odi il suon dolente e che non senti l’aspra tua ferità ne’ miei lamenti. Fuggi le sue lusinghe ed i suoi vezzi. ricuso la sanità. amorosa facondia. 385 CLITOFONTE 1080 NEREA 1085 1090 CILLENA CLITOFONTE 1095 CILLENA 1100 NEREA 1105 1110 .) Che dirai. t’accieca. crudele. Clitofonte. magica verga. Vedila.) Ch’io non t’ami. I sviscerati affetti ch’amano Clitofonte son da larve ingannati. arresta quel piede. smorzai la face. voglio amarti ne l’odio e ne le pene. bella mia. senti. CLITOFONTE. e come martirizzi il mio diletto con le Ceraste sue ti sferzi Aletto. l’accesi ad altro foco e te lasciai. Più tosto che abbandonarti. CILLENA. onde poss’io del ribellante mio stemprar nel cor ferino con la lingua di foco il giaccio alpino. Fantasmi fraudolenti ti mutano li oggetti. Questi sono i tuoi lai. 1060 ‹CLITOFONTE› Ove vai? Torna. voi cieli. spietato? La ragion non ha fiato per smorzar quell’incendio aspro e vorace che nel mio petto infuso per le vene mi serpe. voi fati. Vieni. Egra. saggia. chiudi la piaga e sana il core. o disperata spene. Le sue. NEREA 1075 Dettami le parole. Odimi: quel tuo pianto non può risuscitar fiamma ch’è spenta né il mormorato incanto può dar la vita ad un estinto ardore. (Disdegnoso la mira. (Raddoppia la meschina le calde lagrimette. ti ecclissi astro vendicativo ogni contento. o nobile macigno. Non partirai. volubile tu l’hai come la fede. dispera con i sprezzi. vieni in questo seno che sereno già t’accolse entro il suo latte. caro. Voi. queste degl’empii abissi sceleragini enormi acconsentite? Fiera Nerea. 1065 1070 SCENA QUINTA NEREA.

tra le repulse. si dimentica i torti. NEREA 1125 Così parti. libate l’acque.1115 1120 CLITOFONTE mamme intatte. i marmi. Reina. pria che mi adeschi. le mie sorti a la tua luce. vedrai sorgente il tuo piacer ch’è morto. da quei fini lor rubini vo’ ch’ambrosia or ti zampillino. Lassa. ho speme di vederti a gioir l’alma che geme. L’onda ch’è qui racchiusa là per giovarti io colsi e a te la porto. mio placato e bel Polluce. o gran Tonante. il foco antico. trattien signore. Lusinghevol sirena. scaglialo dal tuo soglio. La reale indulgenza ti cancella l’offese. lassa. Amor. chi nuoco? Il castigo di foco trattien. Amor. NEREA. Ma qual rimedio al mio languire apporti? Rosinda e Clitofonte de la scitica fonte smorzar. rubello supplicante vedi al tuo piè prostrato alta regnante. 386 1145 1150 NEREA 1155 MEANDRO 1160 . del suo misfatto e consiliero e sprone: sia l’iniquo garzone confinato a girarsi eternamente sull’orbe d’Ision tristo e dolente. Non ti smarrir. (Quest’è Meandro il saggio. CILLENA. inoffeso sen vada ed impunito. 1130 1135 CILLENA 1140 SCENA SETTIMA MEANDRO. e suscitaro in loro altro desio. se già manna a te stillaro. L’amato traditore m’offenda pure ardito. SCENA SESTA CILLENA. da l’amoroso regno fuggito e de la fiamma che tra le brine de l’etade il seno m’ardea per te libero e sano a pieno. Si tranquillino. fulmina. sprezzante? Il fulmine ti segua. NEREA. credi indarno allettarmi? Molli verran. Tra i Garamanti è un rio che con contrari effetti raviva i spenti affetti. MEANDRO CILLENA MEANDRO Penitente offensore.) A medicar l’oltraggio con salubre licore a te ne vegno.

Giunte ne la città incatenate ecc. a la reale. voi sapete. o core. chi vi rimira avampi. oggetti tormentosi ognor vedrò. ho empito il ventre. Giunte ne la città. incatenate. io penerò. che vivande! Mai più di qua mi parto. Affamata digiuno. Io rivedrò la reggia. ardete: la mia necessità voi. non uccidetemi il cor che debile non può resistere. NEREA Letizia e giubilo. il vostro vago ornate. che vino. accrescete con l’arte i vostri lampi. Rosinda. di che m’affanno? Clitofonte e Nerea pacificati i scogli lascieranno. Non più timore. 387 1210 1215 . ritornaremo a’ nostri lussi. il sole è per me bruno. Addio. mi saranno amarezze le sue care dolcezze. Bellezze incoltivate. RUDIONE. Lagrime torbide. cessate gl’impeti. sospiri languidi. rendetemi il conforto. e vedrai meraviglia. fatto gioco de’ spirti al sole ed a le neve: qui si mangia e si beve in ozio. Amor di gelo e l’uom sparito e morto. io vi licenzio: non più di assenzio beverò i calici che del mio strazio Amore è sazio. Ma Venere m’assale. Ma no. 1170 1175 SCENA OTTAVA CILLENA.1165 Torna a Rosinda al seno. 1185 1190 1195 1200 1205 SCENA NONA Cortile del sopradetto palagio. 1180 ‹CILLENA› Gioirà la Reina. antico nido de’ miei dolci piaceri. ove passo le notti e i giorni interi con più d’un mio Cupido in lascive assemblee. ‹RUDIONE› Lodato il mio Vafrillo. riverita mia figlia. Felici queste bande. Non voglio più seguirti.

così. A dirtela. vedilo. prezioso tesoro. di noi. SCENA DECIMA AURILLA. (Uh. da tue bellezze rare lontan star non poss’io. sì. Tu. AURILLA 1225 Del mio petto con le nevi accendo i cori. quest’è quello. Sì. Quest’è un altro appetito che sopragiunto m’ha. si dileggi l’innamorato mostro e si beffeggi. È vero.1220 Bacco col suo calore m’accende il pizzicore. del diletto dispensiera e degl’amori. tu me l’hai rubato. E c’hai perduto? Il core. perdo l’anima e moro. se la tua cortesia già m’obligò. e non trovar pavento chi a questo incitamento facci la carità. Così. AURILLA. RUDIONE 1230 AURILLA 1235 RUDIONE AURILLA RUDIONE 1240 AURILLA 1245 RUDIONE 1250 SCENA UNDECIMA VAFRILLO. sì. Ma pietosa al tuo caso atroce e rio farò un cambio: se vuoi. di te più bello ritrovato ho un amante. Convien che come il rio ritorni al mare. e se risuscitò 388 1260 VAFRILLO RUDIONE 1265 . sì. sono schiavi impotenti. l’ho. RUDIONE. Vafrillo. RUDIONE. ohimè nel petto egli non v’è. Ospite mio gentile. Aurilla mia. Amor sa ’l mio bisogno e qui l’invia. Di te. fo beato tra le braccia il vago amato. qui venni in mia mal ora per restar sviscerato. mio ben. Povero sfortunato. Ohimè l’ho perso. il tuo core non lo rubai: nel petto mi saltò. con un core nel sen viver potrò. Volentier lo torrò.) Il mio bello ritroso impetrò la mercè de’ vanti arditi e confessò tra dolci abbracciamenti che gl’uomini. che bella fanciulla piena di leggiadria. Se tu mi lasci. ti darò il mio. VAFRILLO 1255 AURILLA Aurilla.

e faccia tua mercè ch’il cor le tue dolcezze e gusti e godi: protegi i nostri ardori. qui correte. spargi. dormi. Vago labro di cinabro da dar baci in dolci amplessi. questa. Ma pregasi Cupido ch’assista a’ tuoi diletti amico e fido. Dove siete. Che licenza pretendi? Non ha. dormi. la so. Ti concedo il favore. se ’l baciassi sputerei sin che vivessi. deh stringi i nodi. 1295 RUDIONE AURILLA 1300 1305 1310 RUDIONE 1315 1320 SCENA DUODECIMA ROSINDA. di nostra fé stringi. al mio male acconsento. bell’amante da baciar le verginelle. s’io ’l toccassi. Così. Amor. Non vuol questa villana in sen raccormi. torna a’ tuoi sonni primieri. Senso mio. VAFRILLO e RUDIONE Rudione per te morto di fame. libera io sono. o donne belle. non ha ragione alcun sopra di me. spargi il tuo mel sui nostri amori. CLITOFONTE. ROSINDA Strane cose mi narri. Già già che così vuole il mio destino. Anch’io vi seguirò. cantiamo a tre “Amor. così partite? Così voi mi schernite? Bel sembiante. ti prego. a le mie nove brame concedi l’esca e insin ch’abito qua rinunziami. Vago labro ecc. Sana il mal che mi festi: col tuo lauto convito fosti. bell’amante da baciar ecc. 389 . per baciarlo. torna. di novo mi ti dono. fosti cagion del mio prorito. né mai più ti destar su questo scoglio. La sai? La so. Senso mio. e voglio per tu’ amore soggettarmi al tormento. questa beltà. Esser da te non voglio tormentato co’ stimoli e pensieri. Bel sembiante. Cantiam. di nostra fé”.1270 1275 AURILLA VAFRILLO 1280 1285 AURILLA VAFRILLO RUDIONE 1290 AURILLA.

io me ne riedo. beuta da voi. ben mio. intempestivi sono i scherzi e gl’amori. Ohimè di gioia io moro. e de’ miei studi a’ tetti. contaminato e infetto dagl’aborriti amplessi. lieto a le vostre vite. seno impuro ed immondo. verrete agl’invisibili invisibili. Pronto la prendo e bevo. O Meandro. 1360 ROSINDA CLITOFONTE MEANDRO 1365 1370 390 . Quai svenimenti. sinché la fuga ha il varco. o spenti ardori. Uscir da questi errori tosto conviene a voi. Abbandonati i sensi vicina a la tua bocca. Meandro. uscir volea l’anima da la mia per cangiar nido. Ma per fuggir. Congiunto a questo seno dolce. purga le sordidezze. Onda v’arreco che. Il rimedio ricevo. Beuta la salute con l’onde avete e risanati i cori de le piaghe mal nate. Turbe di Flegetonte in mille forme custodiscon l’uscita. MEANDRO 1350 ROSINDA CLITOFONTE MEANDRO 1355 Amanti. da l’incantata rete. grato veleno con qualità di foco m’uccide a poco a poco. voi m’arrecaste in sen l’odiato pondo. o fido. Perdonate a l’offese. farà che cieco divenga ogni custode e ne’ lor sibili deluse l’empie guardie. Oh saggio amico. ecco l’acqua: bevete. Nerea sdegnosa vi prepara prigion tetra e penosa. s’interpose Cupido e ritornar la fece a’ primi offici negl’Elisi felici. Apri gli occhi. Già già scopro animarvi estinti affetti onde prendo congedo. mi ti rendono essangue e semivivo? Vipera non son io. CLITOFONTE. o mie bellezze. Del tuo petto bramava passar beata l’ore de la carcere sua caro il mio core. ROSINDA. SCENA DECIMATERZA MEANDRO. de la tua viva fiamma unito al petto.1325 1330 CLITOFONTE 1335 ROSINDA CLITOFONTE 1340 1345 Maledetti deliri. Omai vi ravivate de l’antiche faville.

ch’il mio guerriero ho spento. vieni. e l’anima le dice ch’è morto l’infelice. che parti rugiadosi il lume figlia e stilla. Dove sei? Vieni. questo sospiro per messaggier ti manda de le sue conversioni il convertito. a rallegrarmi il core de le bellezze tue con i baleni. mio ravivato ardore. CILLENA. non vo’ perdono. s’il bene era insperato morta mi avrebbe il repentin piacere. ma fieno i tuoi castighi mirati da la notte e non dal dì. punisci il delinquente. o bello mio tiran. Io merto ogni tormento. De le tue gioie nove. 391 1400 NEREA 1405 1410 CILLENA ROSINDA 1415 CLITOFONTE 1420 NEREA 1425 ROSINDA . Nerea. Non vo’. Sveni la vostra fede un’incostante. tu morte li desti. Mi son gl’altrui contenti spine acute e pungenti. vieni. o traditore. punisci il delinquente. CLITOFONTE. sperando d’ottener perdono e pace. Tu. crudel. ROSINDA 1375 CLITOFONTE 1380 ROSINDA 1385 CLITOFONTE 1390 Tisandro il core invoca. CLITOFONTE. Grazie al bendato arciere ritorni pur. SCENA DECIMAQUINTA NEREA.SCENA DECIMAQUARTA ROSINDA. Ei se ne viene ardito a te. non vo’ perdono. Ribellante nocente volontario mi rendo e m’imprigiono. meta de’ miei riposi. NEREA 1395 CLITOFONTE Ancor sei tu satollo di flagellarmi. rinovata Reina. calma del mio penar vaga e tranquilla. Oh pentito adorato. ROSINDA. ritorni ricuperata spene di queste braccia mie tra le catene. Ne la tua colpa infida per vendetta t’uccida l’affanno. sua dolce e riaccesa face. Punir ti vo’ ben sì. mio rubello? Testimoni veraci del mio cangiato intento questi umori ti sien del pentimento. cangiando ardore. Punir ti vo’ ben sì. son stata indovina. Dove sei? Vieni. Non vo’.

son tutto giaccio. NEREA. da quei vezzi ingannato vago d’aver ferite. omai ritorni a’ tralasciati voli con le penne d’Amore. 1440 ROSINDA 1445 1450 TISANDRO 1455 CLITOFONTE 1460 392 . Pèra la rea d’infedeltade. CILLENA. e pur stringo la fiamma e ’l sole abbraccio. o guerriero. vive? Ed io non spiro nel vederti spirante. a l’orto. traditrice. Ti rimetto il delitto. riposa. Oh dio. TISANDRO 1435 NEREA De la mia vaneggiante traccio l’orme smarrite. CLITOFONTE. e l’odio essanimato cada tra quelle paci. SCENA ULTIMA TISANDRO. Raddoppiamo gl’amplessi. ecco il tuo morto. l’occhio ch’ad altro oggetto sovertì il core a consacrar l’affetto. ROSINDA. In questo petto afflitto riedi. La tua fama. bella mia lagrimosa. sveni la vostra fede un’incostante. Al suon de’ nostri baci fugga la gelosia. anima mia. pèra. Resti il nostro furore da quei nodi sì stretti incatenato. infida amante? Non so com’abbracciarti. ne la colpa avilito non osa rimirarti. Vive Tisandro. corri.1430 essempio ad ogni amante volubile e leggiera. prove del tuo valore porti di novo a l’occidente. spergiura. conscio de’ suoi misfatti. Valorosa Rosinda. RUDIONE.

morto Periandro. combattuta da un nemico destino. Qui trova mancargli parte di quelli addobbi dovuti alla sua grandezza e che li erano stati preparati dal padre. Ha pur anco smarrita indietro la compagnia del virtuoso Bonifazio. condusse Eritrea in quello del Re defonto. compare alla fine alla luce obligata d’ubbidire a quel genitore che la promise nella Calisto. piciolo per ricever una Regina. ch’in molte parti dell’opera osserverà V. questa imprigionata tra stretti muri non ha libertà di spaziare a suo piacere come l’altre. Tra tante disavventure. prencipe del sangue. Di V. ed ingannando anco le stesse damigelle custodi. Morì pochi giorni sono questo celebre litterato. dolcemente l’orecchio. unica erede della Fenicia.GIOVANNI FAUSTINI L’Eritrea (Venezia. destinata dal Re fratello moglie di Teramene. terminò di regnare e di vivere. Fece la sagace vecchia portare da pochi confidenti e parziali nel letto dell’inferma amante il cadavere regio. sorella di Periandro. avezza alla reggia. Vincenzo. ed acconciatolo all’uso femminile. Eurimedonte di subito ardé per il bello della prencipessa Laodicea. Illustriss. vittoriosa giunge ove era tenuta. di un cortese gradimento questo mio povero sì ma riverente tributo e non isdegni ricever sotto l’ombre del suo autorevole patrocinio quest’orfana Regina. |Con Licenza de’ Superiori. infermò repentinamente. Delucidazione della Favola. che. desideroso anch’egli di rivedere l’Egitto e colà trattare col mezo del Re suo padre il maritaggio dell’amata prencipessa. Giovanni Faustini le commoverà dolorosamente l’anima. abbia prima servito ad altri. Era legge nell’Assiria che la corona reale non ereditasse testa di femina. Re di quella regione. onde. destinato per lei. Illustriss. M DC LII. La similitudine de’ cambiati. 1652) L’ERITREA | DRAMA UNDECIMA | Posthumo. Questa povera Regina. Donarà poi il compatimento all’angustia del teatro. diede secreti giuramenti di esser sua all’egizio. che nel principio del camino fermò con il passo la vita. | IN VENETIA. Teatro S. | Si vende per Giacomo Batti libraro | in Frezzaria. Periandro. giovanetto Re dell’Assiria. Erano nati gemelli Periandro ed Eritrea. occultò l’inganno. tanti prencipi. ambo nutriti nella reggia di Menfi ed animati quasi da un solo spirito e retti da un solo volere. Eritrea. S. | DEDICATA | All’Illustrissimo Signor | MARC’ANTONIO CORRARO | fù dell’Illustrissimo | Sig. raccolti da Lisia. S. non convenendo al decoro di Regina vestir un abito che. ardendolo internamente una febre lenta ma pestifera. intese da Periandro le rivoluzioni de’ suoi affetti e come voleva. Apponale | l’Anno 1652. S. si lascia da parte. far chiedere a Lisia per moglie Laodicea. Illustriss. S. Umiliss. | Per il Giuliani. stabilì di tentare l’inganno per non vivere gl’anni della canizie tra fortune private. | Da Rappresentarsi nel Noviss. dimmassato l’essercito. cresciuti così simili di statura e d’effigie che solo nell’apparenza gl’abiti distinguevano i sessi. Francesco | Cavalli Dignissimo Organista | di San Marco. s’innamorò dell’amico fraterno ed alienatosi dagl’affetti dell’assegnatoli marito. mentre perduta d’animo spera (benché pregiudicata nella strettezza del tempo per adornarsi) di campeggiar per ancora con la virtù di quel solo Cavalli che conosciuto e stimato da tutti è venerato dagl’emuli stessi. dimenticatosi la fede data ad Eritrea. la secretezza degl’interessati nelle fortune di Mirsilla. e Devotiss. e Padron Colendiss(imo). | Posta in Musica dal Sig. per la stravaganza delli accidenti. conoscerà ella il nicchio e farà poi il giudicio dove andava la figura. Servitore Giacomo Batti. Illustriss. desisterono dall’invasioni. oltre la perdita di quello che generata doveva assisterle ancora. succedeva nel trono Teramene. Messi replicati della madre chiamarono dalla Fenicia e da’ suoi proposti viaggi Periandro. riscaldato dalle faci amorose. Mirsilla. Mentre una finta morte d’Eritrea lusingherà a V. ILLUSTRISS(IMO) SIGNORE. Da cause diverse e da naturali stemperamenti fu gettato nel letto Periandro dove. accelerava la partita dall’Assiria per ritornare al regno con Periandro. e Privilegio. calpestata la malignità che (se ben di lontano) s’è pure lasciata vedere. | DI GIOVANNI FAUSTINI. Non hanno mancato intoppi da trattenerla nel viaggio. prencipe dell’Egitto d’anni pari all’assiro. La scena degli elefanti. e doppo la tessitura di undeci opere ha lasciato sotto il torchio quella della sua cara Eritrea. bramosa del ritorno del fratello per saper qualche nova dell’amato prencipe. l’orecchio almeno partirà contento. la Reina madre. navigando il mare de’ Fenici approdano a Sidone dove. riuscendo vana ogni diligenza fisica per ritornarla nella primiera salute. | Teatro di S. ed Eurimedonte. vessata perciò da un’acuta e mortale passione. sparse voce che la prencipessa era morta. giunto nel regno. tanti personaggi. Questa. colorito 393 . perché morì Periandro in quell’età ch’appena chiudeva il giro dell’anno decimo quinto. chiamata e che fu invenzione del poeta. tutta abbattuta per gl’incontri sinistri. Con coraggio però guerriero superato il difficile. Ogni cavaliero sa maneggiare il destriere in una larga piazza. i quali non sì tosto intesero l’arrivo del Re che. Le vie non ponno esser più grandi della scena. la purtroppo vera del Sig. invasa l’Assiria da’ nemici persiani. né la voce ingrossata dal tempo e da disordini o la lanugine del mento poteva far discernere l’equivoco. Se l’occhio per avventura non incontrasse nella intiera soddisfazione. non tutti lo possono fare in un stretto cortile: onori V. Apollinare.

data la fede secretamente di maritaggio ad Eritrea. Coro di soldati egizi d’Argeo. racconsolata da’ suoi pensieri. il quale. Giunto Eurimedonte in Egitto. radunata a Pelusio un’armata non meno poderosa della terrestre. veduta profondata la nave regia. Mandò di nascosto della madre e sotto altri pretesti in Fenicia pomposa ambasciata a chiedere a Lisia in moglie Laodicea. LAODICEA Reina di Fenicia. ARGEO capitano egizio. città nobilissima ed antica della Fenicia. era stato da Mirsilla e da Periandro chiamato al letto d’Eritrea: morì quasi il povero prencipe a’ funerali delle sue consolazioni e sempre mesto teneva fisso il pensiero nelle defonte bellezze. scordatosi di lei. Coro di soldati egizi d’Eurimedonte. MISENA sua dama. costretto dalla necessità. rare volte scostandosi dal fianco del Re mentito e spesso come pazzo adorando quel volto. Intanto. ritardò per certe occupazioni politiche del Re suo padre le dimande della Fenicia. Coro di soldati di Teramene assiri. riebbe fra pochi giorni la sanità. EURIMEDONTE prencipe d’Egitto che. innamorata e sposa di Eritrea creduta Periandro. Coro di soldati fenici di Dione. Eritrea. innamoratasi di Eurimedonte. Coro di soldati pretoriani assiri d’Eritrea. DIONE capitano fenicio. morti di già Mirsilla la genitrice ed in quei giorni il suocero Lisia. NISA ALCIONE pescatori. se ne passa alle nozze di Laodicea come Re. fattosi condurre dall’Africa confinante agguerriti elefanti. Crede d’essere stato tradito dall’amico al quale aveva confidate le determinazioni dell’animo. sfogava con diletto della sua infedele la veemenza delle passioni crudeli. ERITREA prencipessa assiria creduta Periandro. precipitoso ne’ suoi furori armò l’Egitto e. amava la prencipessa fenicia. più prossimo alla successione della sede reale. sollecita di prevenire le richieste egizie e di sturbare le nozze di quella prencipessa col suo Eurimedonte spergiuro. delirava a quelle similitudini. TERAMENE prencipe assirio che. erasi poscia innamorato di Laodicea. vedendosi cambiarsi personaggio. onde vedendosi decaduto dalle speranze con le quali Amore l’aveva lusingato. quel Teramene che. detta Sidone dalla fertilità del paese che producono quell’acque. scorgendo nel falso Periandro il loro ritratto. affezionata in parte ai costumi di quel Re giovanetto che era stato suo ospite. 394 . a vista delle spiagge sidonie. era giunto l’essercito egizio per le strade di terra all’assedio di Sidone ed attendevasi per mare Eurimedonte. salì sopra del palischermo e si diede. ritrovò preoccupate e stabilite le nozze tra la sospirata sua bella ed il finto Periandro. Seguì l’armi dell’adorato suo Re Teramene. adorava anco le bellezze giudicate defonte e con esse delirava. Coro di damigelle fenicie di Laodicea. Questa. INTERLOCUTORI BOREA IRIDE Prologo. combattuto da un mare turbolente. per levarla all’amato Egizio che. La grandezza dell’impero assirio e le virtù cospicue del finto Periandro persuasero Lisia acconsentire a quel maritaggio anco caro a Laodicea. Coro di paggi d’Eritrea. All’apparato marziale ed alle minacce strepitose dell’Egitto s’armò alla difesa della Fenicia e corse Eritrea alla custodia delle sue ragioni. situata su le riviere del mare denominato pure Fenicio dalla regione che sopra di lui si distende. onde intempestivo inviando a quella reggia gl’ambasciatori. ed appena cangiati gl’abiti ed ereditato con la corona il nome di Periandro. essequì quei consigli ch’amore li aveva dettati nei respiri delle sue languidezze. spinse per terra formidabile essercito alla desolazione della Fenicia. LESBO suo paggio. devastata la Fenicia. credendo morta Eritrea al cui letto era stato chiamato dal morto Periandro. Coro di pescatori.da apparenze troppo veridiche. il Re morto suo fratello. Si rappresenta la favola in Sidone. NICONIDA capitano assirio. alla discrezione dell’onde rabbiose. Coro di soldati assiri di Niconida. drizzò le vele verso Sidone in cui dicevasi ritrovarsi con la sposa il creduto traditore. ed egli. già destinata moglie di Teramene. riscaldatosi nelle sollecitudini de’ preparamenti. anzi.

più non spero ondose spoglie. A l’aure. o de l’Idra Pangea gran domatrice. Ne le grotte arimaspe. nubi mie tempestose. BOREA. 395 NISA 35 40 ALCIONE NISA ALCIONE 45 NISA . Nisa invoco e getto l’esca. De la pesca io vo’ gl’onori: ver te sereni scocco i baleni.PROLOGO Scena orridamente nubilosa. grandinate procelle. Privo è ’l cielo de l’orror: dileguò l’oscuro gelo di tue luci il bel splendor. Ai tuoi raggi ei si rivoglie. anco il Turbo infelice svanirà da’ tuoi mari e in chiuso velo il tuo leon scintillerà nel cielo. gl’occhi tuoi lo tranquillar. tranquilli il mar l’orgoglio suo vorace. Fia felice la mia pesca. ch’in più vaghezze mi rifulge in grembo. BOREA De l’iperboreo giaccio. dilegua l’orridezze orrido nembo. IRIDE. procelloso Aquilon. Senza aiuto ificleo. più si condensi e avampi. pescatori amanti. torna quel gelo. liquidi monumenti. ALCIONE 30 Placidetto reso è ’l mar: volto bello amorosetto. Tumido a’ vostri soffi il mar sonante. Drizza a loro i tuoi fulgori per saettarli. ali nevose. A la face febea. e immergo l’amo. Alcione. Ne’ gorghi suoi l’algoso imperatore s’abbagli a’ nostri lampi. formi al suo domatore. fiati miei dipendenti. rinforzando i stridori il nostro orrore. Rieda sereno il cielo. trionfate del sol l’auree fiammelle. Per gustar quasi la manna corre il pesce a la tua canna. ATTO PRIMO 5 10 IRIDE 15 20 25 SCENA PRIMA Le spiagge sidonie. ai zefiretti ceda il suo sibilar furia rifea. al legno errante. per abbagliarli. Per far preda anch’io ti chiamo. abbi il pino agitato e calma e pace. NISA ‹e› ALCIONE.

50 ALCIONE NISA ALCIONE. Voi. ALCIONE 85 CORO 90 95 ALCIONE 100 NISA 396 . muti si peschi. vi domerà l’orgoglio avida fame. in mar m’avento. sì neghittosi siete ch’il sostegno vital quasi obliate? Attenti e taciturni omai pescate. Con cambio diletto la fiamma trasmutiam di petto in petto. ch’allor. Dolcissime e care faville d’amor. Riede il pesce a l’esche grate. ALCIONE 70 CORO 75 80 NISA. il pino d’un cadavere armato. loquaci. Io voglio scender dal basso scoglio ed arrecarlo a riva. ALCIONE. ne’ salsi umori. e voi. Spettacoli funesti de le nostre allegrezze invida Dori qui manda a inorridire i nostri amori. NISA. Oh qual veggio da l’onde con roco mormorare a l’arene portare picciol. scordate l’amorose brame. luci adorate. Ostinati ne’ scherzi. Nati pur sete ed avezzati a l’amo. è greve. fate i pesci fugaci. voi che l’alimento da quest’acque prendete. Amore ci dà vivande soavi ch’il cielo non ha. In lui d’argento scintillar massa parmi. CORO 60 Come sentir volete de’ squamosi digiuni i lievi morsi s’agl’amori attendete? Vuol silenzio la pesca. NISA 55 Cieco son. e de l’amo il costume perdete? Tarpi l’ali il vostro nume. SCENA SECONDA Coro di pescatori. o Nisa. 65 NISA. sdruscito legno del sedato lor sdegno misero avanzo. Di lui pescatore più scaltro e maggiore il mondo non ha. Mentre peschiamo. Se la distanza breve l’occhio vicin non mi tradisce. Via. per l’onde del mare volate al mio cor. de’ nostri cori prede Amor fa. prego il ciel che di cibo fiera necessità v’assalga e sferzi. ma un’anima si prenda. un cor s’adeschi.

il mare. Questo spazio che miri di vasto e immenso mare è degl’assiri. cielo. nel lontano è Sidone in braccio a l’onde. il piede. EURIMEDONTE. povero amante. fatemi manifesta. agonizante spira il cavaliero. NISA. in su l’arene sbarchiam l’essanimato. o morto o tramortito io vi conduco un cavaliero al lito. e quel crudel d’Amore. Vedete ch’anco vivi serba in parte del volto infra i pallori de le rose i colori. NISA. ALCIONE. d’Assiria o pur del Faro? Quai venti ti portaro over quai brame a le sidonie arene di sospetti guerrieri ingombre e piene? Un vomito de l’acque. dite. Come Augusto ha ’l sembiante. Lasso. Ritorna al corpo i moti l’anima e gl’occhi il poverin disserra. 150 DIONE Cavaliero. CORO 105 Cinto d’stri reali. Amore. amici. Coro di pescatori. 110 ALCIONE NISA 115 CORO ALCIONE 120 EURIMEDONTE 125 130 CORO 135 EURIMEDONTE 140 145 SCENA QUARTA DIONE. che spiaggia è questa. ove non so sperare. A l’acque si ritorni. che più. carco d’armi pompose. Coro di soldati fenici. ALCIONE. per darmi prigioniero al reo fellone suscitasti il furore. Coro di pescatori. sia da noi disarmato e con pietosa cura arrechiamoli o vita o sepoltura. chi sei? di Fenicia. la mia salute. ho per nemici il vento. ne la calma mi trasse a queste rive. Bagnate. forestier semivivo 397 155 EURIMEDONTE . che sento? Oh maledetto vento. d’armate custodite son fenicie le sponde.SCENA TERZA EURIMEDONTE. Ohimè. Io lo vedo spirante. Aliti forma: è vero. per far le mie speranze anco cattive. che più qui indugio? Ma se ne porta il mare il mio rifugio. Ove son io? Qual terra de le sciagure mie m’ha fatto scena il cielo? Dal tempestoso gelo che m’agitò notturno a un sol ridente qual mi trasse a l’arene astro clemente? Sotto qual clima io spiro di novo aure vitali? Pescatori cortesi.

dissipatomi i pini in tempestoso porto m’ha tratto semimorto. Al tuo signore. Senti.DIONE 160 EURIMEDONTE DIONE EURIMEDONTE 165 DIONE EURIMEDONTE DIONE 170 175 EURIMEDONTE 180 185 DIONE 190 EURIMEDONTE 195 DIONE EURIMEDONTE 200 205 DIONE d’Eolo un ludibrio a queste rive arrivo. Resterai qui trafitto. Sì sì. 398 . come tardi raviso del prencipe d’Egitto il noto viso? Eurimedonte. empia fortuna. il segno. soldati arcieri. ti conforta chi sa. qual premio Amor concede? Alfin la sua mercede è di singulti e pianti. Pria che codardo abbandonare il brando. O prigionier o morto restar qui dei. CORO 210 Vedete. così del regno impone la gelosia: renditi a noi prigione. Prigione incatenato mi vorrà lo spietato trofeo di sua perfidia. a Periandro. che mi consigli? che prigionier men vada comandi? Ecco la spada. Lo fugga cauto piè. vedrò tra le ritorte almeno l’idolo mio. ohimè. il primo affetto de l’amicizia antica chi chiami infido anco riserba in petto. eh la spada deponi. Nemico protettor. Prencipe. ma che vista feroce. Fortuna cieca e stolta la rota sua sempre raggira e volta. o pazzi amanti. Almen cadrò da forte. chi morte chiede è de la vita indegno. Generosa follia. Eurimedonte. NISA. il ferro concedi a questa destra ed al destino or cedi. De le vostre saette or sia costui. chi sa. Ma non scoccate: oh stelle. Io morir vo’. ah no. ferma. vo’ morire pugnando. al traditor villano smorza col sangue mio d’odio il fervore. nume tiranno egli è. ALCIONE. attendi s’ei t’ama. Iniqua sorte mi vedrà sempre invitto. Amor. e quale fatto crudo e feroce preda ti fa del sirio Re rivale? Dione. SCENA QUINTA Coro di pescatori. La nobile tua mano ah l’inimico uccida. ne l’altrui seno. gran guiderdone offre per tua salvezza e a’ duci impone che nel colmo de l’ire non t’abbino a ferire. Prencipe.

un bacio. Scacciatelo dal sen. Ti saran le dolcezze. soffri di loro le tardanze amare. genitor di ruvine. Chi pena serena la calma vedrà. quanto stentate più tanto più care. LAODICEA Povera in mezo a l’oro le mie fortune io ploro. sin che non ha l’Egizio ardir fiaccato t’alimenta di speme e di parole. NISA 230 CORO 235 NISA. entrate in questo petto. MISENA. carico di trofei goder ti vuole. baciamoci sù. il suo dolce è velen. Tal non eri in gioventù. Credete a bianco crine. 240 245 MISENA 250 255 LAODICEA 260 399 . Amor mi stempra al foco di sconsolate faci. Dolcezze. Amiamci. un sguardo. Portatemi il diletto. Tempeste funeste di spine e dolori ei versa sui cori. fruire contenti ci fa. LAODICEA. L’armigero tuo sposo. bramate da l’acceso pensiero voi vedete che pero e sì tardate? Correte. che non mi sazia un vezzo. e quando al core porgerete il ristoro? non vedete che moro in sen d’Amore? A le vostre pigrizie io mi tormento. Impotente chi non sente di Cupido il caldo più sbigottire i giovanetti vuol con freddi e casti detti. godere. godiamci. SCENA SESTA La reggia di Sidone. cinto d’armi nimiche e minacciato dal pretensor rivale. Dolcezze mie. NISA 215 220 CORO 225 ALCIONE. Portatemi il contento.ALCIONE. e qual or mi querelo in grembo del mio cielo poco dolce mi porge ond’io più n’ardo. entrate. ALCIONE Soave martire è quel ch’egli dà. tolto il mio cor per gioco mi nutre sol de’ baci.

lieta. Il letto diletto s’appresti. MISENA. che presti dolcissimi e veri verranno i piaceri. Sepolto m’innamora quell’immortal sembiante che miro nel cognato ancor spirante. de le sue fiamme spente l’ardor l’anima sente: m’avampa fredda cenere.SCENA SETTIMA ERITREA sotto nome di Periandro. ERITREA. l’egizio amante. la gioia infinita ch’alfin ti darà. mio core. 290 ERITREA. Per l’acque egli sen viene a restar prigionier. viva contemplo e miro del pianto mio risuscitata Aurora. 265 ERITREA LAODICEA 270 ERITREA LAODICEA 275 ERITREA LAODICEA ERITREA 280 LAODICEA ERITREA 285 Oh bella facella de l’anima mia. ove vassi mai sempre da tormentose cure accompagnato? Oh care mie vaghezze. real cognato. dolce mio sposo. Sarà. bellezze estinte. Adorata Eritrea. quel crudo? Quel crudo? perché? Mi nega mercé. LAODICEA. (Il prence delirante. il cor bellezze estinte. anco v’adora. mi rende ritroso te.) (Sposo infelice e sfortunato amante. TERAMENE Il cor. a voi corro rapito dal vostro bello adorator marito. inerme e vinto. Feci voto al Tonante di non entrare nel fenicio letto se pria l’emulo mio. Conforto. qual nume ti ritoglie 400 300 305 ERITREA LAODICEA ERITREA TERAMENE 315 310 . chi qua mi t’invia? Amore. domato.) Teramene gentil. e la morte de la bella consorte. LAODICEA. cara vita. anco v’adora. o mio bene. Amato mio fato. non mi vedessi a’ piè da funi accinto. LAODICEA 295 SCENA OTTAVA TERAMENE. L’ignudo. perché eterno sen resti il mio sospiro. MISENA. pietà.

Doppio sguardo. la mia speranza morta.320 del Tartaro dannato. Fiamme novelle brama il core. qual Fenice risorta. se già morto t’arsi incensi e accesi faci. de l’amata gemella. pur gl’acconsente il core. perdona. parte omai del natio loco morto è il cor s’egli lo tocca. doppio dardo. (Sta bene il Re così. lascia d’amar sì vivamente i morti. o Sire. Che morti? In te vagheggio. lagrimato: mio ristoro.) O luci belle. qual diletto per il petto ora mi va. Che parlo? ove trascorro? Del noto sconsolato il vaneggiante ardire scusa. or che spirti hai tu vivaci dal tuo sposo accogli i baci. Ma tranquillando i lai l’infruttuose pene discaccia. doppio il ciglio in voi discocca tutto incendio e tutto foco. 401 325 330 335 MISENA ERITREA 340 TERAMENE 345 350 LAODICEA 355 MISENA 360 LAODICEA. deh ver me. voi che fiammelle aventate a’ seni amanti. nel viso tuo morto il mio bene ha vita. in te scolpita. da le caverne orrende e viva a me ti rende? Volto amato. TERAMENE 365 370 ERITREA 375 . Quel rogo che non ebbe d’estinguere possanza il mio gran pianto in me cresce e sormonta la bellezza defonta scorgendo in te rinata. Teramene. E senza gelosia godo ch’altri vezzeggi l’unica speme mia. o luci belle. col disperato amor ch’in sen tu porti. Non vuol rivali Amore. bel conforto. se saziar vorrà due fameliche voglie: è marito de l’una e a l’altro moglie. sospirato. per mercé rivolgete scintillanti vostri rai. Sempre grata mi fia quella memoria c’hai de l’estinta sorella. Ah ah ah. Amorosa pazzia.

Ora attendete. Questo mai che sarà? Il prencipe. cor mio.. Che gl’accadé? L’altero. flemma. al dirlo l’allegrezza.TERAMENE. non può reggermi il piè.. O felice. ma. . MIS. Loco per la letizia in sen non ho. (Oh me. LAODICEA 380 O felice morire degl’occhi amati ai raggi e incenerire.sen viene prigioniero. che senti?) E che gl’avenne? Che vuol le mogli a forza. ERITREA. ohimè. Flemma. O felice. Che arrechi tu? D’esporlo io non ho fiato. o lieto dì. Che fa. ma. Dillo. sia d’aviso sì grande il premio preparato. dov’è? . LAO. TER. Al nostro lito 402 425 . MISENA.. LAODICEA. o lieto dì in cui ci svanì l’orribile nembo del giubilo in grembo. Qual prencipe? Mi tarda. È gran pena soffrire di costui la sciocchezza: mi si destano l’ire.. Eolo le dà prigione il prencipe del Nilo. signore. si canti. DIONE Sire.. O quanta gran fatica a formar le parole.. Il prencipe. LAODICEA. TERAMENE. LESBO Sostenetemi. ho nove liete. 385 TERAMENE LESBO LAODICEA ERITREA LESBO 390 MISENA LESBO ERITREA LESBO ERITREA LESBO TERAMENE 395 400 LESBO 405 ERITREA TERAMENE LESBO 410 TERAMENE LESBO ERITREA LESBO ERITREA LESBO ERITREA LESBO ER. O luminoso a punto e fausto giorno. al rettor de’ venti si vótino felici le fenicie e l’assirie alte corone. Non più. EURIMEDONTE. passata la stanchezza. provar tu vuoi nostro rigore. omai. E che d’allegro m’apporti frettoloso? Un poco di riposo se volete ch’il dica. Il prencipe d’Egitto. TERAMENE. MISENA. ERITREA.....se i premii tuoi non vuoi che sieno i guai.. ho nove. si balli così. Il prencipe. Se dir mel lasciarete io lo dirò. 415 420 SCENA DECIMA DIONE. si giochi.. Respira... importuno.. SCENA NONA LESBO..... fa in te la nostra pace scolorita e fugace a noi ritorno..

benché scherzo mi sia di Fato orrendo. Mi si fa molle il core. confusa nel piacer. vola a baciare. Sempre mai ti amerò. mi vuoi vivo a l’affanno. rubello e contumace. (Anima. Serpentine ritorte de le Furie uniranci insino a morte. amico infido.) Perfidissimo. il mentito fedele ed egli al foco depositato a la sua fé mendace arse. Io partecipe resi del nobil genio. mostro rapace: ti scopro la mia face ed ardi a quelle fiamme ch’esser devean la pira. indegno de l’assirie tiare. non lasciare.ERITREA 430 EURIMEDONTE 435 440 445 TERAMENE MISENA ERITREA EURIMEDONTE 450 ERITREA EURIMEDONTE 455 ERITREA EURIMEDONTE ERITREA EURIMEDONTE ERITREA TERAMENE EURIMEDONTE 460 465 470 475 LAODICEA 480 EURIMEDONTE 485 ERITREA giunse al sorger del sol su pin sdruscito. Crude repulse e fiere più de la mia fortuna! Nel ciel per me stella non splende alcuna? Dion? 403 . le dolci mie speranze ne l’empia infedeltade almen pietoso il ferro tuo mi dia qualche riposo. bella. Amico. Dispietato tiranno. voi mia siete e come tale inanzi al tribunale. de le viscere mie più belle e care ingordo traditor. T’amerò quanto chiede e quanto basta l’amico amar del sposo a sposa casta. anco s’amavi tu lo stesso oggetto de l’adorante affetto? Ma che se mi rapisti. Oh mio divin sembiante. Parolette d’amante. Per ragione d’amore. lucidi raggi. Mai sempre ti odierò. Infelice amatore. Nemico. Vo’ che meco tu vivi de la tua vita gl’anni anco festivi. Uccideria la spada chi avesse del tuo sangue avida sete. Precorse i miei messaggi il reo che già sapea ch’io volea farvi luce del faro mio. La tua vita m’aggrada. Sopisci quel desio. scusatemi se intento a sfogare il mio duol col traditore non vidi quel splendore al quale ospite vostro il core accesi. gl’usati impieghi. d’Amor a punto ancora io vi pretendo. prencipe. e se d’essercitarli ora tu neghi vola quel volto bel. avampò. il fallo mio confesso. che ti ferve inutilmente in sen: l’assirio è mio. voi. Intrecciate di rose l’alme ci legheran funi amorose.

nel regio letto a’ maritali inviti. le sue ruine 404 510 ERITREA 515 LAODICEA 520 ERITREA 525 LAODICEA 530 TERAMENE. Dentro profondo. mio caro. corri. Vieni adunque al tuo ristoro. – e sempre mai t’agiti il core Furia severa. Bella sposa desiosa. Ch’io non arda a quei tuoi lumi? Vieni adunque al tuo ristoro. il ben che tanto brama il core? Poco m’ami e non ardi. del mio penar pietoso senza feroci e sanguinose prove. sgombrata la pianura de le belve africane e torreggianti. Liberate le mura. Va’ lieto e spera. Sarai l’Argo del prigioniero. del rigor pur ti assolve. nel martir tu mi consumi. a questo sol toglietemi. Medicina pellegrina farà sano ogni martoro. con forte destra a le tue brame il fine. anima mia? Ch’io non arda a quei tuoi lumi sì vivaci? Taci. i voti adempiti. l’orror di mie miserie. LAODICEA Il supplicato Giove. TERAMENE. o del mio caro Re vaga Reina. L’empia Megera teco sen resti – Tuoi casi mesti svanir vedrai. taci. MISENA. dormirò teco di Sidone a’ canti. cortesi sepellitemi. nero e disperato carcere sù tosto conducetemi. MISENA 535 TERAMENE 540 . soffri in pace il tuo languore che più dolce amico Amore ti darà la sua manna e porgerà. amato sposo.DIONE ERITREA EURIMEDONTE 490 Sire. Va’ lieto e spera. Che parli. Ancora mi ritardi. 495 ERITREA EURIMEDONTE 500 ERITREA EURIMEDONTE 505 ERITREA SCENA XI LAODICEA. ERITREA. da questo dì partitemi. Pianger del viver mio la trista serie vo’ tra l’orror. Generoso uscirò. Vo’ trionfante a pieno venirti illustre in seno. Accelerare io voglio.

adulatrici voglie il vago ribellante han fatto mio. Tutta mi sfaccio. NICONIDA 565 Eritrea. È stata fortunata.. m’avrai. Che pensi. L’egizio ecco prigione. la vanità pazza adorando. che far destini ne le vittorie tue del prigioniero? A Niconida tuo scopri il pensiero. mio core. Vorrà pria Teramene.. i veri ardori il tuo vinto piegare a le tue nozze ed a’ recenti amori? Vorrò che mi mantenga quella nascosta fede ch’in Assiria mi diede.. mi scoprirò donzella e sarà mio l’idolo che desio.. Dimmi. ERITREA. quando ti vedrò saggia a racquistar l’ingegno? Tu vuoi... . 405 570 ERITREA 575 NICONIDA 580 ERITREA NICONIDA 585 ERITREA 590 NICONIDA . con dolce melodia palesate solinghi i saggi errori.bella. quando. SCENA XII ERITREA.. con le perdite sue perdere il regno.a’ crudi rai. Amor. vergine amante io mi trasformo in sposo. . miei saranno i suoi frutti e tua ‹la› lode. sollevato dal sangue e da natii decreti a le corone. la frode. le ingiottiro le navi il mar vorace. Ne l’Assiria condurlo e con felice sorte renderlo mio consorte.. vaneggi? Non sai ch’a crin di femina non lice portar nel patrio regno aurea corona? A le regie cadute Amor ti sprona. Eritrea ritornata. 555 560 SCENA XIII NICONIDA..vedrà l’audace assediatore. tratte le false spoglie. Perch’altra non usurpi il mio riposo. affetti miei canori. Regni e scetri non curo.. 545 LAODICEA ERITREA LAODICEA ERITREA LAODICEA ERITREA Non più dimore! Vanne. e miei saran l’alte sue fere alti trofei. col spiegare. Prencipessa. render l’oste terrestre omai fugace fia lieve impresa e liberar Sidone.. e con ragione.che tosto in braccio. Quel che brama la moglie dal marito desio.. 550 ‹ERITREA› Cigni de l’alma mia. .

da questo sen fugace porta su l’ali tue la lusinghiera.595 ERITREA NICONIDA ERITREA aver l’amata e ravivata moglie. t’impiagherà la vaga. che far vuoi? sperar. Ma che sperar vuo’ tu? Colui che ti ragiona 406 635 640 . Politici riguardi Amor non ha. Garzon senza virtù. che ’l povero mortal guidi cieco a l’ingiù: vedrai ch’accorto sen sul sentier tornerà incauta e verde età che deviasti tu. EURIMEDONTE. ‹EURIMEDONTE› 630 Chi mi lusinga il cor con speranza fallace? Amore. Procurerò i rimedi e publici e privati. spera via. Cor. Oh traditor. spera. Se tra le sue pazzie costei lo scettro perde. m’assisteran de la salute assira i Genii tutelari ed i Penati. Cor disperato. il mal. ritien in sen la lusinghiera. Regnerà Teramene e vorrà castigar de l’alta frode l’audacia a lui dannosa che le tolse l’impero e in un la sposa. 600 ‹NICONIDA› Politici riguardi Amor non ha? Ah gl’avrà ben. Soffri. dentro del quale veniva custodito Eurimedonte. risanerà la piaga salubre lo mio stral. SCENA XIV NICONIDA. sperando. gl’avrà chi del regno al governo siede Tiffi avveduto e Automedonte. anco traboccheran l’altezze mie. ATTO SECONDO 605 610 615 620 625 SCENA PRIMA Cortile del palagio. Garzon senza virtù. Questi mal nati affetti scompiglierà l’Assiria. Da questa impura fonte non uscirà d’Averno foco ch’abbi a formar funeste pire a le grandezze assire. Ritien. stimolo acuto al mal. più che mai dispera. Il mondo pera pur ch’abbi Eurimedonte. La patria caderà.

ERITREA 670 EURIMEDONTE Giove t’assista. Le tue incostanze udite 407 675 ERITREA EURIMEDONTE ERITREA EURIMEDONTE ERITREA EURIMEDONTE ERITREA EURIMEDONTE 680 685 ERITREA 690 . EURIMEDONTE. né sei da l’ombre tu campione ascritto. NICONIDA. Il traditor chi fu? Oh dio. un’anima ch’uccise. perché di fuggir l’orrido oggetto non m’è. La fera del mio Nilo men cruda è del fellone.645 ci han posti in servitù e il nostro ad altri dona. Io? Che la colpa nota possessor del mio ben fors’anco neghi? D’una defonta a’ preghi d’Amor tradito ho vendicato i torti. Vaneggi nel delitto. il duol correggi: con sembianze serene accogli il Re che viene. Tu tradisti la fé di regia amante. non m’è concesso? Ne l’infernal recesso spalancando le gole mandami Rea pietosa. Io non offesi i morti. SCENA SECONDA DIONE. questi schernir non cura un cor ch’estinse. il terrore. Laggiù ne la magion caliginosa de l’odioso oggetto avrò meno in orrore la paura. dal cielo fulminando i tuoi rancori. EURIMEDONTE. Te confonde l’errore. Deh. Abbruscierebbe un regno il duplicato foco mio vivace: a l’amorosa face congiunge le sue fiamme anco lo sdegno. amato traditore. che sento? Tu. il Re per consolar le tue sventure acerbe su la soglia de l’atrio ha posto il piè. Prencipe. ella sul morto purga col pianto il torto che fece a la natura. Sdegno? contro di chi? Contro chi mi tradì. DIONE. anzi scherzò sovra i defonti e rise. D’Eritrea ti ricordi? Alma incostante. quel rossor vergognoso di cui le guance imporpori sul volto or ti registra il mancamento ascoso. 655 660 665 DIONE SCENA TERZA ERITREA. e ancor vivi ti torni i spenti ardori. amico. DIONE EURIMEDONTE 650 Eurimedonte. Ti vuoi sperare e accolte entro d’un volto gode il rival le tue speranze? Oh stolto.

ti rivelo quel che celato insino a l’aure ho reso: per serbarti la moglie ho moglie preso. 408 . ma volubile Amore. E che non passi il giorno. Per renderti infinita la pena del peccato ti levai quella vita per cui fiamma cangiasti.› SCENA QUARTA EURIMEDONTE. e la vendetta ne l’essalar de l’anima m’impose. i fulmini tonanti sovra del capo aspetta. ci unischino tenaci alma con alma. ond’anco avampo. posto il tuo petto in calma. non pensar più di penetrarne il vero che ti tiene sospeso. Piango per tenerezza. onde questo incostante de’ nostri falli è tenerello Atlante. se l’accese.695 700 705 EURIMEDONTE 710 715 ERITREA 720 EURIMEDONTE ERITREA 725 730 NICONIDA DIONE NICONIDA 735 DIONE NICONIDA DIONE NICONIDA 740 sconsolata languì. poscia mutai pensiero. né devo di sì nobile foco il primo ardore. Ti dissi. Così de la sorella ho dolcemente vendicate l’onte e serbatomi amico Eurimedonte. ‹Parte. Fur le tue voglie volontarie erranti. l’estinse. EURIMEDONTE 745 DIONE 750 Pensiero. Io volea che la spada ti trafiggesse il cor tanto leggiero. Ma vo’ ch’aurei legami. e a novo lampo risuscitar lo fece. Tanto rigor? Che sei. amante ingrato.” Non fia mai ver che privi di così illustre erede de l’Egitto la fede. indarno tenti. fu vendetta quella ch’ingiuria chiami. fatto egizio d’affetto? Mente chi di rubello hammi in sospetto. de l’umane potenze arbitro ingiusto. Ei te l’impone. e chiede di due regni la cura e la salvezza. ne invigili la fama il caso vero. ardé. Sugl’omeri d’Amore gettato viene ogni mortale errore. per destino peccai. gelò. Dunque essequisci e la pietade oblia: tal morte il Re desia. Mentir non vuo’. Odimi. DIONE. e morendo m’espose il reo del suo passaggio. morì. Ma di tosco secreto perisca il prigioniero. “Per serbarti la moglie ho moglie preso. Incolpevole io son: sforzato amai.

non perché viver brami ma per goder vivendo il mio conforto. Oh promesse insperate. a voi scendo. Tuo parteggiano. ed il tuo campo qui con prospera sorte introdurrò nel balenar d’un lampo. Sien l’ore de la vita. il Re sepolto. sù. L’armi fenicie amiche al mio nome devote radunerò. che de l’assirie nozze il nodo disciogliesse. invano tentai disporre. i tuoi messaggi uditi. amico. Premi equali a l’evento avrai. se salita nel ciel non splende in stella. Elisi fortunati. ed in mirabil dono darti la sposa e di Fenicia il trono. Dov’è. ecco la morte mia. voi mi ravivate. Ecco la moglie. a voi vegno ombra amorosa. Chi. e come son gl’indovinai fatali a la Fenicia mia. voi. e i gradi più magnifici e primi comparte a’ suoi quasi d’acquisti opimi. spalancherò le porte improviso. SCENA QUINTA L’atrio della reggia. chi quaggiù m’addita l’eternata mia vita? 409 805 .EURIMEDONTE DIONE 755 EURIMEDONTE 760 DIONE 765 770 775 780 EURIMEDONTE 785 DIONE 790 795 EURIMEDONTE DIONE Quai repentini rivi mandi dagl’occhi ad irrigarti il seno? Impostomi veleno mi sgorga questo pianto: il Re comanda che venefico io sia. Per la sidonia reggia ora tumida ondeggia questa superba maestade. da prencipe redento. Qui felice riposa del martire mio cor l’anima bella. I fiati sonori degl’oricalchi tuoi qui tosto attendi rimbombar libertà. Ora il tenore intendo de le perfide voci: ha preso moglie per serbarmi a la morte il mostro orrendo. repente. TERAMENE delirante. Satolli il sangue mio l’ingiuste voglie. te genero accogliesse. boschi odorati. 800 ‹TERAMENE› Colli. Vado. Risolvo di salvarti con la mia patria. fugaci e corte. Dion. sù. Fur sempre abominati da me questi sponsali. suonare amori. Voi promettete doppia vita a un morto. dov’è la mia consorte? De l’assiria fierezza ha l’anima in orrore gl’editti scelerati.

.. Oh Lesbo.. Ad Ettore. amante.. padron. . E vincitore mi farà. e così sta se ben lo chiamo e scuoto... Fanno strazio di me gelosi morsi. ohimè. Questi campi trascorsi. MISENA LESBO 840 MISENA 845 LESBO Che fa il tuo delirante? Ne le sue frenesie è più che mai costante. Sì dolcemente il vaneggiar li piace ch’avendo io rotto a tai deliri il corso mi rompé quasi il dorso. né ti ritrovo. trovo muti scortesi e pesti rie mi tormentano in lor le gelosie..intente.. di me non vi scordate.. de la mia viva voce al noto suono su questo prato ameno 410 850 MISENA TERAMENE . Io no.810 Cara sposa. Belle faville. Signore. Lesbo. Destarlo a te conviene. Vedilo a punto immoto. 820 TERAMENE 825 LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE 830 LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE LESBO TERAMENE 835 SCENA SETTIMA MISENA. LESBO 815 Benché garzoncello amante son io. Che forse a me t’asconde in braccio a qualche eroe ricetto ombroso? Signor.. Punto da serpi.. Combatterò. .. SCENA SESTA LESBO. TERAMENE ‹sempre delirante›. Prencipe Teramene. padron. Ah mia cara Eritrea.. Le schiere. ad Achille il possesso di voi contenderò. signor..de’ rivali.. femine.. padrone? Immerso è ne’ deliri: incensano i defonti i suoi sospiri.. fido vostro. eroso arso da interne faci turberò queste paci. eccoti il prencipe. son. benché cagione avrei di farlo.. benché tenerello al caldo disio ho forza bastante. Prencipe mio. ritrarlo da quel profondo in cui sommerso ei giace.. ove sei? dove t’annidi? Beati questi lidi. Signor. Fia ben. TERAMENE ‹delirante›.con le squadre. LESBO. il nostro Amore.. .. Sì con un marmo io parlo..

M’hai ben per poco casta. Tutte. Beato anch’io tra voi beati or sono. ‹Abbraccia Misena. Eritrea. Eh lo vorresti in letto. senza speranza amante ne la mia frenesia quel che mai spero di fruir fruia. e tu che sei sì strettamente avinta da le braccia del prencipe? Felice. condona il delirante. svegliati da’ tuoi sonni. T’ho per femina e basta.855 LESBO MISENA 860 LESBO TERAMENE 865 MISENA LESBO MISENA 870 LESBO TERAMENE 875 LESBO 880 885 TERAMENE 890 mi corri pure in seno. i gusti tuoi fieno. attendi le sue ruine in breve. bevono liete a la real salute. Questo no. Quando un uomo vedete. per rasciugar del mio funesto il pianto. dove mi trovo? Onorata donzella. Oh dio. de l’egizio nemico le sventure sapute. ricevi i baci e godi. Credi tanto le donne incontinenti? Degl’anni tuoi nascenti l’esperienza che germoglia a pena ci stima ben bramose de le cose virili ed amorose. piene d’alto piacere. Io vado intanto a’ dolci rai del sol che mi ricrea. MISENA LESBO 895 MISENA LESBO MISENA A l’insanie ritorna. a le dolcezze mie tra questo eterno die di baciarti mi lice. Qual nube. e immerse ne’ conviti negano armarsi a’ tuoi feroci inviti. La pratica de’ giorni ch’a punto ho di voi belle mi dà notizia e lume d’ogni vostro costume. l’assirie e le sidonie schiere. Differita l’impresa l’assediator nel commun fasto. senza rossore. Pazzarella. e da l’insanie sue traggo il diletto. Egli rinviene. tutte desio 411 900 LESBO 905 . Misena. LESBO. par che mirate un dio. qual letargo l’intelletto ti vela? Ah Teramene. Ravivata Fenice. Signor. Così ti ritornasse in braccio e ti baciasse. A te vengo.› SCENA OTTAVA MISENA. scusati da l’errore.

910 915 920 d’occulta fiamma ardete. Donne. né giova in noi virtù ch’a l’aspetto viril fragile senso abbiamo. Le luci vi sfavillano. Tardanza indiscreta la gioia mi vieta. la piaga rinova. come l’epilogò in brevi voci il tristo e lo spiegò. fugace sarà quel martire ch’udire mai sempre mi fai. tali noi siamo. Speranza non giova. Oh donne continenti. li spirti al cor vi brillano. il labro mordete lusinghiere e lasciate vedere la lingua di cinabro. e se non fosse di modestia il freno li correreste in seno. Donne. ERITREA. vedrai donarti in momenti contenti e sorger tua pace. mia face. discoprite del piè le nevi ardenti. SCENA NONA MISENA. Fatte per un miracolo de le mamme spettacolo. Pazienza. 925 930 935 940 SCENA DECIMA LAODICEA. ‹MISENA› Quasi ancora lattante de l’arte feminile come sa ben lo stile. LAODICEA 945 Speranza non giova. Per allettarci. tali noi siamo. tali noi siamo. 412 950 ERITREA 955 . e nate a pena amiamo: la natura ci diè troppo tenero cor e con tremulo piè a la scola d’amor balbettanti corriamo. Il petto avem sì frale ch’ogni sguardo ci è strale: mirata gioventù n’è insieme esca e focil. promessa non vale a far che lo strale ch’affisso ho nel core m’accheti il dolore. Donne.

– 413 1010 LAODICEA . LAODICEA. perfido. Ah no. Già mai mi consolo.960 LAODICEA ERITREA LAODICEA ERITREA LAODICEA 970 ERITREA Pazienza. o Re. oh ciel. Orribile pensiero che ne la mente mia nasci repente e consiglier m’insegni a vendicarmi d’Amor. la doglia è infinita. de la fortuna. 965 SCENA UNDECIMA LESBO. fuggi. Ah non tardare. Raggio degl’occhi miei. e de l’antenne ne l’Assiria ti portino le penne. che si farà? Chi. Pazienza. la mano a l’armi. ERITREA. e la propria virtude aborre l’opre meditate e crude. LAODICEA. Proterva. per rapirmi quel tesor che mi diede. o Re. mio bene. fuggi. 980 SCENA XII ERITREA. Ohimè del mio diletto. Or tiranneggio il braccio. barbari i tuoi ricordi ed infelici mi dan fierezza al cor. chi difenderà la ragion di duo regni ed il mio Re? Per noi nume custode in ciel non è? La destra mi sospende de l’innocenza tenerezza amica. Sanatemi omai le piaghe. mia face. Al porto porta la tua salvezza. Ah più de l’ali il fier lieve ha la fede. entra l’Egizio e le sue schiere immense fanno i nostri cattivi assisi a mense. iniqua sorte. nutrir più le pene. bei rai. Arresta. cred’io che ’l mio duolo ti serva per gioco. mio caro. fuggi al mare. Apert’il tradimento ha le porte sidonie a l’inimico. gustar più l’amaro. mio foco. ERITREA LAODICEA 985 ERITREA 990 LAODICEA ERITREA 995 LAODICEA 1000 ERITREA 1005 Di questi eventi artefice tiranno. LESBO 975 Fuggi. e morto è chi resiste. Pazienza. mia vita. Oh dio. Ma che lascierò viva al traditor la diva? Svenar la contentezza al mio rubello io vo’. empi nemici. Pazienza. ch’udir mi fai? Amor ne’ traditori ordì l’inganno. del mio bel prigioniero la Fenicia sarà preda e consorte. Non posso.

Sono questi di sposo gl’amplessi? È questa d’Imeneo la face? Con le barbarie tue. s’ama colui che morto si ricerca e brama? Se t’amo Amor lo sa. amata sposa. EURIMEDONTE 1025 Ferma. L’anima in petto m’agoniza e more. i venti. e spirare lascian l’aure al fellon ch’indarno avrebbe trovato al suo peccar rifugio o scampo. Rimanti. Il proprio ferro. Barbara son contro de’ miei tormenti. Nascondetemi agl’occhi quest’aborrito oggetto.1015 ERITREA LAODICEA ERITREA LAODICEA ERITREA LAODICEA ERITREA LAODICEA ERITREA LAODICEA ERITREA 1020 Morta. crudo tiranno sitibondo di sangue. conduci. LAODICEA. involarmi volevi e trucidarmi del mio bello l’acquisto. – – la tua salute imbarca – – degl’umani voleri Amor monarca. a cavalier non lice svenare un infelice. Ti portino in sicuro i flutti. miraste voi se merta il traditore mirar del doppio cielo de l’etereo e del vostro il doppio sole. e apprezza quest’infausta bellezza. o morto o vivo. Amor bugiardo. perdona. fuggi. ohimè. Lascia viver chi vive. s’ama il tuo core. deh perdona al tentativo de l’amorose mie fierezze. signore. Care vaghezze ond’ardo. ARGEO. che fia costei – – adorata sembianza. – Scolperà la fierezza. lo scelerato al campo. Argeo. Oh nemico Destino. disonorato e infame de l’empia vita ti recida il stame. ma prima ucciderò. – unica mia bellezza. Fuggirò. scita rapace. trattien quel colpo. – – lieta rinverdirà la mia speranza. Non ha la Libia un angue di te più velenoso. 414 1030 LAODICEA 1035 1040 ERITREA EURIMEDONTE 1045 1050 ERITREA 1055 1060 EURIMEDONTE ERITREA 1065 EURIMEDONTE ERITREA . Prencipe. E pur saprai che t’amo più che mai. ERITREA. e se morrò qualche memoria almeno di me conserva: dispietato amante volea passarti il seno poscia cader sul corpo bel spirante per goderti immortale negl’Elisi o nel ciel senza rivale. Pur le dolci parole di quella bocca ambita e l’ira e ’l telo sospendono. e serba la fede al tuo consorte. Più che malvagio. SCENA XIII EURIMEDONTE. – va’.

1070

l’acerbo mio nemico, ch’in testimonio invoco, il ver dirà. Vado e la morte aspetto. Ombra vagante trarrò dal pianto tuo qualche conforto; lagrimerai la fedeltà d’un morto.

SCENA XIV
EURIMEDONTE, LAODICEA. EURIMEDONTE 1075 LAODICEA Anco le colpe note tenta velar con parolette il finto reo di tanti misfatti. Il ciel l’ha vinto. Quante triste vicende e di pesti e di mali un giorno solo a l’anima arrecomi; altre n’attende la destinata al duolo, e la maggior fia questa: che converrammi simulare i vezzi perché il rigor si spezzi del pretensor nimico, e raddolcito mi conservi il marito. Luminosi splendori gravidi di rugiade, per temprarmi gl’ardori quelle perle disciolte or scaturite, quell’umor partorite. Gl’eccessi di fortuna troppo fiera negl’occhi mi costipano il pianto negandoli l’uscita: ma tu, più di mia sorte incrudelita crudel, vuoi trar diletto da le lagrime mie riganti il petto? Se brami il mio dolore, come t’accende Amore? Bramo che quei bei lumi consumino le nubi e che piangendo scancellino l’imago del traditor tuo vago: bramo del tuo dolor l’ultimo addio, sospirato cor mio. Se ti punse in Sidone di mia bellezza un amoroso dardo, perché in chiedermi tardo? Cupido ha l’ali e lo suo strale è sprone. Regie cure moleste sospesero i messaggi e le richieste. Se sollecito è Amore non deve neghittoso esser l’amante ti privar le dimore de la moglie pretesa. Io t’amerei se m’avessero i dèi teco col nodo d’Imeneo legata. Se non m’ami, che m’odii, o bella amata. Odiarti devrei come nemico distruttor del mio regno, ma cangio l’odio in sdegno. Per placarti che chiedi, iraconda mia diva? Che Periandro viva. Ohimè qual strazio fai, gelosia, del mio core? 415

1080

1085

EURIMEDONTE

1090

LAODICEA

1095

EURIMEDONTE 1100

1105

LAODICEA

EURIMEDONTE 1110 LAODICEA

1115 EURIMEDONTE LAODICEA 1120 EURIMEDONTE LAODICEA EURIMEDONTE 1125

Rallenta il tuo rigore, cruccioso martir; ahi tu m’uccidi, ti vedo, Amor crudel, mi scherni e ridi.

SCENA XV
ARGEO, EURIMEDONTE, LAODICEA. ARGEO EURIMEDONTE LAODICEA EURIMEDONTE ARGEO Prencipe. Ch’è di novo? Tutte lacere ha l’arme. Stilla sangue e sudori. Tratto da l’atrio fuori il piede e ’l prigioniero, improviso guerriero ci assalì quasi folgore scoccato da la mano di Giove, e con feroci ed inudite prove uccisi e dissipati i custodi soldati, partì col Re. Codardo che non seguirlo tu con altre genti d’un cavalier paventi. Solo, stanco, ferito, dopo l’esito fier de l’aspra pugna vuoi che ritolto avessi al vincitore de la tenzon l’onore? Pugnai sin che potei. L’opra fu vostra, o dèi. Venere fu che Marte, a me per riserbarlo, dal suo cerchio scendesse a liberarlo. Si custodisca il porto, in Assiria non vada il fuggitivo, torni, torni cattivo. Chi ’l liberò da l’armi lo trarrà da l’insidie anco in sicuro. Le tue rabbie, Fortuna, or più non curo. A illuminar l’Egitto tu, Reina, verrai con quei tuoi raggi che m’hanno mortalmente il cor trafitto. Sotto il clima natio proverò forse più benigno amore; là, privo di rigore, sarà pronubo forse al letto mio. La patria desolata, verrò dove mi chiami il reo destino, sottoposta a la forza e trionfata; ma son vani i sponsali quando la volontà nega il consenso; l’onte mie puniran gl’alti immortali. Soggetto a la ragione ho fatto il senso, né chiude questo petto sozzo e villano affetto. T’adorerò nel trono, mia Reina, se non mi vorrai sposo, amante casto. Come agl’altri sovrasto, prencipe grande ne le mie grandezze, vi sarò servo umil, crude bellezze. Ne l’Assiria ti porti, dolce consorte, il ciel; raduna l’armi, ne l’Egitto t’aspetto a liberarmi. 416

1130

1135

1140 EURIMEDONTE ARGEO 1145 LAODICEA 1150 EURIMEDONTE 1155 LAODICEA EURIMEDONTE 1160

1165

LAODICEA

1170 EURIMEDONTE

1175

LAODICEA 1180

ATTO TERZO

SCENA PRIMA
Sala reale. ERITREA, TERAMENE. ERITREA TERAMENE ERITREA 1185 Sei ferito? Son morto. Ohimè che sento, ohimè. Fato nocente, ahi quanto ingiustamente l’uno con l’altro m’incateni i mali, con novelle tempeste ognor m’assali. Caro mio difensor, liberatore, dov’è la piaga? Al core. Non è tocco l’usbergo. Ah bella mia, suscitata Eritrea, serbo anco il petto intatto e pur a morte dolce stral m’ha tratto. Non de la turba rea a colpo, a punto il mio morir s’ascriva, ma bene a le tue luci, o morta viva. (Mio negletto consorte, forse l’offeso ciel per tua vendetta fiero sul capo mio tuona e saetta.) Dove sei, Teramene? Non è tempo d’amori, celarsi a noi conviene a’ barbari furori. Oh Re mio, venga il traditor d’Egitto che vince con l’insidie e con la frode; quivi a’ tuoi piè rimanerà trafitto. Sa la mia libertà quanto sei prode, ma non consente il caso ch’a perdite sicure le nostre vite corrino. Consiglio più ch’armi e che valor chiede il periglio. Scorrono per Sidone, fatte dal tradimento vittoriose, le superbe schiere, e con vile ardimento le navi combattute han preso il porto e toltoci l’imbarco. Dunque è chiuso ogni varco a la nostra salute? Vo’ che ci apra la strada forte man, cor invitto e fiera spada. Fieno certe le morti. Cadremo almen da generosi e forti. Io, fatta de’ nemici orrida strage, nel morirti a lato morirò fortunato.

TERAMENE ERITREA TERAMENE 1190

‹Delirando.›

1195 ERITREA

1200 TERAMENE 1205 ERITREA

1210 TERAMENE

1215 ERITREA TERAMENE 1220 ERITREA TERAMENE 1225

SCENA SECONDA
MISENA, TERAMENE, ERITREA. MISENA Signor, qui che si tarda? Il nemico te cerca e non t’ascondi? 417

1230

TERAMENE MISENA

1235

1240 ERITREA 1245 TERAMENE

1250

1255

ERITREA TERAMENE

Forse la tua salvezza l’anima disperata oblia, disprezza? Anzi, l’alma a morire ci consiglia da intrepidi. Mio Sire, la salvatrice tua esser vogl’io, vien meco; io senza bellicosi tentativi vo’ serbarti a la moglie, al regno, a’ vivi. De le mie spoglie adorno, regolati del crine i maschi errori e di gemme implicatoli e di fiori, vo’ trasformarti in femina, così ch’i tuoi fedeli nel felice inganno non ti raviseranno. Ma partiam frettolosi, o Re, di qui. Ti seguo. Teramene, di te mai che sarà? Cara Eritrea, va’, va’; ‹Delirando.› pur che salva tu sia Teramene non solo ma cada anco l’Assiria, anima mia. Protegerò la frode qui, tuo guerrier custode, sin ch’io stimi essequita l’opra a me dolce e grata. Ti rivedrò, ti bacerò tornata ne’ primi arnesi tuoi forse, o mia vita. Addio, parto, rimanti. Te lascio a Giove in cura. I tuoi sembianti che ritratti ho nel core, rifiuto ogni difesa, mi faran vincitore in ogni impresa.

SCENA TERZA
TERAMENE. 1260 ‹TERAMENE› Dolce frode, quel bel viso che già spento per tormento rimirai lugubre amante or spirante ne’ suoi fregi a me ritorna; resa adorna di sue spoglie, fa’ che baci ancor la moglie. Armi, soldati? Olà, di qua volgete il piè se di viver bramate. Alcun non v’è. Dolce frode, di bei serti il crin fiorito, al marito fa’ che splenda il volto amato che spirato mi raviva Amor pietoso; lieto sposo tra sue spoglie fa’ che goda ancor la moglie. Armi, soldati? Olà, di qua volgete il piè.

1265

1270

1275

1280

418

SCENA QUARTA
DIONE, TERAMENE. DIONE 1285 TERAMENE TERAMENE DIONE TERAMENE 1290 DIONE TERAMENE Spada tra noi non è del tuo sangue bramosa, prencipe. Chi cercate? A punto te. Te chiede Eurimedonte e degl’assiri Re ti acclama, ti vuole. Benché di stirpe regia, i miei desiri non aspirano al regno. De l’impero sei degno. E se pur lo bramassi lo vorrei dal mio braccio e non da lui. Vuol dar regni non sui? Che crede, che deserta sia l’Assiria rimasta a forastiere offese? È ferace il paese d’armi, di capitani, e andar potrebbe, de le virtudi asilo, ne l’Etiopia a incatenarli il Nilo. Ma tu, che fatto sei parziale, Dion, del traditore? De la parte migliore m’hanno reso seguace i cieli, i dèi. Non ricusar l’offerta, del donator cortese accetta i doni: così rifiuti i troni? Dolce peso è lo scettro a man reale: nel dar legge al mortale in Giove si trasforma alto regnante; non sdegnar d’eguagliarti al gran Tonante. (Vo’ finger del rubello avermi vinto le ragioni. Al Re agio darò d’effeminare il bello, di qua tratto il nimico; e forse a me mostrerà la fortuna d’uccidere il tiran parte opportuna.) Le brame di regnar mi suscitaro i tuoi detti efficaci, furono tante faci che m’accesero al core degl’avi i scettri d’impugnar desio. A me tocca l’Assiria, il regno è mio. Felice il ciel per te risplenda e giri. Viva il Re degl’assiri.

1295

1300 DIONE 1305

1310 TERAMENE 1315

1320

DIONE 1325

SCENA QUINTA
LESBO. ‹LESBO› Dove sì frettolosi vanno costoro? S’a pugnar, perduto col capitan che è guida hanno l’ingegno; non ha rimedio il male, è perso il regno, è la fortuna in questo mondo un gioco dove, quando più crede d’aver vinto il rivale il giocatore, ingannato si trova e perditore. Se li cangiano in mano 419

1330

1335

1340

1345

1350

1355

1360

le prospere figure in orrende sventure. D’aver vinto credea Periandro a la sorte e perditor si trova in un baleno. Il ciglio suo sereno la perduta consorte or deve lagrimar torbido e mesto: peso così molesto però l’aver nel gioco uman perduto molestar nol dovrebbe; v’è più d’un che vorrebbe, per dar essilio a le continue doglie, perdere coi denari anco la moglie. Sempre garisce e grida ‹Aria in partitura.› la donna col marito, e mentre ella s’adorna e s’abbellisce per farsi vagheggiare, vuol che casto e romito stia de’ figli i vagiti ad acchetare. Feminil scortesia; sola il piacere del commercio d’amor vorria godere. S’irrita minacciata, peggio divien battuta ed al rigido suo che l’ha oltraggiata fa lunata la fronte, benché brutta e canuta, con dolce offese vendicando l’onte. Far si devrian di some così amare come fece colui: gettarle in mare.

SCENA SESTA
MISENA, ERITREA, LESBO. 1365 MISENA Nel fortunato impiego gran secreto svellai! Meravigliosi arcani intendo e spiego. Com’è sagace Amore, com’ammaestra ed addottrina un core. Vergine innamorata, di Periandro il Re mira l’imago nel tuo volto sepolta e cancellata. Abbellito quel vago da l’arte industre ch’era amato in sposo rende qual fosti a la notizia ascoso. Infelici vaghezze che nel proprio ornamento e nel cristallo misera amante ora vi scorgo e miro; con voi, con voi m’adiro, che non sapeste ritener tenaci nel mio sen le mie paci, ond’elle fuggitive da me partiro e mi lasciaro al pianto. Vi ricopra, neglette, orrendo manto. Di scacciare il nemico sono questi apparecchi? Che fate di quei specchi? come quel matematico ingegnoso forse con lor volete in sicuro conflitto brusciar machine e navi, arder l’Egitto? Vogliamo incatenarlo, 420

1370

1375 ERITREA

1380

1385

LESBO

1390 MISENA

1395

1400

LESBO

1405 ERITREA 1410 MISENA LESBO MISENA 1415 LESBO

e le reti del crine nascondiamo tra fiori, acciò ch’occulte sien le sue ruine. A regolar gl’errori de la vostra beltà lieta e vermiglia allettamento al precipizio teso lo specchio ci consiglia. Eh sciocche meschinelle, di predatrici prede del vincitor sarete o brutte o belle; non da chiome o da fiori i soldati si lasciano legare, con voi sfogan per sprezzo i lor furori. Andatevi pur meglio a consigliare. (Di Teramene chiedi nove al garzone accorto. Oh dio, qui non lo vedo, che non sia preso o morto.) ‹A Misena.› Del tuo prencipe, Lesbo, che ragguaglio mi dai? Or ora con Dione uscir di qua lo vidi. E la Reina dove si trova? Al campo con il novo marito. Oh di voi quante vorrian mutar così sposo ed amante. Sempre il gusto e l’appetito pronto avete, né vi sazia un bel marito! Indiscrete, sempre il vago e senza affetto senza amar vorreste in letto.

1420

SCENA SETTIMA
MISENA, ERITREA. MISENA 1425 ERITREA Con noi costui la vuole; il più tristo fanciul non vide il sole. Misena, a Teramene la nascosta corona, suo legitimo erede, appresenta, rinunzia e dilli come la manda a le sue chiome spirante il Re d’assiri. Io, da tanti martiri combattuta e invilita, di Periandro con l’infausto nome lascio le spoglie e ceder voglio a’ fati che nemici ho provati. Sprezzatrice scortese del mio prencipe sposo ah con ragione mi fulmina l’offese su l’empia testa Anterote e Nemesi. I strali e gl’archi tesi, numi vendicatori di miscredenti errori, deponete, allentate; io, rea pentita, confesso il fallo e publicando il torto al marito fedele ora mi porto. L’aura immorsal di questa tua prudente 421

1430

1435

1440

1445 MISENA

1450

incostanza d’affetti ogni lugubre e tragico accidente che più fiero minaccia anco tre regni farà svanire, e di due nozze al canto imperlerò duo scettri un lieto pianto. ERITREA, MISENA Invan col destin si può calcitrar. Costanza è mutar pensiero e desir, chi sempre languir non vuole e inciampar nel terreo camin. Invan col destin si può calcitrar.

1455

1460

SCENA OTTAVA
L’essercito egizio con le spoglie della città saccheggiata. EURIMEDONTE, LAODICEA. EURIMEDONTE 1465 Questa mole animata ha sentimenti umani, anima del mio seno, e con le stelle la luna e il sol religiosa adora. Inchinandosi onora il Re disciplinata, e calca l’orme, generosa a l’oprar, di eccelsa gloria. Ha intelletto e memoria, ond’ama. Amor crudel, se i dardi tuoi sanno ferir belva sì vasta e forte, teneri come noi resistere possiamo a’ colpi loro? Bella mia, son ferito, aita, io moro. Prencipe, se la piaga ch’egro a morte ti rende da me salubre attende il balsamo, ella spera la sua salute invano, non perché in petto alberghi un cor di fera, ma perch’al mio diletto votai tutto l’affetto: s’anco amar ti volessi amar non ti potrei, gl’affetti non son miei. Lascia almen che sfogare io possa il mio cordoglio, e se, qual aspro scoglio, mover non ti potranno i miei sospiri, i sfogati martiri da te, cruda, ascoltati diveran fortunati. Non son, non son crudele, ho del tuo duol pietà; ma vo’ serbar la fede al mio fedele. Barbara fedeltà. Di me più fido non ha Cupido seguace amante. Di me non è cor più costante, bella severa, 422

1470

1475

LAODICEA

1480

1485 EURIMEDONTE

1490 LAODICEA 1495 EURIMEDONTE

1500

Anco rubello Teramene io miro? Prencipe amico. Barbara fedeltà. Costei ch’arreca? A pena s’era spogliato il Re de’ ferrei arnesi che da cardini svelti e a terra stesi fur gl’usci de la stanza. e d’armi piena si fé. o magnanimo spirto. ahi trucidaro. EURIMEDONTE. Ohimè vacilla il piè. T’innesteran sul crine i serti imperiali quest’armi e queste schiere di torreggianti fere. 1505 LAODICEA EURIMEDONTE Non son. signor. a te virile.dolce mia fera. SCENA NONA DIONE. con voci a pena intese e mormorate così mi disse il moribondo: “Prendi 423 1545 EURIMEDONTE LAODICEA 1550 MISENA . prencipe Teramene. DIONE. LAODICEA. ma vo’ fida serbarmi al mio fedele. Oh de’ regni ingordigia empia ed ingiusta. non traditor ma dal Destin chiamato al vertice di stato. Di sì gravosa mole rettor mal cauto e languido sostegno Periandro infelice giudicò de le stelle il Re dei Re. EURIMEDONTE. alfin stolto tiranno si fabrica il suo donno. non son crudele ho del tuo duol pietà. che non puoi con le tue tede! Covando il tradimento ardi la fede. l’Assiro. che non fai. L’Assiria sede è mia s’egli cadé. né mi sostiene. cor mio. da te ricevo il regno. TERAMENE. TERAMENE. d’armi spietate che le membra reali e disarmate esposte a’ lor furori. ereditario germe de l’alto diadema de l’impero d’Assiria. Non del mio Re rubello. MISENA 1540 TERAMENE LAODICEA MISENA Funesta messaggiera nunzia di casi tragici a te vegno. 1515 1520 1525 TERAMENE 1530 LAODICEA 1535 SCENA DECIMA MISENA. 1510 DIONE LAODICEA EURIMEDONTE Ecco. Fatto di sangue un rio le vene spalancate. LAODICEA. e chi la testa ha scema di virtù regia. a destra inferma cadono i scettri. io lo riservo. Effeminato Periandro e vile tante volte protervo perdé così lo scettro. È morto Periandro? Ah sposo caro: mori seco.

L’errore scusi: l’autor fu de la colpa Amore. Ma cedete ancor voi per breve spazio. tu la rota sarai de’ moti interni. ‹TERAMENE› Silenzio doloroso. fochi voraci ardino per vendetta de l’estinta due volte alma diletta la Fenicia. o Furie. Spiriti miei feroci. il braccio apporti stragi vendicatrici. di te. l’Egitto.) Oro da industre mano ridotto in orbe il cui principio è fine e il fin principio. da’ loco al grido. eccelso avello. illegittimo vago il fido sposo. 1575 1580 1585 1590 1595 SCENA XII ERITREA. incendi e morti. ordini miei non fur queste fierezze. fiamme. struggete. desolate. Silenzio doloroso. brami ’l pianto? Già che ’l mio lagrimar tanto t’aggrada. Della mia bella sposa sfiorita.” Morì ciò detto. essangue imago. lagrimoso. ERITREA 1600 TERAMENE (Eccoti. Cedete insino a tanto che lagrimando baci il don reale del mio signor spirato. ombra adorata tra paci eterne il tuo vagar riposa: formerò di duo regni al capo bello illustre monumento. cedi. SCENA UNDECIMA TERAMENE. fochi accendete. da’ loco al grido. perché m’agiti tanto? perché così d’un’anima innocente ami ’l duol. de le tue gemme 424 1605 . del mio sol tramontato. cedi. m’animi il core. e le sue gemme e l’oro disacerbino in parte il tuo martoro. eterni in te si gireranno i miei dolori. al pianto. suscitata Eritrea. al fido marito d’Eritrea porgila e rendi: a le sue tempie l’usurpai. TERAMENE. Prendi l’aurea corona. ed il furore essanimato. De le sue tenerezze mi colma in seno la pietà nascente. nel volgere perpetua aspri rancori. al duolo. m’animi il core. inclemente. Ciel protervo. apprestate le faci. Armi. oh dio. ed il furore essanimato. vo’ che pianga incessante il doppio lume sin che smorzi tua sete un largo fiume.1555 1560 EURIMEDONTE LAODICEA 1565 1570 quella corona e a Teramene. oh dio.

prencipe. le reliquie baciate del dolce ben che mai baciar poteste. da queste labra mie ricevi i baci: o baci sfortunati. Saprò vergine bene a te serbarmi. mio signore. te la ritorno. alma bella. al trono. a te ne vegno. Teramene. Periandro ti crede risuscitato. Per aver al mio pianto lagrimoso compagno. disciolti i sensi che legasti. a viver teco. TERAMENE. così virtù s’oblia? Lasciala a me. al giorno. Stupido. acconsenti che de’ conforti miei smarriti e spenti baci l’ombra amorosa. 1645 LAODICEA TERAMENE 1650 LAODICEA 1655 ERITREA 1660 TERAMENE 1665 425 . Stelle. oh dolce moglie. Oh Re mio. perché tanto ad un core infeste? Usurpator scortese de’ regni altrui. che fai qui tra nemici? che gl’auguri infelici del tuo morir diffusi avverar vuoi? Torna agl’imperi tuoi e vieni poderoso a liberarmi. E se legge maligna mi vieta d’impugnar lo scettro aurato. questi è ’l mio caro sotto mentite spoglie. Oh lagrimata sposa.) Oh vaga. real donzella che suo Re mi chiama. prendi del regno la corona. amor mio.1610 ERITREA 1615 1620 TERAMENE 1625 1630 sfavillanti e vivaci più puri ed infocati. ch’amante mi ragiona? De la fenicia e lacera corona la sconsolata erede. Chi è questa. questa corona è mia. Anch’ella con i morti delira. ricevi la consorte che ti tolse la morte e ’l fato avaro. ERITREA. Noto il mio volto non t’è? Che pensi immoto? Stupor. la spada lacerato farà che cada ogni decreto. a consolarmi così tardi ascendi da’ bassi Elisi? Nel tartareo speco vo’ venir. e viva al sole. (Oh ciel. Prendi. parmi ne l’abbracciarti di non palpar fantasme o nudi spirti. ancor non mi ravisi? Io sono Eritrea ravivata al regno. anima bella. SCENA DECIMATERZA 1635 LAODICEA 1640 ERITREA LAODICEA. Con vincoli di mirti così ci leghi eternamente Amore.

celarti anco a la tua fedele? S’il destin m’è crudele tu che puoi raddolcire i suoi rigori non mi negar l’amplesso. gelosia che ti dice? Periandro colei? Svelato avete il tradimento. NICONIDA. Anco sazia non sei de l’angosce d’un’alma. De la defonta tua real gemella invan tenti.SCENA XIV EURIMEDONTE. ERITREA. prencipe: il Re d’Assiria estinto giace. Ohimè. 426 1715 ERITREA EURIMEDONTE . qua vieni fintoti morto a procurar ch’io mora? Così spira veleni tra i fior nascosto l’angue come tu del mio sangue aspe bramoso tra le rose e i gigli. Scelerato. or te lo manda al piè Giove sovrano. del tuo men finto hanno le tigri il core. torno a quel primo ardor che m’infiammò. né mai vidi l’ombre vagar del sole a’ rai. TERAMENE. Chi more non risuscita. signore. la guerra del tuo sen ricalma in pace. le sembianze mentire e con portenti coprire i tradimenti. ERITREA. LAODICEA. tieni celati del mio morir le brame: ah traditore. pessimo consigliero. questi è colui che fiero m’ordinò la tua morte e forse ancora la consigliò politico inumano. EURIMEDONTE. MISENA. Chi t’impose la morte de l’amato guerriero? Eritrea sei e. Del mio penar pietoso. LAODICEA 1670 Che vuoi. da’ regni de le fiamme mi mandò Radamanto la tanto pianta a inaridirmi il pianto. come Periandro. traditore. dubbio e perplesso in accogliermi stai? che forse fatta tua rubella mi credi e traditrice? Ah Periandro mio. io spiro tosco più che ti miro. Eurimedonte. empia Fortuna? Adirar non ti dei da l’imago ingannato. o dèi. LAODICEA. TERAMENE. tra le gonne dorate copri. scolpar ti vuoi? Perfido amico. 1675 EURIMEDONTE 1680 1685 LAODICEA 1690 ERITREA 1695 TERAMENE 1700 EURIMEDONTE 1705 SCENA ULTIMA DIONE. DIONE 1710 Che mora Eurimedonte? Morrai tu. Del Re crudel. malvagio. Viva Eritrea son io che t’adoro. ben mio.

vedendo ch’Aletto d’Amor invece i nostri regni assale. Fu d’assenzio la frode. con mirabile ingegno vestir fece il cadavere reale di feminili addobbi e sparse il grido ch’era morta Eritrea. E a te chiedo perdono. deposto il suo. la sembianza. Prevaricai nocente. gl’imperi occidentali e i regni Eoi serbar non pon più degno Re per voi. signor. voi. I tuoi spergiuri intesi. de la vita e de l’alma anima e vita. Al Fenicio chiedei per sposa questa bella che ti fé ribellare al primo affetto. Sposo fecondo e fertile compagno concesso Amor m’avea. Or. Voi. (Vedo che vuol la sorte. coprì l’inganno l’età gemella. pur la pace che chiedi io ti concedo. eccomi penitente. che si sbenda e scopra l’occulta frode di Mirsilla e l’opra. o destra forte. ti cedo la rivale.› . Se non posso esser tuo. De’ miei cangiati affetti a le mutanze. sembianze belle. con il purpureo manto. per tòrti di ottenerla la speranza. Teramene. Oh sagace Eritrea. t’ammirerò com’ammirar l’uom suole di lontano le stelle.) Eurimedonte. Che donna sia costei giustificar vel ponno i lumi miei. Pronubi tutti i dèi v’acclamano marito Eurimedonte. e d’averti io per averla. prese. La genitrice sua. fatta già sana. traditrice diletta e convertita. de le speranze mie mute e secrete la varia e scorsa istoria udito avete. tronche le chiome. il panno. di Periandro il nome. o chi la regge. che non volea viver privata incanutita al regno. Così la serie io voglio seguir de’ casi miei.1720 TERAMENE NICONIDA 1725 1730 EURIMEDONTE NICONIDA 1735 1740 ERITREA 1745 1750 1755 MISENA 1760 TERAMENE LAODICEA 1765 EURIMEDONTE 1770 1775 ERITREA 1780 A difesa del core preparati a far strage. d’averti tolto con arti ingiuste e torte ingiustamente il regno e la consorte. L’egra. a le memorie io piango. Periandro morì mentre languia anco in letto Eritrea. scusatemi s’in sposo io v’ingannai. Sai che l’Assiria legge lo scettro a man di donna e toglie e vieta. che dover ch’Amor non vuole. attonito rimango di tua costanza ai generosi effetti. 427 ‹A Laodicea. che ragion. ascolta e l’ire accheta.

od arderà Fenice per sorger più felice. Amor ci promette tranquilla l’età. Tua mercè. Mio Re.. Il Cielo saette per noi più non ha. Son viva. fiero Niconida. Ne’ riguardi l’Assiro. ha vita il piacere... Son tua. Tra cari abbracciamenti le memorie perdiam dei rei tormenti. e mentre a te condono. fiamma più propria ravivando in petto Eurimedonte per consorte accetto. LAODICEA 1820 ERIT. Ne godo. dolcissimo arciere. 1825 428 . LAOD. Fortunato quel cor che pena per Amor. di tue grandezze. Amor. Non si macchi di sangue un dì festivo. s’amor già mi ferì con infecondi strali e mi tradì. a la fine da l’aspre tue spine la rosa germoglia e da la tua doglia. empio. EURIM. Oh pene fortunate per te sofferte. Oh pene fortunate. vivrà tra tue faville salamandra il mio core. Ma te. L’amarezze Amore ha convertite in nettare e stillate. Mio ben. 1815 EURIMEDONTE. la simulata face. Eritrea. Mia diva. al suo foco mentito e a lui perdono.LAODICEA 1785 1790 EURIMEDONTE 1795 1800 ERITREA NICONIDA 1805 EURIMEDONTE 1810 TERAMENE ERITREA TERAMENE ERITREA TERAMENE EURIMEDONTE LAODICEA EURIMEDONTE LAODICEA ERITREA. qual spinse furor d’inferno a parricidio enorme? Di conservarti il regno providenza m’indusse al tentativo. la vita da le nostre allegrezze. TER. lusinghiero mendace. Mio contento. TERAMENE Sterile mio desio. abbi. Oh suscitato ardore.

leggi Dimmi ingrata e disleale [570] a carte 51. 579 belliche e indomite (belliche ed indomite). 1159 abbrucciarmi (abbruciarmi). Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 513 mofledia (modestia). DIDASC. 912 scetro. 1573. 1915 apunto (a punto). leggi querele [1345] 429 . 732 soviene. Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 1604 aventurato. 1591 a quattro (a tre). 157 verso ipermetro. It. Biblioteca Nazionale Marciana (Dramm. 1770 messagier (messaggier). 911. 1184 facia (faccia). 752 aventura. Bellezze non gustò. qnerele. 595 squalido. 594 Cerbaro. dramatico. 1883 ramento. sapia (sappia). 1126 diffesa (difesa). 166 abbraciasse (abbracciasse). 335 de (di). 1745 commune. 4 inalzate. 376 fugga. 618. 660 obligato. 793 avvene (avvenne). 1330 brilan (brillan). Si corregge: DEDICA ritroverano (ritroveranno). 267 piaggie (piagge). It. 403 labra. 1652 lasciereste (lascereste). Si corregge: DEDICA defforme (deforme). IV. 26 susurate. 265 essemopio (essempio). 704 rabia. 1231 fabrichi. L’Egisto Libretto utilizzato: Bologna. seppur attestato altrove in Faustini. 1804 scelerato. 1547 forsenato (forsennato). 604 facciassi. 463. 1847. 1970 devuta. 586 raviverà. 1873 diffensori (difensori). 273 ingirlandata. II. DIDASC. 168 afflige. 984 zeffiri. 1375 giaccio. 1848. 405 sepellirsi. La pagina 94 del libretto reca gli Errori occorsi nella stampa di seguito riportati: a carte 9. 1467 contemplarò. 1655. mezo. 1105 orizonte. 429 pregioniero. 1696 ravivaresti. 963 abbrucciasti (abbruciasti). 739 aggiacci. 3 messaggier. 1421 dissarmato. 811 selvaggie (selvagge). 1920 vilana. 531. 1611 svaleggiata. Si mantengono le voci seguenti: 150 essangue. III.Nota ai testi La virtù de’ strali d’Amore Libretto utilizzato: Bologna. Partitura: Venezia. 567 spruzandomi (spruzzandomi). 1649 sattolarvi (satollarvi). 1835 impregionomi. 653 aveda (avveda). a tuoi. XI nebia. 388 puote (puoté). Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 400 avampo.4) Si mantiene: LETTORE braccie. IV. Dimmi ingrata e sconoscente. 1128 fatte (fate). 1980 essempio. 1995 essito. leggi Da tuoi [500] a carte 34. 1057. I] a carte 30. 237 dati (dàtti. 6266). 148 giamai. 237 camino. 1647 adaggio (adagio). 1812 dissarmo. 1328 abbrusciatela. 191 provida. 870 stragge. V reggio (regio). Argomento dell’Egisto: Venezia. 825 essempio. 901 immaculata. 1586 profetiza. 400 sveni (svenni). 1439 aggiacciato. 1744 publicarmi. 268 affoggato (affogato). 1394 sdruscita. 317. dissarma. 1075 pregion. 366. leggi Dolcezze non gustò [928] a carte 71. 761 labro. 655. 411=9935). Partitura: Venezia. 472 giacia. elimino sue. 1268 innaridito (inaridito). 926 guancie (guance). leggi Boschereccia [I. 214 sotterati (sotterrati). 385. Boscareccia. 1345 qnerele (querele). Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 1603 sciochi. 753 cavalliero (cavaliero) per coerenza con le altre occorrenze. 368 fretoloso (frettoloso). 2 volte). 373=9897). 1542 Stigie (Stige). 7360). 1374. sodisfare. 1609 camino. 1380 pioggie (piogge). fabricato. 307 giaccio. 840 mormorea (marmorea).

amazone. 21. 582 avelenate (avvelenate). 1482 giamai. 231. 353. 185 feminile. 1452 scieglierò (sceglierò). 755 obedir. 841 imagini. 312 levarà. 10 reggie (regge). 1879 essangue. 725. It. 20 defonto. 807 essiglio. 886 avien. 1731. 902 essequir. 651 avedi (avvedi). 215. 583 trafige. 217 gridarete. 69 precipizii (precipizi). 23 mezo. 853 raviva. 121. 6250). Si mantiene: ARGOMENTO aventure. 572 amazone. 1705 bacierei. 609. 1946 ravivato. 612. 1845 angonizante. republica. 1472. 967 cavalliero (cavaliero) (per coerenza con altre occorrenze nel testo). 2015 radoppi. 803 matutini. 157 commune. 1839 giamai. 1623 abborro. 61 sorge (sorger). 1372. 1384. 419. 889 ramenti. 72 Ormondo (Ormindo). 117 essanimata. 1507 braccie. 529 doglienze. 544 essiglio. 609 fabricare. 6873). 177 s’avede (s’avvede). 918. 1047 guancie (guance). 129 fugghe. 1207 fuggienti (fuggenti). Il Titone Libretto utilizzato: Bologna. 1408 affligete. 477. 1379 defonto. 279 accieca. camino. 1963 fabro. 945 traffigi (trafiggi). 328 angoscie (angosce). 1013 affoggalo (affogalo). 969 altretanto. 121. 1807 abondanti. 7236). 810 abbrusciate. 2009 avinta. 720 baccia (bacia). 1780. 1938 obligato. 750 ecclissi. 521 fuggace. 1735. ravivati. 972 essangue. 650 sepellito. 1320 essercitarsi. 1112 colgerete. 6 ecclissate. 122. 1539. 23. 758 innanelate (inanellate). 838 avezzo/a. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 1105 Algieri (Algeri). 1939 avelenarlo (avvelenarlo). 211 attosicate. 2069 avinse. commune. 1045 giaccio. Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 1823 femina/e. Partitura: perduta. 952 abondo. 340 essangui. 259 avince. 1989 avezza. 1626 traffisse (trafisse). 1702 ritornaremo. 1850 ecclissato. 10 fascie (fasce). 1594 soviene. 1964 scelerato. femine. giamai. Partitura: Venezia. 217. 45 fuggace. 1354 conficato (conficcato). 844. 1876 provincie (province). 926 fabrica. Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 636 essercita. Si mantiene: DEDICA.L’Ormindo Libretto utilizzato: Bologna. 1222 forsenati (forsennati). 1378 baciarete. 415. 1888 mezo/i. 1407 aventate. 30 ravisata. 57 alor. 60. 262 ravivar. 1387 aggiacciato. 1276 entrarete (due volte). 36 ampii (ampi). 1422. IV. ARGOMENTO essercito/i. 549 absorto. 971 improvisi. 1154 aviso. 643 labra. 292 fugga. 296 essizio. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 845 provoconmi. INTERLOCUTORI. 1950 avezzo. 1079 rinego. 826. 211. 1316. 770. 368=9892). 963 sepelliti. Tigrano (Tigrane). 1709. Partitura: Venezia. 1647 prorito. 235. 533 minaccie (minacce). maritime. 1194 vindicarmi. 348 aveduta (avveduta). camino. 1864 improviso. 1854 aventa. 356=9880). 83 aggiacciato. 101. 456 rettaggio. IV. 1302 raviviamo. 1377 avelenarla (avvelenarla). 66 inalzo. 233 disaggio. 754 avelenati (avvelenati). 1632 acciecare. La Doriclea Libretto utilizzato: Bologna. 1678 coreo (correo). 42 avicini. 808 assilo. 1562 improvisi. 1100 femine. avisi. 1367 ecclissate. 87 intreciamo (intrecciamo). 1166 essempio. 512 ecclisse. 849 fabricarvi. Si corregge: DEDICA dispreggio (dispregio). 1898 ramentare. 840 essilio. 1910 obedirti. 1815 essempio. 211. diffendere. 672. 937 regia (reggia). 475 labra. 430 . It. 1244 arreccate (arrecate). 175. 1566 ravisasse. 25 aviliscono. 1107 avisar. 1696 labra/o. 1062 menzognieri. 852 camin. 1352 angoscie (angosce). 651. 1188 turbarebbe. Si mantiene: DEDICA. 941. 1572 stragge. 1971 scelerato Si corregge: ARGOMENTO. 365 ramento. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 260 scelerato.

898 feminil. Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 736 obligò. 1180 angonizante. amazonico. 114 comincieranno. 507 afflige. 615 fabricati. avolta. 815 amazoni. martirizata. Si corregge: 52. 1712 fabro. scelerato. Partitura: Venezia. 130 legitimi. 1182. 1349 applaudete. 519. 468 parosismo. per ricostruire un settenario: non si giustificherebbe l’ottonario in una successione di endecasillabi e settenari sciolti (a7b7c11c11d7e7e7). 723 avisar. 1190 inessorabil/i. It. publiche. doppo. 931 s’abbrusci. 683 produtrice. 912. 797 apunto (a punto). avisare. 1235 trafigere. 902 fabri. avezzati. 1435 avisi. 1204 giaccio/i. 1152. instigazioni. 524. inavertiti. 1090 protege. amorzato. 1143 inalza. spiaggie (spiagge). 1177 avisi. 1721 labro. 893. 1055 avolta. 417 bacierò. 1237. 901 essercizio. fabriche. 431 improntaresti. 1276 mordemi. 852 angonizar. 525 susurriamo. 1423 ville (vile). venghino. 920 anichili (annichili). 469 febre. 569 pullulete (pullulate) per ricostruire la rima. 1659. 1805 adaggio (adagio). L’Oristeo Libretto utilizzato: Bologna. 574 inavertita. 371 seppelita. 305 immaculato. 525 imaginati. 284 vescilli. 13 squalidi. 1715. 1939 avinta. femine. IV. 896 addatti (adatti). 277 legitimo (legittimo). essempi. 24. 1353 sdruscita. 1392 ramenti. 1731 coprino. 510 efimera. 161 vaghegiata (vagheggiata). 1135 bacierò. 37 preggia. essercitando. commanda. republica. 753 difondete. 1089 aversa/e (avversa/e). 1799 obliga. 1245 aggiacciato. 772 avenimenti (avvenimenti). 728 labro. 871 protege. 1011 malvaggio (malvagio). essangui. 886 avinto. 1230 femina. 1008 avezzo. 1591 scelerate. Riporto in calce due scene aggiunte. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 367=9891). 79 aviso. 1078. febrili. 1272 stringemi. 863. 915 disavantaggio (disavvantaggio). 954 s’accommuna. 1820 sceleragini. 600 caccie (cacce). 495 soveniva. 986. 1355 rinovi. 507 fabricato. 1465 averrà. essercito. 520. 514. 284 mezo. 1842 inavertiti. 1949 essecutore. 940 abbrusciar. 489 giamai. 6361). 1053 rinegando. allovatrice. 677 aveva (avea). L’Euripo Libretto utilizzato: Bologna.366 improviso. 479 avampando. 639. 104 obligato. 772 devuto. susurri. 613 anc’io (anch’io). Si mantiene: DELUCIDAZIONE. 1236 essanimato. 1974 conscienza. efimera. 46 fuggar. 404 spiaggie (spiagge). 172 sceleragine. 1469 avertito. 304 girlandato. 1191 l’averanno. 1943 independente. bizarra. 991 lancie (lance). 879 nudrisce. 1777. 1377 obligata. publicare. 1479 improvisa. dovero. 174 defonto. imaginazioni. 394 avezzo. 1966 obligato. poste al termine del libretto della Doriclea. 1010 esserciti. Partitura: perduta. obligate. publicarono. 202. 1409. 1344 amazoniche. 56 avampi. 764. mezo. 272. 6870). 1834 avinto. 630 rubbi. trascrivo prima l’ubicazione scenica poi il personaggio coinvolto. obligazioni. braccie. 863. 170 dovero. 1773 avien. inavertito. 1964 essangue. 376 susurrando. s’aviò. 644 agonizante. parturienti. 1305 ottenerà. DELUCIDAZIONE s’incaminò. 843 opprobrio. fascie (fasce). 515 febricitante. 786 aveleni (avveleni). inesto. 979 defonti. augumentando. Si correggono le seguenti forme: DELUCIDAZIONE aversa (avversa). avezzato. 1531 ecclissate. Si mantiene: DEDICA inalzarmi. 777 essecutrice. commune. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 1887 defonto. 315 431 . inaffiarle. 52 inesto. 1358 drapel. 1791 apunto (a punto). Per simmetria con il resto dell’edizione. 551 aviso. 1984 ribombi (rimbombi). instituzione. 196 essercitar. 100. 517 avisarti. 233 martirizerò. 1040 proteger. 802 s’eveste (s’aveste). 417. improviso. 283 inavertiti. 76 fabricò. quercie (querce). squalido.

Si mantiene: SPETTATORE disobligazione. 962. publicando. 252 Amore (Amor) per far tornare l’endecasillabo. 919 commune. 664 abbraccierà. 1566 fabro. 663 gotte (gote). 1190 fatte (fate). La Calisto Libretto utilizzato: Bologna. 538 signora (signoria) per rispettare la rima con follia 539 e per ricostruire il settenario. 1162 raviva. 452. 394. 254 diseccar. 1139. SCENA XIV regia (reggia). 661. avampi. La Rosinda Libretto utilizzato: Bologna. 415 querello (querelo). 1480 scelerato. 84 scelerata. 1166 inalzarmi. 1520 essaminato (essanimato). 910 insegua (insegna). 370=9894). 417. 1364 commune. 1123 ramarico. 1463 ravivato. 68 providenza. 894 commun. 1197 avampa. rinegare. 1295 labra. 853. 1482 scelerata. inalzarla. 162 inovar. transmigrato. 1204 essangue. 575. communi. 1371 essizio. 114 spaggia (spiaggia). LETTORE inestate. 1278 femina. 393 aditar. 339 improvisi. DELUCIDAZIONE angoscie (angosce). appicato. 1175 camino. 1402 conscienza. 1510 rinegar. 783 aguati. 1321 ravivano. 359 penarete. 985 avisi. 90 rinoverò. 353 multiplica. 64 essalazioni.avinse. 123. 595 essercizi. 1274. 1404 inalzar. Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 193 aborito (aborrito). 3 aveleni (avveleni). 673 ogoi (ogni). 749. 695 fuggace. 1397 raddolcirano (raddolciranno. 302.). 431 scaccieranno. 407 mezo. 286 tracanando. 355 essercitando. 634 roze. 415 passanza (possanza. 656 ramentasi. 1302 fabricasti. 1354 overo. improviso. 7058). 185 ubbedirti. 211 ammolisci. 921 saver. 1210 femine. 1048 ravisatelo. 1010 sodisfo. 1264 aventaro. 684 giaccio. IV. 482 essercito. 1436. 1175 camina. 1535 inalza. 647. 1053 dinotano. 214 orgoglia (orgoglio). 568 incaminiamo. 1435 apunto (a punto). 1345 potiam. 1480 fabricate. 1429 repudio. 1551 bacieremo. 1196 cicatrizare (cicatrizzare). 1512 rinegare. Partitura: Venezia. 636 laberinti. 1312 labro. 302. 528 cappanna (capanna). IV. 702. 630 custodii (custodi). 1043. obligazioni. 582 selvaggietto (selvaggetto). 462 scelerati. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 1369 parturir. It. 495 quatrino. 1365 divinizata. 1252 ingiotti. 432 . 146 aventura. 103 anc’ella (anch’ella). 971. 317 rinegò. Si correggono le seguenti forme: INTERLOCUTORI Nantura (Natura). 667 essercizi. Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 804 essequir. 99. 842 avisar. voce attestata nell’accezione di passione. Si mantiene: DEDICA conspicua. 571 apunto (a punto). 940 independente. 1253. 1254 formaremo. 255. 1291 labra. 504. 672. 1167 inalza. 729 aversa (avversa). 634 dissanima. 925. 740 imaginetta. 897. 314. 309. 727 obligate. DELUCIDAZIONE sceleragine. 342 defonti. 803 dovero. 1265 neghitosa. 321 publicherà. 37. 917. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 1028. 1248. 14 diviniza. 685 avampando. 186 girlandata. 1027. 1516 attestarà. 1567 labro/a. 353=9877). 1301 fabra. 543 parturì. 832. 608 drapello. dolore). 1134 imagini. 454. 822 avezzo. 997 minaccie (minacce). DELUCIDAZIONE imagine. 726 crucio. 478. 1079 riacenda. 1323 scurri scuri. 1307. 327 egule (eguale). 1120 scelerato. 1308 orenda (orrenda). 1016 lingna (lingua). 1355 rinovo. 643 tosico. 860 susurrare. 552 obligo. 862 avisa. 61 febricitante. 82 rinovi. 653. 1370 avelenarti (avvelenarti). 740. 100 ingiottisse. 422 doppo. 1325 mezo. 671. 1495 publichi. 1153. 519 scelerato. 1136 guancie (guance). 1449 essequie. 178 proteger. Si correggono le seguenti forme: DEDICA fascie (fasce). 325 aventa. 1336 essangue. 1172 agonizante. 1097 essecutor. 844. 1598 incorrotibil. 12 essequiscasi. 1514 martirizato. 222 deveano. 736 rozo. It. 43 lascierà. 663. Partitura: Venezia. 1012 mezani. 504. 407 mezo. 1433 aviso. 1105 apena (a pena). 791 inalzar. essempi. 6019). 39 eterniza. 1043 fabro. 524 sdrusciti. 1265 essequie.

1349 garisce. 302. 820. 857 avinta. 649 reggie (regge). 364 aventate. Biblioteca Nazionale Marciana (Cod. 1701 defonto/a/e/i. 95 arreccarlo (arrecarlo). 728 unischino. DELUCIDAZIONE dissordini (disordini). 681 avicinar (avvicinar). spiaggie (spiagge). 19 sibillar (sibilar). I. donno (inteso come sinonimo di regnante. febre. 714 avampo. 1585 essangue. Nicomida (Niconida). camino. 922. 42 rivoglie. 1196 avampi. 1160 contrarii (contrari). 11 avampi. 886 commun. 426 sdruscito. 433 . signore). 664. 1202 uomo (uom). 1573. 890 avezza. 1347 essilio. 766. avezza. femina. 476 inanzi. essequì. 1219 sopragiunto. 568 ingiottiro. 410 lasciarete. Partitura: Venezia. 913 labro. 118 agonizante. 1 giaccio. 870 vella (vela). 736 essequisci. impriggionata (imprigionata). 792. correggo a’ un scoglio (d’un scoglio). DELUCIDAZIONE. 1051. 64 avezzati. 478. 1459 essanimato. 1209 corrino. 1239 femina/e. essercito. 1061 t’accieca. 817. 414 avenne. 1251 essequita. essercito. 1134 consiliero. ravivando. 242. 597 c’habbi (ch’abbi). 1161 effetti (affetti). credde (crede). 594. 130 fattemi (fatemi). 91 sdruscito. 1118 devrei. 1735 feminile/i. XIII. 1389 raviva/-ate/-ato. 1070 ecclissi. 1655 averar (avverar). 1005 scorgè. auttorevole (autorevole). 1690 angoscie (angosce). 293 carro (caro). 1492 diveran. 1294 protegi. 671 abbruscierebbe. 1100 lagrimatte (lagrimette). 1194. 96 m’avento. 885. IV. 1609 labra. 616 publici. dimande. ho nove liete). Si correggono le seguenti forme: DEDICA abattuta (abbattuta). 1804 providenza. 1274 prorito. 767 affe (affé). 1450 sovertì. minaccie (minacce). 383 aviso. 1368. 1533 caddè (cadé). 681. 1428 essempio. defonto. 1411 rinovata. 719 avampa/o. 691 guancie (guance). 577. machine.. 937 focil. 951 dovero. 603 aveduto (avveduto). 1428 legitimo. 418. 580 scetri. 795 equali. 861. 1691 scelerati/o. 1366 svellai. Civico Museo Bibliografico Musicale (Lo. 1355. 525 aversario (avversario). 949 rinova. 1161. credutto (creduto). 1037 agoniza. 465 accessi (accesi). 1459 camin. 429 essercitarli. 1265 obligò. Si mantiene: DEDICA p. 1277. 1700 inarridirmi (inaridirmi). 1192 ritornaremo. 108. 14 saggie (sagge). 1552 apena (a pena). 902. 5 doppo. 350. 1405 furrori (furori). L’Eritrea Libretto utilizzato: Bologna. donarà. 1583 essanimato. 492 sepellitemi. 236 mezo. obligata. 1069 sceleragini. 540 cavallieri (cavalieri). 1445 publicando. 1541. 361=9885). 844 apunto (a punto). 1447 immorsal. 1285 apunto (a punto). 1516 fabrica. 846. 910). piciolo. 1079 destinnata (destinata). 470 avampò.communi. 1790 ravivata/e. 172. 1144 essito (esito). 1618. 1031 femina. 442. 1241 raviseranno. 1460 giaccio. Si corregge: SPETTATORE avedutasi (avvedutasi). 1134 improviso. 392 ò nove. 698 essalar. 785. It. 1249 protegerò. 841. 1616 lasciela (lasciala). 1617 raviso/i. 895. 1171 debile. 15 spiaggie (spiagge). ò nove liete (ho nove. didasc. DELUCIDAZIONE mezo. essercito. 1679 scelerato. 1078. 1391 brusciar. 1446 avilito.

. L. Le forme del testo. 277-313.. Venezia. VV. Rassegna di studi sul libretto d’opera (1965-1975). (a cura di). 1988. Berkeley. Quellentexte zur Konzeption der europänischen Oper im 17. Roma. Palermo. Vicenza. 1993. ANNIBALDI.. Il melodramma: poesia e musica nell’esperienza teatrale. Venezia. Olschki.. 1983. Arnaldi e M. XXIX. pp. Rossi. I. Atti del Convegno internazionale di studi. pp. Modena. ACCORSI. pp. a cura di G. 2002. G. Catalogue of Venetian Librettos at the University of California. Bulzoni. Tasso. Principi di critica testuale. pp.. BEER. Problemi di scrittura e recitazione dei testi teatrali. Kassel. University of California Press. 715-758. A. pp. Arsaldi e M.. Davico Bonino. in Il libro di musica. Pasquali. Andrea Anguillara in Ottava rima. Napoli. A. Neri Pozza.. pp. 1643-1651. L. BEGHELLI. L’ingegnosa congiunzione. Drammaturgia di Lione Allacci accresciuta e continuata fino all’anno MDCCLV. Il libretto d’opera.. Torino. a cura di R. Antenore. Los Angeles.. M. di nuovo dal proprio auttore rivedute e corrette con gli Argomenti di M. 1755. 1977. in Storia della cultura veneta. in «Giornale storico della letteratura italiana». Romanzi di cavalleria. Fondazione Levi. 409-432. Teoria e poetica del teatro moderno. 1183-1230. Venezia. 1981. I. ACCADEMIA DEGLI INCOGNITI. a cura di Carlo Fiore. pp. I Turchini Saggi. Padova. L’Epos. A. Le Metamorfosi d’Ovidio. A. M. La circolazione dell’opera veneziana del ’600 nel IV centenario della nascita di Francesco Cavalli. 1996. in Storia del teatro moderno e contemporaneo. in Letteratura italiana. Neri Pozza. 1989. La commedia dell’arte a Venezia. 212-215 (ora in M. in Musica. A. Palazzo Giustinian Lolin. Zanichelli. «Melos» e immagine nella «favola» per musica.. 434 - - - - - . ASOR ROSA. Guerrigli. BELLINA. Tipologia della committenza musicale nella Venezia seicentesca. Problemi testuali del libretto d’opera fra Seicento e Settecento. Venezia.. Francesco Turchi. in «Lettere italiane».. 49-72). Il Seicento. pp. A. Cinquecento-Seicento. D’ARCO S. ALBERTAZZI. BELLINA. Firenze. 1972. 2005. Pastore Stocchi. Le Accademie. 13-15 dicembre 1993.. M. AVALLE. 131-162. (a cura di). pp.. L. La prosa. ANGUILLARA. a cura di G. Francesco de’ Franceschi. WALKER.. ridotte da Gio. Bulzoni. II. G. a cura di F. Olschki. H. La musica. ALM. Firenze. Gli scenari Correr. Roma. TH. 1891. Alonge e G. Scena e lettura. Pastore Stocchi. Bärenreiter. 1996. ALLEGRI. 2000. G.. Mucchi. Vicenza. La nascita del teatro moderno. Passadore e F... Ed. M.. A. 1987. pp. scienza e idee nella Serenissima durante il Seicento. BALSANO. BELLINA..Bibliografia: AA. L. in Storia della cultura veneta. 185 e 253-254. L. 1572. ALBERTI. 4/1. 81-105. C. CLXVI. TH. 1984. Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del Seicento. ALLACCI. Bologna. IV/1. 63-77. WALKER. Cento novelle amorose dei signori Accademici Incogniti divise in tre parti. ACCORSI. La narrativa italiana del Seicento. i musicisti. 1983. Einaudi. BECKER. 2004. Venezia. C.

1964. 1970-1991. 1990. UTET. Padova. Il Mulino. BONORA. a cura di Claudio Annibaldi. L. EDT. CALCATERRA. BIANCONI. Zanichelli.. ID. Storia dell’opera italiana. «Journal of Musicology». in «Rivista italiana di musicologia». Roma. Dalla «Finta Pazza» alla «Veremonda»: storie di Febiarmonici. pp. (a cura di). Bologna. B. 20. Pietro Francesco... L. BIANCONI.. Bonarigo. X. a cura di L. TH. BESOMI. Ribelli. BOWERS. Istituto della Enciclopedia italiana. Torino. Torino. (a cura di). CAPUCCI. TH. Bologna. L. II. pp. pp. 1987.. 1986 sgg. 1973. in «Musica e Storia». 1998. CARO. Bologna. Il Mulino. pp. diss.. ID. BELTRAMI. Romanzieri del Seicento. Poesia e canto.. Mecenatismo e committenza musicale in Italia tra Quattrocento e Settecento. 1941. 209-296. Consumption and political Function of Seventeenth-Century Opera. 1986. in «Il Saggiatore musicale». WALKER. VI. Salerno Editrice. pp. Signifying Nothing: On the Aesthetics of Pure Voice in Early Venetian Opera. il Mulino. La Nuova Italia. Sulla poesia melica italiana e sulla favola per musica. TH. in «Rivista italiana del dramma». La metrica italiana. STOPPELLI. in La musica e il mondo. Bari. Trevi. 1974. tradizione dei classici. S. 2000. 1993. 379-454. facsimile Bologna. Forni. F. BRUNELLI... Yale University. 1975. Esplorazioni secentesche. pp. frequenza e varietà. V. C.. WALKER. vol. ID. M.. Torino.. ID. Torino. 6 voll. EDT. Cristoforo Ivanovich librettista e storico dell’opera veneziana. E. 1982. pp. L. 367-390. 1731. (a cura di). Teatro e spettacolo nel Seicento. Critica e letteratura nel Cinquecento. 107-145. 435 - - . 1951. 461-497. Asor Rosa. CARANDINI. L. Bologna.. Torino. Laterza. Filologia dei testi a stampa. Storia del libretto nel teatro in musica come testo e pretesto drammatico. Giappicchelli. M. BONLINI. Roma. 3 voll... Production. PESTELLI. IV. GHISALBERTI (a cura di). Venezia. musica.- ID. Bologna. 311-341. libertini e ortodossi nella storiografia Barocca.. D. XVI.. 1975. pp. L’impresario in angustie.. BIANCONI. L’autorità multipla. M.. Antenore. BERTELLI. Teatro. Roma.. Nuovi problemi e concetti del testo-base. S.. 2. Staging Musical Discourses in Seventeenth-Century Venice: Francesco Cavalli’s “Eliogabalo” (1667). 143154. a cura di A. 221-252. Dizionario biografico degli italiani. 1986. 2000. C.. O. in A. BRAGAGLIA. Einaudi. WALKER. Hors d’oeuvre alla filologia dei libretti. 1979. in Letteratura italiana. pp... Silori. 1995. ID. BIANCONI. VIII. 2003. Gli Amori pastorali di Dafne e Cloe. 319-363. G. (a cura di). CALCAGNO. voce Cavalli (Caletti-Bruni). Il Mulino.. 1991. Brevità. Firenze.. A. in «Early music history».. G. 1984. Le glorie della Poesia e della Musica contenute nell’esatta notizia de’ teatri della città di Venezia e nel Catalogo purgatissimo de’ Drami musicali quivi sinora rappresentati... P. Forme di produzione del teatro d’opera italiano nel Seicento. 686-696.. La drammaturgia musicale. Il Seicento. Il Cinquecento e il Seicento. L. BIANCONI. in P. Ph.

Drammi per musica dal Rinuccini allo Zeno. Torino. Cenni di poetica nei libretti veneziani (circa 16401740). CONRIERI.. Torino. A. Besomi e C. CARTARI. UTET. UTET. POMPILIO. a cura di G. Middleton. Milano. London. in «Studi di filologia italiana».. Pastore Stocchi. pp. London. CARUSO. Jacomuzzi. ID.. Birkhäuser. L’Egisto. Garland. Galatina. Faber Music.. Torino. ID. Pozzi e L. F. a cura di G. pp. 1974. F. L’Eneide di Virgilio. 409-432. 223-239. Il Settecento. retorica nel “Giasone” di G. Milano. ottobre-dicembre 1998. L’Ormindo. Drammaturgia dell’opera italiana. La Calisto. 1980. Rigo. ID. DE VAN. 1987. 2004. 2002. COLONNA. Frambotto. pp. 1992. 1944. pp.. Le imagini de i dei de gli antichi. 1975. 213-224. 446-51. CHIARELLI. l’arte e la pelle di San Bartolomeo. a cura di R. ID.. Firenze. L’Oristeo. 1996. Leppard. A. P.. Leppard. 35-89. 1968. Il trapianto dello spettacolo teatrale veneziano del Seicento nella civiltà barocca europea. Il commento ai testi per il teatro musicale del Settecento. - 436 . Rizzo.. ID. pp..- ID.. Torrente. DELLA CORTE... 600.. 3-57. C. in Il commento ai testi. Atti dell’Incontro di studio di Lecce (29 novembre 1995). 1962. Il Seicento. Lipparini. ID. Rivista annuale di studi barocchi». A. Marotti. CONTE. Auzzas. G. 1967. DE SOMMI. Torino. 1958. Marino: 1 (esordio) e 624 (epilogo). in «Paragone Letteratura». X. CARUSO. Congedo Editore. Neri Pozza. Caruso. pp. DAMERINI. Bologna. A.. F. Saggio di commento alla “Galeria” di G. Sansoni. London. 2004. Cesare Segre.. 2004.. Faber Music. UTET. CAVALLI. Kassel. CURNIS. 2005. A. DAHLHAUS. Il Polifilo.. in «Opera». La Calisto. Basel. 71-89.. ID. in «Musica e storia». N. 2 voll. XLIL. C. F. 1637. Leppard.. a cura di O. Ciapponi. Note filologiche sul melodramma del Settecento.. Faber Music. 551-562. XVIII. 29-100. a cura di G. Garzanti. BRANCA.. J. pp. Hypnerotomachia Poliphili. a cura di A.. pp. (a cura di).. Milano. B. LI. A-R Edition. 1993. poetica. ID. in V. D. M. ID. 1567 e Padova. al segno della Fontana. Vicenza. in «Aprosiana. Cicognini. a cura di R. a cura di S. L. CLUEB. Francesco Cavalli and the Venetian Opera. «Vantaggioso patto toccar con gl’occhi e rimirar col tatto». Martignago. La rielaborazione teatrale di romanzi nel Seicento: considerazioni e prime indagini. in «Giornale storico della letteratura italiana». 1982. La Doriclea. a cura di F. C. EDT. a cura di G. Bärenreiter. V. 2005. Barocco europeo e barocco veneziano. Les jeux de l’action: la construction de l’intrigue dans les drames de Métastase. Venezia. London. CRAIN. G.. a cura di C. Editrice Antenore. 1967. «Or vaghi or fieri». Quattro dialoghi in materia di rappresentazioni sceniche. pp. Mythologiae sive Explicationis fabularum libri decem.. 2006. Drammaturgia. 19-20. G... Novelle italiane. 1982. Opere. in Sul romanzo secentesco. a cura di R. M. fasc. XII/1. Mossey. 1977.

1990. LXIII. ID.. A. FANTUZZI. parte II. Firenze. Studi sullo stile barocco. Olschki. Riflessioni teoriche sul teatro per musica nel Seicento: “La poetica toscana all’uso” di Giuseppe Gaetano Salvadori.. Princeton. Olschki. Olschki. pp. Venezia. Tomo II. Il madrigale tra Cinque e Seicento. . Vettori and Castelvetro. 1975. in Atti del convegno Chiabrera e il suo tempo. pp. BASSO. Bologna. Bologna. I. XXV. 1990. Torino.. 1967. Roma. in L. pp. cavalli e cavalieri da Camilla a Clorinda. TH. FOLENA. Drammaturgia spagnuola e drammaturgia francese nell’opera italiana del Sei-Settecento. Per una storia del libretto d’opera nel Seicento. Antenore. Il romanzo: origine e sviluppo delle strutture narrative nella letteratura occidentale. The Italian Madrigal. N. Il Mulino. XXXVIII. Alle origini di un «topos» operistico: la scena di follia. 1-31.. Trattato della musica scenica. a cura di A. Il Corago o vero alcune osservazioni per metter bene in scena le composizioni drammatiche. pp. Torino. Olschki. diffusione dell’opera. a cura di. DI SACCO. FABBRI. Bologna.. P. 11-14. IV. I sistemi. ID. 319-326. MURARO. 1983. in «Studi secenteschi». Vol. ID. 1557. Opera e libretto. PESTELLI. Stamperia imperiale. 1995. Il Mulino. Associazione italiana di cultura classica... Musica in scena. L’opera tra Venezia e Parigi. Padova. 1987.. P. 1984. Firenze. pp. (a cura di). Rivista di storia delle idee».. MURARO. Paolo Beni’s Commentary on the “Poetics” and its Relationship to the Commentaries of Robortelli.. Gori. 1970. DOLCE. 165-233. FABBRI. ID. DONI. DI GIROLAMO. I. B. pp. T.. B. Enciclopedia della musica. ETS.. MORELLI. G... Maggi. 1763. Il secolo cantante. Torino. Storia dell’opera italiana. ID. (a cura di). A. in Lyra barberina. POMPILIO. 53-99. Princeton University Press.. EDT. Il teatro musicale dalle origini al primo Settecento. VV. 1988. FABBRI. 380-402. 1988. La nascita dell’opera in musica.. (a cura di). Teoria e prassi della versificazione.. in G. 1991. DIFFLEY. pp. 1988. nuova ed. R. Wilhelm Fink Verlag. Gabriel Giolito de Ferrari. Munchen. Firenze. Firenze. C. F. Firenze. Einaudi. Pontedera-Pisa. Firenze. 1997. in «Acta Musicologica». in «Intersezioni. 2003. Meccanismi narrativi del romanzo barocco. in A. VI. UTET. Storia della musica europea. De’ trattati di musica. P.- DI CEGLIE. Arie und Konzert: zur Entwicklung der Ritornellanlage im 17 und fruhen 18. Le Trasformazioni di Ludovico Dolce.. La poesia lirica italiana del Seicento. in AA. P. pp. Storia dello spettacolo musicale.. Il Mulino. DUBOWY. 19832. caratteri e funzioni dell’opera. 437 - - - .. ID. BIANCONI. P. Versificazione italiana dalle origini ai nostri giorni. M. 1996. ID.. T. in «Studi secenteschi». G. Istituti metrici e formali. (a cura di). ID. 1991. W. L.. in M. ELWERT. 2004. Origini del melodramma. 2. 1983. Metro letterario e metro musicale nelle pagine di un critico di Chiabrera: il “Discorso delle ragioni del numero del verso italiano” di Lodovico Zuccolo (1623). 1988. G.. Il “Dialogo sopra la poesia drammatica” di Ottaviano Castelli. Savona.. Le Monnier... 59-129. (a cura di). ID. EINSTEIN. Femmine guerriere: amazzoni. Bulzoni. 275-289.

84-99). Collina. Firenze. in La «meravigliosa» passione. J. G. La circolazione dell’opera veneziana nel Seicento. in «The Musical Times». 43-84. 1975. (a cura di). pp. 167172. Oil and Opera don’t Mix: The Biography of S. L... Milano-Napoli. Cavalli. The Peak Period of Venetian Public Opera: The 1650s. B. L. CXIV.. J. 2005. pp. 3. Aria and Closed Forms in the Operas of Francesco Cavalli. Ricciardi. Darmstadt. Napoli. 250-265. Sansoni. Salerno. 102. Cherchi e B. Il romanzo veneto nell’età barocca. La guerra dei palchi: documenti per servire alla storia del teatro musicale a Venezia come istituto sociale e iniziativa privata nei secoli XVII e XVIII. pp. Church and Villa: Essays in Honor of Robert Weaver and Norma Wright Weaver. GIAZOTTO. Marzorati. Apollinare and the Development of Seventeenth-century Venetian Opera. di laurea. GLIXON. ID. 1560. Warren. J. Das Libretto. London. Batsford. 1992. pp.. 83-117 (già in «Antologia di belle arti». Turchini Edizioni.. G. vol. 1978. ‘Maravigliose mutationi’: la produzione di scene e macchine a Venezia nell’epoca di Cavalli. 1973. 101-118.. A. The Teatro S. Barocco europeo e barocco veneziano. T.. J.. La piazza universale di tutte le professioni del mondo. 1967. (a cura di).. in Francesco Cavalli. pp. ID. WBG. Roma.. a cura di Dinko Fabris.. GIER. G. Il testo e la scena. E. GLIXON. GLIXON. 1998. in «The Consort». Oxford University Press. B. 2005. G. 1976. L. 1979. in S. B. diss. ID. ‘Poner in musica un’opera’: Cavalli and His Impresari in Mid-Seicento Venice. 2001. Napoli. in «Nuova rivista musicale italiana». R. (Venezia 1585). in ID. Tecniche del raddoppiamento nella commedia del Cinquecento. I. CXXIII.. in «Proceedings of the Royal Musical Association». Milano. in «Journal of the American Musicological Society». ID. a cura di P. ID. in Francesco Cavalli.- FASSÒ.. pp. Harmonie Park Press. a cura di Dinko Fabris. 131-144.. GETTO. 1962. GARZONI. 2000. 67-82. Torino. GIRALDI CINZIO.. BRANCA. Il sogno di una «Galeria»: nuovi documenti sul Marino collezionista. GIRALDI. 103-106. 48-73. Inventing the Business of Opera: The Impresario and His World in Seventeenth-Century Opera. Roma. 1973. pp. Discorso over lettera intorno al comporre delle commedie e delle tragedie. Saggi sul teatro del Cinquecento. Mich. GLIXON.. ID. Teatro del Seicento. pp. X. pp. FULCO. 32. pp. pp.. GLOVER. Cavalli and “Rosinda”. Theorie und Geschichte einer musikoliterarischen Gattung. La circolazione dell’opera veneziana nel Seicento. a cura di C. a Seventeenth-Century Venetian Opera Theater. Basilea. 1980. - - - - - 438 . Bulzoni. GLOVER. 2005. in Scritti critici. G.. Iacobi Parci. Aponal. 177-194. pp. New York. Turchini Edizioni. FERRONI. 133-135. 59-76. PARISI. 1996. Music in the Theater. 1982. 1956. Studi sul barocco tra letteratura e arte. pp. Einaudi. in «The Musical Times». Marco Faustini and Venetian Opera Production in the 1650s: Recent Archival Discoveries. De deis gentium varia et multiplex historia libri sive syntagmata XVII.. Università di Oxford. (a cura di). Guerrieri Crocetti. in V.. 1975-76.... Cavalli and “L’Eritrea”.

35-72. A.. FABBRI.. 75-106.. 1745. 1. Baldini. W. facs. MAROTTI.. POVOLEDO.. Feltrinelli. Mondadori. L. in «Hamburger Jahrbuch für Musikwissenschaft». 271-308 e in M. Heroism and Allure: Women in the Opera of Seventeenth-Century Venice. in F. ID. Dubowy. 14. LXVI. pp. A. 7. a cura di N. P. Vicenza. Proposte per una lettura dello spazio scenico dagli intermedi fiorentini all’opera comica veneziana. 1993.. W. Forme. 1962. Carocci. JEFFERY. BARCHIESI. Francke. XI. Chiabrera und die Monodie: die Entwicklung der Arie. Milano. Princeton University.. INGEGNERI. La Calisto nova favola pastorale di Luigi Groto cieco di Adria nuovamente ristampata. Opera and Women’s Voices in Seventeenth-Century Opera. R. Studien zur Geschichte eines musikalischen Topos. «Quelle bazzicature poetiche appellate ariette». 1981.. HERRICK. Panini.. «Rivista Italiana di Musicologia». Il romanzo del Seicento. LA FACE BIANCONI. GRONDA. Zoppini.. Berkeley. 1598. ID. Die Pastorale. University of California Press. GROPPO. France and England.. Cavalli and “La Calisto”. 1980. 1997. 443-498. in «Teatro e Storia». diss. 1970. pp.. IVANOVICH. (a cura di). C. Torelli a Venezia: l’ingegnere teatrale tra scena e apparato. Olschki. 1975. T. CXI.D. pp. pp. problemi. P. pp. Della poesia rappresentativa e del modo di rappresentare le favole sceniche. Urbana. The Court Musicians in Florence during the Principate of the Medici. LEPPARD. 21-34. Tragicomedy.. Ph. 205-274. JUNG. E. A. 75-127. The Nymph Calisto and the Myth of female pleasure. Neri Pozza. L. HICKS. R. 1989. H. in «Studi musicali». X. HELLER. N. M. KIRKENDALE.. 1970. Bologna. 1980. pp... F. G. pp. 1992. Illusione e pratica teatrale. Venezia. GUARINO. The Autograph Manuscripts of Francesco Cavalli. Madrigali nelle egloghe sdrucciole di Iacopo Sannazzaro. 1-21. 2006. Firenze.. University of Illinois Press. 101-141. 1996-97. 1974. LEOPOLD. 1994.. Saggio di bibliografia. W. Bern-München. A. pp.. Forni. ID. T. S. Teoria e tecnica. 2004. pp. III. 93. W. LIM. MANCINI. XII. 1979. 1583... GROTO. KEULEN.. Its Origin and Development in Italy.. 439 - . 2003. Libretti d’opera italiani dal Seicento al Novecento. 1993. in «Musica e storia». (a cura di). G. «Proceedings of the Royal Musical Association». Roma. 486-489. Chastity. M. pp. in «Acta Musicologica».. L. 67-76. XII.- GRAVERINI.. in Emblems of Eloquence. Il romanzo antico. Catalogo di tutti i Drammi per musica recitati ne’ teatri di Venezia dall’anno 1637 sin all’anno presente 1745. pp. Brandis University. Milano. 1995. MANCINI. DOGLIO. in «Studi secenteschi». Filologia dei testi poetici nella musica vocale italiana.. Modena. Memorie teatrali di Venezia. 1978.. catalogo della mostra Venezia 1975. Venice and Arcadia. HELLER. Ferrara. 1985. Venezia.. Cavalli’s Operas. in «The Musical Times». testi. Dichtungsformen in der frühen italienischen Oper (1600-1640). Lo spettacolo dall’Umanesimo al Manierismo. MURARO. diss. A.. Groppo. Lucca. 1971.

1978. «Journal of Interdisciplinary History». in Venezia e la Roma dei Papi. 245-274. C. opera e ballo nel Sei e Settecento. XXXVI. Bologna. Comici di professione. Cambridge. 2000. MARINO. 3. Giacomo Torelli.. C. Roma. VUELTA GARCÌA. 1997. Olschki. MARAVALL. a cura di M. Le nozze degli dèi. pp. a cura di A. MICHELASSI. pp. Bulzoni. Torino.. Roma. 2 (1984). 1968.. a cura di A. l’ex Cappella Ducale. Firenze. Teatro La Fenice. pp.. MUIR. Venezia e il melodramma nel Seicento. editoria teatrale nel Seicento.. 351-367. Tutte le opere. Il filo di Poppea. 331-353.. B. L’armonia del sapere: i “Lectionum antiquarum libri” di Celio Rodigino. III. Cambridge University Press. it. a cura di G. Ovidian Influences on Literature and Art from the Middle Ages to the Twentieth Century. Olschki. MORELLI. M. La commedia dell’arte o il teatro dei commedianti italiani nei secc. (a cura di). Lucca. WALKER. L’accademia degli Incogniti di Giovan Francesco Loredan. MARCHI. in «Rivista di Letteratura italiana». MURARO. in Letteratura italiana. 1979. magia.. Le prime sale. 1976.. V.. pp. LIM. MOLINARI. A... Bulzoni. 97-120. 1981. Milano. XVI. Milano. Il Mulino. MARTINDALE. Le sessualità anomale nei “Lectionum antiquarum libri” di Ludovico Ricchieri. XVII e XVIII. ID. I teatri della Commedia dell’arte. G.. M. L. Teatro e letteratura nella Spagna barocca. TH. Le forme del testo. il Teatro della Sala Grande.. I.. Venezia. MORELLI. 1990 (trad. in I teatri di Ferrara. S. maggio 1982. S. Ovid Renewed. Fondazione Cassa di Risparmio di Fano. 2002. MIKLASEVSKIJ. dilettanti. 1998.. La narrativa libertina del 600 italiano. Fabbri. Firenze. 1989. La Galeria. N. Einaudi. Pieri. F. 1998. in M. Teorie e tecniche scenografiche in Italia dall’età barocca al Settecento. Lo spazio scenico.- MARANGONI. Venezia. 1987. pp.. Bulzoni. 1991). 1974. Barcelona. Istituto Veneto di Scienze. Teatro y literatura en la España barroca. società nel Polesine tra ’500 e ’600. Rovigo. MIATO. Pozzi. Firenze. Atti del 13° Convegno di Studi Storici. MARITI. Why Venice? Venetian Society and the Success of Early Opera. Asor Rosa. a cura di P.. Editorial critica. 519-620. G. K. Il soggetto antico-romano nell’Opera veneziana del Seicento. MONALDINI. Padova. MARCHETTI.. Commedia. MILESI. Venezia (1630-1661). 2331. MARTELLI. Venezia. Scompiglio e lamento (simmetrie dell’incostanza e incostanza delle simmetrie): “L’Egisto” di Faustini e Cavalli. Electa. 1976. Liviana. M. D. Lettere ed Arti. Detestanda libido. L’invenzione scenica nell’Europa barocca. 3-220. 1984. Commedia ridicolosa. Il teatro spagnolo sulla scena fiorentina del Seicento.. G. 2006. (a cura di). pp. E.. osservazioni.. Olschki.. Un saggio sul grande spettacolo italiano nel Seicento. MAROTTI. ID. Il Seicento ‘en enfer’. T.. 2004. Olivieri. 2 voll. Teoria e poesia. in Eresie. Marsilio. Le forme poetiche italiane dal Cinquecento ai nostri giorni. Roma. Fano. Rovigo 21-22 novembre 1987. Mondadori. pp. Minelliana. - - 440 . F. Tre controversie intorno al San Cassiano.

330-1. The recitative soliloquy. Storia e testo. A. scena e messinscena: lessico degli addetti ai lavori. “Gli aborti dell’occasione”: l’“Antigenide” favola musicale di Girolamo Brusoni. pp. Roma Bulzoni. drama del Signor Dottore Almerico Passarelli recitato in musica in Ferrara [.. La commedia dell’arte. I. 6 sgg. G. 1987 (Storia dell’opera italiana a cura di Lorenzo Bianconi e Giorgio Pestelli). ZORZI.. 14. 1986. 2004. in Le parole della musica. pp. 1962. pp. Il sistema produttivo. 1979. 27-29 aprile 1984. Maschera e musica. 77-162. Early Venetian Libretti at Los Angeles. PRATO. 2. 351-364.. 317-336. Musica e versificazione: funzioni del verso poetico nell’opera italiana. 504-513. Rovigo. I teatri. T. Atti del Convegno di Adria. 6 voll. PIRROTTA. T.. n. MURARO. E. in F. PARATORE.- MURARO. Rease e R. 363-394. G. 1995. pp. 1967. I teatri pubblici di Venezia. (a cura di). vol. La Nuova Italia. XV.. La scena boschereccia nel Rinascimento italiano. W.. Gironi.. ID. Liviana. a cura di A. Firenze. PIERI. 3 sgg. Studi sul teatro veneto fra Rinascimento ed età barocca. F. G. in «Nuova rivista musicale italiana». PERRUCCI. Ameni siti e “cannose paludi”: le favole pastorali. La fascinazione del teatro. Palermo. TAVIANI. a cura di G.1. XVI. ID. 1993. ID. V. Calisto ingannata. Torino. Il “laboratorio” provinciale di Luigi Groto. in «Rivista italiana di drammaturgia». G. Olschki. Come si segmenta un testo operistico. PASTORINO. La commedia dell’arte e la società barocca. Contributo al progetto ‛Radames’. poi in ID. A. Madrid. Studi sul lessico della letteratura critica del testo musicale in onore di Gianfranco Folena. Il Mulino.. 1961. DORIGO. in L. Sansoni. Minelliana. F. pp. E.. in «Revista de musicología». in «Musica e Storia». G. Pittsburgh University 441 - - - . Opere di Decimo Magno Ausonio. G. 47-55. Firenze. L. Palumbo. pp... 1983.. Torino. Sciascia. OSTHOFF. 2000. W.. PETRONE. 1973. N. 1987. ZORZI. Accademia Nazionale dei Lincei.. Catalogo della mostra. pp. in Luigi Groto e il suo tempo (1541-1585). in Il sistema produttivo e le sue competenze. 1969. 1992. 1992. Firenze. Bologna. 1965. Pittsburgh. OTTONELLI. (a cura di). in Atti del Convegno Internazionale di Musicologia.. UTET. 1988. BIANCONI. XXXII. Snow... Theater “à l’espagne” and the Italian “Libretto”. 1981. Padova. Lo spazio dello spettacolo dal teatro umanistico al teatro dell’opera. I. D. VIII. M.. PASSARELLI. 1971. MURATA. in «Il Saggiatore musicale». (a cura di). pp. Sansoni.. in «Journal of the American Musicological Society». M. PAGANNONE.. Teatro antico e inganno: finzioni palutine. La drammaturgia musicale.]. XI. NOVEL. O.. 1651. in Essays in Musicology in Honor of Dragan Plamenac on His 70th Birthday. L’influenza della letteratura latina da Ovidio ad Apuleio nell’età del manierismo e del barocco. 1971. 1652. 2. 16-44. EDT. Firenze.. Roma. 1983. Teatro.. ID. pp. barocco. Madrid. rococò: concetti e termini. Roma-Caltanissetta... Bragaglia. La Biennale di Venezia. PANDOLFI. Antico e nuovo. PINELLI. Firenze.. Della cristiana moderazione del teatro. Dell’arte rappresentativa premeditata ed all’improvviso.. J. Ferrara. 45-73. Olschki.. fino al 1780. M. in Manierismo. ID. pp. Firenze. PIPERNO. libro IV. M. cit. A.. pp..

Materiali variazioni invenzioni. Milanesi. «The Musical Quarterly». REID. 317-324. pp. Courbé. a cura di Harold Powers. XXVI. H. M. 241-258. E. Princeton. POVOLEDO. Cavalli et l’opéra vénitien au XVIIe siècle. 1986. 41. Oniga. pp... G. B. Le fonti dell’“Orlando furioso”.. pp. IV. 19862. M. Firenze. Firenze. (a cura di). Alinea. Bettini. Venezia. luglio 1968. M.. - - 442 . PIRROTTA. in N. T. in La metamorfosi e il testo (studio tematico e teatro aureo). Firenze. in Scelte poetiche di musicisti.. New York-Oxford. 1969. Alinea. 2000. Firenze. POWERS. 125-147. D. 1984. 1-16. diretto da V. Anfitrione. S. Harvard University Press. Manierisme. a cura di M. 3.. Rieder. “L’Erismena travestita”. Princeton University Press. A. Commedia dell’arte e opera. Milano. 1987. QUELLER. Marsilio. 1984. in «Studi secenteschi». PLAUTO. vol. 1968.. Istituto della Enciclopedia italiana. Les Operas de Cavalli. Atti dell’XI «Stage International d’Etudes Humanistes» del Centre de la Renaissance di Tours. 1968. PRUNIÈRES. E. Scène et mise en scène à Venise dès la décadance des «Compagnie della Calza» jusqu’à la représentation de l’Andromeda au Théâtre de San Cassan (1637). Mitologia e Mitografia. in Studies in Music History. ID. Marsilio. 1996. 1931. 2000.. Paris. RIGO. Garzanti. ID. Atti del XIII Congresso Internazionale di Storia dell’Arte. The Oxford Guide to Classical Mythology in the Arts 1300-1900s. Branca. P. Da Poliziano a Monteverdi. H. Franco Angeli.. Il caval zoppo e il vetturino. Sansoni. it. ID. (a cura di). Venetian Patriciate: Reality and Myth. 11-20. 182-194. 455-457). RAMUSIO. voce Conti. Torino.. 1639. pp. 1983. 1985.. PRUNIÈRES. RAJNA. «Vi sono molt’altre mezz’arie. di “Commedia dell’arte” and Opera. ID. ID. 1931. 129-139. D. Récueil des divers rondeaux. vol. La metrica. 1978-85. Einaudi. Alinea... 6 voll. University of Illinois.Press. 1966. pp. pp. pp. pp.. pp. a cura di Harold Powers. Torino. RICCIARDI. Natale. Oxford University Press. in Studies in Music History: Essays for Oliver Strunk. a cura di R. Paris. Venezia. in «Collectanea Historiae Musicae». Le novelle degli Incogniti: un esempio di «dispositio» barocca. Tendenze della scenografia veneziana nel Seicento in rapporto con gli altri centri dell’Italia settentrionale. Il paradigma e lo scarto. 1969. Li due Orfei. 1990.. Urbana. 259-324. G. Inizio dell’opera e aria. pp. introd. 1993. in Renaissance. ID. Einaudi. Tradurre riscrivere mettere in scena. 329-333. in Venezia e l’Europa. Princeton.. REINER. J. S.». (a cura di)... 12. ora in Music and Culture in Italy from the Middle Ages to the Baroque.. pp. 1992. 305-324). Cronache di Parnaso 1642. P. pp. 1955. Roma. 307-69.. in Dizionario critico della letteratura italiana. Essays for Oliver Strunk.. PROFETI.. Milano. pp. 233-243. Spagna e dintorni. Princeton University Press.. PORCELLI. ID.. Cambridge Ma. 147-170 (trad. Torino. H. RAMOUS. 215-226. Einaudi. B. 1975. (a cura di).. «La Revue musicale». Navigationi et Viaggi. in Dizionario biografico degli italiani. pp. di M. Baroque. R. XXVIII. 3. Venezia 1956..

in «Music Review». Sul romanzo secentesco. 75-96. The Descendent Tetrachord: An Emblem of Lament. ID. (a cura di). ID. ROCCATAGLIATI. Note e documenti.. pp. Marotti.. anast. 27. London. Siena. Sansoni. Accademia musicale Chigiana 1941. Università degli Studi. Bergamo. a cura di F. Edizioni il Polifilo. Storia della musica europea. 1990. ID. 1968. 1991. 73-83. - 443 . 92ID. Transforming Works and Crossing Boundaries. Macmillan. 1638. Ravenna. La scuola veneziana (secoli XVI-XVIII). 2004. 335-346. The Creation of a Genre. Il libretto per musica attraverso i tempi. Olschki. in AA. 1976. In Defense of the Venetian Libretto. 15-18. pp.. Narciso e Pigmalione... SABBATINI. G. ID. Comic Contrast and Dramatic Continuity: Observation on the Form and Function of Aria in the Operas of Francesco Cavalli. Firenze. pp. 720.- RIZZO. ROSAND. Aria as drama in the early operas of Francesco Cavalli.. pp. a cura di E. 1989.ID. New York. Opera in Seventeenth-Century Venice. 1971. T. IV. J. voce Giovanni Faustini. Roma. 135. 274.. in Operatic Migrations. VV. E. University of California Press.. VV. «Musical Quarterly». DELLA SETA.. (a cura di). p. in The New Grove Dictionary of Opera. Firenze. SCALA.. F. Pratica di fabbricar scene e machine ne’ teatri... Commentary: Seventeenth-Century Venetian Opera as ‘Fondamente nuove’. in «Journal of Interdisciplinary History». Gli esordi del teatro pubblico a Venezia: dal teatro di corte ai teatro d’opera a pagamento. rist. La dramaturgie classique en France. London. XXVIII. Bestetti. in M. Atti dell’Incontro di studio di Lecce (29 novembre 1995). New York University. Paoli e Giovannelli.. Paris. ID. 1992. Roma. pp. Nizet. ROSATI.. MURARO. Galatina. pp. XXXVII. 2006. pp. ID. Libretti d’opera: testi autonomi o testi d’uso?. PIPERNO. In cantu et in sermone. 1976. Diss.. 1983. 2006. ROLANDI. Congedo Editore.. 1987. XXXVI. Einaudi. Le opere teatrali di Francesco Cavalli (saggio di bibliografia dei libretti). pp. Povoledo. F. 1979. Illusione e spettacolo nelle Metamorfosi di Ovidio. 268ID. 1975. 55. 346-359. Edizioni dell’Ateneo. in F. IX. in «Current Musicology». Torino. The Opera Scenarios (1638-1655): A Preliminary Survey. a cura di R. in «Quaderni del Dipartimento di linguistica e letterature comparate». G.. 1976. pp. 3. p. ID. SCHERER. ID... 1955. pp. ID. 7-20. Venezia e il melodramma nel Seicento. in «Studi musicali». Montemorra Marvin e D. Aria in the Early Operas of Francesco Cavalli. 403-414. Firenze.. Il teatro delle favole rappresentative. 1951. in «Journal of the American Musicological Society». N. For Nino Pirrotta on his 80th Birthday. 1979. A. Venice: Cradle of (Operatic) Convention. 411-417. Ormindo travestito in Erismena. Francesco Cavalli in Modern Edition. in AA. Berkeley. pp. Thomas. U.. 1980. - .. Ashgate.. Olschki. ID. Milano. Enciclopedia della musica.. VI. A.

Liguori. SEZNEC. II ed. STEGAGNO PICCHIO... 478-516 STERNFELD. Filologia dei testi a stampa.. a cura di M. Borghi e P.. V. Firenze.. «Ubi Lucius»: Thoughts on Reading “Medoro”. P. Guglielminetti. G. «Drammaturgia musicale veneta». 90-135. TH. ID. WALKER.. 2001. il Mulino. pp. F. pp. SPINI. Napoli.. The Birth of Opera: Ovid. Gli errori di Minerva al tavolino. il Mulino. Representation of Characters and Mythological Basis in Giacinto Andrea Cicognini’s and Francesco Cavalli’s “Giasone”.. E. pp. TH. Olschki. Poliziano and the «lieto fine». Bologna. «Analecta musicologica». 421-431. La commedia dell’arte e la società barocca.. R. L. a cura di R. TESSARI. “Navigationi et viaggi” di Giovanni Battista Ramusio. trad. Lo scenario nell’opera in musica del XVII secolo. it. Ricordi. Bollati Boringhieri. Filologia dei testi a stampa. 1978. pp.. 2001. 1983.. SERIANNI. pp. The Survival of the Pagan Gods.. P. Milano.. 2006. Dal Cinquecento al Seicento. n. 1969. (a cura di). La novella barocca. in P. «Industria» e «arte giocosa» della civiltà barocca. 48-50. in M. 147-189. CXXXI-CLX. 1995. «Hamburger Jahrbuch für Musikwissenschaft». Roma. pp. 1983. La fascinazione del teatro. Introduzione alla lingua poetica italiana. Ricerca dei libertini. STUSSI. ZRC SAZU. J. LUCIO. ID. 32-33. “Bellici carmi.. LIM. 1987. La commedia dell’arte nel Seicento. STOPPELLI. SPERA. pp.. New York. Torino. STAFFIERI. TROVATO. 119-129. TANSELLE. Avviamento agli studi di filologia italiana. F. Zappalà.. 2. A. voce Cavalli. vol. in A. XXV. Torino. Muraro. Macmillan. 1987. (a cura di). Firenze. II. I. Il Medoro. in Letteratura italiana. Bollingen Foundation. TAVIANI. MURARO. Venezia e il melodramma nel Seicento. Lucca. Firenze. in Mediterranean Myths from Classical Antiquity to the Eighteenth Century. 3. L. 3-31. 7-20. WALKER. Jahrhunderts. G. Le opere. L. 333-352. La veste linguistica nelle edizioni critiche: ammodernamento o conservazione? in L’edizione critica tra testo musicale e testo letterario. in Le parole della musica. 1953. TH. 1978. La teoria dell’impostura delle religioni nel Seicento italiano. pp. in «Strumenti critici». XIX. Firenze. XI... Dramaturgical Setting. The Mythological Tradition and its Place in Renaissance Humanism and Art. F. Londom. Ipotesi teorica di segmentazione del testo teatrale. 1977. Studi sul lessico della letteratura critica del testo musicale in onore di Gianfranco Folena. TARR. Carocci. 444 - - - - - .. a cura di M... ALM. 1992). Bologna. La Nuova Italia. 1981. 2001. A. TH.. H. Note sulla fissazione dei testi poetici nelle edizioni critiche dei melodrammi. Bulzoni. pp. Lubiana. T. UTET. pp. T. I. STOPPELLI. W. Roma. Il Mulino. Francesco in The New Grove Dictionary of Music and Musicians. La sopravvivenza degli antichi dei. (a cura di). AURELI. Olschki. festivo fragor”: Die Verwendung der Trompete in der italienischen Oper des 17. SERPIERI. Olschki. Viaggiatori del Seicento. Atti del convegno internazionale (Cremona. 1995. «Rivista italiana di musicologia». Bologna. 302-313. 1990. 1976. 1969.- SCHULZE. 1967. pp. 1984. WALKER. G. Il problema editoriale dell’ultima volontà dell’autore. 143-203.

Ginami. vol. L. WHENHAM. WEINBERG. I codici musicali contariniani del secolo XVII nella R. XI. Burocrazia e burocrati a Venezia in età moderna. a cura di Q. Classe di Scienze morali. in I teatri di Ferrara.. 1986.- WALKER. Oper: Szene und Darstellung von 1600 bis 1900. Firenze. Commedia. a cura di P. GLIXON. 1995. History of Literary Criticism in the Italian Renaissance. Lucca. E. Chicago. Marco in Venezia. in L’edizione critica tra testo musicale e testo letterario.. a cura di R. T. I cittadini originari. Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Fabbri. LIM. Cataudella. ZIOSI. 421-482. The British Library. GLIXON. 1968. WOLFF. Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti.. pp. H. ZANNINI. Giovanni. Perspectives on the Chronology of the First Decade of Public Opera at Venice. B. ZUCCOLO. Venezia. Venezia. TH.. 1888. L. J. J. WIEL. in The New Grove Dictionary of Music and Musicians. Il teatro di San Lorenzo: vita. 253-302. Leipzig. Memorie. R. London. Il romanzo antico greco e latino. C. Biblioteca di S. 2002. (sec. XVI-XVIII). Venezia. Macmillan. Zappalà. LIM. Sansoni. VII. 1961. pp. avventure e morte di un teatro ferrarese del Seicento. B. La filologia dei libretti. Borghi e P.. 2004. London. 2001. Short-title Catalogue of books printed in Italy from 1465-1600. 221282. 607-608... Tavola rotonda. Deutschen Verlag für Musik. opera e ballo nel Sei e Settecento. 47. University of Chicago Press. pp.. pp.. A. Discorso delle ragioni del numero del verso italiano. 2. 1993. - - 445 . Lucca. 1973. in «Il Saggiatore musicale».. voce Faustini. II. 1623. lettere ed arti.