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GUARDATEVI DAL LIEVITO DEI FARISEI (12,1-12) Intanto, accalcatisi miriadi della folla sì che si calpestavano a vicenda, cominciò a dire ai suoi discepoli innanzitutto: Guardatevi dal lievito dei farisei, che è ipocrisia. 2 Ora nulla è velato che non sarà svelato e nascosto che non sarà conosciuto. 3 Per questo, quanto diceste nell’oscurità, sarà ascoltato nella luce, e ciò che parlaste all’orecchio nella cantina, sarà proclamato sopra le case. 4 Ora dico a voi, amici miei: nulla temete da coloro che uccidono il corpo e dopo di questo non hanno più nulla da fare. 5 Ora vi mostrerò chi temere: temete chi, dopo aver ucciso,
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ha autorità di gettare nella Geenna. Sì, vi dico: questi temete! 6 Forse cinque passeri non sono venduti per due assi? Tuttavia nemmeno uno di loro è dimenticato al cospetto di Dio. 7 Ma anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete: valete più di molti passeri! 8 Ora vi dico: chiunque avrà confessato me davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo confesserà lui davanti agli angeli di Dio. 9 Ora chi avrà rinnegato me, di fronte agli uomini, sarà rinnegato di fronte agli angeli di Dio. 10 E chiunque dirà una parola contro il Figlio dell’uomo, sarà rimesso a lui. Ora a chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo non sarà rimesso. 11 Ora, quando vi tradurranno davanti alle sinagoghe
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e ai capi e alle autorità, non preoccupatevi come o cosa rispondere o cosa dire. 12 Infatti lo Spirito santo vi insegnerà in quella stessa ora quanto bisogna dire. 1. Messaggio nel contesto Da 12,1 a 13,20 c’è una forma di inclusione: il “lievito” dei farisei e il “lievito” del Regno. Il discepolo è chiamato a discernere il fermento che muove la sua vita: è la paura della morte, che porta all’ipocrisia e all’accumulo dei beni, o il timore di Dio, che porta alla verità e alla libertà nella misericordia? Il primo è il regno della morte, il secondo è il regno di Dio, la cui venuta chiediamo al Padre (11,2). Il c. 11 distingueva lo spirito del Figlio da quello muto, la luce dalle tenebre. I cc. 12 e 13 applicano questo discernimento rispettivamente all’uso dei beni e alla comprensione della storia, in relazione alle cose stabili e al tempo che fluisce. Si tratta di una teologia del mondo e della storia. In particolare nel c. 12 Gesù si rivolge alternativamente ai discepoli e alle folle. Dietro le folle è da vedere la schiera dei futuri discepoli, sempre aperta a tutti gli uomini ai quali bisogna annunciare la volontà di Dio. Si può quindi dire che
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il capitolo è destinato a tutti gli uomini di tutti i tempi, chiamati a vivere da figli di Dio. Gesù smaschera l’atteggiamento del mondo e dice per contrappunto quello del discepolo. Esso deve testimoniare con coraggio il suo Signore (vv. 1-12), libero dalle preoccupazioni e dagli affanni (vv. 13-34), in attesa vigile del suo ritorno (vv. 3559). L’attesa escatologica è il motivo del suo coraggio e della sua libertà, il fine che muove il cammino fin dal principio. Forza per superare le difficoltà, le contraddizioni e la morte stessa, essa dà il tono spirituale necessario per la lotta. Il brano presente si articola in tre parti: il discepolo deve guardarsi dall’ipocrisia (vv. 1-3), non temere gli uomini, ma temere il Signore (vv. 4-7), testimoniandolo nell’attesa fiduciosa che si manifesti il suo giudizio (vv. 8-12). Mentre il movente segreto del pensare, del dire e dell’agire umano è la paura della morte, il discepolo è spinto dal pensiero di un Dio che per lui è morto in croce. Così vince il giudizio pervertito del mondo e tiene conto del vero “giudizio” di Dio, che ama l’uomo e gli dona il suo regno. 2. Lettura del testo v. 1: “Intanto”. Siamo nel cammino di Gesù verso Gerusalemme, che la chiesa ripercorre nel periodo che va dalla sua dipartita al suo ritorno. Ciò che è capitato a lui in quel tempo - cuore di ogni tempo - è ciò che capiterà alla sua chiesa in seguito. Più che “intanto”, bisognerebbe tradurre
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“in queste cose”. Non si tratta di un tempo vuoto, ma di fatti precisi, in cui si compie il disegno di Dio. “Queste cose” sono l’ira, le provocazioni, le insidie e le trappole dei suoi nemici, che sono appena state nominate (11,53s). Per di qui passa il cammino. “miriadi, ecc.”. L’ostilità e le difficoltà non bloccano la missione. Anzi, come dalla croce la risurrezione, così dalla persecuzione scaturisce la missione (cf. At 8,4; 11,19). Queste miriadi di folle sono la prefigurazione dei discepoli futuri, frutto abbondante del chicco di grano che muore (Gv 12,24). Anche queste miriadi sono chiamate insieme ai discepoli ad ascoltare il Signore che dice loro come vivere in questo tempo. “che si calpestavano a vicenda”. Strano e preoccupante! Questo calpestarsi all’interno dei discepoli è il motivo delle parole di Gesù: una messa in guardia perché tra di loro non avvenga proprio ciò che sta avvenendo. “ai suoi discepoli innanzitutto”. Il discorso è principalmente rivolto ai discepoli. Essi sono chiamati a discernere bene tra tenebra e luce (11,35) e capire che gli “ahimè”, rivolti ai farisei (11,37-54) valgono innanzitutto per loro. Infatti sono sempre insidiati dallo stesso lievito. “ipocrisia”. Ipocrisia viene da “ipocrita”, che è il protagonista del coro nel teatro greco. È la parola che esprime
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in sintesi i mali denunciati da Gesù nella casa del fariseo (11,37-54). Alla loro radice sta l’ipocrisia, che è il protagonismo. Sopra il volto dei figli di Dio, c’è questa maschera che impedisce di riconoscersi sue creature e dire: “Abba”. È chiamata “lievito”, perché è principio di corruzione, e “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” (1Cor 5,6; Gal 5,9). Il credente, anche se salvato, resta sempre portatore di peccato (cf. Rm 7,14ss). La nostra carne, con i suoi limiti e le sue paure, è sufficiente combustibile per alimentarlo; l’ipocrisia, che non ci fa accettare la nostra creaturalità, è il carburante (cf. Gal 2,13!). Il discepolo avrà un altro “lievito” (13,20): non la paura della morte, ma il timor di Dio. . v. 2: “Ora nulla è velato”. L’ipocrisia consiste nel nascondere come Adamo la propria nudità, perché non conosce Dio e non si accetta come suo figlio. Per questo il Regno verrà quando l’esterno sarà come l’interno. Gesù è venuto a togliere all’uomo i veli della menzogna e a restituirlo alla sua verità di figlio, infinitamente amato dalla misericordia del Padre. Mentre il protagonismo si serve di maschere per nascondersi e dominare, il discepolo è chiamato a trasparenza e semplicità. v. 3: “Per questo, quanto diceste nell’oscurità, ecc.” . Bando anche a ogni parlare doppio (cf. Mt 5,37; Gc 5,12), indispensabile per uscire vincenti in ogni rapporto di forza. Il discepolo deve essere impregnato della parola di verità fin
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nell’intimo del suo cuore, senza dissonanza tra ciò che è nel profondo e ciò che vuole apparire all’esterno, in una perfetta coerenza tra ciò che è e ciò che dice. Chi non nasconde ciò che è, ha già vinto in radice l’ipocrisia. Chi è disposto a far conoscere tutto ciò che pensa? v. 4: “amici miei”. Richiama Gv 15,14s. L’amicizia o trova o rende pari. Gesù ha reso i suoi discepoli pari a sé, perché ha rivelato loro come diventare figli dell’Altissimo. Il motivo per cui non bisogna aver paura della morte, è perché ci chiama amici colui che è morto e risorto per noi. “nulla temete”. Gesù lo ripete per ben cinque volte in questo passo. La paura fondamentale da vincere è quella della morte, con la quale Satana domina il mondo (Eb 2,14s). Viene dalla menzogna su Dio, che impedisce all’uomo di accettarsi come sua creatura. Per questo fa di se stesso l’assoluto. “uccidono il corpo”. Chi fa di sé e della propria vita il suo assoluto, fa di tutto per salvare la pelle; non può non essere egoista. Infatti non avrebbe senso perdere ciò che si ritiene come valore assoluto, per nessun motivo. L’uomo teme più di tutto l’uccisione del corpo. Per essere liberi da questo timore, bisogna avere un valore maggiore, e temere di perdere quello. v. 5: “Ora vi mostrerò chi temere, ecc.” . “Principio della saggezza è il timore del Signore” (Sal 111, 10; Pro 1,7). Temere Dio significa tener conto, nell’assetto concreto della
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propria vita, che Dio è Dio - e solo lui! - e non volerlo perdere, perché è lui la vita (Dt 30,20). L’uomo non può non temere, come non può non desiderare, perché è creatura, e quindi bisogno. Come desidera il “sì”, così teme il “no”. Ma, siccome ciò che teme diventa suo dio e signore della sua vita, se non vuol far della morte il suo dio e il suo signore (Sal 49,15), tema solo Dio come Signore della sua vita. Il timore di Dio rende l’uomo libero e capace di discernimento. “Geenna”. L’uomo, che teme la morte e vuol salvarsi a tutti i costi, distrugge la sua verità di uomo, immagine di quel Dio che è amore (cf. 9,24). Uccide la propria vita e la butta via come immondizia. La Geenna è la “valle dell’Hinnon” (gehinnon), dove anticamente si sacrificavano vite umane a Moloch e dove Israele bruciava le immondizie. Per questo vi ardeva sempre il fuoco. Fallire il proprio fine è la tragica possibilità dell’uomo. Tutta la tradizione cristiana parla dell’inferno. Non per terrorizzare l’uomo, bensì per renderlo cosciente del male che fa seguendo come guida la paura della morte. È sempre cattiva consigliera: mentre suggerisce di cercare ogni briciola di vita, fa cadere nell’egoismo che la distrugge in radice. La paura dell’inferno non deve portare ad aver paura di Dio, ma del male che ce ne allontana. Qui in concreto si dice di temere il giudizio di Dio più di quello degli uomini.

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v. 6: “cinque passeri... due assi”. Il timore deriva dalla coscienza della nostra piccolezza e del nostro poco valore. Ma Dio è amore, e l’amore si prende cura di ogni piccolezza: possiamo avere fiducia in lui in proporzione della nostra insignificanza. Gesù dice di non dimenticare in concreto che Dio ci ama. La sua “tenerezza si espande su tutte le sue creature” (Sal 145,9); egli non è insensibile neanche ai “piccoli del corvo che gridano a lui” (Sal 147,9). v. 7: “anche i capelli, ecc.”. Il capello è la parte meno importante dell’uomo. Si può tagliare senza che uno si accorga e senza fargli alcun danno! Colui che di tutto si prende cura, tutto conosce, perfino ciascuno dei nostri capelli, contati come le stelle del cielo (Sal 147,4). Questo è un segno del suo amore. Il nostro valore è in realtà infinito come il suo amore per noi: valiamo più della vita del suo Figlio, valiamo il sangue di Cristo (1Pt 1,18s; 1Cor 6,20; 7,23). Fin dal principio c’è una valutazione enorme dell’uomo agli occhi di Dio, che “vide che era cosa molto buona” (Gn 1,31; cf. Is 43,4). Il timore del Signore si fonda su questo “amore eccessivo” (Ef 2,4 Vg.) che Dio ha per noi, ed è una vibrazione nostra di fronte al suo cuore: è principio di sapienza perché ci fa conoscere la nostra verità e ci libera da ogni paura. v. 8: “chiunque avrà confessato, ecc.”. Il cristiano è testimone di Cristo davanti agli uomini. Il futuro definitivo dipende dalla nostra testimonianza attuale. Bisogna tener
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conto del giudizio non dell’uomo, ma del Figlio dell’uomo; non di quello davanti ai tribunali della terra, ma alla corte del cielo. Luca ha sott’occhio l’esperienza della chiesa primitiva, chiamata a confessare in un clima di persecuzione. Essa trova la sua forza fissando lo sguardo al cielo, dove è la gloria di Dio e Gesù, il Figlio dell’uomo, seduto alla sua destra (At 7,55s). v. 9: “chi avrà rinnegato me, ecc.”. Rinnegare Gesù è di chi vuol salvarsi e non sa rinnegare se stesso (9,23s). È l’egoismo di chi vuol affermare se stesso. L’ora della prova e della persecuzione evidenzia questo peccato che, più che un’azione, è un modo di vivere. Il rinnegare è il contrario del “confessare” davanti ai tribunali. Questa è una forma di testimonianza (= martirio), che poi divenne la testimonianza o martirio per antonomasia. In realtà la testimonianza non è solo la confessione a parole davanti agli altri. È innanzitutto la croce quotidiana di chi segue il suo Signore (9,23s). v. 10: “parola contro il Figlio dell'uomo”. Il Gesù terreno è un segno contraddetto (2,34), contro il quale parlano i nostri pensieri e le nostre opere. Davanti alla povertà, all’umiliazione e all’umiltà del Figlio di Dio venuto nella carne, istintivamente ci troviamo dalla parte contraria. Il mistero del Figlio dell’uomo che si consegna resta naturalmente nascosto anche ai discepoli (9,44s); il crocifisso è dimenticato teoricamente e praticamente anche dai cristiani (Gal 3,1; Ef 4,20s). Per questo siamo sempre chiamati a
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convertirci: da “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18), dobbiamo diventare come Paolo, che non ritiene di conoscere altro “se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1Cor 2,2). La non conoscenza del mistero di Gesù sta all’origine di tutti i peccati personali e collettivi dei credenti. Essi restano credenti; ma senza discernimento. Hanno bisogno continuo di conversione e di perdono. “bestemmiato contro lo Spirito santo”. È la perdita della fede, l’apostasia dopo l’illuminazione dello Spirito (Eb 6,4-6; 10,26-39). È un peccato imperdonabile; non perché Dio non perdoni, ma perché chi lo commette rifiuta di convertirsi. Un modo sottile di incapsularsi nell’inconvertibilità è quello di aggiudicarsi a priori la “buona fede”, per cui non si sente più il bisogno di convertirsi. È l’indurimento nella cecità di chi crede di vederci e rifiuta il dono della vista (Gv 9,41). È il peccato di chi non si riconosce peccatore e bisognoso di perdono (18,9-14). È l’ipocrisia di chi mente per fare bella figura (cf. At 5,lss). v. 11: “quando vi tradurranno, ecc.”. Sono i momenti di persecuzione, che la chiesa ha conosciuto e conoscerà sempre, se sarà fedele al suo Signore (6,22s). Solo quando gli è infedele non è perseguitata (6,26). “non preoccupatevi, ecc.”. La preoccupazione toglie ogni energia all’occupazione; esaurisce ogni forza nella paura che blocca. Contraria alla fede, è di chi non conosce l’amore del
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Signore e crede di doversi salvare da sé. Luca ha davanti le difficoltà reali della sua chiesa. In tempo di persecuzione, la salvezza della pelle dipende proprio da “come” e “cosa” rispondi e da “ciò” che dici. v. 12: “lo Spirito santo vi insegnerà”. Il motivo della fiducia è lo Spirito che Gesù ci ha donato. Egli non solo è la forza per testimoniare (24,49; At 1,8), ma è anche colui che insegna “come” testimoniare (At 4,8; 7,55; Gv 14,26). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le numerose folle che si accalcano e calpestano. c. Chiedo ciò che voglio: guardarmi dal lievito dei farisei, l’ipocrisia. d. Medito applicando a me le parole di Gesù. Da notare: - il lievito dei farisei, l’ipocrisia. - velato/svelato; nascosto/conosciuto; oscurità/luce; cantina/terrazzo - voi, amici miei, non temete quelli che uccidono il corpo - confessare/rinnegare - bestemmiare contro lo Spirito - lo Spirito vi insegnerà.
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4. Passi utili Mt 6,25-34; Mc 8,34-38; 3,22-30; 13,11.

77. LA SUA VITA NON È DALLE COSE CHE HA (12,13-21)
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Ora gli disse un tale dalla folla: Maestro, di’ al mio fratello di dividere con me l’eredità. 14 Ora egli disse: Uomo, chi mi costituì giudice o divisore su di voi? 15 Ora disse loro: Guardate e custoditevi da ogni avere di più, perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non è dalle cose che ha. 16 Ora disse una parabola dicendo loro:
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A un uomo ricco fruttò bene la terra. 17 E ragionava tra sé dicendo: Che farò, poiché non ho dove raccogliere i frutti miei? 18 E disse: Questo farò: abbatterò i miei granai e più grandi costruirò, e raccoglierò lì tutto, il grano e i beni miei. E dirò alla mia vita: 19 Vita, hai molti beni in serbo per molti anni: riposa, mangia, bevi, godi! 20 Ora gli disse Dio: Stolto, in questa notte richiederanno a te la tua vita. Ora, quanto preparasti, di chi sarà? 21 Così chi tesorizza per sé e non arricchisce verso Dio!
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1. Messaggio nel contesto Questa parabola descrive l’uomo che fa consistere la propria sicurezza nell’accumulo dei beni. È il contrario del discepolo la cui sicurezza è nell’amore del Padre e dei fratelli (vv. 2234). La nostra vita non sta nei beni, ma in colui che li dona. La sapienza di Dio ha previsto che la soddisfazione dei bisogni che abbiamo, diventi strumento per colmare il bisogno che siamo: la comunione con il Padre che dona e con i fratelli con cui condividiamo. Questo è il regno dei figli, il nostro vero tesoro (vv. 33s). A questa parabola del “possidente stolto”, simile al ricco “epulone” (16,19ss), farà da contrappunto quella dell’“amministratore saggio” (16,1ss). Luca tratta spesso dei beni materiali come dono del Padre, che tale deve restare nella condivisione coi fratelli. Questa lezione è fondamentale già per Israele; ogni volta che se ne dimentica, il giardino torna di nuovo deserto! L’“economo saggio”, che vede esaurirsi i suoi beni, si fa la stessa domanda del possidente che li vede crescere: “che farò?” (v. 17; 16,3). Ma mentre il primo sa “cosa fare” (16,4), il secondo lo ignora. “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,13.21; cf. Sal 73). L’economo sa che è amministratore e non possidente: i beni non sono suoi, e per di più vengono meno. La penuria lo fa rinsavire; e, invece di accumulare, comincia a
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donare ciò che in fondo non è suo. È lodato dal Signore, perché usa dei beni secondo la loro vera natura. Si è ricchi solo di ciò che si dà. Dio infatti è tutto perché dà tutto. Il “possidente stolto” invece, che vuol possedere sempre di più, fino ad avere tutto, è sempre di meno, fino ad essere nulla. Si chiude in un egoismo insaziabile che lo fa morire come uomo. In questa parabola si prende di mira l’atteggiamento istintivo dell’uomo, che non conosce più la paternità di Dio. Mosso dalla paura della morte, la prima cosa che fa per salvarsi è garantirsi la soddisfazione dei bisogni primari e far dipendere la vita da ciò che ha, invece che da ciò che è. È figlio di Dio e non deve sostituire il Padre con le cose che gli dà. È meglio dare in elemosina che mettere da parte oro (Tb 12,8). Questa ci dà il nostro vero tesoro (cf. 16,11s): essere come colui che è dono per tutti. 2. Lettura del testo v. 13: “un tale dalla folla”. Il problema, suscitato da un tale, sarà occasione per un insegnamento dato alla folla dei discepoli, che, come tutti gli uomini, sono vittime dello stesso male. “dividere con me l’eredità”. Ciò che divide i fratelli è la spartizione di ciò che di per sé li unisce: il dono del Padre! L’amore per “la cosa” di cui appropriassi ha sostituito quello
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del Padre e del fratello. Questo litigio per l’eredità è l’emblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini litigano per arraffarsi la roba. L’avidità di vita, nata dalla paura della morte, rende causa di odio e di morte ciò che in realtà è dono di amore. È stravolto il senso di tutta la creazione! Abramo, che conosce Dio, spartisce ben diversamente l’eredità donata: lascia a Lot la parte migliore (Gn 13,1-12). Abramo, nostro padre nella fede, è il primo esempio di stoltezza sapiente, che sceglie di essere misericordioso come il Padre (cf. 6,36). Lot, il furbo, invece è il vecchio modello di sapienza stolta, che si sceglie alla fine la perdizione di Sodoma. v. 14: “chi mi costituì giudice o divisore?”. Gesù non è venuto sulla terra per premiare i buoni e condannare i cattivi, dando a ciascuno il suo; altrimenti ci avrebbe condannati tutti e avrebbe dato a ciascuno la pena meritata. Egli compie il giudizio di salvezza. Donando tutto ciò che ha e ciò che è, diviene il pontifex che, unendoci a sé, ci unisce al Padre e tra di noi. Non può quindi “dividere” tra i fratelli. Il “divisore” che accusa è un altro! Lui è venuto a liberarci da ciò che ci divide. v. 15: “custoditevi da ogni avere di più”. (In greco: pleonexía, che significa anche: cupidigia, avidità e arroganza). A chi gli domanda di dividere in modo “giusto” l’eredità, Gesù risponde chiamando “cupidigia, avidità,
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arroganza” la sua giustizia. Che altro è infatti la nostra giustizia se non l’amministrazione regolata del nostro egoismo? Questo si esprime nell’“avere di più”, con i quattro possessivi dei vv. 17-19: frutti miei, granai miei, beni miei, vita mia. Al v. 1 Gesù mette in guardia dall’ipocrisia, lievito dei farisei; in 16,14 i farisei vengono chiamati “amanti del denaro”, che permette di “avere di più”. Questa è la prima maschera dell’ipocrisia: copre la tua verità di figlio, simile al Padre che ama e dona, e ti rende sempre più chiuso agli altri e lontano da lui. Non accettando la tua identità, ti identifichi con ciò che possiedi. Invece di servirti del mondo come suo signore, lo servi come tuo signore. L’“avere di più” è il primo tentativo maldestro di salvarsi suggerito dalla paura della morte. Norma di azione e fine principale dell’uomo, si sostituisce a Dio. Come è a-teismo pratico, è anche un a-umanesimo, principio di alienazione da sé e dagli altri. “la sua vita non è dalle cose che ha”. Se fai dipendere la tua vita da ciò che hai, distruggi ciò che sei. Ciò che credevi essere sicurezza di vita, dissemina ovunque uova di morte. La vita infatti è dal Padre: per questo sei figlio suo e fratello di tutti. Se la tua vita è dalle cose, lui non è più tuo Padre e i fratelli sono tuoi contendenti. E le stesse cose, che prima erano “da” Dio e “per” te, cambiano valore: sei tu “da” loro e “per” loro e sacrifichi la tua vita a ciò che doveva garantirla. Ciò che hai e possiedi, ti dà morte se lo consideri come fine invece che come mezzo. Ne sei schiavo; e per quanto tu
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possieda non sarai mai pieno, perché altro è il pane che ti sazia. Per inganno l’uomo ha abbandonato la “sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2,13); ha posto come principio della propria vita il timore della morte, invece che l’amore del Padre della vita. v. 16: “fruttò bene la terra”. I frutti della terra sono benedizione di Dio (cf. Dt 28,1-14). Chi li riceve come dono è benedetto lui stesso. Chi li prende come possesso, li taglia dalla loro sorgente ed è maledetto. Riceverli come dono significa usarli ricordando che sono dal Padre e per tutti i fratelli. Quest’amore concreto del Padre e dei fratelli, che si esprime rispettivamente in lode e in misericordia, è tutta la Legge (10,27). Ogni qualvolta vivrà con spirito di padrone, Israele andrà in esilio. L’oblio del dono è la via dell’esilio; il ricordo e la conversione quella del ritorno. Mosè mette in guardia il popolo, ammonendolo di non dire mai “è mio”, ciò che gli sarà dato nella terra promessa (Dt 8,7-20). v. 17: “ragionava tra sé”. Si può tradurre con s-ragionare: si tratta infatti dei “dialoghismi”, o ragionamenti obliqui nei quali l’uomo si ingarbuglia. Ed è un ragionare “tra sé”: un soliloquio che uccide l’uomo come relazione e dialogo con gli altri. Infatti il ricco, che punta sull’avere di più, si isola sempre più dagli altri e s’ingabbia nella sua solitudine.
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“Che farò?” Questa domanda è cara a Luca (cf. anche 3,10.12.14; 16,3.4; At 2,37; 16,30). È il problema fondamentale dell’uomo, che ha la possibilità e il dovere di decidere sul da farsi. All’animale basta comportarsi secondo l’istinto di conservazione. L’uomo invece deve vincere la paura della morte che lo chiude nella trappola dell’egoismo e lo uccide come uomo. Il ricco possidente e l’economo avveduto sono i due modelli: uno stolto che non capisce (v. 20) e l’altro saggio, che sa cosa fare (16,4). La risposta al “che farò” è la scelta tra morte e vita: è il bivio dinanzi al quale si trova il popolo che entra nella terra promessa (Dt 30,15-20). Come per Adamo lo stare nel giardino è legato all’obbedienza a Dio, così per Israele lo stare nella terra promessa è legato in concreto al non impadronirsi del dono. Il destino dell’uomo dipende dall’uso corretto delle creature: o sono mezzi per amare Dio e il prossimo, che significa ringraziare o condividere; o diventano fine e surrogato di Dio, che significa possederle e accumularle. Il possesso è contrario al ringraziare, ed è contro Dio; l’accumulo è contrario alla condivisione ed è contro gli uomini. v. 18: “Questo farò”. È il progetto di ogni uomo che non conosce l’amore del Padre: ingrandisce il proprio “granaio” per avere di più, aumenta il contenitore per accumulare di più. Più uno ha, più aumenta il desiderio: l’avere di più è un cibo che invece di saziare accresce una sete maligna, tipica dell’idropico. L’uso dei beni è importante per Luca, cosciente
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di vivere in questo mondo con questa storia (cf. anche 11,41; 12,33; 14,33; tutto il c. 16; At 2,42ss; 4,32ss; 5,1ss). Non vanno né adorati, né demonizzati; vanno usati secondo la loro natura di dono. Per questo il ministero di Gesù inizia con la predicazione dell’anno sabbatico (4,16ss), che riporta il popolo al tempo puro e forte delle origini, in cui Dio donò la terra promessa. Anche gli Atti ci presentano la prima comunità come realizzazione della comunità sabbatica (At 2,42ss; 4,32ss). v. 19: “hai molti beni, ecc.”. La stoltezza si consuma nel compiacersi dei beni, facendo di essi la propria vita e sicurezza. Il loro accumulo non è che riserva di morte, trasmessa purtroppo ai figli. “riposa, mangia, bevi, godi”. È il programma di vita dell’uomo. I beni, nel piano di Dio, servirebbero per questo! Ma è stoltezza credere di realizzarlo seguendo la via dell’avere di più. Dio ha ordinato di non possedere e di non accumulare, bensì di ringraziare del dono e di condividere. L’obbedienza a questa sua parola introduce nel riposo (= terra promessa), dove si mangia (= vive), si beve (= ama) e si gioisce, perché nel soddisfare i bisogni primari si soddisfa anche quello essenziale: l’amore del Padre e dei fratelli! Dall’uso delle cose materiali deriva la realizzazione o il fallimento dell’uomo. Questa coscienza è spesso falsata in noi perché, idolatrando le cose, non le poniamo in discussione, e
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pensiamo che la salvezza si giochi su altri fronti, più “spirituali”. v. 20: “gli disse Dio: Stolto”. Il giudizio di Dio, Signore della vita e amante delle sue creature, è ben diverso da quello pervertito dell’uomo, dettato dall’ipocrisia (v. 1). Dichiara “stolto” e senza intelligenza quest’uomo che fa dipendere il suo futuro dall’avere di più, loda invece l’economo dell’ingiustizia perché agì con intelligenza (16,8). Lo stolto si identifica con il proprio idolo, e crolla con lui davanti al giudizio di Dio, come Dagon davanti all’arca (lSam 5,1ss). Il sapiente diventa invece come Dio, che è disponibile e misericordioso con tutti (6,35-38). “richiederanno a te la vita tua”. La stoltezza consiste nel fatto che la morte non è evitata da ciò che il timore di essa ha suggerito. La paura infatti è cattiva consigliera, e getta in braccio a ciò che si teme. Il sapiente sa che i beni diminuiscono, ed è inutile accumularli, anche la vita fluisce e finisce nella morte. Questa è la condizione creaturale, da vivere in modo da procurarsi le dimore eterne (16,9). La memoria mortis, come è sconfitta della paura della morte, è anche principio della sapienza e del timor di Dio: “insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90,12). Il mio limite mi porta a conoscermi in verità e a demistificare ogni ipocrisia. O mi accetto da Dio e per Dio come sua creatura, o sono disperato! Nessuna cosa che ho copre la mia
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nudità e sazia il mio bisogno di vita. La coscienza della morte mi mostra il mio essere profondo: la mia solitudine assoluta davanti a lui, che può essere colmata solo da lui, mio riposo, mio cibo, mia bevanda e mia gioia. “quanto preparasti, di chi sarà?”. Chi cerca di avere di più, anche se non vuole, darà tutto agli eredi, suscitando il problema della spartizione (cf. v. 13!). “Come ombra è l’uomo che passa, solo un soffio che agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga” (Sal 39,7). Ma la morte, ministra sovrana di Dio, ridurrà ogni uomo alla sua verità creaturale e lo costringerà a dare tutto come tutto ha ricevuto! È sapiente la morte! Chi credeva di dominare e di distruggere con essa la vita, ignora che essa è la condizione per tornare a vivere come creature! v. 21: “tesorizza per sé/arricchisce verso Dio”. Sono in chiara contrapposizione. C’è un modo per “arricchire verso Dio”: donare invece di tesorizzare (vv. 32ss; 16,1ss). Gli stessi beni del mondo danno la morte in quanto accumulati per paura della morte; danno la vita in quanto condivisi coi fratelli per amore del Padre. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando le folle che si accalcano addosso a Gesù coi suoi discepoli. c. Chiedo ciò che voglio: non far dipendere la vita dalle cose che ho; guarire dalla cupidigia. d. Medito sulla parabola. Da notare: - dividere l’eredità - aver di più - la vita non è dalle cose che hai - i miei frutti, granai, beni, vita - riposa, mangia, bevi, godi - stolto, in questa notte morirai - tesorizzare per sé/arricchire davanti a Dio. 4. Passi utili Sal 49; 90; Sap 2,1-5,23; Lv 25.

78. NON ANGUSTIATEVI. IL PADRE VOSTRO SA CHE AVETE BISOGNO (12,22-34)

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Ora disse verso i (suoi) discepoli: Per questo dico a voi: Non angustiatevi per la vita, che mangiare, né per il corpo, che indossare; 23 poiché la vita è più del cibo e il corpo dell’indumento. 24 Considerate i corvi: poiché non seminano né mietono, non hanno dispensa né deposito, e Dio li nutre! Quanto più degli uccelli voi valete. 25 Ora chi di voi angustiandosi può aggiungere un cubito alla sua statura (al suo tempo)? 26 Se dunque neppure il minimo potete, perché del resto vi angustiate? 27 Considerate i gigli come crescono: non faticano né tessono. Ora dico a voi: Neppure Salomone in tutta la sua gloria fu ammantato come uno di questi!
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Ora se Dio così riveste l’erba del campo che oggi è e domani è gettata nel forno, quanto più voi, o di poca fede! 29 E voi non cercate che mangiare e che bere e non state sospesi, 30 poiché tutte queste cose le nazioni del mondo ricercano. Ora il Padre vostro sa che avete bisogno di questo. 31 Ma solo cercate il suo regno e queste cose vi saranno aggiunte. 32 Non temere, piccolo gregge, poiché si compiacque il vostro Padre di dare a voi il Regno. 33 Vendete ciò che avete e date in elemosina. Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove ladro non si avvicina né tignola corrompe. 34 Poiché dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore.
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1. Messaggio nel contesto Continua l’istruzione di Gesù sui beni del mondo. La vita non dipende né da ciò che hai (vv. 13-21), né da ciò che non hai (vv. 22-30), bensì da ciò che sei: figlio di Dio (vv. 31-34). Quindi, come nessun affanno per l’abbondanza, così nessuna angoscia nella penuria! I discepoli non devono rinnegare il Signore della vita per la paura della morte, che porta ad avere di più nel timore di avere di meno. Tutto infatti viene dal Padre: come dà la vita, darà anche il cibo; come dà il corpo, darà anche il vestito. La vita e il corpo sono dati fin dall’inizio. Il resto, erogato giorno per giorno, rimane sempre suo dono, anche se mediato dalle nostre mani. Come la manna, ravviva la fede quotidiana. Alla falsa sapienza, che porta all’accumulo e all’inquietudine, il discepolo contrappone la vera sapienza di chi conosce il Padre. La sua provvidenza, più acuta e più efficace di ogni nostra previdenza, non lascia mancare nulla ai suoi figli. Se qualcosa manca, significa che non è necessaria o si sta cercando nella direzione sbagliata (cf. vv. 30-31). La differenza tra credente e non credente non sta nel fatto che questi lavora e l’altro ozia. Tutt’altro! (cf. 1Ts 2,9; 4,11; 2Ts 3,6-15). Sta nel fatto che uno si preoccupa e l’altro si occupa, uno con angoscia e l’altro con fiducia, uno per possedere e accumulare, l’altro per ricevere in dono e donare. È utile tener presente che la preoccupazione è più snervante
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dell’occupazione stessa. L’ansia mangia più energia del lavoro. Mentre l’uomo in genere accumula con affanno quando ha e si agita con angoscia quando non ha, il credente dona quando ha e lavora quando non ha. Ma senza inquietudine, perché sa che Dio è la sua vita. Così, invece di chiudere la mano nel possesso e allungarla per prendere, la apre per ricevere dal Padre e la allunga per donare ai fratelli. Quelli che dicono “Abbà!” sono esonerati dagli inutili pesi dell’affanno e dell’angustia: vivono nel Regno dei figli. Solo questo va cercato, chiesto e desiderato in sé. Il resto è un’aggiunta. Possiamo stare tranquilli, perché Dio, come ha fatto noi per sé, così ha fatto tutto per noi. Il v. 32 è centrale: la certezza del dono, che il Padre ci ha fatto nel Figlio, vince ogni timore. I vv. 22-30 richiamano tale paternità come antidoto all’angoscia: chi ha dato il più, non lascerà mancare il meno (vv. 22-23). Invece di inquietarci, è utile guardare il corvo per il cibo (vv. 24-26) e i gigli di campo per il vestito (vv. 2728): anche a loro Dio provvede. A maggior ragione a noi, ai quali ha dato anche la capacità di seminare e di mietere, prevedere e provvedere, lavorare e tessere! Anche se siamo di poca fede, siamo suoi figli, destinati alla vita eterna con lui. Non siamo immondi come i corvi, né effimeri come l’erba che ci cuoce il pane! L’ansia per tutto ciò è di chi non conosce che Dio è Padre (vv. 29-30). I vv. 31-34 dicono il rapporto che hanno i figli con i beni del Padre: non li cercano come fine, ma li usano come mezzo.
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Egli ha predisposto di darli in omaggio a chi cerca il Regno (v. 31). Questo è già loro donato (v. 32), e vi entrano donando (v. 33a). Il dare è l’unico modo di tesorizzare (v. 33b), perché rende il figlio simile al Padre che dona (v. 34). Lo sfondo di queste considerazioni di Luca è il rapporto che nell’AT Dio vuole tra popolo e terra promessa (cf. ad es. Dt 8,1ss; 15,1ss). 2. Lettura del testo v. 22: “disse verso i discepoli”. Quanto detto sopra, che la vita non è da ciò che uno ha, vale per tutti. Ora si rivolge al discepolo per una spiegazione ulteriore, che solo lui è in grado di cogliere: se tutto viene dalla paternità di Dio, lui è chiamato a testimoniare la sua filialità in una vita libera dall’angoscia. “Non angustiatevi (angosciatevi)”. Angosciarsi in greco (merimnáó) ha la radice comune con “memoria”, Moira (dea della morte, fato, destino), méros (= parte, eredità), e la nostra parola “morte”. Questa è il ricordo che tocca in sorte ad ogni uomo. Chi non accetta Dio come suo principio e origine, non può accettare il proprio limite assoluto, se non come sua fine e distruzione. Il ricordo della morte diventa il suo assillo costante. Si sente minacciato dentro da un vuoto incolmabile, e cerca di riempirlo affannosamente, accumulando ciò che non è in
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grado di saziarlo. Chi invece si riconosce creatura di Dio, accetta il proprio limite e la propria morte; sa che lì raggiunge il proprio principio. La fine cessa di essere tale, e diventa il fine del cammino. È ritorno alla casa del Padre, termine della fatica e inizio del riposo. “per la vita, che mangiare”. Mangiare è il bisogno primario dell’uomo che, come riceve la vita, così ha bisogno di mantenerla con il cibo. Ma questo è un semplice mezzo per vivere, non la vita stessa. La sua vita (zoè: v. 15) è Dio stesso. Da lui viene e a lui va; a lui torna come da lui è uscito. La memoria della morte non deve nutrire l’angoscia di chi si sente un nulla, o alimentare l’affanno di chi accumula per vivere. Deve invece portare all’abbandono nelle braccia del Padre. Questo ci pone oltre la morte, nella sorgente da cui scaturiamo. Forse poche epoche come la nostra hanno ridotto la vita da comunione con Dio a pura funzione biologica. La parola “pane” ha sostituito il pane della Parola. L’uomo, ridotto a semplice animale, è un tubo digerente dei vari desideri indotti secondo i vari prodotti: ha come principio la bocca e come risultato un’esistenza senza senso che puzza di morte. “per il corpo, che indossare”. Il vestito è il bisogno materiale che l’uomo ha in più dell’animale. Non è solo una difesa dalle condizioni climatiche. È soprattutto un coprirsi e apparire inteso a rimediare il disagio nel rapporto con sé e con
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gli altri. Viene dalla non accettazione di sé e dal timore dell’altro, per difendersi e per attirarlo. Secondo il racconto della Genesi è una conseguenza del rapporto sbagliato con Dio: “S’accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”, “ho avuto paura, perché sono nudo” (Gn 3,7.10). Dio stesso fa dono all’umanità di tuniche di pelle (Gn 3,21), in attesa che sia pronto l’abito nuovo, quello nuziale (cf. Ap 21,1ss!). Come il cibo diventa sicurezza di vita materiale nei granai sempre più ampi, così il vestito diventa sicurezza psicologica davanti agli altri nel lusso e raffinatezza. È la visibilità di ciò che uno desidera apparire davanti a sé e agli altri, corpo posticcio che uno si costruisce. Luca, di cultura greca, com’è sensibile alla fama, alla lode e all’onore che sono quasi il vestito spirituale (cf. 6,26; 4,15.22.37; 14,29; 16,3), così è anche molto attento al vestito materiale, che è funzionale a ciò (cf. 5,36 con Mt 9,16 e Mc 2,21: 7,25; 8,27; 15,22; 16,19; 23,11). v. 23: “la vita è più del cibo”. Per sé cibo e vestito sono semplici mezzi. La prima stoltezza dell’uomo è crederli fini. La seconda, ancor più grave, è non capire che non sono un possesso da accumulare: “la sazietà del ricco non lo lascia dormire” Qo 5,11; cf. 5,2; Sir 31,1ss). Sono invece un dono che serve per entrare in comunione con il Donatore e arricchire “verso” di lui (v.21). Questa è la vita di cui l’uomo ha fame, suo unico riposo e sazietà.

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v. 24: “considerate” (= “guardate giù”). L’angoscia sospende nel nulla, fuori dalla realtà. È dannosa come trattenere il respiro che sfugge, o voler respirare l’aria di domani. All’uomo, così librato nel vuoto, Gesù dice di “guardare giù” verso le cose. Non guardare verso i tuoi bisogni di domani, che non saranno mai soddisfatti oggi. Infatti, se vivi, resteranno bisogni anche domani! Guarda piuttosto come e perché Dio soddisfa i tuoi bisogni oggi, e così capirai che soddisfa il tuo vero bisogno anche di domani. “i corvi”. Il corvo non lavora e non accumula. Per di più è un animale immondo e disprezzato, al quale nessuno offre da mangiare. Eppure Dio non glielo lascia mancare, né a lui né ai suoi “piccoli che gridano a lui” (Sal 147,9). Trascurerà forse i suoi figli? Il discepolo che si affanna non è credente; non dice “Abba” a Dio. Dice “Io”, con tutti gli onori e gli oneri che ne conseguono... fino a considerarsi in realtà meno di un corvo! v. 25: “aggiungere un cubito alla sua statura” o “aggiungere un cubito al suo tempo”. La parola élikía significa sia statura sia età, lo spazio e il tempo propri di ogni uomo. Questi non dispone né dell’una né dell’altro. Ogni suo affanno non fa che accartocciargli il corpo e abbreviargli la vita. Non sono padrone di ciò che sono: “io non sono mio!”. Nella mia essenza sono dono di Dio, sono l’amore che lui ha per me in suo Figlio.
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v. 26: “perché del resto vi angustiate?”. Se l’angoscia non serve a rimediare a ciò per cui ci si angoscia, perché coltivarla? La paura di morire e l’inane desiderio di accumulare vita ottengono l’effetto contrario! Ogni ansia è in realtà sottrazione di vita! v. 27: “Considerate i gigli, ecc.”. Dopo il cibo e la vita, ora viene il vestito. Gesù esorta a considerare i gigli di campo, i begli anemoni di prato che crescono in Galilea. Salomone, in tutto il fasto della sua ricchezza, non vestiva così bene come questo semplice fiore. v. 28: “l'erba del campo che oggi è e domani, ecc.”. Dio riveste di luminoso splendore anche l’effimero, come il giglio. Eppure finisce come erba destinata ad accendere il forno in cui l’uomo si cuoce il pane. Come non si curerà di ciò che è duraturo, al cui servizio ha messo tutte le cose e addirittura se stesso? “o di poca fede”. Tale parola esce solo qui in Luca. È un rimprovero per il credente che si sente abbandonato a sé e ritiene che Dio, dopo avergli dato l’esistenza, non si curi della sua sussistenza. Ha davvero poca fede chi vuol prevedere tutto, ignorando che Dio provvede. C’è una previdenza che estromette Dio dalla vita e non lascia il minimo spazio alla sua provvidenza. Chi agisce così non riconosce la paternità di Dio nei suoi effetti concreti. Non si fida di lui nella
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conduzione della sua vita e non prega con verità: “Padre” (11,2). L’uomo è creatura di Dio ben più dei corvi e dell’erba: se “la sua tenerezza si espande su tutte le creature” (Sal 145,9), a maggior ragione sui suoi figli. Comunque è consolante sapere che Dio provvede a noi, anche se siamo di poca fede! Possiamo stare sicuri: anche se noi dimentichiamo di essergli figli, lui non dimentica di esserci Padre! v. 29: “non cercate che mangiare e che bere, e non state sospesi”. La ricerca del cibo e della bevanda porta l’uomo a “stare sospeso” come una meteorite, nel vuoto dei suoi bisogni, dei quali sempre si preoccupa. Il cristiano non cerca ciò di cui ha bisogno, ma lo “chiede” e lavora, sapendo che Dio corona con i propri doni la sua fatica: al lavoro è sempre lui che collabora aggiungendo il frutto. Diversamente è vana ogni fatica (Sal 127). v. 30: “le nazioni del mondo ricercano”. Le nazioni sono i “pagani”. I discepoli, che sono in ansia per i bisogni primari, sono assimilati ai pagani. “il Padre vostro sa”. È da pagani non solo l’accumulo, ma anche la sua radice, cioè l’ansia, la preoccupazione e l’angoscia. Chi accumula fa dio ciò che ha; chi è angosciato fa dio ciò che non ha. Ambedue non sono ancora nel regno dei figli, che gridano: “Abba!”. Ignorano che Dio è Padre e sa provvedere ai suoi piccoli.
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v. 31: “Ma solo”. In contrapposizione all’affanno dell’avere e all’angoscia del non avere, che tolgono la vita, solo il dono del Regno dà la vita. “cercate”. Il Regno non è da produrre - impresa impossibile! - né da accumulare. Va solo cercato, perché è già in mezzo a noi, ma in un modo che non attira l’attenzione (17,21). Il termine “cercare” suppone sia l’esistenza che il nascondimento del Regno, altrimenti sarebbe impossibile trovarlo o inutile cercarlo. “il suo regno”. Il Regno è suo, cioè “del Padre”, e si realizza nel nostro rapporto filiale con lui. Questo poi fonda la nostra fratellanza reale con tutti gli uomini. “queste cose vi saranno aggiunte”. “Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita” (1Gv 5,11s). Tutto il resto, vita biologica e psicologica compresa, è funzionale a questa. Chi cerca in ogni cosa di vivere da figlio di Dio e da fratello degli uomini, ha certamente il resto. Se ha coltivato la pianta, i frutti gli cadranno addosso! L’errore che facciamo è cercare soprattutto o solo “queste cose”, perché crediamo che ciò che conta sia la vita presente, che poi finisce nella morte. Non crediamo in quella futura. La distinzione tra le due è da riprendere in tutta la sua forza, senza alienarci né l’una né l’altra. Il presupposto di tale
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alienazione, comune a spiritualisti e materialisti, deriva dall’aver messo l’alternativa tra le due. È un tremendo inganno, poiché “ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato” (Gal 6,7), e “chi semina scarsamente, scarsamente raccoglie” (2Cor 9,6) e “chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione, chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6,8). Presente e futuro stanno tra loro come semina e raccolto. Da qui l’importanza reciproca dell’uno per l’altro. Possiamo dire che l’alienazione del nostro tempo è religiosa, ma in senso opposto a quanto si diceva il secolo scorso: ci siamo alienati Dio e il nostro futuro! La nostra generazione si compiace di derivare dalla scimmia, e si dispiace di derivare da lui. L’uomo è castrato di ciò che lo costituisce uomo: l’assoluto, suo principio e suo fine, che lo fa intelligente e libero. Questa inidentità lo rende sommamente infelice: gli ha tolto il senso di vivere. Chi, ignorando che c’è una vita futura, pensa che questo sia il momento dei frutti, resta deluso, e giustamente! Chi coltiva con ansia i frutti al posto dalla pianta, è come uno che tira l’erba per farla crescere. “Temete il Signore, suoi santi; nulla manca a coloro che lo temono. I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla” (Sal 34,10s). v. 32: “Non temere”. Riprende il tema dell’inizio del capitolo. La paura è il contrario della fede (8,24.50). Il timor di Dio, principio di sapienza, è tener conto della sua paternità nella propria vita quotidiana. Circa il rapporto fede e paura è
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molto istruttiva la storia di Giovanni di Kàreca e compagni, narrata in Ger 42-43: chi non teme Dio, fa del timore il suo dio. “piccolo gregge”. Richiama il tema del pastore che si prende cura delle pecore (Sal 23; Ez 34; Ger 23,1-6). I discepoli, anche se sono “miriadi di folle” (v. 1), restano sempre un gregge col carattere della piccolezza; perché il suo pastore si è fatto più piccolo di tutti (9,48b). La chiesa resterà sempre “piccolo” gregge, e non avrà mai la pretesa di diventare forte. Tante pecore insieme non faranno mai un lupo! “si compiacque il vostro Padre”. Si ribadisce la paternità di Dio. “di dare a voi il Regno”. Il Padre conosce il nostro vero bisogno: essere ciò che siamo, cioè suoi figli. Questo è il Regno che ci ha donato in Gesù. v. 33: “Vendete ciò che avete e date” . Luca tiene conto che i discepoli vivono in una storia concreta dove ci sono beni e denaro, ricchi e poveri. Sono nel mondo, anche se non del mondo (Gv 17,11-16). La soluzione offerta non è rigettare i beni come fossero cattivi, o almeno abolire il denaro. Suggerisce invece di farne l’uso opposto a quello dettato dalla paura della morte. In questo modo tornano ad essere come Dio li aveva pensati: da possesso di una eredità che divide i fratelli, diventano dono che li unisce tra di loro e con il Padre.
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In questa economia la creazione è buona come era al principio: tutti i beni tornano ad essere mezzi utili al fine. “elemosina”. Luca, sulla linea dell’AT, propone ai cristiani l’elemosina come soluzione per vivere con giustizia in un mondo ingiusto (cf. 3,11; 5,11.28; 6,30; 7,5; 11,41; 14,13.33; 16 tutto; 18,22; 19,8; At 2,44ss; 4,33ss; 5,1ss; 9.36; 10,14.31). Facilmente può essere interpretata male da chi contrappone giustizia e carità, facendo di questa l’avallo dell’ingiustizia. Elemosina in ebraico si dice sedaqah, che significa proprio giustizia. Per l’uomo biblico non è giusto che uno possegga e l’altro sia nella penuria, perché siamo fratelli. La terra promessa non è un’eredità da spartire dopo la morte del padre, ma un dono del Padre vivente da condividere. Bisogna inoltre tenere presente che l’elemosina ha il suo vero senso di giustizia solo in un’economia di sobrietà, in cui si lavora e si consuma per vivere, e non si vive per lavorare e per consumare. Si suppone una società che sappia perché vive e distingua i fini dai mezzi! In questa luce si può ricomprendere e rivalutare l’elemosina come l’anno sabbatico calato nel quotidiano. Se la terra è del Signore, lo è anche quanto essa contiene (Sal 24,1). Come quella va ridistribuita, così anche i suoi frutti vanno quotidianamente condivisi. Tra i fratelli, diritti e doveri non sono uguali: i diritti sono proporzionali a quanto uno non ha, i doveri a quanto ha. Per questo ognuno dà secondo quanto ha e riceve secondo quanto gli occorre (At 4,34s). Così si realizza il
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sogno della terra promessa, in cui nessuno è bisognoso (At 4,34 = Dt 15,4). L’elemosina biblica è esigenza di una giustizia superiore, dettata dalla misericordia. Questa fa uguaglianza senza appiattire previamente qualità e bisogni. Qui il Vangelo ha qualcosa da dire oltre una pura analisi socio-economica, e dà un orizzonte diverso da quello che riduce l’uomo ai bisogni che ha. Chiede una nuova moralità. Non si tratta di un moralismo più esigente, ma di “evangelo”. È la buona notizia che Dio ci è Padre in Gesù. La nostra azione ha un nuovo fondamento; la nostra vita cessa di essere un accumulo inutile per soddisfare il bisogno, o un’insoddisfazione angosciante per il bisogno di accumulo. “Fatevi borse”. Gesù proibì ai discepoli di portarne (10,4; 22,35). Ora dice qual è la borsa che devono avere. Questa non invecchia, neanche nel momento decisivo (cf. 22,36). È anzi l’inizio del mondo nuovo. In essa si ripone solo ciò che si tira fuori, si accumula solo ciò che si dona. “un tesoro inesauribile nei cieli” (cf. 6,45; 18,22). Chi tesorizza per sé, perde la vita e non arricchisce davanti a Dio (vv. 20s). Chi invece dà, arricchisce davanti a Dio della ricchezza stessa di colui che è ricco in misericordia (Ef 2,4). Il tesoro vero non è ciò che hai, ma ciò che dai: questo non viene meno neanche nella morte (v. 20). Perché chi dà al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19,17).
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“dove ladro non si avvicina...”. Questo tesoro non occorre né custodirlo né curarlo. Non è oggetto d’affanno e d’angoscia, perché nessuno te lo sottrae e nessuno te lo distrugge. È tuo e non ti viene mai meno: è la tua somiglianza di figlio col Padre. v. 34: “dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore”. L’errore dell’uomo è quello di non avere il cuore dov’è il suo tesoro. Tutti questi discorsi del c. 12 hanno alternativamente come auditori discepoli e folle. Valgono per ogni uomo, chiamato a diventare, da alunno della morte, discepolo della vita. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù, circondato dalla folla, che parla ai suoi discepoli. c. Chiedo ciò che voglio: non angustiarmi, sapendo che il Padre mi ama con lo stesso amore con cui ama Gesù. d. Medito sulle parole di Gesù. Da notare: - non angustiatevi - vita/cibo: corpo/vestito - gli uccelli e i gigli
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- voi di poca fede - il Padre vostro sa - cercate il suo regno - date in elemosina - il tesoro inesauribile. 4. Passi utili Sal 23; 147; Dt 8,1-20; 28,1-68; At 2,42-48; 4,32-37; Gv 17,23c.

79. UOMINI IN ATTESA DEL LORO SIGNORE (12,35-48)
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Siano i vostri lombi cinti e le lampade ardenti 36 e voi simili a uomini in attesa del loro Signore quando finisce le nozze, perché, quando viene e bussa, subito aprano a lui. 37 Beati quei servi che, venendo, il Signore
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troverà vigilanti. Amen vi dico, che si cingerà, li farà sdraiare, e passando, servirà loro. 38 E se alla seconda o alla terza veglia giunga e trovi così, beati sono quelli! 39 Ora questo conosciate: Se sapesse il padrone di casa a quale ora il ladro giunge, non lascerebbe che venga perforata la sua casa. 40 Anche voi diventate preparati, perché nell’ora in cui non pensate il Figlio dell’uomo giunge. 41 Ora disse Pietro: Signore, a noi dici questa parabola, o anche a tutti? 42 E disse il Signore: Chi è dunque il fedele economo, quello saggio, che il Signore porrà sopra la sua servitù, per dare nel suo momento la misura di grano?
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Beato quel servo che, venendo, il suo Signore troverà che fa così. 44 In verità vi dico lo porrà su tutto ciò che lui ha. 45 Ora, se dicesse quel servo in cuor suo: temporeggia il mio Signore a venire, e cominciasse a pestare i servi e le ancelle, e a mangiare e bere e ubriacarsi, 46 giungerà il Signore di quel servo nel giorno in cui non attende e nell’ora in cui non conosce, e lo taglierà in due e porrà la sua sorte con i senza fede. 47 Ora quel servo, che ha conosciuto la volontà del suo Signore e non ha preparato o fatto secondo la sua volontà, sarà spellato di botte. 48 Ora quello che non ha conosciuto e che ha fatto cose degne di botte, sarà battuto poco. Ora a chiunque fu dato molto
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molto sarà richiesto da lui; e a chi fu offerto molto, di più gli chiederanno. 1. Messaggio nel contesto L’uomo diventa ciò che attende. Chi attende la morte, diventa suo figlio e produce morte. Chi attende il Signore Gesù, ha la sua stessa vita di Figlio del Padre. L’esistenza cristiana è attesa di colui che deve tornare: lo sposo! Il discepolo non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia è altrove. Straniero e pellegrino sulla terra (1Pt 2,11), non ha quaggiù una città stabile, ma cerca quella futura (Eb 13,14), dove sta colui che attende (Fil 3,20). La comunità di Luca è cosciente che il Signore non verrà tanto presto. Il momento del suo ritorno sarà la notte, figura della morte personale, anticipo della notte cosmica. Ma il tempo dell’attesa non è vuoto. È il tempo della salvezza, in cui la chiesa testimonia il suo Signore davanti a tutto il mondo. La sua salvezza è affidata ormai alla responsabilità dei credenti. La storia diventa il luogo della decisione e della conversione, della vigilanza e della fedeltà alla Parola, che ci trasforma a immagine del Figlio. La nostra vigilanza non è uno scrutare nel buio. È un tenere accesa davanti al mondo la luce del Signore, continuando la sua missione tra i fratelli. Quando camminiamo come lui ha camminato, prestiamo i piedi al suo ritorno.
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In Luca vi sono come tre livelli escatologici. Uno passato: il mondo è già finito e il Regno già venuto in Gesù. Uno futuro: il mondo finirà e il Regno verrà alla fine del mondo, anticipata per ciascuno nella morte personale. Uno presente: il mondo finisce e il Regno viene quando il credente vive l’eucaristia. Culmine e origine di tutta la vita cristiana, essa riporta nel presente il passato e il futuro di Gesù; il Signore morto e risorto si fa nostro cibo per farci condurre una vita pasquale in attesa del suo ritorno. Questo brano si mette in quest’ottica. Ricco di termini eucaristico-pasquali, chiama tutti, specialmente chi nella comunità ha qualche ministero, a vivere da amministratore fedele e saggio, libero da ogni avidità e attento al servizio dei fratelli. 2. Lettura del testo v. 35: “lombi cinti”. È la tenuta di lavoro, di servizio e di viaggio, prescritta per la cena pasquale (Es 12,11). Infatti il cammino dell’esodo si realizza nel lavoro e nel servizio quotidiano di chi, celebrando l’eucaristia, è associato al mistero del suo Signore che si fece servo dei fratelli (cf. Gv 13,4ss). Questo è l’atteggiamento corretto per attendere il Signore. Non c’è da guardare in cielo, ma da testimoniarlo sulla terra. La missione del Signore diventa la stessa del discepolo! Ciò che Gesù “fece e insegnò” (At 1,1) è quanto egli impara e fa, insegnando agli altri a fare altrettanto, finché
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tutti diventiamo figli del Padre. Gesù ritorna tra i suoi allo stesso modo in cui se ne è andato (cf. At 1,11). “lampade ardenti” (cf. 8,16; 11,33.34,36). La vita del discepolo, accesa alla luce del suo Signore, illumina anche gli altri. È luminosa, perché testimonianza del Risorto. I “lombi cinti” rappresentano l’identità del discepolo che serve in umiltà come il suo Signore; la “lampada ardente” la sua rilevanza per gli altri che ne consegue. Sono i due aspetti imprescindibili della testimonianza, in cui ciò che è dentro appare fuori. v. 36: “uomini in attesa del loro Signore”. L’uomo è ciò che attende. Il cristiano attende il suo Signore, lo sposo che viene per formare con lui un’unica carne. Non può ovviamente venire se non è atteso. “quando finisce le nozze”. La vita terrena di Gesù è stata il tempo delle nozze (5,34). La sua morte è la fine della celebrazione nuziale, e l’inizio dell’unione matrimoniale. Sulla croce Dio si è fatto una sola carne con noi nella nostra morte, per farci un solo spirito con lui nella sua risurrezione. È l’unione che celebriamo quotidianamente nell’eucaristia, nostra vita presente e anticipo della futura. “Viene e bussa”. Altra allusione eucaristica (cf. Ap 3,20): il Signore si invita a cena nella nostra casa. La sua venuta
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escatologica eucaristico.

è

vissuta

quotidianamente

nel

banchetto

“subito aprano a lui”. La condizione per aprirgli è quella di essere uomini “in attesa”, coi “lombi cinti” e le “lampade ardenti”. Gli aprono subito, perché lo desiderano. v. 37: “Beati”. La beatitudine del Regno (6,20) è qui detta di chi conduce una vita pasquale. La sua sorgente è l’eucaristia (cf. 14,15), dove la storia di Gesù si fa nostro presente e ci rapisce nel nostro futuro. Chi non conosce il Signore cerca la beatitudine in ciò che possiede. Il discepolo sa che la sua vita è il Signore, che per lui si fa riposo, cibo e bevanda, gaudio. “Vigilanti”. Il credente veglia nella notte del mondo. E il mondo conosce molte notti. Veglia perché sa che in questa notte avviene qualcosa di grande: il Signore passa. È la sua pasqua. “si cingerà”. Il Signore si cinge per servire chi è cinto: serve i suoi servi. Servire significa amare. Nell’eucaristia si celebra l’amore mutuo tra Dio e uomo, che ha nel servizio di Dio all’uomo la sua sorgente (cf. 22,27; Gv 13,4-15). “li farà sdraiare” Altro termine eucaristico, che indica il riposo e la mensa, la comunione di vita beata che lui ci concede.
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“passando”. Il Signore passa, fa grazia della vita ai suoi, le cui case sono segnate dal sangue dell’agnello (Es 12,23.13). “servirà”. Gesù nell’ultima cena, istituendo l’eucaristia, dichiara il senso di tutta la sua vita: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (22,27). In questo servizio il Signore fa giustizia di tutti gli idoli: liquida le nostre false immagini e ci rivela chi è il Signore (Es 12,12!). v. 38: “alla seconda o alla terza veglia”. Non si parla della prima veglia della notte, che è quella in cui si celebra l’eucaristia. In questa prima veglia si riceve forza per vegliare attraverso tutta la notte. La notte è ampia quanto la nostra vita, con le sue difficoltà. L’eucaristia ci rende capaci di condurre una vita luminosa e pasquale, fino a quando sorgerà il sole. v. 39: “quale ora”. Il discepolo non ignora l’“ora”: è il presente! L’eucaristia gli dona di vivere ogni ora quotidiana alla luce dell’“ora” pasquale, in attesa del ritorno del suo Signore. Il tempo è pieno, gravido di eternità. “ladro”. Chi fa dipendere la vita da ciò che ha, vive la morte come un ladro che ruba tutto (cf. v. 20). Chi attende il Signore, sa che la venuta di questo ladro in realtà è l’incontro
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desiderato. È l’aprire a colui che bussa per entrare in comunione con lui. v. 40: “diventate preparati”. Non si è, ma si diventa preparati (cf. 6,36): tutta la vita è preparazione all’incontro. “nell'ora in cui non pensate”. Il momento della fine ci resta ignoto. Sappiamo però che segna l’incontro con “il Figlio dell’uomo” che viene, e sappiamo che tutta la vita è un cammino verso lui. v. 41: “a noi o anche a tutti?”. Il c. 12 è “innanzi tutto” per i discepoli. Vale però anche per le miriadi di folle (v. 1). Vale per ciascuno in modo diverso, secondo la responsabilità (vv. 42-46) e la conoscenza che ha del Signore (vv. 47-48). v. 42: “disse il Signore”. È il Signore che parla! “economo”. L’uomo non è “possidente” (vv. 16-21). È un economo, che amministra beni non propri. Tutto ciò che è e ha non è suo. È dono di Dio, e deve restare tale per essere quello che è. “fedele7saggio”. Fedele è l’amministratore che agisce secondo la volontà del Signore; saggio colui che la comprende. Esempio è l’amministratore “infedele” al quale si aprono gli occhi e dice: “So che farò”, e viene lodato dal Signore come saggio (16,4.8; vedi invece 12,20!).
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“porrà sopra la sua servitù”. Il discorso è rivolto innanzitutto a colui che nella comunità è responsabile di non lasciar mancare il pane. Sappia di essere servo e non padrone, sia del pane che della Parola, sia dei fratelli che della loro fede (cf. 1Cor 1,24). “dare”. La sua responsabilità è quella di “dare” ciò che a lui è stato dato, come il pane nella moltiplicazione dei pani (9,16), come il suo corpo nell’ultima cena (22,19). “nel suo momento”. È il momento in cui non deve mancare il cibo che tiene vigilanti nella notte. Declina il giorno, viene la notte e maggiore è la necessità del suo pane (9,12; 24,29; cf. 11,5-8). È l’eucaristia, la vita del Figlio. “la misura di grano”. Il responsabile è come Giuseppe, figura di Cristo: egli provvede la misura di grano ai fratelli che l’hanno venduto come schiavo, perché non manchi loro il cibo (Gn 47,12.14). È l’eucaristia, la vita del Figlio. v. 43: “Beato, ecc.”. La sorte dell’amministratore fedele e saggio, che ha tesorizzato davanti a Dio (vv. 21b.33s; 16,9ss), è quella di avere per dono tutto quanto è Dio per natura. La misericordia l’ha reso suo figlio ed entra nella gioia del suo Signore (Mt 25,21.23), partecipando all’amore Padre/Figlio (cf. 10,21s). Questa è la vita eterna (10,25.28), che non
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dipende da ciò che si ha (v. 15), ma da ciò che si dà (v. 33). Per questo chi perde la vita per il Signore, la salva (9,24). v. 45: “temporeggia”. La chiesa di Luca sa che il Signore non tornerà tanto presto. Ma il suo ritardo non deve dar luogo a un rallentamento della fedeltà e della vigilanza: “Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). Non facciamo come gli “empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio” (Giuda 4). “pestare/mangiare/bere/ubriacarsi”. Il mangiare e bere dello stolto possidente (v. 19) non è un “godere”, ma un ubriacarsi; il suo non è il “riposo” della terra promessa, ma un calpestare in schiavitù i fratelli. v. 46: “giorno/ora”. Restano ignoti. Eppure sono il mistero di ogni giorno e di ogni ora del giorno. “taglierà in due”. È la conseguenza dell’alleanza violata: “Gli uomini che hanno trasgredito la mia alleanza, perché non hanno eseguito i termini dell’alleanza che avevano conclusa in mia presenza, io li renderò come il vitello che spaccarono in due passando fra le sue metà” (Ger 34,18; cf. Gn 15, 10). La venuta del Signore sarà il giudizio che evidenze la realtà. La vita di chi non attende lo Sposo è già lacerata e il suo cuore diviso (cf. 1Cor 7,34). L’uomo è fatto per fare una carne sola
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con Dio. Chi non lo ama, resta senza sposo, tagliato dalla sua metà. vv. 47.48a: “Ora quel servo, che ha conosciuto, ecc.”. Uno è responsabile in proporzione alla conoscenza che ha della volontà di Dio. v. 48b: “Ora a chiunque fu dato molto”. Tutti abbiamo ricevuto un grande dono. Ci sarà quindi chiesto molto. Esattamente quanto fu donato, accresciuto dai frutti di un buon investimento (cf. 19,11ss). Il dono è fecondo come l’amore. Se resta sterile, non è ricevuto come dono d’amore. Il credente è chiamato a prendere seria coscienza delle sue responsabilità davanti a Dio: deve testimoniarlo come e con Gesù davanti a tutto il mondo. Così diventa ciò che è, figlio dell’Altissimo (6,35), ed entra in possesso di tutti i beni del suo Signore (v. 44). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù, attorniato dalla folla, che parla ai discepoli. c. Chiedo ciò che voglio: essere uomo in attesa del mio Signore. d. Medito sulle parole del Signore.
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Da notare: - lombi cinti - lampade ardenti - uomini in attesa - lo sposo viene e bussa/si cinge/passa/serve - il Figlio dell’uomo giunge nell’ora in cui non pensate - beato l’economo fedele - il Signore temporeggia - il servo infedele sarà tagliato in due, spellato di botte - a chi fu offerto molto, di più gli chiederanno. 4. Passi utili 21. Mt 25,1-12.14-30.31-46; Gv 13,1-17; Lc 22,27; 1Gv 4,7-

80. COME NON SAPETE DISCERNERE QUESTO MOMENTO? (12,49-59)
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Fuoco venni a gettare sulla terra e che voglio, se non che sia acceso? 50 Ora di un battesimo ho da essere battezzato,
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e come sono angosciato finché non sia compiuto! 51 Credete che sia qui a dare pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione! 52 Saranno infatti da ora cinque in una casa divisi, tre contro due e due contro tre: 53 saranno divisi padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro la figlia e figlia contro la madre, suocera contro la sua sposa e sposa contro la suocera. 54 Ora diceva alle folle: Quando vedete una nube che si leva a ponente, subito dite che viene pioggia e avviene così. 55 E quando il noto soffia, dite che sarà arsura e avviene (così). 56 Ipocriti! Sapete discernere il volto dei cielo e della terra! Ora come non sapete discernere questo momento? 57 Ora perché anche da voi stessi non giudicate il giusto? 58 Quando infatti vai
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col tuo avversario dal magistrato, durante il cammino datti da fare per accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegnerà all’agente e l’agente ti getterà in prigione. 59 Ora ti dico: Non uscirai affatto di là fino a quando abbia reso anche l’ultimo centesimo. 1. Messaggio nel contesto Il discepolo vive alla luce del giudizio di Dio, antidoto di ogni ipocrisia (cf. vv. 1-9). Esso si rivela nel mistero pasquale di Gesù, che ci battezza nel fuoco dello Spirito dopo che lui stesso è passato attraverso le acque della morte (vv. 49-50). Questa è la sua venuta escatologica, già realizzata sulla croce, che giudica il mondo per salvarlo (vv. 51-53). Nell’eucaristia ne facciamo il centro della nostra vita. Lì attingiamo la forza per discernere il presente di male (vv. 54-57) - interpersonale (vv. 58-59), sociale (13,1-3) e naturale (13,43) - come appello a cambiare criterio di vita, a convertirci dal lievito dei farisei a quello del Regno. Tutto il c. 12 elabora cosa significa “ora” aver fede nel ritorno di colui che è morto, risorto e ci ha dato il suo Spirito. Luca riflette sulla fede come storia: è memoria
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di un passato e progetto per un futuro che si realizza al presente. Colui che deve venire, viene ora nella testimonianza di chi segue il suo cammino di allora. Il brano è caratterizzato dall’urgenza: Gesù deve attraversare le acque e il fuoco per compiere l’amore del Padre; il discepolo a sua volta deve decidersi per lui. Per questo è necessario riconoscere il tempo presente come il momento per la conversione. Questo è il vero discernimento, in base al quale gli uomini si dividono in due categorie: da una parte i sedicenti giusti, atei o religiosi, che non hanno bisogno di salvezza e non si convertono; dall’altra i poveri peccatori, che sanno di non farcela e si convertono al dono di Dio. Solo così cessa la presunzione o la disperazione, e viene la salvezza. 2. Lettura del testo v. 49: “Fuoco venni a gettare...”. Si tratta del fuoco del giudizio finale (3,9), oppure del fuoco della pentecoste (At 2,3), battesimo nello Spirito santo e nel fuoco (3,16)? In realtà il giudizio definitivo di Dio sul mondo è il dono del suo Spirito. Segna l’inizio degli ultimi tempi, in cui gli uomini sono chiamati alla conversione e alla vita nuova nel battesimo (At 2,17.38-40). Questo fuoco, che Gesù asceso al cielo manda sulla terra, è ben diverso da quello invocato da Giacomo e Giovanni sui samaritani (9,54). È il frutto finale della sua missione, compimento di tutto il disegno di Dio. Per
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questo Pietro a Pentecoste dice che siamo negli ultimi giorni (At 2,17). Nell’eucaristia il discepolo riceve lo Spirito. È un fuoco che neanche le acque degli inferi possono estinguere (Ct 8,6s): è l’amore di Dio per l’uomo, che sgorga dalla morte stessa del Figlio. “e che voglio, se non che sia acceso?”. Preferiamo questa versione, che tiene conto del fondo aramaico. L’altra, più corretta, dal greco, suona: “e che voglio se è già acceso?”. Indica il desiderio di Gesù: “con desiderio desiderai mangiare questa pasqua con voi, prima di patire” (22,15). Infatti il suo amore per noi è un fuoco che necessariamente vuole accendere coloro che ama: non c’è amore che non desideri essere riamato. v. 50: “di un battesimo ho da essere battezzato” . È la sua morte, unica necessità per quel Dio che è amore per l’uomo, e non può non portare il male dell’amato. È il significato di tutte le Scritture (24,26s.44-46). “come sono angosciato”. Gesù è venuto a portare un fuoco, che ha da passare per l’acqua. Ciò che vuole, lo costringe a passare attraverso ciò che non vuole. La risurrezione viene dopo la morte. Lui stesso è diviso tra un desiderio e un’angoscia, fino a stillare sangue (22,40-44). È la lotta in cui l’amore vince la prova estrema. Ora comprendiamo perché Gesù, in tutto questo capitolo, ci ha detto di non temere o preoccuparci: egli stesso, il Figlio, è
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venuto a visitarci da parte del Padre in ogni nostra angoscia, perché noi ne fossimo liberi. v. 51: “pace”. Il Messia è venuto a portare pace (cf. 2,14) e unità tra gli uomini. “divisione”. Ma questa sua pace viene attraverso la divisione. Non è infatti a buon mercato, bensì a caro prezzo; a prezzo della vita (1Cor 6,20; 7,23, Rm 3,24). Però fa nuove tutte le cose (2Cor 5,17; Ap 21,5). Questa divisione è la decisione che esige la sequela del Signore. vv. 52-53: “saranno divisi padre contro figlio, ecc.”. Sono descrizioni del male finale (Mi 7,6), che precede la riconciliazione dei tempi messianici (1,17; Ml 3,23s). È l’ultimo buio antelucano. L’eucaristia, che ci associa al mistero di Gesù, esige da noi una vita pasquale con strappi e lacerazioni. Sono i costi della libertà e della vita nuova. vv. 54-55: “Quando vedete una nube che si leva, ecc.”. Vengono riprese le immagini fuoco/acqua, variate in pioggia/arsura, nuvola/vento. Dal “volto” della terra e del cielo sappiamo discernere cosa avverrà. Abbiamo un grande discernimento nelle cose materiali, ma non in quelle spirituali. L’uomo animale non coglie ciò che è dello Spirito di Dio (1Cor 2,14).
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v. 56: “ipocriti”. Questa parola apre e chiude il capitolo (cf. v. 1). Il nostro giudizio non è quello di Dio. Conosciamo bene ciò che è utile per la vita animale, ma non ciò che è necessario per la vita inesauribile. Sappiamo discernere “il volto” del cielo e della terra, ma non quello del nostro Signore. Sapientissimi in ciò che ci dà la morte, siamo stoltissimi in ciò che ci dà la vita: abbiamo il lievito dei farisei, e non quello del Regno (v. 1; 13,20). “questo momento”. È il tempo della vita di Gesù, che viviamo nell’eucaristia. La sua venuta e il nostro incontro con lui è il kairós, il momento decisivo per convertirci. L’eucaristia infatti ci rende contemporanei al grande mistero, e ci dona luce per discernere e forza per vivere il nostro presente. v. 57: “Ora perché anche da voi stessi non giudicate il giusto”. L’eucaristia dona ed esige il giudizio giusto. La morte e risurrezione del Signore è criterio di scelta e capacità per attuarla. v. 58: “Quando infatti vai col tuo avversario, ecc.”. La nostra vita è un cammino pieno di avversità: il nemico, l’inferno, l’altro! In forza dell’eucaristia, il tempo presente ci è dato per andar d’accordo con lui considerandolo come fratello, e così diventare misericordiosi come il Padre (6,36). Diversamente la nostra inimicizia col fratello ci condanna come nemici del Padre. Buon discernimento è quello che vede nell’inimicizia
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interpersonale l’appello a convertirsi dal male proprio alla misericordia. v. 59: “abbia reso anche l'ultimo centesimo”. Chi non ha amministrato la vita presente con discernimento e decisione, l’ha venduta senza accorgersi, al suo nemico. Contrae un debito con la morte, che lo rende schiavo tutta la sua vita. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù, attorniato dalla folla, che parla ai suoi discepoli. c. Chiedo ciò che voglio: discernere alla luce dell’eucaristia il significato del momento presente come opportunità di vittoria sul male. d. Medito sulle parole di Gesù. Da notare: - fuoco/battesimo - desiderio/angoscia - pace/divisione - discernere questo momento - accordati col tuo avversario. 4. Passi utili
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Sal 14; Ml 3; At 2,1-12; Mt 5,25-26.

81. SE NON VI CONVERTITE, TUTTI COSÌ PERIRETE! (13,1-5) Ora erano presenti alcuni in quello stesso momento che gli riferirono circa quei galilei il cui sangue Pilato mescolò con le loro vittime. 2 E, rispondendo, disse loro: Pensate che quei galilei fossero peccatori più di tutti i galilei perché hanno patito questo? 3 Proprio no, vi dico! Ma se non vi convertite, tutti così perirete! 4 O quei diciotto sui quali cadde la torre di Siloe e li uccise, pensate che questi
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fossero debitori più di tutti gli uomini abitanti in Gerusalemme? 5 Proprio no, vi dico! Ma se non vi convertite, tutti così perirete! 1 Messaggio nel contesto L’inizio e la fine del c. 13 hanno un tema in comune: la morte. Essa dovrebbe colpire tutti gli uomini che sono peccatori (vv. 1-5), ma ricade su Gesù (vv. 31-35). Anche i vv. 10-17 e 2230 si richiamano: parlano della salvezza che, pur essendo un dono, è insieme oggetto di fatica per ogni uomo. Al centro ci sono le similitudini del chicco di senape e del lievito (vv. 1821). Il capitolo ha quindi una struttura a cipolla, il cui cuore sono le parabole del Regno. Queste ci aiutano a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. È quindi uno sviluppo del brano precedente, che ci chiama a riconoscere i segni del tempo per convertirci. Questo passo ci presenta due fatti di cronaca: un’uccisione e un incidente con molte vittime. Nel primo caso è in gioco la libertà e la cattiveria dell’uomo, nel secondo l’ineluttabilità e la violenza del creato. Unico è l’orizzonte: quello appunto della morte, che l’uomo vive sempre come indebita violenza. Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio
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permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti? La storia con le sue ingiustizie e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate piuttosto dal maligno (cf. 4,6!) o dal caso. Nel primo episodio ci si aspetta da Gesù che giudichi tra cattivi e buoni. Nel secondo è implicita l’obiezione di fondo: che fiducia si può avere nel Padre, se gli innocenti soffrono? Gesù li prende come modelli di difficile discernimento, per dare al credente una chiave di lettura per gli avvenimenti storici e naturali (cf. Sal 136). Il male, che c’è sia nell’uomo che nelle cose, è misteriosamente connesso con il peccato; ma non sfugge di mano a quel Dio nella cui mano sono gli abissi della terra (Sal 95,4) e che raccoglie in un otre le acque del mare (Sal 33,7). È vero che tutti abbiamo peccato (Rm 3,23); ma il nostro male è ormai il luogo della salvezza: “là dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). Tutti gli avvenimenti sono quindi da leggere, a un livello più profondo, in termini di perdizione e di salvezza: svelano la perdizione dalla quale ci salva la conversione al Signore. Si esclude una lettura manichea e semplificata, che divida i buoni dai cattivi. Si propone invece di vedere come il male è dentro di noi, in modo da convertirci. Bisogna andare alla radice, discernendo qual è il lievito che muove la nostra vita: è quello dell’avversario, che ci domina mediante la paura del bisogno e ci porta all’avere di più, o quello del Regno, che ci libera nella fiducia filiale e ci porta al dono? Il male, ingrediente costante dell’esistenza, non è “un” problema, bensì “il” problema, inspiegabile razionalmente. Il tentativo di difendersi da esso è il motore della storia umana.
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Esso costituisce una sfida per la fede: la può far crollare o rafforzare, negare o cambiare di qualità. Conoscere i “segni del tempo” significa vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione. Non si esclude la verità di altre interpretazioni intermedie. Sono però meno importanti, al di là delle apparenze. Ciò che conta è un discernimento alla luce del fine. La soluzione del male non sta in una sua analisi più corretta, ma nel cambiare il lievito: mutare il senso della vita, convertendosi al Signore. In conclusione, davanti al negativo della storia e della natura, il cattivo discernimento divide i buoni dai cattivi in nome della giustizia, oppure considera il male come inevitabile e fatale. Il buon discernimento apre gli occhi e fa cambiare vita. Si noti inoltre che è un errore comune, oggi più che mai, credere che la sofferenza sia di per sé un male. Parlando di male, pensiamo ai poveri che muoiono di fame, ai bambini che sono vittime della violenza, agli innocenti che vengono sistematicamente uccisi. In realtà il male è un altro: ciò che spinge ad affamare, violentare e uccidere. 2. Lettura del testo v. 1: “in quello stesso momento”. Luca usa questa parola (cf. 4,13; 8,13; 12.42.56) in connessione con la venuta del Signore. Questo momento propizio ha una durata, che abbraccia tutto il ministero di Gesù (cf. v. 7: “sono tre anni che vengo”). L’annuncio lo rende contemporaneo a chiunque
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ascolta, e costituisce la sua venuta continua nella storia. La parola “ora” (cf. 7,21; 10,21; 12,12.39.40.46) indica piuttosto il termine del suo cammino (cf. v. 31: “in quell’ora... Erode vuole ucciderti”). “quei galilei il cui sangue, ecc.”. Si tratta di zeloti, nazionalisti avversi ai romani, che Pilato osò trucidare nel tempio, tingendo di sacrilegio l’oppressione. Che dice Gesù davanti alle loro aspirazioni di libertà, condivise da tutto il popolo e brutalmente stroncate dagli stranieri? Non è forse il messia, colui che elimina l’ingiustizia e dà la libertà al suo popolo? Gesù ha dovuto compiere sul proprio messianismo un accurato discernimento che durò tutta la vita, dalle tentazioni nel deserto e quelle sulla croce (cf. anche la questione del tributo: 20,20ss). Egli non elude il problema. Tant’è vero che verrà ucciso simultaneamente da Pilato e dai suoi avversari. Gli opposti poteri si congiungeranno contro di lui, perché rifiutò il lievito stesso che li nutre. Galileo anche lui, i potenti verseranno il suo sangue di vittima dell’ingiustizia. Per Luca Gesù muore proprio come messia, da giusto giustiziato (23,41.47). Egli non si è accontentato di tamponare le falle del vecchio sistema; ha posto le basi del Regno in un nuovo rapporto col Padre e coi fratelli. Questo fatto di cronaca è emblematico di tutto il male storico, che interpella il credente. Egli vive in questo mondo di male con tutti gli altri. Non lo vede dal di fuori; ma neppure ne è semplicemente travolto. È dentro, coinvolto, ma con la responsabilità bruciante del suo Signore. Per questo è
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chiamato a discernere sul lievito che muove la sua azione: la paura della morte che rende egoisti, o la conoscenza del Padre che fa amare i fratelli? Il problema vero della storia non è l’alternanza al potere di male, ma l’alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco. Diversamente si mutano gli attori, ma si recita sempre e solo lo stesso tragico copione. Il cristiano non desidera dominare. Per questo non è in concorrenza con gli altri, con lo stato o con il “mondo”. Per questo non ha tanto da dire sulla gestione del potere. Presenta invece, in piena responsabilità, un nuovo modo di vivere: il servizio, che permette quella fraternità che tutti desiderano. Egli, con la sua testimonianza e con il suo annuncio, offre la salvezza, che si realizza nella libertà dai criteri mondani di dominio. In quest’ottica si comprende la rilevanza “politica” che ha il discorso “pacifista” di Gesù ai piedi del monte. Nella lotta contro il male bisogna decisamente prendere più sul serio la via della coscientizzazione e degli strumenti di pace. Per questo è importante discernere il fermento dei farisei (12,1) da quello del Regno (v. 21). Il criterio dei due fermenti risponde a quello che Ignazio chiama delle due bandiere: da una parte quella dell’avere, del potere e dell’orgoglio; dall’altra parte quella della povertà, dell’umiliazione e dell’umiltà. La prima è quella del signore della morte che chiude l’uomo nell’egoismo; la seconda è quella del Signore della vita, che lo apre all’amore.
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I due fermenti si contendono il cuore dell’uomo: la mischia è all’interno di ciascuno. Questo ci impedisce di fare giudizi sommari, dividendo gli uomini tra buoni e cattivi, e ci permette di distinguere il bene dal male in noi stessi. v. 2: “Pensate che quei galilei fossero peccatori” . Gli informatori si attendono che Gesù difenda quei galilei, condannando Pilato come peccatore, ingiusto e sacrilego. Il che è fuori questione, perché chi fa il male, fa male ed è peccatore. Ma Gesù non è venuto a condannare nessuno, bensì a salvare tutti. Per questo vuol portarci a un punto di vista superiore, e sposta l’attenzione da Pilato alle sue vittime, vittime anzitutto del medesimo peccato. Infatti hanno tentato il suo stesso gioco. Erano più deboli, e l’unica ragione che hanno è quella di aver perso! Il bene infatti va perseguito con mezzi buoni. Il fine non giustifica i mezzi. Gesù, nelle tentazioni e in tutta la sua vita, ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: ricchezza, potere e orgoglio. Gesù smaschera il male che è nel cuore di ogni uomo, ma senza manicheismi e demonizzazioni. Chi lo riconosce nell’altro e lo identifica con l’altro, lo lascia crescere in sé e lo conferma nell’altro. Gesù invece giudica il male e giustifica l’uomo: salva l’uno battendo totalmente l’altro. “perché hanno patito questo?”. C’è una connessione misteriosa tra la sofferenza e il male che fa l’uomo. Ma non nei termini di espiazione-colpa, come pensano gli amici di
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Giobbe. Anzi! La realtà prova, al contrario, un’evidenza che stentiamo sempre a riconoscere: le conseguenze del male non ricadono su chi lo compie, ma su chi lo subisce; il giusto porta l’ingiustizia, solo perché non la compie! Gli interlocutori di Gesù, insieme ai galilei che patiscono a Gerusalemme e a tutti gli uomini che sono nella stessa condizione, sono invitati da Luca a identificarsi col malfattore che vede accanto a sé il Galileo crocifisso. Questi è il Messia sofferente del male del mondo, il giusto giustiziato ingiustamente, vittima del male altrui, che apre a ogni ingiusto il giardino del giusto (cf. 23,40-43). v. 3: “se non vi convertite”. Lo stesso peccato, ovvio in Pilato e smascherato nelle sue vittime, è ora trasferito anche sugli uditori. Il male, visto sul volto altrui, fa da specchio al nostro e ci chiama alla conversione. Il discernimento ci fa cogliere l’intima connivenza che abbiamo con esso e ci porta a cambiare il criterio della nostra azione. “perirete”. Convertirsi o meno è questione di vita o di morte. Tutta la predicazione profetica lo richiama. L’avvertimento profetico non è minaccia: è accorata dichiarazione e messa in guardia che svela il veleno nascosto. La perdizione non è una condanna comminata dall’esterno: è il frutto della disobbedienza, prodotto dal male che facciamo. Essa non è tuttavia ineluttabile: la conversione ce ne scampa. Le “minacce” profetiche non hanno mai il sapore del fato e non si avverano mai meccanicamente; sono invece sempre
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condizionate e mettono in gioco la libertà dell’uomo. Segni della misericordia di Dio che vuol salvare (cf. Gio 3,10), ottengono il loro vero effetto quando non si avverano! v. 4: “cadde la torre”. È un drammatico evento naturale, senza apparente responsabilità umana, come nei terremoti, nelle carestie, ecc. Sono quei fatti, casuali e inevitabili, che mettono in forse la fede nella paternità di Dio e nella sua provvidenza. È il dubbio inconfessato e profondo di ogni credente. Gesù lo prende in seria considerazione, prevenendo la domanda che urge nel cuore degli interlocutori. In Gn 1 sta scritto che, come l’uomo è “molto buono”, così anche tutto è “buono” e per lui. La realtà ci fa invece constatare che, come l’uomo è assai cattivo, anche la natura non è per nulla buona con lui. È più matrigna che madre. “pensate che questi fossero debitori”. È istintivo interpretare le calamità naturali come castigo. Gesù non mette in dubbio che siamo tutti peccatori. Ma questi fatti non sono da intendersi come punizione, bensì come urgenza di conversione. Ci richiamano infatti il nostro limite e la nostra fragilità originaria, che, dopo il peccato, è divenuta tragica. Il peccato, come ha guastato l’uomo, così ha sottoposto all’insensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine. S’è rotta l’armonia uomo-mondo, e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto (cf. Rm 8,20).
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v. 5: “se non vi convertite”. Il momento presente è il punto, l’unico punto in cui ci si può e ci si deve convertire dal lievito dei farisei a quello del Regno. Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto e dato come appello a passare dall’ipocrisia alla filialità, dal regno della paura a quello della libertà. In questo modo il male perde il carattere di necessità e ritorna sotto il dominio della libertà dell’uomo che si converte a Dio e della misericordia di Dio che non può non convertirsi all’uomo. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le persone che si fanno avanti per chiedere il suo parere sul fattaccio di cronaca. c. Chiedo ciò che voglio: intendere il male come appello a cambiar vita, impostandola non sulla paura della morte, ma sulla misericordia. d. Considero i due episodi di cronaca, emblematici del male fatto dall’uomo e dalla natura, e medito sulla risposta di Gesù. 4. Passi utili Sal 33; 95; 136; Lc 6,27-38.
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82. LASCIALO ANCORA PER QUEST’ANNO! (13,6-9)
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Ora disse questa parabola: Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna e venne cercando frutto in esso e non trovò. 7 Ora disse al vignaiolo: Ecco, da tre anni vengo cercando frutto in questo fico e non trovo. Taglialo dunque via: perché poi rende improduttivo la terra? 8 Egli rispondendo disse a lui: Signore lasciato ancora per quest’anno, finché gli scavi intorno e getti letame: 9 chissà che faccia frutto nel futuro. Se no,
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lo taglierai via. 1. Messaggio nel contesto I capitoli 12-13 sono una teologia della storia, che ci rivela come Dio vede lo spazio e il tempo dell’uomo: le cose sono un dono del Padre ai fratelli (c. 12), e il tempo è l’occasione per convertirsi (c. 13) Con la venuta del Messia la storia ha raggiunto il suo fine, e il tempo avrebbe dovuto arrestarsi. Come mai invece va ancora avanti? È il problema che qui si affronta. La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura dell’uomo e non si attendono altro che egli risponda al loro amore. Questa risposta è la sua realizzazione stessa, come per il fico far fichi. Ma come il fico è sterile, così l’uomo non si decide a fare frutti di conversione (3,8). Per sé, con la venuta di Gesù, il tempo dell’attesa sarebbe finito e il giudizio compiuto. Ma Dio accorda all’uomo “ancora un anno” e prodiga la sua ultima ed estrema cura perché fruttifichi e non debba esser tagliato. Dio non gode della rovina, ma della conversione (Ez 18,23-32; 33,11). Questo è l’unico motivo teologico per cui, anche se la scure già è alla radice (3,9), l’albero non è ancora tagliato. È una risposta ulteriore all’interrogativo del Battista davanti a Gesù (cf, 7,19ss): come mai, se lui è il Messia, non è cessato il male e il tempo non si è fissato nell’eternità?
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Gesù risponde svelandoci il misterioso dialogo tra la giustizia - “taglialo” - e la misericordia di Dio: “lascia/perdona ancora per quest’anno”. È il dramma del Padre e del Figlio nel loro reciproco amore che ingloba il mondo. Il tempo fluisce ancora per dar modo a tutti di incontrare la tenerezza di Dio! Egli infatti “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). I tre anni del ministero di Gesù sono la venuta di Dio per il giudizio; ma egli, invece di giudicare, offre il perdono. Tutti gli anni successivi sono l’“ancora un anno” che si prolunga, per fare con l’annuncio la medesima offerta alle generazioni successive. Questo è il senso profondo della storia: è l’“anno” della pazienza e della misericordia di Dio, una dilatazione della salvezza e una dilazione del giudizio, ancora sempre per un anno, da allora fino a ora e fino alla fine. Per questo bisogna annunciare il vangelo, per aprire a tutti l’amore del Padre in Gesù. Colui che ha detto che tornerà, “non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono: ma usa pazienza verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). Finché dura quest’oggi (Eb 3,13), urge convertirsi per non fare come quegli “empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio” (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (Rm 2,4)
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Questa parabola sostituisce il racconto del fico seccato perché sterile (Mc 11, 12-14.20-25). Ha il medesimo significato di fondo. Solo che il fico non è tagliato! Si sottolinea quindi l’aspetto della storia come rinvio del giudizio e prolungarsi della fatica di Dio per chiamare tutti alla conversione. Dio non taglia il fico, cioè l’uomo! Lo rispetta perché lo ama. Gli prodiga intorno tutta la sua opera, perché possa rispondere al suo amore. Il tempo continua, perché eterna è la sua misericordia! Così canta il ritornello del Salmo 136, che dice il vero perché di tutte le cose e di tutti gli avvenimenti. 2. Lettura del testo v. 6: “Un tale”. È il Padre. “un fico piantato nella vigna”. Il fico è l’albero domestico della terra promessa. Per il suo frutto dolce, che inizia e chiude la stagione dei frutti senza passare attraverso i fiori, nella letteratura rabbinica simboleggia la Legge. Dovrebbe crescere e fruttificare bene nella vigna, che è Israele, luogo dove la gloria di Dio abita di casa (Is 5,1ss; Ger 2,21; Ez 17,6; 19,10s; Sal 80). Il fico è ancora figura di Israele in quanto è depositario della promessa. Spesso è associato alla vigna nei rimproveri dei profeti (Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,10; Ab 3,17).
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Queste parole, rivolte da Gesù al suo popolo, valgono anche per noi. Se per improduttività fu tagliato il ramo naturale, non sarà certo risparmiato quello innestato (Rm 11,21)! “venne cercando frutto”. Dio viene da sempre incontro all’uomo e cerca presso di lui il frutto della sua amicizia. Fin dalla prima sera della creazione, egli ama passeggiare con l’uomo, sua sposa, alla brezza del giorno (Gn 3,8). Lo cerca: “Dove sei?” Gn 3,9), perché la sua delizia è stare con i figli dell’uomo (Pro 8,31). Per questo, dopo la disobbedienza e l’esilio, gli è venuto incontro, per dargli di nuovo la sua parola e la terra promessa. Dio ha fame dell’amore dell’uomo, perché lo ama. Tutto quanto ha fatto e fa, è perché risponda al suo amore, custodendo la sua parola e ascoltando la sua voce (Sal 105,45). I frutti della Torah altro non sono che la dolcezza dell’amore del Padre e dei fratelli, compendio della Legge, nei quali l’uomo trova la vita (10,26-28; Dt 30,15ss). I profeti - ultimo tra loro il Battista - furono inviati per richiamare il popolo e produrre questi frutti. Con il messia ci si aspettava la venuta di Dio per il rendiconto finale (3,8ss). Gesù invece deluderà quest’attesa, e darà inizio all’anno di grazia (4,19). In lui, il Figlio, inizia il tempo in cui Dio esercita la sua misericordia in modo diretto e definitivo: fa lui l’anno santo, che gli uomini non fanno. “non trovò”. Dio è veramente padre sfortunato! Nonostante le sue premure, non riesce mai a ottenere che il figlio cresca
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bene (cf. Os 11!). Troverà il frutto cercato solo sull’albero della vita che dà dodici raccolti e fruttifica ogni mese (Ap 22,2). La maledizione della sterilità di noi, legno secco, sarà portata dal legno verde (23,31). Gesù, dolce frutto che pende dall’albero della croce, “ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: maledetto chi pende dal legno” (Gal 3,13). Il crocifisso romanico del battistero di Gravedona è di legno di fico, ed è intagliato nello stesso unico tronco con la sua croce. v. 7: “disse al vignaiolo”. Sono le parole del Padre, Signore della vigna, al Figlio. In Dio la giustizia muove la misericordia. Infatti il Figlio, che conosce l’amore del Padre per tutti i suoi figli, gli risponde con la sua disponibilità ad andare incontro ai fratelli. Giustizia e misericordia, santità e amore sono sempre in misterioso dialogo in Dio. In lui non esiste un termine senza il suo opposto. Questa, che per noi è tensione e in Dio è identità, sta all’origine della missione del Figlio come operaio nella vigna. È lo stesso amore che spinge l’apostolo Paolo verso i lontani (2Cor 5,14). “Ecco, da tre anni vengo”. Sono i tre anni del ministero di Gesù. Essi, per sé, concludono la storia, e costituiscono il tempo della sua venuta per il giudizio. Ma sono anche l’oggi della salvezza, nella pazienza del Figlio che si prende cura dei nostri mali (7,21) e passa tra gli uomini beneficando e
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risanando tutti (At 10,38). Quest’oggi verrà prolungato ancora per un anno, fino ad oggi e sempre, ovunque la missione, l’annuncio e la conversione renderanno gli uomini contemporanei alla sua parola di grazia. “Taglialo dunque via”. E il giudizio secondo giustizia. Gesù lo esegue secondo la sua misericordia di Figlio del Padre (6,36). Egli infatti è Dio, e non uomo (Os 11,9). Per questo egli, unico giusto, albero verde che fa frutto, avrà la sorte del legno secco: sarà reciso dal suo popolo, escluso, fuori le mura, come cosa immonda. “rende improduttivo la terra”. Questo fico che succhia e si appropria dei doni della terra, gonfiandosi di foglie senza far frutti, è immagine di ogni uomo che sottostà al lievito dei farisei: rapisce il dono! Non solo non produce, ma rende improduttivo la terra. v. 8: “lascialo (= perdonalo)” (11,4; 23,34). È la risposta secondo misericordia: nel Figlio siamo tutti perdonati, perché figli. In lui si compie l’intercessione di Abramo in favore dei peccatori inconvertibili. La sua richiesta si fermò alla sesta domanda. Ora può sfociare nella settima, pienamente esaudita, perché c’è l’unico giusto, che allora non c’era ancora (cf. Gn 18,16ss). Infatti non c’è prima di lui un saggio, neanche “uno che cerchi Dio”, e “nessuno fa il bene, neppure uno” (Sal 14,2.3). In Gesù invece, vera discendenza di Abramo, sono benedette tutte le stirpi della terra (Gn 12,3).
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“ancora per quest’anno”. Quest’anno è la durata della nostra storia, che dura sempre ancora un anno, per intercessione del Figlio che compie ciò che il Padre vuole. “Quest’anno” aggiunto è l’anno di grazia, inaugurato a Nazareth (4,18s), che giunge fino a noi: è la sua missione di samaritano che continua nella chiesa attraverso la sua fatica nei suoi collaboratori (cf. Col 1,24; 2Cor 5,20-6,2). v. 9: “chissà che faccia frutto nel futuro”. È il desiderio del Figlio perché è quello del Padre. Proprio per questo dice: “Ecco io vengo” (Sal 40,8) “a cercare e salvare ciò che era perduto” (19,10) e “a chiamare i peccatori a convertirsi” (5,32). Infatti “non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati” (5,31). Questa risposta ci svela il mistero di Dio (10,21): come il Padre ci ama con lo stesso amore con cui ama il Figlio (Gv 17,23), così questi ama noi con lo stesso amore col quale è amato dal Padre (Gv 15,9). “Se no, lo taglierai via”. Non è una minaccia di giudizio. È costatazione della sterilità di chi non si converte a Gesù e non si unisce a lui, vera vite (Gv 15,1ss). Infatti “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato”; ma chi non crede si autocondanna per la sua stessa incredulità come uno che ha “preferito le tenebre alla luce” (Gv 3,17-19).
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Come Mosè intercedette per il popolo, disposto ad essere tolto in sua vece dal libro dei figli di Dio (Es 32,32), così il Figlio fu tagliato via dal popolo per i nostri peccati: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù attorniato dai discepoli e dalla folla. c. Chiedo ciò che voglio: capire il valore del tempo come atto di misericordia di Dio che mi dà tempo per convertirmi. d. Contemplo il dialogo misterioso tra la giustizia e la misericordia di Dio. Da notare: - fico/vigna - venne cercando frutto - non trovò - taglialo! - lascialo ancora per quest’anno - che gli scavi intorno e concimi - chissà che faccia frutto nel futuro.
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4. Passi utili Sal 50; 107; Is 5,1ss; Ez 18,23-32; 1Tm 2,4; 2Pt 3,9; Rm 2,4; Gd 4; Eb 3,7-4,11.

83. DONNA, SEI STATA SLEGATA DALLA TUA INFERMITÀ (13,10-17)
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Ora egli stava ammaestrando in una delle sinagoghe di sabato. 11 Ed ecco una donna, che aveva uno spirito d’infermità da diciotto anni ed era incurvata e non poteva alzarsi del tutto. 12 Ora, vistala, Gesù la chiamò e le disse: Donna, sei stata slegata dalla tua infermità!
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E le impose le mani e all’improvviso si drizzò su e glorificava Dio. 14 Ora, rispondendo, l’arcisinagogo, indignandosi perché Gesù aveva curato di sabato, diceva alla folla: Sei sono i giorni in cui bisogna lavorare; in quei giorni dunque venite a farvi curare e non nel giorno di sabato. 15 Ora gli rispose il Signore e disse: Ipocriti! Ciascuno di voi il sabato non slega il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia e lo porta a bere? 16 Ora costei, che è figlia d’Abramo, che il Satana legò, ecco da diciotto anni, non bisognava che fosse slegata da questo legame il giorno di sabato?
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E mentre egli diceva questo, si vergognavano tutti i suoi oppositori e tutta la folla gioiva di tutte le cose gloriose che provenivano da lui. 1. Messaggio nel contesto Questo miracolo ci fa vedere cosa avviene in quest’anno che la pazienza di Dio ancora ci accorda per convertirci: l’annuncio della sua salvezza già donata in Gesù, perché ci volgiamo ad essa e l’accogliamo. Il sabato, giorno del riposo di Dio, è ormai all’opera in questo mondo. Il Padre, offrendo suo Figlio, è tutto incurvato sull’uomo, e ogni uomo incurvato si può raddrizzare e rifletterne la gloria del Figlio. Tutta la storia è già “oggettivamente” salvata. L’annuncio porta a riconoscere e accogliere liberamente tale salvezza. Cinque volte si parla di “sabato” e due di “bisogna”: al centro la salvezza da Satana a una figlia di Abramo. Conoscere i segni del tempo presente è riconoscere che con Gesù è giunto tra gli uomini il “sabato” e si compie il “bisogno” di Dio, che è quello di salvare l’uomo. Anche se con la piccolezza del seme e il nascondimento del lievito (vv. 18-21), il Regno lavora e trasforma il mondo. Il sabato, inaugurato nella sinagoga di Nazareth, si compie nell’oggi in cui l’uomo recupera la stazione eretta davanti a Dio.
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Capire la storia significa leggere in essa la salvezza da lui operata in Gesù. Chi la vede così, guarisce, gioisce e glorifica come la donna e la folla. Chi la vede con altri occhi, resta ripiegato su di sé, si adira e si vergogna, come l’arcisinagogo e i suoi oppositori. Il racconto presenta forti analogie con 6,6-11 e 14,1-6. Questa donna, a differenza dell’emorroissa, non cerca di toccare Gesù. È invece cercata e toccata da lui. Si sottolinea così l’iniziativa paziente di chi è venuto a cercare i figli di Abramo perduti (19,9s). S. Gregorio (Hom. 31) paragona questa donna al fico sterile: è figura dell’uomo che, non volendo produrre il frutto dell’obbedienza, perse il suo stato di rettitudine. I diciott’anni di malattia significano il male dell’uomo, creato al sesto giorno, nei tre momenti della storia: prima, durante e dopo la Legge, fino a quando sente la parola del Signore che lo dichiara libero: sei per tre fa diciotto! L’uomo, chiuso e rattrappito in sé, sta finalmente diritto innanzi a colui di cui è immagine e somiglianza: è libero, perché brilla su di lui la salvezza del suo volto, il suo Dio (Sal 42,12). Il centro del brano: “Sei stata slegata dalla tua infermità”, è la costatazione di quanto Gesù ha già fatto nella nostra storia. Il miracolo, considerato già avvenuto nel passato, è semplicemente dichiarato. L’annuncio ne fa prendere coscienza e permette all’uomo ancora curvato di raddrizzarsi. Purché accolga l’annuncio con fede!
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2. Lettura del testo v. 10: “Ora egli stava ammaestrando”. Gesù che “ammaestra”, “di sabato”, nella “sinagoga”, richiama l’esordio del suo ministero a Nazareth (4,16ss). L’oggi della salvezza, che là albeggiava, qui raggiunge il suo culmine. Quanto là fu intravisto, è ormai in luce piena e definitiva. È l’ultima volta che Gesù entra in una sinagoga. v. 11: “una donna”. Figlia di Abramo, è figura di Israele. Pur stando nella sinagoga, dove si proclama la legge di Dio, rimane tuttavia legata. La Legge infatti “lega”, e dà salvezza solo quando si incontra colui che la compie. “diciotto anni”. Diciotto indica il fallimento dell’uomo in tutti e tre i periodi della sua storia, come già detto. Creato al sesto giorno, è fallito se non raggiunge il settimo, il riposo di Dio da cui e per cui è fatto. “incurvata”. È la situazione di chi non raggiunge il settimo giorno. Gesù dirà che è opera del Satana che ha legato l’uomo, perché resti chiuso in sé, accartocciato e impedito di guardare in alto. Vede solo le opere dei cinque giorni, le cose della terra, sulla quale è animalescamente prono. Solo quando si apre al settimo giorno scopre il senso della propria umanità e di tutte le creature.
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L’uomo incurvato e terrestre non è uomo! È l’uomo animale che non comprende ciò che è di Dio (1Cor 2,14). Solo quando guarda in alto, il suo volto diventa umano, perché riflette la Gloria. La donna è figura del popolo “duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo” (Os 11,7). È preda del “lievito dei farisei” (12,1ss), che porta a cercare con affanno le cose della terra e stimare come follia le cose dello Spirito (1Cor 2,14). Questa donna è la controfigura della sapienza, che guarda in alto e penetra nei misteri di Dio. “non poteva alzarsi del tutto”. È sottolineata la curvatura verso il basso, con l’impossibilità di sollevarsi “fino a tutto il fine” - suona la versione letterale dal greco. L’uomo raggiunge infatti il proprio fine sollevandosi in alto, fino a Dio. v. 12: “Ora, vistala, Gesù la chiamò e le disse”. Gesù vede, chiama e dice. L’iniziativa è totalmente sua. La parola greca usata per “chiamare” è la stessa di quando chiama i Dodici (6,13). “sei stata slegata dalla tua infermità”. Negli altri miracoli c’è un imperativo di Gesù, che compie il passaggio dalla perdizione alla salvezza. Qui invece c’è la costatazione di qualcosa di già avvenuto, i cui effetti permangono. Questo è il senso del tempo perfetto che si usa in greco: sei stata
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slegata, quindi ora sei sciolta e libera! Gesù non dice più alla porta della prigione: “apriti”. L’ha già aperta. Per questo annuncia a chi non lo sa: “la porta è stata aperta!”. Discernere significa smettere di sbattere la testa contro la parete cieca, girarsi e uscire per questa porta: è la conversione a Cristo, che dà salvezza. Il male, che ancora persiste, richiama la prigionia di un uccello in gabbia, che non esce anche se la porta è aperta. La nostra consuetudine con la schiavitù, così familiare e temuta, ci tiene ancora ripiegati su di noi. La paura, anche di una cosa immaginaria, produce un male reale. È come la vertigine: ci risucchia e ci fa fare ciò che paventiamo. L’emorroissa, guarita dopo dodici anni, è figura dell’Israele che incontra il Signore. Questa donna, malata ancora per sei anni, indica la schiavitù dell’uomo che dura anche dopo il compimento della storia di Israele, fino a quando non accoglie l’annuncio della salvezza. La schiavitù, che fu prima e durante la Legge, perdura fino a quando la fede nella Parola introduce nell’oggi della salvezza. v. 13: “impose le mani”. Non basta la parola di Gesù. Occorre il contatto con lui: la fede nella Parola mette in comunione con chi parla. “all’improvviso”. In questo contatto, la guarigione è repentina, come con la suocera di Pietro (4,39), col paralitico (5,25), con l’emorroissa (8,44.47), con la figlia di Giairo (8,55) e col cieco di Gerico (18,43).
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“si drizzò”. L’uomo non sta più carponi, davanti alle cose, confuso tra gli animali: recupera la sua posizione originaria, in piedi, davanti a Dio. Il suo dialogo ormai è con lui, il suo interlocutore che lo costituisce uomo. Torna ad essere re dei creato. Dopo aver dato il nome a tutto, riceve il proprio nome di figlio “secondo la propria specie”, perché sta davanti a colui di cui è immagine e somiglianza. Ora guarda verso l’alto, e scopre il suo fine, che è il suo principio. Non è più alienato nel mondo, esule nel suo palazzo regale! Non occorre che si affanni a conquistarlo: è sua eredità di figlio. Tutto il c. 12 è la contrapposizione tra l’uomo ricurvo e distorto, con il lievito dei farisei, e l’uomo raddrizzato e in piedi, con il lievito del Regno. “glorificava Dio”. Gloria di Dio è l’uomo vivente. Ma l’uomo è vivo solo se dà gloria a Dio, se lo loda, lo riverisce e lo serve. Non perché Dio sia vanitoso o bisognoso di qualcosa. Ma perché così l’uomo raggiunge il proprio fine e diventa se stesso: diventa come Dio, che per primo lo ha lodato come “molto buono” (Gn 1), lo ha stimato come molto prezioso (Is 43,4) e lo ha servito fino alla fine (22,27). Glorificare Dio è lasciare trasparire sul nostro volto la sua bellezza. L’uomo diritto loda Dio: si compiace di lui e gioisce del suo amore.

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v. 14: “indignandosi”. Chi non accoglie la Parola, resta chiuso nella propria rabbiosa impotenza. Invece di glorificare Dio, ne critica l’opera! “bisogna lavorare”. Anche i nemici ora usano la parola “bisogna” applicata a Gesù. Essa indica la sua opera paziente per l’uomo malato - fico sterile! - che si compirà nel sesto giorno. Sarà la nuova creazione, che apre all’uomo il settimo giorno. L’arcisinagogo ha ragione: da molte malattie si può guarire nei sei giorni dell’uomo. Da questa curvatura, che ci chiude al settimo giorno, si può guarire solo di sabato. L’uomo è malato di Dio, suo bisogno essenziale di vita. È curabile solo nel giorno in cui lo incontra. Anzi, questo incontro fa di qualunque giorno il sabato! v. 15: “Ipocriti”. Sono gli uomini curvati, attaccati alla roba, che ignorano il dono del Padre. “bue/asino”. Se è lecito slegare di sabato il bue e l’asino perché bevano, è necessario sciogliere il popolo, perché possa riconoscere il suo Signore (Is 1,3). v. 16: “figlia d’Abramo”. (cf. v. 28). Questa donna ha lo stesso appellativo di Zaccheo (19,9) e Lazzaro (16,19ss): sono i convertiti, che hanno realmente Abramo per padre (3,8).
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“il Satana legò”. Questa curvatura dell’uomo non è solo impressione o suggestione soggettiva: è opera della menzogna di Satana. “La nostra battaglia non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra” (Ef 6,12). Prima del ministero di Gesù, tutto era in suo potere (4,6). Ma il dominio del forte è infranto dal più forte di lui (11,22). Strappandoci dalle mani dei nostri nemici (1,74), egli “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10,38). “bisognava che fosse slegata/di sabato”. “Bisogna” che il lavoro di Gesù sia nel settimo giorno, perché consiste nel portare il sabato, la festa dell’uomo e di Dio che si guardano. Gesù opera come il Padre suo: fa ciò che vede fare da lui (Gv 5,19), che non può non amare l’uomo, suo figlio. “Un abisso chiama l’abisso” (Sal 42,8): al bisogno nostro, la miseria dei sei giorni di fatica, risponde il bisogno di Dio, la misericordia del settimo giorno. Questo “bisogno”, che ha Dio di rovesciarci addosso la sua gloria, rivela la sua passione per noi: non s’arresterà neanche davanti alla morte. L’unico suo bisogno è quello di amare gratuitamente. Questa necessità è la sua suprema libertà. v. 17: “si vergognavano tutti i suoi oppositori”. La vergogna è il contrario della gloria. Chi resta legato dal Satana, ha quella vergogna che Adamo ignorava prima del peccato (Gn 2,25). L’ira ne è una conseguenza, per difendersi.
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“la folla gioiva”. Lo stesso fatto suscita indignazione e vergogna, oppure lode e gioia. È questione di discernimento! Chi vede scaturire da Gesù la gloria di Dio, ha la gioia messianica (cf. 1,28; 2,10; ecc). Ma la stessa luce che rallegra l’occhio buono, offende quello cattivo. Tuttavia anche questo disagio è in vista della conversione. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù di sabato nella sinagoga. c. Chiedo ciò che voglio: chiedo la fede di aver ottenuto la salvezza che chiedo. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - sinagoga/sabato - donna incurvata - Gesù la vede e chiama - sei stata slegata - si drizzò su e glorificava Dio - bisogna lavorare nei sei giorni - con Gesù è già il settimo giorno, il sabato di libertà - reazioni opposte.
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4. Passi utili Rm 1,16; 10,8-18; 1Cor 1,21; 1Ts 2,13; Eb 4,12.

84. A CHI È SIMILE IL REGNO DI DIO? (13,18-21)
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Diceva dunque: A chi è simile il regno di Dio a chi lo somiglierò? 19 Simile è un chicco di senape che, preso, un uomo gettò nel suo giardino, e crebbe e divenne albero e gli uccelli dei cielo si attendarono nei suoi rami. 20 E di nuovo disse: A chi somiglierò il regno di Dio?
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Simile è al lievito che, preso, una donna nascose in tre moggi di farina finché tutta fu lievitata. 1. Messaggio nel contesto Il brano precedente dice che il Regno c’è già ed è all’opera nel mondo. Ora si dice come. Ha un’apparenza trascurabile e insignificante, quasi invisibile, e ci vuole discernimento per riconoscerlo. Agisce nella nostra storia secondo lo stile che fu proprio di Gesù, sotto il segno della povertà, nell’irrilevanza religiosa e politica. Queste parabole illustrano e giustificano, allora come adesso, il suo tipo di messianismo. Il regno del Padre, aperto agli infanti, agli occhi dei potenti è una realtà piccola e fallimentare: un seme che marcisce! Ma proprio così rivela la sua forza vitale, spontanea e specifica, di diventare pianta. Il regno del Padre, donato ai peccatori, agli occhi dei religiosi è una realtà immonda e disprezzabile: un po’ di farina andata a male! Ma proprio così rivela la sua forza di lievito, capace di trasformare in pane di vita tutta la pasta del mondo. Per accorgersi della sua presenza e della sua azione, bisogna volgere lo sguardo verso ciò che non conta: Dio realizza il suo disegno con ciò che è piccolo, disprezzato e nulla (1Cor
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2,4ss). Lascia libero l’uomo di far la storia; si riserva però di interpretarla. E quel che conta è la sua interpretazione, che ci viene svelata nel mistero del Figlio dell’uomo. Anch’egli fu preso e gettato via. Ma così divenne l’albero della vita offerta a tutti gli uomini. Anch’egli fu preso e nascosto in fretta, come immondo, per celebrare la festa (Gv 19,31s!). Ma così divenne fermento di novità che lievitò la terra aprendone i sepolcri. Il lievito del Regno ha caratteristiche opposte a quello dei farisei: invece della paura della morte (12,1ss), l’amore del Padre (12,32ss); invece dell’accumulo, il dono (12,13ss; 22ss); invece del ladro che ruba la vita (12,39), lo sposo che bussa (12,35). Il tempo presente è il momento di grazia in cui siamo chiamati a convertirci (vv. 1-5). Questo è il senso della storia, dilatazione nel tempo dell’eterna misericordia di Dio (vv. 69). Con Gesù è giunto il sabato e siamo liberati dal male. Chi si volge a lui, e accetta la sua parola di salvezza, da curvo che era può finalmente alzarsi (vv. 10-17). La conversione consiste nel volgersi a lui che è ancora presente nella nostra storia allo stesso modo di allora. L’annuncio ce lo fa riconoscere nel suo mistero di piccolezza-grandezza, umiltàesaltazione, morte-risurrezione. La salvezza, finché dura il tempo della pazienza di Dio, avrà sempre i lineamenti del volto del Figlio dell’uomo crocifisso, il più piccolo tra tutti (9,48). Per questo non sembra neanche salvezza. Ma in realtà è come un tappeto persiano finissimo, del quale noi
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guardiamo solo i nodi dei rovescio. Per vederne il diritto dobbiamo cambiare posizione e vederlo dall’alto. Queste parabole sono criteri di discernimento per vedere il disegno dall’alto, come lo vede Dio: ciò che capitò a Gesù nella sua storia, capita al suo regno nella nostra storia. Sono quindi parabole cristologiche, che tracciano la storia di Gesù, il seme che produce vita attraverso la morte, il lievito che agisce solo nel nascondimento! Diventano parabole della chiesa, chiamata a seguirlo. Riguardano in ultima analisi anche il rapporto chiesa-mondo, e ci presentano il Regno già di fatto all’opera in tutti. Questo è indicato anche dai verbi, che sono tutti al passato. La verità di queste parabole di Gesù è riscontrabile negli Atti degli apostoli: una sola donna che accoglie Paolo è il piccolo seme, gettato lungo il fiume a Filippi, che crebbe nella chiesa d’Europa (At 16,11-15). 2. Lettura del testo v. 18: “il regno di Dio”. Innanzitutto è “di Dio” e non “dell’uomo”. La conoscenza dei suoi misteri è riservata ai discepoli: gli altri vedendo non vedono e udendo non intendono (8, 10). Lo chiediamo al Padre, perché è suo (11,2), e ci è donato nel Figlio, che apre ai piccoli il suo rapporto con il Padre (10,21s). È la liberazione dal regno di Satana, il forte che ci rende muti e incapaci di dire: “Abba” (11,14ss). L’uomo che si crede ancora legato e resta curvo
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sulla terra, lo ignora. Conosce solo le cose animali (cf. 1Cor 2,14). “somiglierò/è simile”. Il Regno può essere espresso solo in similitudini, sia perché è inesprimibile direttamente, sia perché tutto ciò che c’è è sua espressione e immagine. Infatti tutto il creato è un riflesso del Figlio, gloria del Padre. Solo in lui vediamo direttamente il nostro volto di figli, di cui avevamo perso memoria. La sua storia ce lo rivela e ci dà i criteri per discernerlo nella nostra. Il suo volto è il modello a cui configurare il nostro, in una somiglianza sempre più perfetta. Le due similitudini che seguono ce ne danno i lineamenti fondamentali. v. 19: “chicco di senape”. Grosso poco più di una capocchia di spillo, Marco lo chiama “il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra” (4,31). Come la Parola (8,4-15), così ora anche il Regno è paragonato al seme. Il seme è una forza vitale invisibile, ma irresistibile, che germina secondo la sua natura, ed esplica proprio morendo tutta la sua potenzialità di vita. “preso/gettò”. La storia del Regno, o del seme, è la stessa di Gesù: “il più piccolo fra tutti” (9,48), consegnato nelle mani degli uomini, fu “preso e gettato” fuori le mura. “nel suo giardino”. Il giardino è suo, cioè di Dio! Nel NT questa parola è riservata solo al luogo dell’agonia (Gv
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18,1.26) e della sepoltura, dove il chicco fu messo sottoterra (Gv 19,41). Sarà il luogo dell’incontro della sposa piangente con lo Sposo glorioso (cf. Gv 20,11ss). Da quando il peccato esiliò l’uomo dal giardino, questo ormai sta necessariamente fuori dalla città. “crebbe”. Il seme cresce solo se muore (Gv 12,24). Questo è il suo mistero: produce la vita oltre la morte. Mentre tutto il resto, morendo, imputridisce per sempre, esso diventa pianta fiore e frutto! La morte non può vincerla su di lui; lo fa essere ciò che è: vita che vince la morte! “divenne albero”. È l’albero della croce, le cui acque trasformano in giardino il deserto dell’uomo (Ap 22). L’albero enorme di Daniele (4,9.18), il solenne cedro del Libano di Ez 31,3, cede il posto al modesto arbusto di senape, alto da 2 a 3 metri. Questo è l’albero che “invidiavano tutti gli alberi dell’Eden nel giardino di Dio” (Ez 31,9). Nel NT c’è un passaggio a formato piccolo e modesto delle immagini dell’AT: uno scivolare in tono minore, dove il destriero si fa asino (19,29s; Zac 9,9s) e l’aquila, gallina (13,34; Es 19,4). Già Ez 17,1ss aveva previsto questo mistero di umiltà, quando fa diventare la parte più alta del più alto cedro una modesta e utile vite. In sintesi, le caratteristiche del Regno sono quelle di Gesù: non è grande ma piccolo; “non prende”, ma è preso; non è importante, ma è gettato via; non sta nella città, ma fuori. E
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muore. Ma così rivela la sua vera natura di seme: morendo dà vita, germina, cresce e diventa albero. “uccelli del cielo”. Sono immagine di tutti i popoli (cf. Dn 4,9), che accorrono per nidificare nell’albero, che è il vero Israele. Su esso passero e rondine trovano dimora (Sal 84,4): tutte le nazioni sono desiderose di accorrervi (Zc 8,20-23) e dichiarano che lì è la loro casa (Sal 87,7). È la più bella immagine della “cattolicità” del Regno, dove ognuno trova il suo nido. “si attendarono”. Richiama la tenda dell’esodo, dove abitava la Gloria. È Gesù, in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). In lui il Verbo “pose la sua tenda in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14). In lui, seme gettato via e cresciuto nell’albero della croce, ogni uomo trova dimora nella gloria di Dio: ritrova il proprio volto di figlio, che riverbera la luce del Padre. v. 21: “lievito”. Il lievito non è qualcos’altro dalla farina; ma la rende altra e fa lievitare la pasta. È solo farina vecchia e putrida: è la sua unica qualità, che lo rende religiosamente impuro (cf. 1Cor 5,7; Gal 5,9). Per questo va fatto scomparire dalle case per celebrare la novità della pasqua (Es 12,15): è la morte che deve cedere il posto alla vita.

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“una donna”. Là un uomo e un giardino, qui una donna e una casa. L’azione di Dio abbraccia ogni realtà e ambiente umano. “preso... nascose”. Il seme, preso, è gettato nel giardino; il lievito, preso, è nascosto. L’efficacia del Regno non è efficienza mondana, ma continuazione della storia di colui che fu rigettato e nascosto nella grotta del giardino! Chi vuol vedere la gloria, consideri ciò che nella pasta del mondo è spregevole, nascosto, ma lo trasforma. Il lievito non solo è nascosto. È anche disperso e diffuso. Solo così guadagna la propria rilevanza di lievito e fa lievitare. L’ostentazione e la “ricompattazione” è una caratteristica contraria al Regno, rovina la cattolicità e la sua missione al mondo. Questa esige l’umiltà e il nascondimento del samaritano, l’escluso, che si perde per tutte le strade facendosi solidale con l’infermità dei fratelli. Questo lievito, sapienza del crocifisso, si oppone alla sapienza mondana, lievito dei farisei. “tre moggi”. Quasi mezzo quintale. Sono i tre moggi di farina che servono per i tre pani che sfamano ogni amico in viaggio nella notte (11,5). Sono la vita per i tre giorni della storia umana: oggi, domani e sempre (vv. 31s). “tutta fu lievitata”. Solo così tutta la pasta del mondo passerà dal lievito dei farisei a quello del Regno: attraverso la
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pochezza e l’umiltà. Diversamente, nonostante tutta la buona volontà, non si fa che intralciare il lavoro di Dio nella storia. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che, nella sinagoga, spiega con queste parabole la grandezza del piccolo fatto che è avvenuto. c. Chiedo ciò che voglio: capire le caratteristiche di Gesù e del suo regno, nella sua e nella mia storia: piccolo, preso, gettato, immondo, nascosto: questa è la sua grandezza che ospita tutti, la sua forza che lievita tutto. d. Applico la parabola alla vita di Gesù, al suo mistero di morte/risurrezione, alla vita della chiesa e a me. 4. Passi utili 1Sam 2; 16,1-13; 1Cor 1,26-31; Lc 23,35-43.

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85. CI SONO ULTIMI CHE SARANNO PRIMI E CI SONO PRIMI CHE SARANNO ULTIMI (13,22-30)
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E viaggiava per città e villaggi ammaestrando e facendo viaggio verso Gerusalemme. 23 Ora un tale gli disse: Signore, son pochi che vengono salvati? 24 Ed egli disse loro: Lottate per entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrare e non avranno forza. 25 Da quando sarà destato il padrone di casa e avrà chiusa la porta e voi avrete iniziato a stare fuori e a percuotere la porta dicendo: Signore, aprici! e allora rispondendo vi dirà: Non so voi da dove siete! 26 Allora inizierete a dire:
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Mangiammo al tuo cospetto e bevemmo e nelle nostre piazze ammaestrasti. 27 Ed egli parlerà dicendovi: Non so (voi) da dove siete! Mettetevi lontano da me, tutti voi, operatori d’ingiustizia! 28 Là sarà il lamento e lo stridore di denti, quando avrete visto Abramo e Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi gettati fuori. 29 E verranno dall’oriente e dall’occidente e dall’aquilone e dall’austro e si sdraieranno nel regno di Dio. 30 Ed ecco: ci sono ultimi che saranno primi e ci sono primi che saranno ultimi. 1. Messaggio nel contesto

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Il c. 11 ci ha rivelato la nostra figliolanza di Dio, già sicura in cielo, presso il Padre. Ma noi siamo qui in terra, nella densità dello spazio e nel fluire del tempo. Il c. 12 ci ha insegnato a viverla in rapporto alle cose: sono un dono del Padre ai figli e dei fratelli tra di loro. Ora il c. 13 ci insegna a viverla nel tempo: come il dono è il senso di tutto ciò che occupa lo spazio, così la conversione è il senso di ogni frazione di tempo. Il presente, unico tempo che ancora c’è e già non è scomparso, è l’occasione per convertirci. Ciò non significa diventare “più bravi”, ma volgerci dalla nostra miseria alla sua misericordia, dal male che facciamo al bene che lui ci vuole, dall’autogiustificazione all’accettazione della sua grazia, come fonte nuova di vita. Così viviamo in continua gioia e rendimento di grazie: siamo entrati nel sabato! Questo è già all’opera nel mondo e si celebra nell’“eucaristia”, il banchetto di gioia dei salvati. Il problema è come entrare nella sala dove si mangia il pane del Regno. Questo brano parla della lotta per entrarci. Richiama per vari termini il bussare della notte per ottenere il pane (11,5-8) e la richiesta insistente per ricevere lo Spirito (11,9-13; cf. anche 18,1ss). La porta è Gesù: attraverso di lui tutti gli uomini sono salvati, perché il suo cammino verso Gerusalemme va incontro a ogni fuggiasco. Ognuno può entrare, anche il disperato, l’immondo e l’incurabile. Unico biglietto d’ingresso è il bisogno. Resta fuori solo chi “sta bene”. La falsa sicurezza e la presunta giustizia sono l’unico impedimento. Per entrarvi
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basta riconoscersi peccatori davanti al perdono di Dio (18,9ss): nessuno si salva per propri meriti, ma tutti siamo salvati. Il tempo presente è l’anno di grazia che ci è concesso per convertirci dalla nostra (in)giustizia alla sua grazia. La porta è dichiarata stretta perché l’io e le sue presunzioni non vi passano. Devono morire fuori. Inizia qui la seconda parte del viaggio di Gesù, tutta centrata sulla sua misericordia. Noi siamo invitati a identificarci con le varie persone che lui incontra e salva. La porta, stretta come la cruna di un ago per chi presume dei suoi beni (18,25), sarà aperta per chi riconosce la propria cecità (18,35). 2. Lettura del testo v. 22: “viaggiava per città e villaggi”. È la seconda volta che si menziona il suo viaggio verso Gerusalemme, che iniziò dalla Samaria (9,52). È il viaggio del Samaritano, che percorre per ordine città e villaggi (8,1), raccogliendo tutti i frammenti di umanità perduta per portarli su di sé davanti al Padre. È la ricerca del pastore, che setaccia ogni anfratto in cerca della pecora smarrita. Non si tratta di proselitismo ricerca di successo. È la misericordia che si fa vicina a ogni miseria. “ammaestrando e facendo viaggio”. La lezione è il suo stesso viaggio: in esso Gesù ci rivela che Dio “ci ha salvati e
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ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità” (2Tm 1,9). v. 23: “son pochi che vengono salvati?”. Salvo è solo il giusto che sale il monte del Signore per stare davanti al suo volto e rifletterne la gloria (Sal 24,3). Nessuno quindi può salirvi, se non colui che prima è disceso per venirci incontro (Ef 4,9s). Egli si è fatto porta per introdurre tutti a Gerusalemme, davanti al Padre. La salvezza è l’unico problema serio dell’uomo, che si sa perduto perché mortale e peccatore. Tutte le religioni sono un tentativo di soluzione, e propongono un’illuminazione, un’ascesi o una rivoluzione mediante cui l’uomo possa salvarsi. In realtà per la Bibbia all’uomo è impossibile “salvarsi” (cf. 18,26s): tutti veniamo salvati per l’amore gratuito del Padre. “Salvare” per l’uomo è un verbo da coniugare solo al passivo. Il Regno non è oggetto di rapina: è l’eredità che egli dona ai suoi figli. È quindi vero che la porta è strettissima, perché nessuno si salva. Ma è anche larghissima, perché tutti veniamo salvati. Questa è infatti la volontà di Dio: “che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Per essa passano tutti i poveri, anche gli storpi, i ciechi e gli zoppi (cf. 14,21). v. 24: “Lottate”. La salvezza è un dono. Costa solo la fatica di aprire il cuore e la mano per accoglierlo. Ma è una grande
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lotta, perché il cuore è duro e la mano rattrappita (cf. 6,6ss). La lotta è paradossalmente la contemplazione (Rm 15,30; Col 4,12; Gn 32,23ss): bussare nella notte per ottenere il pane (11,5ss), pregare con insistenza per ricevere lo Spirito (11,9ss). Nelle cose spirituali è importante la lotta (cf. 1Tm 6,12; 2Tm 4,7s; Fil 3,12). Gesù stesso lottò nella preghiera fino a sudar sangue (22,44). Il dono non toglie l’iniziativa. È anzi un pegno che impegna. Il suo costo è la vita stessa. Inoltre bisogna fare come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da Dio. In questa ottica si eliminano la pusillanimità e l’ansietà, i due sentimenti che in ogni combattimento fanno perdere in anticipo. “porta stretta”. Questa porta larghissima, che è la misericordia di Dio, qui è chiamata stretta. Infatti una cosa costa meno a pagarla che a riceverla in dono. Inoltre ricevere la salvezza significa ammettere di essere perduti: è la morte di ogni presunzione. La salvezza ha come porta l’umiltà; va lasciato fuori il protagonismo dell’uomo. Convertirsi è accettare di vivere della sua misericordia. È la morte dell’io e della sua perizia, per vivere di Dio e della sua grazia. Per questo la più grande conversione è riconoscere il proprio peccato: stare all’inferno, senza disperare (Silvano del Monte Athos). Questa è la porta più stretta che ci sia per il giusto: se il peccatore ci scivola dentro naturalmente, il giusto, più si accanisce ad accrescere il suo bagaglio di giustizia, più ne è impedito.
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Per questa porta stretta si passa mediante la compunzione. Come quella che trafisse il cuore degli abitanti di Gerusalemme quando udirono da Pietro che il Signore e il messia è quel Gesù che “voi avete crocifisso” (At 2,36). Il proprio peccato è il luogo dove si riconosce chi è il Signore: uno che ama, perdona e salva (1,77; Mt 1,21; Ger 31,34; Os 11,9; ecc.). “cercheranno/non avranno forza”. Nessuno ha forza di salvarsi. Uno solo è il forte, che salva tutti! Dobbiamo impegnarci non tanto per conseguire grandi vittorie, quanto per riconoscere la nostra debolezza e convertirci a lui, nostra forza. “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10): infatti non presumo più della mia giustizia, ma assumo la sua giustificazione (cf. Fil 3,9). v. 25: “Da quando sarà destato”. Il Signore, morto e risorto, è l’unico entrato nel banchetto della vita. Noi siamo tutti fuori. Ma lui desidera essere il primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29), è l’amico da importunare con sfacciataggine. La “porta stretta” della salvezza, aperta nei tre anni della sua venuta (13,7), resta aperta per un anno ancora ogni anno, fin che dura la nostra vita e la nostra storia. Così tutti possiamo accettare il suo amore che ci grazia. “stare fuori... percuotere la porta”. È la situazione di ogni uomo, fuori dalla salvezza, che grida: “Signore, aprici!”. La
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parabola intende farci riconoscere la nostra realtà di perduti, per trovare colui che è venuto a cercarci. O forse non è lui, il Salvatore estromesso da noi, che sta fuori a bussare e attende di essere accolto (cf. Ap 3,20)? “Non so voi da dove siete”. In realtà egli ci conosce; siamo noi che ignoriamo di essere da lui e per lui. Per questo siamo smarriti, senza origine e senza meta: “Adamo, dove sei?”. Sono fuggito tanto lontano, da non sapere più né da chi, né da dove. Ignoro di chi e chi sono! Per questo ho il lievito dei farisei e non quello del Regno. v. 26: “Mangiammo”. Sono allusioni all’eucaristia, ricevuta senza discernere il corpo del Signore (cf. 1Cor 11,28-32). Chi non si giudica e si ritiene giusto, è in realtà escluso. Gesù però non lo esclude: si rivolge a lui, perché prenda atto di essere fuori e accolga l’invito al banchetto che il Padre offre, nel Figlio morto e risorto, a tutti i suoi figli (cf. 15,1ss). v. 27: “Non so (voi) da dove siete! Mettetevi lontano da me” . Si ribadisce che proprio chi pretende di essergli noto e vicino, è da lui ritenuto ignoto e lontano. Chi “pretende” il cibo come salario non è figlio, ma schiavo. Non è da Dio, ma dal proprio io; gli manca ancora la sublimità della conoscenza di Cristo Gesù suo Signore, non conosce come è da lui conosciuto e non ha la giustizia che deriva dalla fede. Per questo considera guadagno ciò che dovrebbe considerare spazzatura (cf. Fil 3,8s). È quindi lontano dalla salvezza, che
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è conoscerlo come siamo da lui conosciuti (1Cor 13,12; Gal 4,9; 1Gv 3,2). “operatori d’ingiustizia”. L’ingiusto inconvertibile per Luca è il giusto che non ha bisogno di essere giustificato: non si ritiene peccatore e non conosce la misericordia. Ogni sua azione, per quanto impeccabile e fulgida all’esterno, all’interno è piena di morte: è un piatto che contiene il veleno del protagonismo, il lievito dei farisei, che uccide la vita filiale (11,37ss). v. 28: “Là sarà il lamento”. Viene descritta la sorte opposta di chi sta dentro e di chi sta fuori, per farci costatare il male di noi, che stiamo fuori. I nostri padri sono nel Regno insieme ai lontani; mentre noi, i figli, siamo esclusi! Il motivo è che i nostri padri e i lontani hanno avuto fede e si sono convertiti al dono di Dio; noi invece abbiamo presunto e ce ne siamo allontanati. Finiamo scacciati come Adamo dal giardino: il lamento e lo stridore di denti diventa il luogo che abbiamo scelto per nostra dimora. v. 29: “verranno dall’oriente e dall’occidente”. Nel giorno di pentecoste ci si presenta un accorrere di popoli da tutte le parti del mondo. Accettano la salvezza insieme a quegli israeliti che ammettono di aver crocifisso il Signore (At 2,9-11.36). La salvezza è offerta tanto ai vicini quanto ai lontani che ascoltano. Se gli uni rifiutano, essa si rivolge agli altri (cf. At
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18,6; At 28,28). In questo modo nasce il nuovo popolo, che Dio ha raccolto “da tutti i paesi, dall’oriente e dall’occidente, dal settentrione e dal mezzogiorno” (Sal 107,3). Così tutti gli uomini sanno finalmente da dove sono: riconoscono la loro sorgente nella misericordia di Dio riversata su Gerusalemme (cf. Sal 87,7)! “si sdraieranno”. La comunità di Luca si riconosce in quei lontani che son divenuti vicini (Ef 2,13), e si sdraiano a mangiare e bere davanti al suo volto, celebrando l’eucaristia. Stiano però attenti alla presunzione: si identifichino sempre con gli operatori di ingiustizia, in modo da accettare la propria perdizione e la sua salvezza (cf. Rm 11,16-24). Sia per la chiesa che per Israele vale sempre la stessa norma: si rimane nella terra promessa fin che la si vive come dono; si va in esilio ogni qualvolta la si vive come possesso. v. 30: “ci sono ultimi che saranno primi”. In questa lotta per entrare nella porta, il primo della fila diviene l’ultimo per due motivi: sia perché colui che dà il biglietto d’ingresso ha il suo sportello in fondo alla coda; sia perché chi si crede a posto, è l’ultimo a sentire il bisogno di convertirsi. L’ultimo invece diviene il primo, per gli stessi due motivi: è oggettivamente più vicino a colui che si è perduto per tutti; inoltre, riconoscendosi peccatore, è il primo a convertirsi. Per questo Gesù è venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori a conversione (5,32). I giusti dovranno prima scoprire il loro peccato. È una porta stretta da passare per
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loro, intransitabile se non lasciano fuori il gonfiore della loro giustizia. È difficile per i giusti ammettere che l’unica differenza tra loro e i peccatori è la presunzione! All’inizio del capitolo Gesù richiamava i suoi ascoltatori a convertirsi, per non fare la fine di quei galilei uccisi da Pilato o di quei diciotto schiacciati dalla torre. Qui ribadisce e radicalizza il discorso, mostrando il peccato fondamentale da cui convertirsi: l’autosufficienza e la presunzione di essere giusti, la foglia di fico di chi non conosce l’amore gratuito di Dio. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo contemplando Gesù che viaggia per paesi e frazioni. c. Chiedo ciò che voglio: accettare di vivere di misericordia, guarire dalla presunzione di salvarmi. d. Medito applicando a me le parole del Signore. Da notare: - sono pochi i salvati? - la porta stretta - Signore, aprici! - non so da dove siete
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- lontano da me! - ultimi/primi. 4. Passi utili Rm 3,21-26; 11,1-36; Fil 3; Lc 6,6-11.

86. UNA CHIOCCIA! (13,31-35)
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In quella stessa ora avanzarono alcuni farisei dicendogli: Esci e cammina da qui, perché Erode vuole ucciderti! 32 E disse loro: Andate e dite a quella volpe: Ecco: scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani
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e il terzo giorno sono compiuto! 33 Però bisogna che io cammini oggi e domani e il seguente, perché è inaccettabile che un profeta perisca fuori di Gerusalemme. 34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e scagli pietre agli inviati a te: quante volte volli raccogliere i tuoi figli nel modo in cui una chioccia la propria covata sotto le ali, e non voleste. 35 Ecco: vi è lasciata la vostra casa! Ora vi dico: Non mi vedrete affatto finché arriverete a dire: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. 1. Messaggio nel contesto Il brano contiene un preannuncio della morte di Gesù (vv. 3133) e un suo lamento su Gerusalemme (vv. 34-35). Il capitolo, aperto con la prospettiva della morte violenta, comune a tutti a causa del peccato, si chiude con la previsione
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dell’assassinio di Gesù, unico giusto, vittima della nostra violenza. Ma la sua morte, ingiusta e insensata, darà senso a tutte le nostre morti giuste e senza senso. Nella sua, la nostra morte, comunque inevitabile, cambia segno. Gerusalemme in Luca è il luogo del compimento. Lì si consuma la perdizione e lì è data la salvezza. Gesù vi si incammina, sapendo di essere rifiutato. Ma il rifiuto, invece di bloccare il suo viaggio, lo porta al suo fine. È il ritorno al Padre. La miseria dell’uomo, rappresentata dalla volpe, e la misericordia di Dio, raffigurata dalla gallina, si uniscono e formano un’unica realtà che ha ormai due facce. Bisogna saper vedere l’una nell’altra, e capire che la perdizione è volersi salvare e la salvezza è riconoscersi perduti. Il discernimento è qui. Il lievito dei farisei, alleato con quello di Erode, si scontra ora con Gesù. Verrà preso, gettato e nascosto; ma, siccome è lievito di Dio, proprio così risorgerà in pane di vita. La storia è una, ma in due atti. Gli uomini recitano la prima parte, come vogliono. Comunque, a causa del peccato originale, il canovaccio è poco originale e sempre identico: la paura della morte, l’egoismo, il tentativo di salvarsi e il conseguente perdersi. Si ammettono solo variazioni sul tema. Dio si riserva la seconda parte, che recita come lui vuole, utilizzando liberamente ciò che l’uomo gli offre. Essa è molto originale, e contempla la novità della risurrezione: si serve addirittura della morte per donare all’uomo una vita superiore e più feconda. Tutta la cattiveria umana non fa altro che
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gettare il seme e disperdere il lievito del Regno, che proprio così germina e fermenta. Il Signore sposa realmente la nostra storia con il suo male, e ci dà in essa il suo bene. L’unico Signore della storia sa assumere tutti gli sgorbi che l’uomo fa in un disegno sempre più fantastico di salvezza. Non manca d’inventiva! È quanto scoprono i discepoli durante la prima persecuzione, quando costatano che i nemici non fanno altro che riunirsi per compiere ciò che la mano e la volontà di Dio aveva predestinato che avvenisse (At 4,27s). Questa comprensione costituisce una vera seconda pentecoste per i discepoli. Nella prima avevano colto che il Crocifisso è risorto. Qui capiscono il reciproco, ben più difficile: il risorto è proprio il Crocifisso, alla cui storia sono associati. È come vedere all’improvviso con gli occhi di Dio. Egli infatti non si fa una storia sua, parallela alla nostra, più bella e più giusta. Prende la nostra com’è. La volpe può dire alla gallina: “Ti uccido e sei finita!”. Ma Gesù ha il potere di rispondere a Erode: “Muoio e sono compiuto!”. Il capitolo, iniziato con l’uccisione dei galilei e il crollo della torre sui diciotto a Gerusalemme, termina con la profezia del galileo ucciso a Gerusalemme dal lievito dei farisei e di Erode, schiacciato dal cumulo del nostro male. Il finale è una lamentazione seguita da un augurio, perché la morte si muti in vita e il lutto in danza (Sal 30,12). 2. Lettura del testo
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v. 31: “In quella stessa ora”. Richiama l’inizio del capitolo. Il lievito dei farisei è parente di quello di Erode: uno incute paura con la morte, l’altro ha paura della morte. Sono come le due mani, speculari e sovrapponibili, che si uniscono per soffocare la vita. Probabilmente Erode si serve dei farisei per impaurire Gesù e allontanarlo dal suo territorio. Costituisce un pericolo per lui: i romani potrebbero dargli fastidi a causa sua. Meglio che la persona scomoda si trasferisca in zona di competenza del suo nemico, Pilato! Questi a sua volta glielo invierà e gli restituirà il favore! In tale scambio diverranno amici (23,6-12). “Esci e cammina”. Quanto i farisei consigliano, Gesù sta già facendo, ma con ben altro spirito. v. 32: “volpe”. Le volpi, deboli ma astute, sono animali immondi, che succhiano di notte il sangue delle galline. Erode si crede potente come un leone. Gesù lo sgonfia, chiamandolo volpe. Il potere tiene sempre insieme “del leone e della volpe”, in modo da arrivare con l’astuzia dove non basta la forza. Ma in realtà la sua forza è solo quella di una volpe davanti alla debolezza di Dio; la sua sapienza è stolta come un leone davanti all’insipienza di Dio. “Ecco: scaccio demoni”. Gesù tranquillizza il pavido Erode, illustrandogli la propria attività. Non entra in concorrenza con lui. Il suo potere è quello di servire l’uomo liberandolo dal male interno (demoni) ed esterno (malattie). Questa è
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l’attività di Gesù, compiuta in pieno giorno. A differenza dell’attività notturna delle volpi, che agiscono solo nella loro ora, quella delle tenebre (22,53). “oggi e domani”. La sua attività è compiuta nell’“oggi” della sua vita terrena. Ma continua anche “domani”, nel tempo successivo alla sua venuta, che nell’annuncio prolunga il suo oggi di salvezza. Le minacce non rallentano il suo cammino. Sulle trame del nostro male, Dio tesse l’ordito della nostra veste di salvezza. “il terzo giorno sono compiuto”. Quando tutto sembrerà finito, in realtà tutto sarà compiuto. Perché il Signore “dopo due giorni ci ridarà vita e il terzo ci farà risorgere e noi vivremo alla sua presenza” (Os 6,2). Il terzo giorno, quello del compimento, è il giorno definitivo, inaugurato nella sua risurrezione: è il giorno in cui si trova presso il Padre (cf. 2,49), al quale si è affidato (23,46). v. 33: “bisogna che io cammini”. Il suo viaggio non è mosso dalla paura, per sfuggire alla morte. È invece mosso dal “bisogno” di andare a Gerusalemme, dove si compirà il mistero del seme. “è inaccettabile che un profeta perisca fuori di Gerusalemme”. Gerusalemme è dove si compie la salvezza. Lì deve quindi aver luogo anche la perdizione. C’è forse un lago senza la fossa che lo contiene?
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Coloro che hanno soffocato la voce dei profeti, spegneranno anche la Parola che essi hanno preannunciato. Infatti “quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, dei quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori” (At 7,52). A Gerusalemme Gesù subirà la sorte che incombe su tutti noi che non siamo convertiti (cf. vv. 3.5). v. 34: “Gerusalemme, Gerusalemme”. È l’unico luogo in cui si nomina tre volte di fila Gerusalemme. Come sulla bocca, così sta nel cuore del suo Signore: ha posto in essa la sua gloria e il suo compiacimento. Gesù non piange sulla propria sorte, ma sulla sua città (19,41; cf. 23,28ss); gli fa più dolore il male di chi ama che non la propria uccisione, che avviene per sua mano. È la manifestazione suprema del suo amore. È l’amore di una madre, che piange il male del figlio che la uccide. È importante la rivelazione anticipata di quest’amore che, pur prevedendo il peggio, si offre senza condizioni. L’uomo diventa libero solo quando trova un amore incondizionato, che conosce e accetta tutto il male dell’amato. “volli raccogliere/non voleste”. Dio vuole raccoglierci, ma noi resistiamo. Egli apre la porta della salvezza, e noi la chiudiamo. Le due volontà si contrastano, senza via d’uscita. Per questo non gli resta altra soluzione che il viaggio a Gerusalemme, dove darà la vita per noi. La vista di un Dio che ci ama fino a morire per noi, sarà l’offerta estrema di
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amore che rende possibile la conversione (cf. 23,48; cf. Gv 12,32). “nel modo in cui una chioccia”. Questa immagine che Gesù dà di sé è la più umile e dimessa, ma anche la più sublime e bella di tutte. Richiama il Sal 91,4: “ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio”. Esprime la forza della sua tenerezza: l’aquila potente che salva (Dt 32,11), qui si fa chioccia. Essa, a differenza degli altri animali, dalle penne e dalla voce lascia apparire la propria maternità: vedi che è madre, anche se non vedi i pulcini! Sollecita dei suoi piccoli, li scalda, li copre, li protegge, li nutre, li custodisce e li chiama di continuo. Pur essendo debole e paurosa per sé, è pronta ad affrontare qualunque animale feroce per difendere i suoi. Non teme né volpe né leone: anche se sa di perdere, dimentica sé per i suoi. L’amore materno di Dio è tanto forte da renderlo debole, tanto sapiente da renderlo stolto, fino a dare la vita per noi: “infatti fu crocifisso per la sua debolezza” (2Cor 13,4). v. 35: “vi è lasciata la vostra casa”. (cf. Sal 69,26; At 1,20; Ger 12,7; 22,5; cf. 1Re 9,7s; Ez 11,23). Gerusalemme è dimora della Gloria. Il rifiuto del Figlio, gloria del Padre, comporta l’esilio di Dio dalla sua casa. Ma anche l’uomo, casa di Dio, rimane un’abitazione disabitata e abbandonata, che ha perso il suo senso. Il suicidio di Giuda rende visibile ciò che compie ogni uomo quando rifiuta il Signore: distrugge se stesso.
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“Ora vi dico: Non mi vedrete affatto”. L’abbandono è solo la prima parte della storia, in cui il chicco è preso e gettato, il lievito preso e nascosto. Segue la seconda, in cui il seme cresce in albero e il lievito fermenta tutta la pasta. Questo avverrà nell’ingresso a Gerusalemme, fugace riconoscimento che prelude quello definitivo (19,38; cf. 2,14). “Benedetto colui che viene” è una citazione del salmo che chiude l’Hallel (Sal 118,26), dove si parla della grande opera del Signore: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra angolare” (Sal 118,22). Chi benedice colui che viene come pietra scartata, ha la gioia di vederlo. Perché la salvezza è già venuta in Gesù (vv. 10-17) e non c’è da aspettare un altro che venga (7,20). Il Regno è già presente come seme e come lievito, come gallina preda della volpe. Il problema è riconoscerlo, convertirsi e accoglierlo. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che viaggia. c. Chiedo ciò che voglio: comprendere l’importanza di Gesù come segno estremo di amore. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare:
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- Erode/volpe - Gesù/chioccia - Gerusalemme, Gerusalemme, Gerusalemme - Benedetto colui che viene nel nome del Signore. 4. Passi utili Sal 118; 91; At 4,24-31; Lc 19,41-44.

87. C’ERA UN UOMO IDROPICO (14,1-6) E avvenne, mentre egli era venuto nella casa di uno dei capi dei farisei un sabato per mangiare pane, allora essi stavano a sorvegliarlo. 2 Ed ecco: c’era un uomo idropico davanti a lui. 3 E, rispondendo, Gesù parlò dicendo verso i legisti e i farisei:
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È lecito nel sabato curare o no? 4 Questi si acquietarono. E, presolo, lo guarì e lo slegò. 5 E disse loro: Chi di voi, se il figlio o il bue cadrà nel pozzo, subito non lo tirerà fuori nel giorno di sabato? 6 E non ebbero forza di replicare a ciò. 1. Messaggio nel contesto Il c. 14 è tutto una tensione tra l’impossibilità e la necessità della salvezza, che si scioglie nel c. 15: la porta è stretta (13,24), ma il Signore vuole che la sua casa sia piena (14,23). È l’ultimo sabato dell’attività di Gesù che Luca menziona. I suoi nemici sono ridotti al silenzio, in attesa del sabato in cui lui stesso tacerà nella morte (23,56). Questo pasto incornicia una sezione tutta centrata sul cibo (vv. 1-24): si parlerà di convito nuziale (vv. 7-11), della sua gratuità (vv. 12-14) e dell’invito accolto dai poveri (vv. 15121

24). È il banchetto annunciato in Isaia 55, che il Padre imbandisce per la gioia del Figlio perduto e ritrovato (c. 15). È il banchetto di misericordia, aperto a tutti coloro che si riconoscono peccatori. Se mangiare significa vivere, mangiare di sabato significa partecipare alla vita di Dio. È quanto Gesù è venuto a portarci, il regno del Padre di cui vivono i figli. Il chicco, preso e gettato, è cresciuto in albero che accoglie tutti, anche i giusti! Il lievito, preso e nascosto, è diventato pane offerto a tutti, anche ai giusti! Ma la porta, che introduce nel banchetto sabbatico, è stretta (cf. 13,24). Eppure la sala deve essere piena. L’idropico, troppo grosso per entrarvi, è figura del fariseo, che trasforma in gonfiore di morte tutte le cose buone che prende (cf. 18,11ss!). Deve essere guarito! La scena è analoga a 6,6-11 e 13,10-17. L’aporia, con cui si chiudeva il c. 13, ha un’unica via di uscita: la gratuità del Regno. Se nessuno può guadagnarlo, allora viene donato a tutti! Ma non solo ci è offerto: siamo guariti per accoglierlo. Gesù, sempre di sabato, ha aperto la mano chiusa perché riceva il suo dono (6,6ss), ha raddrizzato la donna curva perché dialoghi con lui, lo Sposo (13,10ss): ora sgonfia ogni fariseo confesso, perché riesca a passare attraverso la porta del banchetto. Questo racconto ci fa vedere il volto del Signore della vita: egli, per la ricchezza della sua misericordia, dona a tutti quella salvezza a tutti impossibile. Il presente capitolo, coi due successivi, è tutto una lezione sull’umiltà. Questa è la
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vittoria sul lievito dei farisei e ci fa condurre una vita filiale e fraterna, che coinvolge concretamente il nostro rapporto con noi, con le cose, con gli avvenimenti e con gli altri. Tutto è dono e perdono, da ricevere e donare in riconoscenza e amore. 2. Lettura del testo v. 1: “E avvenne, mentre egli era venuto”. È un inizio solenne, insolito. Sottolinea il fatto che Gesù è già venuto, e con lui inizia la vita del sabato. “nella casa di uno dei capi dei farisei”. Quel Gesù che è venuto a chiamare i peccatori a conversione (5,32; cf. 19,10), si cimenta ora nell’impresa più ardua: convertire uno dei capi dei farisei. Ci riuscirà con Paolo (At 9); ma solo dopo la risurrezione! I farisei sono quelli che hanno un lievito di morte: l’ipocrisia (12,1ss), che riempie l’interno di rapina e d’ingiustizia (11,39) e fa imputridire. È il lievito contrario a quello del Regno. La sua misericordia gli fa accettare l’invito a mangiare con loro, per guarirli. Per questo svela loro il male da cui sono affetti, visibilizzandolo una volta nella prostituta (7,36ss) e qui nell’idropico. Riuscirà a sgonfiare anche loro e a portarli a compunzione? Un’altra volta già li aveva punti con la sua parola, per far uscire da loro il veleno che hanno dentro (11,37ss).
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Se i farisei lo invitano per spiarlo, i peccatori invece lo accolgono per far festa. Ma sono sempre presenti anche loro, a osservare e brontolare (5,30; 6,2; 15,ls; in 19,7 “tutti” siamo farisei!). Paradossalmente si può dire che Gesù ama i farisei più di tutti i peccatori, perché affetti dal peccato più tremendo e più nascosto che ci sia: quello che, sotto un manto di bene, si oppone direttamente a quel Dio che è grazia e misericordia. Luca scrive per il cristiano “Teofilo”, sempre insidiato da questo male oscuro, perché non dimentichi mai il fondamento della dottrina in cui è stato istruito (1,4): la misericordia del suo Signore, sperimentata nel battesimo. Egli ne fa il tema di tutto il suo Vangelo (6,36), perché la chiesa non esca mai dall’esperienza battesimale che salva, e si senta sempre peccatrice e perdonata. Solo così resta aperta a Dio e a tutti gli uomini, ricevendo e dando misericordia. Questa fonda la sua “cattolicità”, rendendola capace di solidarizzare con i più lontani, sino agli estremi confini della terra. È sempre in agguato il pericolo di trasformare il popolo di giustificati in una setta di “giusti”, più o meno come in tutte le religioni. “mangiare pane”. Gesù, invitato a mangiare, accetta per offrire il suo pane sabbatico anche al fariseo. Vorrebbe guarirlo, perché possa cibarsene. C’è sempre un ribaltamento in tutti gli inviti che il Signore riceve: da invitato si trasforma in colui che invita a un altro banchetto chi l’ha invitato. Gesù, dove è accolto, accoglie sempre presso il Padre, e offre il pane del Regno (v. 15).
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“stavano a sorvegliarlo”. Lo osservano per giudicarlo. Diverso da quello divino che rende buona ogni cosa che vede (cf. Gn 1), il loro sguardo rende male ogni bene. Ciò è dovuto all’invidia, che impedisce la gioia del bene, e, come fece entrare la morte nel primo Adamo (Sap 2,24), fece morire anche il secondo (Mc 15,10). v. 2: “idropico”. L’idropico è un malato che soffre sempre una grande arsura. Ma più beve, meno si placa, e tutto ciò che prende, lo gonfia di morte, aumentandone la sete. È un’immagine del fariseo, al quale fa da specchio. Egli ha abbandonato Dio, sorgente d’acqua viva, e si è scavato una cisterna fessa. La riempie con l’acqua fetida del proprio io, che ha messo al posto di Dio (cf. Ger 2,13), e si gonfia di continuo, rendendosi incapace di passare attraverso la porta del Regno. L’idropico, simbolo del lievito dei farisei, è il contrario del seme, che muore e si gonfia di vita. Anche Erode è fermentato dallo stesso lievito: vestito di un manto regale, si esaltò fino ad essere acclamato come un dio; ma fu colpito da un angelo, e, roso dai vermi, si sfiatò (At 12,21-23). Per il fariseo/idropico è sempre troppo stretto l’ingresso alla salvezza, che è la misericordia di Dio. Gli occorre la dieta dell’umiltà. Solo il povero è riempito di doni, mentre il ricco è rimandato via vuoto (1,53). Anche Gesù si rivelò il Signore
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proprio nel suo svuotamento, e passò alla risurrezione attraverso la croce (cf. Fil 2,5-11). “i legisti e i farisei”. Ai farisei ora si sono aggiunti i legisti della loro setta, prima non nominati. Sono i maestri della scienza che gonfia (1Cor 8,2). “È lecito nel sabato curare o no?” (cf. 13,14). La questione sulla liceità, tranne una volta (20,22), esce sempre riguardo al sabato (6,2.4.9). Quanto agli altri fa problema, è per Gesù un dovere (vedi 13,16!). Infatti egli “deve” operare di sabato, perché porta all’uomo l’oggi di Dio. La prospettiva della Legge è diversa da quella del Vangelo: la prima è attesa, la seconda compimento del sabato! v. 4: “si acquietarono”. Questa parola, che indica il riposo (ésychía), tornerà per la seconda volta al luccicare delle prime luci dell’ultimo sabato, che Gesù trascorrerà nella quiete del sepolcro (23,56). La falsa tranquillità dei nemici ne è il preludio: più che suono di acqua viva, è un ricadere con tonfo sordo nel silenzio della morte. “presolo, lo guarì e lo slegò”. In quel sabato, nella sua morte, Gesù prenderà con sé tutto il nostro male. Proprio lui, morto e avvolto in bende, ci guarirà e ci slegherà. v. 5: “se il figlio o il bue” (CEI preferisce leggere “asino” invece di “figlio”) (cf. 13,15). L’orgoglioso precipita dentro
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di sé, e annega nel proprio io, come Narciso al fonte. Secondo quelli di Qumran, di estremo rigore, non era lecito fare tale operazione in giorno di sabato. Facevano l’uomo per il sabato e non il sabato per l’uomo (Mc 2,27). Il sabato, legato alla liberazione dell’Esodo (Es 20,8-11; Dt 5,12-15), è il fine della creazione, partecipazione al riposo di Dio (Gn 2,1-3). In esso si pregusta la liberazione definitiva e la nuova creazione, promessa dai profeti, quando l’uomo sarà di casa con Dio. Per questo dicono i maestri che di sabato “è dovere dell’uomo mangiare e bere, oppure starsene seduto a studiare la legge”. v. 6: “non ebbero forza di replicare a ciò”. Chi non risponde alla provocazione di Gesù non entra per la porta stretta. Chi risponde si scopre idropico e viene guarito. I farisei reagiscono con il rifiuto prospettato nel brano precedente. Se al mondo ci fossero stati solo malati e peccatori, forse non sarebbe stata necessaria la croce: sarebbe bastata la guarigione e il perdono. In realtà Gesù morirà in croce come giusto (23,47; At 3,14), perché i giusti fossero persuasi che c’è un’altra giustizia: la misericordia di Dio che ama fino a quel punto. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando di sabato Gesù a pranzo da un fariseo. c. Chiedo ciò che voglio: guarire dalla mia idropisia, dall’orgoglio e dall’autosufficienza. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo la scena, identificandomi con l’idropico e con il fariseo. 4. Passi utili Gn 2,1-3; Es 20,8-11; Dt 5,12-15; At 12,21-23; Fil 3.

88. CHIUNQUE SI INNALZA SARA UMILIATO E CHI SI UMILIA SARA INNALZATO (14,7-11)
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Ora diceva ai chiamati una parabola, fissando come sceglievano i primi divani, dicendo loro: 8 Quando sei stato chiamato da qualcuno a nozze, non stenderti sul primo divano, perché uno più stimato di te
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non sia stato chiamato da lui, e, venuto colui che te e lui ha chiamato, 9 ti dirà: Da’ a costui il posto! E allora inizierai con vergogna a occupare l’ultimo posto. 10 Ma quando sei stato chiamato va’ e gettati sull’ultimo posto, perché quando sarà venuto colui che ti ha chiamato, ti dica: Amico, avanza più in alto! Allora ci sarà gloria per te al cospetto di tutti quelli che sono sdraiati con te. 11 Perché chiunque si innalza sarà umiliato e chi si umilia sarà innalzato. 1. Messaggio nel contesto Il lievito dei farisei porta all’“avere di più” (cf. 12,15); riempie l’uomo di possesso e di rapina (11,39) e lo riduce a un idropico, che trasforma in acqua morta tutto ciò che mangia, e cresce tanto da non passare per la porta stretta. È la situazione di ogni uomo: nessuno può salvarsi (cf. 18,26s), e
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tutti veniamo salvati. Tutti, tranne l’orgoglioso che rifiuta la mano tesa, perché pretende di farcela da solo. Qui Gesù illustra lo spirito nuovo di chi è guarito dall’idropisia: è l’umiltà, il contrario di quel protagonismo di cui fanno mostra i tanti piccoli idropici che vede scegliere i primi posti al banchetto della vita! Al lievito dei farisei, Gesù contrappone il lievito del Regno. Non si tratta di norme di galateo o di tatticismi: è invece la rivelazione del giudizio di Dio, che valuta in modo opposto al nostro. È quanto Gesù ci ha manifestato e ciascuno di noi è chiamato a vivere. Egli ha scelto l’ultimo posto, si è fatto servo di tutti e si è umiliato. Suoi amici sono quanti fanno altrettanto! In questa parabola siamo esortati a occupare l’ultimo posto, perché è quello del Figlio. È il motivo per cui Dio ama gli ultimi e anche noi dobbiamo amarli (vv. 12-14). Solo questi partecipano al banchetto del Regno (vv. 15-24), che la misericordia del Padre imbandisce per il Figlio perduto e ritrovato. Questa parabola ribadisce la lezione del Magnificat. Ci guarisce dall’enfiagione dell’io per vivere di Dio; ci snebbia dei deliri di potenza e ci ripulisce gli occhi. Così vediamo come Dio agisce nella storia. Solo l’umile dà gloria a Dio e riceve da lui gloria. Il superbo invece dà gloria all’io e resiste a Dio. L’umiltà è la verità dell’uomo, humus che Dio ha illuminato della sua gloria, ma è anche la verità di Dio che, essendo amore, non può essere superbo. Più che una virtù, è lo specifico del Dio che ci si è rivelato in Gesù: egli, invece di gonfiarsi e innalzarsi, addirittura si “svuotò” e si “tapinizzò”, sottomettendosi a tutti fino alla morte, e alla morte di croce.
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Per questo ha ottenuto un nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,5-11). L’umile conosce Dio per connaturalità. Secondo s. Ignazio di Loyola (Eserc. Sp., 146) il fine di ogni apostolato è portare gli uomini all’umiltà. Questa, con la povertà e l’umiliazione, è il distintivo di Cristo: sono i colori della sua bandiera. Quella del nemico invece ha i colori opposti: ricchezza, vanagloria e superbia. 2. Lettura del testo v. 7: “sceglievano i primi divani”. L’uomo è fatto per la gloria, vive dello sguardo e della stima dell’altro. Se non conosce quella di Dio, sua gloria, rimane senza peso e senza volto, vittima della vanagloria. Il lievito dei farisei - ogni uomo è fariseo! - è il protagonismo, che fa amare il primo posto (cf. 11,43; 20,46). È il peccato di Adamo, che vuole occupare il posto di Dio, senza sapere che Dio è diverso. L’istinto di autoaffermazione, radice dell’egoismo e di ogni male, è in tutti e ciascuno. Fa addirittura litigare i discepoli davanti alla mensa eucaristica (22,24). Siamo tutti idropici: ci impossessiamo di ogni dono, gonfiandoci di morte. Dobbiamo diventare piccoli per entrare nella porta del Regno. Questa infatti è la misericordia del Padre: può riceverla solo l’umile che ne ha bisogno - e più uno è umile, più ne riceve. Il protagonismo si esplica nell’avere, nel potere e nell’apparire di più. Ciò che conta è il “di più”, che distingue
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dagli altri: rende e-gregi, fuori dal comune gregge dei mortali! Ricchezza, vanagloria e superbia, sono i tre gradini che precipitano verso la perdizione. Questa è la “struttura del mondo” (cf. 1Gv 2,16), la mano di Satana che si muove nel guanto della storia. Ma Gesù vi mette dentro la sua mediante la povertà, l’umiliazione e l’umiltà - l’avere, il potere e l’apparire “di meno”. Questo permette di vivere nel mondo senza essere del mondo, come il pieno può stare col vuoto. v. 8: “chiamatola nozze”. Il banchetto e le nozze sono immagini ricorrenti per descrivere il Regno. Esso infatti è comunione con Dio, nostra vita (banchetto) e nostro sposo (nozze). L’uomo è chiamato a unirsi a lui, per raggiungere la propria realtà. Il tema delle nozze uomo-Dio pervade tutta la Scrittura: alluso chiaramente in Gn 1-2, trova il suo svolgimento pieno in Osea e nel Cantico (cf. anche Ez 16), per terminare nella visione finale dell’Apocalisse. “non stenderti sul primo divano” (cf. Pro 25,5ss). “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. (... ) Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (22,25-27). Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (9,58), perché si è fatto ultimo e servo di tutti (Mc 10,45). Per questo il più piccolo tra tutti è il più grande (9,48).
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L’ultimo è il posto di Dio: lì troviamo il nostro Signore Gesù. Il credente che lo ama e lo segue, lo cerca lì. Per questo onora il povero, in particolare nell’assemblea eucaristica (cf. Gc 2,1ss; 1Cor 11,21). Il discernimento sui mezzi da scegliere per il Regno è possibile solo a chi cerca l’ultimo posto, per desiderio di imitare e somigliare più strettamente a lui. È quanto s. Ignazio chiama “terzo grado di umiltà o di amore” - libertà dall’orgoglio e dall’egoismo, che fanno velo alla conoscenza di Dio. Chi cerca i primi posti, anche a fin di bene, cade a capofitto nelle tentazioni che Gesù ha dovuto vincere prima del suo ministero. L’orgoglioso non può conoscere Dio: “come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio” (Gv 5,44), che è la croce di Cristo (Gal 6,14)? Bisogna sempre convertirsi dall’amore del regno di Dio, come lo pensiamo noi, all’amore del Re, come lo vediamo in Gesù, “mite e umile di cuore” (Mi 11,29). È il passaggio dalla causa alla persona di Gesù, dall’ideologia cristiana alla sequela del Signore. Pure Giuda amava il Regno e la causa del Cristo. Per questo ha scaricato Gesù, che lo ha deluso proprio in quanto messia povero e umile. Anche Pietro venne chiamato “Satana”, perché opponeva resistenza a questo messianismo (Mc 8,33). La fede del credente si gioca nell’accettazione del Cristo povero e umile. v. 9: “Da’ a costui il posto” La dimora di Adamo, che volle occupare il primo posto, è lasciata deserta; un altro prenderà il
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suo posto: Cristo, che è l’ultimo. Infatti degli ultimi saranno primi, e dei primi saranno ultimi (13,30). “con vergogna”. È la vergogna del credente al quale il Signore dice: “non ti conosco” perché non l’ha riconosciuto nell’ultimo posto (22,57). È la stessa del popolo di Dio, quando vedrà sedere a mensa le genti, che vengono da tutte le parti a occupare il suo posto (cf. 13,25-30). È la vergogna stessa di Adamo, che volle prendere il posto di Dio, e si scoprì nudo (Gn 3,10). Luca è particolarmente sensibile all’onore e alla vergogna: di cultura ellenistica, è educato all’ideale del kalos kagathós (bello e buono). v. 10: “va’ e gettati sull’ultimo posto”. È il capovolgimento del pensiero dell’uomo, già cantato nel Magnificat. Cerchiamo l’ultimo posto, perché ciò che conta è la vicinanza a Dio. Quando venne tra noi, non trovò alcun “posto” ove adagiarsi, se non sul legno di una mangiatoia (2,7). Quando se ne andò di tra noi, giunse sul “posto” chiamato Cranio, dove lo distesero, e sul legno della croce (23,33). Iniziò tra le bestie, terminò tra i malfattori. Per essere “con lui” dobbiamo trovarci vicino all’ultimo: è il nostro Signore che si è fatto vicino a tutti noi. Questo non significa seppellire i talenti, ma investirli nella direzione giusta. È giusto voler essere come Dio; bisogna però sapere “come” Dio è. Quando il Signore “si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Ma egli si manifesta solo all’umile, che entra nel suo mistero di Figlio del Padre
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(10,22). L’uomo diventa simile a quel dio che egli vede. La salvezza è vedere il Dio vero, nell’umiltà del Figlio Gesù (cf. Gv 17,3). La sua gloria non è quella vuota dell’egoismo, ma quella piena dell’amore che si spoglia e si svuota di sé per accogliere l’altro. “Amico, avanza più in alto”. Chi sceglie l’ultimo posto, è chiamato amico. È la sua amicizia che ce lo fa scegliere. “ci sarà gloria per te”. Chi non cerca gloria dagli uomini è glorificato da Dio, il quale glorifica gli umili perché si sente da essi glorificato (Sir 3,20). Dio ama l’umile e lo riempie del suo splendore, perché vi riconosce il proprio volto, che è suo Figlio. Egli è umile, povero e piccolo, perché è amore: questa è la sua grandezza, la sua gloria e il suo potere. v. 11: “chiunque si innalza sarà umiliato”. Dio ama l’uomo com’è, cioè humus, terra; e lo innalza alla sua gloria. Adamo invece si innalzò e decadde dalla sua verità. Fu la sua superbia a rovinarlo. “chi si umilia sarà innalzato”. Il Figlio di Dio, sceso dall’alto, dopo essersi svuotato per essere come Adamo, si umiliò e “tapinizzò”, in obbedienza al Padre e ai fratelli, fino alla morte. Per questo fu innalzato (Fil 2,5-11). Lo stesso cibo preso da una persona sana è principio di vita, preso da un idropico si trasforma in acqua morta. Un sacco di grano dato ai porci è divorato e calpestato; dato al contadino,
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è seminato e germina vita. Come il contadino capisce il mistero del seme, così l’umile capisce il mistero di Dio. Umiliare chi si innalza è opera di quel Dio che vuole innalzare gli umili. Tutti alla fine saremo innalzati, da colui che rende tutti umili per elevare tutti a sé. Come con Maria, vera arca dell’alleanza, egli fissa la sua dimora nell’umile, verso il quale volge il suo sguardo (1,48; cf. Is 66,1s). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la sala da pranzo del fariseo, dove ognuno cerca il posto migliore. c. Chiedo ciò che voglio: capire che il Signore, il primo, sta all’ultimo posto: l’umiltà è il mistero del Dio amore. d. Medito la parabola di Gesù, e vedo come e perché lui l’ha vissuta. 4. Passi utili Lc 1,46-55; 10,21s; 22,25-27; Fil 2,1-11; Gv 5,44.

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89. CHIAMA POVERI, STORPI, ZOPPI E CIECHI, E SARAI BEATO (14,12-14)
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Ora diceva anche a chi l’aveva chiamato: Quando fai colazione o cena non chiamare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i vicini ricchi, perché anch’essi non ti richiamino e te ne venga il contraccambio. 13 Ma, quando fai un ricevimento, chiama poveri, storpi, zoppi, e ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti, poiché ti sarà contraccambiato nella risurrezione dei giusti. 1 Messaggio nel contesto Il discorso precedente era rivolto agli invitati, questo a chi invita al banchetto. A quelli Gesù dice di scegliere l’ultimo
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posto, a questi di scegliere gli ultimi. L’ultimo è il posto da scegliere e da cui scegliere. Il motivo verrà detto dopo: Dio fa lo stesso (vv. 15-24). Il nostro rapporto con i fratelli deve rispecchiare quello di Gesù, che ci chiama a comportarci con gli altri come lui si è comportato con noi. Si riprende così il tema dominante di Luca: la grazia e la misericordia (6,32-38), che ci trasformano nel volto del Figlio, uguale al Padre. Questa istruzione sulla gratuità del banchetto tocca il centro della vita cristiana, che trova nel dono dell’eucaristia il suo alimento. Chi la osserva è veramente beato (v. 14): gli è già “ampiamente aperto l’ingresso nel Regno” (2Pt 1,11), è passato per la porta stretta (13,22ss) e appartiene al mondo dei risorti, insieme al Figlio. La chiamata degli esclusi è insieme la salvezza messianica, e l’anticipo della realtà definitiva: è la nostra deiformità, il nostro vero essere come Dio in questo mondo. La scelta, l’impegno e il servizio cristiano per i poveri non sono strumento di dominio a buon mercato, che crea una schiavitù più sottile. Non è neanche sgravarsi la coscienza da giusti sensi di colpa. Scaturisce invece dalla conoscenza di Dio, che ha scelto i poveri e si è identificato con loro. Da qui nasce un diverso modo di valutare e di agire. Il povero è il “luogo teologico” per eccellenza. In lui incontro il mio Salvatore che si è fatto ultimo di tutti. La sua presenza mi rivela sempre inadempiente e mi richiama al rispetto e alla stima verso di lui. Lui è il valore che ispira i miei pensieri, non il disvalore cui cerco di rimediare con le mie azioni. È la presenza del Crocifisso. Per questo s. Francesco baciò il
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lebbroso. È un vero gesto di ad-orazione (= portare alla bocca, baciare, come segno di venerazione e affetto). Più che ciò che faccio per lui - spesso solo umiliarlo con un po’ di soldi - è importante ciò che lui fa per me: mi giudica e mi salva (cf. Mt 25,31-46). 2. Lettura del testo v. 12: “a chi l’aveva chiamato”. Destinatario delle parole di Gesù è il fariseo che l’ha invitato. Come ha chiamato lui, così chiami ogni altro escluso! “non chiamare... amici... fratelli... vicini ricchi”. Con gli amici c’è già la dolce ricompensa di un amore corrisposto. Con i fratelli e i parenti non si esce dall’interesse per la propria carne. Con i vicini ricchi c’è la speranza del contraccambio. “perché anch’essi non ti richiamino”. In tutti questi casi c’è il fatto o la prospettiva della reciprocità. Se questa motiva l’invito, esso perde quel carattere che ci rende come Dio: la gratuità (6,32-38). v. 13: “poveri, storpi, zoppi e ciechi”. Emarginati dalla società, sono anche impediti nell’esercizio del culto (2Sam 5,8 LXX; Lv 21,16-20). Gesù è venuto per loro (4,18): la cura che ne ha è il “suo” segno messianico (7,21ss). Egli
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infatti è il medico, venuto a guarire i malati (5,31); è il Figlio dell’uomo venuto a cercare ciò che era perduto (19,10). Questo privilegio per gli ultimi deve caratterizzare la vita cristiana, e in particolare l’azione eucaristica, che ne è il culmine e la sorgente. Paolo rimprovera quelli di Corinto perché nella cena del Signore non aspettano i poveri, che arrivano dopo a causa del lavoro. Così disprezzano la chiesa di Dio (1Cor 11,22) e non riconoscono il corpo del Signore (1Cor 11,29)! Egli infatti è divenuto per noi povero e maledetto (2Cor 8,9; Gal 3,13). Chi privilegia i ricchi ha un giudizio pervertito (cf. Gc 2,24), perché Dio “ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del Regno” (Gc 2,5). v. 14: “sarai beato, perché non hanno” . Beatitudine strana, ma vera: è la somiglianza con Dio, che è amore gratuito, grazia e misericordia (6,36). Non esige contraccambio ed è premio a sé; non però come solitaria gratifica di autocompiacimento, ma come gioiosa partecipazione alla vita divina. È la vera ricompensa - bella, scossa, piena e straripante - promessa ai misericordiosi (6,35.38). La “carità”, come amore gratuito che dà il primo posto al povero, è essenziale al cristianesimo. Non per scelta ideologica o moralistica, ma per amore del Padre, che sappiamo privilegiare i figli più bisognosi, e per amore di Gesù, il Figlio che si è fatto ultimo di tutti. L’amore per lui mi salva.
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È importante notare che tale carità è innanzitutto solidarietà e identificazione con gli ultimi, come fece Gesù (cf. Fil 2,5-11; 2Cor 8,9). Non è come quella del successore di don Rodrigo nei confronti di Renzo e Lucia: tanto umile da servirli a pranzo, ma non abbastanza da sedere a mensa con loro. La carità vera, come è gratuita, è anche umiltà e capacità di condivisione. “nella risurrezione dei giusti”. Il lievito del Regno è la conoscenza del Padre: ci rende come il Figlio che riceve e dona la vita con amore e umiltà. Chi è come lui, ha già vinto la morte: è nel mondo della risurrezione. Luca parla di risurrezione dei giusti non perché gli ingiusti non risorgano (At 24,15), ma per distinguere la risurrezione per la vita da quella per la condanna (Gv 5,29). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù a pranzo dal fariseo, appena guarito l’idropico. c. Chiedo ciò che voglio: amare gratuitamente come sono amato da Dio. d. Traendone frutto, medito sulle parole di Gesù, vedendo come lui le ha vissute.

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4. Passi utili Sal 103; 145; 146; Gc 2,1-10; Lc 4,16-21; 6,32-35; Mt 25,31-46.

90. SIA RIEMPITA LA MIA CASA! (14,15-24)
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Ora, udito uno di quelli che erano sdraiati insieme gli disse: Beato colui che mangerà pane nel regno di Dio! 16 Ora egli disse a lui: Un uomo faceva una grande cena e chiamò molti. 17 E inviò il suo schiavo nell’ora della cena a dire ai chiamati: Venite, perché è già pronto! 18 E iniziarono tutti insieme a scusarsi. Il primo gli disse:
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Un campo comprai e sono costretto a uscire a vederlo. Ti prego: abbimi scusato! 19 E un altro disse: Cinque gioghi di buoi comprai e vado a valutarli. Ti prego: abbimi scusato! 20 E un altro disse: Una donna sposai, e per questo non posso venire. 21 E, avvicinatosi, lo schiavo annunciò al suo Signore queste cose. Allora, adiratosi, il padrone di casa disse al suo schiavo: Esci veloce nelle piazze e i vicoli della città e i pitocchi e gli storpi e i ciechi e gli zoppi conduci qui! 22 E disse lo schiavo: Signore, è fatto quanto ordinasti e ancora c’è posto! 23 E il Signore disse verso lo schiavo:
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Esci per le strade e le siepi e forza a entrare perché sia riempita la mia casa! 24 Perciò dico a voi: Nessuno di quegli uomini che furono chiamati gusterà la mia cena. 1. Messaggio nel contesto Si chiude la sezione del pasto (vv. 1-24): Gesù, invitato a mangiare dal fariseo, cerca di guarirlo dall’idropisia, perché accetti il suo invito al banchetto del Regno. L’insegnamento è rivolto al fariseo che si annida nel discepolo, perché il suo “mangiare pane” di sabato (v. 1) diventi un “mangiare pane nel regno di Dio” (v. 15). Tutto questo capitolo ha come sfondo ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena (cf. 22,24-27): lui ha scelto l’ultimo posto (vv. 7-11) e noi, scegliendo gli ultimi, scegliamo lui (vv. 12-14). Ora si dice perché Dio sceglie gli ultimi: mentre i primi rifiutano, essi sono quelli che accettano l’invito. La porta del banchetto, stretta e chiusa per il satollo, è larga e aperta per il disgraziato che ha fame. Qui si espongono le cause del rifiuto: il possesso, il commercio e il piacere (vv. 1-20).
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Ma il banchetto è imbandito e deve essere goduto. Se il primo chiamato, l’Israele giusto della Legge, non viene, accetteranno gli ultimi e gli impediti (v. 21), ai quali Gesù rivolge le sue cure. Siccome c’è ancora posto (v. 22), l’invito sarà esteso ai pagani (v. 23). Nelle tre chiamate sono da vedere i tre momenti della storia della salvezza. Primo è il tempo della Legge che non salva nessuno, ma porta al Signore (Gal 3,24) mostrando il peccato. Secondo è il tempo di Gesù, molto breve (“veloce”, v. 21), che conduce alla salvezza gli impediti. Terzo è il tempo della chiesa, in cui gli esclusi, cioè i pagani, sono forzati a entrare. Così si rivela il mistero di Dio, Padre di tutti, che tutti vuole salvi. È da notare come gli impediti non sono soltanto chiamati, ma addirittura “condotti” (v. 21); quelli poi che non hanno assolutamente diritto, sono “forzati a entrare” (v. 23). C’è come un crescendo nell’azione amorosa di Dio, che risponde al rifiuto con un’insistenza maggiore nell’offerta. Il banchetto del Regno è la salvezza (cf. 13,22-30). Alla domanda se “pochi sono salvati” (13,23), Gesù risponde che tutti sono chiamati, e in tre tempi diversi. Nella casa del Padre c’è sempre posto, fino a quando tutti i suoi figli non sono a mensa. Egli non esclude nessuno: si esclude solo chi rifiuta. Per questo, rispetto ai primi che hanno rifiutato, saranno altri quelli che accettano. I primi entreranno nel banchetto quando si sentiranno impediti ed esclusi dal loro rifiuto, nella stessa condizione degli ultimi. La porta della salvezza è stretta, e vi passa solo chi ha lo spirito di umiltà (vv. 7-11) e di gratuità (vv. 12-14): è la medicina che sgonfia
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dall’idropisia il fariseo e concede il titolo a mangiare il pane del Regno. Questo pane è una chiara allusione all’eucaristia, che la comunità dei poveri di Gerusalemme celebra con gioia e semplicità di cuore (At 2,46). È la beatitudine degli invitati alle nozze dell’Agnello (Ap 19,9). Essi, confessando: “Signore, non sono degno”, scoprono che il Padre si volge ai figli non secondo il loro merito, ma secondo il loro bisogno (cf. 5,27ss; 7,36ss; 15,11ss; 19,1ss; 23,41ss). Questa parabola ci lascia intravedere il dramma del Padre, origine della missione del Figlio e della chiesa: tre volte rifiutato, tre volte allarga l’invito. Fino a quando manca un figlio, la sua casa è vuota, perché manca il Primo che si è fatto ultimo di tutti. E vuole che la sua casa sia piena. 2. Lettura del testo v. 15: “Ora, udito uno di quelli”. Un commensale ha udito le parole di Gesù sull’umiltà e sulla gratuità (vv. 7-11.12-14). È forse un fariseo in via di guarigione dall’idropisia. Dietro di lui è da vedere un discepolo che comincia a intendere qualcosa sull’eucaristia. Nell’ultima cena Luca evidenzia l’opposizione tra lo spirito di Gesù e quello dei suoi: mentre lui si fa servo, loro vogliono dominare (22,24-27).

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“beato”. È una congratulazione detta fuori campo. È una delle beatitudini non dette da Gesù, che vengono subito dopo spiegate nel loro vero senso. A Elisabetta che la proclama beata per la sua fede, Maria replica con il Magnificat, cantando la propria povertà e la grandezza di Dio (1,45ss). Alla donna che grida beata sua madre, Gesù risponde rivelando che la vera maternità è ascoltare e fare la Parola (11,27s). A questo che dice beato chi mangia il pane nel Regno, Gesù risponderà che tale beatitudine è riservata ai poveri, agli impediti e agli esclusi (vv. 21ss): ad essi infatti, che ne hanno fame, è donato il regno di Dio (6,20ss). “mangerà pane nel regno di Dio”. Significa partecipare alla vita piena, nella risurrezione dei giusti. È quanto la comunità cristiana pregusta nella cena eucaristica, memoria dell’amore di Dio e pegno della gloria futura. v. 16: “Un uomo”. Sarà poi chiamato padrone di casa (v. 21): è il Signore (v. 23), che vuole che tutti gli uomini siano salvi (1Tm 2,4) e li invita alla sua cena. Gesù si identifica con lui, quando, parlando della stessa cena, dice: “la mia” cena (v. 24). “faceva una grande cena”. La cena è un mangiare (= vivere) festoso: è immagine ricorrente della salvezza che Dio offre a tutti i popoli in Gerusalemme (cf. Is 25,6ss), il banchetto imbandito dalla sapienza (Pr 9,1-6). Mentre appaga, alimenta
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il desiderio che sazia (Sir 24,20), perché non ci sia la noia e cresca senza fine la gioia. “Chiamò molti”. È una risposta alla domanda di 13,23: “sono pochi i salvati?”. Questi “molti” rappresentano il popolo al quale fu data la Legge e la promessa. A un primo invito a prepararsi alla cena, seguiva un secondo, quando la cena era pronta. Questa chiamata, che risponde al primo invito, è quella della Legge, che prepara l’uomo alla salvezza. v. 17: “E inviò il suo schiavo”. Non si tratta di servi, come in Matteo, o di un servo qualunque. “Lo” schiavo, nominato cinque volte, è Gesù, che si è fatto schiavo per amore del Padre e dei fratelli; egli, venuta la pienezza del tempo (Gal 4,4), quando ormai la cena è preparata, fu inviato a chiamare tutti i figli. Egli, già presente nella Legge come Verbo nascosto, lo sarà poi sempre nell’annuncio dei discepoli come Verbo rivelato. “nell’ora della cena”. È la venuta di Gesù, che coincide con il banchetto nuziale (5,33s), promesso attraverso l’AT. “è già pronto”. Infatti il regno di Dio è in mezzo a noi (17,21): il banchetto della salvezza è imbandito già oggi (cf. 2,11; 4,21; 5,26; 13,32s; 19,5.9; 23,43). E presente è il tempo per convertirci: esortiamoci e affrettiamoci a entrare (Eb 4,11; 2Cor 6,2), fin che dura quest’oggi (Eb 3,13).
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v. 18: “tutti insieme”. Il rifiuto da parte dei chiamati è all’unisono (Is 42,18-20): Gesù finirà rigettato da tutti, in solitudine, fuori le mura. “Un campo comprai”. La prima causa del rifiuto è l’accumulo dei beni: “guai a voi che unite campo a campo” (Is 5,8)! È il lievito dei farisei, che porta all’“avere di più”; è la stoltezza del ricco possidente, che si illude nel realizzare il suo desiderio: “riposa, mangia, bevi, godi” (12,19s). La ricchezza è paragonata ai rovi che soffocano la Parola (8,14). “sono costretto”. Si contrappone alla necessità di Gesù, che è quella di dare la vita. È una coazione di morte, che impedisce di aver parte con colui (18,23-27) che da ricco che era si è fatto povero (2Cor 8,9), per donare ai poveri il suo regno (6,20; cf. Gc 2,5). “uscire a vederlo”. Invece di “lottare per entrare” (13,24), “esce a vedere”. Il suo occhio lo tira verso il tesoro del suo cuore (12,34). Ognuno va verso l’oggetto del suo desiderio. Il ricco è fatalmente alienato in ciò che ha: ha la spinta interna a uscire di sé per vederlo e bearsi nella sua visione! “abbimi scusato”. Nel vangelo non c’è giustificazione che tenga! Dio è l’unico che giustifica. Ma giustifica solo chi rinuncia ad autogiustificarsi (cf. 17,9s).

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v. 19: “Cinque gioghi di buoi”. Dopo la contemplazione estasiante di ciò che si ha in più, il secondo motivo del rifiuto è il commercio. È lo strumento naturale per ottenere e mantenere redditizio ciò che si possiede. Grande invenzione “umana”, il suo movente non è lo scambio dei beni necessari, ma quello scarto “in più”, che costituisce il guadagno, anima del commercio. La cosa comprata o venduta non interessa in sé, ma solo sotto questo aspetto, che va quindi esaminato bene. “vado a valutarli”. L’ipocrita sa valutare bene i propri interessi materiali, e manca di discernimento sul significato del tempo presente (12,56). v. 20: “Una donna sposai”. Questo terzo motivo del rifiuto è proprio di Luca rispetto a Mt 22,5. Più avanti ancora dirà di “odiare” la moglie (v. 26). “I piaceri della vita” sono la terza spina che soffoca la Parola (8,14; 17,27; cf. 21,34). Rifà l’eco a Paolo: “il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero”. Infatti “passa la scena di questo mondo” ed è meglio preoccuparsi dell’essenziale, attendendo al servizio del Signore con cuore indiviso 1Cor 7 29-35 . Mentre i primi due si scusano, questo non ne ha bisogno: è ovviamente scusato! Dt 20,7 (24,5) esonera dall’andare in guerra chi è sposato da poco. Non potrà quindi neanche partecipare alla guerra che il discepolo deve combattere (vv. 31s).
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v. 21: “Esci veloce”. L’urgenza deriva dal fatto che il banchetto è pronto e si guasta se non è consumato. Finito il tempo dell’attesa, l’amore di Dio è impaziente! Inoltre il tempo, come la vita dell’uomo, è breve (1Cor 7,29; Sap 2,1). Bisogna quindi decidersi senza troppi indugi. Questa seconda uscita corrisponde all’immenso e veloce ministero di Gesù, rivolto alle pecore perdute di Israele (Mt 15,24). “nelle piazze e i vicoli della città”. Il posto dei primi invitati è preso dagli ultimi e dagli impediti. Sono raccolti per le strade della città di Gerusalemme, che rappresenta Israele. Gesù infatti è venuto per prendersi cura di loro (4,18; 6,20ss; 7,22), per cercare tra i figli di Abramo ciò che era perduto (19,9S)! “pitocchi”. Gesù li ha proclamati beati. Essi mangiano il pane del regno di Dio (6,20s). Per loro è la “buona notizia” (4,18; 7,22): sono gli ultimi che diventano primi (13,30). Non perché sono bravi, ma perché bisognosi. “storpi... ciechi... zoppi” (cf. v. 13). Sono gli emarginati, che vengono dopo gli ultimi: sono inabili al culto e incapaci di entrare nella salvezza. Se la Legge è luce e via alla vita, queste persone sono, in senso più profondo, i peccatori, incapaci di conoscere e praticare la Parola. Per questo vengono “condotti” per mano al banchetto. Nel racconto evangelico sono sempre e solo queste le persone che Gesù
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tocca o prende per mano, come è toccato solo dalla peccatrice e dalla donna impura (7,39; 8,44.45.46.47). v. 22: “ancora c’è posto”. Nella casa del Padre mio ci sono “molti posti” (Gv 14,2); esattamente tanti quanti sono gli uomini, tutti suoi figli! “esci per le strade e le siepi”. È la terza missione che, andando oltre gli ultimi e gli impediti, si dirige ai non aventi diritto e agli esclusi. Dopo un primo invio della Parola come Legge a Israele e un secondo come carne ai suoi bisognosi, ce n’è un terzo, come annuncio affidato ai discepoli: questo si rivolge a tutti, fino agli estremi confini della terra (At 1,8). Attraverso tutte le strade del mondo, oltre ogni siepe (= Legge) o muro di divisione (Ef 2,14), “questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno” (At 28,28). La prima chiamata è nella Legge e nei Profeti, la seconda nei Vangeli, la terza negli Atti degli apostoli. La prima fu attraverso Mosè ed Elia, la seconda attraverso Gesù, la terza attraverso gli apostoli. Come la prima (9,30s; 24,27ss), così anche la terza non fa che portare a Gesù. Egli è il cuore del mondo, il punto d’arrivo del passato e del futuro, l’oggi eterno di Dio: è il Figlio, in cui ogni uomo è salvato. La chiamata dei pagani al banchetto dell’unica mensa nella casa del Padre, rivela l’imperscrutabile ricchezza del Cristo e fa risplendere agli occhi di tutti il mistero di Dio: egli è amore e non può non amare tutti perché è Padre di tutti (Ef 3,4-9):
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siamo infatti “suo poema”, creati in Cristo, suo Figlio (Ef 2,10). “forza a entrare”. Come il possidente è costretto a guardare il suo campo, così Dio è costretto a guardare i suoi figli. E vuole costringerli (“compelle intrare”) pur lasciandoli liberi, a gioire del suo banchetto! Questa forza che costringe non solo lasciando, ma addirittura facendo liberi, è la debolezza estrema di un amore incondizionato, tanto potente da perdersi per l’amato: crea la libertà di amare dove prima non c’era. E quanto il malfattore scoprirà in Gesù, crocifisso con lui (23,40s). Per questo, “quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Per questo ancora la theoríá (contemplazione) della croce convertirà “tutte le folle” (23, 48). Non ha nulla a che fare con la santa coazione o violenza di crociate passate, presenti e future. Pater, ignosce illis!. “perché sia riempita la mia casa”. La sua casa sarà piena solo quando tutti saranno salvati. Per il Padre qualunque posto vuoto piange l’assenza del Figlio che si è perduto per cercare tutti. v. 24: “Nessuno di quegli uomini che furono chiamati gusterà la mia cena” (Cf. 13,25ss). Gesù dice a quelli che, in forza della Legge, presumono di essere dentro: “siete fuori!”. Essi, sentendosi esclusi, chiederanno umilmente la grazia concessa agli ultimi, agli impediti e agli esclusi. Così anche i
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farisei, smontati di sella dalla loro presunzione, come Saulo che diviene Paolo (=piccolo), possono accedere alla sublimità della conoscenza di Gesù Signore (Fil 3,8). Dio ci tiene molto a salvare i peccatori. Per questo ci tiene moltissimo a salvare i “giusti”. Anche questi sono suoi figli. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù a pranzo dal fariseo. c. Chiedo ciò che voglio: non essere sordo alla chiamata al Regno, che è chiamata ad essere con il Signore, piccolo, preso, gettato, e così vittorioso sul male del mondo. d. Traendone frutto, medito sulla parabola di Gesù. Da notare: - beato chi mangerà pane nel regno di Dio - venite: è già pronto - le tre scuse per rifiutare l’invito - pitocchi, storpi, ciechi e zoppi - ancora c’è posto - forza ad entrare - la mia casa sia piena. 4. Passi utili
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Sal 48; Is 25,6-12; 55,1-13; Pr 9,1-6; Lc 6,18-26; At 13,44-52; Rm 11,1-36.

91. NON PUÒ ESSERE MIO DISCEPOLO (14,25-35)
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E camminavano con lui numerose folle e, voltosi, disse loro: 26 Se qualcuno viene verso di me e non odia il proprio padre e la madre e la donna e i figli e i fratelli o le sorelle e inoltre anche la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e viene dietro di me, non può essere mio discepolo. 28 Chi infatti tra voi, volendo costruire una torre, prima, seduto, non calcola la spesa se abbia per il completamente?
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Perché, messo fondamento e non avendo forza di completare, tutti coloro che osservano non comincino a deriderlo, 30 dicendo: Quest’uomo iniziò a costruire, e non ebbe forza di completare! 31 O quale re, andando a incontrare in guerra un altro re, prima, seduto, non deciderà se è capace di affrontare con diecimila chi viene contro di lui con ventimila? 32 Se no, ancora quando è lontano, inviata una delegazione, domanda le condizioni per la pace. 33 Così dunque ognuno di voi, che non si allontana da tutto ciò che ha, non può essere mio discepolo. 34 Bello dunque il sale: ma se anche il sale svanisce, con che sarà condito? 35 Non è adatto né per la terra né per il letamaio: lo gettano fuori. Chi ha orecchi per ascoltare
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ascolti. 1. Messaggio nel contesto Nel brano precedente si dice che gli invitati al banchetto sono i poveri e gli esclusi. A loro spetta il Regno, perché sono come Gesù. Ora si dice al discepolo di vedere bene se si trova tra quelli, perché, per stare con lui, è necessario scegliere il suo stesso posto. Per questo a chi non lascia tutto, ripete per ben tre volte il ritornello: “non può essere mio discepolo”. Il Regno è offerto gratis. Ci sono però delle condizioni per accoglierlo. Alla fine della parabola del banchetto, Mt 22,11ss richiede l’abito nuziale, la vita nuova nel Signore. Luca tocca qui lo stesso problema, esponendo le esigenze del discepolato. La porta è stretta (13,24). Tutti siamo troppo gonfi per entrarci! Davanti alle richieste di Gesù nessuno è in grado di farcela. Luca vuol renderci coscienti della nostra incapacità, in modo che, disperando di noi, speriamo in lui. Queste parole sono una puntura che ci trafigge: sgonfiandoci di ogni presunzione, ci rende umili, poveri e mendicanti, perché gridiamo verso di lui, come il cieco di Gerico (18,35-43). La nostra unica possibilità di essere discepoli è la confessata impossibilità “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10): forte della forza di colui che mi conforta e mi rende tutto possibile (Fil 4,13).
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Questo brano è una ripresa delle richieste che Gesù ha già fatto al discepolo in 9,23-26 e 9,57-62. Dopo la lunga sezione sul discernimento tra il lievito dei farisei e quello del Regno (cc. 12-13) e le tre istruzioni sull’umiltà (vv. 7-24), ora sappiamo di dover essere guariti come l’idropico (vv. 1-6). Nessuna pretesa o volontà di carne è in grado di farci discepoli. È solo un dono di grazia, che Dio concede all’umile e al povero. Però, se tutto è azione di Dio, tutto è anche libertà dell’uomo, che può accoglierla o meno. Il sazio e ricco è rimandato a mani vuote (1,53); ma la bocca aperta e vuota viene riempita (Sal 81,11; cf. Sal 104,27). La povertà, che Gesù richiede, non è stoica; è motivata dall’amore per lui. Tocca tutti i livelli ed è l’unica virtù che, quanto più è materiale, tanto più è spirituale. Ma solo se è dettata dall’amore e non indurisce verso gli altri. La povertà comporta umiliazione e porta all’umiltà. Pur essendo in sé maledizione e privazione, diventa scelta cordiale e necessaria per il discepolo che vuol stare col suo Signore. Le esigenze del discepolato sono: odio verso ciò che è caro (v. 26) e amore verso ciò che è odioso al mondo, per andare dietro a Gesù (v. 27); prudente valutazione di chi non vuol restare a metà dell’impresa (vv. 28-30) o venire sconfitto (vv. 31-32) e saggia follia di uno che trova la sua forza nel perdere tutto (v. 33). Diversamente si è come sale sciocco: inservibile, irrecuperabile e da buttare (vv. 34-35). Siamo al cuore della catechesi lucana, che si snoda nel viaggio dalla Samaria a Gerusalemme. Se le cose stanno così,
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chi salirà il monte di Dio (Sal 24,3)? Chi raggiungerà un’intimità tale con il suo Signore che per lui diventi padre, madre, moglie fratello, sorella e ogni bene? Chi decide evangelicamente di abbandonare tutto per scegliere il Regno? La forza di tale decisione è l’amore di chi è stato conquistato da lui, e giunge a un’unione appagante con lui, in cui si trova ogni delizia. Egli diviene l’unico, il solo; il resto non ha più sapore. La vita cosiddetta “religiosa” propone a tutti il nocciolo della fede cristiana. Chi riconosce nel suo Signore il suo tutto, si fa profezia per tutta la chiesa, ricordandole l’essenziale. Se essa trascura la povertà, l’umiltà e la castità (ci sono tanti adulteri!), anche come mezzi apostolici, diventa sale insipido. Perde la luce di cui è testimone, abbandona il suo Signore povero, umile e libero. Oggi la chiesa è particolarmente tentata di usare, “a fin di bene”, strumenti di potere, entrando in concorrenza con il mondo. Cerca una rilevanza fasulla, senza sapere che la sua identità col Crocifisso è l’unica sua forza. I vecchi ordini religiosi sono nati, sempre, per testimoniare nella chiesa e al mondo la croce del Signore, proprio nei momenti in cui era più pericolosamente dimenticata. Anche se è naturale degenerare verso la ricchezza, il potere e l’onore, anche se è “ovvio” cadere in ciò che Gesù ha scartato come tentazione (4,1-12!), tuttavia questo ritarda la venuta del Regno più di ogni altro male. Che dire se nascessero organizzazioni religiose che si prefiggono di raggiungere privilegi e potere come strumenti di apostolato? Ben diversi sono i discorsi di Gesù al proposito
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(9,1ss; 10,1ss)! Il discernimento evangelico non è un genere che abbondi sul mercato; oggi certo non più di una volta! A un fratello che desiderava fare il monaco, ma che aveva trattenuto qualcosa per sé, Abba Antonio disse: “Se vuoi diventare monaco, va’ al villaggio, compra della carne, legatela attorno al corpo nudo e poi vieni qui”. Così fece. Ma i cani e gli avvoltoi gli si precipitarono addosso. Tornò da Antonio tutto dilaniato. Questi lo guardò e gli disse: “Chi rinuncia al mondo, e tuttavia vuol conservare ricchezze, così viene dilaniato dai demoni che gli fanno guerra”. Si dice che la povertà è “muro e difesa” della vita religiosa. Quando si sfalda o crolla, cade nelle mani del nemico e perde la sua essenza: non testimonia più la fiducia nel Padre. Per questo va amata come “madre”; ci genera suoi figli, perché ci fa riconoscere lui come unica fonte della nostra vita. Se il miraggio del mondo è diventare ricco, quello del discepolo è diventare povero. Il Regno è dei poveri, perché il Re stesso si è rivelato povero. 2. Lettura del testo v. 25: “camminavano con lui numerose folle”. A Gesù fu chiesto: “sono pochi i salvati?” (13,23). Egli rispose che “molti” sono i chiamati (v. 16). Anzi, tutti, anche gli impediti e gli esclusi. Per questo sono numerose le folle che fanno il suo stesso viaggio verso Gerusalemme. Però non ci si illuda che la salvezza sia a buon mercato. Come è stata a caro
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prezzo per lui (1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18s), così anche per chi lo segue: se a lui costò il dono della vita, al discepolo costa la povertà per riceverla. Il prezzo del dono è la gratuità e l’umiltà dell’amore, che tutto dà e tutto riceve, senza tenere nulla per suo (cf. 1Cor 13,4-7). “voltosi”. Gesù si volge indietro perché è avanti. Ci precede nel cammino che ci propone. v. 26: “Se qualcuno viene verso di me”. Il discepolo è colui che va verso Gesù, e corre per conquistarlo, perché ne è stato conquistato (Fil 3,12). “e non odia”. Se il “suo” comandamento è quello dell’amore, come mai quest’“odio”? Non si tratta solo di un semitismo; esprime anche una verità profonda. L’amore, portando a scegliere l’uno a preferenza dell’altro, è percepito come esclusione, quasi odio dell’altro. Dt 6,5ss comanda di amare Dio in modo diretto e assoluto (10,27): ogni altro amore deve essere relativizzato e relativo a lui. Diversamente è idolatria che delude chi ama e distrugge chi è amato. Infatti lui è lo sposo, e l’uomo è fatto per unirsi a lui in un’unica carne in Cristo. “il proprio padre e la madre”. Il discepolo nei confronti di Gesù è come Levi nei confronti della parola di Dio. Fedele ad essa, dice del padre e della madre: “io non li ho visti, non riconosce i suoi fratelli e ignora i suoi figli” (Dt 33,9). Il
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discepolo è come i “poveri” invitati al banchetto (v. 21). Senza padre e senza madre, è l’orfano che il Signore raccoglie (Sal 27,10). L’amore materno del Padre è la sua unica sicurezza di vita (cf. 12,22-31). “donna”. Il discepolo è come gli “storpi” (v. 21). Senza donna, egli manca della sua metà. È monco. Ma la sua parte è Dio (Sal 16,5). Luca qui parla del celibato per il Regno (cf. Mt 19,10-12), come testimonianza profetica dell’amore verso il Signore con cuore indiviso (1Cor 7,32-34). “figli”. Il discepolo è come i “ciechi” (v. 21). Senza figli, è privo della luce degli occhi. Non ha futuro. La sua unica luce è il futuro che Dio promette allo sterile. “i fratelli o le sorelle”. Il discepolo è come gli zoppi (v. 21). Senza fratelli e sorelle, manca dell’appoggio naturale. È solo. Ha come unico sostegno la fedeltà di Dio che gli si è fatto prossimo. “la propria vita”. Il discepolo non dice: io sono mio! Chi dice così, fa dell’io il suo dio. L’uomo non è Dio, bensì “di” Dio. Il suo vivere è il suo essere dell’altro. La vita è dono, e vive solo se si mantiene tale. Per questo chi la possiede, la perde, e chi la perde per lui la possiede (9,24). È come l’acqua: è viva se scorre; è morta se ristagna.

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“non può essere mio discepolo”. Il discepolo è colui che segue il Maestro. Gesù, per primo, ha lasciato tutto quanto aveva: da ricco che era si è fatto povero perché noi ci arricchissimo della sua povertà (2Cor 8,9): ha dato la sua vita perché noi ne vivessimo (Gal 2,20). Se questo è il Maestro, chi potrà essergli discepolo? v. 27: “Chi non porta la propria croce”. In 9,23 c’era l’invito a “sollevare” o “caricarsi” la propria croce quotidiana. Ora essa è da “portare” nel viaggio a Gerusalemme. La vita cristiana non è un atto eroico che si consuma all’istante; non è un sollevamento pesi. È un peso da trasportare. Esige pazienza e resistenza al grigio del quotidiano. Un peso, anche leggero, cresce col passare del tempo fino a essere insopportabile, soprattutto se è ritenuto indebito. Tuttavia, mentre Gesù non porta la sua croce, bensì la nostra, noi dobbiamo riconoscere, con il malfattore, che portiamo la nostra e meritatamente (23,40s). “viene dietro di me”. Andare verso Gesù (v. 26) significa camminargli dietro. Egli infatti non solo sta davanti, ma continua a precederci. La pretesa di mettersi davanti e fargli seguire il nostro cammino è satanica (cf. Mc 8,31-33). v. 28: “costruire una torre”. Chi compera un campo (cf. v. 18), desidera costruirvi una torre, il più alta possibile. Serve per custodire e per conservare i suoi averi (cf. 12,18). Noi mettiamo ogni impegno per arricchire davanti agli uomini - e
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abbiamo in ciò grande discernimento (cf. 12,56). Gesù esige altrettanto impegno e discernimento per arricchire davanti a Dio. Solo che le regole saranno opposte: dall’avere di più (12,15-21) si passa al dare tutto (12,33; cf. 11,41). Tutta la storia umana è come la costruzione di una torre, alta fino al cielo, che racchiuda ogni bene dell’uomo... e Dio stesso! Ma risulta sempre senza tetto, e alla fine si riempie delle acque del diluvio. Anche il discepolo è impegnato in una edificazione analoga. Segue però un criterio diverso: il giudizio di Dio che si è rivelato in Gesù di Nazaret. “seduto”. La ponderazione e il discernimento non devono essere affrettati. Bisogna valutare bene. È l’unico passo in cui si consiglia al discepolo di sedersi, per camminare poi nella direzione giusta. “calcola la spesa”. Fuori questione i vantaggi sperati, è necessario calcolare se si hanno i mezzi per affrontare i costi. L’uomo avveduto conteggia quanto deve avere; il discepolo sapiente può contare solo su quanto è disposto a perdere in modo che il Signore sia la sua unica forza. vv. 29ss: “non avendo forza di completare”. Luca, molto sensibile all’onore, sottolinea la derisione che colpisce chi fallisce: è una vergogna davanti a tutti. È traccia della vergogna del primo fallimento, il peccato di Adamo.

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v. 31: “quale re”. Si parla della guerra tra due re. L’uomo infatti è un campo di battaglia tra due contendenti: Satana e Dio. Da una parte c’è colui che lo tiene in suo potere come schiavo (cf. 1,74), e dall’altra c’è Cristo che lo chiama alla libertà. Satana è il re potente: le ricchezze, la potenza e la gloria di tutti i regni sono sue (4,6). Gesù invece è il Signore servo, che ha dato tutto. Per questo è povero, umiliato e umile. È veramente una guerra la vita dell’uomo sulla terra (Gb 7,1); e noi siamo deboli davanti al nemico. Se in condizioni favorevoli può vincere anche il più debole (cf. 1Mac 4,28-35), è certo che Dio vuol far vincere il più debole. Per questo indebolisce chi vuol far vincere (Gdc 7,1ss). Anche Davide, per vincere, deve liberarsi della forza delle armi (1Sam 17,39). Chi usa le armi del nemico, in realtà è nemico di Dio, che depone i potenti dai troni (1,52) e usa ciò che è nulla per ridurli a nulla (1Cor 1,28). La vera forza del credente è la sua debolezza, che gli fa confidare in Dio. Dice Davide a Golia: “Tu. vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore” (1Sam 17,45). v. 32: “domanda le condizioni per la pace”. Chi vuol vincere con le armi del nemico, si arrende a lui. Firma una resa incondizionata e si accorda con chi ha tutto in suo potere e può darlo a chi desidera: “se ti prostri davanti a me, tutto sarà tuo” (4,7). v. 33: “così dunque ognuno di voi che non si allontana da tutto ciò che ha, ecc.”. È la sintesi del discorso. L’unica
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ricchezza del discepolo è la sua povertà. Ciò che deve avere, è avere nulla. La sua unica forza è la sua debolezza (2Cor 12,10). Luca sottolinea molto la povertà, insieme con l’elemosina. È la condizione per seguire Gesù (vedi 3,11; 5,11.28; 6,30; 7,5; 11,41; 12,33s; 14,13.33; 16,9; 18,22; 19,8; At 2,44; 4,32-37; 9,36; 10,2.4.31). Ci rende simili a lui, il servo di tutti (22,26s). La povertà è il volto concreto dell’amore: chi ama dà tutto quello che ha. Quando non ha più nulla, dà se stesso ed è se stesso. Per questo chi non rinuncia a tutto, dilapida tutto (cf. 15,14). La croce quotidiana è questa povertà di cose (12,33) e di affetti (v. 26; cf. anche 9,58). Chi si allontana da ciò che ha e dalle sue sicurezze, può venire a Gesù d’un balzo. Fa come il cieco di Gerico, che ha gettato via il mantello (Mc 10,50). Chi rinuncia a tutti i suoi averi, è sgonfiato dal fermento dei farisei. Questo detto è la conclusione della lunga istruzione che Gesù rivolge ai suoi discepoli, perché si guardino dal lievito dei farisei (12,1). v. 34: “Bello dunque il sale”. È simbolo della sapienza. Dà sapore, conserva e si sparge sui sacrifici (Lv 2,13). È come il discepolo che ha il lievito del Regno, e ama la povertà, l’umiliazione e l’umiltà del suo Signore. Sa discernere la vera ricchezza e conosce la gloria di Gesù. Ha la sapienza del vangelo, e il sapore, anzi il profumo di Cristo (2Cor 2,15) è preservato dalla corruzione e sa sacrificare la propria vita come lui.
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“il sale svanisce”. Il discepolo che non ama la povertà, disprezza il suo Signore che è povero. Lo getta via, come Giuda; lo rinnega, come Pietro; fugge da lui, come tutti gli altri. La sua vita è ancora lievitata dall’io, non da Dio. È sale sciocco. “Con che sarà condito?”. È meglio un non credente che un discepolo siffatto. È in qualche modo irrecuperabile. Per lui ha perso sapore ciò che dà sapore a tutto. Vaccinato al vangelo, la sua resistenza è maggiore di chi non l’ha mai ascoltato. Questa perdita di sapore può avvenire in modo inavvertito, a piccoli passi quasi impercettibili. v. 35: “Non è adatto”. In greco si dice “non è ben messo”. Questo discepolo è davvero mal messo per il Regno (cf. 9,62). Peggio di chi non ha ancora conosciuto il Signore! “Chi ha orecchi per ascoltare ascolti” (cf. 8,8). Sottolinea l’importanza di quanto detto sopra. Sono parole che in genere preferiamo non ascoltare (cf. 9,44-46). Chi ascolta, scopre un’estrema “povertà”: s’accorge di non essere povero, e neanche di volerlo. Forse neanche di desiderarlo. L’importante è almeno di desiderare di desiderarlo. A questo punto comprendiamo il nostro fallimento di discepoli. Ci sentiamo come l’autore del Sal 119, innamorato amante della Parola, che alla fine confessa: “come pecora smarrita vado
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errando; cerca il tuo servo”. Qui costatiamo la nostra vera povertà: l’impossibilità a seguire il Signore. L’ascolto di queste parole ci introduce nella parabola della misericordia: ci mostrano il bisogno che ne abbiamo nella nostra miseria. È l’inizio della nostra conversione a lui. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù in cammino verso Gerusalemme. c. Chiedo ciò che voglio: nonostante le resistenze contrarie, chiedo di essere povero, umiliato e disprezzato - senza darne motivo! - con il Signore povero, umiliato e disprezzato, per somigliare a lui, il Maestro. d. Traendone frutto, medito sulle parole di Gesù, vedendo i tre casi in cui uno non può essere suo discepolo: resta sale scipito. 4. Passi utili Sal 16; 23; Lc 9,57-61; 2Cor 11,1-12,10; Gal 6,14-17.

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92. CONGIOITE CON ME, TROVAI LA PECORA MIA, LA PERDUTA (15,1-7) Ora continuavano ad avvicinarsi a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 E borbottavano i farisei e gli scribi, dicendo: Costui è teso ad accogliere i peccatori e conmangia con loro! 3 Ora disse a loro questa parabola, dicendo: 4 Quale uomo tra voi, avendo cento pecore e, persa una sola di esse, non tralascia le novantanove nel deserto, e va su quella perduta finché la trovi? 5 E, trovatala, se la pone sui suoi omeri gioendo, e, venuto nella casa, 6 conchiama gli amici e i vicini, dicendo loro:
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Congioite con me, perché trovai la pecora mia, la perduta! 7 Dico a voi: Così gioia nel cielo sarà su un solo peccatore che si converte invece che su novantanove giusti che non han bisogno di conversione! 1. Messaggio nel contesto Il c. 15 è un’unica parabola in tre scene. Rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia, ben diverso da quello da cui Adamo era fuggito per paura. Egli trasale di gioia quando vede tornare a casa il figlio più lontano, e invita tutti a gioire con lui: “Bisogna far festa!”. Il banchetto del c. 14 è questa festa del Padre che vede ormai occupato l’ultimo posto a mensa. La sua casa è piena, il suo cuore trabocca: nel ritorno dell’ultimo, ogni figlio perduto è ormai con lui. “Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio” (14,15). Gesù fin dall’inizio ne mangia con i peccatori (5,27-32). Ora invita anche i giusti. Attaccato da loro con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà. Vuole portarli a conversione. Ma l’impresa
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è ben più difficile che con i peccatori. Questi, a causa della loro miseria, sentono la necessità della sua misericordia. Quelli invece, arroccati nella “propria” giustizia, sono autosufficienti. Così, mentre condannano i fratelli ingiusti, ignorano e rifiutano il Padre, che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli. Il suo amore non è proporzionale ai meriti, ma alla miseria. Per questo solo i primi invitati, che credono di aver diritto alla salvezza, se ne escludono (14,17ss). I peccatori invece, nella loro incapacità a salvarsi, accolgono il dono. La chiesa di Luca deve ricordarsi sempre che non è un’accolta di giusti, ma una comunità di peccatori aperti al perdono (cf. 6,27-38). Paolo sintetizza la catechesi battesimale con le parole: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, graziandovi a vicenda come Dio ha graziato voi in Cristo” (Ef 4,32). L’eucaristia, cibo e vita nuova per il cristiano, è il pane del perdono: mangiato da ogni peccatore, è rifiutato solo da chi è soddisfatto di sé. La misericordia di Dio lo rimanda a mani vuote (1,53), perché possa essere tra gli affamati che vengono saziati (6,21). È l’astuzia che Dio usa coi furbi (Gb 5,13), in modo da aprire la bocca a tutti i suoi figli e riempirla del suo dono (Sal 81,11). Il c. 15 è rivolto al giusto, perché non resti vuoto il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il suo figlio perduto e ritrovato. L’innamorato della volontà di Dio, che nel Sal 119 canta la sua obbedienza alla Parola, riconosce, dopo ben 175 versetti: “come pecora smarrita vado errando: cerca il tuo servo, perché non ho
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dimenticato i tuoi comandamenti” (Sal 119,176). Chi non dimentica i comandamenti, che si riassumono tutti nella misericordia (6,36), non può non vedere di essersi perso nei meandri della propria giustizia. È finalmente un idropico sgonfiato, un fariseo guarito dalla presunzione. Sa che la salvezza è essere cercati, trovati e incontrati da colui che egli cerca di trovare senza mai incontrarlo (cf. Ct 3,1; 5,6). In realtà, fin dal principio, ogni uomo si è nascosto da Dio e smarrito. L’unico giusto è il Cristo, il Pastore che si è fatto agnello perduto e immolato per noi. Questa parabola parla della conversione; ma non del peccatore alla giustizia, bensì del giusto alla misericordia. La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (6,2736), e verso i fratelli peccatori (6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude un fratello. Ma Gesù, il Figlio che conosce il Padre, si preoccupa di recuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre. Gesù con questa parabola giustifica il suo atteggiamento verso i peccatori: dimostra loro la stessa benevolenza del Padre (6,35). Contemporaneamente invita i giusti a entrare nella sala del banchetto. Sono gli unici rimasti fuori. Le tre scene della parabola presentano una certa simmetria con le tre chiamate al banchetto (14,15ss). Quella della pecora smarrita corrisponde alla seconda chiamata, rivolta alle pecore perdute d’Israele; quella della dracma, corrisponde alla terza chiamata, rivolta ai pagani. Resta vuoto
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ancora solo il posto di chi fu chiamato per primo, l’Israele della Legge. È il fratello maggiore, figura di ogni credente al quale è indirizzata tutta la parabola, in particolare l’ultima scena, perché partecipi al banchetto di salvezza, alla festa e alla danza per il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto. La fine del c. 14 dichiarava la condizione per la salvezza: non avere nulla (14,33). Ora si riduce a povertà anche chi è ricco della propria giustizia, in modo che possa accogliere il dono di Dio. L’intento della parabola è analogo al racconto del fariseo e del pubblicano (18,9-14). Il credente è interpellato allo stesso modo con cui il libro di Giona interpella Israele. Luca e Giona hanno lo stesso messaggio. Ricordano al giusto che, anche se lui non lo sa e non lo vuole, Dio è Padre, e quindi usa misericordia per tutti i suoi figli. Si riconosca quindi peccatore graziato, e usi grazia al peccatore. Solo così conosce Dio. 2. Lettura del testo v. 1: “Ora continuavano ad avvicinarsi a lui”. Nonostante le strettissime esigenze appena espresse sul discepolato (14,2535), i pubblicani e i peccatori non desistono dall’avvicinarsi a Gesù. Se l’illuminazione richiesta per la fede è la confessione della propria cecità (Gv 9,41), la povertà assoluta richiesta al discepolo (14,33) è la conoscenza dell’impossibilità di salvarsi. L’ammissione della propria indigenza è l’unica condizione per accogliere il dono di colui che è misericordia e
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perdono. Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono giusti (Pascal). I primi, ritenendosi senza diritto, hanno trovato il vero titolo per accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura “deve” amare l’uomo in proporzione non dei suoi meriti, ma del suo bisogno. “tutti”. Si sottolinea la totalità: nessuno degli esclusi è escluso. “i pubblicani”. Sono i peccatori della peggior specie, assimilati ai pagani. Sono odiatissimi da tutti perché riscuotono il tributo straniero dal popolo di Dio. Non hanno alcun diritto a mangiare il pane del Regno: sono quelli forzati a entrare nel banchetto (14,23). “i peccatori”. Sono i trasgressori della Legge. Sono quei poveri - deformi, ciechi e zoppicanti nei confronti della Parola - condotti al banchetto (14,21). “per ascoltarlo”. Tutti i peccatori sono ammessi come uditori della gloria di Dio: hanno l’orecchio giusto per ascoltare la parola di grazia e di perdono. Ascoltare significa diventare discepoli. Il c. 14 avrebbe dovuto già convincere i giusti di peccato, perché hanno rifiutato l’invito (14,1-24; cf. 7,29-50); contemporaneamente avrebbe dovuto persuadere i discepoli di non avere l’abito nuziale, perché non sono in
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grado di osservare le esigenze di Gesù (14,25-35; cf. Mt 22,11ss). Questo c. 15 è un supplemento di istruzione per convincere i giusti a desistere e per esortare i peccatori a insistere. Il vero discernimento, necessario per convertirsi è quello di riconoscersi peccatori. Questa convinzione di peccato non è per scoraggiare qualcuno, ma per incoraggiare noi tutti a chiedere la salvezza di cui siamo privi. Infatti tutti abbiamo peccato e abbiamo bisogno della gloria di Dio (Rm 3,23) v. 2: “borbottavano”. All’avvicinarsi (in greco: enghízó) dei peccatori, fa da eco il tra-brontolare (in greco: dia-gonghizó) dei giusti. Se Gesù fosse un peccatore, nessun problema: starebbe con i suoi pari. Ma è giusto! Per questo il suo atteggiamento è indecente (cf. il fariseo di 7,39, che cerca infelicemente di scusarlo). I brontoloni apprenderanno al fine la lezione (Is 29,24)? Si scopriranno pecora smarrita che va errando? “Teso ad accogliere”. Gesù non solo non respinge; non solo tollera; non solo accoglie; è addirittura proteso-ad-accogliere i peccatori. Infatti “quale è la sua grandezza, tale è anche la sua misericordia” (Sir 2,18), che si rivela grande in proporzione diretta alla nostra miseria. “conmangia con loro”. Questo mangiare insieme comporta un’assimilazione e un’identificazione con i peccatori. Se mangiare significa vivere, questo con-mangiare significa
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vivere l’uno la vita dell’altro. Il peccatore infatti, che è perduto, vive di Gesù, che è il Salvatore (Gal 2,20). In questo senso Paolo dice: “la mia vita è Cristo” (Fil 1,21). Con espressioni analoghe Ef 2,5s esprime il nostro mistero di unione con Gesù, con il quale il Padre ci ha “con-vivi-ficati” (= fatti con-vivere), “con-risuscitati” e fatti “con-sedere” nei cieli: “siamo infatti suo poema” fatti da lui), “creati in Cristo” (Ef 2,10). v. 3: “a loro”. Sono gli scribi e i farisei i destinatari dell’insegnamento. La parabola è un invito ai giusti perché si convertano dalla propria giustizia, che condanna, alla gioia del Padre, che giustifica. Gesù parla non tanto per difendersi dalle loro obiezioni, quanto per aprire i loro occhi al mistero di Dio. Dio è misericordia. Mentre il peccatore ne sente il bisogno, il giusto non la desidera. Anzi, come Giona, si irrita mortalmente (Gio 4,2.3.8b.9b!). Non la vuole né per sé, né per gli altri. Così rifiuta Dio in nome della propria giustizia. Luca propone al suo lettore “Teofilo” la stessa conversione di Paolo, quella dalla Legge al vangelo. È il difficile passaggio dalla propria irreprensibilità alla sublimità della conoscenza di Gesù come Signore (Fil 3,6.8). Gesù si rivolge a loro, perché non resti vuoto proprio il posto del fratello maggiore. Il ritornello del Padre: “congioite con me, fate banchetto e festa per il figlio perduto/ritrovato”, vale per tutti i fratelli. Non dobbiamo discriminare gli uomini secondo le loro qualità umane e religiose, dividendoli tra buoni e cattivi, giusti e peccatori. Guardiamo invece il Dio che è Padre di tutti, e il
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Signore Gesù, per il quale e nel quale tutto esiste (1Cor 8,6): in lui il Padre si compiace e gioisce pienamente perché, conoscendo il suo amore verso tutti, si è perduto per salvare tutti. Il banchetto della vita eterna è con-gioire di questa gioia del Padre per il Figlio. Il Figlio è il pastore che si è fatta pecora smarrita per ritrovare noi, pecore impaurite. Egli, l’inestimabile tesoro (cf. Col 2,3), si è fatto dracma perduta, di poco valore agli occhi di tutti (23,11; cf. Is 53,3), per ridare a noi la dignità di figli. Egli, primogenito di ogni creatura (Col 1,15), si è fatto ultimo di tutti perché il Padre potesse in lui, perduto e ritrovato, gioire di tutti i suoi figli. Tutto l’universo con i suoi abitanti è misteriosamente salvato e fatto uno nel Figlio perduto e ritrovato. Egli, l’Alfa e il Principio, si è fatto l’Omega e la Fine, per raccapezzare in sé tutto il creato (cf. Ef 1,10). In modo che tutto canti, dal principio alla fine, la tenerezza e la gioia del Padre per il Figlio. Questo è il banchetto della vita. v. 4: “Quale uomo tra voi, avendo cento pecore” . Lo sfondo è quello di una cultura pastorale, mantenuta sempre viva in Israele anche dopo la sedentarizzazione agricola. Il pastore, figura del re, è infatti JHWH (cf. Ger 23,1-6; Ez 34,12-16; Sal 23: ecc.). Nel NT Gesù è il “pastore bello” (Gv 10,11ss). Matteo situa questa parabola all’interno del discorso ecclesiale (Mt 18,12-14), per mostrare come per il peccatore bisogna avere la stessa accettazione incondizionata di Dio.

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“Persa una”. Il cuore del Padre si volge tutto verso l’unico figlio che gli manca. La sua assenza è un dolore irreparabile. Non basta la presenza di tutti gli altri. Non ha figli da buttare. Preferisce perdersi lui piuttosto che perderne uno. Egli ha un amore totale per ogni singolo. La sua sofferenza per la perdita di uno solo, rivela a tutti il valore che ognuno ha ai suoi occhi di Padre. “non tralascia le novantanove nel deserto”. Queste novantanove sono i giusti, esortati a riconoscersi nella pecora smarrita (Sal 119,176). Infatti vagano ancora nel deserto, fuori della terra promessa. Solo se si riconoscono peccatori, incontrano il Pastore che è venuto a cercare chi è perduto (19,10). Egli “deve” fermarsi a casa sua (19,5), che così diventa la casa del Padre perché vi abita il Figlio. Quelle pecore, che non si ritengono perdute, staranno nel deserto fino a quando scopriranno il loro male: la mancanza di misericordia. Allora incontreranno il medico che non è venuto per i sani, ma per i malati (5,31). v. 5: “E, trovatala, se la pone sui suoi omeri”. Il pastore usava spezzare la gamba alla pecora trovata, perché imparasse a non smarrirsi. Questo pastore invece non rompe la gamba. Neanche a lui, il Figlio perduto, verranno rotte le gambe (Gv 19,33). Gli trafiggeranno invece il fianco, perché dallo squarcio tutti possano contemplare il cuore di Dio (Gv 19,34.37). Egli è il Pastore che si è fatto agnello, e dà la vita per le sue pecorelle. Pendendo dalla croce, ha portato sui suoi
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omeri il peso dell’umana debolezza; le sue braccia sostengono la maledizione del peccato e di ogni perdizione (cf. Gal 3,13; 2Cor 5,21). In questo modo Dio “forza” tutti a entrare nella sua festa (14,23), pur lasciandoli liberi: attira a sé mostrando un amore senza confini, oltre ogni morte (Gv 12,32). “gioendo”. Luca è l’evangelista della gioia, la gioia corrisposta del Padre per il Figlio. Questa gioia è lo Spirito santo, la vita d’amore comune ad ambedue. Nel banchetto eucaristico, con-mangiando con Gesù, ci identifichiamo con lui, il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto. Entriamo nella festa di Dio. In questa gioia i primi cristiani spezzavano il pane (At 2,46). “venuto nella casa”. Giunge a casa solo l’unica pecora perduta e ritrovata. Le altre novantanove restano fuori, come il fratello maggiore. I “giusti” entreranno nella casa del Padre quando ascolteranno il suo invito a con-gioire con lui per il fratello morto e risorto. Il primo ad accogliere questo invito sarà il malfattore che si riconosce tale davanti al solo giusto che si è perduto vicino a lui: gli chiede e ottiene “oggi” di entrare con lui nel suo regno. L’altro malfattore invece rappresenta tutti i giusti, cioè coloro che ancora non si confessano malfattori (cf. 23,39-43). v. 6: “conchiama i vicini”. I vicini sono i giusti, i primi chiamati al banchetto, che hanno rifiutato (14,17ss). Sono i farisei e gli scribi che si distanziano da chi è proteso ad
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accogliere tutti i peccatori (v. 1). Ai primi invitati, che nella loro sufficienza si sono autoesclusi, il Signore dice: “apri la tua bocca: la voglio riempire” (Sal 81,11). “Congioite”. Chi “con-mangia”, accetta la “con-chiamata” e “con-gioisce”. Si riempie della gioia stessa di Dio che ritrova i suoi figli: si riempie di Dio stesso, che è gioia per tutti i suoi figli. “trovai la pecora mia, la perduta” . È il motivo della gioia di Dio: ha trovato suo Figlio nel quale ha posto tutta la sua gioia (3,22). Nel Figlio, perduto per i fratelli, ha ritrovato tutti i suoi figli. v. 7: “gioia nel cielo sarà”. Questa gioia repentina esploderà nel cielo, casa di Dio, quando le novantanove pecore nel deserto si identificheranno con l’unica perduta e ritrovata. È l’inno di salvezza, le cui prime note iniziarono sopra il presepio (2,13s). Si compirà quando tutti si convertiranno, anche i giusti. Secondo Paolo il punto di arrivo della storia è la conversione di Israele (Rm 11,25-36). La gioia di Dio, nominata tre volte solo in questo racconto, lascia intravedere la sua angoscia e la sua tristezza di Padre fino a quando non vede occupato l’ultimo posto. È quello del Figlio, sempre pellegrino per il mondo, che non gusterà vino, fino a quando non abbia trovato ogni fratello (cf. 22,18).

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“un solo peccatore che si converte”. In realtà la pecora non si è convertita, come la dracma non tornerà da sé nel borsellino. Sono semplicemente trovate, proprio perché perdute, da colui che per primo si è convertito a loro nel suo amore. La conversione implica un riconoscimento della propria perdizione, e, più che un nostro ritorno a Dio, consiste nell’accogliere chi è venuto a cercarci. Convertirsi è volgere lo sguardo dal proprio io a Dio, e vedere, invece della propria nudità, l’occhio di colui che da sempre ci guarda con amore. Allora nasce la vita nuova, nella lode e nella gioia del Padre. Il nostro centro non è più il nostro io, ma Dio: passiamo dalla nostra giustizia, fallita o presunta, trascurata o ricercata comunque irraggiungibile! - alla sua compiacenza nel vedere che noi ci volgiamo a lui che da sempre si è rivolto a noi. “novantanove giusti che non han bisogno di conversione” . Questi stanno ancora fuggendo da Dio come Adamo. Errano ancora nel deserto, fuori dall’Eden: non si sono lasciati trovare dalla misericordia. Chiusi nel proprio io e gonfi di morte, non entrano per la porta stretta. Infatti chi cerca la propria giustizia dalla Legge, non ha nulla a che fare con Cristo (Gal 5,4): è fuori dalla grazia dei Padre e dalla sua festa per il Figlio. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando Gesù che accoglie tutti i peccatori e mangia con loro. c. Chiedo ciò che voglio: gioire con lui che ha trovato la pecora smarrita. d. Traendone frutto, guardo, ascolto, osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili Lc 7,36-51; 14,1-6; 18,9-14; 19,1-10; Giona; Galati.

93. CONGIOITE CON ME, TROVAI LA MIA DRACMA, CHE PERSI (15,8-10)
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O quale donna, avendo dieci dracme, se perde una sola dracma, non accende la lampada e spazza la casa e cerca con cura finché trovi? 9 E, trovata,
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conchiama le amiche e le vicine dicendo: Congioite con me, perché trovai la mia dracma che persi. 10 Così, dico a voi, è gioia al cospetto degli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte. 1. Messaggio nel contesto Questa parabola spesso è sorvolata dai commentatori. Ci si accontenta di dire che è la seconda delle prime due simili tra loro, preludio alla terza. La si appiattisce quindi sulla prima con fretta di passare alla terza. In realtà si tratta di una “ripetizione”, sorvolata solo da chi ignora l’importanza che essa ha nella tradizione della preghiera. Per sé è un invito a sostare con più attenzione, non a passare oltre con fretta. La ripetitività fa parte della struttura dell’uomo, che vive nel tempo. Cessa solo al sopraggiungere della morte. Considerarla inutile sarebbe come dire: “Ho già mangiato; posso quindi farne a meno per sempre!”. Essa è necessaria non solo per vivere, ma anche per vivere sensatamente! Il senso è ciò che muove ogni ripetizione e in essa permane, lasciandosi così scoprire. Ciò che sazia l’uomo non è il
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sapere sempre cose nuove, ma il sentire e gustare interiormente quelle essenziali. La contemplazione è frutto di una continua ripetizione. Essa porta all’unità del cuore umano la molteplicità delle sue esperienze, e, per successive semplificazioni, giunge alla cosa. Da qui l’importanza insostituibile che le attribuiscono i maestri dello spirito. In essa scema la curiosità dell’intelletto che cerca novità, e il cuore trova la verità che cerca. Nella ripetizione l’uomo scopre il valore della realtà: ciò che è brutto lo diviene sempre di più, fino ad essere repellente; ciò che è bello lo diviene sempre più, fino ad assorbirci estaticamente in sé. È il migliore strumento per discernere e per affinare il gusto interiore. Se c’è una ripetizione nel Vangelo, guardiamoci bene dal sorvolarla come “doppione”: bisogna fermarsi il doppio, se si vuole procedere correttamente. Il c. 15 illustra, attraverso l’atteggiamento di Gesù, il cuore del Padre che ama i suoi figli. Il cristianesimo non è una “setta di puri”. È invece un’accozzaglia di peccatori che diventa fraternità nella misura in cui si scopre l’amore del Padre per tutti i suoi figli. Per questo, come Israele deve restare aperto ai gentili, così anche la chiesa ai peccatori. Nella parabola avviene un ribaltamento, tipico di ogni scena dove si trovano i farisei (cf. 7,36ss; 18,9ss): il peccatore è giustificato e il giusto risulta peccatore, perché a sua volta possa essere giustificato. Si gira la frittata, perché cuocia da ambo le parti. Ogni uomo ha bisogno della gloria di Dio per vivere (Rm 3,23); e la sua “gloria”, ciò che gli è proprio e lo fa Dio, è la sua misericordia (cf. 6,36). Per questo egli “ha
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rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32). Occasione di questa parabola è il “con-mangiare” di Gesù con i peccatori; fine è il “con-gioite con me” del Padre. Il mezzo è la “con-chiamata” a partecipare al banchetto di Gesù, che rivela la pena di Dio quando cerca e soprattutto la gioia quando trova. La ripetizione mette in risalto la sua azione nei confronti dell’“uno solo” perduto. La reduplicazione, come uno specchio, ci permette di vederne i lineamenti. Per questo è utile porre vicino le due scene - come Luca stesso fa - e sostare evidenziando in un colpo d’occhio i tratti comuni. Ci rivelano il volto di Dio nei confronti del singolo peccatore: vv. 4-7 vv 8-9 quale uomo quale donna cento pecore dieci dracme persa perde una sola una sola tralascia nel deserto accende una lampada va spazza la casa cerca con cura finché trovi finché trovi con-chiama con-chiama amici e vicini amiche e vicine con-gioite con me con-gioite con me trovai trovai perduta perduta dico a voi dico a voi gioia gioia
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nel cielo un solo peccatore che si converte

al cospetto degli angeli un solo peccatore che si converte

I “novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (v. 7) non vengono più nominati. Gli ascoltatori dovrebbero capire di essere loro stessi. Tutto il c. 15, che parla di “una sola” pecora e dracma, e di “un” figlio, parla in realtà di Gesù, il Figlio. Egli, come è l’agnello sgozzato che è il vero pastore, così è l’unica ricchezza del Padre, che in lui si compiace. In realtà egli, l’“uno solo” che si è perduto, è il solo giusto che salva tutti. Ai tempi in cui Abramo intercedeva per Sodoma e Gomorra, non c’era ancora (Gn 18). Era solo promesso, come salvezza e benedizione per tutte le genti. E centro del capitolo, in tutte e tre le scene, è la “conchiamata” a “congioire”. Oggetto della sua gioia è l’uno solo, perduto e ritrovato. Questa gioia, che è già nel cielo, scende sulla terra per coloro che accettano di con-mangiare con il Figlio che con-mangia con i peccatori: è l’eucaristia, specchio in terra della festa che il Padre fa nel cielo. Tutte le azioni sono attribuite a Dio: lui perde - non è la pecora o la dracma che si perde! - lascia tutto e va; lui accende la lampada, spazza la casa e cerca con cura; lui trova e con-chiama a con-gioire con lui. La parabola, occasionata dal fatto che “tutti” i peccatori si avvicinano a Gesù, ci parla della sollecitudine del Padre per “uno solo”. Dietro ogni
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singolo uomo perduto, egli vede il suo unigenito: l’unico che, conoscendo il Padre, non si è vergognato di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Così, nel vedere lui, senza il quale non può vivere, vede in lui tutti i perduti. Sublimità della sapienza e dell’amore imperscrutabile di Dio! 2. Lettura del testo v. 8: “quale donna”. Prima era un uomo, figura del pastore d’Israele. Ora è una donna, figura dell’amore materno di Dio. L’aquila dell’Esodo è anche la gallina che raccoglie i suoi pulcini (13,34). Se la prima immagine sottolinea la potenza dell’amore di Dio, questa seconda ne sottolinea la tenerezza. L’amore infatti, più è forte, più rende deboli. “dieci dracme”. È una moneta in uso presso i pagani. Anche se di scarso valore agli occhi di un estraneo, si può considerare, da come questa donna agisce, che sia tutto il suo tesoro dove sta il suo cuore. Tutto il mondo davanti a Dio è un grano di polvere, “come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra” (Sap 11,22). Ma Dio lo ama, perché tutto esiste solo se è amato e custodito da lui, amante della vita: il suo spirito è in tutte le cose (Sap 11,23-26). Il numero dieci rappresenta la comunità: è il numero di persone indispensabili per la liturgia sinagogale. Le cento pecore rappresentano la moltitudine d’Israele, le dieci dracme i pagani, che pure fanno parte della famiglia di Dio. Non c’è
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più differenza tra giudei e gentili, perché tutti gli uomini sono suoi figli. “perde una sola”. Dio mi è più madre di mia madre: è lui infatti che mi ha tessuto nel suo seno (Sal 139,13). Egli ama ciascuno di amore pieno e totale. Se ne manca uno solo, la sua casa è vuota. Perché ama ogni figlio più di sé. Infatti ha tanto amato il mondo, da dare ciò che ha di più caro: il suo Figlio unigenito (Gv 3,16). Questi “mi” ha amato e ha dato se stesso per “me” (Gal 2,20), perché, essendo l’unico che conosce il Padre come figlio (10,22), sa quanto egli ama tutti gli altri suoi fratelli. Egli stesso ci ama quanto il Padre (Gv 15,9), che ci ama quanto ama lui (Gv 17,23). Per quanto possa sembrare incredibile, il Padre ci ama come ama il Figlio, e il Figlio con lo stesso amore del Padre. Non perché siamo bravi, ma perché rispettivamente figli e fratelli. Il fatto che siamo peccatori, ci rende oggetto di un amore più grande (cf. 5,32; 19,10): “dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). Il valore di una cosa si rivela nella sua perdita; il nostro nella morte stessa di Dio che si è perduto per ritrovarci. Una volta che esistiamo, egli non può vivere senza di noi. Il nostro valore è infinito, pari al suo amore che l’ha portato a dare la vita per noi. Il Signore dice a ogni uomo con Israele: “Sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,4). “accende la lampada”. Il mondo è caduto in tenebre fitte dopo la fuga di Adamo. Sul suo volto non brilla più la gloria
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del Padre. Ma anche la casa del Padre che perde il Figlio diventa buia e senza sole (cf. 23,44). Il Figlio è infatti uscito per venire a illuminare tutti i fratelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra della morte (1,79). Lui, in cui è nascosta ogni ricchezza, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9), è insieme il tesoro perduto e la lampada accesa, perché ogni uomo sia illuminato (cf. 8,16; 11,33). “spazza la casa”. La donna perde la testa per ciò che ha perduto: tralascia tutto e non vede altro che ciò che cerca. Istintivamente usa il mezzo più efficace e a lei più consueto: si mette a spazzare la casa con cura. Troverà il suo tesoro sotto tutta la spazzatura raccolta nella casa! Così anche il Padre: troverà il suo Figlio, che non conobbe peccato (2Cor 5,21), tra i malfattori sulla croce (23,39ss), fatto lui stesso peccato e maledizione per noi (cf. 2Cor 5,21; Gal 3,13). In questo modo Dio rivela la sapienza della sua tenerezza: perde il Figlio, per ritrovarlo sotto tutti i suoi fratelli perduti. Tutto il mondo è casa di Dio, perché vi abita chi lui ama e cerca. Lo mette a soqquadro e lo ripulisce tutto, in modo che, raccogliendo il Figlio unico che si è fatto ultimo di tutti, raccolga prima di lui anche tutti gli altri: lui il tesoro, gli altri la spazzatura! Così diviene il primo di un’immensa schiera di fratelli (Rm 8,29). “cerca con cura”. È la “cura” del samaritano per l’uomo mezzo morto, la stessa che raccomanda in sua assenza anche a “colui che tutti accoglie” (10,34.35). Egli cerca
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necessariamente ciò che è perduto: “deve” fermarsi a casa di Zaccheo (19,5). La dracma non può tornare nel borsellino da sé. Anche il figlio minore, tornato a casa, dovrà scoprire di essere cercato dal Padre per tornare ad essere figlio. Si evidenzia il cuore e l’iniziativa di Dio. Egli infatti è grazia e misericordia senza condizioni. “finché trovi”. La sua fatica non cessa fino a quando non trovi l’ultimo perduto. Per questo Gesù, istituendo il banchetto di salvezza per i peccatori, dice che non mangerà e non berrà più, finché non venga il regno del Padre (22,16-18). Egli continua attraverso la storia il suo cammino di Samaritano, pellegrino in terra ostile e servo di tutti gli schiavi del male (cf. 22,27), fino a quando l’ultimo fratello sia giunto alla mensa del Padre. L’eucaristia ne è l’anticipo che ci è concesso. Essa verrà celebrata nella pienezza di gioia quando l’ultimo posto sarà riempito (14,23s). Per questo essa, come è il punto di arrivo di ogni missione, ne è anche il punto di partenza. Spinge sempre fuori, verso i lontani. v. 9: “trovata”. È il termine di tutta l’azione di Dio. Allora cessa il suo lutto e Inizia la danza: la veste di sacco si muta in abito di gioia (Sal 30,12). “conchiama”. Gesù che “con-mangia” con i peccatori, realizza la “con-chiarnata” del Padre a “con-gioire” con lui.

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“trovai/persi”. Ciò che fu cercato, ora è trovato. Quando muove l’amore, cercare è pena, trovare è gioia. Questo continuo perdersi e ritrovarsi è la struttura stessa del Cantico dei cantici: illustra l’amore avventuroso tra Dio e uomo. v. 10: “dico a voi”. Dichiarazione solenne, con cui Gesù giustifica il suo con-mangiare con i peccatori e con-chiama i giusti a fare altrettanto. “gioia al cospetto degli angeli”. Dio esulta e manifesta la sua gioia davanti a tutta la corte celeste. Prima era buio nel cielo, come quando perse il Figlio (23,44; cf. Am 8,9s). Ora è luce, perché il Figlio si è consegnato al Padre (23,46). E porta con sé ogni fratello malfattore che si riconosce tale e si rivolge a lui, l’unico giusto che si è perduto per stargli vicino. Il lutto della perdita si trasforma nella danza e nella musica del ritrovamento. Nessuno si adombri, ognuno partecipi alla sua gioia! Una madre è ferita dal male del figlio, più che se fosse proprio. Lo veglia e preferisce che il suo male colpisca lei. La croce di Gesù è il vegliare di Dio al capezzale dell’umanità malata: è la sua com-passione, che ci salva. Per questa salvezza avvenuta ora gioisce. “un solo peccatore”. Uno solo fu perduto e si fece peccato per noi, perduti e peccatori. Questo solo è tornato al Padre. Siamo ora chiamati a con-mangiare con lui, a vivere con lui e di lui. Così con-gioiamo col Padre, ed entriamo nel suo amore reciproco con il Figlio.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che accoglie tutti i peccatori e mangia con loro. c. Chiedo ciò che voglio: gioire con lui che ha trovato la pecora smarrita. d. Traendone frutto, guardo, ascolto, osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili Sal 103; Lc 7,36-51; 14,1-6; 18,9-14; 19,1-10; Giona; Galati.

94. BISOGNAVA FAR FESTA E RALLEGRARSI (15,11-32)
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Ora disse: Un uomo aveva due figli, 12 e disse il più giovane di loro
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al padre: Padre, da’ a me la parte di sostanze che mi tocca. Egli poi divise per loro la vita (i beni). 13 E, non molti giorni dopo, raccolto tutto, il figlio più giovane emigrò in paese lontano, e là sperperò la sua sostanza vivendo insalvabilmente. 14 Ora, dilapidato tutto, venne una carestia forte per quel paese; ed egli cominciò a essere nel bisogno; 15 e, andò a incollarsi a uno dei cittadini di quel paese, e lo mandò nei suoi campi a pascere i porci. 16 E desiderava saziarsi delle carrube che mangiavano i porci, e nessuno gliene dava. 17 Ora, venuto in se stesso, disse: Quanti salariati di mio padre sovrabbondanti di pane: io, invece, di carestia
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qui perisco. 18 Sorgerò e andrò verso mio padre, e dirò a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio: fa’ me come uno dei tuoi salariati. 20 E, sorto, venne da suo padre. Ora, mentre ancora distava lontano, lo vide il padre, e si commosse e, corso, cadde sul suo collo e lo baciò. 21 Ora disse il figlio a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto; non son più degno di essere chiamato tuo figlio. 22 Ora il padre disse ai suoi servi:
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Presto, portate fuori una veste, la prima, e vestitelo, e date un anello alla sua mano e sandali ai piedi 23 e portate il vitello, quello di grano, immolatelo e, mangiando, facciamo festa, 24 perché costui, il figlio mio, era morto e rivive, era perduto e fu ritrovato. E cominciarono a far festa. 25 Ora il suo figlio, il maggiore, era in campagna. E quando, venendo, si avvicinò alla casa, udì sinfonie e danze. 26 E, richiamato uno dei servi, s’informava che mai fosse ciò. 27 Ora egli gli disse: Tuo fratello venne e tuo padre sacrificò il vitello di grano perché sano lo riprese. 28 Ora si adirò
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e non voleva entrare. Ora suo padre, uscito, lo consolava. 29 Ora, rispondendo, disse al padre: Ecco: da così tanti anni ti sono schiavo e non trasgredii mai un tuo ordine; e a me non desti mai un capretto perché facessi festa con i miei amici. 30 Ma ora, quando venne il figlio tuo, costui che divorò la tua vita con le meretrici, immolasti per lui il vitello di grano. 31 Ora egli gli disse: Figlio, tu sei sempre con me, e tutte le cose mie sono tue. 32 Ora bisognava far festa e rallegrarsi perché il fratello tuo, costui, era morto e visse, e, perduto, fu ritrovato. 1. Messaggio nel contesto
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Preparata dalle prime due, è la terza scena del c. 15, concepito come un’unica parabola. È giustamente chiamata “il Vangelo nel Vangelo”: rappresenta il culmine del messaggio di Luca. Parla del banchetto festoso che fa il Padre per rallegrarsi del Figlio morto e risorto, perduto e ritrovato. Si tratta di una parabola. Essa ha un solo significato generale, a differenza dell’allegoria, dove ogni parola ha un riferimento storico preciso. Ciò non significa che i singoli dettagli siano inutili. Sono piuttosto come frecce scoccate da un buon arciere: da diversi punti, fanno sempre centro nell’unico bersaglio. La parabola riesce a cogliere lo spessore della realtà meglio del concetto, uniforme e piatto. Ogni suo elemento ne illumina un aspetto. Se fosse trascurabile, non verrebbe narrato. Quindi, se il senso è uno, ogni singola parola, frutto maturo di memoria antica, serve a evidenziarlo, specificarlo e arricchirlo. Qui leggeremo tutto alla luce di quanto dice il Padre: “Bisognava far festa”. L’hanno capito i peccatori, che fanno festa a Gesù. I giusti sono chiamati a fare altrettanto. Più che del “figliol prodigo” o del “fratello maggiore”, è la parabola del Padre. Ci rivela il suo amore senza condizioni per il figlio peccatore, la sua gioia di essere da lui capito come padre e infine l’invito al giusto di riconoscerlo fratello. La parabola invita “Teofilo” a essere misericordioso come il Padre (6,36; cf. 11,4!). Diversamente resta fuori a brontolare
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del banchetto che Gesù celebra coi peccatori. È un invito ai giusti (vv. 1-3) a mangiare il pane del Regno (14,15ss). La conversione non è tanto un processo psicologico del peccatore che ritorna a Dio, quanto il cambiamento dell’immagine di Dio che giusto e peccatore devono fare. Convertirsi significa scoprire il suo volto di tenerezza che Gesù ci rivela, volgersi dall’io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato - o dalla presunzione della propria giustizia - alla gioia di essere figli del Padre. Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre, comune sia al maggiore che al minore. L’uno, per liberarsene, instaura la “strategia del piacere”, che lo porta ad allontanarsi da lui con le gradazioni del ribellismo, della dimenticanza, dell’alienazione atea e del nihilismo. L’altro, per imbonirselo, instaura la “strategia del dovere”, con una religiosità servile, che sacrifica la gioia di vivere. Ateismo e religione, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo sono tutti aspetti che scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio. Hanno un’idea di lui come di un padrepadrone. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, per tenere schiavi gli uomini (Voltaire); se ci fosse, bisognerebbe distruggerlo, per liberarli (Bakunin). Questa parabola ha come intento primo di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia. Scoperta gioiosa per il peccatore, è sconfitta mortale per il giusto. Ma solo così può uscire dalla dannazione di una religione servile, e passare, come Paolo, dalla irreprensibilità nell’osservanza della Legge, alla “sublimità della conoscenza di Gesù Cristo”
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suo Signore (Fil 3,6.8). È la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio. Il racconto si divide in tre parti: vv. 11-20a: il figlio minore si allontana dal Padre e torna a lui; vv. 20b-24: il Padre va incontro al figlio minore; vv. 25-32: il Padre esce per far entrare il fratello maggiore. La parabola, che inizia col “figlio” minore e termina col “fratello” maggiore, ha come centro la rivelazione del Padre, che ama perdutamente ogni figlio perduto. È un’esortazione al maggiore, perché riconosca come fratello il minore. Solo così può conoscere il Padre, e divenire, come lui, misericordioso (6,36). Le azioni del racconto consistono nella partenza e nel ritorno del minore; nell’accoglienza e nella festa del Padre; nel rifiuto del maggiore a entrare e nell’uscita del Padre stesso a consolarlo. Il ritornello: “con-gioite con me” (vv. 6.9), diventa “far banchetto festoso per il figlio morto e risorto” (vv. 23s). È una necessità per il Padre: “bisognava far festa e rallegrarsi” (v. 32). I sentimenti cardine sono: la compassione del Padre per il minore e la collera del maggiore; la festa e la gioia del Padre, che sarà piena quando tutti i figli avranno accolto l’invito. Per ora è realizzata in terra dalla convivialità di Gesù con “tutti” i pubblicani e peccatori. Il figlio minore non ha sentimenti: ha solo bisogni. Ma alla fine è travolto dalla gioia del Padre. Ne resta fuori solo il
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maggiore: non riconoscendo il fratello, rifiuta il Padre che lo riconosce figlio. Infatti, mentre il minore lo chiama sempre: “Padre”, egli non lo chiama mai così. Colui che nel racconto è chiamato dodici volte “Padre”, sarà chiamato così anche dal maggiore quando dirà all’altro: “fratello mio”. In sintesi: Dio riconosce necessariamente come figli tutti quanti, sia giusti sia peccatori. Semplicemente perché è Padre! Il giusto riconosce a denti stretti il peccatore come figlio, ma non come fratello suo! È quindi il vero peccatore. Bisogna che riconosca l’altro come fratello, identificandosi con lui. Solo così gioisce dell’amore e della festa del Padre per il Figlio suo perduto e ritrovato. Questa pagina esige il passaggio da una religione servile alla libertà dei figli. Siamo amati da Dio non perché noi siamo buoni, ma perché lui è nostro Padre. Accogliendo come fratelli tutti i suoi figli, diventiamo come lui che è misericordia in sé e per tutti. Per questo l’ebreo accetterà il pagano (cf. At 10); Stefano, “martire” di Gesù, perdonerà ai suoi persecutori (At 7,60); Paolo, da fratello maggiore (Fil 3,6), si riconoscerà primo dei peccatori (1Tm 1,15). Sgonfiato dal suo protagonismo di irreprensibile, si farà l’ultimo di tutti, il minimo tra i santi (Ef 3,8), per accogliere tutti (At 28,30). Il c. 15 è un commento a 6,36 (e, implicitamente, a 11,4): descrive il nuovo volto del Padre, come lo vive Gesù, suo vero figlio e nostro sincero fratello. La conversione sarà volgersi a colui che è tutto rivolto a noi, conoscere il suo amore “gentile, cortese e grazioso” (Giuliana di Norwich) per
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tutti i suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Convertirsi al fratello è accettare il Padre. 2. Lettura del testo v. 11: “Un uomo”. È Dio. Egli è insieme padre e madre, legge e amore. Il nemico ce lo fece vedere solo come legge e identificare con la nostra coscienza che ci rimprovera. Per questo Gesù sottolinea le qualità materne “del Padre” (6,36). “aveva due figli”. I “due” figli indicano la totalità degli uomini. Peccatori o giusti, per lui siamo sempre e solo figli. Per questo ha compassione di tutti e non guarda i peccati. Noi non sappiamo che lui ci è Padre e ignoriamo di essere fratelli se non per litigare sull’eredità (cf. 12,13). Lui invece sa che siamo suoi figli nel Figlio. v. 12: “Padre”. Così lo chiama il minore. Non tanto per dei sentimenti positivi, quanto per far valere i propri diritti. Lo conosce come uno che gli deve dare delle cose: sente verso di lui un rapporto soffocante di dipendenza. Difatti, pur vivendo della sua eredità, si allontana da lui perché lo sente come antagonista della sua libertà. È come Adamo! “la parte di sostanze che mi tocca”. Al minore, vivente il padre, spettava il possesso, ma non l’uso e l’usufrutto, di un terzo del patrimonio liquido. Oltre ai soldi, che sono
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strumento, il figlio rivendica l’autonomia, una vita piena, che lasci ovunque i segni della propria gioia. Questo ci spetta, questa è la nostra parte (Sap 2,9)! I desideri profondi del nostro cuore vertono su ciò che Dio ha in proprio e di cui noi abbiamo bisogno. Da qui può nascere l’invidia e l’avversione a Dio come nostro antagonista. “divise per loro la vita (i beni)”. Ma Dio non è antagonista. Concede ai suoi figli tutto quanto ha. Aveva anzi già dato ad Adamo quell’uguaglianza che lui poi volle rapirgli (Gn 1,27; 3,5). Il peccato sta nel rubare ciò che è donato, nel possedere in proprio ciò che non può che essere dall’altro. Dio in realtà darà all’uomo non solo ciò che crede che gli spetti. Gli darà ben di più: la sua stessa vita, facendosi suo servo e schiavo. Per sé ogni dono, per quanto piccolo, è un segno di un’altra realtà: il donarsi del donatore. Le richieste che i due figli fanno al Padre (sostanze e capretti), sono sempre piccole e meschine rispetto al dono che egli vuole fare: se stesso. v. 13: “non molti giorni dopo”. È l’ansia di vivere, la fretta di godere! La nostra vita è breve; non c’è rimedio quando uno muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi (Sap 2,1). “raccolto tutto”. Non lascia nulla di ciò che è suo. Si porta via tutto. Manca l’essenziale: l’amore del Padre del quale tutto è dono. Chi si allontana da Dio può ancora vivere dei
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suoi frutti: l’amore, la gioia, la giustizia e la pace. Ma non per tanto. Estinto il capitale, cessano anch’essi. Tramontato il sole, non tarda a venire la notte. L’abbandono del Padre porta presto alla carestia generale. Il nihílismo è l’erede naturale dell’ateismo! “emigrò in paese lontano”. Le prime parole che Adamo rivolse a Dio sono: “Mi sono nascosto” (Gn 3,9s). L’uomo, nella sua fuga, è andato in un paese lontano: lontano dal volto di Dio e dal proprio. Ma lontano da chi, lontano da dove, se Dio è ovunque e nel cuore di ognuno? Appunto lontano da tutto e da sé. L’uomo è ovunque straniero, perché estraneo al suo volto. “là sperperò la sua sostanza”. Il figlio, lontano dal Padre, perde la sua sostanza. Perde se stesso, il suo essere figlio. È un ruscello che si taglia fuori dalla sorgente da cui scaturisce. “vivendo insalvabilmente”. L’uomo, unico animale cosciente di morire, perso il rapporto con la propria fonte, cerca tutte le briciole di vita per soddisfare la propria sete; si vende e si prostituisce ad esse. Ma sono idoli che danno morte. La strategia del piacere tradisce un’angoscia mortale: “Su, godiamo dei beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla sua intemperanza. Lasciamo ovunque i segni
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della nostra gioia, perché questo ci spetta, questa è la nostra parte” (Sap 2,6-9). Tutto questo perché sappiamo che “la nostra vita è breve e triste” (Sap 2,1). Nell’angoscia che tutto è nulla, si riempie inutilmente il vuoto con tutto, che viene mangiato dal nulla. Credere di godere la vita senza Dio, è come voler respirare senza l’aria. v. 14: “dilapidato tutto”. L’uomo spende con ansia tutta la sua vita nella paura della morte. Mediante questa il diavolo, autore della morte (Sap 2,24), lo tiene in schiavitù per tutta la vita (Eb 2,15), fino a quando la sacrifica tutta. “carestia forte per quel paese”. In “quel paese”, lontano da Dio, c’è sempre carestia forte. Il piacere soddisfatto alimenta il bisogno, l’ansia di vita si nutre di paura della morte. L’appetito vien mangiando. Quando c’è fame grande, allora inizia la carestia, forte e generalizzata. Si estende su tutto “quel paese”, che, lontano da Dio, resta solo e sempre bisognoso di vita. “cominciò a essere nel bisogno”. Al di là di ogni falso pudore, ciò che avvicina a Dio è il bisogno. Egli non è il tappa-buchi dei nostri bisogni. Però l’uomo stesso è bisogno di Dio. Solo lui è in grado di colmare quell’abisso che egli è. Fatto da lui, solo in lui è se stesso. “Essere nel bisogno” in greco (hystereîsthai) per sé significa: essere dopo, essere secondo. Alla pretesa iniziale di autosufficienza, si contrappone una situazione di fatto. In realtà Dio è primo, e
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l’uomo è secondo: viene da lui, e realizza se stesso ritornando a lui. v. 15: “andò a incollarsi”. Chi emigra da Dio, sua vera casa, va a “incollarsi” a un estraneo al quale cede la propria libertà. Chi aveva sofferto della vicinanza del Padre, va a servire padroni stranieri. Respinto Dio, che lascia liberi anche quando si sbaglia, si serve necessariamente l’idolo. L’uomo non è ateo: è idolatra. Anche quando non lo sa. È infatti sempre in potere di ciò che si pro-pone: diventa l’oggetto del suo desiderio, davanti a cui sta. L’idolo lo assimila a sé (Sal 115,8), sostituendosi a colui che già prima l’aveva fatto simile a sé (Gn 1,27). “lo mandò”. Chi s’allontana dal Padre diventa triste emissario dell’idolo, che lo incarica di nutrire i suoi abomini. Diventa schiavo e venduto al peccato, che aderisce a lui come lui vi ha aderito (cf. Rm 7,14ss). “pascere i porci”. Per il giudeo è l’abominio: nutrire e far crescere ciò che è immondo. Chi si allontana da Dio, fa crescere in sé la sua dissomiglianza da lui e nutre la propria inidentità con se stesso. v. 16: “desiderava saziarsi”. Gesù aveva detto: “Beati gli affamati ora: sarete saziati” (6,21). Per essere saziati, bisogna prima riconoscere di che cosa si ha fame. Il vero cibo che
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sazia lo si distingue dagli altri perché non saziano (cf. Am 8,11s). “nessuno gliene dava”. L’uomo vorrebbe nutrirsi di ciò che soddisfa i porci. Ma una mano invisibile glielo impedisce, perché la sua sazietà è solo presso il Padre. L’impossibilità di vivere di questo cibo indica la nobiltà dell’uomo: resta sempre almeno “nostalgia” di Dio. v. 17: “venuto in se stesso”. Prima era fuori di sé, alienato nei suoi desideri che, invece di salvarlo, l’avevano ridotto a fame. Ora non si pente. Semplicemente rinsavisce. Constata che la realtà non era come pensava. È una conversione a sé, più che al Padre: intuisce il vero proprio interesse. La fame gli fa capire che s’è sbagliato nel valutare le cose. È l’inizio di un cammino. “Quando gli israeliti hanno bisogno di mangiare carrube, è la volta che si convertono”, dice un antico proverbio ebraico. “salariati di mio padre”. Lo considera e lo chiama padre, anche se non considera sé come figlio. Instaura il paragone con i salariati. Istintivamente pensa che l’alternativa sia diventare come il fratello maggiore! In lui gioca sempre la falsa immagine del Padre. “sovrabbondano di pane/di carestia perisco”. Vede la differenza tra quanto c’è “qui” e quanto c’è “nella casa del Padre”. È lo scarto tra realtà e desiderio, tra fame e sazietà.
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Dopo una prima fase di rigetto del Padre, in cui l’uomo sperimenta la propria emancipazione (l’umanesimo ateo!), ci si accorge poi che in realtà l’ateismo è schiavitù dell’idolatria. Ma gli idoli non appagano: sono troppo piccoli e stupidi per bastare all’uomo. L’uomo che ha abbandonato Dio, ne sente il vuoto assoluto: è il suo posto lasciato vacante. L’alternativa a Dio non è l’ateismo, ma l’angoscia del nihilismo. Penso che oggi il nulla - la vuotezza del peccato assaporato fino alla vertigine - sia il normale pedagogo a Cristo (Gal 3,24). La fame grande è la disumanità dell’uomo, la carestia di essere, che induce a cercare la fonte della vita. Dietro tanta angoscia moderna - chi non la sente? - c’è il crollare dei falsi valori. Dentro di noi c’è una misteriosa arca, davanti a cui ogni idolo si infrange, come Dagon. Dal suo rompersi dovremmo trarre non disperazione, ma argomento di speranza: cade perché è davanti alla Presenza (cf. 1Sam 5,1ss). v. 18 “Sorgerò e andrò verso mio padre”. Il desiderio del Padre, termine del cammino, è principio del mettersi in moto. È tenera la pervicacia con cui questo disgraziato continua a considerarlo “Padre” (cinque volte). Al di là di tutto, resta sempre tale. Possiamo rinnegare il nostro essere figli, ma non il suo esserci Padre, al quale non può mai rinunciare. Per questo possiamo comunque tornare a casa sua, per quanto lontani ne siamo andati. Il desiderio di questo ritorno rimane sempre, come il bisogno dell’acqua per il pesce. Ciò che ci ha allontanati da lui, è in realtà la voglia di essere come lui. L’errore fu ignorare che ciò è dono suo, non rapina nostra.
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La nostalgia del Padre è essenziale all’uomo, che è sempre figlio. Nostalgia significa: dolore del ritorno. È un dolore che conosce e indica la strada per trovare la pace, e cresce in proporzione alla lontananza. “peccai”. Peccare in ebraico significa fallire il bersaglio. Il figlio, freccia in mano al Padre, sente di essere fallito come tale. Ma non si sente fallito anche chi ha scagliato la freccia? “verso il cielo e al tuo cospetto”. Il cielo è Dio. Il cospetto del Padre è il suo volto, che il figlio ancora ignora. Se smette di fuggire e si gira verso di lui, si accorge del sorriso col quale da sempre lui lo ha guardato. v. 19: “non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” . Essere figlio non è questione di dignità o di merito. È un dato di fatto. Scaturisce dalla paternità, per cui siamo ciò che siamo. Il padre può essere libero nel mettere al mondo il figlio. Ma nell’essere figlio non c’è libertà; non si sceglie né di nascere né da chi. Però anche il padre, una volta che il figlio c’è, ha un legame necessario con lui. Il figlio non ha ancora capito che il Padre è amore necessario e gratuito. Pensa, non avendola meritata, di rinunciare alla sua paternità. Ma la vita non è oggetto di merito: potrebbe essere pagata solo con la vita! Sarebbe allora morte. Il minore, nel suo senso di indegnità, ha una crisi che lo può portare ancora più lontano dal Padre: finirebbe per diventare come il maggiore.
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Il male vero del peccatore non è il suo peccato, ma il suo guardare se stesso. Questo lo fa cadere nella tentazione di voler essere degno dell’amore di Dio. Così, pur essendo peccatore, consuma il sottile peccato del giusto e giunge all’essenza del Peccato: il rifiuto di Dio come amore gratuito. Chi guarda a sé vede il proprio fallimento. Ma chi guarda a lui scopre la propria essenza sempre intatta di figlio, che è il suo essergli Padre. Il figlio “venuto in se stesso”, costata che è servo del peccato; quando “andrà al padre” vedrà di essergli figlio. La conversione non è diventare “degni”, o almeno “migliori” o “passabili”, per meritare la grazia di Dio: l’amore meritato è meretricio. La conversione è accettare Dio come un padre che ama gratuitamente. “fa’ me come uno dei tuoi salariati”. È il peccato del fratello maggiore, presente anche nel minore. Tutt’al più si rammarica di non riuscire a farlo! Chi conosce il proprio peccato, non deve fermarsi ad esso, ma alzarsi e andare al Padre. A lui non piace più che tanto che ci dispiacciamo troppo di noi. Il disgusto di noi serve come molla per uscire da noi stessi. Il nemico invece ne vuoi fare una tagliola che ci trattiene preda di noi stessi. v. 20: “E, sorto, venne da suo padre”. È importante sorgere dalla propria coscienza infelice e dai propri sensi di colpa per camminare verso il Padre. Anche se il cammino, dal principio alla fine, è ancora tutto occupato dal proprio io. Fino a
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quando il figlio pensa alla “sua” fame e alla “sua” infamia, al “suo” peccato e alla “sua” indegnità, la sua aspirazione è quella di diventare un salariato. Il figlio, che pensava che il padre fosse padrone, volle essere come lui: padrone di se stesso. Poi si mise a padrone, incollandosi a chi gli fece pascolare i suoi porci. Padrone fallito di sé, cerca ancora un padre che gli faccia da padrone. L’immagine di un Dio cattivo è una menzogna esiziale. Non lascia altra alternativa che la ribellione che fa morire o il servilismo che uccide. Scompare solo nell’incontro con la tenerezza materna del Padre - come l’incubo cessa al risveglio, come la tenebra si dissolve alla prima luce. “mentre ancora distava lontano, lo vide il padre”. Per quanto lontano, il Padre lo vede sempre. Anzi, la vicinanza al cuore è proporzionale alla distanza. Nessuna oscurità e tenebra può sottrarlo alla sua vista (Sal 139,11s). A causa del suo affetto, antico come lui, Dio è presbite: vede meglio il figlio più lontano. Il privilegio dei lontani e la missione di Gesù a loro si radica nel cuore stesso del Padre. L’occhio è l’organo del cuore: gli porta l’oggetto del suo desiderio e lo porta verso di esso. “Vedere e commuoversi” sono anche le due azioni attribuite al samaritano (10,33; cf. 71.13). “si commosse”. La vista è sempre connessa a un sentimento: ira (Mc 3,5) o commozione (7,13; cf. 10,33), o addirittura
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pianto (19,41). Vedendo il male del figlio, al Padre si conturbano le viscere. In lui non c’è spazio per l’odio o per l’ira, perché è Dio e non uomo (cf. Os 11,8s). Giona 3,9 dice che Dio “si converte” al vedere il pentimento di Ninive, l’inconvertibile. In realtà egli è sempre convertito verso l’uomo. Aspetta solo che noi ci volgiamo a lui, per farci vedere che il suo volto è da sempre verso di noi. “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27,10). Anche se una donna può dimenticarsi del suo bambino, “così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere”, il Signore non può dimenticarsi dell’uomo, suo figlio (Is 49,15). La commozione indica l’aspetto materno della paternità di Dio: il suo è un amore uterino e necessario, che lo rende vulnerabile e sempre disponibile. La commozione è l’esatto contrario dell’impassibilità o durezza di cuore: è la qualità fondamentale di quel Dio che è misericordia (cf. 6,36). Tutte le Scritture, la legge di Mosè, i profeti e i salmi, narrano la sua passione per l’uomo (24,26s.44ss). La paternità di Dio per sé viene dopo la sua maternità. Per questa siamo generati e amati senza condizioni, da sempre e per sempre accolti. È la condizione per cui noi possiamo rispondere con amore libero e filiale. Se la paternità sottolinea l’aspetto libero dell’amore di Dio, la maternità ne sottolinea quello necessario, che fonda la nostra libertà. Lo sguardo di Dio verso il peccatore è tenero e benevolo come quello di una madre verso il figlio malato.
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“Corso”. Quando l’uomo smette di fuggire, s’accorge che colui dal quale scappa per paura, gli corre dietro perché gli vuole bene. È stata lunga la corsa di Dio verso l’uomo. E non finirà fino a quando non avrà raggiunto l’ultimo. “cadde sul suo collo”. Esaù, il fratello al quale fu rubata la primogenitura, cadde sul collo di Israele, contro ogni sua aspettativa (Gn 33,4). L’incontro dei due fratelli, a lungo divisi e in lotta, è figura dell’incontro tra i suoi figli. Lui stesso lo anticipa. Anche Giuseppe, venduto come schiavo dai fratelli, si getta sul collo di Israele (Gn 46,29). “lo baciò”. Il bacio del Padre della vita è il suo amore di Padre per il Figlio. Per questo l’uomo sospira: “mi baci con i baci della sua bocca” (cf. Ct 1,2). Tutti gli altri doni sono contenuti in questo bacio, che è lo Spirito santo, la vita comune del Padre e del Figlio donata al peccatore. v. 21: “Ora disse il figlio a lui: Padre”. Il figlio non osa chiamarlo “mio” (cf. invece vv. 18b.20). Rimane comunque la certezza della sua paternità, e il desiderio di appartenenza. Ma è ancora concentrato sul proprio peccato. Non si accorge del suo sguardo, del suo commuoversi, del suo muoversi precipitoso, del suo cadergli sul collo, del suo bacio!? Tale cecità, che sembra impossibile, è il suo inferno, che lo chiude in sé. Non basta che il Padre gli manifesti il suo amore. Occorre che questo rifaccia nuovo il figlio.
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v. 22: “Ora il padre disse ai suoi servi: Presto”. Il Padre ha fretta. Sa quanto nuoce al figlio la sua idea di tornare servo. Vuoi distruggere subito in lui la menzogna che lo uccide. Per questo lo interrompe e non gli permette di esprimere il suo proposito servile. È stanco di avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna gli sia figlio. Ne ha d’avanzo di un figlio maggiore in casa! Il senso d’indegnità serve per capire che l’invito al banchetto è un dono. Guai a sprofondarci dentro. Il peccato deve essere il luogo da cui si glorifica la sua misericordia (cf. Rm 5,20), come la profondità della valle indica l’altezza della cima. Diversamente è l’inferno! “portate fuori una veste, la prima”. S’intende quella veste che è la “prima” in ordine di tempo e di dignità. È l’immagine e la somiglianza di Dio, gloria e bellezza originaria che rivestiva l’uomo (Gn 1,27). Persa questa per il peccato, egli rimase nudo. Il Padre, nella sua condiscendenza, gli fece tuniche di pelli di animali (Gn 3,21), in attesa di dargli una veste spirituale. La nostra “prima” veste di gloria, è il suo stesso esserci Padre, che ci costituisce suoi figli. Essa non può mai essere distrutta: è la nostra essenza di figli, che resta sempre con lui nel Figlio. La sua paternità rimane anche nel naufragare della nostra filialità. È sempre pronta per noi quando torniamo a lui.

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“vestitelo”. Questa veste è Cristo stesso, l’uomo nuovo di cui siamo rivestiti (Gal 3,27; cf. Ef 4,24; Col 3,9s). Quelli che sono ritornati al Padre, sentendosi amati da lui, santi e diletti nel Figlio, come lui sono rivestiti di misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, sapienza e amore reciproco (Col 3,12s). È la nuova veste di chi è rigenerato dal battesimo: ci fa e ci rivela figli. “un anello”. Al peccatore, in quanto figlio, spetta molto di più di quanto credeva. Solo ora lo sa. L’anello con il sigillo gli conferisce il dominio su tutto (cf. Gn 1,28). Per dono d’amore il figlio è tutto ciò che è il Padre stesso: “tutto mi è stato dato dal Padre mio” (10,22). “sandali ai piedi”. Lo schiavo non porta sandali. Ma i suoi piedi hanno ormai già troppo camminato in terra straniera, conoscendo la nudità della schiavitù. Ora, libero come il Padre, intraprende quel cammino durante il quale non si gonfia il suo piede e non si logora il suo sandalo (Dt 8,4; 29,4). v. 23: “il vitello, quello di grano, immolatelo”. Il sacrificio grasso (alla lettera “di grano”) immolato, che si “mangia”, “facendo festa” è un’allusione all’eucaristia. È il pane del Regno, che Gesù con-mangia con i peccatori, la sua vita che si fa nostra vita. Egli ci ha liberati dalla morte della Legge facendosi maledizione per noi (Gal 3,13) e inchiodando sulla
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croce la nostra condanna (Col 2,14). Del suo “sacrificio” noi viviamo e banchettiamo. Questo vitello di grano è, secondo i commentatori antichi, l’Agnello immolato per quell’amore che è prima della fondazione del mondo (Gv 17,24). Tutti i sentimenti del Padre (vide, si commosse, corse, cadde sul collo, baciò) e i suoi doni, (la prima veste, l’anello, i sandali) confluiscono nel mangiare e far festa con il sacrificio del vitello di grano. “mangiando, facciamo festa”. È quanto fa con i peccatori Gesù (v. 1), che disse ai suoi discepoli: “con desiderio ho desiderato mangiare con voi questa pasqua” (22,15). Brama che noi possiamo mangiare di lui, per vivere di lui, nello stesso amore del Padre. È il desiderio stesso del Padre. L’invito iniziale a “con-gioire” non resta un semplice sentimento: diventa un vivere insieme festoso, che si esprime nell’atto di mangiare. È la festa dell’eucaristia, la gioia del Padre nel trovare Gesù, il Figlio perduto per noi. Con lui anche il più lontano, che è il più caro, è nella casa del Padre. Per lui, perduto nella morte e ritornato alla luce, il Padre gioisce pienamente. In lui, nel quale tutto è stato fatto, tutto ormai è ricapitolato. v. 24: “Perché costui, il figlio mio, era morto e rivive”. Il peccatore è chiamato: “il figlio mio”. Questa parola è creatrice: ci proclama e ci fa figli, come Gesù nel battesimo (3,22) e nella trasfigurazione (9,35). Il suo amore è tale che
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non solo siamo chiamati, ma siamo in realtà suoi figli (1Gv 3,1). “era perduto e fu ritrovato”. Riecheggia le scene della pecora e della dracma perduta, che puntano su questa del Figlio. “E cominciarono a far festa”. Non si dice: “fecero festa”, ma “cominciarono a far festa”. È l’inizio di ciò che sarà senza fine. v. 25: “il maggiore”. Il maggiore è Israele, il primogenito di Dio, figura di ogni giusto. Qui comincia l’apice della parabola: l’incontro con chi deve essere ancora ritrovato. Per lui tornare al Padre significa partecipare alla sua festa per il fratello. “in campagna”. Non è ancora nella casa del Padre. Sta lavorando sodo, per vivere secondo il comando di Dio (Gn 3,19). “s’avvicinò alla casa”. Questa casa, dove abita il peccatore perdonato, è Dio stesso che gioisce e fa festa per il Figlio. “sinfonie e danze”. Insieme al banchetto e al far festa costituiscono l’immaginario per descrivere il paradiso. Questa vita gioiosa indica la differenza tra la vita del servo in campagna e quella del figlio in casa. Qui c’è l’armonia
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dell’amore reciproco e la danza del Padre e del Figlio nell’unico Spirito (10,21). Si chiama sinfonia perché è una musica interiore, danza perché è un movimento d’amore. v. 26: “s’informava”. Il giusto non sa nulla della gioia di Dio. Neppure la sospetta. Anzi, gli è sospetta. Al sentire la musica e le danze, come Giona “provò grande dispiacere e ne fu indispettito” (Gio 4,1). v. 27: “Tuo fratello”. Come i profeti di Israele, così “uno dei figli-servi” (si chiama forse Giona?), illustra il nocciolo della questione a chi vuol servire Dio: bisogna accogliere il “fratello tuo”. Solo così riconosci la sua paternità e partecipi alla sua festa. v. 28: “si adirò”. L’ira è la reazione impotente davanti a una minaccia. L’atteggiamento del Padre è vissuto come morte di tutta la sua vita servile. Crolla il fondamento della sua esistenza, la sua persuasione profonda. Ma che Dio è questo? Neanche lui è giusto! Giona si contristò mortalmente alla prospettiva di un Dio simile, concludendo che è meglio morire che vivere se è così (Gio 4,18.9). Quest’ira è il contrario della compassione che ha il Padre. Secondo l’occhio buono o cattivo, la stessa realtà è percepita come minaccia mortale o tenerezza infinita. “non voleva entrare”. L’imperfetto indica un’azione persistente. L’ostinazione del giusto è dura, come quella di
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Giona. Se la pietà di Dio raggiunge anche gli animali, la sua non raggiunge neanche i fratelli. Non entra nella gioia di Dio. La porta del banchetto è stretta (13,24), ma solo per lui. Attraverso la porta della misericordia i peccatori passano tutti, ma dei giusti nessuno, perché non lo vogliono. “suo Padre, uscito, lo consolava”. Dio consolò Israele mediante i profeti, fino al Battista che “consolava ed evangelizzava” (3,18), chiamando alla conversione. La consolazione del giusto consiste nel convertirsi alla gioia di Dio che ritrova i peccatori. Egli è Padre e ama tutti: ora con il Figlio è uscito lui stesso per invitare tutti. v. 29: “disse al padre”. Il cronista lo chiama così. Il figlio maggiore mai! Questo è il dolore del Padre e il peccato del figlio. Ma egli non cessa mai di essere padre, neanche per il giusto! Infatti, come prima non rimproverò il minore, ma gli corse incontro per abbracciarlo, così ora esce senz’altro a consolare anche il maggiore. “da così tanti anni ti sono schiavo”. Essere schiavi invece che figli è il male di tutti gli uomini, peccatori o giusti. La sola differenza è che il peccatore si ribella e se ne va; il giusto rimane a servizio in casa e dà fastidio al Padre. “non trasgredii mai un tuo ordine”. È puntuale a osservare tutti i 613 precetti. Come Paolo, è “irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3,6). È
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come la pecora smarrita che va errando, che non ha mai dimenticato nessuno dei suoi precetti (Sal 119,176). “un capretto”. Ha sostituito il dovere alla gioia, il lavoro alla festa. Però ogni dovere ha un diritto, ogni lavoro merita un compenso! Dio non ha detto di dare la giusta mercede al mercenario: “il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo” (Lv 19,13)? Ma lui ha lo svantaggio di essere figlio. Non ha capito che il Padre non ricompensa secondo i meriti. Non c’è il capretto, perché c’è di più: il vitello di grano! Il sacrificio del capretto serviva per far memoria della liberazione degli schiavi in Egitto. Ma ora la festa dei figli è un’altra: vivere del vitello di grano sacrificato per noi. v. 30: “il figlio tuo”. Il maggiore riconosce al peccatore il titolo di figlio. Già l’AT, dal principio (Es 33,19; 34,6) alla fine (Gio 4,1ss), rivela un volto di Dio che è grazia e misericordia. Egli non gode della rovina del peccatore, ma vuole che si converta e viva (Ez 18,23). Il peccato del giusto è quello di non accettarlo come fratello suo pur riconoscendolo come figlio del Padre. Quindi rifiuta il Padre e proprio perché gli è padre! “divorò la tua vita”. Il peccatore sperpera la vita che il Padre gli ha donata. Anche il Figlio, che ha ricevuto tutto dal Padre, spende tutto per i fratelli perduti. Egli è morto soprattutto a causa del “meretricio del giusto”.
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“con le meretrici”. Ogni uomo dissipò la propria vita di figlio, prostituendosi al suo idolo. Il Figlio morì per la falsa immagine di Dio, comune tanto agli atei quanto ai religiosi. “immolasti per lui il vitello di grano”. È nominato per la terza volta il sacrificio del Padre. È l’offerta di suo Figlio, per tutti i fratelli: il dono del Calvario, il banchetto eucaristico al quale anche i giusti sono invitati in quanto si riconoscono peccatori (23,41). v. 31: “Figlio”. Il Padre gli ricorda che lui lo ha generato (in greco: téknon + genito”). Lo consola, mostrandogli che necessariamente lo ama, perché frutto delle sue viscere. La sua figliolanza, anche se rinnegata, rimane sempre presso di lui che lo genera. “tu sei sempre con me”. Il tempo è al presente: il figlio è sempre presso il Padre. Anche il giusto. Nessun figlio ha mai cessato di essergli vicino! “tutte le cose mie, tue sono”. Il figlio è per dono tutto ciò che è il Padre (cf. 10,21s). E noi lo diventiamo nel suo perdono, che ci inserisce nella sua vita: con-mangiando con lui, viviamo di lui immolato per noi. Questa vita piena nel Figlio è l’eredità di figli che il Padre ci ha riservato.

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v. 32: “bisognava”. Questa parola è sempre in connessione con la morte del Signore: indica il disegno di Dio rivelato nelle Scritture. “Bisognava” proprio che il Figlio morisse per noi, per capire che Dio è sempre con noi, e ci dona tutto, anche la vita. “far festa e rallegrarsi”. Si partecipa a questa festa rallegrandosi della gioia del Padre per il fratello. Qui mostriamo di aver conosciuto il Padre. “perché il fratello tuo ecc.”. Il compimento delle Scritture si celebra nell’eucaristia, la festa del Padre per colui che non si vergognò di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Egli si è perduto fino alla morte per trovare noi e ricondurci alla vita. Siamo tutti invitati, per diventare suoi figli, vivendo del Figlio. Nessuno manchi, neanche il giusto. Finché manca uno, manca colui che si è fatto ultimo di tutti. Allora sarà festa, gioia, sinfonia e danza: sarà il ritorno di tutta la creazione al Padre nel Figlio, nel quale e per il quale tutto è stato fatto (Col 1,16s). “Quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28). Allora “sarà la fine, quando egli consegnerà il Regno a Dio Padre” (1Cor 15,24). Tutti i figli, anche Israele, il primogenito, con-mangeranno con Gesù e riconosceranno il Padre in tutti i fratelli (Rm 11,15).
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Allora Dio sarà uno: “il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome” (Zc 14,9). E sarà la festa senza fine, perché questa è la vita eterna: conoscere te, Padre, come l’unico vero Dio, nel nostro fratello perduto e ritrovato, Gesù, il Figlio tuo morto e risorto per noi (cf. Gv 17,3). Chi legge questa parabola corre il pericolo di chiudersi nella tristezza: si riconosce col peccato del minore e in più con quello del maggiore. Dobbiamo invece guardare nel cuore del Padre che sempre fa festa per il Primogenito, perduto per noi e ritrovato. Questa è la salvezza nostra: la gioia piena di Dio! 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che accoglie tutti i peccatori e mangia con loro. c. Chiedo ciò che voglio: gioire con lui che ha trovato la pecora smarrita. d. Traendone frutto, guardo, ascolto, osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili

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Sal 103; Lc 7,36-51; 14,1-6; 18,9-14; 19,1-10; Giona; Galati.

95. CHE FARÒ? (16,1-9) Ora diceva anche ai discepoli: C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e costui gli fu accusato come uno che dilapidava ciò che apparteneva a lui. 2 E, chiamatolo, gli disse: Che è questo che odo di te? Rendi conto della tua amministrazione: non puoi infatti amministrare oltre. 3 Ora disse tra sé l’amministratore: Che farò, che il mio Signore mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno! 4 Ora so che farò perché quando sarò trasferito dall’amministrazione
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mi accolgano nelle loro case. 5 E, chiamato a sé ciascuno dei debitori del suo Signore, diceva al primo: Quanto devi al mio Signore? 6 Egli disse: Cento barili d’olio. Ed egli gli disse: Accogli le tue scritture e, seduto, scrivi veloce: cinquanta. 7 Poi a un altro disse E tu quanto devi? Egli disse: Cento misure di frumento. Egli disse: Accogli le tue scritture e scrivi: ottanta. 8 Ed elogiò il Signore l’amministratore dell’ingiustizia, perché sapientemente aveva fatto. Perché i figli di questo secolo sono più saggi dei figli della luce verso la loro generazione. 9 E a voi dico: Fatevi amici col Mammona dell’ingiustizia; perché, quando cessi,
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vi accolgano nelle tende eterne. 1. Messaggio nel contesto La parabola del c. 15 dice quanto fa per noi colui che è benevolo con tutti i disgraziati e i cattivi (6,35). Questa risponde alla domanda: “che fare” noi, chiamati a diventare come lui (6,36)? La risposta è implicita nei due termini usati per indicare Dio e l’uomo, chiamati rispettivamente il Signore (4 volte) e l’amministratore (7 volte). Ma l’uomo è un amministratore ingiusto, perché si è fatto padrone di ciò che non è suo. Però ora conosce Dio: sa che tutto dona e perdona. Di conseguenza sa “che fare” anche lui: condonare ciò che in fondo non è suo. La scena si svolge ancora a quella mensa dove Gesù conmangia con i peccatori (15,1). Dopo aver rivelato il cuore del Padre ai “giusti” che lo criticano (15,2ss), ora rivela ai discepoli l’uso corretto dei beni del mondo. Il c. 16, incluso tra le parabole dell’uso sapiente (l’amministratore saggio) e l’uso stolto dei beni (il “ricco epulone”), parla dell’amministrazione concreta della propria vita. Toccandone i vari aspetti, le istruzioni si prolungano fino a 17,10, quando Gesù riprende il suo viaggio. Il tema di questa sezione è la vita nuova nello Spirito. Chi conosce il giudizio di Dio in Gesù non è più come il possidente “insipiente”, che sbaglia nel sapere “che fare”
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(12,16ss). Non è neanche come il ricco mangione, che ignora cosa bisognava aver fatto (vv. 19ss). Illuminato dalla sapienza del vangelo, è come l’amministratore fedele e sapiente associato alla gloria del suo Signore (cf. 12,42ss). Il centro del brano è l’elogio dell’amministratore (v. 8), che sfocia nell’esortazione ad agire come lui (v. 9). La parabola ci insegna Che anche i beni materiali vanno gestiti per quel che sono, secondo la loro natura di dono. Luca sa che ciò che abbiamo accumulato è frutto di ingiustizia; non l’abbiamo fatto propriamente per puro amore di Dio e del prossimo! Sa anche che continuiamo a vivere in un mondo che avanza sullo stesso binario. In tale situazione siamo chiamati a vivere con il criterio opposto a quello dell’egoismo. Abbiamo capito “che fare”: i beni sono un dono del Padre da condividere tra i fratelli. Questo è il senso dell’anno giubilare, la cui osservanza è condizione per restare nella terra promessa. L’attività di Gesù, che inizia e finisce di sabato (4,16; 23,56) e si svolge nell’arco di sette sabati, è descritta da Luca come realizzazione dell’anno giubilare. L’ascolto della sua parola ne attualizza “oggi” il compimento (4,21). La comunità cristiana è l’erede legittimo della terra promessa perché continua il sabato senza fine che ha in Gesù il suo principio (cf. At 2,42-48; 4,32-37; Dt 15). Questa parabola sconcerta un poco lettori e commentatori. Sembra oscura. In realtà è chiara: il Signore elogiò l’amministratore sapiente che cominciò a donare, come biasimò la stoltezza del padrone insipiente che continuò ad
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accumulare (12,16ss). Il racconto è probabilmente desunto da un fatto di cronaca: un amministratore, accusato dalla sua avidità eccessiva ormai insostenibile, trova conveniente iniziare un nuovo tipo di rapporto, quello del dono. Gli è necessario per vivere quando sarà finita la sua amministrazione. Tale astuzia di uno dei figli di questo mondo ci svela la vera sapienza che manca ai cosiddetti figli della luce e illustra il tema della misericordia, caro a Luca: a chi perdona, sarà perdonato; a chi dà, sarà dato (6,37s). Sappiamo inoltre che “la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8), perché chi dona al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19,17). Per questo “meglio è praticare l’elemosina che mettere da parte oro” (Tb 12,8). Infatti “salva dalla morte e purifica da ogni peccato” (Tb 12,9). 2. Lettura del testo v. 1: “Ora diceva anche ai discepoli”. L’istruzione, prima diretta agli scribi e ai farisei, ora si rivolge ai discepoli. “un uomo ricco”. Il Signore è l’unico ricco, al quale appartiene “la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti” (Sal 24,1). La stessa espressione è usata anche per lo stolto possidente (12,16ss), che ha messo l’io al posto di Dio. Questo è il principio della sua stoltezza.
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“amministratore”. Tutti noi siamo semplici amministratori: “Cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). L’amministratore deve agire secondo la volontà del suo padrone. Così anche noi dobbiamo agire secondo la volontà di colui che ci vuole simili a sé, il Padre che tutto ci dona perché condividiamo coi fratelli. Grande è la perversità del possesso: nega la verità dell’uomo come creatura. quella di Dio come creatore, e quella di ogni cosa come dono suo a noi. È ateismo pratico e principio di decreazione, che stacca la vita dalla sua sorgente. “fu accusato”. L’accusatore, che ci accusa davanti al nostro Dio giorno e notte (Ap 12,10), è Satana. Ma anche la Legge ci accusa di peccato, perché non usiamo dei doni secondo la volontà del Padre. “dilapidare”. Come il fratello minore (15,13), ogni uomo è peccatore e dilapida i suoi beni lontano dal Padre. v. 2: “chiamatolo”. La chiamata al rendiconto è la morte, che pone l’uomo davanti a Dio per verificare se è diventato simile a colui del quale è immagine. La vita si può valutare solo dal suo fine. Senza questo sono impossibili la moralità e la libertà.

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“che è questo che odo di te?”. L’accusa ci porta a prendere coscienza del nostro male davanti a chi tutto vede e ascolta. “Rendi conto”. La morte è il rendiconto della vita. All’amministratore, come al fico, Dio accorda del tempo anzi, tutto il tempo, che è l’anno della sua pazienza e fatica! per rimediare alla cattiva gestione (cf. 13,6ss). La presa di coscienza della morte porta a vivere il presente come momento della conversione. L’amministratore sarà lodato perché l’ha compreso. È questo il “momento favorevole”, il giorno per decidersi alla salvezza (2Cor 6,2). “non puoi amministrare oltre”. È la prospettiva di quando sarà passato il tempo presente. Porsi sul letto di morte, e fare ora quello che allora si desidererebbe aver fatto: questo è un buon criterio di scelta. v. 3: “Che farò... ?”. L’uomo è l’unico animale che, come ha coscienza della propria morte, ha la responsabilità personale del proprio fine. Gli altri sono già programmati per la conservazione della specie. Qui si tratta del cosa fare ora alla luce del rendiconto futuro. Tale domanda, già posta al Battista (3,10.12.14) e a Gesù (10,25), sarà posta anche a Pietro (At 2,37; cf. 16,30). È la stessa dell’uomo ricco (12,17), che sbaglia però la risposta. Infatti non si considera da Dio e per Dio. Per questo, mosso dalla paura della morte, si getta in braccio ad essa.
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“il mio Signore mi toglie l’amministrazione”. Minaccia mortale per il ricco possidente, è invece la beatitudine dell’amministratore fedele e sapiente. Infatti il primo fa dipendere la vita da ciò che ha, e considera la venuta del Signore come un ladro (12,39). Il secondo fa dipendere la vita da ciò che dà, e lo attende per essere messo a capo di tutti i suoi averi (12,42ss). “Zappare, non ho forza”. Tranne Dio (cf. 13,8s), nessuno ha la forza per zappare attorno al fico sterile perché porti frutto. Nessun “fratello maggiore”, con il sudore della propria fronte, è in grado di guadagnarsi la salvezza e mangiare il pane del Regno. “mendicare, mi vergogno”. Non posso salvarmi da solo. Ma non posso neanche attendere la salvezza senza far nulla. È una vergogna per il figlio mendicare ghiande. Deve piuttosto tornare a essere figlio. La strada è fare la volontà del Padre. Ora, dopo la parabola della misericordia, questa è chiara. v. 4: “Ora so”. A differenza dell’uomo ricco e insipiente, questo amministratore sa che fare. In realtà noi credenti siamo peccatori come gli altri, e viviamo nello stesso mondo, avendo vissuto allo stesso modo! Però “abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16): abbiamo sperimentato la misericordia del Padre.

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“che farò”. La conoscenza di ciò che il Padre ha fatto con me, è principio della mia azione con i fratelli (cf. 6,27ss): sono chiamato a diventare misericordioso come lui (6,36). Chi non sa che fare è ancora come quelli che mettono in croce Gesù: “non sanno quello che fanno” (23,34). “quando sarò trasferito dall’amministrazione”. L’azione presente procura la salvezza futura, quando la morte ci farà passare dall’amministrazione dei suoi beni alla partecipazione della sua vita. Ogni fare sensato è in prospettiva del futuro. Diversamente, non resta come criterio d’azione che la necessità e il piacere. L’uomo regredisce a livello di bestiolina, fino a non distinguere più la sinistra dalla destra. Tale stoltezza è l’apice del peccato (cf. Mc 7,21s): toglie il discernimento e la capacità di agire con libertà. “mi accolgano”. Essere accolto significa essere amato: è il bisogno fondamentale dell’uomo per vivere. Per questo Dio è accoglienza (= viscere, utero). “nelle loro case”. Sono le case dei debitori ai quali condoniamo: sono i poveri e i piccoli, come Lazzaro (16,19ss). Le loro case sono diventate la casa di Dio, da quando lui, per accogliere tutti, si è fatto il più piccolo di tutti e bisognoso di accoglienza. Diventano nostro rifugio. v. 5: “Quanto devi al mio Signore?”. Il debito non è mai con noi, ma sempre con lui. Tutto è suo!
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v. 6: “cento/scrivi cinquanta”. L’amministratore, dopo il c. 15, sa che il Padre dona e perdona tutto: “è usabile sopra i disgraziati e i cattivi” (6,35). Quindi fa altrettanto, cosciente che con la misura con cui misurerà, gli sarà rimisurato (6,38). Solo il Padre dona tutto e condona cento. Noi siamo in grado di imitarlo secondo la misura di grazia ricevuta. L’importante è entrare in questo circolo di grazia. Questo vale anche dei beni materiali. “veloce”. Non c’è tempo da perdere in quest’azione di misericordia che ci ricongiunge al Padre e ai fratelli. Siamo consapevoli del momento (Rm 13,11): “il tempo ormai s’è fatto breve” (1Cor 7,29), e bisogna accordarsi mentre siamo ancora per via (Mt 5,25). Non c’è altro che il presente per guadagnarsi il futuro. In questo breve tempo si gioca il risultato definitivo. v. 7: “a un altro”. Bisogna praticare questo condono non una sola volta, ma sempre un’altra volta ancora. “cento/scrivi ottanta”. Questa volta il perdono riesce più difficile: condona venti invece che cinquanta! v. 8: “elogiò il Signore”. La parola “elogiare” è rara nel NT: esce solo cinque volte. Qui il Signore elogia l’amministratore disonesto perché dona. La sua disonesto consiste nell’indebita appropriazione precedente, non in quanto fa ora.
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Donando ciò che è dono, mostra di aver capito il cuore del Padre. “l’amministratore dell’ingiustizia”. Qui in terra siamo e restiamo amministratori di ingiustizia, ossia di beni accumulati contro la volontà del Padre che li vuole distribuiti. Luca non si illude che il mondo cambi prima della fine. Ma proprio in questo mondo ingiusto dobbiamo vivere con sapienza evangelica, invertendo la tendenza insipiente all’accumulo in quella del dono. La salvezza non sta tanto nel cambiare realtà - è quella che è! - ma nel viverla col lievito opposto a quello che la rende ingiusta. “Perché i figli di questo secolo, ecc.”. La vita è una lotta tra i figli di questo secolo e i figli della luce. Come quelli sanno discernere il loro interesse, così anche noi dobbiamo discernere la volontà del Padre. v. 9: “Fatevi amici col Mammona dell’ingiustizia”. La parola “Mammona” appare in tutta la Bibbia solo in questo capitolo (vv. 9.11.13) e in Mt 6,24. Indica la proprietà, in denaro o in beni, detto ingiusto perché il possesso e l’accumulo sono contrari alla volontà di Dio. È il patrimonio cattivo che tutti abbiamo. Ora va gestito secondo la sua volontà. Come l’accumulo ci ha fatto nemici di lui e tra di noi, così la ridistribuzione ci rifà amici con lui e tra di noi. L’elemosina nel NT è la nuova giustizia: ci rifà figli e fratelli,
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e introduce la vita di ogni giorno nell’anno sabatico. Invece di purificare il piatto, “date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo” (11,41). “quando cessi”. Quando viene la morte - e non prima! cessa la nostra amministrazione ingiusta. L’importante è utilizzare il presente per arricchire davanti a Dio con l’elemosina, invece che tesorizzare per sé con l’accumulo (12,21). “nelle tende eterne”. Le case del v. 4 sono ora le “tende” senza tempo, la presenza stessa della Gloria tra gli uomini. Attraverso la misericordia, non solo l’uomo torna dall’esilio alla casa del Padre; Dio stesso viene ad abitare in lui e ne fa la sua dimora. Infatti egli diventa “figlio dell’Altissimo” (6,35), come Gesù, in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù a mensa coi peccatori. c. Chiedo ciò che voglio: non impadronirmi dei beni di questo mondo, ma usarli a vantaggio dei fratelli. d. Traendone frutto, medito sulla parabola, immedesimandomi con l’amministratore infedele.
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Ponendomi sul letto di morte, davanti al giudizio di Dio, che uso avrei voluto fare dei “miei” beni? 4. Passi utili Lv 25; Dt 8,7-20; 15; Lc 12,13-21; 16,19-31; 19,1-10; At 2,42-48; 4,32-37.

96. NON POTETE ESSERE SCHIAVI DI DIO E DI MAMMONA (16,10-15)
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Il fedele nel minimo anche nel molto è fedele, e l’ingiusto nel minimo, anche nel molto è ingiusto. 11 Se dunque nell’ingiusto Mammona non diveniste fedeli, la cosa vera chi vi affiderà? 12 E se in ciò che è altrui non diveniste fedeli,
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ciò che è vostro, chi vi darà? 13 Nessun domestico può essere schiavo di due signori: poiché o l’uno odierà e l’altro amerà o terrà davanti l’uno e disprezzerà l’altro. Non potete essere schiavi di Dio e di Mammona. 14 Ora ascoltavano tutte queste cose i farisei, che sono amanti del denaro, e lo sbeffeggiavano. 15 E disse loro: Voi siete quelli che giustificano se stessi al cospetto degli uomini: ma Dio conosce i vostri cuori, poiché ciò che tra gli uomini (è) elevato, (è) abominio al cospetto di Dio. 1. Messaggio nel contesto La parabola precedente ci esortava a passare dall’economia dell’accumulo a quella del dono, per diventare come il Padre (6,36): viviamo nel mondo ma non siamo del mondo (Gv 17,15ss). Questo brano è uno sviluppo soprattutto del v. 9: “fatevi amici coi Mammona dell’ingiustizia”. I vv. 10-12 mostrano come, amministrando debitamente la realtà terrestre (chiamata “il minimo”, “l’ingiusto Mammona”, “ciò che è altrui”), ci
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procuriamo quella celeste (chiamata “il molto”, “la cosa vera”, “ciò che è vostro”). Il v. 13 pone la vera alternativa: o Dio o Mammona. Il fine della vita non può essere che uno solo. I vv. 14-15 parlano del peccato di chi punta sul danaro. È l’abominio della desolazione: l’idolo tiene il posto di Dio. Il centro del brano è il v. 13, che va contro la tentazione di tenere il piede in due scarpe. Mentre i vv. 10-12 dicono di non demonizzare i beni, e i vv. 14-15 di non assolutizzarli, il v. 13 ricorda che Dio è l’unico Signore e deve esserlo in realtà. La parola ricorrente, soprattutto nei primi versetti, è “fedele/affidare”, che ha la stessa radice di “fede”. La fede in Dio si gioca nella fedeltà in ciò che egli ci ha affidato. C’è una falsa astuzia che fa porre la fiducia, invece che nel Creatore, nelle creature. È una perversione che fa dei mezzi il fine, e ci riduce a servire ad essi invece di servircene. Questa falsa astuzia fa ritenere il benessere e il progresso materiale come fine dell’uomo e del suo vivere sociale. Ma è una vista miope, che non tiene conto della verità, porta a operare l’ingiustizia e a sacrificare il vero bene dell’uomo, compreso quello materiale. La vera astuzia è di chi sa che tutto ciò che c’è è dono di Dio, ed è un mezzo per entrare in comunione con il Padre e con i fratelli. Per questo vive in rendimento di grazie e in spirito di condivisione. I beni, che l’uomo stima di tanto valore, sono una cosa minima rispetto al vero bene. D’altra parte sono necessari per conseguirlo: il nostro futuro si decide qui e ora nell’uso
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corretto che ne facciamo. In questo, più che nei pii sentimenti, si esprime la nostra fedeltà a Dio. Il fallimento dell’uomo consiste nell’amare ciò che non è l’oggetto del suo cuore. 2. Lettura del testo v. 10: “fedele nel minimo”. Tutti i beni del mondo, per quanto valore abbiano, sono in realtà una cosa “minima”; come un anello di fidanzamento rispetto al fidanzato. Tuttavia la nostra beatitudine infinita dipende dalla fedeltà con cui li amministriamo. Infatti l’amministratore fedele e saggio sarà messo a capo di tutti i beni del suo Signore (12,42ss), mentre il possidente vorace e stolto scava un abisso invalicabile tra sé e la felicità (v. 26). La fedeltà nel minimo consiste nell’“amministrare” i beni come “mezzi” per “condividere” coi fratelli; l’infedeltà invece nel “possederli” come “fine”, e “accumularli” per dividersi da loro. Questa fedeltà nel minimo non consacra l’ingiustizia del mondo, punteggiandola con qualche briciola di assistenziatismo. È un’inversione di tendenza: un criterio radicalmente opposto, paziente e storico, di gestire la vita. Luca non sottovaluta o squalifica i beni come cattivi. Li considera invece nella loro natura di dono del Padre ai figli, e tale vuole che tornino ad essere. Seppur chiamati minimi, in essi si gioca il massimo dei valori.
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“nel molto è fedele”. Il “molto” è la vita di Dio, la sua paternità che viviamo nella fraternità concreta. Condividere le cose minime è il seme del Regno, che germoglia nel grande albero. “l’ingiusto nel minimo, anche nel molto è ingiusto”. Ingiusto è il contrario di fedele. Fedele è chi si fida del Signore e compie la sua volontà. Ingiusto chi, non fidandosi di lui, non compie la sua volontà. Si ribadisce in negativo ciò che è detto positivamente nella prima parte del versetto: come la conformità a Dio, così la difformità da lui si realizza nelle cose spicciole. Il molto si vive tutto nel minimo! v. 11: “nell’ingiusto Mammona”. (cf. v. 9: Mammona d’ingiustizia). Mammona significa patrimonio, beni, danaro. È chiamato ingiusto perché frutto di quell’accumulo che è contro la volontà del Padre. L’ingiusto Mammona c’è di fatto. Non bisogna far finta che non ci sia, o fare come se non ci fosse. Il problema è: che fare, o meglio, che farne? “non diveniste fedeli”. È la risposta! Da infedeli, che l’hanno stoltamente accumulato, siamo chiamati a diventare fedeli, donandolo secondo la sapienza del vangelo. È un cammino progressivo, che sfocia nel gesto di Zaccheo. Ciò che è frutto e causa di ingiustizia nell’accumulo, diventa strumento di fedeltà nel dono.

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“la cosa vera”. L’ingiusto Mammona è un falso bene: non fa arricchire davanti a Dio (12,21). È un tesoro che la vita usura passando, e la morte ruba venendo. La morte, oltre che il ladro che ce lo ruba, è il tarlo che lo corrode per tutta la vita (cf. 12,33). Di questo falso bene “non se ne riempie la mano il mietitore, né il grembo chi raccoglie covoni”: è “come l’erba dei tetti” che “prima che sia staccata, dissecca” (Sal 129,6s). La “cosa vera” è il vero tesoro, inesauribile, misterioso nei cieli (cf. 12,33). È la nostra vita, ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). È il nostro vero nome di figli: il nostro essere come il Padre, che ci viene donato nella misura in cui, invece di accumulare, siamo in grado di dare: “date, e sarà dato a voi: una misura bella, pigiata, scossa, sovrastraripante daranno nel grembo vostro. Poiché, con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi” (6,38). v. 12: “ciò che è altrui”. Niente di ciò che abbiamo è nostro. Noi siamo semplici amministratori. Sbaglia chi si considera padrone. “ciò che è vostro, chi vi darà?”. È interessante notare come ciò che ci appartiene già nel presente (“ciò che è nostro”), è insieme anche un dono, e per di più futuro (“chi vi darà”). Ciò che ora non è nostro, ci serve per conseguire ciò che è più nostro, ed è il dono del Padre: la nostra stessa identità di suoi figli. Il presente è tutto aperto sul futuro. I due stanno tra di loro come semina e raccolto, lavoro e frutto.
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v. 13: “domestico”. L’uomo non è mai padrone: è sempre un “domestico”, in casa di un altro. Ha bisogno di essere accolto e ospitato, e non trova sé se non presso l’altro. Infatti ha il suo centro fuori di sé, in ciò verso cui lo porta il peso del suo desiderio. Fatto per amare, la sua natura è diventare ciò che ama. “due signori”. L’uomo è conteso tra due signorie. Sono incompatibili tra di loro come morte e vita, egoismo e amore, possesso e dono, schiavitù e libertà. L’una è il regno delle tenebre (22,53), del forte che ha tutto in suo potere (4,6), e domina mediante la bramosia di ricchezze, di potere e di gloria. L’altra è il regno dei figli della luce (v. 8), il regno del più forte che vince il forte (11,22), e si mette a servizio dell’uomo nella povertà, nell’umiliazione e nell’umiltà. “odierà/amerà”. L’amore per il Signore è odio per il possesso, che nega il Signore L’amore per il possesso è odio per il Signore, che si è fatto povero. Egli vuole essere amato di amore unico e totale (10,27). Ogni altro amore non è solo prostituzione: è infedeltà e adulterio (cf. Ez 16,31s): “Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?” (Gc 4,4). “terrà davanti/disprezzerà”. L’uomo diventa ciò dinanzi a cui sta: ne rispecchia l’immagine. Per questo tiene davanti ciò che ama, per diventare uno con esso; e allontana dagli occhi ciò che disprezza, per non esserne assimilato. Ciò che gli sta
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davanti è il suo fine, che lo conforma a sé. La perversione di Mammona è quella di diventare fine dell’uomo, suo idolo che lo rende simile e sé (cf. Sal 115,4-8). Questo è il suo fallimento (= peccato), perché è fatto per amare Dio, suo principio. È adulterio, che adultera la sua essenza di uomo. “non potete essere schiavi di Dio e di Mammona”. È la vera alternativa, il bivio al quale non si possono seguire due vie. Luca colpisce qui il tentativo di conciliare l’inconciliabile. Schiavo è colui che appartiene a un altro. L’appartenenza per amore a Dio è il livello più alto di libertà. L’appartenenza a Mammona per egoismo è la schiavitù totale. Colui che servi, diventa il tuo dio. Ma di Dio ce n’è uno solo. È facile tentare ingenuamente di servire insieme Dio e Mammona, ponendoli su due piani diversi. I beni sono mezzi “necessari” per vivere... quindi se ne fa un fine, almeno intermedio! Ma i beni non sono innanzitutto dei mezzi “necessari per vivere” di fatto si può e si deve morire! Servono invece per vivere sensatamente, cioè secondo il fine, che è quello di amare il Padre amando i fratelli. Accumulando oggi l’aria di domani, non respiro meglio: muoio in anticipo, e soffocato! Nel tentativo di garantire il dominio sul futuro, i mezzi oggi sono diventati così complessi e sofisticati che l’uomo vi si smarrisce. Non ha più la capacità di controllarli. Rischia di esserne dominato e sacrificare loro la propria vita. È un inganno diabolico! Giova qui rileggere ciò che s. Ignazio pone come “Principio e Fondamento” degli Esercizi Spirituali: “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio
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nostro Signore e per salvare, in questo modo, la propria anima. Le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da qui segue che l’uomo deve servirsene, tanto quanto l’aiutano a conseguire il fine per cui è stato creato e tanto deve liberarsene quanto glielo impediscono. Per questa ragione è necessario rendersi indifferenti verso tutte le cose create (in tutto quello che è permesso alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito), in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga che quella breve, e così in tutto il resto, e desiderando e scegliendo solo ciò che più ci porta al fine per cui siamo stati creati”. v. 14: “i farisei, che sono amanti del denaro”. “Amanti del denaro” esce solo qui e in 2Tm 3,2, dove si parla degli ultimi tempi, quando gli uomini saranno amanti di sé, amanti del denaro, vanagloriosi e superbi. È il lievito dei farisei: l’ipocrisia o protagonismo proprio di chi ignora Dio e vuole usurparne il posto. È “il” peccato, principio della fine del mondo: vera idolatria (Ef 5,5), radice di tutti i mali (1Tm 6,10), che distrugge l’uomo e le cose. “sbeffeggiavano” (alla lettera: “arricciare il naso”). Lo deridono. Le sue parole sono stolte e pazze, di uno che è fuori dal mondo! Lo stesso vocabolo esce anche in 23,35, ai piedi della croce, dove Gesù porta a compimento quanto qui
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dice. Questa derisione sicura e sprezzante è la tentazione suprema, il diavolo che ritorna alla sua ora (cf. 4,13; 22,53; Sap 2,18ss). Il credente sa che il “Cristo” salva non con Mammona e il potere, ma con la povertà e la debolezza della sua croce. Per questo da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povertà, e fu crocifisso per la sua debolezza (2Cor 8,9; 13,4). A questo riso di autosufficienza risponde l’“ahimè per voi, che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete” (6,25; cf. vv. 19-31: il ricco epulone). Dice Giacomo 5,1 s: “E ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite”. v. 15: “Voi siete quelli che giustificano se stessi al cospetto degli uomini”. Noi non siamo come i “figli della sapienza” che si convertono (cf. 7,35). Abbiamo il peccato di chi cerca la gloria degli uomini: l’autogiustificazione. Essa impedisce la fede (Gv 5,44), che è la giustificazione di Dio in Cristo. Nella Bibbia Giona ne è l’esemplare più illustre: preferisce morire piuttosto che porre la misericordia di Dio a fondamento della vita. Questo peccato, frutto dell’ignoranza di Dio, si copre delle varie foglie di fico di cui ogni uomo, da Adamo in poi, è abile e avido ricercatore. Il denaro e il potere ne sono i fornitori. “Dio conosce i vostri cuori”. ingiustizia (11,39). Sono pieni di rapina e di

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“ciò che tra gli uomini (è) elevato”. Ciò che conta, per il mondo e le sue concupiscenze (cf. 1Gv 2,16), è l’avere, il potere e l’apparire “di più”. “è abominio”. È un termine tecnico: indica il male escatologico, l’antidio dei tempi finali, l’idolo che occupa il posto di Dio. L’amore del denaro è in realtà l’anticipazione quotidiana della fine del mondo: se la creazione è dono, il possesso è principio di decreazione (1Tm 6,10; cf. Ef 5,5). Servire Mammona invece di Dio significa costruire pazientemente la fine del mondo, annegare il cosmo nel caos. Presto o tardi l’idolo, davanti a Dio, si spezzerà come Dagon (1Sam 5,1ss). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando ancora Gesù a mensa coi peccatori, che li istruisce sull’uso dei beni. c. Chiedo ciò che voglio: saper usare di tutto ciò che ho e sono tanto quanto mi serve per raggiungere il mio fine, che è amare Dio e il prossimo. d. Mi esamino sulle parole del Signore, considerando come la mia vita presente, nella sua quotidianità, è la semina del mio futuro definitivo.
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4. Passi utili Sal 49; 73; 115; Ef 5,5; 1Tm 6,10; Gs 24,14-24.

97. L’ADULTERIO (16,16-18)
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La Legge e i Profeti fino a Giovanni. Da allora il regno di Dio è evangelizzato e ognuno ad esso è forzato. 17 Ora è più facile che cielo e terra passino piuttosto che un solo apice della Legge cada. 18 Chiunque scioglie la sua donna e sposa un’altra commette adulterio; e chi sposa una ripudiata da un uomo, commette adulterio. 1. Messaggio nel contesto Alla domanda: “che fare per ereditare la vita eterna?” (10,25), Gesù aveva già risposto con la parabola del samaritano,
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concludendo: “Va’ e fa’ lo stesso” (10,37). La nuova Legge è la misericordia. Illustrata nel c. 15 come il volto del Padre che il Figlio rispecchia sul suo, essa pervade la vita dell’uomo, toccandone tutti gli aspetti, compreso quello economico (vv. 1-15). Ora si mostra il suo rapporto con l’antica Legge. Insieme transitoria e permanente, essa sta alla nuova in continuità e discontinuità, come la promessa al compimento. Fino a Giovanni durò la Legge e lo sforzo, lodevole ma inefficace, di osservarla per entrare nel Regno. Dopo di lui inizia il vangelo che forza con dolcezza tutti a entrarci (v. 16). Ma la misericordia non annulla la Legge: è la forza per compierla pienamente (v. 17). Il v. 18 applica questa nuova Legge al matrimonio. Essa infatti abbraccia tutta la vita umana, introducendo la benedizione del dono là dove era entrata la maledizione del possesso. È la guarigione dal peccato originale: il nuovo rapporto con il Padre ne produce uno nuovo con sé, con le cose e le persone. La misericordia, compimento perfetto della Legge, riporta dalla terra di sudore all’Eden, in armonia con Dio e con se stessi, con tutto e con tutti. L’indissolubilità del matrimonio sembra andar oltre e radicalizzare la Legge. In realtà è “vangelo”, buona notizia che ci è donato ciò che ci era impossibile. 2. Lettura del testo
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v. 16: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni”. La Legge ricorda i doveri e manifesta le inadempienze. I profeti richiamano quelli e denunciano queste. Il più grande e ultimo di tutti è Giovanni (7,28), soglia tra l’attesa e il compimento. Anch’egli ha richiamato a convertirsi dal possesso al dono (3,3-18): è il senso genuino e profondo della Legge. Ma tutti, fin dal principio, abbiamo prevaricato. Per questo la porta della salvezza è stretta (14,24): tanto stretta, che restiamo fuori tutti. In questo senso la Legge è “pedagogo a Cristo” (Gal 3,24): ci porta a riconoscere il bisogno della sua grazia. “da allora il regno di Dio è evangelizzato”. Dopo Giovanni inizia la nuova epoca, quella del vangelo: il Regno, nel quale nessuno entra per i propri meriti, è donato agli impediti e agli esclusi. Non è stipendio alla nostra giustizia, ma premio alla nostra conversione. Si richiede solo l’umiltà di accettarlo. Per questo occorre riconoscere la propria miseria e gridare alla sua misericordia. Al tempo della Legge, durato fino a Giovanni, è successo quello della grazia. Prima c’era lo sforzo per conseguire la giustizia impossibile. Ora c’è la gioia di aprire la mano al dono. Questa è la nuova e definitiva conversione che Gesù annuncia. “ognuno ad esso è forzato”. Il Padre non ha figli da buttar via: li ama tutti e ognuno, e vuole che la sua casa sia piena. Per questo li forza con la sua dolcezza ad entrare al banchetto (cf. 14,23: “costringi a entrare”). Alla fatica dell’uomo nel
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tempo della Legge, nel tempo del vangelo succede la fatica di Dio - penosa fino alla croce - per indurre liberamente tutti ad entrare nel Regno! v. 17: “Ora è più facile che cielo e terra passino”. Tutto il mondo davanti a Dio è come polvere sulla bilancia: svanisce come stilla di rugiada antelucana al sole (Sap 11,22). “Piuttosto che un solo apice della Legge cada”. Ma la parola di Dio è stabile come il cielo (Sal 119,89), e la sua fedeltà dura in eterno (Sal 117,2). Dopo il c. 2, la “Leg ge” (nómos) esce, oltre che qui, solo prima della parabola del samaritano (10,26) e dopo la croce e la risurrezione (24,44). Gesù, rivelando la misericordia del Padre, non sconfessa la Legge, ma la compie fino in fondo e per sempre. Se il pieno compimento della Legge è l’amore (Rm 13,10), lui, il samaritano, l’ha compiuta pienamente morendo per noi: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei profeti e nei salmi” (24,44). La Legge non è abolita. È giusta, anche se noi siamo tutti ingiusti e la lasciamo cadere tutta! Essa ci condanna per convincerci di ingiustizia e farci accettare la giustificazione dell’unico Giusto, che l’ha compiuta per tutti, Gesù Cristo. Una volta che abbiamo accettato la “grazia” della giustificazione, non è che viviamo poi nell’immoralità. Siamo invece in grado di osservare una legge ancora più esigente: diventare misericordiosi come il Padre (6,36). Ciò che prima era impossibile, ora è spontaneo per il dono del cuore nuovo.
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Con Gesù nasce un’alleanza nuova, che non può più essere rotta perché è unilaterale. v. 18: “Chiunque scioglie la sua donna”. Dice Dt 24,1: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”. Nell’antica cultura patriarcale, il matrimonio sanciva il possesso della donna da parte dell’uomo, che l’aveva comprata dalla sua famiglia con regolare contratto. Ma in principio non era così (Mc 10,5): l’unione maschio-femmina è immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,27), specchio di quella tra lui stesso e l’uomo. Adamo è la sposa di Dio, creato per amarlo con tutto il cuore, con tutta la vita (cf. 10,27), come è da lui amato per primo. L’uomo è destinato a fare con Dio “una carne sola”, come in Gesù, prototipo di ogni creatura. L’amore infatti porta all’unità. Il matrimonio rispecchia tra gli uomini ciò che è Dio in sé: amore. Questo consiste nel ricevere il proprio io donandosi all’altro e unendosi con lui. Dio infatti è unità d’amore tra Padre e Figlio, nel reciproco donarsi l’essere se stesso dall’altro. Per questo non è bene che l’uomo sia solo (Gn 2,18), perché, essendo immagine di Dio, realizza se stesso solo nell’altro. Grande è il mistero del matrimonio: “lo dico in riferimento a Cristo e alla chiesa” (Ef 5,32).
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La legislazione sul divorzio in Israele serviva a tutelare il più debole dagli arbitri del più forte. Mosè lo concesse, dice Gesù, come denuncia della durezza di cuore (Mc 10,5). Il divorzio è un male che si inserisce nel grande male del possesso, fallimento del dono. “e sposa un’altra”. L’adulterio si consuma non nello scioglimento del matrimonio, ma nel passare ad altre nozze. Si rompe la caratteristica fondamentale dell’amore che è “essere di”, “appartenere a” uno con la fedeltà stessa di colui che è per sempre fedele. “commette adulterio”. Gesù denuncia chiaramente il male, perché annuncia il per-dono: giustifica il peccatore, ma condanna il peccato (cf. Gv 8,11), a differenza di noi che giustifichiamo il peccato e condanniamo il peccatore. Con lui il matrimonio torna ad essere come era “al principio”: sacramento - segno e realtà - dell’amore fedele di Dio per l’uomo. La nuova Legge, oltre che il rapporto io-Dio (c. 15) e io-mondo (16,1-15), tocca anche il rapporto io-altro, in quell’alterità feconda che forma l’unità maschio-femmina. È un mistero di morte all’egoismo e di risurrezione nell’amore. I discepoli notano che, se è così, non conviene sposarsi (Mt 19,10). Infatti il matrimonio è figura transitoria di ciò che rimane per sempre (cf. 1Cor 7,1ss). L’unione vera dell’uomo è quella con Dio, cantata dal Cantico dei Cantici. Per questo vi sono alcuni “che si son fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19,12).
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La gravità dell’adulterio sta nel fatto che, come chi è fedele nel minimo lo è nel molto, così chi è infedele nel minimo lo è nel molto (v. 10): la fedeltà o meno al partner è fedeltà o meno a Dio. Il rapporto con Dio, se è mediato dalle cose, lo è a maggior ragione dalle persone. Nel matrimonio si giunge dal dono dei beni a quel bene che è il dono di sé. È il sommo bene di chi ama, e insieme il compimento perfetto della Legge. Infatti, donando le cose e donando se stesso, l’uomo diventa come Dio, che dona ogni bene ed è il sommo bene che si dona. I profeti hanno sempre denunciato l’infedeltà alla legge di Dio come adulterio. “chi sposa una ripudiata..., commette adulterio”. L’amore è sempre sacro. Anche quando è fallito, rimane un dono che non si ritrae. È segno dell’alleanza nuova, unilaterale, che non si nega neanche davanti al sacrificio di sé. Lì anzi realizza tutta la sua potenzialità, immolandosi. La fedeltà del matrimonio è comprensibile dopo le parabole della misericordia e del perdono. In genere ci si dimentica che il matrimonio esige che “uno rinneghi se stesso” (9,23), per ritrovarsi nel dono all’altro. Lo si impara poi a proprie spese, passata l’ubriacatura iniziale. Il matrimonio è un mistero di morte e risurrezione, che ci associa a Gesù. Per questo egli dice: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10,9). Nella nostra cultura, dove il divorzio è così diffuso, è necessario richiamare la fedeltà dell’amore. È la caratteristica della misericordia di Dio, che non viene meno davanti a
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nessun male dell’amato. Diversamente non è amore. Un sano rigore sui principi non pregiudica un’applicazione più morbida. Ma non è per niente utile avere le idee confuse. È doveroso dire in linea di principio che è male cadere dal ventesimo piano: come è poi doveroso anche curare chi si è fatto male cadendo dal primo gradino. I principi chiari, oltre che una forma di misericordia preventiva, sono il presupposto di una prassi di misericordia successiva. Infatti, se tutto è lecito, non ce n’è bisogno! 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù ancora a tavola coi peccatori, dove ha raccontato le parabole della misericordia. c. Chiedo ciò che voglio: la fedeltà alla parola di Dio e alle esigenze della misericordia. d. Medito sul senso - della legge - del vangelo - e della fedeltà nel matrimonio come vangelo. 4. Passi utili Gn 1,6-28; 2,18-25; Cantico dei Cantici; Mc 10,1-12.
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98. ORA QUI LUI È CONSOLATO, TU INVECE TRAVAGLIATO (16,19-31)
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Ora c’era un uomo ricco e vestiva porpora e bisso, facendo festa ogni giorno splendidamente. 20 Ora un povero, di nome Lazzaro, era gettato davanti alla sua porta, piagato 21 e desideroso di saziarsi di ciò che cadeva dalla tavola del ricco. Ma anche i cani, venendo, leccavano le sue piaghe. 22 Ora avvenne che il povero morì e fu portato via dagli angeli nel seno di Abramo. Ora morì anche il ricco e fu sepolto. 23 E nell’Ade, levati i suoi occhi, essendo nelle prove, vede Abramo da lontano
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e Lazzaro nel suo seno; 24 e costui, gridando, disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e invia Lazzaro, perché immerga la punta dei suo dito nell’acqua e rinfreschi la mia lingua perché sono divorato da questa fiamma. 25 Ora Abramo disse: Figlio, ricordati che tu ricevesti i tuoi beni nella tua vita e Lazzaro similmente i mali. Ma ora qui lui è consolato, tu invece travagliato. 26 E inoltre, tra noi e voi è fissato un grande abisso, così che quanti vogliono passare da qui a voi non possono e neppure traversare da lì a noi. 27 Ora disse: Ti domando allora, Padre, che lo invii alla casa di mio padre; 28 poiché ho cinque fratelli, così che testimoni a loro perché anch’essi non vengano in questo luogo di prova. 29 Ora dice Abramo: Hanno Mosè e i profeti,
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ascoltino quelli! 30 Ma quegli disse: No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti può andare da loro, si convertiranno. 31 Ora gli disse: Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno dai morti può risorgere, crederanno. 1. Messaggio nel contesto È un dittico che si riflette capovolto su uno specchio: sotto l’immagine di un ricco gaudente e di un povero sofferente; sopra la realtà di un ricco in pena e di un povero nella gioia. La scena, parallela a quella del ricco stolto (12,16-21), è in contrappunto con quella dell’amministratore saggio (vv. 1-8). Illustra in negativo il v. 9: “Fatevi amici col mammona”. Non si tratta di una condanna dei ricchi e un’esaltazione dei poveri di stampo manicheo. È piuttosto un ammonimento ad aprire gli occhi e usare giustamente dell’ingiusto mammona: il possidente stolto si converta nell’amministratore saggio. Si mostra per immagini quel rovesciamento di criteri già cantato nel Magnificat e proclamato nelle beatitudinilamentazioni (1,46ss; 6,20ss). Ha torto il buon senso dei
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farisei che se la ridono di Gesù (v. 14): ride bene chi ride ultimo (cf. Sal 73)! L’esistenza terrena è un ponte gettato sull’abisso tra l’inferno e il seno di Abramo. È lungo l’arco di una vita, poi crolla. Lo si attraversa esercitando quella misericordia che allora sarà invocata anche da chi l’ha derisa. Per prendere decisioni corrette è utile porsi dal punto di vista della fine, e fare ora ciò che allora si vorrebbe aver fatto. Dopo è inutile pianger sul latte versato. Bisogna convertirsi oggi alla Legge e ai profeti, che dicono “che fare”. Da sempre l’alleanza col Signore passa attraverso l’amore del fratello povero (cf. Es 22,20-26; 23,6-11; Lv 25,1-17; Dt 15,1-15; 24,10-15; Am 2,6-8; Is 5,8; 10,1 -2; 58,6-10; Ger 22,13-17; 34,8-22; Tb 4,7-11.14-17; Sir 3,30-4,6 ... ). Sintetizza Giacomo 1,27: “una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo”, che si regge sull’amore del denaro. Questo racconto pone l’aldilà come orizzonte dell’aldiqua. Se è sbagliato eliminare il secondo in nome del primo - è l’alienazione religiosa - è ben più sbagliato il contrario: è l’alienazione materialista, che, togliendo l’aldilà, leva all’aldiqua il suo senso. Presente e futuro non si negano. Stanno tra loro in contrapposizione e in continuità, come la semina e il raccolto. Degli antichi commentari considerano questo brano a metà strada tra la storia e la parabola: fino al v. 23 viene narrata la “vera storia” dell’uomo vista dalla sua fine. Ciò che segue è
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una parabola: un serrato dialogo che si alza a sei riprese attraverso il caos invalicabile, e serve a illustrare quanto detto prima. Gesù non compie un giudizio, ma un atto di correzione fraterna verso i ricchi. Non è venuto per giudicare, ma per salvare. E salva accogliendo senza riserve e illuminando con sincerità. Nel ricco c’è chi intravede Erode: ciò che è elevato tra gli uomini, è abominio agli occhi di Dio (cf. At 12,20-23). Guai a chi disprezza il povero e non agisce come uno che deve essere giudicato secondo la Legge nuova: “II giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2,13). “L’elemosina salva dalla morte” (Tb 12,9). Per questo “è meglio praticare l’elemosina che mettere da parte oro” (Tb 12,8). Per essa ci viene affidata la nostra vera ricchezza (vv. 11s): l’eredità dei figli di Abramo. 2. Lettura del testo v. 19: “un uomo ricco”. A differenza di Lazzaro, è senza nome. Dio infatti conosce gli umili e ignora i superbi. Il ricco nella Bibbia è l’ateo pratico: ha fatto di sé il centro di tutto, si è messo al posto di Dio. Richiama per certi aspetti Erode, vestito splendidamente (At 12,21), che banchetta (cf. Mc 6,21) e si gonfia facendosi acclamare come dio (At 12,22). È il contrario di Gesù, che da ricco che era, si fece povero (2Cor 8,9), si svuotò di sé e si fece tapino (Fil 2,7s).
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“vestiva porpora e bisso”. Anche Gesù fu rivestito da Erode di una veste splendida. Ma per scherno (23,11). E finirà nudo sulla croce (23,34). “facendo festa ogni giorno splendidamente”. Anche il Padre invita al banchetto per il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto (15,23.24.32). Ma è una festa aperta ai poveri e agli esclusi (14,12-24). Lui stesso esce a consolare chi resta fuori (15,28). v. 20: “un povero, di nome Lazzaro”. “Lazzaro” significa: “Dio aiuta”. Il povero, che non ha nulla, ha bisogno di Dio: è il suo unico aiuto. Lazzaro è figura di Gesù, ultimo dei poveri, che ha posto tutta la sua fiducia nel Padre, unico principio della propria vita. “gettato davanti alla sua porta”. Dio getta se stesso davanti alla porta del ricco per salvarlo. Il povero infatti è il Signore: “il più piccolo tra voi, questi è grande” (9,48), e “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli minimi, l’avete fatto a me” (Mt 25,40.45). Dando al povero, il ricco riceve la sua vera ricchezza ed è accolto nelle tende eterne (cf. vv. 9-12). Chi dona al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19,17). Si sdebiterà a suo tempo da par suo. “piagato”. Le piaghe, misero vestito del povero, guariscono il ricco che gliele ha procurate. Sono il male della sua incuria, e
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gli portano il bene della salvezza quando se ne cura: “per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5; 1Pt 2,25). v. 21: “desideroso di saziarsi”. Saziarsi è il primo desiderio di chi ha fame. La sazietà, benedizione di Dio, è la pienezza di vita che Gesù offre ai poveri (6,21). “ciò che cadeva”. Si tratta della mollica di pane che il ricco usa per pulirsi le mani - si mangiava senza posate. Ciò che per lui è superfluo, rappresenta il desiderio Supremo del povero. “i cani, ecc.”. Il cane ha la pietà che manca al ricco: leccandolo gli medica quelle ferite che la denutrizione rende insanabili. I cani, per gli ebrei, possono essere anche i pagani: si accostano alle ferite salutari di Cristo, il samaritano che si è fatto carico dei nostri mali. v. 22: “il povero morì”. È la sorte comune di tutti i mortali. Ma la morte non è democratica: non è una livella. È anzi principio di distinzione, il limite ultimo che individua ciascuno. Con essa finisce il tempo accordato per fare frutti di conversione. La partita è conclusa, il risultato fissato. “fu portato via dagli angeli nel seno di Abramo”. Il povero non resta preda della morte. È portato dai servi di Dio in seno ad Abramo, padre dei credenti (Rm 4,17.18). Sta con lui perché è come lui: la povertà l’ha reso simile al padre della
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fede, che ha posto in Dio la sua sicurezza di vita. La morte rivela la dignità del povero, gettato alla porta, affamato e piagato. “morì anche il ricco e fu sepolto”. Mentre Lazzaro è portato in alto, chi ha fatto della terra la sua sicurezza, trova in essa la sua tomba. Tutta la sua vita ebbe come pastore la morte; ora gli inferi sono sua dimora per sempre (Sal 49,15). La tomba è il seno della morte, l’opposto del seno di Abramo, grembo della vita. v. 23: “nell’Ade”. È un luogo sotterraneo, come la tana delle volpi. È la dimora di chi è stato astuto secondo il mondo, e non si è procurato le tende eterne con il disonesto mammona (v. 9). Da lì leva gli occhi in alto, verso chi non aveva mai degnato di uno sguardo. Non si dice che il ricco disprezzò Dio o il povero. Solo non li aveva mai guardati, perché occupato a guardare il proprio interesse. È il contrario di Gesù, che già in vita sollevò lo sguardo sui poveri (6,20). Infatti si era messo all’ultimo posto, sotto di loro per servirli (22,27). “nelle prove”. “Prova” in greco si dice básanos, una pietra della Lidia su cui si saggia l’oro strofinandolo. Infatti quel giorno proverà la qualità dell’opera di ciascuno (cf. 1Cor 3,13, dove si parla di una misteriosa salvezza attraverso un tormento di fuoco).
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“vede”. Finalmente gli si aprono gli occhi. Vede quella grande distanza che prima non aveva percepito. Questo racconto serve perché il ricco veda la realtà in tempo utile per la conversione. v. 24: “gridando, disse”. È una preghiera rivolta ad Abramo. Gli chiede quella pietà che non ebbe per Lazzaro. Ma come osa chiamarlo “Padre”, se non ne ha riconosciuto il figlio? Il fatto che la preghiera sia impotente nell’oltretomba, è un’esortazione a pregare ora mentre è onnipotente (11,9SS). “invia Lazzaro, ecc.”. Lazzaro dovrebbe dar sollievo al suo tormento. Dio l’aveva gettato alla sua porta povero, affamato e piagato, proprio perché ne avesse pietà e potesse così venire accolto nelle tende eterne (v. 9). Perché chiedere dopo morte proprio ciò che gli viene donato già in vita? Bisogna aprire gli occhi sui poveri: la salvezza viene da loro, sacramento di Cristo, prolungamento della sua missione. Come il povero ha bisogno del ricco in vita, così molto di più il ricco ha bisogno del povero in morte. Ma tutto dipende da ciò che ha fatto a lui in vita. “divorato da questa fiamma”. Lazzaro aveva fame. Il ricco è divorato dalla sete che lo consuma di arsura. v. 25: “Abramo disse: Figlio, ricordati”. È la lettura della realtà dal punto di vista di Dio, che Gesù aveva già proclamato nelle beatitudini. È il capovolgimento del modo
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errato che ha l’uomo di valutare. “Tu hai avuto i tuoi beni nella tua vita”, gli dice Abramo, rifacendo il verso ai “miei beni, i miei magazzini, la mia vita” del ricco stolto (12,17ss). Lazzaro invece ha avuto solo dei mali, e per di più non suoi! Ora la situazione si ribalta, e in modo definitivo. Bisogna “ricordarsi” di questo, perché siamo portati a dimenticarlo. v. 26: “è fissato un grande abisso”. Questo abisso è stato scavato non certo da Abramo, che lo chiama “Figlio” (v. 25: téchnon; cf. 15,31). L’ha scavato lui stesso, non riconoscendo in Lazzaro suo fratello. Se la salvezza per il maggiore è accogliere il minore, per il ricco è ospitare il povero. La vita terrena è il tempo concesso non per fissare, ma per valicare l’abisso tra ricchi e poveri. Da questo dipende la salvezza dei ricchi. Il povero, già salvato da Dio che sta di casa con lui, salva chi lo accoglie, ospitandolo a sua volta con sé nelle tende eterne. “passare/traversare”. L’arco della vita terrena è un ponte effimero tra la perdizione e la salvezza. La misericordia con il povero è il passaggio. Finita la vita, è finito il tempo. Discernere i segni del tempo è capire che il presente ci è dato per questo. v. 27: “Padre”. Abramo è padre solo di chi ha fede, e la fede è di chi usa misericordia col fratello nel bisogno. Come non basta dire: “Signore, Signore” (6,46), così non basta chiamare
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Abramo: “Padre, padre” (cf. 3,8). ascoltarlo e farne le opere.

Bisogna piuttosto

“lo invii, ecc.”. Non uno qualunque, bensì Lazzaro dovrebbe essere inviato a bagnare il dito e ad avvisare i fratelli. In realtà Lazzaro è sempre inviato: i poveri li avremo sempre con noi (Mc 14,7) come inviati da Dio per salvarci. v. 28: “poiché ho cinque fratelli”. È strana questa preghiera di un morto dannato per i fratelli vivi! È forse un invito ai vivi perché intercedano per i fratelli morti? Comunque l’intento della parabola non è quello di terrorizzare i ricchi sulla morte, ma esortarli da vivi alla misericordia. v. 29: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino quelli”. Sono infatti la via della salvezza. La Legge si sintetizza nel comando dell’amore (Rm 13,10) e i profeti chiamano a convertirsi ad essa. Inoltre tutta la Scrittura, Mosè, i profeti e i salmi, parlano del povero mandato a noi per guarirci con le sue ferite (cf. 24,26s.44). vv. 30s: “se qualcuno dai morti può andare da loro, si convertiranno, ecc.”. Lazzaro di Betania fu risuscitato dai morti. Ma i suoi fratelli, piuttosto di convertirsi, avrebbero preferito ucciderlo di nuovo (Gv 12,10s). Quando Gesù risorse, i suoi stessi discepoli lo credettero un fantasma (24,37). Il vero problema quindi è credere alla parola di Dio. Essa ci dona la misericordia del Padre e invita tutti a
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partecipare alla sua gioia per il Figlio morto e risorto. Fin che siamo vivi, siamo chiamati ad ascoltarlo (9,35) e non deriderlo (cf. v. 14). Anche quando pone l’alternativa tra Dio e mammona (v. 13). Chi crede in lui, accoglie l’amore del Padre e ama i fratelli. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che mangia coi peccatori e ha raccontato le parabole della misericordia. c. Chiedo ciò che voglio: capire che siamo salvati per la misericordia di Dio verso di noi poveri. Accettarla significa usare misericordia verso gli altri. d. Medito attentamente la parabola, identificandomi con il ricco epulone e contemplando il povero Lazzaro, che è Cristo. Da quest’ottica vedo, ascolto e osservo ogni dettaglio. 4. Passi utili Sal 49; 73; Sap 3,1-5,23; Mt 25,31-46.

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99. AGGIUNGICI FEDE (17,1-10) Ora disse verso i suoi discepoli: È inaccettabile che gli scandali non avvengano; tuttavia ahimè per colui attraverso cui avvengono. 2 Meglio per lui se una pietra da mulino circonda il suo collo e viene gettato nel mare, piuttosto che scandalizzi uno solo di questi piccoli. 3 Attenti a voi: Se tuo fratello ha peccato, sgridalo, e, se si è convertito, perdonagli. 4 E se sette volte al giorno ha peccato contro di te e sette volte si è rivolto a te dicendo: mi converto, perdonagli. 5 E gli apostoli dissero al Signore: Aggiungici fede. 6 Ora disse il Signore: Se aveste fede come un chicco di senape, direste a questo gelso: sradicati e piantati nel mare! e vi obbedirebbe.
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Ora chi di voi, avendo uno schiavo che ara o che pascola, tornato dal campo, gli dirà: Subito passa e sdraiati! 8 ma non gli dirà: Preparami di che cenare e, cinto, servimi, finché mangio e bevo e, dopo questo, mangerai e berrai tu! 9 Ha grazia per lo schiavo perché fece ciò che fu comandato? 10 Così anche voi, quando avete fatto tutto ciò che vi fu comandato, dite: Siamo semplicemente schiavi: ciò che dovevamo fare, l’abbiamo fatto. 1. Messaggio nel contesto Siamo ancora alla mensa, dove Gesù ha rivelato ai farisei e agli scribi la misericordia del Padre (15,1ss) e ha spiegato ai suoi discepoli come viverla in concreto (c. 16). Ora, prima di iniziare l’ultima tappa del cammino, mostra come essa è l’anima della comunità, nei suoi rapporti sia interni sia esterni. A questo scopo dice quattro parole, indirizzate due ai discepoli (v. 1) e due agli apostoli (v. 5).
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La prima è sullo scandalo (vv. 1-2). Dio non può non permetterlo, perché deve rispettare la nostra libertà. Infatti ci ama. Questo male, molto grave perché induce il fratello al male, è il luogo della massima misericordia. La seconda è sulla correzione fraterna (vv. 3-4), che aiuta il fratello a uscire dal peccato. La comunità dei discepoli non è una setta di puri, chiusa ai peccatori. Può peccare e di fatto pecca. È quindi necessario vivere reciprocamente quel perdono che il Padre ci dona perché siamo in grado di perdonare gli altri (11,4), graziandoci a vicenda come lui ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32). L’accoglienza incondizionata, illustrata al c. 15 (cf. 6,36-38), non vieta la correzione fraterna. Ne è anzi la madre, ed essa la figlia più bella. Concilia infatti carità piena con verità sincera, e raggiunge la sua efficacia nella conversione del fratello. La terza parola è una risposta agli “apostoli” che chiedono un supplemento di fede (vv. 5-6). Questa consiste nell’esperienza della misericordia di Dio, che porta ad amare il fratello peccatore come noi per primi siamo stati amati. Come è la sorgente della vita nuova, così è l’origine della missione ai lontani. La quarta riguarda la gratuità del ministero apostolico (vv. 710) che prolunga nel tempo ed estende a tutti il mistero di misericordia del Signore. La gratuità, segno essenziale dell’amore, è sigillo di appartenenza a lui. Ci fa come lui, schiavi per amore. È la massima libertà, che rende simili a Dio.
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Concludendo: la misericordia, necessaria al discepolo per superare lo scandalo e perdonare efficacemente (vv. 1-4), è quell’esperienza profonda di fede da cui scaturisce la missione al mondo, come testimonianza dell’amore gratuito di Dio (vv. 5-10). 2. Lettura del testo v. 1: “verso i discepoli”. Continua l’istruzione per loro (cf. 16,1). Riguarda infatti i rapporti all’interno della comunità, nella quale il “discepolo” è chiamato a imparare (latino: discere) dal suo maestro come comportarsi. “È inaccettabile che... non avvengano”. Dio, che è accettazione assoluta, è costretto ad accettare anche gli scandali: per lui è inaccettabile che non avvengono. Per eliminarli, dovrebbe togliere la libertà agli uomini, avere tante macine da mulino quanti sono i suoi figli, ficcare la loro testa nel buco centrale e buttarli tutti in mare. Ma accettare il male per amore è molto impegnativo. Significa assumerlo su di sé. Per questo lui stesso si immergerà nel mare della maledizione, fattosi scandalo e peccato per noi. L’inevitabilità dello scandalo corrisponde alla necessità della croce, con cui chi ama porta su di sé il male dell’amato. La libertà massima dell’amore è subire la mancanza di libertà dell’amico.
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“gli scandali”. Lo “scandalo” è la pietra d’inciampo contro cui uno sbatte e cade. Il pensiero di Dio è scandalo per l’uomo: è misericordia che si lascia crocifiggere (cf. 1Cor 1,23; Rm 9,33; Mt 21,44). Le sue vie non sono le nostre vie (Is 55,8)! Qui però si parla di un altro scandalo. Precisamente di quello che è causa di caduta per un altro. Può succedere anche in buona fede, con un’azione o un’omissione giusta, ma recepita male. È la peggior mancanza di misericordia: fa al fratello il vero male perché lo induce a fare il male. È peggio che ucciderlo nel corpo: attenta alla sua vita di figlio di Dio. Nella comunità persiste sempre il male; e Dio stesso non può eliminarlo se non con l’accettazione e la misericordia. Ipotizzare il contrario sarebbe presunzione o stupidità, e ridurrebbe la chiesa a una setta di “perfetti”, giudici spietati degli altri. Come Dio, così anche il credente accetta gli scandali. Ma ne fa, invece che luogo di caduta e di perdizione, occasione di misericordia e di salvezza. “tuttavia ahimè”. Gesù esprime dolore per chi scandalizza. Il male ricadrà tutto sulla sua croce, doloroso e scandaloso “ahimè” di Dio per il male dell’uomo. v. 2: “Meglio per lui se una pietra da mulino”. La morte per annegamento è immagine del ritorno all’abisso, soffocamento della vita nel caos primordiale. Il detto di Gesù è analogo a quello su Giuda (Mc 14,21). Non è una proposta di pena di morte o di suicidio. È una messa in guardia, che mostra la perniciosità dello scandalo, difficilmente avvertita da chi lo
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dà. Riguarda infatti un male dell’altro, al quale siamo meno sensibili che al nostro. In realtà, se fare del bene al fratello ci dà la vita perché ci rende simili e Dio, fargli del male è vero suicidio, perché ci rende dissimili da lui. La nostra vita infatti è essere come lui. Con queste parole Gesù ci dà un esempio di correzione fraterna nei confronti di chi scandalizza: dice che Dio lo accetta come è, senza condizioni (v. 1), e contemporaneamente ne denuncia il male. La condanna del peccato segue l’assoluzione del peccatore. Evidentemente queste parole vanno lette alla luce di 6,36-38 e del c. 15. “questi piccoli”. Sono i discepoli, gli infanti ai quali è rivelato il mistero del Padre nel Figlio (10,21). Talora i discepoli sono piccoli anche in senso negativo, ossia deboli nella fede. In questo caso vedi l’atteggiamento di Paolo in 1Cor 8 e Rm 14. La libertà non deve ledere la coscienza altrui; la verità sia sempre guidata dalla carità. Senza misericordia la libertà può diventare scandalo e la verità semplice condanna. v. 3: “Attenti a voi”. Sottolinea l’importanza di quanto si dice (cf. 12,1; 21,34). “Se tuo fratello ha peccato”. Il cristiano non è mai perfetto e la salvezza è un esercizio costante di misericordia in una situazione in cui perdura la miseria. La vera comunità cristiana non è dove non si pecca, ma dove si perdona.
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“sgridalo”. Lo stesso termine si usa per Gesù che rimprovera i demoni. Non è disapprovazione del fratello (vedi 6,37s), ma del male che è in lui. Suppone l’accettazione incondizionata di chi pecca (cf. c. 15); diversamente è un giudizio che esprime la cattiveria del proprio cuore. Soltanto un amore senza misura sa zittire il male del fratello. Apro i suoi occhi dicendogli la verità con la bocca, perché già prima gli ho spalancato il mio cuore. Solo così la denuncia del male non è condanna, ma annuncio di perdono. Ma solo un perdono che apra anche gli occhi è vera misericordia, rimozione del male; invece una verità che chiuda il cuore è lucida spietatezza, indurimento in esso. Per questo dobbiamo fare la verità nella carità (Ef 4,15). Il male, che nasce insieme dalla diffidenza del cuore e dalla menzogna della testa, è vinto dalla misericordia che conosce la verità. Perdono e denuncia vanno di pari passo; carità e verità sono i due piedi su cui progredisce la vita comunitaria. Senza l’una non si svela il male; senza l’altra non lo si guarisce. La correzione fraterna è il più alto grado di misericordia: riscatta con amore dalla radice del peccato, che è la menzogna. “se si è convertito, perdonagli”. È chiaro da 6,27-38 e dal c. 15 che il perdono precede la conversione. Qui si dice di perdonare a chi si converte. Questo non contraddice quanto detto, ma semplicemente aggiunge che, se non c’è conversione, non c’è di fatto il perdono; è rimasto inefficace perché non abbastanza sincero o illuminato. Esso raggiunge il
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suo fine nella riconciliazione del fratello. Il perdono di Gesù verso i suoi crocifissosi (23,34) divenne efficace il giorno di pentecoste quando alla denuncia del male seguì la conversione. Alle parole di Pietro: “Voi l’avete crocifisso”, le folle “si sentirono trafiggere il cuore e chiesero: che fare?” (At 2,36s). v. 4: “sette volte”. Infinite volte. “contro di te”. Prima si parlava di peccato in generale; qui dell’offesa personale. Quanto siamo magnanimi nel perdonare il male fatto ad altri, tanto siamo avari nel perdonare quello fatto a noi. Per questo Gesù dice di perdonarlo “sette volte”, ossia infinite volte. v. 5: “gli apostoli”. Sono i discepoli che, avendo imparato dal Maestro, ricevono il suo stesso incarico: sono inviati (= apostoli) a portare la misericordia del Signore oltre la cerchia della comunità, fino agli estremi confini della terra. “Aggiungici fede”. Gli apostoli si sentono inadeguati al loro compito, perché di poca fede (8,25; 12,28; cf. Mc 4,40; 9,24). La fede è l’esperienza personale della misericordia del Padre, origine della missione ai fratelli (vedi Mc 5,19): “Va’ e fa’ lo stesso” (10,37). Non è questione di quantità, ma di qualità. Va chiesta come il pane quotidiano e il perdono (11,3s). Dopo la preghiera: “insegnaci a pregare” (11,1), questa è la preghiera tipica del credente, soprattutto
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dell’apostolo: “aggiungici fede” (cf. Mc 9,24!). Con essa si ottiene tutto (Mc 11,23s). Tutto infatti è possibile per chi crede (Mc 9,23), perché nulla è impossibile a Dio (1,37; cf. 18,27). v. 6: “il Signore”. Titolo solenne, che indica l’autorità divina di Gesù. “fede come un chicco di senape”. La fede è come un seme piccolo, ma con forza vitale. Per essa “tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13), perché la mia impotenza si riempie della potenza stessa di Dio. Credere è smettere di confidare in sé e lasciare che sia lui ad agire. Per questo “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). v. 7: “uno schiavo”. Si passa ora dalla fede personale dell’apostolo al suo lavoro “apostolico” di annuncio agli altri. Egli è paragonato allo “schiavo”, perché non appartiene a sé. Questa sua “schiavitù” è la realizzazione più alta della libertà di amare: lo rende simile al suo Signore, tutto del Padre e dei fratelli. “che ara o che pascola”. Le due azioni tipiche dell’apostolo sono l’annuncio (semina) e la cura dei fratelli (pastore). v. 8: “Preparami di che cenare”. Un padrone non serve (cf. 22,25). Il nostro Signore invece è in mezzo a noi come colui
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che serve (22,27). Per il mondo la libertà consiste nel farsi servire; per Dio nella necessità di servire per amore. v. 9: “Ha grazia per lo schiavo”. Il lavoro dello schiavo non è oggetto di gratitudine: è insieme dovuto e gratuito. Sia lui che il suo lavoro appartengono al padrone. v. 10: “Così anche voi”. Come lo schiavo appartiene al suo padrone che lo schiavizza, così l’apostolo al suo Signore che gli dà la libertà di essere come lui, suo collaboratore, associato al suo ministero (1Cor 3,9; 2Cor 6,1). Questa schiavitù per amore è la liberazione totale dall’egoismo: “Voi, infatti, fratelli, siete chiamati a libertà”; e questa non consiste nel vivere secondo l’egoismo, ma nell’essere, mediante la carità, schiavi gli uni degli altri (Gal 5,13). “Siamo semplicemente schiavi”. La CEI traduce “siamo servi inutili”. Non è esatto, perché lo schiavo che fa il suo servizio non è “inutile”! In greco si usa una parola che significa “inutile” o “senza utile”, cioè senza guadagno. Abbiamo tradotto: “siamo semplicemente schiavi”. Significa che non facciamo il nostro lavoro per guadagno o per utile, ma per dovere e gratuitamente: semplicemente perché siamo suoi e apparteniamo a lui. Chi “ara o pascola”, non lo fa per turpe motivo di lucro (1Pt 5,2), ma perché spinto dall’amore del suo Signore morto per tutti (2Cor 5,14). Il ministero apostolico è di sua natura gratuito, perché rivela la fonte da cui scaturisce: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
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Per Paolo la ricompensa più alta è predicare gratuitamente il vangelo (1Cor 9,18). L’apostolo è associato al ministero di grazia e di misericordia del suo Signore per il mondo. Origine del suo servizio è la fede, come esperienza personale di colui che lo ha amato e ha dato se stesso per lui (Gal 2,20). Per questo, a differenza del fratello maggiore, non è più nella logica del dare/avere, ma in quella del dono gratuito. “ciò che dovevamo fare, l’abbiamo fatto”. Non si tratta di doverismo o di interesse: l’amore sperimentato lo rende libero di servire come il suo Signore. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù a mensa coi peccatori. c. Chiedo ciò che voglio: vivere la misericordia, la gratuità in tutte le mie relazioni e le mie fatiche. d. Medito sulle parole di Gesù circa lo scandalo (vv. 1-2), la correzione fraterna (vv. 34), la fede apostolica (vv. 5-6) e la gratuità apostolica (vv 7-10). 4. Passi utili

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9.

1Cor 8; Rm 14,1-15,6; Mt 18; Lc 6,27-38; 11,9-13; 1Cor

100. GESÙ, SIGNORE, ABBI PIETÀ DI NOI (17,11-19)
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E avvenne che, nel viaggiare a Gerusalemme, egli passava per il mezzo della Samaria e della Galilea. 12 E, entrando in un certo villaggio, vennero incontro (a lui) dieci uomini lebbrosi, che stettero a distanza; 13 ed essi alzarono la voce dicendo: Gesù, Signore, abbi pietà di noi. 14 E, visto, disse loro: Andate a mostrarvi ai sacerdoti. E avvenne che nel salire furono mondati! 15 Uno solo di loro, vedendo che era stato guarito, ritornò, con gran voce glorificando Dio,
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e cadde sul volto ai suoi piedi, facendo eucaristia a lui. E questi era un samaritano. 17 Ora, rispondendo, Gesù disse: I dieci non furono mondati? ora i nove, dove (sono)? 18 Non si trovarono che tornassero a dar gloria a Dio, se non questo estraneo? 19 E gli disse: Sorgi, viaggia; la tua fede ti ha salvato. 1. Messaggio nel contesto Il viaggio di Gesù a Gerusalemme delinea l’itinerario spirituale del discepolo. Ora inizia la terza e ultima tappa, che introduce a Gerico, porta della terra promessa. Ma chi ha mani innocenti e cuore puro per salire il monte del Signore (Sal 24,3s)? Solo il Giusto ha la forza di compiere il santo viaggio (Sal 84,6). Per noi è impercorribile! Ma la sua misericordia ordina a noi, peccatori e fuggitivi, di andare a Gerusalemme; la sua parola ci invia a compiere ciò che ci è vietato. Lui, l’unico pellegrino che vi sale, ce lo rende possibile: è il samaritano che viene incontro a noi, esuli dal volto ed esclusi dalla gloria, per farsi carico della nostra lebbra.
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L’invocazione: “Gesù, abbi pietà” (v. 13), ripresa in prima persona dal cieco (18,38), è il punto al quale Luca vuol portare il suo lettore: è la preghiera del Nome che ci associa a lui, nel suo stesso viaggio, all’interno del quale veniamo mondati. Questo racconto, che cambia di continuo scena ogni versetto e contiene una decina di verbi di moto, parla non della possibilità, ma della realtà dell’impossibile. La salvezza, che nessuno può raggiungere, è già stata donata a tutti e dieci gli uomini: si trovano di fatto nello stesso cammino di colui che è venuto per cercare tutti. Ma uno solo per ora ha la fede e incontra il Salvatore. Questi è responsabile degli altri nove, perché anch’essi si scoprano guariti e tornino al Signore facendo eucaristia. La salvezza infatti non è guarire dalla lebbra, ma incontrare chi ci ha guarito. La sete non si placa con un bicchiere d’acqua; bisogna trovare la sorgente. Al dono deve corrispondere il nostro grazie al donatore. Solo il rapporto con lui ci salva: i suoi doni sono semplici mezzi per metterci in comunione con lui. Per questo la salvezza è tra il “già” e il “non ancora”: già offerta a tutti, non ancora tutti l’hanno accolta. Ancora nove su dieci non sanno che la loro vita è stata condonata della morte, vivono e muoiono ancora da lebbrosi. Sono come un uccello in gabbia, che non sa che è aperta la porta. L’uno solo che torna a fare eucaristia è inviato per dare a tutti la buona notizia: si aprano gli occhi dei ciechi e vedano la luce! L’annuncio porta a scoprire e accettare il dono. Questo
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è tale solo quando trova mani per prenderlo e cuore per gioirne. È la prima volta che Gesù è chiamato per nome. “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). L’invocazione ci unisce a lui, via che conduce al Padre. In quest’ultima tappa siamo chiamati a identificarci coi lebbrosi che diventano bambini (18,15ss; cf. 2Re 5,14) e col ricco che si converte in Zaccheo (18,18ss; 19,1ss). Al centro c’è l’illuminazione del cieco di Gerico (18,35ss). 2. Lettura del testo v. 11: “nel viaggiare a Gerusalemme”. È la terza tappa del suo cammino di samaritano (9,51-13,21; 13,22-17,10; 17,1121,38). Comincia la salita a Gerusalemme. Ad essa sarà associato più tardi anche l’apostolo, che avvinto dallo Spirito, saprà solo che il suo destino è quello del suo Signore (At 20,22). “Samaria/Gafilea”. Il suo cammino passa attraverso l’infedeltà (Samaria) e la quotidianità (Galilea). Per andare a Gerusalemme non si dovrebbe passare dalla Samaria alla Galilea, ma il contrario. Perché questa particolarità nel cammino del samaritano? Forse perché il tessuto della nostra
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vita, nella sua quotidianità, è tutto come un panno immondo per la nostra infedeltà? v. 12: “dieci uomini”. Dieci è il numero di adulti richiesti per l’assemblea sinagogale. È anche cifra dell’azione umana, che si realizza attraverso le dieci dita delle mani. Questi dieci rappresentano tutta l’umanità, chiamata a far parte della comunità dei figli che ascoltano e fanno la parola del Padre. “lebbrosi”. Tutti gli uomini hanno peccato (Rm 3,23), e sono divorati dalla morte, Cadaveri ambulanti, immondi ed esclusi, sono tenuti a un’unica legge: tagliarsi fuori dalla comunità dei viventi (Lv 13,45s). Il lebbroso è un contaminato che contamina. Solo Dio può guarirlo, con un prodigio simile alla risurrezione (cf. 2Re 5,7). È un morto, oltre che fisico, anche civile e religioso. È uno che vive visibilmente la morte. Gesù stesso, da quando toccò il lebbroso, divenne come lui: secondo l’ordine di Lv 13,46, si ritirò nel deserto. E là pregava (5,16). Escluso dalla comunità degli uomini, ci portò tutti in comunione con Dio. La sua misericordia ha piagato lui della nostra lebbra e guarito noi con le sue piaghe (Is 53,5). “stettero a distanza”. È la distanza tra la vita e la morte, dichiarata dalla Legge (Lv 13,46). v. 13: “alzarono la voce”. Tale lontananza è ormai colmata dal grande grido di Gesù sulla croce, la preghiera che giunge
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al cuore del Padre dalle più estreme lontananze del caos (23,46). Dio ascolta sempre il grido del misero, perché in esso ode la voce del Figlio. Per questo la preghiera opera l’impossibile: introduce nel Regno, che è la prima invocazione al Padre (11,2), e l’ultima richiesta al Figlio (23,42). “Gesù”. I lebbrosi sono i primi a chiamare Dio per nome. Oltre i lebbrosi, solo il cieco (18,38) e il malfattore in croce (23,42) pronunciano il Nome. Sono i sommi sacerdoti dell’umanità nuova, che conoscono Dio. Chiamare per nome significa avere un rapporto amichevole. La nostra lebbra, la nostra cecità e la nostra cattiveria riconosciuta sono il nostro titolo di diritto ad essere amici di Dio. Il suo Nome è “Gesù” (= Dio salva), perché “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). A lui si volge con piena fiducia la nostra invocazione: “abbi pietà di noi”. “Signore”. La parola propriamente non significa Signore (= kyrios), ma uno che sta in alto (= epistátés). Anche Pietro, immondo per i suoi peccati, lo chiamò così quando fu chiamato a seguirlo (5,8). “abbi pietà di noi”. Gesù è la stessa misericordia del Padre descritta al c. 15. Il prezzo della sua pietà è solo l’invocazione del suo nome. Al nostro desiderio di lui risponde subito l’incontro con colui il cui nome è “Dio salva”. L’invocazione “Gesù, Signore, abbi pietà di noi”, ripresa al
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singolare dal cieco, e combinata con quella del peccatore (18,13), è nota come la preghiera del cuore. v. 14: “Andate e mostratevi ai sacerdoti” (per la purificazione, cf. Lv 14,2). I lebbrosi non sono guariti subito. Hanno invece l’ordine di compiere il viaggio a Gerusalemme, che è loro vietato. Questi lebbrosi siamo noi tutti, chiamati a seguire Gesù, anche se incapaci di percorrere la sua via. Il Padre ci ha ordinato di ascoltare il Figlio (9,35), che ci chiama a fare il suo viaggio (9,23). Ma come possiamo, se ne siamo esclusi, perché lebbrosi e peccatori come Pietro (5,8)? Non importa! Ascoltando il Padre, obbediamo al Figlio e intraprendiamo il cammino impossibile che ci prescrive. “nel salire furono mondati”. Siamo mondati dall’obbedienza alla sua parola, che ci ordina il santo viaggio. All’interno di questo veniamo purificati. Non è che prima siamo giusti e poi possiamo seguire Gesù: la salvezza non è condizione, ma conseguenza della sequela. Per questo noi, peccatori e perduti, possiamo percorrere il cammino di Gesù. Lui ha sentito il nostro grido, ci ha visto e ci ordina di andare dove ormai sappiamo bene di non poter andare. Confidiamo solo nella sua parola, in povertà assoluta. Questa è la fede che giustifica e dà speranza contro ogni speranza (Rm 4,18). Lui infatti, come ci ha preceduto, sempre ci segue. Si è fatto ultimo di tutti, per caricarsi di tutta la nostra impurità ed elevarla sulla croce. Lì consegnerà al Padre la sua vita filiale, gravida di tutti i fratelli che ha incontrato.
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vv. 15-16: “ Uno solo di loro, vedendo che era stato guarito, ecc.”. La salvezza è già avvenuta (cf. 13,12) per tutti e dieci! Diventa però efficace solo nell’incontro con il Salvatore. Questo “uno solo” è figura del vero Israele, la chiesa. Infatti “vede” la salvezza, “ritorna” al Salvatore, “glorifica” Dio, “cade sul volto” ai piedi di Gesù (= lo adora) e “fa eucaristia”. È l’accoglienza della salvezza, che parte dal “vedere” se stesso guarito, e continua nel volgersi a Gesù, glorificando Dio, per terminare nell’adorazione del Signore e nell’eucaristia. “era samaritano”. Quest’uno solo era lebbroso, e per di più samaritano: doppiamente escluso. È abilitato a riconoscere Gesù, anche lui lebbroso da quando ci ha toccato (5,12-16), samaritano da quando ci si è fatto vicino (10,29ss). v. 17: “I dieci non furono mondati?”. Chi fa eucaristia prende coscienza che tutti gli uomini sono amati da Dio, purificati dal sangue della nuova alleanza sparso per tutti. Nessuno osi chiamare immondo ciò che Dio ha purificato (At 10,4ss), e a così caro prezzo (1Cor 6,20; 7,23)! “ora i nove, dove sono?”. All’unico credente si chiede conto degli altri nove. Sono i non credenti, che non siedono ancora alla mensa. Dall’eucaristia nasce la missione. Infatti “l’amore del Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti” (2Cor 5,14). Anche gli altri vedano, ritornino,
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glorifichino Dio, adorino il Signore e facciano festa! Chi risponde: “Sono forse responsabile di mio fratello?”, è come Caino. L’ha già ucciso (Gn 4,9). È il fratello maggiore che non conosce il cuore del padre e si esclude dal banchetto. Gli altri nove stanno andando a Gerusalemme per compiere la Legge, che poi di nuovo li condannerà al primo errore. Resteranno così sempre immondi. Uno solo per ora entra nell’economia del dono, incontra Gesù e fa eucaristia al Padre. v. 18: “Non si trovarono che tornassero”. I verbi dovrebbero essere al singolare: “non si trovò che tornasse, ecc.”. Sono invece al plurale, perché il pensiero di Gesù è rivolto agli altri nove. Egli è il vero figlio maggiore che si cura degli altri fratelli perduti. “dar gloria a Dio”. È il fine dell’uomo, che così si realizza. Perché la gloria di Dio è l’uomo vivente (s. Ireneo). “questo estraneo”. Come samaritano, gode del privilegio degli esclusi (14,12ss) e dei peccatori (15,Iss). È evidenziata la gratuità del dono ricevuto di cui rende grazie. v. 19: “Sorgi, viaggia”. L’eucaristia fa uomini nuovi, associati al cammino del Signore, testimoni della risurrezione fino agli estremi confini della terra. Questo samaritano, sempre in viaggio, va ovviamente verso gli altri nove.
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“la tua fede ti ha salvato”. Gesù rivolge le stesse parole alla peccatrice (7,50), all’emorroissa (8,48) e al cieco (18,42; cf. Zaccheo, 19,9). Nel Regno gli ultimi sono i primi! Ciò che essi fanno nel loro incontro con lui descrive le caratteristiche della fede che salva. La salvezza, anche se già donata a tutti, è effettiva solo se è accolta dalla fede. Questa consiste nell’accorgersi del dono e volgersi al donatore. La salvezza è il nostro rapporto “eucaristico” con Gesù. Chi l’ha scoperto, è responsabile davanti a lui di tutti i fratelli. Diventa “angelo” (= annunciatore). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che viaggia verso Gerusalemme, attraversando la Samaria e la Galilea. c. Chiedo ciò che voglio: seguire il Signore Gesù e la sua parola anche se mi sento ancora immondo. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - viaggio a Gerusalemme - dieci lebbrosi - Gesù, Signore, abbi pietà di noi.
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- l’obbedienza alla parola che guarisce - cosa fa “uno solo di loro” - i nove, dove sono? - la tua fede ti ha salvato. 4. Passi utili Sal 84; 2Re 5,1-14; Lc 5,1-11.12-16; 18,35-43; 23,39-43; At 2,21; 4,12.

101. QUANDO VIENE IL REGNO DI DIO? DOVE? (17,20-37)
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Ora, interrogato dai farisei: Quando viene il regno di Dio? rispose loro e disse: Il regno di Dio non viene con investigazione, né diranno: 21 Ecco qua o là! Poiché ecco : il regno di Dio è in voi. 22 Ora disse ai discepoli:
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Verranno giorni in cui desidererete vedere uno solo dei giorni dei Figlio dell’uomo, e non vedrete. 23 E vi diranno: Ecco là! o: Ecco qua! Non andate, né correte dietro. 24 Poiché come la folgore sfolgorando brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. 25 Ora prima bisogna che egli soffra molto e sia escluso da questa generazione. 26 E come fu nei giorni di Noè, così sarà anche nei giorni del Figlio dell’uomo: 27 mangiavano, bevevano, sposavano, maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il cataclisma e perse tutti. 28 Lo stesso come fu nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, edificavano. 29 Ora il giorno
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in cui Lot uscì da Sodoma, fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e perse tutti. 30 Allo stesso modo sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo è rivelato. 31 In quel giorno chi sarà sulla terrazza e avrà i suoi vasi nella casa, non discenda a prenderli, e chi nel campo similmente non torni indietro. 32 Ricordate la donna di Lot. 33 Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà; ma chi (la) perderà, la vivificherà. 34 Vi dico: quella notte saranno due su un divano: l’uno sarà preso, l’altro lasciato; 35 saranno due alla mola: l’una sarà presa, l’altra lasciata. 36 (due nel campo: uno sarà preso, l’altro lasciato). 37 E, rispondendo, gli dicono: Dove, Signore? Ed egli disse loro:
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Dove il corpo, là si assembreranno anche gli avvoltoi. 1. Messaggio nel contesto È la parte principale della “piccola apocalisse” (= rivelazione) di Luca (17,20-18,8). È inclusa tra due parole di Gesù sulla fede: “la tua fede ti ha salvato” (17,19) e: “il Figlio dell’uomo, venendo, troverà forse la fede sulla terra?” (18,8). Questo brano inizia e termina rispettivamente con le domande: “quando” e “dove” il Regno, ossia quale è il suo tempo e quale è il suo luogo? Gesù risponderà dicendo “come” viene il Regno, o, piuttosto, chi è il Re. Ci dà così i criteri per leggere la storia presente in termini di fede. Mentre la “grande apocalisse” (21,5-36), comune ai sinottici, ha un colore più cosmico, questa ha un carattere più individuale. Parla del senso della mia vita e della presenza del Regno nel mio decidere per Gesù. Si tratta di un discorso “escatologico (= ultima parola)”. È infatti l’ultima parola che si è riservata di dire colui che ha detto anche la prima. In essa manifesta dove va a parare tutta la vicenda dell’uomo e dell’universo, e rivela il senso del presente partendo dal suo punto di arrivo. Anche se il male è forte, colui che tiene in un otre gli abissi del mare (Sal 33,7) non ha perso il controllo della storia umana. Anzi, si serve di tutto perché alla fine si compia ciò che la sua mano e il suo cuore hanno preordinato che avvenga (At 4,28): il bene dell’uomo (cf. Rm 8,28).
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Il fine di tutto non è il trionfo della morte, bensì della vita. È il regno di Dio. Esso è già presente in mezzo a noi sotto il segno della croce. Per questo sembra che vinca il male, ma è in realtà l’astuzia del bene, che vince perdendo. Tutto sarà chiaro nel giorno del Figlio dell’uomo (vv. 22.24.26.30), la cui venuta riempie di speranza il credente e illumina ogni sua decisione attuale. Egli conosce la parola di Dio sul futuro, si fida e su di essa orienta la propria vita. È come Noè e Lot, che si preparano attivamente alla salvezza, mentre i loro contemporanei, come tutti i contemporanei di sempre, non si accorgono di nulla: dimentichi di Dio e incurvati sulla terra, sono intenti a mangiare e bere, sposarsi e maritarsi, comprare e vendere, piantare ed edificare (vv. 26-29). Anche il discepolo si occupa di queste stesse cose. Ma senza preoccuparsene, e con spirito diverso. Cerca innanzitutto il Regno, e sa che il resto è donato in aggiunta a chi conosce il Padre (12,30s). Il giudizio finale è anticipato nel presente quotidiano, in cui si mangia e si beve, ecc. La storia profana è il luogo della salvezza di Dio; basta viverla col lievito del Regno, invece che con quello dei farisei. All’inizio i farisei domandano “quando”, alla fine i discepoli “dove” è il Regno (vv. 20.37). E Gesù risponde ai primi: “ora, ma in modo nascosto”; ai secondi: “ovunque, e in modo manifesto”. Il tempo e lo spazio sono le coordinate che delimitano e definiscono l’esistenza umana. Ma il Regno non si situa in un dove e un quando puntuali; abbraccia invece ogni momento e ogni
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luogo. Avviene dove e quando l’uomo orienta la propria vita secondo il giudizio di Dio. Gesù chiede ai discepoli di abbandonare ogni nostalgia del passato e ansia del futuro, per vivere il presente con vigilanza attenta e fedeltà responsabile. La memoria di quanto lui ha fatto e insegnato (At 1,1) diventa progetto che spinge a testimoniarlo fino agli estremi confini della terra. La fede si fa speranza che urge alla carità: il suo passato muove il nostro presente verso il suo futuro. Questo è il Regno. Ora è necessariamente velato sotto il mistero dell’umiltà e della povertà di chi dona e si dona fino alla croce. La sua manifestazione, che i discepoli desiderano, ma che riguarda tutti e ciascuno, si pone alla fine della storia perché ne è il fine. Avviene necessariamente, ma richiede la libera decisione di passare attraverso le sofferenze e le contraddizioni del quotidiano. In questo brano la manifestazione futura cosmica scivola in secondo piano ed è anticipata in quella personale, che avviene al momento della morte. Per questo ciò che conta è la vita attuale: il destino del singolo e di tutta la creazione si gioca nel momento presente, senza il quale futuro e passato sono vuoti. Questo e non un altro è il momento favorevole della salvezza (2Cor 6,2): qui e ora siamo chiamati a incarnare la parola di Gesù, oggi eterno di Dio. L’umanità, lo sappia o no, volente o nolente, è in cammino verso il giorno del Figlio dell’uomo. Egli si rivelerà alla fine, quando ogni storia scoprirà il proprio non senso senza di lui.
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Il vuoto della sua assenza porterà tutti a desiderarlo. L’incapacità di salvarsi farà incontrare a ognuno il Salvatore. Allora sarà accolto colui che è già venuto per salvare tutti. E saremo tutti accolti nel Padre. 2. Lettura del testo v. 20: “Quando viene”. L’uomo è proiettato verso il futuro con desiderio e paura insieme: gli riserva salvezza o perdizione? Per lui è importante il “quando”. Se la salvezza arriva troppo tardi, è inutile. La domanda: “quando è il regno di Dio”, è fondamentale in Luca. Gesù risponde sempre richiamando al presente: qui e ora si decide per la vita o per la morte (Dt 30,15-20). Le sue prime parole in Marco sono: “il tempo è finito: il regno di Dio è qui” (Mc 1,15; cf. Lc 11,20). “il regno di Dio”. I farisei hanno una precisa attesa su di esso. Lo pensano in termini di potere e di gloria. D’altra parte pensano così anche i discepoli, che fanno la stessa domanda, prima che Gesù scompaia definitivamente dai loro occhi (At 1,6). Il Regno è il desiderio esplicito di Israele e implicito di ogni uomo: la salvezza, Gesù la compie eludendo e deludendo ogni aspettativa umana, nel suo mistero di umiliazione/esaltazione. Non segue infatti il pensiero dell’uomo, ma quello di Dio (cf. Mc 8,33). Il Regno, pur presente, è nel nascondimento, per ora! È come un seme: la sua realtà si svela, solo dopo, nella pianta.
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“non viene con investigazione”. La parola greca “investigazione” (paratérésis) indica l’osservazione di astri o di segni per divinare il futuro. Ogni scienza, in fondo, altro non cerca che prevedere per provvedere. Gesù dice che per vedere il Regno non occorre cercare segni reconditi. Taglia corto con tutte le speculazioni ansiose sul futuro, dettate dalla paura della morte. Fa invece volgere gli occhi al presente, in cui bisogna vivere l’amore del Padre e dei fratelli. Questo è il Regno. v. 21: “Ecco qua o là!” (cf. v. 23). È la tentazione comune: sfuggire al Regno presente e vicino, localizzandolo in altro tempo o luogo rispetto a dove si è. “il regno di Dio è in voi”. Può significare “dentro di voi” (cf. Mt 23,26, unico luogo nel NT dove esce la stessa parola entós col chiaro significato di “dentro”). In questo caso il Regno è nel cuore del credente che si è convertito. Può anche significare: “in mezzo a voi”. Allora il Regno è la presenza stessa di Gesù tra i suoi contemporanei e della chiesa nel mondo al quale lo testimonia. È comunque sempre una presenza come quella del seme e del lievito: senza ostentazione e visibilità. Il Regno non va rimpianto come passato (v. 22) né sognato come futuro (vv. 23s): va vissuto come presente nella piccolezza, nella sofferenza e nel nascondimento. Esso è presente nel samaritano, mondato dalla lebbra, che celebra l’eucaristia. È questo il mistero di
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Dio tra gli uomini: la pasta del mondo è lievitata dalla presenza del Figlio dell’uomo “preso, nascosto o gettato” (cf. 13,19ss). Il centro della storia umana è il Cristo, dal quale e per il quale tutto è fatto, nel quale tutto ha la vita (Gv 1,3s), sussiste (Col 1,16s) e si raccapezza (Ef 1,10). v. 22: “desidererete vedere uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo” (cf. 10,23). Il discepolo ha due tentazioni opposte: rifugiarsi nella nostalgia dei bei tempi in cui c’era il Signore, o evadere nell’attesa di quando tornerà. Bisogna invece vivere il suo passato nella nostra testimonianza presente, se vogliamo giungere al futuro sospirato. Il discepolo si sente in esilio. Lontano dal suo Signore (2Cor 5,6), spasima d’incontrarlo per stare per sempre con lui (1Ts 4,17). È un desiderio struggente, che lo dissolve (Fil 1,23). Cova nel cuore di ogni uomo come scintilla sotto la cenere: è l’inquieta ricerca del proprio volto perduto, specchio del suo. Tutta l’umanità è mossa da questo desiderio inestinguibile. Cerca qua e là, e si domanda quando e dove. Quest’insaziabilità di un desiderio inappagato, che non giunge a vedere - ma desiderare non è già un vedere più profondo? spinge tutta la storia verso Dio. In forza del pellegrinaggio di Cristo, la salvezza viene incontro a ogni cammino e pervade il tessuto dell’esistenza umana. In modo che chi desidera possa, presto o tardi, vederlo. v. 23: “E vi diranno: Ecco là! o: Ecco qua!”. L’uomo è abile fabbricatone di falsi cristi e falsi profeti, in cui cerca salvezza.
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Hanno sempre la caratteristica della visibilità, anzi dell’ostentazione, con un quando e un dove precisi. Rispondono a ogni curiosità, per poi puntualmente deluderla. Il Signore invece è modesto e umile, e le sue orme rimangono invisibili. Sanno però attraversare anche il mare (Sal 77,20). Egli c’è sempre e ovunque, ma in modo discreto. È visibile solo per chi liberamente l’accetta e si converte a lui. Per il Regno non occorre quindi conoscere i tempi e i momenti che il Padre si è riservato; basta discernere il presente come momento della conversione (12,56ss) e testimoniare il Figlio nella forza dello Spirito (At 1,7s). Per ora questo è il Regno. Non occorre sapere altro. L’uomo cerca sempre altre assicurazioni e rincorre ogni baluginare di speranza, religiosa e laica. Ma solo perché non ha fede e non sa vedere il Regno che è già presente in mezzo a noi e dentro di noi. v. 24: “come la folgore sfolgorando brilla”. La sua venuta storica fu contrassegnata da nascondimento, piccolezza e servizio (9,48; 22,27). Quella finale sarà palese. Mostrerà la vera gloria della precedente. Sarà come la folgore, che nessuno non può non vedere. Questa luce fu già anticipata agli occhi che videro la trasfigurazione e la risurrezione (9,29; 24,4). “nel suo giorno”. Il “suo giorno” è il compimento luminoso della storia, il sabato definitivo, gloria del nostro giorno, oggi eterno di Dio. La fede nella sua parola rende ogni nostro giorno contemporaneo al suo: attualizza noi a lui.
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v. 25: “prima bisogna che egli soffra”. Il suo giorno passa attraverso i giorni di sofferenza del Figlio dell’uomo e di tutti i figli degli uomini. Gesù risorto spiegherà: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (24,26; cf. 24,46). Noi cerchiamo il Regno altrove, per evitare qui e ora il mistero della croce, quotidiana come il pane (9,23). Invece di rimpiangere i suoi giorni passati o inquietarci per il suo giorno futuro, chiediamo discernimento per vivere nel presente il suo mistero di umiliazione per la glorificazione. vv. 26-29: “come fu nei giorni di Noè”. Noè e Lot sono modelli di questo discernimento (Gn 6,13-10,32; 19,1-29). I loro contemporanei, credendo di fare il proprio interesse, si costruivano la perdizione; mentre essi si costruivano un luogo di salvezza e sfuggirono alla morte. Il giorno di pentecoste Pietro sintetizza lo stesso insegnamento, dicendo: “Salvatevi da questa generazione perversa” (At 2,40; cf. Lc 12,1). Questa annega nell’acqua e brucia nel fuoco, come ai tempi di Noè e di Lot. Il cristiano invece conosce un’altra acqua e un altro fuoco: rigenerato dal battesimo, è vivificato dallo Spirito. L’esodo dalla propria generazione non è fuga, ma impegno a vivere con mentalità diversa, nel mondo, ma non del mondo (cf. Gv 17,11.16). Uno non può vivere altro tempo che il presente, in altro luogo che dove si trova. Per questo il luogo e il tempo del Regno è sempre qui e ora.
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v. 30: “Allo stesso modo sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo è rivelato”. Nel “suo giorno” sarà come fu nei giorni di Noè e di Lot, che sono come tutti i giorni della storia umana! La salvezza non è in qualcosa di straordinario, ma nella quotidianità della vita. È qui che siamo chiamati ad ascoltare la sua parola. Diversamente viviamo la perdizione. vv. 31s: “In quel giorno, chi sarà sulla terrazza, ecc.”. In quel giorno si compie per tutti la separazione di tutto. Per questo Gesù dice in anticipo al discepolo: “Chi di voi non rinuncia a tutto ciò che ha, non può essere mio discepolo” (14,33). È inutile il rimpianto, impossibile il ritorno: “Chi ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, non è ben messo per il regno di Dio” (9,62). È come la moglie di Lot, statua di sale, immobile sulla soglia della salvezza (Gn 19,26). v. 33: “Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà” . Riassunto dell’insegnamento di Gesù, questo detto è chiave di discernimento e criterio di azione. L’uomo si perde perché, mosso dall’egoismo, cerca di salvarsi. Si salva se, mosso dallo Spirito di Cristo, sa perdersi per amore, conformemente al v. 25 (cf. 9,24). Anania e Saffira sono l’esempio di chi si perde credendo di salvarsi su tutti i fronti, conciliando, con stolta astuzia, le proprie esigenze con quelle di Dio (cf. At 5,1ss).

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vv. 34-35: “quella notte saranno due”. “Quel giorno” diventa ora “quella notte” (cf. 12,35-48). È il tempo indisponibile all’uomo, limite della sua attività, immagine della morte che tutto inghiotte nel buio. Forse significa che il giorno del Signore è già anticipato per ognuno nella sua morte (cf. 12,20: “questa notte ti sarà richiesta la tua vita”). “Quella notte” può anche significare la notte di pasqua, quando, secondo la credenza ebraica, il messia sarebbe venuto a liberare e giudicare: di due che sono assieme, uno sarà preso e salvato, l’altro lasciato e abbandonato. Divano (per mangiare)/mola (per macinare) indicano rispettivamente riposo e lavoro, i due tempi opposti che abbracciano tutta la vita dell’uomo. Come casa/campo (= dentro/fuori) significa ovunque, così divano/mola significa sempre. Questo giudizio quindi avviene in ogni luogo e ogni tempo: tutta la vita umana, nella sua profanità, è il dove e il quando della decisione per il Regno. Inoltre è da notare che i due, pur facendo una medesima azione, hanno una sorte diversa. Questo indica che la salvezza non dipende da “cosa” si fa, ma da “come” si fa. Decidere la propria vita è un puro gioco della libertà (cf. v. 33), al di là di ogni altra determinazione esterna. v. 36: Il versetto è preso da Mt 24,40. v. 37: “Dove, Signore?”. I discepoli sanno che Gesù è il “Signore”, e il Regno è venuto già, anche se in modo
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nascosto. Per questo non domandano quando verrà, bensì dove si manifesterà nella sua gloria. “Dove il corpo, là si assembreranno anche gli avvoltoi”. Risposta enigmatica. Corpo significa cadavere. Come gli avvoltoi si radunano sul cadavere così il Regno si manifesta nel luogo della morte (cf. v. 25). Giuseppe di Arimatea aspettava il Regno. Ottiene il corpo di Gesù, entrato “oggi” nella sua gloria (23,51ss). Lì si manifesta pienamente il Regno. Come nella sua, così, in ogni morte. Per questo Gesù dice: chi perderà la propria vita, la salverà (v. 33). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù in cammino verso Gerusalemme. c. Chiedo ciò che voglio: capire che il Regno è in noi, quando decidiamo per Gesù. d. Da notare: - quando e come viene il regno di Dio - desidererete vedere - non credete a chi dice: Ecco qua o là! - esempio di Lot e Noè - salvare/perdere la vita - il momento della morte come giudizio.
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4. Passi utili Gn 6,13-10,32; 19,1-29; Mc 1,15; Dn 2,1-49 (31-35); 1Ts 4,13-17.

102. BISOGNA PREGARE SEMPRE (18,1-8) Ora diceva loro una parabola perché bisogna pregare sempre e non incattivirsi, 2 dicendo: C’era un giudice in una città, che non temeva Dio e non rispettava uomo. 3 Ora c’era una vedova in quella città, e giungeva da lui dicendo: Fammi giustizia del mio avversario! 4 E a lungo egli non voleva. Ora, dopo questo, disse dentro di sé: Anche se non temo Dio
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e non rispetto uomo, 5 almeno perché questa vedova mi dà fastidio, le farò giustizia, perché non venga fino alla fine a rompermi la testa! 6 Ora disse il Signore: Udiste ciò che dice il giudice ingiusto! 7 Ora Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte, e pazienta con loro? 8 Vi dico: Farà loro giustizia subito. Tuttavia, il Figlio dell’uomo, venendo, troverà forse la fede sulla terra? 1. Messaggio nel contesto La “piccola apocalisse”, iniziata dopo le parole di Gesù: “la tua fede ti ha salvata” (17,19), termina ora con il suo interrogativo sulla fede (v. 8). Questo brano risponde alla domanda della chiesa: “Perché il Signore non viene ancora?”. La fede infatti vive del desiderio di incontrarlo, e invoca: “Maranà tha: vieni, o Signore” (1Cor 16,22). Senza di lui il discepolo è come la vedova: priva dello sposo. Ma lui sembra
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insensibile anche all’insistenza più importuna; pare che ceda solo a fatica e per non essere disturbato oltre, come il giudice ingiusto. In realtà il Signore si comporta da sordo, solo perché vuole che gridiamo a lui; desidera udire la nostra voce: “fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave!”, dice lo sposo a colei che si sente vedova (Ct 2,14). Il v. 1 è la didascalia dell’evangelista: bisogna pregare sempre. I vv. 2-5 contengono la parabola dell’insistenza esaudita. I vv. 6-8 sono l’applicazione di Gesù: l’esaudimento è sicuro, bisogna però aver fede. Se la sua venuta è certa, bisogna nel frattempo “importunarlo”. In questo consiste la fede: una richiesta insistente del suo ritorno, che tiene desto il nostro desiderio di lui e ci preserva dal cadere nella tentazione radicale di non attenderlo più. La salvezza non viene perché non è invocata. Il Salvatore tarda a venire solo perché non è desiderato. Pazienta con noi e rinvia il suo ritorno, solo perché noi siamo indifferenti a lui. Per questo bisogna pregare senza stancarsi. L’invocazione: “Venga il tuo regno” (11,2) è il cuore della preghiera che Gesù ci ha insegnato. L’uomo non può produrre il Regno. È dono di Dio! Può soltanto accoglierlo. E lo accoglie solo se lo attende. E lo attende solo se lo desidera. L’invocazione dell’uomo permette a Dio di venire, e di venire accolto. Tutto il viaggio a Gerusalemme è una catechesi che sviluppa le richieste del Padre nostro: sia santificato il tuo nome (c. 11), venga il tuo regno (cc. 12, 13), dacci il pane (c. 14), perdonaci (c. 15), perché perdoniamo (c. 16). Luca non
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contiene la domanda: “Sia fatta la tua volontà” (Mt 6,10b). Gesù è l’unico a compierla (22,42), soddisfacendo tutte le altre richieste, anche a nome nostro. Quest’apocalisse lucana termina con la necessità della preghiera per non perdere la fede nel suo ritorno. La preghiera infatti ci apre gli occhi sul Regno, già venuto nel nascondimento e nella sofferenza. Solo alla fine si rivelerà nella gloria. Ma è già in mezzo a noi qui e ora, nella lotta per la fedeltà al Signore. La preghiera non ha bisogno di essere esaudita circa ciò che chiede. Il più grande dono che essa ottiene è il fatto stesso di pregare, cioè di entrare in comunione con Dio. Questo è il frutto che essa porta sempre con sé, superiore a ogni nostra attesa. 2. Lettura del testo v. 1: “bisogna”. Questo verbo è usato sempre in rapporto alla morte e risurrezione di Gesù. Qui è usato anche per la preghiera, perché opera la morte dell’io per lasciar posto a Dio: produce il silenzio della creatura e lo vivifica della parola del creatore. “pregare sempre” (cf - 21,36). Si deve pregare sempre, perché ogni momento è quello della sua venuta. La salvezza avviene in questo nostro tempo profano, in cui si mangia, si beve, ci si sposa, ecc. Per questo Paolo dice: “Sia che
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mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,31). La decisione finale è anticipata nella storia. Il destino definitivo è costruito ora. Non c’è altro tempo che il presente. Il passato non è più, il futuro non è ancora. Si può pregare sempre, perché la preghiera non si sovrappone a nessuna azione. Le illumina tutte e le indirizza al loro fine. Il cuore può e deve essere sempre intento in Dio e presente a lui, perché è fatto per lui. L’azione che non nasce dalla preghiera è come una freccia scoccata a caso da un arco allentato: senza fine e senza forza, non può raggiungere il suo bersaglio. La preghiera è importante perché è desiderio di Dio. E il desiderio di lui è il più grande dono che ci sia stato fatto. Nessuna azione può produrre o raggiungere colui che invece non può sottrarsi al desiderio. Dio, essendo amore, altro non desidera che essere desiderato. “e non incattivirsi”. La parola significa anche “scoraggiarsi”, “deteriorarsi”. La preghiera è il luogo del tedio e dello scoramento. Sembra tempo perso! È un puro desiderio, povero e in grado di fare nulla. Proprio in questa nullità raggiunge il suo fine: attendere il tutto. Ma il vuoto si riempie subito dei fantasmi e delle paure del cuore, che fanno uno spesso muro tra noi e Dio. Il nostro peccato, assenza e lontananza da lui, si evidenzia nella preghiera più che altrove. Mentre normalmente si lotta con mosche e zanzare, quando si prega si lotta con leoni e draghi; anzi con Dio stesso, sul quale
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proiettiamo la nostra cattiveria. Per questo la preghiera è una lotta (cf. Rm 15,30; Col 4,12; Es 17,8ss; Gn 32,23ss). Essa tiene viva nella notte l’attesa della luce: è il desiderio del ritorno del Signore, necessario al credente come l’acqua per il pesce. v. 2: “un giudice”. È il Signore. È suo dovere rendere giustizia agli orfani e alle vedove, e salvare i poveri che gridano a lui. “che non temeva Dio e non rispettava uomo”. È la persona peggiore che ci possa essere: senza religione e senza pietà. Questa è l’immagine che l’uomo ha di Dio, la sua maschera satanica che la preghiera ci mostra nel nostro cuore: un Dio “ateo e sprezzante”, che rispecchia le tentazioni di ateismo e disprezzo di chi prega. v. 3: “una vedova”. È la chiesa di Luca, alla quale è stato sottratto lo sposo e non sa quando tornerà (5,35; At 1,9-11). Vive sola e afflitta, invocandone il ritorno. La sua esistenza è vuota. Le manca ciò che la fa essere ciò che è. Che sposa è quella senza sposo? Nulla di ciò che c’è la riempie e appaga. Per questo invoca: “Maranà tha” (1Cor 16,22; Ap 22,20). È dissolta dalla brama di essere con lui (Fil 1,23). La vedova non ha donativi. È povera, come il desiderio. Può contare solo sull’insistenza e l’intensità, che lo scavano ancora più a fondo. Ma proprio così diventa capace di accogliere il desiderato.
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“giungeva”. Il verbo, all’imperfetto, indica un’azione continuata, senza fine. “fammi giustizia del mio avversario”. all’invocazione: “liberaci dal male” (Mt 6,13). Corrisponde

v. 4: “E a lungo egli non voleva”. È l’esperienza comune a chi prega: Dio resiste “a lungo” a ogni supplica (cf. 11,5-8), si nasconde nel tempo dell’angoscia, non se ne cura e sembra dimenticare i miseri (Sal 9-10,22.25.33). È forse insensibile e sordo, si domanda con angoscia il credente? La preghiera è esercizio di fede come abbandono alla bontà di un Dio che non sperimentiamo. Egli non esaudisce i nostri desideri di cose, perché nasca in noi il desiderio di lui. Vuole che alziamo gli occhi da ciò che la sua mano ci porge al suo sguardo che vuole incontrarci. Per questo tira continuamente indietro la mano e non ci dona secondo le nostre attese. Non intende concederci una cosa qualunque, ma se stesso. La vedova ha bisogno solo della presenza dello sposo. Il resto viene in sovrappiù. La preghiera deve esser continua. Il suo fine non è quello di cambiare Dio nei nostri confronti (cf. Mt 6,7), ma noi nei suoi, facendoci passare dal desiderio interessato dei suoi doni che non vengono, al desiderio puro di lui che vuol venire. Solo così lo possiamo accogliere. Per questo il frutto infallibile della preghiera perseverante non sono i suoi doni, ma lui stesso come dono: lo Spirito santo (11,13).
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“Anche se non temo Dio e non rispetto uomo”. Si ribadisce la “cattiveria” di Dio, sperimentata nella preghiera. È come uno schermo bianco, su cui proiettiamo ogni nostra cattiva immagine. Infatti noi, che siamo cattivi, pensiamo che ci doni ciò che ci meritiamo: pietre, serpenti e scorpioni, invece di pane, pesce e uovo (11,9-13). v. 5: “questa vedova mi dà fastidio”. Il Signore stesso ordina di essere importunato, chiedendo, cercando, bussando (cf. 11,9ss). Ma non ci ascolta se non quel tanto che è necessario perché non smettiamo di importunarlo. Ci infastidisce solo perché desidera che lo infastidiamo. Sono i dispetti amorosi di chi ama, per essere liberamente riamato (cf. Cantico dei Cantici). È una ricerca di continuo stuzzicata e disattesa, perché cresca; un gioco a nascondino, dove la pena di chi cerca e di chi si fa cercare si placa nell’unica gioia di trovare e di essere trovati. “fino alla fine a rompermi la testa”. Il verbo significa “colpire sotto gli occhi”. La preghiera raggiunge un’insistenza graffiante. Viene alle mani e colpisce il volto di Dio. È il corpo a corpo che Dio vuole; qui scopriamo chi siamo noi per lui e chi è lui per noi (Gn 32,23ss). La lotta si fa intensa, fino al sangue, proprio nella grande difficoltà (cf. 22,44). Il lungo silenzio di Dio si riempie al fine della sua Parola, così diversa da ogni nostra. Il Regno, già presente in mezzo a noi (17,21), sarà visto solo da chi ha il cuore puro
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(Mt 5,8). Per questo deve prima spegnersi ogni chiacchiera davanti al suo silenzio. v. 6: “Udiste ciò che dice il giudice ingiusto!”. Gesù lo richiama per garantire a fortiori che l’intervento di Dio è indubitabile: farà certamente il suo dovere, verrà a rendere giustizia ai suoi! v. 7: “Ora Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte...?”. Gli eletti sono coloro che “gridano a lui giorno e notte”, cioè quelli che pregano sempre, senza incattivirsi. La venuta del Signore e del suo regno è frutto della preghiera (cf. 2Pt 3,12). Dio non può essere insensibile al grido della vedova, soprattutto se è la “sua” vedova. Quando lui viene, cessa la vedovanza che, più che della sposa, è dello sposo. infatti non lui ha lasciato noi, ma noi abbiamo lasciato lui. Vuole che noi insistiamo, perché può tornare solo al nostro desiderio di lui. Non può rischiare un ritorno indesiderato: sarebbe nuovamente rifiutato, con dolore suo e danno nostro. Il ritorno del Signore è ormai legato alla preghiera, ed è l’oggetto primo dell’invocazione. La preghiera dell’umile “non desiste” finché l’altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità (Sir 35,18). “e pazienta con loro”. Colui che verrà alla fine nella sua gloria viene già ora ogni giorno nella sua pazienza verso di noi. Egli coltiva il fico con cura quotidiana, perché gli porti il
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dolce frutto che desidera: il desiderio di lui (cf. 13,6ss). “Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi”: per l’impazienza di Dio “un giorno è come mille anni”, e per la sua pazienza “mille anni sono come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di convertirsi” (2Pt 3,8s). L’unica spiegazione del ritardo del ritorno del Signore è la sua benevolenza verso di noi: attende che tutti lo attendiamo. v. 8: “Farà loro giustizia subito”. L’esaudimento è certo: il giudice di tutta la terra non può fare ingiustizia, il Signore non può non venire, lo sposo non può non tornare. Questo è il suo ardente desiderio. Ma può farlo solo nella misura in cui è anche il nostro. Appena trova tale desiderio in noi, subito lo esaudisce. La certezza della sua venuta si fa esortazione a noi, perché lo desideriamo e supplichiamo nella preghiera, senza stancarci. “il Figlio dell’uomo, venendo”. Lui viene di sicuro. “troverà forse la fede sulla terra?”. Il Signore, per il suo ritorno, esige una fede come quella della vedova. Tale fede, che si fa preghiera incessante, è il nostro sì alla sua venuta. Quando lo trova, lui viene “subito”. Anzi, è già presente in mezzo a noi (17,21).

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La stessa preghiera, soprattutto quella eucaristica, è già sempre un incontro con lui nella fede, finché “si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore. Gesù Cristo”. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la vedova che chiede giustizia al giudice. c. Chiedo ciò che voglio: imparare a pregare sempre e aver la fede della vedova. d. Contemplo la scena, vedendo, osservando e ascoltando ogni dettaglio. Da notare: - pregare sempre - incattivirsi - giudice ateo e iniquo - la vedova - gli eletti che gridano giorno e notte - il Figlio dell’uomo troverà la fede sulla terra? 4. Passi utili Sal 74; Gn 18,16-33; Es 17,8-15; 2Re 19,10-19; Rm 15,30; Col 4,12; Gn 32,23-33;
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Lc 22,39-46; 11,5-8.9-13; 2Pt 3,3-13.

103. O DIO, SII PROPIZIO A ME, IL PECCATORE (18,9-14)
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Ora disse anche questa parabola verso alcuni che confidavano su se stessi di essere giusti e nientificavano i rimanenti: 10 Due uomini salirono al tempio per pregare, l’uno fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, in piedi, davanti a sé pregava così: O Dio, ti rendo grazie che non sono come i rimanenti degli uomini rapaci, ingiusti, adulteri, o anche come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana, pago la decima su tutto quanto acquisto. 13 Ora il pubblicano, stando lontano non voleva neppure alzare gli occhi al cielo, ma batteva il suo petto
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dicendo: O Dio, sii propizio a me, il peccatore. 14 Dico a voi: Questo discese a casa sua giustificato, a differenza di quello. Poiché ognuno che si innalza sarà umiliato e chi si umilia sarà innalzato. 1. Messaggio nel contesto “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” ha appena chiesto Gesù (v. 8b). La fede è l’architrave della porta d’ingresso nel Regno. Gli stipiti che la sostengono sono la preghiera e l’umiltà. Senza la prima muore di asfissia, senza la seconda cresce in presunzione. Per questo, dopo aver dichiarato la necessità della preghiera, si parla ora sulla sua qualità di fondo: l’umiltà. Quest’ultima parte del viaggio, prima dell’ingresso a Gerusalemme, vuole convincerci di un’evidenza: siamo tutti sufficientemente presuntuosi e ricchi da escluderci dal Regno. La nostra umiltà allora sarà riconoscerci nel fariseo; la nostra povertà riconoscerci nel ricco.
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In questo dittico abbiamo due modelli di fede e di preghiera. Da una parte il fariseo, che prega davanti al proprio io. Sicuro nella propria bontà, giustifica sé e condanna gli altri. Dall’altra il pubblicano, che, sentendosi lontano da Dio e non potendo confidare in sé, si accusa e invoca perdono. Tutti i personaggi del Vangelo di Luca sono riconducibili a queste due figure, che rappresentano rispettivamente l’impossibilità e la possibilità della salvezza. Anzi più esattamente: noi cristiani seri siamo tutti fratelli gemelli del fariseo, il presunto giusto, che Gesù vuol convertire in reo confesso, perché accolga la grazia. In ogni sogno ci sono tre personaggi che contano: io che osservo, un altro che riconosco, e un terzo che non ricordo mai. Questi è proprio il più importante, il medio termine tra me e l’altro. Gesù svela al fariseo questo personaggio inafferrabile, mettendogli davanti uno specchio: il pubblicano, nel quale non vuol riconoscersi, è la parte profonda del suo io che non accetta. Il Vangelo di Luca incoraggia questo riconoscimento in modo scandaloso, condannando il giusto e giustificando il peccatore. Il giusto è condannato perché, nello sforzo di osservare le prescrizioni della Legge, trascura il comandamento da cui scaturiscono: l’amore di Dio e dei prossimo. Il peccatore invece è giustificato. Questo è il vero scandalo del vangelo, che ci permette di accettare la nostra realtà di peccatori in quella di Dio che ci ama senza condizioni - non per i nostri meriti, ma per il suo amore di Padre.
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La fede e la preghiera che introducono nel Regno si fondano su questa umiltà fiduciosa, frutto della nuova conoscenza di sé e di Dio. Dopo aver esortato alla preghiera, Gesù dubita se troverà “la” fede. Infatti, senza umiltà, la preghiera è dell’io e non di Dio; la fiducia è in sé e non in lui. La prima è autoglorificazione, la seconda presunzione. Questo racconto ci aiuta a discernere sulla nostra preghiera. Questa è vera quando, riconoscendoci nel fariseo, facciamo nostra la preghiera del pubblicano. Qui Luca dà il colpo di grazia al fariseo che è nel discepolo, proprio nella sua roccaforte: la fede, la giustizia e la preghiera. L’unica differenza tra i peccatori e i giusti sta nel fatto che i primi accettano di essere salvati; i secondi non lo vogliono. Questo pubblicano richiama misteriosamente Zaccheo, il pubblicano. Gesù, il nuovo tempio, alza lo sguardo su chi non osa levare gli occhi nel tempio, e fa di lui la sua dimora: “Oggi nella tua casa bisogna che io dimori” (19,5). 2. Lettura del testo v. 9: “confidavano su se stessi di essere giusti e nientificavano i rimanenti”. Chi confida nella propria giustizia, disprezza gli altri per apprezzare se stesso. Tutto pieno di sé e centrato sul proprio io, non ha spazio né per gli altri, né per Dio. Orgoglio e disprezzo vanno sempre insieme.
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Il primo chiude al Padre, il secondo ai fratelli. Il giusto ha con Dio un rapporto di autosufficienza, da pari; con gli uomini di “nientificazione”, da superiore a tutti. Gli altri sono chiamati i “rimanenti”, gli scarti del suo io, unica cosa importante. È l’atteggiamento di Erode davanti a Gesù (23,11). Stimare gli altri superiori a sé, è avere lo spirito di Gesù, principio di servizio e di comunione; stimare sé superiore agli altri, è principio di rivalità e di divisione (cf. Fil 2,3). v. 10: “Due uomini”. Più che due persone, sono due spiriti che si contendono il cuore dell’uomo. Da una parte il protagonismo, lievito dei farisei (12,1ss); dall’altra il nascondimento, lievito del Regno (13,18-21). “salirono al tempio”. La stessa identica azione “buona” può essere fatta con spirito e risultato finale opposto. “per pregare” (cf. brano precedente). Nella preghiera esce la verità del cuore davanti a Dio: la superbia o l’umiltà, la presunzione della giustizia o l’ammissione della colpa. Questo brano vuol farci discernere da che spirito è mossa la nostra preghiera. Siccome il vero peccato è quello del fariseo, e siamo tutti peccatori, non abbiamo discernimento se non ci vediamo in lui. La nostra umiltà, siccome non l’abbiamo, sarà l’umiliazione di riconoscere la nostra stupida verità: siamo superbi come il fariseo.
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“fariseo”. È il separato, che si stacca e si contrappone agli altri che non osservano la Legge. “pubblicano”. Esattore di tasse per conto dei dominatori pagani, è la figura del reprobo più detestabile. v. 11:“Il fariseo, in piedi”. È la posizione corretta della preghiera: si “sta davanti” a Dio, interlocutore dell’uomo. “davanti a sé”. In realtà il fariseo sta davanti non a Dio, ma all’io. La sua parola non raggiunge l’altro; è un monologo, non un dialogo. Come parla sempre tra sé e sé, così prega davanti a sé. È nella solitudine infernale di chi fa dell’io il proprio principio e il proprio fine. “pregava”. È una preghiera di ringraziamento. “Grazie” è la parola fondamentale dell’uomo, che bene-dice chi gli dà ogni bene. Riconosce Dio come colui che ama e dona, e sé come colui che riceve ed è amato. “Grazie” è la parola di consenso a sé e a Dio, compiacenza di lui come creatore e di noi come sue creature, gioia di accertare sé come dono di lui e tutto il resto come segno del suo amore. Ma la preghiera del fariseo è di autocompiacimento; si appropria dei doni per lodare sé invece del Padre e per disprezzare i fratelli invece di amarli. “O Dio, ti rendo grazie che non sono”. Ringrazia, ma non per lodare Dio ed entrare in comunione con lui, bensì per lodare sé e dividersi dagli altri. Davanti a colui che ha detto:
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“Io-sono”, gode del suo: “io-non-sono” come gli altri. È una preghiera satanica, del nulla. La preghiera di chi non è umile è una luciferina separazione dai fratelli e dal Padre: è lo stravolgimento massimo e più facile che ci sia. In essa si usa Dio per cercare il proprio io. È il peccato allo stato puro. Quello dell’altro che si accusa è una bazzecola. Chi si sente superiore all’altro mentre prega, è sempre lontano da Dio, che si è fatto più piccolo di tutti. “rapaci .”. Sono coloro che si appropriano di ciò che è altrui. E il giusto non si appropria dei doni di Dio e del proprio io? “ingiusti”. Sono coloro che non fanno la volontà di Dio. E il giusto non ne trasgredisce “il” comandamento? “adulteri”. Sono coloro che non vanno con il loro amore. E il giusto non si prostituisce all’idolo del proprio io, invece di amare Dio? “questo pubblicano”. È una sottospecie dei “rimanenti”, che non contano: particolarmente rapace, ingiusto e adultero. Il fariseo, che lo accusa per giustificarsi, lo conosce bene. Lo vede da vicino, come in un quadro, per rilevare la sua distanza da lui. Non si accorge di essere davanti a uno specchio. In lui ha descritto il proprio peccato. Il nostro farisaismo esce proprio tutto bene quando preghiamo. E non a caso! La preghiera è specchio della verità: ci fa vedere che abbiamo tutto il male di cui accusiamo
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gli altri. Allora, o cerchiamo di giustificarci, o finalmente smettiamo di accusare e iniziamo a invocare misericordia. Non c’è preghiera senza umiltà, non c’è umiltà senza scoperta del proprio peccato, anche del più tremendo, che è quello del giusto. v. 12: “Digiuno due volte la settimana”. Continua l’autoelogio. Lv 16,29 chiede un solo digiuno all’anno, nel giorno dell’espiazione. Lui ne fa due alla settimana, il lunedì e il giovedì, per espiare i peccati altrui. Bontà sua! “pago la decima su tutto quanto acquisto”. Le tasse sul grano, l’olio e il vino vanno pagate dal produttore, non dal consumatore (Dt 12,17). Ma se l’altro non avesse pagato? Per essere sicuro che la Legge sia osservata, il fariseo fa più di quanto è richiesto, e paga lui. Egli è davvero l’unico giusto. I “rimanenti” sono tutti un po’ come il pubblicano, mangioni e disonesti. Questo ringraziamento potrebbe essere tradotto così: “Giustamente mi ringrazi, o Dio, per la mia bravura! Te ne accorgi vero? E presto o tardi mi ricompenserai!”. v. 13: “il pubblicano, stando lontano”. Visibilizza anche all’esterno la sua lontananza da Dio che sente dentro. Anche i conoscenti di Gesù si pongono a distanza dalla croce (23,49), e anche il padre vede il figlio perduto da lontano (15,20). È il campo di visibilità di Dio, che guarda solo verso l’umile.
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“non voleva alzare gli occhi al cielo”. Con gli occhi bassi davanti a Dio (= cielo), umile e cosciente del proprio peccato, gli sta innanzi in modo diverso dal fariseo. “batteva il suo petto”. Segno di contrizione, come le folle ai piedi della croce (23,48). “dicendo”. La sua preghiera non pretende neanche di essere tale. È un “dire”. Tante persone, umili e di alta preghiera, dicono: non so se le mie preghiere valgono qualcosa, e neanche se sono preghiera. Questo pubblicano, a differenza del fariseo, non ha fiducia neanche nella sua preghiera. Anche questa gli è sottratta. Spera solo in Dio. Ma la preghiera dell’umile penetra le nubi (Sir 35,17). “O Dio, sii propizio a me, il peccatore”. Simile a quella dei lebbrosi e del cieco (17,13; 18,38), è la preghiera che purifica e illumina, introducendo a Gerusalemme. È una supplica con due poli: la misericordia sua e la miseria mia. L’umiltà è l’unica qualità in grado di attirare l’altissimo: fa di me un vaso, che, svuotato dall’io, può essere riempito di Dio. Questa preghiera del pubblicano sarà anche la mia quando scoprirò il mio peccato di fariseo. Non si ritiene “un” peccatore, ma “il” peccatore, “il più responsabile di tutti”. I “rimanenti” sono per lui, a differenza che per il fariseo, tutti giusti.

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v. 14: “Dico a voi”. È il giudizio di Dio pronunciato in modo solenne da Gesù, maestro della Legge. “Questo discese... giustificato”. La fede che giustifica viene dall’umiltà che invoca la misericordia. Il Figlio dell’uomo troverà questa fede al suo ritorno? Lo sappiamo se il nostro pregare sempre, come la vedova, ha il tono di quello del pubblicano. Chi perde la coscienza che tutti siamo peccatori, e Dio solo giustifica (Rm 3,23; 8,33), non ha tale fede. Dio “ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32). “a differenza di quello”. La presunzione nella propria giustizia non salva nessuno. Il giusto non è giustificato finché non conosce il suo grave peccato. “ognuno che si innalza sarà umiliato” (= 14,11). Richiama l’istruzione di Gesù dopo la sgonfiatura dell’idropico in casa del fariseo (14,7-11). Qui si parla dell’umiltà necessaria alla preghiera. Senza di essa c’è una diabolica perversione della preghiera in autocompiacimento, della fede in autogiustificazione. Il fariseo fa un salto mortale, dicendo: “Ti ringrazio che non sono come quel peccatore”. Il pericolo del lettore cristiano è dire: “Ti ringrazio che non sono come quel fariseo”. È il doppio salto mortale. Senza umiltà non c’è nessuna conoscenza vantaggiosa né di sé né di Dio, e si permane nelle mani del maligno. Torna utile ripeterlo: se il peccato è la
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superbia, l’umiltà che Luca richiede a ogni credente è quella di riconoscere la propria umiliante superbia di fariseo. Solo Maria può ringraziare per l’umiltà, perché fu preservata dal peccato. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la scena nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: riconoscermi peccatore, solidale con la miseria di tutti e con la misericordia di Dio verso tutti. d. Traendone frutto, mi identifico col fariseo, guardo il pubblicano e sento cosa dice Gesù. Da notare: - confidare in se stessi - nientificare gli altri - come prega il fariseo, cosa dice - come prega il pubblicano, cosa dice - la valutazione di Gesù. 4. Passi utili Sal 14; Sir 35,11-24; 1Sam, 2,1-10; Lc 1,45-55; 1Cor 4,7; Rm 3,9-23.
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104. CHI NON AVRÀ ACCOLTO IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO, NON ENTRERÀ IN ESSO (18,15-17)
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Ora, gli portavano anche dei lattanti, perché li toccasse; ora, visto, i discepoli li minacciavano. 16 Ora, Gesù li chiamò appresso dicendo: Lasciate i bambini venire a me e non impediteli. Di tali infatti è il regno di Dio. 17 Amen, vi dico: chi non avrà accolto il regno di Dio come un bambino non entrerà in esso. 1. Messaggio nel contesto Gesù aveva esultato nello Spirito e lodato il Padre per la conoscenza di sé rivelata ai piccoli (10,21s). Ora questi gli si accostano liberamente: al contatto con lui, il Figlio, attingono direttamente la paternità di Dio, il mistero del Regno.
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Dopo il c. 10, il viaggio di Gesù a Gerusalemme è tutta una catechesi sulla vita filiale, quasi un commento alle varie domande del Padre nostro. Qui si giunge al nocciolo: a quale condizione l’uomo può dire “Abbà”. Non gli si chiede che accettare la sua realtà di figlio e diventare ciò che è: di Dio, da lui e per lui che gli è Padre. Bisogna che torni bambino, ancora non nato. Anche se vecchio, deve ritornare nell’utero materno. Solo così può essere rigenerato a vita nuova (Gv 3,4ss): “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). I piccoli non posseggono nulla, neanche se stessi. Quanto hanno e sono, è dono altrui. Non possono procurarsi niente: si attendono tutto. Non sono capaci di fare alcunché; anzi, loro stessi diventano ciò che gli altri ne fanno. È una situazione di dipendenza totale. Il loro stesso essere è “essere di” qualcuno. Se sono di nessuno, muoiono. Ma questa loro debolezza estrema è vissuta con fiducia, come unica forza: è il bisogno stesso di essere figli, che tutto ricevono. Essi sono davanti ai loro genitori ciò che ogni uomo è davanti a Dio: sua creatura, suo figlio, che da lui riceve quanto ha ed è. Rappresentano quella povertà assoluta che ci fa accettare di essere totalmente da lui. Così lui diviene per noi ciò che già è in sé: nostro Padre. I piccoli entrano nel Regno, che è il Figlio, appunto perché accettano la paternità di Dio. Essi hanno la qualità della vedova e del pubblicano: sono invocazione del dono altrui in quanto bisogno, e sono fiducia nella pietà altrui in quanto privi di meriti.
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Il Sal 131 ci descrive il credente come un bimbo svezzato, tranquillo e sereno in braccio a sua madre: non desidera più il latte, ma l’abbraccio che l’avvolge. Come il latte è la vita del piccolo, così l’abbandono fidente in Dio è la vita dell’adulto. Senza questa fiducia in colui che gli è più madre di sua madre - sei tu che mi hai tessuto nel ventre di mia madre (Sal 139,13)! - l’uomo non può vivere. Ne ha bisogno come il piccolo del latte. Diversamente sprofonda nel nulla. Si può parafrasare il Sal 131, capovolgendolo come segue: “Il mio cuore si gonfia di vacuità e il mio sguardo si alza in una sfida continua: vado in cerca di cose grandi, sempre superiori alle mie forze. Sono inquieto e angosciato, come un vecchio voglioso in braccio alla morte, come un vecchio insaziato è l’anima mia. Dispera, nella tua impotenza, ora e sempre”. È uno specchio dell’uomo contemporaneo, “fatto da sé”, che ignora la paternità materna di Dio, e non sa da dove viene e per dove andare. Nella scena analoga di 9,46ss Gesù si identifica con il bambino. Qui vuol portare noi a fare altrettanto, per accogliere il Regno e aver parte con lui. Questo brano spiega la fede che Gesù vuol trovare per il suo ritorno (v. 8): quando la trova, egli viene ed è già in mezzo a noi (17,21). Il “che fare” per ereditare la vita (v. 18; cf. 10,25.28.37), è innanzitutto un lasciarsi fare, anzi il saper ricevere. In questo si realizza la più grande potenzialità dell’uomo: diventare figlio di Dio. È una passività che ci costruisce più di ogni altra attività.
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2. Lettura del testo v. 15: “lattanti”. La parola greca (bréphos) significa per sé “feto, piccolo da alimentare”. Nel suo cammino verso Gerusalemme, Gesù, il Figlio, trova fratelli non ancora nati. L’incontro con lui li farà nascere a vita nuova. Mentre l’uomo deve osservare la Legge, la donna in parte può e in parte no, il bambino è impossibilitato. A maggior ragione chi è lattante o ancora da nascere. Nei confronti della Parola, il piccolo è più povero del peccatore. Questi, pur trasgredendola, avrebbe la possibilità di compierla. Se l’uno è mancanza, l’altro è impotenza assoluta. Può vivere solo di dono, e ha come unico diritto il bisogno. È il contrario esatto del fariseo. Lo sforzo di ogni crescita umana mira giustamente a emanciparsi da questa situazione di dipendenza. Essere adulti nella fede invece significa recuperare nei confronti di Dio l’atteggiamento che il piccolo ha nei confronti dei genitori. Si può anzi aggiungere che solo chi ha tale atteggiamento nei confronti di Dio è pienamente adulto ed emancipato dalle varie schiavitù dell’io e degli altri. Tutto lo sforzo di Gesù è quello di condurci a questo stato di povertà e di umiltà che è il suo, per farci rinascere figli in lui, in modo da poter dire con gioia il suo stesso “sì” di compiacenza al Padre. La vita è dire : “Sì, grazie!”. La morte è l’autosufficienza di chi dice: “No, prego!”.

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“perché li toccasse”. Non è esatto tradurre, come spesso si fa, “accarezzare”. Toccare esprime quel contatto personale e fisico, che la fede stabilisce tra il credente e Gesù. La fede ci unisce con lui e ci identifica a lui, dandoci la salvezza. Il Signore in Luca tocca, oltre i bambini, il lebbroso, la bara e l’orecchio di Malco (5,13; 7,14: 22,51). E, mentre gli altri lo stringono e lo schiacciano (8,45), solo due donne riusciranno a toccarlo: la peccatrice (7,39) e l’impura (8,44.45.46). Ad ambedue Gesù dirà: “la tua fede ti ha salvata” (7,50; 8,48). Il tocco di Gesù, luce del mondo, illumina il discepolo e ne fa la lampada accesa agli occhi del mondo (8,16; 11,33). “i discepoli li minacciavano” (cf. v. 39). È la stessa parola che si usa quando Gesù zittisce i demoni e i discepoli che intendono fargli propaganda come Messia (cf. 9,21). Ritengono che stare “con” Gesù sia loro prerogativa, oppure è invidia per un’intimità loro preclusa? Che diritto hanno di stargli vicino? Non è per lui una perdita di tempo, oltre che di prestigio? Non è disdicevole tutta questa gazzarra attorno al Maestro, al loro Maestro? È loro dovere difenderlo! Non hanno capito ancora il suo mistero di piccolezza (9,46-48). Vogliono dividerlo da ciò con cui si è identificato. v. 16: “Gesù li chiamò”. Egli chiama vicino quanti i discepoli vogliono spingere lontano da lui.

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“Lasciate”. È la stessa parola usata per “rimettere” (= lasciare, perdonare) i peccati (11,4). Avvicinarsi a lui non è un merito. È un dono che sa di perdono. “i bambini venire a me”. Gesù viene a noi come dono e misericordia. Noi possiamo andare a lui solo come bambini, ossia come desiderio e bisogno. “non impediteli”. Gesù supplica la chiesa perché non escluda i piccoli e i peccatori (cf. c. 15). I non aventi diritto e gli esclusi sono gli ammessi al banchetto (1 4,13-24). Noi abbiamo accesso a lui solo se diventiamo come loro. L’unico impedimento al Regno è pretendere di averne diritto o accampare meriti e privilegi. “Di tali infatti è il regno di Dio”. Il mistero del Regno è la conoscenza che il Figlio ha del Padre, come uno che ha ed è tutto da lui e per lui (10,21). Luca, attraverso l’ascolto, vuol portare a quella povertà alla quale è promesso il Regno (6,20). L’umiltà, verità dell’uomo, è l’humus in cui nasce il fiore della fede: ci fa accettare noi stessi come dono del Padre, suoi figli. Solo così partecipiamo alla gioia stessa del Figlio (10, 20s) ed entriamo nel mistero di Dio. Per questo bisogna diventare “tali”, cioè come i bambini. v. 17: “Amen”. Introduce un’affermazione solenne, di autorità divina. Significa: “in verità”. È Dio che parla in
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prima persona, a nome proprio. Quando parla il profeta a nome suo, dice: “Debar JHWH” (= Parola di Dio). “chi non avrà accolto il regno di Dio come un bambino”. Il Regno non è da fare o da costruire. C’è già. È solo da accogliere. Non è difficile accoglierlo, perché è Gesù stesso, il più piccolo tra noi, niente di sé e tutto del Padre. Questo accogliere è superiore a ogni nostro fare. È la possibilità estrema dell’uomo: lo fa “capace di Dio”. “non entrerà”. Affermazione durissima. Si parla di esclusione dal Regno (cf. 14,24). È simile ad altre due: “chi non è con me, è contro di me” e: “chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (11,23; 14,33). Discepolo è colui che, non possedendo nulla, neanche se stesso, è tutto dell’altro. Così diventa come il suo maestro, Figlio del Padre. Il Regno è Gesù, Figlio di Dio. Va “accolto” come un bambino perché si è fatto piccolo e vive solo se è accolto. Dove è accolto, cresce e a sua volta ci accoglie: “entriamo” in lui, il Figlio. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le mamme che portano a Gesù i loro piccoli.
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c. Chiedo ciò che voglio: accogliere il regno di Dio come un bambino. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili Sal 131; Mt 18,1-5; Gv 3,1-16; Lc 9,46-48; 10,21-22; Gal 4,4-7.

105. ANCORA UNA SOLA COSA TI MANCA (18,18-30)
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E un notabile lo interrogò dicendo: Maestro buono, facendo che cosa erediterò la vita eterna? 19 Ora gli disse Gesù: Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20 Conosci i comandamenti:
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non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e la madre. 21 Egli disse: Tutto questo lo custodii dalla giovinezza. 22 Ora, udito, Gesù gli disse: Ancora una sola cosa ti manca: tutto quanto hai, vendi e distribuisci ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli, e, suvvia, seguimi. 23 Ora, udito questo, fu avvolto di tristezza, poiché era molto ricco. 24 Ora Gesù, avendolo visto avvolto di tristezza, disse: Come difficilmente quanti hanno le ricchezze entrano nel regno di Dio. 25 Poiché è più facile a un cammello entrare in una cruna d’ago, che a un ricco entrare nel regno di Dio. 26 Ora, quelli che avevano udito, dissero:
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E chi può salvarsi? 27 Ed egli disse: Le cose impossibili presso gli uomini sono possibili presso Dio. 28 Ora Pietro disse: Ecco: noi, lasciate le proprie cose, ti seguimmo. 29 Egli disse loro: Amen, vi dico: Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o donna o fratelli o genitori o figli a causa del regno di Dio, 30 che non riceva indietro molte volte altrettanto in questo momento e, nel secolo che sta per venire, la vita eterna. 1. Messaggio nel contesto Il brano riguarda il “che fare” per ereditare “la vita eterna”, nominata all’inizio e alla fine (vv. 18.30). Tratta del problema
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fondamentale dell’uomo: la salvezza in rapporto alla sua libera azione. È la domanda delle folle al Battista, che sarà fatta anche a Pietro il giorno della pentecoste (3,10.12.14; At 2,37). Due risposte sono possibili, l’una dettata dalla falsa, l’altra dalla vera sapienza. La prima è quella del ricco possidente (12,17s), la seconda quella dell’amministratore che sa di dover rendere conto (16,3.4). La stessa domanda fu già posta dal legista (10,25), dopo la rivelazione della paternità di Dio nel Figlio. Da 10,25 a qui è una grande inclusione che fa di tutto il cammino di Gesù una spiegazione sul “che fare” per ereditare la vita eterna: bisogna diventare ciò che siamo, poveri e umili come bambini, per tornare a essere figli e poter dire: “Abbà”. Ma noi siamo troppo ricchi e grandi. Il racconto vuole immedesimarci con il ricco, per farci costatare che ci è impossibile salvarci. Egli è il contrario dei piccoli del brano precedente. Questi non hanno e non sono nulla, e ricevono tutto ciò che hanno e sono dal Padre; sono appunto suoi figli. Lui invece ha tanto ed è tanto: è ricco e notabile, e riceve da Mammona quanto ha ed è. In questo brano Gesù parla solo del secondo comandamento, l’amore del prossimo, tralasciando il primo, l’amore di Dio. Questo ormai si realizza nel lasciare tutto per seguire lui. A chi osserva il secondo, manca ancora una cosa, la principale, per avere la vita: amare Gesù, ed essere con lui e come lui. Solo così eredita la vita (cf. 10,27ss; Dt 6,5). Questo ricco notabile è simile a chi lavora e suda nel campo, senza avere la gioia di trovare il tesoro (cf. Mt 13,44s). Gesù vuole
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illuminarlo perché si accorga di avere davanti il tesoro che sta cercando. Il brano si divide in tre parti. La prima (vv. 18-23) è sulla necessità della povertà: per ereditare la vita del Padre, bisogna essere come Gesù, il Figlio, povero e misericordioso. Il regno di Dio è del povero (6,20), appunto perché è quello del Figlio, che tutto riceve dal Padre. La seconda (vv. 24-27) è sull’impossibilità della povertà: la ricchezza ci impedisce l’ingresso nel Regno. La terza (vv. 28-30) è su ciò che rende possibile questa povertà: la scoperta del tesoro vero ricchezza presente e futura - per la gioia del quale si lascia tutto. 2. Lettura del testo v. 18: “un notabile”. Per Mt 19,22 è un giovane; per Mc 10,17 è un tale; per Luca è un notabile (un capo), che poi dirà essere molto ricco (v. 23). In lui si assommano l’avere e l’apparire, la ricchezza e il potere. “Maestro buono”. Maestro è colui che insegna la Legge, via alla vita. “Buono” è per il notabile un semplice titolo onorifico. Gesù lo riprenderà per fargli intuire un significato più profondo. “facendo che cosa erediterò la vita eterna?”. È la stessa domanda del legista (10,25). Il cammino che Gesù ha
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compiuto da allora fin qui è una lunga catechesi che risponde a questa domanda. La “vita eterna” è la salvezza dell’uomo. È un’eredità, dono che spetta al figlio in quanto tale. Ciò che bisogna fare per ereditarla è una vita filiale, che non abbia come principio la ricchezza, il potere e la superbia, ma la povertà, il servizio e l’umiltà del Figlio. È quanto Gesù è andato mostrando. Essendo un dono, la vita eterna esige la libertà dal potere e dalla superbia per accoglierlo. Per questo, pur non essendo una retribuzione, ha la caratteristica del “premio”. Premio alla povertà e all’umiltà appunto. v. 19: “Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”. Gesù vuol rendere avvertito il notabile che chi gli sta davanti è “buono” non solo in senso generico. È il solo buono, la bontà stessa del Dio inaccessibile che si è fatto nostro prossimo, per amarci e per poter essere riamato con tutto il cuore. v. 20: “Conosci i comandamenti: non commettere adulterio, non uccidere, ecc.”. Gesù elenca solo la seconda parte del decalogo, quella sul rapporto con i fratelli (Es 20,12-16; Dt 5,16-20). Tralascia la prima, quella sull’amore di Dio (10,27; Es 20,7-11; cf. Dt 6,5; 5,6-15). Questa si compie ormai seguendo Gesù. “Se tu fossi mio fratello allora ti potrei baciare”, sospira la sposa (cf. Ct 8,1s). In lui finalmente trova colui che desidera baciare. Solo chi comprende in che senso Gesù è “buono”, e ha la sublimità della conoscenza di lui come suo Signore (Fil 3,8), può finalmente adempiere il
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primo comandamento. Questo è il passaggio tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Luca, a differenza di Marco e Matteo che citano secondo Es 20,12ss e Dt 5,16ss, nomina prima l’adulterio. È il vero peccato: non amare lo sposo e fornicare con l’idolo. A questo punto Mc 10,21 dice che Gesù “lo guardò dentro e lo amò”. È il modo per rivelargli quanto gli manca: l’amore del suo Signore per lui. Luca qui tralascia lo sguardo di Gesù, che verrà invece concesso a Pietro che rinnega (22,61). Non sarebbe ancora in grado di vederlo. Solo dopo la guarigione del cieco di Gerico, l’occhio del ricco Zaccheo che si sa piccolo e peccatore potrà incontrarsi con quello di Gesù (19,3.5) e avverrà l’impossibile. v. 21: “Egli disse: Tutto questo lo custodii dalla giovinezza”. Come Paolo, ricco della propria giustizia, questo notabile è irreprensibile nell’osservanza dei comandamenti (Fil 3,1ss). Fa questa constatazione con verità e autocompiacimento, come il fariseo (vv. 9ss). La legge di Dio è l’amore della sua giovinezza, il suo tesoro. Ora però è chiamato a riconoscere nel Maestro colui che solo è buono: il Dio stesso della Legge, il suo tesoro da amare con tutto il cuore. v. 22: “Ancora una sola cosa ti manca”. Osservare i comandamenti è necessario, ma non sufficiente. La vita è amare con tutto il cuore il Figlio ed essere come lui. Il Padre è colui che ci attira verso il Figlio (Gv 6,44) per metterci con
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lui, in modo che siamo noi. Diversamente siamo perduti, fuori dalla nostra essenza. “vendi e distribuisci ai poveri”. Ciò che manca è la povertà e la misericordia, che si ottengono vendendo tutto e donando ai poveri. La povertà ci fa come il Figlio, che vive di quanto riceve dal Padre, in cui ripone ogni fiducia. La misericordia ci rende come lui, simili al Padre, che dà tutto. Povertà e amore sono le due facce di un’unica realtà; vanno sempre insieme. L’amore dà; solo quando ha dato tutto, si realizza davvero nel dono di sé. Questo notabile ricco è chiamato a essere povero e a condividere coi poveri per diventare come il Figlio, che da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povertà (2Cor 8,9). Queste parole mossero Antonio il Grande e Francesco d’Assisi verso il loro cammino. “e avrai un tesoro nei cieli”. È la vita eterna (vv. 18.30), il tesoro inesauribile (12,33), la nostra vera ricchezza (16,9-12): è il nostro essere figli. Infatti chi dà, diventa simile al Padre, che è dono. Uno non è ciò che ha, ma ciò che dà. Chi dà tutto se stesso, è se stesso e tutto. Per questo chi non rinuncia a tutto, non può essere come il Figlio, uguale al Padre, che dà tutto se stesso. “e, suvvia, seguimi”. Si segue solo chi si ama. Anche se avessi distribuito tutte le mie sostanze, e non avessi l’amore di Cristo a nulla mi giova (1Cor 13,3). La vita cristiana è
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seguire e amare Gesù (cf. 5,11; 9,23) perché è lui la mia vita (Fil 1,21). Nell’AT si seguiva la Legge. Ora si segue Gesù, Parola di Dio fatta carne. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). Egli ci dona nel tempo l’amore eterno di Dio e la possibilità di riamarlo. v. 23: “udito questo, fu avvolto di tristezza”. Invece dell’abito di gioia dei salvati, è rivestito di tristezza (cf. Sal 30,12). È l’inizio del pianto e stridor di denti (13,28) di chi si esclude dal banchetto della vita eterna (14,24). Questa tristezza è il contrario della grande gioia di chi ha trovato il tesoro (Mt 13,44). Quest’espressione, che esce in Luca solo a questo proposito, è usata da Mc 14,34 (cf. Mt 26,38) per descrivere l’angoscia mortale dell’orto, quando Gesù sarà in balia del potere delle tenebre. Però, a differenza di Mc e Mt, il ricco non se ne va. Rimane ad ascoltare quanto Gesù va dicendo. Il suo restare lì davanti alla Parola gli offre la possibilità di essere illuminato come il cieco e di trasformarsi in Zaccheo, che vedrà lo sguardo di Gesù. “poiché era molto ricco”. È il contrario del bambino, povero di tutto. È pieno di beni, di onori e anche di perfezione religiosa. Ricco, notabile e osservante, ha il perfetto lievito dei farisei! Gli manca solo di considerare tutte queste cose come sterco per guadagnare Cristo (Fil 3,8).

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v. 24: “Gesù, avendolo visto avvolto di tristezza, disse”. Quanto Gesù dirà è per guarirlo dalla sua tristezza. Il notabile resta ad ascoltare con i discepoli di allora e di sempre, per essere guariti dai loro mali (cf. 6,18). La tristezza è di chi vede la propria cecità davanti al vero tesoro. È un disagio, già presagio di guarigione. “Come difficilmente quanti hanno le ricchezze entrano nel regno di Dio”. Il possesso esclude da Dio che è dono. Si noti il crescendo che Gesù fa: qui dice che è difficile; poi prosegue con l’esempio del cammello, per concludere che è impossibile. v. 25: “è più facile a un cammello entrare in una cruna d’ago, ecc.”. Il paradosso indica l’incompatibilità tra ricchezza e Regno: non si può servire a due padroni (16,13). Il Signore è uno solo. v. 26: “quelli che avevano udito”. Oltre i discepoli, c’è anche il notabile e ogni lettore di Luca che si identifica con lui. “chi può salvarsi?”. Un tale aveva chiesto a Gesù se sono pochi quelli che si salvano (13,23). Quanti hanno udito le esigenze del Regno, costatano che nessuno può salvarsi. Siamo tutti notabili e ricchi abbastanza per non entrare nel Regno.
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v. 27: “Le cose impossibili presso gli uomini sono possibili presso Dio”. Non per questo Gesù abbassa le esigenze. Ribadisce che è impossibile a chiunque salvarsi. Qui voleva portare i discepoli: la salvezza non è una conquista, ma un dono di amore e di grazia. È concesso a chi ne sente il bisogno e lo invoca con umiltà, perché si sente incapace di conseguirlo. Maria, che concepisce l’inconcepibile, è figura della chiesa: sa che nulla è impossibile presso Dio (1,37). La salvezza, opera dell’unico che è potente (1,49), è donata a chi non ha ricchezza né presunzione. Luca vuol condurre ogni credente a constatare l’impossibilità di salvarsi, perché apra la mano e accetti il dono. v. 28: “noi, lasciate le proprie cose, ti seguimmo”. Pietro s’accorge, con meraviglia, che l’impossibile è già realtà per i discepoli: hanno lasciato tutto per seguire Gesù (cf. 9,23ss. 57ss; 14,26s33). La povertà dei piccoli, richiesta per entrare nel Regno, è possibile solo come adesione a lui e amore per lui, il Signore. vv. 29s: “Amen, vi dico: Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o donna... a causa del Regno, ecc.”. Il Regno, da cercarsi innanzi tutto (12,31), è Gesù stesso, il Figlio che ci accoglie con sé nel Padre. La povertà non è stoicismo: è motivata dalla gioia di chi trova in lui il suo tesoro. Chi lascia tutto - Luca aggiunge anche la donna - ha già trovato la perla, più preziosa di tutto. È già nel Regno, perché il Regno è già in lui (cf. 17,21). Nel futuro ci sarà la rivelazione piena. “Beati
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voi poveri, perché vostro è il Regno” (6,20). Il brano si chiude come si era aperto, con l’espressione: “vita eterna”. È la pienezza di vita che acquista chi vive da figlio, dando tutto come il Padre. La povertà di chi tutto riceve e tutto dà, è la ricchezza dell’amore, che è tutto dono. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che va a Gerusalemme e il ricco che gli viene incontro. c. Chiedo ciò che voglio: capire l’unica cosa necessaria che mi manca. d. Contemplo la scena, immedesimandomi nel notabile ricco. 4. Passi utili Sal 48; Fil 3; Mt 13,44-46; Lc 6,20-26; 12,32-34; 14,2533; 16,9-13.

106. ESSI NIENTE COMPRESERO (18,31-34)
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Ora, assunti i Dodici, disse loro: Ecco, saliamo a Gerusalemme e si compirà tutto quanto è scritto attraverso i profeti sul Figlio dell’uomo: 32 poiché sarà consegnato alle nazioni e sarà deriso e sarà insultato e sarà sputacchiato 33 e, flagellato, lo uccideranno e, nel terzo giorno, sorgerà. 34 Ed essi niente compresero di queste cose e questa parola era nascosta loro e non conoscevano le cose dette. 1. Messaggio nel contesto È l’ultima tappa del pellegrinaggio di Gesù (18,31-19,27). La morte del Figlio dell’uomo, già annunziata due volte (9,22.44), viene ora ripetuta e spiegata nel suo significato profondo: è il compimento delle Scritture.
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La sua vita ha un principio e un fine: il Padre (2,49; 23,46). Egli è il Figlio unigenito, l’unico che, non volendo restare solo, andò incontro a tutti i fratelli fuggitivi per ricondurli a casa. La sua via è la nostra stessa, ma percorsa in senso opposto. Per questo ci è incomprensibile. Nove lunghi capitoli separano questa dalla seconda predizione (9,44). In essi è inserito il grande viaggio dalla Samaria a Gerusalemme, in cui la croce fa da sfondo costante alle sue decisioni (12,50; 13,31ss; 17,25) e alle sue istruzioni ai discepoli. Il suo stesso cammino di samaritano, al quale ci invita (10,37), è la sua “croce quotidiana”, preludio di quella definitiva che ormai si staglia netta all’orizzonte. Questo terzo annuncio segue la costatazione che i discepoli fanno di aver lasciato tutto e precede l’illuminazione del cieco. Se hanno lasciato tutto, certamente hanno capito “che” il maestro è l’unico buono: il tesoro nascosto, la perla preziosa, il Regno in mezzo a noi. Ma certamente ancora non sanno quanto è buono! Egli è buono della bontà stessa di quel Dio che si rivela nella povertà, umiliazione e umiltà del Figlio dell’uomo consegnato per noi. Proprio così ci salva dal male che, allignando nell’ignoranza di Dio, ha la sua radice nell’egoismo e i suoi frutti velenosi nella brama di avere, potere e apparire. Qui Gesù toglie il velo delle Scritture, dicendo che la sua morte/risurrezione ne è il compimento. Dovrà poi guarire la nostra cecità, perché possiamo vederlo. Porterà l’opera a buon esito solo dopo pasqua, quando, oltre che aprire il significato della Legge e della promessa, aprirà la mente dei
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discepoli ad accoglierlo (24,27.45). L’amore di un Dio crocifisso nella sua passione per l’uomo, già incredibile in sé per la sua smisurata grandezza, trova resistenza in noi per la menzogna antica. Veramente siamo stolti e “bradicardici” (= lenti di cuore) nel credere alla Parola (24,25). Questa salita di Gesù a Gerusalemme sarà rivissuta negli Atti dal discepolo Paolo, che dirà: “Ed ecco: ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà: so soltanto che lo Spirito santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni” (At 20,22s). Sente le resistenze sue e degli altri - c’è anche Luca! - che si oppongono al viaggio; e dice loro: “Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Sono pronto non solo a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”. Allora tutti dicono: “Sia fatta la volontà del Signore” (At 21,13s). Hanno finalmente capito che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22). Tutta la catechesi di Gesù ai discepoli - il lungo viaggio! - è inclusa quindi tra due predizioni della croce e della risurrezione, mistero della vita sua e nostra. È l’unico punto da spiegare, che spiega a sua volta tutto. La lunga istruzione ha un risultato deludente: i discepoli - consolante per noi che vogliamo essere come loro! - non capiscono niente. Sanno però bene ciò che non vogliono e non possono capire: l’umiliazione del Figlio dell’uomo come via alla salvezza. Fine di ogni catechesi è riconoscere questa cecità davanti a lui, in modo da chiedere l’illuminazione. L’istruzione
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religiosa non porta alla conoscenza: apre alla rivelazione, proprio mostrando la nostra incomprensione dell’essenziale alla salvezza e facendoci invocare la luce. 2. Lettura del testo v. 31: “assunti i Dodici”. sé. Quasi li rapisce, come trasfigurazione (9,10.28). associati al santo viaggio. come i lebbrosi (17,14). stesso muoia e risorga. Gesù prende i suoi e li porta con prima del mistero del pane e della Anche se non capiscono, sono Cammin facendo, saranno guariti Prima però è necessario che lui

“saliamo a Gerusalemme”. Già anticipata in 2,41ss, questa salita è la conclusione del suo cammino di samaritano. In esso si fa carico del male di tutti e di ciascuno, per elevarsi sulla croce coperto di tutta la lebbra del mondo. “e si . compirà tutto quanto è scritto attraverso i profeti sul Figlio dell’uomo”. Gerusalemme non sarà la fine, ma il fine della sua fatica di pellegrino. Là potrà dire: “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30). Ora spiega il significato della sua morte e risurrezione: è la realizzazione della grande profezia sul Figlio dell’uomo, compimento di tutta la promessa di Dio. I due versetti che seguono sono il riassunto della sua passione. È molto importante che sia sulle labbra di Gesù. Ciò che avverrà a Gerusalemme non è un caso o un incidente sul
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lavoro, ma frutto del sapiente disegno di Dio, che il Figlio conosce, esegue e rivela: è la “Parola”, di cui tutta la Bibbia è commento (cf. 9,30s; 24,26s; 24,44-46). vv. 32-33: Ogni singola parola di questi due versetti va pesata e contemplata. Contengono la “Parola”, l’enigma di tutta la Bibbia. La croce è la chiave per entrare e scoprire il tesoro del Re. Tutti i verbi sono al passivo: indicano la passione di Dio per l’uomo. Sono in forma attiva solo uccidere e risorgere, che indicano rispettivamente l’azione dell’uno e dell’altro. “sarà consegnato”. Dio è di sua natura “consegna”, perché dono di sé. E ciò che Dio è in sé, lo diventa per noi nel Figlio. L’uomo desidera possedere solo perché non lo conosce. Egli è essenzialmente povero; non possiede neanche sé. È infatti trinità d’amore. Ogni persona ha il suo essere se stessa dal suo essere dell’altra: l’essere Padre è il suo essere del Figlio, l’essere Figlio il suo essere del Padre, l’essere dello Spirito il suo essere di ambedue. Questa povertà è propria dell’amore, in cui ognuno dona all’altro e da lui riceve tutto, anche la propria identità. “alle nazioni”. Luca è particolarmente sensibile al carattere di universalità della salvezza. “e sarà deriso” (alla lettera: sarà trattato da bambino). L’uomo desidera l’onore. L’amore invece accetta ogni
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umiliazione (cf. 23,36; 1Cor 13,4-7). “nientificarlo” (23,11).

Erode giungerà a

“e sarà insultato”. L’uomo desidera l’arroganza del potere sugli altri (la hybris). Dio invece sta con noi come il più piccolo tra tutti (9,48; cf. 2,12), “come colui che serve” (22,27), e porta ogni ingiuria. “e sarà sputacchiato”. Luca anticipa qui la duplice scena dello sputacchiamento di disprezzo sul suo volto glorioso (Mc 14,65; 15,19), che poi tralascerà. L’uomo con il suo sputo riversa su di lui tutto il veleno che ha nel cuore, mentre lui con la sua saliva ha guarito il nostro silenzio e la nostra tenebra (Mc 7,33; 8,23; Gv 9,6). “e, flagellato”. Luca, come tralascerà la coronazione di spine, parla solo qui della flagellazione. Paolo stesso riuscirà a evitarla (At 22,25s). “lo uccideranno”. Gesù non morirà. Sarà ucciso. La morte è semplicemente la fine della vita. Tocca ogni uomo, perché mortale. Con l’uccisione invece si affermano fin nella morte i valori per cui si è vissuto. È il fine di una vita, il martirio (= testimonianza). L’uccisione di Gesù certifica tutta la sua vita come trasparenza dell’amore verso il Padre e verso i fratelli. “e, nel terzo giorno, sorgerà”. Non si dice: “ma sorgerà”, bensì: “e sorgerà”. La risurrezione non è in contrapposizione,
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ma in continuità con il mistero di umiliazione e di morte. È la settima e ultima azione, fatta da quel Dio che assume su di sé le sei precedenti che fa l’uomo: consegnare, deridere, insultare, sputacchiare, flagellare e uccidere. Nella risurrezione si rende palese il vero senso della croce. Il suo abbassamento e la sua kénosis (svuotamento) assoluta manifestano la gloria di un amore infinito. “Per questo”, e non “nonostante questo”, Dio l’ha esaltato (Fil 2,9). Il mattino di pasqua è la ratifica del venerdì santo come vittoria sull’egoismo e sulla morte. v. 34: “essi niente compresero di queste cose”. Il mistero del Figlio dell’uomo sfugge a ogni uomo, anche ai più vicini (cf. 2,50). È il mistero stesso di Dio. Maria, seguita in ciò dai discepoli, conserva ugualmente con fede queste parole nel suo cuore (2,51). Sono un seme che porterà frutto. Noi non possiamo comprenderle perché pensiamo che sia male essere consegnato, deriso, insultato, sputacchiato, flagellato e ucciso. Il male invece è consegnare, deridere, insultare, sputacchiare, flagellare e uccidere. Noi siamo sensibili al male che portiamo più che a quello che causiamo, perché siamo egoisti. Il male invece non è portarne le conseguenze, ma farlo. Se farlo è via alla morte, la capacità di portarlo per amore è via alla vita. “questa parola”. In greco rhèma significa “parola detta”. Quanto qui Gesù dice è la “Parola” che esprime pienamente Dio. Tutta la Scrittura ne è una spiegazione.
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“era nascosta”. Nella seconda predizione era velato (9,45). Ora è anche nascosto. Il buio si infittisce. Si avvicina l’ora delle tenebre (22,53). Ma sarà anche l’ora in cui si compie il mistero. L’imperfetto indica il perdurare dell’azione. “e non conoscevano”. Ugualmente all’imperfetto, si sottolinea per la terza volta la sublimità della non conoscenza di Gesù come Signore da parte dei discepoli. Il Maestro buono dovrà aprire i loro occhi perché vedano l’unico buono. “le cose dette”. Sono la rivelazione dell’unico buono, nel suo amore che si fa carico di ogni nostro male. La salvezza dell’uomo è vedere come è conosciuto, stimato e amato dal suo Signore. Per questo Gesù nel brano seguente deve guarire la nostra vista. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù coi Dodici che sale a Gerusalemme. c. Chiedo ciò che voglio: vedere la mia cecità davanti al mistero dell’umiltà di Dio. d. Contemplo cosa fa al Figlio dell’uomo ogni uomo. Da notare:
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- consegnare - deridere - insultare - sputacchiare - flagellare - uccidere. 4. Passi utili 16. Sal 22; Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,13-53,12; 1Cor 2,1-

107. CHE VUOI CHE IO TI FACCIA? (18,35-43)
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Ora avvenne nell’avvicinarsi lui a Gerico, un cieco sedeva fuori dalla via mendicando. 36 Ora, udendo transitare la folla, s’informava
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che fosse mai questo. 37 Ora gli annunciarono: Gesù, il Nazoreo, passa oltre. 38 E gridò dicendo: Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me! 39 E quanti precedevano lo minacciavano perché tacesse. Ora egli gridava molto di più: Figlio di Davide, abbi pietà di me! 40 Ora Gesù, fermatosi in piedi, comandò che egli fosse portato a lui. Ora, essendosi avvicinato, lo interrogò: 41 Che vuoi che io ti faccia? Egli disse: Signore, che io alzi bene gli occhi! 42 E Gesù gli disse: Alza gli occhi! La tua fede ti ha salvato! 43 E subito alzò gli occhi e lo seguiva glorificando Dio.
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E tutto il popolo vedendo, diede lode a Dio. 1. Messaggio nel contesto Gerico è la porta di ingresso alla terra promessa, termine del lungo esodo dalla schiavitù alla libertà. Ma i discepoli sono ancora in Egitto, incapaci di compiere, addirittura di comprendere il cammino di Gesù (v. 34). Ora il Signore passa nelle loro tenebre. È la notte pasquale, in cui usa misericordia a chi invoca il suo nome. Questo cieco è il prototipo dell’illuminato. Sa di non vedere, ascolta bene, grida, entra in dialogo con Gesù, lo riconosce Messia e Signore, sa cosa chiedere e l’ottiene: alzare gli occhi su di lui, vedere la luce che salva e seguirlo. Il racconto trova la sua continuazione nel gesto di Zaccheo e va letto dopo i due brani precedenti che mostrano l’accecamento dell’uomo davanti al mistero del Figlio dell’uomo. Parla dell’illuminazione battesimale che fa riconoscere in Gesù, il Nazareno che passa, il figlio di Davide (messia), anzi, il Signore stesso che ha pietà di me. Gli occhi devono aprirsi per vedere la perla preziosa e ottenere la sublimità della conoscenza di lui come Signore (Fil 3,8). Solo così è vinta la tristezza e l’oscurità che tiene lontano da lui, e nasce la gioia di chi, scoperto il tesoro (Mt 13,44), ne è conquistato e corre per conquistarlo (Fil 3,12). È l’ingresso
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nel Regno, che consiste nell’amare con tutto il cuore (10,27) colui che per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). In Luca questa è l’unica guarigione di un cieco. At 9 ci presenterà Paolo fariseo illuminato mediante il suo accecamento. Egli infatti è venuto in questo mondo “per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv 9,39). Così guarisce tutti. Nel discorso inaugurale e nella sua risposta a Giovanni (4,18; 7,22), Gesù pone la vista ai ciechi come primo segno messianico. È il sole che sorge per illuminare chi siede nelle tenebre e nell’ombra di morte (1,78s). Il primo miracolo annunciato è l’ultimo compiuto. È infatti quello definitivo, che permette di vedere la salvezza che già ci ha donata (cf. commento a 13,12). Dopo ci sarà solo il miracolo dell’orecchio di Malco (22,51), perché anche il nemico possa ascoltare la sua parola. Il cieco viene guarito per vedere il Volto. Dalla trasfigurazione in poi è il tema dominante di tutto il Vangelo che culmina nella visione (= theoría: 23,48) del Crocifisso offerta a tutti. Questa è la salvezza dell’uomo, che torna a essere se stesso, riflesso di quella Gloria di cui è immagine e somiglianza. Dove giunge la luce, figlia primigenia di Dio, cessa il caos e inizia il mondo nuovo. Il centro di questo brano è il nome di Gesù, luce del mondo (Gv 8,12), la cui invocazione mette in comunione con lui. Vedere lui è il dono della “sublimità della conoscenza” del Maestro buono come l’unico buono. Ciò rende possibile l’impossibile: trasforma il
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notabile ricco in Zaccheo, vero figlio di Abramo, che ospita la benedizione promessa. Il cieco chiama Gesù per nome. Chiamare per nome significa avere un rapporto personale di conoscenza e di amore, da amico ad amico. È quanto avviene nel battesimo, che ci unisce a lui. Chiamando lui per nome, abbiamo il nostro vero nome di creature nuove. In lui la nostra miseria trova il volto di Dio che è misericordia di Padre verso il Figlio. Accogliamo così la rivelazione del Nome. Un cieco non può scorgere neanche il lampo di una folgore. Come può l’uomo vedere la Gloria nell’umiliazione del Figlio dell’uomo, compimento delle Scritture? I nostri occhi, tre volte ciechi davanti ad essa (v. 34), devono essere guariti. La cecità è l’estremo rifugio del peccato come fuga da Dio. Il bimbo chiude gli occhi e crede di non essere visto! È vero che cessa di vedere, ma non di essere visto. Colui che ha creato la luce, che anzi è la Luce, ora apre l’occhio perché possa contemplarla. Il battesimo ci dà un’illuminazione reale su Dio, che rimane però nel centro del cuore, come un fuoco sepolto sotto la cenere della menzogna antica. Viene ravvivato dallo Spirito, mediante il ricordo costante della Parola, la liturgia e la preghiera del Nome. 2. Lettura del testo v. 35: “nell’avvicinarsi lui a Gerico”. Gerico è una fortezza imprendibile, solidamente sbarrata, dove nessuno può entrare
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né uscire. Dio la farà cadere al suono delle trombe e al grido del popolo (Gs 6). È come il cuore di ogni uomo, ricco o discepolo che sia: una cittadella agguerrita, che non si arrende alla conoscenza del Signore. Ora Gesù si “avvicina” a Gerico; dopo la guarigione del cieco “entrerà” e “attraverserà” la città. Zaccheo sarà la Gerico espugnata: il suo Signore entrerà nella sua vita e la pervaderà. “un cieco”. “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105). Dio, con la sua parola, creò la luce e l’universo. Gesù è la medesima Parola increata, che si è fatta carne per ricreare l’uomo caduto nelle tenebre. La nostra cecità è la nostra non conoscenza di Dio congiunta con la presunzione di vederci (Gv 9,41; Ap 3,17ss). Essa ci chiude nella “luce tenebrosa” (11,35), e ci gonfia del lievito dei farisei, che è l’avidità dell’avere, del potere e dell’apparire. Gesù, luce vera del mondo, ci offre ben altro lievito: il desiderio di povertà, umiliazione e umiltà, che introducono nel Regno. Sono le qualità della vedova che Dio esaudisce, del pubblicano che egli giustifica e del piccolo che entra nel Regno (cf. 18,1-17). La nostra cecità sembra invincibile. Impedisce che la Parola faccia breccia in noi. Vedi la triplice cecità dei discepoli davanti al mistero di Gesù (v. 34). “sedeva”. Come tutti gli uomini, è seduto nelle tenebre, incapace di dirigere i suoi passi sulla via di Gerusalemme, città della pace (cf. 1,79). Sta immobile, come i farisei e i
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legisti (5,17), come Levi il pubblicano e i fanciulli dispettosi (5,27; 7,31). Pur avendo i piedi, non può seguire Gesù: non vede dove va e tanto meno chi è. “fuori dalla via”. Non è dentro, ma sui bordi, fuori dalla via che conduce nella terra promessa. Per essa passa il Pellegrino, ormai quasi al termine del suo viaggio. “mendicando”. Conscio del suo bisogno, fa leva su questo per vivere, come i bambini. L’inizio della salvezza è riconoscere la propria perdizione e aprirsi all’invocazione di colui che ci ha dischiuso il cuore alla speranza. v. 36: “udendo”. Non vede, ma può ascoltare. Anche noi, pur non vedendo ancora il significato della Parola, possiamo tuttavia ascoltarla e custodirla nel cuore, come Maria, madre dei credenti e figura della chiesa (2,51b). La fede giunge alla visione attraverso questo ascolto. “transitare la folla”. Questa folla in transito può anche precedere Gesù (v. 39), ma non seguirlo. Solo il cieco lo seguirà. Essa è piuttosto di impedimento (v. 39; cf. 19,3). “s’informava che fosse”. Sono le stesse parole usate per il fratello maggiore che sente sinfonie e danze nella casa del Padre (15,26). Per Luca il cieco è forse lui, che non vede e non vuole la misericordia per sé e per gli altri? (cf. 6,39).
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v. 37: “gli annunciarono”. La fede nasce dall’ascolto della Parola (Rm 10,17), udibile e annunciabile anche da chi è cieco e non la comprende. La Parola è come un seme. Può attecchire anche nella crepa di una roccia; lentamente cresce e poi la spacca. “Gesù, il Nazoreo”. È l’unica volta che Luca lo chiama così, indicando la sua origine terrena, di Nazaret. In quest’uomo, nella sua concretezza storica, il cieco vedrà il “figlio di Davide” (= Cristo, messia, re salvatore, vv. 38s) e il “Signore” (= Dio, v. 41). Gesù ribadirà di essere tale proprio in quanto Figlio dell’uomo che compie le Scritture e deve soffrire per cercare ciò che è perduto (v. 31; 19,10). In questo brano, che fa corpo unico con il seguente, c’è una concentrazione dei titoli che rivelano l’identità del “Maestro buono” (v. 18). Ereditare la vita è conoscere lui, e, in lui, il Padre (cf. Gv 17,3; 14,9). La fede è vedere tutte le promesse di Dio e Dio stesso che le realizza nella carne di Gesù, il Nazoreo, che è il Cristo Signore. “Gesù, il Nazoreo, passa oltre”. Dio entrò nelle tenebre dell’Egitto, colpì il nemico e “passò oltre” quelli le cui porte erano segnate dal sangue dell’agnello. Passar oltre significa: “graziare” (cf. Es 12,23). Oggetto dell’annuncio è il mistero pasquale di Gesù: il Nazoreo che “passa oltre” e compie nel suo esodo tutte le Scritture (18,31; cf. 9,31; 24,25-27.44-46). Egli, il Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini, fa grazia a ogni perduto, segnandolo col suo stesso sangue.
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Al suo passaggio la nostra cecità si fa notte pasquale: la tenebra accoglie la luce della nuova creazione. v. 38: “Gesù”. Questo cieco ripete in prima persona la preghiera dei dieci lebbrosi (cf. commento 17,13ss). È la seconda volta che qualcuno conosce il Nome, e lo invoca. Gesù significa: Dio salva. È il nome di Dio con noi. Chiamare per nome il “Nome”, entrare con lui in rapporto da amico a amico, è la luce della vita. Nel dolce nome di Gesù, Dio si concede alla nostra bocca e al nostro cuore. L’invocazione del Nome porta all’unione con lui, la salvezza: “Chiunque invocherà il nome dei Signore, sarà salvato”. “In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 2,21; 4,12). “figlio di Davide”. È il figlio promesso a Davide (2Sam 7), il messia atteso dal popolo come salvatore. Nel dialogo con lui scoprirà che è addirittura il “Signore” (v. 41). “abbi pietà di me!”. Il nome di Dio è Gesù, colui che usa misericordia con me. La salvezza è sperimentare in prima persona il suo amore gratuito che dona e perdona. Gesù è la rivelazione dell’amore infinito di Dio per l’uomo peccatore, un amore totale e senza condizioni, da Padre verso il Figlio. Per questo nella “preghiera del cuore” si completa: “abbi pietà di me peccatore”: è la stessa preghiera del peccatore che viene giustificato (v. 13).
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v. 39: “quanti precedevano lo minacciavano perché tacesse”. Viene minacciato come i demoni. Però non da Gesù, ma da coloro che lo ignorano. Chi prega è spesso scoraggiato e zittito. Per questo bisogna pregare sempre, senza stancarsi o incattivirsi (v. 1) “Ora egli gridava molto di più”. Minacciato perché taccia, insiste. Il suo grido, ripetuto in crescendo, squarcia la notte. Come la vedova, ha la perseveranza che si richiede nella preghiera (18,1ss; cf. 11,5-13!). Il cieco conosce la propria verità essenziale, che è l’assenza di luce. Sa addirittura intuire nel Figlio dell’uomo, il Nazoreo che passa, la sua luce, il suo Salvatore e Signore. Il bisogno s’incontra con l’offerta, la miseria con la misericordia. Nel grido perseverante ogni parola è come un raggio di luce che entra nelle tenebre, fino all’illuminazione totale. v. 40: “fermatosi in piedi”. Il verbo è al passivo (cf. 19,8), quasi che Gesù fosse irresistibilmente arrestato e messo sull’attenti dal grido di chi lo attende. La misericordia di Dio, che passa e scorre ovunque, è trattenuta dal grido del misero come in una fossa. Nelle tenebre d’Egitto il Signore passava oltre le case degli eletti, fermandosi a colpire quelle degli egiziani. Ora invece si ferma presso le tenebre di tutti gli uomini per usare loro misericordia; entra nelle case di tutti i perduti per salvarli: “deve” dimorare con loro (19,5. 10). Nel
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cammino del Figlio dell’uomo consegnato, la grazia pasquale raggiunge tutti gli uomini in proporzione del loro bisogno. Se Dio avesse voluto risparmiare solo gli eletti, avrebbe potuto risparmiarsi il duro viaggio del Figlio dell’uomo. “comandò che egli fosse portato a lui”. Chi voleva zittirlo, è incaricato di portarlo a Gesù. I discepoli devono e possono, anche se ciechi, condurre a lui chi desidera vederlo. In Mc 10,49s il cieco, alla chiamata, getta via il mantello, balza in piedi e corre verso Gesù. In Luca questo è riservato a Zaccheo, che salendo e scendendo di corsa dall’albero, lo accoglie e si libera di tutto. Prima è necessario però il miracolo del cieco, che permette di vedere il “Maestro buono”. v. 41: “Che vuoi che io ti faccia?”. Questa domanda è importante. La risposta ci fa conoscere se abbiamo finalmente capito che cosa chiedere al Signore. Luca ha fin qui puntato tutto sul farci riconoscere discepoli tre volte ciechi davanti al mistero del Figlio dell’uomo che va in croce (v. 34). Spera che ora ne siamo convinti. Egli conosce bene il nostro bisogno, e vuole guarirci (5,13). Ma non può se noi stessi non lo vogliamo. E non lo vogliamo se prima non lo riconosciamo. Per questo Dio non può salvare il giusto. La salvezza viene solo quando l’annuncio del Salvatore si incontra con la denuncia della propria perdizione, e l’invocazione di aiuto.
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In Mc 10,36 Gesù fa la stessa domanda a Giacomo e Giovanni. Dalla loro richiesta risulta chiara la loro cecità, con l’aggravante di non conoscerla. La loro cecità inconsapevole, che cerca la gloria del mondo, si contrappone a quella consapevole del cieco, che chiede di vedere la luce del mondo nel Figlio dell’uomo che passa. La lunga catechesi di Gesù, racchiusa tra i due annunci della passione, porta i discepoli a questo punto. È un cammino di educazione dei desideri, che li conduce davanti al suo amore crocifisso. Lì imparano a conoscere ciò di cui hanno veramente bisogno, a volerlo e chiederlo al Signore. In ogni brano della Scrittura egli ci vuole fare un dono: esattamente quello che è raccontato. È questo quanto dobbiamo volere e chiedergli come frutto della preghiera. In questa devo sempre “chiedere ciò che voglio”. Ma prima devo volere ciò che chiedo. E come posso volerlo se non lo conosco? “Signore”. L’illuminazione è vedere nell’umile Pellegrino la Gloria, il Signore, Dio stesso. “che io alzi bene gli occhi”. L’aoristo indica in greco un’azione perfetta, che noi rendiamo con l’avverbio “bene”. Il verbo (ana-blépo) significa innanzitutto: “guardare in alto, levare gli occhi”. L’uomo ripiegato verso il basso come la donna ricurva (cf. 13,10-17), è chiamato a “guardare in alto”, per vedere l’amore e la tenerezza del suo Signore per lui (Sal 123; Os 11,7). Lo stesso verbo può anche significare: “vedere di nuovo, recuperare la vista”. Nell’incontro con Gesù,
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l’uomo “vede di nuovo” colui che non vide fin dal principio, quando per paura si nascose da lui, salvezza del suo volto e suo Dio (Sal 42,12). v. 42: “Alza gli occhi!”. “Dio disse: sia la luce. E la luce fu” (Gn 1,3). Essa non è la luce vera, ma la sua ombra riflessa: infatti “Tu, Signore, sei luce alla mia lampada” (Sal 18,29). Perciò, “svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14). “La tua fede ti ha salvato!”. Chi “guarda in alto” sulla croce, capisce il mistero di Dio: conosce come è da lui conosciuto (cf. 1Cor 13,12) e può riamarlo come è da lui amato. Questa è la fede che salva: “tocca” il Signore e mette in comunione con lui (cf. la peccatrice: 7,50 e l’emorroissa: 8,48). v. 43: “alzò gli occhi”. Si ripete per la terza volta. Al desiderio del cieco risponde la parola del Signore, e alla sua parola, la realtà del dono. È la creazione degli occhi nuovi, capaci di incontrare come Zaccheo quelli di Gesù che si alzano a lui (19,5). Quest’occhio nuovo illumina la nostra esistenza (cf. 11,34): dà il cuore nuovo, pieno di luce. “e lo seguiva”. “Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono” (Is 42,15). Queste vie ignote sono il cammino del Figlio dell’uomo, salvezza di ogni carne. “Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). La fede inizia dall’ascolto, passa attraverso
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l’informazione e giunge all’invocazione del Nome. Così si ottiene la “vista”, che permette di seguire lui, nostro Salvatore e Signore. La fede che salva ha orecchi per udire, bocca per chiedere e invocare, occhi per vedere, piedi per camminare (e mani per toccare: 7,36-50; 8,43-48). Colui che è alla porta e bussa per cenare con noi, come è la nostra vera ricchezza, è anche il collirio che ci ridà la vista (Ap 3,18ss). “glorificando Dio”. La gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio (s. Ireneo). Questa visione, per ora nella fede, ci serve per seguire il Figlio dell’uomo nel cammino in cui ci ha preceduto. “il popolo vedendo, diede lode a Dio”. Lodare Dio non è come ringraziarlo per un suo dono: significa essere contenti che Dio sia Dio, godere della sua stessa gioia. La lode, che ci fa partecipare del bene altrui, è l’espressione più alta dell’amore. Il suo contrario è l’invidia, espressione dell’egoismo, che ci fa contristare del bene altrui. Chi lodasse Dio, sarebbe in paradiso anche se fosse all’inferno. Chi avesse invidia, sarebbe all’inferno, anche se fosse in paradiso. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che si avvicina a Gerico.
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c. Chiedo ciò che voglio: Gesù, abbi pietà di me! Che io veda! d. Contemplo la scena, immedesimandomi nel cieco. 4. Passi utili Sal 146; Gv 9; Mc 8,22-26; At 2,21; 4,12.

108. OGGI LA SALVEZZA VENNE IN QUESTA CASA (19,1-10) Ed entrato, attraversava Gerico. 2 Ed ecco un uomo chiamato col nome di Zaccheo, ed egli era un arcipubblicano ed egli era ricco. 3 E cercava di vedere Gesù chi è. E non poteva per la folla perché era piccolo di statura. 4 E correndo innanzi
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salì su un sicomoro per vedere lui, Poiché per quella (via) stava passando. 5 E quando venne sul luogo, alzati gli occhi, Gesù disse a lui: Zaccheo, affrettati a discendere, poiché oggi nella tua casa bisogna che io dimori. 6 E si affrettò a discendere, e accolse lui gioendo. 7 E, visto, tutti borbottavano dicendo: Presso un uomo peccatore entrò a riposare. 8 Ora, fermato in piedi, Zaccheo disse al Signore: Ecco, la metà di quanto ho, Signore, do ai poveri, e se estorsi qualcosa a qualcuno rendo il quadruplo. 9 Ora Gesù disse a lui: Oggi la salvezza venne in questa casa,
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perché anche lui è figlio di Abramo. 10 Poiché il Figlio dell’uomo venne per cercare e salvare ciò che è perduto. 1. Messaggio nel contesto Insieme alla parabola del samaritano e del Padre misericordioso, questo racconto si può considerare “un Vangelo nel Vangelo”, nel senso che ne esplicita gli elementi fondamentali. L’incontro tra Gesù e Zaccheo realizza la salvezza, impossibile a tutti, ma non a Dio (18,27), presso il quale nulla è impossibile (1,37). Finalmente il desiderio dell’uomo di vedere il Figlio dell’uomo si incontra con il “dovere” di questi di dimorare e riposare presso di lui. Finalmente Dio e uomo trovano casa l’uno nell’altro e possono cessare dalla loro fatica. È il faccia a faccia con il suo Salvatore, al quale ciascuno è chiamato. Anticipato ora in uno, si estenderà poi a tutti, fino agli estremi confini della terra. In Zaccheo (= “il puro” o “Dio ricorda”), quel Dio che provvede anche ai piccoli del corvo che gridano a lui (Sal 147,9), si ricorda di ogni uomo, per quanto piccolo e immondo, e lo rende puro perché possa compiere il santo viaggio.
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È un episodio chiave, soluzione di quanto precede e preludio di quanto seguirà. In esso si raccapezzano i vari fili del “vangelo di misericordia”. Ne è un compendio. Ogni parola è allusiva del tutto e lascia risuonare ciascuno dei temi cari all’evangelista della salvezza universale, da quelli della mangiatoia di Betlem a quelli dei legno sul Calvario. Le espressioni più cariche di risonanza sono per ordine: passare, arcipubblicano, ricco, affrettarsi, oggi, bisogna, dimorare, accogliere, gioire, borbottare, riposare, peccatore, dare ai poveri, salvezza, cercare, ciò che è perduto. Il centro è il “desiderio di vedere” di Zaccheo e lo sguardo di Gesù verso di lui Da questo incontro di sguardi, scaturisce “oggi” la salvezza: il Salvatore nasce nel cuore dell’uomo per cui è morto. È l’ultimo episodio del viaggio, in cui si scopre l’uscita dall’aporia: quale è la salvezza, se a tutti è preclusa? Zaccheo, l’insalvabile per eccellenza, trova il Figlio dell’uomo, venuto a cercare ciò che era perduto: “bisogna” che “oggi” e “in fretta” “dimori” nella sua “casa”. L’insalvabile ha l’unica prerogativa richiesta per la salvezza: vede la propria miseria e “cerca di vedere” la misericordia del Signore che passa.. Questo è il principio di ogni illuminazione. Il racconto fa corpo unico col precedente; e ci mostra come tutti, cominciando dai più impossibilitati, diventiamo discepoli del Signore. Il notabile ricco non poteva seguirlo; non era ancora in grado di “vedere” in che senso Gesù è “buono” (18,18s). Dopo il miracolo del cieco, il suo occhio
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guarito può incontrare quello del Signore che si alza verso di lui (v. 5). Zaccheo - figura di Adamo che si è nascosto al volto del suo Signore - è la Gerico inespugnabile. Gesù dapprima si accosta e gli guarisce l’occhio, malato da sempre d’invidia mortale. Può quindi vedere il suo sguardo che seduce tutti. Aperta la finestra del suo cuore, per essa entra e prende possesso di lui. Una volta conquistato, si sforzerà a sua volta di correre per conquistarlo (Fil 3,12). Dal secondo annuncio della passione Luca tende a renderci “piccoli” (9,48). La parola “Abba” è riservata agli infanti (10,21s) e nel regno dei figli entrano solo quelli che non sono ancora nati (18,15ss). L’evangelista punge di continuo il suo lettore, per sgonfiarlo dalla idropisia. Una volta guarito dal suo male, che è la presunzione di salvarsi, può accettare il dono della salvezza. Zaccheo realizza il “che fare per ereditare la vita” (10,25ss; 18,18ss). Ama Dio con tutto il cuore, perché finalmente l’ha incontrato nel Maestro buono del quale ha finalmente visto “chi è” - come amare ciò che non si vede? - e insieme ama il prossimo, donando ai poveri e convertendosi da stolto possidente in amministratore sapiente (cf. 12,13-21; 16,1-9). Le ultime parole di Gesù: “il Figlio dell’uomo venne per cercare ciò che è perduto”, sono il suo programma, che muove tutta la sua azione finora fatta e la sua passione che ora inizia. La sua missione è donare la salvezza ai perduti - cioè a tutti, cominciando dagli ultimi! Infatti “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io”,
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dirà Paolo (1Tm 1,15). Anche noi, identificandoci come lui con Zaccheo, compiamo la volontà di Dio (cf. Tm 7,29s) e rendiamo giustizia alla sapienza (7,35) di colui che vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano in Gesù alla conoscenza della sua verità di misericordia (1Tm 2,4). 2. Lettura del testo v. 1: “Ed entrato, attraversava Gerico”. Nel brano precedente Gesù, avvicinatosi a Gerico, aveva guarito il cieco. Ora entra, ne prende possesso e la attraversa da vincitore. “Maledetto davanti al Signore l’uomo che si alzerà e ricostruirà questa città di Gerico” (Gs 6,26). Così esclama Giosuè con verità - anche se risulta che sia stata la città più pervicacemente ricostruita di Palestina! La cittadella inespugnabile è caduta. L’occhio è guarito, la luce entra nel cuore e ne scioglie la durezza. La tenebra dell’uomo è squarciata, come da una folgore; l’ignoranza antica cede il posto alla sublimità della conoscenza di Gesù, il Signore. L’uomo ne è conquistato. Raab, la prostituta che accolse Israele in Gerico (Gs 2,1ss), fu l’unica salvata con la sua famiglia (Gs 6,17ss). Ora Zaccheo, il pubblicano che accoglie il vero Israele in cammino verso Gerusalemme, è il primo salvato. Della sua famiglia fanno parte tutti i perduti della terra, che in quanto tali incontrano il Salvatore.
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La prostituta di 7,36ss, con varianti femminili, è simile a Zaccheo. Pubblicani e prostitute ci precedono nel Regno promesso (Mt 21,31). v. 2: “Ed ecco un uomo”. La scena è simile all’ingresso della peccatrice nella casa del fariseo: “ed ecco una donna” (7,37). “chiamato col nome di Zaccheo”. Significa il “puro”. Se però è abbreviazione di “Zaccaria”, significa “Dio ricorda”. Gesù infatti è il “Dio che salva”. Egli si ricorda di tutto ciò che è perduto e tratta come puro ogni immondo, perché ha il potere di purificare col suo amore (cf. 5,13a). Nessun uomo ormai può essere dichiarato impuro (cf. At 10,15), perché Dio l’ha purificato col sangue del Figlio. Zaccheo, peccatore immondo, che Dio non può non ricordare e purificare, è il nome di ognuno di noi. “arcipubblicano” (= capo dei pubblicani). Agli occhi di tutti è un arcipeccatore, in contrapposizione al fariseo, il giusto (cf. 18,9ss). Sul pubblicano, tema ricorrente in Luca, vedi 3,12; 5,27.29.30; 7,29.34; 15,1; 18,10.11.13. “ricco”. Se, in quanto pubblicano, è escluso dalla salvezza secondo la Legge, in quanto ricco lo è secondo il Vangelo (cf. 18,24ss; 12,13-21; 14,15-24.25-33; 16,1931). È un peccatore della peggior specie: “l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,13.21). È destinato ad affogare nell’autosufficienza, perché è di quelli che, col
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cuore torpido come il grasso, si fanno dell’orgoglio una collana (Sal 119,70; 73,6). Zaccheo rappresenta per Luca il caso impossibile per eccellenza. v. 3: “cercava di vedere”. Luca vuol portarci a vedere il volto di Gesù: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete!” (10,23; cf. 17,22). Anche Erode cercava di vederlo (9,9), ma con la curiosità di chi vuol avere in mano la cosa (cf. 23,8ss). Zaccheo invece ha ormai l’occhio del cieco guarito e vuol vedere il Nazoreo che passa. Il suo desiderio è assolutamente povero, senza alcuna pretesa. Proprio questo attira il Signore che gli dice: “Oggi nella tua casa bisogna che io dimori”. Il “vedere” collega questo racconto con il precedente. “Gesù chi è”. Non solo vuole individuare tra gli altri chi è Gesù, ma soprattutto vederne l’identità: Gesù chi è veramente? Lo scoprirà quando vedrà come lui lo guarda. Il Pellegrino è quell’unico buono di fronte al quale sia il notabile ricco sia i discepoli sono ancora ciechi. L’occhio sano gode della luce. È fatto per essa. Così ora Zaccheo gode di ciò per cui è fatto il suo cuore: il mistero di Dio nel Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme. “non poteva per la folla”. È la turba di quelle preoccupazioni che chiudono alla conoscenza del Signore e su cui non riesce a levarsi il notabile ricco: il desiderio di avere, di potere e di
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apparire. Il cieco reagì a chi lo zittiva alzando il suo grido. Zaccheo si alzerà sull’albero. “perché era piccolo di statura”. Per il tema dei piccoli, caro a Luca, vedi 7,28; 9,48: 12,32; 17,2; 18,15ss; cf. 10,21s. Ogni uomo è troppo piccolo per vedere la gloria di Dio. Ma Dio ci chiede solo di essere ciò che siamo. Per questo, il peccatore è giustificato (18,9-14) e il piccolo entra nel Regno (18,15-17). Questa piccolezza sta nel riconoscere la nostra insufficienza di creature, il cui essere è “essere di” Dio. Anche Saulo cambierà il suo nome in Paolo, che significa “piccolo, poco” (At 13,9). Lui, che si considera il primo tra i peccatori (1Tm 1,15) e il più piccolo tra i santi, anzi un aborto (Ef 3,8; 1Cor 15,8s), è diventato l’icona di Gesù, il più piccolo fra tutti (9,48). v. 4: “correndo innanzi”. Il Battista camminerà innanzi a Gesù (1,76). Zaccheo addirittura gli corre innanzi, in fretta. È l’urgenza della salvezza ormai presente. “salì su un sicomoro”. Non poteva salire su un terrazzo. Nessuno avrebbe accolto in casa un peccatore immondo. Non aveva altra scelta che un albero. Anche Gesù sale a Gerusalemme per essere elevato sulla croce, l’albero del Regno, che accoglie tutti. È il legno della povertà, dell’umiliazione e dell’umiltà estrema, che porta il peccato del mondo. Adamo, la cui vocazione è di essere simile a Dio, sbagliò pianta e salì su quella della potenza. Zaccheo, guarito
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alla vista, sale su quella che gli permette di vedere l’impotenza di colui che passa sotto di lì, perché “deve” dimorare e riposare presso ogni piccolo. Da quest’albero vero albero di vita - Zaccheo conoscerà quel bene che non contiene alcun male: il “Maestro buono”, il Figlio dell’uomo che passa e compie la Scrittura. Vedrà il suo Signore. “per vedere lui”. Si ripete il verbo. Vedere lui, il Signore che viene a noi e ci guarda con amore e umiltà, è la salvezza nostra e la fine del travaglio di Dio. v. 5: “venne sul luogo”. L’espressione richiama, oltre la venuta sul Calvario (23,33), quella nella mangiatoia tra le bestie (2,7). Il Salvatore trova nella perdizione il luogo naturale della sua nascita. Il tema della nascita è alluso con le parole: luogo, katá1yma (= riposo), oggi, salvezza, bambino (piccolo), fretta, gioia; quello della morte con le parole: luogo, katá1yma, oggi, salvezza, deve, albero, cercare/perduto... L’incontro di Gerico è il natale dell’anima in Dio e di Dio nell’anima, il rimanere reciproco l’uno nell’altro. Il natale è sempre di carattere “passionale”: ha la sua sorgente in quell’amore che porta alla croce. “alzati gli occhi”. Gesù lo guarda non dall’alto, ma dal basso. L’amore infatti è umile. Come il cieco alzò gli occhi verso il suo Signore, così, colui che si è fatto il più piccolo di tutti, alza gli occhi verso Zaccheo. Per quanto piccolo, sta
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sempre più in alto di lui, come anche tutti i discepoli (cf. 6,20). Infatti si è abbassato più di tutti per poter servire tutti (9,48; cf. 22,27). Solo l’umile incontra Dio, perché Dio è umile. L’amore fa considerare l’altro superiore a se stesso (Fil 2,3). Nicola di Flüe, nel finale della sua visione di Gesù, il Pellegrino che mendica amore dall’uomo, scrive: “Quando il Pellegrino si fu allontanato di quattro passi, o quasi, si volse. Aveva allora il cappello in capo (nel quale aveva già ricevuto l’elemosina da Nicola!); lo tolse e si inchinò verso l’uomo (Nicola stesso). Allora l’uomo comprese l’amore che aveva per lui il Pellegrino, e ne fu sconvolto, vedendo che ne era indegno. Conobbe in Spirito che il viso del Pellegrino, i suoi occhi, tutto il suo corpo, erano ripieni di un’umiltà colma d’amore, come un vaso così pieno di miele da non potervene aggiungere una goccia. In quel momento non vide più il Pellegrino. Ma era talmente pago che non attendeva più nulla. Gli sembrava che gli fosse svelato tutto ciò che era in cielo e sulla terra”. Il grande mistero su cui essere illuminati è l’umiltà di Dio che Gesù ci rivela per salvarci. “Gesù disse a lui: Zaccheo”. Dopo il fariseo Simone e Marta (7,40; 10,41), è la terza persona che Gesù chiama per nome. Seguiranno Simon Pietro e Giuda (22,31. 34.48). È segno di amicizia. Si ricorda bene di lui, piccolo e immondo, colui che si è fatto più piccolo di tutti e si è caricato della nostra lebbra. Gesù chiama per nome solo chi sta convincendo della sua miseria, ed è chiamato per nome solo da chi è convinto della sua misericordia (17,13; 18,38; 23,42).
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“affrettati”. È l’urgenza salvifica finché dura quest’oggi (Eb 3,13.15; cf. 2Cor 6,2). Richiama Maria che corre a portare il Salvatore ai monti di Giuda che l’attendono (1,39). “a discendere”. Il piccolo e immondo Zaccheo deve scendere, perché sull’albero salirà uno più piccolo e più immondo di tutti: lui che non conobbe peccato e si fece per noi peccato e maledizione (cf. 2Cor 5,21; Gal 3,13). Per questo sta ora salendo a Gerusalemme. “oggi”. È il tempo della salvezza: è l’oggi della nascita (2,11) e della croce (23,43), offerto a noi tutti nell’annuncio (4,21). È ripetuto due volte (cf. v. 9), perché l’oggi della salvezza è proprio “oggi”, qui e ora, per chi l’accoglie come Zaccheo. “nella tua casa”. Noi tutti abbiamo una casa in cui ospitare il Signore. “bisogna”. Questa espressione, legata alla morte di Gesù come compimento delle Scritture, è qui applicata al suo dimorare con Zaccheo. L’unica necessità di chi ama è stare presso l’amato. Egli è solidale con noi, anche là dove noi stessi non ci accettiamo: nel peccato e nella morte. “che io dimori”. Il fine della sua venuta è la sua dimora con noi e in noi (cf. 1,56: 24,29). È infatti l’Emmanuele, il Dio con noi.
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v. 6: “e accolse lui”. “Accogliere”, gesto fondamentale dell’amore, è una parola che esprime tutta la sostanza del vangelo. Dio è pura accoglienza, e altro non cerca che essere accolto. Il Padre nel Figlio accoglie tutti, e tutti quelli che accolgono il Figlio sono con lui accolti nel Padre. La sesta opera di Gesù - quella che ristabilisce l’uomo nella sua natura originaria - è aprirgli la mano chiusa e rattrappita, perché possa ricevere il dono di Dio, Dio stesso (6,6-11). La parola hypo-déchomai esce solo qui e in 10,38. È più frequente la sua forma semplice déchomai, con lo stesso significato (2,28; 8,13; 9,5.48.53; 10,8.10; 16,4.6.7.9; 18,17; 22,17). “gioendo”. È la gioia della salvezza, riverbero in terra di quella che esplode in cielo dal cuore di colui che vuole che tutti gli uomini siano salvati. È un tema caro a Luca (1,14.28; 6,23; 10,20; 13,17; 15,5.9; 19,37; 24,52). v. 7: “E, visto, tutti borbottavano”. Borbottare è la caratteristica dei farisei (cf. commento a 15,2). Ora è estesa a “tutti”, escluso solo il peccatore che ha incontrato il suo salvatore. “Presso un uomo peccatore”. Luca, discepolo di Paolo, intende convincere tutti di peccato - anche e soprattutto il buon Teofilo! - perché tutti possano vivere di misericordia. Diversamente si è fuori dalla grazia di Cristo (cf. Gal 5,4). Sui peccatori vedi 5,8; 7,34.37.39; 15,1.2.7.10.
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“entrò a riposare”. Il verbo riposare (greco: kata1yó) richiama il luogo della duplice nascita di Gesù (katályma): quella nella carne, quando si presenta agli uomini nella mangiatoia (2,7), e quella nello Spirito, quando si dona ai discepoli nell’eucaristia (22,11). Il suo riposo è il suo offrirsi al mondo. È il Salvatore. Come tale è di casa solo presso i perduti. v. 8: “La metà di quanto ho, Signore, do ai poveri”. Va oltre le richieste della Legge (cf. Lv 5,20-24). Dare ai poveri è quel gesto di misericordia che ci fa essere accolti nelle dimore eterne (cf. c. 16). Ciò che fu impossibile per il notabile ricco, diventa realtà per chi incontra lo sguardo di Gesù. v. 9: “Oggi la salvezza venne in questa casa”. Richiama l’annuncio del natale (2,11) e il senso di quanto Gesù dirà al malfattore in croce (23,43). L’ascolto della Parola, seme concepito e continuamente innaffiato dal ricordo, porta il frutto maturo. Il Salvatore nasce nel cuore. Viene, rimane e riposa in noi trasformandoci in lui. “anche lui è figlio di Abramo”. Dio può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre (3,8). Perfino il cuore più duro può accogliere il Signore, ed essere rigenerato dalla Parola che ascolta. Basta che sia illuminato per vedere la propria miseria, e umile per invocare il Nome della misericordia! Quando, come Zaccheo, sente il proprio nome, finalmente sa
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“che fare” e lo sa fare. Abramo è il nostro padre nella fede. Essa è la scoperta del vero nome proprio e di Dio. v. 10: “il Figlio dell’uomo venne per cercare e salvare ciò che è perduto”. È la chiave di lettura di tutta la storia di Gesù. Richiama 18,31, dove il mistero pasquale è presentato come compimento della Scrittura. Il Figlio dell’uomo - che va in croce e risorge, che va in cerca dei perduti e li salva - fa da inclusione a questa sezione che ci rivela chi è Gesù “che passa” per la sua pasqua: è il figlio di Davide e il Kyrios, il Cristo e il Signore. Chi alza gli occhi a lui, è salvo. La sua identità profonda, per ora nascosta anche ai discepoli (18,34), è rivelata a un arcipeccatore. “per cercare”. Tutta la Bibbia narra la ricerca che Dio fa dell’uomo. Nel suo amore si spoglia di tutto, anche di sé e si abbassa ad ogni umiliazione pur di trovarlo. Ma può trovare solo chi già lo cerca. E lo cerca solo chi è già stato da lui trovato e guarito nell’occhio, perché possa desiderarlo. “salvare ciò che è perduto”. Richiama la parabola della misericordia (15,4.6.8.9. 24.32). È il tema centrale di Luca, che ci chiede di diventare misericordiosi come il Padre (6,36). Ora Gesù può entrare in Gerusalemme e compiere ciò per cui è venuto. Zaccheo ne è l’anticipo. La salvezza, per tutti impossibile, è già donata a uno per il quale è più impossibile che a tutti.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che attraversa Gerico, Zaccheo sull’albero prima e poi che corre a casa sua. c. Chiedo ciò che voglio: accettare che Gesù oggi deve dimorare in casa mia. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - Gesù che passa per Gerico - Zaccheo, arcipubblicano e ricco - cercare di vedere Gesù - piccolo, sale sull’albero - Zaccheo, affrettati a scendere - oggi nella tua casa bisogna che io dimori - lo accolse gioendo - Gesù riposa coi peccatori - cosa fa Zaccheo dei suoi beni - cosa dice Gesù. 4. Passi utili

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Sal 16; 23; Fil 3; Rm 5,6-11; Ef 2,1-10.11-22; Lc 7,3650; 15,1ss

109. LAVORATE FIN CHE VENGO (19,11-28)
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Ora, mentre essi ascoltavano queste cose, continuando disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme e sembrava loro che all’istante stesse per manifestarsi il regno di Dio. 12 Disse dunque: Un uomo di nobile nascita viaggiò per un paese lontano per prendersi un regno e ritornare. 13 Ora, chiamati dieci servi suoi, diede loro dieci mine e disse loro: Lavorate fin che vengo. 14 Ora i suoi cittadini lo odiavano, e inviarono una delegazione dietro a lui dicendo: Non vogliamo che costui regni su di noi.
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E avvenne che, al suo ritorno, avendo preso il regno, disse che gli fossero chiamati quei servi ai quali aveva dato il denaro per conoscere cosa avevano guadagnato. 16 Ora si presentò il primo, dicendo: Signore, la tua mina guadagnò dieci mine. 17 Egli disse: Bravo, servo buono, poiché nel minimo fosti fedele, sii con autorità su dieci città. 18 E venne il secondo, dicendo: La tua mina, Signore, fece cinque mine. 19 Ora disse anche a questi: Anche tu diventi di cinque città. 20 E l’altro venne dicendo: Signore, ecco la tua mina, che avevo riposta in un sudario. 21 Infatti ti temevo, perché sei un uomo severo: prendi quanto non ponesti, e mieti quanto non seminasti. 22 Gli disse: Dalla tua bocca ti giudico, servo cattivo! Sapevi che io sono un uomo severo, che prendo quanto non posi e mieto quanto non seminai.
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Perché non desti il mio denaro alla banca, allora io, venendo, l’avrei fatto con interesse? 24 E disse ai presenti: Prendete a lui la mina e date a chi ha dieci mine. 25 (E gli dissero: Signore, ha dieci mine!) 26 Vi dico: a chiunque ha, sarà dato; e a chi non ha, sarà tolto anche quanto ha. 27 Inoltre: quei miei nemici che non vollero che io regnassi su di loro, conduceteli qui e scannateli innanzi a me. 28 E, dicendo queste cose, camminava innanzi, salendo verso Gerusalemme. 1. Messaggio nel contesto Luca parla in più parti e secondo vari aspetti del rapporto tra la vita futura e quella presente. Stanno tra loro come meta e cammino: la prima è il fine e il punto di arrivo, la seconda è il mezzo per giungervi. In 12,49-59 si considera la morte personale e l’incontro col Signore come criterio di valutazione sul “che fare”. In 17,2018,8, la “piccola apocalisse”, si dice che il “quando” e il “dove” del Regno è la quotidianità dell’esistenza, in cui si
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sceglie di vivere per Dio invece che per il mondo. Qui, prima della “grande apocalisse” (21,536), si spiega perché il Signore tarda a tornare, e cosa bisogna fare nel frattempo. Questa parabola delle “mine” ha poco a che vedere con l’etica calvinista: trafficare i talenti e le risorse - e più si guadagna, più siamo benedetti. Il problema al quale qui si risponde è lo stesso di 2Pt 3,4: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione”. Prima e dopo la parabola si presenta Gesù che sale a Gerusalemme, per dare “oggi” il suo regno al malfattore confesso (23,40ss): lui, il Giusto, porterà ingiustamente la giusta condanna di noi ingiusti. Precede il racconto di Zaccheo, che “oggi” lo accoglie; segue quello del suo ingresso regale in Gerusalemme. Questa cornice chiarisce il discorso delle mine: il Regno viene “oggi” per chi, come Zaccheo, si converte alla misericordia e accoglie il suo Signore che viene in povertà e umiltà. Questo significa far fruttare i doni ricevuti. Il rimando del suo ritorno non è dilazione del suo giorno, ma dilatazione del tempo della salvezza. Come si dice nella parabola del fico (13,6-9), la storia continua perché Dio accorda all’uomo ancora un nuovo anno per convertirsi. Il prolungarsi del tempo ha il suo ultimo perché nella pazienza di colui che “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). “Signore non ritarda nell’adempiere alla sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che
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alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). Il ritardo della sua venuta dipende dalla nostra lentezza a convertirci. L’attesa deve tradursi nell’impegno di una vita che segue la sua stessa via, per andare incontro a lui che per primo è venuto incontro a noi. Questo è il Regno, già presente nella nostra storia (17,21). Il futuro definitivo è già anticipato nella nostra storia di conversione a lui. Egli non viene solo perché è già venuto e attende l’oggi in cui noi ci volgiamo a lui. I termini sono da capovolgere: l’attesa è sua e il ritorno è nostro. Il suo ritorno a noi sarà nel ritorno di noi tutti a lui. Contro la tentazione di evadere dal presente in nome del futuro, il cristiano sa che “il tempo è compiuto” (Mc 1,15), e conosce bene il valore dell’oggi. È il tempo urgente in cui ci si deve convertire (2Cor 6,1s). Il presente, con tutte le realtà che contiene, non va né disprezzato come se fosse niente, né sovraestimato come se fosse tutto: è il tempo e il luogo in cui si gioca il tutto, che è la fedeltà al Signore. “Chi è fedele nel poco, lo è nel molto” (16,10). L’aldilà assoluto e infinito, si gioca nell’aldiqua, relativo e finito. Le creature quindi non vanno né idolatrate né demonizzate. Non sono un fine, ma un mezzo da utilizzare tanto quanto servono al fine. La parabola è un’allegoria della partenza e del ritorno del Signore. Partito con la sua morte e la sua ascensione, tornerà definitivamente a salvarci nel giorno del giudizio. Questi sono i due confini che racchiudono la storia umana. Nel
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mezzo c’è il tempo del suo, o meglio del nostro viaggio, in cui siamo mandati a ripercorre lo stesso pellegrinaggio del samaritano: “Va’, e fa’ lo stesso” (10,37). I discepoli, prima dell’ascensione, fanno a Gesù la loro ultima domanda, che è la prima urgenza della chiesa: “E questo il tempo in cui ricostituirai il regno d’Israele?”. Egli risponde di non indagare sui tempi e i momenti, ma d’essere d’ora in poi suoi testimoni fino agli estremi confini della terra (At 1,7s). Ciò significa diventare come lui, misericordioso come il Padre. La mina che ci ha data non serve per arricchire davanti agli uomini, ma davanti a Dio; farla fruttare non vuol dire accumulare con avidità, ma donare con generosità (cf. 12,13ss; 16,1ss). 2. Lettura del testo v. 11: “mentre essi ascoltavano queste cose”. Quelli che ascoltano sono ancora quei “tutti” che hanno mormorato in casa di Zaccheo (v. 7), dove “oggi” è entrata la salvezza (v. 9). Ciò che lui ha fatto è un’illustrazione della parabola: ha impiegato e fatto fruttare bene le sue mine. “era vicino a Gerusalemme”. È il luogo del compimento. Gesù sta per concludere il suo cammino, in cui realizza il Regno nel suo destino di seme: piccolo, preso, gettato e nascosto (13,18ss).
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“sembrava loro che all’istante stesse per manifestarsi il regno di Dio”. Il regno di Dio è la salvezza dell’uomo. Si è già realizzato nell’accoglienza di Zaccheo; si manifesterà presto nell’umile ingresso a Gerusalemme. Mentre tutti attendono una sua rivelazione spettacolare, il problema è riconoscerlo e accettarlo nella piccolezza e nel nascondimento. La parabola che segue spiega che il Regno non è uno spettacolo da attendere per il futuro; è invece la chiamata ad agire qui e ora come Zaccheo. v. 12: “Un uomo di nobile nascita”. È Gesù, figlio di Davide secondo la carne e Figlio di Dio secondo lo Spirito (cf. 1,32; Rm 1,3s). “viaggiò per un paese lontano”. Se nella morte arrivò a una lontananza estrema dal Padre per farsi vicino a noi, nella sua ascensione andò lontano da noi e tornò a lui, primizia di tutti i fratelli che sarebbero venuti dopo di lui. Per colmare questa distanza ci vuole del tempo. Esattamente il tempo che impieghiamo per giungere a lui, che è lo stesso ormai del suo giungere a noi. L’impazienza di un suo ritorno a noi va sostituita dall’urgenza del nostro andare a lui. “per prendersi un regno”. Il regno di Gesù è l’accoglienza dei fratelli nell’amore dei Padre. Fu realizzato nella sua morte quando, riconosciuto dal fratello più lontano al quale si era fatto vicino, lo accolse con sé nelle braccia del Padre (23,42-46). Quando sarà esteso a tutti i suoi figli, sarà la
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nascita della creazione nuova, che ora geme e ne attende con impazienza la rivelazione (Rm 8,19-23). “e ritornare”. Solo allora sarà compiuta la vicenda umana. E lui tornerà presso di noi, perché tutti l’avremo accolto. v. 13: “dieci servi”. Richiama i dieci lebbrosi - tutta l’umanità da lui guarita nel viaggio a Gerusalemme. “dieci mine”. Una mina corrisponde a cento dracme; una dracma equivale a un danaro, il salario di un giorno. Si tratta di una somma né trascurabile né eccessiva: un terzo del guadagno annuale, cifra rapportabile all’esperienza di tutti. A ogni uomo è affidato lo stesso dono: una mina. Qual è questo dono, l’unico che conta, uguale per tutti, e dato a ciascuno? È forse il nostro essere figli, che cresce nel nostro essere fratelli? “Lavorate fin che vengo”. Il tempo tra la sua partenza e il suo ritorno non è un’attesa vuota; è riempito dalla nostra fatica per far fruttare il dono ricevuto. Ovviamente il lavoro di cui qui si parla non è quello dei servi di Mammona, ma quello dei figli del Padre, chiamati a diventare misericordiosi come lui. v. 14: “i suoi cittadini lo odiavano”. Siamo chiamati a vivere la nostra vita di figli in un mondo ostile e nemico (cf. 6,2738): “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20).
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“Non vogliamo che costui regni su di noi” (Gv 19,14.21; cf. Sal 2,2s). Il mondo oppone resistenza alla salvezza. Preferisce la schiavitù e la menzogna alla libertà e alla verità. Ma proprio in questa lotta nasce e cresce il regno del Figlio, la misericordia del Padre verso tutti i fratelli. v. 15: “al suo ritorno”. Certamente tornerà e regnerà su tutti, nonostante ogni resistenza. Ora c’è la semina, allora il raccolto. “Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato” (Gal 6,7). “cosa avevano guadagnato”. Nella vita presente si guadagna quella futura. Il tempo, nella sua quotidianità profana, è da vivere con libertà e responsabilità, in obbedienza alla parola del Signore. Il dono ricevuto è un seme che deve germinare, fiorire e fruttificare. Il vero guadagno, quello che ci arricchisce davanti a Dio (cf. 12,21), consiste nel donare. È l’unico modo utile di investire; ci dà il nostro vero tesoro (12,33) e ci procura amici che ci accolgano nelle dimore eterne (16,9). La salvezza è un premio. Come tale è insieme dono e conquista, incontro tra la benevolenza di Dio e la libertà dell’uomo che l’accoglie e ne vive. v. 16: “la tua mina guadagnò dieci mine”. Non dice: “Ho guadagnato”. Infatti “che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? e se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non
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l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). Colui che ha dato è il medesimo che fa crescere il dono (1Cor 3,6s), e, come dà il volere, così dà anche l’agire (Fil 2,13). v. 17: “Bravo, servo buono”. Il discepolo si professa: “semplice servo” che ha fatto ciò che doveva fare (17,10). Il Signore invece lo loda e gli dice: “bravo!”. Dio per primo loda (Gn 1,31) e serve (22,27) l’uomo, perché da sempre lo rispetta, lo stima e lo ama (Is 43,4; Ger 31,3). L’uomo è chiamato a fare altrettanto per diventare simile a lui. Lodare e servire (cioè dire e fare bene) sono le due azioni di chi ama, con cui rispettivamente gode del bene dell’amato e lo favorisce. “nel minimo fosti fedele” (cf. 16,10). Per quanto minima, la realtà presente è il luogo in cui si vive la fedeltà al Signore. Questa consiste nell’agire come l’amministratore saggio (16,1-8) e Zaccheo (vv. 1-10), che fanno il contrario del possidente stolto (12,13-21) e del ricco mangione (16,19-31). “dieci città”. Il premio è un dono sproporzionato al merito, come una città rispetto a una mina. Ma ha pure una certa proporzione: a “dieci” mine corrispondono “dieci” città. Il premio inoltre è un dono fatto a chi ha adempiuto certe condizioni. È come in una corsa, in cui viene premiato a dismisura chiunque vi ha partecipato, e in proporzione alla buona volontà.
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vv. 18-19: “E venne il secondo”. Diversa è la risposta di ciascuno ai doni di Dio. Di questa siamo responsabili noi. Egli dona a ciascuno “molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20): ci dona se stesso! Il suo dono è proporzionato solo al desiderio di ricevere. Per questo contano molto i desideri, e soprattutto quel desiderio di lui, che solo lui può colmare. Qui si accenna anche al problema delicato del merito. È bene rimettere la soluzione al Signore stesso, “giusto giudice” (2Tm 4,8). A noi basta agire come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da lui. Tutto è dono suo, anche la nostra azione e noi stessi! Egli non si sovrappone né è antagonista alla sua creatura, perché fa essere tutto ciò che è, compresa la nostra libertà. v. 20: “ecco la tua mina, che avevo riposta in un sudario” . Il dono non ha fruttato. Significa che non è stato donato. È rimasto improduttivo, perché avvolto nella logica mortale del possesso. È quanto fa chi arricchisce davanti agli uomini, ma non davanti a Dio (12,21). v. 21: “Infatti ti temevo” (cf. Gn 3,10). È la paura di Adamo. Viene dall’immagine di un Dio cattivo, che non ci ama. Tale paura blocca l’azione dell’uomo. “perché sei un uomo severo: prendi quanto non ponesti”. È l’idea di Dio che ha l’uomo “religioso”: lo considera severo ed esigente. La sua giustizia è una mossa di estrema difesa da
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lui, nella ricerca di chiudere il conto in parità. Ma cosa si può dare in cambio di tutti i suoi doni a chi ci ha dato la vita e tutto? O si dice: “grazie”, o ci si uccide! Per questo il ritornello del “giusto” Giona è: “meglio per me morire che vivere” (Gio 4,18.9). v. 22: “Dalla tua bocca ti giudico”. L’uomo è giudicato dal suo giudizio su Dio. In realtà non lui giudica noi, ma noi giudichiamo lui. “servo cattivo, ecc.”. È cattivo come la sua immagine di Dio. Quanto il Signore non ha seminato e miete è proprio la nostra libertà di donare il dono e così moltiplicarlo. Al suo ritorno ce lo renderà (cf. 10,35), e in munifica sproporzione: una città ogni mina! Perché lui è grazioso e ci vuole simili a sé. v. 23: “perché non desti il mio denaro alla banca”. La banca dove i beni fruttano è la misericordia e l’elemosina (11,41; 12,33s; 16,1ss; 19,8). v. 24: “Prendete a lui la mina”. Perché a chi non ha sarà tolto anche ciò che “erede” di avere (8,18). “e date a chi ha dieci mine”. Perché a chi ha, sarà dato in misura sempre maggiore (6,38). In realtà uno ha solo ciò che dà.

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v. 25: “(E gli dissero: Signore, ha dieci mine)”. È lo scandalo della giustizia di Dio, diversa da quella umana. Si fonda sul dono sovrabbondante di grazia, e non sullo scambio di interesse. v. 26: “a chiunque ha, sarà dato”. Chi ha in realtà è colui che ha dato; a lui sarà reso in misura sovrabbondante, secondo la generosità con cui ha dato (6,38; 12,33: 16,9). Si ribadisce la logica di Dio, che è quella del dono e della misericordia. “a chi non ha, sarà tolto anche quanto ha”. Chi non ha è colui che non ha dato ma ha trattenuto. È fuori dalla sua verità di figlio, senza la misericordia del Padre. In fondo gli è tolto solo ciò che crede di avere (8,18) e che, alla fine, sa che non è suo (cf. v. 20; 18,20ss; 16,11s): “Ecco, la tua mina!”. v. 27: “quei miei nemici”. È la sorte di chi rifiuta la vita e si oppone al Regno. quella di ogni uomo, peccatore e nemico di Dio (cf. Rm 3,23). Toccherà a Gesù in croce, morto per noi, suoi nemici (cf. 6,27; Rm 5,6-11). Portando su di sé ogni nostra inimicizia (Ef 2,15), distruggerà il chirografo della nostra condanna (Col 2,14). v. 28: “E, dicendo queste cose, camminava”. Con queste parole, che sembrano dette in casa del peccatore Zaccheo non si dice che ne è uscito (cf. v. 11)! - continua il suo cammino verso Gerusalemme. Lì subirà ingiustamente la nostra giusta condanna di malfattori, per dare il suo regno a
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quanti si riconoscono tali (23,40-43). Sarà l’agnello sgozzato per noi. Infatti siamo salvati per grazia (Ef 2,5). Per questo dobbiamo farci grazia l’un l’altro (Ef 4,32). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che esce da Zaccheo e cammina verso Gerusalemme. c. Chiedo ciò che voglio: usare tutto ciò che ho e sono secondo la volontà di chi mi ha dato tutto. d. Medito sulla parabola. Da notare: - la manifestazione del Regno - il Signore se ne è andato - ci ha lasciato i suoi doni - da vivere in un ambiente ostile - la ricompensa al suo ritorno - la risposta del terzo servo - la risposta di Gesù. 4. Passi utili

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Lc 6,20-38; 12,13-21.33-48; 16,1-8.9-13.19-31; 18,1830; 19,1-10.

110. IL SIGNORE DI LUI HA BISOGNO (19,29-40)
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E avvenne che, come si avvicinò a Betlage e Betania presso il monte chiamato degli Olivi, inviò due dei discepoli dicendo: 30 Andate nel villaggio di fronte. Entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale nessun uomo mai sedette: slegatelo e conducetelo qui. 31 E se qualcuno vi chiede: Perché slegate? così direte: Il Signore di lui ha bisogno. 32 Ora, andati, gli invitati trovarono come disse loro.
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Ora mentre essi slegavano l’asinello, i suoi signori dissero loro: Perché slegate l’asinello? 34 Ed essi dissero: Il Signore di lui ha bisogno. 35 E lo condussero a Gesù e, lanciati i loro mantelli sull’asinello, fecero salire Gesù. 36 Ora, mentre egli procedeva, stendevano i loro mantelli sul cammino. 37 Ora, mentre era ormai vicino alla discesa del monte degli Olivi, tutta la moltitudine dei discepoli con gioia iniziò a lodare Dio a gran voce per tutti i portenti che avevano visto, 38 dicendo: Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria negli altissimi. 39 E alcuni dei farisei dalla folla dissero a lui: Maestro, rimprovera i tuoi discepoli. 40 E rispondendo disse: Vi dico: se costoro taceranno, grideranno le pietre!
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1. Messaggio nel contesto È la venuta del messia, l’inizio del suo regno. Si compiono le parole dette da Gesù dopo la sua prima lamentazione su Gerusalemme: “Non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (13,35). Si compie pure la promessa cantata nel natale: “Gloria a Dio negli altissimi” (2,14). Viene il Signore della pace, l’erede al trono di Davide che regnerà senza fine (1,32s). Viene in umiltà e mitezza. Per questo subirà il rifiuto. Questa momentanea accoglienza gioiosa è prefigurazione della festa finale, quando tutti gli uomini avranno accettato la sua umiltà e mitezza. Allora lui sarà il Signore di tutti; e ci sarà soltanto il Signore, e il suo nome sarà uno (Zc 14,9). I farisei e i discepoli chiesero “quando” e “dove” viene il Regno (17,20.37; cf. At 1,6). Gesù mostra “come” viene il re. Perché il Regno viene sempre e ovunque è accolto e riconosciuto lui, che viene qui e ora come Figlio dell’uomo sofferente (cf. 18,31ss). Questa sua venuta è il mistero stesso di Dio e del suo regno, oscuro anche ai discepoli (18,34), poiché si rivela nella piccolezza del Pellegrino che va a Gerusalemme per essere preso, gettato e nascosto. È una gloria ben diversa da quella che tutti si aspettavano (v. 11).

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Il Signore visita il suo popolo. Ma chi lo benedice come Zaccaria, chi lo attende come Simeone e Anna? Accolto dal peccatore Zaccheo, sarà rifiutato dal suo popolo. La salvezza, che tutti in fondo desiderano, consiste nell’accogliere questo messia povero, sempre in viaggio e sempre alla porta che bussa. Chi lo accoglie entra nel Regno, accolto da colui che accoglie. Egli viene e verrà sempre allo stesso modo in cui l’abbiamo già visto venire. La sua venuta passata ci serve a riconoscere quella presente e a camminare verso quella futura. La scena si svolge a oriente di Gerusalemme, sul monte degli Olivi, da dove si attendeva la salvezza definitiva (cf. Zc 14,4-9). Richiama la consacrazione di Salomone, re di pace (1Re 1,33-35) e l’ingresso del nuovo re (2Re 9,13). Il Sal 118, gridato dalla folla dei discepoli, richiama la festa delle capanne, ricordo del passaggio dal deserto alla terra promessa, fine della povertà e inizio dell’abbondanza dei frutti. Seguirà il pianto di Gesù, sua ultima fatica per il fico sterile, e la sua visita al tempio. Luca non narra l’episodio di Betania (Mc 14,3-9), già anticipato in 7,36ss. L’unzione messianica assume qui una cornice cosmica: è come compiuta dall’ondeggiare degli olivi, che ungono il re mentre viene nel suo regno e lo temprano per la lotta notturna, di cui tra pochi giorni saranno spettatori. Ora lo vedono con gioia, mentre slega l’asinello, sul quale mai nessuno è salito e del quale il Signore ha bisogno per manifestarsi come tale.
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L’asinello, immagine del suo messianismo, è il protagonista del brano. La scena del suo reperimento è descritta due volte, prima come previsione poi come evento (vedi anche 22,7-13). La parola del Signore, infatti, precede e crea la realtà. Inoltre il racconto di ciò che lui ha fatto è profezia di quanto poi il discepolo stesso farà. Gesù sarà rifiutato solo per la sua scelta di essere povero e umile. La fede cristiana consiste nell’accettarlo così com’è. In questo racconto la chiesa esprime la sua conoscenza di Gesù ormai illuminata dal mistero pasquale. Dopo Gerico, con il cieco e con Zaccheo, anche noi siamo in grado di vedere e accogliere il nostro Salvatore e Signore nel Figlio dell’uomo, ormai al termine del suo cammino di Samaritano. Per molti aspetti il brano allude al natale, suo ingresso nel mondo. Come ha iniziato, così conclude la sua missione. 2. Lettura del testo v. 29: “Betfage”. Significa “casa dei fico immaturo”. Richiama il fico sterile (13,6ss), figura del popolo che non è pronto per la visita del suo Signore. A Betfage i pellegrini si purificano per entrare nella città santa. Anche Gesù prepara il suo ingresso, purificando con l’asinello ogni falsa attesa messianica, destinata a restare senza frutto. “Betania”. Significa “casa della povertà” o “dell’afflizione”. E cos’è la casa dell’uomo senza il suo Signore? Ma Gesù,
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come è venuto presso Zaccheo, così entra in ogni nostra povertà e afflizione. Ed entra anche in Gerusalemme, portando su di sé - lui, legno verde - la maledizione che tocca al legno secco e sterile (23,31). “il monte chiamato degli 01ivi”. La visita di Gesù a Gerusalemme ha nel tempio il suo centro e nell’orto degli Olivi il suo punto di partenza e di arrivo. Qui riceverà il battesimo e si eleverà al cielo; si inabisserà nelle notti dell’uomo e si innalzerà alla luce di Dio. Qui, dove Davide salì piangendo la ribellione del figlio (2Sam 15,30), il Figlio suderà sangue per la disobbedienza dei fratelli. Da qui, dove Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23), viene il Signore stesso per la lotta definitiva contro il male (cf. Ez 43,1s; Zc 14,4). La sua unzione messianica non è fatta da uomini. Gli olivi del monte offrono l’olio alla mano invisibile che lo consacrerà nella sua passione e glorificazione. “inviò due dei discepoli”. Come in 10,1ss, invia i discepoli in coppia per preparare la sua venuta (cf. anche 22,8): la loro missione è slegare l’asino. v. 30: “troverete”. I discepoli ignorano che ci sia l’asinello. Soprattutto non sanno che attraverso di lui viene il re e il suo regno! “un asinello”. Il messia non viene con il cavallo, come chi ha il potere. Non viene neppure con il carro da guerra, come chi
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vuol conquistarlo (cf. Zc 9,9). Il nostro re è in mezzo a noi come colui che serve (22,27). Per questo viene cavalcando l’umile animale da servizio quotidiano. In italiano si chiama “somaro” perché porta la “soma”, il peso che gli altri gli caricano. L’asinello è figura di Gesù, il Samaritano che prende su di sé il nostro peso morto (10,34). Il suo messianismo è in povertà, umiliazione e umiltà, i potenti mezzi di chi ama e libera dalla schiavitù dell’egoismo; rifugge dalle ricchezze, dal potere e dalla gloria, i deboli mezzi di chi ha paura e schiavizza. In questo senso l’asino ha poco a che fare col cavallo. Dal loro incrocio si ottiene il mulo - animale sterile e senza intelletto, come la chiesa quando ha il potere. Ha poco a che fare anche col carro armato. Dal loro incrocio, solo apparentemente impossibile, nasce un mostro apocalittico, il drago travestito da agnello (Ap 13,11), simile a noi quando lottiamo per il potere. Per 1Gv 4,2s l’anticristo è semplicemente colui che non riconosce il messia e il Figlio di Dio nella carne (= debolezza) di Gesù. Padre, perdona a noi, perché troppo spesso non sappiamo quello che facciamo! Soprattutto quando usiamo per il tuo regno esattamente ciò che tuo Figlio scartò come tentazione. Quanto male a fin di bene! Rivelaci, Signore, come il lievito dei farisei che è in noi, tuoi amici, ritardi la venuta del tuo regno più di ogni opposizione dei nemici. L’asinello, come è figura di Gesù, così rappresenta la nostra capacità di servire per amore, la nostra libertà di figli a immagine del Padre.
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“legato”. È la prima caratteristica di quest’asinello. Il Signore, con la sua parola e la sua azione, è venuto a slegarlo. Libera la nostra libertà, schiava per le sue paure di debolezza e per i suoi deliri di potere (cf. 13,10ss, dove si parla di asino, legare e slegare!). “sul quale nessun uomo mai sedette”. E nessuno desidera salirci! Chi desidera cavalcare questo messianismo povero e umile? Tutti preferiamo il cavallo e il carro da guerra. Forse c’è qualcuno che, per amore del suo Signore, ama la povertà più della ricchezza che impoverisce sé e gli altri, l’umiliazione più del potere che offende sé e gli altri, l’umiltà più della gloria che umilia sé e gli altri? Tanti tra i discepoli amano il Regno e la sua causa. Anche Giuda era uno di loro. Ma chi ama il re e la sua persona? “slegatelo”. Il verbo è ripetuto quattro volte. È l’imperativo del Figlio dell’uomo, venuto a slegare la nostra libertà di figli perduti. Questa infatti non consiste nel fare i propri interessi, ma nella carità, che ci mette gli uni a servizio degli altri, portando gli uni i pesi degli altri (Gal 5,13; 6,2). La vera libertà è quella di servire (cf. il primo miracolo, 4,39): ci restituisce il nostro vero volto. v. 31: “se qualcuno vi chiede: Perché slegate?”. A che serve liberare la capacità di servire? La gente, come ancora i discepoli, non capisce il perché dell’umiltà del Figlio
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dell’uomo e del suo servizio. È il mistero stesso di Dio che è amore. Siamo così abituati a vedere legato l’asinello, che neanche sappiamo cosa significhi il fatto che sia slegato. “Il Signore”. È l’unica volta che Gesù chiama se stesso direttamente “il Signore”. Qui, sull’asinello, e non altrove, si rivela come Dio e rivela Dio. “di lui ha bisogno”. La libertà di servire è l’unica cosa di cui l’amore ha bisogno. Senza di essa non può esistere. Per questo Dio non ha bisogno di altro, e utilizza ciò che noi scartiamo (cf. 1Cor 1,28s). Non sa che farsene del necessario, specie dell’essenziale. Per questo non fa conto del vigore del cavallo: non giova alla vittoria (Sal 147,10; 33,16s). Se altri si vantano di carri e dei cavalli, “noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio” (Sal 20,8). In questo suo nome, che ci si rivela nell’umiltà e povertà estrema del Figlio dell’uomo, anche noi, come Davide, affrontiamo e vinciamo il tremendo nemico (1Sam 17,45). v. 32: “trovarono come disse loro”. anche se legata, c’è in ogni uomo. È figli, sempre intatta presso il Padre. perché siamo suoi fratelli. Nella loro troveranno ovunque. La capacità di servire, la nostra immagine di Il Signore la conosce missione i discepoli la

v. 33: “i suoi signori dissero”. Anche se uno solo è il Signore, l’asino ha in realtà tanti signori (cf. 1Cor 8,5). Sono
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quelli che lo tengono legato. L’unico Signore è venuto a scioglierlo. “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1). “Perché slegate l’asinello?”. Si sottolinea di nuovo lo slegare e l’incomprensione del fatto. v. 34: “Il Signore di lui ha bisogno”. La nostra unica spiegazione è la fede nella parola del Signore, che così ha detto, dopo aver fatto così. Il nostro buon senso farebbe ben diversamente! v. 35: “lo condussero a Gesù”. Che gli dice: “Finalmente! Da troppo tempo sei legato, in attesa di chi ti liberi!”. “lanciati i loro mantelli”. Il mantello per il povero è vestito e casa, materasso e coperta, l’unico suo bene. Per questo si proibisce di tenere in pegno il mantello del povero: “Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello” (Dt 24,1). Gesù aveva già invitato il ricco a buttare via tutte le sue sicurezze, investendole nel servizio. “fecero salire Gesù”. È l’intronizzazione del Signore, che diventa per noi tale sull’asino slegato e sui nostri mantelli gettati! Questa espressione appare solo qui in tutto il NT. Richiama l’ordine che diede Davide di far sedere Salomone a
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cavallo per condurlo all’unzione regale (1Re 1,33s). Già il cieco aveva visto in Gesù il figlio di Davide, il messia, il Signore. Su questo asinello egli viene: prende possesso del suo regno e ci libera dalle mani dei nostri nemici e di quanti ci odiano (1,71). v. 36: estendevano i loro mantelli”. Richiama l’intronizzazione di Jehu (2Re 9,13). Non solo l’asino, ma tutta la via che conduce il Samaritano a Gerusalemme è coperta da un tappeto di mantelli gettati. È la via santa. Su di essa viene il re e il suo regno di libertà. v. 37: “era ormai vicino alla discesa del monte degli 01ivi”. È il monte del suo abbassamento e del suo innalzamento, a cui porta il suo cammino: la gloria attraverso la croce. “tutta la moltitudine dei discepoli”. Ormai i discepoli sono una folla! “con gioia”. È la gioia del natale (2,10). È la gioia di chi accoglie il Signore che viene così. “i portenti che avevano visto”. Il vero portento che vedono è l’umiltà e la piccolezza del Signore. Richiama la scena dei pastori a Betlemme (2,20), che vedono il segno del bambino. v. 38: “Benedetto colui che viene”. È dal Sal 118, che si canta nella festa delle capanne, quando si celebra il dono della
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terra promessa e dei suoi frutti. In questo giorno cessò la manna, cibo del deserto, finì l’esilio e iniziò la vita nuova. È il salmo che parla della pietra scartata diventata testata d’angolo (v. 22). “il re”. Il re rappresenta l’uomo libero, pienamente realizzato, a immagine di Dio. Questo sull’asinello è il nostro re e Signore! “nel nome del Signore”. Chi viene così, è benedetto: viene nel nome del Signore che libera. Chi viene diversamente è maledetto: viene nel nome di altri signori che legano. Contro ogni falsa attesa, il Signore viene così, e solo così stabilisce il suo regno. Si rivela e regna solo dall’alto dell’asinello, ossia dal basso del suo servizio. Pretendere che venga diversamente, è non accoglierlo. Il Signore non tarda a tornare. Lui viene; ma noi non ce ne accorgiamo e non lo accogliamo, perché non lo riconosciamo. “Pace in cielo”. A Betlemme, “la casa del pane”, in cui Dio si è fatto nostra vita, gli angeli dall’alto cantavano: “pace in terra” (2,14). Qui finalmente dalla terra gli uomini cantano: “pace in cielo”. L’accoglienza del messia povero porta pace in cielo. È il settimo giorno della creazione. Dio finisce la sua fatica. La pace, compimento di ogni promessa, è ormai ovunque, in cielo e in terra. È in Dio, perché accolto dall’uomo; è nell’uomo perché ha accolto Dio.
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v. 39: “Maestro”. Per i farisei Gesù non è ancora il messia e Signore. È solo un maestro della Legge, che dovrebbe zittire i discepoli che si starebbero sbagliando sul suo conto. Sono ancora ciechi, e ignorano di essere tali. v. 40: “se costoro taceranno, grideranno le pietre”. Gesù approva ormai pienamente l’acclamazione. Le sue parole alludono alla maledizione di Ab 2,11 contro l’oppressore, avido di ricchezza e di potere: “La pietra griderà dalla parete e dal tavolato risponderà la trave”. Quest’avidità, che opprime gli uomini, è vinta nei piccoli che accolgono il messia povero e umile. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino da Betfage e Betania a Gerusalemme attraverso la discesa del monte degli Olivi. c. Chiedo ciò che voglio: slegare l’asino. Il Signore di lui ha bisogno! d. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - l’ordine dato ai discepoli
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- le caratteristiche dell’asino - il Signore di lui ha bisogno - i padroni dell’asino - i mantelli gettati - il re nel nome del Signore - pace in cielo. 4. Passi utili 6,2Sal 118; 20; 33; Zc 9,9s; Lc 17,20s; 22,24-27; Gal 5,13s;

111. VISTA LA CITTÀ, PIANSE (19,41-44)
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E quando si avvicinò, vista la città, pianse su di essa 42 dicendo: Se avessi conosciuto in questo giorno anche tu le cose (condizioni) per la pace.
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Ma ora sono nascoste ai tuoi occhi. 43 Perché verranno giorni su di te e ti cingeranno i tuoi nemici di trincee e ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte 44 e livelleranno te e i tuoi figli in te, e non lasceranno pietra su pietra in te, proprio perché non hai conosciuto il tempo della tua visita. 1. Messaggio nel contesto In questo brano il “pittore” Luca dà l’ultimo tocco al ritratto di Gesù, icona perfetta del Padre. Il suo volto di pellegrino, diverso da qualunque altro (19,29), indurito nel suo cammino verso Gerusalemme, giunto alla meta, si scioglie in lacrime. Questo pianto rivela il mistero più grande di Dio: la sua passione per noi. Gesù, in mezzo alle acclamazioni, si avvicina alla sua città e la vede. Lui è ben più di Giona (11,32). Questi sostò davanti a Ninive convertita, dispiaciuto del male che non le accade fino a desiderare la morte (Gio 4,3.8.9). Gesù invece sosta davanti a Gerusalemme indurita, dispiaciuto del male che le accade fino a morirne realmente. La differenza tra i due è
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semplicemente quella che c’è tra Dio e l’uomo: la misericordia. “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te” (Os 11,8s). Il suo pianto manifesta la sua impotenza davanti al rifiuto. Ma rivela pure la gloria di un amore fedele anche nell’infedeltà. Questo è l’unico modo per creare libertà dove c’è schiavitù, suscitare risposta anche nel cuore più ostinatamente chiuso e offrire una possibilità irrevocabile di conversione, che rimane aperta a tutti e per sempre. Le parole che Gesù rivolge a Gerusalemme non sono minaccia; né la sua distruzione sarà castigo di Dio. Dio è misericordioso e largamente perdona (Es 34,6s; Sal 86,15; 103,8; Gio 4,2; ecc.). Non minaccia la mamma che dice al bambino: “Guai se attraversi la strada: muori sotto un’automobile!”. Tanto meno è un castigo della mamma se, disobbedendo, viene travolto. Le parole di Gesù sono una costatazione sofferta di ciò che il popolo inconsapevolmente fa a se stesso. Il male, dal quale mette inutilmente in guardia Gerusalemme, ricadrà infatti su di lui. In croce, assediato e angustiato da tutta la cattiveria del mondo, sarà distrutto dall’abbandono di tutti. Il pianto di Gesù non esprime minaccia o condanna, ma quella sua debolezza estrema che portò lui alla croce (2Cor 13,4) e noi alla salvezza. La sua potenza ci ha creati; la sua impotenza ci ha ricreati. Gesù disse: “Beati voi che ora piangete” (6,21). Ora è lui stesso, il re, che piange. Realizza in sé il mistero del Regno
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su questa terra: un seme gettato nel pianto. Ma chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo. “Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare; ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni” (Sal 126,5s). Il motivo del lamento, ripetuto all’inizio e alla fine, è il fatto che non sia stata riconosciuta “in questo giorno” la sua venuta. Per questo, invece di iniziare il giorno di pace senza fine, continuano i giorni di guerra, fino alla distruzione. Anche noi, con Gerusalemme, siamo chiamati a discernere “oggi” la visita di Dio nel suo messia. Ha ormai il volto del povero e del piccolo umiliato: è il Samaritano in viaggio che si fa carico del male dei fratelli, il Pellegrino alla porta di tutti, che mendica accoglienza e offre salvezza (cf. 9,46ss; Mt 25,31-46). Ora è piangente. Sorriderà quando sarà accolto. Le note di questo brano hanno il loro preludio in 13,34s e si svolgeranno nel racconto della passione. Qui dobbiamo chiedere al Signore di contemplare il suo volto e conoscere perché piange non il suo, ma il nostro male. Il destino di Gerusalemme e di Israele è misteriosamente lo stesso di Gesù. 2. Lettura del testo v. 41: “quando s’avvicinò, vista la città, pianse su di essa”. I tre verbi “avvicinarsi, vedere e piangere” richiamano la risurrezione del figlio della vedova di Naim (7,11ss). Allora Gesù aveva detto: “Non piangere”, perché ora lui stesso
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piange. Il suo pianto, fonte di vita, asciugherà ogni nostra lacrima. Tra pochi giorni dirà alle donne che lo compiangono: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli” (23,28). Tutto preso dalla compassione verso quelli che lo uccidono, geme non per il suo, ma per il loro male. È il segno massimo della sua misericordia, che paga in anticipo per tutti. È il grido materno della chioccia per i suoi piccoli in pericolo, che tenta invano di raccogliere sotto le sue ali (13,34). Le sue lacrime impotenti, figura della sua morte, esprimono la potenza di un amore senza limiti. “I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale” (Ger 14,17). L’amore muore perché non è amato. Ma la sua morte è capace di far nascere libertà e amore dove ancora c’è schiavitù ed egoismo. v. 42: “Se avessi conosciuto”. Elisabetta, dal sussulto del suo grembo, riconosce e benedice la venuta del suo Signore (1,42). Zaccaria, guarito dal mutismo della sua incredulità, riconosce e benedice il Signore che ha visitato il suo popolo (1,68). Simeone, nel bimbo che accoglie sulle braccia, riconosce e benedice colui che porta pace (2,25-32). Anna, vedova e molto avanzata in età, riconosce e proclama in lui la salvezza di Gerusalemme (2,36-38). Luca sottolinea che tutti questi riconoscimenti della visita del Signore avvengono nella forza dello Spirito (1,41.67; 2,25. 26.27). È lo Spirito che il
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messia, rifiutato in Gerusalemme da tutti e innalzato sulla croce, effonderà a Pentecoste su ogni carne (At 2,17). È quello Spirito che ci fa accogliere con frutto “oggi” la sua venuta. Zaccheo ne ha la primizia. “in questo giorno”. È il giorno della sua venuta. Egli viene sempre - ogni giorno per un altro giorno ancora! - nella quotidianità della nostra vita, per incontrarsi con noi. Quando noi ci incontriamo con il suo sguardo e ci convertiamo a lui che deve fermarsi presso di noi, allora è l’oggi della salvezza: accogliamo colui che è venuto a cercare ciò che era perduto. “anche tu”. A Dio sta a cuore Gerusalemme. “Il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe” (Sal 87,2). È la sua città. I suoi doni e la sua promessa restano irrevocabili (Rm 11,29). Egli resta fedele, anche se noi manchiamo di fede, perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Il pianto di Gesù, dono estremo della fedeltà di Dio, è la sua ultima cura al fico sterile, perché porti frutto. Paolo pone la conversione di Israele come segno escatologico, fine del travaglio di Dio e del mondo (Rm 11,25ss). “le cose (condizioni) per la pace”. Sono la povertà, l’umiliazione e l’umiltà del Figlio dell’uomo, le armi del messia per vincere il nemico. Pace, in ebraico shálóm, richiama Gerusalemme, a cui fu data la promessa. Shálóm, somma e corona di tutti i doni di Dio, è Dio stesso come dono
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all’uomo. Siamo infatti creati per lui, e solo lui è la nostra pace. “Ma ora sono nascoste ai tuoi occhi” (cf. Dt 32,28s). Mentre queste cose sono rivelate agli infanti, sono nascoste a tutti gli altri (10,21). Infatti non hanno il fermento del Regno, ma quello dei farisei. Questo è il velo che impedisce agli intelligenti e ai sapienti di conoscere il Signore della grazia in colui che viene per essere crocifisso (cf. 1Cor 2,6ss). Quando sarà tolto questo velo, ci sarà la conversione al Signore (2Cor 3,16). v. 43: “verranno giorni”. “Il giorno” è quello in cui si accoglie la sua visita e si entra nella pace; “i giorni” sono quelli normali, in cui perdura il rifiuto e si resta nella perdizione. “e ti cingeranno i tuoi nemici”. È la condizione di chi non accoglie la salvezza: uno stato di perdizione, come una città assediata prima e poi distrutta. È la situazione di ogni uomo, vittima del suo male. Come già detto, questo non è minaccia né castigo. Dio talora sembra minacciare, ma solo perché sa che siamo più sensibili al dolore che al vero male, che è la lontananza da lui. Le tenta tutte per convincerci! Ci minaccia prima che facciamo il male, e ci consola dopo che l’abbiamo fatto. Al suo popolo, angustiato dal male commesso, con patetica tenerezza dice addirittura che si è convertito, e chiede scusa se
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per un momento si è adirato e ha nascosto il suo volto (Is 54,7s). Da perfetto innamorato, si addossa la colpa del nostro rifiuto e si dichiara pentito del nostro male, quasi l’avesse fatto lui (cf. Gn 9,11). Al di là del tono, le sue parole sono rivelazione profetica di una duplice verità davanti alla quale siamo ciechi: il male che ci facciamo e la sofferenza che Dio ne patisce. Il Padre sente il male dei figli più che se fosse proprio, perché li ama. Per questo il Figlio, che lo conosce, lo porterà su di sé tra pochi giorni in croce. Queste parole di Gesù su Gerusalemme richiamano le minacce dei profeti (Is 29,3; 37,33; Ger 52,4s; Ez 4,1ss; Os 10,14; 14,1; Na 3,10; Mi 1,6; Zc 5,4; cf. Sal 137,9; 2Sam 17,13). Esse sortiscono il loro vero effetto quando non si avverano, perché il popolo si converte (vedi Giona). Non inducono al fatalismo (come fanno le false profezie che proliferano ovunque!), ma interpellano la nostra libertà, mettendoci davanti le nostre responsabilità. La profezia si avvera solo quando l’appello non raggiunge il suo effetto e resta inascoltato. Raggiunge invece il suo effetto vero quando non si avvera, perché l’appello è stato accolto. Ma non si tratta di punizione, bensì di semplice riscontro del male che ci stiamo facendo, anche senza saperlo. Gesù, col suo pianto e la sua croce, lo porterà su di sé, e riaprirà per sempre e per tutti la porta della salvezza. Il suo amore senza condizioni “costringe a entrare” tutti (14,23).

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v. 44: “proprio perché non hai conosciuto”. La salvezza o la perdizione dipendono dal conoscere o meno il re povero e umile che viene a salvarci. Il mistero della croce, scandalo e stoltezza per chi va in perdizione, è potenza di Dio per quelli che si salvano (1Cor 1,18s). “il tempo della tua visita”. Si tratta del kairós, il momento favorevole. Dio lo prolunga nel tempo, perché tutti si possano convertire. Per questo Paolo annuncia: “Ecco il momento favorevole, ecco il giorno della salvezza” (2Cor 6,2). Affrettiamoci a entrare in essa, finché dura quest’oggi (Eb 4,11; 3,13). La tribolazione e la morte sono conseguenze della non conversione. Ma egli ci visita anche nel nostro peccato: se, per rispetto della nostra libertà, non ci può salvare dal male, per rispetto di sé ci salva nel male stesso. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il volto del Signore che piange davanti a Gerusalemme. c. Chiedo ciò che voglio: capire il pianto di Gesù su chi lo uccide. d. Traendone frutto, contemplo la scena. Da notare:
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- avvicinarsi, vedere, piangere - questo giorno - la pace - verranno giorni, ecc. - non hai conosciuto il tempo della tua visita. 4. Passi utili Sal 126; Os 11; Lamentazioni; Lc 13,34ss; Rm 11.

112. LA MIA CASA SARÀ CASA DI PREGHIERA (19,45-48)
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E, entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori 46 dicendo loro: È scritto: e la mia casa sarà casa di preghiera; ma voi ne faceste una spelonca di ladri. 47 E stava ammaestrando ogni giorno nel tempio.
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Ora i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di perderlo, e anche i notabili del popolo; 48 e non trovavano cosa fare, poiché il popolo tutto era sospeso ascoltando lui. 1. Messaggio nel contesto Il Signore ha compiuto il suo giudizio con l’acqua e con il fuoco - con l’acqua delle sue lacrime e con il fuoco della sua passione. La distruzione che tocca alla nostra casa si abbatte sulla sua. La sua venuta al tempio, termine del vangelo dell’infanzia e della vita pubblica, è l’avverarsi della promessa ultima dell’AT (Ml 3,1ss): la visita di Dio al luogo della sua dimora. L’aveva abbandonata perché ripiena di ogni abominio, ridotta a spelonca di ladri (Ger 12,7; 7,1ss); il culto di Mammona aveva sostituito quello dell’unico Signore. Ora Gesù entra per purificarla e riempirla della Gloria: spazza via l’idolo immondo, e al suo posto mette se stesso e la sua parola. Le persone che lo ascoltano saranno le pietre vive del nuovo tempio. Così si adempie la profezia che lo vuole casa di preghiera (Is 56,7); e l’uomo entra in comunione con Dio, ormai presente in Gesù e nella sua parola.
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Il vecchio tempio sarebbe dovuto finire comunque, essendo figura transitoria del nuovo. Finirà male a causa della falsa sicurezza che si ripone in esso. Infatti vi si entra dicendo: “Tempio del Signore è questo”, e si presume da esso salvezza, mentre lo si profana con ogni sorta di ingiustizia (Ger 7,1-14). Una religiosità formale non serve a nulla, perché Dio non può “sopportare delitto e solennità” (Is 1,13). La sua grazia non si presta a far da copertura alla nostra dissolutezza (Gd 4). A differenza dei suoi sacerdoti, Dio non vende i suoi favori a chi cerca di ingraziarselo con prestazioni religiose o addirittura con denaro. Il più grave peccato contro di lui è quello di volersi comperare il suo amore: è come trattarlo da prostituta venale! Egli è Padre, pieno di grazia e di misericordia. La salvezza è suo dono gratuito, al quale da parte nostra risponde una vita filiale, a immagine della sua. Questo è il vero culto spirituale, gradito a Dio (Rm 12,1). La realtà del tempio è determinata dal Dio che vi abita. Per questo, dopo la menzogna del serpente, in esso si concentra la sostanza del peccato: la cattiva immagine di Dio, origine di tutti i mali dell’uomo. Il corpo di Gesù, fatto peccato per noi (2Cor 5,21), porterà su di sé la maledizione del vecchio tempio. Come di questo non resterà pietra sopra pietra, così anche lui sarà distrutto e riedificato in tre giorni non da mano d’uomo. Da pietra scartata diventerà testata d’angolo del nuovo tempio, dove finalmente abita la verità di Dio. La sua croce sarà la distanza infinita che Dio ha posto tra sé e l’idolo. In Gesù, icona visibile del Dio invisibile (Col 1,15), abita corporalmente
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tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). La sua carne crocifissa è l’unica rivelazione di Dio; la sua passione per l’uomo manifesta all’esterno la Gloria: Dio è amore infinito, pieno di grazia e misericordia. 2. Lettura del testo v. 45: “entrato nel tempio”. Gesù dodicenne aveva detto misteriosamente: “Devo essere nelle cose del Padre mio” (2,49). Ora torna nel tempio a compiere la sua missione, che è quella di riempire la casa del Padre lasciata deserta (cf. 14,23; 13,35). Per questo raccoglie tutti i fratelli attorno alla Parola che li rende figli. Sarà la goccia che farà traboccare il vaso d’ira dei nemici, il principale capo d’accusa per ucciderlo (Mc 14,58). “Subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate”; ma “chi sopporterà il giorno della sua venuta? chi resisterà al suo apparire?” (Ml 3,15). Gesù però viene non con il fuoco dal cielo che stermina noi (cf. 9,54; Ml 3,2ss), ma con il fuoco del suo amore, che brucerà lui (cf. 12,49s). Purificherà infatti il tempio con il suo pianto, cioè con la sua morte. In essa la gloria di Dio apparirà tra gli uomini in tutto il suo splendore; e il suo corpo, consumato dallo zelo per il Padre e per i fratelli, realizzerà la perfetta comunione tra Dio e uomo. La Gloria, che Ezechiele vide uscire dal tempio (Ez 10,18), ora torna dal monte degli Olivi da dove era fuggita (Ez 11,23). Viene e prende possesso della sua dimora. Questa
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gloria è il messia povero e umile. Egli è la nube, oscura agli occhi degli uomini, che riempie talmente il tempio da scacciarne gli stessi sacerdoti coi loro servizio (1Re 8,10s). “cominciò a scacciare i venditori”. Il tempio assolveva anche i compiti di centro del potere economico-politico. Il tesoro in esso valeva più del Santo dei santi. È una storia vecchia: il culto di Mammona si combina stranamente bene con quello di Dio! Ma lui non è d’accordo! È geloso e dice che non si può servire a due signori (16,13). Infatti Dio e Mammona sono incompatibili tra di loro, come dono e possesso, vita e morte, amore ed egoismo. v. 46: “la mia casa sarà casa di preghiera” (cf. Is 56,7). Il tempio è chiamato casa di preghiera, cioè di comunione con Dio. Non si nominano i sacrifici, sostituiti ormai dall’unico sacrificio, quello dell’alleanza nuova. La comunità di Gerusalemme saliva volentieri a pregare nel tempio, mentre celebrava l’eucaristia nelle case (cf. At 2,46). Il suo vero “luogo” di preghiera, in spirito e verità (cf. Gv 4,24), è ora il nuovo tempio, Gesù stesso. In lui, “assiso alla destra di Dio” (Col 3,1), “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Egli è la preghiera sempre esaudita, piena comunione tra uomo e Dio, “sì” totale dell’uno all’altro, nella perfetta corrispondenza d’amore Padre-Figlio. Nella preghiera noi entriamo in lui che abita in noi, nostro uomo interiore, nascosto nel cuore (2Cor 4,16; Ef 3,16; 1Pt 3,4). Per questo ogni nostra preghiera è sempre fatta nel suo nome,
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cioè nella sua persona: “Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo concede” (cf. Gv 15,16; 14,14). La fede in lui fa anche di noi tempio del suo Spirito (1Cor 6,19), dimora del Padre e del Figlio (Gv 14,23). Dio entra in casa di chi lo ospita nel Pellegrino verso Gerusalemme, e si fa casa di chi gli dà casa. Diversamente sono ambedue in esilio, l’uomo e la sua Gloria. “spelonca di ladri” (Ger 7,14s). Mammona è la potenza fasulla dell’uomo che vuole prendere e ruba. Dio invece si rivela nell’impotenza del Figlio dell’uomo che si dona e si spoglia di tutto. “Lo zelo della tua casa mi ha consumato” (Gv 2,17 = Sal 69,10), commenta Giovanni, che pone questo gesto all’inizio della vita di Gesù, chiave interpretativa del suo ministero. Il suo amore lo brucerà. E l’uomo, attraverso la porta che la lancia gli aprirà nel petto, contemplerà l’abisso di Dio. Allora il tempio sarà purificato: “In quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa di Dio” (Zc 14,21), e tutti, dal più piccolo al più grande, conosceranno veramente chi è il Signore (Ger 31,34). Permane sempre anche per il nuovo tempio il pericolo di diventare una spelonca di ladri alla ricerca di un vile guadagno, che agiscono “turpis lucri gratia” (1Pt 5,2). È il cane che torna al suo vomito, la scrofa lavata che torna a rivoltarsi nel brago (2Pt 2,22). Per questo Paolo dice: “Non siamo come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio” (2Cor 2,17). L’unica sua ricompensa è quella di “predicare gratuitamente il vangelo” (1Cor 9,18).
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La povertà e la gratuità sono le due condizioni indispensabili che Gesù pone per l’annuncio dell’evangelo (9,1ss; 10,1ss). Manifestano l’essenza di Dio, che è amore. E l’amore dà gratuitamente tutto ciò che ha ed è. v. 47: “stava ammaestrando”. Questo insegnamento, già anticipato in 2,46ss, è il compimento della sua missione: il tempio diviene il luogo della sua parola. Essa purifica l’uomo dal possesso, gli comunica il dono e lo fa tempio di Dio. “ogni giorno nel tempio”. La Parola sta ora definitivamente al centro del tempio. È il Santo dei santi, la Gloria che torna in mezzo a noi. Essa resta con noi “ogni giorno”. Basta che apriamo la Scrittura, e incontriamo subito il Signore, Maestro interiore che ce la spiega e ci piega il cuore ad ascoltarla. “cercavano di perderlo”. L’ingresso della Parola nel tempio è la causa della sua morte. Gesù è accerchiato da tutti i potenti. Cercano di perderlo, impadronendosi di lui come già prima avevano fatto della casa del Padre suo. Ma proprio così non faranno che compiere ciò che la mano e la volontà di Dio avevano preordinato che avvenisse (At 4,28). Su di lui finirà la maledizione del tempio. Distrutto questo, ne riedificherà in tre giorni un altro non fatto da mano d’uomo (Mc 14,58). v. 48: “il popolo tutto era sospeso ascoltando lui”. In opposizione ai potenti, che resistono a Dio, si parla del
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popolo degli umili, che Dio salva (Sal 18,28). Si usa la parola popolo (= laos), e non folla (= ochlos): è il popolo di Dio, riunito attorno al suo Messia che va in croce; è il vero Israele, che nasce dall’ascolto del profeta promesso da Mosè: “a lui darete ascolto” (Dt 18,15). Del vecchio tempio non resterà pietra su pietra. Chi obbedisce a lui, diviene pietra viva del nuovo tempio (1Pt 2,5). Esso ha come centro la Parola. Chi l’ascolta, vede il Volto. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù che entra nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: dimorare nell’umanità di Gesù, il Figlio, vera casa di Dio e dell’uomo. d. Traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - il tempio - i venditori - casa di preghiera - spelonca di ladri - Gesù ammaestra nel tempio - l’opposizione di tutti i potenti - il parere del popolo.
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4. Passi utili Sal 24; Ml 3; Ger 7,1-14; 1Re 9,1-9; Col 2,9; 1Cor 6,19; Gv 14,15-23.

113. CON QUALE AUTORITÀ FAI QUESTE COSE? (20,1-8) E avvenne in uno di quei giorni, mentre egli ammaestrava il popolo nel tempio ed evangelizzava, che sopravvennero i sommi sacerdoti e gli scribi con gli anziani 2 e dissero parlando a lui: Di’ a noi con quale autorità fai queste cose, o chi diede a te questa autorità? 3 Ora, rispondendo, disse a loro:
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Domanderò a voi anch’io una parola, e ditemi: 4 il battesimo di Giovanni era dal cielo o dagli uomini? 5 Ora essi conferirono tra sé dicendo: Se diciamo: dal cielo, dirà: perché non gli credeste? 6 Se diciamo: dagli uomini, il popolo tutto ci lapiderà, poiché è persuaso che Giovanni è profeta. 7 E risposero di non sapere da dove. 8 E Gesù disse loro: Neppure io vi dico con quale autorità faccio queste cose. 1. Messaggio nel contesto Gesù nel tempio ammaestra ed evangelizza; è il Signore della chiesa, il popolo che si raccoglie in ascolto attorno a lui. Questo è il nuovo tempio, fondato sull’autorità della sua
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parola, la cui pietra angolare è l’annuncio di lui morto e risorto pietra scartata dai costruttori ma preziosa agli occhi di Dio. Qui Gesù rivela che la sua parola ha la stessa autorità di quella di Dio: ci mette in questione e ci chiama a convertirci. Questa autorità della sua parola è il centro della fede cristiana. Le dispute successive, che culminano nella rivelazione del Cristo figlio e Signore di Davide (vv. 41-43), spiegheranno in che cosa consiste. Gli stessi nemici, che contrastano la sua signoria, saranno strumento della sua realizzazione: lo faranno sedere sul suo trono, la croce. Vediamo da una parte Gesù e il popolo che lo ascolta; dall’altra i capi che gli si oppongono. Nessuno dei dominatori di questo mondo può conoscere la Gloria. Nel brano ci sono una quindicina di verbi imparentati tra loro, che indicano vari modi di parlare: il Signore insegna ed evangelizza, i suoi avversari interrogano e questionano, lui dice e risponde o meno secondo la loro disponibilità. Questo è il problema: di che tipo è l’autorità di Gesù e da dove gli viene? Egli risponde che bisogna prima riconoscere l’autorità del Battista, venuto a preparargli la via (1,76). Chi accetta la voce che chiama al lutto della conversione, partecipa alla danza del perdono che egli offre. Il grande peccato di Israele fu quello di tentare Dio chiedendogli che rispondesse con un segno incontrovertibile alla sua domanda: “II Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7). Lo stesso si ripete nei confronti di Gesù e della sua parola. L’uomo religioso chiede che Dio obbedisca a lui,
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invece di obbedire lui a Dio (cf. la terza tentazione di Gesù). La sua parola ci è stata data per impegnare non lui con noi non ne ha bisogno! - ma noi con lui. Dobbiamo quindi smettere di irritarlo, mettendolo in questione. È meglio mettere in questione noi stessi! Rispondimi e ti risponderò, dice Gesù. Anche se non l’ascoltiamo, la sua parola resta sempre efficace: smaschera il male di chi non cerca la verità. Accettare il battesimo di Giovanni significa riconoscere l’autorità di Dio, che con la legge di Mosè ci convince di peccato e col vangelo di Gesù ci dona la salvezza. 2. Lettura del testo v. 1: “egli ammaestrava il popolo”. Gesù è il profeta grande promesso da Mosè: “II Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto” (Dt 18,15). Il popolo (laós), in contrapposizione alla folla (óchlos) è costituito tale dall’ascolto della sua parola. La folla è una massa di individui, dove ognuno è per sé; come schiacciano Gesù (8,45), così si calpestano a vicenda (12,1). Il popolo invece è un insieme di persone, dove ognuno è per l’altro; come ascoltano e toccano Gesù, così entrano in comunione tra di loro. “nel tempio”. Gesù ha purificato il tempio. In esso è tornata la Gloria: la Parola che lo riempie.
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“evangelizzava”. Gesù non spiega Mosè e i Profeti, la Legge e la promessa. Annuncia invece la buona notizia che la Parola si compie oggi negli orecchi di chi lo ascolta (4,21). Non è un maestro che insegna, ma il Signore stesso che salva. Il nocciolo della disputa è l’autorità della sua Parola. Chi si converte, la sperimenta. Chi la rifiuta, non la vanifica, ma la compie nella maledizione della disobbedienza, che il Signore stesso, per la sua infinita misericordia, porterà su di sé sulla croce. “i sommi sacerdoti e gli scribi con gli anziani”. I sommi sacerdoti rappresentano il potere politico e religioso, che in un regime teocratico si intrecciano bene; gli scribi quello culturale, che ne ammanta di credibilità la bruttezza; gli anziani quello economico, che sta alla base di tutto e ne fonda la stupidità. Le tre classi compongono il sinedrio, consiglio supremo d’Israele. v. 2: “con quale autorità fai queste cose”. “Queste cose” sono la purificazione del tempio, sgombrato dai mercanti, e il suo Vangelo, che ormai lo riempie. L’autorità (greco exousía, in aramaico shaltan, da cui “sultano”) indica nella Bibbia il potere stesso di Dio, che con la sua parola crea tutto e chiede all’uomo una risposta. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace, ecc.” (Eb 4,12). Il vangelo di Gesù gode della medesima autorità: è potenza di Dio per la salvezza di chi ascolta (Rm 1,16). Per questo gli è piaciuto salvare con la stoltezza della predicazione (1Cor 1,22). Però bisogna
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accoglierla come parola di Dio, quale essa veramente è, che opera in chi crede (1Ts 2,13). La salvezza è l’obbedienza al vangelo (Rm 10,14), e il fine di ogni apostolato è ottenere tale obbedienza di fede (Rm 1,5). La domanda degli avversari di Gesù è duplice: di che tipo è e da dove gli deriva questa autorità. Vedono che non è quella di un semplice maestro che spiega ciò che ha appreso da un altro. Egli non insegna, ma compie la Scrittura (4,21). Non è solo un “maestro buono”, ma l’unico buono: è il Figlio che ascolta il Padre, suo uditore perfetto e sua Parola compiuta. v. 3: “rispondendo, disse a loro: Domanderò a voi anch’io una parola”. L’autorità della sua parola consiste nel fatto che esige risposta. Fino a quando interroghiamo una persona e non ci lasciamo interrogare da lei, non la conosceremo mai. Questo vale a maggior ragione con il Signore. Egli infatti è altro da ogni nostra domanda, ed è conosciuto solo da chi si lascia interrogare e risponde. Non è lui, ma l’uomo che per essere se stesso deve ascoltare e obbedire. Questa è la prima regola del gioco: lui è il Creatore, noi le sue creature. “Ascolta, io sono il Signore Dio tuo”. Queste parole sono il principio e fondamento d’Israele, e significano: “Io parlo, e tu ascolti. Io sono Dio e tu sei uomo nella misura in cui rispondi”. L’abilità a rispondergli è la grande responsabilità dell’uomo, che tale diventa nel colloquio con lui, suo vero interlocutore. Se siamo disposti a rispondergli e a convertirci, ci è chiara l’autorità della sua parola.
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v. 4: “il battesimo di Giovanni”. È un battesimo di conversione per il perdono dei peccati (3,3). La predicazione di Giovanni sintetizza la profezia e la promessa dell’AT: l’uomo è peccatore e Dio perdona. La conversione è riconoscere i due fatti e volgersi dal proprio peccato al suo perdono. La Legge e la promessa, denunciando il male e annunciando il bene, dichiarano l’autorità di Gesù, il Figlio e Signore di Davide che ci salva portandoci la misericordia di Dio. Chi non accetta l’autorità di Giovanni che chiama a convertirsi, non riconosce quella del vangelo che dice a chi convertirsi. Gesù risponde: “Suonai il flauto e non danzaste, perché quando Giovanni cantò il lamento, non piangeste” (cf. 7,32). Bisogna riconoscersi tra i pubblicani e i peccatori per convertirsi: solo il cieco è illuminato, solo il perduto è salvato, solo il malato trova il medico. Gesù chiama quelli che lo consideravano nemico ad accettare il battesimo di Giovanni. Solo se ammettono il proprio male, incontrano lui, l’amico che è venuto a liberarli. v. 5: “perché non gli credeste?”. Pur convinti di aver torto,, non crediamo a Giovanni, perché non vogliamo convertirci. La nostra ignoranza circa l’“unico buono”, ci fa ritenere come bene il nostro male. Non crediamo a ciò che viene dal cielo, perché siamo ricurvi sulle cose della terra. Come la donna nella sinagoga, ignoriamo di essere già stati slegati (13,12).

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v. 6: “il popolo tutto ci lapiderà”. Per ora è favorevole a Gesù. Poi manifesterà di essere vittima della stessa ignoranza dei capi, che lo consegneranno alla morte (23,13; At 3,17). “poiché è persuaso che Giovanni è profeta”. Ma ne ascolterà la parola? Nel momento decisivo presterà ascolto all’invidia dei suoi capi (Mc 15,10s). v. 7: “risposero di non sapere da dove”. L’ignoranza di chi non vuol rispondere è volontaria e preclude alla verità. La vera colpa, più che in quest’ignoranza, sta nel non ammetterla e resistere a Dio invece di invocarne la misericordia. Uno dei modi per resistergli è quello di continuare a interrogare invece di lasciarsi interrogare. Per questo Gesù non risponde. Il suo silenzio, che l’accompagnerà alla croce (23,9), indica da parte sua l’amore di chi non vuol condannare, da parte nostra il peccato di chi si autogiustifica. Gesù ci dice: “Se vi interrogo, non mi rispondete” (22,68). Questo silenzio è la nostra durezza di cuore che lo condannerà a morte. Chi non risponde, anche se è perplesso e si fa questioni come Erode (9,7-9), alla fine lo consegnerà al patibolo dopo averlo nientificato (23,8ss). A Giobbe che dice: “Io parlo, e tu mi rispondi”, Dio dice: “Io ti interrogo, e tu mi risponderai” (Gb 13,22; 38,3). Egli risponde solo a chi gli risponde: “Infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano; si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui” (Sap 1,2).
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v. 8: “Neppure io vi dico”. L’autorità del vangelo è riconosciuta solo da chi accetta l’AT, che si riassume nell’appello di Giovanni alla conversione. Chi non vuol vedere la propria perdizione, non può vedere la salvezza. Dio è Parola. Dove non è ascoltata, cade nel silenzio: la Parola tace, Dio muore. Ma proprio così ci dice la parola più potente: lui è amore senza limiti, fedele oltre ogni infedeltà (cf. brano seguente). Per questo il silenzio di Dio è la sua parola più eloquente. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo attorno a Gesù che insegna nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: lasciarmi interrogare dal Signore e convertirmi ogni volta che ascolto la sua parola. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - Gesù che insegna nel tempio - con quale autorità? - dal cielo o dagli uomini? - accetto l’appello a convertirmi? - ignoranza di comodo - silenzio del Signore.
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4. Passi utili Sal 95; Am 8,4-12; Is 1,1-20; Lc 3,1-18; 7,21-35.

114. UN UOMO PIANTÒ UNA VIGNA (20,9-19)
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Ora cominciò a dire verso il popolo questa parabola: Un uomo piantò una vigna e la affidò a dei contadini e migrò per lungo tempo. 10 A suo tempo inviò ai contadini uno schiavo perché gli dessero dei frutti della vigna. Ora i contadini, percossolo, lo rinviarono vuoto. 11 E continuò a mandare un altro schiavo. Ora essi, percosso e disprezzato anche quello, lo rinviarono vuoto. 12 E continuò a mandare un terzo. Ora essi anche questo, feritolo,
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lo scacciarono. 13 Ora disse il Signore della vigna: che farò? Manderò il Figlio mio, l’amato. Almeno questo rispetteranno. 14 Ora, vistolo, i contadini conferivano tra loro dicendo: Costui è l’erede. Uccidiamo lui, perché diventi nostra l’eredità! 15 E, scacciatolo fuori dalla vigna, l’uccisero. Cosa farà dunque loro il Signore della vigna? 16 Verrà e perderà quei contadini e darà la vigna ad altri. Ora, udito, dissero: Non avvenga! 17 Ora egli, guardando dentro loro, disse: Che è dunque questo che è scritto: la pietra che scartarono i costruttori, questa divenne testata d’angolo? 18 Ognuno che cade su quella pietra, sarà sfracellato. Ora colui su cui cadrà, lo frantumerà. 19 E cercarono gli scribi e i sommi sacerdoti
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di mettere su di lui le mani in quella stessa ora, e temettero il popolo. Poiché riconobbero che contro di loro disse questa parabola. 1. Messaggio nel contesto Queste parole del Signore sono il compendio della storia di salvezza, con la descrizione e l’interpretazione dei fatti dal suo punto di vista. Il rapporto tra Dio e uomo ci viene presentato come un dramma senza via di uscita: da una parte la libertà di chi non può non amare ed è fedele; dall’altra la schiavitù di chi non sa amare ed è infedele. Sembrano due binari paralleli, senza possibilità d’incontro. Un amore veramente infelice! Qui vediamo il punto d’arrivo sia della crescente bontà del Signore, sia della crescente cattiveria nostra nei suoi confronti. L’autorità della parola di Gesù, di cui si parla nel brano precedente, è quella della pietra scartata: è il potere di uno che ama senza limiti, anche chi gli resiste con ostinazione estrema. La parola della croce è il punto “cruciale” della nostra relazione con Dio, dove il culmine della nostra malvagità si trova con l’abisso della sua bontà. Nella morte del Figlio dell’uomo l’infedeltà dell’uomo e la fedeltà di Dio stanno finalmente faccia a faccia. E Dio vince perdendo. Il suo fallimento realizza la sua verità nella nostra storia: un amore più forte di ogni rifiuto e della morte stessa.
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La risurrezione lo rende noto e lo garantisce agli occhi di tutti. La pietra scartata è fatta testata d’angolo, il sommo male è riempito dal sommo bene: Dio dà la vita del Figlio a chi gli toglie la vita! Questa è l’eredità che ci aveva riservata fin dall’eternità. L’uguaglianza con lui, che il serpente ci suggerì di rapire, è il dono che fin dal principio voleva farci. La malvagità umana non vanifica il suo disegno di salvezza. Ne diviene anzi strumento inconsapevole (cf. At 4,28). Non perché lui approvi il male, ma perché nulla può resistere al Signore di tutto e di tutti. Il suo amore lo rende rispettoso e impotente, ma non inefficace. Nella sua sapienza lascia il male, perché sa che alla fine compie il bene: “là dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). Per realizzare i suoi piani, come desidera la libera collaborazione di chi lo ama, così si serve della libera opposizione di chi gli resiste. La parabola, con tratti allegorici, manifesta il mistero, quasi il travaglio, di un Dio che cerca e trova il modo più bello per salvare l’uomo dal male, senza violentarne la libertà. Il suo amore di fronte al rifiuto, non si ritrae; anzi si espone in un’offerta incondizionata. Così si fa conoscere per quello che è: amore senza limiti. Mentre l’uomo dice: “Uccidiamo il Figlio e diventeremo eredi”, il Figlio dice: “Mi lascio prendere, e vi do’ in eredità la mia vita”. Se il peccato è rapire ciò che è donato, la salvezza è donare ciò che è rubato. Tutto, anche il male che Dio non vuole - il bene non fa problema! - concorre al bene che lui vuole per noi (Rm 8,28).
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Chi ama Dio, lo sa. Chi non lo ama, non lo sa e vive ancora nelle sue paure. Ma in realtà lui ama tutti i suoi figli e agisce con tutti alle stesso modo. Se fa dei favoritismo, è solo per i più svantaggiati. In questa parabola si spiega anche un grande mistero: come il fallimento di tutto l’AT ne sia la realizzazione. Israele, il popolo eletto, rifiutando e uccidendo il Figlio, fece, a nome di tutti i popoli suoi fratelli, il più grande delitto che sia possibile e impossibile perpetrare: il deicidio. Ma Dio fa dell’uccisione del Promesso il compimento della promessa: la croce suggella l’alleanza eterna, offerta a tutti e per sempre, ai giudei prima, e ai gentili poi (Rm 1,16). In Luca il rifiuto di Gesù non è compiuto dal popolo, ma dai capi. Ciò significa che tutte le persone possono essere salvate. Basta che si dissocino dal male e cambino “i capi”, cioè i valori che guidano le loro azioni. Il nuovo popolo infatti è guidato da colui che è in mezzo a noi come colui che serve (22,27). Comunque il rifiuto degli israeliti ha portato la salvezza ai pagani. Se il loro fallimento è già ricchezza per tutti, cosa sarà la loro riuscita (Rm 11,11s)? La loro disobbedienza è momentanea, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. Se ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, è per usare a tutti misericordia (Rm 11,29.31s). “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,33).
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Certa è questa parola: anche se noi manchiamo di fede, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso, che è fedeltà che non si rinnega mai. Solo se rinneghiamo che lui è fedele, siamo rinnegati. Però non perché lui ci rinneghi - il suo amore e la sua fedeltà durano in eterno (Sal 117,2) - ma perché noi, rifiutando la sua fedeltà, rinneghiamo la sua essenza (cf. 2Tm 2,11-13). La salvezza è aprirsi alla sua fedeltà nella propria infedeltà. 2. Lettura del testo v. 9: “verso il popolo”. La parabola è rivolta al popolo perché riconosca il male che per ignoranza e per delega compie attraverso i suoi capi. “Un uomo piantò una vigna”. La vigna è Israele; Dio è l’uomo che l’ha dissodata, piantata e coltivata (Is 5,1-7; Sal 80,9-20). “II Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli - ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri” (Dt 7,7). La vigna è la gioia e la vita del contadino, che vi prodiga tutte le sue cure e vive dei suoi frutti. Così l’uomo è la gioia e la vita di Dio, che lo ama e per lui ha tutte le cure: vive infatti del suo amore, perché l’amore non riamato muore di passione.
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“la affidò a dei contadini”. I contadini sono i capi del popolo, responsabili dell’osservanza della Legge. Questa si sintetizza nell’amore di Dio e del prossimo (Dt 6,5; Lv 19,18; Rm 13,9). “migrò per lungo tempo”. Dio non è un impiccione. Mantiene quella distanza che lascia all’uomo lo spazio e la responsabilità di camminare verso di lui. Questo “lungo tempo” è il lungo cammino della storia (cf. il “paese lontano”, 19,12). v. 10: “A suo tempo inviò ai contadini uno schiavo”. Dio, nei momenti critici, manda i suoi schiavi, i profeti, perché richiamino capi e popolo a fare frutti degni di conversione (3,8). Il tempo opportuno alla conversione è proprio quello del peccato: è il “suo tempo”! Il profeta ha la funzione di annunciare la fedeltà di Dio e di denunciare l’infedeltà dell’uomo perché si converta. “dei frutti della vigna”. I frutti che il Signore della vigna desidera sono il ricordo e il ringraziamento al Padre che dona e la condivisione col fratello che ha bisogno. Chi non coltiva questi frutti, fa del giardino un deserto. Memoria, eucaristia e condivisione sono le condizioni per non passare dalla terra promessa all’esilio. “i contadini, percossolo, lo rinviarono vuoto”. È il destino dei profeti (cf. 6,22s: 9,7-9; 11,46-52; 13,34; cf. Eb 11,32439

38). I capi di Giuda e i sacerdoti e il popolo moltiplicarono la loro infedeltà e contaminarono il tempio; allora il Signore “mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti” (2Cr 36,14-16). È la storia antica e nuova, di sempre. v. 11: “continuò a mandare un altro schiavo”. L’amore è fedele: “continua” senza scoraggiarsi. Non si lascia vincere dal male, ma vince con il bene il male (Rm 12,21). v. 12: “E continuò a mandare un terzo”. Al crescere del male corrisponde quello del bene: è un grande fuoco, che la pioggia ravviva. L’amore aumenta in proporzione non all’amabilità, ma alla non amabilità dell’amato; non conosce altra misura che il bisogno dell’altro. Si nota un crescendo di male: il primo servo è percosso, il secondo percosso e disprezzato, il terzo ferito e gettato fuori. Come finirà la storia? Dio riuscirà nel suo intento? Si adirerà, oppure si rassegnerà, legato all’impotenza di un amore rispettoso? Sembra che la sua bontà sia una provocazione alla cattiveria: “Gli empi trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio” (Gd 4). Il bene diventa occasione di male sempre maggiore. Dio perde; ma attende con pazienza che il male cresca all’infinito, per dare il suo bene infinito.
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v. 13: “disse il Signore della vigna: che farò?” . Colui che con una semplice parola ha creato cielo e terra, l’universo e i suoi abitanti, ora con angoscia si interroga che fare di colui per il quale tutto ha creato. “Che farò?”. È l’interrogativo che si fanno i peccatori per convertirsi, quello che si fa ogni uomo in cerca di salvezza (3,10.12.14; 10,25.37; 12,17; 16,3.4; 18,18; At 2,37; 16,30). Ma chi può salvarsi? Ora il problema passa a Dio, presso il quale nulla è impossibile (18,26s). Egli fa appello alla sua sapienza divina, facendo proprio il problema dell’amato. Quest’angoscia di Dio che si interroga e si sente in colpa per il male dell’uomo, è il punto più patetico della Scrittura. In Is 54,7-10 egli arriva addirittura a scusarsi con noi se ci ha abbandonato un poco, e promette che non lo farà più. Si addossa la responsabilità di quanto noi abbiamo fatto, dicendo lui la parola di pentimento che spetterebbe a noi dire! “Manderò il Figlio mio, l’amato”. L’uomo si è allontanato dal Padre. Questi, mandando a noi il Figlio, assume su di sé questa lontananza. La parabola spiega l’origine della missione di Gesù: l’amore necessario del Padre per tutti i figli, che lui, il primogenito, conosce. Dio infatti ha tanto amato il mondo peccatore da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16; cf. Rm 5,6ss). Invia il Figlio perché in lui vediamo il fratello e impariamo a conoscere il Padre. L’invio di Gesù è il punto di arrivo della fedeltà di Dio a Israele.
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“l’amato”: richiama il battesimo (3,22). “Almeno questo rispetteranno”. Solo quando lo contempleranno in croce, si batteranno il petto (23,48). Ma prima non avranno di lui alcuna stima (Is 53,3). v. 14: “Costui è l’erede. Uccidiamo lui, perché diventi nostra l’eredità”. Gesù è il Figlio del Padre. Ma non è l’erede in concorrenza con noi, è invece il Signore, nostra eredità (Sal 15,5). Con la sua morte ci dà la vita, e ci fa eredi di Dio. La sua misteriosa sapienza sa trasformare il male in bene: nell’uccisione del Figlio ci fa dono del Figlio e ci dona di essere figli. Della fossa scavata dall’empio (Sal 7,16) egli fa l’abisso della sua misericordia; il male infinito diventa capacità di contenere il Bene infinito. O felix ruina! O felix culpa! Quale male può nuocere all’uomo che conosce Dio, se questi ha fatto del sommo male il sommo bene? Per questo, in ogni luogo e in ogni tempo, per quanto oscuro, possiamo fare sempre eucaristia e cantare l’inno pasquale, ripetendo: “perché eterno è il suo amore” (Sal 136; cf. Mc 14,26). v. 15: “E, scacciatolo fuori dalla vigna, l’uccisero”. Non solo è rifiutato, ma anche gettato fuori le mura e ucciso (Eb 13,12; Gv 19,17). La morte del Figlio è il punto di arrivo della storia della salvezza. Rivela il mistero di Dio: amore totale e senza riserve per l’uomo peccatore. Dio non ha nulla
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più da dire o da dare oltre la croce del Figlio. È la sua manifestazione piena. “Cosa farà dunque loro il Signore della vigna?”. Se così ha fatto a sé, è chiaro ciò che farà loro: “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”. Nulla potrà mai separarci dall’amore che Dio ha per noi in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,31s39). Questo suo amore, che lui non può mai rinnegare, è la possibilità di salvezza offerta a tutti e crea la libertà per rispondervi; è l’alleanza eterna, firmata col suo sangue in croce. v. 16: “perderà quei contadini e darà la vigna ad altri”. I capi saranno distrutti come “capi”, per essere salvati come figli, simili al Figlio. E la vigna avrà altri capi. Diventerà la chiesa, dove, invece del padrone che possiede, ci sarà il Padre che dona e fa dei poveri gli eredi del suo regno; invece del dominatore che esercita il potere, ci sarà il Figlio che si spoglia di tutto e serve tutti fino all’umiliazione del trono della croce; invece dello spirito di superbia che riempie di vuoto, ci sarà la sapienza dello spirito d’amore, che è umiltà e verità.

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“darà la vigna ad altri”. C’è continuità tra Israele e la chiesa: è la stessa vigna. Solo che la salvezza del Signore ora è aperta a tutti. “Non avvenga”. Il popolo ha difficoltà a staccarsi dai suoi capi. Il loro stesso male è anche in chi li ritiene capi. Sarà faticoso anche per la chiesa primitiva staccarsi dai capi e dalle tradizioni d’Israele. v. 17: “la pietra che scartarono i costruttori, questa divenne testata d’angolo” (Sal 118,22). Gesù spiega come il rifiuto dei capi realizzi il mistero pasquale. Dio attua il suo disegno di salvezza proprio attraverso il male che l’uomo compie: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” (At 4,27s). “Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, (... ) è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sulla terra nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,10-12). In questo modo si realizza l’impossibile: la fedeltà di Dio, che mai si ritrae, si consegna all’infedeltà dell’uomo che così la contiene. Il sorprendente, l’opera mirabile di Dio ai nostri occhi (Sal 118,23), è che il male stesso attua il disegno di salvezza di
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colui che proprio sulla croce è vittorioso. In questa parabola si fa vedere la trama dell’azione di quel Dio che “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Ci viene detto come egli salva l’infedeltà di ogni storia, d’Israele e degli altri popoli. v. 18: “Ognuno che cade su quella pietra sarà sfracellato”. La pietra d’inciampo richiama la profezia di Simeone (2,34). La croce del Figlio dell’uomo è uno scandalo contro cui ognuno inciampa e si sfracella (Is 8,14), nessuno escluso. È il giudizio di Dio, che convince il mondo di peccato per salvarlo. “Ora colui su cui cadrà lo frantumerà”. La pietra che frantuma richiama il piccolo sasso di Dn 2,34-44. È il regno di Dio che, con e nella sua debolezza, abbatte i potenti: sbriciola la falsa pretesa umana e riduce ognuno a quell’umiltà che è la sua verità, unica condizione di salvezza. v. 19: “E cercarono gli scribi e i sommi sacerdoti di mettere su di lui le mani”. Realizzano quanto la parabola ha appena annunciato. Grande è l’autorità del Vangelo. se i nemici sono i primi a compierlo! Si sottolinea che il male viene da chi domina. In realtà siamo tutti dominati dal male, che ha tutto in suo potere (4,6). Il nemico ha capito che l’amore fedele di Dio in Gesù è la sua liquidazione totale. Si precipita accecato al proprio destino.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo attorno a Gesù nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: comprendere le mie resistenze e infedeltà a Dio e vedere lì il luogo della sua fedeltà che dura sempre. d. Medito attentamente la parabola. Da notare: - il padrone della vigna: pianta, affida, emigra, invia servi - cosa fanno i contadini ai suoi servizi - manderò il Figlio mio, l’amato! - uccidiamolo, che diventi nostra l’eredità! - la pietra scartata è diventata testata d’angolo. 4. Passi utili 11. Sal 80, 117; 118; 136; Is 5,1-7; Gv 3,16s; Rm 8,31-39;

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115. RENDETE CIÒ CHE È DI CESARE A CESARE E CIÒ CHE È DI DIO A DIO (20,20-26)
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E, spiandolo, inviarono degli infiltrati, che fingessero di essere giusti per coglierlo su qualche parola e così consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. 21 E lo interrogarono dicendo: Maestro, sappiamo che parli e ammaestri con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma in verità insegni la via di Dio. 22 È lecito a noi dare il tributo a Cesare, o no? 23 Ora, osservata la loro facinorosità, disse a loro: 24 Mostratemi un danaro! Di chi ha immagine e iscrizione? 25 Essi dissero: Di Cesare. Egli disse loro: Or dunque, rendete ciò che è di Cesare a Cesare
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e ciò che è di Dio a Dio! 26 E non poterono prenderlo sulla parola davanti al popolo. E, meravigliati della sua risposta, tacquero. 1. Messaggio nel contesto Luca non si aspetta un imminente ritorno del Signore. Sa che il credente deve testimoniarlo qui e ora, facendo i conti con una storia che continua come prima. Per questo gli sta a cuore sapere quale rapporto deve avere col mondo uno che vive in esso senza appartenere ad esso. Trova i criteri di discernimento in ciò che Gesù ha fatto e insegnato (At 1,1). I nemici, che provocano questa discussione, hanno già architettato l’accusa che gli faranno: “Abbiamo trovato costui che sobillava la nostra gente e impediva di dare il tributo a Cesare e diceva di essere il Cristo re” (23,2). Il motivo della sua condanna, affisso alla croce sarà: “Re dei giudei è questi” (23,38). Luca ci tiene a scagionare Gesù dall’accusa di sobillatore politico, e fa constatare la sua innocenza dai due capi politici, Pilato ed Erode (23,14s). Ciò è importante, sia per non esporre la comunità a inutili persecuzioni, sia per non fraintendere il senso della sua missione. Per capire la domanda di questi infiltrati, occorre tener presenti due fatti. Primo: nell’attesa di tutti il Messia avrebbe inaugurato il regno di Dio e posto fine a ogni dominazione
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umana. Secondo: pagare il tributo significava accettare l’oppressione straniera. Il potere di un re si estende fin dove vale la sua moneta: chi la usa, ne riconosce l’autorità. Quindi, se Gesù avesse detto di pagare il tributo, avrebbe rinnegato di essere il messia, perdendo il favore del popolo. Se avesse detto di non pagarlo - ipotesi desiderata! - avrebbe rifiutato apertamente il potere romano, che certo non era tenero con i ribelli! La trappola è dunque perfetta: o la sua eliminazione morale davanti a tutti, o la sua eliminazione fisica da parte dei romani. La risposta di Gesù, in apparenza, soddisfa tutti. I romani non potevano obiettare nulla, perché dice: “Date a Cesare ciò che è di Cesare”. I loro nemici neppure, perché aggiunge: “Date a Dio ciò che è di Dio”. Infatti se tutto è di Dio, che cosa resta da dare a Cesare, se non il rifiuto alle sue pretese di essere padrone del mondo? In realtà Gesù scontenta tutti. Il suo regno è in questo mondo, ma non di questo mondo. La regalità di Cesare è iscritta sulla moneta, strumento sovrano di dominio; la sua è iscritta sulla croce, strumento di supplizio per lo schiavo. Se il mondo cerca l’avere, il potere e l’apparire, il suo Signore ama la povertà, il servizio e l’umiltà. Qui è il criterio di discernimento tra i due regni: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non è così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve io sto in mezzo a voi come colui che serve” (22,24-27).
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La domanda di questi infiltrati ha lo stesso contenuto, anche se con diverso tono e intento, dell’interrogativo del Battista: Gesù è il messia, o bisogna aspettare uno che sia “più forte” e faccia piazza pulita di tutti gli empi (7,19; 3,16s)? In realtà bisogna attenderne non un “altro”, ma uno “diverso” da quello che ci si aspetta. Lui viene nella debolezza del samaritano che usa misericordia verso tutti. Non liquida la storia mondana, né se ne ritaglia per sé una fetta da gestire in modo migliore; si fa invece carico di questa storia di male facendo solo il bene. Regno di Dio e regno di Cesare: sono due grandezze non omogenee, anche se in relazione strettissima. Tra i due non c’è un rapporto di avallo reciproco (alleanza trono-altare o altare-trono), né di semplice opposizione (lotta tra due che si contendono la stessa torta), né di pura separazione (libera chiesa in libero stato, senza interferenze spiacevoli), né di compromesso concordatario (ricerca di impossibili equilibri o di assurdi privilegi). Le varie posizioni erano già tutte presenti ai tempi di Gesù: erodiani, zeloti, sommi sacerdoti e capi del popolo. Gesù non si identifica con nessuna di queste. Hanno in comune il presupposto di quel messianismo allettante, già vinto nelle tentazioni, che usa gli stessi mezzi della controparte: avidità di avere, di potere e di apparire. La posizione di Gesù invece, scomoda a tutti, è profetica: chiama a convertirsi alla via di Dio, che va esattamente in senso contrario a quella di ogni uomo. Solo così è salvo “questo” mondo, perduto dietro la propria stupidità.
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Il cristiano ama il mondo: per questo si oppone ai criteri “,mondani” che lo distruggono. Ama il malvagio come fratello, e per questo resiste al male che gli nuoce. Quando detesta il malvagio, è perché ancora ama il male! Obbedisce all’autorità “anche per motivi di coscienza”, quando questa è “al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male” (Rm 13,4s). Disobbedisce quando essa gli chiede qualcosa contro la solidarietà e la fraternità con “tutti” gli uomini, in cui si esprime la vera sua libertà di Figlio di Dio. Non tollera di collaborare contro la dignità dell’uomo. Quando poi uno stato si pone come valore assoluto e divino, conosce il martirio, unica arma efficace contro la schiavitù degli idoli: “Chi ha orecchi, ascolti: colui che andrà in prigione, andrà in prigione; colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi” (Ap 13,9s). Il cristiano si prende a caro prezzo la sua libertà di cercare il regno del Padre, che è la fraternità tra i suoi figli: la cerca in modo concreto e a tutti i livelli storicamente realizzabili. Il resto, compreso lo stato, lo prende o lo rifiuta tanto quanto serve a questo fine, nel rispetto della libertà e dei diritti altrui, disposto a subire violenza da tutti piuttosto che farne ad alcuno. Il suo rapporto con lo stato è quindi leale e realistico, senza però delegare mai a nessuno la coscienza e la libertà. Non è quindi né per l’avallo né per il ribellismo, né per la semplice separazione né per il facile concordismo. Il discorso programmatico del Regno (cf. 6,20-38; cf. 4,17ss), che propone un amore capace di vincere il male col bene (Rm
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12,21), è da prendere come criterio ispiratore anche dell’azione politica. Il discernimento è l’intelligenza per capire come realizzarlo storicamente qui e ora. Luca per sé non sembra avere un gran concetto dei potenti e dei governanti in specie (cf. 22,25s). Il meglio che riescono a fare è andare d’accordo nel condannare un giusto dichiarandolo innocente (23,12-15)! Satana stesso dice a Gesù che la gloria di tutti i regni della terra è nelle sue mani, e la dà a chi vuole (4,6). Esattamente a chi lo adora, cercando la ricchezza, il potere e la superbia. Il Figlio dell’uomo cadrà vittima di questo, che è il male vero dell’uomo. Il Signore, con la sua risposta, ci chiama a vedere cosa vogliamo nella nostra vita: arricchire davanti a Dio o davanti agli uomini (12,21), servire Dio o Mammona (16,13)? “Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?” (Gc 4,4). Qui sta la decisione per la vita o per la morte, che salva il mondo o lo conferma nella sua perdizione. La scena è ambientata nel tempio. L’apparizione di Mammona e dell’effigie di Cesare nel luogo della gloria di Dio richiama l’“abominio della desolazione” che sta “là dove non conviene” (Mc 13,14). A questo livello si pone la scelta di campo: o Dio o Cesare, o il Regno o il mondo. L’uomo perde la propria essenza se cede ad altri la propria libertà di figlio, effigie del Padre. Questo brano ci fa chiedere a Dio di dare a lui ciò che è suo, cioè noi stessi. In lui ritroviamo la nostra verità di figli, da vivere poi correttamente coi fratelli. “Cristo non ha l’immagine di Cesare, perché egli è l’immagine di Dio. E neppure Pietro porta l’immagine di
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Cesare, perché egli ha detto: “Abbiamo abbandonato ogni cosa e ti abbiamo seguito”. Non si trova l’immagine di Cesare né in Giacomo né in Giovanni, poiché essi sono figli del tuono; ma la si trova nel mare, dove i mostri hanno la testa schiacciata sotto le acque, mentre il mostro più grande con la testa sfracellata è dato in pasto ai popoli d’Etiopia. Ebbene se il Signore non portava l’effigie di Cesare perché ha pagato l’imposta? Ma egli non ha pagato il suo; ha restituito al mondo ciò che era del mondo. E tu, se non vuoi essere debitore di Cesare, cerca di non possedere ciò che appartiene al mondo. Ma tu hai delle ricchezze quindi sei debitore a Cesare. Se non vuoi aver niente da dare al re della terra, abbandona tutti i tuoi beni e segui Cristo” (s. Ambrogio, Commento a Luca). 2. Lettura del testo v. 20: “E, spiandolo, inviarono degli inoltrati che fingessero di essere giusti”. Una storia vecchia come il potere! Anche se sempre sconfitti dalla loro stupidità cattiva e smascherati dal loro zelo eccessivo, vincono sempre contro l’innocente inerme. “per coglierlo su qualche parola e così consegnarlo”. Sono sicuri che Gesù non si schiererà dalla parte dei potenti e si dichiarerà a favore degli zeloti. L’imbecillità del potere di qualunque tipo - qui sta la sua apparente forza e la sua reale
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vulnerabilità! - è quella di dividere ed etichettare, per controllare lo scacchiere. Con chi fa il suo stesso gioco, gli riesce sempre. È invece incapace di incasellare gli altri. Per questo sono o ignorati o distrutti come pericolosi, perché imprevedibili. Il male è ripetitivo e noioso: usa sempre la tattica di invitare al proprio gioco per vincere comunque. v. 21: “Maestro, sappiamo che parli e ammaestri con rettitudine”. L’esordio degli inoltrati è il più bel giudizio su Gesù. Richiama quanto dice la Sapienza: “Tutte le parole della mia bocca sono giuste; niente vi è in esse di fallace o perverso; tutte sono leali per chi le comprende e rette per chi possiede la scienza. Accettate la mia istruzione e non l’argento; la scienza anziché l’oro fino” (Pr 8,8-11). I nemici stessi identificano Gesù con la sapienza di Dio! Evidentemente è l’esca per suggerirgli la risposta, già implicita: rifiutare l’argento e l’oro e schierarsi contro Cesare. Meglio il rimprovero dell’amico che la lode del nemico! v. 22: “È lecito a noi dare il tributo a Cesare, o no?”. Pagare il tributo significa riconoscere il potere romano e rinunciare alle attese messianiche del popolo. Non pagarlo è la prospettiva di morte sicura. Questa domanda è molto astuta, ma non intelligente. v. 23: “osservata la loro facinorosità”. Se l’intelligenza serve per fare il bene, il potere la ignora; usa invece la furbizia che riesce comunque a fare il male, qualunque sia la
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reazione dell’altro. Gesù la conosce meglio di loro che ne sono vittime. La smaschera presentando una prospettiva nuova e insospettabile, che pone al bivio tra la vita e la morte. v. 24: “Mostratemi un danaro”. Gesù non ne possiede. Essi, così scrupolosi in apparenza, in realtà ne possiedono e desiderano possederne sempre di più. La risposta enigmatica che darà è già chiara nella scelta pratica: i nemici hanno la moneta e l’immagine di Cesare, lui non ha la moneta, ed è l’immagine di Dio! Per Luca l’appartenenza o meno al Regno si decide nella povertà: “chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (14,33); “vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi” (18,22). “Di chi ha immagine e iscrizione?”. La Bibbia proibisce di farsi immagini di Dio. L’unica immagine a sua somiglianza è l’uomo libero di servire i fratelli. Proibisce anche di farsi immagini dell’uomo: è troppo bello, e finirebbe per adorarsi al posto di Dio, diventando un Narciso che s’annega nella propria immagine! v. 25: “Di Cesare”. Il “danaro” porta le insegne della divinizzazione del potere romano. All’epoca di Gesù la moneta ha su una parte il mezzo busto dell’imperatore nudo e l’iscrizione: “Tiberio Cesare Augusto, figlio del divino Augusto”; sull’altra ha l’effigie del pontefice massimo e della madre dell’imperatore con lo scettro del dominio nella destra
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e un ramo d’olivo nella sinistra. La divina pax romana, il cielo in terra! Chi domina deve sempre avere e vendere di sé la più bella immagine! “rendete ciò che è di Cesare a Cesare e ciò che è di Dio a Dio”. Ogni cosa è di colui di cui porta l’immagine: il danaro, con l’immagine di Cesare, di Cesare, l’uomo immagine di Dio, di Dio. Le regole del gioco vanno rispettate. La libertà consiste nello scegliere il gioco. Se scegli quello del danaro, sei schiavo del potere. Se scegli quello di Dio, sei libero, figlio suo e fratello di tutti. Qui Gesù dice qualcosa che i suoi nemici e neanche gli zeloti - loro nemici! - sospettano: possiamo finalmente dare a Dio ciò che è di Dio e così essere noi stessi, sua immagine e somiglianza. Infatti il suo regno è presente in mezzo a noi (17,21) nella povertà e nell’umiltà del Figlio dell’uomo che si dona a noi e così compie la promessa di Dio. Chi porta la moneta con l’effigie di Cesare suggella il suo dominio su di sé e gli si arrende. Chi non ha la moneta, porta l’effigie del suo Signore: è come lui, libero di servire per amore. “A buon diritto il Signore, prima di tutto, decide che si deve dare ciò che è di Cesare: non si può infatti appartenere a Dio se non si rinunzia al mondo” (s. Ambrogio, Commento a Luca). La signoria dell’uomo sull’uomo è principio di ogni schiavitù; quella di Dio principio di libertà. A lui appartiene la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti (Sal 24,1). È l’unico Signore, e non ce n’è altri; anche se in realtà ci sono
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tanti presunti signori (1Cor 8,5s). Ma sono dei mezzi busti, come l’imperatore sul danaro. “Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo (...) a chi il rispetto, il rispetto. Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la Legge” (Rm 13,7s). Questo è il principio di chi cerca innanzitutto il regno di Dio (12,31). Il resto è subordinato a questa che è la nuova regola del gioco. All’uomo ora è possibile scegliere tra la vita e la morte. “Se la perdita di una moneta ti rattrista perché hai perso l’immagine di Cesare, a maggior ragione non dovrebbe farti piangere l’aver disprezzato l’immagine di Dio che è in te?” (s. Agostino, Serm. 24 sui Vangeli). La capacità di discernere in concreto il bene da fare qui e ora dipende dalla libertà che abbiamo dall’immagine di Cesare. Dio depone i potenti dai troni (1,52) proprio perché non usa le loro stesse armi: all’avere, potere e apparire di chi domina, contrappone la povertà, il servizio e l’umiltà di chi ama. v. 26: “meravigliati della sua risposta, tacquero” . I nemici cadono nella fossa che hanno scavato (Sal 7,16), ridotti al silenzio. Ma presto lui stesso sarà ridotto al silenzio ed entrerà nell’abisso di morte che l’uomo si è scavato. Entrerà per salvarlo! La sua impotenza ci libererà da ogni potere di morte e sarà germe di risurrezione. Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi (Gal 5,1): in lui ormai siamo destinati a portare l’immagine dell’uomo celeste (1Cor 15,49).
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: dare a Dio ciò che è di Dio. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - la simulazione degli infiltrati - è lecito a noi dare il tributo o no? - date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio. 4. Passi utili Sal 93; 98; 99; 100; Lc 22,24-27; 23,35-43; Rm 13; Ap 13; Gv 18,33-38.

116. DIO NON È DI MORTI, MA DI VIVENTI (20,27-40)

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Ora, avanzatisi alcuni dei sadducei, quelli che contraddicono che ci sia risurrezione, lo interrogarono dicendo: 28 Maestro, Mosè scrisse per noi, se il fratello di qualcuno è morto avendo moglie ed è senza figli, che suo fratello prenda la moglie e susciti discendenza a suo fratello. 29 C’erano dunque sette fratelli, e il primo, presa moglie, morì senza figli, 30 e il secondo 31 e il terzo la prese. Ora così anche i sette non lasciarono figli e morirono. 32 Da ultima anche la moglie morì. 33 La moglie dunque, nella risurrezione, di chi di loro sarà moglie? Poiché in sette l’ebbero in moglie. 34 E disse loro Gesù: I figli di questo secolo sposano e sono sposati. 35 Ora quelli che sono ritenuti degni di ottenere quel secolo e la risurrezione dei morti, né sposano né sono sposati.
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Infatti neppure possono più morire, poiché sono come-angeli e sono figli di Dio, essendo figli della risurrezione. 37 Ora che i morti si destano, anche Mosè lo palesò a proposito del roveto, quando dice il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. 38 Ora Dio non è di morti, ma di viventi, poiché tutti vivono per lui. 39 Ora, rispondendo alcuni degli scribi, dissero: Maestro, dicesti bene! 40 E non osavano più interrogarlo su niente. 1. Messaggio nel contesto Sullo sfondo del vecchio si profila il nuovo tempio: il popolo di Dio in ascolto di Gesù. I suoi tratti fondamentali sono: la conversione all’autorità dell’evangelo (vv. 1ss), la conoscenza della fedeltà di quel Dio che realizza la sua promessa in modo sorprendente (vv. 9ss), la fine del dominio di Cesare (vv. 20ss) e l’inizio del mondo della risurrezione (vv. 27ss). All’origine di tutto sta l’accettazione di Gesù come Signore
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(vv. 41ss). A lui, che ha dato se stesso per lei, la chiesa, raffigurati dalla vedova, risponde con uguale amore (21,1ss). Marco, nel brano parallelo, dichiara che il mistero della risurrezione è accessibile solo a chi conosce le Scritture e la potenza di Dio (Mc 12,24). Invece Luca sottolinea la nuova qualità di vita che la risurrezione comporta: siamo come angeli, figli di Dio che vivono per lui. In Israele la fede nella risurrezione si formula esplicitamente piuttosto tardi. Non parte dal presupposto filosofico dell’immortalità dell’anima, ma dall’esperienza della promessa e della potenza di Dio. Il suo amore dura in eterno, e non può venir meno neanche davanti alla morte; deve vincerla e farci risorgere per mantenere la sua fedeltà a noi. Questa rivelazione, fondata nel Pentateuco, si sviluppa attraverso i profeti, e raggiunge la sua formulazione più alta in Sap 3-5 e 2Mac 7. In Ez 37,13s la risurrezione è vista come quell’azione che ci fa riconoscere Dio: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò”. La fede cristiana ha il suo inizio nella risurrezione di Gesù. La gioia che ne scaturisce è la forza per seguirlo fino alla croce, in modo da partecipare noi stessi alla risurrezione dei morti (Fil 3,11). Questa è principio e fine del dinamismo della vita cristiana. Infatti “se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,17). La risurrezione consiste nello stare “sempre con il Signore”
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(1Ts 4,17), per il quale già ora viviamo nel dono del suo Spirito. Dice Paolo: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21), perché “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). “Testimone della risurrezione” (At 1,22) è la più bella definizione dell’apostolo. La risurrezione corporea incontrava poco favore nella cultura ellenistica, che disprezzava la materia (cf. At 17,18-32). Per questo sia Luca sia Paolo sentono il bisogno di sottolinearla (24,39s; 1Cor 15). I sadducei, a differenza dei farisei (cf. At 23,6s), non credono nella risurrezione dei morti. La loro obiezione tende a metterla in ridicolo anche come semplice prospettiva. Gesù risponde innanzitutto dicendo che non è assurda: è una vita nuova, senza più bisogno di matrimonio e generazione, perché non dominerà più la morte. Fa poi vedere, con un ragionamento rabbinico, come e già implicitamente affermata dalla Torah. 2. Lettura del testo v. 27: “sadducei”. Fanno parte dell’aristocrazia sacerdotale, classe di ricchi possidenti. Negano la risurrezione dei morti, l’esistenza degli angeli e degli spiriti (At 23,6-8). Ammettono solo l’autorità del Pentateuco e si oppongono ai farisei e alle loro tradizioni. Dietro i sadducei sono da vedere i lettori di
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Luca, che su questo punto hanno la stessa opinione: “quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano e altri dissero: Ti sentiremo su questo un’altra volta” (At 17,32). Oggi siamo tutti “praticamente” sadducei. La risurrezione non ha incidenza pratica sul modo di vivere. Il materialista deve negare la risurrezione del corpo. v. 28: “Mosè scrisse per noi, se il fratello di qualcuno è morto”. È la legge del levirato (Dt 25,5ss), intesa a garantire a ogni maschio la discendenza. Così i padri avrebbero potuto vedere il messia atteso almeno con gli occhi dei figli. La cosa interessava anche chi non attendeva nient’altro dalla vita, se non la conservazione dell’asse ereditario. “avendo moglie... prenda la moglie”. La donna era oggetto di possesso del marito, acquistata con regolare contratto dietro scambio di beni. Per questo dice “avere” e “prendere” moglie. vv. 29-32: “C’erano dunque sette fratelli, e il primo, presa moglie, morì senza figli, e il secondo e il terzo”. C’è una successione di sette fratelli che muoiono, con l’intento di suscitare vita. In realtà il “prendere” non genera vita, ma morte sterile. La fecondità viene dal “dare”. Possesso e dono esprimono rispettivamente egoismo e amore, e stanno tra loro come morte e vita. Solo quando prenderemo il Figlio dell’uomo che si dona, la nostra morte concepirà la vita. Il
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suo legno sanerà l’acqua amara della nostra sorgente (Es 15,25). v. 34: “i figli di questo secolo sposano e sono sposati”. Il mondo è diviso in due “eoni” (secoli): quello presente e quello futuro. Il primo è sotto il segno del prendere e del morire. Lo sposarsi e il generare sono solo una protesta impotente contro la morte: più vivi si generano, più crescono i “mortali”. Ma sono anche segno della vittoria definitiva sulla morte: il vivere per Dio e il risorgere. v. 35s: “quelli che sono ritenuti degni di ottenere quel secolo”. Il secondo “eone”, quello futuro, è sotto il segno del dono e della vita; non ci si sposa più, perché non si può più morire. Il matrimonio dà la vita a chi poi muore. La risurrezione invece dà a chi è morto una vita nuova, ormai libera dalla morte e dalla generazione. L’uomo può rinunciare al matrimonio perché è “persona”, costituita come tale dal suo rapporto con Dio. Non è tenuto a conservare la specie, perché è della stessa specie di Dio. Per questo la sua singolarità ha valore pieno. Il matrimonio cristiano con la sua fecondità, più che conservazione della specie, è testimonianza dell’amore e della fecondità di Dio. Per questo è un “grande mistero” (Ef 5,32). È segno transitorio di ciò che sarà per sempre: vivere per lui come lui vive per noi; è la nostra piena realizzazione e libertà, perché amiamo con adeguatezza, amando come siamo amati.
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“sono come-angeli”. Gli angeli sono chiamati “figli di Dio” (cf. Gb 1,6; 2,1): ne hanno lo splendore e la forza. Nel secolo futuro anche noi riceveremo la pienezza della figliolanza divina. Già ora c’è, ma allora apparirà nella sua gloria (cf. 1 Gv 3,2; Rm 8,18-21). Nella risurrezione dei morti avremo un “corpo spirituale, immagine dell’uomo celeste, l’ultimo Adamo, spirito e datore di vita (1Cor 15,44ss). Il nostro corpo “si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo psichico e risorge un corpo pneumatico” (1Cor 15,42ss). Gli angeli (= annunciatori) inoltre hanno la funzione di annunciare agli uomini la parola di Dio. Simili a loro sono gli apostoli, testimoni della risurrezione. Probabilmente Luca, discepolo di Paolo, fa la sua stessa raccomandazione: “Vorrei che tutti fossero come me” (1Cor 7,7; cf. 1Cor 7,29-40). Infatti parla anche dell’abbandono della moglie (14,26; 18,29) e intende il celibato come espressione radicale di un cuore indiviso, che risponde pienamente all’amore unico e totale del suo Signore. “sono figli di Dio, essendo figli della risurrezione”. La risurrezione è la nostra nascita piena alla condizione di figli. Gesù infatti, figlio di Davide secondo la carne, è costituito Figlio di Dio secondo lo Spirito di santificazione mediante la sua risurrezione (Rm 1,3s). Egli è il primo tra molti fratelli, primogenito tra i morti (Rm 8,29; Col 1,18). La nostra morte
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parteciperà della sua croce, e sarà la morte al nostro peccato, a causa del quale la morte entrò nel mondo (Rm 5,12). v. 37: “che i morti si destano, anche Mosè lo palesò”. Dio si rivelò come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe (Es 3,6). Se lui resta il loro Dio ed essi sono morti, significa che necessariamente risorgono. Perché diversamente non sarebbe il Dio dei viventi, ma dei morti. La sua fedeltà non può essere vinta dalla morte. Radice della nostra risurrezione è il fatto che Dio è il Dio “di”, cioè appartiene a noi come noi a lui (Ct 2,16). v. 38: “Dio non è di morti, ma di viventi”. È la più bella definizione di Dio. Per questo tutto ciò che ha attinenza con la morte è impuro; ha nulla a che fare con quel Dio che è vita: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi” perché è il “Signore, amante della vita” (Sap 1,13; 11,26). La morte, come noi la sperimentiamo, “è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sap 2,24). Ma è un inganno, perché in realtà è l’incontro con colui che ha dato la vita per me. “tutti vivono per lui”. Chi vive per sé, muore nell’egoismo. Chi vive per il Signore, partecipa già ora alla vita che ha vinto la morte. v. 39: “alcuni degli scribi, dissero: Maestro, dicesti bene”. Questi scribi sono della setta dei farisei, opposta a quella dei
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sadducei. Approvano Gesù solo perché disapprova i loro avversari. v. 40: “non osavano più interrogarlo su niente”. Progressivamente si chiudono le bocche dei nemici e avversari, in modo che i piccoli diano gloria al Signore e ne proclamino il nome. Se nessuno osa più interrogarlo, Gesù provoca tutti a rispondere su chi è il Signore (vv. 41ss), e li chiama a imparare dalla vedova a vivere per lui (21,1ss). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: credere effettivamente nella mia risurrezione corporale futura, senso della mia esistenza, che è un vivere ora e sempre per Dio. d. Traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - i sadducei - avere e prendere moglie - suscitare discendenza - i figli della risurrezione come sono - Dio non è dei morti, ma dei viventi - tutti vivono per lui.
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4. Passi utili Sal 16; 73; Sap 3-5; 2Mac 7; Ez 37; 1Cor 15.

117. DAVIDE DUNQUE LO CHIAMA SIGNORE; E COME È SUO FIGLIO? (20,41-44)
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Ora disse a loro: 42 Come mai dicono che il Cristo è figlio di Davide, poiché Davide stesso dice nel libro dei Salmi: Disse il Signore al mio Signore: 43 siedi alla mia destra, finché io metta i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi. 44 Davide dunque lo chiama Signore; e come è suo figlio? 1. Messaggio nel contesto

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È l’unica volta che Gesù provoca di sua iniziativa con una discussione di tipo rabbinico. In essa fa la domanda decisiva. Chi risponde, trova risposta a tutte le sue domande su di lui. La questione riprende a un altro livello il problema della sua messianicità: suggerisce che il messia è il Signore stesso, e invita a riflettere “come” il Signore sia figlio di Davide, cioè realizzi il Regno. È quanto i discepoli scopriranno dopo Pasqua: Gesù - figlio di Davide secondo la carne e Figlio di Dio secondo lo Spirito (Rm 1,4) - ha realizzato il Regno proprio in quanto “figlio unico”, gettato fuori dalla vigna e ucciso (vv. 14s) dai fratelli, e per questo risuscitato dal Padre. Mentre noi non osiamo più interrogarlo, egli ci interpella direttamente, perché lo riconosciamo come il Signore (= Kyrios = Adonai = JHWH) e il Cristo (= figlio di Davide, messia, liberatore) proprio in quanto pietra scartata. Nessuno può dire: “Gesù è il Signore”, se non sotto l’azione dello Spirito di Dio (1Cor 12,3). Solo il dono del Padre può dare la conoscenza del Figlio; solo la luce della Pentecoste farà capire come l’uccisione del Giusto, fallimento di ogni messianismo umano, sia il modo divino di realizzare il Regno. Quando diciamo: “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”, dobbiamo stare attenti a non farne l’attaccapanni delle nostre opinioni religiose. È più esatto dire: “Il Cristo, il Figlio di Dio - che nessuno conosce o sospetta - è l’uomo Gesù”. Lui, il Crocifisso, ci rivela chi è il nostro Salvatore e nostro Signore. La risposta che Gesù sollecita da noi non può venire dalla carne e dal sangue Il silenzio che segue o è adorazione del Signore o sua condanna a morte.
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La vedova del brano seguente mostra come rispondere: con la vita. Ma prima devo avere la “sublimità della conoscenza di Gesù, mio Signore”, per essere conquistato da lui e correre a mia volta per conquistarlo (Fil 3,8.12). Faccio mia la preghiera del cieco al figlio di Davide: “Signore, che io alzi gli occhi” (18,41), e veda te, il mio Signore, per poterti lodare e seguire nel cammino. 2. Lettura del testo v. 41: “disse a loro”. Gesù si rivolge a chi non osa più interrogarlo (v. 40). La fede inizia quando tace la nostra domanda su di lui e ascoltiamo la sua rivolta a noi. Anche la prima parte del Vangelo culminava con la sua richiesta di riconoscere in lui il “Cristo di Dio” (9,18ss). Ora chiede di vedere in lui, pietra scartata, il figlio e il Signore di Davide. Tutto il brano, costituito da un’unica domanda, è un invito ad accettare come nostro Salvatore e nostro Dio colui che va in croce per noi. A noi la risposta. Lui la suggerisce con discrezione, perché ognuno possa liberamente dirla, e quando vuole. Il popolo nuovo nasce dalla risposta a questa domanda. “come il Cristo è figlio di Davide”. Secondo la profezia di Natan, il messia doveva discendere da Davide (2Sam 7,1ss); egli avrebbe realizzato il regno di Dio, la sua giustizia e la sua pace (Is 9,6). Anche il cieco di Gerico aveva chiamato Gesù
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prima figlio di Davide e poi Signore (18,38.41). La seconda parte del Vangelo segna il passaggio dalla conoscenza di lui come figlio di Davide a quella come Signore. L’inizio e la fine della domanda riguardano il “come” il Cristo è figlio di Davide, se è suo Signore. In altre parole, di che tipo è il suo messianismo, se il messia è Dio stesso che si fa crocifiggere per l’uomo? v. 42: “Davide stesso dice nel libro dei salmi”. La domanda di Gesù parte dalla Scrittura, perché da lì viene la risposta. Infatti non è pensamento d’uomo, ma rivelazione di Dio. “Disse il Signore al mio Signore”. È l’inizio del Salmo 110, ritenuto di origine davidica e di significato messianico anche dai giudei dell’epoca. La chiesa primitiva lo userà a Pentecoste per indicare la glorificazione di Gesù attraverso la croce (At 2,34-36). Davide chiama il messia “mio Signore”. La grazia profetica della Spirito gli fa ascoltare il dialogo in cui il Signore richiama il messia dalla tribolazione della terra. “siedi alla mia destra”. La sua morte per i fratelli non fu il fallimento, ma la realizzazione del regno del Padre e la sua intronizzazione come Figlio. La sorpresa di Pentecoste è conoscere nello Spirito che il Cristo e il Signore è proprio colui che abbiamo crocifisso (At 2,36). Gesù è Cristo e Signore non “nonostante”, ma “a causa” della croce (Fil 2,9).

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v. 43: “finché io metta i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi”. Gesù, per ottenere il Regno, ha dovuto affrontare molti nemici: sono i suoi concittadini, che non vogliono che regni su di loro (19,14; vedi la figura di Giuseppe: Gn 37,8; cf. Sal 2,1-2 = At 4,25s); siamo noi, che abbiamo ancora il lievito dei farisei. La nostra inimicizia sarà causa della sua croce. Ma questa sarà la vittoria definitiva sulla nostra inimicizia e annullerà il chirografo della nostra condanna (Ef 2,16; Col 2,14s). La sua risurrezione poi sarà il trionfo sul nemico ultimo, la morte, e segnerà l’alba del giorno in cui consegnerà il Regno al Padre, perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,2428). v. 44: “Davide dunque lo chiama Signore”. Secondo le Scritture il messia non è solo figlio di Davide: l’erede del suo trono sarà il Figlio stesso dell’Altissimo (1,32). Gli angeli a Betlem lo proclamano Salvatore, Cristo e Signore (2,11). Noi siamo abituati a dire: Gesù è il Signore. Solo un ebreo può capire lo scandaloso accostamento dei due termini - e soprattutto dopo il venerdì santo! Significa professare che quest’uomo, in quanto giusto crocifisso, è JHWH, il Dio che si è rivelato a Mosè, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei vivi, per il quale tutti vivono (v. 37s). Davide, mosso dallo Spirito (Mc 12,36), canta il suo figlio come suo Signore: il messia è il Signore stesso che si dona a lui come suo figlio!

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“e come è suo figlio?”. Gesù non chiede come il figlio di Davide sia il Signore. Questa è pura rivelazione dello Spirito. Mentre ci esorta semplicemente ad accettarla, ci invita a riflettere “come” il Signore è figlio di Davide, cioè messia. La sapienza di Dio, rivelandosi nella croce del Figlio, mette in crisi ogni messianismo mondano e ogni falsa immagine di Dio. “Come” è suo figlio, significa anche: come mai il Signore si è fatto figlio di Davide, che cosa l’ha spinto a questo? È la sorpresa di Maria, sua discendente, che stringe tra le braccia il suo Creatore che si è fatto sua creatura. A questa domanda segue il silenzio. Adorante silenzio della vedova o mortale silenzio dei nemici. Noi giungeremo all’adorazione quando contempleremo colui che abbiamo trafitto (Gv 19,37). Solo dopo aver ucciso per ignoranza l’autore della vita (At 3,12-18), sapremo chi è il Signore: colui che ci amò più di se stesso e si consegnò per noi alla morte. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: chiedo di adorare Gesù come mio Signore, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.
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d. Ascolto con attenzione la domanda di Gesù, e guardo il suo modo divino di essere Salvatore (= figlio di Davide) dando la vita per me. 4. Passi utili Sal 110; Rm 1,4; 1Cor 12,3; Fil 2,6-11.

118. VIDE UNA VEDOVA (20,45-21,4)
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Ora, ascoltando tutto il popolo, disse ai discepoli: 46 Attenti agli scribi che vogliono passeggiare in vesti lunghe e amano saluti sulle piazze e i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nelle cene. 47 Essi divorano le case delle vedove e per finta a lungo pregano. Questi riceveranno un giudizio più grande.
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Ora, levati gli occhi,
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vide quelli che gettavano nella cassa del tesoro i loro doni, dei ricchi. 2 Ora vide una vedova poverella gettare lì due centesimi 3 e disse: In verità vi dico: la vedova, questa povera, gettò più di tutti. 4 Poiché tutti questi gettarono nei doni di Dio dal loro superfluo. Costei invece gettò dalla sua penuria tutta la vita che aveva. 1. Messaggio nel contesto La risposta sull’identità di Gesù, lasciata in sospeso dalla sua domanda precedente, viene da questa vedova. Il suo gesto conclude le dispute precedenti, dandone l’interpretazione autentica. Fa capire l’autorità di Gesù e della sua parola, ultimo appello della fedeltà di Dio; impedisce di fraintendere il potere di Cesare con quello di Dio; dà inizio al mondo della risurrezione di chi vive per Dio, e riconosce il Signore da amare con tutto il cuore. Queste sono le verità fondamentali del nuovo popolo, il viatico della chiesa nel suo cammino per il mondo. Il maestro se ne va, ma non ci abbandona. Ci lascia una povera donna, che continua a tenerci la lezione fondamentale
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del Figlio dell’uomo. La sapienza del vangelo è diversa da quella degli scribi. Il loro sapere è funzionale all’avere e al potere per apparire “primi” davanti a Dio e agli uomini: affermano la propria signoria. La vedova invece afferma la signoria di Dio: nelle due monete che getta, rende a Dio ciò che è di Dio, tutta la sua vita. Essa è il vangelo vivo, il buon profumo di Cristo, per mezzo del quale si diffonde la sua conoscenza nel mondo intero (2Cor 2,14). È la sua presenza invisibile ma continua nella storia. Prima del discorso sulla fine del mondo il maestro fa testamento e ci lascia questa maestra. Iniziò la sua attività con la suocera di Pietro, che serviva (4,39); ora la chiude chiamandoci a osservare questa vedova, miracolo compiuto del vangelo. Queste due donne, che non contano, rappresentano il principio e il fine del suo ministero: ne raccolgono l’eredità, riconoscendo, con il servizio e il dono della vita, il loro Signore che per primo ha servito e dato la vita. Il brano è costruito sul duplice contrappunto: scriba/ricchivedova/povera. La potenza del Verbo di Dio si sposa con la povertà della vedova, e non ha nulla a che fare con la sapienza dei ricchi. I discepoli prenderanno come guida della loro vita ciò che vale agli occhi degli uomini o ciò che vale agli occhi di Dio? Gli scribi, contro i quali Gesù parla, hanno i foro naturali successori in coloro che nella chiesa si dedicano alla preghiera e al servizio della Parola (At 6,4). Luca stesso appartiene a questi. Avverte il pericolo di diventare padroni
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della fede altrui, invece che collaboratori della loro gioia (2Cor 1,24). Mette in guardia dal peccato di disporre della Parola invece di rispondere ad essa. Gesù propone a tutti questa vedova silenziosa come scriba definitivo del NT: è l’icona vivente dell’unico maestro, da lui stesso autenticata. Alla scuola dei poveri e degli ultimi, frequentati con assiduità e devozione da discepolo, la chiesa impara come conoscere e riconoscere il maestro buono, l’unico Signore della propria vita. 2. Lettura del testo v. 45: “ascoltando tutto il popolo, disse ai discepoli” . Davanti a tutto il popolo in ascolto, i discepoli sono chiamati a scegliere tra due maestri: uno insegna l’appartenenza al mondo, e l’altro al Signore. v. 46: “Attenti agli scribi”. Bisogna guardarsi da coloro che guardiamo con ammirazione, e guardare coloro che ci guardiamo dal considerare. Gli scribi sono dei maestri che godono di grande autorità: dichiarano la volontà di Dio. Ma l’autorità del nostro maestro è molto diversa (cf. 4,32; Mc 1,22): non la spiega, ma la compie. come la vedova. “che vogliono... amano, ecc.”. Il loro desiderio e il loro amore non è Dio, ma l’io, che si gonfia di presunzione e
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prestigio. Avidi di protagonismo, sono caratterizzati dall’appariscenza delle vesti, dalla riverenza altrui e dalla brama dei “primi” posti in ambito religioso e civile. Sono gli uomini realizzati, che ognuno guarda con invidia: sono i maestri che vorremmo seguire. v. 47: “divorano le case delle vedove”. Il loro sapere, oltre che un apparire che inganna, è anche un potere che opprime: spogliano la vedova della casa, l’eredità del marito. Sono forse quei maestri che, appropriandosi della Parola, devastano la chiesa e la privano dell’eredità del suo Signore? Paolo si vanta di non essere tra quei molti che mercanteggiano la parola di Dio (2Cor 2,17) e che evangelizzano per ostentazione o rivalità (Fil 1,15ss), o per turpe guadagno (Tt 1,11; cf. 1 Pt 5,2s e At 8,18ss). L’unica ricompensa al vangelo è evangelizzare gratis (1Cor 9,18). Non può essere diversamente, perché è l’annuncio della grazia di Dio. “per finta a lungo pregano”. La religiosità si presta bene a far da alibi e copertura del proprio peccato. Con la preghiera uno riesce a ingannare in parte anche se stesso! “riceveranno un giudizio più grande” (cf. 12,47s). La parola “giudizio” esce solo qui e nella condanna di Gesù (23,40; 24,20), che porta su di sé il nostro delitto. Dio la pensa in modo diverso dal nostro: “Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?” (Gc 4,4).
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21,1: “levati gli occhi”. Il maestro leva gli occhi perché è seduto più in basso di tutti, sulla cattedra del servizio e dell’umiltà (cf. 6,20). “vide quelli che gettavano nella cassa del tesoro i loro doni, dei ricchi”. Davanti al tesoro, in luogo accessibile a tutti, c’erano tredici casse per le offerte. Un sacerdote controllava il valore delle monete, e dichiarava ad alta voce l’entità e l’intenzione dell’offerta, gettandola nella cassa corrispondente. Nella tredicesima si gettavano le offerte spontanee e senza intenzione. Certamente i ricchi sapevano e cercavano di essere visti. Ma il Signore non li guarda, perché sceglie i poveri del mondo, per dare loro il suo regno (Gc 2,5). v. 2: “vide una vedova”. Questa vedova è immagine della chiesa, la sposa alla quale è stato strappato lo sposo e attende con impazienza la rivelazione della giustizia di Dio (5,35; 18,1ss). Come la donna e il bambino sono “di” qualcuno, così la vedova e l’orfano sono di nessuno. Per questo sono “di” Dio. Egli ne tutela i diritti e dona loro il suo regno di Padre. “gettare lì due centesimi”. Anche il samaritano lasciò due danari all’albergatore (10,35). Questi due centesimi sono valutati da Gesù “tutta la vita che aveva”, la sua sostanza. È importante che le monetine siano due: avrebbe potuto tenersene una. Invece dona tutto. La vedova è figura del
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discepolo che riconosce la signoria del maestro buono, facendo per lui dono di tutto 18,22; cf. 14,33 . Libera dall’ansia del possesso, è di Dio e vive per Dio: è figlia della risurrezione, che riconosce su di sé e sulle sue monete l’autorità della parola di colui che è fedele. v. 3: “In verità”. È affermazione con autorità divina. Al posto del sacerdote, Gesù stesso guarda, valuta, stima e dichiara il valore, l’entità e l’intenzione di quanto essa in silenzio ha gettato nell’ultima cassetta. “questa povera, gettò più di tutti”. La parola “povera” è la stessa delle beatitudini (6,20). Questa donna è beata perché è come il suo Signore. La parola “gettare” esce cinque volte in questo testo. Secondo Gesù essa ha gettato più di tutti, facendo il contrario di chi prende per avere più di tutti. Questa donna è la personificazione della sapienza evangelica, opposta alla stoltezza mondana: l’amore che vince l’egoismo. v. 4: “dal superfluo... dalla penuria”. Il ricco è il signore di sé, e fa a Dio l’elemosina di ciò che gli avanza, come tutti i ricchi. Il povero ha Dio come Signore, e gli dà tutto, ritenendo dono suo tutto ciò che è ed ha. Il primo dà dall’abbondanza; il secondo dalla penuria - o, più esattamente in greco, dalla sua condizione di ultimo. Anche Dio ci ha dato da questa condizione. Infatti da ricco che era si fece povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9). Chi
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dona dal superfluo cresce nel suo protagonismo, chi dona dalla penuria entra nella solidarietà divina. “tutta la vita che aveva”. A Dio non si deve né tanto né poco né nulla: tutto ciò che siamo e abbiamo è dono gratuito del suo amore per noi. “Noi siamo suoi” (Sal 100,3). L’unica cosa da fare è corrispondere liberamente a questo amore totale (cf. 10,27). Così ci realizziamo nella nostra essenza di uomini, che è quella di essere uguali a lui che è amore. Questa donna fa con semplicità ciò che è impossibile a tutti (18,22.27): dona tutto. Ciò le è possibile perché ama come è amata. Essa è uno dei poveri ai quali è dato il Regno (6,20). Fa parte del piccolo gregge dei figli: libera dall’affanno della vita, ha il suo cuore dove è il suo tesoro (cf. 12,22-35). Riconosce in concreto il suo Signore, donando la sua vita a colui che l’ha donata per lei, in una perfetta reciprocità d’amore. La prima chiesa di Gerusalemme seguì l’esempio di questa vedova: ognuno dava quanto possedeva e riceveva secondo il bisogno (At 2,45). Questa vita nuova è frutto dell’ascolto della parola di Gesù, che ha il potere di realizzare il Regno qui e ora per chi l’accetta. Nella chiesa non contano i potenti e i sapienti, di nessun tipo: la vera storia è fatta da questi poveri e piccoli che, come la vedova e la suocera di Pietro, vivono lo Spirito del Signore. Gesù, prima di morire, ce li addita come maestri. Egli ormai si ritira. Ma resta sempre con noi, con l’autorità della sua parola che s’incarna in chi la compie.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù nel tempio. c. Chiedo ciò che voglio: Prendi e ricevi, Signore, tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto, la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo. Tu me l’hai dato: a te, Signore, lo restituisco. Tutto è tuo; disponine secondo la tua volontà. Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, e sono ricco abbastanza (Ignazio di Loyola). d. Traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: - scribi: vesti, saluti, primi seggi e primi posti - divorano le case delle vedove - fingono lunghe preghiere - i ricchi e il loro superfluo - la vedova getta tutta la sua vita. 4. Passi utili Sal 100; Gc 4,4; 1Cor 1,26-31; Lc 4,38s; 7,36-51; 9,2326; 10,25-28; 2Cor 2,14.
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119. NON RESTERÀ PIETRA SU PIETRA CHE NON SARÀ DISTRUTTA (21,5-24)
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E mentre alcuni dicevano del tempio che era adorno di belle pietre e di donativi, disse: 6 Di queste cose che guardate, verranno giorni nei quali non resterà pietra su pietra che non sarà distrutta. 7 Ora lo interrogarono dicendo: Maestro, quando dunque sarà questo e quale il segno quando staranno per avvenire queste cose? 8 Ora egli disse: Attenti a non essere ingannati, poiché molti verranno nel mio nome dicendo: Io sono! e: il momento è vicino! Non andate dietro loro.
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Quando udirete di guerre e rivolte, non atterritevi, perché bisogna che queste cose avvengano prima, ma non è subito la fine. 10 Allora diceva loro: Si leverà nazione contro nazione e regno contro regno, e ci saranno grandi terremoti e qua e là carestie e pesti, e ci saranno terrori e segni grandi dal cielo. 12 Ma prima di tutto questo metteranno su di voi le loro mani e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, condotti davanti a re e governatori a causa dei mio nome; 13 questo sfocerà per voi in testimonianza. 14 Ponete dunque nei vostri cuori di non premeditare come difendervi; poiché io vi darò bocca e sapienza a cui non potranno opporsi o contraddire tutti quanti i vostri avversari. 16 Ora sarete consegnati e da genitori e fratelli e parenti e amici, e faranno morti tra voi, 17 e sarete odiati da tutti
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a causa del mio nome. 18 Ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Nella vostra pazienza guadagnerete le vostre vite. 20 Ora quando vedrete Gerusalemme accerchiata da accampamenti, allora sappiate che la sua desolazione è vicina. 21 Allora quelli che sono nella Giudea fuggano verso le montagne, e quelli che sono in mezzo ad essa scappino fuori, e quelli che sono nei campi non entrino in essa, 22 poiché giorni di vendetta sono quelli, finché sia compiuto tutto ciò che è scritto. 23 Ahimè per quelle incinte e per quelle che allattano in quei giorni, poiché ci sarà una grande angustia sulla terra e ira per questo popolo. 24 E cadranno in bocca alla spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni, e Gerusalemme sarà calpestata dalle nazioni, fino a quando saranno compiuti i tempi delle nazioni. 1. Messaggio nel contesto
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La piccola apocalisse (17,20-18,8) riguardava il destino personale, la “mia” storia, che si conclude con la morte. Questa grande apocalisse (21,5-36) riguarda il destino cosmico, la “nostra” storia, che si concluderà con la fine del mondo. Apocalisse non significa “disastro”, ma “rivelazione” di una cosa ignota. Queste parole di Gesù rivelano non qualcosa di strano e occulto, ma il senso profondo della nostra realtà presente: ci tolgono il velo che le nostre paure e i nostri errori ci hanno messo davanti agli occhi, e ci permettono di vedere quella verità che è la parola definitiva di Dio sul mondo (escatologico = che dice la parola ultima e definitiva). Il linguaggio apocalittico è colorito, a tinte forti e paradossali. Ma la verità non è forse paradossale, al di là di ogni opinione? L’intento primo degli evangelisti è mostrare che non si sta andando verso “la fine”, ma verso “il fine”. Il dissolversi del mondo vecchio è insieme il nascere di quello nuovo. Luca è particolarmente preoccupato di mostrare il rapporto che la meta finale ha con il nostro cammino attuale. Dio realizza il suo disegno in questa storia con le sue contraddizioni: il mistero di morte e risurrezione di Gesù, pienezza del Regno, continua nella vita dei discepoli. La sua croce è già il giudizio sul mondo vecchio; il discepolo è chiamato a viverla al presente come seme della gloria futura, in attesa del suo ritorno. Gesù non soddisfa il prurito di curiosità circa il futuro. Noi gli chiediamo “quando” sarà la fine del mondo e quali sono “i segni”. Ma lui si è rifiutato e si rifiuterà sempre di rispondere. È venuto a insegnarci che il mondo ha nel
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Padre il suo inizio e il suo termine, e ci chiama a vivere il presente in quest’ottica, l’unica che dà senso alla vita. Gesù vuole anche togliere quelle ansie e allarmismi sulla fine del mondo, che prosperano ovunque e non fanno che danno. L’uomo, unico animale cosciente del proprio limite, dopo il peccato si lascia guidare dalla paura della morte. Ma essa trionfa proprio nella volontà di salvarsi a tutti i costi, origine dell’egoismo e di ogni male. Gesù offre l’alternativa di una vita che si lascia guidare dalla fiducia nel Padre, in un atteggiamento di dono e di amore che ha già vinto la morte. Il Figlio di Dio, fattosi carne, ci ha rivelato il destino di ogni carne: il suo cammino di Figlio dell’uomo è quello di ogni uomo e del mondo intero, il suo mistero di morte e risurrezione è la verità del presente nel suo futuro. Per comodità dividiamo questo discorso in tre parti. La prima (vv. 5-24) contiene quelle parole del Signore che ai tempi di Luca già si sono avverate. La situazione della sua chiesa è in questo identica alla nostra. L’intento dell’evangelista è quello di insegnare a leggere la storia alla luce del mistero di morte e risurrezione di Gesù. La seconda (vv. 25-28) parla di ciò che il cristiano attende: la venuta del Figlio dell’uomo e la sua liberazione, fine di tutta la storia. La terza, che suddivideremo in due parti (vv. 29-33 e vv. 34-36), contiene le disposizioni con cui vivere l’attesa presente. Questa prima parte inizia chiedendo “quando e quali sono i segni” della distruzione del tempio, che i discepoli intendono come la fine del mondo. In realtà non si tratta della fine del mondo; è un avvenimento storico esemplare, figura di ogni
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momento di crisi, che costituisce una sfida per il credente, chiamato a testimoniare il suo Signore. Bando alle false attese di una fine imminente (vv. 8-9): i pretesi segni della fine sono tutte cose che avvengono “prima”, sono cioè gli ingredienti normali della nostra esistenza prima della fine. Né le guerre, le rivolte e i grandi segni, né l’assedio e la distruzione di Gerusalemme preludono alla fine: sono solo l’inizio del “tempo dei pagani”, una nuova pagina nella storia della salvezza, aperta ora a tutti. Il vero indizio che il Regno è vicino e che la vicenda umana va verso il suo compimento è invece la “testimonianza” dei discepoli, che seguono e annunciano il loro Signore in questo mondo di male, facendone il luogo della salvezza. L’universo finirà, perché ciò che ha inizio ha fine. E finirà anche male, perché non accetta il suo fine. Se sono da evitare allarmismi, non c’è posto neanche per i millenarismi trionfalistici. Tuttavia la vittoria non sarà del male, bensì della fedeltà di Dio al suo amore per noi. La risurrezione del Crocifisso ce ne dà la certezza: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Ma il Regno qui in terra sarà sempre come un seme: fruttifica perché piccolo, preso, gettato e nascosto. Porterà sempre i tratti del volto del Figlio dell’uomo, consegnato per noi alla morte di croce. Ma non bisogna scoraggiarsi: questa è la sua vittoria! Il disegno di salvezza si realizza proprio attraverso la croce: “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22). Queste ci associano a Gesù. La sua storia non è passata: rivive nel presente del discepolo, che
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compie in sé quello che ancora manca alla sua passione (Col 1,24), in modo da aver parte alla sua risurrezione (Fil 3,10s). Questo discorso di Gesù precede immediatamente la sua morte e risurrezione. Lì infatti si realizzano tutte queste parole. Ma il mistero del Figlio dell’uomo è lo stesso di ogni uomo: ciò che capita al maestro, toccherà anche al discepolo. Ai primi cristiani che chiedevano con ansia “quando verrà il Regno”, Marco risponde “come” attenderlo. A quelli della generazione successiva che, come noi, rischiavano di non attenderlo più, Luca spiega che senso ha attenderlo ancora: l’attesa incammina la nostra storia presente verso la sua vera speranza, che non può deludere. 2. Lettura del testo v. 5: “alcuni dicevano del tempio”. È il tempio splendido costruito da Erode in dieci anni, impiegando 100.000 operai e 1.000 sacerdoti addestrati come muratori per i lavori nelle parti più sacre. La fabbrica, iniziata nel 20 a.C., continuò a lungo per le decorazioni. Finirà solo nel 64 d.C., sei anni prima della sua distruzione. Fin dall’inizio del NT il tempio nuovo fu identificato sia con Gesù morto e risorto (Mc 14,58; Gv 2,21), in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9), sia con la chiesa (cf. 1Cor 3,9.16ss).

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“belle pietre”. Del vecchio tempio, fatto di belle pietre squadrate di calcare bianco, non resterà nulla: sarà distrutto come il corpo di Cristo in croce. Il nuovo tempio avrà come testata d’angolo proprio il Crocifisso, la pietra che i costruttori hanno scartato (20,17; At 4,11). Stretti attorno a lui, come pietre vive, i discepoli saranno impiegati per la costruzione del nuovo edificio spirituale (1Pt 2,4). “donativi”. Son quelli che i ricchi hanno dato dal loro lusso (cf. v. 1). Il nuovo tempio invece splenderà per il dono della vedova, riflesso della gloria di Dio, che dalla sua povertà dà tutta la sua vita. v. 6: “Di queste cose che guardate, ecc.”. Nulla di ciò che i discepoli guardano con tanta ammirazione resterà. Il tempio, segno della presenza di Dio, cessa la sua funzione con la morte di Gesù. Allora si squarcerà il velo del Santo dei santi, e la Gloria si riverserà su tutti: non sarà più riposta e nascosta agli uomini, ma nel cuore di chi ascolta la Parola che rende figli. v. 7: “quando”. L’angoscia del “quando” è la stessa della morte. Il tempo dell’uomo è limitato, come la sua vita, dominato dalla memoria mortis, della quale è incerto solo il “quando”. “quale il segno”. L’uomo cerca di leggere in ciò che accade il presagio di ciò che gli sta a cuore: il quando della fine. Per
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gli ascoltatori di Gesù distruzione del tempio significava la fine del mondo e il ritorno del Figlio dell’uomo (cf. Mt 24,3). Per Luca invece è già avvenuta. Può quindi leggere la profezia, già compiuta, nel suo vero senso, che illumina anche il presente. v, 8: “Attenti a non essere ingannati”. L’uomo è preoccupato innanzitutto di salvare la propria pelle. Chi lo terrorizza con la paura della morte e gli offre la salvezza, può ingannarlo come vuole. Per questo Gesù, come ci libera dalla paura della morte (12,4ss), così allontana da noi ogni paura della fine del mondo, per farci vivere ora nella libertà di figli del Padre. Scrive Paolo ai cristiani di Tessalonica: “Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole né da qualche lettera fatta passare per nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente” (2Ts 2,1s). “nel mio nome”. Usando il suo nome e le sue stesse parole si può ingannare anche e soprattutto i credenti. Non basta l’etichetta cristiana: bisogna discernere lo Spirito di Gesù, che realizza il Regno nella povertà, nella piccolezza e nell’umiltà della croce. Chi offre salvezza e ricette per altre vie, anche nel suo nome, è uno che inganna o s’inganna. Le parole di Gesù sono vere solo in riferimento a lui: la sua vita ne è l’unica interpretazione autentica.
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“Io sono” (= JHWH). È la pretesa di sostituirsi a Dio o di spacciarsi come suoi mediatori, investiti di prerogative divine? La mancanza di umiltà è il primo segno della menzogna. Uno solo è il Salvatore e Signore: quello che si è fatto ultimo e servo di tutti. “il momento è vicino”. È in polemica con chi attende un pronto ritorno del Signore. Per Gesù il Regno è sempre vicino e in mezzo a noi, ma proprio in un modo che non attira l’attenzione su di sé (17,21). “Non andate dietro loro”. Gli ingannatori fraudolenti si riconoscono subito dal desiderio che hanno di essere seguiti e di avere discepoli (At 20,30). Sono mossi dall’orgoglio o dall’interesse, dall’invidia o dalla cupidigia. Da questo, e non certo dall’unico Signore morto per tutti, nascono le divisioni e le sette all’interno della comunità dei credenti. Guai a noi quando usiamo il Signore, la sua parola e i suoi doni per affermare il nostro io. Nessuno deve seguire noi! Tutti dobbiamo seguire lui Qui sta la nostra libertà di figli. v. 9: “guerre e rivolte”. Luca mette “rivolte” invece di “rumori di guerra” (Mc 13,7). Allude alla rivolta del 66-70 d.C., che porterà alla distruzione di Gerusalemme. Le guerre e le rivolte sono come le pietre miliari della storia. Non volute da Dio, bensì dall’uomo, sono il più grande male. Continuano e moltiplicano il peccato di Caino: il disprezzo del Padre
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nell’uccisione del fratello. Per questo sono segno della fine già presente nel quotidiano, il frutto marcio della ricerca di potere, il marchio di appartenenza alla morte. Il discepolo le vive come un appello urgente alla conversione (13,13) e luogo in cui esercitare misericordia, come il suo Signore. “bisogna”. Il male che c’è nell’uomo non può non uscire: “bisogna” che si sfoghi, come “bisogna” che il Figlio dell’uomo finisca in croce. Al bisogno dell’uomo di fare il male perché è egoista, corrisponde il bisogno di Dio di portarlo su di sé, perché lo ama. “che queste cose avvengano prima”. Questo male non è la fine e non è l’ultima parola: è ciò che avviene “prima”, come ingrediente della nostra vita presente. “ma non è subito la fine”. Luca, che ha già visto avverarsi quanto Gesù ha predetto. sa che la fine non è “subito”. Sia la morte di Gesù che la distruzione del tempio sono sì la fine del mondo, ma non come la pensiamo noi: sono il giudizio definitivo di Dio che offre salvezza a tutti e permette di vivere il presente come il tempo della sua pazienza, in vista della nostra conversione. Il continuare della storia è quest’intervallo accordato “ancora per un anno” (cf. 13,6ss) dopo il giudizio di Dio già avvenuto e rivelato, perché tutti i figli ritrovino la casa del Padre. La storia è veramente storia della salvezza.
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vv. 10s: “Si leverà nazione contro nazione”. Guerre, terremoti, carestie e pesti: è quanto capita ai tempi di Luca e in ogni tempo. Non è il segno di qualcosa di nuovo. È piuttosto il vecchio mondo che con monotonia si ritempra nella morte. v. 11: “terrori e segni grandi dal cielo”. Qualunque cosa possano essere, non sono i segni della fine. Sono solo tentazioni per allarmare e trarre in inganno anche i credenti, togliendoli dalla fedeltà presente al loro Signore. v. 12: “Ma prima di tutto questo metteranno su di voi le loro mani”. È quanto è avvenuto “prima” della distruzione di Gerusalemme, e che Luca descrive negli Atti. Le parole di Gesù, come si sono rivelate vere per la sua generazione, così sono vere anche per le successive. Luca richiama l’attenzione su ciò che accade al discepolo “prima”: la sua partecipazione al mistero del Figlio dell’uomo consegnato. “a causa del mio nome”. Al discepolo succede ciò che è successo al suo maestro e per amore di lui. La sua testimonianza continua nella storia la salvezza della croce: è la fine del mondo vecchio, il luogo e il tempo in cui nasce quello nuovo. v. 13: “questo sfocerà per voi in testimonianza” (= martirio). Può essere sia la testimonianza che Dio rende ai discepoli, sia
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quella che i discepoli rendono al Signore. Il martirio è l’una e l’altra. Le persecuzioni, lungi dal bloccare il Regno, lo compiono (At 4,27s) e lo diffondono (cf. At 4,19s; 5,18ss; 5,29; 5,40s; 8,4; ecc.). v. 14: “non premeditare come difendervi”. Il discepolo non deve temere chi può uccidere il corpo (12,4). Questa paura conduce all’egoismo: al tradimento di Giuda, al rinnegamento di Pietro e alla fuga di tutti gli altri. Porta a perdersi nel tentativo di salvarsi. v. 15: “io vi darò bocca e sapienza”. Lo Spirito che lui ci ha donato ci insegnerà in quel momento che cosa dire (12,12). La nostra bocca esprimerà una sapienza irresistibile, capace di vincere il male, come Stefano (At 6,10). È la sapienza della croce, quella che manifestò Gesù, fin da fanciullo, nel suo “resistere” a Gerusalemme (2,43). v. 16: “sarete consegnati e da genitori e fratelli”. Nella decisione per Gesù si verifica la vera divisione tra gli uomini (cf. 12,51ss; 14,25ss). “faranno morti tra voi”. Sono Stefano e Giacomo (At 7,5460); 12,2), primizie del mondo nuovo. Primi testimoni del Signore, illuminano il destino dei successivi.

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v. 17: “sarete odiati da tutti a causa del mio nome”. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me” (Gv 15,18). Siamo odiati perché non siamo del mondo, e sappiamo che amare il mondo è odiare Dio (Gc 4,4). L’odio contro il credente deve essere “solo” a causa del suo nome, non per altri motivi, come, per esempio, quando siamo in concorrenza per la “nostra” fetta di potere! v. 18: “neppure un capello del vostro capo perirà” (cf. 12,7). Non temiamo quelli che possono uccidere il corpo, ma poi non possono più farci nulla (12,4). La nostra vita è presso il Signore. Chi ci fa del male, invece di separarci da lui, ci mette più vicini a lui. Stefano ne contemplerà il volto proprio nel momento del martirio (At 7,55s). v. 19: “Nella vostra pazienza guadagnerete le vostre vite”. La “pazienza” è la caratteristica del Figlio dell’uomo, il samaritano che si fa carico del male. Essa associa il discepolo al mistero di morte e risurrezione: perdendo la vita, la salva (9,24). Nel martirio si guadagna la propria identità con Gesù, il Figlio morto e risorto. v. 20: “la sua desolazione è vicina”. L’abominio della desolazione (Mc 13,14) per Luca diviene semplicemente la distruzione di Gerusalemme, già avvenuta. v. 21: “Allora quelli che sono nella Giudea fuggano verso le montagne”. In casi di guerra la città era il luogo di difesa più
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sicuro. Ora no, perché sarà distrutta. I cristiani sono fuggiti sui monti, per non finire nella trappola. v. 22: “giorni di vendetta sono quelli, finché sia compiuto tutto ciò che è scritto”. In quei giorni si verifica la distruzione predetta dai profeti (1Re 9,6ss; Mi 3,12; Dn 9,26). La distruzione di Gerusalemme è una vendetta dei romani, non di Dio; ma insieme rivela anche la tragica realtà di chi rifiuta la sua visita. Il Signore porterà su di sé questo nostro male. In croce si lascerà condannare ingiustamente alla nostra giusta pena, per starci vicino e offrirci salvezza (23,40ss). v. 23: “Ahimè per quelle incinte”. Gesù ha compassione e piange non per sé, ma per la città che, uccidendo lui, fa del male a sé (cf. 13,34; 19,42; 23,28). È il grido supremo di misericordia. v. 24: “E cadranno in bocca alla spada” (cf. Ger 20,4). Nella guerra dei 66-70 d.C. secondo il calcolo un po’ gonfiato di Giuseppe Flavio, 1.100.000 giudei furono uccisi e 97.000 fatti schiavi. La spada è paragonata alla bocca della morte che divora la vita. Gerusalemme, calpestata dai pagani, allude a Dn 8,13. Luca usa la storia passata per leggere la presente, insegnando a noi a fare altrettanto. Tutto quanto è contenuto nella Scrittura, è per ammonimento nostro: rivela il piano di Dio, trama profonda della nostra storia.
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“fino a quando saranno compiuti i tempi delle nazioni”. La fine di Gerusalemme è l’inizio del tempo dei pagani. L’invito al Regno, rifiutato dai primi chiamati e offerto da Gesù agli esclusi della città, passa ora per le strade del mondo agli estranei, superando ogni barriera: “costringe a entrare tutti”, perché la casa del Padre sia piena (14,21-23). Il rifiuto dei giudei, invece di bloccare la salvezza, la allarga ai gentili (At 13,46). Quando sarà giunta agli estremi confini della terra, anche Gerusalemme riconoscerà l’unico Signore, insieme a tutti i popoli che riconoscono in lei la propria sorgente di vita (cf. Rm 11,25s; Sal 87). Luca nel Vangelo presenta il tempo dei giudei e l’azione di Gesù nei loro confronti; negli Atti degli apostoli presenta il tempo dei pagani e la testimonianza dei discepoli fino agli estremi confini della terra. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi davanti al tempio nel suo splendore, che sarà distrutto. c. Chiedo ciò che voglio: capire che questo mondo finisce, e che senso ha. d. Medito sulle parole di Gesù. Da notare: - il tempio e tutto il mondo finisce
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- quando e quali i segni? - attenti a non essere ingannati - il male del mondo - la testimonianza del discepolo - la fine di Gerusalemme come modello della fine del mondo - il tempo delle nazioni. 4. Passi utili Ml 3; Rm 8,18-25; At 14,22; Col 1,24; 2Ts 2,1-3,4; Lc 17,20-18,8.

120. ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO (21,25-27)
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E vi saranno segni in sole e luna e astri, e sulla terra angoscia di popoli senza scampo a causa del fragore del mare e dello scuotimento, 26 mentre uomini tramortiranno per la paura e la previsione di quanto incombe sull’universo, poiché le potenze dei cieli saranno scosse.
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E allora vedranno il Figlio dell’uomo che viene in una nube con potenza e gloria grande. 1. Messaggio nel contesto La venuta del Figlio dell’uomo è il centro del discorso escatologico. Posto prima del racconto della passione di Gesù, trova in essa la sua realizzazione. Il segno della croce illumina tutta la storia. Essa è un cammino che ha come termine la manifestazione piena della misericordia di Dio che ci viene incontro. È molto importante sapere qual è il fine della vicenda umana. Perché l’uomo non è ciò che è ma ciò che diviene. E diviene ciò verso cui va; e va verso ciò che ama. Di natura “eccentrica”, egli è viator: ha il suo centro fuori di sé, verso cui necessariamente tende. Per questo, insoddisfatto di tutto, è sempre in ricerca e in attesa di qualcosa di nuovo. Alla fine sarà ciò che attende, perché attende ciò che ama. Spegnerne i desideri e le attese profonde significa uccidere la sua umanità, privarlo di ciò che lo distingue dalle bestie. La stessa angoscia di chi non si aspetta nulla - oggi così diffusa - è il posto vuoto di Dio. Nessun idolo può occuparla. Si frantuma, come Dagon davanti alla Presenza (1Sam 5,1ss). All’attesa dell’uomo corrisponde l’avvento di Dio. Egli colma il nostro desiderio col dono della sua realtà. La storia
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umana è un tendere inquieto a lui, nostro luogo naturale; si placa solo nell’incontro con lui. Siamo fatti per lui, perché lui si è fatto per noi. Ma quando e come viene a noi? Il Vangelo ce lo rivela, insegnandoci innanzitutto che viene e verrà allo stesso modo in cui è venuto nella carne del Figlio dell’uomo. Tre sono le sue venute: quella passata, che si compie nel suo cammino di morte e risurrezione; quella presente, che si attua nel nostro essere associati al suo mistero; quella futura, anticipata per ciascuno nella morte ed estesa a tutti alla fine del mondo. Se a noi preme soprattutto quest’ultima, il Signore ci ricorda che essa si realizza al presente, vivendo qui e ora la sua stessa storia. La sua prima venuta, che il Vangelo ci racconta, è il “modulo” di ogni storia personale e collettiva, presente e futura. In lui si è già compiuto il tempo: il suo destino di Figlio dell’uomo è quello di ogni uomo e dell’umanità intera, che in lui si ricapitola (Ef 1,10). Il suo avvento quindi non è da restringere al tempo finale: dà invece ad ogni tempo il suo valore definitivo, associandolo al mistero del Figlio dell’uomo. La sua morte e risurrezione, cuore del presente e del futuro, ci dà la chiave di lettura della storia. La sua venuta passata determina la nostra fede; quella futura la nostra speranza, quella presente la nostra carità. Il passato e il futuro stanno al presente come la memoria e il progetto all’azione. Il presente, come è spinto dal passato verso il suo futuro, così è da questo attirato secondo una memoria amata che si è fatta progetto desiderato. Per l’intelligenza è più importante il passato; per la volontà il
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futuro. Ma ambedue hanno la loro realtà nel presente, in cui si congiungono e danno significato e senso all’azione umana. Questo brano è costruito su un contrappunto. Da una parte i grandi sconvolgimenti cosmici e gli uomini che muoiono della loro paura di morire; dall’altra la parola del Signore che dà fiducia e garantisce che proprio qui avviene la nostra liberazione. La venuta del Figlio dell’uomo non è qualcosa di tremendo. È il compimento di ogni desiderio: l’incontro con il Signore. Per questo Paolo sogna di essere rapito sulle nubi del cielo per andargli incontro e stare per sempre con lui; o almeno di essere sciolto dal corpo per essere con lui (1Ts 4,17; Fil 1,23). La nostra vita infatti è ormai nascosta con Cristo in Dio; e quando apparirà Cristo, la nostra vita, anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (Col 3,3s). Colui che “ama il Signore”, grida: “Maranà tha: vieni, o Signore” (1Cor 16,22). Tutta la Scrittura termina con l’invocazione dello Spirito e della sposa: “Vieni!”. E lo sposo dice il suo sì: “Sì, verrò presto” (Ap 22,17.20). Ciò che l’uomo teme e da cui fugge, è in realtà il rumore dei passi dello sposo. Gli sconvolgimento cosmici - e la nostra stessa morte - sono eventi naturali. Il loro carattere tragico è dovuto al nostro peccato, che ce li fa leggere con gli occhiali della nostra paura e agire di conseguenza. “La” fine nostra e del mondo, l’attesa del nulla, è la consumazione di un “inganno”. In realtà andiamo incontro a colui che viene a darci il Regno, ed è “il” fine stesso della creazione. È quanto scoprirà ed esorterà tutti a scoprire il malfattore in croce. Il credente, libero dalla
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paura di chi può uccidere il corpo, vive con serenità la sequela del suo Signore. Ambrogio interpreta i segni del sole, della luna e degli astri e tutti gli sconvolgimento cosmici come il cedimento della testimonianza dei discepoli. Questo lo impressiona come la vera catastrofe! 2. Lettura del testo v. 25: “E vi saranno”. I segni cosmici sono collegati con un semplice “e” ai mali storici accaduti. Sono quindi in continuità, e vanno letti allo stesso modo, ossia come avvenimenti del cammino della storia. L’attenzione di Luca è più concentrata sulla vicenda umana che su questi, Sono semplice cornice esterna di uno sconvolgimento interiore ben più grave: le paure dell’uomo. “segni in sole e luna e astri”. Sono l’orologio cosmico, che ritma il tempo dell’uomo. Si rompe e s’arresta perché è finito il tempo dell’uomo ed è iniziato l’oggi di Dio. Ciò avviene nella morte di Gesù: il sole viene meno quando il malfattore entra nel Regno di luce che non ha più bisogno del sole (cf. Ap 22,5). “sulla terra angoscia di popoli senza scampo”. L’uomo è sospeso su una tenue superficie fluttuante, col cielo che crolla e l’abisso che inghiotte. Stretto dal vuoto e posseduto dall’angoscia, è senza possibilità di scampo: cade nel nulla. È
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la condizione di chi non conosce la paternità di Dio, e ignora di venire da lui e di tornare a lui. “a causa del fragore del mare e dello scuotimento”. Crollano le sicurezze, si infrange il confine tra cielo e terra, e questa scompare. Tutta la creazione, divorata dalle tenebre, regredisce nel caos. Essa è stata sottomessa a caducità non per suo volere, ma per volere di colui che, col suo peccato, l’ha sottomessa al vuoto. Fatta per l’uomo, e, attraverso lui, per Dio, quando l’uomo non è più per Dio, anch’essa perde la sua destinazione e il suo senso. Come canta la gloria di Dio (Sal 19), così piange il peccato dell’uomo. Anch’essa geme e soffre in attesa che noi torniamo ad essere figli (Rm 8,22). v. 26: “mentre uomini tramortiranno per la paura e la previsione”. L’uomo tramortisce già in vita per la paura di morire. Prevede che sia la fine di tutto. La sua reazione davanti al Figlio dell’uomo che viene è la stessa di Adamo al rumore dei passi di Dio nel giardino. Teme la sua Vita come la propria morte. “di quanto incombe sull’universo”. L’uomo pensa che il nulla incomba sovrano sull’universo. Per questo cerca di salvarsi, e prende come guida della vita la paura della morte. Così diventa egoista e uccide la propria vita. “le potenze dei cieli saranno scosse”. Come l’abisso si scuote e fluttua, così anche le potenze dei cieli che vi cadono
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dentro. Sono le potenze del nemico, che Gesù vide cadere dal cielo come folgore durante la predicazione dei discepoli (10,18s; cf. Ef 6,12s). Esse dominano l’uomo, il quale, al loro dissolversi, si angoscia. Infatti si è identificato con esse, e non sa che la loro morte è la sua vita. v. 27: “E allora vedranno”. Questa visione squarcia l’angoscia della previsione. È la luce che dissolve le tenebre, la verità che vince la menzogna. Questa “visione” è la theoria della croce, che tra pochi giorni tutte le folle vedranno (23,48): è il “segno del Figlio dell’uomo” (Mt 24,30), che rivela sulla terra l’essenza di Dio nel suo amore per noi. Gesù non dice: “ma dopo vedranno”, ma semplicemente: “e allora vedranno”. Ciò significa che la sua venuta è da vedere contemporaneamente agli sconvolgimento di cui ha appena parlato. “il Figlio dell’uomo che viene”. Ciò che temiamo è l’incontro con uno che viene verso di noi e ci si è fatto solidale fin nella morte: è il Figlio dell’uomo. Egli perdona i nostri peccati (5,24), ci introduce nel sabato (6,5), mangia e beve con noi (7,34), dovrà patire molto per noi (9,22), si consegna nelle mani dei peccatori (9,44), non vuole che alcuno perisca (9,55), non ha dove posare il capo (9,58), è il segno di Giona, cioè della misericordia per tutti (11,30), è colui che desideriamo vedere (17,22.24.26.30), è il compimento delle Scritture (18,31), è venuto a salvare ciò che è perduto (19,3). Tutti quelli che si sentono perduti lo
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vedranno venire, e il discepolo starà diritto innanzi a lui (vv. 27.36). Giuda lo tradisce (22,22.48), ma proprio quando si consegna per noi nella morte, lo vediamo nella sua “gloria” (22,69). Infatti era necessario che venisse consegnato (24,7). Questo è il volto del Figlio dell’uomo che Luca ci presenta, il giudice che decide l’esito della nostra storia (6,22; 9,26; 12,8.10.40; 18,8). In una parola, il Figlio dell’uomo che viene è il Signore che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), che mi ha amato quando ancora ero peccatore (Rm 5,6ss). Luca qui non parla del giudizio. Certo è che, quale il giudice, tale il giudizio. Il suo giudizio sarà il perdono ai crocifissori (23,34), l’offerta del Regno al malfattore (23,43). Il nostro giudice infatti è colui che ha detto di amare i nemici, di non giudicare, di non condannare, di perdonare e donare. È misericordioso come il Padre suo (6,27-38). Per questo il suo giudizio è la “sua” croce. E noi viviamo oggi “con giudizio” quando lo vediamo venirci incontro in questo modo. Questo Figlio dell’uomo che viene allude a Dn 7,13. Viene così perché è il Benedetto, colui che viene nel nome del Signore per ridare vita alla nostra casa deserta (13,35; 19,38). Stefano lo vedrà proprio nel suo martirio, come Signore della sua vita (At 7,56). “che viene in una nube”. La nube è il luogo della presenza di Dio, che in essa si rivela (9,34; Es 24,16) e si nasconde (At 1,9). La luce di Dio si riveste della nostra ombra per stare con noi e camminare con noi nel deserto. Questa nube si farà luce proprio quando viene la notte (Es 13,21s; Is 4,5). Dio,
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nella sua condiscendenza, si vela del nostro male per offrirci il suo bene. La croce sarà la nube che lo nasconde e lo rivela, la theoria di Dio in questo giorno presente. “con potenza e gloria grande”. Gesù davanti al sinedrio ripeterà le sue parole sul Figlio dell’uomo (22,68). La sua condanna sarà la proclamazione della potenza e gloria grande del suo amore infinito per noi. Da quel momento in poi sarà seduto alla destra: Dio sarà visibile all’uomo in tutto il suo splendore, sul volto del Figlio che s’è fatto trasparenza perfetta della misericordia del Padre. Noi aspettiamo che l’amore rivelato sulla croce tolga definitivamente il suo velo e conquisti tutti gli uomini, fino agli estremi confini della terra. Allora la storia avrà raggiunto il suo compimento. Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli ci confermerà fino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siamo stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro (1Cor 1,7b-9). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù davanti al tempio. c. Chiedo ciò che voglio: Marartà tha! Vieni, Signore! d. Contemplo il quadro ultimo della storia, dove il male raggiunge il suo apice, e il Figlio
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dell’uomo viene a salvarci. Osservo cosa avviene nell’uomo e attorno a lui. Contemplo il Figlio dell’uomo e mi chiedo chi è. 4. Passi utili Sal 45; Dn 7; At 8,55-60; 1Ts 4,13-5,4; Fil 1,23; 1Cor 15,20-28.

121. VEDETE IL FICO (21,28-33)
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Ora, cominciando queste cose ad avvenire, drizzatevi e levate le vostre teste, poiché si avvicina la vostra liberazione. 29 E disse loro una parabola: Vedete il fico e tutti gli alberi: 30 Quando già hanno germogliato, guardando da voi stessi conoscete che l’estate è già vicina. 31 Così anche voi, quando avrete visto avvenire queste cose conoscete che il regno di Dio
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è vicino. 32 Amen, vi dico: Non passerà affatto questa generazione, finché tutto ciò non sia avvenuto. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno affatto. 1. Messaggio nel contesto La venuta del Figlio dell’uomo è nel tessuto concreto delle vicende umane, dentro la nostra storia di male e in continuità con essa. Il discepolo vive la propria testimonianza in mezzo alle contraddizioni del mondo, e in essa vede il luogo della sua liberazione e del Regno. Questo brano contiene una parabola sul discernimento (vv. 29-31) necessario per vedere la sua venuta gloriosa nella nube della croce. Precede un’affermazione sul suo significato di salvezza per l’uomo (v. 28) e seguono due sentenze, una sulla contemporaneità e l’altra sulla certezza di tale venuta (vv. 32.33). Luca insegna al suo lettore a leggere con fede ciò che avviene. Alla luce della storia di Gesù, anche la nostra storia diventa trasparente, e lascia vedere in filigrana i lineamenti del Figlio dell’uomo nel suo mistero di morte e risurrezione. Al di là delle apparenze, il credente scorge nel travaglio della vicenda umana il destino stesso del seme gettato che muore e porta frutto.
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Impariamo la lezione dal fico e da tutti gli altri alberi. Soprattutto dall’“arbor una nobilis”, quel legno verde che è la croce di Gesù. Gli sconvolgimento e tutte “queste cose” di cui si è parlato, sono da vivere non con angoscia mortale, ma come le doglie del parto (Mc 13,8; Rm 8,22). La parabola fa luce su molte questioni dei discepoli circa il quando, il che cosa e il come è la fine del mondo. Il “quando” è l’accadere di tutte queste cose, che corrisponde al germogliare del fico (vv. 28.31.30). Il “che cosa” consiste nella venuta del Figlio dell’uomo nella sua gloria, cioè in croce: egli è la nostra liberazione, il Regno che corrisponde all’estate, la stagione dei frutti (vv. 27.28.31). Il “come” è l’essere “vicino”: come il frutto è nella gemma, così il Regno e la salvezza sono nelle contrarietà del presente. Il regno di Dio infatti è in mezzo a noi in modo da non attirare l’attenzione (17,21). Per questo dobbiamo guardare bene, per discernere la venuta del Figlio dell’uomo: egli sulla croce si è fatto vicino ad ogni uomo e proprio lì lo salva, dandogli il suo regno. Il contadino guarda il fico che germoglia; l’esperienza gli fa capire che l’estate è vicina. Noi dobbiamo guardare l’albero del maestro che germoglia nelle croci quotidiane del discepolo; se, come Paolo, abbiamo la sapienza di Dio, l’esperienza ci fa capire la vicinanza del suo regno. L’albero della croce non è solo indizio: è la realtà del giudizio di Dio che salva il mondo. Da lì impariamo a discernere il Regno e a vivere “con giudizio”, cioè secondo il pensiero di Dio.
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La prima comunità chiedeva con ansia: “quando sarà la fine?”. Marco, il primo evangelista, dice di lasciar perdere (cf. 13,32; cf. At 1,7): il problema è come vivere il presente. La nostra comunità, come quella di Luca, si chiede con delusione: “Ci sarà una fine? che senso ha il futuro?”. Luca risponde che ciò che attendiamo è dato qui e ora nella nostra testimonianza: il Regno nella storia è sotto il segno dell’albero della croce. Come per il maestro, così per il discepolo. Se Marco indirizza e corregge l’attesa di chi spera ancora, Luca dà animo a chi sperava e non spera più (“speravamo”: 24,21). Per questo sottolinea il valore salvifico della nostra storia. In essa si attua il “dei” di Gesù, il passaggio necessario dalla vecchia alla nuova creazione. In Luca l’escatologia ha un carattere di quotidianità, come la croce (9,23). Questa contiene la risurrezione come la gemma del fico contiene il frutto. E senza fiori in mezzo! In tutto questo discorso del c. 21 non è corretto chiedersi se l’evangelista intende parlare del futuro - personale e collettivo - o del passato o del presente. Luca, da buon cattolico, preferisce congiungere con “e” invece che dividere con “o”. Parla infatti del nostro presente, da vivere nella “memoria” del passato di Gesù, che ci apre “oggi” la novità del suo futuro. Queste parole precedono il racconto della sua morte e risurrezione, che celebriamo nell’eucaristia. Essa rapisce il discepolo in Dio, e gli dà forza per vivere al presente il passato del suo Signore, nell’attesa del suo ritorno.
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La promessa di Dio è contemporanea a ogni generazione e dura in eterno (vv. 32-33). Con il malfattore, siamo chiamati a riconoscerla “oggi”, realizzata nella vicinanza della sua alla nostra croce. Il discernimento ci impedisce di cadere in facili deviazioni. Ci sono e ci sono sempre state molte sette che, promettendo una salvezza futura, alienano dal presente. Il cristiano non è ansioso della salvezza: sa che è il dono gratuito che Gesù, vero uomo e vero Dio, gli ha fatto, dandogli il suo Spirito. Questo ci permette di vivere già ora la vita eterna, come figli del Padre, fratelli del Signore e di tutti. Questa nostra vita, con le sue piccole cose quotidiane, è come un mercato. Il mercante avveduto ci guadagna il suo patrimonio; lo sprovveduto perde tutti i suoi averi. 2. Lettura del testo v. 28: “cominciando queste cose ad avvenire”. Queste cose sono le guerre, le carestie, i terremoti, le pesti, la persecuzione, la morte dei discepoli, la distruzione di Gerusalemme, gli sconvolgimento cosmici, il timor panico dell’uomo, le sue angosce senza via d’uscita. Quando “cominciano”, non attendere che finiscano. Vedi e vivi in esse la storia della salvezza. È il mistero del male del mondo, di fronte al quale il discepolo si comporta allo stesso modo del suo Signore. Infatti “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno” (At 14,22). Così, insieme
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ai suoi compagni, tra cui c’è anche Luca, dice Paolo. A lui è stato mostrato quanto dovrà patire per il nome di Gesù (At 9,16), fino a compiere in sé quello che ancora manca alla sua passione (Col 1,24). Ma affronta tutto con gioia, in forza della risurrezione e della conoscenza sublime che ha del suo Signore (Fil 3,8ss). “Queste cose” sono come il germinare dell’albero, la prossimità della stagione dei frutti. “drizzatevi”. L’uomo “tramortito dalla paura” (v. 26) è curvato dall’angoscia, schiacciato dall’alto sull’abisso. Come la donna nella sinagoga, ignora di essere già stato liberato (13,10ss). Il discepolo non deve cadere in preda del terrore che prende tutti: si drizza, pieno di speranza, e volge gli occhi al Signore che libera dal laccio il suo piede (Sal 25,15). Nel momento della morte Stefano fissa gli occhi al cielo e vede la gloria di Dio e Gesù, il Figlio dell’uomo che sta alla sua destra (At 7,55). Se la croce è la salvezza del mondo, le tribolazioni sono il prezzo della liberazione. “levate le vostre teste”. E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano (Sal 27,6), perché lui stesso solleva il mio capo (Sal 3,4), lui che per primo l’ha sollevato dopo aver bevuto al torrente (Sal 110,7). È la vittoria definitiva sul male. Dalla bocca degli umili si leva il canto del Magnificat. Infatti chi si umilia sarà esaltato, e chi si esalta sarà umiliato (18,14). “si avvicina la vostra liberazione”. Il male che subiamo e non facciamo ci associa alla passione del Signore: è
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l’avvicinarsi storico dei Regno, l’estate di Dio. La sua croce è seme di risurrezione. Il malfattore vedrà il re vicino a sé sul patibolo; Stefano, mentre viene giustiziato, vedrà il Figlio dell’uomo. Il discepolo sa che nella morte gli si è fatto vicino il Signore della vita. Per questo conduce una vita che non è più schiava della paura della morte. Non teme il futuro e non cerca di salvarsi. Libero dall’egoismo, vive da uomo nuovo, capace di amare come lui ci ha amato. v. 29: “disse loro una parabola”. È vera l’attesa di chi pensava che il Regno si sarebbe mostrato in Gerusalemme da un momento all’altro (19,11). Si manifesta però in modo inatteso, in ciò che accade a Gesù. Questa parabola ci insegna come riconoscerlo, per non essere tra quelli che guardano la realtà senza vedere e ascoltano la verità senza capirla (8,10). “Vedete”. Si parla due volte di “vedere” e di “conoscere” e una volta di “guardare” È un invito a tenere aperti gli occhi dell’intelligenza. L’ultimo miracolo di Gesù è proprio l’illuminazione del cieco. Il credente è chiamato a vedere “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo”, e che “Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,8s). La Pentecoste aprì ai discepoli gli occhi sul mistero della morte di Gesù (At 2,36). Ma è necessaria una seconda Pentecoste, perché i loro occhi si aprano sul mistero della loro croce, continuazione storica di quella del maestro (At 4,24-31). Solo lo Spirito che “scruta
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ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1Cor 2,10), può farci conoscere nel crocifisso il Signore della gloria. “il fico”. Il fico è come la croce. Germina direttamente i frutti, senza passare attraverso lo splendore dei fiori. La parabola del fico (13,6-9) ci mostra come il presente è l’anno di grazia, il tempo in cui egli si prende cura di noi, e si prodiga fino alla fatica estrema. “e tutti gli alberi”. Gesù ci chiama a osservare gli altri alberi del Vangelo. Il Battista parla della scure che taglierà le radici degli alberi (3,9). Reciso il Libano e tutta la sua magnificenza (Is 10,34), resterà solo il germoglio di Jesse. Egli ci parlerà dell’albero che nasce dal chicco di senape, un seme piccolo, preso e gettato (13,19). Anche il “gelso” può essere sradicato e trapiantato in mare dall’apostolo che abbia fede come un chicco di senape (17,6s). Il “sicomoro”, dal quale Gesù fa scendere Zaccheo, è l’albero sotto il quale sta per passare il Figlio dell’uomo (19,4). Gli “olivi” sono spettatori del suo umile ingresso, del suo pernottare e del suo lottare in preghiera (19,37; 21,37; 22,39). Tutte queste piante hanno qualcosa da dirci sul discernimento: alludono all’albero della croce, il mistero del Regno, il legno verde che porta su di sé la maledizione del legno secco (23,31). Lì si manifesta la sapienza e la potenza del Signore, e impariamo a conoscere la sua vera gloria. Per questo Paolo dice: “lo ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2).
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v. 30: “quando già hanno germogliato”. L’accadere di “queste cose” corrisponde al germogliare del fico e degli altri alberi del Vangelo. Ciò che l’uomo teme come male, è visto dal credente come principio di speranza. La croce di Gesù è il legno in cui germina il frutto della storia: è la vicinanza del Figlio dell’uomo ad ogni uomo. Lì la nostra terra dà il suo frutto (Sal 85,13). Il fico sterile diventa fecondo. Le sue foglie, invece di coprire le nudità, servono a guarire tutte le nazioni (cf. Gn 3,7; Ap 22,2). “guardando da voi stessi”. “Ipocriti! Sapete giudicare il volto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete discernerlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (12,56s). Luca ci offre il modello del buon discernimento proprio sull’albero della croce: mentre un malfattore si ostinerà a voler salvare la propria vita dalla morte, l’altro riconoscerà come giusto il proprio male, si volgerà al Giusto che gli è ingiustamente vicino e comprenderà il mistero di tale vicinanza. “conoscete che l’estate”. È la stagione dei frutti: la liberazione, il regno di Dio (vv. 28-31). Quando avvengono “queste cose”, è l’ora di alzarsi e di andare incontro a lui. Già l’inverno è passato: il fico ha messo fuori i primi frutti, il tempo dei canto è tornato (Ct 2,10ss).

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“è vicina”. L’estate è vicina, come la liberazione e il regno di Dio (vv. 28.31). Il Vangelo ci presenterà due frutti maturi sull’albero: il frutto benedetto del grembo di Maria (1,42), figlio dell’Altissimo, e il malfattore appeso. Questi lo vede accanto a sé, condannato alla sua stessa pena; lo chiama per nome ed entra nel paradiso. v. 31: “quando avrete visto avvenire queste cose”. Tutte “queste cose” sono i mali dell’uomo, che hanno la loro consumazione sulla croce. Questa è l’albero sul quale viene il Figlio dell’uomo per salvare ciò che è perduto. Ormai “queste cose” sono diventate come le gemme del legno verde, da cui il nostro legno secco prende linfa e vita. “conoscete che il regno di Dio”. Il Regno è ciò che il malfattore chiede a Gesù, vicino a lui sull’albero. Luca pone una continuità, quasi una contemporaneità, tra l’accadere di queste cose e la venuta del Figlio dell’uomo con la nostra liberazione e il suo regno. La sua croce infatti è la nostra salvezza, sia allora che ora e sempre. “è vicino”. Quando la “devastazione è vicina” (v. 20), allora s’avvicina anche la nostra liberazione. L’albero della croce è infatti la “prossimità” di Dio a noi. Da buon samaritano, egli ci si è fatto “vicino” (cf. 10,27b.29.36) e ci ha amato con tutto il cuore, perché lo potessimo riamare ed entrare così nel suo regno.
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v. 32: “Amen, vi dico”. L’affermazione di Gesù è detta con autorità divina. “non passerà affatto questa generazione finché tutto ciò noti sia avvenuto”. Tutte le cose dette prima si sono avverate durante la generazione di Gesù, nel mistero della sua croce. La storia del Figlio dell’uomo è il centro del tempo: è l’oggi eterno di Dio, contemporaneo a ogni carne e salvezza per tutti. In lui ogni uomo ritrova il proprio volto di figlio, ed è chiamato a viverlo nella propria generazione: “siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo” (Fil 2,15). Tutta la storia si fa storia di salvezza. Alla sua chiesa, tentata di non attendere più il futuro, Luca fa vedere come la salvezza definitiva si compie qui e ora, sotto il segno della croce quotidiana. v. 33: “Il cielo e la terra passeranno”. Il cielo è la veste di Dio; la terra sgabello dei suoi piedi. “Essi periranno, ma tu rimani; tutti si logorano come veste, come un abito tu li muterai, ed essi passeranno. Ma tu resti lo stesso” (Sal 102,27s; cf. Eb 1,10Sss. “le mie parole non passeranno affatto”. “La parola di Dio dura sempre” (Is 40,8). Fondiamo su di essa la nostra vita. Non su ciò che è transitorio e sulla paura di perdere la vita. Questa parola ci dà la certezza che il Signore viene. Viene
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ora come è venuto allora; e allo stesso modo verrà alla fine. “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre. Non lasciamoci sviare da dottrine diverse e peregrine” (Eb 13,8s). Istruiti dall’albero di ieri, discerniamo oggi la vicinanza di colui che vuol stare con noi per sempre. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù davanti al tempio. c. Chiedo ciò che voglio: sapere che tutto il mistero di salvezza si compie nella mia vita e vedere nelle tribolazioni la vicinanza del Regno. d. Medito sulle parole di Gesù. Da notare: - alzate la testa: la vostra liberazione è vicina - imparare da tutti gli alberi del Vangelo di Luca - tutto avviene nella “mia” generazione - tutto passa; la parola di Dio resta in eterno. 4. Passi utili Sal 27; 2Pt 3,3-18; Ap 21-22.

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122. ATTENTI A VOI STESSI (21,34-38)
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Attenti a voi stessi, che mai si appesantiscano i vostri cuori in crapule e ubriachezze e ansie di vita, e incomba su di voi all’improvviso quel giorno. 35 Come un laccio sopravverrà infatti su tutti quelli che siedono sulla faccia di tutta la terra. 36 Ora vigilate in ogni momento supplicando d’aver forza di sfuggire a tutte queste cose che stanno per accadere e di stare dritti (= comparire) davanti al Figlio dell’uomo. 37 Ora i giorni era nel tempio ammaestrando, e le notti, uscendo, stava all’aperto verso il monte detto degli Olivi.
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E tutto il popolo mattinava da lui nel tempio ad ascoltarlo. 1. Messaggio nel contesto La fine dell’ultimo discorso sulle “cose ultime” richiama l’inizio del c. 12, dove Gesù insegna a vivere il presente senza quell’ansia di vita che si alimenta con la paura della morte. La nostra esistenza non sia ipnotizzata dal terrore, né si dissolva nello stordimento. I falsi obiettivi di vita, disperati e inutili esorcismi di ciò che temiamo, non sono che l’esca del suo laccio. Questo si abbatterà senza risparmiare alcuno, mostrando l’infinita vanità di tutto ciò a cui abbiamo attaccato il cuore (vv. 34-35). Ma noi conosciamo il dono del Padre e abbiamo la speranza dei Figlio, che non delude mai. Alla sobrietà lucida e attenta bisogna aggiungere la vigilanza e la preghiera (v. 36). Il credente veglia nella notte del mondo. La paura non gli chiude gli occhi. In queste tenebre viene colui che l’uomo terrestre teme come un ladro e l’uomo spirituale desidera come lo sposo. La vigilanza è nutrita da una supplica costante, per non cadere nella tentazione finale di perdere la fede nella fedeltà del Signore. Tutto passerà, ma la sua parola resta in eterno. Cerchiamo di vivere giudiziosamente il tempo che ci è dato, conoscendo il volere di Dio: “Diventate misericordiosi, non giudicate, non condannate, perdonate e date” (6,36-38). Il
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giudizio futuro è operato qui e ora da noi, secondo il metro che usiamo per misurare gli altri. La conclusione di tutto il discorso sul futuro ci rimanda quindi a vivere il presente da “amministratori fedeli e saggi”, con responsabilità attiva e vigilante (12,42), per guadagnarci la nostra vera ricchezza (16,9-12). “Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri (... ). Dio non ci ha destinati alla sua collera, ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi” (1Ts 5,4-6.9s). L’atteggiamento del credente è di discernimento, nella certezza che il Signore è vicino qui e ora (vv. 28-33). Per questo conduce una vita sobria, cosciente, vigilante e orante. Così può levare il capo e stare ritto davanti al Figlio dell’uomo. L’attesa del Signore non è un’alienazione, ma l’unico modo per essere presenti alla vita. Il v. 37 ci presenta una sintesi degli ultimi giorni di Gesù. Nel momento finale della sua vita fa quanto ha appena detto a noi: il giorno compie la sua missione di annuncio ai fratelli, la notte veglia in comunione con il Padre (v. 37). Il popolo, raccolto intorno a lui, impara (v. 38). 2. Lettura del testo
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v. 34: “Attenti a voi stessi”. Richiama l’istruzione di guardarsi dal lievito dei farisei (12,1). Il discorso escatologico conclude rimandando al c. 12, dove Gesù insegna come il futuro sia la prospettiva in cui vivere il presente, in modo da arricchire davanti a Dio (12,21). “Che mai si appesantiscano i vostri cuori”. Nella trasfigurazione Pietro e i suoi compagni erano appesantiti dal sonno, ma tennero gli occhi aperti e videro la Gloria (9,32). Davanti al buio, l’uomo mima la morte: chiude gli occhi perché il cuore è stretto dalla paura, triste e oppresso. Così faranno tra pochi giorni i discepoli (22,45). “in crapule e ubriachezze e ansie di vita”. Il cuore pesante cerca il suo riposo nella crapula, nell’ubriachezza e nell’ansia di godere: si inebetisce e si anestetizza in cerca di ciò che manca. È il programma del ricco stolto: riposa, mangia, bevi e godi (12,19; cf. 12,45). Ma non trova pace e resta sempre sordamente inquieto. Fatto per il sabato, l’uomo può riposare, saziarsi, dissetarsi e gioire solo in ciò per cui è fatto. “e incomba su di voi all’improvviso quel giorno”. L’uomo, che vive il presente nella paura della morte, è come un uccello ipnotizzato dal serpente: si butta nella sua gola aperta. “Quel giorno”, da sempre conosciuto e temuto, viene ineluttabile e improvviso, e inghiotte la sua vita.

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v. 35: “Come un laccio”. Crapule, ubriachezze e desideri sono l’esca dietro cui si cela il laccio della morte. Chi guarda ad esso vi cade per vertigine. È un richiamo a Is 24,17-23, che descrive il giudizio di Dio. Inatteso per tutti, è come un ladro per l’uomo animale e come lo sposo per chi lo invoca: “Maranà tha” (1Cor 16,22). il giorno ultimo, sia personale che collettivo, è sempre improvviso. Così Dio vuole, perché viviamo ogni presente in modo sensato, come preparazione all’incontro con lui. “Quel giorno” si abbatterà su tutti e su tutta la terra. v. 36: “vigilate”. La parola greca (agrypnóo) può indicare sia il dormire all’aperto, sempre attento ai rumori insidiosi della notte, sia l’inutile tentativo di acchiappare sonno di chi è insonne. I discepoli nella trasfigurazione vegliarono e nell’orto dormiranno. La veglia e il sonno fanno la differenza tra il Tabor e il Getsemani. Se uno tiene gli occhi rivolti al Signore, egli libera dal laccio il suo piede: il laccio della paura si spezza ed è salvo (Sal 25,15; 124,7). Se uno invece guarda in basso, si getta nella trappola, accecato dallo spavento. La “vigilanza cristiana” è l’esatto contrario dell’oppio dei popoli. Questo è di chi, senza speranza per il futuro, fa consistere il suo riposo in “crapule, ubriachezze e ansie di vita”. Il cristiano non è uno struzzo che sogna un mondo migliore. È come la civetta: il suo sguardo penetra l’ombra della notte. Sta attento a quanto avviene dentro e fuori, e lo sottopone a discernimento. Se l’uomo “psichico” non
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comprende, quello “spirituale” è in grado di giudicare ogni cosa. E gli altri neanche lo capiscono (1Cor 2,14s). “in ogni momento”. Può riferirsi sia alla vigilanza che alla supplica. Ogni istante infatti è gravido di futuro. Nessun momento è neutro: è l’opportunità in cui si gioca la fedeltà e la testimonianza. “supplicando”. Se la vigilanza è il contrario del cuore appesantito, la supplica è il cibo, la bevanda e la gioia di cui si nutre il cuore sveglio. È infatti la comunione di Figli o col Padre. Vigilanza e supplica sono come l’occhio e il cuore, l’intelligenza e la volontà della vita nuova di figli. Ci permettono di costruire il nostro edificio spirituale con oro, invece che con paglia: “L’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà con il fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno” (1Cor 3,13). Circa il pregare “in ogni tempo”, vedi 18,1; 24,53 (cf. Rm 1,9s; 1Cor 1,4; Ef 5,20; Fil 1,3s; Col 1,3; 4,12; 1Ts 1,2; 2,13; 3,10: 5,17; 1Tm 5,5; 2Tm 1,3; Ap 4,8; 7,15). La vigilanza e la preghiera ci fanno stare diritti: è anzi il nostro alzare il capo davanti a colui che viene, non come giudice, ma come fratello. v. 37: “i giorni era nel tempio, e le notti, uscendo, stava all’aperto”. Gesù ha ormai davanti agli occhi la croce, ultima ora sua e del mondo. Vive quanto ha appena detto ai discepoli: di giorno compie la missione del Padre,
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ammaestrando nel tempio; di notte esce all’aperto e veglia in preghiera. Così ha la forza per affrontare l’ultimo giorno, sfuggire al laccio del nemico e compiere la volontà del Padre (cf. 22,42). Il tempio e l’orto degli Ulivi sono ormai i due poli della sua vita. Distanti come giorno e notte, parola e silenzio, dentro e fuori, vita e morte, il tempio e il cielo scoperto sono illuminati da un’alba nuova. v. 38: “tutto il popolo mattinava da lui nel tempio ad ascoltarlo”. Dalla notte di Gesù scaturisce l’aurora della chiesa (cf. 6,12s). Il popolo si alza presto e occupa il mattino presso di lui. Il tempio, ormai ripieno della Gloria, si va costruendo con quelle pietre vive che accorrono da ogni parte per ascoltare la sua parola. “La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi la ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà” (Sap 6,12-14). Insieme al popolo, che “si leva di buon mattino” per cercare Gesù, impariamo quella sapienza che ci fa vivere il presente secondo il giudizio di Dio. È la sapienza della croce, che da ora in poi il Figlio dell’uomo ci rivelerà nel suo mistero di morte e risurrezione, realizzazione piena di tutto il discorso escatologico. 3. Preghiera del testo
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a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù davanti al tempio. c. Chiedo ciò che voglio: chiedo al Signore di stare attento e vigilante, vivendo il presente come luogo d’incontro con lui, anticipo di quello futuro e definitivo. d. Ascolto le parole di Gesù, applicandole a me. 4. Passi utili Sal 73; Is 24,16b-23; Lc 12; 1Ts 5,1-11; 2Ts 2,1-3,15; Rm 13,11-14.

123. SI AVVICINAVA LA FESTA DEGLI AZZIMI. E CERCAVA L’OPPORTUNITÀ PER CONSEGNARLO (22,1-6) Ora si avvicinava la festa degli Azzimi detta Pasqua. 2 E cercavano i sommi sacerdoti e gli scribi come ucciderlo
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perché temevano il popolo. 3 Ora entrò Satana in Giuda chiamato Iscariota che era del numero dei Dodici; 4 e, allontanatosi, conferì con i sommi sacerdoti e i comandanti sul come consegnarlo loro. 5 E gioirono e stabilirono di dargli danaro. 6 E promise, e cercava l’opportunità per consegnarlo loro senza folla. 1. Messaggio nel contesto Comincia il racconto della passione. Il lungo cammino di Dio in ricerca dell’uomo volge al termine. Iniziato tra gli alberi del giardino, si conclude sull’albero della croce. Lì il Figlio dell’uomo trova ogni uomo fuggitivo, gli si fa vicino e gli offre la sua solidarietà, il Regno. Lì finalmente vediamo chi è Dio per noi in ciò che siamo noi per lui. Paolo, conoscitore del mistero di Dio, dice: “Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1Cor 2,2). Quel Dio che nessuno mai ha visto (Gv 1,18), ci è rivelato da Gesù. La sua carne crocifissa è la manifestazione piena di Dio come amore folle per l’uomo.
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Il racconto della passione è il nucleo attorno al quale è cresciuto e si è strutturato il resto del Vangelo. Riunita intorno alla mensa, celebrando il memoriale della beata passione e risurrezione del suo Signore, la chiesa cerca di comprendere e di vivere sempre più a fondo il grande mistero. Il resto della Bibbia ci rivela Dio come di spalle: ci dice ciò che ha fatto per noi. Dio non ha più veli: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che ‘Io sono’”, cioè conoscerete JHWH (Gv 8,28). La croce è la distanza che Dio si è preso dalla cattiva immagine che di lui ha suggerito il serpente. Solo così veniamo guariti dalla diffidenza su di lui, origine di ogni male, e conosciamo la verità che ci fa liberi (Gv 8,32). Le braccia della croce racchiudono ogni estrema lontananza e opposizione fra cielo e terra. In essa il giudice è giudicato, l’innocente condannato, il giusto giustiziato, l’autore della vita ucciso, il re dei re intronizzato sul patibolo dello schiavo. Su di essa la Parola eterna di Dio tace. Ma il suo silenzio grida l’essenza stessa di Dio: amore infinito che si ritrova perdendosi e pervade ormai tutto l’universo, riempiendo della sua luce ogni tenebra. La croce è salvezza universale, “sì” totale di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio: nel Crocifisso i due formano una carne sola. Il racconto della passione di Dio per l’uomo convoca, costruisce, nutre, unisce e custodisce il popolo di Dio. È la memoria dell’umanità nuova, che vive di Gesù morto, risorto e presente con il suo Spirito.
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Il “passio” per sé non andrebbe commentato. Tutta la Scrittura è commento della croce e trova in essa la chiave del suo enigma. Solo l’Agnello immolato può prendere e aprire il libro sigillato (Ap 5,9). Per questo il “passio” va solo ormai proclamato, pregato e rivolto al Padre in rendimento di grazie per il dono del Figlio. È la parola da adorare, da portare alla bocca e baciare, perché diventi nostro cibo e bevanda. È parola che trascende ogni nostro sentimento, perché ci rivela il sentimento stesso di Dio per noi. Lo stupore ci coglie e ci porta fuori da noi, per farci entrare in lui e nel suo abisso di amore. Per questo la lettura della passione è seme di contemplazione. Ciò che noi proviamo per lui passa in secondo piano, e cede il posto a ciò che lui prova per noi. Viene il sole, impallidisce la luce della luna e delle stelle. Fin dalle prime battute il racconto vuole introdurci nella celebrazione dell’eucaristia. Comincia infatti dicendo: “Si avvicinava la festa degli Azzimi, detta Pasqua”; continua con le parole: “Venne il giorno degli Azzimi, nel quale bisognava immolare la pasqua” (v. 7), per concludere: “Quando venne l’ora” (v. 14), in cui, durante la celebrazione del banchetto pasquale, Gesù istituisce la sua cena. Si passa gradatamente dalla pasqua ebraica all’eucaristia, che ne realizza la promessa. La morte e risurrezione del Signore è il compimento della salvezza prefigurata nell’esodo. Si suppone come ovvio che il cristiano conosca la pasqua ebraica. Diversamente non è cosciente del grande dono di Dio.
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Più specificamente questo brano presenta i protagonisti del dramma della passione. È lo scontro definitivo tra Gesù e il diavolo, che, dopo le tentazioni, si ritirò fino al suo momento (4,13). Ora giunge la sua ora, quella del potere delle tenebre (v. 53). I vari personaggi rappresentano le maschere del male, di cui Satana è l’autore, e noi gli attori. Se Dio agisce liberando la libertà dell’uomo mediante l’amore e la fiducia, Satana agisce schiavizzandolo mediante la paura della morte e l’egoismo. Se i mezzi di Dio sono la povertà, il servizio e l’umiltà, quelli di Satana sono l’avere, il potere e l’apparire. In questi si esprime il male del mondo, per il quale Cristo muore. Dio non ha bisogno di contrastare ciò che fa l’uomo: il suo bene e il nostro male possono convivere nella stessa azione. Chi dona non ostacola chi gli ruba ciò che vuol donargli. Solo spera che capisca! 2. Lettura del testo v. 1: “si avvicinava la festa degli Azzimi, detta Pasqua”. Si scandisce il tempo che separa dal grande giorno della pasqua ebraica, che avrà il suo compimento nell’eucaristia. La festa degli azzimi inizia con la cena pasquale e si protrae per altri sette giorni. È la celebrazione dell’esodo, il passaggio dalla servitù dei signori al servizio dell’unico Signore, fine dell’oppressione e inizio della libertà. Nei profeti diviene prefigurazione della liberazione definitiva dal male, dal peccato e dalla morte.
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La pasqua cristiana è il frutto maturo di quest’albero che Dio ha piantato in Israele: è il secondo e definitivo esodo, che compie le attese del primo. Nasce da un atto potente di Dio, e culmina nella libertà di vivere da figli del Padre e fratelli di tutti. Senza le sue radici ebraiche, la pasqua cristiana è ridotta a un mito di morte e risurrezione fuori del tempo, quasi un vago mistero orientale. I giudei attendevano la venuta del messia la notte di Pasqua. I cristiani hanno sostituito la cena ebraica con il digiuno, la veglia e la lettura dell’Esodo, in cui l’agnello è inteso come figura di Cristo. Al mattino c’è il banchetto di comunione con il Signore che è venuto, viene e verrà per la salvezza definitiva. v. 2: “i sommi sacerdoti e gli scribi”. Rappresentano rispettivamente il potere politico, religioso e culturale. Mancano gli “anziani”, che rappresentano il potere economico. Sono sostituiti da Giuda e dal danaro. Anziani, sommi sacerdoti e scribi sono come le tre maschere del male, che si esprimono nella brama di avere, di potere e di apparire. È il male del mondo di cui noi tutti abbiamo la nostra quota di partecipazione. A causa della menzogna originaria, il mondo è retto e strutturato su queste tre concupiscenze (cf. 1Gv 2,16). Sono figlie dell’egoismo e ancelle di Satana, il quale può dire a Gesù che, mediante esse, tutto il mondo è posto nelle sue mani e lo può dare a chi vuole (4,5s). Mosso da queste tre concupiscenza, l’uomo diventa una marionetta
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manovrata dal nemico. Gesù è stato ucciso da questo male. che è anche in me. “cercavano... come ucciderlo”. Il male sa da sempre che cosa fare: dare la morte alla vita. È invidioso, incapace di godere del bene (cf. Mc 15,10; Sap 2,24). “temevano il popolo”. Luca lo presenta in opposizione ai capi. Al momento decisivo però ne farà il gioco (23,13ss). v. 3: “entrò Satana”. L’uomo è libero se ascolta la parola di Dio. Quando ascolta il nemico e dubita di Dio, allora perde la sua fiducia e libertà di figlio e diventa schiavo della paura della morte. Il male “entra” in lui da estraneo, scacciando colui che ci abita di diritto. Il diavolo tentò anche Gesù (4,1ss). Suo fine è iniettare nel cuore dell’uomo il veleno della diffidenza e sottrargli la Parola (8,12), in modo che ponga la propria vita altrove che in Dio. Così nasce la morte! Per questo l’annuncio della verità evangelica vince Satana, lo fa cadere come folgore dal cielo e ne spezza il dominio (10,18; 11,18). Egli entra in Giuda attraverso la “sua” porta sicura: la sfiducia nella parola del Signore e la fiducia nei mezzi mondani. “era del numero dei Dodici”. Giuda è l’unico del quale si ripete sempre che era uno dei Dodici. Era facile la tentazione di rimuoverne il ricordo. Invece rimane uno dei Dodici, e
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rappresenta quel peccato dal quale la chiesa ha sempre bisogno di essere salvata. v. 4: “allontanatosi”. Giuda si allontana da Gesù per avvicinarsi ai nemici. Cambia campo, con un moto contrario a quello della sequela. “consegnarlo” (= tradirlo). È la parola dominante della passione. Giuda lo consegna ai capi (vv. 4.6.21s.48), questi a Pilato (24,20; 18,32) e costui al popolo (23,25). Esprime il destino del Figlio dell’uomo (9,44; 24,7). Il Padre lo consegna e lui stesso si consegna come dono, ancora prima che noi lo prendiamo come rapina e lo consegniamo come oggetto ingombrante e inutile. v. 5: “E gioirono”. La gioia è segno della presenza di Dio. Solo l’inganno può far gioire del male. Ma solo momentaneamente. “stabilirono di dargli danaro”. “L’attaccamento al danaro è la radice di tutti i mali” (1Tm 6,10), perché non si può servire a due signori: o Dio o Mammona (16,13). L’avarizia è la vera idolatria (Ef 5,5) perché mette il danaro al posto di Dio, principio e fine della vita. Il danaro, da semplice mezzo di scambio, diventa mediatore universale e onnipotente di possesso: è il dio di questo mondo, economo della morte che distribuisce a tutti i suoi sudditi. Come ogni idolo, promette per poi deludere mortalmente e uccidere chi ha allettato (cf. la
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morte di Giuda in Mt 27,3-10; At 1,18). Il danaro discrimina tra l’economia del dono e della vita e quella del possesso e della morte. v. 6: “l’opportunità per consegnarlo”. Contro ogni previsione, sarà proprio la Pasqua, quando si sacrifica e si consuma l’agnello il cui sangue salva dallo sterminio. In questa “consegna” Dio prende con astuzia gli astuti: si dona a chi se ne impossessa. Presto o tardi capirà l’inganno e lo ringrazierà del dono! 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il tempio e l’orto, dove Gesù passa rispettivamente gli ultimi giorni e le ultime notti, e Giuda che si allontana da lui per accordarsi coi nemici. c. Chiedo ciò che voglio: capire il male che è in me, per il quale Gesù muore. d. Punti su cui riflettere: - significato della pasqua ebraica - la brama di potere, avere e apparire come causa del male del mondo e della morte di Gesù - satana
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- Giuda, uno dei Dodici - danaro. 4. Passi utili Es 12; 1Gv 2,16; Lc 8,11-14; Sal 41; Lc 16,13; 1Tm 6,10.

124. PREPARATE PER NOI LA PASQUA (22,7-13)
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Ora venne il giorno degli Azzimi in cui bisognava immolare la Pasqua, 8 e inviò Pietro e Giovanni dicendo: Andate, preparate per noi la pasqua perché la mangiamo. 9 Ora essi gli dissero: Dove vuoi che prepariamo? 10 Ora disse loro:
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Ecco: entrati voi in città, vi verrà incontro un uomo portando una brocca d’acqua; seguitelo nella casa in cui entra. 11 E direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: dov’è la stanza dove mangiare la pasqua con i miei discepoli? 12 Ed egli vi mostrerà una sala superiore grande, con tappeti: là preparate. 13 Ora, allontanatisi, trovarono come aveva detto loro e prepararono la pasqua. 1. Messaggio nel contesto La scena richiama quella della preparazione dell’ingresso messianico. Ora si passa però dalla “città” alla “casa”, in cui trovare la “stanza superiore”. Da qui, dove la cerchia dei Dodici si chiude in intimità con Gesù, inizierà il moto contrario, da Gerusalemme fino agli estremi confini della
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terra, per terminare con Paolo che accoglie tutti in una casa ad affitto (At 28,30s). “Dove preparare la pasqua” è l’espressione chiave del brano. È un esempio di teologia narrativa: per celebrare l’eucaristia, bisogna individuare “dove” il maestro può cenare con il discepolo. Questo luogo porta lo stesso nome di quello in cui egli nacque (katá1yma) e fu deposto in una mangiatoia per animali. “Preparare la pasqua” significa quindi conoscere ed entrare in quel luogo dove entriamo in comunione con lui e lui con noi. Qui lui nasce in noi, e noi in lui; qui si forma e cresce la comunità dei discepoli, da qui parte e qui porta la loro missione al mondo. Gli elementi principali che emergono dal racconto sono cinque: 1.La “pasqua ebraica” è la cornice in cui si deve leggere tutta l’opera di Gesù, la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione. Quanto celebriamo nell’eucaristia è la realizzazione di ciò di cui il primo esodo è promessa: liberazione dalla schiavitù, dall’idolatria, dal peccato e dalla morte (cf. brano precedente). Prima dell’ultima cena Luca nomina sei volte la pasqua ebraica. L’eucaristia è la settima e definitiva pasqua, in cui tutto è compiuto e la creazione raggiunge in Dio il suo riposo. 2. La pasqua è “immolata”, cioè l’agnello è sacrificato e ucciso. Ciò significa che la nostra liberazione è a caro prezzo (1Cor 6,20; 7,23). Costa il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia (1Pt 1,19). La nostra vita è la sua morte. Lui si fa carico del peccato del mondo (Gv 1,29):
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diviene l’uomo negativo, solidale con il male di tutti, per offrire a tutti il Regno. Mangiare la pasqua con lui significa essere associati a lui, che porta il peso della debolezza del mondo, testimone dell’amore del Padre verso i fratelli. 3. Questa pasqua è “prevista” da Gesù. Non è un incidente sul lavoro, una sorpresa di cui lamentarsi. Così anche noi dobbiamo sapere che nessun discepolo è superiore al suo maestro (Gv 15,18), e che è “necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno” (At 14,22). La sua via è la nostra via. Non ci dobbiamo né sorprendere, né scoraggiare per le difficoltà. In noi si compie la sua stessa passione e continua il disegno di Dio per la salvezza del mondo (cf. Col 1,24; At 4,28; 1Cor 4,9-13). Per questo ci consideriamo beati, esultiamo e ci rallegriamo nelle difficoltà incontrate a causa del suo nome (6,22s; At 5,41; Gc 1,2s; 1Pt 1,6ss; Eb 12,8s; 2Cor 11,21-12,10; ecc.). Infatti “è una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni, soffrendo ingiustamente” (1Pt 2,19). 4. Questa pasqua è “voluta”. Non è semplicemente subita. È prevista, predisposta, anzi “desiderata”, anche a costo di sudar sangue. È il frutto di tutta la sua vita, voluto con libertà e coscienza, sapendo ciò che voleva e volendo ciò che sapeva, fin nei minimi dettagli. 5. Questa pasqua si celebra nella “stanza superiore”. È il luogo dove si realizza il grande mistero: il nostro mangiare e vivere di lui. L’uomo con la brocca d’acqua ci insegnerà questo luogo. Il battesimo, che ci immerge nella morte del
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Signore, si completerà nell’eucaristia, che ci assorbe nella sua vita donata per noi. 2. Lettura del testo v. 7: “venne il giorno degli Azzimi, in cui bisognava”. La parola “bisogna” è quasi sempre direttamente collegata alla morte del Signore (9,22; 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). Questa necessità esprime la libertà massima di Dio: è amore e di sua natura dà liberamente la vita per l’amato. “immolare la pasqua”. La pasqua è l’agnello pasquale. Non viene nominato perché lascerà il posto al pane e al vino, corpo e sangue del Signore. È lui l’agnello immolato prima della fondazione del mondo (Ap 13,8 Vg.). Senza macchia e senza difetto, si è fatto per noi maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). “Cristo, nostra pasqua, è stato immolato” (1Cor 5,7). In lui gustiamo sobri l’ebbrezza della vita. v. 8: “inviò Pietro e Giovanni”. Colonne della chiesa (Gal 2,9), compiranno il primo miracolo e saranno i primi perseguitati per il nome (At 3-4). Andranno anche in Samaria per far scendere colà il dono dello Spirito (At 8,14). “preparate per noi . la pasqua”. Il loro incarico non è quello di preparare l’agnello, pronto già prima della fondazione del mondo (1Pt 1,20), ma trovare il luogo dove l’agnello si dà in
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pasto. Colui che sostituì il figlio di Abramo con l’agnello, lui stesso provvederà, sostituendo l’agnello con il proprio Figlio dato per noi (cf. Gn 22). “perché la mangiamo”. La pasqua è il mangiare (= vivere) insieme di Gesù con i suoi discepoli. Il cibo è lui stesso, che dà la sua vita. v. 9: “Dove vuoi che prepariamo?”. Il Signore vuole che la pasqua sia preparata, per avere un luogo dove mangiare con noi. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui e egli con me” (Ap 3,20). Con Pietro e Giovanni dobbiamo chiedergli “dove” avviene questo nostro incontro con lui. Egli ci risponderà che non si tratta di un luogo materiale, “né su questo monte né in Gerusalemme” (Gv 4,21). v. 10: “vi verrà incontro un uomo, portando una brocca d’acqua; seguitelo nella casa in cui entra”. Il Signore ha già previsto e predisposto tutto, perché desidera mangiare con noi. Il suo desiderio di stare con noi è infinitamente maggiore del nostro di stare con lui (v. 15). La scena è analoga a quella dell’ingresso. L’asinello ora è sostituito dell’acquaiolo, l’animale da soma da un servo che porta l’acqua. Portare (greco: bastázón = che porta) richiama il battesimo (greco: baptízón = che battezza). L’uomo con la brocca d’acqua ci indica la stanza superiore. Infatti il battesimo ci purifica dai peccati, ci incorpora al Signore e ci introduce nell’intimità
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con lui. Nel Vangelo si dice di seguire solo lui. Ora lui stesso dice di seguire quest’uomo misterioso. Infatti ha voluto che qualcuno continuasse la sua missione, in modo che tutti possiamo incontrare chi ci introduce nella stanza superiore. v. 11: “Il Maestro ti dice: dov’è la stanza dove mangiare?”. È il solo passo in Luca in cui Gesù designa se stesso come il Maestro. È l’unico maestro. Chiunque altro nella casa non potrà che insegnarci ciò che lui chiede. È il maestro interiore, che parla e bussa dal di dentro del nostro cuore, perché lo apriamo ad accogliere ciò che ascoltiamo attraverso l’annuncio esterno della sua parola. Nella “casa” (= chiesa), chiedendo ciò che il Signore ha detto di chiedere, scopriamo “dove” si mangia con lui. La parola “stanza” (greco: katá1yma), usata per il luogo della nascita di Gesù (2,7), indica ora il luogo dove si mangia la pasqua con lui. Qui avviene il vero natale dell’anima. Questa dimora, preparata da sempre per accoglierlo, è sua per sempre. Per questo in Mc 14,14 la chiama “la mia stanza”. Il nemico non può entrarci. Noi ci prepariamo a mangiare la pasqua proprio trovandola ed entrandoci. v. 12: “Vi mostrerà una sala superiore grande, con tappeti”. È un luogo posto in alto, fuori dalle comuni occupazioni quotidiane. È il luogo della comunione con Dio e della preghiera. In questa “stanza superiore” si svolgono i misteri della fede: il dono del pane e dello Spirito, l’esperienza di
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preghiera e le apparizioni del Risorto, la comunione con lui e tra i fratelli. In At 1,13s si dice che lì dimoravano gli Undici con Maria, perseveranti in preghiera. È il luogo da cui parte e a cui conduce la missione. Questa stanza è “grande”, tanto grande da contenere il Signore stesso e tutti gli uomini, in una unica comunità di figli del Padre. Ed è “con tappeti”, già adorna e preparata, come dice Marco (14,15). Evidentemente questa stanza superiore non è solo il luogo materiale in cui si svolgono gli ultimi avvenimenti di Gesù e i primi avvenimenti della chiesa. È la chiesa stessa, come luogo della comunione con lui e tra di noi, dove mangiamo il suo pane e beviamo il suo Spirito. Ma è anche ogni battezzato, che è corpo del Signore e tempio dello Spirito (1Cor 6,15ss). Più propriamente è il nostro cuore stesso, dove abita “l’uomo nascosto del cuore” (1Pt 3,4), l’uomo interiore che abita in noi (Ef 3,16). Lì posso comprendere con tutti i santi l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza per essere ricolmo di tutta la promessa di Dio (Ef 3,17ss). Lì vedo e gusto quanto è buono il Signore (Sal 34,9) e vivo con lui e di lui. Lì ricevo il mio essere me stesso da lui, che è più me di quanto lo sia io. Il “dove” della pasqua è la mia verità profonda: lui che vive in me, e mi fa essere ciò che sono. Questo luogo è il centro della mia persona, il fondo e l’occhio dell’anima, la punta dello spirito, la sorgente dell’io, la mia finestra su Dio, l’abisso da cui scaturisco e dove io dico a lui ciò che lui dice a me: “Eccomi!”. È il mio essergli figlio in
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Gesù, nel quale, per mezzo del quale e per il quale sono creato ed esisto (Col 1,16). Questo luogo non lo raggiungo con complicate speculazioni trascendentali. Mi viene insegnato da colui al quale chiedo secondo la parola del maestro. E questi mi dice semplicemente come il Signore abita in me per la fede, e come io possa abitare sempre più stabilmente in lui, ascoltando la sua parola che ha la capacità di farsi sentire nel mio cuore. Preparare la pasqua e cenare con il Signore significa entrare in questa stanza superiore. Chi entra nel proprio cuore, non è mai solo: è consolato da colui che sempre gli è presente come suo creatore. Qui, al di fuori di tutti i rumori e gli stordimenti, scopro la mia verità, che è la sua presenza in me e il suo amore per me. Qui la sua parola penetra in me distruggendo la menzogna e portando luce, fiducia, gioia, pace e forza e libertà di amare. Qui entro finalmente in comunione con il mio io, con Dio e con gli altri. Se in qualche modo non conosco questo luogo, resto fuori da dove si mangia con lui. v. 13: “trovarono come aveva detto loro”. Chi ascolta la parola del maestro, trova quanto lui dice. È la verità. “prepararono la pasqua”. Seguendo la sua parola, si entra nella stanza superiore. È già pronta, con tappeti (Mc 14,15). Ma va preparata col nostro ingresso in essa.

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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Gesù sul monte degli Olivi, che invia i due in città. c. Chiedo ciò che voglio: trovare e abitare nella stanza superiore. d. Medito sul significato della pasqua ebraica e della morte di Gesù: - sull’agnello immolato - sulla passione di Gesù, prevista e predisposta - sulla stanza superiore. 4. Passi utili Sal 84; 1Cor 6,19; Ef 3,14-19; 1Pt 2,4s; 3,4; Gv 14,23; Ap 3,20.

125. QUESTO È IL MIO CORPO (22,14-20)
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E quando venne l’ora si sdraiò
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e gli apostoli con lui. 15 E disse loro: Con desiderio desiderai mangiare questa pasqua con voi prima del mio soffrire; 16 poiché vi dico: non la mangerò più fino a che sarà compiuta nel regno di Dio. 17 E, ricevuto un calice, rese grazie, disse: Prendete questo e dividete tra voi. 18 Poiché vi dico: non berrò più d’ora in poi del frutto della vite fino a quando sia venuto il regno di Dio. 19 E preso del pane, rese grazie, spezzò e diede loro dicendo: Questo è il mio corpo, dato per voi; fate questo in mia memoria.
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E, allo stesso modo, il calice, dopo aver cenato, dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue versato per voi. 1. Messaggio nel contesto Inizia l’ultimo giorno di Gesù. È il sesto della settimana, quello in cui il Signore completa l’opera sua, per cessare alla fine dalla sua fatica. È il giorno pieno del Vangelo, del quale si scandisce ogni ora. Comincia con le prime ombre della sera, continua nella notte, culmina nell’oscurità meridiana e termina nel riposo della tomba, mentre già luccicano le luci della Pasqua. Questo brano ci presenta l’ultima cena e l’istituzione dell’eucaristia. È il banchetto in cui ci nutriamo di Cristo, facciamo memoria della sua passione, ci abbeveriamo del suo Spirito e riceviamo il pegno della gloria futura. Marco e Matteo mettono il dono dell’eucaristia tra la predizione del tradimento e quello della defezione di tutti. Il peccato del discepolo è il castone che contiene la perla più preziosa della Scrittura. Luca invece ci presenta un dittico, che offre il compiersi della pasqua ebraica (vv. 14-16) nella cena cristiana (vv. 17-20).
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All’agnello succede il pane spezzato, al calice della benedizione il sangue della nuova alleanza. Questo racconto è il nucleo genetico di tutto il Vangelo: “Fate questo in mia memoria” (v. 19). I fratelli, riuniti a mensa, celebrano la memoria del Signore morto e risorto, asceso al cielo e presente in mezzo a loro; mangiano la sua pasqua, in attesa del suo ritorno. Nell’eucaristia si coglie il significato di tutto quanto Gesù ha detto e fatto, e si vede il compimento della Legge, dei salmi e dei profeti. In essa Dio ci fa il dono dei doni: ci dona se stesso. Qui il suo amore per noi raggiunge il suo fine: si unisce a noi e si fa nostra vita. È il punto d’arrivo di tutta la creazione, che si congiunge al suo Creatore. Qui vediamo e gustiamo l’umiltà di Dio, che, per essere desiderato da chi ama, si fa suo bisogno fondamentale: pane. Così ne prendiamo e ne viviamo. Siccome uno diventa ciò che mangia, mangiando del Figlio, diventiamo figli. Veramente l’eucaristia ci deifica! Ci assimila al corpo del Signore donato per noi e ci inebria del suo sangue, effuso per noi. Facendo memoria di questo grande dono, viviamo sempre in rendimento di grazie al Padre e attingiamo la linfa per vivere da fratelli, in umiltà e servizio reciproco. Questo è il pane che ci dà forza per il lungo viaggio, fino alla parusia, quando staremo davanti al suo volto. L’eucaristia ci incorpora pienamente nel Figlio, nel quale il Padre dice “sì” a tutto e tutto gli dice il suo “sì”. Essa ci introduce nell’eterno reciproco “si” di compiacenza e d’amore
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tra Padre e Figlio. Questa è la vita eterna. Contempliamo il dono del Signore: più importante di ciò che noi comprendiamo o sentiamo, è quanto lui fa e sente per noi. In tutte le religioni c’è il sacrificio dell’uomo per Dio. Nel cristianesimo invece sta al centro il sacrificio di Dio per l’uomo. E di questo facciamo memoria e ringraziamo nell’eucaristia. Marco e Matteo notano che alla fine della cena cantarono l’inno, il grande Hallel. È il Sal 136, che legge tutta la creazione e la storia alla luce del ritornello: “perché eterna è la sua misericordia”. Dopo l’eucaristia, pure noi lo comprendiamo. 2. Lettura del testo v. 14: “quando venne l’ora”. È l’ora in cui si mangia la pasqua, al tramonto del sole. Ma questa pasqua è il vertice del tempo, compimento di tutto il disegno di Dio: lui stesso si consegna all’uomo come sua vita, e la creatura vive del suo Creatore. L’ora del dono di Dio coincide con l’ora del male del mondo (cf. v. 53), in modo che tutto sia colmo dell’amore di Dio, anche il nostro male e il nostro peccato. “si sdraiò”. Il banchetto dell’esodo si sarebbe dovuto consumare in piedi e in fretta (Es 12,11). Ma questo è ormai
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l’anticipo del banchetto definitivo. Il Signore riposa alla mensa del Padre, circondato dalla primizia dei fratelli. “e gli apostoli con lui”. Gli apostoli sono per definizione quelli che stanno “con” lui. Non perché sono bravi; ma perché lui è l’Emmanuele, che desidera stare con loro, suoi fratelli perduti. Stare con lui, il Figlio, è la nostra vita; la pienezza del dono pasquale che viviamo nell’eucaristia. Gran parte del Vangelo di Luca ci presenta Gesù a tavola con i peccatori. v. 15: “Con desiderio desiderai” (cf. 12,49s). Il suo desiderio è un traboccare del suo essere che è amore. “La sua brama è verso di me”, canta con sorpresa la creatura del suo Creatore (Ct 7,11). Nell’eucaristia si sazia il suo desiderio, perché il suo amore è accolto e si fa cibo del nostro desiderio di lui: “chi mangia di me, vivrà per me” (Gv 6,57). Nel corpo di Gesù donato per noi si consuma l’amore di Dio per l’uomo: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6). Nell’eucaristia accogliamo questo dono, e si verifica una cosa nuova sulla terra: finalmente la sposa cinge chi l’ha amata di amore eterno (Ger 31,22.23). Si celebra la reciprocità d’amore, il sì escatologico allo sposo. Dio riposa nell’uomo e l’uomo in Dio, in comunione di vita e d’amore. “mangiare questa pasqua”. La pasqua è l’agnello, che sarà sostituito dal suo corpo. “Questa” pasqua è sommamente
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desiderata perché è quella in cui il Signore realizza la sua promessa, più grande di ogni fama (Sal 138,2): compie il suo desiderio di darsi a noi. “con voi”. Sono i Dodici, dei quali uno tradisce, uno rinnega e dieci fuggono. Proprio con voi - non con altri che siano più bravi -, con voi desidero mangiare questa pasqua, perché vi amo. “prima del mio soffrire”. Il suo amore dovrà portare il male di coloro che ama. La croce diventerà dolce memoria. Gesù istituisce l’eucaristia prima della morte, perché sia medicina e viatico per il lungo cammino che ancora ci resta: “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22). v. 16: “non la mangerò più”. È l’ultima sua cena pasquale ebraica. Il segno cessa e cede il posto alla realtà: la cena del Signore. All’agnello, offerto dall’uomo, succede l’agnello di Dio, il Figlio stesso che dà la sua vita per la salvezza del mondo. “fino a che sarà compiuta nel regno di Dio”. La pasqua si compie nel regno di Dio. Esso è solo anticipato nell’eucaristia, pegno sicuro della gloria futura, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Lo scarto tra eucaristia e Regno è il motivo della missione al mondo, perché tutti i fratelli vivano del pane dei figli.
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L’eucaristia non fissa il tempo nell’eternità, ma lo apre ad essa. Dio entra nella storia, che inizia un nuovo cammino verso di lui. Gesù risorto desidererà sempre spezzare il pane con i suoi discepoli. Lo farà ogni volta che i suoi lo inviteranno a restare con lui, come quelli di Emmaus (24,29). v. 17: “ricevuto un calice, rese grazie”. È il calice della benedizione, il terzo nella cena pasquale, che passa tra i commensali dopo la consumazione dell’agnello. “prendete questo e dividete tra voi”. Sembra che esorti gli altri a prenderlo, perché lui non ne prende. Conosce un altro calice, con vino da vertigine (Sal 60,5). Contiene la maledizione della morte e dell’angoscia. Lo berrà (v. 42), restituendolo a noi in calice di salvezza (Sal 116,13). v. 18: “Non berrò più, ecc.”. Mentre i discepoli bevono l’ultimo calice della pasqua antica, Gesù prepara il nuovo calice col digiuno della sua morte. Non berrà più vino, se non nel Regno, quando sarà finito l’esodo. Allora sarà sempre presente in mezzo ai suoi nella gioia. v. 19: “preso del pane”. È l’inizio della cena del Signore, che compie ciò che la pasqua, appena mangiata, ha prefigurato. Gesù, come ogni uomo, “prende” il pane. Il pane è la vita, e la vita dell’uomo è l’obbedienza alla parola di Dio. Gesù, puro ascolto del Padre, è parola fatta pane e vita.
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“rese grazie”. Il suo prendere non è rapina, come quello di Adamo, ma rendimento di grazie (= eucaristia) al Padre, fonte della sua vita. È infatti il Figlio, che riconosce e gioisce di essere del Padre. “spezzò”. Indica la sua morte in croce, il suo corpo spezzato. È il destino inevitabile di chi vive il dono in una situazione di rapina. “e diede loro”. La vita che riceve dal Padre e di cui gioisce, la dona ai fratelli perché ne vivano. “Questo è il mio corpo”. L’agnello pasquale, che Dio ha provveduto, è il corpo del Figlio. Si fa nostro pane, perché viviamo di lui. Non temere, Adamo, a prendere ciò che volevi rubare. “Prendi” questo pane! Ti fa diventare come lui, secondo il desiderio che lui stesso ha messo in te. “dato”. Tutta la sua vita è rivelazione di Dio. Il suo corpo dato per noi ne è il vertice: Dio si manifesta come puro dono di sé, amore assoluto. “per voi”. Richiama il servo di JHWH (Is 53), la cui morte ci dà la vita. “fate questo in mia memoria”. È l’istituzione dell’eucaristia. La nuova pasqua è ormai memoriale dell’Agnello dato per noi e comunione con lui, nell’attesa del suo ritorno. Fare
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memoria di lui significa vivere oggi del suo dono, fare del suo amore crocifisso la nostra vita. Questo pane è il mistero della fede: il pane del Regno, il dono del Figlio che ci introduce nella vita del Padre. “Questo calice”. La gioia del vino, frutto della terra promessa, è sostituita dal sangue del Figlio. La nuova alleanza subentra all’antica. Ci dissetiamo con ebbrezza alla fonte della vita. Corpo e sangue sono nominati separatamente, per indicare la morte cruenta di croce: il nuovo patto è suggellato dall’amore crocifisso di Dio per noi. “la nuova alleanza nel mio sangue versato per voi”. L’antica alleanza è stata da sempre rotta dalla nostra infedeltà. Ma la maledizione che si sarebbe dovuta abbattere su di noi (cf. Ger 34,18), è ricaduta su di lui. Colpito dalla lancia, il suo petto fu squarciato in croce. Per questo la nuova alleanza è eterna, e non può più essere rotta. Qualunque cosa gli facciamo, il suo amore resta fedele in eterno. Dio è Dio e non uomo! Il suo corpo dato per noi e il suo sangue versato per noi peccatori ci garantisce che, se anche noi manchiamo di fede, egli rimane sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13). In questa nuova alleanza “io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: ‘Riconoscete il Signore’, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore, perché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato” (Ger 31,33s). Finalmente conosciamo chi è Dio
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per noi: amore assoluto e senza condizioni. E conosciamo anche chi siamo noi per lui: figli amati e perdonati in eterno nel Figlio. Da qui nasce la nuova legge, scritta nel cuore. Questo amore infatti ci dà la libertà di corrispondervi; ci abilita ad amare come lui ci ha amati. Questa nuova alleanza, come quella dopo il diluvio, è offerta a tutto il mondo posto ancora nel peccato. Il corpo del Figlio è stato donato per la salvezza di tutti i fratelli. Chi celebra l’eucaristia si sente domandare con il lebbroso: “E gli altri nove, dove sono?” (17,17). La missione scaturisce dall’amore di Cristo, che ci spinge verso tutti (cf. 2Cor 5,14), fino agli estremi confini della terra. L’eucaristia, vertice e principio della vita cristiana, ci apre sempre agli altri. Paolo, naufrago su una nave carica di grano, dice ai duecentosettantasei naufraghi come lui in un mare in tempesta: “Vi esorto a prendere cibo; è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto”. Ciò detto, prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si sentirono rianimati e anch’essi presero cibo (At 27,34-36). È un’eucaristia cosmica, celebrata in un mare in tempesta, davanti a tutti e per tutti quelli che sono nella stessa barca. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo nella stanza superiore, insieme a Gesù e ai suoi. c. Chiedo ciò che voglio: vedere e gustare quanto è buono il Signore: mangiare e vivere del suo corpo. d. Contemplo e adoro. 4. Passi utili Sal 16; 136; Cantico dei Cantici; Ger 31,31-34; Ez 36,2230; Sap 16,20-29; Gv 6,26-58; At 27,27-38; 1Cor 11,1733.

126. IO IN MEZZO A VOI SONO COME COLUI CHE SERVE (22,21-30)
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Ma ecco la mano di colui che mi consegna con me sulla mensa. 22 Poiché il Figlio dell’uomo, secondo ciò che è fissato, va.
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Ma ahimè per quell’uomo attraverso cui è consegnato. 23 Ed essi cominciarono a discutere tra loro chi di loro mai fosse colui che stava per fare ciò. 24 Ora avvenne pure una lite tra loro chi di loro sembra essere più grande. 25 Ora egli disse loro: I re delle nazioni spadroneggiano su di esse, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. 26 Ora voi non così: ma il più grande tra voi diventi come il più piccolo, e chi guida come chi serve. 27 Poiché chi è più grande: chi è sdraiato o chi serve? Non forse chi è sdraiato? Ma io in mezzo a voi sono come colui che serve. 28 Ora voi siete quelli che sono rimasti con me nelle mie prove. 29 E io dispongo per voi,
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come il Padre mio dispose per me, un regno, 30 affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e per sedere su troni giudicando le dodici tribù d’Israele. 1. Messaggio nel contesto I vv. 21-38 contengono le parole d’addio di Gesù, il suo testamento. La chiesa, riunita attorno alla mensa, esamina se stessa. Riconosce il peccato da cui il Signore la salva, accoglie il suo perdono e riceve la capacità di una vita nuova. L’eucaristia è il giudizio di Dio sul mondo - un giudizio di salvezza, che dichiara il negativo da cui ci libera. Il suo dono d’amore è come lo specchio della verità, nel quale vediamo il nostro egoismo. Il nostro male viene alla luce, e la luce entra in tutte le nostre tenebre. Per questo la condizione per entrare degnamente in comunione con il Signore è, secondo la liturgia, il triplice riconoscimento della propria indegnità: “O Signore, io non son degno”. Il Signore si dona a una comunità che lo tradisce, non capisce, fugge e rinnega. Il nostro peccato è la nostra parte di vangelo, la condizione stessa dell’altra parte, quella di Dio che perdona e salva.
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Per comodità dividiamo il discorso in due blocchi (vv. 21-30 e 31-37). In questo primo il tono è dato dal tradimento di Giuda (vv. 21-23), dove si consuma il mistero di iniquità dell’uomo. I vv. 24-27 mostrano che tutti i discepoli hanno la loro quota di partecipazione a questo male, per riscattarci dal quale Cristo si fa servo e muore. Mentre lo spirito del nemico ci fa cercare l’autoaffermazione e il dominio, lo Spirito di Gesù ci fa conoscere il vero modo di realizzarci a immagine di Dio. L’eucaristia, come denuncia il male, così dona il bene. I Dodici, attorno alla mensa, rappresentano tutta la chiesa che accoglie il “mandato” del suo Signore: mangia e beve il pane e il vino del Regno, che l’associano al suo stesso destino di passione e di gloria (vv. 28-30). 2. Lettura del testo v. 21: “ecco la mano”. La mano di Gesù, il Figlio, riceve dal Padre e dona ai fratelli. Quella di Giuda prende e consegna. Chiusa nell’egoismo e nel possesso, ora si trova sulla stessa mensa con la mano che dona per amore. “colui che mi consegna”. Dio si consegna (= tradire) a chi lo prende e lo consegna ai suoi nemici; si dona a chi lo ruba e lo butta via. Il tradimento non è un gesto mostruoso e unico. Giuda è nostro fratello. Compie quel male che tutti noi compiamo; si comporta secondo il buon senso che porta a cercare il proprio interesse e la propria affermazione. È Gesù
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che l’ha deluso, perché segue un’altra via! Il vero peccato di Giuda, più che quello di tradire Gesù, fu eventualmente quello di pensare: “Ho sbagliato, quindi pago!”, e non accettare il suo amore gratuito. La salvezza è accogliere che lui mi ama e muore per me peccatore. La nostra libertà non è quella di non fare il male - siamo schiavi del peccato (Rm 7,14) - ma quella di non rifiutare il perdono. “con me sulla mensa”. Il Signore si dona a una comunità sempre aperta al tradimento. Sulla stessa tavola di salvezza c’è sempre il nostro peccato e il suo perdono, che proprio in esso, invece di ritirarsi, si offre. v. 22: “il Figlio dell’uomo, secondo ciò che è fissato, va”. Il male dell’uomo non distrugge il bene di Dio, ma lo realizza in un disegno più ampio e meraviglioso (cf. At 2,23; 3,18; 4,28 ... ). Qui non si intende dire che Giuda debba recitare un copione già fissato, in cui gli tocca la parte brutta. L’uomo fa il male liberamente, o meglio, perché schiavo dell’ignoranza! Ma Dio già l’ha previsto; e, nel suo amore, ha fissato il suo piano di salvezza: il Figlio dell’uomo se ne andrà portando su di sé il male dei fratelli. “ahimè per quell’uomo”. Non è una minaccia. Gesù ama Giuda. Se l’amore si misura dal bisogno, Giuda in questo momento è amato più di tutti i discepoli. Gesù semplicemente gli fa prendere coscienza del male che si sta facendo, e del
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quale lui soffre. Dice: “ahimè!” perché il male dell’amato ricade su chi ama. La croce di Gesù è l’“ahimè” di Dio per il male del mondo. Esso è così grave, da distruggere il senso della creazione: è infatti meglio non essere nati (Mc 14,21; Mt 26,24). Gesù è morto per il peccato di Giuda e la sua morte è il prezzo di ogni peccato. Quando diciamo che siamo salvati, significa che veramente siamo perduti. L’inferno è l’orizzonte della salvezza. “attraverso cui”. Giuda, come ogni uomo, più che autore, è attore del male. Sua vittima per ignoranza, diventa suo veicolo (23,34; At 3,17). v. 23: “cominciarono a discutere tra loro, ecc.”. Ognuno cerca nell’altro il colpevole. Sarebbe stato più corretto chiedersi tutti: “Sono forse io?” (Mc 14,19). Ciascuno perciò esamini se stesso; e se giudica attentamente se stesso, non sarà giudicato (1Cor 11,28.31). La salvezza infatti non viene dal denunciare l’altrui peccato (cf. Gn 3), ma dal riconoscere il proprio. Giusto non è colui che si giustifica, ma chi, riconoscendosi ingiusto, accetta di essere giustificato per grazia. La lite che segue mostra come tutti i discepoli sono nel medesimo male dei capi di questo mondo e di Giuda stesso: la ricerca del proprio io al di sopra di tutto e di tutti. v. 24: “avvenne pure una lite tra loro”. Attorno alla mensa dove ha consegnato il suo corpo per noi, si ripete la stessa
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scena di 9,46-48, quando per la prima volta pre1isse la sua consegna nelle mani degli uomini (9,44). La parola lite (greco: philoneikia = amor di vittoria) esce solo qui in tutto il NT. È la bramosia di vincere, il desiderio di prevalere sull’altro, origine di ogni guerra e lotta tra gli uomini. La lunga catechesi non sembra aver ancora cambiato molto il cuore dei discepoli! Davanti al pane del Regno - l’umiltà del Figlio dell’uomo che si consegna - si evidenzia il peccato del mondo: il protagonismo. Tutte le divisioni tra gli uomini e nella chiesa anche se camuffate in infiniti modi - non nascono da altra fonte che questa: l’autoaffermazione. È l’egoismo, frutto mortale del veleno del serpente. Anch’io sono chiamato a riconoscerlo in me. Così capisco che Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), perché è venuto per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo (1Tm 1,15). Solo così posso fare eucaristia, rendere grazie dell’amore gratuito del Padre nel Figlio donato a me. Gesù infatti si dona proprio a “questi” discepoli. Il suo pane è antidoto al lievito dei farisei. “sembra essere più grande”. Tutte le lotte tra gli uomini sono per questo “sembrare più grande”. L’idolatria (= culto dell’immagine) è la ricerca di questa apparenza, propria di chi ignora la verità sua e di Dio. Il protagonismo è la malattia infantile dell’uomo che non si sa amato e non sa amare. Regola d’azione per il mondo, è principio di ogni male.

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v. 25: “I re delle nazioni spadroneggiano, ecc.”. L’imperatore si faceva chiamare “salvatore e benefattore del mondo”. La regalità del mondo è dominio che toglie la libertà e rende schiavi. Quella di Cristo, unico salvatore, apparirà sulla croce, dove è solidale con i malfattori. v. 26: “Ora voi non così”. Lo Spirito di Cristo, rivelato e donato nell’eucaristia, è amore che si attua nella povertà, nel servizio e nell’umiltà. È il contrario di quello del mondo. “il più grande tra voi diventi come il più piccolo”. È giusto avere il desiderio di diventare “più” grande. L’uomo diventa ciò che desidera; e naturalmente vuole diventare come Dio, che è grande, e sempre di più. Solo che deve capovolgere i criteri, perché si è ingannato. La vera grandezza non è la gonfiatura dell’io - idropisia di morte! - ma la sgonfiatura e lo svuotamento di chi ama. Ce l’ha rivelato colui che, essendo di natura divina, si è fatto il più piccolo di tutti (9,48). “chi guida come chi serve”. L’unico potere è la libertà di servire, opposta alla schiavitù di chi asserve. Noi siamo chiamati a questa libertà (Gal 5,13). v. 27: “Ma io in mezzo a voi sono come colui che serve” (cf. Gv 13, 1ss). A mensa il servo è colui che dà il cibo: nell’eucaristia Gesù dà la sua vita. È la più bella definizione che egli dà di sé, la vera rivelazione della sua divinità. Dio è amore, e l’amore non consiste nelle parole, ma nei fatti e nella
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vita stessa, messa a servizio dell’amato. La sua presenza in mezzo a noi sarà sempre quella del servo. Il punto fondamentale della fede è accettare che lui ci serva e ci lavi i piedi. Cristiano è colui che riconosce come sorgente della propria vita il servizio gratuito del suo Signore. Solo così può aver parte con lui e amare come lui ha amato. Gesù è modello dell’amministratore saggio e fedele, che si cinge la veste e ci fa sedere a tavola per servirci (12,42.37; cf. 17,8). v. 28: “voi siete quelli che sono rimasti con me”. Il discepolo è colui che “rimane con me”, dice il Signore. È associato alle sue stesse prove, al suo mistero di morte. Noi stiamo con lui non perché siamo bravi, ma perché lui per primo vuol stare con noi, e non ci abbandona mai. Resta sempre con noi come nostro cibo e bevanda. “nelle mie prove”. Le sue prove sono quelle di restare servo (4,1-11). v. 29: “Ed io dispongo per voi, come il Padre mio dispose per me, un regno”. È il regno del servo, il regno di Dio che guarisce le perversioni di quello dell’uomo. Chi condivide la sua fatica, condivide la sua gloria. La partecipazione alle sue sofferenze ci fa giungere alla gloria del suo regno: “Se con lui perseveriamo, con lui regneremo” (2Tm 2,11). Chi serve ha lo stesso destino regale di Gesù.

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“affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e per sedere su troni, ecc.”. Beato chi mangia il pane del Regno (14,15)! Noi, che mangiamo e beviamo alla sua tavola, siamo già introdotti nel suo regno, che è l’amore gratuito del Padre per tutti i suoi figli. Questo è il giudizio, il criterio di vita del nuovo regno. L’eucaristia, unendoci a lui, ci apre al futuro definitivo: siederemo con lui da re, con il suo stesso potere di giudicare, cioè di salvare il mondo. Lui infatti è il giudice che non è venuto per giustiziare, ma per giustificare tutti nel suo sangue. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la stanza superiore. c. Chiedo ciò che voglio: davanti all’eucaristia, conoscere lo spirito di Gesù, il servo, e il mio, di dominio. d. Contemplo. 4. Passi utili Is 54,7-10; Os 11; Lc 1,46-55; Gv 13,1-17.

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127. LA TUA FEDE NON VENGA MENO (22,31-38)
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Simone, Simone, ecco, il Satana richiese di vagliarvi come il grano. 32 Ora io supplicai per te, perché la tua fede non venga meno; e tu, una volta ritornato, conferma i tuoi fratelli. 33 Egli gli disse: Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e a morte. 34 Egli disse: Ti dico, Pietro, non canterà oggi il gallo prima che tu tre volte abbia rinnegato di conoscermi. 35 E disse loro: Quando vi inviai senza borsa e bisaccia e sandali, mancaste forse di qualcosa? Essi dissero: Di nulla. 36 Ora disse loro:
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Ma ora chi ha borsa, (la) prenda, come pure bisaccia; e chi non ce l’ha, venda la sua veste e compri una spada. 37 Poiché vi dico: Questo che è scritto bisogna che si compia in me: e con i senza legge fu annoverato. Poiché ciò che mi riguarda ha compimento. 38 Essi dissero: Signore, ecco qui due spade. Egli disse loro: Basta. 1. Messaggio nel contesto È l’ultima parte delle parole d’addio di Gesù. Egli prevede la situazione dei suoi nell’ora della prova. Conosce la difficoltà di Pietro (vv. 31-34) e di tutti (vv. 35-38), quando lui, come è scritto, condividerà la sorte dei malfattori. “Percuoterò il pastore, e le pecore saranno disperse” (Mc 14,27). Ma la fedeltà, la grazia e l’amore del Signore, lungi dal venir meno, si manifestano pienamente nei cedimenti dei discepoli.
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Il nostro peccato, oltre che luogo dell’incontro e della conoscenza di Dio, è l’unica misura della sua misericordia. Luca pone in risalto la posizione di Pietro: Satana lo mette al vaglio. Ma Gesù ha già pregato perché nella sua caduta, invece di disperare di sé, speri in lui. Oltre che inevitabile, è bene che Pietro fallisca. La frana dei suoi buoni desideri lascerà emergere dalla rovina la roccia salda che non crolla: la fedeltà del suo Signore. Nei suoi buoni propositi è nascosto un male sottile dal quale deve essere salvato lui come tutti noi. Si tratta dell’orgoglio e dell’autosufficienza. È il peccato più grave, addirittura l’essenza di ogni peccato. Ignota al peccatore normale - almeno fintanto che non cerca di giustificarsi - è invece ben nota al “giusto”. Pietro passerà dalla propria giustizia e dal proprio amore per il Signore alla giustificazione e all’amore del Signore per lui. Non sarà lui a morire per Cristo, ma Cristo a morire per lui! Se Pietro non avesse rinnegato, si sarebbe salvato? Per sé la salvezza non è il mio amore per Dio, bensì il suo amore per me. Il mio per lui è solo una risposta e un dono del suo per me. L’uomo è creatura e deve accettare di essere tale, senza usurpare il posto del suo Creatore! Non ci dispiaccia di essere secondi a Dio. Siamo come lui, ma in quanto figli! Qui Pietro compirà il difficile passaggio dalla Legge al vangelo, per giungere alla conoscenza di Gesù come suo Signore, che lo ha amato e ha dato se stesso per lui (Fil 3,8; Gal 2,20). È il nocciolo della fede cristiana. Il discepolo non è più bravo degli altri. È peccatore come tutti. Ma è contento, perché sa che il Signore lo ama: ha riconosciuto e creduto
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all’amore che Dio ha per lui (1Gv 4,16). Questo è il vero principio di vita nuova. Nell’attuale situazione solo attraverso il nostro peccato conosciamo la verità di Dio, e la conosciamo proprio nella sua essenza attraverso il perdono. “Il giusto vivrà di fede” (Rm 1,17 = Ab 2,4) significa che il giusto vive della fedeltà del Signore a lui: nulla può separarlo dall’amore che Dio ha per lui in Cristo Gesù (Rm 8,39). Questa fede è incrollabile, perché poggia non sulla mia fedeltà a Dio, ma sulla sua fedeltà a me, che non può venire meno. Neanche il peccato e la morte mi sottraggono a lui, perché lui si è fatto per me peccato e morte, per essere mia giustificazione e vita. È molto importante che il peccato di Pietro sia previsto e predetto. Gesù lo ama e muore per lui non per errore, ma sapendo che lo rinnega. Pietro avrà poi la funzione di confermare i suoi fratelli in questa fede nella sua fedeltà, che è il fondamento della chiesa. Davanti al compiersi del destino del Signore - l’innocente condannato come malfattore - ogni discepolo sarà in difficoltà, né più né meno di Pietro. La croce sarà scandalo per tutti. In tale situazione sarà necessario spogliarsi di tutto, per acquistare la sola spada che può dare vittoria. È quella che esce dalla bocca di Cristo (Ap 1,16); è la sua parola, che ci porta all’obbedienza e all’abbandono fiducioso nel Padre. Questa, e non altre spade che possiamo avere o usare, sarà la nostra unica forza.

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2. Lettura del testo v. 31: “Simone, Simone”. È la vera chiamata di Pietro. In Luca è la prima volta che Gesù lo chiama per nome e per ben due volte. È una vocazione solenne, come quella di Abramo, di Mosè, di Samuele, di Marta e di Saulo (Gn 22,1; Es 3,4; 1Sam 3,10; Lc 10,41; At 9,4). “Satana”. Come entrò in Giuda, così cerca di entrare in tutti i discepoli. Il suo intento è quello di togliere la fiducia nella Parola; vuol rubarla dal cuore dell’uomo (8,12), come ha fatto con Adamo e ha tentato di fare con Gesù. “richiese di vagliarvi come il grano”. La sua azione, della quale fa richiesta a Dio (Gb 1,6), non sarà che un’azione di vaglio. Gli è permesso di agire; ma Dio se ne serve per il bene. Separerà il frumento dalla pula. Purificherà la fede dei discepoli, conducendoli a quella infedeltà che offrirà loro la possibilità della fede più pura: accettare di vivere solo della fedeltà del Signore. v. 32: “io supplicai per te, perché la tua fede non venga meno”. Tutti saranno provati. In forza della sua preghiera Gesù garantisce a Pietro non l’impeccabilità, ma l’indefettibilità della fede. Questa consiste nel fondare la propria vita nella sua misericordia. Il dono che Gesù farà a Pietro sarà il servizio di Pietro ai fratelli.
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“ritornato, conferma i tuoi fratelli”. Pietro sbaglierà, ma “ritornerà”, ossia si convertirà. La sua esperienza di infedeltà gli farà conoscere meglio se stesso e il suo Signore, la propria debolezza e la forza di colui che lo ama, la propria miseria e la sua misericordia. Così confermerà (= “indurirà”, cf. 9,51) la fede dei suoi fratelli che attraverseranno le sue medesime difficoltà. La sua funzione, dirà lui stesso, non è quella di spadroneggiare sul gregge a lui affidato, ma di essere modello di umiltà e di confidenza nel Signore (cf. 1Pt 5,1ss). v. 33: “con te sono pronto ad andare in prigione e a morte” . Pietro è uomo dai grandi desideri. Vuole stare “con” Gesù, disposto a sfidare ceppi e spade. Il suo bene è stare vicino al suo Signore. Fuori di lui nulla brama sulla terra, perché la sua grazia vale più della vita (Sal 73,28.25; 63,4). Per lui vivere è Cristo (Fil 1,21) e desidera stare sempre con lui (1Ts 4,17), che solo ha parole di vita eterna (Gv 6,68). Tali desideri, come non vengono dalla carne, così non possono essere compiuti da essa. La carne è debole. Va riconosciuta come tale, perché non si ponga la fiducia in essa, ma in colui che “ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20). Egli, nella nostra debolezza, manifesta pienamente la sua forza (2Cor 12,9). v. 34: “Ti dico, Pietro”. Ora Gesù chiama Simone col nome nuovo, che significa “roccia”, attributo di Dio nella sua sicurezza e fedeltà. Lo chiama così proprio mentre gli predice la sua sicura infedeltà.
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“oggi”. È una data molto importante quella del rinnegamento. Come quella del natale, del compimento della Parola, del perdono, della visita del Signore, della salvezza e dell’ingresso nel Regno (2,11; 4,21; 5,26; 19,5.9; 23,43), è l’oggi della fede, in cui si sperimenta chi è il Signore. “il gallo”. Preannuncia il sorgere del sole. Il rinnegamento di Pietro sarà l’annuncio della bontà misericordiosa del nostro Dio, che viene a visitarci dall’alto come sole che sorge (1,78). “rinnegato di conoscermi”. Colui che deve confermare nella fede i fratelli, prima rinnegherà tre volte di conoscere Gesù. Solo dopo lo conoscerà come “Gesù”, che significa: “Dio salva”. La sua esperienza è normativa e inevitabile per giungere alla fede nel Salvatore. Il desiderio di stare con Gesù e la sua realizzazione sono ambedue puro dono, che Dio concede all’uomo peccatore. v. 35: “Quando vi inviai senza borsa e bisaccia e sandali, mancaste forse di qualcosa?”. Gesù ricorda loro le due volte che li inviò a predicare in povertà (9,1ss; 10,1ss). Tutto andò bene! L’esperienza passata deve essere motivo di fiducia nel momento decisivo, quello della croce. Questa è il banco di prova, sia per il Maestro che per il discepolo. v. 36: “Ma ora chi ha borsa, (la) prenda”. La situazione è dura. È l’ora dell’ostilità e della tentazione, in cui o si ha la
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fede assoluta nel Signore o si crolla. Per questo, dopo aver rinunciato a tutto (14,33), bisogna procurarsi quella borsa che non invecchia e investire in quel tesoro che nessuno può rapirci (12,33). Il nostro cuore deve essere totalmente radicato in esso, disposto ad avere come unica sicurezza la debolezza estrema del nostro Signore crocifisso. “chi non ce l’ha, venda la sua veste e compri una spada”. Gesù non esorta alla lotta armata, bensì ad avere come unica protezione la fede nella parola di Dio. Essa è infatti la spada dello Spirito (Ef 6,17; Eb 4,12), che esce dalla sua bocca (Ap 1, 16). È l’arma di attacco: la verità che vince la menzogna, la fiducia che liquida la paura. Solo con questa si può affrontare, come fece Giacomo per primo, anche la spada del nemico, partecipando alla gloria del calice di Gesù (At 12,2). v. 37: “Poiché vi dico: Questo che è scritto bisogna che si compia in me”. Quanto segue è la sintesi delle Scritture che si compie in Gesù, il motivo per cui (“poiché”) è necessaria la spada di cui sopra. “e con i senza legge fu annoverato”. Più esattamente si dovrebbe tradurre: “fu uno della serie dei senza legge” tra tutti gli altri, puoi contare anche lui, come uno di loro, omogeneo con loro. Con questa citazione di Is 53,12, Gesù dice il perché della sua morte. Egli è il Servo sofferente, il giusto che porta su di sé l’iniquità del popolo e giustifica le moltitudini. Appeso tra i due malfattori, solidale con il nostro
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male, egli si carica delle nostre sofferenze, si addossa i nostri dolori, è trafitto per i nostri delitti, schiacciato per i nostri misfatti; il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe siamo stati guariti (Is 53). Queste parole sono molto importanti per Luca. Sono la spiegazione anticipata della croce, che il Risorto continuerà dopo pasqua. Questa breve citazione è il nocciolo di tutta la Scrittura che in Gesù trova compimento: si è fatto peccato e maledizione per salvare noi dalla maledizione del peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Queste parole chiariscono il significato salvifico della sua morte: ne sono ,interpretazione teologica autentica, fatta da lui stesso. “ciò che mi riguarda ha compimento”. Ciò che riguarda Gesù è l’essere nelle cose del Padre suo (2,49). Ora si compie, e finisce nella sua consegna totale a lui (23,46). La sua missione è ormai prossima alla conclusione, il suo cammino di pellegrino volge alla meta (cf. 13,32). v. 38: “ecco qui due spade”. I discepoli non hanno capito di che spada c’è bisogno. Invece dell’unica spada a due tagli (Sal 149,6), hanno in mano due spade, che sono inutili e dannose. Invece della fiducia nel Padre, hanno ancora il lievito dei farisei, la paura di chi uccide il corpo (12,1.4). “Basta”. Gesù tronca il discorso e pone fine alla discussione con i discepoli. Ora, con la sua lotta nell’orto, mostrerà qual è la spada necessaria. È l’abbandono alla volontà del Padre.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi nella stanza superiore. c. Chiedo ciò che voglio: passare dalla presunzione/sfiducia in me alla fiducia in lui nel mio male. d. Ascolto le parole di Gesù. 4. Passi utili Sal 117; 136; Rm 5,6-11; 2Tm 2,11-13; 1Tm 1,15s; Giona; Rm 8,31-39.

128. NON LA MIA VOLONTÀ, MA LA TUA (22,39-46)
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E, uscito, andò come di solito al monte degli Olivi. Ora lo seguirono anche i discepoli. 40 Ora, giunto sul luogo, disse loro:
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Pregate per non entrare in tentazione. 41 Ed egli si staccò da loro quanto un tiro di sasso, e, messosi in ginocchio, pregava dicendo: 42 Padre, se vuoi, togli questo calice da me. Tuttavia non la mia volontà, ma la tua avvenga! 43 Ora gli apparve un angelo dal cielo che lo confortava. 44 E, entrato in agonia, pregava più intensamente, e divenne il suo sudore come gocce di sangue che scendevano sulla terra. 45 E, sorto dalla preghiera, venuto presso i discepoli, li trovò addormentati per la tristezza. 46 E disse loro: Perché dormite? Sorgete e pregate per non entrare in tentazione.
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1. Messaggio nel contesto La Bibbia ci riferisce di tre notti altissime. La prima fu quella in cui Dio dal caos creò il mondo, che poi si allontanò da lui tornando nelle tenebre. La seconda fu quando Dio lottò con Giacobbe e creò il nuovo popolo; e gli diede il nome di “Israele”. La terza è questa, quando Gesù, il vero Israele, lotta con Dio e fa risuonare nell’oscurità il vero nome di Dio: “Abbà”, Padre. Questa è la notte ultima e definitiva della storia; ormai le lontananze estreme dell’universo sono illuminate dal Nome. Nella trasfigurazione del Tabor il Padre chiamò Gesù: “Figlio”; nella sfigurazione dell’orto il Figlio lo chiama: “Padre”. Là l’umanità lasciò trasparire la bellezza della divinità; qui la divinità riveste l’orrore della nostra disumanità. Gesù affronta la morte in tutta la sua drammaticità, così come ognuno di noi la sperimenta dopo il peccato: fine della vita, abbandono di ogni bene e di Dio stesso. Ciò è particolarmente tragico per lui, perché è “il” Figlio. Quando porta su di sé il peccato dei fratelli, che è l’abbandono del Padre, egli vive il nulla di sé. È un male inconcepibile, infinito. Veramente Dio si perde per noi. Ma proprio così si rivela come amore! Nell’agonia dell’orto vediamo che il nostro male tocca il cuore stesso di Dio, facendone uscire la sua essenza. Quale deve essere l’amore del Padre per noi, se per noi ha donato colui per il quale è se stesso?
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Da questa maledizione, in cui vive l’angoscia senza limiti dell’annientamento, Gesù si rimette con fiducia filiale nelle braccia del Padre. Ormai dalla perdizione assoluta si eleva a lui la voce del Figlio. In questa voce ogni Adamo, che non può fuggire oltre, invoca il Padre e ritorna a casa. O felice notte, in cui Dio entra in tutte le notti dell’uomo - e l’uomo conosce molte notti! Se nella notte della creazione Dio pose il mondo fuori di sé, in questa notte egli pone sé quasi fuori di sé, in modo che ogni angolo di perdizione sia visitato dalla salvezza. Gli altri sinottici evidenziano la tristezza e l’angoscia mortale di Gesù davanti alla croce. È l’ora dell’incontro definitivo con il male, l’abbandono di Dio. “Hai nascosto il tuo volto, e io sono stato turbato” (Sal 30,8). Noi, con i discepoli, siamo invitati a tenere gli occhi aperti sul dolore di Dio per il mondo: “Restate qui e vegliate” (Mc 14,34; cf. Mt 26,38). Da qui impariamo a conoscere chi è lui. In Luca il brano ha un accento diverso. Incluso tra l’invito ai discepoli di pregare per non cadere in tentazione, parla tre volte della preghiera di Gesù. Esce quindi per cinque volte il motivo dominante: la preghiera, di cui Gesù ci dà l’esempio, è la forza per vivere la morte, anche violenta, come segno di obbedienza al Padre della vita. Così, proprio in quella che è lo stipendio del peccato (Rm 6,23), ci è dato di vincere il peccato e la morte stessa. Il centro, in tutti e tre i sinottici, è la lotta per passare dalla “mia” alla “tua” volontà. È la vera guarigione dal male originario dell’uomo, il ritorno di Adamo al suo rapporto
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filiale con il Padre. Gesù, fattosi per noi peccato (2Cor 5,21), vive in prima persona la paura del peccatore: consegnarsi a Dio. La vera lotta è con lui, che per il peccato consideriamo nemico. Per questo la nostra vittoria è la resa a lui. L’agonia di Gesù nell’orto, davanti alla quale i discepoli si ostinano a chiudere gli occhi, rimase impressa nella loro memoria come il grande mistero della rivelazione del Figlio. Il Figlio infatti è colui che compie la volontà del Padre. Per questo “nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua riverenza”. Non fu però esaudito nel senso che fu liberato dalla morte; fu invece esaudito con la risurrezione, solo dopo aver accettato per obbedienza filiale la morte. Infatti “pur essendo figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì, e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,7ss). 2. Lettura del testo v. 39: “andò come di solito”. La paura di essere ucciso non gli fa cambiare itinerario. La sua vita non è dominata dalla paura della morte (12,4), ma dalla fiducia nel Padre, anche nella prova estrema. “al monte degli Olivi”. Insieme al tempio, costituisce lo scenario degli ultimi giorni di Gesù. Qui, dove Davide salì
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piangendo la ribellione del figlio (2Sam 15,30-32), il Figlio suderà sangue per la disobbedienza dei fratelli. Da qui, dove Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23), si attendeva la venuta del Signore stesso per la lotta definitiva contro il male (Zc 14,4). In questa notte, su questo monte, la Gloria entrerà nella notte dell’uomo. Al Getsemani, luogo del torchio, l’umanità di Gesù, spremuta, lascerà apparire la sua essenza: è il Figlio di Dio, che si abbandona al Padre e ai fratelli. “lo seguirono anche i discepoli”. Sono chiamati a seguirlo fino alla fine: “voi siete infatti quelli che sono rimasti con me nelle mie tentazioni” (v. 28). v. 40: “Pregate per non entrare in tentazione” (cf. 11,4). “Entrare” sta per “cadere”. La tentazione è quella definitiva: perdere la fede. Gesù è preoccupato per i discepoli che sono coinvolti nella sua stessa prova. Indica loro la preghiera come unica forza per non soccombere. v. 41: “si staccò da loro”. In At 21,1 anche Paolo si staccò dai presbiteri di Mileto per incamminarsi al suo destino di passione. Nel momento decisivo, l’uomo è staccato da tutti, solo davanti a Dio, suo unico interlocutore. “quanto un tiro di sasso”. Nell’orto degli Olivi Gesù, fatto per noi maledizione (Gal 3,13), diventa bersaglio di ogni maledizione come suo padre Davide. La pietra scartata si
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pone alla distanza giusta per essere colpita da tutte le pietre che gli possiamo scagliare contro (cf. 2Sam 16,6.13). “in ginocchio, pregava”. Di solito si prega in piedi. Ma davanti alla morte l’uomo si inginocchia al cospetto del mistero di Dio. Così faranno anche i suoi discepoli (cf. At 7,60; 9,40; 20,36; 21,5). v. 42: “Padre”. Traduce l’aramaico “Abbà” (Mc 14,36). In questo momento, Dio è più che mai suo Padre. Finito tutto, gli resta come unica sorgente di vita la fiducia in lui, suo principio. Quest’abbandono filiale a lui nel momento della morte è la fede che salva. L’accettazione della morte è l’atto più radicale di fiducia in Dio. “se vuoi, togli questo calice da me”. Gesù sperimentò il terrore e l’angoscia della morte - una morte violenta, ingiusta, insensata, in cui l’innocente è messo con i malfattori (v. 37). Ha sbagliato forse tutto? E se non ha sbagliato, perché Dio non lo difende? Forse Dio è “nemico”, l’ha abbandonato? In questa sua morte Gesù, il Figlio, porta su di sé il peccato dei fratelli. La sua angoscia è un male infinito portato infinitamente: l’abbandono del Padre portato dal Figlio! Gesù soffre la decisione di bere questo calice, che contiene realmente tutto il male possibile e impossibile. Sente tutta la ripugnanza della carne segnata dal peccato e dominata dalla paura della morte. Lui per primo ha provato e vinto molto più delle resistenze che incontrerà anche il martire cristiano.
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“Tuttavia non la mia volontà, ma la tua”. Gesù porta su di sé la maledizione di ogni peccato: l’opposizione tra la volontà nostra e quella di Dio. Colui che non conobbe peccato e ne subisce tutte le conseguenze, vive in sé questa sofferenza, più atroce della stessa morte. Luca non ci insegna questa domanda nella preghiera del Padre nostro. Non l’ha messa sulle nostre labbra, perché Gesù è l’unico a viverla per tutti noi nella sua carne. Lui è il Figlio, il solo che compie la volontà del Padre. In lui e grazie a lui, anche noi siamo figli capaci di compiere la sua volontà. Questa preghiera di Gesù ci fa creature nuove, morte al peccato e viventi per Dio. Ma tutto ciò passa attraverso l’accettazione fiduciosa della morte. Questo è l’assenso alla paternità di Dio oltre il nostro limite assoluto, il riconoscerci sue creature, da lui e per lui. v. 43: “apparve un angelo”. Nell’ora della prova il Padre non ci lascia soli. Se da parte nostra c’è l’invocazione, da parte sua c’è l’assistenza. Manda il suo angelo, che infonde forza (cf. Dn 3,49s; 10,18s; 1Re 19,1-8; At 12,7ss). La nostra debolezza non è da nascondere. È il vaso che contiene la sua forza. Per questo Paolo dice: “mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”, e “quando sono debole, è allora che sono forte”. Infatti la potenza del Signore si manifesta pienamente nella mia debolezza (2Cor 12,9.10), e “tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13).
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v. 44: “entrato in agonia, pregava più intensamente”. Agonia significa lotta. Nel duello contro la morte ogni uomo è perdente, e si sente perduto. Gesù invece prega più intensamente, affidandosi al Padre. La preghiera ci mette in comunione con il Padre della vita. Per questo è la forza che vince la morte. Ma questa stessa preghiera è lotta. Lotta tremenda con Dio, percepito come l’unico e misterioso nemico (cf. Gn 32,23ss). “divenne il suo sudore come gocce di sangue”. Dopo il peccato, Adamo si guadagna il pane con il sudore della fronte. Il nuovo Adamo ci dona il vero pane, quello che dà la vita, con il suo sudore di sangue. “Perché è rossa la tua veste, e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel vino?”. “Nel tino ho pigiato da solo, e del mio popolo nessuno è con me”. Su Gesù, torchiato per i nostri peccati, ricade il male di tutti i popoli. Invece del loro, è il suo sangue che scorre per terra (Is 63,1-6; cf. Ap 19,13.15). In questa notte la veste di Cristo si tinge del colore della vita. v. 45: “sorto dalla preghiera”. Per la terza volta si nomina la preghiera di Gesù. In forza di essa torna ai fratelli, per condurli al suo stesso rapporto con il Padre. “li trovò addormentati per la tristezza”. Sul Tabor i tre tennero gli occhi aperti e videro la Gloria (9,32). La nostra preghiera è tenere gli occhi aperti su Gesù che prega e contemplare il suo rapporto di Figlio con il Padre. Qui
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impariamo chi è Dio per noi e chi siamo noi per lui. Ma, davanti alla morte, l’uomo non può che chiudere gli occhi, mimando ciò che teme. v. 46: “Perché dormite?”. Dormiamo perché la morte è come la notte, e ne abbiamo paura. “Sorgete”. Ma Cristo è entrato nella morte. Per questo “svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14). La morte è sdrammatizzata. Possiamo fissarla negli occhi. Non è la voragine che inghiotte, ma l’incontro con il Padre della luce. Ora possiamo “sorgere” e vivere una vita libera dalla vertigine della morte. “pregate per non entrare in tentazione”. La preghiera ci dona la forza di vivere la morte come abbandono alla sorgente della vita. Senza di essa cadiamo nella grande prova. Vittime della sfiducia, perdiamo la fede. La preghiera vince la morte perché ci mette con il Figlio nelle braccia del Padre che ci genera. Per questo “non angustiatevi per nulla; ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4,6s). 3. Preghiera del testo
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a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi nell’orto, a un tiro di sasso da Gesù. c. Chiedo ciò che voglio: avere fiducia nel Padre anche quando sono nella prova, e dire con Gesù: Non la mia, ma la tua volontà. d. Contemplo l’agonia di Gesù. 4. Passi utili Gn 32,23-33; Sal 40; Gal 4,4-7; Rm 8,15-17; Eb 5,7-9; 12,4-12.

129. QUESTA È LA VOSTRA ORA (22,47-53)
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Mentre egli ancora parlava ecco un folla, e quello chiamato Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo.
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Ora Gesù gli disse: Giuda, con un bacio consegni il Figlio dell’uomo? 49 Ora quelli attorno a lui, visto ciò che sarebbe stato, dissero: Signore, colpiremo di spada? 50 E un tale di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò il suo orecchio destro. 51 Ora, rispondendo, Gesù disse: Adesso smettete! E, toccato il lobo dell’orecchio, lo guarì. 52 Ora disse Gesù ai sommi sacerdoti, ai comandanti dei tempio e agli anziani piombati su di lui: Come contro un brigante usciste con spade e bastoni? 53 Mentre ogni giorno ero con voi nel tempio non stendeste le mani su di me; ma questa è la vostra ora e il potere delle tenebre.
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1. Messaggio nel contesto È il trionfo del potere delle tenebre, la sua ora già prevista (4,13). Ma la sua vittoria sarà la sua sconfitta, perché “concepisce” la luce (v. 54). Dopo la guarigione dell’orecchio, cessa ogni azione di Gesù. Inizia la sua passione. Si passa da ciò che ha fatto a ciò che si è fatto per noi. Mentre la sua azione fu particolare e limitata, la sua passione è universale e infinita: porta su di sé il male del mondo. Propriamente parlando, Gesù non ci ha salvato con la sua azione, ma con la sua passione. La sua azione ne è segno e anticipo. Quand’era libero, dal suo mantello scaturiva la vita, al tocco della sua mano gli zoppi saltavano come cervi, dai suoi occhi i ciechi bevevano la luce, al suono della sua voce i sordi udivano la Parola, al suo comando i morti balzavano dal sepolcro, dalle sue mani fioriva il pane per tutti. Ora, fatto oggetto di possesso, non è e non fa più nulla. È il niente che gli altri ne fanno. Il dono, stretto in pugno, porta su di sé la maledizione del possesso. Il brano è strutturato sulla contrapposizione tra Gesù e tutti gli altri. Da una parte c’è lui. È solo, circondato dai nemici, tradito da Giuda, non compreso dai suoi, catturato come un brigante. Dall’altra parte c’è un gioco di danari, spade, bastoni e falsi baci: le carte con le quali il nemico da sempre gioca la storia umana.
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Dio, che è amore e dono, viene incontro all’uomo egoista e bramoso di possedere. Il bene si consegna al male che lo prende. Così la luce entra nelle tenebre e la vita nella morte. Tutto è illuminato e vivificato in questa notte. 2. Lettura del testo v. 47: “ecco una folla”. Gesù ha appena esortato i discepoli a pregare per non cadere nella prova. Eccoli immediatamente circondati dalla folla dei nemici, capeggiata da uno dei Dodici. “si avvicinò a Gesù per baciarlo”. Il bacio è espressione, oltre che di affetto, anche di rispetto e devozione per il maestro. In Marco è il segno dato ai nemici per riconoscere Gesù (Mc 14,44). v. 48: “Gesù gli disse: Giuda”. In Luca, dopo Pietro, Giuda è l’unico dei Dodici chiamato per nome da Gesù. È segno di amicizia. Anche se lo tradisce, gli resta amico. Anzi, è l’unico chiamato “amico”, e proprio in questa situazione (Mt 26,50). “con un bacio consegni”. Luca non dice che Giuda lo baciò. Riferisce invece queste parole di Gesù. Suonano stupore e meraviglia. Un gesto, che esprime ogni bene, è stravolto nel suo contrario! Ma quanti baci in realtà non sono che
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espressione di egoismo e possesso! L’atto con cui Giuda consuma il suo tradimento è lo stesso con cui Gesù esprime il suo affetto. Se Giuda lo consegna, lui si è già consegnato per amore. Bene e male si incontrano, percorrendo in senso inverso la stessa strada. v. 49: “Signore, colpiremo di spada?”. I discepoli non hanno capito le sue parole sulla spada (vv. 35-38). Sono ancora nella logica del nemico. Gesù reagisce alla violenza con l’amore, unica forza capace di vincerla invece di moltiplicarla. Fa quanto ha detto ai suoi: “Amate i vostri nemici, ecc.” (6,27-38). Non è come gli zeloti, che rispondono al male con gli stessi strumenti. Vince il male con il bene (Rm 12,21). Infatti è il Figlio, misericordioso come il Padre, “usabile” per i disgraziati e per i cattivi (6,36.35). La salvezza che lui porta consiste nel far misericordia a tutti, anche a chi gli fa del male. v. 50: “un tale di loro colpì”. È Pietro (Gv 18,10). Gesù, pur avendo a disposizione più di dodici legioni di angeli (Mt 26,53), usa come unica arma il suo amore. La sua spada, che sgomina l’avversario, è l’obbedienza alla parola del Padre della misericordia. “tagliò il suo orecchio destro”. Pietro mirò bene alla testa del nemico, ma gli tagliò solo l’orecchio! Non ha la spada vincente. Il messianismo di Gesù trionfa del male con l’umile servizio dell’asinello. I discepoli invece sono ancora alleati
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dei nemici; confidano negli stessi mezzi. Provvidenza vuole che siano più deboli. Quante difese sbagliate di Gesù, che non rientrano nel suo Spirito! Tutta la nostra forza non è che un tagliar orecchi ai nemici, cioè toglier loro la capacità di ascoltare. Che Dio lasci sempre a noi e a tutti, come al resto d’Israele, due zampe e un lobo di orecchio, per ascoltarlo e seguirlo (Am 3,12). Se la fede viene dall’ascolto (Rm 10,17), la spada di Pietro è figura di tutti i nostri strumenti pastorali “potenti” che impediscono l’ascolto e la fede, perché della stessa lega di quelli dell’avversario. v. 51: “Adesso smettete”. In Luca sono le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli prima della risurrezione. Egli non approva l’azione violenta. La spada non vince, ma moltiplica il male: “Un eunuco che vuol deflorare una ragazza, così chi vuol rendere giustizia con la violenza” (Sir 20,4). La potenza e la violenza non servono al Regno. Anzi lo ritardano, perché precludono al presunto nemico la possibilità di convertirsi. “lo guarì”. Il messianismo di Gesù consiste nel curare dal male, facendo del bene (cf. 7,18-23; At 10,38). Anche a chi in quel momento gli è nemico. Questo è l’ultimo miracolo di Gesù. È il segno più grande della sua misericordia, compiuto verso uno che sta lì in prima fila per catturarlo! Davanti a questo gesto di amore così eloquente, anche il “nemico” può guarire dalla sordità e sentire la misericordia del Signore.
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v. 52: “ai sommi sacerdoti, ai comandanti del tempio, agli anziani”. Sono la mano del potere delle tenebre. “Come contro un brigante”. Gesù è trattato da malfattore (v. 37). È al giusto che tocca portare l’ingiustizia. Così si compiono le Scritture, aggiunge Mc 14,49. “usciste con spade e bastoni”. L’uomo, per avere ciò che desidera, dove non arriva col danaro, oltre i baci, usa spade e bastoni. Sono gli strumenti del possesso. v. 53: “Mentre ogni giorno ero con voi nel tempio, non stendeste le mani”. Il potere delle tenebre non ama la luce. Agisce nel nascondimento della notte. “è la vostra ora e il potere delle tenebre”. La morte di Gesù è l’ora del nemico, l’apice del potere del male. È l’ora, prevista in 4,13, in cui la tenebra “concepisce” la luce (v. 54). Ma cosa ne è della tenebra quando si impossessa della luce? 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando l’orto degli Olivi, di notte. c. Chiedo ciò che voglio: vedere il Signore nell’ora delle tenebre. d. Contemplo Gesù e cosa gli facciamo.
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4. Passi utili Is 52,13-53,12; Dt 8; Dt 15; Lv 25.

130. NON SONO (22,54-62)
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Ora, concepitolo, lo condussero e lo introdussero nella casa dei sommo sacerdote. Ora Pietro seguiva da lontano. 55 Ora, avendo acceso un fuoco in mezzo al cortile ed essendosi seduti insieme, Pietro stava seduto in mezzo a loro. 56 Ora, vistolo una giovane serva seduto davanti alla luce e fissatolo, disse: Anche costui era con lui! 57 Ora egli negò, dicendo: Non lo conosco,
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o donna! 58 E poco dopo un altro, vistolo, disse: Anche tu sei di quelli. Ora Pietro disse: O uomo, non sono! 59 E, a distanza di quasi un’ora, un altro si affannava a dire: In verità anche costui era insieme con lui. Infatti è anche galileo. 60 Ora disse Pietro: O uomo, non so cosa dici! E all’improvviso, mentre ancora parlava, gridò un gallo. 61 E, voltosi, il Signore guardò dentro Pietro, e si ricordò Pietro della parola del Signore, quando gli disse: Prima che un gallo gridi oggi mi rinnegherai tre volte. 62 E, uscito fuori, pianse amaramente.
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1. Messaggio nel contesto In Luca, dopo l’arresto, tutta la notte è occupata dal rinnegamento di Pietro e dal dileggio dei soldati. Solo al mattino, da quel volto non riconosciuto da nessuno e velato dal male del mondo, dopo che il discepolo avrà detto: “Non sono”, uscirà la rivelazione di colui che dice: “Io sono”. La nostra attenzione è concentrata su Pietro. Starà con il suo Signore nell’ora della prova? La sua esperienza è normativa per ogni credente, che non può e non deve contare sulla propria forza e fedeltà, ma solo sulla forza e la fedeltà del suo Signore. Il racconto è tutto un gioco di occhi fissati su Pietro. Nello sguardo di Gesù egli riconoscerà le due verità complementari che costituiscono il vangelo: il proprio peccato e il suo perdono. Finalmente conosce insieme se stesso e Dio, l’inferno e il paradiso. Morto alla propria identità presunta, troverà quella autentica: l’amore del suo Signore per lui. Il suo pianto sarà il suo battesimo. Gli purificherà il cuore e gli illuminerà gli occhi. Il racconto si arresta alla prima parte del battesimo, con Pietro che piange amaramente. Non è con Gesù che muore per lui; non sa né capisce ancora cosa questo significhi! La profezia del suo ravvedimento (v. 32) ci assicura della seconda parte. La sua nuova identità sarà vivere dell’amore gratuito del suo Signore.
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Nel Vangelo di Luca gli unici a capire la croce di Gesù saranno un malfattore e il centurione. Solo l’empio convinto, giustamente giustiziato con lui, e il suo ingiusto giustiziere, comprendono che è il Salvatore e il Giusto. Anche Pietro, come chiunque, deve associarsi alla loro esperienza. Prima di conoscere chi dice: “Io sono”, dovrà riconoscere il proprio: “Non sono”. Il rinnegato dai suoi e il percosso da tutti è il Salvatore e il Signore di tutti. Anche di Pietro. 2. Lettura del testo v. 54: “concepitolo”. È lo stesso verbo per la concezione di Gesù e del Battista (1,24.31.36; 2,21) e per la pesca miracolosa (5,7.9). In quest’ora la notte cattura il sole; la tenebra concepisce colui che è la luce del mondo. Il male, raggiunto il suo apice, si consuma. Cade nella fossa che si è scavato (Sal 7,16), “lo condussero e lo introdussero”. D’ora innanzi Gesù non farà più niente, Finita l’azione, comincia la passione. Il Figlio dell’uomo diventa un puro oggetto nelle mani dell’uomo. È preso, consegnato, condotto, introdotto, condotto via, e, alfine, crocifisso. Faranno di lui ciò che vorranno. Dio, nel suo amore umile, si fa piccolo e si riduce all’impotenza per consegnarsi nelle nostre mani. Riverseremo su di lui tutto il male di cui siamo malati.
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“Pietro seguiva da lontano”. Segue Gesù perché gli vuol bene, e si ricorda delle parole dette poco prima: “Con te sono pronto ad andare in prigione e a morte” (v. 33). Tiene conto del proprio amore, ma non ancora della propria fragile condizione. Dare la vita non è della debolezza umana, ma della potenza divina (s. Ambrogio). Lo seguirà da vicino solo quando confiderà in lui invece che in se stesso. v. 55: “acceso un fuoco”. È notte e fa freddo (Gv 13,30; 18,18). Tutti siedono attorno al fuoco, figura di colui che scalda e illumina coloro che siedono nelle tenebre e nell’ombra della morte (1,79). “Pietro stava seduto in mezzo a loro”. Anche Pietro è tra questi. Pure lui è tenebra e freddo, bisognoso della luce e del calore di Cristo, come il mondo che lo circonda. Per mezzo di una donna e due uomini subirà tre tentazioni, come Gesù nel deserto. Verrà vagliato. Perderà le scorie della propria presunzione e rimarrà il grano pulito: la fedeltà del suo Signore, di cui il giusto vive. Mentre la testimonianza di Gesù avviene nella sala del sinedrio, la sua si gioca da basso. È nel cortile della vita quotidiana, in mezzo ai conservi. Mentre il Signore rivela la sua identità, lui scopre la propria: è un peccatore, per il quale il Signore muore. v. 56: “vistolo una giovane serva... e fissatolo”. Pietro si sente scrutato con occhi di giudizio e di condanna. L’occhio
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ha potere di vita e di morte. Uno è come è visto, vivificato o ucciso dallo sguardo altrui. Il culto dell’immagine (= idolatria) è il tentativo di accattivarsi la grazia dell’altro per respirare. “seduto”. Per la terza volta di fila esce questo verbo. “davanti alla luce”. Il fuoco qui è chiamato luce. “Anche costui era con lui!”. Stare “con lui” è l’essenza del discepolo (cf. Mc 3,14) e la salvezza di tutti. Egli infatti è la verità e la vita di ogni uomo. Creato in lui, il Figlio, solo se sta con lui è se stesso. Per questo la sua ultima e definitiva promessa al malfattore suona: “Oggi sarai con me” (23,43). v. 57: “Non lo conosco, o donna!”. In verità Pietro non conosce questo Gesù. Conosce un altro. Quello potente, che fa miracoli. Ancora non sa che cosa significhi stare con questo Gesù, impotente e condotto alla croce. La prima tentazione di ogni credente è proprio quella di non conoscere o dimenticare Gesù crocifisso (cf. Gal 3,1; Fil 3,18). Molti stanno con lui fino allo spezzare del pane. Tutti poi lo abbandonano! Il centro della fede cristiana - il problema serio - è conoscerlo e stare con lui, che è il Crocifisso per me. Paolo dirà di sé: “Io ritenni di non saper altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1Cor 2,2).
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v. 58: “Anche tu sei di quelli”. Si tratta di appartenere o meno alla comunità di quelli che stanno “con lui”. “O uomo, non sono!”. Particolarmente efficace l’accostamento tra “uomo” e “non sono”. Queste parole di Pietro assumono tutto il loro peso davanti a quelle di Gesù, che dirà: “Io sono” (v. 70). “Io sono” è il nome di Dio, colui che è; “Non sono” è il nome dell’uomo che non sta con colui che è. Pietro scopre la propria verità. È il non-sono, l’inessenzialità e l’inesistenza di uno che non sta con colui del quale è immagine e somiglianza. La seconda tentazione del credente è far consistere la propria identità nell’appartenenza formale alla comunità, senza stare con lui. Infatti stiamo insieme solo nel suo nome. Stare insieme nel proprio nome si chiama piuttosto Babele. Per questo Paolo dice: “Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema” (1Cor 16,22). È maledetto ed escluso dalla comunità dei viventi. v. 59: “un altro si affannava a dire”. Come in una marea montante, l’ostilità attorno a Pietro cresce fino a sommergerlo. Ritorna la costatazione del suo essere con Gesù. Per lui suona accusa e minaccia. “è anche galileo”. Il suo modo di parlare lo manifesta chiaramente (Mt 26,73). Galileo significa anche “ribelle, zelota” (cf. 13,1s).
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v. 60: “O uomo, non so cosa dici!”. Ora Pietro dichiara la sua estraneità assoluta. Infatti, anche se il mio linguaggio e la mia cultura sono cristiani, se io non sto con lui, in realtà non intendo e non capisco nulla di lui. La terza tentazione del credente è scambiare l’ideologia cristiana con l’esperienza di fede. “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano” (Gc 2,19). Sapere e non sperimentare è la pena infernale del danno. Solo Gesù vince tutte le tentazioni (4,13). Noi cadiamo in tutte. Ma proprio e solo così comprendiamo che abbiamo bisogno di essere salvati, e sappiamo chi è il Signore che ci salva. Il nostro peccato è l’unica via attraverso cui sperimentiamo lui come misericordia. Se Pietro non fosse caduto, non avrebbe capito che Cristo è morto per lui. Per lui sarebbe morto invano. “all’improvviso”. Tranne che in 19,11, dove si parla del Regno, questo avverbio è sempre in connessione con un miracolo particolarmente importante (1,64; 4,39; 5,25; 8,44.47.55; 13,13; 18,43). Qui avviene il più grande miracolo: la fede nel vangelo. “gridò un gallo”. Il gallo annuncia la fine della notte e l’inizio del giorno. Nel momento in cui tocca l’abisso del male, l’uomo è pronto per la salvezza: “La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,12).
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v. 61: “voltosi”. Non è Pietro che si volge a Gesù, ma Gesù che si volge a Pietro. L’uomo è incapace di volgersi a Dio. Ma Dio può e vuole volgersi all’uomo. Lui sa che il nostro “amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Os 6,4). “il Signore”. Gesù è chiamato così per due volte di seguito. Si rivela tale proprio con il suo sguardo. “guardò dentro Pietro”. “Guardare dentro” in Luca è detto solo di Gesù, e solo qui e in 20,17. Gesù riconosce Pietro, anche se lui lo misconosce. Il suo sguardo penetrante, diverso da quello degli altri, gli rivela amore compassionevole. Accetta e giustifica tutto, senza giudicare e condannare, senza rimproverare o rinfacciare nulla. Solo davanti a un tale sguardo l’uomo diventa libero. Cadono le foglie di fico delle varie presunzioni religiose. Si trova nudo davanti a Dio, nella responsabilità di accettare o meno il suo amore gratuito e senza condizioni. “si ricordò Pietro della parola del Signore”. Il ricordo della parola del Signore è il principio della conversione. È importante che Gesù abbia predetto il peccato. Solo così Pietro può comprendere che gli rimane fedele anche se lui è infedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Non c’è altro modo per cogliere la sostanza del vangelo. Se Pietro non avesse rinnegato, non avrebbe capito che non sarà lui a morire per il Signore, ma il Signore a morire per lui. Solo in
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quanto peccatore l’uomo può essere salvato e ottenere la sublimità della conoscenza del Signore come amore e misericordia. v. 62: “uscito fuori”. Pietro si allontana da Gesù. Come Adamo, si sottrae allo sguardo di Dio. Ma dove fuggire lontano dal suo sguardo (Sal 139)? Ci ama fino al punto di stare con noi, senza condannarci e giudicarci, proprio mentre è condannato e giudicato dalle nostre paure. La fede è accettare questo suo amore come propria identità: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore” (1Gv 4,16). “pianse amaramente”. Prima di accettare di vivere di questa luce, deve uscire tutta la sua tenebra. Il pianto amaro di Pietro è la fine della sua falsa identità. Questa sua morte è il recipiente che accoglie la sua vera identità: l’amore che il Signore ha per lui. Questa è la vita nuova, la vita eterna. Le lacrime di Pietro sono il suo battesimo, il battesimo del cuore. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il sinedrio e il cortile dalla casa del sommo sacerdote. c. Chiedo ciò che voglio: conoscere i miei rinnegamenti.
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d. Mi identifico con Pietro, e vedo il mio rapporto con Gesù e con gli altri. 4. Passi utili Is 43,1-6; Sal 139; Rm 5,6-11; 1Tm 1,15s; 2Tm 2,11-13.

131. IO SONO (22,63-71)
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E gli uomini che lo trattenevano lo deridevano percuotendolo, 64 e, velatolo, lo interrogavano dicendo: Profetizza chi è che ti colpì! 65 E, bestemmiando, dicevano molte altre cose contro di lui. 66 E quando fu giorno si riunirono gli anziani del popolo e i sommi sacerdoti e gli scribi e lo condussero
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al loro sinedrio, 67 dicendo: Se tu sei il Cristo, diccelo! Ora disse loro: Se ve lo dico, non crederete affatto; 68 se vi interrogassi, non rispondereste affatto. 69 Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo starà seduto alla destra della potenza di Dio. 70 Ora dissero tutti: Tu dunque sei il Figlio di Dio? Ora egli disse a loro: Voi dite che IO SONO. 71 Essi dissero: Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? Poiché noi stessi udimmo dalla sua bocca. 1. Messaggio nel contesto
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L’uomo, anche se lo ignora, è costituito tale dal suo desiderio naturale di vedere Dio. Fatto a sua immagine e somiglianza, solo in lui trova la realtà di se stesso. Senza di lui, è senza di sé. Ora finalmente, dopo il “non sono” del discepolo, ci è dato di contemplare in Gesù il vero volto di Dio. È velato da percosse e insulti, sfigurato dal peccato del mondo, indurito nell’amore del Padre e dei fratelli. Dalla sua bocca esce la parola: “Io sono”. Essa svela l’identità sua e il mistero stesso di Dio: Gesù è Dio e Dio è Gesù. Egli è il Figlio misericordioso come il Padre. In lui, mentre vediamo la verità nostra di figli perduti, vediamo anche quella di Dio come amore che si fa carico del nostro male. Un parlare cristiano su Dio può partire solo dalla contemplazione di questo volto velato, che ne è la rivelazione piena. Questo brano è un compendio di cristologia. I vv. 64-65 ci mostrano Dio che, assumendo in Gesù il volto di tutti i senza volto, svela la sua essenza recondita: amore misericordioso, che ci colma di ogni benedizione. I vv. 66-71 ci spiegano l’enigma di questo volto: Gesù è il Cristo (re e salvatore) proprio in quanto solidale con il male dell’uomo, è Figlio dell’uomo (giudice supremo) proprio in quanto giudicato, è Figlio di Dio (“Io sono”) proprio in quanto ingiustamente condannato a morte. Qui, e non prima, si presenta il problema della fede cristiana: credere nella debolezza di Dio. Qui il Vangelo raggiunge il suo apice: vediamo il Salvatore, il Giudice e Dio stesso in colui che condanniamo, giudichiamo e
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uccidiamo. Mentre le parole di Gesù suonano bestemmia per l’uomo religioso (Mc 14,64), la vera bestemmia è non riconoscere in lui il re che ci libera, il giudizio che ci salva, il Dio che ci ama (v. 65; 23,39). Luca tralascia le accuse contro Gesù, e fa del processo la sua “testimonianza”. La parola “Io sono” costituisce il culmine della rivelazione biblica: mostra a tutti chi è lui e chi è il Padre. Per questo viene ucciso. Ma proprio così si manifesta senza più velo e chiede fede e risposta. “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Il Padre delle misericordie (2Cor 1,3). Il popolo invoca: “fa’ splendere il tuo volto, e noi saremo salvi” (Sal 80,4.8.20). Anche Mosè pregò dicendo: “Mostrami la tua gloria”. Ma nessuno può vedere il suo volto e restare in vita (Es 33,20). Ora però la preghiera è esaudita. Vediamo il suo volto. Porta su di sé la nostra morte, e ci dà in cambio la sua vita. Questo volto velato è la “salvezza del mio volto e mio Dio” (Sal 42,12). In lui ci è dato contemplare a viso scoperto colui nel quale persino “gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12). 2. Lettura del testo v. 63: “lo trattenevano”. Il Figlio dell’uomo è nelle mani degli uomini. Nell’orto l’hanno “concepito” (v. 54). Ora lo “tengono insieme”. La libertà è incatenata.
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“deridevano”. La sapienza è derisa. “percuotendolo”. La potenza è percossa. v. 64: “velatolo”. La Gloria è velata. Ma questa velazione è la sua rivelazione totale. Il velo del tempio nasconde la maestà di Dio; il velo del male del mondo lo rivela come amore. Questo volto velato è Dio stesso che ha perso il suo volto per noi. Da sempre l’inganno di Satana ci ha nascosto chi è lui. Ora egli fa del massimo velamento il suo svelamento definitivo. In questo volto contempliamo Dio stesso: amore assoluto. Pietro è stato chiamato a riconoscerlo per primo. “Profetizza”. Il silenzio di questo volto velato è la profezia piena. Il suo nulla è la realizzazione di ogni promessa di Dio. “chi è che ti colpì!”. Colui che passò beneficando e risanando tutti (At 10,38), è ora colpito dal male di tutti quelli che ha beneficato e risanato. Gesù è il Servo, colpito dal male del mondo. Infatti si è caricato delle nostre sofferenze: il castigo che ci dà la salvezza si è abbattuto su di lui (Is 53,4s). Non si è sottratto agli insulti e agli sputi; ha reso la sua faccia dura come pietra (Is 50,6s). Tace e non dice chi è il colpevole. Il suo silenzio dice chi è Dio per noi: amore che preferisce essere percosso piuttosto che accusare.

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v. 65: “bestemmiandolo” (cf. 23,39). La bestemmia, peccato diretto contro Dio, è non riconoscerlo dietro questo velo che svela la sua vera essenza. Paolo si vanterà della croce di Gesù (Gal 6,14), perché ha capito in essa la profondità di Dio. v. 66: “quando fu giorno”. Questo è il giorno del Figlio dell’uomo (17,30). Il suo volto, l’“Io-sono” di Dio che porta su di sé il “Non-sono” dell’uomo, segna il passaggio dalla notte alla luce. “gli anziani del popolo e i sommi sacerdoti e gli scribi”. Rappresentano la brama di avere, di potere e di apparire - le tre maschere del male. v. 67: “Se tu sei il Cristo”. È la parola greca per messia (= unto), che indica il re atteso, colui che avrebbe liberato il popolo. Gesù è salvatore, ma non in quanto messia politico che prende il potere, bensì in quanto Figlio dell’uomo che si consegna all’impotenza della croce. “Se ve lo dico, non crederete affatto”. Richiama la prima disputa di Gesù a Gerusalemme, quando, interrogato dagli stessi, non dichiarò la sua autorità (20,8). Ora dice il motivo: perché non vogliono credere. Il silenzio di Dio, oltre che annuncio del suo amore, è anche denuncia dell’incredulità dell’uomo.

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v. 68: “se vi interrogassi, non rispondereste affatto”. Richiama l’ultima sua disputa, che è tutta una domanda. Come mai il figlio di Davide è suo Signore (20,41ss; cf. Sal 110)? È l’interrogazione definitiva di Gesù. Suggerisce ed esige la nostra risposta: riconoscere in lui il Signore. v. 69: “Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo, ecc.”. Nella morte di Gesù si avvera la sua profezia sulla fine del mondo: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire in una nube con potenza e gloria grande” (21,27). La nube è il velamento che Dio porterà sulla croce. Questa è la potenza con cui vince il male e la grande gloria con cui rivela il suo bene. “starà seduto alla destra della potenza di Dio” (cf. At 7,55s). Richiama Dn 7,13s e il Sal 110 - lo stesso citato da Gesù nella sua ultima disputa. Il Figlio dell’uomo riceve la gloria, il potere e il Regno e siede alla destra di Dio proprio sulla croce. Lì trionfa dei suoi nemici. Dio ha regnato dal legno! Qui Gesù corregge le false attese messianiche. Alla domanda se lui è il Cristo, risponde di essere il Figlio dell’uomo sofferente che, proprio ora, sarà glorificato, e come Figlio di Dio. Il sinedrio sta giudicando il giudice supremo. Ma la sua ingiusta condanna alla morte di croce sarà il giudizio di Dio che dona la vita a tutti gli ingiusti. v. 70: “Ora dissero tutti: Tu dunque sei il Figlio di Dio?”. Gesù è il Figlio di Dio (1,32.35.43; 2,11; 3,22; 9,35). In lui si svela il mistero stesso di Dio: “Nessuno l’ha mai visto:
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proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). E ce lo rivela pienamente mentre dà la vita per noi. Egli è la sua Parola eterna, che racconta nel tempo la misericordia del Padre. Mentre i titoli di Cristo e Figlio dell’uomo indicano le sue funzioni come salvatore e giudice, quello di Figlio di Dio indica la sua essenza. È il Signore! “IO SONO”. È la testimonianza piena di Gesù. Dice la sua identità e insieme svela chi è Dio. Quel volto che noi abbiamo velato, ora dice il suo nome. È lo stesso che udì Mosè dal roveto ardente: “Io sono!” (Es 3,13s). Il suo nome è il Nome! In lui si compie la manifestazione di Dio, iniziata nell’esodo. Ora però non si rivela più attraverso ciò che fa, ma ciò che si fa per noi, anzi ciò che noi ne facciamo. Quel Dio, che si è rivelato nella storia dei padri, si toglie ogni velo nella carne di Gesù. Ora lo vediamo così com’è. Sostiamo a contemplarlo. “Io sono” è la sua verità, che si specifica nella realtà che ci mostra: “Io sono” è colui che tu percuoti, deridi, nascondi, colpisci e bestemmi. Proprio “Io sono”, il tuo re che ti salva, il tuo giudice che ti giustifica, il tuo Signore che ti ama. Perché “Io sono”, colui che prende su di sé il tuo “Non sono”, perché tu sia come “Io sono”. Questa rivelazione di Gesù ci guarisce finalmente dalla falsa immagine di un Dio cattivo, origine di ogni male. Egli verrà ucciso per queste parole. Condannato come Dio, si rivelerà tale proprio nella sua uccisione. Infatti si lascia condannare ingiustamente alla nostra giusta pena per stare con
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noi, perché noi possiamo stare con lui. È l’Emmanuele, il Signore e Salvatore nostro. v. 71: “Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza?”. La testimonianza (= martirio) di Gesù è completa. Dalla sua bocca è uscita la profezia, che mostra chi è lui e chi è Dio. Le domande che il sinedrio rivolge a lui, sono le stesse che lui rivolge a tutti e a ciascuno. Il Figlio dell’uomo innalzato è veramente per me il Cristo e il Figlio di Dio, il mio Salvatore e Signore? 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la sala del sinedrio, con tutti i suoi membri, i testimoni e Gesù. c. Chiedo ciò che voglio: conoscere nel volto velato il mistero del mio Salvatore, Signore e Giudice, giudicato e condannato per me come schiavo e bestemmiatore. d. Contemplo nel volto velato e percosso il mio Salvatore e Signore. 4. Passi utili Dn 7,13; Sal 110; 63; 67; 42; 1Cor 2,2; Gal 3,1; Gv 8,28.
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132. TU SEI IL RE DEI GIUDEI? (23,1-12) E, alzatasi tutta la loro moltitudine, lo condussero da Pilato. 2 Ora cominciarono ad accusarlo dicendo: Trovammo costui che perverte il nostro popolo e impedisce di dare tributi a Cesare e dice di essere il Cristo re. 3 Ora Pilato lo interrogò dicendo: Tu sei il re dei giudei? Egli, rispondendo, gli disse: Tu dici. 4 Ora Pilato disse ai sommi sacerdoti e alle folle: Nessuna colpa trovo in quest’uomo. 5 Essi insistevano con forza dicendo: Esagita il popolo insegnando per l’intera Giudea
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e avendo iniziato dalla Galilea fino a qui. 6 Ora Pilato, udito ciò, interrogò se l’uomo fosse galileo, 7 e, riconosciuto che era sotto l’autorità di Erode, lo mandò a Erode, che era anche lui in Gerusalemme in quei giorni. 8 Ora Erode, visto Gesù, gioì assai, poiché da parecchio tempo desiderava vederlo per aver udito di lui, e sperava di vedere qualche segno fatto da lui. 9 Ora lo interrogava con parecchie parole. Ora egli nulla gli rispose. 10 Ora i sommi sacerdoti e gli scribi stavano ad accusarlo con violenza. 11 Ora, avendolo nientificato Erode con le sue truppe e deriso, rivestito di una veste candida, lo mandò a Pilato. 12 Ora divennero amici Erode e Pilato in quel giorno l’un l’altro, poiché prima erano in inimicizia tra loro. 1. Messaggio nel contesto
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I romani lasciano ai popoli sottomessi le loro leggi, l’amministrazione della giustizia e l’amministrazione del patrimonio pubblico. Si riservano però l’esecuzione delle condanne capitali. Per questo i giudei consegnano Gesù ai pagani, perché sia messo a morte. Come poi i suoi discepoli, lui per primo compare davanti a re e governatori, per rendere la sua testimonianza (Cf. 21,12s). La duplice comparsa davanti a Pilato e a Erode mostra per contrasto la sua regalità, e mette in crisi l’ideale dell’uomo e l’idea stessa di Dio. Infatti il re è l’uomo ideale libero e signore del creato a immagine e somiglianza di Dio. Ora Gesù ci rivela che la libertà divina consiste nell’amare e la sua signoria nel servire fino all’impotenza di croce. La sua regalità è ben diversa da quella dell’uomo (22,25ss). A Luca sta molto a cuore provare la sua innocenza politica. È importante per la chiesa, che si trova ad affrontare le sue stesse accuse e persecuzioni. Ma è ancora più importante per capire cos’è il suo regno e la sua salvezza. Gesù è un re innocuo per Pilato e pazzo per Erode. Ma proprio così riceve la veste candida che gli spetta: è “candidato” re, specchio in terra della gloria dei cielo. Proclamato tale per ovazione generale nella condanna a morte, sarà intronizzato sulla croce. Scandalo e follia per ogni uomo, questa è il potere e la sapienza di quel Dio che è amore. Erode e Pilato, grazie a Gesù, divengono amici. Proprio essi colgono il primo frutto salvifico della sua regalità. Il suo regno infatti è la vittoria su ogni inimicizia. Egli lo realizza
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amando i nemici, facendo del bene a chi lo odia, benedicendo chi lo maledice e pregando per chi lo maltratta. Infatti è il Figlio dell’Altissimo, misericordioso come il Padre. Ora vediamo insieme Pilato ed Erode. Li abbiamo già incontrati rispettivamente anche in apertura e in chiusura del c. 13, che parla del Regno presente nella storia come un seme piccolo, preso e gettato nell’orto, come un po’ di lievito preso e nascosto. Ora comprendiamo che il Regno è Gesù stesso: insignificante e disprezzato, piccolo e preso, gettato fuori le mura e nascosto sotto terra, sarà il grande albero che accoglie tutti gli uccelli, sarà il lievito che farà lievitare la pasta del mondo in pane di vita. È questo il re, colui che viene nel nome del Signore. Non dobbiamo aspettarne un altro, ma cambiare le nostre attese (Cf. 7,18ss). È lui che depone i potenti dai troni (1,52) e ci salva, dandoci una nuova immagine di Dio, di re e di uomo. 2. Lettura del testo v. 1: “lo condussero da Pilato”. La salvezza viene dai giudei (Gv 4,22), ma è destinata a illuminare tutte le genti (2,32). Come la salvezza, così anche il Salvatore “Ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32). Pilato è descritto dagli storici ebrei Filone e Flavio come duro e crudele (Cf. anche 13,1). Qui appare come umano e ben
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disposto. Parlare bene dei nemici non è solo interesse apologetico, ma anche gesto sommo di misericordia. v. 2: “perverte il nostro popolo”. È la prima accusa contro Gesù. invece di convertire il popolo alla parola di Dio, lo perverte alla propria. Ma che autorità pretende di avere? Vedi la prima disputa a Gerusalemme in 20,1s. “impedisce di dare tributi”. È la seconda accusa. Vedi il tranello già tesogli a proposito in 20,20ss. “dice di essere il Cristo re”. È la terza accusa. Sarà il titolo della sua condanna (v. 38). Crocifisso come re, come crocifisso si rivelerà re. v. 3: “Tu sei il re dei giudei?”. Pilato prende in considerazione solo la terza accusa, la più importante: è un re, che minaccia la dominazione romana? Anche i cristiani saranno sempre perseguitati per motivi politici. Ma il loro martirio non sarà testimonianza di Gesù se non sarà evidente la loro innocenza politica. Deve essere chiaro, come per Gesù, che non contendono il potere a Cesare e non lo pretendono. “Tu dici”. Gesù riconosce di essere re. Lo stesso governatore può affermarlo con tranquillità, perché non è come i re delle nazioni, che le dominano e si fanno chiamare benefattori (22,25ss). Sarà re in quanto servo per amore,
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tanto libero da portare su di sé il male di chi ama, fino a essere crocifisso come malfattore. Questa è la regalità di Dio (1,52). Il crocifisso muta la falsa idea di Dio suggerita dal serpente, e cambia il falso ideale d’uomo, principio di ogni male. Ci rivela il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo. È re in quanto “testimone della verità”, di questa verità che ci fa liberi (Gv 18,37; 8,32). v. 4: “Nessuna colpa trovo in quest’uomo”. Gesù è dichiarato politicamente innocente dall’autorità romana. Questa dichiarazione è di capitale importanza anche per i discepoli. Così non saranno perseguitati più del necessario, e, dato il caso, lo saranno ingiustamente come il loro maestro. Inoltre è determinante, dal punto di vista teologico, che Gesù sia crocifisso come giusto, solidale con gli ingiusti. Solo così si può capire chi è lui, e in lui chi è Dio e qual è la sua salvezza (Cf. vv. 41-47). v. 5: “Esagita il popolo insegnando”. L’unico suo potere è quello della parola di verità contro la menzogna. Ma non esagita nessuno. Chiama invece tutti a convertirsi alla misericordia, che è la libertà dei figli, pagandone per primo i costi. Il suo regno non è di questo mondo (Gv 18,36)! “dalla Galilea fino a qui”. È nominato l’inizio e il termine del cammino in cui il Figlio ha mostrato ai fratelli chi è il Padre. Gli accusatori, indicandolo come galileo, intendono
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presentarlo come zelota. La Galilea infatti era un focolaio di rivoltosi. vv. 6s: “lo mandò a Erode”. Pilato, sentendo che è galileo, lo manda da Erode, tetrarca della Galilea. Per deferenza o per dispetto? Certamente vuol levarsi di mezzo il fastidio. Infatti vorrebbe liberare Gesù (At 3,13s). “era anche lui in Gerusalemme in quei giorni”. In quei giorni tutti i nemici si trovano a Gerusalemme, riuniti contro il Signore e il suo messia (Sal 2,1): “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” (At 4,27s). v. 8: “Erode, visto Gesù, gioì assai, ecc.”. Già da 9,9 conosciamo il suo desiderio, per altro ambiguo (13,31), di vederlo. Ora è contento perché si compie. Erode ha ascoltato e vede. Ascolto della Parola e visione del Volto sono le due parti in cui si divide il Vangelo di Luca. Infatti la fede viene dall’ascolto e termina nella visione. Come mai questo risultato negativo? Dipende da come si ascolta e da che cosa si vuol vedere (cf. commento a 9,9ss). “sperava di vedere qualche segno”. Erode non è mosso dal desiderio di convertirsi, ma dalla curiosità. Non vuole obbedire alla verità, ma soddisfare il suo prurito di cose
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straordinarie. Il brivido religioso interessa sempre più della fede. “Questa generazione è una generazione malvagia: essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno, fuorché il segno di Giona” (11,29). v. 9: “nulla gli rispose”. Luca menziona solo qui il silenzio di Gesù. Richiama il servo di JHWH. Non apre bocca, come agnello condotto al macello (Is 53,7); è come uno che non sente e non risponde (Sal 38,14). Alle molte parole dell’uomo, il Figlio dell’uomo non risponde nulla. Il silenzio di Dio è la sua risposta alla cattiveria dell’uomo. È la sua parola eloquente con la quale si rivela nella sua essenza. Tace infatti non per indifferenza o superiorità, ma per compassione verso chi lo accusa. Dio è misericordia. Se rispondesse, agli accusatori ingiusti spetterebbe la pena che vogliono infliggere a lui. Allora tace. Tace per non condannare, muore per non uccidere, è giustiziato per non giudicare, non denuncia nessuno per annunciare a tutti il perdono. Con il suo silenzio porta su di sé la nostra morte e dà per noi la vita. Gesù qui si manifesta così come vero re, immagine di Dio. È infatti libero e capace di amare come il Padre. v. 11: “avendolo nientificato” (cf. 18,9). È il disprezzo più radicale. Dio è fatto e stimato nulla. Già prima lui stesso si è nientificato e svuotato di tutto per noi. Erode, a modo suo, lo costata, ma non ne tira le conseguenze. Nel suo orgoglio fa il contrario di Maria che magnificò (fece grande) il Signore.
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“e deriso”. La regalità di Dio è ritenuta impotenza e stupidità, oggetto di scherno da parte dell’uomo. “una veste candida”. Erode riconosce Gesù come re. Lo riveste della veste bianca propria del re o del candidato al trono. Lo fa per burla. Non sa di essere lui una burla di re, come tutti i suoi pari. Schiavo dell’egoismo e incapace di voler bene, è l’uomo fallito. È a somiglianza non di Dio, ma della sua falsa immagine suggerita dal serpente. Pilato lo chiama giusto, Erode lo riveste di gloria. Veramente i nemici si sono riuniti insieme come involontari esecutori del disegno di Dio! v. 12: “divennero amici Erode e Pilato”. La regalità di Dio, Padre di tutti, consiste nel rendere amici i suoi figli. La riconciliazione dei nemici è la realizzazione storica del Regno, la salvezza che il Figlio è venuto a portare. Primi beneficiari sono i suoi stessi nemici. Se Dio dall’alto ride (Sal 2,4) - ormai lo sappiamo - è solo per misericordia. Egli fa piovere la sua benevolenza sugli ingrati e sui malvagi. Questa è l’astuzia che egli usa con i perversi (Sal 18,27). Ambrogio vede allusa in quest’amicizia la riconciliazione tra Israele e i pagani. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando i palazzi di Pilato e di Erode. c. Chiedo ciò che voglio: capire in che senso Gesù è veramente re, uomo libero che libera. d. Contemplo Gesù prima davanti a Pilato e poi davanti a Erode: vedo a confronto un modo umano e uno divino di essere re. 4. Passi utili Gdc 9,2-15; 1Sam 8; 2Sam 7,1-17; Gv 13,1-17; Mc 10,41-45; Gal 5,13-15.

133. CROCIFIGGILO! (23,13-25)
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Ora Pilato, convocati i sommi sacerdoti e i capi e il popolo, 14 disse loro: Mi portaste davanti quest’uomo, come uno che fuorvia il popolo, ed ecco io, giudicatolo al vostro cospetto, nessuna colpa trovai in quest’uomo di quanto l’accusate.
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Ma neppure Erode, poiché lo rimandò a noi. Ed ecco: nulla degno di morte è stato fatto da lui. 16 Punitolo, dunque, lo libererò. 17 (Ora era costretto a liberare loro a ogni festa uno.) 18 Ora gridavano tutti insieme dicendo: Leva costui e liberaci Barabba! 19 Costui era stato gettato in prigione per una rivolta avvenuta nella città e per un omicidio. 20 Ora di nuovo Pilato si rivolse a loro volendo liberare Gesù. 21 Ora essi esclamavano dicendo: Crocifiggi! Crocifiggilo! 22 Ora per la terza volta egli disse loro: Che fece poi di male costui? Nessuna colpa di morte trovai in lui. Punitolo, dunque, lo libererò. 23 Ed essi incalzavano con grandi voci chiedendo che fosse crocifisso e si rafforzavano le loro voci. 24 E Pilato decise che avvenisse quanto richiedevano.
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Ora liberò colui che chiedevano, che era stato gettato in prigione per rivolta e per omicidio, mentre consegnò Gesù alla loro volontà. 1. Messaggio nel contesto Questo brano ci narra il grande baratto: la vita del delinquente con la morte del Giusto. L’uccisione di Dio è la salvezza dell’uomo. Sei volte esce la parola “liberare”. La nostra libertà costa la consegna di Gesù. La sua innocenza è sottolineata per tre volte da Pilato. Non solo per non dare pretesto ai romani di perseguire i cristiani come criminali politici, ma soprattutto perché sia chiaro che Gesù fu crocifisso solo perché “santo e giusto”. Se fosse stato ucciso perché empio e ingiusto, non sarebbe stato l’autore della vita (At 3,15) e non ci avrebbe liberati. Il giudicato e reietto da tutti ci appare in una solitudine assoluta, unica e divina. Tutti sono contro di lui e gridano: “Crocifiggilo”. È solidale con il male di tutti. “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). Ma anche: “Ecco Dio”. Quest’uomo vero, libero e capace di amare fino a questo punto, è il Figlio dell’Altissimo, misericordioso come il Padre. Sua icona perfetta, è venuto a restituire ai fratelli il loro volto perduto.
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Questo brano ha una grossa funzione teologica: chiarisce chi e perché ha condannato Gesù, e spiega il risultato e il significato della sua morte. Chi ha condannato Gesù? Tutti, nessuno escluso. Tutti hanno peccato e sono privi della Gloria (Rm 3,23). Ognuno ha prestato la sua mano a Satana, vero autore della morte di Gesù. Questa è la lotta definitiva tra il potere delle tenebre - è la sua ora! - e il Signore della luce. Perché lo abbiamo condannato? Solo perché è Figlio di Dio e non ha fatto nulla di male. È santo e giusto, il solo santo e il solo giusto. A causa del peccato, il bene, invece che motivo di lode, è oggetto di invidia. Per essa entrò la morte nel mondo (Sap 2,24), e per essa il Figlio dell’uomo fu consegnato a morte (Mc 15,10). Gesù, condannato come buono dalla nostra cattiveria, porta su di sé il nostro male: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti”; “portò i nostri peccati nel suo corpo” (1Pt 3,18; 2,24); “ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi” (Gal 3,13), “colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2Cor 5,21). Cosa viene a noi da questa condanna? La giustificazione dai nostri peccati “la grazia pasquale”, che ci dà la vita immeritata invece della morte meritata. Barabba ne è la primizia. Il santo e il giusto muore al posto del peccatore ingiusto. Cosa significa la sua morte? È chiaramente la morte salvifica del servo di JHWH. Egli dà la vita per noi, portando su di sé
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la nostra morte. È una morte “vicaria”, in vece nostra. Il santo e il giusto, che si fa computare tra i malfattori (22,37; Is 53,12) e uccidere ingiustamente, rivela il mistero stesso di Dio: amore che si fa condannare alla nostra stessa pena per stare con noi. Qui Dio compie un gesto più potente di quello della creazione: strappa dalle fauci della morte la sua creatura perduta. È la notte pasquale, in cui è ucciso il Figlio primogenito e liberato il popolo schiavo. 2. Lettura del testo v. 13: “Pilato, convocati i sommi sacerdoti e i capi e il popolo”. Ora entra in scena anche il popolo, prima favorevole a Gesù (cf. 19,48; 20,6.19.26.45; 21,38). Gesù muore per il peccato di tutti, che ne vogliono la condanna. vv. 14s: “nessuna colpa trovai in quest’uomo”. Pilato lo dichiarerà per tre volte innocente davanti a tutti. Sarà ucciso solo per la sua testimonianza della verità. I religiosi lo condannano come Figlio di Dio (santo) e i politici come re (giusto). Il popolo si assocerà gridando: “Crocifiggilo!”. Per questo Pietro potrà dire rivolto al popolo: “Voi avete rinnegato il santo e il giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita” (At 3,14s).

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v. 16: “Punitolo, dunque, lo libererò”. Pilato aveva deciso di liberarlo. Lo si sottolinea per tre volte (cf. anche At 3,13). Ma perché vuol punirlo se è giusto? Qui sta il mistero! Egli è trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (Is 53,5). La punizione di cui qui si parla è la flagellazione: tortura atroce, in grado di causare la morte. v. 17: “era costretto a liberare loro a ogni festa uno”. Nel giorno di pasqua il governatore doveva liberare un prigioniero in ricordo della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Quest’“uno”, graziato a pasqua per il sangue dell’agnello innocente, è figura di tutti. Siamo infatti tutti nella sua stessa condizione. vv. 18s: “gridavano tutti insieme”. In questo grido comune ognuno è chiamato a udire la propria voce. “Leva costui e liberaci Barabba!”. È tolto di mezzo l’autore della vita e graziato un disgraziato. Dalla sua condanna la libertà per Barabba. Il giusto muore per l’ingiusto. È lo scambio che ci dà salvezza. “Costui era stato gettato in prigione per rivolta e omicidio”. Barabba (Bar-abba = figlio del padre, nome che si dava ai figli di nessuno) è in carcere, in attesa di esecuzione come ribelle e omicida. È il gemello di ogni uomo, che, per il peccato, è figlio e fratello di nessuno, imprigionato per tutta la
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vita nella paura della morte, in attesa dell’esecuzione che presto o tardi viene. Raffigura la condizione umana, comune a tutti. v. 20: “volendo liberare Gesù”. Il potere, anche quando vuol compiere il bene, non ha la libertà di realizzarlo. v. 21: “Crocifiggi! Crocifiggilo!”. È la voce di tutti. Anche la nostra. È quasi una supplica, che lui venga crocifisso. La croce, patibolo dello schiavo ribelle, sarà il suo trono. Questo grido di popolo è l’acclamazione che lo intronizza. “Maledetto chi pende dal legno!” (Dt 21,23; Gal 3,13). Ad esso sarà appeso il frutto benedetto, da cui viene ogni dono. v. 22: “Che fece poi di male costui?”. Per la terza volta Pilato dichiara la sua innocenza. È condannato proprio perché non ha fatto nulla di male. Diversamente - se lui non fosse innocente o non fosse condannato - non verrebbe a noi la salvezza. Chi fa il male, lo fa portare ad altri. Solo chi non lo fa è capace di portare l’altrui. “Punitolo, dunque, lo libererò”. Luca non descrive la flagellazione. L’accenna per due volte con il verbo “punire”. v. 23: “essi incalzavano con grandi voci”. È il terzo grido della folla. Nel primo chiede la morte del Figlio per la vita di Barabba. Nel secondo chiede la croce, logica conseguenza
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della liberazione del malfattore. Ora si ribadisce con forza crescente questa richiesta di morte. v. 24: “Pilato decise che avvenisse quanto richiedevano”. La condanna di Gesù è alla fine convalidata da Pilato. Voluta da chi non poteva deciderla, è infine decisa da chi non la voleva. Il male ha preso la mano a tutti, che si sono alleati contro il Cristo. v. 25: “liberò colui che chiedevano”. Barabba è “graziato”. È la grazia pasquale: il Figlio del Padre prende il posto del figlio di nessuno, il figlio di nessuno diventa libero e figlio del Padre. Questa grazia, concessa a ogni uomo, è frutto della sua morte per noi peccatori: “II castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui” (Is 53,5). “Siamo stati comprati a caro prezzo”, “con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia” (1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,19). “consegnò Gesù”. Nel gesto di Pilato che lo consegna è lui stesso che si consegna alla morte per i nostri peccati (Is 53,12). “alla loro volontà”. Gesù aveva pregato che fosse fatta la volontà del Padre (22,42). La nostra volontà di figli perversi sarà involontaria esecutrice del disegno di salvezza che Dio ha per noi. Il male non farà che compiere il bene che lui ha preordinato (At 4,28).
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il palazzo dove sta Pilato. c. Chiedo ciò che voglio: sentirmi come Barabba: Gesù muore per graziare me. d. Contemplo Gesù immedesimandomi con la folla che lo condanna, e con Barabba, che ha la vita in cambio della sua morte. 4. Passi utili Sal 22; 40; Is 52,13-53,12; Es 12,1-14; Gal 6,2.

134. SE NEL LEGNO VERDE FANNO QUESTO, CHE AVVERRÀ NEL SECCO? (23,26-32)
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E quando lo condussero via, preso un certo Simone, un cireneo che veniva dal campo, gli imposero la croce
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da portare dietro Gesù. 27 Ora lo seguiva una numerosa moltitudine del popolo e di donne, le quali si battevano e gemevano su di lui. 28 Ora, voltatosi ad esse, Gesù disse: Figlie di Gerusalemme! Non piangete su di me; ma su di voi piangete e sui vostri figli. 29 Poiché, ecco: vengono giorni in cui diranno: Beate le sterili e i grembi che non generarono e le mammelle che non nutrirono! 30 Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e alle colline: Nascondeteci! 31 Poiché se nel legno verde fanno questo, che avverrà nel secco? 32 Ora erano condotti anche due altri malfattori con lui per essere levati.
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1. Messaggio nel contesto Inizia l’ultima tappa del ritorno del Figlio al Padre la via crucis, il cammino del martire e insieme il corteo del re verso il suo trono. In questo viaggio Gesù ritrova i suoi fratelli, che, in fin dei conti, percorrono la stessa via. La via crucis è una delle pratiche più care alla pietà cristiana. Porta dall’incontro alla contemplazione e all’identificazione con il Signore. Il brano ci presenta tre istantanee: il cireneo, le figlie di Gerusalemme e i due malfattori. Sono i tre modi d’incontro dell’uomo con il Figlio dell’uomo. Nel cireneo vediamo chi è il vero discepolo. Non è Simone di Giona, che vuole e desidera morire con Gesù. È invece Simone di Cirene. Non desidera né vuole, ma deve portare la croce dietro di lui. Nelle figlie di Gerusalemme vediamo chi è il vero popolo di Dio. Non sono i capi, ma quelle persone che hanno verso Gesù lo stesso sentimento che lui ha verso di loro: la compassione. Queste donne lo compiangono come re, giusto e profeta che va alla morte. Il Signore le invita a piangere su di sé, cioè a convertirsi. La conversione è possibile proprio ora, perché il legno verde brucia al posto di quello secco. È il mistero della misericordia di Dio, che offre perdono anticipato a tutti, perché tutti possano convertirsi ed essere salvi.
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Nei due malfattori, condotti “con lui” alla croce, vediamo rappresentata l’umanità intera davanti alla propria morte. Tutti noi siamo mal-fattori. Facciamo il male e siamo legno secco destinato al fuoco. Il benefattore, che passò tra noi facendo del bene a tutti (At 10,38), è il legno verde che condivide la nostra sorte per donarci il suo regno. Come Simone di Cirene è solidale con la croce di Gesù, così Gesù è solidale con la nostra. È il nostro cireneo, ma volontario e per amore. Con lui ora possiamo comprendere la nostra croce, anche quella che non vogliamo e siamo costretti a portare. È quanto capirà uno dei due malfattori. La tradizione pone qui l’episodio della “Veronica”. Realmente la contemplazione di Gesù che va al Calvario è principio di sapienza e di timor di Dio. Stampa nel nostro cuore la sua “vera icona”, in cui conosciamo perfettamente chi è per noi il Signore. 2. Lettura del testo v. 26: “lo condussero via”. Lo portano al Calvario, attraverso le vie centrali e più affollate di Gerusalemme. L’esecuzione deve servire come punizione esemplare pubblica. Gesù stesso si carica della croce (Gv 19,17). È la traversa su cui allargherà le braccia. Il palo sta già fisso sul luogo dell’esecuzione.

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“preso un certo Simone, un cireneo che veniva dal campo”. È la persona più estranea al fatto. Di Cirene, in Africa, è lì di passaggio. Viene dai campi e non ha nulla a che fare con quanto è successo. Non sa e non vuole nulla di quanto gli capita. Il “caso”, con un incidente che determinerà la sua vita, lo vuole protagonista. Mentre al discepolo tocca portare la propria croce (9,23), a lui tocca portare la croce altrui, addirittura quella di Cristo! È associato a lui pienamente, anzi, lo sostituisce. Il cireneo è per costrizione ciò che Gesù è per libera scelta. Ciò che è il cireneo per Gesù, Gesù lo è per noi. In questo senso il cireneo è Cristo e Cristo è il cireneo. Fu costretto a portarla perché Gesù ormai non ce l’avrebbe più fatta. Non fu pietà dei soldati. Fu solo timore di perdere lo spettacolo atroce della crocifissione. La ventura toccò, tra tanti che c’erano nella folla, proprio a Simone. Certamente perché appariva il più sprovveduto e l’ultimo di tutti, un debole che non poteva ribellarsi, se no gli sarebbe andata peggio. È sempre il povero Cristo, che “deve” portare la croce! Il cireneo è costretto ad accogliere il dono più grande che possa essere concesso a un uomo: essere compagno del Signore nel momento decisivo della salvezza, essere simile a lui nel momento più alto della sua gloria. I doni di Dio, specialmente i maggiori, sono confezionati dal caso, spesso malaugurato. Non sono frutto di volontà di carne. Sottratti alla nostra decisione, sconvolgono i nostri piani; e ce ne lamentiamo. Ma il caso non esiste. Come è pura ignoranza nostra, così è pura grazia di Dio. È lo spazio che la sua libertà si riserva nel pieno rispetto della
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nostra. Non cade foglia che Dio non voglia; tutto coopera al bene di chi ama il Signore (Rm 8,28). Al cireneo, onesto lavoratore che torna stanco dal campo per il riposo sabbatico, tocca portare la croce di un disonesto malfattore. Oltre la fatica, la contaminazione che lo esclude dal culto! Lui recalcitra. Ma gli è riservato il grande privilegio di aiutare Dio a portare la croce del suo amore per il mondo. Si chiama Simone, come Pietro. Questi aveva detto: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e a morte” (22,32). Sapeva e voleva ciò che comporta l’essere discepolo. Il cireneo invece ignora, è costretto e angariato (Mc 15,21). Essere discepoli non è nostra scelta. È piuttosto un fatto incomprensibile, istintivamente rifiutato. Anche Simone di Giona diventerà discepolo quando sarà nella situazione di Simone di Cirene. Allora andrà dove lui non sa e non vuole, seguendo il suo Signore fino alla morte (Gv 21,18s). Nel cireneo - e in quanti , come lui, portano il male che non fanno - continua la storia della redenzione del mondo. I “poveri Cristi” sono quelli nella cui carne si compie ciò che ancora manca alla passione di Cristo (Col 1,24). Sono l’icona vivente del Signore. Quando annunciamo loro il vangelo, diciamo loro semplicemente la buona notizia che Dio è con loro, e che loro è il Regno. “gli imposero la croce”. È quasi un’investitura. Riceve dall’alto la croce che il Signore per primo ha sollevato e si è
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caricato sulle spalle. Essa è fatta dal male del mondo. Gesù la porta liberamente per amore. Al cireneo piove dall’alto. È grazia e dono. Può maledire o benedire questo dono. Certamente all’inizio l’ha maledetto. Più tardi lo comprenderà. Questa persona ha una posterità “evangelica”, nota fino alla chiesa di Roma. Oltre che di Alessandro e Rufo (Mc 15,21), è padre di tutti i cirenei della storia. Sua moglie è forse quella che Paolo considererà come sua madre (Rm 16,13). “da portare dietro Gesù”. Si tratti del martirio di sangue o della croce quotidiana, discepolo è solo colui che, “dietro Gesù”, solleva la propria croce ogni giorno (9,23; 14,27). In realtà la croce di Gesù non è sua, ma nostra. Spetta infatti a noi, che siamo malfattori, non a lui, che è giusto. Portando la sua, portiamo la nostra; e, portando la nostra, ormai portiamo la sua gloriosa. v. 27: “lo seguiva una numerosa moltitudine del popolo e di donne”. Il popolo prima gridava: “Crocifiggilo”. Ora lo segue mentre va alla croce. Lo contemplerà morto e si convertirà battendosi il petto (v. 48). La contemplazione (= theoría, v. 48) della croce è il luogo della conoscenza di Dio e della conversione a lui. Tra la moltitudine del popolo Luca concentra l’attenzione sulle donne, cui spetta il lamento funebre.

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“si battevano e gemevano su di lui”. Non si poteva fare il lamento pubblico per un malfattore (Dt 21,22). Ma lui è il Giusto, compianto come re e profeta, che finisce come tutti i profeti (13,33s). Si avverano le parole di Zaccaria 12,10b: “Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico; lo piangeranno come si piange il primogenito”. Gesù infatti è il Figlio, l’unico e l’amato (3,22; 9,35; 20,13), primogenito di ogni creatura (Col 1,15). Contemplandolo trafitto dal nostro male, scenderà su di noi lo Spirito di grazia e di consolazione (Zc 12,10a; Gv 19,37). v. 28: “Figlie di Gerusalemme! Non piangete su di me; ma su di voi”. Gesù usa l’appellativo profetico “figlie di Gerusalemme” (Is 3,16). A queste donne, che lo piangono, rivela il sentimento profondo che lo accompagna alla croce e spiega il senso della sua morte. Egli non piange su di sé: piange sulla città che non riconosce la visita del suo Signore (19,41s). Mentre è condotto al patibolo, è dispiaciuto per il male che si fa chi lo crocifigge. È preoccupato non di sé, ma di chi lo rifiuta! Queste parole sono il segno massimo della sua misericordia e l’invito definitivo a convertirsi. “Piangete su di voi” significa: “Riconoscete il vostro nel mio male; e, in questo, il mio amore per voi”. v. 29: “vengono giorni”. Sono le parole con le quali Gesù introdusse il discorso sulla fine del mondo (21,6). La sua morte è la fine del mondo vecchio e l’inizio di quello nuovo.
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“Beate le sterili”. La sterilità, maledizione per eccellenza, diviene paradossalmente una beatitudine. A lui disse una donna: “Beato il ventre che ti ha portato e le mammelle che ti hanno allattato” (11,27). Ora egli dice alle donne che per i loro figli è meglio non essere nati. Infatti chi non ascolta e non fa la parola di Dio (cf. 11,28) si distrugge. La disobbedienza a Dio è la morte dell’uomo! Il frutto benedetto del grembo, computato tra i malfattori (1,42; 22,37), porta su di sé questa maledizione. v. 30: “cominceranno a dire ai monti”. È citazione di Os 10,8, che parla della distruzione degli idoli e del popolo stesso. In quei giorni gli uomini moriranno per la paura e l’attesa di ciò che deve accadere sulla terra (21,26). Per lo spavento si invocherà la morte e la fine del mondo. Tra poco l’autore della vita morirà in croce. Finirà nel sepolcro, coperto sotto terra dal male del mondo. v. 31: “se nel legno verde fanno questo, che avverrà nel secco?”. Il legno verde è Gesù. Brucia perché su di lui ricade la maledizione del fico sterile (cf. 3,9.17; 13,6ss). Per questo il legno secco è risparmiato, e ha la possibilità di rifiorire nella conversione. Il Giusto è giustiziato perché l’ingiusto sia giustificato. “II castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui. Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Il giusto mio servo giustificherà molti; egli si addosserà la loro iniquità. Portava il peccato di molti e intercedeva per i
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peccatori” (Is 53,5.6.8.11.12). Salendo al Calvario, Gesù spiega alle donne ciò che avviene nella sua morte. Uno dei malfattori capirà. v. 32: “due altri malfattori con lui”. Lui, benefattore, è annoverato tra due “altri” malfattori (22,37; Is 53,12). È uno della serie, omologabile e computabile con loro. Il legno verde subisce la sorte di quello secco! Infatti egli è l’Emmanuele, il Dio che sta “con noi” perché noi possiamo stare “con lui” (= essere discepoli) anche se malfattori e legno secco. Questi due malfattori rappresentano tutta l’umanità, con il cui male egli di fatto è ormai solidale per sempre. “per essere levati”. Il suo essere sollevato con noi sul patibolo ci eleva alla sua stessa gloria. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino attraverso la città dal pretorio al Golgota. c. Chiedo ciò che voglio: come sul velo della Veronica, imprimi in me, Signore, il tuo volto di misericordia. d. Contemplo i tre incontri di Gesù: col Cireneo, con le donne, coi malfattori.
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4. Passi utili Col 1,24; Lc 9,24; 6,27-38; Is 53,12; Lc 3,21-38.

135. OGGI CON ME SARAI NEL PARADISO (23,33-43)
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E quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, là crocifissero lui e i malfattori, l’uno a destra e l’altro a sinistra. 34 Ora Gesù diceva: Padre, rimetti loro, poiché non sanno cosa fanno. Ora dividendosi le sue vesti gettavano le sorti. 35 E stava il popolo a contemplarlo. Ora storcevano il naso anche i capi dicendo: Altri salvò! Salvi se stesso, se costui è il Cristo di Dio,
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l’eletto! 36 Ora lo canzonavano anche i soldati accostandosi, offrendogli aceto 37 e dicendo: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso! 38 Ora c’era anche un’iscrizione su di lui. Il re dei giudei costui. 39 Ora uno dei malfattori appesi lo bestemmiava dicendo: Non sei forse tu il Cristo? Salva te stesso e noi. 40 Ora rispondendo quell’altro sgridandolo disse: Tu temi neppure Dio, poiché sei nella stessa condanna? 41 E noi giustamente, poiché riceviamo il giusto per quanto facemmo. Ma costui non fece nulla fuori luogo. 42 E diceva: Gesù, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno. 43 E gli disse:
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Amen ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso. 1. Messaggio nel contesto Le prime e ultime parole di Gesù in croce sono rivolte al Padre. Gli chiede perdono per chi lo crocifigge e gli rimette nelle mani la sua vita, carica di tutti i nostri peccati. Al centro c’è la sua solidarietà con i fratelli perduti. Il brano ci presenta la regalità di Gesù, principio di salvezza. Dall’alto della croce, suo trono, il Signore compie il giudizio di Dio sui nemici: perdona e dona il Regno ai malfattori. Qui comprendiamo bene in che senso Gesù è re e qual è la salvezza che porta. È un re che esercita la sua libertà nel servire; l’unico suo potere è amare fino alla morte. La sua salvezza non è quella che si attende l’uomo. È quella di un Dio che si fa condannare alla nostra stessa pena, pur di stare con noi. Sulla croce Gesù realizza il Regno che aveva annunciato all’inizio (6,20-38). Lui è il re. Povero, affamato, piangente, odiato, bandito, insultato e respinto come scellerato, ama i nemici, fa loro del bene, li benedice, intercede per loro, resiste al male portandolo, è disposto a subirne di più pur di non restituirlo, e dà agli altri la salvezza che ognuno vorrebbe per sé. Questa sua regalità rivela la grazia e la misericordia di
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Dio: è il Figlio uguale al Padre, che non giudica, non condanna, perdona e dona la vita per i fratelli. Prima che esempio dei martiri, Gesù stesso è martire, ossia testimone dell’amore del Padre per tutti i suoi figli. Così apre a noi il Regno. La sua croce di giusto è giustificazione di tutti gli ingiusti e salvezza del mondo. È infatti rivelazione e vicinanza di un Dio amore gratuito, che nella sua misericordia si fa prossimo all’uomo peccatore. Ogni teologia della liberazione, per non cadere nell’idolatria e produrre altre alienazioni, deve fare i conti con la croce di Gesù. Egli respinge come tentazioni le nostre attese di salvezza, basate su segni di forza e di potenza. Moltiplicherebbero quel male dal quale vuole strapparci. “Salvi se stesso” è il ritornello ripetuto sul Golgota. Rappresenta la suprema aspirazione dell’uomo che, mosso dalla paura della morte, cerca di salvarsi da essa a tutti i costi, instaurando la strategia dell’avere, del potere e dell’apparire. Ma proprio quest’ansia di vita genera l’egoismo, vera morte dell’uomo come figlio di Dio. Da qui poi nasce ogni altro male e falso modo di intendere la vita e la morte. Gesù non ci libera dalla morte, ma dalla paura di essa, che ci avvelena tutta la vita. Infatti “il pungiglione della morte è il peccato” (1Cor 15,56). “Il” peccato è sostanzialmente quella menzogna che ci ha tolto la conoscenza di Dio come amore, e ci impedisce di accettare di essere da lui e per lui. Per questo temiamo l’incontro con lui come la nostra morte, e viviamo schiavi di quest’angoscia per tutta la vita. Lui ce ne libera, offrendoci la sua amicizia e standoci vicino fin nella morte.
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In questo modo la svuota del suo pungiglione. “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14). Con la sua uccisione, Gesù è Cristo e Figlio di Dio, messia e Signore, salvatore di tutti. È infatti prossimo a ogni perdita. Proprio là dove noi temiamo la solitudine assoluta - il nulla e la dannazione - scopriamo un Dio che ci offre la sua solidarietà e la comunione con lui, che è la vita. La solitudine è l’unico male dal quale nessuno può salvarsi da solo. Cade la falsa immagine di un Dio tremendo, che sta all’origine della paura della morte, causa dell’egoismo, causa dell’ansia di vita, causa della brama di avere, di potere e di apparire, causa di ogni male. La salvezza che Gesù ci porta ha quindi la sua fonte prima nella riconciliazione dell’uomo con il Padre della vita. Le tre tentazioni iniziali del deserto si ripresentano ora in forma più radicale e in ordine inverso. Non sono più dei dubbi su come realizzare il Regno, ma una constatazione della sterilità di tutta la sua opera. La salvezza che il Figlio di Dio ha portato sembra non avere alcuna rilevanza, né religiosa, né politica, né personale. Gesù è religiosamente un maledetto, politicamente un impotente, personalmente un fallito. Sulla croce pare che tutto finisca e torni come prima. Anzi, peggio di prima, perché il male sembra aver vinto. Dopo una breve illusione, la tragica delusione! “Speravamo”, dice uno di
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quelli di Emmaus (24,21). Ma proprio questa è la vittoria decisiva. Il nostro male radicale è il voler salvare noi stessi. Gesù, perdendosi per noi, lo vince. Le sue tentazioni riguardano l’inutilità della croce e della sua salvezza. Sono le tentazioni costanti della chiesa e di ogni uomo. Bisogna uscire dalla trappola della propria attesa, per cogliere la prospettiva di Dio. La salvezza consiste nel passaggio dal primo al secondo malfattore. Questo. convinto del suo fare il male e della solidarietà del suo Signore con lui, è l’unico che Gesù direttamente canonizza, elevandolo alla gloria del cielo. È il prototipo di tutti i santi del NT, malfattori graziati dalla croce di Gesù. 2. Lettura del testo v. 33: “sul luogo chiamato Cranio”. In ebraico Golgotha. È un rilievo a ovest di Gerusalemme. Colui che entrò come re di pace, ora è espulso dalla città, che non ha più pace fino a che non riconosce il giorno della visita del suo Signore. Il benefattore finisce tra i malfattori, fuori le mura (20,15; Eb 13,12s), fatto maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). “crocifissero”. La croce, morte crudele e spaventosa, punizione dello schiavo, è il trono del re. L’appeso al patibolo può sollevarsi sulle braccia e respirare finché ha un briciolo di forza. Si abbandona e muore solo quando non ne
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può più, dopo aver esaurito la voglia di vivere. È una morte che nasce come dal di dentro. “lui e i malfattori, l’uno a destra e l’altro a sinistra”. C’è solidarietà totale tra il Giusto e i malfattori. Questi due rappresentano tutti noi uomini, chiamati a leggere il mistero di Dio ormai presente al centro delle nostre croci. Noi, di professione principale, siamo tutti mal-fattori, facciamo il male. Ognuno poi lo fa secondo la sua professione specifica. v. 34: “Padre, rimetti loro” (At 7,60). È la terza richiesta del “Padre nostro” nel racconto della passione (cf. 22,42.46). Queste prime parole del Crocifisso danno il senso della sua vita e della sua morte. Le sue prime parole furono: “Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio?” (2,49). Ora, che sta ormai davanti al Padre, gli chiede ciò che sa stargli a cuore: il perdono dei suoi fratelli. La sua preghiera è quella del grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, e sa compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa (Eb 4,15). Conosce il nostro bisogno vero ed è certamente esaudito. In questa preghiera Gesù getta il seme del Regno, che è l’amore del Padre nel perdono del fratello. Egli non è come quei martiri della “giusta causa”, che insultano e disprezzano il nemico, minacciandogli la vendetta del cielo (cf. ad esempio 2Mac 7,19). Condannato, giudicato e disprezzato, il Giusto assolve, giustifica e prega per i nemici ingiusti. Realizza le parole di grazia che meravigliavano tutti fin dal suo discorso a Nazaret (4,22).
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Il perdono è la chiave di lettura per comprendere la salvezza che Gesù ci porta (cf. 1,71.77). È quanto dovranno annunciare i suoi discepoli dopo di lui (24,47). La sua croce è la vicinanza di un amore più grande di ogni peccato commesso e di ogni male subìto. In essa Dio scende sotto ogni possibile abisso, per essere con ogni uomo. “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Perdonando i suoi crocifissosi, Gesù si rivela come il Figlio e manifesta insieme chi è il Padre (cf. 6,35s). Dio, propriamente parlando, non è misericordioso. È la misericordia stessa. Chi non perdona non conosce Dio e cade in balia di Satana, di cui ignora le macchinazioni (2Cor 2,11). “poiché non sanno cosa fanno” (At 3,17; 13,27). Se l’avessero saputo, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8). Non è attenuato, ma evidenziato il nostro peccato: non conosciamo il Signore della gloria che crocifiggiamo. Siamo satanicamente ciechi davanti al nostro male e al suo bene. Quando apriremo gli occhi, saremo salvi, come “l’altro” dei due malfattori. Queste parole di perdono ai suoi crocifissosi mancano in vari codici, per polemica poco cristiana contro gli ebrei. Sembrava eccessivo ciò che per Gesù è l’essenziale! “dividendosi le sue vesti gettavano le sorti” (Sal 22,19). Adamo, re del creato, fuggendo da Dio, perse la propria gloria; si scoprì fragile e nudo. Ora gli tocca in sorte di ereditare le vesti del suo Signore. Questi si riveste della
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nostra nudità, per donare ad ogni peccatore la sua veste originaria di figlio (cf. 15,22). v. 35: “stava il popolo a contemplarlo” (23,48). La contemplazione del Crocifisso è il principio della nuova sapienza: è la theorìa di Dio (cf. v. 48). Al Golgota si leva il sipario su di lui, e lo possiamo contemplare così com’è: amore senza limiti per noi peccatori. “storcevano il naso anche i capi”. “Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono il naso, scuotono il capo” (Sal 22,7s). I capi del popolo prestano voce alla prima tentazione. È peggiore di quella del deserto: è derisione, quasi canto di vittoria. La morte in croce non è il fallimento dichiarato di ogni sua pretesa divina? Il suo messianismo è religiosamente insignificante! “Altri salvò. Salvi se stesso”. “Salvare se stesso” ovviamente dalla morte - è l’intento primo del pensiero dell’uomo. Ognuno è pronto a salvare se stesso a spese dell’altro. È la salvezza ingannatrice dell’egoismo, perdizione nostra e altrui. Infatti “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” (9,24). L’uomo, per salvarsi, cerca l’avere, il potere e l’apparire. Ma così si butta in braccio a ciò che teme, operando la morte propria e altrui. Alla sapienza mondana si contrappone la follia della croce. È la sapienza di Dio, che è dono, servizio e umiltà. Solo chi si perde per amore salva se
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stesso e gli altri. Infatti “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). “se costui è il Cristo di Dio, l’eletto” (9,20.35; cf. Is 42,1; Sap 2,20). Gesù ha preteso un’autorità divina (20,2ss). Proteggendolo nella situazione estrema, Dio confermerà le sue affermazioni (cf. 4,9ss). Ma lui non è il Cristo dell’uomo, bensì di Dio. È il Figlio. Crede e vive l’amore del Padre anche senza alcuna prova. Ha fiducia in lui, perché lo conosce. Non cade nell’inganno di Adamo. v. 36: “offrendogli aceto”. Richiama il Sal 69,22: “Quando avevo sete, mi hanno dato aceto”. La sua sete è quella di donarci l’acqua viva. E noi gli diamo in cambio la nostra morte. v. 37: “Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso!”. Questa seconda derisione-tentazione viene dai soldati, che costatano come il suo messianismo è politicamente debole (cf. 4,6s). Il re è uno forte e libero, uomo ideale e ideale dell’uomo. Gesù manifesta la sua potenza e libertà perdendo e donando se stesso. La sua debolezza è forza di Dio. Ci salva da ogni potere, che ha la sua forza nella schiavitù dell’egoismo. v. 38: “Il re dei giudei costui”. Nell’intenzione di chi l’ha scritto è il motivo della condanna (Mc 15,26; Mt 27,37). L’evangelista ne fa la didascalia per comprendere il mistero
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della croce. Veramente il Crocifisso regna su tutto. Ma il suo dominio è quello dell’amore: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La scritta è in ebraico, latino e greco (Gv 19,20). Ogni lingua proclama ed esalta la signoria di colui che si abbassò fino alla morte di croce. La salvezza è passare dalla lettura che ne fa il primo malfattore a quella del secondo. v. 39: “uno dei malfattori appesi lo bestemmiava”. La bestemmia - peccato contro Dio - è non riconoscerlo sulla croce, dove si rivela senza veli. Staccare Dio dalla croce è togliergli la sua gloria e confonderlo con l’idolo. Questa bestemmia è comune anche tra noi cristiani. Spesso infatti ci comportiamo da nemici della croce di Cristo (Fil 3,18), cercando altrove la salvezza. “Salva te stesso e noi”. Tutti noi vogliamo un messia che salvi se stesso, solo perché vogliamo salvare noi stessi. Dovrebbe essere specchio e conferma dei nostri desideri egoistici. Questo malfattore rappresenta l’attesa dell’uomo che ignora Dio, e lo fa a sua immagine e somiglianza. L’inganno diabolico ci fa credere che la salvezza consista proprio in ciò che ci perde. Ma Dio non si adegua e - grazia sua e fortuna nostra! - non esaudisce i nostri desideri, ma le sue promesse. Non spetta a lui vivere della nostra parola, bensì a noi della sua (cf. 4,3s).

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v. 40: “quell’altro sgridandolo disse”. Quest’uomo, malfattore né più né meno del suo compagno, è “altro” perché vede in croce una novità. La comunica anche all’altro - l’altra parte di sé? -, zittendo le sue parole come diaboliche. “Tu temi neppure Dio” Il timore di Dio è principio di sapienza (Sal 111,10). Gesù crocifisso è principio di nuova sapienza. Ci fa conoscere il vero volto di Dio, dal quale Adamo fuggì per inganno e per paura. “poiché sei nella stessa condanna”. Questa conoscenza viene dallo scoprire che noi siamo nella stessa condanna di Dio. Perché lui, potendo farne a meno, si è messo nella nostra situazione di dannati? La risposta a questo enigma ci introduce nella sua conoscenza. v. 41: “noi giustamente”. La nostra croce è giusta, perché noi siamo ingiusti. La mia sofferenza è meritata, perché sono malfattore. L’ammissione del proprio peccato, primo passo della sapienza, è possibile solo davanti a un amore che non mi giudica. “Ma costui non fece nulla fuori luogo”. La sua croce è ingiusta, perché lui è giusto e passò tra noi facendo solo del bene. Ma perché è qui in croce, vicino a me, giudicato e abbandonato da tutti? Questa domanda è la via all’illuminazione: lui è qui con me perché io possa essere con lui. La salvezza è questa vicinanza di Dio dove mi sento
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maledetto e solo. Dio, a sua volta, è proprio colui che mi è talmente vicino da essere nella mia stessa dannazione. Scrutando Gesù in croce conosco chi è Dio e la sua salvezza. Egli è grazia e misericordia per me, peccatore perduto, fino a farsi lui stesso peccato e perdizione. Il Benedetto offre a me la sua solidarietà divina. “Ora. a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,7-8). Qualunque altro prodigio Dio avesse potuto fare in mio favore, non mi avrebbe persuaso del suo amore. Sarebbe potuto essere un atto di potenza o di esibizione, che non avrebbe cambiato la mia immagine di lui. Ma la sua impotenza in croce, la sua vicinanza a me nel mio male, la sua solidarietà con me fino alla morte, mi toglie ogni dubbio: Dio è amore e ama me, peccatore! Solo così cade l’inganno di Satana, e accetto di essere da lui e per lui. Liberato dalla paura della morte e dall’egoismo, sono libero di vivere nell’amore da cui vengo e verso cui vado. Posso finalmente morire e vivere in pace. Questa è la salvezza di Dio. Per sé Gesù non mi salva dal male. Mi salva invece dalla sua radice, che è il non sentirmi amato e accolto. Questa è la liberazione fondamentale. Ogni altra ha senso solo come segno e frutto di questa. v. 42: “Gesù”. È l’unico che chiama Gesù per nome, senza ulteriore specificazione (cf. 17,13; 18,38.39). Ha scoperto
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l’amico, il cui amore è più forte del peccato e della morte. Gesù è il Nome stesso: “Dio salva”. “ricordati di me”. Richiama le parole rivolte a Giuseppe dall’uomo in prigione con lui (Gn 40,13s). È un’invocazione a Dio che attraversa la Bibbia. L’uomo teme di essere dimenticato. In realtà è lui che ha abbandonato Dio. Ma Dio non può mai abbandonarlo: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!” (Is 49,15). Gesù, il Figlio crocifisso, è il ricordo presso il Padre di ogni figlio perduto. Si è fatto ultimo di tutti, perché nessuno Più potesse sentirsi abbandonato e maledetto, neanche morendo in croce da malfattore. Dio è ormai nel punto più lontano da Dio, per essere vicino a tutti. “quando sarai giunto nel tuo regno”. Il regno di Gesù, il Figlio, sono le braccia del Padre (v. 46). Presto vi giungerà, primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29). Ognuno di noi vi entra affidandosi a lui, il primo che si è fatto l’ultimo. In lui tutto è compiuto. v. 43: “oggi”. È l’oggi definitivo della salvezza. Oggi io, il Signore elevato sulla croce, mi sono abbassato sotto l’inferno per essere vicino a ogni uomo. Entro nella morte, perché tutti abbiano la vita.
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“con me sarai”. Tu sarai con me, perché io, l’Emmanuele, sono con te. Ormai ovunque, come vedi. Tu non sei stato con me, sei fuggito lontano. E io sono venuto lontano, fin qui sulla croce. Voglio stare con te, perché tu possa stare con me. Ora concludo con te un’alleanza. È nuova, come la nostra amicizia che comincia oggi. È eterna, come la mia fedeltà che è più forte della morte. Anche dopo sarai “con me”, come ora io sono con te. “nel paradiso” (= giardino). E questo è il paradiso, perché io sono la tua vita. Adamo uscì dal giardino a causa della menzogna. Ora che mi vedi vicino e non puoi e non vuoi più fuggire, conosci la verità di me e di te. Siamo di nuovo l’uno con l’altro. Sono venuto con te sulla croce, perché tu tornassi con me nel Regno. Ora che la tua paura di me è cessata e legata, vedi che il mio amore per te è crocifisso e inchiodato. Non si allontanerà mai da te; e tu non ti allontanerai più da me. Vivremo per sempre insieme: tu con me perché io con te, tu di me e io in te. La mia delizia è stare con te (Pro 8,31), perché tu mi hai rapito il cuore, e sei diventato per me il paradiso (Ct 4,9-13). Per questo, vicino al tuo che mi dà la morte, ho piantato il mio albero che ti dà la vita. Qui è il centro del nuovo giardino (cf. Ap 22,1s). Ora capisci perché sta scritto che l’uomo lascerà tutto per unirsi alla sua donna, e i due saranno una carne sola (Gn 2,24)? Io, lo Sposo tuo, ho lasciato tutto per unirmi a te. Nulla potrà più separarci, perché il mio amore è per sempre con te per farsi il tuo stesso amore per me. Io sono solidale con il tuo dolore affinché tu
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sia solidale con la mia gioia (Mt 25,21.23). A questo punto il Padre chiama tutti e dice: “congioite con me”. Facciamo festa. Ora bisogna far festa e rallegrarsi perché costui era morto e rivive, era perduto e fu ritrovato (cf. 15,6.9.24.32). Veramente Dio ha compatito noi, perché noi congioiamo lui! La sua sim-patia (=com-passione) per noi è la fonte perenne della nostra gioia. Questa è la salvezza che ci offre il Cristo di Dio, l’eletto, il re d’Israele, che perde se stesso per salvare noi. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo ai piedi della croce. c. Chiedo ciò che voglio: capire perché Gesù, in mezzo ai due crocifissi, è il re e salvatore mio e di tutti. d. Contemplo col popolo la scena, e vedo cosa dicono a Gesù i capi religiosi, i militari e i due condannati. 4. Passi utili Sal 22; Is 52,13-53,12; Gal 3,13; 2Cor 5,21; Rm 5,6-11; Gal 2,20; Eb 2,14s; Lc 6,20-26.27-38; 6,36.
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136. PADRE, NELLE TUE MANI AFFIDO IL MIO SPIRITO (23,44-49)
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Ed era già circa l’ora sesta e la tenebra fu sull’intera terra fino all’ora nona, 45 essendo mancato il sole. Ora si squarciò il velo del tempio nel mezzo. 46 E, esclamando a gran voce, Gesù disse: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Ora, detto questo, spirò. 47 Ora, visto l’avvenimento, il centurione glorificò Dio, dicendo: Davvero quest’uomo era giusto. 48 E tutte le folle presenti insieme
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a questa visione (= theoria), contemplati gli avvenimenti, colpendosi il petto ritornavano. 49 Ora da lontano stavano tutti i suoi conoscenti, e le donne che insieme lo seguivano dalla Galilea a contemplare queste cose. 1. Messaggio nel contesto La scena della morte di Gesù secondo Luca contiene varie particolarità rispetto agli altri due sinottici. Le principali sono le seguenti: invece della citazione del Sal 22 e relative parole su Elia, troviamo la citazione del Sal 31; il velo del tempio si lacera prima della sua morte; il centurione lo proclama “giusto”; le folle si battono il petto. A livello più generale è utile tener presente che la croce di Gesù per Marco è soprattutto la rivelazione del mistero di un Dio che muore per l’uomo; per Matteo è l’irruzione della Gloria che preannuncia la risurrezione; per Luca è il passaggio dal mondo della schiavitù alla casa del Padre. È il ritorno del Figlio perduto e ritrovato: sulla croce è definitivamente con noi, perché noi siamo con lui. Il modo in cui il maestro vive la sua morte è presentato come “causa esemplare” (= modello e forza per attuarlo) della vita e della
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morte del discepolo, chiamato a testimoniarlo sia dimorando nel corpo sia esulando da esso (2Cor 5,9). Le brevi annotazioni degli avvenimenti che precedono e seguono la morte di Gesù ne illustrano i vari aspetti teologici. Le tenebre e l’oscurarsi del sole (v. 44) sottolineano la sua portata cosmica e salvifica. Crocifiggendo il Giusto, il male ha raggiunto l’apice: è la fine del mondo, che ripiomba nel caos; è la tenebra fitta, che copre la terra di schiavitù. Ma Dio ne fa una nuova notte di genesi e di pasqua, in cui esplica tutto il suo potere di creatore e di salvatore: il suo unigenito Figlio ucciso è principio di un mondo nuovo, il sangue dell’Agnello immolato è riscatto per tutti. L’oscurarsi di tutta la terra è anche segno di lutto. È il pianto della creatura per il suo Creatore. Lo squarciarsi del velo del tempio (v. 45) significa che Dio non è più chiuso all’uomo. Si è aperto, per accogliere il Figlio che ritorna a casa. In lui ogni fratello ora è riconciliato e ha libero accesso al Padre. Cessa l’antica alleanza che denuncia il peccato, inizia la nuova che annuncia il perdono. La morte di Gesù, con le sue parole di fiducia, è un “espirare” (v. 46). Egli getta il proprio soffio vitale da questo mondo irrespirabile alla sorgente della vita. Si abbandona al Padre. La diffidenza e la fuga diventano affidamento e ritorno a lui. È la vittoria sul veleno della menzogna antica, l’ingresso nel giardino originario in cui il Benefattore introduce ogni malfattore che glielo chiede. La morte di Gesù è l’esaltazione piena di Dio; la sua Gloria torna tra gli uomini. Anche il centurione pagano la riconosce (v. 47). Nel Giusto
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che muore con gli ingiusti si rende visibile l’amore di Dio per noi; la sua bellezza traspare sulla terra e riacquista il suo peso. Questa morte è uno “spettacolo” (v. 48), visione dell’essenza di Dio che si esibisce nella sua misericordia per l’uomo. Il Crocifisso è la theorìa divina, da cui scaturisce una prassi nuova. Finalmente l’uomo vede chi è Dio, si converte a lui, e ritorna a lui, suo “luogo naturale”: in cui solo è se stesso e può vivere. I conoscenti di Gesù e le donne (v. 49) raffigurano l’inizio della chiesa, piccola, debole e impotente come il suo Signore. Riunita ai piedi della croce, raccoglie il frutto della compassione di Dio per il male del mondo. 2. Lettura del testo v. 44: “e la tenebra fu” (= avvenne). In principio Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu (Gn 1,3). Gesù catturato disse: “Questa è la vostra ora e il potere delle tenebre” (22,53). E la tenebra fu su tutta la terra intera. La morte di Gesù è l’uccisione dell’autore della vita (At 3,15). Non ci può essere male peggiore. Il peccato, principio di de-creazione, è consumato. Tutto regredisce al caos primordiale. La tenebra, che si addensa attorno alla croce, segna la fine del mondo posto nelle mani del Maligno e l’inizio di una nuova genesi. Richiama anche la grande piaga, la notte che coprì l’Egitto, quando furono uccisi i primogeniti. Segna quindi la fine della schiavitù e l’inizio del nuovo esodo.
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Questa tenebra allude inoltre alla profezia di Amos: “In quel giorno - oracolo del Signore Dio - farò tramontare il sole a mezzodì e oscurerò la terra in pieno giorno”, per fare “come un lutto per un figlio unico” (Am 8,9s). La creazione tutta partecipa al dolore del Padre per la morte del Figlio. La morte di Gesù ha quindi un significato cosmico e storico, definitivo e universale. In lui finisce la creazione iniziata con la Genesi e comincia la ricreazione dell’esodo, che coinvolge tutto e tutti, Dio compreso. Gesù, nel suo terzo discorso escatologico, diceva: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (21,28). Quando parlano della fine del mondo e di terra e cieli nuovi, i Vangeli hanno sempre sotto gli occhi l’avvenimento storico della croce di Gesù. In essa tutto è compiuto (Gv 19,30). v. 45: “essendo mancato il sole”. Il sole manca dall’ora sesta all’ora nona, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Si oscura nel suo fulgore meridiano. L’abisso ha inghiottito tutto nel nulla. In questa oscurità assoluta, dall’alto della croce, risuonerà la voce del Verbo creatore. Questo giorno è la notte della ricreazione e dell’esodo ultimo. Il sole vecchio scompare, perché non c’è più bisogno della sua luce. Ora è giunta la luce vera; la città sarà illuminata dall’Agnello (Ap 22,5). “si squarciò il velo del tempio nel mezzo”. Le braccia del Padre si aprono per accogliere il ritorno del Figlio. Il velo del
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tempio separava il Santo dei santi dal resto. Vi passava solo il sommo sacerdote, una volta l’anno, per il rito di espiazione, nel giorno della riconciliazione (Lv 16,2-29; cf. Eb 9,7). Dopo il perdono del primogenito crocifisso, ogni peccato è espiato per sempre. Nel suo nome si annuncia a tutti la remissione dei peccati (24,47; At 2,38; 5,31; 13,38). La Gloria, che è amore traboccante, ha squarciato col suo peso tutto. Ora Dio non ha più veli. Nel suo Figlio unico, dato per noi, si è svelato come il Padre delle misericordie (2Cor 1,3). L’accesso a lui è aperto per tutti e per sempre. Nel fratello Gesù ogni uomo incontra il Padre. La sua croce è la fine dell’antica alleanza fatta di prescrizioni e di leggi. Per l’eccessivo amore con cui ci ha amati (Ef 2,4) Dio ha abbattuto il muro di separazione Siamo tutti santi, suoi familiari e suo tempio nello Spirito (Ef 2,14-22). v. 46: “esclamando a gran voce”. All’ora nona si suonavano nel tempio le trombe per l’inizio della preghiera vespertina. Il fratello maggiore associa la sua voce alta a quella del popolo in preghiera. Si unisce a tutti quelli che sono giunti alla loro sera, e li affida con sé al Padre. È eccezionale questo grido per uno che muore in croce. Nelle tenebre risuona una voce divina. È la voce potente del Verbo, che fa nuove tutte le cose (Ap 21,5). È il grido dell’uomo nuovo, la nascita del Figlio in seno al Padre. “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. Luca fa dell’abbandono di Dio (cf. Mc 15,34; Mt 27,46) il luogo
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dell’abbandono a Dio: la fede. Per questo, invece che dal Sal 22, cita dal Sal 31. È il lamento del giusto perseguitato che si mette nelle braccia di Dio, recitato come preghiera della sera. Gesù aggiunge all’inizio la parola: “Abbà, Padre”. Sono le sue ultime parole. Le sue prime furono: “Non sapete che io devo essere nelle cose del Padre mio?” (2,49). La parola “Padre” sulla bocca di Gesù fa da inclusione a tutto il Vangelo di Luca. Esso è tutto una rivelazione della paternità di Dio attraverso quanto il Figlio ha fatto e detto in ricerca dei fratelli perduti. Ora è giunto alla fine della sua fatica. Si consegna al Padre e gli affida la sua vita ormai piena, dicendo: “Ecco con me i miei fratelli che mi hai dato. Tutti li ho ritrovati . È finita la sua missione di Figlio che conosce il Padre e lo rivela ai fratelli. Si è fatto ultimo per ritrovarli tutti. La sua morte da figlio obbediente e fratello di tutti i malfattori apre a tutti il varco della vita. È l’esodo. Dopo di lui, il primogenito, anche noi possiamo accettare come dono sia il vivere che il morire. Infatti veniamo dal Padre e a lui torniamo. Vinta la paura che ci fece fuggire dalla nostra vita, la nostra morte diventa il ritorno a casa. “In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare” (Sal 4,9). Come Gesù si affida nelle mani del Padre, così il discepolo si affiderà nelle sue. Dirà Stefano: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (At 7,59). La nostra vita, accolta nel Figlio, è abbandonata nelle braccia del Padre.

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La morte di Gesù è la nostra salvezza perché è la solidarietà di Dio con noi. Ma è anche l’esempio di come muore l’uomo nuovo, l’Adamo riconciliato. “detto questo, spirò”. Gv 19,30 specifica: “consegnò lo Spirito”. Non dice: “morì”, bensì: “e-spirò”. Questa parola richiama lo spirito, cioè il soffio vitale. La vita del Figlio spira verso il Padre: affidata a lui, raggiunge il suo luogo naturale. Questo è il nuovo significato della vita e della morte: dono di Dio e abbandono a lui, inspirazione ed ispirazione dell’unico respiro d’amore. Vivere così è entrare in Dio e accogliere il mistero di dono e d’abbandono reciproco tra Padre e Figlio, lo Spirito santo. Nel Figlio che muore per me e con me, posso anch’io accettare la mia morte naturale come consegna di me al Padre. È l’atto di fede più grande. A causa del peccato rimane sempre, anche per il credente, la drammaticità della morte col suo travaglio. Ma è illuminata dalla presenza di Gesù, che è venuto a condividere la mia sorte di malfattore. v. 47: “visto l’avvenimento”. Ai piedi della croce ci sono tre categorie di persone che “vedono”: il centurione, le folle e i conoscenti con le donne. Tutti costoro guardano il grande avvenimento dell’esodo di Gesù con i segni che l’accompagnano. La contemplazione della croce è per tutti. È l’antidoto che Dio ha dato ai suoi figli per vincere il veleno del serpente (Gv 3,14s; Nm 21,4ss). Da questo sguardo al Crocifisso nasce il nuovo popolo.
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“il centurione glorificò Dio”. Il centurione - un pagano, comandante dei plotone di esecuzione - è la persona spiritualmente più lontana. Ora glorifica Dio. Gloria (ebraico: kábód = peso) indica la sovrabbondante bellezza di Dio che rompe ogni argine e straripa nell’universo. Glorificare Dio significa riconoscerlo in concreto, dandogli nella propria vita il peso che si merita. Nella morte di Gesù, non possiamo non vedere la gloria di Dio, che il sospetto diabolico ci aveva nascosta: vediamo tutto il suo amore per noi. La sua tenerezza riempie tutta la creazione: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Alla sua nascita gli angeli glorificavano Dio in cielo (2,13s). Alla sua morte gli uomini peccatori lo glorificano in terra, primo di tutti il responsabile diretto della sua crocifissione! Ora la gloria di Dio torna sulla città santa. Ma non da oriente, come ci si aspettava (Ez 43,2); bensì da occidente, dove sul Calvario si innalza la luce del mondo. La morte di Gesù è la glorificazione piena di Dio come Dio, perché è l’esaltazione del suo amore per tutti e sopra tutti. Chi lo vede torna a vivere. Se l’uomo vivente è la gloria di Dio, la vita dell’uomo è la visione di Dio (Ireneo), di questo Dio crocifisso per amore dell’uomo. “Davvero quest’uomo era giusto”. Giusto - attributo del messia - è colui che compie la volontà di Dio. In Gesù si compie pienamente la giustizia di quel Dio che “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della
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verità” (1Tm 2,4). “Il Signore soltanto è riconosciuto giusto” (Sir 18,2). Ora finalmente conosciamo la sua giustizia: è la misericordia del Padre (cf. 6,36!) che giustifica tutti i peccatori. Il Figlio è venuto a portarcela. v. 48: “tutte le folle”. Dai discepoli lontani alla moltitudine delle folle, tutti siamo chiamati a contemplare la gloria. “questa visione” (greco: theoría). È l’unica volta in tutto il NT che si usa la parola theoría. La morte in croce è uno spettacolo, una rappresentazione di Dio: si apre il velo del Santo dei santi, e vediamo faccia a faccia la profondità del suo mistero. “Guarderanno a colui che è stato trafitto” (Gv 19,37). Attraverso l’apertura del suo costato abbiamo la visione di Dio; comprendiamo l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità e conosciamo l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Ef 3,18s). Uno non è ciò che ha, ma ciò che dà. Dio semplicemente “è colui che è”, perché semplicemente dà: è l’amore che dà tutto se stesso. Lo contempliamo nell’umanità di Gesù. Il Crocifisso è il libro spalancato della misericordia di Dio. Il suo corpo dato e il suo sangue effuso è l’epifania totale di Dio: misericordia che si riversa su di noi e ci colma di tutta la sua pienezza. Nel Crocifisso si manifesta corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). In lui vediamo ciò che occhio umano mai non vide (1Cor 2,9).

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“colpendosi il petto”. È segno di lutto e di conversione. “In quel giorno riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito” (Zc 12,10). È l’anticipo della conversione di Pentecoste. Le folle capiscono il male commesso uccidendo il Giusto. Chi gli chiede: “Perché quelle piaghe in mezzo alle tue mani?”, ora sa anche la risposta: “Queste le ho ricevute in casa dei miei amici” (Zc 13,6). Da esse scaturisce per tutti “una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità” (Zc 13,1). “ritornavano”. Ora tutti, come il paralitico perdonato, abbiamo una casa verso cui tornare (5,25). In essa il Padre ci attende. Anzi, lui stesso è la nostra casa: “Nelle tue mani affido la mia vita”. v. 49: “da lontano stavano tutti i suoi conoscenti”. È un’allusione al Sal 38,12: “Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe; i miei conoscenti stanno lontano”. Luca non parla dell’abbandono di tutti i discepoli (Mc 14,50). Presenta solo Pietro, che lo seguiva da lontano e dirà di non conoscerlo. Anche il pubblicano stava lontano e si batteva il petto, e tornò a casa giustificato (18,13s). Ma quale lontananza è ormai possibile dalla croce? Non è essa la lontananza estrema di Dio da sé e la sua vicinanza somma a tutti noi, cominciando proprio dai più lontani?
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“e le donne che insieme lo seguivano dalla Galilea a contemplare queste cose”. La Galilea e la croce sono rispettivamente l’inizio e il termine del cammino di sequela. Queste donne non fanno nulla. Sono in contemplazione del Crocifisso. Come la terra accoglie il seme, così nel loro cuore entra attraverso gli occhi la theoría della croce. Essa rivela la qualità fondamentale di Dio: la sua compassione (in greco: sympátheia = simpatia) per l’uomo. Sentimento del debole da cui il forte si difende, è il principio stesso dell’amore. Questo si manifesta senza ambiguità proprio quando si è impotenti e indifesi davanti all’amato. Allora o si volge altrove lo sguardo, o si com-patisce, cioè si patisce con lui lo stesso male. La compassione supera anche la soglia della solitudine più invalicabile dell’altro, la morte. Infatti uccide e rende come l’altro. Ogni azione che non nasce da essa non è gesto di solidarietà e di amore, ma di potenza e di autoaffermazione. Queste donne guardano la compassione di Dio per il mondo, e sono prese dal suo stesso sentimento nei suoi confronti. L’occhio è l’organo del cuore, e porta chi guarda fuori di sé nell’altro: è l’estasi (= star fuori di sé) dell’amore. Per questo la contemplazione è principio di identificazione con chi si contempla. Si guarda solo ciò che si ama, e si diventa ciò che si ama. Queste donne rappresentano la chiesa con le sue “note essenziali”: seguire Gesù, stare ai piedi della croce, contemplare il Crocifisso e rispondere alla sua compassione in debolezza e vulnerabilità estrema. In esse continua la vicenda
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di Cristo. Sono il Vangelo vivo, la memoria del Signore, il suo profumo che si effonde per il mondo intero (2Cor 2,14). Scrivono la vera storia della chiesa. “Sotto il melo ti ho svegliata” (Ct 8,5). Sotto l’albero della croce la sposa si risveglia, e accoglie l’amore del suo Signore. Guarda con stupore il suo sposo di sangue. Osserva dove verrà nascosto: è la sua vita! Lo cercherà e lo troverà. È il Vivente. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo davanti alla croce di Gesù. c. Chiedo ciò che voglio: “vedere” Gesù che spira in croce. d. Contemplo mettendomi al posto del centurione che l’ha crocifisso. 4. Passi utili Sal 22; 31; Is 52,13-53,12; Es 33,18-23; Am 8,9s; 1Cor 2,2; Ap 5,1-14.

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137. IL SABATO COMINCIAVA A RISPLENDERE (23,50-56)
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Ed ecco un uomo di nome Giuseppe, che era consigliere, uomo buono e giusto 51 - costui non era consenziente al parere e all’azione loro d’Arimatea, città dei giudei, il quale attendeva il regno di Dio. 52 Costui, recatosi da Pilato, chiese il corpo di Gesù, 53 e, toltolo giù, lo avvolse in un lenzuolo e lo pose in un sepolcro scavato nella pietra dove ancora nessuno era giaciuto. 54 Ed era il giorno della Parasceve e il sabato cominciava a risplendere. 55 Avvicinatesi le donne che erano venute insieme con lui dalla Galilea osservavano il sepolcro e come fu posto il suo corpo. 56 Ora, ritornate, prepararono aromi e profumi; ma il sabato riposarono secondo il comandamento.
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1. Messaggio nel contesto La vita di Gesù è racchiusa tra due grotte, quella della nascita e quella della morte. Adoriamo l’umiltà di Dio. È in tutto simile a noi, che veniamo dalla terra e ad essa ritorniamo. Qui il suo amore raggiunge la massima umiltà, fino all’identificazione con noi. Ora non fa più nulla, perché ha già fatto tutto. Solidale con noi fino in fondo, si è donato totalmente, fino allo svuotamento assoluto. Disceso nel luogo da cui cerchiamo disperatamente e invano di fuggire, diventa ciò che nessuno vuole essere e tutti diventiamo: il niente di sé, il no della vita. Il sepolcro di Sara fu il primo pezzo di terra promessa (Gn 23). Il sepolcro di Gesù contiene la realizzazione ultima della promessa. Il suo corpo, gettato sotto terra, è il seme che porterà il frutto della vita. Il messia non salva dalla morte, ma nella morte. Ora scende nel regno di colei che tutti ha in suo potere. Lì sono quanti furono, lì saranno quanti ancora non sono; lì tutta l’umanità si dà convegno, ugualmente sconfitta. Nessuno sopravvive alla morte, che alla fine tiene tutti in prigione. Ora il Signore della vita ne varca le porte. La luce entra nelle tenebre e annuncia la buona notizia ai poveri. Comincia dai più poveri fra tutti: i morti che non hanno creduto nel tempo della pazienza e della magnanimità di Dio (1Pt 3,19s). Davvero senza misura è la sua misericordia: tutto riempie, come l’acqua l’oceano.
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Nel sepolcro del Figlio dell’uomo si conclude la fatica di Dio in ricerca dell’uomo. Iniziata nel giardino dell’Eden, finisce nel giardino del sepolcro. “Adamo, dove sei?” (Gn 3,9) sono le sue prime parole rivolte all’uomo peccatore. Qui finalmente lo trova, perché non può più fuggire oltre. E riposa presso di lui, che da sempre ha amato e cercato. In questa sera risplende la luce del sabato definitivo. Dio ha compiuto la sua creazione. La tomba, dove sono tutti i suoi figli, diventa anche sua dimora. Finalmente tutti sono con lui, vita di tutto ci ò che esiste (cf. Gv 1,3b-4a). Il corpo del Signore, ridotto a passività totale, scende nelle profondità della materia primordiale. La potenza del suo Spirito la riplasma a nuova vita. È la salvezza cosmica, che tutto e tutti strappa per sempre dal caos. La casa del Padre è finalmente piena (14,23). La Parola entra nel silenzio, avvolta nella maestà della sua potenza creatrice. “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne, ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in
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prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: Sia con tutti il mio Signore. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: E con il tuo spirito. E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: Svegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te son diventato tuo figlio, che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi. Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi, mia effigie, fatto a mia immagine! Risorgi, usciamo da qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te io, che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
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Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci da qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita; ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli” (da un’antica omelia sul Sabato santo, riportata nel Breviario Romano). Certamente Gesù avrà incontrato anche Giuda, giunto lì da poco. E questi gli avrà rivolto la stessa domanda che lui gli aveva fatto l’ultima notte: “Amico, perché sei qui?” (Mt 26,50). 2. Lettura del testo
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v. 50: “un uomo di nome Giuseppe, che era consigliere”. Faceva parte del sinedrio, responsabile principale dell’uccisione di Gesù. A un malfattore fu promesso per primo il Regno, all’esecutore della sua condanna fu concesso di riconoscerlo come Giusto; ora a un consigliere è donato il suo corpo. “Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,33). Sono tutti giudizi e vie di misericordia, che fa i suoi primi frutti tra i più lontani. “uomo buono e giusto”. È l’elogio più alto del Vangelo. Il Signore non guarda l’appartenenza a categorie - è pura apparenza! - ma il cuore (1Sam 16,7). Questo è terreno più o meno buono per accogliere la Parola (8,15). “Dio non fa preferenze di persone; ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (At 10,34). Malfattori, soldati romani o membri del sinedrio, tutti siamo ugualmente suoi figli, chiamati a riconoscerci tali nel Figlio donato per noi. v. 51: “non era consenziente al parere e all’azione loro”. La bontà consiste nel non seguire il parere degli empi (Sal 1,1) e nell’accogliere la Parola (8,15). La giustizia consiste nel non consentire alla loro prassi e nel compiere la volontà di Dio. Giuseppe è buono e giusto, uno che ascolta e fa la Parola. È il vero parente prossimo di Gesù (8,21). Per questo spetta a lui la sua sepoltura.
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“d’Arimatea, città dei giudei”. Luca sottolinea che Giuseppe appartiene al popolo giudaico, di cui ha evidenziato la responsabilità nella condanna di Gesù. Non si creda che colui che ha detto “non condannate” condanni qualcuno! Per questo il gesto ultimo di amorosa pietà verso di lui spetta proprio a un giudeo. “attendeva il regno di Dio”. Attendere ciò che Dio ha promesso è la definizione del giudeo di sempre. Ai figli che aspettano il Regno, Dio concede il corpo del Figlio. v. 52: “chiese il corpo di Gesù”. Marco dice: “osò chiedere”, e “ottenne in dono” il corpo morto di Gesù (Mc 15,43.45). Il suo corpo è il Regno, chicco che muore e porta frutto (Gv 12,24). Seme piccolo, preso e gettato nel giardino, diventerà il grande albero; pezzo di fermento preso e nascosto, lieviterà la terra, rompendone la crosta di morte e aprendone i sepolcri. Il regno di Dio tra gli uomini è l’umanità di Gesù, in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), che si dona a noi. v. 53: “toltolo giù”. Gesù non può restare esposto, tanto più che è la vigilia della festa. Un condannato è immondo. “Il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità” (Dt 21,23). Il suo corpo, fatto per noi maledizione (Gal 3,13), è la benedizione
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promessa in Abramo a tutte le genti (Gn 12,3; 22,18). Ma per essere feconda, deve finire sotto terra, ritrovare le radici profonde dell’uomo, per sanarle. “lo avvolse in un lenzuolo e lo pose in un sepolcro”. Maria generò il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò nella mangiatoia (2,7). Giuseppe lo toglie giù, lo avvolge nel lenzuolo e lo pone nel sepolcro. Sono le cure prime e ultime che le mani di una donna e di un uomo prestano a Dio. Toccano il suo corpo! Ma non per strappargli qualcosa, bensì per donargli ciò di cui ha bisogno. Dio si compiace molto d’essere toccato da chi ama. I pastori riconobbero il Salvatore e Signore loro avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia (2,11s). Noi lo riconosciamo e adoriamo avvolto nella sindone e adagiato nel sepolcro. Sepolcro in greco si dice mnèma o mnémeion che significa memoriale. È il ricordo fondamentale dell’uomo, al quale sta a cuore più il futuro che il passato. Unico animale che sa di morire, la “memoria mortis” lo rende quello che è, con tutti i suoi interrogativi e le sue possibilità di risposta. La morte è la parte méros che gli tocca in sorte moira, di cui sempre ha memoria. Memoria, parte e sorte in greco sono parole imparentate tra loro e con la nostra parola “morte”. Il luogo del timore assoluto dell’uomo diventa ora la culla della sua speranza. Proprio nella memoria di morte echeggerà l’annuncio di vita: “Non è qui!” (24,6). La tomba non terrorizza più. Contiene il Signore della vita.
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“scavato nella pietra”. Giuseppe cede il proprio sepolcro a colui che darà la vita a tutti. Gesù non è deposto nella fossa comune dei malfattori, come si sarebbe dovuto fare. Infatti “con i malfattori gli è destinata sepoltura”, ma “un ricco provvede dopo la sua morte” (Is 53,9 ebr.). “dove ancora nessuno era giaciuto”. Non è messo neanche con i giusti. Li avrebbe contaminati. Il suo sepolcro deve essere “nuovo” (Gv 19,41), come la sua morte. Essa è unica, come lui, primogenito di ogni creatura (Col 1,15). Il grembo della madre terra, che accoglie il nuovo Adamo, è vergine come quello di Maria. Riceve il dono di Dio, il Figlio dell’Altissimo che scende a visitare i suoi fratelli nel luogo dove può ritrovarli tutti insieme, stolti e sapienti, empi e giusti. Nessuno era salito sul suo asinello (19,30). Nessuno è ancora sceso nel suo sepolcro. Ma d’ora in poi ci sarà donato di conmorire ed essere con-sepolti con lui, per essere con-vivificati con lui (Rm 6,4; Col 2,12; Ef 2,5s). Il Pastore della vita è venuto incontro a tutte le sue pecore per strapparle dalla morte, che era diventata loro pastore (Sal 49,15). v. 54: “il sabato cominciava a risplendere”. Finisce il lungo giorno della Parasceve (= preparazione) alla festa. Ma non scende più la notte. Inizia la luce della grande festa. In quel giorno “verso sera risplenderà la luce (Zc 14,74). Sarà un unico giorno, il Signore lo conosce. In quel giorno il Signore
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sarà re di tutta la terra, e ci sarà il Signore soltanto e soltanto il suo nome” (Zc 14,7-9 passim). Perché la luce del mondo dorme sotto terra? Si accende forse una lampada e la si nasconde sotto il vaso o sotto il letto (8,16)? Lascia fare, per ora! Bisogna che la luce scenda negli abissi per illuminare tutte le notti dell’uomo. Dio fa sua la nostra dimora, perché noi dimoriamo presso di lui per sempre. Il sole è entrato nelle tenebre e le ha sconfitte per sempre. v. 55: “le donne... osservavano il sepolcro,”. Le donne contemplano il sepolcro. Il grembo che genera la vita per la morte sta davanti al grembo della morte che genererà per la vita. Erano venute dalla Galilea, seguendo Gesù dall’inizio sino alla fine, per vedere questo mistero. Non capiscono. Ma, come Maria, amano e conservano nel cuore la Parola (2,19.51). È il seme, da cui nascerà la chiesa. Sostiamo con loro davanti alla pietra. Dietro c’è tutto ciò che l’uomo teme. Ma ora c’è tutto ciò che può sperare: il Signore stesso della vita. Questa contemplazione rompe il dominio della paura della morte e dell’egoismo, e offre la possibilità di una vita nell’amore. È la libertà che sta a fondamento del nuovo popolo. “come fu posto il suo corpo”. È una contemplazione attenta e materna della Parola fatta carne e consumata nel silenzio. Tutto ciò che riguarda questo “corpo” è osservato e custodito nel cuore. Ogni tratto sarà fecondo.
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v. 56: “prepararono aromi e profumi”. La sepoltura fu affrettata a causa del sabato imminente. Le donne preparano ciò che il giorno dopo vorrebbero prodigare alla salma. Ma si sentiranno dire: “Perché cercate tra i morti il Vivente?” (24,5). Non c’è da nascondere più nessun odore di morte, ma da diffondere il profumo di vita (cf. 2Cor 2,14ss). Gli aromi non devono essere imbalsamazione di cadavere, ma risposta di amore a colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). quanto aveva già capito la peccatrice in casa del fariseo (7,36-50). “ma il sabato riposarono secondo il comandamento”. Il sepolcro di Gesù è il compimento della creazione. Segna l’inizio del grande sabato definitivo, del giorno unico e senza tramonto, in cui Dio ha finito la sua opera. È il suo riposo, che diventa riposo dell’uomo (Gn 2,2). Ma si riposa solo quando si è a casa. Ora sia Dio che l’uomo riposano perché ognuno ha trovato nell’altro la sua casa: Dio nell’uomo e l’uomo in Dio. È l’esychía, la pace dolce e calma dell’amato con l’amata. Dopo un lungo travaglio, si sono ritrovati, e riposano “secondo il comandamento” (Lv 23,3-8). Esso si realizza solo ora, perché ora anche noi possiamo accoglierlo secondo il suo comando (10,27; Dt 6,4). Il nostro amore scaturisce come acqua viva dalla contemplazione di lui che per primo ci ha amati (1Gv 4,19) “da tutto quanto il suo cuore e in tutta quanta la sua vita e in tutta quanta la sua forza e in tutta quanta la sua intelligenza” (10,27). Ora finalmente possiamo fare altrettanto e diventare simili a lui (cf. Gn 1,26s; 3,5).
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Anzi, una sola cosa con lui, come il Padre è in lui e lui nel Padre (Gv 17,21). Perché lui ora si è fatto davvero una sola cosa con noi. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo davanti al sepolcro. c. Chiedo ciò che voglio: ricevere con Giuseppe il suo corpo, stare con le donne davanti al sepolcro. d. Contemplo Gesù deposto dalla croce, preparato per la sepoltura e chiuso dietro la pietra. Sosto a lungo davanti ad essa. 4. Passi utili Gn 23; Sal 130; 131; 1Cor 15,55s; 1Pt 3,19s; Eb 2,14s.

138. NON È QUI, MA È RISORTO (24,1-12)

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Ora il primo dei sabati, all’alba profonda, vennero al sepolcro portando gli aromi che prepararono. 2 Ora trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro. 3 Ora, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. 4 E avvenne, mentre erano senza via d’uscita circa questo, ecco che due uomini stettero davanti a loro in veste sfolgorante. 5 Ora, mentre esse venivano prese dal timore e chinavano i volti verso la terra, dissero a loro: Perché cercate il Vivente con i morti? 6 Non è qui, ma è risorto. Ricordate come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7 dicendo del Figlio dell’uomo che deve essere consegnato nelle mani di uomini peccatori ed essere crocifisso e al terzo giorno alzarsi. 8 E si ricordarono delle sue parole.
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E, ritornate dal sepolcro, annunciarono tutte queste cose agli Undici e a tutti gli altri. 10 Ora erano Maria, la Maddalena, e Giovanna e Maria di Giacomo; e le altre con loro. 11 Dicevano agli apostoli queste cose, e parvero loro come deliramenti queste parole, e non credevano loro. 12 Ora Pietro, alzatosi, corse al sepolcro, e, curvatosi, vide le sole bende, e se ne andò presso di sé meravigliandosi di ciò che era avvenuto. 1. Messaggio nel contesto “Finché c’è vita, c’è speranza” dice un proverbio. L’uomo naturalmente pensa che la morte ponga fine a ogni speranza. La risurrezione non può che suscitare incredulità o ilarità (cf. At 17,32; 26,24). Ai sadducei, che non la ritenevano possibile, Gesù aveva detto: “Non siete voi forse in errore, dal momento che non conoscete le Scritture né la potenza di Dio?” (Mc 12,24). Indeducibile da qualsiasi premessa umana, essa è rivelata a chi conosce la promessa e la potenza di Dio (cf. commento a 20,27-40). È la realizzazione piena
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della sua salvezza. Amante della vita, Dio non vuole la morte. Ha creato l’uomo per l’immortalità, la cui radice è la conoscenza della sua potenza (Sap 11,26; 1,13.23; 15,3). In Gesù ce l’ha manifestata totalmente, mostrandoci come in lui tutta la creazione, insieme con noi, è destinata alla risurrezione, espressione piena della nostra verità di figli di Dio (Rm 8,19-23). Per questo non siamo “come gli altri che non hanno speranza” (1Ts 4,13) oltre la morte. Se “abbiamo avuto speranza solo in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,19). “Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato. Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,13s). Con la nostra risurrezione, sta o cade quella di Cristo e il senso stesso di tutta la fede cristiana. La fede infatti è esperienza del Cristo risorto. La nostra vita, pur non ignorando nessuna delle tribolazioni comuni a tutti, è illuminata dalla gioia pasquale; e trova nell’incontro con il Signore glorificato la forza per camminare fin dove lui già ci attende. La nostra risurrezione sarà corporea, come la sua. Non si tratta però di rianimazione di cadavere: un ritorno alla vita di prima. È creazione nuova, passaggio a una vita altra. Il nostro corpo sarà animato dallo stesso Spirito di Dio e parteciperà della sua vita. Infatti “si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina
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debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale” (1Cor 15,42ss). Questa vita nuova, superiore a ogni conoscenza umana, consiste nell’essere con Gesù, il Figlio unito al Padre nell’unico amore: “Saremo sempre con il Signore” (1Ts 4,17). Saremo con colui che è venuto a stare con noi fin sulla croce per poterci dire: “Oggi sarai con me in paradiso”. Come gli altri racconti del Vangelo, a maggior ragione questi della risurrezione non sono il semplice resoconto di fatti accaduti una volta per sempre. Una volta per sempre si è svuotato il sepolcro e Gesù è risorto con il suo corpo glorioso. Ma ogni racconto intende mostrarci come noi ancora oggi possiamo incontrarlo. Tra le sue varie manifestazioni, avvenute a Gerusalemme e in Galilea, gli evangelisti scelgono quelle che ritengono più adatte ad aiutare la loro comunità a questo scopo, seguendo la loro particolare ottica catechetica. In tutte le narrazioni è costante la scoperta del sepolcro vuoto, l’annuncio della risurrezione, l’incredulità, l’incontro con il Risorto non riconosciuto, il riconoscimento attraverso il ricordo (Parola ed eucaristia!) e un cambiamento gioioso e sconvolgente nella consapevolezza di una vita nuova in unione con lui. Luca insiste particolarmente sulla corporeità della risurrezione, perché l’ambito culturale al quale si rivolge la ritiene impossibile o anche disdicevole. Il capitolo è racchiuso tra due assenze corporee: il corpo del Signore si assenta dall’abisso nella risurrezione e dalla terra nell’ascensione. È un moto dal sepolcro al cielo, dalla morte
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alla vita. Nel tempo che intercorre tra l’uscita dagli inferi e il ritorno al Padre, Gesù, parlando e mangiando con loro, ha confortato e introdotto i discepoli nei misteri del Regno che si sono realizzati in lui: ha spiegato le Scritture e ha mostrato la propria vita come loro via, in cui camminare nella forza del suo Spirito. Al centro c’è l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus. Nella parola e nel pane lo “riconoscono” e si accomunano all’esperienza di coloro dai quali “fu visto”. Giardiniere per la Maddalena nel giardino, pescatore per i suoi discepoli sul lago, Gesù si fa viandante per quanti sono ancora per via. Cambia il senso del loro cammino senza speranza e li fa correre verso Gerusalemme. In questo brano c’è la duplice constatazione del sepolcro vuoto - delle donne e di Pietro - e il duplice annuncio che proclama il Risorto - degli angeli alle donne e di queste ai discepoli. Il dubbio e l’incredulità sono il luogo dove le nostre attese di morte si scontrano con l’annuncio della vita nuova: “Perché cercate il Vivente con i morti? Non è qui. È risorto”. La consapevolezza di morte deve giungere a confrontarsi con il sepolcro vuoto. Qui l’uomo perde l’unica sua certezza indubitabile e si trova davanti a un’aporia, dalla quale può uscire solo attraverso l’annuncio e il ricordo delle parole del Signore che culminano nel banchetto. In questo far memoria di lui incontriamo il Vivente. La comunione con lui ci trasforma: viviamo del suo stesso Spirito con abbondante frutto di “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Già ora simili a
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lui, attendiamo la piena manifestazione dei dono ricevuto, quando alla fine lo vedremo così come egli è (1Gv 3,2). 2. Lettura del testo v. 1: “il primo dei sabati”. È l’inizio della settimana, il primo giorno dopo il sabato. Il Vangelo di Luca ci presenta sette sabati (4,16.31; 6,1.6; 13,10; 14,1; 23,54). Ora siamo oltre il settimo sabato e il settimo giorno. Siamo nell’ottavo giorno, festa e riposo di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio. È il giorno nuovo, l’oggi senza tramonto, il cui sole è il Signore risorto. “vennero al sepolcro”. Le donne ritornano al sepolcro, fine del cammino di ogni uomo. Unica sua certa attesa è la certa fine di ogni sua attesa. “portando gli aromi”. La morte è la signora di tutti. L’uomo non può che renderle omaggio. Mosso dall’ansia di vita, ha come vigile sentinella la paura della morte. Ogni sua attività, in ultima analisi, non fa che aromatizzarne il fetore: un tentativo di esorcismo, utile almeno ad attenuarne il ricordo pungente. Ma nel Vangelo i profumi non servono per coprire la puzza. Sono espressione di amore, gioia dell’incontro con lo Sposo (cf. 7,36-50).

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v. 2: “trovarono la pietra rotolata via”. Il sepolcro è la bocca della morte che divora tutti e si chiude su tutti. Ma la pietra, sigillo infrangibile del suo dominio - nessuno può romperlo! è rotolata via. Questa è la prima scoperta del mattino di Pasqua. Anche se molto grande (Mc 16,4), tanto grande da rinchiudere tutti gli uomini e ogni loro speranza, è rotolata via per sempre! Anche l’ultima attesa dell’uomo è delusa da quel Dio che vuol mostrare il suo dono incredibile. L’ultima a morire non è la speranza, che muore subito, ma la certezza della morte, che costituisce la principale difficoltà a riconoscere il Risorto. v. 3: “entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù” . Il sepolcro vuoto è un dato di fatto fondamentale. Non è creazione, bensì condizione della fede pasquale. Le donne non trovano il corpo. v. 4: “erano senza via di uscita”. Si anticipa l’“aporia”, davanti alla quale si troveranno tutti gli uomini alla fine della storia (21,25). Il mistero della morte che si tramuta in vita spiazza ogni possibile ragionamento. Il sepolcro vuoto di Gesù uccide la certezza più certa dell’uomo. Come mai la morte è spogliata della sua spoglia? Il fatto non ha riscontro in nessuna esperienza precedente; non trova spiegazione alcuna. “ecco che due uomini”. Qui si inserisce l’annuncio, che solo è in grado di far comprendere ciò che è accaduto. Questi due uomini (cf. 10,1), chiamati in seguito angeli (= annunciatori,
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v. 23), sono rivestiti di luce sfolgorante come il Cristo trasfigurato (9,29). Dichiarando alle donne il significato di questa sua assenza (cf. anche At 1,10s), continuano l’azione di Gabriele (= forza di Dio), che troviamo all’inizio del Vangelo: annunciano l’azione “impossibile” di Dio, che mantiene la sua promessa. v. 5: “esse venivano prese dal timore”. È il timore di chi avverte la presenza dello straordinario, comune a tutte le manifestazioni di Dio. “chinavano i volti verso la terra”. Al timore segue l’adorazione. La rivelazione di Dio è accolta nel silenzio riverente e nell’adorazione. “perché cercate il Vivente con i morti?”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; poiché tutti vivono per lui (20,38). La sua promessa, veramente più grande di ogni fama (Sal 138,2), si oppone alla nostra attesa come la vita alla morte. Solo la sua parola è in grado di portare la nostra ricerca a chiarire l’enigma del sepolcro vuoto e a sperimentare il Vivente. Infatti ci libera dalla nostra fissazione di morte e ci indirizza verso dove non osiamo sperare. Toglie dai nostri occhi il drappo nero che ci impedisce di vedere il suo dono. L’annuncio prima dichiara l’errore delle nostre ricerche: quali sono le nostre ricerche sbagliate?

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v. 6: “Non è qui”. Il sepolcro è vuoto. Come i discepoli di allora, ancora noi oggi possiamo andarlo a visitare. E troviamo la stessa assenza. Il Vivente è passato di qui ma non è qui. Tuttavia solo chi cerca qui sa che è da cercare altrove. Non tra i morti, bensì tra i vivi, al cui cammino si accompagna. Ogni ricerca umana finisce in questo “Non è qui”. Il sepolcro vuoto, smentita di Dio a ogni nostra attesa, volge la nostra mente in una direzione nuova e sorprendente. Il ventre della madre terra si è svuotato, ha generato la vita nuova. “è risorto”. È l’annuncio pasquale che, spiegando perché non è qui, rivela il dono di Dio. La morte di Gesù ha svuotato il sepolcro: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?” (1Cor 15,54s). Anche noi, come i discepoli, incontriamo il Signore attraverso questo annuncio, tanto incredibile per noi quanto per loro. Le modalità dell’esperienza di fede sono uguali per tutti. L’unica differenza tra noi e quelli che furono “testi oculari” (1,2) è che il loro incontro fu anche un “vedere” (vv. 34.39ss), mentre il nostro è solo un “riconoscerlo” (vv. 31.35). “Ricordate come vi parlò”. Il “ricordo” delle parole di Gesù è il principio di ogni incontro con lui. Il racconto del Vangelo strutturato attorno al “memoriale” eucaristico, è questa “anamnesi”, trasmessa fino a noi, di ciò che lui ha fatto e insegnato (At 1,1). È la luce sia per vederlo che per riconoscerlo come risorto. Ricordare significa custodire nel
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cuore la Parola, come Maria (2,19.51). L’uomo è ciò che ricorda: vive la parola che gli sta a cuore. v. 7: “dicendo del Figlio dell’uomo che deve essere consegnato, ecc.”. Questo versetto è il nocciolo del kerygma evangelico, la sintesi di tutto quanto Gesù ha fatto e detto. v. 8: “E si ricordarono delle sue parole”. Si ribadisce l’importanza del ricordo di Gesù. Per questo Luca ci ha scritto il suo Vangelo. v. 9: “ritornate dal sepolcro”. Il loro cammino non va più al sepolcro, ma parte da esso. È la conversione radicale, il passaggio dalla morte alla vita. “annunciarono tutte queste cose agli Undici e a tutti gli altri”. Le donne, come ricevono, così trasmettono l’annuncio al quale hanno creduto. Sono il prototipo del credente. Anche gli Undici, come gli altri - noi compresi - giungono all’incontro pieno con il Signore risorto attraverso l’annuncio e il ricordo del Signore che ce lo spiega. v. 10: “erano Maria, la Maddalena, e Giovanna e Maria di Giacomo; e le altre con loro”. Questi nomi sono le firme delle testimoni. Notiamo che sono tutte donne. Nella cultura ebraica non erano abilitate a testimoniare. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato (1Cor 1,28),
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perché ha fatto della pietra scartata la testata d’angolo (20,17 = Sal 118,22) v. 11: “parvero loro come deliramenti”. L’annuncio di pasqua è assurdo per tutti. Ancora prima che a quelli di Atene (At 17,32), sembrano vuote parole agli apostoli stessi. Anche Festo griderà a Paolo, che annunciava il Cristo risorto: “Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello” (At 26,24). L’aporia delle donne al sepolcro è inevitabile per tutti. “e non credevano loro”. L’incredulità è un passaggio d’obbligo. Nel brano seguente vedremo il cammino dall’incredulità alla fede. L’imperfetto indica che è persistente. v. 12: “Pietro, alzatosi, corse al sepolcro”. Anche Pietro fa lo stesso cammino delle donne. Dopo di lui seguiranno schiere innumerevoli di pellegrini. Tutti costateranno la medesima realtà: “Non è qui!”. Il sepolcro vuoto azzera per tutti e per sempre ogni sicurezza di morte e mette davanti a quel mistero che solo l’annuncio può rivelare. “curvatosi, vide le sole bende”. Nel sepolcro non c’è più la spoglia del morto, ma le spoglie della morte. Sono il segno del trionfo su colei che trionfava su tutti. Finalmente la vincitrice è vinta!
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“se ne andò presso di sé”. Il luogo di riconoscimento del Vivente non è il sepolcro, bensì la casa, dove lui stesso spezza la sua parola e il suo pane per tutti i fratelli. “meravigliandosi di ciò che era avvenuto”. L’incredulità deve aprirsi alla meraviglia, per non chiudersi al dono di “colui che in tutto ha potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino che va al sepolcro. c. Chiedo ciò che voglio: entrare nel sepolcro di Gesù, e gioire poiché lui è risorto. d. Vado con le donne al sepolcro, entro con esse, e, traendone frutto, vedo, ascolto e osservo tutto. 4. Passi utili 25. Sal 16; 30; 118; 1Cor 15; Gv 20; At 17,16-21.32s; 26,22-

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139. “DAVVERO È RISORTO IL SIGNORE E FU VISTO DA SIMONE”. COME FU RICONOSCIUTO DA LORO NELLO SPEZZAR DEL PANE (24,13-35)
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Ed ecco che due di loro nello stesso giorno erano in cammino verso un villaggio distante sessanta stadi da Gerusalemme, di nome Emmaus. 14 Ed essi conversavano l’un l’altro su tutte queste cose che erano accadute. 15 E avvenne, mentre essi conversavano questionavano, addirittura lo stesso Gesù, avvicinatosi, camminava con loro. 16 Ora i loro occhi erano impossessati per non riconoscerlo. 17 Ora disse loro: Che sono queste parole che vi ributtate l’un l’altro passeggiando? E s’arrestarono col volto scuro. 18 Ora, rispondendo, uno di nome Cleopa disse a lui: Tu solo abiti forestiero in Gerusalemme

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e non conosci le cose avvenute in essa in questi giorni? 19 E disse loro: Quali? Essi gli dissero: Ciò che riguarda Gesù il Nazareno, che fu uomo profeta potente in opera e parola davanti a Dio e a tutto il popolo, 20 e come i nostri sommi sacerdoti e i nostri capi lo consegnarono a una condanna a morte e lo crocifissero. 21 Ora noi speravamo che fosse lui colui che avrebbe riscattato Israele; ma con tutto questo è il terzo giorno da che tutto questo avvenne. 22 Ma anche alcune donne di noi ci sconvolsero: essendo state al mattino al sepolcro, 23 e non avendo trovato il suo corpo, vennero dicendo d’aver visto anche una visione di angeli, che dicono che egli vive. 24 E se ne andarono al sepolcro alcuni di quelli che sono con noi,
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e trovarono così come anche le donne dissero; ma lui non lo videro. 25 Ed egli disse loro: O senza testa e lenti di cuore a credere a tutto ciò di cui parlarono i profeti. 26 Non bisognava forse che il Cristo patisse queste cose ed entrasse nella sua gloria? 27 E, iniziando da Mosè e da tutti i profeti, interpretò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 E si avvicinarono al villaggio dove andavano, ed egli fece come se dovesse andare oltre. 29 Ed essi lo forzarono, dicendo: Dimora con noi perché è verso sera e già il giorno è declinato. Ed entrò per dimorare con loro. 30 E avvenne, mentre era sdraiato lui con loro, preso il pane, benedisse, e, spezzato, lo dava loro. 31 Ora si spalancarono gli occhi loro
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e lo riconobbero; ed egli divenne invisibile da loro. 32 E dissero l’un l’altro: Non era forse il nostro cuore ardente (in noi) quando ci parlava nel viaggio, quando ci spalancava le Scritture? 33 E, alzati in quella stessa ora, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli Undici e quelli con loro, 34 che dicevano: Davvero è risorto il Signore e fu visto da Simone! 35 Ed essi raccontarono le cose lungo il viaggio, e come fu riconosciuto da loro nello spezzar del pane. 1. Messaggio nel contesto Di questo episodio, preso da una tradizione secondaria, Luca fa una pagina esemplare per mostrarci come il Signore risorto è presente ancora oggi nella nostra vita di credenti e come possiamo incontrarlo. I due pellegrini sono figura della chiesa. Essa cambia cuore, volto e cammino quando, nella duplice mensa della parola e del pane, “sperimenta” il Vivente e si
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unisce alla proclamazione di fede di Pietro, dal quale “fu visto”. In questo racconto, in cui si passa dal “non riconoscere” (v. 16) al “riconoscere” il Signore Gesù (v. 31, cf. v. 35) Luca ritraccia la sintesi di tutto il cammino proposto al suo lettore. Fin dall’inizio si era prefissato di far “riconoscere” a Teofilo la fondatezza della parola in cui è stato istruito (1,4). E lo fa in due tappe successive, che corrispondono alle due parti del suo Vangelo; l’ascolto del Signore che annuncia la parola, e la visione del suo volto mentre spezza il pane. Centro della duplice catechesi è il mistero del Figlio dell’uomo morto e risorto, davanti al quale ogni uomo “è senza testa e lento di cuore nel credere” (v. 25; cf. 9,45!). I due discepoli conoscono la Scrittura. Rifiutano però lo scandalo della croce, ignorando che essa è la chiave per entrarvi e comprenderla. Il Signore morto e risorto - di cui ci narra il Vangelo e facciamo memoria nell’eucaristia - ci porta ad accogliere la storia di Gesù come realizzazione e spiegazione di tutto il disegno di salvezza. “Veramente il Signore è risorto e fu visto da Simone!”. Ma ora è finito il periodo in cui si è fatto vedere. Nella sua ascensione la rivelazione si è chiusa, perché completata. Noi non abbiamo visto né lui né chi lo ha visto. Come quelli ai quali Luca si rivolge, siamo cristiani della terza generazione. Fondiamo la nostra fede sulla parola che ci tramanda la testimonianza dei testi oculari (1,2). Possiamo anche noi, come le donne e come Pietro, andare in pellegrinaggio al sepolcro. Come loro, lo troviamo vuoto. Non è lì il Vivente.
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Ma non ci ha lasciati. Egli è per le strade del mondo, fin che il suo regno non sia compiuto. Lui, il Figlio unico che dimora sempre presso il Padre, è uscito in cerca degli altri novantanove fratelli smarriti. Li segue, li incontra e si accompagna loro, per trasformare il loro esilio da fuga in pellegrinaggio. La nostalgia - che pur rimane e si esprime nel desiderio: “Maranà tha” (1Cor 16,22) - da triste dolore per un ritorno sempre più impossibile, diventa corsa gioiosa verso la casa del Padre. Come ai due di Emmaus, lui si fa vicino a tutti noi. Fa i nostri stessi passi sia di delusione che di speranza, sia di morte che di vita. Ci incontra nella nostra vicenda quotidiana di viandanti, associandosi al nostro cammino, ovunque andiamo. Non si allontana da noi, anche se noi ci stiamo allontanando da lui. Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto (5,32; 19,10). Il nostro cuore è morto e raggelato. I nostri occhi, impossessati dalla paura, sono incapaci di riconoscerlo. Sono chiusi fin da quando, ai piedi dell’albero, la menzogna li aprì sulla nostra nudità. Ma ora colui che fu appeso all’albero, ci scalda il cuore e ci schiarisce la vista. Lui in persona ci apre le Scritture e ci spalanca gli occhi. Anche se diventa invisibile, sappiamo che è entrato per rimanere con noi. Con la sua forza compiamo il santo viaggio, che ci mette in comunione di fede e di vita con i primi discepoli. Pure noi “riconosciamo” il Vivente. Da loro fu anche “visto”. Ma solo per un breve periodo, e per fondare la fede loro e nostra. Questa è la sola differenza tra loro e noi. Per il resto
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identica è la via che porta a riconoscerlo e identica la forza che ne scaturisce. Sia coloro dai quali fu visto, sia tutti noi ai quali fu testimoniato, giungiamo a lui attraverso l’annuncio che lo rivela risorto, il ricordo della sua parola e il “suo” gesto di spezzare il pane. Dio è l’Emmanuele. Non è solo “colui che è”, ma “colui che è con”. Infatti è amore, vittoria sulla solitudine e sulla morte. Per questo rimane per sempre con noi, anzi “in noi”. Perché “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). La Parola e il pane, con cui resta nel nostro spirito e nella nostra carne, sono il viatico della chiesa, fino alla fine dei tempi. L’uomo diventa la parola che ascolta, e vive del pane che mangia. La parola e il corpo del Figlio ci assimilano a lui, donandoci il suo stesso Spirito, che è la forza per vivere da figli del Padre e da fratelli tra di noi. Come i due di Emmaus, anche noi possiamo conoscere bene il Signore e tutte le Scritture. Ma siamo evangelizzati solo a metà, e tutta la nostra vita è amarezza e delusione, fino a quando la sua parola non ci fa comprendere la croce e il suo pane non ce lo fa riconoscere vivo e operante in noi. Questo racconto inoltre ci insegna a “discernere” la visita del Signore. Egli ormai è sempre presente: “entrò per dimorare con loro!” (v. 29), e la sua azione è farci passare dalla desolazione alla consolazione. Se prima ci sentivamo soli e abbandonati, ci vuol far sentire che lui è con noi e riempie la nostra solitudine. Se il nostro cammino era una fuga, con tristezza, oscurità, scoramento e sfiducia, ora diventa una corsa a Gerusalemme verso i fratelli, con la mente piena di
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luce e il cuore traboccante di gioia, di fiducia, di coraggio e di speranza. Da questi segni tutti possiamo riconoscere la presenza del Vivente nella nostra vita concreta. È il nostro incontro trasformante con lui. La fede è questo rapporto vitale con lui, che è personale, non per sentito dire (cf. Gv 4,42). 2. Lettura del testo v. 13: “due di loro”. Sono due di quelli che ricevettero con gli Undici l’annuncio della risurrezione (v. 9). Uno è Cleopa (forse zio di Gesù, cf. Gv 19,25). Ha conosciuto il Signore secondo la carne; ma dovrà riconoscerlo nello Spirito (2Cor 5,16). L’altro, anonimo, porta il nome di ogni lettore, chiamato a fare la stessa esperienza: è l’ineffabile personaggio, senza volto, dei sogni - il vero protagonista al quale l’altro fa da specchio. “nello stesso giorno”. In Luca tutto l’evento pasquale, dalla risurrezione all’ascensione, si svolge come in un giorno solo. È l’oggi eterno di Dio, il giorno della salvezza che abbraccia tutta la storia umana. Ogni nostro giorno gli si fa contemporaneo e vi entra mediante la Parola e l’eucaristia. “erano in cammino”. L’uomo è sempre in cammino. Portato dal suo desiderio, diventa ciò verso cui va. Il cammino dei due, come quello di tutti, è inverso a quello di Gesù: scendono
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da Gerusalemme. Incontreranno il Samaritano, che li riporterà a casa. Poi ne ripartiranno. Ma non per delusione, bensì per compiere la sua stessa missione nei confronti degli altri fratelli. v. 14: “conversavano” (greco: “fare l’omelia”). Anche se non hanno capito, non possono dimenticare. Si parla di ciò che sta a cuore, sta a cuore ciò che si cerca e si cerca ciò che si ama. Alla fine troveranno colui che cercano mentre sta cercandoli. Infatti lui per primo li ha amati e da sempre li porta nel cuore. Il parlare di lui è il primo accorgersi della sua presenza. v. 15: “questionavano” (greco: “cercare insieme, litigare” cf. 22,23; At 6,9; 9,29; 28,29). Il litigio è di due che desiderano la stessa cosa; ma anche di due, ugualmente delusi, che si ributtano addosso l’un l’altro il proprio malumore. Il ricordo del Signore non li unisce ancora. Sono disturbati dall’azione del Divisore, che ha loro oscurato il cuore come il volto. Ma lui è lì, presente ovunque per far memoria. “lo stesso Gesù, avvicinatosi, camminava con loro”. Il Risorto non abbandona i suoi. Anzi, ora può farsi vicino a tutti e ovunque. Può entrare anche nelle porte chiuse, negli occhi ciechi e nei cuori induriti. Come seguì il malfattore fino alla croce per offrirgli il Regno, ora segue ciascuno di noi, in qualunque situazione, per farci lo stesso dono. La nostra
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ricerca di lui approda solo alla tomba vuota; la sua di noi approda all’incontro di noi con lui, il Vivente. v. 16: “I loro occhi erano impossessati per non riconoscerlo”. La mano di Gesù si impadronì della mano della fanciulla morta per darle la vita (8,54). La mano della morte si impadronisce dei nostri occhi e li copre perché non riconosciamo il Vivente. Con la sua menzogna il nemico ci ha riempito di paura. Questa sta davanti agli occhi come un velo sul quale proiettiamo i nostri fantasmi (cf. 9,45; 18,34). L’attesa negativa e la tristezza sono le due mani con cui Satana ci chiude gli occhi davanti al Signore. v. 17: “Che sono queste parole”. Gesù vuole che si esprima la delusione dei discepoli. L’annuncio deve entrare in tutto il negativo dell’uomo e della sua storia. Deve salvarci proprio da questo! “s’arrestarono col volto scuro”. Il loro volto è l’opposto di quello del Signore trasfigurato (9,29). È un non volto nero come il loro cuore. La parola del Signore trarrà la luce dalle tenebre. v. 18: “Tu solo abiti forestiero in Gerusalemme, ecc.” . Gesù sembra estraneo ai fatti che li hanno toccati così da vicino. In realtà riguardano lui!

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v. 19: “Quali?”. Li interroga perché esca tutta la loro amarezza. Non si sminuisce né si nasconde la malattia davanti al medico. La fede non sarà elusione, ma soluzione dei problemi. Questi non vanno né repressi né rimossi. v. 20: “Ciò che riguarda Gesù il Nazareno, che fu, ecc.” È l’esposizione precisa del kerygma. Conoscono bene Gesù; ma solo fino alla morte. Il racconto, fedele e corretto, giunge fino alla porta stretta in cui non si vuol entrare. v. 21: “noi speravamo”. La croce è inevitabilmente letta come la fine di ogni speranza. Solo il Risorto può farla comprendere come mistero di salvezza. Il pensiero dell’uomo resta chiuso (9,45; 18,34), anzi profondamente deluso, davanti al pensiero di Dio (Mc 8,31-33). Egli non ci libera dal male e dalla morte - che sarebbe un’illusione! -, ma nel male e nella morte stessa. Davanti alla croce, sapienza e potenza di Dio (1Cor 1,24), si frantumano i nostri idoli e le nostre speranze che si rivelano semplici garanzie delle nostre paure. Dagon non regge davanti all’arca (1Sam 5,1ss). vv. 22s: “alcune donne di noi ci sconvolsero, ecc.”. I due hanno ricevuto l’annuncio della risurrezione. Ma risulta loro incredibile. v. 24: “ma lui non lo videro”. Sia allora che adesso, questo è il problema: senza l’esperienza del Risorto, è impossibile la
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fede! Questa è comunione diretta e personale con il Signore (cf. Gv 4,42). v. 25: “O senza testa e lenti di cuore”. Da sempre il popolo è “di dura cervice e dal cuore incirconciso”. C’è un’identificazione dei discepoli con il loro attributo abituale. Sono chiamati “o senza testa e lenti di cuore”, come fosse il loro nome. Realmente la nostra testa è impermeabile alla verità di Dio, perché piena delle nostre fantasie tremende; il nostro cuore è lento (bradicardico), perché raggelato dalla tristezza. “a credere a tutto ciò di cui parlarono i profeti,. Prestiamo più fede alla menzogna di Satana e alle nostre paure che alla verità di Dio e della sua promessa! Questo è il nostro peccato: l’incredulità. Il primo passo da fare è quello di prestare più orecchio alla sua parola che non ai nostri timori. v. 26: “Non bisognava forse che il Cristo patisse queste cose ed entrasse nella sua gloria?”. È il centro della catechesi del Risorto. La sua morte non è un incidente sul lavoro, estraneo alla promessa di Dio. È anzi il passaggio per entrare nella gloria. Ovviamente solo dopo la risurrezione possiamo comprenderlo. Alla luce pasquale la croce diventa la chiave interpretativa di tutta la Scrittura, e tutta la Scrittura diventa un commento alla croce come gloria di Dio.

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v. 27: “interpretò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano”. Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, perché tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (Ugo da S. Vittore). Gesù risorto è l’ermeneuta della Parola, perché in lui, sì pieno di Dio al mondo e del mondo a Dio, tutte le promesse sono divenute realtà (cf. 2Cor 1,20). v. 28: “fece come se dovesse andare oltre”. Gesù, ormai salito a Gerusalemme, è il primo che ne scende. È alla ricerca di tutti i suoi fratelli. à disposto ad andare sempre oltre ogni nostra fuga, pur di stare con noi. v. 29: “essi lo forzarono”. Colui che cerca vuol essere cercato. Il nostro desiderio di lui lo “forza” a stare con noi, perché lui per primo con desiderio ha desiderato mangiare con noi (22,15). “Dimora con noi, ecc.”. Se Dio dimora con noi, non c’è più la notte. Con lui, noi siamo per sempre a casa nostra. Il dimorare di Dio con noi è una delle espressioni che meglio ci fanno cogliere il significato dell’eucaristia. Gesù aveva promesso che con il Padre avrebbe preso dimora presso di noi, e ci aveva invitato a dimorare in lui come lui in noi (Gv 14,23; 15,4). Ora lo realizza. “ed entrò per dimorare con loro”. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io
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verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20; cf. Ct 5,2). Egli resterà con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Il pane spezzato è la sua dimora in noi e la nostra in lui. La sposa può dire finalmente: “la sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6). v. 30: “E avvenne, mentre era sdraiato lui con loro”. Nell’intimità con il Signore (“lui con loro”) c’è il gesto noto e rivelatore: “Fate questo in memoria di me” (22,19). L’abbondante mensa della parola che ha preceduto è servita a far desiderare e comprendere lo spezzare del pane. “preso il pane, benedisse, e, spezzato, lo dava loro”. Notiamo che, mentre in 22,19 si dice: “diede loro” (una volta per tutte), qui si dice: “dava loro” (un’azione passata che continua). Infatti, ciò che fu dato nell’ultima cena, è donato fino alla fine del mondo nella celebrazione eucaristica. v. 31: “si spalancarono gli occhi loro”. Il memoriale dell’amore del Signore ci spalanca gli occhi che erano chiusi da sempre. Finalmente li apriamo non sulla nostra nudità, ma sulla gloria di Dio: nell’eucaristia vediamo chi è lui per noi in ciò che siamo noi per lui. Vediamo il nuovo Adamo, il Crocifisso risorto. “e lo riconobbero”. “Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio” (14,15). Fine di tutto il Vangelo di Luca è farci riconoscere colui del quale i testimoni oculari ci hanno
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narrato (1,14). Questo riconoscimento avviene dopo la parola nel dono del pane. Le due tappe del Vangelo di Luca - la catechesi dell’ascolto e quella della visione - rispondono alle due parti della celebrazione eucaristica, con la duplice mensa della Parola e del pane. Se il pane realizza quanto la parola promette, la parola permette di riconoscere il pane come realizzazione della promessa di Dio. Per questo parola e pane formano un unico sacramento. L’eucaristia è veramente fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Tutto porta ad essa come tutto da essa parte. “ed egli divenne invisibile”. Non scompare. Resta sempre come colui che ci segue nel nostro cammino perché lo seguiamo nel suo. Nell’eucaristia possiamo sempre riconoscerlo. È invisibile perché, propriamente parlando non è più con noi, ma in noi. La parola ce l’ha messo nel cuore e il pane nella vita. Chi lo mangia vive di lui come lui del Padre che lo ha mandato (cf. Gv 6,57). Non vediamo più il suo volto di fratello, perché si è fatto il nostro stesso volto di figli. Assimilati a lui, anche noi ora siamo diventati l’icona del Padre davanti al mondo. v. 32: “Non era forse il nostro cuore ardente”. Come prima nel roveto ardente, così ora nel nostro cuore Dio si rivela, dicendoci il suo e il nostro vero nome (cf. Es 3,2ss). Insieme con la manna nascosta, ci è data una pietruzza bianca sulla quale è scritto un nome nuovo: il suo di padre nel nostro di figli nel Figlio (cf. Ap 2,17). Dio si rivela non più fuori, ma
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dentro di noi, come nostra vita. E ci rivela così la nostra vita vera, che è lui. Gesù è il maestro interiore, la cui parola, viva ed efficace, risuscita in noi la speranza morta. Il suo potere è discreto e lascia liberi. Anzi suscita la libertà del desiderio e dell’invocazione: “Dimora con noi!”. Ciò che essa opera in noi lo vediamo solo dopo. Dio, per ora, lo vediamo prima sempre di spalle, attraverso gli effetti brucianti della sua presenza (cf. Es 33,23). v. 33: “in quella stessa ora”. Il vecchio sole si oscurò a mezzogiorno. Ormai questo giorno, che sembrava declinare, non finisce più. Perché il sole è dentro di noi. Non ci fu giorno come quello, né prima né dopo: stette il sole e non si affrettò a calare (Gs 10,12-14). “tornarono a Gerusalemme”. I discepoli invertono marcia. Hanno ricevuto quel cibo che dà forza per compiere il lungo viaggio che ancora rimane (cf. 1Re 19,1-8). “trovarono riuniti gli Undici”. L’esperienza dell’eucaristia ci porta in comunione con l’esperienza degli Undici, che videro e toccarono la carne del Signore (cf. brano seguente). C’è un toccare e vedere spirituale che è più reale e più importante di quello fisico! v. 34: “Davvero è risorto il Signore e fu visto da Simone”. È il grido di pasqua, la gioiosa professione di fede dei primi.
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Anche noi nell’eucaristia ci uniamo a loro, nella stessa esperienza di lui. v. 35: “raccontarono le cose lungo il viaggio, e come fu riconosciuto”. Colui che “fu visto da Simone” è il medesimo che anche noi “riconosciamo”. Il Vivente ci è venuto incontro mentre scendevamo da Gerusalemme. Ci ha visto: ci si è fatto vicino, ci ha medicato con il suo olio e il suo vino. Il nostro cuore ha ricominciato ad ardere, intuendo nella sua parola la verità nostra e di Dio; i nostri occhi si sono spalancati, riconoscendolo nel pane. Ormai lui è in noi e noi in lui. Il nostro cammino diventa il suo. L’eucaristia si fa missione: diventiamo suoi testimoni, iniziando da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra. La nostra vita è la sua stessa: quella del Figlio che va verso i fratelli. Avendo sperimentato la cura del Samaritano per noi, possiamo obbedire al suo comando che ci dà la vita eterna; “Va’, e anche tu fa’ lo stesso” (10,37). L’incontro con lui attraverso la Parola e il pane continuamente ci guarisce: i nostri piedi si volgono dalla fuga al suo stesso cammino, il nostro volto passa dall’oscurità della tristezza alla luce della gioia, la nostra testa, senza cervello, si dischiude alla comprensione, il nostro cuore, raggelato e lento, comincia a pulsare e ardere, i nostri occhi, appannati dalla paura, si aprono a contemplare lui, e la nostra bocca, indurita nel litigio col fratello, canta lo stesso alleluia di tutti i salvati della storia. Siamo nati, e continuamente nasciamo, come uomini nuovi.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino da Gerusalemme a Emmaus. c. Chiedo ciò che voglio: Apri, Signore, i miei occhi per vederti, il mio cuore per accoglierti. d. Mi immedesimo con l’anonimo dei due discepoli e guardo e ascolto tutto. 4. Passi utili Gv 21; 14,15-24; 16.

140. SONO IO, IN PERSONA! PALPATEMI E GUARDATE (24,36-49)
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Ora, mentre parlavano essi di queste cose, egli stesso stette in mezzo a loro e dice loro: Pace a voi. 37 Ora, terrorizzati e presi da paura,
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pensavano di vedere uno spirito. 38 E disse loro: Perché siete turbati, per quale motivo salgono sragionamenti nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: Sono io, in persona! Palpatemi e guardate, perché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che io ho. 40 E, detto questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ora, non credendo essi ancora per la gioia e meravigliandosi, disse loro: Avete qui qualcosa da mangiare? 42 Ed essi gli diedero una parte di pesce arrosto. 43 E, preso, davanti ai loro occhi mangiò. 44 Ora disse a loro: Queste le mie parole che dissi a voi mentre ero ancora con voi: bisogna che sia compiuto tutto quanto è scritto nella legge di Mosè e nei profeti e nei salmi su di me.
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Allora spalancò la loro mente per intendere le Scritture. 46 E disse loro: Così è scritto: che avrebbe patito il Cristo e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno 47 e sarebbe stata proclamata nel suo nome la conversione e la remissione dei peccati a tutte le nazioni iniziando da Gerusalemme. 48 Voi testimoni di questo. 49 Ed ecco: io invio la promessa del Padre mio su di voi. Ora voi sedete nella città finché siate rivestiti di potenza dall’alto. 1. Messaggio nel contesto “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete!” (10,23). È la santa invidia nostra e di Luca per i primi discepoli, che videro colui che ci testimoniarono. Qui ci si narra come anch’essi, pur avendolo visto e toccato, devono, come noi, riconoscerlo e credergli attraverso la memoria della sua parola e il suo banchetto (vv. 36-45).
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La Parola e il pane sono la presenza costante del Risorto nella sua chiesa. Con la prima ci spiega la promessa di Dio e ci tocca scaldandoci il cuore; con il secondo ci apre gli occhi sulla sua realizzazione e si fa vedere nel dono di sé (vv. 1335). In questo modo anche noi sperimentiamo in prima persona la verità di quanto ci hanno trasmesso i testimoni oculari (1,2) e facciamo nostro il loro grido di meraviglia per la grande opera di Dio: “Veramente il Signore è risorto, e fu visto da Simone” (v. 34). In questo brano Luca collega direttamente il nostro riconoscerlo con l’esperienza di Simone e degli altri con lui. La differenza tra noi e loro sta nel fatto che essi contemplarono e toccarono la sua carne anche fisicamente, noi invece la contempliamo e tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza della loro parola e il memoriale eucaristico (cf. 1Gv 1,1ss). Luca insiste molto sulla corporeità del Signore risorto. È in polemica con l’ambiente ellenistico, che credeva all’immortalità dell’anima, ma non alla risurrezione dei corpi (At 17,18.32; 26,8.24). Con questa sta o cade sia la promessa di Dio che la speranza stessa dell’uomo di superare il nemico ultimo, la morte (1Cor 15,26). Questa vittoria è frutto dell’albero della croce, dove ci è offerta la solidarietà di Dio col nostro male. Chiave di lettura e sintesi delle Scritture (“così è scritto”, v. 46) è il Crocifisso, che ci offre la visione di un Dio come amore e misericordia infinita. La sua risurrezione è quasi un
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corollario, che conferma da una parte la sua divinità e dall’altra il dono che è venuto a portarci. Nel suo nome si annuncia a tutti la conversione e la remissione dei peccati (v. 47). In lui infatti vediamo la verità di colui dal quale la menzogna ci fece allontanare, e torniamo a volgerci a lui, che è la nostra vita. Ai piedi della croce cessa la nostra paura di Dio e la nostra fuga da lui, perché vediamo che lui da sempre è rivolto a noi e per sempre ci perdona. I discepoli saranno testimoni di questo (v. 48): faranno conoscere a tutti i fratelli il Signore Gesù come nuovo volto di Dio e salvezza dell’uomo. La forza di questa testimonianza è lo Spirito santo, la potenza dall’alto (v. 49). Come scese su Maria, scenderà su di loro (1,35; At 1,8; 2,1ss. 33). L’incarnazione di Dio nella storia non solo continua, ma giunge così al suo stadio definitivo. Siamo negli ultimi giorni (At 2,17), in cui si vive ciò che è per sempre. Dio ha reso perfetta la sua solidarietà con l’uomo: al tempo degli antichi fu “davanti a noi” come legge per condurci alla terra promessa; al tempo di Gesù fu “con noi” per aprirci e insegnarci la strada al Padre; ora, nel tempo della chiesa, è “in noi” come vita nuova. Il Padre nel suo amore ci ha donato il Figlio; il Figlio, nello stesso amore, ci ha donato il suo Spirito; ora lo Spirito è la nostra vita piena nel Figlio, in cui amiamo il Padre e i fratelli. Il seme già è piantato e germogliato. Deve crescere e portare la pienezza del suo frutto, fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora sarà la festa del raccolto.
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Gesù ha terminato la sua missione. Noi la continuiamo nello spazio e nel tempo. In lui e come lui, ci facciamo prossimi a tutti i fratelli, condividendo con loro la parola e il pane, curando con l’olio e il vino le loro ferite mortali. Da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra, l’universo e quanto contiene, tutto sarà ricolmo della Gloria. Allora l’uomo avrà ritrovato pienamente se stesso. E sarà salvo, lui e la sua storia. 2. Lettura del testo v. 36: “mentre parlavano essi di queste cose”. La Parola e lo spezzare del pane mettono i due discepoli pellegrini in comunione con quelli di Gerusalemme. La loro esperienza si confronta ed entra in dialogo anzi in comunione con quella di Simone e degli altri, che ora verrà descritta. Anche Paolo, che incontrò il Risorto sulla via da Gerusalemme a Damasco, tornerà “a Gerusalemme a consultare Cefa”, per non trovarsi “nel rischio di correre o di aver corso invano” (Gal 1,18; 2,2). Ogni credente è chiamato a verificare la propria esperienza su quella dei primi, e a unirsi ad essa. Quando essi lo videro, fu anche per tutti gli altri, che, attraverso la loro testimonianza, crederanno, lo riconosceranno e lo ameranno pur senza vederlo (Gv 20,29; 1Pt 1,8; 1Gv 1,1-4). “stette in mezzo a loro”. La sua presenza è ovunque se ne parla. Non è impedita nella sua azione da leggi spazio713

temporali. È il Signore sia di chi è per via, sia di chi è in casa. Si fa vicino a tutti; nessuno è sottratto alla sua azione salvifica. Egli ora si pone definitivamente al centro della cerchia dei suoi. “Pace a voi”. Shálóm è il baciarsi di ogni desiderio dell’uomo con la promessa di Dio. È il suo dono definitivo. Cantata dagli angeli sul presepio, è ora donata dal Crocifisso risorto a tutti gli uomini. L’annuncio della pace fa da inclusione alla sua vita, che ne è la rivelazione e il dono pieno. Gesù infatti è l’Amen totale di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio (cf. 2Cor 1,20). La pace, segno indubitabile della presenza di Dio, è l’insieme armonico dei molteplici aspetti dell’unico frutto dello Spirito. v. 37: “terrorizzati e presi da paura”. La pace di Dio eccede talmente la nostra piccolezza, che dapprima ci sconvolge. Rompe e dilata il nostro cuore, per farne il recipiente capace di contenerla. “pensavano di vedere uno spirito”. Per un greco lo spirito è in contrapposizione al corpo. Paolo invece parla di “corpo spirituale” (1Cor 15,44). Non è qualcosa di incorporeo o un fantasma (cf. Mc 6,49), ma un corpo materiale vivificato dallo Spirito di Dio. Un corpo si differenzia in vegetale, animale, umano o spirituale secondo il diverso principio vitale che lo anima, che è rispettivamente vegetativo, animale,
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razionale o divino. Su queste cose e su come sarà il corpo glorioso vedi 1Cor 15,35-58. v. 38: “Perché siete turbati”. Anche Maria rimase perturbata circa il significato dell’annuncio dell’angelo (1,29). I discepoli però sono turbati perché pensano che lui non sia il Risorto in persona, ma il suo fantasma di morto. “per quale motivo salgono sragionamenti nel vostro cuore?”. Dal cuore salgono i ricordi. Ma ogni memoria passata è necessariamente di morte. La risurrezione è una sorpresa incredibile. Ai discepoli sembra di sognare (cf. Sal 126,1). Dio realizza la sua promessa: “Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra. Ecco, faccio una cosa nuova; proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Non risalgano più dal vostro cuore le antiche paure” (Is 65,17; 43,19; 65,16 LXX). v. 39: “Guardate le mie mani e i miei piedi”. Le mani e i piedi, segnati dai chiodi, fanno innanzitutto vedere l’identità del Risorto con il Crocifisso, la continuità storica tra croce e risurrezione. Il corpo, che è loro presente, è quello stesso che è assente dal sepolcro. I segni di vittoria della morte sono ora segni della sua sconfitta. Contro ogni falso spiritualismo (docetismo), il corpo è molto importante: “Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne è da Dio” (1Gv 4,3). È vero che il Crocifisso è risorto. Ma il vero mistero è che il Risorto è il Crocifisso. Questo è quanto
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vogliono chiarire i Vangeli, e quanto i discepoli sono da sempre portati a ignorare. “Sono io”. “Sono io” = JHWH: è il nome di Dio. Le mani, i piedi (e il costato) sono i segni di colui che è stato trafitto. Ci fanno vedere il Signore (cf. Gv 19,37; 20,20). “Palpatemi e guardate”. Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete! Beate le mani che toccano quello che voi toccate! Anche noi, attraverso la loro testimonianza, siamo invitati con loro a toccare e vedere il Signore per partecipare alla loro stessa gioia (cf. 1Gv 1,14). C’è un palpare e vedere più profondo di quello fisico, un tocco e una vista spirituale, un gusto interiore, con pace e sbigottimento, adorazione ed esultanza grande. Principio è l’ascolto della Parola, più dolce del miele (Sal 119,103); apice è la comunione eucaristica, in cui riceviamo il pane dal cielo, “capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (Sap 16,20). v. 40: “mostrò loro le mani e i piedi”. È il mostrarsi di “Sono io” in persona. Le mani e i piedi, con le ferite del suo amore crocifisso, sono l’estensione che Dio fa di sé al mondo. E noi gioiamo, come i discepoli (Gv 20,20), perché vediamo il Signore direttamente così com’è in sé: amore per noi. v. 41: “non credendo... per la gioia”. Si può non credere per delusione, come i due di Emmaus. Ma anche per paura di illusione, come questi: “È troppo bello per essere vero!”. Il
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mestiere di Dio è proprio fare quell’impossibile che all’uomo risulta necessariamente incredibile. Il suo dono supera sempre ogni attesa. “Avete qui qualcosa da mangiare?”. Luca presenta gran parte dell’attività di Gesù a tavola o in cammino. Egli insiste molto sul mangiare di Gesù risorto per indicare la sua corporeità. La chiesa ne fece subito una lettura eucaristica. v. 42: “pesce arrosto”. Richiama Giovanni, dove si dice che nessuno più osava chiedergli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore (Gv 21,12). Infatti il suo corpo, realmente risorto, ha già aperto anche il nostro sepolcro: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe” (Ez 37,13). Già prima di morire aveva preso, spezzato e dato il pane e il pesce (9,10ss). Ora, risorto, condivide il pane con quelli di Emmaus e il pesce con questi. Nel pesce arrosto si vide un’allusione al Cristo morto e risorto: piscis assus, Christus passus. Il pesce vive negli abissi: catturato e cotto, diviene alimento dell’uomo. Anche il Cristo viene dall’abisso di Dio e vive in quello della morte: catturato e cotto sul legno della croce ( in ara crucis torridum), si fa nostro cibo di vita. Dei codici aggiungono: “un favo di miele”, simbolo della parola di Dio (cf. Sal 119,103). Si completa così l’interpretazione eucaristica, con la duplice mensa in cui il Signore si fa riconoscere pienamente.
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v. 43: “mangiò”. È una dimostrazione della realtà corporea della risurrezione. Il corpo, tempio dello Spirito, è destinato a rivelare la gloria dei figli di Dio. Le prove con cui Gesù si mostrò vivo sono il farsi vedere e palpare, parlare e mangiare (cf. At 1,3-4). Esplicitando il senso eucaristico, dei codici aggiungono: “e, presi i resti, li diede loro”. v. 44: “Queste le mie parole”. Richiama l’inizio del Deuteronomio, con il testamento di Mosè. Questo è il testamento nuovo, del nuovo Mosè. “mentre ero ancora con voi”. “Era con” noi. Ora invece “è in” noi con il dono del suo Spirito. “bisogna che sia compiuto tutto quanto è scritto ... su di me”. Il Risorto ci ricorda le parole che disse prima di morire e ci fa comprendere il mistero pasquale come compimento delle Scritture. Tutto quanto c’è nella Bibbia, dice Gesù, “è scritto su di me”, e si compie nella sua morte e risurrezione. La Scrittura tutta parla di lui, morto e risorto, e trova in lui la verità di ciò che dice. v. 45: “spalancò la loro mente”. Il Risorto, come apre le Scritture alla mente (v. 27), così apre la mente alle Scritture: le spiega e piega la nostra durezza a comprenderle. È il grande prodigio che ci guarisce dalla nostra cecità. Il Risorto finalmente compie il miracolo che non gli era riuscito in vita: illuminare i discepoli come il cieco di Gerico (cf. l’inizio e la
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fine della sua catechesi sul Figlio dell’uomo: 9,45; 18,34). L’Agnello immolato toglie il duplice sigillo: sia quello che c’è sulla Scrittura, che rivela ciò che nessuno mai vide (1Cor 2,9), sia quello che c’è sul cuore (2Cor 3,15), che è velato dalla menzogna antica. Finalmente è levata la maledizione di Isaia: “Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere, dicendogli: ‘Leggilo’, ma quegli risponde: ‘Non posso perché è sigillato’. Oppure si dà il libro a uno che non sa leggere, dicendogli: ‘Leggilo’, ma quegli risponde: ‘Non so leggere’” (Is 29,11s). Ora, “noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). v. 46: “Così è scritto, ecc.”. Dopo questo miracolo, che spalanca la mente, tutta la Scrittura diventa spiegazione della morte/risurrezione del Signore, centro della rivelazione e dell’annuncio. Anche chi lo ha visto giungerà alla fede come quella di Emmaus e quanti verranno dopo - attraverso la sua parola e il suo cibo, che guariscono gli occhi e il cuore. v. 47: “e sarebbe stata proclamata nel suo nome”. L’annuncio per Luca diventa un articolo di fede. Esso è fatto nel nome, cioè nella persona stessa di Gesù, l’annunciato. Il discepolo presta la sua bocca a lui, che è presente, vivo e operante nella parola su di lui. L’annuncio del Signore morto e risorto dilata la salvezza pasquale nello spazio e nel tempo.
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“la conversione e la remissione dei peccati”. È il frutto della predicazione che ci presenta il Signore morto e risorto. In lui finalmente possiamo volgerci a Dio, perché abbiamo compreso che ci vuol bene e fu un errore fuggire da lui. Questa è la vera conversione. Il Crocifisso ci mostra che Dio è amore e perdono; il Risorto ci mostra che l’amore crocifisso e perdonante è Dio. “a tutte le nazioni”. Luca è “cattolico” (= universale). Nessun figlio può essere escluso dall’amore del Padre. Chi si chiude a uno, non conosce il Padre ed esclude sé - e, con sé, anche il Figlio, che si è fatto ultimo di tutti per salvare tutti, anche chi, escludendo gli altri, esclude se stesso. “iniziando da Gerusalemme”. Il Vangelo presenta Gesù che va a Gerusalemme. Gli Atti presentano i discepoli che vanno da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra. Ma unica è la missione: quella del Figlio ai fratelli, per far loro conoscere il Padre. In Gerusalemme è la sorgente. Da lì esce l’acqua che sazia la sete di tutta la terra. v. 48: “ Voi testimoni di questo”. In At 1,8 Gesù dice: “Mi sarete testimoni”. Egli si identifica con l’annuncio. Testimone (in greco: mártyr) significa uno che ricorda. Il discepolo ricorda il maestro: lo tiene davanti agli occhi e nel cuore, e lo vive nella quotidianità della vita, fino alla morte. Il Regno altro non è che questo “martirio” di chi cammina
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come lui ha camminato, continuando a fare e dire ciò che lui per primo cominciò a fare e a insegnare (At 1,1). v. 49: “io invio la promessa del Padre mio su di voi”. I discepoli attendono la promessa del Padre, “quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito santo” (At 1,4s; cf. 3,16). Lo Spirito santo (= vita di Dio) è la promessa del Padre e il dono del Figlio. Scese su Maria e scenderà sui discepoli riuniti con Maria (1,35; At 1,8; 2,1ss). Sta all’inizio della storia sia di Gesù che della chiesa, e segna il passaggio dalla promessa al compimento, dall’Antico al Nuovo Testamento. L’incarnazione del Verbo, cominciata in Maria per la potenza dello Spirito, si perpetua fino alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora il Figlio avrà raggiunto la sua statura piena (Ef 4,13), perché tutti i fratelli saranno in lui. Il Vangelo ci narra l’azione di Gesù nello Spirito (cf. 3,22; 4,1.18); gli Atti ci narrano l’azione dei discepoli, suoi testimoni nella potenza dello stesso Spirito (At 1,8). “sedete nella città”. Lo Spirito di Dio non può essere prodotto o pretesa dell’uomo. È invece dono all’umile attesa di chi “siede” nella città - da cui ormai scaturisce. “finché siate rivestiti di potenza dall’alto”. Sarà la pentecoste. Gesù ci invia alla sua stessa missione, possibile solo con il suo stesso Spirito. La nostra debolezza sarà il vaso della sua potenza (cf. 2Cor 4,7; 12,9s).
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo nel cenacolo insieme agli apostoli e ai discepoli. c. Chiedo ciò che voglio: gioire sempre poiché il Signore è risorto. d. Contemplo la scena. 4. Passi utili Gv 20,19-29; 16,5-15.

141. MENTRE EGLI LI BENEDICEVA, DISTÒ DA LORO (24,50-53)
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Ora li condusse fuori fin verso Betania e, levate le mani, li benedisse.
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E avvenne, mentre egli li benediceva, distò da loro (ed era portato su verso il cielo). 52 Ed essi (prostratisi a lui), tornarono a Gerusalemme con grande gioia, 53 ed erano per tutto il tempo nel tempio benedicendo Dio. 1. Messaggio nel contesto Il Vangelo di Luca iniziò nel tempio con la benedizione mancata di Zaccaria, che non ebbe fede. Termina ora nel tempio con la benedizione e la gioia dei discepoli, che hanno riconosciuto e adorato il Signore. In mezzo c’è tutto il cammino di Gesù, che ha loro aperto gli orecchi e la mente all’ascolto, gli occhi e il cuore alla visione. L’ascensione è narrata da Luca due volte, rispettivamente come conclusione del Vangelo e come inizio degli Atti. È la cerniera tra il tempo di Gesù e quello della chiesa, chiamata, per la potenza dello Spirito, a riviverlo qui e ora nella testimonianza e nell’annuncio. È insieme l’ultima apparizione del Risorto e il suo modo definitivo di essere tra noi fino al suo ritorno. La narrazione è come una liturgia di glorificazione, simile alla solenne benedizione del sommo sacerdote Simeone quando
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finì di fortificare il tempio (Sir 50,20). L’ascensione compie il giorno senza fine di Pasqua. Il ritorno del Figlio al Padre costituisce il senso pieno del mistero pasquale, il punto di arrivo dell’esodo e della creazione stessa. L’uscita dalla terra dei sepolcri termina con l’ingresso nel cielo, la creatura si ricongiunge al suo creatore. Dopo l’ascensione Dio non ha più nulla da dire o da dare. Ha già detto e dato tutto nella carne di Gesù glorificata. C’è solo la necessità continua del suo Spirito, che ci faccia entrare e vivere in essa. Il Signore non si allontana dai suoi. Sarà sempre in cammino con tutti i pellegrini, come con i due di Emmaus. Ma la sua presenza non sarà fisica, limitata nello spazio e nel tempo. Sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. La sua distanza assoluta è in realtà una vicinanza assoluta. Se prima era vicino a noi col suo corpo, ora è in noi con il suo stesso Spirito. Prima era visibile, con il volto di un altro; ora è invisibile, come il nostro stesso volto trasfigurato nel suo dalla Parola e dal pane. La sua ascensione - esaltazione della sua umanità alla dignità del Figlio di Dio - è certezza di benedizione per ogni uomo. Dopo un lungo travaglio, è nato il capo. Ma dove è il capo, sarà tutto il corpo. In lui vediamo la speranza alla quale siamo stati chiamati, il tesoro di gloria che racchiude la nostra eredità (Ef 1,18). In Gesù che ascende al cielo conosciamo compiutamente il mistero dell’uomo e del suo corpo. Sappiamo da dove viene perché vediamo dove va: viene dal Padre della luce, e a lui ritorna. La nostra vita non è più sospesa nel nulla; ha trovato il suo principio e il suo fine.
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Gesù non ci lascia orfani e senza patria. Proprio con il suo distare ci indica il Padre e la sua casa, dove lui ci ha preceduto. La nostra patria è nei cieli e la nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. In lui anche noi siamo già risorti, fatti sedere nei cieli e glorificati (Fil 3,20; Col 3,3; Ef 2,6; Rm 8,30). Dove è il nostro tesoro, lì è anche il nostro cuore (12,34) e, dove è il nostro cuore, lì saremo anche noi. Il comandamento dell’amore è la via per raggiungerlo. Ora conosciamo finalmente chi cerchiamo e come trovarlo. La glorificazione di Gesù con il suo corpo è la realizzazione della brama più profonda che il Dio della vita ha messo nell’uomo: diventare come lui, vincendo la morte. Non è un sogno proibito (cf. Gn 3,4s), ma il dono che lui ci vuol fare. Per questo i discepoli sono colmi di gioia! Il Signore, ascendendo in alto, ha compiuto i più grandi prodigi in nostro favore (cf. Ef 4,8). Ha distrutto la schiavitù che ci separa dalla patria del desiderio, vincendo la nostra morte e dando se stesso come senso della nostra vita; ha distribuito tutti i suoi doni, offrendoci il suo Spirito e la possibilità di vivere la sua vita. Ora siamo liberi, simili a lui, e vediamo in lui chi siamo noi. Figli nel Figlio, fatti finalmente adulti e responsabili, possiamo testimoniare e annunciare ai fratelli l’amore del Padre, continuando a fare e insegnare fino agli estremi confini della terra quanto lui cominciò a fare e a insegnare dalla Galilea a Gerusalemme (At 1,1). “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo” (Ef 1,3). Alla fine del Vangelo, Gesù ci dà la sua
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benedizione. Ci benedice due volte: di continuo e per sempre. Il suo bene-dire è un bene-dare. È infatti il Figlio, Parola perfetta del Padre, che adoriamo uguale a lui nella santità e nella misericordia. E noi lo benediciamo, dicendo bene di lui che ci dà-ogni-bene. In lui possiamo finalmente lodare Dio. Raggiungiamo il fine per cui siamo creati: gioiamo della gioia stessa di Dio, di Dio stesso che è gioia. Gioiamo di lui come lui gioisce di noi. La sua Gloria riempie la terra. 2. Lettura del testo v. 50: “li condusse fuori”. “Condurre fuori” indica l’azione di Dio quando liberò il suo popolo. Mosè ed Elia parlavano con Gesù del suo “esodo” che stava per compiersi a Gerusalemme (9,31). Ora nell’ascensione è perfetto. Il ritorno al Padre è la redenzione del cosmo, il ritorno di tutto a colui dal quale è uscito. È il grande sabato, fine del lavoro di Dio. Il compimento dell’esodo di Gesù segna l’inizio del nostro: mentre ascende al cielo, conduce fuori anche i suoi discepoli. “fin verso Betania”. Betania è il luogo in cui comincia e finisce il suo soggiorno a Gerusalemme. Posta a oriente della città, da lì si attende il ritorno della Gloria (Ez 43,2). Perché da lì è partita (cf. Ez 11,23). “levate le mani, li benedisse”. Nei momenti determinanti della sua vita, Gesù prega. Alla fine diventa lui stesso
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preghiera per noi: le sue mani, ormai per sempre alzate al Padre, sono stese per sempre su di noi. È l’ultima immagine di sé che ci lascia, compendio del suo passato e garanzia del nostro futuro. È Mosè che intercede per i suoi in lotta (Es 17,8ss), è la chioccia che finalmente raccoglie tutti i suoi piccoli (13,19). La sua piena comunione con il Padre diventa per noi benedizione definitiva. Attesa fino alla fine del Vangelo, questa è la sua benedizione: la sua stessa comunione con il Padre. Quando era con noi, “passò bene-facendo” (At 10,38). Ora, glorificato, rimane bene-dicendo. Il suo dire è la potenza creatrice del Verbo. v. 51: “mentre egli li benediceva, distò da loro”. Per la seconda volta, si sottolinea la sua benedizione. Essa avviene mentre dista. Il suo andarsene da noi genera un vortice che ci risucchia a lui. Per questo ci disse: “È bene per voi che io me ne vada” (Gv 16,7). La sua distanza non è assenza. Crea in noi quel vuoto e quel desiderio che lui riempirà e compirà con il suo Spirito. L’uomo desidera ciò che gli manca, e diventa ciò che desidera. Con Gesù abbiamo imparato a conoscere Dio. La sua mancanza ce lo fa desiderare. In questa ricerca di colui che abbiamo imparato ad amare giungiamo là dove Dio aveva preordinato che tutta la creazione arrivasse. Lui da sempre ci ha amati, nell’attesa di essere riamato. Ora è soddisfatto. All’abisso del nostro desiderio di lui risponde con il dono del suo Spirito di amore. Da questa distanza assoluta Gesù può ormai abbracciare tutto il mondo e la sua storia. L’umanità intera è il suo corpo nella
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statura piena (Ef 4,13). Tutti siamo chiamati a farne parte nella chiesa, “pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1,23). Misteriosamente già ora nella sua carne ascesa al cielo tutta l’umanità è ritornata alla sorgente della vita. “(ed era portato su verso il cielo)”. Il suo distare non è un andare lontano, ma un elevarsi là dove può racchiudere in sé ogni orizzonte. Raggiunto il cuore del Padre, Gesù è vicino a ogni fratello, perché possa compiere il suo stesso cammino. v. 52: “(prostratisi a lui”). Per la prima volta i discepoli adorano il Signore Gesù. In lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Nella sua carne crocifissa e gloriosa hanno visto chi è colui che aveva detto: “Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore” (Dt 6,5). Hanno riconosciuto il Signore. E lo adorano, sapendo che è colui che li ama di amore eterno (Ger 31,3). Adorare significa “portare la mano alla bocca e mandare reverente bacio”: è un amore pieno di riverenza una riverenza colma di amore. La sposa ha trovato il suo sposo, e lo può amare secondo il suo comando. I due faranno una carne sola. “tornarono a Gerusalemme”. Li attende il dono promesso dello Spirito. Questo ritorno a Gerusalemme è anche immagine del cammino di Gesù, al quale saranno ricondotti tutti i popoli della terra. Con il suo “distare” inizia la fine del tempo: in lui il passato approda al suo fine e il futuro troverà
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il suo approdo. L’Alfa è anche l’Omega, il principio è il fine di tutto. “con grande gioia”. Non c’è la nostalgia di un distacco, ma la certezza di un dono. Questa gioia, che a Pentecoste esploderà all’esterno su tutta la terra, è l’inizio della chiesa, ciò che la muove nel suo cammino. Come il nemico cerca di toglierla, così è proprio di Dio dare letizia: è il suo profumo, segno della sua presenza. La gioia è di chi ha raggiunto ciò che desidera. Nell’ascensione si compie la gioia annunciata nel giorno di natale. Il Salvatore, Cristo Signore, nato a Betlemme sulla terra, oggi nasce in Betania al cielo: è il primogenito di ogni creatura, il primo di quelli che sono rinati dalla morte (Cf. Col 1,15.18). Tale gioia sarà piena quando tutti i figli saranno nella casa del Padre. Già ora il primo di tutti, che si è fatto ultimo di tutti, è tornato. La sua ascensione, anticipo del ritorno di tutti, è il principio della missione della chiesa a cercare l’ultimo, che è lui, compiacenza del Padre. v. 53: “erano per tutto il tempo nel tempio benedicendo Dio”. La lode è la forza del creato. Come commentano i rabbini, anche il sole si fermò in Gabaon quando Giosuè gli disse: “Taci ( = fermati), sole!” (Gs 10,12). Infatti attinge la forza del suo camminare dal fatto che canta la gloria di Dio (Sal 19,2). Dopo che Gesù ci ha benedetti con tutta la sua vita, anche noi possiamo benedire Dio. In lui abbiamo visto come Dio ci ama, serve e loda. Ora anche noi possiamo
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amarlo, servirlo e lodarlo, e diventare come lui; secondo il desiderio originario: “Sarete come Dio” (Gn 3,5). Il tempio, abitazione di Dio, è ora abitazione stabile dell’uomo. L’uno e l’altro abitano insieme. Anzi, Dio si fa dimora dell’uomo e l’uomo dimora di Dio. Questa è la piena benedizione. Dio ha desiderato porre nell’uomo un desiderio: desiderarlo come lui stesso lo desidera. Ora si compie. “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore” (Sal 27,4). E il Signore dice: Amen, così è, così sia! 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino dal cenacolo al monte degli Olivi. c. Chiedo ciò che voglio: “Maranà tha”. d. Contemplo Gesù che conduce fuori città i suoi, li benedice e si congeda da loro. 4. Passi utili At 1,1-11; Gv 15,1-17.18-16,4.5-15.16-33; 17,1-26.

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