CORRIER ECONOMIA

LUNEDÌ 1 LUGLIO 2013

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Osservatorio Studi Legali/I giudizi sulla riforma Fornero
Toffoletto Trifirò Lab Law Ichino-Bragatelli

Sgravi fiscali a chi assume Niente articolo 18 per 2 anni

Va riformata e potenziata la macchina della giustizia

Servono un Testo unico e uniformità di giudizio

Più posti solo se si tagliano costo del lavoro e burocrazia
racciare un bilancio della riforma Fornero, quando è in corso una parziale revisione della legge, può offrire interessanti spunti di riflessione. A formularli è l'avvocato Guglielmo Burragato, specializzato in diritto del lavoro e impegnato nello Studio Ichino-Bragatelli. Un'esperienza professionale che gli consente un osservatorio privilegiato sul fronte delle imprese e dei contenziosi. «La riforma Fornero ha realizzato solo in parte i suoi obiettivi — racconta l'avvocato Burragato —. E non nutro grandi speranze che la sua revisione produca risultati clamorosi». Ma quali sono gli elementi positivi e negativi che l'hanno caratterizzata? «Tra i risultati negativi — spiega Burragato — spicca sicuramente l'errore di liberalizzare solo in parte l'articolo 18. In una fase così drammatica per l'occupazione era necessario applicarlo solo per i contratti futuri. La scelta di farlo valere anche per i contratti in essere ha determinato un aumento esponenziale dei licenziamenti e nessuna assun- Guglielmo Burragato zione». Non tutto però è da buttare via. Seppur nel problematico contesto del mercato del lavoro italiano non mancano i risvolti positivi della legge Fornero. «Il travaso delle finte partite Iva e dei contratti di collaborazione a progetto in contratti a tempo determinato è stato indubbiamente positivo — continua Burragato —. Come è apprezzabile, in un momento così drammatico per l'occupazione, la scelta governativa di ridurre notevolmente l'intervallo di tempo tra un contratto temporaneo e l'altro». Interventi che da soli non bastano a risolvere i problemi lavorativi. «Lo sviluppo dell'occupazione non si crea con le riforme — conclude l'avvocato Burragato — Bisogna tagliare il costo del lavoro, ottenere risorse dal taglio della spesa pubblica e sconfiggere la burocrazia».
MICHELE AVITABILE
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gran parte dei giuslavoristi italiani l’ultima riforma del lavoro, voluta da Elsa Fornero, non è mai piaciuta. Oggi che il governo Letta progetta rettifiche e aggiustamenti in corsa, la prova sul «campo» sembra premiare gli scettici. «Non c’erano pregiudizi nei nostri pareri — precisa Franco Toffoletto — semplice mente quella legge presentava già in partenza difetti strutturali che poi si sono rivelati interamente una volta messa in pratica. Le troppe regole e il percorso contorto hanno ingessato uno strumento utilissimo come l’apprendistato. I contratti job on call hanno subito un calo vertiginoso e in genere i contratti flessibili sono stati penalizzati. Ma questo non ha favorito i contratti a tempo indeterminato, come era nelle intenzioni del legislatore, creando ulteriore ostacolo a un mercato dell’occupazione già di per sè molto problematico». Pilastro fondamentale della riforma del lavoro erano le nuove norme sui licenziamenti con la possibilità di aggirare l’articolo 18 rendendo più fluido il flusso tra assunzioni e licenziamenti. Franco «Quello dell’articolo 18 è diventa- Toffoletto to un balletto ridicolo — sorride il giuslavorista —. Ci hanno persino detto che si tratta di un tema marginale perché l’articolo 18 riguarda soltanto il 3 per cento delle aziende italiane. Vero. Ma è vero anche che si tratta delle aziende che occupano al 65,5 per cento dei lavoratori dipendenti. Ecco perché sarebbe stata necessaria una vera riforma in tema di licenziamenti». L’obiettivo, almeno stando alle dichiarazioni del nuovo governo, non sembra del tutto sfumato. Aggiustamenti in corsa sono sempre possibili. «Io proporrei un contratto a termpo indeterminato con forti sgravi fiscali — dice Toffoletto — però senza l’applicazione dell’articolo 18 per due anni. Darebbe una scossa al mercato in entrata e non metterebbe a rischio i dipendenti. Quando si vive una fase di emergenza bisogna adottare misure d’emergenza».
I. TRO.
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ollice verso. Secondo l’esperienza dello studio Trifirò l’ultima riforma del lavoro ha avuto un impatto quasi del tutto negativo sul mercato occupazionale. «In una simile analisi non si può prescindere dalla valutazione delle norme in merito all’articolo 18 — afferma Stefano Trifirò —. Doveva essere la chiave per liberare la mobilità del nostro mercato e invece ha finito per aumentare l’incertezza del diritto. Troppa discrezionalità in mano ai giudici ha portato a giudizi eccessivamente veloci e a risultati che hanno pochi riscontri con la realtà. La conseguenza è che, di fatto, la via alternativa all’articolo 18 non si applica. I licenziamenti per motivi economici sono rimasti sulla carta. Avere nuove norme e non applicarle ha finito addirittura per acuire l’incertezza del diritto». Il progetto di riforma prevedeva anche modifiche nell’utilizzo del contratto di apprendistato e di tutte le altre forme di occupazione a tempo determinato. «Anche in quei casi il risultato non si è rivelato soddisfacente Stefano — si lamenta il giuslavorista Trifirò milanese —. I contratti flessibili sono stati imbrigliati da legacci e zavorre burocratiche: nel tentativo di evitare l’abuso dei contratti a tempo determinato si è finito per ingessarli senza incentivare quelli a tempo indeterminato e questo ha penalizzato ulteriormente il mercato». Intanto però servono idee, suggerimenti utili per la contro-riforma che è allo studio. «Personalmente non credo tanto alle riforme epocali, le regole si possono sempre aggiustare in corsa ma è la macchina che deve essere modificata: bisogna abbassare il costo del lavoro, rendere più veloci ed efficaci i tribunali, magari investendo sul processo telematico, rinnovando il personale delle cancellerie, aumentando il numero dei magistrati in attività. Poi potremo concentrarci su riforme efficaci».
I. TRO.
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perare una revisione parziale della legge Fornero non porterà a risultati efficaci. E' necessario abrogarla completamente. Perché è scritta male, è il frutto di un compromesso politico e non offre certezze legislative capaci di spingere le imprese a compiere investimenti». E' questa la tesi dell'avvocato Luca Failla, specializzato in diritto del lavoro e socio fondatore dello studio internazionale Lab Law. «La verità — racconta l'avvocato Failla — è che la riforma non ha corretto i veri guasti che riguardano il diritto del lavoro. Anzitutto non abbiamo ancora un testo unico che raccolga tutti le leggi sul tema. Inoltre, non c'è certezza del diritto. Basti pensare che i giudici non interpretano in maniera univoca i contratti collettivi. Così accade che, sullo stesso tema, ci siano sentenze diverse a seconda della città dove vengono emesse. E poi ci lamentiamo che le imprese straniere non investono in Italia». Ma le perplessità di Failla non finiscono qui. Per il legale Luca specializzato in diritto del lavo- Failla ro la prima parziale revisione governativa della legge Fornero non sembra poter produrre esiti determinanti per lo sviluppo dell'occupazione. «Ridurre l'intervallo di tempo tra un contratto a tempo determinato e l'altro è un intervento utile — spiega Failla —. Anche perché pone rimedio a un grosso errore di valutazione. Ma influisce poco sulla vita delle imprese e dei lavoratori». Non mancano, però, i suggerimenti operativi che puntano a produrre risultati rapidi in tema d'occupazione. «Occorre approvare una legge che si ponga almeno cinque obiettivi — conclude l'avvocato Failla —. Tagliare il costo del lavoro, ridurre la spesa pubblica, combattere l'inefficienza dei centri per l'impiego, alimentare la concorrenza e semplificare le norme».
M. AV.
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Chiomenti

Fusani-Gandolfi

I nuovi ammortizzatori sono già da rivedere

Servono veri incentivi per aiutare chi assume
l decreto varato dal governo Letta per incrementare l'occupazione e correggere alcuni punti della riforma Fornero non sembra suscitare entusiasmi clamorosi nel mondo giuridico. Lo conferma l'avvocato Mario Fusani, esperto di diritto del lavoro che opera nel suo studio associato assieme alla collega Cristina Gandolfi. «E' inutile farci illusioni — racconta Fusani —. Gli incentivi destinati alle aziende che assumeranno giovani tra i 18 e i 29 anni non bastano. Poche centinaia di euro al mese non riescono certo a coprire gli investimenti necessari per trasformare un giovane neoassunto in un profilo professionale qualificato». Ma la riflessione del legale si sofferma anche sulla necessità di salvaguardare i livelli occupazionali delle altre generazioni. «Capisco che il pacchetto governativo destini risorse per incrementare il lavoro tra i giovani e gli ultracinquantenni — spiega Fusani —. Perché sono fasce a rischio. Ma è assurdo tenere fuori da questo decreto anche molti 40-45enni che sono stati licenziati e vi- Mario vono la drammatica re- Fusani altà di non riuscire a rientrare nel mercato lavorativo». Di tutt'altro tenore, invece, è la sua posizione sulla revisione dell'intervallo che deve trascorrere tra la scadenza di un contratto a tempo determinato e il suo rinnovo. «Era una scelta necessaria e ha fatto bene il governo a ridurlo a 10-20 giorni — spiega Fusani —. Che tre mesi fossero un'enormità sono stato tra i primi a sperimentarlo. Tanto che a luglio dell'scorso, pochi giorni dopo l'entrata in vigore della riforma Fornero, ho chiesto una deroga a questo termine per conto dell'l'Anica, l'associazione della filiera produttiva cinematografica. Una buona legge non può che essere funzionale alle esigenze concrete della vita quotidiana. Altrimenti è inapplicabile e non è utile a nessuno».
M. AV.
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ome un lago. Il mondo del lavoro ha due «fiumi» connessi: quello d'ingresso (il flusso dei giovani) e quello d'uscita (gli scivoli per i pensionabili). Il dibattito sulla riforma del lavoro si è occupato quasi sempre del primo flusso: apprendistato costo del lavoro, contratti flessibili. Molto meno del secondo (catalizzato dall’articolo 18). «In effetti la parte della riforma Fornero destinata agli ammortizzatori sociali è passata quasi sotto silenzio — concorda Annalisa Reale, giuslavorista dello studio Chiomenti —. Eppure genera un impatto notevole sul mondo del lavoro. In caso di licenziamento collettivo spariscono i regimi speciali differenziati per settore e gli stessi vengono uniformati: gli scivoli saranno di 18/24 mesi senza distinzione. Questo aspetto, combinato con la riforma delle pensioni che allunga la permanenza al lavoro, comporta notevoli complicazioni nei casi di crisi e ristrutturazioni aziendali». In tema di uscita (ma anche di entrata), invece, la grande delusione arriva dalla riforma dell' articolo 18, incapace di sprigionare quel circolo virtuoso che ci si attendeva: licenziamenti meno blindati che incoraggino assunzioni più numerose. E invece l’occupazione precipita. «In tal senso bisogna fare qualche distinguo — precisa Reale —. La riforma di per sé non deve essere giudicata negativamente, la possibilità di scelta per il giudice è un progresso rispetto al passato. Prima il regime delle sanzioni era totalmente ingessato e il giudice, per le imprese sopra i 15 dipendenti, poteva solo reintegrare. A non funzionare sono le nuove norme processuali: lil nuovo rito, che impone al giudice di decidere entro 40 giorni, è troppo rapida, spesso porta a sentenze molto difformi tra di loro. Il risultato è che ci troviamo davanti a un diritto ancora più incerto che spiazza e spaventa soprattutto le multinazionali che si accostano al nostro mercato del lavoro. In tal senso non sarebbe male concentrarsi sulle carenze applicative e sull’incertezza delle regole del nuovo rito. Un’ultima annotazione va fatta in positivo: la riforma ha introdotto il contratto a terminer senza necissità di causa che attualmente è il miglior percorso d’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro».
I. TRO.
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