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Anno 2022.

La Terra è devastata dall'inquinamento e


dalla sovrappopolazione.

La natura incontaminata non esiste praticamente più e


il clima è stravolto in senso torrido. Le stagioni si sono
ridotte ad una perenne estate che dura tutto l'anno,
con 32° di temperatura.

A New York, domina la corporation multinazionale


Soylent, produttrice di cibo sintetico, che provvede al
sostentamento di una popolazione di 40.000.000 di
abitanti afflitti dai problemi cronici della disoccupazione
e della mancanza di alloggi.

Il dominio tecnologico è tramontato e gli oggetti che


ha prodotto stanno cadendo a pezzi, per mancanza di
ricambi. Manca pure la corrente elettrica e il cibo e
l'acqua sono razionati. La gente più povera vive dentro
automobili nei parcheggi e chi non ha neppure l'auto
dorme sulle scale normali e di emergenza delle case,
un gradino ognuno. Il prete fa beneficenza alla povera
gente mettendo loro a disposizione uno spazio dove
dormire in chiesa.

Le forze dell'ordine sono sempre all'erta per


fronteggiare una situazione al limite e sedare le
ripetute manifestazioni di protesta con unità speciali
(“riot control”, ovvero delle scavatrici usate per “rimuovere” i corpi accalcati della gente dalle strade).

Il film di Richard Fleisher del 1974 “Soylent Green” (in it. “2022: I Sopravvissuti”),
tratto dal romanzo “Make Room, Make Room” di Harry Harrison, prospettava un
futuro dove l'incubo è una realtà senza via di uscita: una società nettamente
divisa tra folle di poveri malnutriti e agonizzanti e una stretta minoranza di ricchi,
in cui i poveri sono costretti a nutrirsi del Soylent, mentre i ricchi, che vivono in
lussuosi appartamenti dotati di ogni confort, comprese belle donne in “dotazione”,
possono ancora assaporare i sempre più introvabili cibi genuini, come la carne di
manzo, le fragole o il whisky.

Il cibo è il problema maggiore. Gli alimenti tradizionali o sono senza sapore e


senza odore (geneticamente manipolati?) o quasi completamente scomparsi.
L'unica risorsa rimasta è il Soylent (la parola è la contrazione tra “soy beans” e
"lentis": semi di soia e lenticchie), gallette nutritive di vari colori secondo la
composizione: rosso soia, giallo mais, ecc. Il plancton è la materia prima del
Soylent verde, l'ultimo prodotto della ditta Soylent, destinato a diventare il
principale alimento della popolazione con l'inaridirsi della terra.

Il poliziotto Robert Thorn (Charlton Heston) vive con l'anziano


Solomon Roth, un “uomo-libro”, cioè uno specialista nel fare
ricerche in biblioteche e archivi, professione necessaria in una
società che non può più permettersi tecnologie avanzate come
i computer. Sol è abbastanza vecchio da ricordare com'era il
mondo prima che l'inquinamento lo devastasse e non fa che
raccontarlo a Thorn, ma lui, che è più giovane, conosce
soltanto il presente e non può capirlo.

L'omicidio di William R. Simomson, attempato uomo d'affari,


facoltoso membro del consiglio di amministrazione della
Soylent, farà precipitare gli eventi. Sol consulta l'Ente Supremo
per interpretare due libri trovati da Thorn a casa della vittima:
si tratta di un rapporto riservato della Soylent, un'indagine oceanografica dal 2015 al 2019, che parla
dell'esaurimento delle riserve mondiali di plancton e della vera natura del Soylent verde.
Simomson è stato ucciso perché aveva scoperto la verità,
proprio come Sol che, terrorizzato e sgomento, decide di recarsi
al “tempio”, una clinica dove si pratica l'eutanasia allo scopo di
alleviare il problema della sovrappopolazione, somministrando
la morte davanti ad uno schermo panoramico insieme a
immagini di una natura idilliaca e ad un sottofondo di musica
classica sinfonica.

Thorn, che nel frattempo ha ricevuto pressioni dai suoi superiori


per abbandonare le indagini ed è scampato ad un sicario che ha cercato di farlo fuori durante un tumulto,
raggiunge Sol al Tempio, ma troppo tardi: Sol ha bevuto una sostanza che provoca paralisi progressiva e
morte nel giro di 20 minuti. Però, prima di morire, lo informa della verità e gli chiede di trovare le prove.

A questo punto, Thorn, che ha anche visto sullo schermo le


immagini di com'era la natura prima della catastrofe, decide di
seguire il corpo di Sol che viene caricato insieme a tutti gli altri
in appositi camion per essere trasportati in impianti di
smaltimento dei rifiuti fuori città. Qui scoprirà la terribile verità: i
corpi dei suicidi finiscono su un nastro trasportatore che li
immette in una cisterna di colliquazione e, dopo vari trattamenti,
da un altro nastro trasportatore escono gallette di Soylent verde.

Dopo una precipitosa fuga e una lotta contro i sicari della


Soylent, urlerà tutta la sua disperazione: “Soylent Green is
People!”, ripetendo a squarciagola: “Dovete fermarli, prima che sia troppo tardi!”.

I LIMITI DELLO SVILUPPO

L'ipotesi del cibo manipolato per soddisfare brutali regole mercantilistiche ci riporta alla stretta attualità (vedi
OGM) e rende il film incredibilmente profetico (si pensi anche alle proposte sull'eutanasia, ndr).

Negli anni '70, d'altronde, il cinema ecologico divenne uno strumento di


espressione politica per veicolare la protesta contro un establishment che
proponeva la guerra nucleare per vincere quella fredda e praticava una politica
immorale e corrotta (che oggi è diventata globale).

Il film di Fleischer era, non a caso, ispirato ad una ricerca fatta dal
Massachusetts Institute of Tecnology, su richiesta del Club di Roma (fondato
quattro anni prima dall'italiano e piemontese Aurelio Peccei, assieme a premi
Nobel, leader politici e intellettuali). I risultati furono pubblicati in un libro nel 1972
dal titolo “The Limits to Growth” (“I Limiti dello Sviluppo”, a cura di Dennis L.
Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III, Mondadori, Milano, 1972)
che fu il primo studio scientifico a sollevare la questione ambientale in termini
globali: “Nell'ipotesi che l'attuale linea di sviluppo continui inalterata nei cinque
settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione
di alimenti, consumo delle risorse naturali) l'umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo
entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso, incontrollabile declino del livello di
popolazione e del sistema industriale”.

Il rapporto metteva in discussione la cosiddetta “ideologia sviluppista”, secondo cui i paesi industrializzati
potevano continuare a crescere secondo i ritmi e i modi dei decenni precedenti e la soluzione dei problemi
dei paesi poveri sarebbe venuta dal modello della industrializzazione.

La critica di questa ideologia da parte del gruppo di ricerca del MIT era basata sull'esistenza di limiti
invalicabili imposti alla crescita economica mondiale dalle risorse naturali disponibili sul pianeta, e più in
generale dalla necessità di rispettare le leggi naturali di conservazione dell'ambiente. Da qui, si è sviluppato
un importante campo di ricerca scientifica ed economica e di indirizzo delle politiche per uno sviluppo
sostenibile.
Dall'idea dei limiti dello sviluppo e dai fallimenti della industrializzazione è sorto un secondo movimento di
studi e di opinione guidato da economisti e sociologi come Ivan Illich (Austria, 1926-2003), Serge Latouche
(Francia), Ernst F. Schumacher (Germania), Wolfgang Sachs (Germania), noti anche come “antisviluppisti”.

Questo movimento ha assunto posizioni sempre più radicali, fino a sostenere la necessità di abbandonare
l'idea dello sviluppo e dell'aiuto allo sviluppo. In primo luogo, con il riconoscimento dell'esistenza di limiti
naturali allo sviluppo globale, viene considerato necessario, più che aumentare il ritmo di crescita dei paesi
poveri, rallentare quello dei paesi ricchi (decrescita). In secondo luogo, collegandosi alle versioni moderne
delle teorie dello sfruttamento e ai critici della globalizzazione, la semplice esistenza di relazioni economiche,
sociali e culturali coi paesi occidentali viene vista come portatrice di effetti negativi per paesi con
caratteristiche ambientali, sociali e culturali profondamente diverse tra loro e rispetto ai paesi occidentali.

Di conseguenza, si arriva a proporre che non ci si occupi più del cosiddetto problema del sottosviluppo,
lasciando che ogni paese, comunità o villaggio trovi la propria via per raggiungere una desiderabile
condizione di vita. “Le nostre società sono voraci, guardano alla natura da un lato come una miniera e
dall'altro come a una discarica [...] Tutti dobbiamo prendere il passo più lento [...] La felicità si trova più
nell'agire sui desideri che nell'agire sulle cose possedute, nel desiderare di meno piuttosto che
nell'accumulare di più” (Wolfgang Sachs).

LIMITS UPDATE

Il Rapporto, stilato in base ai dati forniti da una simulazione al computer “World3”, aveva predetto le
conseguenze catastrofiche della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa
sopravvivenza della specie umana.

L'ipotesi di continuare a disporre di nuove risorse senza limiti aveva come conseguenza la catastrofe del
sistema mondo. Appariva chiaramente come suicida, “eco-assasina”, la persistenza di un sistema come
quello economico di produrre-vendere-consumare all'interno della Biosfera, che è un sistema complesso che
funziona in modo stazionario lontano dall'equilibrio termodinamico, che si comporta come un grande super-
organismo vivente.

A distanza di venti anni, è stato pubblicato un aggiornamento ad opera di alcuni


degli autori del primo libro, Donella e Dennis Meadows, Jorgen Randers (“Oltre i
Limiti dello Sviluppo”, Ed. Il Saggiatore, 1993). “Abbiamo ripetuto più volte che il
mondo non si trova di fronte un futuro preordinato, ma una scelta. L'alternativa è
fra tre modelli. Uno afferma che questo mondo finito non ha, a tutti i fini pratici,
alcun limite. Scegliere questo modello ci porterà ancora più avanti oltre i limiti e,
noi crediamo, al collasso. Un altro modello afferma che i limiti sono reali e vicini,
che non vi è abbastanza tempo, e che gli esseri umani non possono essere
moderati, nè responsabili, nè solidali. Questo modello è tale da autoconfermarsi:
se il mondo sceglie di credervi, farà in modo che esso si riveli giusto, e ancora il
risultato sarà il collasso. Un terzo modello afferma che i limiti sono reali e vicini,
che c'è esattamente il tempo che occorre ma non c'è tempo da perdere. Ci sono
esattamente l'energia, i materiali, il denaro, l'elasticità ambientale e la virtù
umana bastanti per portare a termine la rivoluzione verso un mondo migliore.
Quest'ultimo modello potrebbe essere sbagliato. Ma tutte le testimonianze che
abbiamo potuto considerare, dai dati mondiali ai modelli globali per calcolatore,
indicano che esso potrebbe essere corretto. Non vi è modo per assicurarsene, se non mettendolo alla
prova”.

Il terzo modello citato, che tende alla “sostenibilità”, comporta una modifica profonda e radicale dei valori
attuali imposti dalla globalizzazione.

Una ulteriore versione aggiornata del rapporto, dal titolo “Limits to Growth: The 30-Year Update”,è stata
pubblicata il primo giugno 2004 dalla Chelsea Green Publishing Company. In questa versione, Donella
Meadows, Jorgen Randers e Dennis Meadows hanno aggiornato e integrato la versione originale.

Se facciamo riferimento alle crisi da sovrappopolazione, che secondo alcuni “ottimisti” non si sarebbero
verificate, come dovremmo considerare un mondo in cui: decine di migliaia di esseri umani si spostano con
viaggi allucinanti, andando di norma verso una vita in qualche campo-profughi; alcuni vendono organi del
proprio corpo per pagarsi il “passaggio”, ovviamente clandestino; milioni di bambini vengono venduti, fatti
prostituire o lavorare come schiavi; cinquanta milioni di bambini all'anno muoiono di fame; le depressioni e i
suicidi in Occidente aumentano del 5% all'anno; oltre metà delle foreste del Pianeta sono state abbattute e il
processo continua senza soste (le foreste e le paludi sono le massime espressioni della varietà biologica,
ndr); il ritmo di estinzione di specie ed ecosistemi è circa mille volte quello naturale, invece il processo di
comparsa di nuove specie si è quasi arrestato; immense distese di terra vengono desertificate, o si
trasformano in laterite, che è il destino che attende le foreste pluviali equatoriali dopo la fase di abbattimento
degli alberi e del sottobosco e la trasformazione temporanea in pascoli; migliaia di tonnellate di rifiuti di ogni
genere viaggiano per il mondo, perché non sappiamo più dove metterli, alimentando i traffici delle ecomafie;
l'acqua dolce utilizzabile comincia a scarseggiare in molte parti del mondo; i disastri ecologici petroliferi in
mare sono palesemente in aumento; la degradazione di interi continenti è ormai evidente; dopo la
distruzione di migliaia di culture originarie, il sistema cerca di trasformare gli abitanti in masse informi ed
uniformi di consumatori; si va verso la fine di ogni diversità culturale e biologica, su cui si basa la capacità
omeostatica della Terra; si sono iniziati a manifestare fenomeni climatici di origine antropica su scala
planetaria; il livello di anidride carbonica nell'atmosfera è il più alto degli ultimi 400.000 anni ed è in aumento
inesorabile.

Cosa deve ancora succedere perché si cominci a chiamare catastrofe quello che sta accadendo?

(Pubblicato su Ecplanet 23-02-3006)

SVILUPPO SOSTENIBILE

Il cosiddetto "rapporto Brundtland" - conosciuto anche come “Our Common


Future” (!Il Nostro Futuro Comune”) - dal nome dell'allora primo ministro
norvegese Gro Harlem Brundtland (oggi direttrice generale
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità), presidentessa della Commissione
Indipendente su Ambiente e Sviluppo, pubblicato nel 1987, ha definito lo
sviluppo sostenibile come la soddisfazione dei bisogni delle attuali
generazioni senza compromettere quelli delle future.

Il rapporto, che ha certamente avuto indiscutibili meriti ed ha condotto alla


grande conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo tenutasi a Rio
de Janeiro nel giugno del 1992, ha però lasciato molta vaghezza attorno al
concetto di sostenibilità, principio al quale ormai si ispirano documenti ufficiali, atti politici e normativi,
convegni, seminari, proposte e scenari in tutto il mondo, a cui spesso viene associato quello di crescita.

Come ha ricordato Herman Daly, il concetto di crescita


sostenibile è una vera e propria contraddizione in termini,
essendo la crescita un fenomeno materiale e quantitativo. Il
che ha consentito un “de-tournement” sul concetto di
concezione di sostenibilità. Nel 1991, il rapporto "Caring for
the Earth" (“Prendersi Cura della Terra Strategia per un
Vivere Sostenibile") curato dal Programma per l'Ambiente
delle Nazioni Unite (UNEP), dalla World Conservation Union
(IUCN) e dal Fondo Mondiale per la Natura (WWF) ha più
correttamente definito lo sviluppo sostenibile come "il
soddisfacimento della qualità della vita mantenendosi entro i
limiti della capacità di carico degli ecosistemi che ci
sostengono". La sostenibilità viene giustamente associata ad
un elemento essenziale: il rispetto dei limiti della natura e
della capacità che essa ha di auto-sostentarsi, ovvero, di
sopportare un certo livello di uso delle risorse e un certo
livello di assorbimento di emissioni e rifiuti da noi prodotti
senza compromettere le capacità metaboliche e rigenerative degli ecosistemi naturali.

Le attuali analisi interdisciplinari dimostrano l'insostenibilità del modello globale di sviluppo socio-economico.
Dimostrano un insostenibilità non solo ecologica ma anche economica e sociale. Molti studiosi ritengono che
per avviare concretamente percorsi di sostenibilità delle nostre economie, si debbano realizzare sistemi
produttivi e di consumo il cui impiego di risorse ambientali per unità di servizio reso sia almeno dell'80-90%
inferiore a quello attuale.
Afferma il rapporto "Verso un'Europa sostenibile" curato dal Wuppertal Institut: "Ogni prelievo di carbone,
ferro, ghiaia e sabbia, ogni opera idrogeologica e ogni intervento tecnologico produce mutamenti ecologici.
Oggi l'umanità preleva, trasforma e consuma immense quantità di materie prime a prezzi di mercato molto
bassi. I trasporti godono ovunque di sussidi elevati. Non c'è alcun modo scientifico di prevedere con
sicurezza la natura, l'intensità, il luogo e i tempi delle conseguenze dell'azione
umana. Più risorse vengono prelevate e consumate per produrre benessere
materiale, più gravi sono le conseguenze per l'ambiente". L'obiettivo principale,
dunque, dovrebbe essere di "smaterializzare" (cioè usare quantitativi sempre
minori di risorse) il processo di produzione del benessere umano, usando meno
energia che in passato.

Su questi temi, David Malin Roodinan, senior researcher del Worldwatch


Institute, ha proposto di assegnare ad ogni essere umano una quota di natura
(sia nel senso di risorse utilizzabili che di capacità ricettiva della natura dei propri
rifiuti), fermo restando che ogni individuo ha lo stesso diritto ad un ambiente sano
e alla disponibilità di una quota di risorse. Tutta l'opera del Worldwatch Institute e
dei maggiori centri di ricerca su questi temi nel mondo, ci ricorda che, per
mantenere le capacità economiche future, è indispensabile mantenere i
fondamenti naturali della vita per ogni nazione, per ogni comunità umana. È
quindi necessario che non si sorpassino certi limiti naturali.

L'economista olandese Jan Opschoor parla di "spazio ambientale",


intendendo quello "spazio" di natura che ogni essere umano può utilizzare
nell'ambiente naturale senza danneggiarne permanentemente le
caratteristiche essenziali che gli consentono la sua evoluzione. Lo spazio
ambientale è quindi il quantitativo di energia, acqua, territorio, materie prime
non rinnovabili, legname ed altro che può essere utilizzato senza
compromettere questi stessi elementi.

Il rapporto del Wuppertal Institute dedicato ad un'Europa sostenibile,


sostiene che per far fronte ad un tetto, un limite che circoscriva lo spazio
ambientale disponibile, il prelievo di quasi tutte le risorse naturali dovrebbe
essere ridotto della metà e che, a livello europeo, la riduzione sarebbe
nell'ordine dell'80-90%. Tutti gli studiosi che hanno lavorato sull'applicazione
dello spazio ambientale in Europa (che è oggetto, tra l'altro, della campagna
internazionale Friends of the Earth) sottolineano come ogni paese europeo
si trova ad eccedere di molto l'uso "sostenibile" delle risorse.

William Rees e Mathis Wackernagel, a tal proposito, hanno


elaborato il metodo dell' "impronta ecologica", che cerca di
quantificare, nazione per nazione, comunità per comunità,
città per città, la superficie pro capite di area biologicamente
produttiva necessaria a provvedere continuamente alle
nostre necessità e ad assorbire i nostri rifiuti.

L'intera politica economica dovrebbe spostarsi dal controllo


delle emissioni dei gas serra e degli effetti del nostro impatto
sulla natura alla riduzione degli input dei processi economici
globali.

L'ultimo State of the World ha focalizzato l'attenzione sulla


sensazionale crescita economica di Cina e India,
sottolineando come le scelte che questi paesi compiranno nei
prossimi anni saranno decisive per le politiche ecologiche.

"La crescita della domanda di energia, cibo e materie prime


da parte di 2,5 miliardi di cinesi e indiani sta già provocando
effetti a catena in tutto il mondo", sostiene il presidente del
Worldwatch Institute, Christopher Flavin. "E i livelli record di
consumo negli Stati Uniti e in Europa lasciano poco spazio
alla crescita asiatica". La pressione sulle risorse globali che ne consegue è già evidente negli scontri
provocati in Indonesia dall'aumento del prezzo del petrolio, nel crescente sfruttamento delle foreste e delle
risorse ittiche in Brasile e nella diminuzione di posti di lavoro nell'industria in America centrale.

Il consumo di cereali degli Stati Uniti, rivela il rapporto, supera di tre volte quello della Cina e di cinque volte
quello dell'India. Le emissioni di anidride carbonica degli USA sono sei volte quelle della Cina e 20 volte
quelle dell'India. Se questi due paesi consumassero risorse e producessero inquinamento ai livelli procapite
attuali degli Stati Uniti, sarebbero necessari due pianeti come la Terra solo per sostenere queste due
economie.

"In Cina e in India è sempre più diffusa la convinzione che i modelli di crescita economica basati sullo
sfruttamento intensivo delle risorse non possano funzionare nel XXI secolo", afferma Flavin. "Già adesso,
l'industria cinese del solare, all'avanguardia nel mondo, fornisce acqua calda a 35 milioni di edifici, mentre in
India un utilizzo pionieristico del recupero delle acque piovane assicura rifornimenti idrici a decine di migliaia
di case. La Cina e l'India sono nella posizione di poter scavalcare le attuali potenze industriali e di assumere,
nei prossimi anni, un ruolo di guida per il mondo verso un'energia e un'agricoltura sostenibili".

Nel 2005, la Cina da sola ha consumato il 26% dell'acciaio mondiale, il 32% del riso e il 47% del cemento.
Sebbene il consumo procapite di risorse in Cina e in India sia ancora a livelli modesti, l'enorme
concentrazione demografica sta proiettando i due paesi ai livelli di Stati Uniti ed Europa in termini di
pressione sugli ecosistemi mondiali, pressione che, secondo il rapporto, è destinata a superare di gran lunga
quella degli altri paesi.

L'esplosione che, nel novembre 2005, ha riversato tonnellate di benzene nel fiume Songhua, nella Cina
settentrionale, costringendo la città di Harbin a chiudere per quattro giorni l'acquedotto, è un esempio delle
enormi sfide ecologiche che oggi l'Asia deve affrontare. La fuoriuscita di benzene ha provocato le dimissioni
della principale autorità del paese in campo ambientale, Xie Zhenhua, che ha firmato la prefazione a State of
the World 2006 poco prima del disastro ecologico.

Ma Cina e India devono affrontare anche altre difficoltà: la Cina dispone solo dell'8% dell'acqua dolce
presente sul pianeta, ma deve soddisfare i bisogni del 22% della popolazione mondiale. Mnetre in India, si
prevede che entro il 2025 la domanda idrica nelle città possa raddoppiare e quella nell'industria triplicare; il
consumo di petrolio in India è raddoppiato rispetto al 1992, mentre la Cina, che a metà degli anni 90
registrava un consumo prossimo ai livelli di autosufficienza, nel 2004 è diventata il secondo importatore
mondiale di petrolio. Oggi, le compagnie petrolifere cinesi e indiane cercano petrolio in altri paesi, come il
Sudan o il Venezuela, ed entrambe le nazioni hanno iniziato a sviluppare quelle che sono destinate a
diventare due delle più grandi industrie automobilistiche del mondo; quelli di Cina e India sono oggi i soli
grandi sistemi energetici al mondo dominati dal carbone, dal momento che questo combustibile fornisce due
terzi dell'energia in Cina e il 50% in India. Pertanto i due paesi avranno un ruolo centrale negli sforzi futuri
tesi a frenare il cambiamento climatico globale: la Cina è già al secondo posto mondiale nell'emissione di
anidride carbonica, mentre l'India è al quarto; se in Cina il consumo procapite di cereali raddoppiasse
raggiungendo i livelli europei, questo paese avrebbe bisogno da solo di quasi il 40% della produzione
cerealicola globale. Già oggi, le crescenti importazioni cinesi di cereali, semi di soia e prodotti del legno
esercitano una forte pressione sulla biodiversità in Sudamerica e nel Sudest asiatico.

Queste tendenze hanno portato alcuni autorevoli esponenti politici cinesi e indiani a chiedersi se i due paesi
stiano percorrendo la strada giusta. Nel volume si riporta un discorso di Zjeng Bijian, in cui il responsabile
della riforma economica cinese invoca "un nuovo percorso basato sulla tecnologia, il consumo limitato di
risorse naturali, il basso inquinamento ambientale e l'allocazione ottimale delle risorse umane". Nella
prefazione a questo libro, Sunita Narain, rappresentante dell' India's Centre for Science and Environment
scrive: "Il sud, vale a dire l'India, la Cina e i paesi limitrofi, non ha altra scelta se non quella di ridisegnare il
proprio percorso di sviluppo". È anche indispensabile che Cina e India entrino a far parte degli organismi
internazionali più importanti, come il G-8 e l'International Energy Agency.

"Considerare questo enorme spostamento della geopolitica globale come un'opportunità invece che una
minaccia è il modo migliore per garantire un XXI secolo di pace e di stabilità", conclude il rapporto a
riguardo.

THE GLOBAL MURDER

Molte preoccupazioni desta, d'altro canto, la questione delle nanotecnologie: si prevede che entro il 2014 il
valore dei prodotti che sfruttano le nanotecnologie raggiunga i 2600 miliardi di dollari (il 15% della
produzione industriale globale), pari a 10 volte il valore dell'industria biotecnologica ed equivalente alla
somma delle industrie dell'informatica e delle telecomunicazioni. Più di 720 prodotti contenenti
nanoparticelle, senza etichetta e senza controlli, sono disponibili sul mercato e migliaia sono in fase di
produzione, mentre restano incerti e imprevedibili gli effetti delle nanoparticelle sulla salute umana e
sull'ambiente.

Il rapporto sottolinea come, nel complesso, nel 2004, le perdite economiche dovute ai disastri naturali sono
ammontate a 145 miliardi di dollari, due terzi delle quali attribuite alle manifestazione atmosferiche (uragani,
tempeste) e un terzo a eventi geologici, tra cui lo tsunami che ha devastato l'Asia meridionale. Nel mondo,
una quota sproporzionata di popolazioni povere vive nelle zone esposte ai disastri: i paesi con un basso
indice di sviluppo umano registrano il 53% delle vittime delle calamità naturali, anche se ospitano solo l'11%
della popolazione mondiale esposta alle catastrofi naturali.

I paesi dell'OCSE forniscono incentivi ai porpri settori agricoli per la somma di 300 miliardi di dollari l'anno,
molti dei quali finiscono per incoraggiare l'abuso di sostanze chimiche e la coltivazione di terre poco fertili.
Alla fine del 2005 entreranno in vigore 300 accordi regionali sul commercio. Questi accordi, quando sono
stipulati tra paesi in via di sviluppo contengono poche clausole ambientali o non ne contengono affatto.

SURPLUS

Oggi, nel complesso, Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina e India sfruttano il 75%
della ''biocapacità'' del pianeta, lasciando solo il 25% al resto del mondo. ''I livelli
record di consumo negli Stati Uniti e in Europa lasciano poco spazio alla crescita
asiatica", sottolinea il presidente del Worldwatch Institute, Christopher Flavin.

THE CORPORATION

Ad oggi, le società transnazionali sono più di 69.000 e contano oltre 690.000


filiali estere. Nel 2004, gli investitori hanno rivolto alle corporations americane
327 contestazioni su tematiche sociali o ambientali, vale a dire il 22% in più
rispetto all'anno precedente. Gli azionisti ne hanno poi ritirate 81 dopo che le
società hanno accettato di affrontare le questioni sollevate, che andavano dal
benessere degli animali al cambiamento climatico, ai finanziamenti politici e alle
condizioni di lavoro.

Il 29° GIORNO

Come hanno sottolineato i neurobiologi Robert Ornstein e Richard


Thompson, negli ultimi ventimila anni non siamo cambiati
biologicamente, ma i mutamenti che abbiamo prodotto nel nostro
ambiente sono stati catastrofici. Mentre la nostra capacità di
operare questi mutamenti cresce sempre di più, non cresce
affatto la nostra capacità di auto-regolarci.

La nostra hybris, la nostra "volontà di onnipotenza" è


insostenibile.

Sriveva Lester Brown ne "Il 29° Giorno" (1978): "Il bisogno di


adattare la vita umana simultaneamente alla capacità di
rigenerazione dei sistemi biologici della Terra e ai limiti delle
risorse rinnovabili richiederà una nuova etica sociale. L'essenza
di questa nuova etica è l'adeguamento: l'adeguamento del
numero e delle aspirazioni degli esseri umani alle risorse e alle
capacità della Terra....Se la civiltà, quale la conosciamo oggi,
deve sopravvivere, quest'etica dell'adeguamento deve sostituire
la dominante etica della crescita".

LINKS
The Limits to Growth - Wikipedia

Our Common Future - Wikipedia

Sustainable Growth: An Impossibility Theorem

Caring for the Earth: A Strategy for Sustainable Living

Ecological footprint - Wikipedia


http://www.worldwatch.org/

http://www.clubofrome.org

http://coombs.anu.edu.au/~vern/caring/caring.html

http://www.unep.org/

http://www.iucn.org/

http://www.wwf.org/

http://www.wupperinst.org/

http://www.foe.co.uk/

http://www.amicidellaterra.it/

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