Cento giorni senza gloria

«Maroni si sente migliore di Bossi e di Formigoni, ma ha la metà dei voti e la metà dei risultati. Sognare fa bene, ma prima o poi ti svegliano». Più che un commento, un epitaffio quello che l’ex governatore Roberto Formigoni affida a twitter il 5 luglio nel giorno in cui Maroni celebra i suoi primi cento giorni al Pirellone. La fonte è certamente inquinata e altro non ci si poteva attendere da un Cesare sopravvissuto alle pugnalate di Bruto, ma quel «i migliori primi cento giorni di sempre» che Maroni premette a un puntiglioso elenco di cose fatte da quando è al governo della Lombardia, è contestato anche da chi ne presiede l’aula consiliare, il ciellino Raffaele Cattaneo: «Mi sembra fuori luogo invocare risultati senza precedenti». Mette in fila i numeri (340 delibere approvate contro 540) e i soldi (meno della metà le risorse effettivamente messe a disposizione). E conclude rivolgendosi all’aula: «Meno psicoanalisi e più realismo». Non esattamente quello che ci potrebbe attendere da un fedele alleato e una buona piattaforma per le opposizioni che confermano il proprio, scontato, giudizio negativo su quella che Maroni afferma essere la «rivoluzione della concretezza». Della quale si colgono però solo pallidi segnali. I costi della politica sono stati tagliati, ma ancora non hanno coinvolto gli assessori e i manager di nomina pubblica. I nuovi ticket, imposti negli ultimi giorni della giunta Formigoni, sono stati cancellati, ma di verifica delle convenzioni in essere non si parla, sui nuovi poli medico scientifici (Cerba e Città della Salute) ci si limita a prendere atto della situazione e la promessa elettorale di abolire i ticket resta tale. Alla sciagurata conduzione dell’Aler si è posto rimedio con il commissariamento, ma la riforma dell’ente è rinviata. Rinvio anche alla costruzione di nuovi centri commerciali in omaggio a una, solo annunciata, nuova legge a tutela del territorio: se ne riparlerà a gennaio. I fondi per la cassa integrazione sono stati meritoriamente anticipati, ma di un piano per il lavoro, a partire dalla agenzie territoriali e dai centri di formazione, non c’è traccia. L’impegno della Regione nella lotta contro le ludopatie è certo, ma potrebbe essere vanificato dalla legislazione nazionale vigente esattamente come potrebbe accadere per le normative sulla sicurezza del lavoro e la prevenzione delle infiltrazioni mafiose. Maroni ha certamente ritrovato equilibrio nella complessa gestione della pratica Expo e la sua presenza “istituzionale” ieri al fianco di Enrico Letta e Giorgio Napolitano lo testimonia, anche se mal si concilia con i ribaditi progetti autonomisti. Perché la macroregione del Nord e la promessa di trattenervi il 75% delle risorse destinate alla fiscalità generale restano parole d’ordine elettorali buone per la prossima campagna. Quella, certa, delle Europee se la previsione che lascia al governo Letta pochi mesi di vita si rivelerà errata. Perché il governatore della Lombardia, come gli rimprovera quotidianamente Umberto Bossi, è anche il segretario della Lega che non può permettersi di perdere altri elettori, oltre ai milioni che già hanno smesso di votarla, pena l’assoluta irrilevanza politica, soprattutto di fronte a un indocile alleato che tenta in ogni modo il rilancio.

Maroni rivendica di essere stato «eletto dal popolo lombardo» e di avere «la responsabilità di prendere decisioni». E minaccia: «Se qualcuno pensa di mettersi di mezzo per altri scopi, per giochi di potere, per interessi e affari, un minuto dopo si va tutti a casa». Il qualcuno, come dimostra la rissa continua sulle nomine, è già al lavoro. E sarà difficile conciliare questa realtà con quanto Maroni si è posto come obiettivo: «Voglio continuità con le cose buone, ma discontinuità con il sistema di potere di prima. Voglio premiare il merito e mettere gente nuova». E ancora: «A noi non interessano i contenitori, ma i contenuti». Di gente nuova se n’è vista poca e nei contenitori c’è ancora molta merce avariata. Cento giorni non sono bastati. (la Repubblica Milano, 8 luglio 2013)

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