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THE DAY AFTER TOMORROW

Una nuova glaciazione minaccia la terra, una


catastrofe annunciata dalla scienza a cui la
politica non sa – o non vuole – rispondere. La
calotta polare si scioglie all'improvviso, le correnti
degli oceani si raffreddano e sulla terra si scatena
l'inferno. Lo sconvolgente scenario tratteggiato dal
regista di “Independence Day” e “Godzilla” prende
di mira il menefreghismo dell’amministrazione
Bush, il suo grave disinteressamento agli accordi
di Kyoto e alle pressioni ambientaliste in generale,
un governo che continua a premere l'acceleratore
del progresso come se disponesse a piacimento
di ogni centimetro del pianeta.

Il film basa tutto il suo impatto visivo sull'utilizzo di


straordinari effetti speciali, quantomeno al servizio
di un chiaro messaggio politico. La lavorazione è
durata oltre un anno: tonnellate di acqua che
seppelliscono New York, tifoni che devastano Los
Angeles, auto che si rovesciano, palazzi che si
sradicano, neve e ghiaccio che cadono in
continuazione. Tutto virato attorno a dei
blu/bianchi/grigi che raggelano sguardi e visioni.
Un film “glaciale” in tutti i sensi, che se da una
parte è un chiaro tentativo di speculare sul
sentimento di terrore che investe l'inconscio
collettivo spettacolarizzando la catastrofe, proprio
come fanno abitualmente i mass media, se visto
con occhi critici e spogliato delle tante banalità
drammatico-narrative tipiche delle grandi
produzioni Hollywoodiane, è comunque uno
spietato ritratto iper-realista dei “tempi che corrono”.

«Mi auguro che l'ecologia ne tragga lo stesso beneficio che lo studio della preistoria trasse da “Jurassic
park”», ha dichiarato l’oceanografo Tim Barnett. Inizialmente ostili a «The Day After Tomorrow», gli scienziati
statunitensi hanno finito per appoggiarlo persuasi che l’immagine produca più effetto sul pubblico della
parola scritta. Il climatologo Dan Scharg, che lo ha visto in anteprima, ammette di esserne rimasto
sconcertato: «È così apocalittico da temere che faccia perdere fede nella scienza. Ma potrebbe anche
scuotere la gente dall'apatia».

A quanto pare, il governo americano ha tentato di bloccarlo per via dell'implicita critica alle politiche
antiecologiche del presidente Bush: dopo avere criticato il protocollo di Kyoto contro l’emissione di gas
naturali, l’amministrazione Bush ha adottato nuove misure a favore delle maggiori industrie inquinanti,
generato la rivolta dei Verdi. Non a caso, a New York il film è stato lanciato da MoveOn, un’associazione di
attivisti nemica di Bush secondo cui “l'effetto serra è una minaccia equivalente a quella del terrorismo”.

Il regista Roland Emmerich, compiaciuto delle polemiche, scientifiche e politiche, che circondano la pellicola,
ha dichiarato che il suo non è stato “né un lavoro da scienziato né da ideologo”. Pur riconoscendo che il suo
film potrebbe impressionare il pubblico di tutte le età, e spingerlo a difendere l'ambiente: «Presumo che non
sarà percepito solo come uno spettacolo e che genererà un dibattito nazionale. L'effetto serra lo avvertiamo
già tutti».

A hard rain's a-gonna fall The Guardian 14 maggio 2004

When Manhattan Freezes Over New York Times 23 maggio 2004

Climate flick favors fantasy over fact CNN 30 maggio 2004


PERICOLO IMMANENTE

Dalla fantascienza alla fantarealtà. James


Lovelock, il divulgatore dell' “ipotesi Gaia”,
ovvero della Terra come super-organismo in
grado di auto-evolversi e auto-regolarsi,
considerato un guru dell’ambientalismo, ha
dichiarato su un articolo pubblicato
dall'Independent che l'umanità è in pericolo
imminente e che non c'è più tempo per
sperimentare fonti di energia utopistiche.
Secondo Lovelock, l'energia nucleare è l'unica
soluzione ecologica sostenibile.

Sir David King, responsabile scientifico del


governo inglese, ha affermato che il
riscaldamento del pianeta rappresenta una
minaccia più seria del terrorismo. Nell'Artico, il
riscaldamento è più del doppio rispetto
all'Europa e in estate torrenti di acqua
provenienti dallo scioglimento dei ghiacciai
chilometrici della Groenlandia si riversano in
mare. Lo scioglimento completo dei ghiacciai della Groenlandia avverrà in un lungo periodo di tempo, ma
avrà come conseguenza l'innalzamento di sette metri del livello del mare, abbastanza da rendere inabitabili
tutte le città costiere del mondo, come Londra, Venezia, Calcutta, New York e Tokyo. Già due soli metri di
innalzamento bastano per sommergere gran parte dei territori del sud della Florida.

Il ghiaccio galleggiante nell'Oceano Artico è ancora più vulnerabile al riscaldamento: in 30 anni l'area
americana, ora ghiacciata, bianca e riflettente, potrebbe trasformarsi in marea scura in grado di assorbire il
calore del sole estivo e accelerare ulteriormente la fine dei ghiacciai della Groenlandia. Il Polo Nord, meta di
esploratori, diventerebbe quindi niente più che un puntino nella superficie dell'oceano.

Ma non solo l'Artico sta cambiando: i climatologi avvertono che un aumento delle temperature di quattro
gradi è in grado di causare l'eliminazione delle vaste foreste amazzoniche, causando una catastrofe per le
popolazioni residenti, le biodiversità, e per il mondo intero, privato di uno dei grandi sistemi naturali di
condizionamento dell'aria, già pesantemente compromesso dall’opera di barbarie neo-liberista.

Di pari passo con l'aumento della temperatura si sono verificati fenomeni naturali del tutto quantificabili e
misurabili; ad esempio, negli ultimi 30 anni si è manifestata una diminuzione del 40% nella solidità minima
della calotta artica durante la stagione estiva. A partire dal 1999 è iniziata una lunga e impressionante serie
di fenomeni di inaudita violenza: nel maggio del 1999 un numero di tornado senza precedenti si è abbattuto
sul Kansas, l'Oklahoma e il Texas, causando distruzione e morte; nel mese di ottobre, sempre del 1999, due
cicloni consecutivi hanno provocato 10.000 morti nell'est dell'India; nel dicembre 1999 due uragani hanno
flagellato il nord e il centro della Francia provocando danni enormi e 81 morti; nel febbraio del 2000 una serie
impressionante di cicloni hanno devastato il territorio del Mozambico provocando la peggiore alluvione della
storia del paese, con migliaia di morti e oltre 250.000 profughi.

Nel 2001, gli scienziati membri della Commissione Intergovernativa sul Cambiamento del Clima (IPCC)
hanno evidenziato che la temperatura potrebbe aumentare da due a sei gradi Celsius entro il 2100. Questa
terribile previsione è stata ben percepita durante la "lunga estate calda" del 2003: secondo i metereologi
svizzeri, la calura diffusa in tutta Europa ha causato più di 20.000 morti ed è stata superiore ad ogni altra
precedente ondata di caldo. In Italia, il caldo intenso e duraturo ha causato fra gli anziani (oltre 65 anni)
7.659 morti in più rispetto al 2002 oltre ad una grave siccità, di certo anch'essa tra le più gravi mai vissute
dal Nord Italia. In Francia nella prima decade d'agosto le temperature della regione centro-settentrionale
hanno toccato o superato i 40 °C, provocando migliaia di morti tra le persone anziane. A Londra è stato
toccato il picco massimo mai registrato con oltre 37 °C. La probabilità che si verificasse un tale scostamento
dalla normalità era di 300.000 a 1. E' stato un avvertimento.

Ciò che rende il problema del riscaldamento globale così serio e incalzante è che il grande sistema
planetario, Gaia, è intrappolato in un circolo vizioso di reazioni a catena. Il riscaldamento aggiuntivo
proveniente da qualsiasi sorgente, i gas dell'effetto serra, lo scioglimento dell'Artico o la foresta amazzonica,
viene amplificato, portando ad effetti additivi. È come se avessimo acceso un fuoco per tenerci caldi e non ci
fossimo accorti che, mentre stiamo accatastando la legna, il fuoco è fuori controllo e sta bruciando tutta la
mobilia. In situazioni come questa c'è poco tempo per spegnere il fuoco prima che distrugga tutta la casa. Il
riscaldamento globale, come il fuoco, sta accelerando e non c'è quasi più tempo per agire.

Cosa fare allora?

Possiamo continuare a goderci un ventunesimo secolo sempre più caldo, con qualche intervento
"cosmetico", tipo il trattato di Kyoto, per nascondere il disagio politico sul riscaldamento globale, e questo è
ciò che probabilmente succederà in gran parte del mondo. Quando nel diciottesimo secolo vivevano solo un
miliardo di persone sulla terra, il loro impatto era sufficientemente contenuto da non doversi preoccupare per
il tipo di fonte energetica da utilizzare. Ma con sei miliardi, in crescita, rimangono poche opzioni: non
possiamo continuare a ricavare energia dai combustibili fossili e non ci sono grandi possibilità che le fonti
rinnovabili, cioè il vento, le maree e i sistemi idrici, siano in grado di fornire l'energia necessaria nei tempi
richiesti. Se avessimo 50 anni o più potremmo renderle le nostre fonti energetiche primarie. Ma non abbiamo
50 anni a disposizione: la Terra è già così malridotta dai veleni insidiosi dei gas serra che anche se
smettessimo immediatamente di bruciare combustibili fossili, le conseguenze di tutto ciò che abbiamo fatto si
farebbero sentire per 1000 anni.

Peggio ancora, se bruciamo le colture per farne carburante, non facciamo altro che accelerare il nostro
declino. L'agricoltura già utilizza una parte troppo grande dei terreni di cui necessita la Terra per regolare il
proprio clima e la propria chimica. Un'automobile consuma da 10 a 30 volte il carbone consumato dal suo
autista; immaginiamo quanta terra coltivabile sarebbe necessaria in più per supplire all'appetito delle
automobili. Una sola fonte di energia non causa riscaldamento globale ed è immediatamente disponibile:
l'energia nucleare. È vero che bruciare il gas naturale invece del carbone o del petrolio rilascia solo la metà
dell'anidride carbonica, ma il gas non combusto è un'agente dell'effetto serra 25 volte più potente
dell'anidride carbonica. Anche una sola piccola perdita è in grado di neutralizzare i vantaggi del gas.

Le prospettive sono tristi, e pur agendo con interventi migliorativi ci aspettano tempi duri, come in guerra, e
peggio sarà per le generazioni a venire. Abbiamo vissuto nell'ignoranza per molte ragioni: tra queste una
importante è stata il rifiuto dell'accettazione dei cambiamenti climatici negli Stati Uniti, dove i governi non
hanno dato ai propri scienziati del clima il supporto necessario. Le lobby verdi, che avrebbero dovuto dare
priorità al riscaldamento globale, sembrano più interessate alle minacce dirette alle persone, piuttosto che a
quelle dirette alla Terra.

Non c'è più tempo per sperimentare fonti di energia utopistiche: l'umanità è in pericolo imminente e secondo
Lovelock deve utilizzare il nucleare ora, oppure soffrire le pene che presto gli verranno inflitte dal nostro
pianeta oltraggiato.

James Lovelock: Nuclear power is the only green solution We have no time to
experiment with visionary energy sources; civilisation is in imminent danger The
Independent 24 maggio 2004

US Climate Policy Bigger Threat to World than Terrorism commondreams 09


gennaio 2004
(Effetto Serra, Osservatorio Mauna Loa, Hawaii, USA)

Il 28 maggio 2004 una devastante inondazione ha colpito Haiti e la vicina Repubblica Dominicana. Quasi
2.000 le vittime accertate, senza contare i numerosi dispersi. Le temperature del globo crescono. Molti
scienziati ritengono a causa dell'uomo. "Per quanto l'atmosfera sia immensa, noi la stiamo influenzando",
dice John Barnes, il fisico a capo dell'osservatorio Muna Loa alle Hawaii.

Due secoli fa la concentrazione di biossido di carbonio nell'atmosfera era di 280 parti per milione. Oggi è a
quota 379 parti per milione. L'impressionante incremento si è avuto con l'avvio della rivoluzione industriale,
cioè quando l'uomo ha iniziato a bruciare carbone, petrolio e altri combustibili fossili. Mai negli ultimi 450mila
anni così tanto Co2 ha avvolto il pianeta. Il biossido di carbonio intrappola il calore così come fanno altri gas,
responsabili dell'effetto serra, prodotti dall'uomo. La prima conseguenza è l'innalzamento delle temperature,
cresciute di quasi mezzo grado negli ultimi 18 anni, un periodo relativamente breve secondo un rapporto di
esperti della NASA. Il caldo distruggerà il nostro clima, rendendo aridi i campi, producendo tempeste violente
e facendo crescere il livello dei mari.

Le previsioni dell'IPCC (Intergovernamental Panel On Climate Change) dell'ONU, che raggruppa


meteorologi e ricercatori, vanno anche più in là. Ma studiare il clima non è così semplice. Il comportamento
di Gaia, il pianeta Terra concepito come un unico super-organismo, a livello chimico, fisico e biologico, è in
realtà una rete estremamente complessa di reazioni e ricicli tra atmosfera, oceani, terra e tutti i loro
componenti, incluso l'uomo. Alle certezze si contrappongono enormi dubbi, per quanto si conosce, c'è
sempre molto che si ignora.

È per questo che il presidente americano George W. Bush si può permettere di dichiarare, come ha fatto nel
2001, quando rifiutò di sottoscrivere il "Protocollo di Kyoto", che metteva un tetto alle emissioni industriali di
biossido di carbonio: "La conoscenza scientifica del fenomeno è incompleta". Per poi essere smentito tre
mesi dopo da uno studio della National Academy of Science, commissionato dallo stesso Bush, che
affermava: "Per via delle attività umane i gas serra si stanno accumulando nell'atmosfera terrestre causando
così l'aumento delle temperature in superficie e negli oceani".

L'incremento delle temperature è il più rapido mai registrato negli ultimi 10mila anni. Nelle università e nei
maggiori centri mondiali, come il National Center for Atmospheric Research di Boulder in Colorado, il futuro
viene visto con l'occhio di supercomputer in grado di sviluppare modelli su scala globale. Ma, nonostante la
loro potenza, sono comunque approssimativi. "Siamo costretti a prendere decisioni sulla base di prove
insufficienti", spiega Wallace Broecker della Columbia.

Nel frattempo, sale il timore per una nuova era glaciale che potrebbe colpire i paesi del Nord Europa e
provocare nuove migrazioni di massa. Lo dice un rapporto del Pentagono dal titolo: "Immaginando
l'Impensabile".

Climate Change 2001: The Scientific Basis

Bush Rejects Global Warming Treaty Associated Press 30 marzo 2001

Scientists warn Bush on global warming BBC News 07 giugno 2001

'Imagine the Unthinkable' San Francisco Chronicle 01 aprile 2004

IL PROTOCOLLO DI KYOTO

Nel giugno del 2004, l'Unione Europea è riuscita finalmente a strappare


alla Russia l'impegno a ratificare il Protocollo di Kyoto per la limitazione
delle emissioni di gas nell'atmosfera. Ma è stata solo una “vittoria di Pirro”:
il mondo industrializzato tende perlopiù a fregarsene di ogni ripercussione
ambientale e ancora oggi tende a negare che il rischio clima è più urgente
dei rischi che si corrono sui tassi o sui cambi. Spalleggiato dai governi
pseudo-democratici che continuano a rinviare le misure da adottare al
medio e lungo termine.

I mercati, in realtà, mentre possono offrire coperture certe e sempre più


precise sul fronte tassi e cambi, ben poco possono fare rispetto al clima,
che esige soprattutto urgenti interventi politici.

Nel 1997, la Conferenza ONU di Kyoto adottò un Protocollo che nell'arco


di un decennio avrebbe dovuto ridurre, seppure in modo modesto, le
attuali emissioni di gas. Peccato che non sia stato ratificato dal Paese con
maggior peso inquinante: gli Stati Uniti. Questi infatti hanno obiettato che
l'accordo avrebbe una scarsa efficacia preventiva mentre aumenta fortemente i costi a carico delle
economie.

Il Protocollo di Kyoto ha ideato un meccanismo commerciale che si basa sulla creazione di certificati di
credito che danno la facoltà sia di immettere nell'aria prefissate quantità di gas inquinante sia di trasferirne la
titolarità ad altri Paesi. Si tratta di certificati corrispondenti, paradossalmente, alla vendita di “diritti ad
inquinare”. In tal modo, si sta configurando un mercato in cui i Paesi più industrializzati possono comprare
ulteriori diritti oltre a quelli loro assegnati mentre i paesi più poveri potranno vendere i crediti non utilizzati. In
pratica, nessun Paese si trova in concreto obbligato a ridurre i propri eccessi perché in teoria può sempre
comprare altri certificati per ulteriori inquinamenti.
Un'idea folle, totalmente anti-democratica, però teoricamente sostenibile perché in una logica di mercato in
cui ogni maggior costo spinge le imprese, alla lunga, alla ricerca di innovazione e quindi alla individuazione
di energie da fonti rinnovabili. Il dramma di tutto ciò, è che, in questo delirio neo-liberista, l'inquinamento è
considerato come qualcosa di inevitabile, perfino di non-dannoso, perfino “un incentivo allo sviluppo”.

Ma non può esistere, in democrazia, una libertà o un diritto ad inquinare e a lasciar inquinare giacché
l'atmosfera non è di proprietà dei governi o degli stati, bensì è un patrimonio collettivo. La verità è che non
sussiste alcuna democrazia. Le leggi le decidono le potenze economiche e le ratificano i governi vassalli.

Kyoto Protocol - Wikipedia


(Pubblicato su Ecplanet 03-06-2004)

Il PIANETA MORENTE

Il mondo vive oltre le sue possibilità.

A dirlo è il rapporto annuale del WWF, il Living Planet Report 2004, che punta l'indice soprattutto contro
l'America settentrionale. Il succo del rapporto in breve è il seguente: le risorse del pianeta sono sfruttate in
modo irresponsabile dai pesi ricchi che ne consumano più di quante il pianeta ne produce, moltiplicando il
loro già pesante “debito ecologico”.

Se non si provvederà in fretta, con adeguate politiche mondiali, questa corsa verso l'auto-distruzione, si
rischia il collasso entro i prossimi 50 anni. Secondo il rapporto, presentato ieri alla sede delle Nazioni Unite a
Ginevra, l'uomo consuma in media il 20% delle risorse in più rispetto alla capacità rigenerativa delle stesse.

Uno stile di vita “ecocida” che negli ultimi 30 anni ha fatto sì che siano diminuite più del 30% delle specie
terrestri, e circa il 50% delle specie di acqua dolce e marina, con un conseguente calo della biodiversità
agroalimentare. Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF, dice che si rende quanto mai necessario
un intervento politico per frenare questo sfruttamento “insostenibile”.

Se pensiamo che in prospettiva la globalizzazione estenderà questa situazione di consumo selvaggio anche
al miliardo di persone che vivono in paesi come India, Cina, Brasile e Russia, stiamo freschi.

“Basterebbe ridurre i consumi e dividere in modo equo le risorse”, dice Bologna.

Bella scoperta, è quello che diceva Marx. Stai a vedere che ora improvvisamente ci scopriamo tutti
comunisti. Il comunismo reale e globale sarebbe una proposta niente male. Ma quale governo sarà mai
disposto a vagliarla?

Di quanti rapporti catastrofici come questo avremo ancora bisogno per capire che il futuro del pianeta
dipende da ognuno di noi, dipende dal popolo e non dai governi.

Potere al popolo significa anche responsabilità al popolo. Significa presa di coscienza. Significa rivoluzione.
Di questi governi criminali e eco-assassini possiamo anche fare a meno.

(Pubblicato su Ecplanet 10-11-2004)

LINKS

Living Planet Report 2004

Il GIORNO DELLA LOCUSTA

“E le locuste salirono su tutto il paese d'Egitto e si posarono su tutto il territorio in gran quantità. Non c'era
mai stato un simile flagello di locuste prima e non ce ne sarà più un altro”.
Così è scritto nella Bibbia. Accadde al tempo di Mosè: era l'ottava delle dieci piaghe che Dio scatenò contro
gli egiziani e il faraone. Ma, checché ne dica la Bibbia, il flagello si è verificato di nuovo, mercoledì 17
movembre 2004: sciami di locuste rosa, provenienti dalla Libia, hanno invaso il Cairo e l'Egitto. Milioni di
locuste hanno oscurato il cielo e la grande piramide di Giza. Dirette verso Israele.

Il 28 luglio 2004, la FAO, organizzazione delle Nazioni Unite per


l'alimentazione e l'agricoltura, aveva lanciato da Algeri un appello
“pressante” alla comunità internazionale per fronteggiare la calamità
dell'invasione di locuste che interessava i nove paesi del Maghreb e del
Sahel e riguardava 6,5 milioni di ettari di terra complessivamente. Per
sostenere la lotta, secondo la FAO, ci sarebbe stato bisogno di quasi 83
milioni di dollari. Secondo il ministro algerino dell'agricoltura: “l'invasione
rischia di provocare un'autentica catastrofe specialmente nei paesi del
Sahel dove i mezzi di lotta sono più deboli”.

Il 25 settembre 2004, una grandiosa e devastante invasione di locuste


colpisce, in Africa, Mauritania, Senegal, Mali e Niger, distruggendo dai
tre ai quattro milioni di ettari. “L'invasione di locuste in Africa del nord-ovest è probabilmente più estesa di
quella dell'ultima primavera”, ha riferito Keith Cressman, responsabile FAO. “Il successo di operazioni di
controllo in Africa Occidentale è cruciale se vogliamo ridurre la minaccia ai Paesi del Maghreb”, ha aggiunto.
È stato valutato che dai tre ai quattro milioni di ettari di terra sono ormai infestati dalle locuste in Africa
Occidentale. Secondo i rapporti, è andato perso il 40% di pascoli e il 10% di verdure.

Uno sciame di locuste copre fino a 200


chilometri in un giorno. Una tonnellata di
locuste (una porzione molto piccola di uno
sciame medio) mangia quanto 2500 persone.
Le locuste vivono tra tre e sei mesi.
Lentamente gli insetti si spostano facendo
piazza pulita dei pascoli al ritmo contenuto di
un chilometro al giorno. Poi, attaccano gli alberi
e si affollano sui tronchi con una densità di
parecchie migliaia per metro quadro. Da piaga
biblica a «arma di distruzione di massa
africana», come l'ha definita un giornalista
della Mauritania, l'invasione delle locuste è un
fenomeno stagionale come gli uragani del
Golfo del Messico solo che - esattamente
come gli uragani - il cambiamento climatico ne
ha accresciuto la virulenza e le dimensioni.
L'invasione di quest'anno è la peggiore dal
1987, che causò danni per 500 milioni di
dollari.

Fino a questo momento, la crisi delle locuste ha colpito principalmente i paesi dell'Africa Occidentale. Dalla
Mauritania al Niger, considerati l'epicentro del fenomeno. Nella scorsa primavera gli sciami sono migrati
verso il Senegal e il Mali dove, inaspettatamente, si sono affacciati anche nelle città. Si tratta di paesi
dipendenti dall'agricoltura e dall'allevamento con endemici problemi di sottoalimentazione. Paesi nei quali la
distruzione del 50% del raccolto significa una cosa sola: fame e morte. Fino a questo momento, malgrado gli
appelli che risalgono al febbraio scorso e malgrado gli stanziamenti immediatamente annunciati alla stampa,
di soldi veri ne sono arrivati ben pochi: dei 24 milioni di dollari promessi dai paesi donatori solo 4 si sono
effettivamente materializzati.

Il direttore generale della FAO, Jacques Diouf, che nel settembre scorso ha presenziato a Roma - in
collegamento diretto con Ginevra - una conferenza stampa sulla
piaga delle cavallette, è stato categorico: se non si riuscirà a
mettere sotto controllo l'invasione e contenere i danni, nella
primavera del 2005 si potrebbe assistere a un fenomeno inedito.
Approfittando dell'avanzata del deserto gli sciami si stanno
infatti lanciando alla conquista di nuovi territori: verso sud, in
Gambia e Guinea, dove ci si aspetta che arrivino a dicembre;
verso nord, dove si apre lo sterminato Magreb, dal Marocco alla Libia, passando per Algeria e Tunisia; e
verso oriente dove, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero imboccare la lunga strada che, attraverso il Golfo
conduce fino al nord dell'India. Intervenire prima che si formi lo sciame è più efficace e meno costoso perché
quando le locuste sono in volo serve molto più pesticida - circa tre volte tanto - che a quel punto va irrorato
con gli aerei, con danni ambientali facilmente immaginabili.

LOCUSTE SU GIZA

Il 1 novembre 2004, uno sciame di


locuste locuste rosse africane invade
Cipro. Il ministero dell'Agricoltura ha
reso noto che gli insetti sono stati
avvistati prima nella riserva naturale di
Akamas, sulla costa occidentale
dell'isola, poi si sono rapidamente
spostati verso la città costiera
meridionale di Limassol. "Sono
migliaia, prima avevo visto queste
scene solo alla televisione", ha detto
Andreas Kazantzis, funzionario del
ministero nella regione occidentale di
Paphos. Il 17 novembre 2004,
l'invasione di locuste, favorita dai forti
venti, oscura il cielo sopra le piramidi
di Giza, al Cairo, rievocando la
narrazione biblica delle piaghe
d'Egitto.

Le locuste, che raramente fanno la loro comparsa a Cipro, hanno divorato patate e banane, e ancora non è
stata fatta una stima dei danni; gli agricoltori hanno cercato di correre ai ripari chiudendo le serre e irrorando
i campi con pesticidi. Gli insetticidi normalmente usati contro le locuste degradano entro sette giorni, un
tempo piuttosto limitato. Si tenta di contenere l'inquinamento attraverso un approccio integrato pensato, fra
l'altro, per ridurre il rischio che le cavallette sviluppino una resistenza ai prodotti, come sempre accade
quando si fa uso d'insetticidi. La FAO ha perfino avviato un programma sperimentale per l'uso di agenti di
controllo biologici, la cui l'efficacia deve essere tuttavia dimostrata.

FORMICHE KILLER

Secondo uno studio pubblicato dalla dottoressa Leah Poldi dell'Università Ben Gurion del Negev, alcune
formiche soldato della specie “Camponotus Saund”, originarie della Malesia, se attaccate reagiscono
lasciandosi “esplodere” e spargendo in tal modo un veleno paralizzante sugli avversari. Le formiche, molto
combattive e veloci, presentano una caratteristica particolare: riconoscono immediatamente il loro obiettivo
principale e lo attaccano in pochi secondi, disponendosi in una formazione “a cuneo”. Secondo l'entomologa,
“modificando geneticamente le formiche con l'inserimento di un gene accrescitore del veleno che secernono
e stimolandone la naturale aggressività le stesse si potrebbero rivelare un'ottima arma di contenimento
naturale delle invasioni di locuste o di altri parassiti delle colture, attaccando i nemici coi loro feromoni”.

L'INVASIONE CONTINUA

Il 21 novembre, la piaga si sposta in Israele: un nugolo di milioni di cavallette si è riversato nel deserto del
Negev, investendo numerose località, anche turistiche. Il Ministero dell'Agricoltura ha decretato lo stato di
allarme e inviato aerei carichi di insetticidi.

Se, nei centri abitati, tra cui la località balneare di Eliat, le locuste hanno causato il panico tra gli abitanti,
sono gli agricoltori ad essere i più preoccupati perché temono danni ingenti alle piantagioni, memori
dell'invasione in In Burkhina Faso, nell'agosto 2004, che ha distrutto il 90% dei raccolti.

Locust invasion threatens summer crops in Sahel countries FAO 05 agosto 2004
"Locust crisis in Mauritania, Senegal, Mali, Niger deteriorates" afrolnews 17
settembre 2004

Plague of locusts hits Egypt Mail&Guardianonline 17 novembre 2004

Locust Plague Hits Israel Wired News 21 novembre 2004

Israele studia formiche biotech per combattere le locuste molecularlab 06 maggio


2004

(Pubblicato su Ecplanet 30-11-2004)

CLIMATE PREDICTION EXPERIMENT

Le temperature globali sono destinate ad alzarsi di 20 gradi sopra la media entro i prossimi 50 anni. È il
risultato del primo esperimento di previsione climatica affidata alla potenza di elaborazione di una rete di
90.000 personal computers.

I PC, situati in 150 paesi, hanno consentito a scienziati britannici di far girare simultaneamente 50.000
diverse simulazioni del futuro clima globale, "un numero assai superiore alle 128 simulazioni utilizzate in
precedenza con lausilio di supercomputers", ha dichiarato Myles Allen, di climateprediction.net e fisico alla
Oxford University.

Il progetto di calcolo distribuito sviluppato da climateprediction.net coinvolge diverse università britanniche


oltre all'Hadley Centre for Climate Prediction and Research.

L'esperimento intende concentrare gli sforzi tecnologici nel tentativo di prevedere con la massima precisione
possibile quali condizioni climatiche ci attendono nei prossimi anni.

Secondo i calcoli del "super-cervello" reticolare, le temperature globali potrebbero innalzarsi dai 4 ai 20 gradi
Fahrenheit se i gas serra raddoppierranno i livelli pre-industriali. Stando all'attuale tasso di emissione, i valori
raddoppieranno intorno al 2050. Le migliori stime, tra quelle fatte in precedenza, avevano stimato un
aumento tra i 2 e gli 8 gradi Fahrenheit.

La nuova previsione rivela che la Terra potrebbe essere molto più sensibile alle emissioni di gas serra di
quanto finora ritenessero gli scienziati. "Anche se le emissioni si interrompessero del tutto da domani,
rimarrebbe un alto rischio di problemi legati alle condizioni climatiche", dice Allen.

L'esperimento promosso da Climateprediction.net si basa sul modello di calcolo distribuito già sfruttato con
successo da SETI@home, lanciato nel 1999 dalla SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), che è
riuscito a coinvolgere milioni di persone in tutto il mondo. Semplicemente scaricando sul proprio pc un
software che analizza i dati provenienti da galassie lontane in cerca di segni di vita aliena (il programma
lavora mentre il pc è in stand-by e poi spedisce in rete i risultati settimanalmente).

Il programma equivalente usato per la predizione del clima, cerca di simulare il maggior numero di fattori
possibile, come le radiazioni, il modo in cui l'aria si muove, la formazione delle nuvole, le precipitazioni, ecc.

È' stato possibile grazie a David Anderson, direttore del progetto SETI@home presso lo Space Sciences
Laboratory della University of California di Berkeley, che ha sviluppato BOINC (Berkeley Open Infrastructure
for Network Computing), un protocollo apposito che permette ad un qualsiasi utente internet di partecipare,
sia con sistemi Windows, che Macintosh o Linux.

Anderson si augura di aver aperto la strada al coinvolgimento di altri supercomputers come l'IBM ASCI
White del Lawrence Livermore National Laboratory, l'ASC Purple e il Blue Gene/L che ha una potenza di
400,000 PC.

(Wired News 31-01-2005)


LINKS

climateprediction.net

Hadley Centre for Climate Prediction and Research

SETI@home

CLIMA ARTIFICIALE

Negli ultimi 120 anni, la temperatura globale media si è alzata di 0.7 gradi. Più o meno nello stesso periodo,
la concentrazione di ossido di carbonio nell'atmosfera è aumentata dallo 0.28 allo 0.37 percento.

L'ossido di carbonio è uno dei cosiddetti “gas serra”. La loro concentrazione nell'atmosfera, a partire dal
1750, è salita fino a due volte e mezzo. I climatologi, da tempo ritengono che siano la maggiore causa
artificiale dell'attuale emergenza globale, insieme a diversi fattori naturali come l'attività solare e le eruzioni
vulcaniche.

Ma le proprietà particolari delle particelle sulfuree prodotte dall'opera umana, potrebbero aiutare la riduzione
degli effetti causati dai gas serra. È quanto sostiene un gruppo di metereologi di Bonn, sulla base di 30
differenti modelli climatici simulati dal computer: “Senza l'influenza dei gas serra, la temperatura media
annuale sarebbe aumentata solo di 0.4 gradi”, ha puntualizzato il professore Andreas Hense, a capo della
ricerca finanziata dalla DFG (German Research Association), “tuttavia, le fluttuazioni alla fine del 19imo e
nella prima metà del 20imo secolo sono dovute principalmente all'intensificarsi dell'attività solare e
dell'attività vulcanica”.

Anche se vi sono molti scettici riguardo l'affidabilità dei modelli climatici, il team del prof. Hense, insieme a
ricercatori del Korean Meteorological Service, hanno sfruttato le enormi capacità di calcolo del
supercomputer in dotazione al Max Planck Institute che ha elaborato l'evoluzione dei fattori “sospetti” dal
1860 al 2000, e per ben sei volte ha restituito i medesimi risultati.

Il computer è stato programmato in modo da escludere la possibilità del noto “effetto farfalla”, alla base della
teoria del caos, che esclude la possibilità di stabilire con esattezza le condizioni climatiche terrestri risalenti
al Primo Gennaio del 1860, dato che anche la più minima variazione della situazione iniziale potrebbe aver
causato, nel tempo, le ripercussioni più imprevedibili. “Per bypassare l’effetto farfalla”, spiega Hense,
“abbiamo ricreato diversi scenari plausibili da cui partire per i calcoli successivi”.

Il gruppo ha poi provato a calcolare, in base agli stessi modelli che pare abbiano funzionato per il passato, i
possibili scenari futuri, da qui al 2100: la temperatura globale continuerà a salire fino al 2050, quando
comincerà a ristabilizzarsi, ma solo se si riuscirà a ridurre in modo drastico le emissioni di gas serra. “In caso
contrario”, dice Hense, “i nostri modelli prevedono un aumento di quasi 3.5 gradi”, previsione che non si
discosta molto da quella effettuata di recente da ricercatori americani, e pubblicata su Science.

(pubblicato su Ecplanet, 20-06-2005)

LINKS

At Least Part Of Climate Change Is Man-Made Space Daily 14 aprile


2005

DOV'E' IL CALORE?

Un gruppo di scienziati guidati dal Dr. James Hansen, del


NASA's Goddard Institute for Space Studies, ha pubblicato
un nuovo studio che dimostra come la Terra stia assorbendo
più energia dal Sole di quella che emette nello spazio.
Il modello usato dagli scienziati ha mostrato come l'ammontare crescente di gas serra prodotti dall'uomo
intrappoli le radiazioni solari e provochi il surriscaldamento del pianeta. Secondo i nuovi calcoli, nel corso
degli ultimi dieci anni, il livello del calore degli oceani è cresciuto drammaticamente, e corrisponde
esattamente all'eccesso di energia calcolato dal modello usato nello studio.

"Gli oceani sono in grande subbuglio", dice il Dr. Josh Willist, ricercatore del JPL, "dobbiamo esaminare
un'enorme quantità di dati per capire quello che stà
succedendo". Willist è co-autore, insieme a Hansen, della
ricerca sugli squilibri dell'energia terrestre pubblicata su
Science. Il precedente studio di Willis aveva fornito
delle misurazioni fondamentali che sono state comparate con
il modello climatico simulato, insieme ai dati forniti dal
satellite Topex/Poseidon, da Jason e altri altimetri
oceanici.

"La temperatura media degli oceani è allarmante", dice


Willis, "negli oceani si concentra il calore extra che la
Terra non riesce a smaltire". Occorre considerare che ci
vuole un notevole ammontare di energia per alzare la
temperatura degli oceani al livello attuale, almeno 1000
volte più che nell'atmosfera. "L'unica spiegazione è che
tutto questo calore extra sia dovuto alle emissioni di gas
serra", dice ancora Willis.

I valori hanno confermato un grave squilibrio. Hansen,


Willis e i loro colleghi, hanno concluso che, anche se
senza ulteriori incrementi delle emissioni di gas, la
temperatura della Terra crescerà ancora di 0,6 gradi
centigradi (1,1 gradi Fahrenheit).

Nel rapporto, Hansen definisce i dati raccolti la “pistola fumante” che fa svanire ogni dubbio sul
surriscaldamento della Terra e sulle nefaste previsioni per il futuro. In sostanza, i dati forniscono la prova che
la Terra assorbe molto più calore di quanto non emette, il che dà manforte al progressivo intensificarsi
dell'effetto serra.

Secondo Hansen, se continueranno ad aumentare, come previsto, le emissioni di anidride carbonica e altre
sostanze che assorbono il calore, la situazione potrebbe “sfuggire ad ogni controllo”, soprattutto se il livello
degli oceani salirà in seguito allo scioglimento dei ghiacci dell’Antartide e del Polo Nord.

(Space Daily 25 luglio 2005)

LINKS

Global warming 'proof' detected BBC News 29 aprile 2005

http://data.giss.nasa.gov/gistemp/2005/

http://www.jpl.nasa.gov/

DISTRUZIONE RECORD IN
AMAZZONIA

Scomparsa, disboscata: lo ha
annunciato il ministero dell'ambiente
brasiliano. È un dato allarmante, sia in
assoluto che come tendenza. In
assoluto è un tasso di deforestazione
secondo solo a quello verificatosi
nell'anno 1994-'95, il record assoluto
nella storia dell'Amazzonia, quando scomparvero 29mila chilometri quadrati di foresta (come l'intero Belgio).
Come tendenza, è un segno di accelerazione, perché rappresenta un aumento del 6% rispetto all'anno
precedente e segue altri anni di deforestazione in aumento - in effetti è dal 2001 che il ritmo continua a
salire. Gli ultimi dati inoltre sono una delusione per il governo, che sperava di aver contenuto l'aumento della
deforestazione entro il 2%.

La ministra brasiliana dell'ambiente, Marina Silva, ha commentato che le azioni prese dal governo federale
per proteggere la foresta amazzonica richiedono tempo per sortire effetti: «Continueremo a combattere la
deforestazione in modo sistematico e strutturato, coinvolgendo tutti i settori della società in azioni efficaci e
durature», ha detto la ministra. L'ultimo dato «dimostra che la deforestazione non è una priorità per il
governo di Lula», ha tuonato invece Greenpeace Brasile. Ma sarebbe troppo facile prendersela con il
presidente Luiz Ignacio da Silva, Lula.

Il governo federale, in effetti, ha adottato l'anno scorso un piano per proteggere l'Amazzonia dalla distruzione
ambientale in sé ineccepibile. Un progetto di legge sulla gestione delle foreste pubbliche è in discussione al
Congresso Nazionale (il parlamento federale); il Ministero dell'Ambiente fa la sua parte creando nuove aree
protette. Si va facendo strada una strategia di gestione multipla delle risorse forestali, con esperimenti di
«uso della biodiversità» combinata alla conservazione dell'ecosistema, di uso collettivo e tentativi di
valorizzare le attività tradizionali.

Questa primavera, il governo federale ha completato la demarcazione della riserva degli indigeni Xavantes,
concludendo una vicenda annosa. Ma le forze che premono sulla foresta amazzonica sono molte, e potenti. I
dati diffusi dal governo brasiliano, guardati più da vicino, lo confermano. Dei sette stati considerati nel
rapporto governativo, cinque in effetti hanno rallentato la deforestazione (Parà, Amazonas, Acre, Maranhão e
Tocantins). Altri due, il Mato Grosso e Rondonia, hanno invece registrato un balzo in avanti tale da annullare
i progressi visti altrove. Sono la parte più consistente di quello che veniva chiamato «l'arco di fuoco», la zona
di sfruttamento più intensivo e selvaggio della foresta, del commercio illegale di legno e soprattutto delle
grandi piantagioni industriali - soprattutto la soia. Da qualche anno poi, la vera forza trainante della
deforestazione è l'allevamento del bestiame.

È la «hamburger connection»: l'export di carne brasiliana è triplicato tra il 1995 e il 2002 e continua a
crescere, e tre quarti dell'aumento si registra nella regione amazzonica. Allevare bovini su scala massiccia
(nel 2002 se ne contavano 175 milioni di capi) significa creare nuovi pascoli, dunque tagliare alberi in zone
vergini, finché il pascolo si esaurisce e si va a tagliare altrove. E questo si somma ai mali cronici - traffico
illegale di legname tropicale, occupazione abusiva di grandi estensioni di foresta da parte di coloni che si
«ritagliano» grandi piantagioni, l'espansione della soia...

La stampa brasiliana ha messo in risalto che il capo del governo dello stato del Mato Grosso, Blairo Maggi, è
anche il maggior produttore di soia del mondo - e che quasi metà della deforestazione registrata nell'anno è
avvenuta proprio nel suo stato. Greenpeace lo ha definito «il re della deforestazione». Vincere le forze che
premono sulla foresta amazzonica non è cosa semplice. Resta l'allarme: il WWF stima che ormai il 17%
della copertura forestale dell'Amazzonia brasiliana è scomparsa.

(Pubblicato su Ecplanet 15-08-2005)

LINKS

Soya Farmers to Blame for Amazon Forest Loss earthhopenetwork 20 maggio 2005

The Rape of the Rainforest...


and the Man Behind it
commondreams 20 maggio
2005

DEMENTI CLIMATICI

La calotta polare si sta restringendo: non


è mai stata così ridotta. L'annuncio è
stato fatto da alcuni scienziati americani
del Centro Nazionale Dati su Nevi e Ghiacci (NSIDC), secondo i quali, il fenomeno, dovuto, come noto, al
riscaldamento globale, va accelerando. Le osservazioni sono state fatte grazie all'aiuto di satelliti della
NASA, l'ente spaziale americano. È la quarta estate consecutiva che la superficie ghiacciata dell'Artico va
riducendosi. Di questo passo, «l'Artico non avrà più ghiaccio durante la stagione estiva ben prima della fine
del secolo», ha detto Julienne Stroeve.

Stando agli ultimi rilevamenti, il 21 settembre 2005 la banchisa polare era ampia solo 5,32 milioni di
chilometri quadrati, la più piccola superficie mai misurata dai satelliti. «Questo - ha sottolineato lo scienziato
Walt Meier dell'NSIDC - significa che si verificando un fenomeno di lunga durata, che non si tratta
semplicemente di una anomalia a breve termine». Dai dati ottenuti, gli esperti hanno calcolato che la calotta
glaciale artica si sta riducendo dell'8% ogni dieci anni. Mentre la formazione del ghiaccio ha subito una
drastica riduzione - del 20% - nel periodo che va dal 1978 al 2000.

Le cause? «In buona parte si devono all'effetto serra», ha detto un altro scienziato, Mark Serreze.

Lo stesso dicasi per la crescente violenza di uragani come Katrina e Rita. Lo ha ribadito recentemente Sir
John Lawton, presidente della Royal Commission sull'inquinamento ambientale: gli uragani diventano più
intensi, come hanno mostrato le simulazioni al computer, a causa della crescente temperatura dei mari. Sir
Layton ha preso di mira i “neocon”, che negli Stati Uniti ancora negano questa realtà tragicamente evidente,
definendoli dei “dementi climatici”: “Ci sono persone in varie parti del mondo che non riescono ad accettare
l'idea che le attività umane possano cambiare il clima e che lo stiano già facendo. Io li paragono a quelli che
negavano che fumare potesse causare cancro ai polmoni”.

Sir Lawton è la terza figura chiave degli ambienti scientifici britannici che attacca gli Stati Uniti per
l'ostinazione del governo Bush a negare che il riscaldamento globale sia un fenomeno reale. I commenti di
sir John seguono e corroborano recenti ricerche, molte delle quali fatte in America, che dimostrano come la
crescente violenza degli uragani sia legata in maniera causale con il riscaldamento globale.

Un documento prodotto da alcuni, pubblicato dalla rivista USA Science, dimostra come la frequenza di
uragani dell'intensità di Katrina è quasi raddoppiata negli ultimi 35 anni: sebbene la frequenza generale delle
tempeste tropicali in tutto il mondo è rimasta al livello del 1970, il numero di casi di uragani di intensità 4 e 5
è salita drasticamente; negli anni 70 vi erano in media 10 uragani di categoria 4 e 5 all'anno ma, dal 1990,
essi sono quasi raddoppiati, raggiungendo la media di 18 all'anno; durante lo stesso periodo, le temperature
delle superfici marine, tra gli elementi chiave dell'intensità degli uragani, sono aumentate di una media di 0,5
gradi Celsius.

(Pubblicato su Ecplanet 20-10-2005)

LINKS

Sea Ice Decline Intensifies NSIDC 28 settembre 2005

This is global warming, says environmental chief The Independent 23 settembre


2005

Nuove evidenze provenienti da registrazioni climatiche del passato


confermano il collegamento esistente tra il riscaldamento del clima
tropicale e l'incremento dei livelli dei gas serra. Lo hanno annunciato gli
scienziati della University of California di Santa Barbara, che avvertono
anche che il riscaldamento globale avrà l'effetto di intensificare
ulteriormente la potenza devastatrice degli uragani come Katrina e Rita.

La nuova ricerca è stata pubblicata su Science Express, la


pubblicazione on-line della rivista Science, a cura di Martin Medina-
Elizalde, studente al Department of Earth Science e
dell'Interdepartmental Program in Marine Science dell'UC di Santa
Barbara, e David Lea, professore al Department of Earth Science e al Marine Science Institute della stessa
università.
Il collegamento tra l'aumento del livello di gas serra nell'atmosfera e l'innalzamento delle temperature globali,
spiegano gli autori, può essere stabilito con l'ausilio dei modelli climatici computerizzati e le osservazioni
dirette. Oppure, attraverso le osservazioni paleoclimatiche che ricostruiscono le condizioni climatiche del
passato attraverso gli archivi naturali. È questo il metodo che è stato usato dai ricercatori dell'UC di Santa
Barbara: hanno analizzato la composizione chimica di resti fossili di plancton prelevati dal fondo dell'oceano
nel cuore del pacifico equatoriale.

“Le relazioni tra il clima tropicale e i gas serra è particolarmente critica perché le regioni tropicali ricevono la
più alta proporzione di emissioni solari e agiscono come un motore di calore per il resto della terra”, spiega
Lea. Recenti osservazioni delle temperatura di superficie del mare tropicale indicano un aumento da 1 a 2
gradi Fahrenheit avvenuto negli ultimi 50 anni a causa dell'aumento di anidride carbonica nell'atmosfera, in
gran parte prodotta dall'uomo (dovuta soprattutto alla combustione dei carburanti, ndr).

La ricerca dimostra che negli ultimi 1.3 milioni di anni, la temperatura delle superfici marini nel cuore del
pacifico tropicale occidentale è stata regolata dagli effetti atmosferici causati dal cambiamento della
frequenza di oscillazione dei gas serra, che non sono mai stati così abbondanti nell'atmosfera. In sintesi,
sono queste fluttuazioni dei gas serra nell'atmosfera le principali responsabili degli sconvolgimenti climatici
che, da un milione di anni a questa parte, sono andati progressivamente peggiorando.

Detto ancora più in sintesi: il principale responsabile dell'eco-apocalisse verso cui stiamo andando
inesorabilmente incontro è uno e soltano uno: la follia del genere (dis)umano. Che, oltretutto, continua,
sfacciatamente, a negare le proprie responsabilità.

A quando il processo?

(pubblicato su Ecplanet, ultima modifica 28-10-2005)

LINKS

Study: link between tropical warming and greenhouse gases stronger than ever
physorg 13 ottobre 2005

Il più vasto e comprensivo modello climatico mai sviluppato in precedenza negli Stati Uniti ha previsto
temperature sempre più estreme in tutto il paese e precipitazioni ancora più estreme lungo la costa del golfo
nel Pacifico nord-occidentale e a est del Mississippi. Fatto girare sui
supercomputers della Purdue University, il modello ha preso in
considerazione un largo numero di fattori che in precedenza non erano
stati completamente incorporati, come gli effetti dell'energia solare
riflessa nello spazio o il ruolo delle catene montuose rispetto alle
perturbazioni che le attraversano.

Noah S. Diffenbaugh, a capo del team scientifico, ha detto che


l'inclusione di questi fattori in un sistema più potente di elaborazione dati
ha permesso di generare una immagine molto più coerente di cosa
attenderà gli Stati Uniti continentali nei prossimi decenni. “Si tratta della
più dettagliata proiezione dei cambiamenti climatici futuri mai realizzata negli Stati Uniti”, ha dichiarato
Diffenbaugh, che è professore di Scienze Atmosferiche e Terrestri al College of Science della Purdue
University e anche un membro del Purdue Climate Change Research Center. “I cambiamenti predetti dal
nostro modello saranno così vasti da distruggere sostanzialmente la nostra economia e le infrastrutture”, ha
aggiunto.

Il team comprende anche Jeremy S. Pal e Filippo Giorgi dell'Abdus Salam International Centre for
Theoretical Physics di Trieste. I risultati della ricerca sono stati pubblicati il 17 ottobre sull'edizione on-line dei
Proceedings of the National Academy of Sciences.

I modelli climatici sono in pratica dei sofisticatissimi programmi per computer tesi ad incorporare il più
possibile numero di dettagli riguardo le complesse dinamiche del nostro ambiente: correnti oceaniche,
formazione delle nuvole, il ruolo della vegetazione, l'aumento nell'atmosfera dei gas inquinanti, ecc. ecc. Tutti
input che poi il cervellone dovrà elaborare per formulare una previsione degli effetti sul lungo termine. Sono
talmente tante le variabili e le interazioni dinamiche che una analisi completa può richiedere anche dei mesi,
e stiamo parlando di supercomputers, ovvero di processori dalle capacità eccezionali.

Al team di Diffenbaugh sono serviti 5 mesi per far girare il loro modello sul supercomputer Sun del Rosen
Center for Advanced Computing, all'interno del campus della Purdue. “I risultati ci hanno fornito una
proiezione dei cambiamenti climatici ad una risoluzione senza precedenti”, ha detto Diffenbaugh.

Tra le previsioni più inquietanti:

- il deserto sud-ovest conoscerà ondate di calore di altissima intensità, insieme ad una diminuzione delle
precipitazioni estive. Il che renderà sempre più drammatico il problema della scarsità di acqua che già oggi
tormenta le popolazioni limitrofe.

- la costa del golfo diventerà sempre più calda mentre le precipitazioni aumenteranno di volume e si
verificheranno ad intervalli sempre più brevi.

- nel nord-est - a est dell'Illinois e a nord del Kentucky - le estati saranno sempre più lunghe e più calde.

- similarmente, gli Stati Uniti continentali conosceranno un aumento complessivo del riscaldamento e le
temperature che attualmente si registrano durante le due settimane più fredde dell'anno saranno un ricordo
del passato. Si avranno dunque inverni sempre più brevi.

Tutto questo si deve in larga parte al fatto che il modello ha assunto come punto fermo che i gas serra
raggiungeranno una concentrazione pari al doppio degli attuali livelli.

“Appare chiaro che ogni qualvolta aumentiamo il dettaglio preso in esame, l'immagine risultante appare
sempre più severa. Per migliorare questo modello avremo bisogno di un computer 100 volte più potente”, ha
detto in conclusione Diffenbaugh.

A quando un modello che ci dica anche come correre ai ripari?

(pubblicato su Ecplanet 03-11-2005)

LINKS

Climate model forecasts dramatic changes in U.S. Purdue 17 ottobre


2005

GLOBAL MURDER

La salute delle popolazioni più povere del pianeta si aggrava a causa dei cambiamenti del clima e dei
maggiori rischi ambientali. Secondo l'ultimo rapporto della World Bank - “Environment Matters 2005”,
elaborato in collaborazione con la WHO (l'Organizzazione Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite), circa
un quinto delle infezioni e delle malattie nei paesi in via di sviluppo sono causate da fattori ambientali
compresi i cambiamenti climatici e l'inquinamento atmosferico ed idrico.

In aggiunta ai cambiamenti del clima ed agli altri fattori ambientali, ci sono anche cause antropiche quali il
crescente uso di pesticidi, di sostanze chimiche tossiche e di rifiuti pericolosi che aggravano ulteriormente la
situazione sanitaria.

Per quanto riguarda i cambiamenti del clima, il rapporto mette in evidenza come le variazioni di temperatura
ed umidità in molte aree del pianeta abbiano favorito la ploriferazione di batteri e parassiti e, di pari passo, di
malattie infettive tipiche della zona intertropicale, come la malaria e la dengue. Inoltre, la diminuzione delle
precipitazioni in molte aree subtropicali ha prodotto una maggiore scarsità d'acqua che aumenta i fenomeni
di inquinamento idrico e impedisce la creazione di adeguati servizi igienico sanitari.
Mentre l'eccesso di precipitazioni, e le conseguenti alluvioni ed inondazioni, causato dall'intensificazione dei
cicloni tropicali ha creato situazioni catastrofiche che hanno penalizzato soprattuto le popolazioni più povere
e le agricolture di sopravvivenza, finendo coll'aggravare le già precarie condizioni sanitarie.

Secondo il rapporto, quantunque l'AIDS, l'alcool ed il tabacco siano le principali cause di morte nei paesi
poveri, almeno 150mila morti premature vanno attribuite direttamente ai cambiamenti climatici.

Poi vano considerati anche i fattori indiretti: per esempio, 2 milioni di decessi l'anno attribuibili alla mancanza
d'acqua o all'inquinamento idrico; più di due milioni di morti per inquinamento atmosferico; milioni di morti (il
numero è imprecisato) per l'uso di pesticidi e sostanze tossiche che colpiscono soprattutto i bambini, in
particolare quelli sottoposti a sfruttamento nell'ambito del lavoro minorile.

In conclusione, il quadro delineato dalla World Bank prefigura un “omicidio” di proporzioni globali, che,
secondo la legge della causa-effetto, può essere ragionevolmente attribuito ad un unico mandante: la follia
del genere umano.

(Pubblicato su Ecplanet 18-11-2005)

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Environment killing millions says World Bank report 07 ottobre 2005

Rapporto in Internet

Tigri, elefanti, rinoceronti, balene, delfini, tartarughe


marine, panda, gorilla, oranghi: tutti animali a rischio
estinzione per i quali gli ambientalisti combattono da
sempre. Oggi la ricetta da adottare, secondo gli oltre
80 esperti dell'associazione WWF provenienti da 60
Paesi, riunitisi nella Capitale in occasione del
meeting internazionale voluto per festeggiare i 40
anni dell'associazione italiana, è una sola: «Bisogna
partire dalla collaborazione con le popolazioni nate e
cresciute a fianco di questi animali, poter rispondere
alle loro necessità – ha detto Fulco Pratesi,
Presidente del WWF Italia - laddove riusciamo a
garantire le necessità del futuro delle popolazioni
locali possiamo dare un futuro anche alle specie
animali che condividono gli stessi ambienti naturali. Gli
animali rappresentano spesso una ricchezza per
queste popolazioni: salvare tigri ed elefanti vuol dire
quindi offrire un futuro alle comunità di Paesi ancora in
via di sviluppo o in rapido sviluppo».

Il rapido declino di alcune specie sta avvenendo proprio


nelle aree dove lo sfruttamento intensivo delle risorse
naturali supera i livelli di sostenibilità: balene, delfini e
tartarughe marine sono minacciate dal cosiddetto “by-
catch”, la pesca non selettiva, che uccide 300.000
cetacei l'anno. Per questo gli ambientalisti si battono
contro lo sfruttamento illegale ed intensivo delle foreste
che ha ridotto, ad esempio nel Borneo, gli oranghi a
7.500 individui sparsi in aree ormai frammentate dal
taglio, dagli incendi, dalla sostituzione con piantagioni di palma da olio.
Vi sono poi le responsabilità del commercio del legname proveniente dalle foreste degli Oranghi, come il
ramino, un legno pregiato che cresce nel Borneo e in altre aree del sud est asiatico, il cui commercio è stato
regolamentato solo di recente. Gli esperti del WWF hanno
registrato anche in Italia il declino di specie importanti come il
falco lanario, la lontra, il capovaccaio, la gallina prataiola, la
pernice bianca, l'aquila del Bonelli, la foca monaca, ma anche
di specie un tempo comuni come la starna e la coturnice.

"Il nostro paese è un consumatore vorace di risorse naturali e


di territorio: la sfida quotidiana è quella di saper amministrare
le nostre risorse e poter garantire gli obiettivi che l'Onu ci ha
indicato e che l'Italia ha sottoscritto, ovvero, l'arresto del
declino della biodiversità entro il 2010", ha affermato Michele
Candotti, segretario generale del WWF Italia.

Per concentrare risorse economiche e impegno sul territorio e


svolgere i progetti di conservazione il WWF ha identificato nel
mondo 238 Ecoregioni, individuate insieme alla comunità
scientifica. Sono grandi serbatoi di biodiversità, come la
foresta Amazzonica, la Grande Barriera Corallina ma anche l'Ecoregione Mediterraneo e l'Ecoregione Alpi,
che interessano la nostra penisola.

(pubblicato su Ecplanet 09-02-2006)

I grandi fiumi del mondo sono al


collasso. È l'allarme lanciato dal WWF,
a conferma dei peggiori timori espressi
anche in un rapporto dalle Nazioni
Unite.
La maggior parte dei corsi d'acqua sta
perdendo lo sbocco al mare e, cosa
ancora più grave, quasi un quarto di
quelli che ancora ce l'hanno rischia di
restarne privo nei prossimi 15 anni.
Principali imputati l'effetto serra, la
siccità, ma soprattutto le opere artificiali
dell'uomo.
Come rileva l'ONU, più di metà dei
cinquecento maggiori fiumi della Terra sono parzialmente o completamente in secca, ridotti a poco più di un
rigagnolo: dal Giordano al Colorado che attraversa le Montagne Rocciose, dal Fiume Giallo in Cina al Rio
Grande lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, dal Nilo al Rio delle Amazzoni.
Un caso su tutti: il Rio Grande, che negli atlanti continua ad essere indicato come uno dei venti fiumi più
lunghi del mondo, non solo non riesce più a fare arrivare la sua acqua al mare, ma scompare a metà del suo
corso, fermandosi dopo appena 1.300 chilometri, all'altezza di El Paso, la città del Texas che lo priva di tutta
la sua acqua.
Secondo il WWF, solo un terzo circa dei 177 fiumi più lunghi al mondo (oltre i 1.000 km) scorre senza
incontrare dighe o altri sbarramenti. In realtà, solo 21 di questi sono fiumi senza ostacoli dalla sorgente alla
foce, gli altri 43 sono tributari di altri grandi fiumi (come per esempio del Congo, del Rio delle Amazzoni e
della Lena).
Come sottolinea il rapporto “Fiumi senza Ostacoli Lusso Economico o Necessità Ecologica?”, la sempre più
rapida diminuzione di fiumi non imbrigliati è una tendenza pericolosa che mette in forse la disponibilità di
acqua per uso alimentare, sanitario, agricolo e ittico. “Ora che sono rimasti così pochi fiumi senza ostacoli
artificiali, siamo sul punto di perdere un altro fenomeno naturale, e ci renderemo pienamente conto dei costi
da pagare solo quando sarà troppo tardi”, sostiene il WWF.
I fiumi senza ostacoli sono naturali regolatori dei livelli d'inquinamento e di sedimentazione, la cui mancanza
è stata tragicamente messa in evidenza dall'alluvione di New Orleans seguita all'uragano Katrina. L'uragano
Katrina ha posto in risalto i gravi effetti negativi dei fiumi su cui l'uomo è intervenuto, come appunto il
Mississippi. Dighe e canalizzazioni a monte del fiume hanno causato la riduzione dei sedimenti necessari
per salvaguardare le terre umide costiere, una delle cause principali delle devastazioni e delle perdite di vite
umane.
Il WWF afferma inoltre che non bisogna sottovalutare la minaccia che gli ostacoli artificiali costituiscono per
gli animali. L'impatto sui fiumi degli sbarramenti costruiti dall'uomo rappresenta un grave pericolo per le vaste
popolazioni di pesci gatto nel rio delle Amazzoni e nel bacino del Mekong, per i delfini di fiume nel bacino del
Gange, per gli gnu nel fiume Mara.
I fiumi cosiddetti “naturali” si trovano in massima parte in Asia, e in quantità di poco inferiore in sud e nord
America. In coda sono invece l'Australia e l'area del Pacifico, con solo tre fiumi, e l'Europa (con le zone a
ovest degli Urali), dove un solo grande fiume, il russo Pechora, fluisce liberamente dalla sorgente al mare.
In Italia abbiamo il caso del
Tagliamento - uno degli ultimi fiumi
naturali delle Alpi - oggetto di un
devastante progetto di casse di
espansione, cioè di artificializzazione
delle sponde. È solo un esempio della
politica italiana “contro le acque
interne” che è stata suggellata
recentemente dalla Corte di Giustizia
europea con la condanna del nostro
Paese - ultimo dell'Unione europea a
riguardo - per il mancato recepimento
della Direttiva Quadro acque
2000/60/CE. Inoltre, l'Italia (dal
Governo agli enti locali) non sta
facendo nulla per “impedire il
deterioramento dei corpi idrici
superficiali”, come espressamente
richiesto all'art. 4 della direttiva europea: vi sono progetti previsti, o in corso, di nuovi ponti sul Po o sull'Oglio,
di interventi devastanti su fiumi come il Maira o il Sesia (Piemonte), sul torrente Pontebbana (Friuli), su
Seveso e Lambro (Lombardia), di nuove captazioni sulle aree sorgentizie dei fiumi Sele e Calore Irpino
(Campania) solo per citare qualche esempio.
La necessità di una nuova politica per le acque in Italia è testimoniata anche dalle oltre 700 firme di
scienziati ed esperti di acque italiani, raccolte dal WWF, per chiedere il recepimento e l'adeguata
applicazione della Direttiva europea sulle acque.
(Pubblicato su Ecplanet 23-02-2006)
LINKS

http://assets.panda.org/downloads/freeflowingriversreport.pdf

http://www.wwf.it/ambiente/dossier/i_grandi_fiumi_dossier.pdf

STATE OF THE WORLD

Prima ancora di fondare il Worldwatch Institute, Lester Brown ha sempre insistito sull'importanza che i
sistemi naturali dovrebbero avere rispetto a quelli economici. Brown ha sempre ricordato che proprio dalla
salute dei sistemi naturali dipendono le economie nazionali. Persino la
più avanzata delle società umane dipende dai processi di fotosintesi che
si svolgono nelle sue foreste, nelle sue praterie e nelle sue aree
coltivate.

Nello “State of the World 1988”, Brown scriveva: “Solo a patto che la
volontà di assicurare un futuro sostenibile divenga una delle principali
preoccupazioni dei governi nazionali, sarà possibile evitare che il
continuo deterioramento dei sistemi naturali che presiedono alla vita
economica vanifichi ogni sforzo teso a migliorare la condizione umana”.

Il rapporto “State of the World”, pubblicato in ben trenta lingue diverse,


fornisce il quadro riassuntivo dei trend degli andamenti socio-economici
affiancati a quelli ambientali. Emerge chiaramente come la nostra è una specie che sta compiendo un
grande esperimento sulla biosfera, ad esempio nella modificazione dell'equilibrio dei gas che compongono
l'atmosfera e nella modificazione dei processi evolutivi, giungendo persino ad intervenire, con le
biotecnologie, nel patrimonio genetico degli esseri viventi.

Un esperimento i cui esiti, lo stiamo vivendo sulla nostra pelle, si sono dimostrati catastrofici. Abbiamo creato
un mondo artificiale complesso ed articolato che annienta quello naturale. Le 225 persone più ricche del
mondo possiedono congiuntamente una ricchezza di oltre mille miliardi di dollari, una cifra equivalente al
reddito annuale del 47% più povero della popolazione mondiale, costituito da 2,5 miliardi di persone. Anche
nei paesi ricchi va incrementandosi il numero dei poveri.

La ricchezza della vita sulla Terra (la cosiddetta biodiversità) è stata pesantemente distrutta dalla nostra
specie: è difficile dire quante specie vengano distrutte ogni anno a causa del nostro devastante intervento,
anche perché non sappiamo bene quante specie esistano sul pianeta. Secondo alcune stime del noto
biologo Edward Wilson dell'Università di Harvard, nel 2000 si estinguevano 74 specie al giorno, 3 all'ora. Il
nostro intervento, soprattutto in alcuni ambienti particolarmente delicati, quali le foreste tropicali, ha portato il
livello di estinzione a superare da 1.000 a 10.000 volte il tasso naturale.

Nessun biologo serio dubita del fatto che la specie umana stia causando una delle più importanti ondate di
estinzione della storia geologica del pianeta. La vita sulla Terra esiste grazie all'energia solare che viene poi
trasformata dai processi di fotosintesi, dovuti ai vegetali, in materia organica a disposizione per tutta la vita
sul pianeta. Gli ecologi dell'Università di Stanford hanno calcolato che la specie umana si appropria del 25%
della disponibilità di energia fissata nella materia organica dai vegetali (la cosiddetta produttività primaria
netta).

Il famoso bioeconomista Herman Daly ha scritto ne “Lo Stato


Stazionario”: “Pochissimi mettono in discussione la desiderabilità o la
possibilità di una ulteriore crescita economica, obiettivo universalmente
accettato nel mondo. Capitalisti, comunisti, fascisti, socialisti, tutti
vogliono la crescita economica e si sforzano di renderla massima. Il
sistema che cresce al tasso più alto è considerato il migliore. Il fascino
della crescita è che su di essa si fonda la potenza della nazione e
rappresenta un'alternativa alla ridistribuzione come mezzo per
combattere la povertà”.

Aurelio Peccei, fondatore e presidente del Club di Roma, fino alla sua
scomparsa, figura dalle straordinarie qualità umane ed intellettuali,
scriveva, nel 1981, che sia dal punto di vista della teoria sia da quello
delle sue applicazioni concrete, l'economia è entrata in dissonanza con
gli interessi fondamentali dell'umanità. La specie umana, nonostante le
sue straordinarie capacità scientifiche e tecnologiche che le hanno
consentito di estendere i limiti imposti dalla natura, non può andare più
oltre. È impossibile vivere al di fuori dei limiti naturali.

(Pubblicato su Ecplanet 27-02-2006)

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State of the World | Worldwatch Institute


PIANO B PER SALVARE IL MONDO 2.0

Il governo britannico lo scorso mese ha sponsorizzato


la pubblicazione di uno studio sull'emergenza dei
cambiamenti climatici in cui si sostiene che le emissioni
di gas serra devono essere tagliate drasticamente, “qui
e ora”. In gennaio, l'ecologista Lester R. Brown ha
pubblicato la seconda edizione del suo “Piano B per
Salvare il Mondo”. Il Piano originale proponeva azioni concrete per “salvare un pianeta sotto stress e una
civiltà in crisi”.

Di seguito, alcuni brani dell'intervista pubblicata da Wired News.

Lester R. Brown: Oystein Dahle, dopo il collasso dell'Unione Sovietica, dichiarò: “Il socialismo è collassato
perché non ha permesso al mercato di esprimere la verità economica. Il capitalismo collasserà perché non
consente al mercato di esprimere la verità ecologica”.

WN: Il mondo ha dunque bisogno di più economisti che pensino come ecologisti?

Brown: “Sappiamo oggi, senza più alcun dubbio, che il contributo umano ai disastri ambientali è stato ed è
determinante. Non possiamo continuare a ragionare solo in termini economici, se questo significa
distruggere il pianeta e tutti i suoi abitanti”.

WN: Il Piano B 2.0 mette in discussione il ruolo della Cina.

Brown: “Da tempo andiamo dicendo che gli Stati Uniti rappresentano il 5% della
popolazione mondiale e consumano un terzo (40% circa) delle risorse planetarie.
La Cina si è spinta perfino oltre. Se prendiamo agricoltura - grano e carne -
energia - carburante e carbone - industria - acciaio - il consumo cinese è oggi
superiore a quello statunitense, eccetto che per il carburante. Il consumo di
carne è il doppio di quello americano: 67 milioni di tonnellate contro 38 milioni di
tonnellate. Il consumo di acciaio è più che raddoppiato: 258 milioni di tonnellate
contro 104 milioni. Di questo passo, entro il 2031 i circa 1,5 miliardi di cinesi
consumeranno delle quote di risorse esagerate intaccando gravemente le riserve
mondiali.

Lo sviluppo economico cinese insegna che il modello economico occidentale -


basato su carburanti fossili, automobili, economia usa e getta - non può
funzionare per la Cina. E se non funziona per la Cina non funziona neanche per
l'India, che entro il 2031 avrà una popolazione molto maggiore. E non può
funzionare neanche per gli altri 3 miliardi di persone che popolano i paesi in via di sviluppo e sognano lo stile
di vita americano. E, soprattutto, in una sempre più integrata economia globale, dove tutti dipendiamo dallo
stesso carburante, dallo stesso grano e dallo stesso acciaio, non può funzionare neanche per noi”.

Occorre, pertanto, secondo Brown, costruire un sistema non più basato sulla logica meramente affaristica e
produttivistica in senso quantitativo ma, bensì, costituire uno sviluppo di impostazione qualitativa. Si deve
pensare ad attivare una forma di controllo dell'avanzamento incessante dell'alto tasso di natalità e una
cultura educativa in campo demografico, mentre è compito rimuovere ogni forma di sottosviluppo economico
e sociale, che ha depauperato l'80% della popolazione mondiale della propria possibilità e del proprio diritto
di disporre liberamente delle risorse naturali presenti nel proprio ambito territoriale, con senso razionale e
responsabile. Infine occorre garantire il passaggio a forme di erogazione dell'energia di natura naturale e
rinnovabili e non esauribili, cercando di promuovere una cultura del riciclaggio delle risorse utilizzate e una
conservazione delle medesime.

WN: Che cosa dici invece dei cambiamenti climatici?

Brown: “C'è un movimento 'grass-roots' (ecologista) in grande crescita che spinge massicciamente verso il
protocollo di Kyoto. E sta diventando un movimento politico nazionale, in risposta alla totale e sprezzante
indifferenza mostrata da Washington. Soprattutto dopo il disastro provocato da Katrina, c'è ora una
maggiore sensibilità verso l'emergenza climatica, anche da parte di politici. Tutti quanti hanno visto che cosa
significa dover governare un flusso su larga scala di rifugiati climatici. Oggi sappiamo che una tempesta con
la capacità distruttiva di Katrina è possibile; sappiamo che la superficie delle acque nel Golfo del Messico è
calda come mai prima. E sappiamo anche che i livelli dei mari si stanno innalzando sempre più
velocemente. Abbiamo capito che eventi catastrofici come Katrina non possono essere considerati come
isolati, ma sono frutto dei cambiamenti climatici globali, in gran parte dovuti all'azione dell'uomo. Tutto è
collegato. E, purtroppo, indietro non si torna. Almeno, però, questi eventi stanno provocando un
cambiamento nelle coscienze”.
Il Piano B propone i seguenti 3 punti chiave:

1 - una ristrutturazione dell'economia globale in modo tale da poter sostenere la civiltà;

2 - uno sforzo comune per sradicare la povertà, stabilizzare la popolazione, restituire la speranza in modo da
suscitare partecipazione nei paesi in via di sviluppo;

3 - un lavoro sistematico di ripristino dei sistemi naturali.

Brown propone la promozione di uno sviluppo della ricerca scientifica che sappia valorizzare le nuove
tecnologie per produrre sistemi di trasporto ecosostenibile, come automobili all'idrogeno, oppure automezzi
elettrici a energia solare. Questi presupposti sono gli unici che potranno salvare il mondo da un cataclisma
non solo di tipo ambientale, dove aumentano fenomeni naturali eccezionali e devastanti in risposta a un
aumento del clima dovuto all'effetto serra, ma anche di tipo sociale, economico e, soprattutto, civile.

“Ciò significa comporre un bilancio di risanamento della terra: la riforestazione, il ripristino delle specie
ittiche, l'eliminazione dell'eccesso di pascolo, la protezione della diversità biologica, l'aumento di produttività
dell'acqua sino al punto in cui sia possibile stabilizzare il livello delle falde e ripristinare il flusso dei fiumi.
Adottate a scala mondiale, tutte queste misure richiedono spese aggiuntive per 93 miliardi di dollari l'anno”.

“Il mondo ora spende 975 miliardi di dollari annualmente per scopi militari. Il bilancio militare USA del 2006 è
stato di 492 miliardi, ovvero metà del totale mondiale. Questa armi sono di scarsa utilità nell'arginare il
terrorismo, né sono in grado di invertire la deforestazione del pianeta o di stabilizzare il clima. Le minacce di
tipo militare alla sicurezza nazionale oggi impallidiscono di fronte alle prospettive di distruzione e squilibrio
ambientale che minacciano l'economia e di conseguenza la stessa civiltà del ventunesimo secolo. Nuove
minacce chiamano nuove strategie. Queste minacce sono il degrado ambientale, il mutamento climatico, il
permanere della povertà, la perdita di speranza”.

“È difficile trovare le parole adatte ad esprimere la gravità della nostra situazione e la gravità delle decisioni
che dobbiamo prendere. Come possiamo riuscire a trasmettere l'urgenza di agire in fretta? Domani sarà
troppo tardi? In un modo o nell'altro, deciderà la nostra generazione. Su questo non c'è alcun dubbio. Ma
sarà una decisione tale da condizionare la vita sulla Terra per tutte le generazioni a venire”.

(Pubblicato su Ecplanet 06-04-2006)

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Saving the Planet With Plan B 2.0 Wired News 22 marzo 2006

Defra, UK - Environmental Protection - Climate Change - Action internationally

Contents of Plan B 2.0 Rescuing a Planet Under Stress and a Civilization in Trouble
by Lester R. Brown - Earth Policy Instit

Negli Stati uniti, James E. Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies, uno dei massimi
climatologi della Nasa, ha denunciato che l'amministrazione Bush sta cercando di togliergli la parola, in
particolare da quando ha parlato in una conferenza pubblica dell'urgenza di ridurre le emissioni di gas serra
che alterano il clima.

Hansen ha descritto le pressioni subite al New York Times (citando anche un addetto alle pubbliche relazioni
della Nasa che dichiara, in una riunione interna: «il mio lavoro è far apparire bene il presidente»).

Nella capitale britannica, invece, il governo ha pubblicato un rapporto scientifico secondo cui il cambiamento
del clima avrà conseguenze più gravi di quanto si creda, e che abbiamo ormai poche chance di riuscire a
mantenere le emissioni di gas di serra sotto i livelli di pericolo. Il rapporto “Avoiding Dangerous Climate
Change” raccoglie i documenti presentati a una conferenza ospitata nel febbraio 2005 dall'Ufficio
Meteorologico del Regno unito. Quella conferenza aveva raccolto il meglio dei dati e studi esistenti per
rispondere a due domande: qual è la concentrazione di gas di serra oltre la quale il pianeta è in pericolo, e
quali opzioni esistono per evitare di raggiungere quel livello?

Le due domande danno per assodato che il cambiamento del clima è già visibile e che avrà conseguenze
drammatiche sulla vita del pianeta: si tratta di agire subito per limitarlo, e prevenire conseguenze più gravi. Il
rapporto, presentato a, Londra lancia dunque l'ennesimo messaggio di allarme.

Per la verità, la risposta alla prima domanda - quale sia il livello di pericolo nella concentrazione dei gas di
serra - è quasi impossibile: gli scienziati tendono piuttosto a dire quali rischi sono associati a quali
concentrazioni di gas di serra. Il rapporto fa notare che finora l'Unione Europea si era data l'obiettivo di
prevenire un aumento della temperatura media globale superiore a 2 gradi Celsius: ma anche solo quei due
gradi possono portare allo scioglimento della copertura di ghiaccio perenne della Groenlandia.

La cosa più allarmante è che il riscaldamento della superficie terrestre si sta verificando in modo assai più
veloce del previsto - e lo si vede proprio dalla regione artica (come ha dimostrato un autorevole studio
internazionale pubblicato alla fine del 2004 dal Consiglio Artico). Il rapporto britannico fa notare che con un
aumento della temperatura media globale sopra ai 2 gradi il rischio di scioglimento dei ghiacci artici aumenta
«in modo sostanziale», e questo comporterà «potenzialmente un gran numero di estinzioni e il collasso di
interi ecosistemi».

L'innalzamento del livello dei mari avrà effetti disastrosi in primo luogo su molti tra i paesi più poveri del
pianeta, più bassi sul livello del mare. «Rischiamo di arrivare al punto in cui il cambiamento diventa
irreversibile», ha commentato la ministra dell'ambiente britannica Margaret Beckett alla BBC.

Attualmente, l'atmosfera terrestre contiene circa 380 parti-per-milione (ppm) di anidride carbonica, uno dei
principali gas che determinano l'effetto serra: due secoli fa, prima della rivoluzione industriale, erano 275
ppm. Per rispettare l'obiettivo di non aumentare ulteriormente la temperatura più di 2 gradi bisognerebbe
stabilizzare la concentrazione di anidride carbonica entro le 450 ppm.

Il capo-consigliere scientifico del governo britannico, Sir David King, ha dichiarato alla BBC il suo
pessimismo: «Nessun paese spegnerà una centrale elettrica che dà energia alla sua popolazione per
affrontare questo problema, dobbiamo prenderne atto. Credo che l'obiettivo di 450 ppm sia non fattibile».

Quanto alla seconda domanda - quali opzioni per evitare le concentrazioni pericolose di gas di serra - il
rapporto dice che le alternative esistono: ad esempio aumentare l'efficienza energetica o l'uso di energie
rinnovabili.

È opportuno dunque che i governi comprendano e decretino lo stato emergenza.

(pubblicato su Ecplanet 11-04-2006)

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Climate Expert Says NASA Tried to Silence Him New York Times 29 gennaio 2006

Stark warning over climate


change BBC News 30
gennaio 2006

Morti, carestie, siccità: questo l'effetto


dell'ormai inevitabile
surriscaldamento della temperatura
globale. Si parla di almeno 3 gradi
centigradi entro la fine del secolo. Il
severo monito questa volta giunge da
Sir David King, il principale
consigliere scientifico del governo britannico, che già in passato si era espresso in termini allarmistici e per
questo criticato aspramente.

Le sue ultime recenti affermazioni, ai microfoni della BBC, sono però difficili da contestare, poiché si basano
su una ricerca dell'Hadley Centre for Climate Change and Prediction, tra i laboratori più famosi al mondo per
le proiezioni climatiche. Lo studio, elaborato al computer, chiamato “Avoiding Dangerous Climate Change”,
evidenzia il terribile impatto sul sistema umano provocato dall'innalzamento della temperatura, dal
cambiamento delle precipitazioni e dall'aumento degli eventi estremi.

Secondo il rapporto, la temperatura della Terra è destinata a salire di 3 gradi entro il 2100, anche prendendo
in considerazione le stime più ottimistiche sulle nostre capacità di contenere l'emissione di anidride
carbonica. Il Regno Unito e l'UE hanno siglato un accordo che prevede di contenere il surriscaldamento
terrestre entro i 2 gradi. Ma il consigliere capo di Tony Blair sembra non avere dubbi: il limite dei due gradi
non verrà rispettato.

Se le previsioni del modello elaborato dal computer per conto del governo sono esatte, l'innalzamento di 3
gradi metterebbe 400 milioni di persone a rischio di malnutrizione, lascerebbe senza acqua tra l'uno e i tre
miliardi di uomini, causerebbe una riduzione dei raccolti di grano dai 20 ai 400 milioni di tonnellate e
distruggerebbe metá delle risorse naturali mondiali.

«Mi rivolgo ai leader politici mondiali. Occorre agire adesso» ha dichiarato Sir King, «non dobbiamo cadere
in uno stato di sconforto per il quale diciamo che non c'è nulla da fare e continuiamo a vivere come se nulla
fosse. È importante rendersi conto che possiamo gestire i rischi per la nostra popolazione e per quella
mondiale. Bisogna dare il via ad una serie di investimenti. Sarà una vera e propria sfida per i paesi in via di
sviluppo e non ci sono certezze».

Lo scenario devastante preconizzato da Sir King è finito in prima pagina, a otto colonne, sul quotidiano The
Independent: «2100, temperatura del globo aumentata di 3 gradi. I ghiacci dell'Antartico si stanno
sciogliendo. L'orso polare sta scomparendo. Le popolazioni che vivono sulle coste dell'Africa e dell'Asia
rischiano devastanti inondazioni. La foresta amazzonica diventa come la savana e la biodiversità mondiale
cessa di esistere. Gli uragani e le alluvioni diventano sempre più frequenti e distruttivi. I grandi laghi
dell'Africa si asciugano e la siccità è ormai una piaga insanabile. Il 40% dei mammiferi africani rischia
l'estinzione come pure il 38% dei volatili europei e il 20% delle piante».

Blair sembra ormai rassegnato all'impossibilità di ottenere il “Kyoto mark 2”, un nuovo protocollo sul
cambiamento climatico, molto più rigoroso del protocollo di Kyoto, che trova però l'opposizione degli Usa,
della Cina e dell'India. Sir David si è lasciato sfuggire un sottile e velato attacco all'approccio usato dal
presidente americano George W. Bush dopo che il suo consigliere, James Connaughton, aveva dichiarato
che la riduzione dell'emissione dei gas serra poteva danneggiare l'economia mondiale.

L'ammonimento dello studioso inglese è inequivocabile: «Quei politici che credono semplicemente di poter
fare affidamento su nuove tecnologie in grado di produrre combustibili meno inquinanti dovrebbero invece
dare più ascolto agli scienziati. C'è una grossa differenza tra l'essere ottimisti e nascondere la testa sotto la
sabbia».

(pubblicato su Ecplanet 30-04-2006)

Il riscaldamento climatico e quindi l'innalzamento della


temperatura delle acque degli oceani sta provocando una
devastazione permanente delle barriere coralline, con
conseguenti fenomeni, gravi, di sbiancamento (fenomeno
noto come “bleaching”) per i prossimi 30 anni.

Lo dicono i risultati di una ricerca condotta da un team di


esperti internazionali pubblicata in America. Lo studio ha
preso in considerazione l'anno più nero per le barriere
coralline, il 1998, quando le acque bollenti hanno “ucciso” il
16% delle barriere coralline mondiali, con picchi nell' Oceano Indiano, e una devastazione quasi totale (90%)
dei coralli delle Seychelles.

Lo sbiancamento dei coralli si verifica quando vengono espulse le alghe che vivono simbioticamente con i
polipi di coralli vivi e che conferiscono a questi il colore tipico. I coralli sbiancati possono in seguito morire e
influire sull'ecosistema della barriera, e dunque sulla pesca, sul turismo regionale e sulla protezione costiera.

Il fenomeno è collegato a temperature marine superiori alle normali temperature estive nonché a radiazioni
solari. Lo sbiancamento può avvenire sia su scala localizzata che su larga scala; nel 1998 e nel 2002 si sono
verificati fenomeni di sbiancamento dei coralli piuttosto estesi, collegati agli eventi del Niño. “I fenomeni di
sbiancamento - ha detto uno dei responsabili dello studio, Nick Graham, dell'Università di Newcastle, in
Inghilterra - stanno diventando sempre più frequenti e diventeranno sempre più gravi nei prossimi decenni”.

Negli ultimi sette anni, il degrado ha recato dei danni così pesanti che la ripresa appare difficile. A rischio è la
conservazione della biodiversità: si parla di estinzione, relativa al collasso dei coralli, di quattro specie di
pesci e di altre sei seriamente minacciate. L'unica speranza viene dall'Australia, dove la Grande Barriera
sembra essere in grado di scampare al fenomeno dello sbiancamento. Di qui si potrebbe ricominciare
un'opera di ripopolamento per le aree maggiormente devastate.

(pubblicato su Ecplanet 25-05-2006)

LINKS

Global Warming Has Devastating Effect on Coral Reefs, Study Shows National
Geographic 16 maggio 2006

NASA Helps Researchers Diagnose Recent Coral Bleaching at Great Barrier Reef
Goddard Space Flight Center 04 maggio 2006

Alla Giornata Mondiale dell'Ambiente (World Environment Day) promossa dall'ONU è stato lanciato l'allarme
desertificazione: il problema colpisce soprattutto Arabia Saudita, Siria, Pakistan, Cina occidentale, Ciad, Irak
e Niger, ma che riguarda sempre di più anche l’Italia, dove il 5,5% del territorio è soggetto a desertificazione.
Le zone più colpite da questo fenomeno sono soprattutto le isole grandi e piccole, le coste del Mezzogiorno,
in particolar modo Sicilia, sensibile a questo problema per quasi il 36%, Puglia e Sardegna.

“I deserti sono minacciati come mai prima d'ora dal cambiamento climatico, dall'eccessivo sfruttamento delle
falde freatiche, dalla salinizzazione e dalla scomparsa della fauna”, ha osservato Andrew Warren, professore
di geografia alla University College London, fra i curatori del rapporto ONU sulle terre aride presentato a
Londra. Le temperature delle regioni desertiche sono aumentate infatti tra lo 0,5 e i 2 gradi Celsius in 24 anni
(tra il 1976 e il 2000), ben più dei 0,45 gradi di rialzo registrati in media nel resto del pianeta. Non solo: le
temperature nei deserti potrebbero aumentare da 5 a 7 gradi da oggi al 2071-2100.

Un terzo della popolazione mondiale abita le terre aride e 2 miliardi di persone vivono in condizioni
disagevoli, con poca acqua e pochi terreni coltivabili. Il problema investe soprattutto l'Africa meridionale dove
il 66% dei terreni è arido o semiarido, come conseguenza dell'accumulo di gas serra nell'atmosfera.

Eppure, i deserti potrebbero rappresentare una preziosa risorsa in vari settori: dall'energia che sfrutta il sole
e il vento a piante e animali utili per la ricerca farmaceutica. Secondo Zaveh Zahedi, direttore aggiunto del
centro di sorveglianza per la difesa dell'ambiente del PNUE (Cambridge), un deserto delle dimensioni del
Sahara potrebbe catturare energia solare sufficiente per rispondere ai bisogni di elettricità del mondo intero.
Piante scoperte nel deserto del Negev in Israele potrebbero invece aiutare la lotta contro il cancro e la
malaria.

“Lontano dall'essere terre aride, i deserti appaiono come dinamici sul piano biologico, economico e
culturale”, ha detto Shafqat Kakakhel, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente.

(Pubblicato su Ecplanet 02-07-2006)

LINKS
Desert life threatened by climate change and human exploitation The Independent
05 giugno 2006

L'IMPERO DI CINDIA

Il secolo cinese non sarà dominato solo dalla Cina. L'impetuoso sviluppo economico conosciuto negli ultimi
anni da quello che fu l' “lmpero celeste” ha infatti coinvolto molti paesi asiatici, primo fra tutti l'India. L'ex
colonia britannica sta rapidamente diventando una nuova grande potenza economica: la diffusa conoscenza
della lingua inglese e un buon tasso di istruzione tecno-scientifica ha fatto sì che molte aziende americane e
inglesi abbiano deciso di delocalizzare nel territorio indiano alcuni servizi fondamentali e che siano nate non
poche delle più importanti aziende informatiche del pianeta, tanto che persino Microsoft ha recentemente
deciso di spostarvi la propria produzione. Federico Rampini, corrispondente di Repubblica da Pechino, in
questo libro racconta la Cina e anche l'India, i due Paesi che si stanno imponendo sulla scena mondiale
grazie al “boom” economico, industriale e tecnologico che stanno vivendo ormai da alcuni anni.

“Se il boom cinese” – scrive Rampini – “ha preso la sua rincorsa dall’inizio degli anni Ottanta, è di recente
che l'India si è imposta di prepotenza come l'altro miracolo. Dal 1991 le riforme economiche di New Delhi
hanno liberato l'energia del Paese e dal 2004 Cina e India sono diventate le mete predilette degli
investimenti delle multinazionali”.

Il decollo della potenza tecnologica indiana coincide con l'invenzione di un microchip, ad opera di un 35enne
indiano, finito nello stomaco di vacche che fino al 2003 giravano indisturbate per le vie della capitale ed a cui
ora è stato attribuito un codice d'identità che ne registra razza e proprietario. Ebbene, quel sensore “made in
India” è oggi un successo mondiale: negli Usa, in Europa e in Argentina è usato per monitorare eventuali
ritorni del morbo della mucca pazza.

Questa è la “New India”, divenuta centro dell'innovazione mondiale, il Paese dove la Microsoft di Bill Gates
lancia nuovi software a basso costo per miliardi di utenti, assume migliaia di ingegneri e incontra una
concorrenza che ha spostato lì, a Bangalore, nella Silicon Valley indiana, il baricentro della fabbricazione di
hardware e microchip. Dunque, scrive Rampini, non ci sono alternative, la crescita è in questo Paese. E in
Cina. La tigre indiana e il dragone cinese, rispettivamente, una democrazia da 1 miliardo e 100 milioni di
abitanti e un regime totalitario da 1 miliardo e 300 milioni di persone. Due Paesi dal passato glorioso che
trainano tutto il continente asiatico come due locomotive dello sviluppo industriale e demografico.

Questa realtà è “Cindia”, un'area che fra 30 anni, secondo accreditati studi internazionali, produrrà il 42% del
Pil mondiale, lasciando agli Usa il 23% e all'Europa solo il 16: la partita del XXI secolo si gioca qui, nel nuovo
centro del mondo. Rampini raccoglie storie di vita quotidiana, ritratti di grandi capitalisti dei quali a stento si
comprende il nome, e racconti di viaggio dall'interno dell'impero nascente.

Cindia, a detta di Rampini, è il vero ostacolo degli Usa per il comando supremo del globo. Basti pensare a un
dato: già oggi la Cina è il più grande costruttore di prodotti high-tech; e l'India il più grande serbatoio di
operatori software (i Pc americani vengono riparati via Internet da tecnici di New Delhi o Bombay) e
contemporaneamente la sede mondiale dei nuovi laboratori di ricerca. I due giganti, spesso complementari,
talora alleati (in Nigeria hanno avviato un'operazione congiunta di sfruttamento energetico) stanno
rivoluzionando la geografia economica mondiale.

Lo sconvolgimento sarà epocale, sottolinea Rampini, perché nel pianeta non c’è posto per altri tre miliardi di
produttoriconsumatori al livello occidentale. Non ci sono fonti energetiche (e già si vede), né materie prime,
ma nemmeno elementi primari come l'aria e l'acqua. Quindi, all’emergere di Cindia, si pongono tre soluzioni.
La prima, e la più tradizionale, è la guerra. D'altronde il pianeta va avanti così: di fronte alle risorse scarse,
gli uomini si scontrano e i più deboli scompaiono. La seconda potrebbe essere una auto-limitazione dei
consumi (una “decrescita felice”), ma è difficile vedere il propagarsi a livello generalizzato di quelle che
sembrano utopie pauperiste. Oppure, un nuovo riassetto della produzione, che implichi la compatibilità
ambientale come vincolo. Ciò implicherebbe una rivoluzione tecnologica e un riorientamento morale della
società. Ma anche quest'ultima soluzione appare più che mai utopica.

In Cina e India a che livello è il dibattito/consapevolezza su questi temi?

“Entrambi rifiutano di essere additati come i responsabili dei problemi ambientali: sarebbe come accettare
che alcuni paesi possono inquinare, altri no – dice Rampini – ma si rendono conto che l'impatto del loro
sviluppo è enorme e sostanzialmente insostenibile. Si pongono quindi il problema di cosa fare e, almeno a
parole, in Cina la sostenibilità è diventata una priorità”.

Rimane il problema globale, il consumo di risorse del pianeta, la necessità di stringenti accordi e controlli
internazionali.

“Su questo sono abbastanza in ritardo”, continua Rampini, “né l'una né l'altra hanno partecipato al trattato di
Kyoto, che peraltro le esentava in quanto considerate paesi emergenti. Il fatto è che debbono ancora
affrontare passaggi culturali e tecnologici che noi abbiamo già superato. Tokyo era una città inquinatissima,
oggi non più. Cina e India sono come noi all'inizio della motorizzazione di massa. E non aiuta certo la
posizione degli Usa, nella cui atmosfera arriva, pesante, l'inquinamento cinese, ma che devono solo tacere,
perché pur essendo i primi inquinatori del mondo, con Bush hanno sabotato Kyoto, smantellato la
legislazione ambientale interna e rifiutato, finché hanno potuto, i collegamenti tra inquinamento ed effetto
serra”.

(Pubblicato su Ecplanet 05-09-2006)

DEMENTI CLIMATICI 2

Ogni giorno che passa nuovi segnali dal clima impazzito sembrano metterci in guardia. Ma come sta
reagendo il governo globale di fronte alla catastrofe ambientale?

Il protocollo di Kyoto non à mai stato rispettato da nessuno


dei paesi aderenti, tanto meno da quelli (come gli USA, che
sono anche i maggiori inquinatori) che nemmeno lo hanno
firmato. La biodiversità su scala globale si sta riducendo ogni
giorno di più mentre i cambiamenti climatici evolvono
rapidamente e drammaticamente.

Il disastro ambientale sta colpendo soprattutto i paesi in via


di sviluppo, che stanno diventando (grazie ad una astuta e
subdola clausola del suddetto protocollo di Kioto) la
discarica dei paesi sviluppati.

L'ultimo grande polmone verde del pianeta, la foresta


amazzonica, continua ad essere distrutta a ritmi spaventosi
(secondo molti studiosi, si trasformerà in un arido deserto
entro una ventina di anni). La foresta del Peten (in
Guatemala) si è ormai ridotta al 20% della sua estensione
iniziale, e, di questo esiguo territorio, il 75% è stato dato in
concessione a multinazionali straniere dell'estrazione
petrolifera e mineraria.

A sentire i “dementi climatici” che governano il mondo, il


problema principale è la mancanza di fondi. Proprio di
recente, il premio Nobel per la Pace Wangari Maathai ha
proposto di piantare un miliardo di alberi nel 2007: tutti gli
enti internazionali (compreso l'ONU) hanno appoggiato la
proposta moralmente, ma hanno negato il supporto
economico.

In questo scenario tragico e surreale, l'Europa, e l'Italia in particolare, non fanno eccezione. Nel Belpaese
sono già scomparse le foreste primarie, l'inquinamento di aria, acqua e suolo sta portando alla distruzione di
quel poco di natura che ci resta, la biodiversità è ormai ridotta a minimi storici. E i fondi da destinare alla
conservazione diventano ogni giorno più scarsi (mentre quelli per la spesa militare, ad esempio, si fanno
sempre più ingenti, ndr).

L'unico dato positivo è quello delle aree protette, i parchi naturali. Ogni parco del mondo (con l'Europa in
testa) potrebbe e dovrebbe contribuire alla salvaguardia dell'ambiente locale e globale. Ma anche su questo
fronte si risponde la stessa solfa: mancano i fondi.
(Pubblicato su Ecplanet 03-10-2006)

LINKS

UNEP-BillionTree Campaign Site


LIVING PLANET REPORT

La presenza dell'uomo sulla Terra è sempre più ingombrante. La sua «impronta» sta lasciando un segno che
rischia di essere indelebile. Il pianeta non basta più: nel 2050 ce ne
vorranno «due», se continua l'attuale ritmo di consumo di acqua,
suolo fertile, risorse forestali, specie animali tra cui le risorse ittiche.

È quanto si legge nel “Living Planet Report 2006”, il rapporto del


WWF giunto alla sua sesta edizione, diffuso proprio da uno dei paesi
a più rapido sviluppo, la Cina: gli ecosistemi naturali si stanno
degradando ad un ritmo impressionate, senza precedenti nella storia
della specie umana. Negli oltre trent'anni presi in considerazione, le
specie terrestri si sono ridotte del 31%, quelle di acqua dolce del 2%
e quelle marine del 27%. Il secondo indice, l'Impronta Ecologica,
misura la domanda in termini di consumo di risorse naturali da parte
dell'umanità. Il «peso dell'impatto-umano» sulla Terra è più che
triplicato nel periodo tra il 1961 e il 2003: la nostra impronta ha già
superato del 25%, nel 2003, la capacità bioproduttiva dei sistemi
naturali che utilizziamo per il nostro sostentamento.

Nel rapporto precedente (quello pubblicato nel 2004 e basato sui dati del 2001) era del 21%. In particolare,
l'Impronta relativa al CO2, derivante dall'uso di combustibili fossili, è stata quella con il maggiore ritmo di
crescita dell'intera Impronta globale: il nostro “contributo” di CO2 all'atmosfera è cresciuto di nove volte dal
1961 al 2003. L'Italia ha un'impronta ecologica (sui dati 2003) di 4.2 ettari globali pro capite, con una
biocapacità di 1 ettaro globale pro capite, mostrando quindi un deficit ecologico di 3.1 ettari globali pro
capite.

I paesi con oltre un milione di abitanti con l'Impronta ecologica più «vasta», calcolata su un ettaro globale a
persona, sono gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti, la Finlandia, il Canada, il Kuwait, l'Australia, l'Estonia, la
Svezia, la Nuova Zelanda e la Norvegia. La Cina si pone a metà nella classifica mondiale, al 69imo posto,
ma la sua crescita economica (che nel 2005 è stata del 10,2) e il rapido sviluppo economico che la
caratterizza giocheranno un ruolo chiave nell'uso sostenibile delle risorse del pianeta nel futuro. Questo è
uno dei motivi per cui Living Planet Report quest'anno è stato lanciato proprio in Cina. Il WWF crede che sia
vitale per il pianeta che la Cina e gli altri paesi di nuova industrializzazione (che globalmente raggiungono
oltre il miliardo di abitanti e che stanno raggiungendo un livello di consumo paragonabile ai paesi dell'area
OCSE) non segua i modelli di sviluppo dell'Occidente, ma persegua il proprio sviluppo in una chiave di
sostenibilità.

«La popolazione umana entro il 2050 raggiungerà un ritmo di consumo pari a due volte la capacità del
pianeta Terra», si legge nel documento. «Siamo in un debito ecologico estremamente preoccupante,
considerato che i calcoli dell'impronta ecologica sono per difetto. Consumiamo le risorse più velocemente di
quanto la Terra sia capace di rigenerarle e di quanto la Terra sia capace di metabolizzare i nostri scarti -
dichiara Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia - e questo porta a conseguenze estreme ed
anche molto imprevedibili. È tempo di assumere scelte radicali per quanto riguarda il mutamento dei nostri
modelli di produzione e consumo».

(Pubblicato su Ecplanet 30-10-2006)

LINKS

WWF - Human footprint too big for nature 24 ottobre 2006


ALLARME WWF. Pubblicato il ’’Living Planet Report 2006’’: entro il 2050, il collasso
della TERRA lavocedifiore 24 ottobre 2006

RAPPORTO STERN

I cambiamenti del clima, con l'innalzamento


generalizzato delle temperature medie, non sono
solo una minaccia all'ambiente, ma rappresentano
anche un pericolo gravissimo per l'economia
mondiale. Lo afferma un autorevole rapporto curato
dall'economista britannico Nicholas Stern, ex
dirigente della Banca Mondiale, che per lo scenario
peggiore prevede un calo del 20% del prodotto
economico mondiale a causa dei mutamenti
climatici. Un costo calcolato attorno ai 5,5 trilioni di
euro, se non si affronterà il problema in maniera
risolutiva entro i prossimi dieci anni.

Evviva! Si sono svegliati anche gli economisti.


Improvvisamente, si sono resi conto che quella del
“global warming” è una seria minaccia, non tanto alle persone e alle forme di vita, ma all'economia (ovvero
agli interessi dei padroni del mondo, ndr). Stern ha studiato quali potrebbero essere le conseguenze dei
cambiamenti climatici sul pil mondiale da qui al 2100, concludendo che, nella migliore delle ipotesi, l'1% del
prodotto economico mondiale andrà in spese volte a sanare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il governo di Londra, di fronte alle conclusioni preoccupanti della ricerca, ha deciso di far accettare
all'opinione pubblica una serie di tasse “ecologiche”, dagli aumenti delle accise sulla benzina, a tasse su chi
viaggia in aereo, già individuate dal ministro dell'Ambiente David Milliband. Stern, invece, avverte che di
fronte alla concreta possibilità di ritrovarsi con 200 milioni di possibili profughi (sarebbe la maggiore
migrazione della storia moderna), causa distruzione di intere zone da parte di siccità e alluvioni, occorre
varare in fretta, entro il prossimo anno (e non entro il 2010/11 come previsto), un nuovo trattato di Kyoto per
tagliare drasticamente le emissioni dannose. Al tempo stesso, i governi dovranno quanto meno raddoppiare
gli investimenti nella ricerca di fonti energetiche pulite.

Stern sostiene che, con il trend attuale, la temperatura media del pianeta salirà di 2-3 gradi centigradi entro i
prossimi 50 anni, rispetto alle temperature nel periodo 1750-1850. Se le emissioni continueranno a salire, la
Terra potrebbe riscaldarsi ulteriormente, con gravi conseguenze, avverte Stern. I paesi poveri sarebbero i più
colpiti mentre lo scioglimento dei ghiacciai aumenterà il rischio di alluvioni
e ridurrà le risorse d'acqua - finendo con il minacciare fino a un sesto della
popolazione mondiale.

Non servono - dice Stern - misure unilaterali, ma serve un sforzo mondiale:


se la Gran Bretagna chiudesse tutte le sue centrali elettriche domani, ad
esempio, la riduzione di emissioni dannose verrebbe vanificata entro soli
13 mesi dalla crescita inquinante della Cina, che insieme all'India
rappresenta la sfida decisiva per la riduzione delle emissioni nel futuro
immediato.

Il primo ministro britannico Tony Blair ha definito questi dati “una sveglia
suonata a ogni paese del mondo”. “Il rapporto è chiaro: stiamo andando
verso punte catastrofiche sul piano climatico se non agiamo”, scrive Blair in
un particolo per il quotidiano Sun, “creare un'energia più pulita usandone
di meno deve essere la chiave”.

UP IN SMOKE 2

Le anticipazioni del rapporto Stern coincidono con l'allarme lanciato da un altro studio sul clima, “Up in
Smoke 2”, fatto da un gruppo di Ong britanniche - Oxfam, la New Economics Foundation e il Working Group
on Climate Change and Development, che raccoglie organizzazioni umanitarie ed ecologiste - per il quale gli
aiuti economici all'Africa vengono vanificati proprio dall'aggravarsi delle conseguenze dell'effetto serra.

L'aumento delle temperature medie - 3,5 gradi negli ultimi 20 anni in alcune zone - rende le zone aride
sempre più aride e quelle umide sempre più umide. Risultato: nella sola Africa sub-sahariana, 25 milioni di
persone hanno sofferto la fame lo scorso anno.

(Pubblicato su Ecplanet 05-11-2006)

LINKS

Stern Review - Wikipedia

http://www.occ.gov.uk/activities/stern.htm

Up In Smoke

Orsi affamati che vagano per le steppe,


costretti a rimandare il letargo; piante che
gemmano e fiori che sbocciano; lepri già
diventate bianche per mimetizzarsi nella neve
che non c'è, diventando così facile preda di
cacciatori ed altri animali: sono alcuni degli
effetti delle temperature insolitamente calde
registrate a novembre in due regioni della
Siberia centrale: Kemerovo e Tomsk, dove il
termometro durante il mese di novembre si è
fermato a pochi gradi sotto lo zero, a
temperature tra i 7 e 10 gradi superiori alla
media stagionale.

In Giappone, a Tokyo, sempre più spesso


vengono avvistati rapaci (aquile e falchi)
aggirarsi tra le vette dei grattacieli, nei parchi e sui ponti della capitale nipponica. L'insolito fenomeno ha
messo in allarme gli esperti del settore, che temono per il possibile impatto negativo sull'ecosistema. I
rapaci, infatti, sembrano i responsabili numero uno per la forte diminuzione di tortore, anatre selvatiche (il cui
numero si è dimezzato negli ultimi trenta anni) e per le stragi di piccioni, i cui resti vengono spesso rinvenuti
nelle zone “abitate” dai falchi.

“Sono almeno cento i rapaci che vivono nella metropoli - ha spiegato Hiroshi Kawachi, esperto di uccelli della
Urban Bird Society of Japan - ma nessuno sa ancora perché essi abbiano optato per questo inusuale
ecosistema. L'unica cosa certa riguarda la scelta dei luoghi da abitare: preferiscono grattacieli e ponti molto
alti poiché queste costruzioni ricordano ai rapaci alture naturali e scogliere, dalle quali é possibile dominare
la zona circostante”.

Molti rapaci sono stati notati anche sui davanzali di famosi edifici, all'altezza di circa 100 metri da terra. Nei
giorni scorsi, una signora del quartiere di Chiyoda, zona centrale di Tokyo, ha addirittura fotografato e filmato
due grossi falchi che sostavano tranquillamente sul davanzale di un palazzo di fronte al suo. Altre postazioni
per ammirare i rapaci sono segnalate nel quartiere amministrativo di Shinjuku e nella baia all'altezza del
Rainbow Bridge.

E non si tratta di un fenomeno esclusivo della capitale nipponica: negli ultimi tempi gli imponenti volatili
hanno fatto apparizioni anche in altre metropoli, tra cui Osaka e Hiroshima. In estate, aveva invece
guadagnato le prime pagine dei giornali l'emergenza delle cornacchie, che sempre più numerose invadono
le metropoli (e non solo) per attaccare, oltre ai bidoni della spazzatura, i numerosi cavi a fibre ottiche da cui
passa buona parte del traffico Internet.

Secondo uno studio che raccoglie ben 886 ricerche scientifiche, pubblicato sull'Annual Rewiev of Ecology,
Evolution and Systematics, aree sempre più ampie del pianeta registrano un'impennata della temperatura e
gli animali non sanno più dove andare. Per questo, almeno 70 specie rare di montagna si sono già estinte e
circa 200 animali polari, come orsi e pinguini, sono a rischio. Molte piante invece stanno strvolgendo la loro
natura e fioriscono molto prima del tempo. In più, c'è stato un incremento del numero di parassiti.

Sono tutti effetti largamente previsti dagli scienziati. Quello che stupisce, è la eccezionale rapidità con cui
questi eventi si stanno verificando.

(Pubblicato su Ecplanet, 30-11-2006)

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Tokyo invasa dai falchi. Allarme fra gli abitanti Libero 23 novembre 2006

EMISSIONI PASSATE E FUTURE

Un articolo pubblicato su Science dell'8 dicembre 2006 analizza un fenomeno di riscaldamento globale
avvenuto circa 50-55 milioni di anni fa, durante l'era Cenozoica: durante il passaggio tra Paleocene ed
Eocene, la temperatura terrestre è aumentata di circa 5° C in meno di 10000 anni (è il cosiddetto PETM:
Paleocene-Eocene Thermal Maximum).

In una news release dell'Università di Yale, uno degli autori, Mark Pagani, così commenta la ricerca: «Il
PETM è un esempio lampante di riscaldamento globale indotto dalle emissioni di CO2, in contrasto con i
critici che sostengono che la temperatura della Terra è poco sensibile alle variazioni di anidride carbonica.
Se il PETM è stato causato dalla combustione di biomasse, allora la sensibilità del clima al biossido di
carbonio è più di 2,5 °C per un raddoppio della concentrazione di CO2. Se invece la causa è nel metano
rilasciato dal sottosuolo, il clima della Terra è estremamente sensibile all'effetto serra, con un aumento di
oltre 5,6 °C per un raddoppio della concentrazione di CO2».

Dal lontano passato del nostro pianeta giunge quindi una chiara smentita a tutti gli scettici che ritengono che
l'aumento della concentrazione atmosferica di CO2 non ha effetti sul clima. Non dimentichiamo che il livello
di biossido di carbonio dovrebbe raddoppiare (rispetto ai livelli preindustriali) verso la metà del secolo.

«Il nostro lavoro rappresenta un ulteriore incentivo a sviluppare fonti di energia pulita che possano fornire
sviluppo senza rischi per il nostro mondo naturale», ha aggiunto Ken Caldeira, un altro degli autori
dell'articolo.

(Pubblicato su Ecplanet 27-12-2006)

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Global Warming of the Future is Projected by Ancient Carbon Emission Yale 21


dicembre 2006

TRIBAL LANDS CLIMATE CONFERENCE

Vicino al fiume Colorado, terra del popolo indiano Cocopah, si è svolta, il


5 e 6 dicembre 2006, la prima “Conferenza Climatica delle Terre Tribali”,
organizzata dalla Cocopah Indian Tribe e dalla National Wildlife
Federation, riunendoi leaders di più di 50 tribù, associazioni non
governative, leaders politici, climatologi, per discutere dell'emergenza
climatica.

I Nativi Americani guardano criticamente al riscaldamento globale: tra i


primi ad aver provato in prima persona gli effetti dei cambiamenti
climatici, sono in grado di comparare quello che stà succedendo oggi
con le esperienze tramandate di generazione in generazione conesse
allo studio dei cicli e delle risorse naturali.
In particolare, la National Wildlife Federation, organizzazione americana che si batte per la protezione
dell'ambiente, ha messo sotto accusa le responsabilità dovute alle emissioni di CO2, considerando il
riscaldamento globale come una questione di “giustizia ambientale”.

(Pubblicato su Ecplanet 29-12-2006)

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National Wildlife Federation

AN INCONVENIENT TRUTH

Se la maggior parte degli scienziati del mondo ha ragione, ci


restano dieci anni per evitare una catastrofe che potrebbe
innescare una spirale distruttiva nell'intero sistema climatico del
pianeta, con condizioni meteorologiche estreme, alluvioni,
siccità, epidemie e ondate di caldo letali mai registrate in
precedenza. A lanciare l'ennesimo allarme questa volta è Al
Gore, ex vice-presidente degli USA, sconfitto alle elezioni del
2000, sceso in campo in prima persona per denunciare i gravi
pericoli che minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Il film “An
Inconvenient Truth” (“Una Scomoda Verità”), del regista Davis
Guggenheim, offre un illuminante e intenso ritratto di Gore e del
suo “spettacolo itinerante sul surriscaldamento globale”, molto
efficace nel coinvolgere e stimolare lo spettatore comune a
riflettere sulla “emergenza planetaria” (in Italia uscirà in DVD il
prossimo gennaio).

Nel 2005, in America, si sono registrate alcune delle più


disastrose calamità naturali della storia umana. Secondo la tesi
sostenuta dall'ex vicepresidente USA, senza un cambiamento
radicale della gestione delle risorse si entrerà in una dinamica
catastrofica (ci siamo già entrati, ndr). “Ormai da tempo gli
scienziati chiedono che vengano presi seri provvedimenti a
favore dell'ambiente”, ha dichiarato il Ministro dell'Ambiente,
Alfonso Pecoraro Scanio, all'anteprima del film, “bisogna
cambiare i propri stili di vita, lo ha detto anche il rapporto Stern,
commissionato dal governo britannico sulle ripercussioni economiche dei cambiamenti climatici” (se è per
questo lo ha detto anche il Papa, ma tra il dire e il fare....).

Al Gore presenta fatti e nessi inquietanti, fa i nomi di


chi rema contro (i “dementi climatici”, ndr) e incita a
passare subito all'azione, mettendo in atto le misure
necessarie. Non possiamo più permetterci di
considerare il surriscaldamento globale come un
semplice problema politico. È la maggiore sfida
morale per gli abitanti di questo pianeta. Dal “Vertice
della Terra” di Rio del 1992, evento che in teoria ha
segnato una presa di coscienza collettiva sullaa
necessità di uno sviluppo sostenibile per il pianeta,
sono state ratificate tre importanti convenzioni delle
Nazioni Unite, oggi in vigore: la Convenzione sui
Cambiamenti Climatici, la Convenzione sulla
Biodiversità e la Convenzione sulla Desertificazione.
Inoltre, Il Fondo Mondiale per l'Ambiente (Global
Environment Facility) finanzia più di 1.600 progetti in 140 Paesi. I 6,2 miliardi di dollari USA investiti a partire
dalla sua istituzione (1991) hanno generato altri 20 miliardi di dollari sotto forma di co-finanziamenti.

Ma come sono stati effettivamente spesi?


Il 2006 è stato proclamato da Kofi Annan, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, l'anno contro la
desertificazione, uno dei processi più allarmanti di degrado ambientale che minaccia la salute e le condizioni
di vita di oltre un miliardo di persone. Ogni anno, la desertificazione e la siccità causano una perdita di
produzione alimentare del valore di 24 miliardi di dollari. Secondo le stime del Programma per l'Ambiente
delle Nazioni Unite (United Nations Environment Programme), un quarto delle terre del pianeta è minacciato
dalla desertificazione.

In Italia, sono interessate da questo fenomeno


in particolare le Regioni Sicilia, Sardegna,
Puglia e Calabria. La desertificazione spesso
deriva dalla siccità, ma spesso le ragioni più
significative per tale fenomeno sono
rappresentate dalle attività umane. Le
coltivazioni intensive esauriscono il suolo.
L'allevamento del bestiame elimina la
vegetazione, utile a difendere il suolo da
fenomeni erosivi. Gli alberi che trattengono il
manto superficiale del terreno vengono tagliati
per essere utilizzati come legname da
costruzione o come legna da ardere per
riscaldare e cucinare. L'attività irrigua effettuata
con canali e tubazioni scadenti rende
salmastre le terre coltivate, desertificando
500.000 ettari all'anno, più o meno la stessa
estensione di terreno che viene irrigata ex novo
ogni anno.

Le cause che stanno dietro a questo fenomeno sono numerose e comprendono fattori economici e sociali
nei paesi in via di sviluppo quali la povertà, gli elevati tassi di crescita della popolazione, l'ineguale
distribuzione delle proprietà terriere, l'afflusso di rifugiati, la modernizzazione che fa abbandonare le
tradizionali tecniche di coltivazione e le politiche governative che incoraggiano le colture commerciali al
servizio del debito estero svolte sulle terre marginali.

La vita sulla terra si basa su quello strato superficiale del terreno che fornisce i nutrienti necessari alle piante,
alle colture, alle foreste, agli animali ed alle persone. Senza di esso, in definitiva, nessuno potrebbe
sopravvivere. Sebbene questo strato abbia bisogno di lungo tempo per svilupparsi, se non viene curato in
maniera appropriata, esso può scomparire in poche stagioni a causa dell'erosione che deriva dall'attività del
vento e dell'acqua.

Nel 1977, la Conferenza delle Nazioni


Unite sulla Desertificazione (UNCOD,
dall'inglese United Nations Conference
on Desertification) adottò il Piano
d'Azione per Combattere la
Desertificazione (PACD, dall'inglese
Plan of Action to Combat
Desertification). Nonostante gli sforzi
compiuti per la realizzazione di questo
piano, uno studio dell'UNEP del 1991
concluse che, malgrado si possano
registrare alcuni esempi localizzati di
successo, il processo di degrado della
terra in zone aride, semi-aride e
subumide si era generalmente
intensificato. Le attività specifiche di
questo piano prevedevano, fra le altre,
la creazione di filari di alberi, spesso eucaliptus o altre specie aliene alla flora del paese, per frenare
l'avanzata del deserto.

Il concetto di desertificazione si è quindi progressivamente evoluto nel corso degli anni nel tentativo di
definire un processo che, seppur caratterizzato da cause locali, sta sempre più assumendo la connotazione
di un problema globale. Il 17 Giugno 1994, a Parigi, viene adottata la UNCCD - United Nations Convention to
Combat Desertification in Countries experiencing Serious Drought and/or Desertification, Particularly in
Africa (Convenzione per Combattere la Desertificazione in quei Paesi che soffrono di Gravi Siccità,
particolarmente in Africa). La Convenzione è entrata in vigore a Dicembre 1996, 90 giorni dopo la ratifica del
cinquantesimo paese. Ad oggi la Convenzione conta 191 Paesi.

(Pubblicato su Ecplanet, 30-12-2006)

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Una scomoda verità - Wikipedia

United Nations Convention to Combat Desertification - Wikipedia

Da campioni rilevati nelle rocce sul fondo dell'Oceano Pacifico, 1600 chilometri ad Est del Giappone, risulta
che nel Cretaceo, ovvero 120 milioni di anni fa, le oscillazioni di temperatura sulla superficie dell'oceano
arrivarono a 6 gradi centigradi nella media annuale (tra i 30° ed i 36°), con due episodi di raffreddamento che
raggiunsero i 4 gradi sulla superfici marine ai tropici. Al confronto, oggi le temperature della superficie marine
ai tropici oscillano tra i 29 e 30 gradi (i risultati degli esperimenti sono stati pubblicati su Geology).

Il nuovo studio è stato diretto da Simon Brassell, geologo dell'Università dell'Indiana, secondo il quale le
prove sui cambiamenti climatici in un passato in cui gli esseri umani proprio non c'erano dovrebbe aiutare a
capire il fenomeno del riscaldamento globale: “Se vi sono grandi fluttuazioni, che sono inerenti al sistema
stesso, come mostrano gli studi sul paleoclima, ciò rende la determinazione del clima futuro della terra
persino più difficile di quanto non lo sia già”. “Stiamo cominciando a capire come il nostro clima, negli archi
lunghi del tempo, sia stato una bestiaccia selvatica” ha detto Brassell.

Anche in epoca più recente, diciamo nel periodo successivo all'anno mille, è noto che in Inghilterra e persino
in Scozia si riuscisse a coltivare la vite, anche se a fatica. A questo periodo di temperatura estremamente
mite, evidentemente maggiore rispetto a quello attuale, seguì una piccola glaciazione protrattasi fino al 1880,
che coprì di ghiacci le regioni più settentrionali dell'Europa, a cominciare dalla Groenlandia, che prima, come
dice il nome stesso, “verdeggiava”. Le colonie vichinghe groenlandesi furono costrette ad abbandonare
quegli stanziamenti per il freddo eccessivo.

(Pubblicato su Ecplanet 16-01-2007)

LINKS

Earth's Crazy Climate Astrobiology


Magazine 27 settembre 2006

Secondo lo scienziato tedesco Gerald Haug, la


fine della grande dinastia cinese dei Tang e il
crollo della civiltà precolombiana dei Maya,
avvenuti quasi in contemporanea intorno al 900
a.C., furono provocate da improvvisi cambi di
clima. In particolare, da un'ondata di siccità che
l'interessò l'intera fascia tropicale.

Insieme a ricercatori del National Research


Center for Geosciences di Postdam
(Germania), Haug è riuscito ad analizzare le
tracce geologiche lasciate dai venti tropicali
negli ultimi 16 mila anni. Un'impresa ardua,
considerando le difficoltà a rintracciare
l'impronta nell'ambiente dei monsoni prima del
1950. Per riuscirvi, hanno cercato i segni
imprigionati nella roccia. In Cina, la
testimonianza migliore delle precipitazioni
estive monsoniche è conservata nelle stalagmiti, perché più intense furono le piogge, maggiore la quantità di
acqua penetrata nel sottosuolo. Per i monsoni invernali, invece, sono stati esaminati i sedimenti depositati
dal vento sul lago Huguang Maar, nella Cina meridionale, in particolare di ferro e titanio. Le quantità
accumulate sul fondale e i livelli di ossidazione dei due minerali hanno fornito una prova indiretta della forza
del vento.

I dati, comparati con quelli ottenuti analogamente lungo la costa sudamericana, suggeriscono che la
decadenza dei Maya e dei Tang coincise con un periodo di forti venti invernali e, di contro, deboli
precipitazioni estive. L'impatto del cambiamenti climatici potrebbe aver danneggiato i raccolti di grano,
contribuendo a decretare il collasso delle due antiche culture. “Non sono uno storico - dice lo scienziato
tedesco - ma ci sono prove crescenti che il clima ha un effetto catalizzatore sulle società umane”.

Did worldwide drought wipe out ancient cultures? Bioedonline 03 gennaio 2007

Climate changes may lead to the collapse of ancient civilizations Chinese Academy
of Sciences

CLIMA IMPAZZITO UPDATE

Le temperature al di sopra della media confondono la


vegetazione con uno sfasamento stagionale nelle campagne
dove sono già comparse le fioriture primaverili di mimose,
primule e mandorli, con il rischio di gravi danni alle coltivazioni,
impreparate all'arrivo del freddo. È quanto afferma la Coldiretti
nel sottolineare che ad un autunno ed inizio inverno
insolitamente mite si è aggiunta la mancata caduta di pioggia
con appena un terzo delle precipitazioni normali del periodo
novembre-dicembre. “A causa dell'andamento climatico
anomalo si sta verificando - sottolinea la Coldiretti - la presenza
di piante forestali già in attività vegetativa e piante spontanee
della famiglia delle rosacee con le gemme gonfie pronte a
fiorire”.

Il giallo delle mimose in Liguria, i mandorli in fiore nell'Italia centrale e meridionale e le primule fiorite sulle
colline degli Appennini, segnano straordinariamente, e drammaticamente, gli effetti dei cambiamenti
climatici. “Per le mimose - precisa la Coldiretti - c'è il rischio che la fioritura anticipata le renda indisponibili
per le ricorrenze tradizionali di San Valentino e della Festa della Donna dell'otto marzo. Le piante si trovano
in una fase di crescita tipica della primavera che le stà predisponendo alla circolazione della linfa. La
recrudescenza del freddo potrebbe colpirle nel momento più critico con danni ingentissimi”.

Intanto, a New York fioriscono gli alberi di ciliegio, mentre le stazioni sciistiche della zona a nordest degli
Stati Uniti hanno chiuso, almeno per ora, i battenti. I ventuno gradi di questo gennaio, ha fatto sapere il
National Weather Service, hanno battuto il record precedente, segnato nel 1950, di 17 gradi. I meteorologi
ritengono che alla base di questo caldo primaverile ci sia più che altro El Nino, il fenomeno che colpisce di
norma l'area del nordest.

2006 SESTO ANNO PIU' CALDO DELLA STORIA MODERNA

Secondo la World Metereological Organization (Organizzazione Meteorologica Mondiale), il 2006 è stato il


sesto anno più caldo dell'epoca moderna: la temperatura media della superficie del globo ha superato di
0,42 gradi la media del periodo di riferimento 1961-1990 (14 gradi). Il 2006 è stato dunque il sesto anno più
caldo dal 1861, da quando ebbero inizio le misurazioni. Nell'emisfero
nord, la temperatura è stata di 0,58 gradi sopra la media, il che fà
risultare il 2006 il quarto anno più caldo. Nell'emisfero sud (0,26 gradi
sopra la media) si è trattato del settimo anno più caldo. In generale,
l'aumento delle temperature è stato di 0,7 gradi dall'inizio del XX secolo.

Ma la crescita non è stata regolare, nell'ultimo quarto di secolo è


aumentata ad un ritmo molo più rapido. Il 2006 è stato caratterizzato da
numerose anomalie, tra cui il “torrido” autunno in Europa: si è trattato dell'autunno più caldo segnalato in
Inghilterra almeno dal 17imo secolo. Anche in altre regioni del mondo sono state segnalate temperature da
record, come in Australia, con 44,2 gradi a Sidney in gennaio, e in Brasile, 44,6 gradi a Bom Jesus a fine
gennaio. Il 2006 è stato inoltre caratterizzato da fenomeni di siccità nell'Africa orientale ed in particolare in
Somalia. Inondazioni hanno successivamente colpito numerosi Paesi africani, ed in particolare il Corno
d'Africa. Il ghiaccio dell'oceano Artico ha continuato a diminuire: in settembre, la superficie ghiacciata marina
era di 5,9 milioni km2. Il ritmo di scioglimento è adesso pari ad una diminuzione media dell'8,59 % ogni
decennio, pari a 60.421 km2 all'anno, una superficie superiore a quella della Svizzera.

Tra gli eventi climatici estremi del 2006 vanno citati: l'eccezionale ondata di calore dell'estate 2006 in
California con 140 morti; il record della temperatura di luglio nell'Europa centrale; l'autunno di caldo record
nell'Europa centrale ed occidentale; l'eccezionale ondata di freddo che ha colpito la Russia e la Siberia nel
gennaio 2006; l'eccezionale siccità dell'Afghanistan e di parte della Cina, con circa 20 milioni di profughi; le
alluvioni nel Niger e in Algeria con 100mila persone senza casa; la forte siccità da gennaio a marzo 2006
dell'Amazzonia che ha prodotto “minime di portata” nel Rio delle Amazzoni.

E ancora: le anomalie del monsone indiano che è cominciato in anticipo (maggio 2006) e si è esteso fino alla
fine di agosto producendo alluvioni continue in India, Bangladesh e sud della Cina; l'eccezionale intensità dei
tifoni sul Pacifico occidentale che hanno colpito soprattutto la Cina orientale e le Filippine, dove si sono avuti
complessivamente più di 1.500 morti; l'eccezionale ondata di calore primaverile e la prolungata siccità che
ha colpito l'Australia.

2006 was Earth's sixth warmest year on record New Scientist 14 dicembre 2006

CALDO RECORD ANCHE NEL 2007

Secondo il Servizio Meteorologico Britannico e gli esperti del NOAA


(National Oceanic & Atmospheric Administration), l'agenzia statunitense
che si occupa del monitoraggio delle temperature in atmosfera e della
situazione degli oceani, per il 2007 non si prevedono cambiamenti:
l'inverno 2006-2007 (fino a febbraio) sarà particolarmente caldo
nell'Europa occidentale e nella parte occidentale dell'Area mediterranea.

Viceversa, sarà più freddo del normale nella parte orientale dell'area
mediterranea e nel vicino oriente. Piogge estese ed al di sopra della
norma colpiranno il nord Europa e l'area balcanica, mentre gran parte
della Spagna e tutta la sponda sud del mediterraneo andranno incontro a
siccità. L'inizio della primavera 2007, invece, si prospetta piuttosto
freddina e piovosa per l'Italia e tutta l'area mediterranea orientale compresi i balcani.

Per l'ente metereologico nazionale della Gran Bretagna, la corrente di El Nino sull'Oceano Pacifico farà
salire la temperatura globale fino a 0,54°C sopra la temperatura media di lungo periodo di 14°C. Gli esperti
hanno tratto le loro conclusioni principalmente da due fattori: l'effetto dei gas-serra e quello di El Nino,
annunciato dall'arrivo di un insolito calore nelle acque delle coste nord-occidentali del Sud-America.

2007 To Be Warmest Year Yet, Say UK Forecasters ScienceDaily 05 gennaio 2007

EFFETTO SERRA: EUROPA A RISCHIO

Secondo una ricerca dell'Unione Europea, l'Italia e la Spagna sono i Paesi più a rischio degli effetti del
cambiamento climatico. Il riscaldamento globale potrebbe costare all'Europa migliaia di vite e miliardi di euro
entro i prossimi 70 anni (intorno al 2071 potrebbe
portare alla morte di 87.000 persone l'anno). È
impietoso lo studio sul clima e sui suoi effetti in Europa
elaborato dalla Commissione Europea e pubblicato dal
Financial Times. Se non saranno presi seri
provvedimenti sulle emissioni dannose, ammonisce
Bruxelles, l'effetto serra e il relativo surriscaldamento
del pianeta andranno avanti a passi sempre più veloci.
Mentre il Nord Europa avrebbe un clima più mite e la possibilità di un'agricoltura più generosa, altrove si
avrebbero siccità, gran caldo, inondazioni e colture depresse.

Il quadro più grave riguarda proprio l'Italia che, insieme alla Spagna, potrebbe essere destinata a soffrire
maggiormente questa situazione catastrofica a causa, si legge nel rapporto, di “siccità, riduzione della fertilità
del suolo, incendi e altri fattori dovuti al cambiamento di clima”. Lo studio non risparmia flora e fauna: “Piante
e animali tipici di certe aree geografiche moriranno o si sposteranno verso altre zone”. Il riscaldamento
porterà ovviamente anche all'innalzamento del livello del mare che potrebbe crescere fino a un metro con
costi ingenti per far fronte al fenomeno.

Già nel 2020, in caso di innalzamento della temperatura di 2,2 gradi, la spesa per far fronte al disastro delle
coste potrebbe essere di 4,4 miliardi di euro; nel caso del secondo scenario (+3 gradi) la spesa
aumenterebbe a 5,9 miliardi e potrebbe crescere a 42,5 miliardi nel 2080. C'è poi il problema delle
inondazioni, sempre più intense un po' in tutta Europa. In proposito l'allarme riguarda soprattutto i grandi
bacini fluviali, come il Danubio, che già negli ultimi anni ha fatto sentire i suoi effetti interessando con gravi
danni circa 240.000 persone.

L'allarme lanciato dalla UE trova riscontro nell'analisi del CNR. Estati italiane sempre più bollenti, con 3-5
gradi in più; precipitazioni più rare con un calo di acqua piovana estiva fino a 50 millimetri ma sempre più
violente; frane e dissesto; rischi di desertificazione nel Mezzogiorno; 33 zone costiere a rischio inondazione.

allarme Ue sull'effetto serra "Anche l'Italia a rischio desertificazione" La Repubblica


06 gennaio 2007

In Italia estati sempre più calde CNR 10 maggio 2006

EMERGENZA IN AUSTRALIA

In Australia, la stagione degli incendi, iniziata in ottobre a causa della lunga siccità che ha colpito gran parte
del sud-est del continente, si avvia a diventare la più devastante degli ultimi decenni e sta causando
distruzione in quattro stati. Nello stato-isola della Tasmania, almeno 18 case sono rimaste distrutte quando
una tempesta di fuoco, proveniente da un incendio che aveva già bruciato più di 3000 ettari sulle colline,
spinta da raffiche di vento di oltre 110 km l'ora, ha colpito la cittadina costiera di Scamander.

Gli incendi più estesi, appiccati da fulmini, hanno infuriato nelle foreste del Victoria, nell'entroterra a nordest
di Melbourne, dove sono stati impegnati più di 4000 fra vigili del fuoco, alcuni accorsi dalla Nuova Zelanda,
militari e volontari, con il supporto di mezzi dell'esercito, elicotteri e 45 aerei cisterna. Più di 280.000 ettari
sono stati ridotti in cenere, mentre durante la notte, i due maggiori incendi si sono congiunti in un unico
inferno, lungo un fronte di 250 km.

Una fitta coltre di fumo ha coperto gran parte dello stato e la


stessa Melbourne, dove l'inquinamento dell'aria ha raggiunto livelli
record. Il fumo ha fatto scattare gli allarmi antincendio e
nell'aeroporto di Melbourne la scarsa visibilità ha ritardato
numerosi voli. Le fiamme hanno minacciato anche la diga di
Thomson, a est della città, che rifornisce il 60% dell'acqua di
Melbourne, rischiando di contaminarla con ceneri e detriti.

Gli incendi hanno divampato anche in 24 aree del Nuovo Galles


del Sud, minacciando la periferia ovest di Sydney, assediando la
cittadina di montagna di Tumut a sudovest della capitale
Canberra, e anche la periferia orientale di Perth, all'altra estremità del continente. Secondo gli esperti,
centinaia di migliaia di animali nativi, dai koala ai canguri, dagli uccelli alle rane, sono morti fra le fiamme o
moriranno di fame, e intere specie rischiano l'estinzione. Nello stato di Victoria, dove quattro grandi incendi
hanno ridotto in cenere 750 mila ettari di foreste, negli altri due stati del sudest Nuovo Galles del sud e
Tasmania, e in Australia occidentale all'estremo opposto del continente, sono rimaste distrutte larghe fasce
di habitat animali.
Anche se finora è morta solo una persona, più di 30 case sono rimaste distrutte e molte migliaia di capi di
bestiame uccisi. ''Gli incendi sono così devastanti e avanzano così rapidamente che gli animali non hanno la
possibilità di fuggire, e sono uccisi anche prima che il fuoco li raggiunga perché il caldo è troppo intenso'', ha
detto alla radio ABC il presidente della Wildlife Protection Association, Pat O'Brien. I koala e gli opossum,
che istintivamente si arrampicano sulla cima degli alberi per mettersi al sicuro non hanno speranza, ma
neanche i canguri e gli uccelli, che si muovono rapidamente, riescono a sfuggire alle fiamme. “Per gli animali
che sopravvivono non resta nulla da mangiare, non restano luoghi in cui riprodursi: questa è la stagione
della riproduzione ed il loro habitat non esiste più”, ha aggiunto O'Brien. E quando finalmente verrà la
pioggia, e si mescolerà con le ceneri e il carbone, avvelenerà i corsi d'acqua, uccidendo rane, pesci e altri
animali acquatici.

La minaccia è particolarmente grave per le specie che


vivono esclusivamente nelle aree colpite. “Questi
incendi contribuiranno direttamente all'estinzione di
diverse specie... non conosceremo per intero gli effetti
per altri 10 anni”, ha detto ancora O'Brien. Un fattore
cruciale nell'alto numero di vittime animali è la
predominanza degli eucalipti nella boscaglia, poiché
l'olio che contengono esplode in fiamme con il solo
calore. Il fuoco quindi viaggia sopra le cime degli alberi
con estrema rapidità ed è impossibile fuggire anche per
gli animali più veloci. Le prospettive per il futuro sono
ancora più allarmanti: il riscaldamento globale causerà
sempre più spesso alte temperature e sempre meno
piogge.

Clem e Cheryle Hodges lavorano da 38 anni alla


fattoria di Toongarah, a sei ore di strada da Sydney, ma non hanno mai visto un simile disastro. Né i loro
genitori, né i loro nonni hanno mai visto prosciugare così le loro terre. In Australia esiste anche la campagna,
non è tutto di deserto rosso. È un mosaico di campi di cereali, pascoli, frutteti e vigneti, una volta verdi e
fertili. Ma da cinque anni, tutto va di male in peggio.

Il 2006 ha battuto tutti i record. I flussi dei fiumi Murray e Darling, che alimentano tutta la regione,
raggiungono appena il 10% del livello medio. I ruscelli si sono prosciugati. Nelle praterie, l'erba sempre più
rada è color paglia. Il grano e l'orzo non crescono, o crescono male, sulla terra screpolata. Grandi eucalipti
morti tendono i loro rami nudi verso il cielo di un blu impietoso. Il più piccolo passo solleva una nuvola di
polvere rossastra. Le mosche, avide d'acqua, si attaccano agli occhi e alla bocca di uomini e animali. La
famiglia Hodges sta finendo il raccolto. Non ci vuole molto: è crollato del 90%. «Non vale più nemmeno la
pena di raccogliere, l'orzo non spunta dalla terra», dice Clem, mentre guida il suo vecchio camion.

Mentre i maschi sono nei campi, le femmine conducono la loro battaglia nel giardino. I prati abbrustoliti fanno
disperare Cheryle, che cerca accanitamente di tenere in vita due cespugli di rose dagli steli molli, e qualche
legume piantato dentro vecchi pneumatici per trattenere l'umidità. Per bere e lavarsi basta ancora l'acqua
piovana raccolta nelle cisterne, ma per quanto durerà? L'estate è appena iniziata. Il pozzo della fattoria,
troppo salato, serve solo per abbeverare il bestiame. «Quest’anno sarà il peggiore della nostra storia», dice
Clem, «con la nostra carne, i legumi, la vendita delle pecore e l’aiuto governativo, riusciamo appena a
sopravvivere».

Le riserve d'acqua sono completamente a secco anche nella fattoria di Kerry e Wayne, suo marito. «È la
prima volta nella vita che mi tocca portare l'acqua ai campi con un camion, per riempire gli abbeveratoi. Ma
le pecore continuano ad andare ai bacini vuoti, e muoiono». L'aiuto del governo permette di «mettere il cibo
sul tavolo, ma non paga i debiti». Circola la voce che ogni quattro giorni un contadino si suicida. Gli
«assistenti siccità» - nuova categoria di funzionari del ministero dell'Agricoltura - non confermano, ma dicono
che «il problema è serio». Nella parrocchia di Gunning, il reverendo Vicky Cullen ha sepolto quest’anno tre
giovani contadini. Ma non vuole parlare di suicidio perché «sembravano incidenti d'auto». Cheryle dice di
essere «sempre stata scettica sul riscaldamento climatico. Ma è evidente che sta accadendo qualcosa di
nuovo. Succedeva di avere due anni di siccità di fila, ma non cinque. E non è mai accaduto in tutto il Paese
contemporaneamente».

«La maggior parte degli agricoltori sono grandi ottimisti, convinti che le piogge torneranno», dice Peter
Cullen, professore onorario all'università di Canberra, specialista in risorse d'acqua. «Io invece penso che il
Paese vada verso la siccità, le temperature sono aumentate in media di 0,8 gradi dal 1960», replica Bryson
Bates, direttore dell'unità clima del CSIRO (Organizzazione Scientifica e Industriale del Commonwealth). «Il
regime delle piogge è cambiato, il clima è più secco, non ci sono più grandi alluvioni. I modelli prevedono un
clima più caldo e secco nella parte meridionale del Paese, mentre il quadro resta incerto al Nord». Ma è nel
Sud che si concentra la popolazione e la produzione agricola. Il geografo Jared Diamond giudica l'Australia
una delle società più vulnerabili del pianeta, a causa del sovrasfruttamento sistematico delle terre e delle
acque.

Iniziata nel 2001, questa è la peggiore siccità dell'ultimo secolo. Il 92% del New South Wales - da cui
proviene 1/4 della produzione agricola - è senz'acqua. 3/4 dell'Australia sono a rischio. Il governo ha
stanziato 350 mln di dollari australiani (263 milioni di dollari Usa) e inviato 60 psicologi per sostenere i 2
milioni di persone in pericolo. La media di suicidi in un anno fra gli agricoltori è infatti il doppio di quella
nazionale (1 ogni 4 giorni). Si calcola che dal 2001, 150 mila persone abbiano perso il lavoro e il reddito delle
fattorie sia calato del 46%. Diverse sono le misure a cui è ricorsa l'Australia tra cui la desalinizzazione
dell’Oceano, il riciclaggio delle acque reflue, il razionamento delle risorse idriche e la costruzione di nuove
dighe.

(Pubblicato su Ecplanet 25-01-2007)

Australia bushfires burn across three states New Zealand Herald 13 dicembre 2006

Australia suffers worst drought in 1,000 years The Guardian 08 novembre 2006

CSIRO

World Metereological Organization

National Research Center for Geosciences

Wildlife Protection Association of Australia

National Oceanic & Atmospheric Administration

GAMBLING WITH GAIA

Proprio mentre, da Parigi, arriva l'ennesimo grido di allarme sul futuro del nostro pianeta
dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, l'ETC Group ha diramato un
comunicato con cui mette in guardia dalla “geoingegneria”. Il termine si riferisce alla manipolazione,
intenzionale e su larga scala, della biosfera per fronteggiare i cambiamenti climatici. Invece di sottoscrivere il
protocollo di Kyoto, e ridurre le emissioni nocive di gas serra - che significherebbe ridurre drasticamente la
produzione industriale - alcuni governi hanno già concluso che l'unica possibile soluzione allo
sconvolgimento climatico globale è nella “ristrutturazione” artificiale della Terra.

Proprio per discutere della questione, la NASA ha organizzato un meeting rigorosamente a porte chiuse
svoltosi in parallelo al World Social Forum di Nairobi. The Guardian (1) ha riportato che il governo americano
ha esercitato pressioni sull'IPCC proprio per promuovere le attività di geoingegneria, come ad esempio
inquinare deliberatamente la stratosfera per deflettere la luce solare e abbassare le temperature.
Praticamente, invece di ridurre le emissioni, le si vuole aumentare, in modo da formare una barriera di smog
ai raggi solari. Così le industrie verranno addirittura premiate per aumentare i livelli di inquinamento.
Una soluzione simile era stata paventata lo scorso ottobre da Paul Crutzen, Nobel 1995 per la chimica
dell'atmosfera, che ha proposto esperimenti per calcolare quante particelle di zolfo bisognerebbe mandare
nella stratosfera per raffreddare la temperatura globale di 0,5°. Crutzen ha detto di essere preoccupato per le
emissioni di gas da effetto serra che continuano ad aumentare e per l'inerzia dei politici, e di temere che un
giorno ci sia bisogno di “contromisure disperate”. Un'altra soluzione geo-ingegneristica, fu avanzata, ancor
prima, nel 1997, da Edward Teller; l'autore di “Dr.Strangelove”, che propose la creazione di uno schermo
solare introducendo delle particelle riflettenti in larga scala negli strati superiori dell’atmosfera. Un'operazione
che, costerebbe 100 volte di meno della spesa
necessaria per rispettare il Trattato di Kyoto.

Rispetto a Teller, Crutzen propone di utilizzare dei


palloni ascensionali che verrebbero fatti esplodere
nella stratosfera ad una altezza tale che il tempo di
residenza delle particelle in quota sarebbe di 1-2
anni. Sarebbe quindi “sufficiente” mandare su un
milione di tonnellate di robaccia all'anno, con un
costo di 25-50 miliardi di dollari. “Conosciamo già
le potenzialità della geoingegneria”, ha detto Pat
Mooney, Direttore Esecutivo dell'ETC Group, “il
riscaldamento globale e gli sconvolgimenti climatici
sono frutto di manipolazioni deliberate da parte
dell'uomo. Che ora, i governi che hanno causato il
problema, sostengano di voler sperimentare nuove
strategie geo-ingegneristiche al di fuori delle
Nazioni Unite e senza la partecipazione del Sud
del Mondo, che è quello che risente maggiormente
degli effetti nefasti del cambiamento climatico,
appare come un'altra follia”.

Secondo il rapporto “Gambling with Gaia” stilato


dall'ETC Group, almeno 9 governi nazionali e
l'Unione Europea hanno sostenuto esperimenti per
diffondere limature di ferro sulla superficie degli
oceani in modo da nutrire il plankton e sequester
l'anidride carbonica. Almeno un'altra dozzina di
paesi invece stanno portando avanti esperimenti di
modificazione artificiale del clima, mentre i
commercianti delle emissioni portano avanti la
fertilizzazione degli oceani. Tutto questo in assenza
di un dibattito pubblico.

Il rapporto dell'ETC Group conclude che la geoingegneria è una risposta sbagliata al cambiamento climatico.
Tutte le sperimentazioni in corso per alterare la struttura degli oceani o della stratosfera devono essere
interrotte e vietate senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite e un dibattito pubblico sul tema. Le Nazioni
Unite devono riaffermare, e se necessario rivedere, la Environmental Modification Convention (ENMOD)
riconoscendo che ogni modificazione unilaterale del clima costituisce una grave minaccia all'intera comunità
internazionale.

Della questione devono interessarsi subito agenzie ONU come l'Intergovernmental Panel on Climate
Change (IPCC), l'UN Environment Programme (UNEP), la UN Convention on Biological Diversity (CBD) e l'
UN Food and Agriculture Organization (FAO). L' IPCC, soprattutto, deve rivedere il concetto e la pratica del
commercio delle emissionig e sostituirla con standards direttamente misurabili per ridurre le emissioni di
CO2 alla sorgente.

Note:

(1) David Adam, "US Government answer to global warming: Smoke and giant mirrors," The Guardian, 27
January 2007.

(Pubblicato su Ecplanet 06-02-2007)


LINKS

Gambling with climate change choike 02 febbraio 2007


ETC Group

Environmental Modification Convention

I 10 grandi fiumi del pianeta - il Nilo, in Africa, il Gange,


l'Indo, lo Yangtze, il Mekong, il Salween, in Asia, il
Danubio, in Europa, La Plata e il Rio Grande-Rio Bravo,
in Sud e Nord America, il Murray-Darling, in Australia -
sono al collasso.

L'allarme lanciato dal WWF - alla vigilia della Giornata


Mondiale dell'Acqua - conferma i timori già espressi in
precedenza da uno studio dell'ONU: si costruiscono
strade, ponti, edifici, si cementificano gli argini, si
rettificano gli alvei, si captano dissennatamente le
risorse idriche (abbassando le falde e prosciugando gli
specchi d'acqua), si estraggono ghiaia e sabbia, senza
contare l'inquinamento delle acque reflue urbane, delle
colture agricole e degli impianti industriali. Risultato: un disastro in corso e uno ancora più grande in arrivo.

Indo e Nilo - spiega il WWF - subiscono più di altri l'impatto dei cambiamenti climatici: il primo è per più del
30% in condizioni di siccità per la scomparsa dei ghiacciai da cui dipende e il secondo subisce la costruzione
di dighe e l'innalzamento della temperatura globale, al punto che il fiume più lungo del mondo ha cessato di
riversare nel Mediterraneo acque dolci, provocando un'alterazione nei livelli di salinità in corrispondenza del
delta. Dallo stato di salute di questi due fiumi-simbolo dipende una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti.

Il Gange è depauperato dall'eccessivo sfruttamento delle sue acque per scopi domestici e industriali.

Impressionante il caso del Rio Grande: quello che negli


atlanti continua ad essere indicato come uno dei 20
fiumi più lunghi del mondo, non solo non riesce più a
fare arrivare la sua acqua all'oceano, ma scompare a
metà del suo corso, fermandosi dopo appena 1300
chilometri all'altezza di El Paso.

Yangtze e Mekong in Cina e nel Sud-Est asiatico sono


minacciati da inquinamento, iper-sfruttamento e pesca
eccessiva. Lo Yangtze rappresenta il 40% delle risorse
idriche della Cina e da esso dipendono più del 70% della
produzione nazionale di riso, il 50% di quella di grano e
più del 70% delle risorse ittiche: in una cifra questo
bacino rappresenta il 40% del PIL cinese. Negli ultimi 50
anni, i livelli di inquinamento sono cresciuti del 73%, tra
acque reflue e scarichi industriali. Il Mekong - il più
grande bacino fluviale del Sud-Est asiatico - è tra i più
intatti e quindi tra i più pescosi, con un valore
commerciale dei prodotti ittici pari a più di 1,7 miliardi di dollari, ma la pesca eccessiva e le pratiche illegali
rischiano di privare 55 milioni di abitanti della loro principale fonte di sostentamento (l'80% delle proteine
animali viene dal Mekong).
Il Danubio, così come il bacino La Plata, vengono invece
stravolti dalle infrastrutture (nel caso del fiume europeo è
enorme la pressione industriale e turistica).

In Australia, il Murray/Darling è invaso da specie ittiche estranee


come la carpa europea, che provoca fanghiglia, bloccando così i
processi di fotosintesi.

Il report del WWF spiega che il 41% della popolazione mondiale


vive in bacini fluviali sottoposti a profondo stress idrico e che
oltre il 20% delle 10 mila specie d'acqua dolce si sono già
estinte oppure sono gravemente minacciate.

I sei fattori che più li minacciano, in definitiva, sono i


cambiamenti climatici, le alterazioni e la perdita di habitat per
colpa delle infrastrutture, l'eccessiva captazione delle acque,
l'inquinamento, l'aumento di specie invasive e lo sfruttamento
non sostenibile delle risorse ittiche.

Dato che i fiumi costituiscono l'insostituibile riserva d'acqua del Pianeta (una volta distrutti, saranno a rischio
le risorse e la stessa sopravvivenza dell'uomo), è necessario intervenire con misure drastiche, subito,
limitando gli scarichi industriali, riducendo l'impatto dell'agricoltura intensiva e dei furti di acqua e
incrementando la cooperazione internazionale per il salvataggio degli habitat.

«Come per i cambiamenti climatici, che hanno adesso l'attenzione dei governi e del mondo degli affari,
vogliamo che i responsabili politici si rendano conto della crisi idrica adesso e non dopo», ha osservato
Jamie Pittock, Direttore del Programma Acqua Dolce del WWF.

Drammatico è anche lo stato delle acque in Italia, in particolare in Abruzzo. I dati, pubblicati dall'Agenzia
Regionale per la Tutela dell'Ambiente (ARTA) e contenuti nello Stato dell'Ambiente in Abruzzo sul livello di
inquinamento dei fiumi, indicano una situazione del tutto fuori controllo, con una diffusissima presenza di
inquinanti pericolosi per la salute e per l'ambiente, e un generale lassismo nei confronti delle normative
ambientali.

Siamo vicini ala soglia di non ritorno. In due


anni, sono scomparsi completamente i già
pochi punti di rilevamento con qualità delle
acque “elevato”, con un -5%, che azzera
questa categoria. Nello stesso periodo, l'indice
relativo allo Stato di Qualità Ambientale dei
Fiumi ha visto incrementare le situazioni con
stato dell'acqua “scadente” o “pessimo”
(+14%).

«Se allarghiamo l'indagine a tutto il territorio


regionale, comprese le aree poco abitate»,
spiega il WWF, «ben il 50% dei punti di
campionamento delle acque sotterranee è
interessato da fenomeni di inquinamento
significativi e/o rilevanti. L'ARTA ha poi
individuato ben 2820 siti che possono
potenzialmente costituire fonti di inquinamento.
Un'indagine ristretta a 108 punti d'acqua prossimi a questi siti ha evidenziato che ben il 72% ha almeno un
parametro fuori legge. Nelle aree pianeggianti e collinari la quasi totalità dei punti di campionamento è del
tutto fuori norma con presenza di inquinanti di estrema pericolosità, come Tricloroetilene, Cloroformio,
Percloroetilene, Cloruri e Antimonio».

Per quanto riguarda la dispersione idrica dell'acqua immessa nelle reti, captando sorgenti e, dunque,
sottraendo il bene al letto dei fiumi, l'Abruzzo è tra le regioni peggiori in Italia, con un dato complessivo del
58% e punte veramente incredibili del 77% nell'Ambito Territoriale Ottimale Marsicano e del 75% nell'ATO
Peligno.
La situazione dei siti inquinati da bonificare «è sconcertante», visto che non è stato ancora adottato il Piano
Regionale delle Bonifiche. A questa, si aggiunge la scoperta della discarica abusiva di Bussi (la più grande
d'Italia): «le notizie che stanno filtrando», dicono ancora dal WWF, «sembrano far emergere una Porto
Marghera abruzzese per la quantità e la qualità delle sostanza inquinanti. Sui due siti di bonifiche nazionali
già individuati, Saline e Alento, siamo molto indietro e da anni il Ministero dell'Ambiente aspetta risposte
appropriate dalle autorità locali».

Gli ultimi mesi segnalano anche interi


tratti fluviali massacrati da interventi
per la cosiddetta “messa in sicurezza”
che si tramuta nel radere al suolo
totalmente qualsiasi forma di vita. È il
caso del Sagittario, del Tordino e del
Vezzola, per cui a nulla è valsa la
diffusione in Italia delle tecniche di
ingegneria naturalistica ed integrata
dei fiumi.

«Quelli che presentiamo oggi», ha


detto Augusto De Sanctis, referente
acque del WWF Abruzzo, «sono dati
allarmanti e sconfortanti che nel
dossier nazionale vengono evidenziati
come casi-limite per la loro rilevanza
negativa in ambito nazionale. Ci
dicono che la priorità per la nostra regione è l'inquinamento e la gestione dell'acqua e non certo le
infrastrutture o altri settori, pure importanti. La massiccia diffusione di inquinanti, in una regione peraltro
relativamente poco antropizzata, indica una sostanziale assenza di politiche efficaci di prevenzione ed
intervento. Preoccupa il fatto che la qualità delle acque stia peggiorando e che l'inquinamento si stia
estendendo anche a quelle poche aree montane finora più salvaguardate. I dati che ci angosciano di più
sono quelli relativi allo stato delle acque sotterranee», ha detto De Sanctis, «l'acqua che non si vede ma che
permea tutti i terreni abruzzesi. Ebbene, lì l'elenco degli inquinanti, soprattutto nelle zone di pianura e collina,
è impressionante e segna una vera e propria catastrofe ambientale. Le percentuali dei siti inquinanti è
pazzesca, soprattutto se poi andiamo a vedere le tipologie di inquinanti. Sostanze nocive, cancerogene,
tossiche come il benzene e il benzo(a)pirene. È il simbolo di una situazione ormai alla deriva la cui rotta può
essere modificata solo con un impegno chiaro e deciso degli amministratori».

In questo quadro apocalittico, nella Valle di San


Félix in Cile, dove l'acqua più pura del Paese
che scorre nei fiumi è alimentata dai ghiacciai
che si trovano 5.200 metri di altezza sulla
Cordigliera delle Ande da più di 10mila anni, si
stà pensando di distruggerli per poter accedere
ai grandi depositi di oro, argento e altri minerali.
Il progetto di estrazione «Pascua Lama» è un
accordo (criminale) fra Cile e Argentina, a 150
Km ad est della Città di Vallenar Capitale della
Comunità di Huasco, e 300 Km a nordovest
della città argentina di San Juan. L'accordo si
basa su un Trattato del 2004.

Il governo cileno ha approvato questo progetto di estrazione nel 2006 ma il progetto non è ancora partito
perché i contadini della zona hanno ottenuto una proroga. Infatti, se si distruggono i ghiacciai, non solo si
distruggeranno le sorgenti purissime di quest'acqua, ma l'acqua dei fiumi verrà contaminata
permanentemente. L'acqua non potrà più essere usata né per l'agricoltura né per la zootecnia. Infatti, per
l'estrazione, si fa uso di cianuro e acido solforico. I contadini stanno dando battaglia e sperano di ottenere
solidarietà dalla sensibilità internazionale ed hanno attivato i canali di Internet: con un sito informano e
inviano email per diffondere notizie di quello che sta avvenendo e formare un movimento di pressione con la
raccolta di firme di personalità internazionali.
La realizzazione di quella che gli abitanti non esitano a definire «aberrazione», e che lasciano perplessi i
glaciologi, è della multinazionale canadese Barrick Gold, che sta investendo millecinquecento milioni di
dollari e promette lavoro a più di seimila lavoratori fino al 2009. Secondo Carolina Sandoval, del movimento
«Anti Pascua Lama» il progetto di estrazione ha già danneggiato fra 50% a 70% dei ghiacciai Toro I, Toro II
ed Esperanza. Sottolinea, inoltre, che si sta parlando di ghiacciai che coprono un'area in cui piove ogni 10
anni.

(Pubblicato su Ecplanet 22-03-2007)

LINKS

No a Pascualama

Giornata Mondiale dell'Acqua

Rapporto WWF PDF (in inglese)

Alla metà di questo secolo, centinaia di milioni di


abitanti della Terra non avranno acqua a sufficienza, il
cibo scarseggerà e le poche terre coltivabili saranno
difese militarmente. Almeno 60 Paesi si
combatteranno per la sopravvivenza. Anche nazioni
dove regna l'abbondanza - USA, Cina e parti
dell'Europa - finiranno invischiate in una miriade di
eco-conflitti e travolte da una nuova immigrazione dei
«rifugiati ambientali».

È lo scenario catastrofico riportato dall'ennesimo


rapporto eco-apocalittico, frutto di sei anni di lavoro
che hanno coinvolto 2500 esperti, firmato
dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (uno
studio coordinato dalle agenzie ONU per la protezione
ambientale - UNEP - e per lo studio del clima - WMO -
che sarà presentato e discusso a Bruxelles dai ricercatori del gruppo intergovernativo, a distanza di due
mesi del rapporto che affermava l'inequivocabile responsabilità delle attività umane, ndr). Ormai siamo nella
pura “banalità del male”. Le conclusioni ? Sempre le stesse: se non cambieremo stile di vita, dando un
deciso taglio alle emissioni che alimentano l'effetto serra, entro dieci anni la temperatura del pianeta salirà di
6 gradi. E il conto lo pagheranno soprattutto le aree più povere: i Paesi del Terzo mondo saranno colpiti a
ripetizione da cicloni e precipitazioni intense, affogati da inondazioni, bruciate dalla siccità.

Niente di nuovo. L'unica novità è che nel frattempo le emissioni stanno aumentando, i ghiacciai si sciolgono
più velocemente del previsto, tempeste e terremoti si intensificano,
mentre continuiamo a leggere rapporti inutili. Ma quando si passerà
all'azione?

«I cambiamenti del clima - recita il testo - stanno influenzando i sistemi


biologici e fisici di ogni continente». La conseguenza è che in molti Paesi
si diffonderà un «senso di disperazione» dagli esiti appena immaginabili.
Fra vent'anni, decine di milioni di cittadini dell'America Latina e centinaia
di milioni in Africa «non avranno abbastanza acqua». Nel 2050, un
miliardo di asiatici faticheranno a dissetarsi. I ghiacciai dell'Himalaya,
che alimentano i fiumi del lontano Oriente, si scioglieranno intorno al
2035, mettendo in gioco la vita di 700 milioni di umani. Nel 2080, 100
milioni di anime saranno minacciate dall'innalzamento dei livelli dei mari.
Un terzo delle specie selvatiche correrà «un alto rischio di estinzione
irreversibile».

Si combatterà per un tozzo di pane e si riaffacceranno malattie tropicali


debellate o sotto controllo. In particolare, nei 61 Paesi dove già oggi vi
sono altissime tensioni politiche e sociali. Ci potrebbe essere una guerra
fra diseredati, le economie dei ricchi saranno poste a dura prova,
nessuno potrà pensare di essere al sicuro. Tutto ciò viene descritto come inevitabile, da quegli stessi che
dovrebbero fare di tutto per evitarlo, e continuano a perdersi in chiacchiere.

(Pubblicato su Ecplanet 05-04-2007)

LINKS

IPCC WGII

World Meteorological Organization (WMO)

United Nations Environment Programme (UNEP)

Gli effetti del riscaldamento globale, in atto sugli ecosistemi del pianeta ad ogni livello della biosfera,
influenzato la fenologia (il rapporto tra clima e comportamenti) e la fisiologia degli organismi, la varietà e la
distribuzione geografica delle specie, e la durata delle stagioni. Quest'ultimo è forse l'aspetto più
riconoscibile delle mutazioni proprio perché sotto gli occhi di tutti. La primavera, a partire dal 1960 arriva
prima, aumentando la sua durata di circa 12 giorni: dal ritorno degli uccelli migratori, alla comparsa delle
farfalle, alla fioritura degli alberi, tutto arriva in anticipo, stimolato dalle mitezza del clima. Con il rischio, però
che bruschi cali di temperatura o gelate improvvise compromettano i nuovi germogli o le uova appena
deposte. Per contro, l'aumento delle temperature ritarda l'arrivo dell'autunno, da un minimo di 0.6 a un
massimo di 3.6 giorni per decade. Con la conseguenza di inverni più brevi e più miti.

I cambiamenti climatici hanno anche modificato la distribuzione delle specie: il riscaldamento ha infatti
determinato lo spostamento degli habitat verso le alte latitudini. Agli organismi non rimangono che due
strade per sopravvivere: adattarsi alle nuove condizioni o trasferirsi alla ricerca di luoghi più favorevoli. Per le
specie che non riescono a stare al passo con gli eventi c'è solo l'estinzione. È quanto sta accadendo ad
esempio ai coralli, che non trovano a latitudini minori le condizioni di luce presenti ai tropici e all'equatore
(abbiamo già perso il 27 per cento dei coralli del pianeta).

La migrazione massiccia di specie in nuovi habitat,


altera l'equilibrio pre-esistente dell'ecosistema: la
recente invasione del Mediterraneo da parte di pesci e
alghe tropicali, per esempio, ha compromesso molte
specie autoctone; mentre la colonizzazione
dell'Antartico da parte di muschi e invertebrati sta
contaminando una nicchia ecologica rimasta fino a
pochi anni fa totalmente isolata dal resto del pianeta.

Indicatori precisi e affidabili dei cambiamenti climatici


sono gli anfibi e i rettili. La loro eterotermia li rende
estremamente dipendenti dalla temperatura e
dall'umidità. In alcune specie di tartarughe, il sesso
della prole è correlato alle temperature del mese di
luglio: un aumento anche modesto (2-4 gradi) è sufficiente per ridurre il numero della componente maschile
del gruppo. Il riscaldamento delle acque dell'Oceano Meridionale ha messo in crisi le aree di produzione di
krill (sciami di piccoli crostacei), il principale nutrimento di balene, foche, pinguini e uccelli di mare. Così
come le migrazioni anticipate hanno portato alcune specie a competere per le risorse di cibo disponibile e
non sufficienti a coprire questo inaspettato surplus di predatori.

(Pubblicato su Ecplanet 27-04-2007)

EARTH DAY

Rane, salamandre e tritoni, balenottere e delfini, tonni rossi e pesci


spada ma anche gatti selvatici, lepri, orsi bruni, mufloni e lontre. Oltre a
numerose rarissime piante delle nostre isole. In Italia, le specie a rischio
di estinzione sono oltre 250. L'allarme è stato rilanciato da Legambiente
in occasione della Giornata della Terra celebrata il 22 aprile in tutto il
mondo. “I numeri riportati nella Red List dell'Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN)
parlano chiaro” - dice in un comunicato Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente - “la
varietà e la quantità delle specie stanno diminuendo a una velocità mai osservata prima d'ora. È degradato o
sovrasfruttato il 60% dell'ecosistema del pianeta: gli equilibri sono delicati, mentre gli impatti antropici
crescono a dismisura. E l'Italia è soggetta al declino generalizzato comune a gran parte della Terra,
nonostante ospiti più della metà delle specie vegetali dell'intera Europa e un terzo della fauna del
continente”.

L'aumento della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera e i conseguenti mutamenti del clima,
come l'avanzare della desertificazione e la frequenza sempre maggiore degli eventi meteorologici estremi,
sono tra le cause principali di questo declino delle specie viventi. Ma a incidere pesantemente sono anche i
cambiamenti nell'uso del suolo, le piogge acide e l'introduzione di specie aliene che s'insediano spodestando
quelle autoctone. Non a caso, ricorda Legambiente, la nostra penisola è compresa in uno degli hotspot di
biodiversità del pianeta, quello del bacino del mediterraneo, importantissimo per la ricchezza di specie
endemiche, ma allo stesso tempo soggetto anche a una eccezionale perdita di habitat. Le specie vegetali
attualmente censite nel nostro paese sono 6.711, (in tutta Europa sono circa 12.500), a cui bisogna
aggiungerne 1.130 briofite, mentre le specie animali sono 55.600. Di queste, secondo la "lista rossa", quelle
a rischio tra animali e vegetali sono 266, di cui 34
gravemente minacciate, e molte si trovano nelle nostre
acque: squali, mante, delfino comune, foca monaca,
tartarughe marine.

Il 22 aprile 1970 negli Usa il senatore democratico


Gaylord Nelson invitò alla mobilitazione per la salvezza
del nostro pianeta: risposero 20 milioni di cittadini
americani. La manifestazione arrivò dopo una serie di
interventi sul tema della salvaguardia, che si articolarono
sui media nei mesi precedenti. Tra questi, il significativo
contributo di Gladwin Hill, giornalista del New York
Times, che, il 30 novembre del 1969, sulle colonne del
quotidiano, tracciò un quadro desolante dei danni
ambientali ed annunciò la manifestazione di Nelson. Da
allora, il 22 aprile è diventato l'Earth Day a livello
internazionale.

«D'ora in poi ogni giorno, e non solo uno, dovrà essere dedicato alla salvaguardia del pianeta», ha detto il
presidente onorario dei Verdi e capogruppo in Commissione Ambiente alla Camera, Grazia Francescato,
sottolineando che «gli scienziati, Carlo Rubbia in testa, ci dicono che abbiamo ancora dieci anni per arginare
i cambiamenti climatici: dei prossimi 365 giorni, dunque, non possiamo buttarne via nemmeno uno.
Dobbiamo impegnarci quotidianamente nella battaglia per salvare il nostro pianeta».

(Pubblicato su Ecplanet 28-04-2007)

LINKS

Earth Day Network


“Nessuna regione del mondo sta diminuendo le sue
emissioni di carbonio”. Secondo uno studio apparso
sulla rivista Proceedings of the National Academy of
Science, tra il 2000 e il 2004, la produzione di CO2
non solo è aumentata, ma lo ha fatto a un ritmo triplo
rispetto agli anni precedenti. I ricercatori dell'Università
di Stanford hanno incrociato ed elaborato i dati del
Fondo Monetario Internazionale, del Dipartimento USA
per l'Energia e di altre istituzioni, riscontrando che,
mentre dal 1990 al 1999, l'aumento delle emissioni di
anidride carbonica è stato dell'1,1%, dal 2000 al 2004
la crescita è stata del 3,1%.
Un dato peggiore dello scenario più pessimistico previsto dall'IPCC, legato, secondo gli scienziati, alla
crescita economica che ha interessato quasi tutto il pianeta. “Nonostante il consenso comune sulla
necessità di ridurre le emissioni - spiega Chris Field, che ha condotto lo studio - in molte parti del mondo si
sta tornando indietro”. In cima alla classifica ci sono i paesi in via di sviluppo, come Cina e Brasile,
responsabili del 73% dell'aumento totale delle emissioni. Non sono molto più virtuosi i paesi sviluppati:
anche se in misura minore, le emissioni di CO2 crescono anche in Occidente, con l'aggravante che sono
proprio i paesi ricchi a produrre il 60% dell'inquinamento globale.

In particolare, l'Italia è in grande ritardo con gli impegni del protocollo di Kyoto e con il regolamento europeo
sul contenimento delle emissioni di CO2. In base
all’impegno di Kyoto, l'Italia, entro il 2012, dovrebbe
diminuire le emissioni di gas serra del 6,5% rispetto alle
emissioni del 1990, mentre sino oggi queste emissioni
sono continuamente aumentate. L'Unione Europea ha
bocciato il piano italiano - insieme a quello di altri 18
Paesi, compreso la Germania - ed ha chiesto al nostro
Governo di abbassare le emissioni di CO2 di 13,2
milioni di tonnellate, cioè dalle 209, proposte dall'Italia,
a 195,8 milioni di tonnellate annue nel periodo 2008-
2012 - il 6,3% in meno. Ciò significa che se non
riusciremo ad abbassare le emissioni di CO2 dovremo
pagare multe salate di decine di milioni di euro ogni
anno.

Il Dr Mike Raupach, del CSIRO Marine and


Atmospheric Research and the Global Carbon Project, dice che nel 2005 sono state emesse globalmente
nell'atmosfera quasi 8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. “In media, ogni persona in Australia e in
America oggi emette più di 5 tonnellate di carbone all'anno, mentre in Cina siamo su una tonnellata all'anno.
L'America l'Europa fanno il 50% del totale, mentre la Cina fa l'8%. Gli altri paesi sviluppati hanno contribuito,
tutti assieme, a meno dello 0,5% negli ultimi 200 anni”. L'Australia, con lo 0,32% della popolazione globale,
contribuisce per l'1,43%. Il Dr Raupach, che è a capo di un team internazionale di esperti, convenuti nel
Global Carbon Project, che studia le emissioni, cercando anche di quantificarle, dice: “Il nostro lavoro traccia
la storia delle emissioni: dobbiamo tenere conto sia delle emissioni passate che di quelle presenti nel
negoziare le riduzioni di emissioni globali”.

Dal canto loro, gli USA puntano ancora ad impedire che al vertice del G8, in programma a giugno in
Germania, vengano presi impegni per un nuovo accordo per combattere il riscaldamento del pianeta. In una
bozza del documento finale del G8, Washington mostra di non volere che si faccia riferimento a
provvedimenti urgenti per far fronte alla crisi climatica.

Più la temperatura globale continua a salire e più sale il rischio che le malattie infettive si diffondano su tutto
il pianeta. Già nel rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dello scorso aprile, si
avvertiva che l'impatto dei cambiamenti climatici potrebbe provocare una “alterata distribuzione spaziale di
alcuni vettori di malattie infettive”, che potrebbe portare, ad esempio, ad una maggiore diffusione della
malaria in Africa. “Le malattie trasmesse dagli insetti” - dice Stephen Morse della Columbia University, che di
recente ha partecipato a Toronto al 107th General Meeting della American Society for Microbiology -
“saranno influenzate dai cambiamenti climatici per il semplice fatto che queste piccole creature sono molto
sensibili alla vegetazione, alla temperatura, all'umidità, ecc. Tuttavia, è molto difficile prevedere cosa
avverrà, perché nella trasmissione delle malattie entrano in gioco molti fattori”.

Secondo David Rogers, della Oxford University, anch'esso presente al meeting, alcuni effetti relativi
all'aumento delle temperature possono essere predetti. Ad esempio, la malaria non è trasmessa al di sopra
di certe altitudini, perché le temperature sono troppo fredde per le zanzare. Ma se le temperature saliranno,
salirà anche la linea della malaria. Un altro effetto potrebbe riguardare la stagione dell'influenza: se la massa
d'aria tropicale intorno all'equatore si espande, nuove aree perderanno le stagioni tradizionali, e potrebbero
avere l'influenza tutto l'anno. Altri effetti potrebbero venire dai fenomeni atmosferici estremi. Secondo Joan
Rose, della Michigan State University, “uragani, tifoni, tornado e tempeste ad alta intensità, possono
rimuovere i patogeni dai sedimenti, minacciando intere popolazioni sprovviste delle adeguate protezioni”.
La zanzara della malaria - forse la minaccia più grave per quanto riguarda le infezioni - ha raggiunto l'Europa
nello scorso agosto. Come riferisce il Financial Times, in Corsica si è registrato il primo caso autoctono (con
infezione avvenuta in loco) degli ultimi 35 anni. In un articolo pubblicato su The Lancet, Anthony McMichael
dell'Università di Canberra, prevede un aumento del 16-28% dei casi di malaria entro il 2100. “Anche gli
agenti patogeni di salmonella e colera - prosegue lo studio - crescono più rapidamente a temperature
maggiori”. La febbre del Nilo occidentale, prima confinata alle latitudini africane, da una decina d'anni viene
registrata anche in Europa ed è endemica negli Stati Uniti. In Italia poi, nelle ultime due estati, oltre 200
bagnanti sono finiti in ospedale intossicati dall'alga “Ostreoptis ovata”, abituata alle acque tropicali.

Il cambiamento del clima sta già causando una migrazione degli insetti e un repentino accrescimento dei
parassiti molto dannosi per le piante. Le alte
temperature, ad esempio, hanno favorito una
“sciamatura” di api molto in anticipo rispetto ai
tempi normali. Il ché mette in pericolo sia la
raccolta di miele sia le persone, in quanto la
proliferazione di sciami può espandersi nei
centri urbani. A sostenerlo è la CIA
(Confederazione Italiana Agricoltori),
seriamente preoccupata per i riflessi che si
stanno avendo nelle campagne del nostro
Paese a causa del caldo anomalo e,
soprattutto, della scarsità di piogge e di
nevicate. Particolare apprensione c'è per la
crescita delle malerbe e per le difficoltà che gli agricoltori incontrano nel contrastare le infezioni che
colpiscono le coltivazioni (ortaggi a campo aperto), gli alberi da frutta, gli olivi e le viti.

Le temperature “tropicali” dell'autunno e dell'inverno scorsi hanno consentito alle uova degli insetti di
resistere e, quindi, di provocare un proliferare anomalo in tutte le zone rurali e non solo. Anche le città fanno i
conti con la continua diffusione di questi fastidiosi animaletti, zanzare soprattutto. Preoccupante è anche la
situazione che si è venuta a creare nei boschi e nelle pinete dove si è diffusa la presenza della
processionaria (un lepidottero defogliatore, ndr) che, oltre ad attaccare gli alberi, provoca allergie agli uomini.
La permanenza di particolari patogeni fungini sulle piante, sempre più stressate dalla carenza idrica, può
determinare pesantissimi danni. Corre un grave pericolo anche la frutta estiva a causa delle larve che
attaccano sia i frutti che le foglie.

A ciò, si aggiungono i problemi provocati alle piante dalla tignola e dalla mosca dell'olivo, oltre che dalla
cocciniglia, che si diffonde sulle conifere, sulle succulente in genere, su molte piante ornamentali, sulla vite e
sugli agrumi. È segnalata anche la presenza della tignola della patata nel Centro e Nord Italia, in aree che
finora non erano mai state attaccate da questo insetto. Sta di fatto che alberi da frutta (pesche, albicocche,
susine), colture di angurie e meloni, ortaggi (pomodori, zucchine, melanzane) e soprattutto piante di vite, se
aggrediti da questi “funghi”, possono entro breve tempo perdere completamente il frutto. Il clima siccitoso,
accompagnato da un elevato tasso di umidità nell'aria, determina così condizioni favorevoli all'insorgenza di
fitopatologie, quali l'oidio e la peronospora. Ma anche altri tipi di parassiti hanno fatto la loro comparsa,
accrescendo i problemi per gli agricoltori che sono già alle prese con una situazione che si fa sempre più
complessa. Non basta. Per la prossima estate c’è il rischio incombente anche della “piaga” delle cavallette,
che, spinte dal caldo, possono spostarsi dai paesi del Nord Africa verso alcune zone del Paese. Un
fenomeno che già si è verificato in passato. Basti ricordare i casi della Puglia e della Sardegna, dove sono
stati completamente distrutti campi coltivati.

Insomma, le variazioni del clima influenzano anche il ciclo biologico degli insetti, dei patogeni fungini, dei
batteri e dei virus, e in qualche modo concorrono a modificare il rapporto antagonista con le piante.

(Pubblicato su Ecplanet 25-05-2007)

LINKS

Alarming acceleration in CO2 emissions worldwide Carnegie Institution 21 maggio


2007
CO2 emissions increasing faster than expected CSIRO 22 maggio 2007

Global Warming Alarms Infectious Disease Experts newswire 23 maggio 2007

L'Italia sempre più come i Tropici diariodelweb 08 febbraio 2007

CSIRO Australia

American Society For MicroBiology

Lo scorso 22 settembre 2007, i delegati di circa 200 paesi hanno raggiunto un accordo per eliminare le
sostanze che danneggiano l'ozono più velocemente di quanto previsto.
L'accordo è stato trovato ad una conferenza, svoltasi a Montreal, in
Canada, per celebrare il 20esimo anniversario del protocollo di Montreal,
ideato per diminuire le sostanze chimiche che danneggiano lo strato di
ozono, che protegge la Terra dalle raggi ultravioletti. Gli USA - appoggiati
dal programma ambientale dell'ONU (UNEP) - hanno esortato i delegati
ad anticipare la data di scadenza per mettere fuori uso e produzione gli
idroclorofluorocarburi (HCFC).

Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a fare ampio uso di bromuro di
metile, una sostanza implicata nella degradazione dell'ozono (ODS),
mentre il boom economico di Cina e India ha prodotto un rapido
aumento del numero di condizionatori che utilizzano sostanze chimiche
sostitutive. Gli accresciuti livelli di raggi UV, negli ultimi decenni sono
stati collegati alle accresciute incidenze di tumori, malattie degli occhi e altri problemi di salute negli umani e
in molte altre specie.

Dalle ricerche dello scienziato statunitense Sherwood Rowland e del messicano Mario Molina, avviate nel
1974, è gradualmente emerso che due famiglie di composti chimici - i clorofuorocarburi, o CFC (contenuti
negli impianti di refrigerazione, condizionatori e propellenti di aerosol), e i gas halon (usati negli estintori) -
stavano riducendo la quantità di ozono presente nella stratosfera. Grazie al loro lavoro, i due studiosi,
insieme allo scienziato olandese Paul Crutzen, hanno ottenuto il Premio Nobel per la chimica nel 1995.

Rowland e Molina, rivolgendosi ai delegati, hanno raccontato di aver dovuto sviluppare un nuovo tipo di
chimica dell'atmosfera. I riscontri della diminuzione dei livelli di ozono di oltre il 30% sull'Antartico hanno
allarmato alcune nazioni, in particolare l'Argentina. “L'accordo è stato raggiunto in nove mesi, un periodo di
tempo incredibilmente breve”, ha commentato Richard Benedick, negoziatore statunitense ed ex
ambasciatore. Nel 1987, 24 paesi hanno firmato il Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono
lo strato d'ozono, e oggi sono 191 i paesi che hanno aderito al trattato. Nel 1990 è stato creato un Fondo
Multilaterale per l'attuazione del Protocollo di Montreal, milioni di dollari che avrebbero dovuto aiutare i paesi
in via di sviluppo a ritirare gradualmente la produzione e l'uso dei composti chimici responsabili
dell'impoverimento dell'ozono (49 paesi industrializzati hanno contribuito fino ad oggi con oltre 2,2 miliardi di
dollari, e 146 nazioni hanno ricevuto denaro dal fondo).

Dalla conferenza di Montreal è emerso che il buco


dell'ozono non sarà recuperato fino al 2060 o al 2070, e
che quasi tutti gli ODS sono anche gas responsabili del
riscaldamento globale. Tra il 1990 e il 2000,
l'eliminazione degli ODS ha prodotto una netta
riduzione dei 25 miliardi di tonnellate di gas responsabili
dell'effetto serra e del riscaldamento globale. Il
problema maggiore è costituito dagli
idroclorofluorocarburi, i sostituti meno dannosi dei
vecchi CFC ma gas serra molto potenti, ormai diffusi
nei prodotti come sistemi di refrigerazione, impianti di
condizionamento e schiume. Secondo il Protocollo di
Montreal, l'uso di HCFC dovrebbe essere completamente sospeso nei paesi sviluppati nel 2030, e nel 2040
nei paesi in via di sviluppo.

Una sospensione più rapida dell'utilizzo e della produzione di HCFC, e un loro ritiro definitivo entro i prossimi
10 anni, porterebbe nei prossimi decenni ad una riduzione cumulativa delle emissioni fino a 38 miliardi di
tonnellate metriche di anidride carbonica, secondo l'UNEP. Il Protocollo di Kyoto punta invece ad eliminare
appena due miliardi di tonnellate metriche in una prima fase tra il 2008 e il 2012. Annualmente, questo
potrebbe rappresentare un taglio di oltre il 3,5% di tutte le attuali emissioni di gas serra nel mondo. Invece, il
Protocollo di Kyoto, è stato concordato con l'obiettivo di ridurre i livelli di emissioni nei paesi sviluppati nel
1990 appena sopra il 5% entro il 2012.

I paesi presenti all'incontro si dicono favorevoli a un


ritiro graduale più rapido, ma i dettagli devono ancora
essere negoziati.

Entro il 2050, gli Stati Uniti devono tagliare le emissioni


almeno all'80% se il mondo vuole evitare un impatto
disastroso dei cambiamenti climatici provocati
dall'uomo. È quanto afferma un rapporto a cura di
scienziati della Texas Tech University, della Union of
Concerned Scientists (UCS) e della Stanford University.

“Per evitare gli effetti più gravi del cambiamento


climatico, il mondo dovrebbe stabilizzare la
concentrazione dei gas serra nell'atmosfera ad un
livello non superiore alle 450 parti per milione”, dice
Katharine Hayhoe, professoressa di geoscienze alla
Texas Tech University, che ha calcolato le riduzioni di emissioni. Si tratta di un limite stabilito per evitare che
la temperatura del pianeta superi i 3.5 gradi Fahrenheit. “Siccome gli Stati Uniti sono responsabili di quasi un
quarto delle emissioni inquinanti globali, devono agire subito per tagliare i consumi energetici in modo da
poter raggiungere l'obiettivo”, sottolinea la Hayhoe.

“Il costo della riduzione di emissioni potrebbe essere alto”, dice Michael D. Mastrandrea, ricercatore del
Woods Institute for the Environment presso la Stanford University, “ma, se aspettiamo fino al 2020 per
cominciare a ridurre le emissioni, dovremo tagliarne il doppio e molto più velocemente”.

“Abbiamo 40 anni per aumentare radicalmente l'efficienza del modo in cui usiamo le fonti energetiche”, dice
ancora la Hayhoe, “dobbiamo cominciare a considerare modi più estensivi di utilizzare le fonti rinnovabili
come l'energia solare. Altrimenti,andremo incontro all'estinzione di molte specie e alla perdita dei ghiacci
della Groenlandia e dell'Antartico Occidentale”.

“Il rapporto mostra chiaramente che gli Stati Uniti dovranno tagliare drasticamentele emissioni di gas serra
se si vuole ridurre significativamente l'impatto dei cambiamenti climatici”, ha dichiarato Alden Meyer, della
Union of Concerned Scientists.

Inoltre, il Congresso USA dovrà anche agire per aiutare il resto del mondo ad evitare le peggiori
conseguenze del riscaldamento globale.

(Pubblicato su Ecplanet 30-09-2007)

LINKS

Ozone Treaty Could Slow Climate Change commondreams 18 settembre 2007

New Report Sets Target for U.S. Emissions Cuts Union of Concerned Scientists 20
settembre 2007

Protocollo di Montreal - Wikipedia


A Target for U.S. Emissions Reductions

United Nations Environment Programme (UNEP)

Una delegazione della popolazione di Pigmei che


abitano le foreste del Congo, si è incontrata a
Washington con i vertici della Banca Mondiale
(World Bank), per denunciare le politiche di
distruzione della seconda foresta pluviale mondiale,
dopo quella amazzonica, di cui la stessa WB si è
resa complice.

Un rapporto indipendente accusa la Banca Mondiale


di aver incoraggiato imprese straniere a sfruttare le
foreste pluviali della Repubblica Democratica del
Congo, mettendo in grave pericolo, oltre alla
seconda più grande superficie forestale al mondo,
anche la sopravvivenza dei Pigmei che in quelle
aree sono insediati. Il rapporto, realizzato da
dirigenti interni con l'aiuto di esperti esterni, esamina
le attività della Banca Mondiale nella Rep. Dem.
Congo dal 2002, anno di conclusione ufficiale del conflitto nel Paese, partendo dalle accuse mosse due anni
fa da un'alleanza di 12 gruppi Pigmei, sottolineando come la riforma del sistema forestale, imposto dalla BM
in cambio di prestiti per oltre 450 milioni di dollari, sarebbe stato interamente subordinato alle necessità
industriali di un numero ristretto di aziende straniere, alcune delle quali hanno ottenuto concessioni per oltre
5 milioni di ettari (di cui molti abitati dai Pigmei). Le stime dei ritorni economici del settore sarebbero inoltre
state gonfiate, in modo da spingere il governo congolese a preferire questo tipo di sfruttamento alla
conservazione del patrimonio naturalistico e ad altre forme di utilizzo ecosostenibile delle foreste.

Il Programma dell'ONU per l'Ambiente (UNEP) ha pubblicato il suo


quarto “Global Environment Outlook” (Geo-4) nel quale si legge che le
minacce più gravi per il pianeta, in particolare cambiamenti climatici,
tassi di estinzione delle specie e la crescita della popolazione, figurano
tra i numerosi problemi che non sono stati ancora risolti e che mettono
l'umanità in pericolo.

“Geo-4” valuta lo stato attuale dell'atmosfera, della terra, dell'acqua e


della biodiversità, descrive i cambiamenti avvenuti dopo il 1987 ed
identifica le azioni prioritarie. È il rapporto dell'ONU più completo
sull'ambiente, preparato da circa 390 esperti e rivisto da più di mille altri
in tutto il mondo. Secondo il rapporto, «nessuno dei maggiori problemi
sollevati da “Our Common Future” (il rapporto della Commissione
Brundtland) presenta previsioni di evoluzioni favorevoli». Per l'UNEP,
«l'obiettivo del rapporto non è quello di presentare uno scenario
catastrofico, ma un appello urgente all'azione».

Geo-4 riprende la dichiarazione della Commissione Brundtland secondo


la quale «il mondo non affronta crisi separate... la crisi ambientale, la
crisi dello sviluppo e la crisi dell’energia ne fanno una sola». Una crisi
unica, globale, eco-apocalittica, che include tutti i problemi: «declino degli stocks di pesci; la perdita di terre
fertili per l'utilizzo e il degrado; una pressione non sostenibile sulle risorse; la diminuzione della quantità di
acqua dolce disponibile da dividere tra gli esseri umani e le altre creature ed il rischio che il deterioramento
dell'ambiente superi il punto di non-ritorno».
Per Achim Steiner, segretario generale aggiunto
dell'ONU e direttore esecutivo dell'UNEP, «nel
corso degli ultimi 20 anni, la comunità
internazionale ha ridotto del 95% la produzione di
prodotti chimici che rovinano la cappa di ozono,
ha creato un trattato per la riduzione dei gas serra
ed anche un commercio di carbonio innovativo e
mercati di compensazione del carbonio, ha
favorito un aumento delle zone terrestri protette
che coprono circa il 12% della terra e creato
numerosi strumenti per fronteggiare questioni che
vanno dalla biodiversità alla desertificazione al
commercio di rifiuti pericolosi e alla modificazione
degli organismi viventi. Ma problemi persistenti e
cronici restano senza soluzione. Vecchi problemi
rimangono e nuovi problemi appaiono, come il
rapido aumento di zone morte negli oceani, il
risorgere di malattie vecchie e nuove legate in
parte al degrado dell'ambiente. Istituzioni come
l'UNEP, create con lo scopo di attaccare le cause
profonde dei problemi, rimangono deboli e
soffrono di una mancanza di risorse».

Il rapporto avverte che stiamo vivendo molto al di


sopra delle nostre possibilità: «La quantità di
risorse necessarie per la sopravvivenza
dell'umanità supera le risorse disponibili.
L'impronta umana (vale a dire i bisogni relativi
all'ambiente) è di 21,9 ettari a persona, mentre la
capacità biologica della terra è, mediamente, solo
di 15,7 ettari per persona».

Tra gli altri punti critici identificati, figura la gestione dell'acqua: «L'irrigazione consuma già intorno al 70%
dell'acqua disponibile, mentre per raggiungere gli Obiettivi del Millennio per lo sviluppo riguardanti la fame
occorrerà raddoppiare la produzione alimentare entro il 2050». Ma intanto l'acqua dolce diminuisce.
Secondo le previsioni, entro il 2025 l'utilizzo d'acqua dovrebbe aumentare del 50% nei Paesi in via di
sviluppo e del 18% nei mondo sviluppato. Inoltre, anche la qualità dell'acqua è in declino, perché è inquinata
da patogeni microbici e da nutrienti eccessivi. E infatti, la contaminazione dell'acqua rimane la maggiore
causa di malattie e morti al mondo.

Per quanto riguarda la biodiversità, «una sesta estinzione è in corso, causata dal comportamento umano». I
cambiamenti in corso sono i più rapidi da quando l'uomo è apparso sulla terra. L'estinzione delle specie si
produce ad una velocità superiore a quella indicata dai fossili. Il commercio di carne e legname nel bacino
del Congo è stimato a 6 volte superiore al tasso sostenibile. Tra i gruppi di vertebrati, più del 30% degli
anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli sono minacciati di estinzione, mentre l'introduzione di
specie “aliene” è un problema crescente.

I cambiamenti climatici sono dunque «una priorità mondiale» e «la minaccia è ormai così urgente che
riduzioni importanti di gas serra sono necessarie entro la metà del secolo». «Occorre una pressione
crescente su certi Paesi ad
industrializzazione rapida, ormai
emettitori importanti, perché accettino
delle riduzioni di emissioni».

Nel frattempo, in America, la Casa Bianca


ha il coraggio di parlare dei “benefici alla
salute” derivanti dai cambiamenti climatici.
“Secondo alcuni studi”, ha detto la
portavoce Dana Perino, “in certe aree i
cambiamenti climatici apporteranno dei
benefici alla popolazione”.
Il Council on Environmental Quality dell'amministrazione Bush ha citato anche il rapporto 2007
dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC): “Bisogna considerare sia gli effetti negativi che
quelli positivi”, riferendosi alla sezione del rapporto in cui si parla di possibili vantaggi derivanti dal
riscaldamento globale, come ad esempio un calo delle morti per freddo, in certe aree, e della diffusione di
malattie infettive. Mentre il resto del mondo creperà di caldo, di fame, di sete, ecc. ecc.. Potrebbe essere
un'ottima politica per risolvere almeno il problema della sovrappopolazione.

Mentre venivano rilasciate queste inquietanti dichiarazioni, i democratici sono passati all'attacco sulla
vicenda del rapporto sui mutamenti climatici del 2003, a cura dell'EPA (Enviromental Protection Agency) che
la Casa Bianca ha ammesso di aver “ritoccato”. Con una lettera a George Bush, Barbara Boxer ha chiesto
che una copia del rapporto originale venga inviato alla White House da Julie Gerberding, la direttrice dei
Centers for Disease Control and Prevention prima della sua deposizione alla Commissione Ambiente del
Senato, presieduta dalla senatrice democratica, su “cambiamenti climatici e salute pubblica”.

(Pubblicato su Ecplanet 01-11-2007)

LINKS

World Bank accused of razing Congo forests The Guardian 04 ottobre 2007

Geo-4 "Global Environmental Outlook" - Bleak for Mankind 28 ottobre 2007

White House defends 'health benefits' of climate change AFP 25 ottobre 2007

White House Criticized for Editing Climate Change Testimony voanews 26 ottobre
2007

Global Environment Outlook

Council on Environmental Quality

U.S. Environmental Protection Agency

Centers for Disease Control and Prevention

Intergovernmental Panel on Climate Change

Il PARASOLE SOLARE

Roger Angel, astronomo ed esperto di ottica della University of Arizona, durante un incontro promosso dal
NASA Institute for Advanced Concepts (NIAC) ha proposto di spedire in orbita un parasole grande
abbastanza da tagliare le emissioni solari dell'1,8 percento, in modo da fermare il riscaldamento previsto dal
raddoppio nell'atmosfera della presenza di anidride carbonica.

Secondo Angel, il parasole spaziale dovrebbe avere un massa di


circa 20 milioni di tonnellate, coprire un'area di circa 4-7 milioni
di chilometri quadrati e dovrebbe essere costituito da 16 mila
miliardi di rifrattori circolari, ognuno del diametro di 0,6 metri,
spesso 5 micron e del peso di 1,2 grammi. I rifrattori verrebbero
lanciati mediante un sistema basato su repulsione
elettromagnetica, come quello di missili, e sull'argon come
carburante. Una volta raggiunta la zona utile, ogni disco troverà
la sua posizione mediante camere in miniatura in grado di
rilevare la luce solare: dei piccoli specchi aggiustabili
manterranno la corretta posizione e il corretto orientamento nello
spazio in base alla pressione delle radiazioni solari.
Secondo Angel, i dischi potranno rimanere in obita almeno per 50 anni, dopodiché le loro celle solari
degraderanno e non saranno più in grado di mantenere la posizione. “Con i finanziamenti del NIAC”, ha
detto Angel, “abbiamo realizzato un elemento ottico come prototipo, un ologramma su vetro rifrattivo spesso
un micron”.

Ma come si fa lanciare nello spazio 20 milioni di tonnellate?

Ci vorranno 20 milioni di lanci, ognuno di 1 tonnellata, ovvero 800.000 dischi a lancio. E ci vorrà anche un
enorme sforzo per fabbricare i 16 mila miliardi di dischi. Il tutto, dice Angel, costerà una cifra pari a 5 mila
miliardi di dollari, che, se ammortizzata per 50 anni, diventerà di 5 mila miliardi l'anno, una cifra di molto
inferiore a quelle dei costi stimati per i danni provocati dai cambiamenti climatici.

L'idea del parasole non è del tutto nuova. Robert Kennedy, un ingegnere di Oak Ridge, Tennessee, nel 2000,
insieme ad altri colleghi, aveva proposto di piazzare dei giganteschi specchi fotovoltaici in un Punto di
Langrange (L1), gli unici punti in cui si possono situare corpi minori, o gruppi di corpi minori, per condividere
stabilmente l'orbita di un corpo più grande, in quanto le attrazioni gravitazionali si annullano.

(Pubblicato su Ecplanet 09-11-2007)

LINKS

The University of Arizona

Punti di Lagrange - Wikipedia

DUMPING ON GAIA

Mentre i governi si stanno per


riunire a Londra per discutere se
diffondere su larga scala
limature di ferro sulla superficie
degli oceani, in modo da nutrire
il plankton e assorbire l'anidride
carbonica, una compagnia
privata australiana sta portando
avanti un piano per scaricare
tonnellate di urea - un composto
chimico presente nel sangue e
nell'urina - prodotta
industrialmente nell'oceano del
Sudest asiatico. Si tratta della
Ocean Nourishment Corporation
(ONC) di Sydney, autorizzata a
compiere tale esperimento dal
governo delle Filippine, in
particolare nel mare Sulu tra le
Filppine e il Borneo.

Una coalizione di gruppi della società civile ha fatto appello alla London Convention2 - stipulata nel 1972
dalle Nazioni Unite proprio con lo scopo di prevenire possibili discariche tossiche nelle acque - per fermare la
ONC. La coalizione chiede anche una moratoria su tutti i progetti di geoingegneria finché non abbia luogo un
ampio dibattito internazionale e un intervento intergovernativo che stabilisca i potenziali impatti sociali,
economici ed ambientali. “Questa volta sono i nostri oceani ad essere presi di mira da schemi di
geoingegneria ad alto rischio su cui non è stato avviato alcun consulto pubblico né un intervento
intergovernativo”, dice Neth Dano del Third World Network malesiano.

Solo qualche mese fa, la Planktos Inc. aveva annunciato di voler scaricare nanoparticelle ferrose nell'oceano
vicino alle Galapagos. “Quel che più fa rabbia”, dice ancora la Dano, “è che le corporations provano a far
passare questi esperimenti come progetti umanitari volti a combattere i cambiamenti climatici”. “Si tratta di
tecnologie molto pericolose e dunque inaccettabili, perché potrebbero impoverire di molto il nostro ambiente
marino, che è la principale fonte di sopravvivenza per i più poveri che vivono nelle Filippine”, dice Ruperto
Aleroza d Kilusang Mangingisda, un movimento formato da pescatori filippini. Wilhelmina Pelegrina, di
Searice, concorda: “Lo scarico di grandi quantità di urea rappresenta una grave minaccia ai nostri
ecosistemi marini, che già tanto bene non stanno. Non possiamo permettere che la ONC persegua i suoi
profitti a danno della popolazione”.

Lo scorso giugno, gli scienziati che fanno capo alla London


Convention avevano avvisato che i piani per fertilizzare l'oceano
vicino alle Galapagos usando particelle ferrose pongono alti rischi
ambientali e che non vi è alcuna prova scientifica sull'efficacia di tale
strategia. La ONC dichiara invece che scaricare grandi quantità di
urea disciolta nell'oceano provocherà una grande fioritura di plankton,
che assorbe in teoria più gas serra di quanto ne emetta (ma non è
stato dimostrato, ndr), e che quindi sarà utile per combattere gli effetti
dei cambiamenti climatici. Mentre secondo l'International Panel on
Climate Change (IPCC) contribuirà ad intossicare le acque e a
decimare la vita marina.

“Il problema è che non esiste alcuna regolamentazione”, fa notare Jim


Thomas dell'ETC Group, “che ponga dei limiti alle pratiche di
geoingegneria, e non esiste nessun corpo intergovernativo con il
potere di decidere su questioni così delicate”. David Santillo, della
Unità Scientifica di Greenpeace International, che parteciperà al
prossimo meeting della London Convention, dice: “Gli scienziati che
fanno capo alla London Convention hanno mostrato una grave
preoccupazione per i rischi ecologici che pone il progetto di fertilizzazione degli oceani. Occorrono subito
delle decisioni politiche per prevenire speculazioni economiche come quella della ONC”.

(Pubblicato su Ecplanet 09-11-2007)

LINKS

Planktos: False Solutions to Colonize our Oceans 30 dicembre 2007

Searice

Planktos

ETC Group

Greenpeace International

London Convention - Wikipedia

Ocean Nourishment Corporation

NASA Institute for Advanced Concepts

Azione anti-nucleare al Congresso Mondiale


dell'Energia di Roma: gli attivisti di Greenpeace
sono entrati in azione mentre era in corso
l'intervento dell'amministratore delegato
dell'Enel, Fulvio Conti, e sono riusciti a
srotolare dall'alto della sala un cartellone con lo
slogan: «Do not export nuclear risk» (Non
esportare il rischio nucleare).

«Il nucleare è un tema delicato per il nostro


Paese, ma l'attuale Governo è intenzionato a
riportare l'Italia quanto meno nel campo della ricerca dello sfruttamento dell'energia nucleare per recuperare
il gap accumulatosi in questo campo con gli altri paesi», ha sottolineato il vicepremier e ministro degli Esteri,
Massimo D'Alema. «L'Italia ha bisogno di diversificare le fonti», ha detto l'amministratore delegato dell'Enel,
«non vuole il nucleare, vuole poco carbone, utilizza troppo il gas. Il mix dei combustibili aiuterà a contenere i
costi».

«È veramente incredibile - dice Francesco Tedesco, responsabile campagna energia dell'associazione


ambientalista - che per non rovinare l'immagine di Enel si blocchi un convegno mondiale». Greenpeace, si
legge ancora nel comunicato, «denuncia l'intenzione di Enel di investire oltre 4 miliardi di euro in fatiscenti
reattori nucleari sovietici anni 70, e chiedere alla compagnia di non esportare all'estero lo stesso rischio
nucleare a cui gli italiani hanno detto no vent'anni fa. Enel - sostiene ancora Greenpeace - intende
completare due reattori nucleari a Mochovce, in Slovacchia, e un'altro a Belene, in Bulgaria. Il primo
progetto consiste in due reattori nucleari di seconda generazione senza alcun guscio di contenimento per
prevenire la fuoriuscita di materiale radioattivo in caso di incidente grave, come l'impatto di un aereo. Il
secondo è un reattore che sorgerà in un'area sismica, dove nel 1977 un terribile terremoto provocò la morte
di circa 120 persone».

«Nonostante la maggior parte dei reattori nucleari in Europa occidentale abbia un guscio di contenimento e i
recenti progetti prevedano un doppio guscio, a Mochovce Enel intende completare reattori obsoleti senza
alcuna protezione - afferma Jan Beranek, responsabile campagna nucleare di Greenpeace International -
Questo doppio standard è assolutamente inaccettabile. In Finlandia, ad esempio, per la centrale in
costruzione a Olkiluoto, l'autorità di sicurezza nucleare ha richiesto un ulteriore rafforzamento del guscio di
contenimento. I progetti di Olkiluoto e Mochovce hanno circa lo stesso costo, ma il secondo non ha alcuna
protezione contro possibili attacchi terroristici».

Grenpeace fa notare anche come l'Italia sia in forte ritardo sugli obiettivi del protocollo di Kyoto: le emissioni
di gas serra sono aumentate del 10,5% invece di diminuire del 6,5%. Questo deficit, spiegano gli
ambientalisti, si trasformerà in maggiori costi (da 3 a 5 miliardi l'anno) per gli italiani. Così, per sensibilizzare i
cittadini sull'emergenza climatica dovuta all'inquinamento, l'associazione ambientalista promuove due
iniziative.

Le emissioni gas serra cresceranno del 57% entro il 2030, e


porteranno ad un aumento della temperatura sulla superficie
terrestre di almeno 3 gradi Celsius (5.4 gradi Fahrenheit). Lo ha
annunciato l'International Energy Agency (IEA). Il ché significa
che l'inquinamento relativo ai gas serra crescerà dell'1,8% ogni
anno fino al 2030, nonostante tutti gli sforzi per limitare l'uso di
energia e per mitigare le emissioni. In pratica, secondo l'IEA, il
mondo ha ben poche chance di portare i livelli di inquinamento
ad un livello stabile e sicuro, almeno nel breve termine.

Conclusione in linea con quelle del Panello Intergovernativo


(IPCC), secondo cui per limitare un aumento medio della
temperatura globale a 2.4 gradi Celsius (4.3 gradi Fahrenheit) -
lo scenario più ottimistico - le concentrazioni di gas serra dovrebbero stabilizzarsi in 450 parti per milione
(ppm) di anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera. Per raggiungere questo obiettivo, secondo l'IPCC, le
emissioni dovrebbero raggiungere il picco entro il 2015 e poi scendere fino al 50-85% entro il 2050. Mentre il
World Energy Outlook dell'IEA non prevede il raggiungimento del picco di emissioni prima del 2020.

“La riduzione delle emissioni potrebbe


venire da una maggiore efficienza
dell'uso dei combustibili fossili
nell'industria, nei trasporti, nell'edilizia,
dal passaggio al nucleare e alle fonti
rinnovabili, e da misure volte alla
cattura e allo storaggio di CO2”, dice
l'IEA, “nel complesso c'è bisogno di
un'azione eccezionalmente rapida e
vigorosa che metta in campo le
tecnologie più avanzate”. Ma anche se
questo dovesse avvenire (e ci sono
molti dubbi in proposito, ndr), nel più ottimistico degli scenari l'IEA prevede un aumento annuale delle
emissioni dell'1%. “In questo caso, le emissioni declinerebbero stabilmente dopo il 2030, con un aumento
delle temperature intorno ai 3 gradi Celsius (5.4 gradi Fahrnheit)”, dice l'analista dell'IEA Trevor Morgan. Nel
peggiore dei casi, invece, il riscaldamento potrebbe raggiungere 6 gradi Celsius (10.8 gradi Fahrenheit),
soprattutto se Cina ed India continueranno nella loro crescita selvaggia, usando il carbone come principale
fonte di energia. Entro il 2030, i maggiori inquinatori mondiali saranno Stati Uniti, India, Cina, Russia e
Giappone.

Gli esperti internazionali dell'IPCC - l'ente scientifico, che quest'anno ha ricevuto il premio Nobel per la Pace
insieme all'ex vice presidente americano Al Gore, istituito nel '98 su iniziativa di due agenzie specializzate
dell'ONU, l'Organizzazione Meteorologica Mondiale, o WMO, e l'UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per
lo Sviluppo - riuniti a Valencia per la stesura del documento che dovrà fornire ai governi nazionali le linee-
guida in materia per gli anni a venire, hanno annunciato che “le attività umane potrebbero condurre a
cambiamenti del clima improvvisi o irreversibili”.

Entro il 2100, dice l'IPCC, la temperatura media della superficie terrestre potrebbe aumentare tra gli 1.1 e i
6.4 gradi Celsius (1.98 e 11.52 gradi Fahrenheit) comparata con i livelli relativi al periodo 1980-99. Ondate di
caldo, inondazioni, siccità, tempeste tropicali, aumento dei livelli dei mari, sono alcuni degli eventi atmosferici
estremi che diverranno sempre più frequenti.

THE PLANET

Il documentario “The Planet”, degli svedesi Linus Torell,


Michael Stenberg, Johan So¨derberg, racconta
l’emergenza climatica della terra. Gli autori hanno
lavorato per più di due anni in un viaggio attraverso 25
paesi con l'intento di fare luce sulle verità e le
menzogne che riguardano gli allarmanti cambiamenti
globali.

Oggigiorno si sente sempre più parlare sui vari media


dei problemi ecologici: riscaldamento globale,
deforestazione, l'estinzione delle specie animali,
l'inquinamento, scioglimento dei ghiacci, siccità,
desertificazione etc etc.. Tutti questi problemi sono
interconnessi l'uno con l'altro, anche se raramente si
tende a fornire un quadro d'insieme del sistema Terra.
“The Planet” ceca proprio di mostrare come tutti questi
effetti siano parte dello stesso problema, ovvero:
l'insostenibile stile di vita della parte ricca del mondo.

A raccontarci questi “fatti” sono 29 eminenti scienziati da tutto il globo: climatologi, fisici, biologhi, architetti,
psicologi. Tutti d'accordo, dal loro punto di vista, sul fatto che l'impronta umana sta radicalmente e
inevitabilmente compromettendo il sistema biosfera in cui viviamo insieme a tutte le altre specie (animali e
vegetali).

(Pubblicato su Ecplanet 03-12-2007)

Links

Nucleare: blitz di Greenpeace al WEC energymanager 11 novembre 2007

World Energy Outlook 2007


Cuts Urged in China’s and India’s Energy Growth New York Times 07 novembre
2007

Greenpeace

International Energy Agency

World Meteorological Organization (WMO)

United Nations Environment Programme (UNEP)

IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change

RESIDENT EVIL: EXTINCTION

«Per ogni grado in più, sopra una soglia limite, si assiste a un aumento del 3% nelle singole città della
mortalità, legata alle ondate di calore». È l'allarme lanciato lo scorso agosto dal direttore del programma
speciale Ambiente e Salute dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) Europa,
Roberto Bertollini.

Ondate di calore e umidità, che a tratti ci fanno sentire come ai


tropici, aprono la via ad una «immigrazione» ancora più
pericolosa. I cambiamenti climatici stanno portando nuove
malattie, di cui bisogna tener conto, formulando nuovi piani
epidemiologici. «Il virus Chikungunya che ha provocato
l'epidemia in Romagna ne è un esempio (197 casi sospetti e
166 accertati) - ha spiegato Bertollini - la zanzara tigre è arrivata
in Italia, ma anche in altri paesi, perché ha trovato un clima più
favorevole. Come il Chikungunya possono arrivare altri agenti
patogeni, ed è necessario predisporre sistemi di sorveglianza
specifica».

Secondo gli ultimi dati disponibili, relativi al 2000, il clima risulta


già responsabile del 2,4% di tutti i casi di diarrea nel mondo e il
2% di tutti gli episodi di malaria, per un totale di 150 mila morti.
In Europa, l'ondata di calore del 2003 ha fatto 35 mila morti.
Nello stesso anno, le alluvioni hanno causato 250 decessi,
colpendo circa due milioni di persone. I casi di salmonella, poi,
salgono del 5-10% per ogni grado di aumento di temperatura.

Quello che preoccupa di più è l'interazione tra ondate di calore e


inquinamento da ozono. «Si è calcolato - riferisce Bertollini -
che un'ondata di calore fa crescere la mortalità del 10%. Se a questo si aggiunge l'effetto ozono, la mortalità
aumenta del 13% e, nella popolazione anziana, può raggiungere percentuali anche più elevate». In forte
crescita sono anche le malattie gastroenteriche. Luciana Sinisi, responsabile del settore ambiente e salute
dell'APAT, l'agenzia per la tutela dell'ambiente, dice: «il surriscaldamento cambia la qualità delle acque e
negli alimenti si possono sviluppare micotossine.

Nel 2003, tonnellate di cereali andarono perse per questa ragione. Più
aumenta il caldo, più si sviluppano fenomeni di fermentazione». Il clima
causa anche il prolungamento della stagione dei pollini. «E siccome è
cambiata la circolazione atmosferica - aggiunge la dottoressa - abbiamo
nel nostro territorio molte varietà di piante allergeniche nuove che,
trovando una temperatura più calda, attecchiscono». C'è, poi, il rischio
chimico. «L'aumento della temperatura porta a una più veloce
degradazione dei pesticidi che, così, perdono di efficacia. Questo
fenomeno induce a un maggiore uso di prodotti. Il risultato è la
contaminazione del suolo e delle acque. A medio termine, anche delle
falde freatiche».
I dati parlano chiaro: ogni anno una nuova malattia, un ritmo inquietante che ha portato a scoprire, dal 1967
ad oggi, 39 nuovi agenti patogeni. Tra questi, i virus all'origine di Aids, Ebola (febbre emorragica) e Sars
(sindrome respiratoria acuta severa). Inoltre colera, febbre gialla ed infezioni epidemiche a meningococchi
sono riapparse negli ultimi decenni del XX secolo. Oltre 1100 eventi sanitari di natura epidemica si sono
verificati solo negli ultimi cinque anni. I progressi compiuti nelle cure delle malattie risultano compromessi
dalla generalizzazione della resistenza agli anti-infettivi. Particolarmente allarmanti, i casi di tubercolosi ultra-
resistente contro la quale le medicine risultano inefficaci.

A questo punto, raccomandano gli esperti, il rischio di malattie non è più esclusivo campo d’azione del
ministero della Salute. La prevenzione sanitaria e quella ambientale devono andare a braccetto. Il Governo
italiano, ha risposto Prodi, «si farà promotore di altre iniziative con i paesi in via di sviluppo, specie nel
Mediterraneo». In riferimento alla politica interna il premier spiega che si dovranno fare «subito ingenti
investimenti con ritorni non immediati. È una questione di coraggio perché sono decisioni, come i limiti alle
emissioni CO2, che provocano divisioni nella società». Il presidente della Commissione Ambiente della
Camera Ermete Realacci ha assicurato che «il Parlamento italiano darà il suo contributo al varo di nuove
politiche per il contrasto dei cambiamenti climatici nel nostro Paese».

Da Bali, dove è in corso la Conferenza sui Cambiamenti


Climatici dell'ONU, un rapporto elaborato da Germanwatch e
CAN Europe posiziona l'Italia al 41esimo posto della lista dei 56
paesi più inquinanti, responsabili del 90% delle emissioni di
CO2. I dati bocciano la poiltica ambientale dell'Italia: le
emissioni sono aumentate del 13% rispetto al 1990 - mentre,
secondo Kyoto, dovevano essere ridotte del 6,5% - a causa
della mancanza di politiche e strumenti incisivi, coerenti e
continuativi provenienti dai settori energetici.

“L'Italia” - sottolinea la nota - “è rimasta immobile” sul fronte


delle azioni da attuare per contenere e ridurre le emissioni. Per
essere coerenti con le disposizione del Protocollo di Kyoto,
continua la nota, ci vorrebbe una politica energetica nazionale,
come già da tempo chiede l'Europa e il WWF. Anche nel settore
dei trasporti l'Italia, non è messa bene: è il paese con la
maggiore concentrazione di automobili per abitante e con la più
alta percentuale del trasporto merci è su gomma. Non esiste
una politica dei trasporti, dice il WWF, e per anni il nostro paese
ha mascherato gli incentivi alla rottamazione delle auto come
politiche per il clima.

“Entro il 2030, il processo di deforestazione in Amazzonia”,


denuncia il WWF presente a Bali, “potrebbe rilasciare
nell'atmosfera dai 55,5 a 96,9 miliardi di tonnellate di CO2 (96,9
miliardi vuol dire più di due anni delle attuali emissioni globali di
gas serra a livello mondiale)”. “La conservazione della foresta
amazzonica” - ha detto Dan Nepstad, Senior Scientist al Woods
Hole Research Centre in Massachussets, autore dello studio, “è
essenziale non soltanto per i processi di raffreddamento delle temperature globali, ma perché garantisce
un'immensa fonte di acqua dolce in grado di influenzare alcune delle correnti oceaniche, e poi è un ingente
serbatoio di carbonio”.

La produzione mondiale di gas e anidride carbonica


non solo non è diminuita, ma è addirittura cresciuta in
misura esponenziale. In Europa, si producono ogni
anno più di 35 miliardi di tonnellate di anidride
carbonica (CO2), di cui quattro provengono da camini,
ciminiere, autoveicoli. Nel 2050, in assenza di
contromisure, le attuali emissioni raddoppieranno.
Ormai, dopo il fallimento del Protocollo di Kyoto - fallito
ancor prima di essere applicato - si punta al “Kyoto
Plus”, ma i Paesi fra i maggiori produttori mondiali di
gas serra, come Brasile, India e Cina, non sono disposti a sostenere il peso economico di scelte ambientali
radicali.

George Monbiot, giornalista ambientalista inglese , nel suo ultimo libro -


“Calore” - spiega come si potrebbe ridurre la nostra dipendenza dai
combustibili fossili: non bastano gli sforzi individuali, perché per ognuno
di noi che va in bici, non prende l'aereo, spegne le spie degli
elettrodomestici e fa il bucato a basse temperature ci sarà sempre un
Danny Meikle che a Natale decora la sua casa in Scozia con un milione
e duecentomila lampadine; occorrono decisioni ad un livello più alto.

“Il riscaldamento globale causato dall’uomo non può essere controllato


se non convinciamo i nostri governi a modificare il nostro stile di vita”.
Soluzioni che devono investire ogni sfera della vita, dal modo in cui
vanno concepiti gli edifici all'impiego intelligente delle fonti di energia
rinnovabile, dalla creazione di un nuovo sistema di trasporti, al modo in
cui facciamo la spesa.

Monbiot si augura invece che il suo libro convinca i lettori che vale la
pena combattere, perché siamo l'ultima generazione che può salvare il
mondo.

(Pubblicato su Ecplanet 15-12-2007)

Links

New country-by-country data show in detail the impact of environmental factors on


health WHO 13 giugno 2007

As Earth Warms Up, Tropical Virus Moves to Italy New York Times 23 dicembre 2007

Canada fourth-worst climate sinner, study finds CBC 07 dicembre 2007

More than half of Amazon will be lost by 2030 The Guardian 06 dicembre 2007

APAT

GERMANWATCH

Climate Action Network Europe

The Woods Hole Research Center

World Health Organization Regional Office for Europe

United Nations Framework Convention on Climate Change

FIGHT THE FUTURE

Il rapporto annuale dell'UNDP,i l Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano, afferma: «I Paesi
industrializzati non stanno rispettando gli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra relativi al
Protocollo di Kyoto», e chiede un'azione urgente per ridurre le emissioni di gas serra dell'80% entro il 2050.

Nel suo studio intitolato «Fighting Climate Change», l'UNDP fa notare che la maggioranza dei Paesi OCSE
sono in ritardo rispetto agli impegni assunti e sottolinea la discrepanza tra gli obiettivi fissati a livello politico
per ridurre le emissioni di gas serra e le politiche energetiche attuali in molti Paesi dell'Unione Europea. Gli
autori del rapporto sostengono che i Paesi ricchi stanno alimentando una crisi del debito ecologico che si
ripercuoterà nel modo più immediato e profondo sui poveri del mondo.

Sebbene i Paesi in via di sviluppo rappresentino una quota crescente delle


emissioni globali, i Paesi ricchi rimangono i principali responsabili dell'accumulo
del debito di carbonio. Il Rapporto lo dimostra facendo notare che, se ogni povero
sul pianeta generasse le stesse emissioni di un europeo medio, servirebbero
quattro pianeti per far fronte all'inquinamento; sette, se si considerano le
emissioni di un australiano medio; nove, per quelle di un nordamericano o un
canadese.

«Nel negoziare il quadro post-2012 che darà seguito al Protocollo di Kyoto, i


governi dei Paesi ricchi dovranno assumere un ruolo guida e adottare obiettivi
nazionali credibili e coerenti con un accordo multilaterale che stabilisca un
bilancio globale del carbonio», afferma Kevin Watkins, direttore dell'ufficio per il
Rapporto sullo Sviluppo Umano. «Non abbiamo bisogno di comunicati che ci
ricordino che abbiamo un problema urgente, servono soluzioni e iniziative pratiche per ridurre le emissioni».

Francia, Germania, Giappone e Gran Bretagna hanno ottenuto modeste riduzioni delle emissioni, ma il
Rapporto segnala che, secondo le tendenze attuali, i Paesi ricchi nel loro insieme sono ben lontani dal
conseguire i loro obiettivi di riduzione delle emissioni nel 2012.

Il Rapporto critica gli Stati Uniti, che non hanno fissato obiettivi di riduzione delle emissioni a livello federale,
mentre dà risalto al ruolo guida assunto da alcuni Stati e città Usa, come la California e New York. Riguardo
all'Unione Europea, viene accolto con favore l'obiettivo ambizioso di ridurre le emissioni del 30 % entro il
2020, ma si sottolinea l'ampio divario esistente tra gli impegni e le politiche, oltre alla mancanza di coerenza
tra il sistema per lo scambio di quote di emissioni della UE (European Union Emissions Trading Scheme) e
l'obiettivo relativo ai cambiamenti climatici.

Il Rapporto chiede infine un investimento annuale di almeno 86 miliardi di dollari entro il 2015, pari allo 0,2%
del Pil aggregato dei Paesi del Nord del mondo, per l'immunizzazione delle infrastrutture dagli effetti del
clima e lo sviluppo di capacità di resistenza e recupero tra la popolazione povera contro gli effetti dei
cambiamenti climatici. Contestualizzando questa cifra, si afferma che «in totale i Paesi sviluppati dovrebbero
mobilizzare all'incirca un decimo di ciò che attualmente stanziano per la spesa militare».

Affrontare l'adattamento significa anche salvaguardare le attività esistenti, finanziate a livello internazionale,
sensibili ai cambiamenti climatici, quali i progetti nel campo dell'agricoltura e delle risorse idriche.

(Pubblicato su Ecplanet 03-01-2008)

Links

United Nations Development Programme - Human Development Report 2007 / 2008

LA VERITA’ DEL GHIACCIO

TEMPESTA GLOBALE

2022 i sopravvissuti

ESTINZIONE GLOBALE

EFFETTO SERRA ALLA SBARRA

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